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In questa home-page sono presenti oltre all'ultimo aggiornamento, che inizia appena qui sotto, anche i seguenti aggiornamenti pregressi:
 
    AGGIORNAMENTO AL 04.02.2015
AGGIORNAMENTO AL 25.01.2015 AGGIORNAMENTO AL 13.01.2015 AGGIORNAMENTO AL 31.12.2014
AGGIORNAMENTO AL 22.12.2014 AGGIORNAMENTO ALL'11.12.2014 AGGIORNAMENTO ALL'01.12.2014
AGGIORNAMENTO AL 22.11.2014 AGGIORNAMENTO AL 17.11.2014 AGGIORNAMENTO AL 14.11.2014

AGGIORNAMENTO AL 12.02.2015

Sulla resistenza in giudizio da parte degli enti locali:
qualcuno ci spiega perché, ancora oggi, la Giunta Comunale (o provinciale) continua a deliberare inutilmente??

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI: Negli enti locali, vigente la L. 08/06/1990 n. 142, il potere di rilasciare l’autorizzazione a stare in giudizio era di competenza della Giunta Comunale e il potere di conferire la procura del Sindaco.
Dopo l'entrata in vigore del Testo Unico Enti Locali (D.Lgs. 18/08/2000 n. 267), la giurisprudenza ha affermato che la rappresentanza in giudizio dell'ente locale spetta al Sindaco o al Presidente della Provincia, senza necessità di preventiva autorizzazione a stare in giudizio, e ciò salvo diversa previsione dello Statuto, il quale può sia prevedere la necessità della persistenza dell'autorizzazione, attribuendone il relativo potere, sia affidare la rappresentanza dell'ente ad un dirigente, o anche al dirigente dell'ufficio legale, con riferimento all'intero contenzioso.

In via pregiudiziale va esaminata l’eccezione con cui, in pubblica udienza, il ricorrente ha dedotto che la resistenza in giudizio dell’intimato comune deve ritenersi sfornita di idonea autorizzazione, atteso che la delibera di Giunta con la quale la stessa è stata data, non individua correttamente il procedimento giudiziale al quale la medesima si riferisce.
L’eccezione è infondata.
Negli enti locali, vigente la L. 08/06/1990 n. 142, il potere di rilasciare l’autorizzazione a stare in giudizio era di competenza della Giunta Comunale e il potere di conferire la procura del Sindaco (Cass. Civ., Sez. I, 21/12/2002 n. 18224 e 10/09/2003 n. 13218).
Dopo l'entrata in vigore del Testo Unico Enti Locali (D.Lgs. 18/08/2000 n. 267), la giurisprudenza ha affermato che la rappresentanza in giudizio dell'ente locale spetta al Sindaco o al Presidente della Provincia, senza necessità di preventiva autorizzazione a stare in giudizio, e ciò salvo diversa previsione dello Statuto, il quale può sia prevedere la necessità della persistenza dell'autorizzazione, attribuendone il relativo potere, sia affidare la rappresentanza dell'ente ad un dirigente, o anche al dirigente dell'ufficio legale, con riferimento all'intero contenzioso (Cons. Stato, Sez. IV, 10/02/2012 n. 701; Sez. V, 07/09/2007 n. 4721; Cass. Civ., Sez. I, 13/01/2010 n. 387; Sez. III, 05/08/2010 n. 18158; SS.UU., 27/06/2005 n. 13710; TAR Campania-Salerno 24/09/2012 n. 1674).
Ne consegue che, in difetto di prova in ordine alla persistenza, nell'ambito dell'ordinamento proprio del Comune di Arbus, dell'autorizzazione a stare in giudizio, l'eccezione non può essere accolta
(TAR Sardegna, Sez. II, sentenza 28.01.2015 n. 244 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALILa rappresentanza legale e la legittimazione processuale delle Regioni a statuto ordinario compete unicamente al Presidente della Giunta regionale e non certo ai dirigenti.
Invero, anche la Suprema Corte, in materia di rappresentanza processuale degli enti locali, si è posta sul medesimo indirizzo, avendo precisato che “Nel nuovo sistema istituzionale e costituzionale degli enti locali, lo statuto della Provincia -ed anche il regolamento della Provincia, ma soltanto se lo statuto contenga un espresso rinvio, in materia, alla normativa regolamentare- può legittimamente affidare la rappresentanza a stare in giudizio ai dirigenti, nell'ambito dei rispettivi settori di competenza, quale espressione del potere gestionale loro proprio, ovvero ad esponenti apicali della struttura burocratico-amministrativa dell'ente locale, fermo restando che, ove una specifica previsione statutaria (o, alle condizioni di cui sopra, regolamentare) non sussista, il sindaco (ovvero una figura omologa nella Provincia e nella Regione) conserva l'esclusiva titolarità del potere di rappresentanza processuale dell'Amministrazione”.

