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In questa home-page sono presenti oltre all'ultimo aggiornamento, che inizia appena qui sotto, anche i seguenti aggiornamenti pregressi:
 
    AGGIORNAMENTO AL 15.07.2014
AGGIORNAMENTO ALL'08.07.2014 AGGIORNAMENTO AL 30.06.2014 AGGIORNAMENTO AL 25.06.2014
AGGIORNAMENTO AL 24.06.2014 AGGIORNAMENTO AL 19.06.2014 AGGIORNAMENTO AL 17.06.2014
AGGIORNAMENTO AL 10.06.2014 AGGIORNAMENTO AL 05.06.2014  

AGGIORNAMENTO AL 22.07.2014

IN EVIDENZA

EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICAMentre il pagamento degli oneri di urbanizzazione si risolve in un contributo per la realizzazione delle opere stesse, senza che insorga un vincolo di scopo in relazione alla zona in cui è inserita l’area interessata all’imminente trasformazione edilizia, la monetizzazione sostitutiva della cessione degli standard afferisce al reperimento delle aree necessarie alla realizzazione delle opere di urbanizzazione secondaria all’interno della specifica zona di intervento.
E ciò vale ad evidenziare la diversità ontologica della monetizzazione rispetto al contributo di concessione di talché, sotto il versante processuale, non si può utilizzare lo strumento dell’azione di accertamento per determinare l’importo di tale obbligazione pecuniaria.
---------------
La norma regionale impone al richiedente il titolo edilizio di reperire gli standard necessari per l’ampliamento aggiuntivo richiesto. In via alternativa, lo stesso richiedente può provvedere alla monetizzazione degli standard mediante pagamento “di una somma commisurata al costo di acquisizione di altre aree equivalenti per estensione e comparabili per ubicazione e destinazione a quelle per le quali sussiste l’obbligo di cessione”.
In estrema sintesi, in base alla norma in questione il richiedente il titolo edilizio o trasferisce al Comune le aree necessarie per il soddisfacimento degli standard o consegna una somma di danaro idonea per acquisire tali aree: tale monetizzazione va, cioè, necessariamente quantificata con riferimento “al costo di acquisizione” di aree equivalenti.
Nella determinazione delle somme da corrispondere per tale monetizzazione, cioè, il Comune deve fare specifico riferimento alle somme occorrenti per “acquisire” le aree necessarie per realizzare gli standard, cioè deve effettuare un calcolo puntuale ed articolato di quanto dovrebbe in concreto spendere per acquisire al suo patrimonio le aree necessarie, comprensive, ad esempio, di tutte le spese (cioè sia delle spese vive, che dell’attività lavorativa del personale del Comune) per acquisire sul libero mercato delle aree “equivalenti per estensione e comparabili per ubicazione e destinazione a quelle per le quali sussiste l’obbligo di cessione”.
In definiva, nella quantificazione di tale monetizzazione il Comune deve effettuare in concreto (e non in astratto come sembra abbia fatto nel caso in esame) un calcolo preciso di tutte le spese che dovrebbe sopportare per acquisire sul libero mercato delle aree “equivalenti”, in modo tale da rendere nella sostanza equivalente per il soggetto interessato la scelta tra il procedere alla diretta acquisizione delle aree ed la loro cessione al Comune o il procedere al pagamento della relativa “monetizzazione”, dato che eventuali costi aggiuntivi non debbono e non possono in alcun modo gravare sulla collettività, ma debbono essere posti necessariamente a carico del soggetto che altera il corretto rispetto degli standard.
Mentre non può di certo ritenersi ammissibile al riguardo la possibilità per il Comune di quantificare tali costi ipotizzando il ricorso per l’acquisizione di tale aree allo strumento espropriativo, dato che i soggetti proprietari di tali aree, eventualmente da espropriare, non possono in alcun modo subire una lesione dei loro intessi in relazione ad un’attività costruttiva realizzata da soggetti terzi per soddisfare interessi privati e non pubblici. Non può quindi ritenersi che, in via alternativa, il Comune possa considerare le spese necessarie per acquisire le aree necessarie non sul libero mercato, ma attraverso lo strumento pubblicistico dell’esproprio.
Ciò detto, sembra evidente l’erroneità del procedimento logico seguito nel caso di specie dal Comune e denunciato con il gravame, dato che l’Amministrazione ha determinato “in astratto” il valore delle aree (quantificandole in una somma di poco superiore alle € 100 al mq., senza previamente accertare i valori di mercato nella zona), maggiorandola di somme (costo dell’infrastruttura da realizzare e costo della progettazione dell’opera pubblica) non previste dalla normativa sopra richiamata.

Con il ricorso in esame -come sopra esposto- sono state nella sostanza contestate la modalità di determinazione da parte del Comune di Montesilvano della monetizzazione degli standard.
...
Con la deliberazione impugnata il Consiglio comunale di Montesilvano ha nella sostanza determinato in via generale i criteri per la monetizzazione degli standard, integrando e modificando la precedente propria deliberazione consiliare n. 3 del 29.01.2013, nei termini seguenti: ha ritenuto che tale monetizzazione avrebbe dovuto essere determinata aggiungendo al costo per l’acquisizione delle aree (determinato in € 109/mq) -da moltiplicarsi per un coefficiente correttivo rapportato all’indice di fabbricabilità territoriale- anche i seguenti costi:
a) il costo dell’infrastruttura da realizzare (pari a € 96,90/mq);
b) il costo della progettazione dell’opera pubblica (pari a € 7,90/mq).
Con i primi due motivi di ricorso -che possono esaminarsi congiuntamente- la società ricorrente ha dedotto che con la previsione di tali due voci aggiuntive per un verso si era violata L.R. Abruzzo 15.10.2012, n. 49, in quanto tale normativa concede ai soggetti l’alternativa tra la cessione delle aree e l’equivalente valore monetario, e per altro verso si era violato l’art. 23 della Costituzione, dato che era stato imposto un ulteriore contributo di urbanizzazione non previsto da alcuna norma di legge.
Tali doglianze, aventi carattere pregiudiziale ed assorbente, sono fondate.
Va al riguardo premesso che relativamente all’impugnativa di tale atto generale, avente natura discrezionale, sussiste di certo la giurisdizione di questo Tribunale, dal momento che la posizione giuridica soggettiva del privato ha l’indubbia consistenza dell’interesse legittimo.
Mentre -come è già stato autorevolmente precisato (Cons. St., sez. IV, 23.12.2013 n. 6211)- non si può utilizzare in questa sede lo strumento dell’azione di accertamento per la monetizzazione sostitutiva della cessione degli standard, ammessa al contrario solo per contestare la legittimità del contributo concessorio di cui all'art. 3 della L. 28.01.1977, n. 10. Si è, invero, al riguardo già chiarito che “mentre il pagamento degli oneri di urbanizzazione si risolve in un contributo per la realizzazione delle opere stesse, senza che insorga un vincolo di scopo in relazione alla zona in cui è inserita l’area interessata all’imminente trasformazione edilizia, la monetizzazione sostitutiva della cessione degli standard afferisce al reperimento delle aree necessarie alla realizzazione delle opere di urbanizzazione secondaria all’interno della specifica zona di intervento; e ciò vale ad evidenziare la diversità ontologica della monetizzazione rispetto al contributo di concessione di talché, sotto il versante processuale, non si può utilizzare lo strumento dell’azione di accertamento per determinare l’importo di tale obbligazione pecuniaria".
Ciò chiarito, va evidenziato che la norma regionale sopra ricordata impone al richiedente il titolo edilizio di reperire gli standard necessari per l’ampliamento aggiuntivo richiesto. In via alternativa, lo stesso richiedente può provvedere alla monetizzazione degli standard mediante pagamento “di una somma commisurata al costo di acquisizione di altre aree equivalenti per estensione e comparabili per ubicazione e destinazione a quelle per le quali sussiste l’obbligo di cessione”.
In estrema sintesi, in base alla norma in questione il richiedente il titolo edilizio o trasferisce al Comune le aree necessarie per il soddisfacimento degli standard o consegna una somma di danaro idonea per acquisire tali aree: tale monetizzazione va, cioè, necessariamente quantificata con riferimento “al costo di acquisizione” di aree equivalenti.
Nella determinazione delle somme da corrispondere per tale monetizzazione, cioè, il Comune deve fare specifico riferimento alle somme occorrenti per “acquisire” le aree necessarie per realizzare gli standard, cioè deve effettuare un calcolo puntuale ed articolato di quanto dovrebbe in concreto spendere per acquisire al suo patrimonio le aree necessarie, comprensive, ad esempio, di tutte le spese (cioè sia delle spese vive, che dell’attività lavorativa del personale del Comune) per acquisire sul libero mercato delle aree “equivalenti per estensione e comparabili per ubicazione e destinazione a quelle per le quali sussiste l’obbligo di cessione”.
In definiva, nella quantificazione di tale monetizzazione il Comune deve effettuare in concreto (e non in astratto come sembra abbia fatto nel caso in esame) un calcolo preciso di tutte le spese che dovrebbe sopportare per acquisire sul libero mercato delle aree “equivalenti”, in modo tale da rendere nella sostanza equivalente per il soggetto interessato la scelta tra il procedere alla diretta acquisizione delle aree ed la loro cessione al Comune o il procedere al pagamento della relativa “monetizzazione”, dato che eventuali costi aggiuntivi non debbono e non possono in alcun modo gravare sulla collettività, ma debbono essere posti necessariamente a carico del soggetto che altera il corretto rispetto degli standard.
Mentre non può di certo ritenersi ammissibile al riguardo la possibilità per il Comune di quantificare tali costi ipotizzando il ricorso per l’acquisizione di tale aree allo strumento espropriativo, dato che i soggetti proprietari di tali aree, eventualmente da espropriare, non possono in alcun modo subire una lesione dei loro intessi in relazione ad un’attività costruttiva realizzata da soggetti terzi per soddisfare interessi privati e non pubblici. Non può quindi ritenersi che, in via alternativa, il Comune possa considerare le spese necessarie per acquisire le aree necessarie non sul libero mercato, ma attraverso lo strumento pubblicistico dell’esproprio.
Ciò detto, sembra evidente l’erroneità del procedimento logico seguito nel caso di specie dal Comune e denunciato con il gravame, dato che l’Amministrazione ha determinato “in astratto” il valore delle aree (quantificandole in una somma di poco superiore alle € 100 al mq., senza previamente accertare i valori di mercato nella zona), maggiorandola di somme (costo dell’infrastruttura da realizzare e costo della progettazione dell’opera pubblica) non previste dalla normativa sopra richiamata.
Alla luce delle suesposte considerazioni il ricorso in esame deve, conseguentemente, essere accolto e, per l’effetto, deve essere annullato nella sua totalità l’atto impugnato, data l’erroneità dell’intero procedimento logico seguito dal Comune per procedere alla monetizzazione in parola. Mentre restano al riguardo ovviamente salvi gli ulteriori provvedimenti che l’Amministrazione andrà ad adottare in merito, attenendosi ai criteri sopra indicati.
Con riferimento a quanto sopra esposto ed a quanto al riguardo chiarito dal Giudice di appello (Cons. St., sez. IV, 23.12.2013 n. 6211), vanno infine dichiarate inammissibili le richieste di rideterminazione da parte di questo Tribunale del corrispettivo dovuto per la mancata cessione delle aree di standard e l’accertamento del diritto della ricorrente alla restituzione delle somme non dovute indebitamente versate a titolo di monetizzazione; mentre resta assorbita l’ultima della doglianze dedotte, che presuppone la legittimità dell’atto deliberativo in questione (TAR Abruzzo-Pescara, sentenza 15.07.2014 n. 346 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

QUESITI & PARERI

CONSIGLIERI COMUNALIOSSERVATORIO VIMINALE/ Commissioni bulgare k.o.. Senza la minoranza l'organo non è costituito. Se è impossibile insediarle si riespande la competenza del consiglio.
Una commissione consiliare può funzionare validamente pur in assenza del componente di minoranza? È possibile procedere alla costituzione delle commissioni consiliari prevedendo un numero di componenti, a prescindere dalla loro appartenenza? Sono attivabili dal consiglio comunale interventi sostitutivi al fine di consentire all'ente il perseguimento delle proprie finalità istituzionali?

In base a quanto disposto dall'articolo 38, comma 6, del decreto legislativo n. 267/2000, le commissioni consiliari, una volta istituite sulla base di una facoltativa previsione statutaria, sono disciplinate dall'apposito regolamento comunale con l'inderogabile limite, posto dal legislatore, riguardante il rispetto del criterio proporzionale nella composizione. Le forze politiche presenti in consiglio devono essere il più possibile rappresentate anche nelle commissioni.
Nel caso di specie, il regolamento per l'organizzazione del consiglio comunale prevede che lo stesso possa istituire commissioni speciali, determinandone i poteri, l'oggetto ed il numero dei componenti e che l'insediamento ed il funzionamento delle suddette commissioni sono disciplinati dalle norme previste per le commissioni consiliari permanenti. Il regolamento per le commissioni consiliari dispone che ciascuna commissione è composta da tre membri di cui uno eletto dalle minoranze e due dalla maggioranza e che le sedute non sono valide se non è presente la maggioranza assoluta dei componenti.
Nella fattispecie in esame, il consiglio comunale, composto da quattordici consiglieri della maggioranza e due della minoranza, al fine di procedere all'adeguamento dello Statuto comunale e del Regolamento per il funzionamento del consiglio, ha avviato l'iter di costituzione di un'apposita commissione consiliare. In due successive sedute del consiglio sono stati eletti, oltre che i due rappresentanti della maggioranza, anche quelli di minoranza che, tuttavia, con atto contestuale alla avvenuta nomina, hanno rassegnato le proprie dimissioni dalla carica di componenti della istituenda commissione.
In base al principio consolidato in materia di organi collegiali, secondo il quale all'atto del primo insediamento l'organo deve essere completo in tutte le sue componenti per potersi dire legittimamente costituito e poter validamente operare, si ritiene che le dimissioni dei consiglieri di minoranza abbiano impedito, di fatto, la costituzione della commissione in argomento.
In assenza di specifiche previsioni recate dalle fonti di autonomia locale la questione deve essere esaminata alla luce di quei principi generali dai quali trarre utili orientamenti nel caso di specie.
Va rilevata anzitutto la natura delle commissioni consiliari. Esse non sono organi necessari dell'ente locale, cioè non sono componenti indispensabili della sua struttura organizzativa, bensì organi strumentali dei consigli ed, in quanto tali, costituiscono componenti interne dell'organo assembleare, prive di una competenza autonoma e distinta da quella a esso attribuita. In altri termini, le commissioni consiliari operano sempre e comunque nell'ambito della competenza dei consigli.
A fronte dell'oggettiva impossibilità di insediare validamente la commissione a causa della indisponibilità manifestata dai consiglieri di minoranza, la situazione di fatto verificatasi è tale da giustificare, in ragione del principio della continuità amministrativa, il riespandersi della competenza piena del consiglio comunale in ordine all'adeguamento dello statuto e del regolamento per il funzionamento del consiglio.
Non si ritiene praticabile la ipotesi prospettata, in sede di modifica regolamentare, di non indicare l'appartenenza politica dei componenti la commissione, in quanto ciò implicherebbe la violazione del vincolo all'osservanza del criterio proporzionale posto dalla norma primaria come limite alla potestà normativa dell'ente locale.
Ovviamente ciò non esclude che l'argomento della ricostituzione delle commissioni comunali possa essere iscritto all'ordine del giorno delle sedute consiliari fino alla sua positiva trattazione, fatte salve eventuali modifiche regolamentari (articolo ItaliaOggi del 18.07.2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Personale degli enti locali. Procedimento disciplinare e lavoro straordinario.
La corte di Cassazione ha rilevato, nell'ambito del procedimento disciplinare, che la convocazione in orario lavorativo e nel luogo di lavoro non rientra tra i diritti del lavoratore, purché la convocazione in orari o luoghi diversi non si traduca, per le difficoltà della sua attuazione, in una violazione del diritto di difesa.
Il dipendente convocato al termine dell'orario di lavoro non può essere considerato in lavoro straordinario, mancando il presupposto di prestazione lavorativa resa nell'interesse dell'amministrazione.

Il Comune ha chiesto un parere in ordine alla possibilità di considerare come lavoro straordinario la convocazione di un dipendente, al termine dell'orario giornaliero di lavoro, a seguito di procedimento disciplinare avviato nei confronti del medesimo.
Preliminarmente si osserva, in linea generale, che l'art. 17, comma 1, del CCRL del 01.08.2002 precisa che le prestazioni di lavoro straordinario sono rivolte a fronteggiare situazioni di lavoro eccezionali e, pertanto, non possono essere utilizzate come fattore ordinario di programmazione del tempo di lavoro e di copertura dell'orario di lavoro.
Il comma 2 del citato articolo specifica altresì che le prestazioni di lavoro straordinario sono espressamente autorizzate (quindi, con atto formale) dal dirigente o figura equivalente, sulla base delle esigenze organizzative e di servizio individuate dall'ente, rimanendo esclusa ogni forma generalizzata di autorizzazione.
Premesso un tanto, si osserva come la giurisprudenza amministrativa
[1], secondo un consolidato orientamento, abbia affermato che, ai fini retributivi, occorre verificare in concreto la sussistenza delle ragioni di pubblico interesse che rendono necessario il ricorso a dette prestazioni.
Inoltre, si è ritenuto ammissibile il pagamento di lavoro straordinario, in assenza di formale autorizzazione, qualora lo svolgimento dell'attività lavorativa derivi da un preciso obbligo scaturente o da esigenze indispensabili o indifferibili o da norme inderogabili, oppure da scelte organizzative per la cui attuazione la relativa prestazione non possa esser affidata che al dipendente interessato, costretto a protrarre la propria attività oltre l'orario di servizio
[2].
Si sottolinea come, nella situazione rappresentata, non possano ravvisarsi i presupposti illustrati, in quanto non si tratta di svolgimento di attività lavorativa del dipendente nell'interesse dell'amministrazione di appartenenza, ma di mera partecipazione dello stesso ad un procedimento che lo coinvolge personalmente.
Inoltre, nello specifico, la Suprema Corte
[3] ha rilevato, nell'ambito del procedimento disciplinare, che la convocazione in orario lavorativo e nel luogo di lavoro non rientra tra i diritti del lavoratore, purché la convocazione in orari o luoghi diversi non si traduca, per le difficoltà della sua attuazione, in una violazione del diritto di difesa.
---------------
[1] Cfr., ex multis, Cons. di Stato, sez. V, n. 3460 del 2009.
[2] Cfr. Cons. di Stato, sez. V, n. 1671 del 2014.
[3] Cfr. Cass. civ., sez. lavoro, n. 8845 del 2012
(17.07.2014 - link a www.regione.fvg.it).

APPALTI SERVIZI: Oggetto del contratto pubblico.
Domanda
In una gara per affidamenti di servizi è possibile prevedere, nell'oggetto dell'appalto, anche servizi a richiesta dell'amministrazione e tariffati a costo orario?
Risposta
L'Avcp con deliberazione n. 1 del 29.01.2014 ha precisato che il contratto, per affidamenti di servizi, non può essere caratterizzato da un contenuto prettamente «variabile» ossia determinabile in ragione delle necessità manifestate di volta in volta dall'Amministrazione nel periodo di efficacia del contratto stesso.
Infatti nei contratti pubblici l'oggetto, a differenza di quello dei contratti privatistici (che può anche essere «determinabile») deve essere sempre determinato.
L'esigenza di identificare in modo esatto e preciso l'oggetto del contratto pubblico è divenuta più stringente a seguito dell'entrata in vigore dpr 207/2010 il quale ha regolamentato, anche per gli appalti di servizi, la fase della progettazione nel presupposto che una carente progettazione comporta l'imprecisa definizione dell'oggetto del contratto.
L'Avcp, con determinazione n. 5/2013 ha evidenziato che «...la predisposizione di un progetto preciso e di dettaglio, atto a descrivere in modo puntuale le prestazioni necessarie a soddisfare specifici fabbisogni della stazione appaltante, appare come uno strumento indispensabile per ovviare al fenomeno di porre in gara non specifici servizi ma categorie di servizi».
Tale circostanza, peraltro, può rivelarsi limitativa della concorrenza, disincentivando la partecipazione alle gare d'appalto per le piccole e medie imprese che non sono in grado di garantire l'ampia gamma dei servizi compresi nelle categorie oggetto di gara (articolo ItaliaOggi Sette del 14.07.2014).

PUBBLICO IMPIEGO: Visite specialistiche.
Domanda
Un dipendente pubblico può giustificare l'assenza per visita specialistica con una dichiarazione sostitutiva di atto notorio?
Risposta
Con legge n. 125/2013 è stato convertito in legge con modifiche il decreto legge n. 101/ 2013, recante «Disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni».
La legge di conversione introduce una disposizione in materia di assenze per malattia dei pubblici dipendenti al fine di contrastare il fenomeno dell'assenteismo nelle amministrazioni.
L' art. 55-septies, comma 5-ter, del dlgs 165/2001 prevede che «Nel caso in cui l'assenza per malattia abbia luogo per l'espletamento di visite, terapie, prestazioni specialistiche o esami diagnostici il permesso è giustificato mediante la presentazione di attestazione, anche in ordine all'orario, rilasciata dal medico o dalla struttura, anche privati, che hanno svolto la visita o la prestazione o trasmesse da questi ultimi mediante posta elettronica».
A seguito dell'entrata in vigore della novella, per l'effettuazione di visite, terapie, prestazioni specialistiche o esami diagnostici il dipendente deve fruire dei permessi per documentati motivi personali.
La giustificazione dell'assenza, avviene mediante attestazione redatta dal medico o dal personale amministrativo della struttura pubblica o privata che ha erogato la prestazione.
Il dipartimento della Funzione pubblica, con circolare n. 2/2014, ha precisato che l'attestazione di presenza può anche essere documentata mediante dichiarazione sostitutiva di atto notorio redatta ai sensi del combinato disposto degli artt. 47 e 38 del dpr n. 445/2000.
Le amministrazioni dovranno richiedere dichiarazioni dettagliate e circostanziate; le stesse dovranno inoltre attivare i necessari controlli sul loro contenuto ai sensi dell'art. 71 del citato decreto, provvedendo alla segnalazione all'autorità giudiziaria penale e procedendo per l'accertamento della responsabilità disciplinare nel caso di dichiarazioni mendaci (articolo ItaliaOggi Sette del 14.07.2014).

URBANISTICA: Assoggettabilità a concordato preventivo di un lotto inserito in un P.I.P..
In merito all'assoggettabilità alla procedura di concordato preventivo di un lotto ricompreso in un piano per insediamenti produttivi (P.I.P.) è dato riscontrare, in giurisprudenza, l'esistenza di pronunce volte ora a far prevalere l'interesse privato ora quello pubblico.
Secondo un primo filone interpretativo, la procedura diretta all'assegnazione di aree ricomprese in un piano per insediamenti produttivi andrebbe scissa in due fasi logicamente e cronologicamente distinte: il primo avente valenza pubblicistica il cui momento determinante è dato dall'espropriazione delle aree precedentemente inserite in un piano per gli insediamenti produttivi e che si concluderebbe con l'atto di trasferimento del lotto (in diritto di proprietà o in diritto di superficie) all'assegnatario; il secondo, di natura negoziale, che ha inizio con tale atto di assegnazione e che terminerebbe con la compiuta realizzazione dei lavori di costruzione.
Secondo altro orientamento, invece, l'intera procedura concernente l'assegnazione dei lotti inseriti in un'area P.I.P. e diretta alla realizzazione di determinati impianti sarebbe connotata da profili pubblicistici e dalla conseguente natura autoritativa dei poteri della pubblica amministrazione, che caratterizzerebbero non solo la fase che si conclude con l'espropriazione forzata delle aree ricomprese in un P.I.P. ma anche quella successiva che va dall'assegnazione del bene al privato fino alla realizzazione degli insediamenti produttivi.
Il divieto di assoggettamento a concordato preventivo sorgerebbe qualora si aderisse al secondo orientamento citato, stante il divieto di sottoporre a procedimento di esecuzione forzata (cui il concordato preventivo è riconducibile) tali aree, soggette ai poteri autoritativi della Pubblica Amministrazione.

Il Comune chiede di conoscere un parere in merito all'assoggettabilità alla procedura di concordato preventivo di un lotto ricompreso in un piano per insediamenti produttivi (P.I.P.).
Più in particolare, riferisce di aver ceduto in proprietà ad una ditta dei terreni da destinare a insediamenti produttivi
[1] ma che la convenzione-contratto, [2] benché trascritta nei pubblici registri immobiliari, non recava indicazione nella nota di trascrizione degli oneri posti a carico dell'acquirente. La convenzione conteneva, tra le altre, la puntuale prescrizione per cui 'il contratto di cessione potrà essere risolto unilateralmente dal Comune, fra gli altri, nel caso in cui il concessionario non osservi i termini di inizio ed ultimazione dei lavori di costruzione'.
I lavori, consistenti nella costruzione di un capannone ad uso magazzino e deposito, non sono stati portati a compimento nei termini stabiliti e successivamente prorogati. In conseguenza di un tanto, il Comune, con propria delibera, ha disposto di procedere alla risoluzione unilaterale del contratto di vendita, in applicazione della disposizione contenuta nella convenzione.
Tuttavia, in data antecedente la delibera della giunta comunale, la ditta in questione è stata posta in concordato preventivo, debitamente omologato dal Tribunale;
[3] nel decreto di omologazione il Tribunale ha nominato un liquidatore giudiziale il quale intende ora procedere alla vendita degli immobili in riferimento, posti a garanzia del pagamento dei creditori, concedendo al Comune la prelazione sull'acquisto a parità di prezzo.
Tutto ciò premesso, l'Ente chiede di sapere se la procedura di risoluzione unilaterale del contratto di vendita attivata dal Comune sia o meno opponibile alla procedura di concordato preventivo e, più in generale, quale delle due procedure debba considerarsi prevalente sull'altra.
Infine, chiede se l'articolo 12, comma 1-quater, del decreto legge 06.07.2011, n. 98 rubricato 'Acquisto, vendita, manutenzione e censimento di immobili pubblici' possa avere effetti limitativi rispetto alla procedura restitutoria come disciplinata nella convenzione-contratto in oggetto.
In via preliminare, nell'evidenziare la delicatezza della vicenda in esame, si osserva come non sia possibile fornire una soluzione univoca della questione posta, stante l'esistenza di pronunce volte ora a far prevalere l'interesse pubblico ora quello privato.
Di seguito, pertanto, si riportano, in chiave collaborativa, le pronunce espresse sull'argomento che possano orientare l'Ente nelle decisioni da assumere con riferimento alla vicenda in esame.
Secondo un primo filone interpretativo, la procedura diretta all'assegnazione di aree ricomprese in un piano per insediamenti produttivi andrebbe scissa in due fasi logicamente e cronologicamente distinte: il primo avente valenza pubblicistica il cui momento determinante è dato dall'espropriazione delle aree precedentemente inserite in un piano per gli insediamenti produttivi e che si concluderebbe con l'atto di trasferimento del lotto (in diritto di proprietà o in diritto di superficie) all'assegnatario; il secondo, di natura negoziale, che ha inizio con tale atto di assegnazione e che terminerebbe con la compiuta realizzazione dei lavori di costruzione.
Al riguardo, si considerino alcune pronunce, relative all'assegnazione di piani P.I.P, ancorché concernenti questioni diverse da quella in esame, nelle quali si afferma che: 'La P.A., nella realizzazione di un piano di insediamento produttivo (PIP), consistente nell'espropriazione di fondi da assegnare in proprietà ad imprenditori che intendano realizzarvi attività produttive, adotta atti e tiene comportamenti che costituiscono esercizio di poteri autoritativi e discrezionali, a fronte dei quali sussistono dei meri interessi legittimi pretensivi, fino a quando non sia formalizzato l'atto di trasferimento del fondo espropriato al legittimo assegnatario'
[4]. E ancora: 'Le convenzioni accessive (che servono a regolare i rapporti patrimoniali sorti col provvedimento) danno luogo ad una duplice serie di atti, l'una definita provvedimentale e l'altra definita negoziale, i cui rapporti sono regolati (in linea di massima) nel seguente modo: la P.A. è sempre libera di rideterminarsi in merito alla serie provvedimentale (ad esempio revocando l'atto di assegnazione), ma non può incidere autoritativamente su quella negoziale; i vizi del provvedimento si trasmettono al contratto (travolgendolo), ma non viceversa'. [5]
Se, dunque, a seguito del trasferimento del fondo espropriato all'assegnatario la funzione pubblicistica recede per lasciare spazio a quella privatistica, seguirebbe che le norme cui fare riferimento per la soluzione del caso in oggetto sarebbero quelle civilistiche in tema di priorità della trascrizione e di salvezza dei diritti dei terzi.
Atteso che il Comune non ha provveduto né a trascrivere la convenzione con i relativi pesi ed oneri né ha proceduto a comunicare all'acquirente dell'area la volontà, formalizzata in un atto di giunta, di voler applicare il disposto di cui all'articolo 5 della convenzione contenente la previsione di risoluzione unilaterale del contratto di vendita in caso di mancata ultimazione dei lavori entro il termine pattuito, seguirebbe l'inopponibilità alla procedura di concordato preventivo di detta clausola, sia che si qualifichi la stessa quale condizione risolutiva sia che la si consideri come clausola risolutiva espressa.
Più in particolare, qualora la clausola in oggetto fosse qualificata quale condizione risolutiva sarebbe dovuto seguire l'obbligo, non adempiuto, di sua annotazione nella nota di trascrizione del contratto di vendita, in conformità al disposto di cui all'articolo 2659, secondo comma, del codice civile,
[6] pena la sua inopponibilità ai terzi.
Regole diverse sussistono, invece, in relazione alla clausola risolutiva espressa. L'articolo 1456, del codice civile recita, infatti, che: 'I contraenti possono convenire espressamente che il contratto si risolva nel caso che una determinata obbligazione non sia adempiuta secondo le modalità stabilite. In questo caso, la risoluzione si verifica di diritto quando la parte interessata dichiara all'altra che intende valersi della clausola risolutiva'. In altri termini, tale clausola non deve essere annotata nei registri immobiliari per la sua opponibilità ai terzi. Tuttavia, la legge prevede che la parte venditrice, qualora voglia avvalersi di essa debba comunicare all'altra parte tale volontà. Nel caso di specie, una tale comunicazione pare non essere avvenuta; né alcun rilievo avrebbe una comunicazione effettuata ora, atteso che la stessa sarebbe posteriore all'omologazione della procedura di concordato preventivo nei cui confronti sarebbe ormai inopponibile tale clausola.
A diverse conclusioni si addiverrebbe qualora si affermasse che l'intera procedura concernente l'assegnazione dei lotti inseriti in un'area P.I.P. e diretta alla realizzazione di determinati impianti sia caratterizzata da profili pubblicistici e dalla conseguente natura autoritativa dei poteri della pubblica amministrazione, che caratterizzerebbero non solo la fase che si conclude con l'espropriazione forzata delle aree ricomprese in un P.I.P. ma anche quella successiva che va dall'assegnazione del bene al privato fino alla realizzazione degli insediamenti produttivi.
A tale riguardo, si osserva, in via generale, che il piano per gli insediamenti produttivi (PIP) 'oltre ad essere uno strumento di pianificazione urbanistica nel senso tradizionale, costituisce uno strumento di politica economica, con la funzione di incentivare le imprese, offrendo loro, ad un prezzo «politico», previa espropriazione ed urbanizzazione, le aree occorrenti per il loro impianto o la loro espansione'.
[7]
Come evidenziato anche dalla giurisprudenza, le aree comprese nei piani per gli insediamenti produttivi (ex art. 27 l. n. 865 del 1971) e, a tal fine, espropriate, entrano a far parte del patrimonio indisponibile del Comune: «Nella formulazione dell'art. 27 non figura la precisazione, contenuta invece nell'art. 35, che le aree espropriate entrano a far parte del patrimonio indisponibile del comune o del consorzio, ma non vi è dubbio che tale effetto si determini anche in relazione ai piani per gli insediamenti produttivi, posto che anche in tal caso il bene viene ad essere destinato direttamente al soddisfacimento di una specifica finalità d'interesse pubblico. Pertanto neppure le aree incluse nei piani di insediamento produttivo, debitamente approvato, possono essere sottratte alla loro destinazione, 'se non nei modi stabiliti dalle leggi che li riguardano' (art. 830, secondo comma, c.c.) e questo porta a ritenere che esse si trovino in una condizione giuridica che ne preclude l'assoggettamento ad espropriazione forzata»
[8]
Tale filone giurisprudenziale, in conseguenza delle considerazioni sopra esposte, afferma, ulteriormente, che 'Con riguardo alle aree comprese nei piani di insediamenti produttivi ai sensi della L. 22.10.1971, n. 865, art. 27 -che vengano acquisite dal comune con lo strumento espropriativo per la realizzazione di impianti produttivi di carattere industriale, artigianale, commerciale e turistico-, qualora il comune, in conformità con detta disposizione, ceda le aree in proprietà mediante deliberazione dei competenti organi comunali e successiva convenzione, gli acquirenti acquisiscono la posizione di concessionari di beni pubblici soggetti ai poteri autoritativi dell'ente fino a quando non sia realizzata la finalità pubblicistica cui la cessione è diretta; che, in altri termini, l'attuazione di un P.I.P. e l'assegnazione di un lotto ivi inserito concorrono a comporre la fattispecie complessa della concessione amministrativa preordinata al perseguimento dell'interesse pubblico di una distribuzione del territorio a vantaggio di determinate categorie produttive e istituiscono tra assegnante ed assegnatario un rapporto unitario nel quale il momento convenzionale è servente e strumentale al momento pubblicistico'.
[9]
Ciò affermato riguardo alla natura giuridica dei beni ricompresi nei P.I.P., ed al fine di fornire ulteriori elementi necessari per la disamina delle questioni poste dall'Ente, è necessario ora prendere in esame alcune caratteristiche proprie della procedura concordataria cui risultano essere stati sottoposti i beni della ditta assegnataria delle aree PIP.
In particolare, la giurisprudenza ha affermato che 'in generale, ma tanto più quando si sia proceduto alla nomina di un commissario liquidatore, con compiti per molti aspetti non dissimili da quelli di un curatore fallimentare anche la fase esecutiva del concordato per cessione dei beni è riconducibile ad una più vasta categoria di procedimenti di esecuzione forzata'.
[10]
Atteso il vincolo che caratterizza le aree in oggetto, come sopra già esplicitato, dovrebbe seguire la non assoggettabilità delle stesse a concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori (c.d. concordato misto).
Nel caso in esame si deve, tuttavia, tenere in debita considerazione il fatto che dei pesi ed oneri contenuti nella convenzione stipulata tra il Comune e la ditta assegnataria dei lotti non è stata fatta menzione nella nota di trascrizione, di talché si pone il dubbio circa la loro opponibilità alla procedura concordataria.
A tal fine, la giurisprudenza, in relazione ad una fattispecie similare a quella in esame
[11], in cui, però, si era avuta la trascrizione dell'atto da cui risultavano i 'vincoli di indisponibilità del bene' anteriormente al pignoramento, ha affermato che: 'Emerge chiaramente che, nel caso di specie, l'atto dal quale risultano i vincoli di indisponibilità del bene a carico dell'acquirente erano stati trascritti in epoca anteriore al pignoramento e questo dispensa il collegio dall'affrontare l'ulteriore questione -peraltro già risolta positivamente da questa Corte (Cass. 06.08.1987, n., 6755)[12]- se il diverso valore déi due interessi in conflitto (da un lato, quello, tutto privato, al soddisfacimento del credito; dall'altro quello inerente alla conservazione della destinazione impressa al bene per una finalità d'interesse generale) renda (o meno) il vincolo opponibile al creditore procedente anche quando si manifesti in epoca successiva al pignoramento'.
Stando a quest'ultima pronuncia, sembrerebbe poter seguire l'opponibilità alla procedura concordataria.
Atteso il filone interpretativo in esame, volto a ritenere prevalente l'interesse pubblico nel corso dell'intera procedura relativa all'assegnazione dei lotti compresi in un'area P.I.P., sembrerebbe poter derivare la possibilità per il Comune di tutelare il suo interesse a rientrare nella disponibilità del bene.
[13]
Per completezza espositiva, si fa presente che, qualora venisse attuata la vendita dell'area in oggetto all'asta pubblica, l'aggiudicatario farebbe salvo il suo acquisto non potendosi più in tale sede ritenere prevalenti le esigenze di tutela dell'interesse pubblico su quello privato. Infatti, come la giurisprudenza ha avuto modo di osservare, 'l'applicazione espressa, fatta con l'art. 2929 c.c., del principio generale di tutela dell'affidamento incolpevole consente di ritenere che in base a tale principio vada appunto risolto il conflitto tra le ragioni di chi abbia acquistato in sede di vendita forzata e quelle del debitore espropriato o dell'eventuale terzo proprietario o titolare di diritti sul bene espropriato [...]. Quello dell'aggiudicatario è, dunque, un diritto soggettivo sul quale i rapporti tra debitore esecutato, creditore procedente ed eventuale terzo titolare di diritti sul bene assoggettato ad espropriazione non possono influire, neppure ove si sia trattato di rapporti di diritto pubblico implicanti l'esercizio di poteri autoritativi da parte dell'Amministrazione, trattandosi pur sempre di rapporti de iure terti e tale diritto non risultando in alcun modo connesso e, quindi, suscettibile d'essere affievolito, con i provvedimenti adottati da quest'ultima nei confronti di soggetti diversi, nell'ambito dei detti diversi rapporti'.
[14]
Passando a trattare dell'ultima questione posta, ovverosia l'applicabilità alla fattispecie in esame dei limiti all'acquisto di beni immobili sancito all'articolo 12 del decreto legge 06.07.2011, n. 98, convertito, con modificazioni, nella legge 15.07.2011, n. 111, si rileva, innanzitutto, che pare non pertinente il richiamo, effettuato dall'Ente, al comma 1-quater di tale articolo 12, in quanto esso afferisce agli acquisti effettuati nell'anno 2013. Diversamente, il precedente comma 1-ter, riguarda le operazioni di acquisto effettuate a decorrere dal 01.01.2014. Recita tale comma 1-ter: 'A decorrere dal 01.01.2014 al fine di pervenire a risparmi di spesa ulteriori rispetto a quelli previsti dal patto di stabilità interno, gli enti territoriali e gli enti del Servizio sanitario nazionale effettuano operazioni di acquisto di immobili solo ove ne siano comprovate documentalmente l'indispensabilità e l'indilazionabilità attestate dal responsabile del procedimento. La congruità del prezzo è attestata dall'Agenzia del demanio, previo rimborso delle spese. Delle predette operazioni è data preventiva notizia, con l'indicazione del soggetto alienante e del prezzo pattuito, nel sito internet istituzionale dell'ente'.
Benché non competa allo scrivente Ufficio interpretare disposizioni statali, parrebbe che la norma in oggetto non trovi applicazione con riferimento alla fattispecie in esame.
In particolare, si osserva che, nel caso di specie, il Comune rientrerebbe nella proprietà del bene come effetto dell'intervenuta risoluzione del contratto: trattasi del cosiddetto effetto restitutorio discendente dall'intervenuta risoluzione contrattuale in relazione al quale pare manchino tanto il requisito dell' 'acquisto' quanto quello della corresponsione di un 'prezzo', richiesti dal comma in commento.
In ogni caso, ferma restando la valutazione autonoma dell'Ente, in base agli indirizzi giurisprudenziali richiamati, in ordine alla prevalenza dell'interesse pubblico o privato, e dunque alla possibilità o meno di attivarsi per rientrare nella disponibilità del bene, pare che la fattispecie in esame non rientri comunque nell'ambito applicativo dell'articolo 12, comma 1-ter, del D.L. 98/2011. A sostegno di un tanto depone la circostanza per cui la giurisprudenza, intervenuta in merito all'individuazione dell'ambito applicativo di tale disposizione ha affermato che: 'Con riferimento alla riconducibilità dell'istituto dell'espropriazione per pubblica utilità nell'ambito applicativo della norma, si ritiene che la stessa disciplini le sole ipotesi in cui sia contemplata la previsione di un prezzo d'acquisto, quindi ai soli acquisti a titolo derivativo iure privatorum e non alle procedure espropriative'.
[15]
Altra pronuncia afferma, ancora, che: 'Detta ricostruzione interpretativa, a parere del Collegio, varrebbe a escludere dal campo di applicazione della norma vincolistica tutte le ipotesi in cui non si discuta di acquisti iure privatorum: di talché la corresponsione di un indennizzo, che non può certo rappresentare un corrispettivo o un prezzo d'acquisto non rientrerebbe nel novero di quelle soggette al divieto di cui al più volte citato articolo [...]'.
[16]
Si nota, al riguardo, come l'articolo 5 della convenzione-contratto stipulata tra le parti, nell'individuare gli obblighi nascenti in capo al Comune a fronte della restituzione dell'area, li identifichi nella 'restituzione delle somme già incamerate, decurtate delle spese, tasse e di 2/5 del valore a titolo di penale' e in un obbligo di indennizzo relativamente alle eventuali opere realizzate dal concessionario.
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[1] L'articolo 27 della legge 22.10.1971, n. 865 prevede che i Comuni dotati di piano regolatore o di programma di fabbricazione approvati possono formare, previa autorizzazione della Regione, un piano delle aree da destinare a insediamenti produttivi. Il sesto comma del medesimo articolo stabilisce, poi, che: 'Il comune utilizza le aree espropriate per la realizzazione di impianti produttivi di carattere industriale, artigianale, commerciale e turistico mediante la cessione in proprietà o la concessione del diritto di superficie sulle aree medesime'.
[2] L'ultimo comma dell'articolo 27 della legge 865/1971 recita: 'Contestualmente all'atto di concessione, o all'atto di cessione della proprietà dell'area, tra il comune da una parte e il concessionario o l'acquirente dall'altra, viene stipulata una convenzione per atto pubblico con la quale vengono disciplinati gli oneri posti a carico del concessionario o dell'acquirente e le sanzioni per la loro inosservanza'.
[3] Il decreto di omologazione risulta essere di data antecedente la delibera comunale di risoluzione unilaterale del contratto di vendita.
[4] Cassazione civile, Sezioni Unite, ordinanza del 17.03.2010, n. 6405.
[5] TAR Friuli Venezia Giulia, sez. I, sentenza del 16.11.2011, n. 533.
[6] Recita l'articolo 2659, secondo comma, c.c.: 'Se l'acquisto, la rinunzia o la modificazione del diritto sono sottoposti a termine o a condizione, se ne deve fare menzione nella nota di trascrizione.[...]'.
[7] Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza del 05.07.1995, n. 539. Si vedano, altresì, le sentenze del TAR Campania, Salerno, sez. I, del 22.06.2004, n. 1553 ove si afferma che il Piano per le aree da destinare a insediamenti produttivi (PIP), previsto dall'art. 27, l. 22.10.1971, n. 865, ha la funzione, di 'stimolo alla espansione industriale del territorio comunale' e del TAR Campania, Napoli, sez. I, del 29.12.2005, n. 20711 la quale afferma che nell'istituto PIP 'il momento tradizionale di strumento urbanistico volto alla corretta gestione del territorio convive con la più pregnante dimensione di strumento di politica economica volto ad incentivare le imprese'.
[8] Cassazione civile, sez. I, sentenza del 27.09.1997, n. 9508.
[9] Cassazione civile, Sezioni Unite, ordinanza del data 09.01.2013, n. 306. Interessante è anche Cassazione civile, sentenza 9508/1997 ove si afferma che: La disciplina pubblicistica ex art. 27 l. n. 865 cit. non si esaurisce alla fase di delimitazione, individuazione ed espropriazione delle aree ma caratterizza anche il trasferimento ai privati, da parte del Comune, delle aree suddette'. 'Il momento pianificatorio e quello convenzionale sono pertanto legati da un rapporto di interdipendenza: infatti, se la cessione trova il suo ineliminabile presupposto nell'esistenza del piano, quest'ultimo richiede, per la sua concreta attuazione, che l'area sia trasferita in proprietà (o concessa in superficie) ad un operatore economico. La cessione del bene non è quindi fine a sé stessa, ma concorre alla realizzazione dell'assetto urbanistico prefigurato nel piano'.
[10] Cassazione civile, Sezioni Unite, sentenza del 16.07.2008, n. 19506. Nello stesso senso, Tribunale di Udine, sentenza del 23.09.2011 ove si afferma che: 'A seguito della nuova formulazione dell'art. 169, R.D. n. 267/1942 (legge fallimentare), contenente espresso richiamo all'art. 45, R.D. n. 267/1942 (legge fallimentare), la procedura di concordato preventivo con cessione dei beni a fini di liquidazione è assimilabile, segnatamente nella fase della sua esecuzione, alla procedura di fallimento quale "procedimento di esecuzione forzata in senso lato". Anche nella procedura di concordato preventivo, infatti, la fase di esecuzione comporta l'imposizione di un vincolo indisponibile di destinazione sui beni del debitore al fine della soddisfazione dei creditori, lo spossessamento del debitore attraverso la nomina di un liquidatore ed il compimento degli atti in un contesto proceduralizzato.'
[11] La Corte di Cassazione nella sentenza 9508/1997 ha affrontato il problema della pignorabilità delle aree ricomprese nei piani per insediamenti produttivi ex art. 27, l. 865/1971 ed a tal fine espropriate. Si trattava di un caso in cui il Comune aveva trasferito ad un privato un lotto di terreno ricompreso nell'ambito di un PIP che era stato ipotecato e pignorato prima della realizzazione dell'impianto produttivo ad opera del privato cessionario. La convenzione tra comune e assegnatario recava tra le sue clausole quella per cui il comune avrebbe potuto procedere alla risoluzione dell'atto di trasferimento del terreno nel caso in cui l'opera non fosse stata ultimata entro un termine determinato. Diversamente dalla fattispecie in esame, tuttavia, si era avuta la trascrizione dell'atto da cui risultano i 'vincoli di indisponibilità del bene' in epoca anteriore al pignoramento.
[12] Si tratta della sentenza di Cassazione civile, sez. III, del 06.08.1987, n. 6755 relativa, tuttavia, a beni di proprietà comunale.
[13] A tale riguardo si riportano nuovamente alcuni punti della sentenza della Cassazione civile, n. 9508/1997, ove, dopo aver espresso l'assunto per cui le aree comprese nei P.I.P., ed a tale fine espropriate, entrano nel patrimonio indisponibile del Comune, si prosegue rilevando come la disciplina pubblicistica caratterizza anche la fase successiva del trasferimento dell'area e si esaurisce solo a seguito dell'avvenuta concreta attuazione degli obiettivi di piano con la realizzazione di un determinato insediamento produttivo. Afferma la sentenza che: 'Ne consegue che gli oneri e le sanzioni previste a carico dei privati nella convenzione relativa alla cessione sono preordinati alla tutela dell'interesse pubblico sicché il diritto (ndr: rectius divieto) di alienazione pattuito non ha efficacia meramente obbligatoria ex art. 1379 c.c. ma si estende anche nei confronti dei terzi; e la risoluzione decisa dal Comune non soggiace alla disciplina ex art. 1458, comma 2, c.c., che fa salvi i diritti dei terzi, tenuto conto che gli interessi dei privati (nello specifico caso quello del creditore pignorante) non possono prevalere, in assenza di espressa previsione di legge, su quelli pubblici'.
[14] Cassazione civile, Sezioni Unite, ordinanza del 09.09.2008, n. 22651.
[15] Corte dei Conti, delibera del 05.03.2014, n. 97.
[16] Corte dei Conti, sez. regionale di controllo per il Veneto, deliberazione del 12.06.2013, n. 151
(09.07.2014 - link a www.regione.fvg.it).

EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: Richiesta di parere in merito alla riattivazione di complesso edilizio, originariamente destinato a stalla, e successivamente accatastato come deposito e ricovero attrezzi (Regione Emilia Romagna, parere 07.07.2014 n. 254756 di prot.).
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I fatti esposti nella richiesta di parere in oggetto necessitano, a parere di questo Servizio, di una diversa qualificazione giuridica, che per altro consente agevolmente, ed anzi richiede, il ripristino della destinazione originaria.
Gli elementi rilevanti del caso rappresentato dall’amministrazione comunale si possono così sintetizzare: (... continua).

EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: Requisiti per definire un edificio esistente ad una determinata data (Regione Emilia Romagna, parere 07.07.2014 n. 254717 di prot.).
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Il Comune di Saludecio richiede parere in merito alla corretta interpretazione del paragrafo 14 della Delibera di Giunta regionale 11.07.2011, n. 987, nella parte in cui stabilisce che possono essere destinati all’attività agrituristica, gli edifici che siano “esistenti sul fondo alla data del 15.04.2009…”.
In particolare, si chiede quali siano i requisiti per poter considerar esistente un edificio ad una determinata data di riferimento. (... continua).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: parere su ripristino edilizio (Regione Emilia Romagna, parere 15.05.2014 n. 209512 di prot.).
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Si risponde alla richiesta di parere relativamente alla qualificazione di un intervento di rifacimento di un edificio da tempo crollato o demolito. (... continua).

EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: parere in merito localizzazione canile in zona agricola (Provincia di Pesaro e Urbino, parere 13.12.2005 n. 41339 di prot.).

CORTE DEI CONTI

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: In merito all'assunzione a tempo determinato finalizzata alla sostituzione del dipendente in comando.
La Sezione rileva la necessità dell’integrale e rigoroso rispetto del complesso delle disposizioni, dei vincoli e dei “tetti di spesa” operanti, in forza del vigente ordinamento, in materia di personale, nei confronti degli enti sottoposti al patto di stabilità interno ai fini del concorso delle autonomie regionali e locali al rispetto degli obiettivi della finanza pubblica.
L’Ente locale, per poter procedere ad assunzioni di qualsiasi tipo (anche a tempo determinato), deve sia rispettare i vincoli del patto di stabilità, sia garantire che l’incidenza delle spese per il personale non sia superiore al 50% delle spese correnti, sia ridurre, in ogni caso, la complessiva spesa per il personale.
In particolare, per la verifica del rispetto di detta ultima condizione dovranno escludersi dal computo della spesa complessiva gli oneri sostenuti per il dipendente in comando (anticipati dal Comune e rimborsati dall’Ente utilizzatore), ma dovrà essere inclusa la spesa da sostenersi per l’unità di personale a tempo determinato.

La Sezione sottolinea, inoltre, che
compete all’Ente locale la puntuale e rigorosa verifica del rispetto in concreto dei limiti e vincoli statuiti dal legislatore. Evidenzia che, conseguentemente, restano ferme la piena e esclusiva discrezionalità dell’Ente nel procedere o meno all’assunzione in oggetto e le eventuali conseguenti responsabilità in capo ai dirigenti in caso di violazione di detti limiti e vincoli.
17. Pertanto, nel quadro normativo sopra delineato, ricorrendo i presupposti di cui al vigente art. 36 del D.Lgs. 165/2001, ove non sussistano le situazioni ostative all’assunzione di personale recate dall’art. 76, commi 4 e 7 del decreto legge 112/2008 convertito con legge 133/2008, e purché siano rispettati il dettato normativo di cui all’art. 1, comma 557, della legge 296/2006 e i principi fissati dall’art. 9, comma 28 del decreto legge 78/2010, convertito in legge 122/2010, la Sezione ritiene che un Comune sottoposto al patto di stabilità possa ricorrere ad assunzioni a tempo determinato per far fronte ad un temporaneo comando di un proprio dipendente.

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Con nota del 05.05.2014 il Presidente del Consiglio delle Autonomie Locali della Sardegna ha trasmesso alla Sezione regionale di controllo la deliberazione n. 16 del 17.04.2014 con la quale rimette alla Sezione, ai sensi dell’art. 7, comma 8, della legge n. 131 del 2003, la richiesta di parere del Sindaco del Comune di Quartucciu in merito alla aderenza alla disciplina vincolistica in materia di assunzioni e di contenimento della spesa di personale di una assunzione a tempo determinato finalizzata alla sostituzione del dipendente in comando nell’ipotesi in cui detta assunzione rispetti i limiti di cui all’art. 9, comma 28, del DL 78/2010, il tetto di spesa di cui all’art. 1, comma 557, della legge 296/2006, e il limite di cui all’art. 76, comma 7, del DL 112/2008.
...
3. Il Comune di Quartucciu, che ha 12.947 abitanti ed è, pertanto, sottoposto ai vincoli del patto di stabilità, chiede se possa ritenersi rispettosa della generale disciplina vincolistica in materia di assunzioni e della normativa di contenimento della spesa di personale, un’assunzione a tempo determinato (ai sensi dell’art. 36 del D.Lgs. 165/2001) che sia finalizzata alla sostituzione di un dipendente in comando.
4. Preliminarmente si reputa opportuno introdurre alcuni cenni di inquadramento generale dell’istituto del comando. Il primo comma dell’art. 56 del Testo unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato, approvato con D.P.R. 10.01.1957, n. 3, prevede che “L'impiegato di ruolo può essere comandato a prestare servizio presso altra amministrazione statale o presso enti pubblici, esclusi quelli sottoposti alla vigilanza dell'amministrazione cui l'impiegato appartiene”; ... che “Il comando è disposto, per tempo determinato e in via eccezionale, per riconosciute esigenze di servizio o quando sia richiesta una speciale competenza”.
Per quanto concerne, in particolare, la pertinenza degli oneri per il trattamento economico del personale in questione, l’art. 57, comma 3, dello stesso DPR, dispone che “Alla spesa del personale comandato presso enti pubblici provvede direttamente ed a proprio carico l'ente presso cui detto personale va a prestare servizio. L'ente è, altresì, tenuto a versare all'amministrazione statale cui il personale stesso appartiene l'importo dei contributi e delle ritenute sul trattamento economico previsti dalla legge”.
Successivamente, il comma 12 dell’art. 70 del D.Lgs. n. 165 del 2001 (“Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche”) ha statuito che “In tutti i casi, anche se previsti da normative speciali, nei quali enti pubblici territoriali, enti pubblici non economici o altre amministrazioni pubbliche, dotate di autonomia finanziaria sono tenute ad autorizzare la utilizzazione da parte di altre pubbliche amministrazioni di proprio personale, in posizione di comando, di fuori ruolo, o in altra analoga posizione, l'amministrazione che utilizza il personale rimborsa all'amministrazione di appartenenza l'onere relativo al trattamento fondamentale”.
5. Si consideri, in merito, che la giurisprudenza del Consiglio di Stato si è espressa nel senso che la posizione di comando del pubblico dipendente non determina la creazione di un nuovo rapporto di impiego, in sostituzione di quello precedente, ma semplicemente una modifica del solo rapporto di servizio, nel senso che le prestazioni di lavoro vengono fornite ad un'Amministrazione diversa da quella di appartenenza.
6. Si consideri, inoltre, che la Sezione delle Autonomie della Corte dei conti nelle linee guida ed i criteri cui devono attenersi, ai sensi dell'art. 1, comma 167, della legge 23.12.2005, n. 266 (finanziaria 2006) gli organi di revisione economico-finanziaria degli enti locali nella predisposizione delle relazioni sul bilancio di previsione e sul rendiconto dell'esercizio 2010 e nei i questionari allegati (in particolare nei questionari per le province e nei questionari per i comuni con popolazione superiore a 5.000 abitanti) ha indicato espressamente, come componenti considerate ai fini della determinazione della spesa, ai sensi dell’art. 1 comma 557, della legge 27.12.2006, n. 296, le “somme rimborsate ad altre amministrazioni per il personale in posizione di comando”, e ha annoverato, invece, fra le componenti escluse, le “spese sostenute per il personale comandato presso altre amministrazioni per le quali è previsto il rimborso dalle amministrazioni utilizzatrici”.
7. Si richiama, infine, la circolare n. 9 del 17.02.2006 del Ministero dell’economia e delle finanze (che, ancorché riferita al triennio 2006-2008, è, in assenza di ulteriori provvedimenti, da ritenere tuttora operante), secondo la quale le spese sostenute dall’ente locale per il proprio personale comandato presso altre Amministrazioni e per le quali è previsto il rimborso da parte delle Amministrazioni utilizzatrici, vanno escluse dal computo ai fini della determinazione dei limiti consentiti sia per l’anno di riferimento (il 2004) che per gli esercizi interessati.
8. Per quanto concerne, invece, specificatamente la disciplina delle assunzioni di personale a tempo determinato, si richiama il disposto dell’art. 36 del decreto legislativo 165/2001 (novellato dall’art. 3, comma 79, della legge 24.12.2007, n. 244, successivamente sostituito con l’art. 49 del decreto legge 25.06.2008, n. 112, convertito con legge 06.08.2008, n. 133, e, infine, modificato con l’art. 4, comma 1 del decreto legge 31.08.2013, n. 101, convertito in legge 30.10.2013, n. 125) che, dopo aver affermato il principio che “le pubbliche amministrazioni assumono esclusivamente con contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato…..” prevede, “per rispondere ad esigenze temporanee ed eccezionali” anche il ricorso a “forme contrattuali flessibili di assunzione e di impiego del personale previste dal c.c. e dalle leggi sui rapporti di lavoro subordinati nell’impresa, nel rispetto delle procedure di reclutamento vigenti”.
La attuale formulazione della norma subordina, pertanto, il ricorso a tale tipologia di assunzioni alla sussistenza del duplice requisito della temporaneità e della eccezionalità dell’esigenza. Ai sensi dell’art. 36, comma 5-quater del decreto legislativo 165/2001 (introdotto dall’art. 4, comma 1, del decreto legge 31.08.2013, n. 101, convertito in legge 30.10.2013, n. 125) inoltre, “I contratti di lavoro a tempo determinato posti in essere in violazione del presente articolo sono nulli e determinano responsabilità erariale.”
9. Passando al merito del problema sottoposto all’attenzione della Sezione, deve premettersi che, sul piano concreto del provvedimento di comando oggetto del quesito, l’esame della Sezione, dovendo limitarsi agli aspetti generali ed astratti della questione, non può spingersi ad accertare se detto provvedimento di comando sia configurabile o meno in termini di atto dovuto ai sensi di specifiche normative (cfr. art. 17, comma 14, L. n. 127 del 1997) o se costituisca una scelta discrezionale dell’Ente, né a verificare quali siano state in concreto le ragioni portate dall’Ente a sostegno della scelta di autorizzare il comando.
Tuttavia, la Sezione non può non segnalare che l’operazione posta in essere, pur avendo un impatto finanziario neutro con riguardo all’Ente cedente, non è tale con riguardo all’insieme degli Enti sottoposti a vincoli di spesa per il personale e per le assunzioni, e che pertanto andrebbero sottoposte ad attenta valutazione di coerenza sia le ragioni della concessione dell’autorizzazione da parte dell’Ente cedente sia le sopravvenute necessità di sostituzione del dipendente ceduto.
10. Per quanto concerne in particolare l’ipotesi specifica di assunzione a tempo determinato finalizzata alla sostituzione del dipendente in comando presso altra pubblica Amministrazione, rappresentata dall’Ente richiedente, è imprescindibile che sia ravvisabile la presenza del duplice requisito della temporaneità e dell’eccezionalità dell’esigenza richiesto dal legislatore per il legittimo ricorso a tale tipologia di assunzioni.
11. E’ necessario, inoltre, che l’Ente locale verifichi in concreto che l’assunzione a tempo determinato rispetti sia gli obblighi di riduzione della spesa per il personale di cui all’art. 1, comma 557, della legge 296/2006, sia i principi di cui all’art. 9, comma 28, del DL 78/2010, convertito in legge 122/2010, sia i limiti di cui all’art. 76, comma 7, del DL 112/2008.
12. Per quanto riguarda specificatamente la riduzione della spesa per il personale degli enti sottoposti ai vincoli del patto di stabilità, l’art. 1, comma 557, della legge 27.12.2006, n. 296 (nel testo attualmente vigente a seguito delle modifiche introdotte dal comma 120 dell'art. 3, L. 24.12.2007, n. 244 e dal comma 1 dell’art. 76, D.L. 25.06.2008, n. 112 e poi così sostituito dal comma 7 dell’art. 14, D.L. 31.05.2010, n. 78, come modificato dalla relativa legge di conversione) dispone che “Ai fini del concorso delle autonomie regionali e locali al rispetto degli obiettivi di finanza pubblica, gli enti sottoposti al patto di stabilità interno assicurano la riduzione delle spese di personale, al lordo degli oneri riflessi a carico delle amministrazioni e dell'IRAP, con esclusione degli oneri relativi ai rinnovi contrattuali, garantendo il contenimento della dinamica retributiva e occupazionale, con azioni da modulare nell'ambito della propria autonomia e rivolte, in termini di principio, ai seguenti ambiti prioritari di intervento: a) riduzione dell'incidenza percentuale delle spese di personale rispetto al complesso delle spese correnti, attraverso parziale reintegrazione dei cessati e contenimento della spesa per il lavoro flessibile; b) razionalizzazione e snellimento delle strutture burocratico-amministrative, anche attraverso accorpamenti di uffici con l'obiettivo di ridurre l'incidenza percentuale delle posizioni dirigenziali in organico; c) contenimento delle dinamiche di crescita della contrattazione integrativa, tenuto anche conto delle corrispondenti disposizioni dettate per le amministrazioni statali.”
13. Per quanto concerne specificatamente il ricorso a personale a tempo determinato, l’art. 9, comma 28, del DL 78/2010, convertito in legge 122/2010 (come modificato dalla legge di conversione 30.07.2010, n. 122, dall'art. 4, comma 102, lett. a) e b), L. 12.11.2011, n. 183, a decorrere dal 01.01.2012, dall'art. 4-ter, comma 12, D.L. 02.03.2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla L. 26.04.2012, n. 44, dall’ art. 9, comma 12, D.L. 28.06.2013, n. 76, convertito, con modificazioni, dalla L. 09.08.2013, n. 99, dall'art. 9, comma 8, D.L. 31.08.2013, n. 102, convertito, con modificazioni, dalla L. 28.10.2013, n. 124, e, successivamente, dall'art. 6, comma 3, D.L. 31.08.2013, n. 101, convertito, con modificazioni, dalla L. 30.10.2013, n. 125) dispone che “A decorrere dall'anno 2011, le amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, le agenzie, ... gli enti pubblici non economici, le università e gli enti pubblici di cui all'articolo 70, comma 4, del decreto legislativo 30.03.2001, n. 165 e successive modificazioni e integrazioni, ..., possono avvalersi di personale a tempo determinato o con convenzioni ovvero con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, nel limite del 50 per cento della spesa sostenuta per le stesse finalità nell'anno 2009. … Le disposizioni di cui al presente comma costituiscono principi generali ai fini del coordinamento della finanza pubblica ai quali si adeguano le regioni, le province autonome, gli enti locali e gli enti del Servizio sanitario nazionale. ...”.
14. Per quanto concerne, invece, i limiti alle assunzioni di personale, il comma 7 dell’art. 76 del decreto legge 25.06.2008, n. 112, convertito con modificazioni dalla legge 06.08.2008, n. 133 (nel testo sostituito dall’art. 14, comma 9, del decreto legge 31.05.2010 n. 78, convertito in legge 30.07.2010, n. 122 e successivamente modificato dall'art. 1, comma 118, L. 13.12.2010, n. 220, a decorrere dal 01.01.2011, dall'art. 20, comma 9, D.L. 06.07.2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla L. 15.07.2011, n. 111, dall'art. 28, comma 11-quater, D.L. 06.12.2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla L. 22.12.2011, n. 214, dall'art. 4, comma 103, lett. a), L. 12.11.2011, n. 183, a decorrere dal 01.01.2012, dall'art. 4-ter, comma 10, D.L. 02.03.2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla L. 26.04.2012, n. 44, ed infine, dall'art. 1, comma 558, lett. a) e b), L. 27.12.2013, n. 147, a decorrere dal 01.01.2014) dispone che “E' fatto divieto agli enti nei quali l'incidenza delle spese di personale è pari o superiore al 50 per cento delle spese correnti di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale; i restanti enti possono procedere ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite del 40 per cento della spesa corrispondente alle cessazioni dell'anno precedente. ...
Per gli enti nei quali l'incidenza delle spese di personale è pari o inferiore al 35 per cento delle spese correnti sono ammesse, in deroga al limite del 40 per cento e comunque nel rispetto degli obiettivi del patto di stabilità interno e dei limiti di contenimento complessivi delle spese di personale, le assunzioni per turn-over che consentano l'esercizio delle funzioni fondamentali previste dall'articolo 21, comma 3, lettera b), della legge 05.05.2009, n. 42; in tal caso le disposizioni di cui al secondo periodo trovano applicazione solo in riferimento alle assunzioni del personale destinato allo svolgimento delle funzioni in materia di istruzione pubblica e del settore sociale
.”
Si segnala, in particolare, che la modifica introdotta al citato art. 76, comma 7, dal comma 103 dell’art. 4 della legge n. 183 del 2011, ha ristretto alle sole assunzioni “a tempo indeterminato” l’applicazione della parte della disposizione che consente agli enti nei quali l'incidenza delle spese di personale è inferiore al 50 per cento delle spese correnti di procedere ad assunzioni di personale solo nel limite del 40 per cento della spesa corrispondente alle cessazioni dell'anno precedente.
Pertanto, la citata normativa specifica non trova ad oggi applicazione con riferimento alle assunzioni a tempo determinato.
15. Con specifico riguardo al quesito proposto dal Comune, la Sezione rileva la necessità dell’integrale e rigoroso rispetto del complesso delle disposizioni, dei vincoli e dei “tetti di spesa” operanti, in forza del vigente ordinamento, in materia di personale, nei confronti degli enti sottoposti al patto di stabilità interno ai fini del concorso delle autonomie regionali e locali al rispetto degli obiettivi della finanza pubblica.
L’Ente locale, per poter procedere ad assunzioni di qualsiasi tipo (anche a tempo determinato), deve sia rispettare i vincoli del patto di stabilità, sia garantire che l’incidenza delle spese per il personale non sia superiore al 50% delle spese correnti, sia ridurre, in ogni caso, la complessiva spesa per il personale.
In particolare, per la verifica del rispetto di detta ultima condizione dovranno escludersi dal computo della spesa complessiva gli oneri sostenuti per il dipendente in comando (anticipati dal Comune e rimborsati dall’Ente utilizzatore), ma dovrà essere inclusa la spesa da sostenersi per l’unità di personale a tempo determinato.

16. La Sezione sottolinea, inoltre, che compete all’Ente locale la puntuale e rigorosa verifica del rispetto in concreto dei limiti e vincoli statuiti dal legislatore. Evidenzia che, conseguentemente, restano ferme la piena e esclusiva discrezionalità dell’Ente nel procedere o meno all’assunzione in oggetto e le eventuali conseguenti responsabilità in capo ai dirigenti in caso di violazione di detti limiti e vincoli.
17. Pertanto, nel quadro normativo sopra delineato, ricorrendo i presupposti di cui al vigente art. 36 del D.Lgs. 165/2001, ove non sussistano le situazioni ostative all’assunzione di personale recate dall’art. 76, commi 4 e 7 del decreto legge 112/2008 convertito con legge 133/2008, e purché siano rispettati il dettato normativo di cui all’art. 1, comma 557, della legge 296/2006 e i principi fissati dall’art. 9, comma 28 del decreto legge 78/2010, convertito in legge 122/2010, la Sezione ritiene che un Comune sottoposto al patto di stabilità possa ricorrere ad assunzioni a tempo determinato per far fronte ad un temporaneo comando di un proprio dipendente (Corte dei Conti, Sez. controllo Sardegna, parere 17.07.2014 n. 39).

