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In questa home-page sono presenti oltre all'ultimo aggiornamento, che inizia appena qui sotto, anche i seguenti aggiornamenti pregressi:
 
  AGGIORNAMENTO AL 07.10.2014 AGGIORNAMENTO AL 30.09.2014
AGGIORNAMENTO AL 24.09.2014 AGGIORNAMENTO AL 18.09.2014 AGGIORNAMENTO AL 13.09.2014
AGGIORNAMENTO AL 10.09.2014 AGGIORNAMENTO AL 02.09.2014 AGGIORNAMENTO AL 27.08.2014
AGGIORNAMENTO AL 20.08.2014 AGGIORNAMENTO AL 13.08.2014 AGGIORNAMENTO AL 05.08.2014
AGGIORNAMENTO ALL'01.08.2014    

AGGIORNAMENTO AL 13.10.2014

IN EVIDENZA

INCENTIVO PROGETTAZIONE:

dal 19.08.2014, data di entrata in vigore delle modifiche apportate dalla legge n. 114/2014 al d.l. n. 90/2014, i comuni, come tutte le altre pubbliche amministrazioni, devono fare riferimento, per la disciplina degli incentivi al personale interno incaricato di attività tecniche nell’ambito del procedimento di aggiudicazione ed esecuzione di un’opera pubblica, alla nuova disciplina legislativa, con conseguente necessaria adozione di un nuovo regolamento interno che stabilisca la percentuale massima destinata a tali compensi (comma 7-bis) e un nuovo accordo integrativo decentrato, da recepire nel regolamento, che stabilisca i criteri di ripartizione (comma 7-ter). Entrambi dovranno adeguarsi alle novità normative, fra le quali spicca l’esclusione, fra i soggetti beneficiari dell’incentivo, del personale con qualifica dirigenziale.

QUINDI??

     Quindi, dal 19.08.2014 se non si adotta (alla svelta, dato che i provvedimenti amministrativi non hanno efficacia retroattiva) il nuovo regolamento interno, previo nuovo accordo decentrato, l'incentivo alla progettazione non potrà essere riconosciuto (liquidato) ... detto altrimenti, le (eventuali) prestazioni svolte saranno state rese a titolo gratuito (con gli impliciti ringraziamenti dell'Amministrazione di appartenenza).

NON SOLO:

vale la pena di ricordare (poiché, forse, il concetto non è stato ben memorizzato dagli interessati) che al R.U.P. spetta l'incentivo (pro-quota regolamentare) solamente se la redazione dell’atto sia avvenuta all’interno dell’ente. Qualora sia avvenuta all’esterno la stessa non è idonea a far sorgere il diritto di alcun compenso in capo ai dipendenti degli uffici tecnici dell’ente.
13.10.2014 - LA SEGRETERIA PTPL
 

INCENTIVO PROGETTAZIONE: Se sia possibile il riconoscimento del diritto agli incentivi in capo al RUP nel caso di progettazione affidata all’esterno dell’Ente, pur in presenza dello svolgimento interno di altre fasi della realizzazione dell’opera (nello specifico, direzione lavori e collaudo).
L’art. 13 del decreto legge n. 90/2014 ha abrogato i commi 5 e 6 dell’articolo 92 del codice dei contratti.
Peraltro, contestualmente la stessa normativa ha introdotto, nel successivo articolo 93, commi 7-bis e seguenti, una disciplina degli incentivi alla progettazione del tutto analoga –per quanto qui interessa– alla precedente.

La modifica di maggior sostanza, infatti,
attiene alle modalità di determinazione della provvista per l’erogazione degli incentivi: mentre in precedenza la determinazione del compenso e la sua ripartizione avveniva per ogni singola opera o lavoro appaltato, nell’attuale previsione normativa le risorse destinate, in misura non superiore al 2 per cento degli importi posti a base di gara di un’opera o di un lavoro, vengono fatte confluire in un apposito “Fondo per la progettazione e l’innovazione”.
Le modalità e i criteri di ripartizione, nello specifico, sono demandati ad un apposito regolamento dell’amministrazione.
I parametri normativi per l’erogazione sono rimasti i medesimi: la ripartizione avviene “tra il responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori; gli importi sono comprensivi anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell'amministrazione”.
Non sussistono motivi, pertanto, per discostarsi dalla lettura interpretativa espressa dalla Sezione e richiamata dall’Ente nel corpo del parere.

Va ribadito che la norma, laddove circoscrive il compenso al responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, “àncora chiaramente il riconoscimento del diritto ad ottenere il compenso incentivante alla circostanza che la redazione dell’atto sia avvenuta all’interno dell’ente. Qualora sia avvenuta all’esterno non è idonea a far sorgere il diritto di alcun compenso in capo ai dipendenti degli uffici tecnici dell’ente”.
In conclusione, “
con specifico riferimento alla figura del responsabile del procedimento (r.u.p.), occorre rilevare che questi normalmente, in base alle previsioni contenute nei singoli regolamenti predisposti dalle amministrazioni ai sensi del citato comma 5 dell’art. 92 del D.lgs. n. 163/2006, partecipa alla ripartizione dell’incentivo, ovviamente sempre in relazione ad atti di progettazione collegati alla realizzazione di opere pubbliche. Occorre sottolineare, però, che la sua partecipazione alla ripartizione degli emolumenti, ai sensi del ridetto comma 5 dell’art. 92 del Codice dei contratti, non avviene in ragione della sua qualifica, ma in relazione al complessivo svolgimento interno dell’attività di progettazione. In sostanza, qualora l’attività venga svolta internamente tutti i soggetti che, a qualsivoglia titolo, collaborano hanno diritto, in base alle previsioni del regolamento dell’ente, a partecipare alla distribuzione dell’incentivo. Qualora, al contrario, l’attività sopra specificata venga svolta all’esterno, non sorgendo il presupposto per la ripartizione di un incentivo fra i vari dipendenti dell’ufficio non vi è neppure un autonomo diritto del responsabile del procedimento ad ottenere un compenso per un’attività che, al contrario, rientra fra i suoi compiti e doveri d’ufficio”.
Non induce a difforme conclusione la circostanza che da tale disciplina siano esclusi i dirigenti:
si tratta, infatti, di scelta legislativa discrezionale volta a ritenere prevalente, per tale categoria di dipendenti, il principio di onnicomprensività della retribuzione in relazione all’ampiezza di compiti e responsabilità che gravano sui dirigenti.
---------------
Il sindaco del Comune di Venaria Reale, con nota n. 19163 del 11.09.2014, chiedeva all’adita Sezione l’espressione di un parere in ordine alla corresponsione degli incentivi alla progettazione di cui all’articolo 93 del decreto legislativo 12.04.2006, n. 163.
In particolare, il Sindaco del comune di Venaria Reale, ricordata l’avvenuta abrogazione dei commi 5 e 6 dell’art. 92 del citato decreto ad opera dell’articolo 13 del d.l. n. 90/2014, convertito nella legge n. 114/2014, ed il contestuale inserimento dei commi 7-bis e seguenti all’interno dell’articolo 93 del codice dei contratti, chiede se sia possibile riconoscere l’incentivo alla progettazione in caso di:
a) progettazione esterna, direzione lavori interna e collaudo esterno;
b) progettazione, direzione lavori e collaudo esterni.
...
   
Il comune di Venaria Reale, richiamate le novità normative introdotte dal decreto legge 24.06.2014, n. 90 –così come convertito dalla legge 11.08.2014, n. 114– chiede
se sia possibile il riconoscimento del diritto agli incentivi in capo al RUP nel caso di progettazione affidata all’esterno dell’Ente, pur in presenza dello svolgimento interno di altre fasi della realizzazione dell’opera (nello specifico, direzione lavori e collaudo).
Come evidenziato dallo stesso Ente,
l’articolo 13 del decreto legge n. 90/2014 ha abrogato i commi 5 e 6 dell’articolo 92 del codice dei contratti.
Peraltro, contestualmente la stessa normativa ha introdotto, nel successivo articolo 93, commi 7-bis e seguenti, una disciplina degli incentivi alla progettazione del tutto analoga –per quanto qui interessa– alla precedente.

La modifica di maggior sostanza, infatti, attiene alle modalità di determinazione della provvista per l’erogazione degli incentivi: mentre in precedenza la determinazione del compenso e la sua ripartizione avveniva per ogni singola opera o lavoro appaltato, nell’attuale previsione normativa le risorse destinate, in misura non superiore al 2 per cento degli importi posti a base di gara di un’opera o di un lavoro, vengono fatte confluire in un apposito “Fondo per la progettazione e l’innovazione”.
Le modalità e i criteri di ripartizione, nello specifico, sono demandati ad un apposito regolamento dell’amministrazione.
Al di là delle modalità di collazione delle risorse,
i parametri normativi per l’erogazione sono rimasti i medesimi: la ripartizione avviene “tra il responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori; gli importi sono comprensivi anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell'amministrazione”.
Non sussistono motivi, pertanto, per discostarsi dalla lettura interpretativa espressa dalla Sezione e richiamata dall’Ente nel corpo del parere.

Ciò posto, come già chiarito con il parere 30.08.2012 n. 290 e
parere 19.12.2013 n. 434, va ribadito che la norma, laddove circoscrive il compenso al responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, “àncora chiaramente il riconoscimento del diritto ad ottenere il compenso incentivante alla circostanza che la redazione dell’atto sia avvenuta all’interno dell’ente. Qualora sia avvenuta all’esterno non è idonea a far sorgere il diritto di alcun compenso in capo ai dipendenti degli uffici tecnici dell’ente”.
In conclusione, “
con specifico riferimento alla figura del responsabile del procedimento (r.u.p.), occorre rilevare che questi normalmente, in base alle previsioni contenute nei singoli regolamenti predisposti dalle amministrazioni ai sensi del citato comma 5 dell’art. 92 del D.lgs. n. 163/2006, partecipa alla ripartizione dell’incentivo, ovviamente sempre in relazione ad atti di progettazione collegati alla realizzazione di opere pubbliche. Occorre sottolineare, però, che la sua partecipazione alla ripartizione degli emolumenti, ai sensi del ridetto comma 5 dell’art. 92 del Codice dei contratti, non avviene in ragione della sua qualifica, ma in relazione al complessivo svolgimento interno dell’attività di progettazione. In sostanza, qualora l’attività venga svolta internamente tutti i soggetti che, a qualsivoglia titolo, collaborano hanno diritto, in base alle previsioni del regolamento dell’ente, a partecipare alla distribuzione dell’incentivo. Qualora, al contrario, l’attività sopra specificata venga svolta all’esterno, non sorgendo il presupposto per la ripartizione di un incentivo fra i vari dipendenti dell’ufficio non vi è neppure un autonomo diritto del responsabile del procedimento ad ottenere un compenso per un’attività che, al contrario, rientra fra i suoi compiti e doveri d’ufficio”.
Non induce a difforme conclusione la circostanza che da tale disciplina siano esclusi i dirigenti (l’ultimo periodo dell’articolo 93, comma 7-ter, cod. contr., prevede che “Il presente comma non si applica al personale con qualifica dirigenziale”): si tratta, infatti, di scelta legislativa discrezionale volta a ritenere prevalente, per tale categoria di dipendenti, il principio di onnicomprensività della retribuzione in relazione all’ampiezza di compiti e responsabilità che gravano sui dirigenti (Corte dei Conti, Sez. controllo Piemonte, parere 02.10.2014 n. 197).

INCENTIVO PROGETTAZIONEA decorrere dall’entrata in vigore della legge n. 114/2014, di conversione del d.l. n. 90/2014, i comuni, come tutte le altre pubbliche amministrazioni, devono fare riferimento, per la disciplina degli incentivi al personale interno incaricato di attività tecniche nell’ambito del procedimento di aggiudicazione ed esecuzione di un’opera pubblica, alla nuova disciplina legislativa, con conseguente necessaria adozione di un nuovo regolamento interno che stabilisca la percentuale massima destinata a tali compensi (comma 7-bis) e un nuovo accordo integrativo decentrato, da recepire nel regolamento, che stabilisca i criteri di ripartizione (comma 7-ter). Entrambi dovranno adeguarsi alle novità normative, fra le quali spicca l’esclusione, fra i soggetti beneficiari dell’incentivo, del personale con qualifica dirigenziale (comma 7-ter, ultimo periodo).
La nuova disciplina si pone in sostanziale prosecuzione della precedente, prevedendo esplicitamente che beneficiari dei compensi in discorso possano essere i dipendenti interni incaricati delle funzioni di responsabile del procedimento, della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché i loro collaboratori.
Allo stesso modo la nuova disciplina ribadisce la confluenza in economia delle quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni non svolte dai dipendenti sopra indicati, ma affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione (ovvero prive, novità normativa, dell’accertamento dell'effettivo rispetto, nella fase realizzativa dell'opera, dei tempi e dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo).
---------------
E' stato sottolineato come la norma (oggi l’art. 93, commi 7-bis, 7-ter e 7-quater, del d.lgs. n. 163/2006) vada letta nel complessivo contesto delle modalità d’affidamento degli incarichi tecnico professionali, previsti dalla legislazione in materia di contratti pubblici.
Quest’ultima
(cfr. artt. 10, 84, 90, 112, 120 e 130 del d.lgs. 163/2006) è informata da un principio generale, codificato anche dall’art. 7, comma 6, del d.lgs. n. 165/2001, in base al quale i predetti incarichi possono essere conferiti a soggetti esterni al plesso amministrativo solo se non si disponga di professionalità adeguate nel proprio organico e tale carenza non sia altrimenti risolvibile con strumenti flessibili di gestione delle risorse umane. Tale presupposto mira a preservare le finanze pubbliche, oltre che a valorizzare il personale interno alle amministrazioni.
Pertanto, nelle ipotesi (che la legge considera ordinarie) in cui gli incarichi tecnici siano espletati da personale interno occorre far riferimento, ai fini della loro remunerazione, alle regole generali previste per il pubblico impiego, il cui sistema retributivo è conformato da due principi cardine, quello di definizione contrattuale delle componenti economiche e quello di onnicomprensività della retribuzione (cfr. artt. 2, 24, 40 e 45 del d.lgs. n. 165/2001
).
Secondo questi ultimi nulla è dovuto, oltre al trattamento economico fondamentale ed accessorio stabilito dai contratti collettivi, al dipendente che ha svolto una prestazione che rientra nei suoi doveri d’ufficio, anche se di particolare complessità.
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Il c.d. “incentivo alla progettazione” (la cui denominazione risale all’art. 18 dell’abrogata legge n. 109/1994), costituisce uno di quei casi nei quali il legislatore, derogando al principio per cui il trattamento economico è fissato dai contratti collettivi, attribuisce un compenso ulteriore e speciale, rinviando ai regolamenti dell’amministrazione aggiudicatrice ed alla contrattazione decentrata, i criteri e le modalità di ripartizione. In quanto tale costituisce un’eccezione di stretta interpretazione con divieto di analogia (art. 12 delle diposizioni preliminari al codice civile).
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La legge pone alcuni paletti per la ripartizione del predetto incentivo, rimettendone la disciplina concreta (“modalità e criteri”) ad un regolamento interno assunto previa contrattazione decentrata (in virtù della novella legislativa del 2014, risulta chiarita la competenza della sola amministrazione, a mezzo di atto regolamentare, per la quantificazione del fondo, nella percentuale massima del 2% dell’importo posto a base di gara).
I punti fermi che il regolamento interno deve rispettare sono i seguenti:
- erogazione ai soli dipendenti espletanti gli incarichi tassativamente indicati dalla norma (responsabile del procedimento, incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, e loro collaboratori), riferiti all’aggiudicazione ed esecuzione “di un’opera o un lavoro” (non, pertanto, di un appalto di fornitura di beni o di servizi). La norma non richiede, ai fini della legittima erogazione, il necessario espletamento interno di una o più attività (per esempio, la progettazione), purché il regolamento ripartisca gli incentivi in maniera conforme alle responsabilità attribuite e devolva in economia la quota relativa agli incarichi conferiti a professionisti esterni;
- puntuale ripartizione del fondo incentivante tra gli incarichi attribuibili (responsabile del procedimento, progettista, responsabili della sicurezza, direttore dei lavori, collaudatori, nonché loro collaboratori), secondo percentuali rimesse alla discrezionalità dell’amministrazione, da mantenere, tuttavia, entro i binari della logicità, congruenza e ragionevolezza
;
- devoluzione in economia delle quote del fondo incentivante corrispondenti a prestazioni non svolte dai dipendenti, ma affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione. Obbligo che impone di prevedere analiticamente nel regolamento interno, e graduare, le percentuali spettanti per ogni incarico espletabile dal personale, in maniera tale da permettere, nel caso in cui alcune prestazioni siano affidate a professionisti esterni, la predetta devoluzione;
- devoluzione in economia delle quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni, anche se svolte da dipendenti interni, prive dell’accertamento di esecuzione dell’opera in conformità ai tempi ed ai costi prestabiliti (novità discendente dal predetto art. 93, comma 7-ter, per gli incarichi attribuiti dopo l’entrata in vigore della legge di conversione n. 114/2014).
---------------
Altri principi applicabili alla fattispecie (rilevanti ai fini del parere di cui si discute) si ricavano dalla normativa generale sul pubblico impiego e, in particolare, dall’art. 7, comma 5, del d.lgs. n. 165/2001, in base al quale “le amministrazioni pubbliche non possono erogare trattamenti economici accessori che non corrispondano alle prestazioni effettivamente rese”.
La regola è fatta espressamente propria dal legislatore anche nella materia degli incentivi di cui si discute, posto che il nuovo art. 93, comma 7-ter, del d.lgs. n. 163/2006 (riprendendo analoga formulazione del precedente art. 92, comma 5)
dispone che “la corresponsione dell'incentivo è disposta dal dirigente o dal responsabile di servizio preposto alla struttura competente, previo accertamento positivo delle specifiche attività svolte dai predetti dipendenti”. Nel caso in cui tale accertamento sia invece negativo, scatta la medesima regola della devoluzione in economia esaminata in precedenza.
---------------
Il Sindaco del comune di Settala, con nota del 06.06.2014, ha formulato una richiesta di parere avente ad oggetto i compensi incentivanti previsti dall’art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163/2006, oggetto di recente abrogazione ad opera dell’art. 13 del d.l. n. 90/2014, convertito con legge n. 114/2004, ma la cui disciplina è confluita nei nuovi commi 7-bis, 7-ter e 7-quater dell’art. 93 del d.lgs. n. 163/2006, inseriti dall’art. 13-bis della legge n. 114/2014.
Premette che, nella recente giurisprudenza, relativamente a casistiche che prevedono l'affidamento all'esterno dell'attività di progettazione di opere/lavori, si riscontrerebbero interpretazioni e posizioni contrastanti. Infatti, la Sezione giurisdizionale della Corte dei conti della Calabria, in un giudizio di responsabilità, con sentenza 03.02.2014 n. 22 ha affermato che, nel caso di progettazione esterna di un’opera pubblica, l'unico incentivo legittimamente percepibile dai dipendenti dell'Ente, è quello correlato all'attività di responsabile di procedimento (RUP).
Di contro, la Corte dei conti, Sezione regionale di controllo del Piemonte, con parere 28.02.2014 n. 39 ha affermato quanto segue: “in relazione specifica poi alla posizione del responsabile del procedimento (RUP), si osserva che questi normalmente, in base alle previsioni contenute nei singoli regolamenti degli Enti, attuativi del citato comma 5 dell'art. 92 del d.lgs. n. 163/2006, prende parte alla ripartizione dell'incentivo in relazione ad atti di progettazione interna collegati alla realizzazione di opere pubbliche. La partecipazione del responsabile del procedimento al riparto degli emolumenti, tuttavia, non avviene in ragione della sua qualifica, ma in relazione al complessivo svolgimento interno dell'attività di progettazione. In sostanza, qualora l’attività venga svolta internamente, tutti i soggetti che, a qualsivoglia titolo, collaborano hanno diritto, in base alle previsioni del regolamento dell'Ente, a partecipare alla distribuzione dell'incentivo. Viceversa nel caso contrario in cui l'attività venga svolta all'esterno, non sorgendo il presupposto per la ripartizione di un incentivo fra i vari dipendenti dell'ufficio, non vi é neppure un autonomo diritto del responsabile del procedimento ad ottenere un compenso per un'attività che, al contrario, rientra fra i suoi compiti e doveri d'ufficio (cfr. Sez. contr. Piemonte, parere 30.08.2012 n. 290)”.
Facendo quindi riferimento alla circostanza in cui l'attività di progettazione di un’opera/lavoro pubblico, viene affidata e svolta da un professionista esterno all'Ente, il Comune chiede se sia corretto o meno riconoscere al dipendente comunale interno, nominato responsabile unico del procedimento (RUP), in ragione delle particolari responsabilità cui è soggetto (identiche sia nei casi di progettazione interna che esterna), il compenso incentivante in argomento secondo la percentuale (ulteriormente ridotte in presenza di incarichi esterni di supporto tecnico-amministrativo alle attività del responsabile del procedimento) definita nell'apposito regolamento vigente nell'Ente.
...
Risulta necessario premettere che l’art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163/2006, su cui si incentra la richiesta di parere, risulta abrogato dall’art. 13 del d.l. n. 90/2014, convertito con legge n. 114/2014. Tuttavia, il legislatore ha mantenuto ferma la possibilità di attribuzione di un incentivo ai dipendenti degli enti pubblici cui sono conferiti incarichi tecnici nell’ambito delle procedure di aggiudicazione ed esecuzione di un’opera pubblica, salvo ridisciplinarne presupposti e limiti nel nuovo “fondo per la progettazione e l’innovazione” previsto dall’art. 13-bis della legge n. 114/2014.
Quest’ultima norma ha inserito, nell’art. 93 del codice dei contratti pubblici, d.lgs. n. 163/2006, quattro nuovi commi (7-bis, 7-ter, 7-quater e 7-quinquies), il cui contenuto si riporta per comodità espositiva: "7-bis. A valere sugli stanziamenti di cui al comma 7, le amministrazioni pubbliche destinano ad un fondo per la progettazione e l'innovazione risorse finanziarie in misura non superiore al 2 per cento degli importi posti a base di gara di un'opera o di un lavoro; la percentuale effettiva è stabilita da un regolamento adottato dall'amministrazione, in rapporto all'entità e alla complessità dell'opera da realizzare.
7-ter. L'80 per cento delle risorse finanziarie del fondo per la progettazione e l'innovazione è ripartito, per ciascuna opera o lavoro, con le modalità e i criteri previsti in sede di contrattazione decentrata integrativa del personale e adottati nel regolamento di cui al comma 7-bis, tra il responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori; gli importi sono comprensivi anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell'amministrazione. Il regolamento definisce i criteri di riparto delle risorse del fondo, tenendo conto delle responsabilità connesse alle specifiche prestazioni da svolgere, con particolare riferimento a quelle effettivamente assunte e non rientranti nella qualifica funzionale ricoperta, della complessità delle opere, escludendo le attività manutentive, e dell'effettivo rispetto, in fase di realizzazione dell'opera, dei tempi e dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo. Il regolamento stabilisce altresì i criteri e le modalità per la riduzione delle risorse finanziarie connesse alla singola opera o lavoro a fronte di eventuali incrementi dei tempi o dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo, redatto nel rispetto dell'articolo 16 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 05.10.2010, n. 207, depurato del ribasso d'asta offerto. Ai fini dell'applicazione del terzo periodo del presente comma, non sono computati nel termine di esecuzione dei lavori i tempi conseguenti a sospensioni per accadimenti elencati all'articolo 132, comma 1, lettere a), b), c) e d). La corresponsione dell'incentivo è disposta dal dirigente o dal responsabile di servizio preposto alla struttura competente, previo accertamento positivo delle specifiche attività svolte dai predetti dipendenti. Gli incentivi complessivamente corrisposti nel corso dell'anno al singolo dipendente, anche da diverse amministrazioni, non possono superare l'importo del 50 per cento del trattamento economico complessivo annuo lordo. Le quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni non svolte dai medesimi dipendenti, in quanto affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione medesima, ovvero prive del predetto accertamento, costituiscono economie. Il presente comma non si applica al personale con qualifica dirigenziale.
7-quater. Il restante 20 per cento delle risorse finanziarie del fondo per la progettazione e l'innovazione è destinato all'acquisto da parte dell'ente di beni, strumentazioni e tecnologie funzionali a progetti di innovazione, di implementazione delle banche dati per il controllo e il miglioramento della capacità di spesa per centri di costo nonché all'ammodernamento e all'accrescimento dell'efficienza dell'ente e dei servizi ai cittadini.
7-quinquies. Gli organismi di diritto pubblico e i soggetti di cui all'articolo 32, comma 1, lettere b) e c), possono adottare con proprio provvedimento criteri analoghi a quelli di cui ai commi 7-bis, 7-ter e 7-quater del presente articolo.
".
Di conseguenza,
a decorrere dall’entrata in vigore della legge n. 114/2014, di conversione del d.l. n. 90/2014, i comuni, come tutte le altre pubbliche amministrazioni, dovranno fare riferimento, per la disciplina degli incentivi al personale interno incaricato di attività tecniche nell’ambito del procedimento di aggiudicazione ed esecuzione di un’opera pubblica, alla nuova disciplina legislativa, con conseguente necessaria adozione di un nuovo regolamento interno che stabilisca la percentuale massima destinata a tali compensi (comma 7-bis) e un nuovo accordo integrativo decentrato, da recepire nel regolamento, che stabilisca i criteri di ripartizione (comma 7-ter). Entrambi dovranno adeguarsi alle novità normative, fra le quali spicca l’esclusione, fra i soggetti beneficiari dell’incentivo, del personale con qualifica dirigenziale (comma 7-ter, ultimo periodo).
Circa il quesito specifico posto dal Comune istante, invece,
la nuova disciplina si pone in sostanziale prosecuzione della precedente, prevedendo esplicitamente che beneficiari dei compensi in discorso possano essere i dipendenti interni incaricati delle funzioni di responsabile del procedimento, della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché i loro collaboratori.
Allo stesso modo la nuova disciplina ribadisce la confluenza in economia delle quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni non svolte dai dipendenti sopra indicati, ma affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione (ovvero prive, novità normativa, dell’accertamento dell'effettivo rispetto, nella fase realizzativa dell'opera, dei tempi e dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo).

I dubbi posti dal Comune istante sono stati ampiamente oggetto dell’attività consultiva della magistratura contabile, con motivazioni e conclusioni che, sul punto, permangono valide, anche alla luce della nuova disciplina legislativa (cfr., fra le altre, Sezione Autonomie delibera 13.11.2009 n. 16/2009, Sezione Veneto parere 26.07.2011 n. 337, Sezione Piemonte parere 30.08.2012 n. 290, Sezione Lombardia parere 06.03.2012 n. 57 e parere 30.05.2012 n. 259).
Prima di richiamarli è opportuno precisare come non emergono, dalla lettura dei precedenti richiamati nell’istanza di parere,
sentenza 03.02.2014 n. 22 della Sezione giurisdizionale per la Calabria e parere 28.02.2014 n. 39 della Sezione Piemonte, i profili di contrasto interpretativo evidenziati dal Comune. La deliberazione della Sezione Piemonte, infatti, ribadisce l’orientamento delle Sezioni di controllo (attribuzione dell’incentivo per le sole attività concretamente affidate ed espletate, con confluenza in economia delle quote parti del fondo incentivante corrispondenti agli incarichi affidati all’esterno), mentre la pronuncia giurisdizionale si riferisce a fattispecie specifica in cui è stata accertata l’illegittima erogazione di somme a titolo di progettazione, non per l’espletamento delle attività di responsabile del procedimento.
Nelle deliberazioni della Sezione parere 08.10.2012 n. 425 e
parere 24.10.2012 n. 453, dopo averne richiamato il tenore letterale, è stato sottolineato come la norma (oggi l’art. 93, commi 7-bis, 7-ter e 7-quater, del d.lgs. n. 163/2006) vada letta nel complessivo contesto delle modalità d’affidamento degli incarichi tecnico professionali, previsti dalla legislazione in materia di contratti pubblici. Quest’ultima (cfr. artt. 10, 84, 90, 112, 120 e 130 del d.lgs. 163/2006) è informata da un principio generale, codificato anche dall’art. 7, comma 6, del d.lgs. n. 165/2001, in base al quale i predetti incarichi possono essere conferiti a soggetti esterni al plesso amministrativo solo se non si disponga di professionalità adeguate nel proprio organico e tale carenza non sia altrimenti risolvibile con strumenti flessibili di gestione delle risorse umane. Tale presupposto mira a preservare le finanze pubbliche, oltre che a valorizzare il personale interno alle amministrazioni.
Pertanto, nelle ipotesi (che la legge considera ordinarie) in cui gli incarichi tecnici siano espletati da personale interno occorre far riferimento, ai fini della loro remunerazione, alle regole generali previste per il pubblico impiego, il cui sistema retributivo è conformato da due principi cardine, quello di definizione contrattuale delle componenti economiche e quello di onnicomprensività della retribuzione (cfr. artt. 2, 24, 40 e 45 del d.lgs. n. 165/2001, nonché Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Puglia, sentenza 20.07.2010 n. 464
, sentenza 22.07.2010 n. 475 e sentenza 02.08.2010 n. 487).
Secondo questi ultimi nulla è dovuto, oltre al trattamento economico fondamentale ed accessorio stabilito dai contratti collettivi, al dipendente che ha svolto una prestazione che rientra nei suoi doveri d’ufficio, anche se di particolare complessità.
Tuttavia, la fonte legislativa, oltre a disciplinare la struttura ed i livelli di contrattazione nel pubblico impiego (cfr. artt. 2, 24, 40 e 45 d.lgs. 165/2001) può, in omaggio al generale sistema delle fonti previsto dalla Costituzione, disciplinare in modo diretto l’ammontare del trattamento economico (si rimanda, per esempio, ai precetti posti dall’art. 9 del d.l. n. 78/2010, convertito nella legge n. 122/2010), nonché attribuire ulteriori specifici compensi (come nel caso dell’art. 92, comma 5, del Codice dei contratti pubblici, oggi art. 93, commi 7-bis e seguenti).
Il c.d. “incentivo alla progettazione” (la cui denominazione risale all’art. 18 dell’abrogata legge n. 109/1994), costituisce, infatti, uno di quei casi nei quali il legislatore, derogando al principio per cui il trattamento economico è fissato dai contratti collettivi, attribuisce un compenso ulteriore e speciale, rinviando ai regolamenti dell’amministrazione aggiudicatrice ed alla contrattazione decentrata, i criteri e le modalità di ripartizione. In quanto tale costituisce un’eccezione di stretta interpretazione con divieto di analogia (art. 12 delle diposizioni preliminari al codice civile, cfr. altresì Sezione Campania, parere 07.05.2008 n. 7/2008).
Come evincibile dalla lettera del comma,
la legge pone alcuni paletti per la ripartizione del predetto incentivo, rimettendone la disciplina concreta (“modalità e criteri”) ad un regolamento interno assunto previa contrattazione decentrata (in virtù della novella legislativa del 2014, risulta chiarita la competenza della sola amministrazione, a mezzo di atto regolamentare, per la quantificazione del fondo, nella percentuale massima del 2% dell’importo posto a base di gara).
Limitando l’analisi ai soli quesiti avanzati dal comune istante,
i punti fermi che il regolamento interno deve rispettare (sull’impossibilità da parte del regolamento di derogare a quanto previsto dalla legge o di attribuire compensi non previsti, si rimanda al parere 30.05.2012 n. 259 della Sezione) sono i seguenti:
- erogazione ai soli dipendenti espletanti gli incarichi tassativamente indicati dalla norma (responsabile del procedimento, incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, e loro collaboratori), riferiti all’aggiudicazione ed esecuzione “di un’opera o un lavoro” (non, pertanto, di un appalto di fornitura di beni o di servizi). La norma non richiede, ai fini della legittima erogazione, il necessario espletamento interno di una o più attività (per esempio, la progettazione), purché il regolamento ripartisca gli incentivi in maniera conforme alle responsabilità attribuite e devolva in economia la quota relativa agli incarichi conferiti a professionisti esterni;
- puntuale ripartizione del fondo incentivante tra gli incarichi attribuibili (responsabile del procedimento, progettista, responsabili della sicurezza, direttore dei lavori, collaudatori, nonché loro collaboratori), secondo percentuali rimesse alla discrezionalità dell’amministrazione, da mantenere, tuttavia, entro i binari della logicità, congruenza e ragionevolezza
(cfr. Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, deliberazione 13.12.2007 n. 315,
deliberazione 22.06.2005 n. 70, deliberazione 19.05.2004 n. 97-bis);
- devoluzione in economia delle quote del fondo incentivante corrispondenti a prestazioni non svolte dai dipendenti, ma affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione. Obbligo che impone di prevedere analiticamente nel regolamento interno, e graduare, le percentuali spettanti per ogni incarico espletabile dal personale, in maniera tale da permettere, nel caso in cui alcune prestazioni siano affidate a professionisti esterni, la predetta devoluzione (si rinvia all'Autorità di vigilanza con la deliberazione 13.12.2007 n. 315, deliberazione 08.04.2009 n. 35, deliberazione 07.05.2008 n. 18
e deliberazione 02.05.2001 n. 150);
- devoluzione in economia delle quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni, anche se svolte da dipendenti interni, prive dell’accertamento di esecuzione dell’opera in conformità ai tempi ed ai costi prestabiliti (novità discendente dal predetto art. 93, comma 7-ter, per gli incarichi attribuiti dopo l’entrata in vigore della legge di conversione n. 114/2014).
Altri principi applicabili alla fattispecie (rilevanti ai fini del parere di cui si discute) si ricavano dalla normativa generale sul pubblico impiego e, in particolare, dall’art. 7, comma 5, del d.lgs. n. 165/2001, in base al quale “le amministrazioni pubbliche non possono erogare trattamenti economici accessori che non corrispondano alle prestazioni effettivamente rese”.
La regola è fatta espressamente propria dal legislatore anche nella materia degli incentivi di cui si discute, posto che il nuovo art. 93, comma 7-ter, del d.lgs. n. 163/2006 (riprendendo analoga formulazione del precedente art. 92, comma 5) dispone che “la corresponsione dell'incentivo è disposta dal dirigente o dal responsabile di servizio preposto alla struttura competente, previo accertamento positivo delle specifiche attività svolte dai predetti dipendenti”. Nel caso in cui tale accertamento sia invece negativo, scatta la medesima regola della devoluzione in economia esaminata in precedenza (cfr. in tal senso, sia pure nel previgente contesto normativo, la
deliberazione 22.06.2005 n. 69 dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici) (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 01.10.2014 n. 247).

INCENTIVO PROGETTAZIONE: Dal Sindaco del Comune di Gorlago sono stati esplicitati i seguenti quesiti:
1) se gli interventi citati nella stessa nota, realizzati su progetto e sotto la direzione del personale dell'ufficio tecnico comunale, rientrano nel concetto di opere e/o lavori soggetti all'applicazione dell'incentivo in parola.
Inammissibile;
2) se l'importo del progetto, e il fatto di essere o meno inserito nell'elenco annuale delle opere pubbliche, pregiudica l'applicazione dell'incentivo di cui sopra;
3) se le opere di manutenzione sono completamente escluse dall'applicazione del predetto incentivo, oppure è necessario valutare, caso per caso, lo svolgimento di un'attività progettuale da parte dell'ufficio tecnico.
In merito al secondo quesito,
non si rinviene alcuna limitazione normativa quantitativa nel nuovo art. 93, commi 7-bis e 7-ter, citati, rimettendosi, invece, all’amministrazione la possibilità di introdurre dei limiti, specificando espressamente come l’ammontare effettivo del fondo per la progettazione e l’innovazione, costituito da una somma non superiore al 2% dell’importo posto a base di gara, debba essere stabilito “in rapporto all'entità e alla complessità dell'opera da realizzare”.
Soluzione negativa va data in riscontro al terzo quesito a seguito dell’entrata in vigore della novella del 2014 (L. n. 114/2014).
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A decorrere dall’entrata in vigore della legge n. 114/2014, di conversione del d.l. n. 90/2014, i comuni, come tutte le altre pubbliche amministrazioni, dovranno fare riferimento, per la disciplina degli incentivi al personale interno, incaricato di attività tecniche nell’ambito del procedimento di aggiudicazione ed esecuzione di un’opera pubblica, alla nuova disciplina legislativa, con conseguente necessaria adozione di un nuovo regolamento che stabilisca la percentuale massima destinata a tali compensi (comma 7-bis) ed un accordo integrativo decentrato, da recepire nel predetto regolamento, che stabilisca i criteri di ripartizione (comma 7-ter).
Entrambi dovranno adeguarsi alle novità normative, fra le quali spicca l’esclusione, fra i soggetti beneficiari dell’incentivo, del personale con qualifica dirigenziale
(comma 7-ter, ultimo periodo).
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E' stato sottolineato come la disciplina (oggi avente fonte nell’art. 93, commi 7-bis, 7-ter e 7-quater, del d.lgs. n. 163/2006) vada letta nel complessivo contesto delle modalità d’affidamento degli incarichi tecnico-professionali, previste dalla legislazione in materia di contratti pubblici.
Quest’ultima (cfr. artt. 10, 84, 90, 112, 120 e 130 del d.lgs. 163/2006) è informata da un principio (codificato in linea generale anche dall’art. 7, comma 6, del d.lgs. n. 165/2001), in base al quale i predetti incarichi possono essere conferiti a soggetti esterni al plesso amministrativo solo se non si disponga di professionalità adeguate nel proprio organico e tale carenza non sia altrimenti colmabile con strumenti flessibili di gestione delle risorse umane. Tale presupposto mira a preservare le finanze pubbliche, oltre che a valorizzare il personale interno alle amministrazioni.
Pertanto, nelle ipotesi (che la legge considera ordinarie) in cui gli incarichi tecnici siano espletati da personale interno, occorre far riferimento, ai fini della loro remunerazione, alle regole generali previste per il pubblico impiego, il cui sistema retributivo è conformato da due principi cardine, quello di definizione contrattuale delle componenti economiche e quello di onnicomprensività della retribuzione.
Secondo questi ultimi
nulla è dovuto, oltre al trattamento economico fondamentale ed accessorio stabilito dai contratti collettivi, al dipendente che ha svolto una prestazione che rientra nei doveri d’ufficio, anche se di particolare complessità.
Tuttavia, la legge, oltre a disciplinare la struttura ed i livelli di contrattazione nel pubblico impiego (cfr. artt. 2, 24, 40 e 45 d.lgs. 165/2001), può, in omaggio al generale sistema delle fonti previsto dalla Costituzione, disciplinare in modo diretto l’ammontare del trattamento economico nonché attribuire ulteriori specifici compensi (come nel caso dell’art. 92, comma 5, del Codice dei contratti pubblici, oggi art. 93, commi 7-bis e seguenti).
Il c.d. “incentivo alla progettazione” costituisce, infatti, uno di quei casi nei quali il legislatore, derogando al principio per cui il trattamento economico è fissato dai contratti collettivi, attribuisce un compenso ulteriore e speciale, rinviando ai regolamenti dell’amministrazione ed alla contrattazione decentrata, i criteri e le modalità di ripartizione.
Come tale l’art. 92, comma 5, del d.lgs. 163/2006 (e, oggi, l’art. 93, commi 7-bis e seguenti) costituisce un’eccezione di stretta interpretazione, per la quale sussiste il divieto di analogia posto dall’art. 12 delle diposizioni preliminari al codice civile.
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La legge pone alcuni paletti per la ripartizione del predetto incentivo, rimettendone la disciplina concreta (“modalità e criteri”) ad un regolamento interno assunto previa contrattazione decentrata (in virtù della novella legislativa del 2014, risulta chiarita la competenza della sola amministrazione, a mezzo di atto regolamentare, per la quantificazione del fondo, nella percentuale massima del 2% dell’importo posto a base di gara).
Limitando l’analisi ai quesiti avanzati dal comune istante,
si evidenzia come la norma come non richieda un limite d’importo minimo dei lavori o opere, oggetto di aggiudicazione/esecuzione, al fine di costituire il “fondo per la progettazione e l’innovazione”. I limiti d’importo, indicati dall’art. 128 del medesimo decreto legislativo al fine di includere un’opera o lavoro nella programmazione triennale e annuale, esplicano, infatti, la propria portata applicativa alla specifica materia, mentre non si rinviene alcuna limitazione quantitativa nel nuovo art. 93, commi 7-bis e 7-ter, del d.lgs. n. 163/2006 (cosi come non sussisteva nella previgente disciplina, avente fonte nell’art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163/2006).
La legge rimette, invece, all’amministrazione la possibilità di introdurre dei limiti, specificando espressamente come l’ammontare effettivo del fondo, costituito da una somma non superiore al 2% dell’importo posto a base di gara, deve essere stabilito “in rapporto all'entità e alla complessità dell'opera da realizzare”.
Di conseguenza, nell’esercizio della propria discrezionalità, l’amministrazione potrà prevedere aliquote percentuali meno elevate del 2% per le opere ed i lavori aventi importo inferiore a determinate soglie (che siano quelle previste per l’inserimento nell’elenco annuale ex art. 128 del d.lgs. n. 163/2006 o altre prestabilite). Inoltre potrà prevedere, come ancora la norma permette, una diversa quantificazione del fondo anche in relazione alla tipologia qualitativa dell’opera o lavoro da aggiudicare ed eseguire, valutandone preventivamente la maggiore o minore complessità.
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I paletti che il regolamento interno deve rispettare in punto di lavori di manutenzione sono stati esplicitati nelle precedenti deliberazioni della Sezione di cui al parere 06.03.2013 n. 72 e
parere 15.10.2013 n. 442, le cui conclusioni permangono valide per le attività espletate, ma non ancora liquidate, sino alla data di entrata in vigore della legge n. 114/2014.
In quelle occasioni era stato evidenziato come l’incentivo alla progettazione non possa essere riconosciuto per qualunque lavoro di manutenzione ordinaria o straordinaria effettuato sui beni dell’ente locale, ma solo per quelli alla cui base vi sia un’attività di progettazione. Vi esulavano, pertanto, tutti quei lavori manutentivi per la cui realizzazione non era necessaria un’attività progettuale, come delineata negli articoli 90, 91 e 92 del decreto n. 163/2006.
Tale conclusione, frutto di un’interpretazione sistematica dell’articolato normativo,
va rivista per gli incarichi tecnici attribuiti per opere e lavori aggiudicati ed eseguiti dopo l’entrata in vigore della legge n. 114/2014 che, nel disciplinare il nuovo “fondo per la progettazione e l’innovazione”, ha espressamente escluso le attività manutentive da quelle oggetto di incentivazione.
Di conseguenza, il regolamento di costituzione del fondo (art. 93, comma 7-bis, d.lgs. n. 163/2006) e quello di ripartizione (ex art. 93, comma 7-ter, quest’ultimo adottato previa contrattazione integrativa decentrata) non potranno più prevedere forme di incentivazione per il personale interno cui sono conferiti gli incarichi previsti dalla norma (RUP, progettista, direttore dei lavori, etc.) in caso di lavori qualificabili, ai sensi del codice dei contratti e del regolamento di attuazione (DPR n. 207/2010), e relativi allegati, come lavori di manutenzione (a prescindere dalla presenza o meno, all’interno del relativo procedimento di aggiudicazione, di un’attività di progettazione).

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Il Sindaco del comune di Gorlago, con nota del 25.06.2014, ha formulato una richiesta di parere avente ad oggetto i compensi incentivanti previsti dall’art. 92 del d.lgs. n. 163/2006 (oggetto di recente abrogazione ad opera dell’art. 13 del d.l. n. 90/2014, convertito con legge n. 114/2004, ma la cui disciplina è confluita nei nuovi commi 7-bis, 7-ter e 7-quater dell’art. 93 del d.lgs. n. 163/2006, inseriti dall’art. 13-bis della legge n. 114/2014).
In particolare i quesiti vertono sull'applicazione dell'incentivo al personale interno dell'ufficio tecnico coinvolto nell'attività di progettazione relativa ai seguenti interventi sul patrimonio immobiliare comunale:
- asfaltatura e manutenzione dei manti stradali, consistente nella realizzazione di nuovi tappeti bituminosi; rettifica di marciapiedi con la rimozione e posa di nuovi cordoli; opere complementari. Importo totale di progetto: € 57.400,35;
- realizzazione di frangisole della nuova biblioteca comunale, consistente nell'ideazione progettuale e nella realizzazione di una struttura esterna atta a proteggere l'edificio dal sole. Importo totale di progetto: € 20.000,00;
- adeguamento antincendio della palestra e dell'auditorium, consistente in opere murarie, serramentistiche, impiantistiche ed affini. Importo totale di progetto € 50.829,65.
Premette che, per la realizzazione dei sopra citati interventi, è stato individuato il responsabile unico del procedimento (RUP), sono state seguite dal personale interno dell'ufficio tecnico comunale le fasi di progettazione, direzione dei lavori, e contabilità finale, compresa l'emissione del certificato di regolare esecuzione.
Precisa, altresì, che il Comune di Gorlago è dotato di un regolamento relativo alla ripartizione dell'incentivo, che contempla le opere di manutenzione.
L’istanza evidenzia come la fattispecie è stata più volte esaminata da diverse Sezioni della Corte dei conti (per esempio, Lombardia parere 06.03.2013 n. 72;
parere 15.10.2013 n. 442), dall’esame dei quali risulterebbe condiviso il concetto di ritenere che sia l'art. 90, che l'art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163/2006 facciano riferimento esclusivamente ai lavori pubblici, e che quest’ultima norma (la cui disciplina è oggi refluita nell’art. 93, commi 7-bis e seguenti, del d.lgs. n. 163/2006) presuppone l'attività di progettazione, finalizzata alla costruzione dell'opera pubblica.
Il Comune istante ha pertanto necessità di chiarire se i lavori sopra elencati possano rientrare nel concetto di "opera pubblica", avendo le caratteristiche ascrivibili alla manutenzione ordinaria, straordinaria o di completamento (detti lavori, dato il non elevato importo, non risultano inseriti nell'elenco annuale delle opere pubbliche, alla luce dei limiti di importo previsti dall’art. 128 del d.lgs. n. 163/2006).
Alla luce di quanto esposto, il Comune pone i seguenti quesiti:
1) con il primo chiede se le tipologie di interventi citati in premessa, realizzati su progetto e sotto la direzione del personale dell'ufficio tecnico comunale, rientrano nel concetto di opere e/o lavori soggetti all'applicazione dell'incentivo previsto dall'art. 92 comma 5, del d.lgs. n. 163/2006 (oggi, art. 93, commi 7-bis e seguenti);
2) con il secondo chiede se l'importo del progetto, e il fatto di essere o meno inserito nell'elenco annuale delle opere pubbliche, pregiudica l'applicazione dell'incentivo di cui sopra;
3) con il terzo chiede se le opere di manutenzione sono completamente escluse dall'applicazione del predetto incentivo, oppure è necessario valutare, caso per caso, lo svolgimento di un'attività progettuale da parte dell'ufficio tecnico.
...
Risulta necessario premettere che l’art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163/2006, su cui si incentra la richiesta di parere, risulta abrogato dall’art. 13 del d.l. n. 90/2014, convertito con legge n. 114/2014. Tuttavia, il legislatore ha mantenuto ferma la possibilità di attribuzione di un incentivo ai dipendenti degli enti pubblici cui sono conferiti incarichi tecnici nell’ambito delle procedure di aggiudicazione ed esecuzione di un’opera pubblica, salvo ridisciplinarne presupposti e limiti nel nuovo “fondo per la progettazione e l’innovazione” previsto dall’art. 13-bis della legge n. 114/2014.
Quest’ultimo ha inserito nell’art. 93 del codice dei contratti pubblici, d.lgs. n. 163/2006, quattro nuovi commi (7-bis, 7-ter, 7-quater e 7-quinquies), il cui contenuto si riporta per comodità espositiva: "7-bis. A valere sugli stanziamenti di cui al comma 7, le amministrazioni pubbliche destinano ad un fondo per la progettazione e l'innovazione risorse finanziarie in misura non superiore al 2 per cento degli importi posti a base di gara di un'opera o di un lavoro; la percentuale effettiva è stabilita da un regolamento adottato dall'amministrazione, in rapporto all'entità e alla complessità dell'opera da realizzare.
7-ter. L'80 per cento delle risorse finanziarie del fondo per la progettazione e l'innovazione è ripartito, per ciascuna opera o lavoro, con le modalità e i criteri previsti in sede di contrattazione decentrata integrativa del personale e adottati nel regolamento di cui al comma 7-bis, tra il responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori; gli importi sono comprensivi anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell'amministrazione. Il regolamento definisce i criteri di riparto delle risorse del fondo, tenendo conto delle responsabilità connesse alle specifiche prestazioni da svolgere, con particolare riferimento a quelle effettivamente assunte e non rientranti nella qualifica funzionale ricoperta, della complessità delle opere, escludendo le attività manutentive, e dell'effettivo rispetto, in fase di realizzazione dell'opera, dei tempi e dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo. Il regolamento stabilisce altresì i criteri e le modalità per la riduzione delle risorse finanziarie connesse alla singola opera o lavoro a fronte di eventuali incrementi dei tempi o dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo, redatto nel rispetto dell'articolo 16 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 05.10.2010, n. 207, depurato del ribasso d'asta offerto. Ai fini dell'applicazione del terzo periodo del presente comma, non sono computati nel termine di esecuzione dei lavori i tempi conseguenti a sospensioni per accadimenti elencati all'articolo 132, comma 1, lettere a), b), c) e d). La corresponsione dell'incentivo è disposta dal dirigente o dal responsabile di servizio preposto alla struttura competente, previo accertamento positivo delle specifiche attività svolte dai predetti dipendenti. Gli incentivi complessivamente corrisposti nel corso dell'anno al singolo dipendente, anche da diverse amministrazioni, non possono superare l'importo del 50 per cento del trattamento economico complessivo annuo lordo. Le quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni non svolte dai medesimi dipendenti, in quanto affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione medesima, ovvero prive del predetto accertamento, costituiscono economie. Il presente comma non si applica al personale con qualifica dirigenziale.
7-quater. Il restante 20 per cento delle risorse finanziarie del fondo per la progettazione e l'innovazione è destinato all'acquisto da parte dell'ente di beni, strumentazioni e tecnologie funzionali a progetti di innovazione, di implementazione delle banche dati per il controllo e il miglioramento della capacità di spesa per centri di costo nonché all'ammodernamento e all'accrescimento dell'efficienza dell'ente e dei servizi ai cittadini.
7-quinquies. Gli organismi di diritto pubblico e i soggetti di cui all'articolo 32, comma 1, lettere b) e c), possono adottare con proprio provvedimento criteri analoghi a quelli di cui ai commi 7-bis, 7-ter e 7-quater del presente articolo.
".
Di conseguenza,
a decorrere dall’entrata in vigore della legge n. 114/2014, di conversione del d.l. n. 90/2014, i comuni, come tutte le altre pubbliche amministrazioni, dovranno fare riferimento, per la disciplina degli incentivi al personale interno, incaricato di attività tecniche nell’ambito del procedimento di aggiudicazione ed esecuzione di un’opera pubblica, alla nuova disciplina legislativa, con conseguente necessaria adozione di un nuovo regolamento che stabilisca la percentuale massima destinata a tali compensi (comma 7-bis) ed un accordo integrativo decentrato, da recepire nel predetto regolamento, che stabilisca i criteri di ripartizione (comma 7-ter). Entrambi dovranno adeguarsi alle novità normative, fra le quali spicca l’esclusione, fra i soggetti beneficiari dell’incentivo, del personale con qualifica dirigenziale (comma 7-ter, ultimo periodo).
La disciplina del c.d. incentivo alla progettazione (denominazione risalente all’art. 18 dell’abrogata legge n. 109/1994), in costanza del previgente art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163/2006, è stata oggetto di costante attenzione da parte della Corte dei conti (cfr., fra le altre, Sezione Autonomie delibera 13.11.2009 n. 16/2009, Sezione Veneto parere 26.07.2011 n. 337, Sezione Piemonte parere 30.08.2012 n. 290, Sezione Lombardia parere 06.03.2012 n. 57, parere 30.05.2012 n. 259, parere 08.10.2012 n. 425 e
parere 24.10.2012 n. 453), alle cui motivazioni e conclusioni può farsi riferimento per i profili generali.
Nei precedenti indicati
è stato sottolineato come la disciplina (oggi avente fonte nell’art. 93, commi 7-bis, 7-ter e 7-quater, del d.lgs. n. 163/2006) vada letta nel complessivo contesto delle modalità d’affidamento degli incarichi tecnico-professionali, previste dalla legislazione in materia di contratti pubblici.
Quest’ultima (cfr. artt. 10, 84, 90, 112, 120 e 130 del d.lgs. 163/2006) è informata da un principio (codificato in linea generale anche dall’art. 7, comma 6, del d.lgs. n. 165/2001), in base al quale i predetti incarichi possono essere conferiti a soggetti esterni al plesso amministrativo solo se non si disponga di professionalità adeguate nel proprio organico e tale carenza non sia altrimenti colmabile con strumenti flessibili di gestione delle risorse umane. Tale presupposto mira a preservare le finanze pubbliche, oltre che a valorizzare il personale interno alle amministrazioni.
Pertanto, nelle ipotesi (che la legge considera ordinarie) in cui gli incarichi tecnici siano espletati da personale interno, occorre far riferimento, ai fini della loro remunerazione, alle regole generali previste per il pubblico impiego, il cui sistema retributivo è conformato da due principi cardine, quello di definizione contrattuale delle componenti economiche e quello di onnicomprensività della retribuzione (cfr. artt. 2, 24, 40 e 45 del d.lgs. n. 165/2001, nonché Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Puglia, sentenza 20.07.2010 n. 464
, sentenza 22.07.2010 n. 475 e sentenza 02.08.2010 n. 487). Secondo questi ultimi nulla è dovuto, oltre al trattamento economico fondamentale ed accessorio stabilito dai contratti collettivi, al dipendente che ha svolto una prestazione che rientra nei doveri d’ufficio, anche se di particolare complessità.
Tuttavia, la legge, oltre a disciplinare la struttura ed i livelli di contrattazione nel pubblico impiego (cfr. artt. 2, 24, 40 e 45 d.lgs. 165/2001), può, in omaggio al generale sistema delle fonti previsto dalla Costituzione, disciplinare in modo diretto l’ammontare del trattamento economico (si rimanda, per esempio, ai precetti posti dall’art. 9 del d.l. n. 78/2010, convertito nella legge n. 122/2010), nonché attribuire ulteriori specifici compensi (come nel caso dell’art. 92, comma 5, del Codice dei contratti pubblici, oggi art. 93, commi 7-bis e seguenti).
Il c.d. “incentivo alla progettazione” costituisce, infatti, uno di quei casi nei quali il legislatore, derogando al principio per cui il trattamento economico è fissato dai contratti collettivi, attribuisce un compenso ulteriore e speciale, rinviando ai regolamenti dell’amministrazione ed alla contrattazione decentrata, i criteri e le modalità di ripartizione.
Come tale l’art. 92, comma 5, del d.lgs. 163/2006 (e, oggi, l’art. 93, commi 7-bis e seguenti) costituisce un’eccezione di stretta interpretazione, per la quale sussiste il divieto di analogia posto dall’art. 12 delle diposizioni preliminari al codice civile (in tal senso, cfr. Sezione Campania, parere 07.05.2008 n. 7/2008).
Come evincibile dalla lettera del comma,
la legge pone alcuni paletti per la ripartizione del predetto incentivo, rimettendone la disciplina concreta (“modalità e criteri”) ad un regolamento interno assunto previa contrattazione decentrata (in virtù della novella legislativa del 2014, risulta chiarita la competenza della sola amministrazione, a mezzo di atto regolamentare, per la quantificazione del fondo, nella percentuale massima del 2% dell’importo posto a base di gara).
Limitando l’analisi ai quesiti avanzati dal comune istante,
si evidenzia come la norma come non richieda un limite d’importo minimo dei lavori o opere, oggetto di aggiudicazione/esecuzione, al fine di costituire il “fondo per la progettazione e l’innovazione”. I limiti d’importo, indicati dall’art. 128 del medesimo decreto legislativo al fine di includere un’opera o lavoro nella programmazione triennale e annuale, esplicano, infatti, la propria portata applicativa alla specifica materia, mentre non si rinviene alcuna limitazione quantitativa nel nuovo art. 93, commi 7-bis e 7-ter, del d.lgs. n. 163/2006 (cosi come non sussisteva nella previgente disciplina, avente fonte nell’art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163/2006).
La legge rimette, invece, all’amministrazione la possibilità di introdurre dei limiti, specificando espressamente come l’ammontare effettivo del fondo, costituito da una somma non superiore al 2% dell’importo posto a base di gara, deve essere stabilito “in rapporto all'entità e alla complessità dell'opera da realizzare”.
Di conseguenza, nell’esercizio della propria discrezionalità, l’amministrazione potrà prevedere aliquote percentuali meno elevate del 2% per le opere ed i lavori aventi importo inferiore a determinate soglie (che siano quelle previste per l’inserimento nell’elenco annuale ex art. 128 del d.lgs. n. 163/2006 o altre prestabilite). Inoltre potrà prevedere, come ancora la norma permette, una diversa quantificazione del fondo anche in relazione alla tipologia qualitativa dell’opera o lavoro da aggiudicare ed eseguire, valutandone preventivamente la maggiore o minore complessità.
Per quanto riguarda, invece, il terzo quesito,
i paletti che il regolamento interno deve rispettare (sull’impossibilità da parte del regolamento di derogare a quanto previsto dalla legge o di attribuire compensi non previsti, si rimanda al parere 30.05.2012 n. 259 della Sezione) in punto di lavori di manutenzione sono stati esplicitati nelle precedenti deliberazioni della Sezione di cui al parere 06.03.2013 n. 72 e
parere 15.10.2013 n. 442, le cui conclusioni permangono valide per le attività espletate, ma non ancora liquidate (cfr., in tal senso, mutatis mutandis, il parere 06.12.2010 n. 58 delle Sezioni Riunite in sede controllo), sino alla data di entrata in vigore della legge n. 114/2014.
In quelle occasioni era stato evidenziato come l’incentivo alla progettazione non possa essere riconosciuto per qualunque lavoro di manutenzione ordinaria o straordinaria effettuato sui beni dell’ente locale, ma solo per quelli alla cui base vi sia un’attività di progettazione. Vi esulavano, pertanto, tutti quei lavori manutentivi per la cui realizzazione non era necessaria un’attività progettuale, come delineata negli articoli 90, 91 e 92 del decreto n. 163/2006 (sulla stessa linea era stata richiamata il parere 13.11.2012 n. 293 della Sezione Toscana).
Tale conclusione, frutto di un’interpretazione sistematica dell’articolato normativo, va rivista per gli incarichi tecnici attribuiti per opere e lavori aggiudicati ed eseguiti dopo l’entrata in vigore della legge n. 114/2014 che, nel disciplinare il nuovo “fondo per la progettazione e l’innovazione”, ha espressamente escluso le attività manutentive da quelle oggetto di incentivazione.
Di conseguenza, il regolamento di costituzione del fondo (art. 93, comma 7-bis, d.lgs. n. 163/2006) e quello di ripartizione (ex art. 93, comma 7-ter, quest’ultimo adottato previa contrattazione integrativa decentrata) non potranno più prevedere forme di incentivazione per il personale interno cui sono conferiti gli incarichi previsti dalla norma (RUP, progettista, direttore dei lavori, etc.) in caso di lavori qualificabili, ai sensi del codice dei contratti e del regolamento di attuazione (DPR n. 207/2010), e relativi allegati, come lavori di manutenzione (a prescindere dalla presenza o meno, all’interno del relativo procedimento di aggiudicazione, di un’attività di progettazione) (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 01.10.2014 n. 246).

IN EVIDENZA

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATA: Sull'adozione di un atto amministrativo a doppia firma (dirigente e Segretario Comunale)
La giurisprudenza ha ritenuto ammissibile la doppia sottoscrizione (firma) del provvedimento unicamente nell’ipotesi in cui il provvedimento sia contestualmente sottoscritto anche dal responsabile del procedimento, perché la firma anche da parte di quest’ultimo non può far sorgere dubbi su quale sia l’effettiva volontà manifestata dalla P.A., evidenziata dal provvedimento, né basta a far ipotizzare contraddittorietà di valutazioni o di posizioni.
La sottoscrizione dell’atto anche da parte del responsabile del procedimento non incide, cioè, sulla posizione della P.A..
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Nel caso qui in esame nessuno dei due organi firmatari del provvedimento l’ha sottoscritto quale mero responsabile del procedimento, o almeno non sono stati forniti elementi in tal senso dalla P.A., cosicché deve ritenersi che il Capo Settore 6° – Urbanistica – Demanio abbia sottoscritto l’ordine di demolizione in qualità di organo deputato in via esclusiva alla sua adozione, ai sensi dell’art. 107, comma 3, lett. g), del d.lgs. n. 267/2000.
Sicché, la contestuale sottoscrizione del provvedimento da parte del Segretario Generale, in difetto della prova di una competenza specifica di quest’ultimo, produce l’effetto di non rendere detto provvedimento imputabile in via esclusiva all’Ufficio amministrativo ad esso preposto, con il corollario dell’illegittimità dello stesso.
Inoltre, essendo stata la doppia sottoscrizione apposta da organi diversi, portatori di funzioni e compiti diversi ed autonomi, essa non può che ingenerare il dubbio su quale sia stato il potere effettivamente esercitato.
Più in dettaglio, qualora fosse ravvisabile una competenza esclusiva del Segretario Generale alla sottoscrizione del provvedimento, questo sarebbe comunque viziato per l’apposizione contestuale della firma da parte del Capo Settore 6° – Urbanistica – Demanio (che, si ribadisce, non pare in alcun modo averlo firmato quale mero responsabile del procedimento). Né vi sono elementi per ritenere che il Segretario Generale abbia avocato a sé la competenza alla trattazione della pratica (anzi, una simile ipotesi è esclusa dalla contestuale sottoscrizione del predetto capo Settore). Donde l’incertezza sul potere effettivamente esercitato nella vicenda in esame, mentre la firma dell’ordine di demolizione compete in via esclusiva all’organo preposto all’Ufficio deputato a trattare la pratica (art. 107, comma 3, lett. g), del d.lgs. n. 267/2000).
Comunque, ad ulteriore riprova dell’illegittimità della doppia sottoscrizione di un provvedimento, essa rende quanto mai incerto il regime della responsabilità del dipendente conseguente alla sua adozione (proprio per i dubbi circa la competenza ad adottarlo).

... per l’annullamento dell’ordinanza del Comune di Arpino n. 53/09, prot. gen. n. 4647/6 del 01.04.2009, notificata in pari data, con cui è stata ingiunta la demolizione di opere edilizie abusive descritte nell’ordinanza stessa e realizzate sul terreno distinto in catasto al fg. n. 66, mapp. n. 1134.
...
● Considerato, infatti, che nel caso di specie l’ordinanza impugnata risulta sottoscritta da due distinti organi del Comune di Arpino (il Capo Settore 6° – Urbanistica – Demanio ed il Segretario Generale del Comune), ognuno dotato di una propria esclusiva sfera di competenza, non sovrapponibile alle sfere di competenza altrui, con il corollario dell’impossibilità di imputare il provvedimento all’uno o all’altro organo, come dovrebbe invece avvenire, sulla base dell’organizzazione interna dell’Ente locale delineata dallo statuto e dai regolamenti (v. art. 107 del d.lgs. n. 267/2000);
● Considerato, più in dettaglio, che la giurisprudenza ha ritenuto ammissibile la doppia sottoscrizione del provvedimento unicamente nell’ipotesi in cui il provvedimento sia contestualmente sottoscritto anche dal responsabile del procedimento, perché la firma anche da parte di quest’ultimo non può far sorgere dubbi su quale sia l’effettiva volontà manifestata dalla P.A., evidenziata dal provvedimento, né basta a far ipotizzare contraddittorietà di valutazioni o di posizioni (cfr. TAR Liguria, Sez. I, 05.02.02014, n. 186). La sottoscrizione dell’atto anche da parte del responsabile del procedimento non incide, cioè, sulla posizione della P.A.;
● Considerato, tuttavia, che nel caso qui in esame nessuno dei due organi firmatari del provvedimento l’ha sottoscritto quale mero responsabile del procedimento, o almeno non sono stati forniti elementi in tal senso dalla P.A., cosicché deve ritenersi che il Capo Settore 6° – Urbanistica – Demanio abbia sottoscritto l’ordine di demolizione in qualità di organo deputato in via esclusiva alla sua adozione, ai sensi dell’art. 107, comma 3, lett. g), del d.lgs. n. 267/2000;
● Considerato che la contestuale sottoscrizione del provvedimento da parte del Segretario Generale, in difetto della prova di una competenza specifica di quest’ultimo, produce l’effetto di non rendere detto provvedimento imputabile in via esclusiva all’Ufficio amministrativo ad esso preposto, con il corollario dell’illegittimità dello stesso (TAR Liguria, Sez. I, 09.02.2007, n. 225);
● Considerato, inoltre, che, essendo stata la doppia sottoscrizione apposta da organi diversi, portatori di funzioni e compiti diversi ed autonomi, essa non può che ingenerare il dubbio su quale sia stato il potere effettivamente esercitato (TAR Liguria, Sez. I, n. 186/2014, cit.);
● Considerato, più in dettaglio, che qualora fosse ravvisabile una competenza esclusiva del Segretario Generale alla sottoscrizione del provvedimento, questo sarebbe comunque viziato per l’apposizione contestuale della firma da parte del Capo Settore 6° – Urbanistica – Demanio (che, si ribadisce, non pare in alcun modo averlo firmato quale mero responsabile del procedimento). Né vi sono elementi per ritenere che il Segretario Generale abbia avocato a sé la competenza alla trattazione della pratica (anzi, una simile ipotesi è esclusa dalla contestuale sottoscrizione del predetto capo Settore). Donde l’incertezza sul potere effettivamente esercitato nella vicenda in esame, mentre la firma dell’ordine di demolizione compete in via esclusiva all’organo preposto all’Ufficio deputato a trattare la pratica (art. 107, comma 3, lett. g), del d.lgs. n. 267/2000);
● Considerato, ad ulteriore riprova dell’illegittimità della doppia sottoscrizione di un provvedimento, che essa rende quanto mai incerto il regime della responsabilità del dipendente conseguente alla sua adozione (proprio per i dubbi circa la competenza ad adottarlo);
● Considerato che, a fronte di ciò che si è esposto, si appalesano del tutto irrilevanti le argomentazioni della difesa comunale, la quale si limita ad obiettare sul punto che anche la comunicazione di avvio del procedimento sanzionatorio reca la surriferita doppia sottoscrizione e che il Segretario Generale avrebbe firmato gli atti in veste di direttore generale dell’Ente locale;
● Considerato che, secondo l’orientamento (cfr. TAR Puglia, Lecce, Sez. II, 13.04.2013, n. 941) cui ha aderito anche questa Sezione (cfr., ex multis, TAR Lazio, Latina, Sez. I, 02.12.2013, n. 925; id., 24.06.2013, n. 578), l’accoglimento della doglianza incentrata sul dedotto vizio di incompetenza comporta l’annullamento del provvedimento impugnato e la rimessione dell’affare al Comune di Arpino, con assorbimento degli altri motivi di impugnazione, come già previsto dall’art. 26, secondo comma, della l. TAR, ed ora dall’art. 34, comma 2, primo periodo, c.p.a., il quale ha statuito l’impossibilità, per il G.A., di pronunciarsi in riferimento a poteri amministrativi non ancora esercitati;
● Ritenuto quindi, alla luce di quanto si è detto, di dover dichiarare il ricorso manifestamente fondato ai sensi dell’art. 74 c.p.a., attesa la fondatezza della censura di incompetenza avanzata con il quarto motivo e con assorbimento di ogni altra censura;
● Ritenuto, perciò, di dover disporre l’annullamento dell’ordinanza impugnata e di dover rimettere la questione al Comune di Arpino per le eventuali ulteriori determinazioni (TAR Lazio-Latina, sentenza 29.07.2014 n. 667 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

APPALTI: S. M. Corso, Appalti pubblici: legittimo richiedere il protocollo di legalità (07.10.2014 - tratto da www.ipsoa.it).

EDILIZIA PRIVATA: J. Cortinovis, Nuove semplificazioni per il completamento della banda larga mobile.
Nel caso di modifiche delle caratteristiche degli impianti già provvisti di titolo abilitativo, che comportino aumenti delle altezze non superiori a 1 metro e aumenti della superficie di sagoma non superiore a 1,5 metri quadri, è sufficiente una autocertificazione descrittiva.
Non è inoltre soggetta ad autorizzazione paesaggistica la installazione o la modifica di impianti di radiotelefonia mobile, che comportino la realizzazione di pali di supporto per antenna di altezza non superiore a 1,5 metri e superficie delle medesime antenne non superiore a 0,5 metri quadrati (07.10.2014 - link a studiospallino.blogspot.it).

CORTE DEI CONTI

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOComuni e personale, tetti alle assunzioni con principio di cassa. Enti locali. Le istruzioni della Corte dei conti.
I tetti di spesa di personale negli enti locali vanno conteggiati sulla spesa effettivamente sostenuta nel 2011/2013, senza possibilità di includere «figurativamente» nella base di calcolo somme previste ma non erogate in tempo per problemi di cassa; dal rispetto del vincolo non possono sfuggire nemmeno le spese alimentate con fondi nazionali a specifica destinazione.

A fissare i parametri rigidi sull'interpretazione dei limiti alle uscite per stipendi nei Comuni (nelle Province è in vigore il blocco totale delle assunzioni) è la sezione Autonomie della Corte dei conti, nell'ambito di una serie di delibere diffuse negli ultimi giorni sui temi caldi della finanza locale.
Personale
In fatto di personale, l'indicazione più importante arriva dalla deliberazione 06.10.2014 n. 25/2014, pubblicata ieri, che stabilisce il parametro di cassa nei calcoli sul rispetto dei tetti di spesa. Le norme di riferimento sono i commi 557 e seguenti della Finanziaria 2007 (legge 296/2006), che dopo la modifica intervenuta con il decreto sulla Pa (articolo 3, comma 5-bis, del Dl 90/2014) chiedono ai Comuni sopra i mille abitanti di assicurare la riduzione della spesa rispetto alla media registrata nel triennio 2011/2013.
Un ente ha chiesto alla sezione Piemonte, che ha rimandato il problema alla sezione Autonomie, se fosse possibile inserire nella base di calcolo 2011/2013 anche importi previsti ma non erogati in tempo, applicando il principio della competenza finanziaria. La Corte, come quasi sempre accade quando ci si occupa di vincoli di finanza pubblica, nega la possibilità di un'interpretazione flessibile, e impone di tenere in considerazione solo la spesa effettiva, evitando di alzare la base di calcolo (e quindi le uscite possibili) con l'inserimento di altre voci.
In base allo stesso criterio, che nega interpretazioni estensive quando in gioco ci sono tetti di spesa, la sezione Autonomie nega anche (nella delibera 21/2014) la possibilità di escludere dai vincoli le assunzioni finanziate con fondi nazionali. L'esclusione, sottolinea la Corte, è limitata ai finanziamenti Ue, e non può essere estesa "analogicamente" anche se questo comporta il rischio di perdere i fondi nazionali.
Indennità
La sezione Autonomie si è occupata anche delle indennità dei sindaci (delibera 24/2014, pubblicata ieri), spiegando che se un aumento nel numero di abitanti fa passare il Comune nella classe demografica superiore, l'assegno al sindaco può crescere di conseguenza.
Anticipazioni di tesoreria
Un'altra delibera (la 23/2014) affronta invece il tema dei limiti alle anticipazioni di tesoreria, che in base all'articolo 222 del Tuel non possono superare i tre dodicesimi delle entrate correnti accertate nel rendiconto del penultimo anno: il limite, spiega la Corte, è «dinamico», per cui la restituzione delle anticipazioni precedenti apre nei conti degli enti locali spazio per nuove iniezioni di liquidità
(articolo Il Sole 24 Ore del 09.10.2014 - tratto da http://rstampa.pubblica.istruzione.it).

