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In questa home-page sono presenti oltre all'ultimo aggiornamento, che inizia appena qui sotto, anche i seguenti aggiornamenti pregressi:
 
AGGIORNAMENTO AL 14.04.2014 AGGIORNAMENTO AL 04.04.2014 AGGIORNAMENTO AL 26.03.2014
AGGIORNAMENTO AL 22.03.2014 AGGIORNAMENTO AL 18.03.2014 AGGIORNAMENTO ALL'11.03.2014
AGGIORNAMENTO AL 06.03.2014 AGGIORNAMENTO AL 25.02.2014 AGGIORNAMENTO AL 17.02.2014
AGGIORNAMENTO AL 03.02.2014    

AGGIORNAMENTO AL 22.04.2014

THE END !!

     Facciamocene una ragione ed impegniamo le nostre energie mentali per altro ... la Sez. Autonomie della Corte dei Conti ha scritto l'epilogo circa la querelle sorta in merito all'esatta interpretazione dell'art. 92, comma 6, del d.lgs. 163/2006 ovverosia se l'incentivo alla progettazione in materia di atti di pianificazione spetti per gli atti che sono oppure se ed in quanto finalizzati all'esecuzione di un'opera pubblica.
     La posizione solitaria della Corte dei Conti del Veneto è stata sconfessata a vantaggio del consolidato indirizzo interpretativo formatosi alla luce delle pronunce adottate dalle Sezioni regionali di controllo del resto d'Italia.
     In parole povere, la questione può essere succintamente così riassunta:
"l’indirizzo interpretativo maggioritario riconosce di “palmare evidenza” il riferimento della definizione “atto di pianificazione comunque denominato” alla materia dei lavori pubblici e di conseguenza si reputa l’ambito applicativo della stessa limitato esclusivamente all’attività progettuale e tecnico-amministrativa direttamente collegata alla realizzazione di opere e lavori pubblici".
    
Quindi, chi ha indebitamente liquidato l'incentivo (il dirigente che ha adottato la determinazione di impegno/liquidazione di spesa e, soprattutto il ragioniere capo che ha sottoscritto il parere di regolarità contabile: per quest'ultimo soggetto, si ricordano le non indifferenti responsabilità laddove una variegata casistica è raggruppata nell'apposito dossier) farà bene a preoccuparsi di provvedere prontamente a far restituire nelle casse comunali (dall'indebito percettore) le somme erogate se non vorrà trovarsi, presto o tardi che sia, pignorata di 1/5 la pensione ancor prima di averla maturata ... AMEN.
22.04.2014 - LA SEGRETERIA PTPL

INCENTIVO PROGETTAZIONE: La Sezione ritiene condivisibili gli argomenti su cui si fonda l’indirizzo interpretativo maggioritario, che riconosce di “palmare evidenza” il riferimento della definizione “atto di pianificazione comunque denominato” alla materia dei lavori pubblici e di conseguenza reputa l’ambito applicativo della stessa, apparentemente ampio ed indefinito, in realtà, limitato esclusivamente all’attività progettuale e tecnico-amministrativa direttamente collegata alla realizzazione di opere e lavori pubblici.
La Sezione considera dirimente, innanzitutto, l’argomento che attiene all’interpretazione sistematica delle disposizioni in esame e che ha riguardo alla collocazione delle stesse (sedes materiae) all’interno del Capo IV “Servizi attinenti all’architettura ed all’ingegneria”- Sez. I “Progettazione interna ed esterna e livelli di progettazione”- del Codice dei Contratti ed al fatto che le stesse siano immediatamente precedute dall’art. 90 rubricato “progettazione interna ed esterna alle amministrazioni aggiudicatrici in materia di lavori pubblici“.
Disposizione quest’ultima che affida la progettazione preliminare, definitiva ed esecutiva di lavori agli Uffici tecnici delle stazioni appaltanti o, in alternativa, a liberi professionisti e che, al comma 6, limita la possibilità da parte delle amministrazioni aggiudicatrici di ricorrere a professionalità esterne ai soli casi di carenza in organico di personale tecnico, ovvero di difficoltà di rispettare i tempi della programmazione dei lavori, o, infine, nell’ipotesi di lavori di speciale complessità. Il successivo art. 91 disciplina le procedure di affidamento.
L’art. 92 rubricato “corrispettivi, incentivi per la progettazione e fondi a disposizione delle stazioni appaltanti“ completa quanto disposto dai precedenti articoli, mantenendosi nell’alveo della disciplina della progettazione dei lavori pubblici.
---------------
Le disposizioni di cui ai commi 5 e 6 del citato art. 92 esprimono, in modo evidente, il favor legis per l’affidamento a professionalità interne alle amministrazioni aggiudicatrici di incarichi consistenti in prestazioni d’opera professionale e, pertanto, ove non ricorrano i presupposti previsti dalle norme vigenti per l’affidamento all’esterno degli stessi, le amministrazioni devono fare ricorso a personale dipendente, al quale applicheranno le regole generali previste per il pubblico impiego; il cui sistema retributivo è basato sui due principi cardine di onnicomprensività della retribuzione, sancito dall’art. 24, comma 3, del d.lgs. 30.03.2001, n. 165, nonché di definizione contrattuale delle componenti economiche, fissato dal successivo art. 45, comma 1.
Principi alla luce dei quali nulla è dovuto oltre il trattamento economico fondamentale ed accessorio, stabilito dai contratti collettivi, al dipendente che abbia svolto una prestazione rientrante nei suoi doveri d’ufficio.
---------------
La norma deve essere considerata, dunque, norma di stretta interpretazione, non suscettibile di applicazione in via analogica, alla luce del divieto posto dall’art. 14 delle disposizioni preliminari al codice civile, e neppure appare possibile una lettura della definizione in essa contenuta che attribuisca alla volontà del legislatore quanto dallo stesso non esplicitato (lex minus dixit quam voluit).
Ai fini della riconoscibilità del diritto al compenso incentivante, la corretta interpretazione delle disposizioni in esame considera determinante, non tanto il nomen juris attribuito all’atto di pianificazione, quanto il suo contenuto specifico, che deve risultare strettamente connesso alla realizzazione di un’opera pubblica, ovvero quel quid pluris di progettualità interna, rispetto ad un mero atto di pianificazione generale, che costituisce il presupposto per l’erogazione dell’incentivo. Pertanto, ove tale presupposto manchi, non è possibile giustificare la deroga ai principi cardine in materia di pubblico impiego di onnicomprensività e di definizione contrattuale delle componenti del trattamento economico, alla luce dei quali, nulla è dovuto oltre al trattamento economico fondamentale ed accessorio stabiliti dai contratti collettivi, al dipendente che abbia svolto una prestazione rientrante nei suoi doveri d’ufficio.

---------------
Con
parere 21.01.2014 n. 6, depositato in data 21.01.2014 e trasmesso in data 22.01.2014, la Sezione regionale di controllo per la Liguria, sulla base di una richiesta di parere presentata dal Comune di Genova per il tramite del Consiglio delle Autonomie Locali, ha sollevato questione di massima in ordine alla corretta interpretazione delle disposizioni recate dall’art. 92, comma 6, del d.lgs. 12.04.2006, n. 163 (in prosieguo Codice dei contratti) ed, in particolare, della definizione ivi riportata “atto di pianificazione comunque denominato.
La richiesta è stata formulata dal Sindaco di Genova, al fine di conoscere l’avviso della Corte dei conti in merito all’interpretazione della norma citata, ossia se la stessa debba essere intesa nel senso che il diritto all’incentivo per la redazione di un atto di pianificazione sussiste solo nel caso in cui l’atto medesimo sia collegato direttamente ed in modo immediato alla realizzazione di un’opera pubblica, ovvero se l’anzidetto diritto si configuri anche nell’ipotesi di redazione di atti di pianificazione generale (quali ad esempio la redazione di un piano urbanistico generale o attuativo ovvero di una variante), ancorché non puntualmente connessi alla realizzazione di un’opera pubblica.
La richiesta è stata formulata in ragione dell’incidenza che il pagamento degli anzidetti incentivi riveste per il bilancio del Comune di Genova, ma anche in considerazione delle difficoltà interpretative derivanti dalla mancanza di univocità negli orientamenti espressi dalle Sezioni Regionali di controllo, investite da analoghe richieste di parere, nonché dall’Autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici (in prosieguo AVCP) nei pareri sulla normativa resi negli ultimi anni (cfr. ex multis parere sulla normativa 10.05.2010 - rif. AG-13/10, n. AG 13/2011 del 10.05.2011 e
parere sulla normativa 21.11.2012 - rif. AG-22/12).
La stessa AVCP, nell
'atto di segnalazione 25.09.2013 n. 4, reso ai sensi dell’art. 6, comma 7, lett. f), del d.lgs. n. 163/2006, alla luce del contrasto interpretativo venutosi a creare e nell’intento di promuovere una soluzione in tempi rapidi della questione, sollecita l’intervento chiarificatore del legislatore.
La Sezione Regionale di Controllo per la Liguria, valutata positivamente l’ammissibilità del parere richiesto, sia sotto il profilo soggettivo e procedurale che sotto il profilo oggettivo dell’attinenza del quesito alla “materia di contabilità pubblica”, ha richiamato la giurisprudenza delle Sezioni regionali di controllo formatasi nell’attività consultiva in merito alla prospettata questione.
La stessa Sezione ha aderito ad un consolidato indirizzo interpretativo formatosi alla luce delle pronunce adottate dalle Sezioni regionali di controllo in merito all’applicazione delle disposizioni recate dal citato art. 92, comma 6 (cfr. ex multis: Sez. contr. Toscana parere 18.10.2011 n. 213 e
parere 19.03.2013 n. 15; Sez. contr. Piemonte parere 30.08.2012 n. 290; Sez. contr. Puglia parere 16.01.2012 n. 1, parere 09.11.2012 n. 107; Sez. contr. Lombardia parere 24.10.2012 n. 452 e parere 27.09.2013 n. 391; Sez. contr. Campania parere 10.04.2013 n. 141; Sez. contr. Emilia Romagna parere 25.06.2013 n. 243; Sez. contr. Marche parere 04.10.2013 n. 67; Sez. contr. Umbria parere 09.07.2013 n. 119 e parere 23.10.2013 n. 125).
Indirizzo che considera i corrispettivi previsti dalle citate disposizioni a favore dei dipendenti, a titolo di incentivi alla progettazione interna, necessariamente collegati alla realizzazione di opere pubbliche e la partecipazione alla redazione di un atto di pianificazione di carattere generale quale attività rientrante nell’espletamento di funzioni istituzionali.
La Sezione Regionale di Controllo per la Liguria ha, peraltro, evidenziato l’esistenza in merito alla questione all’odierno esame di un diverso e contrapposto indirizzo interpretativo, espresso, di recente, dalla Sezione regionale di controllo per il Veneto, nelle delibere adottate con riferimento a specifiche richieste di parere formulate dai Comuni di: Cadoneghe (PD) (
parere 22.11.2013 n. 361); Dueville (VI) (parere 03.12.2013 n. 380); Bassano del Grappa (VI) (parere 03.12.2013 n. 381); Campagna Lupia (VE) (parere 03.12.2013 n. 382), parere 03.12.2013 n. 380 e parere 03.12.2013 n. 381).
In considerazione del predetto contrasto interpretativo, la Sezione Regionale di controllo per la Liguria ha sospeso la decisione e rimesso la questione alla valutazione del Presidente della Corte dei conti, ai sensi dell’art. 6, comma 4, del d.l. 10.10.2012, n. 174, convertito, con modificazioni, dalla legge 07.12.2012, n. 213.
...
La questione all’esame concerne la corretta interpretazione dell’art. 92, comma 6, del Codice dei contratti ove si dispone che “Il trenta per cento della tariffa professionale relativa alla redazione di un atto di pianificazione comunque denominato è ripartito, con le modalità e i criteri previsti nel regolamento di cui al comma 5 tra i dipendenti dell'amministrazione aggiudicatrice che lo abbiano redatto”.
In particolare, la Sezione è chiamata ad esprimere il proprio avviso in merito alla questione di massima concernente la corretta interpretazione della definizione “atto di pianificazione comunque denominato”, ovvero se la stessa debba essere intesa nel senso che il diritto all’incentivo sussiste solo nel caso in cui l’atto di pianificazione sia collegato strettamente ed in modo immediato alla realizzazione di un’opera pubblica, oppure nel senso che l’anzidetto diritto si configuri anche nell’ipotesi di redazione di atti di pianificazione generale, ancorché non puntualmente connessi alla realizzazione di un’opera pubblica.
Al riguardo, in primo luogo, occorre rammentare, come già precisato, l’esistenza di un consolidato indirizzo giurisprudenziale, formatosi in esito alle reiterate richieste di parere formulate dagli enti locali, con riferimento tanto alla progettazione di tipo urbanistico (adozione di PRG, variante urbanistica, piano di intervento) quanto ad altri atti di pianificazione (piani per l’ambiente, piani per il servizio rifiuti, per il turismo, per i trasporti, per l’innovazione tecnologica ecc….). Indirizzo che collega direttamente alla realizzazione di un’opera pubblica la redazione degli atti di pianificazione per i quali possa trovare applicazione la previsione di cui al citato comma 6 e, dunque, la corresponsione dell’incentivo, consistente nel trenta per cento della relativa tariffa professionale.
Su una linea interpretativa prossima a quella espressa dalle anzidette Sezioni regionali di controllo si collocano i citati pareri sulla normativa, resi dall’AVCP, che, peraltro, parzialmente discostandosi dall’anzidetto indirizzo giurisprudenziale, ha ritenuto di poter ricomprendere nell’ambito della definizione anche gli atti di pianificazione urbanistica, in quanto, sia pure mediatamente, gli stessi afferiscono la progettazione di opere o impianti pubblici o di uso pubblico, dei quali definiscono l’ubicazione nel tessuto urbano.
Nell’ambito della giurisprudenza delle Sezioni Regionali di controllo formatasi sulla questione in esame le Sezioni Riunite per la Regione Siciliana, in sede consultiva, con il
parere 03.01.2013 n. 2, hanno precisato che, pur dovendosi riconoscere alla fonte regolamentare comunale la funzione esplicativa richiesta dalla genericità dell’espressione usata dal legislatore, per “atto di pianificazione comunque denominato” deve intendersi “qualsiasi elaborato complesso, previsto dalla legislazione statale o regionale, composto da parte grafica/cartografica, da testi illustrativi e da testi normativi, finalizzato a programmare, definire e regolare, in tutto o in parte, il corretto assetto del territorio comunale, coerentemente con le previsioni normative e con la pianificazione territoriale degli altri livelli di governo. In tale specifico contesto, pertanto, l’assoggettabilità ad incentivo discende, innanzitutto, dal contenuto tecnico documentale degli elaborati, che richiede necessariamente l’utilizzo di specifiche competenze professionali reperite esclusivamente all’interno dell’ente. In secondo luogo... si ritiene che l’attività di pianificazione debba essere contestualizzata nell’ambito dei lavori pubblici, in un rapporto di necessaria strumentalità con l’attività di progettazione di opere pubbliche”.
Contrario avviso rispetto all’indirizzo interpretativo prevalente è stato espresso dalla Sezione Regionale di controllo per il Veneto, in alcune recenti delibere, sopra richiamate, ove si afferma che “con l’utilizzo della locuzione atto di pianificazione comunque denominato, lungi dall’autorizzare interpretazioni restrittive, il legislatore ha inteso utilizzare una dizione sufficientemente generale ed aperta, tale da consentire di ascrivere all’ambito oggettivo della norma ogni atto di pianificazione, prescindendo dal suo collegamento diretto con la progettazione di un’opera pubblica.”, concludendosi per un’applicazione dell’istituto premiale estesa ad ogni atto di pianificazione “anche di carattere mediato”.
La Sezione Veneto, nelle predette deliberazioni, discostandosi dalla giurisprudenza prevalente delle Sezioni regionali di controllo, afferma che la previsione di cui all’art. 92, comma 6, contiene un’esplicita norma di incentivazione che deroga al principio di onnicomprensività della retribuzione del pubblico dipendente e rappresenta, comunque, un’ipotesi derogatoria distinta rispetto a quella introdotta dal comma 5.
Tale conclusione risulta, a parere della Sezione Veneto, avvalorata sia dall’analisi dell’evoluzione storica della norma che dalla verifica della sua trasposizione nel corpus del Codice dei contratti. Essa troverebbe conferma, inoltre, nella previsione di una diversa commisurazione del compenso dovuto come incentivo ex comma 6, rispetto a quanto previsto in tema di progettazione di opere pubbliche. Il che dimostrerebbe l’intenzione del legislatore di attribuire la giusta retribuzione all’attività di pianificazione anche mediata, a prescindere dal suo collegamento con un’opera pubblica.
Premesso il quadro giurisprudenziale -quale sommariamente ricostruito– la Sezione ritiene condivisibili gli argomenti su cui si fonda l’indirizzo interpretativo maggioritario, che riconosce di “palmare evidenza” il riferimento della definizione “atto di pianificazione comunque denominato” alla materia dei lavori pubblici e di conseguenza reputa l’ambito applicativo della stessa, apparentemente ampio ed indefinito, in realtà, limitato esclusivamente all’attività progettuale e tecnico-amministrativa direttamente collegata alla realizzazione di opere e lavori pubblici.
La Sezione considera dirimente, innanzitutto, l’argomento che attiene all’interpretazione sistematica delle disposizioni in esame e che ha riguardo alla collocazione delle stesse (sedes materiae) all’interno del Capo IV “Servizi attinenti all’architettura ed all’ingegneria”- Sez. I “Progettazione interna ed esterna e livelli di progettazione”- del Codice dei Contratti ed al fatto che le stesse siano immediatamente precedute dall’art. 90 rubricato “progettazione interna ed esterna alle amministrazioni aggiudicatrici in materia di lavori pubblici“.
Disposizione quest’ultima che affida la progettazione preliminare, definitiva ed esecutiva di lavori agli Uffici tecnici delle stazioni appaltanti o, in alternativa, a liberi professionisti e che, al comma 6, limita la possibilità da parte delle amministrazioni aggiudicatrici di ricorrere a professionalità esterne ai soli casi di carenza in organico di personale tecnico, ovvero di difficoltà di rispettare i tempi della programmazione dei lavori, o, infine, nell’ipotesi di lavori di speciale complessità. Il successivo art. 91 disciplina le procedure di affidamento.
L’art. 92 rubricato “corrispettivi, incentivi per la progettazione e fondi a disposizione delle stazioni appaltanti“ completa quanto disposto dai precedenti articoli, mantenendosi nell’alveo della disciplina della progettazione dei lavori pubblici.

All’esegesi della norma in esame, oltre al criterio sistematico, dianzi illustrato, soccorre la ricostruzione dell’evoluzione storica della disciplina degli incentivi alla progettazione, attraverso la quale si può riconoscere nel testo vigente la riproduzione di disposizioni contenute nella legge 11.02.1994, n. 109 e specificatamente nell’art. 18 in materia di incentivi e spese per la progettazione. Disposizione quest’ultima che ha subito nel corso degli anni diverse modifiche, fino alla formulazione introdotta dall’art. 12 della legge 17.05.1999, n. 144 e sostanzialmente ripresa nel testo dell’art. 92 del Codice dei contratti.
Al riguardo, nella ricerca della ratio legis sottesa alle norme in esame, non appare dirimente la lettura dei lavori preparatori ed, in particolare, della relazione delle Commissioni Bilancio e Lavoro (V e XI) sul d.d.l. “misure in materia di investimenti……” a proposito dell’emendamento al testo dell’art. 12, comma 4, che ha introdotto la definizione di che trattasi; lettura che, al più, sembrerebbe confermare la riconducibilità delle disposizioni in esame nell’ambito esclusivo della disciplina in materia di progettazione di lavori pubblici.
Le disposizioni di cui ai commi 5 e 6 del citato art. 92 esprimono, in modo evidente, il favor legis per l’affidamento a professionalità interne alle amministrazioni aggiudicatrici di incarichi consistenti in prestazioni d’opera professionale e, pertanto, ove non ricorrano i presupposti previsti dalle norme vigenti per l’affidamento all’esterno degli stessi, le amministrazioni devono fare ricorso a personale dipendente, al quale applicheranno le regole generali previste per il pubblico impiego; il cui sistema retributivo è basato sui due principi cardine di onnicomprensività della retribuzione, sancito dall’art. 24, comma 3, del d.lgs. 30.03.2001, n. 165, nonché di definizione contrattuale delle componenti economiche, fissato dal successivo art. 45, comma 1.
Principi alla luce dei quali nulla è dovuto oltre il trattamento economico fondamentale ed accessorio, stabilito dai contratti collettivi, al dipendente che abbia svolto una prestazione rientrante nei suoi doveri d’ufficio.
Il legislatore, con le disposizioni in esame, ha voluto riconoscere agli Uffici tecnici delle amministrazioni aggiudicatrici un compenso ulteriore e speciale, derogando agli anzidetti principi.
In effetti, le previsioni contenute nell’art. 92, ai commi 5 e 6, appaiono evidentemente relative a due distinte ipotesi di incentivazione ed a due distinte deroghe ai ricordati principi, in quanto, in un caso, la deroga riguarda la redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, da ripartire per ogni singola opera o lavoro tra il responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione e nell’altro caso la deroga riguarda la redazione di un atto di pianificazione comunque denominato, da ripartire fra i dipendenti dell’amministrazione che lo abbiano, in concreto, redatto, entrambe riferite alla progettazione di opere pubbliche.
La norma deve essere considerata, dunque, norma di stretta interpretazione, non suscettibile di applicazione in via analogica, alla luce del divieto posto dall’art. 14 delle disposizioni preliminari al codice civile, e neppure appare possibile una lettura della definizione in essa contenuta che attribuisca alla volontà del legislatore quanto dallo stesso non esplicitato (lex minus dixit quam voluit).
Ai fini della riconoscibilità del diritto al compenso incentivante, la corretta interpretazione delle disposizioni in esame considera determinante, non tanto il nomen juris attribuito all’atto di pianificazione, quanto il suo contenuto specifico, che deve risultare strettamente connesso alla realizzazione di un’opera pubblica, ovvero quel quid pluris di progettualità interna, rispetto ad un mero atto di pianificazione generale, che costituisce il presupposto per l’erogazione dell’incentivo. Pertanto, ove tale presupposto manchi, non è possibile giustificare la deroga ai principi cardine in materia di pubblico impiego di onnicomprensività e di definizione contrattuale delle componenti del trattamento economico, alla luce dei quali, nulla è dovuto oltre al trattamento economico fondamentale ed accessorio stabiliti dai contratti collettivi, al dipendente che abbia svolto una prestazione rientrante nei suoi doveri d’ufficio.
Tale soluzione appare, peraltro, avvalorata dai limiti precisati nella delibera 13.11.2009 n. 16/2009 alle modalità di copertura degli oneri derivanti dall’attribuzione degli incentivi alla progettazione, qualificati spese di investimento e finanziabili, alla luce di quanto disposto dall’art. 93, comma 7, del Codice dei contratti, nell’ambito dei fondi stanziati per la realizzazione dei singoli lavori negli stati di previsione della spesa e nei bilanci delle stazioni appaltanti (Corte dei Conti, Sez. Autonomie, deliberazione 15.04.2014 n. 7).

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APPALTI - ENTI LOCALI: B.U.R Lombardia, serie ordinaria n. 16 del 16.04.2014, "L.r. 19.02.2014, n. 11, art. 4 – Avvio di un circuito sperimentale di moneta complementare" (deliberazione G.R. 11.04.2014 n. 1644).

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La casa sfugge spesso alla normale attenzione che si presta nei luoghi di lavoro, essendo il luogo del relax, vissuto come nido di protezione e di rifugio dai pericoli esterni. In casa, inoltre, non ci sono controlli di legge e per questo la consapevolezza e l’attenzione agli elementi potenzialmente pericolosi è a carico dei componenti familiari.
L’Inail ha pubblicato un manuale per la sicurezza dei bambini.
La pubblicazione è un vero percorso educativo volto ad inculcare nei più piccoli una maggiore sensibilità in merito alla prevenzione degli infortuni: dalla sicurezza domestica a quella stradale, dall’ecologia all’alimentazione, dall’uso responsabile degli apparecchi tecnologici alle relazioni interpersonali.
L’opuscolo fornisce pratiche informazioni ed elementi di conoscenza che sono alla base della prevenzione in casa e non solo, strutturandosi in 4 capitoli principali:
● Sicurezza domestica;
● Sicurezza stradale;
● Ambiente, salute e alimentazione;
● Sicurezza negli ambienti di vita.
Il documento è rivolto sia ai bambini che ai loro genitori, cui sono dedicate specifiche schede relative ai singoli capitoli, in cui viene anche indicato come comportarsi in prima battuta in caso di infortunio (17.04.2014 - link a www.acca.it).

SICUREZZA LAVOROQuali sono i documenti che l’impresa è tenuta a consegnare al committente?
 Il 27.03.2014 la Commissione per gli Interpelli del Ministero del Lavoro ha dato risposta a tecnici, imprese e datori di lavoro in materia di salute e sicurezza sul lavoro (vedi art. Sicurezza sui luoghi di lavoro e testo unico sulla sicurezza, ecco i chiarimenti del Ministero ai nuovi Interpelli).
In particolare, l’Interpello n. 3, posto dal Consiglio Nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (CNDCEC), si sofferma sul tema della valutazione dell'idoneità tecnico professionale, circa la documentazione che il committente può richiedere all’impresa appaltatrice.
Con riferimento all’art. 26 del D.Lgs. 81/2008 (Testo Unico sulla Sicurezza), viene chiesto quali dei seguenti documenti l'impresa appaltatrice è obbligata a fornire al committente:
- copia del modello LAV;
- consenso all’utilizzo dei dati sottoscritto da ogni lavoratore;
- copia del DUVRI della ditta appaltatrice;
- dichiarazione che i dipendenti dell’impresa sono in possesso del certificato di idoneità;
- autocertificazione di idoneità tecnico professionale.
La Commissione (Interpello n. 3/2014) ha chiarito che l’acquisizione del certificato di iscrizione alla CCIA e l’autocertificazione dei requisiti di idoneità tecnico professionale sono documenti sufficienti a comprovare l’idoneità dell’impresa appaltatrice, in base all’art. 26 del D.Lgs. 81/2008.
Inoltre, viene precisato che il committente non può richiedere copia del DUVRI alla ditta appaltatrice , in quanto la redazione del documento, laddove previsto, è un obbligo del committente che può richiedere documenti e informazioni finalizzate all’elaborazione del DUVRI (17.04.2014 - link a www.acca.it).

EDILIZIA PRIVATA - LAVORI PUBBLICISciolti i dubbi sulle responsabilità dell’impresa che subappalta i lavori. Semplificazioni per il DURC.
Il Ministero del Lavoro ha fornito un importante chiarimento sulla responsabilità dell’impresa che subappalta i lavori.
L’articolo 29 del D.Lgs. 276/2003, prevede che il committente è obbligato in solido con l’appaltatore e con gli eventuali subappaltatori, entro il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, le quote di trattamento di fine rapporto, i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto.
Il dubbio interpretativo è relativo al termine da cui decorrono i due anni, ossia l’ultimazione dell’intera opera o l’ultimazione delle sole lavorazioni svolte dalla singola impresa subappaltatrice.
Nel primo caso l’impresa principale resterebbe legata all’impresa subappaltatrice per tutta la durata del cantiere, quindi per un tempo indefinito: ciò comporterebbe rischi imprevedibili.
Il Ministero del Lavoro ha chiarito che l’impresa appaltatrice risponde solo delle eventuali irregolarità contributive dell’impresa subappaltatrice per due anni dalla fine dei lavori svolti in subappalto; se il cantiere continua oltre questo termine, quindi, per la verifica della regolarità contributiva dell’impresa principale non deve essere preso in considerazione il comportamento della società che ha effettuato i lavori in subappalto (17.04.2014 - link a www.acca.it).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

APPALTI FORNITURE E SERVIZI: G. A. Lo Prete, Il sistema degli acquisti della P.A.: il mercato MePA e il ruolo della Consip. Focus su normativa e sentenze (14.04.2014 - link a www.diritto.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: A. Martelli, Ambiente e attività industriali: in vigore da oggi la nuova disciplina su AIA ed emissioni (11.04.2014 - link a www.filodiritto.com).

APPALTI: M. Fumagalli, Fondamenti della normativa degli appalti pubblici: il codice appalti (07.04.2014 - link a www.diritto.it).

APPALTI: S. Glinianski, Responsabilità e garanzie del progettista, del verificatore e del RUP (aprile 2014 - link a www.lexitalia.it).

CORTE DEI CONTI

INCENTIVO PROGETTAZIONECorte dei conti. Stop agli incentivi ai dipendenti per gli atti di programmazione generale. Progetti interni, premi solo alle «opere».
Gli incentivi per la progettazione interna che la legge riconosce ai dipendenti degli enti locali impegnati in atti di pianificazione scattano solo quando questa attività sia direttamente e immediatamente collegata a un'opera pubblica: il bonus, in sostanza, non va riconosciuto per i piani regolatori, le varianti urbanistiche, i piani di intervento, i piani per l'ambiente, i rifiuti, il turismo, i trasporti e gli altri settori in cui si esercita l'attività di programmazione e progettazione dei Comuni.

Le istruzioni arrivano dalla Sezione Autonomie della Corte dei conti, che nella
deliberazione 15.04.2014 n. 7 ha raccolto la «questione di massima» sollevata dalla sezione della Liguria e ha offerto un'interpretazione a cui ora si devono adeguare tutte le sezioni della magistratura contabile.
Al centro del dibattito, e di divergenti interpretazioni in sede locale, era finita l'ultima versione degli "incentivi Merloni", scritta nel Codice appalti (articolo 92, comma 6, del Dlgs 163/2006). I premi, che servono a scoraggiare dagli affidamenti esterni i Comuni che hanno competenze di progettazione nei propri organici, arrivano al 30% della tariffa professionale e sono collegati, secondo la norma, alla «redazione di un atto di pianificazione comunque denominato».
Proprio la formula generica scelta dal Codice appalti ha aperto la strada alle più diverse richieste di incentivi, con il rischio che una regola nata per far risparmiare sulle consulenze esterne finisse per moltiplicare i costi del personale interno. Sul tema era intervenuta anche l'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, che in alcuni pareri ha compreso nell'ambito di applicazione dei bonus anche gli atti di pianificazione urbanistica ma ha chiesto (senza successo) al legislatore di intervenire per chiarire il quadro.
Ora la magistratura contabile sposa quindi la lettura più restrittiva, sulla base di due ragioni: la disciplina degli incentivi nel Codice appalti segue le regole dei «lavori pubblici», e quindi a essi va riferita. Ma, soprattutto, il principio dell'«onnicomprensività» dello stipendio pubblico (articolo 24, comma 3, del Dlgs 165/2001) impone che le eccezioni, come gli "incentivi Merloni", siano sottoposte alla lettura più restrittiva, senza estensioni «in via analogica»
(articolo Il Sole 24 Ore del 18.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTI FORNITURE E SERVIZIMini-enti, solo acquisti online. Mercato elettronico anche se operano con strutture proprie. La Corte conti Basilicata pone i paletti per l'approvvigionamento di beni e servizi.
I comuni con meno di 5.000 abitanti sono tenuti a utilizzare sistemi elettronici per gli acquisti sotto soglia comunitaria, anche nel caso di amministrazione diretta. L'obbligo generalizzato di cui all'art. 1, comma 450, legge 296/2006, è infatti ulteriore e autonomo rispetto a quanto previsto dal novellato art. 33, co. 3-bis, dlgs 163/2006 in materia di acquisizione centralizzata di beni e servizi.

È questo il principale chiarimento fornito dalla Corte dei conti, sezione regionale di controllo per la Basilicata, nella deliberazione 09.04.2014 n. 67, diffusa nei giorni scorsi, che affronta nuovamente il tema dell'acquisto di beni e servizi dopo le disposizioni introdotte nell'ambito del dl 95/2012 spending review sul ricorso obbligato a sistemi elettronici (es. Mepa).
Per i comuni sotto i 5.000 abitanti, l'obbligo di mercato elettronico si affianca a quello previsto dall'art. 33, co. 3-bis, del dlgs 163/2006, che prevede (con decorrenza rinviata al 01.07.2014 per effetto del dl 150/2013 art. 3 comma 1-bis) l'acquisizione di lavori, beni e servizi tramite unica centrale di committenza nell'ambito delle Unioni o mediante apposito accordo consortile. In alternativa, gli stessi enti possono effettuare i propri acquisti attraverso gli strumenti elettronici gestiti da altre centrali di committenza di riferimento o attraverso il Mepa.
Il mercato elettronico si configura, in tale contesto, come modalità di acquisto accentrato alternativa e obbligatoria, se e nella misura in cui lo sarà il ricorso alle centrali di committenza. Tuttavia, l'art. 1, co. 343, della legge n. 147/2013, ha escluso dalla sua applicazione gli acquisti in economia mediante amministrazione diretta e le ipotesi di affidamento diretto, per importi inferiori ai 40.000 euro. Da qui la richiesta di parere se la novella abbia fatto venire meno l'obbligo, per detti comuni, di acquistare servizi e forniture in economia, mediante amministrazione diretta, sui mercati elettronici della p.a. o altri strumenti elettronici di acquisto gestiti da altre centrali di committenza di riferimento.
In realtà, la modifica normativa codifica un principio già espresso dalla Corte dei conti: le forme di acquisizione che non presuppongono l'espletamento di gare non rientrano comunque nell'alveo dell'art. 33 co. 3-bis. In particolare, l'amministrazione diretta esula dal Codice dei contratti, in quanto ipotesi di «autoproduzione» o «in house», limitatamente ai casi in cui le acquisizioni avvengono attraverso personale e mezzi propri dell'amministrazione. Rientrano invece nell'ambito del Codice i casi in cui, per l'esecuzione, si ricorre comunque all'esterno, avvalendosi di mezzi appositamente acquisiti o noleggiati.
Con riferimento quindi all'obbligo di ricorrere a centrali di committenza e/o agli strumenti o mercati elettronici di approvvigionamento di cui all'art. 33, co. 3-bis, se non sarà possibile procedere ad affidamenti diretti ex art. 125, co. 8 e 11, si dovrà (una volta entrato in vigore l'obbligo) procedere all'acquisto centralizzato; diversamente, si potrà operare autonomamente. In ogni caso, però, per il disposto dell'art. 1, co. 450, legge n. 296/2006, si dovrà obbligatoriamente fare ricorso ai mercati elettronici e/o agli strumenti telematici.
Per tutte le amministrazioni locali il ricorso al mercato elettronico potrà essere escluso nelle sole residuali ipotesi di non reperibilità ovvero inidoneità dei beni o servizi rispetto alle necessità dell'ente o, privilegiando un'interpretazione sistematica della disposizione, nel caso in cui quel determinato bene o materiale sia reperibile all'esterno a condizioni economiche migliorative, sempre previa prudente istruttoria e valutazione e adeguata motivazione della stessa nell'ambito della determinazione a contrarre. In tutti gli altri casi, il mancato ricorso alle modalità di acquisto prescritte comporta le conseguenze di cui all'art. 1, co. 1, legge 135/2012, cioè la nullità del contratto e le responsabilità a questo correlate.
Gli obblighi per i comuni in tema di acquisti non sono comunque circoscritti agli enti con popolazione inferiore a 5.000 abitanti. Oltre alle disposizioni generali e ai vincoli del dl 95/2012 art. 1 non possono passare inosservate le norme del dl 101/2013 che all'art. 3-bis impone di rivedere i contratti di servizio, con riduzione di oneri, anche con le proprie aziende partecipate (articolo ItaliaOggi del 18.04.2014).
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Si ritiene che nel caso di acquisti in economia, mediante amministrazione diretta, i Comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti non siano tenuti a ricorrere agli strumenti e/o mercati elettronici di acquisto previsti dal comma 3-bis dell’art. 33 del Dlgs 163/2006, e ciò indipendentemente dalla novella di cui al comma 343 dell’art. 1 della legge 147/2013, in quanto tale fattispecie è per sua stessa natura, ontologicamente estranea al portato precettivo della norma in questione.
Diverso discorso deve essere fatto se tale sistema di autoproduzione viene effettuato con il ricorso a mezzi e/o materiali acquistati o noleggiati all’esterno.
In tale caso, trattandosi di veri e propri appalti, seppure strumentali all’esecuzione dell’amministrazione diretta, dovranno essere rispettati i precetti propri del settore, ivi incluso l’obbligo di acquisto accentrato di cui al comma 3-bis dell’art 33 del Dlgs 163/2006 e, quindi, il ricorso agli strumenti elettronici di approvvigionamento ivi previsti, in alternativa al ricorso alle centrali uniche di committenza.
Fermo quanto sopra, qualora sussistano i presupposti per acquisire detti beni mediante affidamento diretto, ai sensi del comma 11, seconda parte dell’art. 125 del Dlgs 163/2006, il ricorso ai sopra citati strumenti telematici e/o mercati elettronici di approvvigionamento:
a) non sarà più dovuto ai sensi del comma 3-bis dell’art. 33 del Dlgs 163/2006, in quanto fattispecie espressamente derogata dalla novella del 2013;
b) ma sarà dovuto ai sensi del comma 450 della legge 296/2006, in quanto acquisti sotto soglia comunitaria e, per tale motivo, attratti dal precetto in argomento.
Per l’effetto, detti enti (al pari di tutte le restanti amministrazioni di cui all’art. 1 del Dlgs 165/2001), dovranno acquistare i suddetti beni strumentali, mediante ricorso al mercato elettronico della pubblica amministrazione ovvero ad altri mercati elettronici istituiti ai sensi del medesimo articolo 328 ovvero al sistema telematico messo a disposizione dalla centrale regionale di riferimento per lo svolgimento delle relative procedure.
E ciò senza deroghe di sorta.
Uniche eccezioni, sono rappresentate dalle ipotesi residuali di non reperibilità ovvero inidoneità dei beni o servizi rispetto alle necessità dell’ente locale procedente, e ciò previa prudente istruttoria e valutazione di tale evenienza ed adeguata motivazione della stessa nell’ambito della determinazione a contrarre (cfr. Corte Conti, sez. Marche, n. 169/2012/PAR, ripresa ex plurimis da Sez. Lombardia n. 92/2013/PAR, Sez. Piemonte n. 211/2013/PAR), nonché, privilegiando un’interpretazione sistematica dell’articolato in questione, anche l’ipotesi in cui per quel determinato bene o materiale siano reperibili, all’esterno del sistema elettronico e/o telematico, condizioni economiche migliorative.
Anche in tale caso, la circostanza dovrà essere prudentemente valutata e motivata, e ciò anche alla luce dei principi e delle prescrizioni in tema di sana gestione finanziaria e buon andamento della pubblica amministrazione, in termini di efficienza, efficacia ed economicità.
In tutti gli altri casi, il mancato ricorso alle modalità di acquisto prescritte, comporta le conseguenze di cui al comma 1 dell’art. 1 della legge 135/2012, e cioè la nullità del contratto stipulato in violazione del suddetto obbligo e le responsabilità a questo conseguenti (cfr. Sez. Lombardia, n. 92/2013/PAR).

ENTI LOCALISponsor punibili per uso indebito. Corte dei conti. Distolte risorse pubbliche.
La Corte dei conti colpisce l'indebito utilizzo di risorse aziendali per fini diversi da quelli sociali (sentenza 17.03.2014 n. 425, Sez. I giurisdiz. centrale).
I sindaci di due importanti comuni altoatesini e l'amministratore delegato di una spa, attiva nel campo dell'energia, da questi totalmente partecipata, già sanzionati in primo grado (Corte conti Sez. giur. Trentino Alto Adige - Prov. Bolzano 2/2012), si sono visti confermare la condanna a risarcire l'intero importo relativo ad un contratto di sponsorizzazione stipulato in favore di un'associazione organizzatrice di un evento sportivo giovanile.
La sponsorizzazione, priva di qualsiasi giustificazione commerciale e di valore esorbitante rispetto a precedenti erogazioni aziendali, risulta riconosciuta al solo fine di far affluire risorse agli organizzatori, dato che i Comuni non potevano erogare direttamente sovvenzioni a causa dei vincoli del patto. È stato dimostrato che la scelta di concedere la sponsorizzazione è stata presa, in modo irregolare, dai due sindaci in accordo con l'Ad della società, che in violazione dei limiti del suo mandato, ha informato della stessa il CdA e gli altri organi societari solo a "cose fatte".
Così l'amministratore ha agito non da organo societario, ma come rappresentante degli interessi dei comuni e dei relativi sindaci e, assieme a questi, ha usato in modo indebito risorse aziendali, ma in realtà ritenute dalla Corte alla stregua di entrate comunali (futuri dividendi sottratti al bilancio).
La condotta, difatti, è stata assimilata a una distribuzione non autorizzata di utili. Le somme elargite poi risultano impiegate dai sindaci in modo autoreferenziale, al di fuori sia dell'interesse comunale che di quello aziendale.
I tre convenuti, pertanto, hanno utilizzato strumentalmente la società e le sue risorse per finanziare spese che i bilanci comunali non potevano sostenere. Questo è stato il presupposto per il danno all'erario e per la responsabilità amministrativa. I soggetti lesi sono stati individuati negli enti locali, privati in modo indebito di somme che sarebbero affluite nella loro disponibilità, qualora non fossero state destinate a fini estranei all'oggetto sociale, depauperando così sia le casse della società che quelle degli enti proprietari.
La peculiare gravità della condotta ha fatto sì che, anche in appello, la Corte abbia addebitato ai convenuti l'intero importo della sponsorizzazione (70% all'Ad e del 15% ciascuno ai due sindaci)
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.04.2014).

GIURISPRUDENZA

VARI: Su facebook. Si diffama senza fare il nome
Diffamazione via Facebook anche senza il nome dell'offeso. Il reato ex articolo 595 Cp ben può configurarsi a carico dell'utente del social network che rivolge espressioni ingiuriose a carico di un collega di lavoro benché nel post il destinatario degli insulti non risulti indicato per nome e cognome: affinché il delitto sia integrato è sufficiente che la persona offesa possa essere identificata da un certo numero di persone, per quanto limitato.

È quanto emerge dalla
sentenza 16.04.2014 n. 16712, pubblicata dalla I Sez. penale della Corte di Cassazione.
Elemento soggettivo
È accolto il ricorso del procuratore generale presso la Corte d'appello contro l'assoluzione per insussistenza del fatto.
Il lavoratore, sopravanzato dal collega nella carriera, gli dedica sul proprio profilo un post al vetriolo, accusandolo con espressioni sconvenienti di essere specialista in piaggeria, tanto da avergli rubato il posto, e condendo il tutto con frasi che denotano un'attenzione molesta alla moglie del rivale. Si identifica benissimo il destinatario delle contumelie, laddove i due protagonisti sono militari della Guardia di finanza e l'attuale parte offesa ha sostituito l'imputato alla guida della compagnia.
Il reato di diffamazione non richiede il dolo specifico: affinché sussista l'elemento soggettivo è sufficiente la consapevolezza di pronunciare la frase lesiva della reputazione altrui e la volontà che venga a conoscenza di più persone. Non conta che Facebook non rientri fra i mezzi di comunicazione istituzionale fra lavoratori e, in particolare, delle Fiamme gialle (articolo ItaliaOggi del 17.04.2014).

VARIFacebook, diffamazione ampia. L'iscritto risponde anche se insulta un anonimo facilmente identificabile. Cassazione. Non necessaria l'attribuzione di fatti specifici, né conta il limitato accesso al profilo del colpevole.
Linea dura della Cassazione sugli insulti veicolati dai social network. Anzi «dal» social network per eccellenza, Facebook.
La sentenza 16.04.2014 n. 16712 della I Sez. penale della Corte di Cassazione, depositata ieri, ha precisato che va punito chi posta sul proprio profilo apprezzamenti e volgarità su una persona, anche se non ne è fatto il nome e possono essere letti da una cerchia ristretta di iscritti.
È stata così annullata la pronuncia della Corte militare di appello che aveva prosciolto un ufficiale che aveva pubblicato nei dati personali del proprio profilo frasi offensive sul proprio successore, qualificato, tra l'altro, come «raccomandato» e «leccaculo».
Il tribunale militare aveva sanzionato il graduato a 3 mesi di reclusione per il reato di diffamazione, ma la Corte d'appello lo aveva invece assolto per insussistenza del fatto. In particolare per i giudici di secondo grado, l'identificazione della persona offesa risultava possibile solo da parte di una limitata platea di soggetti rispetto alla generalità degli utenti di Facebook, dal momento che l'imputato non aveva fatto il nome del successore e neppure la funzione di comando in cui era stato sostituito, né alcun altro riferimento cronologico. Ad essere assente era cioè la prova che l'ufficiale avesse intenzionalmente comunicato con più persone in grado di individuare senza incertezze il destinatario delle espressioni diffamatorie.
La Cassazione però ribalta il verdetto e, per farlo, utilizza come puntello proprio le considerazioni fate dalla Corte d'appello. In questo senso viene giocata l'affermazione per cui l'imputato, anche senza farne il nome, aveva tuttavia sostenuto che che il successore nella sua funzione di comando era subentrato solo per qualità negative ponendole quindi in relazione con un fatto concreto e, quindi, determinato. Inoltre, erano stati i giudici di secondo grado ad affermare l'esistenza dell'aggravante dell'utilizzo del mezzo di pubblicità «tenuto conto che la pubblicazione della frase indicata nell'imputazione sul profilo del social network ed anche per le notizie riservate agli "amici" ad una cerchia ampia di soggetti». Peraltro, sottolinea ancora la Cassazione, la frase era ampiamente accessibile e indicata nel profilo del militare.
Per questo le conclusioni della Corte d'appello, dove sostiene le difficoltà di individuazione della persona diffamata se non a una platea circoscritta, appaiono alla Cassazione in contraddizione con le premesse. D'altra parte, poi, il reato di diffamazione può scattare anche quando il soggetto la cui reputazione è danneggiata è identificabile da parte di un numero limitato di persone indipendentemente dall'indicazione nominativa. La diffamazione, inoltre, non richiede il dolo specifico: sul piano degli elementi soggettivi basta la consapevolezza di pronunciare una frase che danneggia la reputazione altrui e la volontà che la frase stessa venga a conoscenza di almeno 2 persone. Non conta che al profilo avesse avuto accesso una sola persona
(articolo Il Sole 24 Ore del 17.04.2014).

EDILIZIA PRIVATAGli abusi edilizi in materia di distanze tra fabbricati non sono condonabili.
Ai fini della valutazione delle censure proposte in grado di appello avverso le statuizioni del giudice di primo grado, il Collegio intende innanzitutto ricordare l’orientamento pressoché costante della giurisprudenza secondo cui “gli abusi in materia di distanze non sono condonabili” (v. per tutte, Cons. Stato, sez. IV, 30.12.2006 n. 8262).
Ritenuto che l’immobile in discussione, cui si riferisce la concessione edilizia in sanatoria, è ad una distanza inferiore a m 10 dal confine, limite prescritto dalla norme tecniche di attuazione del vigente PRG del Comune di Partinico, l’amministrazione non poteva adottare provvedimenti di sanatoria giacché, alla stregua della giurisprudenza sopra ricordata, gli immobili che oltre a essere abusivi si trovano a una distanza irregolare dagli altri immobili, non possono essere destinatari di alcun provvedimento di condono
(C.G.A.R.S., sentenza 14.04.2014 n. 207 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Volumi tecnici sono quelli destinati esclusivamente agli impianti necessari per l’utilizzo dell’abitazione e che non possono essere ubicati al suo interno, mentre non sono tali e sono quindi computabili ai fini della volumetria consentita, le soffitte, gli stenditoi chiusi nonché il piano di copertura impropriamente definito sottotetto, ma costituente in realtà una mansarda.
In particolare, poi, la realizzazione di un locale sottotetto con vani distinti e comunicanti con il piano sottostante mediante una scala interna costituisce indice rilevatore dell’intento di rendere abitabile detto locale, non potendosi considerare volumi tecnici i vani in esso ricavati.
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Altro elemento che caratterizza i volumi tecnici è un rapporto di necessaria proporzionalità tra i volumi e le esigenze edilizie, nel senso che i volumi tecnici, anche quando ospitino di fatto i meccanismi necessari ad assicurare la fruibilità dell’immobile, debbono essere privi di una propria autonomia funzionale anche potenziale, in quanto debbono essere destinati a contenere gli impianti serventi della costruzione principale.

La giurisprudenza e questo stesso Consiglio si sono occupati più volte di precisare il concetto di locale tecnico e assai di recente sul punto è ritornato il Consiglio di Stato, che ha definito i volumi tecnici nei seguenti termini: volumi tecnici sono quelli destinati esclusivamente agli impianti necessari per l’utilizzo dell’abitazione e che non possono essere ubicati al suo interno, mentre non sono tali e sono quindi computabili ai fini della volumetria consentita, le soffitte, gli stenditoi chiusi nonché il piano di copertura impropriamente definito sottotetto, ma costituente in realtà una mansarda; in particolare, poi, la realizzazione di un locale sottotetto con vani distinti e comunicanti con il piano sottostante mediante una scala interna costituisce indice rilevatore dell’intento di rendere abitabile detto locale, non potendosi considerare volumi tecnici i vani in esso ricavati (Cons. Stato, sez. IV, 10.07.2013 n. 3666).
Il TAR Palermo, pronunciandosi in maniera coerente con il citato indirizzo giurisprudenziale, ha sottolineato che altro elemento che caratterizza i volumi tecnici è un rapporto di necessaria proporzionalità tra i volumi e le esigenze edilizie, nel senso che i volumi tecnici, anche quando ospitino di fatto i meccanismi necessari ad assicurare la fruibilità dell’immobile, debbono essere privi di una propria autonomia funzionale anche potenziale, in quanto debbono essere destinati a contenere gli impianti serventi della costruzione principale.
Orbene, dai risultati della consulenza tecnica effettuata per l’esecuzione dell’ordinanza di questo Consiglio 514/2013, con particolare riferimento allo “spazio chiuso assertitamente destinato ad accogliere impianti tecnologici indispensabili per la funzionalità delle unità abitative” risulta che i predetti locali hanno un’altezza interna minima di pari in valore medio a 1,51 mt. e un’altezza interna massima pari in valore medio a 2,495 mt. L’elevazione media è quindi pari a mt. 2.
I risultati della perizia tecnica, illustrati da varie fotografie, confermano anche ad avviso di questo Consiglio, che i volumi così realizzati risultano sproporzionati rispetto alla destinazione di ospitare impianti tecnologici e costituiscono una effettiva sopraelevazione peraltro collegata mediante una scala al resto dell’abitazione.
Alla luce delle superiori considerazioni appare corretta la valutazione del primo giudice che i cosiddetti vani tecnici, posti a copertura dell’immobile abusivo, costituiscono una autonoma cubatura che va computata ai fini dell’altezza del corpo di fabbrica
(C.G.A.R.S., sentenza 14.04.2014 n. 207 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAA fini urbanistici, la funzione pertinenziale delle opere non può commisurarsi semplicemente al ‘servizio’ comunque reso all’edificio principale al quale accedono, secondo la nozione tipicamente civilistica delineata dall’art. 838 c.c., ma si giustifica innanzi tutto per tipologie tecniche che, comunque, non possono risolversi in una espansione funzionale dei corpi di fabbrica principali, tale da determinare un carico urbanistico che comporta, per ciò stesso, un provvedimento concessorio, laddove possibile e non altrimenti escluso da altra parte della disciplina urbanistica vigente nell’area di insediamento dell’edificio principale.
Viene in discussione l’appello avverso la sentenza indicata in epigrafe, con la quale il primo Giudice ha respinto perché infondato il ricorso per l’annullamento dell’ordinanza dirigenziale n. 364 del 27.04.2011, con la quale l’Amministrazione comunale ha ingiunto all’originario ricorrente, odierno appellante, di provvedere con decorrenza immediata e non oltre 90 gg. alla demolizione a propria cura e spese di opere edilizie abusive.
...
L’appello è infondato per le ragioni che qui di seguito si precisano.
Dalla descrizione delle opere effettivamente realizzate, così come puntualmente operata dal primo Giudice nella parte motiva della decisione qui appellata, e dalla parte appellante non altrimenti contestate se non con generici richiami a quanto ‘prospettato’ prima della loro realizzazione, risulta, invero, non solo che non si tratta affatto di struttura ‘precaria’, così come anche da questo Consiglio di Giustizia Amministrativa più volte puntualizzato in relazione a quanto disposto dalla legislazione urbanistica regionale con la legge n. 4/2003 (v. CGA, sentenza n. 923/2009, come richiamata dal primo Giudice), con riguardo, in particolare, alla loro ‘facile amovibilità”. Ma, altresì, che le opere in oggetto non appaiono neppure suscettibili di essere qualificate come ‘pertinenziali’, come ex adverso sostenuto dalla difesa della parte appellante: così dimostrando, peraltro, di non credere neppure essa alla loro ‘precarietà', altrimenti ipotizzata.
E ciò, in particolare, sia perché, in ragione del mancato arretro rispetto all’affaccio dell’edificio, la loro conformazione appare effettivamente in grado di modificare il profilo e la sagoma dell’edificio al quale accedono; sia perché idonee, già per come descritte dal progettista di parte (copertura della tettoia a mezzo di pareti verticali “costituite da infissi in alluminio preverniciato e vetro…”), a realizzare effettivamente quella “proiezione esterna della cubatura della singola unità abitativa, non compatibile né con la natura precaria delle opere, né con il divieto di modifica della destinazione d’uso della originaria superficie della terrazza”, puntualmente riscontrata dal primo Giudice.
Dovendosi perciò concludere con la loro estraneità alla funzione ‘pertinenziale’ cosi come, peraltro, rappresentata dalla stessa giurisprudenza invocata in questa sede dalla difesa della parte appellante (Cons. Stato, V, n. 1600/2000; VI, n. 1174/2000 e TAR Lombardia–Milano, II, n. 4514/20029, tutta concorde nel ribadire come, a fini urbanistici, la funzione pertinenziale delle opere non può commisurarsi semplicemente al ‘servizio’ comunque reso all’edificio principale al quale accedono, secondo la nozione tipicamente civilistica delineata dall’art. 838 c.c., ma si giustifica innanzi tutto per tipologie tecniche che, comunque, non possono risolversi in una espansione funzionale dei corpi di fabbrica principali, tale da determinare –come ricorre nella fattispecie ‘de qua’– un carico urbanistico che comporta, per ciò stesso, un provvedimento concessorio, laddove possibile e non altrimenti escluso da altra parte della disciplina urbanistica vigente nell’area di insediamento dell’edificio principale.
Né consegue, allora, che proprio in ragione della loro tipologia, la realizzazione della c.d. tettoia sarebbe stata possibile soltanto sulla base di un provvedimento la cui mancanza, non altrimenti surrogabile, giustifica immediatamente il provvedimento di demolizione emesso dal Comune.
Mentre nessun rilievo può riconoscersi –così come eccepito con il secondo motivo di gravame- alla lamentata lesione dell’affidamento ingenerato nella parte appellante dalla nota n. 23/ 2008, con la quale, in effetti, l’Amministrazione si limitava a ribadire quali fossero i limiti edificatori consentiti dalla L.r. n. 4/2003, senza entrare nel merito delle scarto, poi evidenziatosi, tra il ‘prospettato’ ed il ‘realizzato’, quale riscontrato dagli accertamenti che hanno determinato l’emanazione del provvedimento di ripristino dalla stessa Amministrazione successivamente adottato in danno dell’appellante (C.G.A.R.S., sentenza 14.04.2014 n. 203 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAE' definita ‘pergotenda’ (ai sensi della circolare di Roma Capitale n. 19137 del 09.03.2012) quel manufatto rientrante nell’attività edilizia libera quale «struttura di arredo, installata su pareti esterni dell’unità immobiliare di cui è ad esclusivo servizio, costituito da struttura leggera e amovibilie, caratterizzata da elementi in metallo o in legno di esigua sezione, coperta da telo anche retrattile, stuoie in canna o bambù o materiale in pellicola trasparente, priva di opere murarie e di pareti chiuse di qualsiasi genere, costituita da elementi leggeri, assemblati tra loro, tali da rendere possibile la loro rimozione previo smontaggio e non demolizione».
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La struttura in esame –costituita da due pali dello spessore di 8,50 cm x 11,50 cm poggiati sul pavimento del terrazzo a livello e da quattro traverse con binario di scorrimento a telo in PVC della superficie di 15 mq. e dell’altezza variabile da 2,80 m a 2,10 mt., ancorata al sovrastante balcone e munita di una copertura rigida di 0,80 (in aggetto) x 5,00 mt. a riparo del telo retraibile– non configura né un aumento del volume e della superficie coperta, né la creazione o modificazione di un organismo edilizio, né l’alterazione del prospetto o della sagoma dell’edificio cui è connessa, in ragione della sua inidoneità a modificare la destinazione d’uso degli spazi esterni interessati, della sua facile e completa rimuovibilità, dell’assenza di tamponature verticale e della facile rimuovibilità della copertura orizzontale (addirittura retraibile a mezzo di motore elettrico).
La stessa deve, pertanto, qualificarsi alla stregua di arredo esterno, di riparo e protezione, funzionale alla migliore fruizione temporanea dello spazio esterno all’appartamento cui accede, in quanto tale riconducibile agli interventi manutentivi non subordinati ad alcun titolo abilitativo ai sensi dell’art. 6, comma 1, d.P.R. n. 380 del 2001.
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Gli impugnati provvedimenti erroneamente hanno qualificato l’opera in oggetto come intervento di «ristrutturazione edilizia e/o cambio di destinazione d’uso da una categoria all’altra», anziché come semplice intervento di natura manutentiva rientrante nell’attività edilizia c.d. libera.

... per la riforma della sentenza breve del TAR LAZIO-ROMA, SEZIONE I-QUATER, n. 10732/2012, resa tra le parti e concernente: demolizione di opere edilizie abusive;
...
1. Con la sentenza in epigrafe, il Tar per il Lazio respingeva il ricorso n. 9534 del 2012, proposto da L.E. avverso le determinazioni dirigenziali di Roma Capitale n. 1507 del 12.09.2012 e n. 1737 del 19.10.2012, con le quali erano state ordinate la sospensione dei lavori e, rispettivamente, la demolizione con riguardo ad una struttura in legno, realizzata nella primavera del 2012 su un terrazzo di livello dell’appartamento di proprietà della ricorrente, sito al pianoterra dell’edificio ubicato in Roma, via di Casal Selce, n. ..., int. 1.
La struttura era costituita da due pali dello spessore di 8,50 cm x 11,50 cm poggiati sul pavimento del terrazzo a livello e da quattro traverse con binario di scorrimento a telo in PVC della superficie di 15 mq, dell’altezza variabile da 2,80 m a 2,10 m, ancorata al sovrastante balcone e munita di una copertura rigida di 4 mq a riparo del telo retraibile.
Il Tar escludeva che la struttura realizzata dalla ricorrente, «per le sue dimensioni, per la grandezza dei pali, per essere ancorata al suolo e al balcone sovrastante e per avere anche un’ulteriore copertura, a riparo del telo», potesse essere qualificata come ‘pergotenda’ ai sensi della circolare di Roma Capitale n. 19137 del 09.03.2012 e rientrasse nell’attività edilizia libera, ma riteneva che «la stessa, determinando una modifica dei prospetti e della sagoma, avrebbe richiesto il permesso di costruire o alternativamente la D.I.A. c.d. pesante, entrambi nella specie mancanti» (v. così, testualmente, l’appellata sentenza), affermando di conseguenza la legittimità dell’impugnato provvedimento di ripristino.
2. Avverso tale sentenza interponeva appello la ricorrente soccombente, deducendo l’erronea applicazione degli artt. 3, 6, 10 e 33 d.P.R. 06.06.2001, n. 380, e 14 e 16 l.reg. - Lazio 11.08.2008, n. 15, il travisamento di fatto per avere la sentenza supposto un inesistente ancoraggio dei pali di sostegno della struttura al pavimento, nonché la violazione della circolare di Roma Capitale n. 19137 del 09.03.2012 –che definisce la ‘pergotenda’ quale manufatto rientrante nell’attività edilizia libera, come «struttura di arredo, installata su pareti esterni dell’unità immobiliare di cui è ad esclusivo servizio, costituito da struttura leggera e amovibilie, caratterizzata da elementi in metallo o in legno di esigua sezione, coperta da telo anche retrattile, stuoie in canna o bambù o materiale in pellicola trasparente, priva di opere murarie e di pareti chiuse di qualsiasi genere, costituita da elementi leggeri, assemblati tra loro, tali da rendere possibile la loro rimozione previo smontaggio e non demolizione»–, attesa la conformità della struttura realizzata alle caratteristiche definite dalla circolare. L’appellante chiedeva dunque, previa sospensione della provvisoria esecutorietà dell’appellata sentenza e in sua riforma, l’accoglimento del ricorso proposto in primo grado.
3. Costituendosi in giudizio, l’Amministrazione appellata contestava la fondatezza dell’appello, chiedendone la reiezione.
4. Accolta con ordinanza n. 1484 del 24.04.2013 l’istanza di sospensiva sulla base di una delibazione positiva sia del fumus che del periculum, all’udienza pubblica del 17.12.2013 la causa è stata trattenuta in decisione.
5. L’appello è fondato.
Merita, in primo luogo, accoglimento il motivo di error in iudicando costituito dall’erronea valutazione delle caratteristiche di fatto connotanti l’opera in oggetto, atteso il mancato ancoraggio –invece erroneamente supposto dal Tar– dei pali di sostegno della struttura in esame al pavimento del terrazzo pertinenziale dell’appartamento dell’appellante (infatti, nel verbale di sopralluogo della Polizia municipale, posto a base degli impugnati provvedimenti, si discorre di pali «poggiati sul pavimento», e non già di pali ancorativi in modo fisso; v., altresì, la documentazione fotografica, in atti), con conseguente facile amovibilità della struttura medesima.
La struttura in esame, quale descritta sopra sub § 1. –costituita da due pali dello spessore di 8,50 cm x 11,50 cm poggiati sul pavimento del terrazzo a livello e da quattro traverse con binario di scorrimento a telo in PVC della superficie di 15 mq e dell’altezza variabile da 2,80 m a 2,10 m, ancorata al sovrastante balcone e munita di una copertura rigida di 0,80 (in aggetto) x 5,00 m a riparo del telo retraibile (v. il citato verbale e la documentazione fotografica)–, non configura né un aumento del volume e della superficie coperta, né la creazione o modificazione di un organismo edilizio, né l’alterazione del prospetto o della sagoma dell’edificio cui è connessa, in ragione della sua inidoneità a modificare la destinazione d’uso degli spazi esterni interessati, della sua facile e completa rimuovibilità, dell’assenza di tamponature verticale e della facile rimuovibilità della copertura orizzontale (addirittura retraibile a mezzo di motore elettrico).
La stessa deve, invece, qualificarsi alla stregua di arredo esterno, di riparo e protezione, funzionale alla migliore fruizione temporanea dello spazio esterno all’appartamento cui accede, in quanto tale riconducibile agli interventi manutentivi non subordinati ad alcun titolo abilitativo ai sensi dell’art. 6, comma 1, d.P.R. n. 380 del 2001.
Ne consegue la fondatezza del motivo d’appello, di erronea reiezione della censura di violazione degli artt. 3, 6, 10 e 33 d.P.R. 06.06.2001, n. 380, e 14 e 16 l.reg. - Lazio 11.08.2008, n. 15, avendo gli impugnati provvedimenti erroneamente qualificato l’opera in oggetto come intervento di «ristrutturazione edilizia e/o cambio di destinazione d’uso da una categoria all’altra», anziché come semplice intervento di natura manutentiva rientrante nell’attività edilizia c.d. libera.
Per le esposte ragioni, in accoglimento dell’appello e in riforma dell’appellata sentenza, s’impone l’accoglimento del ricorso di primo grado, con sequela di annullamento dei gravati provvedimenti ed assorbimento di ogni altra questione (compresa quella relativa alla valenza della circolare n. 19137 del 09.03.2012), ormai irrilevanti ai fini decisori (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 11.04.2014 n. 1777 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATAAvveduta giurisprudenza, al fine di scoraggiare pratiche dilatorie da parte delle amministrazioni, ha puntualizzato che “nel sistema dell'art. 2 della legge n. 241 del 1990 la fissazione di un termine procedimentale di durata massima del procedimento amministrativo, con evidenti finalità acceleratorie, ancorché non perentorio (e dunque, al di là della persistenza o meno del potere di provvedere in capo all'amministrazione inadempiente), comporta la qualificazione come inadempimento del fatto stesso dell'inutile spirare di tale termine, posto a presidio della certezza dei tempi dell'azione amministrativa, qualora sull'istanza della parte non sia stato emesso alcun provvedimento, positivo o negativo. Per questa ragione, le cause di interruzione o sospensione del termine per provvedere sono tipiche e di stretta interpretazione, e non lasciano spazio a sospensioni sine die motivate da qualsivoglia esigenza estranea al paradigma normativo che regola l'attività amministrativa.”.
Laddove, però, si rientri nel paradigma normativo, il termine finale di definizione del procedimento può essere prolungato, con conseguente esclusione della formazione del silenzio-inadempimento.
Si è detto in proposito che "il termine annuale, dell'art. 31, comma 2°, c.p.a., non inizia a decorrere se la documentazione allegata all'istanza non corrisponde alle previsioni legali e se le pertinenti richieste di integrazione formulate dall'Amministrazione non trovano adeguato riscontro”.
Di converso, la giurisprudenza ha assunto un atteggiamento abbastanza rigido, volto a scoraggiare condotte furbesche delle Amministrazioni che volessero non rispettare i termini definitori del procedimento pur restando immuni dalla possibile, conseguente, azione giudiziaria del privato volta a fare constare tale inerzia.
Si è affermato, pertanto, in proposito, che l’azione ex art. 31 e 117 del cpa è possibile anche in presenza di un atto soprassessorio, sul presupposto che siffatto atto non costituisce il provvedimento terminativo del procedimento, che l'amministrazione ha l'obbligo di emanare quale che sia il contenuto, ma un rinvio sine die della conclusione del procedimento in violazione dell'obbligo di concluderlo entro il termine fissato. L'atto è in questo caso essenzialmente conosciuto dal giudice non già in relazione ai suoi aspetti di satisfattività per l'istante, ma in relazione alla sua idoneità ad integrare adempimento della primaria obbligazione di provvedere, con il corollario che la sentenza è dichiarativa dell'obbligo generico di provvedere o, nei casi in cui l'attività è ab origine o ex post divenuta vincolata, anche dell'obbligo di adottare un provvedimento di tenore predeterminato.
Tuttavia, poiché l'interesse a ricorrere deriva non dall'inerzia assoluta, ma dal comportamento soprassessorio, l'azione è ritualmente introdotta attraverso l'impugnazione del sedicente provvedimento conclusivo, ma esso è traguardato e stigmatizzato per il contenuto elusivo dell'obbligo di provvedere, ossia quale atto sussumibile nella fattispecie composita dell'inerzia. L'impugnazione è, cioè, strumentale ad una pronuncia che, constatata la natura soprassessoria dell'atto e dichiarata la permanenza dell'obbligo di provvedere, condanni l'amministrazione ad emanarlo immediatamente.
Ciò in punto di formazione del c.d. “silenzio-inadempimento”.
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Anche in riferimento al c.d. “silenzio-assenso”, l’attività giurisprudenziale interpretativa in chiave perimetrativa si è strutturata su più versanti.
Avuto riguardo alle qualità intrinseche che la istanza deve possedere affinché possa validamente formarsi un silenzio-assenso giuridicamente rilevante e produttivo di effetti ampliativi, si è posto in luce che “una fattispecie di tacito accoglimento può aver luogo in presenza di istanze assistite da requisiti minimali (afferenti alla legittimazione del richiedente, alla corretta individuazione dell'oggetto del provvedere, alla competenza dell'ente chiamato a pronunciarsi, ecc.), tali da poter ricondurre al dato obiettivo della loro presentazione, unitamente al decorso del termine assegnato per provvedere, l'accoglimento per silentium”.
Da tale principio si è fatta discendere la conseguenza che “non può formarsi il silenzio-assenso sull'istanza di concessione edilizia quando non è accompagnata ab initio da tutti i requisiti previsti dalla legge (in primis la perizia giurata di un tecnico qualificato), necessari perché il silenzio possa essere equiparato a rilascio della concessione edilizia”, e che, comunque, “il privato deve chiarire sin da subito quale sia il provvedimento favorevole cui aspira non potendosi invocare la formazione di un provvedimento tacito di accoglimento laddove si presentino all'amministrazione istanze articolate in più sottorichieste comportanti termini e procedimenti diversi. Una diversa interpretazione condurrebbe all'inevitabile conseguenza della completa incertezza, per l'Amministrazione così come per il privato, sul valore da attribuire al comportamento inerte dell'Amministrazione e sul provvedimento tacito che si è formato”.
Con una affermazione che suona quale “clausola di chiusura del sistema”, si è di recente puntualizzato che “la formazione tacita dei provvedimenti amministrativi per silenzio-assenso presuppone, quale sua condizione imprescindibile, non solo l'inutile decorso del tempo dalla presentazione dell'istanza senza che sia intervenuta risposta dall'Amministrazione, ma la ricorrenza di tutte le condizioni, i requisiti e i presupposti richiesti dalla legge, ossia degli elementi costitutivi della fattispecie di cui si deduce l'avvenuto perfezionamento, con la conseguenza che il silenzio assenso non si forma nel caso in cui l'interessato abbia rappresentato una situazione di fatto difforme da quella reale”.
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Analoga cautela ha improntato le valutazioni giurisprudenziali in riferimento agli accadimenti intervenuti in un momento successivo al decorso del termine previsto ex lege per la formazione del silenzio-assenso.).
La questione si è posta in passato, con una certa frequenza, laddove il provvedimento espresso sopravvenuto abbia contenuto reiettivo (e quindi si ponga in contrasto con il “provvedimento silenzioso” già formatosi).
Si è detto, infatti, a più riprese, in passato, che il diniego esplicito, sopravvenuto alla formazione del silenzio-assenso, non può considerarsi atto inesistente, ma atto che si sostituisce all'assenso tacito, quale ulteriore rinnovata espressione del potere di cui l'amministrazione era e rimane titolare, quanto meno in via di autotutela; il diniego, quindi, può, se mai, ritenersi illegittimo -in quanto non conforme all'esercizio del potere di autotutela-, ma non nullo (facendone peraltro discendere –in un quadro legislativo precedente all’art. 5-bis dell’art. 20 della legge n. 241 del 1990 introdotto dall'articolo 2, comma 1-sexies, del D.L. 05.08.2010, n. 125- la conseguenza che il diniego stesso e gli atti che ne costituiscono esecuzione debbono essere sindacati non dall'A.g.o., ma dal giudice amministrativo, in quanto oggetto del contendere è un asserito non corretto uso dei poteri amministrativi).
A fronte di un silenzio-assenso legittimamente formatosi, si sosteneva –da parte di una qualificata corrente dottrinaria e giurisprudenziale- che sarebbe potuto pur sempre intervenire un provvedimento a contenuto negativo; quest’ultimo, se reso con le forme procedimentali proprie degli atti “di secondo grado”, rientranti nell’alveo dei provvedimenti di autotutela, doveva essere tempestivamente impugnato: altrimenti si sarebbe consolidato, con effetto annullatorio dell’“assenso-silenzioso”.
La giurisprudenza più recente ha, però, espresso non poche critiche verso questo modo di provvedere delle Amministrazioni, affermando che sarebbe illegittimo l'atto di diniego successivamente emesso, considerato che il potere di provvedere sulla domanda si è consumato e residua solo eventualmente in capo all'ente pubblico la potestà di autotutela, da attuarsi con provvedimento di annullamento e in presenza dei relativi presupposti, tra cui l'indicazione dei profili di illegittimità.
L’elaborazione pretoria ha trovato conferma in un successivo intervento legislativo: l'art. 20, terzo comma, L. n. 241 del 1990 (legge sul procedimento amministrativo), nel testo modificato dalla L. n. 80 del 2005, dispone che, nei casi in cui il silenzio equivale ad accoglimento della domanda, l'Amministrazione competente può soltanto assumere determinazioni in via di autotutela, secondo le previsioni dei successivi artt. 21-quinquies e 21-nonies, L. n. 241 del 1990.
L’amministrazione non può, quindi, limitarsi a provvedere tardivamente sull’istanza, ma deve avviare un vero e proprio procedimento di secondo grado finalizzato alla rimozione dell’atto (che si assume illegittimo) formatosi per silentium.
In senso parzialmente contrario, altra corrente “sostanzialistica” della giurisprudenza di primo grado ha sostenuto che non sarebbe precluso alla p.a. di determinarsi in contrario con un provvedimento esplicito, ma, trattandosi di un atto implicito di autotutela, essa dovrebbe comunicare all'interessato l'avvio del relativo procedimento, pena l'illegittimità dell'atto.
Per chiudere con questo –necessario, seppur sintetico- excursus, va anche evidenziato che neppure v’è pieno accordo in ordine alla latitudine applicativa del detto eventuale atto di autotutela.
Se è, infatti, certo che esso deve essere assunto nel rispetto delle cautele infraprocedimentali proprie dei procedimenti di secondo grado (primo tra tutti, l’obbligo di dare avviso dell’avvio del procedimento finalizzato alla rimozione dell’atto), il nuovo provvediemnto secondo parte della giurisprudenza amministrativa, non sarebbe soggetto ai limiti applicativi (sussistenza di ragioni di interesse pubblico, termine ragionevole ponderazione degli interessi dei destinatari e dei controinteressati) di cui all’art. 21-novies della legge 07.08.1990 n. 241.
Tali limiti all’adozione di un atto di autotutela ricorrerebbero soltanto in ipotesi di rimozione di un provvedimento espresso.
Nell’ipotesi di silenzio-assenso, viceversa, si è ritenuto che “l'inerente potere di autotutela assorba in sé anche profili valutativi che normalmente ineriscono all'esercizio della funzione amministrativa di primo grado, ma che l'Amministrazione non è stata a suo tempo in grado di esercitare. La funzione sollecitatoria a cui si ispira l'istituto del silenzio-assenso non può, infatti, a pena di insanabile contrasto della relativa disciplina legislativa con la sovraordinata fonte costituzionale (art. 97 cost.), pregiudicare la possibilità di un pieno e ponderato esercizio dell'attività di valutazione e comparazione dei diversi interessi pubblici e privati coinvolti dall'esercizio della funzione amministrativa. Pertanto, in sede di annullamento d'ufficio di un silenzio-assenso, deve essere restituito integro il potere-dovere di compiere, per la prima volta, quelle valutazioni che a suo tempo l'Amministrazione avrebbe potuto e dovuto porre a fondamento dell'esercizio della funzione istituzionale di primo grado ad essa spettante. Correlativamente, è stato reputato legittimo il provvedimento di annullamento d'ufficio del silenzio assenso, ove l'Amministrazione, pur senza enucleare specifici profili di illegittimità dell'atto da annullare e specifiche, distinte, ragioni di interesse pubblico giustificanti l'annullamento medesimo, abbia svolto una completa ed approfondita disamina dell'assetto di interessi scaturente dal provvedimento tacito, in rapporto a quello inerente alla funzione tipica cui è preordinata l'attività amministrativa di primo grado, pervenendo, ove ne abbia riscontrato la dissonanza, alla rimozione dell'assetto ritenuto "contra legem" ed al ripristino di quello risultante conforme all'interesse pubblico da perseguire -l'interesse pubblico sotteso al legittimo esercizio del potere di autotutela può rinvenirsi anche nella necessità di ripristinare l'equilibrio delle posizioni private coinvolte, che non costituisce un aspetto di disciplina dei rapporti intersoggettivi di natura privata, ma costituisce l'essenziale garanzia del rispetto reciproco da parte di tutti i cittadini delle posizioni dei singoli, posizioni che devono ricevere adeguata tutela nell'ordinamento, rimanendo escluse indebite appropriazioni o prevaricazioni-”.