ENTI LOCALI - SEGRETARI COMUNALIMini-Comune, no al segretario «dg». Corte conti Lombardia. Con 4.600 abitanti doppio incarico bollato come sperpero.
Va risarcito il Comune sotto i 15mila abitanti in cui il sindaco nomina a direttore generale il segretario comunale in assenza di specifiche esigenze locali e organizzative anche se il provvedimento, all'epoca del fatto, era consentito dalla legge e nel periodo considerato l'amministratore aveva lavorato ad atti di programmazione propri di tale figura gestionale ma facoltativi per i piccoli centri.
Lo ha stabilito la Corte dei Conti, Sez. giurisdizionale per la Regione Lombardia, nella sentenza 27.06.2014 n. 122 in materia di responsabilità amministrativa.
Il Collegio, sulla base dei riscontri della Procura regionale su un caso denunciato al Comune di Carrobbio degli Angeli (Bergamo), ha condannato entrambi gli amministratori a risarcire a vario titolo l'accertato «sperpero di risorse pubbliche» (20.197,62 euro il totale delle indennità percepite) poiché la nomina è avvenuta in «dispregio delle più elementari regole di prudenza e di buona amministrazione» e con un «un compenso assolutamente spropositato in considerazione delle oggettive ridottissime dimensioni demografiche ed organizzative dell'ente».
Per la Corte, per un ente locale con circa 4.600 abitanti, un organico di 10 dipendenti e con un orario settimanale di 11 ore, la nomina del dg non era necessaria seppur prevista dalla legge all'epoca in vigore (comma 4, articolo 108, dlgs 267/2001 poi abrogato dal decreto legge 2/2010 e convertito in legge 42/2010), né era legittima se giustificata dal fatto che a tale figura era stata affidato il compito di preparare il Piano esecutivo di gestione, qui atto facoltativo e, secondo la Procura, solo abbozzato e mai adottato.
Secondo i giudici, le norme interne come lo statuto comunale e il Testo unico degli enti locali (articolo 97, comma 4, dlgs 267/2000) «non precludono al segretario comunale l'esercizio di poteri gestionali» e, in questo caso, anche la gestione delle aree «affari generali» e «servizi alla persona» proprie del segretario «non avrebbe comportato di per sé necessariamente alcun onere economico aggiuntivo per il Comune e quindi non specificamente soggette a remunerazione aggiuntiva sullo stipendio base»
(articolo Il Sole 24 Ore del 17.07.2014 - articolo tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Se il Comune possa “effettuare assunzioni a tempo determinato in deroga al limite di spesa previsto dall’art. 9, comma 28, del D.L. n. 78/2010 (riduzione del lavoro flessibile) ed all’obbligo di riduzione della spesa di personale (art. 1, comma 557, L. n. 296/2006) nei limiti delle somme che vengono trasferite dal Ministero della Giustizia a titolo di rimborso del trattamento economico e degli oneri riflessi dei dipendenti comandati”.
Le spese sostenute per le prestazioni lavorative del dipendente comandato sono da computarsi nella spesa per il personale ai sensi degli art. 1, comma 557, della L. n. 296/2006 per la determinazione della spesa massima consentita, con riferimento al “tetto di spesa” relativo all’anno precedente soltanto riguardo all’ente di destinazione e non per l’ente che concede il distacco, quale nella specie il Comune richiedente, rispetto a cui dette spese restano comunque escluse dal computo di cui all’art. 1, comma 557, della Legge 296/2006.
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Il Sindaco del Comune di Soriano nel Cimino (di 8.722 abitanti) ha formulato richiesta di parere riguardo a come debba interpretarsi il rispetto dei limiti alla spesa del personale di cui all’art. 9, comma 28, del D.L. n. 78/2010 e all’art. 1, comma 557, della L. n. 296/2006, considerato che è in atto, nonostante le carenze di personale del Comune, la proroga ex art. 26 della L. n.468/1999 del comando di due dipendenti (uno di cat. D, pos. ec. D2 “Istruttore direttivo amministrativo” e l’altro di cat. C, pos. ec. C5 “Istruttore amministrativo”) presso l locale l’Ufficio del Giudice di pace.
Ciò premesso, il Sindaco ha, in particolare, richiesto se il Comune possa “effettuare assunzioni a tempo determinato in deroga al limite di spesa previsto dall’art. 9, comma 28, del D.L. n. 78/2010 (riduzione del lavoro flessibile) ed all’obbligo di riduzione della spesa di personale (art. 1, comma 557, L. n. 296/2006) nei limiti delle somme che vengono trasferite dal Ministero della Giustizia a titolo di rimborso del trattamento economico e degli oneri riflessi dei dipendenti comandati.
...
Quanto al quesito ermeneutico posto, l’art. 26 della L. n.468/1999 dispone, riguardo ai messi di conciliazione, al comma 4, che “Il personale dipendente comunale che opera ovvero che ha operato per almeno due anni presso gli uffici di conciliazione alla data di entrata in vigore della presente legge continua a prestare servizio, nella medesima posizione, presso l'ufficio del Giudice di pace esistente nel circondario, ed avente competenza anche per il comune già sede degli uffici di conciliazione soppressi”, sostanzialmente rendendo fisiologica la proroga del comando -presso l'ufficio del Giudice di pace- dei dipendenti comunali già comandati presso i vecchi uffici di conciliazione come messi, in presenza della richiesta del Presidente del tribunale (che abbia valutato come necessaria la proroga in considerazione delle esigenze organiche degli uffici giudiziari) e del consenso degli interessati.
Ai Comuni conseguentemente spetta il rimborso, da parte dell’Amministrazione della giustizia, delle somme erogate ai comandati a titolo di trattamento economico fondamentale, mentre il trattamento accessorio, compresa l’indennità di amministrazione, è direttamente erogato dalla P.A. presso cui i medesimi sono comandati.
L’art. 9, comma 28, DL 78/2010, come modificato dall’art. 4, comma 102, L. 183/2011, dall’art. 1, comma 6-bis, L. 14/2012 e dall’art. 4-ter, comma 12, L. 44/2012, prevede che “A decorrere dal 2011, le amministrazioni dello Stato anche ad ordinamento autonomo….possono avvalersi di personale a tempo determinato o con convenzioni ovvero con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, nel limite del 50 per cento della spesa sostenuta per le stesse finalità nell'anno 2009… A decorrere dal 2013 gli enti locali possono superare il predetto limite per le assunzioni strettamente necessarie a garantire l'esercizio delle funzioni di polizia locale, di istruzione pubblica e del settore sociale; resta fermo che comunque la spesa complessiva non può essere superiore alla spesa sostenuta per le stesse finalità nell'anno 2009.”.
Vero è, in linea generale, che l’istituto del comando non è da inquadrarsi tra le tipologie di assunzione di personale, costituendo una forma di mobilità di regola temporanea e che, quando ci si avvale di personale comandato, non si determina aumento di spesa di personale nell’ambito della pubblica amministrazione in generale e per l’Ente beneficiario del comando in particolare, trattandosi di un incarico temporaneo.
Nella specie, tuttavia, la questione è sollevata con riferimento alla spesa di personale non dell’Ente presso cui il comando è disposto, ma con riguardo a quella dell’Ente comandante.
La ratio della limitazione posta dall’articolo dall’art. 9, comma 28 citato, com’è noto, non è quella di ridurre il ricorso al comando o al distacco, che anzi incontrano il favor legis, in quanto garantiscono una più efficiente distribuzione del personale, con verosimili positive ricadute sui risultati della gestione amministrativa ed evitano un incremento della spesa pubblica globale, ma va identificata nella volontà di limitare la spesa connessa all’utilizzo delle forme di lavoro flessibile espressamente elencate che, al contrario di un comando o distacco, generano anche un incremento della spesa pubblica globale, oltre che della spesa di personale del singolo ente locale. Vi è però da operare un fondamentale distinguo.
In applicazione del principio di neutralità finanziaria, il Collegio ritiene che, per l’Ente utilizzatore la spesa relativa al personale in posizione di comando non possa essere assimilata ad una assunzione a tempo determinato e debba dunque essere esclusa dal computo della spesa del 2009, ai fin della applicazione della limitazione di cui all’art. 9, comma 28, del D.L. n. 78 del 2010 (a condizione che la medesima spesa sia stata, come avviene di regola, figurativamente mantenuta dall’Ente cedente).
La spesa, per converso, figurativamente sostenuta dal Comune “comandante” nell’anno 2009, pur se non ne ha sopportato gli oneri sostanziali in quanto gli sono stati rimborsati dal Tribunale, deve essere considerata ai fini del calcolo del parametro stabilito dall’art. 9, comma 28, del D.L. n. 78/2010.
Per cui il Comune richiedente può procedere a nuove assunzioni a tempo determinato soltanto se rispetta il limite del 50% di cui all’art. 9, comma 28, del D.L. n. 78/2010, fatte salve ovviamente le eccezioni previste dalla norma stessa con effetto dal 2013, con riferimento alle assunzioni “strettamente necessarie a garantire l'esercizio delle funzioni di polizia locale, di istruzione pubblica e del settore sociale” e con le specificazioni previste dall’art.1, comma 6-bis del D.L. 2001 n.216, convertito dalla L. 24 febbraio 2012, n.14.
È opportuno, tuttavia, rammentare che le limitazioni del 50% della spesa 2009 per assunzioni flessibili previste dall’art. 9, comma 28, del D.L. 78/2010, s.m.i., peraltro, pur dove operanti, possono oggi essere modulate dall’ente locale -con regolamento- in considerazione delle sue ridotte dimensioni anche demografiche e delle correlate peculiarità operative (SS.RR. Del. n. 11/CONTR/12).
Il prevalente orientamento delle Sezioni di controllo della Corte dei conti, in sede consultiva ritiene, a proposito della diversa -ma analoga- questione della portata applicativa del divieto di assunzioni in caso di mancato rispetto del Patto di stabilità interno, che “perché possano essere ritenute neutrali (e, quindi, non assimilabili ad assunzioni/dimissioni), le operazioni di mobilità in uscita e in entrata devono intervenire tra enti entrambi sottoposti a vincoli di assunzioni e di spesa ed in regola con le prescrizioni del Patto di stabilità interno e rispettare gli obiettivi legislativi finalizzati alla riduzione della spesa e le disposizioni sulle dotazioni organiche” (SS.RR. Del. n. 59/CONTR/10).
Quanto al secondo profilo, giova rammentare che l’art. 1, comma 557, L. 296/2006, come riscritto dall’art. 14, comma 7, DL 78/2010, il quale dispone che: “...gli enti sottoposti al patto di stabilità interno assicurano la riduzione delle spese di personale,.. con azioni …rivolte…ai seguenti ambiti…:
a) riduzione dell'incidenza percentuale delle spese di personale rispetto al complesso delle spese correnti…;
b) razionalizzazione e snellimento delle strutture burocratico-amministrative…;
c) contenimento delle dinamiche di crescita della contrattazione integrativa...
” è stato interpretato da questa Corte nel senso che la riduzione della spesa per il personale deve essere progressiva e costante, a prescindere da criteri e parametri prefissati e deve essere operata con riferimento alla spesa di personale dell’anno immediatamente precedente, in un’ottica di responsabilizzazione ed autodeterminazione dell’ente (Corte conti, Sez. Autonomie, delibere n. 2 e n. 3/2010).
Ovviamente, a garanzia delle confrontabilità dei dati nei vari anni di riferimento, è necessario che la comparazione venga effettuata tra aggregati omogenei, con le medesime voci di inclusione ed esclusione (per l’individuazione delle componenti incluse nel calcolo della “spesa di personale”: Corte conti, Sez. Autonomie delib. n. 9/2010 recante le Linee Guida). Sempre in relazione all’interpretazione dell’art. 1, comma 557, L. 296/2006, si è rilevato che non sembra corretto definire la categoria contabile della “Spesa per il personale”, in termini puramente formali e nominalistici, riconducendo, cioè, ad essa qualsivoglia somma pagata al dipendente, ma occorre far riferimento “sia alla natura della specifica voce di spesa, sia all’impatto che può avere sulla gestione finanziaria dell’ente, nella richiamata prospettiva” (Sez. Autonomie n.16/2009).
Le Sezioni Riunite della Corte dei conti, con deliberazione n. 27/2011/CONTR, depositata in data 12 maggio 2011, hanno al riguardo precisato che “… l’accezione <<spesa di personale>>, tendenzialmente univoca, è suscettibile di diverse configurazioni (non a caso si parla di aggregato di <<spesa di personale>>) in ragione delle finalità perseguite dalle norme che di volta in volta vi fanno riferimento. Non si tratta naturalmente di figure ontologicamente diverse, ma di aggregazioni che possono essere suscettibili di diversa composizione”.
Le Sezioni Riunite hanno, quindi, posto in risalto la differenza tra l’aggregato da considerare ai fini del limite di cui al comma 557 della legge n. 296/2006, nel cui sistema applicativo “… si sono evidenziate anche alcune voci che non devono essere utilizzate ai fini del confronto, venendo escluse sia dall’aggregato relativo all’anno di riferimento che da quello nel quale viene verificato il rispetto dell’obiettivo di riduzione”) e quello rilevante nel rapporto tra la spesa corrente e la spesa del personale, rispetto a cui si tratta non di un obbligo di riduzione della spesa, ma di un vincolo di natura strutturale all’incremento della consistenza di personale, onde appare utile e maggiormente coerente, prendere in considerazione la spesa di personale nel suo complesso.
Ciò posto,
le spese sostenute per le prestazioni lavorative del dipendente comandato sono da computarsi nella spesa per il personale ai sensi degli art. 1, comma 557, della L. n. 296/2006 per la determinazione della spesa massima consentita, con riferimento al “tetto di spesa” relativo all’anno precedente soltanto riguardo all’ente di destinazione e non per l’ente che concede il distacco, quale nella specie il Comune richiedente, rispetto a cui dette spese restano comunque escluse dal computo di cui all’art. 1, comma 557, della Legge 296/2006
(Corte dei Conti, Sez. controllo Lazio, parere 25.06.2014 n. 91).

LAVORI PUBBLICI: Sul risarcimento del danno per le colpevoli sospensioni dei lavori.
Deve rammentarsi che la disciplina generale sulle opere pubbliche recata dal R.D. n. 350 del 1895 affida all’ingegnere capo e al direttore dei lavori una molteplicità di attribuzioni volte a far sì che l’opera sia compiuta senza intralci, a perfetta regola d’arte e senza oneri aggiuntivi per la stazione appaltante.
Di particolare importanza, a tal fine, sono gli adempimenti che la legge affida ai tecnici dell’amministrazione nella fase antecedente all’indizione delle gare o all’apertura della trattativa privata (ove consentita), nonché al momento della consegna dei lavori alla ditta che dovrà eseguirli.
In particolare, l’art. 5, comma 1, prevede che, prima di bandire la gara per l’assegnazione dell’appalto o di aprire la trattativa privata, l’ingegnere capo deve provvedere, tramite il direttore dei lavori, alla «verificazione del progetto, in relazione al terreno, al tracciamento, al sottosuolo, alle cave, alle fornaci ed a quant’altro occorre per l’esecuzione dell’opera, affinché sia accertato che, all’atto della consegna, non si riscontreranno variazioni nelle condizioni di fatto sulle quali il progetto è basato o, riscontrandosene alcuna, si abbia tempo a prevenire l’apertura delle aste pubbliche o delle licitazioni, ovvero, quando trattasi di trattativa privata, la stipulazione del contratto, in base al progetto inesatto o non più esatto».
La finalità di tale disposizione è ovvia, mirando ad evitare che –salvo il caso di estrema urgenza ovvero quando «le condizioni del terreno sono naturalmente mutabili» (comma 3 dell’art. 5)– la mancata verificazione del progetto rispetto alla situazione oggettiva dei luoghi interessati non determini rallentamenti o sospensioni dei lavori, ovvero lievitazione dei costi per opere non previste.
Nello stesso senso milita l’art. 11, comma 1, del R.D. n. 350 del 1895, che obbliga l’ingegnere capo a sospendere la consegna dei lavori (salvo le ipotesi indicate nel comma 2) «qualora nonostante le disposizioni di cui al precedente art. 5, si riscontrassero all’atto della consegna delle differenze fra le condizioni locali ed il progetto …».
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Gli obblighi imposti all’ingegnere capo e al direttore dei lavori nella fase antecedente alla consegna dei lavori sono precipuamente finalizzati ad evitare che si verifichino le condizioni del ricorso alla sospensione dei lavori, che –è bene rammentarlo– è disciplinata dall’art. 16 del R.D. n. 350 del 1895 quale evenienza che appartiene alla patologia dell’esecuzione dell’opera, essendo autorizzabile «qualora circostanze speciali impediscano temporaneamente che i lavori procedano a regola d’arte».
Nella specie, se certamente sussistevano i presupposti per la sospensione dei lavori, va però rilevato che le «circostanze speciali» legittimanti la sospensione sono state provocate anche dalle gravi omissioni dell’appellante nell’esercizio delle funzioni di ingegnere capo e di direttore dei lavori.
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Le considerazioni fin qui svolte valgono, ovviamente, anche per la questione delle indagini geologiche, avendo queste determinato la sospensione dei lavori per non essere state effettuate –come dovuto– prima di dar corso all’appalto o, quanto meno, prima della consegna dei lavori.
E, comunque, in considerazione di quanto sostenuto dalla difesa, si deve precisare che all’appellante non si addebitano le spese sostenute per le indagini, ma il danno (pro quota) conseguente alle sospensioni dei lavori.

La Procura regionale per la Basilicata ha contestato all’ing. C. la somma di euro 64.446,98, pari alla metà del danno complessivo, ravvisando il pari contributo causale del progettista non chiamato in giudizio in quanto deceduto. La Sezione territoriale ha imputato al convenuto l’importo ridotto di euro 25.000,00 comprensivi della rivalutazione monetaria, ritenendo di dover equamente valorizzare -a scomputo della condanna– altri concorsi causali oltre che le oggettive difficoltà dell’appalto.
La sentenza merita condivisione, per le motivazioni di seguito indicate, sia per quanto concerne il nesso di causalità sia per l’affermata sussistenza della colpa grave.
Circa il nesso di causalità, si osserva che le sospensioni dei lavori –la prima delle quali prese inizio (12.10.1993) quando erano intercorsi appena due-tre mesi dalla consegna dei lavori (16.07.1993) e dal concreto inizio degli stessi (05.08.1993)– si resero necessarie per la sottovalutazione, in sede progettuale, delle problematiche derivanti dalla esistenza di alcuni manufatti del Consorzio di bonifica della Val d’Agri, che interferivano con una parte del tracciato originario della strada. Si tratta, con ogni evidenza, come del resto dedotto dallo stesso appellante, di problematiche che dovevano essere prese in considerazione dal progettista, il quale -nella elaborazione del progetto esecutivo- avrebbe dovuto prevedere nel dettaglio, affinché fossero immediatamente eseguibili, le lavorazioni che si rendevano necessarie proprio in ragione della interferenza tra l’opera da realizzare e i manufatti esistenti.
Sennonché, dalla documentazione in atti (vedi deliberazione del Consiglio comunale n. 6 del 20.03.1991 e allegata relazione tecnica) risulta che il progettista aveva indicato tra le somme a disposizione gli importi previsti per «indagini geologiche» e «spostamento condotte irrigue», senza che a ciò corrispondesse la previsione delle opere da realizzare per tale spostamento e, soprattutto, rinviando alcune indagini geologiche alla fase dell’esecuzione dei lavori.
Da quanto fin qui evidenziato non discende, peraltro, che le sospensioni (e il conseguente risarcimento del danno riconosciuto all’impresa appaltatrice dal Collegio arbitrale) siano imputabili esclusivamente al progettista, dovendo invece affermarsi che l’appellante –prima, quale responsabile dell’Ufficio tecnico e ingegnere capo e, poi, quale direttore dei lavori- aveva l’obbligo giuridico e la concreta possibilità di evitare che l’appalto incorresse in quelle sospensioni.
Deve, in primo luogo, rammentarsi che la disciplina generale sulle opere pubbliche recata dal R.D. n. 350 del 1895 affida all’ingegnere capo e al direttore dei lavori una molteplicità di attribuzioni volte a far sì che l’opera sia compiuta senza intralci, a perfetta regola d’arte e senza oneri aggiuntivi per la stazione appaltante. Di particolare importanza, a tal fine, sono gli adempimenti che la legge affida ai tecnici dell’amministrazione nella fase antecedente all’indizione delle gare o all’apertura della trattativa privata (ove consentita), nonché al momento della consegna dei lavori alla ditta che dovrà eseguirli.
In particolare, l’art. 5, comma 1, prevede che, prima di bandire la gara per l’assegnazione dell’appalto o di aprire la trattativa privata, l’ingegnere capo deve provvedere, tramite il direttore dei lavori, alla «verificazione del progetto, in relazione al terreno, al tracciamento, al sottosuolo, alle cave, alle fornaci ed a quant’altro occorre per l’esecuzione dell’opera, affinché sia accertato che, all’atto della consegna, non si riscontreranno variazioni nelle condizioni di fatto sulle quali il progetto è basato o, riscontrandosene alcuna, si abbia tempo a prevenire l’apertura delle aste pubbliche o delle licitazioni, ovvero, quando trattasi di trattativa privata, la stipulazione del contratto, in base al progetto inesatto o non più esatto».
La finalità di tale disposizione è ovvia, mirando ad evitare che –salvo il caso di estrema urgenza ovvero quando «le condizioni del terreno sono naturalmente mutabili» (comma 3 dell’art. 5)– la mancata verificazione del progetto rispetto alla situazione oggettiva dei luoghi interessati non determini rallentamenti o sospensioni dei lavori, ovvero lievitazione dei costi per opere non previste.
Nello stesso senso milita l’art. 11, comma 1, del R.D. n. 350 del 1895, che obbliga l’ingegnere capo a sospendere la consegna dei lavori (salvo le ipotesi indicate nel comma 2) «qualora nonostante le disposizioni di cui al precedente art. 5, si riscontrassero all’atto della consegna delle differenze fra le condizioni locali ed il progetto …».
Sennonché, emerge dagli atti che l’appellante non ha operato nel rispetto delle fondamentali disposizioni sopra richiamate.
Va, al riguardo, rilevato che, se è vero –come questi sostiene– che il progetto venne approvato con deliberazione del Consiglio comunale dell’08.03.1989 senza il parere dell’Ufficio tecnico, è però altrettanto vero che quella deliberazione venne adottata al fine di sottoporre il progetto alla valutazione della Regione. A tale deliberazione seguì quella del 20.03.1991, con la quale il Consiglio comunale pervenne ad una nuova approvazione che si era resa necessaria –come risulta dal preambolo della deliberazione n. 6 del 1991- dalla circostanza che il progetto era stato rielaborato per tener conto dell’aumento dell’importo finanziato.
Orbene, risulta pacificamente dagli atti che il progetto rielaborato è stato approvato dal Consiglio comunale di Marsicovetere con deliberazione n. 6 del 1991 adottata previo parere favorevole, espresso in data 15.11.1990, dall’Ufficio tecnico nella persona del responsabile dell’Ufficio, ing. C.. Peraltro, l’ing. C. –nell’esaminare il progetto e i relativi allegati– espresse parere favorevole senza evidenziare, come avrebbe dovuto quale responsabile dell’Ufficio tecnico e, quindi, svolgendo le funzioni di ingegnere capo, che il progetto si presentava carente per l’omessa indicazione delle opere da eseguire in ragione della interferenza con i manufatti del Consorzio di bonifica e in quanto rinviava alla fase dell’esecuzione dei lavori le indagini geologiche connesse con tali (non specificate) opere.
Quindi, su quello stesso progetto approvato nel 1991 venne indetta la licitazione privata nel luglio del 1993, senza che si provvedesse alla previa verificazione imposta dall’art. 5, comma 1, del R.D. n. 350 del 1895; inoltre, la consegna dei lavori venne effettuata il 16.07.1993, senza che –neppure in quell’occasione– si prendesse atto «delle differenze fra le condizioni locali ed il progetto» ai fini di quanto prescritto dall’art. 11 dello stesso R.D. n. 350 del 1895.
Le circostanze sopra evidenziate –oltre ad indicare la sussistenza del nesso di causalità tra la condotta dell’appellante e il danno subito dall’ente locale– valgono anche a connotare la condotta in termini di gravità, emergendo dagli atti di causa una significativa divergenza tra la condotta esigibile al professionista rispetto a quella in concreta tenuta.
Innanzitutto, non può dirsi –come ventilato dall’appellante- che l’interferenza tra la nuova opera e i manufatti del sistema irriguo fosse percepibile solo dal progettista, che aveva redatto anche il progetto per le opere del “Peschiera”.
Al riguardo, è sufficiente richiamare quanto evidenziato dallo stesso ing. C. nella nota diretta al Sindaco in data 16.11.1993 (prot. n. 2263), laddove è detto: «nel quadro economico relativo al progetto “esecutivo” approvato con delibera Consiglio Comunale n. 6 del 20/03/1991 … è prevista la somma di L. 30.000.000 genericamente riferita allo spostamento di condotte irrigue e ciò tra le somme a disposizione dell’Amministrazione. Tale lavoro non trova riscontro in nessun elaborato di progetto e pertanto va inteso a forfait senza alcun riferimento specifico al tipo di intervento da eseguire. Dai rilievi di consegna dell’impresa esecutrice, in contraddittorio con la Direzione dei Lavori, si è evidenziata l’esistenza di un insieme di tubazioni irrigue, in esercizio, di vario diametro … appartenenti al sistema irriguo “Peschiera”, che interessano parallelamente il tracciato della costruenda strada e in particolare le opere di fondazione del viadotto da realizzarsi. Per lo spostamento di tali condotte (vedi elaborati approvati dal Consorzio di Bonifica Alta Val D’Agri) nonché per gli interventi complementari e necessari, occorre una spesa presunta a preventivo di L. 202.995.238 …».
In sostanza, l’ing. C. ha rilevato solo dopo aver effettuato la consegna dei lavori quello che era doverosamente e agevolmente rilevabile prima che il progetto venisse approvato e avviato all’esecuzione e, cioè, che: il progetto non poteva qualificarsi come “esecutivo” in quanto lo spostamento delle condotte irrigue non trovava riscontro in nessun elaborato (tanto che i costi erano stati indicati a forfait solo tra le somme a disposizione); l’esistenza di condotte irrigue risultava dallo stesso progetto, ove si prevedeva (sia pur genericamente) lo «spostamento» delle stesse.
In ogni caso, anche ammesso che il percorso delle condotte non fosse agevolmente rilevabile nella sua interezza, l’esistenza di «un insieme di tubazioni irrigue» è stata riscontrata -come risulta dalla già menzionata nota del 16.11.1993 e dalla precedente informativa del 12.10.1993– durante le operazioni propedeutiche alla consegna dei lavori e in contraddittorio tra l’impresa e il direttore dei lavori. Sennonché, l’ing. C. (che ha cumulato le funzioni di ingegnere capo e di direttore dei lavori) non ha provveduto –come imposto dall’art. 11, comma 1, del R.D. n. 350 del 1895– a sospendere la consegna dei lavori, ma ha dato corso alla consegna senza considerare le conseguenze che ne sarebbero attendibilmente derivate. E, infatti, la consegna dei lavori -disposta nonostante le riscontrate «differenze fra le condizioni locali ed il progetto»- ha determinato la pressoché immediata necessità di sospendere i lavori per effettuare le indagini geognostiche omesse in sede progettuale e per elaborare varianti al progetto.
Tanto quanto fin qui chiarito, non si vede come possa disconoscersi la sussistenza di una colpevolezza grave, dovendosi rilevare che gli obblighi imposti all’ingegnere capo e al direttore dei lavori nella fase antecedente alla consegna dei lavori sono precipuamente finalizzati ad evitare che si verifichino le condizioni del ricorso alla sospensione dei lavori, che –è bene rammentarlo– è disciplinata dall’art. 16 del R.D. n. 350 del 1895 quale evenienza che appartiene alla patologia dell’esecuzione dell’opera, essendo autorizzabile «qualora circostanze speciali impediscano temporaneamente che i lavori procedano a regola d’arte». Nella specie, se certamente sussistevano i presupposti per la sospensione dei lavori, va però rilevato che le «circostanze speciali» legittimanti la sospensione sono state provocate anche dalle gravi omissioni dell’appellante nell’esercizio delle funzioni di ingegnere capo e di direttore dei lavori.
Le considerazioni fin qui svolte valgono, ovviamente, anche per la questione delle indagini geologiche, avendo queste determinato la sospensione dei lavori per non essere state effettuate –come dovuto– prima di dar corso all’appalto o, quanto meno, prima della consegna dei lavori. E, comunque, in considerazione di quanto sostenuto dalla difesa, si deve precisare che all’appellante non si addebitano le spese sostenute per le indagini, ma il danno (pro quota) conseguente alle sospensioni; in ogni caso, deve evidenziarsi che i primi giudici –nel mitigare congruamente l’addebito (da euro 64.446,98 oltre rivalutazione monetaria ad euro 25.000,00 comprensivi di rivalutazione)– hanno tenuto conto del fatto che i ritardi sono in parte dipesi dalle «carenze tecniche professionali riscontrate a carico della ditta» incaricata delle indagini geologiche.
3. In definitiva, per tutte le ragioni sopra evidenziate, l’appello va respinto, con conseguente integrale conferma della sentenza impugnata (Corte dei Conti, Sez. II giurisdiz. centrale d'appello, sentenza 10.06.2014 n. 397).

GIURISPRUDENZA

EDILIZIA PRIVATA: I poteri dell’Amministrazione statale non si estendono a un riesame complessivo delle valutazioni discrezionali compiute dalla Regione o da un ente sub-delegato, tale da consentire la sovrapposizione o sostituzione di una propria valutazione di merito a quella compiuta in sede di rilascio dell'autorizzazione (paesaggistica), ma si estrinsecano in un controllo di mera legittimità, che comprende tutte le ipotesi riconducibili all'eccesso di potere per difetto d'istruttoria e carenza, illogicità o irrazionalità motivazionale.
Per completezza si deve però osservare che si attaglierebbe alla concreta fattispecie quella consolidata giurisprudenza secondo la quale i poteri dell’Amministrazione statale non si estendono a un riesame complessivo delle valutazioni discrezionali compiute dalla Regione o da un ente sub-delegato, tale da consentire la sovrapposizione o sostituzione di una propria valutazione di merito a quella compiuta in sede di rilascio dell'autorizzazione, ma si estrinsecano in un controllo di mera legittimità, che comprende tutte le ipotesi riconducibili all'eccesso di potere per difetto d'istruttoria e carenza, illogicità o irrazionalità motivazionale (ex plurimis: Cons. Stato, Ad. plen., 14.12.2001, n. 9; Sez. VI, 11.09.2013, n. 4481; 12.04.2013, n. 1991) (TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 16.07.2014 n. 1843 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In base all’articolo 31, secondo e terzo comma del d.p.r. 06.06.2001 n. 380, il proprietario deve ritenersi passivamente legittimato rispetto al provvedimento di demolizione, indipendentemente dall'essere o meno estraneo alla realizzazione dell' abuso.
Secondo l’orientamento giurisprudenziale prevalente, in ogni caso, nell’ipotesi in cui il proprietario dimostri la sua assoluta estraneità all'abuso edilizio commesso da altri e manifesti il suo attivo interessamento, con i mezzi consentitigli dall'ordinamento, per la rimozione dell'opera abusiva, resta salva la sua tutela dagli effetti dell'inottemperanza all'ordine di demolizione che lo stesso sia stato impossibilitato ad eseguire.

Occorre ricordare che, in base all’articolo 31, secondo e terzo comma del d.p.r. 06.06.2001 n. 380, il proprietario deve ritenersi passivamente legittimato rispetto al provvedimento di demolizione, indipendentemente dall'essere o meno estraneo alla realizzazione dell' abuso (ex plurimis: TAR Campania, Napoli, Sezione VIII, 26.04.2013 n. 2180; TAR Puglia, Lecce, Sezione III, 20.01.2014 n. 184).
Secondo l’orientamento giurisprudenziale prevalente, in ogni caso, nell’ipotesi in cui il proprietario dimostri la sua assoluta estraneità all'abuso edilizio commesso da altri e manifesti il suo attivo interessamento, con i mezzi consentitigli dall'ordinamento, per la rimozione dell'opera abusiva, resta salva la sua tutela dagli effetti dell'inottemperanza all'ordine di demolizione che lo stesso sia stato impossibilitato ad eseguire (tra le tante Consiglio di Stato, Sezione IV, 03.05.2011 n. 2639; TAR Sicilia, Palermo, Sezione III, 21.01.2013 n. 153; TAR Campania, Napoli, Sezione VIII, 17.09.2012 n. 3879; TAR Lazio, Sezione II, 14.02.2011 n. 1395; TAR Umbria, 25.11.2008, n. 787) (TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 16.07.2014 n. 1840 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Le delibere comunali di adeguamento degli oneri di urbanizzazione possono trovare applicazione esclusivamente “per i permessi rilasciati a far tempo dall’epoca di adozione dell’atto deliberativo e non anche per quelli rilasciati in epoca anteriore”.
L’art. 16 del D.P.R n. 380/2001 stabilisce che “la quota di contributo relativa agli oneri di urbanizzazione è corrisposta al comune all’atto del rilascio del permesso di costruire e, su richiesta dell’interessato, può essere rateizzata” mentre “la quota di contributo relativa al costo di costruzione, determinata all’atto del rilascio, è corrisposta in corso d’opera con le modalità e le garanzie stabilite dal comune, non oltre sessanta giorni dalla ultimazione della costruzione”.
Se i contributi concessori devono essere stabiliti, secondo la lettera della norma, al momento del rilascio del permesso di costruire, “a tale momento occorre dunque avere riguardo par l’entità dell’onere facendo applicazione della normativa vigente al momento del rilascio del titolo edilizio”.
Ciò significa che le delibere comunali di adeguamento degli oneri di urbanizzazione possono trovare applicazione esclusivamente “per i permessi rilasciati a far tempo dall’epoca di adozione dell’atto deliberativo e non anche per quelli rilasciati in epoca anteriore”.
Di conseguenza, una volta che la determinazione degli oneri concessori sia correttamente avvenuta sulla base delle tabelle vigente all’epoca del rilascio del permesso di costruire, non può che rivelarsi “illegittima la pretesa dell’Amministrazione di addossare al titolare del permesso edilizio rilasciato anni prima l’ulteriore carico finanziario derivante dal meccanismo di aggiornamento”.
D’altro canto la convenienza a realizzare o meno l’intervento edilizio non può prescindere da una valutazione degli oneri concessori quale significativa componente dei costo complessivo; per cui, un adeguamento del contributo ex post si tradurrebbe in un alea insopportabile per chi, ove a conoscenza di un diversa e maggiore entità del contributo, si sarebbe magari astenuto dall’iniziativa economica intrapresa.

Il ricorso pone una questione già affrontata da questo Tribunale (cfr. sent. n. 48 e n. 2058/2013) che, sulla base di una giurisprudenza consolidata, ha ritenuto di dover affermare la irretroattività delle determinazioni comunali a carattere regolamentare, con cui vengono stabiliti i criteri generali e le nuove tariffe e modalità di calcolo degli oneri concessori, in applicazione del principio “tempus regit actum”.
Il collegio, pertanto, non ravvisando motivo per un diverso orientamento, ritiene di poter ribadire le conclusioni raggiunte, richiamandone le argomentazioni svolte.
L’art. 16 del D.P.R n. 380/2001 stabilisce che “la quota di contributo relativa agli oneri di urbanizzazione è corrisposta al comune all’atto del rilascio del permesso di costruire e, su richiesta dell’interessato, può essere rateizzata” mentre “la quota di contributo relativa al costo di costruzione, determinata all’atto del rilascio, è corrisposta in corso d’opera con le modalità e le garanzie stabilite dal comune, non oltre sessanta giorni dalla ultimazione della costruzione”.
Se i contributi concessori devono essere stabiliti, secondo la lettera della norma, al momento del rilascio del permesso di costruire, “a tale momento occorre dunque avere riguardo par l’entità dell’onere facendo applicazione della normativa vigente al momento del rilascio del titolo edilizio” (TAR Puglia–Lecce sent. n. 2058/2013).
Ciò significa che le delibere comunali di adeguamento degli oneri di urbanizzazione possono trovare applicazione esclusivamente “per i permessi rilasciati a far tempo dall’epoca di adozione dell’atto deliberativo e non anche per quelli rilasciati in epoca anteriore” (TAR Puglia–Lecce sent. n. 48/2013).
Di conseguenza, una volta che la determinazione degli oneri concessori sia correttamente avvenuta sulla base delle tabelle vigente all’epoca del rilascio del permesso di costruire, non può che rivelarsi “illegittima la pretesa dell’Amministrazione di addossare al titolare del permesso edilizio rilasciato anni prima l’ulteriore carico finanziario derivante dal meccanismo di aggiornamento”.
D’altro canto la convenienza a realizzare o meno l’intervento edilizio non può prescindere da una valutazione degli oneri concessori quale significativa componente dei costo complessivo; per cui, un adeguamento del contributo ex post si tradurrebbe in un alea insopportabile per chi, ove a conoscenza di un diversa e maggiore entità del contributo, si sarebbe magari astenuto dall’iniziativa economica intrapresa.
Nella specie, quindi, l’integrazione del costo di costruzione (Euro 4.970,88), richiesta dal comune di Castro a distanza di oltre cinque anni dal rilascio del permesso di costruire con oneri concessori a suo tempo definiti senza riserve, non può che apparire ingiustificata e contraria a quanto disposto dell’art. 16 del D.P.R. n. 380 la cui violazione viene dal ricorrente fondatamente denunciata (TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 16.07.2014 n. 1838 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La presentazione dell’istanza di accertamento di conformità ai sensi dell’art. 36 d.p.r. n. 380 del 2001 successivamente all’impugnazione dell’ordine di demolizione produce l’effetto di rendere improcedibile l’impugnazione stessa per carenza di interesse: il riesame dell’abusività dell’opera provocato dall’istanza di sanatoria, difatti, determina la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, di accoglimento o di rigetto, che vale comunque a rendere inefficace il provvedimento sanzionatorio oggetto dell’originario ricorso.
L’interesse del responsabile dell’abuso, per conseguenza, si concentra in queste ipotesi sugli eventuali provvedimenti di rigetto della domanda di sanatoria prima e di demolizione poi.

Tanto premesso in fatto, si deve rammentare che, secondo il prevalente indirizzo della giurisprudenza amministrativa (per tutte, TAR Puglia, Lecce, Sezione III, 01.2012 n. 1447), cui questo Collegio aderisce, “la presentazione dell’istanza di accertamento di conformità ai sensi dell’art. 36 d.p.r. n. 380 del 2001 successivamente all’impugnazione dell’ordine di demolizione produce l’effetto di rendere improcedibile l’impugnazione stessa per carenza di interesse: il riesame dell’abusività dell’opera provocato dall’istanza di sanatoria, difatti, determina la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, di accoglimento o di rigetto, che vale comunque a rendere inefficace il provvedimento sanzionatorio oggetto dell’originario ricorso. L’interesse del responsabile dell’abuso, per conseguenza, si concentra in queste ipotesi sugli eventuali provvedimenti di rigetto della domanda di sanatoria prima e di demolizione poi (fra le ultime, Tar Campania Napoli, VII, 08.03.2012, n. 1202)” (TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 16.07.2014 n. 1833 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Il vincolo d’inedificabilità relativa quale la "fascia di rispetto stradale, a tutela di una viabilità esistente" esprime un limite di natura conformativa, che si traduce nell’obbligo di osservare determinate distanze delle costruzioni dal ciglio delle strade, ed è quindi insuscettibile di decadenza, con il trascorrere del periodo quinquennale, legislativamente previsto.
Invero, è già stato ribadito di recente quanto segue: “Ritorna all’attenzione del Collegio il problema della decadenza dei vincoli preordinati all’esproprio, di cui si è più volte occupata la giurisprudenza costituzionale ed amministrativa.
Il caso di specie, non ancora governato dalle previsioni di cui al DPR n. 327/2001, risulta riconducibile all’assetto normativo di cui alla legge fondamentale ed alle previsioni di cui all’art. 2 della legge 19.11.1968 n. 1187, le cui linee portanti, così come elaborate dalla giurisprudenza, possono compendiarsi nella sintetica ricostruzione che segue.
2.a.- Alla stregua dei principi espressi dalla Corte costituzionale, con la sentenza 20.05.1999, n. 179 –dichiarativa dell’illegittimità costituzionale del combinato disposto degli articoli 7, n. 2, 3 e 4 e 40 della legge 17.08.1942, n. 1150, e 2, primo comma, della legge 19.11.1968, n. 1187, nella parte in cui consente all’Amministrazione di reiterare i vincoli urbanistici scaduti preordinati all’espropriazione o che comportino l’inedificabilità, senza la previsione di un indennizzo– i vincoli urbanistici non indennizzabili, e che sfuggono alla previsione del predetto articolo 2 della legge 19.11.1968, n. 1187, sono quelli che riguardano intere categorie di beni, quelli di tipo conformativo e i vincoli paesistici, mentre i vincoli urbanistici soggetti alla scadenza quinquennale, e che devono essere indennizzati, sono:
a) quelli preordinati all’espropriazione ovvero aventi carattere sostanzialmente espropriativo, in quanto implicanti uno svuotamento incisivo della proprietà, se non discrezionalmente delimitati nel tempo dal legislatore statale o regionale, attraverso l’imposizione a titolo particolare su beni determinati di condizioni di inedificabilità assoluta;
b) quelli che superano la durata non irragionevole e non arbitraria ove non si compia l’esproprio o non si avvii la procedura attuativa preordinata a tale esproprio con l’approvazione dei piani urbanistici esecutivi;
c) quelli che superano quantitativamente la normale tollerabilità, secondo una concezione della proprietà regolata dalla legge nell’ambito dell’art. 42 Cost. Il Consiglio di Stato ha più volte precisato che costituiscono vincoli soggetti a decadenza, ai sensi dell’articolo 2 della legge 19.11.1968, n. 1187, quelli preordinati all’espropriazione, o che comportino l’inedificabilità, e che, dunque, svuotano il contenuto del diritto di proprietà, incidendo sul godimento del bene in modo tale da renderlo inutilizzabile rispetto alla sua destinazione naturale, ovvero diminuendone significativamente il suo valore di scambio.
A seguito della scadenza dei vincoli di inedificabilità imposti dal piano regolatore generale, per effetto dell’art. 2 l. 19.11.1968 n. 1187, l’area resta assoggettata alla disciplina prevista dall’art. 4, ultimo comma, l. 28.01.1977 n. 10 o alla legislazione regionale ove esistente per i comuni sprovvisti di strumento urbanistico e non alla disciplina anteriore all’imposizione del vincolo o ricavabile dalle destinazioni proprie delle aree limitrofe.
2.b. Tanto premesso, la Suprema Corte di Cassazione, occupandosi della natura dei vincoli relativi alle opere di viabilità previste nel prg, ha chiarito che l’indicazione delle opere di viabilità nel piano regolatore generale (art. 7, comma 2, n. 1 l. 17.08.1942 n. 1150), pur comportando un vincolo di inedificabilità delle parti del territorio interessate, con le relative conseguenze nella scelta del criterio di determinazione dell’indennità di esproprio nel sistema dell’art. 5-bis l. 08.08.1992 n. 359, basato sulla edificabilità o meno dei suoli, non concreta un vincolo preordinato all’esproprio, a meno che tale destinazione non sia assimilabile all’indicazione delle reti stradali all’interno e a servizio delle singole zone (art. 13 l. n. 1150 del 1942) di regola rimesse allo strumento di attuazione, e come tali riconducibili ai vincoli imposti a titolo particolare, a carattere espropriativo.
2.c.- La giurisprudenza di merito ha chiarito, altresì, che la destinazione dell’area a fascia di rispetto della sede viaria non costituisce utilizzazione a fini pubblici dell’area stessa né introduce un vincolo preordinato all’esproprio, ma integra un vincolo di natura conformativa costituente un limite all’edificabilità dell’area che l’amministrazione può imporre nell’esercizio dei suoi poteri ampiamente discrezionali in tema di pianificazione del territorio e che trova la sua giustificazione nell’esigenza di tutela del superiore interesse pubblico alla sicurezza della circolazione stradale; pertanto, alla natura conformativa del vincolo consegue che lo stesso non soggiace a decadenza quinquennale”.
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La stessa conclusione, cui giunge la sentenza di questo Tribunale, testé citata, non costituisce, del resto, una voce isolata nella giurisprudenza amministrativa, ma è ribadita costantemente, come si ricava dalle massime seguenti (per citare solo le più recenti):
- “In caso di area ricadente in parte all’interno della “fascia di rispetto delle sedi stradali” e in parte in “sede stradale”, le porzioni di terreno ricadenti nella zona di rispetto della sede stradale sono soggette ad un vincolo conformativo non soggetto a decadenza, mentre la porzione di terreno ricadente in area destinata a sede stradale è soggetta ad un vincolo di natura espropriativa”;
- “Il vincolo di inedificabilità della “fascia di rispetto stradale” –che è una tipica espressione dell’attività pianificatoria della p.a. nei riguardi di una generalità di beni e di soggetti– non ha natura espropriativa, ma unicamente conformativa, perché ha il solo effetto di imporre alla proprietà l’obbligo di conformarsi alla destinazione impressa al suolo in funzione di salvaguardia della programmazione urbanistica, indipendentemente dall’eventuale instaurazione di procedure espropriative”.

A tale riguardo, la difesa del Comune ha opposto che, per consolidato orientamento giurisprudenziale, il vincolo d’inedificabilità relativa in questione (fascia di rispetto stradale, a tutela di una viabilità esistente) esprimerebbe, invece, un limite di natura conformativa, che si traduce nell’obbligo di osservare determinate distanze delle costruzioni dal ciglio delle strade, ed è quindi insuscettibile di decadenza, con il trascorrere del periodo quinquennale, legislativamente previsto.
La tesi della difesa del Comune è condivisibile: si richiama, a tale proposito, la parte motiva della recente sentenza di questa Sezione Staccata di Salerno del TAR Campania - Sez. II, n. 1276 del 13.06.2013, ove è dato leggere quanto segue: “Ritorna all’attenzione del Collegio il problema della decadenza dei vincoli preordinati all’esproprio, di cui si è più volte occupata la giurisprudenza costituzionale ed amministrativa.
Il caso di specie, non ancora governato dalle previsioni di cui al DPR n. 327/2001, risulta riconducibile all’assetto normativo di cui alla legge fondamentale ed alle previsioni di cui all’art. 2 della legge 19.11.1968 n. 1187, le cui linee portanti, così come elaborate dalla giurisprudenza, possono compendiarsi nella sintetica ricostruzione che segue.
2.a.- Alla stregua dei principi espressi dalla Corte costituzionale, con la sentenza 20.05.1999, n. 179 –dichiarativa dell’illegittimità costituzionale del combinato disposto degli articoli 7, n. 2, 3 e 4 e 40 della legge 17.08.1942, n. 1150, e 2, primo comma, della legge 19.11.1968, n. 1187, nella parte in cui consente all’Amministrazione di reiterare i vincoli urbanistici scaduti preordinati all’espropriazione o che comportino l’inedificabilità, senza la previsione di un indennizzo– i vincoli urbanistici non indennizzabili, e che sfuggono alla previsione del predetto articolo 2 della legge 19.11.1968, n. 1187, sono quelli che riguardano intere categorie di beni, quelli di tipo conformativo e i vincoli paesistici, mentre i vincoli urbanistici soggetti alla scadenza quinquennale, e che devono essere indennizzati, sono:
a) quelli preordinati all’espropriazione ovvero aventi carattere sostanzialmente espropriativo, in quanto implicanti uno svuotamento incisivo della proprietà, se non discrezionalmente delimitati nel tempo dal legislatore statale o regionale, attraverso l’imposizione a titolo particolare su beni determinati di condizioni di inedificabilità assoluta;
b) quelli che superano la durata non irragionevole e non arbitraria ove non si compia l’esproprio o non si avvii la procedura attuativa preordinata a tale esproprio con l’approvazione dei piani urbanistici esecutivi;
c) quelli che superano quantitativamente la normale tollerabilità, secondo una concezione della proprietà regolata dalla legge nell’ambito dell’art. 42 Cost. Il Consiglio di Stato ha più volte precisato che costituiscono vincoli soggetti a decadenza, ai sensi dell’articolo 2 della legge 19.11.1968, n. 1187, quelli preordinati all’espropriazione, o che comportino l’inedificabilità, e che, dunque, svuotano il contenuto del diritto di proprietà, incidendo sul godimento del bene in modo tale da renderlo inutilizzabile rispetto alla sua destinazione naturale, ovvero diminuendone significativamente il suo valore di scambio.
A seguito della scadenza dei vincoli di inedificabilità imposti dal piano regolatore generale, per effetto dell’art. 2 l. 19.11.1968 n. 1187, l’area resta assoggettata alla disciplina prevista dall’art. 4, ultimo comma, l. 28.01.1977 n. 10 o alla legislazione regionale ove esistente per i comuni sprovvisti di strumento urbanistico e non alla disciplina anteriore all’imposizione del vincolo o ricavabile dalle destinazioni proprie delle aree limitrofe (ex multis Cons. St. Sez. V 03.10.1992 n. 924).
2.b. Tanto premesso, la Suprema Corte di Cassazione, occupandosi della natura dei vincoli relativi alle opere di viabilità previste nel prg, ha chiarito che l’indicazione delle opere di viabilità nel piano regolatore generale (art. 7, comma 2, n. 1 l. 17.08.1942 n. 1150), pur comportando un vincolo di inedificabilità delle parti del territorio interessate, con le relative conseguenze nella scelta del criterio di determinazione dell’indennità di esproprio nel sistema dell’art. 5-bis l. 08.08.1992 n. 359, basato sulla edificabilità o meno dei suoli, non concreta un vincolo preordinato all’esproprio, a meno che tale destinazione non sia assimilabile all’indicazione delle reti stradali all’interno e a servizio delle singole zone (art. 13 l. n. 1150 del 1942) di regola rimesse allo strumento di attuazione, e come tali riconducibili ai vincoli imposti a titolo particolare, a carattere espropriativo (Sez. I 06.11.2008 n. 26615).
2.c.- La giurisprudenza di merito ha chiarito, altresì, che la destinazione dell’area a fascia di rispetto della sede viaria non costituisce utilizzazione a fini pubblici dell’area stessa né introduce un vincolo preordinato all’esproprio, ma integra un vincolo di natura conformativa costituente un limite all’edificabilità dell’area che l’amministrazione può imporre nell’esercizio dei suoi poteri ampiamente discrezionali in tema di pianificazione del territorio e che trova la sua giustificazione nell’esigenza di tutela del superiore interesse pubblico alla sicurezza della circolazione stradale; pertanto, alla natura conformativa del vincolo consegue che lo stesso non soggiace a decadenza quinquennale (ex multis Tar Liguria Sez. I 01.02.2011 n. 172
)”.
La stessa conclusione, cui giunge la sentenza di questo Tribunale, testé citata, non costituisce, del resto, una voce isolata nella giurisprudenza amministrativa, ma è ribadita costantemente, come si ricava dalle massime seguenti (per citare solo le più recenti): “In caso di area ricadente in parte all’interno della “fascia di rispetto delle sedi stradali” e in parte in “sede stradale”, le porzioni di terreno ricadenti nella zona di rispetto della sede stradale sono soggette ad un vincolo conformativo non soggetto a decadenza, mentre la porzione di terreno ricadente in area destinata a sede stradale è soggetta ad un vincolo di natura espropriativa” (TAR Sicilia–Palermo – Sez. III, 24.05.2013, n. 1167); “Il vincolo di inedificabilità della “fascia di rispetto stradale” –che è una tipica espressione dell’attività pianificatoria della p.a. nei riguardi di una generalità di beni e di soggetti– non ha natura espropriativa, ma unicamente conformativa, perché ha il solo effetto di imporre alla proprietà l’obbligo di conformarsi alla destinazione impressa al suolo in funzione di salvaguardia della programmazione urbanistica, indipendentemente dall’eventuale instaurazione di procedure espropriative” (Consiglio di Stato – Sez. IV, 27.09.2012, n. 5113; conformi: TAR Puglia–Lecce, Sez. I, 19.10.2011, n. 1798; TAR Lombardia–Milano, Sez. IV, 21.04.2011, n. 1019).
Ne deriva che, trattandosi di vincolo conformativo anziché espropriativo, e non essendo quindi, il medesimo, soggetto a decadenza quinquennale, il motivo di diniego, impingente nella destinazione impressa alla zona, e nelle connesse previsioni, circa l’edificazione assentibile, contenute nelle N.T.A. del P.R.G., resiste alle censure espresse in ricorso (ammesso e non concesso che le stesse possano ritenersi compiutamente formulate sul punto).
Ne deriva che il motivo di ricorso sub 1), basato proprio sulla natura di “zona bianca” ascrivibile all’area “de qua”, non ha pregio, una volta venuto meno il presupposto, su cui si fondava; lo stesso dicasi per il motivo sub 2) (imperniato sull’asserito non superamento del limite volumetrico dello 0,03 mc/mq); mentre, quanto al difetto di motivazione circa le “modifiche inaccettabili del piano di campagna”, che l’intervento proposto avrebbe determinato, dedotto dal ricorrente sub 3), deve rimarcarsene l’irrilevanza, una volta stabilito che un altro motivo di diniego resisterebbe, in ogni caso, alle doglianze espresse in ricorso, giusta quanto anche sopra rilevato.
Per ciò che concerne, infine, l’asserita violazione dell’art. 10-bis della l. 241/1990, di cui alla quarta ed ultima censura, la stessa non merita accoglimento, posto che i nuovi motivi di definitivo diniego (i quali, non espressi nel preavviso ex art. 10-bis l. 241/1990, avrebbero determinato la violazione del principio del contraddittorio sostanziale), sono stati formulati, come sopra anche rilevato, in risposta alle osservazioni, rassegnate dal ricorrente nelle memorie prodotte, dopo aver ricevuto il detto preavviso di provvedimento negativo; sicché non può predicarsene la diversità, rispetto a quelli espressi precedentemente, dovendosi anzi rimarcare come il rispetto del canone del contraddittorio procedimentale si sia spinto, nella specie, fino alla formulazione di una ragione di rigetto dell’istanza di p. di c., ulteriore rispetto a quella, dirimente, del contrasto dell’intervento previsto con il vincolo di fascia di rispetto stradale, per il caso che quest’ultima non fosse stata ritenuta valida (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 16.07.2014 n. 1393 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E’ noto che, in presenza di una domanda di sanatoria di abusi edilizi, diventano inefficaci i precedenti atti sanzionatori (ordini di demolizioni, inibitorie, ordine di sospensione dei lavori), sul presupposto, così come affermato da ricorrente giurisprudenza, che “sul piano procedimentale, il Comune è tenuto innanzi tutto a esaminare ed eventualmente a respingere la domanda di condono effettuando, comunque, una nuova valutazione della situazione mentre, dal punto di vista processuale, la documentata presentazione di istanza di condono comporta l’improcedibilità del ricorso per carenza di interesse avverso i pregressi provvedimenti repressivi”.
Ciò detto, il ricorso può essere dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse, vista l’istanza di sanatoria presentata dal ricorrente e documentata in atti.
E’ noto, infatti, che, in presenza di una domanda di sanatoria di abusi edilizi, diventano inefficaci i precedenti atti sanzionatori (ordini di demolizioni, inibitorie, ordine di sospensione dei lavori), sul presupposto, così come affermato da ricorrente giurisprudenza, che “sul piano procedimentale, il Comune è tenuto innanzi tutto a esaminare ed eventualmente a respingere la domanda di condono effettuando, comunque, una nuova valutazione della situazione mentre, dal punto di vista processuale, la documentata presentazione di istanza di condono comporta l’improcedibilità del ricorso per carenza di interesse avverso i pregressi provvedimenti repressivi” (Consiglio di Stato, Sez. V, 31.10.2012, n. 5553) (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 16.07.2014 n. 1387 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: Il Collegio osserva che, nella fattispecie in esame, l’incarico affidato ai legali esterni consisteva nella complessiva attività di assistenza e consulenza legale da espletarsi in favore del Comune, ovvero nella gestione di tutto il servizio di attività legale dell’amministrazione, comprensivo, come specificato nello schema di convenzione, di attività di consultazioni orali, scritte, e di redazione di pareri.
In sostanza, non si trattava, nello specifico, dell’affidamento, in via fiduciaria, di un singolo incarico o di una singola attività afferente ad una specifica vertenza legale, ma, piuttosto, della organizzazione di una complessiva attività di assistenza in favore dell’ente locale, da farsi rientrare, a pieno titolo, nella nozione ampia di consulenza legale.
Per tali ragioni, il Collegio ritiene che il Comune avrebbe dovuto attivare una procedura comparativa allo scopo di selezionare, secondo logiche concorrenziali, il proprio contraente.
A sostegno di tale conclusione, soccorre anche quanto previsto nello stesso Regolamento per la disciplina degli incarichi esterni, approvato dal Comune con delibera n. 102/2010 che, allo scopo di garantire la trasparenza e pubblicità dell’azione amministrativa, unitamente alla professionalità degli incarichi, ammette, all’art. 6, la possibilità di procedere al conferimento diretto di incarichi legali a professionisti esterni nelle sole e limitate ipotesi di rappresentanza e difesa in giudizio e di particolari consulenze, laddove l’ente locale reputi che la scelta di un determinato professionista risulti utile al buon esito della lite, prevedendo, negli altri casi, l’utilizzo di procedure selettive per la scelta del professionista esterno.
Il tutto in conformità con quanto previsto, in via generale, dall’art. 7, comma 6, del D. Lgs n. 165/2001, come modificato dall’art. 32 del D.L. n. 223/2006, conv. in legge n. 248/2006, a mente del quale le amministrazioni pubbliche disciplinano e rendono pubbliche, secondo i propri ordinamenti, le procedure comparative per il conferimento degli incarichi di collaborazione a professionisti esterni, potendo procedere al conferimento di incarichi individuali solo per soddisfare esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio, ed alle condizioni e con i presupposti specificamente individuati dal legislatore.
Giova, inoltre, ricordare quanto espresso di recente dalla giurisprudenza contabile (Corte Conti, Sez. Reg. Controllo Basilicata, parere n. 8/2009) e dall’autorevole orientamento della giurisprudenza amministrativa, secondo la quale occorre distinguere la nozione di servizio legale da quella di singolo incarico difensivo, caratterizzandosi il servizio legale per un quid pluris, sotto il profilo dell’organizzazione, della continuità e della complessità, rispetto al singolo contratto d’opera intellettuale.
Mentre il patrocinio legale, infatti, costituendo il contratto volto a soddisfare il solo e circoscritto bisogno di difesa giudiziale del cliente, deve essere inquadrato nell’ambito della prestazione d’opera intellettuale, il servizio legale presenta qualcosa in più, per prestazione o modalità organizzativa, che giustifica il suo assoggettamento alla disciplina concorsuale.
L’affidamento di servizi legali è, a questa stregua, configurabile allorquando l’oggetto del servizio non si esaurisce nel patrocinio legale a favore dell’Ente, ma si configura quale modalità organizzativa di un servizio, affidato a professionisti esterni, più complesso e articolato, che può anche comprendere la difesa giudiziale ma in essa non si esaurisce.
Esso, quindi, soggiace alle regole delle procedure concorsuali di stampo selettivo, incompatibili con il solo contratto di conferimento del singolo e puntuale incarico legale, vista la struttura della fattispecie contrattuale, qualificata, alla luce dell’aleatorietà dell’iter del giudizio, dalla non predeterminabilità degli aspetti temporali, economici e sostanziali della prestazioni e dalla conseguente assenza di basi oggettive sulla scorta delle quali fissare i criteri di valutazione necessari in forza della disciplina recata dal codice dei contratti pubblici.

L’avv.to B.L.A., titolare di uno studio legale in Calabritto ed avvocato iscritto all’Albo del Foro di S. Angelo dei Lombardi (AV), ha impugnato la delibera n. 1 del 11.06.2013 con la quale il Comune di Caposele ha conferito agli avv.ti P.M. e T.R. l’incarico di collaborazione esterna ad alto contenuto di professionalità da svolgersi per la consulenza legale, giudiziale e stragiudiziale, a tutti gli organi comunali, per la durata di un anno.
Il ricorrente ha dedotto l’illegittimità di tale delibera per violazione dell’art. 7 del D.Lgs. n. 165/2001, dell’art. 100 del T.U. n. 267/2000, del Regolamento sugli incarichi esterni del Comune di Caposele, approvato con delibera n. 102/2010, e dell’art. 33 del R.O. del Comune.
Ha, inoltre, censurato la delibera per illegittimità derivata dalla violazione degli artt. 21 e 23 della Carta Europea dei diritti dell’Uomo, dell’art. 51 della Costituzione, dell’art. 6 del T.U. n. 267/2000 e degli artt. 9 e 40 dello Statuto Comunale.
Da ultimo, ha censurato la violazione degli artt. 78 e 49 del T.U. n. 267/2000.
In sostanza, a detta del ricorrente, il Comune, vista la natura dell’incarico in questione, non avrebbe potuto procedere al suo diretto conferimento agli avv.ti M. e R. ma avrebbe dovuto porre in essere una procedura concorsuale di tipo selettivo, aperta alla partecipazione di tutti coloro che, in possesso dei titoli e requisiti richiesti, aspiravano al conseguimento dell’incarico.
Nella formazione della seduta consiliare del 10.06.2013, poi, non erano state rispettate le c.d. quote rosa, ed il Sindaco non si era astenuto, proponendo e affidando l’incarico al coniuge di un parente entro il quarto grado, sottoscrivendo, altresì, il parere tecnico sulla proposta di delibera impugnata.
Per tali ragioni la delibera andava annullata.
...
Passando, ora, al merito delle censure proposte, il Collegio ritiene che il ricorso sia fondato.
Il Collegio osserva che, nella fattispecie in esame, l’incarico affidato ai legali esterni consisteva nella complessiva attività di assistenza e consulenza legale da espletarsi in favore del Comune, ovvero nella gestione di tutto il servizio di attività legale dell’amministrazione, comprensivo, come specificato nello schema di convenzione, di attività di consultazioni orali, scritte, e di redazione di pareri. In sostanza, non si trattava, nello specifico, dell’affidamento, in via fiduciaria, di un singolo incarico o di una singola attività afferente ad una specifica vertenza legale, ma, piuttosto, della organizzazione di una complessiva attività di assistenza in favore dell’ente locale, da farsi rientrare, a pieno titolo, nella nozione ampia di consulenza legale.
Per tali ragioni, il Collegio ritiene che il Comune avrebbe dovuto attivare una procedura comparativa allo scopo di selezionare, secondo logiche concorrenziali, il proprio contraente.
A sostegno di tale conclusione, soccorre anche quanto previsto nello stesso Regolamento per la disciplina degli incarichi esterni, approvato dal Comune di Caposele con delibera n. 102/2010 che, allo scopo di garantire la trasparenza e pubblicità dell’azione amministrativa, unitamente alla professionalità degli incarichi, ammette, all’art. 6, la possibilità di procedere al conferimento diretto di incarichi legali a professionisti esterni nelle sole e limitate ipotesi di rappresentanza e difesa in giudizio e di particolari consulenze, laddove l’ente locale reputi che la scelta di un determinato professionista risulti utile al buon esito della lite, prevedendo, negli altri casi, l’utilizzo di procedure selettive per la scelta del professionista esterno.
Il tutto in conformità con quanto previsto, in via generale, dall’art. 7, comma 6, del D. Lgs n. 165/2001, come modificato dall’art. 32 del D.L. n. 223/2006, conv. in legge n. 248/2006, a mente del quale le amministrazioni pubbliche disciplinano e rendono pubbliche, secondo i propri ordinamenti, le procedure comparative per il conferimento degli incarichi di collaborazione a professionisti esterni, potendo procedere al conferimento di incarichi individuali solo per soddisfare esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio, ed alle condizioni e con i presupposti specificamente individuati dal legislatore.
Giova, inoltre, ricordare quanto espresso di recente dalla giurisprudenza contabile (Corte Conti, Sez. Reg. Controllo Basilicata, parere n. 8/2009) e dall’autorevole orientamento della giurisprudenza amministrativa, secondo la quale occorre distinguere la nozione di servizio legale da quella di singolo incarico difensivo, caratterizzandosi il servizio legale per un quid pluris, sotto il profilo dell’organizzazione, della continuità e della complessità, rispetto al singolo contratto d’opera intellettuale.
Mentre il patrocinio legale, infatti, costituendo il contratto volto a soddisfare il solo e circoscritto bisogno di difesa giudiziale del cliente, deve essere inquadrato nell’ambito della prestazione d’opera intellettuale, il servizio legale presenta qualcosa in più, per prestazione o modalità organizzativa, che giustifica il suo assoggettamento alla disciplina concorsuale.
L’affidamento di servizi legali è, a questa stregua, configurabile allorquando l’oggetto del servizio non si esaurisce nel patrocinio legale a favore dell’Ente, ma si configura quale modalità organizzativa di un servizio, affidato a professionisti esterni, più complesso e articolato, che può anche comprendere la difesa giudiziale ma in essa non si esaurisce (Autorità per la Vigilanza sui Contratti, determina n. 4 del 07.07.2011).
Esso, quindi, soggiace alle regole delle procedure concorsuali di stampo selettivo, incompatibili con il solo contratto di conferimento del singolo e puntuale incarico legale, vista la struttura della fattispecie contrattuale, qualificata, alla luce dell’aleatorietà dell’iter del giudizio, dalla non predeterminabilità degli aspetti temporali, economici e sostanziali della prestazioni e dalla conseguente assenza di basi oggettive sulla scorta delle quali fissare i criteri di valutazione necessari in forza della disciplina recata dal codice dei contratti pubblici (Cons. Stato, sez. V. 11.05.2012 n. 2730).
Alla luce di tali argomentazioni, deve concludersi che, vista la natura e complessità dell’incarico conferito dal Comune di Caposele, la mancata attivazione di una procedura comparativa di tipo concorsuale, da parte dell’Ente locale, per la scelta del miglior contraente, abbia determinato l’illegittimità della delibera gravata, che, per tale ragione, deve essere annullata (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 16.07.2014 n. 1383 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La prescrizione di cui all’art. 8 del D.M. 1444/1968 (secondo cui, per le costruzioni da realizzarsi in zone C, che siano contigue o in diretto rapporto visuale con zone A, le altezze massime dei nuovi edifici non possono superare altezze “compatibili” con quelle degli edifici delle zone A) rimanda all’amministrazione la valutazione di compatibilità delle altezze delle nuove costruzioni rispetto a quelle esistenti in zona A, con un giudizio che è pacificamente caratterizzato da connotati di discrezionalità tecnica, quindi sindacabile solo nelle ipotesi in cui emergano elementi sintomatici dell’eccesso di potere sotto il profilo della illogicità manifesta, della erroneità dei presupposti di fatto e della sproporzionalità del rapporto tra esistente e realizzando in deroga.
Infine, anche il quarto motivo di ricorso risulta infondato.
Sul punto questo tribunale si è già espresso con la sentenza numero 41 del 2014, affermando che la prescrizione di cui all’art. 8 del D.M. 1444/1968 (secondo cui, per le costruzioni da realizzarsi in zone C, che siano contigue o in diretto rapporto visuale con zone A, le altezze massime dei nuovi edifici non possono superare altezze “compatibili” con quelle degli edifici delle zone A) rimanda all’amministrazione la valutazione di compatibilità delle altezze delle nuove costruzioni rispetto a quelle esistenti in zona A, con un giudizio che è pacificamente caratterizzato da connotati di discrezionalità tecnica, quindi sindacabile solo nelle ipotesi in cui emergano elementi sintomatici dell’eccesso di potere sotto il profilo della illogicità manifesta, della erroneità dei presupposti di fatto e della sproporzionalità del rapporto tra esistente e realizzando in deroga (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 16.07.2014 n. 1036 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: La tutela del diritto di accesso, come previsto dall'art. 22, comma 2, della L. n. 241 del 1990 (come modificata dalla L. n. 69 del 2009), è preordinata al perseguimento di rilevanti finalità di pubblico interesse al fine di favorire la partecipazione e di assicurare l'imparzialità e la trasparenza dell'attività amministrativa.
La giurisprudenza amministrativa ha ritenuto che la domanda di accesso:
a) deve avere un oggetto determinato o quanto meno determinabile, e non può essere generica;
b) deve riferirsi a specifici documenti senza necessità di un'attività di elaborazione di dati da parte del soggetto destinatario della richiesta;
c) deve essere finalizzata alla tutela di uno specifico interesse giuridico di cui il richiedente è portatore;
d) non può essere uno strumento di controllo generalizzato dell'operato della P.A.;
e) non può assumere il carattere di una indagine o un controllo ispettivo, cui sono ordinariamente preposti organi pubblici.
Ed ancora, è stato affermato che l'accesso c.d. defensionale, cioè propedeutico alla miglior tutela delle proprie ragioni in giudizio (già pendente o da introdurre), ovvero nell'ambito di un procedimento amministrativo, riceve protezione preminente dall'ordinamento atteso che, per espressa previsione normativa (art. 24, u.c., L. n. 241 del 1990), prevale su eventuali interessi contrapposti (in particolare sull'interesse alla riservatezza dei terzi, financo quando sono in gioco dati personali sensibili e, in alcuni casi, anche dati ultrasensibili.

Il ricorso è fondato.
Ed invero, la tutela del diritto di accesso, come previsto dall'art. 22, comma 2, della L. n. 241 del 1990 (come modificata dalla L. n. 69 del 2009), è preordinata al perseguimento di rilevanti finalità di pubblico interesse al fine di favorire la partecipazione e di assicurare l'imparzialità e la trasparenza dell'attività amministrativa (ex multis Cons. St., sez. IV, 14.04.2010, n. 2093).
La giurisprudenza amministrativa (ex multis Cons. St., sez. VI, 10.02.2006, n. 555) ha ritenuto che la domanda di accesso:
a) deve avere un oggetto determinato o quanto meno determinabile, e non può essere generica;
b) deve riferirsi a specifici documenti senza necessità di un'attività di elaborazione di dati da parte del soggetto destinatario della richiesta (Cons. Stato, sez. VI, 20.05.2004, n. 3271; sez. IV, 09.08.2005, n. 4216);
c) deve essere finalizzata alla tutela di uno specifico interesse giuridico di cui il richiedente è portatore;
d) non può essere uno strumento di controllo generalizzato dell'operato della P.A. (ex plurimis, Cons. St., sez. VI, 12.01.2011, n. 116; id., sez. IV, n. 2283/2002; TAR Campania Salerno, sez. II, 02.02.2011, n. 187);
e) non può assumere il carattere di una indagine o un controllo ispettivo, cui sono ordinariamente preposti organi pubblici (Cons. St., sez. IV, 29.04.2002, n. 2283; Tar Lazio, sez. II, 22.07.1998, n. 1201).
Ed ancora, è stato affermato che l'accesso c.d. defensionale, cioè propedeutico alla miglior tutela delle proprie ragioni in giudizio (già pendente o da introdurre), ovvero nell'ambito di un procedimento amministrativo, riceve protezione preminente dall'ordinamento atteso che, per espressa previsione normativa (art. 24, u.c., L. n. 241 del 1990), prevale su eventuali interessi contrapposti (in particolare sull'interesse alla riservatezza dei terzi, financo quando sono in gioco dati personali sensibili e, in alcuni casi, anche dati ultrasensibili (Cfr. C.S., Sez. VI, 03.02.2011 n. 783) (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 16.07.2014 n. 1042 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' legittima la prescrizione della Soprintendenza, nell'espressione del proprio parere ex art. 167 d.lgs 42/2004, laddove impone la rimozione dell’impianto fotovoltaico costituito da tredici pannelli ed allocato sulla falda est del tetto relativo alla costruzione a due piani e motivato nei seguenti termini: “che enga rimosso l’impianto fotovoltaico e/o solare costituito da 13 pannelli installati sulla falda est, in quanto risulta in ordine alla posizione, alle dimensioni, alle forme, ai cromatismi, al trattamento superficiale e riflettente, estremamente stridente rispetto all’ambito nel quale si colloca e tale da alterare in modo negativo la visione del contesto paesaggistico circostante che si può percepire sia dal basso che da posizione elevata o a distanza”.
Il Ministero per i beni e le attività culturali impugna la sentenza del Tribunale amministrativo regionale del Veneto 10.10.2013 n. 1157 che ha accolto il ricorso proposto dai signori Pericolosi e Consolati avverso il parere della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici di Verona, Rovigo e Vicenza 10.06.2013 n. 8346 nella parte in cui imponeva la rimozione dell’impianto fotovoltaico costituito da tredici pannelli ed allocato sulla falda est del tetto relativo alla costruzione a due piani posta nel Comune di Malcesine (Verona).
L’Amministrazione appellante si duole della erroneità della sentenza e ne chiede la riforma, con consequenziale reiezione del ricorso di primo grado, sul rilievo della congruità e della compiutezza della motivazione addotta dalla Soprintendenza nel parere avversato in primo grado.
...
2. Rileva il Collegio che la manifesta fondatezza dell’appello consente la immediata definizione del giudizio con sentenza in forma semplificata, ai sensi dell’art. 60 Cod. proc. amm..
Nell’atto oggetto della impugnazione di primo grado, reso ai sensi dell’art. 167 e dell’art. 181 del d.lgs. 22.01.2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio), la Soprintendenza ha espresso il parere favorevole all’intervento edilizio programmato dagli odierni appellati sulla costruzione a due piani sita nel Comune di Malcesine (intervento consistente, nel suo insieme, nella apertura di alcune porte e finestre, nel rialzamento della falda di copertura, nell’abbassamento della falda posta ad est e nell’ installazione di pannelli fotovoltaici su falda est ed ovest), subordinando tuttavia il parere favorevole alla osservanza della seguente condizione prescrittiva: - “venga rimosso l’impianto fotovoltaico e/o solare costituito da 13 pannelli installati sulla falda est, in quanto risulta in ordine alla posizione, alle dimensioni, alle forme, ai cromatismi, al trattamento superficiale e riflettente, estremamente stridente rispetto all’ambito nel quale si colloca e tale da alterare in modo negativo la visione del contesto paesaggistico circostante che si può percepire sia dal basso che da posizione elevata o a distanza”.
3.- Ritiene il Collegio che, contrariamente a quanto rilevato dal giudice di primo grado, la Soprintendenza abbia dato una congrua motivazione riguardo alle ragioni che si frappongono alla definitiva allocazione dei pannelli fotovoltaici anche sulla falda est della costruzione (nella prospettiva particolare, cioè, del lago di Garda), a differenza di quanto assentito senza riserve o condizioni in relazione ai pannelli apposti sulla falda ovest dello stesso fabbricato.
L’autorità preposta alla tutela paesaggistica si è soffermata, in particolare, ad analizzare i distinti profili (posizione, dimensioni, forme, cromatismi) che la hanno spinta ad apporre la condizione al parere di compatibilità paesaggistica (per la restante parte, vale sottolineare, favorevole all’intervento) di tal che, considerata la puntualità e la congruità delle ragioni addotte a sostegno della condizione, non pare condivisibile quanto affermato dal giudice di primo grado a proposito del carattere stereotipato e “adattabile a qualsiasi caso” della motivazione dell’atto soprintendentizio.
Al contrario, si deve convenire con il Ministero appellante sul fatto che dalla lettura del parere risultano chiare e coerenti le ragioni ostative individuate, con una valutazione tecnico-discrezionale che è propria della tutela del patrimonio culturale e che risulta immune dai vizi di irragionevolezza o di errore nei presupposti, e che escludono la compatibilità paesaggistica dell’impianto fotovoltaico posizionato sul lato est del tetto in ragione del suo negativo impatto sul particolare paesaggio lacuale, stante la sua piena visibilità, anche a distanza, sia dal basso che dall’alto.
4.-Alla luce delle considerazioni che precedono, l’appello va accolto e, in riforma dell’impugnata sentenza, va respinto il ricorso di primo grado (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 14.07.2014 n. 3637 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI SERVIZI: Sulla contrattazione collettiva che le imprese partecipanti a procedure di affidamento di appalti pubblici sono tenute a rispettare.
La contrattazione collettiva che le imprese partecipanti a procedure di affidamento di appalti pubblici sono tenute a rispettare deve essere coerente con la natura delle prestazioni oggetto dei contratti posti a gara ("collegata alla realtà dell'operazione successiva"), a garanzia della corretta esecuzione degli stessi.
Questo profilo rileva ai fini della verifica della congruità dell'offerta, ma non già come ragione di esclusione dalla gara.
Per quanto concerne le cooperative sociali, esse sono pacificamente legittimati a partecipare a procedure di affidamento di appalti pubblici [art. 34, c. 1, lett. a), d.lgs. n. 163/2006] e la contrattazione collettiva cui sono soggette è applicabile "a tutti i diversi tipi di attività che le cooperative sociali possono svolgere", ivi compresa la raccolta dei rifiuti, in relazione al quale il contratto collettivo attualmente vigente contempla figure professionali coerenti con la tipologia di detta attività, tra cui operai qualificati ed autisti con patenti per la guida degli automezzi in essa impiegati (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 11.07.2014 n. 3571 - link a www.dirittodeiservizipubbici.it).

APPALTI SERVIZI: Sull'annullamento di una delibera comunale con cui è stato disposto l'affidamento in house del servizio di igiene urbana ad una società a partecipazione pubblica per mancanza dei requisiti del controllo analogo e della prevalenza dell'attività.
Deve essere annullata la delibera di un consiglio comunale con cui è stato disposto l'affidamento in house del servizio di igiene urbana ad una società a partecipazione pubblica, per mancanza dei requisiti prescritti ai fini di un legittimo affidamento senza gara ("controllo analogo" sulla società da parte degli enti soci e "destinazione prevalente dell'attività a favore dell'ente affidante").
Nel caso di specie, infatti, in considerazione della minima partecipazione che l'ente locale ha nella società e della situazione normativa, statutaria e fattuale della stessa, il medesimo non ha, nell'ambito della società affidataria posseduta in comune con gli altri enti locali, una posizione idonea a garantirgli la benché minima possibilità di partecipare al controllo di tale società. Il comune, infatti, non risulta prendere parte, in alcun modo, all'esercizio del controllo analogo sulla società in questione, neanche congiuntamente con gli altri comuni soci.
La minima partecipazione al capitale della società, costituita da una sola azione su 1200 totali e la circostanza che essa non partecipa agli organi direttivi e amministrativi della società, se non nelle forme del diritto comune ossia mediante la partecipazione, in qualità di socio, all'assemblea che nomina i membri del CdA, e non ha specifici poteri per indirizzarne o controllarne l'attività devono, dunque, escludere che il controllo esercitato dal comune affidante sulla società affidataria sia effettivo.
Il requisito del controllo analogo, necessario ai fini della legittimità dell'affidamento in house, è pertanto assente, come il requisito della prevalenza dell'attività. Infatti, la circostanza che la società affidataria svolga in favore dei vari enti locali soci, complessivamente considerati, solamente la metà della sua attività complessiva non consente di ritenere integrato anche il secondo requisito previsto ai fini di un legittimo affidamento in house (TAR Abruzzo-L'Aquila, sentenza 10.07.2014 n. 596 - link a www.dirittodeiservizipubbici.it).