- considerato che il ricorso non è stato notificato alla Regione Campania –non per nulla non costituita– in persona del Presidente, legale rappresentante pro–tempore bensì al dirigente pro tempore del’A.C.G. 18 settore 01 Assistenza sociale, unico soggetto evocato in giudizio;
- ritenuto che la rappresentanza legale e la legittimazione processuale delle Regioni a statuto ordinario compete unicamente al Presidente della Giunta regionale e non certo ai dirigenti;
- rammentato che anche la Suprema Corte, in materia di rappresentanza processuale degli enti locali, si è posta sul medesimo indirizzo, avendo precisato che “Nel nuovo sistema istituzionale e costituzionale degli enti locali, lo statuto della Provincia -ed anche il regolamento della Provincia, ma soltanto se lo statuto contenga un espresso rinvio, in materia, alla normativa regolamentare- può legittimamente affidare la rappresentanza a stare in giudizio ai dirigenti, nell'ambito dei rispettivi settori di competenza, quale espressione del potere gestionale loro proprio, ovvero ad esponenti apicali della struttura burocratico-amministrativa dell'ente locale, fermo restando che, ove una specifica previsione statutaria (o, alle condizioni di cui sopra, regolamentare) non sussista, il sindaco (ovvero una figura omologa nella Provincia e nella Regione) conserva l'esclusiva titolarità del potere di rappresentanza processuale dell'Amministrazione” (Cassazione civile sez. VI 08.10.2014 n. 21270) e tenuto conto che una siffatta derogatoria disposizione, che conferisca la rappresentanza processuale ai dirigenti, non è stata allegata né invocata;
- ritenuto, conseguentemente, che il ricorso all’esame va dichiarato inammissibile per non essere stata correttamente evocata in giudizio l’Autorità emanante il provvedimento gravato (TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 10.12.2014 n. 6473 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI: In via ordinaria -ai sensi degli art. 35 e 36 della legge 08.06.1990, n. 142, poi trasfusi negli artt. 48 e 50 del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267- la decisione di agire e resistere in giudizio e il conferimento al difensore del mandato alle liti spettano al rappresentante legale dell'ente (cioè al Sindaco), senza bisogno di autorizzazione della Giunta o del dirigente competente ratione materiae.
All’autonomia statutaria (legittimata a stabilire i modi di esercizio della rappresentanza legale dell'ente, anche in giudizio) è però conservata la possibilità di prevedere l'autorizzazione della Giunta ovvero di richiedere una preventiva determinazione del dirigente ovvero ancora di postulare l'uno e l'altro intervento.

La società appellata contesta l’ammissibilità dell’appello, perché non preceduta da una conforme deliberazione della Giunta comunale.
L’eccezione non ha pregio.
In via ordinaria -ai sensi degli art. 35 e 36 della legge 08.06.1990, n. 142, poi trasfusi negli artt. 48 e 50 del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267- la decisione di agire e resistere in giudizio e il conferimento al difensore del mandato alle liti spettano al rappresentante legale dell'ente (cioè al Sindaco), senza bisogno di autorizzazione della Giunta o del dirigente competente ratione materiae. All’autonomia statutaria (legittimata a stabilire i modi di esercizio della rappresentanza legale dell'ente, anche in giudizio) è però conservata la possibilità di prevedere l'autorizzazione della Giunta ovvero di richiedere una preventiva determinazione del dirigente ovvero ancora di postulare l'uno e l'altro intervento (cfr. Cons. Stato, sez. V, 07.02.2012, n. 650).
Tale è appunto il caso di specie, perché il Comune ha potuto dimostrare che -secondo la propria normativa (in particolare: l’art. 42, comma 5, dello statuto), non contestata e tanto meno impugnata- ferma restando la legale rappresentanza in giudizio dell’ente in capo al Sindaco, sono di competenza dei dirigenti le decisioni in materia di “promozione e resistenza alle liti di qualsiasi tipo”. Nessuna delibera di Giunta avrebbe dunque dovuto precedere la proposizione dell’appello.
Dal canto suo, l’Amministrazione rinnova un’eccezione già formulata in primo grado e disattesa dal TAR: nella misura in cui avrebbe a oggetto situazioni bensì analoghe, ma sostanzialmente del tutto distinte, il ricorso introduttivo, proposto uno actu contro i due provvedimenti comunali di autorizzazione in precario, ricordati in narrativa, sarebbe inammissibile (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 26.08.2014 n. 4277 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALILa giurisprudenza ha statuito che ai fini dell'equiparazione di fronte ai terzi, ex art. 46 c.c., della sede effettiva della persona giuridica alla sede legale, deve intendersi per sede effettiva il luogo in cui hanno concreto svolgimento le attività amministrative e di direzione dell'Ente e dove operano i suoi organi amministrativi o i suoi dipendenti con poteri direttivi: si tratta in buona sostanza del luogo deputato o stabilmente utilizzato per lo svolgimento dei rapporti interni e con i terzi, in vista del compimento degli affari e della propulsione dell'attività dell'Ente stesso.
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La rappresentanza in giudizio del Comune (o della Provincia) spetta in via generale al Sindaco (o al Presidente), e tuttavia lo Statuto dell’Ente può attribuire la rappresentanza stessa ai dirigenti nell’ambito dei rispettivi settori di competenza.
Anche la Corte di Cassazione ha affermato che lo Statuto può legittimamente affidare ai dirigenti la potestà di stare in giudizio per conto dell’Ente nell'ambito delle rispettive aree di riferimento –quale espressione del potere gestionale loro proprio– mentre qualora una specifica previsione statutaria non sussista il Sindaco ed il Presidente della Provincia restano i soli soggetti titolari del potere di rappresentanza processuale, ai sensi dell'art. 50 del T.U.E.L..