L’appello è infondato e deve essere disatteso nei termini di cui alla motivazione che segue.
2. Con i connessi motivi nn. 3, 8, 9, e 10 dell’atto di appello, la società odierna appellante ha ribadito la tesi per cui si era formato il silenzio-assenso sulla propria richiesta e, pertanto, correlativamente, la violazione dei principi in punto di autotutela quanto al sopravvenuto provvedimento reiettivo.
Tale prospettazione del mezzo, che assume portata pregiudiziale sotto il profilo logico, è infondata.
Avveduta giurisprudenza, al fine di scoraggiare pratiche dilatorie da parte delle amministrazioni, ha puntualizzato che (TAR Lazio Roma Sez. I, 29.03.2011, n. 2739), “nel sistema dell'art. 2 della legge n. 241 del 1990 la fissazione di un termine procedimentale di durata massima del procedimento amministrativo, con evidenti finalità acceleratorie, ancorché non perentorio (e dunque, al di là della persistenza o meno del potere di provvedere in capo all'amministrazione inadempiente), comporta la qualificazione come inadempimento del fatto stesso dell'inutile spirare di tale termine, posto a presidio della certezza dei tempi dell'azione amministrativa, qualora sull'istanza della parte non sia stato emesso alcun provvedimento, positivo o negativo. Per questa ragione, le cause di interruzione o sospensione del termine per provvedere sono tipiche e di stretta interpretazione, e non lasciano spazio a sospensioni sine die motivate da qualsivoglia esigenza estranea al paradigma normativo che regola l'attività amministrativa.”.
Laddove, però, si rientri nel paradigma normativo, il termine finale di definizione del procedimento può essere prolungato, con conseguente esclusione della formazione del silenzio-inadempimento.
Si è detto in proposito che (Cons. Giust. Amm. Sic., 30.05.2013, n. 528) “il termine annuale, dell'art. 31, comma 2°, c.p.a., non inizia a decorrere se la documentazione allegata all'istanza non corrisponde alle previsioni legali e se le pertinenti richieste di integrazione formulate dall'Amministrazione non trovano adeguato riscontro”.
Di converso, la giurisprudenza ha assunto un atteggiamento abbastanza rigido, volto a scoraggiare condotte furbesche delle Amministrazioni che volessero non rispettare i termini definitori del procedimento pur restando immuni dalla possibile, conseguente, azione giudiziaria del privato volta a fare constare tale inerzia.
Si è affermato, pertanto, in proposito, che l’azione ex art. 31 e 117 del cpa è possibile anche in presenza di un atto soprassessorio, sul presupposto che siffatto atto non costituisce il provvedimento terminativo del procedimento, che l'amministrazione ha l'obbligo di emanare quale che sia il contenuto, ma un rinvio sine die della conclusione del procedimento in violazione dell'obbligo di concluderlo entro il termine fissato. L'atto è in questo caso essenzialmente conosciuto dal giudice non già in relazione ai suoi aspetti di satisfattività per l'istante, ma in relazione alla sua idoneità ad integrare adempimento della primaria obbligazione di provvedere, con il corollario che la sentenza è dichiarativa dell'obbligo generico di provvedere o, nei casi in cui l'attività è ab origine o ex post divenuta vincolata, anche dell'obbligo di adottare un provvedimento di tenore predeterminato.
Tuttavia, poiché l'interesse a ricorrere deriva non dall'inerzia assoluta, ma dal comportamento soprassessorio, l'azione è ritualmente introdotta attraverso l'impugnazione del sedicente provvedimento conclusivo, ma esso è traguardato e stigmatizzato per il contenuto elusivo dell'obbligo di provvedere, ossia quale atto sussumibile nella fattispecie composita dell'inerzia. L'impugnazione è, cioè, strumentale ad una pronuncia che, constatata la natura soprassessoria dell'atto e dichiarata la permanenza dell'obbligo di provvedere, condanni l'amministrazione ad emanarlo immediatamente (ex aliis, Cons. Stato Sez. IV, 09.05.2013, n. 2511).
Ciò in punto di formazione del c.d. “silenzio-inadempimento”.
In perfetta simmetria con quanto prima affermato, anche in riferimento al c.d. “silenzio-assenso”, l’attività giurisprudenziale interpretativa in chiave perimetrativa si è strutturata su più versanti.
Avuto riguardo alle qualità intrinseche che la istanza deve possedere affinché possa validamente formarsi un silenzio-assenso giuridicamente rilevante e produttivo di effetti ampliativi, si è posto in luce che “una fattispecie di tacito accoglimento può aver luogo in presenza di istanze assistite da requisiti minimali (afferenti alla legittimazione del richiedente, alla corretta individuazione dell'oggetto del provvedere, alla competenza dell'ente chiamato a pronunciarsi, ecc.), tali da poter ricondurre al dato obiettivo della loro presentazione, unitamente al decorso del termine assegnato per provvedere, l'accoglimento per silentium” (Consiglio di Stato, Sezione VI, 21.09.2010 n. 7012).
Da tale principio si è fatta discendere la conseguenza che “non può formarsi il silenzio-assenso sull'istanza di concessione edilizia quando non è accompagnata ab initio da tutti i requisiti previsti dalla legge (in primis la perizia giurata di un tecnico qualificato), necessari perché il silenzio possa essere equiparato a rilascio della concessione edilizia” (Cons. giust. amm. Sicilia, sez. giurisd., 05.10.2010 n. 1239), e che, comunque, “il privato deve chiarire sin da subito quale sia il provvedimento favorevole cui aspira non potendosi invocare la formazione di un provvedimento tacito di accoglimento laddove si presentino all'amministrazione istanze articolate in più sottorichieste comportanti termini e procedimenti diversi. Una diversa interpretazione condurrebbe all'inevitabile conseguenza della completa incertezza, per l'Amministrazione così come per il privato, sul valore da attribuire al comportamento inerte dell'Amministrazione e sul provvedimento tacito che si è formato” (Tar Campania, Napoli, Sezione III n. 17583, del 04.10.2010).
Con una affermazione che suona quale “clausola di chiusura del sistema”, si è di recente puntualizzato che “la formazione tacita dei provvedimenti amministrativi per silenzio-assenso presuppone, quale sua condizione imprescindibile, non solo l'inutile decorso del tempo dalla presentazione dell'istanza senza che sia intervenuta risposta dall'Amministrazione, ma la ricorrenza di tutte le condizioni, i requisiti e i presupposti richiesti dalla legge, ossia degli elementi costitutivi della fattispecie di cui si deduce l'avvenuto perfezionamento, con la conseguenza che il silenzio assenso non si forma nel caso in cui l'interessato abbia rappresentato una situazione di fatto difforme da quella reale” (Tar Piemonte, 14.01.2011 n. 16).
2.1. Come è noto, poi, analoga cautela ha improntato le valutazioni giurisprudenziali in riferimento agli accadimenti intervenuti in un momento successivo al decorso del termine previsto ex lege per la formazione del silenzio-assenso.).
La questione si è posta in passato, con una certa frequenza, laddove il provvedimento espresso sopravvenuto abbia contenuto reiettivo (e quindi si ponga in contrasto con il “provvedimento silenzioso” già formatosi).
Si è detto, infatti, a più riprese, in passato (tra le tante Consiglio Stato , sez. VI, 10.03.1994, n. 298 ma anche Consiglio Stato, sez. V, 17.03.2003, n. 1381), che il diniego esplicito, sopravvenuto alla formazione del silenzio-assenso, non può considerarsi atto inesistente, ma atto che si sostituisce all'assenso tacito, quale ulteriore rinnovata espressione del potere di cui l'amministrazione era e rimane titolare, quanto meno in via di autotutela; il diniego, quindi, può, se mai, ritenersi illegittimo -in quanto non conforme all'esercizio del potere di autotutela-, ma non nullo (facendone peraltro discendere –in un quadro legislativo precedente all’art. 5-bis dell’art. 20 della legge n. 241 del 1990 introdotto dall'articolo 2, comma 1-sexies, del D.L. 05.08.2010, n. 125- la conseguenza che il diniego stesso e gli atti che ne costituiscono esecuzione debbono essere sindacati non dall'A.g.o., ma dal giudice amministrativo, in quanto oggetto del contendere è un asserito non corretto uso dei poteri amministrativi).
A fronte di un silenzio-assenso legittimamente formatosi, si sosteneva –da parte di una qualificata corrente dottrinaria e giurisprudenziale- che sarebbe potuto pur sempre intervenire un provvedimento a contenuto negativo; quest’ultimo, se reso con le forme procedimentali proprie degli atti “di secondo grado”, rientranti nell’alveo dei provvedimenti di autotutela, doveva essere tempestivamente impugnato: altrimenti si sarebbe consolidato, con effetto annullatorio dell’“assenso-silenzioso”.
La giurisprudenza più recente ha, però, espresso non poche critiche verso questo modo di provvedere delle Amministrazioni, affermando che sarebbe illegittimo l'atto di diniego successivamente emesso, considerato che il potere di provvedere sulla domanda si è consumato e residua solo eventualmente in capo all'ente pubblico la potestà di autotutela, da attuarsi con provvedimento di annullamento e in presenza dei relativi presupposti, tra cui l'indicazione dei profili di illegittimità.
L’elaborazione pretoria ha trovato conferma in un successivo intervento legislativo: l'art. 20, terzo comma, L. n. 241 del 1990 (legge sul procedimento amministrativo), nel testo modificato dalla L. n. 80 del 2005, dispone che, nei casi in cui il silenzio equivale ad accoglimento della domanda, l'Amministrazione competente può soltanto assumere determinazioni in via di autotutela, secondo le previsioni dei successivi artt. 21-quinquies e 21-nonies, L. n. 241 del 1990.
L’amministrazione non può, quindi, limitarsi a provvedere tardivamente sull’istanza (tra le tante, TAR Campania, Napoli, sez. VIII, 03.05.2010, n. 2266), ma deve avviare un vero e proprio procedimento di secondo grado finalizzato alla rimozione dell’atto (che si assume illegittimo) formatosi per silentium.
In senso parzialmente contrario, altra corrente “sostanzialistica” della giurisprudenza di primo grado (si veda TAR Friuli Venezia Giulia Trieste, sez. I, 28.10.2010, n. 719) ha sostenuto che non sarebbe precluso alla p.a. di determinarsi in contrario con un provvedimento esplicito, ma, trattandosi di un atto implicito di autotutela, essa dovrebbe comunicare all'interessato l'avvio del relativo procedimento, pena l'illegittimità dell'atto.
Per chiudere con questo –necessario, seppur sintetico- excursus, va anche evidenziato che neppure v’è pieno accordo in ordine alla latitudine applicativa del detto eventuale atto di autotutela.
Se è, infatti, certo che esso deve essere assunto nel rispetto delle cautele infraprocedimentali proprie dei procedimenti di secondo grado (primo tra tutti, l’obbligo di dare avviso dell’avvio del procedimento finalizzato alla rimozione dell’atto: ex multis, si veda Consiglio Stato, sez. VI, 28.02.2006, n. 887), il nuovo provvediemnto secondo parte della giurisprudenza amministrativa, non sarebbe soggetto ai limiti applicativi (sussistenza di ragioni di interesse pubblico, termine ragionevole ponderazione degli interessi dei destinatari e dei controinteressati) di cui all’art. 21-novies della legge 07.08.1990 n. 241.
Tali limiti all’adozione di un atto di autotutela ricorrerebbero soltanto in ipotesi di rimozione di un provvedimento espresso.
Nell’ipotesi di silenzio-assenso, viceversa, si è ritenuto che “l'inerente potere di autotutela assorba in sé anche profili valutativi che normalmente ineriscono all'esercizio della funzione amministrativa di primo grado, ma che l'Amministrazione non è stata a suo tempo in grado di esercitare. La funzione sollecitatoria a cui si ispira l'istituto del silenzio-assenso non può, infatti, a pena di insanabile contrasto della relativa disciplina legislativa con la sovraordinata fonte costituzionale (art. 97 cost.), pregiudicare la possibilità di un pieno e ponderato esercizio dell'attività di valutazione e comparazione dei diversi interessi pubblici e privati coinvolti dall'esercizio della funzione amministrativa. Pertanto, in sede di annullamento d'ufficio di un silenzio-assenso, deve essere restituito integro il potere-dovere di compiere, per la prima volta, quelle valutazioni che a suo tempo l'Amministrazione avrebbe potuto e dovuto porre a fondamento dell'esercizio della funzione istituzionale di primo grado ad essa spettante. Correlativamente, è stato reputato legittimo il provvedimento di annullamento d'ufficio del silenzio assenso, ove l'Amministrazione, pur senza enucleare specifici profili di illegittimità dell'atto da annullare e specifiche, distinte, ragioni di interesse pubblico giustificanti l'annullamento medesimo, abbia svolto una completa ed approfondita disamina dell'assetto di interessi scaturente dal provvedimento tacito, in rapporto a quello inerente alla funzione tipica cui è preordinata l'attività amministrativa di primo grado, pervenendo, ove ne abbia riscontrato la dissonanza, alla rimozione dell'assetto ritenuto "contra legem" ed al ripristino di quello risultante conforme all'interesse pubblico da perseguire -l'interesse pubblico sotteso al legittimo esercizio del potere di autotutela può rinvenirsi anche nella necessità di ripristinare l'equilibrio delle posizioni private coinvolte, che non costituisce un aspetto di disciplina dei rapporti intersoggettivi di natura privata, ma costituisce l'essenziale garanzia del rispetto reciproco da parte di tutti i cittadini delle posizioni dei singoli, posizioni che devono ricevere adeguata tutela nell'ordinamento, rimanendo escluse indebite appropriazioni o prevaricazioni-” (Tar Campania, Napoli, 10.09.2010 n. 17398) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 11.04.2014 n. 1767 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTICostituisce ius receptum, in dottrina ed in giurisprudenza, quello per cui le prescrizioni del bando vincolano anche e soprattutto l’Amministrazione; esse non sono disapplicabili ad nutum, ma semmai l’amministrazione appaltante –comunque tenuta a conformarvisi- potrebbe ritirare o correggere il bando medesimo: giammai obliarne le prescrizioni ivi contenute.
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Negli appalti pubblici il bando di gara ed il capitolato assolvono a differenti funzioni in quanto il primo regola, principalmente il procedimento, ed il secondo le complessive condizioni del futuro rapporto contrattuale; ne consegue che il bando costituisce legge speciale del procedimento le cui clausole sono vincolanti per l'Amministrazione e precipuamente per i concorrenti e la Commissione di gara
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Ciò premesso in punto di ricostruzione del dato normativo che regola la fattispecie, rammenta il Collegio che costituisce ius receptum, in dottrina ed in giurisprudenza, quello per cui le prescrizioni del bando vincolano anche e soprattutto l’Amministrazione; esse non sono disapplicabili ad nutum, ma semmai l’amministrazione appaltante –comunque tenuta a conformarvisi- potrebbe ritirare o correggere il bando medesimo: giammai obliarne le prescrizioni ivi contenute (ex aliis Cons. Stato Sez. V, 10.11.2005, n. 6286: “negli appalti pubblici il bando di gara ed il capitolato assolvono a differenti funzioni in quanto il primo regola, principalmente il procedimento, ed il secondo le complessive condizioni del futuro rapporto contrattuale; ne consegue che il bando costituisce legge speciale del procedimento le cui clausole sono vincolanti per l'Amministrazione e precipuamente per i concorrenti e la Commissione di gara”) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 11.04.2014 n. 1764 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

atti amministrativi - EDILIZIA PRIVATALa legittimità di un provvedimento amministrativo si deve accertare con riferimento allo stato di fatto e di diritto esistente al momento della sua emanazione, secondo il principio del "tempus regit actum", con conseguente irrilevanza di provvedimenti successivi che non possono in alcun caso legittimare ex post precedenti atti amministrativi.
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La materia urbanistica e quella edilizia non fanno certo eccezione a detta regola generale: “per il principio tempus regit actum, la legittimità del rigetto del permesso di costruire deve essere rapportata alla situazione di diritto riscontrabile alla data della relativa emanazione”.

Nel rammentare che costituisce principio generale costantemente predicato dalla pacifica giurisprudenza amministrativa quello per cui “la legittimità di un provvedimento amministrativo si deve accertare con riferimento allo stato di fatto e di diritto esistente al momento della sua emanazione, secondo il principio del "tempus regit actum", con conseguente irrilevanza di provvedimenti successivi che non possono in alcun caso legittimare ex post precedenti atti amministrativi” (Cons. Stato Sez. IV, 21.08.2012, n. 4583), si evidenzia che anche la giurisprudenza civile di legittimità, a propria volta, ritiene il detto canone valutativo principio di imprescindibile applicazione (ex multis: Cass. civ. Sez. VI, 22.02.2012, n. 2672).
La materia urbanistica e quella edilizia non fanno certo eccezione a detta regola generale (ex multis: “per il principio tempus regit actum, la legittimità del rigetto del permesso di costruire deve essere rapportata alla situazione di diritto riscontrabile alla data della relativa emanazione” -Cons. Stato Sez. IV, 09.02.2012, n. 693) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 11.04.2014 n. 1763 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPer la costruzione di un cantiere navale non sussiste il diritto all'esenzione del versamento dei contributi per il rilascio della concessione edilizia assentita.
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L’art. 9, primo comma, lettera f), della legge 28.01.1977, n. 10 recita che il contributo di cui al precedente art. 3 (commisurato alle spese di urbanizzazione e al costo di costruzione) non è dovuto “per gli impianti, le attrezzature, le opere pubbliche e di interesse generale realizzate dagli enti istituzionalmente competenti nonché per le opere di urbanizzazione, eseguite anche da privati, in attuazione di strumenti urbanistici”.
Il successivo comma secondo prevede, invece, che per le opere realizzate dai soggetti di cui al secondo comma dell’art. 4 (titolo edilizio rilasciato a concessionari di godimento su bene statale) “il contributo per la concessione…è commisurato alla incidenza delle sole opere di urbanizzazione”.
Invero, nel caso di specie, la società appellante è stata soltanto oggetto di una concessione per il godimento dell’area demaniale marittima e del collegato specchio d’acqua allo scopo di procedervi alla costruzione di un cantiere navale privato, tanto è vero che l’atto di sottomissione ha tra l’altro previsto, alla cessazione della concessione, la devoluzione gratuita allo Stato delle opere realizzate, non quindi a titolo di concessionario per un’opera pubblica o di un servizio pubblico cui sia strumentale il cantiere navale in discorso.
Né la conseguita sovvenzione pubblica comunitaria a finanziamento del progetto di ampliamento della sede operativa con il trasferimento del cantiere navale in località “Bocche di Puglia”, per il migliore soddisfacimento degli operatori della pesca con motopescherecci d’altura e oceaniche che superino i 300 TSL, può condurre al risultato di far ritenere pubblico un intervento soggettivamente ed oggettivamente privato.
Altresì, come ritenuto da concorde giurisprudenza di questo Consiglio, la ragione della deroga in commento è anzitutto quella di agevolare l'esecuzione di opere destinate al soddisfacimento di interessi pubblici o dalle quali la collettività possa comunque trarne una utilità, quando l'esecuzione sia compiuta da un ente istituzionalmente competente tramite un concessionario di opera pubblica, in tal caso venendo giustificata la concessione di un beneficio economico che, non contribuendo alla formazione di un utile d'impresa, si riverbera a vantaggio di tutta la collettività che fruisce dell'opera una volta eseguita.
Tale situazione ovviamente non ricorre nel caso di specie dato che la società appellante non è di certo ente pubblico o concessionario di opera pubblica e il cantiere navale realizzato non è strumentale ad un servizio pubblico, bensì solo ad esclusivo vantaggio della sovvenzionata intrapresa della società appellante nei confronti di una utenza privata che, per la manutenzione e l’ammodernamento delle relative imbarcazioni, necessita di una banchina con una profondità di acqua superiore ai 4/5 metri.
Trattasi dunque di intervento non immediatamente satisfattivo di un interesse generale della collettività o essenziale per l'attuazione di un'opera pubblica, le cui opere edilizie previste sono invece funzionali ai bisogni privati, organizzativi e imprenditoriali, della società appellante e della sua utenza.

L’appello concerne l'applicabilità dell'art. 9, primo comma, lettera f), della legge 28.01.1977, n. 10, agli interventi realizzati dall'appellante nell’area demaniale marittima, oggetto di una concessione per la costruzione di un cantiere navale e, in particolare, se sussista il diritto dell’appellante all'esenzione del versamento dei contributi per il rilascio della concessione edilizia assentita.
La citata disposizione recita che il contributo di cui al precedente art. 3 (commisurato alle spese di urbanizzazione e al costo di costruzione) non è dovuto “per gli impianti, le attrezzature, le opere pubbliche e di interesse generale realizzate dagli enti istituzionalmente competenti nonché per le opere di urbanizzazione, eseguite anche da privati, in attuazione di strumenti urbanistici”.
Il successivo comma secondo prevede, invece, che per le opere realizzate dai soggetti di cui al secondo comma dell’art. 4 (titolo edilizio rilasciato a concessionari di godimento su bene statale) “il contributo per la concessione…è commisurato alla incidenza delle sole opere di urbanizzazione”.
Ad avviso del Collegio l’appello è infondato e la sentenza merita conferma.
2.- Infatti, come risulta dagli atti processuali, la società appellante è stata soltanto oggetto di una concessione per il godimento dell’area demaniale marittima e del collegato specchio d’acqua allo scopo di procedervi alla costruzione di un cantiere navale privato, tanto è vero che l’atto di sottomissione ha tra l’altro previsto, alla cessazione della concessione, la devoluzione gratuita allo Stato delle opere realizzate, non quindi a titolo di concessionario per un’opera pubblica o di un servizio pubblico cui sia strumentale il cantiere navale in discorso.
Né la conseguita sovvenzione pubblica comunitaria a finanziamento del progetto di ampliamento della sede operativa con il trasferimento del cantiere navale in località “Bocche di Puglia”, per il migliore soddisfacimento degli operatori della pesca con motopescherecci d’altura e oceaniche che superino i 300 TSL, può condurre al risultato di far ritenere pubblico un intervento soggettivamente ed oggettivamente privato.
Del resto, non è stato neanche dedotto e provato che i manufatti in questione siano stati riconosciuti e ascritti nel novero delle opere pubbliche o di interesse generale.
3.- Invero, come ritenuto da concorde giurisprudenza di questo Consiglio, la ragione della deroga in commento è anzitutto quella di agevolare l'esecuzione di opere destinate al soddisfacimento di interessi pubblici o dalle quali la collettività possa comunque trarne una utilità, quando l'esecuzione sia compiuta da un ente istituzionalmente competente tramite un concessionario di opera pubblica, in tal caso venendo giustificata la concessione di un beneficio economico che, non contribuendo alla formazione di un utile d'impresa, si riverbera a vantaggio di tutta la collettività che fruisce dell'opera una volta eseguita (Cons. St., Sez. IV, 02.03.2011, n. 1332; Sez. VI, 09.09.2008, n. 4296; Sez. V, 11.01.2006, n. 51).
Tale situazione ovviamente non ricorre nel caso di specie, come correttamente evidenziato dai primi giudici, dato che la società appellante non è di certo ente pubblico o concessionario di opera pubblica e il cantiere navale realizzato non è strumentale ad un servizio pubblico, bensì solo ad esclusivo vantaggio della sovvenzionata intrapresa della società appellante nei confronti di una utenza privata che, per la manutenzione e l’ammodernamento delle relative imbarcazioni, necessita di una banchina con una profondità di acqua superiore ai 4/5 metri.
Trattasi dunque di intervento non immediatamente satisfattivo di un interesse generale della collettività o essenziale per l'attuazione di un'opera pubblica, le cui opere edilizie previste sono invece funzionali ai bisogni privati, organizzativi e imprenditoriali, della società appellante e della sua utenza.
4.- Conclusivamente, l’appello va quindi respinto e la sentenza deve essere confermata, non essendo i manufatti realizzati dalla società appellante assimilabili ad un bacino o banchina da costruzione o riparazione di navi, promossi da una amministrazione pubblica o affidati in concessione di servizio pubblico (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 11.04.2014 n. 1759 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’acquisizione gratuita al patrimonio del Comune di un manufatto abusivo determina una situazione inconciliabile con la sanatoria soltanto quando all’immissione nel possesso sia seguita una delle due ipotesi previste dall’art. 43, legge 28.02.1985 n. 47 e, cioè, o la demolizione dell’immobile abusivo ovvero la sua utilizzazione a fini pubblici.
Risulta, pertanto, illegittima l’ordinanza di demolizione o di acquisizione di opere edilizie abusive qualora il Comune non si sia ancora pronunciato sulla domanda di concessione edilizia in sanatoria antecedentemente presentata dall’interessato.
Come, infatti, affermato da questa Sezione in analoga vicenda contenziosa, “la presentazione di una domanda di sanatoria determina per l’Amministrazione l’onere di un provvedimento di reiezione (o di accoglimento) dell’istanza stessa cui deve far seguito l’eventuale adozione di ulteriori provvedimenti sanzionatori che il Comune è tenuto ad emanare con atti a contenuto vincolato, una volta che si sia verificato che non sussistono le condizioni per la sanatoria delle opere abusive”.
Ciò sta, in particolare, a significare che dopo la presentazione della domanda di sanatoria ai sensi dell’art. 36 DPR n. 380/2001 (prima, art. 13 legge n. 47/1985) le procedure per l’esecuzione di una sanzione amministrativa (a maggior ragione la potestà di emanare la sanzione stessa) deve ritenersi “sospesa” in attesa della determinazione dell’amministrazione sulla domanda di sanatoria.
Se così non fosse, potrebbe venir meno, prima della pronuncia dell’amministrazione, il substrato naturale (opere abusive) oggetto di domanda.
In pendenza di domanda di sanatoria, quindi, il Comune non può procedere a far eseguire misure sanzionatorie-ripristinatorie.

L’acquisizione gratuita al patrimonio del Comune di un manufatto abusivo determina una situazione inconciliabile con la sanatoria soltanto quando all’immissione nel possesso sia seguita una delle due ipotesi previste dall’art. 43, legge 28.02.1985 n. 47 e, cioè, o la demolizione dell’immobile abusivo ovvero la sua utilizzazione a fini pubblici.
Risulta, pertanto, illegittima l’ordinanza di demolizione o di acquisizione di opere edilizie abusive qualora il Comune non si sia ancora pronunciato sulla domanda di concessione edilizia in sanatoria antecedentemente presentata dall’interessato.
Come, infatti, affermato da questa Sezione in analoga vicenda contenziosa (cfr. Cons. St., Sez. IV, 15.06.2012, n. 3534), “la presentazione di una domanda di sanatoria determina per l’Amministrazione l’onere di un provvedimento di reiezione (o di accoglimento) dell’istanza stessa cui deve far seguito l’eventuale adozione di ulteriori provvedimenti sanzionatori che il Comune è tenuto ad emanare con atti a contenuto vincolato, una volta che si sia verificato che non sussistono le condizioni per la sanatoria delle opere abusive” (cfr. Cons. St., Sez. IV, 12.05.2010 n. 2244; idem, 12.11.2008 n. 5646).
Ciò sta, in particolare, a significare che dopo la presentazione della domanda di sanatoria ai sensi dell’art. 36 DPR n. 380/2001 (prima, art. 13 legge n. 47/1985) le procedure per l’esecuzione di una sanzione amministrativa (a maggior ragione la potestà di emanare la sanzione stessa) deve ritenersi “sospesa” in attesa della determinazione dell’amministrazione sulla domanda di sanatoria.
Se così non fosse, potrebbe venir meno, prima della pronuncia dell’amministrazione, il substrato naturale (opere abusive) oggetto di domanda.
In pendenza di domanda di sanatoria, quindi, il Comune non può procedere a far eseguire misure sanzionatorie-ripristinatorie (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 11.04.2014 n. 1756 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAi sensi dell’art. 15, co. 2, DPR n. 380/2001, senza dubbio la decadenza del permesso di costruire costituisce “effetto automatico del trascorrere del tempo”.
Come la giurisprudenza ha già avuto modo di chiarire, l’istituto della decadenza ha natura dichiarativa e presuppone un atto di accertamento di un effetto che consegue ex lege al presupposto legislativamente indicato.
Tuttavia, l’intervenuta decadenza, realizzatasi per superamento dei termini previsti per la realizzazione della costruzione (ai sensi dell’art. 15, co. 2, DPR n. 380/2001), comporta la impossibilità di realizzare la “parte non eseguita” dell’opera a suo tempo assentita, e la necessità del rilascio di un nuovo titolo edilizio per le opere ancora da eseguire, sempre che le stesse non possano essere realizzate sulla base di denuncia di inizio attività.
In sostanza, una volta intervenuta la decadenza, chiunque intenda completare la costruzione necessita di un nuovo ed autonomo titolo edilizio, che deve provvedere a richiedere,, sottoponendosi ad un nuovo iter procedimentale, volto sia a verificare la coerenza di quanto occorre ancora realizzare con le prescrizioni urbanistiche vigenti nell’attualità, sia, se del caso (e come la norma prevede), a provvedere al “ricalcolo del contributo di costruzione”.

Il Collegio deve, innanzi tutto, osservare –in ciò concordando con il giudice di I grado– che, ai sensi dell’art. 15, co. 2, DPR n. 380/2001, senza dubbio la decadenza del permesso di costruire costituisce “effetto automatico del trascorrere del tempo”.
Ed infatti, l’art. 15 citato prevede, per quel che interessa nella presente sede: “1. Nel permesso di costruire sono indicati i termini di inizio e di ultimazione dei lavori.
2. Il termine per l'inizio dei lavori non può essere superiore ad un anno dal rilascio del titolo; quello di ultimazione, entro il quale l'opera deve essere completata non può superare i tre anni dall'inizio dei lavori. Entrambi i termini possono essere prorogati, con provvedimento motivato, per fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso. Decorsi tali termini il permesso decade di diritto per la parte non eseguita, tranne che, anteriormente alla scadenza venga richiesta una proroga. La proroga può essere accordata, con provvedimento motivato, esclusivamente in considerazione della mole dell'opera da realizzare o delle sue particolari caratteristiche tecnico-costruttive, ovvero quando si tratti di opere pubbliche il cui finanziamento sia previsto in più esercizi finanziari.
3. La realizzazione della parte dell'intervento non ultimata nel termine stabilito è subordinata al rilascio di nuovo permesso per le opere ancora da eseguire, salvo che le stesse non rientrino tra quelle realizzabili mediante denuncia di inizio attività ai sensi dell'articolo 22. Si procede altresì, ove necessario, al ricalcolo del contributo di costruzione (...)
”.
Come la giurisprudenza ha già avuto modo di chiarire (Cons. Stato, sez. IV, 07.09.32011 n. 5028), l’istituto della decadenza ha natura dichiarativa e presuppone un atto di accertamento di un effetto che consegue ex lege al presupposto legislativamente indicato.
Tuttavia, l’intervenuta decadenza, realizzatasi per superamento dei termini previsti per la realizzazione della costruzione (ai sensi dell’art. 15, co. 2, DPR n. 380/2001), comporta la impossibilità di realizzare la “parte non eseguita” dell’opera a suo tempo assentita, e la necessità del rilascio di un nuovo titolo edilizio per le opere ancora da eseguire, sempre che le stesse non possano essere realizzate sulla base di denuncia di inizio attività.
In sostanza, una volta intervenuta la decadenza, chiunque intenda completare la costruzione necessita di un nuovo ed autonomo titolo edilizio, che deve provvedere a richiedere,, sottoponendosi ad un nuovo iter procedimentale, volto sia a verificare la coerenza di quanto occorre ancora realizzare con le prescrizioni urbanistiche vigenti nell’attualità, sia, se del caso (e come la norma prevede), a provvedere al “ricalcolo del contributo di costruzione” (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 11.04.2014 n. 1747 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

PUBBLICO IMPIEGOIl mini-ritardo non preclude il concorso. Il candidato era arrivato dopo l'orario di convocazione ma prima dell'inizio delle prove.
Il ritardo di 20 minuti non può pregiudicare la partecipazione a un concorso, se le prove non sono ancora iniziate.
Per giungere a questa soluzione il TAR Lombardia-Milano (Sez. IV, sentenza 08.04.2014 n. 928) vara un decalogo del corretto comportamento della pubblica amministrazione.
Il caso deciso riguardava un'ostetrica di Lecco, che dopo aver partecipato alle prove scritte, è stata poi convocata per gli orali di un concorso poche ore più tardi, come previsto dal bando. A causa di un malore, la candidata si presentava tuttavia con un ritardo di 20 minuti. Di qui l'esclusione e il contenzioso, nel quale emergeva che la ricorrente risultava comunque presente prima degli adempimenti preliminari delle prove orali (sorteggio delle buste contenenti le prove e lettura dei quesiti sorteggiati).
Secondo i giudici, non si poteva escludere la ricorrente ritardataria perché la prova pratica non era ancora iniziata. Per giungere a tale decisione è stato utilizzata la tecnica dei tre gradini (idoneità, necessarietà ed adeguatezza), un criterio trasferibile nella gran parte delle procedure amministrative e che consente di verificare se l'azione amministrativa è proporzionale al fine da raggiungere. La proporzionalità, consiste nel rispetto dell'equilibrio tra gli obiettivi perseguiti ed i mezzi utilizzati; essa limita nella misura più ridotta possibile gli effetti che possono prodursi sulla sfera giuridica dei destinatari di un provvedimento amministrativo.
A sua volta essa scaturisce dalla idoneità, che è la capacità dell'atto a raggiungere gli obiettivi che lo stesso si propone. Il principio di necessarietà orienta la scelta tra più mezzi astrattamente idonei al raggiungimento dell'obiettivo prefissato e permette di individuare quello ugualmente efficace, ma che incida meno negativamente nella sfera del singolo. Una volta che l'atto è idoneo e necessario, se ne dovrà valutare la tollerabilità da parte del privato in funzione del fine perseguito (adeguatezza).
Il Tar ha liquidato alla concorrente l'importo di 10mila euro in proporzione alle possibilità di vittoria nel concorso: la concorrente ritardataria illegittimamente esclusa aveva infatti già superato due prove su quattro, e si trovava a concorrere con soli cinque candidati. Vi era quindi una ragionevole probabilità di conseguire un risultato economico utile (la vittoria del posto), senza la necessità di provare la sicurezza di una vittoria.
È risultata quindi sufficiente una prognosi concreta e ragionevole circa la possibilità di vantaggi futuri, invece impediti della condotta illecita della Commissione giudicatrice
(articolo Il Sole 24 Ore del 20.04.2014).

PUBBLICO IMPIEGONon può essere impedito ai candidati di un concorso di assistere alle prove orali.
Impedire ad alcuni candidati di assistere alle prove orali di altri concorrenti comporta l'illegittimità delle stesse, attesa la violazione delle più basilari regole di trasparenza, imparzialità e buon andamento dell'azione amministrativa.

Ciascun candidato è titolare di un interesse qualificato a presenziare alle prove degli altri candidati, ivi compresa l’estrazione a sorte dei quesiti, al fine di verificare di persona il corretto operare della commissione e l’assenza di parzialità nei propri confronti.
Nel merito, va premesso in fatto che dal verbale n. 8 in data 06.12.2012 risulta:
- che, dopo le operazioni preliminari della commissione concernenti la predisposizione delle domande da sottoporre ai candidati (due ed una uguali per tutti nelle materie dell’informatica e, rispettivamente, nelle lingua inglese e francese, nove per le altre materie, tra cui il candidato ne avrebbe sorteggiate tre), l’ammissione degli esaminandi nell’aula e la loro identificazione, il presidente li ha informati che, trovandosi nell’aula “verde”, ivi dovranno rimanere fino a quando non saranno chiamati, in ordine alfabetico, dal segretario nell’aula “blu” per sostenere la prova davanti alla commissione;
- che durante la loro permanenza nell’aula e finché non avranno sostenuto il colloquio “dovranno evitare di mettersi in contatto con i colleghi già escussi precedentemente”; che una volta sostenuta la prova “dovranno a loro volta allontanarsi senza poter più rientrare nell’aula dove i colleghi sono ancora in attesa di sostenere” il colloquio;
- che “i colloqui si svolgeranno a porte aperte al pubblico”; e, infine,
- che “i candidati già escussi potranno, in ogni caso, rimanere nell’aula per assistere ai colloqui successivi”.
Risulta inoltre, per quanto qui rileva, che il dott. M.M. è stato il decimo chiamato e la dott.ssa R. la quattordicesima (terzultima).
In pratica, ad essi è stato impedito di assistere al colloquio di nove e, rispettivamente, tredici concorrenti.
In diritto, si osserva che le descritte modalità di svolgimento della prova in questione non possono non ritenersi illegittime, alla stregua delle più basilari regole di trasparenza, imparzialità e buon andamento da osservarsi in proposito, di cui è chiara espressione l’art. 6, co. 4, del d.P.R. 09.05.1994 n. 487 (secondo il quale “Le prove orali devono svolgersi in un'aula aperta al pubblico, di capienza idonea ad assicurare la massima partecipazione”), ma anche gli artt. 7, co. 5, e 16, co. 2, del d.PR. 27.03.2001 n. 220 (secondo i quali la prova orale deve svolgersi in un'aula o sala “aperta al pubblico”).
È infatti evidente che la prescrizione dell’aula o sala “aperta al pubblico” non può che intendersi nel senso che durante le prove orali il libero ingresso al locale ove esse si tengono sia garantito a chiunque voglia assistervi, quindi non soltanto a “terzi” estranei, bensì pure e soprattutto ai candidati, sia che abbiano già sostenuto il colloquio, sia che non vi siano stati ancora sottoposti.
Non v’è dubbio, invero, che –come bene rilevato dal primo giudice– ciascun candidato è titolare di un interesse qualificato a presenziare alle prove degli altri candidati, ivi compresa l’estrazione a sorte dei quesiti, al fine di verificare di persona il corretto operare della commissione e l’assenza di parzialità nei propri confronti.
Né in senso contrario depone la pronuncia richiamata dagli appellanti, riguardante fattispecie in cui la mancanza di pubblicità della seduta orale si traeva dalla modestia delle dimensioni dell’aula dedicata allo svolgimento della prova, ritenuta tuttavia non ex se incompatibile con la presenza di estranei, e dalla circostanza che i candidati erano stati “chiamati uno alla volta”, ritenuta costituente “modalità ordinaria”, essendo peraltro dimostrato in atti che “all’aula d’esame non era interdetto l’accesso a soggetti diversi dai commissari e dal candidato da valutare”.
Che poi, nella specie, la garanzia in parola sia stata limitata ai concorrenti già escussi per evitare che gli altri potessero ascoltare le domande poste e le risposte fornite, stante l’esiguità dei quesiti formulati dalla commissione, è argomentazione che non regge a fronte delle predette regole.
D’altro canto, le materie d’esame erano così vaste (diritto amministrativo, legislazione sanitaria, organizzazione delle aziende sanitarie, responsabilità dei pubblici dipendenti e tutela della privacy, oltre ad elementi di informatica e conoscenza almeno a livello iniziale della lingua inglese o francese) che ben consentivano l’articolazione di un numero conveniente di quesiti tale da consentire di sottoporre domande sempre variate, ancorché di equivalente difficoltà tecnica (
Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 07.04.2014 n. 1622 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

VARIIl notaio deve svolgere le funzioni personalmente.
Il notaio deve svolgere personalmente tutte le funzioni ad esso attribuite dall'ordinamento in riferimento al ricevimento degli atti, con specifico riguardo alle indagine relativa alle individuazione delle volontà delle parti, dalla fase delle attività preparatorie a quella delle attività successive al compimento degli atti, senza possibilità di delegare integralmente ai suoi collaboratori dette attività, e senza alcuna distinzione tra atti «routinari» ed atti non «routinari».

Questo ha affermato la II Sez. civile della Corte di Cassazione con la sentenza 04.04.2014 n. 8036.
La distinzione tra atti «routinari» e atti non «routinari» non appare corretta agli Ermellini, considerato anzitutto che il fatto che i primi abbiano un contenuto tipico legislativamente predeterminato non esclude ampi margini di discrezionalità per le parti nella regolamentazione dei propri interessi in virtù del principio di autonomia contrattuale di cui all'art. 1322 c.c.
La Suprema corte ha sottolineato che «i doveri del notaio di audizione delle parti, di informazione delle stesse, di imparzialità ed equidistanza tra di esse vanno adempiuti dal professionista sia prima che dopo la stesura dell'atto da leggere alle parti, con la conseguenza che deve escludersi che il notaio possa sistematicamente delegare le suddette attività preparatorie ai propri collaboratori, senza incorrere in responsabilità disciplinare, e che in tema di responsabilità disciplinari a carico di notai costituisce illecito deontologico il comportamento del professionista il quale proceda al mero accertamento della volontà delle parti ed alla direzione nella compilazione dell'atto, ma ometta di interessarsi delle attività preparatorie e successive necessarie ad assicurare la serietà e la certezza degli effetti tipici dell'atto e del risultato pratico perseguito, trattandosi di violazione prevista dall'art. 138 della L.N. come sostituito dall'art. 22 del dlgs 01/08/2006 n. 249».
Pertanto, anche con riferimento agli atti cosiddetti «routinari» o seriali si rivela opportuno l'intervento preventivo del notaio, il quale è tenuto a richiamare l'attenzione delle parti sulle conseguenze delle loro diverse scelte nella formulazione dell'atto onde poter garantire che quest'ultimo corrisponda puntualmente alla effettiva volontà delle parti stesse (articolo ItaliaOggi Sette del 14.04.2014).

PUBBLICO IMPIEGO: Integra l’abuso d’ufficio il comportamento del pubblico ufficiale volto a procurare in maniera illegittima delle assunzioni ad un pubblico impiego, atteso che il profitto o il vantaggio ingiusto di natura patrimoniale è configurato dalla stessa attribuzione della posizione impiegatizia o del relativo status, a nulla rilevando che il vantaggio patrimoniale sia stato acquisito dal soggetto beneficiato in modo lecito per effetto di prestazione di attività lavorativa.
3. Il ricorso risulta fondato e deve essere accolto.
3.1 Il GUP di Catanzaro ha affermato l’insussistenza del reato di concorso in abuso d’ufficio (artt. 110, 323 cod. pen., capo F della richiesta di rinvio a giudizio) contestato a G.G. e M.A.P., con la formula perché il fatto non sussiste.
Secondo il ragionamento sviluppato in motivazione, nel caso di specie non si darebbe il requisito della doppia ingiustizia poiché l’illegittimità dell’atto di nomina (indiscussa) deve essere distinta dall’ulteriore requisito dell’ingiustizia del vantaggio patrimoniale, essendo tale profilo decisivo ai fini dell’eventuale illiceità penale; proseguendo nel percorso argomentativo, si è poi sostenuto che il vantaggio patrimoniale viene del soggetto beneficiato acquisito in modo lecito per effetto dell’espletamento di un’attività lavorativa, ancorché conseguente ad atto di nomina illegittimo.
A sostegno di tale argomentazione, il giudice ha citato la ricordata sentenza Cass. Sez. U n. 1/1998 –peraltro intervenuta in un caso di truffa contestata per conseguire una collocazione lavorativa presso un’amministrazione comunale– per ribadire che anche nel caso dell’abuso d’ufficio le prestazioni erogate a seguito di prestazioni lavorative non possono ritenersi ingiuste e cioè senza causa sol perché il contratto di lavoro è nullo, dal momento che il disposto dell’art. 2126 cod. pen. salvaguarda le prestazioni comunque rese dal lavoratore, purché esse non siano in contrasto con i valori giuridici essenziali dell’ordinamento.
Come puntualmente rilevato dal PM ricorrente, detta interpretazione si pone però in contrasto con la giurisprudenza elaborata da questa Corte e da questa sezione per il caso in cui sia lo stesso titolo di nomina ad un pubblico ufficio ad essere viziato perché in contrasto con norme fondamentali e generali o con principi basilari pubblicistici dell’ordinamento.
È stato, infatti, affermato che sussiste il reato di abuso d’ufficio quando il pubblico ufficiale procuri illegittimamente assunzioni ad un pubblico impiego poiché è la stessa attribuzione della posizione impiegatizia o del relativo status a configurare il profitto o il vantaggio ingiusto di natura patrimoniale (Cass. sez. 6 n. 44759 del 29/10/2003, Rizzi, Rv. 227325) e ancora che integra il reato de quo il favoritismo per il superamento di un esame di concorso funzionale al conseguimento di un posto di lavoro o all’esercizio della professione (Cass. sez. 6 n. 24663 del 05/02/2008, PM in proc. Ceglie, Rv. 240522) e come ancora ricordato dal ricorrente, lo stesso principio era stato affermato pure sotto la vigenza della precedente formulazione dell’art. 323 cod. pen. (Cass. sez. 6 n. 2120 del 26/01/1995, PM in proc. Ingrao, Rv. 200560 e Cass. sez. 6 n. 6871 dell’11/05/1993, Marcello, Rv. 195493).
Al richiamo della (medesima) giurisprudenza citata ed invocata dal ricorrente vale aggiungere due notazioni.
La prima –anch’essa peraltro svolta nel ricorso– è che non pare affatto conferente il richiamo alla decisione delle Sezioni Unite n. 1/1998, Cellammare poiché essa riguardava un’ipotesi di truffa finalizzata al conseguimento di una posizione lavorativa, in cui la disposizione patrimoniale cui l’ente comunale era stato indotto veniva individuata, fra l’altro, nell’esborso degli emolumenti retributivi corrisposti a fronte dell’attività lavorativa effettivamente prestata dal soggetto assunto con modalità fraudolente, per cui era lo stesso evento naturalistico della disposizione patrimoniale ad essere escluso secondo la ricostruzione invece accolta dalla decisione delle Sezioni Unite che lo individuava invece in “spese, esborsi, oneri finanziari di alcun tipo sostenuti dall’amministrazione comunale all’atto e in funzione della costituzione del rapporto impiegatizio”.
Il che non vuoi dire –e come ancora il ricorrente ha evidenziato– che l’ipotesi di cui all’art. 640 cod. pen. non fosse in astratto configurabile, ma che coincidendo il momento della sua consumazione nel momento dell’instaurazione del rapporto lavorativo (reato istantaneo), non avendo la pubblica accusa correttamente individuato la disposizione patrimoniale nei termini sopra indicati, era nella fattispecie intervenuta pronunzia di annullamento senza rinvio per insussistenza del fatto.
Ad ogni modo, il caso in questione concerneva un rapporto lavorativo di pubblico servizio instauratosi con l’osservanza delle specifiche norme di legge o di regolamento disciplinanti il procedimento di assunzione, ancorché minato nei presupposti giuridici extrapenali di legittimazione concernenti l’interessato, il quale aveva falsificato i documenti relativi al proprio luogo di residenza.
Diverso è evidentemente il caso in cui è l’intero procedimento di nomina ad essere viziato ed in cui il pubblico ufficiale –a prescindere o meno dall’esistenza delle condizioni giuridiche extrapenali di legittimazione riferite al soggetto beneficiato– viola dichiaratamente norme primarie di legge o secondarie ed in cui la legittimazione che si pretenderebbe derivare dall’espletamento dell’attività lavorativa da parte del dipendente in tal modo nominato o assunto –ed è questa la seconda notazione– finirebbe per scardinare ogni profilo di legalità nella struttura prima e poi nell’operato di ogni pubblica amministrazione (
Corte di Cassazione, Sez. VI penale, sentenza 02.04.2014 n. 15158 - link a http://renatodisa.com).

PUBBLICO IMPIEGOLa brutta copia vìola il principio d'anonimato.
Quando un candidato sia negli esami di abilitazione sia nei concorsi pubblici ha inserito nella busta contenente l'elaborato anche alcuni fogli della brutta copia recanti, in capo ai medesimi fogli, l'espressione «brutta» vi è violazione del principio dell'anonimato.

Lo ha sancito il TAR Veneto, Sez. I con sentenza 01.04.2014 n. 445.
Come affermato dalla giurisprudenza, infatti, nei concorsi per pubblici impieghi –ma il principio si applica anche agli esami abilitativi ad una professione, e in particolare alla professione di avvocato (artt. 22, II comma e 23, u.c. del rd 37/34)- la regola dell'anonimato degli scritti – espressione del principio costituzionale di uguaglianza e di buon andamento e di imparzialità della p.a. (cfr. CdS, Ap, 20/11/2013 n. 26), la quale deve operare le proprie valutazioni senza lasciare alcuno spazio a rischi di condizionamenti esterni e dunque garantendo la par condicio tra i candidati, deve essere intesa nel senso che gli elaborati non devono recare alcun segno che sia in astratto e oggettivamente suscettibile di riconoscibilità.
Certo, non un qualsiasi segno o scritta possono considerarsi idonei a consentire il riconoscimento del candidato, ma solo quelli che, per la loro particolarità, assumano «una fisionomia oggettivamente ed inequivocabilmente inabituale» rispetto alla normalità: al fine del rispetto della regola dell'anonimato, infatti, «ciò che rileva non è tanto l'identificabilità dell'autore dell'elaborato attraverso un segno a lui personalmente riferibile, quanto piuttosto l'astratta idoneità del segno a fungere da elemento di identificazione, e ciò ricorre quando la particolarità riscontrata assuma un carattere oggettivamente e incontestabilmente anomalo rispetto alle ordinarie modalità di estrinsecazione del pensiero e di elaborazione dello stesso in forma scritta, in tal caso a nulla rilevando che in concreto la Commissione o singoli componenti di essa siano stati o meno in condizione di riconoscere effettivamente l'autore dell'elaborato» (CdS, V, 11/01/2013 n. 102).
Alla luce di queste considerazioni, venendo al caso in esame, deve osservarsi che anche le espressioni aggiuntive consistenti nella dicitura «brutta», presente sui fogli di brutta copia lasciati nella busta contenente l'elaborato, giustificano ampiamente la fondatezza giuridica del dubbio sulla non difficile riconoscibilità degli scritti e, quindi, la fondatezza giuridica della eventuale esclusione del candidato (articolo ItaliaOggi Sette del 14.04.2014).
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Nei concorsi a pubblici impieghi la regola dell'anonimato degli scritti –che costituisce il diretto portato del principio costituzionale di uguaglianza e di buon andamento e di imparzialità della Pubblica amministrazione, la quale deve operare le proprie valutazioni senza lasciare alcuno spazio a rischi di condizionamenti esterni e dunque garantendo la par condicio tra i candidati- deve essere intesa nel senso che gli elaborati non devono recare alcun segno che sia in astratto e oggettivamente suscettibile di riconoscibilità.
Certo, non un qualsiasi segno o scritta possono considerarsi idonei a consentire il riconoscimento del candidato, ma solo quelli che, per la loro particolarità, assumano una fisionomia oggettivamente ed inequivocabilmente inabituale rispetto alla normalità: al fine del rispetto della regola dell’anonimato, infatti, “ciò che rileva non è tanto l'identificabilità dell'autore dell'elaborato attraverso un segno a lui personalmente riferibile, quanto piuttosto l'astratta idoneità del segno a fungere da elemento di identificazione, e ciò ricorre quando la particolarità riscontrata assuma un carattere oggettivamente e incontestabilmente anomalo rispetto alle ordinarie modalità di estrinsecazione del pensiero e di elaborazione dello stesso in forma scritta, in tal caso a nulla rilevando che in concreto la Commissione o singoli componenti di essa siano stati o meno in condizione di riconoscere effettivamente l'autore dell'elaborato".
Donde il carattere invalidante di quelle disomogeneità formali che sono suscettibili di arrecare un vulnus al principio di anonimato, rendendo oggettivamente riconoscibile la provenienza dei testi.

Considerato:
- che, come affermato dalla giurisprudenza, nei concorsi a pubblici impieghi –ma il principio si applica anche agli esami abilitativi ad una professione, ed in particolare alla professione di avvocato (cfr. gli artt. 22, II comma e 23, u.c. del RD n. 37 del 1934)- la regola dell'anonimato degli scritti –che costituisce il diretto portato del principio costituzionale di uguaglianza e di buon andamento e di imparzialità della Pubblica amministrazione (cfr. CdS, Ap, 20.11.2013 n. 26), la quale deve operare le proprie valutazioni senza lasciare alcuno spazio a rischi di condizionamenti esterni e dunque garantendo la par condicio tra i candidati- deve essere intesa nel senso che gli elaborati non devono recare alcun segno che sia in astratto e oggettivamente suscettibile di riconoscibilità.
Certo, non un qualsiasi segno o scritta possono considerarsi idonei a consentire il riconoscimento del candidato, ma solo quelli che, per la loro particolarità, assumano una fisionomia oggettivamente ed inequivocabilmente inabituale rispetto alla normalità: al fine del rispetto della regola dell’anonimato, infatti, “ciò che rileva non è tanto l'identificabilità dell'autore dell'elaborato attraverso un segno a lui personalmente riferibile, quanto piuttosto l'astratta idoneità del segno a fungere da elemento di identificazione, e ciò ricorre quando la particolarità riscontrata assuma un carattere oggettivamente e incontestabilmente anomalo rispetto alle ordinarie modalità di estrinsecazione del pensiero e di elaborazione dello stesso in forma scritta, in tal caso a nulla rilevando che in concreto la Commissione o singoli componenti di essa siano stati o meno in condizione di riconoscere effettivamente l'autore dell'elaborato" (CdS, V, 11.01.2013 n. 102; cfr., in tal senso, anche TAR Palermo, I, 25.07.2013 n. 1550). Donde il carattere invalidante di quelle disomogeneità formali che sono suscettibili di arrecare un vulnus al principio di anonimato, rendendo oggettivamente riconoscibile la provenienza dei testi.
Orbene, venendo al caso in esame deve osservarsi che le espressioni aggiuntive utilizzate dall’odierno ricorrente –che pur tenta di disconoscere una circostanza di assoluta evidenza, e cioè la sicura identificabilità della provenienza degli elaborati in base alla (originale) indicazione inserita in capo alla “brutta copia” del proprio elaborato- giustificano ampiamente la fondatezza giuridica del dubbio sulla non difficile riconoscibilità degli scritti e, quindi, la fondatezza giuridica della disposta esclusione.
Né possono contrastare il carattere invalidante della violazione del principio dell’anonimato considerazioni di mero fatto, quali la possibile buona fede dell’artefice o l'eventuale non conoscenza del fatto che andavano consegnate anche le brutte copie degli elaborati: come si è detto, infatti, ciò che rileva è non già la prova (impossibile da fornire) dell’intenzionalità di rendere riconoscibile l’elaborato attraverso un determinato segno, ma la mera suscettibilità del segno a comportare la riferibilità dell'elaborato a un determinato soggetto.
Quanto, poi, alla necessità di consegnare anche le brutte copie, ciò deriva -oltre che, in via generale, dalla puntuale disposizione contenuta nell’art. 12, V comma, del DM 09.09.1957- dalla circostanza che ai sensi degli artt. 20, II comma e 22, II comma del RD n. 37 del 1934 i fogli (senza alcuna distinzione), che sono consegnati al candidato muniti “del sigillo della commissione e della firma del presidente o di un commissario da lui delegato” e che egli deve usare in via esclusiva, debbono essere inseriti “nella busta grande” (
TAR Veneto, Sez. I, sentenza 01.04.2014 n. 445 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVICostituisce preciso onere a carico del ricorrente fornire la dimostrazione dello specifico pregiudizio arrecato dal provvedimento gravato ad un proprio bene della vita.
Per la retta comprensione dei termini in fatto delle dedotte censure, giova premettere che è incontroverso fra le parti che, alla data della proposizione del ricorso, il fabbricato in questione non apparteneva -nemmeno pro quota- alle deducenti, posto che esisteva un atto notarile -regolarmente trascritto- che trasferiva la proprietà dell’immobile alla società controinteressata.
Sotto tale aspetto appare fondata l’eccezione d’inammissibilità del ricorso per difetto d’interesse in capo alle ricorrenti.
Osserva, anzitutto, il Collegio che l’impostazione processual–civilistica relativa ai presupposti processuali e alle condizione dell’azione può essere riportata anche nel processo amministrativo, tenuto conto del rinvio esterno al codice di procedura civile operato dall’art. 39 cod. proc. amm..
Come è noto le condizioni dell’azione ricomprendono in particolare: a) l’affermazione nella domanda dell’esistenza di una posizione giuridica oggettiva lesa; b) l’affermazione dell’appartenenza di tale situazione giuridica a colui che chiede tutela (cd. legittimatio ad causam); c) l’esistenza di una lesione della situazione affermata.
Nel caso di specie, non sussiste la legittimazione ad agire in capo alle ricorrenti, posto che il visto requisito sub c) può trovare riscontro essenzialmente in capo al titolare della situazione giuridica soggettiva (cfr. Ad. Plen. N. 4/2011); laddove, come risulta incontestabilmente dalla documentazione prodotta, le interessate alla data della proposizione del ricorso non potevano dirsi titolari del suindicato fabbricato, nemmeno pro quota, stante il surrichiamato atto notarile.
Per giurisprudenza pacifica (ex plurimis TAR Lazio Roma, sez. III, 23.05.2005, n. 4046, TAR Marche Ancona, sez. I, 05.05.2006, n. 230, TAR Cagliari, sez. II, 08.10.2007, n. 1807, TAR Lazio Roma, sez. III, 23.05.2005, n. 4046) costituisce preciso onere a carico del ricorrente fornire la dimostrazione dello specifico pregiudizio arrecato dal provvedimento gravato ad un proprio bene della vita.
Nella fattispecie per cui è causa le ricorrenti non forniscono invece alcun elemento né argomento di prova circa la titolarità sull’immobile, per il quale è stato rilasciato l’impugnato permesso in variante (TAR Lazio-Latina, sentenza 01.04.2014 n. 270 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANel caso di una d.i.a., è illegittimo l'ordine motivato di non eseguire le opere edilizie adottato oltre il termine di 30 gg. dalla data di presentazione della stessa.
Oggetto del presente giudizio è l’ordinanza comunale prot. n. 23/2007, con cui il Responsabile dell’Ufficio tecnico del comune intimato ha intimato al ricorrente la immediata sospensione dei lavori ed il ripristino dei luoghi.
Lamenta anzitutto il deducente la violazione dell’articolo 23, 6° comma, del d.p.r. 380/2001, essendo il provvedimento impugnato intervenuto dopo che era maturato il termine di 30 giorni dalla presentazione della D.I.A. di.
Secondo quanto sostenuto dall’istante il comune di Pescosolido avrebbe ricevuto la denunzia d’inizio attività il 18.11.2005, laddove, gli impugnati provvedimenti inibitori sarebbero intervenuti a distanza di oltre due anni dalla presentazione della D.I.A., circostanza che avrebbe comportato il perfezionamento del provvedimento tacito di assentimento, rimovibile solo con atto di autotutela di secondo grado.
Detto ordine d’idee deve essere pienamente condiviso.
Osserva, anzitutto, il Collegio che, la D.I.A. è stata introdotta disciplinata, in via generale, dall’art. 19 della 07.08.1990, n. 241 e, con riferimento alla materia edilizia, dagli artt. 22 e 23 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380.
Dispone, in particolare, l’art. 23, comma 1, d.P.R. n. 380/2001 che il proprietario dell'immobile o chi abbia titolo per presentare la denuncia di inizio attività, almeno trenta giorni prima dell'effettivo inizio dei lavori, presenta allo sportello unico la denuncia, accompagnata da una dettagliata relazione a firma di un progettista abilitato e dagli opportuni elaborati progettuali, che asseveri la conformità delle opere da realizzare agli strumenti urbanistici approvati e non in contrasto con quelli adottati ed ai regolamenti edilizi vigenti, nonché il rispetto delle norme di sicurezza e di quelle igienico-sanitarie.
Il comma 6 del medesimo articolo aggiunge che il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale, ove entro il termine indicato al comma 1 sia riscontrata l'assenza di una o più delle condizioni stabilite, notifica all'interessato l'ordine motivato di non effettuare il previsto intervento e, in caso di falsa attestazione del professionista abilitato, informa l'autorità giudiziaria e il consiglio dell'ordine di appartenenza. E' comunque salva la facoltà di ripresentare la denuncia di inizio attività, con le modifiche o le integrazioni necessarie per renderla conforme alla normativa urbanistica ed edilizia.
Se non è quindi contestabile che l’amministrazione conservi poteri di controllo, di inibizione e sanzionatori, se difettano i presupposti per la d.i.a., tuttavia tali poteri vanno esercitati nelle forme dell’autotutela.
Nel caso di specie, l’amministrazione non ha esercitato alcun potere inibitorio entro il termine legale di trenta giorni dal deposito della d.i.a, di tal che gli atti adottati ed impugnati con il presente ricorso sono illegittimi (TAR Lazio-Latina, sentenza 01.04.2014 n. 269 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPer giurisprudenza consolidata nella materia, la realizzazione di un muro di recinzione necessita del previo rilascio del permesso a costruire allorquando, avuto riguardo alla sua struttura e all'estensione dell'area relativa, lo stesso sia tale da modificare l'assetto urbanistico del territorio, così rientrando nel novero degli "interventi di nuova costruzione" di cui all'art. 3, lett. e), del d. P.R. n. 380 del 2001.
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Il richiamo all’articolo 878 c.c., effettuato in particolare nell’ultima memoria difensiva da parte della difesa della ricorrente, non è pertinente al fine di giustificare di per sé l’altezza del muro da questa realizzato.
E, infatti, la norma codicistica richiamata, rubricata “Muro di cinta”, dispone testualmente che “Il muro di cinta e ogni altro muro isolato che non abbia un'altezza superiore ai tre metri non è considerato per il computo della distanza indicata dall'articolo 873. …”. Il richiamato articolo 873 c.c., rubricato “Distanze nelle costruzioni”, stabilisce a sua volta che “Le costruzioni su fondi finitimi, se non sono unite o aderenti, devono essere tenute a distanza non minore di tre metri. …”.
Si tratta, all’evidenza, di una norma, quella contenuta nell’articolo 878 c.c., che è finalizzata esclusivamente alla regolazione delle distanze tra gli edifici e individua il predetto limite di altezza, esclusivamente in modo funzionalizzato allo scopo perseguito. Non può, invece, dalla predetta norma, trarsi la legittimità assoluta di un eventuale muro di cinta che presenti altezza pari alla misura massima lì indicata.

Si premette che, per giurisprudenza consolidata nella materia, la realizzazione di un muro di recinzione necessita del previo rilascio del permesso a costruire allorquando, avuto riguardo alla sua struttura e all'estensione dell'area relativa, lo stesso sia tale da modificare l'assetto urbanistico del territorio, così rientrando nel novero degli "interventi di nuova costruzione" di cui all'art. 3, lett. e), del d. P.R. n. 380 del 2001.
Si premette, ancora, che il richiamo all’articolo 878 c.c., effettuato in particolare nell’ultima memoria difensiva da parte della difesa della ricorrente, non è pertinente al fine di giustificare di per sé l’altezza del muro da questa realizzato. E, infatti, la norma codicistica richiamata, rubricata “Muro di cinta”, dispone testualmente che “Il muro di cinta e ogni altro muro isolato che non abbia un'altezza superiore ai tre metri non è considerato per il computo della distanza indicata dall'articolo 873. …”. Il richiamato articolo 873 c.c., rubricato “Distanze nelle costruzioni”, stabilisce a sua volta che “Le costruzioni su fondi finitimi, se non sono unite o aderenti, devono essere tenute a distanza non minore di tre metri. …”.
Si tratta, all’evidenza, di una norma, quella contenuta nell’articolo 878 c.c., che è finalizzata esclusivamente alla regolazione delle distanze tra gli edifici e individua il predetto limite di altezza, esclusivamente in modo funzionalizzato allo scopo perseguito. Non può, invece, dalla predetta norma, trarsi la legittimità assoluta di un eventuale muro di cinta che presenti altezza pari alla misura massima lì indicata (TAR Molise, sentenza 31.03.2014 n. 203 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'accertamento di conformità previsto dall'articolo 13 della legge n. 47 del 1985 -poi confluito nel predetto articolo 36- è diretto a sanare le opere solo formalmente abusive, in quanto eseguite senza il previo rilascio del titolo, ma conformi nella sostanza alla disciplina urbanistica applicabile per l'area su cui sorgono, vigente sia al momento della loro realizzazione che al momento della presentazione dell'istanza di sanatoria (cd. "doppia conformità").
Il provvedimento di accertamento di conformità assume, pertanto, una connotazione eminentemente oggettiva e vincolata, priva di apprezzamenti discrezionali, dovendo l'autorità procedente valutare l'assentibilità dell'opera eseguita senza titolo, sulla base della normativa urbanistica ed edilizia vigente, in relazione a entrambi i momenti considerati dalla norma.

Si premette, ulteriormente, che la ricorrente ha presentato l’istanza di che trattasi ai sensi dell’articolo 36 del d.P.R. n. 380 del 2001 e che l'accertamento di conformità previsto dall'articolo 13 della legge n. 47 del 1985 -poi confluito nel predetto articolo 36- è diretto a sanare le opere solo formalmente abusive, in quanto eseguite senza il previo rilascio del titolo, ma conformi nella sostanza alla disciplina urbanistica applicabile per l'area su cui sorgono, vigente sia al momento della loro realizzazione che al momento della presentazione dell'istanza di sanatoria (cd. "doppia conformità"); il provvedimento di accertamento di conformità assume, pertanto, una connotazione eminentemente oggettiva e vincolata, priva di apprezzamenti discrezionali, dovendo l'autorità procedente valutare l'assentibilità dell'opera eseguita senza titolo, sulla base della normativa urbanistica ed edilizia vigente, in relazione a entrambi i momenti considerati dalla norma (Consiglio di Stato, sez. IV, 10.05.2012, n. 2714; TAR Campania-Napoli, sez. II, 01.06.2011, n. 2951) (TAR Molise, sentenza 31.03.2014 n. 203 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAi sensi del comma 2 dell'articolo 34 dpr 380/2001, l'applicabilità della sanzione pecuniaria è subordinata all'impossibilità, che deve essere allegata e dimostrata da parte dell’interessato, di eseguire la demolizione senza pregiudizio per la parte eseguita in conformità.
Nel caso di specie la ricorrente ha depositato in allegato al ricorso apposita perizia di parte, da considerarsi componente integrante dello stesso, nella quale è dato atto dei motivi tecnici sulla base dei quali è stato realizzato con le indicate modalità costruttive il cordolo di cui trattasi atteso il rischio di un “dissesto delle murature sottostanti con danni non prevedibili all’interno del complesso murario”.

Il ricorso è fondato nel merito per le assorbenti considerazioni che seguono.
L’articolo 34 del d.P.R. n. 380 del 2001, rubricato “Interventi eseguiti in parziale difformità dal permesso di costruire”, dispone, al comma 2, testualmente che “2. Quando la demolizione non può avvenire senza pregiudizio della parte eseguita in conformità, il dirigente o il responsabile dell'ufficio applica una sanzione pari al doppio del costo di produzione, stabilito in base alla legge 27.07.1978, n. 392, della parte dell'opera realizzata in difformità dal permesso di costruire, se ad uso residenziale, e pari al doppio del valore venale, determinato a cura della agenzia del territorio, per le opere adibite ad usi diversi da quello residenziale” e, al successivo comma 2-bis che “2-bis. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche agli interventi edilizi di cui all'articolo 22, comma 3, eseguiti in parziale difformità dalla denuncia di inizio attività.”.
Ne consegue che, ai sensi del comma 2 dell'articolo 34, l'applicabilità della sanzione pecuniaria è subordinata all'impossibilità, che deve essere allegata e dimostrata da parte dell’interessato, di eseguire la demolizione senza pregiudizio per la parte eseguita in conformità; nel caso di specie la ricorrente ha depositato in allegato al ricorso apposita perizia di parte, da considerarsi componente integrante dello stesso, nella quale è dato atto dei motivi tecnici sulla base dei quali è stato realizzato con le indicate modalità costruttive il cordolo di cui trattasi atteso il rischio di un “dissesto delle murature sottostanti con danni non prevedibili all’interno del complesso murario”. Delle dedotte circostanze l’Amministrazione non ha potuto tenere conto ai fini della decisione relativa alla sanzione (TAR Molise, sentenza 31.03.2014 n. 202 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: E' pacifico in giurisprudenza che la domanda di risarcimento dei danni è anche nel processo amministrativo regolata dal principio dell'onere della prova di cui all'art. 2697 Cod. civ., in base al quale chi vuol far valere un diritto in giudizio deve indicare e provare i fatti che ne costituiscono il fondamento.
Grava, quindi, sul danneggiato l'onere di allegare e provare gli elementi costitutivi della domanda di risarcimento del danno per fatto illecito (danno, nesso causale e colpa).
La presenza di un danno risarcibile e la condanna al suo risarcimento non sono infatti una conseguenza automatica e costante dell'annullamento giurisdizionale del provvedimento e richiedono la positiva verifica, oltre che della lesione della situazione soggettiva di interesse tutelata dall'ordinamento, della sussistenza della colpa o del dolo dell'amministrazione e del nesso causale tra l'illecito e il danno subito.
In particolare poi, il risarcimento del danno conseguente a una lesione di un interesse legittimo pretensivo è subordinato, pur in presenza di tutti i requisiti dell'illecito aquiliano (condotta, colpa, nesso di causalità, evento dannoso), all’effettiva dimostrazione che l'aspirazione al provvedimento fosse in concreto destinata ad avere esito favorevole: quindi all’avvenuta e concludente dimostrazione della spettanza definitiva e ragionevolmente certa, mediante il corretto sviluppo dell’azione amministrativa, del bene sostanziale della vita collegato a un tale interesse, e comunque fermo l’ambito proprio della discrezionalità amministrativa.
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La giurisprudenza ha ancorato il risarcimento del danno cd. “da perdita di chance” a indefettibili presupposti di certezza dello stesso, escludendo il caso in cui l’atto, ancorché illegittimo, abbia determinato solo la perdita di una “eventualità” di conseguimento del bene della vita.
Ed infatti, in tale ultimo caso, risulta pienamente esaustiva la tutela ripristinatoria offerta dall’annullamento e dalle sue conseguenze.
Alla mancanza di tale prova non è possibile sopperire con una valutazione equitativa ex art. 1226 c.c., atteso che l'applicazione di tale norma richiede che risulti provata o comunque incontestata l'esistenza di un danno risarcibile ed è diretta a far fronte all'impossibilità di provare l'ammontare preciso del danno.