INCARICHI PROFESSIONALIAl legale non spetta compenso ulteriore. Accordo per un riconoscimento onnicomprensivo.
Poiché il comune ha dimostrato che gli importi corrisposti all'avvocato erano onnicomprensivi per l'attività dallo stesso professionista svolta, si deve escludere ogni ulteriore riconoscimento economico.
A stabilirlo è stata la II Sez. civile della Corte di Cassazione, con sentenza 04.07.2014 n. 15403.
I supremi giudici hanno infatti osservato che riportando il testo della convenzione stipulata con il professionista, il comune ricorrente ha dimostrato l'onnicomprensività degli importi corrisposti al professionista per l'opera svolta sia come coordinatore e organizzatore del servizio legale dell'ente territoriale sia per i pareri espressi sia infine per la difesa e la rappresentanza in giudizio.
La sentenza della Corte di cassazione prendeva le mosse dalla citazione fatta dall'avvocato innanzi al giudice di pace al fine di far accertare l'ammontare delle proprie competenze per l'opera svolta in favore del comune, poiché il comune stesso non aveva inteso riconoscere la somma all'uopo richiesta.
L'ente aveva rilevato che con il professionista era intervenuta una convenzione, avente durata quinquennale, con la quale l'avvocato stesso, assieme ad altri, si era impegnato a difendere l'ente in vari giudizi e a prestare la propria opera di consulenza per un corrispettivo annuo stabilito.
Il giudice di pace rigettava la domanda, mentre il tribunale accolse parzialmente l'appello e condannò altresì l'ente territoriale a pagare la metà delle spese di lite afferenti al precedente giudizio, nonché di quelle del giudizio di appello, compensando la restante metà.
Il comune proponeva, quindi, ricorso per la cassazione della sentenza.
Appare in questa sede opportuno soffermarsi, seppure brevemente, sul rapporto, non sempre agevole, tra gli avvocati e gli enti pubblici, premettendo che tali professionisti non beneficiano di una disciplina specifica, pertanto è opportuno un frequente e costante ricorso alla elaborazione giurisprudenziale, utilissima come nel caso in esame, e che sta andando a sedimentare una vera e propria disciplina alla quale fare riferimento in caso di controversie tra i professionisti e gli enti pubblici.
Si sottolinea, inoltre, che il conferimento di incarichi a professionisti esterni, da parte degli enti pubblici, anche nell'ipotesi in cui il rapporto assuma una connotazione essenzialmente di tipo continuativo, è riconducibile sostanzialmente alla sfera della parasubordinazione, anche in ossequio a una consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione (articolo ItaliaOggi Sette del 21.07.2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOAssunzioni dalle vecchie graduatorie. Pubblica amministrazione. Il Consiglio di Stato ribadisce il principio.
La Pubblica amministrazione per l'assunzione di nuovo personale deve attingere dalle graduatorie ancora valide ed efficaci relative ai precedenti concorsi. Tale principio non viene scalfito neppure da un'eventuale sopravvenienza normativa in grado di modificare requisiti ulteriori per l'ingresso e lo svolgimento delle medesime attività per l'amministrazione.
Il Consiglio di Stato, VI Sez., con la sentenza 04.07.2014 n. 3407, è ritornato sulle modalità di assunzione di nuovo personale pubblico. Nel caso di specie si trattava di un concorso bandito nel 2006 da un ateneo per la copertura di posti del profilo professionale già oggetto di concorso precedente del quale permaneva la relativa graduatoria, con la presenza di soggetti ritenuti idonei e non ancora assunti.
In tale circostanza, l'ateneo aveva sostenuto di non avere interesse allo scorrimento della graduatoria precedente, stante l'esigenza di avere a disposizione personale più qualificato alla luce delle modifiche normative intervenute dopo l'entrata in vigore del nuovo ordinamento universitario (legge 240/2010) con l'introduzione di rilevanti novità nel settore amministrativo e contabile non richieste, come requisiti, nel concorso precedente.
Il Consiglio di Stato ha tenuto fermo il principio di diritto già affermato in passato dall'Adunanza plenaria con il pronunciamento del 28.07.2011, n. 14, in virtù del quale la presenza di graduatorie concorsuali valide ed efficaci impone all'Amministrazione di utilizzare prioritariamente queste ultime. In quella circostanza ci si era, tuttavia, limitati a fissare il principio come regola di carattere generale, mentre ora, con la sentenza 3407/2014, si precisa che il suddetto principio si applica anche nell'ipotesi di sopravvenienze normative che abbiano modificato o preteso requisiti o condizioni ulteriori rispetto a quelle previste dal precedente concorso per il reclutamento di personale del medesimo profilo professionale.
Un nuovo concorso rappresenta, quindi, una situazione eccezionale, letta con sfavore dall'ordinamento vigente più recente in quanto contraria ai principi di economicità ed efficacia dell'azione amministrativa sanciti dallo stesso articolo 1 della legge 241/1990.
Diversi i riferimenti normativi presi in considerazione nell'emettere la sentenza. Si tratta del Testo Unico degli impiegati civili dello Stato (Dpr 3/1957), del regolamento sull'accesso agli impieghi nelle Pa (articolo 15, comma 7, del Dpr 487/1994), dell'articolo 35, comma 5-ter, del Dlgs 65/2001 in base al quale le graduatorie dei concorsi per il reclutamento del personale presso le Pa rimangono vigenti per un termine di tre anni dalla data di pubblicazione e, infine, dell'articolo 91, comma 4, del Dlgs 267/00 (Testo unico degli enti locali), secondo cui «per gli Enti locali le graduatorie concorsuali rimangono efficaci per un termine di tre anni dalla data di pubblicazione».
Il Consiglio ritiene insufficiente, per motivare un nuovo concorso, il mero richiamo alla sopravvenienza normativa, sulla base della considerazione che i continui interventi normativi e le relative modifiche rappresentano ormai «tratti indistinguibili coessenziali e comuni ad ogni settore della Pubblica amministrazione». In relazione alla prassi che contraddistingue l'attuale periodo storico, quindi, il «continuo mutamento del quadro normativo di riferimento di per sé elide la consistenza della motivazione adotta a sostegno dell'opzione del nuovo concorso».
Sicché, solo una maggiore continenza del legislatore e, con essa, il mutamento dell'attuale prassi normativa, potrà a questo punto giustificare, motivandola, la scelta di bandire un nuovo concorso in luogo dello scorrimento delle graduatorie vigenti per il reclutamento del personale
(articolo Il Sole 24 Ore del 18.07.2014).

VARICosta caro al trasgressore minacciare il vigilino
L'automobilista pizzicato in sosta irregolare colleziona anche una denuncia penale se si scalda troppo con l'ausiliario della sosta alzando il pugno verso l'operatore con tono minaccioso.

Lo ha confermato la Corte di cassazione, Sez. VI penale, con la sentenza 02.07.2014 n. 28521.
Un cittadino ha trovato una multa sul parabrezza e ha apostrofato il verificatore della sosta specificando che se non veniva tolta subito la sanzione sarebbe passato all'uso della forza.
Contro la conseguente condanna per resistenza a pubblico ufficiale l'interessato ha proposto censure agli ermellini ma senza successo. Un automobilista che minaccia di lesioni personali un verificatore della sosta per impedirgli di fare il proprio mestiere incorre sicuramente nel reato di resistenza a pubblico ufficiale previsto e punito dall'art. 337 del codice penale, specifica la sentenza.
Diversamente si versa nell'ipotesi prevista dall'art. 336 cp quando la violenza è orientata verso il pubblico ufficiale per costringerlo ad omettere l'atto prima dell'inizio della redazione dello stesso (articolo ItaliaOggi Sette del 21.07.2014).

APPALTI: Il file illeggibile esclude dalla gara per via telematica. Consiglio di Stato. I rischi sono a carico dell'impresa.
Nel caso in cui l'appalto preveda la trasmissione della domanda di partecipazione (e dei relativi allegati) unicamente in forma telematica, i rischi derivanti dalla illeggibilità del file trasmesso sono a esclusivo carico del partecipante. Non potendo quest'ultimo, per il principio del favor partecipationis, contestare in alcun modo l'esclusione, anche in difetto di colpa certa a proprio carico per le particolari modalità di invio dei documenti.
Così si sono espressi i giudici della III Sez. del Consiglio di Stato nella sentenza 02.07.2014 n. 3329, ribaltando in toto quanto invece deciso in primo grado. La vicenda trae spunto da una gara, la cui lex specialis prevedeva quale mezzo per l'inoltro della domanda unicamente l'utilizzo di un'apposita piattaforma informatica. Tuttavia, durante le operazioni di trasmissione, il file contenente la domanda di una società risultava di grandi dimensioni (più di 80 Mb) e soprattutto illeggibile. Nonostante la stazione appaltante avesse consentito alla società partecipante di operare un secondo invio, il medesimo esito negativo comportava da ultimo l'esclusione dalla gara.
Nel giudizio di primo grado il Tar aveva dato ragione alla società, riconoscendo l'illegittimità dell'esclusione per via della mancata individuazione dell'effettiva causa che aveva determinato il problema di lettura dei documenti. In senso opposto ha invece deciso il collegio, che ha rimarcato dapprima il fatto che la gestione informatizzata della gara non implica maggiori rischi, ma piuttosto risponde a un'esigenza semplificativa e di certezza della procedura, avente una funzione di legalità oggettiva e che, come tale, trascende la posizione di tutti e di ciascun operatore. Da cui deriva l'esigibilità per le imprese che partecipano all'appalto tramite una piattaforma informatica, di una peculiare diligenza nella trasmissione degli atti di gara compensata dalla possibilità di uso diretto della loro postazione informatica.
Nella fattispecie, quindi, non si tratta di tutelare il favor consistente nella più ampia partecipazione, in quanto l'utilizzo di una piattaforma informatica ben può implicare l'esclusione dalla gara del l'operatore economico, la cui domanda risulti illeggibile per un guasto non dei comandi di trasmissione, ma dell'originazione del relativo file.
E questo proprio perché le modalità telematiche rappresentano una regola posta a tutela della quanto più ragionevolmente rapida e sicura gestione dei flussi di informazioni sulla partecipazione alla gara, che garantisce (e non pregiudica) l'interesse pubblico generale della stazione appaltante
(articolo Il Sole 24 Ore del 21.07.2014).

INCARICHI PROFESSIONALICOMPENSI AVVOCATI/ La valenza decide l'importo liquidato.
Il compenso per un avvocato che ha svolto consulenza ed assistenza deve essere computato alla stregua della tariffa professionale, ma proporzionato alla reale consistenza e all'effettiva valenza professionale espletata.

Lo hanno stabilito i giudici della II Sez. civile della Corte di Cassazione, con sentenza 30.06.2014 n. 14800.
Si osserva che la liquidazione dell'onorario deve seguire il principio d'inderogabilità dei minimi tariffari, non assolutamente interpretando però tale assunto come preclusivo della necessità di riscontrare l'imprescindibile rapporto di proporzionalità tra la reale consistenza, l'effettiva valenza dell'opera professionale espletata ed il compenso erogando.
Si sottolinea inoltre che, alla luce della più recente normativa, il professionista legale non è più tenuto a comunicare il preventivo in forma scritta, a meno che non sia il cliente a richiederlo, caso in cui l'avvocato sarebbe obbligato a rendere nota la prevedibile misura del costo della prestazione, distinguendo fra oneri, spese, anche forfetarie, e compenso professionale. Resta, comunque, l'obbligo, nel rispetto del principio di trasparenza, di rendere edotto il cliente circa il livello di complessità dell'incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento alla conclusione dello stesso.
Nei compensi, inoltre, non sono comprese le spese da rimborsare secondo qualsiasi modalità, compresa quella concordata in modo forfettario. Non sono altresì compresi oneri e contributi dovuti a qualsiasi titolo. I costi degli ausiliari incaricati dal professionista sono ricompresi tra le spese dello stesso. E l'attività stragiudiziale è liquidata, a norma di legge, tenendo conto del valore e della natura dell'affare, del numero e dell'importanza delle questioni trattate, del pregio dell'opera prestata, dei risultati e dei vantaggi, anche non economici, conseguiti dal cliente, dell'eventuale urgenza della prestazione.
Ai fini della liquidazione del compenso, infine, il valore della controversia viene determinato a norma del codice di procedura civile avendo riguardo, nei giudizi per azioni surrogatorie e revocatorie, all'entità economica della ragione di credito alla cui tutela l'azione è diretta, nei giudizi di divisione, alla quota o ai supplementi di quota in contestazione, e nei giudizi per pagamento di somme, anche a titolo di danno, alla somma attribuita alla parte vincitrice e non alla somma domandata (articolo ItaliaOggi Sette del 21.07.2014).

EDILIZIA PRIVATA: Distanze in edilizia: quando è necessaria la rimozione delle balconate?
La Corte di Cassazione conferma l'orientamento della giurisprudenza in materia di edificazione di balconate sulle facciate degli edifici
All'interno della labirintica tematica delle distanze in edilizia grande rilievo assumono le controversie sull'edificazione di balconate sulle facciate delle costruzioni edili: in tal senso è intervenuta l'importante sentenza 20.06.2014 n. 14118 della Corte di Cassazione, Sez. II civile, la quale conferma l'orientamento consolidato per cui vanno rimosse le vedute e le balconate costruite senza rispettare le distanze legali, con l’eccezione dell'eventuale acquisto del diritto di veduta per usucapione.
La Suprema Corte ha affermato testualmente che "
l'inosservanza delle distanze legali per l'apertura delle vedute concretizza una molestia di diritto legittimante il possessore del fondo finitimo ad esercitare l'azione di manutenzione, intesa a tutelare in via provvisoria ed immediata l'integrità del fondo medesimo con il ripristino dello stato dei luoghi".
Non va infatti dimenticato che la giurisprudenza civile ed amministrativa da anni reitera il seguente concetto: ovverosia che la distanza di dieci metri tra pareti finestrate di edifici antistanti, va rispettata in tutti i casi, trattandosi di norma volta ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario, e pertanto non è eludibile in funzione della natura giuridica dell’intercapedine (Consiglio di Stato, 05.12.2005, n. 6909).
La sentenza della Cassazione in questione fa riferimento alla costruzione (precedente al 1969) di una balconata in aggetto, "frontistante per buona parte l'immobile di proprietà dei convenuti" attraverso la quale si era dato inizio all'esercizio, continuativo e pacifico, di una servitù di veduta diretta ed obliqua in danno dell'edificio in questione.
Per la decisione finale i giudici si sono focalizzati sulla disciplina di usucapione e servitù. Ma per giungere a tale decisione viene data conferma evidente al fondamentale concetto: balconate e vedute edificate in spregio del rispetto delle distanze legali devono essere rimosse a spese di colui che ha cagionato l'abuso. Ovviamente l’usucapione può sanare la questione mediante il decorso del tempo (commento tratto da www.ediliziaurbanistica.it).

EDILIZIA PRIVATA: Troppa gente nei locali? Ok allo stop del comune.
Se il testo unico di pubblica sicurezza prevede procedimenti semplificati per l'agibilità dei locali con affluenza inferiore alle 200 persone ma il titolare della discoteca all'aperto ne consente l'accesso a 600, è legittima l'ordinanza del dirigente del Comune che dispone la sospensione dell'attività per dieci giorni.

Lo ha stabilito il TAR Puglia-Bari, (Sez. III), con la sentenza 18.06.2014 n. 746 con ciò convalidando la decisione dell'Ente locale che ha applicato, di fatto, due disposizioni del Tulps strettamente connesse, gli articoli 9 e 10, le quali prevedono da un lato l'obbligo di esercitare le attività oggetto di autorizzazioni o licenze amministrative, conformemente alle prescrizioni contenute nelle leggi e nelle altre fonti sub-primarie, dall'altro che la loro violazione costituisce un uso anomalo e quindi un abuso del titolo, da sanzionare ai sensi del citato art. 10.
Peraltro, secondo il Giudice amministrativo, a nulla rileva il fatto che gli articoli in questioni facciano riferimento ad autorizzazioni «di polizia» La Corte costituzionale ha infatti chiarito che l'art. 19 del dpr n. 616/1977 ha trasferito a Regioni ed Enti locali una serie di funzioni, prima demandate agli organi di pubblica sicurezza, riconducibili all'ambito dei poteri di «polizia amministrativa» per differenziarle da quelle propriamente di «pubblica sicurezza» che restano riservate allo stato (articolo ItaliaOggi del 15.07.2014).

URBANISTICAComuni, chi sbaglia paga. Danni da pianificazione urbanistica risarcibili. Il Tar Brescia condanna un ente che aveva penalizzato un'impresa
Se il comune approva un piano di lottizzazione d'ufficio illegittimo, in quanto volto a espellere dal territorio un'impresa (nel caso di specie ritenuta inquinante) favorendo l'insediamento di nuove tipologie di attività, scatta il diritto al risarcimento del danno. E a liquidarlo possono essere già i giudici amministrativi.

Esattamente quanto ha fatto il TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 04.06.2014 n. 598, che ha condannato il comune di Pian Camuno a risarcire complessivamente circa 300 mila euro a favore di due imprese, attive nei settori del carbone e della siderurgia, gravemente penalizzate dalle scelte dell'amministrazione comunale.
Sul destino imprenditoriale di entrambe, proprietarie delle aree produttive (stabilimenti e pertinenze), si era abbattuta nel lontano 1997 la variante urbanistica del comune che assoggettava a piano di lottizzazione d'ufficio tutta l'area dove sorgevano gli stabilimenti per realizzare «una rinnovata zona artigianale con esclusione delle industrie inquinanti».
Ne è nato un contenzioso che si è trascinato per diversi anni e che ha portato alla richiesta di risarcimento danni causati dalla pianificazione urbanistica.
Le due imprese (difese dagli avvocati Gian Carlo Tanzarella, Elena Tanzarella e Massimo Compagnino) hanno reclamato una doppia lesione: il danno da mancata produzione, ossia il mancato guadagno perché, a loro dire, la nuova disciplina urbanistica introdotta con il piano di lottizzazione d'ufficio avrebbe impedito «un rilevante sviluppo dell'attività produttiva», e il «danno da zonizzazione», conseguente alla «situazione di incertezza» sofferta dalle aziende a seguito dei provvedimenti del comune.
La prima voce di risarcimento non è stata liquidata dai giudici. Per il Tar, infatti, non vi è prova che con la precedente destinazione urbanistica lo stabilimento produttivo si sarebbe potenziato secondo le attese dei ricorrenti (anzi, hanno fatto notare i magistrati bresciani «nella realtà vi sono invece segnali che indicano uno sviluppo molto più graduale e contenuto»).
Il danno da zonizzazione, invece, secondo il Tar, «è fonte di danno risarcibile». Come chiarito dai giudici, «se il disegno urbanistico può essere improntato a criteri ragionevoli (come l'allontanamento dal centro abitato delle industrie insalubri), l'uso del potere di pianificazione con finalità espulsive è sempre vietato». Quello che il comune può fare quando decide di allontanare imprese inquinanti dal territorio è solo incentivare la delocalizzazione «individuando soluzioni alternative praticabili, previo coinvolgimento degli interessati».
Tuttavia la quantificazione del danno è stata notevolmente ridotta dal Tar che, stimando in 50 anni la durata dei beni immobili produttivi, ha calcolato la differenza di valore determinatasi nel decennio (1997-2007) oggetto del ricorso. L'importo così liquidato (circa 600 mila euro) è stato poi ulteriormente ridotto in considerazione delle utilità che le imprese ricevono grazie alle urbanizzazioni realizzate dal comune e in considerazione del fatto che gran parte dei beni erano detenuti in leasing. Di qui la condanna del comune a pagare circa 300 mila euro più gli interessi legali dal 2007 (articolo Italia Oggi 19.07.2014).

APPALTI SERVIZIL'appalto corretto si vede dalla gestione. Nell'esternalizzazione di servizi l'appaltatore deve mantenere l'organizzazione delle prestazioni.
L'appalto di servizi può essere utile, purché sia genuino. Altrimenti, le aziende si espongono a rischi rilevanti, anche sul piano penale. Oggi le imprese esternalizzano spesso intere fasi del ciclo produttivo, affidandosi a ditte o a lavoratori esterni. Se da un lato appaltare un servizio consente ai datori di lavoro di usufruire di regimi normativi agevolati, legati alle dimensioni aziendali ridotte, o di sostenere un costo del lavoro contenuto, dall'altro lato la non genuinità dell'appalto comporta rischi importanti.
Vediamo, dunque, quali sono le indicazioni da seguire.
La prestazione acquisita
Un ruolo fondamentale è giocato dalle pronunce della Cassazione: la giurisprudenza traccia infatti una linea, che è molto utile seguire per conoscere i requisiti di un appalto corretto.
Con la sentenza 03.06.2014 n. 12357, la Suprema Corte ha affermato che, nell'appalto «endoaziendale», si configura l'intermediazione vietata di manodopera quando al committente è messa a disposizione una prestazione meramente lavorativa. Questo vale anche se l'appaltatore non è una società fittizia ma si limita alla gestione amministrativa della posizione del lavoratore, senza che da parte sua ci sia una reale organizzazione della prestazione.
Il caso su cui si è pronunciata la Cassazione nasce dal ricorso di un operaio, socio lavoratore di una cooperativa, che aveva prestato la sua attività alle dipendenze dell'impresa appaltatrice, in favore di una società ferroviaria. Sia il Tribunale, sia la Corte d'appello avevano accolto il ricorso, dichiarando la sussistenza di un rapporto di natura subordinata alle dirette dipendenze dell'utilizzatore delle prestazioni.
In sostanza, il lavoratore aveva ricevuto le direttive dal personale dell'appaltante e aveva svolto il proprio lavoro nei locali dell'utilizzatore insieme ai dipendenti di questo e con beni e strumenti di proprietà dello stesso. La Cassazione, condividendo il ragionamento del giudice del merito, afferma che c'è intermediazione e interposizione nelle prestazioni lavorative quando l'appaltatore mette a disposizione del committente una mera prestazione di lavoro, rimanendo in capo all'appaltatore i soli compiti di gestione amministrativa del rapporto (quali retribuzione, pianificazione delle ferie, assicurazione della continuità della prestazione), ma senza che da parte sua ci sia una reale organizzazione della prestazione, finalizzata a un risultato produttivo autonomo.
Inoltre –precisa la sentenza– non è necessario per realizzare un'ipotesi di intermediazione vietata, che l'impresa appaltatrice sia fittizia: una volta accertata l'estraneità dell'appaltatore all'organizzazione e direzione del prestatore di lavoro nell'esecuzione dell'appalto, rimane irrilevante ogni questione inerente il rischio economico e l'autonoma organizzazione dello stesso (si veda anche Cassazione 6343/2013).
Il controllo e le mansioni
Nella sentenza 21030 del 27.11.2012, la Cassazione pone l'accento, invece, sulla possibilità di verifica e controllo diretto da parte del committente e sull'ingerenza nell'organizzazione del servizio. I lavoratori dell'appaltatore non devono sostituire in alcun modo i dipendenti del committente, né devono prendere ordini da soggetti diversi dall'appaltatore, anche se coordinati da un responsabile del committente.
Nella sentenza 8863 dell'11.04.2013, la Corte sposta l'attenzione sulle mansioni svolte dal lavoratore per conto dell'utilizzatore. Un socio lavoratore di una cooperativa di pulizie svolgeva attività di archivista in una banca, con la quale l'appaltatore aveva un contratto di appalto di servizi. La Corte d'appello aveva accolto il ricorso del dipendente, condannando l'istituto di credito all'assunzione con contratto subordinato sin dall'inizio della prestazione e al pagamento delle differenze retributive tra il contratto bancario e quello delle pulizie. La Cassazione rinvia alla Corte d'appello la decisione, spiegando che il caso non rientra nella disciplina prevista dall'articolo 1 della legge 1369/1960 (poi sostituita dal Dlgs 276/2003).
Per la Corte, l'articolo 1 della legge prevede che certe prestazioni di lavoro, possibili nell'ambito organizzativo dell'impresa pseudo-appaltante, vengano affidate all'impresa pseudo-appaltatrice. Esula, però, dalla previsione normativa il caso in cui l'impresa appaltatrice di certe prestazioni (pulizia) tolleri che suoi dipendenti eseguano prestazioni diverse (archivistiche) a vantaggio dell'appaltante, ma senza manifestazioni di volontà dei suoi organi competenti. In questo caso, l'impresa appaltante sarà tenuta alla sola remunerazione in base all'articolo 2126 del Codice civile.
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La check list e le sanzioni. I requisiti essenziali per verificare la genuinità dell'appalto di servizi.
1 - IL POTERE DIRETTIVO
Il controllo all'appaltatore
Un appalto per l'affidamento di un servizio o di un'opera potrà essere considerato genuino e, quindi, lecito, se il potere direttivo nei confronti dei lavoratori utilizzati è esercitato dall'appaltatore, con l'assunzione del relativo rischio. Non basta, infatti, la semplice gestione amministrativa del personale.
Si avrà invece un appalto illecito se si riscontrano questi indici: c'è similitudine di orario tra i dipendenti dell'appaltatore e quelli dell'appaltante; il pagamento delle retribuzioni è effettuato dal committente; i preposti dell'appaltante controllano direttamente i dipendenti; la richiesta delle ferie e dei permessi è presentata all'appaltante che decide se concederli; la scelta del numero di persone da impiegare nell'appalto è rimessa solo al committente; il controllo degli adempimenti dell'appaltatore è fatto dal committente
2 - IL RISCHIO DI IMPRESA
Rileva il rischio economico
Un altro elemento da valutare per la genuinità del contratto di appalto è l'assunzione da parte dell'appaltatore del rischio d'impresa, in base all'articolo 29 del Dlgs 276/2003.
In particolare, il rischio non è da intendere in senso tecnico-giuridico, ma economico, frutto dell'impossibilità di stabilire in anticipo i costi legati all'esecuzione del contratto di appalto, con la conseguenza legittima che l'appaltatore potrà incorrere in una perdita in caso di costi superiori al corrispettivo concordato. Il rischio riguarda anche la possibilità di non raggiungere il risultato legato alla stipulazione del contratto.
In sostanza, il corrispettivo dell'appalto dovrà essere subordinato al risultato produttivo dell'opera o del servizio e non alla semplice messa a disposizione di prestazioni di lavoro
3 - L'ORGANIZZAZIONE DEI MEZZI
Da valutare le competenze
L'organizzazione dei mezzi è un requisito importante per la genuinità dell'appalto. Non ci sarà interposizione di manodopera se il committente fa un conferimento di strumenti e di capitali minimo, tale da non annullare l'apporto organizzativo dell'appaltatore.
Per i «contratti di appalto concernenti lavori specialistici» (si pensi al settore del terziario avanzato), la speciale rilevanza delle competenze dei lavoratori impiegati (il know how) bilancia la mancanza di attrezzature e di beni strumentali di proprietà dell'appaltatore. Non ci sarà interposizione di manodopera neanche se il committente fornisce le materie prime a garanzia della qualità del prodotto da realizzare o perché devono essere trasformate dall'appaltatore. In questi casi, l'organizzazione dei mezzi può manifestarsi nell'esercizio del potere organizzativo e direttivo sui lavoratori
4 - L'OPERA O IL SERVIZIO
Il servizio è temporaneo
Un appalto è genuino se l'attività lavorativa dedotta in contratto rientra nell'oggetto sociale dell'azienda che fornisce l'opera o il servizio. Altri elementi necessari sono la temporaneità e la contingenza dell'opera o del servizio. Il personale impiegato nell'appalto non deve essere stabilmente inserito nell'organigramma aziendale del committente, e deve svolgere mansioni diverse dai dipendenti del committente.
Ci deve, poi, essere una distinzione netta ed effettiva tra i lavoratori dell'appaltatore e quelli dell'appaltante, tale da evitare rischi di commistione e di interferenza delle attività svolte. Non si potrà considerare illecito un contratto di appalto se la prestazione di lavoro svolta dai dipendenti dell'appaltatore impiegati nel servizio non rientra in maniera esclusiva negli obiettivi aziendali del committente
5 - LE SANZIONI
Puniti appaltatore e committente
La non genuinità dell'appalto determinerà l'ipotesi di interposizione illecita di manodopera. Le conseguenze saranno, innanzitutto, la possibilità del lavoratore impiegato nell'appalto di chiedere giudizialmente il riconoscimento e la costituzione di un rapporto di lavoro alle dipendenze del committente, ossia del soggetto che ha esercitato effettivamente i poteri tipici del datore di lavoro, usandone concretamente la prestazione di lavoro.
Inoltre, un contratto di appalto illecito prevede conseguenze penali a carico dello pseudo-appaltatore e dello pseudo-committente. L'appaltatore e il committente, che abbiano messo in atto un contratto di appalto fittizio, sono entrambi soggetti all'ammenda di 50 euro per ogni lavoratore occupato e per ogni giornata
di occupazione
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.07.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIA: INQUINAMENTO ATMOSFERICO - Aria - Emissioni - Rilevanza limiti tabellari - Responsabilità in ordine al reato previsto dall'art. 674 c.p. - Presupposti e limiti.
Ai fini dell'affermazione di responsabilità in ordine al reato previsto dall'art. 674 c.p., nell'ipotesi di attività industriali che trovano la loro regolamentazione in una specifica normativa di settore, non è sufficiente ad integrare la fattispecie l'idoneità delle emissioni a recare disturbo o fastidio, occorrendo invece la puntuale e specifica dimostrazione che tali emissioni superino gli standards fissati dalla legge (in termini Sez. 3", 03.03.2004, n. 9757; Sez. 1^, 12.03.2002, n. 15717, Pagano ed altri) sez. 3, 2005 n. 9503, Montanaro; idem, 2006 n. 8299, P.M. in proc. Tortora ed altri).
Pertanto, quando esistono precisi limiti tabellari fissati dalla legge, non possono ritenersi "non consentite" le emissioni che abbiano, in concreto, le caratteristiche qualitative e quantitative già valutate ed ammesse dal legislatore. Discorso diverso va fatto in quei casi nei quali non esiste una predeterminazione normativa, gravando sul giudice penale l'obbligo di valutare la tollerabilità consentita, ma pur sempre con riferimento ai principi ispiranti le specifiche normative di settore, (Cass. Sez. 3^, 27.02.2008 n. 15653, Colombo ed altri). Fattispecie: emissione e deposito di polveri conseguenti da attività industriale.
INQUINAMENTO ATMOSFERICO - Getto pericoloso di cose - Configurabilità del reato - Presupposti - Art. 674 cod. pen..
La configurabilità del reato di getto pericoloso di cose è esclusa in caso di emissioni (nella specie, di polveri) provenienti da attività autorizzata o disciplinata dalla legge, e contenute nei limiti normativi o dell'autorizzazione, in quanto il rispetto dei predetti limiti implica una presunzione di legittimità del comportamento (Cass. Sez. 3^ 21.10.2010 n. 40849 Rocchi, idem 13.07.2011 n. 37495, P.M. in proc. Dradi e altro, secondo la quale all'espressione "nei casi non consentiti dalla legge" contenuta nella seconda parte dell'art. 674 cod. pen. deve attribuirsi un valore rigido; ancora, Sez. 3^ 09.01.2009 n. 15707, Abbaneo).
INQUINAMENTO ATMOSFERICO - Immissioni e limiti di tollerabilità - Criterio della "stretta tollerabilità" - Protezione dell'ambiente ed della salute umana - Valutazione da parte del giudice - Art. 844 cod. civ..
L'art. 844, secondo comma, cod. civ., nella parte in cui prevede la valutazione, da parte del giudice, del contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà che impone di leggere il cd. "preuso", tenendo conto che il limite della tutela della salute, è da ritenersi ormai intrinseco nell'attività di produzione oltre che nei rapporti di vicinato, alla luce di una interpretazione costituzionalmente orientata, dovendo considerarsi prevalente rispetto alle esigenze della produzione il soddisfacimento di una normale qualità della vita (Sez. 2^ Civ. 08.03.2010 n. 5564; in senso analogo Sez. 3^ 11.04.2006 n. 8420, secondo la quale deve ritenersi illegittima una produzione industriale, ancorché iniziata prima della edificazione dell'immobile limitrofo, che si sia svolta e poi proseguita senza la predisposizione di apposite misure di cautela idonee ad evitare o limitare l'inquinamento atmosferico).
Rientra, pertanto, nella facoltà del giudice disattendere la regola della priorità di uso la quale ha carattere di sussidiarietà, a condizione che sulla base degli accertamenti di fatto dallo stesso compiuti venga fornita idonea motivazione in ordine al superamento della soglia di tollerabilità (Sez. 2^ Civ. 11.5.2005 n. 9865; idem 10.01.1996 n. 161).
Il criterio della "stretta tollerabilità", deve essere inteso in termini più rigorosi rispetto al concetto civilistico di normale tollerabilità dettato dal menzionato art. 844 cod. civ., attesa l'inidoneità del criterio della "normale tollerabilità" ad approntare una protezione adeguata all'ambiente ed alla salute umana, allorché non vengano rispettati, nell'esercizio di un'attività industriale o più genericamente produttiva, i limiti e le prescrizioni previste dai provvedimenti autorizzatoli che la disciplinano (
Corte di Cassazione, Sez. III, sentenza 08.05.2014 n. 18896 - link a www.ambientediritto.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: RIFIUTI - Terre e rocce da scavo e materiali di risulta da demolizione - Trattamento congiunto - Qualifica di sottoprodotti - Esclusione - Attività e autorizzazioni - Disciplina vigente - Art. 186, 208, 214 e 256, c.1, lett. A), D. Lgs. n. 152/2006.
La non assimilazione degli inerti derivanti da demolizione di edifici o da scavi di strade alle terre e rocce da scavo è stata ribadita con il D.Lgs. n. 152/2006 (v., Sez. III, 13/09/2013, n. 37541, Paglialunga e altri; in precedenza: Sez. III, 12/06/2008 n. 37280 - dep. 01/10/2008, P., che, peraltro, precisa che le terre e rocce da scavo devono essere distinte dai materiali di risulta da demolizione, in quanto mentre lo scavo ha per oggetto il terreno, la demolizione ha per oggetto un edificio o, comunque, un manufatto costruito dall'uomo).
Nel caso in esame, non rileva, pertanto, la questione della qualificabilità come sottoprodotti e non rifiuti dei materiali costituiti da terre e rocce da scavo (né, quindi, la nuova disciplina derivante dall'art. 41-bis della legge 09.08.2013, n. 98, di conversione del c.d. decreto "del Fare", D.L. n. 69/2013, che introduce nell'ordinamento alcune disposizioni tese a disciplinare l'utilizzo, come sottoprodotti, dei materiali da scavo prodotti nel corso di attività e interventi autorizzati in base alle norme vigenti, in deroga a quanto previsto dal D.M. 10.08. 2012, n. 161, recante il regolamento per la disciplina dell'utilizzazione delle terre e rocce da scavo), atteso che, oltre terre e rocce da scavo propriamente definibili come tali, nell'impianto della società di cui l'imputato risultava amministratore venivano trattati, per sua stessa ammissione, materiali di risulta edile, diversi dalle terre e rocce da scavo, con conseguente necessità dell'autorizzazione (
Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 04.02.2014 n. 5470 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATALa forma di sanatoria ex art. 37 dpr 380/2001, differenziandosi dalla ipotesi di cui al precedente art. 36 d.p.r., riguarda le opere eseguite in assenza o in difformità dalla denuncia di inizio attività nei casi di cui all’art. 22, commi 1 e 2, del d.p.r. medesimo, mentre per i casi di d.i.a. “alternativa” al permesso di costruire trova applicazione l’art. 36 cit..
7.1. Sotto il primo profilo va evidenziato che la s.c.i.a. in sanatoria di cui si discute risulta presentata ai sensi dell’art. 37 del d.p.r. n. 380/2001 che, per gli interventi eseguiti in assenza o in difformità dalla denuncia di inizio attività, consente il conseguimento della sanatoria nel caso in cui risulti la c.d. doppia conformità rispetto alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dell'intervento, sia al momento della presentazione della domanda, subordinatamente al pagamento da parte del responsabile dell'abuso o del proprietario di una a somma, non superiore a 5164 euro e non inferiore a 516 euro, stabilita dal responsabile del procedimento in relazione all'aumento di valore dell'immobile valutato dall'agenzia del territorio.
Tale forma di sanatoria, differenziandosi dalla ipotesi di cui al precedente art. 36 d.p.r.. cit. riguarda le opere eseguite in assenza o in difformità dalla denuncia di inizio attività nei casi di cui all’art. 22, commi 1 e 2, del d.p.r. medesimo, mentre per i casi di d.i.a. “alternativa” al permesso di costruire trova applicazione l’art. 36 cit..
7.2 Ciò posto deve innanzitutto escludersi la fondatezza dell’assunto secondo cui alla sanatoria di cui all’art. 37 cit., non potrebbero applicarsi le innovazioni di cui 49, comma 4-bis, della legge 30.07.2010 n. 122, che, nel riformulare integralmente l'art. 19 della l. n. 241/1990, ha sostituito la dichiarazione di inizio attività (d.i.a.), con la segnalazione certificata di inizio attività (s.c.i.a.)
Al riguardo gli iniziali dubbi interpretativi sorti all’indomani dell’entrata in vigore della legge n. 122 cit. sull’applicabilità della s.c.i.a. alla materia edilizia motivati dal fatto che la novella riguardasse la sola materia della concorrenza e non del governo del territorio sono stati in un primo momento superati da una circolare del 16.09.2010 con cui l'Ufficio Legislativo del Ministero per la Semplificazione Normativa presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (in risposta alla richiesta di chiarimenti inoltrata dall'Assessore Territorio e Urbanistica della Regione Lombardia del 16.09.2010) ha chiarito, anche alla luce dei lavori preparatori ricavabili dalla documentazione del Servizio Studi del Senato, che la "nuova" s.c.i.a. doveva considerarsi applicabile anche al settore degli interventi edilizi, giacché, ai sensi del comma 4-ter dell’art. 49 della legge n. 122 cit., le espressioni “segnalazione certificata di inizio attività” e “s.c.i.a.” sostituiscono rispettivamente quelle di “dichiarazione di inizio attività“ e “d.i.a.” “ovunque ricorrano” anche come parte di un’espressione più ampia sia nelle normative statali che in quelle regionali.
Il medesimo comma stabilisce altresì che la disciplina della s.c.i.a. contenuta nel novellato art. 19 della legge n. 241/1990 sostituisce direttamente, dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto medesimo, quella di dichiarazione di inizio attività recata da ogni normativa statale e regionale.
Il dubbio in questione è stato poi definitivamente risolto a livello legislativo con l’entrata in vigore del decreto legge 13.05.2011 n. 70, che ha esteso l'istituto della segnalazione certificata di inizio attività (s.c.i.a.) anche al settore degli interventi edilizi. L'art. 5, comma 1, lettera b), del decreto-legge 13.05.2011, n. 70 (Semestre Europeo - Prime disposizioni urgenti per l'economia), convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 12.07.2011, n. 106, ha poi chiarito che la S.C.I.A. trova applicazione anche con riguardo agli interventi edilizi precedentemente compiuti con la D.I.A.,con esclusione dei casi in cui la denuncia è alternativa o sostitutiva del permesso di costruire.
L’inerenza della s.c.i.a. al settore edilizio è stata poi confermata dalla Corte Costituzionale con sentenze 27.06.2012 n. 164 e 16.07.2012 n.188.
La natura generale della previsione normativa recata dal comma 3, in altri termini, si adatta compiutamente alla materia dell'edilizia, alla quale non vi è ragione per ritenere che non si riferisca. Del resto, si esporrebbe a censura di manifesta irragionevolezza una interpretazione contraria, che venisse a sottrarre gli interessi implicati dal governo del territorio all'applicabilità di un generale istituto del diritto amministrativo, la cui compatibilità con la SCIA è stata riconosciuta dallo stesso legislatore con il citato comma 3.
Di qui consegue che la indicazione legislativa nel senso della sostituzione della s.c.i.a. alla d.i.a. “ovunque ricorra”, anche come parte di un’espressione più ampia, implica altresì l’utilizzabilità del modulo procedimentale anche nei casi di cui all’art. 37 del d.p.r. n. 380/2001. Diversamente non si comprenderebbe la ragione di un’eventuale differenziazione di regime procedimentale, specie se si considera che il regime della s.c.i.a. rispetto alla d.i.a. è sostenuto dalla previsione della allegazione di una relazione tecnica asseverata e presenta per tale ragione maggiore incidenza e responsabilizzazione rispetto alla d.i.a..
Il decreto legge n. 70 cit. è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 110 del 13.05.2011 ed era quindi già entrato in vigore alla data della presentazione della s.c.i.a. in sanatoria in esame depositata il 24.05.2011 cui trova quindi applicazione (TAR Campania, Sez. VIII, sentenza 21.06.2013 n. 3230  - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ai fini della legittimazione attiva al rilascio di titoli abilitativi nella materia edilizia, la giurisprudenza ritiene necessaria, sulla base degli artt. 11 e 23 del D.P.R. 380/2011, la titolarità del diritto di proprietà, ovvero di altro diritto reale od anche obbligatorio a condizione, in tale ultima ipotesi, del riconoscimento della disponibilità giuridica e materiale del bene nonché della relativa potestà edificatoria.
Quanto al promissario acquirente, la tesi che ne riconosce la legittimazione non è affatto pacifica in giurisprudenza, richiedendosi, anche in ipotesi di preliminare ad effetti anticipati, la specifica autorizzazione del proprietario promissario venditore all’esercizio dello ius aedificandi.
Tale opzione esegetica risulta ancor più corretta qualificando la relazione del promissario acquirente con l’immobile, anche in caso di preliminare ad effetti anticipati, quale “detenzione qualificata” e non già come possesso, secondo la più recente ricostruzione pretoria.
Ciò premesso, la posizione di promissario conduttore, in assenza di specifico consenso del proprietario, non è titolo di legittimazione idoneo al rilascio di titoli abilitativi, anche se a regime semplificato, mancando la disponibilità giuridica dell’area su cui realizzare l’intervento.

Ai fini della legittimazione attiva al rilascio di titoli abilitativi nella materia edilizia, la giurisprudenza ritiene necessaria, sulla base degli artt. 11 e 23 del D.P.R. 380/2011, la titolarità del diritto di proprietà, ovvero di altro diritto reale od anche obbligatorio a condizione, in tale ultima ipotesi, del riconoscimento della disponibilità giuridica e materiale del bene nonché della relativa potestà edificatoria (Consiglio di Stato sez. V 28.05.2001 n. 2881; id. sez. IV 25.11.2008, n. 5811; TAR Emilia Romagna Bologna 21.02.2007, n. 53; TAR Lombardia Milano sez II 31.03.2010, n. 842).
Quanto al promissario acquirente, la tesi che ne riconosce la legittimazione non è affatto pacifica in giurisprudenza, richiedendosi, anche in ipotesi di preliminare ad effetti anticipati, la specifica autorizzazione del proprietario promissario venditore all’esercizio dello ius aedificandi (Consiglio Stato, sez. IV, 18.01.2010, n. 144; Cassazione civile sez. III 15.03.2007, n. 6005; TAR Lazio-Latina 26.07.2005, n. 636). Tale opzione esegetica risulta ancor più corretta qualificando la relazione del promissario acquirente con l’immobile, anche in caso di preliminare ad effetti anticipati, quale “detenzione qualificata” e non già come possesso, secondo la più recente ricostruzione pretoria (ex multis Cassazione Sez. Unite 27.03.2008, n. 7930; id. sez. I 01.03.2010, n. 4863).
Ciò premesso, la posizione di promissario conduttore, in assenza di specifico consenso del proprietario, non è titolo di legittimazione idoneo al rilascio di titoli abilitativi, anche se a regime semplificato, mancando la disponibilità giuridica dell’area su cui realizzare l’intervento
(TAR Puglia-Bari, Sez. I, sentenza 18.06.2012 n. 1193 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

UTILITA'

LAVORI PUBBLICI: CORRISPETTIVI per le PRESTAZIONI PROFESSIONALI dei LAVORI PUBBLICI (CNAPPC e CNI - 21.12.2013).
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Per facilitare il lavoro alle Stazioni appaltanti il Consiglio Nazionale degli Architetti ed il Consiglio Nazionale degli Ingegneri hanno realizzato un apposito software -a disposizione di tutti i professionisti- in grado di calcolare i compensi professionali in modo semplice e immediato.
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ARAN

PUBBLICO IMPIEGO: Modalità di calcolo del monte ore dei permessi sindacali di spettanza delle organizzazioni sindacali rappresentative nei luogo di lavoro - Personale delle Aree dirigenziali (guida operativa - maggio 2014).

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

SICUREZZA LAVORO: Oggetto: art. 12, D.Lgs. n. 81/2008 e successive modifiche e integrazioni - risposta ai quesiti sulla formazione dei lavoratori e dei datori di lavoro in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, interpello 11.07.2014 n. 12/2014).

APPALTI: OGGETTO: Monitoraggio delle esigenze di spazi finanziari, nell’ambito del patto di stabilità interno, degli enti locali e delle regioni per estinguere i debiti di parte capitale certi liquidi ed esigibili al 31.12.2013 (Ministero dell'Economia e delle Finanze, Ragioneria Generale dello Stato, circolare 07.07.2014 n. 22).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

URBANISTICA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 30 del 22.07.2014, "Approvazione della disciplina del procedimento di nomina, da parte della Giunta regionale, dei Commissari ad acta per il completamento della procedura di approvazione dei PGT di cui all’art. 25-bis, comma 3, della l.r. 11.03.2005, n. 12 «Legge per il governo del territorio»" (deliberazione G.R. 11.07.2014 n. 2130).

ENTI LOCALI: G.U. 19.07.2014 n. 166 "Patto di stabilità interno per il triennio 2014-2016 per le province e i comuni con popolazione superiore a 1.000 abitanti (articoli 30, 31 e 32 della legge 12.11.2011, n. 183, come modificati dalla legge 27.12.2013, n. 147)" (Ministero dell'Economia e delle Finanze, circolare 18.02.2014 n. 6).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: G.U. 18.07.2014 n. 165 "Prime linee guida per l’avvio di un circuito collaborativo tra ANAC-Prefetture-UTG e Enti locali per la prevenzione dei fenomeni di corruzione e l’attuazione della trasparenza amministrativa" (Ministero dell'Interno, protocollo d'intesa 15.07.2014).

EDILIZIA PRIVATA: G.U. 18.07.2014 n. 165 "Attuazione della direttiva 2012/27/UE sull’efficienza energetica, che modifica le direttive 2009/125/CE e 2010/30/UE e abroga le direttive 2004/8/CE e 2006/32/CE" (D.lgs. 04.07.2014 n. 102).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: B.U.R Lombardia, supplemento n. 29 del 18.07.2014, "Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 05.12.2008, n. 31 (Testo unico delle leggi regionali in materia di agricoltura, foreste, pesca e sviluppo rurale)" (L.R. 15.07.2014 n. 21).

PATRIMONIO: B.U.R Lombardia, serie ordinaria n. 29 del 18.07.2014, "Approvazione criteri per l’assegnazione di contributi per la riqualificazione degli impianti sportivi di proprietà pubblica" (deliberazione G.R. 11.07.2014 n. 2119).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 29 del 16.07.2014, "Aggiornamento delle zone sismiche in Regione Lombardia (l.r. 1/2000, art. 3, c. 108, lett. d)" (deliberazione G.R. 11.07.2014 n. 2129).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

APPALTI: S. Cataleta, Procedure di gara, dichiarazione ex art. 38 d.lgs. 163/2003 s.m.i. e partecipazioni societarie - E’ obbligatorio dichiarare le partecipazioni societarie per le imprese che partecipano a gare pubbliche e per le eventuali controllanti. I riferimenti di legge (17.07.2014 - link a www.leggioggi.it).

URBANISTICA: D. Tramutoli, Impugnazione di piani urbanistici e interesse a ricorrere: quali requisiti?” (cfr. TAR Lombardia, Milano, Sez. II, sentenza n. 1580 del 16.06.2014) (16.07.2014 - link a www.diritto.it).

APPALTI FORNITURE E SERVIZI: V. Vinciprova, MEPA per acquisizione di beni e servizi: sottosoglia per tutti, soprasoglia solo per i Comuni non capolouoghi - Obbligo per i Comuni non capoluogo del ricorso alle centrali di committenza e al mercato elettronico della pubblica amministrazione (MEPA) gestito da Consip (15.07.2014 - link a www.leggioggi.it).

LAVORI PUBBLICI: S. Lazzini, Dimezzamento cauzione provvisoria non necessario allegare la certificazione del sistema di qualità (13.07.2014 - link a www.diritto.it).

PUBBLICO IMPIEGO: G. Milizia, La PA deve rimborsare le spese legali ai propri dipendenti cui non era attribuibile alcuna colpa. Quale giurisdizione? (02.07.2014 - link a www.diritto.it).

INCENTIVO PROGETTAZIONE: L. Catania, Incentivi alla progettazione. Quali novità per i tecnici dei Comuni? (25.06.2014 - link a www.giurdanella.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: B. Cirillo, Il POS negli studi: obbligo o onere? (03.06.2014 - link a www.diritto.it).

NEWS

EDILIZIA PRIVATA - LAVORI PUBBLICI: Per la nuova Via progettazione su un solo livello.
Oltre a introdurre una specifica procedura di bonifica semplificata, il decreto legge 91/2014 contiene ulteriori novità o modifiche delle disposizioni di tutela in materia ambientale.

Le più importanti sono le modifiche che il decreto «Competitività e ambiente» introduce in materia di Via (valutazione di impatto ambientale): le definizioni di progetto preliminare e definitivo sono sostituite da un'unica definizione di progetto ancorata ai livelli di progettazione disciplinati dal Codice sugli appalti pubblici.
Rispetto alla procedura di verifica, viene stabilito che i criteri di individuazione delle soglie dei progetti da sottoporre a tale procedura di screening saranno stabiliti con decreto ministeriale.
Infine, vengono apportate integrazioni ai sistemi di pubblicazione dei decreti Via e delle altre informazioni che devono essere messe a disposizione del pubblico, prevedendo anche la pubblicazione via web.
Un'altra modifica apportata all'articolo 216 del Dlgs 152/2006 (procedure di autorizzazione di impianti di gestione rifiuti) è volta a sottoporre le attività di trattamento degli aggregati, dei rifiuti di carta e di vetro, dei metalli, dei pneumatici e dei rifiuti tessili alle procedure semplificate di cui all'articolo 214 del medesimo decreto legislativo, ferma restando l'osservanza dei criteri e requisiti stabiliti a livello comunitario.
Questa previsione, dunque, comporta una semplificazione anche rispetto alla gestione di alcuni specifici rifiuti.
Vengono inoltre sottratte alla disciplina del testo unico ambientale le procedure per la gestione di rifiuti prodotti dai sistemi di difesa nazionale, i quali saranno sottoposti a una specifica disciplina definita di concerto dai ministeri competenti.
È poi il turno della bonifica delle aree militari, rispetto alle quali viene previsto l'inserimento di una norma ad hoc (articolo 241-bis) nel Codice ambientale. La norma prevede che per i siti esclusivamente destinati alla Difesa le Csc (concentrazione soglie di contaminazione) di riferimento sono quelle per i siti industriali e commerciali.
In caso di superamento di queste soglie, gli obiettivi di bonifica dovranno essere comunque stabiliti mediante specifica analisi di rischio che tenga anche conto del rischio per le aree limitrofe.
L'articolo 241-bis, dunque, prevede che in caso di declassamento del sito militare a destinazione residenziale, le soglie di riferimento dovranno essere quelle previste per tale destinazione (tabella 1, colonna A).
Inoltre, l'Istituto Superiore della Sanità dovrà definire sulla base delle informazioni che verranno fornite dal ministero della Difesa, le soglie di contaminazione di sostanze utilizzate per specifiche attività militari, che non sono considerate dalle normali tabelle di riferimento
(articolo Il Sole 24 Ore del 21.07.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Bonifiche in tempi ridotti. Il Dl 91/2014 semplifica la procedura per il proprietario dell'area. Risanamento. La Conferenza di servizi deve approvare il piano presentato dal privato entro 90 giorni.
Bonifiche più veloci e più semplici.
Questo l'obiettivo del decreto legge «competitività e ambiente» in vigore dal 24 giugno scorso. Il Dl 91/2014 integra, infatti, il Dlgs 152/2006 con un nuovo articolo (articolo 242-bis) dedicato espressamente alla procedure semplificate di bonifica e messa in sicurezza dei siti contaminati.
La novità più rilevante riguarda sicuramente l'inversione degli schemi procedurali ordinari. In caso di bonifica di un sito contaminato, il soggetto interessato, volendo procedere in modo celere al recupero ambientale della propria area, potrà direttamente presentare agli enti un progetto di intervento volto a raggiungere i valori tabellari di legge (Csc) riferiti alla specifica destinazione d'uso del sito.
Non sarà più necessario, quindi, «caratterizzare» preliminarmente il sito sotto il controllo delle autorità, ma l'operatore potrà raccogliere in modo autonomo e sotto la propria responsabilità tutte le informazioni necessarie per predisporre il progetto di bonifica (anche mediante indagini private).
La «caratterizzazione» del sito in contraddittorio con l'Arpa, invece, sarà eseguita solo dopo il completamento dell'intervento per verificare il raggiungimento degli obiettivi. La validazione della stessa Arpa, dunque, costituirà certificazione di avvenuta bonifica.
Se gli obiettivi non vengono raggiunti, l'operatore dovrà integrare il progetto eseguito, il quale, tuttavia, verrà istruito secondo le procedure ordinarie, uscendo così dalla procedura semplificata.
Sarà quindi interesse degli operatori privati raccogliere ogni informazione utile al fine di progettare interventi efficaci e completi, così da evitare contaminazioni residuali e un allungamento della bonifica dell'area.
La nuova disposizione, inoltre, impone specifici termini entro cui deve essere svolta la procedura. La Regione (o i Comuni delegati a loro favore) dovrà convocare la conferenza di servizi per valutare il progetto di bonifica entro 30 giorni dalla sua ricezione e il progetto dovrà essere approvato nei successivi 90 giorni.
I lavori di bonifica autorizzati dovranno, quindi, essere completati entro dodici mesi da parte dell'operatore (salva la possibilità di proroga per ulteriori sei mesi). Decorso il termine, si perde il beneficio della procedura semplificata e si torna a quella ordinaria. Questo passaggio potrebbe comportare non pochi problemi di coordinamento, in quanto i lavori di bonifica potrebbero essere in corso.
Per quanto riguarda la caratterizzazione ex post, il nuovo articolo 242-bis prevede l'approvazione del relativo piano entro 45 giorni (è prevista in via sperimentale anche l'applicazione del silenzio assenso per i procedimenti avviati prima del 31.12.2017) e la validazione dei risultati dovrà essere rilasciata dall'Arpa entro 45 giorni dalla conclusione delle indagini.
La procedura semplificata si applica sia ai siti normali, che ai siti di interesse nazionale gestiti dal ministero dell'Ambiente.
La nuova previsione normativa è sicuramente interessante in quanto permette – almeno sulla carta – di avviare l'intervento di bonifica dopo 120 giorni dalla sua programmazione e di concludere formalmente la procedura con una ulteriore indagine la cui approvazione complessivamente non può durare più di 90 giorni.
Considerati anche i termini entro cui il privato deve completare l'intervento (dodici mesi), l'aspettativa concreta è che la bonifica di un sito contaminato possa essere completata entro 24 mesi. Un termine sicuramente ragionevole se si considera che, secondo la procedura ordinaria, soltanto l'approvazione del progetto di bonifica può richiedere 20 mesi dalla scoperta della contaminazione.
Il successo della semplificazione dipende dagli enti, i cui ritardi burocratici potrebbero vanificare l'intervento legislativo.
La procedura semplificata sembrerebbe essere ammessa solo a favore del soggetto non responsabile della contaminazione che voglia sostenere volontariamente i costi della bonifica e che si impegni a raggiungere come obiettivi le Csc, rinunciando così ad applicare l'analisi di rischio, strumento che in molti casi può rappresentare un valido aiuto per rendere sostenibili i costi dell'intervento
(articolo Il Sole 24 Ore del 21.07.2014).

LAVORI PUBBLICICig e dati sulle varianti fermano ancora i lavori. Appalti. Correttivi da approvare per far ripartire il sistema.
Tutte le amministrazioni che gestiscono appalti di lavori pubblici (comprese le società partecipate) devono trasmettere gli atti sulle varianti in corso d'opera all'autorità anticorruzione entro trenta giorni dalla loro approvazione.
La disposizione prevista dal l'articolo 37 del Dl 90/2014 presenta molti profili problematici nella sua applicazione, rispetto ai quali è parzialmente intervenuto a chiarimento il
comunicato del presidente 16.07.2014 dell'Anac.
Il nuovo dato normativo circoscrive le tipologie di varianti per cui è previsto l'obbligo di trasmissione dei documenti a quelle determinate da cause impreviste e imprevedibili, da eventi inerenti la natura dei beni verificatisi in corso di esecuzione o da rinvenimenti imprevisti, nonché a quelle che derivano da cause geologiche o idriche, quando rendano più onerosa la prestazione dell'appaltatore.
Rispetto a queste tipologie, tuttavia, l'articolo 37 non individua alcuna soglia di valore, per cui enti locali e società devono trasmettere la documentazione relativa anche a varianti di importo modesto.
In base alla disposizione non rientrano nell'obbligo le varianti derivanti da innovazioni normative e quelle conseguenti a errori progettuali. Lo spartiacque temporale è individuato nel 25 giugno (entrata in vigore del decreto): le varianti approvate a partire da quella data sono assoggettate all'obbligo, mentre ne restano escluse quelle approvate prima.
Per semplificare l'adempimento, l'Anac ha precisato che nella documentazione da inviare vanno ricompresi il provvedimento di approvazione, l'atto di validazione, la relazione del Rup e il quadro comparativo di variante, anche se le stazioni appaltanti devono essere disponibili (su richiesta) a fornire ogni altro documento progettuale utile.
Le stazioni appaltanti possono inviare i documenti mediante posta elettronica certificata, ma anche per posta ordinaria, dovendo tuttavia specificare nel l'oggetto che si tratta della comunicazione prevista dall'articolo 37 e dovendo indicare il codice identificativo gara.
Proprio in relazione al Cig, il presidente dell'Anac ha informato il governo dell'impossibilità, per l'autorità, di dar corso all'intesa approvata in Conferenza unificata sulla "sospensione" del diniego del codice ai Comuni non capoluogo che procedano ad acquisizioni di lavori, servizi o forniture in forma autonoma, senza avvalersi di uno dei modelli obbligatori previsti dal nuovo comma 3-bis dell'articolo 33 del Codice dei contratti, riformulato dal Dl 66/2014 al fine di sostenere procedure aggregate.
L'Autorità evidenzia, infatti, la valenza dell'obbligo normativo e l'impossibilità di sottrarsi allo stesso, sino a quando la disposizione non sarà cambiata con un intervento legislativo
(articolo Il Sole 24 Ore del 21.07.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

TRIBUTI: Ici-Imu, l'accorpamento esenta. Imposte non dovute su aree e fabbricati con unica rendita. La pronuncia della Cassazione: si può parlare di pertinenza solo nel caso di separazione.
Un'area edificabile accorpata al fabbricato non può essere assoggettata a imposizione autonomamente. I due immobili hanno un'unica rendita catastale. La rendita, infatti, costituisce l'unico parametro per determinare la base imponibile. In questi casi non può essere preso a base di calcolo il valore di mercato dell'area, ancorché la stessa abbia un'autonoma capacità edificatoria e possa essere in qualsiasi momento scorporata e ceduta.

È quanto ha affermato la Corte di Cassazione con l'ordinanza n. 10176/2014.
Secondo la Cassazione, dunque, non è soggetta al pagamento dell'Ici un'area edificabile accorpata a un fabbricato destinato ad attività commerciale, ancorché il titolare non abbia mai dichiarato al comune la sua natura pertinenziale. E non importa che l'area accatastata nella stessa partita urbana del fabbricato potrebbe essere in qualsiasi momento scorporata e ceduta come bene distinto rispetto al fabbricato.
I giudici di legittimità hanno ritenuto infondate le contestazioni formulate dal comune di Arezzo in ordine al fatto che il contribuente per non essere assoggettato al pagamento dell'imposta avrebbe dovuto dichiarare l'area come pertinenza del fabbricato. Per i giudici di legittimità, infatti, il soggetto accertato non aveva alcun obbligo di presentare la dichiarazione «perché la declaratoria di pertinenzialità rileva per escludere l'assoggettamento all'Ici di un'area edificabile accatastata autonomamente, mentre l'area per cui qui si discute è priva di autonomo accatastamento ed è compresa in una particella regolarmente accatastata e munita di rendita».
Come chiarito dalla Suprema corte, si può parlare di pertinenza solo nel caso in cui l'area sia separata dal fabbricato. La «graffatura» catastale tra i due beni esclude qualsiasi rapporto pertinenziale.
La dichiarazione del contribuente. Sussiste, invece, un contrasto giurisprudenziale sugli adempimenti che deve porre in essere il contribuente per ottenere l'esonero dal pagamento per le aree che possono essere qualificate pertinenziali. In particolare, emerge che le posizioni della giurisprudenza di merito non sono in linea con quanto sostenuto dalla Cassazione sulla necessità che il contribuente dichiari al comune la destinazione pertinenziale dell'area al servizio del fabbricato.
Per alcuni giudici di merito le aree edificabili non sono autonomamente soggette al pagamento dell'Ici, e quindi anche dell'Imu e della Tasi, se sono pertinenze dei fabbricati, anche se il contribuente non ha indicato questa destinazione nella dichiarazione. Per esempio, la Commissione tributaria regionale di Roma (sentenza 163/2013) è andata oltre quanto sostenuto dalla Cassazione, perché ha riconosciuto l'intassabilità del bene anche nel caso in cui il contribuente non abbia esposto nella dichiarazione la natura pertinenziale dell'area.
Ha però precisato che il titolare dell'immobile non è tenuto a pagare l'imposta comunale su un'area edificabile che sia pertinenza di un fabbricato, anche se non lo ha indicato nella dichiarazione, purché invii una comunicazione all'ente con lettera raccomandata con la quale lo informi della destinazione del bene, prima che venga emanato l'atto di accertamento. Naturalmente, è richiesto che il rapporto pertinenziale emerga dallo stato dei luoghi.
Nello specifico, l'esistenza di un pozzo artesiano sul terreno dal quale è possibile attingere l'acqua dal fabbricato oppure un marciapiede o un cornicione ubicati oltre la linea di confine del manufatto. In senso opposto sulla questione si è espressa la sezione tributaria della Corte di cassazione (sentenza 19638/2009), che ha riconosciuto il beneficio solo nei casi in cui il contribuente dichiari al comune l'utilizzo dell'immobile come pertinenza nella denuncia iniziale o di variazione.
I giudici di legittimità, tra l'altro, per eliminare il contenzioso che dura da anni sull'assoggettamento a Ici delle aree o giardini pertinenziali, hanno modellato l'articolo 2 del decreto legislativo 504/1992 che dà la definizione di pertinenza. Mentre questa norma si limita a stabilire che è parte integrante del fabbricato l'area occupata dalla costruzione e quella che ne costituisce pertinenza, la Cassazione va oltre e, dando una chiave di lettura «di conio giurisprudenziale», ha aggiunto che per non essere assoggettata a imposizione occorre un'apposita denuncia del contribuente sull'uso dell'area nel momento in cui avviene la destinazione.
Dal punto di vista fiscale, poi, è irrilevante la circostanza che un'area pertinenziale e una costruzione principale siano censite catastalmente in modo distinto, al fine di poter essere assoggettate a tassazione come un unico bene o di usufruire delle agevolazioni. Come precisato dalla commissione regionale, però, il vincolo pertinenziale deve essere visibile e va rilevato dallo stato dei luoghi, a prescindere dal fatto che in catasto l'area e il fabbricato non risultino accorpati. In caso contrario, i due immobili sono soggetti a imposizione autonomamente.
Le stesse regole valgono per l'Imu e, da quest'anno, anche per la Tasi. Anche per questi tributi vengono richiamate le disposizioni contenute negli articoli 2 e 5 del decreto legislativo 504/1992. Sia per quanto riguarda la qualificazione dell'oggetto d'imposta sia per la determinazione dell'imponibile occorre fare riferimento alla normativa Ici. Per definire gli aspetti controversi della nozione di area edificabile, il legislatore è intervenuto due volte con norme di interpretazione autentica.
L'imposta è dovuta se l'area è inserita in un piano regolatore generale adottato dal consiglio comunale, ma non approvato dalla Regione. L'articolo 36, comma 2 del decreto-legge legge 223/2006 ha stabilito che un'area sia da considerare fabbricabile se utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico generale deliberato dal comune, indipendentemente dall'approvazione della regione e dall'adozione di strumenti attuativi.
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La Suprema corte: conta la destinazione.
La Cassazione (sentenza 5755/2005) ha da tempo affermato che per la pertinenza di un fabbricato non contano le risultanze catastali, ma la destinazione di fatto. Il terreno che costituisce pertinenza di un fabbricato non è soggetto a Ici e Imu come area edificabile, anche se iscritto autonomamente al catasto. Questo principio, ribadito più volte con altre pronunce, vale anche per la Tasi.
Per le aree edificabili, dunque, non si introduce alcuna particolare e nuova accezione di pertinenza ai fini Ici ma, semplicemente, se ne presuppone il significato, in quanto va fatto riferimento alla definizione fornita, in via generale, dall'articolo 817 del codice civile. Questa norma prevede che sono da considerare pertinenze le cose destinate in modo durevole al servizio o all'ornamento di un'altra cosa. Pertanto, per il vincolo pertinenziale serve sia la durevole destinazione della cosa accessoria a servizio o ornamento di quella principale, sia la volontà dell'avente diritto di creare la destinazione. Accertare la sussistenza di questo vincolo comporta un apprezzamento di fatto.
L'imposta comunale non può essere richiesta per l'assenza di accorpamento (cosiddetta «graffatura») dell'area al contiguo fabbricato, ancorché costituenti unità catastali separate. L'autonomo accatastamento non rende irrilevante l'uso di fatto del terreno come pertinenza. Tanto meno rileva la presenza o meno di segni grafici, che sono inconsistenti sul piano probatorio. Tuttavia, nonostante vengano ribaditi questi principi e la rilevanza della destinazione «di fatto» di un bene come pertinenza, non ci si può sottrarre all'obbligo di denuncia ogni volta che nella situazione possessoria del contribuente s'introduca una modificazione. Se l'interessato non ha affermato la sua pertinenzialità in via di specialità, vuol dire che ha voluto lasciare il bene nella sua condizione di area fabbricabile.
Qualora il contribuente voglia fruire dell'intassabilità dell'area, è tenuto a comunicare all'ente che è destinata a pertinenza del fabbricato sia nella denuncia originaria sia, qualora abbia omesso questa indicazione, in una successiva dichiarazione di variazione, che può essere presentata in qualsiasi momento (articolo ItaliaOggi Sette del 21.07.2014).