L’eccezione è infondata.
1. E’ pur vero che una parte della giurisprudenza ritiene che la notifica del ricorso fatta ad un Comune presso una direzione centrale (o presso altra articolazione organizzativa) nella persona del dirigente pro tempore –anziché al Comune nella persona del Sindaco, legale rappresentante dell’Ente, presso la sua sede– violi la regola stabilita dall’art. 145 c.p.c. in tema di notificazione di atti giudiziari alle persone giuridiche (Consiglio di stato, sez. V – 25/01/2005 n. 155).
Peraltro va rilevato in linea generale che l’art. 46, comma 2, del c.c. stabilisce testualmente, con riferimento alle persone giuridiche, che nei casi in cui la sede stabilita è “diversa da quella effettiva, i terzi possono considerare come sede della persona giuridica anche quest’ultima”.
Orbene, la giurisprudenza ha statuito che ai fini dell'equiparazione di fronte ai terzi, ex art. 46 c.c., della sede effettiva della persona giuridica alla sede legale, deve intendersi per sede effettiva il luogo in cui hanno concreto svolgimento le attività amministrative e di direzione dell'Ente e dove operano i suoi organi amministrativi o i suoi dipendenti con poteri direttivi: si tratta in buona sostanza del luogo deputato o stabilmente utilizzato per lo svolgimento dei rapporti interni e con i terzi, in vista del compimento degli affari e della propulsione dell'attività dell'Ente stesso (Corte di Cassazione, sez. I – 18/01/1997 n. 497; TAR Umbria – 02/10/2000 n. 769).
Nella specie va detto che il dirigente responsabile della procedura d’appalto in esame è il titolare dell’area organizzativa ubicata nella sede staccata di Via Don Maraglio n. 4, e dagli uffici ivi dislocati viene esercitata l’attività amministrativa che contempla anche i rapporti con i soggetti terzi.
E’ noto il principio guida di netta separazione tra le funzioni di indirizzo spettanti agli organi di direzione politica e le attribuzioni gestionali demandate ai dirigenti: i primi, infatti, fissano “a monte” le linee generali dell’azione amministrativa mediante l’adozione di direttive e l’elaborazione di programmi ed al contempo esercitano “a valle” il controllo sull’attività svolta e sul raggiungimento degli obiettivi prestabiliti; i secondi assumono tutte le iniziative a rilevanza esterna esplicando autonomi poteri di gestione finanziaria, tecnica ed amministrativa (cfr. sentenza Sezione n. 1151 del 05/10/2004).
L’art. 4, comma 2, del D.Lgs. 30/03/2001 n. 165, recante “Norme generali sull’ordinamento del lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche” recita testualmente: “Ai dirigenti spetta l’adozione degli atti e provvedimenti amministrativi, compresi tutti gli atti che impegnano l’amministrazione verso l’esterno, nonché la gestione finanziaria, tecnica ed amministrativa mediante autonomi poteri di spesa, di organizzazione delle risorse umane, strumentali e di controllo. Essi sono responsabili in via esclusiva dell’attività amministrativa della gestione e dei relativi risultati.” Analoga disposizione è stata adottata dal legislatore all’art. 107 del D.Lgs. 18/08/2000 n. 267 (Testo unico delle autonomie locali) il cui comma 3, lett. a), puntualizza che è attribuita ai dirigenti, tra l’altro, “la presidenza delle commissioni di gara e di concorso” e “la responsabilità delle procedure di appalto e di concorso”.
Presso l’amministrazione provinciale il dirigente dell’area gestione del territorio e infrastrutture compie l’attività amministrativa dell’unità operativa di cui è titolare, e coordina tutte le operazioni necessarie instaurando rapporti con i terzi direttamente vincolanti per l’Ente di appartenenza.
A riprova di ciò è stato correttamente rilevato dalla ricorrente che la lettera di trasmissione degli atti richiesti in copia reca l’intestazione della Provincia di Mantova –Area gestione territorio e infrastrutture servizio trasporti– Via Don Maraglio n. 4 (cfr. doc. 7 ricorrente). Allo stesso modo il disciplinare di gara (cfr. doc. 2 controinteressata) racchiude la medesima informazione nella parte in cui riporta la denominazione della stazione appaltante. Parimenti il verbale delle operazioni di gara del 07/07/2006 contempla la medesima statuizione nel preambolo che dà conto della riunione in seduta riservata della commissione.
Se è pur vero che in altri documenti viene citata la sede di Via Principe Amedeo, ciò non esclude che anche la sede staccata di Via Don Maraglio n. 4 –ove è dislocata ed opera l’unità organizzativa– possa qualificarsi come sede effettiva.
2. L’impostazione delineata è avvalorata da un elemento ulteriore, ossia dalla circostanza che l’art. 42 dello Statuto provinciale –pubblicato sul B.U.R.L. serie straordinaria inserzioni n. 51/1 del 16/12/2002– al comma 1 stabilisce che “Fermo il generale potere di rappresentanza istituzionale assegnato al Presidente della Provincia dalla legge, secondo il modello di riparto delle competenze previsto dall’ordinamento giuridico e dal presente statuto, rientrano nell’ambito delle competenze gestionali dirigenziali anche quelle concernenti il contenzioso, la promozione e la resistenza alle liti, nelle materie di rispettiva competenza, con il potere di rappresentare l’amministrazione in giudizio e di transigere le controversie”; il successivo comma 2 precisa che “La rappresentanza processuale, compresa la possibilità di conciliare, transigere e rinunciare agli atti spetta al Presidente in caso di contenziosi riguardanti atti emanati dagli organi di governo di indirizzo politico- amministrativo propri della giunta o dello stesso Presidente, o in caso di azioni giudiziali a tutela o difesa dell’immagine e del ruolo istituzionale dell’ente e dei suoi apparati”.
E’ chiaro dunque che la Provincia ha affidato ai dirigenti, nelle materie di competenza, anche il potere di rappresentanza processuale, in linea con il recente indirizzo giurisprudenziale secondo il quale la rappresentanza in giudizio del Comune (o della Provincia) spetta in via generale al Sindaco (o al Presidente), e tuttavia lo Statuto dell’Ente può attribuire la rappresentanza stessa ai dirigenti nell’ambito dei rispettivi settori di competenza (Consiglio di Stato, sez. V – 07/09/2007 n. 4721).
Anche la Corte di Cassazione ha affermato che lo Statuto può legittimamente affidare ai dirigenti la potestà di stare in giudizio per conto dell’Ente nell'ambito delle rispettive aree di riferimento –quale espressione del potere gestionale loro proprio– mentre qualora una specifica previsione statutaria non sussista il Sindaco ed il Presidente della Provincia restano i soli soggetti titolari del potere di rappresentanza processuale, ai sensi dell'art. 50 del T.U.E.L. (cfr. Corte di Cassazione, sez. unite civili – 16/06/2005 n. 12868).
In definitiva, poiché presso la Provincia di Mantova i dirigenti hanno la rappresentanza processuale generale nei settori di appartenenza, deve qualificarsi come rituale la notifica del ricorso presso la sede staccata dell’amministrazione ove il dirigente agisce al vertice della propria unità organizzativa (TAR Lombardia-Brescia, sentenza 07.12.2007 n. 1317 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