Ciò posto, è pacifico in giurisprudenza che la domanda di risarcimento dei danni è anche nel processo amministrativo regolata dal principio dell'onere della prova di cui all'art. 2697 Cod. civ., in base al quale chi vuol far valere un diritto in giudizio deve indicare e provare i fatti che ne costituiscono il fondamento (cfr., ex multis, Cons. Stato, V, 28.02.2011, n. 1271; VI, 08.07.2010, n. 4438). Grava, quindi, sul danneggiato l'onere di allegare e provare gli elementi costitutivi della domanda di risarcimento del danno per fatto illecito (danno, nesso causale e colpa). La presenza di un danno risarcibile e la condanna al suo risarcimento non sono infatti una conseguenza automatica e costante dell'annullamento giurisdizionale del provvedimento e richiedono la positiva verifica, oltre che della lesione della situazione soggettiva di interesse tutelata dall'ordinamento, della sussistenza della colpa o del dolo dell'amministrazione e del nesso causale tra l'illecito e il danno subito (cfr., Cons. Stato. VI, 30.06.2011, n. 3887).
In particolare poi, il risarcimento del danno conseguente a una lesione di un interesse legittimo pretensivo è subordinato, pur in presenza di tutti i requisiti dell'illecito aquiliano (condotta, colpa, nesso di causalità, evento dannoso), all’effettiva dimostrazione che l'aspirazione al provvedimento fosse in concreto destinata ad avere esito favorevole: quindi all’avvenuta e concludente dimostrazione della spettanza definitiva e ragionevolmente certa, mediante il corretto sviluppo dell’azione amministrativa, del bene sostanziale della vita collegato a un tale interesse, e comunque fermo l’ambito proprio della discrezionalità amministrativa (cfr. Cass., SS.UU., 22.07.1999, n. 500; Cons. Stato. V, 12.12.2009, n. 7800; VI, 30.07.2010, n. 5055; VI, 30.06.2011, n. 3887).
Ne consegue che la domanda risarcitoria formulata dal ricorrente in via principale si configura infondata nel merito, non avendo il ricorrente comprovato la lesione del bene della vita correlato alla violazione dell’interesse legittimo pretensivo dedotto (identificato nel provvedimento favorevole alla rimozione del vincolo alberghiero), non essendovi alcuna certezza in ordine all’esito che avrebbe avuto l’istanza del ricorrente volta ad ottenere la rimozione del vincolo ove l’Amministrazione avesse valutato tale istanza sotto il profilo della non economicità e produttività dell’attività alberghiera.
Ugualmente infondata, per le medesime ragioni, è la domanda formulata in via subordinata, di risarcimento danni per perdita di chance.
Infatti, la giurisprudenza ha ancorato il risarcimento del danno cd. “da perdita di chance” a indefettibili presupposti di certezza dello stesso, escludendo il caso in cui l’atto, ancorché illegittimo, abbia determinato solo la perdita di una “eventualità” di conseguimento del bene della vita. Ed infatti, in tale ultimo caso, risulta pienamente esaustiva la tutela ripristinatoria offerta dall’annullamento e dalle sue conseguenze (in tal senso, Cons. Stato, sez. IV, 07.03.2013, n. 1403; sez. V, 03.08.2004, n. 5440; sez. V, 25.02.2003, n. 1014; sez. VI, 23.07.2009, n. 4628; Cass. civ., sez. I, 17.07.2007, n. 15947). Alla mancanza di tale prova non è possibile sopperire con una valutazione equitativa ex art. 1226 c.c., atteso che l'applicazione di tale norma richiede che risulti provata o comunque incontestata l'esistenza di un danno risarcibile ed è diretta a far fronte all'impossibilità di provare l'ammontare preciso del danno.
Quanto, poi, alla domanda di risarcimento del “danno da ritardo” formulata dal ricorrente con memoria depositata il 07.05.2013, la stessa è inammissibile, non essendo stata notificata all’Amministrazione comunale convenuta (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 28.03.2014 n. 624 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: E' possibile concludere per la legittimità della sospensione della convenzione autorizzativa alla vendita dei valori bollati, laddove l'Amministrazione Finanziaria è esonerata dall'obbligo di comunicazione di cui all'art. 7, l. 07.08.1990, n. 241 nelle ipotesi in cui si tratti di un procedimento intrinsecamente caratterizzato da profili di urgenza, ovvero connotato da profili cautelari.
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Non altrettanto sussiste la legittimità della procedura amministrativa per la complessiva proporzionalità di una sospensione caratterizzata da una durata certamente indeterminata e non prevedibile;
Con riferimento ad analogo provvedimento, è stato affermato quanto segue: <<nel caso di specie, anche a prescindere dalle non univoche circostanze segnalate dalla Guardia di finanza e poste a base del provvedimento impugnato, appare evidente la sproporzione tra la finalità perseguita e la misura adottata. In primo luogo il Collegio osserva che, pur non essendo espressamente previsto dalla norma invocata dall’Amministrazione l'obbligo di indicare un termine finale di durata della sospensione, costituisce un principio generale quello secondo cui il provvedimento cautelare di sospensione debba prevedere un termine certo di durata, risolvendosi altrimenti in un atto avente carattere definitivo.
Si è in tal senso ritenuto illegittimo, per evidente contrasto con il principio della tipicità degli atti amministrativi, l'atto con cui una p.a. dispone una sospensione cautelare "sine die", perché, in difetto di un termine finale di vigenza, l'atto stesso assume surrettiziamente la natura di statuizione definitiva.
Nel caso di specie, invece, il provvedimento impugnato, non ha fissato alcun termine di durata della sospensione, facendo mero riferimento alla conclusione, con sentenza definitiva, del procedimento penale pendente a carico della ricorrente, ovvero “fino a diversa disposizione dell’Ufficio regionale”. Pare indubitabile che così operando l’Amministrazione, pur nel rilievo da attribuire alla finalità perseguita, finisce con l’imporre all’interessata un sacrificio irragionevole tenuto conto che una sospensione sine die dell’attività da questa esercitata si traduce in una sostanziale cessazione della medesima>>.

... per l'annullamento del provvedimento in data 22.07.2008 prot. n. 30154/2008/T2, col quale l'Agenzia delle Entrate, Direzione Regionale della Toscana, ha respinto l’istanza proposta dalla ricorrente e negato "...la riattivazione del servizio di rivendita dei valori bollati sospeso in via cautelare in data 19.05.2008";
...
Con riferimento alle censure relative alla violazione del principio di partecipazione procedimentale è poi sufficiente richiamare quanto già rilevato dalla Sezione nella sentenza 02.04.2010 n. 912 (relativa all’analogo provvedimento di sospensione adottato dall’A.A.M.S.) in ordine alla natura cautelare del potere ed alla non necessità della comunicazione di inizio procedimento: <<in tal senso la giurisprudenza è ferma nel ritenere che l'Amministrazione è esonerata dall'obbligo di comunicazione di cui all'art. 7, l. 07.08.1990, n. 241 nelle ipotesi in cui si tratti di un procedimento intrinsecamente caratterizzato da profili di urgenza, ovvero connotato da profili cautelari (Cons. Stato sez. V, 02.03.2009, n. 1148; TAR Lombardia Milano, sez. III, 15.05.2009, n. 3741; TAR Liguria Genova, sez. II, 26.11.2008, n. 2046; TAR Toscana, sez. I, 03.04.2008, n. 494)>> (TAR Toscana, sez. II, 02.04.2010 n. 912).
L’adozione del provvedimento di sospensione è poi pienamente giustificata, alla luce della già citata previsione dell’art. 9, 3° comma della convenzione-tipo, dal deferimento della ricorrente all’Autorità giudiziaria per il reato previsto dall’art. 495 c.p. (rapporti 24.04.2008 prot. 1432/93-94-95 F.R. e 14.07.2008 prot. n. 2352/91 e 92-08 FF.RR. della Brigata Sansepolcro della Guardia di Finanza).
Se quindi è possibile concludere per la legittimità della sospensione della convenzione autorizzativa alla vendita dei valori bollati, non altrettanto è possibile dire per la complessiva proporzionalità di una sospensione caratterizzata da una durata certamente indeterminata e non prevedibile; anche a questo proposito, appare del tutto sufficiente il richiamo di quanto già rilevato dalla Sezione, con riferimento all’analogo provvedimento adottato dall’A.A.M.S.: <<nel caso di specie, anche a prescindere dalle non univoche circostanze segnalate dalla Guardia di finanza e poste a base del provvedimento impugnato, appare evidente la sproporzione tra la finalità perseguita e la misura adottata. In primo luogo il Collegio osserva che, pur non essendo espressamente previsto dalla norma invocata dall’Amministrazione l'obbligo di indicare un termine finale di durata della sospensione, costituisce un principio generale quello secondo cui il provvedimento cautelare di sospensione debba prevedere un termine certo di durata, risolvendosi altrimenti in un atto avente carattere definitivo (TAR Campania Napoli, sez. III, 05.03.2009, n. 1293).
Si è in tal senso ritenuto illegittimo, per evidente contrasto con il principio della tipicità degli atti amministrativi, l'atto con cui una p.a. dispone una sospensione cautelare "sine die", perché, in difetto di un termine finale di vigenza, l'atto stesso assume surrettiziamente la natura di statuizione definitiva (Cons. Stato, sez. V, 02.11.1998, n. 1569).
Nel caso di specie, invece, il provvedimento impugnato, non ha fissato alcun termine di durata della sospensione, facendo mero riferimento alla conclusione, con sentenza definitiva, del procedimento penale pendente a carico della ricorrente, ovvero “fino a diversa disposizione dell’Ufficio regionale”. Pare indubitabile che così operando l’Amministrazione, pur nel rilievo da attribuire alla finalità perseguita, finisce con l’imporre all’interessata un sacrificio irragionevole tenuto conto che una sospensione sine die dell’attività da questa esercitata si traduce in una sostanziale cessazione della medesima
>> (TAR Toscana, sez. II, 02.04.2010 n. 912) (TAR Toscana, Sez. II, sentenza 28.03.2014 n. 615 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il cd. preavviso di rigetto, ex art. 10-bis cit., non è compatibile con lo schema procedimentale incentrato sulla D.I.A., ora S.C.I.A., né, del resto, la D.I.A. è assimilabile all'istanza di parte, a cui… ha esclusivo riguardo il citato art. 10-bis L. 241/1990.
Venendo al merito del ricorso, va innanzitutto superata la prima censura, relativa alla pretesa violazione dell’art. 10-bis della legge n. 241/1990.
Basta richiamare in proposito il consolidato orientamento giurisprudenziale (che il Collegio condivide) secondo cui "il cd. preavviso di rigetto ex art. 10-bis cit., non è compatibile con lo schema procedimentale incentrato sulla D.I.A., ora S.C.I.A. (cfr., ex plurimis, C.d.S., Sez. IV, 12.09.2007, n. 4828; TAR Trentino Alto Adige, Trento, Sez. I, 09.02.2012, n. 50), né, del resto, la D.I.A. è assimilabile all'istanza di parte, a cui… ha esclusivo riguardo il citato art. 10-bis (TAR Liguria, Sez. I, 22.02.2010, n. 663)" (così TAR Umbria 01.08.2013 n. 405) (TAR Toscana, Sez. II, sentenza 28.03.2014 n. 599 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il vincolo ex L. 1497/1939 su una bellezza d’insieme si perfeziona allorché l’elenco delle località predisposte dalla commissione provinciale viene pubblicato all’albo dei comuni interessati (art. 2 u.c.), cosicché da quel momento gli interventi sono soggetti alla disciplina prevista dalla legge ed in primo luogo vengono sottoposti al potere autorizzatorio di cui all’art. 7.
Tale orientamento, del tutto condivisibile, mira ad evitare che nelle more del perfezionamento del procedimento, e quindi in attesa dell’emanazione del decreto di approvazione dell’elenco predisposto della commissione con cui si perfeziona in via definitiva il vincolo, gli ambiti territoriali ritenuti meritevoli di tutela possano subire processi di trasformazione incompatibili con il primario interesse che il procedimento in itinere si propone di salvaguardare.
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Se l’operatività del vincolo può essere, per esigenze cautelari e di salvaguardia, anticipata ad una fase anteriore al suo perfezionamento, una volta che invece risulti acclarato, per il lungo tempo trascorso e per la totale inattività delle amministrazioni preposte, che il procedimento avviato risulta abbandonato e che quindi non è nemmeno ipotizzabile la sua conclusione, deve ritenersi venuta meno anche l’efficacia provvisoria del vincolo, concepibile unicamente in pendenza del procedimento di approvazione.
Altrimenti si finirebbe per attribuire definitiva validità ed efficacia agli elenchi predisposti dalla commissione provinciale, e ciò in palese violazione della legge (artt. 3 e 4 L. 1497/1939) che prevede una fase di esame delle “opposizioni” “reclami” e “proposte” da parte di chi vi abbia interesse e quindi l’emanazione del provvedimento di approvazione con cui il vincolo acquista carattere di definitività.

La censura merita di essere condivisa.
La giurisprudenza è costante nel ritenere che il vincolo ex L. 1497/1939 su una bellezza d’insieme si perfezioni allorché l’elenco delle località predisposte dalla commissione provinciale viene pubblicato all’albo dei comuni interessati (art. 2 u.c.), cosicché da quel momento gli interventi sono soggetti alla disciplina prevista dalla legge ed in primo luogo vengono sottoposti al potere autorizzatorio di cui all’art. 7.
Tale orientamento, del tutto condivisibile, mira ad evitare che nelle more del perfezionamento del procedimento, e quindi in attesa dell’emanazione del decreto di approvazione dell’elenco predisposto della commissione con cui si perfeziona in via definitiva il vincolo, gli ambiti territoriali ritenuti meritevoli di tutela possano subire processi di trasformazione incompatibili con il primario interesse che il procedimento in itinere si propone di salvaguardare.
Si ritiene, peraltro, che un simile orientamento non possa essere qui richiamato visto che, come emerge dalla relazione prodotta dall’Amministrazione comunale, il procedimento in questione non è affatto in itinere e risulta, anzi, essere stato del tutto abbandonato dalle amministrazioni preposte alla tutela dell’interesse paesaggistico.
Si è quindi dell’avviso che se l’operatività del vincolo può essere, per esigenze cautelari e di salvaguardia, anticipata ad una fase anteriore al suo perfezionamento, una volta che invece risulti acclarato, per il lungo tempo trascorso e per la totale inattività delle amministrazioni preposte, che il procedimento avviato risulta abbandonato e che quindi non è nemmeno ipotizzabile la sua conclusione, deve ritenersi venuta meno anche l’efficacia provvisoria del vincolo, concepibile unicamente in pendenza del procedimento di approvazione. Altrimenti si finirebbe per attribuire definitiva validità ed efficacia agli elenchi predisposti dalla commissione provinciale, e ciò in palese violazione della legge (artt. 3 e 4 L. 1497/1939) che prevede una fase di esame delle “opposizioni” “reclami” e “proposte” da parte di chi vi abbia interesse e quindi l’emanazione del provvedimento di approvazione con cui il vincolo acquista carattere di definitività (cfr., TAR Molise, 11.10.2000, n. 329 confermata da Cons. St., sez. VI, 24.05.2002, n. 2847).
La mancanza di un procedimento in itinere non consente perciò di ritenere efficace l’elenco della commissione provinciale, il che determina la carenza del presupposto su cui si fonda, nel caso di specie, il potere di diniego di sanatoria, vale a dire la presenza di un vincolo pienamente efficace (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 28.03.2014 n. 592 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: L'art. 30 dpr 380/2001 configura due distinte ipotesi: la lottizzazione c.d. “materiale” (o “sostanziale”), che consiste nell’avvio non autorizzato di opere edilizie finalizzate alla trasformazione urbanistica di terreni in zone non adeguatamente urbanizzate ed in violazione della normativa urbanistica vigente nella zona; e la lottizzazione c.d. “negoziale” (o “cartolare”), consistente nell’attività di frazionamento di un terreno, o di vendita frazionata dello stesso, in presenza di circostanze (quali dimensioni, numero, ubicazione dei terreni medesimi) che evidenzino in modo non equivoco lo scopo edificatorio del frazionamento.
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Il carattere di “evidenza” dell’intento edificatorio costituisce un presupposto ineludibile per poter configurare un’ipotesi lottizzatoria, come chiarito dalla giurisprudenza, secondo cui, ai fini della configurazione di una lottizzazione cd. negoziale non è sufficiente che il terreno sia frazionato o venduto o comunque attribuito ad una pluralità di soggetti, in quanto la norma richiede un terzo requisito dato dalla non equivocità della destinazione a scopo edificatorio abusivo sia del frazionamento che della vendita.

Il ricorso è fondato.
Come evidenziato nella narrativa che precede, con il provvedimento impugnato il Comune di Castelfiorentino ha ritenuto che nella fattispecie i ricorrenti abbiano posto in essere un’ipotesi di “lottizzazione abusiva” ai sensi dell’art. 30 T.U. dell’Edilizia.
Come noto, la citata disposizione configura due distinte ipotesi: la lottizzazione c.d. “materiale” (o “sostanziale”), che consiste nell’avvio non autorizzato di opere edilizie finalizzate alla trasformazione urbanistica di terreni in zone non adeguatamente urbanizzate ed in violazione della normativa urbanistica vigente nella zona; e la lottizzazione c.d. “negoziale” (o “cartolare”), consistente nell’attività di frazionamento di un terreno, o di vendita frazionata dello stesso, in presenza di circostanze (quali dimensioni, numero, ubicazione dei terreni medesimi) che evidenzino in modo non equivoco lo scopo edificatorio del frazionamento.
Ebbene –così come dedotto dai ricorrenti- nel caso di specie non è ravvisabile, con riferimento ad essi, la sussistenza di nessuna delle due ipotesi sopra descritte.
Infatti, quanto all’ipotesi della lottizzazione “negoziale”, cui fa riferimento l’Amministrazione nella parte motiva del provvedimento impugnato contrassegnata con la lettera A, non emerge dalla documentazione versata in atti che le caratteristiche del terreno acquistato dai ricorrenti, sebbene frutto del frazionamento di una più ampia area di proprietà del precedente proprietario, potesse lasciar presupporre in modo inequivocabile l’eventuale scopo edificatorio del frazionamento.
E il carattere di “evidenza” dell’intento edificatorio costituisce un presupposto ineludibile per poter configurare un’ipotesi lottizzatoria, come chiarito dalla giurisprudenza, secondo cui, ai fini della configurazione di una lottizzazione cd. negoziale non è sufficiente che il terreno sia frazionato o venduto o comunque attribuito ad una pluralità di soggetti, in quanto la norma richiede un terzo requisito dato dalla non equivocità della destinazione a scopo edificatorio abusivo sia del frazionamento che della vendita (cfr., ex multis, TAR Campania, Napoli, Sez. II, 05.11.2010 n. 23276; TAR Campania, Napoli, Sez. II, 23.06.2010 n. 15773; Consiglio Stato, Sezione V, 20.10.2004, n. 6810).
Emerge, viceversa, dalla documentazione versata in atti, che “l’attività di suddivisione iniziale dei terreni non aveva di per sé determinato la formazione di una lottizzazione in quanto il frazionamento delle aree risultava finalizzato alla formazione di piccoli appezzamenti per lo svolgimento di attività agricole di tipo amatoriale. Diverso invece è stato si l’utilizzo delle aree che lo svolgimento delle attività edilizie finalizzate alla esecuzione di un insediamento diverso da quello agricolo/amatoriale” (nota tecnica del 28.05.2012, allegata al provvedimento impugnato), e che il terreno acquistato dai ricorrenti possiede dimensioni tali (mq. 4.792) da non potere essere definito –contrariamente a quanto si legge nel provvedimento impugnato– di “esigue dimensioni”, perfettamente compatibile con la destinazione agricola dello stesso.
Né la previsione, nel contratto di acquisto stipulato dai ricorrenti, di una apposita strada campestre per l’accesso ai lotti frazionati costituisce da sola elemento idoneo ad evidenziare l’esistenza di un fenomeno lottizzatorio.
Infatti, tale circostanza, di per sé considerata, in carenza di ulteriori indici di intento edificatorio, non è sufficiente a configurare un’ipotesi lottizzatoria (cfr., TAR Campania, Napoli, sez. II, 03.07.2008, n. 6785; TAR Marche, 07.08.2004 n. 983) (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 28.03.2014 n. 591 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVINel nuovo quadro delle autonomie locali, ai fini della rappresentanza in giudizio del Comune, l’autorizzazione alla lite da parte della giunta comunale non costituisce più, in linea generale, atto necessario ai fini della proposizione o della resistenza all’azione: salva restando la possibilità per lo statuto comunale competente a stabilire i modi di esercizio della rappresentanza legale dell’ente, anche in giudizio (Legge n. 142 del 1990, “ex” articolo 36 e 35; Decreto Legislativo 18.08.2000, n. 267, articolo 6, comma 2, testo unico delle leggi sull’ordinamento delle autonomie locali) di prevedere l’autorizzazione della giunta, ovvero di richiedere una preventiva determinazione del competente dirigente (ovvero, ancora, di postulare l’uno o l’altro intervento in relazione alla natura o all’oggetto della controversia).
2. Il Collegio deve anzitutto disattendere il primo motivo del ricorso con cui il (OMISSIS), deducendo violazione dell’articolo 83 cod. proc. civ. si duole che il Commissario straordinario del comune abbia proposto opposizione al decreto ingiuntivo (conferendo la procura al difensore) senza alcuna delibera degli organi competenti (comunque tardivamente emessa e prodotta all’udienza del 24.11.1984): in quanto a prescindere dal rilievo che di detta questione non sussiste traccia né nella sentenza impugnata, né nelle conclusioni dello stesso professionista riportate nell’epigrafe della stessa, quest’ultimo non ha tenuto in alcuna considerazione la nuova legislazione introdotta a partire dalla Legge n. 142 del 1990 nonché la giurisprudenza di legittimità che ne ha fatto costante applicazione, secondo la quale nel nuovo quadro delle autonomie locali, ai fini della rappresentanza in giudizio del Comune, l’autorizzazione alla lite da parte della giunta comunale non costituisce più, in linea generale, atto necessario ai fini della proposizione o della resistenza all’azione: salva restando la possibilità per lo statuto comunale competente a stabilire i modi di esercizio della rappresentanza legale dell’ente, anche in giudizio (Legge n. 142 del 1990, “ex” articolo 36 e 35; Decreto Legislativo 18.08.2000, n. 267, articolo 6, comma 2, testo unico delle leggi sull’ordinamento delle autonomie locali) di prevedere l’autorizzazione della giunta, ovvero di richiedere una preventiva determinazione del competente dirigente (ovvero, ancora, di postulare l’uno o l’altro intervento in relazione alla natura o all’oggetto della controversia: Cass. sez. un. 12868/2005; 186/2001).
Pertanto, siccome nel caso tale ultima eventualità non è stata neppur prospettata dal ricorrente, diviene del tutto irrilevante stabilire se e quando l’autorizzazione suddetta sia stata emessa dall’organo consiliare e quando sia stata prodotta in giudizio:dovendo nel caso trovare applicazione la regola che essa non era necessaria al Commissario straordinario per proporre opposizione e conferire al difensore la relativa procura alle liti (
Corte di Cassazione, Sez. I civile, sentenza 20.03.2014 n. 6555 - link a http://renatodisa.com).

INCARICHI PROFESSIONALIPer la validità del contratto di incarico di opera professionale con il comune non è sufficiente la delibera dell’ente locale.
3. Con il secondo motivo, il ricorrente deducendo violazione dell’articolo 1326 cod. civ. e Regio Decreto n. 383 del 1934, articolo 184 censura la sentenza impugnata per aver ritenuto nullo il contratto di opera concluso dal comune, erroneamente richiedendo che lo stesso fosse contenuto in unico documento: laddove il negozio in conformità al disposto del Regio Decreto n. 2440 del 1923, articolo 17, si ricavava dalla Delib. di Giunta 05.12.1988 di conferimento dell’incarico, nonché dalla successiva nota 07.12.1988 del Sindaco che lo aveva comunicato e dalla accettazione implicita del professionista che il 20 dicembre successivo aveva consegnato il progetto all’ente pubblico.
Con il terzo, deducendo violazione dell’articolo 2041 cod. civ. si duole che la Corte di appello non gli abbia attribuito il compenso di cui al decreto ingiuntivo, quanto meno a titolo di indebito arricchimento, ritenendo non documentato il riconoscimento dell’utilità del progetto da parte del comune; che invece con Delib. 28.12.1988 lo aveva approvato e trasmesso al Ministero nonché agli enti preposti per le varie autorizzazioni onde ottenere il finanziamento di cui alla Legge n. 488 del 1986.
4. Anche queste censure non tengono in alcun conto la legislazione nella materia e la costante giurisprudenza che l’ha recepita, i cui principi qui giova riassumere:
1) Pur quando la pubblica amministrazione, per la realizzazione delle sue finalità, ricorra agli strumenti giuridici che sono ordinariamente propri dei soggetti privati, solo l’attività negoziale, per tutto quel che riguarda la disciplina dei rapporti che dalla stessa scaturiscono, rimane assoggettata ai principi ed alle regole del diritto comune (salve le eventuali interferenze di norme di diritto pubblico integrative o modificative); mentre restano operanti le regole della disciplina amministrativa attinenti all’organizzazione della pubblica amministrazione ed alla formazione ed estrinsecazione delle sue determinazioni.
Ciò significa che deve necessariamente sussistere una fase preliminare, caratterizzata dalla formazione della volontà della P.A., che resta sul piano del diritto amministrativo, ed è disciplinata dalle regole c.d. dell’evidenza pubblica; che si conclude con la delibera a contrarre, destinata a disporre in ordine alla stipulazione del negozio e con ciò a conferire all’organo qualificato alla rappresentanza dell’ente la effettiva potestà di porlo in essere con le finalità e l’oggetto già specificati nel suddetto provvedimento amministrativo;
2) Detta delibera deve poi adeguarsi alle disposizioni contenute nel Testo Unico Regio Decreto 383 del 1934, articoli 284 e 288 per i comuni, le Province e gli altri enti locali ivi indicati; le quali stabiliscono che gli enti pubblici in questione non possono assumere obbligazioni senza rendersi conto del loro ammontare e senza conoscere se e come farvi fronte: perciò dovendo indicare (articoli 284 e 288) nelle relative deliberazioni a pena di nullità l’ammontare di esse e i mezzi per farvi fronte (Cass. sez. un.12195 e 13831/2005, nonché 8730/2008).
Ed il relativo obbligo è stato nuovamente ribadito dalla Legge n. 144 del 1989, articolo 23, laddove dispone (comma 3) che per tutte le Amministrazioni provinciali, per i Comuni e le Comunità montane “l’effettuazione di qualsiasi spesa è consentita esclusivamente se sussistano la deliberazione autorizzativa nelle forme previste dalla legge e divenuta o dichiarata esecutiva, nonché l’impegno contabile registrato dal ragioniere o dal segretario, sul competente capitolo del bilancio di previsione, da comunicare ai terzi interessati”. Nonché dalla ricordata Legge n. 142 del 1990, articolo 55 (ora recepita dal Testo Unico Decreto del Presidente della Repubblica n. 267 del 2000, articolo 191), per il quale, “gli impegni di spesa non possono essere assunti senza attestazione della relativa copertura finanziaria da parte del responsabile del servizio finanziario. Senza tale attestazione l’atto è nullo di diritto”;
3) questa fase -che si concreta in attività interna alla stessa amministrazione, meramente preparatoria e perciò inidonea a dar luogo all’incontro di consensi ed irrilevante ai fini della individuazione della disciplina negoziale– conserva perciò piena autonomia –logica e giuridica– rispetto alla successiva (e solo eventuale) attività negoziale esterna dell’ente pubblico,la quale:
   a) deve “tradursi” nella stipulazione documentale del contratto -che nel caso era di opera professionale- secondo le disposizioni comuni dell’articolo 1325 c.c. e dell’articolo 1350 c.c., n. 13;
   b) è peraltro di competenza di un organo diverso (dalla Giunta o dal Consiglio) che per i comuni è il sindaco;
   c) comporta conseguentemente che è soltanto detto atto contrattuale quello di cui la menzionata normativa richiede la contestuale sottoscrizione del sindaco, n.q. di rappresentante legale dell’ente e del professionista.
E d’altra parte sono soltanto le peculiari pattuizioni di quest’ultimo a costituire il momento genetico ex articolo 1372 cod. civ., dei diritti e delle obbligazioni di ciascuna delle parti, (coincidano o meno con quelle previste dalla delibera) a consentire l’identificazione dello specifico contenuto negoziale che diverrà oggetto dei controlli dell’autorità tutoria,ed a garantire che le specifiche obbligazioni assunte dall’amministrazione traggano fonte e nel contempo sostegno nella esplicita previsione dei mezzi finanziari per far fronte al compenso da corrispondersi al professionista: perciò svolgendo la contestuale funzione di fissare il limite massimo della spesa sostenibile da ciascun ente pubblico;
4) Per queste ragioni, e non certamente per introdurre un ulteriore, quanto inutile aggravio burocratico meramente formale a carico delle parti, il Regio Decreto n. 2440 del 1923, articolo 16 ed Regio Decreto 383 del 1934, articolo 87, ne hanno richiesto la stipulazione per iscritto con le formalità ivi richieste: in tal modo rientrando negli “altri atti specialmente indicati dalla legge” per i quali l’ultima residuale categoria del menzionato articolo 1350 c.c. postula l’atto pubblico o la scrittura privata, non consentendo di distinguere tra perfezionamento sostanziale e stipulazione per iscritto del contratto in unico documento nel quale siano specificamente indicate le clausole disciplinanti il rapporto;ed in cui,soprattutto,la volontà della P.A. di concludere il negozio venga manifestata (Regio Decreto n. 827 del 1924, articolo 93 e segg.) dall’organo rappresentativo esterno dell’ente che è il solo abilitato a stipulare in nome e per conto di questo, e ad essere perciò munito dei poteri (necessari per vincolare l’amministrazione per la quale si obbliga (Cass. 2067/2003; 2832/2002; 13628/2001; 9682/1999).
E’ del resto significativo che la sola deroga al sistema è prevista dal Regio Decreto n. 2440 del 1923, articolo 17, ultima previsione per l’ipotesi qui non ricorrente, in cui, ferma restando la forma scritta, il contratto possa essere concluso a distanza, a mezzo di corrispondenza, quando intercorra con ditte commerciali “secondo l’uso del commercio”.
5. Questi principi imposti dalle norme sull’evidenza pubblica rendono ragione del perché la giurisprudenza di questa Corte abbia sempre respinto il tentativo,nuovamente riproposto dal ricorrente, di unificare le due ricordate fasi, aventi finalità, funzioni e soprattutto disciplina diverse, anche quando la delibera di Giunta che manifesti la volontà dell’amministrazione di contrarre sia sottoscritta dallo stesso sindaco (che per legge la presiede), chiamato dall’ordinamento a concludere il negozio di essa esecutivo; nonché quello di ravvisare “l’accordo delle parti” richiesto dal n. 1 del citato articolo 1325 cod. civ. in una abnorme accettazione (espressa o tacita) da parte del privato della delibera stessa, costituente atto interno del comune, destinata dalla legge ad altra finalità, e dall’ente revocabile ad nutum, pur quando essa predisponga lo specifico contenuto del (futuro) contratto (Cass. 7422/2002; 2885/2002; 59/2001; 2772/1998).
E d’altra parte,sopravvenuta la Costituzione, hanno assunto rilevanza costituzionale, rispondendo per un verso all’esigenza di tutela delle risorse nonché del patrimonio degli enti pubblici contro il pericolo di impegni finanziari assunti senza adeguata copertura e senza rendersi conto dell’entità delle obbligazioni da adempiere: in ottemperanza, del resto, al fondamentale ed inderogabile criterio di buona amministrazione, dettato dall’articolo 81 Cost..
E sollecitando, per altro verso, un più rigoroso rispetto dei principi di legalità, imparzialità e correttezza da parte di coloro che operano nelle gestioni locali di modo che la competenza ad esprimere la volontà degli enti locali resti effettivamente riservata, nel rispetto delle procedure prescritte, agli organi a ciò deputati: e cioè ai soli organi cui spetta per legge di volta in volta,di programmare la gestione finanziaria e di inquadrare le varie scelte amministrative nella prospettiva del piano di spesa contenuto nel bilancio di previsione, e non oltre i limiti di spesa fissati (Corte Costit. 295/1997; 446/1995).
Per cui a fronte di detta normativa conforme ai precetti costituzionali, e non derogabile dalla volontà delle parti, non era consentito al ricorrente eluderla attraverso la creazione di un sistema alternativo in cui l’intendimento dell’amministrazione di obbligarsi venga desunta da un provvedimento, quale la Delib. comunale 05.12.1988, deputato a tutt’altra funzione e per tale ragione privo dell’impegno di spesa nonché dei mezzi per far fronte al compenso del professionista: poi nuovamente utilizzato (unitamente alla sua avvenuta comunicazione), malgrado la palese nullità sotto questo profilo Regio Decreto del 1934, ex articolo 284 e 288 nella successiva fase negoziale mediante assimilazione al modulo civilistico regolato dall’articolo 1326 cod. civ.
E rinviando la determinazione del contenuto reale e specifico del negozio –che secondo la costante giurisprudenza di questa Corte postula accordi specifici e complessi, che richiedono la definizione dei vari aspetti del rapporto (tempi, compensi corrispondenti agli impegni di spesa assunti dall’ente, direttive ecc.)- al momento successivo alla sua avvenuta esecuzione, perciò interamente rimessa a scelte discrezionali del professionista e retribuita dalle voci delle tariffe professionali ad esse corrispondenti attraverso lo schema dell’articolo 2233 cod. civ.: previsto, invece, per l’ipotesi in cui il “compenso non è convenuto dalle parti”, del tutto opposta a quella delineata ed imposta dalla menzionata normativa sull’evidenza pubblica.
Con il risultato conclusivo che il suo ammontare è conoscibile dall’amministrazione soltanto a posteriori, allorché’ dunque non è più possibile l’intervento degli organi di controllo e neppure lo ius poenitendi, che invece il legislatore ha inteso riservarle durante la realizzazione di qualsiasi’ opera pubblica (
Corte di Cassazione, Sez. I civile, sentenza 20.03.2014 n. 6555 - link a http://renatodisa.com).

ATTI AMMINISTRATIVIVanno motivate le delibere immediatamente esecutive.
La recente sentenza 14.03.2014 n. 460 del TAR Piemonte, Sez. II, ha puntualizzato che la deliberazione (di giunta o di consiglio) dichiarata immediatamente esecutiva, deve essere adeguatamente motivata.
Secondo l'art. 134 del decreto legislativo 267/2000 le deliberazioni, ordinariamente, producono effetti dopo il decimo giorno dalla pubblicazione all'albo pretorio on-line della p.a. Lo stesso articolo, al comma IV, consente, che «nel caso di urgenza le deliberazioni del consiglio o della giunta possono essere dichiarate immediatamente eseguibili con il voto espresso dalla maggioranza dei componenti».
In sostanza, con un provvedimento immediatamente esecutivo, capace di produrre effetti già nelle more della sua pubblicazione ciascun soggetto «potenziale» destinatario, viene inciso dal contenuto dell'atto (trattandosi di atto generale) a prescindere dalla circostanza che ne abbia conoscenza.
Ciò è accaduto nel caso di una delibera immediatamente esecutiva che vietava la somministrazione di alimenti e bevande in alcuni ambiti del capoluogo piemontese «caratterizzati da problematiche collegate al traffico, inquinamento acustico, fruibilità degli spazi e vivibilità del territorio». Una deliberazione di questo tipo paralizzava sul nascere anche eventuali richieste di somministrazione intervenute prima della pubblicazione e dal momento stesso in cui era stata adottata a prescindere dalla circostanza che l'interessato ne avesse o meno conoscenza. Il ricorrente, ritenutosi penalizzato dal divieto declinato nell'atto ha dovuto impugnarla davanti al giudice rilevando una pretesa carenza di motivazione.
Il giudice si è soffermato in modo significativo statuendo un principio che, spesso, gli enti locali, nella redazione degli atti degli organi collegiali, trascurano: ovvero la necessità che l'immediata esecutività venga corredata da adeguata motivazione da parte della giunta o del consiglio. Non rammentando, che la motivazione stessa, ex art. 3 della legge 241/1990, costituisce un requisito di legittimità dell'atto amministrativo.
Come precisato dalla giurisprudenza, la clausola di immediata eseguibilità costituisce espressione di una scelta discrezionale dell'amministrazione, che deve pur sempre essere correlata al requisito dell'urgenza e che deve ricevere adeguata motivazione nell'ambito dello stesso atto (articolo ItaliaOggi del 18.04.201).
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Ai sensi dell’art. 134, comma 4, del d.lgs. n. 267 del 2000 “Nel caso di urgenza le deliberazioni del consiglio o della giunta possono essere dichiarate immediatamente eseguibili con il voto espresso dalla maggioranza dei componenti”.
Si tratta di una norma che tende a salvaguardare l’effettività di quanto deciso dall’organo politico nelle more della pubblicazione dell’atto, al fine di evitare uno spazio temporale (dal giorno della deliberazione a quello dell’effettiva pubblicazione) che potrebbe tradire l’obiettivo della delibera medesima in modo deleterio per il pubblico interesse di volta in volta perseguito, così eliminando l’“effetto annuncio” connaturato all’ordinaria regola di cui al terzo comma dell’art. 134 (in base alla quale la delibera diventa ordinariamente esecutiva solo trascorsi dieci giorni dalla sua pubblicazione).
Come precisato dalla giurisprudenza, la clausola di immediata eseguibilità dipende da una scelta discrezionale dell’amministrazione, comunque pur sempre correlata al requisito dell’urgenza, che deve ricevere adeguata motivazione nell’ambito dello stesso atto.
La dichiarazione di immediata eseguibilità determina l’idoneità del provvedimento a produrre immediatamente i suoi effetti, ivi inclusa la possibilità di incidere sulle posizioni soggettive dei privati i quali, tuttavia, avranno a disposizione i rimedi previsti dall’ordinamento per la tutela dei propri diritti ed interessi.

Il ricorso non è fondato.
Non sono anzitutto condivisibili i primi due motivi di impugnazione.
La delibera della Giunta comunale è stata dichiarata immediatamente eseguibile ai sensi dell’art. 134, comma 4, del d.lgs. n. 267 del 2000 (a norma del quale “Nel caso di urgenza le deliberazioni del consiglio o della giunta possono essere dichiarate immediatamente eseguibili con il voto espresso dalla maggioranza dei componenti”). Si tratta di una norma che tende a salvaguardare l’effettività di quanto deciso dall’organo politico nelle more della pubblicazione dell’atto, al fine di evitare uno spazio temporale (dal giorno della deliberazione a quello dell’effettiva pubblicazione) che potrebbe tradire l’obiettivo della delibera medesima in modo deleterio per il pubblico interesse di volta in volta perseguito, così eliminando l’“effetto annuncio” connaturato all’ordinaria regola di cui al terzo comma dell’art. 134 (in base alla quale la delibera diventa ordinariamente esecutiva solo trascorsi dieci giorni dalla sua pubblicazione).
Come precisato dalla giurisprudenza, la clausola di immediata eseguibilità dipende da una scelta discrezionale dell’amministrazione, comunque pur sempre correlata al requisito dell’urgenza, che deve ricevere adeguata motivazione nell’ambito dello stesso atto (cfr. TAR Liguria, sez. II, n. 2 del 2007). La dichiarazione di immediata eseguibilità determina l’idoneità del provvedimento a produrre immediatamente i suoi effetti, ivi inclusa la possibilità di incidere sulle posizioni soggettive dei privati i quali, tuttavia, avranno a disposizione i rimedi previsti dall’ordinamento per la tutela dei propri diritti ed interessi.
Nel caso di specie, pertanto, la deliberazione della Giunta, pur non ancora pubblicata, era senz’altro efficace già alla data del 03.06.2013 (giorno di presentazione della s.c.i.a. da parte della società ricorrente) e dunque essa ha legittimato il successivo divieto di prosecuzione dell’attività.
Alcun rilievo, peraltro, può qui assumere la norma di cui all’art. 21-bis della legge n. 241 del 1990 (che subordina l’efficacia dei provvedimenti limitativi della sfera giuridica dei privati alla comunicazione effettuata nei confronti di ciascun destinatario) posto che la delibera di che trattasi ha natura di atto a destinatari indeterminati e non necessitava, pertanto, di alcuna comunicazione personale (peraltro, impossibile da effettuarsi); in realtà, il vero momento di incisione nella posizione soggettiva della ricorrente (la quale, a seguito della presentazione della s.c.i.a., aveva iniziato l’attività) si è qui avuto solo con il successivo provvedimento contenente il divieto di prosecuzione dell’attività, portato a conoscenza della destinataria con le ordinarie modalità.
Né può dirsi che la dichiarazione di urgenza, ai sensi dell’art. 134, comma 4, del d.lgs. n. 267 del 2000, sia nella specie stata fatta senza un’adeguata motivazione. A fronte dell’approssimarsi della stagione estiva, indicata –negli atti istruttori utilizzati dall’amministrazione– come il periodo nel quale “aumentano i momenti di aggregazione negli spazi pubblici [...], con l’inevitabile conseguenza del verificarsi di schiamazzi, tali da turbare la quiete pubblica, accompagnati dall’abbandono in strada, dopo l’uso, di bottiglie di vetro (spesso in frantumi) e lattine vuote, e cioè potenziali strumenti di offesa”, l’interesse pubblico che l’amministrazione si prefiggeva di tutelare richiedeva l’immediata entrata in vigore del divieto di nuove aperture commerciali.
L’attesa dei dieci giorni, a norma dell’art. 134, comma 3, del d.lgs. n. 267 del 2000, avrebbe all’evidenza frustrato la ragion d’essere del provvedimento, in quanto avrebbe esposto l’amministrazione ad una prevedibile rincorsa dei privati alla presentazione delle segnalazioni di inizio di attività, prima dell’entrata in vigore del divieto ed in evidente tentativo di eliderne le conseguenze (
TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 14.03.2014 n. 460  - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - URBANISTICA: Ai fini dell’inquadramento di un atto amministrativo non assume rilievo dirimente l’autoqualificazione datane dall’amministrazione emanante, dovendosi invece aver riguardo al suo contenuto sostanziale ed alla funzione da esso perseguita.
Ciò premesso, l’istituto della rettifica consiste nella eliminazione di errori ostativi o di errori materiali in cui l’amministrazione sia incappata, di natura non invalidante ma che diano luogo a mere irregolarità.
Affinché ricorra un’ipotesi di errore materiale in senso tecnico-giuridico, occorre che esso sia il frutto di una svista che determini una discrasia tra manifestazione della volontà esternata nell’atto e volontà sostanziale dell’autorità emanante, obiettivamente rilevabile dall’atto medesimo e riconoscibile come errore palese secondo un criterio di normalità, senza necessità di ricorrere ad un particolare sforzo valutativo e/o interpretativo, valendo il requisito della riconoscibilità ad escludere l’insorgenza di un affidamento incolpevole del soggetto destinatario dell’atto in ordine alla corrispondenza di quanto dichiarato nell’atto a ciò che risulti effettivamente voluto.
Né alla rettifica si può far luogo oltre un congruo limite temporale, onde non pregiudicare la certezza dei rapporti, specie in caso di incidenza pregiudizievole sulla situazione giuridica del destinatario dell’atto.
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Con particolare riguardo alla materia urbanistica, una rettifica delle previsioni del piano urbanistico comunale adottato/approvato è ammissibile solo in presenza di un errore materiale nel senso sopra chiarito, il quale abbia inciso nella fase di redazione e/o assemblaggio dei diversi atti che formano lo strumento urbanistico, senza che lo stesso abbia influito sulla scelta urbanistica sottostante, dovendo la divergenza esistente tra previsioni solo apparentemente diverse dello strumento pianificatorio essere risolvibile per mezzo dell’individuazione, sulla base di un vincolato procedimento logico, di una soluzione univoca che s’imponga in modo manifesto ed immediato dalla lettura della documentazione del piano, senza dover ricorrere ad alcuna attività di interpretazione della volontà dell’amministrazione deliberante.
Si aggiunga che, per consolidato orientamento giurisprudenziale di questo Consiglio di Stato, il provvedimento di rettifica è espressione di una funzione amministrativa di contenuto identico, seppure di segno opposto, a quella esplicata in precedenza. Tale funzione deve, dunque, articolarsi secondo gli stessi moduli già adottati, senza i quali rischia di risultare monca o, comunque, difettosa rispetto all’identica causa del potere, sicché l’amministrazione è tenuta a porre in essere un procedimento omologo, anche per quel che concerne le formalità pubblicitarie, di quello a suo tempo seguito per l’adozione dell’atto modificato, richiedendosi una speculare, quanto pedissequa, identità dello svolgimento procedimentale.

Premesso che ai fini dell’inquadramento di un atto amministrativo non assume rilievo dirimente l’autoqualificazione datane dall’amministrazione emanante, dovendosi invece aver riguardo al suo contenuto sostanziale ed alla funzione da esso perseguita, si osserva che l’istituto della rettifica consiste nella eliminazione di errori ostativi o di errori materiali in cui l’amministrazione sia incappata, di natura non invalidante ma che diano luogo a mere irregolarità.
Affinché ricorra un’ipotesi di errore materiale in senso tecnico-giuridico, occorre che esso sia il frutto di una svista che determini una discrasia tra manifestazione della volontà esternata nell’atto e volontà sostanziale dell’autorità emanante, obiettivamente rilevabile dall’atto medesimo e riconoscibile come errore palese secondo un criterio di normalità, senza necessità di ricorrere ad un particolare sforzo valutativo e/o interpretativo, valendo il requisito della riconoscibilità ad escludere l’insorgenza di un affidamento incolpevole del soggetto destinatario dell’atto in ordine alla corrispondenza di quanto dichiarato nell’atto a ciò che risulti effettivamente voluto. Né alla rettifica si può far luogo oltre un congruo limite temporale, onde non pregiudicare la certezza dei rapporti, specie in caso di incidenza pregiudizievole sulla situazione giuridica del destinatario dell’atto.
Con particolare riguardo alla materia urbanistica, una rettifica delle previsioni del piano urbanistico comunale adottato/approvato è ammissibile solo in presenza di un errore materiale nel senso sopra chiarito, il quale abbia inciso nella fase di redazione e/o assemblaggio dei diversi atti che formano lo strumento urbanistico, senza che lo stesso abbia influito sulla scelta urbanistica sottostante, dovendo la divergenza esistente tra previsioni solo apparentemente diverse dello strumento pianificatorio essere risolvibile per mezzo dell’individuazione, sulla base di un vincolato procedimento logico, di una soluzione univoca che s’imponga in modo manifesto ed immediato dalla lettura della documentazione del piano, senza dover ricorrere ad alcuna attività di interpretazione della volontà dell’amministrazione deliberante.
Si aggiunga che, per consolidato orientamento giurisprudenziale di questo Consiglio di Stato, il provvedimento di rettifica è espressione di una funzione amministrativa di contenuto identico, seppure di segno opposto, a quella esplicata in precedenza. Tale funzione deve, dunque, articolarsi secondo gli stessi moduli già adottati, senza i quali rischia di risultare monca o, comunque, difettosa rispetto all’identica causa del potere, sicché l’amministrazione è tenuta a porre in essere un procedimento omologo, anche per quel che concerne le formalità pubblicitarie, di quello a suo tempo seguito per l’adozione dell’atto modificato, richiedendosi una speculare, quanto pedissequa, identità dello svolgimento procedimentale (v. in tal senso, per tutte, Cons. Stato, Sez. VI, 11.05.2007, n. 2306)
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 05.03.2014 n. 1036 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

PATRIMONIO: Buca ricolma d'acqua: automobilista finisce fuori strada ed il Comune paga.
La signora C.D. conveniva in giudizio il Comune di Lauria per ottenere il risarcimento dei danni subiti a causa dell'incidente causato dalla presenza sul manto stradale di una buca ricolma d'acqua, non segnalata, che provocava la perdita di controllo dell’autovettura e la conseguente caduta della stessa nella sottostante scarpata. Il Tribunale di Lagonegro accoglieva la domanda attorea condannando il Comune convenuto al risarcimento dei danni.
La sentenza veniva impugnata dalla parte soccombente, e la Corte d’Appello di Potenza perveniva ad opposta conclusione, rigettando la domanda di risarcimento in accoglimento dei motivi di gravame proposti dal Comune.
La sig. C.D. proponeva ricorso innanzi alla Corte di Cassazione.
La Suprema Corte accoglieva il ricorso e, confermando la propria aderenza alla concezione oggettivistica della responsabilità del custode, affermava che l’ente proprietario di una strada aperta al pubblico transito, si presume responsabile ex art. 2051 c.c., dei sinistri causati dalla particolare conformazione della strada o delle sue pertinenze.
Gli Ermellini tornano ad affrontare rilevanti questioni attinenti alla responsabilità da cosa in custodia prevista dall’art. 2051 c.c., operandone il raffronto con la responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c., definendone le caratteristiche sotto il profilo causale e probatorio, soffermandosi in particolare sull’analisi del concetto di caso fortuito dal punto di vista dell’idoneità ad escluderne la sussistenza.
Invero, dopo avere premesso alcune questioni processuali riguardanti la presenza di errori materiali e la formulazione dei motivi di ricorso in Cassazione, la Corte, rilevato il carattere oggettivo della responsabilità da cosa in custodia, ne analizza le caratteristiche intrinseche al fine di procedere ad un giudizio di legittimità sulla sentenza impugnata.
Pare opportuno precisare che l’oggettività della responsabilità da cosa in custodia, che la Suprema Corte giunge a definire “principio consolidato”, è stata oggetto di un dibattito giurisprudenziale che ha visto contrapporsi opposte correnti interpretative: secondo l’opinione più risalente, che può dirsi superata dalle più recenti pronunce, l’art. 2051 c.c. non configurerebbe una responsabilità oggettiva ma fondata su una presunzione di colpa, pur aggravata sotto il profilo probatorio, in quanto, in deroga alla regola generale, il danneggiato è tenuto a fornire la prova che i danni subiti derivano direttamente dalla cosa, mentre il danneggiante è onerato della prova dell’assenza di colpa per sottrarsi al risarcimento.
Tale interpretazione si fondava sul raffronto con il contratto di deposito e sull’assimilazione del proprietario della cosa oggetto di custodia, con il depositario, ritrovandone alcune analogie sotto il profilo della responsabilità. Nel contratto di deposito invero, per espressa formulazione codicistica caratterizzato da responsabilità per colpa, il depositario è tenuto ad osservare nella custodia, la diligenza del buon padre di famiglia potendosi liberare dall’obbligo di restituire la cosa affidatagli, solo in presenza del fortuito, dimostrando la non imputabilità del danno alla propria condotta.
Tale analogia è stata aspramente criticata dall'opposta corrente interpretativa, alla quale ha aderito la Corte di Cassazione nelle più recenti pronunce, che consentono di ritenere ormai consolidata l’interpretazione in chiave oggettistica della responsabilità del custode, sulla considerazione che è proprio l'aspetto relativo all'imputabilità del danno, che differenzia la responsabilità del titolare della custodia, oggettiva, da quella del depositario, fondata sulla colpa presunta. Invero il caso fortuito, che la norma individua come condizione di esclusione della responsabilità, se nel contratto di deposito influisce sul profilo soggettivo della rimproverabilità del danno, così non può dirsi nei confronti del custode, laddove incide unicamente sotto l'aspetto oggettivo del profilo causale dell’evento, riconducibile in tal caso non alla cosa che ne fonte immediata, ma ad un elemento esterno.
Pertanto non assume rilievo in sé la violazione dell'obbligo di vigilanza da parte del custode, essendo sufficiente per l'attribuzione della responsabilità, la sussistenza del rapporto di custodia tra il responsabile e la cosa che ha dato luogo all'evento lesivo.
Sull’oggettività della responsabilità da cosa in custodia si fonda il regime probatorio agevolato nei confronti del danneggiato, dal momento che l'inversione dell'onere della prova in ordine al nesso causale, consente che l’attore, per ottenere il risarcimento del danno subito, si limiti a provare l'esistenza del danno e la sua derivazione causale dalla cosa, non essendo necessaria alcuna prova in ordine alla condotta tenuta dal custode stesso.
Il concetto di custodia ex art. 2051 c.c. richiede la sussistenza di un effettivo potere sulla cosa, inteso quale disponibilità giuridica e materiale, unitamente al correlativo potere di porre potenzialmente in essere interventi sulla cosa stessa al fine di impedire le conseguenze dannose di un’eventuale situazione di pericolo insita o determinatasi nella cosa stessa. Tale potere deve dirsi sussistente in capo all’ente proprietario di una strada aperta al pubblico transito, titolare di una responsabilità oggettiva per i danni causati dalla particolare conformazione della strada o delle sue pertinenze.
La Corte di Cassazione, in accoglimento dei motivi di gravame proposti dalla danneggiata, ribadisce la propria posizione interpretativa affermando chiaramente l’applicabilità nel caso di specie dell’art. 2051 c.c., che configura una presunzione di responsabilità oggettiva in capo al Comune.
L’efficienza causale nella determinazione dell'evento dannoso può dirsi interrotta unicamente dall'interferenza di un fattore esterno che, interferendo sulla situazione in atto incida sulla causazione del danno impedendone la derivazione diretta con la cosa custodita. Il fortuito viene a configurarsi quale impulso causale autonomo, imprevedibile ed eccezionale, in grado di produrre autonomamente l’evento o incidere sulla causazione del danno anche tramite la cosa custodita.
Si riafferma dunque una responsabilità oggettiva della pubblica amministrazione sui beni di sua proprietà, ivi comprese le strade, che attribuisce al custode convenuto di esonerarsi da responsabilità unicamente tramite la dimostrazione positiva del caso fortuito, che può consistere sia in una alterazione dello stato dei luoghi imprevista, imprevedibile e non tempestivamente eliminabile o segnalabile ai conducenti nemmeno con l'uso dell'ordinaria diligenza, sia nella condotta della stessa vittima che consista nell'omissione delle normali cautele esigibili in situazioni analoghe, sia nell'impropria utilizzazione del bene pubblico, che abbia determinato l'interruzione del nesso eziologico tra lo stesso bene custodia il danno.
Nel caso di specie la Cassazione rileva che la Corte di merito di secondo grado ha erroneamente fondato la propria decisione sull’applicabilità dell’art. 2043 c.c. e non sulla norma prevista dall'art. 2051 c.c., imponendo conseguentemente un ingiustificato onere probatorio a carico del danneggiato (
Corte di Cassazione, Sez. III civile, sentenza 18.02.2014 n. 3793 - link a www.altalex.com).

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

APPALTI: Oggetto: Fidejussioni. Approfondimenti (ANCE Bergamo, circolare 18.04.2014 n. 88).

COMPETENZE PROGETTUALI - URBANISTICA: OGGETTO: CIRCOLARE CONSIGLIO NAZIONALE URBANISTI N. 1/2014 - COMPETENZE PROFESSIONALI PER REDAZIONE E GESTIONE VAS (Associazione Nazionale degli Urbanisti e dei Pianificatori Territoriali e Ambientali, circolare 16.04.2014 n. 1/2014).

TRIBUTI: Oggetto: Trasmissione delle deliberazioni di nomina del funzionario responsabile dei tributi (Ministero dell'Economia e delle Finanze, nota 15.04.2014 n. 78212 di prot.).

APPALTI - EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: Gestione del “DURC interno” - Messaggio 2889/2014 (INPS, messaggio 14.04.2014 n. 4069 - link a www.inps.it).

ENTI LOCALI: Oggetto: Art, 1, comma 82, legge Delrio - "Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni dei comuni" (Ministero dell'Interno, Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali, nota 12.04.2014 n. 5883 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: Modifica della modulistica di presentazione delle istanze, delle segnalazioni e delle dichiarazioni, prevista nel decreto del Ministro dell'interno 07.08.2012 (Ministero dell'Interno - Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile, nota 11.04.2014 n. 4849 di prot.).

ATTI AMMINISTRATIVI: Oggetto: Art. 54 , comma 4, del d.lgs. 18.08.2000 n. 267 (T.U.E.L.) (Prefettura di Avellino, nota 09.04.2014 n. 8531 di prot.).
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Come noto la Corte Costituzionale, con sentenza nr. 115 in data 04.04.2011, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 54, comma 4, del decreto legislativo 18.08.2000, nr. 267 (Testo Unico delle leggi sull'ordinamento degli Enti Locali), come sostituito dall' art. 6 del decreto legge 23.05.2008 nr. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 24.07.2008 nr. 125, nella parte in cui comprende la locuzione "anche" prima delle parole "contingibili e urgenti".
Ne consegue che i provvedimenti adottati con atto motivato del Sindaco, quale Ufficiale di Governo, ex art. 54, comma 4, al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l'incolumità pubblica e la sicurezza urbana -secondo la definizione riportata nel decreto del Ministro dell'Interno in data 05.08.2008 e con riferimento agli ambiti di applicazione dei poteri di intervento del sindaco indicati dall'art. 2 del citato decreto- devono avere soltanto carattere di contingibilità e di urgenza, nel rispetto dei principi generali dell'ordinamento. (... continua).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: D.P.R. 28.05.2011 n. 311 - Commissione comunale di vigilanza per i locali di pubblico spettacolo. Indirizzi procedurali ai fini della prevenzione incendi (Ministero dell'Interno, Comando Provinciale Vigili del Fuoco - Vicenza, nota 01.04.2014 n. 5916 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Indicazioni tecniche di prevenzione incendi per l'installazione e la gestione di mercati su aree pubbliche con presenza di strutture fisse, rimovibili e autonegozi (Ministero dell'Interno - Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile, nota 12.03.2014 n. 3794 di prot.).

APPALTI - EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: Nuovo sistema di gestione del “DURC interno”, per l’individuazione e la contestazione delle situazioni di irregolarità incompatibili con i benefici normativi e contributivi, previsti dalla normativa in materia di lavoro e legislazione sociale, ai sensi dell’articolo 1, comma 1175, della legge 27.12.2006, n. 296. Emissione delle note di rettifica con la nuova procedura di Gestione contributiva (DM2013) (INPS, messaggio 27.02.2014 n. 2889 - link a www.inps.it).

QUESITI & PARERI

CONSIGLIERI COMUNALIOSSERVATORIO VIMINALE/ Consiglieri senza conflitti. Incompatibilità con il ruolo di progettista. Se l'opera è stata prestata nell'ambito di lottizzazioni approvate dall'ente.
Sussiste una ipotesi di incompatibilità, ex art. 63, comma 1, nn. 2 e 3, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, nei confronti di un consigliere comunale, che, in qualità di progettista, unitamente ad altri professionisti, ha prestato la propria opera nell'ambito di due lottizzazioni approvate dall'ente?

La giurisprudenza ha dichiarato che le cause d'incompatibilità di cui alla norma citata, ascrivibile al novero delle c.d. incompatibilità d'interessi, hanno la finalità di impedire che possano concorrere all'esercizio delle funzioni dei consigli comunali soggetti portatori di interessi confliggenti con quelli del comune o i quali si trovino comunque in condizioni che ne possano compromettere l'imparzialità (cfr. Corte costituzionale, sentenza 20.02.1997, 44; Id., sentenza 24.06.2003, n. 220); in particolare, l'ipotesi d'incompatibilità prevista dal comma 1, n. 2, del menzionato art. 63, è ravvisabile in presenza di un duplice presupposto: il primo di natura soggettiva ed il secondo di natura oggettiva.
Sul piano soggettivo, è necessario che l'interessato rivesta la qualità di titolare o di amministratore ovvero di dipendente con poteri di rappresentanza o di coordinamento. L'ampiezza di tale formulazione e la pacifica possibilità di interpretare in senso estensivo le disposizioni che incidono sul diritto di elettorato passivo consentono di ritenere che anche colui che esercita una professione intellettuale possa essere compreso nella nozione di titolare cui fa riferimento la norma in esame.
Dal punto di vista oggettivo, il consigliere comunale, rivestito di una delle predette qualità, in tanto può considerarsi incompatibile, in quanto abbia parte in servizi nell'interesse del comune. L'espressione «avere parte» è qui usata per indicare una situazione di potenziale conflitto del soggetto titolare dell'interesse particolare rispetto all'esercizio imparziale della carica elettiva. Ciò comporta che sia la nozione di partecipazione sia quella di servizi devono assumere un significato il più possibile esteso e flessibile, al fine di potervi ricomprendere forme di partecipazione eterogenee ed attività che l'amministrazione comunale decide di fare proprie o potrà decidere di fare proprie, all'esito di una sua valutazione di merito. In tal senso, è irrilevante la natura, pubblicistica o privatistica, dello strumento prescelto dall'ente locale per la realizzazione delle proprie finalità istituzionali (cfr. Corte di cassazione, sezione I, sentenza 22.12.2011, n. 28504; Id., sentenza 16.01.2004, n. 550; Id., sentenza 17.04.1993, n. 4557).
In altri termini a titolo esemplificativo, se un professionista ha parte, nel senso ora indicato, in un servizio al quale il comune è interessato, lo stesso non è idoneo, secondo la previsione tipica del legislatore, ad adempiere imparzialmente i doveri connessi all'esercizio della carica elettiva.
Alla luce delle considerazioni esposte, la situazione prospettata rientra nell'ipotesi di incompatibilità prevista dall'art. 63, comma 1, n. 2, del decreto legislativo n. 265 del 2000.
In ogni caso, la valutazione dell' eventuale sussistenza della causa d'incompatibilità è rimessa al consiglio comunale. Infatti, in conformità al generale principio per cui ogni organo collegiale è competente a deliberare sulla regolarità dei titoli di appartenenza dei propri componenti, la verifica delle cause ostative all'espletamento del mandato è compiuta con la procedura prevista dall'art. 69 del decreto legislativi 267 del 2000, che garantisce il contraddittorio tra organo ed amministratore, assicurando a quest'ultimo l'esercizio del diritto di difesa e la possibilità di rimuovere entro un congruo termine la causa d'incompatibilità contestata (cfr. Corte di cassazione, sezione I, sentenza 10.07.2004, n. 12809; Id., sentenza 12.11.1999, n. 12529) (articolo ItaliaOggi del 18.04.2014).

ENTI LOCALI: Spese per eventi culturali. Applicazione dell'art. 6, comma 8, DL n. 78/2010.
L'art. 6, DL n. 78/2010, contiene misure orientate a contenere i costi degli apparati amministrativi, ponendo, in particolare, al comma 8, in relazione alle spese per relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e rappresentanza, il vincolo di non superare il 20 per cento della spesa sostenuta nel 2009.
Per quanto concerne in particolare le mostre, la Corte dei conti ha chiarito che il vincolo finanziario può intendersi riferito alle spese sostenute per presentazione di opere d'arte con scopo celebrativo/didattico o promozionale, precisando, tuttavia, che resterebbero consentite le spese, pur sempre di interesse collettivo, inerenti ad iniziative organizzate dall'ente stesso o da un soggetto terzo, rientranti nei compiti del Comune, svolte secondo specifici programmi e per le finalità predeterminate dall'ente.

Il Comune pone un quesito in ordine alla possibilità di organizzare una manifestazione culturale -allestita già da diversi anni con cadenza annuale- e finanziata in buona parte a mezzo sponsorizzazione da parte di alcune aziende del territorio, alla luce del quadro normativo regionale e statale vigente in materia (art. 14, comma 22, L.R. 23/2013
[1] e art. 6, comma 8, D.L. n. 78/2010 [2]) e sulla scorta anche delle considerazioni espresse dalla Corte dei conti, nella sua funzione consultiva, in particolare dalla Sezione di controllo della Lombardia (parere n. 116/2011) e del Piemonte (parere n. 37/2011).
Sentito il Servizio finanza locale di questa Direzione si esprimono le seguenti considerazioni.
L'art. 6, comma 8, D.L. n. 78/2010, stabilisce che a decorrere dall'anno 2011 le pubbliche amministrazioni non possono effettuare spese per relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e di rappresentanza, per un ammontare superiore al 20% della spesa sostenuta per l'anno 2009.
L'art. 14, L.R. n. 23/2013, ha abrogato, a decorrere dall'anno 2014, la previsione di cui all'art. 12, comma 10, L.R. n. 22/2010
[3], la quale statuiva che per gli enti locali della Regione Friuli Venezia Giulia il rispetto delle disposizioni di principio che prevedono il contenimento di alcune componenti di spesa previste dall'articolo 6, commi 7, 8, 9, 10 e 14, D.L. n. 78/2010, è garantito con il conseguimento degli obiettivi in materia di coordinamento della finanza pubblica contenuti nell'art. 12 della L.R. n. 17/2008.
Alla luce dell'intervento abrogativo operato dalla L.R. n. 23/2013, il Comune chiede se l'applicazione dei limiti di spesa di cui all'art. 6, comma 8, D.L. n. 78/2010, debba avvenire 'secondo una interpretazione strettamente letterale', con la conseguenza che l'eventuale spesa sostenuta dall'Ente, in eccedenza rispetto a quanto percepito dalle aziende private sponsor, debba ritenersi soggetta a dette limitazioni.
In proposito, la questione che si pone è quella di individuare le tipologie delle spese riconducibili all'espressione normativa 'convegni, mostre, pubblicità e di rappresentanza'.
Avuto riguardo al tenore letterale dell'espressione normativa, la Corte dei conti ha chiarito che con il termine 'mostre', per quanto qui di interesse, ci si può riferire alle spese sostenute per presentazione di opere d'arte con scopo celebrativo/didattico o promozionale, e che la limitazione deve intendersi riferita alla spesa sostenuta dall'ente per eventi organizzativi direttamente o, anche, indirettamente, a mezzo di soggetti terzi al fine di evitare fenomeni elusivi
[4].
La Corte dei conti ha, altresì, precisato che resterebbero consentite le spese, pur sempre di interesse collettivo, inerenti ad iniziative organizzate dall'ente stesso o da un soggetto terzo, rientranti nei compiti del Comune e cioè direttamente legate ad attività proprie dell'ente pubblico
[5].
Più precisamente, la Corte dei conti
[6] ha osservato che la disposizione di cui all'art. 6, comma 8, si inserisce nell'ambito di una manovra finanziaria tesa a razionalizzare e contenere la spesa delle amministrazioni pubbliche, inclusi gli enti locali, per pervenire ad un miglioramento dei saldi di bilancio di ciascuna amministrazione. Scopo della disposizione in commento, come risulta dalla sua rubrica, è propriamente la 'riduzione dei costi degli apparati amministrativi', e dunque contenere le spese di carattere generale degli enti pubblici, senza incidere sulle attività connesse alle competenze specifiche di ciascun ente, svolte secondo specifici programmi e per le finalità predeterminate dall'Ente.
Pertanto, non sono assoggettate ai limiti di cui all'art. 6, comma 8, le spese riconducibili alle funzioni amministrative proprie dei comuni e ad essi attribuite da legge statale o regionale, in base al principio di sussidiarietà di cui all'art. 118, Cost., attraverso cui l'ente realizza la cura concreta degli interessi della collettività di cui è esponenziale. In proposito, vengono in considerazione gli artt. 13 del D.Lgs. n. 267/2000 e 16 della L.R. n. 1/2006, che individuano le funzioni attribuite ai comuni. L'art. 13 prevede che spettano ai comuni tutte le funzioni amministrative che riguardano la popolazione ed il territorio comunale, precipuamente nei settori organici dei servizi alla persona e alla comunità, dell'assetto ed utilizzazione del territorio e dello sviluppo economico, salvo quanto non sia espressamente attribuito ad altri soggetti dalla legge statale o regionale. Del pari, l'art. 16 della legge regionale dispone che il comune è titolare di tutte le funzioni amministrative che riguardano i servizi alla persona, lo sviluppo economico e sociale e il governo del territorio comunale, salvo quelle attribuite espressamente dalla legge ad altri soggetti istituzionali
[7].
Sulla base di questi principi, spetta a ciascun ente, nella sua autonomia e responsabilità, valutare di volta in volta la riconducibilità di ogni singola spesa nell'ambito delle proprie competenze (funzioni) amministrative, che in tal caso rimane sottratta ai limiti di spesa di cui all'art. 6, comma 8, D.L. n. 78/2010.
E così, in ispecie con riferimento alla manifestazione culturale, l'Ente potrà valutare nella sua autonomia se ricorrano i presupposti applicativi della previsione di cui all'art. 6, comma 8, tenendo conto che il collegamento delle spese con le competenze specifiche dell'ente e con i programmi sviluppati da quest'ultimo vale a configurarle come ontologicamente differenti dalle 'spese per relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e di rappresentanza' e dunque a sottrarle all'ambito di applicazione della disposizione in commento. Vanno, invece, fatte rientrare nella nozione normativa di 'spese per relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e di rappresentanza', quelle spese riconducibili, genericamente, alle relazioni pubbliche o alla rappresentanze, svolte in modo episodico e comunque al di fuori di uno specifico programma che rientri nella competenza dell'ente locale.
Si ribadisce, dunque, l'esclusiva competenza dell'ente nella determinazione in concreto della categoria nella quale classificare la spesa, se ricomprenderla nell'alveo delle voci di spesa generiche
[8] cui si riferisce l'art. 6, comma 8 [9], ovvero ritenerla sottratta all'applicazione dei limiti di spesa ivi previsti, in quanto rientrante nei compiti del comune e cioè direttamente legata ad attività proprie dell'ente pubblico, tenuto conto sia dei programmi e progetti sviluppati nel settore socio-economico locale, che di quanto effettuato negli esercizi precedenti [10].
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[1] L.R. 27.12.2013, recante: 'Disposizioni per la formazione del bilancio pluriennale e annuale della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (Legge finanziaria 2014)'.
[2] D.L. 31.05.2010, recante: 'Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica', convertito dalla L. n. 122/2010.
[3] L.R. 29.12.2010, n. 22, recante: 'Disposizioni per la formazione del bilancio pluriennale e annuale della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (Legge finanziaria 2011)'.
[4] Corte dei conti, Sezione di controllo per la Regione Puglia, n. 54/2013; Corte dei Conti, Sezione di controllo per la Regione Toscana, deliberazioni nn. 7 e 67/2011.
[5] Corte dei Conti, Sezione di controllo per la Regione Toscana, cit..
[6] Corte dei conti, Sezione di controllo della Lombardia, parere n. 116/2011 e Corte dei conti, Sezione di controllo del Piemonte, parere n. 37/2011, richiamate dall'Ente istante.
[7] Dalle norme in commento emerge che le funzioni amministrative sono conferite per regola alla responsabilità dei comuni, salvo che esigenze di esercizio unitario ne impongano la dislocazione a più elevati livelli di governo.
[8] Cfr. Corte dei Conti, Sezione regionale di controllo per il Veneto, deliberazione n. 265/2011, che riconduce le spese sostenute da un comune per iniziative di confronto sociale e culturale alle voci di spesa di cui all'art. 6, comma 8, D.L. n. 78/2010, in considerazione della loro genericità.
[9] In quest' ipotesi, si precisa che il limite di spesa non varrà in ordine a quanto finanziato da soggetti terzi (pubblici o privati) estranei all'Ente. (Corte dei Conti, Sez. controllo per la Regione Piemonte, delibera n. 37/2011, che richiama Corte dei Conti Sez. Riunite in sede di controllo, delibera n. 7/2011).
[10] La Corte dei conti è costante nell'affermare l'autonomia e responsabilità dell'ente locale nell'individuare le eventuali tipologie di spesa da assoggettare alla disciplina normativa di cui all'art. 6, comma 8, D.L. n. 78/2010. (Cfr: Corte dei Conti, Sezione regionale di controllo per il Veneto, deliberazione n. 265/2011; Corte dei conti, Sezione di controllo della Lombardia, deliberazione n. 116/2011; Corte dei Conti, Sezione di controllo per la Regione Toscana, deliberazioni nn. 7 e 67/2011)
(
10.04.2014 - link a www.regione.fvg.it).