ENTI LOCALI - VARIPec, c'è obbligo con distinzioni. Esclusi i consorzi, le società in fallimento e le unità estere. Le indicazioni del Mise in merito alla comunicazione della Posta elettronica certificata.
Sono chiamate a dotarsi e a comunicare la Pec, la Posta elettronica certificata, al registro delle imprese le società di capitali, di persone (incluse le società semplici), le imprese individuali, le cooperative, le società in concordato preventivo e in quello liquidatorio. Anche le società estere con sede secondaria o unità locale in Italia hanno l'obbligo di attivare e comunicare l'indirizzo Pec al registro imprese. Sono esclusi dalla comunicazione Pec i consorzi, le società in fallimento e l'unità locali di imprese estere (che non abbiano una rappresentanza stabile in Italia) in quanto non iscritte nel registro delle imprese. L'impresa deve comunicare un solo indirizzo Pec presso il registro imprese della sede legale a prescindere dalle sedi secondarie e unità locali di cui dispone. La comunicazione della Pec al registro delle imprese va effettuata con la comunicazione unica ed è esente da diritti di segreteria e imposta di bollo.
Questo è quanto si legge nelle note di prassi (circ. 23.06.2014 n. 3670, circ. del 09.05.2014 n. 77684 e circ. del 15.01.2014 n. 6391) redatte dal Mise, direzione generale per il mercato e la concorrenza - divisione XXI - registro imprese (diretta da Gianfrancesco Vecchio).
La casella di Pec rappresenta il domicilio elettronico presso il quale la società o l'imprenditore, in forza di una presunzione legale, sono sempre raggiungibili (per legge, un messaggio di Pec si dà per notificato al momento della semplice consegna del plico informatico al server di posta del destinatario, e non al momento della effettiva apertura dello stesso), e che la sua iscrizione e successiva modificazione sono adempimenti che solo il legale rappresentante della società può validamente eseguire.
Le variazioni dell'indirizzo Pec dell'impresa devono essere comunicate al registro imprese in quanto l'indirizzo che compare sulla visura e nei certificato sia valido e attivo. La comunicazione di variazione è gratuita e va effettuata per via telematica. Nel caso in cui la comunicazione del proprio indirizzo di posta elettronica dovesse esser accompagnata anche dall'iscrizione di altri atti o fatti (per esempio nomina amministratori e trasferimento di sede legale) la domanda sarà soggetta all'imposta di bollo e ai diritti di segreteria dovuti per il corrispondente adempimento.
Impresa individuale e Pec. L'ufficio del registro delle imprese che riceve una domanda di iscrizione da parte di una impresa individuale che non ha iscritto il proprio indirizzo di posta elettronica certificata, in luogo dell'irrogazione della sanzione prevista dall'articolo 2630 del codice civile, sospende la domanda fino a integrazione della domanda con l'indirizzo di posta elettronica certificata e comunque per 45 giorni; trascorso tale periodo, la domanda si intende non presentata. Qualunque sia il tipo di atto o fatto di cui l'iscrizione è richiesta, di conseguenza, la stessa dovrà essere sospesa per il termine di legge fino a comunicazione dell'indirizzo di Pec. Ove quest'ultima non intervenga entro il termine della sospensione stessa (tre mesi per le società; 45 giorni per le impresse individuali) la domanda di iscrizione (dell'atto o fatto) dovrà essere respinta, considerandola come non presentata.
Una Pec per ogni impresa. Per ogni impresa (sia essa societaria o individuale) deve essere iscritto, nel registro delle imprese, un indirizzo di Pec alla stessa esclusivamente riconducibile. Qualora, l'ufficio del registro delle imprese rilevi, d'ufficio o su segnalazione di terzi, l'iscrizione di un indirizzo Pec, di cui sia titolare una determinata impresa, sulla posizione di un'altra o di più altre, dovrà avviare la procedura di cancellazione (art. 2191 c.c.), previa intimazione, all'impresa interessata (o alle imprese interessate), di sostituire l'indirizzo registrato con un indirizzo di Pec «proprio».
Questo è quanto si legge nella lettera circolare del 09.05.2014, prot. 77684 emanata dal Ministero dello sviluppo economico. I tecnici di prassi ricordano che le precedenti indicazioni operative fornite in passato, secondo cui era possibile, per le imprese, indicare l'indirizzo di Pec di un terzo ai fini dell'adempimento pubblicitario in parola, sono da ritenersi ormai superate.
Alle imprese nei cui confronti sia eventualmente adottato il provvedimento di cancellazione d'ufficio dell'indirizzo di Pec, dovrà essere applicata: nel caso di società, la specifica sanzione della sospensione della domanda per tre mesi, in attesa che sia integrata con l'indirizzo di Pec; e nel caso delle imprese individuali, la specifica sanzione della sospensione della domanda fino a integrazione della domanda con l'indirizzo di posta elettronica certificata e comunque per quarantacinque giorni. Trascorso tale periodo, la domanda si intende non presentata.
Doppio inadempimento per le imprese cancellate d'ufficio. Alle imprese nei cui confronti venga adottato il provvedimento di cancellazione d'ufficio si applica la procedura della sospensione e l'applicazione della sanzione pecuniaria. Infatti nella situazione configurata rilevano due distinti inadempimenti: il primo (la mancata comunicazione dell'indirizzo Pec), punito con la sospensione della domanda; il secondo (il non eseguito adempimento pubblicitario «principale») punito con la sanzione amministrativa pecuniaria prevista dagli articoli 2630 (nel caso di imprese diverse dalle individuali) e 2194 (nel caso delle imprese individuali) del codice civile. Poiché, nei casi oggetto di esame, la ritardata iscrizione di un atto o fatto relativo all'impresa è stata determinata dal comportamento del legale rappresentante (nel caso delle società) o del titolare (nel caso delle imprese individuali), o, per essere più precisi, a detti soggetti è da ascrivere l'incompletezza della domanda di iscrizione dell'atto «principale», che ne ha determinato il respingimento, agli stessi dovrà essere contestata la violazione delle disposizioni interessate e, se del caso, comminata la sanzione pecuniaria prevista dalla legge (articolo ItaliaOggi Sette del 21.07.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti verdi su doppia corsia. Deroghe per residui agricoli, sanzioni light per aree verdi. Il dl 91/2014 ridisegna i confini della combustione illecita di scarti da sfalci e potature.
Per i residui verso, l'autosmaltimento procede su una doppia corsia. La distruzione mediante combustione di sfalci e potature, infatti, fuori dal regime autorizzatorio dei rifiuti è, seppur con limitazioni presidiate da pesanti sanzioni delittuose, permessa alle sole imprese agricole. Per tutti gli altri soggetti, privati e aziende, il disfarsene secondo le stesse modalità integra invece la fattispecie di «combustione illecita di rifiuti» prevista dall'articolo 256-bis del dlgs 152/2006 (c.d. «Codice ambientale») sebbene in questo caso punita con sanzioni che vanno da quelle meramente amministrative a quelle esclusivamente contravvenzionali.
A ridisegnare ulteriormente i confini dell'illecito in questione, introdotto dal dl 136/2013 e poi modificato dalla legge 6/2014, è il dl 91/2014, pubblicato sulla G.U. 24.06.2014 n. 144, in vigore dal giorno successivo e attualmente in corso di conversione in legge.
Sfalci e potature come «rifiuti». Tutto il variegato impianto sanzionatorio che punisce la «combustione illecita di rifiuti» ruota intorno alla volontà del «disfarsi» (o dell'intenzione di disfarsi) dei materiali in parola, poiché è tale elemento soggettivo a inquadrarli come tali, riconducendoli di conseguenza sotto la severa disciplina dei beni a fine vita prevista dalla parte IV del dlgs 152/2006. Ove, infatti, l'intenzione del detentore sia quella di destinare i residui verdi ad altra finalità (come il recupero energetico o l'utilizzo quale compost), lo stesso «Codice ambientale» contempla (anche) percorsi diversi, nel rispetto dei quali detti materiali possono essere gestiti fuori dal regime dei rifiuti (e quindi dalle relative sanzioni).
Sotto il profilo sistematico (che si riflette sul sistema sanzionatorio), gli sfalci e le potature costituenti «rifiuti» sono classificati in base alla loro provenienza: rientrano tra gli «urbani» (ex articolo 184, comma 2, lettera e), dlgs 152/2006) quelli provenienti da aree verdi (quali giardini, parchi, aree cimiteriali); costituiscono invece rifiuti «speciali» (ex articolo 184, comma 3, lettera a), stesso decreto) i residui generati da attività agricole e agro-industriali condotte ai sensi dell'articolo 2135 del codice civile.
E loro «combustione illecita». Alla citata dicotomia classificatoria di sfalci e potature «rifiuti» consegue, come accennato, una diversa disciplina in relazione alla loro distruzione mediante abbruciamento in assenza di apposita autorizzazione pubblica. Ai sensi del nuovo dl 91/2014 (che sul punto ha introdotto un nuovo comma, il 6-bis, al citato articolo 256-bis del dlgs 152/2006) non costituisce infatti illecito la combustione «in loco» dei materiali agricoli e forestali derivanti da sfalci, potature e ripuliture (dunque dei citati «rifiuti speciali»), purché l'abbruciamento sia condotto in piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiori ai tre metri cubi per ettaro in aree, periodi e orari individuati dal sindaco competente per territorio e comunque al di fuori dei periodi di massimo rischio incendi dichiarati dalle Regioni.
La combustione degli stessi residui di origine agricola fuori da detti parametri potrà però integrare l'illecito previsto dal citato articolo 256-bis dlgs 152/2006, punito in questo caso (poiché relativo a «rifiuti speciali») con la pena (base) della reclusione da 1 a 5 anni (più le eventuali sanzioni amministrative ex dlgs 231/2001). Il discorso cambia per sfalci e potature provenienti da «aree verdi» e classificati, come accennato, tra i «rifiuti urbani». Di questi non è mai consentito l'autosmaltimento senza autorizzazione, ma le sanzioni (in caso, dunque, di «combustione illecita») sono diverse sia per natura che per misura.
L'abbruciamento illecito dei citati rifiuti vegetali «urbani» è infatti punito (per espressa previsione dell'articolo 256-bis, comma 6, stesso decreto) «solo» con le pene previste dall'articolo 255 del «Codice ambientale», così declinate: sanzione amministrativa pecuniaria (di base, fino a tremila euro) in caso di condotta posta in essere da soggetti privati; sanzione penale contravvenzionale (di base, coincidente con l'arresto fino a 1 anno o l'ammenda fino 26 mila euro) in caso di condotta riconducibile ad titolari di Enti o imprese.
Sfalci e potature fuori dal regime dei rifiuti. Come accennato, lo stesso «Codice ambientale» consente in alcuni casi la gestione degli stessi materiali, sin dalla loro produzione, fuori dal regime dei rifiuti qualora le finalità siano diverse dal volersi di loro «disfare». In relazione ai residui vegetali provenienti da attività agricole l'articolo 185, comma 1, lettera f) del dlgs 152/2006 esclude infatti dall'ambito di applicazione della disciplina dei rifiuti «paglia, sfalci e potature, nonché altro materiale agricolo o forestale naturale non pericoloso utilizzati in agricoltura, nella selvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa mediante processi o metodi che non danneggiano l'ambiente né mettono in pericolo la salute umana».
Questo, è bene precisarlo, ferma restando la necessità di rispettare le particolari regole sui sottoprodotti e sul recupero energetico. Pedissequa deroga (alle regole sul regime dei rifiuti) non trova invece (più) collocazione nello stesso «Codice ambientale» in relazione ai residui organici provenienti da aree verdi. La parallela norma introdotta nello stesso articolo dlgs 152/2006 dalla legge 129/2010, ai sensi della quale potevano essere gestiti come sottoprodotti i materiali vegetali provenienti da manutenzione del verde pubblico e privato, è infatti stata abrogata dal successivo dlgs 205/2010.
Per tali materiali l'unica forma di riutilizzo espressamente concessa al di fuori del regime dei rifiuti continua ad essere dunque quella dell'autocompostaggio effettuato «in loco» dalle utenze domestiche (ed assimilate), come previsto dall'articolo 183, comma 1, lettera e) del dlgs 152/2006. Deroga alla quale può affiancarsi, ma timidamente, quella dell'utilizzo di ramaglia in barbecue o caminetti come combustibile. Fattispecie, quest'ultima, non espressamente contemplata dalla legge (anzi, osteggiata da alcune amministrazioni locali) ma inquadrabile (a parere di autorevole dottrina) in una condotta non guidata dalla volontà di «disfarsi» dei residui organici in parola, quindi non riconducibile alla gestione di rifiuti (articolo ItaliaOggi Sette del 21.07.2014).

EDILIZIA PRIVATA: INTERVISTA AL MINISTRO FRANCESCHINI/ «Beni culturali, basta dirigenti a vita».
Dirigenti da ricollocare, musei da valorizzare, sovrintendenze in cui fare ricerca con le università, gare sui servizi aggiuntivi da affidare a Consip, una società pubblica per la gestione di bookshop e ristoranti dei luoghi d'arte. Per Dario Franceschini è tempo di consuntivi, con il Dl art-bonus prossimo al traguardo e la riorganizzazione del ministero.
Perché la valorizzazione del patrimonio non ha funzionato?
Perché finora c'è stato un dibattito molto ideologico per cui la tutela è stata scioccamente rappresentata in contrasto con la valorizzazione. La riforma del ministero intende, invece, fare in modo che sia un fattore trainante della crescita. Abbiamo accorpato le sovrintendenze storico-artistiche con quelle del paesaggio, abbiamo creato i poli museali regionali e concesso più autonomia ai singoli musei. Dunque, le sovrintendenze si concentreranno sulla tutela, rafforzando il legame con le università e il Cnr. Il modello è quello dei policlinici universitari, che alla facoltà di medicina affiancano le cliniche universitarie, dove si fa studio e ricerca anche sul campo.
Nel nostro caso, le facoltà di beni culturali faranno riferimento alle sovrintendenze come luoghi dove imparare sul campo. Allo stesso tempo, i musei punteranno di più sulla valorizzazione. Per questo è stata creata una direzione centrale dei musei, alla quale faranno riferimento i poli museali regionali e i singoli musei, a 20 dei quali è stata affidata maggiore autonomia. Questi ultimi potranno, grazie alla norma inserita nel Dl art-bonus, selezionare con procedure pubbliche anche un manager esterno all'amministrazione. Ma non penso a un manager che fino a un momento prima si sia occupato di tondini di ferro. Penso a storici dell'arte, architetti, archeologi, che abbiano anche un master di gestione museale o che abbiano diretto grandi musei mondiali.
L'accorpamento delle sovrintendenze storico-artistiche con quelle del paesaggio ha creato malumori.
Preoccupazione che non so da dove arrivi. Le sovrintendenze miste sono già state sperimentate. Non mi sono inventato nulla.
Avete tagliato 37 dirigenti: 6 di prima fascia e 31 di seconda. C'è chi resterà a spasso?
No, perché si trattava di posizioni vacanti o ricoperte a interim.
Le direzioni regionali sono state depotenziate.
Non avranno più alcuna competenza tecnico-scientifica, che resta ai sovrintendenti. Saranno rette da dirigenti di seconda fascia e non più di prima e avranno una funzione di interfaccia con la regione. Funzione che si esprimerà anche attraverso il comitato di coordinamento regionale, che si occuperà pure, secondo una novità contenuta nel decreto art-bonus, dei pareri dei sovrintendenti, il cui limite è sempre stato di non poter essere discutibili, se non impugnandoli davanti ai giudici. Ora si prevede che il parere possa essere, da parte per esempio del comune, portato davanti al comitato, che potrà riesaminarlo entro 10 giorni. Si tratta di un forte deterrente, che sbarra la strada a pareri campati per aria.
Non c'è il rischio di fare un favore a chi vuole costruire a ogni costo?
Il comitato è tutto interno, formato da cinque dirigenti del ministero.
Dove finiranno gli attuali sovrintendenti regionali, che sono dirigenti di prima fascia?
Ho studiato con attenzione la mappa del ministero: era senza senso, costruita negli anni in base a persone fisiche, pressioni territoriali, pressioni politiche. L'ho ridisegnata senza guardare nomi e cognomi. Secondo le regole attuali, ogni dirigente deve avere un incarico corrispondente alla propria fascia. Quelli che resteranno fuori si ricollocheranno e la mia linea sarà di adottare la massima rotazione. Come si fa nella aziende. Non va bene che uno stia vent'anni nello stesso posto.
Vedremo tra breve nuove gare per assegnare i servizi aggiuntivi dei musei?
Sono per la competizione pubblico-privato. In Francia c'è una società pubblica che gestisce i bookshop e che partecipa alle gare con le società private. È un bel sistema. Non mi rassegno al fatto che la parte più redditizia dei musei sia necessariamente affidata ai privati. Se, però, oggi voglio competere non dispongo nella pubblica amministrazione di una società in grado di gestire in modo moderno un bookshop.
Nella prima fase, dunque, si farà, insieme a Consip, una gara nazionale per selezionare le imprese e poi si procederà alle gare nei singoli musei, così da interrompere le deroghe all'infinito. In futuro, però, vorrei si possa formare una società pubblica in grado di competere con quelle private. È facile nei grandi musei guadagnare con la gestione del bookshop o del ristorante: mi piacerebbe ci fosse una competizione virtuosa pubblico-privato
(articolo Il Sole 24 Ore del 20.07.2014).

EDILIZIA PRIVATAContatori intelligenti e check up nelle imprese. In Gazzetta Ufficiale il decreto sull'efficienza energetica.
Contatori intelligenti obbligatori, per consentire agli utenti di monitorare i consumi. Grandi imprese obbligate a fare il check up dei consumi energetici ogni quattro anni.
Sono solo alcune delle numerose misure contenute nel decreto legislativo per il recepimento della direttiva europea 2012/27/Ue sull'efficienza energetica, che modifica le direttive 2009/125/Ce e 2010/30/Ue e abroga le direttive 2004/8/Ce e 2006/32/Ce, dlgs 102 del 04.072014, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 165 di ieri e in vigore già da oggi.
Obiettivo del decreto –spiega la nota ufficiale della presidenza del Consiglio dei ministri– è la riduzione della dipendenza dell'Unione dalle importazioni di energia, sfruttando lo strumento dell'efficientamento energetico e mettendo in atto azioni volte a dare stimolo all'economia nell'attuale fase di crisi ed a contrastare i cambiamenti climatici in atto (si prevede in particolare una riduzione del 20% del consumo di energia primaria dell'Unione entro il 2020). Queste le principali misure contenute nel provvedimento:
• elaborazione di programmi di interventi di medio-lungo termine per la riqualificazione energetica degli edifici sia pubblici che privati;
• interventi annuali di riqualificazione energetica sugli immobili della pubblica amministrazione, a partire dal 2014 fino al 2020;
• obbligo per le grandi imprese e per le imprese energivore di eseguire una diagnosi di efficienza energetica nei siti ubicati sul territorio nazionale, da ripetersi ogni quattro anni;
• obbligo per gli esercenti l'attività di misura di fornire agli utenti contatori individuali che misurino con precisione il loro consumo effettivo e forniscano informazioni sul tempo effettivo d'uso (i contatori intelligenti);
• elaborazione di un rapporto che miri a individuare le soluzioni più efficienti per soddisfare le esigenze di riscaldamento e raffreddamento;
• superamento della struttura della tariffa elettrica progressiva rispetto ai consumi e adeguamento delle componenti ai costi dell'effettivo servizio;
• programma triennale di formazione ed informazione volto a promuovere l'uso efficiente dell'energia (contenente misure di sensibilizzazione delle pmi all'esecuzione di diagnosi energetiche e all'utilizzo di strumenti incentivanti finalizzati all'installazione di tecnologie efficienti, misure di stimolo di comportamenti che contribuiscano a ridurre i consumi energetici dei dipendenti della pubblica amministrazione, misure di sensibilizzazione dell'uso efficiente dell'energia domestica);
• promozione dei contratti di prestazione energetica, e introduzione di misure di semplificazione volte a promuovere l'efficienza energetica;
• istituzione di un Fondo nazionale per l'efficienza energetica per la concessione di garanzie o l'erogazione di finanziamenti, a favore di interventi coerenti con il raggiungimento degli obiettivi nazionali di efficienza energetica.
Soddisfazione è stata espressa da Assotermica, secondo la quale il decreto contiene un'importante novità in materia di evacuazione dei fumi di scarico degli impianti termici e aumenta significativamente i casi in cui è possibile scaricare a parete (da 4 a 6), rivedendo le tipologie e le caratteristiche dei generatori che possono beneficiare di tale semplificazione (articolo Italia Oggi 19.07.2014).

APPALTI - INCENTIVO PROGETTAZIONEBandi dei Comuni ancora fermi. Serve una legge per i codici gara. Appalti. Dal Dl Pa cancellati i premi per la progettazione.
Scompaiono di nuovo i «premi Merloni», cioè gli incentivi, fino al 2% del valore dell'opera, destinati ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche impegnati in attività di progettazione.
Lo stop è arrivato da uno dei pochi emendamenti al decreto sulla Pubblica amministrazione approvati dalla commissione affari costituzionali della Camera.
La modifica, firmata da Elena Centemero (Forza Italia), cancella del tutto il meccanismo degli incentivi, e torna quindi alle prime bozze del decreto Pa: un'ipotesi iniziale abbandonata dal Governo, che nel testo definitivo aveva cancellato i premi solo per i dirigenti (in nome della «onnicomprensività» della loro retribuzione), lasciandoli agli altri dipendenti.
Il "compromesso" scritto nel testo originario del decreto non era di facile attuazione, perché avrebbe imposto di riscrivere le regole di distribuzione per adeguarle alla nuova e più ristretta platea. L'abrogazione tout court, che certo non farà piacere alle migliaia di dipendenti pubblici interessati, può essere considerata una buona notizia per ingegneri e architetti, che trovano per questa via nuove occasioni di lavoro. Il M5S, però, fa notare un altro effetto collaterale, legato al fatto che l'affidamento generalizzato all'esterno rischia di generare costi insostenibili per le amministrazioni in tempi di spending review e quindi di sfociare in una «paralisi dei progetti».
Sugli appalti, e più in generale sugli acquisti della Pubblica amministrazione, già grava peraltro il blocco prodotto dagli obblighi sugli acquisti centralizzati imposti a tutti i Comuni non capoluogo dal decreto Irpef. In Conferenza Stato-Città un accordo fra Governo e Comuni ha sancito il rinvio delle nuove regole al 2015 (1° gennaio per beni e servizi, 1° luglio per i lavori), ma la situazione non si è risolta.
In una lettera inviata a Palazzo Chigi e al Viminale, infatti, il presidente dell'Autorità anticorruzione Raffaele Cantone fa sapere di «aver appreso» dell'accordo in Conferenza, non spiega che l'Anac «non può esimersi dall'applicazione della disposizione vigente». I codici identificativi di gara (Cig), indispensabili per riavviare la macchina, ricominceranno a essere rilasciati solo dopo «un opportuno intervento normativo», che a questo punto «appare urgente». L'intesa, in effetti, anticipa un emendamento che dovrebbe essere presentato al decreto «competitività» (Dl 91/2014), che però ha appena iniziato il proprio iter parlamentare. L'approvazione è prevista per agosto, quindi prima di settembre sarà difficile veder ripartire gli acquisti.
Con un altro correttivo, la commissione Affari costituzionali ha escluso gli assessori dal divieto generale di affidare incarichi retribuiti ai pensionati
 (articolo Il Sole 24 Ore del 19.07.2014).

LAVORI PUBBLICIAl via la trasmissione all'Anac delle varianti approvate dopo il 25/6.
Al via l'obbligo di trasmettere all' Autorità nazionale anticorruzione (Anac) le varianti approvate dalle stazioni appaltanti dopo il 25 giugno; a breve però il parlamento, nella conversione del decreto-legge 90/2014, modificherà i contenuti dell'obbligo approvando modifiche, peraltro richieste dalla stessa Anac, che alleggeriranno gli adempimenti delle stazioni appaltanti.
È questa la situazione, in evoluzione, relativa all'applicazione dell'articolo 37 del decreto-legge 90/2014 in corso di esame presso la camera. Le stazioni appaltanti si troveranno quindi in una situazione di scarsa certezza giuridica, dovendo adesso partire con alcune indicazioni prontamente fornite dall'Anac ma relative a una norma assolutamente in progress.
Intanto è di mercoledì (16.07.2014) il comunicato del presidente dell'Authority, Raffaele Cantone, che ha chiarito alle stazioni appaltanti il contenuto dell'obbligo di trasmettere all'Anac alcune tipologie varianti in corso d'opera (escluse quelle per errore o omissione della progettazione e per esigenze derivanti da sopravvenute norme di legge) previsto dalla disposizione del decreto 90.
Il comunicato precisa che dovranno essere trasmesse all'Autorità anticorruzione le varianti approvate dopo il 25 giugno 2014, data di entrata in vigore del decreto-legge 90/2014. Sono tre le tipologie di varianti: quelle determinate da cause impreviste o imprevedibili, quelle derivanti da «sorprese geologiche» idriche e simili, non previste, che rendono notevolmente più onerosa la prestazione dell'appaltatore, e infine quelle determinate da eventi imprevisti o imprevedibili in fase di progettazione.
In questi casi il responsabile del procedimento, dovrà trasmettere con posta elettronica certificata, o con e-mail ordinaria, entro 30 giorni dall'approvazione, oltre al Cig (Codice identificativo gara) relativo al contratto oggetto di esecuzione tre documenti: una relazione illustrativa, l'atto di validazione e il provvedimento definitivo di approvazione della variante.
Non sarà invece necessario inviare il progetto esecutivo nella sua interezza, pur dovendo essere a disposizione in caso di richieste di approfondimenti da parte dell'Anac, ma le stazioni appaltanti devono essere disponibili a fornirlo qualora gli uffici dell'autorità lo dovessero richiedere (articolo ItaliaOggi del 18.07.2014).

ENTI LOCALIL'ammutinamento dei mini-enti. Ignorata la scadenza del 30/6 per le gestioni associate. Le prefetture stanno scrivendo ai comuni per richiamarli al rispetto dell'obbligo.
Piccoli comuni al rallentatore sulle gestioni associate. La scadenza del 30 giugno è stata perlopiù ignorata dalle amministrazioni interessate, che ora sono concentrate su quella di fine anno, entro la quale l'intero «core business» dei mini enti dovrà passare a livello di unione o convenzione.
Dal prossimo 1° gennaio, inoltre, dovranno essere attivate, per tutti i comuni non capoluogo, le centrali uniche di acquisto di beni e servizi, mentre per i lavori la recente intesa fra stato e autonomie concede tempo fino al 30.06.2015.

L'obbligo di gestire a livello sovraccomunale le funzioni fondamentali è stato previsto dall'art. 14 del dl 78/2010 ed interessa tutti i comuni inferiori a 5.000 abitanti, soglia che scende a 3.000 per quelli appartenenti o appartenuta a comunità montane.
Le funzioni da associare sono quelle identificate come fondamentali dalla legge statale: al momento, il relativo elenco è dettato dall'art. 14, comma 27, del dl 78 (come sostituito dall'art. 19, comma 1, del dl 95/2012), che ne enumera 10. Di queste solo una (anagrafe, stato civile e servizi elettorali) può continuare ad essere gestita singolarmente, mentre le altre vanno obbligatoriamente conferite ad una unione di comuni ovvero esercitate tramite una convenzione.
Il percorso attuativo è stato oggetto di continue proroghe: al momento, delle 9 funzioni obbligatorie, 3 sono state associate entro il 31.12.2012, altre 3 avrebbero dovuto esserlo entro il 30 giugno, mentre per le restanti 3 la scadenza è fissata al 31.12.2014.
I nodi, però, stanno venendo al pettine solo ora, dato che funzioni già devolute a livello sovraccomunale o erano già gestite in forma associata (ad esempio, servizi sociali) o sono piuttosto «leggere» (ad esempio, protezione civile o catasto). Il vero core business include le funzioni «pesanti» (come, ad esempio, amministrazione, gestione finanziaria e contabile e controllo, servizi pubblici locali, pianificazione urbanistica ecc.) ed è ancora tutto da trasferire. Così come le procedure di acquisto, che tutti i comuni non capoluogo (anche se con più di 5.000 abitanti) devono centralizzare.
Non a caso, il termine del 30 giugno è stato perlopiù ignorato, anche se non è arrivata la proroga che invece è stata prevista (anche se non ancora disposta) sulle centrali uniche.
L'inadempimento, però, non sempre è passato sotto silenzio. Alcune prefetture, infatti, hanno scritto ai sindaci per ricordare la scadenza e chiedere notizie sullo stato dell'arte, ricordando che il mancato adempimento è sanzionato con il possibile esercizio del potere sostitutivo del governo attraverso il commissariamento degli enti inadempienti.
La sensazione, però, è che la maggior parte delle amministrazioni interessate arrivi impreparata alla scadenza, complice anche la recente tornata elettorale, che ha interessato circa 4.000 comuni, molti dei quali soggetti agli obblighi.
Inoltre, occorre ancora assimilare le numerose novità introdotte in materia dalla recente l 56/2014. Essa, fra l'altro, ha modificato la soglia demografica minima che le forme associative devono raggiungere, che rimane fissata in 10.000 abitanti, ma che ora vale anche per le convenzioni, oltre che per le unioni. Fanno eccezione le unioni già costituite, alle quali tale limite non si applica. Per i comuni montani, la soglia è 3.000 abitanti, ma le eventuali unioni devono essere formate da almeno tre comuni.
Restano salvi, tuttavia, il diverso limite demografico ed eventuali deroghe in ragione di particolari condizioni territoriali, individuati dalla regione. Ciò, si ritiene (contrariamente a quanto sostenuto da alcune regioni) anche rispetto alle leggi regionali anteriori alla legge Delrio (articolo ItaliaOggi del 18.07.2014).

APPALTI: Centrale unica, un'opportunità. La proroga è un toccasana, ma la misura è ineludibile. L'ampliamento della platea di enti a pochi giorni dall'entrata in vigore giustifica il rinvio.
Negli scorsi mesi, sulle pagine di questo giornale, abbiamo affrontato il tema della Centrale unica di committenza, rilevando il rischio della mancata approvazione della proroga all'entrata in vigore della struttura prevista dall'art. 33, comma 3-bis, del dlgs n. 163/2006 contenuta nel decreto milleproroghe (dl n. 150/2013) e delle conseguenze che la stessa avrebbe avuto sugli enti locali i quali avrebbero dovuto provvedere immediatamente alla costituzione della Centrale unica al fine di ottemperare agli obblighi di legge.
Oggi questo rischio è stato scongiurato, ma gli enti locali si trovano nelle medesime difficoltà.
Invero, l'art. 9, comma 4, del decreto legge 24.04.2014, n. 66 convertito con modificazioni dalla legge 23.06.2014, n. 89 ha novellato quanto disposto in origine dall'art. 33, comma 3-bis, estendendo l'obbligo di costituire la Centrale unica di committenza non solo ai comuni con popolazione inferiore a 5 mila abitanti, ma a tutti i comuni con eccezione dei capoluoghi di provincia.
Pertanto, a partire dallo scorso primo luglio i comuni non capoluogo di provincia procedono all'acquisizione di lavori, beni e servizi nell'ambito delle unioni dei comuni di cui all'articolo 32 del decreto legislativo 15.08.2000, n. 267, ove esistenti, ovvero costituendo un apposito accordo consortile tra i comuni medesimi e avvalendosi dei competenti uffici, ovvero ricorrendo ad un soggetto aggregatore o alle province, ai sensi della legge 07.04.2014, n. 56. In alternativa, gli stessi comuni possono effettuare i propri acquisti attraverso gli strumenti elettronici di acquisto gestiti da Consip spa o da altro soggetto aggregatore di riferimento.
Orbene, dall'analisi del disposto normativo, oltre all'estensione dell'ambito di applicazione della Centrale unica di committenza, emerge chiaramente tutte le tipologie di affidamento pubblico devono essere gestite dalla nuova struttura, ivi comprese gli affidamenti sotto soglia disciplinati dall'art. 125 del Codice degli appalti. L'unica eccezione è costituita dalla possibilità per gli enti locali di ricorrere agli strumenti del mercato elettronico gestiti da Consip spa (MePa) ovvero da un altro soggetto aggregatore come, a mero titolo d'esempio, le Centrali di committenza gestite dalle singole regioni.
Tale situazione ha di fatto determinato un temporaneo blocco dell'attività delle pubbliche amministrazioni locali che, a partire dall'entrata in vigore della norma, si sono viste negare dall'Avcp, confluita oggi nell'Anac, la concessione del Codice identificativo gara a meno che questo non sia stato richiesto per una procedura esperita attraverso una centrale unica di committenza ovvero mediante le altre possibilità offerte dal nuovo testo del comma 3-bis.
La ratio dell'istituzione della Centrale unica risiede nella volontà del legislatore di fare sistema fra i diversi enti locali al fine veder realizzare lavori pubblici e di ottenere servizi e forniture a un prezzo maggiormente competitivo e con una migliore qualità.
Tuttavia, la scrittura quasi integrale della norma quasi in concomitanza con l'entrata in vigore definitiva dell'istituto in commento ha determinato un blocco degli appalti, atteso che amministrazioni locali si sono trovate impreparate a far fronte ai nuovi obblighi di legge e in particolare quegli enti locali che non erano destinatari della Centrale unica di committenza nella stesura originaria della norma.
A tal proposito, la Conferenza stato-città e autonomie locali presso la presidenza del consiglio dei ministri, chiamata ad affrontare il tema su sollecitazioni dell'Anci e degli enti locali, ha deliberato nell'ambito della seduta tenutasi il 10 luglio scorso di differire l'entrata in vigore della Centrale unica di committenza, così come novellata dal testo dell'art. 9, comma 4, del dl n. 66/2014, al 01.01.2015 mediante la proposizione di un emendamento al dl n. 90/2014 in corso di conversione. Unitamente a ciò, nella medesima deliberazione si è concordato che l'Anac (Avcp) riprenda a concedere il Cig agli enti locali secondo la normativa previgente.
Orbene, le centrali uniche di committenza rappresentano un ineludibile approdo per gli enti locali le cui finalità è opportuno che vengano perseguite consentendo alle pubbliche amministrazioni locali di dotarsi degli assetti organizzativi adeguati tali da permettere di perseguire con sempre maggior efficacia e qualità l'interesse pubblico generale sotteso all'azione amministrativa (articolo ItaliaOggi del 18.07.2014).

ENTI LOCALINiente terzo mandato ai revisori locali. Il dl 66 pone fine a un contrasto giurisprudenziale.
Nel silenzio della conversione in legge del dl n.66/2014, il nostro legislatore introduce ex novo il comma 1-bis dell'art. 19, che modifica l'art. 235 del Tuel, sancendo in maniera inequivocabile che i revisori degli enti locali non possono svolgere l'incarico per più di due volte nello stesso ente locale. In sostanza: è vietato il terzo mandato. Oltre a questo, si introduce il comma 6-bis all'art. 241, che fissa un tetto alle spese di viaggio, vitto e alloggio del collegio pari al 50% del compenso al netto degli oneri fiscali e contributivi.
Il divieto al terzo mandato è nella sostanza una precisazione. Già la precedente norma non lo prevedeva in maniera esplicita, stando al tenore letterale della vecchia formulazione dell'art. 235, che affermava che i componenti del collegio dei revisori erano rieleggibili una sola volta. In un primo tempo vi era stata una chiusura netta alla rieleggibilità dei revisori degli enti locali con diverse pronunce dei giudici amministrativi, come evidenziato anche dal parere del Cndcec del 15.07.2009.
Nella stesso anno il Consiglio di stato con l'ordinanza n. 5324 cambia orientamento e afferma che la corretta interpretazione dell'art. 235, c.1, porta ad escludere una terza rielezione solo qualora questa sia consecutiva, poiché altrimenti la disposizione sarebbe un irrazionale ed ingiustificato divieto di elezione a vita per chi ha ricoperto l'incarico in un ente per due trienni nell'arco della propria attività professionale.
A dispetto dell'interpretazione del Consiglio di stato e delle proposte di modifica avanzate in tal senso, arriva con la conversione del decreto il verdetto definitivo. C'è da chiedersi che senso abbia questo divieto che avrebbe consentito, sempre in caso di sorteggio, di sfruttare le competenze professionali accumulate per un controllo più efficace.
Ma sembra che il legislatore voglia escludere dai potenziali sorteggiati i revisori con competenze acquisite, ampliando la platea dei potenziali fortunati. Ma è possibile basare l'efficacia dei controlli solo sulla fortuna del sorteggio? E d'altro canto, quale serio professionista investirebbe in conoscenza ed esperienze avendo come unico parametro di riconoscimento la fortuna, peraltro ridotta.
Il tetto alle spese di viaggio, vitto e alloggio sembra poi ridimensionare l'ambito regionale della nomina dei revisori, riprovincializzandolo nuovamente. Se questo è il punto a cui siamo arrivati, forse era meglio lasciare tutto com'era (articolo ItaliaOggi del 18.07.2014).

EDILIZIA PRIVATAValvole per il calore, anche in Lombardia sanzioni dal 2017. Efficienza energetica. Il chiarimento.
Mano a mano che si avvicina il termine fissato da alcune regioni (in primis, Piemonte e Lombardia) per l'adempimento degli obblighi di installare negli immobili situati all'interno di edifici condominiali le valvole termostatiche e i sistemi di regolamentazione e contabilizzazione del calore, aumentano le perplessità ed i dubbi sulla validità dei termini regionali, in quanto in contrasto con i differenti, e ben più tranquillizzanti, termini fissati per gli stessi incombenti dalla legislazione statale.
Nel recepire la direttiva sull'efficienza energetica, Piemonte e Lombardia avevano legiferato prima di tutti, fissando rispettivamente al 1° settembre e 01.08.2014 il termine per l'adeguamento degli impianti condominiali; il legislatore nazionale è intervenuto di recente fissando il termine ultimativo per dotare gli impianti condominiali di termoregolazione a inizio 2017.
Ci si chiede, pertanto, se il termine regionale debba prevalere su quello statale, e se quindi i piemontesi o lombardi che non si adeguino entro il 1° settembre o il 01.08.2014 siano passibili di sanzioni.
Proprio per fugare questi dubbi, il consigliere regionale lombardo Antonio Saggese ha rivolto un'interrogazione all'assessorato Ambiente.
La direzione generale dell'Assessorato ha ora precisato sottolineando che «l'articolo 9 della legge regionale 5/2013, pur non prorogando le scadenze previste per l'installazione dei dispositivi per la termoregolazione e la contabilizzazione del calore, ha disposto che le relative sanzioni non potranno essere applicate sino al 31.12.2016».
Pertanto eventuali inadempimenti potranno esser fatti rilevare dall'ente di controllo come elemento di non conformità dell'impianto termico, ma non potranno dare luogo a sanzioni. Queste ultime potranno essere applicate dal 01.01.2017 ma solo per inadempimenti riscontrati a decorrere dalla stessa data.
In sostanza, in Lombardia rimane l'obbligo di installare i sistemi di contabilizzazione del calore entro il 1° agosto, senza tuttavia che gli eventuali trasgressori possano essere passibili di alcuna sanzione.
Per quanto riguarda il Piemonte, l'Uppi Torino si è rivolta al presidente della Regione chiedendo che l'obbligo di dotarsi di sistemi che consentano la contabilizzazione del servizio calore venga rinviato visto la difficile congiuntura economica.
L'Uppi, in particolare, fa presente che le spese relative alla trasformazione degli impianti sarebbero in buona sostanza tutte a carico dei condomini "virtuosi" e in regola con il pagamento delle spese condominiali, che dovrebbero per non contravvenire alla legge ed evitare le sanzioni che diversamente graverebbero sul condominio, farsi carico anche delle quote non onorate dai (sempre più frequenti) condomini morosi.
      (articolo Il Sole 24 Ore del 18.07.2014).

ENTI LOCALIProvince kaputt ma in funzione. La legislazione strabica finisce per dar torto a se stessa. Da una parte lo Stato le ha abolite ma dall'altra ingiunge loro di assicurare i servizi.
Le province nel periodo transitorio dell'attuazione della legge Delrio debbono continuare ad assicurare i loro servizi. Parola del ministro per gli affari regionali, Maria Carmela Lanzetta, che lo ha ricordato in una, per certi versi sconcertante, nota rivolta ai presidenti delle giunte provinciali dello scorso 26 giugno, n. 98/gab.
La nota, a prima vista, non aggiunge nulla a quanto già prevede l'articolo 1, comma 89, della legge 56/2014, laddove si stabilisce «[_] le funzioni che nell'ambito del processo di riordino sono attribuite dalle province ad altri enti territoriali continuano ad essere da esse esercitate fino alla data dell'effettivo avvio di esercizio da parte dell'ente subentrante».
Tuttavia, la nota del Ministro Lanzetta afferma che la previsione normativa citata «è di massima importanza con riferimento all'esercizio di molte funzioni svolte a livello provinciale o alle quali le province, o talune di esse, concorrono».
Improvvisamente, dunque, a processo di revisione delle province largamente avviato, il governo, per voce del ministro per gli affari regionali, «scopre» che le province stesse gestiscono «servizi a favore dei cittadini» e che tali funzioni sono «molte» e, su tutte, «quelle correlate alla sicurezza della popolazione» (ad esempio in materia di prevenzione e gestione del rischio idro-geologico e del rischio sismico). La nota conclude auspicando «la piena operatività della struttura e la continuità dei servizi».
Peccato, però, che il Governo, a proposito di province, non brilli per coerenza. Infatti, mentre il ministro per gli affari regionali auspica la continuità dei servizi, c'è nella legge Delrio una previsione che inchioda proprio l'attività ordinaria di tutti i servizi: il richiamo, cioè, dell'articolo 163, comma 2, del d.lgs 267/2000 che impone alle province la gestione provvisoria, come se non avessero approvato il bilancio, fino al subentro dei nuovi presidenti e consigli.
Da un lato, dunque, la legge Delrio blocca totalmente ogni attività con la gestione provvisoria, mentre il «decreto Irpef», il d.l. 66/2014 convertito in legge 89/2014, chiede alle province un taglio di spesa corrente per contratti quasi 8 volte superiore a quello richiesto ai comuni; dall'altro, una nota del ministro per gli affari regionali auspica la normale gestione delle molte attività delle province, come se nulla fosse o come se le disposizioni normative vigenti fossero un semplice corredo.
È il segnale ulteriore del modo caotico col quale la riforma è stata pensata, adottata ed, ora, gestita. Infatti, è scaduto da oltre una settimana il termine per il Dpcm che dovrebbe indicare appunto quali funzioni (tra le «molte» «a favore dei cittadini») espletano le province dovrebbero essere attribuite ai comuni da parte dello Stato. Il decreto dovrebbe vedere la luce entro la fine di luglio, ma sembra evidente che sulla materia si navighi a vista (articolo ItaliaOggi del 17.07.2014 - articolo tratto da www.centrostudicni.it).

LAVORI PUBBLICIGare d'appalto a misura di piccola impresa. Lavori. Le tre proposte di Unindustria.
Tre proposte, per aumentare la partecipazione delle piccole imprese agli appalti pubblici. «Tra i grandi Paesi europei l'Italia è quello che ha una maggiore differenza tra la quota delle piccole imprese nell'economia e la loro percentuale di successo negli appalti pubblici», ha detto Angelo Camilli, presidente della Piccola industria di Unindustria (le imprese laziali) nel corso dell'assemblea annuale.
La crisi economica ha fatto sentire il suo peso: nel 2007 c'erano 55mila Pmi in grado di partecipare al mondo degli appalti, ha detto Alberto Baban, presidente della Piccola industria di Confindustria. Nel 2013 questo numero è sceso a 45mila e il rischio è che possano restare nel circolo virtuoso, con le regole di Basilea 3, solo poco più di mille aziende.
È necessario agire, ha detto Baban, che ha recepito le proposte di Camilli: e cioè dividere gli appalti di dimensione più rilevante in lotti più piccoli, (la Regione Lazio potrebbe attivarsi, in attesa di normative nazionali); una seconda misura riguarda la possibilità di riservare determinati contratti pubblici alle Pmi, seguendo l'esempio statunitense e andrebbe estesa a tutte le Pmi europee per evitare rischi di discriminazione degli altri stati membri.
Infine si potrebbe prevedere un obbligo per le grandi imprese, in caso di appalti consistenti, di avvalersi per una parte del contratto a una o più Pmi. Riattivare la domanda interna è fondamentale per reagire alla situazione economica, «l'acquisizione di beni e servizi da parte della Pa è un tema fondamentale. Siamo convinti che la domanda pubblica possa determinare effetti positivi per la crescita dell'economia», ha continuato Camilli.
Fermo restando che l'obiettivo per le Pmi sia quello di crescere, come ha sottolineato il presidente di Unindustria, Maurizio Stirpe. «Oggi non si può fare a meno di una crescita dimensionale che si può realizzare in modo personale oppure con alleanze di tipo orizzontale, come i consorzi, o verticali, come le filiere lunghe». In questi anni, ha evidenziato Stirpe, c'è stata una riduzione della committenza pubblica nel Lazio.
Il presidente della Regione, Nicola Zingaretti, ha annunciato, nel suo videomessaggio, un rilancio: venerdì, con la nuova programmazione, saranno annunciati 600 milioni in più e si arriverà ad una cifra di 2 miliardi 600 milioni. Ha anche annunciato che sui tempi dei pagamenti il Lazio nel 2015 si avvicinerà agli standard europei. C'è stato un recupero anche sull'utilizzo dei fondi Ue: da ultimo, nel dicembre 2013 il Lazio si è posizionato tra le prime tre Regioni
(articolo Il Sole 24 Ore del 17.07.2014).

LAVORI PUBBLICI: Appalti, all'Anac le varianti approvate dal 25 giugno. Anticorruzione. Le istruzioni sulle verifiche dei lavori.
Le stazioni appaltanti devono comunicare all'Autorità nazionale anticorruzione l'adozione di tutte le varianti in corso d'opera approvate dal 25 giugno in poi, trasmettendo un'ampia serie di documenti.
Con il comunicato del presidente 16.07.2014, l'autorità anticorruzione fornisce le indicazioni per la corretta applicazione delle verifiche introdotte dall'articolo 37 del Dl 90/2014.
La disposizione stabilisce che entro 30 giorni dall'approvazione delle varianti, l'amministrazione trasmette il progetto esecutivo, l'atto di validazione e una relazione del responsabile del procedimento.
Il comunicato del presidente dell'Anac specifica gli atti che devono essere forniti all'Autorità, individuandoli nella relazione del responsabile del procedimento, nel quadro comparativo di variante, nell'atto di validazione e nel provvedimento definitivo di approvazione: non è quindi compreso nel set documentale l'intero progetto esecutivo, ma le stazioni appaltanti devono essere disponibili a fornirlo qualora gli uffici dell'autorità lo richiedano.
Nei vari documenti da trasmettere deve essere indicato, qualora non già presente, il codice identificativo gara (Cig).
La disposizione richiede l'invio delle varianti determinate da cause impreviste e imprevedibili, da eventi inerenti alla natura e alla specificità dei beni sui quali si interviene verificatisi in corso d'opera, da rinvenimenti imprevisti o non prevedibili nella fase progettuale, nonché quelle causate da difficoltà di esecuzione derivanti da cause geologiche, idriche e simili, non previste, che rendano notevolmente più onerosa la prestazione dell'appaltatore (fattispecie regolata dall'articolo 1664, comma 2, del Codice civile).
Non devono pertanto essere inviate le varianti derivanti da nuove disposizioni legislative o causate da errori progettuali.
L'obbligo previsto dall'articolo 37 riguarda peraltro solo le varianti per lavori pubblici, non comprendendo quelle per appalti di beni e servizi, disciplinate dagli articoli 310 e 311 del Dpr 207/2010.
La stessa Anac, nel documento di osservazioni inoltrato al Governo sulle disposizioni del Dl 90/2014, ha sollecitato una modifica normativa che circoscriva sotto il profilo dimensionale il novero delle varianti sottoposte alla sua analisi: in base alla disposizione, infatti, ogni variante rientrante nelle tipologie previste deve essere trasmessa, anche se di importo modesto, mentre l'autorità ha suggerito di inserire nella norma una soglia di riferimento (pari a 5 milioni di euro).
La comunicazione e l'invio della documentazione riguarda le varianti approvate a far data dal 25 giugno (data di entrata in vigore del Dl 90/2014).
L'inoltro degli atti dovrà essere effettuato entro trenta giorni dall'approvazione, preferibilmente mediante posta elettronica certificata e, se non possibile, mediante posta ordinaria, specificando comunque nell'oggetto l'invio i riferimenti della norma e il Cig dell'appalto
(articolo Il Sole 24 Ore del 17.07.2014 - articolo tratto da www.centrostudicni.it).

CONSIGLIERI COMUNALIIl pensionato non fa l'assessore. Divieto alle p.a. di conferire cariche in organi di governo. Per limitare gli incarichi dirigenziali il dl 90 crea un pasticcio che la camera dovrà risolvere.
Fuori i pensionati dalle giunte. Va bene l'esigenza di svecchiare la politica e di ringiovanire i ruoli della p.a., ma questa volta sembra proprio che il governo Renzi abbia esagerato nell'opera di rottamazione, arrivando a vietare ai pensionati, non solo pubblici ma anche privati, di ricoprire l'incarico di assessore nei comuni.

È questo l'effetto di una norma, inserita nella riforma della pubblica amministrazione (dl 90/2014) e passata piuttosto inosservata.
Non però agli addetti ai lavori, già in fibrillazione per i possibili impatti sugli organi di governo locale. Per il momento infatti il divieto è pienamente in vigore, anche se in parlamento fioccano le proposte di modifica che invitano il governo a un rapido dietrofront.
Nella lodevole intenzione di limitare il conferimento di incarichi dirigenziali a chi è andato in pensione, il dl 90 ha modificato il decreto spending review di Mario Monti (dl 95/2012) stabilendo che è fatto divieto alle p.a. centrali e locali non solo di «attribuire incarichi di studio o consulenza a lavoratori privati o pubblici in quiescenza», ma anche di «conferire ai medesimi soggetti incarichi dirigenziali o direttivi o cariche in organi di governo delle amministrazioni».
A far discutere è proprio quest'ultimo inciso che, seppur probabilmente pensato per svecchiare i cda delle aziende pubbliche, nella sua attuale formulazione chiude le porte delle giunte ai pensionati. A meno che gli incarichi non vengano assunti a titolo gratuito.
L'art. 5, comma 9, del dl 95/2012 (così come modificato dall'art. 6 del dl 90/2014) esclude dall'applicazione del divieto gli incarichi e le cariche presso «organi costituzionali», ma in questa definizione non possono trovare posto i comuni che, pur essendo previsti in Costituzione (art. 114), non assurgono al ruolo di organi costituzionali.
Dubbi di incompatibilità potrebbero anche sorgere con riguardo ai consiglieri comunali, titolari anch'essi di cariche di governo, anche se si fa notare che costoro sono tali per investitura popolare e non per nomina.
Ecco perché nel corposo fascicolo di emendamenti (1850 in tutto) alla riforma p.a., depositati in commissione affari costituzionali alla camera, hanno fatto capolino molte proposte di modifica all'art. 6, volte o a cancellare del tutto il divieto o a limitarlo esclusivamente al conferimento di incarichi di studio o consulenza. Come annunciato dal presidente della commissione, Francesco Paolo Sisto (Forza Italia), il voto sulle proposte di modifica giudicate ammissibili inizierà oggi pomeriggio e in quest'ottica i deputati del Pd in prima commissione si vedranno per sciogliere gli ultimi nodi riguardanti, in particolare, la soppressione delle sedi distaccate dei Tribunali amministrativi regionali, la riduzione degli oneri per le imprese delle Camere di commercio, la mobilità obbligatoria, l'accesso alla pensione per gli esodati della scuola (la cosiddetta «Quota 96») e la razionalizzazione delle sedi delle Autorità indipendenti.
Il governo per il momento sta alla finestra. «Siamo disponibili a miglioramenti», ha spiegato il ministro Marianna Madia, «ma vediamo prima il dibattito in Commissione e le prime votazioni». Le proposte dell'esecutivo potrebbero essere presentate anche a firma del relatore, Emanuele Fiano e dovrebbero recepire alcune delle richieste contenute negli emendamenti parlamentari. Se così fosse, il Pd potrebbe ritirare i suoi emendamenti (circa 500) per lasciare spazio alle modifiche dell'esecutivo. Ma sarà la riunione dei deputati democratici a decidere sul punto (articolo ItaliaOggi del 16.07.2014).

APPALTIAcquisti centralizzati, tutti vogliono la proroga. Recepita l'intesa del 10 luglio in Conferenza Stato-città.
Rinvio a fine 2014 dell'entrata in vigore dell'obbligo per i comuni non capoluogo di provincia di ricorrere a centrali di committenza per l'affidamento di contratti pubblici e dell'obbligo di «performance bond» per gli appalti integrati oltre i 100 milioni; posticipo dell'Avcpass a inizio o a metà 2015. Trasmissione delle varianti in corso d'opera all'Anac ma soltanto per appalti sopra soglia e di importo superiore al 10% del contratto.

Sono queste alcune delle proposte bipartisan contenute negli emendamenti presentati dai diversi gruppi parlamentari, in commissione affari costituzionali, al decreto-legge 90/2014.
La materia più delicata sulla quale anche il governo nei giorni scorsi ha anticipato un intervento riguarda la proroga di alcune disposizioni entrate in vigore il primo luglio, in primis l'obbligo per tutti i comuni non capoluogo di provincia di acquisire lavori, beni e servizi attraverso le centrali di committenza, la Consip, gli accordi consortili, o le unioni di comuni (previsto dall'articolo 9 della legge 89 che in un comma sostituisce integralmente il comma 3-bis dell'articolo 33 del codice dei contratti pubblici).
In queste prime due settimane l'applicazione della norma ha determinato una vero e proprio blocco delle gare perché i comuni sono molto in ritardo nell'organizzarsi e anche le centrali di committenza regionali spesso non risultano costituite e operative. Il problema è così rilevante che con una intesa siglata il 10 luglio la Conferenza stato-città-enti locali è stata richiesta una proroga da apportare in conversione del decreto 90/2014 e, nel frattempo, ha chiesto all'Anac di concedere ai comuni il Cig (codice identificativo gara) per ogni tipo di affidamento, indipendentemente dall'importo, nonostante il divieto di cui alla legge n. 89.
La richiesta di modifica è stata però accolta da tutti i gruppi parlamentari che hanno proposto di proroghe (che saranno appoggiate dal governo) a fine 2014 per gli appalti di forniture e servizi e a metà 2015 per i lavori. In alcuni casi si chiede anche di ripristinare la possibilità di affidamento in amministrazione diretta e in economia da parte dei comuni, dopo che la stessa legge 89 aveva eliminato questa possibilità. Un secondo motivo di blocco degli appalti è stato poi individuato nella messa a regime (sempre dal primo luglio) del sistema di verifica dei requisiti dei concorrenti fondato sulla banca dati nazionale dei contratti pubblici (con lo strumento dell'Avcpass), un sistema che ha diversi problemi applicativi e che vede anche in questo caso, le stazioni appaltanti molto indietro: qui la proroga proposta da maggioranza e opposizione è a fine 2014 o a metà 2015.
Il rinvio a fine 2014 viene poi proposto per l'obbligo di applicare la garanzia globale di esecuzione a tutti gli appalti integrati oltre i 100 milioni e (facoltà) agli appalti di sola esecuzione oltre i 75 milioni, norma del codice sospesa da anni, entrata però in vigore il 1° luglio. Molti emendamenti anche alle norme che riguardano l'Autorità anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone, fra cui quelli tesi a mitigare l'obbligo di trasmissione delle varianti all'Anac (soltanto per appalti sopra soglia e oltre un determinato importo).
Alcune proposte attribuiscono poi all'Anac anche il compito di gestire un elenco dei commissari di gara per le aggiudicazioni degli appalti, da scegliere a sorteggio e a rotazione. Sull'articolo 13 (divieto di incentivo del 2% limitato ai dirigenti tecnici della p.a., gli emendamenti sono invece del tutto divergenti: si va dalla soppressione alla modifica e all'estensione anche agli impiegati) (articolo ItaliaOggi del 16.07.2014).

APPALTIProtocollo legalità: «Stop all'appalto se c'è corruzione». Trasparenza. Firma al Viminale tra Alfano e Cantone.
Il numero uno dell'Anticorruzione, Raffaele Cantone, la definisce «una rivoluzione copernicana». E il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, annnuncia: «Attueremo la linea dura contro i corrotti usando le stesse misure di prevenzione previste per i mafiosi». Certo è che le prefetture da oggi devono essere in prima linea contro le infiltrazioni di tangenti e corruttori negli appalti pubblici.
Al Viminale ieri Cantone e Alfano hanno firmato il protocollo d'intesa che adotta le linee guida anticorruzione: fornisce indicazioni esecutive ai prefetti sulla base del decreto legge 90/2014. Norma che prevede, come aveva invocato Cantone, di integrare i poteri di controllo anti-infiltrazione mafiosa dei prefetti con un analogo meccanismo in funzione anti-corruzione nelle gare pubbliche.
Così, per definire norme ancora più severe contro le infiltrazioni mafiose, i protocolli di legalità stipulati finora dalle prefetture con i soggetti coinvolti nella gestione dell'opera pubblica –contraente generale, stazione appaltante e operatori della filiera dell'opera– d'ora innanzi dovranno contemplare anche condizioni di trasparenza e di legalità non solo in funzione antimafia. Con una novità decisiva: l'introduzione della clausola in capo alla stazione appaltante che può risolvere il contratto (articolo 1456 codice civile) «ogni qualvolta l'impresa non dia comunicazione del tentativo di concussione subito, risultante da una misura cautelare o dal disposto rinvio a giudizio nei confronti dell'amministratore pubblico responsabile dell'aggiudicazione» come si legge nel testo. Tanto che, sottolinea Cantone, «ho raccomandato alla società Expo di firmare subito il protocollo di legalità in modo che in tutti i bandi futuri sia prevista la risoluzione del contratto in presenza di fatti corruttivi: questa regola avrebbe evitato tanti problemi verificatisi finora».
In generale i prefetti, d'intesa con l'Anac (autorità nazionale anticorruzione), che lo richiede, adottano misure di intervento –fino alla gestione straordinaria– nei confronti dell'impresa coinvolta nei fatti di corruzione. L'obiettivo principale resta «garantire l'esecuzione del contratto pubblico nei tempi previsti». Per i prefetti in effetti è una sfida senza precedenti ma Cantone conta proprio sull'autorevolezza e l'impegno di questa figura istituzionale per incidere sul territorio in prevenzione anticorruzione, che è poi la grande scommessa dell'Anac.
Le prefetture, in base al recente Ddl sul riordino della Pa, accorperanno le altre strutture dello Stato in sede locale e rilanceranno il modello dell'Utg (ufficio territoriale del governo). I prefetti, che «eventualmente, dice la norma», come ricorda Alfano, entreranno nel ruolo unico della dirigenza statale, rappresentano tuttavia per il ministro dell'Interno «una specialità che si fonda su un insieme di competenze insostituibile nel sistema Italia».
Insomma, forse non entreranno in un serbatoio unico dei dirigenti statali. Ma serve, dice Alfano, «un'apertura alla riforma che potrà salvare il ruolo delle prefetture anche in futuro»
(articolo Il Sole 24 Ore del 16.07.2014).

CONDOMINIO: L'amministratore attiva il Pos. Servizi. È possibile che il condòmino voglia pagare con la moneta elettronica i ratei di spese.
L'onere di accettare, sopra i 30 euro, i pagamenti con carta bancaria coinvolge (almeno in teoria) anche gli amministratori di condominio. Che, al pari degli altri professionisti, di fronte a esplicita richiesta da parte di un cliente, non potrebbero rifiutarsi di incassare tramite pos le rate di pagamento. Sia quelle che comprendono il compenso professionale vero e proprio, sia quelle relative alla "prestazione di servizi", avendo l'amministratore un ruolo di esattore dei contributi condominiali come mandatario del condominio.
In caso di rifiuto, non è prevista per legge una specifica sanzione. Tuttavia -ben consapevoli che si sta ragionando su situazioni marginali e che potrebbero non accadere- il diniego potrebbe essere considerato "illegittimo" e far scattare la mora del creditore.
Ma ripercorriamo il quadro. L'articolo 15, comma 4, del Dl 179/2012 dispone, nella sua ultima versione, che «a decorrere dal 30.06.2014 i soggetti che effettuano la vendita di prodotti e di prestazioni di servizi, anche professionali, sono tenuti ad accettare anche pagamenti effettuati attraverso carte di debito». Tale disciplina si applica a tutte le professioni. Comprese quelle non organizzate in ordini o collegi, di cui all'articolo 1, secondo comma, della legge 4/2013; quindi anche agli amministratori. Che, per deduzione, in linea di principio dovrebbero dotarsi di pos per l'incasso dei propri compensi. Anche se solitamente l'amministratore paga da sé il proprio compenso, con bonifico dal conto condominiale che ha in gestione.
Siccome la legge parla di pagamenti elettronici anche per "prestazioni di servizi", in teoria nel suo ruolo di esattore delle quote dovute dai condomini, l'amministratore dovrebbe accettare il pagamento anche con carta per le rate delle spese condominiali, incassando le somme sul conto condominiale.
Ovviamente, i dubbi restano. E discendono da una norma che già di per sé non appare del tutto chiara. A iniziare dal fatto che il decreto 179 non fissa alcuna specifica sanzione a fronte di un diniego.
Tuttavia, volendo leggere le nuove disposizioni sotto tutti i risvolti teorici che comportano, un qualche rischio residuale esiste. Ove infatti il professionista non sia dotato di Pos e il condomino lo richieda, potrebbe configurarsi un "illegittimo rifiuto" a ricevere una prestazione, a norma dell'articolo 1206 del Codice civile. Che recita: «il creditore è in mora quando, senza motivo legittimo, non riceve il pagamento offertogli nei modi indicati o non compie quanto necessario affinché il debitore possa adempiere l'obbligazione». E che, nel successivo articolo 1207, parla anche di interessi aboliti e risarcimento danni.
Stando così le cose, occorre ribadire che per essere certi di non incorrere nel rischio, sarebbe buona norma per l'amministrare dotarsi di uno strumento (pur non obbligatorio) per i pagamenti elettronici. Oppure, in alternativa al pos e secondo una strada più pratica, che mette al riparo da qualsiasi problema di illegittimo rifiuto della prestazione, potrebbe far deliberare dall'assemblea con una decisione (preferibilmente assunta all'atto della nomina), che stabilisca una volta e per sempre che tutti i pagamenti di condominio all'amministratore si effettuano a mezzo mav bancario, bonifico bancario, contante o altre modalità, nel rispetto del Dlgs 231/2007. Il quorum per legittimare tale decisione sarà quello dei 500 millesimi e la maggioranza degli intervenuti in seconda convocazione ove la decisione sia presa successivamente alla nomina
 (articolo Il Sole 24 Ore del 15.07.2014).

SICUREZZA LAVOROObbligo d'esame per i corsi online. Salute e sicurezza. Se è a distanza.
Se la formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro è erogata con modalità tradizionale, in aula, non è obbligatoria la verifica finale, viceversa se avviene con modalità e-learning, la verifica è obbligatoria.
Questa l'indicazione fornita dal ministero del Lavoro con l'interpello 11.07.2014 n. 12.
Sempre in tema di formazione, il ministero ha precisato che qualsiasi associazione senza finalità di lucro riconosciuta dall'ordine o collegio professionale di riferimento può rientrare tra i soggetti formatori (interpello 10).
Inoltre le associazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori, gli enti bilaterali e gli organismi paritetici possono effettuare attività formative e di aggiornamento direttamente o avvalendosi di strutture di loro diretta emanazione, includendo quelle effettuate tramite contratti di associazione e partecipazione in base all'articolo 2549 del codice civile, in quanto in tal caso l'attività formativa resta di diretta gestione dell'associante tramite l'associato (interpello 14).
Edilizia
Con l'interpello 13, invece, il ministero afferma che in un cantiere possono essere presenti più imprese affidatarie in quanto il committente può stipulare più contratti. Fermo restando che l'impresa affidataria può eseguire direttamente l'opera, con la propria organizzazione, ovvero concederla in subappalto in tutto o in parte a imprese esecutrici e/o lavoratori autonomi, cadrà su di essa l'obbligo di verificare le condizioni di sicurezza dei lavori affidati.
La valutazione dell'idoneità tecnico professionale dell'impresa affidataria da parte del committente varia a seconda che questa abbia concesso i lavori in subappalto o li esegua direttamente. Nel primo caso la verifica riguarderà il possesso delle capacità organizzative; nella seconda ipotesi riguarderà anche le capacità organizzative e la disponibilità di risorse umane e materiali, in relazione all'opera da realizzare, da parte delle imprese esecutrici.
Polizia e Vigili del fuoco
Anche nei confronti del personale della Polizia di Stato, del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco e degli uffici centrali e periferici dell'amministrazione della pubblica sicurezza e della protezione civile, devono essere garantite le condizioni di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, comprese quelle relative allo stress lavoro-correlato, che non possono essere derogati anche in presenza di «particolari esigenze connesse al servizio espletato».
L'attività di prevenzione consisterà nell'individuazione di tutti i rischi presenti all'interno dei luoghi di lavoro o ai quali gli stessi lavoratori possono essere esposti durante lo svolgimento delle loro mansioni, concordata con il responsabile del servizio di prevenzione e protezione (Rspp) e medico competente. Ferma restando la facoltà, per il datore di lavoro, di delegare i compiti relativi alla sicurezza (con esclusione della nomina del Rspp, valutazione dei rischi e redazione del relativo documento).
Perché la delega sia efficace occorre osservare le condizioni ex articolo 16 del Testo unico: il delegato deve possedere i requisiti di professionalità ed esperienza richiesti dalla specifica funzione e deve avere l'autonomia di spesa necessaria allo svolgimento delle funzioni delegate
(articolo Il Sole 24 Ore del 15.07.2014 - articolo tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTIRiforma degli appalti in arrivo in Cdm. L'esame il 21 luglio. ma il parlamento vorrebbe una delega autonoma.
Il 21 luglio il Consiglio dei ministri esaminerà la delega per il recepimento delle direttive appalti pubblici e la riforma del codice dei contratti, ma non c'è accordo fra Governo e Parlamento che vorrebbe una delega autonoma dal disegno di legge europea in corso di approvazione; per Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac), la nuova legge dovrà essere scritta senza ascoltare la lobby dei costruttori.
Sono questi alcuni dei punti emersi ieri nel corso del convegno organizzato alla Camera dal gruppo parlamentare del Partito democratico dal titolo «Appalti pubblici e corruzione: dalla legittimità formale alla legalità sostanziale».
È stato il viceministro delle infrastrutture Riccardo Nencini ad anticipare che il governo esaminerà la norma di delega nel corso del Consiglio dei ministri programmato per il 21 luglio per farla approvare con la legge europea 2013-bis in corso di esame da parte del Parlamento.
Questa ipotesi però è stata subito bocciata dal presidente della Commissione lavori pubblici della Camera, Ermete Realacci che, per le numerose e profonde modifiche che saranno apportate, ha chiesto un disegno di legge delega autonomo che consenta alle commissioni di esaminare a fondo la materia (ma così ci vorrà più tempo).
In precedenza il viceministro Nencini aveva chiarito che la delega, una volta approvata dal Parlamento «servirà per recepire le direttive e asciugare profondamente ciò che è stato scritto in passato»; il tutto per potere completare la riforma entro un anno da oggi, «affrontando con determinazione anche il tema delle opere incompiute e lavorando sul tema della qualità progettuale».
Per il presidente Cantone, «dopo Tangentopoli non si è mai più intervenuti per prevenire la corruzione, ma si è proceduto allo smantellamento del sistema dei controlli».
Sul tema della riforma degli appalti Cantone ha affermato che «non si può tenere in vita un codice che vale soltanto per i lavori di serie B, mentre le grandi opere vanno sempre in deroga
».
Infine Cantone ha invitato Governo e Parlamento «a non perdere questa grande occasione e soprattutto a fare sì che le regole non siano scritte dalla lobby dei costruttori».
Secca la replica di Paolo Buzzetti dell'Ance: «Non mi trovo d'accordo: dopo il '92 abbiamo preso atto di dover proporre cose per il paese» (articolo ItaliaOggi del 15.07.2014 - articolo tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATAVia ai moduli unificati per la Scia e i permessi.
Via libera ufficiale alla modulistica unificata per permessi di costruire e Scia (segnalazione certificata di inizio attività). I modelli sono allegati al testo dell'accordo 12.06.2014 in Conferenza unificata, pubblicato ieri sulla G.U. n. 161-supplemento ordinario n. 56 (si veda ItaliaOggi del 18 giugno scorso).
Queste le indicazioni dell'accordo: le Regioni, ove necessario, adeguano in relazione alle specifiche normative regionali di settore, i contenuti dei quadri informativi dei moduli su permessi di costruire e Scia; i comuni adeguano la modulistica in uso sulla base delle previsioni dell'accordo; le regioni e i comuni garantiscono la massima diffusione dei moduli i quali, ove necessario, sono aggiornati sulla base di successivi accordi che saranno assunti sempre in sede di Conferenza unificata (articolo ItaliaOggi del 15.07.2014 - articolo tratto da www.centrostudicni.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Autotutela con tempi più certi. Provvedimenti annullabili d'ufficio entro due anni. RIFORMA P.A./ Assunzioni bloccate per chi non garantisce l'accesso online dei dati.
Autotutela in tempi certi. I provvedimenti della pubblica amministrazione potranno essere annullati d'ufficio entro due anni dalla produzione degli effetti (se si tratta di provvedimenti di autorizzazione) o dal momento in cui sono stati attribuiti vantaggi economici. Ha finalmente una durata certa il «termine ragionevole», previsto dalla legge n. 241/1990 sul procedimento amministrativo, per il ripensamento da parte della p.a.
In materia di segnalazione certificata di inizio attività, la pubblica amministrazione potrà fare dietrofront quando ci sia da prevenire il pericolo di danni alla salute, alla sicurezza pubblica o al patrimonio artistico, culturale e ambientale.

Nel secondo passaggio in consiglio dei ministri, il disegno di legge sulla «riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche» (precedentemente ribattezzato «Repubblica semplice»), messo a punto dal ministro Marianna Madia, si è arricchito di molte novità che dovrebbero semplificare la vita a cittadini e imprese. Attraverso la digitalizzazione ma anche attraverso strumenti acceleratori quali il silenzio assenso, la Scia, l'autotutela e la conferenza di servizi che si potrà fare online e non sarà sempre obbligatoria.
Le p.a. saranno tenute a garantire l'accessibilità online alle informazioni e ai documenti in loro possesso. Chi non lo farà non potrà procedere a nuove assunzioni a tempo indeterminato.
La conferenza dei servizi non costituirà sempre un passaggio obbligato e potrà anche svolgersi attraverso l'utilizzo di strumenti informatici. Quando un'amministrazione statale deve fornire il proprio assenso, concerto o nulla osta per l'adozione di un provvedimento, sarà tenuta a farlo entro 30 giorni dalla richiesta, trascorsi i quali l'ok dovrà intendersi acquisito. E in caso di mancato accordo tra le amministrazioni, interverrà la presidenza del consiglio decidendo sulle modifiche da apportare.
Il ddl disegna tempistiche diverse a seconda degli interventi da attuare: 18 mesi per la digitalizzazione, 12 per la nuova conferenza di servizi, la riorganizzazione dell'amministrazione statale (con la trasformazione delle prefetture in Uffici territoriali di governo) e la riforma della dirigenza (che segnerà il superamento del tabù del posto fisso prevedendo la fuoriuscita dal ruolo unico del manager pubblico da troppo tempo senza incarico).
Ma entro sei mesi dall'entrata in vigore del disegno di legge (che dovrebbe approdare questa settimana in parlamento per essere esaminato da settembre) il primo atto della delega sarà il restyling delle norme in materia di anticorruzione, pubblicità e trasparenza contenute nel dlgs 39/2013. Gli ambiti applicativi della riforma, che ha creato più di una difficoltà negli enti, saranno meglio definiti e verranno ridotti gli oneri a carico delle p.a. (articolo ItaliaOggi del 15.07.2014).

PUBBLICO IMPIEGODirigenti, licenziamento ko ma non cambia niente.
Non chiamateli licenziamenti anche se l'effetto è sempre la risoluzione del rapporto di lavoro dei dirigenti pubblici privi di incarico.

La versione assestata del ddl legge-delega di riforma della pubblica amministrazione elimina la parola espressa «licenziamento», ma tratta la sorte dei dirigenti che restano senza incarichi esattamente allo stesso modo. Si stabilisce, infatti, che i dirigenti privi di incarico riceveranno il trattamento economico fondamentale e la parte fissa della retribuzione maturata prima dell'entrata in vigore dei decreti legislativi di attuazione della legge-delega, e verranno posti in disponibilità.
Lo schema di ddl aggiunge che detti dirigenti, a seguito di un determinato periodo di collocamento in disponibilità, decadranno dai ruoli unici. Il che equivale a dire, dunque, che verrà risolto il rapporto di lavoro. E, poiché il collocamento in disponibilità dura 24 mesi, a meno di modifiche speciali da parte dei decreti legislativi attuativi, basteranno due anni senza incarico perché i dirigenti di ruolo perdano il lavoro.
La configurazione del licenziamento dei dirigenti pubblici, contrariamente a quanto ha dichiarato la titolare del dipartimento della Funzione pubblica, Marianna Madia, secondo la quale vi sarebbe piena parità di posizione tra una dirigenza di ruolo e quella «di fiducia» politica soggetta allo spoil system, rivela una sperequazione evidente a svantaggio dei dirigenti di ruolo.
Infatti, sono soltanto i dirigenti che accedono ai ruoli unici per concorso a rischiare il licenziamento e la perdita secca del lavoro. I dirigenti a contratto, cooptati senza concorso dalla politica nella stragrande maggioranza dei casi assumono l'incarico dirigenziale avendo alle spalle un altro rapporto di lavoro. Infatti, ai sensi dell'articolo 19, comma 6, si tratta di magistrati o di professori o ricercatori universitari, avvocati dello Stato o anche di funzionari della medesima amministrazione conferente l'incarico dirigenziale.
Dunque, i dirigenti a contratto contano, in generale, su due rapporti di lavoro: quello «di provenienza», che diviene quiescente (si prevede, infatti l'aspettativa); e quello «di destinazione», cioè l'incarico dirigenziale conferito dall'organo di governo. Pertanto, quand'anche la dirigenza non di ruolo dovesse perdere l'incarico per scadenza del mandato ed esercizio dello spoil system, perderebbe, sì, l'incarico dirigenziale, ma non il lavoro (salvo il caso di persone provenienti dal privato che non riescano ad ottenere la collocazione in aspettativa).
I dirigenti di ruolo, invece, se restano privi di incarico per il tempo che indicheranno con maggior precisione i decreti delegati non avranno alcun paracadute: perderanno non solo l'incarico, ma, decadendo dal ruolo, subiranno la risoluzione del rapporto di lavoro.
L'assenza di un rapporto di simmetria tra il numero dei dirigenti di ruolo e il numero degli incarichi dirigenziali potrebbe agevolare non di poco l'opera degli organi politici intenzionati a disfarsi dei dirigenti «scomodo». Intasando, infatti, gli incarichi dirigenziali assumendo quanti più possibile dirigenti a tempo determinato, potrebbero mettere facilmente fuori gioco i dirigenti vincitori di concorsi «scomodi», eccependo l'assenza di incarichi disponibili e destinandoli alla disponibilità.
Si tratterebbe di un'apertura della strada verso il licenziamento, senza nemmeno dover scomodare il complicato processo di valutazione dei risultati: di fatto, non sarebbe necessario dimostrare che il mancato conferimento dell'incarico deriverebbe da carenze gestionali o dal mancato raggiungimento degli obiettivi fissati (articolo ItaliaOggi del 15.07.2014).