     Per chi fosse ancora refrattario a recepire tale corretto modus operandi, peraltro già statuito da parecchio tempo a questa parte sia ad opera della Giustizia Amministrativa così come della Suprema Corte, proponiamo l'approfondimento del nostro dossier INCARICHI LEGALI e/o RESISTENZA IN GIUDIZIO.
12.02.2015 - LA SEGRETERIA PTPL

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

APPALTI: OGGETTO: IVA. Ambito soggettivo di applicazione del meccanismo della scissione dei pagamenti – Articolo 1, comma 629, lettera b), della legge 23.12.2014, n. 190 – Primi chiarimenti (Agenzia delle Entrate, circolare 09.02.2015 n. 1/E).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: Sul taglio indiscriminato degli alberi lungo le strade. Interpretazione fuorviante della sentenza 07.05.2010 n. 17601 della Corte di Cassazione, Sez. V penale (Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Comitato per lo Sviluppo del Verde Pubblico, deliberazione 03.02.2015 n. 2224 di prot.).

INCARICHI PROFESSIONALI: Oggetto: Documento Centro Studi su prestazioni occasionali. Chiarimenti (Consiglio Nazionale degli Ingegneri, circolare 03.02.2015 n. 488).

TRIBUTIOggetto: IMU - Esenzione per i terreni agricoli - D.L. 24.01.2015, n. 4 - Quesito (Ministero dell'Economia e delle Finanze, risoluzione 03.02.2015 n. 2/DF).