CONSIGLIERI COMUNALI: Funzionamento delle commissioni comunali durante il commissariamento del Comune conseguente alla sospensione/scioglimento del consiglio comunale.
La disciplina degli incarichi dei consiglieri successivamente allo scioglimento del consiglio è dettata dall'articolo 39, comma 5, della legge 142/1990 (il cui contenuto è analogo all'articolo 141, comma 5, del TUEL) il quale recita: 'I consiglieri cessati dalla carica per effetto dello scioglimento continuano ad esercitare, fino alla nomina dei successori, gli incarichi esterni loro eventualmente attribuiti'.
La prorogatio opera, tendenzialmente, solo per gli incarichi esterni, con la conseguenza che decadono tutte le commissioni interne all'ente composte da consiglieri (salve specifiche eccezioni previste espressamente dalla legge).

Il Comune chiede di conoscere un parere in merito al funzionamento delle commissioni comunali durante la provvisoria amministrazione dell'Ente da parte di un commissario straordinario, nominato a seguito di sospensione/scioglimento del consiglio comunale conseguente alle dimissioni della metà più uno dei consiglieri comunali.
[1]
L'Ente, in particolare, chiede di conoscere se le commissioni comunali in appresso indicate possano o meno funzionare e con quali modalità, atteso che tra i componenti delle medesime vi sono anche dei consiglieri comunali che hanno rassegnato le dimissioni da tale carica. Si tratta, in particolare della:
   A) commissione elettorale comunale;
   B) commissione edilizia; commissione di vigilanza sui locali di pubblico spettacolo e della commissione consultiva comunale per l'esercizio degli autoservizi pubblici non di linea: Tali commissioni si caratterizzano per il fatto che sono composte dal sindaco o suo delegato che le presiede a da altri componenti non consiglieri comunali;
   C) commissione comunale per le pari opportunità tra uomo e donna. Tale commissione è composta da un totale di sette membri di cui tre consiglieri comunali (di cui uno dimissionario) e i restanti individuati tra soggetti esterni all'amministrazione;
   D) commissione paritetica per la definizione delle forme di collaborazione tra il Comune instante e altro Comune (appartenente ad uno Stato estero) con cui è stata istituita una forma di gemellaggio. Come precisato dall'Ente per le vie brevi, si tratta, più precisamente, di una commissione comunale, costituita da cinque componenti, di cui uno consigliere comunale, presidente la stessa (e attualmente dimissionario) e da quattro soggetti esterni alla pubblica amministrazione.
In via preliminare, si rileva che la disciplina degli incarichi dei consiglieri successivamente allo scioglimento del consiglio è dettata dall'articolo 39, comma 5, della legge 08.06.1990, n. 142 (il cui contenuto è analogo all'articolo 141, comma 5, del TUEL) il quale recita: 'I consiglieri cessati dalla carica per effetto dello scioglimento continuano ad esercitare, fino alla nomina dei successori, gli incarichi esterni loro eventualmente attribuiti'. La ratio della disposizione è quella di rispettare le scelte politiche effettuate con la nomina: essa, infatti, elimina il preesistente legame tra la qualità di consigliere e gli incarichi.
[2] La prorogatio opera, tendenzialmente, solo per gli incarichi esterni, [3] con la conseguenza che decadono tutte le commissioni interne all'ente composte da consiglieri (salve specifiche eccezioni previste espressamente dalla legge) [4].
Sentito il Servizio elettorale, si formulano le seguenti considerazioni.
   A) L'articolo 15, quarto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 20.03.1967, n. 223 prevede che, nei Comuni retti da commissario, i componenti della Commissione elettorale comunale restano in carica sotto la presidenza del commissario stesso.
In base alla citata normativa, quindi, rimangono in carica i componenti della commissione in riferimento, con l'eccezione del Presidente, le cui funzioni vengono assunte dal commissario straordinario. Poiché le funzioni della commissione non possono subire intralci o impedimenti, la continuità dei lavori è assicurata dall'ulteriore previsione in base alla quale, in caso di mancato raggiungimento del numero legale in seconda convocazione, le funzioni sono svolte dal commissario (art. 15, quarto comma, ultimo periodo, del DPR 223/1967).
Secondo il parere del Ministero dell'Interno, datato 19.05.2011, la cessazione anticipata del consiglio comunale, a seguito dello scioglimento dello stesso, non priva i consiglieri (inclusi quelli dimissionari dalla carica di consigliere e le cui dimissioni hanno provocato lo scioglimento del consiglio) della qualità di componenti della commissione elettorale comunale, ancorché sia venuta meno la loro qualità di consiglieri comunali.
Le conclusioni formulate dal Ministero dell'Interno differiscono da quelle espresse dalla scrivente Direzione centrale nel parere del 19.10.2010 (prot. n. 23578) che, in forza del citato parere ministeriale, risulterebbe superato.
Atteso, tuttavia, il contrasto tra le due posizioni, considerata la natura statale delle leggi di cui si discorre, atteso, altresì, che l'applicazione dell'indicata normativa sulle commissioni elettorali si applica anche per l'elezione di organi sovracomunali e sovraregionali, sarà cura della scrivente Direzione centrale contattare il Ministero dell'Interno al fine di trovare una soluzione condivisa sull'argomento, che verrà debitamente comunicata.
   B) Al commissario straordinario, in base alla legge
[5] e al decreto di scioglimento del consiglio comunale e di nomina del commissario stesso, sono conferiti i poteri spettanti al sindaco, al consiglio e alla giunta.
Pertanto, il commissario straordinario può, in linea di massima, svolgere tutte le attività di competenza degli organi che sostituisce
[6]. Come rilevato dalla giurisprudenza, il commissario adotta tutti i provvedimenti di competenza degli organi di governo dell'ente fino alla ricostituzione degli organi elettivi, salvo eventuali limitazioni dettate, caso per caso, dal provvedimento di nomina. [7]
La commissione edilizia, quella di vigilanza sui locali di pubblico spettacolo e la commissione consultiva comunale per l'esercizio degli autoservizi pubblici non di linea saranno, di conseguenza, presiedute dal commissario straordinario in sostituzione del sindaco, ferma rimanendo la restante composizione delle stesse costituita da soggetti esterni alla pubblica amministrazione.
   C) La commissione comunale per le pari opportunità tra uomo e donna si ritiene vada annoverata tra le commissioni comunali miste che prevedono la partecipazione, accanto a soggetti politici, di rappresentanti degli interessi della collettività. Essa rientra tra gli organismi di partecipazione popolare previsti dall'articolo 12, comma 2, della legge regionale 09.01.2006, n. 1
[8] e dall'articolo 8 del D.Lgs. 267/2000. [9]
Si tratta, per quel che rileva in questa sede, di una commissione 'interna' all'Ente con la conseguenza che i componenti della stessa di estrazione politica (in tal caso, consiglieri comunali), a seguito dello scioglimento del consiglio comunale, devono intendersi cessati dal loro incarico.
[10]
Attesa la previsione contenuta nel regolamento sul funzionamento della commissione, secondo cui 'I componenti della Commissione comunale per le Pari Opportunità rimangono in carica per l'intera durata del mandato del Consiglio Comunale e, comunque, fino alla nomina della nuova Commissione' (art. 3, comma 4), considerata, altresì, la natura di organo collegiale imperfetto
[11] della commissione de qua, segue che la stessa potrà continuare ad operare con i componenti residui nel rispetto del raggiungimento del numero legale richiesto dal regolamento per la validità delle sedute della stessa.
Con riferimento al soggetto deputato a presiedere l'indicata Commissione, atteso che, secondo le indicazioni fornite dall'Ente, il Presidente in carica era un consigliere comunale, le sue funzioni saranno esercitate dal Vicepresidente, soggetto non politico, il quale, in forza dell'articolo 4, comma 2, del regolamento comunale 'sostituisce il Presidente in caso di assenza o impedimento'.
   D) Quanto al funzionamento, a seguito dell'intervenuto scioglimento del consiglio comunale, della commissione paritetica per la definizione delle forme di collaborazione tra il Comune instante e altro Comune (appartenente ad uno Stato estero) con cui è stata istituita una forma di gemellaggio, si rimanda alle considerazioni sopra svolte alla lett. C), con la conseguenza che il consigliere comunale, componente la stessa, deve considerarsi cessato dal suo incarico. La commissione in riferimento, infatti, deve essere annoverata tra le commissioni interne all'Ente: come appreso, infatti, per le vie brevi, la definizione delle forme di collaborazione tra i due Comuni gemellati viene effettuata per il tramite di due commissioni, istituite internamente a ciascun Comune, i cui lavori sono, poi, reciprocamente portati a conoscenza per il tramite dei rispetti presidenti.
La commissione in esame si ritiene, tuttavia, possa continuare ad operare nel rispetto del raggiungimento del quorum strutturale richiesto per il funzionamento della stessa. L'allegato alla delibera consiliare recante il funzionamento della commissione in oggetto stabilisce, infatti, che: 'Le sedute di prima e seconda convocazione sono valide quando sono presenti almeno n. tre (3) componenti (incluso il Presidente)'.
Con riferimento alla necessità di nominare il Presidente della commissione, figura tra i cui compiti vi è quello di convocare e presiedere le sedute della commissione, si ritiene che tale nomina spetti al commissario straordinario. Compete, infatti, a quest'ultimo compiere 'tutte le mansioni inerenti la gestione provvisoria dell'Ente',
[12] sostituendosi egli al sindaco, al consiglio ed alla giunta. Si precisa, al riguardo, che la deliberazione consiliare assunta dal Comune sull'argomento attribuisce alla giunta comunale il compito di nominare il Presidente della commissione.
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[1] Si ricorda che, nella Regione Friuli Venezia Giulia, per effetto del rinvio operato dall'articolo 23 della legge regionale 23/1997, continua a trovare applicazione l'originario articolo 39 della legge 142/1990, come vigente alla data di entrata in vigore della legge regionale 23/1997, in luogo dell'articolo 141 del D.Lgs. 267/2000. Ai sensi dell'indicato articolo 39 della l. 142/1990 i consigli comunali vengono sciolti, tra l'altro, quando non possa essere assicurato il normale funzionamento degli organi e dei servizi per 'cessazione dalla carica per dimissioni contestuali, ovvero rese anche con atti separati purché contemporaneamente presentati al protocollo dell'ente, della metà più uno dei membri assegnati, non computando a tal fine il sindaco [...]'. In forza del combinato disposto dell'articolo 39, comma 7, della legge 142/1990 e dell'articolo 23, comma 2, della legge regionale 23/1997, si prevede, altresì che iniziata la procedura volta allo scioglimento dei consigli comunali, ed in attesa del decreto di scioglimento, l'assessore regionale per le autonomie locali, per motivi di grave e urgente necessità, può sospendere, per un periodo comunque non superiore a novanta giorni, i consigli comunali e provinciali e nominare un commissario per la provvisoria amministrazione dell'ente.
[2] In questo senso, AA.VV., 'L'ordinamento degli enti locali', Ipsoa editore, 2007, pag. 828.
[3] Alla prorogatio si fa eccezione in caso di scioglimento per mafia per espressa previsione contenuta all'articolo 143, comma 4, del D.Lgs. 267/2000, che si applica anche nella nostra Regione trattandosi di disposizione di competenza degli organi statali.
[4] Si veda, ad esempio, il caso della commissione elettorale, come in appresso meglio indicato.
[5] Recita l'articolo 39, comma 3, della legge 142/1990 che: '[...] con il decreto di scioglimento si provvede alla nomina di un commissario, che esercita le attribuzioni conferitegli con il decreto stesso'.
[6] TAR Lazio, Roma, sez. II, sentenza del 17.12.2013, n. 10896.
[7] Consiglio di Stato, sez. V, sentenza del 29.11.2004, n. 7749.
[8] Tale disposizione, che nella nostra Regione si applica in luogo dell'articolo 6 TUEL, prevede che lo statuto stabilisca, tra l'altro, le forme della partecipazione popolare.
[9] Tale articolo precisa le opportunità consentite al Comune per favorire la partecipazione popolare ai vari aspetti dell'attività della civica amministrazione. Il comma 3 dell'indicata norma individua nello statuto l'atto normativo nel quale devono essere previste forme di consultazione della popolazione: queste possono concretizzarsi anche attraverso l'istituzione di commissioni comunali.
[10] Ai sensi dell'articolo 39, comma 5, della legge 142/1990 (il cui contenuto è analogo all'articolo 141, comma 5, del TUEL): 'I consiglieri cessati dalla carica per effetto dello scioglimento continuano ad esercitare, fino alla nomina dei successori, gli incarichi esterni loro eventualmente attribuiti'.
[11] I collegi imperfetti (o virtuali) sono quelli che possono deliberare con la presenza di una parte soltanto dei membri, sempre che sia stato raggiunto il quorum strutturale (comunemente detto numero legale), ossia un determinato numero di membri. L'articolo 4, comma 5 del regolamento Commissione pari opportunità tra uomo e donna del Comune prevede che: 'Le sedute di prima e seconda convocazione sono valide quando sono presenti almeno n. 4 (quattro) componenti'.
[12] Così, TAR Campania, Napoli, sez. I, sentenza del 16.10.2003, n. 12811
(
04.04.2014 - link a www.regione.fvg.it).

CONSIGLIERI COMUNALI: Decreto legislativo 14.03.2013, n. 33. Richiesta chiarimenti.
Circa la sussistenza in capo agli amministratori non rieletti dell'obbligo di presentare al Comune i documenti e le informazioni concernenti la propria situazione patrimoniale, l'articolo 14, comma 1, lettera f), del d.lgs. 33/2013 richiama, tra i documenti e le informazioni da pubblicarsi a cura delle pubbliche amministrazioni, le attestazioni e le dichiarazioni di cui agli articoli 3 e 4 della l. 441/1982.
In particolare, ai sensi dell'articolo 4 citato, entro tre mesi successivi alla cessazione dell'ufficio, gli amministratori non rieletti sono tenuti a depositare la dichiarazione ivi prevista concernente le variazioni della situazione patrimoniale di cui al n. 1 del primo comma dell'articolo 2 e, entro un mese dalla scadenza del relativo termine, una copia della dichiarazione annuale relativa ai redditi delle persone fisiche.
Il comma 2, dell'articolo 14, del d.lgs. 33/2013 dispone tuttavia che l'obbligo di pubblicazione nel triennio successivo alla cessazione dell'incarico non riguardi le informazioni concernenti la situazione patrimoniale, per le quali tale obbligo sussiste sino alla fine dell'incarico o del mandato.

Il Comune formula una serie di quesiti in ordine alla interpretazione dell'articolo 14 del d.lgs. 33/2013 nel combinato disposto con gli artt. 2, 3 e 4 della l. 05.07.1982, n. 441 ivi richiamati.
In via preliminare, si osserva che non rientra tra le attribuzioni dello scrivente ufficio esprimersi in ordine all'interpretazione delle norme in esame, che spetta ai competenti uffici statali.
Nel rinviare alla lettura della delibera dell'Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) n. 50/2013 e relativi allegati (cfr., in particolare, Allegato 1. Sezione 'Amministrazione trasparente' - Elenco degli obblighi di pubblicazione vigenti), nonché delle 'FAQ in materia di trasparenza sull'applicazione del d.lgs. n. 33/2013' consultabili all'indirizzo internet www.anticorruzione.it, attesa la competenza della predetta Autorità in materia di valutazione e trasparenza delle amministrazioni pubbliche si formulano, in via meramente collaborativa, le seguenti considerazioni in ordine ai seguenti quesiti proposti.
   a) Con riferimento alla richiesta di chiarire se la pubblicazione della situazione patrimoniale dei titolari di cariche elettive, di cui alla lettera f) del citato articolo 14, debba essere effettuata con cadenza annuale, così come previsto dalle norme della l. 441/1982, ivi richiamate, si ritiene di rispondere affermativamente, atteso che l'allegato 1 alla delibera n. 50/2013 dell'ANAC prevede espressamente l'aggiornamento annuale di tali comunicazioni.
   b) Circa l'eventuale sussistenza in capo agli amministratori non rieletti dell'obbligo di presentare al Comune i documenti e le informazioni concernenti la propria situazione patrimoniale si osserva che l'articolo 14, comma 1, lettera f) del d.lgs. 33/2013 richiama, tra i documenti e le informazioni da pubblicarsi a cura delle pubbliche amministrazioni, le attestazioni e le dichiarazioni di cui agli articoli 3 e 4 della l. 441/1982. In particolare, ai sensi dell'articolo 4 citato, entro tre mesi successivi alla cessazione dell'ufficio, gli amministratori non rieletti sono tenuti a depositare la dichiarazione ivi prevista concernente le variazioni della situazione patrimoniale di cui al n. 1 del primo comma dell'articolo 2 e, entro un mese dalla scadenza del relativo termine, una copia della dichiarazione annuale relativa ai redditi delle persone fisiche. Il comma 2, dell'articolo 14, del d.lgs. 33/2013 dispone tuttavia che l'obbligo di pubblicazione nel triennio successivo alla cessazione dell'incarico non riguardi le informazioni concernenti la situazione patrimoniale, per le quali tale obbligo sussiste sino alla fine dell'incarico o del mandato
[1].
Si osserva che la risposta alla FAQ 5.34 chiarisce che per 'informazioni concernenti la situazione patrimoniale' di cui all'articolo 14, comma 2 del d.lgs. 33/2013 si intendono 'la dichiarazione concernente diritti reali su beni immobili e su beni mobili iscritti nei pubblici registri, ivi compresa la titolarità di imprese, azioni di società, quote di partecipazione a società.'
[2] Con riferimento a tali informazioni, l'art. 14, comma 2 citato dispone che le stesse non vadano pubblicate oltre la cessazione del mandato o dell'incarico e che non vengano trasferite nelle sezioni di archivio. [3] Si ritiene pertanto che i documenti per i quali non è più ammessa la pubblicazione e non è consentita l'archiviazione non siano di pubblica consultazione e non possano essere messi a disposizione degli organi di stampa.
   c) Con riferimento all'ambito applicativo delle sanzioni di cui all'articolo 47 del d.lgs. 33/2013, si conviene con l'Ente instante che il tenore letterale della norma pare riferirsi ai casi di mancata o incompleta comunicazione delle informazioni e dei dati di cui all'articolo 14, concernenti la situazione patrimoniale complessiva del titolare dell'incarico '
al momento dell'assunzione in carica [....]' e che, conseguentemente, non risulti chiaro se le sanzioni possano essere comminate anche per l'inosservanza degli adempimenti previsti dall'articolo 14 relativamente a momenti successivi all'assunzione della carica (es. violazione degli obblighi di comunicazione delle variazioni della situazione patrimoniale entro tre mesi successivi alla cessazione dell'incarico e di deposito di una copia della dichiarazione dei redditi entro il mese successivo al termine ultimo per la sua presentazione [4]) e nei confronti degli amministratori cessati. Si evidenzia, tuttavia, che detta incertezza interpretativa può essere chiarita soltanto dai competenti uffici ministeriali, che si suggerisce all'Ente di interpellare direttamente.
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[1] La FAQ n. 5.33 chiarisce che l'obbligo di pubblicazione sussiste indipendentemente dalla causa di cessazione dell' incarico o del mandato (scadenza del mandato o dimissioni).
[2] Gli artt. 3 e 4 della legge 441/1982 si riferiscono, infatti, alla situazione patrimoniale di cui al numero 1 dell'articolo 2 della legge medesima, che prevede la 'dichiarazione concernente i diritti reali su beni immobili e su beni mobili iscritti in pubblici registri; le azioni di società; le quote di partecipazione a società; l'esercizio di funzioni di amministratore o di sindaco di società [...]'
[3] La previsione di cui all'articolo 14, comma 2, deroga, infatti, ai principi generali stabiliti dall'articolo 8, comma 3, sulla durata della pubblicazione e dall'articolo 9, comma 2, in relazione alla conservazione e alla messa a disposizione dei documenti, delle informazioni e dei dati nelle sezioni di archivio.
[4] Tali prescrizioni risultano dal richiamo operato dall'art. 14, comma 1, lett. f), all'art. 4 della l. 441/1982
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02.04.2014 - link a www.regione.fvg.it).

PUBBLICO IMPIEGO: Incompatibilità nel pubblico impiego. Dipendente pubblico socio di società cooperativa.
La specifica disciplina delle incompatibilità dei dipendenti pubblici è tutt'ora dettata, per espresso richiamo contenuto nell'art. 53, comma 1, DLgs. n. 165/2001, dagli art. 60 e seguenti del D.P.R. n. 3/1957.
In ispecie con riferimento alla compatibilità dello status di pubblico dipendente con la carica sociale in società cooperativa, la giurisprudenza e il Dipartimento della funzione pubblica si sono espressi nel senso della compatibilità, in linea generale, tra le due posizioni, alla stregua della disciplina normativa in materia e sempre previa autorizzazione dell'amministrazione di appartenenza.
L'autorizzazione va rilasciata secondo gli usuali criteri della quantità dell'impegno, delle modalità di svolgimento e delle mansioni svolte per la PA da parte dell'interessato, in modo da escludere casi di incompatibilità, sia di diritto che di fatto, nell'interesse del buon andamento della pubblica amministrazione o situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi, che pregiudichino l'esercizio imparziale delle funzioni attribuite al dipendente.

Il Comune, nell'ambito della tematica delle incompatibilità dei pubblici dipendenti, pone la questione della possibilità per un proprio dipendente di rivestire la qualifica di componente del consiglio di amministrazione di società cooperativa, allo stato della vigente normativa (anche alla luce delle nuove disposizioni di cui al D.Lgs. n. 39/2013
[1]), ed altresì con particolare riferimento all'ipotesi in cui la società cooperativa (nella specie, istituto bancario) diventi tesoriere dell'Ente stesso.
Si premette che questo Servizio svolge un'attività di consulenza consistente nella rappresentazione in generale del quadro normativo e giurisprudenziale relativo alle questioni giuridiche poste dagli enti, al fine di fornire a questi gli elementi utili per addivenire alla soluzione che, nella loro autonomia, ritengono più opportuna nei casi concreti che investono il loro operare giuridico.
Ciò precisato, si osserva, anzitutto, che il D.Lgs. n. 39/2013 interviene sulla disciplina del conferimento degli incarichi dirigenziali e di responsabilità amministrativa di vertice nelle pubbliche amministrazioni, negli enti pubblici e negli enti di diritto privato in controllo pubblico (art. 1).
Il caso in esame, concernente la compatibilità (o meno) dello status di dipendente pubblico con la carica di consigliere di amministrazione presso società cooperativa svolgente attività bancaria, non è interessato dalle disposizioni del decreto 39 che, per quanto concerne in particolare gli incarichi negli enti privati, specifica il riferimento a quelli presso enti privati sottoposti a controllo pubblico.
Si richiamano, dunque, le considerazioni già espresse, in generale, nella nota n. 13703/2012 (citata dall'Ente), anticipando sin d'ora che la valutazione dell'autorizzabilità o meno di un incarico presso una società cooperativa, nelle diverse circostanze specifiche che di volta in volta possono presentarsi, compete unicamente alla valutazione discrezionale dell'Ente.
In generale, la giurisprudenza
[2] e il Dipartimento della funzione pubblica [3] si sono espressi nel senso della compatibilità tra lo status di pubblico dipendente e la carica sociale in società cooperativa, alla stregua della disciplina normativa in materia (artt. 60 e seguenti del D.P.R. n. 3/1957 [4] espressamente richiamati dall'art. 53, D.Lgs. n. 165/2001), e sempre previa autorizzazione dell'amministrazione di appartenenza.
Il comma 5 dell'art. 53, D.Lgs. n. 165/2001, stabilisce che in ogni caso l'autorizzazione all'esercizio di incarichi che provengano, per quanto qui di interesse, da società che svolgono attività di impresa o commerciale, è disposta dai rispettivi organi competenti secondo criteri oggettivi e predeterminati, che tengano conto della specifica professionalità, tali da escludere casi di incompatibilità, sia di diritto che di fatto, nell'interesse del buon andamento della pubblica amministrazione o situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi, che pregiudichino l'esercizio imparziale delle funzioni attribuite al dipendente.
È necessario pertanto che ciascuna amministrazione definisca in sede regolamentare criteri oggettivi che consentano di volta in volta, in relazione all'incarico specifico da autorizzare, di valutare se possano o meno ritenersi escluse situazioni di conflitto di interesse, a presidio del buon andamento e dell'imparzialità dell'amministrazione.
Ciò premesso e venendo al caso di specie, posto che in via di principio le cariche sociali in società cooperative (anche non di semplice socio) sono compatibili con lo status di pubblico dipendente, la valutazione se autorizzare o meno l'incarico di socio consigliere di amministrazione, nell'ipotesi specifica prospettata dall'Ente in cui la società cooperativa (istituto bancario) diventi tesoriere dell'Ente stesso, come già anticipato, può provenire solo dall'Ente stesso, nell'ambito della sua discrezionalità.
In particolare per la fattispecie in argomento, emerge con tutta evidenza che la valutazione di concedere o meno l'autorizzazione può essere condotta unicamente dall'Ente, alla luce dei criteri generali predeterminati in tema di incompatibilità e tenendo conto della specifica professionalità del dipendente, delle funzioni da esso svolte all'interno dell'amministrazione di appartenenza
[5], per i riflessi che questi fattori possono avere su possibili situazioni di conflitto di interesse in relazione alle particolarità del caso concreto.
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[1] D.Lgs. 08.04.2013, n. 39, recante: 'Disposizioni in materia di inconferibilità e incompatibilità di incarichi presso le pubbliche amministrazioni e presso gli enti privati in controllo , a norma dell'art. 1, commi 49 e 50, della legge 06.11.2012, n. 190' (la c.d. legge anticorruzione).
[2] Cfr. TAR Veneto, Sez. I, 26.01.1999, n. 35, che dichiara illegittimo il diniego, opposto al proprio dipendente dall'amministrazione finanziaria, di autorizzazione a svolgere l'attività di consigliere di amministrazione presso la Banca di credito cooperativo, considerato che il divieto di cui all'art. 60, D.P.R. n. 3/1957, non si applica nel caso di società cooperative anche se allo scopo mutualistico di queste si vada ad aggiungere lo scopo di lucro.
[3] Cfr. circolare n. 6/1997 della Funzione pubblica, ove si osserva che con l'entrata in vigore della L. n. 59/1992 la partecipazione alle cariche sociali è consentita qualunque sia la natura e l'attività della società cooperativa, che spesso è del settore bancario, in cui è diffusa la partecipazione di dipendenti pubblici non solo come semplici soci.
[4] L'art. 60 del DPR n. 3/1957 afferma che 'L'impiegato non può esercitare il commercio, l'industria né alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro, tranne che si tratti di cariche in società o enti per le quali la nomina è riservata allo Stato e sia all'uopo intervenuta l'autorizzazione del Ministro competente'. L'art. 61 dello stesso D.P.R. n. 3/1957, come novellato dall'art. 18, L. n. 59/1992, dispone che il divieto di cui all'art. 60 'non si applica nei casi di società cooperative'.
[5] Cfr. Funzione pubblica, circolare n. 6/1997, citata, ove, con riferimento in particolare all'autorizzazione di cariche presso società cooperative del settore bancario (casse rurali), si sottolinea l'esame delle specifiche funzioni svolte dal dipendente e delle competenze dell'amministrazione. Gli atti gestionali posti in essere come amministratori di casse rurali potrebbero avere, infatti, un notevole impatto esterno ed entrare in rapporto di interferenza con i compiti istituzionali
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01.04.2014 - link a www.regione.fvg.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Art. 10 del d.lgs. n. 267/2000 – Accesso agli atti - Quesito.
E’ stato formulato un quesito in merito alla corretta interpretazione dell’art. 10 del decreto legislativo n. 267/2000.
In particolare nel quesito è stato prospettato un contrasto interpretativo tra la prevalente giurisprudenza e i pareri espressi dalla Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi.
Al riguardo si osserva che sulla base della giurisprudenza amministrativa, risalente nel tempo, il citato articolo 10 -il quale dispone che tutti gli atti dell’amministrazione sono pubblici- se da un lato rafforza il diritto alla trasparenza dell’azione amministrativa locale per il cittadino-elettore, dall’altro non intende radicare in capo a quest’ultimo un interesse generico alla legittimità dell’azione amministrativa attraverso un controllo generalizzato degli atti, che soggiacerebbe alla disciplina dettata dalla legge n. 241/1990.
La Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi, ha precisato, invece, che ai sensi del richiamato disposto normativo sia consentito al cittadino residente di accedere agli atti amministrativi dell’ente locale di appartenenza senza alcun condizionamento e senza necessità della previa indicazione delle ragioni della richiesta, dovendosi cautelare la sola segretezza degli atti la cui esibizione è vietata dalla legge o da esigenze di tutela della riservatezza dei terzi.
Al fine di una completa disamina della problematica occorre, altresì, tener conto delle vigenti disposizioni che impongono gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni, come dettate in particolare dagli articoli 5 e 9 del decreto legislativo 14.03.2013, n. 33, che prevedono, tra l’altro, il diritto di chiunque di richiedere documenti, informazioni o dati.
Pertanto, appare che la specifica norma sull’accesso agli atti degli enti locali contenuta nel decreto legislativo n. 267/2000 non sia soggetta alle limitazioni previste dalla legge n. 241/1990 che impongono la dimostrazione di un effettivo interesse alla conoscenza di un provvedimento emesso e detenuto dalla pubblica amministrazione.
A supporto di tale orientamento soccorre la decisione del 17.01.2013 resa dalla Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi, secondo la quale le disposizioni di cui alla legge n. 241/1990, recedono di fronte alla norma di cui all’art. 10 del T.U.O.E.L. che, in quanto norma speciale, prevale rispetto alla disciplina generale.
Su quanto precede si prega di fare analoga comunicazione all’esponente (13.03.2014 - link a http://incomune.interno.it).

NEWS

APPALTIVia l'obbligo di pubblicare bandi e gare sui quotidiani. Le novità nel decreto Irpef. La Rai può vendere le partecipate.
«Non ci sarà più l'obbligo di pubblicare i bandi pubblici sui quotidiani. Si fa tutto online».

Lo ha annunciato ieri il presidente del consiglio Matteo Renzi durante la conferenza stampa a palazzo Chigi al termine del consiglio dei ministri sul decreto Irpef.
«So che non farà contenti gli editori anche se confermiamo i fondi per l'editoria», ha chiosato il premier. Renzi ha quantificato in 100 milioni di euro i risparmi derivanti dall'eliminazione dell'obbligo per le pubbliche amministrazioni di pubblicare i bandi di gare e aste sulle testate quotidiane.
In particolare, nel testo in entrata del decreto legge per la competitività e la giustizia sociale approvato ieri dal Consiglio dei ministri, all'articolo 26, viene stabilito che gli avvisi e bandi «sono pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, serie speciale relativa ai contratti pubblici, sul profilo del committente della stazione appaltante e, non oltre due giorni lavorativi dopo, sul sito informatico del ministero delle infrastrutture e dei trasporti», oltre che sul sito informatico presso l'Osservatorio, con l'indicazione degli estremi di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. La pubblicazione in GU «è effettuata entro il sesto giorno feriale successivo a quello della documentazione da parte dell'Ufficio inserzioni dell'Istituto poligrafico e zecca dello Stato». La pubblicazione di informazioni ulteriori, complementari o aggiuntive a quelle indicate nel decreto «avviene esclusivamente in via telematica e non può comportare oneri finanziari a carico delle stazioni appaltanti».
Per quanto riguarda i bandi relativi a contratti di importo pari o superiore a 500 mila euro, questi sono pubblicati nella GU, serie speciale relativa ai contratti pubblici, sul profilo del committente della stazione appaltante e, non oltre due giorni lavorativi dopo, sul sito del ministero delle infrastrutture e dei trasporti e sul sito presso l'Osservatorio, con l'indicazione degli estremi di pubblicazione nella GU. In bandi relativi a contratti di importo inferiore a 500 mila euro sono invece pubblicati nell'albo pretorio del comune dove si eseguono i lavori e nel profilo del committente della stazione appaltante. La pubblicazione in GU è effettuata entro il sesto giorno feriale successivo a quello del ricevimento della documentazione da parte dell'ufficio inserzioni dell'Istituto poligrafico. Anche in questo caso la pubblicazione di informazioni ulteriori e aggiuntive avviene esclusivamente in via telematica. Inoltre, le spese per la pubblicazione sulla GU, sono rimborsate alla stazione appaltante dall'aggiudicatario entro 60 giorni.
Il decreto Irpef prevede anche novità per la Rai. All'articolo 21, se da un lato si riducono di 150 mln le somme da riversare alla concessionaria del servizio pubblico radio-tv nel 2014, si dà però la possibilità a Viale Mazzini di cedere sul mercato quote di società partecipate (come ad esempio Rai Way, che possiede la rete di diffusione del segnale). In caso di cessione che determini la perdita del controllo dell'azienda, le modalità di alienazione sono individuate con decreto del presidente del consiglio adottato su proposta del ministro dell'economia e quello dello sviluppo economico. Infine, le sedi regionali e provinciali della Rai continueranno ad operare in regime di autonomia finanziaria e contabile fino a quando non verrà definito un nuovo assetto organizzativo territoriale dell'emittente pubblica (articolo ItaliaOggi del 19.04.2014).

APPALTIPagamenti p.a. in tempi brevi. Obbligo di certificazione esteso a tutte le amministrazioni. DECRETO IRPEF/ Nel provvedimento varato ieri entra parte del ddl sullo sblocco dei debiti.
Al via lo sblocca-debiti targato Matteo Renzi. Il dl licenziato ieri dal consiglio dei ministri, oltre alle agevolazioni fiscali e ai tagli previsti dal secondo ciclo di spending review, ha infatti imbarcato anche una prima tranche delle nuove misure per il pagamento dei debiti commerciali pregressi delle pubbliche amministrazioni, che in precedenza il governo aveva affidato ad un disegno di legge.
Si tratta del terzo intervento in questa direzione, dopo quelli dei due precedenti esecutivi: quello guidato da Mario Monti aveva predisposto il dl 35/2013, poi adottato dal suo successore, Enrico Letta, che lo ha rafforzato con il dl 102/2013. Finora l'operazione ha mobilitato risorse per 47 miliardi di euro (anche se non tutti sono già finiti nelle casse dei creditori).
Il nuovo premier aveva promesso di completare il lavoro, ma finora non era riuscito a portare a casa granché. Solo, come detto, un disegno di legge, che ora, per accelerare i tempi, è in parte confluito nel decreto legge che include il bonus Irpef e la riduzione del cuneo fiscale, oltre ai primi provvedimenti della «cura Cottarelli» per razionalizzare la spesa pubblica.
Non tutte le norme contenute nel ddl sono state trasposte nel dl: mancano, in particolare, quelle che prevedevano nuove deroghe al Patto di stabilità interno, che a questo punto sono destinate a slittare.
La strategia si basa su tre gambe (si veda la tabella per i dettagli): rafforzamento dei meccanismi di monitoraggio sull'evoluzione delle passività e sui relativi tempi di pagamento, agevolazione delle operazioni di cessione dei crediti e soprattutto previsione di nuove iniezioni di liquidità per consentire di onorare immediatamente le fatture ferme nei cassetti.
Per quanto concerne quest'ultimo aspetto, l'intervento vale quasi 9 miliardi, suddivisi fra ministeri, regioni, sanità, enti locali (con una quota riservata a favore dei quelli in dissesto). Le risorse verranno ripartite nelle prossime settimane.
Altrettanto rilevanti, però, le misure ordinamentali, con qualche sorpresa rispetto al testo del ddl. In particolare, sono previste modifiche alla disciplina della certificazione dei crediti, che rappresenta lo snodo cruciale anche per il funzionamento del meccanismo di cessione dei crediti alle banche con la garanzia dello stato e l'eventuale intervento della Cassa depositi e prestiti: viene modificato l'art. 9, comma 3-bis, del dl 185/2008, estendendo l'obbligo della certificazione a tutte le pa, rafforzando i meccanismi sostitutivi e sanzionatori a carico di quelle inadempienti e soprattutto prevedendo l'obbligo di indicare una data di pagamento non inferiore a 12 mesi (obbligo che vale anche per le certificazioni già emesse, che dovranno essere integrate).
Si tratta di una novità importante, che corregge uno dei punti di maggiore debolezza dell'attuale disciplina e che favorirebbe anche la compensazione dei crediti con i debiti fiscali delle imprese (anch'essa ampliata dal dl) (articolo ItaliaOggi del 19.04.2014).

APPALTIAuthority appalti potenziata. Definire i prezzi di riferimento è uno dei nuovi compiti.
DECRETO IRPEF/Sfuma il rischio di soppressione dell'Avcp, che anzi supporterà il Mef.

L'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici non sarà soppressa e anzi sarà strumento di controllo della spending review. All'Authority di via di Ripetta il compito di definire i prezzi di riferimento che costituiranno anche il limite massimo di aggiudicazione degli appalti. Inoltre, prevista per legge la riduzione del 5% per i contratti in essere di acquisto o fornitura di beni e servizi, con rinegoziazione e facoltà di recesso per l'appaltatore, senza penalità; per i futuri contratti non si potranno in alcun caso superare gli importi dei contratti in essere ridotti del 5%, o i prezzi di riferimento. Infine, obbligo per i comuni con più di 180 mila abitanti di centralizzare a livello regionale gli acquisiti o di usare le gare telematiche Consip.

Sono alcune delle novità previste nello schema di decreto-legge che contiene norme sulla revisione della spesa e sull'Irpef. Il punto più rilevante è l'implicito abbandono della linea tesa alla soppressione dell'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici che, viceversa, appare almeno in alcune funzioni rafforzata, con l'obiettivo di costituire uno strumento di controllo e supporto dell'azione del Mef.
Basti pensare che si stabilisce che, in attesa della messa a punto dei «costi standardizzati» per beni e servizi (compito dell'Osservatorio dell'Autorità), la stessa Autorità, dal 01.10.2014, attraverso la Banca dati nazionale dei contratti pubblici (Bdncp) dovrà fornire alle amministrazioni una elaborazione dei prezzi di riferimento alle condizioni di maggiore efficienza di beni e servizi scelti tra quelli di maggiore impatto in termini di costo a carico della p.a. e pubblicare sul proprio sito i prezzi unitari corrisposti dalle Amministrazioni. I prezzi di riferimento saranno poi aggiornati ogni anno e utilizzati per la programmazione degli acquisiti e rappresenteranno il prezzo massimo di aggiudicazione anche per le procedure affidate con il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa in tutti i casi in cui non è in essere una convenzione con Consip o altra centrale di committenza.
Per i contratti stipulati («in essere») per beni e servizi (si parla dei contratti di «acquisto o fornitura») si prevede la riduzione del 5% dell'importo contrattuale, salva la rinegoziazione del contratto e la facoltà di recesso da parte del prestatore di servizi entro 30 giorni dalla data di conversione del decreto-legge, senza però applicazione di penali. In caso di esercizio del diritto di recesso si consente alle amministrazioni di scegliere fra l'accesso a una convenzione Consip in essere o di affidare in via diretta contratti «nel rispetto della normativa europea e nazionale sui contratti pubblici». Va anche rilevato che per i futuri contratti in ogni caso non si potranno né superare gli importi come risultanti dalla riduzione del 5%, né quelli di riferimento stabiliti dall'Autorità.
La bozza di decreto stabilisce per ogni regione l'obbligo, entro il 31.12.2014, di costituire o di designare (ove non esistente) un soggetto aggregatore della domanda; in alternativa le regioni potranno o costituire centrali interregionali, o stipulare convenzioni con la Consip. Viene poi creata, nell'ambito dell'Anagrafe unica delle stazioni appaltanti operanti presso l'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, l'elenco dei «soggetti aggregatori» della domanda, cioè l'elenco delle centrali di committenza (Consip e centrali regionali); sarà poi un Dpcm a stabilire requisiti delle centrali e livello ottimale dell'aggregazione sul territorio. La Consip e le centrali di committenza costituiranno il tavolo tecnico dei soggetti aggregatori per studiare ulteriori linee di razionalizzazione della spesa. Sarà il tavolo tecnico a comunicare all'Osservatorio dell'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici i prezzi di lavori, servizi e forniture ed, entro il 31 gennaio di ogni anno, inviare una relazione alla presidenza del consiglio, al Mef e all'Autorità.
Infine, si prevede che ogni soggetto aggregatore metta a punto un piano di interventi con l'indicazione di quanto si intende fare, a sua volta trasmesso all'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici. Sarà un Dpcm a fissare per ogni anno, sulla base delle risultanze del tavolo tecnico, i valori limiti superati i quali le amministrazioni saranno obbligate a utilizzare le Consip o le centrali di committenza (sono escluse le regioni, le scuole, le università e gli enti del servizio sanitario nazionale).
Si modifica poi il comma 3-bis dell'articolo 33 del codice dei contratti pubblici facendo scattare l'obbligo di centralizzazione degli acquisiti per tutti i comuni con popolazione superiore a 180 mila abitanti (oggi la norma prevede il limite di 5 mila abitanti), lasciando la facoltà di ricorrere alle gare telematiche gestite da Consip e dalle centrali regionali (articolo ItaliaOggi del 19.04.2014).

ENTI LOCALI - PATRIMONIOEdilizia scolastica, comuni liberi dal patto di stabilità.
Patto di stabilità soft per i comuni che investono in edilizia scolastica. Gli enti locali avranno a disposizione 122 milioni di euro per ciascuno degli anni 2014 e 2015. Per la lista dei comuni beneficiari, però, sarà necessario attendere il 15.06.2014. Entro questa data, infatti, il presidente del consiglio dei ministri dovrà individuare i comuni che potranno trarre vantaggio dall'esclusione e l'importo di quest'ultima.

Queste le novità, emerse ieri a termine del consiglio dei ministri, contenute nel decreto Irpef la cui pubblicazione in G.U. è attesa per i primi giorni della prossima settimana.
Nel dettaglio, la norma prevede che «per gli anni 2014 e 2015, nel saldo finanziario espresso in termini di competenza mista rilevante ai fini del rispetto del patto di stabilità interno, non sono considerate le spese sostenute dai comuni per interventi di edilizia scolastica. L'esclusione opera nel limite massimo di 122 milioni di euro per ciascuno degli anni 2014 e 2015».
Altri fondi in arrivo anche sul fronte della riqualificazione e la messa in sicurezza degli edifici scolastici in particolare per quelli in cui è stata rilevata la presenza di amianto. Complessivamente, infatti, gli stanziamenti potranno raggiungere quota 300 milioni di euro. La possibilità di accesso a questi fondi però, «è subordinata alla previa verifica dell'utilizzo delle risorse assegnate nell'ambito della programmazione 2007-2013 del Fondo per lo sviluppo e la coesione».
Effettuata la verifica, infatti, spetterà al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) riprogrammare le eventuali risorse non utilizzate e assegnare le ulteriori risorse disponibili sulla base di un programma articolato a livello regionale e in relazione alla tipologia di interventi da effettuare (articolo ItaliaOggi del 19.04.2014).

CONSIGLIERI COMUNALISindaci, stop ai contributi per i lavoratori autonomi. Enti locali. Conferma ministeriale ai pareri di Corte conti.
Il dipartimento per gli Affari interni e territoriali del ministero dell'Interno, tenuto conto dei generali principi di buon andamento e di contenimento della spesa pubblica, ritiene condivisibili le argomentazioni formulate dalle diverse sezioni regionali di controllo in merito al pagamento degli oneri a carico degli enti per gli amministratori i quali siano lavoratori autonomi (parere 09.04.2014 n. 15900/Tu/086 di prot.).
Il problema è sorto perché nei mesi scorsi almeno tre pareri della Corte dei conti (Basilicata 3/2014, Lombardia 95/2014 e Liguria 16/2014, per i quali si veda «Il Sole 24 Ore» del 20 marzo con il quale si sollecitava il legislatore a fornire un'interpretazione autentica) avevano sostenuto che gli amministratori lavoratori autonomi, non potendo fruire –rispetto ai dipendenti- di periodi di aspettativa non avevano la possibilità di accedere al "rimborso" dei contributi minimi forfetari stabiliti dal decreto ministeriale 25.05.2001.
Secondo i giudici contabili gli amministratori che svolgono lavoro autonomo, per aver diritto al pagamento degli oneri secondo quanto previsto dall'articolo 86 del Testo Unico degli enti locali, devono dichiarare l'esplicita e totale rinuncia, durante il mandato, all'attività professionale espletata.
In caso contrario la magistratura contabile, e ora anche il ministero, ravviserebbero una situazione di disparità di trattamento tra lavoratori dipendenti e non dipendenti perché questi ultimi verrebbero a cumulare due benefici che il legislatore per i dipendenti ritiene incompatibili, cioè l'indennità di funzione in misura piena e il versamento dei contributi sostitutivi.
Si ricorda che gli amministratori che sono lavoratori dipendenti non collocati in aspettativa si vedono riconoscere un'indennità dimezzata (e nessun onere contributivo a carico dell'ente locale in cui viene espletato il mandato) rispetto ai colleghi che invece hanno chiesto l'aspettativa per mandato elettorale e per i quali l'ente locale si sostituisce al datore di lavoro provvedendo al pagamento dei contributi.
Tuttavia, nel febbraio 2004, il dipartimento aveva sostenuto una tesi diversa, affermando che il beneficio delle quote forfetarie di contributi si basava sul presupposto che l'assunzione di cariche pubbliche particolarmente impegnative interferissero sull'attività del professionista-amministratore, con ripercussioni prevedibili sul reddito e quindi sulla sua capacità contributiva.
Secondo il ministero il versamento degli oneri contributivi, da parte degli enti locali, costituiva un beneficio che andava accordato a prescindere dall'incidenza dell'espletamento della carica elettiva sull'effettivo esercizio dell'attività professionale
(articolo Il Sole 24 Ore del 18.04.2014).

APPALTITutti i contratti della p.a. saranno tagliati del 5%.
Taglio secco del 5% all'importo di tutti i contratti in essere della pubblica amministrazione per acquisizione di beni e servizi.

È una delle più clamorose ipotesi di intervento della spending review targata Renzi-Cottarelli. Infatti, non si tratta di una previsione finalizzata a disciplinare per il futuro sistemi di acquisizione dei contratti basati su costi standard e strumenti di gara particolarmente rigorosi.
La bozza di decreto legge, al contrario, interverrebbe direttamente sui rapporti negoziali già in essere, imponendo la riduzione dei loro importi del 5%, prescindendo, perfino, dalle modalità utilizzate per individuare il contraente. Ci si sarebbe dovuto aspettare, ad esempio, che simile tagliola fosse immaginata per contratti acquisiti al di fuori delle convenzioni Consip o del mercato elettronico o di strumenti di negoziazione come centrali di committenza regionali.
Dovesse essere questa la scelta definitiva della manovra economica, si scaricherebbe sulle aziende private una sorta di presunzione assoluta di «inefficienza» dei contratti pubblici, con una norma di dubbia costituzionalità e, anche, utilità.
Infatti, nell'ipotesi circolata, gli appaltatori avrebbero il diritto o di rinegoziare le prestazioni in funzione della riduzione dell'importo contrattuale, o addirittura di risolvere il contratto entro 30 giorni.
Si aprirebbe, di conseguenza, una fase di «vuoto» gestionale imprevista. La bozza di decreto legge consentirebbe alle amministrazioni appaltanti, nelle more dell'attivazione di nuove defatiganti procedure di gara, di acquisire le prestazioni presso la Consip o centrali di committenza regionali: ma, non tutte le categorie, soprattutto quelle dei servizi (si pensi, in particolare, a quelli sociali) sono oggetto delle convenzioni delle centrali di committenza o del mercato elettronico.
Tanto è vero che la bozza permetterebbe, come ultima ratio, l'attivazione di procedure negoziate. Ma, considerando tempi ed oneri per «l'impianto di cantiere» o l'avvio delle prestazioni, le amministrazioni sarebbero ovviamente tentate dal riaffidare i contratti all'impresa uscente (articolo ItaliaOggi del 18.04.2014).

LAVORI PUBBLICILavori pubblici sempre nel caos. Norme confuse e stratificate mandano in tilt gli appalti. La Rete delle professioni tecniche ha redatto un documento che individua i correttivi necessari.
Lavori pubblici nel caos. Con norme confuse che si sono stratificate negli ultimi anni senza omogeneità. Il risultato? Un quadro normativo privo di quei principi di qualità, accessibilità, trasparenza ed economicità che dovrebbero, invece, essere i cardini sui quali fondare uno settore fondamentale per l'economia italiana.

Da questi presupposti la Rete delle professioni tecniche (architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori; chimici; dottori agronomi e dottori forestali; geologi; geometri; ingegneri; periti agrari; periti industriali; tecnologi alimentari) ha redatto un documento che individua alcuni correttivi per superare le storture più evidenti del Codice dei contratti e del regolamento di attuazione. E per avviare, così, il processo di allineamento della normativa nazionale alla nuova direttiva appalti, approvata dal Parlamento europeo lo scorso 15 gennaio, che dovrà essere recepita dagli stati membri entro i prossimi due anni.
La proposta sarà oggetto di dibattito a Roma il prossimo 8 maggio (Teatro Quirino) in un convegno ad hoc dal tema appunto «Sviluppo e occupazione: gli obiettivi della riforma dei lavori pubblici». Uno dei punti centrali attorno ai quali ruota il documento della rete riguarda l'apertura del mercato dei lavori pubblici ai giovani: è necessario per le professioni tecniche, rimuovere le regole attuali che impediscono l'accesso alle gare ai giovani ed ai meno giovani che non siano comunque in possesso di strutture professionali di notevoli dimensioni, con un numero notevole di dipendenti e con rilevanti fatturati. Per promuovere lo sviluppo occupazionale, poi, sarebbe opportuno rilanciare in questo settore il fondo di rotazione per attingere alle opportune risorse.
E poi ancora, per creare un mercato veramente aperto e di qualità, è indispensabile andare verso una riduzione dei ribassi eccessivi negli affidamenti di servizi di architettura e ingegneria con la procedura del prezzo più basso, introducendo lo scarto automatico dell'offerta anomala e ampliando, contestualmente, il numero degli operatori economici invitati (almeno 10), per rispettare, così, gli orientamenti comunitari. Ma non solo, perché la rete propone anche di regolamentare in modo più chiaro ed efficace ruoli e diritti del professionista negli appalti integrati, rilanciando nello stesso tempo il concorso di progettazione, quale strumento di selezione negli affidamenti di servizi di architettura e ingegneria, fondato sulla qualità della prestazione professionale e non sul ribasso, sul fatturato o sul curriculum del professionista. consentendo al vincitore la possibilità di dimostrare i requisiti tecnico-economico-finanziari, costituendo, anche dopo l'acquisizione degli esiti concorsuali, un raggruppamento tra gli operatori di cui all'art. 90 del codice dei contratti.
Il tutto sarà oggetto di dibattito nella giornata strutturata in due momenti: nel corso della prima sessione, il confronto tra i professionisti ed i rappresentanti della politica e delle istituzioni ruoterà dunque attorno specificamente a questi argomenti, con l'obiettivo di individuare le regole principali che dovranno ispirare una revisione globale del quadro normativo di settore, oramai inderogabile, anche alla luce della nuova direttiva appalti, recentemente approvata dal Parlamento Europeo. Nella seconda sessione, invece, si affronterà il tema del reperimento delle risorse economiche (nazionali e soprattutto (articolo ItaliaOggi del 18.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

PUBBLICO IMPIEGOStipendi pubblici sforbiciati. Tetto ai top manager. Ridotti a cascata gli altri emolumenti. DECRETO IRPEF/ Decurtate anche le retribuzioni dei dipendenti delle partecipate.
Dal 01.05.2014 scatta la tagliola sulle retribuzioni dei dipendenti pubblici e un'ennesima stretta a consulenze e collaborazioni.
Il decreto legge di applicazione della spending review, oggi all'esame del consiglio dei ministri, fissa nel valore dell'assegno spettante al presidente della Repubblica (239.181 euro) il tetto invalicabile (oltre alle ritenute previdenziali e assistenziali) delle retribuzioni pubbliche.
La sforbiciata alle retribuzioni non dovrebbe riguardare solo i dirigenti pubblici, ma chiunque riceva a carico della finanza pubblica emolumenti o retribuzioni nell'ambito di rapporti di lavoro sia subordinato sia di lavoro autonomo, con pubbliche amministrazioni o società partecipate comprese nell'elenco redatto dall'Istat, ai sensi della legge 196/2009.
Dunque, il ventaglio dei soggetti sui quali si abbatte la scure della spending review dovrebbe risultare più largo e ampio di quanto inizialmente indicato.
Il limite dell'appannaggio del presidente della repubblica vale anche cumulando più incarichi, anche solamente occasionali e si estende, secondo i rispettivi ordinamenti, ai componenti dei consigli di amministrazione, nonché agli organi di direzione e controllo delle amministrazioni obbligate al taglio.
L'assegno spettante al capo dello stato sarà il parametro per fissare una serie di tetti. Infatti, i dirigenti titolari degli incarichi di massimo rilievo (segretari generali dei ministeri, capi dipartimento e assimilati) come detto non potranno mai avere un trattamento economico maggiore. Per i dirigenti di prima fascia con incarichi non apicali, nonché i dirigenti di seconda fascia e i dirigenti i cui incarichi siano assimilabili, il decreto legge prevede una complessa tabella, finalizzata a raggrupparli in tre tipologie di «tetti», decrescenti. Infatti, si applicherà per queste «fasce» di incarichi una percentuale via via maggiore di riduzione dell'importo dell'assegno spettante al capo dello stato, per fissare il tetto proprio di ciascuna tipologia dirigenziale.
Gli incrementi all'assegno del presidente della repubblica previsti per legge potranno comportare l'innalzamento dei tetti stipendiali solo se «recepiti» dalla contrattazione collettiva.
Gli organi costituzionali (come parlamento e Corte costituzionale) e gli organi di autogoverno della magistratura avranno 30 giorni dalla vigenza del decreto legge per adeguare, comunque con decorrenza primo maggio 2014, le retribuzioni ai princìpi visti prima. Il decreto legge pare prospettare un taglio anche per i dirigenti «a contratto» reclutati dai dipendenti in aspettativa o fuori ruolo della medesima amministrazione conferente l'incarico. Infatti, costoro non potranno ricevere un trattamento economico complessivamente superiore a quello in godimento, incrementato del 25%.
Ai fini previdenziali, le riduzioni dei trattamenti retributivi dovrebbero operare con riferimento all'anzianità contributiva maturata a decorrere dalla vigenza del decreto legge (articolo ItaliaOggi del 18.04.2014).

CONSIGLIERI COMUNALISoppressa l'indennità di fine mandato di sindaci e presidenti di provincia.
Soppressione dell'indennità di fine mandato per sindaci e presidenti di provincia. Azzeramento degli emolumenti corrisposti agli amministratori dei comuni fino a 1.000 abitanti. E ancora obbligo per tutte le amministrazioni di adottare «misure di contenimento e revisione» dei costi della politica che consentano di ridurre la spesa rispetto al 2013.

La mannaia del nuovo ciclo di spending review colpisce anche gli enti locali, con una lunga serie di norme contenute nell'art. 22 dello schema di decreto legge predisposto dal governo Renzi sulla base delle indicazioni e dei suggerimenti del commissario straordinario Cottarelli.
Le misure sono di due tipi. Da un lato, abbiamo quelle di immediata applicazione, che non necessitano, cioè, di essere recepite a livello regolamentare. Fra queste, spicca, come detto, la cancellazione dell'indennità di fine mandato per gli organi di vertice (sindaco e presidente di provincia) disposta dal comma 5 con efficacia sostanzialmente retroattiva: la disposizione, infatti, si applica anche agli amministratori in carica con effetto dall'inizio del relativo incarico. Il comma 6 completa l'opera cancellando dall'art. 82, comma 8, del Tuel, la lett. f), che quantifica la buonuscita in una somma pari ad una indennità mensile per ciascun anno di mandato (purché quest'ultimo sia durato almeno 30 mesi).
Sempre il comma 6 introduce al citato art. 82 del Tuel un nuovo comma 11-bis, ai sensi del quale «L'incarico di amministratore di comuni con popolazione fino a 1.000 abitanti è esercitato a titolo gratuito»: a partire dal giorno in cui il dl entrerà in vigore, quindi, sindaci, assessori e consiglieri dei mini-enti non percepiranno più alcuna indennità, gettone o altro emolumento.
La seconda categoria di misure include quelle che gli enti locali devono introdurre «nell'ambito della propria autonomia organizzativa e finanziaria», al fine di abbattere i costi della politica. Qui ogni amministrazione potrà muoversi con maggiore libertà, ma all'interno di precisi paletti. Innanzitutto, dovrà essere garantito un risparmio rispetto alla spesa sostenuta per le medesime finalità lo scorso anno. Inoltre, il dl indica alcune linee guida: sforbiciare le indennità di funzione e i gettoni al di sotto degli importi fissati dal dm 119/2000, tagliare ancora i rimborsi per viaggi e soggiorni o comunque, più in generale, tutte le «spese complessivamente riconducibili al funzionamento degli organi politici».
Ciò anche mediante la razionalizzazione dell'articolazione dei relativi lavori con modalità in grado di assicurare il contenimento dei permessi e delle licenze di cui all'art. 79 del Tuel: una norma, questa, che ricorda quella introdotta dal governo Monti che puntava a spostare in orario serale le riunioni di giunte e (soprattutto) consigli (trascurando, peraltro, le maggiori spese che ciò comporta per elettricità e riscaldamento).
Nel menù non manca un nuovo taglio delle poltrone, in particolare di quelle degli assessori, in chiara controtendenza con quanto previsto dalla recente legge Delrio, che ha nuovamente aumentato i posti disponibili nei comuni con meno di 10.000 abitanti. In realtà, il dl si sforza di raccordare le due norme, prevedendo che l'applicazione dei commi 135 e 136 della legge 56/2014 sia subordinata alla previa verifica, da parte dei competenti organi di controllo della compatibilità dei relativi effetti con gli obiettivi di risparmio imposti dal decreto spending. Quest'ultimo non risparmia neppure le regioni, cui l'art. 23 chiede una nuova stretta sui vitalizi spettanti ai consiglieri. Ma in questo caso, la vera partita si giocherà nella riforma della Costituzione (articolo ItaliaOggi del 18.04.2014).

TRIBUTITasi, par condicio tra le case. Il comune non può far pagare solo le abitazioni principali. Le scelte di alcune amministrazioni rischiano di innescare una serie di ricorsi al Tar.
È contestabile da parte dei contribuenti la scelta delle amministrazioni comunali di assoggettare alla Tasi solo le abitazioni principali. Molti comuni hanno già deliberato, o stanno deliberando, di applicare la Tasi solo sulle prime case, escludendo tutti gli altri fabbricati e le aree edificabili. Alcuni enti, inoltre, faranno pagare l'imposta sui servizi in base alle quote di possesso, per porre rimedio alla diversità delle aliquote deliberate, nonostante sia espressamente disposto che l'obbligazione è solidale. Anche questa previsione si pone in contrasto con le norme di legge che disciplinano il tributo contenute nella legge di stabilità (147/2013).

Assoggettare all'imposta sui servizi indivisibili solo le abitazioni principali è oltremodo rischioso, ancorché per gli altri immobili i comuni fissino per l'Imu l'aliquota massima o comunque aliquote elevate. Non è una motivazione idonea quella che giustifica l'applicazione della Tasi solo alle prime case, poiché a differenza degli altri immobili sono esenti dal pagamento dell'Imu.
Questa scelta non è corretta e potrebbe essere sindacata dai giudici amministrativi per eccesso di potere in caso di contestazione di regolamenti e delibere. Occorre porre in rilievo che si tratta di due imposte diverse, che hanno alla base presupposti differenti: l'una è una patrimoniale; l'altra, invece, serve a finanziarie i servizi indivisibili, di cui fruiscono sia i proprietari che i detentori degli immobili.
Del resto l'opzione di tassare solo le prime case, oltre a restringere la base imponibile, nell'ambito della quale sono compresi i fabbricati in generale e le aree edificabili, ha un'incidenza anche sulla soggettività passiva. Sono infatti sottoposti al prelievo anche i detentori degli immobili. La Tasi, che è diretta a recuperare i costi che l'amministrazione comunale sostiene per garantire i servizi indivisibili (trasporto, illuminazione pubblica e così via), che devono essere espressamente individuati nel regolamento comunale e per i quali è imposto l'obbligo di specificare i relativi costi, è in parte a carico dell'occupante dell'immobile che fruisce dei servizi stessi. Per esempio, se un soggetto possiede 3 immobili, di cui uno adibito a abitazione principale e gli altri due dati in affitto, per questi ultimi non pagherebbe la Tasi, ma non la pagherebbero neppure gli inquilini, per la propria quota parte che va dal 10 al 30%.
Non è consentito, poi, richiedere il pagamento del tributo rapportato alle quote di possesso, per superare il problema, che pure esiste, della diversità di aliquote applicabili allo stesso immobile a seconda della destinazione. Per esempio, se un comune intende tassare le abitazioni principali e gli altri immobili con aliquote differenti, quale delle due aliquote va applicata allo stesso immobile, posseduto da due fratelli con una quota ciascuno del 50%, se è destinato solo da uno dei due a prima casa? A questo problema può essere data una soluzione solo per via normativa. Gli enti locali non possono, con regolamento, derogare alla disposizione di legge che stabilisce che l'obbligazione sia solidale e non collega il pagamento alle quote di possesso. Stando così le cose, la scelta migliore sarebbe quella di non diversificare le aliquote.
L'imposta è dovuta da chiunque possieda o detenga a qualsiasi titolo fabbricati e aree edificabili. Qualora vi siano più possessori o detentori, tutti sono tenuti in solido all'adempimento dell'obbligazione tributaria. A differenza dell'Imu, nonostante siano le stesse le modalità di calcolo, il tributo sui servizi indivisibili lo paga anche l'inquilino, o comunque l'occupante dell'immobile, nella misura che varia dal 10 al 30% stabilita con regolamento comunale. Da una parte i possessori e dall'altra i detentori (inquilini, comodatari e via dicendo), sono distintamente obbligati a pagare il nuovo balzello. Il titolare dell'immobile, quindi, non è tenuto a pagare la quota che il comune pone a carico dell'inquilino. Solo in caso di occupazione temporanea, non superiore a sei mesi, è obbligato al versamento colui che risulti possessore dell'immobile a titolo di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e superficie (articolo ItaliaOggi del 18.04.2014).

ENTI LOCALI: La legge Delrio causa il blocco gestionale delle province.
La legge Delrio (legge n. 56/2014) causa il blocco gestionale delle attività delle province.
L'articolo 1, comma 82, della riforma delle province contiene una disposizione tendente a impedire agli enti la gestione corrente. Si dispone, infatti, che «il presidente della provincia in carica alla data di entrata in vigore della presente legge ovvero, qualora la provincia sia commissariata, il commissario, assumendo anche le funzioni del consiglio provinciale, nonché la giunta provinciale, restano in carica a titolo gratuito per l'ordinaria amministrazione, comunque nei limiti di quanto disposto per la gestione provvisoria degli enti locali dall'articolo 163, comma 2, del testo unico, e per gli atti urgenti e indifferibili».
L'articolo 163, comma 2, del dlgs 267/2000 è la norma dedicata all'esercizio provvisorio, dovuto alla mancata approvazione dei bilanci e dispone: «Ove non sia stato deliberato il bilancio di previsione, è consentita esclusivamente una gestione provvisoria, nei limiti dei corrispondenti stanziamenti di spesa dell'ultimo bilancio approvato, ove esistenti. La gestione provvisoria è limitata all'assolvimento delle obbligazioni già assunte, delle obbligazioni derivanti da provvedimenti giurisdizionali esecutivi e di obblighi speciali tassativamente regolati dalla legge, al pagamento delle spese di personale, di residui passivi, di rate di mutuo, di canoni, imposte e tasse, e, in generale, limitata alle sole operazioni necessarie per evitare che siano arrecati danni patrimoniali certi e gravi all'ente».
Non è chiara la ratio di simile disposizione, che finisce per introdurre una sorta di «sanzione» alle province, equiparandole agli enti che non abbiano approvato i bilanci. Una sanzione, tuttavia, del tutto ingiustificata. Se, infatti, si intende limitare l'attività alla gestione degli affari correnti in attesa dell'indizione delle elezioni per i nuovi consigli, non ha alcun senso imporre le gravi e forti limitazioni (che durerebbero praticamente per tutto il 2014) previste per gli enti senza bilanci di previsione. Occorre tenere presente che le province restano senza nuovi organi di governo regolarmente eletti non per loro responsabilità, bensì per consapevole scelta del legislatore. Appare paradossale, allora, che lo stesso legislatore estenda loro una sanzione per una circostanza alla quale esse sono del tutto estranee, creando un cortocircuito gestionale immenso, imbrigliando per mesi e mesi le spese e le decisioni, col rischio di incidere negativamente sui servizi ai cittadini.
È evidente che presidenti e giunte rimaste in piedi dopo la vigenza del testo non dispongono più della legittimazione popolare. Ma, è francamente eccessivo, se non paradossale, trattare le province che sarebbero andate a elezioni nel 2014 in modo addirittura più restrittivo di quelle già da tempo commissariate per effetto delle manovre Monti. Tenendo soprattutto conto che la maggior parte delle province ha approvato tanto i bilanci di previsione, quanto le relazioni previsionali e programmatiche, sicché manca del tutto il presupposto logico per l'applicazione dell'articolo 163, comma 2, del Testo unico.
Sarebbe stata più che sufficiente una disposizione che limiti i poteri del consiglio, che saranno assunti, come quella già prevista dall'articolo 38, comma 5, del dlgs 267/2000, conservando il limite dell'ordinaria amministrazione. Il che permetterebbe di adottare tutti i provvedimenti gestionali necessari ad assicurare senza interruzioni i servizi ai cittadini che in attesa dello svuotamento sono tanti ed importanti: trasporti, trasporti dei disabili verso le scuole, servizi di integrazione didattica per disabili sensoriali, manutenzione delle scuole e delle strade, formazione, servizi per il lavoro, servizi per l'ambiente, pianificazione e programmazione, programmazione della rete scolastica, edilizia scolastica, oltre a tutti le altre funzioni attribuite alle province dalle regioni, come accoglienza turistica, sviluppo economico e commercio, cultura, alcuni aspetti dei servizi sociali e di difesa del suolo.
Tra i tanti ordini del giorno «interpretativi» approvati dalla Camera per dare indirizzi sui troppi punti oscuri della riforma delle province, non c'è quello dedicato proprio alla questione dell'esercizio provvisorio. L'effetto, in assenza di una norma chiarificatrice, è imbrigliare in modo irreparabile l'azione amministrativa delle province. Una sorta di abolizione funzionale di fatto, mentre le province sono ancora in piedi ed hanno l'obbligo di gestire tutte le proprie competenze, finché non siano attribuite ad altri soggetti. Un caos che doveva essere assolutamente evitato (articolo ItaliaOggi del 18.04.2014).

TRIBUTI: La data di pagamento della Tasi dipenderà dalle scelte dei comuni.
È noto a tutti, per il 2014, la possibilità per i comuni, nella determinazione delle aliquote Tasi, di deliberare un incremento della aliquota non superiore allo 0,8 per mille, a condizione che sulla prima casa e sulle unità immobiliari ad esse equiparate siano finanziate detrazioni d'imposta o altre misure, tali da generare effetti sul carico di imposta Tasi equivalenti a quelli determinatisi con riferimento all'Imu relativamente alla stessa tipologia di immobili ossia il carico fiscale generato non deve essere superiore a quello determinato dalla applicazione dell'Imu.
La mancata approvazione dei regolamenti Tasi entro i termini previsti dalla legge potrebbe produrre effetti negativi sia per i contribuenti sia per le casse comunali.
Invero, le modifiche apportate dal parlamento diversificano i casi in cui sia stata o meno adottata la deliberazione con diverse ripercussioni a seconda della tipologia di immobili.
Vediamo le diverse ipotesi.
La prima: i comuni non hanno deliberato entro il 31 maggio una diversa aliquota. In questo caso per gli immobili diversi dall'abitazione principale, per il primo anno di applicazione della Tasi il versamento della prima rata sarà eseguito sulla base dell'aliquota minima di legge, mentre il versamento della rata a saldo dell'imposta dovuta per l'intero anno è eseguito a conguaglio sulla base delle deliberazioni del consiglio comunale; per gli immobili adibiti ad abitazione principale, il primo anno di applicazione della Tasi prevede che il versamento dell'imposta sia effettuato in un'unica rata, entro il termine del 16.12.2014.
La seconda, più auspicabile: il comune entro la data del 31.05.2014 pubblica nel sito informatico le delibere di approvazione delle aliquote e delle detrazioni. In tal caso, determina le relative modalità ed aliquote, fermo restando l'invio da parte del comune in via telematica della deliberazione entro il 23.05.2014, rendendo lineare il pagamento con le scadenze canoniche
Restano esenti dal tributo gli immobili posseduti dallo Stato, nonché gli immobili posseduti, nel proprio territorio, dalle regioni, dalle province, dai comuni, dalle comunità montane, dai consorzi fra detti enti, ove non soppressi, dagli enti del servizio sanitario nazionale, destinati esclusivamente ai compiti istituzionali, oltre ai rifugi alpini non custoditi, punti di appoggio e i bivacchi (articolo ItaliaOggi del 18.04.2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGONiente più sperequazioni sul fondo incentivante.
La materia del trattamento giuridico ed economico del personale degli enti locali, in particolare le disposizioni contrattuali che disciplinano la costituzione e l'utilizzo delle risorse del fondo incentivante, indipendentemente dalla qualifica di appartenenza, hanno spesso un contenuto articolato di difficile inquadramento.
Seppure con diversi interventi succedutesi nel tempo si sia tentato di mettere alcuni «punti fermi» (a partire dall'approvazione del Ccnl del 2004 per il personale non dirigente) il contesto normativo non è stato però semplificato e costanti nel tempo sono state le incertezze interpretative. Dalle differenti scuole di pensiero dei diversi organismi che, a vario titolo, sono intervenuti negli anni a fornire il loro contributo nella gestione di questa complessa materia (Aran, Anci, Rgs, sindacati) è diventata predominante oggi quella della Ragioneria generale dello stato.
Appare infatti perfettamente logico e comprensibile che oggi anche determinati comportamenti sulla gestione delle somme messe a disposizione del fondo per il salario accessorio dei dipendenti degli enti locali vadano inseriti in un quadro più ampio, legato a stringenti vincoli di finanza pubblica.
A questo proposito di estremo rilievo appare l'emendamento all'art. 4 del decreto legge 06/03/2014 n. 16 avente ad oggetto «Misure conseguenti al mancato rispetto di vincoli finanziari posti alla contrattazione integrativa e all'utilizzo dei relativi fondi», a seguito della Conferenza del 03/04/2014.
Riportiamo di seguito il testo coordinato con l'emendamento: «Le regioni e gli enti locali che non hanno rispettato i vincoli finanziari posti alla contrattazione collettiva integrativa da norme contrattuali e legislative sono obbligati a recuperare integralmente, a valere sulle risorse finanziarie a questa destinate, rispettivamente al personale dirigenziale e non dirigenziale, le somme indebitamente erogate mediante il graduale riassorbimento delle stesse, con quote annuali e per un numero massimo di annualità corrispondente a quelle in cui si è verificato il superamento di tali vincoli. (_)
2. Gli enti locali adottano le misure di razionalizzazione organizzativa garantendo in ogni caso la riduzione delle dotazioni organiche entro i parametri definiti dal decreto di cui all'articolo 263, comma 2, del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267. (_)
».
Riportare ad unità interpretativa e normativa la gestione del fondo per il salario accessorio, significa fornire agli Enti una «rassicurante» e univoca prassi gestionale. E se provassimo ad andare avanti così? (articolo ItaliaOggi del 18.04.2014).