VARIBonus arredi a maglie larghe. Dai box ai conviventi: prevale la linea pro-contribuenti. I chiarimenti più recenti della prassi in materia di detrazioni per lavori di ristrutturazione.
Aperture positive per i contribuenti dalla
circolare 21.05.2014 n. 11/E in tema di detrazione per le ristrutturazioni. Dall'imperfezione della documentazione agli errori sui bonifici l'Agenzia si mostra di manica larga e concede qualche spiraglio ai contribuenti. La prima indicazione è stata necessaria per superare alcune perplessità sorte dal testo delle istruzioni contenute nel modello 730 di quest'anno.
Nelle stesse si legge, infatti, che il diritto alla detrazione spetta anche al familiare convivente del possessore o detentore dell'immobile purché lo stesso abbia sostenuto le spese e le fatture e i bonifici siano a lui intestati. Ciò non è però in linea con quanto già affermato dalla prassi nella circolare 20/E del 2011 al punto 2.1 in cui si è sostenuto che, nel caso in cui la fattura e il bonifico siano intestati a un solo comproprietario, mentre la spesa di ristrutturazione è sostenuta da entrambi, la detrazione spetta anche al soggetto che non risulti indicato nei predetti documenti, a condizione che nella fattura sia annotata la percentuale di spesa da quest'ultimo sostenuta.
In sostanza nella circolare 20/E si era dato prevalenza al pagamento delle spese rispetto all'intestazione dei documenti mentre ora nelle istruzioni al modello 730 sembrava intervenire una marcia indietro (seppur per un caso non identico).
La circolare 11/E ha però fugato i dubbi ribadendo la tesi meno restrittiva. La stessa ha, infatti, sostenuto che le istruzioni al modello 730/2014 dettano una regola per così dire generale (già sostenuta nella circolare 121 del 1998) che però deve essere coordinata con le ulteriori prese di posizione che concedono di dare il via libera alla possibilità che il familiare convivente seppur non intestatario dei documenti goda della detrazione a patto che i versamenti siano anche a lui riferibili. In tema di ripartizione del bonus l'Agenzia sottolinea anche che «l'annotazione sui documenti della percentuale di spesa sostenuta deve essere effettuata fin dal primo anno di fruizione del beneficio e che il comportamento dei contribuenti deve essere coerente con detta annotazione. È esclusa la possibilità di modificare, nei periodi d'imposta successivi, la ripartizione della spesa sostenuta».
Similare il caso di acquisto del box pertinenziale. Tale situazione è compresa tra gli interventi ammessi a fruire della detrazione per i lavori di ristrutturazione edilizia. È necessario però che sia costituito un vincolo pertinenziale derivando da ciò la necessità che la detrazione per gli interventi in esame abbia come presupposto l'acquisto da parte del proprietario o del titolare di un diritto reale sull'unità immobiliare che può costituire tale vincolo. Come conseguenza si ha che la detrazione competa al soggetto, familiare convivente, che ha effettivamente sostenuto la spesa, attestando sulla fattura che le spese per gli interventi agevolabili sono dallo stesso sostenute ed effettivamente rimaste a carico.
Un ulteriore chiarimento interviene in tema di lavori di ristrutturazione su parti comuni e immobile di proprietà del coniuge incapiente. Il caso è quello delle spese sulle parti comuni certificate dall'amministratore del condominio al proprietario che però non possiede reddito. Nel caso le rate condominiali sono state saldate con l'emissione di assegni su un conto corrente cointestato ai due coniugi. Anche su questo punto la risposta è stata positiva in quanto si è affermato che il contribuente-coniuge convivente del proprietario dell'immobile, ha la possibilità di portare in detrazione nella propria dichiarazione dei redditi le spese sostenute relative ai lavori condominiali pagate con assegno bancario tratto sul conto corrente cointestato ai due coniugi. In tal caso ai fini di provare quanto intervenuto occorre che il coniuge convivente indichi i propri estremi anagrafici e l'attestazione dell'effettivo sostenimento delle spese sul documento rilasciato dall'amministratore del condominio.
La terza presa di posizione riguarda un caso molto frequente ovvero quello in cui si constata un bonifico con causale errata: il bonifico è regolarmente effettuato, la ritenuta del 4% è applicata solo che ad esempio è indicato il riferimento normativo dell'agevolazione per la riqualificazione energetica degli edifici in luogo di quella previste per le ristrutturazioni edilizie. Anche qui giunge il via libera dell'Agenzia delle entrate la quale individua nell'effettuazione della ritenuta il fatto decisivo per il riconoscimento del bonus.
Partendo da ciò la circolare afferma che nell'ipotesi in cui l'indicazione nella causale del bonifico dei riferimenti normativi della detrazione per la riqualificazione energetica degli edifici in luogo di quella per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio sia dovuta a un mero errore materiale e non abbia pregiudicato l'applicazione della ritenuta d'acconto del 4%, «si ritiene che la detrazione possa comunque essere riconosciuta, nel rispetto degli altri presupposti previsti dalla norma agevolativa. Le medesime conclusioni possono applicarsi anche nel caso opposto in cui, per un errore materiale, nella causale del bonifico siano stati indicati i riferimenti normativi degli interventi di recupero del patrimonio edilizio in luogo di quelli della detrazione per la riqualificazione energetica degli edifici, fermo restando il rispetto dei presupposti per la fruizione di quest'ultima detrazione».
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Agevolazioni anche senza condominio.
Anche senza condominio il bonus è da riconoscere. Ma i condomini devono farsi parte diligente.
Una ulteriore questione superata dalla
circolare 21.05.2014 n. 11 riguarda il caso di assenza di costituzione del condominio e relative tabelle millesimali. Ci si chiedeva se i comproprietari potessero suddividere la spesa sulla base di un rendiconto che tenga conto degli importi effettivamente pagati o se sia necessario ripartire in parti uguali la spesa e anche se fosse possibile che tutti i comproprietari bonificassero la spesa all'impresa sulla base delle singole fatture emesse (non esistendo il soggetto giuridico «condominio» cui fatturare).
La risposta dell'Agenzia si basa sulla considerazione che in presenza di un «condominio minimo», edificio composto da un numero non superiore a otto condomini sono comunque applicabili le norme civilistiche sul condominio fatta eccezione, tra l'altro, l'obbligo di nomina dell'amministratore. Da ciò la circolare conclude che, al fine di beneficiare della detrazione per i lavori di ristrutturazione delle parti comuni i condomini che, non avendone l'obbligo, non abbiano nominato un amministratore devono però obbligatoriamente richiedere il codice fiscale. Con riguardo ai pagamenti gli stessi devono effettuare i bonifici indicando oltre al codice fiscale del condominio, anche quello del condomino che effettua il pagamento (il conto corrente bancario o postale può anche essere quello di uno dei condomini).
La detrazione spetterà soltanto in ragione delle spese effettivamente sostenute da ciascuno e per la ripartizione non può derogarsi al fatto che tutti devono concorrere alle stesse in ragione dei millesimi di proprietà o ai diversi criteri applicabili ai sensi del codice civile. Una volta chiarito l'obbligo del codice fiscale ne consegue anche che (vedi anche la circolare 57/E del 1998) i documenti giustificativi delle spese relative alle parti comuni dovranno essere intestati al condominio.
Nella sostanza una volta accertata l'esistenza dal condominio pur in assenza di amministratore saranno i condomini che dovranno farsi parte diligente in quanto titolare degli adempimenti necessari che consentono ai singoli di godere delle detrazione è e deve essere unicamente il «soggetto» condominio (articolo ItaliaOggi Sette del 14.07.2014).

APPALTIAppalti pubblici a rischio caos. Possibili blocchi per i bandi-tipo o per la banca dati. Gli effetti della soppressione dell'Avcp, in attesa del piano di riassetto di Cantone.
La soppressione dell'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici ha inciso sugli organi ma non ancora sui compiti e sulle funzioni. Rimangono, infatti, separate le strutture dell'Avcp e dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac). Fino al piano di completo riassetto che presenterà Raffaele Cantone entro sei mesi, il rischio è che vi siano problemi di governance per molte attività gestite dalla struttura dell'Avcp, dal precontenzioso, al sistema informatico Avcpass, alla qualificazione delle imprese, con possibili rallentamenti delle attività stesse.

È questo l'effetto che, salvo correttivi apportati nella fase di conversione del decreto-legge 90/2014, potrebbe determinarsi sul settore degli appalti a seguito della soppressione dell'Avcp, disposta appunto dal decreto-legge 90/2014.
Il blocco potrebbe interessare l'emanazione di bandi-tipo e di linee guida in diversi ambiti di attività, dai lavori ai servizi, così come la gestione della banca dati nazionale dei contratti pubblici e il sistema di verifica dei requisiti (Avcpass), entrato in vigore dal 1° luglio, oltre all'Anagrafe delle stazioni appaltanti di cui alla legge 89/2014.
Ma problemi, nel medio termine, potrebbero esserci anche a livello europeo se è vero le nuove direttive europee sugli appalti pubblici (23, 24 e 25/2014) puntano con determinazione su strutture nazionali che, oltre ad avere il monitoraggio del mercato di riferimento, siano anche in grado di gestire sistemi informatici complessi, funzionali alla messa a regime di un trasparente «registro nazionale degli appalti».
Le funzioni dell'Avcp. Moltissime le funzioni della soppressa Autorità assorbite, in base al decreto 90/2014, dall'Anac e relative a tutti i contratti pubblici (anche forniture e servizi), che nel 2012 valevano 95,3 miliardi di euro, per 125.700 contratti stipulati oltre i 40 mila euro.
In particolare, in base al codice dei contratti, l'Avcp si occupa, anche con poteri sanzionatori e ispettivi, di: vigilare sui contratti pubblici, sull'osservanza della legislazione e sul sistema di qualificazione delle imprese di costruzioni; ha poi il compito di gestire il cosiddetto «precontenzioso» attivabile su ogni singola gara, di predisporre bandi-tipo obbligatori per le stazioni appaltanti, di presentare al governo e al parlamento una relazione annuale, di gestire la Banca dati nazionale dei contratti pubblici (dalla quale deriva anche il sistema Avcpass di verifica dei requisiti dichiarati in gara dai concorrenti).
La soppressione dell'Avcp e l'assorbimento da parte dell'Anac. Con effetto dal 25 giugno è scattata la soppressione dell'Avcp e l'immediata decadenza dei suoi organi, disposta con il decreto-legge 90/2014 di riforma della p.a. che assegna anche nuovi e incisivi poteri all'Anac (si veda altro articolo in pagina). Il decreto prevede anche che siano trasferiti all'Autorità presieduta da Raffaele Cantone «i compiti e le funzioni» dell'Avcp, una scelta che il ministro delle infrastrutture Maurizio Lupi ha dovuto accettare nonostante avesse avanzato la proposta di scorporare alcuni compiti dell'Avcp per portarli al suo dicastero (ma la partita, almeno sulla materia della qualificazione delle imprese, potrebbe riaprirsi con il recepimento delle direttive europee). Il trasferimento dovrà avvenire in base a un piano di completo passaggio delle funzioni e di riduzione del 20% delle spese e del personale che il presidente Anac dovrà predisporre entro fine 2014 e presentare al presidente del consiglio, Matteo Renzi.
La «convivenza» delle due strutture. In una recente delibera (la n. 102/2014) Cantone ha stabilito che «le attività dell'Anac connesse ai compiti e alle funzioni trasferiti a seguito della soppressione dell'Avcp, sono svolte in modo separato rispetto alle attività in materia di anticorruzione e trasparenza»; stesso concetto per la fase gestionale e amministrativa. In effetti, quindi, sembra che i due organismi operino come due branche della stessa società, ancorché su qualche materia (trasparenza, attività ispettiva) vi siano sovrapposizioni fra compiti dell'Avcp e dell'Anac. Tutto come prima, quindi, almeno così sembrerebbe.
I rischi per imprese e per le stazioni appaltanti. L'impressione generale è che la soppressione dell'Avcp abbia avuto più il senso dell'eliminazione dei suoi organi che non dell'organismo e che manchi ancora una chiara definizione delle competenze decisorie. In questa fase transitoria, in attesa del piano di Cantone, il rischio di impasse e di blocco delle attività potrebbe derivare dalla mancanza di indicazioni espresse sull'assunzione dei provvedimenti relativi a delicate funzioni della soppressa Avcp (precontenzioso, vigilanza sulle Soa, regolazione) usualmente oggetto di provvedimenti del Consiglio (soppresso). Le difficoltà per le imprese e per le stazioni appaltanti, che, per esempio, richiedono pareri all'Avcp non mancherebbero. Potrebbe essere utile chiarire che transitoriamente tutte le decisioni siano oggetto di delibera da parte del Consiglio Anac ancorché attinenti a funzioni non relative alla materia dell'«anticorruzione».
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Commissariamenti e controlli su varianti: i poteri assegnati all'Anac.
Dal commissariamento delle imprese oggetto di indagini giudiziari per reati contro la Pubblica amministrazione al controllo sulle varianti in corso d'opera: sono questi alcuni dei poteri assegnati all'Anac per la vigilanza sul settore degli appalti con il recente decreto-legge 90/2014. Il decreto prevede, per il singolo contratto, la possibilità che l'Anac proceda al «commissariamento» delle imprese coinvolte in indagini giudiziarie (anche per quelle di Expo 2015).
La possibilità scatta quando siano state «rilevate situazioni anomale e comunque sintomatiche di condotte illecite, o eventi criminali attribuibili a un'impresa aggiudicataria di un appalto». Sarà il presidente dell'Anac, Raffaele Cantone, a proporre al prefetto competente per territorio la rinnovazione, entro un termine determinato, degli organi sociali (mediante la sostituzione dei soggetti coinvolti) e, nel caso in cui l'impresa non si adegui nei termini stabiliti, la straordinaria e temporanea gestione dell'impresa appaltatrice, limitata alla completa esecuzione del contratto d'appalto oggetto di indagine.
Molto probabilmente questa misura sarà utilizzata poche volte dal momento che la prassi, in questi casi, vede i soggetti coinvolti dimettersi appena si ha sentore di un «fumus» di indagini. In alternativa il presidente Anac potrà proporre al prefetto di provvedere direttamente alla straordinaria e temporanea gestione dell'impresa appaltatrice (attività dichiarata di «pubblico interesse» anche ai fini delle eventuali conseguenze penali), saltando la procedura di sostituzione dei vertici dell'impresa. Gli «amministratori» che gestiranno la società su nomina del prefetto potranno essere al massimo tre (dotati di requisiti di «onorabilità e professionalità») e a essi verranno attribuiti tutti i poteri e le funzioni degli organi di amministrazione dell'impresa finalizzati al completamento dell'opera, con la conseguente «sospensione» dei poteri di disposizione e gestione dei titolari dell'impresa (sospesi anche i poteri dell'assemblea in caso di società).
Previsto anche il monitoraggio finanziario dei lavori relativi a infrastrutture strategiche e insediamenti produttivi. Il decreto prevede l'obbligo di trasmissione delle varianti all'Anac di tutte le varianti in corso d'opera (escluse quelle per errore o omissione della progettazione e per esigenze derivanti da sopravvenute norme di legge), unitamente al progetto esecutivo, all'atto di validazione e a una apposita nota del responsabile del procedimento. La trasmissione di questi atti dovrà avvenire entro trenta giorni dall'approvazione della variante da parte della stazione appaltante, per le valutazioni e gli eventuali provvedimenti di competenza che Anac potrà adottare (articolo ItaliaOggi Sette del 14.07.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATAMateriali di scavo, gestione soft. Meno vincoli per riutilizzare riporti in attività di cantiere. Da Minambiente e Tar Lazio chiarimenti sui sottoprodotti: si evita la disciplina sui rifiuti.
I materiali di riporto escavati possono essere riutilizzati come ordinari beni, senza dunque passare dalla gravosa disciplina sui rifiuti, per riempimenti, rilevati e reinterri indifferentemente dalla quantità della loro componente antropica e origine storica, ma a condizione che rispettino i valori limite di inquinamento previsti dal dlgs 152/2006 (cd. «Codice ambientale») per la tutela delle acque e delle altre matrici dell'ecosistema.
A fornire nuovi chiarimenti sulla complessa disciplina relativa a terre e rocce da scavo (tra le quali normalmente rientrano i «riporti», miscela di terreno naturale e residui vari) è il «combinato disposto» di due recenti pronunce della pubblica amministrazione in risposta (sebbene a titolo ed effetti diversi) a molteplici dubbi applicativi: la nota 14.05.2014 n. 1338 del Minambiente e la
sentenza 10.06.2014 n. 6187 del TAR Lazio-Roma, Sez. II-bis.
Le pronunce in parola intervengono su un castello normativo costituito da oltre 10 provvedimenti normativi e due pronunce della Corte costituzionale (tanti sono gli atti stratificatisi dal 2010 a oggi sul dlgs 152/2006) effettuando una ricognizione sui confini tra gestione dei materiali di scavo come «rifiuti», riutilizzo degli stessi come «sottoprodotti» e loro esclusione, a monte, da entrambe le categorie.
Terre, rocce e altri materiali da scavo. La disciplina dei materiali in questione lo ricordiamo, è attualmente rintracciabile negli articoli 183, 184, 184-bis, 184-ter e 185 del «Codice ambientale», nell'articolo 3 del dl 2/2012, nel dm Ambiente 161/2012 e nell'articolo 41-bis del dl 69/2013.
Da tale complesso normativo deriva che le terre e rocce da scavo sono, a monte, escluse dalla disciplina dei rifiuti (articolo 185, dlgs 152/2006): se non contaminate ed escavate nel corso di attività di costruzione, ove sia certo il loro riutilizzo allo stato naturale per i medesimi fini e nello stesso sito; sempre se non contaminate, ove siano riutilizzate, nel rispetto delle regole sui sottoprodotti, in sito diverso da quello di escavazione.
Le particolari regole da osservare per la gestione come sottoprodotti sono invece, rispettivamente: quelle dettate dal dm 161/2012 per i materiali provenienti da impianti sottoposti a disciplina «Via» (valutazione di impatto ambientale) o «Aia» (autorizzazione integrata ambientale) ex dlgs 152/2006; quelle dettate dall'articolo 184-bis dello stesso «Codice ambientale» unitamente alle norme recate dal citato articolo 41-bis, dl 69/2013 per i materiali provenienti da attività diverse dalle prime.
Tale sofisticato sistema giuridico si applica anche ai «materiali di riporto», come definiti dall'articolo 3 del dl 2/2012 (e successive, radicali, modifiche e integrazioni), provvedimento che li equipara al «suolo» (dunque, anche nella sua forma escavata) qualora sia accertato che non superino determinate soglie di inquinamento.
I chiarimenti del Minambiente... È su tale assetto normativo che interviene la nota Minambiente del 14.05.2014. Il Dicastero chiarisce innanzitutto le condizioni che rendono i citati «materiali di riporto» assimilabili alle altre terre e rocce da scavo, sottolineando come il ricorso alle norme tecniche del proprio dm 05.02.1998 (richiamato dall'articolo 3, dl 2/2012) sia relativo alle sole metodiche di analisi da utilizzare per verificarne il potere inquinante, e non agli specifici parametri da impiegare, i quali devono invece essere identificati (in accordo con le Autorità di controllo) sulla base delle caratteristiche dei residui.
Così come i limiti inquinanti da rispettare, che devono essere quelli previsti dallo stesso dlgs 152/2006 in relazione a bonifica dei siti inquinati e tutela delle acque. Nel caso di riutilizzo «in situ», avverte ancora il Minambiente, i valori da rispettare devono altresì essere i più stringenti tra i diversi eventualmente applicabili alle singole sub-aree presenti nel sito. Con la nota in parola il Dicastero si pronuncia anche sulle (più generali) regole che permettono la gestione come «sottoprodotti» dei materiali da scavo provenienti da impianti non sottoposti a «Via» o «Aia», precisando la portata delle «normali pratiche industriali o di cantiere», unici trattamenti ammessi sui residui in parola (senza farli scivolare nel regime dei rifiuti).
Tali «normali pratiche», previste sia dall'articolo 184-bis del dlgs 152/2006 che dall'articolo 41-bis del dl 69/2013 (e costituenti uno dei quattro elementi per qualificare i materiali come sottoprodotti), coincidono (sottolinea il Minambiente) unicamente con trattamenti che non hanno incidenza sulle caratteristiche chimico-fisiche delle sostanze ai fini del rispetto dei requisiti di protezione sanitaria e ambientale richiesti dal dlgs 152/2006. Ben rientra dunque in tali «pratiche», si precisa nella nota a titolo esemplificativo, la miscelazione del terreno non contaminato con la calce, com'è altrettanto estraneo alle stesse (invece) il mischiare terra contaminata con calce al fine di abbassarne il livello inquinante.
... E quelli del Tar Lazio. Con la successiva sentenza 10.06.2014 n. 6187, il Tribunale amministrativo del Lazio ha chiarito alcuni aspetti nodali relativi sia alla più generale definizione di «materiali di riporto» che al campo di applicazione del citato dm 161/2012 per la gestione delle terre da scavo come sottoprodotti.
In relazione al primo aspetto il giudice dei provvedimenti amministrativi ha sottolineato come la nuova nozione di «matrice materiale di riporto» introdotta dal dl 69/2013 (tramite riformulazione dell'articolo 3, dl 2/2012) abbia superato (con valenza generale, poiché posta da provvedimento di rango superiore) quella prevista dal (precedente) dm Ambiente 161/2012. E ciò allargando i confini della nozione: per il Tar non appare infatti più applicabile il limite del 20% massimo di componente antropica previsto dal dm del 2012 tra le condizioni per il legittimo riutilizzo dei materiali di riporto. Evidentemente, in quanto tale parametro non risulta essere più presente nella nuova definizione legislativa di «riporto» prevista dal dl 69/2013.
Dunque, ragionando in modo analogo, sembra superata anche la caratteristica di «storicità» di detti riporti voluta dal dm del 2012, laddove il regolamento indica(va) gli stessi come miscela eterogenea di terreno e materiali antropici «utilizzati nel corso dei secoli». Previsione, anche questa, che non trova più analoga collocazione nella nuova definizione del 2013. In relazione al campo di applicazione del dm 161/2012, il Tar Roma ha invece sottolineato come esso regolamento trovi effettivamente applicazione alle sole terre e rocce «da scavo» (materiali di riporto, come più sopra definiti, compresi), ad esclusione (quindi) dei residui di «lavorazione» di materiali lapidei (poiché oggetto di attività diversa dall'«estrazione»).
Infine lo stesso giudice ha specificato come lo stesso dm 161/2012 si applichi ai soli materiali da scavo utilizzati in siti diversi da quelli in cui sono stati escavati e (confermando quanto già suggerito dalla citata nota del Minambiente del precedente maggio) come esso regolamento sia però da rispettare in tutti gli impianti soggetti ad «Aia» o «Via» che i suddetti materiali generano, indifferentemente (dunque) da volumi prodotti (articolo ItaliaOggi Sette del 14.07.2014).

EDILIZIA PRIVATAModelli (quasi) unici per i lavori edili. Avviata la revisione dei documenti per il permesso di costruire e la segnalazione di inizio attività.
Con il Dl 90 del 24 giugno scorso il Governo rilancia la semplificazione nell'edilizia, attraverso la standardizzazione dei moduli del permesso di costruire e della Scia.
I moduli unici per tutti i Comuni italiani, una volta adottati, potranno effettivamente avviare il tentativo di unificare il lessico dell'edilizia, normalizzando gli eccessi prodotti nella materia del governo del territorio –in attesa della preannunciata riforma del titolo V della Costituzione– dall'attuale regionalismo spinto e dalla irrefrenabile tendenza della regolamentazione comunale (vero ostacolo della semplificazione nonostante gli sforzi governativi degli ultimi anni) a complicare la disciplina delle costruzioni con piani, programmi e regolamenti spesso cervellotici o "lunari" e comunque di difficile interpretazione?
A ben vedere la semplificazione è un percorso più culturale che giuridico e che pertanto parrebbe poter essere guidato da elementi semplici e formali come la modulistica unica, che hanno già dato buona prova di sé ,ad esempio, nel commercio e nella gestione del condono edilizio.
Insomma il legislatore, vista l'impossibilità di uniformare l'insostenibile eterogeneità della disciplina edilizia la sta forzando, consapevolmente o meno, in modelli unici che dovrebbero sensibilizzare le autonomie locali ad adottare linguaggi e requisiti prestazionali uniformi e più comprensibili.
Le tappe
Concretamente, il Dl 90 impegna Governo, Regioni e enti locali, a concludere, in Conferenza unificata, accordi per adottare, tenendo conto delle specifiche normative regionali, una modulistica unificata e standardizzata su tutto il territorio nazionale per presentare a Regioni e enti locali istanze, dichiarazioni e segnalazioni inerenti all'attività edilizia.
Il percorso è dunque tracciato. I primi modelli per la Scia edilizia e il permesso di costruire sono peraltro già stati condivisi con l'accordo cosiddetto "Italia Semplice" siglato il 12.06.2014 tra Governo, Regioni ed enti locali. Seguiranno gli ulteriori moduli in materia. L'utilizzo di modelli unici garantirà la semplificazione nella presentazione delle pratiche e assicurerà parità di condizioni tra i professionisti.
I nodi
Il progetto, per quanto ben indirizzato, non si manifesta di semplice attuazione. Ciascuno degli oltre 8mila Comuni italiani ai sensi dell'articolo 33 della legge urbanistica nazionale del '42 (disposizione che, per quanto abrogata dall'articolo 136, comma 2, del Dpr 380/2001, ha orientato tutti i regolamenti edilizi) ha creato la propria disciplina regolamentare e i modelli delle dichiarazioni e delle domande che recepiscono le previsioni urbanistiche ed edilizie locali, in modo del tutto eterogeneo.
Le diversità non scompariranno automaticamente con l'adozione dei modelli unici; quindi la riforma rischia di risolversi almeno in prima battuta in una mera semplificazione di forma, che potrebbe generare un aggravio istruttorio sostanziale (la bozza dei modelli, ad esempio, si compone di 30 pagine).
Se i modelli declinati secondo le peculiarità comunali prevedono dichiarazioni e indicazioni connesse alle specifiche previsioni locali e dunque idonee a valutare con immediatezza la rispondenza del progetto alle peculiarità tecniche applicabili, con i modelli unici nazionali c'è invece il rischio che la verifica di conformità del progetto alle leggi e ai regolamenti locali, si manifesti meno immediata con aggravio sui tempi di evasione delle pratiche e sulla stessa certezza dei rapporti con i cittadini.
L'auspicio è che comunque lo sforzo avviato dal Governo sia un passaggio, per quanto doloroso, efficace per il conseguimento di una disciplina urbanistica più coerente con le necessità di semplificazione e omogeneizzazione delle pratiche edilizie.
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La compilazione resta variabile. L'attuazione. Accordo tra Stato, Regioni ed enti locali sui testi per nuove costruzioni, restauro e risanamento.
Con l'accordo "Italia semplice" siglato lo scorso 12.06.2014 tra Governo, Regioni ed enti locali, sono stati condivisi i primi due modelli unici in materia edilizia.
Si tratta della richiesta di permesso di costruire e della segnalazione certificata di inizio attività, ossia dei due moduli correlati agli interventi edilizi di maggiore incisività quali, rispettivamente, le nuove costruzioni e il restauro e risanamento conservativo.
I nuovi moduli sono composti da tre distinte sezioni. La prima è dedicata all'individuazione del richiedente e ai dati fondamentali inerenti la qualificazione e localizzazione dell'intervento. Sono inoltre previsti specifici campi per la determinazione dell'onerosità o meno delle opere.
La seconda sezione riguarda invece l'identificazione dei soggetti coinvolti nella realizzazione dell'opera e, in particolare, dei titolari, dei progettisti e altri incaricati tecnici, nonché delle imprese esecutrici.
La terza sezione attiene infine all'asseverazione da parte del progettista responsabile delle peculiarità urbanistico-edilizie che caratterizzano il progetto e, quindi, include l'identificazione delle superfici e dei volumi, l'indicazione della classificazione urbanistica del bene, nonché le dichiarazioni concernenti il superamento delle barriere architettoniche, la sicurezza degli impianti, il consumo energetico, la prevenzione incendi e la normativa igienico-sanitaria.
La sezione contiene anche una esaustiva scheda per l'individuazione dei vincoli e delle tutele alle quali l'immobile è eventualmente assoggettato. I moduli appaiono lineari, completi e facilmente gestibili.
Nel loro formato digitale, i moduli sono progettati in modo da richiedere la compilazione delle sole informazioni necessarie a seconda del tipo di intervento indicato.
Prosegue dunque il processo di dematerializzazione e informatizzazione delle procedure edilizie che, sebbene possa generare qualche difficoltà di adeguamento per i professionisti, complessivamente dovrebbe portare ad un miglioramento dell'efficienza delle pubbliche amministrazioni, consentendo una più agevole gestione delle pratiche e un più efficiente controllo sullo sviluppo del territorio
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.07.2014 - articolo tratto da www.centrostudicni.it).

LAVORI PUBBLICILa certificazione attenua i controlli. Le garanzie. Lo strumento è utilizzabile in fase preliminare o di esecuzione.
Se non vogliono correre il rischio di vedersi attribuire un rapporto di lavoro con i dipendenti dell'appaltatore o, ancor peggio, subire conseguenze penali, le aziende dovranno ponderare con attenzione l'eventuale risparmio economico derivante dalla stipula di un contratto di appalto per realizzare un'opera o per gestire un servizio.
Uno strumento per contenere i rischi derivanti da un contratto di appalto illecito è l'istituto della certificazione, previsto dall'articolo 84 del decreto legislativo 276/2003. A questo fine le imprese dovranno sottoporre il contratto di appalto alle commissioni di certificazione istituite presso le istituzioni pubbliche o private autorizzate (come gli enti bilaterali costituiti dalle associazioni di datori e prestatori di lavoro, le direzioni provinciali del Lavoro, le università).
I vantaggi sono duplici: da un lato il ricorso dei lavoratori si scontrerà con il contratto certificato, non impedendo, tuttavia, la possibilità del dipendente di ricorrere al giudice del lavoro. Dall'altro lato, invece, gli enti di controllo devono concentrare le attività investigative nei confronti di aziende che non hanno contratti certificati secondo le indicazioni della direttiva del ministro del Lavoro del 18.09.2008.

Con la circolare 11.02.2011 n. 5, come detto, il ministero del Lavoro pone le basi per individuare correttamente un appalto lecito.
In particolare, ribadendo l'opportunità di usare la certificazione per ridurre il contenzioso sulla qualificazione dei contratti di lavoro, il ministero ricorda che l'indagine dell'organo certificatore si orienterà a una disamina attenta della sussistenza degli elementi formali e sostanziali individuati dall'articolo 29, comma 1, del decreto legislativo 276/2003, non soltanto su base documentale, ma anche tramite dichiarazioni pubblicamente rese e acquisite dalle parti contraenti in sede di audizione nell'iter di certificazione.
Infatti, la procedura di certificazione può essere usata sia nella fase di formazione del contratto, sia in quella di esecuzione e attuazione del programma negoziale. In quest'ultima ipotesi, gli effetti della certificazione si produrranno dal momento di inizio del contratto, se la commissione ha appurato la regolarità dell'appalto anche nel periodo precedente.

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Rischio d'impresa, indice di regolarità. I criteri. L'attività preesistente va considerata come un fattore positivo.
Devono gravare sull'appaltatore l'organizzazione dei lavoratori e dei mezzi e il rischio di impresa.
È la linea dettata dal ministero del Lavoro nella circolare 11.02.2011 n. 5, che ha fissato tre criteri per un contratto d'appalto genuino.
L'appaltatore dovrà concretamente esercitare il potere organizzativo e direttivo nei confronti dei lavoratori impiegati nell'appalto. Infatti, l'oggetto del contratto di appalto è un «fare», poiché l'appaltatore fornisce al committente un'opera o un servizio. Nella somministrazione di lavoro, invece, l'oggetto del contratto è un «dare» poiché il somministratore fornisce a un terzo forza lavoro da lui assunta. Del resto, il legislatore ha previsto che le agenzie per il lavoro debbano essere autorizzate dal ministero del Lavoro, proprio per garantire le parti contraenti lo svolgimento di questa attività senza la necessità di alcuna certificazione.
Un altro criterio è quello dell'organizzazione dei mezzi: sarà necessario valutare se il servizio si caratterizza per la prevalente o esclusiva necessità di lavoro intellettuale o comunque personale dei lavoratori impiegati nell'appalto. Si pensi ai contratti a basso tasso di materialità (servizi informatici, di pulizia) che cioè non hanno bisogno di mezzi, attrezzature e capitali e che si contraddistinguono invece per il know how aziendale in possesso dell'appaltatore (circolare del Lavoro 48/2004). In sostanza, la genuinità emergerà se ci sarà il potere organizzativo e direttivo dell'appaltatore nei confronti dei propri dipendenti specializzati.
Infine, il terzo elemento è l'assunzione del rischio di impresa da parte dell'appaltatore. Un criterio che sarà presente, secondo il ministero, in caso di attività imprenditoriale preesistente che è esercitata abitualmente, in caso di svolgimento di attività produttiva evidente e comprovata e in caso di pluricommittenza esercitata nel tempo. Il ministero del Lavoro ha ulteriormente chiarito, con le risposte a interpello n. 16/2009 e n. 77/2009, che si potrà ritenere genuino anche un appalto in cui l'appaltatore usa mezzi e attrezzature del committente, purché la responsabilità del loro utilizzo rimanga in capo all'appaltatore
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.07.2014).

INCARICHI PROFESSIONALIL'obbligo del Pos non risparmia l'ente. Tracciabilità. Per l'attività d'impresa.
Dall'inizio di questo mese è entrato in vigore l'obbligo per i soggetti che effettuano l'attività di vendita di prodotti e di prestazione di servizi, anche professionali, di accettare anche pagamenti effettuati attraverso carte di debito.
Il Dm attuativo dello Sviluppo economico di concerto con il Mef del 24.01.2014 individua l'ambito oggettivo e soggettivo della disposizione coinvolgendo anche gli enti locali. Dal punto di vista oggettivo l'articolo 2, comma 1, del decreto prevede che l'obbligo si applichi a tutti i pagamenti disposti per l'acquisto di prodotti o la prestazione di servizi, mentre dal punto di vista soggettivo il soggetto obbligato è, ai sensi dell'articolo 1 lettera d), l'esercente, definito come il beneficiario, impresa o professionista, di un pagamento. Tale definizione riconduce nella previsione della norma anche gli enti locali, quando questi ricevono pagamenti per prestazioni di servizi o acquisto di prodotti nell'ambito di proprie attività rilevanti ai fini Iva.
L'ente locale è imprenditore quando esercita un'attività che rientra nel campo di applicazione dell'Iva ai sensi dell'articolo 4 del Dpr 633/1972 che, nel definire il requisito soggettivo, recita: «Per esercizio di imprese si intende l'esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, delle attività commerciali o agricole di cui agli articoli 2135 e 2195 del Codice civile».
Di conseguenza l'ente che soddisfa il requisito soggettivo ai fini Iva esercita attività d'impresa e rientra quindi tra i soggetti all'articolo 1, lettera d), del Dm 24.01.2014. Ne deriva che anche gli enti locali, per quanto riguarda incassi superiori a 30 euro relativi alle attività commerciali esercitate, dovranno dotare gli uffici che accettano pagamenti relativi a tali attività, tipicamente sportelli polivalenti e biblioteche, della tecnologia per accettare pagamenti mediante carte di debito. Peraltro, come già evidenziato da diverse associazioni professionali, e come ribadito nella risposta
all'Interrogazione a risposta in commissione 5-02936 del 04.06.2014, la norma non prevede alcuna sanzione specifica in caso di mancato assolvimento dell'obbligo.
Più complesse e da approfondire le conseguenze dal punto di vista civilistico per i responsabili degli enti, in quanto non accettare una forma di pagamento imposta dalla legge realizza la fattispecie della mora del creditore, ex articolo 1206 e seguenti del Codice civile, che prevede l'obbligo, a determinate condizioni, di rifondere le eventuali spese aggiuntive sopportate dal debitore per adempiere alla propria obbligazione
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.07.2014 - articolo tratto da www.centrostudicni.it).

PUBBLICO IMPIEGOCompensi elettorali in cerca di certezze. Straordinari. Ai non dirigenti.
Corto circuito sul pagamento degli straordinari elettorali per i responsabili di servizio non dirigenti: il contratto collettivo ne prevede la corresponsione insieme alla retribuzione di risultato e, quindi, nel prossimo anno. Ma il ministero dell'Interno richiede, entro settembre 2014, i mandati di pagamento per rimborsare i relativi oneri.
La questione sorge dall'articolo 39, comma 2, del Ccnl del 14.09.2000, secondo il quale, per i dipendenti titolari di posizione organizzativa, i compensi relativi a prestazioni straordinarie rese in occasione delle consultazioni elettorali o referendarie sono attribuiti «in coerenza con la disciplina della retribuzione di risultato». Si è discusso sul significato di tale previsione, dato che lo stesso contratto collettivo sottolineava che si prescinde dalla valutazione per il pagamento.
A chiarirne la portata è intervenuto il parere Ral_1559 dell'Aran del 28.10.2013. Secondo l'Agenzia, gli straordinari elettorali, alla categoria di dipendenti in questione, sono da riconoscere a consuntivo e in coincidenza con l'attribuzione della retribuzione di risultato. Per rafforzare il concetto, prosegue sottolineando che tali straordinari non possono essere pagati ai titolari di posizione organizzativa con le stesse modalità, anche temporali, previste per i restanti dipendenti. In sostanza, quindi, l'Aran afferma che gli straordinari elettorali sono da riconoscere contemporaneamente alla retribuzione di risultato, vale a dire non prima del 2015.
Sul versante completamente diverso si collocano le esigenze di procedere in tempi rapidi al rimborso degli oneri sostenuti dalle amministrazioni comunali per le consultazioni elettorali. La legge di stabilità 2014, modificando la previsione del Dl 8/1993, ha fissato nello spirare del quarto mese successivo al giorno delle elezioni il termine entro il quale l'ente deve presentare richiesta di rimborso delle spese elettorali, pena la perdita del diritto al rimborso stesso.
Fornendo chiarimenti in merito, il dipartimento per gli Affari interni e territoriali del ministero dell'Interno, con la circolare Fl 6/2014 del 30 aprile, dispone che al rendiconto debbano essere allegati, relativamente agli straordinari, la copia degli atti di liquidazione e i mandati di pagamento, in originale o in copia conforme. In sostanza, quindi, il predetto rendiconto deve essere presentato entro il 25 settembre e, per poter allegarne i mandati (o la copia), è necessario che gli straordinari siano pagati, al massimo, con la mensilità di agosto.
Quindi, che fare? O si disattende la norma contrattuale sulle modalità di corresponsione degli straordinari oppure si disapplica la disposizione sui rimborsi. Ma la prima strada può essere contestata soltanto in sede di verifica ispettiva, mentre la seconda mette immediatamente a repentaglio il rimborso. Urgono indicazioni ufficiali a riguardo, in assenza delle quali le amministrazioni obtorto collo saranno costrette a decidere per il male minore
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.07.2014).

APPALTIMonitoraggio pagamenti a regime. Registro unico delle fatture e tutti gli importi da saldare sulla piattaforma elettronica.
Il Dl 66/2014 ha dato forte impulso alla digitalizzazione e automazione del monitoraggio dei debiti attraverso l'anticipazione dell'obbligo di fatturazione elettronica e l'interconnessione tra il Sistema di interscambio (Sdi) e la piattaforma di certificazione crediti (Pcc), a sua volta arricchita di nuove funzionalità. Gli articoli 25 (anticipazione al 31.03.2015 della fattura elettronica), 27 (trasparenza nella gestione dei debiti) e 42 (registro unico delle fatture) dello stesso provvedimento vanno letti congiuntamente, in quanto funzionali alla progressiva dematerializzazione dei documenti e automazione dei processi di spesa, dove la fattura rappresenta l'unità elementare alla base delle rilevazioni contabili.
L'articolo 27, comma 2, ha introdotto il monitoraggio di tutto il ciclo di vita dei debiti commerciali, compresa la contabilizzazione e il pagamento, finalizzato all'informazione in tempo reale all'andamento della spesa pubblica e al monitoraggio dei tempi di pagamento. In caso di trasmissione di fatture elettroniche, i dati di invio e ricezione saranno acquisiti dalla Pcc direttamente dal Sistema di interscambio. Per le fatture analogiche, il caricamento avverrà manualmente o in forma massiva, e potrà essere effettuato anche dal fornitore.
Con la fattura elettronica e l'integrazione del sistema contabile gestionale adottato alla Pcc, il sistema sarà più funzionale e veloce. Nel caso di sistemi contabili integrati (ad esempio il Sicoge per le amministrazioni statali che già ricevono le fatture attraverso il sistema di interscambio), tutto il processo di acquisizione e registrazione dei dati di contabilizzazione e pagamento avverrà automaticamente, mentre negli altri casi sarà da impostare con prevedibili difficoltà, soprattutto in fase di prima applicazione.
Il monitoraggio riguarda le fatture o richieste equivalenti emesse dai fornitori dal 01.01.2014, ancorché solo quelle spiccate dal 1° luglio scorso rientrano nelle ristrette tempistiche previste dall'articolo 27, comma 4, e dall'articolo 42 del Dl 66/2014 che prevedono, rispettivamente, la comunicazione ogni 15 del mese dei debiti scaduti e l'annotazione, entro 10 giorni dalla registrazione, delle fatture nel registro unico. Quest'ultimo può essere gestito attraverso apposite funzionalità della Pcc, ma sarà più facilmente tenuto nell'ambito del sistema contabile dell'ente, di cui fa parte, alimentando a sua volta la Pcc.
Il sistema segnalerà in automatico le fatture già caricate per le quali è scaduto il termine di pagamento, ma l'ente deve verificare che la data sia corretta dato che, in mancanza, la Pcc applica automaticamente i 30 giorni di legge. La prima scadenza è il 15.08.2014, anche se gli enti dovranno comunque procedere a caricare prima i dati relativi alle fatture (emesse dal 1° luglio) in caso di pagamento (articolo 7-bis, comma 5, del Dl 35/2013). Per le fatture emesse nel primo semestre 2014, la comunicazione, riferita ai soli debiti non ancora estinti, avverrà una tantum a settembre (si presume entro il giorno 30), come da circolare della Ragioneria 21/2014.
La
circolare 07.07.2014 n. 22 della RGS ha invece fissato al 21 luglio il termine perentorio per inviare attraverso la Pcc la comunicazione degli spazi finanziari, a valere sul patto di stabilità interno, di cui necessitano gli enti locali per estinguere nel 2014 i debiti certi, liquidi ed esigibili di parte capitale ancora in essere al 31.12.2013. Alla stessa data gli enti devono comunicare, a soli fini conoscitivi, anche l'ammontare dei debiti maturati al 31.12.2013 che non rientrano tra quelli certi, liquidi ed esigibili, per i quali è stata emessa fattura di pagamento ma non sussistono ancora i presupposti per la liquidazione. Regioni e Province dovranno comunicare anche i debiti al 31.12.2013 di qualunque natura nei confronti degli enti locali.
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Il calendario
Gli obblighi di monitoraggio dei debiti commerciali per la Pa
ENTRO 10 GIORNI DALLA RICEZIONE
Per ogni ente pubblico è già scattato l'obbligo di annotazione nel registro unico delle fatture o richieste equivalenti emesse dai fornitori a partire da questa data
21 LUGLIO 2014 (*)
Comunicazione degli spazi necessari per estinguere nel 2014 i debiti certi, liquidi e esigibili di parte capitale ancora in essere alla data del 31.12.2013
21 LUGLIO 2014
Comunicazione –a fini conoscitivi– dei debiti maturati al 31.12.2013 che non rientrano tra quelli certi, liquidi ed esigibili, per i quali è stata emessa fattura, ma non sussistono ancora i presupposti alla liquidazione
21 LUGLIO 2014
Per Regioni e Province comunicazione (a fini conoscitivi) dei debiti verso gli enti locali al 31.12.2013 di qualunque natura, con distinta annotazione di quelli correnti e quelli in conto capitale
ENTRO IL 15 DI OGNI MESE (**)
Comunicazione dei debiti per i quali sono scaduti i termini di pagamento nel mese precedente (valido per le fatture emesse a partire dal 01.07.2014)
SETTEMBRE 2014
Comunicazione dei dati di ricezione e contabilizzazione relativi alle fatture emesse dal 1° gennaio al 30.06.2014 per debiti non ancora estinti
CON L'ORDINE DI PAGAMENTO
Comunicazione alla piattaforma di certificazione crediti dei dati di ricezione, contabilizzazione e pagamento relativi alle fatture ricevute dai fornitori a partire dal 01.07.2014 (articolo Il Sole 24 Ore del 14.07.2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOAssunzioni stabili, tre vie per superare i limiti ai contratti. Personale, tempo indeterminato.
L'aumento delle assunzioni a tempo indeterminato che gli enti locali possono effettuare sulla base del Dl 90/2014 rischia di restare sulla carta. Questo perché il vincolo del non superamento del tetto alla spesa del personale dell'anno precedente e il negare un effetto prenotativo alla programmazione del fabbisogno del personale determinano, per molte amministrazioni, la impossibilità di utilizzare i maggiori plafond.

Una parziale limitazione di questo effetto può arrivare anche dal consolidamento della scelta compiuta dalla sezione regionale di controllo della magistratura contabile dell'Umbria (parere n. 15), per la quale il tetto alla spesa del personale deve essere calcolato sul bilancio preventivo e non sugli oneri effettivamente sostenuti, cioè sul conto consuntivo.
Gli enti locali soggetti al patto di stabilità devono restare, come tetto di spesa del personale, all'interno di quella dell'anno precedente. Il che può impedire di fatto nuove assunzioni. Facciamo un esempio: un dipendente cessa all'inizio dell'anno e uno nuovo viene assunto all'inizio dell'anno successivo. Se non riuscirà a ridurre in altro modo la spesa del personale nell'anno in cui effettua l'assunzione, il Comune non potrà effettuarla perché, con i nuovi oneri, supererà la spesa del personale dell'anno precedente, in cui la cessazione ha determinato l'effetto di fargli ridurre la spesa del personale. Il che determina una limitazione ulteriore alle assunzioni di personale rispetto a quelle dettate direttamente dal legislatore. Questo vincolo appare come irragionevole nel momento in cui il Governo ha ampliato le possibilità di assunzione di personale a tempo indeterminato da parte degli enti locali, parziale riapertura che si è realizzata con due scelte:
- in primo luogo, con l'aumento della percentuale dei risparmi derivanti dalle cessazioni che gli enti possono destinare alle nuove assunzioni: al 60%, per il biennio 2014/2015; all'80%, per il biennio 2016/2017; al 100%, dal 2018;
- poi attraverso l'abolizione del divieto per gli enti che, anche considerando la spesa per il personale delle società partecipate, superano la soglia massima del 50% nel rapporto tra spesa del personale e spesa corrente.
Per eliminare le limitazioni alle nuove assunzioni che derivano dal tetto alla spesa del personale vi sono almeno tre strade percorribili.
- La prima è quella di assumere, come già si fa per gli enti non soggetti al patto, come tetto di spesa non superabile quella di un dato anno o meglio, per evitare effetti di casualità, di un triennio.
- La seconda è quella di assegnare, scelta auspicata dalla stessa sezione autonomie della Corte dei conti, un effetto prenotativo sulla spesa del personale alla programmazione del fabbisogno del personale, cosicché l'inserimento di una assunzione in tale documento consente di aumentare convenzionalmente il tetto di spesa del personale dell'anno su cui fare poi il confronto nell'anno successivo.
- La terza risposta (di portata più limitata) è quella suggerita dai giudici contabili dell'Umbria di assumere, come base di confronto, la spesa del personale del bilancio preventivo, così da non farla diminuire a seguito di eventi casuali (il ritardo in un'assunzione, l'aspettativa di personale senza sostituzione, l'assenza del segretario, eccetera)
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.07.2014).

GIURISPRUDENZA

EDILIZIA PRIVATA: Con riferimento sia alle d.i.a. di cui alla normativa di settore (con particolare riferimento all’edilizia) sia al modello generale di cui all’art. 19 legge 241/1990, la giurisprudenza ritiene che presupposti indefettibili perché una d.i.a. possa essere produttiva di effetti siano la completezza e la veridicità delle dichiarazioni contenute nell'autocertificazione.
Infatti, il decorso del termine di trenta giorni non può avere alcun effetto di legittimazione dell'intervento, rispetto ad una dichiarazione inesatta o incompleta, con la conseguenza che l'Amministrazione ha la facoltà ed il potere di inibire l'attività o di sospendere i lavori.
Così opinando, tale potere non è equiparabile ad un potere di autotutela, poiché non vi è alcun provvedimento su cui intervenire, ma ad un “potere di verifica della non formazione della d.i.a.”, con conseguente ordine di interruzione dei lavori, così come d’altronde normativamente previsto per l’ipotesi di mendacio (vedi comma 3 art. 19 L. 241/1990); per tale motivo, l'esercizio di tale potere non è sottoposto al termine perentorio di trenta giorni, che presuppone invece che la d.i.a. sia completa nei suoi elementi essenziali.
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Tali coordinate interpretative, invero, risultano già fatte proprie da questa Sezione con specifico riferimento ai procedimenti per l’autorizzazione di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili -caratterizzati come detto dal connotato della specialità- laddove si è precisato che le attestazioni che devono accompagnare la denuncia di inizio attività prevista dall'art. 5 del D.lgs. 29.12.2003 n. 387 non possono che ricalcare in linea di massima la documentazione da produrre con l'istanza per l'ottenimento dell'autorizzazione, di cui ai commi terzo e quarto dell'articolo 12 del decreto legislativo 29.12.2003 n. 387.
Pertanto in assenza della documentazione, se pertinente ed essenziale, la dichiarazione d'inizio attività “non può reputarsi formalmente presentata” e quindi, dalla data del suo deposito, non può iniziare a decorrere il termine dilatorio di 30 giorni.
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A diverse conclusioni non può giungersi in relazione all’intervenuta qualificazione normativa (per effetto dell’art. 6, comma 1, lett. c), D.L. 13.08.2011, n. 138) della d.i.a. (e della s.c.i.a.) quale titolo abilitativo ex lege e non già di fattispecie provvedimentale a formazione tacita, come anticipato in via pretoria dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato.
Infatti, allorché il legislatore introduca fattispecie di liberalizzazione di attività, vale il principio dell'autoresponsabilità del dichiarante, in base al quale, la dichiarazione può ritenersi valida ed efficace soltanto se essa rispetti -oltre alle formalità estrinseche prescritte dall'ordinamento (essenzialmente dirette a rendere incontrovertibile la paternità di una determinata dichiarazione)- anche il canone dell'autosufficienza contenutistica, nel senso che occorre porre in condizione l’Amministrazione di poter effettivamente esercitare in concreto il potere inibitorio e di controllo previsto dalla legge. E ciò, si badi bene, non solo nell’interesse pubblico alla repressione delle attività abusive, ma nello stesso interesse del dichiarante a non esporsi inutilmente all’eventuale potere inibitorio e/o sanzionatorio una volta già realizzate le opere ed effettuati i correlati investimenti.
Le esigenze di concentrazione dei procedimenti e di tempestività e contenimento dei termini, poste alla base del decreto legislativo 29.12.2003 n. 387 in materia di autorizzazione di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, sia in riferimento alle fattispecie di autorizzazione unica che di d.i.a., non può allora esonerare il richiedente, secondo il suesposto principio della autoresponsabilità, dalla presentazione della documentazione prescritta dalla legge, al fine di consentire all’Amministrazione di effettuare preventivamente gli opportuni controlli su quanto l’interessato intenda realizzare.
Conclusivamente, anche in riferimento alle d.i.a. prescritte dalla normativa in materia di realizzazione di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili -per le quali in considerazione della specialità non pare ipotizzabile la sostituzione con la s.c.i.a. di cui all’art. 19 L. 241/1990- deve rimanere fermo il principio per cui le fattispecie di semplificazione astrattamente previste dal legislatore (statale o regionale) possono ritenersi “formate ed esistenti” soltanto quando esse risultino idonee, da sole, a soddisfare le esigenze informative indispensabili per l’esercizio del potere inibitorio–repressivo.

3.3. Tanto premesso, con riferimento sia alle d.i.a. di cui alla normativa di settore (con particolare riferimento all’edilizia) sia al modello generale di cui all’art. 19 legge 241/1990, la giurisprudenza ritiene che presupposti indefettibili perché una d.i.a. possa essere produttiva di effetti siano la completezza e la veridicità delle dichiarazioni contenute nell'autocertificazione (ex multis TAR Lombardia Milano II 09.12.2008 n. 5737; TAR Emilia-Romagna Bologna sez. II 17.07.2006 n. 142; Consiglio di Stato sez. IV 24.05.2010, n. 3263; TAR Lazio-Roma sez. I 02.12.2010, n. 35023).
Infatti, il decorso del termine di trenta giorni non può avere alcun effetto di legittimazione dell'intervento, rispetto ad una dichiarazione inesatta o incompleta, con la conseguenza che l'Amministrazione ha la facoltà ed il potere di inibire l'attività o di sospendere i lavori. Così opinando, tale potere non è equiparabile ad un potere di autotutela, poiché non vi è alcun provvedimento su cui intervenire, ma ad un “potere di verifica della non formazione della d.i.a.”, con conseguente ordine di interruzione dei lavori, così come d’altronde normativamente previsto per l’ipotesi di mendacio (vedi comma 3 art. 19 L. 241/1990); per tale motivo, l'esercizio di tale potere non è sottoposto al termine perentorio di trenta giorni, che presuppone invece che la d.i.a. sia completa nei suoi elementi essenziali (ex multis TAR Lombardia Milano II 09.12.2008, n. 5737).
3.4. Tali coordinate interpretative, invero, risultano già fatte proprie da questa Sezione con specifico riferimento ai procedimenti per l’autorizzazione di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili -caratterizzati come detto dal connotato della specialità- laddove si è precisato che le attestazioni che devono accompagnare la denuncia di inizio attività prevista dall'art. 5 del D.lgs. 29.12.2003 n. 387 non possono che ricalcare in linea di massima la documentazione da produrre con l'istanza per l'ottenimento dell'autorizzazione, di cui ai commi terzo e quarto dell'articolo 12 del decreto legislativo 29.12.2003 n. 387; pertanto in assenza della documentazione, se pertinente ed essenziale, la dichiarazione d'inizio attività “non può reputarsi formalmente presentata” e quindi, dalla data del suo deposito, non può iniziare a decorrere il termine dilatorio di 30 giorni (sentenza 02.10.2009, n. 2226).
3.5. A diverse conclusioni non può giungersi in relazione all’intervenuta qualificazione normativa (per effetto dell’art. 6, comma 1, lett. c), D.L. 13.08.2011, n. 138) della d.i.a. (e della s.c.i.a.) quale titolo abilitativo ex lege e non già di fattispecie provvedimentale a formazione tacita, come anticipato in via pretoria dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (sentenza 29.07.2011, n. 15).
Infatti, allorché il legislatore introduca fattispecie di liberalizzazione di attività, vale il principio dell'autoresponsabilità del dichiarante, in base al quale, la dichiarazione può ritenersi valida ed efficace soltanto se essa rispetti -oltre alle formalità estrinseche prescritte dall'ordinamento (essenzialmente dirette a rendere incontrovertibile la paternità di una determinata dichiarazione)- anche il canone dell'autosufficienza contenutistica, nel senso che occorre porre in condizione l’Amministrazione di poter effettivamente esercitare in concreto il potere inibitorio e di controllo previsto dalla legge. E ciò, si badi bene, non solo nell’interesse pubblico alla repressione delle attività abusive, ma nello stesso interesse del dichiarante a non esporsi inutilmente all’eventuale potere inibitorio e/o sanzionatorio una volta già realizzate le opere ed effettuati i correlati investimenti.
Le esigenze di concentrazione dei procedimenti e di tempestività e contenimento dei termini, poste alla base del decreto legislativo 29.12.2003 n. 387 in materia di autorizzazione di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, sia in riferimento alle fattispecie di autorizzazione unica che di d.i.a., non può allora esonerare il richiedente, secondo il suesposto principio della autoresponsabilità, dalla presentazione della documentazione prescritta dalla legge, al fine di consentire all’Amministrazione di effettuare preventivamente gli opportuni controlli su quanto l’interessato intenda realizzare (in questi termini, in riferimento all’art. 23 t.u. edilizia e all’art. 19 legge 241/1990, Consiglio di Stato sez. IV 24.05.2010 n. 3263; in riferimento alla d.i.a. per la realizzazione di impianti di telefonia mobile TAR Emilia Romagna Bologna, sez. II, 17.07.2006, n. 1462.)
Conclusivamente, anche in riferimento alle d.i.a. prescritte dalla normativa in materia di realizzazione di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili -per le quali in considerazione della specialità non pare ipotizzabile la sostituzione con la s.c.i.a. di cui all’art. 19 L. 241/1990- deve rimanere fermo il principio per cui le fattispecie di semplificazione astrattamente previste dal legislatore (statale o regionale) possono ritenersi “formate ed esistenti” soltanto quando esse risultino idonee, da sole, a soddisfare le esigenze informative indispensabili per l’esercizio del potere inibitorio–repressivo
(TAR Puglia-Bari, Sez. I, sentenza 18.06.2012 n. 1193 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’ubicazione del canile è compatibile con la destinazione d’uso a zona agricola e non rende necessaria alcuna variante dello strumento urbanistico generale.
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Sia il canile che l’azienda venatoria sono compatibili con la destinazione agricola dell’area e non è pacificamente necessaria la DIA per il canile, così come per l’azienda venatoria.

Comune di Bagnoregio ... contro Comune di Viterbo ...
per l'annullamento della DELIBERA 25/06 AVENTE AD OGGETTO: LAVORI DI COSTRUZIONE DEL CANILE MUNICIPALE IN LOC. FRACASSA - STRADA PROVINCIALE PRATOLEVA - IX CIRCOSCRIZIONE - CONTRODEDUZIONI E OSSERVAZIONI - 23-BIS.
...
Ritenuto e considerato in fatto ed in diritto quanto segue:
1 – Che a seguito di avviso pubblico in data 03.06.2004 il Comune di Viterbo si rendeva acquirente del terreno agricolo sito in località Fracassa, al confine del territorio del Comune di Viterbo con quelli di Bagnoregio e Celleno e ricadente nel perimetro dell'Azienda Faunistico- Venatoria "Carbonara", ed in data 16.12.2004 il Consiglio Comunale approvava il progetto preliminare dell'erigendo canile e contestualmente la variante urbanistica con la quale il terreno acquistato, "zonizzato" come E4 (zona agricola), veniva trasformato in F3 (servizi e attrezzature tecnologici e specializzati);
2 – Che, avendo avuto notizia di tali vicende, facevano pervenire osservazioni in opposizione al Comune, in tempi diversi, l'ing. Tecchi, la Signora Michelina Tecchi Cristofori Celiani (proprietaria di un'azienda agricola limitrofa alla zona in questione), il Comune di Bagnoregio, e alcuni cittadini (circa sessanta) residenti in prossimità del luogo;
...
9 – Che, tuttavia, ogni ulteriore approfondimento sull’eccezione in esame appare superfluo, considerato che il ricorso palesa comunque la propria non fondatezza nel merito;
10- Che, in particolare, quanto ai singoli motivi di ricorso:
1) l’ubicazione del canile è compatibile con la destinazione d’uso a zona agricola e non rende necessaria alcuna variante dello strumento urbanistico generale, e ciò fa perdere ogni rilievo alle censure sub 1;
2) dagli atti depositati in giudizio risulta lo svolgimento di un’adeguata istruttoria, che ha in particolare consentito di escludere la presenza di “insediamenti abitativi” in prossimità, senza con ciò escludere, ed anzi dando atto della presenza, di alcune abitazioni rurali, che risultano (restando del tutto irrilevanti eventuali fenomeni di edilizia “spontanea” o abusiva) del tutto compatibili con il canile, sulla premessa della sua compatibilità (riconosciuta dalla costante giurisprudenza) con la destinazione agricola della zona, facendo ciò cadere le censure sub 2;
3) la presenza di un inceneritore di portata maggiore rispetto alla taglia media di un cane viene adeguatamente motivata, nel progetto, con ragioni di economia di gestione, e da sola non lascia ipotizzare alcuno sviamento, come invece sostenuto nella censura sub 3;
4) le censure sub 4, comunque estranee allo osservazioni ed alla conseguenti controdeduzioni della delibera impugnata, non si sostanziano in alcuna specifica evidenziazione di illegittimità, e comunque appaiono contraddette dalle norme che sottopongono il canile municipale ad un’adeguata sorveglianza sanitaria e veterinaria, sempre necessaria, indipendentemente dal fatto che i possibili bersagli delle temute infezioni siano animali selvatici o domestici diversi da quelli dell’azienda venatoria in questione e dai cani da caccia dei relativi clienti;
5) quanto infine alla contestata violazione della normativa ambientale ed alla affermata mancata ponderazione dei valori ambientali, di cui l’azienda venatoria ricorrente sarebbe portatrice, osserva il Collegio che sia il canile che l’azienda venatoria sono compatibili con la destinazione agricola dell’area e che non è pacificamente necessaria la DIA per il canile, così come per l’azienda venatoria. Pertanto, non venendo neppure allegata alcuna censura relativa a specifiche presunte violazioni ambientali in danno dell’azienda (ed essendo, in ogni caso, gli “ospiti” del canile ristretti in un’area sorvegliata e ben confinata), la dedotta censura si palesa priva di consistenza;
11 – Che il ricorso , in disparte ogni considerazione circa la sua inammissibilità, palesa quindi la propria non fondatezza e deve pertanto essere respinto (TAR Lazio-Roma, Sez. II-bis, sentenza 26.04.2011 n. 3583 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Realizzazione di box a servizio di un canile - Destinazione “zona agricola” - Incompatibilità urbanistica oggettiva e assoluta - Esclusione - Permesso di costruire - Diniego - Illegittimità - Fattispecie.
In materia urbanistica, non è configurabile una pretesa incompatibilità urbanistica oggettiva e assoluta tra la destinazione agricola e la realizzazione di box a servizio del canile, sia in quanto la destinazione agricola di una zona comporta che la stessa non può essere destinata ad insediamento abitativo residenziale, ma non preclude l'installazione di opere che nulla hanno a che vedere con la localizzazione della residenza della popolazione, sia in quanto, per ovvie ragioni, un ricovero per cani randagi è preferibile che venga ubicato in aperta campagna e quindi in zona agricola, salvo che il piano regolatore generale non preveda apposite localizzazioni (cfr., circa la compatibilità di un canile municipale con la destinazione a zona agricola, Consiglio di Stato, IV Sezione, 31.01.2005, n. 253).
Nella specie, è stato ritenuto illegittimo il provvedimento che negava il rilascio del permesso di costruire, per la realizzazione di 21 box destinati al ricovero di cani randagi, sul presupposto che “la zona interessata è classificata secondo il vigente P.R.G. come Zona E Agricola e viabilità esistente” e che le norme tecniche di attuazione, di detta zona, non contemplano l’intervento richiesto (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 21.11.2006 n. 10065 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATAIl contributo per oneri di urbanizzazione è un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione all’insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae, cosicché il tipo di uso offre la giustificazione giuridica all’an debeatur, mentre le modalità concrete dell’uso danno la ragione del quantum.
Il presupposto imponibile per il pagamento dei contributi di urbanizzazione va ravvisato nella domanda di una maggiore dotazione di servizi (rete viaria, fognature, ecc.) nell’area di riferimento, che sia indotta dalla destinazione d’uso concretamente impressa all’alloggio, in quanto una diversa utilizzazione rispetto a quella stabilita nell’originario titolo abilitativo può determinare una variazione quantitativa e qualitativa del carico urbanistico.
In termini generali, il fondamento del contributo di urbanizzazione –da versare al momento del rilascio di una concessione edilizia– non consiste nell'atto amministrativo in sé bensì nella necessità di ridistribuire i costi sociali delle opere di urbanizzazione, facendoli gravare sugli interessati che beneficiano delle utilità derivanti dalla presenza delle medesime, secondo modalità eque per la comunità.
Pertanto, anche nel caso di modificazione della destinazione d'uso cui si correla un maggior carico urbanistico, è integrato il presupposto che giustifica l’imposizione al titolare del pagamento della differenza tra gli oneri di urbanizzazione dovuti per la destinazione originaria e quelli, se più elevati, dovuti per la nuova destinazione impressa: il mutamento è rilevante allorquando sussiste un passaggio tra due categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, qualificate sotto il profilo della differenza del regime contributivo in ragione di diversi carichi urbanistici, cosicché la circostanza che le modifiche di destinazione d’uso senza opere non sono soggette a preventiva concessione o autorizzazione sindacale non comporta ipso jure l’esenzione dagli oneri di urbanizzazione e quindi la gratuità dell’operazione.
Un diverso ragionamento sarebbe evidentemente inaccettabile, dal momento che gli interessati sarebbero altrimenti indotti a chiedere ed ottenere una concessione edilizia che sconta il pagamento di un minor contributo per il basso carico urbanistico, per poi mutare liberamente la destinazione d'uso originaria senza pagare i più elevati oneri che derivano dal maggior carico urbanistico.
Se è comunque indispensabile l’esame della fattispecie concreta per accertare se il nuovo insediamento o la nuova opera abbia determinato un incremento nella domanda di strutture ed opere collettive, nella specie il mutamento di destinazione –da residenziale ad ufficio– è riconducibile ad una classe diversa e più onerosa della precedente tale che, se la concessione fosse stata richiesta fin dall’origine per la nuova destinazione, avrebbe comportato un diverso e meno favorevole regime contributivo urbanistico: ai fini del calcolo dei cd. standard, l’ufficio di un’attività d’impresa assume la consistenza di un distinto ed autonomo centro d'attrazione, non riconducibile alle esigenze di normale vivibilità delle zone residenziali, ed è pertanto fonte di un maggiore carico urbanistico.
In definitiva, a fronte dell’accertato mutamento di destinazione d’uso l’amministrazione ha legittimamente provveduto a calcolare di nuovo il quantum dovuto in relazione al diverso carico urbanistico

La censura è priva di pregio.
Ad avviso della costante giurisprudenza (Consiglio di Stato, sez. V – 26/07/1984 n. 592; TAR Catania–31/07/1979 n. 408), il contributo per oneri di urbanizzazione è un corrispettivo di diritto pubblico, di natura non tributaria, posto a carico del costruttore a titolo di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione in proporzione all’insieme dei benefici che la nuova costruzione ne ritrae, cosicché il tipo di uso offre la giustificazione giuridica all’an debeatur, mentre le modalità concrete dell’uso danno la ragione del quantum (Consiglio di Stato, sez. V – 23/05/1997 n. 529).
Il presupposto imponibile per il pagamento dei contributi di urbanizzazione va ravvisato nella domanda di una maggiore dotazione di servizi (rete viaria, fognature, ecc.) nell’area di riferimento, che sia indotta dalla destinazione d’uso concretamente impressa all’alloggio, in quanto una diversa utilizzazione rispetto a quella stabilita nell’originario titolo abilitativo può determinare una variazione quantitativa e qualitativa del carico urbanistico (Sentenza Sezione 11/06/2004 n. 646; TAR Lombardia Milano, sez. II – 02/10/2003 n. 4502; Consiglio Stato, sez. V – 25/05/1995 n. 822).
In termini generali, il fondamento del contributo di urbanizzazione –da versare al momento del rilascio di una concessione edilizia– non consiste nell'atto amministrativo in sé bensì nella necessità di ridistribuire i costi sociali delle opere di urbanizzazione, facendoli gravare sugli interessati che beneficiano delle utilità derivanti dalla presenza delle medesime, secondo modalità eque per la comunità (cfr. TAR Veneto, sez. II – 13/11/2001 n. 3699).
Pertanto, anche nel caso di modificazione della destinazione d'uso cui si correla un maggior carico urbanistico, è integrato il presupposto che giustifica l’imposizione al titolare del pagamento della differenza tra gli oneri di urbanizzazione dovuti per la destinazione originaria e quelli, se più elevati, dovuti per la nuova destinazione impressa: il mutamento è rilevante allorquando sussiste un passaggio tra due categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, qualificate sotto il profilo della differenza del regime contributivo in ragione di diversi carichi urbanistici, cosicché la circostanza che le modifiche di destinazione d’uso senza opere non sono soggette a preventiva concessione o autorizzazione sindacale non comporta ipso jure l’esenzione dagli oneri di urbanizzazione e quindi la gratuità dell’operazione (cfr., in tal senso, sentenze Sezione 10/03/2005 n. 145 e 23/01/1998 n. 34).
Un diverso ragionamento sarebbe evidentemente inaccettabile, dal momento che gli interessati sarebbero altrimenti indotti a chiedere ed ottenere una concessione edilizia che sconta il pagamento di un minor contributo per il basso carico urbanistico, per poi mutare liberamente la destinazione d'uso originaria senza pagare i più elevati oneri che derivano dal maggior carico urbanistico.
Se è comunque indispensabile l’esame della fattispecie concreta per accertare se il nuovo insediamento o la nuova opera abbia determinato un incremento nella domanda di strutture ed opere collettive (TAR Piemonte, sez. I – 04/12/1997 n. 821; Consiglio di Stato, sez. V – 29/01/2004 n. 295), nella specie il mutamento di destinazione –da residenziale ad ufficio– è riconducibile ad una classe diversa e più onerosa della precedente tale che, se la concessione fosse stata richiesta fin dall’origine per la nuova destinazione, avrebbe comportato un diverso e meno favorevole regime contributivo urbanistico: ai fini del calcolo dei cd. standard, l’ufficio di un’attività d’impresa assume la consistenza di un distinto ed autonomo centro d'attrazione, non riconducibile alle esigenze di normale vivibilità delle zone residenziali, ed è pertanto fonte di un maggiore carico urbanistico (Consiglio Stato, sez. V – 19/05/1998 n. 626).
In definitiva, a fronte dell’accertato mutamento di destinazione d’uso l’amministrazione ha legittimamente provveduto a calcolare di nuovo il quantum dovuto in relazione al diverso carico urbanistico (TAR Lombardia-Brescia, sentenza 07.11.2005 n. 1115).

EDILIZIA PRIVATA: L'esenzione dal versamento degli oo.uu. e del costo di costruzione, ex art. 9 L. n. 10/1977, non si applica alle opere pubbliche realizzate da un soggetto non rientri nella nozione di ente istituzionalmente competente.
L'art. 9, comma 1, lett. f), della legge 28.01.1977, n. 10 enuncia due requisiti che devono entrambi concorrere per fondare lo speciale regime di gratuità della concessione, l'uno di carattere oggettivo e l'altro di carattere soggettivo.
Per effetto del primo la costruzione deve riguardare opere pubbliche o di interesse generale mentre, per effetto del secondo, devono essere eseguite da un ente istituzionalmente competente.
In merito al primo aspetto, non vi è dubbio che il caso di specie (ndr: uffici ed ambulatori nuova sede INAIL) rientri nella previsione normativa e ciò è provato dall’espresso contenuto della concessione edilizia rilasciata dal Comune.
Difficoltà di ordine interpretativo nascono in ordine al possesso in capo alla impresa COGECAR s.r.l. del requisito soggettivo di “ente istituzionalmente competente”.
In questo senso, è necessario individuare la ratio dell’esenzione in argomento che è finalizzata sì ad agevolare l'esecuzione di opere dalle quali la collettività possa trarne una utilità ma anche ad evitare che il soggetto che interviene per l'istituzionale attuazione del pubblico interesse corrisponda un contributo che verrebbe a gravare, sia pure indirettamente, sulla stessa comunità che dovrebbe avvantaggiarsi dal loro pagamento.
In questo senso, la disposizione si rivolge, oltre che agli enti pubblici, a quelle figure soggettive che non agiscono per esclusivo scopo lucrativo ovvero che accompagnano al lucro un collegamento giuridicamente rilevante con l'amministrazione, sì da rafforzare il legame istituzionale con l'azione del soggetto pubblico per la cura degli interessi della collettività.
Tale raccordo, peraltro, deve essere idoneo ad assicurare, grazie alla presenza del soggetto pubblico, un contemperamento dell'obiettivo privatistico dell'esecutore dell'opera con il fine pubblicistico realizzato, come ad esempio nel caso del concessionario di opera pubblica, il quale, pur mirando al conseguimento di un lucro d'impresa, è parificabile a pieno titolo al soggetto che cura istituzionalmente l'esecuzione di opere di interesse generale.
Ciò premesso, nella fattispecie controversa non è dato apprezzare il requisito soggettivo, poiché l’impresa ricorrente non può essere ricompressa nella nozione di ente istituzionalmente competente.
A questo fine, il fatto che l’immobile fosse destinato ad ospitare la nuova sede dell’INAIL non porta conseguentemente a ritenere sussistente l’elemento soggettivo che, al contrario, deve essere verificato sulla base di altri fattori di collegamento.
In questo quadro, la circostanza di aver partecipato ad una gara indetta dall’INAIL per l’acquisto di un immobile, da costruire e da destinare al predetto istituto (con successiva stipula del contratto di compravendita di cosa futura), non esclude il fatto che la COGECAR S.r.l. abbia comunque operato e programmato l'intervento edilizio in qualità di soggetto privato e che la valutazione dei costi dell'opera e dei margini di lucro sia stata eseguita nell'ambito delle specifiche competenze dell'impresa.
La COGECAR s.r.l. ha conservato, nel caso di specie, la sua veste di operatore economico privato ed ha quindi conseguito un utile in posizione comune a quella di ogni altro libero operatore nel mercato, segnando così un netto distacco rispetto all'ipotesi in cui l'opera viene costruita dall'ente istituzionalmente competente.

... per l'annullamento, con tutti gli atti preordinati, consequenziali e connessi, della concessione edilizia n. 14 del 25.01.1999 e relativo avviso di rilascio del Comune di Monza, avente ad oggetto la costruzione di un edificio direzionale (uffici ed ambulatori nuova sede INAIL), nella parte in cui impone il versamento del contributo commisurato al costo di costruzione, stabilito in £. 572.637.084, e degli oneri di urbanizzazione, stabiliti in £. 294.584.085, ovvero per la declaratoria del diritto della ricorrente alla esenzione dal pagamento di oneri concessori e la conseguente condanna del Comune di Monza alla restituzione della somma di £. 845.751.170 oltre interessi e rivalutazione.
...
La censura avanzata dalla ricorrente non appare fondata condividendo il Collegio l’interpretazione dell’art. 9, comma 1, lett. f), della legge 28.01.1977, n. 10 fornita dalla prevalente giurisprudenza amministrativa (per tutte, Cons. St., sez. V, 20.07.2000, n. 3860).
La norma enuncia, infatti, due requisiti che devono entrambi concorrere per fondare lo speciale regime di gratuità della concessione, l'uno di carattere oggettivo e l'altro di carattere soggettivo.
Per effetto del primo la costruzione deve riguardare opere pubbliche o di interesse generale mentre, per effetto del secondo, devono essere eseguite da un ente istituzionalmente competente.
In merito al primo aspetto, non vi è dubbio che il caso di specie rientri nella previsione normativa e ciò è provato dall’espresso contenuto della concessione edilizia rilasciata dal Comune.
Difficoltà di ordine interpretativo nascono in ordine al possesso in capo alla impresa COGECAR s.r.l. del requisito soggettivo di “ente istituzionalmente competente”.
In questo senso, è necessario individuare la ratio dell’esenzione in argomento che è finalizzata sì ad agevolare l'esecuzione di opere dalle quali la collettività possa trarne una utilità ma anche ad evitare che il soggetto che interviene per l'istituzionale attuazione del pubblico interesse corrisponda un contributo che verrebbe a gravare, sia pure indirettamente, sulla stessa comunità che dovrebbe avvantaggiarsi dal loro pagamento.
In questo senso, la disposizione si rivolge, oltre che agli enti pubblici, a quelle figure soggettive che non agiscono per esclusivo scopo lucrativo ovvero che accompagnano al lucro un collegamento giuridicamente rilevante con l'amministrazione, sì da rafforzare il legame istituzionale con l'azione del soggetto pubblico per la cura degli interessi della collettività.
Tale raccordo, peraltro, deve essere idoneo ad assicurare, grazie alla presenza del soggetto pubblico, un contemperamento dell'obiettivo privatistico dell'esecutore dell'opera con il fine pubblicistico realizzato, come ad esempio nel caso del concessionario di opera pubblica, il quale, pur mirando al conseguimento di un lucro d'impresa, è parificabile a pieno titolo al soggetto che cura istituzionalmente l'esecuzione di opere di interesse generale.
Ciò premesso, nella fattispecie controversa non è dato apprezzare il requisito soggettivo, poiché l’impresa ricorrente non può essere ricompressa nella nozione di ente istituzionalmente competente.
A questo fine, il fatto che l’immobile fosse destinato ad ospitare la nuova sede dell’INAIL non porta conseguentemente a ritenere sussistente l’elemento soggettivo che, al contrario, deve essere verificato sulla base di altri fattori di collegamento.
In questo quadro, la circostanza di aver partecipato ad una gara indetta dall’INAIL per l’acquisto di un immobile, da costruire e da destinare al predetto istituto (con successiva stipula del contratto di compravendita di cosa futura), non esclude il fatto che la COGECAR S.r.l. abbia comunque operato e programmato l'intervento edilizio in qualità di soggetto privato e che la valutazione dei costi dell'opera e dei margini di lucro sia stata eseguita nell'ambito delle specifiche competenze dell'impresa.
La COGECAR s.r.l. ha conservato, nel caso di specie, la sua veste di operatore economico privato ed ha quindi conseguito un utile in posizione comune a quella di ogni altro libero operatore nel mercato, segnando così un netto distacco rispetto all'ipotesi in cui l'opera viene costruita dall'ente istituzionalmente competente.
In conclusione, il ricorso deve essere respinto (TAR Lombardia-Milano, Sez. III, sentenza 09.02.2004 n. 653).