ENTI LOCALI: Sull'erogazione di un contributo comunale a istituto religioso: acquisto piattaforma elevatrice per disabili a servizio immobile, di istituto religioso, per rimuovere barriera architettonica ospiti non autosufficienti.
In base alle norme ed ai principi della contabilità pubblica, non è rinvenibile alcuna disposizione che impedisca all’ente locale di effettuare attribuzioni patrimoniali a terzi, ove queste siano necessarie per conseguire i propri fini istituzionali.
Se, infatti, l’azione è intrapresa al fine di soddisfare esigenze della collettività rientranti nelle finalità perseguite dal Comune (nel caso di specie, l’interesse alla conservazione del patrimonio storico e artistico) il finanziamento, “anche se apparentemente a fondo perso, non può equivalere ad un depauperamento del patrimonio comunale, in considerazione dell’utilità che l’ente o la collettività ricevono dallo svolgimento del servizio pubblico o di interesse pubblico effettuato dal soggetto che riceve il contributo”.
Riconosciuto l’interesse generale dell’attività, la natura pubblica o privata del soggetto che percepisce il contributo risulta indifferente, posto che la stessa amministrazione opera utilizzando, per molteplici finalità (gestione di servizi pubblici, esternalizzazione di funzioni strumentali, etc.), soggetti aventi natura privata.
Ogniqualvolta tuttavia un ente locale, al pari di ogni altro ente pubblico, ricorre a soggetti privati per raggiungere i propri fini e, conseguentemente, riconosce loro benefici di natura patrimoniale, occorre adottare adeguate cautele, anche al fine di garantire l’applicazione dei principi di buon andamento, di parità di trattamento e di non discriminazione (cardini dell’attività amministrativa). Nello specifico, il finanziamento concesso a privati deve essere tale da non incorrere nel divieto di spese per sponsorizzazioni previsto dall’articolo 6, comma 9, del d.l. n. 78/2010, convertito con legge n. 122/2010.
Ciò che assume rilievo per qualificare una contribuzione pubblica, a prescindere dalla sua forma, quale spesa di sponsorizzazione è la funzione. La spesa di sponsorizzazione presuppone la semplice finalità di segnalare ai cittadini la presenza dell’ente pubblico, così da promuoverne l’immagine. Non si configura, invece, quale sponsorizzazione il sostegno di iniziative di un soggetto terzo, riconducibili ai fini istituzionali dello stesso ente pubblico.
L’attività, dunque, che rientra nelle competenze dell’ente locale e viene esercitata, in via mediata, da soggetti privati destinatari di risorse pubbliche, piuttosto che, direttamente, da parte di Comuni e Province, costituisce una modalità alternativa di erogazione del servizio pubblico e non una forma di promozione dell’immagine dell’amministrazione.
Questo profilo, come detto, idoneo ad escludere la concessione di contributi dal divieto di spese per sponsorizzazioni, deve essere esplicitato dall’ente locale in modo inequivoco nella motivazione del provvedimento. L’Amministrazione, inoltre, in aderenza alle regole generali (art. 3 legge n. 24/1990) è tenuta ad evidenziare i presupposti di fatto e il percorso logico alla base dell’erogazione, nonché il rispetto dei criteri di imparzialità e predeterminazione dei criteri per l’attribuzione di contributi (art. 12 legge n. 241/1990).
In ogni caso, l’eventuale attribuzione deve risultare conforme al principio di congruità della spesa, presupponente una valutazione comparativa degli interessi complessivi dell’ente locale e dell’essenzialità dell’erogazione ai fini della prestazione del servizio.

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Il sindaco del comune
di Pianello del Lario (CO) rivolge istanza per il rilascio di un parere in merito alla possibilità di erogare un contributo a un istituto religioso, per l'acquisto di una piattaforma elevatrice per disabili a servizio dell'immobile ubicato nel territorio di Pianello del Lario, di proprietà dell'istituto religioso citato nel quale è operativa una residenza sanitaria assistenziale.
La casa gestita dall’istituto è accreditata come struttura sanitaria presso la Regione Lombardia alla luce del carattere non lucrativo della Congregazione che la gestisce, e dell'esercizio delle opere di assistenza sociale in forza delle relative previsioni statutarie, con particolare riferimento all’attività svolta (a favore di persone anziane in generale, autosufficienti e in condizione di semi-autosufficienza o in stato di cronicità o infermità; di soggetti con handicap intellettivi o fisici; di minori di età compresa nel ciclo della scuola materna e d'obbligo).
L’ente precisa in particolare che la Congregazione ha presentato richiesta di contributo per l'acquisto di detta piattaforma elevatrice al fine di rimuovere un'insuperabile barriera architettonica per gli ospiti non autosufficienti, e che il vigente regolamento comunale per la concessione di contributi e benefici economici a soggetti pubblici e privati all'art. 3, commi 1 e 2, prevede che "Possono accedere a contributi e ad altre forme di sostegno economico finanziario, salvo eventuali deroghe previste nei successivi articoli, i soggetti che hanno un legame con il territorio del comune di Pianello del Larici o che comunque svolgono una attività di particolare interesse per la collettività o per la promozione dell' immagine del comune e che agiscono quali: a) enti pubblici; b) associazioni, fondazioni e altre istituzioni di carattere privato, dotate di personalità giuridica (...)" e che "In casi particolari, adeguatamente motivati, l'attribuzione di interventi economici può essere disposta (...) per concorrere ad iniziative d'interesse generale rispetto alle quali la partecipazione del Comune assume rilevanza sotto il profilo dei valori sociali, morali, culturali, economici che sono presenti nella comunità alla quale l'ente è preposto".
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Il comune di Pianello del Lario auspica che, in considerazione della riconducibilità dell'opera di abbattimento delle barriere architettoniche della residenza a finalità di interesse pubblico, nonché della sua della partecipazione istituzionale alla funzione pubblica di assistenza socio-sanitaria della Congregazione, e, da ultimo, delle ricadute positive sui residenti in termini dì abbattimento indiretto dei costi, l’istituto possa beneficiare del contributo richiesto.
Preliminarmente occorre rilevare che, in quanto indirizzato a favore dei soli ospiti della struttura in epigrafe, la realizzazione di una struttura elevatrice non può collocarsi all’interno delle misure adottate dai comuni per consentire la mobilità dei disabili all’interno del proprio territorio, ma deve essere inquadrata come strumentale alla realizzazione delle finalità proprie di una struttura assistenziale.
Peraltro, questione analoga a quella proposta dal comune istante è stata affrontata di recente dalla Sezione nel parere 15.07.2014 n. 218.
In quest’ultimo è stato richiamato il consolidato orientamento sul punto (deliberazioni n. 9/2006, n. 10/2006, n. 18/2006, n. 26/2007, n. 35/2007, n. 59/2007, n. 39/2008, n. 75/2008, n. 1138/2009, n. 1/2010, n. 981/2010, n. 530/2011, n. 262/2012) teso a precisare come,
in base alle norme ed ai principi della contabilità pubblica, non è rinvenibile alcuna disposizione che impedisca all’ente locale di effettuare attribuzioni patrimoniali a terzi, ove queste siano necessarie per conseguire i propri fini istituzionali.
Se, infatti, l’azione è intrapresa al fine di soddisfare esigenze della collettività rientranti nelle finalità perseguite dal Comune (nel caso di specie, l’interesse alla conservazione del patrimonio storico e artistico) il finanziamento, “anche se apparentemente a fondo perso, non può equivalere ad un depauperamento del patrimonio comunale, in considerazione dell’utilità che l’ente o la collettività ricevono dallo svolgimento del servizio pubblico o di interesse pubblico effettuato dal soggetto che riceve il contributo (cfr.
parere 27.06.2013 n. 262).
Riconosciuto l’interesse generale dell’attività, la natura pubblica o privata del soggetto che percepisce il contributo risulta indifferente, posto che la stessa amministrazione opera utilizzando, per molteplici finalità (gestione di servizi pubblici, esternalizzazione di funzioni strumentali, etc.), soggetti aventi natura privata.
Nei precedenti richiamati è stato ricordato, altresì, come l’art. 118 della Costituzione impone espressamente ai Comuni di favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.
Ogniqualvolta tuttavia un ente locale, al pari di ogni altro ente pubblico, ricorre a soggetti privati per raggiungere i propri fini e, conseguentemente, riconosce loro benefici di natura patrimoniale, occorre adottare adeguate cautele, anche al fine di garantire l’applicazione dei principi di buon andamento, di parità di trattamento e di non discriminazione (cardini dell’attività amministrativa). Nello specifico, il finanziamento concesso a privati deve essere tale da non incorrere nel divieto di spese per sponsorizzazioni previsto dall’articolo 6, comma 9, del d.l. n. 78/2010, convertito con legge n. 122/2010.
Ciò che assume rilievo per qualificare una contribuzione pubblica, a prescindere dalla sua forma, quale spesa di sponsorizzazione è la funzione. La spesa di sponsorizzazione presuppone la semplice finalità di segnalare ai cittadini la presenza dell’ente pubblico, così da promuoverne l’immagine (cfr. parere 23.12.2010 n. 1075). Non si configura, invece, quale sponsorizzazione il sostegno di iniziative di un soggetto terzo, riconducibili ai fini istituzionali dello stesso ente pubblico.
L’attività, dunque, che rientra nelle competenze dell’ente locale e viene esercitata, in via mediata, da soggetti privati destinatari di risorse pubbliche, piuttosto che, direttamente, da parte di Comuni e Province, costituisce una modalità alternativa di erogazione del servizio pubblico e non una forma di promozione dell’immagine dell’amministrazione.
Questo profilo, come detto, idoneo ad escludere la concessione di contributi dal divieto di spese per sponsorizzazioni, deve essere esplicitato dall’ente locale in modo inequivoco nella motivazione del provvedimento. L’Amministrazione, inoltre, in aderenza alle regole generali (art. 3 legge n. 24/1990) è tenuta ad evidenziare i presupposti di fatto e il percorso logico alla base dell’erogazione, nonché il rispetto dei criteri di imparzialità e predeterminazione dei criteri per l’attribuzione di contributi (art. 12 legge n. 241/1990).
In ogni caso, l’eventuale attribuzione deve risultare conforme al principio di congruità della spesa, presupponente una valutazione comparativa degli interessi complessivi dell’ente locale e dell’essenzialità dell’erogazione ai fini della prestazione del servizio (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 02.10.2014 n. 254).

ENTI LOCALI: Sulla concessione di un contributo comunale in conto capitale al fine di preservare l'integrità della chiesa parrocchiale,
Se l’azione è intrapresa al fine di soddisfare esigenze della collettività rientranti nelle finalità perseguite dal Comune (nel caso di specie, l’interesse alla conservazione del patrimonio storico e artistico) il finanziamento, “anche se apparentemente a fondo perso, non può equivalere ad un depauperamento del patrimonio comunale, in considerazione dell’utilità che l’ente o la collettività ricevono dallo svolgimento del servizio pubblico o di interesse pubblico effettuato dal soggetto che riceve il contributo”.
Riconosciuto l’interesse generale dell’attività, la natura pubblica o privata del soggetto che percepisce il contributo risulta indifferente, posto che la stessa amministrazione opera utilizzando, per molteplici finalità (gestione di servizi pubblici, esternalizzazione di funzioni strumentali, etc.), soggetti aventi natura privata.
Ogniqualvolta, tuttavia, un ente locale, al pari di ogni altro ente pubblico, ricorre a soggetti privati per raggiungere i propri fini e, conseguentemente, riconosce loro benefici di natura patrimoniale, occorre adottare adeguate cautele, anche al fine di garantire l’applicazione dei principi di buon andamento, di parità di trattamento e di non discriminazione (cardini dell’attività amministrativa).
Nello specifico, il finanziamento concesso a privati deve essere tale da non incorrere nel divieto di spese per sponsorizzazioni previsto dall’articolo 6, comma 9, del d.l. n. 78/2010, convertito con legge n. 122/2010.
Ciò che assume rilievo per qualificare una contribuzione pubblica, a prescindere dalla sua forma, quale spesa di sponsorizzazione è la funzione. La spesa di sponsorizzazione presuppone la semplice finalità di segnalare ai cittadini la presenza dell’ente pubblico, così da promuoverne l’immagine. Non si configura, invece, quale sponsorizzazione il sostegno di iniziative di un soggetto terzo, riconducibili ai fini istituzionali dello stesso ente pubblico.
L’attività, dunque, che rientra nelle competenze dell’ente locale e viene esercitata, in via mediata, da soggetti privati destinatari di risorse pubbliche, piuttosto che, direttamente, da parte di Comuni e Province, costituisce una modalità alternativa di erogazione del servizio pubblico e non una forma di promozione dell’immagine dell’amministrazione.
Questo profilo, come detto, idoneo ad escludere la concessione di contributi dal divieto di spese per sponsorizzazioni, deve essere esplicitato dall’ente locale in modo inequivoco nella motivazione del provvedimento. L’Amministrazione, inoltre, in aderenza alle regole generali (art. 3 legge n. 24/1990) è tenuta ad evidenziare i presupposti di fatto e il percorso logico alla base dell’erogazione, nonché il rispetto dei criteri di imparzialità e predeterminazione dei criteri per l’attribuzione di contributi (art. 12 legge n. 241/1990).
In ogni caso, l’eventuale attribuzione deve risultare conforme al principio di congruità della spesa, presupponente una valutazione comparativa degli interessi complessivi dell’ente locale.
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Il Sindaco del comune di Fontanella Barbata, con nota del 09.07.2014, ha formulato una richiesta di parere avente ad oggetto la concessione di un contributo in conto capitale al fine di preservare l'integrità della chiesa parrocchiale, che necessita di urgenti interventi di manutenzione straordinaria.
A parere del Comune non si ravviserebbe una violazione dell’art. 6, comma 9, del d.l. n. 78/2010, convertito con legge n. 122/2010, in quanto la liquidazione del contributo avrebbe finalità di tutela del patrimonio storico ed artistico presente sul territorio e non configurerebbe spesa di sponsorizzazione.
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Questione analoga a quella proposta dal comune istante è stata affrontata di recente dalla Sezione nel parere 15.07.2014 n. 218.
In quest’ultimo è stato richiamato il consolidato orientamento sul punto (deliberazioni n. 9/2006, n. 10/2006, n. 18/2006, n. 26/2007, n. 35/2007, n. 59/2007, n. 39/2008, n. 75/2008, n. 1138/2009, n. 1/2010, n. 981/2010, n. 530/2011, n. 262/2012) teso a precisare come, in base alle norme ed ai principi della contabilità pubblica, non è rinvenibile alcuna disposizione che impedisca all’ente locale di effettuare attribuzioni patrimoniali a terzi, ove queste siano necessarie per conseguire i propri fini istituzionali.
Se, infatti, l’azione è intrapresa al fine di soddisfare esigenze della collettività rientranti nelle finalità perseguite dal Comune (nel caso di specie, l’interesse alla conservazione del patrimonio storico e artistico) il finanziamento, “anche se apparentemente a fondo perso, non può equivalere ad un depauperamento del patrimonio comunale, in considerazione dell’utilità che l’ente o la collettività ricevono dallo svolgimento del servizio pubblico o di interesse pubblico effettuato dal soggetto che riceve il contributo (cfr.
parere 27.06.2013 n. 262).
Riconosciuto l’interesse generale dell’attività, la natura pubblica o privata del soggetto che percepisce il contributo risulta indifferente, posto che la stessa amministrazione opera utilizzando, per molteplici finalità (gestione di servizi pubblici, esternalizzazione di funzioni strumentali, etc.), soggetti aventi natura privata.
Nei precedenti richiamati è stato ricordato, altresì, come l’art. 118 della Costituzione impone espressamente ai Comuni di favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.
Ogniqualvolta, tuttavia, un ente locale, al pari di ogni altro ente pubblico, ricorre a soggetti privati per raggiungere i propri fini e, conseguentemente, riconosce loro benefici di natura patrimoniale, occorre adottare adeguate cautele, anche al fine di garantire l’applicazione dei principi di buon andamento, di parità di trattamento e di non discriminazione (cardini dell’attività amministrativa).
Nello specifico, il finanziamento concesso a privati deve essere tale da non incorrere nel divieto di spese per sponsorizzazioni previsto dall’articolo 6, comma 9, del d.l. n. 78/2010, convertito con legge n. 122/2010.
Ciò che assume rilievo per qualificare una contribuzione pubblica, a prescindere dalla sua forma, quale spesa di sponsorizzazione è la funzione. La spesa di sponsorizzazione presuppone la semplice finalità di segnalare ai cittadini la presenza dell’ente pubblico, così da promuoverne l’immagine (cfr. parere 23.12.2010 n. 1075). Non si configura, invece, quale sponsorizzazione il sostegno di iniziative di un soggetto terzo, riconducibili ai fini istituzionali dello stesso ente pubblico.
L’attività, dunque, che rientra nelle competenze dell’ente locale e viene esercitata, in via mediata, da soggetti privati destinatari di risorse pubbliche, piuttosto che, direttamente, da parte di Comuni e Province, costituisce una modalità alternativa di erogazione del servizio pubblico e non una forma di promozione dell’immagine dell’amministrazione.
Questo profilo, come detto, idoneo ad escludere la concessione di contributi dal divieto di spese per sponsorizzazioni, deve essere esplicitato dall’ente locale in modo inequivoco nella motivazione del provvedimento. L’Amministrazione, inoltre, in aderenza alle regole generali (art. 3 legge n. 24/1990) è tenuta ad evidenziare i presupposti di fatto e il percorso logico alla base dell’erogazione, nonché il rispetto dei criteri di imparzialità e predeterminazione dei criteri per l’attribuzione di contributi (art. 12 legge n. 241/1990).
In ogni caso, l’eventuale attribuzione deve risultare conforme al principio di congruità della spesa, presupponente una valutazione comparativa degli interessi complessivi dell’ente locale (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 01.10.2014 n. 248).

GIURISPRUDENZA

APPALTI SERVIZI: Con particolare riferimento all’indicazione degli oneri di sicurezza, la giurisprudenza prevalente, alla quale il Collegio intende aderire, ha ritenuto che tali voci, non essendo assimilabili a principi generali, non possono dar luogo ad alcuna eterointegrazione degli atti di gara, salvo che in tal senso abbia disposto la stazione appaltante, né un obbligo di indicazione può farsi discendere automaticamente dall’art. 26, c. 6.
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Quando la procedura concorsuale riguarda un servizio compreso fra quelli elencati nell’allegato II B del d.lgs. n. 163/2006 non è dato che la disciplina di gara possa ricevere, indipendentemente da uno specifico richiamo in essa, immediata integrazione con le previsioni dettate dall’art. 86 sulla specificazione dei costi della sicurezza afferenti la prestazione dedotta in rapporto.

Con un primo motivo, la ricorrente sostiene la illegittimità degli atti impugnati sostenendo che l’aggiudicataria avrebbe dovuto essere esclusa non avendo la stessa assolto all’obbligo, ai sensi dell’art. 86, c. 3-bis, e art. 87, c. 42, di evidenziare, oltre agli oneri di sicurezza indicati nel bando di gara relativi ai rischi da interferenza, anche gli oneri aziendali specifici di sicurezza.
La censura non tiene conto che l’appalto in esame ha a oggetto i servizi, come definiti dall’art. 4 del bando di gara, di cui al d.lgs. 163/2006 categoria 27 CPC – allegato II B e pertanto esclusi dall’ambito di applicazione delle norme di dettaglio contenute nel Codice stesso.
Con particolare riferimento all’indicazione degli oneri di sicurezza, la giurisprudenza prevalente (per tutte C.d.S. 355/2014; TAR Piemonte Torino n. 1254 del 24.10.2013), alla quale il Collegio intende aderire, ha ritenuto che tali voci, non essendo assimilabili a principi generali, non possono dar luogo ad alcuna eterointegrazione degli atti di gara, salvo che in tal senso abbia disposto la stazione appaltante, né un obbligo di indicazione può farsi discendere automaticamente dall’art. 26, c. 6.
Nella fattispecie, la lex specialis non prevedeva alcuna prescrizione in tal senso e, analogamente, l’apposito modello, predisposto e fornito dalla stazione appaltante in allegato al bando di gara, non conteneva alcuna prescrizione per l’indicazione di tali oneri.
Tali considerazioni impedivano alla P.A., anche in ossequio al principio della tassatività delle cause di esclusione, previsto dal comma 1-bis dell’art. 46 del d.lgs. 163/2006 (il quale dispone che la stazione appaltante possa escludere i candidati o i concorrenti solo in caso di mancato adempimento alle prescrizioni previste dal codice e dal regolamento e da altre disposizioni di legge vigenti, nonché nei casi di incertezza assoluta sul contenuto o sulla provenienza dell'offerta, per difetto di sottoscrizione o di altri elementi essenziali ovvero in caso di non integrità del plico contenente l'offerta o la domanda di partecipazione o altre irregolarità relative alla chiusura dei plichi, tali da far ritenere, secondo le circostanze concrete, che sia stato violato il principio di segretezza delle offerte) di escludere la Salento Port Service.
Pertanto, “quando la procedura concorsuale riguarda un servizio compreso fra quelli elencati nell’allegato II B del d.lgs. n. 163/2006 non è dato che la disciplina di gara possa ricevere, indipendentemente da uno specifico richiamo in essa, immediata integrazione con le previsioni dettate dall’art. 86 sulla specificazione dei costi della sicurezza afferenti la prestazione dedotta in rapporto” (cfr. C.d.S. III, n. 6640/2011, 3706 e 5070/2013, 280/2014; V, n. 4510/2012 e 2517/2014) (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 09.10.2014 n. 2453 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: La giurisprudenza, privilegiando l’interpretazione sostanziale, ha ritenuto illegittima l’esclusione da una gara d’appalto dell’impresa che abbia omesso una dichiarazione, nel caso in cui la stessa sia in realtà comunque in possesso dei requisiti richiesti (e la lex specialis non preveda una sanzione espulsiva per la mera omissione).
Quanto all’omessa sottoscrizione della prima pagina dell’offerta economica, deve ritenersi sufficiente, ai fini della riconducibilità dell’offerta al suo autore, che sussista la firma in calce alla stessa, atteso che è quest’ultima a manifestare la consapevole assunzione della paternità di una dichiarazione e la responsabilità in ordine al suo contenuto.

Sono pure infondate le censure con le quali la ricorrente lamenta che l’aggiudicataria avrebbe dovuto essere esclusa in quanto la sig.ra Maria Cafaro, in qualità di amministratore cessato dalla carica, non avrebbe prodotto la dichiarazione ex art. 38 d.lgs. 163/2006.
Piuttosto, tale soggetto ha fornito comunque la dichiarazione ex art. 38 citato, sia pure in qualità di socio di capitali.
Con principi applicabili al caso in esame, la giurisprudenza, privilegiando l’interpretazione sostanziale, ha ritenuto illegittima l’esclusione da una gara d’appalto dell’impresa che abbia omesso una dichiarazione, nel caso in cui la stessa sia in realtà comunque in possesso dei requisiti richiesti (e la lex specialis non preveda una sanzione espulsiva per la mera omissione) (TAR Umbria, Sezione I - Sentenza 01/04/2011 n. 103; in termini più ampi Ad .Pl. n. 16 del 2014).
Quanto all’omessa sottoscrizione della prima pagina dell’offerta economica, deve ritenersi sufficiente, ai fini della riconducibilità dell’offerta al suo autore, che sussista la firma in calce alla stessa, atteso che è quest’ultima a manifestare la consapevole assunzione della paternità di una dichiarazione e la responsabilità in ordine al suo contenuto (cfr. TAR Puglia, Lecce, sez. III, n. 625/2011; TAR Sardegna, Cagliari, sez. I, n. 634/2012) .
Peraltro, la formalità della sottoscrizione dell’offerta in ogni pagina non risulta affatto prevista e sanzionata, in caso di omissione, dal bando di gara, limitandosi quest’ultimo a richiedere che l’offerta sia contenuta nell’apposito plico interno debitamente sigillato con strumenti idonei a garantire la sicurezza contro eventuali manomissioni, controfirmato sui lembi di chiusura, recante l’indicazione del mittente e l’oggetto della gara, sicché la circostanza lamentata, non prevista neppure dall’art. 74 del d.lgs. 163/2006, risulta del tutto innocua ai fine dell’ammissione alla procedura de qua.
In conclusione, i provvedimenti impugnati resistono alle censure rassegnate nel ricorso il quale deve quindi essere respinto (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 09.10.2014 n. 2453 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Nel caso di rifiuti abbandonati in un terreno, qualora l’autore materiale della violazione non sia identificato, al fine di individuare il soggetto obbligato alla rimozione dei rifiuti e al ripristino dello stato dei luoghi, è necessario procedere al duplice accertamento della titolarità dell’area e dell’imputabilità della violazione per dolo o colpa al proprietario o a colui che risulta titolare di diritti reali o personali di godimento sulla stessa.
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E' illegittimo l’ordine di rimozione e smaltimento dei rifiuti impartito al ricorrente laddove non sia potendosi ravvisare, a carico dello stesso, l’imputabilità, a titolo di dolo o colpa, dello sversamento dei rifiuti.
In proposito, la giurisprudenza ha chiarito che la responsabilità per colpa, di cui all’art. 192 del d.lgs. n. 152/2006, si ravvisa tutte le volte in cui vi sia un comportamento negligente (da verificare caso per caso) da parte del soggetto ritenuto responsabile, che può anche consistere in un fatto omissivo..
L’obbligo di diligenza, inoltre, deve essere valutato secondo criteri di ragionevole esigibilità, con la conseguenza che va ascritta la responsabilità per colpa al proprietario non autore dello sversamento quando sarebbe stato possibile evitare il fatto solo sopportando un sacrificio obiettivamente proporzionato.
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Il ricorrente ha subito furti nel fabbricato e danneggiamenti al muro a secco e agli infissi interni ed esterni denunciando l’accaduto, ha provveduto ad affittare il terreno in questione a terzi nonché ha provveduto prontamente a denunciare lo sversamento dei rifiuti.
Il Collegio ritiene che gli accorgimenti tenuti possano, secondo criteri di ragionevolezza e proporzionalità, ritenersi sufficienti al fine di escludere che allo stesso sia ascrivibile alcuna responsabilità a titolo di dolo o colpa per l’abbandono dei rifiuti oggetto dell’impugnata ordinanza; peraltro l’A.C. nell’imporre di dotare il fondo in questione di “recinzione di sufficiente altezza” non ha tenuto conto, oltre che dell’estensione del fondo, dell’esistenza del muro a secco ivi esistente, cioè dell’esistenza di un ostacolo in genere idoneo ad evitare lo sversamento di rifiuti, e dell’estraneità all’ordinaria diligenza di cautele ulteriori.

... per l'annullamento dell'ordinanza priva di numero comunicata con nota datata 16/01/2014, notificata il 18/1 successivo, con cui il Dirigente del Settore Ambiente, Igiene, Prot. Civile del Comune di Lecce ha ordinato al ricorrente di procedere, entro 20 giorni a far data dalla notifica, alla rimozione e smaltimento dei rifiuti insistenti sul terreno sito alla via F. Perulli "C.da Marsello" Agro di Lecce Folt. 207 P.lla 34, e di dotare il terreno in questione di recinzione di sufficiente altezza al fine di evitare il reiterarsi il fenomeno di discarica abusiva di rifiuti, con l'avvertenza che l'inottemperanza al provvedimento costituisce reato e che, decorso il termine fissato per provvedere, si procederà d'ufficio alla esecuzione in danno;
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L’art. 192, comma 3, del d.lgs. n. 152/2006 stabilisce che “fatta salva l'applicazione delle sanzioni di cui agli articoli 255 e 256, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 è tenuto a procedere alla rimozione, all'avvio al recupero o allo smaltimento dei rifiuti e al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate”.
Pertanto, qualora l’autore materiale della violazione non sia identificato, al fine di individuare il soggetto obbligato alla rimozione dei rifiuti e al ripristino dello stato dei luoghi, è necessario procedere al duplice accertamento della titolarità dell’area e dell’imputabilità della violazione per dolo o colpa al proprietario o a colui che risulta titolare di diritti reali o personali di godimento sulla stessa.
Nella fattispecie, come risulta dall’ordinanza impugnata, l’A.C. premettendo che “con nota del Corpo di polizia Provinciale del 07.01.2014 e da successivo sopralluogo per la vigilanza del territorio, eseguito dal personale in servizio presso l’Ufficio Ambiente, si è riscontrato che un terreno sito alla via F. Perulli è tenuto in gravi condizioni igienico – sanitarie, con la presenza di rifiuti anche nocivi di varia natura tra cui onduline in materiale presunto amianto, pneumatici in disuso, materiale ferroso e materiale plastico” ha ordinato gli interventi di pulizia (rimozione e smaltimento) dei rifiuti di cui in premessa, al fine del ripristino dello stato dei luoghi, nonché la recinzione (di sufficiente altezza) di tutto il terreno.
Ciò posto, il Collegio ritiene la illegittimità dell’ordine di rimozione e smaltimento dei rifiuti impartito al ricorrente, non potendosi ravvisare, a carico dello stesso, l’imputabilità, a titolo di dolo o colpa, dello sversamento dei rifiuti.
In proposito, la giurisprudenza ha chiarito che la responsabilità per colpa, di cui all’art. 192 del d.lgs. n. 152/2006, si ravvisa tutte le volte in cui vi sia un comportamento negligente (da verificare caso per caso) da parte del soggetto ritenuto responsabile, che può anche consistere in un fatto omissivo (TAR Toscana Firenze, sez. II, 23.12.2010, n. 6862; TAR Campania Napoli, sez. V, 08.06.2010, n. 13059).
L’obbligo di diligenza, inoltre, deve essere valutato secondo criteri di ragionevole esigibilità, con la conseguenza che va ascritta la responsabilità per colpa al proprietario non autore dello sversamento quando sarebbe stato possibile evitare il fatto solo sopportando un sacrificio obiettivamente proporzionato.
Inoltre, l’idoneità delle cautele adottate dal soggetto proprietario o utilizzatore del bene va valutata in concreto, tenendosi conto di una serie di circostanze obiettive.
Nella specie, dai documenti esibiti in giudizio, risulta che il ricorrente ha subito furti nel fabbricato e danneggiamenti al muro a secco e agli infissi interni ed esterni denunciando l’accaduto, ha provveduto ad affittare il terreno in questione a terzi (contratti d’affitto del 14.10.2013 e del 20.09.2012) nonché ha provveduto prontamente a denunciare lo sversamento dei rifiuti.
Il Collegio ritiene che gli accorgimenti tenuti possano, secondo criteri di ragionevolezza e proporzionalità, ritenersi sufficienti al fine di escludere che allo stesso sia ascrivibile alcuna responsabilità a titolo di dolo o colpa per l’abbandono dei rifiuti oggetto dell’impugnata ordinanza; peraltro l’A.C. nell’imporre di dotare il fondo in questione di “recinzione di sufficiente altezza” non ha tenuto conto, oltre che dell’estensione del fondo, dell’esistenza del muro a secco ivi esistente, cioè dell’esistenza di un ostacolo in genere idoneo ad evitare lo sversamento di rifiuti, e dell’estraneità all’ordinaria diligenza di cautele ulteriori.
In conclusione, il provvedimento impugnato sconta il denunciato deficit istruttorio e motivazionale (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 09.10.2014 n. 2452 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La scansione procedimentale ex art. 8 DPR 160/2010 prevede che, successivamente alla conferenza di servizi, si pronunci, nella prima seduta utile, il consiglio comunale, il quale è comunque titolare di un potere discrezionale circa l’approvazione o meno del progetto (che quindi può legittimamente fondare -anche indipendentemente da precisi divieti ambientali- su valutazioni di ordine generale, purché razionalmente ed equilibratamente rapportate, in relazione alla natura ed entità dell'intervento, all'esigenza di evitare la compromissione di valori paesaggistici, urbanistici o comunque inerenti la tutela dell'assetto del territorio).
Nessun potere risulta invece conferito dalla norma al Responsabile dell’UTC, nella more della decisione del consiglio comunale, circa la sospensione del procedimento per ragioni di carattere edilizio o urbanistico che, anche laddove non esaminate in sede di conferenza di servizi, potranno pur sempre essere valutate dal consiglio comunale.

Il ricorso è fondato nei termini che seguono.
L’art. 8 D.P.R. 160/2010 tipizza il particolare procedimento comportante l’approvazione di progetti in variazione di strumenti urbanistici: “1. Nei comuni in cui lo strumento urbanistico non individua aree destinate all'insediamento di impianti produttivi o individua aree insufficienti, fatta salva l'applicazione della relativa disciplina regionale, l'interessato può richiedere al responsabile del SUAP la convocazione della conferenza di servizi di cui agli articoli da 14 a 14-quinquies della legge 07.08.1990, n. 241, e alle altre normative di settore, in seduta pubblica. Qualora l'esito della conferenza di servizi comporti la variazione dello strumento urbanistico, ove sussista l'assenso della Regione espresso in quella sede, il verbale è trasmesso al Sindaco ovvero al Presidente del Consiglio comunale, ove esistente, che lo sottopone alla votazione del Consiglio nella prima seduta utile. Gli interventi relativi al progetto, approvato secondo le modalità previste dal presente comma, sono avviati e conclusi dal richiedente secondo le modalità previste all'articolo 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 06.06.2001, n. 380.
2. È facoltà degli interessati chiedere tramite il SUAP all'ufficio comunale competente per materia di pronunciarsi entro trenta giorni sulla conformità, allo stato degli atti, dei progetti preliminari dai medesimi sottoposti al suo parere con i vigenti strumenti di pianificazione paesaggistica, territoriale e urbanistica, senza che ciò pregiudichi la definizione dell'eventuale successivo procedimento; in caso di pronuncia favorevole il responsabile del SUAP dispone per il seguito immediato del procedimento con riduzione della metà dei termini previsti
.”
Appare evidente che la scansione procedimentale suindicata prevede che, successivamente alla conferenza di servizi, si pronunci, nella prima seduta utile, il consiglio comunale, il quale è comunque titolare di un potere discrezionale circa l’approvazione o meno del progetto (che quindi può legittimamente fondare -anche indipendentemente da precisi divieti ambientali- su valutazioni di ordine generale, purché razionalmente ed equilibratamente rapportate, in relazione alla natura ed entità dell'intervento, all'esigenza di evitare la compromissione di valori paesaggistici, urbanistici o comunque inerenti la tutela dell'assetto del territorio: cfr C.d.S. Sez. IV, sent. n. 1038 del 03.03.2006).
Nessun potere risulta invece conferito dalla norma al Responsabile dell’UTC, nella more della decisione del consiglio comunale, circa la sospensione del procedimento per ragioni di carattere edilizio o urbanistico che, anche laddove non esaminate in sede di conferenza di servizi, potranno pur sempre essere valutate dal consiglio comunale.
A ciò aggiungasi che la motivazione addotta dal responsabile dell’UTC per supportare la disposta sospensione procedimentale (omessa rimozione di manufatto abusivo), come già rilevato dalla sezione nell’ordinanza cautelare n. 134/2014, lungi dal costituire ostacolo al procedimento come tipizzato dall’art. 5 DPR 447/1998 (oggi art. 8 DPR 160/2010), assume rilievo solo sotto il profilo sanzionatorio, estraneo alla modifica della strumentazione urbanistica in questione (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 09.10.2014 n. 2451 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

PUBBLICO IMPIEGOLicenziabile chi lavora in malattia. Non rileva il fatto che l'attività sia stata svolta presso il negozio di un familiare. Cassazione/1. Per i giudici legittimo l'allontanamento per giusta causa di un dipendente con ernia e depressione.
Lo svolgimento di attività lavorativa presso soggetti diversi dal proprio datore di lavoro, durante il periodo di malattia, legittima il licenziamento per giusta causa del dipendente, anche se i terzi sono familiari del dipendente; l'eventuale compatibilità dell'attività svolta con la malattia deve essere provata dal lavoratore, anche nel caso in cui la patologia denunciata sia una depressione.
Con queste conclusioni, coerenti con gli orientamenti maggioritari della giurisprudenza di legittimità, la Corte di Cassazione - Sez. lavoro (sentenza 07.10.2014 n. 21093) ha rigettato l'impugnativa proposta da un lavoratore, licenziato dopo essere stato scoperto -mediante indagini apposite- a lavorare presso il negozio di un familiare durante il periodo di malattia.
Dopo essere stato sconfitto in entrambi i gradi di merito, il lavoratore ha proposto ricorso per Cassazione lamentando di aver svolto alcune semplici prestazioni gratuite in favore di familiari che non potevano essere considerate come attività lavorativa, in quanto si erano concretizzate nello svolgimento di piccoli lavori (in particolare, la riparazione di un piccolo elettrodomestico, e null'altro).
Lo stesso lavoratore sosteneva, nel proprio ricorso, che l'attività lavorativa durante il periodo di malattia sarebbe preclusa solo qualora fosse fornita la prova della simulazione dello stato patologico, oppure qualora fosse dimostrato che l'attività svolta avesse compromesso la guarigione.
La Corte di Cassazione ha respinto queste censure, partendo da un'esatta ricostruzione del fatto.
La sentenza ricorda, in particolare, che nelle precedenti fasi di merito era stato accertato che il lavoratore, denunciando una doppia malattia (una depressione e una cervicobrachialgia da ernia discale), si era assentato dal lavoro per un certo periodo ma, negli stessi giorni, aveva lavorato in maniera sistematica presso il negozio di casalinghi del fratello, dove aveva svolto mansioni tutt'altro che occasionali (sistemazione delle merci negli scaffali, vigilanza contro i furti, assistenza ai clienti). In relazione a questi fatti, la Corte evidenzia che le sentenze di merito hanno correttamente ritenuto incompatibili le attività svolte con le patologie denunciare.
È interessante notare che la sentenza evidenzia che l'onere della prova circa tale compatibilità avrebbe dovuto essere assolto dal lavoratore, e non dal datore di lavoro, che aveva solo il diverso onere -nel caso, ampiamente assolto- di provare che era stata svolta attività lavorativa in favore di terzi durante la malattia. Sulla base di queste valutazioni, la Corte esclude che l'ernia discale fosse compatibile con l'attività di riparazione di elettrodomestici, ma anche che l'attività di sorveglianza contro i furti potesse conciliarsi con la denunciata depressione, in quanto questo compito richiede una focalizzazione costante dell'attenzione e un contatto anche conflittuale con la clientela
(articolo Il Sole 24 Ore del 09.10.2014).

ATTI AMMINISTRATIVIL'art. 24 l. 07.08.1990, n. 241, nella parte in cui esclude il diritto di accesso con riferimento ai procedimenti tributari, per i quali restano ferme le particolari norme che li regolano, va interpretato nel senso che la inaccessibilità agli atti relativi deve essere ritenuta temporalmente limitata alla fase di mera “pendenza” del procedimento tributario, in quanto non sussistono esigenze di segretezza nella fase che segue la conclusione del procedimento con l'adozione del procedimento definitivo di accertamento dell'imposta dovuta.
Conseguentemente, devesi riconoscersi il diritto di accesso qualora l'amministrazione abbia concluso il procedimento con l'emanazione del provvedimento finale e, quindi, in via generale, deve ritenersi sussistente il diritto di accedere agli atti di un procedimento tributario ormai concluso.
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L’interesse del contribuente alla ostensione degli atti propedeutici a procedure di riscossione è riconosciuto anche in via legislativa, mediante la previsione di obblighi in capo al concessionario alla riscossione.
Invero, l’art. 26 d.P.R. 29.09.1973, n. 602, in tema di riscossione delle imposte sul reddito, recita: "Il concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell'avvenuta notificazione o l'avviso del ricevimento ed ha l'obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell'amministrazione".
In particolare, il suddetto articolo ha introdotto due obblighi per la società concessionaria: a) la conservazione per cinque anni e b) l'obbligo di esibizione a richiesta del contribuente.
Ne consegue che, in relazione alla cartella esattoriale, la richiesta di accesso, ai sensi degli artt. 22 ss., l. 07.08.1990, n. 241, si pone come strumentale rispetto alla tutela dei diritti del contribuente in tutte le forme consentite dall'ordinamento giuridico ritenute più rispondenti ed opportune.
Diversamente opinando, si finirebbe con l’introdurre una ingiustificata limitazione all'esercizio della difesa in giudizio del contribuente, rendendo, comunque, estremamente difficoltosa la tutela giurisdizionale, che dovrebbe impegnarsi in una defatigante ricerca delle copie delle cartelle.
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Quanto alla sussistenza del diritto di accedere alle cartelle di pagamento, benché al contribuente siano state fornite copie degli estratti di ruolo correlativi alle cartelle de quibus, si rileva che il Consiglio di Stato ha chiarito, con riferimento al già più volte citato art. 26, comma 4, del d.P.R. 29.09.1973, n. 602, come con esso il legislatore abbia individuato direttamente un obbligo di custodia degli atti ed un dovere di ostensione su mera richiesta del contribuente.
Le disposizioni sul diritto di accesso risultano pertanto di maggiore definizione e speciali rispetto alla disciplina generale del procedimento amministrativo in quanto, in questo caso, la valutazione sulla sussistenza di un interesse all'esibizione è fatta direttamente dalla legge, e non va più svolta caso per caso. A maggior ragione, quindi, la richiesta del contribuente non può mai essere valutata sotto il profilo della meritevolezza soggettiva da parte del concessionario, obbligato ex lege alla custodia ed all'esibizione, senza che allo stesso residui alcun margine di scelta.
Ciò in quanto “la copia della cartella di pagamento ex se costituisc(e) strumento utile alla tutela giurisdizionale delle ragioni della ricorrente e che la concessionaria non ha quindi alcuna legittimazione a sindacare le scelte difensive eventualmente operate dal privato”.
Va infatti sottolineato come la cartella di pagamento, ossia l'atto di cui il ricorrente ha chiesto l'ostensione, ed il documento ricevuto, intestato "estratto cartella" e stampigliato come "copia conforme dell'estratto di ruolo", siano documenti diversi. In particolare, la cartella esattoriale è prevista dall'art. 25 del d.P.R. 29.09.1973, n. 602 quale documento per la riscossione degli importi contenuti nei ruoli e deve essere predisposta secondo il modello approvato con decreto del Ministero delle Finanze (attualmente con modello approvato dall'Agenzia delle Entrate). Il documento ricevuto dal ricorrente è invece un elaborato informatico formato dall'esattore, sebbene sostanzialmente contenente gli stessi elementi della cartella originale.
La differenza ontologica tra i due documenti non può però essere superata dall'omogeneità contenutistica, omogeneità che peraltro non è stata messa in dubbio dalle parti. La ragione per cui non è permesso all'amministrazione, ed al privato che esercita funzioni pubbliche, di sostituire arbitrariamente il documento richiesto con altro sebbene equipollente deriva espressamente dalla legge 07.08.1990, n. 241, che all'art. 22, lett. d), fornisce la nozione di documento amministrativo e nello stesso contesto, alla lett. a) precisa come il diritto di accesso sia "il diritto degli interessati di prendere visione e di estrarre copia di documenti amministrativi", ossia un diritto di acquisizione di quegli stessi documenti o delle loro copie e non di succedanei.
In questa ottica, la giurisprudenza ha già evidenziato come elemento fondante dell'actio ad exhibendum sia la conformità del documento esibito al privato all'originale, non avendo neppure rilievo scusante l'esistenza per la pubblica amministrazione di impedimenti tecnici.
A maggior ragione, l'accesso documentale non può essere soddisfatto dall'esibizione di un documento che l'amministrazione, e non il privato ricorrente, giudica equipollente.

5.1. Secondo la giurisprudenza di questa Sezione (cfr., tra le molte, TAR Calabria–Catanzaro, Sez. II, 10.07.2014, n. 1358), l'art. 24 l. 07.08.1990, n. 241, nella parte in cui esclude il diritto di accesso con riferimento ai procedimenti tributari, per i quali restano ferme le particolari norme che li regolano, va interpretato nel senso che la inaccessibilità agli atti relativi deve essere ritenuta temporalmente limitata alla fase di mera “pendenza” del procedimento tributario, in quanto non sussistono esigenze di segretezza nella fase che segue la conclusione del procedimento con l'adozione del procedimento definitivo di accertamento dell'imposta dovuta.
Conseguentemente, devesi riconoscersi il diritto di accesso qualora l'amministrazione abbia concluso il procedimento con l'emanazione del provvedimento finale e, quindi, in via generale, deve ritenersi sussistente il diritto di accedere agli atti di un procedimento tributario ormai concluso.
Sotto altro aspetto, va evidenziato che l’interesse del contribuente alla ostensione degli atti propedeutici a procedure di riscossione è riconosciuto anche in via legislativa, mediante la previsione di obblighi in capo al concessionario alla riscossione.
Invero, l’art. 26 d.P.R. 29.09.1973, n. 602, in tema di riscossione delle imposte sul reddito, recita: "Il concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell'avvenuta notificazione o l'avviso del ricevimento ed ha l'obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell'amministrazione".
In particolare, il suddetto articolo ha introdotto due obblighi per la società concessionaria: a) la conservazione per cinque anni e b) l'obbligo di esibizione a richiesta del contribuente.
Ne consegue che, in relazione alla cartella esattoriale, la richiesta di accesso, ai sensi degli artt. 22 ss., l. 07.08.1990, n. 241, si pone come strumentale rispetto alla tutela dei diritti del contribuente in tutte le forme consentite dall'ordinamento giuridico ritenute più rispondenti ed opportune.
Diversamente opinando, si finirebbe con l’introdurre una ingiustificata limitazione all'esercizio della difesa in giudizio del contribuente, rendendo, comunque, estremamente difficoltosa la tutela giurisdizionale, che dovrebbe impegnarsi in una defatigante ricerca delle copie delle cartelle.
5.2. Quanto alla sussistenza del diritto di accedere alle cartelle di pagamento, benché al contribuente siano state fornite copie degli estratti di ruolo correlativi alle cartelle de quibus, si rileva che il Consiglio di Stato (da ultimo con la sentenza Cons. Stato, Sez. IV, 12.05.2014, n. 2422, in precedenza Cons. Stato Sez. IV, 30.11.2009, n. 7486) ha chiarito, con riferimento al già più volte citato art. 26, comma 4, del d.P.R. 29.09.1973, n. 602, come con esso il legislatore abbia individuato direttamente un obbligo di custodia degli atti ed un dovere di ostensione su mera richiesta del contribuente.
Le disposizioni sul diritto di accesso risultano pertanto di maggiore definizione e speciali rispetto alla disciplina generale del procedimento amministrativo in quanto, in questo caso, la valutazione sulla sussistenza di un interesse all'esibizione è fatta direttamente dalla legge, e non va più svolta caso per caso. A maggior ragione, quindi, la richiesta del contribuente non può mai essere valutata sotto il profilo della meritevolezza soggettiva da parte del concessionario, obbligato ex lege alla custodia ed all'esibizione, senza che allo stesso residui alcun margine di scelta.
Ciò in quanto “la copia della cartella di pagamento ex se costituisc(e) strumento utile alla tutela giurisdizionale delle ragioni della ricorrente e che la concessionaria non ha quindi alcuna legittimazione a sindacare le scelte difensive eventualmente operate dal privato” (Cons. Stato Sez. IV, 30.11.2009, n. 7486).
Va infatti sottolineato come la cartella di pagamento, ossia l'atto di cui il ricorrente ha chiesto l'ostensione, ed il documento ricevuto, intestato "estratto cartella" e stampigliato come "copia conforme dell'estratto di ruolo", siano documenti diversi. In particolare, la cartella esattoriale è prevista dall'art. 25 del d.P.R. 29.09.1973, n. 602 quale documento per la riscossione degli importi contenuti nei ruoli e deve essere predisposta secondo il modello approvato con decreto del Ministero delle Finanze (attualmente con modello approvato dall'Agenzia delle Entrate). Il documento ricevuto dal ricorrente è invece un elaborato informatico formato dall'esattore, sebbene sostanzialmente contenente gli stessi elementi della cartella originale.
La differenza ontologica tra i due documenti non può però essere superata dall'omogeneità contenutistica, omogeneità che peraltro non è stata messa in dubbio dalle parti. La ragione per cui non è permesso all'amministrazione, ed al privato che esercita funzioni pubbliche, di sostituire arbitrariamente il documento richiesto con altro sebbene equipollente deriva espressamente dalla legge 07.08.1990, n. 241, che all'art. 22, lett. d), fornisce la nozione di documento amministrativo e nello stesso contesto, alla lett. a) precisa come il diritto di accesso sia "il diritto degli interessati di prendere visione e di estrarre copia di documenti amministrativi", ossia un diritto di acquisizione di quegli stessi documenti o delle loro copie e non di succedanei.
In questa ottica, la giurisprudenza ha già evidenziato come elemento fondante dell'actio ad exhibendum sia la conformità del documento esibito al privato all'originale, non avendo neppure rilievo scusante l'esistenza per la pubblica amministrazione di impedimenti tecnici (Consiglio di Stato, sez. IV, 10.04.2009, n. 2243). A maggior ragione, l'accesso documentale non può essere soddisfatto dall'esibizione di un documento che l'amministrazione, e non il privato ricorrente, giudica equipollente (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 06.10.2014 n. 1607 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Legittimamente l'Amministrazione comunale ingiunge la rimozione di manufatto edilizio insistente su porzione di strada comunale onde rendere fruibile all'uso pubblico il tratto di strada secondo il percorso originario, laddove sia incontestata la natura demaniale della porzione di strada vicinale comunale sul cui sedime è stato realizzato il manufatto edilizio.
L'immanenza dei poteri di polizia demaniale esclude ogni rilevanza all'esistenza di tracciato alternativo e l'interesse pubblico al ripristino dello stato dei luoghi e all'uso pubblico giustifica il provvedimento di rimozione, risultando irrilevante che, per effetto del medesimo provvedimento ripristinatorio, possa avvantaggiarsi terzo privato inciso da tracciato alternativo non conforme a quello originario realizzato proprio in relazione all'usurpazione della porzione della strada vicinale comunale che l'ha sottratta all'uso pubblico.

L'appello in epigrafe è destituito di fondamento giuridico e deve essere rigettato, con la conferma della sentenza gravata.
Infatti, incontestata la natura demaniale della porzione di strada vicinale comunale sul cui sedime è stato realizzato il corpo di fabbrica in ampliamento al preesistente fabbricato, l'immanenza dei poteri di polizia demaniale esclude ogni rilevanza all'esistenza di tracciato alternativo e l'interesse pubblico al ripristino dello stato dei luoghi e all'uso pubblico giustifica il provvedimento impugnato in primo grado, risultando irrilevante che, per effetto del medesimo, possa avvantaggiarsi terzo privato inciso da tracciato alternativo non conforme a quello originario realizzato proprio in relazione all'usurpazione della porzione della strada vicinale comunale che l'ha sottratta all'uso pubblico (massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 03.10.2014 n. 4941 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Permesso prescritto stanato con Google maps. Una sentenza del Tar Toscana.
Non basta aver spianato o soltanto picchettato il terreno dove si vuole edificare l'opera per evitare la decadenza annuale dal permesso ottenuto dal comune: per interrompere la «prescrizione» del titolo abilitativo, infatti, serve un inizio dei lavori vero e proprio, cioè caratterizzato da interventi che denotano un «serio intento» di costruire. E l'amministrazione locale per «stanare» chi non ha cominciato in tempo i lavori assentiti ricorre alle immagini scaricate da Google Maps in modo da provare in modo certo l'intervenuta «prescrizione».

È quanto emerge dalla sentenza 03.10.2014 n. 1515 pubblicata dalla III Sez. del TAR Toscana.
Assunto infondato
Niente da fare per l'ex titolare dell'autorizzazione non sfruttata dopo che il comune ha dichiarato la decadenza per mancato tempestivo avvio dei lavori ai sensi dell'articolo 15 del Testo unico dell'edilizia. Non risultano sufficienti a evitare la «tagliola» dell'ente le mere «verifiche del caso», vale a dire un semplice picchettamento per determinare l'esatta posizione del capannone da realizzare.
In realtà dopo aver rimosso il terreno vengono fuori le rocce, e gli operai sono costretti a fermarsi: troppo presto per poter invocare un regolare inizio dei lavori in base all'articolo 15 del dpr 380/2001, che esclude la sussistenza di effetti interruttivi anche in caso di meri scavi di sondaggio. E altrettanto vale nell'ipotesi di livellamento. L'amministrazione locale porta in giudizio le foto tratte da Google Maps per dimostrare che nell'ottobre 2011 i lavori di cui al permesso di costruire in considerazione non erano ancora stati avviati. Ma prima ancora delle immagini scaricate dal popolare motore di ricerca pesa l'infondatezza dell'assunto del titolare del permesso.
Decorso oggettivo
Inutile invocare il maltempo in Maremma che avrebbe bloccato i lavori. La forza maggiore non può comportare una sospensione legale del termine di inizio e ultimazione dei lavori, al massimo può legittimare una richiesta di proroga da parte dell'interessato: sarà l'ufficio a valutare poi i fatti rappresentati.
Insomma: la decadenza si verifica per l'oggettivo decorso del termine quando il cittadino non presenta un'istanza tempestiva. Nulla per le spese (articolo ItaliaOggi del 09.10.2014).

EDILIZIA PRIVATA: La giurisprudenza ha chiarito che per aversi “inizio dei lavori”, tale da escludere la pronuncia di decadenza nel termine annuale dal rilascio del permesso di costruire, occorre aver dato avvio ad opere che denotino un <serio intento costruttivo>, sicché sono inidonei a configurare un effettivo “inizio dei lavori” il mero spianamento del terreno o meri scavi di sondaggio o anche la “mera picchettatura” del terreno interessato dalla costruzione e il suo livellamento.
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La presenza di elementi di “forza maggiore” che avrebbero impedito l’avvio tempestivo dei lavori nei termini di legge non può comportare una sospensione legale del termine di inizio e ultimazione dei lavori, semmai potendo legittimare una richiesta di proroga da parte dell'interessato all’Amministrazione, cui seguirà una valutazione dei fatti rappresentati da parte dell’ufficio pubblico competente.
Ne segue che la decadenza si verifica invece per l'oggettivo decorso del termine quando, come nel caso in esame, l'interessato non abbia presentato una tempestiva istanza di proroga del termine rappresentato all’Amministrazione l’essersi verificati fatti oggettivamente impeditivi all’avvio dei lavori.

6 – Con il primo mezzo parte ricorrente evidenzia che non sussisterebbero nella specie i presupposti per la declaratoria di decadenza del permesso di costruire, avendo essa avviato l’inizio dei lavori nel termine annuale, da computarsi dalla data di ritiro del permesso di costruire, e contestando parte ricorrente gli accertamenti svolti dall’Amministrazione e i profili probatori sui quali la parte pubblica fonda il proprio assunto di mancato avvio dei lavoro nell’anno (in particolare le fotografie tratte da Google Maps).
La censure è infondata.
Rileva il Collegio che non vi è neppure necessità di affrontare la questione, sulla quale la ricorrente si diffonde, relativa alla idoneità delle fotografie tratte da Internet a dimostrare che nell’ottobre 2011 i lavori di cui al permesso di costruire in considerazione non sarebbero ancora stati avviati; infatti tale questione è superata dalla infondatezza dell’assunto stesso di parte ricorrente secondo cui l’avvio di esecuzione che essa avrebbe posto in essere nei primi giorni di gennaio 2011 sarebbe idoneo ad escludere la pronuncia di decadenza; infatti parte ricorrente afferma di aver posto in essere in quel periodo “i primi lavori necessari, ovvero il picchettamento per determinare l’esatta posizione del nuovo capannone”, aggiungendo che “si evidenziava quasi subito, tolto il primo strato terroso, che vi era stata una sottovalutazione di quello pietroso inferiore”, affermando quindi il compimento di operazioni che, alla luce delle costante elaborazione giurisprudenziale, non risultano sufficienti a integrare “l’inizio dei lavori” di cui alla’art. 15 del DPR n. 380 del 2001.
La giurisprudenza ha infatti chiarito che per aversi “inizio dei lavori”, tale da escludere la pronuncia di decadenza nel termine annuale dal rilascio del permesso di costruire, occorre aver dato avvio ad opere che denotino un <serio intento costruttivo>, sicché sono inidonei a configurare un effettivo “inizio dei lavori” il mero spianamento del terreno o meri scavi di sondaggio o anche la “mera picchettatura” del terreno interessato dalla costruzione e il suo livellamento (TAR Torino, sez. 1^, 03.01.2014, n. 2), che è quanto la ricorrente afferma di aver effettuato nella specie.
7 – Con il secondo mezzo parte ricorrente evidenzia le avversità che le hanno impedito di procedere più speditamente all’avvio dei lavori, come il rinvenimento di strati pietrosi o la pessima situazione metereologica che ha interessato la Maremma.
La censura è infondata.
Nella sostanza la ricorrente invoca la presenza di elementi di “forza maggiore” che le avrebbero impedito l’avvio tempestivo dei lavori. Osserva tuttavia il Collegio che la forza maggiore non può comportare una sospensione legale del termine di inizio e ultimazione dei lavori, semmai potendo legittimare una richiesta di proroga da parte dell'interessato all’Amministrazione, cui seguirà una valutazione dei fatti rappresentati da parte dell’ufficio pubblico competente; ne segue che la decadenza si verifica invece per l'oggettivo decorso del termine quando, come nel caso in esame, l'interessato non abbia presentato una tempestiva istanza di proroga del termine rappresentato all’Amministrazione l’essersi verificati fatti oggettivamente impeditivi all’avvio dei lavori (Cons. St., sez. 3^, 03.04.2013, n. 1870).
8 – Alla luce delle considerazioni che precedono il ricorso deve essere respinto (TAR Toscana, Sez. II, sentenza 03.10.2014 n. 1515 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA1. L'installazione di canna fumaria a servizio di attività di ristorazione va ricondotto nel novero dei lavori di ristrutturazione edilizia di cui all'articolo 3, comma 1, lettera d), del D.P.R. n. 380 del 2001, realizzati tramite inserimento di nuovi elementi ed impianti, e, dunque, soggetto al regime del permesso di costruire, ai sensi dell'articolo 10, comma primo, lettera c), dello stesso D.P.R. n. 380/2001 laddove comporti una modifica del prospetto del fabbricato cui inerisce.
2. In tema di installazione di canne fumarie, è necessario il previo rilascio del permesso di costruire, qualora esse non si presentino di piccole dimensioni, siano di palese evidenza rispetto alla costruzione e alla sagoma dell'immobile, e non possano considerarsi un elemento meramente accessorio, ovvero di ridotta e aggiuntiva destinazione pertinenziale, come tale assorbito o occultato dalla preesistente struttura dell'immobile.

Osserva il Collegio che l'intervento in esame deve ritenersi riconducibile ai lavori di ristrutturazione edilizia di cui all'articolo 3, comma 1, lettera d), del D.P.R. n. 380 del 2001, realizzati tramite inserimento di nuovi elementi ed impianti, e, dunque, soggetto al regime del permesso di costruire, ai sensi dell'articolo 10, comma primo, lettera c), dello stesso D.P.R. laddove comporti, come nel caso di specie, una modifica del prospetto del fabbricato cui inerisce, peraltro riscontrabile dalle riproduzioni fotografiche in atti.
Occorre inoltre sul punto ricordare che, nel caso delle canne fumarie, la giurisprudenza ha ravvisato la necessità del previo rilascio del permesso di costruire, qualora esse non si presentino di piccole dimensioni, siano di palese evidenza rispetto alla costruzione e alla sagoma dell'immobile, e non possano considerarsi un elemento meramente accessorio, ovvero di ridotta e aggiuntiva destinazione pertinenziale, come tale assorbito o occultato dalla preesistente struttura dell'immobile.
Nel caso di specie, dalle riproduzioni fotografiche depositate in atti, la canna fumaria installata sull'edificio in esame per dimensioni, altezza, relativa conformazione, risulta incidere notevolmente sul prospetto e la sagoma della costruzione su cui è installata.
D’altro canto non risulta dagli atti la prova che la canna fumaria in questione abbia sostituito –come sostiene il ricorrente- una canna fumaria precedente (della cui esistenza il ricorrente fa unicamente cenno nel ricorso, ma non nella domanda di condono), né risultano le dimensioni e la precisa localizzazione di quest’ultima.
In ogni caso, anche se se si trattasse effettivamente di sostituzione di una canna fumaria avente le stesse dimensioni e identica localizzazione rispetto alla precedente, l’intervento andrebbe considerato di manutenzione straordinaria, soggetto comunque anch’esso a sanatoria, come dispone l’allegato 1 del d.l. 269/2003 (massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - TAR Lazio-Roma, Sez. II-quater, sentenza 02.10.2014 n. 10134 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, qualora una variante urbanistica riguardi beni specifici ed incida direttamente su determinati soggetti, come nel caso di specie, essa ha carattere particolare, così che la pubblica amministrazione ha l'obbligo di notificare direttamente agli interessati il provvedimento e solo da tale adempimento decorre il termine di impugnazione e non dal perfezionamento della fase di pubblicazione degli atti.
E’ infondata anche l'eccezione di tardività del ricorso NRG. 1551 del 1998, con cui le ricorrenti hanno impugnato in primo grado la delibera di Giunta regionale n. 2759 del 27.05.1987, per essere stato lo stesso proposto soltanto l'08.04.1998, ben oltre il termine di sessanta giorni decorrente dall'avvenuta pubblicazione sul bollettino ufficiale regionale.
Precisato che con il predetto ricorso era stata impugnata in parte qua la delibera di approvazione della variante al piano regolatore generale recante la ritipizzazione di alcun aree, tra cui quelle sulle quali era stato assentito l'intervento edilizio di cui alla concessione edilizia n. 255 del 18.11.1991, occorre rilevare che, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, qualora una variante urbanistica riguardi beni specifici ed incida direttamente su determinati soggetti, come nel caso di specie, essa ha carattere particolare, così che la pubblica amministrazione ha l'obbligo di notificare direttamente agli interessati il provvedimento e solo da tale adempimento decorre il termine di impugnazione e non dal perfezionamento della fase di pubblicazione degli atti (Cons. St., sez, VI, 03.03.2014, n. 595; 15.12.2009, n. 7963; sez. IV, 22.08.2013, n. 4243; 15.02.2013, n. 922)
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 02.10.2014 n. 4933 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La concessione edilizia in deroga, com'è noto, si differenzia radicalmente, sia dal punto di vista procedimentale che da quello sostanziale, rispetto alla ordinaria concessione edilizia, che consente all'Amministrazione di esercitare un potere ampiamente discrezionale per perseguire un interesse pubblico ritenuto preminente, consistente nella disapplicazione di una norma a una fattispecie concreta, che pure presenta tutti gli elementi per essere assoggettata alla disciplina da essa dettata e che, costituendo una vera decisione urbanistica rientra nella competenza esclusiva del Consiglio comunale.
Devono essere innanzitutto respinte le censure sollevate con i motivi aggiunti notificati il 13.12.2014, puntualmente riproposti con l'appello principale, concernenti l'asserita illegittimità della concessione edilizia n. 255 del 18.11.1991 rilasciata alla società Sud Costruzioni s.r.l. e della successiva concessione -per variante in corso d’opera ed intestazione– n. 88 del 29.01.1993, rilasciata alla società Rubino G. & P. s.n.c., per la mancata approvazione del progetto delle realizzande residenze universitarie da parte del Consiglio Comunale di Bari e per la mancata predisposizione e approvazione della convenzione per il corretto utilizzo delle stesse.
Invero, ancorché la concessione edilizia n. 255 del 18.11.1991 (e la successiva n. 88 del 29.01.1993) riguardi la realizzazione di un edificio di interesse pubblico, tali potendo essere qualificate le residenze universitarie, non può tuttavia negarsi che né nella richiesta di rilascio della concessione, né in quest'ultima (e nella successiva variante) si riscontra un sia pur minimo accenno alla circostanza che si tratti di una concessione edilizia in deroga, che, com'è noto, si differenzia radicalmente, sia dal punto di vista procedimentale che da quello sostanziale, rispetto alla ordinaria concessione edilizia, che consente all'Amministrazione di esercitare un potere ampiamente discrezionale per perseguire un interesse pubblico ritenuto preminente, consistente nella disapplicazione di una norma a una fattispecie concreta, che pure presenta tutti gli elementi per essere assoggettata alla disciplina da essa dettata (Cons. St, sez.. IV, 23.07.2009, n. 4664) e che, costituendo una vera decisione urbanistica rientra nella competenza esclusiva del Consiglio comunale
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 02.10.2014 n. 4933 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Se è vero che le scelte urbanistiche in ordine alla zonizzazione del territorio costituiscono tipica espressione del potere discrezionale di cui è titolare l’amministrazione per il corretto uso del territorio che non necessita di altra motivazione, al di là del richiamo ai criteri tecnico–urbanistici seguiti nell’impostazione del piano e rinvenibili nella relazione di accompagnamento al piano regolamento generale, d’altra parte un preciso onere di motivazione si impone quando le scelte urbanistiche diano vita ad una variante specifica riguardanti beni specifici ed incidano quindi su posizioni giuridicamente differenziare ovvero.
Sussiste infatti il dedotto difetto di motivazione dell’impugnata variante, dovendo al riguardo rilevarsi che se è vero che le scelte urbanistiche in ordine alla zonizzazione del territorio costituiscono tipica espressione del potere discrezionale di cui è titolare l’amministrazione per il corretto uso del territorio che non necessita di altra motivazione, al di là del richiamo ai criteri tecnico–urbanistici seguiti nell’impostazione del piano e rinvenibili nella relazione di accompagnamento al piano regolamento generale, d’altra parte un preciso onere di motivazione si impone quando le scelte urbanistiche diano vita ad una variante specifica riguardanti beni specifici ed incidano quindi su posizioni giuridicamente differenziare ovvero (ex multis, Cons. St., sez. IV, 24.01.2013, n 431; 04.06.2013, n. 3055)
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 02.10.2014 n. 4933 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

INCARICHI PROGETTAZIONE: Appalti, conta la data di pubblicazione del bando.
Nelle gare di appalto pubbliche la verifica sui cinque anni di abilitazione del giovane professionista va effettuata rispetto alla data di pubblicazione del bando e non alla scadenza del termine di presentazione delle offerte.

È quanto afferma il Consiglio di Stato, Sez. V, con la sentenza 02.10.2014 n. 4929 prendendo in esame, per un appalto integrato, un'eccezione sui requisiti soggettivi del cosiddetto «giovane professionista» che deve essere sempre presente nei raggruppamenti temporanei di progettisti.
Al riguardo l'art. 90, comma 7, del codice dei contratti pubblici si limita a rinviare al regolamento attuativo (dpr 207/2010) e quest'ultimo (art. 253, comma 5) stabilisce che occorre garantire nel raggruppamento temporaneo la «presenza di un professionista, abilitato all'esercizio della professione da meno di cinque anni» che dovrà svolgere la funzione di «progettista».
Nel caso di specie il professionista indicato risultava iscritto all'albo degli ingegneri, alla data di scadenza della presentazione delle offerte, da più di cinque anni (e quindi da più di cinque anni abilitato). I giudici, chiamati a chiarire a quale termine si dovesse fare riferimento per verificare la scadenza dei cinque anni, in assenza di indicazioni né nel codice, né nel citato articolo 253, richiamano quanto previsto nell'allegato L del dpr 207 per sostenere che la verifica va effettuata al momento della pubblicazione del bando di gara.
Infatti l'allegato al regolamento afferma che per tutti i concorrenti il punteggio è incrementato del 5% qualora sia presente quale progettista nel candidato almeno un professionista che, alla data di pubblicazione del bando di cui all'articolo 264, abbia ottenuto l'abilitazione all'esercizio professionale da non più di cinque anni.
Per i giudici, quindi, la previsione regolamentare, nell'indicare quale termine non quello di scadenza per la presentazione delle offerte, ma quello della data di pubblicazione del bando, risponde a una logica di ampliamento del bacino di soggetti che possono utilizzare il giovane professionista e così facendo incrementa le possibilità di partecipazione a favore dei giovani professionisti «rispetto a un lasso temporale di cinque anni, che appare abbastanza ristretto» (articolo ItaliaOggi del 09.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’ordinanza di demolizione e rimozione di abusi edilizi (oltre che di rimessione in pristino dello stato dei luoghi), costituisce un atto dovuto in mera dipendenza dall'accertamento della relativa realizzazione e dalla riconducibilità del medesimo ad una delle fattispecie d'illecito previste dalla legge, che esclude la necessità di una sua particolare motivazione (essendo in tal senso sufficiente la rappresentazione del carattere illecito dell'opera realizzata), né una previa espressa comparazione tra l'interesse pubblico alla rimozione dell'opera, che è in re ipsa, e quello privato alla relativa conservazione.
Il carattere vincolato dell’ordinanza impugnata rispetto al diniego di sanatoria rende priva di fondamento giuridico anche la censura con cui è stata lamentata la mancata acquisizione, ai fini dell’emanazione dell’ordinanza impugnata, del nuovo ed ulteriore parere della commissione edilizia comunale, trattandosi di un’attività procedimentale inutile ed irrilevante.