PUBBLICO IMPIEGOElezioni, dipendenti comunali senza straordinari. Ma la tesi non convince.
Fra le sforbiciate indicate dal commissario alla spending review Carlo Cottarelli è spuntata anche l'Aran. Ebbene, la cosa non stupisce affatto; se è vero che di contratti del pubblico impiego non si parla più dal 2009 e chissà quando se ne parlerà in futuro, non si vede a cosa possa servire un'agenzia che, per conto del governo, contratta il «nulla» con i sindacati della pubblica amministrazione.
Ma c'è di più; non avendo più nulla da dire e da fare in materia di rinnovi contrattuali, l'Aran si è distinta, soprattutto in questi ultimi tempi, per pareri giuridicamente discutibili. L'ultima «perla» di questa Agenzia riguarda una questione di grande attualità: il diritto al compenso per il lavoro straordinario prestato dai dipendenti in posizione organizzativa in occasione delle prossime elezioni comunali.
La questione è disciplinata, in maniera chiara, dalle seguenti norme contrattuali: art. 14, comma 2, del Ccnl dell'01/04/1999 e art. 39, comma 2, del Ccnl del 14/09/2000, come modificato dall'art. 16 del Ccnl del 05/10/2001. Trattandosi di norme frutto di un accordo negoziale fra l'Aran e le organizzazioni sindacali in rappresentanza dei lavoratori, logica e correttezza vorrebbero che anche l'interpretazione di tali norme fosse demandata a pareri congiunti.
Ma così non è; anzi, l'interpretazione è lasciata, incredibilmente, ad una sola delle parti, l'Aran appunto. Nelle sue linee generali, la questione è nota da tempo e risulta chiaramente definita dalle norme contrattuali sopra citate. Non è in discussione il fatto che si tratti di un compenso per lavoro straordinario che, tuttavia, non viene erogato in quanto tale, ma (lo dice espressamente il comma 2 dell'art. 39 del Ccnl del 14/09/2000) si tratta di risorse che «vengono comunque erogate a detto personale in coerenza con la disciplina della retribuzione di risultato di cui all'art. 10 dello stesso Ccnl e, comunque, in aggiunta al relativo compenso, prescindendo dalla valutazione».
Ebbene, l'Aran, chissà poi perché solamente ora a norma contrattuale invariata, ha improvvisamente fornito un parere negativo in merito al diritto delle posizioni organizzative a percepire compensi in occasione delle sole elezioni comunali. Tale «originale» interpretazione non trova, a mio parere, alcun fondamento giuridico; non esiste, infatti, alcuna norma che faccia distinzioni in merito al diritto di percepire compensi aggiuntivi per il lavoro prestato in occasione delle varie tipologie di elezioni previste dal nostro ordinamento giuridico costituzionale.
L'unico appiglio, al quale si è letteralmente aggrappato l'interprete dell'Aran, al fine di sostenere l'insostenibile, è costituito dall'incipit del comma 2 dell'art. 39 del Ccnl del 14/09/2000, che così recita: «Gli enti provvedono a calcolare ed acquisire le risorse finanziarie collegate allo straordinario per consultazioni elettorali o referendarie anche per il personale incaricato delle funzioni dell'area delle posizioni organizzative».
Difficile trovare altri esempi di «arrampicata sugli specchi», altrettanto clamorosi nel campo dell'interpretazione delle norme giuridiche.
Nel parere dell'Aran, tutto incentrato sul riferimento alla terminologia «acquisizione delle risorse», si afferma addirittura che la norma conterebbe un «preciso vincolo del reperimento delle risorse» ma dove sta scritto? Una corretta interpretazione giuridica non può spingersi tanto oltre la «lettera» della norma, fino ad inventare affermazioni che la norma non contiene; in pratica, un'affermazione apodittica.
In realtà l'art. 39, sopra citato, non prevede alcun vincolo, ma si limita ad utilizzare un'espressione tecnica, giuridico-finanziaria, propria della terminologia dei servizi finanziari degli enti pubblici che, per poter finanziare qualsiasi spesa, devono preventivamente «calcolare» i costi e «acquisire» le risorse necessarie al bilancio di previsione.
Tale assunto è confermato espressamente dall'art. 196, comma 2, del Tuel «Controllo di gestione», inserito nella parte seconda rubricata: «Ordinamento finanziario e contabile»; la norma dispone testualmente: «Il controllo di gestione è la procedura diretta a verificare lo stato di attuazione degli obiettivi programmati e, attraverso l'analisi delle risorse acquisite e della comparazione tra i costi e la quantità e qualità dei servizi offerti».
Forse che qualcuno potrebbe interpretare questa norma nel senso che le risorse acquisite siano solo quelle trasferite da altri enti esterni all'amministrazione comunale?... Quindi, suggerisco questa interpretazione: «risorse acquisite» significa che le risorse devono essere state acquisite preventivamente al bilancio comunale; diversamente, nessuna spesa sarebbe legittima (articolo ItaliaOggi del 18.04.2014).

TRIBUTI: La nomina del responsabile tributi non va comunicata al Mef.
Le deliberazioni di nomina del funzionario responsabile dei singoli tributi locali non devono essere comunicate al ministero dell'economia e delle finanze. È sufficiente che i comuni pubblichino il nominativo del funzionario responsabile sul proprio sito informatico istituzionale. Meno adempimenti ed oneri per i comuni, quindi, in linea con la spending review.

A precisarlo è la
nota 15.04.2014 n. 78212 di prot. pubblicata sul sito del Dipartimento delle finanze del ministero dell'economia e delle finanze, con la quale i tecnici di via dei Normanni sono intervenuti a fornire chiarimenti su un adempimento che può dirsi ormai superato sia dalle norme che dall'evoluzione dei mezzi di comunicazione.
Si deve infatti ricordare che la prima norma che ha imposto ai comuni tale obbligo è l'art. 18-bis del dl 18.01.1993, n. 8, convertito dalla legge 19.03.1993, n. 68, in base al quale gli enti locali dovevano comunicare al Mef i nominativi dei funzionari responsabili della gestione dell'Ici, vale a dire i soggetti ai quali sono attribuiti le funzioni e i poteri per l'esercizio di ogni attività organizzativa e gestionale del tributo.
A seguire anche la disciplina dell'imposta comunale sulla pubblicità e del diritto sulle pubbliche affissioni (Icpdpa), della tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche dei comuni (Tosap), e della tassa rifiuti, contenuta nel dlgs 15.11.1993, n. 507, ha prescritto tale obbligo di comunicazione.
Man mano che l'evoluzione tecnologica avanzava, il legislatore ha allentato tale vincolo, tanto è vero che per l'addizionale comunale all'Irpef, il canone per l'installazione degli impianti pubblicitari (Cimp), l'imposta di soggiorno e l'imposta di sbarco non è stato più prescritto alcun obbligo di comunicazione. Lo stesso è avvenuto con l'Imu e con l'imposta di scopo a cui si applica la disciplina dell'Imu.
E anche l'imposta unica comunale (Iuc), da un lato, al comma 703 dell'art. 1 della legge 27.12.2013, n. 147, ha fatto salva la disciplina per l'applicazione dell'Imu e dall'altro, nello stabilire al comma 692 dello stesso art. 1 l'obbligo della designazione del funzionario responsabile, sia esso della Iuc, del tributo per i servizi indivisibili (Tasi) o della tassa sui rifiuti (Tari), nulla prevede con riferimento alla trasmissione del relativo nominativo al Mef.
I tecnici di via dei Normanni hanno evidenziato che anche se per due tributi quali l'imposta sulla pubblicità e la Tosap, in realtà tale prescrizione ancora sopravvive, questa, anche fine di evitare che si producano inutili oneri per la finanza pubblica, si può considerare adempiuta con la pubblicazione del nominativo del responsabile dell'Icpdpa e della Tosap sul sito informatico istituzionale di ciascun comune.
In tal modo, infatti, si può ottenere lo stesso obiettivo a cui mirava la norma, cioè quello di garantire una diretta informazione al Mef. Obiettivo che nel periodo in cui la norma è stata introdotta trovava come unico strumento valido la trasmissione cartacea (articolo ItaliaOggi del 17.04.2014).

CONSIGLIERI COMUNALI: Gli enti devono versare i contributi se gli amministratori non lavorano.
L'obbligo per gli enti locali di versare i contributi per i propri amministratori che siano lavoratori autonomi è subordinato alla espressa rinuncia da parte di questi ultimi all'espletamento dell'attività lavorativa durante lo svolgimento del mandato.

È quanto afferma il
parere 09.04.2014 n. 15900/Tu/086 di prot. reso dal Ministero dell'interno, in risposta al quesito posto da una provincia.
In tal modo, il Viminale ha modificato il proprio precedente orientamento, uniformandosi alla tesi più restrittiva sostenuta da alcuni pareri della Corte dei conti. Il problema riguarda l'interpretazione dell'art. 86 del Tuel.
Il comma 1 di tale disposizione prevede che l'amministrazione locale provveda a proprio carico al versamento degli oneri assistenziali, previdenziali e assicurativi per le tipologie di amministratori ivi individuati (sindaci, presidenti di province, comunità montane, unioni di comuni e consorzi, assessori provinciali e di comuni con più di 10 mila abitanti, presidenti dei consigli provinciali e dei consigli dei comuni con più di 50 mila abitanti) che siano collocati in aspettativa non retribuita. Il successivo comma 2 dispone che agli amministratori locali che non siano lavoratori dipendenti e che rivestano le predette cariche l'amministrazione locale provvede, «allo stesso titolo previsto dal comma 1», al pagamento di una cifra forfettaria annuale, versata per quote mensili.
In proposito, alcune sezioni regionali della Corte dei conti (per prima quella della Basilicata, seguita, poi, da Lombardia, Liguria e Piemonte), hanno sostenuto che l'inciso «allo stesso titolo previsto dal comma 1» deve intendersi come riferito non già solo all'oggetto del pagamento (i contributi), ma anche alla ragione che causalmente lo giustifica, da rinvenirsi nel sostegno che l'ordinamento assicura a favore di chi opta per l'esclusività dell'incarico di amministratore. Tale opzione o scelta non può essere differentemente misurata per il lavoratore dipendente rispetto al lavoratore non dipendente, né rileva il fatto che, per questi ultimi, non sia previsto l'istituto dell'aspettativa senza assegni e quindi sia diffide, nella pratica, verificare il mancato esercizio contemporaneo della professione.
Finora, invece, il ministero era rimasto fermo sulla tesi contraria, espressa con chiarezza in un parere emesso in data 17.02.2004. Esso, partendo dalla considerazione secondo cui, a differenza dei lavoratori dipendenti, i lavoratori autonomi non hanno la possibilità di porsi in aspettativa e difficilmente possono sospendere l'attività professionale, concludeva affermando che il versamento dei contributi costituisce un beneficio che va accordato a prescindere dall'incidenza dell'espletamento della carica elettiva sull'effettivo esercizio dell'attività professionale.
Ora, come detto, a distanza di più di 10 anni, il Viminale ha cambiato idea, ritenendo maggiormente condivisibili le argomentazioni della giurisprudenza contabile. A questo punto, gli enti locali non possono che uniformarsi e dovranno individuare, nell'ambito della propria autonomia le opportune modalità di accertamento e verifica dei presupposti per l'erogazione (articolo ItaliaOggi del 17.04.2014).

ENTI LOCALI - VARICodice stradale con controlli automatici.
Verranno sdoganati i controlli automatici nei centri abitati a maggior tutela dei pedoni e dei ciclisti. E finalmente verrà automatizzato completamente anche il controllo della mancata copertura assicurativa. Possibilità anche di attivare i controlli autovelox automatici in centro abitato.

Sono questi alcune delle novità più interessanti per la polizia locale che sono state innestate ieri dal comitato ristretto delle commissione trasporti della camera che di fatto ha licenziato il testo unificato della legge delega che ora attende solo il via libera definitivo della commissione.
In pratica è stato trovato l'accordo politico sulla legge delega, ha specificato il relatore Paolo Gandolfi. Gli ambiti urbani saranno al centro della riforma che prevede un codice stradale completamente rinnovato e composto da pochissimi articoli. Maggiori sanzioni per i più indisciplinati e regole più chiare per tutti (articolo ItaliaOggi del 17.04.2014).

LAVORI PUBBLICIAppalti, addio alla «Soa». Svolta nel sistema di qualificazione con il nuovo testo unico leggero. Regole. Il ministero delle Infrastrutture avvia il lavoro di riforma con il recepimento delle direttive Ue.
Il motore della riforma del codice degli appalti innescato dall'obbligo di recepire le nuove direttive europee (numero 23, 24, e 25, in vigore da domani) si è già messo in moto.
Il primo passo che il ministero delle Infrastrutture deve fare, d'intesa con il dipartimento per gli Affari europei, è mettere a punto i criteri guida della riforma da trasferire nel disegno di legge delega che permetterà al Governo di riscrivere la norme che disciplinano il mercato dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture. Una montagna di regole lievitata disordinatamente nei venti anni che ci separano dalla prima riforma organica del settore avvenuta con la legge Merloni nel 1994. Basti pensare che solo dal Governo Monti in poi il codice degli appalti ha subito oltre 150 correzioni. Al disegno di legge delega si arriverà probabilmente dopo l'estate.
Ma alcune scelte di fondo hanno cominciato a maturare, mentre altre attendono l'esito delle riunioni che in questi giorni si stanno tenendo anche a Porta Pia. Un primo punto riguarda il destino dell'attuale assetto normativo: continuare con la strategia delle correzioni in corsa rischiando di stratificare ulteriormente le norme o ricominciare da zero radendo al suolo i 257 articoli (con 38 allegati) del codice degli appalti insieme ai 359 del suo regolamento attuativo?
Sul punto, la bilancia al momento pende per la seconda opzione. «Le nuove direttive sono un'occasione imperdibile, per rivoluzionare l'intero assetto non basta un semplice maquillage», ha spiegato in un incontro a Bologna il direttore generale delle Infrastrutture Bernadette Veca che, a stretto contatto con il vicemininistro Riccardo Nencini, ha in mano la partita della trasposizione delle direttive nel nostro ordinamento. Senza dimenticare che è stato personalmente il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, ad annunciare la volontà di una riforma radicale delle regole per gli appalti, soprattutto nel senso di una forte semplificazione (si veda Il Sole 24 Ore del 16.03.2014).
Una prima soluzione viene indicata anche in merito all'opportunità di separare la normativa sugli appalti da quella delle concessioni, recependo in un veicolo ad hoc la nuova direttiva. Al momento l'idea, condivisa anche dal dipartimento delle Affari europei, è quella di mantenere tutto in un unico corpus normativo, ma semplificato. Una separazione, netta, ci dovrebbe essere, ma tra norme di principio e regole attuative. Le prime da «inserire in uno scheletro di al massimo 200 articoli, lasciando a singoli decreti le regole di spicciola attuazione».
Fin qui il metodo. Anche sui contenuti gli uffici ministeriali hanno già qualche idea. La prima riguarda il sistema di qualificazione delle imprese, al centro dell'attenzione delle cronache in queste ultime settimane. E non solo per le inchieste della procura di Roma sull'attività delle società private che rilasciano i certificati ai costruttori (le cosiddette Soa). Quando si parla di qualificazione entra i gioco infatti anche l'Autorità di vigilanza, che il ministro Lupi non nasconde di voler eliminare o quantomeno ridimensionare.
«Sia il vecchio albo nazionale, che l'attuale sistema fondato sulle Soa hanno messo in evidenza pesanti criticità -ha continuato Veca-, non è un tabù pensare a una qualificazione gara per gara come accade in altri paesi europei». Una strada che impone stazioni appaltanti molto qualificate. E qui le idee delle Infrastrutture si sposano con quelle del piano Cottarelli sulla revisione della spesa, con l'obiettivo si scendere dalle attuali 34mila a un massimo di qualche decina di enti con il potere di bandire le gare. La novità dovrebbe essere la «formazione obbligatoria per i funzionari incaricati di aggiudicare i contratti, ritagliando a questo scopo una piccola percentuale del quadro economico dell'intervento come oggi invece accade per la progettazione in house».
Al centro delle attenzioni anche il partenariato pubblico privato, puntando con forza sulla flessibilità delle nuove forme di dialogo competitivo che permettono alle amministrazioni di «aggiustare» in corsa le offerta per raggiungere la soluzione migliore. Quanto alla semplificazione il primo obiettivo è sfoltire la giungla di certificati richiesti alle Pmi per partecipare alle gare. Tutto dovrebbe ruotare intorno all'E-certis, la banca dati europea che stabilisce le corrispondenze tra i documenti in uso nei vari paesi. Senza poter andare oltre
(articolo Il Sole 24 Ore del 16.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALIRinvio in vista per i consuntivi dei Comuni. Enti locali. Ancora approssimativo il quadro dei conti targato 2013.
Le proroghe a catena dei termini per l'approvazione dei bilanci preventivi non sono più sufficienti per provare a gestire la confusione che domina sulla finanza locale, e quest'anno per la prima volta si profila anche un rinvio più o meno generalizzato dei bilanci consuntivi dei Comuni: perché quattro mesi del 2014 sono già passati, ma il quadro dei conti 2013 è tutt'altro che definitivo.
Il problema, ancora una volta, nasce dalle peripezie del Fisco immobiliare, e dal loro collegamento con gli stanziamenti di bilancio a cui ogni Comune ha diritto. A non trovare pace sono ancora una volta le assegnazioni del gettito Imu sui fabbricati strumentali (categoria D), che per la parte relativa all'aliquota standard del 7,6 per mille vanno allo Stato e per la parte restante finiscono ai Comuni.
Soprattutto negli enti medio-piccoli, che sono la maggioranza, i numeri elaborati dal ministero dell'Economia e quelli calcolati dai singoli Comuni sono rimasti distanti, al punto che il «salva-Roma» ter (articolo 7 del Dl 16/2014) è intervenuto per avviare una revisione straordinaria delle assegnazioni specificando che i Comuni interessati dalle novità avrebbero potuto approvare il rendiconto 2013 entro il 30 giugno, saltando la scadenza ordinaria di fine aprile.
Questa «revisione straordinaria», però, è ancora in corso, a meno di improbabili accelerazioni dell'ultima ora i suoi risultati vedranno la luce solo dopo Pasqua e nel frattempo gli stanziamenti effettivi per il 2013 rimarranno incerti: per approvare il rendiconto entro il 30 aprile, inoltre, sarebbe stato necessario mettere a disposizione del consiglio gli atti entro il 10 aprile (lo impone l'articolo 227 del Testo unico degli enti locali), e proprio per questa ragione il «salva-Roma» ter prevedeva di mettere a disposizione i nuovi calcoli entro il 31 marzo. Ma la previsione, alla prova dei fatti, si è rivelata ottimista.
Il problema, come accennato, si concentra in particolare nei Comuni medio-piccoli, ed è reso intricato dal fatto che dall'assegnazione definitiva dell'Imu dipende la consistenza effettiva del «fondo di solidarietà comunale», cioè l'erede federalista dei vecchi trasferimenti erariali. Il fondo, infatti, serve ad aiutare i Comuni con minore capacità fiscale, e per questa ragione il suo peso è misurato con meccanismi che lo rendono inversamente proporzionale alla "ricchezza" delle entrate Imu: in questo modo, però, l'incertezza sull'Imu (e sulla Tasi da quest'anno) determina un effetto a catena su tutte le voci principali dell'entrata.
Di fatto, quindi, la prospettiva per le amministrazioni che si attendono novità dalla revisione dei gettiti dai fabbricati D dovranno attendere i risultati dei nuovi calcoli, e approvare i rendiconti solo a maggio: in molti enti, però, questo comporta un "incrocio pericoloso" con la scadenza elettorale, in programma per il 25 maggio in 4.106 Comuni su 8.094 (il 50,7% del totale) secondo l'ultimo censimento Anci-Comuniverso.
Proprio la scadenza elettorale, tra l'altro, renderà difficile rispettare anche la nuova scadenza per i bilanci preventivi 2014, che la legge di conversione del «salva-Roma» ter ora al Senato sposta al 31 luglio. Il rinvio nasce proprio per evitare di costringere i Comuni in scadenza ad approvare bilanci privi di numeri certi sulla Iuc, ma per le nuove Giunte (soprattutto nei casi di ballottaggio) sarà difficile chiudere i lavori entro la nuova data
(articolo Il Sole 24 Ore del 16.04.2014).

APPALTI - EDILIZIA PRIVATAL'anomalia mette il Durc in stand by. Il datore di lavoro sarà invitato a regolarizzare la sua posizione entro 15 giorni. Inps. Cosa accade se sono rilevate irregolarità contributive che possono pregiudicare le agevolazioni.
Recentemente l'Inps ha modificato in maniera sostanziale le regole che attengono alla verifica della regolarità contributiva delle aziende e ha introdotto nuove logiche che guidano il semaforo presente nel cassetto previdenziale, utile al riconoscimento di agevolazioni contributive.
Soltanto comprendendone la portata, il datore di lavoro potrà evitare di trovarsi di fronte al diniego, da parte dell'Istituto, di alcuni benefici contributivi.
Il sistema, come detto, è guidato dal semaforo, uno strumento preso in prestito dalla strada e a cui l'Inps ha attribuito il compito di regolare il traffico concernente l'accesso ovvero lo stop totale o temporaneo ad alcune tipologie di facilitazioni contributive.
Il sistema di controllo della regolarità contributiva è stato avviato sette anni fa, momento in cui il comma 1175, dell'articolo 1, della legge 296/2006, ha subordinato a decorrere dall'01.07.2007 la fruizione dei benefici normativi e contributivi, previsti dalla normativa in materia di lavoro e legislazione sociale, al possesso –da parte delle aziende– del Documento unico di regolarità contributiva (Durc).
La maggioranza delle agevolazioni contributive sono riconosciute dall'Inps e, dunque, per effetto della disposizione del 2006, sostanzialmente si andava a concretizzare un paradosso: il datore di lavoro, per avere le agevolazioni, avrebbe dovuto chiedere il Durc allo stesso ente legittimato a riconoscergli le facilitazioni.
Inoltre, poiché alcuni benefici ricorrono mensilmente (si pensi alle riduzioni contributive collegate alle assunzioni agevolate), il datore di lavoro avrebbe dovuto richiedere il Durc ogni mese. La soluzione –declinata dal decreto ministeriale 24.10.2007 e adottata dall'Inps– fu quella di istituire il cosiddetto Durc interno; per evitare, inoltre, al datore di lavoro l'onere di ripetute richieste, la domanda di Durc venne inserita implicitamente nella denuncia contributiva (oggi UniEmens) che il datore di lavoro (o l'intermediario abilitato) trasmette all'Inps.
Adesso, la dinamica viene modificata. Con il recente messaggio 27.02.2014 n. 2889 l'Istituto di previdenza sociale ha, infatti, specificato che d'ora in poi, sarà l'Inps stesso, in qualità di ente tenuto a riconoscere i benefici di legge subordinati alla regolarità contributiva, a richiedere il Durc interno e non più il datore di lavoro attraverso la denuncia relativa al mese in cui sono richieste le agevolazioni.
Ogni mese, le procedure verificheranno la presenza di eventuali situazioni di irregolarità che possano inficiare la fruizione di benefici contributivi (per esempio per le assunzioni agevolate). Se la verifica darà esito positivo, si accenderà automaticamente il semaforo verde; il via libera varrà per il mese in corso e per i tre mesi successivi, a prescindere da eventuali, ulteriori situazioni di irregolarità che si dovessero verificare nel trimestre (in linea con la norma che attribuisce al Durc quattro mesi di validità).
Quando, invece, il sistema rileverà delle irregolarità, l'azienda (o l'intermediario) verrà avvisata (preavviso di Durc interno negativo) tramite Pec e invitata a regolarizzare, nel termine di 15 giorni (decorrente dal ricevimento della Pec). Nel frattempo il semaforo diventerà giallo.
La nuova colorazione (giallo) si aggiunge a quelle che il semaforo, presente nel cassetto previdenziale aziende, poteva -sino a oggi- assumere; di fatto, evidenzia un periodo di stand-by durante il quale il datore di lavoro può intervenire per sanare la situazione.
Se, nei termini previsti, non interverrà la regolarizzazione, si formerà il Durc negativo e conseguentemente il semaforo diventerà di rosso. Per quel mese stop ai benefici. Il mese successivo l'iter si ripeterà. In caso di regolarizzazione ovvero di verifica dell'insussistenza dell'addebito, il semaforo diverrà verde e rimarrà tale per quattro mesi complessivi.
Il datore di lavoro perde, comunque, irreversibilmente le agevolazioni per il mese in cui si è verificata l'irregolarità non sanata nei 15 giorni a disposizione. In questa prima fase, i datori di lavoro in regola possono visualizzare, nel cassetto previdenziale, un semaforo verde, che rimarrà dello stesso colore per i quattro mesi previsti dalla normativa. Qualora, al contrario, l'Inps dovesse constatare la presenza di irregolarità (rilevate da gennaio 2008 e non ancora definite), si accenderà il semaforo giallo e partirà la Pec con il preavviso di Durc interno negativo.
Se il datore di lavoro non provvederà a sanare la propria situazione, si accenderà il semaforo rosso e si consolideranno anche tutti quelli rossi, relativi ai mesi precedenti per i quali l'azienda perderà definitivamente la possibilità di fruire dei benefici contributivi.
Con il messaggio 14.04.2014 n. 4069 diffuso lunedì (si veda «Il Sole 24 Ore» di ieri) l'Inps ha specificato che i primi preavvisi di irregolarità saranno trasmessi il 15 maggio e non il 15 aprile, come precedentemente ipotizzato e riguarderanno esclusivamente quelle aziende con situazioni di irregolarità contributiva avente riflesso sulla fruibilità di agevolazioni e per cui sono visibili, nel cassetto previdenziale, note di rettifica generate in base all'articolo 1, comma 1175, della legge 296/2006.
I datori di lavoro potranno tenere sotto controllo la situazione visualizzando le informazioni contenute nelle sezioni «evidenze su posizioni» ed «evidenze rettifiche» presenti nel cassetto previdenziale
(articolo Il Sole 24 Ore del 16.04.2014).

APPALTIAppalti speciali, meno obblighi. Ridotti i casi in cui scatta il raggruppamento tra soggetti. È quanto prevede la bozza di decreto interministeriale sulla qualificazione delle opere.
Meno obblighi per le imprese generali negli appalti pubblici relativi a lavorazioni specialistiche, con la riduzione dei casi per i quali scatta l'obbligo di raggruppamento temporaneo con lo specialista.
È questo l'effetto della bozza di decreto ministeriale messo a punto al ministero delle infrastrutture, rispetto alla disciplina della qualificazione per le opere superspecialistiche.
È Bernadette Veca, direttore generale della direzione regolazione del ministero di Porta Pia a illustrare a ItaliaOggi, specificando quanto già dichiarato in un convegno Ancpl-Legacoop tenutosi a Bologna sulle direttive europee: «La selezione delle categorie è stata fatta in maniera il più possibile aderente al dettato della norma del decreto 47 che, a sua volta, pone due paletti importanti: l'elevata qualificazione professionale delle opere e l'elevato livello tecnologico. Lo sforzo, come tecnici, è stato quello di verificare su ogni singola lavorazione se fossero soddisfatti entrambi i requisiti, con una estrema attenzione al mercato e a garantire comunque, nei tempi previsti, una normativa che colmi il vuoto di regole per le stazioni appaltanti».
Il decreto ministeriale, che trova la sua norma di delega nell'articolo 12 del decreto legge 28.03.2014, n. 47 e dovrebbe essere emanato entro il 29 aprile, riscrive le regole oggi contenute nel dpr 207/2010 per partecipare agli appalti pubblici di lavori quando oggetto dell'appalto siano lavorazioni specialistiche. Le disposizioni erano state bocciate dal consiglio di stato nei mesi scorsi quando venne accolto il ricorso al capo dello stato presentato dall'Agi (Associazione grandi imprese), abrogando sia l'articolo 109, comma 2, sia l'articolo 107, comma 2 del dpr 207/2010, oltre all'allegato A dello stesso decreto.
In realtà la pronuncia ha cancellato sia la norma che consentiva all'affidatario qualificato nella sola categoria prevalente di non eseguire direttamente le opere generali rientranti nelle categorie scorporabili a qualificazione obbligatoria, individuate come tali nell'allegato A al dpr 207/2010, sia l'altra norma che, per le opere «superspecialistiche» individuate al comma 2 dell'articolo 107, permetteva all'affidatario che non fosse stato in possesso della relativa qualificazione, di subappaltarle solo nel limite del 30%.
Il prossimo decreto, ormai già messo a punto tecnicamente, sceglie una soluzione mediana e dovrebbe attestarsi su una riduzione di 10 categorie «superspecialistiche» rispetto alle 24 attuali e di 7 fra quelle «a qualificazione obbligatoria», con il risultato di ridurre i casi in cui impresa generale e impresa specializzata si devono associare.
Il decreto ministeriale è soltanto la prima tappa di una revisione della qualificazione delle imprese di costruzioni. L'articolo 12 prevede infatti che entro 6 mesi dall'entrata in vigore del decreto legge (29.09.2014) dovranno essere adottate le disposizioni di modifica del dpr 207/2010, con riguardo all'intero sistema di qualificazione delle imprese. Il tutto in attesa di recepire le direttive appalti e concessioni nn. 23, 24 e 25/2014 (articolo ItaliaOggi del 16.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTIDebiti p.a., parte il monitoraggio. Entro il 30/4 vanno comunicate le pendenze al 31/12/2013. L'applicativo è disponibile sulla piattaforma telematica per la certificazione dei crediti
È disponibile sulla piattaforma telematica per la certificazione dei crediti l'applicativo attraverso cui le p.a. devono effettuare, entro il 30 aprile, la comunicazione dei propri debiti al 31/12/2013.

Lo ricorda un comunicato del ministero dell'economia e delle finanze del 10 aprile, che fa il punto sull'adempimento previsto dall'art. 7, comma 4-bis, del dl 35/2013.
Tale norma ha introdotto, a decorrere dal 01.01.2014, un monitoraggio a cadenza annuale delle somme dovute dalle p.a. per somministrazioni, forniture, appalti e prestazioni professionali. A tal fine, ogni ente, entro il 30 aprile di ciascun anno, deve comunicare mediante la piattaforma l'elenco completo dei debiti (sia correnti che di parte capitale) certi, liquidi ed esigibili alla data del 31 dicembre dell'anno precedente.
La prima scadenza, quindi, è in calendario fra poco più di dieci giorni e riguarderà tutti i debiti in essere alla fine dell'anno scorso, tranne quelli già pagati.
In molti casi, si tratta di un adempimento pesante, per il quale, quindi, occorre prepararsi per tempo, anche perché, per ogni giorno di ritardo, è prevista una sanzione pecuniaria di 100 euro a carico di dirigenti e funzionari responsabili.
Tuttavia, come chiarito dalla circolare n. 30/2013 della ragioneria generale dello stato, la comunicazione avrà valore puramente informativo e non equivalente all'automatica certificazione dei crediti, come invece previsto rispetto all'analogo adempimento (da ben pochi rispettato) in scadenza lo scorso 15 settembre.
Pur con questi limiti, si tratta di un'operazione utile in vista della nuova tranche di misure di sblocco annunciata dal governo nel Documento di economia e finanza, laddove espressamente si afferma che, per affrontare strutturalmente la questione dei debiti, occorre un'adeguata attività di monitoraggio e la predisposizione di strumenti che consentano di rilevare l'effettiva consistenza e l'evoluzione del loro ammontare.
Da questo punto di vista, l'esecutivo scommette sul rafforzamento dell'obbligo di certificazione (che dovrebbe diventare semiautomatica), oltre che sulla fattura elettronica.
A questo proposito, il comunicato del ministero guidato da Pier Carlo Padoan segnala che, per allineare gli uffici presenti sulla piattaforma alle unità organizzative contenute nell'archivio Ipa, è disponibile la funzionalità che consente l'associazione ai codici univoci ufficio (articolo ItaliaOggi del 16.04.2014).

ENTI LOCALIProvince, salvi i consigli. Resteranno in carica fino alla scadenza. Il Viminale sposa la tesi della camera. Nessuna decadenza immediata.
Restano in carica fino alla conclusione del quinquennio del mandato elettivo i consigli provinciali in scadenza nel 2014.
Lo chiarisce la
nota 12.04.2014 n. 5883 di prot. del Ministero dell'interno, dipartimento per gli affari interni e territoriali.
Il Viminale cerca , così, di chiudere la delicata questione interpretativa (si veda ItaliaOggi dello scorso 11 aprile) rispetto alla permanenza o meno dei consiglio provinciali, dovuta all'equivoca formulazione dell'articolo 1, comm1 79, lettera a), e comma 82, della legge 56/2014, meglio nota come legge-Delrio. La circolare ministeriale risponde all'onere di chiarire la portata delle due disposizioni citate, imposto al governo da alcuni ordini del giorno approvati dalla camera, proprio allo scopo di dirimere il problema delle funzioni consiliari.
Si deve ricordare che ai sensi del comma 79, lettera a), le elezioni dei nuovi consigli provinciali dovranno essere indette entro il 30.09.2014 per le province i cui organi scadono per fine mandato nel 2014, mentre a mente del comma 82, proprio nel caso previsto dall'articolo 79, lettera a), «il presidente della provincia in carica alla data di entrata in vigore della presente legge ovvero, qualora la provincia sia commissariata, il commissario, assumendo anche le funzioni del consiglio provinciale» restano in carica a titolo gratuito per l'ordinaria amministrazione.
C'è un'evidente contraddizione. Il comma 82, infatti, assegna ai presidenti della provincia le competenze dei consigli comunali sin dall'entrata in vigore della legge, mentre il comma 79, lettera a), lascia aperta una sia pure stretta porta alla possibilità che i consigli restino nelle loro funzioni fino alla fine del mandato.
La circolare del Viminale afferma seccamente che «fino alla scadenza del quinquennio, gli organi in carica permangono nella piena titolarità delle funzioni attualmente esercitate», invitando i prefetti a sensibilizzare i presidenti delle province ad assumere le funzioni dei consigli una volta scaduti i consigli (cosa che avverrà a giugno prossimo), senza soluzione di continuità tra il vecchio e il nuovo regime normativo.
La soluzione interpretativa adottata dal Viminale, oltre a onorare gli impegni che la camera ha addossato al governo ha il merito di fissare i paletti per una soluzione tra le due possibili. Probabilmente, la scelta del governo, sollecitata dalla camera, non è da considerare quella giuridicamente più corretta, in quanto il comma 82 è molto tranciante nell'affidare da subito ai presidenti delle province i poteri del consiglio.
Lo strumento corretto e necessario per affermare una interpretazione diversa da quella letterale non è certo né un ordine del giorno di una delle camere, né una circolare; sarebbe necessaria una legge di interpretazione autentica vera e propria o una norma inserita ad hoc in qualche decreto legge, per modificare il testo del comma 82 e renderlo adeguato e conforme all'interpretazione che il governo intende favorire (articolo ItaliaOggi del 15.04.2014).

ENTI LOCALIL'elezione delle province penalizza i mini-enti.
Il nuovo sistema elettorale previsto dalla legge Delrio per città metropolitane e province favorisce i grandi comuni e rischia di marginalizzare quelli più piccoli.

È quanto emerge dalle prime simulazioni condotte all'indomani del varo definitivo della riforma che trasforma gli enti di area vasta in enti di secondo livello (oltre a ridurne le funzioni, che dovranno essere riallocate attribuendole ai comuni o alle regioni).
A dire il vero, tale epilogo non è ovunque scontato: nelle città metropolitane, infatti, lo Statuto (a certe condizioni) potrà prevedere l'elezione diretta del sindaco e dei consiglieri. Ma ciò potrà avvenire solo dopo l'approvazione della legge statale sul relativo sistema elettorale. Nel frattempo, l'elezione si svolgerà secondo le regole previste dalla legge 56/2014 e relativo allegato e sarà indiretta
Nessuna alternativa all'elezione indiretta, invece, è prevista laddove si insedieranno le nuove province: il presidente sarà obbligatoriamente eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali, che sceglieranno anche i componenti del nuovo consiglio provinciale.
Il sistema elettorale è in entrambi i casi di tipo plurinominale, con riparto proporzionale dei seggi nelle città metropolitane, mentre per le province vale il maggioritario: in tal caso, per la prima volta in Italia, i voti dovranno essere attribuiti non alla lista, ma direttamente ai candidati e i seggi disponibili verranno assegnati a quelli che avranno la maggiore più alta così via. Il voto di ciascun elettore, però, non avrà sempre lo stesso peso di quello espresso dagli altri, ma sarà ponderato secondo la fascia demografica del comune di appartenenza. In particolare, i comuni sono suddivisi in 9 classi, che hanno come estremi quelli con meno di 3.000 e quelli con oltre 1 milione di abitanti. In pratica, più è piccolo il comune, meno pesante sarà il voto espresso dai suoi amministratori e viceversa.
Il rapporto, nel complesso, è fortemente sbilanciato a favore dei comuni più grandi. Ad esempio, secondo le simulazioni condotte dall'Unione delle province piemontesi sulla futura città metropolitana di Torino, ogni voto espresso da un consigliere comunale del capoluogo avrà un peso ponderato pari a 853,659, mentre quello espresso da un suo «pari grado» di un piccolo comune (sotto i 3.000 abitanti) varrà appena 4,597. In pratica, il voto del primo varrà più di 185 volte quello del secondo (articolo ItaliaOggi del 15.04.2014).

PUBBLICO IMPIEGOVisite specialistiche, che caos. Non più considerate assenze per malattia. Sale la protesta. La circolare della Funzione pubblica impone l'uso dei permessi. Ma la legge non dice così.
Monta la protesta dei lavoratori della scuola contro il divieto di utilizzare le assenze per malattia per le visite specialistiche e gli esami diagnostici. Divieto che è stato introdotto dalla Funzione pubblica, con la circolare 17.02.2014 n. 2/2014 (si veda ItaliaOggi del primo aprile).
Secondo il dipartimento, l'articolo 4, comma 16-bis, del decreto legge 101/2013 precluderebbe ai dipendenti pubblici di imputare ad assenza per malattia quelle dovute a visite specialistiche ed esami clinici. E quindi, per questo genere di assenze, bisognerebbe utilizzare i permessi per motivi personali.
La questione ha suscitato un coro pressoché unanime di proteste, anche da parte dei sindacati. E sembrerebbe fondarsi su un equivoco, indotto dall'adozione di un criterio meramente letterale nell'interpretazione della disposizione contestata. La quale prevede che, quando si utilizza un'assenza per malattia per questo genere di motivi, il permesso debba essere giustificato con un'attestazione del medico o della struttura sanitaria.
Ciò ha indotto la Funzione pubblica a ritenere che non si tratti di assenze per malattia, ma di permessi. E quindi, essendo il permesso per motivi personali l'unico utilizzabile in alternativa alle assenze per malattia, questa sarebbe l'unica soluzione possibile. Il ragionamento non fa una grinza, se non fosse per il fatto che l'intenzione del legislatore sembrerebbe diversa.
Leggendo la relazione illustrativa si scopre, infatti, che il comma 16-bis, altro non sarebbe se non «una modifica tecnica volta a stabilire che la giustificazione è da riferirsi al permesso richiesto e non all'assenza in quanto tale». In buona sostanza, dunque, ciò che deve essere dimostrato ai fini del diritto non è lo stato morboso (come nel caso delle assenze per malattia in senso stretto) ma il titolo (il permesso) che abbia determinato l'insorgenza del diritto. Nel caso specifico: la sottoposizione ad una visita specialistica o ad un esame clinico. I cui esiti potrebbero anche essere negativi.
E quindi, siccome il dipendente che dovesse sottoporsi a visite o esami potrebbe anche risultare sano come un pesce, la giustificazione non può consistere in un certificato medico che accerti l'esistenza dello stato patologico (come nelle assenze per malattia in senso stretto). Di qui la necessità della semplice attestazione del medico che lo abbia visitato oppure della struttura sanitaria dove sia stato sottoposto ad accertamenti. Fin qui l'interpretazione delle parole.
Ma ci sono anche aspetti più complessi da considerare, quali le necessità dei lavoratori affetti da gravi patologie, che, anche quando sono abili al lavoro, necessitano di continui accertamenti e conseguenti visite specialistiche per il dosaggio dei farmaci salvavita. Si pensi, per esempio, ai diabetici o ai malati di cancro. In questi casi, i controlli e le visite possono essere anche molto frequenti. E quindi, i permessi per motivi personali sono assolutamente insufficienti. D'altra parte, una lettura costituzionalmente orientata del comma 16-bis non potrebbe prescindere dal considerare che il diritto alla salute sia un diritto fondamentale. Che non può essere compresso senza determinare l'illegittimità costituzionale della norma così interpretata.
Insomma, una bella gatta da pelare per il ministro Maria Anna Madia, chiamata a dirimere una questione emersa a causa di una circolare che porta la firma del suo predecessore Gianpiero D'Alia. E che, considerati gli interessi in gioco, rischia di scatenare un contenzioso di enormi proporzioni (articolo ItaliaOggi del 15.04.2014).

APPALTIGare, affidamento su nuove vie. Il principio guida è quello della maggiore flessibilità. La direttiva 24/2014 introduce procedura competitiva con negoziazione e partenariato.
Maggiore flessibilità delle procedure di gara; partenariato per l'innovazione e procedura competitiva con negoziazione di nuovi strumenti a disposizione delle stazioni appaltanti; codificati i casi di affidamento di nuovi contratti per i quali non è necessaria una nuova gara.

Su questi punti la direttiva 24/2014, sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea del 28.03.2014 (si vedano anche ItaliaOggi Sette del 07/04/2014 e del 31/03/2014 per ulteriori approfondimenti) incide con previsioni innovative rispetto al codice dei contratti pubblici, per le quali il legislatore italiano dovrà decidere come recepire.
Le nuove procedure: procedura competitiva per l'innovazione e partenariato per l'innovazione. La direttiva, affermata la necessità di una maggiore flessibilità delle procedure, introduce due nuove modalità di affidamento: la procedura competitiva con negoziazione e il partenariato per l'innovazione. La procedura competitiva con negoziazione (art. 29) viene prevista, con caratteristiche che sono un mix fra procedura negoziata e dialogo competitivo (ma si differenzia da quest'ultimo perché l'oggetto è più definito), come strumento con il quale, dopo la presentazione di una offerta iniziale da parte dei concorrenti, si procede con offerte successive alla precisazione dei termini della prima offerta e anche alla riduzione del numero dei soggetti con i quali negoziare (se previsto nel bando), fino a quando la stazione appaltante non ritiene opportuno chiudere la negoziazione.
Ciò fatto, si definisce un termine finale per modifiche o nuova offerta e si aggiudica secondo il criterio previsto nel bando. Il partenariato per l'innovazione (art. 31) ha la stessa caratteristica della prima procedura (e anche del dialogo competitivo già introdotto nel 2004 e quasi mai utilizzato in Italia) con la sensibile differenza che in questo caso l'unico scopo di questa procedura è lo sviluppo di prodotti innovativi e non, direttamente, l'acquisizione di tali prodotti. L'obiettivo è sviluppare e mettere a punto prodotti, servizi e lavori innovativi da acquistare successivamente.
In sostanza il privato diventa partner della p.a. per definire il prodotto/servizio/lavoro innovativo che potrà essere acquisito, in fasi successive che possono anche essere interrotte dal committente con uno o più soggetti partecipanti. Si arriva quindi a individuare uno schema per fornire il prodotto/servizi/lavoro innovativo e soltanto dopo la stazione appaltante stipulerà il contratto vero e proprio.
Le modifiche del contratto che non impongono una nuova gara. L'articolo 72 della direttiva appalti rappresenta un quid novi rispetto alla normativa del 2004 e codifica diversi principi affermati dalla Corte di giustizia con riguardo alle ipotesi che non obbligano la stazione appaltante a indire una nuova procedura di gara.
Sono sei le ipotesi ammesse: a) le modifiche, a prescindere dal loro valore monetario, già previste nei documenti di gara iniziali (opzioni per rinnovi, revisione prezzi); b) lavori, servizi o forniture supplementari necessari e non inclusi nell'appalto iniziale (ma in caso di più modifiche successive, tale limitazione si applica al valore di ciascuna modifica; c) circostanze imprevedibili, ma con un limite del 50% rispetto al valore iniziale del contratto); d) sostituzione dell'affidatario del contratto; e) modifiche non sostanziali dei termini del contratto.
La definizione di modifica sostanziale viene data con riferimento al fatto che le nuove condizioni, se fossero state contenute nella procedura d'appalto iniziale, avrebbero consentito l'ammissione di candidati diversi da quelli inizialmente selezionati o l'accettazione di un'offerta diversa da quella inizialmente accettata, oppure avrebbero attirato ulteriori partecipanti alla procedura di aggiudicazione; oppure con riguardo al fatto che la modifica cambia l'equilibrio economico del contratto a favore dell'aggiudicatario in modo non previsto nel contratto iniziale; infine con riferimento alla constatazione che la modifica estende notevolmente l'ambito di applicazione del contratto.
Un sesto caso viene disciplinato per le modifiche che determinano la stipula di contratti sotto soglia, ma a condizione che l'importo non ecceda il 15% per i lavori e il 10% per i servizi.
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Ruolo rafforzato per le centrali di committenza.
Rafforzamento delle centrali di committenza, con la possibilità ulteriore di affidamento a terzi di attività ausiliarie di committenza. Sono queste, oltre al cosiddetto subappalto «a cascata», alcune delle novità della nuova direttiva appalti pubblici 24/2014.
La committenza «delegata». Come è noto in Italia, fin dai tempi della legge Merloni, è vietato l'affidamento a terzi di attività di committenza (il divieto, nato soprattutto per le concessioni di committenza della galassia Italstat, è oggi all'articolo 33, comma 3 del codice dei contratti pubblici), con l'eccezione del ricorso alle centrali di committenza, soggetti pubblici al 100%, alle quali le amministrazioni possono/devono rivolgersi in determinate fattispecie.
Le direttive confermano e anzi rafforzano il ruolo delle centrali di committenza (attività da svolgere su base permanente) nel presupposto, chiaro nelle premesse delle direttive, che l'accorpamento dal lato della domanda possa garantire economie di scala e risparmi utili anche (in Italia) ai fini del conseguimento di risparmi sulla spesa corrente (da ciò anche l'obbligo previsto nel nostro ordinamento di ricorso a centrali di committenza per i comuni al di sotto dei 5 mila abitanti, che nei prossimi mesi diverrà realtà).
Va però anche detto che la direttiva, in premessa, chiarisce anche l'aggregazione delle committenze deve essere «attentamente monitorata al fine di evitare un'eccessiva concentrazione del potere di acquisito e collusioni, nonché per preservare la concorrenza e la possibilità di accesso al mercato da parte delle pmi».
L'affidamento delle attività ausiliarie. Ciò detto, la direttiva prevede anche che l'amministrazione possa affidare, oltre che alle centrali di committenza (in via diretta), a soggetti terzi secondo procedure, ovviamente, a evidenza pubblica, «attività di committenza ausiliarie».
Tale formula di affidamento, che sembra atteggiarsi, sul piano oggettivo, come l'attività di supporto prevista dal nostro codice e dal regolamento 207/2010, vede come destinatari organismi che operano sul mercato offrendo prestazioni che, in concreto, consistono in (art. 2, paragrafi 16 e 17) «infrastrutture tecniche» finalizzate a permettere alle amministrazioni di aggiudicare appalti, ma anche «consulenza sullo svolgimento o sulla progettazione delle procedure di appalto» e «preparazione e gestione delle procedure di appalto in nome e per conto dell'amministrazione interessata».
Occorre prestare attenzione, per questi affidamenti, rispetto a ciò che prevede l'articolo 24 in tema di «conflitti di interesse», materia sulla quale la direttiva chiede a ogni singolo stato membro di individuare le misure più adeguate per evitare distorsioni della concorrenza laddove un «prestatore di servizi per conto dell'Amministrazione interviene nello svolgimento ella procedura di aggiudicazione», potendo quindi in qualche modo «influenzare» il risultato di tale procedura.
Subappalto. La direttiva conferma la visione dell'istituto come strumento di organizzazione dell'attività di impresa nell'esecuzione del contratto con alcuni profili innovativi rispetto alla disciplina nazionale di cui all'articolo 118 del codice dei contratti pubblici, ammettendo, per esempio, che l'offerente indichi nella sua offerta la parte di appalto che intende affidare a terzi, nonché i subappaltatori proposti, riproponendo quindi un obbligo ad oggi non previsto dalla nostra normativa.
La direttiva prevede inoltre che nel recepimento si possa prevedere l'obbligo di indicare anche i dati dei «subappaltatori successivi nella catena dei subappalti», quasi a legittimare il cosiddetto «subappalto a cascata» che in Italia è vietato (questione delicata sulla quale il legislatore nazionale dovrà prendere posizione nella fase di recepimento della direttiva) (articolo ItaliaOggi Sette del 14.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIARaee ingolfati dalla burocrazia. Troppi oneri amministrativi e rischio di gestione illecita. Lo denuncia la commissione ambiente del senato che chiede di riformulare il dlgs 49/2014.
Ingolfamento della filiera di raccolta per eccessivi oneri amministrativi e rischio di gestione illecita dei rifiuti per mancanza di ferree regole.
A mettere in evidenza le ombre della nuova disciplina sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche in vigore dal 12.04.2014 è la commissione ambiente del senato, che con una risoluzione ufficializzata il precedente 3 aprile chiede al governo di correggere subito il debuttante dlgs 14.03.2014, n. 49 (S.o. n. 30 alla G.U. 28.03.2014 n. 73). Le criticità denunciate interessano l'intera catena dei soggetti coinvolti nel meccanismo: detentori di Raee; distributori di nuove apparecchiature che ritirano i rifiuti secondo le regole del «one on one» e del (nuovo) «one on zero»; centri di raccolta e impianti di trattamento.
Detentori di Raee. Per la commissione ambiente gli utilizzatori di apparecchiature elettroniche ed elettroniche dovrebbero avere la possibilità di affidare i propri rifiuti anche a centri di raccolta pubblici fuori comune di appartenenza (oggi possibile solo in presenza di apposite convenzioni) e di avere maggior visibilità dell'eco-contributo pagato all'atto di acquisto di nuove Aee.
Distributori di Aee. Le criticità da risolvere riguardano sia il tradizionale obbligo di ritiro gratuito di Raee all'atto della vendita di analoga nuova Aee (c.d. «one on one»), rispetto al quale è necessario un alleggerimento burocratico (eliminando l'obbligo di acquisire generalità e documenti dei conferitori all'atto del conferimento), sia il nuovo obbligo di ritiro gratuito senza acquisto di nuovo bene (c.d. «one on zero») posto a carico dei grandi distributori di Aee, e ciò adottando immediatamente le relative «modalità semplificate» (tramite immediato accordo di programma tra associazioni di categoria ed enti pubblici in luogo del previsto, ma solo futuro, dm ambiente).
Semplificazioni sono, per la commissione, necessarie anche: per il raggruppamento in loco dei rifiuti ritirati (estendendo seccamente fino a un anno la durata dello stoccaggio in deroga alle prescrizioni autorizzatorie); per il loro successivo trasporto (che dovrebbe esser possibile effettuare tramite un modulo di accompagnamento collettivo e senza ricorrere a operatori iscritti all'Albo gestori in caso di ingenti quantitativi di Raee); per la scelta delle strutture di destinazione (allargandone il novero sia ai centri di raccolta pubblici fuori comune che a quelli gestiti direttamente dai produttori di Aee).
Centri di raccolta e impianti di trattamento. I nodi da sciogliere riguardano in primo luogo i centri deputati ad accogliere i Raee (provenienti da detentori finali e distributori di Aee che effettuano il ritiro gratuito), e ciò sia mediante l'introduzione di radicali semplificazioni nella tenuta dei registri di carico e scarico (secondo la commissione oggi da compilare in modo più analitico di quanto la modulistica in vigore preveda) sia mediante la ridefinizione delle effettive operazioni da svolgere (con particolare riferimento alla eventuale suddivisione tra Raee riutilizzabili e rifiuti da avviare a recupero, attività per la quale occorrono secondo la Risoluzione parlamentare ben altre condizioni tecniche e autorizzatorie rispetto a quelle reali).
Agli impianti di trattamento finale dei Raee occorre invece inibire la prevista possibilità di operare in «regime semplificato» (per evitare la gestione dei rifiuti al limite del lecito da parte di strutture poco qualificate) e altresì imporre la revoca dell'autorizzazione per carenza delle condizioni richieste dal Centro di coordinamento Raee (l'Istituzione che garantisce servizi omogenei di raccolta e trattamento su tutto il territorio nazionale).
Particolari categorie di Raee. Dito puntato, infine, su rifiuti costituiti da pannelli fotovoltaici («new entry» prevista dal dlgs 49/2014) e lampadari. In relazione al primo gruppo occorre rimodulare sui 6 Kw (dagli attuali 10) il confine tra Raee considerati domestici e pannelli a fine vita definiti professionali (al fine di allineare il disposto normativo alla reale potenza limite di riferimento per gli impianti di natura domestica installati da utilizzatori privati e, di conseguenza, agevolare gli obblighi informativi dei relativi produttori alla p.a.).
In relazione alla seconda categoria l'urgenza è invece quella di riportare già nell'attuale e prima fase di applicazione del nuovo dlgs 49/2014 (che fino al 14.08.2018 si applica solo a un novero limitato di Raee) sia i rifiuti costituiti da lampadari per lampade fluorescenti di abitazioni sia i led, oggi esclusi dalla nuova disciplina sulla tutela dell'ambiente (articolo ItaliaOggi Sette del 14.04.2014).

GIURISPRUDENZA

CONSIGLIERI COMUNALI - PUBBLICO IMPIEGOAll'induzione si può resistere. Concussione per costrizione, pressione più pesante. La Corte di cassazione ha segnato la linea di separazione tra le due fattispecie.
L'induzione indebita, differentemente dalla concussione per costrizione, consiste in una pressione non irresistibile esercitata da parte del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio nell'ambito della quale anche il destinatario della stessa riesce nel perseguimento un suo indebito vantaggio.

Lo ha stabilito la VI Sez. penale della Corte di Cassazione con sentenza 20.01.2014 n. 2305.
Un ingegnere «vicino» all'amministrazione di un Comune è stato rinviato a giudizio, in concorso con altri personaggi della compagine pubblica, per molteplici delitti tra cui quello di concussione ex art. 317 c.p.
Il rimprovero mosso nei confronti dell'imputato è stato quello di aver prospettato al rappresentante legale di una società consortile la secca alternativa tra il farsi assumere come direttore dei lavori della sua società o subire numerosi ostruzionismi nelle procedure di affidamento e nello svolgimento di appalti pubblici banditi dal Comune. Secondo la Procura, infatti, l'ingegnere avrebbe fatto leva sui suoi rapporti con il management comunale per costringere l'imprenditore a sopportare dette imposizioni, senza che questi potesse scegliere liberamente la struttura della propria organizzazione aziendale.
All'esito del giudizio di primo grado il Tribunale ha riconosciuto la penale responsabilità dell'imputato per l'effetto condannandolo alla pena di giustizia anche per il delitto di concussione. La Corte d'appello ha, peraltro, confermato la sentenza di primo grado, rigettando, ex adverso, la tesi avanzata dalla difesa dell'imputato alla stregua della quale non si sarebbe trattato di una «costrizione» ma solo di «inviti» penalmente irrilevante, volti a influenzare le scelte dell'imprenditore, senza lederne la libertà di autodeterminazione.
La questione è, tuttavia, finita all'attenzione dei giudici di legittimità cui è stato chiesto di riconsiderare il verdetto di condanna anche per effetto del recente intervento di riforma del legislatore, con la legge n. 190 del 2012, con cui è stata introdotta la nuova fattispecie incriminatrice di cui all'art. 319-quater, c.p. rubricata «Induzione indebita a dare o promettere utilità».
Segnatamente la difesa del ricorrente-ingegnere ha insistito nel chiedere la riqualificazione della condotta contestata nel (più mite) reato da ultimo citato, ritenendo ad esso riconducibile il caso di specie, per via della mancata ricorrenza degli elementi atti a farla orbitare nell'abito della coercizione psichica voluta dalla costrizione. Ebbene, gli Ermellini tornano ad occuparsi della linea di confine tra nuova fattispecie concussiva ex art. 317 c.p. e il reato di induzione indebita.
Affrontando la questione nella consapevolezza di un recentissimo approdo della Sezioni unite (con sentenza di fine anno 2013, di cui si attendono le motivazioni) che, nel differenziare le due ipotesi delittuose, ha opinato nel senso che, in seguito alla riforma del 2012, posto che dalla condotta concussiva ex art. 317 c.p. deve derivare «la radicale limitazione della libertà di autodeterminazione del soggetto passivo», la fattispecie (residuale) di induzione indebita di cui all'art. 319-quater c.p. si caratterizza dall'essere una condotta di «pressione non irresistibile da parte del pubblico ufficiale o dell'incaricato del pubblico servizio» e dalla circostanza del perseguimento di un indebito vantaggio anche da parte del destinatario della condotta medesima.
La Corte sottolinea come le condotte attualmente incriminabili –quella costrittiva e quella induttiva– non differiscano, per vero, da quelle descritte secondo il diritto positivo dell'ante riforma. Le attuali versioni di costrizione e induzione non sono strutturalmente diverse da quelle che integravano la previgente ed unica fattispecie di concussione (all'art. 317, c.p.) e, dunque, continuano a differenziarsi in relazione al mezzo utilizzato dal pubblico agente per conseguire la dazione o la promessa di utilità; in particolare, la costrizione consiste in una minaccia o intimidazione, concretantesi in genere nella prospettazione di un male ingiusto, che va ad incidere in misura grave sulla volontà del soggetto passivo; l'induzione, invece, in forme più blande di pressione, caratterizzate da profili di persuasione, suggestione e fraudolenza.
Nella sola costrizione, in conclusione, si assiste a quel comportamento del pubblico ufficiale che, abusando delle sue funzioni o dei suoi poteri, agisce con modalità o con forme di pressione tali da non lasciare margine alla libertà di autodeterminazione del destinatario della pretesa illecita che, di conseguenza, si determina alla dazione o alla promessa esclusivamente per evitare il danno minacciato (articolo ItaliaOggi Sette del 14.04.2014).
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Il delitto di concussione rappresenta una fattispecie a duplice schema, nel senso che si perfeziona alternativamente con la promessa o con la dazione indebita per effetto dell'attività di costrizione o di induzione del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio ed il termine "utilità" indica tutto ciò che rappresenta un vantaggio per la persona, materiale o morale, patrimoniale o non patrimoniale, oggettivamente apprezzabile, consistente tanto in un dare quanto in un "facere" e ritenuto rilevante dalla consuetudine o dal convincimento comune.
La sesta sezione penale con la sentenza in epigrafe si pronuncia sul reato di concussione, soffermandosi, in particolare, sul momento consumativo.
Il Supremo Collegio chiarisce che il delitto di concussione rappresenta una fattispecie a duplice schema, nel senso che si perfeziona alternativamente con la promessa o con la dazione indebita per effetto dell'attività di costrizione o di induzione del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio ed il termine "utilità" indica tutto ciò che rappresenta un vantaggio per la persona, materiale o morale, patrimoniale o non patrimoniale, oggettivamente apprezzabile, consistente tanto in un dare quanto in un "facere" e ritenuto rilevante dalla consuetudine o dal convincimento comune.
Nel caso di specie, l'accettazione da parte dell'imprenditore dell'imposizione da parte dei pp.uu. dell'oneroso "affiancamento" dell’imputato che -pur risultando già nominato il direttore dei lavori- doveva avere solo funzione di collegamento tra la ditta del M. e l'amministrazione senza svolgere specifiche attività professionali- è di per sé sufficiente a ritenere integrato il reato in esame, sicché irrilevante è l'assenza di nomina formale dello stesso P. e del conseguimento da parte sua del compenso, una volta verificata l'accettazione della p.o. della imposizione proveniente dai pp.uu. (Corte di Cassazione, Sez. VI penale, sentenza 20.01.2014 n. 2305 - link a www.neldiritto.it).

PUBBLICO IMPIEGOMansioni superiori da dimostrare. Lavoro. La dichiarazione non basta.
Il lavoratore che sostiene di avere svolto mansioni superiori e chiede il risarcimento di danni biologici e professionali, non si può limitare a dichiararlo ma deve allegare e provare quanto sostenuto.
Lo ha stabilito il TRIBUNALE di Bari con la sentenza 15.01.2014 n. 215 (tratta da www.ilsole24ore.com).
Il caso riguarda un dipendente del Ccnl del credito, che ricorre al giudice del lavoro, asserendo di avere svolto mansioni superiori e chiedendo l'inquadramento al livello più elevato. Pretende anche il risarcimento del danno biologico e di quello professionale.
In particolare, dice di avere sostituito, in modo continuativo, il titolare di una filiale e di essere stato fungibile con quello di un'altra. La banca controbatte che il dipendente ha solo sostituito il direttore nei due mesi di assenza per malattia, operando, comunque, nell'ambito di una delega di firma concernente parziali contenuti di lavoro del titolare.
I principi della Cassazione
Il tribunale, in primo luogo, richiama gli orientamenti della Cassazione:
- il procedimento logico-giuridico deve rispettare tre fasi: accertare l'attività svolta dal lavoratore; individuare categorie, qualifiche e gradi previsti dalla contrattazione collettiva; raffrontare il risultato dell'indagine con le previsioni della disciplina (sentenza 7170/1998);
- per il riconoscimento di qualifica superiore, il lavoratore deve specificare la normativa collettiva applicabile (sentenza 5203/2000), le mansioni che gli spettavano in base al mansionario, il contenuto delle mansioni effettivamente svolte e la loro corrispondenza con quelle delineate dal Ccnl per il livello preteso (sentenza 431/2000).
Per i danni, invece, si richiede (sentenza 6572/2006) una prova specifica del ricorrente, non potendo il giudice sopperire sulle circostanze di fatto su cui poggia la domanda (pronuncia a Sezioni unite 1099/1998).
Il ragionamento del giudice
Entrando nel merito, il tribunale rileva che il ricorrente ha omesso di descrivere le mansioni svolte, non ha provato l'affinità tra la qualifica attribuita e quella da lui pretesa e non ha comparato la declaratoria contrattuale pretesa con le mansioni asserite. L'escussione dei testi consente al giudice di affermare che le mansioni di vicedirettore fossero differenti da quelle di direttore, che il ricorrente avesse poteri di firma limitati e che fosse stato retribuito con un'indennità per mansioni superiori solo per il periodo di sostituzione del titolare.
Per il risarcimento dei danni, il giudice constata che sono stati allegati certificati medici attestanti stato di malessere, ma che non è stato provato il nesso di causalità tra la condotta del datore e la malattia.
Il tribunale afferma, così, che il ricorrente non ha dimostrato quanto invocato: in mancanza di ciò, l'avanzamento di carriera resta una scelta aziendale non sindacabile. Anche per il risarcimento del danno, le prove del lavoratore sono inadeguate: poiché non ogni modifica di mansioni si traduce automaticamente in una dequalificazione professionale, occorreva dimostrare la sottrazione o la modifica di mansioni tale da abbassare il globale livello delle prestazioni del lavoratore. Il giudice respinge quindi il ricorso del lavoratore
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.04.2014).

EDILIZIA PRIVATA: Il certificato di abitabilità certifica l'idoneità dell’immobile o di sua porzione ad essere adibita ad uso abitativo.
Tale idoneità viene riscontrata verificando la statica dell'edificio e la sua salubrità ed accertando che siano soddisfatti alcuni criteri principalmente riguardanti la distribuzione dei vani e le rispettive volumetrie, nonché consistenza, dislocamento e funzionalità degli impianti essenziali quali, quello idrico e fognario (in tempi recenti alle verifiche da effettuarsi in base al TU n. 1265 del 1934, si sono aggiunte quelle relative alle nuove normative di sicurezza, antinfortunistica, accessibilità e risparmio idrico ed energetico, anche in recepimento di normativa comunitaria).
Trattasi di procedura essenzialmente declaratoria.
Il certificato va richiesto per le nuove costruzioni e per gli interventi di ricostruzione o sopraelevazione totali o parziali, nonché per interventi sugli edifici esistenti che possano influire sulle condizioni originarie.
L'obbligo di tale certificato, introdotto con il Regio decreto 27.07.1934, n. 1265, successivamente modificato e sostituito dal d.p.r. 22.04.1994, n. 425, da ultimo è disciplinato dal d.p.r. 06.06.2001, n. 380.
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Nell’ambito della disciplina generale su richiamata si inserisce con carattere di specialità, il terzultimo comma dell’art. 35 della l. 28.02.1985, n. 47 che per gli immobili oggetto di condono edilizio, stabilisce che “a seguito della concessione o autorizzazione in sanatoria viene altresì rilasciato il certificato di abitabilità o agibilità anche in deroga ai requisiti fissati da norme regolamentari, qualora le opere non contrastino con le disposizioni vigenti in materia di sicurezza statica e di prevenzione degli incendi e degli infortuni”.
Ciò posto, poiché le altezze degli ambienti risultano fissate da norme regolamentari, le eventuali difformità dell’altezza dei vani dalle altezze standard, ove l’opera sia stata condonata, non impediscono il rilascio del certificato di abitabilità, dovendosi presumere che contestualmente al rilascio della concessione in sanatoria sia stata valutata la compatibilità delle altezze con l’uso abitativo dell’opera oggetto di condono.

Il certificato di abitabilità, come è noto, certifica l'idoneità dell’immobile o di sua porzione ad essere adibita ad uso abitativo.
Tale idoneità viene riscontrata verificando la statica dell'edificio e la sua salubrità ed accertando che siano soddisfatti alcuni criteri principalmente riguardanti la distribuzione dei vani e le rispettive volumetrie, nonché consistenza, dislocamento e funzionalità degli impianti essenziali quali, quello idrico e fognario (in tempi recenti alle verifiche da effettuarsi in base al TU n. 1265 del 1934, si sono aggiunte quelle relative alle nuove normative di sicurezza, antinfortunistica, accessibilità e risparmio idrico ed energetico, anche in recepimento di normativa comunitaria).
Trattasi di procedura essenzialmente declaratoria.
Il certificato va richiesto per le nuove costruzioni e per gli interventi di ricostruzione o sopraelevazione totali o parziali, nonché per interventi sugli edifici esistenti che possano influire sulle condizioni originarie.
L'obbligo di tale certificato, introdotto con il Regio decreto 27.07.1934, n. 1265, successivamente modificato e sostituito dal d.p.r. 22.04.1994, n. 425, da ultimo è disciplinato dal d.p.r. 06.06.2001, n. 380.
Nell’ambito della disciplina generale su richiamata si inserisce con carattere di specialità, il terzultimo comma dell’art. 35 della l. 28.02.1985, n. 47 che per gli immobili oggetto di condono edilizio, stabilisce che “a seguito della concessione o autorizzazione in sanatoria viene altresì rilasciato il certificato di abitabilità o agibilità anche in deroga ai requisiti fissati da norme regolamentari, qualora le opere non contrastino con le disposizioni vigenti in materia di sicurezza statica e di prevenzione degli incendi e degli infortuni”.
Ciò posto, poiché le altezze degli ambienti risultano fissate da norme regolamentari, le eventuali difformità dell’altezza dei vani dalle altezze standard, ove l’opera sia stata condonata, non impediscono il rilascio del certificato di abitabilità, dovendosi presumere che contestualmente al rilascio della concessione in sanatoria sia stata valutata la compatibilità delle altezze con l’uso abitativo dell’opera oggetto di condono (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 05.07.2012 n. 3942 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Circa una richiesta di sanatoria ex art. 36 dpr 380/2001 (nella fattispecie, una tettoia abusiva a confine) si possono svolgere le seguenti considerazioni:
(a) l’amministrazione può naturalmente chiedere tutte le precisazioni e le integrazioni che ritenga necessarie, sempre che non risultino palesemente ingiustificate e inutilmente dilatorie;
(b) per quanto riguarda la necessità dell’assenso dei confinanti circa la deroga alle distanze dai confini si osserva che anche per questo aspetto il tempo trascorso assume un rilievo decisivo.
Più precisamente, occorre sottolineare che le situazioni consolidate oltre i limiti dell’usucapione ventennale non possono essere rimesse in discussione dall’amministrazione: l’interesse pubblico al ripristino della legalità non può avere una durata maggiore rispetto a quello del privato confinante, al quale è primariamente diretta la tutela delle norme urbanistiche integrative del codice civile;
(c) sulla necessità di adeguare la tettoia ai requisiti igienico-sanitari attualmente in vigore la posizione del Comune è giustificata.
La presenza di un ripostiglio, ossia di un locale chiuso, al di sotto della tettoia è un elemento idoneo a rendere applicabile la disciplina igienico-sanitaria all’intero manufatto (v. l’art. 3.0.0 del regolamento locale di igiene). Sotto questo profilo il tempo trascorso è ininfluente. Gli interessi pubblici tutelati dalla disciplina igienico-sanitaria rimangono costanti nel tempo, in quanto riguardano beni di rango superiore e non comprimibili come la salute e la sicurezza collettiva.
Peraltro in sede di sanatoria la mancanza dei requisiti igienico-sanitari non è un valido motivo di diniego ma costituisce soltanto il fondamento per adottare un ordine di adeguamento e risanamento del volume regolarizzato. Il carattere abusivo dell’edificio lascia infatti aperta la questione del controllo dell’abitabilità.
Dunque il Comune non avrebbe dovuto negare la sanatoria (che rimane una questione da risolvere esclusivamente sul piano urbanistico) ma più semplicemente avrebbe dovuto subordinare l’efficacia della sanatoria a un piano di adeguamento dell’immobile per gli aspetti igienico-sanitari.