AGGIORNAMENTO AL 15.07.2014

IN EVIDENZA

EDILIZIA PRIVATA: L’art. 167 del d.lgs. n. 42/2004 prevede che l’autorità amministrativa competente accerta la compatibilità paesaggistica nei casi di “lavori, realizzati in assenza o difformità dall'autorizzazione paesaggistica, che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati”, “impiego di materiali in difformità dall'autorizzazione paesaggistica”, “lavori comunque configurabili quali interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria” ai sensi dell'articolo 3 del d.P.R. n. 380/2001.
A tale riguardo:
- il Collegio ritiene di non doversi discostare da una interpretazione del testo normativo fedele alla lettera, la quale esclude l’accertamento di compatibilità paesaggistica nel caso di creazione o aumento di superfici utili “o” volumi;
- il Consiglio di Stato ha chiarito che “il divieto di incremento dei volumi edilizi imposto ai fini della tutela del paesaggio preclude qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico ed altro tipo di volume...la natura del volume edilizio realizzato non rileva sul giudizio di compatibilità paesaggistica ex post delle opere, in cui la nuova volumetria, quale che sia la sua natura, impone una valutazione di compatibilità con i valori paesaggistici dell'area ex ante, essendo precluse autorizzazioni postume di opere che abbiano comportato nuovi volumi ai sensi dell’art. 167 D.Lgs. n. 42 del 2004”;
- “quanto al rilievo dei volumi seminterrati o interrati…la Sezione richiama e ribadisce in questa sede la propria consolidata giurisprudenza, per la quale -come si desume dall'articolo 167, comma 4, del medesimo Codice- hanno rilievo paesaggistico i volumi interrati e seminterrati: così come per essi è applicabile il divieto di sanatoria quando sono realizzati senza titolo (perché il comma 4 vieta il rilascio della sanatoria paesaggistica quando l'abuso abbia riguardato volumi di qualsiasi natura), così essi hanno una propria rilevanza paesaggistica per le opere da realizzare”.
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Il parere ministeriale (di cui alla nota 13.09.2010 n. 16721 di prot. dell’Ufficio legislativo del Ministero B.A.C.) -nell’intento di evitare interpretazioni eccessivamente formalistiche della normativa- escluderebbe la necessità dell’autorizzazione paesaggistica con riferimento a incrementi di volume o di superficie “di minima entità”, che non risultino “neppure visibili” e che non rechino pregiudizio ai valori protetti “in quanto oggettivamente non percepibili”. 
Tuttavia, si ritiene di dover condividere la posizione della Soprintendenza, laddove afferma che “la normativa invocata prescinde da valutazioni soggettive e discrezionali inerenti alla percettibilità delle opere eseguite sine titulo, la cui ammissibilità ai benefici di legge va valutata –trattandosi di deroga al divieto generale di rilascio di autorizzazioni in via postuma– con tassativo riferimento a quanto disposto dall’art. 167, comma 4, d.lgs. n. 42/2004”.
Ancora, in relazione all’ambiente urbano circostante –secondo la ricorrente “di scarsissimo valore paesaggistico attesa la presenza di grandi edifici anonimi e privi di qualsiasi qualità architettonica”– la Soprintendenza utilmente richiama quanto da tempo affermato dal Consiglio di Stato circa il fatto che “non può affermarsi la sussistenza dei vizi di difetto di istruttoria e di motivazione in relazione al fatto che l'area in parola fosse stata nel corso del tempo degradata e parzialmente urbanizzata e che le aree circostanti fossero state notevolmente alterate… l'avvenuta edificazione di un'area o le sue condizioni di degrado non costituiscono ragione sufficiente per recedere dall'intento di proteggere i valori estetici o culturali ad essa legati, poiché l'imposizione del vincolo costituisce il presupposto per l'imposizione al proprietario delle cautele e delle opere necessarie alla conservazione del bene e per la cessazione degli usi incompatibili con la conservazione dell'integrità dello stesso”; e che “siccome la qualificazione di rilevanza paesaggistico-ambientale di un sito non è determinata dal suo grado d'inquinamento -ché, allora, in tutti i casi di degrado ambientale sarebbe preclusa ogni ulteriore protezione del paesaggio riconosciuto meritevole di tutela-, ne consegue che l'imposizione del relativo vincolo serve piuttosto a prevenire l'aggravamento della situazione ed a perseguirne il possibile recupero”.
In ogni caso, la Soprintendenza rileva che l’immobile “non apporta un contributo alla qualificazione delle vedute d’insieme del luogo e non può essere ritenuto migliorativo per il paesaggio rispetto all’edificio preesistente”.

Il Collegio ritiene che la Soprintendenza abbia agito correttamente, per le ragioni di seguito illustrate.
L’art. 167 del d.lgs. n. 42/2004 prevede che l’autorità amministrativa competente accerta la compatibilità paesaggistica nei casi di “lavori, realizzati in assenza o difformità dall'autorizzazione paesaggistica, che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati”, “impiego di materiali in difformità dall'autorizzazione paesaggistica”, “lavori comunque configurabili quali interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria” ai sensi dell'articolo 3 del d.P.R. n. 380/2001.
Nel caso in esame la mancanza della necessaria autorizzazione paesaggistica riguarda l’intero fabbricato. Il decorso del tempo dopo il rilascio del p.d.c. n. 23/2008 non muta il fatto che l’immobile per il quale esso è stato rilasciato era e resta abusivo dal punto di vista paesaggistico. Sicché, per la Soprintendenza, i lavori realizzati in assenza di autorizzazione paesaggistica non possono che essere costituiti dall’intera costruzione.
A tutto concedere -e così risulta aver ragionato la Soprintendenza- il raffronto, avente lo scopo di verificare la natura e la consistenza dei lavori ai fini della ammissibilità di una valutazione paesaggistica postuma, può dunque essere compiuto assumendo come parametro di riferimento l’immobile originariamente acquisito dalla ricorrente.
A tale riguardo, occorre premettere che:
- il Collegio ritiene di non doversi discostare da una interpretazione del testo normativo fedele alla lettera, la quale esclude l’accertamento di compatibilità paesaggistica nel caso di creazione o aumento di superfici utili “o” volumi;
- il Consiglio di Stato ha chiarito che “il divieto di incremento dei volumi edilizi imposto ai fini della tutela del paesaggio preclude qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico ed altro tipo di volume...la natura del volume edilizio realizzato non rileva sul giudizio di compatibilità paesaggistica ex post delle opere, in cui la nuova volumetria, quale che sia la sua natura, impone una valutazione di compatibilità con i valori paesaggistici dell'area ex ante, essendo precluse autorizzazioni postume di opere che abbiano comportato nuovi volumi ai sensi dell’art. 167 D.Lgs. n. 42 del 2004” (sez. II, parere 06.06.2012, n. affare 04814/2011);
- “quanto al rilievo dei volumi seminterrati o interrati…la Sezione richiama e ribadisce in questa sede la propria consolidata giurisprudenza, per la quale -come si desume dall'articolo 167, comma 4, del medesimo Codice- hanno rilievo paesaggistico i volumi interrati e seminterrati: così come per essi è applicabile il divieto di sanatoria quando sono realizzati senza titolo (perché il comma 4 vieta il rilascio della sanatoria paesaggistica quando l'abuso abbia riguardato volumi di qualsiasi natura), così essi hanno una propria rilevanza paesaggistica per le opere da realizzare” (sez. VI, sent. n. 4503/2013).
Nella fattispecie, la Soprintendenza ha rilevato che “originariamente il fabbricato rurale aveva due piani (seminterrato, destinato a stalla, e piano terra, di fatto rialzato, adibito a residenza) oltre al sottotetto della copertura a capanna, mentre la costruzione attuale ha tre piani (più il sottotetto non praticabile, ma comunque dotato di botola e bucature), con superfici utili incrementate, di cui il livello inferiore (con altezza netta di 2,70 m) è seminterrato con tre lati in gran parte fuori terra, tanto da essere predisposti ad avere più aperture, e dovrebbe essere adibito a vari usi (autorimessa con portico antistante, locale pluriuso, cantina, wc, disimpegno ecc.) nonché presenta, rispetto al fabbricato preesistente, una sagoma con altezze alla gronda (nonché al colmo e all’interpiano) prevalentemente maggiori, la conformazione e l’estensione delle facciate sostanzialmente variate e sia caratteristiche tipologiche generali che l’assetto del tetto significativamente mutati”.
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La ricorrente lamenta la violazione dell’art. 10-bis della legge n. 241/1990, per non avere la Soprintendenza sufficientemente motivato, nel provvedimento finale, in merito alle controdeduzioni prodotte dalla stessa ricorrente in riscontro alla comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza.
La censura non convince.
Il parere della Soprintendenza argomenta in ordine a tutte le questioni ivi sollevate: il carattere abusivo delle opere, la consistenza obiettiva delle costruzioni, l’insussistenza dei presupposti di cui alla
nota 13.09.2010 n. 16721 di prot. dell’Ufficio legislativo del Ministero B.A.C., la ritenuta incongruenza di alcune parti della documentazione, le caratteristiche della zona nella quale si trova il fabbricato.
In particolare, il richiamato parere ministeriale -nell’intento di evitare interpretazioni eccessivamente formalistiche della normativa- escluderebbe la necessità dell’autorizzazione paesaggistica con riferimento a incrementi di volume o di superficie “di minima entità”, che non risultino “neppure visibili” e che non rechino pregiudizio ai valori protetti “in quanto oggettivamente non percepibili”.
Sul punto, la Soprintendenza ha correttamente osservato che tali condizioni non risultano verificate nel caso oggetto del presente giudizio, nel quale si riscontrano mutamenti della sagoma (altezze alla gronda, al colmo e all’interpiano prevalentemente maggiori), delle facciate (per conformazione ed estensione), delle caratteristiche tipologiche generali, dell’assetto del tetto, nonché interferenze della nuova struttura con l’andamento del terreno circostante.
In ogni caso, si ritiene di dover condividere la posizione della Soprintendenza, laddove afferma che “la normativa invocata prescinde da valutazioni soggettive e discrezionali inerenti alla percettibilità delle opere eseguite sine titulo, la cui ammissibilità ai benefici di legge va valutata –trattandosi di deroga al divieto generale di rilascio di autorizzazioni in via postuma– con tassativo riferimento a quanto disposto dall’art. 167, comma 4, d.lgs. n. 42/2004”.
Ancora, in relazione all’ambiente urbano circostante –secondo la ricorrente “di scarsissimo valore paesaggistico attesa la presenza di grandi edifici anonimi e privi di qualsiasi qualità architettonica”– la Soprintendenza utilmente richiama quanto da tempo affermato dal Consiglio di Stato circa il fatto che “non può affermarsi la sussistenza dei vizi di difetto di istruttoria e di motivazione in relazione al fatto che l'area in parola fosse stata nel corso del tempo degradata e parzialmente urbanizzata e che le aree circostanti fossero state notevolmente alterate… l'avvenuta edificazione di un'area o le sue condizioni di degrado non costituiscono ragione sufficiente per recedere dall'intento di proteggere i valori estetici o culturali ad essa legati, poiché l'imposizione del vincolo costituisce il presupposto per l'imposizione al proprietario delle cautele e delle opere necessarie alla conservazione del bene e per la cessazione degli usi incompatibili con la conservazione dell'integrità dello stesso” (sez. VI, sent. n. 3556/2010); e che “siccome la qualificazione di rilevanza paesaggistico-ambientale di un sito non è determinata dal suo grado d'inquinamento -ché, allora, in tutti i casi di degrado ambientale sarebbe preclusa ogni ulteriore protezione del paesaggio riconosciuto meritevole di tutela-, ne consegue che l'imposizione del relativo vincolo serve piuttosto a prevenire l'aggravamento della situazione ed a perseguirne il possibile recupero” (Cons. Stato, VI, 27.04.2010, n. 2377).
In ogni caso, la Soprintendenza rileva che l’immobile “non apporta un contributo alla qualificazione delle vedute d’insieme del luogo e non può essere ritenuto migliorativo per il paesaggio rispetto all’edificio preesistente”.
Alla luce di tutto quanto sopra considerato, il ricorso è infondato e deve pertanto essere respinto
(TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 04.07.2014 n. 1192 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPer consolidati principi, il divieto di incremento dei volume edilizi imposto ai fini della tutela del paesaggio preclude qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra “volume tecnico” ed altro tipo di volume.
Ai sensi dell’art. 146, comma 4, D.Lgs. n. 42 del 2004, l'autorizzazione paesaggistica non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, delle opere , al di fuori dai casi tassativamente previsti dall'art. 167, commi 4 e 5.
Con tale scelta il legislatore ha inteso presidiare ulteriormente il regime delle opere incidenti su beni paesaggistici, escludendo in radice che l'esame di compatibilità paesaggistica possa essere postergato all'intervento realizzato (sine titulo o in difformità dal titolo rilasciato), così tutelando più rigorosamente i beni sottoposti al vincolo paesaggistico, ad eccezione delle opere tassativamente indicate nello stesso art. 167 del D.Lgs. n. 42 del 2004 riguardanti lavori che, pur se realizzati in assenza o difformità dell'autorizzazione paesaggistica, non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati.
Tuttavia, nel caso in esame, correttamente la Soprintendenza ha escluso la ricorrenza della fattispecie derogatoria appena richiamata, atteso che i vani realizzati sul terrazzo di copertura (tre vani, per una superficie complessiva di 30 mq. ed un’altezza di cm. 250) hanno comportato un aumento delle volumetrie dell'edificio e, per di più, un'opera rilevante sul piano della sua percezione visiva nel contesto paesaggistico di riferimento.
A tal proposito, non può condividersi l'approccio interpretativo dell'appellante, che mira a neutralizzare il profilo dell'aumento volumetrico determinato dai vani ospitanti impianti tecnici, richiamando la normativa sui cosiddetti volumi tecnici.
Nella prospettiva della tutela del paesaggio, in cui assume preminenza l’impatto visivo ed estetico dell’insieme architettonico dei volumi, alla nozione di “volume tecnico”, come volume destinato ad ospitare un impianto o parte di esso che, per ragioni di funzionalità, di igiene o di sicurezza non potrebbe essere allocato nella volumetria assentita o comunque assentibile, non può essere riconosciuto il medesimo rilievo assegnato sul piano del carico urbanistico.
Pertanto, la natura del volume edilizio realizzato (sia o meno qualificabile come volume tecnico) non rileva sul giudizio di compatibilità paesaggistica ex post delle opere, in cui la nuova volumetria, quale che sia la sua natura, impone una valutazione di compatibilità con i valori paesaggistici dell'area (che deve compiersi da parte della autorità preposta alla tutela del vincolo, ovvero dalla competente Soprintendenza in sede di redazione di un suo parere) ex ante, essendo precluse autorizzazioni postume di opere che abbiano comportato nuovi volumi ai sensi dell’art. 167 D.Lgs. n. 42 del 2004.

Con ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, il ricorrente in oggetto ha chiesto l’annullamento, previa sospensione, del parere della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici per la Provincia di Lecce, Brindisi e Taranto in data 13.10.2008, con cui la sua richiesta di autorizzazione in sanatoria alla realizzazione di volumi tecnici su fabbricato di sua proprietà, eretti in assenza di titolo abilitativo, è stata giudicata non rientrante nei casi di sanatoria postuma previsti dall’art. 167 del d. lgs. n. 42/2004.
...
Con il primo motivo di ricorso, parte ricorrente sostiene che i vani realizzati, per la loro natura di “volumi tecnici”, come tali inidonei a determinare creazione di superfici utili o volumi o aumento di quelli legittimamente realizzati, sarebbero sanabili ai sensi dell’art. 167, n. 4 d.lgs. n. 42/2004 e che, pertanto, illegittimamente la Soprintendenza avrebbe ritenuto non esperibile il procedimento di autorizzazione in sanatoria, senza esaminare, nel merito, l’entità dell’abuso (da considerarsi “piccolo abuso”).
Il motivo è infondato.
Per consolidati principi (Cons. St. Sez. VI, 20.6.2012, n. 3578, Sez. IV, 28.03.2011, n. 1879; 04.05.2010, n. 2565), il divieto di incremento dei volume edilizi imposto ai fini della tutela del paesaggio preclude qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra “volume tecnico” ed altro tipo di volume.
Ai sensi dell’art. 146, comma 4, D.Lgs. n. 42 del 2004, l'autorizzazione paesaggistica non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, delle opere , al di fuori dai casi tassativamente previsti dall'art. 167, commi 4 e 5.
Con tale scelta il legislatore ha inteso presidiare ulteriormente il regime delle opere incidenti su beni paesaggistici, escludendo in radice che l'esame di compatibilità paesaggistica possa essere postergato all'intervento realizzato (sine titulo o in difformità dal titolo rilasciato), così tutelando più rigorosamente i beni sottoposti al vincolo paesaggistico, ad eccezione delle opere tassativamente indicate nello stesso art. 167 del D.Lgs. n. 42 del 2004 riguardanti lavori che, pur se realizzati in assenza o difformità dell'autorizzazione paesaggistica, non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati.
Tuttavia, nel caso in esame, correttamente la Soprintendenza ha escluso la ricorrenza della fattispecie derogatoria appena richiamata, atteso che i vani realizzati sul terrazzo di copertura (tre vani, per una superficie complessiva di 30 mq. ed un’altezza di cm. 250) hanno comportato un aumento delle volumetrie dell'edificio e, per di più, un'opera rilevante sul piano della sua percezione visiva nel contesto paesaggistico di riferimento.
A tal proposito, non può condividersi l'approccio interpretativo dell'appellante, che mira a neutralizzare il profilo dell'aumento volumetrico determinato dai vani ospitanti impianti tecnici, richiamando la normativa sui cosiddetti volumi tecnici.
Nella prospettiva della tutela del paesaggio, in cui assume preminenza l’impatto visivo ed estetico dell’insieme architettonico dei volumi, alla nozione di “volume tecnico”, come volume destinato ad ospitare un impianto o parte di esso che, per ragioni di funzionalità, di igiene o di sicurezza non potrebbe essere allocato nella volumetria assentita o comunque assentibile, non può essere riconosciuto il medesimo rilievo assegnato sul piano del carico urbanistico.
Pertanto, la natura del volume edilizio realizzato (sia o meno qualificabile come volume tecnico) non rileva sul giudizio di compatibilità paesaggistica ex post delle opere, in cui la nuova volumetria, quale che sia la sua natura, impone una valutazione di compatibilità con i valori paesaggistici dell'area (che deve compiersi da parte della autorità preposta alla tutela del vincolo, ovvero dalla competente Soprintendenza in sede di redazione di un suo parere) ex ante, essendo precluse autorizzazioni postume di opere che abbiano comportato nuovi volumi ai sensi dell’art. 167 D.Lgs. n. 42 del 2004 (Consiglio di Stato, Sez. II, parere 06.09.2012 n. 3807 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

IN EVIDENZA

EDILIZIA PRIVATA: Alla Camera dei Deputati è stato approvato un emendamento importante (ndr: in quale norma non è dato conoscere) che prevede, in relazione ai pareri dei soprintendenti che oggi sono in qualche misura non discutibili e non ricorribili se non attraverso la procedura davanti all'autorità giudiziaria ordinaria o amministrativa, per la prima volta, un meccanismo interno al Ministero che consenta, su richiesta di un'altra amministrazione pubblica, un comune, una regione o d'ufficio da parte del Ministero di riesaminare, dentro il Ministero stesso, quel parere togliendo in questo modo questa eccezionalità ai pareri dei sovrintendenti che fino ad oggi non erano ridiscutibili, nemmeno per le vie gerarchiche del Ministero.
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Camera dei Deputati, question-time del 09.07.2014 interrogazione n. 3-00932.
Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
(... omissis)
- sotto altri aspetti
nella regione Friuli Venezia Giulia, come già rilevato in altri recenti atti di sindacato ispettivo indirizzati al Ministro interrogato, si è riscontrata una rilevante difficoltà nei rapporti tra la soprintendenza gestita dall'architetto M.G.P. e i soggetti pubblici locali per ritardi inaccettabili nell'inoltro dei pareri, per assenza di motivazioni a giustificazione di diversa valutazione rispetto alle commissioni locali per il paesaggio;
- un tale comportamento a giudizio degli interroganti rappresenta un grave atto di scorrettezza istituzionale, tale da configurare una lesione dell'autonomia del Friuli Venezia Giulia e, quindi, un conflitto di attribuzione tra regione e Stato;
- a seguito della posizione assunta dalla soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici del Friuli Venezia Giulia, il consiglio comunale di Trieste, in data 07.04.2014, avrebbe approvato la delibera che regolamenta i dehor, ossia gli arredi esterni dei locali, imponendo norme stringenti per i gestori degli esercizi pubblici;
- la delibera è entrata in vigore il 30.04.2014 ed entro tale data dovevano essere presentate al comune le domande conformi al nuovo regolamento, le quali hanno richiesto un iter molto complesso, con obbligo di presentazione di un progetto redatto da un professionista;
- gli esercenti, per far accomodare i propri clienti negli spazi esterni circostanti ai locali, sono tenuti ad acquisire l'autorizzazione monumentale da parte della soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici del Friuli Venezia Giulia;
- la richiesta monumentale è necessaria per ottenere il rilascio dell'autorizzazione da parte del comune, ma l’iter non ha tempi certi e non prevede la possibilità del ricorso al silenzio-assenso, col rischio di paralizzare l'attività commerciale;
- il danno economico causato dall'entrata in vigore della suddetta delibera è stato rilevante. I gestori che in passato hanno investito negli arredi esterni sono stati costretti, in molti casi, a sostenere nuovi investimenti, i cui costi, specie in questo momento di crisi, sono stati pesanti, con ricadute negative per la clientela, andando a deprimere ulteriormente il settore turistico;
- la totale mancanza di certezza sui tempi di approvazione delle domande rischia di scoraggiare i gestori dall'effettuare gli investimenti necessari, spingendo molti di loro a rinunciare agli spazi esterni, con ricadute negative sul servizio, sull'occupazione e, in generale, sull'economia del territorio;
- è, inoltre, recente, nell'imminenza dell'avvio della stagione turistica estiva, l'invio ad enti locali e strutture ricettive di autorizzazioni contraddittorie, rese anche pubbliche da organi di informazione per tale evidenza, che recitano testualmente: «
Vista la documentazione descrittiva degli interventi, quali: tavoli, sedie, sgabelli, tavoli rialzati, divani, poltrone, pedane, fioriere ed elementi perimetrali di cui all'istanza sopra richiamata e ritenuto che gli stessi sono da ritenersi ammissibili in rapporto alle disposizioni del vigente decreto legislativo n. 42 del 2004 (...), questa soprintendenza (...) autorizza a condizione l'esecuzione degli interventi di collocazione di tavoli, sedie, sgabelli e tavoli rialzati, di cui alla documentazione descrittiva pervenuta in allegato all'istanza a riscontro con l'esclusione dei divani, poltrone, pedane, fioriere e pannelli separatori, in quanto tale allestimento impedisce la leggibilità d'insieme e la godibilità dello spazio urbano vincolato ai sensi dell'articolo 10, comma 4, lettera g), del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo n. 42 del 2004, e successive modificazioni ed integrazioni»;
- tali provvedimenti presentano secondo gli interroganti un'evidentissima contraddizione tra motivi e dispositivo, che deriva dall'erronea valutazione dei fatti e da un'illogicità e irragionevolezza della motivazione, cosa che di norma è ricondotta all'eccesso di potere:
-
quali siano gli esiti dell'ispezione compiuta dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo negli uffici della soprintendenza per i beni culturali della regione Piemonte, quali conseguenze disciplinari abbia comportato e se il Ministro interrogato non ritenga necessario predisporre un particolare sistema di controllo sull'operato delle soprintendenze, percorrendo anche l'ipotesi di riservare le assegnazioni dei lavori sotto soglia ad imprese di ridotte dimensioni legate al territorio di riferimento, e, in particolare, quali iniziative intenda assumere nei confronti del soprintendente.
...
DARIO FRANCESCHINI, Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo.
Signor Presidente, l'onorevole Allasia ricorda bene che abbiamo affrontato questo tema di carattere generale anche questa mattina.
Qui è stato approvato un emendamento importante che prevede, in relazione ai pareri dei soprintendenti che oggi sono in qualche misura non discutibili e non ricorribili se non attraverso la procedura davanti all'autorità giudiziaria ordinaria o amministrativa, per la prima volta, un meccanismo interno al Ministero che consenta, su richiesta di un'altra amministrazione pubblica, un comune, una regione o d'ufficio da parte del Ministero di riesaminare, dentro il Ministero stesso, quel parere togliendo in questo modo questa eccezionalità ai pareri dei sovrintendenti che fino ad oggi non erano ridiscutibili, nemmeno per le vie gerarchiche del Ministero.
Quindi, questo tema sono ben consapevole che esista; sono ben consapevole del fatto che non ci sia nulla di più sbagliato che semplificare dividendo il Paese in due tra chi è a favore e chi è contro le soprintendenze; è una cosa assurda e caricaturale, perché le soprintendenze non fanno altro che applicare l'articolo 9 della Costituzione che prevede il dovere di tutela; naturalmente ci sono comportamenti positivi e comportamenti negativi, ma io devo assolutamente respingere la sua affermazione secondo cui ci sarebbe abuso di potere. Ci sarà qualche caso isolato che va giustamente perseguito dall'autorità giudiziaria, ma le sovrintendenze svolgono la funzione loro assegnata dalla Costituzione (...omissis) (INTERROGAZIONE A RISPOSTA IMMEDIATA IN ASSEMBLEA N. 3/00932 DELL'08.07.2014 - link a http://banchedati.camera.it).

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

AMBIENTE-ECOLOGIA: Oggetto: Bruciatura di residui vegetali provenienti da attività agricola - D.L. 91/2014 - "campo libero" (Prefettura di Avellino, nota 08.07.2014 n. 15444 di prot.).

SINDACATI

PUBBLICO IMPIEGO: Il foglio dei lavoratori della Funzione Pubblica (CGIL-FP di Bergamo, giugno 2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: RIFORMA DE LLA P.A. – Meno vincoli per aziende speciali e società partecipate (CGIL-FP di Bergamo, nota 10.07.2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: RIFORMA DELLA P.A. – Mobilità obbligatoria e volontaria - la versione definitiva contenuta nel D.L. 90/2014 (CGIL-FP di Bergamo, nota 08.07.2014).

UTILITA'

CONSIGLIERI COMUNALIGuida per gli Amministratori Locali - aggiornata alla legge Delrio n. 56/2014 (Cittalia e Anci Lazio, luglio 2014).

LAVORI PUBBLICI: Unità Tecnica Finanza di Progetto (UTFP): 100 domande & 100 risposte (II edizione - maggio 2014 - tratto da www.cipecomitato.it).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

APPALTI FORNITURE E SERVIZI: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 29 del 15.07.2014, "Disposizioni in ordine alle acquisizioni di forniture e servizi in economia, ai sensi dell’art. 125 del d.lgs. n. 163/2006 e s.m.i e del relativo regolamento di attuazione" (deliberazione G.R. 11.07.2014 n. 2104).
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Tanto per avere un'idea di come operano in regione ... e se c'è qualcosa di buono da scopiazzare per i propri regolamenti comunali.

EDILIZIA PRIVATA: G.U. 14.07.2014 n. 161, suppl. ord. n. 56, "Accordo tra il Governo, le regioni e gli enti locali, concernente l’adozione di moduli unificati e semplificati per la presentazione dell’istanza del permesso di costruire e della segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) edilizia. Accordo, ai sensi dell’articolo 9, comma 2, lett. c) del decreto legislativo 28.08.1997, n. 281 (Repertorio atti n. 67/CU)" (Conferenza Unificata, accordo 12.06.2014).
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Poiché i moduli unificati di cui sopra sono valevoli per tutta Italia ed affinché in ogni regione li si possa modificare in maniera personalizzata ovverosia in conformità con la propria legislazione regionale, di seguito i due moduli in formato Word:
1- modello del Permesso di Costruire
2- modello della SCIA

EDILIZIA PRIVATA: G.U. 11.07.2014 n. 159 "Regola tecnica di prevenzione incendi per la progettazione, costruzione ed esercizio delle attività di demolizioni di veicoli e simili, con relativi depositi, di superficie superiore a 3000 m2" (Ministero dell'Interno, decreto 01.07.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICA: B.U.R. Lombardia, supplemento n. 28 dell'11.07.2014, "Disposizioni per la razionalizzazione di interventi regionali negli ambiti istituzionale, economico, sanitario e territoriale" (L.R. 08.07.2014 n. 19).
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Di particolare interesse si leggano:
Art. 19 - (Modifiche alla l.r. 7/2012)
Art. 20 - (Modifiche alla l.r. 5/2010)
Art. 22 - (Disposizioni per l’attuazione del decreto del Presidente della Repubblica 13.03.2013, n. 59 «Regolamento recante la disciplina dell’autorizzazione unica ambientale e la semplificazione di adempimenti amministrativi in materia ambientale gravanti sulle piccole e medie imprese e sugli impianti non soggetti ad autorizzazione integrata ambientale, a norma dell’articolo 23 del decreto-legge 09.02.2012, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 04.04.2012, n. 35». Modifica dell’articolo 32 della l.r. 24/2006)
Art. 23 - (Modifiche alla l.r. 86/1983)
Art. 25 - (Modifica dell’articolo 5 della l.r. 13/2001)
Art. 26 - (Modifiche alla l.r. 11/2001)
Art. 29 - (Modifiche all’articolo 2 della l.r. 1/2000)
Art. 30 - (Modifica alla l.r. 14/2012)
Art. 31 - (Proroga dei termini per l’approvazione dei PGT per i comuni soggetti a commissariamento e modifica dell’articolo 13 della l.r. 12/2005)
Art. 33 - (Disposizioni in materia di agibilità degli edifici) 

AMBIENTE-ECOLOGIA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 28 dell'11.07.2014, "Conclusione del procedimento relativo all’aggiornamento, per il 2014, dell’Albo regionale delle imprese boschive (l.r. 31/2008, art. 57)" (decreto D.S. 07.07.2014 n. 6497).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 28 del 10.07.2014, "Differimento al 15.10.2014 dell’entrata in vigore di alcune disposizioni in materia di impianti termici, approvate con decreto 5027 dell’11.06.2014" (decreto D.U.O. 07.07.2014 n. 6518).
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A seguito della proroga del Ministero dello Sviluppo Economico, approvata con Decreto Ministeriale del 20.06.2014, Regione Lombardia con Decreto regionale n. 6518 del 07.07.2014 ha ridefinito le scadenze relative all’entrata in vigore di alcune disposizioni.
Di seguito è possibile scaricare una sintesi che illustra le nuove regole e le relative modalità e tempistiche di entrata in vigore.

AMBIENTE-ECOLOGIA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 28 del 10.07.2014, "Disposizioni regionali per il trattamento e l’utilizzo, a beneficio dell’agricoltura, dei fanghi di depurazione delle acque reflue di impianti civili ed industriali in attuazione dell’art. 8, comma 8, della legge regionale 12.07.2007, n. 12. Conseguente integrazione del punto 7.4.2, comma 6, n. 2) della d.g.r. 18.04.2012, n. IX 3298, riguardante le linee guida regionali per l’autorizzazione degli impianti per la produzione di energia elettrica da fonti energetiche rinnovabili" (deliberazione G.R. 01.07.2014 n. 2031).

APPALTICentrali Uniche di Committenza: tutto rinviato al 2015.
La conferenza Stato-città nella seduta del 10 luglio u.s., ha sancito un accordo sull’obbligo per i Comuni di ricorrere alle Centrali uniche di committenza. E’ stata approvata un’intesa governo-enti locali che posticipa l’entrata in vigore della norma, contenuta nell’art. 9, D.L. n. 66 del 2014, convertito in legge 89 del 2014.
In particolare, viste le difficoltà applicative delle disposizioni, viene rimandata all’01.01.2015 l’applicazione della norma per l’acquisto di beni e servizi da parte delle amministrazioni e al 01.07.2015 l’applicazione di quella riguardante gli appalti dei lavori pubblici.
Inoltre, si stabilisce che nel frattempo gli atti compiuti dai Comuni sono fatti salvi e si dà indicazione all’ANAC di concedere i cig (Codici identificativi gara) anche ai Comuni non capoluogo, che dal 1° luglio non abbiano potuto ricorrere alle acquisizioni con le attuali modalità previste (intesa 10.07.2014 Conferenza Stato-Città e autonomie locali).

AMBIENTE-ECOLOGIA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 28 del 09.07.2014, "Informatizzazione delle comunicazioni di azioni e modifiche non soggette ad autorizzazione concernenti gli impianti di distribuzione di carburanti per autotrazione sulla rete stradale ordinaria, sulle autostrade e raccordi autostradali e gli impianti per gli aeromobili/natanti ad uso pubblico e relative indicazioni operative" (decreto D.G. 02.07.2014 n. 6398).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

SEGRETARI COMUNALI: F. Colacicco, DIRITTI DI ROGITO E COMPARTECIPAZIONE (Gazzetta Amministrativa n. 4/2013).
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Riflessioni e considerazioni sui diritti di rogito e compartecipazione dei segretari comunali e provinciali.

COMPETENZE GESTIONALI - PUBBLICO IMPIEGO: S. Fifi, DEL POTERE DI DELEGA E DEL DOVERE DI CONTROLLO DEL SINDACO (Gazzetta Amministrativa n. 4/2013).
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La facoltà per legge di delegare ai dirigenti del proprio organico le funzioni tecniche e amministrative esulanti l’indirizzo generale non esonera il sindaco da un dovere di costante controllo di quelle particolari funzioni che pure per legge sono ad egli riservate, come la materia ambientale e, segnatamente, dei rifiuti. Ciò, a maggior ragione, in presenza di particolari contingenze.

PUBBLICO IMPIEGO: E. Pierantozzi, ANCORA SUL RIPARTO DI GIURISDIZIONE IN MATERIA DI AFFIDAMENTO DI INCARICHI DIRIGENZIALI DA PARTE DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE (Gazzetta Amministrativa n. 4/2013).
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Nel caso di procedimento amministrativo finalizzato all’attribuzione di incarichi dirigenziali di fascia superiore, avviato con invito a presentare domande e comprovare titoli e requisiti professionali, secondo il TAR del Lazio la circostanza che l’Amministrazione abbia poi selezionato i candidati senza svolgere una effettiva comparazione tra gli stessi e senza stilarne una graduatoria esclude l’applicabilità dell’art. 63, co. 4, del d.lgs. n. 165/2001 e comporta la giurisdizione del giudice ordinario.

PUBBLICO IMPIEGO: S. Russo, IL DIRITTO ALLA CORRESPONSIONE DELL'INDENNITÀ PER FERIE NON GODUTE SOGGIACE ALLA PRESCRIZIONE ORDINARIA DECENNALE (Gazzetta Amministrativa n. 4/2013).
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Il compenso sostitutivo per mancata fruizione delle ferie spettanti al prestatore di lavoro costituisce credito di natura risarcitoria e non retributiva.

PUBBLICO IMPIEGO: D. Iannone e S. Del Vasto, LA RETRIBUZIONE “EXTRA” DEL PUBBLICO DIPENDENTE (Gazzetta Amministrativa n. 4/2013).
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L’analisi si ripropone due obiettivi. Il primo attiene alla necessità di fornire elementi per determinare il principio di carattere generale secondo il quale è legittimo e doveroso corrispondere al dipendente pubblico non dirigente emolumenti ulteriori. Il secondo riguarda l’esigenza di individuare l’ambito di onnicomprensività dell’emolumento da erogare al dipendente pubblico dirigente.

APPALTI: M. De Cilla, SULL’OBBLIGO DI DICHIARARE IL SOGGETTO SUBAPPALTATORE NELL’OFFERTA (Gazzetta Amministrativa n. 4/2013).
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Subappalto necessario e facoltativo: ultime novità dal Consiglio di Stato.

QUESITI & PARERI

CONSIGLIERI COMUNALIOSSERVATORIO VIMINALE/ Elezioni, vale il manifesto. La prorogatio decorre dalla pubblicazione. Come determinare la decorrenza della limitazione dei poteri dei consiglieri.
Ai fini della decorrenza della limitazione dei poteri dei consigli comunali agli atti urgenti e improrogabili, prevista dall'art. 38, comma 5, del dlgs n. 267/2000, la data di pubblicazione del decreto di indizione dei comizi elettorali coincide con la pubblicazione del manifesto elettorale da effettuarsi a cura del sindaco quarantacinque giorni prima della data delle elezioni?

Ai sensi dell'art. 38, comma 5, del dlgs. n. 267/2000, i consigli comunali durano in carica per un periodo di cinque anni sino all'elezione dei nuovi, limitandosi, dopo la pubblicazione del citato decreto di indizione dei comizi elettorali, a adottare gli atti urgenti e improrogabili.
A tale proposito l'art. 38 citato va coordinato in combinato disposto con l'art. 18, comma 1, del dpr n. 570 del 1960, nel quale si prevede che il sindaco è tenuto, con la pubblicazione di un manifesto da effettuarsi quarantacinque giorni prima della data delle elezioni, a comunicare agli elettori, in quanto soggetti destinatari, il dispositivo del decreto prefettizio di indizione dei comizi elettorali con la data fissata per le elezioni.
Pertanto, al fine di individuare la decorrenza dell'operatività della disciplina recata dall'art. 38, comma 5, del dlgs n. 267/2000, dovrà farsi riferimento in via esclusiva alla data di pubblicazione del manifesto elettorale previsto dall'art. 18, comma 1, del dpr n. 570/1960 citato.
Da tale data, quindi, i consigli comunali saranno tenuti a limitare la propria attività all'adozione degli «atti urgenti e improrogabili» (articolo ItaliaOggi dell'11.07.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

CONSIGLIERI COMUNALIOSSERVATORIO VIMINALE/ Composizione della giunta.
È legittima la decisione di un sindaco di modificare la propria giunta, cooptando nell'organo esecutivo anche assessori appartenenti a forze politiche di opposizione, in caso di mutamento della compagine di governo dell'ente rispetto al risultato scaturito dalle elezioni amministrative?

Nella fattispecie in esame, a un anno circa dall'insediamento della amministrazione, a fronte dell'eventualità di una crisi del rapporto fiduciario tra il sindaco e la propria maggioranza, alcuni esponenti della originaria opposizione avrebbero accettato di sostenere il capo dell'esecutivo, al fine di scongiurare la fine anticipata della consiliatura e il conseguente commissariamento dell'ente.
La situazione prospettata si inquadra nell'ambito dei possibili mutamenti che possono sopravvenire all'interno delle forze politiche presenti in consiglio comunale per effetto del passaggio dei consiglieri dalla maggioranza alla minoranza e viceversa.
Il principio generale del divieto di mandato imperativo sancito dall'articolo 67 della Costituzione, pacificamente applicabile a ogni assemblea elettiva, assicura a ogni consigliere l'esercizio del mandato ricevuto dagli elettori, pur conservando verso gli stessi la responsabilità politica, con assoluta libertà, ivi compresa quella di far venir meno l'appartenenza dell'eletto alla lista o alla coalizione di originaria appartenenza (cfr. Tar, Trentino-Alto Adige, Trento n. 75/2009).
Nel caso di specie non sono, pertanto, ravvisabili profili di illegittimità, ancor più se si consideri che il ricorso alla formula delle «larghe intese» locali, si è determinato proprio al fine di scongiurare la realizzazione di quegli eventi, (dimissioni del sindaco, approvazione di mozione di sfiducia, dimissioni ultra dimidium dei consiglieri) che avrebbero costituito il presupposto giuridico per lo scioglimento anticipato del consiglio comunale (articolo ItaliaOggi dell'11.07.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Ordinanza ex art. 192, comma 3, D.Lgs. n. 152/2006, per ripristino dello stato dei luoghi in caso di abbandono e deposito incontrollato di rifiuti.
L'art. 192, D.Lgs. n. 152/2006, sancisce il divieto di abbandono e di deposito incontrollato di rifiuti sul suolo e nel sottosuolo (comma 1) e prevede la misura dell'ordinanza sindacale di rimozione dei rifiuti e di ripristino dei luoghi nei confronti dell'autore della violazione ambientale e, in via solidale, del proprietario dell'area di cui sia accertata, in contraddittorio da parte dei soggetti preposti al controllo, la responsabilità a titolo di dolo o colpa (comma 3).
Sulla base di questo assetto normativo, che ripone la responsabilità del proprietario di un'area per il danno causato all'ambiente dall'abbandono incontrollato di rifiuti sull'elemento soggettivo del dolo o della colpa, la giurisprudenza ha affermato l'illegittimità e ha annullato gli ordini di smaltimento di rifiuti rivolti al proprietario di un fondo in ragione della sua sola qualità, ma in mancanza di adeguata dimostrazione da parte dell'amministrazione procedente, sulla base di un'istruttoria completa e di un'esauriente motivazione, dell'imputabilità soggettiva della condotta.

Il Comune riferisce di un'area privata, in relazione alla quale sono stati effettuati e notificati accertamenti di illeciti amministrativi in materia ambientale (nella specie, abbandono di rifiuti), e chiede un parere un ordine alla possibilità di notificare l'ordinanza ex art. 192, comma 3, D.Lgs. n. 152/2006
[1] al soggetto che, successivamente ai suddetti accertamenti, ha acquistato una quota indivisa della suddetta area.
L'art. 192, D.Lgs. n. 152/2006, sancisce il divieto di abbandono e di deposito incontrollato di rifiuti sul suolo e nel sottosuolo (comma 1). La violazione del divieto comporta, per chi ne sia autore, l'obbligo di procedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate (comma 3).
Al fine di poter meglio inquadrare la misura ripristinatoria di cui all'art. 192, comma 3, richiamato, si ritengono utili alcuni cenni all'evoluzione normativa in materia, avvenuta conformemente alle indicazioni provenienti dalla giurisprudenza in ordine all'individuazione dei soggetti responsabili delle violazioni ambientali nei cui confronti emettere l'ordinanza di rimozione dei rifiuti
[2].
La prima disciplina recata dall'art. 9, D.P.R. 10.09.1982, n. 15, prevedeva l'emissione dell'ordinanza sindacale di sgombero delle aree in danno dei 'soggetti obbligati'
[3]; successivamente, l'art. 14, D.Lgs. 05.02.1997, n. 22, includeva tra i soggetti obbligati al ripristino dello stato dei luoghi, a titolo di responsabilità solidale, il proprietario dell'area, ma richiedendo espressamente l'imputabilità allo stesso, a titolo di dolo o colpa, della violazione del divieto di abbandono [4].
La previsione del requisito dell'imputabilità soggettiva della violazione ambientale, ad opera dell'art. 14 del D.Lgs. n. 22/1997, ha positivizzato l'orientamento giurisprudenziale assolutamente maggioritario formatosi sul disposto dell'art. 9, D.P.R. n. 15/1982, nel senso che l'ordine di smaltimento dei rifiuti non potesse essere rivolto al proprietario come tale, se non in quanto egli potesse ritenersi 'obbligato' a causa di un comportamento -anche omissivo- di corresponsabilità con l'autore dell'abbandono illecito dei rifiuti. E questo in considerazione della natura dell'ordine di smaltimento, configurato quale sanzione avente carattere ripristinatorio, che presuppone l'accertamento della responsabilità da illecito in capo al destinatario
[5].
Il disposto dell'art. 192, D.Lgs. n. 152/2006, riproduce il tenore dell'abrogato art. 14 sopra citato, con riferimento alla necessaria imputabilità a titolo di dolo o colpa, e in più integra il precedente precetto precisando che l'ordine di rimozione può essere adottato esclusivamente 'in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo'
[6]. Infatti, solo partecipando concretamente alla fase di accertamento, tali soggetti possono evidenziare eventuali elementi a loro discolpa, che l'amministrazione deve congruamente valutare [7].
Sulla base di questo assetto normativo, la giurisprudenza ha affermato l'illegittimità e ha annullato gli ordini di smaltimento di rifiuti rivolti al proprietario di un fondo in ragione della sua sola qualità, ma in mancanza di adeguata dimostrazione da parte dell'amministrazione procedente, sulla base di un'istruttoria completa e di un'esauriente motivazione, dell'imputabilità soggettiva della condotta
[8].
Pertanto, secondo la costante giurisprudenza amministrativa, l'ordinanza di rimozione dei rifiuti deve essere preceduta dalla comunicazione, prevista dall'art. 7 della L. n. 241/1990, di avvio del procedimento ai soggetti interessati, ai fini dell'effettiva instaurazione di un contraddittorio procedimentale con questi soggetti
[9].
Un tanto premesso e venendo alla questione posta dall'Ente circa la possibilità di notificare l'ordinanza di rimozione dei rifiuti e di ripristino dei luoghi, oltre che al soggetto autore dell'abbandono, anche al soggetto divenuto proprietario di una quota indivisa dell'area successivamente all'accertamento dello stato di abbandono e all'individuazione dell'autore dell'illecito, si osserva che questo risulta possibile a condizione che venga accertata la sua responsabilità soggettiva, in relazione alla violazione ambientale di che trattasi.
Più precisamente, ai sensi dell'art. 192, comma 3, D.Lgs. n. 152/2006, occorre che gli organi preposti al controllo
[10] provvedano a svolgere un'attività istruttoria mirata ad accertare il suo coinvolgimento doloso o colposo, che si concluda con l'accertamento della sussistenza dell'elemento soggettivo, quanto meno di quello della colpa [11].
Qualora, invece, l'attività di accertamento compiuta dall'amministrazione procedente nei confronti del comproprietario dell'area -divenuto tale successivamente all'accertamento dello stato abbandono e all'individuazione di chi ne è stato l'autore- si concluda con l'esclusione della sua responsabilità soggettiva e dunque con l'archiviazione nei suoi confronti del procedimento finalizzato all'emissione dell'ordinanza sindacale di sgombero, ne deriva che questa non potrà essere emessa a suo carico, per mancanza dei presupposti di legittimità previsti dall'art. 192, comma 3, D.Lgs. n. 152/2006, postulanti, appunto, l'accertamento della responsabilità da illecito in capo al destinatario del provvedimento
[12].
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[1] D.Lgs. 03.04.2006, n. 152, recante: 'Norme in materia ambientale'.
[2] Cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 08.02.2005, n. 323.
[3] Si riporta il testo dei primi due commi dell'art. 9 in commento, non più in vigore, sostituito prima dall'art. 14 del D.Lgs. n. 22/1997 e poi dall'art. 192 del D.Lgs. n. 152/2006: '1. È vietato l'abbandono, lo scarico o il deposito incontrollato dei rifiuti in aree pubbliche e private soggette ad uso pubblico.
2. In caso d'inadempienza, il sindaco, allorché sussistano motivi sanitari, igienici od ambientali, dispone con ordinanza, previa fissazione di un termine per provvedere, lo sgombero di dette aree in danno dei soggetti obbligati'.
[4] Si riporta il testo dell'art. 14 in commento, abrogato dal D.Lgs. n. 152/2006: "1. L'abbandono e il deposito incontrollati di rifiuti sul suolo e nel suolo sono vietati.
2. È altresì vietata l'immissione di rifiuti di qualsiasi genere, allo stato solido o liquido, nelle acque superficiali e sotterranee.
3. Fatta salva l'applicazione delle sanzioni di cui agli articoli 50 e 51, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 è tenuto a procedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa. Il sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate".
[5] Consiglio di Stato, sez. V, 08.02.2005, n. 323. Nello stesso senso, Consiglio di Stato, sez. V, 08.03.2005, n. 935, secondo cui l'abbandono di rifiuti configura una figura specifica di atto illecito, punito dall'ordinamento con sanzioni amministrative in quanto viola una norma di tutela ambientale in danno della collettività, che ripone la responsabilità del proprietario di un'area per il danno causato all'ambiente dall'abbandono incontrollato di rifiuti proprio sull'elemento soggettivo del dolo o della colpa.
[6] Consiglio di Stato, sez. V, 25.08.2008, n. 4061, che espone una sintesi della giurisprudenza amministrativa in tema di responsabilità per illecito abbandono di rifiuti; Consiglio di Stato, sez. V, 19.03.2009, n. 1612; TAR Puglia, sez. I, 07.02.2008, n. 375; Consiglio di Stato, sez. V, 08.02.2005, n. 323.
[7] TAR Sardegna, sez. II, 02.09.2011, n. 915. Conforme, TAR Abruzzo Pescara, sez. I, 23.04.2013, n. 237, che sottolinea la rilevanza del contraddittorio per l'apporto procedimentale che i soggetti interessati possono fornire, quanto meno in riferimento all'accertamento delle effettive responsabilità per l'abusivo deposito dei rifiuti. Nello stesso senso, TAR Campania, Napoli, sez. V, 03.03.2014, n. 1294.
[8] TAR Lombardia, sez. IV, 29.01.2014, n. 312; TAR Campania, Napoli, sez. V, 03.03.2014, n. 1294; TAR Abruzzo Pescara, sez. I, 23.04.2013, n. 237; TAR Calabria, sez. I, 19.11.2012, n. 747; TAR Sardegna, sez. II, 02.09.2011, n. 915.
[9] Consiglio di Stato, n. 4061/2008, cit.; TAR Abruzzo Pescara, n. 237/2013, cit.; TAR Calabria, n. 747/2012, cit..
[10] L'abbandono di rifiuti configura illecito punito con sanzione amministrativa (v. nota 5). L'art. 13 della L. n. 689/1981 prevede due categorie di soggetti competenti ad eseguire gli accertamenti di violazioni amministrative: gli ufficiali o agenti di polizia giudiziaria ed i generici organi addetti al controllo sull'osservanza delle disposizioni per la cui violazione è prevista una sanzione amministrativa. In particolare, il comma 4 dell'art. 13 riconosce espressamente agli organi di polizia giudiziaria il potere di accertare le violazioni punite con sanzioni amministrative (cfr. Stefania Pallotta, Spunti teorico-pratici in materia di accertamento degli illeciti amministrativi ambientali, su www.dirittoambiente.com). È inoltre il caso di ricordare, in questa sede, la titolarità in capo ai comuni dei poteri di polizia amministrativa in materia di rifiuti. Infatti: l'art. 9, D.P.R. n. 616/1977, prevede che 'i comuni... sono titolari delle funzioni di polizia amministrativa nelle materie ad essi rispettivamente trasferite o attribuite'; l'art. 158, comma 2, D.Lgs. n. 112/1998, prevede che 'le regioni e gli enti locali sono titolari delle funzioni e dei compiti di polizia amministrativa nelle materie ad essi rispettivamente trasferite o attribuite. La delega di funzioni amministrative dallo Stato alle regioni e da queste ultime agli enti locali, anche per quanto attiene alla subdelega, ricomprende anche l'esercizio delle connesse funzioni e compiti di polizia amministrativa'; l'art. 195, comma 5, D.Lgs. n. 152/2006, in tema di vigilanza e accertamento degli illeciti in materia di rifiuti, fa espressamente salve le disposizioni di cui al citato D.Lgs. n. 112/1998. Una lettura coordinata dei testi normativi richiamati porta a concludere che nella materia 'gestione dei rifiuti', affidata ai comuni dall'art. 198 d.lgs. 152/06, questi ultimi siano titolari dei connessi poteri di polizia amministrativa. (Cfr. Bruno Cristinao, L'ispettore ambientale (o ecovigile) quale organo di polizia amministrativa di derivazione comunale, su diritto.it).
[11] L'elemento soggettivo della colpa non è agevolmente configurabile (Consiglio di Stato, sez. V, 08.03.2005, n. 935) e va accertato caso per caso, in relazione alle particolarità del caso concreto. Per il Supremo Giudice amministrativo, non sembra a tal fine essere sufficiente la culpa in vigilando, dacché afferma che in ogni caso il dovere di diligenza, che fa carico al titolare del fondo, non può arrivare al punto di richiedere una costante vigilanza, da esercitarsi giorno e notte, per impedire l'abbandono dei rifiuti (sentenza n. 935/2008, cit.). Per il Supremo Giudice amministrativo, inoltre, l'elemento soggettivo (dolo o colpa) non può rinvenirsi nella mera conoscenza di un fatto di cui altri siano i responsabili (Cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 04.03.2008, n. 807).
[12] Cfr. Consiglio di Stato, n. 323/2005, cit.
(08.07.2014 - link a www.regione.fvg.it).

APPALTI SERVIZI: Affidamento gestione rete di distribuzione energia a servizio di immobili comunali.
La giurisprudenza afferma, in generale, per tutti i contratti in cui sia parte una p.a. il necessario rispetto dei principi dell'evidenza pubblica.
In particolare, l'affidamento a ditta privata dell'attività di gestione della rete di distribuzione di energia elettrica per immobili comunali, in ragione della sua natura di servizio svolto a favore del Comune, che ne fruisce alla stregua di un qualsiasi altro soggetto, e non alla collettività, deve qualificarsi come appalto di servizi e richiede il ricorso ad una procedura di gara di appalto.

Il Comune chiede un parere in ordine alle modalità di affidamento della gestione di una rete di distribuzione di energia elettrica, di sua proprietà, realizzata a servizio di proprie strutture malghive.
In via preliminare, è importante far osservare che per tutti i contratti in cui sia parte una p.a. la giurisprudenza ha affermato il necessario rispetto dei principi dell'evidenza pubblica. Osserva infatti il Supremo Giudice amministrativo che il principio di concorrenza e quelli -che ne rappresentano attuazione e corollario- di trasparenza, non discriminazione e parità di trattamento, costituendo principi fondamentali del diritto comunitario, si elevano a principi generali di tutti i contratti pubblici e sono direttamente applicabili a prescindere dalla ricorrenza di specifiche norme comunitarie o interne e in modo prevalente su eventuali disposizioni di segno contrario
[1].
Ciò premesso, la tipologia di procedura da utilizzare per l'affidamento del servizio di gestione della rete elettrica è condizionata dall'atteggiarsi del rapporto contrattuale tra l'Ente e la ditta privata e dall'essere o meno coinvolta, in detto rapporto, l'utenza.
Su tali fattori, invero, l'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (AVCP)
[2] ha fondato le proprie considerazioni in ordine alla qualificazione della natura del rapporto giuridico intervenuto tra un comune e una ditta privata per le attività di gestione del servizio elettrico su immobili comunali.
L'AVCP ha innanzitutto delineato i tratti distintivi del contratto di concessione di pubblico servizio rispetto a quello di appalto di servizio, e dunque: assunzione del rischio economico relativo alla gestione del servizio a carico del concessionario, a differenza che nell'appalto, ove l'esecutore è remunerato dalla stazione appaltante; versamento di un canone all'amministrazione concedente, diversamente da quanto avviene nell'appalto, ove è la stazione appaltante a versare un corrispettivo alla ditta esecutrice dei servizi/lavori; rapporto trilaterale che coinvolge l'amministrazione, il gestore e gli utenti destinatari del pubblico servizio, mentre nell'appalto il rapporto è bilaterale, esaurendosi tra erogatore del servizio e amministrazione
[3].
Un tanto precisato, l'AVCP ha configurato quale appalto il contratto con cui un comune ha affidato la gestione degli impianti elettrici di immobili comunali ad una ditta privata, argomentando dalla circostanza che, nella fattispecie al suo esame, il rischio della gestione non appare a carico del concessionario, che in realtà riceve un canone annuale dall'amministrazione, e dal fatto che il rapporto appare essere bilaterale, coinvolgendo solamente la p.a. e la ditta, per cui le prestazioni del servizio sono dirette unicamente al comune e non alla collettività, e pertanto non rientrano nella nozione di servizio pubblico locale
[4].
Del pari, il Consiglio di Stato muove dalla natura del servizio oggetto di affidamento per derivarne la relativa modalità di affidamento. In particolare, il Supremo Giudice amministrativo ha osservato che il servizio 'gestione calore' per immobili comunali, comprensivo, per quanto qui di interesse, anche dei lavori di manutenzione degli impianti, non presenta i caratteri di servizio pubblico, in quanto trattasi di un servizio che non viene svolto dal comune a favore della collettività, ma viene erogato in senso inverso cioè a favore del Comune. Pertanto, l'affidamento a ditta privata di un siffatto servizio deve avvenire previo il necessario espletamento di una procedura concorsuale di appalto
[5].
Allo stesso modo, il Tribunale regionale di giustizia amministrativa, sezione Bolzano, ha affermato che il 'servizio energia' per edifici comunali, comprensivo, per quanto qui di interesse, della gestione degli impianti, non possa qualificarsi come 'servizio pubblico', poiché le prestazioni sono dirette unicamente al comune, che ne fruisce alla stregua di un qualsiasi altro soggetto, e non alla collettività. Dunque, l'affidamento del 'servizio energia' deve qualificarsi come appalto di servizi, non come concessione di un pubblico servizio
[6].
Venendo al caso di specie e alla luce delle considerazioni espresse, si ritiene che l'affidamento dell'attività di gestione della rete di distribuzione di energia elettrica per immobili comunali, in ragione della sua natura di servizio svolto a favore del Comune
[7], richieda il ricorso ad una procedura di gara di appalto [8].
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[1] TAR Emilia Romagna, Bologna, Sez. II, 21.05.2008, n. 1978, che richiama Consiglio di Stato, sez. VI, 30.01.2007, n. 362; 30.12.2005, n. 7616; 25.01.2005, n. 168.
[2] AVCP, deliberazione n. 12 del 26.01.2011.
[3] Sulla distinzione tra concessione e appalto, cfr. anche Consiglio di Stato, 16.04.2014, n . 1863.
[4] In tal senso, l'AVCP richiama il Parere dell'Autorità n. 201 del 17.07.2008 e il Consiglio di Stato, sez. V, 10.03.2003, n. 1289.
[5] Consiglio di Stato, sez. V, 10.03.2003, n. 1289.
[6] Tribunale regionale di giustizia amministrativa, sezione Bolzano, 08.03.2007, n. 91. Sull'argomento di recente anche la Corte di Cassazione (Cass. civ., S.U., ord. n. 12252/2009) ha osservato che 'la linea di demarcazione tra appalti pubblici di servizi e concessioni di servizi [...] è netta, poiché l'appalto pubblico di servizi, a differenza della concessione, riguarda di regola i servizi resi alla pubblica amministrazione e non al pubblico degli utenti'. Conclusivamente, osserva l'AVCP, nella concessione di servizi il destinatario del servizio pubblico è l'utenza, la quale paga un ticket al concessionario (Cfr. AVCP, deliberazione n. 47 del 04.05.2011, che richiama l'ordinanza della Cassazione n. 12252/2009).
[7] Cfr. Cons. St., n. 1289/2003, cit..
[8] Si ritiene comunque di precisare, richiamando quanto espresso in premessa sui contratti pubblici in generale, che anche le concessioni di servizi devono garantire il più ampio confronto concorrenziale; a tal fine è pertanto auspicabile un regime pubblicitario degli affidamenti in concessione che, in ragione della rilevanza dell'importo dell'affidamento, si estenda anche a livello europeo in linea con i principi di adeguata pubblicità e trasparenza, applicabili anche alle concessioni di servizi in quanto espressamente richiamati dall'art. 30 del D.Lgs. n. 163/2006 (Cfr. AVCP, deliberazione n. 47/2011, cit.)
(01.07.2014 - link a www.regione.fvg.it).

CORTE DEI CONTI

PATRIMONIO: Il Comune non può legittimamente contribuire al pagamento del canone di locazione di un immobile, di proprietà privata, destinato ad ospitare la locale caserma dei Carabinieri.
Ferma restando l’importanza degli strumenti di concertazione interistituzionale e la rilevanza degli obiettivi di potenziamento della sicurezza pubblica da perseguire nell’ambito degli appositi programmi, di cui all’art. 1, comma 439, della legge finanziaria per il 2007, tuttavia la Sezione ritiene che non possano rientrare nell’ambito degli anzidetti strumenti le forme di contribuzione come quella in esame, volte al pagamento del canone di locazione.
Ciò anche in considerazione del carattere non episodico della contribuzione, che deve presumersi possa interessare la gestione del bilancio dell’ente bel oltre l’esercizio in corso e che, pertanto, mal si attaglia alla natura transitoria degli accordi in questione, la cui durata in generale è annuale.
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Il Sindaco del Comune di Russi ha inoltrato a questa Sezione, ai sensi dell’art. 7, comma 8, della legge 131/2003, una richiesta di parere avente ad oggetto la possibilità di contribuire legittimamente al pagamento del canone di locazione di un immobile, di proprietà privata, destinato ad ospitare la locale caserma dei Carabinieri.
Il Sindaco di Russi ha spiegato che l’edificio che ospitava la Stazione dei Carabinieri è stato dichiarato parzialmente inagibile e che l’Arma, attualmente, per poter svolgere l’attività di presidio, in attesa di una soluzione adeguata, sta fruendo di un ufficio nella sede municipale, concesso gratuitamente dal Comune con delibera di giunta. Per completezza è stato evidenziato che non vi sono immobili di proprietà del comune adatti allo scopo ed è stato manifestato il timore che l’Arma possa non essere in grado di sostenere l’onere di locazione dell’edificio che sarà in futuro individuato.
Questa Sezione, considerata la natura generale della problematica, che imponeva un’interpretazione e un’applicazione unitaria della stessa, tenuto conto della circostanza che alcune sezioni regionali di controllo si erano già espresse prospettando una soluzione alla quale non riteneva di potersi conformare, rimetteva al Presidente della Corte dei conti la valutazione dell’opportunità di deferire alla Sezione delle autonomie, ovvero alle Sezioni riunite, la questione di massima in ordine alla possibilità, per gli enti locali, in base al quadro normativo vigente, di contribuire alle ordinarie spese di locazione delle caserme. L’alternativa era di ritenere detta spesa legittimamente imputabile al bilancio comunale soltanto in presenza di uno specifico accordo, finalizzato ad incrementare effettivamente la sicurezza pubblica.
La pronuncia di questa Sezione sulla richiesta di parere era conseguentemente sospesa e ne veniva data comunicazione ai Sindaco richiedente. Successivamente, il Presidente della Corte dei conti rimetteva la questione alla Sezione delle autonomie, che si è espressa con deliberazione n. 16/SEZAUT/2014/QMIG, del 27.05.2014.
...
La Costituzione italiana, all’articolo 117, comma 2, lett. h), include, tra le materie di legislazione statale esclusiva, “ordine pubblico e sicurezza, ad esclusione della polizia amministrativa locale”. Il successivo articolo 118, al comma 3, aggiunge che “la legge statale disciplina forme di coordinamento fra Stato e Regioni nelle materie di cui alle lettere b) e h) del secondo comma dell’articolo 117 (…)”. Anche la potestà regolamentare in materia spetta conseguentemente allo Stato, poiché l’art. 117, comma 6, stabilisce che “la potestà regolamentare spetta allo Stato nelle materie di legislazione esclusiva, salva delega alle Regioni”.
In merito alla funzione amministrativa concernente ordine pubblico e sicurezza, occorre ricordare che, a seguito della riforma costituzionale del 2001, è venuto meno il parallelismo tra poteri legislativi e amministrativi; pertanto, il legislatore statale non incontra ostacoli di natura costituzionale nell’attribuire, in materia, funzioni agli enti locali, come ha previsto, per esempio, in favore del sindaco, reso garante della sicurezza urbana, mediante l’art. 6 del d.l. 23.05.2008, n. 92, rubricato “misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”, convertito, con modificazioni, dalla legge 24.07.2008, n. 125.
Nell’ambito di un progressivo coinvolgimento degli enti locali in materia di ordine e sicurezza pubblica, il legislatore statale ha disciplinato la possibilità di stipulare convenzioni tra il Ministero dell’interno e gli enti territoriali, allo scopo di incrementare i servizi di pubblica sicurezza. L’art. 39 della legge 16.01.2003, n. 3 (“Disposizioni ordinamentali in materia di pubblica amministrazione”), rubricato “Convenzioni in materia di sicurezza”, ha stabilito che “
Nell’ambito delle direttive impartite dal Ministero dell’interno per il potenziamento dell’attività di prevenzione, il Dipartimento della pubblica sicurezza può stipulare convenzioni con soggetti pubblici e privati dirette a fornire, con la contribuzione degli stessi soggetti, servizi specialistici, finalizzati ad incrementare la sicurezza pubblica. La contribuzione può consistere nella fornitura dei mezzi, attrezzature, locali, nella corresponsione dei costi aggiuntivi sostenuti dal Ministero dell’interno, nella corresponsione al personale impiegato di indennità (…)”.
Similmente, l’art. 1, comma 439, della legge 27.12.2006, n. 296, recante “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2007)”, ha stabilito che “per la realizzazione di programmi straordinari di incremento dei servizi di polizia, di soccorso tecnico urgente e per la sicurezza dei cittadini, il Ministro dell’Interno e, per sua delega, i prefetti, possono stipulare convenzioni con regioni e gli enti locali che prevedano la contribuzione logistica, strumentale o finanziaria delle stesse regioni e degli enti locali”.
Il fondamento di tali previsioni, ovviamente, non è da rinvenire nell’art. 118, comma 3, della Costituzione, il quale introduce la possibilità di concordare forme di coordinamento tra Stato e Regioni nelle materie de quibus, bensì più semplicemente nella generale possibilità che ha il legislatore di disciplinare la materia.
Pertanto, nell’ordinario gli oneri finanziari per la locazione di locali in favore delle Forze di Polizia statali sono da considerare a carico dello Stato, al quale è intestata in via esclusiva la materia dell’“ordine pubblico e sicurezza”; tuttavia il quadro normativo facoltizza il Ministero dell’interno a stipulare convenzioni con gli enti territoriali dirette a fornire, con la contribuzione di questi ultimi, servizi specialistici finalizzati ad incrementare la sicurezza pubblica.
Il fine di raggiungere un più efficace controllo del territorio rispetto a quello ordinariamente assicurato (la norma fa riferimento, infatti, a “servizi specialistici”), quindi, giustifica il sacrificio straordinario che comuni e province possono decidere di sostenere contribuendo alla funzione in argomento, allo scopo di rafforzarla sul proprio territorio, anche mediante fornitura di locali. In mancanza di un accordo, infatti, avente lo scopo di conseguire una maggiore sicurezza, non può che operare il principio generale in forza del quale le risorse assegnate agli enti territoriali sono destinate a finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite.
Sulla problematica de qua, si sono espresse diverse sezioni di queste Corte.
La Sezione di controllo della Regione Friuli–Venezia Giulia, con deliberazione 16.12.2004, n. 25, ha ritenuto legittima la riduzione del canone di un contratto di locazione inerente l’uso, come caserma dei Carabinieri, di un immobile di proprietà comunale, contratto già concluso, ma non ancora approvato dal Ministero dell’interno. Alla base della richiesta di riduzione, avanzata dal locale Prefetto, si poneva la circolare emanata dal Ministero dell’interno – Dip. della pubblica sicurezza, 12.05.2004, n. 600, la quale invitava, appunto, i prefetti a proporre agli enti pubblici titolari degli immobili destinati a caserme una riduzione del canone, in ragione dell’interesse delle comunità locali a garantire la funzionalità dei servizi di polizia, nella prospettiva di una sicurezza partecipata, nella quale gli enti locali dovrebbero assumere un ruolo rilevante, anche nell’assicurare la presenza di presidi delle forze dell’ordine sul territorio.
La Sezione di controllo per il Friuli-Venezia Giulia ha giudicato legittima la riduzione del canone, valorizzando il disposto di cui all’art. 39 della legge 3/2003, il quale, secondo quanto affermato dalla citata sezione “sottende l’esistenza di un interesse pubblico alla condivisione delle esigenze di ordine pubblico, intestate non solo all’amministrazione statale (Ministero dell’interno), ma partecipate anche dalle singole amministrazioni locali”. Ha concluso il collegio evidenziando che il comune istante “proprio per favorire la presenza sul territorio comunale della caserma dei carabinieri, può quindi ben rinunciare a parte del canone locatizio”.
La questione in argomento è stata in seguito oggetto di analisi da parte della Sezione di controllo per la Regione Sardegna, la quale si è pronunciata con deliberazione 28.01.2010, n. 3. La richiesta di parere riguardava la possibilità, per il comune istante, di sostenere i costi di locazione di un immobile da reperire sul mercato e da destinare a caserma dell’Arma dei Carabinieri.
La richiamata sezione, nel rispondere, ha innanzitutto evidenziato che l’art. 118, comma 3, della Costituzione prevede forme di coordinamento tra Stato e Regioni in materia di ordine pubblico e sicurezza; inoltre, ha richiamato le disposizioni mediante le quali, nel tempo, sono state disciplinate modalità di collaborazione tra l’amministrazione statale e quelle territoriali per rafforzare la sicurezza locale. In particolare, sono state ricordate le già menzionate previsioni di cui all’art. 39 della legge 3/2003 e art. 1, comma 439, legge 296/2006, nonché i piani coordinati di controllo del territorio aventi ad oggetto una stretta collaborazione tra Polizia municipale e provinciale e organi della Polizia di stato ed, infine, il “patto per la sicurezza” siglato tra il Ministero dell’interno e l’A.N.C.I. il 20.03.2007.
Sulla base del delineato quadro normativo, la Sezione di controllo per la Sardegna ha concluso che le esigenze di tutela dell’ordine pubblico si inseriscono nel quadro dei rapporti e delle valutazioni da assumersi in sede interistituzionale, secondo le procedure previste dalla legge. In tale contesto concertativo, potrebbero assumersi le deliberazioni dello Stato e degli enti territoriali, incidenti sulle rispettive dotazioni finanziarie, in relazione ad eventuali forme di contribuzione alla spesa necessarie per le esigenze di salvaguardia della sicurezza pubblica.
La Sezione regionale di controllo per la Campania, con deliberazione 13.03.2012, n. 66, esprimendosi in merito alla possibilità per un comune di contribuire al pagamento dell’affitto per i locali in uso alla caserma dei Carabinieri, pur dichiarando l’inammissibilità oggettiva della questione, ha citato, mostrando di condividerla, la soluzione prospettata dalla Sezione di controllo per la Sardegna con la richiamata deliberazione 3/2010.
Diversa la posizione prospettata dalla Sezione regionale di controllo per la Calabria, mediante deliberazione 28.04.2009, n. 289. La richiesta di parere aveva ad oggetto la legittimità della spesa, a carico del bilancio comunale, per la costruzione di un immobile da destinare a caserma dei Carabinieri. Detto collegio, pur dichiarando la questione inammissibile, ha svolto alcune considerazioni. Innanzitutto ha rimarcato come la possibilità di partecipazione alla gestione della pubblica sicurezza, da parte delle regioni e degli enti locali, sia prevista nell’ambito di appositi programmi straordinari di incremento dei servizi specialistici di polizia, alla cui realizzazione i soggetti pubblici in questione possono partecipare contribuendovi, e come detta partecipazione, in ogni caso, debba essere disciplinata attraverso specifiche convenzioni appositamente stipulate tra gli enti locali interessati ed il Ministro dell’interno (o, per sua delega, il Prefetto).
Pertanto, essendo disciplinato un articolato contesto di cooperazione interistituzionale nel campo dei servizi specialistici di polizia, che appariva carente nella concreta vicenda segnalata, si è ritenuto che l’operazione prospettata non fosse realizzabile.
Alla luce di quanto evidenziato, emergeva un contrasto tra l’interpretazione che dell’art. 39, legge 3/2003, dell’art. 1, comma 439, legge 296/2006, e più in generale dell’intero quadro normativo in materia, hanno dato le Sezioni di controllo Friuli-Venezia Giulia, Sardegna e Campania e la lettura, ad avviso di questo collegio preferibile, fornita dalla Sezione di controllo per la Calabria. Il conflitto interpretativo riguardava l’ambito di estensione della facoltà che hanno gli enti territoriali di contribuire al pagamento del canone di locazione di un immobile, destinato ad ospitare una caserma di una Forza di Polizia statale.
Tale possibilità era stata riconosciuta da diverse sezioni regionali di controllo in misura abbastanza ampia, sulla base dell’interesse alla condivisione delle esigenze di ordine e sicurezza pubblica; al contrario, questa Sezione riteneva dovesse essere limitata ai casi in cui si miri, mediante specifica convenzione, a perseguire un incremento della sicurezza pubblica. Solo a seguito della stipulazione di una specifica convenzione, avente lo scopo di incrementare la sicurezza, infatti, sembra potersi giustificare un impegno finanziario degli enti locali, i quali non dovrebbero, al contrario, essere chiamati a contribuire alle ordinarie spese di locazione delle caserme, poste ad esclusivo carico dello Stato.
Il contrasto interpretativo induceva questa Sezione a rimettere la questione di massima al Presidente della Corte dei conti allo scopo di stabilire se gli enti locali possano contribuire alle ordinarie spese di locazione delle caserme, o se tale possibilità sia loro consentita solo in presenza di uno specifico accordo finalizzato ad incrementare effettivamente la sicurezza pubblica.
La Sezione delle autonomie, con deliberazione 09.06.2014 n. 16 (disponibile sul sito web della Corte al quale si rinvia) ha risolto la questione di massima, rendendo una pronuncia di orientamento che, ai sensi dell’art. 6, comma 4, del d.l. 174/2012, costituisce esercizio di funzione nomofilattica e, pertanto, vincola le sezioni regionali di controllo. In particolare, mostrando di condividere l’orientamento espresso da questa Sezione, ha evidenziato quanto segue: “(…) la Costituzione, pur attribuendo allo Stato la competenza esclusiva in materia di ordine pubblico e sicurezza (art. 117, comma 2, lett. h), tuttavia, riconosce, nella nuova formulazione dell’art. 118, l’esigenza di stabilire, con legge statale, forme di coordinamento fra Amministrazioni statali e periferiche, in vista del potenziamento della sicurezza a livello locale.
Al riguardo, deve osservarsi che una specifica base normativa e soprattutto finanziaria è stata posta dall’art. 1, comma 439, della legge finanziaria per il 2007, che autorizza i Prefetti a stipulare convenzioni con le Regioni e gli enti locali per realizzare programmi straordinari, tesi ad un potenziamento dei presidi di sicurezza sul territorio, accedendo alle risorse logistiche, strumentali e finanziarie messe a disposizione dagli enti che aderiscono.
(…) La finalità di potenziamento della tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza trova pieno riconoscimento nell’ambito dell’autonomia degli enti, che sono chiamati a valutare le necessità della collettività amministrata in termini di priorità e di compatibilità finanziarie e gestionali e, sulla scorta di tali valutazioni, ad avviare le eventuali concertazioni interistituzionali, volte all’adozione di specifici protocolli d’intesa che individuino obiettivi e risorse.
Peraltro, ferma restando l’importanza degli strumenti di concertazione interistituzionale e la rilevanza degli obiettivi di potenziamento della sicurezza pubblica da perseguire nell’ambito degli appositi programmi, di cui all’art. 1, comma 439, della legge finanziaria per il 2007, tuttavia l
a Sezione ritiene che non possano rientrare nell’ambito degli anzidetti strumenti le forme di contribuzione come quella in esame, volte al pagamento del canone di locazione. Ciò anche in considerazione del carattere non episodico della contribuzione, che deve presumersi possa interessare la gestione del bilancio dell’ente bel oltre l’esercizio in corso e che, pertanto, mal si attaglia alla natura transitoria degli accordi in questione, la cui durata in generale è annuale” (Corte dei Conti, Sez. controllo Emilia Romagna, parere 07.07.2014 n. 173).