Per di più, va richiamato il consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo cui l’ordinanza di demolizione e rimozione di abusi edilizi (oltre che di rimessione in pristino dello stato dei luoghi), costituisce un atto dovuto in mera dipendenza dall'accertamento della relativa realizzazione e dalla riconducibilità del medesimo ad una delle fattispecie d'illecito previste dalla legge, che esclude la necessità di una sua particolare motivazione (essendo in tal senso sufficiente la rappresentazione del carattere illecito dell'opera realizzata), né una previa espressa comparazione tra l'interesse pubblico alla rimozione dell'opera, che è in re ipsa, e quello privato alla relativa conservazione (ex multis, Cons. St., sez. V, 13.03.2014, n. 1230; 30.06.2014, n. 3282; sez. IV, 28.04.2014, n. 2194; sez. VI, 11.11.2013, n. 5368; 11.12.2013, n. 5943).
Il carattere vincolato dell’ordinanza impugnata rispetto al diniego di sanatoria rende priva di fondamento giuridico anche la censura con cui è stata lamentata la mancata acquisizione, ai fini dell’emanazione dell’ordinanza impugnata, del nuovo ed ulteriore parere della commissione edilizia comunale, trattandosi di un’attività procedimentale inutile ed irrilevante (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 02.10.2014 n. 4926 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA1. Il principio delle certezza delle situazioni giuridiche e di tutela di tutti gli interessati deve far ritenere che non si possa lasciare il soggetto titolare di un permesso edilizio nella perdurante incertezza circa la sorte del proprio titolo, perché, nelle more, il ritardo nell'impugnazione da parte di chi vi abbia interesse (nel caso di specie i vicini confinanti) si risolverebbe in un danno aggiuntivo connesso all'ulteriore avanzamento dei lavori, che ex post potrebbero essere dichiarati illegittimi.
2. Il principio della certezza delle situazioni giuridiche è posto a tutela di tutte le parti, direttamente o indirettamente interessate al provvedimento, ivi compreso, naturalmente, anche l’interesse del soggetto titolare del permesso di costruire, eventualmente illegittimo, a non realizzare affatto una costruzione che sia suscettibile di un futuro abbattimento.
3. Qualora sia oggetto di contestazione la stessa astratta possibilità di edificare in un certo terreno la mera conoscenza dell'iniziativa in corso appare elemento sufficiente ed essenziale ai fini dell'identificazione del dies a quo per l'impugnazione.
4. Chi assume essere intervenuta violazione di un vincolo di inedificabilità ha il preciso dovere di tutelare senza indugio i propri interessi legittimi, né è a tal fine indispensabile, ai fini della decorrenza del termine di impugnazione, che sia necessaria la conoscenza di tutti gli elementi del permesso di costruire, essendo sufficiente che sia nota l'esistenza e la lesività del titolo, dato che resta sempre salva la possibilità di proporre motivi aggiunti, qualora dalla conoscenza integrale del provvedimento e degli atti presupposti emergano ulteriori profili di illegittimità.
5. Se il principio cardine cui ancorare la conoscenza piena è da individuarsi nell' ultimazione dei lavori, è anche vero che questo principio non può essere invocato da chi assume che l'intervento edilizio sia ex se lesivo, in relazione alla presenza di vincoli (anche distanze), in quanto in tal caso la lesività è immediatamente percepibile all'atto dell'inizio delle attività di cantiere.
6. Allorquando il proprietario di fondo confinante con area interessata da intervento edilizio censuri, dinanzi al GA, titoli edilizi per violazione delle prescrizioni generali in materia di distanze di cui al D.M. 1444/1968, va tenuto conto -al fine di vagliare la tempestività del ricorso in sede giurisdizionale- della specificità delle suddette censure, che attengono a profili di illegittimità suscettibili di apprezzamento in ragione del mero inizio dell’attività costruttiva. In tale ipotesi è tardivamente proposto il ricorso in sede giurisdizionale, laddove risulti attestato da verbale di sopralluogo di Polizia Municipale che, ben oltre 60 giorni prima dalla proposizione del ricorso, erano già state erette le mura perimetrali del contestato edificio, per cui, anche se i lavori non risultavano ancora ultimati, era di facile rilevazione la difformità dell'opera dai limiti sulle distanze tra edifici invocati dal ricorrente.

L'appello è infondato e va respinto.
Appare utile esaminare, preliminarmente, il primo motivo di censura, con il quale gli appellanti lamentano l'erroneità della sentenza del TAR Veneto, laddove il tribunale ha ritenuto irricevibile il ricorso in primo grado per tardività, deducendo essi, che il verbale della polizia municipale non sarebbe elemento sufficiente a provare la piena conoscenza, fin dal febbraio 2002, da parte dei proprietari degli immobili siti nei fondi finitimi, dell'avanzato stato di realizzazione dell'opera e dunque della lesività della concessione edilizia rilasciata alla società Perale Edilizia s.r.l..
Orbene, la censura non può trovare accoglimento, atteso che, come evidenziato dal TAR, i provvedimenti dell'amministrazione originariamente censurati, attengono "alla violazione delle prescrizioni generali in materia di distanze di cui al D.M. 1444/1968 ed alla L.R. n. 61/1985, art. 23”. Se si tiene conto della specificità delle suddette censure, che attengono a profili di illegittimità suscettibili di apprezzamento in ragione del mero inizio dell’attività costruttiva, il ricorso e i motivi aggiunti appaiono tardivamente proposti, in quanto, così come risulta attestato dal verbale di sopralluogo dei VV.UU. del 01.02.2002, a tale epoca risultavano già erette le mura perimetrali del piano terra e del primo piano, per cui, anche se i lavori non risultavano ancora ultimati, era di facile rilevazione la difformità dell'opera dai limiti sulle distanze tra edifici invocati dai ricorrenti".
Al riguardo, questo Consiglio di Stato ha costantemente affermato che il principio delle certezza delle situazioni giuridiche e di tutela di tutti gli interessati, deve far ritenere che non si possa lasciare il soggetto titolare di un permesso edilizio nella perdurante incertezza circa la sorte del proprio titolo, perché, nelle more, il ritardo nell'impugnazione da parte di chi vi abbia interesse (nel caso di specie i vicini confinanti) si risolverebbe in un danno aggiuntivo connesso all'ulteriore avanzamento dei lavori, che ex post potrebbero essere dichiarati illegittimi.
Il principio della certezza delle situazioni giuridiche è, infatti, posto a tutela di tutte le parti,direttamente o indirettamente interessate al provvedimento, ivi compreso, naturalmente, anche l’interesse del soggetto titolare del permesso di costruire, eventualmente illegittimo, a non realizzare affatto una costruzione che sia suscettibile di un futuro abbattimento.
Conseguentemente, qualora sia oggetto di contestazione la stessa astratta possibilità di edificare in un certo terreno, e non solo, come nel caso di specie, le distanze tra edifici, la mera conoscenza dell'iniziativa in corso appare elemento sufficiente ed essenziale ai fini dell'identificazione del dies a quo per l'impugnazione.
Pertanto, chi assume essere intervenuta violazione di un vincolo di inedificabilità, specie se di contenuto parziale, ha il preciso dovere di tutelare senza indugio i propri interessi legittimi, né è a tal fine indispensabile, ai fini della decorrenza del termine di impugnazione, che sia necessaria la conoscenza di tutti gli elementi del permesso di costruire, essendo sufficiente che sia nota l'esistenza e la lesività del titolo, dato che resta sempre salva la possibilità di proporre motivi aggiunti, qualora dalla conoscenza integrale del provvedimento e degli atti presupposti emergano ulteriori profili di illegittimità (cfr. Consiglio di Stato, sez, V, 12.07.2010, n. 4482).
In definitiva, se il principio cardine cui ancorare la conoscenza piena è da individuarsi nell' ultimazione dei lavori, è anche vero che questo principio non può essere invocato da chi assume che l'intervento edilizio sia ex se lesivo, in relazione alla presenza di vincoli (anche distanze), in quanto in tal caso la lesività è immediatamente percepibile all'atto dell'inizio delle attività di cantiere.
Nel caso in esame, un ritardo di diversi mesi dal giorno in cui (01.02.2002) veniva accertata l'esecuzione di lavori non assentiti, certamente già da tempo in corso, non può essere considerato un comportamento diligente.
La parte ricorrente in primo grado ha evidentemente fatto luogo ad attività alquanto dilatorie, mentre avrebbe dovuto senz'altro attivarsi tempestivamente.
In definitiva, si deve concludere che il ricorso in primo grado è stato tardivamente notificato il 07.06.2002, in quanto l'asserita illegittimità dell'attività costruttiva era immediatamente percepibile dagli appellanti fin dal momento in cui i lavori del rustico erano stati completati (massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 02.10.2014 n. 4901 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ruderi da ricostruire: non bastano le tracce. Cassazione. Circoscritto il Dl del fare.
Più difficile ricostruire ruderi, se mancano segni concreti della preesistenza
: lo sottolinea la Corte di Cassazione, Sez. III penale, con sentenza 30.09.2014 n. 40342.
La questione si è posta all'indomani dell'entrata in vigore del "decreto del fare" (69/2013). L'articolo 30, modificando l'articolo 3 del Tu edilizia 380/2001, colloca le ricostruzioni tra gli interventi di ristrutturazione edilizia, sottraendoli alla più complessa ristrutturazione urbanistica. La norma del 2013 richiede, per ricostruire, una generica possibilità di accertare la preesistente consistenza: basterebbero, quindi, generici rilievi desunti da quelli depositati presso uffici pubblici (catasto) o addirittura le fotografie da album personali, per poter dimostrare una preesistenza e quindi ripristinare superfici e volumi.
Ciò ha reso di colpo appetibili tutte le aree con ruderi, spesso testimonianze di manufatti un tempo particolarmente consistenti. L'unico limite starebbe nei vincoli ambientali paesaggistici, ma per le zone non vincolante, un rudere poteva diventare l'inizio di una ritrovata edificabilità.
Ora la Cassazione adotta un'interpretazione restrittiva, esigendo la presenza dei connotati essenziali di un edificio (pareti, solai e tetto), in modo che possa essere determinata la volumetria, ovvero che essa possa essere oggettivamente desunta da apposita documentazione storica o attraverso una verifica dimensionale sul luogo.
In precedenza, si richiedeva che il rudere consentisse l'individuazione dei connotati essenziali di un edificio, senza che fosse necessario dimostrarne l'abitazione: è stata così ritenuta sufficiente un'immagine desunta da Google maps (Tar Catanzaro 443/2014), oppure la riconoscibilità dell'originaria area attraverso residui e segmenti consistenti del muro perimetrale (Consiglio di Stato 735/2014).
Non bastano quindi «poche pietre in un declivio erboso» (Tribunale di Trento 306/2013), e nemmeno può recuperarsi ciò che era stato demolito cinquant'anni prima (Consiglio giustizia amministrativa 1200/2010). Non ci sono invece problemi se sono crollati il tetto e uno o più solari: la ricostruzione in questi casi deve rispettare la sagoma dell'edificio preesistente. Sagoma che tuttavia può contenere una maggiore superficie rispetto a quella del passato
 (articolo Il Sole 24 Ore dell'11.10.2014).

PATRIMONIO: E' illegittimo il Regolamento comunale di Polizia mortuaria laddove riserva al comune stesso l’attività di fornitura e posa delle lastre di chiusura di colombari e cellette, dei relativi arredi votivi e decorazioni funebri.
La disciplina comunitaria in materia di rapporto tra libero mercato e disciplina dei servizi di interesse economico generale, prevede che l’amministrazione possa concedere diritti esclusivi ad un’impresa pubblica o privata soltanto qualora il libero confronto concorrenziale sia di ostacolo alla missione affidata a tale impresa.
Nel caso di specie, al di là della questione se i lavori oggetto di appalto siano da considerarsi resi all’interno di un disegno complessivo di servizio pubblico, il comune ha ritenuto di “chiudere” il mercato, seppure all’esito di una gara ad evidenza pubblica, per motivazioni di natura estetica, oltre che per tutelare un’esigenza di risparmio nei costi di sepoltura.
Tuttavia, la rimozione di manufatti lapidei, le incisioni e forniture di arredi e lastre per colombari e cellette, nonché le conseguenti riparazioni manutentive, non appaiono configurarsi alla stregua di lavori che debbano per loro natura essere svolti da un unico soggetto in esclusiva.
Invero, da un lato, le ragioni di uniformità estetiche possono essere perseguite tramite l’imposizione di prescrizioni all’atto del rilascio delle singole autorizzazioni, dall’altro, non è affatto scontato, né è stato nel caso di specie dimostrato, che la tariffa praticata dall’unico concessionario determini un risparmio di spesa rispetto alle tariffe che applicherebbero soggetti operanti in concorrenza tra di loro. Appare anzi vero il contrario, salvo non voler contestare in radice le ragioni fondanti l’istituzione del libero mercato, tra cui, per l’appunto, quella di garantire, in regime di normalità, un abbassamento dei prezzi tramite il gioco della concorrenza.
Non sussistendo dunque nel caso in esame alcuna ragionevole motivazione tale da indurre il comune alla chiusura del mercato, gli atti di gara descritti in epigrafe vanno annullati, in conseguenza della illegittimità dei commi 3 e 4 dell’art. 70 del regolamento di Polizia mortuaria del comune, nella parte in cui riservano al comune stesso l’attività di fornitura e posa delle lastre di chiusura di colombari e cellette, dei relativi arredi votivi e decorazioni funebri.

Venendo infine al nucleo centrale delle contestazioni dedotte nel ricorso (primo motivo), la società Fratelli Ferrario sostiene che in ambito cimiteriale la normativa di riferimento riserverebbe alla cura del soggetto pubblico unicamente le funzioni preordinate alla tutela di esigenze pubblicistiche di carattere igienico-sanitario, di sicurezza e di ordine pubblico legare alla sepoltura e al culto dei defunti, e che esulerebbe da tale riserva la fornitura e posa in opera di arredi funebri, trattandosi di attività commerciali e imprenditoriali integralmente sottoposte al regime di libera commerciale.
Deduce, altresì, la ricorrente, che non sono oggetto di impugnazione, nel presente giudizio, le previsioni del regolamento comunale di polizia mortuaria del comune di Busto Arsizio afferenti alla caratteristiche morfologiche ed estetiche delle lastre, bensì le previsioni che configurano una riserva esclusiva all’amministrazione per la fornitura e la posa degli stessi.
Dal canto loro, Agesp Servizi S.r.l. e l’amministrazione resistente hanno dedotto che le uniche opere riservate al comune sarebbero le lastre di chiusura di colombari e cellette, e che ciò sarebbe necessario per specifiche e comprensibili ragioni di uniformazione estetica, oltre che per tutelare un’esigenza di risparmio nei costi di sepoltura.
Ad ogni modo, secondo le resistenti, la concessione del servizio sarebbe avvenuta a seguito di gara finalizzata “a compulsare il mercato alla ricerca delle migliori condizioni che questo è in grado di esprimere in un determinato contesto territoriale e momento storico”.
Ritiene il Collegio che la tesi della ricorrente sia fondata.
La disciplina comunitaria in materia di rapporto tra libero mercato e disciplina dei servizi di interesse economico generale, prevede che l’amministrazione possa concedere diritti esclusivi ad un’impresa pubblica o privata soltanto qualora il libero confronto concorrenziale sia di ostacolo alla missione affidata a tale impresa.
Nel caso di specie, al di là della questione se i lavori oggetto di appalto siano da considerarsi resi all’interno di un disegno complessivo di servizio pubblico, il comune di Busto Arsizio ha ritenuto di “chiudere” il mercato, seppure all’esito di una gara ad evidenza pubblica, per motivazioni di natura estetica, oltre che per tutelare un’esigenza di risparmio nei costi di sepoltura.
Tuttavia, la rimozione di manufatti lapidei, le incisioni e forniture di arredi e lastre per colombari e cellette, nonché le conseguenti riparazioni manutentive, non appaiono configurarsi alla stregua di lavori che debbano per loro natura essere svolti da un unico soggetto in esclusiva.
Invero, da un lato, le ragioni di uniformità estetiche possono essere perseguite tramite l’imposizione di prescrizioni all’atto del rilascio delle singole autorizzazioni, dall’altro, non è affatto scontato, né è stato nel caso di specie dimostrato, che la tariffa praticata dall’unico concessionario determini un risparmio di spesa rispetto alle tariffe che applicherebbero soggetti operanti in concorrenza tra di loro. Appare anzi vero il contrario, salvo non voler contestare in radice le ragioni fondanti l’istituzione del libero mercato, tra cui, per l’appunto, quella di garantire, in regime di normalità, un abbassamento dei prezzi tramite il gioco della concorrenza.
Non sussistendo dunque nel caso in esame alcuna ragionevole motivazione tale da indurre il comune alla chiusura del mercato, gli atti di gara descritti in epigrafe vanno annullati, in conseguenza della illegittimità dei commi 3 e 4 dell’art. 70 del regolamento di Polizia mortuaria del comune di Busto Arsizio, nella parte in cui riservano al comune stesso l’attività di fornitura e posa delle lastre di chiusura di colombari e cellette, dei relativi arredi votivi e decorazioni funebri (TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 24.09.2014 n. 2378 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAQuesto Tribunale ha precisato che la soprintendenza deve esprimere il proprio parere -in ordine ad una istanza di compatibilità paesaggistica- entro novanta giorni dalla ricezione degli atti, e qualora non provveda nel termine perentorio ad essa assegnato il parere non ha più portata obbligatoria e vincolante e l’amministrazione deve motivare autonomamente a prescindere dall’eventuale portata del parere tardivo.
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È stato osservato che “la mancata osservanza, da parte della Soprintendenza, del termine perentorio previsto ex lege per il rilascio del parere di compatibilità paesaggistica, non determina l'illegittimità del parere reso oltre il termine previsto. Semplicemente, quest'ultimo perde il carattere vincolante impresso dalla legge, proprio perché si colloca al di fuori del quadro normativo, ma costituisce sempre un elemento del procedimento che l'amministrazione deve valutare, potendosene motivatamente discostare.
A tale conclusione porta:
a) la previsione di un termine espressamente definito come perentorio dalla norma e quindi il rilievo attribuito dalla legge all'intervento dell'atto nel termine prescritto;
b) l'assenza di una previsione analoga a quella dell'art. 146, nono comma, del d.lgs. n. 42 del 2004, che circoscrive il lasso di tempo oltre il quale l'amministrazione può procedere indipendentemente dall'apporto della Soprintendenza;
c) il rilievo che l'ordinamento attribuisce all'intervento consultivo nelle materie ambientale, paesistica-territoriale, della salute dei cittadini.
Il punto di mediazione fra le esigenze di celerità dell'azione amministrativa, tutelate con la perentorietà del termine, e di valutazione degli specifici interessi da parte degli "enti o organi specifici" è costituito, quindi, dalla permanenza del potere del Soprintendente di fornire il proprio apporto anche oltre il termine perentorio e dal dovere dell'amministrazione di tenerne conto, senza tuttavia esserne vincolata, e senza la necessità di dover attendere un lasso di tempo determinato dopo lo scadere del termine assegnato dalla legge al Soprintendente”.

... per l'annullamento:
- dell'atto 04/04/2014 prot. n. 3 dell'U.T.C. del Comune di Otranto, con il quale il Responsabile del procedimento ha respinto l'istanza di accertamento della compatibilità paesaggistica in sanatoria, ai sensi degli artt. 167 e 181 del D.Lgs. n. 42/2004, per la realizzazione di "ripari ombreggianti di facile rimozione e temporanei a servizio di un bar su suolo pubblico in concessione alla via Bastione dei Pelasgi";
- della nota 19/03/2014 prot. n. 4008 del MiBAC - Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici delle Province di Lecce, Brindisi e Taranto, con la quale è stato espresso parere di non compatibilità paesaggistica delle strutture realizzate dalla società ricorrente;
- della nota 04/04/2014 prot., n. 3413 dell'U.T.C. del Comune di Otranto, ricevuta dalla società ricorrente in data 08/04/2014, con la quale il Responsabile del procedimento ha comunicato ed allegato il provvedimento di diniego;
- della nota 15/04/2014 prot. n. 3812 dell'U.T.C. del Comune di Otranto, con la quale il Responsabile dell'Area Tecnica ha comunicato l'avvio del procedimento ai sensi degli artt. 7 e 8 della legge n. 241/1990 per l'adozione dei provvedimenti definitivi relativi alla rimozione dei ripari ombreggianti di che trattasi;
- dell'ordinanza 27/5/2014 n. 257, notificata in data 06/06/2014, con cui il Responsabile dell'area Tecnica del Comune di Otranto ha ingiunto la rimozione, entro 20 gg., della struttura installata;
...
Il ricorso è fondato.
L’amministrazione ha negato l’autorizzazione paesaggistica ponendo a fondamento del proprio diniego il parere negativo della soprintendenza.
Questo Tribunale ha precisato che la soprintendenza deve esprimere il proprio parere entro novanta giorni dalla ricezione degli atti, e qualora non provveda nel termine perentorio a lei assegnato il parere non ha più portata obbligatoria e vincolante e l’amministrazione deve motivare autonomamente a prescindere dall’eventuale portata del parere tardivo (Tar Lecce, sez. I, 15.06.2011, n. 1069).
È stato osservato che “la mancata osservanza, da parte della Soprintendenza, del termine perentorio previsto ex lege per il rilascio del parere di compatibilità paesaggistica, non determina l'illegittimità del parere reso oltre il termine previsto. Semplicemente, quest'ultimo perde il carattere vincolante impresso dalla legge, proprio perché si colloca al di fuori del quadro normativo, ma costituisce sempre un elemento del procedimento che l'amministrazione deve valutare, potendosene motivatamente discostare.
A tale conclusione porta: a) la previsione di un termine espressamente definito come perentorio dalla norma e quindi il rilievo attribuito dalla legge all'intervento dell'atto nel termine prescritto; b) l'assenza di una previsione analoga a quella dell'art. 146,nono comma, del d.lgs. n. 42 del 2004, che circoscrive il lasso di tempo oltre il quale l'amministrazione può procedere indipendentemente dall'apporto della Soprintendenza; c) il rilievo che l'ordinamento attribuisce all'intervento consultivo nelle materie ambientale, paesistica-territoriale, della salute dei cittadini.
Il punto di mediazione fra le esigenze di celerità dell'azione amministrativa, tutelate con la perentorietà del termine, e di valutazione degli specifici interessi da parte degli "enti o organi specifici" è costituito, quindi, dalla permanenza del potere del Soprintendente di fornire il proprio apporto anche oltre il termine perentorio e dal dovere dell'amministrazione di tenerne conto, senza tuttavia esserne vincolata, e senza la necessità di dover attendere un lasso di tempo determinato dopo lo scadere del termine assegnato dalla legge al Soprintendente
” (Tar Lecce, sez. I, 12.07.2013, n. 1681).
Nel caso in esame, risulta che la documentazione relativa all’intervento è pervenuta alla Soprintendenza il 01.10.2013 e che il parere negativo è del 19.03.2014 e quindi è stato messo oltre il termine di 90 giorni ex art. 167 d.lgs. 42/2004.
Pertanto, l’amministrazione non poteva denegare l’autorizzazione limitandosi a richiamare il parere negativo della soprintendenza, ma doveva, eventualmente, motivare sulla condivisione di quanto espresso dalla soprintendenza, posto che il parere tardivo era da considerarsi privo dell’efficacia attribuitagli dalla legge e cioè privo di valenza obbligatoria e vincolante (Cons. St., sez. VI, 15.03.2013 n. 1561).
In sostanza, il provvedimento impugnato è carente di motivazione, proprio perché si è limitato a richiamare il parere negativo della soprintendenza senza motivare adeguatamente
(TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 18.09.2014 n. 2375 -  link a www.giustizia-amministrativa.it).

UTILITA'

EDILIZIA PRIVATA: Libretto impianto a pagine singole.
E’ da oggi disponibile, oltre alla preesistente versione del libretto e dei rapporti di controllo di efficienza energetica autocompilabili, una nuova versione autocompilabile a pagine singole dei file del libretto di impianto, che consente di stampare eventuali pagine integrative. In quest’ultimo caso però si informa che il campo “codice catasto” deve essere compilato per ogni nuova pagina.
Il DM 10.02.2014 “Modelli di libretto di impianto per la climatizzazione e di rapporto di efficienza energetica di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 74/2013” specifica che “al fine di facilitare e uniformare la compilazione dei libretto di impianto per la climatizzazione e dei rapporti di controllo di efficienza energetica, il CTI mette a disposizione degli esempi applicativi per le tipologie impiantistiche più diffuse” (07.10.2014 - link a www.cti2000.it).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

AMBIENTE-ECOLOGIA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 41 del 10.10.2014, "Linee guida per la progettazione e gestione sostenibile delle discariche" (deliberazione G.R. 07.10.2014 n. 2461).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: G.U. 07.10.2014 n. 233 "Regolamento in materia di esercizio del potere sanzionatorio dell’Autorità nazionale anticorruzione per l’omessa adozione dei Piani triennali di prevenzione della corruzione, dei Programmi triennali di trasparenza, dei Codici di comportamento" (A.N.AC., delibera 09.09.2014).

PATRIMONIO: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 39 del 23.09.2014, "Tipologie di intervento a favore del patrimonio scolastico prioritariamente finanziabili per l’annualità 2014 - Approvazione bando per la realizzazione di interventi di edilizia scolastica" (deliberazione G.R. 19.09.2014 n. 2373).

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: aggiornamento Piano Provinciale Rischio Sismico. Nuova classificazione Sismica (Provincia di Bergamo, nota 08.10.2014 n. 84186 di prot.).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Oggetto: Modello Unico di Trasmissione degli Atti (impianti di distribuzione di carburanti per autotrazione) (Regione Lombardia - Direzione Generale Commercio, Turismo e Terziario - Commercio, Reti Distributive e Tutela dei Consumatori - Programmazione, Semplificazione e Risorse, nota 08.10.2014 n. 9047 di prot.).

EDILIZIA PRIVATAOggetto: Vigilanza sull'attività edilizio-urbanistica. Trasmissione dei dati relativi agli immobili e alle opere realizzati abusivamente. Art. 31, comma 7, del DPR 06.06.2001, n. 380 - Chiarimenti (Prefettura di Bergamo, nota 06.10.2014 n. 30480 di prot.).

PUBBLICO IMPIEGO: Oggetto: art. 12, D.Lgs. n. 81/2008 e successive modifiche e integrazioni - risposta a quesito relativo alle visite mediche al di fuori degli orari di servizio (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, interpello 06.10.2014 n. 18/2014).

INCARICHI PROFESSIONALI: Oggetto: Formazione professionale continua - Linee guida attività formativa a distanza (Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati, nota 11.09.2014 n. 9238 di prot.).

INCARICHI PROFESSIONALIOggetto: Regolamenti in materia di formazione professionale continua e Tirocinio (Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati, nota 27.08.2014 n. 8775 di prot.).

QUESITI E PARERI

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Personale degli enti locali. Attività connessa all'attuazione dei progetti finanziati con fondi europei e della cooperazione.
La Corte dei conti ritiene che le spese per missioni sostenute nell'ambito della realizzazione di progetti comunitari finanziati dall'Unione Europea vadano escluse dal computo delle spese per missioni dell'Ente soggette all'applicazione riduttiva di cui all'art. 6, comma 12, del d.l. 78/2010.
La magistratura contabile ha comunque evidenziato che le previsioni di spesa per i viaggi e le trasferte strettamente legati alla realizzazione di detti progetti e le successive procedure di rendicontazione devono essere effettuate con particolare attenzione in quanto, qualora gli organi comunitari riconoscano, in sede di liquidazione, importi inferiori a quelli anticipati dagli enti per tali spese, le somme non liquidate e a suo tempo anticipate, rimangono a carico degli enti locali.

Il Comune ha chiesto un parere in ordine ad alcune problematiche concernenti lo svolgimento di attività connessa all'attuazione di alcuni progetti finanziati con fondi europei e della cooperazione. L'Ente rappresenta che, per l'effettuazione dell'attività connessa allo svolgimento di detti progetti, si rende necessaria la partecipazione alle attività di coordinamento e di assistenza tecnica del responsabile del relativo servizio, in località spesso non raggiungibili ordinariamente con mezzi pubblici o il cui raggiungimento con mezzi pubblici comporterebbe una rilevante dispersione di tempo.
Ciò premesso, in relazione alla limitazione delle spese d'esercizio relative ai mezzi di servizio dell'Amministrazione, previsti dalle vigenti normative, chiede di conoscere se sia possibile derogare a tali limitazioni, trattandosi non di mere missioni, ma di esigenze connaturate e necessariamente previste nelle attività progettuali. Inoltre l'Ente gradirebbe conoscere se il dipendente interessato possa essere autorizzato all'utilizzo del mezzo proprio, analogamente a quanto avviene nell'Amministrazione regionale per analoghe attività.
Per quanto concerne il richiamo operato dall'Ente alle limitazioni delle spese d'esercizio relative ai mezzi di servizio dell'Amministrazione, previste nelle recenti normative, si osserva quanto segue.
L'art. 5, comma 2, del d.l. 95/2012
[1] dispone che, a decorrere dal 01.05.2014, le amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione (enti locali compresi) non possono effettuare spese di ammontare superiore al 30 per cento della spesa sostenuta nell'anno 2011 per l'acquisto, la manutenzione, il noleggio e l'esercizio di autovetture, nonché per l'acquisto di buoni taxi. Tale limite può essere derogato, per il solo anno 2014, esclusivamente per effetto di contratti pluriennali già in essere.
La norma precisa altresì che tale limite non si applica alle autovetture utilizzate dall'Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco o per i servizi istituzionali di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, per i servizi sociali e sanitari svolti per garantire i livelli essenziali di assistenza, ovvero per i servizi istituzionali svolti nell'area tecnico-operativa della difesa e per i servizi di vigilanza e intervento sulla rete stradale gestita da ANAS S.p.a. e sulla rete delle strade provinciali e comunali, nonché per i servizi istituzionali delle rappresentanze diplomatiche e degli uffici consolari svolti all'estero.
Premesso un tanto, in relazione a quanto prospettato dall'Ente istante, si ritiene che la situazione sottoposta possa essere esaminata comunque sotto un diverso profilo, nello specifico con riferimento alla vigente disciplina in materia di missioni, anche all'estero, del personale dipendente, al limite di spesa previsto per dette fattispecie e alle eventuali possibilità di deroga al predetto limite.
Si sottolinea innanzitutto che la disposizione contemplata all'art. 12, comma 21, della l.r. 22/2010, che introduceva uno specifico limite di spesa per le missioni del personale degli enti del comparto unico per gli anni 2011, 2012 e 2013, non è stata riproposta in successivi provvedimenti legislativi e non dispiega pertanto più la propria efficacia.
Conseguentemente, a partire dall'anno 2014, gli enti locali della Regione Friuli Venezia Giulia, per quanto riguarda le spese per missione del personale dipendente, sono assoggettati agli stessi limiti in vigore per le altre amministrazioni del conto consolidato della pubblica amministrazione. In particolare, si richiama quanto precisato dalla Ragioneria Generale dello Stato
[2], che ha ribadito l'applicazione dell'art. 6, comma 12, del d.l. 78/2010.
La richiamata norma prevede che, a decorrere dall'anno 2011, le predette amministrazioni non possono effettuare spese per missioni, anche all'estero, con esclusione delle missioni internazionali di pace e delle Forze armate, delle missioni delle forze di polizia e dei vigili del fuoco, del personale di magistratura, nonché di quelle strettamente connesse ad accordi internazionali ovvero indispensabili per assicurare la partecipazione a riunioni presso enti e organismi internazionali o comunitari, nonché con investitori istituzionali necessari alla gestione del debito pubblico, per un ammontare superiore al 50 per cento della spesa sostenuta nell'anno 2009.
La disposizione in esame precisa altresì che gli atti e i contratti posti in essere in violazione di tale prescrizione costituiscono illecito disciplinare e determinano responsabilità erariale.
Si stabilisce inoltre che il limite di spesa fissato può essere superato in casi eccezionali, previa adozione di un motivato provvedimento adottato dall'organo di vertice dell'amministrazione, da comunicare preventivamente agli organi di controllo ed agli organi di revisione dell'ente.
Per la questione che ci occupa è da rilevare che la Corte dei conti
[3] ritiene che le spese per missioni sostenute nell'ambito della realizzazione di progetti comunitari finanziati dall'Unione Europea vadano escluse dal computo delle spese per missioni dell'Ente soggette all'applicazione riduttiva di cui al citato art. 6, comma 12.
A tal proposito la Corte ha evidenziato quanto sostenuto da altra sezione regionale di controllo
[4], nel ritenere che la norma di cui all'art. 6, comma 12, del d.l. 78/2010, convertito in l. 122/2010, possa essere intesa alla stregua della norma di cui all'art. 6, comma 7, del d.l. 78/2010 (riferita alla spesa per studi e consulenze), quale disposizione che introduce un principio di riduzione della spesa in rapporto al tetto di un anno di riferimento, e perciò strettamente collegata all'impatto sul bilancio del singolo ente considerato. Da ciò -sottolinea la Corte- 'può farsi discendere l'interpretazione che tende all'esclusione dal computo della spesa sostenuta in una determinata annualità di quanto oggetto di finanziamento da parte di soggetti pubblici o privati terzi'.
Tuttavia la magistratura contabile ha rilevato quanto disposto dal secondo periodo del comma 12 in argomento, che recita testualmente: 'Gli atti e i contratti posti in essere in violazione della disposizione contenuta nel primo periodo del presente comma costituiscono illecito disciplinare e determinano responsabilità erariale'.
Si è evidenziato quindi che le previsioni di spesa per i viaggi e le trasferte strettamente legati alla realizzazione dei progetti dell'Unione Europea, e le successive procedure di rendicontazione, devono essere effettuate con particolare attenzione in quanto, qualora gli organi comunitari riconoscano, in sede di liquidazione, importi inferiori a quelli anticipati dall'Ente per dette spese, le somme non liquidate e a suo tempo anticipate, rimangono a carico degli enti locali, rientrando conseguentemente nel computo della riduzione operata dal legislatore.
Per quanto riguarda inoltre la possibilità di autorizzare il personale inviato in missione all'utilizzo del mezzo proprio, si evidenzia che per gli enti locali del comparto unico della Regione Friuli Venezia resta in vigore il disposto di cui all'art. 12, comma 23, della l.r. 22/2010, considerato che non è stata prevista, in detto contesto, una valenza temporale limitata a specifiche annualità, come avvenuto in relazione al comma 21 del medesimo articolo.
Il citato comma 23 stabilisce infatti che, per lo svolgimento della missione, il personale delle amministrazioni del comparto unico è tenuto a utilizzare i mezzi di servizio ovvero i mezzi pubblici. Qualora l'uso dei mezzi pubblici sia inconciliabile con lo svolgimento della missione ovvero qualora l'uso del mezzo proprio risulti economicamente più conveniente, può essere autorizzato l'utilizzo del mezzo proprio.
E' necessario pertanto che si verifichi prioritariamente la sussistenza dei predetti presupposti.
E' da tenere inoltre presente che la norma in esame prevede che la disciplina in vigore per il personale regionale, in ordine ai rimborsi spettanti per l'utilizzo del mezzo proprio, si applica anche alle Amministrazioni del comparto unico diverse dalla Regione, cioè agli enti locali.
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[1] Come sostituito, da ultimo, dall'art. 15, comma 1, del d.l. n. 66/2014, convertito, con modificazioni, dalla l. n. 89/2014.
[2] Cfr. circolare n. 2 del 05.02.2013.
[3] Cfr. sez. reg. di controllo per il Veneto, deliberazione n. 392/2011/PAR.
[4] Cfr. sezione regionale di controllo per la Toscana, deliberazione n. 179/2011/PAR. Nella citata deliberazione si richiamava, a sua volta, la deliberazione delle Sezioni Riunite della Corte dei conti n. 7 del 2011, in cui era stato espresso il seguente principio di massima: 'Con riferimento alla composizione della spesa per studi e consulenze è da ritenere che debbano escludersi dal computo gli oneri coperti mediante finanziamenti aggiuntivi e specifici trasferiti da altri soggetti pubblici o privati. Diversamente si finirebbe con l'impedire le spese per studi e consulenze, seppur integralmente finanziate da soggetti estranei all'ente locale (stante la provenienza comunitaria, statale o privatistica delle risorse), in ossequio al principio della universalità del bilancio ed al rispetto del tetto di spesa programmato. Il tetto di spesa per studi e consulenze non avrebbe la funzione di conseguire dei risparmi sul bilancio del singolo ente, ma di ridurre tout court, le spese connesse a suddette prestazioni, a prescindere dall'impatto sul bilancio dell'ente'
(10.10.2014 -
link a www.regione.fvg.it).

CONSIGLIERI COMUNALI: OSSERVATORIO VIMINALE/ Sindaci, no a doppi giochi. Chi guida un ente è ineleggibile per un altro. Lo stesso soggetto non può candidarsi a rappresentare due comunità.
È legittima la candidatura a sindaco di candidati di due diverse liste presentate nel comune in questione che ricoprono, uno, la carica di consigliere comunale in un comune, e l'altro, la carica di sindaco in altro ente locale?

L'art. 60, comma 1, n. 12, del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267 prevede l'ineleggibilità alla carica di sindaco, presidente della provincia, consigliere comunale, provinciale e circoscrizionale per chi riveste le stesse cariche, rispettivamente in altro comune, provincia o circoscrizione.
La Cassazione civile, sez. I, con sentenza n. 11894 del 20.05.2006 ha interpretato estensivamente la predetta norma, chiarendo che l'ipotesi di ineleggibilità alla carica di sindaco opera anche per chi ricopre la carica di consigliere in altro comune.
Tali cause di ineleggibilità cessano solo con la presentazione di formali e tempestive dimissioni degli interessati dalla carica ricoperta, non essendo possibili rimedi equipollenti, quali il collocamento in aspettativa previsto per altre ipotesi di ineleggibilità.
La ratio di tale interpretazione si fonda sul principio che il medesimo soggetto «non può far parte di più assemblee rappresentative di altrettante collettività comunali», in nome della esigenza che chiunque è impegnato nella cura di interessi generali di una comunità comunale, ad essa è vincolato in via esclusiva fino a quando non abbia reciso il legame instaurato con la sua elezione (cfr sul punto Cassazione civile, sez. I, n. 11894 del 20.05.2006 e sentenza della Corte costituzionale 02.03.1991, n. 97).
Nella fattispecie, se è pur vero che dopo l'elezione gli interessati rappresentano, ognuno, una sola collettività comunale, al momento della candidatura esiste la condizione di rappresentare una collettività e l'interesse a voler rappresentare un'altra collettività comunale, condizione questa non consentita dalla normativa vigente in materia che prevede, come già detto, l'obbligo delle dimissioni, ai sensi dell'art. 60, comma 3, del citato decreto legislativo n. 267/2000, al fine di non incorrere nelle cause di ineleggibilità di cui al citato art. n. 60, comma 1, n. 12).
Le cause di ineleggibilità riguardano situazioni idonee a provocare effetti distorsivi nella parità di condizioni tra i vari candidati, nel senso che, avvalendosi della particolare posizione in cui versa, il soggetto non eleggibile può variamente influenzare a suo favore il corpo elettorale. Diversa è la situazione di incompatibilità, che non si riflette sulla parità di condizioni tra i candidati, ma attiene alla concreta possibilità, per l'eletto, di esercitare pienamente le funzioni connesse alla carica per motivi concernenti il conflitto di interessi in cui il soggetto verrebbe a trovarsi se fosse eletto. Di conseguenza, il soggetto ineleggibile deve eliminare ex ante la situazione in cui versa, mentre il soggetto incompatibile è tenuto ad optare ex post, cioè ad elezione avvenuta, tra il mantenimento della precedente carica e il munus pubblico derivante dalla conseguita elezione (cfr. Corte costituzionale n. 283/2010)
Per quanto concerne le iniziative praticabili per far valere l'ineleggibilità, si rammenta che, ai sensi dell'art. 41, comma 1, del richiamato decreto legislativo n. 267/2000, il consiglio comunale dell'ente, nella prima seduta e prima di deliberare su qualsiasi altro oggetto, dovrà esaminare la condizione degli eletti, per dichiarare la decadenza dell'amministratore interessato, in presenza di una delle cause di ineleggibilità.
Ciò in quanto, fatta salva la norma di chiusura di cui all'art. 70 della stesso decreto legislativo, in conformità al principio generale per cui ogni organo collegiale è competente a deliberare sulla regolarità dei titoli di appartenenza dei propri componenti, la valutazione in ordine all'eventuale sussistenza di un'ipotesi ostativa all'esercizio del mandato elettorale è rimessa al consiglio comunale del quale l'interessato fa parte (articolo ItaliaOggi del 10.10.2014).

NEWS

PUBBLICO IMPIEGO: Congedo a ore solo sulla carta. L'Inps smentisce il ministero del lavoro.
Congedo parentale a ore ancora ai box. La possibilità di usufruire dei permessi con frazionamento orario non è ancora entrato a regime nonostante sia da quasi due anni che la legge 24.12.2012 n. 228 (legge di stabilità 2013), recependo la direttiva 2010/18/Ce dell'08.03.2010, ha previsto detta possibilità attribuendo alla contrattazione collettiva di settore il compito di stabilire le relative modalità di fruizione, nonché i criteri di calcolo della medesima base oraria e l'equiparazione di un determinato monte ore alla singola giornata lavorativa.
L'Inps infatti non solo non dispone ancora delle necessarie istruzioni e procedure operative affinché questo strumento a sostegno della genitorialità e della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro possa decollare; ma anzi, smentisce nei fatti il ministero del lavoro che, con risposta a interpello 22.07.2013, n. 25, ha precisato che stante l'assenza di un esplicito riferimento normativo al livello «nazionale» della contrattazione, non vi sono motivi ostativi a una interpretazione in virtù della quale i contratti collettivi possano essere anche quelli di secondo livello (aziendale e territoriale).
La domanda di congedo parentale (mod. Ast/Fac cod. SR23) che deve essere inviata all'Inps con modalità telematiche da parte del richiedente non è stata ancora aggiornata per raccogliere la novità (consente infatti di selezionare il congedo a giorni ma non a ore), ma soprattutto non esistono istruzioni per i datori di lavoro circa i codici di recupero delle somme anticipate al dipendente ai fini della predisposizione del flusso «uniemens».
Inoltre, a fronte della domanda corredata dell'accordo aziendale di secondo livello, l'Inps adotta un provvedimento di rigetto rinviando al proprio messaggio n. 1635 del 28.01.2013 secondo cui in attesa che la contrattazione collettiva (nazionale) definisca le modalità e i criteri richiesti dalla legge, non è possibile riconoscere eventuali richieste di fruizione del congedo parentale su base oraria.
Peccato però che, successivamente, sia intervenuto l'interpello n. 25 che evidentemente non è stato considerato né tanto meno recepito (articolo ItaliaOggi del 10.10.2014).

SEGRETARI COMUNALIDirigenti p.a., riforma bocciata. Squitieri: autonomia a rischio. Più costi dal ruolo unico. Audizione del presidente Corte conti sul ddl. L'abolizione dei segretari è controproducente.
La Corte conti boccia la riforma della dirigenza pubblica contenuta nel ddl Madia. La delega «accresce i margini di discrezionalità nel conferimento degli incarichi» e rischia di sacrificare l'autonomia dei dirigenti. La creazione del ruolo unico, l'abolizione dell'attuale articolazione in due fasce, la breve durata degli incarichi attribuiti, «il rischio che il mancato conferimento di una funzione possa provocare la decadenza del rapporto» sono tutti elementi che, secondo la magistratura contabile, potrebbero limitare l'indipendenza dei manager.
L'abolizione dei segretari comunali, poi, «suscita perplessità» ed è controproducente dal punto di vista finanziario perché la previsione di un utilizzo dei segretari comunali di fascia C come dirigenti responsabili anche presso comuni di minori dimensioni, attualmente privi di figure dirigenziali, rischia di produrre «esorbitanze di spesa, a fronte del conferimento di funzioni di scarsa utilità per enti di dimensioni particolarmente ridotte».

In audizione davanti alla commissione affari costituzionali del senato, il presidente della Corte dei conti, Raffaele Squitieri con l'AUDIZIONE DELLA CORTE DEI CONTI NELL’AMBITO DELL’INDAGINE CONOSCITIVA SUL DISEGNO DI LEGGE IN MATERIA DI RIORGANIZZAZIONE DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE (AS 1577), punta il dito contro uno dei punti più qualificanti del disegno di legge di riforma della p.a., ossia quel ruolo unico della dirigenza pubblica «già sperimentato nelle amministrazioni statali con esiti non del tutto positivi» tra il 1998 e il 2002.
A preoccupare Squitieri è l'assenza nel ddl Madia di un punto di equilibrio tra l'esigenza di assicurare la flessibilità dei modelli organizzativi e la salvaguardia di un'effettiva autonomia dei dirigenti nei confronti del potere politico.
«La riforma proposta», ha sottolineato, «aumenta i margini di discrezionalità per il conferimento degli incarichi, una discrezionalità solo in parte temperata dalla previsione di requisiti legati alla particolare complessità degli uffici e al grado di responsabilità che i dirigenti sono chiamati ad assumere».
Ma i timori della Corte conti derivano soprattutto dai costi che il ruolo unico della dirigenza potrebbe far lievitare.
L'abolizione dell'attuale articolazione della dirigenza pubblica in due fasce implicherà, si legge nell'audizione, «la necessità di rideterminare in un unico valore l'ammontare dei trattamenti fissi spettanti agli interessati che saranno inquadrati nella medesima posizione retributiva». Secondo Squitieri, dall'introduzione di un omogeneo trattamento retributivo per l'unica qualifica dirigenziale, «necessariamente più alto di quello attualmente previsto per la seconda fascia, non potranno che derivare maggiori costi a regime con riferimento all'ammontare dei trattamenti da corrispondere ai soggetti assunti con i nuovi concorsi». Oggi infatti la retribuzione d'ingresso è parametrata a quella prevista per la fascia più bassa della dirigenza (articolo ItaliaOggi del 10.10.2014).

PUBBLICO IMPIEGOPa, pronti i criteri per la mobilità. Madia. «Entro l'anno via alla nuova valutazione».
Le «tabelle di equiparazione» tra i diversi comparti della Pa sono pronte. Si tratta dello strumento cardine per far scattare la sperimentazione della mobilità obbligatoria tra uffici pubblici entro un raggio massimo di 50 Km previsto dal Dl 90, la cui legge di conversione è in vigore dal 2 settembre scorso.
Ad annunciare il passo avanti nell'attuazione del decreto è stato, ieri, lo stesso ministro per la Semplificazione e la Pa, Marianna Madia. Sulle nuove tabelle, che superano quelle mai utilizzate del 2009, c'è un'intesa con il ministro Pier Carlo Padoan e riguardano la Pa centrale. Giovedì 16 ottobre è previsto un incontro in Conferenza unificata per discuterne l'estensione anche alle amministrazioni locali, le Regioni e le Asl. Dopo questo passaggio ci sarà la convocazione dei sindacati.
Le tabelle di equiparazione consentono di far capire al dipendente pubblico trasferito da un'amministrazione all'altra che qualifica e retribuzione avrà. «Credo che ciò dovrebbe consentire di approvarle secondo la procedura ordinaria, fermo restando –ha detto Madia– che in caso di mancato accordo c'è la possibilità di ricorrere a un atto unilaterale di approvazione».
Finora non sono state indicate platee potenziali di dipendenti che potrebbero essere interessati dalla mobilità obbligatoria: il Ddl delega Pa, all'articolo 7, prevede una riorganizzazione di sedi e uffici che potrebbe sfociare nella definizione di eventuali esuberi, mentre la legge Delrio sulle province prevede una procedura diversa. Il ministro ha confermato che «in prospettiva, con la delega sulla Pa, la volontà del governo è superare il concetto di pianta organica ed arrivare al concetto di fabbisogno».
Entro fine anno, poi, è stato annunciato il nuovo regolamento sulla valutazione delle performance dei dipendenti
(articolo Il Sole 24 Ore del 09.10.2014 - tratto da http://rstampa.pubblica.istruzione.it).

EDILIZIA PRIVATA: Libretto d'impianto new style. Per gli edifici.
Nuova versione autocompilabile a pagine singole dei file del libretto di impianto degli edifici, che consente di stampare eventuali pagine integrative.
In quest'ultimo caso però si informa che il campo «codice catasto» deve essere compilato per ogni nuova pagina.
La nuova versione dei libretti può essere utilizzata entro il prossimo 15 di ottobre.

Il comitato termotecnico italiano ha pubblicato sul suo sito oltre alla preesistente versione del libretto e dei rapporti di controllo di efficienza energetica autocompilabili, una nuova versione auto compilabile a pagine singole dei file del libretto di impianto, che consente di stampare eventuali pagine integrative.
Il comitato ha messo a disposizione degli esempi applicativi per le tipologie impiantistiche più diffuse per facilitare e uniformare la compilazione dei libretto di impianto per la climatizzazione e dei rapporti di controllo di efficienza energetica (articolo ItaliaOggi del 09.10.2014).

PUBBLICO IMPIEGOVisite mediche sempre al lavoro. Dipendenti ritenuti in servizio se il controllo è extra orario. Il chiarimento sugli obblighi relativi alla sorveglianza sanitaria in un interpello del ministero.
Salute dei dipendenti «cara» all'azienda. Le visite mediche vanno eseguite durante l'attività di lavoro, altrimenti il datore di lavoro deve giustificare con ragioni produttive l'organizzazione dei controlli sanitari all'infuori del normale orario di lavoro.
In quest'ultimo caso i lavoratori vanno comunque considerati in servizio per tutto il tempo di svolgimento dei controlli medici, con diritto quindi a retribuzione e ogni altra competenza collegata.

Lo precisa la commissione per gli interpelli sulla sicurezza del lavoro nell'interpello 06.10.2014 n. 18/2014 a risposta di un quesito dell'unione sindacale di base dei Vigili del fuoco.
Visite mediche periodiche. La richiesta dei sindacati riguarda la corretta interpretazione dell'art. 41 del T.u. sicurezza (approvato dal dlgs n. 81/2008), il quale disciplina obbligo e modalità per l'effettuazione della sorveglianza sanitaria. In particolare, è stato chiesto di sapere se nell'effettuazione delle visite periodiche per il rinnovo dell'idoneità psicofisica all'impiego, come previsto dal citato art. 41 del T.u. sicurezza, la visita vada svolta necessariamente in orario di lavoro, oppure se il datore di lavoro abbia facoltà di inviare il lavoratore a visita anche quando non si trovi al lavoro (cioè fuori dal normale orario di servizio). In quest'ultima ipotesi, inoltre, è stato chiesto di sapere se il tempo impiegato dal lavoratore per effettuare la visita debba o meno essere retribuito come ore di lavoro straordinario.
Sorveglianza sanitaria. La sorveglianza sanitaria (disciplinata dall'art. 41 del T.u. sicurezza) rientra fra gli obblighi del datore di lavoro elencati dall'art. 18 del medesimo T.u. Il fine è quello della tutela dello stato di salute e sicurezza dei lavoratori, attraverso la valutazione (medica) delle compatibilità tra condizioni di salute e compiti lavorativi. L'art. 20 del T.u., inoltre, sancisce fra gli obblighi dei lavoratori quello di sottoporsi ai controlli sanitari disposti dal datore di lavoro.
Salute «cara» all'azienda. Secondo la commissione ministeriale i controlli medici relativi alla sorveglianza sanitaria sono a carico dell'azienda in tutto e per tutto. Il contenuto tassativo e la «ratio» dell'art. 18 del T.u., spiega, non lasciano spazi o deroghe circa l'osservanza dell'obbligo prescritto e finalizzato alla tutela dell'integrità fisica e psichica del lavoratore. Le visite mediche non possono, per nessun motivo in considerazione della particolarità del bene tutelato (la salute dei lavoratori), essere omesse o trascurate dal datore di lavoro (che è il soggetto obbligato) e, di contro, il lavoratore non può esimersi dal sottoporsi all'effettuazione dei controlli medici.
Inoltre, secondo la commissione ministeriale, pur se non è previsto espressamente dall'art. 41 del T.u. che debba essere eseguita durante l'attività lavorativa, l'effettuazione della visita medica «è funzionale all'attività lavorativa e pertanto il datore di lavoro dovrà comunque giustificare le motivazioni produttive che determinano la collocazione temporale della stessa fuori dal normale orario di lavoro». Ciò significa che le visite vanno fissate, «normalmente», durante l'orario di lavoro e che per la programmazione in un diverso orario è necessaria una «motivazione produttiva».
Quanto ai «costi» dei controlli sanitari, infine, la commissione ministeriale ritiene che l'unico a doverli sopportare sia il datore di lavoro, in virtù dell'art. 15, comma 2, del T.u. il quale stabilisce che «le misure relative alla sicurezza, all'igiene e alla salute durante il lavoro non devono in nessun caso comportare oneri finanziari per i lavoratori».
Pertanto, conclude la commissione, i controlli sanitari vanno strutturati tenendo ben presente gli orari di lavoro e la reperibilità dei lavoratori; e ove per giustificate esigenze lavorative il controllo sanitario sia effettuato in orari diversi, «il lavoratore dovrà comunque considerarsi in servizio a tutti gli effetti» (articolo ItaliaOggi dell'08.10.2014).

EDILIZIA PRIVATA: Nuove procedure di calcolo per la certificazione energetica degli edifici.
Dal 2 ottobre sono cambiate le procedure di calcolo per la certificazione energetica degli edifici. L'Uni ha redatto le nuove versioni delle norme Uni/Ts 11300-1 e Uni/Ts 11300-2 per la determinazione, rispettivamente, del fabbisogno di energia termica dell'edificio per la climatizzazione estiva e invernale e del fabbisogno di energia primaria e dei rendimenti per la climatizzazione invernale e per la produzione di acqua calda sanitaria.

Quattro le novità introdotte dalle nuove norme ed evidenziate dall'associazione nazionale per l'isolamento termico e acustico (Anit) in una breve guida. Le conseguenze delle modifiche sottolinea l'associazione riguardano i calcoli per il rispetto della ex-legge 10 (dlgs 192/2005, dlgs 311/2007 e dpr 59/2009) e per la certificazione degli edifici di nuova costruzione ed esistenti per tutte le regioni che richiamano le norme Uni TS 11300 per tali calcoli. Ecco in sintesi le novità fotografate dall'associazione.
Ponti termici e e. I ponti termici vengono valutati solo attraverso i coefficienti lineici e. Viene cancellato l'utilizzo della maggiorazione percentuale semplificata e l'utilizzo dell'abaco della norma Uni En 14683. Le valutazioni dei coefficienti lineici devono essere fatte con calcolo agli elementi finiti o con atlanti dei ponti termici realizzati in accordo con la Un En ISO 14683. È possibile utilizzare metodi di calcolo manuale per edifici esistenti.
Trasmittanza termica U. Le caratteristiche dei materiali e in particolare la conducibilità termica devono essere opportunamente corrette per tener conto delle condizioni in cui si opera in accordo con la norma Uni En ISO 10456. Per edifici esistenti è inoltre disponibile il rapporto tecnico UNI/TR 11552, anch'esso pubblicato il 02.10.2014, che riporta un abaco di strutture opache verticali e orizzontali, con proprietà termo fisiche indicative.
Perdite per ventilazione. Nella precedente versione la ventilazione era condensata in due pagine. Attualmente sono dieci le pagine dedicate alle perdite per ventilazione con due appendici specifiche. La valutazione diventa molto più raffinata e vengono considerati in maniera più idonea gli impianti che gestiscono la ventilazione all'interno degli edifici.
Guadagni solari. Viene introdotta la modifica già presente nella procedura di calcolo della regione Lombardia che valuta un solo fattore di riduzione per ombreggiatura esterno (il peggiorativo) tra l'aggetto verticale e orizzontale. Inoltre viene implementata la caratterizzazione della trasmittanza di energia solare totale attraverso la parte vetrata (il fattore g) con una migliore definizione dei fattori di esposizione. Sono presenti altre modifiche (per esempio la trattazione dei locali non riscaldati, la sottrazione di energia con l'extraflusso, la valutazione degli apporti interni latenti e la valutazione degli apporti solari sulle superfici opache).
Varie. Da evidenziare che ci sono inoltre altre modifiche quali la trattazione dei locali non riscaldati, la sottrazione di energia con l'extraflusso, la valutazione degli apporti interni latenti e la valutazione degli apporti solari sulle superfici opache (articolo ItaliaOggi del 07.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTINorme antimafia al secondo correttivo.
Possibilità per la p.a. di stipulare i contratti pubblici dopo 30 giorni dalla richiesta della certificazione antimafia, fatti salvi provvedimenti interdittivi del prefetto. In casi di urgenza, i controlli sono tutti a posteriori, potendosi firmare il contratto subito.

Sono tra le novità del secondo decreto correttivo del Codice antimafia (dlgs 159/2011, modificato con il dlgs 218/2012) ieri all'esame del Consiglio dei ministri.
La bozza del provvedimento entrato all'esame dell'esecutivo prevede che le certificazioni antimafia siano distinte in comunicazioni e informazioni antimafia. Mentre la comunicazione attesta le misure di prevenzione applicate a carico di un'impresa, l'informazione ha contenuto più ampio ed evidenzia anche i tentativi di infiltrazione mafiosa. Per i contratti pubblici di valore più basso viene acquisita, tramite le prefetture, la comunicazione mentre per gli appalti di valore più elevato ci vuole l'informazione.
Il correttivo, per le comunicazioni, prevede, in relazione alla futura banca dati nazionale (un grande archivio a disposizione delle amministrazioni procedenti), l'acquisizione diretta da parte delle stazioni appaltanti. Se emergeranno notizie ostative ci vorrà comunque il provvedimento conclusivo (liberatorio o interdittivo) del prefetto della provincia di sede dell'impresa. Sempre per le comunicazioni, viene ridotto il tempo per la risposta delle prefetture.
Il contratto deve comunque prevedere la clausola di scioglimento nel caso di provvedimento interdittivo del prefetto. Se non si tratta di appalti, ma di provvidenze pubbliche subordinate alla regolarità antimafia, sarà l'amministrazione concedente a dover decidere se procedere subito o aspettare comunque la risposta prefettizia (articolo ItaliaOggi del 07.10.2014).

GIURISPRUDENZA

ENTI LOCALI: Il comune aumenta le tariffe? Può farlo, nessun diritto alla gratuità. Il Tar Piemonte ha assolto l'amministrazione di Torino.
I comuni sono liberi di chiedere agli utenti dei servizi di partecipare pro quota ai costi per l'erogazione dei suddetti i servizi. Pertanto, non esiste un diritto soggettivo in capo ai cittadini di ottenere quel servizio in forma gratuita. Inoltre, il meccanismo dell'Isee (indicatore della situazione economica equivalente) è adeguato per definire chi può e chi non può accedere in forma agevolata a tali servizi.

È questo il principio sancito dal TAR Piemonte, Sez. I, nella sentenza 31.07.2014 n. 1365.
Una sentenza che può essere letta come guida anche per altri casi, come quello di Roma, dove è scoppiata la protesta per gli aumenti dei costi degli asili.
Il ricorso era stato presentato da alcuni genitori nei confronti della determinazione del Comune di Torino che aveva stabilito gli indirizzi per l'esercizio 2013 del sistema tariffario dei servizi educativi, approvando così le quote e le tariffe per l'anno scolastico 2013/2014. I ricorrenti contestavano che il comune guidato da Piero Fassino, rispetto agli anni precedenti, avesse aumentato la quota a carico delle famiglie degli allievi, imputando tale aumento al sistema ISEE utilizzato. Di qui la richiesta di pronunciare la illegittimità dell'atto impugnato perché il servizio, a loro dire, avrebbe dovuto essere erogato gratuitamente.
Secondo il Tar, il servizio di refezione scolastica è un servizio pubblico locale a domanda individuale. Ne consegue che l'ente locale non ha l'obbligo né di istituire né di organizzare il servizio. Qualora lo istituisca, l'ente locale deve individuare il costo complessivo del servizio, includendo sia i costi diretti effettivamente pagati per la sua erogazione, sia quelli indiretti. Nel fare ciò il Comune deve definire la misura percentuale del costo finanziabile con risorse comunali e fissare la residua percentuale da finanziare con tariffe e contribuzioni a carico diretto dell'utenza. Pertanto, il Tar del Piemonte ha ritenuto legittime le scelte del Comune di Torino che ha agito nell'ambito dei propri poteri discrezionali.
Le tariffe del servizio di refezione scolastica non sono aumentate perché il Comune ha applicato automaticamente gli scaglioni ISEE, bensì perché il Comune ha deciso, motivatamente, di aumentare la percentuale di contribuzione dell'utenza sul costo complessivo del servizio stabilito per l'anno scolastico 2013-2014, così come la legge gli consentiva di fare (articolo ItaliaOggi del 07.10.2014).

INCARICHI PROFESSIONALI: Compensi professionali per attività di progettazione – Convenzione che subordina il pagamento del compenso all’ottenimento della concessione edilizia – Condizione potestativa mista – Ritiro della domanda di concessione edilizia da parte del committente in pendenza della condizione – Recesso anticipato del committente dall’incarico professionale ex art. 2237 c.c. – Fictio iuris di avveramento della condizione – Artt. 1358 e 1359 c.c. – Diritto al compenso – Sussistenza.
Nell’ipotesi di convenzione che subordina il pagamento del compenso in favore del professionista per prestazioni di progettazione al rilascio della concessione edilizia deve ritenersi operante la fictio iuris di avveramento della condizione, ex art. 1359 c.c., qualora il committente provveda autonomamente al ritiro della domanda di concessione edilizia, dovendosi valutare l’esistenza di un interesse contrario all’avveramento della condizione (rilascio della concessione edilizia) in capo al committente non in termini astratti o facendo riferimento al solo momento della conclusione del contratto, ma valorizzando il dato dell’effettivo interesse delle parti all’epoca in cui si è verificato il fatto o comportamento che ha reso impossibile l’avveramento della condizione.
L'art. 1359 cod. civ., in forza del quale la condizione si ha per avverata se è mancata per causa imputabile alla parte controinteressata al suo avveramento, non si riferisce solo a coloro che, per contratto, apparivano avere interesse al verificarsi della condizione, ma anche ai comportamenti di chi in concreto ha dimostrato, con una successiva condotta, di non avere più interesse al verificarsi della condizione, ponendo in essere atti tali da contribuire a far acquistare al contratto un elemento modificativo dell''iter' attuativo della sua efficacia. Detta norma è applicabile anche alla c.d. condizione potestativa mista, il cui avveramento dipende in parte dal caso e in parte dalla volontà di uno dei contraenti.
L'art. 1359 c.c. trova applicazione anche nel caso in cui l'interesse di una delle parti -originariamente convergente con quello della controparte- si modifichi in corso di rapporto fino a risultare contrario all'avveramento della condizione, avuto anche riguardo alla previsione di cui all’art. 1358 c.c., che impone alle parti l’obbligo giuridico di comportarsi secondo buona fede durante lo stato di pendenza della condizione, e che va osservato anche con riguardo all’attività di attuazione dell’elemento potestativo della condizione mista.
Non può negarsi che il ritiro di un'istanza di concessione edilizia sia chiaramente sintomatico del venir meno dell'interesse ad ottenerla da parte di chi tale istanza aveva presentato e deve ritenersi pertanto che integri un comportamento idoneo a configurare un'ipotesi di 'interesse contrario' comportante l'operatività della previsione dell'art. 1359 c.c..
L'art. 2237, 1° co. c.c. ('il cliente può recedere dal contratto, rimborsando al prestatore d'opera le spese sostenute e pagando il compenso per l'opera svolta'), bilanciando i contrapposti interessi tra le parti, riconosce al cliente un illimitato diritto di recesso, ma — al tempo stesso - garantisce al professionista il rimborso delle spese e il pagamento del compenso per le attività svolte fino al momento della revoca dell'incarico.
A fronte della revoca dell'incarico professionale (o recesso) da parte del committente, il professionista non ha di norma interesse a richiedere la risoluzione del contratto (già verificatasi per effetto del recesso) ed il conseguente risarcimento dei danni, ma può senz'altro agire per conseguire il pagamento delle spettanze maturate per l'attività svolta
(Corte di Cassazione, Sez. III civile, sentenza 18.07.2014 n. 16501 - tratto da www.diritto.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALI: Aria. Legittimità ordinanza divieto di transito veicolare sulla piazza e sulla strada per contenimento dell’inquinamento atmosferico.
Le misure di regolazione, disciplina e controllo della circolazione stradale, che l'art. 7, d.lgs. 30.04.1992 n. 285, attribuisce al Sindaco, sono ormai rimesse, di norma, alla competenza della dirigenza amministrativa, salvo che per quelle di maggiore impatto sull'intera collettività locale, per le quali la legge prevede l'intervento di un organo politico, come nel caso della delimitazione delle aree pedonali e delle zone a traffico limitato, per la quale si provvede con deliberazione della Giunta (art. 7, comma 9, d.lgs. n. 285 del 1992), ovvero di quelle limitazioni connesse al rispetto dei limiti del tasso di inquinamento atmosferico.
Con il primo motivo viene dedotta l’incompetenza del dirigente responsabile del servizio ad adottare il provvedimento.
L’assunto è privo di pregio.
Le misure di regolazione, disciplina e controllo della circolazione stradale, che l'art. 7, d.lgs. 30.04.1992 n. 285, attribuisce al Sindaco, sono ormai rimesse, di norma, alla competenza della dirigenza amministrativa, salvo che per quelle di maggiore impatto sull'intera collettività locale, per le quali la legge prevede l'intervento di un organo politico, come nel caso della delimitazione delle aree pedonali e delle zone a traffico limitato, per la quale si provvede con deliberazione della Giunta (art. 7, comma 9, d.lgs. n. 285 del 1992), ovvero di quelle limitazioni connesse al rispetto dei limiti del tasso di inquinamento atmosferico (TAR Sicilia, Palermo, sez. I, 28.02.2013, n. 458; TAR Lazio, Roma, sez. II, 03.06.2010, n. 15012; TAR Campania, Napoli, sez. I, 04.11.2008, n. 19212).
In ordine all’omessa indicazione del termine e dell’Autorità cui ricorrere, dedotta con il secondo motivo, è sufficiente rammentare il pacifico orientamento della giurisprudenza secondo cui detta omissione non determina l'illegittimità del provvedimento amministrativo, ma solo una mera irregolarità. La previsione dell'art. 3, comma 4, della l. n. 241 del 1990, infatti, tende semplicemente ad agevolare il ricorso alla tutela giurisdizionale, per cui la segnalata omissione potrebbe dar luogo, nel concorso di significative ulteriori circostanze, alla sola concessione del beneficio della rimessione in termini per proporre impugnazione (Cons. Stato, Sez. VI, 28.01.2014, n. 422; TAR Lazio, Latina, 17.02.2014, n. 138) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Toscana, Sez. I, sentenza 16.06.2014 n. 1033 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Traslazione edificio.
Secondo un costante e consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa la traslazione dell’edificio comporta che l’intervento di demolizione e ricostruzione non possa essere qualificato come ristrutturazione integrando, invece, una nuova costruzione.
Il ricorso è infondato.
Risulta dagli atti come i lavori di ristrutturazione eseguiti dal ricorrente sulla tettoia ne abbiano comportato la traslazione di circa un metro.
Secondo un costante e consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa la traslazione dell’edificio comporta che l’intervento di demolizione e ricostruzione non possa essere qualificato come ristrutturazione integrando, invece, una nuova costruzione (TAR, Lazio, Roma, I, 06/07/2012 n. 6176; TAR Lecce, 12/03/2012 n. 484; TAR L’Aquila, 14/12/2009 n. 548).
I lavori eseguiti, avendo posto in essere una struttura nuova, in alcun modo riconducibile a quella di cui era stata chiesta la sanatoria, non rientrano in nessuna delle tipologie ammesse dal regolamento edilizio del Comune di Firenze sugli immobili oggetto di domanda di condono.
Nulla si può, quindi, eccepire alla decisione del Comune di rigettare la domanda di sanatoria per essere venuto a mancare il manufatto a cui essa si riferiva.
Né può ritenersi che le autorizzazioni rilasciate dal Comune per l’esecuzione dei lavori di rifacimento della tettoria rendessero automatico l’accoglimento dell’istanza di sanatoria non potendo il suo esito prescindere dalla permanenza del manufatto da sanare.
Il ricorso deve, quindi, essere respinto (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Toscana, Sez. III, sentenza 12.06.2014 n. 1024 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Legittimità ordinanza demolizione per scadenza autorizzazione temporanea per ricovero attrezzi.
L’avvenuta scadenza dell’autorizzazione ha sostanzialmente reso privo di titolo edilizio il manufatto, il quale è così divenuto abusivo, con la conseguenza che la contestata misura demolitoria è legittimata dall’art. 7 della legge n. 47/1985; non è invocabile al riguardo la disciplina in materia di autoannullamento della concessione edilizia, giacché nel caso in esame rileva un titolo inefficace in relazione alla permanenza dell’opera dopo il prestabilito termine.
Con il secondo motivo la ricorrente deduce che l’opera non può ritenersi abusiva, in quanto a suo tempo assentita, sia pure in via provvisoria; aggiunge che la condonabilità delle opere realizzate in forza di concessione edilizia illegittima è subordinata all’annullamento in autotutela della concessione stessa e che la sopravvenuta previsione del PRG, consentendo la permanenza del manufatto, rende illegittima l’ordinanza di demolizione.
I rilievi non hanno pregio.
L’avvenuta scadenza dell’autorizzazione rilasciata il 02.12.1992 ha sostanzialmente reso privo di titolo edilizio il manufatto, il quale è così divenuto abusivo, con la conseguenza che la contestata misura demolitoria è legittimata dall’art. 7 della legge n. 47/1985 (TAR Piemonte, I, 25.03.1999, n. 177); non è invocabile al riguardo la disciplina in materia di autoannullamento della concessione edilizia, giacché nel caso in esame rileva un titolo inefficace in relazione alla permanenza dell’opera dopo il prestabilito termine del 31.05.1993 (TAR Piemonte, II, 15.04.2010, n. 1892; TAR Toscana, III, 25.10.2011, n. 1543) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Toscana, Sez. III, sentenza 03.06.2014 n. 964 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Posatura fresato d’asfalto in area vincolata.
E’ legittimo l’ordine di demolizione, ex art. 27 del d.P.R. 380 del 2001, di opere realizzate abusivamente in area vincolata paesaggisticamente, consistenti in: posa a terra di fresatura, costituita da asfalto stradale, per una superficie di circa mq. 450, con realizzazione, al centro della suddetta area, di griglie contigue per la raccolta delle acque piovane.
Infatti, a nulla rilevando la sua mancata verticalizzazione, l’intervento abusivo, opera pacificamente una notevole trasformazione del territorio assoggettato a vincolo paesaggistico.

A mezzo del ricorso in esame, notificato il 10.10.2008 e depositato il successivo giorno 27 dello stesso mese, il sig. P.S., nella dichiarata qualità di usufruttuario dell’immobile sul quale sono state realizzate le opere come appresso sanzionate, si duole, in una a quelli presupposti, del provvedimento prot. n. 171 del 23.06.2008, notificato il successivo giorno 30 dello stesso mese, recante l’ordine di demolizione, di ufficio ex art. 27 del d.P.R. 380 del 2001, di opere realizzate abusivamente alla via Fondobosso del territorio comunale e così descritte nell’atto medesimo: “posa a terra di fresatura, costituita da asfalto stradale, per una superficie di circa mq. 450, con realizzazione, al centro della suddetta area, di griglie contigue per la raccolta delle acque piovane”.
...