Rimane da affrontare il terzo argomento dei motivi aggiunti, che censura il diniego di sanatoria nella parte in cui l’amministrazione ha chiesto la produzione di ulteriori documenti e degli atti di assenso dei confinanti. In questo caso la posizione del ricorrente è condivisibile solo in parte:
(a) l’amministrazione può naturalmente chiedere tutte le precisazioni e le integrazioni che ritenga necessarie, ma in realtà alcuni dati erano già desumibili dalla domanda di sanatoria (in particolare le distanze dai confini e la descrizione del muro di appoggio della tettoia).
Dunque la nuova richiesta di questi dati risulta ingiustificata e inutilmente dilatoria;
(b) per quanto riguarda la necessità dell’assenso dei confinanti circa la deroga alle distanze dai confini si osserva che anche per questo aspetto il tempo trascorso assume un rilievo decisivo.
Più precisamente, occorre sottolineare che le situazioni consolidate oltre i limiti dell’usucapione ventennale non possono essere rimesse in discussione dall’amministrazione: l’interesse pubblico al ripristino della legalità non può avere una durata maggiore rispetto a quello del privato confinante, al quale è primariamente diretta la tutela delle norme urbanistiche integrative del codice civile (v. Cass. civ., Sez. II, 10.01.2006 n. 145; TAR Brescia, Sez. I, 14.05.2010 n. 1733);
(c) sulla necessità di adeguare la tettoia ai requisiti igienico-sanitari attualmente in vigore la posizione del Comune è invece giustificata. La presenza di un ripostiglio, ossia di un locale chiuso, al di sotto della tettoia è un elemento idoneo a rendere applicabile la disciplina igienico-sanitaria all’intero manufatto (v. l’art. 3.0.0 del regolamento locale di igiene). Sotto questo profilo il tempo trascorso è ininfluente. Gli interessi pubblici tutelati dalla disciplina igienico-sanitaria rimangono costanti nel tempo, in quanto riguardano beni di rango superiore e non comprimibili come la salute e la sicurezza collettiva.
Peraltro in sede di sanatoria la mancanza dei requisiti igienico-sanitari non è un valido motivo di diniego ma costituisce soltanto il fondamento per adottare un ordine di adeguamento e risanamento del volume regolarizzato. Il carattere abusivo dell’edificio lascia infatti aperta la questione del controllo dell’abitabilità.
Dunque il Comune non avrebbe dovuto negare la sanatoria (che rimane una questione da risolvere esclusivamente sul piano urbanistico) ma più semplicemente avrebbe dovuto subordinare l’efficacia della sanatoria a un piano di adeguamento dell’immobile per gli aspetti igienico-sanitari (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 22.11.2010 n. 4664 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATALa domanda di risarcimento del danno causato da un illegittimo provvedimento di diniego, annullato in sede giurisdizionale per difetto di motivazione, non può essere accolta ove persistano in capo alla p.a. significativi spazi di discrezionalità amministrativa pura in sede di riesercizio del potere e la parte istante non si sia limitata a chiedere il mero danno subito per effetto di un’illegittimità procedimentale sintomatica di una modalità comportamentale non improntata alla regola della correttezza, ma abbia richiesto l’intero pregiudizio derivante dal mancato conseguimento del bene della vita, costituito dalla autorizzazione richiesta.
Così si è dichiarata l’inammissibilità “allo stato" della domanda volta al risarcimento del danno conseguente dall’annullamento di un diniego di concessione edilizia, posto che l’accoglimento nel merito del ricorso di per sé non implica che l’istanza sarà successivamente sicuramente esitata in senso favorevole dall’Amministrazione; in quanto la situazione, dopo l’annullamento di un diniego, è “ancora incerta ed incompiuta, l’assetto definitivo di interessi ancora di là da venire, ed in un simile quadro non sono ancora definiti i presupposti del risarcimento, sia con riguardo all’an (l’essersi effettivamente verificato un danno, e che tipo di danno, di quale natura) sia al quantum (cosa che potrà accertarsi solo dopo l’esito del procedimento e la realizzazione del bene della vita, ove questa avvenga)”.
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Ove venga annullato un diniego di concessione edilizia perché privo di idonea motivazione ben può essere accolta la richiesta di risarcimento dei danni quando sia stata esclusa, in relazione a quanto disposto dall’art. 21-octies della L. 07.08.1990, n. 241, la presenza di specifici elementi ostativi all’accoglimento della richiesta della parte ricorrente e ciò in quanto l’annullamento del diniego per difetto di motivazione, in ragione di quanto oggi previsto da tale art. 21-octies, comporta anche un giudizio in ordine alla spettanza o meno del bene della vita da conseguire, specie ove il Tribunale, prima di pervenire all’annullamento del diniego impugnato, abbia in effetti svolto in concreto un’attenta analisi della disciplina urbanistica della zona, per verificare -trattandosi di un atto vincolato- che non fosse “palese” che il contenuto dispositivo dell’atto impugnato non sarebbe stato diverso.
Prescindendo, in ogni caso da tale ultima ipotesi, la giurisprudenza amministrativa oggi sostiene costantemente che in caso di annullamento di un diniego di concessione edilizia per vizi che consentono il riesercizio del potere (come nel caso di difetto di motivazione), la domanda di risarcimento del danno non può essere valutata se non all’esito del nuovo esercizio del potere; infatti, solo l’eventuale reiterazione dell’atto negativo, per ragioni diverse dal precedente, esclude la sussistenza di un danno risarcibile derivante dal primo provvedimento, salva la verifica degli estremi del danno in caso di annullamento giurisdizionale anche del secondo provvedimento.
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E' pacifico che la richiesta di risarcimento dei danni possa essere avanzata successivamente e separatamente dalla richiesta di annullamento dell’atto illegittimo.
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La migliore giurisprudenza ha oggi ormai chiarito che -in assenza di alcuna specifica norma di deroga, in proposito, al diritto comune- all’Amministrazione deve essere riservato un trattamento né deteriore, né privilegiato, rispetto a quello previsto dal diritto civile.
Sicché il giudice amministrativo, in questa materia, deve operare con uno armamentario concettuale non dissimile da quello proprio del giudice civile, sebbene nelle specificità sia sostanziali (natura e regole operative dell’Amministrazione possono incidere sulla configurazione dell’elemento soggettivo dell’illecito civile) sia processuali (tra cui, in particolare, la modalità di liquidazione del danno ex art. 35, comma 2, del D.Lgs. 31.03.1998, n. 80) tipiche del giudizio amministrativo.
Orbene, tale giurisprudenza, dalla quale il Collegio non rinviene motivi per discostarsi, ha chiarito che la fattispecie aquiliana si struttura, secondo la prevalente dottrina civilistica, sui seguenti cinque elementi costitutivi:
1) l’antigiuridicità;
2) il danno;
3) il nesso causale;
4) l’imputabilità;
5) la colpevolezza.
Ora, si è anche autorevolmente precisato che l’accertamento della sussistenza del primo di essi è insito nell’annullamento giurisdizionale del provvedimento illegittimo; il secondo deve essere accertato e liquidato, secondo i consueti criteri civilistici, in base al rapporto virtuale intercorrente tra il patrimonio giuridico del soggetto leso quale sarebbe stato in assenza dell’atto illecito e quale invece è per effetto di esso; il terzo è, in sostanza, un giudizio di relazione (attuato col c.d. processo di eliminazione mentale dell’atto illecito) tra il primo ed il secondo; il quarto si risolve nella verifica dell’assenza di cause di giustificazione legalmente tipizzate (ex artt. 2044 e ss. cod. civ.); infine, il quinto è quello che, in relazione all’accertamento della risarcibilità in concreto del danno da atto amministrativo illegittimo, ha dato luogo ai maggiori contrasti giurisprudenziali amministrativi.
In relazione ad esso, può ormai considerarsi assodato che, in caso di annullamento di un atto amministrativo, l’elemento soggettivo della colpa sussiste ogni qualvolta vi sia stata violazione di un canone di condotta agevolmente percepibile nella sua portata vincolante da parte dell’Amministrazione; cioè, in definitiva, quanto la violazione risulta grave e commessa in un contesto di circostanze di fatto ed in un quadro di riferimenti normativi e giuridici tali da palesare la negligenza della Pubblica amministrazione nella assunzione del provvedimento viziato.
Peraltro, come sempre accade quando si debba dare la prova di un elemento soggettivo della fattispecie, il privato danneggiato, ancorché onerato della dimostrazione della colpa dell’amministrazione, risulta agevolato dalla possibilità di offrire al giudice elementi indiziari -acquisibili, sia pure con i connotati normativamente previsti, con maggior facilità delle prove dirette- quali la gravità della violazione (qui valorizzata quale presunzione semplice di colpa e non come criterio di valutazione assoluto), il carattere vincolato dell’azione amministrativa giudicata, l’univocità della normativa di riferimento ed il proprio apporto partecipativo al procedimento. Così che, acquisiti gli indici rivelatori della colpa, spetta poi all’Amministrazione l’allegazione degli elementi (pure indiziari) ascrivibili allo schema dell’errore scusabile e, in definitiva, al giudice, così come, in sostanza, voluto dalla Cassazione con la sentenza n. 500/1999, apprezzarne e valutarne liberamente l’idoneità ad attestare o ad escludere la colpevolezza dell’amministrazione.
Tra i caratteri che devono possedere gli elementi addotti a propria discolpa dalla pubblica amministrazione, a fronte della produzione degli indizi a suo carico, perché la situazione allegata integri gli estremi dell’errore scusabile e consenta, perciò, di escludere la colpa dell’apparato amministrativo, sono stati individuati a titolo esemplificativo “il grado di chiarezza e di precisione della normativa violata, la presenza di una giurisprudenza consolidata (o al contrario oscillante) sulla normativa applicata dall’amministrazione in sede di emanazione dell’atto annullato, la novità della questione esaminata e la comprensibilità della portata precettiva della disposizione violata”.
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La condivisibile conclusione è che si può ammettere l’esenzione da colpa solo in presenza di un quadro normativo confuso e privo di chiarezza; restando, altrimenti, l’Amministrazione soggetta all’inevitabile giudizio di colpevolezza nella violazione di un canone di condotta agevolmente percepibile nella sua portata vincolante.
Mentre -in assenza di ogni disposizione normativa che generalizzi per l’amministrazione l’asserita irrilevanza della mera colpa lieve ai fini risarcitori- soltanto a fronte di una situazione connotata da apprezzabili profili di complessità, può ritenersi giustificata, in analogia con la disciplina della responsabilità del prestatore d’opera intellettuale [art. 2236 cod. civ.], un’attenuazione di quella dell’Amministrazione che la circoscriva alle sole ipotesi di colpa grave.

3.2.3 – Quanto, poi, al fatto che il ritardo nel conseguimento dello jus aedificandi non darebbe diritto al risarcimento dei danni nell’ipotesi di impugnativa di un atto negativo, va rilevato che la giurisprudenza amministrativa è giunta a tale conclusione pronunciandosi però in relazione a fattispecie nelle quali il privato aveva chiesto, oltre all’annullamento dell’atto negativo, anche la condanna dell’Amministrazione al risarcimento dei danni in ragione del mancato conseguimento del bene della vita cui l’istante aspirava.
Ora, in relazione a richieste così formulate, si è appunto affermato che la domanda di risarcimento del danno causato da un illegittimo provvedimento di diniego, annullato in sede giurisdizionale per difetto di motivazione, non può essere accolta ove persistano in capo alla p.a. significativi spazi di discrezionalità amministrativa pura in sede di riesercizio del potere e la parte istante non si sia limitata a chiedere il mero danno subito per effetto di un’illegittimità procedimentale sintomatica di una modalità comportamentale non improntata alla regola della correttezza, ma abbia richiesto l’intero pregiudizio derivante dal mancato conseguimento del bene della vita, costituito dalla autorizzazione richiesta (così Cons. St., sez. VI, 15.04.2003, n. 1945, e nello stesso senso, più di recente Cons. St. Ad. pl., 15.09.2005, n. 7).
Così si è dichiarata l’inammissibilità “allo stato" della domanda volta al risarcimento del danno conseguente dall’annullamento di un diniego di concessione edilizia, posto che l’accoglimento nel merito del ricorso di per sé non implica che l’istanza sarà successivamente sicuramente esitata in senso favorevole dall’Amministrazione; in quanto la situazione, dopo l’annullamento di un diniego, è “ancora incerta ed incompiuta, l’assetto definitivo di interessi ancora di là da venire, ed in un simile quadro non sono ancora definiti i presupposti del risarcimento, sia con riguardo all’an (l’essersi effettivamente verificato un danno, e che tipo di danno, di quale natura) sia al quantum (cosa che potrà accertarsi solo dopo l’esito del procedimento e la realizzazione del bene della vita, ove questa avvenga)” (così di recente TAR Sicilia, sez. Catania, sez. I, 13.04.2006 n. 585).
Peraltro, questo Tribunale, con sentenza 13.12.2005, n. 855, ha anche affermato che ove venga annullato un diniego di concessione edilizia perché privo di idonea motivazione ben può essere accolta la richiesta di risarcimento dei danni quando sia stata esclusa, in relazione a quanto disposto dall’art. 21-octies della L. 07.08.1990, n. 241, la presenza di specifici elementi ostativi all’accoglimento della richiesta della parte ricorrente e ciò in quanto l’annullamento del diniego per difetto di motivazione, in ragione di quanto oggi previsto da tale art. 21-octies, comporta anche un giudizio in ordine alla spettanza o meno del bene della vita da conseguire, specie ove il Tribunale, prima di pervenire all’annullamento del diniego impugnato, abbia in effetti svolto in concreto un’attenta analisi della disciplina urbanistica della zona, per verificare -trattandosi di un atto vincolato- che non fosse “palese” che il contenuto dispositivo dell’atto impugnato non sarebbe stato diverso.
Prescindendo, in ogni caso da tale ultima ipotesi, la giurisprudenza amministrativa oggi sostiene costantemente che in caso di annullamento di un diniego di concessione edilizia per vizi che consentono il riesercizio del potere (come nel caso di difetto di motivazione), la domanda di risarcimento del danno non può essere valutata se non all’esito del nuovo esercizio del potere; infatti, solo l’eventuale reiterazione dell’atto negativo, per ragioni diverse dal precedente, esclude la sussistenza di un danno risarcibile derivante dal primo provvedimento, salva la verifica degli estremi del danno in caso di annullamento giurisdizionale anche del secondo provvedimento (così da ultimo Cons. St., sez. IV, 30.06.2006, n. 4231, e nello stesso TAR Abruzzo, sez. Pescara, 08.05.2003, n. 507).
Ora, poiché nel caso di specie i provvedimenti negativi assunti dal Comune erano stati tutti annullati da questo Tribunale e, da ultimo, il Dirigente competente, riconoscendo nella sostanza la fondatezza dell’istanza presentata nel 1985, aveva assentito la richiesta concessione edilizia, sembra evidente da un lato che il richiedente aveva di certo diritto a conseguire quel particolare bene della vita (cioè il rilascio della concessione edilizia richiesta fin dal 1985) e da altro lato che l’Amministrazione non possa non essere tenuta (ove ricorrano le ulteriori condizioni richieste dalla legge) a risarcire il pregiudizio causato al privato dal mancato tempestivo conseguimento del bene della vita in questione.
In estrema sintesi, poiché oggi è stata rilasciata la richiesta concessione edilizia, sembra evidente che il diritto al risarcimento dei danni derivi non solo dall’annullamento degli atti negativi intervenuti, ma anche dal ritardo nel conseguimento dello jus aedificandi.
Peraltro, è pacifico che la richiesta di risarcimento dei danni possa essere avanzata successivamente e separatamente dalla richiesta di annullamento dell’atto illegittimo (Cons. St., Ad. pl., 09.02.2006, n. 2).
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Diventa a questo punto rilevante prendere una posizione in ordine alla natura della responsabilità da lesione degli interessi legittimi e chiarire se tale responsabilità debba qualificarsi come aquiliana o come contrattuale (sia pur nella versione esposta dalla c.d. teoria del “contatto sociale qualificato”).
Non può al riguardo non richiamarsi l’orientamento predominante espresso da giudice di appello (cfr., da ultimo, Cons. giust. amm. Reg. Sic, 22.06.2006, n. 312, e 18.04.2006, n. 153) che ha ritenuto l’illecito dell’amministrazione di natura aquiliana ed ha escluso ogni presunzione, assoluta o relativa, di colpa in capo all’Amministrazione; per cui, abbandonata anche la teoria della culpa in re ipsa (ripropositiva, sotto mentite vesti, di una presunzione quasi assoluta della colpa), la migliore giurisprudenza ha oggi ormai chiarito che -in assenza di alcuna specifica norma di deroga, in proposito, al diritto comune- all’Amministrazione deve essere riservato un trattamento né deteriore, né privilegiato, rispetto a quello previsto dal diritto civile (cfr., sul punto, le perspicue motivazioni di Cons. St., sez. IV, 06.07.2004, n. 5012, e 10.08.2004, n. 5500, che ben tracciano lo stato giurisprudenziale).
Sicché il giudice amministrativo, in questa materia, deve operare con uno armamentario concettuale non dissimile da quello proprio del giudice civile, sebbene nelle specificità sia sostanziali (natura e regole operative dell’Amministrazione possono incidere sulla configurazione dell’elemento soggettivo dell’illecito civile) sia processuali (tra cui, in particolare, la modalità di liquidazione del danno ex art. 35, comma 2, del D.Lgs. 31.03.1998, n. 80) tipiche del giudizio amministrativo.
Orbene, tale giurisprudenza, dalla quale il Collegio non rinviene motivi per discostarsi, ha chiarito che la fattispecie aquiliana si struttura, secondo la prevalente dottrina civilistica, sui seguenti cinque elementi costitutivi:
1) l’antigiuridicità;
2) il danno;
3) il nesso causale;
4) l’imputabilità;
5) la colpevolezza.
Ora, si è anche autorevolmente precisato che l’accertamento della sussistenza del primo di essi è insito nell’annullamento giurisdizionale del provvedimento illegittimo; il secondo deve essere accertato e liquidato, secondo i consueti criteri civilistici, in base al rapporto virtuale intercorrente tra il patrimonio giuridico del soggetto leso quale sarebbe stato in assenza dell’atto illecito e quale invece è per effetto di esso; il terzo è, in sostanza, un giudizio di relazione (attuato col c.d. processo di eliminazione mentale dell’atto illecito) tra il primo ed il secondo; il quarto si risolve nella verifica dell’assenza di cause di giustificazione legalmente tipizzate (ex artt. 2044 e ss. cod. civ.); infine, il quinto è quello che, in relazione all’accertamento della risarcibilità in concreto del danno da atto amministrativo illegittimo, ha dato luogo ai maggiori contrasti giurisprudenziali amministrativi.
In relazione ad esso, può ormai considerarsi assodato che, in caso di annullamento di un atto amministrativo, l’elemento soggettivo della colpa sussiste ogni qualvolta vi sia stata violazione di un canone di condotta agevolmente percepibile nella sua portata vincolante da parte dell’Amministrazione; cioè, in definitiva, quanto la violazione risulta grave e commessa in un contesto di circostanze di fatto ed in un quadro di riferimenti normativi e giuridici tali da palesare la negligenza della Pubblica amministrazione nella assunzione del provvedimento viziato (così da ultimo Cons. St., sez. V, 13.07.2006, n. 4440).
Peraltro, come sempre accade quando si debba dare la prova di un elemento soggettivo della fattispecie, il privato danneggiato, ancorché onerato della dimostrazione della colpa dell’amministrazione, risulta agevolato dalla possibilità di offrire al giudice elementi indiziari -acquisibili, sia pure con i connotati normativamente previsti, con maggior facilità delle prove dirette- quali la gravità della violazione (qui valorizzata quale presunzione semplice di colpa e non come criterio di valutazione assoluto), il carattere vincolato dell’azione amministrativa giudicata, l’univocità della normativa di riferimento ed il proprio apporto partecipativo al procedimento. Così che, acquisiti gli indici rivelatori della colpa, spetta poi all’Amministrazione l’allegazione degli elementi (pure indiziari) ascrivibili allo schema dell’errore scusabile e, in definitiva, al giudice, così come, in sostanza, voluto dalla Cassazione con la sentenza n. 500/1999, apprezzarne e valutarne liberamente l’idoneità ad attestare o ad escludere la colpevolezza dell’amministrazione.
Tra i caratteri che devono possedere gli elementi addotti a propria discolpa dalla pubblica amministrazione, a fronte della produzione degli indizi a suo carico, perché la situazione allegata integri gli estremi dell’errore scusabile e consenta, perciò, di escludere la colpa dell’apparato amministrativo, sono stati individuati a titolo esemplificativo “il grado di chiarezza e di precisione della normativa violata, la presenza di una giurisprudenza consolidata (o al contrario oscillante) sulla normativa applicata dall’amministrazione in sede di emanazione dell’atto annullato, la novità della questione esaminata e la comprensibilità della portata precettiva della disposizione violata”.
In pratica, però, la condivisibile conclusione è che si può ammettere l’esenzione da colpa solo in presenza di un quadro normativo confuso e privo di chiarezza; restando, altrimenti, l’Amministrazione soggetta all’inevitabile giudizio di colpevolezza nella violazione di un canone di condotta agevolmente percepibile nella sua portata vincolante.
Mentre -in assenza di ogni disposizione normativa che generalizzi per l’amministrazione l’asserita irrilevanza della mera colpa lieve ai fini risarcitori- soltanto a fronte di una situazione connotata da apprezzabili profili di complessità, può ritenersi giustificata, in analogia con la disciplina della responsabilità del prestatore d’opera intellettuale [art. 2236 cod. civ.], un’attenuazione di quella dell’Amministrazione che la circoscriva alle sole ipotesi di colpa grave
(TAR Abruzzo-Pescara, sentenza 08.02.2007 n. 153 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AGGIORNAMENTO AL 14.04.2014

IN EVIDENZA

ATTI AMMINISTRATIVI: I pareri, previsti per l'adozione delle deliberazioni comunali (prima ex art. 53 della legge 08.06.1990, n. 142, e poi ex art. 49 del D.Lgs. 18.08.2000,n. 256), non costituiscono requisiti di legittimità delle deliberazioni cui si riferiscono, in quanto sono preordinati all'individuazione sul piano formale, nei funzionari che li formulano, della responsabilità eventualmente in solido con i componenti degli organi politici in via amministrativa e contabile, così che la loro eventuale mancanza costituisce una mera irregolarità che non incide sulla legittimità e la validità delle deliberazioni stesse.
D’altra parte è appena il caso di rilevare che la mancanza potrebbe tutt’al più rilevare sotto il profilo della carenza istruttoria del provvedimento ovvero sulla corretta formazione della volontà dell’amministrazione.

La Sezione al riguardo rinvia al consolidato indirizzo giurisprudenziale a mente del quale i pareri, previsti per l'adozione delle deliberazioni comunali (prima ex art. 53 della legge 08.06.1990, n. 142, e poi ex art. 49 del D.Lgs. 18.08.2000,n. 256), non costituiscono requisiti di legittimità delle deliberazioni cui si riferiscono, in quanto sono preordinati all'individuazione sul piano formale, nei funzionari che li formulano, della responsabilità eventualmente in solido con i componenti degli organi politici in via amministrativa e contabile, così che la loro eventuale mancanza costituisce una mera irregolarità che non incide sulla legittimità e la validità delle deliberazioni stesse (cfr. Cons. St., sez. V, 21.08.2009, n. 5012; sez. IV, 22.06.2008, n. 3888).
D’altra parte è appena il caso di rilevare che la mancanza potrebbe tutt’al più rilevare sotto il profilo della carenza istruttoria del provvedimento ovvero sulla corretta formazione della volontà dell’amministrazione, profili cui l’appellante con il motivo in esame non ha fatto riferimento e che in ogni caso la sentenza ha escluso con motivazione convincente, pertinente ed adeguata, diversamente da quanto approssimativamente affermato dall’appellante
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 08.04.2014 n. 1663 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAE’ principio pacifico in giurisprudenza che la mancata impugnazione dell'atto presupposto, non avente natura normativa, e quindi non disapplicabile, rende il ricorso inammissibile.
Nella fattispecie in esame la parte ricorrente ha impugnato l’ordine di demolizione dell’opera abusiva, ma non ha impugnato l'atto presupposto costituito dall’ordinanza con la quale il Comune ha rigettato l’istanza di accertamento di conformità presentata dai ricorrenti il 29.05.2009 ex art. 13 L. 47/1985, ordinando “l’immediata sospensione dei lavori e la messa in pristino delle opere abusivamente realizzate non suscettibili di sanatoria ai sensi dell’art. 13 L. 47/1985.
La mancata impugnazione dell’indicato atto di diniego ha fatto si che lo stesso divenisse inoppugnabile, con la conseguente inammissibilità del ricorso proposto esclusivamente per avversare il successivo ordine di demolizione, tenuto conto da un lato che l'impugnazione dell'ordinanza demolitoria non può costituire il pretesto per proporre censure volte a far valere vizi di un provvedimento presupposto non impugnato, e dall’altro che nessuna utilità sarebbe ritraibile dall'accoglimento di quelle censure, stante la perdurante efficacia dell’atto presupposto, reso intangibile dalla mancata tempestiva impugnazione.

E’ principio pacifico in giurisprudenza che la mancata impugnazione dell'atto presupposto, non avente natura normativa, e quindi non disapplicabile, rende il ricorso inammissibile (cfr. TAR Palermo sez. II 08.10.2013 n. 1755; TAR Campania, Salerno, sez. I, 08.01.2013, n. 30; TAR Campania, Napoli, sez. III, 11.09.2007, n. 7481; Consiglio Stato , sez. V, 10.01.2007, n. 40).
Nella fattispecie in esame la parte ricorrente ha impugnato l’ordine di demolizione dell’opera abusiva, ma non ha impugnato l'atto presupposto costituito dall’ordinanza n. 67 dell’08.06.2009, con la quale il Comune di Roccalumera ha rigettato l’istanza di accertamento di conformità presentata dai ricorrenti il 29.05.2009 ex art. 13 L. 47/1985, ordinando “l’immediata sospensione dei lavori e la messa in pristino delle opere abusivamente realizzate non suscettibili di sanatoria ai sensi dell’art. 13 L. 47/1985”.
La mancata impugnazione dell’indicato atto di diniego ha fatto si che lo stesso divenisse inoppugnabile, con la conseguente inammissibilità del ricorso proposto esclusivamente per avversare il successivo ordine di demolizione, tenuto conto da un lato che l'impugnazione dell'ordinanza demolitoria non può costituire il pretesto per proporre censure volte a far valere vizi di un provvedimento presupposto non impugnato, e dall’altro che nessuna utilità sarebbe ritraibile dall'accoglimento di quelle censure, stante la perdurante efficacia dell’atto presupposto, reso intangibile dalla mancata tempestiva impugnazione (ex multis TAR Toscana Firenze, sez. II, 06.07.2010, n. 2317).
Ciò posto, è evidente che il ricorso introduttivo del presente giudizio deve essere dichiarato inammissibile per omessa impugnazione del provvedimento n. 67 del 08.06.2009, effettivamente adottato ed effettivamente lesivo dell'interesse vantato dai ricorrenti alla conservazione dell'immobile in Roccalumera Via ... (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 31.01.2014 n. 290 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

NOVITA' NEL SITO

Inserito il nuovo bottone: dossier SILOS.

dite la vostra ... RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: R. Lasca, TUTTI* I DIPENDENTI PUBBLICI CONTRATTUALIZZATI DEVONO "SMARCARE" (USANDO IL BADGE o ALTRO) LA PROPRIA PRESENZA AL LAVORO (*con la sola eccezione dei Docenti delle scuole statali)! - Commento ipercritico, ma motivato, a TAR Campania Napoli sez. V sent. n. 1045/2014 (03.04.2014).

DIPARTIMENTO FUNZIONE PUBBLICA

PUBBLICO IMPIEGO: A supporto delle pubbliche amministrazioni il Dipartimento della funzione pubblica ha predisposto un modello per la segnalazione degli illeciti, ai sensi dell'art. 54-bis del d.lgs n. 165 del 2001.
MODELLO PER LA SEGNALAZIONE DI CONDOTTE ILLECITE (c.d. whistleblower).
I dipendenti e i collaboratori che intendono segnalare situazioni di illecito (fatti di corruzione ed altri reati contro la pubblica amministrazione, fatti di supposto danno erariale o altri illeciti amministrativi) di cui sono venuti a conoscenza nell’amministrazione debbono utilizzare questo modello.
Si rammenta che l’ordinamento tutela i dipendenti che effettuano la segnalazione di illecito. In particolare, la legge e il Piano Nazionale Anticorruzione (P.N.A.) prevedono che:
• l’amministrazione ha l’obbligo di predisporre dei sistemi di tutela della riservatezza circa l’identità del segnalante;
• l’identità del segnalante deve essere protetta in ogni contesto successivo alla segnalazione. Nel procedimento disciplinare, l’identità del segnalante non può essere rivelata senza il suo consenso, a meno che la sua conoscenza non sia assolutamente indispensabile per la difesa dell’incolpato;
• la denuncia è sottratta all’accesso previsto dagli articoli 22 ss. della legge 07.08.1990, n. 241;
• il denunciante che ritiene di essere stato discriminato nel lavoro a causa della denuncia, può segnalare (anche attraverso il sindacato) all’Ispettorato della funzione pubblica i fatti di discriminazione.
Per ulteriori approfondimenti, è possibile consultare il P.N.A. (07.04.2014).

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

LAVORI PUBBLICI: Oggetto: Ministero del Lavoro – DURC subappaltatore - Nota n. 37 del 31/03/2014 (ANCE Bergamo, circolare 11.04.2014 n. 81).

AMBIENTE-ECOLOGIA: OGGETTO: Bruciatura di residui vegetali provenienti da attività agricola (Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali - CORPO FORESTALE DELLO STATO - Comando Provinciale Avellino, nota 08.04.2014 n. 3673 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA - VARI: Acquisto delle mappe catastali online - Attivato il nuovo servizio di vendita sul sistema telematico Sister (Agenzia delle Entrate, comunicato stampa 08.04.2014).

ENTI LOCALI: Oggetto: Legge Delrio - "Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni dei comuni" (Ministero dell'Interno, Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali, nota 04.04.2014 n. 4019 di prot.).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Oggetto: DICHIARAZIONE “O.R.SO.” PER GLI IMPIANTI DI TRATTAMENTO RIFIUTI - Rifiuti gestiti nell’anno 2014 (ANCE Bergamo, circolare 04.04.2014 n. 79).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Oggetto: Pagamento del diritto annuale di iscrizione al SISTRI, all’Albo Nazionale Gestori Ambientali e per le imprese che recuperano rifiuti in procedura semplificata (ANCE Bergamo, circolare 04.04.2014 n. 78).

LAVORI PUBBLICI: Oggetto: richiesta di parere circa l'acquisizione del DURC da parte della stazione appaltante al subappaltatore dopo il termine dei lavori (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nota 31.03.2014 n. 6402 di prot.).

TRIBUTIOggetto: Tassa sui rifiuti (TARI). Acconto. Quesito (Ministero dell'Economia e delle Finanze, Dipartimento delle Finanze, nota 24.03.2014 n. 5648 di prot.).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Oggetto: Mobilità volontaria ex art. 30 del D.Lgs. 165/2001. Circolare (Prefettura di Napoli, nota 16.01.2014 n. 3403 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: R.R. 21.11.2011, n. 5 "Attuazione della legge regionale 02.02.2012, n. 5 (Norme in materia di valutazione di impatto ambientale): conferimento di competenze ai Comuni lombardi (Regione Lombardia, Direzione Generale Ambiente, Energia e Reti - Sviluppo Sostenibile e Valutazioni Ambientali, nota 28.02.2012 n. 4262 di prot.).

SINDACATI

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Enti Locali - La riduzione della spesa di personale (CGIL-FP di Bergamo, nota 07.04.2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: La "valorizzazione del merito" ed i "progetti fuori orario" (CGIL-FP di Bergamo, nota 04.04.2014).

PUBBLICO IMPIEGO: Il foglio dei lavoratori della Funzione Pubblica (CGIL-FP di Bergamo, marzo 2014).

UTILITA'

CONDOMINIORiforma del condominio: dopo lo straordinario successo della prima edizione, ecco la nuova guida di BibLus-net (aggiornata alle nuove norme).
La Legge 220/2012 (Riforma del Condominio), entrata in vigore il 18.06.2013, ha sancito una svolta storica nella disciplina relativa al condominio:sono stati ridefiniti i compiti e i requisiti dell’amministratore di condominio, rivisti i quorum deliberativi, introdotte importanti novità come l’obbligo del conto corrente e il decreto ingiuntivo per condomini morosi.
A meno di un anno dalla sua entrata in vigore, la Riforma del Condominio ha già subito importanti correzioni.
Stiamo parlando del Decreto Legge 145/2013 (cosiddetto Decreto Destinazione Italia). Con la conversione in legge del provvedimento, infatti, diventano operative alcune misure e alcune correzioni non prive di importanza per gli operatori.
Il Decreto Destinazione Italia, infatti, prevede:
● l’emanazione di un apposito Regolamento del Ministero della Giustizia che stabilisca i requisiti necessari per esercitare l’attività di formazione degli amministratori, nonché i criteri, i contenuti e le modalità di svolgimento dei relativi corsi di formazione iniziale e periodica;
● l’obbligo di inserire nel Registro di anagrafe condominiale i dati relativi alle condizioni di sicurezza solo delle parti comuni dell’edificio, tralasciando quelle private;
● la possibilità di istituire il fondo speciale per i lavori di manutenzione straordinaria ed innovazioni anche in relazione ai vari stati di avanzamento eventualmente previsti nel contratto;
● la maggioranza degli intervenuti ed almeno la metà dei millesimi per l’irrogazione della sanzione per le infrazioni al regolamento condominiale.
Precisiamo che, in fase di conversione, è stato soppresso il comma che escludeva i lavori per il contenimento energetico dagli interventi di innovazione assoggettati alle maggioranze condominiali. Pertanto, tali interventi rientrano ancora tra le innovazioni che possono essere adottate con il voto favorevole del 50%+1 degli intervenuti all’assemblea e di almeno 500 millesimi di proprietà.
Alla luce di queste novità, la redazione propone la seconda edizione della “Guida alla Riforma del Condominio, un grande successo editoriale di BibLus-net, già apprezzato da migliaia di professionisti, cittadini.
La guida è divisa in quattro sezioni (dedicate all’amministratore, alla gestione delle parti comuni, al regolamento e all’assemblea, al bilancio e alle spese) e contiene tavole sinottiche, norme coordinate e utili tabelle di confronto.
Ricordiamo che ACCA mette gratuitamente a disposizione Condo Free, il servizio che consente agli amministratori di condominio di creare uno spazio gratuito sul web per gestire le proprie attività e comunicare in modo più semplice e veloce con i propri condòmini (10.04.2014 - link a www.acca.it).

EDILIZIA PRIVATANuovo libretto di impianto e nuovi rapporti di controllo, ecco i modelli PDF direttamente compilabili, con note esplicative e help contestuali.
Il D.M. 10.02.2014, in attuazione di quanto previsto dal D.P.R. 74/2013, contiene i nuovi modelli di libretto di impianto e di rapporto di controllo da utilizzare per tutti gli impianti termici di climatizzazione e produzione di acqua calda sanitaria dal primo giugno 2014 (V. art. “Libretto dell’impianto e rapporto di efficienza energetica, ecco i nuovi modelli”).
Libretto di impianto
Il Decreto rende operative le disposizioni del comma 5, dell’art. 7, del D.P.R. 74/2013, il quale stabilisce che gli impianti termici per la climatizzazione e l'acqua calda sanitaria devono essere muniti di un "Libretto di impianto per la climatizzazione".
A partire dal primo giugno 2014, tutti gli impianti termici devono essere dotati del nuovo libretto.
Ricordiamo che, secondo il D.P.R. 74/2013, un impianto termico è definito come un impianto tecnologico destinato ai servizi di climatizzazione invernale e/o climatizzazione estiva e/o produzione di acqua calda sanitaria, indipendentemente dal vettore energetico utilizzato. Non sono considerati impianti termici i sistemi dedicati esclusivamente alla produzione di acqua calda sanitaria al servizio di singole unità immobiliari ad uso residenziale e assimilate.
Quindi il nuovo libretto si applica, ad esempio, ai tradizionali impianti termici di climatizzazione invernale (caldaie), agli impianti termici adibiti alla climatizzazione estiva (i condizionatori d’aria) e agli scambiatori di calore e agli impianti di cogenerazione adibiti al riscaldamento degli ambienti.
Rapporto di efficienza energetica
Dal primo giugno 2014, in occasione dei controlli periodici e di eventuale manutenzione, i tecnici dovranno compilare i nuovi modelli di rapporti di controllo nei seguenti casi:
impianti termici di climatizzazione invernale di potenza utile nominale maggiore di 10 kW, con o senza produzione di acqua calda sanitaria;
impianti termici di climatizzazione estiva di potenza utile nominale maggiore di 12 kW, con o senza produzione di acqua calda sanitaria.
I modelli di rapporto di controllo sono relativi a:
- Gruppi termici
- Gruppi frigo
- Scambiatori
- Cogeneratori
In allegato proponiamo il nuovo libretto e i rapporti di controllo direttamente compilabili in formato PDF e stampabili, completi di note esplicative ed help contestuali (10.04.2014 - link a www.acca.it).

EDILIZIA PRIVATA - VARIDa oggi mappe catastali acquistabili direttamente on-line. Ecco costi e modalità operative.
Da oggi le mappe catastali possono essere acquistate direttamente online, senza recarsi in ufficio.
Il nuovo servizio è disponibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate per gli utenti già abbonati alla piattaforma Sister che potranno richiedere le mappe relative a tutte le province italiane, fatta eccezione per Trento e Bolzano.
L’acquisto online ha gli stessi costi applicati alle riproduzioni delle mappe in formato digitale rilasciate presso gli Uffici (Provvedimento del 19.03.2003 Agenzia del Territorio).
In allegato, oltre al Comunicato dell’Agenzia delle Entrate, proponiamo un documento di sintesi con la descrizione di Sister (funzionamento e costi) e i costi di acquisto delle mappe, sia per privati e che per PA (10.04.2014 - link a www.acca.it).

PUBBLICO IMPIEGO - VARICome prevenire i rischi legati all’uso del videoterminale. Dal SUVA l’opuscolo con i consigli da seguire.
I lavoratori che utilizzano abitualmente il videoterminale possono essere esposti a disturbi che interessano l’apparato muscolo-scheletrico, comportando un abbassamento della vista e un affaticamento mentale.
Osservando alcune semplici regole è possibile prevenire molti disturbi.
Al fine di rendere la postazione di lavoro confortevole e prevenire i rischi per chi lavora al videoterminale, il SUVA svizzero ha pubblicato l’opuscolo “Nove consigli per lavorare comodi, in cui fornisce i rimedi per lavorare in tutta comodità:
- Evitare riflessi e abbagliamenti
- Regolare la sedia
- Regolare l’altezza del tavolo
- Posizionare schermo, tastiera, documenti
- Regolare l’altezza dello schermo
- Mantenere la distanza
- Indossare occhiali per PC
- Fare movimento e pause regolari
- Lavorare comodi con il notebook
Il documento è utilizzabile dai lavoratori per operare in tutta sicurezza e dai datori di lavoro per formare e informare correttamente il personale e sistemare adeguatamente le postazioni di lavoro (10.04.2014 - link a www.acca.it).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

EDILIZIA PRIVATA - ENTI LOCALI - VARI: B.U.R. Lombardia, supplemento n. 15 dell'11.04.2014, "Legge regionale 19.02.2014, n. 11 «Impresa Lombardia: per la libertà di impresa, il lavoro e la competitività», pubblicata sul BURL n. 8, supplemento del 20.02.2014" (avviso di rettifica).

EDILIZIA PRIVATA: G.U. 09.04.2014 n. 83 "Modifiche ed integrazioni al decreto 24.05.2002, recante norme di prevenzione incendi per la progettazione, costruzione ed esercizio degli impianti di distribuzione stradale di gas naturale per autotrazione" (Ministero dell'Interno, decreto 31.03.2014).

EDILIZIA PRIVATA: G.U. 09.04.2014 n. 83 "Modifiche ed integrazioni all’allegato A al decreto del Presidente della Repubblica 24.10.2003, n. 340, recante la disciplina per la sicurezza degli impianti di distribuzione stradale di G.P.L. per autotrazione" (Ministero dell'Interno, decreto 31.03.2014).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 15 del 09.04.2014, "Deliberazione Giunta regionale 20.12.2013 - n. X/1193 «Disposizioni attuative finalizzate alla valutazione delle istanze per l’autorizzazione all’apertura o alla modificazione delle grandi strutture di vendita conseguenti alla d.c.r. 12.11.2013 n. X/187 ‘Nuove linee per lo sviluppo delle imprese del settore commerciale’», pubblicata sul BURL n. 53, Serie Ordinaria del 31.12.2013" (avviso di rettifica).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 15 dell'08.04.2014, "Secondo aggiornamento 2014 dell’elenco degli enti locali idonei all’esercizio delle funzioni paesaggistiche (l.r. 12/2005, art. 80)" (decreto D.S. 04.04.2014 n. 2894).

EDILIZIA PRIVATA: G.U. 07.04.2014 n. 81 "Regolamento concernente l’individuazione delle modalità in base alle quali si tiene conto del rating di legalità attribuito alle imprese ai fini della concessione di finanziamenti da parte delle pubbliche amministrazioni e di accesso al credito bancario, ai sensi dell’articolo 5-ter, comma 1, del decreto-legge 24.01.2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24.03.2012, n. 27" (Ministero dell'Economia e delle Finanze, decreto 20.02.2014 n. 57).

ENTI LOCALI: G.U. 07.04.2014 n. 81 "Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni" (Legge 07.04.2014 n. 56).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 15 del 07.04.2014, "Pubblicazione ai sensi dell’articolo 5 del regolamento regionale 21.01.2001, n. 1, dell’elenco dei tecnici competenti in acustica ambientale riconosciuti dalla Regione Lombardia alla data del 31.03.2014, in attuazione dell’articolo 2, commi 6 e 7, della legge 26.10.1995, n. 447 e della deliberazione di Giunta regionale 06.08.2012, n. IX/3935" (comunicato regionale 02.04.2014 n. 45).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

PUBBLICO IMPIEGO: B. Consales, Concorsi pubblici: legittimo l’accesso in aula, durante la prova orale, ai candidati che non l’abbiano ancora sostenuta (10.04.2014 - link a www.diritto.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: G. Fasano, Il principio del previo esperimento della mobilità alla luce della recente pronuncia del Consiglio di Stato del 17.01.2014 n. 178 (08.04.2014 - link a www.diritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: B. Antoci, Usucapione speciale per la piccola proprietà rurale ex art. 1159-bis del Codice Civile (07.04.2014 - tratto da www.diritto.it).

EDILIZIA PRIVATA - VARI: M. Fumagalli, Garanzie in favore di soggetti privati (Legge 02.08.2004 n. 210 e Decreto Legislativo n. 122/2005 – tutela dei diritti patrimoniali degli acquirenti di immobili da costruire) (07.04.2014 - link a www.diritto.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: G. Fasano, Il pubblico concorso deve accertare la professionalità del candidato, non il possesso di requisiti formali (Tar Lombardia, sez. IV, 27.02.2014 n. 549) (07.04.2014 - link a www.diritto.it).

APPALTI SERVIZI: C. Volpe, L’affidamento in house di servizi pubblici locali e strumentali: origine ed evoluzione più recente dell’istituto alla luce della normativa e della giurisprudenza europea e nazionale (07.04.2014 - tratto da www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: M. G. Fumarola, Ritardi nella conclusione del procedimento amministrativo e responsabilità della P.A. (24.03.2014 - link a www.filodiritto.com).

PUBBLICO IMPIEGO: P. M. Zerman, Il mobbing tra responsabilità amministrativo-contabile e illecito disciplinare (marzo 2014 - tratto da www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: R. Caponigro, IL TEMPO COME BENE DELLA VITA.
1. Premessa – 2. Il tempo nell’azione amministrativa – 2.1 La durata del procedimento – 2.2 L’attività amministrativa obbligatoria – 2.3 La responsabilità pubblica da mero ritardo – 3. Il tempo nel processo amministrativo – 3.1 Il tempo come misura del danno e l’esigenza di tempestività del giudizio – 3.2 Il rilievo del tempo nell’interesse al ricorso – 3.3 Il dominus del ricorso ed i tempi del processo - 4. Conclusioni (18.02.2014 - tratto da www.giustizia-amministrativa.it).

QUESITI & PARERI

CONSIGLIERI COMUNALI: OSSERVATORIO VIMINALE/ Vicesindaco a costo zero. Non è dovuta alcuna indennità di funzione. Il trattamento economico da corrispondere al vicario del primo cittadino.
Al vicesindaco spetta tuttora l'indennità di funzione nella misura del 15% rispetto a quella già prevista per il sindaco, come disposto dal dm n. 119/2000, alla luce delle nuove disposizioni recate dall'art.16, comma 17, del dl 13 agosto 2011, n, 138, convertito nella legge 14 settembre 2011, n. 148, che ha previsto, nei comuni fino a 1.000 abitanti, la presenza dei soli consiglieri comunali?

In merito il ministero dell'interno ha evidenziato la necessità, per i comuni con popolazione inferiore ai 1.000 abitanti, di nominare il vicesindaco tra i consiglieri eletti, al fine dell'esercizio delle indefettibili funzioni sostitutive che l'art. 53 del Tuel assegna a tale figura.
Solo a tale fine, la figura del vicesindaco viene disegnata nell'ambito dei consiglieri comunali eletti, rimanendo estranea ai compiti di amministrazione spettanti alla giunta, in tali enti soppressa, salvo entrare nella pienezza delle funzioni nel momento in cui si verifica la vacanza della carica dell'organo di vertice.
In proposito, il Consiglio di stato (Sez. I, par. n. 501 del 14.6.2001) ha specificato che il vicesindaco, da un punto di vista funzionale «è il vicario del sindaco, cioè l'organo persona-fisica stabilmente destinato a esercitare le funzioni del titolare in ogni caso di mancanza, assenza o impedimento» e, nel caso di rimozione, decadenza o decesso del sindaco, la sostituzione ha un carattere stabile, fino a nuove elezioni.
In ordine all'indennità di funzione spettante al vicesindaco dell'ente in questione, si richiamano le disposizioni recate dall'art. 16, comma 18, del citato dl 138/2011, ove si stabilisce che ai consiglieri dei comuni con popolazione fino a 1.000 abitanti non sono applicabili le previsioni di cui all'art. 82 del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267.
Considerate le finalità del citato dl 138/2011, convertito nella legge 148/2011, volte al contenimento della spesa pubblica, si ritiene che all'amministratore che espleta le funzioni del vicesindaco non sia dovuta la corresponsione di alcuna indennità di funzione (articolo ItaliaOggi dell'11.04.2014).

CONSIGLIERI COMUNALI: OSSERVATORIO VIMINALE/ Mozione di sfiducia.
Qual è la modalità di formalizzazione della mozione di sfiducia presentata nei confronti del sindaco, ai sensi dell'art. 52 del Tuel?
Il legislatore, nel delineare l'istituto della mozione di sfiducia, ha indicato i requisiti e le condizioni che ne consentono l'esame da parte del consiglio comunale, dettando una specifica tempistica del procedimento.
In particolare, la mozione deve essere messa in discussione non prima di dieci giorni e non oltre trenta dalla sua presentazione, con chiaro intento di cristallizzare il suo svolgimento entro un arco temporale limitato.
Una lettura coerente del dettato normativo implica che la presentazione e, quindi, la sottoscrizione da parte del prescritto quorum di consiglieri, debba avvenire se non contestualmente, in un arco temporale ragionevolmente breve, utile anche al fine di consentire a ciascun sottoscrittore di avere una cognizione precisa dell'identità (e, quindi, dell'appartenenza politica) degli altri firmatari, per una valutazione compiuta della propria adesione all'iniziativa in questione.
Nel caso di specie, si ritiene che non possa essere validamente ammessa una mozione di sfiducia sottoscritta dagli interessati consiglieri comunali, nel corso di undici mesi, fino al raggiungimento del numero di amministratori richiesto dall'art. 52 citato. Il documento configura, quindi, un'iniziativa politica, e con ciò esaurisce i propri poteri, alla quale non possono essere riconosciuti i caratteri della mozione di sfiducia, essendo sottoscritto da quattro consiglieri (anziché dai due quinti come prescritto dal richiamato art. 52 del Tuel) (articolo ItaliaOggi dell'11.04.2014).

PUBBLICO IMPIEGO: Retribuzione mansioni superiori.
Domanda
Sono un dipendente di un ente pubblico e da un anno svolgo mansioni superiori rispetto alla mia qualifica di appartenenza. Vorrei sapere se ho diritto alla relativa retribuzione anche in assenza di un esplicito provvedimento di conferimento.
Risposta
La Cassazione - Sezione Lavoro, con sentenza n. 796 del 16.01.2014, ha stabilito che il diritto a percepire una retribuzione, commisurata alle mansioni effettivamente svolte, non è condizionato all'esistenza di un provvedimento del superiore gerarchico che disponga l'assegnazione.
Anche nel pubblico impiego è applicabile l'art. 36 della Costituzione nella parte in cui attribuisce al lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato.
È fondamentale che le mansioni superiori assegnate siano state svolte, sotto il profilo quantitativo e qualitativo, nella loro pienezza e che, in relazione all'attività spiegata, siano stati esercitati i poteri e assunte le responsabilità correlate alle mansioni superiori.
L'obbligo di integrare il trattamento economico del dipendente, nella misura della quantità del lavoro effettivamente prestato, prescinde dalla eventuale irregolarità dell'atto o dall'assegnazione o meno dell'impiegato a mansioni superiori.
Il mantenere l'impiegato a mansioni superiori, oltre i limiti stabiliti dalla legge, determina una mera illegalità che non priva il dipendente della tutela collegata al rapporto di lavoro.
Il cattivo uso di assegnazione di mansioni superiori comporta la responsabilità disciplinare, patrimoniale ed eventualmente penale del dirigente, ma non vale a giustificare in alcun modo la lesione di un diritto di rilevanza costituzionale.
Le sole ipotesi nelle quali può essere disconosciuto il diritto alla retribuzione superiore sono circoscritte ai casi in cui, l'espletamento di mansioni superiori, sia avvenuto all'insaputa o contro la volontà dell'ente oppure allorquando sia il frutto della fraudolenta collusione tra dipendente e dirigente (articolo ItaliaOggi Sette del 07.04.2014).

APPALTI: Gare telematiche.
Domanda
In qualità di Amministrazione aggiudicatrice, vorremmo sapere se, nelle gare gestite in via telematica, le dichiarazioni e le offerte sottoscritte con la firma digitale devono essere accompagnate da una copia del documento di identità.
Risposta
Il Consiglio di Stato con sentenza n. 4676/2013 ha precisato che l'apposizione della firma digitale, nelle gare gestite in forma telematica, «è di per sé idonea a soddisfare i requisiti dichiarativi di cui al comma 3 dell'articolo 38 del dpr 445 del 2000, anche in assenza dell'allegazione in atti di copia del documento di identità del dichiarante».
In linea di principio le dichiarazioni rese, ai sensi degli articoli 38 e 47 del dpr 445 del 2000, attraverso l'apposizione di una firma digitale, non esonerano il dichiarante dall'onere di allegare copia di un proprio documento di identità.
Tuttavia la gara in questione è stata interamente gestita in forma telematica e l'articolo 77, comma 6, lettera b, del dlgs 163/2006 stabilisce che «le offerte presentate per via elettronica possono essere effettuate solo utilizzando la firma elettronica digitale come definita e disciplinata dal decreto legislativo 07.03.2005, n. 82».
Il comma 1 dell'articolo 65 del dlgs 82 del 2005 precisa che le istanze e le dichiarazioni, presentate alle pubbliche amministrazioni per via telematica, sono valide se sottoscritte mediante la firma digitale il cui certificato è rilasciato da un certificatore accreditato. La norma di riferimento non subordina in alcun modo il riconoscimento di tale validità alla condizione che l'apposizione della firma digitale sia accompagnata dalla copia del documento di identità (articolo ItaliaOggi Sette del 07.04.2014).

ATTI AMMINISTRATIVIOSSERVATORIO VIMINALE/ Le delibere vanno online. Obbligo di pubblicità anche per le determine. L'albo pretorio è stato ormai soppiantato dal sito web istituzionale.
La pubblicazione online delle delibere di giunta comunale e delle determinazioni adottate dai responsabili di settore ha valore di pubblicità legale dei provvedimenti e degli atti amministrativi alla stregua della pubblicazione nell'albo pretorio?

L'art. 32, comma 1, della legge 28.06.2009, n. 69, recante norme per l'eliminazione degli sprechi relativi al mantenimento di documenti in forma cartacea, dispone che «gli obblighi di pubblicazione di atti e provvedimenti amministrativi aventi effetto di pubblicità legale si intendono assolti con la pubblicazione nei propri siti informatici da parte delle amministrazioni e degli enti pubblici obbligati; il successivo comma 5 prevede, altresì, che a decorrere dall'01.01.2011 le pubblicità effettuate in forma cartacea non hanno effetto di pubblicità legale».
La disposizione in parola ha implicitamente modificato l'art. 124 del decreto legislativo n. 267/2000 nella parte in cui disponeva che la pubblicazione avvenisse «mediante affissione all'albo pretorio nella sede dell'ente», sostituita dalla pubblicazione sul sito istituzionale dell'ente, fermo restando il termine di 15 giorni consecutivi, salvo specifiche disposizioni di legge. Il legislatore è successivamente intervenuto con l'articolo 9, comma 5-bis, del dl n. 179, del 18.10.2012, convertito dalla legge n. 221, del 17.12.2012, sostituendo espressamente le parole «affissione», contenute nel citato articolo 124, con «pubblicazione». Pertanto, lo strumento informatico ha sostituito il tradizionale albo pretorio, rimanendo inalterati, sotto la nuova forma, gli obblighi di pubblicazione.
Il decreto legislativo n. 33, del 14.03.2013, disponendo il riordino della disciplina degli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione delle informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni ha, peraltro, rafforzato l'esigenza di pubblicità degli atti.
In merito il Consiglio di stato, con la sentenza n.1370 del 15.03.2006, ha stabilito che «la pubblicazione all'albo pretorio del comune è prescritta dall'art. 124, T.u. n. 267/2000 per tutte le deliberazioni del comune e della provincia ed essa riguarda non solo le deliberazioni degli organi di governo (consiglio e giunta municipale) ma anche le determinazioni dirigenziali».
Anche il Tar Campania, sezione I, con sentenza n. 03090/2012 del 28.06.2012 ha ritenuto che la pubblicazione all'albo pretorio del comune è prescritta per tutte le deliberazioni del comune e della provincia ed essa riguarda non solo le deliberazioni degli organi di governo (consiglio e giunta municipale), ma anche le determinazioni dirigenziali, esprimendo la parola «deliberazione» «ab antiquo» sia risoluzioni adottate da organi collegiali che da organi monocratici con l'intento di rendere pubblici tutti gli atti degli enti locali di esercizio del potere deliberativo, indipendentemente dalla natura collegiale o meno dell'organo emanante; secondo il citato Tribunale amministrativo la pubblicazione, nel caso in cui non si richieda una notifica individuale, vale di per sé ad integrare la piena conoscenza del provvedimento e il termine per impugnare le relative determinazioni decorre al più tardi dall'ultimo giorno della relativa pubblicazione.
L'inclusione delle determinazioni tra gli atti soggetti all'obbligo di pubblicazione è stata sostenuta anche dall'ente nazionale per la digitalizzazione della pubblica amministrazione - Digit Pa, nelle «Linee guida per i siti web della pubblica amministrazione» e in particolare nel «Vademecum sulle modalità di pubblicazione dei documenti nell'albo on-line», predisposto sulla base della direttiva n. 8 del 26.11.2009 del ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione.
In particolare, «per gli enti locali l'attività dell'albo consiste nella pubblicazione di tutti quegli atti sui quali viene apposto il referto di pubblicazione, includendo tra tali atti le deliberazioni ed altri provvedimenti comunali tra cui anche le determinazioni in argomento». Tali linee guida si aggiungono a quelle, adottate con deliberazione in data 19.04.2007, «in materia di trattamento dei dati personali per finalità di pubblicazione e diffusione di atti e documenti di enti locali» che, al punto 6, dedicano appositi chiarimenti sulla «pubblicità assicurata mediante pubblicazione all'albo pretorio».
Pertanto le deliberazioni dell'ente, ivi comprese quelle di giunta, e le determinazioni devono essere rese leggibili integralmente nei termini di legge; qualora emergano esigenze di riservatezza, gli atti devono essere pubblicati con i limiti prescritti dall'articolo 4 del citato decreto legislativo n. 33, del 14.03.2013 e con gli accorgimenti individuati dal Garante per la protezione dei dati personali (articolo ItaliaOggi del 04.04.2014 - tratto da www.centroctsudicni.it).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Rilascio di autorizzazione paesaggistica in area contigua ai Parchi - Risposta a quesito (Regione Emilia Romagna, nota 21.10.2011 n. 256409 di prot.).

CORTE DEI CONTI

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOFondo incentivante, la libertà di calcolo non convince.
La Corte dei conti Lombardia lascia libertà di calcolo sui vincoli di finanza pubblica applicati al fondo incentivante, ma le perplessità aumentano. La questione nasce dalla disposizione del comma 2-bis art. 9 del dl n. 78/2010 che, oltre a prevedere un tetto all'ammontare complessivo delle risorse annualmente destinate al trattamento accessorio del personale, ancorato all'anno 2010, stabilisce che tale importo «è comunque automaticamente ridotto in misura proporzionale alla riduzione del personale in servizio».
Ragioneria generale dello stato, Aran e magistratura contabile si sono pronunciate più volte sulla questione, contribuendo a chiarirne la portata applicativa con riferimento sia alle specifiche risorse da assoggettare al prescritto contenimento, sia alle modalità con cui calcolarne la riduzione proporzionale alla cessazione del personale. Ma i contrasti interpretativi non sono mancati.

Il recente parere 17.03.2014 n. 116 della Sezione regionale di controllo della Corte dei conti della Lombardia, uscita nei giorni scorsi, ha reso ancora più incerto il quadro applicativo.
La sezione, aderendo al consolidato indirizzo interpretativo enunciato dalla Ragioneria generale dello stato con la circolare n. 12 del 15.04.2011, ha ritenuto legittimo procedere alla riduzione del fondo destinato alla remunerazione del trattamento accessorio del personale sulla base del confronto tra il valore medio delle unità di personale presenti nell'anno di riferimento rispetto al valore medio relativo all'anno 2010. Ma, contestualmente, ha considerato ammissibile anche il diverso criterio proposto dalla Conferenza delle regioni secondo cui «nel calcolo dell'entità annuale di riduzione delle risorse si dovrà tener conto della data di cessazione del personale fuoriuscito, operando pertanto una riduzione in termini di rateo».
A giudizio del collegio difatti, entrambe le modalità di calcolo appaiono idonee, in conformità alla lettera della norma, ad assicurare l'automatismo e la proporzionalità della riduzione, rapportando l'entità del fondo, complessivamente considerata in tutte le componenti, al numero dei dipendenti cessati. La differenza in termini di quantificazione delle risorse, però, è cospicua, se si considera che con il secondo sistema di calcolo eventuali cessazioni intervenute nell'ultimo periodo dell'anno riducono solo pro rata le relative spettanze.
Tale ultimo criterio, come al riguardo affermato dalla Corte dei conti sezione di controllo per l'Emilia Romagna nel parere reso con la deliberazione n. 223/2013, «appare maggiormente equo rispetto al sistema della media dei dipendenti in servizio, in quanto tiene conto della data di effettiva cessazione delle singole unità di personale e, conseguentemente, del diritto maturato da queste ultime all'attribuzione del trattamento accessorio per il periodo di permanenza in servizio», ma ha lo svantaggio di rendere più complessi i calcoli richiesti.
Secondo l'interpretazione della sezione lombarda, dunque, ogni singolo ente è libero di scegliere, nell'esercizio della propria discrezionalità amministrativa, quale delle due metodologie di computo utilizzare per determinare la decurtazione del fondo. Va viceversa escluso, conclude la Corte, che la riduzione possa essere parametrata in via esclusiva al trattamento effettivamente corrisposto ai singoli dipendenti cessati dal servizio, posto che «l'applicazione della norma di legge deve avvenire, in ogni caso, sulla base di un criterio generale e univoco che, come tale, non può essere rapportato a specifiche situazioni di fatto a seconda dell'esito più o meno favorevole che ne possa scaturire».
Per quanto suggestiva, la tesi dei giudici lombardi non pare tuttavia pienamente convincente, poiché trascura il fatto che il tetto di spesa imposto dal legislatore è riferito al fondo per il trattamento accessorio costituito annualmente dalle amministrazioni e non all'insieme delle remunerazioni accessorie da corrispondere ai dipendenti.
Pertanto, sembra più lineare la tesi della Ragioneria generale dello stato secondo cui le cessazioni intervenute in corso d'anno rilevano interamente ai fini della determinazione della semisomma del personale in servizio, che costituirà la base di calcolo su cui applicare la riduzione relativa al personale cessato (articolo ItaliaOggi del 04.04.2014).

LAVORI PUBBLICI: E' illegittima la disposizione commissariale di approvazione di una transazione con l'impresa esecutrice dei lavori d'intervento su di uno stato d'emergenza, poiché il provvedimento risulta carente nell'impianto motivazionale, non essendo sufficientemente esplicitate le ragioni di convenienza ed opportunità della transazione, e poiché l'accordo transattivo ha ad oggetto pretese economiche vantate dall'impresa esecutrice dei lavori al di fuori della procedura e al di là dei termini previsti dal D.Lgs. n. 163/2006, pretese dalle quali l'impresa risulta decaduta, non avendole essa fatte valere in sede di riserve.
Le riserve consistono nelle annotazioni sul registro della contabilità da parte dell’appaltatore, riferite a contestazioni o problemi insorti nel corso dell’esecuzione dei lavori o al termine degli stessi, da formularsi in modo specifico e contenenti, a pena di inammissibilità, la precisa quantificazione della pretesa di carattere patrimoniale.
L’onere della riserva a carico dell’appaltatore deve intendersi a carattere generale, poiché non è limitato alle pretese che traggono origine dal rilevamento e dalla registrazione dei lavori eseguiti, ma include, altresì, le richieste di ulteriori compensi ed indennizzi concernenti prestazioni o fatti dannosi connessi con l’esecuzione dei lavori.
La mancata tempestiva iscrizione di riserva relativa a qualsivoglia maggior costo asseritamente sostenuto dall’impresa esecutrice dell’appalto di opera pubblica comporta la decadenza dell’appaltatore dal diritto al pagamento per i maggiori costi delle opere eseguite.
Infatti, nell’appalto di opere pubbliche, l’onere della riserva a carico dell’appaltatore è preordinato a consentire all’Amministrazione committente di essere informata di ogni situazione suscettibile di turbare il regolare svolgimento del contratto e d’incidere sul costo complessivo dell’opera, anche aggravandolo; l’onere della riserva ha, infatti, la sua ragion d’essere nella tutela della P.A., la quale deve poter valutare, in ogni momento, l’opportunità del mantenimento ovvero del recesso dal rapporto di appalto in relazione al perseguimento dei fini d’interesse pubblico.
Coerentemente, la ratio della procedura di accordo bonario di cui all’art. 240 del D.Lgs. n. 163/2006 è quella di evitare che le controversie in materia di appalti rappresentino, per le Amministrazioni, gravose sopravvenienze passive e veri e propri debiti fuori bilancio sommersi. In funzione di ciò e per tenere sotto controllo la spesa pubblica, il legislatore ha imposto l’obbligatorietà della procedura per il tentativo di accordo bonario, laddove l’Amministrazione riconosca l’eventualità di una possibile ammissibilità e fondatezza delle riserve sollevate.
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Ai sensi dell’art. 239 del D.Lgs. n. 163/2006, la transazione (disciplinata dall’art. 1954 c.c.) risulta mezzo ordinario e generale di risoluzione delle controversie relative a diritti soggettivi scaturenti dall’esecuzione dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, ovviamente nel presupposto dell’esistenza dei requisiti (civilistici) della res litigiosa, della disponibilità dei diritti oggetto della transazione, delle reciproche concessioni delle parti nell’accordo transattivo.
Inoltre, nell’ambito specifico degli appalti pubblici, occorre, altresì, considerare le garanzie apprestabili all’interesse pubblico quando l’Amministrazione si accinga alla stipula di un accordo transattivo e, a tal proposito, si evidenzia la necessità che, nell’ambito del procedimento volto alla stipula di un accordo transattivo da parte della P.A., sia adeguatamente rappresentato il quadro problematico del contenzioso in essere o potenziale, nonché lo scenario dei rischi che esso comporta e l’adeguatezza -anche sotto un profilo di proporzionalità– della soluzione proposta od accettata in sede transattiva, sulla scorta della ritenuta fondatezza di una ancor più ampia pretesa della controparte.
Correlativamente, momento essenziale della transazione è costituito, dal punto di vista dell’Amministrazione pubblica, dall’impianto motivazionale che si pone a suo fondamento.
Infatti, mentre nell’ambito dei rapporti tra privati sono irrilevanti i motivi di convenienza che inducono le parti ad addivenire all’accordo transattivo, diversa è la posizione dell’Amministrazione pubblica, la quale ha il dovere di enunciare, nel relativo provvedimento e a pena d’invalidità dell’atto, le ragioni di fatto e di diritto in base alle quali è possibile soddisfare l’interesse pubblico attraverso il ricorso alla transazione, ossia più precisamente: la consistenza delle questioni giuridiche controverse, la sussistenza dei presupposti per procedere alla definizione transattiva e i rischi connessi al contenzioso e quindi la convenienza ed opportunità della transazione.
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L’impianto motivazionale della disposizione commissariale in esame appare, in relazione a quanto sopra evidenziato, carente sotto diversi profili, non risultando sufficientemente esplicitate le ragioni di convenienza ed opportunità della transazione.

Infatti, e soprattutto, risulta mancare il presupposto della res litigiosa, posto che l’accordo transattivo in esame ha ad oggetto pretese economiche vantate dall’impresa esecutrice dei lavori al di fuori della procedura e al di là dei termini previsti dal D.Lgs. n. 163/2006. Da tali pretese, l’impresa esecutrice dei lavori risulta decaduta, non avendole essa fatte valere in sede di riserve, come emerge anche dal contenuto nel verbale sottoscritto in data 22.02.2011 nell’”incontro per l’esame delle riserve avanzate dall’impresa appaltatrice dei lavori”.
Sotto questo profilo, appare del pari censurabile il riferimento contenuto testualmente nel provvedimento in esame alla “definitiva e totale tacitazione e soddisfazione delle pretese avanzate mediante l’iscrizione in contabilità di n. 8 riserve”, riserve da cui l’impresa risulta ormai decaduta.
Sulla base delle sopra esposte considerazioni, il Collegio ritiene che il provvedimento in esame sia illegittimo, risultando assorbita la questione riguardante la copertura finanziaria dello stesso.

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Passando all’esame della seconda questione (motivazione del provvedimento e legittimità del procedimento di transazione) che ha formato oggetto di contraddittorio con l’Amministrazione, il Collegio osserva quanto segue.
Com’è noto, l’art. 240 del D.Lgs. 12.04.2006, n. 163 prevede la procedura di accordo bonario, qualora, a seguito dell’iscrizione di riserve sui documenti contabili, l’importo economico dell’opera possa variare in misura sostanziale e in ogni caso non inferiore al dieci per cento dell’importo contrattuale.
Al fine di precisare la questione e valutare la legittimità del procedimento seguito dal Commissario Straordinario è opportuno rilevare che
le riserve consistono nelle annotazioni sul registro della contabilità da parte dell’appaltatore, riferite a contestazioni o problemi insorti nel corso dell’esecuzione dei lavori o al termine degli stessi, da formularsi in modo specifico e contenenti, a pena di inammissibilità, la precisa quantificazione della pretesa di carattere patrimoniale.
L’onere della riserva a carico dell’appaltatore deve intendersi a carattere generale, poiché non è limitato alle pretese che traggono origine dal rilevamento e dalla registrazione dei lavori eseguiti, ma include, altresì, le richieste di ulteriori compensi ed indennizzi concernenti prestazioni o fatti dannosi connessi con l’esecuzione dei lavori (in tal senso, Cass. n. 23670/2006).
La mancata tempestiva iscrizione di riserva relativa a qualsivoglia maggior costo asseritamente sostenuto dall’impresa esecutrice dell’appalto di opera pubblica comporta la decadenza dell’appaltatore dal diritto al pagamento per i maggiori costi delle opere eseguite (Cass. nn. 203/2001 e 13440/2003).
Infatti, nell’appalto di opere pubbliche, l’onere della riserva a carico dell’appaltatore è preordinato a consentire all’Amministrazione committente di essere informata di ogni situazione suscettibile di turbare il regolare svolgimento del contratto e d’incidere sul costo complessivo dell’opera, anche aggravandolo (Cass. n. 2395/1989); l’onere della riserva ha, infatti, la sua ragion d’essere nella tutela della P.A., la quale deve poter valutare, in ogni momento, l’opportunità del mantenimento ovvero del recesso dal rapporto di appalto in relazione al perseguimento dei fini d’interesse pubblico (tra le altre, Cass. nn. 13500/2004, 13399/1999, 6911/1982).
Coerentemente, la ratio della procedura di accordo bonario di cui all’art. 240 del D.Lgs. n. 163/2006 è quella di evitare che le controversie in materia di appalti rappresentino, per le Amministrazioni, gravose sopravvenienze passive e veri e propri debiti fuori bilancio sommersi. In funzione di ciò e per tenere sotto controllo la spesa pubblica, il legislatore ha imposto l’obbligatorietà della procedura per il tentativo di accordo bonario, laddove l’Amministrazione riconosca l’eventualità di una possibile ammissibilità e fondatezza delle riserve sollevate.
E proprio per questa ragione, lo stesso contratto di appalto concluso fra il Commissario delegato ed ICOSE s.p.a. prevedeva che eventuali controversie fossero risolte per il tramite della procedura di accordo bonario.
Nel caso di specie, dall’istruttoria effettuata risulta che sono state iscritte complessivamente n. 8 riserve dall’impresa esecutrice nei registri di contabilità n. 1 e n. 2, negli stati di avanzamento n. 1 e n. 2, nonché nello stato finale dei lavori, incentrate sulla pretesa al riconoscimento e alla liquidazione degli oneri conseguenti a maggiori lavorazioni che si sarebbero rese necessarie per “garantire la geometria progettuale e la verticalità del diaframma”.
Dai documenti acquisiti dalla Sezione si evince che tali riserve risultano rigettate nella relazione riservata del Direttore dei lavori del 18.10.2010, nella relazione riservata del RUP del 05.07.2011, nonché nella relazione e certificato di collaudo del 09.12.2010 poiché sono state ritenute infondate.
In sede istruttoria l’Amministrazione ha precisato che la transazione in esame afferisce, invece, alla definizione di tre distinte ed autonome “richieste” formulate dalla stessa impresa esecutrice che non avrebbero formato oggetto di riserva: il riconoscimento di un importo per maggiori oneri non previsti e derivati dalle difficoltà riscontrate nell’esecuzione dei lavori per imprevisti geologici verificatisi nell’ultimo tratto dell’opera; il riconoscimento di un importo a compenso della lavorazione aggiuntiva di lieve entità richiesta dal Collaudatore dei lavori; la disapplicazione della penale prevista dal Collaudatore in corso d’opera nel proprio certificato di collaudo in data 09.12.2010 per il ritardo sul termine di ultimazione dei lavori.
Dall’esame della disposizione commissariale n. 44 del 12.04.2012, oggetto di controllo in questa sede, risulta il riconoscimento all’impresa ICOSE s.p.a. della somma omnicomprensiva di euro 118.443,08 oltre IVA “a definitiva e totale tacitazione e soddisfazione delle pretese avanzate mediante l’iscrizione in contabilità di n. 8 riserve” e la “definizione di ogni rapporto contrattuale conseguente l’affidamento e l’esecuzione dei lavori di messa in sicurezza della falda sottostante l’area dell’ex stabilimento “Ecolibarna” mediante la stipula con l’impresa ICOSE s.p.a. di apposito atto transattivo che forma parte integrante del provvedimento".
Com’è noto,
ai sensi dell’art. 239 del D.Lgs. n. 163/2006, la transazione (disciplinata dall’art. 1954 c.c.) risulta mezzo ordinario e generale di risoluzione delle controversie relative a diritti soggettivi scaturenti dall’esecuzione dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, ovviamente nel presupposto dell’esistenza dei requisiti (civilistici) della res litigiosa, della disponibilità dei diritti oggetto della transazione, delle reciproche concessioni delle parti nell’accordo transattivo.
Inoltre, nell’ambito specifico degli appalti pubblici, occorre, altresì, considerare le garanzie apprestabili all’interesse pubblico quando l’Amministrazione si accinga alla stipula di un accordo transattivo e, a tal proposito, si evidenzia la necessità che, nell’ambito del procedimento volto alla stipula di un accordo transattivo da parte della P.A., sia adeguatamente rappresentato il quadro problematico del contenzioso in essere o potenziale, nonché lo scenario dei rischi che esso comporta e l’adeguatezza -anche sotto un profilo di proporzionalità– della soluzione proposta od accettata in sede transattiva, sulla scorta della ritenuta fondatezza di una ancor più ampia pretesa della controparte.
Correlativamente, momento essenziale della transazione è costituito, dal punto di vista dell’Amministrazione pubblica, dall’impianto motivazionale che si pone a suo fondamento.
Infatti, mentre nell’ambito dei rapporti tra privati sono irrilevanti i motivi di convenienza che inducono le parti ad addivenire all’accordo transattivo, diversa è la posizione dell’Amministrazione pubblica, la quale ha il dovere di enunciare, nel relativo provvedimento e a pena d’invalidità dell’atto, le ragioni di fatto e di diritto in base alle quali è possibile soddisfare l’interesse pubblico attraverso il ricorso alla transazione, ossia più precisamente: la consistenza delle questioni giuridiche controverse, la sussistenza dei presupposti per procedere alla definizione transattiva e i rischi connessi al contenzioso e quindi la convenienza ed opportunità della transazione.