URBANISTICALa realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria, quale condizione cui è subordinato il rilascio del permesso di costruire, non può essere soddisfatta attraverso la realizzazione di opere di urbanizzazione secondaria, tanto più se da realizzarsi in area esterna all’ambito territoriale interessato dal Piano attuativo.
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Con la nota indicata in epigrafe l’Ente ha formulato alla Sezione una richiesta di motivato avviso in materia di corretta individuazione delle modalità di riconoscimento dello scomputo degli oneri di urbanizzazione posti a carico dei privati proprietari in ragione della relativa compatibilità con i vincoli di bilancio imposti agli Enti locali.
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1. L’Ente interroga la Sezione sull’ammissibilità di procedere allo scomputo degli oneri di urbanizzazione secondaria per la realizzazione di opere di urbanizzazione primaria in aree di urbanizzazione rientranti in Piani particolareggiati di iniziativa privata, nonché sull’ammissibilità dello scomputo anche con riferimento a opere esterne all’ambito.
Chiede inoltre se sia ammissibile lo scomputo degli oneri connessi a opere di urbanizzazione secondaria per gli interventi specificati al comma 3 dell’articolo 5 del D.P.Reg. n. 18/2012, ma posti esternamente all’ambito (come ad esempio per la manutenzione straordinaria di una scuola).
Chiede in ultimo se, alla luce delle previsioni recate dall’art. 29 della L.R. 19/2009-Codice regionale dell’edilizia, nonché dall’art. 6 del relativo Regolamento attuativo di cui al D.P.Reg. n. 18/2012 citato, il costo di costruzione possa essere soggetto a scomputo e, in caso affermativo, per quali categorie di opere.
Preliminarmente, ritiene il Collegio di dover evidenziare taluni profili di carattere sistematico, utili a meglio inquadrare la fattispecie prospettata dal Comune sotto il profilo degli istituti sia contabili che ordinamentali che in essa ricorrono.
A tal proposito, vale ricordare che l’articolo 13 della legge n. 1150 del 1942 prevede che il Piano regolatore generale sia attuato a mezzo di piani particolareggiati di esecuzione “nei quali devono essere indicate le reti stradali e i principali dati altimetrici di ciascuna zona e debbono inoltre essere determinati: le masse e le altezze delle costruzioni lungo le principali strade e piazze; gli spazi riservati ad opere od impianti di interesse pubblico; gli edifici destinati a demolizione o ricostruzione ovvero soggetti a restauro o a bonifica edilizia; le suddivisioni degli isolati in lotti fabbricabili secondo la tipologia indicata nel piano; gli elenchi catastali delle proprietà da espropriare o da vincolare; la profondità delle zone laterali a opere pubbliche, la cui occupazione serva ad integrare le finalità delle opere stesse ed a soddisfare prevedibili esigenze future. Ciascun piano particolareggiato di esecuzione deve essere corredato dalla relazione illustrativa e dal piano finanziario di cui al successivo articolo 30”.
Alla luce della normativa richiamata risulta pacifico che il piano particolareggiato, quale principale strumento di attuazione, ha la funzione fondamentale di rendere specifiche e dettagliate le direttive del piano regolatore generale, che non potrà modificare, essendo illegittimo il provvedimento di adozione di un piano particolareggiato in variante al piano regolatore generale, ai sensi degli articoli 7 e 13 della legge n. 1150 del 1942.
Dal punto di vista della disciplina contabile,
si ricorda che le entrate derivanti dalla riscossione degli oneri di urbanizzazione connessi al rilascio dei permessi di costruire sono iscritte al Titolo IV del bilancio, mentre la legislazione finanziaria degli ultimi anni ha posto precisi e cogenti vincoli di destinazione alle risorse così introitate.
Infatti, mentre dalla legge regionale n. 22 del 29.12.2010 (Legge finanziaria per il 2011) era consentito ai Comuni, per gli anni 2011 e 2012, utilizzare i proventi delle concessioni edilizie e delle sanzioni previste dal Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al d.P.R. 06.06.2001, n. 380, anche interamente per il finanziamento di spese correnti, la legge finanziaria regionale per il 2013 (l.r. n. 27/2012) ha eliminato tale possibilità, con la conseguenza che per gli esercizi finanziari 2013 e 2014 le relative entrate potranno finanziare esclusivamente le spese in conto capitale (cfr. art. 14, comma 38, l.r. finanz. cit.).
Ancora, rimanendo in tema di corretta gestione della contabilità pubblica, deve osservarsi che
le entrate derivanti dal versamento di tali oneri devono essere considerate disponibili nel bilancio dell’Ente non dal momento del loro accertamento, ma da quello della effettiva riscossione, al fine di evitare il cosiddetto criterio dell’“accertato per riscosso”, il quale può provocare temporanei vuoti di cassa e ingenerare il ricorso ad anticipazioni di tesoreria, in deroga al principio di contemporanea corresponsione del contributo all’atto del rilascio del permesso di costruire.
La disciplina sul contributo per il rilascio del permesso di costruire, per la Regione Friuli Venezia Giulia è posta all’art. 29 della legge regionale n. 19 dell’11.11.2009-Codice regionale dell’edilizia- mentre ulteriori norme di dettaglio in materia di oneri e convenzioni edilizie sono poste dal relativo Regolamento di attuazione di cui al d.P.R. 20.01.2012, n. 18 (artt. 5-7 del Capo II, recante, per l’appunto, “Disposizioni in materia di oneri e convenzioni edilizie”).
Dal complesso delle disposizioni citate si evince che il rilascio del permesso di costruire comporta la corresponsione di un contributo commisurato all’incidenza degli oneri di urbanizzazione, nonché al costo di costruzione, determinato secondo le modalità e i parametri indicati al citato art. 29.
Gli oneri concessori sono stabiliti con delibera del Consiglio comunale con riferimento alle tabelle parametriche definite per classi di Comuni in relazione alla dimensione e alla fascia demografica dei Comuni; alle caratteristiche territoriali, alle destinazioni di zona previste dagli strumenti urbanistici vigenti; agli standard o rapporti minimi inderogabili tra insediamenti residenziali o produttivi e spazi pubblici o destinati a verde pubblico o a parcheggio, da osservarsi nella redazione degli strumenti urbanistici comunali.
La quota di contributo inerente gli oneri di urbanizzazione è corrisposta al Comune all’atto del rilascio del permesso di costruire e può essere rateizzata a richiesta dell’interessato.
A scomputo totale o parziale del contributo dovuto, il richiedente il permesso di costruire può obbligarsi a realizzare direttamente le opere di urbanizzazione richieste dal Comune, nel rispetto della normativa in materia di contratti pubblici, ovvero, anche, costituire diritti perpetui di uso pubblico su aree, secondo le modalità e le garanzie stabilite dal Comune. Le opere realizzate o i diritti perpetui di uso pubblico sulle aree interessate sono acquisiti al patrimonio indisponibile del Comune e devono rientrare nell’aggiornamento dell’inventario.
Il momento di passaggio della proprietà e della titolarità di dette opere pubbliche deve individuarsi nell’atto di collaudo e di consegna dei lavori al Comune.
2. Venendo al merito dei quesiti, può osservarsi che, tanto alla luce di un criterio ermeneutico di tipo letterale, quanto di tipo logico-sistematico,
le opere di urbanizzazione primaria e secondaria si configurano come istituti tra loro diversi e non sovrapponibili quanto a natura, funzioni e finalità.
Vale in tal senso richiamare l’art. 5 del citato Regolamento attuativo del Codice regionale dell’edilizia, il quale distingue le opere di urbanizzazione rilevanti ai fini della determinazione dell’incidenza dei relativi oneri, in opere di urbanizzazione primaria e secondaria (primo comma), dettandone, al comma successivo una distinta elencazione, conformemente, peraltro, a quanto stabilito in sede statale dal d.P.R. n. 380/2001 (rispettivamente, ai commi 7, 7-bis e 8 dell’art. 16).
Rientrano nella prima categoria le strade locali, spazi di sosta e parcheggi, nuclei elementari di verde, fognature, rete idrica, illuminazione pubblica, rete di distribuzione dell’energia elettrica e del gas, cavi per il passaggio di reti di telecomunicazioni.
Appartengono alla seconda: le strade di quartiere e di scorrimento, asili nido e scuole di ogni ordine e grado, chiese, impianti sportivi di quartiere, aree verdi, impianti di smaltimento dei rifiuti, sedi locali di forze dell’ordine, vigili del fuoco, protezione civile.
Deve pertanto ritenersi che dalle richiamate disposizioni,
sia di fonte statale che regionale, emerge come le opere di urbanizzazione primaria e secondaria siano considerate separatamente dal legislatore in ragione della loro diversa funzione e che la relativa ratio debba essere rinvenuta non tanto e non solo nell’attribuire un’entrata ai Comuni, quanto piuttosto nell’assicurare l’esecuzione delle opere o in via diretta (a scomputo del contributo dovuto a titolo di permesso di costruire), ovvero mediante la corresponsione del relativo costo (cfr. in tal senso sez. reg.le Piemonte,
parere 20.05.2010 n. 40, nonché sez. reg.le Lombardia, parere 15.09.2008 n. 66).
Sulla base di tale generale ricostruzione normativa e interpretativa, il Collegio osserva che va dunque coerentemente intesa anche la previsione recata dal sesto comma dell’ art. 29 della legge regionale 19/2009, laddove prevede che: “La deliberazione del Consiglio comunale(…) determina, altresì, la misura percentuale della compensazione fra oneri di urbanizzazione primaria e secondaria e fra oneri di urbanizzazione e costo di costruzione per gli interventi previsti dal comma 2” .
Trattasi, evidentemente, di una norma che, introducendo una mera facoltà per il Comune, non può porsi in contrasto con il preminente interesse pubblico a che l’Amministrazione comunale usufruisca delle opere di urbanizzazione, in ragione della loro diversa funzione: di rendere effettivamente edificabile l’area su cui sorgerà l’intervento edilizio, dotandola dei manufatti e dei servizi indispensabili per l’agibilità e la fruibilità del fabbricato secondo la destinazione d’uso, quanto a quelle di urbanizzazione primaria; di arricchire la comunità urbanizzata nel suo complesso di strutture e servizi a fini generali (asili, parchi, biblioteche, impianti sportivi, etc.) quanto a quelle di urbanizzazione secondaria.
In sostanza, deve ritenersi che
solo allorché risultino comunque salvaguardate le diverse esigenze di ordinato sviluppo del territorio, conseguenti agli interventi di trasformazione urbanistica, cui sono distintamente finalizzate le opere di urbanizzazione della prima e della seconda categoria, sarà possibile prevedere, in via residuale, ipotesi di compensazione a carico del privato proprietario.
Peraltro, deve ancora osservarsi che ulteriori elementi orientativi per l’interprete possono trarsi dalla evoluzione normativa in materia di disciplina delle opere a scomputo degli oneri di urbanizzazione, intervenuta in epoca successiva alla disposizione regionale richiamata.
A livello statale, l’art. 45, comma 1, del D.L. n. 201 del 06.12.2011 ha infatti introdotto all’art. 16 del d.P.R. n. 380/2001 il comma 16-bis, che così dispone: “Nell’ambito degli strumenti attuativi e degli atti equivalenti comunque denominati nonché degli interventi in diretta attuazione dello strumento urbanistico generale, l’esecuzione diretta delle opere di urbanizzazione primaria di cui al comma 7, di importo inferiore alla soglia di cui all’articolo 28, comma 1, lett. c), del D.Lgs. 12.04.2006, n. 163, funzionali all’intervento di trasformazione urbanistica del territorio, è a carico del titolare del permesso di costruire e non trova applicazione il decreto legislativo 12.04.2006, n. 163”.
Con tale norma, il legislatore, in un’ottica di semplificazione, ha stabilito che
nell’ambito degli strumenti attuativi e degli atti equivalenti comunque denominati, nonché degli interventi in diretta attuazione dello strumento urbanistico generale, l’esecuzione delle opere di urbanizzazione primaria, di importo inferiore alla soglia comunitaria, è a carico del titolare del permesso di costruire, è sottratta alla disciplina del Codice dei contratti pubblici e può essere realizzata direttamente (ovvero con affidamento diretto e senza ricorso a procedure di gara, negoziata o a evidenza pubblica) dai soggetti attuatori di piani urbanistici e dai titolari di un permesso di costruire.
La novella normativa appare coerente con la diversità ontologica e funzionale sopra richiamata: “
Le opere di urbanizzazione primaria e secondaria appartengono, in effetti, a tipologie di interventi che hanno funzione differente: le prime sono costituite da quelle opere indispensabili ad assicurare l’edificabilità di un’area sotto il profilo dell’igiene, della viabilità e della sicurezza; le seconde sono costituite da quelle infrastrutture necessarie alla vita civile e comunitaria(…)”.. E ancora: “(…) mentre le prime hanno una funzione sostanzialmente servente rispetto ai singoli organismi edilizi, in quanto ne garantiscono le condizioni minime di fruibilità ed assicurano i servizi indispensabili alla civile convivenza (strade, parcheggi, fognature, etc.), le seconde mirano ad assicurare migliore vivibilità ad un ambito territoriale più vasto di quello oggetto dell’intervento da realizzare e sono a servizio dell’intera comunità (scuole, mercati di quartiere, delegazioni comunali, chiese, etc.)" (cfr. deliberazione 03.05.2012 n. 46 AVCP).
Diversamente, ovvero
allorché si consentisse un trattamento in termini di reciproca fungibilità delle due categorie di opere, si consentirebbe di soddisfare in maniera difforme dalle prescrizioni normative da ultimo introdotte dal legislatore statale nella materia dei contratti pubblici il preminente interesse pubblico a che l’amministrazione comunale usufruisca delle opere di urbanizzazione in ragione della loro diversa funzione (cfr. sez. reg.le controllo Piemonte
parere 20.05.2010 n. 40 cit.).
Nel medesimo ordine di considerazioni non constano peraltro interventi ulteriori sul versante della disciplina regionale nel settore in esame; mentre, sul versante propriamente contabile, l’intervento del legislatore regionale è consistito, come sopra ricordato (vd. art. 14, comma 38, l.r. n. 22/2010) unicamente nell’escludere tra le possibili destinazioni dei proventi delle concessioni edilizie, l’utilizzo per il finanziamento di spese di parte corrente, senza nulla aggiungere in merito a eventuali possibili operazioni di compensazione tra gli oneri concessori e il valore della realizzazione delle opere di urbanizzazione poste a carico del privato proprietario.
Da tale complesso e articolato iter evolutivo, con riguardo ai quesiti posti dal Comune richiedente, deve conclusivamente osservarsi che
la realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria, quale condizione cui è subordinato il rilascio del permesso di costruire, non può essere soddisfatta attraverso la realizzazione di opere di urbanizzazione secondaria, tanto più se da realizzarsi in area esterna all’ambito territoriale interessato dal Piano attuativo.
Rimangono assorbiti gli ulteriori quesiti di cui ai punti 2. e 3.della richiesta formulata dal Comune (Corte dei Conti, Sez. controllo Friuli Venezia Giulia, parere 24.06.2014 n. 112).

PATRIMONIODanno erariale se il canone di locazione è troppo basso.
L'affidamento oneroso di un immobile comunale a soggetti privati che, in concreto non apporta alcun beneficio per le casse comunali, esponendole anzi a una perdita, è fonte di danno erariale cui devono rispondere innanzi al giudice contabile sia il funzionario che ha disposto tale affidamento sia il sindaco colpevole di aver omesso qualsiasi controllo sulla gestione della struttura comunale.

È quanto ha messo nero su bianco la Sez. giurisdizionale della Corte dei Conti Toscana, nel testo della sentenza 23.05.2014 n. 96, con la quale ha condannato un funzionario del comune di Forte dei Marmi e il sindaco della cittadina versiliana per aver affidato, nel triennio 2008-2011, a ditte private la gestione di spazi espositivi all'interno del locale palazzetto dello sport.
Ditte che hanno versato canoni di concessioni molto bassi che, al termine della manifestazione, non hanno coperto le spese di allestimento sopportate dall'amministrazione comunale. A detta del collegio giudicante, è inequivocabile che la scelta di destinare gli spazi espositivi non ha apportato alcuna utilità al comune. Anzi, come dimostrato dalla procura, l'aver concesso l'uso della struttura alla condizioni praticate nel concreto si è rivelata una scelta antieconomica, poiché l'amministrazione ha subito forti perdite conseguenti alla spese per allestimento e condizionamento di tali spazi, che non hanno trovato neppure copertura con i canoni di affitto versati dagli aggiudicatari.
A corollario della decisione, il collegio ha ravvisato che non ritenersi che tale esborso trovi giustificazione nell'utilità, ovvero nel vantaggio che ne sarebbe conseguito per l'immagine della città e per il rilancio del turismo, poiché in atti non è stata fornita prova di tale circostanza.
Le parti, per dimostrare l'assenza del danno, avrebbero dovuto provare che l'esposizione allestita nel palazzetto dello sport avrebbe assunto un peso determinante nell'aumento delle presenze in loco anche procedendo a dei raffronti delle presenze negli anni in cui non vi si erano tenute tali iniziative (articolo ItaliaOggi dell'08.07.2014).

NEWS

APPALTI - EDILIZIA PRIVATAIl regolamento edilizio diventa «unico», appalti nella legge comunitaria. L'agenda. Legge europea il 21, decreto a fine mese.
Parte il forcing del governo per rimettere in moto edilizia e infrastrutture. Il decreto legge sblocca-Italia di fine mese sarà preceduto dal varo in Consiglio dei ministri della norma delega per il recepimento delle nuove direttive 24 e 25 del 2014 in materia di appalti e concessioni. La norma delega, che darà il via a una revisione radicale dell'attuale tandem codice-regolamento appalti con la riduzione ipotizzata da 600 a 200 articoli, entrerà infatti nella nuova «legge europea» che il governo ha in programma di varare il 21 luglio, accelerando anche in questo caso i tempi (l'obiettivo è anche quello di presentarsi in Europa nel semestre italiano con un'operazione di disboscamento di direttive non recepite).
Nel decreto legge sblocca-Italia ci saranno anzitutto risorse finanziarie dal Tesoro e da fondi Ue per far ripartire i cantieri, che si attestano per ora, dopo l'incontro Padoan-Lupi di venerdì, in una forchetta compresa fra 1,5 e 3 miliardi che, grazie alla leva dei cofinanziamenti pubblici locali e privati, potrebbe arrivare a 12-15 miliardi di investimenti da mettere in moto (sono compresi anche quelli delle concessionarie autostradali). Fra le opere che saranno finanziate grandi classici (come la ferrovia Napoli-Bari, l'Alta velocità Brescia-Padova e il raddoppio della tirrenica Livorno-Civitavecchia) e nuovi ingressi fra le opere prioritarie come, per esempio, il quadruplicamento della ferrovia Firenze-Pistoia-Lucca.
Nello «sblocca-Italia», però, ci sarà anche un pacchetto robusto di norme per semplificare e snellire le procedure relative ai lavori edilizi privati. La norma che promette di essere la più dirompente in senso positivo è l'introduzione di un regolamento edilizio standard nazionale che dovrà valere per tutti gli 8.057 comuni, salva ovviamente la possibilità data a ciascun comune di integrare o introdurre modifiche al regolamento-tipo.
Una novità che avrebbe il merito di superare drasticamente lo spezzatino normativo e amministrativo che di fatto costituisce un ostacolo alla trasparenza e una barriera a una competizione leale fra professionisti e imprese da comune a comune. Senza contare che non di rado nei regolamenti edilizi si nascondono, proprio grazie alla loro complessità, definizioni, sistemi di calcolo, regole che poco hanno a che fare con un trasparente interesse generale.
Nelle settimane scorse a rompere un atteggiamento prudente e in alcuni casi addirittura ostile delle professioni sul regolamento unico edilizio era stato il presidente del Consiglio nazionale degli architetti (Cna), Leopoldo Freyrie, con una presa di posizione innovativa. Ovviamente l'apertura di credito del Cna metteva alcuni paletti come quelli di essere un regolamento «sostenibile» sotto il profilo ambientale, introdurre riferimenti alle «prestazioni» superando il regime delle «prescrizioni», assorbire le regole igienico sanitarie, stabilire livelli essenziali delle prestazioni degli edifici uguali per tutti in Italia. La richiesta è, insomma, che, al di là dell'aspetto formale, la rivoluzione del regolamento edilizio unico sia anche sostanziale e di contenuto.
Nella legge europea dovrebbe entrare il testo con i criteri di delega per il recepimento delle direttive 24 e 25 messo a punto dalla commissione ministeriale guidata dal viceministro alle Infrastrutture, Riccardo Nencini: la proposta introduce una rivoluzione a 360° che prenderà corpo in un arco di sei mesi.
Tra le novità di quel testo (su cui si veda Il Sole 24 Ore dell'11 giugno scorso) concorrenza e gare generalizzate con limitazione delle deroghe solo a pochi casi codificati, riduzione delle stazioni appaltanti, semplificazioni e «riduzione degli oneri documentali» a carico di imprese e professionisti, «miglioramento del le condizioni di accesso al mercato» per le Pmi, revisione delle Soa e della qualificazione, introduzione del débat public per la consultazione dei cittadini sui progetti, risoluzione delle controversie alternative al giudice anche per la fase della gara e dell'aggiudicazione, strumenti finanziari innovativi e incentivi per il project financing. Sarà azzerato il codice appalti e sarà «armonizzata» la legge obiettivo alle regole generali (articolo Il Sole 24 Ore del 13.07.2014).

ENTI LOCALI - VARIUn pin unico per tutta la p.a.. Partirà dal 2015. Potere sostitutivo del governo sugli atti. Il ministro Madia ha illustrato il ddl «riapprovato» dal cdm. Utg al posto delle prefetture.
Un pin unico per accedere a tutti i servizi della pubblica amministrazione e ricevere nel proprio domicilio digitale, o a casa, certificati e atti della p.a. Sarà attivo dal 2015, ma in versione ridotta perché tutte le funzionalità saranno implementate entro la fine della legislatura.
Mille giorni, questo l'orizzonte temporale che il governo Renzi si è dato per avvicinare la p.a. ai cittadini-utenti grazie all'utilizzo delle moderne tecnologie. Parte dalla digitalizzazione la lunga conferenza stampa convocata ieri dal ministro della funzione pubblica Marianna Madia per spiegare i contenuti del disegno di legge delega «Repubblica semplice», già licenziato lo scorso 13 giugno, e nuovamente approvato nel consiglio dei ministri di giovedì. Un doppio passaggio in cdm che il ministro spiega come necessario «per migliorare e rendere più incisivo il testo» che approderà in parlamento. Anche se, ha annunciato, sarà esaminato a partire da settembre per non ingolfare il lavoro estivo delle camere impegnate nella conversione dei decreti legge n. 90 e n. 91 (riforma p.a. e crescita).
Dal ruolo unico della dirigenza al silenzio-assenso, dalla riforma delle conferenze di servizi al taglio delle prefetture trasformate in Uffici territoriali del governo, il leitmotiv della delega può riassumersi così: garantire ai cittadini risposte immediate dalla p.a., evitando che il gioco dei veti incrociati, dei concerti rimandati alle calende greche, delle conferenze di servizi in stallo possa bloccare la vita dello stato.
Di qui la regola generale del silenzio-assenso che scatterà decorsi 30 giorni da quando la p.a. proponente invia il provvedimento all'ente di cui si richiede il concerto senza riceverne osservazioni. Il silenzio-assenso sarà rafforzato dal potere sostitutivo che il governo potrà usare per dirimere le controversie sorte tra p.a. proponente e p.a. concertante.
L'istituzione del ruolo unico della dirigenza dovrà segnare, secondo il ministro, un cambiamento culturale epocale. «Bisogna uscire dalla logica che il dirigente statale sia di proprietà dell'ente di appartenenza. Il manager pubblico deve sentirsi servitore dello stato, della Repubblica, deve abbandonare la logica di frammentarietà che ha fino ad oggi contraddistinto l'agire amministrativo. Per questo il ruolo unico è utile perché consentirà una maggiore osmosi di personale dirigenziale tra p.a. centrali e locali». Stesso discorso per i dipendenti che tra mobilità obbligatoria (in un raggio di 50 km) e volontaria andranno là dove c'è reale bisogno di risorse umane. I passaggi di carriera, poi, non saranno più automatici ma legati al merito. Se si vale, ha spiegato Madia, si potranno bruciare le tappe.
«Oggi invece un funzionario di seconda fascia deve attendere che si liberi un posto per passare alla prima, domani non sarà più così, gli incarichi saranno più mobili». Nel ruolo unico i futuri dirigenti entreranno per concorso e troveranno collocamento autocandidandosi sulla base degli interpelli (offerte di posti) provenienti dalle singole amministrazioni. Sarà poi una commissione formata da tre esperti super partes a valutare i curricula.
L'unitarietà della dirigenza nel progetto Renzi-Madia va di pari passo col rafforzamento dell'azione di governo anche a livello locale. Le prefetture lasceranno il posto agli Uffici territoriali di governo (dovrebbero essere 40 ma il ministro non ha voluto dare numeri certi perché tutto dipenderà dall'attuazione sul territorio della legge Delrio) in cui i cittadini potranno interfacciarsi con le singole articolazioni dello stato sul territorio (Sovraintendenze, uffici regionali dell'Agenzia delle entrate e della Ragioneria dello stato) con evidente risparmio di tempi e di costi.
Infine un accenno al decreto p.a. all'esame della camera. I lavori stanno per entrare nel vivo con il deposito di una valanga di emendamenti in commissione affari costituzionali. Il ministro si è detta «aperta a valutare ogni modifica migliorativa al testo». A cominciare dalla soppressione delle otto sedi distaccate dei Tar che ha provocato una levata di scudi da parte di giudici e avvocati amministrativisti. In commissione sono stati presentati emendamenti volti a salvare i Tar delle città sedi di Corte d'Appello (Lecce, Reggio Calabria, Salerno, Brescia, Catania).
«Sono disposta a cambiare idea», ha dichiarato il ministro, «se mi convincono che ci sono ragioni oggettive legate al funzionamento della giustizia per mantenerli. Ma se si tratta si iniziative localistiche dei singoli deputati per salvare i Tar del proprio collegio allora non ci sto» (articolo ItaliaOggi del 12.07.2014).

LAVORI PUBBLICIParte il monitoraggio del Mef sulla spesa in opere pubbliche.
Al via dal 1° ottobre il monitoraggio del Mef sulle opere pubbliche. L'obiettivo è ottenere un quadro d'insieme finalizzato ad una migliore allocazione delle risorse finanziarie.

Gli uffici del Mef stanno inviando e-mail a 13 mila destinatari, tra pubbliche amministrazioni, società concessionarie di opere pubbliche o titolari di interventi infrastrutturali, per avere informazioni relative allo stato di avanzamento dei lavori, agli affidamenti, ai pagamenti effettuati, agli indicatori fisici (ad esempio, quanti chilometri di una certa strada sono effettivamente in corso di realizzazione, o realizzati). Dopo il censimento iniziale seguiranno aggiornamenti trimestrali in modo da garantire un monitoraggio continuativo nel tempo.
I titolari delle opere devono fornire solo quelle informazioni che non siano già state trasmesse in altri contesti. Per questo le e-mail del Mef contengono le credenziali di accesso alla Banca dati delle amministrazioni pubbliche della Ragioneria dello Stato dove, a partire dal 1° settembre, i 13 mila destinatari possono verificare direttamente i dati già presenti nei sistemi del Mef e provenienti da altre amministrazioni con cui il ministero ha stretto accordi.
Per sfruttare questa facilitazione, il Mef invita i titolari delle opere a integrare e aggiornare i codici identificativi dei progetti (Cup e Cig), nei sistemi dei soggetti loro referenti che sono: l'ex Autorità di vigilanza sui contratti pubblici (oggi confluita nell'Autorità nazionale anticorruzione), la presidenza del consiglio dei ministri (che assegna il Cup a ciascun investimento pubblico) e il Siope, gestito da Banca d'Italia per conto dello stesso Mef, dove vengono registrati i mandati di pagamento. In questo modo viene assicurata la compatibilità delle informazioni provenienti da sistemi differenti, altrimenti non integrabili (articolo ItaliaOggi del 12.07.2014).

EDILIZIA PRIVATA: Per la termoregolazione potestà regionale. Impianti. Conflitto tra leggi nazionali e del Piemonte e della Lombardia.
Il decreto legislativo approvato il 30 giugno dal Governo, che fissa a fine 2016 il termine per provvedere alla termoregolazione degli impianti di riscaldamento, quando alcune regioni (in particolare Piemonte e Lombardia) avevano già stabilito lo stesso termine a inizio agosto o inizio settembre 2014, apre un nuovo contrasto tra norme statali e regionali in materia di riscaldamento.
Il «distacco»
Più volte la Cassazione civile (7518/2006, 5974/2004, 8924/2001) ha ribadito il diritto del condomino (purché non derivino squilibri di funzionamento dell'impianto centralizzato o aggravio di spese per gli altri condomini) di "staccarsi" dall'impianto di riscaldamento condominiale. Un orientamento recepito poi con legge 220/2012. Tuttavia, alcune regioni avevano di fatto già in precedenza vietato il distacco del condomino: in particolare il Piemonte (legge regionale 13/2007) ha stabilito l'impossibilità di staccarsi negli edifici con oltre quattro unità abitative, con relative sanzioni economiche per i trasgressori.
Intervenendo nuovamente in materia, la Cassazione ha ribadito (sentenza 9526/2014) il proprio consolidato orientamento favorevole alla possibilità di distacco, senza neppure prendere in considerazioni le differenti disposizioni legislative regionali e anzi, in riferimento alla legge 220/2012, rilevando come «ed è questo, per la verità, un orientamento giurisprudenziale che ha assunto adesso veste di diritto positivo».
Il termine
Il contrasto si pone ora fra leggi regionali (ad esempio Piemonte e Lombardia) e legge statale anche per quanto riguarda il termine concesso ai cittadini per adeguarsi alle nuove disposizioni in materia di termoregolamentazione: ci si deve attenere al termine (fine 2016) fissato dallo Stato o a quello "regionale" ben più prossimo, Piemonte 1° settembre e Lombardia 01.08.2014? E analogamente: in Piemonte ci si può staccare dall'impianto condominiale, come prevede la legge dello Stato, oppure bisogna attenersi alla legge regionale, che lo vieta?
Per rispondere a queste domande occorre fare riferimento alla materia regolata dalle predette disposizioni di legge, o per meglio dire occorre verificare se questa materia è riservata o meno dalla Costituzione alla disciplina legislativa statale.
Utili indicazioni, in proposito, si ricavano dal parere (datato 2012 ma tuttora valido) dato dalla Regione Piemonte, ove si specifica che la «tutela della qualità dell'aria e la finalità di riduzione delle emissioni in atmosfera attengono alla materia esclusiva statale della tutela dell'ambiente», mentre il «miglioramento delle prestazioni energetiche degli edifici con contestuale riduzione dei relativi consumi e promozione di energie rinnovabili ricade nelle materie di potestà legislativa concorrente».
La conclusione, allora, dovrebbe logicamente essere la seguente: per gli interventi volti a ridurre i consumi, quali sono certamente quelli relativi alla regolamentazione dell'impianto, dovrebbero prevalere le normative regionali, data la possibilità delle regioni di legiferare in materia, mentre non vi è ragione in materia di "distacco", dove per lo più ci si è sempre basati, nel concederlo o meno, sul miglioramento o meno della qualità dell'aria che ne può derivare, di non ritenere prevalente la normativa statale (del resto con "l'avallo" della Cassazione che lo ammette.
Gli stessi interventi legislativi (Piemonte) regionali, del resto, hanno evidenziato che la tematica del distacco del riscaldamento centralizzato investe aspetti di disciplina pertinenti da un lato al diritto privato, e dall'altro ambiti di disciplina pertinenti al diritto pubblico ambientale e segnatamente alla tutela della qualità dell'aria , materia quest'ultima come detto riservata all'intervento del legislatore nazionale
(articolo Il Sole 24 Ore del 12.07.2014).

APPALTI - ENTI LOCALISlittano centrale unica e bilanci. Acquisti centralizzati all'01/01 e 01/07/2015. Preventivi al 30/09. La conferenza stato-città ha dato il via libera alla doppia proroga chiesta dall'Anci.
Rinvio al 01.01.2015 per gli acquisti centralizzati di beni e servizi da parte dei comuni non capoluogo e al 01.07.2015 per i lavori. Mentre per approvare il bilancio di previsione di quest'anno, tutti gli enti locali avranno tempo fino al prossimo 30 settembre.

La conferenza stato-città e autonomie locali di ieri, confermando le aspettative della vigilia, con l'intesa 10.07.2014 ha dato il via libera alla doppia proroga sulle centrali uniche e sui preventivi 2014.
Anzi, in realtà, le proroghe sono tre.
Infatti, come anticipato da ItaliaOggi dell'8 luglio, per la centralizzazione degli acquisti di prevedono due nuove scadenze: 01.01.2015 per i beni e i servizi e 01.07.2015 per i lavori. Il correttivo verrà inserito nella legge di conversione del dl 90/2014 (quello sulla riforma della p.a.) al momento all'esame della camera.
La modifica, quindi, non entrerà in vigore subito, per cui rimane il rischio di un blocco, sia pure temporaneo, delle procedure.
Tuttavia, l'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici (ora soppressa e incorporata nell'Autorità anticorruzione) sarebbe disponibile a rilasciare comunque il codice identificativo di gara (Cig), in deroga al divieto previsto dallo stesso dl 66 (si veda altro pezzo in pagina).
Da chiarire anche la sorte degli acquisti di modesto valore, che in precedenza la giurisprudenza contabile riteneva esclusi dall'obbligo e che oggi, invece, vi rientrano (con la sola esclusione dell'amministrazione diretta), come confermato dal recente parere n. 144/2014 della sezione regionale di controllo per il Piemonte (si veda ItaliaOggi del 9 luglio).
A tal fine, in parlamento è stato presentato un emendamento allo stesso dl 90 (primo firmatario Massimo Fiorio, Pd), che si propone di mantenere, almeno per interventi urgenti e di importi limitati (ossia fino a 40.000 euro), l'autonomia procedurale di affidamento da parte dei comuni. Ciò, sottolinea Fiorio, anche per non espellere dal mercato le piccole e medie imprese, che non dispongono dei requisiti tecnici, economici e professionali per partecipare a gare su importi elevati.
Anche sul bilancio, nessuna sorpresa. A fronte della richiesta dell'Anci di spostare al 15 settembre l'attuale scadenza del 31 luglio, si è decisa una proroga più ampia, fino al 30 settembre (si veda ItaliaOggi del 5 luglio). Resta fermo, però, il termine del 10 settembre per l'approvazione delle deliberazione sulle aliquote e le detrazioni della Tasi, mentre andrà chiarito se resterà obbligatoria la salvaguardia degli equilibri contabili, che in base all'art. 193 del Tuel deve essere anch'essa messa in calendario entro il 30 settembre. Al riguardo, sarebbe opportuno prevedere una deroga per gli enti che licenzieranno il preventivo a settembre, come accaduto lo scorso anno.
Nella stessa delibera di rinvio dei bilanci, l'Anci ha poi chiesto al governo un'anticipazione del fondo di solidarietà per velocizzare i tempi rispetto all'iter normale del decreto ministeriale che ne regola il riparto.
«La ragione principale che ci ha spinto, nostro malgrado, a chiedere il differimento», ha spiegato al termine della riunione il presidente Anci, Piero Fassino, «riguarda il gran numero di comuni andati al voto nell'ultima tornata amministrativa. Questo ha, di fatto, impedito alle nuove amministrazioni di predisporre i bilanci, su cui pesano anche problematiche normative e finanziarie ancora irrisolte».
«Questo rinvio», ha aggiunto Fassino, «non è una grande convenienza per i sindaci, tuttavia è necessario per poter mettere le amministrazioni nelle condizioni di chiudere esercizi già in sofferenza».
Sempre riguardo i bilanci, il presidente Anci ha segnalato il problema delle province «che devono essere messe nelle condizioni di poter non solo gestire l'indifferibile e l'inderogabile, ma tutte le funzioni ordinarie a loro assegnate». Il sindaco di Torino ha portato un esempio concreto. «Chiudendo il 31 dicembre, non possiamo rischiare di trovarci senza risorse per una nevicata dei primi di gennaio».
Da qui la richiesta di provvedere «quanto prima su un problema delicatissimo e urgente, anche in vista della nascita delle nuove città metropolitane che rischiano di inglobare enti già in forte sofferenza economica e finanziaria» (articolo ItaliaOggi dell'11.07.2014).

APPALTIL'Anac dovrà rilasciare il codice identificativo gara agli enti.
L'Autorità nazionale anticorruzione (Anac) deve consentire ai comuni non capoluogo di fare le gare di appalto se non hanno già attuato meccanismi di centralizzazione degli acquisiti, disapplicando quindi il divieto in vigore dal 1° luglio, di concedere il Cig (codice identificativo gara) ai comuni non capoluogo di provincia.
È questa l'indicazione contenuta nell'intesa 10.07.2014 conferenza stato-città-enti locali siglata ieri dal ministro dell'interno, Angelino Alfano, e dal segretario della conferenza, Caterina Cittadino.
Il problema nasce dalle modifiche apportate all'articolo 33 del codice dei contratti pubblici con la legge 89/2014, di conversione del decreto legge 69/2014 che, nell'introdurre il comma 3-bis, impedisce ai comuni non capoluoghi di provincia di effettuare gare di appalto pubblico e li obbliga ad acquisire lavori, beni e servizi attraverso soggetti aggregatori della domanda (che dovranno in futuro essere non più di 35), cioè le centrali di committenza, la Consip, gli accordi consortili, o le unioni di comuni.
In caso di inosservanza dell'obbligo di ricorrere al «soggetto aggregatore», è previsto che l'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici (cioè l'Anac di Raffaele Cantone che l'ha assorbita) non rilasci alle stazioni appaltanti il codice identificativo di gara (Cig), adempimento necessario per potere bandire ogni gara.
L'applicazione in questi primi dieci giorni della norma sta però determinando una vera e propria paralisi in molte realtà territoriali che si concretizza nel blocco delle gare, perché i comuni sono molto in ritardo (avendo sempre sperato in una proroga dell'obbligo) e anche le centrali di committenza regionali non risultano spesso costituite e operative.
Nell'atto approvato ieri si prende atto dei rilievi formulati dall'Anci, che ha denunciato il rischio blocco delle gare (vedi ItaliaOggi del 27.06.2014) e ha richiesto una proroga per consentire ai comuni di mettersi in regola, e si è ritenuto opportuno un adeguato percorso che consenta agli enti locali di adeguarsi.
Le motivazioni attengono al fatto che i soggetti aggregatori non sono «né organizzati, né operativi», inoltre «Consip e le altre centrali di committenza non coprono tutte le esigenze e l'area vasta che avrà funzioni di centrale di committenza sarà operativa soltanto dal 01.10.2015».
Da qui la richiesta di proroga da apportare in conversione del decreto 90/2014 e l'indicazione espressa all'Anac («deve») di concedere il codice identificativo gara per ogni tipo di affidamento, indipendentemente dall'importo, disapplicando quindi una legge dello stato (articolo ItaliaOggi dell'11.07.2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOPiù assunzioni, ma non per tutti. Penalizzati vigili, welfare, istruzione e i piccoli comuni. La riforma della p.a. innalza i limiti al turnover ma cancella le deroghe settoriali.
Più spazio alle nuove assunzioni, ma stop alle deroghe settoriali. Possono essere sintetizzate in questi termini le modifiche introdotte dal decreto legge sulla p.a. (dl 90/2014) in materia di limiti alle spesa di personale degli enti locali.
Le maggiori novità interessano gli enti soggetti al Patto, per i quali il limite al turnover dei dipendenti a tempo indeterminato viene innalzato, dall'attuale 40%, al 60% per gli anni 2014-2015, all'80% per il biennio 2016-2017, per arrivare al 100% nel 2018. Ricordiamo che le percentuali vanno applicate alla spesa relativa al personale di ruolo cessato nell'anno precedente.
Di fatto, però, le maglie si allargano solo per i comuni con popolazione superiore a 1.000 abitanti, dato che per le province rimane il blocco totale delle assunzioni imposto, nelle more del completamento del riordino, dall'art. 16, comma 9, del dl 95/2012.
Per gli enti non soggetti al patto, invece, ossia per i comuni con meno di 1.000 abitanti e per le unioni di comuni, rimane confermata la regola del turnover integrale «per teste» fissata dall'art. 1, comma 562, della legge 296/2006.
Sia gli enti soggetti che quelli non soggetti devono comunque continuare a garantire il contenimento della spesa complessiva di personale: nel primo caso, il parametro di riferimento è l'anno precedente, mentre nel secondo è la spesa sostenuta nell'anno 2008.
Con l'abrogazione dell'art. 76, comma 7, del dl 112/2008, invece, è stato eliminato il divieto di effettuare nuove assunzioni per gli enti la cui spesa di personale pesa più del 50% della spesa corrente. Ovviamente, viene meno anche l'obbligo, ai fini della verifica di tale limite, di consolidare la spesa di aziende speciali, istituzioni e partecipate. A queste ultime, inoltre, non si applicano più in via diretta gli stessi vincoli previsti per gli enti controllanti, ma solo un (assai più blando) potere di coordinamento da parte di questi ultimi con l'obiettivo di garantire la «graduale riduzione» dell'incidenza degli oneri di personale su quelli correnti.
Fin qui, tutto bene. La cancellazione dell'art. 76, comma 7, tuttavia, comporta l'eliminazione del regime agevolato che dimezzava il peso delle nuove assunzioni nell'istruzione, nei servizi sociali e nella polizia locale. In questi ambiti, quindi, c'è un peggioramento, dal momento che il turnover scende dall'80% al 60%. Sparisce anche la possibilità, per gli enti con spese di personale inferiori al 35% di quelle correnti, di sostituire integralmente i vigili cessati dal servizio.
Altra restrizione riguarda la possibilità di cumulare le risorse assunzionali accumulate e non utilizzate, che viene circoscritta all'ultimo triennio.
Nessuna novità per il lavoro flessibile, con la conferma del limite del 50% rispetto al 2009 previsto dall'art. 9, comma 28, del dl 78/2010.
Da segnalare, infine, una questione relativa alle unioni di comuni. La legge Delrio (l. 56/2014), nel riscrivere l'art. 32 del Tuel, ha eliminato il comma 5 (che era stato inserito dall'art. 19 del dl 95). Tale disposizione recitava: «All'unione sono conferite dai comuni partecipanti le risorse umane e strumentali necessarie all'esercizio delle funzioni loro attribuite. Fermi restando i vincoli previsti dalla normativa vigente in materia di personale, la spesa sostenuta per il personale dell'Unione non può comportare, in sede di prima applicazione, il superamento della somma delle spese di personale sostenute precedentemente dai singoli comuni partecipanti. A regime, attraverso specifiche misure di razionalizzazione organizzativa e una rigorosa programmazione dei fabbisogni, devono essere assicurati progressivi risparmi di spesa in materia di personale».
Ora il dubbio è se la novella faccia venire meno l'obbligo di garantire che l'unione rispetti il limite rappresentato dalla spesa aggregata dei comuni aderenti. Sul punto, si propende per la risposta negativa, sulla scorta della consolidata giurisprudenza contabile e delle finalità di contenimento della spesa pubblica sottese all'obbligo di gestione in forma associata delle funzioni (articolo ItaliaOggi dell'11.07.2014).

SEGRETARI COMUNALISegretari in rivolta. Sull'abolizione dei diritti di rogito. La categoria ha manifestato davanti a Montecitorio.
L'abolizione dei diritti di rogito «snatura la figura del segretario comunale, che è di supporto al cittadino, oltre che all'amministrazione». E spianare la strada ad ex direttori generali, «non vincitori di concorso e legati alla politica», affinché possano ricoprire tale incarico, «rischia di incidere sul principio di imparzialità del funzionario».
È un coro di critiche (ma anche di proposte) quello che si leva dalla categoria dei segretari comunali, protagonista ieri mattina di una manifestazione, a Roma, dinanzi a palazzo Montecitorio, per contestare le norme contenute nel decreto 90/2014 (misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l'efficienza degli uffici giudiziari), varato lo scorso 13 giugno dal consiglio dei ministri e attualmente all'esame del parlamento.
Netta contrarietà ai contenuti dell'articolo 10 del provvedimento, che stabilisce sia l'abrogazione dei diritti di rogito della categoria, sia l'eliminazione della ripartizione del provento annuale dei diritti di segreteria; le nuove regole, infatti, attribuiscono ai comuni e alle province l'intero ricavo, abolendo in tal modo sia la quota destinata allo stato, sia quella relativa ai contratti rogati spettante ai funzionari.
Un taglio, quest'ultimo, «dalle conseguenze gravissime», commenta a ItaliaOggi Maria Concetta Giardina, responsabile della sezione Unadis dei segretari comunali, «perché con le somme che ci vengono sottratte noi paghiamo la nostra formazione, i corsi che ci fanno progredire in carriera. E, mancando le risorse per svolgere attività di aggiornamento e perfezionamento», sottolinea, «si indebolisce il dipendente e lo si condanna a non avere un futuro».
Rivendicano di essere «i primi collaboratori dei sindaci», però rifiutano di operare in una condizione di «soggettività», essendo l'unica figura, si lamentano, «che da 17 anni subisce lo spoil system», poiché molto spesso chi vince le elezioni seleziona la sua squadra seguendo logiche di partito, «facendo perdere credibilità all'istituzione». A dar loro appoggio, in piazza, il primo cittadino di Parma, Federico Pizzarotti, convinto che «rispetto alle tariffe notarili, quanto spetta ai segretari comunali rappresenta un indubbio risparmio per le amministrazioni. Avevo molte aspettative, riguardo alla riforma della p.a.», prosegue, «ma si stanno infrangendo dinanzi ad alcune decisioni, come questo ridimensionamento dei segretari comunali, che non mi sembra vadano a beneficio dei cittadini».
Ad oggi, si contano circa 3.500 appartenenti all'albo, in Italia, e la media reddituale «si aggira sui 70-80 mila euro lordi annui», dichiara Giampiero Vangi (responsabile per la categoria del sindacato Diccap) che tiene a evidenziare quale sia il carico di responsabilità sulle spalle dei colleghi, «perché se, ad esempio, si sbaglia la registrazione di un atto, non è il comune a pagare, bensì tutto ricade sul personale rogante, tenuto a corrispondere 250 euro di sanzione».
Osteggiata duramente, poi, la scelta del governo di Matteo Renzi di far entrare a ruolo persone che hanno ricoperto in precedenza la carica di direttore generale, non essendo passate attraverso la trafila del concorso pubblico; una delle proposte emendative suggerite alle forze politiche che esprimono loro vicinanza (in particolare al Ncd e a Fi) riguarda delle modifiche all'attuale funzionamento dell'albo, per consentire ai dirigenti che hanno dato buona prova di se stessi di poter aspirare a funzioni apicali negli enti di massima dimensione, «ma come scelta professionale, non in maniera episodica, venendo nominati, magari per qualche anno, in virtù di mera appartenenza politica».
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Ma la competenza non è stata cancellata.
Per i segretari comunali resta in piedi la possibilità di rogare i contratti e, se richiesti, il dovere di procedere. L'abolizione della compartecipazione ai diritti di rogito disposta dall'articolo 10 del dl 90/2014 non elimina la competenza dei segretari a svolgere le funzioni di ufficiale rogante, ma sta sortendo l'effetto di indurre molti segretari a rinunciare o, quanto meno ventilare di farlo, a rogare i contratti, anche a scopo di protesta ed evidenziare che la compartecipazione ai diritti di rogito non rientri pienamente nel principio di onnicomprensività della retribuzione, molti segretari comunali ritengono di potersi astenere dallo svolgere il compito.
Tuttavia, il dl 90/2014 ha sì abolito il compenso per l'attività di ufficiale rogante, ma non ha intaccato l'articolo 97, comma 4, lettera c), del dlgs 267/2000, ai sensi del quale il segretario «può rogare tutti i contratti nei quali l'ente è parte e autenticare scritture private e atti unilaterali nell'interesse dell'ente». L'utilizzo del verbo «potere» non deve trarre in inganno. La legge non attribuisce al segretario la facoltà di scegliere se rogare i contratti o meno, bensì evidenzia che in via straordinaria detta funzione, negli enti locali, può essere svolta non solo dal notaio, ma anche appunto dal segretario comunale.
Dunque, si tratta di una vera e propria attribuzione di potestà giuridica e non di una facoltà. Per dirla meglio, i segretari comunali hanno il dovere di svolgere la funzione. Specie se vi sia una formale ed esplicita richiesta a procedere da parte del sindaco o dei dirigenti e funzionari che debbono intervenire nell'atto per la sua sottoscrizione. La funzione rogante deve essere considerata ancora obbligatoria e vigente, per evidenti ragioni di risparmio e razionalità organizzativa. L'affidamento del compito di rogare i contratti degli enti ai notai si rivelerebbe per la riforma della p.a un boomerang devastante.
Infatti, non solo aumenterebbero i costi (per l'amministrazione, ma anche per le imprese appaltatrici), ma si ridurrebbero anche le entrate connesse alla funzione: se non è l'ufficiale rogante segretario comunale a rogare l'atto pubblico in forma amministrativa o autenticare la scrittura privata, infatti, mancano totalmente i presupposti per acquisire i connessi diritti di rogito da parte del comune. A questa disfunzione si collegherebbe, come già rilevato, anche quella organizzativa, connessa alla necessità di scegliere il notaio e concordare con un soggetto esterno all'organizzazione sede, tempi e modi per la stipulazione. Il rallentamento e la complicazione operativa sono evidentemente percepibili.
Dovesse passare, dunque, l'idea che ai segretari è consentito non svolgere più la funzione rogante, per i comuni si determinerebbe una situazione estremamente vicina al caos. Indubbiamente, l'unico modo per rimediare in modo efficace sarebbe rivedere prontamente il contenuto dell'articolo 10 del dl 90/2014, anche perché difficilmente è dimostrabile che la maggiore efficienza della p.a. passi per l'abolizione della compartecipazione dei segretari ai diritti di rogito (articolo ItaliaOggi dell'11.07.2014).

INCARICHI PROFESSIONALI: L'obbligo di Pos non elimina l'adeguata verifica. Antiriciclaggio. Pagamenti ai professionisti.
Il controverso obbligo di pagamento con Pos ha un impatto soft sulla normativa antiriciclaggio. L'articolo 49 del dlgs 231 del 2007, sugli adempimenti relativi all'uso del contante, stabilisce che è vietato il trasferimento a qualsiasi titolo di denaro contante o strumenti al portatore per importi pari o superiori a 1000 euro. Sono quindi consentiti liberamente e in ogni sede, a qualsiasi titolo (oneroso o gratuito, ad es. per pagamenti o donazioni), movimenti in contanti fino a 999,99 euro. Ciò sta a significare, per quanto qui interessa, che presso gli esercizi commerciali e tutti i soggetti toccati dal decreto appena entrato in vigore, i pagamenti in contanti restano liberi fino alla predetta soglia.
Questi concetti, tuttavia, non sono parsi affatto ovvi nei primi giorni di vigenza dell'obbligo di Pos. Si è pensato ad un divieto assoluto del contante, o quantomeno fino ai 30 euro, dato che la legge prevede l'obbligo di dotarsi di Pos per garantire ai clienti pagamenti con carte bancomat e prepagate (non di credito, poiché si parla di strumenti che funzionino «previo deposito di fondi in via anticipata da parte dell'utilizzatore») dai 30 euro in su.
Inoltre, per i liberi professionisti contabili e legali, obbligati dalle norme antiriciclaggio alla cosiddetta "adeguata verifica" e alla registrazione di rapporti ed operazioni occasionali pari o superiori ai 15.000 euro su registro cartaceo dedicato, resta comunque l'obbligo della prima, mentre la registrazione dei pagamenti avverrebbe solo per somme pari o superiori ai 15.000 (o diversa soglia scelta dal professionista medesimo), ricordando che deve trattarsi non di parcelle, esentate dalla annotazione.
Potrebbe però darsi il caso che con il Pos il cliente voglia fare arrivare al professionista dei soldi che, dal conto corrente di quest'ultimo, il cliente debba consegnare a una controparte a fronte di una transazione o qualsivoglia altro debito pecuniario il cui pagamento avvenga tramite un legale. Si ricorda che questi casi comportano comunque una adeguata verifica (con richiesta dello «scopo e natura» dell'operazione e del «titolare effettivo» della medesima). Ciò rientrerebbe nella fattispecie prevista dall'art. 12, comma 1, lettera c), numero 2, del decreto 231/2007, a fronte della quale si dovrebbe prescindere anche dalla soglia dei 15.000 euro.
Un problema invece ben più serio potrebbe porsi nel momento in cui il cliente voglia usare il Pos ma frazionare il pagamento in più tranche. L'acconto oggi, il saldo fra un mese, ad esempio. Se l'acconto non supera i 1.000 euro, si potrà pagarlo in contanti. Ma il saldo dovrà avvenire per forza con Pos o assegno o bonifico, in quanto -trattandosi della medesima operazione, consulenza o rapporto continuativo che dir si voglia- se il cliente versasse dell'altro contante, superando il limite suddetto, potrebbe incorrere nel «cumulo» di cui sempre all'art. 49, comma 1, della legge antiriciclaggio, che usa l'avverbio «complessivamente» quando pone, per l'appunto, il divieto ai trasferimenti di contante.
Qui si rileva un assurdo già nella normativa in questione, soprattutto con la soglia così bassa ai 1.000 euro (unica in Europa). Si costringe al pagamento tracciato, a procurarsi un bancomat o carta o assegni anche chi non ha un rapporto di conto corrente bancario o postale (e in Italia trattasi di circa 2 milioni di cittadini). È appena il caso di ricordare che il reato di evasione fiscale si realizza, sempre in sintesi, quando una prestazione economica non viene supportata da alcun documento giustificativo, a prescindere da come sia stata pagata.
E ciò non si risolve con i blocchi ai pagamenti, quelli leciti, obbligando inoltre un cittadino italiano o comunitario in Italia a possedere strumenti diversi dal contante. Tra l'altro, per importi di cui si parla non vi sarebbe reato fiscale, ai sensi del decreto legislativo 74 del 2000, ma solo una violazione amministrativa. Come dovrà comportarsi il professionista che si veda chiedere dal cliente di effettuare più pagamenti sopra soglia, paradossalmente senza mai usare il contante, visto che i bancomat hanno limiti di importo spendibile giornaliero? Anche il frequente utilizzo di strumenti di debito o carte di credito viene considerato un indicatore di anomalia dalla Banca d'Italia nelle sue istruzioni sulle segnalazioni di operazioni sospette.
Banale, ma non ultima, la domanda sui pagamenti «misti», dati i limiti di spendibilità, ai quali si sarà costretti comunque, magari dando il rimanente in contanti, seppure sotto soglia. Le autorità li considerano comunque pagamenti elusivi delle norme contro il riciclaggio. Ciò qualora il bancomat, essendo ad addebito immediato, dovesse considerarsi «contante». Un maggiore raccordo tra norme è auspicabile
(articolo Il Sole 24 Ore dell'11.07.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTIRipartono le gare nei Comuni. Gli obblighi di centralizzazione degli acquisti si spostano al 2015. Enti locali. Via libera immediato agli appalti e proroga al 1° gennaio per beni e servizi e al 1° luglio per i lavori.
Possono ripartire gli acquisti e gli appalti nei Comuni non capoluogo di Provincia, bloccate dall'entrata in vigore il 1° luglio scorso delle nuove regole sulle centrali uniche di committenza, perché dei nuovi obblighi si riparlerà solo nel 2015: anche le procedure già avviate nei Comuni in queste settimane possono proseguire perché i relativi atti vengono fatti salvi.
La Conferenza Stato-Città di ieri ha formalizzato l'accordo che sposta e sdoppia la scadenza dell'entrata in vigore dei nuovi vincoli: in pratica (come anticipato sul Sole 24 Ore del 4 luglio) l'obbligo di agire attraverso Unioni di Comuni, accordi consortili, altri «soggetti aggregatori» o la Consip viene spostato al 1° gennaio prossimo per l'acquisto di beni e servizi, e al 1° luglio per quel che riguarda gli appalti di lavori.
Il nuovo calendario sarà scritto in un emendamento da introdurre nella legge di conversione al decreto sulla Pubblica amministrazione oppure a quello sullo sviluppo, ma per registrare gli effetti concreti del nuovo accordo non bisognerà attendere la fine del percorso parlamentare: il blocco generalizzato degli acquisti appalti nei quasi 8mila Comuni non capoluogo è dovuto al fatto che a partire dal 1° luglio l'Autorità di vigilanza sugli appalti non ha più potuto rilasciare i codici identificativi di gara (Cig) indispensabili per lo svolgimento delle procedure, e ovviamente l'accordo raggiunto ieri fra Governo e amministrazioni locali dà indicazione all'Autorità di ricominciare a distribuire i codici.
La vicenda interviene proprio nelle settimane in cui sul versante della spending review si lavora alle regole per "superare" le migliaia di stazioni appaltanti attuali riducendole a poche decine, e mostra bene tutte le difficoltà che si incontrano quando si passa dalle strategie ai tentativi di applicazione. La storia infinita delle centrali uniche nasce infatti alla fine del 2011 quando il decreto «Salva-Italia» (articolo 23, commi 4 e 5 del Dl 201/2011) impone una centrale unica provinciale per l'acquisizione di lavori, servizi e forniture superiori a 4mila euro nei Comuni fino a 5mila abitanti.
Di proroga in proroga, la scadenza originaria del 31.03.2012 è stata spostata fino al 1° luglio scorso, ma alla vigilia del nuovo termine il decreto con il bonus Irpef (articolo 9, comma 4 del Dl 66/2014) ha modificato la regola, cancellando la salvaguardia per gli acquisti fino a 40mila euro di valore ed estendendo l'obbligo di "centralizzazione" a tutti i Comuni non capoluogo di Provincia. Con il nuovo decreto, la centrale provinciale non è l'unica strada, perché tra le opzioni ci sono come accennato le Unioni di Comuni, gli accordi consortili o la Consip (che però non è praticabile per quanto riguarda i lavori), ma sul territorio questi «soggetti aggregatori» sono ancora tutti da costruire.
Un'altra prova delle difficoltà che si incontrano quando si prova a superare l'articolazione in singoli enti locali e procedere per aree più ampie arriva dal settore del gas, dove è stato definito il nuovo calendario per le gare. Il calendario è stato messo nero su bianco dal ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, e prevede uno slittamento di otto mesi per gli ambiti di primo raggruppamento, di sei mesi per gli ambiti del secondo, terzo e quarto raggruppamento e di quattro mesi per quelli che rientrano nel quinto e sesto raggruppamento
(articolo Il Sole 24 Ore dell'11.07.2014).

ENTI LOCALIBilanci, oggi l'ok alla proroga. In stato-città.
Slitta al 30 settembre il termine per l'approvazione del bilancio 2014 degli enti locali.

Il via libera (scontato) arriverà oggi dalla Conferenza stato-città, che darà parere favorevole alla terza proroga in poco più di sei mesi. Il record dello scorso anno, quanto la dead-line venne spostata fino al 30 novembre, non è lontano.
Restano da affrontare due problemi di coordinamento. Da un lato, quello con la normativa relativa alla Tasi, che lascia tempo solo fino al 10 settembre ai sindaci che non lo hanno ancora fatto per fissare aliquote e detrazioni con effetti sull'anno di imposta corrente. In ogni caso, i comuni potranno provvedere anche prima di varare il preventivo, dato che l'unico vincolo è che la deliberazione consiliare sulla Tasi preceda l'approvazione del bilancio. Essa, però, deve essere successiva alla deliberazione di giunta che approva il relativo schema, dato che le decisioni sui tributi devono essere sempre basarsi su motivate esigenze finanziarie.
Il secondo problema riguarda la salvaguardia degli equilibri contabili, che in base all'art. 193 del Tuel deve essere messa in calendario entro il 30 settembre. Al riguardo, sarebbe opportuno prevedere una deroga per gli enti che licenzieranno il preventivo a settembre, come accaduto lo scorso anno (articolo ItaliaOggi del 10.07.2014).

VARICon le gomme da neve si circola anche d'estate.
Le gomme da neve permettono all'utente di circolare in regola anche d'estate purché vengano rispettate tutte le condizioni previste dalla carta di circolazione del veicolo. E solo nella rara ipotesi in cui siano state installati pneumatici con indice di velocità inferiore occorrerà sostituirli entro il 15 maggio. La questione della sostituzione dei pneumatici invernali con quelli estivi ha destato molta preoccupazione negli utenti dopo le notizie generaliste diffuse dai media. In pratica però nessuna norma obbliga gli automobilisti ad affrettarsi per smontare le gomme invernali eccetto il caso in cui i pneumatici scelti abbiano un indice di velocità inferiore all'ordinario.

Lo ha chiarito il Ministero dei Trasporti con la circolare n. 1049/2014.
A norma di legge i pneumatici invernali possono essere utilizzati anche tutto l'anno senza incorrere in sanzione. Purché si tratti di gomme con requisiti corrispondenti a quelli indicati nella carta di circolazione del veicolo. Durante il periodo invernale, a parere del ministero, possono essere installati anche pneumatici con codici di velocità inferiori a quelli previsti dal libretto del veicolo, fino a Q (ovvero 160 km/h).
Con la nota ministeriale è stato spiegato qual è il periodo di riferimento di questa deroga che non corrisponde al lasso temporale evidenziato dalla direttiva sull'uso dei dispositivi invernali 16.01.2013. Ovvero dal 15 novembre al 15 aprile. Viene infatti allargata la forbice dal 15 ottobre al 15 maggio.
In pratica per evitare un eccessivo affollamento dei centri di assistenza viene consentita la circolazione con le gomme invernali anche con codici di velocità inferiori a quelle previste dal libretto di circolazione fino al 15 maggio di ogni anno. Solo per questa tipologia di gomme invernali quindi non è permesso circolare tutto l'anno senza incorrere in multe. La generalità degli automobilisti possono stare tranquilli.
Nessun organo di polizia potrà sanzionare un utente che avrà scelto di mantenere il proprio treno di gomme invernali anche nel periodo caldo. Magari proprio per completarne l'usura prima dell'arrivo del nuovo periodo invernale (articolo ItaliaOggi del 09.07.2014).

APPALTICentrale unica acquisti senza scappatoie.
Sulla centralizzazione degli acquisti, niente da fare per i comuni non capoluogo di provincia. Infatti, in assenza di deroghe legislative, la disposizione contenuta nel decreto legge n. 66/2014 che impone il ricorso ad una centrale di committenza escludendo l'affidamento diretto, deve intendersi tassativa e di carattere speciale, quindi prevalente alle disposizioni in materia contenute nel codice dei contratti pubblici.

La querelle sull'obbligo di centralizzazione degli acquisti prevista dall'articolo 9 del decreto Irpef, pertanto, si completa con un nuovo tassello che giunge dal parere n. 144 rilasciato pochi giorni fa dalla sezione regionale di controllo della Corte dei conti Piemonte.
Come si ricorderà la norma sopra richiamata prevede che i comuni non capoluogo di provincia procedono all'acquisizione di lavori, beni e servizi nell'ambito delle unioni dei comuni, ove esistenti, ovvero costituendo un apposito accordo consortile tra i comuni medesimi e avvalendosi dei competenti uffici anche delle province, residuando lo spazio per negoziazioni dirette solo a mezzo degli strumenti elettronici di acquisto gestiti dalla Consip o da altro soggetto aggregatore di riferimento. Che il quadro sia prossimo alla paralisi è anche dato dal fatto che la norma in questione ha cancellato la deroga introdotta dalla legge di stabilità 2014 per gli acquisti inferiori a 40 mila euro spiazzando, di fatto, la maggior parte dei comuni, tenuto conto che l'obbligo sino ad oggi ha riguardato i comuni con meno di 5 mila abitanti.
È pur vero (si veda ItaliaOggi di ieri) che, per sbloccare l'impasse dopo l'allarme lanciato dal presidente Anci, Piero Fassino, il legislatore si sta muovendo con una soluzione. Ovvero l'inserimento di un emendamento ad hoc, al testo di conversione di un decreto legge attualmente in discussione in parlamento (i boatos danno favorito il ddl di riforma della p.a.), che rinvii l'operatività della norma del decreto Irpef in due scadenze. La prima, al 1° gennaio del prossimo anno, per quanto riguarda gli acquisti di beni e servizi, la seconda al 30.06.2015 per l'acquisizione di lavori.
A chiudere il cerchio, come detto, il parere della Corte dei conti piemontese che, in risposta ad una richiesta del comune di Torre Canavese (To), ha giustamente sottolineato il carattere tassativo della disposizione richiamata, non potendo ammettere deroghe a favore dell'affidamento diretto, così come previsto dall'articolo 125 del codice dei contratti pubblici.
Secondo la magistratura contabile piemontese, la ratio della nuova disciplina è quella di soddisfare le esigenze di semplificazione dei centri di acquisto, inserendosi nel solco dell'indirizzo comunitario (il riferimento è alla direttiva Appalti 2014/24), che ha registrato nei mercati degli appalti pubblici della Ue, «una forte tendenza all'aggregazione della domanda da parte dei committenti pubblici, al fine di ottenere economie di scala». Quindi, ha rilevato la Corte, dal tenore letterale della disposizione si conferma l'aggregazione obbligatoria per i comuni non capoluogo di provincia, per le procedure contrattuali relative all'affidamento dei contratti di lavori, servizi e forniture.
Non ci sono pertanto margini che possano aprire ad alcuna deroga. I comuni interessati sono tenuti a costituire la centrale di committenza nell'ambito delle unioni di comuni, ove esistenti, oppure si siedono attorno ad un tavolo e sottoscrivono un accordo consortile avvalendosi dei propri uffici.
In conclusione, per rispondere al parere formulato dal primo cittadino di Torre Canavese, la Corte ha rilevato che la nuova disposizione di finanza pubblica ex articolo 9 del dl n. 66/2014, assume nell'ordinamento carattere di specialità e, quindi, di prevalenza rispetto alla norma generale ex art. 125 del codice dei contratti pubblici che, allo stato attuale, non è percorribile (articolo ItaliaOggi del 09.07.2014).

APPALTIAppalti supermonitorati. Conti dedicati e solo bonifici per le ditte. Lo prevede il decreto sulle semplificazioni p.a. per le grandi opere.
Rafforzato il monitoraggio finanziario sulle imprese che partecipano ai grandi appalti. Gli aggiudicatari dovranno avere conti dedicati per i pagamenti e utilizzare solo bonifici. Previsto un prelievo dello 0,6 per mille sull'importo del contratto, che andrà a finanziare il sistema di monitoraggio.

È quanto prevede l'articolo 36 del dl 90/2014 (decreto p.a.), all'esame della camera, che interviene sulla disciplina del monitoraggio finanziario dei grandi lavori infrastrutturali (opere della ex legge Obiettivo), stabilendo che si seguano le modalità e le procedure, anche informatiche, individuate dalla delibera Cipe n. 145 del 2011 (che dovrà però essere aggiornata).
La disposizione stabilisce inoltre un obbligo per le stazioni appaltanti di adeguamento degli atti generali di propria competenza rispetto alle modalità di monitoraggio indicate nella delibera n. 45 del 2011 e ai suoi futuri aggiornamenti. Si prevede anche una opportuna disciplina transitoria per i contratti stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto legge (25.06.2014), consentendo l'adeguamento delle modalità di controllo dei flussi finanziari di cui alla delibera 45/2011 entro sei mesi.
Come accennato, con una nuova delibera del Cipe saranno dettate le disposizioni di aggiornamento delle modalità di esercizio del sistema di monitoraggio finanziario contenute nella delibera n. 45/2011, allo scopo di dare attuazione alla norma e di recepire le indicazioni contenute nei decreti legislativi n. 228 e n. 229 del 2011 (sul monitoraggio ex ante ed ex post delle opere) e nella delibera del Cipe n. 124 del 2011.
Per l'implementazione del sistema di monitoraggio finanziario viene autorizzata una spesa di 1.321.000 euro per l'anno 2014 alla cui copertura si provvede con una quota del Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell'usura. Agli oneri per la gestione ordinaria del sistema, che vengono quantificati dal governo in 617.000 euro annui, si provvederà invece con le risorse derivanti da una percentuale dell'importo dei contratti, nella misura dello 0,0006 per cento, che devono essere versate dai soggetti aggiudicatari annualmente e fino alla messa in esercizio degli interventi medesimi, a decorrere dall'anno 2014.
Il monitoraggio dei flussi finanziari delle grandi opere è previsto dall'articolo 161, comma 6-bis del codice dei contratti pubblici (con riguardo all'uso del sistema Siope-Sistema Informatico delle operazioni e degli enti pubblici) e l'articolo 176, comma 3, dello stesso codice rinvia al Cipe per i dettagli attuativi e operativi. La delibera n. 45 del 2011, fra i diversi oneri, stabilisce l'obbligo istituzionale di «conti correnti dedicati», da utilizzare per tutti gli incassi e i pagamenti relativi alla realizzazione dell'opera, l'obbligo di pagamento solo tramite bonifici elettronici Sepa (Single euro payments area) e l'obbligo, per i titolari dei suddetti conti dedicati, di richiedere alla propria banca di fornire un servizio di «esito» dei singoli pagamenti e di comunicare gli estratti conto all'ente che cura il monitoraggio.
Nella medesima delibera si precisa, inoltre, che le attività svolte e i risultati ottenuti sono stati utilizzati per l'elaborazione del «progetto Capaci» (Creating automated procedures against criminal infiltration in public contracts), che è stato cofinanziato dall'Unione europea e che la sperimentazione del monitoraggio finanziario prosegue in sede di attuazione del progetto Capaci, con l'obiettivo di mettere a punto alcuni applicativi informatici, tra cui in particolare quelli concernenti un sistema di warning automatico (articolo ItaliaOggi del 09.07.2014).