CORTE DEI CONTI

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Deve ritenersi che il limite pari a sette euro (del buono pasto) debba intendersi più propriamente riferito al costo effettivo sostenuto dall’Ente e dunque al netto della quota (un terzo) che grava sul personale ai sensi dell’art. 45, co. 4, del CCNL nell’ipotesi, come quella in esame, di affidamento del servizio mensa in convenzione.
---------------
Con la nota indicata in epigrafe il Sindaco del Comune di Pianezza (TO) chiede a questa Sezione se il limite di sette euro previsto dall’art. 5, co. 7, del D.L. n. 95/2012, conv. nella L. n. 135/2012 possa riferirsi anche all’ipotesi del servizio mensa fornito mediante convenzione con gli esercizi di ristorazione e, in caso di risposta affermativa, se il valore “nominale” del buono pasto a cui fa riferimento il citato art. 5, co. 7, possa corrispondere al costo complessivo del pasto fornito al dipendente, assoggettato alla consueta ripartizione del relativo onere (due terzi a carico dell’Amministrazione e un terzo a carico del dipendente) come previsto dalla disciplina contrattuale di comparto.
...
Il Collegio evidenzia innanzi tutto che la funzione consultiva è diretta a fornire un ausilio all’Ente richiedente per le determinazioni che lo stesso è tenuto ad assumere nell’esercizio delle proprie funzioni, restando ferma la discrezionalità dell’Amministrazione in sede di esercizio delle prerogative gestorie.
Ciò premesso, l’art. 5, co. 7 del D.L. 06.07.2012, n. 95 (“Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini nonché misure di rafforzamento patrimoniale delle imprese del settore bancario”), conv. nella L. 07.08.2012, n. 135 così dispone: “A decorrere dal 01.10.2012 il valore dei buoni pasto attribuiti al personale, anche di qualifica dirigenziale, delle amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuate dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) ai sensi dell'articolo 1, comma 2, della legge 31.12.2009, n. 196, nonché le autorità indipendenti ivi inclusa la Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob) non può superare il valore nominale di 7,00 euro. Eventuali disposizioni normative e contrattuali più favorevoli cessano di avere applicazione a decorrere dal 01.10.2012. I contratti stipulati dalle amministrazioni di cui al primo periodo per l'approvvigionamento dei buoni pasto attribuiti al personale sono adeguati alla presente disposizione, anche eventualmente prorogandone la durata e fermo restando l'importo contrattuale complessivo previsto. A decorrere dalla medesima data è fatto obbligo alle università statali di riconoscere il buono pasto esclusivamente al personale contrattualizzato. I risparmi derivanti dall'applicazione del presente articolo costituiscono economie di bilancio per le amministrazioni dello Stato e concorrono per gli enti diversi dalle amministrazioni statali al miglioramento dei saldi di bilancio. Tali somme non possono essere utilizzate per incrementare i fondi per la contrattazione integrativa.”
Ai sensi dell’art. 45 (“Mensa”), co. 4, del CCNL Enti locali del 14.09.2000 “Il dipendente è tenuto a pagare, per ogni pasto, un corrispettivo pari ad un terzo del costo unitario risultante dalla convenzione, se la mensa è gestita da terzi, o un corrispettivo pari ad un terzo dei costi dei generi alimentari e del personale, se la mensa è gestita direttamente dall’ente.”
Ai sensi del successivo art. 46 (“Buoni pasto”), co. 1 “Il costo del buono pasto sostitutivo del servizio di mensa è pari alla somma che l’ente sarebbe tenuto a pagare per ogni pasto, ai sensi del comma 4 dell’articolo precedente.”
L’Ente chiede come debba intendersi il limite di sette euro di cui al sopra indicato art. 5, co. 7 del D.L. n. 95/2012, conv. nella L. n. 135/2012, in relazione alla ripartizione del costo del pasto tra dipendente ed Amministrazione prevista, appunto, dalla CCNL (due terzi a carico dell’Amministrazione ed un terzo a carico del dipendente) nel caso di affidamento del servizio mensa in convenzione, ossia chiede sostanzialmente se il limite dei sette euro vada inteso al lordo o al netto dell’onere posto a carico del dipendente.
Si rileva che sul punto risulta essere già stato espresso parere da parte della Sezione regionale di controllo per il Friuli-Venezia-Giulia con la deliberaz. n. 1/2013, che questa Sezione condivide.
Infatti,
conformemente alla contrattazione collettiva, due sono le modalità alternative con cui gli Enti locali possono assicurare la fruizione del pasto ai dipendenti, ovvero: 1) attraverso l’istituzione di una mensa di servizio, che a sua volta può essere gestita direttamente dall’Ente o da terzi mediante convenzione; 2) attraverso l’attribuzione ai dipendenti di buoni pasto sostitutivi.
Nel primo caso, viene in sostanza attivato dall’Ente un servizio a favore del dipendente, il quale, coerentemente, sarà tenuto a pagare, per ogni pasto fruito, un corrispettivo, in una misura predefinita (un terzo, ai sensi del sopra indicato co. 4 dell’art. 45 del CCNL).
Il Comune di Pianezza ha posto in essere una forma organizzativa che rientra evidentemente in quella esposta al punto 1), avendo provveduto ad affidare il servizio mensa in convenzione a terzi.
Il costo relativo al buono pasto rientra tra le spese di personale, in quanto si tratta di una risorsa che è prevista dalla contrattazione collettiva di comparto in favore dei dipendenti dell’Ente locale e, in quanto tale, confluisce nell’ammontare di voci che concorrono a formare la categoria economica della spesa di personale, complessivamente intesa come comprensiva di tutti i costi che l’Ente pubblico deve sostenere per procurarsi la risorsa lavoro (cfr. in tal senso anche deliberaz. di questa Sez. n. 294/2013 e n. 14/2012, nonché Sez. controllo Toscana n. 187/2011).
Le disposizioni contenute nel D.L. n. 95/2012, conv. nella L. n. 135/2012 e segnatamente l’art. 5, co. 7, che qui viene in considerazione, si inseriscono in un gruppo di misure riguardanti il pubblico impiego, proseguendo quel processo di riduzione della relativa spesa già avviato con le precedenti manovre di contenimento dettate dal legislatore statale in attuazione di principi di coordinamento della finanza pubblica, con la specifica finalità di contenere la spesa per il personale delle Amministrazioni pubbliche.
Pertanto,
deve ritenersi conforme alla ratio della norma di cui all’art. 5, co. 7 citato, un’interpretazione riferita ad ogni forma o modalità organizzativa attraverso la quale in concreto l’Ente sostenga il costo per consentire la fruizione del pasto ai dipendenti che ne abbiano diritto, a nulla rilevando, ai fini dell’applicabilità della disposizione vincolistica, le concrete modalità di erogazione dei pasti medesimi, attraverso l’attivazione di un servizio mensa gestito direttamente dall’Ente ovvero affidato in convenzione a terzi, o la corresponsione di un buono pasto, in quanto ciò che appare rilevante ai fini dell’applicazione della norma è il costo che deve sostenere l’Ente per l’erogazione del pasto a favore del dipendente, che, a sua volta, deve correttamente farsi rientrare tra le varie voci di costo sostenute dall’Ente datoriale pubblico per procurarsi la risorsa lavoro.
Conseguentemente
deve ritenersi che il prescritto limite pari a sette euro debba intendersi più propriamente riferito al costo effettivo sostenuto dall’Ente e dunque al netto della quota (un terzo) che grava sul personale ai sensi dell’art. 45, co. 4, del CCNL nell’ipotesi, come quella in esame, di affidamento del servizio mensa in convenzione.
Si tratta di un limite massimo all’onere finanziario sostenibile dall’Ente, rimanendo in facoltà dell’Amministrazione la valutazione e la scelta di soluzioni organizzative che comportino un minore onere finanziario
(Corte dei Conti, Sez. controllo Piemonte, parere 30.01.2015 n. 18).