Con riferimento al caso di specie, il Collegio osserva che
l’impianto motivazionale della disposizione commissariale in esame appare, in relazione a quanto sopra evidenziato, carente sotto diversi profili, non risultando sufficientemente esplicitate le ragioni di convenienza ed opportunità della transazione.
Infatti, e soprattutto, risulta mancare il presupposto della res litigiosa, posto che l’accordo transattivo in esame ha ad oggetto pretese economiche vantate dall’impresa esecutrice dei lavori al di fuori della procedura e al di là dei termini previsti dal D.Lgs. n. 163/2006. Da tali pretese, l’impresa esecutrice dei lavori risulta decaduta, non avendole essa fatte valere in sede di riserve, come emerge anche dal contenuto nel verbale sottoscritto in data 22.02.2011 nell’”incontro per l’esame delle riserve avanzate dall’impresa appaltatrice dei lavori”.
Sotto questo profilo, appare del pari censurabile il riferimento contenuto testualmente nel provvedimento in esame alla “definitiva e totale tacitazione e soddisfazione delle pretese avanzate mediante l’iscrizione in contabilità di n. 8 riserve”, riserve da cui l’impresa risulta ormai decaduta.
Sulla base delle sopra esposte considerazioni, il Collegio ritiene che il provvedimento in esame sia illegittimo, risultando assorbita la questione riguardante la copertura finanziaria dello stesso
(Corte dei Conti, Sez. controllo Piemonte, parere 18.05.2012 n. 165).

NEWS

ENTI LOCALI - VARI: Una moneta lombarda. Piattaforma Ict per gli scambi tra imprese. La giunta Maroni ha dato l'ok. In futuro estensione a p.a. e persone fisiche.
La Lombardia si fa la sua moneta. Per il momento sarà solo virtuale (anzi «complementare») e limitata agli scambi di beni e servizi tra imprese. Ma in futuro potrebbe essere estesa alla pubblica amministrazione e alle persone fisiche (dipendenti, consumatori, cittadini nei rapporti con la p.a.).

Il nuovo conio non troverà posto nel portafogli ma sarà digitale e verrà organizzato sul modello del «barter» (baratto): le imprese aderenti al network potranno scambiarsi beni e servizi utilizzando come mezzo di pagamento la moneta complementare.
I crediti e i debiti originati dalle transazioni saranno registrati e gestiti da una comune piattaforma Ict del tutto analoga a quelle dei conti correnti bancari online. Sulla scia di diversi esempi analoghi a livello europeo (Francia, Germania, Gran Bretagna), la regione Lombardia intende combattere il credit crunch che sta strozzando soprattutto le pmi.
L'avvio della moneta lombarda (che per il momento non ha ancora un nome) è stato deciso ieri dalla giunta, in attuazione della l.r. 19.02.2014 n. 11, nota come «Impresa Lombardia», il provvedimento di semplificazione e agevolazione fiscale fortemente voluto dall'assessore regionale alle attività produttive, ricerca e innovazione, Mario Melazzini. «Abbiamo voluto inserire la moneta complementare all'interno del testo normativo perché crediamo possa contribuire al rilancio dell'economia lombarda attraverso la compensazione locale per lo scambio di beni e servizi», ha spiegato Melazzini a ItaliaOggi.
Quattro i vantaggi del nuovo sistema:
- le imprese potranno acquistare e vendere anche in un momento di grave crisi di liquidità;
- gli scambi potranno avvenire senza circolazione di moneta e le imprese avranno meno bisogno di capitale circolante;
- i cittadini/consumatori, quando saranno coinvolti nel barter trading, potranno maturare crediti in moneta complementare, vedendo così incrementare il loro potere di acquisto;
- il carattere locale del circuito canalizzerà le spese sul territorio, favorendo lo sviluppo locale.
Tuttavia è ancora presto per considerare realtà la nuova moneta lombarda. Prima bisognerà scegliere il partner privato che dovrà gestire la piattaforma di compensazione e istituire gli organi regionali che dovranno sovrintendere all'iniziativa. Ma con l'ok di ieri, la giunta guidata da Roberto Maroni dà il via alla sperimentazione che sarà gestita e monitorata da Finlombarda, nonché finanziata con i risparmi della spending review 2013.
Per partecipare alla selezione i privati (non solo imprese individuali e società, ma anche raggruppamenti temporanei di imprese o consorzi) dovranno far pervenire una proposta preliminare di progetto descrivendo il modello operativo che hanno in mente per realizzare la moneta complementare (articolo ItaliaOggi del 12.04.2014).

TRIBUTI: Tari, acconti senza delibere. I comuni stabiliscono il quantum in base agli importi 2013. I chiarimenti del dipartimento delle finanze sul pagamento della nuova tassa rifiuti.
Ammessi gli acconti della nuova tassa rifiuti anche se i comuni non hanno ancora approvato i regolamenti e determinato le tariffe. Possono, infatti, riscuotere la Tari in acconto calcolando gli importi in base a quanto pagato dai contribuenti l'anno precedente. Il tutto, nonostante manchi una norma ad hoc che attribuisca espressamente questo potere.

Lo ha chiarito il dipartimento delle finanze del Ministero dell'economia, con la nota 24.03.2014 n. 5648 di prot..
Secondo il dipartimento delle finanze non serve un'apposita disposizione legislativa per riscuotere gli acconti Tari. Gli importi possono essere calcolati in base a quanto corrisposto dai contribuenti nel 2013. Del resto, il comma 688 della legge di Stabilità (legge 147/2013) attribuisce ai comuni la piena facoltà di stabilire liberamente le scadenze, «prevedendo come unico limite il rispetto della previsione di un numero minimo di due rate semestrali».
Le amministrazioni locali possono fare questa scelta nell'ambito del proprio potere regolamentare. Dunque, è possibile incassare gli acconti anche se non sono stati ancora adottati regolamenti e delibere tariffarie e non è stato approvato il bilancio di previsione.
Per quanto concerne le modalità di riscossione, va posto in rilievo che nei giorni scorsi (si veda ItaliaOggi del 10.04.2014) è stato approvato un emendamento, in sede di conversione del dl sulla finanza locale (16/2014), che consente di versare la Tari tramite bollettino di conto corrente postale. In alternativa, è possibile pagare con F24 o tramite i servizi elettronici di incasso e interbancari. Il comune può fissare numero delle rate e scadenze per il versamento. La legge impone, però, che tassa rifiuti e imposta sui servizi indivisibili vengano pagate in momenti diversi. Inoltre, va assicurato ai contribuenti il versamento in almeno due rate a scadenza semestrale. Fermo restando che gli interessati possono pagare in un'unica soluzione entro il 16 giugno di ciascun anno.
Va ricordato, poi, che mentre le attività di accertamento e riscossione della Tasi possono essere affidate solo con gara, le amministrazioni locali possono delegare la gestione dell'accertamento e riscossione della Tari ai soggetti che hanno svolto queste attività nel corso del 2013.
Lo prevede l'articolo 1 del dl sulla finanza locale che ha sostituito il comma 691 della legge di Stabilità (legge 147/2013), il quale consentiva ai concessionari la gestione di entrambi i tributi senza fare ricorso alle procedure a evidenza pubblica, purché avessero già svolto l'accertamento e la riscossione dell'Imu e della Tares. Il legislatore a distanza di poco tempo ha rivisto le proprie posizioni e ha limitato gli affidamenti senza gara solo alla tassa rifiuti e alla tariffa puntuale (articolo ItaliaOggi dell'11.04.2014).

ENTI LOCALI: Province senza consigli. Anzi no. Non è chiaro se gli organi decadono subito o a giugno. DDL DELRIO/ A creare confusione due norme contraddittorie e alcuni odg della camera.
Il primo caos della riforma delle province è già in atto e riguarda la permanenza in carica dei consigli provinciali.
La legge 56/2014, nota come riforma Delrio, determina infatti incertezza assoluta rispetto alla fine dei consigli provinciali. Il problema sorge per la contraddizione in termini o, comunque, l'estrema incertezza del significato dei commi 79 e 82 dell'articolo unico della legge.
Il comma 79, lettera a), stabilisce che le elezioni dei nuovi consigli provinciali dovranno essere indette entro il 30 settembre 2014 per le province i cui organi scadono per fine mandato nel 2014. Il comma 82 dispone che, proprio nel caso previsto dall'articolo 79, lettera a) «il presidente della provincia in carica alla data di entrata in vigore della presente legge ovvero, qualora la provincia sia commissariata, il commissario, assumendo anche le funzioni del consiglio provinciale» restano in carica a titolo gratuito per l'ordinaria amministrazione.
Se il presidente della provincia in carica alla data di entrata in vigore della legge assume le funzioni del consiglio, dovrebbe risultare inevitabile concludere che i consigli siano da considerare decaduti ex lege dal giorno dell'entrata in vigore della legge 56/2014.
Tuttavia, questa interpretazione, che oggettivamente appare l'unica corretta e convincente, è stata oggetto di critica da parte di molti. Alla camera sono stati approvati alcuni ordini del giorno, secondo i quali per l'interpretazione maggiormente rispettosa della Costituzione e del diritto dell'eletto a esercitare il proprio mandato richieda di dare rilievo alla previsione contenuta nel comma 79, lettera, quando afferma che le elezioni provinciali sono da indire per le province «i cui organi scadono per fine mandato»: il riferimento alla fine del mandato starebbe a indicare che, visto che ai sensi dell'articolo 51 del dlgs 267/2000 il mandato dura 5 anni, i consigli resterebbero in carica fino al compimento del quinto anno dalla proclamazione delle elezioni del 2009.
Dunque, fino a giugno prossimo. È evidente che gli ordini del giorno approvati dalla camera, che invitano il governo a tenere conto di questa sorta di interpretazione autentica spuria non hanno particolare pregio. Anche ad ammettere che basti riferirsi al mandato elettorale per ritenere che i consigli restino in funzione fino a giugno, il dato letterale del comma 82 è chiarissimo: i presidenti delle province assumono da subito, dall'entrata in vigore della legge, le funzioni dei consigli.
L'interpretazione politica data dalla camera, allora, conduce a due conseguenze entrambe difficili da accettare sul piano della correttezza giuridica. La prima, è la convivenza, fino a giugno, di due organi, il presidente ed il consiglio, che esercitano il medesimo potere; solo la tolleranza e il rispetto istituzionale reciproco potrebbe evitare tra essi conflitti di competenza, senza mettere al riparo, però, dal rischio del vizio di legittimità di ogni provvedimento adottato. La seconda, è considerare che un ordine del giorno, per quanto seguito da ulteriori atti del governo, possa avere la forza di disapplicare una norma di legge, tanto da tenere quiescente la competenza dei presidenti della provincia ad esercitare i poteri del consiglio, pur affidata loro dalla legge, fino a giugno.
Probabilmente, il problema interpretativo non avrà troppe conseguenze pratiche, visto che occorrerebbe una lesione degli interessi di qualcuno derivante dall'operato dei consigli da qui a giugno, perché possa evidenziarsi di fronte a un Tar l'illegittimità delle decisioni eventualmente adottate dai consigli stessi. Ma il problema non è da sottovalutare. Se restano in piedi i consigli fino a giugno, restano anche per altri due mesi i costi connessi.
C'è anche la questione dei gettoni di presenza. Il comma 84 impone la gratuità delle cariche. Ma è una norma manifestamente rivolta alle nuove cariche delle province già riformate. Infatti, dispone: «Gli incarichi di presidente della provincia, di consigliere provinciale e di componente dell'assemblea dei sindaci sono esercitati a titolo gratuito». Il riferimento ai componenti dell'assemblea dei sindaci fa capire che la legge 56/2014 considera gratuiti solo i nuovi organi. Per quelli «uscenti» in realtà non v'è una regola precisa. Solo e sempre in via di interpretazione si può sostenere che i consiglieri provinciali uscenti debbano svolgere le proprie attività a titolo gratuito, come si prevede espressamente per presidente ed assessori nell'articolo 82 (articolo ItaliaOggi dell'11.04.2014).

ENTI LOCALI: Dubbi sull'aumento gratuito delle poltrone nei mini enti.
Aumentano i posti da consigliere e da assessore, ma non è ammesso un euro di spesa in più.

Può essere sintetizzato in questi termini il senso delle novità introdotte dalla legge Delrio in merito alla composizione degli organi di governo nei piccoli comuni. Tuttavia, il modo in cui l'obiettivo politico è stato tradotto in norma pone alcune perplessità interpretative.
La nuova legge ha modificato la composizione dei consigli e delle giunte nei comuni fino a 10.000 abitanti, cancellando i tagli previsti dal dl 138/2011. La riforma, però, è stata pensata a costo zero. Si prevede, quindi, che i comuni interessati debbano rideterminare con propri atti le indennità degli amministratori al fine di assicurare l'invarianza della relativa spesa in rapporto alla legislazione vigente, previa specifica attestazione dei revisori dei conti.
A tale proposito, l'Anci, nella nota diffusa per fare il punto sulla composizione delle liste elettorali alla luce delle modifiche introdotte la scorsa settimana, segnala che sarà emanata una circolare del ministro dell'interno che chiarirà come le indennità a favore dei consiglieri debbano essere proporzionalmente ridotte al fine di garantire che, a fronte dell'aumento del numero dei consiglieri stessi, non ci siano oneri aggiuntivi.
Il principale dubbio che si pone è se il richiamo alla «legislazione vigente» sia da intendersi riferito al citato dl 138, ovvero alla normativa in vigore nel momento in cui gli organi oggetto di rinnovo sono stati formati. In molti casi, infatti, i consigli e le giunte uscenti si sono insediati prima del dl 138 e quindi hanno la composizione prevista dalla normativa previgente. Per esempio, in un comune sotto i 3.000 abitanti che andrà a elezioni il prossimo mese di maggio, di norma il numero di consiglieri uscenti è pari a 12, contro i 6 previsti dal dl 138 e i 10 di cui alla legge Delrio.
Secondo la lettura che ci pare più corretta (e che la circolare del Viminale dovrebbe confermare), i 10 consiglieri che saranno eletti dovranno ricevere gli stessi emolumenti che avrebbero ricevuto i 6 consiglieri previsti dal dl 138.
In questa prospettiva, l'invarianza dei costi non può che essere riferita ai compensi previsti dalla legge (art. 82 del Tuel e relativo dm 119/2000), a prescindere dalle scelte degli uscenti e dei nuovi eletti: in pratica, l'invarianza è da ritenersi riferita al costo teorico e non a quello effettivo. In alcuni casi, ciò potrebbe portare a maggiori spese rispetto a quelle attuali (articolo ItaliaOggi dell'11.04.2014).

ENTI LOCALI: Nessuno sconto sulle unioni obbligatorie.
Cambia nuovamente la disciplina delle forme associative attraverso cui i piccoli comuni devono esercitare le proprie funzioni fondamentali.

La 56/2014, infatti, ha introdotto numerose novità in materia, lasciando invariate le scadenze per adempiere: entro il 30.06.2014, quindi, i comuni con meno di 5.000 abitanti (3.000 se montani) dovranno cedere altre tre funzioni (oltre alle tre già dimesse entro il 31.12.2012), mentre entro la fine dell'anno in corso l'intero core business dovrà essere attribuito alle unioni o gestito mediante convenzioni.
La prima novità riguarda proprio i modelli organizzativi disponibili: la legge 56, infatti, ha cancellato l'unione cosiddetta speciale, prevista dall'art. 16, commi 1-13, del dl 138/2011, cui i comuni fino a 1.000 abitanti potevano conferire la totalità delle proprie funzioni e servizi. Rispetto alle unioni ex art. 32 del Tuel, invece, è stato eliminato il riferimento, ai fini della determinazione del numero massimo dei consiglieri, a quello previsto per i comuni con popolazione pari a quella complessiva dell'ente.
È stata rivista la soglia demografica minima, che rimane fissata in 10.000 abitanti, ma che ora vale anche per le convenzioni, oltre che per le unioni. Fanno eccezione le unioni già costituite, alle quali tale limite non si applica. Per i comuni appartenenti o appartenuti a comunità montane, la soglia è 3.000 abitanti, ma le eventuali unioni devono essere formate da almeno tre comuni. Restano salve, tuttavia, le eventuali deroghe previste a livello regionale. In ogni caso, alle unioni composte da comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti si applicano le disposizioni normative previste per i piccoli comuni.
Vi sono poi una serie di disposizioni di carattere organizzativo, volte ad agevolare il funzionamento delle unioni. Non sempre è chiaro se esse siano vincolanti o meramente facoltative. In particolare, è previsto che il presidente dell'unione si avvalga del segretario di un comune senza nuovi o maggiori oneri (qui sembra esservi un obbligo) e che possa nominare un funzionario, fra quelli in servizio nell'unione o nei comuni associati, assegnando al medesimo le funzioni di responsabile per l'anticorruzione e la trasparenza (sembra un mera facoltà). Le funzioni di competenza dell'organo di valutazione e di controllo di gestione possono essere attribuite dal presidente sulla base di un apposito regolamento approvato dall'unione, mentre quelle dell'organo di revisione, per le unioni formate da comuni che complessivamente non superano 10.000 abitanti, possono essere svolte da un unico revisore e, per le unioni che superano tale limite, da un collegio di revisori (anche qui, non sembra esservi un obbligo).
Qualora all'unione sia conferita la funzione «protezione civile», a essa spetta l'approvazione e l'aggiornamento dei piani di emergenza nonché le connesse attività di prevenzione e approvvigionamento, mentre i sindaci restano titolari delle funzioni di cui all'art. 15, comma 3, della legge 225/1992. In caso di conferimento all'unione della polizia municipale, le funzioni spettanti al sindaco ex art. 2 della legge 65/1986 sono svolte dal presidente e i compiti di polizia giudiziaria spettanti ai vigili vengono estesi all'intero territorio dell'unione stessa. Infine, le risorse per il personale già quantificate sulla base di accordi decentrati e destinate nel precedente anno a finanziare istituti contrattuali collettivi ulteriori rispetto al trattamento economico fondamentale confluiscono nelle corrispondenti risorse dell'unione.
Viene confermato, infine, che l'intero percorso di costruzione delle forme associative non deve comportare costi della politica aggiuntivi: tutte le cariche delle unioni, quindi, sono esercitate a titolo gratuito (articolo ItaliaOggi dell'11.04.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Raee, fondi per enti e imprese. Finanziati gli interventi ultimati e quelli da effettuare. Scadrà il 7 maggio il bando 2014 con gli incentivi per lo smaltimento dei rifiuti elettrici.
Scadrà il 07.05.2014 il bando 2014 relativo al Programma per l'erogazione di contributi per il potenziamento e l'adeguamento dei Centri di raccolta dei Raee (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche).
Il bando è emanato nell'ambito dell'Accordo di programma del 28.03.2012 (e successive modificazioni e integrazioni) fra l'Associazione nazionale comuni italiani (Anci) e il Centro di coordinamento Raee (Cdc-Raee), che ha previsto la costituzione di un apposito Fondo denominato «Fondo 5 Euro/tonnellata premiata», finalizzato alla realizzazione, allo sviluppo e all'adeguamento dei Centri di raccolta dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche.
Il programma opera su tutto il territorio nazionale.
Contributi agli enti che hanno sottoscritto l'accordo di programma
Potranno fare richiesta dei contributi unicamente i comuni, le aziende o gli altri enti sottoscrittori registrati e iscritti al portale del Cdc Raee in forza delle convenzioni in essere stipulate ai sensi dell'Accordo di Programma Anci-Cdc Raee, che, al 18.03.2014, risultino aver iscritto almeno un centro di raccolta al Cdc Raee stesso.
Contributi per interventi già ultimati
Una prima misura del bando finanzia la realizzazione di opere presso il Centro di raccolta e/o l'acquisto di beni per l'operatività del Centro di raccolta, già effettuati retroattivamente fino al 18.03.2013. In questo caso, il contributo sarà pari all'85% del costo totale dell'intervento, fino a un importo massimo pari a 20 mila euro.
Contributi per interventi da effettuare
Il bando finanzia anche la realizzazione di opere presso il Cdr e/o l'acquisto di beni per l'operatività del Cdr che non siano già stati effettuati al 18.03.2014. Tali interventi dovranno essere ultimati entro 180 giorni dalla comunicazione di concessione del contributo. In questo caso, il contributo sarà pari all'85% del costo totale dell'intervento, fino a un importo massimo pari a 25 mila euro.
Contributi per interventi innovativi
La terza e ultima misura finanzia la realizzazione di sistemi per la raccolta continuativa dei Raee domestici sul territorio. Per esempio, sono finanziabili sistemi innovativi per il ritiro domiciliare, per la raccolta puntuale dei Raee presso scuole, centri commerciali, punti vendita della distribuzione, luoghi ad alta frequentazione, uffici ovvero «centri di raccolta mobili» e soluzioni simili.
Tali sistemi di intercettazione dei Raee potranno essere integrativi del Cdr, o sostitutivi dello stesso laddove nel territorio del comune conferente non sia attivo alcun Cdr e non dovranno essere stati già attivati al 18.03.2014. In questo caso, il contributo sarà pari all'85% del costo totale dell'intervento, fino a un importo massimo pari a 20 mila euro.
Domande entro il 07.05.2014
Il modello di domanda e gli allegati, da compilarsi esclusivamente on-line, sono disponibili nell'area riservata ai Sottoscrittori del portale del Cdc Raee www.cdcraee.it. I termini per la presentazione della domanda scadono alle ore 17.00 del 07.05.2014, data oltre il quale il sistema telematico viene disattivato (articolo ItaliaOggi dell'11.04.2014).

ENTI LOCALI: Ancora tagli per i revisori locali. Un solo guardiano dei conti nelle unioni sotto i 10 mila. La sorpresa è nel ddl Delrio. Ma una vera spending review è impossibile senza controlli forti.
Il 3 aprile è stato approvato definitivamente dalla camera dei deputati il ddl Delrio (legge n. 56/2014) che, per ora, è passato all'opinione pubblica con il messaggio dell'abolizione delle province, per le quali non si voterà più.
Un segnale decisamente importante se si osserva che al vertice dell'attuale governo ci sono due ex sindaci, esponenti di primo piano nel panorama degli enti locali.
Ma non è l'unico segnale: tra le maglie dell'unico articolo del provvedimento si trova una «piccola» novità al comma 110 lett. c), una facoltà (non un obbligo), che –non è difficile immaginare– troverà subito d'accordo gli amministratori locali interessati e che prevede che «possono essere svolte dalle unioni di comuni in forma associata anche per i comuni che le costituiscono le funzioni dell'organo di revisione: per le unioni formate da comuni che complessivamente non superano 10.000 abitanti, sono svolte da un unico revisore e, per le unioni che superano tale limite, da un collegio di revisori».
Traduzione: un altro consistente taglio alle funzioni di controllo negli enti locali. Ma non si tratta solo di un problema di numero di incarichi disponibili, che comunque verranno pesantemente falcidiati, anche per l'abolizione delle province. Il problema vero è che in questa, come in altre precedenti disposizioni, si legge fin troppo facilmente l'allergia della politica verso un sistema di controlli qualificato e indipendente, senza che si vedano all'orizzonte terapie adeguate.
La nostra categoria, che è tutto tranne che una corporazione, ha ottenuto quasi miracolosamente la possibilità di assumere incarichi senza il condizionamento della nomina da parte dei controllati: oggi il revisore viene nominato per estrazione a sorte fuori dalla logica dello spoils system e non soggiace più al ricatto del mancato rinnovo, tanto sa già che farà un solo mandato. Non ha più remore a esercitare le proprie funzioni in piena indipendenza, anche se tacciato di terrorismo verso politici resistenti a qualsiasi bilancio.
Attenzione però: i miracoli sono iniziati e terminati con l'estrazione a sorte. Anzi, pare che il legislatore, per giusto contrappeso, abbia deciso di trasformare la categoria in una sorta di jukebox che funziona con un solo gettone per tutta la durata del mandato, ed ha così dato corso alla stagione delle grandi riforme nell'esercizio del controllo interno ed esterno dimenticando che i compensi sono fermi ad un decreto di nove anni fa, che quasi nessun ente rispetta.
Ecco quindi che, con lo stesso compenso, i revisori degli enti locali sono stati obbligati a compilare i questionari della Corte dei conti (i più fortunati ricorderanno l'anno in cui hanno dovuto inviare tre volte gli stessi dati, in word, in excel, via web), a dare parere su qualsiasi regolamento come sulle relazioni semestrali del sindaco, a certificare da ultimo le relazioni di fine mandato, magari dopo avere essi stessi fornito agli enti copia dei questionari inviati per consentirne il reperimento dei dati necessari. In realtà non è nemmeno lo stesso compenso: nel frattempo il dl 78/2010 ha introdotto il taglio del 10%, trattando i revisori come costi della politica, con la benedizione della Corte.
Fin troppo chiara la logica, che trova in evidente e stabile simbiosi politica e burocrazia: gravare il controllore di sempre maggiori responsabilità e, soprattutto, di una quantità enorme di lavoro. Fin troppo chiara l'aspettativa: il revisore desideroso di fare correttamente e sino in fondo il proprio lavoro, sommerso dalla mole di carte che gli riversano addosso, sarà così tanto occupato da ridurre da solo al minimo i «danni» del possibile controllo.
Ma è questa la logica corretta? È questo ciò che serve perché la pubblica amministrazione contribuisca a risolvere la profonda crisi economica del nostro paese? Interessanti e suggestivi i discorsi sulla spending review e sul taglio di enti e partecipate inutili: ma da quanti anni se ne sta parlando senza che accada niente?
Non occorre piuttosto che la politica dimostri il giusto rispetto per le persone cui affida il ruolo di controllore, passando anche –ma non solo– dai compensi, che devono essere adeguati alla capacità e alla professionalità messe in campo, e non anche ai legami personali e fiduciari?
Serve che la politica prenda finalmente atto di quale risorsa possa essere la funzione di revisione, che deve pretendere sia svolta in modo serio, corretto e indipendente: una risorsa da sola in grado di portare risultati più concreti ed efficaci di qualsiasi manovra di spending review, la più equa delle manovre finanziarie. A volerla.
Per questo occorre estendere immediatamente la procedura di estrazione a sorte a tutti i revisori di nomina pubblica in tutti gli organismi partecipati non solo dagli enti locali ma da qualsiasi pubblica amministrazione (articolo ItaliaOggi dell'11.04.2014).

PUBBLICO IMPIEGO: Pensionamenti anticipati: le ferie vanno conteggiate. Previdenza. Computabili gli istituti a fruizione obbligatoria.
In attesa di indicazioni ufficiali dell'Inps e dei competenti ministeri, la Funzione Pubblica –in riscontro a un quesito posto da un'amministrazione– fornisce ulteriori elementi sui periodi da considerare per evitare l'applicazione delle penalità previste nei pensionamenti anticipati con età anagrafiche inferiori a 62 anni.

Dal 2014 il pensionamento indipendente dall'età anagrafica è stato innalzato a 41 anni e 6 mesi per le donne (un anno in più per gli uomini). Tuttavia, qualora l'accesso alla pensione dovesse avvenire prima le quote di pensione retributive subirebbero una riduzione dell'1% per ogni anno di anticipo e del 2% per ogni ulteriore anno rispetto ai 60 anni.
La norma, inserita nel Milleproroghe 2012, è stata oggetto di diversi interventi normativi (Dl 101/2013 e L. 147/2013) volti ad ampliare la platea della tipologia di servizio e di periodo utili affinché le riduzioni non trovassero applicazione. Quelli considerati "utili" sono la prestazione effettiva di lavoro, l'astensione obbligatoria per maternità, l'assolvimento degli obblighi di leva, i periodi d'infortunio, di malattia e di Cigo, nonché i giorni fruiti per la donazione di sangue e di emocomponenti, i congedi parentali di maternità e paternità previsti dal relativo testo unico e i congedi e i permessi di cui all'articolo 33 della legge 104/1992.
L'Inps, con il messaggio 219/2013, ritiene utili anche i «periodi lavorativi riscattati» finalizzati alla costituzione di rendita vitalizia. La nota è indirizzata anche al Mef e al Lavoro unitamente all'Inps. Secondo il Dicastero, l'elencazione dei periodi sopra citati ha carattere tassativo. Nel concetto di prestazione effettiva di lavoro sembra potersi ritenere compreso l'insieme di tutti i periodi effettivamente lavorati, includendo solo gli istituti esplicitamente citati nella norma. Fanno eccezione le ferie, in quanto istituto a fruizione obbligatoria per il lavoratore.
Secondo la Funzione pubblica rimangono esclusi dal concetto giuridico di prestazione effettiva i periodi che si collocano al di fuori del rapporto di lavoro in quanto la disposizione fa espresso riferimento ai periodi d'astensione, la quale presuppone l'esistenza del rapporto lavorativo, nonché i periodi di anzianità maturati in virtù di norme speciali che accordano particolari benefici. In altri termini, una maternità verificatasi al di fuori del rapporto di lavoro e richiesta in accredito figurativo ai sensi dell'articolo 25 del Dlgs 151/2001 farebbe scattare la penalità.
Parimenti il servizio militare reso quando il lavoratore non risultava assicurato in alcun attività. La nota 58039/2013 prosegue affermando che sembrano esclusi dal computo dei periodi da conteggiare come «prestazione effettiva di lavoro» tutti quei periodi inerenti la fruizione di istituti facoltativi per il dipendente non espressamente menzionati come, ad esempio, la licenza matrimoniale, il congedo per cure termali, l'astensione dal lavoro per giorni di sciopero, nonché i periodi riscattati non connessi ad attività effettivamente resa come quelli relativi ai periodi di studio
(articolo Il Sole 24 Ore del 10.04.2014).

ENTI LOCALI - VARI: Ticket, linea dura. Solo penali (no multe) a chi sfora. Il ministro Lupi smentisce i comuni al senato.
Sulla questione della sosta a pagamento oltre al tempo consentito spetta ai comuni adeguarsi all'interpretazione ministeriale che non prevede multe ma solo penali. Mentre gli armadietti porta autovelox utilizzati come deterrente devono essere rimossi perché pericolosi e inutili dal punto di vista della prevenzione.

Lo ha chiarito martedì scorso (08.04.2014) il ministro dei trasporti Maurizio Lupi alla commissione lavori pubblici del senato (cfr. Legislatura 17ª - 8ª Commissione permanente - resoconto sommario 08.04.2014 n. 76 dell'8^ commissione permanente -LAVORI PUBBLICI, COMUNICAZIONI- del Senato della Repubblica).
La questione della sosta con il ticket scaduto e degli armadietti porta autovelox non sembra trovare una definitiva soluzione. In particolare per quanto riguarda la questione della sosta nelle zone blu oltre al periodo consentito dopo una serie di incontri tra i rappresentanti dei comuni e il ministero l'Anci ha diramato il 28 marzo scorso una nota operativa che di fatto ribadisce l'applicazione del codice della strada per i conducenti negligenti. Ovvero 41 euro di multa per chi non espone alcun biglietto o tagliando di sosta e 25 euro di sanzione per chi lo espone scaduto.
Di fatto quindi questa indicazione ha avvalorato la pratica operativa in uso nella generalità dei comuni italiani. Se il ticket è scaduto scatta una multa stradale. E se del caso anche il recupero della tariffa non versata. La presa di posizione del ministro è di diverso sapore. In merito alla questione della disciplina della sosta a pagamento negli spazi delimitati dalle strisce blu, specifica infatti Lupi, «si è tenuta recentemente una riunione tra il ministero delle infrastrutture e dei trasporti, il ministero dell'interno e l'Anci nella quale il governo ha ribadito la sua posizione. Chi sosta negli spazi in questione oltre il tempo per il quale ha pagato, deve versare soltanto la differenza per il tempo di sosta ulteriore, più una eventuale penalità se prevista dai regolamenti comunali».
Anche sugli armadietti porta autovelox il ministro ribadisce la sua posizione. I finti autovelox sono irregolari e illegittimi e pertanto devono essere rimossi dalle strade. Le multe, conclude il portavoce governativo, «dovrebbero avere una finalità deterrente e non costituire un mezzo surrettizio con il quale i comuni incrementano le proprie entrate» (articolo ItaliaOggi del 10.04.2014).

ENTI LOCALI - VARI: La sanzione al semaforo non coinvolge l'Rc auto.
Chi passa davanti a un autovelox automatico o transita abusivamente in un varco che presidia una zona a traffico limitato può incorrere anche nella multa per mancata copertura assicurativa. Ma questo tipo di accertamento non può ancora essere correlato letteralmente a un passaggio abusivo con il semaforo rosso.

Lo ha messo nero su bianco il Ministero dei Trasporti con il parere 27.02.2014 n. 988 di prot..
Con la legge di stabilità 2012 sono state apportate delle modifiche nell'articolo 193 del codice della strada che ora ammette a chiare lettere l'accertamento della mancata copertura assicurativa dei veicoli anche mediante il raffronto dei dati delle compagnie assicuratrici con le risultanze delle multe per eccesso di velocità e transito vietato accertate con dispositivi automatici.
In pratica è proprio il rinvio letterale solo alle lettere e, f e g del comma 1-bis dell'art. 201 del codice stradale che ha indotto una società a richiedere chiarimenti sulla possibilità di effettuare accertamenti sulla copertura assicurativa prendendo come riferimento le multe automatiche al passaggio con il semaforo rosso (lett. b e g-bis). A parere del ministero dei trasporti letteralmente questa possibilità non è ancora ricompresa nel codice. Solo i riscontri delle apparecchiature omologate per il controllo della velocità e degli accessi vietati dei veicoli al momento possono essere utilizzati per sanzionare la mancata copertura assicurativa. I trasgressori all'obbligo di arrestarsi con il rosso possono tirare un respiro di sollievo.
Questo tipo di violazione al momento non può comportare anche il controllo delle polizze assicurative. Ma è evidente che si tratta di una interpretazione letterale riferita a una novella mal coordinata con il contenuto del codice della strada. Nessuna disposizione normativa impedisce infatti alla polizia stradale di effettuare accertamenti a seguito di qualsiasi tipologia di verbale. E se ai vigili risulterà la carenza della copertura Rc auto di quel dato veicolo (multato in quella determinata occasione) partirà comunque un invito a fornire chiarimenti alla polizia con multe salate in caso di omessa comunicazione (articolo ItaliaOggi del 10.04.2014).

APPALTI: Appalti centralizzati nella p.a.. Vanno usate le centrali Consip, regionali o metropolitane. DEF 2014/ Stretta sui costi delle Authority. 1,7 mld per gli affitti a canone concordato.
Riduzione del numero delle stazioni appaltanti con maggiore utilizzo di Consip e centrali di committenza regionali; stretta sui costi delle autorità indipendenti, che potrebbero essere anche eliminate; fondo per i progetti greenfield realizzati con capitali privati; maggiore coinvolgimento della finanza di progetto nelle grandi infrastrutture; standardizzazione delle gare con bandi e procedure tipo; accorpamento degli appalti con l'aumento del valore dei bandi; 1,7 miliardi per il disagio abitativo.

Sono questi alcuni degli obiettivi che si pone il Def presentato ieri dal governo per quel che riguarda infrastrutture e spending review.
Sul piano della revisione della spesa il Def punta l'accento sulla riduzione degli stanziamenti per beni e servizi, giudicati «attualmente molto consistenti». Il presupposto è che la spesa pubblica sia cresciuta anche in ragione della moltitudine di stazioni appaltanti (si stima che siano 30.000 in tutta Italia): da qui l'obiettivo di rilanciare le centrali di committenza, operazione che trova un chiaro riscontro anche nella nuova direttiva europea sugli appalti pubblici (la 24/2014), che rafforza la centralizzazione della committenza. Si punterà quindi ancora di più sulla Consip, ma anche sulle centrali di committenza regionale (ad esempio con la Sua stazione unica appaltante a livello regionale che potrebbe diventare un obbligo per tutte le amministrazioni) e sulle centrali di committenza a livello di città metropolitane.
Un altro fronte riguarda poi le autorità indipendenti per le quali l'obiettivo è quello di rivederne i costi (insieme a quelli delle camere di commercio), oltre a procedere comunque a un «attento esame delle loro funzioni con la prospettiva di una sostanziale riduzione o eliminazione».
Per il settore delle infrastrutture emerge con estrema chiarezza un obiettivo che da tempo rappresenta un punto cardine dell'azione del governo (si pensi anche al governo Monti): la necessità di coinvolgere i privati nella realizzazione delle grandi infrastrutture, partendo intanto da una operazione di chiarezza normativa.
Si legge infatti nel documento che occorrerà scorporare dal codice dei contratti pubblici la disciplina sul partenariato pubblico privato (Ppp), facendone un corpus normativo ad hoc con «poche, chiare e stabili regole». Da molto tempo si sostiene infatti che la commistione, già all'epoca della Merloni-ter (legge 415/1998), delle norme sul «promotore» con quelle sugli appalti pubblici abbia in sostanza rallentato lo sviluppo di questo strumento e ne abbia limitato l'impiego rispetto a modelli, come quelli anglosassoni, ben più flessibili.
L'operazione di chiarezza normativa ha poi anche lo scopo di favorire l'ingresso di capitali stranieri nelle operazioni di project financing già avviate che adesso sono nella fase gestione; si pensa infatti che in tale modo si potrebbero avviare nuovi progetti da parte di operatori industriali nazionali. Si prevede inoltre di istituire un fondo nazionale per la progettazione di opere in Ppp (si tratterebbe di un Fondo equity per progetti greenfield).
L'avvio di progetti di questo tipo sconta spesso la mancanza di risorse da investire per la primissima fase di avvio quando la committenza pubblica non riesce a supportare la messa a punto di adeguati e approfonditi studi di fattibilità. Così facendo invece si potrebbe consentire alle amministrazioni di definire progetti di qualità sul piano sia della sostenibilità economico-finanziaria, sia della maturazione tecnica. Va poi risolto, si legge nel Def, anche un gap di informazione e pubblicizzazione delle opportunità offerte al privato: in tale senso si dovrà agire per una maggiore trasparenza del flusso di informazioni ed per un monitoraggio degli interventi.
Per ridare efficienza alla spesa pubblica il documento individua anche la strada di un aumento del valore dei singoli bandi di gara, in ciò contraddicendo, apparentemente, la direttiva appalti pubblici n. 24/2014 che invece punta sulla suddivisione in lotti a tutela delle piccole e medie imprese. Si dovrebbero quindi accorpare gli appalti «effettuandoli su pacchetti di progetti con caratteristiche simili e non su singole opere». Anche in questa parte del Def si riprende il discorso della creazione di una stazione unica di gestione con competenze specifiche, servente anche ad altre singole amministrazioni.
In coerenza con quanto prevede lo stesso codice dei contratti, si richiama l'esigenza di creare uno standard unificato per i bandi, le procedure e i contratti. È infatti l'articolo 64, comma 4-bis, del codice dei contratti pubblici a stabilire che i bandi di gara sono predisposti dalle stazioni appaltanti sulla base di modelli (bandi tipo) approvati dall'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, previo parere del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.
Per gli interventi relativi al contenimento del disagio abitativo ci si limita a citare il complesso di interventi per 1 miliardo e 741 milioni di euro avviato con il decreto del «piano-casa» e ad enunciare l'obiettivo dell'ampliamento dell'offerta di alloggi popolari e dello sviluppo dell'edilizia residenziale sociale (articolo ItaliaOggi del 09.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

PUBBLICO IMPIEGO: Contratti bloccati fino al 2020. Il governo ha già previsto l'indennità per gli statali. DEF 2014/ Il settore pubblico si avvia a tagliare il traguardo di 10 anni senza aumenti.
Contratti bloccati per gli statali fino al 2020. La nuova stangata è contenuta tra le previsioni del Def, che mette nel conto una risalita della spesa per le retribuzioni dei circa 3 milioni di dipendenti pubblici solo a partire dal 2018 e per uno 0,3% annuo. Si tratta, e su questo il documento entrato ieri al consiglio dei ministri è chiarissimo, del valore dell'indennità di vacanza contrattuale che si conta debba scattare per l'intero triennio 2018-2020.
L'indennità è prevista dalla legge quando non si rinnovano i salari neanche per adeguarli all'inflazione. “Nel quadro a legislazione vigente, la spesa per redditi da lavoro dipendente delle amministrazioni pubbliche è stimata diminuire dello 0,7% circa per il 2014, per poi stabilizzarsi nel triennio successivo e crescere dello 0,3% nel 2018”, si legge nel documento, “per effetto dell'attribuzione dell'indennità di vacanza contrattuale riferita al triennio contrattuale 2018-2020”.
Insomma, se la formulazione sarà confermata, gli stipendi dei travet resteranno ancora per un bel po' bloccati: alla fine, se non ci saranno modifiche nei prossimi anni, il settore pubblico non avrà avuto aumenti per un intero decennio. Il blocco dei contratti pubblici è un'arma a cui l'ex ministro dell'economia Giulio Tremonti ha fatto ricorso nel 2009 per ridurre in modo certo la spesa pubblica: ogni punto percentuale di aumento della massa salariale infatti vale all'incirca un miliardo di euro annuo.
Tenere fermi i salari è uno strumento di facile attivazione, visto che il datore di lavoro è lo stesso stato, e di certo risultato, giacché i fattori azionabili sono noti. E' il motivo per cui nessun governo ha saputo rinunciarvi, da quando la crisi si è fatta incalzante e lo sguardo della commissione europea severo. E' stato l'esecutivo di Mario Monti a prevedere la proroga del blocco del contratto fino al 2014. In sede di trattativa con i sindacati si è poi passati a concedere uno spiraglio per il rinnovo solo normativo per il successivo triennio. Ora la conferma che non è al momento possibile mettere in cassa fondi per pagare gli aumenti agli statali addirittura per i prossimi due trienni.
Risulta così profetica la dichiarazione rilasciata qualche giorno fa, in sede di audizione in parlamento sulle linee programmatiche del suo dicastero, dal ministero della pubblica amministrazione e della semplificazione, Marianna Madia: “Gli 80 euro in più al mese di detrazioni salariali valgono come un contratto rinnovato”. Un'affermazione che aveva messo in allarme i sindacati, con Cgil, Cisl e Uil che all'unisono avevano detto: “Così non si va avanti, i contratti vanno rinnovati”.
Spiega il concetto Antonio Foccillo, segretario confederale Uil e profondo conoscitore delle dinamiche del pubblico impiego: “Se il documento finale del Def dovesse contenere questa previsione per tutti i sindacati sarebbe inaccettabile, significherebbe sommare il blocco dei salari individuali, di tutti i contratti nazionali e di secondo livello fino almeno 2018. Un risultato boomerang, si penalizzerebbe proprio quella classe di redditi medio-bassi che il governo dice di voler aiutare” (articolo ItaliaOggi del 09.04.2014).

EDILIZIA PRIVATA - VARI: Catasto, dati online.
Mappe catastali acquistabili online. Gli utenti abbonati alla piattaforma web «Sister» non dovranno più recarsi presso gli uffici. Le mappe, eccezion fatta per Trento e Bolzano, saranno disponibili per via telematica.

Lo ha reso noto l'Agenzia delle entrate che, col comunicato stampa 08.04.2014 pubblicato ieri sul sito, ha evidenziato che «la procedura avrà gli stessi costi delle riproduzioni in formato digitale presso gli uffici».
Oltre ad acquistare le mappe catastali, sarà possibile anche consultare le banche dati per effettuare visure, ricerche catastali e ispezioni ipotecarie. Il sistema, inoltre, potrà essere utilizzato anche per effettuare aggiornamenti delle banche dati catastali e di pubblicità immobiliare.
Le Entrate hanno, inoltre, specificato che «per coloro che ancora non sono abbonati, la procedura di iscrizione a «Sister» potrà essere effettuata direttamente in via telematica con firma digitale al costo di 200 euro a titolo di rimborso spese e 30 euro per ogni password di accesso richiesta» (articolo ItaliaOggi del 09.04.2014).

APPALTI: Appalti, bandi di gara ancora sui quotidiani. Lo chiarisce una circolare della Funzione pubblica.
Confermato l'obbligo di pubblicazione dei bandi e degli avvisi di gara sui quotidiani; obbligatoria anche la pubblicazione delle informazioni in caso di procedura senza bando di gara; destinatari dell'obbligo anche gli enti di diritto privato che svolgono attività di pubblico interesse.

È quanto afferma la circolare 14.02.2014 n. 1/2014 dell'ex ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, Giuseppe D'Alia, in materia di applicazione delle regole di trasparenza di cui alla legge 190/2012 (anticorruzione) e del dlgs 33/2013.
L'atto ministeriale, anche in relazione al Piano nazionale anticorruzione approvato dalla Civit l'11 settembre 2013, in particolare fornisce chiarimenti anche con riguardo agli obblighi di trasparenza relativi per le procedure di scelta del contraente per l'affidamento di lavori, forniture e servizi.
La circolare richiama in primo luogo il contenuto dell'articolo 32, comma 1, della legge 190/2012 che prevede in capo alle stazioni appaltanti l'obbligo di pubblicare nei propri siti web istituzionali: la struttura proponente; l'oggetto del bando; l'elenco degli operatori invitati a presentare offerte; l'aggiudicatario; l'importo di aggiudicazione; i tempi di completamento dell'opera, servizio o fornitura; l'importo delle somme liquidate.
Non solo: entro il 31 gennaio di ogni anno le stazioni appaltanti devono pubblicare queste informazioni, relativamente all'anno precedente, in tabelle riassuntive rese liberamente scaricabili in un formato digitale standard aperto che consenta anche all'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di effettuare gli opportuni controlli (eventualmente trasmettendo alla Corte dei conti l'elenco di chi non abbia adempiuto).
Successivamente si chiarisce che «restano fermi gli obblighi di pubblicità legale derivanti dal Codice dei contratti pubblici», facendo intendere che ad essi si aggiungono quelli aventi natura di «pubblicità-notizia» relativi alla pubblicità sui siti web delle stazioni appaltanti. La circolare inoltre richiama espressamente l'articolo 37 del dlgs 33/2013 che, a sua volta, richiama l'applicazione degli obblighi di pubblicità legale (sulla Gazzetta Ufficiale e sui quotidiani) di cui agli articoli 63, 65, 66, 122, 124 e 223 del codice dei contratti pubblici e anche con riferimento alla pubblicazione della determina a contrarre, quando si procede con procedura negoziata senza bando di gara. Tutte queste disposizioni, dice la circolare, «devono ritenersi estese anche agli enti di diritto privato che svolgono attività di pubblico interesse che possono essere assimilate alle pubbliche amministrazioni».
La circolare chiarisce, inoltre, che fra i destinatari degli obblighi di pubblicità e trasparenza rientrano gli enti di diritto privato che svolgono attività di pubblico interesse, cioè: a) gli enti che svolgono attività di pubblico interesse in virtù di un rapporto di controllo che determina l'applicazione totale delle regole di trasparenza; b) gli enti che svolgono attività di pubblico interesse in virtù di un rapporto di partecipazione minoritaria per i quali le regole di trasparenza si dovranno applicare limitatamente alle attività di pubblico interesse svolte.
Non rileva quindi la loro formale veste giuridica, bensì il fatto che siano parte di un rapporto concessorio o autorizzatorio e che gestiscano risorse pubbliche (articolo ItaliaOggi del 09.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTIUn premio al rating di legalità. Più punti negli appalti e corsia preferenziale sui mutui. Con due anni di ritardo in G.U. il dm che agevola le imprese in regola con la giustizia.
Preferenza in graduatoria, attribuzione di punteggio aggiuntivo, riserva di quota delle risorse finanziarie allocate. Saranno questi (o almeno uno di questi) i premi riservati nell'ambito degli appalti alle imprese che hanno conseguito il rating di legalità, ovvero una sorta di voto attribuito alle imprese con oltre 2 milioni di fatturato dall'Antitrust, analizzando una serie di informazioni quali tracciabilità dei pagamenti, fedina penale pulita dell'imprenditore, adesione ai codici etici, rispetto delle norme sulla responsabilità amministrativa d'impresa.

A oltre due anni dalla previsione contenuta nel dl 1/2012 (e sarebbero dovuti passare solo 90 giorni) sulla G.U. n. 81 di ieri è stato pubblicato il decreto del Ministero dell'economia e delle finanze 20.02.2014, n. 57 «Regolamento concernente l'individuazione delle modalità in base alle quali si tiene conto del rating di legalità attribuito alle imprese ai fini della concessione di finanziamenti da parte delle pubbliche amministrazioni e di accesso al credito bancario, ai sensi dell'articolo 5-ter, comma 1, del decreto-legge 24.01.2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24.03.2012, n. 27».
Le nuove regole, in vigore da oggi, prevedono anche che le banche tengano conto della presenza del rating di legalità attribuito alla impresa nel processo di istruttoria ai fini di una riduzione dei tempi e dei costi per la concessione di finanziamenti. Le banche considerano il rating di legalità tra le variabili utilizzate per la valutazione di accesso al credito dell'impresa e ne tengono conto nella determinazione delle condizioni economiche di erogazione. Agli istituti bancari toccherà trasmettere annualmente alla Banca d'Italia, entro il 30 aprile, una dettagliata relazione sui casi in cui il rating di legalità non abbia influito sui tempi e sui costi di istruttoria o sulle condizioni economiche di erogazione, illustrandone le ragioni.
Le motivazioni per cui del rating non si è tenuto conto dovranno inoltre essere rese pubbliche dalle banche attraverso il proprio sito internet. Tornando agli adempimenti delle pubbliche amministrazioni, queste in sede di predisposizione dei provvedimenti di concessione di finanziamenti alle imprese, dovranno appunto tenere conto del rating di legalità a esse attribuito. Ci saranno meno carte da produrre, da parte delle aziende, e come visto un premio che potrà variare in considerazione della natura, dell'entità e della finalità del finanziamento, nonché dei destinatari e della procedura prevista per l'erogazione. I premi potranno essere graduati in ragione del punteggio conseguito in sede di attribuzione del rating. Le amministrazioni concedenti dovranno dare applicazione alle disposizioni del decreto entro 120 giorni a partire da oggi.
Va ricordato che la chiave di volta del sistema è l'iscrizione delle imprese, su base volontaria, a un elenco tenuto dall'Antitrust che è in sostanza la Bibbia del rating di legalità. Questo è l'elenco che le amministrazioni che concedono finanziamenti dovranno consultare per verificare se le imprese che si ammantano del rating ne siano realmente ancora in possesso.
Peraltro, è obbligo delle stesse imprese comunicare all'amministrazione l'eventuale revoca o sospensione del rating che fosse disposta nei suoi confronti nel periodo intercorrente tra la data di richiesta del finanziamento e la data dell'erogazione del contributo (articolo ItaliaOggi dell'08.04.2014 - tratto da www.centroctsudicni.it).

PATRIMONIOEdilizia, il Miur non può tacere. Deve tirare fuori la mappatura delle 41.483 strutture. Il Tar Lazio condanna il ministero a fare chiarezza entro 60 giorni. Non serve un regolamento.
Sessanta giorni. Entro due mesi la scuola italiana deve diventare una casa di vetro, almeno per la sicurezza degli edifici: il conto alla rovescia è iniziato con la sentenza n. 3014/2014 del Tar Lazio che ha accolto il ricorso di Cittadinanzattiva, ordinando al ministero dell'istruzione pubblicare i dati dell'anagrafe dell'edilizia scolastica e quelli della mappatura degli elementi non strutturali di tutti i 41.483 fabbricati italiani frequentati da docenti e studenti.
Ed è grazie alla riforma Severino che è divenuta realtà l'operazione-trasparenza voluta dalla onlus di partecipazione civica: la domanda di accesso civico inizialmente bocciata dal Miur, ma ora ritenuta legittima dai giudici, è stata infatti introdotta dall'articolo 5 del decreto legislativo 33/2013, vale a dire uno dei provvedimenti delegati della legge 190/2012.
Sono molte le carte che il Ministero dovrà tirare fuori sulla sicurezza degli edifici scolastici: si tratta in particolare delle certificazioni di agibilità statica, di adeguamento sismico, igienico-sanitario, prevenzione incendi; senza dimenticare la mappatura delle barriere architettoniche, la presenza di bagni per disabili, l'elenco degli interventi effettuati e da realizzare relativi alla rimozione di amianto e la presenza o meno del documento di valutazione dei rischi e del piano di evacuazione.
Le informazioni disponibili finora, infatti, riguardano solo 33 mila edifici, peraltro aggregati per regioni. Non colgono nel segno le difese dell'amministrazione: anzitutto l'articolo 7 della legge 23/1996 stabilisce in modo chiaro che è attribuita al Miur la «responsabilità della costituzione e dell'aggiornamento periodico della banca dati sebbene ciò debba avvenire con la collaborazione degli enti locali interessati», vale a dire regioni, comuni, province.
Ma soprattutto non ha senso per il ministero eccepire che Cittadinanzattiva, piuttosto che un'altra onlus, non abbiano il diritto ad accedere alle banche dati e che comunque prima di aprire le porte ai privati che vogliono ficcare il naso servirebbe una regolamentazione da parte dell'amministrazione stessa: è stato il decreto sviluppo 2.0 (dl 179/2012) a chiarire che sussiste un obbligo generalizzato di pubblicazione esteso a tutti i database pubblici, con la sola eccezione dell'anagrafe tributaria.
Nessun dubbio, dunque, può sussistere sull'esclusiva legittimazione passiva in capo al ministero dell'istruzione a provvedere sull'istanza di accesso civico a dati e informazioni relativi all'anagrafe dell'edilizia scolastica. Né si può convenire sulla necessaria adozione di un regolamento ad hoc preventivo all'accesso civico perché equivarrebbe ad applicare un'interpretazione che di fatto abroga l'articolo 5 del decreto legislativo 33/2013: si finirebbe per riconoscere ai singoli enti la possibilità di differire nel tempo l'efficacia di una disposizione fondamentale per l'attuazione del principio di trasparenza nei rapporti con le pubbliche amministrazioni. Il tutto in assenza di una espressa norma (articolo ItaliaOggi dell'08.04.2014 - tratto da www.centroctsudicni.it).

ENTI LOCALI: Dal 6 giugno la Pa pagherà solo fatture in formato digitale. I prospetti su carta emessi prima sono accettati fino al 6 settembre. Documenti elettronici. La scadenza spartiacque.
Il 6 giugno sarà il vero momento dello stop: niente più carta nelle operazioni tra fornitori e pubblica amministazione: in quella data scatterrà infatti l'obbligo della fattura elettronica verso la Pa senza ulteriori «trascinamenti in avanti» della possibilità di utilizzo del supporto fisico. In questi mesi, dunque, entra nel vivo la messa punto del meccanismo e del passaggio da una modalità a un'altra.
In questo quadro uno dei problemi più delicati da affrontare è il trattamento delle fatture che verranno emesse a ridosso del 6 giugno: l'articolo 1, comma 210, della legge 244/2007 –a dire il vero in modo non del tutto chiaro– stabilisce infatti che le pubbliche amministrazioni «a decorrere dal termine di tre mesi dell'entrata in vigore del regolamento di attuazione dell'obbligo, non possono accettare le fatture emesse o trasmesse in forma cartacea né possono procedere al pagamento, nemmeno parziale, sino all'invio in forma elettronica».
L'interpretazione di questa regola (che prevede una forma di «regime transitorio») è arrivata con la circolare 1 del 31.03.2014 e ora è più semplice comprendere il funzionamento della norma e gli effetti che derivano per imprese e amministrazioni.
Quando e come scatta il divieto di invio della fattura in modalità cartacea e quando scatta il divieto di pagamento? Questa è la domanda a cui la circolare ha dato una risposta netta e condivisibile e da questa risposta scaturiscono gli esempi riprodotti qui a destra.
La decorrenza del divieto
Il 06.06.2014 scatta l'obbligo di emettere le fatture in modalità elettronica verso i ministeri e le loro ripartizioni, le agenzie fiscali e gli enti e le casse di previdenza (circa 18.000 uffici). Questo obbligo disciplinato in dettaglio dal Dm 55/2013 prevede l'invio della fattura con un determinato formato (XML con sottoscrizione digitale) tramite il Sistema di interscambio (Sdi), sistema istituito da Sogei sotto la vigilanza dell'agenzia delle Entrate.
Da questa data e verso gli enti prima elencati non sarà più possibile inviare fatture cartacee e, se inviate in questa forma, il destinatario non potrà gestirle né pagarle fino a che non gli venga spedita in modalità elettronica con le regole sopra indicate.
Il legislatore, però, ha considerato un adeguato termine transitorio di tre mesi che consente agli uffici di gestire tutte le fatture che sono state emesse prima dell'entrata in vigore dell'obbligo (vale a dire prima del 06.06.2014). Pertanto, come chiarisce la citata circolare, se il fornitore emette la fattura prima del 06.06.2014, l'ente che la riceve può continuare per un periodo di 3 mesi – dal 6 giugno al 06.09.2014) a trattarla secondo le precedenti modalità e quindi la potrà correttamente liquidare e pagare senza incorrere nel divieto.
Le conseguenze
Una prima domanda che sorge è dunque questa: se la procedura di liquidazione e pagamento non si conclude nei tre mesi che succede? A questa domanda si deve rispondere che la gestione può proseguire anche dopo i tre mesi, e questo a prescindere dal fatto che le nuove regole imposte dal Dlgs 192/2012 (che modificano il Dlgs 231/2002), prevedono che l'ente paghi, in via ordinaria, entro 30 giorni. In effetti, come chiarisce la
circolare 31.03.2014 n. 1, sarebbe un aggravio per il fornitore e un danno per l'ente, prevedere che allo scadere del termine di tre mesi il fornitore sia costretto a emettere una fattura elettronica in sostituzione di quella cartacea. Quindi l'ente continuerà la gestione della fatturazione senza alcun aggravio della procedura sulla base della fattura cartacea precedentemente inviata.
Una situazione diversa è il caso in cui il fornitore abbia inviato la fattura con modalità cartacea prima del 6 giugno, ma la stessa venga in tutto o in parte rifiutata dall'ente destinatario per ragioni di merito relative alla cessione di beni o alla prestazione realizzata. In questo caso, l'ente potrebbe, dopo il 06.06.2014, chiedere al fornitore di emettere una nota di variazione che rettifichi in tutto o in parte la fattura precedentemente inviata. In questo caso il fornitore (essendo spirato il termine del 06.06.2014) dovrà emettere la nota di variazione seguendo le procedure previste dal Dm 55/2013. Pertanto dovrà utilizzare il Sdi e dovrà emettere la fattura in modalità elettronica.
Ovviamente si specifica che, in base alle regole previste dalla legge 244/2007, il fornitore e la Pa, emettendo l'uno le fatture in modalità elettronica e ricevendo l'altro con le stesse modalità, saranno costretti entrambi a gestire la fattura in modo elettronico e, cosa più importante, saranno costretti a conservare il documento solo in modalità elettronica secondo le disposizioni del Codice dell'amministrazione digitale (Dlgs 82/2005), secondo le relative regole tecniche e secondo il Dm 23.01.2004
(articolo Il Sole 24 Ore dell'08.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTIAppalti, no al prezzo più basso. Incentivata aggiudicazione con offerta più vantaggiosa. La direttiva 2014/24/Ue. Tre i criteri per la valutazione: qualità, organizzazione, servizi.
Possibile aggiudicare appalti a prezzo fisso; incentivata l'aggiudicazione dell'appalto con l'offerta economicamente più vantaggiosa sotto forma di rapporto prezzo/qualità; le offerte dovranno prendere in considerazione anche i costi derivanti dall'intero «ciclo di vita» del progetto; più flessibilità procedurale; meno limiti alla procedura negoziata; riforma della disciplina dell'avvalimento con sostituzione dell'impresa ausiliaria.

Sono alcune delle novità previste nella direttiva 2014/24/Ue del Parlamento europeo e del consiglio, del 26.02.2014, sugli appalti pubblici che abroga la direttiva 2004/18/Ce (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea serie L94 del 28.03.2014) (si veda anche ItaliaOggi Sette del 31/03/2014).
Il recepimento. La direttiva entrerà in vigore il 18 aprile e quindi a partire da quella data gli stati membri avranno tempo fino al 18.04.2016 per completare il recepimento, modulando le modifiche a seconda che si tratti di disposizioni a recepimento obbligatorio o a recepimento facoltativo, per le quali spetta allo stato membro un'ampia discrezionalità attuativa.
L'operazione sarà alquanto complessa in Italia dove esiste già un farraginoso e più volte modificato codice dei contratti pubblici (di recente, in parlamento si è parlato di una rivisitazione completa proprio in occasione del recepimento) e un ancora più articolato regolamento attuativo.
Aggiudicazione dell'appalto. Una delle più rilevanti novità riguarda la disciplina della fase di aggiudicazione dell'appalto contenuta negli articoli 67 e 68 della direttiva, fino a oggi basata sulla dicotomia prezzo più basso-offerta economicamente più vantaggiosa e sulla equivalenza dei due criteri (tanto che i tentativi italiani di limitare l'uno a favore dell'altro sono stati anche oggetto di procedure di infrazione).
Il testo finale del provvedimento fa saltare l'attuale equivalenza, esprimendo un netto favore per il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa (Oepv). Si afferma, infatti, che «le amministrazioni aggiudicatrici procedono all'aggiudicazione degli appalti sulla base dell'offerta economicamente più vantaggiosa», che in pratica è l'unico criterio oggetto di disciplina dettagliata (si prevede un'unica e residuale eccezione per aggiudicare solo sul prezzo al comma 5 dell'articolo 67). L'offerta economicamente più vantaggiosa dovrà essere individuata sulla base del prezzo/costo non in senso assoluto, ma come costo/efficacia potendo anche assumere le caratteristiche del miglior rapporto qualità/prezzo.
Con queste indicazioni appare evidente il rafforzamento delle tecniche di analisi «multicriterio» e parallelamente l'esigenza di un rafforzamento delle capacità valutative delle amministrazioni, chiamate a esaminare offerte più complesse e articolate. Le offerte inoltre dovranno prendere in considerazione anche il cosiddetto «costo del ciclo di vita» dell'intervento e ulteriori elementi attinenti gli aspetti ambientali e sociali connessi all'appalto.
Tre i macro criteri per la valutazione: qualità (pregio tecnico, caratteristiche estetiche e funzionali, accessibilità, progettazione adeguata per tutti gli utenti ecc.); organizzazione (qualifiche ed esperienza del personale), servizi post vendita. Sarà inoltre possibile, in fase di recepimento, stabilire che il prezzo non possa essere utilizzato nell'Oepv con l'effetto di aggiudicare anche soltanto sulla base di elementi qualitativi, a prezzo fisso; si potrà inoltre stabilire che il criterio del prezzo più basso sia vietato, o limitato ad alcuni «tipi di appalto».
Avvalimento. Notevoli le modifiche anche per la disciplina dell'avvalimento, di cui peraltro la direttiva ribadisce il carattere di utilizzo generalizzato. Di particolare interesse è la previsione sui requisiti professionali e sui titoli di studio: si stabilisce che chi presta un requisito professionale (per esempio l'esperienza professionale), o un titolo di studio, deve poi anche svolgere la prestazione.
Si ribadisce anche la legittimità dell'avvalimento interno ai raggruppamenti di concorrenti e si precisa che in caso di avvalimento sui requisiti economico-finanziari l'amministrazione possa chiedere la responsabilità solidale di entrambe le imprese (ausiliata e ausiliaria).
Si prevede inoltre che la stazione appaltante imponga la sostituzione dell'impresa ausiliaria che non dimostri il possesso dei requisiti, o che incorra in una causa di esclusione, con un'altra impresa, senza quindi che scatti una esclusione automatica per carenza di requisiti (articolo ItaliaOggi Sette del 07.04.2014 - tratto da www.centroctsudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAInquinamento, stretta sui big. Autorizzazione ambientale d'obbligo per più industrie. Gli effetti del dlgs 46/2014: sanzioni elevate per inosservanza delle prescrizioni Via.
Sempre più industrie dovranno ottenere, per poter esercitare la propria attività, l'«autorizzazione integrata ambientale», ossia la licenza a inquinare (meglio nota come «Aia»), rilasciata solo a seguito di una complessa procedura che impone il rispetto dei più alti standard di tutela dell'ecosistema in relazione a tutte le matrici verdi coinvolte.

Ad allargare il campo di applicazione della disciplina di ispirazione comunitaria (cd. «Ippc» – acronimo di «Integrated pollution prevention and control») è il nuovo dlgs 46/2014 (pubblicato sul S.o. n. 27 alla G.U. 27.03.2014 n. 72 e in vigore dall'11.04.2014) che nel riformulare le relative norme recate dal dlgs 152/2006 ne rivede anche apparato sanzionatorio e rapporti con la procedura di valutazione ambientale, ritoccando le regole sugli impianti di incenerimento rifiuti.
L'autorizzazione integrata ambientale. L'allargamento delle installazioni soggette ad Aia interesserà il settore energetico (entrano gli impianti di combustione con potenza termica pari o superiore a 50 Mw, quelli per raffinazione di petrolio e gas, per gassificazione o liquefazione di combustibili con potenza sopra i 20 Mw), della lavorazione di metalli (ora anche non ferrosi), dei prodotti minerari (includendo cemento, calce viva e ossido di magnesio), della fabbricazione ingente di altri comuni beni (come la produzione superiore a 600 m3 al giorno di determinati pannelli a base di legno).
Il nuovo dlgs chiarisce però che l'Aia, una volta ottenuta, sostituirà seccamente tutte le altre ordinarie autorizzazioni a inquinare (previste dall'allegato IX alla parte II del dlgs 152/2006. Ossia: emissioni in atmosfera; scarichi; gestione rifiuti; smaltimento apparecchi contenenti Pcb-Pct; utilizzo fanghi derivanti da depurazione in agricoltura) e che, in relazione agli impianti di gestione dei rifiuti, l'autorizzazione integrata costituirà sia licenza di realizzazione della struttura sia di primo esercizio della stessa.
Le relative sanzioni. Il nuovo dlgs 46/2014 ribilancia l'apparato sanzionatorio previsto dal Dlgs 152/2006, per cui l'esercizio di modifiche sostanziali senza rinnovata autorizzazione sarà paragonato alla conduzione senza Aia, ma la violazione di altre prescrizioni che non comportano effetti sull'ambiente sarà punita con mere sanzioni amministrative. L'applicazione delle «sanzioni Aia» escluderà comunque quelle previste dalle specifiche discipline di settore in relazione a violazioni autorizzatorie.
La (connessa) Valutazione di impatto ambientale. La «Via» dovrà essere effettuata in tutti i casi di «temuti» effetti negativi e significativi per l'ambiente. Ma nei casi previsti dalla Legge (articolo 10 del dlgs 152/2006: progetti sottoposti a valutazione statale e ricadenti sotto l'allegato XII alla parte seconda, dello stesso «Codice ambientale») la «Via» avrà piena valenza sostitutiva (e prescrittiva) dell'«Aia», e le condizioni di esercizio da essa stabilite dovranno essere attuate, rinnovate, monitorate e sanzionate ai sensi della disciplina sull'autorizzazione integrata.
L'incenerimento rifiuti. Il dlgs 46/2014 rinnova, collocandole direttamente nel dlgs 152/2006, le norme sugli impianti di incenerimento e coincenerimento dei rifiuti (sia soggetti ad Aia che non) alle quali gli impianti esistenti dovranno adeguarsi entro il 10.01.2016. Sulla falsariga del precedente provvedimento in materia (il Dlgs 133/2005, abrogato dal 01.01.2016) la nuova disciplina detta regole su procedure di consegna e ricezione rifiuti (imponendo ora il rispetto del regolamento 1013/2006 sul trasporto transfrontaliero), limiti all'incenerimento di determinate sostanze (oli usati contenenti rilevanti quantitativi di Pcb/Pct) e alle emissioni in atmosfera (ora più restitutivi), allo scarico nelle acque, alla gestione di incidenti e inconvenienti (con una descrizione più analitica delle condotte da osservare e con l'obbligo di prender subito le misure per limitare le conseguenze ambientali) (articolo ItaliaOggi Sette del 07.04.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIAPiccoli elettrodomestici usati, il ritiro è gratuito
Scatta il 12.04.2014 l'obbligo per i grandi distributori di «Aee» di effettuare, oltre al tradizionale «one on one», il ritiro gratuito «one on zero» delle piccolissime apparecchiature elettriche ed elettroniche a fine vita, ossia senza che il soggetto conferente abbia l'onere di acquistarne una nuova.

L'obbligo è sancito dal dlgs 14.03.2014, n. 49 (S.o. n. 30 alla G.U. 28.03.2014 n. 73) e riguarda i distributori con superficie di vendita di Aee al dettaglio di almeno 400 mq, in relazione ai Raee di dimensioni esterne inferiori a 25 cm provenienti da nuclei domestici e conferiti dagli utilizzatori finali.
L'obbligo di ritiro gratuito interessa sin da subito anche i Raee generalmente assimilati ai domestici per natura e quantità, compresi quelli costituiti da apparecchiature che (secondo il nuovo decreto legislativo) «potrebbero essere usati sia dai nuclei domestici che da utilizzatori diversi» (c.d. Raee «dual use»: «doppio uso») e quelli espressamente ricondotti ex lege alla prima categoria (come i pannelli fotovoltaici installati in impianti con potenza inferiore ai 10kw).
Oltre a introdurre l'obbligo di ritiro «one on zero» il dlgs 49/2014 sancisce gradualmente sia l'estensione della «disciplina Raee» a tutti gli apparecchi a fine vita (entro il 2018) sia l'innalzamento del tasso di raccolta differenziata degli stessi rifiuti (da portare a nuovo regime entro il 2019).
Alle nuove eco-regole sui Raee dettate dal dlgs 49/2014 si aggiungono quelle in vigore già dallo scorso 30 marzo in forza del dlgs 27/2014 sulla restrizione della commercializzazione di nuove Aee contenenti sostanze pericolose (piombo, mercurio, cadmio, cromo esavalente, bifenili polibromurati, eteri di bifenile polibromurato), regole che si applicano «secondo la logica della «categoria aperta» a tutti i beni rientranti nella definizione di apparecchiatura elettrica ed elettronica (con alcune eccezioni, tra cui i pannelli fotovoltaici installati da professionisti).
Con l'entrata in vigore dei nuovi decreti legislativi su produzione di Aee e gestione dei relativi rifiuti viene riformulato il quadro normativo nazionale di riferimento, che vede lo storico dlgs 151/2005 (tradizionale provvedimento madre di riferimento in materia) restare in vita unicamente in relazione agli articoli da cui dipendono alcuni decreti ministeriali attuativi ancora necessari, nelle more dei nuovi, a garantire il corretto funzionamento dell'intera filiera dei Raee (articolo ItaliaOggi Sette del 07.04.2014).

ENTI LOCALIUnioni di Comuni: per i revisori rischio ingorgo.
Le nuove norme «Delrio» concedono la possibilità di esercitare le funzioni dell'organo di revisione anche per i Comuni associati con un revisore unico per unioni di Comuni che complessivamente non superano i 10mila abitanti e con un collegio in caso diverso.