4- Infondato è poi il secondo mezzo di impugnazione poiché:
- a differenza di quanto nel suo seno sostenuto l’art. 27 del d.P.R. 380 del 2001 sanziona con la demolizione la realizzazione di nuove opere avutasi in zone assoggettate a vincolo di inedificabilità sia assoluta che relativa: quest’ultimo sì rimuovibile, ma previa formale previa autorizzazione qui non avutasi (cfr., sempre ex multis, fra le ultime, Tar Campania, questa sesta sezione, n. 4204 del 23.10.2012, n. 2636 del 05.06.2012 e n. 1302 del 16.03.2012);
- sempre a differenza di quanto con esso sostenuto, il provvedimento sanzionatorio emesso si appalesa sorretto da giustificazione adeguata, per tanto essendo sufficiente:
   - la specificazione nel dettaglio dell’intervento eseguito che, a nulla rilevando la sua mancata verticalizzazione, opera pacificamente una notevole trasformazione del “territorio assoggettato a vincolo paesaggistico generico giusta d.m. 09.09.1952”;
   - il richiamo all’abusività dell’intervento e, quindi, all’assenza di “margini di discrezionalità” alla luce del disposto “dell’art. 27 del d.P.R. 380 del 2001”, di cui è stata fatta applicazione (cfr. la giurisprudenza della Sezione già sopra cennata e cfr. anche, per una fattispecie similare anche in fatto, la pronuncia, sempre della Sezione, n. 4207 del 23.10.2012);
- in definitiva sul punto, la trasformazione del territorio protetto operata abusivamente non poteva essere assoggettata a sanzione diversa da quella demolitoria (cfr. ancor più di recente, Tar Campania, ancora questa sesta sezione, 06.02.2013, n. 760 e n. 28 del 02.01.2013) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 22.05.2013 n. 2631 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Legittimità ordinanza del Comune ad ANAS s.p.a. di provvedere alla rimozione dei rifiuti.
Se è vero che l’art. 14 del D.Lgs. n. 22 del 1997 (oggi D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 192, comma 3) prevede la corresponsabilità solidale del proprietario o del titolare di diritti personali o reali di godimento sull’area ove sono stati abusivamente abbandonati o depositati rifiuti, con il conseguente suo obbligo di provvedere allo smaltimento ed al ripristino, solo in quanto la violazione sia imputabile anche a quei soggetti a titolo di dolo o colpa, le esigenze di tutela ambientale sottese alla norma citata rendono evidente che il riferimento a chi è titolare di diritti reali o personali di godimento va inteso in senso lato, essendo destinato a comprendere qualunque soggetto si trovi con l’area interessata in un rapporto, anche di mero fatto, tale da consentirgli -e per ciò stesso imporgli  di esercitare una funzione di protezione e custodia finalizzata ad evitare che l’area medesima possa essere adibita a discarica abusiva di rifiuti nocivi per la salvaguardia dell’ambiente.
Per altro verso, il requisito della colpa postulato da detta norma ben può consistere proprio nell’omissione degli accorgimenti e delle cautele che l’ordinaria diligenza suggerisce per realizzare un’efficace custodia e protezione dell’area, così impedendo che possano essere in essa indebitamente depositati rifiuti nocivi. Si deve poi aggiungere che, in materia di strade, il canone dell’ordinaria diligenza va definito in relazione all’art. 14 del codice della strada (D.L.vo n. 285/19992) che prevede un obbligo da parte del gestore di provvedere alla pulizia delle strade e delle loro pertinenze.

Il Collegio ritiene che debba essere prioritariamente esaminato il motivo del ricorso rilevante l’incompetenza del Dirigente comunale ad adottare la gravata ordinanza, rientrando –a dire della ricorrente- tale tipologia di provvedimenti nelle attribuzioni del Sindaco e non della Dirigenza comunale. Il motivo é infondato, in quanto, anteriormente all’art. 192, comma 3, del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 192, la giurisprudenza amministrativa ha ritenuto che l’ordinanza di cui all’art. 14 del D.Lgs. n. 22 del 1997 rientri fra le attribuzioni della dirigenza comunale (Cons. Stato, sez. V, n. 3765/2009; TAR Emilia-Romagna –BO- sez. II, n. 513 del 2012; TAR Sardegna, sez. II, n. 1086 del 2008).
Non merita accoglimento, inoltre, la censura con cui si segnala violazione dell’art. 7 della L. n. 241 del 1990, risultando palese, già dal testo dell’ordinanza in questione, che il Comune in data 04/05/2007 ha regolarmente provveduto ad inviare ad ANAS s.p.a. detto avviso, in riferimento al quale, la stessa ricorrente ha dato formale riscontro presentando le proprie osservazioni riguardo al procedimento avviato (v. docc. n. 4 e 5 dep. dal Comune).
Per quanto concerne gli ulteriori motivi di ricorso, il Collegio ne deve parimenti rilevare l’infondatezza. La società ricorrente deduce, in concreto, il mancato accertamento di una propria responsabilità relativamente all’abbandono dei rifiuti nell’area, in località Cona, adibita a piazzola di sosta nella superstrada Ferrara–Mare, con conseguente asserita insussistenza dell’ obbligo di smaltimento, sia in relazione alle caratteristiche del bene, sia avuto riguardo alla sua estensione e sia, infine, alla sua difficile controllabilità.
Al riguardo si deve osservare che la questione controversa ha trovato soluzione con la sentenza del Consiglio di Stato, sez. IV, 13.01.2010, n. 84 che ha richiamato la Cassazione Civile, Sezioni Unite, 25.02.2009, n. 4472. Secondo tale pronuncia, se è vero che l’art. 14 del D.Lgs. n. 22 del 1997 (oggi sostituito dal D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 192, comma 3) prevede la corresponsabilità solidale del proprietario o del titolare di diritti personali o reali di godimento sull’area ove sono stati abusivamente abbandonati o depositati rifiuti, con il conseguente suo obbligo di provvedere allo smaltimento ed al ripristino, solo in quanto la violazione sia imputabile anche a quei soggetti a titolo di dolo o colpa, le esigenze di tutela ambientale sottese alla norma citata rendono evidente che il riferimento a chi è titolare di diritti reali o personali di godimento va inteso in senso lato, essendo destinato a comprendere qualunque soggetto si trovi con l’area interessata in un rapporto, anche di mero fatto, tale da consentirgli -e per ciò stesso imporgli- di esercitare una funzione di protezione e custodia finalizzata ad evitare che l’area medesima possa essere adibita a discarica abusiva di rifiuti nocivi per la salvaguardia dell’ambiente; per altro verso, il requisito della colpa postulato da detta norma ben può consistere proprio nell’omissione degli accorgimenti e delle cautele che l’ordinaria diligenza suggerisce per realizzare un’efficace custodia e protezione dell’area, così impedendo che possano essere in essa indebitamente depositati rifiuti nocivi.
Si deve poi aggiungere che, in materia di strade, il canone dell’ordinaria diligenza va definito in relazione all’art. 14 del codice della strada (D.L.vo n. 285/19992) che prevede un obbligo da parte del gestore di provvedere alla pulizia delle strade e delle loro pertinenze.
Tale norma, fatto salvo il caso fortuito, impone quindi all’ANAS obblighi particolari anche in materia di rimozione dei rifiuti che insistono non solo sulla carreggiata, ma anche sulle pertinenze; ne consegue che il comune non era tenuto ad una motivazione particolare (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 21.05.2014 n. 524 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: DM 1444/1968 concetto di “altezza media degli edifici circostanti”.
Il D.M. n. 1444 del 1968, in relazione al concetto di “altezza media degli edifici circostanti”, ha incluso, tra essi, non solo quelli effettivamente confinanti con quello la cui altezza è da misurare, ma anche quelli ubicati in prossimità dello stesso.
Le considerazioni che precedono trovano poi ulteriore conferma nella giurisprudenza amministrativa che, sul punto, in riferimento a casi analoghi a quello in trattazione, ha osservato che la norma di attuazione “…non ha usato il termine: confinanti: termine che avrebbe potuto autorizzare una diversa lettura, ma la locuzione: circostanti il cui significato non è equivocabile.

Il Collegio deve osservare che, sul punto, risulta persuasiva la tesi del Comune, ove rileva che la norma attuativa del P.R.G. debba essere interpretata conformemente alla fonte normativa statale di riferimento: il D.M. n. 1444 del 1968, che, a sua volta, proprio in relazione al concetto di “altezza media degli edifici circostanti”, ha incluso, tra essi, non solo quelli effettivamente confinanti con quello la cui altezza è da misurare, ma anche quelli ubicati in prossimità dello stesso.
Le considerazioni che precedono trovano poi ulteriore conferma nella giurisprudenza amministrativa che, sul punto, in riferimento a casi analoghi a quello in trattazione, ha osservato che la norma di attuazione “…non ha usato il termine: confinanti: termine che avrebbe potuto autorizzare una diversa lettura, ma la locuzione: circostanti il cui significato non è equivocabile" (v. TAR Friuli V.G. n. 51 del 2002).
Nella specie, risulta pertanto errato il presupposto (calcolata l’altezza dei soli fabbricati confinanti e non anche quella dei fabbricati circostanti) sulla base del quale parte ricorrente ha ritenuto contra legem l’altezza del fabbricato della controinteressata, con conseguente infondatezza della censura, stante che non risulta contestato il rispetto dell’altezza massima di ml. 13,50; misura residuale anch’essa espressamente prevista dal citato art. 62 N.T.A. del P.R.G. (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 21.05.2013 n. 375 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Centrali termoelettriche all’interno dell’abitato.
Anche se le centrali termoelettriche sono espressamente annoverate ai sensi del D.M. 05.09.1994 tra le industrie insalubri di prima classe, si rammenta che “l’installazione nell’abitato di un’industria insalubre non è di per sé vietata in assoluto, dal momento che l'art. 216, T.U.L.S. 27.07.1934 n. 1265, lo consente se la stessa installazione è accompagnata dall’introduzione di particolari metodi produttivi o cautele in grado di escludere qualsiasi rischio di compromissione della salute del vicinato.
17. Parimenti da rigettare sono gli ulteriori motivi di gravame.
17.1. In particolare, in merito al motivo sub a.5.) si rammenta che “l’installazione nell’abitato di un’industria insalubre non è di per sé vietata in assoluto, dal momento che l'art. 216, T.U.L.S. 27.07.1934 n. 1265, lo consente se la stessa installazione è accompagnata dall’introduzione di particolari metodi produttivi o cautele in grado di escludere qualsiasi rischio di compromissione della salute del vicinato (cfr. Cons. Stato, IV, 02.09.2011, n. 4952)” (cfr. questa sezione 25.03.2013, n.1622).
17.2. Ebbene i ricorrenti non hanno dedotto alcunché circa l’assenza di tali cautele, né a tal fine è idonea a costituire valido principio di prova la perizia di parte depositata l’08.02.2013 dalla quale si desume che “l’impianto di cogenerazione della CO.MA.SA., quand’anche avesse adottato le particolari cautele alle quali la legge fa riferimento, è comunque un impianto potenzialmente pericoloso per l’ambiente e per la salute dei cittadini”. E, infatti, dalla predetta perizia emerge che non vi è alcun elemento certo, idoneo a comprovare che l’esercizio dell’impianto de quo produca danni all’ambiente e alla salute dei cittadini, ma che “il rischio, conseguente all’accadimento di evento pericoloso, è alto” e che, pertanto, anche in ipotesi di perfetta regolarità tecnica ed osservanza delle normative vigenti, “le doverose pratiche di prudenza e cautela avrebbero dovuto senz’altro inibire la realizzazione di tale impianto nell’ambito del centro abitato del Comune di Casalnuovo”.
17.3. Al contrario la società controinteressata ha fornito gli esiti delle ispezioni eseguite dall’ARPAC dai quali emerge la conformità delle emissioni ai parametri previsti dalla legge e l’adozione di tutte le cautele e le precauzioni prescritte, con ogni conseguenza ai sensi dell’art. 64, comma 2, c.p.a., ai fini del raggiungimento della prova (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 15.05.2013 n. 2518 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Differenza tra costo di costruzione e oneri di urbanizzazione.
In merito al costo di costruzione, preme rammentare che, secondo l’attuale sistema normativo (art. 16 del DPR 380/2001 che ricalca l’art. 6 della legge 10/1977, il costo di costruzione costituisce una prestazione patrimoniale di natura sostanzialmente paratributaria, essendo volta a colpire l’incremento di ricchezza derivante dall’attività edilizia svolta, a differenza degli oneri di urbanizzazione, che attengono invece all’incremento del carico urbanistico.
In merito al costo di costruzione, preme rammentare che, secondo l’attuale sistema normativo (art. 16 del DPR 380/2001 che ricalca l’art. 6 della legge 10/1977 e l’art. 48 della legge regionale della Lombardia n. 12/2005), il costo di costruzione costituisce una prestazione patrimoniale di natura sostanzialmente paratributaria, essendo volta a colpire l’incremento di ricchezza derivante dall’attività edilizia svolta, a differenza degli oneri di urbanizzazione, che attengono invece all’incremento del carico urbanistico (così, fra le tante, le sentenze del Consiglio di Stato, sez. IV, n. 6160 e 6161 del 2013, docc. 16 e 17 della ricorrente, di cui si tratterà più diffusamente nel prosieguo, oltre a TAR Sicilia, Catania, sez. I, 19.09.2013, n. 2249).
In altri termini, come del resto indicato espressamente nelle citate decisioni del giudice amministrativo d’appello, il costo di costruzione è dovuto in relazione ai “vantaggi economici”, connessi alla trasformazione edilizia (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 13.05.2014 n. 1248 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Quanto alle concrete modalità di determinazione del costo di costruzione in caso di recupero abitativo dei sottotetti (ai sensi dell’art. 64, comma 7°, della citata legge regionale 12/2005), il Collegio condivide quanto affermato dal Consiglio di Stato nelle due pronunce n. 6160 e 6161 del 20.12.2013 in forza delle quali:
- continua a trovare applicazione, nella Regione Lombardia, il decreto del Ministro per i lavori pubblici del 10.5.1977 (cfr. il doc. 13 del resistente), adottato in attuazione dell’art. 6 della legge 10/1977, per il quale il costo si calcola sulla base della superficie complessiva (Sc), pari alla somma della superficie utile (Su) e del 60% della superficie non residenziale per servizi e accessori (Snr), con gli incrementi previsti dal decreto in relazione alle classi di edifici;
- per i sottotetti, non devono prendersi in considerazione le scale nell’ambito della Snr utile.

Quanto alle concrete modalità di determinazione del costo suddetto in caso di recupero abitativo dei sottotetti (ai sensi dell’art. 64, comma 7°, della citata legge regionale 12/2005), il Collegio condivide quanto affermato dal Consiglio di Stato nelle due pronunce n. 6160 e 6161 del 20.12.2013 sopra menzionate, in forza delle quali:
- continua a trovare applicazione, nella Regione Lombardia, il decreto del Ministro per i lavori pubblici del 10.5.1977 (cfr. il doc. 13 del resistente), adottato in attuazione dell’art. 6 della legge 10/1977, per il quale il costo si calcola sulla base della superficie complessiva (Sc), pari alla somma della superficie utile (Su) e del 60% della superficie non residenziale per servizi e accessori (Snr), con gli incrementi previsti dal decreto in relazione alle classi di edifici;
- per i sottotetti, non devono prendersi in considerazione le scale nell’ambito della Snr utile (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 13.05.2014 n. 1248 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Superficie minima degli alloggi e “vivibilità”.
L’art. 4, 1° comma, del d.P.R. 380/2001, consente ai Comuni di stabilire, con disposizioni regolamentari, la superficie di minima degli alloggi di nuova costruzione, atteso che la "vivibilità" alla quale tale norma si riferisce va intesa in senso ampio, comprensivo di tutti gli aspetti che l’Ente, nella sua sfera di competenza, ritenga rilevanti per il normale vivere civile dei propri cittadini, anche in termini di tutela del territorio e della qualità della vita.
E questa "vivibilità" può legittimamente essere ricercata imponendo, con una norma del regolamento edilizio, caratteristiche dimensionali tali da limitare, in concreto, la costruzione delle c.d. seconde case, con le tensioni dei prezzi e l’aggravio del carico urbanistico che queste inevitabilmente comportano.

Il terzo motivo è infondato.
Con esso la ricorrente sostiene che lo strumento urbanistico non potrebbe imporre un limite minimo alla superficie degli alloggi atteso che tale limite è stabilito a tutela dell’igiene e della salubrità degli edifici da norme di rango statale in particolare il d.m. 05.07.1975.
L’assunto è infondato
La giurisprudenza ha recentemente affermato che l’art. 4, 1° comma, del d.P.R. 06.06.2001, n. 380 - T.U. edilizia (secondo cui "il regolamento che i Comuni adottano ai sensi dell'articolo 2, comma 4, deve contenere la disciplina delle modalità costruttive, con particolare riguardo al rispetto delle normative tecnico-estetiche, igienico-sanitarie, di sicurezza e vivibilità degli immobili e delle pertinenze degli stessi") consente ai Comuni di stabilire, con disposizioni regolamentari, la superficie di minima degli alloggi di nuova costruzione, atteso che la "vivibilità" alla quale tale norma si riferisce va intesa in senso ampio, comprensivo di tutti gli aspetti che l’Ente, nella sua sfera di competenza, ritenga rilevanti per il normale vivere civile dei propri cittadini, anche in termini di tutela del territorio e della qualità della vita.
E questa "vivibilità" può legittimamente essere ricercata imponendo, con una norma del regolamento edilizio, caratteristiche dimensionali tali da limitare, in concreto, la costruzione delle c.d. seconde case, con le tensioni dei prezzi e l’aggravio del carico urbanistico che queste inevitabilmente comportano (C.S. IV 17.02.2014 n. 747, VI 06.05.2013 n. 2433) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Liguria, Sez. I, sentenza 05.05.2014 n. 711 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Fabbricato abusivo al momento della ripresa aerofotografica interamente coperto da teloni, legittimità diniego dell'istanza di condono edilizio.
Il fatto che il fabbricato al momento della ripresa aerofotografica fosse interamente coperto da teloni grigi sorretti da tubi di ferro e che l’area grigia visibile nelle fotografie può essere ricondotta al tipo di copertura e struttura propria del manufatto, non consente di stabilire la data di ultimazione delle opere.
Non è dato sapere, infatti, ove anche, per ipotesi, il manufatto fosse stato realmente esistente e riparato da un telone, se lo stesso fosse stato ultimato o meno alla data in questione. La dichiarazione di notorietà non è idonea a confutare le risultanze del rilievo aerofotogrammetrico, e dimostrare la data di ultimazione dei lavori.

Il secondo motivo con cui si sostiene l’anteriorità della realizzazione delle opere rispetto al termine finale previsto dalla normativa sul condono è parimenti infondato.
Da un primo punto di vista occorre rilevare come l’onere della prova in ordine all’anteriorità della data di ultimazione delle opere incomba in capo al ricorrente.
L’accertamento comunale è fondato sul rilievo aerofotogrammetrico.
Il ricorrente sostiene che il fabbricato al momento della ripresa aerofotografica era interamente coperto da teloni grigi sorretti da tubi di ferro e che l’area grigia visibile nelle fotografie può essere senz’altro ricondotta al tipo di copertura e struttura propria del manufatto.
Le argomentazioni non appaiono persuasive attesa la loro inidoneità stabilire la data di ultimazione delle opere. Non è dato sapere, infatti, ove anche, per ipotesi, il manufatto fosse stato realmente esistente e riparato da un telone, se lo stesso fosse stato ultimato o meno alla data in questione.
Né il ricorrente riesce, al di là della dichiarazione di notorietà che come noto non è idonea a confutare le risultanze del rilievo aerofotogrammetrico (TAR Puglia, Bari, II 10.09.2003 n. 3248), a dimostrare la data di ultimazione dei lavori (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Liguria, Sez. I, sentenza 05.05.2014 n. 694 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rumore. Illegittimità ordinanza del Sindaco di iniziare l’attività nello stabilimento alle ore 5,30 antimeridiane a tutela della salute pubblica.
Non è sufficiente che uno stabilimento industriale produca emissioni acustiche o di altro genere per giustificare provvedimenti lato sensu repressivi, dovendo l’autorità competente accertare che tali emissioni superino i limiti di legge e/o quelli indicati nel provvedimento autorizzativo.
Nella specie, nessun elemento è stato fornito quanto alle emissioni acustiche, mentre le emissioni di altro genere non sono oggetto dell’impugnata ordinanza.

La domanda impugnatoria va accolta.
Non sono fondate le censure di ordine formale - procedurale, in quanto il Comune ha provato che Sintexcal era comunque da tempo a conoscenza della sussistenza di problematiche in ordine alle emissioni prodotte dall’impianto e delle lamentele sollevate dai cittadini residenti nella zona.
Dal contesto del ricorso emerge altresì che la ricorrente ha ben compreso in base a quali disposizioni di legge il Sindaco ha adottato l’impugnata ordinanza; le relative censure vanno dunque respinte in quanto improntate a chiaro formalismo.
Vanno invece condivise le doglianze con cui si deduce il difetto di istruttoria (doglianze che il Tribunale ha già mostrato di condividere in sede cautelare) e l’assenza dei presupposti di cui agli artt. 9 L. n. 447/1995 e 50 e 54 T.U.E.L. Ed in effetti:
- seppure è vero che vi sono state le summenzionate lamentele, il Comune non ha provato di avere proceduto ad effettuare, in proprio o avvalendosi dell’ARPAM o di altri organismi pubblici, misurazioni fonometriche. Anzi, dal documento depositato in giudizio dall’amministrazione in data 7/3/2014, emerge che ARPAM era stata incaricata di tali misurazioni, ma che, alla data di adozione del provvedimento impugnato, la campagna non era ancora terminata e quindi alcun risultato era stato ancora fornito al Comune;
- l’amministrazione si è dunque basata solo sulle lamentele dei residenti, ma in tal modo ha violato il principio di adeguata istruttoria. Non è sufficiente, in effetti, che uno stabilimento industriale produca emissioni acustiche o di altro genere per giustificare provvedimenti lato sensu repressivi, dovendo l’autorità competente accertare che tali emissioni superino i limiti di legge e/o quelli indicati nel provvedimento autorizzativo. Nella specie, nessun elemento è stato fornito quanto alle emissioni acustiche, mentre le emissioni di altro genere non sono oggetto dell’impugnata ordinanza. Ed è ancora più strano che i risultati della campagna di misurazioni eseguite da ARPAM non siano stati depositati nemmeno in vista dell’udienza di trattazione del merito (incombente per il cui assolvimento il Comune ha avuto a disposizione circa 10 anni);
- una volta accertata l’assenza dei dati relativi all’asserito inquinamento acustico, ne consegue che il provvedimento impugnato è stato adottato in carenza dei presupposti di contingibilità ed urgenza richiesti dalla L. n. 447/1995 e dal D.Lgs. n. 267/2000 (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Marche, sentenza 05.05.2014 n. 478 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Legittimità diniego approvazione del documento di analisi del rischio sulla base della destinazione urbanistica risalente al 2000.
Non può dubitarsi che l’amministrazione non avesse altra scelta che chiedere alla società ricorrente di predisporre il documento di Analisi dei rischi in linea con lo stato di fatto dell’area interessata.
Predisporre un documento dei rischi sulla base dell’originaria destinazione urbanistica risalente al 2000 vorrebbe dire creare un documento privo di alcuna utilità perché non in grado di fornire informazioni necessarie in relazione all’intervento di bonifica. Non può poi essere sottaciuto che il valore primario che emerge in tale vicenda e che va certamente tutelato è il diritto alla salute dei cittadini che vivono in prossimità della zona indicata.
Il Comune di Milano, una volta evidenziata la presenza di insediamenti residenziali, non poteva fare altro che chiedere alla società ricorrente di tener conto di tali fattori, in considerazione del fatto che tutto il procedimento di bonifica in realtà è diretto alla salvaguardia del diritto alla salute e dell’ambiente.

La controversia verte intorno alla correttezza del comportamento dell’amministrazione che ha richiesto alla società ricorrente di tener conto nel documento di analisi dei rischi anche delle abitazioni e della scuola presenti all’interno dell’area interessata, nonostante l’area fosse a destinazione commerciale e industriale come emerso anche dai verbali delle Conferenze di Servizi precedenti a quello in questa sede contestato.
Non può dubitarsi che, nel caso di specie, l’amministrazione non avesse altra scelta che chiedere alla società ricorrente di predisporre il documento di Analisi dei rischi in linea con lo stato di fatto dell’area interessata. Predisporre un documento dei rischi sulla base dell’originaria destinazione urbanistica risalente al 2000 vorrebbe dire creare un documento privo di alcuna utilità perché non in grado di fornire informazioni necessarie in relazione all’intervento di bonifica.
Non può poi essere sottaciuto che il valore primario che emerge in tale vicenda e che va certamente tutelato è il diritto alla salute dei cittadini che vivono in prossimità della zona indicata. Il Comune di Milano, una volta evidenziata la presenza di insediamenti residenziali, non poteva fare altro che chiedere alla società ricorrente di tener conto di tali fattori, in considerazione del fatto che tutto il procedimento di bonifica in realtà è diretto alla salvaguardia del diritto alla salute e dell’ambiente. Né rileva, sotto tale profilo la circostanza che l’amministrazione non si è attivata tempestivamente o non ha impedito la realizzazione di insediamenti residenziali abusivi, perché tale doglianza potrebbe rilevare al più sotto il profilo risarcitorio, ma non rende illegittimi i provvedimenti in questa sede impugnati.
Né la mancata convocazione di tutti i soggetti interessati può avere rilievo nel caso di specie, non avendo provato la società ricorrente che l’intervento degli stessi avrebbe modificato il contenuto del provvedimento. Può anzi rilevarsi in senso contrario che gli interessati verosimilmente, se convocati, avrebbero avvallato i provvedimenti impugnati, in quanto a loro favorevoli (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 29.04.2014 n. 1116 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Classificazione di una strada come pubblica.
Costante giurisprudenza amministrativa afferma che per classificare una data strada come pubblica l’atto di inclusione nei relativi elenchi, che ha valore soltanto dichiarativo, costituisce una presunzione semplice, superabile avuto riguardo alla concreta situazione della strada stessa.
La strada pubblica, infatti, si caratterizza per essere interessata dal passaggio di una collettività di persone appartenenti ad un medesimo gruppo territoriale, tipicamente i cittadini del Comune o di una frazione; per essere in concreto idonea a soddisfare, anche per il collegamento con la via pubblica, esigenze di generale interesse; per essere assistita da “titolo valido a sorreggere l'affermazione del diritto di uso pubblico, che può identificarsi nella protrazione dell'uso stesso da tempo immemorabile”.
A tali elementi, se ne aggiunge uno ulteriore, ovvero la necessità di considerare “il comportamento tenuto dalla Pubblica Amministrazione nel settore dell'edilizia e dell'urbanistica”, ovvero in termini banali di verificare se il Comune il quale assume l’uso pubblico si sia mai preoccupato di garantirlo, curando la manutenzione della strada ed eventualmente adeguandola al transito della generalità dei cittadini.

1. Alla decisione del presente ricorso si applicano i principi e criteri evidenziati per analoga fattispecie nella sentenza di questo Tribunale sez. I 21.11.2011 n. 1772, che si riassumono di seguito per chiarezza espositiva.
2. In tema di riparto di giurisdizione allorquando, come nella specie, sia controverso il carattere pubblico ovvero privato di una strada, un costante orientamento giurisprudenziale afferma anzitutto che spetta non al Giudice amministrativo adito nella sede presente, ma alla Autorità giudiziaria ordinaria, la giurisdizione sulla “controversia promossa dal privato per negare che il proprio fondo sia gravato da una servitù di pubblico transito affermata da un provvedimento della P.A.”, il quale in tal caso assume efficacia meramente dichiarativa, non già costitutiva.
3. In tal caso, l’attore chiede infatti l'accertamento dell'esistenza e dell'estensione di un diritto soggettivo, in quanto “contesta in radice il potere dell'amministrazione comunale di ‘classificazione’ delle strade di uso pubblico, per mancanza del suo presupposto”; non si duole invece dei criteri seguiti per l’esercizio del potere stesso, ipotesi nella quale sussisterebbe invece la giurisdizione del giudice amministrativo: in tali esatti termini, Cass. civ. S.U. 17.03.2010 n. 6406, da cui tutte le citazioni; conforme altresì, fra le più recenti, anche Cass. civ. S.U. 27.01.2010 n. 1624.
4. Solo apparentemente contraria, sempre nella giurisprudenza recente, è Cass. civ. S.U. 24.12.2009 n. 27366, la quale, come risulta a lettura della motivazione completa, riguarda una vicenda di segno opposto, in cui un Comune, evidentemente con un atto di carattere autoritativo, aveva preteso di escludere il pubblico passaggio su una strada, considerandola privata.
5. Ad escludere la giurisdizione ordinaria in favore di quella amministrativa, infine, non vale nemmeno la presenza di un “provvedimento” di classificazione come pubblica della strada per la quale è causa: tale preteso provvedimento, infatti, meglio si qualificherebbe come mero atto, dal momento che ha efficacia soltanto dichiarativa, e non già costitutiva, come puntualizzato dalla citata Cass. civ. 1624/2010.
6. In tali termini, non va condivisa la isolata TAR Umbria 22.11.2002 n. 845 da essa citata, secondo il quale una controversia di tal tipo dovrebbe comunque rientrare nella giurisdizione amministrativa in quanto inerente in generale ad un “uso del territorio” e quindi ricompresa nel disposto dell’allora vigente art. 34 d.lgs. 31.03.1998 n. 34. Si risponde, sulla scorta della giurisprudenza successiva, e in primo luogo della nota C. cost. 06.07.2004 n. 204, oltre che della già citata Cass. 6406/2010, che la giurisdizione esclusiva in parola ha pur sempre come presupposto un agire autoritativo della p.a., e quindi una compresenza nella fattispecie di diritti soggettivi ed interessi legittimi; non può quindi estendersi a casi in cui, come nella specie, si controverta esclusivamente di diritti soggettivi.
7. Il giudice amministrativo, invece, può e deve risolvere la questione del carattere pubblico ovvero privato di una strada allorquando sia richiesto di risolverla non già come questione principale, sulla quale pronunciarsi con efficacia di giudicato, ma come questione preliminare ad altra, ovvero alla questione, dedotta in via principale –e all’evidenza rientrante nella sua giurisdizione- concernente la legittimità di un provvedimento che in senso ampio imponga una certa regolamentazione dell’uso della strada: ciò presuppone infatti che di uso pubblico e non privato si tratti, e quindi che appunto si sia di fronte ad una strada non privata. In tali termini, fra le molte, C.d.S. sez. IV 07.09.2006 n. 5209 e, fra le pronunce di primo grado, TAR Campania Salerno sez. II 07.06.2010 n. 8536; Sardegna sez. II 17.03.2010 n. 312; Valle d'Aosta 13.11.2009 n. 86; Calabria Catanzaro sez. I 01.04.2009 n. 323 e Toscana sez. III 06.11.2007 n. 3599.
8. Applicando i principi appena delineati al caso di specie, la prima conseguenza è la necessità di dichiarare il difetto di giurisdizione in favore dell’A.G.O. così come in dispositivo quanto alla domanda di “annullamento” della deliberazione consiliare del Comune di Mapello 54/2007, nella parte in cui classifica come comunale la via Quarenghi per cui è causa.
9. Così come affermato, fa le molte, da C.d.S. sez. V 17.09.2012 n. 4317, ai fini del riparto della giurisdizione tra giudice ordinario e amministrativo, “rileva non già la prospettazione delle parti, bensì il petitum sostanziale” il quale va identificato “in funzione dell'intrinseca natura della controversia dedotta in giudizio, individuata dal giudice con riguardo ai fatti allegati e al rapporto all'interno del quale essi si manifestano”.
10. In tali termini, è allora chiaro che la domanda di annullamento in questione, essendo volta, come obiettivo concreto, a contestare il carattere comunale della via Quarenghi, va riqualificata come domanda di accertamento negativo di tale carattere, fondata sull’incertezza che l’atto comunale, ancorché non provvedimentale, ha creato in merito, e come tale, per quanto detto, appartiene alla giurisdizione dell’A.G.O. In tal sede, quindi, si dibatterà anche delle eventuali questioni che coinvolgono Santo Gandolfi.
11. Va invece decisa nel merito, e risulta fondata, la domanda di annullamento della nota 23.10.2006 prot. n. 8340, che come risulta a semplice lettura intende disciplinare autoritativamente la circolazione sulla via Quarenghi, nella specie diffidando i frontisti, sul presupposto evidente che di strada pubblica si tratti, dal posizionarvi segnali di divieto a protezione dei loro domicili.
12. L’unico motivo dedotto in rapporto a tale atto, incentrato sul carattere invece privato della via sulla quale il Comune è intervenuto, è fondato e va accolto. In generale, costante giurisprudenza amministrativa afferma che per classificare una data strada come pubblica l’atto di inclusione nei relativi elenchi, che come ricordato ha valore soltanto dichiarativo, costituisce una presunzione semplice, superabile avuto riguardo alla concreta situazione della strada stessa. La strada pubblica, infatti, si caratterizza per essere interessata dal passaggio di una collettività di persone appartenenti ad un medesimo gruppo territoriale, tipicamente i cittadini del Comune o di una frazione; per essere in concreto idonea a soddisfare, anche per il collegamento con la via pubblica, esigenze di generale interesse; per essere assistita da “titolo valido a sorreggere l'affermazione del diritto di uso pubblico, che può identificarsi nella protrazione dell'uso stesso da tempo immemorabile”: così fra le molte C.d.S. sez. V 04.02.2004 n. 373 nonché TAR Lazio Roma sez. II 03.11.2009 n. 10781; Lazio Latina 14.03.2008 n. 199 e Marche 10.10.2007 n. 1595.
13. A tali elementi, la recente C.d.S. sez. V 07.12.2010 n. 8624 ne aggiunge uno ulteriore, ovvero la necessità di considerare “il comportamento tenuto dalla Pubblica Amministrazione nel settore dell'edilizia e dell'urbanistica”, ovvero in termini banali di verificare se il Comune il quale assume l’uso pubblico si sia mai preoccupato di garantirlo, curando la manutenzione della strada ed eventualmente adeguandola al transito della generalità dei cittadini.
14. A fronte di tutto ciò, i ricorrenti (cfr. loro documenti f-h, copie atti notarili) hanno provato la loro proprietà del sedime, e non è controverso che, allo stato, la strada in questione serva solo ad accedere ai loro domicili privati. Di contro il Comune non è stato in grado di provarne un generalizzato uso pubblico, né un impegno pubblico nella relativa manutenzione, a ciò non bastando (v. memoria Comune 10.03.2014 p. 4) l’eventuale carattere di opera di urbanizzazione della strada stessa, carattere che in astratto può essere proprio anche di strade private.
15. Per completezza, va aggiunto che tutto ciò prescinde da successivi eventuali interventi del Comune, fermo che gli interessati potranno, secondo le regole generali, tutelarsi in giudizio nei confronti dei relativi atti e provvedimenti, e che quindi è infondata l’eccezione di improcedibilità che su tale asserito ulteriore intervento si fonda (memoria Gandolfi 14.03.2014) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 28.04.2014 n. 451 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Legittimità conferma della destinazione agricola per il contenimento del consumo di suolo.
La conferma della destinazione agricola di determinate aree non può essere ritenuta illogica per il solo fatto della loro contiguità a lotti edificati, sia perché tale ubicazione non giustifica da sé sola l’estensione dell’urbanizzazione, sia perché la contestata scelta urbanistica costituisce applicazione del principio ispiratore di interesse pubblico, espresso nel piano strutturale, preordinato al contenimento dell’ulteriore consumo del suolo.
Del resto, la giurisprudenza amministrativa ha più volte evidenziato che la destinazione agricola del suolo non deve rispondere necessariamente all’esigenza di promuovere specifiche attività di coltivazione, e quindi essere funzionale ad un uso strettamente agricolo del terreno, potendo essere volta a sottrarre parti del territorio comunale a nuove edificazioni, ovvero a garantire ai cittadini l’equilibrio delle condizioni di vivibilità, assicurando loro quella quota di valori naturalistici e ambientali necessaria a compensare gli effetti dell’espansione urbana.

Con la prima censura il ricorrente, considerata l’ubicazione della sua proprietà (limitrofa al tessuto urbanizzato) e ritenuta sussistente una sua vocazione edificatoria derivante dal contesto in cui è inserita, deduce che l’impugnato provvedimento, nella parte in cui conferma la destinazione non edificabile della proprietà stessa, è inficiato da macroscopici errori di fatto e da abnormi illogicità.
Il motivo è infondato.
La conferma della destinazione agricola di determinate aree non può essere ritenuta illogica per il solo fatto della loro contiguità a lotti edificati, sia perché tale ubicazione non giustifica da sé sola l’estensione dell’urbanizzazione, sia perché la contestata scelta urbanistica costituisce applicazione del principio ispiratore di interesse pubblico, espresso nel piano strutturale, preordinato al contenimento dell’ulteriore consumo del suolo (Cons. Stato, IV, 27.11.2008, n. 5881).
Invero, l’art. 17 del piano strutturale (documento n. 11 depositato in giudizio), nella parte riguardante la zona in cui ricade la proprietà del ricorrente (UTOE n. 5 del territorio urbanizzato di Orbetello), pone l’obiettivo primario di “contrastare l’ulteriore espansione urbana lungo la viabilità e di aggressione alle pendici collinari, dando invece valore a queste e alle aree libere che sono comprese nell’UTOE e salvaguardandone l’integrità assegnando loro un ruolo non più propriamente agricolo ma ambientalmente significativo”.
Coerentemente, da un lato il piano strutturale (nelle tavole del quadro conoscitivo) classifica i terreni del deducente come “seminativo semplice”, dall’altro il regolamento urbanistico li configura come facenti parte degli “ambiti del territorio rurale o prevalentemente non urbanizzato di valore ambientale”.
Trattasi di destinazione che non corrisponde ad un uso strettamente e necessariamente agricolo, ma che appare finalizzata a scopi di tutela ambientale da perseguire sottraendo a nuove edificazioni una parte del territorio contigua ad un compendio urbanizzato.
Orbene, la predetta scelta urbanistica, in quanto giustificata dalle linee programmatiche del piano strutturale e preordinata al perseguimento di una finalità pubblica di rilievo, risulta priva di elementi di illogicità o erroneità.
Del resto, la giurisprudenza amministrativa ha più volte evidenziato che la destinazione agricola del suolo non deve rispondere necessariamente all’esigenza di promuovere specifiche attività di coltivazione, e quindi essere funzionale ad un uso strettamente agricolo del terreno, potendo essere volta a sottrarre parti del territorio comunale a nuove edificazioni, ovvero a garantire ai cittadini l’equilibrio delle condizioni di vivibilità, assicurando loro quella quota di valori naturalistici e ambientali necessaria a compensare gli effetti dell’espansione urbana (Cons. Stato, IV, 27.07.2011, n. 4505; idem, 13.10.2010, n. 7478; TAR Sicilia, Palermo, I, 05.07.2012, n. 1407) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Toscana, Sez. I, sentenza 17.04.2014 n. 642 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Il momento in cui l’interessato può presentare il proprio apporto collaborativo circa le scelte di governo del territorio è quello successivo all’adozione dello strumento urbanistico.
Solo nella fase successiva alla delibera di adozione e antecedente a quella di approvazione definitiva l’ordinamento (art. 18 della L.R. n. 1/2005) prevede la facoltà del privato di presentare osservazioni, il cui rigetto peraltro non richiede una confutazione analitica.

Infatti, il momento in cui l’interessato può presentare il proprio apporto collaborativo circa le scelte di governo del territorio è quello successivo all’adozione dello strumento urbanistico. Solo nella fase successiva alla delibera di adozione e antecedente a quella di approvazione definitiva l’ordinamento (art. 18 della L.R. n. 1/2005) prevede la facoltà del privato di presentare osservazioni, il cui rigetto peraltro non richiede una confutazione analitica (Cons. Stato, IV, 30.06.2004, n. 4804; TAR Sicilia, Palermo, I, 23.12.2013, n. 2551) (TAR Toscana, Sez. I, sentenza 17.04.2014 n. 642 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: L’attività di pianificazione urbanistica è espressione di un apprezzamento di merito, connotato da elevata discrezionalità, sicché la destinazione data alle singole aree non necessita di apposita motivazione, oltre quella desumibile dai criteri generali seguiti nell’impostazione del regolamento urbanistico e attinti dal piano strutturale, con l’avvertenza che la motivazione ulteriore e specifica va riferita esclusivamente a particolari situazioni in cui emergano aspettative o affidamenti in favore di soggetti le cui posizioni appaiono meritevoli di specifica considerazione.
In sostanza, le uniche evenienze richiedenti una più incisiva e singolare motivazione della scelta urbanistica sono date dal superamento degli standard minimi ex D.M. 02.04.1968, dalla lesione dell’affidamento qualificato del privato scaturente da convenzioni di lottizzazione o altri accordi tra Comune e proprietari, da aspettative nascenti da giudicati di annullamento di dinieghi di concessione edilizia o di silenzio rifiuto su domanda di concessione e, infine, dalla modificazione in zona agricola della destinazione di uno spazio limitato, intercluso da fondi edificati in modo non abusivo.

Secondo il consolidato indirizzo giurisprudenziale, l’attività di pianificazione urbanistica è espressione di un apprezzamento di merito, connotato da elevata discrezionalità, sicché la destinazione data alle singole aree non necessita di apposita motivazione, oltre quella desumibile dai criteri generali seguiti nell’impostazione del regolamento urbanistico e attinti dal piano strutturale, con l’avvertenza che la motivazione ulteriore e specifica va riferita esclusivamente a particolari situazioni in cui emergano aspettative o affidamenti in favore di soggetti le cui posizioni appaiono meritevoli di specifica considerazione.
In sostanza, le uniche evenienze richiedenti una più incisiva e singolare motivazione della scelta urbanistica sono date dal superamento degli standard minimi ex D.M. 02.04.1968, dalla lesione dell’affidamento qualificato del privato scaturente da convenzioni di lottizzazione o altri accordi tra Comune e proprietari, da aspettative nascenti da giudicati di annullamento di dinieghi di concessione edilizia o di silenzio rifiuto su domanda di concessione e, infine, dalla modificazione in zona agricola della destinazione di uno spazio limitato, intercluso da fondi edificati in modo non abusivo (Cons. Stato, IV, 18.11.2013, n. 5453; TAR Piemonte, I, 24.07.2013, n. 927)
(TAR Toscana, Sez. I, sentenza 17.04.2014 n. 642 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Beni Ambientali. Silenzio “devolutivo” del soprintendente nel procedimento di autorizzazione paesaggistica ex art. 146 D.Lgs. n. 42/2004.
Il termine assegnato al soprintendente per esprimere il parere (obbligatorio e vincolante) nel procedimento di autorizzazione paesaggistica ex art. 146 D.Lgs. n. 42/2004, commi 8 e 9, ha carattere perentorio, il cui infruttuoso decorso comporta l’obbligo per l’amministrazione procedente di provvedere autonomamente.
Il ricorso è fondato.
L’amministrazione comunale ha negato l’autorizzazione paesaggistica ponendo a fondamento del proprio diniego il parere negativo della soprintendenza.
Questo Tribunale ha precisato che la soprintendenza deve esprimere il proprio parere entro quarantacinque giorni dalla ricezione degli atti, trascorsi i quali senza che sia stato dato il suddetto parere, l’amministrazione può indire una conferenza di servizi entro il successivo termine perentorio di quindici giorni. In ogni caso, decorsi sessanta gironi dalla ricezione degli atti da parte della soprintendenza, l’amministrazione provvede sulla domanda. Qualora, la soprintendenza non provveda nel termine perentorio a lei assegnato il parere non ha più portata obbligatoria e vincolante e l’amministrazione deve motivare autonomamente a prescindere dall’eventuale portata del parere tardivo (Tar Lecce, sez. I, 15.06.2011, n. 1069).
Nel caso in esame, è la stessa soprintendenza a dichiarare, nel provvedimento impugnato, che il parere è stato rilasciato oltre il termine perentorio e, quindi, l’amministrazione comunale non poteva denegare l’autorizzazione limitandosi a richiamare il parere negativo della soprintendenza, ma doveva, eventualmente, motivare sulla condivisione di quanto espresso dalla soprintendenza, posto che il parere tardivo era da considerarsi privo dell’efficacia attribuitagli dalla legge e cioè privo di valenza obbligatoria e vincolante (Cons. St., sez. VI, 15.03.2013).
In sostanza, il provvedimento impugnato è carente di motivazione, proprio perché si è limitato a richiamare il parere negativo della soprintendenza senza motivare adeguatamente (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 24.07.2013 n. 1739 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Interesse a ricorrere contro rilascio concessione edilizia.
E’ pacifico fin da giurisprudenza risalente, che certamente sussiste l’interesse per il vicino che riceve una lesione per diminuzioni di luce, di aria, di visuale o di insolazione, in quanto portatore di un interesse giuridicamente tutelato ad insorgere contro il rilascio di una concessione edilizia anzi, è portatore di interesse anche chi, confinante o vicino, denunzia il deterioramento della zona dal punto di vista urbanistico o il danno derivante da un aumento dell'addensamento edilizio.
Va rigettato anche l’altro motivo di appello, contenuto nel primo dei due appelli, con il quale si lamenta la inammissibilità del ricorso originario per difetto di interesse da parte delle ricorrenti, in quanto le medesime non avrebbero ricevuto una effettiva lesione dalla costruzione assentita.
Se è vero che il solo richiamo al criterio della vicinitas, idoneo come tale a supportare la legittimazione, non è in grado di esaurire ogni aspetto attinente alla sussistenza dell’interesse concreto alla impugnazione, costituito dalla lesione effettiva e documentata da parte del titolare, nella specie le ricorrenti originarie, odierne appellate, avevano lamentato un minore irradiamento solare delle loro abitazioni, diminuzione del valore degli immobili, maggiore consumo di energia elettrica e termica e altro.
Tale doglianza è sufficiente a radicare l’interesse ad agire.
E’ pacifico fin da giurisprudenza risalente (si veda già Consiglio Stato sez. V, 11.07.1980, n. 696) che certamente sussiste l’interesse per il vicino che riceve una lesione per diminuzioni di luce, di aria, di visuale o di insolazione, in quanto portatore di un interesse giuridicamente tutelato ad insorgere contro il rilascio di una concessione edilizia; (così anche Consiglio Stato sez. V, 15.12.1986, n. 643); anzi, è portatore di interesse anche chi, confinante o vicino, denunzia il deterioramento della zona dal punto di vista urbanistico o il danno derivante da un aumento dell'addensamento edilizio
(massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 05.06.2013 n. 3101 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Secondo una generale considerazione, in materia di impugnativa di titoli edilizi abilitativi da parte di terzi il termine decorre dalla piena conoscenza della lesività dell’intervento (tra tante, si veda Consiglio Stato sez. IV, 18.06.2009, n. 4015, secondo cui tranne i casi di anteriore e piena conoscenza dell'atto, il termine di impugnazione della concessione di costruzione decorre dal momento in cui è percepibile la lesività dell'opera realizzata).
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In generale, comunque, in base agli ordinari criteri di riparto dell'onere della prova, ex art. 2697 c.c., la dimostrazione della tardività del ricorso e, quindi, della pregressa piena conoscenza degli elementi essenziali dell'atto in capo al destinatario, deve essere fornita da chi eccepisce la tardività dell'impugnazione.
Se quindi in genere la conoscenza effettiva e completa del titolo edilizio da parte del terzo si verifica di regola con l'ultimazione dei lavori di costruzione dell'immobile, e non solo con il loro inizio, a maggior ragione non può equipararsi la conoscenza del progetto presentato alla già avvenuta conoscenza del permesso che sarà rilasciato in seguito.
Una cosa è la conoscenza della documentazione allegata alla istanza; ben altra cosa è la conoscenza del contenuto del provvedimento lesivo, una volta emanato, e delle sue modalità di esecuzione.

Al di là della generale considerazione secondo cui, in materia di impugnativa di titoli edilizi abilitativi da parte di terzi, il termine decorre dalla piena conoscenza della lesività dell’intervento (tra tante, si veda Consiglio Stato sez. IV, 18.06.2009, n. 4015, secondo cui tranne i casi di anteriore e piena conoscenza dell'atto, il termine di impugnazione della concessione di costruzione decorre dal momento in cui è percepibile la lesività dell'opera realizzata), deve ritenersi che, anche a desumere la piena lesività già dalla conoscenza del contenuto dell’atto lesivo, bene ha fatto il primo giudice a ritenere che la decorrenza poteva aversi soltanto dalla piena e completa conoscenza dell’atto di permesso lesivo, non potendosi invece essa conoscenza farsi retroagire dal momento della conoscenza del mero progetto, allegato come tale all’istanza presentata.
Infatti, è evidente che la piena conoscenza del progetto, per un permesso ancora da emanare, non può essere equiparata alla conoscenza dell’atto impugnato (successivo) che ben potrebbe essere emesso con prescrizioni o a seguito di modifiche.
In generale, comunque, in base agli ordinari criteri di riparto dell'onere della prova, ex art. 2697 c.c., la dimostrazione della tardività del ricorso e, quindi, della pregressa piena conoscenza degli elementi essenziali dell'atto in capo al destinatario, deve essere fornita da chi eccepisce la tardività dell'impugnazione (così, da ultimo, tra tante, Consiglio di Stato sez. IV, 19.12.2012 n. 6557).
Se quindi in genere la conoscenza effettiva e completa del titolo edilizio da parte del terzo si verifica di regola con l'ultimazione dei lavori di costruzione dell'immobile, e non solo con il loro inizio, a maggior ragione non può equipararsi la conoscenza del progetto presentato alla già avvenuta conoscenza del permesso che sarà rilasciato in seguito.
Una cosa è la conoscenza della documentazione allegata alla istanza; ben altra cosa è la conoscenza del contenuto del provvedimento lesivo, una volta emanato, e delle sue modalità di esecuzione
(massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 05.06.2013 n. 3101 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Aria. Illegittimità ordinanza contingibile per il prolungamento della canna fumaria.
E’ Illegittima l’ordinanza per il prolungamento della canna fumaria oltre 1,00 ml. il colmo del tetto con la proprietà confinante.
Nel caso di specie, l'atto impugnato non è stato preceduto da alcuna puntuale istruttoria, ma ha fatto seguito solo alle "lamentele" di alcuni cittadini, non suffragate da accertamenti tecnici sull’effettiva presenza di fumi nocivi, pure ritenuti necessari dalla ASL e dalla Provincia, che sul punto si sono limitate a rendere consulti preliminari e interlocutori.
L’ordinanza impugnata non indica nemmeno la concreta situazione di pericolo e di danno limitandosi a far riferimento genericamente a “gas”, senza specificarne la natura, l'effettiva sussistenza e il grado di pericolosità.

3. Nel merito va premesso che l’ordinanza qui impugnata è stata adottata ai sensi dell’art. 50 d.lgs. 267/2000.
Al quinto comma della citata disposizione si prevede che “in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale le ordinanze contingibili e urgenti sono adottate dal sindaco, quale rappresentante della comunità locale".
4. Ciò posto, il ricorso appare fondato e meritevole di accoglimento.
4.1. L'ordinanza impugnata ha pacificamente natura "contingibile ed urgente", come induce chiaramente a ritenere sia l’espresso richiamo all’art. 50, sia l'adozione dell'atto da parte del sindaco, sia l'espressa finalizzazione del provvedimento alla prevenzione ed eliminazione di pericoli da immissioni nocive.
4.2. Ciò posto, è principio giurisprudenziale consolidato e condiviso quello per cui il potere del Sindaco di emanare ordinanze contingibili e urgenti, essendo espressione di un potere atipico e residuale, può essere esercitato solo per affrontare situazioni di carattere eccezionale ed impreviste, costituenti concreta minaccia per la pubblica incolumità e unicamente in presenza di un preventivo accertamento della situazione che deve fondarsi su prove concrete e non su mere presunzioni (TAR Piemonte, sez. I 27.06.2013 n. 843; id., sez. II, 12.06.2009, n. 1680; TAR Bari, sez. III, 26.08.2008, n. 1986).
Ulteriore presupposto indefettibile per l'adozione di siffatte ordinanze sindacali è la necessità di intervenire urgentemente con misure eccezionali e imprevedibili di carattere "provvisorio", non fronteggiabili con gli "ordinari" mezzi previsti dall'ordinamento giuridico e a condizione della "temporaneità dei loro effetti" (Corte Cost., sentenze 07.04.2011 n. 115 e 01.07.2009, n. 196 e Cons. St., sez. VI, 31.10.2013, n. 5276).
4.3. Nel caso di specie, l'atto impugnato:
- non è stato preceduto da alcuna puntuale istruttoria, ma ha fatto seguito solo alle "lamentele" di alcuni cittadini, non suffragate da accertamenti tecnici sull’effettiva presenza di fumi nocivi, pure ritenuti necessari dalla ASL e dalla Provincia, che sul punto si sono limitate a rendere consulti preliminari e interlocutori;
- non si è fondato su prove concrete, ma su presupposti generici, non essendo mai stato acquisito l’approfondimento istruttorio poc’anzi menzionato, come si desume dalle stesse premesse dell’ordinanza, ove si dà atto della presenza immissioni di immissioni aeree di gas “presumibilmente nocive o pericolose”. L’ordinanza impugnata non indica nemmeno la concreta situazione di pericolo e di danno limitandosi a far riferimento genericamente a “gas”, senza specificarne la natura, l'effettiva sussistenza e il grado di pericolosità (cfr. TAR Piemonte, sez. II, 07.07.2010, n. 3000; TAR Catania, sez. I 29.09.2011, n. 2371);
- non ha fornito riscontro della necessità di provvedere con immediatezza in ordine a situazioni di carattere eccezionale ed imprevedibile, cui fosse impossibile fare fronte con gli strumenti ordinari apprestati dall'ordinamento.
Non è configurabile, pertanto, il requisito della contingibilità, tenuto conto che l'ordinanza gravata non reca alcuna motivazione in ordine all'impossibilità, per il Comune -nei limiti della propria competenza- di utilizzare gli ordinari strumenti di accertamento e contestazione, nel rispetto delle regole procedimentali di partecipazione;
- appare insussistente, infine, qualsiasi profilo di tutela dell’interesse diffuso, posto che il provvedimento è limitato alle possibili immissioni della canna fumaria dirette verso la proprietà confinante, incidendo, quindi, esclusivamente nei rapporti tra i privati.
4.4 Superare i segnalati limiti che circoscrivono l’esercizio del potere di cui all’art. 50 d.lgs. 267/2000, equivarrebbe ad ampliare in maniera incongrua –oltre che lesiva del principio di tipicità dei provvedimenti amministrativi e dello stesso principio di legalità dell'azione amministrativa- i poteri di ordinanza extra ordinem del Sindaco, che vanno invece circoscritti, come esposto, a situazioni di carattere tendenzialmente eccezionale non fronteggiabili con gli ordinari strumenti previsti dall'ordinamento (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 21.02.2014 n. 322 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - TRIBUTI: Competenza della Giunta Comunale in materia di I.C.I..
Poiché la L. n. 446 del 1997, art. 59, riconosce al Consiglio Comunale, in materia di ICI, la facoltà di "determinare periodicamente e per zone omogenee i valori venali in comune commercio delle aree fabbricabili, al fine della limitazione del potere di accertamento del Comune qualora l'imposta sia versata sulla base di un valore non inferiore a quello predeterminato", i regolamenti comunali adottati in proposito, à sensi del D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 52, lett. q), pur non avendo natura imperativa, sono assimilabili agli studi di settore, nel senso che si tratta di fonti di presunzioni dedotte da dati di comune esperienza idonei a costituire supporti razionali offerti dall'Amministrazione al giudice, e utilizzabili, quali indici di valutazione, anche retroattivamente, analogamente al cd. "redditometro" (Cass. 9137/2005).
Analogamente, di tale potere può fare uso la Giunta Comunale, cui la competenza in materia di ICI, già del Consiglio Comunale, è stata riassegnata dal D.Lgs. 267 del 2000.

Il D.Lgs. 30.12.1992, n. 504, art. 5, dispone che "per le aree fabbricabili, il valore è costituito da quello venale in comune commercio - avendo riguardo alla zona territoriale di ubicazione, all'indice di edificabilità, agli oneri per eventuali lavori di adattamento ..., ai prezzi medi rilevati sul mercato della vendita di aree aventi analoghe caratteristiche".
Il Comune ricorrente, con riferimento ad aree inserite in comparto consortile industriale, ha sopperito alle indicazioni previste dalla legge mediante una delibera con cui ha fatto propria la valutazione in proposito del proprio Ufficio tecnico.
Poiché la L. n. 446 del 1997, art. 59, riconosce al Consiglio Comunale, in materia di ICI, la facoltà di "determinare periodicamente e per zone omogenee i valori venali in comune commercio delle aree fabbricabili, al fine della limitazione del potere di accertamento del Comune qualora l'imposta sia versata sulla base di un valore non inferiore a quello predeterminato", i regolamenti comunali adottati in proposito, à sensi del D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 52, lett. q), pur non avendo natura imperativa, sono assimilabili agli studi di settore, nel senso che si tratta di fonti di presunzioni dedotte da dati di comune esperienza idonei a costituire supporti razionali offerti dall'Amministrazione al giudice, e utilizzabili, quali indici di valutazione, anche retroattivamente, analogamente al cd. "redditometro" (Cass. 9137/2005). Analogamente, di tale potere può fare uso la Giunta Comunale, cui la competenza in materia di ICI, già del Consiglio Comunale, è stata riassegnata dal D.Lgs. 267 del 2000 (Cass. 12345/2005; 9216/2007).
Nella specie, dunque la delibera di Giunta con cui sono stati indicati i valori di riferimento delle aree in questione, pur essendo atto di carattere generale, ha assunto il valore di presunzione, ancorché suscettibile di prova contraria, presunzione che il Comune ha supportato mediante l'indicazione di ulteriori elementi di valutazione, desumibili dalla lettura degli statuti -sostanzialmente analoghi- del Consorzio Industriale di cui fa parte l'area della contribuente, e di quello del Consorzio Industriale di comparazione ("la Graziosa 2"), Statuti riportati in stralcio nell'odierno ricorso.
A fronte di tali dati testuali, nessun elemento probatorio ha addotto la contribuente, cui incombeva l'onere di contrastare non soltanto il contenuto della delibera comunale richiamata, ma i valori di comparazione concretamente riportati dal Comune, valori che la Commissione Regionale ha, senza effettuarne una coerente disamina, disatteso limitandosi a valutare le restrizione imposte nell'atto di cessione dell'area dal Consorzio Industriale, restrizioni comuni a fattispecie analoghe.
Il ricorso deve dunque essere accolto con cassazione della sentenza impugnata (Corte di Cassazione, sentenza 27.07.2007 n. 16702).

AGGIORNAMENTO AL 07.10.2014

E la telenovela continua...

     Con l'AGGIORNAMENTO AL 24.09.2014 si dava risalto a quel ben fatto servizio televisivo de "LE IENE" (Italia Uno) laddove un dipendente pubblico, in congedo, per il sol fatto di essersi fatto distaccare presso un sindacato (alla fine della carriera lavorativa) per pochi mesi "beccava" una pensione integrativa di migliaia di euro.
     Ebbene, con un 2° servizio andato in onda lo scorso 01.10.2014 hanno intervistato l'ex Ministro Tiziano Treu (papà della famigerata legge 564 ... recte D.Lgs. 16.09.1996 n. 564) nonché i leader nazionali della UIL (Angeletti) e della CGIL (Camusso).
     Guardate (ascoltate) attentamente questa 2^ puntata e, soprattutto, quello che dicono gli intervistati:
RIBREZZO ALLO STATO PURO!!
     A questo punto ci poniamo un interrogativo:
a cosa servono i sindacati??

IN EVIDENZA

INCENTIVO PROGETTAZIONE: Non retroattivi i nuovi incentivi ai progettisti.
La nuova disciplina degli incentivi alla progettazione non ha efficacia retroattiva, ma si applica solo a decorrere dal 19.08.2014
Il chiarimento arriva dalla Corte dei conti - Sezione regionale di controllo per l'Emilia Romagna, che con il parere 19.09.2014 n. 183 si è pronunciata sulla decorrenza della riforma introdotta dalla legge 114/2014, di conversione del dl 90/2014.
In particolare, viene in considerazione l'art. 13-bis, che ha abrogato i commi 5 e 6 dell'art. 92 del codice dei contratti pubblici (dlgs 163/2006) e ha inserito 4 nuovi commi (da 7-bis a 7-quinquies) al successivo art. 93.
In base a questi ultimi, ciascuna amministrazione deve istituire (con apposito regolamento) un fondo in cui far confluire una somma fino al 2% degli importi a base di gara. Di tali somme, l'80% verrà ripartito al progettisti interni, mentre il restante 20% sarà destinato all'acquisto da parte dell'ente di beni, strumentazioni e tecnologie funzionali a progetti di innovazione, di implementazione delle banche dati per il controllo e il miglioramento della capacità di spesa per centri di costo nonché all'ammodernamento ed efficientamento dell'ente e dei servizi ai cittadini.
In ogni caso, i premi complessivamente corrisposti nel corso dell'anno al singolo dipendente, anche da diverse amministrazioni, non potranno superare il 50% trattamento economico complessivo annuo lordo.
Gli incentivi, inoltre, sono ora espressamente collegati alla sola realizzazione di opere pubbliche e non anche a mete attività di pianificazione territoriale e, in ossequio al principio della onnicomprensività della retribuzione dirigenziale, non spettano ai dirigenti.
Tuttavia, hanno chiarito in magistrati contabili, la nuova disciplina non è applicabile retroattivamente, non essendo norma di interpretazione autentica, ma scatta solo dall'entrata in vigore della l. 114 e quindi, come detto, dal 19 agosto. Il parere in commento suggerisce anche come regolarsi rispetto al pregresso chiarendo che fino al 19 agosto continuano ad applicarsi le regole previgenti. Rimane il dubbio se la novella si applichi per le sole opere progettate dopo tale data (facendo quindi salvi tutti gli impegni assunti prima) o valga, invece, per tutte le liquidazioni successive, anche se riferite a opere progettate quando era in vigore la precedente normativa. A parere di chi scrive è preferibile la prima lettura (articolo ItaliaOggi del 03.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

INCENTIVO PROGETTAZIONE: a) l’ambito applicativo degli incentivi per la progettazione di cui agli artt. 92 del d.lgs. n. 163 del 2006 riguarda non un'attività di semplice pianificazione territoriale ma esclusivamente progettazione collegata direttamente con la realizzazione di un'opera pubblica;
b) fino all’entrata in vigore della legge di conversione 11.08.2014, n. 114 del decreto-legge 24.06.2014, n. 90, anche il dirigente di ruolo di un ufficio tecnico del Comune potrebbe beneficiare degli incentivi, in quanto il contratto collettivo nazionale di lavoro dell’Area II prevede espressamente quale deroga al principio dell’onnicomprensività la spettanza di incentivi per la progettazione (come detto, strettamente riferibile alla realizzazione di un’opera pubblica);
c) in base al principio dell’alterità, il beneficiario dell’incentivo non può coincidere con il soggetto (ad esempio, il capo dell’Ufficio tecnico) che provvederà all’accertamento del buon esito del progetto;
d) l’art. 93, comma 7-ter, ultimo periodo, del codice di cui al decreto legislativo 12.04.2006, n. 163, come inserito dall’art. 13-bis “Fondi per la progettazione e l'innovazione” della legge di conversione 11.08.2014, n. 114 del decreto-legge 24.06.2014, n. 90 –disposizione non applicabile retroattivamente, non essendo norma di interpretazione autentica– ha espunto dall’ordinamento il comma 5 (al quale il CCNL dell’Area II faceva richiamo) e il comma 6 dell'articolo 92 del codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, di cui al decreto legislativo 12.04.2006, n. 163; in base a tale nuova disciplina il riparto del fondo per la progettazione non trova più applicazione per il personale con qualifica dirigenziale.