INCENTIVO PROGETTAZIONE: 1) In seguito alla modifica dell'art. 93 commi 7-bis, 7-ter e 7-quater del d.lgs. 12.04.2006 n. 163, introdotte dal d.l. n. 90/2014, convertito con legge n. 114/2014, il regolamento dell’ente locale dovrà prevedere la liquidazione distinguendo tra le varie figure che partecipano alla ripartizione del fondo, al termine di ciascuna fase di realizzazione dell’opera in relazione alle singole prestazioni effettuate dai dipendenti, sino alla completa realizzazione dell’opera, previa valutazione delle specifiche attività svolte dai dipendenti.
È rimessa all’autonomia regolamentare dell’amministrazione la previsione dei criteri e delle modalità richiamati dalla legge, anche mediante un ponderato sistema di acconti proporzionali, per garantire comunque all’ente la possibilità di ridurre le risorse finanziarie erogabili a fronte di incrementi dei tempi o dei costi inizialmente previsti.
2) Ai fini della legittima erogazione della quota del fondo, la normativa vigente non richiede il necessario espletamento interno di tutta l’attività progettuale, purché il regolamento ripartisca gli incentivi in maniera conforme alle responsabilità attribuite e devolva in economia la quota relativa agli incarichi conferiti a professionisti esterni.
La gradazione proporzionale dell’entità degli incentivi, entro il limite generale posto dal Legislatore, è rimessa all’autonomia regolamentare del singolo ente, che dovrà essere conforme ai criteri di logicità, congruenza e ragionevolezza.
3) La decisione di suddividere le singole fasi della progettazione suddivisione tra dipendenti dell’ente e professionisti esterni non può prescindere dall’ulteriore valutazione, della continuità nello svolgimento delle varie fasi della progettazione, e dell’effettiva convenienza economica.