La norma (comma 110 dell'articolo 1 del disegno di legge, «Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni») non specifica se le nuove disposizioni riguardano le unioni a cui i Comuni minori devono affidare le funzioni fondamentali, ai sensi dell'articolo 14, comma 28, del Dl 78/2010, oppure tutte le unioni ex articolo 32 del Tuel.
Il comma 3-bis dell'articolo 234 del Dlgs 267/2000 già dispone che il collegio dei revisori nelle unioni che esercitano in forma associata tutte le funzioni fondamentali dei Comuni che ne fanno parte svolga le medesime funzioni anche per i Comuni associati.
Le soluzioni interpretative del comma 110 sono le seguenti due:
- la norma del disegno di legge appena approvato in via definitiva riguarda le unioni ex articolo 14, comma 28, del Dl 78/2010 ed in tal caso il comma 110 modifica, senza richiamarlo, l'articolo 234 comma 3 bis del Tuel prevedendo per le unioni con minore popolazione il revisore unico e per le altre il collegio;
- in alternativa, la norma riguarda invece tutte le unioni anche quelle che associano solo alcuni servizi lasciando in capo ai Comuni importanti funzioni che richiedono un supporto continuo e costante dell'organo di revisione.
Mentre nella prima ipotesi restano in capo ai Comuni funzioni del tutto limitate e per l'organo di revisione dell'unione l'accollo del controllo dei Comuni associati potrebbe essere operativamente possibile, nella seconda non viene ridotta l'attività che il revisore deve dedicare ad ogni singolo Comune.
Se l'interpretazione giusta è la seconda, non può essere ragionevolmente condivisa perché, di fatto, potrebbe rendere impossibile esercitare il controllo per una pluralità a volte troppo vasta di enti.
Le attuali funzioni dei revisori richiedono pareri obbligatori sui principali atti fondamentali del Consiglio, relazioni, attestazioni e verifiche che impegnano in modo continuo il revisore.
In alcuni periodi si accavallano adempimenti (vedi scadenza del prossimo 30 aprile per bilancio e rendiconto) che rendono impossibile operare oltre un certo numero di enti.
Occorre tenere conto che alle 369 unioni esistenti partecipano 1.981 Comuni, in media sei Comuni per unione.
Ci sono unioni partecipate da oltre 15 enti e in tal caso è umanamente impossibile svolgere le funzioni richieste entro gli stretti termini che alcune di queste richiedono.
La seconda ipotesi interpretativa è inoltre in netto contrasto con il limite all'affidamento degli incarichi disposto dall'articolo 238 del Dlgs 267/2000. Tale norma indica, fra l'altro, che ciascun revisore non può assumere più di quattro incarichi in Comuni con popolazione inferiore a 5mila abitanti.
A questo punto è auspicabile per rendere la norma applicabile, senza snaturare l'importante funzione di revisione negli enti locali, chiarire in via interpretativa che dovrà essere applicata solo nelle unioni che esercitano in forma associata tutte le funzioni fondamentali dei Comuni. Se questo chiarimento non sarà possibile occorre urgentemente un provvedimento normativo di modifica del comma 110 e di coordinamento con gli articoli 234, comma 3-bis, e 238 del Tuel
(articolo Il Sole 24 Ore del 07.04.2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOSanatoria più larga per gli integrativi. Dl Salva Roma/2. Condono per le somme già versate ai dipendenti se in regola con il Patto di stabilità.
Le pubbliche amministrazioni possono tirare un sospiro di sollievo: le forzature volte a garantire ai dipendenti benefits, che spesso travalicavano i confini incerti posti alla contrattazione decentrata, sembrano trovare una soluzione politica in sede di conversione del decreto salva-Roma.
Da dove nasce il problema? Il contratto collettivo del 1999, ispirandosi al privato, aveva ridisegnato le regole per la costituzione del fondo per le risorse decentrate e per il relativo utilizzo, affidando ai Comuni e alle Regioni un certo spazio di discrezionalità.
L'incertezza applicativa sui limiti della norma e l'abbondanza di risorse a quel tempo disponibili, hanno spinto gli enti locali ad adottare comportamenti, non sempre virtuosi, che garantissero la pace sociale. Questo, quantomeno, è il risultato che emerge dall'attività di controllo della Ragioneria dello Stato e dalle Procure della Corte dei conti. Ora le risorse scarseggiano e gli esiti dei verbali ispettivi imporrebbero recuperi significativi sui dipendenti, i cui stipendi risentono già di cinque anni di blocco del contratto collettivo e dei premi incentivanti.
In questo contesto ha trovato la sua genesi una soluzione che mette d'accordo tutti: politici, dirigenti, dipendenti e organizzazioni sindacali. La conversione del decreto salva-Roma (il Dl n. 16/2014) prevede, di fatto, un "condono tombale" di tutti gli atti di costituzione e di utilizzo del fondo, in qualunque maniera adottati entro il termine per l'adeguamento alla riforma Brunetta. L'emendamento chiarisce che sono salvi gli effetti passati, presenti e futuri degli atti sottoscritti entro il predetto termine e applicati o in corso di applicazione alla data di entrata in vigore della legge di conversione.
Le uniche condizioni richieste riguardano il rispetto del patto di stabilità, delle norme in materia di spese ed assunzione di personale e quelle previste dall'articolo 9 del Dl n. 78/2010 (riduzione dei fondi, contenimento del lavoro flessibile, ecc.). Ovviamente gli atti non devono aver comportato il riconoscimento giudiziale della responsabilità erariale. Purtroppo, il legislatore dimentica di precisare in quale momento questi requisiti devono essere verificati.
Gli enti non virtuosi non potranno accedere alla "sanatoria" e, quindi, dovranno rateizzare sui fondi degli anni successivi le risorse indebitamente inserite in un numero massimo di anni corrispondente a quelli nei quali il vincolo finanziario è stato superato. Se, però, hanno rispettato il patto di stabilità, possono compensare con i risparmi derivanti da piani di riorganizzazione.
Novità positive anche per gli Lsu. Nel testo attuale, la norma consente alle amministrazioni, il pagamento dei compensi senza sanzioni, ai lavoratori coinvolti in iniziative di politica attiva del lavoro negli anni 2011-2013
(articolo Il Sole 24 Ore del 07.04.2014).

ENTI LOCALI: Pa verso lo «spesometro» ma la platea potrebbe ridursi. Lotta all'evasione. Da comunicare i dati relativi al 2014.
Dal 2014 arriva lo spesometro anche per gli enti locali. Infatti dovranno comunicare telematicamente all'agenzia delle Entrate le cessioni di beni e prestazioni di servizi, resi e ricevuti, rilevanti Iva.
La comunicazione dovrà essere fatta entro il mese di aprile 2015, ma non riguarderà le operazioni documentate da fattura elettronica, disciplinata dall'articolo 1, commi da 209 a 214, legge 244/2007. Per gli anni 2012 e 2013, invece, gli enti locali (come lo Stato, le Regioni e gli altri organismi di diritto pubblico) sono stati esclusi grazie al provvedimento del direttore dell'agenzia delle Entrate del 05.11.2013.
L'adempimento, limitato alle attività commerciali, appare giustificato considerando che gli enti locali sono soggetti passivi come i privati, ma comporta diverse criticità operative, anche per l'inadeguato quadro normativo e di prassi in materia di gestione Iva negli enti pubblici. Già è arduo individuare compiutamente le attività commerciali degli enti locali, visto lo scarso contributo fornito dalla ormai datata circolare 18 del 1976 del ministero delle Finanze. Poi, si riscontrano comportamenti fiscali eterogenei da parte degli enti. Ad esempio, i servizi sociali «esenti» sono considerati da alcuni Comuni come fuori campo, perché inerenti attività «istituzionali».
Dal punto di vista del gettito Iva nulla cambia, ma il diverso trattamento fiscale ha conseguenze sulla comunicazione dei dati. Vi è poi il problema relativo alle fatture "promiscue", che molti enti non registrano neppure rinunciando al diritto alla detrazione e che, invece, dovrebbero essere segnalate.
Inoltre, molte operazioni attive di modesta entità rivolte ai consumatori finali sono trattate come corrispettivi, con segnalazione che avverrà per importi (si ritiene unitari) superiori a 3.600 euro. Non tutte però hanno i requisiti previsti dall'articolo 22 del Dpr 633/1972, che consente di non emettere fattura. L'interpretazione letterale delle disposizioni ne imporrebbe comunque la fatturazione e la comunicazione, con notevoli complicazioni considerando che le fatture emesse, essendo di modesto importo (inferiori a 300 euro), potrebbero essere registrate in forma cumulativa, facendo perdere allo spesometro quelle potenzialità di incrocio dati che giustificherebbero un appesantimento delle procedure interne di simile portata.
L'incertezza della normativa si accompagna all'inadeguatezza dei sistemi informativi, visto che la contabilità Iva è tenuta nell'ambito dei sistemi integrati di contabilità finanziaria "adattandola" alle esigenze di quest'ultima e rendendo difficile una corretta estrapolazione dei dati. Il mancato adeguamento dei programmi, sin dalla fase del caricamento dati 2014, renderà certamente difficile, se non impossibile, procedere nei termini previsti per lo spesometro.
La platea dei soggetti obbligati a inviare lo spesometro potrebbe ridursi, per effetto delle disposizioni che escludono le operazioni documentate da fattura elettronica e che consentono di fatto la sostituzione dello spesometro con l'invio telematico giornaliero di tutti i dati Iva (articolo 50-bis del Dl 69/2013). Tuttavia, sia la fatturazione elettronica per gli enti locali (pur già possibile in via facoltativa in base al Dm 55/2013), sia l'invio telematico giornaliero dei dati all'agenzia delle Entrate appaiono di improbabile attuazione nel breve periodo. Di conseguenza, è quanto mai opportuno adeguarsi per tempo, in modo da non dover attendere una nuova proroga che, visto il consolidarsi dell'adempimento, questa volta potrebbe non arrivare
(articolo Il Sole 24 Ore del 07.04.2014).

CONDOMINIOCondomìni green entro il 2016. Contatori intelligenti misureranno il consumo di calore. CONSIGLIO DEI MINISTRI/ Approvato lo schema di dlgs sull'efficienza energetica.
Contatori intelligenti per misurare il consumo di calore nei condomini da installare obbligatoriamente entro il 31.12.2016; diagnosi energetica dei siti produttivi delle grandi imprese da parte di soggetti certificati entro il 05.12.2015 e da ripetere ogni 4 anni, con lo stesso obbligo anche per le imprese cosiddette «energivore»; piano settennale 2014-2020 per la riqualificazione degli edifici della pubblica amministrazione centrale.

Sono le azioni principali dello schema di decreto legislativo approvato ieri dal consiglio dei ministri che attua la direttiva europea 2012/27/Ue finalizzata all'aumento dell'efficienza energetica e che modifica le direttive 2009/125/Ce e 2010/30/Ue e abroga le direttive 2004/8/Ce e 2006/32/Ce.
«Il governo mette a disposizione quasi 800 milioni di euro dal 2014 al 2020 per promuovere l'efficienza energetica», ha dichiarato il ministro per lo sviluppo economico, Federica Guidi, «Inoltre, sono previste iniziative che mirano ad accrescere la consapevolezza dei consumi energetici tra le famiglie».
In dettaglio, per avviare l'attuazione del programma vengono stanziati 30 milioni per gli anni 2014-2015 (5 milioni di euro per il 2014 e 25 milioni di euro per il 2015) a valere sul fondo presso la Cassa conguaglio per il settore elettrico. Per gli anni seguenti fino al 2020, il fondo potrà essere integrato fino a 25 milioni di euro l'anno. Inoltre, è previsto il ricorso fino al 30 milioni di euro l'anno per il periodo 2015-2020 a valere sulla quota dei proventi annui delle «Trading emission», le aste delle quote di emissione di CO2.
Il dlgs prevede per la misurazione individuale del consumo di calore nei condomini l'obbligo per le imprese di fornitura del servizio entro il 31.12.2016 di installare contatori intelligenti, individuali in ogni appartamento o in corrispondenza di ciascun radiatore per contabilizzare il calore individuale, con deroga per chi usufruisce del teleriscaldamento. In materia di riqualificazione energetica degli edifici della p.a., la norma licenziata dal governo di Matteo Renzi prevede la stesura di un apposito piano 2014-2020, con scadenza annuale al 30 novembre, che detterà il programma di interventi. A redigerlo saranno i ministeri dell'ambiente, infrastrutture, sviluppo economico, con l'Agenzia del demanio, coordinati da una cabina di regia, con il supporto dell'Enea e del Gse che assicureranno la raccolta dati e il monitoraggio necessario per verificare lo stato di attuazione del programma.
Il dlgs parla anche di una serie di misure di efficientamento riservate alle imprese. Le grandi imprese dovranno eseguire una diagnosi energetica per i loro siti produttivi entro il 05.12.2015 da parte di soggetti certificati sulla base della norma Uni 11352 oppure Uni 11339 e successivamente la dovranno rinnovare ogni quattro anni. Chi ha già l'Iso 50001 (sistema di certificazione energetica del sistema) o la En Iso 1400 (certificazione ambientale) non è obbligato a fare la diagnosi energetica. Le imprese «energivore» (ad elevato consumo di energia) sono tenute a eseguire la diagnosi indipendentemente dalla dimensione. Obblighi anche per le pmi per le quali sono previsti finanziamenti regionali attraverso bandi specifici di cofinanziamento degli audit (valutazioni) o per le certificazioni. Il ministero dello sviluppo economico cofinanzierà i bandi regionali per favorire l'accesso alle certificazioni di sistema.
Il provvedimento del governo detta norme anche in materia di diagnosi energetiche e sistemi di gestione dell'energia (art. 8), misurazione e fatturazione dei consumi energetici (art. 9) e promuove misure per l'efficienza nella fornitura dell'energia. Inoltre, detta l'obbligo per le società di distributore di gas e elettricità di nuovi contatori intelligenti e bollette più trasparenti entro 12 mesi dall'entrata in vigore del presente decreto. Entro 24 mesi per i contatori del teleriscaldamento. Il dlgs promuove il ruolo delle Esco (Energy service company), società che effettuano interventi finalizzati a migliorare l'efficienza energetica assumendosi il rischio dell'iniziativa e liberando il cliente finale da ogni onere organizzativo e di investimento. I risparmi economici ottenuti vengono condivisi fra la Esco e il cliente finale con diverse tipologie di accordo commerciale.
Il governo di Matteo Renzi ha imboccato la via della «green economy» in materia di riqualificazione energetica. Entro il 2020, a partire dal 2014, ogni anno dovrà essere riqualificato almeno il 3% annuo della superficie utile, climatizzata, degli edifici pubblici delle sole amministrazioni centrali. Anche gli immobili dei privati, compresi quelli ad uso industriale, dovranno essere resi più efficienti energeticamente, cioè dovranno consumare meno energia e tendere a un basso impatto sul fronte delle emissioni di Co2. Sono previste sanzioni per chi non adempirà agli obblighi entro il 2020.
L'obiettivo del provvedimento del governo è triplice e conforme a quello stabilito da Bruxelles con la direttiva Ue: aumentare l'efficienza energetica degli immobili per contribuire a ridurre del 20% l'emissione di gas serra; tagliare del 20% il consumo dell'energia da fonti tradizionali e incentivare del 20% l'utilizzo di quella da fonti rinnovabili. Inoltre, il decreto detta norme anche per rimuovere gli ostacoli sul mercato dell'energia e per superare le carenze del mercato che frenano l'efficienza nella fornitura e negli usi finali dell'energia. La riduzione dei consumi di energia al 2020 era già stata fissata dal piano per la strategia energetica nazionale (Sen), che viene aggiornato dal dlgs appena licenziato dal governo (articolo ItaliaOggi del 05.04.2014 - tratto da www.centroctsudicni.it).

EDILIZIA PRIVATAScia impotente sull'urbanistica. Non può affermare il rispetto norme.
Il privato, in occasione della presentazione della Scia per l'apertura di un negozio o di un esercizio pubblico, non può dichiarare di aver rispettato i presupposti tecnici previsti dalla legge, ovvero il rispetto delle norme edilizie e di quelle urbanistiche. Ciò in quanto le dichiarazioni sostitutive di certificazione o di atti di notorietà di cui agli artt. 46 e 47, previste dal dpr 445 del 2000, ed espressamente richiamate dall'articolo 19 della legge 241/1990 che ha introdotto la segnalazione certificata di inizio attività, possono riguardare soltanto gli stati, qualità personali o fatti «che siano a diretta conoscenza dell'interessato».

Lo ha stabilito il TRIBUNALE di Rovigo nel disporre, con provvedimento del Gip 447/2013 l'archiviazione del procedimento avviato dal comune che aveva rilevato una dichiarazione mendace e, pertanto, aveva inoltrato il tutto alla competente procura.
Secondo il giudice, non si può esigere che l'indagato, consapevolmente, attesti la conformità dei locali ai regolamenti comunali in materia edilizia e igienico-sanitaria; perché ciò richiede una specifica competenza professionale che, evidentemente il futuro imprenditore non può avere. Peraltro, la procura nel richiedere al Gip l'archiviazione del procedimento, ha anche sollevato questioni con riferimento alla prassi adottata dalla maggior parte dei comuni, su input delle regioni, di inserire all'interno della modulistica apposite caselline da barrare nei moduli prestampati.
Secondo il giudice, la norma prescrittiva contenuta nell'articolo 19 della legge 241/1990 punisce colui il quale correda la Scia con la certificazione non veritiera. Ma non può essere, invece, punito, perché la fattispecie non è prevista dalla norma, colui il quale si limita a barrare una casellina in una modulistica all'uopo predisposta. Ciò in forza del principio generale di tassatività, ovvero il divieto di applicazione analogica di una disposizione incriminatrice (articolo ItaliaOggi del 04.04.2014 - tratto da www.centroctsudicni.it).

ENTI LOCALIPiù democrazia nei mini enti. Fino a 10.000 abitanti aumentano assessori e consiglieri. DDL DELRIO/ La camera ha dato il via libera definitivo in tempo per le elezioni del 25/5.
Sotto i 1.000 abitanti, torna la giunta. Fino a 3.000, i sindaci potranno svolgere un terzo mandato consecutivo. Fino a 10.000, aumentano i posti da consigliere e assessore.

Con l'approvazione definitiva del disegno di legge «Delrio», che ieri a ottenuto l'ultimo via libera dalla camera, le novità sulla governance dei piccoli comuni inserite durante l'iter parlamentare si applicheranno già agli organi che si formeranno a seguito delle prossime elezioni amministrative, in calendario il 25 maggio.
Per i comuni con popolazione fino a 3.000 abitanti, il consiglio comunale sarà composto da dieci membri, oltre al sindaco, mentre gli assessori potranno essere al massimo due. Ricordiamo che, in base alla normativa attuale (risultante dalle modifiche introdotte dal dl 138/2011,) i comuni più piccoli erano suddivisi in due fasce: fino a 1.000 abitanti, oltre al primo cittadino, si prevedevano solo sei consiglieri e nessun assessore, con conseguente eliminazione delle giunte (il sindaco, al limite, poteva delegare funzioni a non più di due consiglieri), mentre da 1.001 e 3.000 abitanti, oltre ai sei membri del consiglio, erano ammessi massimo due assessori.
Per i comuni con popolazione superiore a 3.000 e fino a 10.000 abitanti, invece, il consiglio sarà composto, oltre che dal sindaco, da 12 membri e il numero massimo di assessori è stabilito in quattro. Finora, sotto i 5.000 abitanti, erano previsti sette consiglieri e tre assessori, che salivano, rispettivamente, a dieci e a quattro nella fascia compresa fra 3.001 e 10.000 abitanti. A regime, la modifica vale, complessivamente, circa 24.000 poltrone in più, anche se, per amministratori che (quando va bene) portano a casa qualche centinaio di euro al mese, sarebbe più corretto parlare di «seggiole» (spesso scomode).
La riforma, inoltre, dovrà essere a costo zero, visto che la nuova disciplina impone «l'invarianza della spesa in rapporto alla legislazione vigente» (con tanto di attestazione da parte dei revisori dei conti). È vero che quest'ultima, di fatto, si è applicata in pochi casi, essendo stata approvata quando gli organi dei circa 3.500 piccoli comuni che fra poco più di un mese saranno rinnovati erano già in carica. I veri risparmi attesi dalla precedente sforbiciata, insomma, si sarebbero realizzati dopo la ormai imminente scadenza elettorale. I numeri in ballo, però sono assai modesti, non solo se confrontati con i saldi di finanza pubblica, ma anche con i costi di organi come i consigli regionali o le camere.
Un'altra novità molto attesa riguarda l'esclusione del divieto di terzo mandato consecutivo per i sindaci dei comuni con meno di 3.000 abitanti. I primi cittadini uscenti che hanno già alle spalle due consiliature, quindi, potranno ricandidarsi ancora una volta, prima di doversi obbligatoriamente fermare almeno per un giro. Le modifiche richiamate arrivano a pochi giorni dal termine per la convocazione dei comizi elettorali, quando le liste di candidati da presentare erano già in una fase avanzata di definizione. Ora, in molti casi, potrebbero riaprirsi nuovi scenari che fino ad oggi erano preclusi.
In ogni caso, occorrerà tenere conto anche di un'altra novità: nelle giunte dei comuni con popolazione superiore a 3.000 abitanti, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40%, con arrotondamento aritmetico. Ancora una volta, quello che non si riesce fare a livello centrale viene attuato a livello locale (articolo ItaliaOggi del 04.04.2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGODalle province in regione con gli stessi stipendi. Un luogo comune da sfatare. Anche perché il Ccnl è lo stesso.
Il trasferimento dei dipendenti delle province alle regioni non comporterebbe un incremento degli stipendi e dei costi del personale.

Il problema della destinazione dei dipendenti provinciali è uno tra quelli più rilevanti, connessi al complicato disegno di svuotamento e successiva abolizione delle province. Una tra le alternative possibili (licenziamento, trasferimento ad altri enti) è il loro passaggio alle regioni, possibile in base all'attuale testo dell'articolo 1, comma 96, del ddl Delrio.
Tuttavia, in molti (compreso l'allora ministro della funzione pubblica Patroni Griffi) sostengono che il passaggio dei dipendenti provinciali ai ranghi regionali comporterebbe un aumento della spesa pubblica, poiché il costo medio del personale delle regioni è di circa il 23% superiore al costo medio del personale delle province.
Tale assunto è, però, infondato. Esso, in primo luogo, suscita l'impressione che nelle regioni si applichi un contratto collettivo differente da quello delle regioni. Ma non è così: a entrambi gli enti si applica la contrattazione collettiva nazionale del comparto regioni-autonomie locali. Il maggior costo del personale regionale non discende dall'applicazione di un contratto diverso, ma dalla presenza di un maggior numero di dirigenti e funzionari di elevato livello retributivo; a ciò si affianca l'elevatissimo numero di concorsi interni e progressioni orizzontali (cioè aumenti di stipendio) effettuati a partire dal 2001 da parte delle regioni, che hanno appunto portato verso l'alto le categorie giuridiche e stipendiali. In ogni caso, il pericolo di incremento dei costi non sussiste, per due ragioni.
In primo luogo è operante il congelamento delle retribuzioni individuali e dei fondi della contrattazione decentrata, disposto dall'articolo 9, commi 1 e 2-bis, del dl 78/2010, convertito in legge 122/2010, i cui effetti sono stati prorogati almeno fino al 31.12.2014 dal dpr 122/2013 e dalla legge 147/2013. Il comma 1 del citato articolo 9 del dl 78/2010 stabilisce che il trattamento economico complessivo dei singoli dipendenti, anche di qualifica dirigenziale, ivi compreso il trattamento accessorio non può superare, in ogni caso, il trattamento ordinariamente spettante per l'anno 2010.
La disposizione, dunque, impedisce radicalmente non solo alle regioni, ma a qualsiasi amministrazione dovesse acquisire personale provinciale, di assegnare un trattamento economico superiore a quello in godimento alle dipendenze delle soppresse province. Per altro, per un incremento del trattamento economico occorrerebbe necessariamente o un concorso pubblico con riserva di posti per accedere a una categoria maggiore (progressione di carriera), o una progressione orizzontale (incremento stipendiale): ma entrambi gli istituti sono congelati dal comma 21 sempre dell'articolo 9 citato. Il cui comma 2-bis fa divieto alle amministrazioni di aumentare la dotazione finanziaria dei fondi per la contrattazione decentrata, rispetto al 2010.
In secondo luogo, l'articolo 1, comma 95, lettera a), del ddl di riforma delle province contiene una norma espressa di salvaguardia: «Il personale trasferito mantiene la posizione giuridica ed economica, con riferimento alle voci del trattamento economico fondamentale e accessorio, in godimento all'atto del trasferimento, nonché l'anzianità di servizio maturata». Dunque, i trattamenti economici restano congelati anche per espressa volontà del legislatore, che estende il congelamento anche agli emolumenti legati alla performance (articolo ItaliaOggi del 04.04.2014).

ENTI LOCALIPer aggregare i piccoli enti si scommette sulle fusioni.
Per aggregare i piccoli comuni, si torna a scommettere sulle fusioni: agli incentivi di carattere finanziario previsti dall'ultima legge di stabilità, il ddl «Delrio», approvato ieri in via definitiva, aggiunge rilevanti meccanismi di semplificazione amministrativa.

La fusione come antidoto alla «polverizzazione» dei comuni è un evergreen della legislazione italiana, con alti e bassi a seconda delle sensibilità politiche e del contesto socio-economico. Malgrado la spinta impressa dalla legge 142/1990, le fusioni finora portate a termine sono assai poche.
Negli ultimi anni, pero, visti i magri risultati prodotti dall'associazionismo (unioni e convenzioni), si è registrato un interesse crescente per tale istituto: allo scorso mese di gennaio, sono state approvate già 26 fusioni, che hanno portato alla soppressione di ben 62 comuni, e altre sono in itinere (il 13 aprile, per esempio, si terrà un referendum per l'accorpamento di cinque comuni nell'altro Orvietano).
Il merito va anche agli incentivi finanziari previsti dall'art. 20 del dl 95/2012 (in base al quale, per dieci anni, viene erogato un contributo straordinario pari al 20% dei trasferimenti statali attribuiti nel 2010 ai comuni estinti) e ulteriormente potenziati dalla legge 147/2013 (che ha destinato ai comuni istituiti a seguito di fusione un ulteriore contributo annuo di 30 milioni fino al 2016). A questi, si aggiungono inoltre le premialità previste a livello regionale. Il ddl Delrio oltre a introdurre una nuova forma di fusione «per incorporazione», prevede anche incentivi di ordine procedurale/organizzativo e burocratico per le fusioni più tradizionali.
Per esempio, sotto il primo profilo si dispone che tutti gli atti normativi, i piani, i regolamenti, gli strumenti urbanistici e i bilanci dei comuni coinvolti nella fusione restano in vigore, con riferimento agli ambiti territoriali e alla relativa popolazione, fino a che non siano approvati quelli del nuovo ente. Ancora, i comuni risultanti da fusione, ove istituiscano municipi, potranno mantenere per un mandato tributi e tariffe differenziati per ciascuno dei territori degli enti preesistenti e potranno conservare i margini di indebitamento disponibili anche in caso di superamento, a livello complessivo, del tetto massimo consentito.
I comuni nati da fusione avranno priorità nella distribuzione dei fondi relativi al Programma 6000 campanili e nell'assegnazione dei bonus del Patto regionale verticale (articolo ItaliaOggi del 04.04.2014).

APPALTIAppalti, ampliata la platea dei soggetti tenuti a dichiarare i requisiti morali.
Con recente atto di segnalazione 12.03.2014 n. 1/2014, l'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici torna ad occuparsi nuovamente delle dichiarazioni ex art. 38, comma 1, lett. b), c) ed m-ter) del dlgs n. 163/2006 e smi, al riguardo proponendo specifiche modificazioni normative al governo nell'ambito dei poteri che le sono ordinariamente attribuiti dallo stesso Codice dei contratti.
L'occasione di intervento è data dall'Adunanza plenaria del Consiglio di stato che, con arresto n. 23 del 16/10/2013, ha precisato che l'esigenza di accertare la sussistenza dei requisiti di idoneità morale esiste -ma unicamente in caso di espressa previsione del bando- anche con riferimento ad institori e procuratori (dotati, tra gli altri, di poteri relativi alla partecipazione alle gare per l'affidamento di appalti pubblici) assimilabili agli amministratori muniti di potere di rappresentanza. Si tratta, in altri termini, di quei soggetti che nelle società spesso assumono un ruolo centrale nell'organizzazione aziendale, muniti di poteri decisionali di particolare ampiezza, tali da potersi ritenere analoghi a quelli che lo statuto assegna agli amministratori.
In proposito, nel caso di bando generico sul punto, l'esclusione potrà essere disposta soltanto in caso di effettiva mancanza del requisito e non invece in caso di omessa autodichiarazione, laddove il requisito sussista.
Ma la posizione del Consiglio di stato assumerebbe -a detta dell'Avcp- profili di notevole incertezza, lasciando ampi margini di discrezionalità alla stazione appaltante, con conseguente rischio di confusione e possibile disparità di trattamento.
Quanto detto non solo per le distinte deleghe che potrebbero essere state conferite all'interno delle varie società/operatori economici partecipanti alle procedure di gara -di fatto rendendo incerto il buon esito di ogni successiva attività di verifica- ma anche perché, in ogni caso, la stazione appaltante dovrebbe decidere sin dal momento di predisposizione del bando di gara se prevedere o meno l'obbligatorietà della dichiarazione, con il rischio di assistere ad un ulteriore livello di disomogeneità ravvisabile, questa volta, nelle scelte che potrebbero diversamente assumere le amministrazioni.
In tale direzione, l'interessante atto di segnalazione in commento, propone una modifica normativa in virtù della quale il legale rappresentante dell'operatore economico potrebbe rendere la dichiarazione per quanto a propria conoscenza -al pari, ad esempio, a quanto il bando di gara già può prevedere in relazione ai cessati dalla carica- e facendo leva su preventive dichiarazioni degli indicati soggetti le quali, addirittura, in un prossimo futuro, potrebbero essere utilizzate nel sistema AvcPass.
In altri termini nella dichiarazione del solo legale rappresentante potrebbero essere racchiuse tutte le ulteriori dichiarazioni che fossero richieste nel bando.
Il pur pregevole tentativo di razionalizzazione proposto rischia, tuttavia, di confondersi e sovrapporsi con le distinte problematiche che il legislatore nazionale si troverà a dover risolvere in sede di attuazione della nuova direttiva Parlamento europeo e Consiglio 26/02/2014 n. 2014/24/Ue (Guue del 28/03/2014) che abroga la Direttiva 2004/18/Ce sulla cui scorta era stato redatto il Codice dei contratti pubblici.
Potremmo, infatti, affermare, senza tema di smentita, che la proposta dell'Avcp vada proprio nella direzione della Direttiva richiamata in quanto anche quest'ultima prevede, all'art. 59, un Documento di gara unico europeo (Dgue) consistente «in un'autodichiarazione aggiornata come prova documentale preliminare in sostituzione dei certificati rilasciati da autorità pubbliche o terzi in cui si conferma che l'operatore economico in questione soddisfa» le condizioni di cui allo stesso richiamato articolo e fra le quali si rinviene il richiamo all'assenza di condanne definitive relativamente alle fattispecie elencate al precedente articolo 57.
Di fatto, pertanto, l'Avcp suggerisce correttamente modifiche normative improntate ad una semplificazione che è proprio la stessa comunità europea a richiedere oggi, con maggiore e rinnovata forza.
Se, dunque, è evidente che il proposto intervento normativo potrebbe, da un lato, servire a risolvere le criticità connesse alle modalità tramite cui dimostrare la sussistenza dei requisiti richiesti ai soggetti facenti parte degli operatori economici, è tuttavia palese che altre rilevanti problematiche permarrebbero con riferimento ai soggetti tenuti alle dichiarazioni.
L'art. 57 della richiamata Direttiva prevede, infatti, che «l'obbligo di escludere un operatore economico si applica anche nel caso in cui la persona condannata definitivamente è un membro del consiglio di amministrazione, di direzione o di vigilanza di tale operatore economico o è una persona ivi avente poteri di rappresentanza, di decisione o di controllo».
È evidente, pertanto, che la nuova previsione -se non debitamente e coerentemente recepita- rischia di rendere nuovamente incerto il confine dei soggetti tenuti a dichiarare, forse rendendo necessaria una netta inversione di tendenza, che ponga il problema sotto distinta ottica.
Se, infatti, è naturale che il tentativo dell'Avcp sia quello di ridurre e semplificare gli adempimenti, mediante utilizzo di modelli omnicomprensivi e tramite dichiarazioni effettuate per conto di altri soggetti, il reale e definitivo superamento di ogni problematica potrà esservi unicamente con il definitivo temperamento di tutti i formalismi, in nome di un necessario confronto sulla effettiva realtà dei fatti (articolo ItaliaOggi del 04.04.2014).

ENTI LOCALI: Dal 2015 le Province si svuotano. Sì alla legge Delrio: diventano assemblee di sindaci con meno poteri ma non si cancellano.
La cartina dell'Italia cambia faccia. Ma non troppo. Le province scendono dalle attuali 107 a 97, perdono gran parte dei loro poteri e diventano assemblee di sindaci senza indennità. Le altre 10 si trasformano in altrettante città metropolitane (sempre di secondo livello e non retribuite) e acquistano voce in capitolo su trasporti, comunicazione e sviluppo economico.

Sono gli effetti più immediati della legge Delrio che è stata approvata ieri in via definitiva dalla Camera e che farà sentire compiutamente i suoi effetti solo a partire dal 2015. Fanno eccezione la proroga dei commissari e dei presidenti in scadenza e l'aumento (senza oneri aggiuntivi) di oltre 23mila poltrone locali che scattano subito.
Avviato con Enrico Letta premier e Graziano Delrio ministro degli Affari regionali, il riordino degli enti di area vasta è giunto in porto dopo che il primo è stato sostituito da Matteo Renzi e il secondo è diventato sottosegretario. Il risultato si è visto. Il nuovo imprimatur politico ha consentito a un Ddl fermo ai box parlamentari da circa tre mesi di incassare, nel giro di una settimana, prima l'ok di Palazzo Madama e poi quello di Montecitorio. Il secondo dei quali si è rivelato quasi una formalità: il testo è passato con 260 voti a favore, 158 contrari e 7 astenuti, senza modifiche e senza fiducia.
Soddisfatti per il risultato Delrio che ha parlato di «una riforma vera» e la nuova responsabile degli Affari regionali, Maria Carmela Lanzetta, che ha annunciato di voler «creare un tavolo di attuazione con Regioni e autonomie locali per affrontare insieme e gestire nel miglior modo possibile tutti i passaggi previsti dalla legge». Di diverso avviso l'opposizione. Con il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta, che l'ha definito «un golpe».
Rinviando agli altri articoli in pagina l'approfondimento sui possibili risparmi, qui proviamo a ricordare i capisaldi dell'articolato. Nel prorogare fino a fine 2014 i 52 presidenti (con relative giunte) che sarebbero tornati al voto in primavera e i 21 commissari che sarebbero scaduti il 30 giugno, in entrambi i casi a titolo gratuito, la legge cambia i connotati alle amministrazioni provinciali. Da un lato, stabilisce che avranno la gestione dell'edilizia scolastica e la semplice pianificazione su trasporti, ambiente e mobilità; dall'altro le trasforma in enti di secondo livello senza indennità e imperniati su tre organi: il presidente, che sarà il sindaco del comune capoluogo; l'assemblea dei sindaci, che raggrupperà tutti i primi cittadini del circondario; il consiglio provinciale, che sarà formato da 10 a 16 membri (a seconda della popolazione) scelti tra gli amministratori municipali del territorio oppure tra i consiglieri provinciali uscenti.
Il passaggio di consegne tra vecchie e nuove province avverrà dal 01.01.2015. Anche se in 13 casi verrà differito. In quattro di questi (Caserta, Imperia, L'Aquila e Viterbo) bisognerà aspettare la primavera 2015 quando scadranno i vecchi organi mentre nelle restanti nove (Campobasso, Lucca, Macerata, Mantova, Pavia, Ravenna, Reggio Calabria, Treviso e Vercelli) ci vorrà il 2016. E sempre nel 2016 le città metropolitane diventeranno 10. Le prime nove (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli) partiranno già a inizio 2015; Reggio Calabria si aggiungerà solo verso la fine dell'anno seguente. A meno che nel frattempo l'esecutivo non decida davvero di dare seguito all'ordine del giorno approvato ieri a Montecitorio che lo impegna ripristinare le norme eliminate al Senato che portavano il loro numero complessivo a 21.
A prescindere da quante saranno realmente, le città metropolitane avranno dei compiti più pesanti rispetto alle province. Si occuperanno infatti della pianificazione territoriale generale –incluse le strutture di comunicazione, le reti di servizi e delle infrastrutture–, dell'organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito metropolitano, della viabilità e mobilità e dello sviluppo economico.
Un'altra differenza riguarderà gli organi. Saranno sì di secondo livello e a titolo gratuito ma il sindaco metropolitano potrà eventualmente essere eletto dai cittadini. Solo se lo statuto lo vorrà e lo Stato approverà la relativa legge elettorale
(articolo Il Sole 24 Ore del 04.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI:  Sì alla legge Delrio: diventano assemblee di sindaci con meno poteri ma non si cancellano. Dal 2015 le Province si svuotano.
La cartina dell'Italia cambia faccia. Ma non troppo. Le province scendono dalle attuali 107 a 97, perdono gran parte dei loro poteri e diventano assemblee di sindaci senza indennità. Le altre 10 si trasformano in altrettante città metropolitane (sempre di secondo livello e non retribuite) e acquistano voce in capitolo su trasporti, comunicazione e sviluppo economico.
Sono gli effetti più immediati della legge Delrio che è stata approvata ieri in via definitiva dalla Camera e che farà sentire compiutamente i suoi effetti solo a partire dal 2015. Fanno eccezione la proroga dei commissari e dei presidenti in scadenza e l'aumento (senza oneri aggiuntivi) di oltre 23mila poltrone locali che scattano subito.
Avviato con Enrico Letta premier e Graziano Delrio ministro degli Affari regionali, il riordino degli enti di area vasta è giunto in porto dopo che il primo è stato sostituito da Matteo Renzi e il secondo è diventato sottosegretario. Il risultato si è visto. Il nuovo imprimatur politico ha consentito a un Ddl fermo ai box parlamentari da circa tre mesi di incassare, nel giro di una settimana, prima l'ok di Palazzo Madama e poi quello di Montecitorio. Il secondo dei quali si è rivelato quasi una formalità: il testo è passato con 260 voti a favore, 158 contrari e 7 astenuti, senza modifiche e senza fiducia.
Soddisfatti per il risultato Delrio che ha parlato di «una riforma vera» e la nuova responsabile degli Affari regionali, Maria Carmela Lanzetta, che ha annunciato di voler «creare un tavolo di attuazione con Regioni e autonomie locali per affrontare insieme e gestire nel miglior modo possibile tutti i passaggi previsti dalla legge». Di diverso avviso l'opposizione. Con il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta, che l'ha definito «un golpe».
Rinviando agli altri articoli in pagina l'approfondimento sui possibili risparmi, qui proviamo a ricordare i capisaldi dell'articolato. Nel prorogare fino a fine 2014 i 52 presidenti (con relative giunte) che sarebbero tornati al voto in primavera e i 21 commissari che sarebbero scaduti il 30 giugno, in entrambi i casi a titolo gratuito, la legge cambia i connotati alle amministrazioni provinciali. Da un lato, stabilisce che avranno la gestione dell'edilizia scolastica e la semplice pianificazione su trasporti, ambiente e mobilità; dall'altro le trasforma in enti di secondo livello senza indennità e imperniati su tre organi: il presidente, che sarà il sindaco del comune capoluogo; l'assemblea dei sindaci, che raggrupperà tutti i primi cittadini del circondario; il consiglio provinciale, che sarà formato da 10 a 16 membri (a seconda della popolazione) scelti tra gli amministratori municipali del territorio oppure tra i consiglieri provinciali uscenti.
Il passaggio di consegne tra vecchie e nuove province avverrà dal 01.01.2015. Anche se in 13 casi verrà differito. In quattro di questi (Caserta, Imperia, L'Aquila e Viterbo) bisognerà aspettare la primavera 2015 quando scadranno i vecchi organi mentre nelle restanti nove (Campobasso, Lucca, Macerata, Mantova, Pavia, Ravenna, Reggio Calabria, Treviso e Vercelli) ci vorrà il 2016. E sempre nel 2016 le città metropolitane diventeranno 10. Le prime nove (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli) partiranno già a inizio 2015; Reggio Calabria si aggiungerà solo verso la fine dell'anno seguente. A meno che nel frattempo l'esecutivo non decida davvero di dare seguito all'ordine del giorno approvato ieri a Montecitorio che lo impegna ripristinare le norme eliminate al Senato che portavano il loro numero complessivo a 21.
A prescindere da quante saranno realmente, le città metropolitane avranno dei compiti più pesanti rispetto alle province. Si occuperanno infatti della pianificazione territoriale generale –incluse le strutture di comunicazione, le reti di servizi e delle infrastrutture–, dell'organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito metropolitano, della viabilità e mobilità e dello sviluppo economico. Un'altra differenza riguarderà gli organi. Saranno sì di secondo livello e a titolo gratuito ma il sindaco metropolitano potrà eventualmente essere eletto dai cittadini. Solo se lo statuto lo vorrà e lo Stato approverà la relativa legge elettorale
(articolo Il Sole 24 Ore del 04.04.2014).

INCARICHI PROFESSIONALIAvvocati, sono in vigore da oggi i nuovi parametri. Pubblicato in Gazzetta il decreto con i valori aggiornati.
In vigore da oggi i nuovi parametri forensi. Il decreto 10.03.2014, n. 55 del ministero della giustizia (regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense) è stato infatti pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 77 di ieri e avrà decorrenza praticamente immediata.
Si prevede quindi almeno un raddoppio dei compensi degli avvocati liquidati dal giudice, rispetto al vecchio dm 140/2012. Per una causa di valore pari a 15 mila euro, se seguita dall'inizio alla fine, l'avvocato verrà liquidato con 4.835 euro anziché 2.100 euro, ovvero il 130,2% in più (si veda ItaliaOggi del 14 marzo scorso).
Il nuovo decreto, inoltre, incentiva la conciliazione giudiziale, prevedendo, in questo caso, un aumento fino a un quarto del compenso liquidato dal giudice rispetto a quello liquidabile per la fase decisionale. Mentre costituisce elemento di valutazione negativa, in sede di liquidazione giudiziale del compenso, l'adozione di condotte abusive tali da ostacolare la definizione dei procedimenti in tempi ragionevoli. Il compenso dell'avvocato sarà liquidato per fasi, generalmente quattro per quanto riguarda l'attività giudiziale.
La fase di studio della controversia, che prevede l'esame e lo studio degli atti a seguito della consultazione con il cliente, le ispezioni dei luoghi, la ricerca dei documenti e la conseguente relazione o parere, scritti oppure orali, al cliente, precedenti la costituzione in giudizio. La fase introduttiva del giudizio, che consiste negli atti introduttivi e di costituzione in giudizio e il relativo esame. Si procede con la fase istruttoria, con le richieste di prova, le memorie illustrative o di precisazione o integrazione delle domande o dei motivi di impugnazione.
E infine la fase decisionale, che consiste, tra l'altro, nelle precisazioni delle conclusioni e nell'esame di quelle delle altre parti (articolo ItaliaOggi del 03.04.2014).

ENTI LOCALI - VARISemafori, multa annullata con giallo sotto 4 secondi.
Non vale la multa per passaggio di un incrocio con il semaforo rosso se la durata del giallo è inferiore a quattro secondi in centro abitato e a cinque fuori città. Ma possono essere stabiliti anche tempi diversi dagli specialisti della regolazione semaforica perché il codice della strada non si esprime dettagliatamente in proposito.

Lo ha evidenziato il sottosegretario dell'economia e delle finanze Enrico Zanetti, martedì 1° aprile alla Camera in risposta alla interrogazione a risposta orale 3-00674 di Simone Baldelli (Fi).
La questione della durata della luce gialla dei semafori assume rilievo quando sugli incroci vengono posizionati i controllori automatici del semaforo. Ovvero per evitare che l'automobilista passi con il rosso a sua insaputa perché tratto in inganno dall'eccessiva brevità della fase intermedia di colore giallo. L'art. 41 del codice della strada dispone, infatti, che durante il periodo di accensione della luce gialla l'automobilista non possa oltrepassare la linea di arresto, a meno che egli non si trovi così prossimo al momento dell'accensione da non potersi più arrestare in condizione di sicurezza.
«Nel codice stradale non è indicato un tempo di accensione di questa lanterna», ha spiegato Zanetti, «tuttavia i tempi del giallo non possono essere scelti arbitrariamente dai comuni o dagli installatori ma occorre fare riferimento a puntuali regole tecniche che in pratica evidenziano tempi di tre, quattro o cinque secondi minimo, a seconda delle condizioni di traffico e delle caratteristiche dell'incrocio». «Nella pratica», ha proseguito il sottosegretario, «vengono generalmente adottati tempi minimi di quattro secondi in ambito urbano e di cinque secondi in ambito extraurbano e in presenza di particolari condizioni geometriche. Questi tempi sono considerati tempi minimi e, quindi, possono sempre essere adeguatamente incrementati sulla scorta di apposita relazione dei tecnici abilitati alla regolazione semaforica».
Particolarmente importante per la definizione del tempo della luce gialla è la valutazione del tipo di veicoli circolanti sull'incrocio. Con la presenza del traffico pesante non si può scendere sotto ai quattro secondi (articolo ItaliaOggi del 03.04.2014).

INCARICHI PROFESSIONALIAvvocati, da oggi parcella più ricca. Per una causa di 15mila euro di valore aumento superiore al 130%. Professioni. Pubblicati in «Gazzetta» i nuovi parametri per la determinazione giudiziale dei compensi.
In vigore da oggi i nuovi parametri forensi. Un passo fondamentale e assai atteso dagli avvocati nel caso di liquidazione delle spese in giudizio oppure quando manca l'accordo tra cliente e legale o anche quando il compenso non è stato determinato in forma scritta.
È stato infatti pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» n. 77 del 2 aprile il testo del decreto del ministero della Giustizia 55 del 10 marzo che provvede all'aggiornamento degli importi applicati dall'estate del 2012.
Allora, con il decreto 140, vennero fissati importi da subito contestati dall'avvocatura che avviò una lente operazione di ricucitura con via Arenula per arrivare a una nuova formulazione che il Cnf (che molto si è speso per arrivare a questo testo) sottolinea come assai migliorativo. Tanto da pubblicare sul suo sito istituzionale una tabella che, per una causa di valore medio (15mila euro), segnala un aumento medio delle parcelle nell'ordine del 130%, da 2.100 a 4.835 euro: è l'effetto dei rincari previsti un po' per tutte le fasi di giudizio, da quella di studio a quella decisionale, passando per quelle di introduzione e di trattazione.
Esulta, ma con una punta di amarezza, anche Nicola Marino, presidente dell'Oua: «Si conclude, così, l'iter di un provvedimento atteso troppo a lungo dagli avvocati italiani. Un piccolo passo in avanti per un'avvocatura soffocata da mille problemi. Un primo e concreto gesto positivo del nuovo ministro Orlando. Ora, la partita vera è quella dei tavoli sulla modernizzazione e il rilancio della professione forense oggetto di discussione le scorse settimane con il Guardasigilli». Tra le novità principali dell'ultima ora, sottolinea il Cnf, la soppressione della norma che riduceva di un 30% i compensi agli avvocati che assistono in regime di patrocinio a spese dello Stato.
Per la liquidazione del compenso, spiega il decreto, si tiene conto delle caratteristiche, dell'urgenza e del valore dell'attività prestata, dell'importanza, della natura, della difficoltà e del valore dell'affare, delle condizioni soggettive del cliente, dei risultati conseguiti, del numero e della complessità delle questioni giuridiche e di fatto trattate. Per quanto riguarda la determinazione delle difficoltà della causa si tiene particolare conto dei contrasti giurisprudenziali, e della quantità e del contenuto della corrispondenza che risulta essere stato necessario intrattenere.
Il giudice tiene conto dei valori medi indicati nelle tabelle allegate al testo (i più ricorrenti esempi sono pubblicati a lato) che, in applicazione dei parametri generali, possono essere aumentati, di regola, fino all'80% o diminuiti fino al 50 per cento. Per la fase istruttoria l'aumento è di regola fino al 100% e la diminuzione di regola fino al 70 per cento. Oltre al compenso e al rimborso delle spese documentate in relazione alle singole prestazioni, all'avvocato è dovuta -in ogni caso e anche in caso di determinazione contrattuale- una somma per rimborso spese forfettarie di regola nella misura del 15% del compenso totale per la prestazione.
Nell'ipotesi di conciliazione giudiziale o transazione della controversia, la liquidazione del compenso è di regola aumentata fino a un quarto rispetto a quello altrimenti liquidabile per la fase decisionale, fermo quanto maturato per l'attività precedentemente svolta.
Costituisce elemento di valutazione negativa, in sede di liquidazione giudiziale del compenso, l'adozione di condotte tali da ostacolare la definizione dei procedimenti in tempi ragionevoli. Il compenso da liquidare giudizialmente a carico del soccombente può essere aumentato fino a un terzo rispetto a quello altrimenti liquidabile quando le difese della parte vittoriosa sono risultate manifestamente fondate
(articolo Il Sole 24 Ore del 03.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTIConcessioni trasparenti e con durata limitata. Con l'attuazione sarà possibile proporre correttivi in corso di gara. Appalti. Pubblicate sulla Gazzetta Ue le nuove direttive europee su lavori e servizi.
Le direttive dell'Unione europea n. 23, 24 e 25 pubblicate nei giorni scorsi trasformano il sistema degli appalti e delle concessioni per valori superiori alle soglie, delineando un nuovo quadro di riferimento normativo, che dovrà essere recepito nelle legislazioni dei singoli Stati membri entro la metà di aprile del 2016.
Le maggiori novità riguardano le concessioni che, per la prima volta, nell'ordinamento comunitario vengono ad avere una disciplina specifica, traduttiva dei consolidati principi di affidamento.
Nell'articolo 2 si evidenzia come l'aggiudicazione di una concessione di lavori o di servizi comporti il trasferimento al concessionario di un rischio operativo legato alla gestione dei lavori o dei servizi, comprendente un rischio sul lato della domanda o sul lato dell'offerta, o entrambi.
La parte del rischio trasferita al concessionario comporta una reale esposizione alle fluttuazioni del mercato tale per cui ogni potenziale perdita stimata subita dal concessionario non sia puramente nominale o trascurabile.
Gli affidamenti in house
Sono, tuttavia, esclusi dalla nuova disciplina che viene prevista nelle direttive comunitarie pubblicate in Gazzetta Ufficiale gli affidamenti in house (articolo 17) e lo specifico settore dei servizi idrici (articolo 12).
La direttiva stabilisce anche che le concessioni devono avere una durata limitata (articolo 18), stimata dall'amministrazione aggiudicatrice o dall'ente aggiudicatore in funzione dei lavori o servizi richiesti al concessionario.
Per le concessioni ultraquinquennali, la durata massima della concessione non supera il periodo di tempo in cui si può ragionevolmente prevedere che il concessionario recuperi gli investimenti effettuati nell'esecuzione dei lavori o dei servizi, insieme con un ritorno sul capitale investito tenuto conto degli investimenti necessari per conseguire gli obiettivi contrattuali specifici.
Sotto il profilo procedurale, il principio di pubblicità è tradotto in disposizioni che evidenziano la necessità di un bando di concessione (articolo 31, commi 1-3), ma per la prima volta viene a essere configurata anche la possibilità di utilizzare la procedura negoziata in alcuni casi (articolo 31, comma 4).
Le amministrazioni devono, peraltro, adottare misure per prevenire la corruzione nelle procedure di affidamento (articolo 35), a fini di massima garanzia della trasparenza e della correttezza della procedura.
Nella gestione della gara risulta particolarmente innovativa la possibilità, per gli operatori economici concorrenti, di presentare proposte migliorative e innovative che possono condurre l'ente affidante a rimodulare i criteri di aggiudicazione (articolo 40).
I moduli di relazione
La direttiva appalti rivoluziona, invece, i moduli di relazione, stabilendo che la gestione delle comunicazioni di gara avvenga, in via ordinaria, con modalità elettroniche (articolo 22), ma anche introducendo procedure collaborative, come i partenariati per l'innovazione (articolo 31), che permettono alle stazioni appaltanti di sollecitare gli operatori economici a fornire risposte (in termini di beni, servizi, lavori) più rispondenti alle loro effettive esigenze.
L'attenzione per le procedure elettroniche prevede, poi, una disposizione che sembra "ricalcata" sul Mepa, configurando da parte delle amministrazioni la possibilità di utilizzo di cataloghi elettronici (articolo 36), così come vengono a essere riconosciute e disciplinate in via comunitaria le centrali di committenza (articolo 37)
(articolo Il Sole 24 Ore del 03.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALIFattura elettronica, inizio soft. Documenti cartacei pregressi saranno comunque pagati. Circolare del Mef sull'avvio previsto per giugno. Il rifiuto del Sdi non blocca l'emissione.
Le fatture cartacee emesse nei confronti delle pubbliche amministrazioni prima della decorrenza dell'obbligo di fatturazione elettronica saranno comunque pagate senza che sia necessario riemettere il documento in formato digitale. Inoltre, nel caso in cui il sistema di interscambio notifichi al fornitore il messaggio di mancata consegna della fattura elettronica, questa deve comunque considerarsi emessa.

Questi, nell'ottica delle imprese, i chiarimenti principali contenuti nella circolare 31.03.2014 n. 1, emanata congiuntamente dai dipartimenti delle finanze e della funzione pubblica in relazione alle disposizioni concernenti l'obbligo della fatturazione elettronica delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi nei confronti delle amministrazioni pubbliche, introdotto dalla legge n. 244/2007 e attuato dal regolamento n. 55/2013.
Anagrafiche delle amministrazioni
La circolare ricorda che le amministrazioni destinatarie di fatture elettroniche devono inserire l'anagrafica dei propri uffici abilitati alla ricezione delle fatture nell'Indice delle pubbliche amministrazioni (Ipa), il quale provvede ad attribuire un codice univoco ad ogni ufficio e a renderlo pubblico nel proprio sito internet. Il codice è essenziale: se manca, la fattura viene rifiutata dal sistema di interscambio.
Di conseguenza, l'art. 6, comma 5 del regolamento prevede che l'inserimento sia completato tre mesi prima del termine dal quale decorre l'obbligo della fatturazione elettronica, in modo tale da favorire gli interventi di adeguamento dei sistemi gestionali sia delle amministrazioni che dei fornitori. Tale previsione, chiarisce la circolare, si applica a tutte le amministrazioni nei cui confronti è fatto obbligo di fatturazione elettronica, comprese quelle per le quali non è ancora stabilita la decorrenza.
A questo proposito, si ricorda che, in un'ottica di gradualità, il regolamento prevede l'obbligo a decorrere dal 06.06.2014 per le fatture emesse nei confronti dei ministeri, delle agenzie fiscali e degli enti nazionali di previdenza e assistenza inclusi nell'elenco Istat, mentre per gli altri enti pubblici la decorrenza è 06.06.2015 (incluse le amministrazioni locali, come prevede un decreto in via di emanazione).
Data di emissione della fattura elettronica
L'art. 2, comma 4, del regolamento stabilisce che la fattura elettronica si considera trasmessa per via elettronica, ai sensi dell'art. 21 del dpr 633/1972, e ricevuta dalle amministrazioni destinatarie, solo a fronte del rilascio della ricevuta di consegna da parte del sistema di interscambio.
Pur rilevando la conformità della disposizione con la norma fiscale dell'art. 21, comma 1, del dpr 633/1972, la circolare reputa opportuno individuare disgiuntamente le condizioni alle quali la fattura elettronica può ritenersi emessa dal fornitore e ricevuta dal destinatario, in considerazione della particolarità, nel caso in esame, della frapposizione, fra i due soggetti, del sistema di interscambio gestito dall'agenzia delle entrate.
In particolare, la circolare precisa che, per quanto riguarda il fornitore, la fattura può considerarsi emessa ai sensi della normativa fiscale (quindi agli effetti del rispetto del termine previsto dalla legge Iva) anche nel caso in cui il sistema notifichi all'emittente un messaggio di mancata consegna del documento.
Pagamenti nella fase transitoria
Ai sensi del comma 6 dell'art. 6 del regolamento, trascorsi tre mesi dalla data di decorrenza dell'obbligo della fattura elettronica, le pubbliche amministrazioni non possono procedere ad alcun pagamento, neppure parziale, sino all'invio delle fatture in formato elettronico.
È stato più volte segnalato da ItaliaOggi (da ultimo, il 14 febbraio scorso) che questa disposizione, letteralmente, avrebbe potuto portare al blocco dei pagamenti delle fatture cartacee emesse prima della decorrenza dell'obbligo di adottare la fattura elettronica. Riconoscendo fondata la questione, la circolare chiarisce che, ferma restando la necessità di rispettare i termini di pagamento previsti dalla legge, qualora la pubblica amministrazione, allo scadere del termine di tre mesi (ad esempio, alla data del 06.09.2014, per il primo gruppo di obbligati), non avesse ancora pagato una fattura legittimamente emessa in forma cartacea anteriormente alla decorrenza dell'obbligo di fatturazione elettronica (ossia entro il 05.06.2014), l'amministrazione dovrà senz'altro portare a termine il procedimento e provvedere al pagamento.
In pratica, viene esclusa l'applicazione della norma del regolamento, che aggraverebbe inutilmente il procedimento e pretenderebbe l'emissione di una nuova fattura, non consentita dalla legge fiscale (articolo ItaliaOggi del 02.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTIGare, sì all'avvalimento plurimo. Le indicazioni dell'autorità di vigilanza in gazzetta.
È illegittimo il divieto di avvalersi di più imprese ausiliarie per dimostrare i requisiti di partecipazione alle gare di appalto di lavori; le amministrazioni possono ammettere l'utilizzo delle qualifiche di più operatori economici per una stessa categoria di lavori; per lavori specifici si potrà però anche prevedere una limitazione del numero degli operatori, ma con adeguata motivazione.
È quanto afferma l'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici nelle indicazioni alle stazioni appaltanti sul tema dell'avvalimento, pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale n. 75 del 31.03.2014.
Le indicazioni vengono fornite alla luce della sentenza della Corte di giustizia europea del 10.10.2013, che ha sancito l'incompatibilità comunitaria (con gli artt. 47, paragrafo 2 e 48, paragrafo 3, della direttiva 2004/18) dell'art. 49, comma 6, del Codice che vieta in via generale agli operatori economici che partecipano ad una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico di lavori di avvalersi per la stessa categoria di qualificazione delle capacità di più imprese.
Per l'Autorità, quindi, applicando il dettato della sentenza europea, deve essere ammessa, in sede di gara, la possibilità che il concorrente, mediante avvalimento, utilizzi cumulativamente, per il raggiungimento della classifica richiesta dal bando gara, più attestati di qualificazione per ciascuna categoria.
Se però si è in presenza di un appalto di lavori per i quali è necessaria una capacità specifica, l'Autorità prescrive che la stazione appaltante ha comunque il potere di «esigere che il livello minimo della capacità in questione sia raggiunto da un operatore economico unico o, eventualmente, facendo riferimento a un numero limitato di operatori economici». Tale possibilità –che, se esercitata, deve essere adeguatamente motivata– viene legittimata in relazione al principio generale, previsto dal Codice dei contratti pubblici, di garantire la bontà della prestazione da eseguire.
È poi necessario, dice l'Autorità, che la stazione appaltante indichi chiaramente nel bando o nella lettera di invito qual è il livello minimo di capacità richieste in termini di classifica minima che deve essere posseduta dall'operatore o dagli operatori economici di cui si intenda cumulare le capacità per il raggiungimento della classifica richiesta nel bando di gara (articolo ItaliaOggi del 02.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAMicro-elettronica: rottamazione gratuita dal 12 aprile. Grandi distributori obbligati al ritiro anche se il cliente non acquista nulla. Rifiuti. In Gazzetta il decreto sulla raccolta dei Raee.
Sabato 12 aprile entrano in vigore le nuove regole sulla gestione dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee).
È quanto prevede il Dlgs 49/2014 pubblicato sulla Gazzetta ufficiale 73/2014, che attua la direttiva 2012/19/Ue.
Dal 12 aprile sarà quindi quasi del tutto abrogato il Dlgs 151/2005. Il nuovo testo estende e chiarisce il campo di applicazione; aumenta gli obiettivi di raccolta, recupero e riutilizzo; argina le spedizioni all'estero; conferma il mantenimento dell'obbligo di responsabilità finanziaria del produttore di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Aee) a partire dal centro di raccolta, nonché la possibilità per il produttore di Aee di indicare l'ecocontributo sul prezzo di vendita di un'apparecchiatura.
Il nuovo Dlgs, però, non risolve alcuni nodi come la gestione dei pannelli fotovoltaici (sul quale Anie, è già pronta a intervenire con opportuni correttivi) e rinvia a futuri decreti altri problemi come l'avvio prioritario dei Raee ai centri di preparazione per il riutilizzo, previa separazione da quelli destinati a trattamento. Infatti, occorre, aspettare il Dm di cui all'articolo 180-bis, comma 2, Dlgs 152/2006 ("Codice ambientale"), un primo passo contro le derive interpretative che investono molte tipologie di rifiuti.
Campo di applicazione
Fino al 14.08.2018 vige un periodo transitorio e il decreto si applica alle (Aee) indicate nell'allegato I (si aggiungono, tra poche altre, i pannelli fotovoltaici, ma restano molto simili a quelle finora previste dal Dlgs 151/2005), con qualche esclusione (come il materiale bellico e le lampade a incandescenza). Dal 15.08.2018, invece, il campo di applicazione diventa a regime e la disciplina si applica a tutte le Aee (classificate nelle sei categorie dell'allegato III), con poche esclusioni (ad esempio, i dispositivi medici se infetti). Tutto, però, potrebbe cambiare ancora perché il campo di applicazione sarà riesaminato dalla Commissione Ue entro il 14.08.2015.
Obiettivi
La raccolta entro il 01.01.2019 dovrà raggiungere il 65%/anno delle Aee immesse sul mercato nei tre anni precedenti oppure l'85% dei Raee prodotti in Italia (16 chili/abitante). Per recupero, riciclaggio e preparazione per il riutilizzo gli obiettivi variano in base alle categorie di Raee e ai periodi tra il 50 e l'85%. I venditori di Aee online devono garantire ai propri clienti la possibilità di consegnare i Raee in punti di raccolta resi disponibili gratuitamente.
Per le consegne presso i punti vendita, prosegue l'"uno contro uno" (ritiro gratuito di un Raee domestico da parte del distributore in caso di acquisto di un'Aee equivalente) e, per i piccolissimi Raee domestici con dimensioni esterne inferiori a 25 cm (è il caso dei telefonini) si aggiunge il ritiro "uno contro zero" (ritiro gratuito da parte del distributore anche senza l'acquisto del nuovo).
Il ritiro è obbligatorio per le superfici di vendita di Aee al dettaglio di almeno 400 metri quadri e facoltativo per le aree minori. Tale ritiro è semplificato perché il decreto esclude espressamente i "punti di raccolta" dall'autorizzazione. Tali "punti" possono essere all'interno del negozio o "in prossimità immediata".
Inoltre, poiché i distributori non sono produttori dei Raee ma solo detentori, non sono soggetti ai registri di carico e scarico. Invece, il trasporto verso gli impianti o le ecopiazzole dovrà sempre essere assistito dal formulario e i distributori dovranno conservarne apposita copia per cinque anni. Un futuro decreto indicherà le semplificazioni per lo "stoccaggio" nei negozi e per il trasporto dei Raee verso gli impianti (iscrizione all'Albo gestori, formulario e registro dei trasportatori). Forse potrà occuparsi anche di meglio identificare il concetto di "prossimità immediata" dei punti di raccolta rispetto ai punti vendita. Fin da subito, con appositi contenitori, i negozianti devono separare i Raee di illuminazione dagli altri.
Contro l'emorragia di materiali e risorse procurata dai Raee esportati abusivamente come Aee usate, l'allegato VI al decreto individua i requisiti minimi che il possessore deve dimostrare; in difetto, si presume si tratti di un tentativo di traffico illecito di rifiuti
(articolo Il Sole 24 Ore dell'01.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

SICUREZZA LAVORO: L'appaltante valuta i rischi interferenze. Sicurezza. Interpello.
Il datore di lavoro committente, in caso di affidamento di lavori, servizi e forniture, ai fini della redazione del documento unico di valutazione dei rischi da interferenze (Duvri), deve attenersi strettamente alla documentazione che l'impresa esecutrice è tenuta consegnare.
Con l'interpello 27.03.2014 n. 3/2014 il ministero del Lavoro ricorda che l'articolo 26 del Dlgs 81/2008 prevede che il committente debba verificare l'idoneità tecnico professionale delle imprese appaltatrici o dei lavoratori autonomi, secondo le modalità stabilite per decreto ministeriale (non ancora emanato). Fino all'emanazione di questo decreto la verifica è eseguita tramite acquisizione del certificato di iscrizione alla Camera di commercio, nonché l'acquisizione dell'autocertificazione dell'impresa appaltatrice o dei lavoratori autonomi sul possesso dei requisiti tecnico-professionali.
Più nello specifico della materia della sicurezza, il datore di lavoro committente non può chiedere copia del Duvri, atteso che la redazione di questo documento, da allegare al contratto di appalto o d'opera è un obbligo, nei casi previsti, che incombe esclusivamente sul datore di lavoro committente, il quale può, eventualmente, chiedere documenti e informazioni ai fini della sua elaborazione.
Con l'interpello 27.03.2014 n. 7/2014 viene chiarito che nel caso di appalto pubblico o privato, in presenza di un'associazione temporanea di imprese (Ati), le singole imprese non eseguono direttamente alcun lavoro oggetto dell'appalto. Occorre pertanto individuare l'impresa che si configura quale affidataria, pur se la titolarità del contratto di appalto permane in capo all'Ati.
Viceversa, una società consortile che si sia costituita dopo l'aggiudicazione dell'appalto, quale unico soggetto che esegue i lavori e che gestisce i rapporti con terzi, assume su di sé i rapporti che scaturiscono dall'esecuzione dei lavori. In tal caso è destinataria degli obblighi dell'impresa affidataria di cui all'articolo 97 del Testo unico
(articolo Il Sole 24 Ore dell'01.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATADistanze, rebus sui tre metri. Regolamenti e norme urbanistiche prevalgono sul Codice civile. Vicinato. Chi vuole costruire accanto a edifici o finestre altrui deve prima conoscere le discipline locali.
La questione delle "distanze" è centrale anche in condominio e viene spesso usata per bloccare iniziative edilizie interne o esterne. Il legislatore, del resto, ha inserito le norme sul condominio nel libro "della proprietà", alla quale possono essere posti vincoli al suo godimento da norme di natura amministrativa e civile e dalla stessa autodeterminazione del proprietario.
Il diritto di proprietà, infatti, costituito dal potere assoluto sulla cosa, ha il suo principale limite della funzione sociale, che è prevista dallo stesso articolo 42 della Costituzione.
Così non possono essere modificate le destinazioni d'uso di singole unità immobiliari, se il regolamento edilizio del Comune le vieti, e debbono essere rispettate le distanze legali tra le costruzioni in base all'articolo 873 e seguenti del Codice civile, anche se in relazione alle esigenze primarie di un condomino, come ha affermato la Cassazione (sentenza del 18.03.2010, n. 6546).
L'articolo 873 del Codice civile ha lo scopo di evitare che opere murarie producano situazioni dannose, pericolose e anti igieniche tra edifici.
La distanza legale tra manufatti dello stesso fabbricato, per esempio, appunto, un condominio, deve essere computata tra gli «sporti» (cioè le sporgenze architettoniche) che hanno le minori dimensioni, mentre la distanza tra differenti stabili va misurata dai punti di massima sporgenza.
Proprio in tema di condominio, si deve ricordare che la normativa sulle distanze legali si applica, purché sia compatibile con la disciplina dell'utilizzo e del godimento delle parti comuni dell'edificio, prevista dall'articolo 1102 del Codice civile; nel caso di contrasto tra le due differenti norme, prevale quella speciale del condominio, che determina l'inapplicabilità di quella sulle distanze legali (Cassazione, sentenza 4936/2014). Così, certamente non è vincolante l'articolo 873 del Codice civile nel caso di un condominio che deliberi d'installare un ascensore, considerato che l'impianto si deve considerare indispensabile per una reale abitabilità delle unità immobiliari dal medesimo servite (Cassazione, sentenza del 03.08.2012, n. 14096). A meno, naturalmente, che non sia vietato per altre ragioni.
È necessario, peraltro, verificare che le clausole contrattuali del regolamento di condominio, non costituiscano un limite all'applicabilità dell'articolo 1102 del Codice civile, in forza del quale ciascun condomino può utilizzare le parti comuni del condominio, purché non ne impedisca il pari uso anche a un singolo condomino, non alteri il decoro architettonico, non pregiudichi la stabilità dell'edificio e, appunto, non violi la normativa in tema di distanze legali.
All'articolo 873 del Codice civile è correlato l'articolo 907, il cui scopo, con il divieto posto di fabbricare a distanza inferiore a tre metri dalla veduta del vicino, è quella di assicurare al titolare del diritto di veduta sufficiente aria e luce consentendogli l'esercizio di inspectio e prospectio, cioè possibilità di veduta sul fondo del vicino: l'accertamento e la valutazione della idoneità della costruzione a non ostacolare la fruizione di tale possibilità richiedono al giudice una motivazione congrua e adeguata (come spiega la Cassazione con la sentenza 4847/2012)
Il principio è stato recentemente confermato dalla Cassazione con la sentenza del 23.03.2012, n. 2741 (si veda l'articolo qui a fianco) che ha ritenuto che non sia violato il disposto inerente alle distanze legali, quando sulla parete comune sia installata una canna fumaria, considerato che questa non costituisce una costruzione, ma un semplice accessorio di un impianto
(articolo Il Sole 24 Ore dell'01.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

CONDOMINIOLa canna fumaria è bloccata dal decoro architettonico. Impianti. Disposizioni speciali.
Le normative sulle distanze (articolo 907 del Codice Civile) non possono essere invocate per impedire l'installazione di una canna fumaria in condominio. Anche se alterano "la veduta" che si può godere da un alloggio o un terrazzo.
A definire, con chiarezza, la questione sono due pronunce successive della Corte di Cassazione: la sentenza 23.02.2012 n. 2741 e la sentenza 20.01.2014 n. 4936.
Innanzitutto, come ha stabilito la prima sentenza, la canna fumaria non deve essere ritenuta alla stregua di una costruzione vera e propria. Ma solo come un semplice accessorio di un impianto. Per questa ragione, dunque, questo tipo di manufatto non è soggetto a quanto prescritto dall'articolo 907 del Codice civile, che fissa a 3 metri la distanza minima dal fondo del vicino.
In secondo luogo perché, sempre con la pronuncia 2741, la Cassazione ha ribadito la liceità –per qualunque condomino ne abbia necessità– di installare una canna fumaria in aderenza al muro condominiale o a ridosso del lastrico. L'importante è rispettare quando previsto dall'articolo 1102 del Codice civile: ovvero non alterare la destinazione d'uso dello spazio comune, non impedire l'utilizzo (nel caso specifico del lastrico o della parete condominiale) ad altri condomini, non pregiudicare il decoro architettonico dell'immobile.
Infine perché, con la recente sentenza 4936, la Cassazione ha chiarito che qualsiasi recriminazione sul rispetto delle distanze in condominio si scontra con le disposizioni del regolamento comune del fabbricato, che devono essere considerate prevalenti.
Riassumendo perciò il contenuti e gli effetti delle due sentenze, il quadro appare chiaro. Per installare una canna fumaria in condominio (il caso classico, alla base peraltro della pronuncia 2741, è quello di una pizzeria o un esercizio commerciale, collocato al piano terreno di un fabbricato e che ha necessità di un sistema per l'evacuazione dei fumi) occorre fare i conti con il regolamento condominiale. Se questo non pone ostacoli, è possibile procedere, nonostante l'eventuale opposizione da parte di condomini che temono un danno sulle vedute e invocano le norme sulle distanze fra proprietà.
Ovviamente la canna fumaria può essere realizzata solo nel rispetto del decoro architettonico della facciata e del diritto di tutti i condomini di fruire del muro del fabbricato. Inoltre, è bene sempre tenere presente che è necessario anche rispettare le norme in materia di immissioni intollerabili (articolo 844 dal Codice civile): i fumi emessi non devono infatti risultare nocivi alla salute e pregiudicare i diritti di proprietari e inquilini del palazzo.
Restano una perplessità sul merito della sentenza 2741/2012: il fatto di considerare la canna fumaria un semplice accessorio contrasta con la stessa giurisprudenza della Corte che, proprio sulle distanze legali, ha chiarito come debba intendersi per costruzione qualsiasi opera abbia i caratteri della solidità, stabilità e immobilizzazione rispetto al suolo (sentenza n. 8691 del 26.06.2000), quindi sul tema c'è da aspettarsi una sentenza delle Sezioni unite
(articolo Il Sole 24 Ore dell'01.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

VARICatasto. Planimetrie e visure ipotecarie gratis online.
Visure ipocatastali e planimetrie gratis online da ieri, per tutti i contribuenti iscritti e abilitati ai servizi telematici dell'agenzia delle Entrate, Entratel e Fisconline.
In precedenza si potevano vedere solo i dati relativi a classificazione e rendita catastale (la cosiddetta visura catastale), ora saranno accessibili anche la mappa con la particella terreni, la planimetria del fabbricato e la visura ipotecaria.
La procedura è attiva per gli immobili (a eccezione delle Province autonome di Trento e Bolzano e, per le visure ipotecarie, delle zone dove vige il sistema tavolare) dei quali i contribuenti risultano titolari, anche in parte, del diritto di proprietà o di altri diritti reali di godimento. Le nuove possibilità sono previste dal provvedimento del direttore dell'Agenzia del 4 marzo.
Sempre in un'ottica di semplificazione si inserisce l'invio telematico, con il modello unico informatico, degli atti alle Conservatorie dei registri immobiliari che viene adesso esteso anche a tutti i pubblici ufficiali e agli agenti della riscossione, oltre che ai notai. Questa seconda novità è contenuta nel provvedimento del direttore delle Entrate del 10.03.2014
(articolo Il Sole 24 Ore dell'01.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAElettronica rottamata gratis.