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Il Comune di Cesenatico chiede di conoscere se è legittimo corrispondere, per attività svolte nell’anno 2013, incentivi di progettazione ai sensi dell’art. 92 del d.lgs. n. 163 del 2006 al dirigente del settore urbanistica incaricato per l’Ente, ai sensi dell’art. 110, comma 2, del d.lgs. n. 267 del 2000, individuato specificamente nel procedimento di redazione e progettazione di “Variante generale al PRG 98, ai sensi dell’ex art. 15 della l.r. n. 47 del 1978 e successive modificazioni” come “progettista”, laddove il regolamento comunale vigente espressamente prevede che “progettisti” si identificano nei dipendenti di ruolo facenti parte dell’ufficio tecnico.
...
2.1. Al riguardo, giova premettere che il Comune richiedente, come è possibile desumere dal preambolo dell’allegato A alla richiesta di parere (che richiama la giurisprudenza di questa Corte in materia, in particolare i pareri delle Sezioni di controllo della Regione Toscana,
parere 29.07.2013 n. 252 e parere 23.10.2013 n. 276 e della Regione Veneto parere 22.11.2013 n. 361), è avveduto –ma come si vedrà in modo insufficiente– della complessa questione interpretativa concernente la spettanza degli incentivi di progettazione ai sensi dell’art. 92 del d.lgs. n. 163 del 2006 a favore dei dirigenti - nel senso che la previsione dell’art. 92, comma 6, del d.lgs. n. 163 del 2006 conterrebbe, per i dirigenti, una norma di incentivazione autonoma derogatoria rispetto al principio di onnicomprensività contenuta nel comma 5 del medesimo articolo.
In particolare, nel citato
parere 22.11.2013 n. 361, la Corte dei conti Sezione regionale per la Regione Veneto ha ritenuto che: “che la previsione dell’art. 92, comma 6, del d.lgs. n. 163/2006 contenga una esplicita norma di incentivazione che deroga al principio di onnicomprensività. La norma introduce quindi una previsione derogatoria autonoma e distinta rispetto a quella contenuta nel comma 5, ricavabile da numerosi fattori. Tale conclusione è avvalorata, in particolare, sia dalla analisi dell’evoluzione storica della norma che dalla verifica della sua trasposizione nel corpus del codice dei contratti. Essa trova conferma altresì nella esplicita previsione testuale della norma (atto di pianificazione comunque denominato), nonché dalla previsione di una diversa commisurazione del compenso rispetto a quanto previsto in tema di progettazione di opere pubbliche. L’oggettiva e dimostrata maggiore complessità delle funzioni di pianificazione trova una sua esplicitazione a livello normativo nella documentazione che viene allegata alle varianti agli strumenti urbanistici rispetto alle modifiche puntuali di essi connesse alla progettazione delle opere pubbliche. Tali attività di elaborazione sono pertanto di uno scrutinio comparativo alla luce dei principi dell’ordinamento e in particolare di ragionevolezza e di quelli enunciati all’art. 36 della Costituzione. Anche sul piano soggettivo, le mansioni di pianificazione generali –a differenza di quelle di progettazione di opera pubblica– non sono ascrivibili alla specifica competenza di un solo soggetto, ma richiedono una attività multidisciplinare, che non potrebbe trovare deroga alcuna attese le tassatività delle competenze professionali stabilite dalla legge. Peraltro, esse richiedono comunque una intensa attività di coordinamento che trova esplicita conferma testuale nella norma del comma 6 nel rinvio alle modalità e criteri del regolamento di cui al comma precedente. La stessa commisurazione del compenso, in modo sensibilmente diverso rispetto a quella di progettazione dell’opera pubblica, dimostra come l’intenzione del legislatore è stata quella di attribuire la giusta retribuzione all’attività di pianificazione, anche mediata, a prescindere dal suo collegamento con un’opera pubblica”.
2.2. Tale questione interpretativa non costituisce, invero, il petitum del quesito, essendo quest’ultimo volto a conoscere se il Comune sia legittimato ad estendere al dirigente del Settore urbanistica del Comune medesimo (come previsto dalla delibera a firma dello stesso dirigente del Comune allegata alla richiesta di parere) la corresponsione degli incentivi per la progettazione, laddove, invece, il Regolamento comunale, emanato ai sensi dell’art. 110, comma 2, del d.lgs. n. 267 del 2000, identifica i progettisti beneficiari “nei dipendenti di ruolo facenti parte dell’ufficio tecnico”, (v. art. 3, comma 1, lettera b, del Regolamento comunale per la corresponsione degli incentivi per la progettazione del 06.10.2006).
2.3. Tuttavia, occorre qui svolgere una importante precisazione circa la validità dell’orientamento formulato in proposito dalla Corte dei conti, Sezione di controllo per la Regione Veneto -
parere 22.11.2013 n. 361, citato nel preambolo della Determinazione n. 841 allegata alla richiesta di parere, evidentemente non a conoscenza del Comune richiedente.
2.3.1. La Corte dei conti, Sezione autonomie, con la
deliberazione 15.04.2014 n. 7 ha risolto la questione di massima circa la corretta interpretazione delle disposizioni recate dall’art. 92, comma 6, del d.lgs. 12.04.2006, n. 163 (in prosieguo Codice dei contratti) ed, in particolare, della definizione ivi riportata “atto di pianificazione comunque denominato”.
Due erano gli indirizzi interpretativi formatisi nella giurisprudenza della Corte:
il primo considerava i corrispettivi previsti dalle citate disposizioni di cui all’art. 92, comma 6, a favore dei dipendenti, a titolo di incentivi alla progettazione interna, necessariamente collegati alla realizzazione di opere pubbliche e la partecipazione alla redazione di un atto di pianificazione di carattere generale quale attività rientrante nell’espletamento di funzioni istituzionali (cfr. ex multis: Sez. contr. Toscana parere 18.10.2011 n. 213 e
parere 19.03.2013 n. 15; Sez. contr. Piemonte parere 30.08.2012 n. 290; Sez. contr. Puglia Puglia, parere 16.01.2012 n. 1, parere 09.11.2012 n. 107; Sez. contr. Lombardia parere 24.10.2012 n. 452 e parere 27.09.2013 n. 391; Sez. contr. Campania parere 10.04.2013 n. 141; Sez. contr. Emilia Romagna parere 25.06.2013 n. 243; Sez. contr. Marche parere 04.10.2013 n. 67; Sez. contr. Umbria parere 09.07.2013 n. 119 e parere 23.10.2013 n. 125); il secondo, di recente espresso dalla Sezione regionale di controllo per il Veneto (deliberazione n. 361/2013), e richiamato nel preambolo della determinazione n. 841 del 04.12.2013, allegata alla richiesta di parere del Comune di Cesenatico, affermava che “con l’utilizzo della locuzione atto di pianificazione comunque denominato, lungi dall’autorizzare interpretazioni restrittive, il legislatore ha inteso utilizzare una dizione sufficientemente generale ed aperta, tale da consentire di ascrivere all’ambito oggettivo della norma ogni atto di pianificazione, prescindendo dal suo collegamento diretto con la progettazione di un’opera pubblica”, concludendosi per un’applicazione dell’istituto premiale estesa ad ogni atto di pianificazione “anche di carattere mediato”.
2.3.2. Nel merito, la Sezione autonomie, nella citata
deliberazione 15.04.2014 n. 7, ha risolto la questione di massima e dunque il contrasto tra le pronunce delle Sezioni regionali di controllo della Corte nel senso che gli incentivi di cui al citato art. 92, commi 5 e 6, devono essere necessariamente riferiti alla progettazione di opere pubbliche e non invece a meri atti di pianificazione non collegati direttamente alla realizzazione di un'opera pubblica, come invece risulterebbe dalla citata determinazione n. 841 allegata alla richiesta di parere del Comune di Cesenatico, che, appunto, fa riferimento alla progettazione della “variante generale al PRG 98, ai sensi dell’ex art. 15 l.r. n. 47/1978 e s.m.i.”.
2.4. Tanto premesso, in considerazione del tenore della richiesta di parere, occorre comunque stabilire se l’attuale formulazione del Regolamento comunale per la corresponsione degli incentivi per la progettazione osti, in via di principio, a legittimare il Comune a corrispondere, per attività svolte nell’anno 2013, incentivi per la progettazione (riferibile alla realizzazione di opere pubbliche) al dirigente responsabile della struttura, dato, come si è visto, che il citato regolamento individua i beneficiari degli incentivi nei progettisti “dipendenti di ruolo facenti parte dell’ufficio tecnico”, come individuati dal dirigente.
2.5. Al riguardo occorre ricordare che il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del Personale Dirigente del comparto Regioni e autonomie locali (Area II Regioni e Autonomie locali) Quadriennio normativo 2006-2009, Biennio 2006-2007 prevede all’art. 20 (Onnicomprensività del trattamento economico) quanto segue: “In aggiunta alla retribuzione di posizione e di risultato, ai dirigenti possono essere erogati direttamente, a titolo di retribuzione di risultato, solo i compensi previsti da specifiche disposizioni di legge, come espressamente recepite nelle vigenti disposizioni della contrattazione collettiva nazionale e secondo le modalità da queste stabilite: art. 92, comma 5, d.lgs. n. 163 del 12.04.2006; art. 37 del CCNL del 23.12.1999; art. 3, comma 57, della legge n. 662 del 1996; art. 59, comma 1, lett. p), del d.lgs. n. 446/1997 (recupero evasione ICI); art. 12, comma 1, lett. b), del d.l. n. 437 del 1996, convertito nella legge n. 556 del 1996. L'ente definisce l'incidenza delle suddette erogazioni aggiuntive sull'ammontare della retribuzione di risultato sulla base criteri generali oggetto di previa concertazione sindacale, ai sensi dell'art. 6 del CCNL del 22.02.2006.”.
Tale clausola negoziale riproduce quelle già inserite nel CCNL del 23.12.2009 (art. 26, comma 1, lett. e), e nel CCNL del 10.04.1996 (art. 37, comma 1, lett. e).
Nell’orientamento applicativo del 27.11.2007, l’Aran ha anche chiarito che “le risorse derivanti dalla applicazione dell’art. 18 della legge 109/1994 (ora art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163/2006) possono confluire nel fondo di posizione e di risultato della dirigenza (per essere erogate come retribuzione di risultato) solo a condizione che sussistano i finanziamenti destinati alla esecuzione delle relative opere pubbliche e, naturalmente, limitatamente al solo anno di riferimento temporale dello stesso finanziamento”.
2.6. Quanto alla individuazione dell’Ufficio tecnico, l’organigramma del Comune di Cesenatico non individua espressamente l’”Ufficio tecnico”, bensì diversi Uffici con competenze di progettazione urbanistica tra cui l’Ufficio diretto dal dirigente arch. Vittorio Foschi Edilizia privata-vigilanza (cfr. determinazione n. 841 del 04.12.2013, allegata alla richiesta di parere del Comune di Cesenatico); sicché, quest’ultimo sembra riconducibile nell’ambito applicativo della disposizione comunale.
2.7. Sulla base del ricostruito quadro normativo di riferimento, la formulazione della norma regolamentare del Comune di Cesenatico non sembra di per sé di ostacolo alla destinazione nell’an degli incentivi di cui al Fondo per la progettazione al personale dirigenziale di ruolo di un Ufficio tecnico del Comune, in quanto come si è visto, sulla base delle vigenti clausole contrattuali, la cd. onnicomprensività del trattamento dei dirigenti appartenenti all’ Area II (Dirigenti di Regioni ed Enti locali) non esclude l’eventuale destinazione, anche a loro beneficio, degli incentivi di cui all’art. 92 del d.lgs. n. 163 del 2006.
3. Un ulteriore profilo merita di essere evidenziato sebbene esso non formi oggetto del quesito.
La citata determinazione n. 841 del 04.12.2013, allegata alla richiesta di parere, prevede che il dirigente capo dell’Ufficio risulta beneficiario nella misura del 40% dell’incentivo; e tuttavia,
tenuto conto del disposto di cui al quarto periodo dell’art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163 del 2006 “La corresponsione dell'incentivo è disposta dal dirigente preposto alla struttura competente, previo accertamento positivo delle specifiche attività svolte dai predetti dipendenti”, la determinazione omette di indicare il soggetto deputato ad “accertare” che le attività da remunerare saranno svolte in modo positivo, potendo invero ipotizzarsi che, nel silenzio della determina, il capo dell’Ufficio beneficiario dell’incentivo possa coincidere con il soggetto che provvederà all’accertamento del buon esito del progetto.
In proposito, occorre segnalare che il Comitato consultivo dell’Avvocatura generale dello Stato, nel
parere 21.12.2013 n. 513720/23 di prot. (CS 4955-6145/13, Sez. VII, avv. Marco Stigliano Messuti), in riferimento al quesito su “chi debba intendersi per membro interno ovvero esterno alla stazione appaltante ai fini dell’applicazione rispettivamente degli incentivi ex art. 92, comma 5, d.lgs. n. 163/2006”, ha ritenuto che "[…] gli aventi diritto potevano essere solo le figure tecnico-professionali espressamente richiamate ai fini del riparto, ossia il responsabile del procedimento, il progettista, il direttore dei lavori, i collaudatori, nonché i loro collaboratori"; il citato parere aggiunge che [nella fattispecie esaminata] "il convenuto ha percepito il fondo come collaboratore di sé medesimo in evidente violazione dell'art. 92, comma 5, nella parte in cui, invece, stabiliva la destinazione ad 'economia' non solo per la quota d'incentivo riguardante le attività conferite a soggetti esterni, ma anche per quelle prive del dovuto “accertamento" da parte del dirigente, e non vede il Collegio come il ... abbia potuto sindacare, valutare e, dunque, 'accertare' la propria auto-collaborazione".
4. Occorre aggiungere che la disciplina in tema di riparto del fondo per l’incentivazione per la progettazione interna è stata riconsiderata ad opera dell’art. 13-bis del d.l. 24.06.2014, n. 90 “Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l'efficienza degli uffici giudiziari”, convertito dalla legge 11.08.2014, n. 114, che ha abrogato i commi 5 e 6 dell'articolo 92 del codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, di cui al decreto legislativo 12.04.2006, n. 163, che ha inserito, dopo il comma 7 dell'articolo 93 del codice di cui al decreto legislativo 12.04.2006, n. 163, il comma 7-ter, il quale così dispone “L'80 per cento delle risorse finanziarie del fondo per la progettazione e l'innovazione è ripartito, per ciascuna opera o lavoro, con le modalità e i criteri previsti in sede di contrattazione decentrata integrativa del personale e adottati nel regolamento di cui al comma 7-bis, tra il responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori; gli importi sono comprensivi anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell'amministrazione. Il regolamento definisce i criteri di riparto delle risorse del fondo, tenendo conto delle responsabilità connesse alle specifiche prestazioni da svolgere, con particolare riferimento a quelle effettivamente assunte e non rientranti nella qualifica funzionale ricoperta, della complessità delle opere, escludendo le attività manutentive, e dell'effettivo rispetto, in fase di realizzazione dell'opera, dei tempi e dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo. Il regolamento stabilisce altresì i criteri e le modalità per la riduzione delle risorse finanziarie connesse alla singola opera o lavoro a fronte di eventuali incrementi dei tempi o dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo, redatto nel rispetto dell'articolo 16 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 05.10.2010, n. 207, depurato del ribasso d'asta offerto. Ai fini dell'applicazione del terzo periodo del presente comma, non sono computati nel termine di esecuzione dei lavori i tempi conseguenti a sospensioni per accadimenti elencati all'articolo 132, comma 1, lettere a), b), c) e d). La corresponsione dell'incentivo è disposta dal dirigente o dal responsabile di servizio preposto alla struttura competente, previo accertamento positivo delle specifiche attività svolte dai predetti dipendenti. Gli incentivi complessivamente corrisposti nel corso dell'anno al singolo dipendente, anche da diverse amministrazioni, non possono superare l'importo del 50 per cento del trattamento economico complessivo annuo lordo. Le quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni non svolte dai medesimi dipendenti, in quanto affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione medesima, ovvero prive del predetto accertamento, costituiscono economie. Il presente comma non si applica al personale con qualifica dirigenziale.”.
Per effetto di questa innovazione normativa:
a) la disciplina del regime dell’incentivazione è ora espressamente da ricondurre alla sola realizzazione di opere pubbliche e non anche ad attività di pianificazione territoriale;
b) in base all’ultimo periodo del citato comma 7-ter, il legislatore, evidentemente ispirato alla ratio del principio della onnicomprensività della retribuzione, prevede ora che non spetta al “dirigente” il riparto degli incentivi dal Fondo per la progettazione.
5. Conclusivamente, deve ritenersi che:
   a) l’ambito applicativo degli incentivi per la progettazione di cui agli artt. 92 del d.lgs. n. 163 del 2006 riguarda non un'attività di semplice pianificazione territoriale (come sembra avvenire nel caso all’esame), ma esclusivamente progettazione collegata direttamente con la realizzazione di un'opera pubblica;
   b) fino all’entrata in vigore della legge di conversione 11.08.2014, n. 114 del decreto-legge 24.06.2014, n. 90, anche il dirigente di ruolo di un ufficio tecnico del Comune potrebbe beneficiare degli incentivi, in quanto il contratto collettivo nazionale di lavoro dell’Area II prevede espressamente quale deroga al principio dell’onnicomprensività la spettanza di incentivi per la progettazione (come detto, strettamente riferibile alla realizzazione di un’opera pubblica);
   c) in base al principio dell’alterità, il beneficiario dell’incentivo non può coincidere con il soggetto (ad esempio, il capo dell’Ufficio tecnico) che provvederà all’accertamento del buon esito del progetto;
   d) l’art. 93, comma 7-ter, ultimo periodo, del codice di cui al decreto legislativo 12.04.2006, n. 163, come inserito dall’art. 13-bis “Fondi per la progettazione e l'innovazione” della legge di conversione 11.08.2014, n. 114 del decreto-legge 24.06.2014, n. 90 –disposizione non applicabile retroattivamente, non essendo norma di interpretazione autentica– ha espunto dall’ordinamento il comma 5 (al quale il CCNL dell’Area II faceva richiamo) e il comma 6 dell'articolo 92 del codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, di cui al decreto legislativo 12.04.2006, n. 163; in base a tale nuova disciplina il riparto del fondo per la progettazione non trova più applicazione per il personale con qualifica dirigenziale
(Corte dei Conti, Sez. controllo Emilia Romagna, parere 19.09.2014 n. 183).

CORTE DEI CONTI

ENTI LOCALIPersonale, l'in house non vale. Consorzi e aziende speciali nel calcolo delle spese. La Corte conti Lombardia ribadisce l'esigenza di consolidamento dei bilanci locali.
Gli enti locali, ai fini del rispetto dell'obbligo di contenimento delle spese di personale, devono considerare anche quelle dei consorzi e delle aziende speciali da essi partecipati, ma non quelle delle proprie società in house.

Lo ha chiarito (confermando il proprio orientamento sul punto) la Corte dei conti - Sezione regionale di controllo per la Lombardia, con il parere 29.09.2014 n. 237.
La pronuncia ribadisce l'esigenza del consolidamento delle spese di personale del «gruppo ente locale», che comprende i diversi sistemi organizzativi nei quali, ormai, si articola l'amministrazione pubblica. Tale esigenza, tuttavia, non può essere assolutizzata, ma deve essere sempre letta alla luce del contesto e dell'evoluzione normativa.
Da qui l'esclusione delle spese di personale delle società in house, tenuto conto delle controproducenti rigidità gestionali che ne deriverebbero: tali compagini, infatti, di norma, gestiscono servizi caratterizzati da picchi di attività ultra-annuali, che rischierebbero di falsare le serie storiche.
Al contrario, vanno consolidate le aziende speciali, alla luce del rapporto di immedesimazione organica e funzionale con l'ente partecipante che le caratterizza. Stesso discorso per i consorzi, vista la loro stretta strumentalità (che rasenta l'immedesimazione organica e funzionale).
Ricordiamo che i limiti alle spese di personale sono quelli previsti dall'art. 1, commi 557 e 562, della l 296/2006: gli enti soggetti al Patto di stabilità interno devono garantire il contenimento rispetto al valore medio del triennio 2011-2013, mentre quelli non soggetti non devono superare il valore del 2008. Fanno eccezione i soli enti (soggetti al Patto) che nel 2012 partecipavano alla sperimentazione del nuovo sistema contabile.
In tal caso, come chiarito dal recente parere n. 73024/2014 del Mef, la base di calcolo è pari al doppio della spesa 2011 + la spesa 2013 diviso 3. Ciò per sterilizzare gli effetti derivanti dall'applicazione del nuovo principio della competenza finanziaria potenziata (articolo ItaliaOggi del 03.10.2014).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

APPALTI FORNITURE E SERVIZI: G.U. 03.10.2014 n. 230 "Individuazione delle prestazioni principali in relazione alle caratteristiche essenziali dei beni e servizi oggetto delle convenzioni stipulate da Consip S.p.A., ai sensi dell’articolo 10, comma 3, del decreto-legge 24.04.2014, n. 66" (Ministero dell'Economia e delle Finanze, decreto 15.09.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIA - URBANISTICA: B.U.R. Lombardia, supplemento n. 40 dell'01.10.2014, "Adempimenti derivanti dagli obblighi nei confronti dell’Unione Europea relativi alle attività estrattive di cava" (L.R. 01.10.2014 n. 27).

EDILIZIA PRIVATA - PATRIMONIO - VARI: B.U.R. Lombardia, supplemento n. 40 dell'01.10.2014, "Norme per la promozione e lo sviluppo delle attività motorie e sportive, dell’impiantistica sportiva e per l’esercizio delle professioni sportive inerenti alla montagna" (L.R. 01.10.2014 n. 26).

VARI: G.U. 29.09.2014 n. 226 "Disciplina del Fondo di garanzia «prima casa» di cui all’articolo 1, comma 48, lett. c), della legge 27.12.2013, n. 147" (Ministero dell'Economia e delle Finanze, decreto 31.07.2014).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

APPALTI: D. Tramutoli, L'interpretazione del principio di concentrazione e continuità delle operazioni di gara d'appalto” (cfr. Cons. Stato, Sez. III, sentenza n. 4605 del 10.09.2014) (01.10.2014 - link a www.diritto.it).

APPALTI: R. De Nictolis, Il rito degli appalti pubblici dopo il D.L. 90/2014 (01.10.2014 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
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Il D.L. n. 90/2014, e le sue modifiche intervenute con il D.L. n. 114/2014, hanno ridisegnano in modo signi-ficativo il rito degli appalti pubblici disciplinato dall’art. 120 c.p.a. Nel testo si opera una ricostruzione siste-matica del rito, alla luce delle novità introdotte.

NOTE, CIRCOLARI  E COMUNICATI

APPALTI: Oggetto: Legge n. 114 dell’11.08.2014: modifiche in ambito di appalti pubblici. Certificazioni antimafia; ANAC; AVCPass; Centrali di committenza; varianti in corso d’opera; ulteriori disposizioni (ANCE Bergamo, circolare 03.10.2014 n. 187).

ENTI LOCALI: OGGETTO: Sperimentazione armonizzazione contabile - triennio di riferimento ai fini del contenimento spese di personale (Ministero dell'Economia e delle Finanze, Ragioneria Generale dello Stato, nota 16.09.2014 n. 73024 di prot.).

QUESITI & PARERI

PUBBLICO IMPIEGO: Portatrice di handicap.
Domanda
Sono un dipendente pubblico affidatario di un bambino portatore di handicap grave e vorrei sapere di quali permessi lavorativi posso beneficiare.
Risposta
L'handicap gravità viene riconosciuta nel caso di riduzione dell'autonomia personale, correlata all'età, che renda necessario un intervento assistenziale permanente e continuativo.
In merito ai permessi lavorativi la legge n. 53/2000 prevede nei confronti dei genitori anche adottivi di persona portatrice di handicap i seguenti permessi:
1) la madre, o in alternativa, il padre di minore con handicap in situazione di gravità, possono astenersi dal lavoro in astensione facoltativa fino al compimento del 3° anno di età del bambino, a condizione che il bambino non sia ricoverato a tempo pieno presso istituti ospedalieri;
2) in alternativa, il lavoratore può chiedere 2 ore di permesso giornaliero retribuito fino al compimento del 3° anno di vita del bambino;
3) successivamente al compimento del 3° anno di età del bambino, la lavoratrice madre o, in alternativa, il lavoratore padre, ha diritto a tre giorni di permesso mensile, coperti da contribuzione figurativa, fruibili anche in maniera continuativa a condizione che la persona con handicap in situazione di gravità non sia ricoverata in Istituto di cura.
Inoltre va ricordato che il genitore che assiste un figlio portatore di handicap, ha diritto di scegliere la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio e non può essere trasferito ad altra sede senza il suo consenso. Tutti i permessi e benefici sopra citati sono riconosciuti anche nei confronti degli affidatari di persona portatrice di handicap grave (articolo ItaliaOggi Sette del 06.10.2014).

EDILIZIA PRIVATA: 65% anche con comodato verbale.
Domanda
È indispensabile redigere per iscritto e registrare un contratto di comodato di immobile al fine di poter beneficiare della detrazione Irpef del 65% per interventi di risparmio energetico dei quali il comodatario, nipote del comodante, si farebbe carico?
Risposta
A termini di legge, anche un contratto di comodato verbale, spesso posto in essere in ambito familiare o parentale, non registrato, del tutto legittimo sul piano civilistico e fiscale (l'obbligo di registrazione, in termine fisso e a tassa fissa, è previsto solo per i contratti scritti), appare idoneo a legittimare il diritto alla detrazione Irpef del 65%.
Infatti, la normativa primaria e secondaria (art. 1, commi da 344 a 349, legge n. 296/2006 e dm 19.02.2007, art. 2, lettera a), non prevedono particolari condizioni circa il titolo giuridico di possesso o di detenzione, ma stabiliscono semplicemente la spettanza della detrazione, per una quota degli importi «rimasti a carico del contribuente», «per le spese documentate» e fanno riferimento unicamente alla situazione «di fatto» di materiale disponibilità dell'immobile, concretantesi nel possesso o nella mera detenzione, limitandosi a richiedere (art. 4, comma 1, lett. d) del dm) che, se i lavori sono effettuati dal detentore, dev'essere conservata ed esibita la dichiarazione del possessore di consenso all'esecuzione dei lavori, oltre ai bonifici dai quali risulti la causale del versamento ed il codice fiscale del beneficiario della detrazione.
Allo stesso modo, anche la fondamentale circolare 37/E/2007, nel richiamare il comodato, non ne richiede la registrazione.
Conferma di quanto sopra è stata data di recente dalla Ctp di Como (sent. n. 43/5/2013) che ha dichiarato non legittimo l'accertamento dell'Ufficio in un caso come quello oggetto del quesito sottolineando -in modo condivisibile- che è evidente la ratio della normativa, consistente nell'agevolare -oggettivamente- gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici, beneficiando della relativa detrazione il contribuente che sostiene le relative spese, restando a tal fine irrilevanti il titolo giuridico (proprietà, o altro diritto reale, o contratto a effetti obbligatori), la forma del contratto (scritta o verbale) in base al quale il contribuente che ha sostenuto le spese detiene l'immobile e, a maggior ragione, la circostanza che tale titolo abbia data certa opponibile al fisco.
Nel caso di specie, il consenso del possessore (la società locatrice) all'esecuzione dei lavori risultava da una scrittura privata e da una dichiarazione, non sussistevano contestazioni sul fatto che le spese fossero state concretamente sopportate dal comodatario, e quest'ultimo, ad abundantiam, fosse divenuto, successivamente, locatario dell'unità immobiliare in forza di contratto di locazione regolarmente registrato.
Tutto ciò precisato, laddove si voglia fugare «all'origine» il rischio di siffatte contestazioni da parte dell'Ufficio, con conseguenti costi per la difesa, patemi d'animo e perdite di tempo, può avere senso registrare a tassa fissa (euro 200) e nel termine fisso di 20 giorni un contratto di comodato scritto, ove potrà essere già inserita l'autorizzazione a effettuare i lavori (articolo ItaliaOggi Sette del 06.10.2014).

EDILIZIA PRIVATA: Spese di ristrutturazione.
Domanda
I costi di ristrutturazione sono stati sostenuti da due sorelle conviventi. Una delle due non compare però nell'intestazione della fattura emesse dalla ditta edile a fronte dei lavori effettuati. Come può costei usufruire della detrazione per spese che ha effettivamente sostenuto?
Risposta
La sorella non indicata in fattura potrà usufruire della quota parte di detrazione che le spetta mediante apposita annotazione, da apportare su detta fattura, indicante le percentuali di spesa effettivamente sostenute dalle due sorelle.
Si veda al riguardo la ris. n. 353/2008, con la quale venne chiarito come, in presenza di più soggetti che intendono fruire della detrazione, l'eventuale indicazione sul bonifico del solo codice fiscale di uno di essi non pregiudica comunque il diritto degli altri aventi diritto (articolo ItaliaOggi Sette del 06.10.2014).

TRIBUTI: Appartamento da sopraelevazione.
Domanda
Si chiede se, nel caso, di appartamento risultante da sopraelevazione, il comune poteva assoggettare a imposizione Ici l'area su cui si sviluppava la cubatura, in relazione alla quale era stata conseguita la concessione edilizia per l'appartamento al primo piano dato che non vi è altra area fabbricabile se non quella su cui insiste l'appartamento a suo tempo realizzato al piano terreno.
Risposta
La Corte di cassazione, sezione tributaria, con la sentenza dell'08.05.2013, numero 10735, alla luce anche della precedente sentenza della stessa Corte del 23.10.2006, numero 22808, ha affermato che, ai fini dell'Imposta comunale sugli immobili (Ici), la nozione di fabbricato, di cui all'articolo 2, del decreto legislativo 30.12.1992, numero 504, rispetto all'area su cui esso insiste, è unitaria nel senso che, una volta che l'area edificabile sia comunque utilizzata, il valore della base imponibile, ai fini dell'imposta, si trasferisce dall'area stessa all'intera costruzione realizzata. Infatti, per i giudici, la norma, per l'applicazione dell'imposta comunale sugli immobili, sul fabbricato di nuova costruzione, individua due soli criteri alternativi: la data di ultimazione dei lavori, ovvero, se antecedente, quella di utilizzazione, senza alcun riferimento alla divisione del fabbricato, in piani o porzioni.
Pertanto, secondo la Suprema corte, richiamata la sua precedente sentenza del 15.12.2004, numero 23347, per la determinazione della base imponibile di un appartamento in costruzione al primo piano dell'edificio, non trova applicazione la normativa portata dall'articolo 5, comma 6, del decreto legislativo 30.12.1992, numero 504, che disciplina l'utilizzazione edificatoria dell'area, individuando come base imponibile il valore dell'area stessa, ma l'articolo 2, comma 1, lettera a), che, per l'assoggettabilità a imposta del fabbricato di nuova costruzione individua due criteri alternativi. Il primo criterio è la data di ultimazione dei lavori di costruzione, l'altro, se antecedente, quello di utilizzazione.
Ora, nel caso, di appartamento risultante da sopraelevazione, non essendosi, per Giudici, realizzato alcuno dei due presupposti, il comune non avrebbe dovuto assoggettare a imposizione Ici l'area su cui si sviluppava la cubatura, in relazione alla quale era stata conseguita la concessione edilizia per l'appartamento al primo piano, non essendovi altra area fabbricabile che quella su cui insisteva l'appartamento a suo tempo realizzato al piano terreno (articolo ItaliaOggi Sette del 06.10.2014).

EDILIZIA PRIVATA - TRIBUTI: Variazione della rendita catastale.
Domanda
Per i provvedimenti di variazione della rendita catastale di unità immobiliare, emessi dall'Ufficio del territorio, su richiesta del Comune, ai sensi dell'articolo 3, comma 58, della legge 23.12.1996, numero 662, sussiste un rigoroso obbligo di motivazione?
Risposta
La Corte di cassazione, sezione tributaria, con l'ordinanza del 03.02.2014, numero 2357, ha affermato, anche alla luce di quanto deciso dalla stessa Corte con la sentenza numero 9629, del 13.06.2012 e a modifica di precedente orientamento della stessa Corte di cassazione, che, l'Agenzia delle entrate, Ufficio del territorio, quando procede all'attribuzione d'ufficio di un nuovo classamento a una unità immobiliare a destinazione ordinaria, deve specificare se tale mutato classamento sia dovuto a trasformazioni specifiche subite dall'unità immobiliare in questione oppure a una risistemazione dei parametri relativi alla microzona, in cui si colloca l'unità immobiliare.
Nel primo caso, l'Agenzia delle entrate deve indicare le trasformazioni edilizie intervenute. Nel secondo caso, il predetto Ufficio deve indicare l'atto con cui si è provveduto alla revisione dei parametri relativi alla microzona, a seguito di significativi e concreti miglioramenti del contesto urbano, rendendo così possibile la conoscenza dei presupposti del riclassamento da parte del contribuente.
La Suprema corte, quindi, con la citata sentenza ha riconfermato il proprio recente indirizzo circa la idonea motivazione degli atti impugnati; motivazione non integrabile dall'Ufficio, convenuto in giudizio, nel corso del giudizio medesimo. Per i giudici, pertanto, non è più da condividere la tesi, secondo la quale gli atti dell'Ufficio, impugnati, debbano avere soltanto il requisito della provocatio ad apponendum, necessaria per far conoscere al contribuente gli elementi essenziali della pretesa impositiva (articolo ItaliaOggi Sette del 06.10.2014).

TRIBUTI: Chi paga Imu e Tasi.
Domanda
Vorrei sapere chi è tenuto al pagamento dell'Imu e della Tasi in presenza della seguente fattispecie: firma di un preliminare di vendita con immissione anticipata del promissario acquirente nel possesso dell'immobile.
Risposta
Il pagamento dell'Imu sarà a totale carico del proprietario, promittente venditore, dell'immobile. Per quel che concerne la Tasi invece, la stessa sarà in parte a carico del proprietario dell'immobile (promittente venditore) e in parte dell'occupante lo stesso (promittente acquirente), secondo le percentuali al riguardo fissate dall'apposita delibera del Comune competente (articolo ItaliaOggi Sette del 06.10.2014).

PUBBLICO IMPIEGOOSSERVATORIO VIMINALE/ Incompatibilità limitate. Niente analogia per le norme sull'ineleggibilità. I divieti previsti per i dipendenti comunali non si applicano alle unioni.
Sussiste una causa d'incompatibilità di cui al combinato disposto degli artt. 60, comma 1, n. 7) e 63, comma 1, n. 7), del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267, nei confronti del dipendente di un comune che sia anche amministratore di un altro comune, entrambi facenti parte di un'unione, e che abbia altresì la gestione di un servizio associato?

Il legislatore ha delineato l'istituto dell'unione di comuni, disciplinandolo nei suoi elementi essenziali e inderogabili, e demandando all' autonomia statutaria e regolamentare dell'unione medesima la disciplina dei propri organi e della propria organizzazione.
In particolare, l'art. 32, comma 3, del decreto legislativo n. 267 del 2000, come da ultimo modificato dall'art.1, comma 105, della legge 07.04.2014, n. 56, stabilisce che «gli organi dell'unione, presidente, giunta e consiglio, sono formati da amministratori in carica dei comuni associati (omissis). Il presidente è scelto tra i sindaci dei comuni associati e la giunta tra i componenti dell'esecutivo dei comuni associati. Il consiglio è composto da un numero di consiglieri definito nello statuto, eletti dai singoli consigli dei comuni associati tra i propri componenti, garantendo la rappresentanza delle minoranze ed assicurando la rappresentanza di ogni comune».
Tale previsione normativa persegue l'intento di consolidare l'appartenenza dell'ente associativo ai comuni che lo compongono, attraverso l'identità dei soggetti amministratori.
Il successivo comma 4 stabilisce che «l'unione ha potestà statutaria e regolamentare e ad essa si applicano, in quanto compatibili e non derogati con le disposizioni della legge recante disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni, i principi previsti per l'ordinamento dei comuni, con particolare riguardo allo stato degli amministratori (omissis)».
In base a tale ultimo richiamo, le norme di cui al menzionato art. 63, in quanto compatibili e non derogate nei termini sopra indicati, devono ritenersi applicabili anche in materia di unioni di comuni.
Alla luce della citata normativa, si potrebbe delineare la fattispecie dell'incompatibilità nell'eventualità in cui un medesimo soggetto sia dipendente dell'unione di comuni e, nel contempo, componente degli organi di governo della stessa.
Il caso che qui ci occupa riguarda, invece, un dipendente comunale che andrebbe a gestire un servizio associato nell'ambito di un'unione di comuni, di cui fa parte l'ente presso il quale presta servizio, e che contemporaneamente riveste la qualità di amministratore in un altro ente, pure facente parte della predetta unione.
Sul punto, costituisce ius receptum il principio in virtù del quale le cause d'ineleggibilità e d'incompatibilità, sostanziandosi in una limitazione al diritto di elettorato passivo, costituzionalmente garantito, sono di stretta interpretazione e applicazione (ex multis, Corte costituzionale, sentenza 20.02.1997, n. 44; Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 22.12.2011, n. 28504; Id., sentenza 11.03.2005, n. 5449).
L'ipotesi prevista dall'art. 63, comma 1, n. 7), del decreto legislativo n. 267 del 2000 si riferisce esclusivamente ai dipendenti del comune e della provincia per i rispettivi consigli; va escluso, pertanto, nel caso di specie, il delinearsi di una causa d'incompatibilità nei confronti dell'amministratore di un ente locale, che sia dipendente di un altro ente, entrambi facenti parte di un'unione di comuni, e che assuma la gestione di un servizio associato.
Il decreto legislativo 08.04.2013, n. 39 ha, peraltro, dettato una specifica disciplina in materia di inconferibilità di incarichi, anche dirigenziali, presso pubbliche amministrazioni, della quale gli enti interessati dovranno eventualmente tenere conto, ove ne ricorrano in concreto i presupposti (articolo ItaliaOggi del 03.10.2014).

APPALTI: Cessione di ramo d'azienda relativo a servizi cimiteriali.
Atteso che il codice dei contratti ha coordinato e chiarito il rapporto tra le fattispecie di 'cessione del contratto' e di 'cessione di ramo d'azienda', riaffermando il divieto di cessione del contratto ex art. 118, comma 1 e facendo al contempo espressamente salva la disciplina sulle modificazioni soggettive dell'appaltatore-esecutore del contratto ex art. 116, la cessione del ramo d'azienda non pare configurare una violazione della clausola del capitolato speciale d'appalto, relativa alla previsione del divieto di cessione e subcessione del contratto.
Il Comune, che ha in essere un contratto per i servizi cimiteriali con una società la quale ha di recente operato una cessione di ramo d'azienda relativamente a tali servizi, chiede di conoscere se detta cessione costituisca violazione della clausola contrattuale del capitolato speciale d'appalto che vieta espressamente la cessione e la sub-cessione del contratto.
Esaminato il quadro normativo di riferimento, si formulano le seguenti considerazioni.
La cessione di ramo di azienda, così come l'azienda è definita dall'art. 2555 del codice civile, comporta il trasferimento del 'complesso dei beni organizzati dall'imprenditore per l'esercizio dell'impresa'. La cessione del contratto, invece, riguarda il solo mutamento del soggetto esecutore dello stesso.
Il divieto di cessione del contratto è previsto dall'articolo 118, comma 1 del codice dei contratti, ai sensi del quale: '1. I soggetti affidatari dei contratti di cui al presente codice sono tenuti ad eseguire in proprio le opere o i lavori, i servizi, le forniture compresi nel contratto. Il contratto non può essere ceduto, a pena di nullità, salvo quanto previsto nell'articolo 116.'.
[1]
La disciplina del mutamento dell'esecutore del contratto, determinata dalla cessione del ramo di azienda da parte dell'aggiudicatario, è contenuta, invece, nell'articolo 116 del d.lgs. 163/2006. In particolare, ai fini dell'odierno quesito, rilevano i commi 1 e 2 e 3 del citato articolo 116, i quali prevedono che '1. Le cessioni di azienda e gli atti di trasformazione, fusione e scissione relativi ai soggetti esecutori di contratti pubblici non hanno singolarmente effetto nei confronti di ciascuna stazione appaltante fino a che il cessionario, ovvero il soggetto risultante dall'avvenuta trasformazione, fusione o scissione, non abbia proceduto nei confronti di essa alle comunicazioni previste dall'articolo 1 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 11.05.1991, n. 187, e non abbia documentato il possesso dei requisiti di qualificazione previsti dal presente codice.
2. Nei sessanta giorni successivi la stazione appaltante può opporsi al subentro del nuovo soggetto nella titolarità del contratto, con effetti risolutivi sulla situazione in essere, laddove, in relazione alle comunicazioni di cui al comma 1, non risultino sussistere i requisiti di cui all'articolo 10-sexies della legge 31 maggio 1965, n. 575, e successive modificazioni.
3. Ferme restando le ulteriori previsioni legislative vigenti in tema di prevenzione della delinquenza di tipo mafioso e di altre gravi forme di manifestazione di pericolosità sociale, decorsi i sessanta giorni di cui al comma 2 senza che sia intervenuta opposizione, gli atti di cui al comma 1 producono, nei confronti delle stazioni appaltanti, tutti gli effetti loro attribuiti dalla legge
.'.
Come osservato dall'Autorità di Vigilanza sui contratti pubblici
[2], 'L'articolo 116 citato, quindi, non esclude mutamenti soggettivi in fase di esecuzione del contratto, ma prevede un'ipotesi di inefficacia relativa, perché subordina l'efficacia della cessione nei confronti dell'amministrazione all'adempimento di obblighi informativi e all'assolvimento di oneri probatori per comprovare il possesso dei requisiti. La possibilità di subentro nel contratto da parte del cessionario di un ramo d'azienda è, dunque, normativamente subordinata al positivo accertamento del possesso dei requisiti di ordine generale e speciale, al fine di garantire la stazione appaltante circa la permanenza, in caso di modificazione soggettiva dell'esecutore del contratto, dei requisiti accertati in capo al soggetto affidatario del contratto.'.
Con le disposizioni di cui agli articoli 118, comma 1 e 116, il codice dei contratti ha definitivamente operato un coordinamento e chiarito il rapporto tra le due fattispecie 'cessione del contratto' e 'cessione di ramo d'azienda' riaffermando per un verso il divieto di cessione del contratto ex art. 118, comma 1 e facendo al contempo espressamente salva la disciplina sulle modificazioni soggettive dell'appaltatore-esecutore del contratto ex art. 116 del codice stesso.
Per quanto in premessa, la cessione di ramo d'azienda in commento non pare configurare una violazione della clausola del capitolato speciale d'appalto, relativamente al divieto di cessione e sub-cessione del contratto ivi previsto.
---------------
[1] Per un approfondimento si veda il parere AVCP AG35-08, 06.11.2008, Oggetto: cessione di ramo di azienda ex art. 116 D.Lgs. n. 163/2006 relativo al servizio di pulizia, consultabile al sito internet: http://www.avcp.it .
[2] Così AVCP, parere 24.10.2012 (AG 20/12)
(30.09.2014 -
link a www.regione.fvg.it).

APPALTI FORNITURE: Limitazioni di spesa per acquisto arredi.
Il testo vigente dell'art. 1, comma 141, della l. 24.12.2012, n. 228, nel limitare la spesa per l'acquisto di mobili e arredi da parte delle amministrazioni pubbliche al 20 per cento della spesa sostenuta in media negli anni 2010 e 2011, consente una deroga, qualora l'acquisto sia funzionale alla riduzione delle spese connesse alla conduzione degli immobili previa verifica che i risparmi realizzabili con l'acquisto degli arredi siano maggiori rispetto alla minor spesa che deriverebbe dall'applicazione del citato limite.
Compete, quindi, a ciascuna amministrazione verificare, nell'ambito della propria autonomia, la presenza delle condizioni per l'applicazione della deroga descritta, tenendo conto che la violazione della norma in commento è valutabile ai fini della responsabilità amministrativa e disciplinare.

Il Comune formula una serie di quesiti in ordine alla possibilità di arredare i locali di un edificio in procinto di essere ristrutturato, per essere utilizzato come centro civico polifunzionale, atteso che nell'ambito della progettazione non risulta contemplato l'arredamento delle sale.
In particolare chiede di conoscere:
- se trovano applicazione le previsioni di cui all'articolo 1, comma 141 della l. 228/2012 e s.m.i., che, per gli anni 2013 e 2014, limitano la spesa per l'acquisto di mobili e arredi ad un importo non superiore al 20% di quella media sostenuta per il medesimo fine negli anni 2010 e 2011;
- se sia possibile 'impiegare, per l'acquisto degli arredi in argomento, il probabile ribasso d'asta, da applicare con una perizia di variante';
- se vi siano altre soluzioni praticabili;
- se, operando il divieto normativo per gli anni 2013 e 2014, nel corso dell'anno 2015 sia possibile procedere liberamente ai necessari acquisti.
Si formulano al riguardo le seguenti considerazioni di carattere generale.
La restrizione delle spese in argomento è stata introdotta dall'art. 1, comma 141, della l. 24 dicembre 2012, n. 228, successivamente modificato dall'art. 18, comma 8-sexies, del d. l. 21.06.2013, n. 69, convertito con modificazioni dalla l. 09.08.2013, n. 98. La norma, nella sua attuale versione, prescrive: 'Ferme restando le misure di contenimento della spesa già previste dalle vigenti disposizioni, negli anni 2013 e 2014, le amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuate dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) ai sensi dell'articolo 1, comma 3, della l. 31.12.2009, n. 196, e successive modificazioni, nonché le autorità indipendenti e la Commissione nazionale per le società e la borsa (CONSOB) non possono effettuare spese di ammontare superiore al 20 per cento della spesa sostenuta in media negli anni 2010 e 2011 per l'acquisto di mobili e arredi, se non destinati all'uso scolastico e dei servizi all'infanzia, salvo che l'acquisto sia funzionale alla riduzione delle spese connesse alla conduzione degli immobili. In tal caso il collegio dei revisori dei conti o l'ufficio centrale di bilancio verifica preventivamente i risparmi realizzabili, che devono essere superiori alla minore spesa derivante dall'attuazione del presente comma. La violazione della presente disposizione è valutabile ai fini della responsabilità amministrativa e disciplinare dei dirigenti'.
La norma in discorso consente di derogare al limite in questione qualora 'l'acquisto sia funzionale alla riduzione delle spese connesse alla conduzione degli immobili', prevedendo, all'uopo, la verifica preventiva che i risparmi realizzabili con l'acquisto degli arredi siano effettivamente maggiori rispetto alla minor spesa che deriverebbe dall'applicazione del divieto di acquisto disposto in via generale dallo stesso comma 141.
Si osserva che la Corte dei conti, Sezione Regionale di Controllo per la Toscana, con riferimento ad analoga questione ha stabilito (Del. n. 277/2013/PAR) che: 'Resta da chiarire il punto del quesito inerente la possibilità di derogare al limite di cui al citato art. 1, comma 141, in relazione all'acquisto di arredi che si configuri quale intervento funzionale e indispensabile all'utilizzo di opere pubbliche ultimate, ma non ancora arredate.
La norma in discorso consente di derogare al limite in questione qualora 'l'acquisto sia funzionale alla riduzione delle spese connesse alla conduzione degli immobili', prevedendo, all'uopo, la verifica preventiva che i risparmi realizzabili con l'acquisto degli arredi siano effettivamente maggiori rispetto alla minor spesa
[1] che deriverebbe dall'applicazione del divieto di acquisto disposto in via generale dallo stesso comma 141.
Ritiene il collegio che spetti all'ente richiedente di verificare, nell'ambito della propria autonomia, la presenza delle condizioni per l'applicazione alla fattispecie della deroga appena descritta, tenendo conto, a tal fine, che la violazione della norma di cui si discute è valutabile ai fini della responsabilità amministrativa e disciplinare
.'.
Tali affermazioni sembrano portare a ritenere che il termine 'conduzione', utilizzato dalla norma in commento, si riferisca alle diverse spese cui l'Ente andrebbe incontro per l'effettivo utilizzo dell'immobile da arredare
[2]. In questi termini, atteso che per l'effettivo utilizzo dell'immobile sembra necessario dotare i relativi locali (sala riunioni, la sala feste e le stanze destinate alle associazioni locali, sale per corsi ecc.) di idoneo mobilio, l'Ente potrà effettuare l'acquisto in deroga degli arredi in commento solo previa valutazione e quantificazione dei risparmi di spesa che potrebbero o meno derivare dalla scelta di acquistare i beni mobili (seppur eccedendo il limite del 20% indicato dalla norma) rispetto ad esempio a quella alternativa di noleggiare i medesimi per il periodo di vigenza del vincolo di finanza.
Si tenga tuttavia presente che, da quanto si evince dalla parafrasi della norma operata dalla Corte dei conti, pare potersi ritenere che l'effettivo risparmio derivante dall'acquisto in deroga debba essere superiore a quello derivante dall'applicazione della norma (quantificato nell'80% della spesa media sostenuta negli anni 2010 e 2011).
A parere di chi scrive, inoltre, il periodo di riferimento per la valutazione del risparmio dovrebbe essere quello indicato dalla norma per ciascuno degli anni 2013 e 2014. Infatti, scopo della norma è quello di conseguire i risparmi di spesa indicati nell'arco temporale da essa considerato.
Sembra, pertanto, che nel caso in commento l'effettivo risparmio da conseguirsi, in caso di acquisto in deroga, debba essere superiore all'importo corrispondente all'80% della spesa media sostenuta nel biennio 2010-2011.
[3]
Con riferimento alla possibilità di un eventuale ribasso d'asta da effettuarsi con perizia di variante, nell'osservare che le varianti progettuali sono consentite soltanto nei casi previsti alle lettere a), b), c), d) ed e) del comma 1 dell'articolo 132 del Codice dei contratti di cui al d.lgs. 163/2006, cui il caso in questione non pare poter essere ricondotto
[4], resta fermo che il comma 141 prevede espressamente le deroghe alle limitazioni finanziarie ivi previste, nei contenuti sopra rappresentati, non suscettibili di interpretazione estensiva.
Infine, circa la possibilità a partire dall'anno 2015 di effettuare o meno gli acquisti in commento senza restrizioni, essa dipenderà, ovviamente, dall'intervento di eventuali disposizioni legislative che stabiliscano anche per tale annualità limitazioni di spesa per l'acquisto di arredi.
---------------
[1] Dalla lettura del Dossier DV0028-I della Camera dei Deputati sulla l. 228/2012, paragrafo rubricato 'ARTICOLO 1, comma da 141 a 145 Acquisto di mobili, arredi ed autovetture' si evince che il termine 'minor spesa' viene utilizzato nel senso di 'risparmio' per ciascuno degli anni 2013 e 2014.
[2] Un tanto è confermato dall'Ufficio Studi CODAU (www.codau.it/ufficio_studi/commenti.php) nel Commento sintetico del decreto-legge 21.06.2013, n. 69 (decreto del fare), in cui esaminando l'articolo 18 di tale decreto, con riferimento all'art. 1, comma 141, della legge di stabilità 2013 afferma che: «Inoltre è possibile derogare al limite imposto dalla disposizione alla presenza di acquisti finalizzati alla valorizzazione del patrimonio a condizione che gli immobili siano entrati nella disponibilità dell'Ateneo prima dell'entrata in vigore della legge di stabilità per l'anno 2013 e che a seguito della verifica degli organi di controllo i risparmi siano superiori alla minore spesa derivante dall'attuazione del comma 141. In questo caso, infatti, può essere applicata l'eccezione prevista con il termine 'conduzione' dove per conduzione si intende non la conduzione nell'ambito della locazione degli immobili ma come sinonimo di 'utilizzo'.»
[3] Per esemplificare: se la spesa media nel biennio 2010-11 è stata 1.000, il comma 141 prescrive un risparmio annuo di 800. Qualora si proceda ad un acquisto in deroga, funzionale alla riduzione delle spese di utilizzo dell'immobile, il risparmio (risultante dalla differenza tra le spese che si sosterrebbero senza procedere all'acquisto e quelle che si sosterrebbero procedendo all'acquisto) deve risultare maggiore di 800 per ciascuno degli anni.
[4] Per un approfondimento, si veda l'articolo 'Codice dei contratti: perizie di variante e ribassi d'asta' di Paolo Oreto, consultabile sulla rivista on-line 'Lavori Pubblici.it'
(19.09.2014 -
link a www.regione.fvg.it).

CONSIGLIERI COMUNALI: Gruppi consiliari. - Quesito.
Con nota in data…., inviata anche a codesta Prefettura, il consigliere di minoranza del comune di …., ha posto un quesito in materia di costituzione di gruppi consiliari.
In particolare, ha rappresentato che dal proprio gruppo, formato da tre componenti, si è distaccato un consigliere comunale il quale, accettando la nomina ad assessore ha dichiarato di voler formare un gruppo autonomo.
Ciò, in contrasto con la previsione dell’art. 11, comma 1, dello statuto comunale il quale prevede che i gruppi debbano essere composti da almeno tre consiglieri.
Al riguardo, si evidenzia che l’esistenza dei gruppi consiliari non è espressamente prevista dalla legge, ma si desume implicitamente da quelle disposizioni normative che contemplano diritti e prerogative in capo ai gruppi o ai capigruppo (in particolare, art. 38, comma 3 – art. 39, comma 4 e art. 125 del d.lgs. n. 267/2000). La materia, pertanto, è regolata dalle apposite norme statutarie e regolamentari, adottate dai singoli enti locali nell’ambito dell’autonomia organizzativa dei consigli, riconosciuta espressamente agli stessi dall’art. 38 citato.
I mutamenti che possono sopravvenire all’interno delle forze politiche presenti in consiglio comunale per effetto di dissociazioni dall’originario gruppo di appartenenza, comportanti la costituzione di nuovi gruppi consiliari ovvero l’adesione a diversi gruppi esistenti, sono ammissibili. Tuttavia, sono i singoli enti locali, nell’ambito della propria potestà di organizzazione, i titolari della competenza a dettare norme, statutarie e regolamentari, nella materia.
Nel caso di specie, atteso che non si è reso possibile accedere al contenuto del regolamento in ordine alla disciplina di dettaglio dei predetti gruppi, si rileva che la norma statutaria, oltre a fissare il numero minimo di tre componenti, dispone, altresì, che i gruppi consiliari “devono essere espressione politica della lista di partecipazione alle elezioni del Consiglio”. Oltre al vincolo numerico sussisterebbe, dunque, l’obbligo di cristallizzare i gruppi all’esito elettorale, senza alcuna possibilità di variazione successiva all’insediamento del Consiglio.
Tale disposizione statutaria qualora venga interpretata anche nel senso di vietare i movimenti all’interno dei singoli gruppi costituiti, sembrerebbe violare il principio fondamentale, confermato dalla giurisprudenza (cfr. TAR Lazio, sentenza n. 649 del 21.07.2004) secondo il quale “non è configurabile alcun obbligo giuridico che vincoli l’eletto al proprio partito ovvero ai propri elettori che non permetta, nel corso della consiliatura, l’abbandono della coalizione d’origine ed il contemporaneo transito in altra coalizione”.
Va da sé che gli eventuali mutamenti, oltre ad incidere sul numero dei gruppi, ovvero sulla consistenza numerica degli stessi, influiscono sulla composizione delle commissioni consiliari, modificando i rapporti tra le forze politiche presenti in consiglio.
Fatta salva la verifica dell’effettivo contenuto delle disposizioni regolamentari, i vincoli statutari non consentirebbero le modificazioni evidenziate, sicché appare opportuna da parte dell’Ente, la modifica delle stesse disposizioni dello statuto, ai sensi dell’articolo 6 del decreto legislativo n. 267/2000 ed, eventualmente, delle norme regolamentari, sia per eliminare il possibile divieto di mobilità tra gruppi che per il necessario adeguamento alle successive prescrizioni di legge che hanno variato la composizione dei consigli comunali, in quanto la norma statutaria (art. 11) appare “rapportata ad una diversa composizione numerica del Consiglio comunale”.
Su quanto precede si prega di fare analoga comunicazione all’ente interessato (12.08.2014 - link a http://incomune.interno.it).

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TRIBUTI: Tasi, base imponibile ristretta. Sono escluse dal prelievo le aree scoperte e i terreni. I criteri per la corretta determinazione della nuova imposta sui servizi indivisibili.
Base imponibile Tasi meno ampia rispetto alle previsioni iniziali contenute nella legge di Stabilità (147/2013) che l'ha istituita. Nel corso del 2014 sono state escluse dal prelievo le aree scoperte, che non rientrano più nel campo di applicazione del tributo. La nuova imposta sui servizi comunali indivisibili, infatti, si paga solo sui fabbricati, comprese le abitazioni principali, e le aree edificabili. Esclusi espressamente dall'imposizione anche i terreni. La base imponibile è la stessa dell'Imu.
Per la sua determinazione occorre fare riferimento alla disciplina Ici. Del resto l'articolo 13 del dl Monti (201/2011), istitutivo dell'Imu sperimentale, dispone che la base imponibile è costituita dal valore dell'immobile calcolato ai sensi dell'articolo 5, commi 1, 3, 5 e 6 del decreto legislativo 504/1992. Mentre il valore dei fabbricati si determina facendo riferimento alla rendita catastale, per le aree edificabili il parametro da utilizzare è il valore di mercato.
I fabbricati. Il metodo di calcolo della base imponibile è uguale a quello già stabilito per l'Ici, ma si differenzia per l'applicazione alla rendita catastale, rivalutata del 5%, di coefficienti di moltiplicazione ben più gravosi, aumentati mediamente del 60%, con conseguente notevole incremento dell'imposizione. Per i fabbricati iscritti in catasto, il valore è calcolato sulla base delle rendite catastali, vigenti al 1° gennaio dell'anno di imposizione, moltiplicate per coefficienti individuati dalla legge per ogni singola categoria catastale.
In particolare la rendita catastale rivalutata va moltiplicata per:
a. 160 nel caso di fabbricati classificati nel gruppo catastale A e nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, con la sola esclusione della categoria catastale A/10;
b. 140 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale B e nelle categorie catastali C/3, C/4 e C/5;
c. 80 per i fabbricati classificati nella categoria catastale D/5;
d. 80 per i fabbricati classificati nella categoria catastale A/10;
e. 60 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale D, a eccezione dei fabbricati classificati nella categoria catastale D/5, relativamente all'anno di imposta 2012, mentre a partire dall'01/01/2013, il moltiplicatore verrà elevato a 65;
f. 55 per i fabbricati classificati nella categoria catastale C/1.
C'è già stato un generale incremento dell'imposizione dell'Imu rispetto all'Ici, i cui effetti si estendono alla Tasi, che vede penalizzate in misura maggiore le case di abitazione e le relative pertinenze, le botteghe e i negozi, laboratori per arti e mestieri. L'aumento dei moltiplicatori relativi agli immobili abitativi, Cat. A, ha subito, infatti, un incremento del 60% (da 50 a 80 per gli immobili classificati come A/10, da 100 a 160 per i restanti immobili della categoria A). Nel caso delle pertinenze, il moltiplicatore è aumentato del 40% (da 100 a 140). Uguale aumento percentuale hanno subito i laboratori per arti e mestieri (Cat. C/3), i fabbricati e locali sportivi (Cat. C/4) gli stabilimenti balneari (Cat. C/5) il cui coefficiente passa da 100 a 140.
L'aumento per i negozi, Cat. C/1 è invece pari al 61,76%, considerato che il moltiplicatore viene portato da 34 a 55. Meno incisivo, invece, è stato l'aumento sui fabbricati a destinazione speciale (categoria D) che hanno visto un minore aumento del moltiplicatore, che è passato da 50 a 60 nell'anno 2012 e a 65 a partire dal 2013, con l'eccezione solo degli immobili adibiti per l'esercizio delle funzioni di credito, cambio ed assicurazione per i quali l'aumento incide per il 60% (da 50 a 80).
Diverso è il metodo di calcolo della base imponibile nelle ipotesi di demolizione di fabbricato o di interventi di recupero a norma dell'articolo 31, comma 1, lettere c), d) ed e), della legge 05.08.1978, n. 457, così come per l'ipotesi di utilizzo edificatorio del terreno. In questi casi la base imponibile è costituita, ai sensi dell'art. 5, comma 6, dlgs 504/1992, dal solo valore dell'area, sino a quando sono ultimati i lavori di costruzione o ricostruzione dell'edificio o comunque fino al momento del suo effettivo utilizzo.
In presenza dell'edificazione di un fabbricato la base imponibile è data dal valore dell'area (non viene computato il valore del fabbricato in corso d'opera), dalla data di inizio dei lavori di costruzione fino a quella di ultimazione dei lavori, oppure fino al momento in cui il fabbricato è comunque utilizzato, se questo momento è antecedente a quello di ultimazione. Se il fabbricato non è ultimato o effettivamente utilizzato manca il presupposto per pagare la Tasi sul fabbricato, che è dovuta sul valore dell'area.
Le aree edificabili. Sono soggette all'imposta sui servizi indivisibili, dunque, anche le aree edificabili. Nulla è cambiato per l'imposizione delle aree edificabili con la disciplina Imu rispetto all'Ici. Le stesse regole valgono per la Tasi. Il legislatore, infatti, ha richiamato espressamente le disposizioni contenute negli articoli 2 e 5 del decreto legislativo 504/1992. Sia per quanto riguarda la qualificazione dell'oggetto d'imposta sia per la determinazione dell'imponibile occorre fare riferimento alla normativa Ici. Il valore dell'area si determina prendendo a base il valore di mercato.
Per definire gli aspetti controversi della nozione di area edificabile, il legislatore è intervenuto due volte con norme di interpretazione autentica. L'Imu e la Tasi sono dovute se l'area è inserita in un Piano regolatore generale adottato dal consiglio comunale, ma non approvato dalla Regione. L'articolo 36, comma 2 del decreto-legge legge 223/2006 (manovra Bersani) ha chiarito che un'area è da considerare fabbricabile se utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico generale deliberato dal Comune, indipendentemente dall'approvazione della Regione e dall'adozione di strumenti attuativi. La qualificazione vale non solo per l'Ici, ma anche per l'Imu, la Tasi, le imposte erariali, dirette e indirette.
E questa è una norma di interpretazione autentica con effetti retroattivi (si veda Corte di cassazione, sentenza 25506 del 30.11.2006 e Ctr Lazio, sentenza 238 del 03.10.2006). L'articolo 36 ha interpretato la norma che disciplinava l'Ici (articolo 2 del decreto legislativo 504/1992), che a sua volta viene richiamata per l'Imu per quanto concerne la definizione e qualificazione giuridica di area edificabile. In effetti, che non fosse necessario un piano di lottizzazione per il pagamento dell'Ici era già stato disposto dall'articolo 11-quaterdecies, comma 16 del collegato alla Finanziaria 2006 (legge 248/2005).
Non a caso, nella circolare 28/2006 l'Agenzia delle entrate ha precisato che con la norma del decreto Bersani (articolo 36) è stato esteso alle imposte sui redditi, all'Iva e al registro, il concetto di area edificabile contenuto nell'articolo 11-quaterdecies, il cui ambito applicativo era riservato alla sola imposta comunale sugli immobili. Pertanto, un'area è soggetta all'imposta sui servizi indivisibili quando è inserita nel piano regolatore generale, anche se non approvato. Inoltre, il tributo è dovuto anche se la potenzialità edificatoria è solo parziale.
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Zone edificabili, conta il valore di mercato.
Per la Tasi il valore di un'area edificabile deve essere determinato in base ai criteri fissati dall'articolo 5 del decreto legislativo 504/1992. Quindi, occorre stabilire il valore venale in comune commercio dell'area al 1° gennaio dell'anno di imposizione, vale a dire il suo valore di mercato.
La norma prevede che occorra fare riferimento a: zona territoriale di ubicazione dell'area, indice di edificabilità, destinazione d'uso consentita, oneri per eventuali lavori di adattamento del terreno necessari per la costruzione e, infine, ai prezzi medi rilevati sul mercato di aree aventi le stesse caratteristiche. I valori possono essere deliberati anche dalla giunta comunale, sulla base di una perizia redatta dall'ufficio tecnico.
Anche per la nuova imposta sui servizi indivisibili, come per l'Imu, i comuni sono tenuti a fornire informazioni ai contribuenti sulle variazioni urbanistiche e i cambi di destinazione dei terreni in aree edificabili.
Nel caso in cui non venga inviata la comunicazione, non devono essere irrogate al titolare dell'area né sanzioni né interessi moratori sul tributo dovuto. Dunque, la regola imposta dall'articolo 31, comma 20, della legge 289/2002 (Finanziaria 2003) vale sia per l'Imu che per la Tasi. Questa norma prevede che debba essere informato il contribuente delle variazioni apportate agli strumenti urbanistici. Quando i comuni attribuiscono a un terreno la natura di area fabbricabile sono obbligati a darne comunicazione al contribuente, a mezzo posta, con modalità idonee a garantire l'effettiva conoscenza (articolo ItaliaOggi Sette del 06.10.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIASistri, è già conto alla rovescia. Esteso il bacino di soggetti obbligati a tenere i registri. Tra 90 giorni scattano il nuovo sistema di tracciabilità e quello tradizionale rinnovato.
Scattano tra 90 giorni, ossia il 01.01.2015, sia la piena operatività del nuovo sistema di tracciamento telematico dei rifiuti (meglio noto come «Sistri»), sia l'applicazione della riformulata disciplina sul (residuale) regime di tracciamento tradizionale costituito dagli storici registri di carico/scarico e formulario di trasporto.
Con la fine del 2014, infatti, entra in vigore il regime sanzionatorio per la violazione degli obblighi Sistri previsto dal «Codice Ambientale» e acquistano efficacia le parallele nuove norme sulla tenuta delle scritture ambientali previste dallo stesso dlgs 152/2006 per i soggetti non operanti nel sistema telematico (ma con il quale avranno comunque punti di contatto).
Il regime ordinario Sistri. Lo spirare dell'anno in corso comporterà, in base al dl 101/2013 (l'ultimo provvedimento in materia di termini di operatività del Sistri), la fine dell'attuale regime transitorio a c.d. «doppio binario» che prevede la sospensione dell'applicazione delle sanzioni per le violazioni Sistri fino al 31.12.2014 imponendo però ai soggetti obbligati al tracciamento telematico (partito nel 2013) di continuare a osservare (sotto minaccia, in questo caso, delle relative pene) anche le tradizionali regole costituite da registri di carico/scarico, formulario di trasporto, dichiarazione ambientale «Mud».
L'entrata a pieno regime del Sistri interesserà, oltre ai soggetti che utilizzano volontariamente il sistema, la vasta platea di quelli obbligati per legge, ossia: enti/imprese produttori iniziali di rifiuti speciali pericolosi (a eccezione, purché non stocchino i propri rifiuti, delle aziende agricole conferenti rifiuti a sistema di raccolta e le piccole strutture individuate dal dm 24.04.2014); enti/imprese di raccolta/trasporto a titolo professionale, di trattamento, recupero, smaltimento, commercio, intermediazione di rifiuti speciali pericolosi; nuovi produttori di rifiuti pericolosi; operatori del trasporto intermodale affidatari di rifiuti speciali pericolosi; comuni e imprese di trasporto rifiuti urbani della regione Campania.
Uno strascico del citato regime transitorio si protrarrà tuttavia anche nel prossimo anno, poiché (come ricordato anche dal Minambiente con circolare 31.10.2013) entro il 30.04.2015 i soggetti operanti in Sistri dovranno comunque effettuare la (ultima) comunicazione «Mud» in relazione ai rifiuti prodotti e gestiti nel corso del 2014 e non già in tal modo dichiarati tramite il «modello unico di dichiarazione» ambientale presentato lo scorso 30 aprile.
Le sanzioni Sistri. Articolato e greve (seppur mitigato da meccanismi calmieranti) il regime sanzionatorio previsto dall'articolo 260-bis del «Codice ambientale» in vigore dal prossimo 01.01.2015, sistema che punisce a titolo amministrativo la violazione degli obblighi di iscrizione e comunicazione dati imposti dal dlgs 152/2006 e a titolo penale gli altri. In particolare, saranno perseguiti con sanzioni amministrative pecuniarie (fino a 93 mila euro unitamente, in alcuni casi, a provvedimenti interdittivi): la mancata iscrizione al Sistri entro i termini; l'omesso pagamento del contributo annuale; la mancata o scorretta compilazione delle schede Sistri; l'inadempimento degli «ulteriori» obblighi Sistri (compresi, evidentemente, quelli sanciti dal dm 52/2011, il c.d. «Testo unico sistri» che regola il funzionamento del sistema in attuazione del dlgs 152/2006).
Sono invece colpiti da sanzioni penali (con reclusione fino a due anni): la predisposizione e l'utilizzo di falsi certificati di analisi dei rifiuti; il trasporto senza copia cartacea della relativa scheda Sistri e, quando richiesto, dal certificato di analisi dei rifiuti (con conseguente confisca dei veicoli utilizzati). A mitigare, come accennato, le pesanti sanzioni due istituti previsti dallo stesso articolo 260-bis: il «cumulo giuridico», che in caso di più violazioni prevede l'applicazione della sola sanzione più grave aumentata fino al triplo; il «ravvedimento operoso», che rende indenne dalle (sole) sanzioni amministrative chi entro 30 giorni dalla commissione dell'illecito vi pone riparo adempiendo agli obblighi sottesi e lo ammette al pagamento di delle sanzioni (con esclusione di quelle accessorie) se definisce la controversia entro 60 giorni dalla contestazione.
Una volta in vigore, è bene sottolinearlo, il citato regime sanzionatorio colpirà tutte le violazioni alla disciplina Sistri in essere dal 01.01.2015 in poi, dunque anche i persistenti omessi pagamenti dei contributi annuali di iscrizione dovuti (salvo deroghe di legge) negli anni pregressi. Ancora, gli illeciti penali ex articolo 260-bis del «Codice ambientale» assumeranno rilevanza anche ai sensi della disciplina sulla responsabilità amministrativa delle imprese prevista dal dlgs 231/2001.
Le novità sul tracciamento tradizionale. Con il nuovo anno, come accennato, diventeranno operative anche le riformulate disposizioni su registri di carico/scarico e formulario di trasporto dei rifiuti introdotte nel «Codice ambientale» dal dlgs 205/2010 (e successive modifiche), disposizioni che rimodulano il sistema di tracciamento tradizionale, allargandone i confini e sincronizzandolo con il Sistri.
Filosofia della nuova disciplina sarà la sostanziale sottoposizione alle storiche scritture ambientali di tutti i produttori e gestori professionali di rifiuti che non operano, per assenza di obbligo e di adesione volontaria, al Sistri (si veda la tabella in pagina). In base al nuovo articolo 190 del dlgs 152/2006 resteranno, infatti, fuori dall'obbligo di tenuta dei registri di carico e scarico unicamente: attività di raccolta e trasporto di propri rifiuti speciali non pericolosi effettuate da enti e imprese produttori iniziali; enti e imprese produttori iniziali di speciali non pericolosi derivanti da attività agricole, commerciali, di servizio, sanitarie; limitatamente ai non pericolosi, i «centri di raccolta» di rifiuti urbani.
Stretta anche sulle tempistiche per la compilazione iniziale, che verrà ridotta (da 10) a due giorni dalle operazioni per intermediari e commercianti. Esordirà, infine, un regime semplificato per i produttori di rifiuti pericolosi non inquadrati in enti o imprese e per quelli coincidenti con imprese agricole ex articolo 2135 del codice civile, che assolveranno gli obblighi dei registri con la tenuta delle schede Sistri rilasciate dai trasportatori dei rifiuti.
Analoga filosofia di controllo sarà quella sottesa al formulario di trasporto dei rifiuti, che a mente del nuovo articolo 193 del dlgs 152/2006 dovrà essere tenuto da tutti gli enti e imprese che raccolgono e trasportano rifiuti non aderenti al Sistri (articolo ItaliaOggi Sette del 06.10.2014).

VARIMutui, lo Stato si fa garante. Finanziamenti fino a 250 mila euro per l'acquisto. In G.U. il decreto che regola il Fondo di garanzia per la prima casa. Ecco come funziona.
Il mercato dei mutui per l'acquisto della casa mostra segnali di ripresa (+30% di erogazioni nei primi sette mesi del 2014 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno) e un'ulteriore spinta potrebbe arrivare anche dallo Stato.
È stato, infatti, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che regola il Fondo di garanzia per i finanziamenti fino a 250 mila euro destinati all'acquisto e alla ristrutturazione della prima casa.
Vediamo come funziona e quali sono le condizioni.
Come funziona. Il Fondo di garanzia per la prima casa è stato introdotto dalla legge di Stabilità per il 2014 (lettera c, comma 48, articolo 1, legge 147/2013) e sarà attivato a breve. Il
decreto 31.07.2014 che lo istituisce è stato infatti pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 226 del 29.09.2014; per renderlo effettivamente operativo manca ora solo il protocollo d'intesa tra il ministero dell'economia e l'Associazione bancaria italiana che disciplinerà l'accesso degli istituti di credito alle garanzie e darà avvio alla concessione dei mutui.
Il Fondo potrà contare su uno stanziamento complessivo di 600 milioni di euro per il triennio 2014/2016 e potrà concedere garanzie da parte dello Stato nella misura massima del 50% della quota capitale sui mutui ipotecari per l'acquisto, la ristrutturazione e il miglioramento dell'efficienza energetica degli immobili destinati a prima casa.
Le condizioni di accesso. Per poter accedere occorre rispettare alcune condizioni. In primis, l'importo dei mutui ipotecari non può superare i 250 mila euro. L'abitazione da acquistare o riqualificare non deve inoltre appartenere alle categorie catastali A1 (abitazioni di tipo signorile), A8 (abitazioni in ville) e A9 (castelli, palazzi di eminenti pregi artistici o storici) né presentare caratteristiche riconducibili agli immobili di lusso.
Il decreto stabilisce inoltre che alcune categorie hanno priorità di accesso al fondo. Tra queste, le giovani coppie, i nuclei familiari con un solo genitore con figli minori e i giovani con età inferiore a 35 anni inquadrati con un contratto di lavoro atipico. Alla data di presentazione della domanda è necessario poi che il mutuatario non sia proprietario di altri immobili a uso abitativo (a eccezione di quelli acquisiti per successione o in uso a titolo gratuito a genitori o fratelli).
La gestione del Fondo sarà affidata a Consap, concessionaria servizi assicurativi pubblici controllata al 100% dal ministero dell'economia e delle finanze, che procederà a esaminare le domande, istruire le pratiche ed erogare le somme dovute in caso di esito positivo.
Cosa avviene in caso di inadempimento. Nel caso di accesso al fondo e di inadempimento da parte del mutuatario, trascorsi 90 giorni dalla scadenza della prima rata (rimasta anche parzialmente insoluta), il soggetto finanziatore informa il gestore. Entro dodici mesi dalla comunicazione, invia al mutuatario l'intimazione al pagamento. Se quest'ultimo non salda il debito entro sei mesi, il soggetto finanziatore può chiedere al gestore l'intervento della garanzia del Fondo. A quel punto il mutuatario avrà l'obbligo di restituire le somme pagate dal Fondo e gli interessi maturati a decorrere dal giorno del pagamento fino alla data del rimborso.
Un fondo in aiuto di chi perde il lavoro. A fianco del Fondo di garanzia operano inoltre altri strumenti che offrono tutela ai mutuatari. Uno di questi è il Fondo di solidarietà per la sospensione del pagamento (fino a 18 mesi) dell'intera rata del mutuo per l'acquisto dell'abitazione principale. La possibilità è riservata a chi si trova a vivere situazioni di temporanea difficoltà.
In particolare, la sospensione può essere chiesta in caso di morte o riconoscimento di handicap grave dell'intestatario del mutuo ovvero di invalidità civile non inferiore all'80%; cessazione del rapporto di lavoro subordinato a tempo determinato o indeterminato (a eccezione delle ipotesi di risoluzione consensuale, di risoluzione per limiti di età con diritto a pensione di vecchiaia o di anzianità, di licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo, di dimissioni del lavoratore non per giusta causa). Cause di impedimento valide anche nel caso in cui si chieda di sospendere le rate per la cessazione di rapporti di lavoro parasubordinato e di rappresentanza commerciale o di agenzia (articolo ItaliaOggi Sette del 06.10.2014).