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Il Sindaco del Comune di Grugliasco (TO), dopo aver esposto che l’ente sta predisponendo un nuovo regolamento per la disciplina del Fondo per la progettazione e l'innovazione, ai sensi dell'art. 93, commi 7-bis, 7-ter e 7-quater del D.Lgs. 12.04.2006 n. 163 e s.m.i, chiede:
1) se sia possibile dare corso alla liquidazione di quote del fondo a favore del R.U.P. e dei progettisti dipendenti dell'Ente antecedentemente alla completa realizzazione e collaudo dell'opera pubblica;
2) se sia possibile dare corso alla liquidazione di quote del fondo a favore del R.U.P. e dei progettisti dipendenti dell'Ente nel caso di progettazione parzialmente affidata all'esterno. La fattispecie cui si fa riferimento è esemplificata come segue:
   a) progetto preliminare redatto da professionista esterno all'Ente;
   b) progetto definitivo redatto da professionista esterno all'Ente;
  c) progetto esecutivo redatto da tecnici dipendenti dell'Ente.
3) se sia possibile dare corso alla liquidazione di quote del fondo a favore del R.U.P. e dei progettisti dipendenti dell'Ente nel caso di progettazione parzialmente affidata all'esterno. La fattispecie cui si fa riferimento è esemplificata come segue:
   a) progetto preliminare redatto da tecnici dipendenti dell'Ente;
   b)progetto definitivo redatto da professionista esterno all'Ente;
   c) progetto esecutivo redatto da professionista esterno all'Ente.
...
Occorre premettere che il c.d. “incentivo alla progettazione” (denominazione risalente all’art. 18 dell’abrogata legge n. 109/1994) era previsto dall’art. 92, commi 5 e 6, del d.lgs. n. 163/2006 ed è stato oggetto di numerosi interventi interpretativi da parte della Corte dei conti (cfr., ex multis, Sezione Autonomie
delibera 13.11.2009 n. 16/2009 e i pareri: Sezione Veneto parere 26.07.2011 n. 337, Sezione Lombardia parere 06.03.2012 n. 57, parere 30.05.2012 n. 259, parere 08.10.2012 n. 425, parere 24.10.2012 n. 453, Sezione Piemonte parere 30.08.2012 n. 290, parere 19.12.2013 n. 434, parere 16.01.2014 n. 8, parere 28.02.2014 n. 39, parere 17.03.2014 n. 44, parere 02.10.2014 n. 197). Tale istituto costituiva eccezione al principio di onnicomprensività della retribuzione, finalizzato ad incentivare il ricorso alle professionalità interne dell’Ente.
L’art. 13 del D.L. 24.06.2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla L. 11.08.2014, n. 114, ha abrogato i richiamati commi 5 e 6 e, con il successivo art. 13-bis, ha previsto i “Fondi per la progettazione e l'innovazione”, inserendo dopo il comma 7 dell'articolo 93 del Codice dei contratti pubblici, i commi da 7-bis a 7-quinquies. In particolare, per quanto rileva in questa sede, i primi due commi aggiunti prevedono: “7-bis. A valere sugli stanziamenti di cui al comma 7, le amministrazioni pubbliche destinano ad un fondo per la progettazione e l'innovazione risorse finanziarie in misura non superiore al 2 per cento degli importi posti a base di gara di un'opera o di un lavoro; la percentuale effettiva è stabilita da un regolamento adottato dall'amministrazione, in rapporto all'entità e alla complessità dell'opera da realizzare.
7-ter. L'80 per cento delle risorse finanziarie del fondo per la progettazione e l'innovazione è ripartito, per ciascuna opera o lavoro, con le modalità e i criteri previsti in sede di contrattazione decentrata integrativa del personale e adottati nel regolamento di cui al comma 7-bis, tra il responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori; gli importi sono comprensivi anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell'amministrazione. Il regolamento definisce i criteri di riparto delle risorse del fondo, tenendo conto delle responsabilità connesse alle specifiche prestazioni da svolgere, con particolare riferimento a quelle effettivamente assunte e non rientranti nella qualifica funzionale ricoperta, della complessità delle opere, escludendo le attività manutentive, e dell'effettivo rispetto, in fase di realizzazione dell'opera, dei tempi e dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo. Il regolamento stabilisce altresì i criteri e le modalità per la riduzione delle risorse finanziarie connesse alla singola opera o lavoro a fronte di eventuali incrementi dei tempi o dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo, redatto nel rispetto dell'articolo 16 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 05.10.2010, n. 207, depurato del ribasso d'asta offerto. Ai fini dell'applicazione del terzo periodo del presente comma, non sono computati nel termine di esecuzione dei lavori i tempi conseguenti a sospensioni per accadimenti elencati all'articolo 132, comma 1, lettere a), b), c) e d). La corresponsione dell'incentivo è disposta dal dirigente o dal responsabile di servizio preposto alla struttura competente, previo accertamento positivo delle specifiche attività svolte dai predetti dipendenti. Gli incentivi complessivamente corrisposti nel corso dell'anno al singolo dipendente, anche da diverse amministrazioni, non possono superare l'importo del 50 per cento del trattamento economico complessivo annuo lordo. Le quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni non svolte dai medesimi dipendenti, in quanto affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione medesima, ovvero prive del predetto accertamento, costituiscono economie. Il presente comma non si applica al personale con qualifica dirigenziale
”.
Come si evince dal suddetto testo novellato, la legge individua alcune regole generali per la ripartizione dell’incentivo in discorso, rimettendone la disciplina concreta (“modalità e criteri”) ad un atto regolamentare interno alla singola amministrazione, assunto previa contrattazione decentrata.
I punti fermi che il regolamento interno deve rispettare sono stati recentemente ricordati nel
parere 01.10.2014 n. 247 emesso dalla Sezione di controllo per la Lombardia, condiviso da questa Sezione, che di seguito si richiamano:
-
erogazione ai soli dipendenti espletanti gli incarichi tassativamente indicati dalla norma (responsabile del procedimento, incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, e loro collaboratori), riferiti all’aggiudicazione ed esecuzione “di un’opera o un lavoro” (non, pertanto, di un appalto di fornitura di beni o di servizi);
-
puntuale ripartizione del fondo incentivante tra gli incarichi attribuibili (responsabile del procedimento, progettista, responsabili della sicurezza, direttore dei lavori, collaudatori, nonché loro collaboratori), secondo percentuali rimesse alla discrezionalità dell’amministrazione, da mantenere, tuttavia, entro i binari della logicità, congruenza e ragionevolezza (cfr. Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici,
deliberazione 13.12.2007 n. 315, deliberazione 22.06.2005 n. 70, deliberazione 19.05.2004 n. 97-bis);
-
devoluzione in economia delle quote del fondo incentivante corrispondenti a prestazioni non svolte dai dipendenti, ma affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione. Obbligo che impone di prevedere analiticamente nel regolamento interno, e graduare, le percentuali spettanti per ogni incarico espletabile dal personale, in maniera tale da permettere, nel caso in cui alcune prestazioni siano affidate a professionisti esterni, la predetta devoluzione (si rinvia alle deliberazioni dell’Autorità di vigilanza:
deliberazione 13.12.2007 n. 315, deliberazione 08.04.2009 n. 35, deliberazione 07.05.2008 n. 18 e deliberazione 02.05.2001 n. 150);
-
devoluzione in economia delle quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni, anche se svolte da dipendenti interni, prive dell’accertamento di esecuzione dell’opera in conformità ai tempi ed ai costi prestabiliti (novità discendente dal predetto art. 93, comma 7-ter, per gli incarichi attribuiti dopo l’entrata in vigore della legge di conversione n. 114/2014).
Alla luce del nuovo quadro normativo, dunque,
possono fornirsi di seguito le indicazioni in risposta ai quesiti posti dal Sindaco del Comune di Grugliasco.
- relativamente al quesito sub 1):
In base al principio generale ricavabile dalla normativa sul pubblico impiego e, in particolare, dall’art. 7 comma 5 del d.lgs. n. 165/2001, “le amministrazioni pubbliche non possono erogare trattamenti economici accessori che non corrispondano alle prestazioni effettivamente rese”.
La regola è fatta espressamente propria dal legislatore anche nella materia degli incentivi di cui si discute, posto che il nuovo art. 93, comma 7-ter, del d.lgs. n. 163/2006 (riprendendo analoga formulazione del precedente art. 92, comma 5) dispone che “la corresponsione dell'incentivo è disposta dal dirigente o dal responsabile di servizio preposto alla struttura competente, previo accertamento positivo delle specifiche attività svolte dai predetti dipendenti”. Nel caso in cui tale accertamento sia invece negativo, corre obbligo all’Amministrazione di procedere alla devoluzione in economia prevista dalla testé richiamata normativa.
Inoltre, a mente del nuovo art. 93, comma 7-ter, del Codice dei contratti pubblici, la verifica dell’Amministrazione propedeutica all’erogazione dell’incentivo deve ricomprendere “l'effettivo rispetto, in fase di realizzazione dell'opera, dei tempi e dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo” e il regolamento in questione deve stabilire altresì “i criteri e le modalità per la riduzione delle risorse finanziarie connesse alla singola opera o lavoro a fronte di eventuali incrementi dei tempi o dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo”.
Pertanto, alla luce dell’intervenuta novella normativa,
la corretta applicazione delle predette disposizioni legislative e di quelle regolamentari, che a queste ultime devono conformarsi, non potrà che avvenire, distinguendo tra le varie figure che partecipano alla ripartizione del fondo (il responsabile del procedimento, gli incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo e i loro collaboratori), al termine di ciascuna fase di realizzazione dell’opera in relazione alle singole prestazioni effettuate dai dipendenti, sino alla completa realizzazione dell’opera, poiché solo in base alle risultanze finali delle singole prestazioni l’Amministrazione sarà nelle condizioni di valutare le specifiche attività svolte dai dipendenti.
Nel rispetto dei suddetti principi deve ritenersi rimessa all’autonomia regolamentare dell’amministrazione la previsione dei criteri e delle modalità richiamati dalla legge, anche mediante un ponderato sistema di acconti proporzionali, per garantire comunque all’ente la possibilità di ridurre le risorse finanziarie erogabili a fronte di incrementi dei tempi o dei costi inizialmente previsti.