APPALTIGare con proroga. La centrale unica slitta al 2015. Pronto emendamento ad hoc. Due date per il rinvio.
Un emendamento al decreto sulla p.a. per rinviare l'obbligo di centralizzazione degli acquisti imposto ai comuni non capoluogo. Con due nuove scadenze: 01.01.2015 per i beni e i servizi e 30.06.2015 per i lavori.

È questa la soluzione al momento più gettonata per ovviare al caos creato dall'art. 9 del dl 66/2014, che, a decorrere dal 1° luglio scorso, ha imposto a tutti i comuni, tranne quelli capoluogo di provincia, di approvvigionarsi esclusivamente facendo ricorso a una centrale di committenza (da istituire all'interno delle unioni o mediante accordo consortile) ovvero a un soggetto aggregatore.
La norma, al momento, non fa sconti, avendo anche cancellato la deroga (introdotta dalla legge 147/2013) per gli acquisiti in economia o per importi inferiori a 40.000 euro.
Come denunciato dall'Anci, la maggior parte dei comuni non è pronta ad adeguarsi, anche perché, in base alla normativa previgente, l'obbligo riguardava solo quelli con meno di 5.000 abitanti. Per alcune categorie di lavori e servizi (si pensi alle manutenzioni edilizie o ai servizi sociali), non è neppure possibile fare ricorso a Consip, trattandosi di prodotti non standardizzabili.
Da qui la richiesta di una proroga, su cui fin da subito il governo si è dimostrato favorevole. Delle due soluzioni disponibili sul piano tecnico -ossia un emendamento a uno dei decreti legge in via di conversione oppure l'adozione di un nuovo provvedimento d'urgenza- al momento sembra favorita la prima. Il correttivo dovrebbe confluire nella legge di conversione del dl 90/2014 (quello sulla riforma della p.a., al momento all'esame della camera) e prevedere due scadenze differenziate per beni e servizi (01.01.2015) e per i lavori (30.06.2015).
Nelle more del perfezionamento della norma, comunque, l'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici (ora soppressa e incorporata nell'Autorità anticorruzione) sarebbe disponibile a rilasciare comunque il codice identificativo di gara (Cig), in deroga al divieto previsto dallo stesso dl 66.
Da più parti, inoltre, si sottolinea la necessità di chiarire anche la sorte degli acquisti di modesto valore, che in precedenza la giurisprudenza contabile riteneva esclusi dall'obbligo e che oggi sembrerebbero, invece, rientrarvi almeno in parte (con la sola esclusione dell'amministrazione diretta) (articolo ItaliaOggi dell'08.07.2014).

PUBBLICO IMPIEGOProvince, i dipendenti per ora non si spostano. Pubblico impiego. Slitta il ridisegno di attività e organici.
Avrebbe dovuto vedere la luce entro oggi la nuova geografia delle funzioni locali, chiamata anche a redistribuire fra Regioni e Comuni il personale impegnato nelle attività che le Province "leggere" dovrebbero abbandonare. I tre mesi dall'approvazione della riforma, pubblicata sulla «Gazzetta Ufficiale» il 7 aprile scorso, sono passati senza nemmeno fissare in agenda un incontro con i sindacati, tappa necessaria per arrivare agli accordi sulla redistribuzione del personale, e i tempi si allungano.
I calendari elastici sono il classico effetto collaterale dell'ingorgo di decreti attuativi che accompagna il sovrapporsi delle leggi approvate, ma in questo caso l'incrocio è ancora più complesso. In gioco, infatti, c'è anche il decreto sulla Pubblica amministrazione, che fissa il principio della mobilità "libera" entro 50 chilometri dalla sede di prima assegnazione e sembra quindi aprire una via più facile per spostare i dipendenti: resta il fatto, però, che senza la riassegnazione delle funzioni su lavoro, ambiente e sugli altri settori che dovrebbero essere abbandonati dalle Province resta impossibile decidere dove e come trasferire i dipendenti.
Anche perché nel frattempo il clima dei rapporti con i sindacati si sta scaldando. Ieri Cgil, Cisl e Uil hanno annunciato una «mobilitazione generale del personale degli enti locali» perché le incertezze nel settore si intensificano.
Tra i cronoprogrammi saltati c'è, per esempio, anche quello previsto dal comitato temporaneo fra Governo ed enti locali che dovrebbe risolvere la grana dei contratti integrativi fuori regola, e che entro giugno avrebbe dovuto preparare una nuova circolare e una direttiva all'Aran nel tentativo di evitare il danno erariale per i dirigenti e le richieste di restituzione di soldi ai dipendenti.
Al momento non si è visto ancora nulla, anche perché la strada adatta a superare lo stallo che coinvolge Roma, Vicenza, Reggio Calabria e tanti altri Comuni (a Milano l'annuncio della Giunta di voler adeguare gli integrativi della Polizia locale ha originato una protesta per il 10 luglio, giorno dell'ultimo concerto di Vasco Rossi a San Siro) è quella di una revisione normativa.
Intanto per domani è in calendario a Roma la manifestazione dei segretari comunali contro l'addio ai diritti di rogito scritto nel decreto sulla Pa e la loro confluenza in un ruolo unico della dirigenza abbozzato dalla legge delega
(articolo Il Sole 24 Ore dell'08.07.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

PATRIMONIOPer l'edilizia scolastica pagamenti liberi dal Patto. Enti locali. Firmati i decreti per sbloccare 404 interventi.
Il primo capitolo del piano governativo per l'edilizia scolastica diventa operativo: dopo il via libera dell'ufficio del bilancio di Palazzo Chigi sono stati infatti pubblicati due decreti del presidente del Consiglio che individuano gli sconti sul Patto di stabilità assegnati a 404 Comuni che nelle settimane scorse ne hanno fatto richiesta. Parte così uno dei tre filoni del programma per rinnovare le scuole, che secondo i progetti del Governo dovrebbe riguardare 20.845 edifici e mettere in campo 1,094 miliardi fra quest'anno e il prossimo.
I provvedimenti traducono in pratica una misura del decreto Irpef (articolo 48 del Dl 66/2014), che permette di non considerare nel Patto di stabilità una dote di 122 milioni di euro per quest'anno e altrettanti per l'anno prossimo da destinare ai pagamenti di investimenti nell'edilizia scolastica. I progetti da agevolare per questa via sono stati trovati con lo scambio di lettere avviato il 3 marzo scorso tra il presidente del consiglio e i sindaci, chiamati a segnalare i cantieri in corso o in programma, interamente finanziabili da risorse comunali ma ostacolati dai vincoli di finanza pubblica. Lo sblocco dei pagamenti sarà comunicato ufficialmente a ogni amministrazione dalla Ragioneria generale, secondo le procedure consuete del Patto di stabilità, ma in allegato ai due provvedimenti è già riportato l'elenco dei beneficiari con le somme liberate per ciascuno di loro.
Da questo punto di vista, la notizia più importante arriva a Paese, in provincia di Treviso, dove il via libera vale poco più di 3 milioni di euro: seguono i 2,5 milioni riconosciuti a Sorrento (Napoli) e i due milioni liberati a Cavallino Treporti (Venezia). Per il momento, le risorse escluse dalle regole ordinarie di finanza pubblica locale finiscono qui, ma il Governo assicura che con il prossimo Documento di economia e finanza saranno assegnati altri spazi finanziari: già in cantiere, del resto, c'è una riprogrammazione dei fondi Ue che dovrebbe portare nuovi aiuti alla scuola (si veda il servizio a pagina 2).
Proprio da un'operazione di questo tipo, del resto, sono già stati tratti i 510 milioni di euro individuati dal Cipe nella delibera del 30 giugno scorso, che ha formalizzato la decisione di reindirizzare all'edilizia scolastica risorse non utilizzate nell'ambito dei fondi di Sviluppo e Coesione. In questo caso gli interventi sono più piccoli ma più numerosi, perché una prima tranche, da 400 milioni, è destinata a finanziare 2.480 opere per la messa in sicurezza e l'agibilità delle scuole, con un valore medio da circa 160mila euro l'uno.
Questo pacchetto di opere nasce dal decreto «Fare» del Governo Letta, e gli enti locali hanno tempo fino al 30 ottobre per aggiudicare gli appalti e ottenere i finanziamenti. L'altra quota, da 110 milioni, sarà invece destinata al "rammendo", cioè a piccoli interventi di manutenzione e ripristino che dovrebbero riguardare 7.081 edifici. Altri 300 milioni, secondo i programmi di Palazzo Chigi, dovrebbero arrivare nel 2015
(articolo Il Sole 24 Ore dell'08.07.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATAIn cortile i caricabatterie per auto elettriche. Energia verde. L'installazione delle «colonnine» con maggioranza semplificata.
Il Condominio diventa sempre più "Eco". Dal 1° giugno è diventato possibile installare nelle aree condominiali le cosiddette "colonnine" per la ricarica elettrica delle auto.
È questa una delle novità inserite nella legge 134/2012, che ha convertito, con modificazioni, il Dl 83/2012. L'articolo 17-quinquies, n. 2 e n. 3, dispone che «Fatto salvo il regime di cui all'articolo 1102 del codice civile, le opere edilizie per l'installazione delle infrastrutture di ricarica elettrica dei veicoli in edifici in condominio sono approvate dall'assemblea di condominio, in prima o in seconda convocazione, con le maggioranze previste dall'articolo 1136, secondo comma, del codice civile» e che «Nel caso in cui il condominio rifiuti di assumere, o non assuma entro tre mesi dalla richiesta fatta per iscritto, le deliberazioni di cui al comma 2, il condomino interessato può installare, a proprie spese, i dispositivi di cui al citato comma 2, secondo le modalità ivi previste. Resta fermo quanto disposto dagli articoli 1120, secondo comma, e 1121, terzo comma, del Codice civile».
L'intervento è inquadrabile tra le innovazioni "agevolate" perché, deroga ai quorum deliberativi previsti per le innovazioni, e richiama il quorum ordinario dell'articolo 1136, comma 2 (sia per la prima che per la seconda convocazione), ossia la maggioranza dei partecipanti all'assemblea ed almeno la metà del valore dell'edificio.
I limiti posti all'installazione sono quelli indicati nell'articolo 1120 del Codice civile, cioè che, con l'installazione, non vengano danneggiate le parti comuni o alterata la sicurezza o il decoro dell'edificio oppure ostacolato o compromesso l'uso delle parti comuni anche ad un solo condomino.
A fronte di una richiesta individuale di apposizione di una colonnina in un'area comune, l'amministratore è tenuto a convocare l'assemblea entro 30 giorni. Tale richiesta deve contenere l'indicazione del contenuto specifico e delle modalità di esecuzione dell'intervento proposto. In mancanza l'amministratore deve invitare senza indugio il condomino proponente a fornire le necessarie integrazioni.
Qualora però il condominio rifiuti di assumere, o non assuma entro tre mesi dalla richiesta fatta per iscritto, le deliberazioni, il condomino interessato può installare, a proprie spese, i dispositivi con possibilità, per i condomini che volessero avvalersi dell'impianto di ricarica in futuro, di poterlo utilizzare contribuendo alle spese di esecuzione e di manutenzione dell'opera (articolo 1121). In tal caso l'installazione rientra nella disciplina e nei limiti dell'articolo 1102, anche se tali limiti non escludono quelli dell'articolo 1120.
Tale "novità" relativa alla realizzazione di impianti di ricarica dei veicoli elettrici mediante l'installazione di colonnine adibite alla ricarica rientra nell'ambito di un progetto più ampio che coinvolge non solo i condomini ma anche i Comuni (molti dei quali hanno già aderito, come ad Bari, Roma, Bologna, Milano, Salerno, Treviso, Brindisi, Parma, Cagliari, Napoli, Firenze, Genova).
Si tratta di opere di urbanizzazione primaria realizzabili su tutto il territorio comunale in regime di esenzione dal contributo di costruzione.
Entro il 01.06.2014 i Comuni avrebbero dovuto adeguare i loro regolamenti edilizi. Decorso inutilmente il termine, le Regioni hanno la facoltà di annullare il permesso di costruire rilasciato in precedenza
(articolo Il Sole 24 Ore dell'08.07.2014).

GIURISPRUDENZA

EDILIZIA PRIVATA: L’art. 37 del d.P.R. n. 380/2001, rubricato “Interventi eseguiti in assenza o in difformità dalla denuncia di inizio attività e accertamento di conformità”, non contempla –a differenza dell’art. 36 dello stesso T.U. relativo alle opere realizzate in mancanza di permesso di costruire– alcuna forma di silenzio significativo.
Come affermato in fattispecie analoghe dalla giurisprudenza, il privato può dunque censurare la condotta omissiva dell'Amministrazione nelle forme del silenzio-inadempimento, atteso che nessun silenzio-significativo può ritenersi perfezionato.
Il procedimento disciplinato dal comma 4 dell'articolo 37, infatti, “non è suscettibile di definizione tacita, sia perché la norma, a differenza che per l'art. 36 del medesimo testo unico, non prevede esplicitamente una ipotesi di silenzio-significativo, sia perché la stessa stabilisce che il procedimento si chiuda con un provvedimento espresso, con il quale il responsabile del procedimento stabilisce la somma che il responsabile dell'abuso deve versare in relazione all'aumento di valore dell'immobile”.

... per l'annullamento del silenzio-rifiuto serbato dal comune di Capaccio in ordine all'istanza di accertamento di conformità relativa ad una struttura alberghiera sita in via s.s.18 loc. Cerro.
...
L’art. 37 del d.P.R. n. 380/2001, rubricato “Interventi eseguiti in assenza o in difformità dalla denuncia di inizio attività e accertamento di conformità”, non contempla –a differenza dell’art. 36 dello stesso T.U. relativo alle opere realizzate in mancanza di permesso di costruire– alcuna forma di silenzio significativo.
Come affermato in fattispecie analoghe dalla giurisprudenza richiamata dallo stesso ricorrente, il privato può dunque censurare la condotta omissiva dell'Amministrazione nelle forme del silenzio-inadempimento, atteso che nessun silenzio-significativo può ritenersi perfezionato.
Il procedimento disciplinato dal comma 4 dell'articolo 37, infatti, “non è suscettibile di definizione tacita, sia perché la norma, a differenza che per l'art. 36 del medesimo testo unico, non prevede esplicitamente una ipotesi di silenzio-significativo, sia perché la stessa stabilisce che il procedimento si chiuda con un provvedimento espresso, con il quale il responsabile del procedimento stabilisce la somma che il responsabile dell'abuso deve versare in relazione all'aumento di valore dell'immobile” (TAR Campania Napoli, sez. VII, sent. n. 1145/2011).
Alla luce di quanto sopra considerato, in accoglimento delle istanze del ricorrente, devono pertanto essere dichiarati l’illegittimità del silenzio serbato dal Comune di Capaccio e l’obbligo in capo allo stesso di provvedere sull’istanza del ricorrente, nel termine di cui in dispositivo, nominando un Commissario ad acta per il caso di ulteriore inerzia dell’Amministrazione (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 10.07.2014 n. 1259 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il provvedimento di diniego del permesso di costruire determina una contrazione del ius aedificandi e, quindi –pur essendo il risultato di un’attività vincolata, consistente nella verifica della conformità o meno dell’intervento edilizio proposto rispetto alla disciplina dettata dalla legge e dagli strumenti urbanistici– necessita di una completa e circostanziata motivazione, esplicativa delle reali ragioni ostative al rilascio del titolo abilitativo, dovendosi consentire all’interessato di tutelarsi in sede giurisdizionale ovvero di superare, laddove possibile, le ragioni ostative addotte dall’amministrazione mediante una modifica del progetto originariamente elaborato.
In giurisprudenza, cfr. la decisione del TAR Campania Napoli, Sez. VIII, n. 2438 del 2009, nella cui parte motiva è dato, in particolare, leggere: “Al riguardo, giova rammentare che il provvedimento di diniego del permesso di costruire determina una contrazione del ius aedificandi e, quindi –pur essendo il risultato di un’attività vincolata, consistente nella verifica della conformità o meno dell’intervento edilizio proposto rispetto alla disciplina dettata dalla legge e dagli strumenti urbanistici– necessita di una completa e circostanziata motivazione, esplicativa delle reali ragioni ostative al rilascio del titolo abilitativo, dovendosi consentire all’interessato di tutelarsi in sede giurisdizionale ovvero di superare, laddove possibile, le ragioni ostative addotte dall’amministrazione mediante una modifica del progetto originariamente elaborato (TAR Puglia, Lecce, sez. III, 26.09.2006, n. 4655; 18.10.2006, n. 4981; 10.09.2007, n. 3149; TAR Campania, Napoli, sez. IV, 20.11.2006, n. 9983; sez. VI, 12.03.2007, n. 1789)” (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 10.07.2014 n. 1257 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: - “Ai sensi dell’art. 2, l. 07.08.1990 n. 241 il procedimento amministrativo va concluso, anche con un atto sfavorevole per il richiedente, in quanto nel nostro ordinamento è considerato diritto fondamentale del cittadino sapere se una sua istanza rivolta alla Pubblica amministrazione merita o non accoglimento; l’obbligo in questione non sussiste solo nei casi di silenzio assenso o di silenzio rigetto, di meccanismi di semplificazione della d.i.a. o della s.c.i.a., di manifesta infondatezza della domanda o mera reiterazione di istanze già evase dall’Amministrazione con provvedimenti espressi <e di istanze volte a sollecitare l’esercizio del potere di autotutela>”;
- “Il meccanismo del silenzio, nel rito speciale disciplinato dall’art. 117 c. p. a., come quello in esame, è diretto ad accertare se l’inerzia serbata dalla P. A. in ordine all’istanza del privato vanti o meno l’obbligo di adottare il provvedimento esplicito richiesto con l’istanza stessa e sussiste in tale contesto l’obbligo di provvedere in quelle ipotesi in cui, in relazione al dovere di correttezza e di buona amministrazione della parte pubblica, sorga per il privato una legittima aspettativa a conoscere il contenuto e le ragioni delle determinazioni di quest’ultima.
Pertanto, l’Amministrazione non ha l’obbligo di pronunciarsi su un’istanza finalizzata ad ottenere un provvedimento in via di autotutela: l’attivazione del procedimento di riesame della legittimità dell’atto amministrativo mediante l’istituto del silenzio rifiuto non è infatti coercibile “ab extra”, costituendo l’esercizio del potere di autotutela facoltà ampiamente discrezionale della P. A., in quanto il potere di autotutela si esercita d’ufficio e non su istanza di parte, avente valore di mera sollecitazione per la quale non c’è obbligo giuridico di provvedere”;
- “Non sussiste la possibilità di fare ricorso alla procedura del silenzio rifiuto allo scopo di provocare il ricorso dell’Amministrazione all’autotutela; tale divieto trova il proprio fondamento nell’esigenza di evitare il superamento della regola della necessaria impugnazione dell’atto amministrativo nel termine di decadenza.
Siffatto éscamotage presuppone, in definitiva, una sequenza procedimentale in cui sussista un provvedimento non impugnato, e l’intrapresa della procedura del silenzio rifiuto allo scopo di provocare l’adozione di un secondo provvedimento, volto a mettere nel nulla quello non tempestivamente impugnato; la richiesta dei privati, rivolta all’Amministrazione, di esercizio dell’autotutela, è una mera denuncia, con funzione sollecitatoria, ma non fa sorgere in capo all’Amministrazione stessa alcun obbligo di provvedere”.

Dalla lettura della nota dell’11.10.2012, si verifica che la stessa aveva, in pratica, lo stesso oggetto della precedente, sostanziandosi, anch’essa, in una richiesta di rettifica del punteggio di cui sopra.
Trattandosi, quindi, sia nel primo sia nel secondo caso, di istanze dirette a stimolare l’esercizio, da parte del Presidente del Corecom Campania, dei propri poteri di rettificare, in autotutela, la graduatoria già pubblicata, e rimasta inoppugnata, nessun obbligo di provvedere poteva dirsi sussistere, in capo all’Amministrazione, e tanto conformemente all’orientamento pacificamente espresso dalla giurisprudenza in materia, di cui sono testimonianza, da ultimo, le seguenti decisioni:
- “Ai sensi dell’art. 2, l. 07.08.1990 n. 241 il procedimento amministrativo va concluso, anche con un atto sfavorevole per il richiedente, in quanto nel nostro ordinamento è considerato diritto fondamentale del cittadino sapere se una sua istanza rivolta alla Pubblica amministrazione merita o non accoglimento; l’obbligo in questione non sussiste solo nei casi di silenzio assenso o di silenzio rigetto, di meccanismi di semplificazione della d.i.a. o della s.c.i.a., di manifesta infondatezza della domanda o mera reiterazione di istanze già evase dall’Amministrazione con provvedimenti espressi <e di istanze volte a sollecitare l’esercizio del potere di autotutela>” (TAR Marche, Sez. I, 21/03/2014, n. 369);
- “Il meccanismo del silenzio, nel rito speciale disciplinato dall’art. 117 c. p. a., come quello in esame, è diretto ad accertare se l’inerzia serbata dalla P. A. in ordine all’istanza del privato vanti o meno l’obbligo di adottare il provvedimento esplicito richiesto con l’istanza stessa e sussiste in tale contesto l’obbligo di provvedere in quelle ipotesi in cui, in relazione al dovere di correttezza e di buona amministrazione della parte pubblica, sorga per il privato una legittima aspettativa a conoscere il contenuto e le ragioni delle determinazioni di quest’ultima. Pertanto, l’Amministrazione non ha l’obbligo di pronunciarsi su un’istanza finalizzata ad ottenere un provvedimento in via di autotutela: l’attivazione del procedimento di riesame della legittimità dell’atto amministrativo mediante l’istituto del silenzio rifiuto non è infatti coercibile “ab extra”, costituendo l’esercizio del potere di autotutela facoltà ampiamente discrezionale della P. A., in quanto il potere di autotutela si esercita d’ufficio e non su istanza di parte, avente valore di mera sollecitazione per la quale non c’è obbligo giuridico di provvedere” (TAR Roma (Lazio), Sez. II, 02/10/2013, n. 8543);
- “Non sussiste la possibilità di fare ricorso alla procedura del silenzio rifiuto allo scopo di provocare il ricorso dell’Amministrazione all’autotutela; tale divieto trova il proprio fondamento nell’esigenza di evitare il superamento della regola della necessaria impugnazione dell’atto amministrativo nel termine di decadenza. Siffatto éscamotage presuppone, in definitiva, una sequenza procedimentale in cui sussista un provvedimento non impugnato, e l’intrapresa della procedura del silenzio rifiuto allo scopo di provocare l’adozione di un secondo provvedimento, volto a mettere nel nulla quello non tempestivamente impugnato; la richiesta dei privati, rivolta all’Amministrazione, di esercizio dell’autotutela, è una mera denuncia, con funzione sollecitatoria, ma non fa sorgere in capo all’Amministrazione stessa alcun obbligo di provvedere” (Consiglio di Stato, Sez. V, 03/05/2012, n. 2549) (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 10.07.2014 n. 1252 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTIAnche un mancato versamento dei contributi mette fuori gara.
Anche per un mancato versamento di soli 278 euro di contributi si può legittimamente essere esclusi da un appalto pubblico.

È quanto afferma la sentenza 10.07.2014 (causa C-358/12) della X Sez. della Corte di giustizia europea dichiarando compatibile con il Trattato Ue la disciplina italiana che consente di escludere anche chi ha commesso una violazione superiore a 100 euro.
La vicenda riguardava una gara per l'affidamento di un appalto di lavori di manutenzione straordinaria, da aggiudicare al massimo ribasso, di importo inferiore alla soglia comunitaria dei cinque milioni di euro. Un concorrente aveva dichiarato di «non avere commesso violazioni gravi, definitivamente accertate, alle norme in materia di contributi previdenziali e assistenziali», secondo quanto previsto dall'articolo 38, comma 1, lettera i), del codice dei contratti pubblici.
In sede di verifica del Durc la stazione appaltante accertava invece che il concorrente, aggiudicatario della gara, aveva omesso di effettuare, entro il termine richiesto, i versamenti relativi al mese di maggio 2011, di importo pari a 278 euro e corrispondenti alla totalità dei versamenti contributivi dovuti per tale mese. In considerazione dell'infrazione la stazione appaltante annullava l'aggiudicazione, ancorché fosse stato effettuato il tardivo versamento.
A seguito dell'impugnativa dell'impresa, il Tar Lombardia proponeva questione pregiudiziale alla corte Ue per sapere se fosse coerente con il principio di proporzionalità la disciplina italiana che (dm lavoro del 24.10.2007) considera «grave» lo scostamento pari o superiore al 5% tra le somme dovute e quelle versate con riferimento a ciascun periodo di paga o di contribuzione o, comunque, uno scostamento superiore a 100 euro. La corte europea, dopo avere in termini generali affermato che l'applicazione di una disposizione come quella prevista dal codice potrebbe essere tale da ostacolare la partecipazione più ampia possibile di offerenti alle procedure di aggiudicazione, precisa che «una restrizione siffatta può essere giustificata qualora essa persegua un obiettivo legittimo di interesse pubblico e purché rispetti il principio di proporzionalità».
Sotto il primo profilo i giudici europei considerano che accertarsi dell'affidabilità, della diligenza e della serietà dell'offerente nonché della correttezza del suo comportamento nei confronti dei suoi dipendenti, «costituisca un obiettivo legittimo di interesse generale». Sotto il secondo profilo, i parametri previsti per la «gravità» della violazione «garantiscono non solo la parità di trattamento degli offerenti ma anche la certezza del diritto, principio il cui rispetto costituisce una condizione della proporzionalità di una misura restrittiva».
Per cui anche 101 euro di violazione legittimano l'esclusione dalla gara. Ciò vale sotto soglia (rispetto al Trattato), ma anche sopra soglia sarebbe lo stesso perché, dice la sentenza, gli stati membri hanno la facoltà di applicare le norme europee con un grado di rigore che potrebbe variare a seconda dei casi, in funzione di considerazioni di ordine giuridico, economico o sociale prevalenti a livello nazionale (articolo ItaliaOggi dell'11.07.2014).

EDILIZIA PRIVATA: L'annullamento giurisdizionale del permesso di costruire provoca la qualificazione di abusività delle opere edilizie realizzate in base ad esso, per cui il Comune, stante l'efficacia conformativa della sentenza del giudice amministrativo, oltre che costitutiva e ripristinatoria, è obbligato a dare esecuzione al giudicato adottando i provvedimenti consequenziali.
Tali provvedimenti non devono, peraltro, avere ad oggetto necessariamente la demolizione delle opere realizzate, l'art. 38, D.P.R. 06.06.2001, n. 380, prescrivendo, in caso di annullamento del permesso di costruire, una nuova valutazione da parte del dirigente del competente ufficio comunale riguardo la possibilità di restituzione in pristino; qualora la demolizione non risulti possibile, il Comune dovrà irrogare una sanzione pecuniaria, nei termini fissati dallo stesso art. 38, D.P.R. 06.06.2001, n. 380.
Dalla previsione di cui all'art. 38 del DPR 380/2001, che prevede, come sopra rilevato, la rimozione dei vizi delle procedure amministrative in caso di permesso di costruire annullato in via giurisdizionale, non deriva un generale divieto di rinnovazione dei permessi di costruire annullati in sede giurisdizionale per vizi di carattere sostanziale.
La norma non implica, invero, alcun generale divieto di rinnovazione dei permessi di costruire annullati in sede giurisdizionale per vizi di carattere sostanziale.
Non può ritenersi, pertanto, che la concessione edilizia in sanatoria sarebbe ammissibile solo in caso di annullamento della prima per motivi procedurali o formali, rimanendone, conseguentemente, esclusa la legittimità in ordine all'annullamento dell'originaria concessione per motivi sostanziali di contrarietà allo strumento urbanistico.
A ciò va aggiunto che l'affidamento del privato a poter conservare l'opera realizzata sulla base di un titolo edilizio successivamente annullato non é tutelato in via generale, ma é rimesso alla discrezionalità del legislatore, al quale compete emanare norme speciali di tutela come la potenziale commutabilità della sanzione demolitoria in quella pecuniaria (da cui la disciplina dell’art. 38 d.P.R. n. 380 del 2001), ovvero un regime di favore in sede di condono edilizio, come avvenuto con l'art. 39, l. n. 724 del 1994.

Il D.P.R. 06.06.2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia) all’art. 38 disciplina gli interventi eseguiti in base a permesso annullato disponendo che “1. In caso di annullamento del permesso di costruire, qualora non sia possibile, in base a motivata valutazione, la rimozione dei vizi delle procedure amministrative o la restituzione in pristino, il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale applica una sanzione pecuniaria pari al valore venale delle opere o loro parti abusivamente eseguite, valutato dall'Agenzia del territorio, anche sulla base di accordi stipulati tra quest'ultima e l'amministrazione comunale. La valutazione dell'agenzia è notificata all'interessato dal dirigente o dal responsabile dell'ufficio e diviene definitiva decorsi i termini di impugnativa.
2. L'integrale corresponsione della sanzione pecuniaria irrogata produce i medesimi effetti del permesso di costruire in sanatoria di cui all'articolo 36.
2-bis. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche agli interventi edilizi di cui all'articolo 22, comma 3, in caso di accertamento dell'inesistenza dei presupposti per la formazione del titolo
”.
In applicazione di detta disposizione la giurisprudenza (Consiglio di Stato Sez. VI, sent. n. 3571 del 13.06.2011) ha affermato il principio che l'annullamento giurisdizionale del permesso di costruire provoca la qualificazione di abusività delle opere edilizie realizzate in base ad esso, per cui il Comune, stante l'efficacia conformativa della sentenza del giudice amministrativo, oltre che costitutiva e ripristinatoria, è obbligato a dare esecuzione al giudicato adottando i provvedimenti consequenziali.
Tali provvedimenti non devono, peraltro, avere ad oggetto necessariamente la demolizione delle opere realizzate, l'art. 38, D.P.R. 06.06.2001, n. 380, prescrivendo, in caso di annullamento del permesso di costruire, una nuova valutazione da parte del dirigente del competente ufficio comunale riguardo la possibilità di restituzione in pristino; qualora la demolizione non risulti possibile, il Comune dovrà irrogare una sanzione pecuniaria, nei termini fissati dallo stesso art. 38, D.P.R. 06.06.2001, n. 380.
Dalla previsione di cui all'art. 38 del DPR 380/2001, che prevede, come sopra rilevato, la rimozione dei vizi delle procedure amministrative in caso di permesso di costruire annullato in via giurisdizionale, non deriva un generale divieto di rinnovazione dei permessi di costruire annullati in sede giurisdizionale per vizi di carattere sostanziale.
La norma non implica, invero, alcun generale divieto di rinnovazione dei permessi di costruire annullati in sede giurisdizionale per vizi di carattere sostanziale.
Non può ritenersi, pertanto, che la concessione edilizia in sanatoria sarebbe ammissibile solo in caso di annullamento della prima per motivi procedurali o formali, rimanendone, conseguentemente, esclusa la legittimità in ordine all'annullamento dell'originaria concessione per motivi sostanziali di contrarietà allo strumento urbanistico (Consiglio di Stato Sez. IV, sent. n. 7731 del 02.11.2010).
A ciò va aggiunto che l'affidamento del privato a poter conservare l'opera realizzata sulla base di un titolo edilizio successivamente annullato non é tutelato in via generale, ma é rimesso alla discrezionalità del legislatore, al quale compete emanare norme speciali di tutela come la potenziale commutabilità della sanzione demolitoria in quella pecuniaria (da cui la disciplina dell’art. 38 d.P.R. n. 380 del 2001), ovvero un regime di favore in sede di condono edilizio, come avvenuto con l'art. 39, l. n. 724 del 1994 (Consiglio di Stato Sez. IV, sent. n. 4770 del 10.08.2011) (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 08.07.2014 n. 1171 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Sull'insussistenza dell'obbligo del concorrente che dichiari di voler avvalersi del subappalto per alcune specifiche lavorazioni di indicare già in sede di presentazione dell'offerta il nominativo dell'impresa subappaltrice.
Dal combinato disposto degli artt. 37, c. 11, e 118, c. 2, del D.Lgs. 12.04.2006, n. 163, e 92 del D.P.R. 05.10.2010, n. 207, non si evince espressamente l'esistenza dell'obbligo del concorrente, che dichiari di voler avvalersi del subappalto per alcune specifiche lavorazioni, di indicare già in sede di presentazione dell'offerta il nominativo dell'impresa subappaltrice. L'affidamento in subappalto (o in cottimo), come espressamente stabilito dal ricordato art. 118, è infatti sottoposto alle seguenti condizioni:
a) che i concorrenti all'atto dell'offerta o l'affidatario, nel caso di varianti in corso di esecuzione, abbiano indicato i lavori o le parti di opere che intendono subappaltare (o concedere in cottimo);
b) che l'affidatario provveda al deposito del contratto di subappalto presso la stazione appaltante almeno venti giorni prima della data di effettivo inizio dell'esecuzione delle relative prestazioni;
c) che al momento del deposito del contratto di subappalto presso la stazione appaltante l'affidatario trasmetta altresì la certificazione attestante il possesso da parte del subappaltatore dei requisiti di qualificazione richiesti dal presente codice in relazione alla prestazione subappaltata e la dichiarazione del subappaltatore attestante il possesso dei requisiti generali di cui all'art. 38;
d) che non sussista, nei confronti dell'affidatario del subappaltato (o del cottimo), alcuno dei divieti previsti dall'art. 10 della l. 31.05.1965, n. 575, e successive modificazioni.
Del resto, va rimarcata la netta diversità del subappalto rispetto a quella contenuta nella l. 11.02.1994, n. 109, che imponeva fin dal momento della formulazione dell'offerta l'indicazione del nominato dell'impresa subappaltatrice (previsione peraltro soppressa già dall'art. 9 della l.n. 415 del 1998). Né in senso diverso può invocarsi l'applicazione nel caso di specie del principio del c.d. subappalto necessario, elaborato dalla giurisprudenza, secondo cui la indicazione dell'impresa subappaltatrice già all'atto della presentazione dell'offerta (e la dimostrazione del possesso da parte dell'impresa subappaltatrice dei requisiti di qualificazione) sarebbe necessaria nelle ipotesi in cui il richiamo al subappalto sarebbe necessario in ragione del mancato autonomo possesso, da parte del concorrente, dei necessari requisiti di qualificazione (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 07.07.2014 n. 3449 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sulla giurisdizione del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche.
L'art. 133, c. 1, lett. b) ed f), del c.p.a., in tema di rapporti di concessione di beni pubblici ed in materia urbanistico-edilizia e di uso del territorio (incluso il fenomeno espropriativo), ha salvaguardato la giurisdizione del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, regolata dalla previgente normativa, di cui all'art. 143, c. 1, lett. a), del r.d. n. 1775/1933.
Tale giurisdizione va estesa anche ai provvedimenti che, pur se promananti da autorità diverse da quelle specificamente preposte alla tutela delle acque, siano caratterizzati dall'incidenza diretta sulla materia delle acque pubbliche e concorrano, in concreto, a disciplinare la realizzazione, la localizzazione, la gestione e l'esercizio delle opere idrauliche, ivi compresi pure i provvedimenti espropriativi o di occupazione d'urgenza delle aree occorrenti per la realizzazione dell'opera idraulica, oltre agli atti comunque influenti sulla sua localizzazione sul suo spostamento.
Tale principio rileva indipendentemente dalla ragione che abbia determinato l'adozione di detti provvedimenti, quindi anche se non connessi al regime delle acque e quindi anche se resi necessari dalla tutela dell'ambiente o di un bene artistico o da valutazioni tecniche in funzione della salvaguardia dell'incolumità pubblica o ancora da mere ragioni di opportunità amministrativa.
Pertanto può affermarsi che, mentre esulano dalla giurisdizione del Tribunale delle Acque delle Acque Pubbliche (e rientrano in quella del g.a.) i provvedimenti incidenti sulla materia e sul regime delle acque pubbliche in via meramente strumentale ed indiretta, vi rientrino i provvedimenti di approvazione del progetto definitivo per la realizzazione di una centrale idroelettrica, previa V.I.A., gli atti concernenti la costituzione di una servitù coattiva, mediante procedura espropriativa, per il passaggio della condotta necessaria per la realizzazione dell'opera, nonché il relativo permesso di costruzione, atti tutti incidenti in maniera diretta ed immediata sul regime delle acque pubbliche.
In particolare è stata ritenuta la sussistenza della giurisdizione del Tribunale Superiore in caso di impugnativa di provvedimenti influenti sulla localizzazione dell'opera idraulica o sul suo spostamento, nonché sulla definizione delle sue caratteristiche e sulla sua realizzazione, nonché sui provvedimenti di occupazione ed espropriazione di opere necessarie per realizzare la condotta idraulica relativa alla costruzione di una centrale idroelettrica contestata dal titolare del fondo ove era previsto il transito interrato di una nuova condotta di adduzione finalizzata alla canalizzazione delle acque per il successivo sfruttamento idroelettrico.
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Sussiste la giurisdizione di legittimità del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, a norma dell'art. 143, c. 1, lett. a), del r.d. n. 1775 del 1933, oltre che con riguardo alle questioni investenti gli interessi pubblici connessi al regime delle acque strettamente inteso (demanialità delle acque, contenuto o limiti di una concessione di utenza, nonché questioni di carattere eminentemente tecnico relative alla distribuzione ed all'uso delle acque pubbliche ed ai diritti di derivazione o utilizzazione dell'utenza nei confronti della P.A.), ogni volta che siano impugnati provvedimenti amministrativi caratterizzati da incidenza diretta sulla materia delle acque pubbliche, nel senso che concorrano in concreto a disciplinare la gestione, l'esercizio delle opere idrauliche, i rapporti con i concessionari, oppure a determinare i modi di acquisto dei beni necessari all'esercizio e alla realizzazione delle opere stesse, o a stabilire o modificare la localizzazione di esse o ad influire sulla loro realizzazione mediante sospensione o revoca dei relativi provvedimenti.
Anche la giurisprudenza amministrativa ha affermato la sussistenza della giurisdizione di legittimità del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche sui ricorsi avverso i provvedimenti in materia di acque pubbliche, "allorquando i provvedimenti impugnati incidono direttamente ed immediatamente sulla materia delle acque, concorrendo in concreto a disciplinare la gestione, l'esercizio delle opere idrauliche, i rapporti con i concessionari ovvero a determinare i modi di acquisto dei beni necessari all'esercizio e/o alla realizzazione delle opere stesse o a stabilirne e/o a modificare la localizzazione di esse o influire sulla loro realizzazione mediante sospensione o revoca dei relativi provvedimento...Non rientrano, per contro, in tale speciale competenza giurisdizionale le controversie che hanno per oggetto atti solo strumentalmente inseriti in procedimenti finalizzati ad incidere sul regime delle acque" (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 07.07.2014 n. 3436 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

EDILIZIA PRIVATA: Per pacifica giurisprudenza, il vincolo cimiteriale determina una tipica situazione di inedificabilità ex lege, suscettibile di venire rimossa solo in ipotesi eccezionali e comunque per considerazioni di interesse pubblico.
Quanto sopra, in presenza delle condizioni specificate nel comma 4 dell’art. 338, non anche per agevolare singoli proprietari, che abbiano effettuato abusivamente, o intendano effettuare, interventi edilizi su un’area, resa a tal fine indisponibile per ragioni di ordine igienico-sanitario, nonché per la peculiare sacralità dei luoghi destinati alla sepoltura, senza esclusione di ulteriori esigenze di mantenimento di un’area di possibile espansione della cinta cimiteriale.
L’unico procedimento, attivabile dai singoli proprietari all’interno della fascia di rispetto, pertanto, è quello finalizzato agli interventi di cui all’art. 338, comma 7, dello stesso r.d. n. 1265/1934 (recupero o cambio di destinazione d’uso di edificazioni preesistenti), restando attivabile solo d’ufficio –per i motivi anzidetti– la procedura di riduzione della fascia inedificabile in questione.
Fermo restando, quindi, che solo il Consiglio Comunale –non su istanza di singoli cittadini, ma per ragioni di interesse pubblico– può intervenire per ridurre l’ampiezza di detta fascia, per le decisioni da assumere su eventuali istanze di autorizzazione edilizia, anche in sanatoria, vale il riparto generale di competenze, che assegna ai dirigenti gli ordinari atti di gestione (come peraltro ribadito, in materia di sanatoria, dal terzo comma del citato art. 36 d.P.R. n. 380/2001).

In base al citato art. 338, comma 4, r.d. n. 1265/1934, infatti, “Il Consiglio Comunale può approvare, previo parere favorevole delle competete azienda sanitaria locale, la costruzione di nuovi cimiteri o l’ampliamento di quelli già esistenti ad una distanza inferiore a 200 metri dal centro abitato, purché non oltre il limite di 50 metri, quando ricorrano, anche alternativamente, le seguenti condizioni:
a) risulti accertato dal medesimo consiglio comunale che, per particolari condizioni locali, non sia possibile provvedere altrimenti;
b) l’impianto cimiteriale sia separato dal centro urbano da strade pubbliche almeno di livello comunale, sulla base della classificazione prevista ai sensi della legislazione vigente, o da fiumi, laghi o dislivelli naturali rilevanti, ovvero da ponti o da impianti ferroviari
”.
La norma sopra riportata ha carattere derogatorio, in via eccezionale, rispetto alla regola –enunciata al primo comma del medesimo articolo– secondo cui “I cimiteri debbono essere collocati alla distanza di almeno 200 metri dal centro abitato. E’ vietato costruire intorno ai cimiteri nuovi edifici…”.
Per pacifica giurisprudenza, il vincolo cimiteriale determina quindi una tipica situazione di inedificabilità ex lege, suscettibile di venire rimossa solo in ipotesi eccezionali e comunque per considerazioni di interesse pubblico. Quanto sopra, in presenza delle condizioni specificate nel ricordato comma 4 dell’art. 338, non anche per agevolare singoli proprietari, che abbiano effettuato abusivamente, o intendano effettuare, interventi edilizi su un’area, resa a tal fine indisponibile per ragioni di ordine igienico-sanitario, nonché per la peculiare sacralità dei luoghi destinati alla sepoltura, senza esclusione di ulteriori esigenze di mantenimento di un’area di possibile espansione della cinta cimiteriale (cfr. Cass. civ. sez. I, 23.06.2004, n. 11669; Cons. St., sez. II, 07.03.1990, parere n. 1109; Cons. St., sez. IV, 11.10.2006, n. 6064; Cons. St., sez. V, 02.04.1991, n. 379, 29.03.2006, n. 1593, 03.05.2007, n. 1934 e 14.09.2010, n. 6671).
L’unico procedimento, attivabile dai singoli proprietari all’interno della fascia di rispetto, pertanto, è quello finalizzato agli interventi di cui all’art. 338, comma 7, dello stesso r.d. n. 1265/1934 (recupero o cambio di destinazione d’uso di edificazioni preesistenti), restando attivabile solo d’ufficio –per i motivi anzidetti– la procedura di riduzione della fascia inedificabile in questione.
Fermo restando, quindi, che solo il Consiglio Comunale –non su istanza di singoli cittadini, ma per ragioni di interesse pubblico– può intervenire per ridurre l’ampiezza di detta fascia, per le decisioni da assumere su eventuali istanze di autorizzazione edilizia, anche in sanatoria, vale il riparto generale di competenze, che assegna ai dirigenti gli ordinari atti di gestione (come peraltro ribadito, in materia di sanatoria, dal terzo comma del citato art. 36 d.P.R. n. 380/2001) (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 04.07.2014 n. 3410 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Non sfugge al Collegio un orientamento secondo cui la realizzazione di muri di cinta di altezza inferiore a tre metri (articolo 878 del Codice civile) sarebbe in ogni caso assoggettabile al solo regime della denuncia di inizio di attività di cui all’articolo 22 e, in seguito, al regime della segnalazione certificata di inizio di attività di cui al nuovo articolo 19 della l. n. 241 del 1990.
Il Collegio, tuttavia, osserva anzitutto che la norma di cui all’art. 878 del Codice civile attiene ai rapporti interprivati nelle costruzioni (non di cognizione del giudice amministrativo), mentre qui si tratta di identificare il tipo di titolo edilizio in rapporto all’interesse pubblico all’ordinato assetto del territorio; e ritiene che prevalenti ragioni sistematiche inducano a coniugare il richiamato orientamento con quello secondo cui la configurabilità di un intervento edilizio quale ‘nuova costruzione’ (con quanto ne consegue ai fini del previo rilascio dei necessari titoli abilitativi) debba essere valutata secondo un’ottica sostanziale, avendo prioritario riguardo all’effettiva idoneità del singolo intervento a determinare significative trasformazioni urbanistiche e edilizie del territorio.
In particolare, indipendentemente dal dato meramente quantitativo relativo all’altezza del manufatto (nel caso di specie l’appellante riferisce un’altezza al colmo pari a 1,70 mt.), appare necessario il permesso di costruire nelle ipotesi in cui il singolo intervento determini un’incidenza sull’assetto complessivo del territorio di entità ed impatto tali da produrre un’apprezzabile trasformazione urbanistica o edilizia.
Si tratta di un’evenienza che ricorre nel caso in esame, dal momento che –come condivisibilmente osservato dal primo giudice– il muro di cinta qui non assume una mera funzione di difesa della proprietà da ingerenze materiali, vale a dire una funzione strumentale all’esercizio del ius excludendi alios (il che sarebbe stato possibile anche attraverso la realizzazione di una semplice cancellata), ma dà luogo a una significativa e permanente trasformazione territoriale attraverso un consistente manufatto caratterizzato da un rilevante ingombro visivo e spaziale, incidente sul deflusso delle acque e condizionante il passaggio dell’aria, di per sé non indispensabile in relazione alla dichiarata funzione di semplice protezione della proprietà.
Sotto questo aspetto, deve essere qui puntualmente confermato l’orientamento secondo cui se è vero che la realizzazione di recinzioni, muri di cinta e cancellate rimane assoggettata al regime della d.i.a. (in seguito: s.c.i.a.) laddove non superi in concreto la soglia della trasformazione urbanistico-edilizia, occorre –invece- il permesso di costruire, ove detti interventi superino (come nel caso in esame) tale soglia.

2. L’appello è infondato.
2.1. Risulta dirimente ai fini della presente decisione stabilire se l’intervento edilizio rientrasse fra quelli di nuova costruzione (di cui agli articoli 3, comma 1, lettera e) e 10 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380) per i quali è richiesto il rilascio del permesso di costruire ovvero fra quelli per i quali è richiesta unicamente la denuncia di inizio di attività di cui all’articolo 22 del medesimo d.P.R. n. 380 del 2001 (in seguito: segnalazione certificata di inizio di attività ai sensi dell’articolo 19 della l. 07.08.1990, n. 241, nel testo introdotto dal comma 4-bis dell’articolo 49 del decreto-legge 31.05.2010, n. 78, come convertito con modificazioni dalla l. 30.07.2010, n. 122).
Al riguardo non sfugge al Collegio un orientamento secondo cui la realizzazione di muri di cinta di altezza inferiore a tre metri (articolo 878 del Codice civile) sarebbe in ogni caso assoggettabile al solo regime della denuncia di inizio di attività di cui all’articolo 22 e, in seguito, al regime della segnalazione certificata di inizio di attività di cui al nuovo articolo 19 della l. n. 241 del 1990 (in tal senso: Cons. Stato, IV, 03.05.2011, n. 2621).
Il Collegio, tuttavia, osserva anzitutto che la norma di cui all’art. 878 del Codice civile attiene ai rapporti interprivati nelle costruzioni (non di cognizione del giudice amministrativo), mentre qui si tratta di identificare il tipo di titolo edilizio in rapporto all’interesse pubblico all’ordinato assetto del territorio; e ritiene che prevalenti ragioni sistematiche inducano a coniugare il richiamato orientamento con quello secondo cui la configurabilità di un intervento edilizio quale ‘nuova costruzione’ (con quanto ne consegue ai fini del previo rilascio dei necessari titoli abilitativi) debba essere valutata secondo un’ottica sostanziale, avendo prioritario riguardo all’effettiva idoneità del singolo intervento a determinare significative trasformazioni urbanistiche e edilizie del territorio.
In particolare, indipendentemente dal dato meramente quantitativo relativo all’altezza del manufatto (nel caso di specie l’appellante riferisce un’altezza al colmo pari a 1,70 mt.), appare necessario il permesso di costruire nelle ipotesi in cui il singolo intervento determini un’incidenza sull’assetto complessivo del territorio di entità ed impatto tali da produrre un’apprezzabile trasformazione urbanistica o edilizia.
Si tratta di un’evenienza che ricorre nel caso in esame, dal momento che –come condivisibilmente osservato dal primo giudice– il muro di cinta qui non assume una mera funzione di difesa della proprietà da ingerenze materiali, vale a dire una funzione strumentale all’esercizio del ius excludendi alios (il che sarebbe stato possibile anche attraverso la realizzazione di una semplice cancellata), ma dà luogo a una significativa e permanente trasformazione territoriale attraverso un consistente manufatto caratterizzato da un rilevante ingombro visivo e spaziale, incidente sul deflusso delle acque e condizionante il passaggio dell’aria, di per sé non indispensabile in relazione alla dichiarata funzione di semplice protezione della proprietà.
Sotto questo aspetto, deve essere qui puntualmente confermato l’orientamento secondo cui se è vero che la realizzazione di recinzioni, muri di cinta e cancellate rimane assoggettata al regime della d.i.a. (in seguito: s.c.i.a.) laddove non superi in concreto la soglia della trasformazione urbanistico-edilizia, occorre –invece- il permesso di costruire, ove detti interventi superino (come nel caso in esame) tale soglia.
Si aggiunga al riguardo che l’impatto quali-quantitativo sortito dal manufatto in parola risulta tanto più rilevante laddove si osservi che è posto su un’affollata zona litoranea sul cui complessivo equilibrio il manufatto in questione incide in senso certamente sensibile.
2.1.2. Né può in alcun modo essere condivisa la tesi dell’appellante il quale sottolinea che l’intervento in questione si sarebbe limitato al mero ripristino di una porzione di muro già esistente già al momento dell’acquisto dell’area (e successivamente crollato), nonché a una modesta sopraelevazione della recinzione sul lato nord e ovest.
In particolare, anche ad ammettere in punto di fatto la circostanza per cui l’appellante avrebbe realizzato la mera ricostruzione di un muro in larga parte già esistente, ciò non esclude la configurabilità dell’intervento in questione quale ‘nuova costruzione’ ai sensi dell’articolo 3, comma 1, lettera e) del d.P.R. n. 380 del 2001., sussistendone tutti relativi presupposti.
In particolare, le opere realizzate dall’odierno appellante, in quanto sostitutive di interventi edilizi mai in precedenza assistiti da alcun titolo abilitativo, erano da qualificarsi comunque quali interventi di ‘nuova costruzione’, irrilevante essendo –ai fini dell’individuazione della disciplina applicabile- il dato solo materiale relativo alla preesistenza fisica delle opere
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 04.07.2014 n. 3408 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

PATRIMONIO: La sdemanializzazione di un bene pubblico, quando non derivi da un provvedimento espresso, deve risultare da altri atti o comportamenti univoci da parte dell’amministrazione proprietaria i quali siano concludenti e incompatibili con la volontà di quest'ultima di conservare la destinazione del bene stesso all’uso pubblico, oppure da circostanze tali da rendere non configurabile un'ipotesi diversa dalla definitiva rinuncia al ripristino della funzione pubblica del bene.
Ne consegue che la sdemanializzazione non si può desumere dal mero fatto che il bene non sia più adibito, per un certo tempo a detto uso.

In ogni caso il Collegio ritiene che nel caso in esame debba essere richiamato l’orientamento secondo cui la sdemanializzazione di un bene pubblico, quando non derivi da un provvedimento espresso, deve risultare da altri atti o comportamenti univoci da parte dell’amministrazione proprietaria i quali siano concludenti e incompatibili con la volontà di quest'ultima di conservare la destinazione del bene stesso all’uso pubblico, oppure da circostanze tali da rendere non configurabile un'ipotesi diversa dalla definitiva rinuncia al ripristino della funzione pubblica del bene. Ne consegue che la sdemanializzazione non si può desumere dal mero fatto che il bene non sia più adibito, per un certo tempo a detto uso (in tal senso: Cons. Stato, IV, 14.12.2002, n. 6923) (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 04.07.2014 n. 3408 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nel caso di mancato rispetto del termine fissato dall'art. 146, comma 5,…il potere della Soprintendenza continua a sussistere.
La perentorietà del termine riguarda non la sussistenza del potere o la legittimità del parere, ma l'obbligo di concludere la fase del procedimento.

2. Sulla tardività del parere della Soprintendenza:
Neppure può trovare accoglimento la censura di tardività del parere. Come già più volte ribadito da questo Tribunale, non vi è infatti nell’invocato articolo 146 del Codice dei beni culturali e del paesaggio alcuna espressa comminatoria di decadenza della Soprintendenza dall’esercizio del relativo potere, decorso il termine ivi previsto. In tal senso si è espresso anche il Consiglio di Stato: “nel caso di mancato rispetto del termine fissato dall'art. 146, comma 5,…il potere della Soprintendenza continua a sussistere”, “la perentorietà del termine riguarda non la sussistenza del potere o la legittimità del parere, ma l'obbligo di concludere la fase del procedimento” (sezione VI, sentenza n. 4914/2013) (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 04.07.2014 n. 1195 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Sull'illegittimità della clausola di un bando di gara che prevede la certificazione sin dal momento della presentazione della domanda a pena di esclusione, esulando tale prescrizione dall'art. 46, c. 1-bis, d.lgs. 163/2006.
In materia di servizi e forniture, nell'assenza di un sistema accreditato di qualificazione (che, viceversa, per gli appalti di lavori pubblici è rimesso alle SOA, cui compete anche l'attestazione del possesso della certificazione di qualità aziendale), l'art. 43, d.lgs. n. 163 del 2006, stabilisce che le stazioni appaltanti, qualora richiedano la presentazione di certificazione di qualità aziendale rilasciata da organismi indipendenti, fanno riferimento ai sistemi di assicurazione della qualità basati su una serie di norme europee in materia e certificati di organismi conformi alle norme europee relative alla certificazione; in ogni caso, le stazioni appaltanti riconoscono i certificati equivalenti rilasciati da organismi stabiliti in altri Stati membri ed ammettono parimenti altre prove relative all'impiego di misure equivalenti di garanzia della qualità prodotte dagli operatori economici.
Si tratta di una norma che, nell'ammettere la produzione in gara di "certificati equivalenti" e di "altre prove relative all'impiego di misure equivalenti di garanzia", codifica principi di carattere generale, essendo finalizzata a favorire la più ampia partecipazione degli operatori economici alla gare pubbliche in condizioni di parità e di non discriminazione, oltre che a garantire la ragionevolezza e la proporzionalità dei requisiti soggettivi di partecipazione.
Ciò determina la conseguenza che, pur essendo il possesso del requisito elemento essenziale, è illegittima la clausola che ne prevede la certificazione sin dal momento della presentazione della domanda a pena di esclusione, esulando tale prescrizione in via escludente dagli elementi indicati dall'art. 46, c. 1-bis, d.lgs. 163/2006 che ha introdotto il principio della tassatività delle clausole di esclusione, limitando la discrezionalità delle stazioni appaltanti in tal senso. La tassatività delle ipotesi di esclusione, infatti, assurge ormai a principio generale relativo ai contratti pubblici e costituisce specificazione del principio di proporzionalità (TAR Campania-Napoli, Sez. I, sentenza 02.07.2014 n. 3621 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

APPALTI: Sull'irrilevanza dell'apposizione alle dichiarazioni ex art. 38 del d.lgs. 12.04.2006 n. 163 e ss.mm.ii., relative a terzi, della precisazione "per quanto a propria conoscenza".
E' irrilevante l'apposizione alle dichiarazioni ai sensi dell'art. 38 del d.lgs. 12.04.2006 n. 163 ss.mm.ii. relative a terzi della precisazione "per quanto a propria conoscenza", in quanto aderente al dato normativo contenuto nell'art. 47, co. 2, del d.P.R. 28.12.2000 n. 445, a cui rimanda il detto art. 38, il quale dispone che "la dichiarazione resa nell'interesse proprio del dichiarante può riguardare anche stati, qualità personali e fatti relativi ad altri soggetti di cui egli abbia diretta conoscenza"; pertanto siffatta precisazione non può considerarsi alla stregua di una esclusione di responsabilità del dichiarante, che nel rendere la dichiarazione si assume le conseguenze ad essa riconnesse, ma di un semplice richiamo al dato normativo.
Inoltre, il dichiarante non è tenuto ad indicare le ragioni per le quali non ha potuto produrre le dichiarazioni dei diretti interessati, quindi l'eventuale omissione di siffatta indicazione non può costituire causa di esclusione dalla gara, ben potendo invece la stazione appaltante -a fronte di una compiuta identificazione di tali soggetti- procedere essa stessa alle opportune verifiche, anche attraverso il casellario giudiziale e altri archivi pubblici ai quali essa ha accesso, diversamente dal dichiarante (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 02.07.2014 n. 3325 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

EDILIZIA PRIVATAI fiumi e i torrenti sono soggetti a tutela paesistica di per sé stessi, a prescindere dall’iscrizione negli elenchi delle acque pubbliche, che ha efficacia costitutiva del vincolo paesaggistico solo per le acque fluenti di minori dimensioni e importanza, vale a dire per i corsi d’acqua che non sono né fiumi né torrenti.
Per quanto detto poi innanzi, con riguardo alla presenza del vincolo paesaggistico e con riferimento all'ultimo motivo di appello ripreso dai motivi aggiunti in primo grado, il Collegio rileva:
a) la legittimità dell'acquisizione al patrimonio comunale del bene abusivo a seguito dell'inottemperanza all'ordine di demolizione e alla mancata presentazione nel termine (peraltro prorogato) dell'istanza di permesso di costruire in sanatoria;
b) che dagli accertamenti tecnici effettuati dal Comune di Drapia è emerso che il fabbricato è stato costruito nella fascia di rispetto di 150 metri dalla sponda o piedi d'argine del torrente Lumia, in area dunque sottoposta a vincolo paesaggistico ai sensi degli articoli 142 e seguenti del d.lgs. n. 42 del 2004.
E', infatti, priva di consistenza l'argomentazione dell'appellante in ordine alla non soggezione a vincolo del citato torrente perché non ricompreso nell'elenco delle acque pubbliche. Vale invero rammentare che i fiumi e i torrenti sono soggetti a tutela paesistica di per sé stessi, a prescindere dall’iscrizione negli elenchi delle acque pubbliche, che ha efficacia costitutiva del vincolo paesaggistico solo per le acque fluenti di minori dimensioni e importanza, vale a dire per i corsi d’acqua che non sono né fiumi né torrenti (Cons. Stato, VI, 04.02.2002, n. 657).
Il fabbricato in questione non è, quindi, sanabile e bene ha provveduto l’Amministrazione (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 27.06.2014 n. 3264 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: La riforma delle autonomie locali e la parallela affermazione del principio di distinzione tra la funzione di indirizzo politico-amministrativo e le attività di gestione amministrativa rendono evidente, infatti, che il rilascio di provvedimenti edilizi spetta ai dirigenti del competente servizio, anche in mancanza di un'espressa disposizione statutaria o regolamentare che recepisca la norma generale.
Nel merito e con riferimento al primo degli atti impugnati, non sussistono dubbi in ordine alla denunciata incompetenza dell'organo che ha adottato la nota del 17.10.2002 (recante la firma dell’assessore all’urbanistica).
La riforma delle autonomie locali e la parallela affermazione del principio di distinzione tra la funzione di indirizzo politico-amministrativo e le attività di gestione amministrativa rendono evidente, infatti, che il rilascio di provvedimenti edilizi spetta ai dirigenti del competente servizio, anche in mancanza di un'espressa disposizione statutaria o regolamentare che recepisca la norma generale (Cons. Stato, sez. V, 09.10.2007, n. 5232 e 28.12.2001, n. 6465; TAR Napoli, sez. VI, 07.11.2012, n. 4441) (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 27.06.2014 n. 1142 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ESPROPRIAZIONE: La mancata impugnazione dell'atto impositivo del vincolo (come della dichiarazione di pubblica utilità) preclude la possibilità di farne valere l'illegittimità derivata in sede di impugnativa di atti successivi.
Costituisce principio pacifico in seno al procedimento espropriativo, infatti, che la mancata impugnazione dell'atto impositivo del vincolo (come della dichiarazione di pubblica utilità) preclude la possibilità di farne valere l'illegittimità derivata in sede di impugnativa di atti successivi (ex multis TAR Piemonte 21.05.2010, n. 2438; Cons. Stato, sez. IV, 15.05.2008, n. 2246).
Ne conseguirebbe l’inammissibilità del gravame per difetto di interesse, poiché la ricorrente si duole, sotto il profilo sostanziale, dell'illegittimità degli atti impugnati proprio in relazione all'irragionevolezza e al difetto di proporzionalità della scelta urbanistica, divenuta non modificabile stante la perdurante efficacia dell'inoppugnata deliberazione, resa intangibile dalla mancata tempestiva impugnazione
(TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 27.06.2014 n. 1142 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ESPROPRIAZIONE: Per recinzione deve intendersi un manufatto essenzialmente destinato a delimitare una determinata proprietà allo scopo di separarla dalle altre, di custodirla e difenderla da intrusioni, secondo la nozione elaborata dalla giurisprudenza civile in materia di muro di cinta ex art. 878 c.c..
Sotto il profilo amministrativo, si è ritenuto che la posa di una recinzione, anche in muratura, da parte del proprietario, non ha di per sé il fine di imprimere all'area una destinazione diversa da quella prevista dalle norme urbanistiche, essendo solo diretta a far valere lo ius excludendi alios che costituisce contenuto tipico del diritto di proprietà. Secondo detta linea interpretativa, anche la presenza di un vincolo di P.R.G. non può incidere di per sé negativamente sulla potestà del dominus di chiudere in qualunque tempo il proprio fondo ai sensi dell'art. 841 c.c., tramite la costruzione di una recinzione.
La descritta facoltà è legittimamente sacrificabile solamente quando ricorrano le condizioni previste dall'ordinamento in funzione di superiori interessi pubblici, dei quali va dato conto nella motivazione attraverso il loro bilanciamento con le opposte ragioni di cui sono portatori i soggetti privati coinvolti: così il P.R.G. -in materia di recinzioni della proprietà privata- può dettare particolari prescrizioni ispirate a fini di tutela ambientale, ad esempio individuando particolari modalità costruttive da adottare e disponendo l'uso di specifici materiali, purché ciò avvenga nel rispetto del principio generale di buona amministrazione, sancito dall'art. 97 della Carta costituzionale, e dei canoni di logicità, equità, imparzialità ed economicità, nonché delle norme di diritto positivo di carattere inderogabile.
È di conseguenza inammissibile un generalizzato divieto di recinzione dei fondi, perché esso sostanzialmente elimina un attributo essenziale tipico del diritto di proprietà, espressamente confermato dalla richiamata disciplina codicistica. In questo senso, neppure la presenza del vincolo espropriativo derivante da una previsione di piano regolatore priva il proprietario di tale diritto, né è con esso incompatibile, posto che tale previsione si limita ad attribuire al fondo una qualità giuridica, esponendolo all’acquisizione alla mano pubblica, ma non lo sottrae alla disponibilità del proprietario fino a quando non vengano emessi idonei atti ablativi (di espropriazione o di occupazione d’urgenza) previa dichiarazione di pubblica utilità dell’opera.
Né, d’altra parte, la realizzazione della recinzione costituisce fattore ostativo -sul piano giuridico o materiale- alla futura ed eventuale attuazione del vincolo.

Va premesso che per recinzione deve intendersi un manufatto essenzialmente destinato a delimitare una determinata proprietà allo scopo di separarla dalle altre, di custodirla e difenderla da intrusioni, secondo la nozione elaborata dalla giurisprudenza civile in materia di muro di cinta ex art. 878 c.c. (cfr. Cass. civ., sez. II 03.09.1991 n. 9348 e 15.11.1986 n. 6737).
Sotto il profilo amministrativo, si è ritenuto -con impostazione già condivisa da questa sezione (TAR Piemonte, sez. I - sentenza 22.05.2013 n. 617)- che la posa di una recinzione, anche in muratura, da parte del proprietario, non ha di per sé il fine di imprimere all'area una destinazione diversa da quella prevista dalle norme urbanistiche, essendo solo diretta a far valere lo ius excludendi alios che costituisce contenuto tipico del diritto di proprietà. Secondo detta linea interpretativa, anche la presenza di un vincolo di P.R.G. non può incidere di per sé negativamente sulla potestà del dominus di chiudere in qualunque tempo il proprio fondo ai sensi dell'art. 841 c.c., tramite la costruzione di una recinzione (TAR Napoli, sez. II 04.02.2005 n. 803; TAR Milano, sez. II, 11.02.2005, n. 367).
La descritta facoltà è legittimamente sacrificabile solamente quando ricorrano le condizioni previste dall'ordinamento in funzione di superiori interessi pubblici, dei quali va dato conto nella motivazione attraverso il loro bilanciamento con le opposte ragioni di cui sono portatori i soggetti privati coinvolti: così il P.R.G. -in materia di recinzioni della proprietà privata- può dettare particolari prescrizioni ispirate a fini di tutela ambientale, ad esempio individuando particolari modalità costruttive da adottare e disponendo l'uso di specifici materiali, purché ciò avvenga nel rispetto del principio generale di buona amministrazione, sancito dall'art. 97 della Carta costituzionale, e dei canoni di logicità, equità, imparzialità ed economicità, nonché delle norme di diritto positivo di carattere inderogabile (TAR Friuli Venezia Giulia, 23.07.2001, n. 421).
È di conseguenza inammissibile un generalizzato divieto di recinzione dei fondi, perché esso sostanzialmente elimina un attributo essenziale tipico del diritto di proprietà, espressamente confermato dalla richiamata disciplina codicistica. In questo senso, neppure la presenza del vincolo espropriativo derivante da una previsione di piano regolatore priva il proprietario di tale diritto, né è con esso incompatibile, posto che tale previsione si limita ad attribuire al fondo una qualità giuridica, esponendolo all’acquisizione alla mano pubblica, ma non lo sottrae alla disponibilità del proprietario fino a quando non vengano emessi idonei atti ablativi (di espropriazione o di occupazione d’urgenza) previa dichiarazione di pubblica utilità dell’opera (TAR Milano, sez. II, 11.02.2005, n. 367; TAR Brescia, sez. I, 05.02.2008, n. 40; TAR Bari sez. III, 22.02.2006, n. 572).
Né, d’altra parte, la realizzazione della recinzione costituisce fattore ostativo -sul piano giuridico o materiale- alla futura ed eventuale attuazione del vincolo (TAR Milano, sez. II, 19.06.2009, n. 4072)
(TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 27.06.2014 n. 1142 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTIL'onere di immediata impugnazione del bando di concorso è circoscritto al caso della contestazione di clausole escludenti, riguardanti requisiti di partecipazione, che siano “ex se” ostative all'ammissione dell'interessato, o, al più, impositive, ai fini della partecipazione, di oneri manifestamente incomprensibili o del tutto sproporzionati per eccesso rispetto ai contenuti della procedura concorsuale, dovendo le altre clausole essere ritenute lesive ed impugnate insieme con l'atto di approvazione della graduatoria definitiva, che definisce la procedura concorsuale ed identifica in concreto il soggetto leso dal provvedimento, rendendo attuale e concreta la lesione della situazione soggettiva.
Invero, a fronte di una clausola illegittima della “lex specialis” di gara, ma non impeditiva della partecipazione, il concorrente non è ancora titolare di un interesse attuale all'impugnazione, poiché non sa ancora se l'astratta e potenziale illegittimità della predetta clausola si risolverà in un esito negativo della sua partecipazione alla procedura concorsuale, e quindi in una effettiva lesione della situazione soggettiva che solo da tale esito può derivare.

Ritiene la Sezione che le censure in esame non siano condivisibili perché condivide il tradizionale e prevalente insegnamento giurisprudenziale, secondo cui l'onere di immediata impugnazione del bando di concorso è circoscritto al caso della contestazione di clausole escludenti, riguardanti requisiti di partecipazione, che siano “ex se” ostative all'ammissione dell'interessato, o, al più, impositive, ai fini della partecipazione, di oneri manifestamente incomprensibili o del tutto sproporzionati per eccesso rispetto ai contenuti della procedura concorsuale (Consiglio di Stato, Sez. V, 21.11.2011, n. 6135), dovendo le altre clausole essere ritenute lesive ed impugnate insieme con l'atto di approvazione della graduatoria definitiva, che definisce la procedura concorsuale ed identifica in concreto il soggetto leso dal provvedimento, rendendo attuale e concreta la lesione della situazione soggettiva; invero, a fronte di una clausola illegittima della “lex specialis” di gara, ma non impeditiva della partecipazione, il concorrente non è ancora titolare di un interesse attuale all'impugnazione, poiché non sa ancora se l'astratta e potenziale illegittimità della predetta clausola si risolverà in un esito negativo della sua partecipazione alla procedura concorsuale, e quindi in una effettiva lesione della situazione soggettiva che solo da tale esito può derivare (Consiglio di Stato, sez. III, 10.12.2013, n. 5909)
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 25.06.2014 n. 3203 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: In materia di appalti pubblici, il silenzio serbato dalla stazione appaltante a seguito di informativa in ordine all'intento di proporre ricorso giurisdizionale ex art. 243-bis del d.lgs. n. 163/2006 non corrisponde alla figura del silenzio-rigetto, perché il testo della norma lascia intendere che il legislatore non abbia voluto dar vita a un procedimento contenzioso o para-contenzioso a tutela di una posizione giuridica soggettiva, ma solo offrire all'Ente pubblico l'opportunità di un riesame in via di autotutela; l’inerzia al riguardo nulla aggiunge all’assetto di interessi previsto nel provvedimento principale e da punto di vista sostanziale ha contenuto meramente confermativo, che, non essendo foriero di autonomi effetti lesivi, non è suscettibile di doverosa impugnazione.
L'impresa partecipante alla gara per l'affidamento di un pubblico appalto non ha quindi l'onere di impugnare il diniego espresso (o il silenzio) della stazione appaltante sull'istanza di ritiro perché la disposizione contenuta nell'ultimo comma dell'art. 243-bis del d.lgs. n. 163/2006, in virtù della quale "il diniego totale o parziale di autotutela, espresso o tacito, è impugnabile solo unitamente all'atto cui si riferisce, ovvero, se quest'ultimo è già stato impugnato, con motivi aggiunti", è da considerare norma meramente processuale, volta ad assicurare che la necessaria impugnazione del provvedimento lesivo e quella (soltanto eventuale) del diniego di autotutela, siano trattate nell'ambito di un "simultaneus processus".
La non obbligatorietà dell’impugnazione di detto silenzio rende inidonea la mancata formulazione di specifiche censure al riguardo con il ricorso introduttivo del giudizio a comportarne l’inammissibilità nella parte in cui è volto all’annullamento degli ulteriori provvedimenti concretamente lesivi.

La Sezione condivide al riguardo al giurisprudenza secondo la quale, in materia di appalti pubblici, il silenzio serbato dalla stazione appaltante a seguito di informativa in ordine all'intento di proporre ricorso giurisdizionale ex art. 243-bis del d.lgs. n. 163/2006 non corrisponde alla figura del silenzio-rigetto, perché il testo della norma lascia intendere che il legislatore non abbia voluto dar vita a un procedimento contenzioso o para-contenzioso a tutela di una posizione giuridica soggettiva, ma solo offrire all'Ente pubblico l'opportunità di un riesame in via di autotutela; l’inerzia al riguardo nulla aggiunge all’assetto di interessi previsto nel provvedimento principale e da punto di vista sostanziale ha contenuto meramente confermativo, che, non essendo foriero di autonomi effetti lesivi, non è suscettibile di doverosa impugnazione (Consiglio di Stato, sez. III, 29.12.2012, n. 6712).
L'impresa partecipante alla gara per l'affidamento di un pubblico appalto non ha quindi l'onere di impugnare il diniego espresso (o il silenzio) della stazione appaltante sull'istanza di ritiro perché la disposizione contenuta nell'ultimo comma dell'art. 243-bis del d.lgs. n. 163/2006, in virtù della quale "il diniego totale o parziale di autotutela, espresso o tacito, è impugnabile solo unitamente all'atto cui si riferisce, ovvero, se quest'ultimo è già stato impugnato, con motivi aggiunti", è da considerare norma meramente processuale, volta ad assicurare che la necessaria impugnazione del provvedimento lesivo e quella (soltanto eventuale) del diniego di autotutela, siano trattate nell'ambito di un "simultaneus processus".
La non obbligatorietà dell’impugnazione di detto silenzio rende inidonea la mancata formulazione di specifiche censure al riguardo con il ricorso introduttivo del giudizio a comportarne l’inammissibilità nella pa