EDILIZIA PRIVATA - VARIDal consulente al valutatore, le opportunità del mattone. Il mercato immobiliare, con l'intervento anche delle Casse, apre nuovi spazi ai professionisti.
Il mercato immobiliare continua a regalare opportunità di lavoro, anche in tempo di crisi. Certo, non si tratta di costruire nuovi immobili, ma di valorizzare quelli esistenti, pubblici o privati che siano, di riqualificarli al meglio e poi metterli sul mercato. Oppure di venderli rispettando determinati standard riconosciuti anche dall'Europa.
Dunque il mattone continua a pagare, seppure in modo differente rispetto al passato. Ecco, quindi, che si può entrare a far parte di un elenco di consulenti esperti per valutare e valorizzare il patrimonio immobiliare di piccoli e grandi comuni e, in generale, delle amministrazioni pubbliche. Oppure si può prendere la qualifica o la certificazione di valutatore immobiliari. E garantire così i finanziamenti delle banche o anche le operazioni più complesse.
Diventare consulenti per la pubblica amministrazione. Collaborare con le pubbliche amministrazioni per censire e valorizzare i loro immobili d'ora in poi si può. Un'opportunità concreta per utilizzare i fabbricati scarsamente valorizzati che, con la buona volontà delle pubbliche amministrazioni, porta nuovo lavoro ai professionisti e alle imprese del settore immobiliare. A scendere in campo in aiuto dei professionisti la Cassa dei geometri e quella dei periti industriali che con il sostegno dei rispettivi consigli nazionali hanno affiancato l'iniziativa messa in atto dalla Fondazione patrimonio comune.
Come fare in concreto. Per diventare consulenti è necessario abilitarsi alla piattaforma Vol, Valorizzazione online. Si tratta di una procedura online sviluppata dalla Cassa depositi e prestiti a seguito di convenzioni con l'Associazione dei comuni italiani (Anci), con la partecipazione di Cassa e Fondazione geometri e con l'Ente di previdenza dei periti industriali (Eppi) come soci sostenitori della Fondazione patrimonio comune costituita da Anci. Dopo essersi abilitati alla procedura Vol. (tramite il sito ww.abitantionline.it) e aver seguito un corso di formazione e-learning ad hoc (gratuito per chi è in regola con i contributi previdenziali) si entrerà a far parte di un elenco dei consulenti della p.a.
I comuni e le altre pubbliche amministrazioni quindi avranno a disposizione un elenco, su base provinciale, di tutti i professionisti iscritti all'albo e alle due casse che avranno completato la formazione e si sono accreditati come consulenti esperti, al quale potranno accedere per affidare le prestazioni che non saranno in grado di eseguire direttamente con le proprie strutture.
La formazione. Prima di diventare consulenti è necessario seguire uno specifico corso. Per i geometri la formazione riguarda, in particolare, la normativa di riferimento, la standardizzazione delle procedure per l'espletamento degli incarichi, l'utilizzo dell'applicativo e la costruzione del dossier del fabbricato. Per i periti industriali, invece, il corso sarà dedicato in particolare alla verifica della parte impiantistica. Il tutto realizzato tramite supporti audiovisivi e un corso di e-learning con test di apprendimento finale.
Quanti sono i beni su cui lavorare. Le opportunità di lavoro sono legate ai soli beni di proprietà dei comuni. Da un rilevamento campionario effettuato dal ministero dell'economia del 2013 al quale ha risposto circa il 60% delle amministrazioni comunali, il patrimonio pubblico complessivo è pari a oltre 1 milione di unità immobiliari, di cui circa il 70% di proprietà dei comuni. Nel dettaglio si tratta di 750 mila unità immobiliari su cui si può lavorare.
Poi c'è tutta la fetta di beni di proprietà statale in trasferimento ai comuni, circa 5 mila beni che rientrano nel sistema del federalismo demaniale che permette ai comuni, province e regioni (escluse quelle a statuto speciale) di richiedere all'Agenzia del demanio i beni immobili di proprietà dello stato presenti sul proprio territorio, con il solo scopo di valorizzarli attribuendogli nuove destinazioni. Il supporto per tutto il processo di valorizzazione e di gestione attiva del patrimonio viene garantito da Fpc attraverso la costituzione di un gruppo di lavoro. Mentre ai professionisti residenti nella provincia dei comuni coinvolti è offerta questa nuova possibilità.
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Perizie immobiliari più rigorose.
Valutatori immobiliari in cerca di una certificazione. Senza un registro nazionale né uno specifico percorso formativo, per gli esperti di estimo diventa importante acquisire un attestato che riconosca professionalità ed esperienza. Così come detta l'Europa.
Il punto è che attualmente sulla carta non ci sono barriere per intraprendere la professione di valutatore. E a fare questo lavoro attualmente ci sono gli iscritti agli albi professionali: geometri in testa, periti edili, ingegneri, architetti e agronomi. Ma anche le categorie economico-giuridiche (commercialisti, avvocati) o gli operatori del real estate (agenti immobiliari, promotori, investitori). Lo stesso caos vale per la formazione: gli organismi che propongono corsi per valutatori sono molti e vari, si passa dalle università, alle camere di commercio, dagli ordini professionali al mondo bancario.
Le diverse certificazioni. Ma qualcosa per distinguersi in Italia già c'è. Si tratta di una certificazione accreditata (ISO17024) specifica per il valutatore immobiliare e che si colloca in linea con altri paesi europei. L'unica società in Italia che ha introdotto questo tipo di certificazione è la Crif certification services (Ccs) e attualmente i professionisti certificati sulla base di questa norma sono 257. C'è chi poi si è mosso per un bollino di qualità.
E in questo caso c'è il percorso della Royal institution of chartered surveyors (Rics) e quello della Recognised european valuer (Rev), designazione rilasciata dal Tegova in base a standard comunitari e valida in tutti i Paesi Ue. Con queste qualifiche si contano rispettivamente 400 163 professionisti. Ma l'Europa obbliga il valutatore immobiliare italiano a voltar pagina. Sarà un soggetto qualificato e valuterà gli immobili secondo standard internazionali.
La direttiva europea per le valutazioni immobiliari. All'inizio del 2014 il Consiglio ha adottato una nuova direttiva sul credito ipotecario che sarà applicata a tutti i prestiti concessi ai consumatori ai fini dell'acquisto di una casa di abitazione e a tutti i prestiti concessi ai consumatori garantiti da ipoteca o da altra garanzia simile in tutta l'Unione europea.
L'obiettivo generale è di garantire che i mercati ipotecari operino in maniera responsabile, aumentando la tutela dei consumatori e contribuendo alla stabilità finanziaria. In questo senso è, tra l'altro, imposto agli stati membri di provvedere affinché siano elaborati standard per la valutazione dei beni immobili residenziali affidabili per la concessione del credito.
Il sistema bancario. L'Italia è avanti per le valutazioni immobiliari fatte per il sistema bancario. Lo standard di riferimento, in questo caso, sono le «Linee guida per la valutazione degli immobili in garanzia delle esposizioni creditizie» volute dall'Abi, l'Associazione bancaria italiana, elaborate con Tecnoborsa e con i consigli degli ordini delle categorie tecniche (agrotecnici, dottori agronomi e dottori forestali, geometri, ingegneri, periti agrari, periti industriali).
Queste riprendono gli standard internazionali sviluppati dall'International valuation standard council e si sono affermate nel mercato delle valutazioni immobiliari con l'adesione di 172 banche o gruppi bancari (rappresentative in termini di sportelli di circa il 73% del settore bancario), gli ordini e collegi rappresentativi dei professionisti abilitati alla valutazione, da numerose società di valutazione (articolo ItaliaOggi Sette del 06.10.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATAPer le terre da scavo oneri ridotti. Procedura di smaltimento proporzionata alla grandezza del cantiere. Decreto sblocca Italia. In attesa del riordino difficoltà legate alla successione di normative diverse.
Oneri proporzionati alle dimensioni del cantiere: questo è l'obiettivo della ennesima riforma della normativa sulle terre e rocce da scavo, delineata nel decreto sblocca Italia (Dl 133/2014)
L'argomento è fonte di incertezza permanente tra gli operatori in edilizia, anche per via delle modifiche normative succedetesi negli ultimi anni.
Gli ultimi interventi
Dopo che la materia era stata temporaneamente regolamentata dall'articolo 186 del Dlgs n. 152/2006, il ministero dell'Ambiente, con il Dm 161/2012, ha introdotto specifiche procedure di gestione delle terre e rocce da scavo volte a garantire una maggior tutela ambientale.
Ma il nuovo regolamento ha sollevato una levata di scudi da parte degli operatori a causa degli eccessivi oneri economici e procedurali che derivavano dai nuovi adempimenti. Le forti critiche hanno oscurato anche i contenuti positivi del Dm che forniva indicazioni sulla gestione dei riporti e permetteva anche il deposito temporaneo dei terreni in attesa di riutilizzo.
Le problematiche maggiori riguardavano l'applicazione della nuova disciplina ai piccoli cantieri, i quali -in effetti- sarebbero stati negativamente condizionati dai nuovi oneri procedurali.
Con il "decreto emergenze" (Dl 43/2013), dunque, il legislatore è intervenuto per far chiarezza, precisando che il Dm 161 non deve trovare applicazione nei piccoli cantieri, ma solo per le opere soggette ad Aia (autorizzazione integrata ambientale) o Via (valutazione di impatto ambientale).
Il correttivo, tuttavia, non è risultato tra i più felici poiché, da un lato, anche interventi sottoposti ad Aia o Via potevano prevedere scavi di piccole dimensioni, e dall'altro, si creava un vuoto normativo per i "grandi" cantieri non soggetti ad Aia o Via, rispetto ai quali si è ipotizzata una resurrezione del vecchio articolo 186.
Un nuovo correttivo, dunque, è stato inserito nel decreto "del Fare," (Dl 69/2013) il cui articolo 41-bis ha confermato l'applicazione del Dm 161 solo agli interventi sottoposti a Aia e Via, prevedendo invece per tutti gli altri una autodichiarazione del privato, che è tenuto ad attestare la sussistenza dei requisiti per il riutilizzo dei terreni scavati come sottoprodotti.
La materia, poi, risulta ulteriormente complicata dalla specifica regolamentazione dei riporti che possono essere equiparati al suolo naturale e, quindi, rientrare nel campo di applicazione delle terre e rocce da scavo. L'equiparazione, però, non è scontata e lo stesso decreto "del Fare" (articolo 41) ha definito le condizioni che i riporti devono soddisfare per non essere considerati rifiuti o fonti di contaminazione.
I problemi interpretativi e applicativi hanno spinto il Governo Renzi a programmare un riordino della materia in ottica di semplificazione. L'articolo 8 del Dl sbocca Italia, dunque, prevede che entro 90 giorni dalla conversione in legge (prevista entro inizio novembre) sia emanato uno specifico regolamento (sotto forma di decreto del Presidente della repubblica) che coordini, sia formalmente che sostanzialmente, le diverse disposizioni vigenti in materia e apporti anche le modifiche necessarie a rendere coerente il sistema di gestione delle terre e rocce da scavo.
Questo Dpr dovrà quindi indicare espressamente le norme abrogate e garantire proporzionalità tra le procedure da seguire e l'entità degli interventi da realizzare. Inoltre, dovrà vietare che vengano introdotti livelli di regolamentazione superiori a quelli minimi previsti dalla normativa comunitaria e in particolare a quella sulla gestione dei rifiuti.
La fissazione di questi obiettivi e principi indirettamente conferma il caos legislativo che si è creato negli ultimi due anni e che sta complicando non poco la realizzazione di opere pubbliche e private.
Gli scavi
Sempre il decreto sblocca Italia all'articolo 34 (commi 8 e seguenti) introduce nuove disposizioni sui terreni movimentati che cercano di coordinare le attività di scavo con la procedura di bonifica sia rispetto alla fase di caratterizzazione, sia in caso di messa in sicurezza.
Le nuove disposizioni prevedono anche una novità rilevante, ossia la possibilità di riutilizzare in sito terreni potenzialmente contaminati (con superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione) previo accertamento del rispetto delle soglie di rischio (approvate dalle autorità competenti) e valutato l'impatto sulla falda acquifera.
Ovviamente, anche queste previsioni dovranno essere considerate nel Dpr destinato a riordinare la materia
(articolo Il Sole 24 Ore del 06.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIABonifica urgente con iter negoziato. Appalti. Non occorre sempre la gara.
Dopo la procedura di bonifica semplificata introdotta dal Dl 91/2014 (si veda il Sole 24 Ore del 15 settembre scorso), anche il decreto sblocca Italia introduce ulteriori previsioni volte a favorire il recupero dei siti contaminati.

L'articolo 34 del Dl 133/2014, in particolare, cerca di semplificare gli interventi di bonifica da parte della pubblica amministrazione (o comunque connessi alla realizzazione di opere pubbliche) prevedendo semplificazioni e deroghe alle procedure di affidamento degli appalti pubblici.
Una semplificazione sicuramente rilevante -da confermare però in sede di conversione in legge- è la possibilità di affidare i lavori di bonifica e messa in sicurezza urgenti attraverso la procedura negoziata senza preventiva pubblicazione di un bando.
In questo caso, però, non è chiaro se l'urgenza debba dipendere dal pericolo ambientale o possa anche essere ricollegata all'urgenza dell'intervento principale di cui la bonifica rappresenta un presupposto.
Sicuramente di portata più generale è l'estensione dell'ambito di applicazione dell'articolo 70 del Dlgs 163/2006 (Codice dei contratti pubblici) alle procedure di affidamento di lavori di bonifica o messa in sicurezza in generale, con conseguente abbreviazione dei termini di ricezione delle offerte.
In senso restrittivo, invece, è l'intervento modificativo della disciplina sull'avvalimento. Quest'ultimo istituto, infatti, viene espressamente escluso rispetto al requisito di iscrizione all'Albo nazionale dei gestori ambientali, quindi solo le società iscritte all'albo e in possesso dei requisiti economico-finanziari potranno partecipare alle gare di bonifica.
Infine, una ulteriore modifica di rilievo è quella introdotta all'articolo 132 del Dlgs 163/06 secondo cui la disciplina delle varianti in corso d'opera si applica anche agli interventi di bonifica. Tuttavia, in questo caso risulta difficile inquadrare il concetto di variante in corso d'opera, atteso che ogni modifica al progetto di bonifica deve essere espressamente approvata dalla conferenza di servizi.
Per rendere efficace questa previsione, occorrerebbe modificare il Dlgs 152/2006 introducendo una previsione specifica che disciplini le varianti in corso d'opera ai progetti di bonifica o messa in sicurezza.
Le ulteriori novità previste dal Dl sblocca Italia rispetto alle bonifiche sono sempre contenute nell'articolo 34 e hanno ad oggetto il coordinamento degli interventi di bonifica o messa in sicurezza con l'eventuale esecuzione di attività edilizie.
La norma, in particolare, consente espressamente di attuare interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria su impianti e infrastrutture o rispetto ad opere lineari interessate su siti potenzialmente contaminati a condizione che gli interventi non pregiudichino la futura bonifica e non creino rischi per la salute dei lavoratori e fruitori.
Invero, questa previsione, inserendo un elenco espresso di interventi edilizi ammessi, esclude indirettamente ogni altro diverso intervento edilizio su aree potenzialmente contaminate, anche se propedeutico alla stessa bonifica (es. demolizioni). È, dunque, auspicabile una rivisitazione della norma in fase di conversione, in quanto l'attuale previsione potrebbe creare non pochi problemi operativi e, soprattutto, blocchi di cantieri
(articolo Il Sole 24 Ore del 06.10.2014).

ENTI LOCALIComuni montani, pronto l'elenco. In arrivo il decreto che riporta l'Imu su molti terreni oggi esenti. Bilanci. La nuova lista, più corta dell'attuale, deve produrre un gettito di 350 milioni già a dicembre.
Arriverà nei prossimi giorni il decreto dell'Economia con il nuovo elenco (più snello) dei Comuni considerati «montani e collinari» in cui continua ad applicarsi l'esenzione Imu per i terreni. Il provvedimento, elaborato dopo aver raccolto i dati sui terreni a proprietà collettiva che rimangono esenti, è pronto per la firma del ministro, e permetterà di capire in quali Comuni i proprietari dei terreni saranno chiamati a pagare l'Imu 2014 entro il 16 dicembre.
Il decreto sui Comuni montani colloca un tassello importante nel puzzle della finanza locale 2014, ma arriva a bilanci ormai chiusi dopo la scadenza del termine al 30 settembre. Un provvedimento con il rinvio al 30 novembre era pronto per il Consiglio dei ministri di mercoledì scorso, ma non è arrivato al traguardo e ora si discute della possibilità di riaprire un termine scaduto (come già avvenuto fa con gli obblighi di gestione associata, per esempio). Il problema non è da poco: le esperienze recenti dicono che probabilmente anche questo nuovo meccanismo di tagli al fondo di riequilibrio da compensare con i soldi raccolti dai contribuenti farà zoppicare i conti in molti Comuni, a causa di stime diverse da quelle ministeriali, tanto più che a due mesi dalla scadenza del saldo bisognerà chiamare alla cassa i proprietari di terreni che finora sono sempre stati esenti sia dall'Ici sia dall'Imu.
Questa incognita vale 350 milioni, e si aggiunge alle tante che costellano in questa fase i conti di molti Comuni. L'ultima in ordine di tempo è rappresentata dal taglio di 172 milioni prodotta dalla verifica del gettito da fabbricati D, comunicata dall'Economia l'11 settembre e decurtata ai singoli comuni dal ministero dell'Interno il 16 settembre, nonostante l'opposizione dell'Anci.
Un'altra partita non del tutto definita è quella aperta dal comma 711 della legge 147/2013, che riconosce ai Comuni di un contributo di 110,7 milioni a compensazione del minor gettito Imu conseguente alla riduzione del moltiplicatore dei terreni agricoli dei coltivatori, passato da 110 a 75, e all'esenzione dei fabbricati rurali. Gli importi spettanti ai Comuni sono stati concordati nella Conferenza Stato-città ed autonomie locali dell'11 settembre e sul sito del Viminale è pubblicato l'elenco, anche se manca la formalizzazione con decreto ministeriale (che avrebbe dovuto essere emanato in realtà entro il 31 gennaio).
Nella stessa condizione si trova la questione sollevata dall'articolo 1, comma 6, del Dl 133/2013, dove si prevede il riparto di 348,5 milioni di euro a compensazione del minor gettito Imu sull'abitazione principale, anche in base ai gettiti effettivi da mini-Imu (in questo caso la scadenza del decreto era fissata al 28 febbraio).
L'articolo 2-bis, comma 2 del Dl 102/2013 prevede invece il riparto di 18,5 milioni per i Comuni che nel saldo Imu 2013 hanno assimilato all'abitazione principale quella data in comodato. C'è stato l'accordo in Conferenza unificata il 5 agosto, ma l'elenco dei Comuni beneficiari non è stato pubblicizzato e manca il decreto che avrebbe dovuto essere emanato entro il 14.12.2013.
A bocce ferme, l'unica possibilità per i Comuni per rivedere i propri conti è data dall'assestamento di bilancio, possibile fino al 30 novembre, ma al di là dei problemi contabili a ostacolare molti è l'assenza delle risorse necessarie a coprire i buchi prodotti da stime errate o altri inciampi. Lo stesso accade alle Province, che dal decreto attendevano l'ammorbidimento della spending da 100 milioni sulla scorta delle indicazioni maturate in conferenza Unificata
(articolo Il Sole 24 Ore del 06.10.2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOPersonale, limiti ad hoc per gli enti sperimentatori. Ragioneria generale. Si considerano il 2011 (due volte) e il 2013.
Ora che gli enti locali soggetti a Patto di stabilità hanno trovato un parametro di riferimento, ai fini della riduzione delle spese di personale, iniziano i primi dubbi operativi. Il Dl 90/2014 ha infatti previsto che, per applicare l'obbligo di riduzione in valore assoluto delle spese di personale previsto dal comma 557 della legge 296/2006 si debba fare riferimento al «valore medio del triennio precedente alla data di entrata in vigore della presente disposizione».
Con nota 16.09.2014 n. 73024 di prot., la Ragioneria Generale dello Stato ha confermato che si tratta degli anni 2011, 2012 e 2013.
Fino al 2013, in virtù di quanto stabilito dalla Corte dei conti Sezione Autonomie, con la deliberazione n. 3/2010, la base per la riduzione delle spese era il consolidato dell'anno precedente. Un limite, quindi, dinamico destinato a mutare di anno dopo anno, creando non pochi problemi agli enti locali, sempre alle prese con la necessità di ridurre (ma non troppo) la spesa di personale. Basti pensare a tutta la vicenda correlata ai cosiddetti effetti prenotativi. Finalmente, con il Dl 90/2014, viene fornito un tetto entro il quale, dal 2014, le spese vanno "contenute" (termine previsto dal legislatore) e non ridotte. In termini pratici, stabilita la media del triennio 2011/2013, l'ente potrà anche scendere anno dopo anno, non precludendosi, però, la possibilità di risalire fino a questo limite.
Poiché il comma 557-quater, si applica solo a decorrere dal 2014, il legislatore fa salvo quanto operato in passato, spiegando però alle amministrazioni come procedere da ora in poi. Rimangono, quindi, confermate le voci di spesa da includere e da escludere, anche se ci si chiede se, questa, non sia l'occasione per «ripartire da zero». In altre parole, il dubbio riguarda se sia necessario prendere i dati del triennio 2011/2013, dai questionari già inviati alla Corte dei conti, relativi ai rispettivi bilanci, oppure se sia più corretto ripartire dagli impegni dei tre anni in esame e ricostruire la spesa. Questo, soprattutto in un'ottica di revisione degli importi relativi ai rinnovi contrattuali, per i quali non avrebbe senso fare confronti con gli anni passati.
In attesa, quindi, di maggiori istruzioni operative provenienti dalle sezioni regionali della Corte dei conti, la Ragioneria Generale dello Stato, con la nota del 16 settembre scorso, risolve la questione del calcolo del triennio per gli enti che, dall'anno 2012, hanno iniziato la sperimentazione dell'armonizzazione contabile. I valori del triennio, proprio perché "misti", non permetterebbero un esaustivo e corretto calcolo della media.
Pertanto, secondo la Rgs, gli impegni degli enti a sperimentazione contabile del 2012, non costituiscono una base corretta per calcolare il valore medio del triennio, ai fini della verifica del contenimento della spesa di personale. Perciò, in tali enti, invece che al triennio 2011, 2012, 2013, si dovrà fare riferimento al triennio costituito dagli esercizi 2011, 2011 e 2013
(articolo Il Sole 24 Ore del 06.10.2014).

APPALTIExpo, gare al massimo ribasso. Stop alla discrezionalità nell'aggiudicazione degli appalti. Il presidente dell'Anac, Raffaele Cantone, detta le linee per l'acquisto di beni e servizi.
Massima riduzione della discrezionalità negli affidamenti di Expo 2015; aggiudicazione con il massimo ribasso per appalti di beni e servizi standardizzati; limitazione dei requisiti troppo selettivi per l'accesso alle gare e congrua motivazione per i fatturati aziendali; preferire le procedure competitive anche per piccoli incarichi; comunicazione tempestiva delle varianti e dei subappalti.

Sono queste le indicazioni per la corretta gestione delle procedure d'appalto connesse all'Expo 2015 contenute nel documento di proposte indirizzate al Commissario di Expo 2015 dall'Autorità nazionale anticorruzione - Unità operativa speciale Expo 2015, presieduta da Raffaele Cantone. Tutto ciò alla vigilia della visita di Matteo Renzi che, oggi, a Milano firma un protocollo tra l'Autorità nazionale anti corruzione (Anac) e l'Ocse in vista di Expo 2015.
Le indicazioni vengono formulate prevalentemente in termini negativi (cosa va evitato) iniziando dagli atti di gara con l'invito a non utilizzare il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa tutte le volte in cui si debbano acquisire «beni e servizi standardizzati, o lavori che non lasciano margini di discrezionalità all'impresa»; via libera quindi al massimo ribasso, ovviamente molto meno soggetto a valutazioni discrezionali e quindi più oggettivo. Quando invece si utilizza il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa l'indicazione di Cantone è di una stretta correlazione e congruità fra regole e punteggi di valutazione, da un lato, e oggetto del contratto; necessario quindi evitare graduazioni arbitrarie delle regole valutative.
Da evitare l'assegnazione ai commissari di gara di una eccessiva discrezionalità nell'attribuzione dei punteggi e quindi i criteri dovranno consentire giudizi «quanto più possibile, misurabili e verificabili in termini oggettivi e non arbitrari». Per quel che attiene all'accesso alla gara, andrà assicurata la più ampia partecipazione e quindi si chiede di evitare di «prevedere requisiti di ammissione di carattere economico-finanziario e/o tecnico-professionale troppo stringenti». Non si esclude la possibilità di chiedere fatturati aziendali ma devono essere sempre motivati e conformi al principio di proporzionalità.
Si afferma anche il divieto di presentare in gara varianti progettuali quando si aggiudica l'appalto con il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa e l'attribuzione di premi di accelerazione (che però se ritenuti necessari, dovranno essere motivati da un «apprezzabile interesse» e calcolati analogamente ai criteri usati per le penali). In positivo, invece, si suggerisce di prevedere esatti tempi di esecuzione nella fase di progettazione e penali in caso di ritardi, anche in corso di esecuzione, se vi sia scostamento con il cronoprogramma.
Per la nomina dei commissari di gara l'indicazione è di scegliere, garantendo adeguata rotazione, tra professori universitari e professionisti (iscritti all'albo da almeno dieci anni all'albo) «con consolidata esperienza nella specifica materia, previo esame dei relativi curricula vitae e mediante estrazione a sorte dei componenti tra un'ampia rosa di candidati (rapporto non inferiore a 1 a 5)».
Sulle modalità di affidamento il documento invita a preferire modalità di aggiudicazione competitive a evidenza pubblica ovvero affidamenti mediante cottimo fiduciario, con consultazione di almeno cinque operatori economici anche per procedure di importo inferiore a 40.000 euro. In fase esecutiva occorrerà comunicare «tempestivamente» le richieste di subappalto e le eventuali varianti (articolo ItaliaOggi del 03.10.2014).

EDILIZIA PRIVATAImpianti termici, verifica uniforme. L'Enea detta le linee guida per i controlli.
Regole più uniformi su tutto il territorio nazionale per gli accertamenti sugli impianti termici degli edifici. Suggerimenti alle regioni per tempistiche e tariffe delle ispezioni in vista dell'adeguamento dei libretti entro il 15 ottobre. Modulistica per le comunicazioni tra l'utente e l'autorità competente circa la nomina o cessazione del terzo responsabile.

Questo è quanto contenuto nelle linee guida per l'esecuzione degli accertamenti delle ispezioni sugli impianti termici degli edifici redatte dall'Enea, agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia, dallo sviluppo economico sostenibile, dal ministero dello sviluppo economico e dal Comitato termotecnico italiano (Cti) che costituiranno un riferimento per le autorità competenti.
All'interno del documento sono stati inseriti anche possibili modelli per le comunicazioni tra l'utente e l'autorità competente circa la nomina o cessazione del terzo responsabile, la nomina o la cessazione dell'amministratore del condominio, la disattivazione dell'impianto, l'avvenuto adeguamento alle prescrizioni e la sostituzione del generatore di calore, e infine un promemoria circa gli adempimenti spettanti al responsabile, al terzo responsabile, al manutentore e al conduttore dell'impianto.
Per quanto riguarda le ispezioni il documento contiene due modelli di rapporto di prova, generatori a fiamma e macchine frigorifere, comprensivi delle istruzioni di compilazione. Il documento inoltre suggerisce, alle regioni una possibile struttura delle tariffe, sia per la trasmissione dei rapporti di controllo di efficienza energetica che per le ispezioni.
La legislazione italiana, in merito alle ispezioni degli impianti termici riguardanti l'osservanza delle norme relative al contenimento dei consumi di energia nell'esercizio e manutenzione, ha subito nel tempo cambiamenti importanti che, via-via, hanno snellito il compito delle autorità competenti, diminuito l'onere a carico dei cittadini e responsabilizzato di più gli installatori e i manutentori (articolo ItaliaOggi del 03.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATAUn albero per ogni neonato. E a fine mandato arriva il bilancio arboreo.
Dopo il bilancio per antonomasia (quello contabile), il bilancio sociale, il bilancio di genere e quello di fine mandato arriva pure il bilancio arboreo. Che accenderà i riflettori su come l'amministrazione comunale uscente ha gestito il verde pubblico con particolare riferimento all'obbligo imposto da una legge del 1992 (finora poco attuata dai sindaci) di piantare un albero per ogni neonato registrato all'anagrafe.

Lo ha chiarito il Ministero dell'ambiente nella deliberazione 22.09.2014 n. 2.
Secondo il dicastero guidato da Gianluca Galletti, l'ora X per l'entrata in vigore della norma che impone ai sindaci, due mesi prima della scadenza del mandato, di censire e classificare il verde pubblico, indicando il rapporto fra il numero degli alberi piantati all'inizio della legislatura e quello lasciato in eredità alla cittadinanza, è entrato pienamente in vigore il 16.02.2014. Ossia un anno dopo la legge n. 10/2013 («Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani») che ha dato ai comuni 12 mesi di tempo per avviare il sistema di rendicontazione «verde», circoscrivendo però l'ambito di applicazione dell'obbligo di piantare un albero per ogni neonato ai comuni con più di 15 mila abitanti.
Il Comitato per lo sviluppo del verde pubblico presso il Minambiente ha precisato che il censimento e la classificazione degli alberi piantumati (propedeutici al bilancio arboreo) non sono condizionati «ad alcun adempimento da parte di autorità terze». Quanto alle modalità con cui il bilancio arboreo dovrà essere reso pubblico, il ministero dell'ambiente ha chiarito che tale documento «si indirizza all'intera comunità locale, piuttosto che solamente agli amministratori», perché in caso contrario «resterebbe frustrato l'obiettivo di elevare questo tema a terreno di potenziale competizione fra le diverse offerte politiche a confronto».
I comuni che non dispongono di aree idonee alla messa a dimora delle piante potranno utilizzare, mediante concessione, aree demaniali che però in futuro non potranno essere destinate a funzione diversa da quella di verde pubblico (articolo ItaliaOggi del 03.10.2014).

APPALTI: Trasparenza sugli appalti: Cantone e Ance alleati. Legalità. Confronto tra i costruttori e il presidente dell'Anac.
Massima trasparenza nelle gare con meno deroghe possibili alle procedure ordinarie. Non hanno fatto fatica a trovare un terreno di incontro i costruttori dell'Ance e il presidente dell'Anac, Raffaele Cantone. La lotta alla corruzione negli appalti è stata al centro del primo faccia a faccia ufficiale ieri a Roma. Un incontro «molto cordiale e fattivo» l'ha definito il presidente dell'Ance Paolo Buzzetti.
«Ci siamo confermati l'interesse comune a far si che gli appalti si svolgano nella massima trasparenza e assicurando la massima concorrenza -ha commentato al termine Buzzetti-. Troppo spesso, anche in questa fase di massima difficoltà del mercato, accade che a vincere non sia l'impresa che offre le migliori garanzie. Dobbiamo fare si che accada sempre meno». Un incontro «molto proficuo» anche agli occhi di Cantone. «Abbiamo toccato molti punti nevralgici del settore. Su tanti ci siamo trovati d'accordo. Abbiamo impostato una discussione, su cui ci ritroveremo in seguito».
Tra gli argomenti al centro della discussione anche il progetto di riforma del codice dei contratti pubblici, innescato dall'obbligo di recepire le nuove direttive europee entro aprile 2016, sulla base del disegno di legge delega approvato dal governo il 29 agosto. Il Ddl dovrebbe a breve varcare la soglia di Palazzo Madama per essere discusso in Senato.
Tra i criteri su cui si basa la delega al governo, Buzzetti segnala il richiamo a evitare le deroghe rispetto alle procedure ordinarie. «Non possiamo prendercela comoda quando si tratta di pianificare gli interventi e poi chiedere alle imprese di correre con le gare dimezzando i termini e facendo saltare i paletti ordinari». Esempi che tornano di attualità anche ora, con la nuove scorciatoie rispetto ai percorsi ordinari sugli appalti inserite nel decreto Sblocca Italia per gli interventi sulle scuole, la difesa del suolo e le bonifiche, dopo le deroghe previste in passato per l'Expo (con la possibilità di disapplicare ben 80 articoli sui 257 del codice appalti) e per gli interventi urgenti di restauro di Pompei decise con il cosiddetto «decreto Cultura» (Dl 83/2014).
Per Cantone, sulla necessità di ridurre il ricorso alle deroghe «c'è una stretta vicinanza, direi di tipo culturale» con i costruttori. Discorso simile per le procedure con cui vengono assegnate le gare. Cantone -anche nelle linee guida per la gestione delle gare dell'Expo appena inviate al commissario Sala (si veda l'articolo a fianco)- non fa mistero di guardare con una certa diffidenza all'uso ricorrente dell'offerta economicamente più vantaggiosa, che rispetto al massimo ribasso offre ampi margini di valutazione discrezionale alle commissioni giudicatrici.
Non poteva mancare un accenno alle varianti, che gli uffici dell'Anac sono chiamati a verificare una per una, quando il valore del contratto supera i 5,2 milioni e la correzione al progetto produce un aumento di costi superiore al 10 per cento. «Non nego che le varianti sono spesso utili alla buona riuscita dell'opera -dice il presidente dell'Autorità anticorruzione-, ma l'eccesso produce distorsioni: dal mio punto di vista vanno limitate al massimo».
Guardando alla riforma del codice un passaggio ha riguardato anche il sistema di qualificazione delle imprese attive nei lavori pubblici. Cantone, molto critico in passato con le società private (Soa) che rilasciano i certificati ai costruttori ora sembra voler aggiustare il tiro. «I meccanismi di controllo sulle Soa vanno rafforzati il più possibile -dice- ma non sono certo un nostalgico del vecchio albo nazionale costruttori»
(articolo Il Sole 24 Ore del 03.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTIANTICORRUZIONE/ Regolamento Anac sulla mancata adozione. Multa in contraddittorio. Il procedimento deve chiudersi in 120 giorni.
La sanzione fino a 10.000 euro in caso di mancata adozione dei piani di prevenzione della corruzione nelle pubbliche amministrazioni potrà essere adottata a seguito di procedimento in contraddittorio avviato dall'Anac, da concludersi entro 120 giorni.

È quanto prevede il regolamento emesso dall'Autorità nazionale anti corruzione in materia di esercizio del potere sanzionatorio di propria competenza per l'omessa adozione dei Piani triennali di prevenzione della corruzione, dei Programmi triennali di trasparenza, dei Codici dì comportamento.
È infatti l'articolo 19, comma 5, del decreto legge 24.06.2014, n. 90, convertito nella legge 114/2014 che stabilisce, salvo che il fatto costituisca reato, che l'Autorità Nazionale Anticorruzione applichi una sanzione amministrativa di importo compreso fra 1.000 e 10.000 euro, nel caso in cui sia stata omessa l'adozione del Piano triennale di prevenzione della corruzione, del Programma triennale per la trasparenza e l'integrità o dei Codici di comportamento.
Il responsabile del procedimento dell'Anac avvia l'iter di accertamento sulla base delle segnalazioni pervenute e svolge una articolata istruttoria, che può anche comprendere l'audizione dei soggetti interessati. Alla fine dell'istruttoria si potranno avere tre esiti: archiviazione, diffida ad adottare i provvedimenti omessi, entro un termine breve, non superiore ai 60 giorni e infine irrogazione, per ciascuno dei soggetti obbligati, di una sanzione pecuniaria di cui si definisce la quantità, in relazione alle responsabilità accertate nella omessa adozione del provvedimento.
L'importo della sanzione pecuniaria (da 1.000 a 10.000 euro) è definito in rapporto a diversi profili: gravità dell'infrazione; rilevanza degli adempimenti omessi, anche in relazione alla dimensione organizzativa dell'amministrazione e al grado di esposizione dell'amministrazione, o di sue attività, al rischio di corruzione; eventuale reiterazione di comportamenti analoghi a quelli contestati; opera svolta dall'agente per l'eliminazione o l'attenuazione delle conseguenze dell'infrazione contestata.
Il procedimento deve concludersi entro il termine massimo di 120 giorni dalla data di comunicazione del suo avvio (articolo ItaliaOggi del 02.10.2014).

LAVORI PUBBLICIAppalti, contributi ampi. Interrogazione.
I contributi erogati dalla stazione appaltante a titolo di contributo per la realizzazione di opere per le quali è prevista l'aliquota Iva agevolata del 10% scontano tale aliquota indipendentemente dal momento in cui sono erogati. È quindi irrilevante che le somme siano corrisposte durante la fase della costruzione oppure successivamente.
In ogni caso, l'aliquota agevolata non può applicarsi alle somme non correlate alla realizzazione dell'opera, ad esempio per la gestione del servizio.

Lo ha chiarito ieri, 01.10.2014, il vice-ministro all'economia, Casero, rispondendo a un question-time in commissione finanze della camera all'INTERROGAZIONE A RISPOSTA IMMEDIATA IN COMMISSIONE n. 5/03676 dell'On. Laffranco.
L'interrogante rappresentava che la remunerazione del concessionario per la realizzazione e gestione di un'opera pubblica «fredda», ai sensi dell'art. 153, comma 19, del dlgs n. 163/2006, è normalmente composta da: contributo dell'appaltante sul costo di costruzione; canone di disponibilità residuale, da versare periodicamente dall'appaltante; canone di servizio, da versare periodicamente dall'appaltante; ricavo dello sfruttamento dell'opera da parte del concessionario.
Premesso che sulle prime tre voci la stazione appaltante deve corrispondere al concessionario anche l'Iva e che è pertanto necessario quantificare le risorse necessarie all'intervento, il quesito mirava a sapere se, in caso di concessione di costruzione e gestione di un'opera pubblica, per le somme corrisposte in conto investimento l'aliquota Iva del 10% si renda applicabile a prescindere dal momento di erogazione, cioè in fase di costruzione o dopo l'ultimazione del collaudo. Nella risposta si evidenzia anzitutto che la genericità del quesito non consente di individuare con precisione la fattispecie e di rispondere quindi in modo circostanziato.
Tuttavia, in relazione alla specifica questione, viene precisato che, qualora l'opera rientri fra quelle agevolate ai sensi della tabella A, parte III, allegata al dpr 633/1972, l'aliquota Iva del 10% tornerà applicabile alle somme erogate a titolo di partecipazione al costo indipendentemente dal momento di erogazione (articolo ItaliaOggi del 02.10.2014).

EDILIZIA PRIVATA - VARIImpianti «fuori norma», il rogito rimane valido. Chiavi in mano/guida all'acquisto.
Per evitare contestazioni su vizi della casa, nel preliminare e nel definitivo va scritto che le parti conoscono lo stato di conformità.

Gli obblighi sulla certificazione energetica degli edifici hanno guidato, in questi ultimi anni, a una maggior attenzione verso il tema della conformità degli impianti alle norme di sicurezza. «Un corollario importante: acquirenti e venditori sono molto più consapevoli e il discorso dell'impiantistica, prima più spesso sottovalutato, viene ora tenuto in gran conto –spiega Piercarlo Mattea, del Consiglio Notarile di Milano–.
A differenza dell'Ace (l'Attestato di certificazione energetica che individua la classe di appartenza dell'immobile, dalla A alla G a seconda dei consumi, ndr) la cui menzione è obbligatoria, non c'è legge che imponga di dar atto di tale conformità nel contratto di compravendita. D'altra parte lo stato degli impianti non influisce sulla commerciabilità di un immobile. Ma per evitare future contestazioni relative ai vizi della casa e alla responsabilità di provvedere alla messa a norma, è opportuno che sia nel preliminare di compravendita sia nel definitivo venga esplicitato che le parti sono a conoscenza della conformità o meno».
Ma di quale conformità parliamo? Gli impianti esistenti (elettrici, termici, idrici, eccetera) dovrebbero essere tutti a norma. I requisiti sono però variati nel tempo e di conseguenza possono essere diverse le prescrizioni da osservare. Il principio generale prevede che gli impianti siano conformi alla normativa vigente all'epoca in cui sono stati realizzati, rifatti o adeguati. Se precedenti al 13.03.1990 (entrata in vigore della legge 46/1990) devono rispettare alcuni criteri minimi come il "salvavita" e la "messa a terra" nel caso di impianti elettrici. Se successivi a quella data, devono –anche dopo l'entrata in vigore del Dm 37/2008 che ha sostituito la legge 46/1990– essere adeguati alle norme Uni e Cei in vigore al momento dei lavori.
«Per gli edifici di nuova costruzione si deve tener presente che, se gli impianti non sono conformi alle norme di sicurezza, non viene rilasciata l'agibilità e l'edificio non può essere utilizzato. Le eventuali certificazioni –prosegue Mattea– non devono comunque essere allegate al rogito, ma consegnate (insieme all'eventuale libretto di uso e manutenzione) alla parte acquirente in occasione della stipula dell'atto di compravendita».
La legge consente però che siano oggetto di compravendita immobili con impianti non a norma o in ogni caso "non garantiti conformi". La conformità non influisce infatti sulla commerciabilità giuridica ma, così come il certificato di agibilità, incide sulla parte economica. Un aspetto che, unito allo necessità di far subito chiarezza sul soggetto responsabile dei necessari adeguamenti, impone che lo "stato di cose" risulti dal rogito o ancor prima dal compromesso.
Se gli impianti sono conformi, il venditore lo dichiara in atto e presta la relativa garanzia: ogni responsabilità per eventuali incidenti causati dall'impianto ricade sull'impresa che ha eseguito i lavori di realizzazione o adeguamento e che deve essere dotata di copertura assicurativa. «Quando invece gli impianti non sono conformi –spiega il notaio Mattea– bisogna verificare la volontà delle parti. L'acquirente può chiedere la messa a norma e quindi il rinvio della stipula del definitivo al momento in cui saranno completati i lavori di adeguamento. O può accettare un immobile con impianto non in regola, perché ad esempio intende comunque ristrutturarlo e così facendo ottiene uno sconto sul prezzo».
Allo stesso modo, se il venditore non conosce lo stato degli impianti e non è in grado di definire la conformità, l'acquirente può accettare l'acquisto assumendo l'onere della verifica e di un eventuale adeguamento (anche qui "ridiscutendo" il prezzo) oppure pretendere la verifica dello stato degli impianti, la loro messa a norma o –in caso di conformità– la dichiarazione di rispondenza. Quest'ultima, resa sempre da un professionista abilitato, è possibile solo per gli impianti eseguiti prima del 27.03.2008 (entrata in vigore del Dm 37/2008)
(articolo Il Sole 24 Ore del 02.10.2014).

LAVORI PUBBLICIProject financing con Iva al 10% sul costo delle opere. Il question time. L'aliquota applicabile.
L'aliquota Iva ridotta del 10% spetta solo sulle somme erogate per partecipare alla copertura del costo delle opere rientranti nel cosiddetto project financing.

Lo ha detto ieri 01.10.2014 il viceministro Luigi Casero in commissione Finanze alla Camera rispondendo, in un question-time, al deputato Renate Gebhard (INTERROGAZIONE A RISPOSTA IMMEDIATA IN COMMISSIONE N. 5/03674) sul trattamento da riservare ai fini Iva alle somme corrisposte per opere che siano finanziate ai sensi dell'articolo 153, comma 19, Dlgs n. 163/2006, e cioè strutture d'interesse pubblico nelle quali l'amministrazione concede a un soggetto la possibilità di costruire e gestire una certa infrastruttura per un dato periodo di tempo, in una prospettiva di equilibrio economico finanziario.
Nella risposta, pur sottolineandosi che non è possibile fornire indicazioni circostanziate in mancanza di riferimenti specifici al caso concreto, è tuttavia precisato che, per beneficiare della misura agevolata dell'imposta, l'opera deve rientrare in una delle fattispecie previste dal numero 127-quinquies della Tabella A, parte III, allegata al decreto n. 633/1972 (opere di urbanizzazione primaria e secondaria, linee di trasporto metropolitane, impianti di produzione e reti di distribuzione di calore-energia eccetera).
Verificata la riconducibilità dell'intervento fra quelli oggettivamente agevolati dalla disposizione, il momento in cui le somme sono erogate dalla stazione appaltante al concessionario per la realizzazione dell'opera, risulta del tutto irrilevante per la misura dell'imposta. Allo specifico fine, pertanto, non conta che l'erogazione delle somme intervenga nella fase di costruzione o anche successivamente, per esempio, dopo il collaudo dell'opera. In tal senso, gli uffici ministeriali richiamano le conclusioni già raggiunte nella risoluzione n. 395/E del 2002, con ciò volendo probabilmente fare riferimento alla precisazione secondo cui il prezzo è pagabile “anche” in un'epoca antecedente l'ultimazione dell'opera.
Restano invece fuori dall'ambito applicativo della riduzione di aliquota le somme che l'appaltante eroga al concessionario, ma che non sono collegate alla realizzazione dell'opera, bensì versate ad altro titolo. Potrebbe trattarsi, per esempio, dei canoni versati per la gestione dell'infrastruttura costruita con il progetto finanziato. Tali importi, sempre se riconducibili al corrispettivo di un'operazione rilevante agli effetti impositivi (normalmente una prestazione di servizi), scontano il relativo regime Iva con la pertinente aliquota d'imposta
(articolo Il Sole 24 Ore del 02.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

TRIBUTIBeni inagibili, mezza Tasi. Imposta ridotta del 50% come per l'Imu. La tesi del Mef non è però suffragata da una norma di legge.
Disciplina della Tasi lacunosa anche sulle agevolazioni. I fabbricati inagibili, inabitabili e dimore storiche sono soggetti al pagamento dell'imposta sui servizi indivisibili, ma con lo sconto. Secondo il Ministero dell'economia e delle finanze, i titolari di questi immobili sono tenuti a pagare il nuovo balzello con la riduzione del 50%, come per l'Imu, anche in assenza di una norma che attesti il diritto a fruirne.
Dunque, chi possiede un immobile inagibile, inabitabile o di interesse storico-artistico può calcolare il tributo sul 50% della base imponibile, determinata con le stesso modalità con cui ha calcolato l'Imu, nonostante nella legge di Stabilità (147/2013) non vi sia una disposizione ad hoc che riconosca questo beneficio fiscale.
Del resto, i proprietari hanno tutto l'interesse ad allinearsi alla tesi ministeriale secondo la quale se la base imponibile di Imu e Tasi è la stessa, non c'è alcun motivo di dubitare che la riduzione si applichi anche a quest'ultimo tributo.

È evidente, però, che questa interpretazione rappresenti una forzatura del dato normativo, perché quando il legislatore ha voluto riconoscere un'agevolazione lo ha fatto espressamente. Infatti, mentre per l'Imu non c'è alcun dubbio che l'imposta si paghi in misura ridotta, qualche incertezza sussiste sullo sconto per la Tasi. La base imponibile dei due tributi ex lege è la stessa, ma le agevolazioni non sono le stesse. Ciò premesso, al di là delle incertezze normative, non si capisce perché questi immobili debbano pagare l'Imu ridotta al 50% e la Tasi per intero. L'articolo 4 del dl 16/2012 ha disposto la riduzione al 50% della base imponibile Imu, che si dovrebbe estendere all'imposta sui servizi.
Va ricordato che l'inagibilità o inabitabilità dell'immobile deve essere accertata dall'ufficio tecnico comunale con perizia a carico del proprietario, che è tenuto ad allegare idonea documentazione alla dichiarazione. In alternativa, il contribuente ha facoltà di presentare una dichiarazione sostitutiva. L'agevolazione, per la quale è richiesta un'apposita istanza, è però limitata al periodo dell'anno durante il quale sussiste lo stato di precarietà dell'immobile. Le condizioni per ottenere la riduzione alla metà della base imponibile non possono essere disciplinate dai comuni, i quali non hanno più la facoltà di fissare, con regolamento, le caratteristiche di fatiscenza sopravvenuta del fabbricato, non superabile con interventi di manutenzione.
Lo stato di precarietà deve essere accertato dall'ente impositore sia se il contribuente alleghi idonea documentazione alla richiesta di riduzione dell'imposta, sia se presenti dichiarazione sostitutiva e autocertifichi questa situazione. Per avere diritto al beneficio previsto dalla legge l'istanza deve essere inoltrata nel momento in cui il fabbricato è inagibile o inabitabile, al fine di consentire all'ente di verificare la dichiarazione da parte del soggetto interessato. La richiesta dovrebbe sempre precedere la concessione del beneficio.
Tuttavia, nel rispetto dei principi dello Statuto dei diritti del contribuente (articolo 10 della legge 212/2000), l'interessato non è tenuto a provare per via documentale all'ente impositore fatti e circostanze note e conosciute (Cassazione, sentenza 23531/2008). È espressione del principio di collaborazione e buona fede, che deve improntare i rapporti tra amministrazione finanziaria e contribuente, anche la regola in base alla quale non può essere richiesta la prova di fatti noti al fisco.
Per l'Ici, ma il principio è applicabile anche a Imu e Tasi, la giurisprudenza ha sostenuto che spetti il trattamento agevolato anche nei casi in cui l'interessato non abbia presentato la dichiarazione d'inagibilità o inabitabilità, purché sia noto all'amministrazione comunale lo stato dell'immobile. In queste situazioni la base imponibile deve essere ridotta al 50%, a condizione che il fabbricato non venga di fatto utilizzato (articolo ItaliaOggi dell'01.10.2014).

TRIBUTIL'invenduto paga la Tasi. Non si applica l'esenzione prevista per l'Imu. Nulla impedisce ai comuni di deliberare agevolazioni per i beni merce.
I fabbricati invenduti delle imprese sono soggetti al pagamento della Tasi. Non si applica, infatti, l'esenzione prevista per l'Imu.

Un legislatore a dir poco confuso esonera questi immobili dall'Imu, che è un'imposta patrimoniale, purché non siano locati, e li assoggetta alla Tasi, il cui gettito è destinato a finanziare i servizi forniti dall'ente dei quali gli stessi immobili per la condizione in cui si trovano non possono fruire.
Stando così le cose, a normativa vigente, non c'è alcuno dubbio che l'esenzione Imu non possa essere estesa all'imposta sui servizi in assenza di una disposizione ad hoc.
Le norme che prevedono agevolazioni sono di stretta interpretazione. L'articolo 2 del dl 102/2013, oltre al concedere il beneficio dell'esclusione del pagamento della seconda rata a saldo dell'Imu dovuta per il 2013, ha stabilito che i beni merce delle imprese non pagano l'Imu dal 2014. L'agevolazione è condizionata dal fatto che gli immobili non siano locati. Se dati in affitto anche per un breve periodo perdono lo status imposto dalla norma di legge e sono sottoposti all'imposta municipale.
Dunque, mentre prima dell'intervento normativo per gli immobili costruiti dalle imprese e destinati alla vendita il legislatore demandava ai comuni il potere di concedere l'aliquota agevolata, il dl 102 ha previsto un beneficio fiscale differenziato per il 2013 e il 2014. Per il 2013, al fine di dare una mano al settore dell'edilizia che è in forte crisi, è stata abolita la seconda rata dell'imposta, mentre da quest'anno gli immobili delle imprese costruttrici non sono più tenuti al pagamento «sine die», vale a dire fino a che non saranno venduti.
Inoltre, con l'aggiunta all'articolo 2 del comma 5-bis, in sede di conversione del dl 102, è stato imposto ai titolari di presentare una dichiarazione nella quale devono attestare il possesso dei requisiti e devono elencare dettagliatamente gli immobili che hanno diritto a fruire del beneficio fiscale, indicando i relativi identificativi catastali. Il mancato riconoscimento della stessa agevolazione per la Tasi fa emergere, se mai ce ne fosse bisogno, una totale mancanza di strategia del nostro legislatore.
In effetti, se gli immobili invenduti e non locati devono essere esclusi dal prelievo, e se proprio l'agevolazione deve essere limitata a un solo tributo, è più corretto che l'esonero si applichi alla Tasi che all'Imu. La condizione di immobili inutilizzati dovrebbe escludere l'assoggettamento a un'imposta la cui finalità è quella di finanziare i servizi indivisibili (trasporto locale, illuminazione, manutenzione stradale, verde pubblico e così via).
Peraltro, l'esenzione Tasi si applica in molti casi in cui il beneficio spetta per l'Imu. Nello specifico, sono esonerati gli immobili posseduti da stato, regioni, province, comuni, comunità montane, consorzi fra detti enti, ove non soppressi, dagli enti del servizio sanitario nazionale, purché destinati esclusivamente ai compiti istituzionali. Inoltre, le agevolazioni si estendono agli immobili adibiti al culto, nonché a quelli utilizzati dagli enti non commerciali. Per questi ultimi viene ribadito che l'esenzione, totale o parziale, è condizionata dalla destinazione degli immobili allo svolgimento delle attività elencate dall'articolo 7, comma 1, lettera i) del decreto legislativo 504/1992, con modalità non commerciali.
C'è da sottolineare, infine, che nulla impedisce ai comuni di deliberare con regolamento eventuali agevolazioni. Le amministrazioni locali possono stabilire riduzioni senza un tetto massimo. E possono tener conto della situazione familiare dei contribuenti soggetti al prelievo. In base al comma 679 della legge di Stabilità (147/2013) detrazioni e esenzioni possono essere concesse per: abitazioni con unico occupante; abitazioni tenute a disposizione per uso stagionale o altro uso limitato e discontinuo; locali e aree scoperte adibiti a uso stagionale; abitazioni occupate da soggetti che risiedono o hanno la dimora, per più di sei mesi all'anno, all'estero; fabbricati rurali a uso abitativo (articolo ItaliaOggi del 30.09.2014).

GIURISPRUDENZA

CONSIGLIERI COMUNALI - PUBBLICO IMPIEGOConsiglieri comunali concussori. Gli interessati avevano ceduto alla minaccia per non perdere un risultato lecito. Cassazione. Reato «maggiore» se l'amministratore chiede soldi o incarichi per trattare una pratica.
Concussione e non induzione per l'amministratore comunale che chiede soldi o incarichi per trattare una pratica, con la minaccia in caso di rifiuto del "favore" di insabbiarla.

La Corte di Cassazione con la sentenza 03.10.2014 n. 41110 non fa sconti ai consiglieri comunali che decidevano del destino delle richieste di varianti urbanistiche non in base alla legittimità della domanda ma in funzione della disponibilità del privato a cedere ai loro ricatti.
Le pretese variavano a seconda del campo di "interesse" del pubblico ufficiale: dai soldi, agli appalti per installare ascensori, agli incarichi. Minacce alle quali gli interessati avevano ceduto per non veder sfumata la possibilità di conseguire un risultato che comunque era lecito.
Malgrado il comportamento non proprio esemplare i ricorrenti negavano di aver costretto le loro "vittime" a pagare o fare altri favori e, forti di questa convinzione, pretendevano di essere puniti per il meno grave delitto di induzione (articolo 319-quater del Cp) escludendo la concussione (articolo 317 del Cp). Ma la Cassazione non li accontenta. I giudici della Sesta sezione analizzano le differenze tra le due ipotesi, in base alla nuova formulazione della legge Severino (190/2012), e spiegano la ragione della loro scelta. La concussione scatta quando un pubblico agente minaccia, in maniera implicita o esplicita, di danneggiare ingiustamente il privato, che può evitare il pregiudizio dando del denaro od offrendo un'altra utilità indebita.
Diversa l'ipotesi dell'induzione che si realizza in maniera più sottile, con la persuasione, la suggestione, l'inganno o la pressione morale. Due gli elementi fondamentali che distinguono l'induzione dalla concussione: la pressione più leggera "non irresistibile" esercitata dal pubblico ufficiale e il vantaggio indebito in gioco. Nel caso dell'induzione, infatti, il destinatario pressato persegue uno scopo non lecito, e gode di un maggior margine di autodeterminazione.
Chiarita la portata delle due ipotesi criminose la Cassazione motiva il suo verdetto. Gli imputati avevano «avvertito» gli imprenditori che le varianti urbanistiche alle quali erano interessati potevano trovare una corsia preferenziale per una rapida attuazione o perdersi nei meandri degli uffici comunali. Per far avverare la prima ipotesi servivano soldi, appalti e anche un incarico di amministratore di condominio su diversi stabili. Il danno minacciato di non mettere all'ordine del giorno la pratica, bocciare la domanda o rinviarne la discussione era senz'altro ingiusto, i privati si sono trovati dunque a un bivio: subire il ricatto o perdere la possibilità di conseguire un risultato lecito in tempo utile.
La Cassazione sottolinea come la gestione del tutto arbitraria della cosa pubblica, piegata agli scopi personali, abbia indotto i privati a piegarsi agli abusi per scongiurare il rischio di vedere compromessi i loro interessi a causa di un'eventuale ribellione. E i giudici a confermare il reato di concussione, anche se per alcuni è scattata le prescrizione
(articolo Il Sole 24 Ore del 04.10.2014).

EDILIZIA PRIVATAIl necessario riesame dell'abusività dell’opera provocato dall’istanza di sanatoria determina la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, di accoglimento o di rigetto che vale comunque a rendere inefficace il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'originario ricorso.
E’ qui appena il caso di richiamare il maggioritario -e qui condiviso- orientamento secondo cui il necessario riesame dell'abusività dell’opera provocato dall’istanza di sanatoria determina la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, di accoglimento o di rigetto che vale comunque a rendere inefficace il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'originario ricorso (sul punto –ex plurimis-: Cons. Stato, IV, 28.11.2013; id., V, 31.10.2012, n. 5553; id., IV, 12.05.2010, n. 2844).  (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 03.10.2014 n. 4966 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATASe è pur vero che la presentazione di un’istanza di sanatoria non inficia la legittimità dell’ordine di demolizione impartito in precedenza quando la domanda di sanatoria sia stata poi respinta, è altresì vero che la presentazione di una siffatta richiesta impedisce che l'amministrazione, prima del suo esame, possa attivarsi per eliminare un abuso che potrebbe potenzialmente essere sanato e determina –di conseguenza– la temporanea sospensione degli effetti dell’ordine di demolizione già impartito.
La giurisprudenza di questo Consiglio ha recentemente chiarito, al riguardo, che la presentazione di una domanda di sanatoria di abusi edilizi determina l’inefficacia dei precedenti atti sanzionatori (ordini di demolizione, inibitorie, ordini di sospensione dei lavori) atteso che, sul piano procedimentale, il Comune è tenuto innanzi tutto ad esaminare ed eventualmente a respingere la domanda di condono effettuando, comunque, una nuova valutazione della situazione.

Al riguardo deve essere richiamato il consolidato –e qui condiviso– orientamento secondo cui, se è pur vero che la presentazione di un’istanza di sanatoria non inficia la legittimità dell’ordine di demolizione impartito in precedenza quando la domanda di sanatoria sia stata poi respinta, è altresì vero che la presentazione di una siffatta richiesta impedisce che l'amministrazione, prima del suo esame, possa attivarsi per eliminare un abuso che potrebbe potenzialmente essere sanato e determina –di conseguenza– la temporanea sospensione degli effetti dell’ordine di demolizione già impartito (in tal senso –ex plurimis-: Cons. Stato, V, 31.03.2014, n. 1546; id., VI, 14.03.2014, n. 1292; id., VI, 07.05.2009, n. 2833).
La giurisprudenza di questo Consiglio ha recentemente chiarito, al riguardo, che la presentazione di una domanda di sanatoria di abusi edilizi determina l’inefficacia dei precedenti atti sanzionatori (ordini di demolizione, inibitorie, ordini di sospensione dei lavori) atteso che, sul piano procedimentale, il Comune è tenuto innanzi tutto ad esaminare ed eventualmente a respingere la domanda di condono effettuando, comunque, una nuova valutazione della situazione (Cons. Stato, V, 23.06.2014, n. 3143) (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 03.10.2014 n. 4963 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Ricorso in sede giurisdizionale. Tempestività. Onere della prova. Ricade sulla parte che eccepisce la tardività. Realizzazione di canna fumaria a servizio di ristorante. Certificato di collaudo e scontrini fiscali. Irrilevanza.
1.1. In tema di ricorsi in sede giurisdizionale promossi dal proprietario di immobile confinante con quello interessato dall'avversato intervento edilizio, la prova della tardività dell'impugnazione incombe sulla parte che la eccepisce, secondo i generali criteri di riparto del relativo onere, ed essa deve essere assistita da rigorosi e univoci riscontri, ossia da elementi documentali dai quali possa arguirsi con assoluta certezza il momento della piena conoscenza dell'atto o del fatto, nella specie del completamento funzionale dell'impianto.
1.2. Al fine di valutare la tempestività o meno del ricorso promosso dal proprietario di immobile confinante con quello interessato da intervento edilizio volto a realizzare una canna fumaria, non assume rilievo il certificato di collaudo della canna fumaria, che costituisce dichiarazione di tecnico di parte che non può assumere nel giudizio amministrativo alcun valore privilegiato, né la documentazione fiscale attestante l'esercizio dell'attività di ristorazione al cui servizio è posta l'avversata canna fumaria, trattandosi di documentazione che indica solo l'esercizio di un'attività ma non può ex se comprovare che l'impianto fosse stato completato in ogni sua parte (ben potendo, in ipotesi, funzionare, sia pure in modo irregolare, senza l'elemento di completamento).
La prima eccezione pregiudiziale spiegata dagli appellanti, e proposta altresì dall'appellata Roma Capitale, concerne la pretesa tardività del ricorso in primo grado, in quanto proposto oltre il termine decadenziale, il cui dies a quo andrebbe ricondotto, se non all'avvio dei lavori, successivi alla presentazione della prima d.i.a. (20 dicembre 2007) e delle due successive in variante (rispettivamente del 29.04.2008 e 06.05.2008), quantomeno alla data di ultimazione dei lavori (08.05.2008), come desunta dal certificato di collaudo dell'impianto, con conseguente individuazione del dies ad quem al più tardi al 07.07.2008, laddove il ricorso è stato notificato solo il 16.12.2008.
In tal senso si censura il rilievo svolto dal giudice capitolino, secondo il quale "...dalla documentazione fotografica allegata all’atto introduttivo si evince, come al momento della presentazione del ricorso l’opera non risultava completata, risultando mancante del comignolo di scarico", sostenendo che tale documentazione non avrebbe data certa, mentre per un verso s'invoca il certificato di collaudo, per altro documentazione fiscale relativa all'esercizio dell'attività di ristorazione.
Osserva il Collegio che la prova della tardività dell'impugnazione incombe sulla parte che la eccepisce, secondo i generali criteri di riparto del relativo onere, ed essa deve essere assistita da rigorosi e univoci riscontri, ossia da elementi documentali dai quali possa arguirsi con assoluta certezza il momento della piena conoscenza dell'atto o del fatto, nella specie del completamento funzionale dell'impianto (cfr. solo tra le più recenti Cons. Stato, Sez. IV, 13.12.2013, n. 6007 e 27.03.2013, n. 1740).
Non è quindi possibile, con un rovesciamento logico-giuridico, censurare la sentenza nella parte in cui ha valorizzato documentazione, comunque obiettiva, proveniente dal ricorrente, e tesa solo a contrastare l'avversa eccezione, quando quest'ultima non sia stata, a sua volta e anzitutto, confortata da una prova piena, persuasiva e conclusiva.
Tali caratteri non possono riconoscersi né al certificato di collaudo, che costituisce dichiarazione di tecnico di parte che non può assumere nel giudizio amministrativo e in relazione alla specifica eccezione alcun valore privilegiato, né alla documentazione fiscale, che indica solo l'esercizio di un'attività ma non può ex se comprovare che l'impianto fosse stato completato in ogni sua parte (ben potendo, in ipotesi, funzionare, sia pure in modo irregolare, senza l'elemento di completamento).
In difetto, quindi, di rigorosa prova in ordine alla compiuta realizzazione dell'impianto completo in ogni sua parte, e anzi in relazione al contrario riscontro fornito dalla documentazione fotografica, non può sostenersi la tardività dell'impugnazione (massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 03.10.2014 n. 4962 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. D.I.A. edilizia. Ricorso in sede giurisdizionale avverso provvedimento tacito abilitativo dell'intervento. Ammissibilità e procedibilità se ricorso ante A.P. n. 15/2011.
Tenuto conto che, sino alla decisione dell'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato n. 15/2011, era maggioritario l'orientamento giurisprudenziale che qualificava la D.I.A. in materia edilizia come una fattispecie a formazione progressiva costituita dalla presentazione della d.i.a., dal decorso del termine dilatorio per l'avvio dei lavori, e dall'inerzia dell'amministrazione in ordine all'esercizio dei poteri inibitori, come un provvedimento tacito abilitativo dell'intervento (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 12 marzo 2009, n. 1474 e 25 novembre 2008 n. 5811, Sez. VI, 5 aprile 2007, n. 1550; n. 5811; vedi anche Sez. II, 28.5.2010, parere n. 1990; CONTRA Cons. Stato, Sez. VI, 9 febbraio 2009, n. 717, secondo cui la D.I.A. sarebbe invece atto di natura privata che abilita il dichiarante all'esercizio di un diritto riconosciutogli direttamente dalla legge il potere dell'amministrazione di vietare lo svolgimento dell'attività -e ordinare l'eliminazione degli effetti già prodotti- entro un ragionevole lasso di tempo, dopo aver valutato gli interessi in conflitto e sussistendone le ragioni di pubblico interesse), va ritenuto ritualmente introdotto nell'anno 2008 il ricorso impugnatorio avverso provvedimento tacito, abilitativo dell'intervento edilizio, volto a censurare, oltre al supposto provvedimento tacito positivo, anche l'inerzia dell'Amministrazione Comunale in relazione al mancato esercizio dei poteri inibitori doverosamente correlati al denunciati carenti presupposti per la formazione di legittima ed efficace fattispecie abilitativa della realizzazione del manufatto.
2. (segue): novella dell'art. 19 legge n. 241/1990 ad opera dell'art. 6 del d.l. 13.08.2011, n. 138, convertito con modificazioni nella legge 14.09.2011, n. 148. Irrilevanza per i giudizi pendenti alla data di entrata in vigore.
L'art. 19 legge n. 241/1990, come novellato dall'art. 6 del d.l. 13.08.2011, n. 138, convertito con modificazioni nella legge 14.09.2011, n. 148, ha portata innovativa, e non già interpretativa, e soprattutto sostanziale e non già processuale. Ne consegue che il riconoscimento dell'esperibilità, previa sollecitazione all'Amministrazione in ordine all'esercizio dei poteri inibitori, dell'azione disciplinata dall'art. 31 c.p.a., e quindi dell'azione di accertamento dell'obbligo di provvedere corrispondente alla tradizionale impugnativa del silenzio-rifiuto quale inadempimento dell'obbligo, non può che essere rivolta de futuro e non può incidere, per giunta frustrando i principi di pienezza, effettività, tempestività della tutela giurisdizionale, sulle controversie pendenti, anche secondo una lettura costituzionalmente orientata rispettosa dei principi costituzionali relativi al diritto di difesa (art. 24 Cost.), al giusto processo (art. 111 Cost.), alla tutela giurisdizionale amministrativa (art. 113 comma 2 Cost.).
3.2) La seconda eccezione pregiudiziale si articola, in effetti, in due profili distinti, attinenti rispettivamente:
- all'ammissibilità del ricorso, in funzione delle domande con il medesimo proposte;
- all'improcedibilità del ricorso, in ragione del disposto del comma 6-ter dell'art. 19 della legge 07.08.1990, n. 241, come aggiunto dall'art. 6 del d.l. 13.08.2011, n. 138, convertito con modificazioni nella legge 14.09.2011, n. 148.
3.2.1.) Quanto al primo profilo, si sostiene che in modo del tutto erroneo l'impugnativa sarebbe stata rivolta avverso un supposto provvedimento tacito di assenso, mentre la d.i.a., proprio alla luce della chiarificante sentenza dell'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato n. 15 del 29.07.2011, è invece "...un atto privato volto a comunicare l'intenzione di intraprendere un'attività direttamente ammessa dalla legge...", potendo al limite ammettersi, in aderenza all'insegnamento del massimo consesso giurisdizionale amministrativo, soltanto l'impugnazione dell'inerzia dell'amministrazione in ordine all'esercizio dei poteri inibitori, ivi configurato, come noto, alla stregua di "...provvedimento tacito negativo equiparato dalla legge ad un, sia pure non necessario, atto espresso di diniego dell'adozione del provvedimento inibitorio".
Osserva il Collegio che l'eccezione è infondata sotto duplice aspetto.
Al momento della proposizione del ricorso (dicembre 2008) era maggioritario, se non addirittura esclusivo l'orientamento giurisprudenziale che qualificava la fattispecie a formazione progressiva costituita dalla presentazione della d.i.a., dal decorso del termine dilatorio per l'avvio dei lavori, e dall'inerzia dell'amministrazione in ordine all'esercizio dei poteri inibitori, come un provvedimento tacito, abilitativo dell'intervento (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 12.03.2009, n. 1474 e 25.11.2008 n. 5811, Sez. VI, 05.04.2007, n. 1550; n. 5811; vedi anche Sez. II, 28.05.2010, parere n. 1990), laddove parte affatto minoritaria della giurisprudenza, peraltro successiva all'introduzione dell'impugnativa (cfr. Sez. VI, 09.02.2009, n. 717) aveva ritenuto che essa fosse "...atto di natura privata che abilita il dichiarante all'esercizio di un diritto riconosciutogli direttamente dalla legge il potere dell'amministrazione di vietare lo svolgimento dell'attività (e ordinare l'eliminazione degli effetti già prodotti) entro un ragionevole lasso di tempo, dopo aver valutato gli interessi in conflitto e sussistendone le ragioni di pubblico interesse", epperò riconducendo la tutela giurisdizionale del terzo ad una azione di accertamento autonomo in ordine all'insussistenza dei presupposti legittimanti l'attività.
In effetti quest'ultima è la prospettiva ermeneutica accolta dall'Adunanza Plenaria, salva la ricostruzione del contenuto della tutela giurisdizionale in termini impugnatori, essenzialmente attraverso la fictio del provvedimento tacito negativo in ordine all'esercizio del potere inibitorio.
Ne consegue che il ricorso è stato ritualmente introdotto in forma impugnatoria censurandosi, bensì, oltre al supposto provvedimento tacito positivo, anche l'inerzia dell'Amministrazione Comunale in relazione al mancato esercizio dei poteri inibitori doverosamente correlati al denunciati carenti presupposti per la formazione di legittima ed efficace fattispecie abilitativa della realizzazione del manufatto.
Sotto quest'ultimo rilievo, poi, e al di là delle espressioni utilizzate dal ricorrente, è indubbio che la domanda sia volta all'accertamento dell'illegittimità dell'attività edilizia siccome non assistita dai presupposti cui è condizionato il perfezionamento di una valida fattispecie riconducibile al paradigma dell'art. 23 del d.P.R. 06.06.2011, n. 380.
La sentenza gravata, ancorché nel dispositivo abbia annullato in senso generico e impreciso il "silenzio-significativo maturatosi sulla d.i.a. presentata dalla controinteressata", nella motivazione all'opposto ha ben compreso e qualificato il contenuto della domanda, riferendola sia alla carenza di uno dei presupposti condizionanti la formazione della fattispecie abilitativa ("...la dichiarazione presentata in assenza del predetto parere non poteva essere assentita dall’Amministrazione...") sia al mancato illegittimo esercizio del potere inibitorio ("... si appalesa illegittimo il mancato esercizio da parte dall’Amministrazione comunale dell’attività di controllo, cui consegue la necessità che l’Amministrazione si attivi successivamente nell’ambito dei poteri di autotutela").
3.2.2) Non ha maggior fondatezza l'altra eccezione d'improcedibilità, formulata in relazione alla novella dell'art. 19 della legge n. 241/1990, come introdotta dall'art. 6 del d.l. 13.08.2011, n. 138, convertito con modificazioni nella legge 14.09.2011, n. 148.
Tale disposizione, come noto, ha stabilito che: "La segnalazione certificata di inizio attività, la denuncia e la dichiarazione di inizio attività non costituiscono provvedimenti taciti direttamente impugnabili. Gli interessati possono sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione di cui all' art. 31, commi 1, 2 e 3 del decreto legislativo 02.07.2010, n. 104".
Orbene, ad avviso del Collegio, in disparte ogni considerazione sul rapporto tra lo schema generale ex art. 19 e la disciplina speciale di cui all'art. 23 del d.P.R. n. 380/2001, la norma, in quanto intesa a qualificare la fattispecie ha portata innovativa, e non già interpretativa, e sopratutto sostanziale e non già processuale; del pari il successivo riconoscimento dell'esperibilità, previa sollecitazione all'Amministrazione in ordine all'esercizio dei poteri inibitori, dell'azione disciplinata dall'art. 31 c.p.a., e quindi dell'azione di accertamento dell'obbligo di provvedere corrispondente alla tradizionale impugnativa del silenzio-rifiuto quale inadempimento dell'obbligo, non può che essere rivolta de futuro e non può incidere, per giunta frustrando i principi di pienezza, effettività, tempestività della tutela giurisdizionale, sulle controversie pendenti, anche secondo una lettura costituzionalmente orientata rispettosa dei principi costituzionali relativi al diritto di difesa (art. 24 Cost.), al giusto processo (art. 111 Cost.), alla tutela giurisdizionale amministrativa (art. 113, comma 2, Cost.) (massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 03.10.2014 n. 4962 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’autorizzazione paesistica, la quale è preordinata a garantire un armonioso sviluppo della zona protetta che si vuole tutelare per la particolarità ed unicità della sua bellezza, costituisce atto autonomo e presupposto del permesso di costruire, i cui lavori è onere della parte provare nella loro legittimità sulla base di precisi e persuasivi indizi.
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La produzione di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio non può assurgere al rango di prova, seppure presuntiva, sull'epoca di anteriore realizzazione dell'abuso edilizio-paesaggistico rispetto al vincolo apposto, in assenza di minimi riscontri documentali o di altri elementi di prova eventualmente anche indiziari ma concordanti.
Pertanto, in applicazione del principio generale di cui all'art. 2697 c.c., chi realizza interventi ritenuti abusivi, su immobili esistenti, è tenuto a dimostrare rigorosamente, se intende evitare le misure repressive di legge, lo stato della preesistenza, posto che, in tali casi, solo il privato dispone, ed è normalmente in grado di esibire, la documentazione idonea al fine di fornire utili elementi di valutazione quali fotografie con data certa dell'immobile, estratti delle planimetri catastali, il progetto originario e i suoi allegati, e quant’altro di utile.
Di conseguenza, va ritenuto sufficientemente motivato il provvedimento che, a fronte di un abuso edilizio-paesaggistico, ne ordina la demolizione con richiamo al verbale di sopralluogo dei tecnici comunali dato che, com'è noto, il provvedimento sanzionatorio in materia edilizia ha natura del tutto vincolata giacché è conseguente ad un accertamento tecnico della consistenza delle opere abusive realizzate.
Infatti, il verbale redatto e sottoscritto dagli agenti e dai tecnici del comune a seguito di sopralluogo, attestante l'esistenza di manufatti abusivi, costituisce atto pubblico, fidefaciente fino a querela di falso, ai sensi dell'art. 2700 c.c., delle circostanze di fatto in esse accertate, sia relativamente allo stato di fatto e sia rispetto allo status quo ante.
In punto di diritto va invece osservato come l’autorizzazione paesistica, la quale è preordinata a garantire un armonioso sviluppo della zona protetta che si vuole tutelare per la particolarità ed unicità della sua bellezza, costituisca atto autonomo e presupposto del permesso di costruire, i cui lavori è onere della parte provare nella loro legittimità sulla base di precisi e persuasivi indizi.
La giurisprudenza di questo Consiglio è concorde nell’affermare che la produzione di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio non può assurgere al rango di prova, seppure presuntiva, sull'epoca di anteriore realizzazione dell'abuso edilizio-paesaggistico rispetto al vincolo apposto, in assenza di minimi riscontri documentali o di altri elementi di prova eventualmente anche indiziari ma concordanti (Cons. St., sez. VI, 05.08.2013, 4075; Sez. IV, 14.02.2012, n. 703; Sez. V, 06.06.2001, n. 3067).
Pertanto, in applicazione del principio generale di cui all'art. 2697 c.c., chi realizza interventi ritenuti abusivi, su immobili esistenti, è tenuto a dimostrare rigorosamente, se intende evitare le misure repressive di legge, lo stato della preesistenza, posto che, in tali casi, solo il privato dispone, ed è normalmente in grado di esibire, la documentazione idonea al fine di fornire utili elementi di valutazione quali fotografie con data certa dell'immobile, estratti delle planimetri catastali, il progetto originario e i suoi allegati, e quant’altro di utile.
Di conseguenza, va ritenuto sufficientemente motivato il provvedimento che, a fronte di un abuso edilizio-paesaggistico, ne ordina la demolizione con richiamo al verbale di sopralluogo dei tecnici comunali dato che, com'è noto, il provvedimento sanzionatorio in materia edilizia ha natura del tutto vincolata giacché è conseguente ad un accertamento tecnico della consistenza delle opere abusive realizzate.
Infatti, il verbale redatto e sottoscritto dagli agenti e dai tecnici del comune a seguito di sopralluogo, attestante l'esistenza di manufatti abusivi, costituisce atto pubblico, fidefaciente fino a querela di falso, ai sensi dell'art. 2700 c.c., delle circostanze di fatto in esse accertate, sia relativamente allo stato di fatto e sia rispetto allo status quo ante.
Ciò comporta che in questa sede, tanto l’atto impugnato in primo grado quanto la sentenza criticata, si configurino esenti dalle censure mosse, in particolare da quelle di difetto di istruttoria e di motivazione perché, nella mancanza di allegazioni idonee a smentire i presupposti di fatto dell'ordinanza e in assenza della querela di falso, erroneamente le ricorrenti pretendono, con inammissibile inversione dell'onere della prova, che sia l'Amministrazione a provare giudizialmente i fatti posti a base della sua azione (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 03.10.2014 n. 4957 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTIL'incameramento della cauzione e la segnalazione all'Autorità sono consequenziali all'esclusione ai sensi dell'art. 48 del d.lgs. 12.04.2006, n. 163, configurandosi come attività affatto vincolata alla ricognizione dei presupposti legali, né potrebbe revocarsene in dubbio la piena legittimità in relazione alla carenza del requisito in capo al progettista, posto che sul concorrente grava onere di diligenza in ordine alla scelta del professionista e alla verifica dei requisiti di quest'ultimo, onde la sanzione si ricollega a fatto proprio colpevole (su tale profilo, e con riferimento al dovere di diligenza assunto dai concorrenti che "...con la domanda di partecipazione, sottoscrivono e si impegnano ad osservare le regole della relativa procedura, delle quali hanno piena contezza...".
4.) L'appello in epigrafe è destituito di fondamento giuridico e deve essere rigettato con la conseguente conferma della sentenza gravata.
4.1) Il punto III.2.3 lettera e) del bando di gara richiedeva espressamente una "dichiarazione relativa al numero medio annuo, con riferimento ai migliori tre anni (anche non consecutivi) del quinquennio antecedente la data di pubblicazione del presente bando, del personale tecnico componente l'unità richiedente (comprendente i soci attivi, i dipendenti ed i consulenti con contratto di collaborazione su base annua, ai sensi della normativa vigente di riferimento); tale requisito dovrà risultare almeno pari a 2 (due) volte le unità stimate per lo svolgimento dell'incarico, indicate al punto II.2.1 del bando".
Trattasi di clausola riproduttiva dell'art. 263, comma 1, lettera d), del d.P.R. 05.10.2010, n. 207 (recante "Regolamento di esecuzione ed attuazione del decreto legislativo 12.04.2006, n. 163"), che pure, tra i requisiti economico-finanziari e tecnico-organizzativi per la partecipazione alle gare, si riferisce "al numero medio annuo del personale tecnico utilizzato negli ultimi tre anni (comprendente i soci attivi, i dipendenti, i consulenti su base annua iscritti ai relativi albi professionali, ove esistenti, e muniti di partiva IVA e che firmino il progetto, ovvero firmino i rapporti di verifica del progetto, ovvero facciano parte dell'ufficio di direzione lavori e che abbiano fatturato nei confronti della società offerente una quota superiore al cinquanta per cento del proprio fatturato annuo, risultante dall'ultima dichiarazione IVA, e i collaboratori a progetto in caso di soggetti non esercenti arti e professioni), in una misura variabile tra 2 e 3 volte le unità stimate nel bando per lo svolgimento dell'incarico".
4.2) Orbene non è contestabile, secondo i condivisibili rilievi del giudice amministrativo salernitano, che il possesso di tale requisito non sia stato documentato, in sede di verifica a sorteggio, non potendosi revocare in dubbio la nozione di "collaboratori su base annua", in quanto denotante un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa almeno annuale, ancorché non necessariamente coincidente con l'anno solare, a tal fine non assumendo rilievo le generiche indicazioni, carenti di specificazioni sulla natura e sulla durata temporale delle collaborazioni, rivenienti dai modelli di dichiarazione fiscale dei redditi della società di persone, né e per le medesime ragioni da fatture passive emesse nei confronti della Piemme Engeneering.
4.3) Né la motivazione del provvedimento di esclusione può considerarsi carente o insufficiente, dovendo rapportarsi relazionalmente al requisito richiesto e alla documentazione prodotta, in disparte la contestata applicabilità dell'art. 21-octies, come opinata dal giudice amministrativo salernitano con evidente riferimento a un orientamento giurisprudenziale più recente, ancorché non univoco (nel senso che anche la motivazione possa essere fornita in sede di giudizio, senza violazione del divieto di integrazione in sede giudiziale, cfr. Cons. Stato, Sez. V 20.08.2013, n. 4194 e Sez. IV 09.10.2012, n. 5257; in senso contrario Sez. IV 27.05.2010, n. 3377 e Sez. VI, 03.03.2010, n. 1241).
4.4) L'incameramento della cauzione e la segnalazione all'Autorità sono consequenziali all'esclusione ai sensi dell'art. 48 del d.lgs. 12.04.2006, n. 163, configurandosi come attività affatto vincolata alla ricognizione dei presupposti legali (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 24.05.2013, n. 2832 e 16.02.2012, n. 810, Sez. V, 06.03.2013, n. 1373), né potrebbe revocarsene in dubbio la piena legittimità in relazione alla carenza del requisito in capo al progettista, posto che sul concorrente grava onere di diligenza in ordine alla scelta del professionista e alla verifica dei requisiti di quest'ultimo, onde la sanzione si ricollega a fatto proprio colpevole (su tale profilo, e con riferimento al dovere di diligenza assunto dai concorrenti che "...con la domanda di partecipazione, sottoscrivono e si impegnano ad osservare le regole della relativa procedura, delle quali hanno piena contezza..." vedi Cons. Stato, Sez. V, 18.04.2012, n. 2232 e 10.09.2012, n. 4778) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 03.10.2014 n. 4951 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

INCARICHI PROFESSIONALIDivieto di quota lite solo per i difensori. Professionisti. La modalità di determinazione del compenso.
Il divieto del patto di quota lite, già previsto dal Codice civile e poi reintrodotto dalla riforma dell'ordinamento forense, si riferisce a chi svolge un'attività difensiva. Ne è pertanto escluso il consulente del lavoro che punta a ottenere un risparmio per la società sua cliente e che non svolge certo un'attività di assistenza e rappresentanza in giudizio.

Lo chiarisce la Corte di Cassazione con la sentenza 02.10.2014 n. 20839 della II Sez. civile.
Il patto di quota lite prevede che l'avvocato o il professionista percepisca come compenso in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione professionale. Il divieto era prima previsto dal Codice civile (momento cui si riferisce la pronuncia della Cassazione), poi rivisto nel l'ambito delle "lenzuolate" del l'allora ministro Pier Luigi Bersani e infine reintrodotto dal nuovo ordinamento forense.
Il consulente era stato ingaggiato da una società per l'individuazione di soluzioni giuridiche che permettessero alla stessa di godere del beneficio delle agevolazioni (sgravio degli oneri sociali sui contributi Inps) previste per le aziende industriali del Mezzogiorno. A titolo di compenso veniva previsto il 25% dei contributi già pagati e recuperati. Ottenuta l'agevolazione, però, la società aveva citato il consulente per vedere annullato il contratto di prestazione d'opera professionale sostenendo il divieto del patto di quota lite. Sia in primo grado sia in appello il professionista aveva visto sconfitta la propria tesi e negato il compenso.
Ora la Cassazione ribalta i verdetti e precisa che il divieto, anche nella vecchia versione del Codice civile, si riferiva solo al professionista che svolge attività difensiva. Non solo l'avvocato, ma anche il dottore commercialista, il ragioniere e il consulente quando svolgono attività di patrocinio davanti alle commissioni tributarie.
La prestazione svolta dal consulente del lavoro, nel caso esaminato dalla Cassazione, non rientrava certo nell'attività di assistenza e di rappresentanza in giudizio della società, quanto piuttosto in un impegno a ottenere dall'Inps il riconoscimento in via amministrativo contabile del diritto della società a ottenere lo sgravio
(articolo Il Sole 24 Ore del 03.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).
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MASSIMA
Il divieto del cosiddetto patto di quota lite tra l’avvocato ed il cliente, sancito dalla norma di cui all’art. 2233 cod. civ., trova il suo fondamento nell’esigenza di assoggettare a disciplina il contenuto patrimoniale di un peculiare rapporto di opera intellettuale, al fine di tutelare l’interesse del cliente e la dignità e la moralità della professione forense, che risulterebbe pregiudicata tutte le volte in cui, nella convenzione concernente il compenso, sia, comunque, ravvisabile la partecipazione del professionista agli interessi economici finali ed esterni alla prestazione, giudiziale o stragiudiziale, richiestagli.
Ne consegue che detto patto (legittimamente ravvisabile anche sotto forma di promessa unilaterale, costituendo questa una fattispecie negoziale ove l’astrazione della causa risulta limitata all’ambito processuale) va rinvenuto non soltanto nella ipotesi in cui il compenso del legale consista in parte dei beni o crediti litigiosi, secondo l’espressa previsione della norma (che costituisce, in relazione alla ratio della tutela, soltanto la tipizzazione dell’ipotesi di massimo coinvolgimento del legale e che, pertanto, non esaurisce il divieto), ma anche qualora tale compenso sia stato, comunque, convenzionalmente correlato al risultato pratico dell’attività svolta, realizzandosi, cosi, quella (non consentita) partecipazione del professionista agli interessi pratici esterni della prestazione.
Ne consegue che la nullità di quel patto, sancita dall’art. 2233 terzo comma cod. civ., prescinde dalla circostanza del verificarsi di un indebito lucro per il professionista, e può essere fatta valere da ciascuno dei contraenti, senza che si richieda la deduzione e dimostrazione di uno specifico interesse a rimuoverne gli effetti
(tratta da http://renatodisa.com).

APPALTI: Sulla dichiarazione dei requisiti per la partecipazione a gare d'appalto, ex art. 38 del D.Lgs. n. 163 del 2006: principi giurisprudenziali consolidati.
In tema di dichiarazione dei requisiti per la partecipazione a gare d'appalto, ex art. 38 del D.Lgs. n. 163 del 2006, possono ritenersi ormai consolidati i seguenti principi:
a) la valutazione della gravità delle condanne riportate dai concorrenti e la loro incidenza sulla moralità professionale spetta esclusivamente alla stazione appaltante e non già ai concorrenti, i quali sono tenuti ad indicare tutte le condanne riportate, non potendo essi operare alcun filtro, ciò implicando un giudizio meramente soggettivo inconciliabile con la ratio della norma;
b) la completezza e la veridicità (sotto il profilo della puntuale indicazione di tutte le condanne riportate) della dichiarazione sostitutiva di notorietà rappresenta lo strumento indispensabile, adeguato e ragionevole, per contemperare i contrapposti interessi in gioco, quello dei concorrenti alla semplificazione e all'economicità del procedimento di gara (a non essere, in particolare, assoggettati ad una serie di adempimenti gravosi, anche sotto il profilo strettamente economico, come la prova documentale di stati e qualità personali, che potrebbero risultare inutili o ininfluenti) e quello pubblico, delle amministrazioni appaltanti, di poter verificare con immediatezza e tempestività se ricorrono ipotesi di condanne per reati gravi che incidono sulla moralità professionale, potendo così evitarsi ritardi e rallentamenti nello svolgimento della procedura ad evidenza pubblica di scelta del contraente, così realizzando quanto più celermente possibile l'interesse pubblico perseguito proprio con la gara di appalto, così che la sola omessa dichiarazione dei precedenti penali o di anche solo taluno di essi, indipendentemente da ogni giudizio sulla relativa gravità, rende legittima l'esclusione dalla gara;
c) anche in assenza di un'espressa comminatoria nella lex specialis, stante la sua eterointegrazione con la norma di legge, l'inosservanza dell'obbligo di rendere al momento della presentazione della domanda di partecipazione le dovute dichiarazioni previste dall'art. 38 del D.lgs. n. 163 del 2006 comporta l'esclusione del concorrente, senza che sia consentito alla stazione appaltante disporne la regolarizzazione o l'integrazione, non trattandosi di irregolarità, vizio o dimenticanza di carattere puramente formale;
d) in caso di omessa dichiarazione di precedenti penali non può operare il principio del c.d. falso innocuo, laddove si tratti di assenza di dichiarazioni previste dalla legge e dal bando di gara a pena di esclusione, con la precisazione che solo se la dichiarazione sia resa sulla base di modelli predisposti dalla stazione appaltante ed il concorrente incorra in errore indotto dalla formulazione ambigua o equivoca del bando non può determinarsi l'esclusione dalla gara per l'incompletezza della dichiarazione resa (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 02.10.2014 n. 4932 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

APPALTI SERVIZI: Le concessioni di servizi possono essere affidate solo all'esito di una procedura caratterizzata dalla predeterminazione dei criteri selettivi.
L'art. 30, c. 3, del d.lgs. n. 163/2006, dispone che: "La scelta del concessionario deve avvenire nel rispetto dei principi desumibili dal Trattato e dei principi generali relativi ai contratti pubblici e, in particolare, dei principi di trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento, mutuo riconoscimento, proporzionalità, previa gara informale a cui sono invitati almeno cinque concorrenti, se sussistono in tale numero soggetti qualificati in relazione all'oggetto della concessione, e con predeterminazione dei criteri selettivi".
Pertanto, sebbene la normativa comunitaria abbia tendenzialmente escluso dal proprio ambito le concessioni di servizi, le stesse non si sottraggono al rispetto dei principi fondamentali del Trattato tra i cui corollari si apprezza proprio quello della predeterminazione dei criteri selettivi. Strumento quest'ultimo indispensabile per assicurare il rispetto dei principi di trasparenza, non discriminazione, parità di trattamento, proporzionalità.
Di conseguenza, sia pure nell'ambito di una gara informale, le concessioni di servizi possono essere affidate solo all'esito di una procedura caratterizzata dalla predeterminazione dei criteri selettivi (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 02.10.2014 n. 4913 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

APPALTI: E' da escludere un falso 'innocuo' quando il bando di una gara d'appalto prevede una dichiarazione dal contenuto completo, anche sui 'carichi pendenti', e il partecipante rende una autodichiarazione non veritiera.
Non è configurabile un falso 'innocuo' quando il bando di una gara d'appalto prevede una dichiarazione dal contenuto completo, anche sui 'carichi pendenti', e il partecipante rende una autodichiarazione non veritiera, atteso che, nelle procedure di evidenza pubblica, la completezza delle dichiarazioni sul possesso dei requisiti generali è già di per sé un valore da perseguire, perché consente, anche in ossequio al principio di buon andamento dell'amministrazione e di proporzionalità, la celere decisione in ordine all'ammissione dell'operatore economico alla gara; conseguentemente una dichiarazione inaffidabile perché, al di là dell'elemento soggettivo sottostante, è falsa, deve ritenersi già di per sé stessa lesiva degli interessi considerati dalla norma, a prescindere dal fatto che l'impresa meriti sostanzialmente di partecipare alla gara (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 02.10.2014 n. 4896 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’ordine di demolizione di una costruzione abusiva integra una sanzione di natura oggettiva e reale che costituisce atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di questo con gli interessi pubblici coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione; né, infine, è configurabile un affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il mero decorso del tempo non sana, e l’interessato non può dolersi del fatto che l’amministrazione non abbia emanato in data antecedente i dovuti atti repressivi.
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In ragione del carattere vincolato dell’atto, non occorre alcun avviso di avvio del procedimento per gli atti sanzionatori in materia edilizia, tra cui l’ordine di demolizione della costruzione abusiva; così come nel caso di diniego di concessione in sanatoria su istanza di condono, la successiva ordinanza di demolizione non è viziata per violazione dell’art. 7 della legge n. 241 del 1990 in quanto, essendo stata adottata all’esito del procedimento avviato con istanza di condono dell’interessato, non si verte nell’ambito di applicazione dello stesso art. 7

Tutte le questioni sottoposte al giudice d’appello sono infondate.
In ordine alla prima la giurisprudenza, ancora di recente, ha avuto modo di osservare: “L’ordine di demolizione di una costruzione abusiva integra una sanzione di natura oggettiva e reale che costituisce atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di questo con gli interessi pubblici coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione; né, infine, è configurabile un affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il mero decorso del tempo non sana, e l’interessato non può dolersi del fatto che l’amministrazione non abbia emanato in data antecedente i dovuti atti repressivi” (Cons. St. VI, 15.10.2013, 5011).
In ordine alla seconda è stato ribadito il costante orientamento secondo il quale: “In ragione del carattere vincolato dell’atto, non occorre alcun avviso di avvio del procedimento per gli atti sanzionatori in materia edilizia, tra cui l’ordine di demolizione della costruzione abusiva; così come nel caso di diniego di concessione in sanatoria su istanza di condono, la successiva ordinanza di demolizione non è viziata per violazione dell’art. 7 della legge n. 241 del 1990 in quanto, essendo stata adottata all’esito del procedimento avviato con istanza di condono dell’interessato, non si verte nell’ambito di applicazione dello stesso art. 7” (Cons. St. VI, 04.03.2013, n. 1268) (Consiglio di Stato, Sez. IVI, sentenza 01.10.2014 n. 4878 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’edificazione in zone sottoposte a vincolo paesistico deve essere rispettosa dei valori estetici difesi dal vincolo. Nell’applicare questo principio, in particolare quando si tratti di un intervento di demolizione e ricostruzione, si pongono due questioni:
(a) se sia necessario che l’impatto della nuova edificazione non superi quello degli edifici preesistenti;
(b) se la tutela paesistica possa trasformarsi in un vincolo di immodificabilità dello stato dei luoghi.
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Relativamente al primo problema si osserva che la costruzione di nuovi edifici in zone vincolate non è subordinata alla dimostrazione dell’impatto zero sullo stato dei luoghi, ma richiede più semplicemente l’individuazione di un rapporto accettabile tra l’edificazione e la perdita delle caratteristiche ambientali preesistenti.
Possono quindi essere assentiti anche fabbricati più impattanti per volume o caratteristiche costruttive rispetto a quelli preesistenti, purché il vincolo paesistico rimanga nel complesso ancora leggibile. Poiché il vincolo cade non su singoli particolari ma sull’insieme degli elementi che compongono un determinato paesaggio, occorre valutare se nel contesto le innovazioni risultino adeguatamente diluite.
Per quanto riguarda il secondo problema, occorre sottolineare che la valutazione paesistica può certamente essere anche sfavorevole al privato, ma non può essere svolta con un metodo talmente conservativo da imporre la cosiddetta opzione zero, ossia la sostanziale vanificazione delle potenzialità edificatorie del lotto.
Le aspettative edificatorie fondate sulla disciplina urbanistica costituiscono una posizione giuridica opponibile anche ai soggetti pubblici che effettuano la valutazione paesistica, i quali hanno il potere di conformarle attraverso prescrizioni e limitazioni in modo che risultino coerenti con il vincolo paesistico, senza tuttavia poterle cancellare del tutto.

Sulle valutazioni paesistiche.
22. L’edificazione in zone sottoposte a vincolo paesistico deve essere rispettosa dei valori estetici difesi dal vincolo. Nell’applicare questo principio, in particolare quando si tratti di un intervento di demolizione e ricostruzione, si pongono due questioni: (a) se sia necessario che l’impatto della nuova edificazione non superi quello degli edifici preesistenti; (b) se la tutela paesistica possa trasformarsi in un vincolo di immodificabilità dello stato dei luoghi.
23. La risposta a entrambi i quesiti è negativa. Relativamente al primo problema si osserva che la costruzione di nuovi edifici in zone vincolate non è subordinata alla dimostrazione dell’impatto zero sullo stato dei luoghi, ma richiede più semplicemente l’individuazione di un rapporto accettabile tra l’edificazione e la perdita delle caratteristiche ambientali preesistenti (v. TAR Brescia Sez. I 11.01.2010 n. 9). Possono quindi essere assentiti anche fabbricati più impattanti per volume o caratteristiche costruttive rispetto a quelli preesistenti, purché il vincolo paesistico rimanga nel complesso ancora leggibile. Poiché il vincolo cade non su singoli particolari ma sull’insieme degli elementi che compongono un determinato paesaggio, occorre valutare se nel contesto le innovazioni risultino adeguatamente diluite.
24. Per quanto riguarda il secondo problema, occorre sottolineare che la valutazione paesistica può certamente essere anche sfavorevole al privato, ma non può essere svolta con un metodo talmente conservativo da imporre la cosiddetta opzione zero, ossia la sostanziale vanificazione delle potenzialità edificatorie del lotto (v. TAR Brescia Sez. I 10.04.2012 n. 598; TAR Brescia Sez. I 08.03.2010 n. 1146). Le aspettative edificatorie fondate sulla disciplina urbanistica costituiscono una posizione giuridica opponibile anche ai soggetti pubblici che effettuano la valutazione paesistica, i quali hanno il potere di conformarle attraverso prescrizioni e limitazioni in modo che risultino coerenti con il vincolo paesistico, senza tuttavia poterle cancellare del tutto.
25. Nello specifico, la decisione negativa del Comune, e prima ancora della Soprintendenza, sembra sconfinare in una difesa sproporzionata del vincolo paesistico. Come si è visto sopra, l’elevata sensibilità paesistica riconosciuta dal PGT all’area in esame non deve far dimenticare che è lo stesso PGT ad ammettere l’edificazione, prevedendo una disciplina comunque rigorosa ma meno penalizzante per i privati rispetto ad altre parti del territorio. Allo stesso modo, dal fatto che la nuova porcilaia sia più impattante delle strutture demolite non si può desumere automaticamente un giudizio negativo circa la compatibilità paesistica, perché occorre dimostrare in concreto l’insostenibilità del nuovo fabbricato.
26. In proposito, il provvedimento di diniego omette di considerare dati importanti quali: (a) la riduzione delle previsioni di sbancamento (v. nota di controdeduzioni del 27.05.2010); (b) la vicinanza della nuova porcilaia alle strutture aziendali storiche, che hanno già introdotto una significativa alterazione dello stato dei luoghi in questo punto del paesaggio; (c) le similitudini costruttive che accomunano la nuova porcilaia all’analoga struttura presente presso l’allevamento e destinata a rimanere al suo posto (v. relazione del dott. agronomo Claudio Leoni del 28.03.2011); (d) la presenza di barriere naturali che schermano la nuova porcilaia rispetto ai principali punti di osservazione e anche rispetto al fondovalle, dove si trovano il borgo storico e il lago di Castellaro Lagusello (v. ancora la citata relazione del 28.03.2011); (e) la previsione di misure di mitigazione concordate con il Parco del Mincio.
27. In definitiva, sembra che il provvedimento di diniego esponga un rischio paesistico superiore a quello reale, e non individui in modo corretto le criticità che normalmente segnalano un irrimediabile contrasto tra il progetto e l’insieme paesistico tutelato dal vincolo (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 01.10.2014 n. 1024 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl diritto pubblico di transito può coincidere con una servitù privatistica a favore di un ente pubblico, ma può anche emergere in modo autonomo dalla sistemazione dei luoghi impressa dall’amministrazione per una finalità di interesse collettivo.
Normalmente il tempo di formazione di un diritto pubblico di transito coincide con quelli dell’usucapione ordinaria. Si può tuttavia osservare la costituzione del diritto pubblico in un termine molto inferiore, se il titolo in base al quale è stata acquisita la proprietà lo consente e se sull’area si è insediata un’attività di interesse collettivo.

Sul diritto pubblico di transito.
14. Passando al punto centrale del ricorso, occorre precisare che il diritto pubblico di transito può coincidere con una servitù privatistica a favore di un ente pubblico, ma può anche emergere in modo autonomo dalla sistemazione dei luoghi impressa dall’amministrazione per una finalità di interesse collettivo.
15. Normalmente il tempo di formazione di un diritto pubblico di transito coincide con quelli dell’usucapione ordinaria. Si può tuttavia osservare la costituzione del diritto pubblico in un termine molto inferiore, se il titolo in base al quale è stata acquisita la proprietà lo consente e se sull’area si è insediata un’attività di interesse collettivo (v. TAR Brescia Sez. II 08.05.2013 n. 440).
16. Questo è quanto si è verificato nel caso in esame. L’atto di acquisto del 15.06.1989 menziona espressamente un diritto di transito sui mappali n. 416 e 737. Si tratta di una ricognizione di diritti costituiti o acquisiti in epoca anteriore, che corrisponde allo stato dei luoghi, rimasto immutato. Pertanto, anche se il contratto è intercorso tra il Comune e soggetti diversi dai danti causa dei ricorrenti, si può ravvisare in questo documento la prova dell’esistenza di una servitù di passo, o quantomeno il presupposto materiale di un simile diritto. Da qui in avanti gli approfondimenti sul piano privatistico spettano al giudice ordinario, ma per quanto rileva nel presente giudizio occorre sottolineare che su questo presupposto si è innestata l’azione amministrativa. Il Comune ha infatti ristrutturato gli edifici acquistati e ha attribuito agli stessi una funzione pubblica, nella specie dell’edilizia residenziale pubblica. Di conseguenza, essendo intervenuta una finalità di interesse collettivo, il transito ha acquistato un rilievo pubblicistico.
17. Si sono dunque combinati gli elementi (titolo privatistico non contrastante, apparenza dei luoghi, asservimento a una funzione pubblica) che, indipendentemente dal tempo trascorso, consentono di individuare la presenza di un diritto pubblico di transito. Questa conclusione trova sostegno nell’art. 22, comma 3, della legge 2248/1865 all. F. In base a tale norma devono essere qualificati come parte della viabilità pubblica tutti gli spazi e i vicoli interni all’abitato, a meno che il titolo di proprietà non vi si opponga, e purché ricorrano le seguenti caratteristiche: (a) adiacenza alla via pubblica; (b) accesso dalla via pubblica; (c) potenziale utilizzazione collettiva.
18. Si può quindi ritenere che sui mappali n. 416 e 737 si sia stabilito, da quando il condominio comunale è stato integrato nel programma di edilizia residenziale pubblica, un diritto pubblico di transito.
19. La presenza di un accesso diretto tra il condominio comunale e via Libertà non appare in contrasto con questa ricostruzione. Si tratta infatti di un accesso autonomo, che non è mai stato messo in qualche relazione con il transito sui mappali n. 416 e 737. Inoltre, le caratteristiche e le dimensioni di questo accesso non sono tali da consentire il passaggio agevole dei veicoli, e neppure la sicurezza dei pedoni. È quindi ragionevole supporre che il transito con veicoli si sia sempre indirizzato verso i mappali n. 416 e 737.
20. In quanto titolare di un diritto pubblico di transito, il Comune è tenuto a esercitare i poteri di regolamentazione secondo gli ordinari principi che dirigono l’azione amministrativa. Di conseguenza, il Comune non può limitarsi a reprimere i tentativi di chiusura del percorso, ma deve assicurarsi, attraverso la predisposizione di norme di comportamento e l’effettuazione di controlli, che il transito avvenga in condizioni di sicurezza e che i disagi per i proprietari del sedime e dei fabbricati circostanti siano ridotti al minimo (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 01.10.2014 n. 1023 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI SERVIZINelle gare aventi ad oggetto servizi esclusi dall'applicazione del Codice dei contratti pubblici (allegato II B), <<la mancanza nel bando di una previsione specifica non esenta i concorrenti dal dovere di indicare gli oneri della sicurezza aziendali e dall'osservare le norme in materia di sicurezza sul lavoro, ma comporta soltanto che, ove la stazione appaltante non si sia autovincolata nella legge di gara ad osservare la disciplina di dettaglio dettata dagli artt. 86, commi 3-bis e 3-ter, e 87, comma 4, del succitato Codice dei contratti pubblici, il concorrente, che non abbia indicato i suddetti oneri della sicurezza nella propria offerta, deve essere chiamato a specificarli successivamente, nell'ambito della fase di verifica della congruità dell'offerta, all'evidente scopo di consentire alla stazione appaltante di adempiere al suo onere (che sussiste anche al di fuori del procedimento di verifica delle offerte anomale) di verificare il rispetto di norme inderogabili a tutela dei fondamentali interessi dei lavoratori in relazione all'entità ed alle caratteristiche del servizio>>.
Evidenziato:
- che è parimenti infondato il secondo motivo di ricorso;
- che anzitutto la lex specialis non conteneva alcuna regola specifica sull’indicazione degli oneri di sicurezza aziendali;
- che la recente giurisprudenza (Consiglio di Stato, sez. III – 21/1/2014 n. 280) ha statuito che, nelle gare aventi ad oggetto servizi esclusi dall'applicazione del Codice dei contratti pubblici (allegato II B), <<la mancanza nel bando di una previsione specifica non esenta i concorrenti dal dovere di indicare gli oneri della sicurezza aziendali e dall'osservare le norme in materia di sicurezza sul lavoro, ma comporta soltanto che, ove la stazione appaltante non si sia autovincolata nella legge di gara ad osservare la disciplina di dettaglio dettata dagli artt. 86, commi 3-bis e 3-ter, e 87, comma 4, del succitato Codice dei contratti pubblici, il concorrente, che non abbia indicato i suddetti oneri della sicurezza nella propria offerta, deve essere chiamato a specificarli successivamente, nell'ambito della fase di verifica della congruità dell'offerta, all'evidente scopo di consentire alla stazione appaltante di adempiere al suo onere (che sussiste anche al di fuori del procedimento di verifica delle offerte anomale) di verificare il rispetto di norme inderogabili a tutela dei fondamentali interessi dei lavoratori in relazione all'entità ed alle caratteristiche del servizio>>;
- che ad analoghe conclusioni era pervenuto il Consiglio di Stato, sez. V – 06/08/2012 n. 4510, che ha affrontato una vicenda analoga riguardante un appalto di refezione scolastica;
- che merita di essere richiamata altresì la pronuncia del Consiglio di Stato, sez. III – 04/03/2014 n. 1030;
- che l’art. 7 del disciplinare di gara, evocato in giudizio dalla ricorrente, richiama gli artt. 87 e 88 del Codice dei contratti esclusivamente ai fini delle giustificazioni sulla congruità dell’offerta;
- che la controinteressata ha peraltro evidenziato l’avvenuta esibizione degli oneri di sicurezza aziendale nei chiarimenti resi nell’ambito del sub-procedimento di verifica dell’anomalia, con un importo (25.288,65 €) che non risulta in alcun modo contestato (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 01.10.2014 n. 1016 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: 1. ATI. Offerta. Garanzia fideiussoria. Riconducibilità a tutti i componenti dell'ATI. Criteri ermeneutici.
1.1. In tema di polizza fideiussoria prodotta ex art. 75 cod. contratti pubblici a corredo dell’offerta presentata da ATI, al fine di verificare se la polizza sia intestata alla mandataria o anche agli altri soggetti facenti parti del raggruppamento concorrente, è necessaria l’interpretazione complessiva della polizza, anche alla luce dei canoni interpretativi di cui all’art. 1362 c.c..
1.2. Legittimamente la stazione appaltante ammette a gara pubblica ATI che, a corredo della propria offerta, abbia allegato ex art. 75 cod. contratti pubblici una polizza fideiussoria riconducibile a tutti i componenti della costituenda ATI, siccome emerga che la garanzia prestata dal fideiussore sia ben riferibile, oltre che alla ditta mandataria, la cui denominazione figura nel riquadro della scheda intestato “contraente (obbligato principale)”, anche alle imprese mandanti (nella specie la polizza recava un distinto riquadro intestato come “descrizione opera”, in cui era specificato che si trattava di un intervento in ATI; inoltre in calce alle pagine della medesima polizza, sotto la dicitura “il contraente”, erano presenti le firme di tutti i soggetti componenti la costituenda ATI).

2. Dichiarazioni sulla c.d. moralità professionale. Direttore tecnico cessato dalla carica. Dichiarazione resa dall'attuale direttore tecnico anche con riguardo al precedente. Sufficienza. Soccorso istruttorio. Necessità.
In tema di dichiarazioni sulla c.d. moralità professionale, legittimamente la Commissione di gara ritiene che la dichiarazione dell’attuale direttore tecnico possa rendere specifiche dichiarazioni, ai sensi dell’art. 47 del DPR 445/2000, circa l’assenza di pregiudizi di cui all’art. 38, co. 1, lett. b) e c), D.Lgs. n. 163/2006 anche a carico del precedente direttore tecnico, cessato dalla carica nell’ultimo triennio, anche perché se pure il seggio di gara avesse diversamente opinato (sulla base di un rigoroso formalismo), stante l’assimilabilità delle due tipologie di dichiarazioni (quelle previste in bando e quelle effettivamente rese) e l’evidente intento dei soggetti dichiaranti di affermare l’inesistenza di cause ostative alla partecipazione, essa avrebbe comunque dovuto attivare l’istituto del soccorso istruttorio e richiedere alla partecipante integrazioni sul punto, e non certo procedere ad una sua immediata esclusione.
3. Lex specialis di gara. Ricorso in sede giurisdizionale. Interesse al ricorso. Salvo clausole impeditive la partecipazione, sorge con l'aggiudicazione.
3.1. In tema di ricorsi in sede giurisdizionale avverso atti di procedura di gara pubblica di appalto, opera la regola generale secondo cui i bandi di gara e le lettere invito vanno, normalmente, impugnati unitamente agli atti che di essi fanno applicazione, dal momento che sono questi ultimi ad identificare l’effettivo soggetto leso dal provvedimento, ed a rendere attuale e concreta la lesione della situazione soggettiva dell’interessato: pertanto, pur in presenza di una clausola illegittima del bando di gara, il partecipante non è ancora titolare di un interesse attuale all’impugnazione, non potendo egli stabilire se l’astratta e potenziale illegittimità della predetta clausola si risolverà in un esito negativo per la sua partecipazione alla procedura, determinandosi così un’effettiva lesione del suo interesse.
3.2. Ogni questione concernente i requisiti soggettivi dei partecipanti, diversa da quella relativa alle clausole impeditive della partecipazione, è suscettibile di essere proposta in sede di impugnazione dell'atto di aggiudicazione.

4. Divieto di subappalto di opere specialistiche di valore superiore al 15% dell'intero importo dell'appalto. Ambito applicativo. Beni ricadenti in zona paesaggisticamente vincolata. Irrilevanza.
4.1. Posto che l’art. 37, comma 11, D.Lgs. n.163/2006 (riproduttivo del precedente art. 13, comma 7, legge n. 109/1994), nel testo vigente anteriormente alla novella di cui all'art. 1, comma 1, lettera h), del D.Lgs. 11.09.2008, n. 152, stabiliva il divieto di subappalto per le opere per le quali sarebbero stati necessari lavori o componenti di notevole contenuto tecnologico o di rilevante complessità tecnica, ove tali lavorazioni avesse superato in valore il 15 % dell'importo totale dell'appalto, deve escludersi che i lavori rientranti nella categoria OG2 rientrino nell’ambito applicativo dell’art. 37, comma 11, D.Lgs. n. 163/2006, dal momento che, alla stregua del DPR 34/2000, risultano incontestatamente riconducibili ad una categoria di opere generali (OG2) e non alle opere speciali (OS).
4.2. La circostanza che l'appalto di lavori riguardi beni ricadenti in zona paesaggisticamente vincolata ex D.Lgs. n. 42/2004 non è sufficiente a ricondurre lavorazioni rientranti nella categoria OG2 tra le opere speciali OS.
Ancorché vi siano più norme che prendono in considerazione i casi in cui i lavori da eseguirsi riguardano immobili vincolati ai sensi del Decr. Leg.vo 42/2004, tuttavia ciò non comporta –non sussistendo i caratteri espressamente previsti dall’art. 37, co. 11, D.Lgs. n. 163/2006– l’automatica applicabilità di tale norma nei descritti frangenti: occorre all’uopo, infatti, previamente verificare che si tratti di lavori di “contenuto tecnologico o di rilevante complessità tecnica”.
Quindi, ciò che rileva ai fini dell’applicabilità della norma in commento è la connotazione dell’intervento e non le caratteristiche del bene su cui l’intervento va effettuato; né la particolarità del bene fa sì che l’intervento debba necessariamente qualificarsi come tecnicamente complesso (come desumibile proprio dal fatto che il DPR 34/2000 preveda per i beni immobili sottoposti a tutela culturale e ambientale un’apposita categoria di opere, ma di tipo generale -proprio la OG2- e non speciale): perciò, la detta peculiarità presenta sì rilievo, ma solo ai limitati fini previsti di volta in volta dalle norme che la prendono in considerazione (e tra queste –si ribadisce– non è annoverabile l’art. 37, co. 11, D.Lgs. n. 163/2006).

Invero, in ordine al primo dei motivi articolati, va detto che dalla prodotta copia della polizza fideiussoria presentata in sede di gara a titolo di cauzione provvisoria dalla costituenda ATI avente come capofila la Edilverde di Michele Genovese, emerge che la garanzia prestata nell’occasione dalla Compagnia Italiana Assicurazioni era ben riferibile, oltre che alla ditta mandataria, la cui denominazione figura nel riquadro della scheda intestato “contraente (obbligato principale)”, anche alle due imprese mandanti, poiché nel distinto riquadro intestato come “descrizione opera” appare specificato che si tratta di un intervento “in ATI con Cuzzolino Costruzioni scarl/Consorzio Corona”; nonché perché in calce ad entrambe le pagine dell’atto, sotto la dicitura “il contraente”, sono presenti le firme di tutti e tre i soggetti componenti l’ATI in commento: è pertanto l’interpretazione complessiva della polizza, anche alla luce dei canoni interpretativi di cui all’art. 1362 c.c., che consente di affermare la riconducibilità della prestata garanzia a tutti i componenti della costituenda ATI (cfr. Cons. di Stato Ad. Plen. n. 8 del 04.10.2005; Cons. di Stato sez. V, n. 2169 del 07.04.2011).
Quanto al secondo dei motivi articolati, osserva il Collegio che dalle depositate copie della domanda di partecipazione alla gara del Consorzio Corona e dell’allegato atto scritto contenente dichiarazioni dell’attuale direttore tecnico di questo, arch. Nadia Paragliola (atti entrambi prodotti in sede concorsuale), emerge che oggetto di specifiche dichiarazioni rese ai sensi dell’art. 47 del DPR 445/2000 è stata l’assenza di pregiudizi di cui all’art. 38, co. 1, lett. b) e c), del Decr. Leg.vo 163/2006 a carico tanto appunto dell’attuale direttore tecnico del Consorzio citato, quanto a carico dell’arch. Rosario Savarese, precedente direttore tecnico, cessato dalla carica nell’ultimo triennio: ebbene, deve dirsi corretto il giudizio della Commissione di gara che ha ritenuto tali dichiarazioni idonee al rispetto delle previsioni del bando in proposito (dichiarazioni da rendere esclusivamente in ordine alle risultanze del certificato del Casellario Giudiziale e a quello dei Carichi Pendenti), anche perché se pure avesse diversamente opinato (sulla base di un rigoroso formalismo), stante l’assimilabilità delle due tipologie di dichiarazioni (quelle previste in bando e quelle effettivamente rese) e l’evidente intento dei soggetti dichiaranti di affermare l’inesistenza di cause ostative alla partecipazione, essa avrebbe comunque dovuto attivare l’istituto del soccorso istruttorio e richiedere alla partecipante integrazioni sul punto, e non certo procedere ad una sua immediata esclusione.
Può, a questo punto, passarsi all’esame delle problematiche involte dal ricorso principale.
In proposito, vanno preliminarmente disattese le eccezioni in rito sollevate dal Comune di Napoli (incentrate su di un’asserita tardività dell’impugnazione del bando e di un’acquiescenza della ricorrente principale rispetto alle previsioni di questo, determinata dalla sua partecipazione alla gara senza alcuna riserva), in quanto deve dirsi che le clausole del bando interessate dal proposto gravame principale non presentavano alcun carattere “escludente” per l’ATI avente come capogruppo/mandataria la Edilverde di Michele Genovese, cosicché, prima del concreto svolgimento delle operazioni che hanno portato all’aggiudicazione alla società controinteressata, esse non presentavano alcuna lesività suscettibile di determinare un onere di immediata impugnazione: conseguentemente, non può che trovare applicazione nella fattispecie la regola generale secondo cui i bandi di gara e le lettere invito vanno, normalmente, impugnati unitamente agli atti che di essi fanno applicazione, dal momento che sono questi ultimi ad identificare l’effettivo soggetto leso dal provvedimento, ed a rendere attuale e concreta la lesione della situazione soggettiva dell’interessato: pertanto, pur in presenza di una clausola illegittima del bando di gara, il partecipante non è ancora titolare di un interesse attuale all’impugnazione, non potendo egli stabilire se l’astratta e potenziale illegittimità della predetta clausola si risolverà in un esito negativo per la sua partecipazione alla procedura, determinandosi così un’effettiva lesione del suo interesse (cfr. Cons. di Stato Ad. Plen. n. 1 del 29.01.2003; Cons. di Stato Sez. V, n. 3203 del 25.06.2014; Cons. di Stato Sez. V, n. 1665 dell’08.04.2014; Cons. di Stato Sez. V, n. 5155 del 24.10.2013).
In giurisprudenza, è stato poi, in particolare, chiarito che ogni questione concernente i requisiti soggettivi dei partecipanti, diversa da quella relativa alle clausole impeditive della partecipazione, è suscettibile di essere proposta in sede di impugnazione dell'atto di aggiudicazione (Cons. di Stato Sez. III, 13.01.2011 n. 2463; TAR Lombardia-Milano n. 1240 del 13.05.2014).
Nel merito, il ricorso principale è infondato e va respinto.
Quanto al primo dei due motivi di ricorso proposti, va rilevato che la Edilverde di Michele Genovese esattamente individua “il fulcro della presente controversia in ordine all’illegittimità dell’impugnato bando di gara… nella ricomprensione dei lavori rientranti nella categoria OG2 nell’ambito applicativo dell’art. 37, comma 11, del Decr. Leg.vo n. 163/2006” (cfr. memoria depositata in data 11.01.2007, pag. 5); tesi che, tuttavia, così come prospettata non può essere condivisa.
Posto, infatti, che l’art. 37, co. 11, Decr. Leg.vo 163/2006 (riproduttivo del precedente art. 13, co. 7, L. 109/1994), di cui parte ricorrente invoca l’applicazione, si riferisce a “opere per le quali sono necessari lavori o componenti di notevole contenuto tecnologico o di rilevante complessità tecnica, quali strutture, impianti e opere speciali”, osserva il Collegio che i lavori di cui si discute non presentano in realtà alcuna di dette caratteristiche, tant’è che essi, alla stregua del DPR 34/2000, risultano incontestatamente riconducibili ad una categoria di opere generali (OG2) e non alle opere speciali (OS); tra le quali ultime è sì ricompresa una categoria di opere a farsi su immobili oggetto di vincolo culturale, ma aventi un ambito limitato e caratteristiche altamente specifiche, ovvero quelle riguardanti “superfici decorate e beni mobili di interesse artistico” (OS2, che però non figurano tra quelle qui in discussione).
Né ai fini dell’applicazione del comma 11 dell’art. 37 Decr. Leg.vo 163/2006 appaiono decisivi, sul presupposto che trattasi di lavori da eseguire in zona paesaggisticamente vincolata ai sensi del Decr. Leg.vo 42/2004, i diversi indici cui fa riferimento la difesa di parte ricorrente (ovvero l’essere tali opere descritte, nel medesimo DPR 34/2000, come “insieme coordinato di lavorazioni specialistiche necessarie a recuperare, conservare, consolidare, trasformare, ripristinare, ristrutturare, sottoporre a manutenzione gli immobili di interesse storico soggetti a tutela a norma delle disposizioni in materia di beni culturali e ambientali”; la circostanza che il Codice degli Appalti dedichi specificamente il capo II del titolo IV ai “contratti relativi ai beni culturali”; l’aver la sentenza del TAR Campania-Napoli n. 11259 del 26.08.2003, sottolineato la specificità di questo tipo di lavori, consistente “non tanto nella peculiarità tecnica e oggettuale degli interventi, ma nella particolarità del bene oggetto di tali interventi”; il riferimento al disposto di cui all’art. 72, co. 4, lett. a), del DPR 554/1999, secondo il quale “si considerano strutture, impianti e opere speciali, le seguenti opere specializzate se di importo superiore a quelli indicati all’articolo 73, comma 3: a- il restauro, la manutenzione di superfici decorate di beni architettonici, il restauro di beni mobili, di interesse storico, artistico ed archeologico”).
In contrario, per vero, deve dirsi che, se pure vi sono più norme che prendono in considerazione i casi in cui i lavori da eseguirsi riguardano immobili vincolati ai sensi del Decr. Leg.vo 42/2004 (e, peraltro, nel caso di specie si tratta di un vincolo d’insieme e non individuo), tuttavia ciò non comporta –non sussistendo i caratteri espressamente previsti dall’art. 37 co. 11 citato– l’automatica applicabilità di tale norma nei descritti frangenti: occorre all’uopo, infatti, previamente verificare che si tratti di lavori di “contenuto tecnologico o di rilevante complessità tecnica”; caratteristiche che però nella specie mancano, come in sostanza riconosce la stessa parte ricorrente allorché punta a sopperire al difetto di tale requisito mediante la valorizzazione dell’intrinseca particolarità del bene oggetto d’intervento.
Quindi, ciò che rileva ai fini dell’applicabilità della norma in commento è la connotazione dell’intervento e non le caratteristiche del bene su cui l’intervento va effettuato; né la particolarità del bene fa sì che l’intervento debba necessariamente qualificarsi come tecnicamente complesso (come desumibile proprio dal fatto che il DPR 34/2000 preveda per i beni immobili sottoposti a tutela culturale e ambientale un’apposita categoria di opere, ma di tipo generale - proprio la OG2 - e non speciale): perciò, la detta peculiarità presenta sì rilievo, ma solo ai limitati fini previsti di volta in volta dalle norme che la prendono in considerazione (e tra queste – si ribadisce – non è annoverabile l’art. 37 co. 11 citato). A quest’ultimo proposito, per di più, non può non notarsi come la sentenza n. 11259 del 26.08.2003 di questo Tribunale, pure richiamata dalla ricorrente, si limiti ad affermare l’ascrivibilità all’appropriata categoria generale OG2 ( e non alla parimenti generale categoria OG1) di opere da eseguirsi su di un bene immobile sottoposto a tutela storico-artistica, e non ad affermare il carattere assolutamente speciale delle stesse.
Neppure, infine, appaiono in contrasto con la descritta ricostruzione le affermazioni giurisprudenziali ricordate dalla ricorrente, secondo cui il divieto di subappalto posto dall’art. 37 Decr. Leg.vo 163/2006 non si applicherebbe solo alle categorie di opere specializzate, bensì anche a quelle generali, purché connotate da un elevato grado di specificità e complessità: va notato, infatti, che tutte le pronunzie richiamate riguardano la sola categoria di opere OG11, rispetto alla quale però la cosa è ben spiegabile proprio perché questa ha ad oggetto la fornitura, il montaggio e la manutenzione di impianti tecnologici, così da consentire la sostanziale valutazione (conformemente alla lettera dell’art. 37, co. 11, Decr. Leg.vo 163/2006) delle modalità degli interventi a farsi, e non delle sole caratteristiche dei beni sui quali operare.
Del resto, l’impostazione qui seguita risulta anche conforme ad un precedente giurisprudenziale richiamato dalla società controinteressata e del tutto in termini, (TAR Marche n. 127 del 04.02.2005) (massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 30.09.2014 n. 5122 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAllorquando una tettoia sia di notevoli dimensioni ed incida in modo significativo sull’assetto del territorio, pur se connessa ad altro bene (c.d. principale) e di facile rimozione, si sottrae per ciò stesso ad una definizione in termini di pertinenza, il che implica il rilascio del titolo concessorio.
Ed, infatti, con riguardo al concetto di «pertinenza» assoggettata a mera «autorizzazione», detta giurisprudenza ha evidenziato, da un lato, la diversità rispetto all’articolo 817 c.c. che evoca un oggettivo nesso funzionale e strumentale tra cosa accessoria e principale, dall’altro, che per potersi avere pertinenza è indispensabile che il manufatto destinato sia di dimensioni ridotte ragion per cui, «soggiace a concessione edilizia la realizzazione di un’opera di rilevanti dimensioni, che modifica l’assetto del territorio e che occupa aree diverse rispetto alla res principalis, indipendentemente dal vincolo di servizio o d’ornamento nei riguardi di essa».
Nel caso, è facile osservare come le dimensioni del manufatto, lungi dal poter essere definite “modeste”, devono invece ritenersi considerevoli in quanto la superficie della tettoia in discussione è pari a mq. 70.

La giurisprudenza si è costantemente orientata nel senso che, allorquando una tettoia sia di notevoli dimensioni ed incida in modo significativo sull’assetto del territorio, pur se connessa ad altro bene (c.d. principale) e di facile rimozione, si sottrae per ciò stesso ad una definizione in termini di pertinenza, il che implica il rilascio del titolo concessorio (Consiglio di Stato, sez. V, 28.04.2014, n. 2196; 19.07.2013. n. 3939).
Ed, infatti, con riguardo al concetto di «pertinenza» assoggettata a mera «autorizzazione», detta giurisprudenza ha evidenziato, da un lato, la diversità rispetto all’articolo 817 c.c. che evoca un oggettivo nesso funzionale e strumentale tra cosa accessoria e principale, dall’altro, che per potersi avere pertinenza è indispensabile che il manufatto destinato sia di dimensioni ridotte ragion per cui, «soggiace a concessione edilizia la realizzazione di un’opera di rilevanti dimensioni, che modifica l’assetto del territorio e che occupa aree diverse rispetto alla res principalis, indipendentemente dal vincolo di servizio o d’ornamento nei riguardi di essa».
Nel caso, è facile osservare come le dimensioni del manufatto, lungi dal poter essere definite “modeste”, devono invece ritenersi considerevoli in quanto la superficie della tettoia in discussione è pari a mq. 70, come si evince dal rapporto distinto con il n. 346 del 20.07.2010 (TAR Lazio-Latina, sentenza 30.09.2014 n. 759 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il lungo lasso di tempo trascorso dalla commissione dell’abuso ed il protrarsi dell’inerzia dell’amministrazione, comporta la nascita di una posizione di affidamento nel privato cittadino, in relazione alla quale l’esercizio del potere repressivo è subordinato ad un onere di congrua motivazione che, avuto riguardo anche all’entità e alla tipologia dell’abuso, indichi il pubblico interesse, diverso da quello relativo al mero ripristino della legalità, idoneo a giustificare il sacrificio del contrapposto interesse privato.
Il ricorrente censura quindi l’ordinanza per difetto di motivazione ed eccesso di potere con riguardo alla mancata indicazione di un interesse pubblico specifico e diverso rispetto a quello del ripristino della legalità violata. Il motivo è fondato.
Dal rapporto n. 346 in data 20.07.2010, della Polizia Municipale del comune di Settefrati emerge, infatti, che «presumibilmente l’opera è stata iniziata e terminata dopo il sisma del 08/05/1984» il che sostiene la circostanza fondante la censura.
Ciò posto, deve allora applicarsi il pacifico orientamento secondo il quale, il lungo lasso di tempo trascorso dalla commissione dell’abuso ed il protrarsi dell’inerzia dell’amministrazione, comporta la nascita di una posizione di affidamento nel privato cittadino, in relazione alla quale l’esercizio del potere repressivo è subordinato ad un onere di congrua motivazione che, avuto riguardo anche all’entità e alla tipologia dell’abuso, indichi il pubblico interesse, diverso da quello relativo al mero ripristino della legalità, idoneo a giustificare il sacrificio del contrapposto interesse privato (Consiglio di Stato, sez. V, 03.10.2013, n. 4889; sez. V, 24.10.2013, n. 5158) (TAR Lazio-Latina, sentenza 30.09.2014 n. 759 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANelle gare di appalto, l’aggiudicazione provvisoria è atto endoprocedimentale che determina una scelta non ancora definitiva del soggetto aggiudicatario della gara.
La possibilità che ad un’aggiudicazione provvisoria non segua quella definitiva è un evento del tutto fisiologico, disciplinato dagli artt. 11, comma 11, 12 e 48, comma 2, del D.Lgs. n. 163 del 2006, inidoneo di per sé a ingenerare qualunque affidamento tutelabile e obbligo risarcitorio, qualora non sussista nessuna illegittimità nell'operato dell'Amministrazione, a prescindere dall'inserimento nel bando di apposita clausola che preveda l'eventualità di non dare luogo alla gara o di revocarla.
Legittimamente la Stazione appaltante provvede alla revoca di procedura di gara senza che occorra una completa istruttoria e un'adeguata motivazione circa l'interesse pubblico, laddove il provvedimento di revoca intervenga anteriormente alla aggiudicazione provvisoria, nonché laddove risulti che nella lex specialis di gara era inserito l'avviso ai partecipanti della facoltà della P.A. di non dar luogo alla gara o revocarla; in siffatta ipotesi infatti non sussiste alcun affidamento in capo ai partecipanti alla gara pubblica di appalto, meritevole di tutela.
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La responsabilità precontrattuale -seppur configurabile in astratto anche in presenza di una revoca legittima degli atti di gara nel caso di affidamento suscitato nell'impresa- non è configurabile anteriormente alla scelta del contraente, nella fase, cioè, in cui gli interessati non abbiano ancora la qualità di futuri contraenti, ma soltanto quella di partecipanti alla gara e vantino esclusivamente una posizione di interesse legittimo al corretto esercizio dei poteri della pubblica amministrazione, mentre non sussiste una relazione specifica di svolgimento delle trattative.

La censura è infondata e da disattendere.
Occorre, in via prioritaria, chiarire che la revoca della procedura di gara è intervenuta prima dell’aggiudicazione provvisoria della stessa, come si evince chiaramente dalla lettura del provvedimento impugnato laddove si afferma testualmente “di non dover riconoscere alcun indennizzo nei confronti dei ricorrenti, in quanto la revoca interviene in una fase antecedente all’aggiudicazione provvisoria in cui non si sono consolidate le posizioni dei concorrenti stessi e non è maturato alcun vincolo giuridicamente perfezionato”.
Né tale circostanza, ribadita dall’Ente Parco nella memoria difensiva depositata il 29.06.2013, è stata smentita dalla ditta ricorrente.
Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza, condiviso dal Collegio, nelle gare di appalto, l’aggiudicazione provvisoria è atto endoprocedimentale che determina una scelta non ancora definitiva del soggetto aggiudicatario della gara. La possibilità che ad un’aggiudicazione provvisoria non segua quella definitiva è un evento del tutto fisiologico, disciplinato dagli artt. 11, comma 11, 12 e 48, comma 2, del D.Lgs. n. 163 del 2006, inidoneo di per sé a ingenerare qualunque affidamento tutelabile e obbligo risarcitorio, qualora non sussista nessuna illegittimità nell'operato dell'Amministrazione, a prescindere dall'inserimento nel bando di apposita clausola che preveda l'eventualità di non dare luogo alla gara o di revocarla (Cfr. Consiglio di Stato Sez. III - sentenza 24.05.2013, n. 2838).
Ne discende che nel caso di specie, in assenza anche della sola aggiudicazione provvisoria, nonché in presenza dell’avviso ai partecipanti nella determinazione n. 646 del 14.12.2012 della facoltà della P.A. di non procedere all’aggiudicazione in caso di perfezionamento dell’intesa con il Comune di San Martino D’Agri per la realizzazione unitaria degli interventi finanziati dal PSR regionale, non sussiste alcun affidamento ingenerato nei partecipanti e, quindi, nella ditta ricorrente e conseguentemente sotto tale profilo appaiono del tutto destituite di fondamento le censure dalla stessa sollevate.
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Né, infine, alla luce della richiamata posizione di mero partecipante alla gara, può dirsi ravvisabile nella fattispecie un’ipotesi di responsabilità precontrattuale, che, pur configurabile in astratto anche in presenza di una revoca legittima degli atti di gara nel caso di affidamento suscitato nell'impresa (in tal senso la più recente giurisprudenza amministrativa: Cons. Stato, Ad. plen., 05.09.2005, n. 6; Id., sez. V, 30.11.2007, n. 6137; Id., sez. V, 08.10.2008, n. 4947), secondo un consolidato orientamento, dal quale il Collegio non ritiene di discostarsi (Cass. Civ., Sez. I, 18.6.2005, n. 13164; Cons. St., A.P. 05.09.2005, n. 6; Sez. IV, 11.11.2008, n. 5633; da ultimo, Cons. St., V, 08.09.2010, n. 6489), non è configurabile anteriormente alla scelta del contraente, nella fase, cioè, in cui gli interessati non hanno ancora la qualità di futuri contraenti, ma soltanto quella di partecipanti alla gara e vantano esclusivamente una posizione di interesse legittimo al corretto esercizio dei poteri della pubblica amministrazione, mentre non sussiste una relazione specifica di svolgimento delle trattative (Cass. S.U. 26.05.1997, n. 4673) (TAR Basilicata, sentenza 30.09.2014 n. 707 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPer la configurazione della qualità di soggetto controinteressato risulta necessaria sia la presenza di un interesse al mantenimento della situazione esistente (cd. elemento sostanziale), sia l’espressa indicazione dei titolari di tale interesse nel provvedimento impugnato (cd. elemento formale).
Più precisamente, nella materia dell’edilizia i proprietari confinanti hanno la legittimazione attiva in relazione all’impugnazione delle autorizzazioni edilizie, rilasciate ai vicini, ma non rivestono la qualità di controinteressati nelle controversie, azionate dai vicini destinatari dei provvedimenti repressivi, anche se sono stati proprio loro a denunciare le irregolarità.

Secondo un prevalente e condivisibile orientamento giurisprudenziale (cfr. C.d.S. Sez. IV n. 5776 del 04.12.2013 e n. 4233 del 13.07.2011) per la configurazione della qualità di soggetto controinteressato risulta necessaria sia la presenza di un interesse al mantenimento della situazione esistente (cd. elemento sostanziale), sia l’espressa indicazione dei titolari di tale interesse nel provvedimento impugnato (cd. elemento formale).
Più precisamente, nella materia dell’edilizia i proprietari confinanti hanno la legittimazione attiva in relazione all’impugnazione delle autorizzazioni edilizie, rilasciate ai vicini, ma non rivestono la qualità di controinteressati nelle controversie, azionate dai vicini destinatari dei provvedimenti repressivi, anche se sono stati proprio loro a denunciare le irregolarità (sul punto cfr. per es. C.d.S. Sez. IV n. 3380 del 06.06.2011)
(TAR Basilicata, sentenza 30.09.2014 n. 701 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il termine decadenziale ex art. 29 Cod. Proc. Amm. di 60 giorni per l’impugnazione del permesso di costruire, con riferimento alle violazioni diverse dalle distanze tra i fabbricati, decorre dopo che siano avvenute sia la pubblicazione nell’Albo Pretorio dell’apposito avviso, sia l’effettivo inizio dei lavori con l’esposizione nel cantiere del cartello con gli estremi del permesso di costruire rilasciato.
Sul punto va evidenziato che secondo questo Tribunale (cfr. Sentenze nn. 515 e 517 del 04.09.2007, n. 337 del 27.06.2008, n. 65 del 05.03.2009; n. 202 del 15.05.2009 e n. 27 del 20.01.2010), tenuto conto del combinato disposto di cui agli artt. 20, comma 6, penultimo ed ultimo periodo, DPR n. 380/2001 e 41, comma 2, Cod. Proc. Amm. ed eccetto il caso in cui il Comune impedisce l’accesso agli atti, il termine decadenziale ex art. 29 Cod. Proc. Amm. di 60 giorni per l’impugnazione del permesso di costruire, con riferimento alle violazioni diverse dalle distanze tra i fabbricati, decorre dopo che siano avvenute sia la pubblicazione nell’Albo Pretorio dell’apposito avviso, sia l’effettivo inizio dei lavori con l’esposizione nel cantiere del cartello con gli estremi del permesso di costruire rilasciato
(TAR Basilicata, sentenza 30.09.2014 n. 701 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ai sensi dell’art. 4, comma 2, DPR n. 380/2001 la Commissione Edilizia non costituisce più un organo obbligatorio, in quanto i Comuni devono contemplarla in un apposito Regolamento, che ne disciplina la composizione ed il funzionamento, indicando soprattutto “gli interventi sottoposti al preventivo parere di tale organo consultivo”.
Inoltre, la Commissione Edilizia non può più essere composta da politici, ma solo da professionisti e/o esperti del settore, atteso che dopo l’entrata in vigore del principio della separazione tra poteri di indirizzo e controllo politico-amministrativo, spettanti agli organi di governo, e l’emanazione di tutti gli atti di gestione amministrativa, attribuita esclusivamente ai Dirigenti, sancito prima dalla Leggi n. 142/1990 e n. 127/1997 e poi dall’art. 107 D.Lg.vo n. 267/2000 (cfr. pure art. 4 D.Lg.vo n. 165/2001), sia l’istruttoria, sia l’emanazione del provvedimento conclusivo dei procedimenti edilizi compete solo ai Dirigenti e/o funzionari comunali.
Comunque, tale censura risulta pure irrilevante, sia perché il parere endoprocedimentale della Commissione Edilizia e/o del competente funzionario comunale non è mai di natura vincolante, sia perché la normativa in materia di edilizia è sempre di tipo vincolato e mai di carattere discrezionale.

Sul punto, va rilevato che ai sensi dell’art. 4, comma 2, DPR n. 380/2001 la Commissione Edilizia non costituisce più un organo obbligatorio, in quanto i Comuni devono contemplarla in un apposito Regolamento, che ne disciplina la composizione ed il funzionamento, indicando soprattutto “gli interventi sottoposti al preventivo parere di tale organo consultivo”.
Inoltre, la Commissione Edilizia non può più essere composta da politici, ma solo da professionisti e/o esperti del settore, atteso che dopo l’entrata in vigore del principio della separazione tra poteri di indirizzo e controllo politico-amministrativo, spettanti agli organi di governo, e l’emanazione di tutti gli atti di gestione amministrativa, attribuita esclusivamente ai Dirigenti, sancito prima dalla Leggi n. 142/1990 e n. 127/1997 e poi dall’art. 107 D.Lg.vo n. 267/2000 (cfr. pure art. 4 D.Lg.vo n. 165/2001), sia l’istruttoria, sia l’emanazione del provvedimento conclusivo dei procedimenti edilizi compete solo ai Dirigenti e/o funzionari comunali.
Comunque, tale censura risulta pure irrilevante, sia perché il parere endoprocedimentale della Commissione Edilizia e/o del competente funzionario comunale non è mai di natura vincolante, sia perché la normativa in materia di edilizia è sempre di tipo vincolato e mai di carattere discrezionale (TAR Basilicata, sentenza 30.09.2014 n. 701 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La ristrutturazione edilizia mediante demolizione e ricostruzione può essere effettuata soltanto nel caso di preesistenza di un organismo edilizio dotato di mura perimetrali, strutture orizzontali e copertura, cioè di un immobile in stato di conservazione tale da consentire la sua fedele ricostruzione, mentre la ricostruzione di un rudere e/o di un immobile diruto costituisce a tutti gli effetti una nuova opera, che, come tale, risulta assoggettata ai limiti stabiliti dalla vigente disciplina urbanistica.
Sul punto, va rilevato che secondo un condivisibile e prevalente orientamento giurisprudenziale (cfr. C.d.S. Sez. V n. 3221 dell’11.06.2013; C.d.S. Sez. V n. 1452 dell’08.03.2011; Cd.S. Sez. IV n. 7476 del 13.10.2010; C.d.S. Sez. IV n. 5375 del 15.09.2006; C.d.S. Sez. IV n. 5791 dell’08.07.2004; C.d.S. Sez. V n. 2142 del 15.04.2004; C.d.S. Sez. V n. 475 del 10.02.2004; C.d.S. Sez. V n. 2021 dell’01.12.1999; C.d.S. Sez. V n. 740 del 10.03.1997; C.d.S. Sez. V n. 1261 del 04.11.1994; TAR Salerno Sez. I n. 2244 del 05.12.2012; TAR Catanzaro n. 581 del 13.06.2012; TAR Umbria n. 159 del 27.04.2012; TAR Napoli Sez. III n. 1645 del 05.04.2012; TAR Lecce Sez. III n. 491 del 12.03.2012; TAR Catania Sez. I n. 73 del 13.01.2012; TAR Palermo Sez. III n. 1 del 04.01.2012; TAR Napoli Sez. II n. 1593 del 21.03.2011; TAR Milano Sez. II n. 3968 dell’11.06.2009; TAR Molise n. 98 del 27.03.2009; TAR Veneto Sez. II n. 1667 del 05.06.2008; TAR Trento n. 84 del 15.03.2005; TAR Liguria Sez. I n. 451 del 03.04.2003) la ristrutturazione edilizia mediante demolizione e ricostruzione può essere effettuata soltanto nel caso di preesistenza di un organismo edilizio dotato di mura perimetrali, strutture orizzontali e copertura, cioè di un immobile in stato di conservazione tale da consentire la sua fedele ricostruzione, mentre la ricostruzione di un rudere e/o di un immobile diruto costituisce a tutti gli effetti una nuova opera, che, come tale, risulta assoggettata ai limiti stabiliti dalla vigente disciplina urbanistica (TAR Basilicata, sentenza 30.09.2014 n. 701 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

VARIComodato revocabile per crisi. L'immobile può essere riassegnato per motivi economici. La Corte di cassazione sull'occupazione della casa coniugale a seguito di separazione.
Comodato revocato causa crisi finanziaria. Motivi seri e urgenti come, ad esempio, la mancanza di liquidità e il crollo dei consumi, possono giustificare la revoca del comodato della casa coniugale assegnata dal giudice della separazione a nuora e nipoti.
Confermando l'orientamento generale sancito dalle Sezioni unite della Suprema corte poco più di dieci anni fa, il Massimo consesso del Palazzaccio, con la sentenza 29.09.2014 n. 20448, Sezz. Unite civili, ha respinto il ricorso del proprietari della casa data in comodato al figlio e alla nuora che, dopo la separazione, ne era divenuta l'assegnataria.
I Supremi giudici hanno dato torto all'anziano che non era riuscito a provare la necessità urgente del rilascio dell'immobile, come una accertata crisi finanziaria.
In particolare, secondo l'orientamento confermato, «in ipotesi di concessione in comodato da parte di un terzo di un bene immobile di sua proprietà perché sia destinato a casa familiare, il successivo provvedimento di assegnazione in favore del coniuge affidatario di figli minorenni o convivente con figli maggiorenni non autosufficienti senza loro colpa, emesso nel giudizio di separazione o di divorzio, non modifica la forma e il contenuto del titolo di godimento sull'immobile, ma determina una concentrazione in capo alla persona dell'assegnatario, di detto titolo di godimento, che resta regolato dalla disciplina del comodato, con la conseguenza che il comodante è tenuto a consentire la continuazione del godimento per l'uso previsto dal contratto, salva l'ipotesi di sopravvenienza di un urgente e imprevisto bisogno, ai sensi dell'art. 1809 c.c.».
Né una successiva decisione opposta del 2007, rimasta peraltro isolata, né i dubbi sollevati con l'ordinanza di remissione della questione, nuovamente alle Sezioni unite, sono riuscite a far vacillare l'ormai consolidato principio.
Di fatto, però, questa volta il Massimo consesso di Piazza Cavour ha suggerito quali potrebbero essere dei validi motivi per il rilascio dell'immobile: uno, fra tutti, la necessità di vendita e di locazione per mancanza di liquidità. In un passaggio chiave della sentenza, infatti, si legge espressamente che «il bisogno per la revoca del contratto non deve essere grave, ma solo imprevisto», quindi sopravvenuto rispetto al momento della stipula, e urgente. Urgenza, quest'ultima, da intendersi come imminenza. Ovviamente il bisogno deve essere serio, non voluttuario, né capriccioso o ritorsivo.
«Pertanto», hanno affermato i giudici, «non solo la necessità di uso diretto, ma anche il sopravvenire imprevisto del deterioramento della condizione economica, che obiettivamente giustifichi la restituzione del bene anche ai fini della vendita o di una redditizia locazione del bene immobile, consente di porre fine al comodato anche se la destinazione sia quella di casa familiare» (articolo ItaliaOggi del 30.09.2014).
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MASSIMA
Il comodante può richiedere la restituzione dell’immobile della “casa familiare” quando c’è un bisogno ex art. 1809 c.c. La portata di questo bisogno non deve essere grave, dovendo essere solo imprevisto, quindi sopravvenuto rispetto al momento della stipula, e urgente.
L’urgenza è qui da intendersi come imminenza, restando quindi esclusa la rilevanza di un bisogno non attuale, non concreto, ma soltanto astrattamente ipotizzabile. Ovviamente il bisogno deve essere serio, non voluttuario, né capriccioso o artificiosamente indotto.
Pertanto. non solo la necessità di uso diretto, ma anche il sopravvenire imprevisto del deterioramento della condizione economica, che obbiettivamente giustifichi la restituzione del bene anche ai fini della vendita o di una redditizia locazione del bene immobile, consente di porre fine al comodato anche se la destinazione sia quella di casa familiare.
È da notare soltanto che, essendo in gioco valori della persona, ed in particolare le esigenze di tutela della prole, questa destinazione, con più intensità di ogni altra, giustifica massima attenzione in quel controllo di proporzionalità e adeguatezza, sempre dovuto in materia contrattuale, che il giudice deve compiere quando valuta il bisogno fatto valere con la domanda di restituzione e lo compara al contrapposto interesse del comodatario
(massima tratta da http://renatodisa.com).

EDILIZIA PRIVATASul piano urbanistico, la costruzione o il posizionamento di una canna fumaria costituisce un intervento che nella previgente normativa richiedeva un’autorizzazione edilizia (v. art. 7, comma 2-a, del DL 23.01.1982 n. 9) e attualmente è subordinato a DIA semplice (v. art. 4, comma 7-f, del DL 05.10.1993 n. 398; art. 22, commi 1 e 2, del DPR 380/2001).
Questo inquadramento si fonda sull’assimilazione delle canne fumarie ai volumi tecnici e sul collegamento funzionale tra le canne fumarie e gli impianti tecnologici. Ne consegue che l’esecuzione senza titolo di tali opere ricade nella disciplina sulla regolarizzazione di cui all’art. 37 del DPR 380/2001.
Più in dettaglio, sembra applicabile l’ipotesi prevista dal comma 4 dell’art. 37 del DPR 380/2001 (regolarizzazione in presenza di conformità urbanistica), in quanto la nota dirigenziale del 22.01.2010, con la quale sono stati comunicati i motivi ostativi al rilascio del titolo edilizio per il prolungamento della canna fumaria, non menziona impedimenti di natura urbanistica.
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Sul piano paesistico, parimenti, la canna fumaria è sanabile ai sensi dell’art. 167, comma 4, del Dlgs. 22.01.2004 n. 42, non essendo idonea a formare volume o superficie utile.
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Quanto è sanabile sul piano urbanistico e paesistico potrebbe però non esserlo in relazione alla normativa igienico-sanitaria. Questo è precisamente il problema nel caso in esame, in quanto la collocazione della canna fumaria al di sotto e in prossimità delle finestre degli appartamenti comunali si pone in diretto contrasto con gli art. 3.4.32 e 3.4.43 del titolo III del regolamento locale di igiene.
Il contrasto con una norma igienico-sanitaria può essere risolto in vari modi: con una deroga, con la modifica del manufatto non conforme, o con la rimozione dello stesso.
Esclusa l’ipotesi della deroga, che non è stata chiesta neppure dalla ricorrente, l’amministrazione è tenuta, per il principio di proporzionalità, ad applicare la misura meno afflittiva per il privato, a parità di beneficio per l’interesse pubblico.
La particolarità del caso in esame consiste nel fatto che la misura meno afflittiva, ossia la sopraelevazione della canna fumaria oltre il colmo dell’edificio di proprietà comunale, richiede anche un assenso di natura privatistica da parte del Comune. Quest’ultimo dovrebbe infatti concedere una servitù di appoggio del tubo al muro dell’edificio comunale.
Il rifiuto del Comune di concedere tale servitù non appare condivisibile. L’elemento privatistico si inserisce in realtà in una fattispecie amministrativa, e dunque viene attratto negli schemi pubblicistici applicabili a quest’ultima. Occorre infatti sottolineare che l’utilizzo privatistico dei propri beni da parte del Comune è comunque sottoposto ai principi generali di buona fede e di astensione dai comportamenti emulativi. Questi principi si trasformano in un obbligo rafforzato di collaborazione quando la concessione di un diritto marginale sui beni comunali potrebbe mettere il privato nella condizione di risolvere un problema che arreca danno all’interesse pubblico. A maggior ragione, l’obbligo di collaborazione si manifesta quando il problema che il privato potrebbe risolvere incide negativamente sugli stessi beni comunali.
Il Comune come autorità locale in materia igienico-sanitaria deve quindi imporre la sopraelevazione della canna fumaria che disturba gli appartamenti vicini, e come proprietario dell’edificio a cui può essere appoggiato il tubo è tenuto a permettere tale operazione attraverso la costituzione di un’apposita servitù. In questo quadro il diniego della servitù non è affatto insindacabile, e potrebbe giustificarsi solo in relazione a un prevalente interesse pubblico, che nello specifico non è stato indicato.
La servitù di appoggio non deve essere necessariamente a titolo gratuito, né incondizionata o perenne. Il Comune può infatti esigere un corrispettivo adeguato all’utilità concessa al privato, e allo stesso modo può stabilire prescrizioni o condizioni a tutela del proprio bene e delle future utilizzazioni.

... per l'annullamento:
- dell’ordinanza del responsabile del Settore Edilizia Privata n. 62 del 20.07.2010, con la quale è stata ingiunta la rimozione di una canna fumaria realizzata in assenza di titolo edilizio;
- della nota del responsabile del Settore Edilizia Privata prot. n. 1224 del 22.01.2010, nella quale sono esposti i motivi ostativi al rilascio del titolo edilizio per il prolungamento in altezza della canna fumaria;
...
Sulle questioni rilevanti ai fini della decisione si possono svolgere le seguenti considerazioni:
(a) un titolo edilizio che autorizzi la canna fumaria esistente non è stato rintracciato. Occorre quindi esaminare la vicenda contenziosa sul presupposto della mancanza di un titolo specifico;
(b) sul piano urbanistico, la costruzione o il posizionamento di una canna fumaria costituisce un intervento che nella previgente normativa richiedeva un’autorizzazione edilizia (v. art. 7, comma 2-a, del DL 23.01.1982 n. 9) e attualmente è subordinato a DIA semplice (v. art. 4, comma 7-f, del DL 05.10.1993 n. 398; art. 22, commi 1 e 2, del DPR 380/2001). Questo inquadramento si fonda sull’assimilazione delle canne fumarie ai volumi tecnici e sul collegamento funzionale tra le canne fumarie e gli impianti tecnologici (v. TAR Bari Sez. III 30.10.2012 n. 1859). Ne consegue che l’esecuzione senza titolo di tali opere ricade nella disciplina sulla regolarizzazione di cui all’art. 37 del DPR 380/2001 (v. TAR Brescia Sez. II 16.01.2013 n. 37);
(c) più in dettaglio, sembra applicabile l’ipotesi prevista dal comma 4 dell’art. 37 del DPR 380/2001 (regolarizzazione in presenza di conformità urbanistica), in quanto la nota dirigenziale del 22.01.2010, con la quale sono stati comunicati i motivi ostativi al rilascio del titolo edilizio per il prolungamento della canna fumaria, non menziona impedimenti di natura urbanistica;
(d) è vero che tale nota deve ancora essere seguita da un formale provvedimento di diniego, il quale almeno in astratto potrebbe anche argomentare sulla mancanza di conformità urbanistica. Tuttavia, considerato il tempo trascorso, si può ritenere che la posizione del Comune abbia ormai assunto un contenuto definitivo;
(e) sul piano paesistico, parimenti, la canna fumaria è sanabile ai sensi dell’art. 167, comma 4, del Dlgs. 22.01.2004 n. 42, non essendo idonea a formare volume o superficie utile. Del resto, circa il prolungamento della canna fumaria il Comune si è già espresso favorevolmente con l’autorizzazione paesistica dell’11.05.2009, e dunque non sembrano esservi ostacoli neppure alla regolarizzazione del manufatto esistente, che ha dimensioni più contenute;
(f) quanto è sanabile sul piano urbanistico e paesistico potrebbe però non esserlo in relazione alla normativa igienico-sanitaria. Questo è precisamente il problema nel caso in esame, in quanto la collocazione della canna fumaria al di sotto e in prossimità delle finestre degli appartamenti comunali si pone in diretto contrasto con gli art. 3.4.32 e 3.4.43 del titolo III del regolamento locale di igiene;
(g) il contrasto con una norma igienico-sanitaria può essere risolto in vari modi: con una deroga, con la modifica del manufatto non conforme, o con la rimozione dello stesso;
(h) esclusa l’ipotesi della deroga, che non è stata chiesta neppure dalla ricorrente, l’amministrazione è tenuta, per il principio di proporzionalità, ad applicare la misura meno afflittiva per il privato, a parità di beneficio per l’interesse pubblico;
(i) la particolarità del caso in esame consiste nel fatto che la misura meno afflittiva, ossia la sopraelevazione della canna fumaria oltre il colmo dell’edificio di proprietà comunale, richiede anche un assenso di natura privatistica da parte del Comune. Quest’ultimo dovrebbe infatti concedere una servitù di appoggio del tubo al muro dell’edificio comunale;
(j) il rifiuto del Comune di concedere tale servitù non appare condivisibile. L’elemento privatistico si inserisce in realtà in una fattispecie amministrativa, e dunque viene attratto negli schemi pubblicistici applicabili a quest’ultima. Occorre infatti sottolineare che l’utilizzo privatistico dei propri beni da parte del Comune è comunque sottoposto ai principi generali di buona fede e di astensione dai comportamenti emulativi. Questi principi si trasformano in un obbligo rafforzato di collaborazione quando la concessione di un diritto marginale sui beni comunali potrebbe mettere il privato nella condizione di risolvere un problema che arreca danno all’interesse pubblico. A maggior ragione, l’obbligo di collaborazione si manifesta quando il problema che il privato potrebbe risolvere incide negativamente sugli stessi beni comunali;
(k) il Comune come autorità locale in materia igienico-sanitaria deve quindi imporre la sopraelevazione della canna fumaria che disturba gli appartamenti vicini, e come proprietario dell’edificio a cui può essere appoggiato il tubo è tenuto a permettere tale operazione attraverso la costituzione di un’apposita servitù. In questo quadro il diniego della servitù non è affatto insindacabile, e potrebbe giustificarsi solo in relazione a un prevalente interesse pubblico, che nello specifico non è stato indicato;
(l) la servitù di appoggio non deve essere necessariamente a titolo gratuito, né incondizionata o perenne. Il Comune può infatti esigere un corrispettivo adeguato all’utilità concessa al privato, e allo stesso modo può stabilire prescrizioni o condizioni a tutela del proprio bene e delle future utilizzazioni.
12. In conclusione, il ricorso deve essere accolto, con il conseguente annullamento degli atti impugnati. L’effetto conformativo della presente pronuncia impone al Comune di concedere la servitù di appoggio, come sopra specificato (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 29.09.2014 n. 999 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA(a) i divieti di edificazione e movimento terra previsti dall’art. 96, comma 1-f, del RD 523/1904 a tutela del vincolo idraulico (integrati a livello locale dalla disciplina regionale di cui alla DGR n. 7/7868 del 25.01.2002, e successive modifiche, sulla polizia idraulica di competenza comunale) devono essere intesi non tanto come strumenti di protezione dello stato attuale dei luoghi, ma come misure dirette a impedire l’alterazione del regolare deflusso delle acque;
(b) per alcuni interventi edilizi le due situazioni tendono a coincidere (ad esempio, una nuova costruzione altera lo stato dei luoghi e pone con la sua sola presenza un ostacolo al regolare deflusso delle acque, talvolta un ostacolo attuale, talvolta un ostacolo connesso al verificarsi di particolari eventi meteorologici). Per altre opere è invece più agevole tenere distinto l’aspetto della modifica dello stato dei luoghi da quello del regolare deflusso delle acque;
(c) la necessità di questa distinzione si manifesta specificamente nei movimenti terra finalizzati a riparare o modificare le infrastrutture presenti. La sistemazione o l’ampliamento di una strada possono in effetti comportare la modifica dell’alveo di un torrente, ma questo non significa che tali interventi siano automaticamente in contrasto con il vincolo idraulico. In realtà, il compito dei comuni nell’esercizio delle funzioni di polizia idraulica è proprio quello di individuare le condizioni tecniche idonee a garantire il potenziamento delle infrastrutture e allo stesso tempo il mantenimento (e se possibile il miglioramento) del regolare deflusso delle acque;

... per l'annullamento dell’ordinanza del dirigente del Servizio Tecnico n. 1 del 04.01.2007, con la quale è stato annullato il permesso di costruire rilasciato il 06.05.2005 ed è stata ingiunta la demolizione di alcune opere abusive realizzate nei pressi di via Odas;
...
Sulle questioni rilevanti ai fini della decisione si possono svolgere le seguenti considerazioni:
(a) i divieti di edificazione e movimento terra previsti dall’art. 96, comma 1-f, del RD 523/1904 a tutela del vincolo idraulico (integrati a livello locale dalla disciplina regionale di cui alla DGR n. 7/7868 del 25.01.2002, e successive modifiche, sulla polizia idraulica di competenza comunale) devono essere intesi non tanto come strumenti di protezione dello stato attuale dei luoghi, ma come misure dirette a impedire l’alterazione del regolare deflusso delle acque;
(b) per alcuni interventi edilizi le due situazioni tendono a coincidere (ad esempio, una nuova costruzione altera lo stato dei luoghi e pone con la sua sola presenza un ostacolo al regolare deflusso delle acque, talvolta un ostacolo attuale, talvolta un ostacolo connesso al verificarsi di particolari eventi meteorologici). Per altre opere è invece più agevole tenere distinto l’aspetto della modifica dello stato dei luoghi da quello del regolare deflusso delle acque;
(c) la necessità di questa distinzione si manifesta specificamente nei movimenti terra finalizzati a riparare o modificare le infrastrutture presenti. La sistemazione o l’ampliamento di una strada possono in effetti comportare la modifica dell’alveo di un torrente, ma questo non significa che tali interventi siano automaticamente in contrasto con il vincolo idraulico. In realtà, il compito dei comuni nell’esercizio delle funzioni di polizia idraulica è proprio quello di individuare le condizioni tecniche idonee a garantire il potenziamento delle infrastrutture e allo stesso tempo il mantenimento (e se possibile il miglioramento) del regolare deflusso delle acque;
(d) nello specifico, la circostanza che l’amministrazione abbia rilasciato l’originario permesso di costruire in data 06.05.2005 dimostra l’esistenza di un interesse pubblico alla sistemazione dell’alveo del torrente e alla messa in sicurezza della strada demaniale, che risulta esposta alle esondazioni. Questo interesse è compatibile con quello dei privati a migliorare il transito sulla medesima strada, ampliandone il sedime e prolungandone il tracciato verso le loro proprietà. Al vantaggio per la sicurezza della viabilità si aggiunge l’assenza di oneri per l’amministrazione;
(e) naturalmente, non devono essere causati danni alla proprietà di terzi, né la stessa deve essere invasa senza uno specifico atto di assenso, ma su questo punto i ricorrenti avevano già provveduto a formulare alcune correzioni con la richiesta di variante. Una volta ricevuta l’istanza, era compito degli uffici comunali verificare l’adeguatezza del nuovo progetto e imporre eventuali modifiche tramite prescrizioni tecniche. Un’eventuale ordinanza di demolizione avrebbe potuto riguardare solo i lavori già eseguiti non approvati in sede di variante;
(f) in definitiva, la presenza del vincolo idraulico non impedisce la realizzazione di un intervento come quello proposto dai ricorrenti, a condizione che il Comune (anche avvalendosi delle competenti strutture tecniche regionali e provinciali) stabilisca esattamente le prescrizioni tecniche in grado di preservare, e possibilmente migliorare, il regolare deflusso delle acque;
(g) non sussiste alcun impedimento neppure sotto il profilo urbanistico, in quanto la classificazione della strada in zona agricola non determina l’immodificabilità della stessa. In realtà, il divieto di interventi edilizi desumibile dagli art. 43 e 46 delle NTA deve essere riferito alle nuove opere, ossia agli interventi che alterano per la prima volta lo stato dei luoghi. Gli interventi di sistemazione e ampliamento di infrastrutture esistenti, anche se non espressamente menzionati nella disciplina urbanistica, sono invece da considerare pienamente ammissibili quando siano collegati a un preciso interesse pubblico, che nel caso in esame è ravvisabile nella messa in sicurezza della viabilità comunale.
10. Il ricorso deve quindi essere accolto, con il conseguente annullamento degli atti impugnati. L’effetto conformativo derivante dalla presente pronuncia comporta l’obbligo per il Comune di esaminare la richiesta di variante al permesso di costruire originario, fermo restando il potere di imporre modifiche al progetto per salvaguardare e migliorare il regolare deflusso delle acque, e comunque per minimizzare l’impatto ambientale dell’intervento (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 29.09.2014 n. 998 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI L’incameramento della cauzione provvisoria, se l'aggiudicatario non stipula il contratto, ex art. 30 della l. 109/1994 (di contenuto analogo al vigente art. 75 del d.lgs. 163/2006), garantisce l'obbligo di serietà dell'offerta e, sempre “nella ratio della disposizione, l'incameramento della cauzione non esclude, però, la possibilità del committente di richiedere il maggior danno per la lesione patrimoniale derivatagli dal comportamento dell'aggiudicatario… Nella scia dell'art. 332 della legge sui lavori pubblici, l'art. 30 della legge n. 109/1994 configura la garanzia fideiussoria come una vera e propria caparra confirmatoria e non già come semplice clausola penale o pegno irregolare”.
Invero, diversamente da tali istituti, “ove il danno sopportato dal creditore è risarcito con l'assegnazione, sino a concorrenza, del pegno ad opera del giudice ovvero con la promessa di una prestazione di una somma di danaro o cose fungibili (art. 1382 c.c.), la caparra confirmatoria consente all'amministrazione non solo di rivalersi immediatamente sulle somme oggetto di cauzione che vengono incamerate, sebbene di richiedere che le venga anche risarcito il maggior danno da inadempimento”.
Tale interpretazione è stata espressamente condivisa da successive decisioni dello stesso giudice, fino alla più recente, per cui la cauzione provvisoria “oltre a svolgere la funzione di garantire la serietà dell'offerta, sicché ove l'aggiudicatario non stipuli il contratto decade dall'aggiudicazione e la stessa [cauzione] viene incamerata dall'appaltante, si configura come caparra confirmatoria, e non come clausola penale o come pegno irregolare; conseguentemente (…) al contraente beneficiario è consentito, non solo di incamerare immediatamente le somme oggetto della cauzione, ma anche di richiedere il risarcimento del maggior danno da inadempimento”.
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Come noto, l’art. 2932 c.c. stabilisce che, se colui il quale è obbligato a concludere un contratto non adempie l'obbligazione, l’altra parte, qualora sia possibile e non sia escluso dal titolo, può ottenere una sentenza che produca gli effetti del contratto non concluso.
Ordinariamente, la norma si applica per conseguire il trasferimento della proprietà di una cosa determinata o la costituzione o il trasferimento di un altro diritto, ma il rimedio “deve ritenersi applicabile non solo nelle ipotesi di contratto preliminare non seguito da quello definitivo, ma anche in qualsiasi altra ipotesi dalla quale sorga l'obbligazione di prestare il consenso per il trasferimento o la costituzione di un diritto, sia in relazione a un negozio unilaterale, sia in relazione a un atto o fatto dai quali detto obbligo possa sorgere ex lege”.
A sua volta, come si è già accennato, l’art. 1385, II comma, c.c., nel disciplinare l’istituto della caparra confirmatoria, dispone che, se la parte che ha dato la caparra è inadempiente, l'altra può recedere dal contratto, ritenendo la caparra; se però la parte che non è inadempiente preferisce domandare l'esecuzione o la risoluzione del contratto, il risarcimento del danno è regolato dalle norme generali.
Ora, il rimedio di cui all’art. 2932 c.c. è finalizzato a dare esecuzione a un contratto –ovvero ad un negozio equivalente- ed è dunque alternativo alla scelta della ritenzione della caparra confirmatoria, che appunto esclude l’esecuzione.
A sua volta, come si è visto, secondo l’interpretazione prevalente, la cauzione provvisoria è una caparra confirmatoria: ma, diversamente da quella comune, essa per legge –segnatamente l’art. 75, VI comma, d.lgs. 163/2006- deve, e non può, essere incamerata dall’Amministrazione, nel caso in cui l’aggiudicatario non voglia più sottoscrivere il contratto.
 Non sembra esservi dunque, per i contratti pubblici, se è prescritta la cauzione provvisoria, la possibilità di preferire l’esecuzione, e così, di avvalersi del rimedio di cui all’art. 2932 c.c..
La regola è invece quella dell’incameramento della cauzione, seguito, di norma, dalla stipulazione del contratto con il concorrente seguente in graduatoria, se esistente, fatta salva la richiesta dei danni ulteriori: d’altronde, l’azione ex art. 2932 c.c. per la sua inevitabile durata, è tendenzialmente incompatibile con le esigenze di efficienza e di efficacia dell’attività amministrativa.

4.3.3. Tale soluzione è stata tuttavia contrastata dal Consiglio di Stato, anzitutto con la decisione 29.03.2001, n. 1840, della IV Sezione.
Dopo aver rilevato che l’incameramento della cauzione provvisoria, se l'aggiudicatario non stipula il contratto, ex art. 30 della l. 109/1994 (di contenuto analogo al vigente art. 75 del d.lgs. 163/2006), garantisce l'obbligo di serietà dell'offerta, la sentenza aggiunge che, sempre “nella ratio della disposizione, l'incameramento della cauzione non esclude, però, la possibilità del committente di richiedere il maggior danno per la lesione patrimoniale derivatagli dal comportamento dell'aggiudicatario… Nella scia dell'art. 332 della legge sui lavori pubblici, l'art. 30 della legge n. 109/1994 configura la garanzia fideiussoria come una vera e propria caparra confirmatoria e non già come semplice clausola penale o pegno irregolare”.
Invero, prosegue la motivazione, diversamente da tali istituti, “ove il danno sopportato dal creditore è risarcito con l'assegnazione, sino a concorrenza, del pegno ad opera del giudice ovvero con la promessa di una prestazione di una somma di danaro o cose fungibili (art. 1382 c.c.), la caparra confirmatoria consente all'amministrazione non solo di rivalersi immediatamente sulle somme oggetto di cauzione che vengono incamerate, sebbene di richiedere che le venga anche risarcito il maggior danno da inadempimento”.
4.3.4. Tale interpretazione è stata espressamente condivisa da successive decisioni dello stesso giudice (C.d.S., V, 01.10.2003, n. 5676; C.d.S., VI, 03.03.2004 n. 1058: ma contra, nel senso della riconducibilità alla clausola penale, C.d.S., V, 11 dicembre 2007, n. 6362), fino alla più recente, per cui la cauzione provvisoria “oltre a svolgere la funzione di garantire la serietà dell'offerta, sicché ove l'aggiudicatario non stipuli il contratto decade dall'aggiudicazione e la stessa [cauzione] viene incamerata dall'appaltante, si configura come caparra confirmatoria, e non come clausola penale o come pegno irregolare; conseguentemente (…) al contraente beneficiario è consentito, non solo di incamerare immediatamente le somme oggetto della cauzione, ma anche di richiedere il risarcimento del maggior danno da inadempimento” (C.d.S., V 15.04.2013, n. 2061; esattamente negli stessi termini si è anche pronunciata Cass. s.u., 04.02.2009, n. 2634; sulla funzione della cauzione provvisoria, v. anche C.d.S., a.p. 04.10.2005, n. 8).
5.1. Il Collegio non ritiene di potersi discostare da tale conclusione, che porta linearmente, come si vedrà, ad escludere la compatibilità dell’esecuzione specifica dell'obbligo di concludere un contratto, ex art. 2932 c.c. con l’istituto della cauzione provvisoria, quale caparra confirmatoria, sia pure sui generis poiché non esclude il risarcimento del danno ulteriore, rispetto alla somma versata come cauzione, in contrasto con il combinato disposto dell’art. 1385, II e III comma, c.c., che sembra –v. ultra– considerarli come alternativi.
5.2.1. Invero, come noto, l’art. 2932 c.c. stabilisce che, se colui il quale è obbligato a concludere un contratto non adempie l'obbligazione, l’altra parte, qualora sia possibile e non sia escluso dal titolo, può ottenere una sentenza che produca gli effetti del contratto non concluso.
5.2.2. Ordinariamente, la norma si applica per conseguire il trasferimento della proprietà di una cosa determinata o la costituzione o il trasferimento di un altro diritto, ma il rimedio “deve ritenersi applicabile non solo nelle ipotesi di contratto preliminare non seguito da quello definitivo, ma anche in qualsiasi altra ipotesi dalla quale sorga l'obbligazione di prestare il consenso per il trasferimento o la costituzione di un diritto, sia in relazione a un negozio unilaterale, sia in relazione a un atto o fatto dai quali detto obbligo possa sorgere ex lege” (Cass. 30.03.2012, n. 5160; e, nello stesso senso, 08.08.1987, n. 6792).
5.2.3. A sua volta, come si è già accennato, l’art. 1385, II comma, c.c., nel disciplinare l’istituto della caparra confirmatoria, dispone che, se la parte che ha dato la caparra è inadempiente, l'altra può recedere dal contratto, ritenendo la caparra; se però la parte che non è inadempiente preferisce domandare l'esecuzione o la risoluzione del contratto, il risarcimento del danno è regolato dalle norme generali.
5.2.4. Ora, il rimedio di cui all’art. 2932 c.c. è finalizzato a dare esecuzione a un contratto –ovvero ad un negozio equivalente- ed è dunque alternativo alla scelta della ritenzione della caparra confirmatoria, che appunto esclude l’esecuzione.
5.2.5. A sua volta, come si è visto, secondo l’interpretazione prevalente, la cauzione provvisoria (quale parte integrante dell’offerta, ex C.d.S., V, 12.09.2012, n. 4841) è una caparra confirmatoria: ma, diversamente da quella comune, essa per legge –segnatamente l’art. 75, VI comma, d.lgs. 163/2006- deve, e non può, essere incamerata dall’Amministrazione, nel caso in cui l’aggiudicatario non voglia più sottoscrivere il contratto.
5.2.6. Non sembra esservi dunque, per i contratti pubblici, se è prescritta la cauzione provvisoria, la possibilità di preferire l’esecuzione, e così, di avvalersi del rimedio di cui all’art. 2932 c.c..
La regola è invece quella dell’incameramento della cauzione, seguito, di norma, dalla stipulazione del contratto con il concorrente seguente in graduatoria, se esistente, fatta salva la richiesta dei danni ulteriori: d’altronde, l’azione ex art. 2932 c.c. per la sua inevitabile durata, è tendenzialmente incompatibile con le esigenze di efficienza e di efficacia dell’attività amministrativa.
5.3. In ogni caso, ove pure non si volesse riconoscere la generale incompatibilità, secondo l’ordinamento positivo, tra la cauzione provvisoria e l’esecuzione coattiva, non c’è dubbio che, nel caso in esame, il rimedio ex art. 2932 c.c. è comunque precluso, poiché il Comune di Commezzadura ha proceduto –in corretta applicazione del bando di gara- all’incameramento della cauzione, rinunciando all’esecuzione e, pertanto, allo strumento processuale che ora indebitamente invoca
(TRGA Trentino Alto Adige-Trento, sentenza 29.09.2014 n. 333 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTIIn materia di contratti pubblici, la giurisprudenza –sia pure per l’ipotesi, decisamente più comune, che la richiesta risarcitoria provenga dal privato e non dalla stazione appaltante– ha chiarito che anche dopo l’aggiudicazione, se questa sia successivamente revocata prima della stipulazione del contratto, la responsabilità è di natura precontrattuale: così, sussiste tale responsabilità della stazione appaltante se questa, dopo aver bandito e aggiudicato una gara, decida di non concludere il contratto (e di revocare quindi gli atti di gara) a causa di una sopravvenuta carenza di risorse finanziarie, imputabile a una scelta consapevolmente e volontariamente effettuata, “compiuta in un momento in cui già vi era un provvedimento di aggiudicazione e, quindi, era configurabile in capo all'aggiudicatario un tale affidamento meritevole di tutela e di prudente considerazione”.
Ne consegue che dove al contratto non si è giunti, si può astrattamente prendere in considerazione soltanto una responsabilità precontrattuale della Gentilini, ex art. 1337 c.c. (“Le parti, nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto, devono comportarsi secondo buona fede”).
Ora, come già accennato, nelle ipotesi di culpa in contrahendo, il danno risarcibile non comprende ciò che la parte avrebbe ricavato dalla stipulazione del contratto, ma è costituito unicamente dalle perdite che sono derivate dall'aver fatto affidamento nella conclusione del contratto e nei mancati guadagni verificatisi in conseguenza delle altre occasioni contrattuali perdute; l’interesse negativo, è, invero quello “a non essere coinvolto in trattative inutili, a non investire inutilmente tempo e risorse economiche partecipando a trattative (o, nello specifico, a gare d'appalto) destinate poi a rivelarsi del tutto inutili a causa del recesso scorretto della controparte”.
Per quanto concerne la responsabilità precontrattuale della stazione appaltante, vi sono così inclusi:
   a) il rimborso delle spese inutilmente sopportate in vista della conclusione del contratto (cosiddetto "danno emergente");
   b) la perdita di ulteriori occasioni di stipula di contratti altrettanto o maggiormente vantaggiosi (cosiddetta perdita di "chances") - per queste ultime ricercando la prova attraverso il processo deduttivo elaborato dalla Cassazione del "più probabile che non";
   c) il danno curricolare, liquidato in via equitativa, ove sia già sicura l'individuazione del contraente, per essere intervenuta la revoca dopo l'aggiudicazione: non è invece risarcibile “il mancato utile relativo alla specifica gara d'appalto revocata, invece da considerare in caso di revoca illegittima”, ciò che costituisce invece l’oggetto principale della domanda dell’Ente qui ricorrente.
In particolare, sempre per il caso che sia la stazione appaltante a recedere, “all'impresa aggiudicataria deve essere risarcita la perdita della cd. chance contrattuale alternativa, consistente nella rinuncia, a seguito dell'aggiudicazione dell'appalto, ad altre proposte contrattuali provenienti da altre possibili committenti”, danno per cui è sufficiente “che si dimostri che vi era una reale e concreta possibilità di concludere un diverso e fruttuoso contratto e che questo non è stato concluso proprio per effetto dell'affidamento concretamente e seriamente ingenerato dall'aggiudicazione poi indebitamente ritirata dalla stazione appaltante”; e, se i possibili contratti alternativi sono molteplici, andrà preso in considerazione soltanto “un contratto di importo assimilabile, per importanza, a quello oggetto della gara revocata”.

6.3.1. In materia di contratti pubblici, la giurisprudenza –sia pure per l’ipotesi, decisamente più comune, che la richiesta risarcitoria provenga dal privato e non dalla stazione appaltante– ha chiarito che anche dopo l’aggiudicazione, se questa sia successivamente revocata prima della stipulazione del contratto, la responsabilità è di natura precontrattuale: così, sussiste tale responsabilità della stazione appaltante se questa, dopo aver bandito e aggiudicato una gara, decida di non concludere il contratto (e di revocare quindi gli atti di gara) a causa di una sopravvenuta carenza di risorse finanziarie, imputabile a una scelta consapevolmente e volontariamente effettuata, “compiuta in un momento in cui già vi era un provvedimento di aggiudicazione e, quindi, era configurabile in capo all'aggiudicatario un tale affidamento meritevole di tutela e di prudente considerazione” (C.d.S., VI, 01.02.2013, n. 633).
6.3.2. Ne consegue che, nella fattispecie, dove al contratto non si è giunti, si può astrattamente prendere in considerazione –come rilevato peraltro dalla parte resistente nelle sue difese– soltanto una responsabilità precontrattuale della Gentilini, ex art. 1337 c.c. (“Le parti, nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto, devono comportarsi secondo buona fede”).
6.4.1. Ora, come già accennato, nelle ipotesi di culpa in contrahendo, il danno risarcibile non comprende ciò che la parte avrebbe ricavato dalla stipulazione del contratto, ma è costituito unicamente dalle perdite che sono derivate dall'aver fatto affidamento nella conclusione del contratto e nei mancati guadagni verificatisi in conseguenza delle altre occasioni contrattuali perdute (ex multis, Cass. 10.06.2005, n. 12313); l’interesse negativo, è, invero quello “a non essere coinvolto in trattative inutili, a non investire inutilmente tempo e risorse economiche partecipando a trattative (o, nello specifico, a gare d'appalto) destinate poi a rivelarsi del tutto inutili a causa del recesso scorretto della controparte” ( C.d.S., VI 01.02.2013, n. 633).
6.4.2. Per quanto concerne la responsabilità precontrattuale della stazione appaltante, vi sono così inclusi “a) il rimborso delle spese inutilmente sopportate in vista della conclusione del contratto (cosiddetto "danno emergente"); b) la perdita di ulteriori occasioni di stipula di contratti altrettanto o maggiormente vantaggiosi (cosiddetta perdita di "chances") - per queste ultime ricercando la prova attraverso il processo deduttivo elaborato dalla Cassazione del "più probabile che non"; c) il danno curricolare, liquidato in via equitativa, ove sia già sicura l'individuazione del contraente, per essere intervenuta la revoca dopo l'aggiudicazione” (C.d.S., IV, 07.02.2012, n. 662; in termini, id. III, 19.01.2012, n. 253): non è invece risarcibile “il mancato utile relativo alla specifica gara d'appalto revocata, invece da considerare in caso di revoca illegittima” (C.d.S., VI, 05.09.2011, n. 5002), ciò che costituisce invece l’oggetto principale della domanda dell’Ente qui ricorrente.
6.4.3. In particolare, sempre per il caso che sia la stazione appaltante a recedere, “all'impresa aggiudicataria deve essere risarcita la perdita della cd. chance contrattuale alternativa, consistente nella rinuncia, a seguito dell'aggiudicazione dell'appalto, ad altre proposte contrattuali provenienti da altre possibili committenti”, danno per cui è sufficiente “che si dimostri che vi era una reale e concreta possibilità di concludere un diverso e fruttuoso contratto e che questo non è stato concluso proprio per effetto dell'affidamento concretamente e seriamente ingenerato dall'aggiudicazione poi indebitamente ritirata dalla stazione appaltante”; e, se i possibili contratti alternativi sono molteplici, andrà preso in considerazione soltanto “un contratto di importo assimilabile, per importanza, a quello oggetto della gara revocata” (C.d.S., VI, n. 633/2013 cit.)
(TRGA Trentino Alto Adige-Trento, sentenza 29.09.2014 n. 333 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTIChi ha debiti col fisco può conservare l'appalto. Il Consiglio di stato sulle irregolarità dei vincitori di gara.
Anche chi ha debiti col fisco può non perdere l'appalto che ha vinto. A patto che l'irregolarità tributaria che la stazione appaltante ha rilevato sia di un importo tale da non mettere a rischio la solvibilità di chi contratta con la pubblica amministrazione. E ciò anche prima che il decreto sviluppo introducesse il requisito della «gravità» dell'esposizione del privato verso l'erario per far scattare la revoca dell'aggiudicazione di un servizio pubblico: il principio comunitario della proporzionalità e lo stesso trattato di funzionamento dell'Unione europea escludono interpretazioni troppo formalistiche del codice degli appalti.
Risultato: per una pendenza di 30 mila euro con le entrate la banca non può perdere la gestione dei servizi di cassa dell'Asl.

È quanto emerge dalla sentenza 26.09.2014 n. 4854, pubblicata dalla III Sez. del Consiglio di Stato.
Situazione complessiva. Accolto il ricorso dell'istituto di credito che si è visto estromettere dal contratto pubblico in favore di un concorrente in base all'acquisizione dei debiti esistenti presso l'Agenzia delle entrate: la stazione appaltante l'ha compiuta con riferimento alla scadenza del termine per la partecipazione alla gara.
In base all'articolo 45, comma 2, lett. f), della direttiva CE 2004/18 il requisito dell'affidabilità e della solidità finanziaria di chi lavora per la pubblica amministrazione deve tuttavia essere valutato nel concreto: bisogna dunque tenere conto della complessiva dimensione societaria di chi partecipa alla procedura a evidenza pubblica così come non si può ignorare l'eventuale ravvedimento operoso intervenuto nelle more.
Insomma: chi ha pendenze con il fisco ma appare in grado di pagarle senza problemi può ben conservare l'appalto ancora prima dell'avvento del decreto legge 70/2011, che ha imposto di escludere gli aggiudicatari soltanto in casi di gravi violazioni e di cospicui importi dei debiti con il fisco.
Nella specie l'istituto di credito ha dimensioni notevoli, mentre l'esposizione verso l'erario risulta ora modesta grazie al pagamento avvenuto nel corso del procedimento di verifica del requisito: l'esclusione dalla procedura può invece scattare soltanto di fronte a un effettivo inadempimento tributario in atto che abbia una certa consistenza in relazione alla complessiva situazione patrimoniale dell'aggiudicatario.
In seguito è intervenuto il decreto sviluppo che ha sì puntato ad ampliare la platea dei soggetti ammessi alle procedure di gara ma senza perdere di vista la necessaria tutela del contraente pubblico, che ha interesse a evitare di mettersi in affari con soggetti gravati da debiti tributari che incidono in modo significativo sulla loro solidità finanziaria. Spese di lite compensate (articolo ItaliaOggi del 03.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTI: Sulla causa di esclusione ex art. 38, c. 1, lett. g), del D.lgs. 163/2006.
Solo i debiti tributari che mettano seriamente in dubbio la complessiva affidabilità patrimoniale e professionale del concorrente, e quindi che compromettano seriamente la prospettiva di una puntuale esecuzione dell'appalto, sono idonee ad integrare la causa di esclusione ex art. 38, c. 1, lett. g), del D.lgs 163/2006 (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 26.09.2014 n. 4854 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

APPALTI: Esclusione dalle gare: l’irregolarità fiscale deve essere grave.
Negli appalti pubblici l’esclusione di una ditta concorrente per irregolarità fiscale è legittima solo in presenza del requisito della gravità della violazione; la garanzia di solvibilità e solidità finanziaria della ditta concorrente con la contestuale “sistemazione” dell’irregolarità tramite l’istituto del ravvedimento operoso, rappresenta un sufficiente motivo per non procedere alla esclusione dell’impresa.
L’interpretazione dell’art. 38, comma 1, lett. g) del codice degli appalti fatta propria dal primo giudice appare all’appellante avulsa dalle disposizioni e principi comunitari invocati.
Osserva il Collegio che l’art. 38, comma 1, lett. g), del D.lgs 163/2006 citato, nel testo vigente all’epoca di pubblicazione del bando e di svolgimento della gara di cui trattasi, prevedeva che sono esclusi dalla partecipazione alle procedure di affidamento delle concessioni e degli appalti di lavori, forniture e servizi i soggetti “che hanno commesso violazioni, definitivamente accertate, rispetto agli obblighi relativi al pagamento delle imposte e tasse, secondo la legislazione italiana o quella dello Stato in cui sono stabiliti”.
La ratio della norma risponde all'esigenza di garantire l'amministrazione pubblica in ordine alla solvibilità e alla solidità finanziaria del soggetto con il quale essa contrae (C.d.S. A.P. 20.08.2013, n. 20).
Secondo l’interpretazione dell’A.P., inoltre ( riferita al nuovo testo della norma, che ha introdotto l’ulteriore elemento della “gravità” della irregolarità fiscale) l'attribuzione di un effetto rigidamente preclusivo all'inadempimento fiscale legislativamente qualificato risponde all'esigenza di contemperare la tendenza dell'ordinamento ad ampliare la platea dei soggetti ammessi alle procedure di gara, alla stregua del canone del favor partecipationis, con la necessaria tutela dell' interesse del contraente pubblico ad evitare la stipulazione con soggetti gravati da debiti tributari “che incidono in modo significativo sull'affidabilità e sulla solidità finanziaria degli stessi” (C.d.S., A.P., 05.06.2013, n. 15).
La sentenza richiamata evidenzia, in altri termini, sebbene nell’esegesi del nuovo testo della lett. g) dell’art. 38 cit. e in una prospettiva più sostanzialistica fatta propria da ultimo dal legislatore, come solo i debiti tributari che mettano seriamente in dubbio la complessiva affidabilità patrimoniale e professionale del concorrente, e quindi che compromettano seriamente la prospettiva di una puntuale esecuzione dell’appalto, siano idonee ad integrare la causa di esclusione.
Ritiene il Collegio che l’interpretazione più conforme alla ratio della norma, anche nel testo vigente nel 2009, tenuto conto della evoluzione legislativa successiva, e letta alla luce della norma europea che ne costituisce la fonte (l’art. 45, comma 2, lett. f), direttiva CE 2004/18), sia quella che tenga conto concretamente della sussistenza del requisito dell’affidabilità e solidità finanziaria del concorrente e attribuisca rilievo, pertanto, ancora prima della modifica legislativa di cui al D.L. 70/2011, che ha introdotto il detto requisito della “gravità” della violazione, sia all’importo del debito tributario, che non deve essere irrisorio in relazione alla complessiva dimensione societaria del concorrente, sia all’intervenuto ravvedimento operoso
(Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 26.09.2014 n. 4854 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Sulle caratteristiche che debbono avere i provvedimenti interdittivi come base per giustificare la loro adozione da parte dell'autorità prefettizia competente, in ordine al pericolo di infiltrazione mafiosa.
L'informativa antimafia prescinde dall'accertamento della rilevanza penale dei fatti, e neppure occorre che il pericolo di condizionamento delle scelte dell'impresa sia concretamente provato, in quanto la finalità perseguita si concretizza nella massima anticipazione dell'azione di prevenzione, inerente alla funzione di polizia e di sicurezza, rispetto alla quale assumono rilievo fatti e vicende solo "sintomatici ed indiziari".
Sebbene il pericolo dell'infiltrazione mafiosa non deve essere immaginario, ma fondato su elementi presuntivi e indiziari concretamente individuati, la relativa valutazione è rimessa alla lata discrezionalità del Prefetto, sindacabile in sede di legittimità solo sotto il profilo della illogicità, incoerenza o inattendibilità. Tuttavia, la valutazione discrezionale, per non sconfinare in mero arbitrio, può dirsi ragionevole e attendibile se sorretta almeno da presunzioni semplici, ovvero da una pluralità di "indizi seri, precisi e concordanti", oggettivamente riscontrabili, che secondo l'esperienza comune assumono un significato univoco.
Anche di recente, si è sottolineata l'importanza che, seppure in ragione della speciale pervasività e pericolosità sociale riconosciuti al fenomeno mafioso sia giustificato il carattere preventivo/repressivo di provvedimenti di limitazione e contenimento della libertà di iniziativa economica, la deroga non può spingersi fino al punto da giustificare provvedimenti interdittivi basati su un "semplice sospetto o su mere congetture prive di riscontro fattuale, pena, altrimenti lo stravolgimento dei principi di legalità e di certezza del diritto del nostro ordinamento democratico".
Pertanto, la giurisprudenza indica nella 'attualità' 'obiettiva congruità' e 'concretezza' i caratteri che debbono manifestare gli elementi assunti dai provvedimenti interdittivi come base per giustificare la loro adozione da parte dell'autorità prefettizia competente, in ordine al pericolo di infiltrazione mafiosa (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 26.09.2014 n. 4852 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

APPALTISolo chi paga l'Erario recupera i crediti. Consiglio di Stato. Chi ha debiti iscritti a ruolo non può incassare dalle pubbliche amministrazioni.
L'etichetta di «soggetto inadempiente» si elimina solo pagando. Questa è l'arma che l'Erario usa per riscuotere i propri crediti, e solo saldando il debito si può ottenerne la cancellazione.

Lo sottolinea il Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 15.09.2014 n. 4694, decidendo una lite che contrapponeva un professionista a Equitalia.
La lite era per il pagamento di una parcella, fermata per l'esistenza del segnale di «soggetto inadempiente» dovuta a un debito di poco superiore a 10mila euro iscritto al ruolo. Il professionista lamentava l'omesso preavviso di inserimento nella lista degli inadempienti e la mancata proporzionalità fra debito tributario e credito vantato verso altro soggetto pubblico. Il Consiglio di Stato si pronuncia per il rispetto delle regole, poiché la norma sulla riscossione (articolo 48-bis Dpr 602/1973) prevede rigidi formalismi del rapporto tra creditori e debitori di Pa. Basta quindi una cartella superiore a 10mila euro non pagata per far scattare la qualifica di «contribuente inadempiente».
L'iscrizione a ruolo, peraltro, avviene per un ampio spettro di pretese eterogenee, per un complesso di titoli che cumulandosi possono agevolmente superare 10mila euro. Raggiunta la soglia, si blocca il pagamento anche di importi superiori e derivanti da titoli diversi. Non ha rilievo né l'eventuale sproporzione tra debito e credito, né la circostanza che il debito verso la Pa sia contestato. Il Consiglio di Stato sottolinea che controversie giurisdizionali o amministrative non hanno effetto sul l'iscrizione in elenco dei contribuenti inadempienti. Solo una sospensione dell'autorità (in autotutela) o una pronuncia della magistratura sui presupposti del l'iscrizione a ruolo possono impedire l'operatività del filtro.
Riemerge quindi la sentenza della Corte costituzionale (21 del 1961) con il principio del «solve et repete». Una circolare dell'Economia (27 del 2011) ritiene soggetti al filtro dell'articolo 48 bis e della compensazione anche i pagamenti a privati di somme dovute da soggetti pubblici in base a sentenza, mentre sfuggono (e quindi pagati) gli importi assegnati dal giudice dell'esecuzione dopo un pignoramento, nonché gli importi di incentivi o finanziamenti alle imprese. Chi riceve la cartella di pagamento per un debito iscritto al ruolo vedrà, decorsi 60 giorni, filtrate tutte le richieste di pagamento indirizzate alla Pa.
Tra i privati esiste un meccanismo (articoli 1241 e seguenti del Codice civile) ma le pubbliche amministrazioni sono avvantaggiate perché l'etichetta di contribuente inadempiente frena tutti i pagamenti a fronte di qualsiasi debito iscritto al ruolo.
La soglia di 10mila euro è in qualche modo coerente a quella che negli appalti pubblici consente l'accesso alle gare di chi ha pendenze economiche per tributi o per oneri previdenziali (articolo 38 Dlgs 163/2006 Codice appalti), con una differenza: l'irregolarità nei rapporti con il Fisco o con gli istituti previdenziali deve essere grave e definitivamente accertata, ammettendo un sindacato da parte del giudice (Consiglio di Stato, 5186/2011). Invece, nel caso del generico filtro a contribuenti inadempienti (articolo 48-bis Dpr 603) solo una dilazione rispettata o una sospensione della pretesa dell'ente pubblico possono sottrarre il contribuente dallo scomodo elenco degli inadempienti
(articolo Il Sole 24 Ore del 04.10.2014).

PUBBLICO IMPIEGO: Per il conferimento di incarichi requisiti vincolati ai contratti. Cassazione. Pesano le indicazioni dei ccnl.
La pubblica amministrazione nel conferire incarichi di posizione organizzativa può legittimamente inserire dei criteri d'accesso, purché essi siano conformi alla contrattazione collettiva.
Il caso riguarda un caposervizio addetto alla manutenzione stradale di un Comune, che aspirava a ricoprire uno degli incarichi per i quali venivano richiesti il possesso del diploma di laurea e l'inquadramento nella categoria D3, due requisiti da lui non posseduti. Il caposervizio, ritenendo che la previsione di tali criteri lo escludesse illegittimamente dall'attribuzione della posizione organizzativa, tenuto anche conto delle mansioni che aveva ricoperto, aveva fatto ricorso prima al Tribunale di Macerata, che aveva respinto l'istanza, poi alla Corte d'appello, la quale aveva confermato quanto deciso in primo grado
Nell'esaminare i motivi di ricorso, la Cassazione, con sentenza 11.09.2014 n. 19223 (tratta da www.quotidianolavoro.ilsole24ore.com), preliminarmente non manca di ribadire un principio, ormai acquisito, che qualifica il bando di selezione per il conferimento delle posizioni organizzative non come atto amministrativo, ma come atto assunto con le capacità e i poteri del privato datore di lavoro (ex art. 5, comma 2 del Dlgs 165/2001). La decisione in merito ai criteri da assumere ai fini dell'attribuzione delle posizioni organizzative costituisce, pertanto, un atto di gestione che afferisce alla sfera di discrezionalità del datore di lavoro.
Tale discrezionalità non può, tuttavia, trasformarsi in arbitrio e per questo non solo la scelta del soggetto a cui conferire l'incarico non può prescindere da una valutazione comparativa degli aspiranti (Cass. Civ. Sez. Lav. 16.07.2014 n. 16247), ma anche i criteri assunti ai fini dell'attribuzione della posizione organizzativa sono sottoposti al limite del rispetto dei principi di correttezza e buona fede che presiedono allo svolgimento del rapporto di lavoro (articoli 1175 e 1375 c.c.).
Nel verificare se, nel caso di specie, si fosse agito conformemente a tali principi i giudici di legittimità fanno salva la decisione dell'ente convenuto.
Tra i criteri che l'articolo 9, comma 2, del ccnl del comparto Regioni-Autonomie locali prevede ai fini del conferimento delle posizioni organizzative viene indicato, infatti, anche quello relativo ai «requisiti culturali posseduti». La valorizzazione del possesso della laurea e dell'inquadramento nella categoria D3 risulterebbe quindi conforme ai criteri indicati dalla contrattazione collettiva e ciò varrebbe ad escludere, secondo la Corte, che nel caso in esame abbia potuto verificarsi una violazione dei principi di correttezza e buona fede a danno del ricorrente.
Nell'indicare i criteri per il conferimento degli incarichi di posizione organizzativa, il contratto collettivo connette, tuttavia, la loro concreta regolamentazione da parte degli enti «rispetto alle funzioni e alle attività da svolgere». C'è da chiedersi, allora, se nel caso di specie la restrizione ai soli soggetti in possesso di laurea e inquadrati nella categoria D3 fosse realmente giustificabile in relazione all'oggetto dell'incarico di posizione organizzativa che si andava ad assegnare.
Ma è questo un aspetto che avrebbe dovuto essere oggetto di specifiche allegazioni e di comprovate circostanze da parte del ricorrente nei pregressi gradi di merito, non più valutabile, qualora non tempestivamente dedotto, in sede di legittimità
(articolo Il Sole 24 Ore del 03.10.2014).

EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICA: La giurisprudenza ha avuto modo di evidenziare che per “edificio di interesse pubblico”, proprio ai fini del rilascio del titolo edilizio in deroga, deve intendersi ogni manufatto edilizio idoneo, per caratteristiche intrinseche o per destinazione funzionale, a soddisfare interessi di rilevanza pubblica, potendo in tale categoria ricomprendersi anche una struttura alberghiera ed il suo ampliamento.
D’altra parte, se è vero che la concessione edilizia in deroga alle previsioni degli strumenti urbanistici, quale espressione di un potere di natura eccezionale, necessita di un’adeguata e congrua motivazione, è altrettanto vero che nel caso di specie la lettura della impugnata delibera consiliare (ed in particolare il contenuto degli interventi svolti dai consiglieri comunali sullo specifico argomento all’ordine del giorno) esclude, al di là di ogni ragionevole dubbio, la sussistenza del dedotto vizio di motivazione del predetto provvedimento, emergendo in modo chiaro ed in equivoco l’iter logico–giuridico che determinato la scelta dell’organo consiliare; tanto meno poi sono ictu oculi apprezzabili macroscopiche contraddittorietà della delibera in questione, esse non potendo coincidere con il soggettivo dissenso degli appellanti alla deroga concessa dall’amministrazione.
Neppure, sotto altro concorrente profilo, può condividersi l’assunto secondo cui la deroga non avrebbe riguardato le previsioni urbanistiche generali, bensì quelle contenute nel piano di recupero edilizio di iniziativa privata che disponeva l’obbligo di aderenza tra edifici ad una minore altezza, con sua conseguente illegittimità, manifestamente erronea essendo, sempre secondo gli appellanti, anche l’affermazione circa l’intervenuta scadenza del piano attuativo per decorso del termine decennale, tale scadenza riguardando esclusivamente gli interventi dichiarati di pubblica utilità.
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Va richiamata la giurisprudenza consolidata secondo cui il piano di recupero costituisce uno strumento attuativo delle previsioni urbanistiche contenute nel piano regolatore generale, equivalente ad un piano particolareggiato e di livello gerarchicamente subordinato.
E’ pertanto inconciliabile, dal punto di vista logico–giuridico, ammettere la derogabilità del piano regolatore generale e l’inderogabilità di quello attuativo, per sua natura subordinato al primo, ciò senza contare che nel caso di specie, come correttamente rilevato dai primi giudici, le deroghe (che concernono il distacco dai fabbricati contermini, indicato in ml. 3,80, anziché in aderenza, e l’altezza massima, prevista in ml. 13, come peraltro già disciplinato dalle N.T.A., indipendentemente dalla sagoma dei fabbricati contermini) non attengono affatto al piano di recupero (attuativo), ma alle stesse previsioni del piano regolatore generale ed alla sua concreta e particolare attuazione quanto alla specifica area interessata dalla concessione edilizia in deroga.

E’ innanzitutto destituita di fondamento la tesi degli appellanti circa l’inammissibilità del rilascio della concessione edilizia in deroga per un albergo, in quanto quest’ultimo non potrebbe essere considerato un edificio o impianto pubblico o di interesse pubblico, mancando in tal senso qualsiasi adeguata motivazione.
La giurisprudenza ha invero avuto modo di evidenziare che per “edificio di interesse pubblico”, proprio ai fini del rilascio del titolo edilizio in deroga, deve intendersi ogni manufatto edilizio idoneo, per caratteristiche intrinseche o per destinazione funzionale, a soddisfare interessi di rilevanza pubblica (Cons. St., sez. V, 20.12.2013, n. 6136), potendo in tale categoria ricomprendersi anche una struttura alberghiera ed il suo ampliamento (Cons. St., sez. IV, 29.10.2002, n. 5913; 28.10.1999, n. 1641; 15.07.1998, n. 1044).
D’altra parte, se è vero che la concessione edilizia in deroga alle previsioni degli strumenti urbanistici, quale espressione di un potere di natura eccezionale, necessita di un’adeguata e congrua motivazione (Cons. St., sez. V, 20.12.2013, n. 6136; sez. IV, 23.07.1999, n. 4664; 03.02.1981, n. 128), è altrettanto vero che nel caso di specie la lettura della impugnata delibera consiliare (ed in particolare il contenuto degli interventi svolti dai consiglieri comunali sullo specifico argomento all’ordine del giorno) esclude, al di là di ogni ragionevole dubbio, la sussistenza del dedotto vizio di motivazione del predetto provvedimento, emergendo in modo chiaro ed in equivoco l’iter logico–giuridico che determinato la scelta dell’organo consiliare; tanto meno poi sono ictu oculi apprezzabili macroscopiche contraddittorietà della delibera in questione, esse non potendo coincidere con il soggettivo dissenso degli appellanti alla deroga concessa dall’amministrazione.
Neppure, sotto altro concorrente profilo, può condividersi l’assunto secondo cui la deroga non avrebbe riguardato le previsioni urbanistiche generali, bensì quelle contenute nel piano di recupero edilizio di iniziativa privata che disponeva l’obbligo di aderenza tra edifici ad una minore altezza, con sua conseguente illegittimità, manifestamente erronea essendo, sempre secondo gli appellanti, anche l’affermazione circa l’intervenuta scadenza del piano attuativo per decorso del termine decennale, tale scadenza riguardando esclusivamente gli interventi dichiarati di pubblica utilità.
Al riguardo va richiamata la giurisprudenza consolidata secondo cui il piano di recupero costituisce uno strumento attuativo delle previsioni urbanistiche contenute nel piano regolatore generale, equivalente ad un piano particolareggiato e di livello gerarchicamente subordinato (ex multis, sez. IV, 29.12.2010, n. 9537; 29.07.2009, n. 4756; 05.03.2008, n. 922).
E’ pertanto inconciliabile, dal punto di vista logico–giuridico, ammettere la derogabilità del piano regolatore generale e l’inderogabilità di quello attuativo, per sua natura subordinato al primo, ciò senza contare che nel caso di specie, come correttamente rilevato dai primi giudici, le deroghe (che concernono il distacco dai fabbricati contermini, indicato in ml. 3,80, anziché in aderenza, e l’altezza massima, prevista in ml. 13, come peraltro già disciplinato dalle N.T.A., indipendentemente dalla sagoma dei fabbricati contermini) non attengono affatto al piano di recupero (attuativo), ma alle stesse previsioni del piano regolatore generale ed alla sua concreta e particolare attuazione quanto alla specifica area interessata dalla concessione edilizia in deroga
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 05.09.2014 n. 4518 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La giurisprudenza ha affermato che, ferma restando l'inderogabilità, da parte della concessione edilizia, delle norme della l. 17.08.1942, n. 1150, l'art. 1 del D.M. 02.04.1968, n. 1444, esclude espressamente che le disposizioni contenute nei successivi articoli si applichino direttamente e con immediata forza precettiva in assenza della necessaria mediazione rappresentata dal loro recepimento in uno strumento urbanistico o in un regolamento edilizio, cosa che implica la novazione della fonte regolatrice dei rapporti esterni tra pubblica amministrazione e privati o tra privati, che s'identifica nelle specifiche norme d'attuazione del piano regolatore, con la conseguenza che queste ultime, per la tipica natura di dettaglio (tale, cioè, da non involgere i criteri generali e le linee direttrici su cui il piano regolatore si basa), rientrano pacificamente tra le previsioni derogabili, ai sensi dell'art. 41-quater, l. n. 1150 del 1942 e dell'art. 3 l. 21.12.1955, n. 1357, dalla pubblica amministrazione per assentire un intervento edilizio destinato al preminente soddisfacimento di un interesse pubblico o generale.
Quanto poi alla pretesa illegittimità della concessione edilizia in deroga per la violazione dell’art. 8, comma 1, punto 1, del D.M. 02.04.1968, va rilevato che la giurisprudenza (Cons. St., sez. V, 05.11.1999, n. 1841) ha affermato che, ferma restando l'inderogabilità, da parte della concessione edilizia, delle norme della l. 17.08.1942, n. 1150, l'art. 1 del D.M. 02.04.1968, n. 1444, esclude espressamente che le disposizioni contenute nei successivi articoli si applichino direttamente e con immediata forza precettiva in assenza della necessaria mediazione rappresentata dal loro recepimento in uno strumento urbanistico o in un regolamento edilizio, cosa che implica la novazione della fonte regolatrice dei rapporti esterni tra pubblica amministrazione e privati o tra privati, che s'identifica nelle specifiche norme d'attuazione del piano regolatore, con la conseguenza che queste ultime, per la tipica natura di dettaglio (tale, cioè, da non involgere i criteri generali e le linee direttrici su cui il piano regolatore si basa), rientrano pacificamente tra le previsioni derogabili, ai sensi dell'art. 41-quater, l. n. 1150 del 1942 e dell'art. 3 l. 21.12.1955, n. 1357, dalla pubblica amministrazione per assentire un intervento edilizio destinato al preminente soddisfacimento di un interesse pubblico o generale (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 05.09.2014 n. 4518 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: In tema di valutazione dell’anomalia dell’offerta e del relativo procedimento di verifica sono da considerare acquisiti i seguenti principi:
a) il procedimento di verifica dell’anomalia non ha carattere sanzionatorio e non ha per oggetto la ricerca di specifiche e singole inesattezze dell'offerta economica, mirando piuttosto ad accertare se in concreto l'offerta, nel suo complesso, sia attendibile ed affidabile in relazione alla corretta esecuzione dell'appalto: esso mira piuttosto a garantire e tutelare l’interesse pubblico concretamente perseguito dall’amministrazione attraverso la procedura di gara per la effettiva scelta del miglior contraente possibile ai fini dell’esecuzione dell’appalto, così che l’esclusione dalla gara dell’offerente per l’anomalia della sua offerta è l’effetto della valutazione (operata dall’amministrazione appaltante) di complessiva inadeguatezza della stessa rispetto al fine da raggiungere;
b) il corretto svolgimento del procedimento di verifica presuppone l’effettività del contraddittorio (tra amministrazione appaltante ed offerente), di cui costituiscono necessari corollari: l’assenza di preclusioni alla presentazione di giustificazioni ancorate al momento della scadenza del termine di presentazione delle offerte; la immodificabilità dell'offerta ed al contempo la sicura modificabilità delle giustificazioni, nonché l’ammissibilità di giustificazioni sopravvenute e di compensazioni tra sottostime e sovrastime, purché l'offerta risulti nel suo complesso affidabile al momento dell'aggiudicazione e a tale momento dia garanzia di una seria esecuzione del contratto;
c) il giudizio di anomalia o di incongruità dell’offerta costituisce espressione di discrezionalità tecnica, sindacabile solo in caso di macroscopica illogicità o di erroneità fattuale che rendano palese l’inattendibilità complessiva dell’offerta;
d) il giudice amministrativo può sindacare le valutazioni della pubblica amministrazione sotto il profilo della logicità, ragionevolezza ed adeguatezza dell’istruttoria, senza poter tuttavia procedere ad alcuna autonoma verifica della congruità dell’offerta e delle singole voci, ciò rappresentando un’inammissibile invasione della sfera propria della pubblica amministrazione;
e) anche l’esame delle giustificazioni prodotte dai concorrenti a dimostrazione della non anomalia della propria offerta rientra nella discrezionalità tecnica dell’amministrazione, con la conseguenza che soltanto in caso di macroscopiche illegittimità, quali gravi ed evidente errori di valutazione oppure valutazioni abnormi o inficiate da errori di fatto, il giudice di legittimità può esercitare il proprio sindacato, ferma restando l’impossibilità di sostituire il proprio giudizio a quello dell’amministrazione;
f) sebbene, poi, la valutazione di congruità debba essere globale e sintetica, senza concentrarsi esclusivamente ed in modo parcellizzato sulle singole voci di prezzo, dal momento che l’obiettivo dell’indagine è l’accertamento dell’affidabilità dell’offerta nel suo complesso e non già delle singole voci che lo compongono, non può considerarsi viziato il procedimento di verifica per il fatto che l’amministrazione appaltante e per essa la commissione di gara si sia limitata a chiedere le giustificazioni per le sole voci sospette di anomalia e non per le altre, giacché il concorrente, per illustrare la propria offerta e dimostrane la congruità, può fornire, ex art. 87, comma 1, D.Lgs, n. 163 del 2006, spiegazioni e giustificazioni su qualsiasi elemento dell’offerta e quindi anche su voci non direttamente indicate dall’amministrazione come incongrue, così che se un concorrente non è in grado di dimostrare l’equilibrio complessivo della propria offerta attraverso il richiamo di voci ed elementi diversi da quelli individuati nella richiesta di giustificazioni, in via di principio ciò non può essere ascritto a responsabilità della stazione appaltante per erronea o inadeguata formulazione della richiesta di giustificazioni.

Occorre premettere che in tema di valutazione dell’anomalia dell’offerta e del relativo procedimento di verifica (che costituisce l’oggetto della controversia in esame) sono da considerare acquisiti i seguenti principi:
a) il procedimento di verifica dell’anomalia non ha carattere sanzionatorio e non ha per oggetto la ricerca di specifiche e singole inesattezze dell'offerta economica, mirando piuttosto ad accertare se in concreto l'offerta, nel suo complesso, sia attendibile ed affidabile in relazione alla corretta esecuzione dell'appalto: esso mira piuttosto a garantire e tutelare l’interesse pubblico concretamente perseguito dall’amministrazione attraverso la procedura di gara per la effettiva scelta del miglior contraente possibile ai fini dell’esecuzione dell’appalto (ex multis, C.d.S., sez. III, 14.12.2012, n. 6442; sez. IV, 30.05.2013, n. 2956; sez. V, 18.02.2013, n. 973, 15.04.2013, n. 2063), così che l’esclusione dalla gara dell’offerente per l’anomalia della sua offerta è l’effetto della valutazione (operata dall’amministrazione appaltante) di complessiva inadeguatezza della stessa rispetto al fine da raggiungere;
b) il corretto svolgimento del procedimento di verifica presuppone l’effettività del contraddittorio (tra amministrazione appaltante ed offerente), di cui costituiscono necessari corollari: l’assenza di preclusioni alla presentazione di giustificazioni ancorate al momento della scadenza del termine di presentazione delle offerte; la immodificabilità dell'offerta ed al contempo la sicura modificabilità delle giustificazioni, nonché l’ammissibilità di giustificazioni sopravvenute e di compensazioni tra sottostime e sovrastime, purché l'offerta risulti nel suo complesso affidabile al momento dell'aggiudicazione e a tale momento dia garanzia di una seria esecuzione del contratto (ex pluribus, C.d.S., sez. IV, 22.03.2013, n. 1633; 23.07.2012, n. 4206; sez. V, 20.02.2012, n. 875; sez. VI, 24.08.2011, n. 4801; 21.05.2009, n. 3146);
c) il giudizio di anomalia o di incongruità dell’offerta costituisce espressione di discrezionalità tecnica, sindacabile solo in caso di macroscopica illogicità o di erroneità fattuale che rendano palese l’inattendibilità complessiva dell’offerta (Cons. Stato, sez. V, 26.06.2012, n. 3737; 22.02.2011, n. 1090; 08.07.2008, n. 3406; 29.01.2009, n. 497);
d) il giudice amministrativo può sindacare le valutazioni della pubblica amministrazione sotto il profilo della logicità, ragionevolezza ed adeguatezza dell’istruttoria, senza poter tuttavia procedere ad alcuna autonoma verifica della congruità dell’offerta e delle singole voci, ciò rappresentando un’inammissibile invasione della sfera propria della pubblica amministrazione (Cons. Stato, sez. V, 18.02.2013, n. 974; 19.11.2012, n. 5846; 23.07.2012, n. 4206; 11.05.2012, n. 2732);
e) anche l’esame delle giustificazioni prodotte dai concorrenti a dimostrazione della non anomalia della propria offerta rientra nella discrezionalità tecnica dell’amministrazione, con la conseguenza che soltanto in caso di macroscopiche illegittimità, quali gravi ed evidente errori di valutazione oppure valutazioni abnormi o inficiate da errori di fatto, il giudice di legittimità può esercitare il proprio sindacato, ferma restando l’impossibilità di sostituire il proprio giudizio a quello dell’amministrazione (Cons. Stato, sez. V, 06.06.2012, n. 3340; 29.02.2012, n. 1183);
f) sebbene, poi, la valutazione di congruità debba essere globale e sintetica, senza concentrarsi esclusivamente ed in modo parcellizzato sulle singole voci di prezzo, dal momento che l’obiettivo dell’indagine è l’accertamento dell’affidabilità dell’offerta nel suo complesso e non già delle singole voci che lo compongono (Cons. Stato, sez. V, 27.08.2012, n. 4600; sez, V, 16.08.2011, n. 4785; sez. IV, 14.04.2010, n. 2070; sez. VI, 02.04.2010, n. 1893; sez. V, 18.03.2010, n. 1589; 12.06.2009, n. 3762), non può considerarsi viziato il procedimento di verifica per il fatto che l’amministrazione appaltante e per essa la commissione di gara si sia limitata a chiedere le giustificazioni per le sole voci sospette di anomalia e non per le altre, giacché il concorrente, per illustrare la propria offerta e dimostrane la congruità, può fornire, ex art. 87, comma 1, D.Lgs, n. 163 del 2006, spiegazioni e giustificazioni su qualsiasi elemento dell’offerta e quindi anche su voci non direttamente indicate dall’amministrazione come incongrue, così che se un concorrente non è in grado di dimostrare l’equilibrio complessivo della propria offerta attraverso il richiamo di voci ed elementi diversi da quelli individuati nella richiesta di giustificazioni, in via di principio ciò non può essere ascritto a responsabilità della stazione appaltante per erronea o inadeguata formulazione della richiesta di giustificazioni (Cons. Stato, A.P., 29.11.2012, n. 36) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 05.09.2014 n. 4516 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Diritti di segreteria. Indennità shock, comune ko per discriminazione.
Cinquecento euro per un certificato di idoneità alloggiativa. Il salasso richiesto dal Comune di Bolgare è discriminatorio nei confronti dei cittadini stranieri, finendo per comprometterne i diritti fondamentali.

Per questo motivo il TRIBUNALE di Bergamo, I Sez.  civile, ha condannato l'ente lombardo (ordinanza 06.08.2014 - tratta da www.cgil.bergamo.it) a revocare la delibera n. 6 del 15 gennaio scorso, con la quale aveva elevato il costo del tributo, divenuto in breve tempo il più alto d'Italia. Basti dire che, appena tre anni fa, i diritti di segreteria per ottenere il documento ammontavano ad appena 30 euro, lievitati poi a 150 euro nel 2011, fino all'ultimo contestato aumento.
Un'operazione di tassazione punitiva su base etnica, secondo i legali dei tre stranieri che hanno presentato ricorso. L'amministrazione comunale, dal canto suo, aveva giustificato la manovra con la necessità di addebitare alle «individualità extracomunitarie» che chiedevano l'iscrizione all'Anagrafe i costi (peraltro non documentati) necessari per assicurare condizioni di sicurezza ai propri cittadini.
Una motivazione che, per il Tribunale, conferma la distinzione basata sull'origine nazionale, integrando la fattispecie prevista dall'art. 43 del Testo Unico sull'immigrazione. Per i cittadini stranieri, infatti, il certificato in questione è indispensabile per avviare una serie di procedimenti amministrativi, come il ricongiungimento familiare, la richiesta della carta di soggiorno, la sottoscrizione del permesso di soggiorno per lavoro subordinato.
La decisione, pertanto, riconosce il carattere discriminatorio del provvedimento amministrativo, sia nei confronti dei ricorrenti, «gravati da oneri maggiori e a condizioni non paritarie per una pratica amministrativa necessaria nell'esercizio di una serie di diritti fondamentali», sia nei confronti di tutti i cittadini stranieri che vogliono risiedere nel comune, chiedendo un importo «sproporzionato e ingiustificato» per la certificazione.
Da qui la condanna alla revoca della delibera n. 6/2014, alla restituzione di 350 euro a titolo di risarcimento a tutti gli stranieri che avevano versato l'importo nel periodo di validità della delibera, nonché alla pubblicazione dell'ordinanza (articolo ItaliaOggi del 04.10.2014).

VARIQuote rosa per gli avvocati. Si dimette la consigliera? Subentra un'altra donna. Per il Tar Lazio non rileva la mancanza del regolamento: basta la Costituzione.
Quando a dimettersi dall'Ordine forense è una consigliera, deve subentrarle un'altra donna, anche se il primo dei non eletti è un uomo. E ciò benché il regolamento previsto dal nuovo statuto dell'avvocatura non sia stato ancora approvato: da qualche giorno è approdato in Parlamento, all'esame delle commissioni competenti. La legge previgente non si può applicare perché nel 1944 non erano previste le quote rosa: l'equilibrio fra i generi, invece, è un principio costituzionale e dunque bisogna applicare i principi affermati dalla legge 247/2012, nonostante la norma secondaria stia completando il suo iter.

Lo stabilisce il TAR Lazio-Roma con la sentenza 05.08.2014 n. 8681, pubblicata dalla III Sez..
Immediata applicazione. Vince la sua battaglia l'avvocatessa romana dopo che la collega ha gettato la spugna abbandonando l'organo rappresentativo.
Irragionevole l'interpretazione dell'articolo 28, comma 6, della riforma forense sostenuta dall'Ordine degli avvocati (e dal controinteressato), secondo cui l'unica disposizione normativa dovrebbe essere scissa in due parti: la parte contenuta nel primo capoverso, sul subentro del primo dei non eletti in caso di dimissioni di un consigliere, sarebbe suscettibile d'immediata applicazione, mentre dovrebbe aspettare il regolamento attuativo la seconda parte, relativa al rispetto e mantenimento dell'equilibrio dei generi.
La riforma forense prevede che il genere meno rappresentato deve ottenere almeno un terzo dei consiglieri eletti. La vecchia normativa disponeva le elezioni suppletive per le dimissioni rassegnate nel corso del mandato. Ma va disapplicata per un evidente contrasto con la novella, che afferma la parità dei sessi come principio fondamentale. Fra le due norme astrattamente applicabili si configura un'incompatibilità: mentre il sistema di elezione (e, di conseguenza, anche di sostituzione) dei consiglieri è sostanzialmente «neutro» rispetto ai generi nel disegno normativo del 1944, il meccanismo deve comunque essere orientato a rispettare l'equilibrio nel sistema voluto dal legislatore del 2012 (Tar Lazio 7632/2014).
Sono allora le norme sulle quote rosa, secondo i giudici, che devono ritenersi di immediata applicazione, nelle more del via libera al regolamento. Spese compensate per la novità della questione (articolo ItaliaOggi del 04.10.2014).

CONDOMINIOAcqua, conteggio millesimale. No al pagamento in proporzione al numero di occupanti. La Cassazione: in mancanza di contatori si ricorre al principio all'art. 1123 del c.c..
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