- relativamente ai quesiti sub 2) e 3):
Occorre innanzitutto ricordare che
la possibilità di affidamento di una o più fasi della progettazione a soggetti esterni all’ente è espressamente prevista dall’art. 90, comma 6, del Codice dei contratti pubblici, a mente del quale le amministrazioni aggiudicatrici possono affidare la redazione del progetto preliminare, definitivo ed esecutivo, nonché lo svolgimento di attività tecnico-amministrative connesse alla progettazione, ai soggetti di cui al comma 1, lettere d), e), f), f-bis), g) e h) del medesimo articolo, in caso di carenza in organico di personale tecnico, ovvero di difficoltà di rispettare i tempi della programmazione dei lavori o di svolgere le funzioni di istituto, ovvero in caso di lavori di speciale complessità o di rilevanza architettonica o ambientale o in caso di necessità di predisporre progetti integrali, così come definiti dal regolamento, che richiedono l'apporto di una pluralità di competenze, casi che devono essere accertati e certificati dal responsabile del procedimento.
In merito ai casi sottoposti all’attenzione della Sezione nella richiesta di parere in esame, entrambi riferiti alla possibilità o meno di dare corso alla liquidazione di quote del fondo a favore del R.U.P. e dei progettisti dipendenti dell'Ente nel caso di progettazione parzialmente affidata all'esterno, è appena il caso di ricordare che
la normativa vigente non richiede, ai fini della legittima erogazione, il necessario espletamento interno di tutta l’attività progettuale, purché il regolamento ripartisca gli incentivi in maniera conforme alle responsabilità attribuite e devolva in economia la quota relativa agli incarichi conferiti a professionisti esterni.
La gradazione proporzionale dell’entità degli incentivi, entro il limite generale posto dal Legislatore, è rimessa all’autonomia regolamentare del singolo ente che, come già ricordato, dovrà essere conforme ai criteri di logicità, congruenza e ragionevolezza.
Da ultimo, non pare superfluo rammentare che, in disparte la richiamata autonomia regolamentare in materia,
le scelte in merito all’affidamento delle singole fasi della progettazione, secondo la suddivisione tra dipendenti dell’ente e professionisti esterni –come ipotizzata nella richiesta di parere- non potranno prescindere dall’ulteriore valutazione, da parte dell’Amministrazione, sia della continuità nello svolgimento delle varie fasi della progettazione (criterio a cui il Legislatore accorda preferenza: cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 13.02.2004, n. 561; TAR Piemonte, Sez. I, 28.02.2007 n. 882 e 05.07.2008 n. 1510; A.V.C.P., parere 21.12.2011 n. 228; A.V.C.P., parere 20.07.2011. n. 137), sia dell’effettiva convenienza economica per l’ente (Corte dei Conti, Sez. controllo Piemonte, parere 20.01.2015 n. 17).

PATRIMONIO: Non sussiste uno specifico divieto normativo per la concessione in uso gratuito di beni immobili facenti parte del patrimonio disponibile dell’ente locale (in quanto tali assoggettabili alla disciplina privatistica non avendo una specifica destinazione), ma dovrà trovare applicazione la disciplina generale dei provvedimenti attributivi di vantaggi economici contenuta nell’art. 12 della l. 07.08.1990, n. 241 in quanto tale tipo di concessione costituisce atto di per sé idoneo a determinare un’attribuzione di “vantaggio economico” in favore di un soggetto di diritto privato, nonostante sia previsto, come nel caso di specie, l’accollo in capo ad esso degli oneri di manutenzione ordinaria e straordinaria.
D’altro canto, in linea generale, sono ammissibili deroghe (come sarebbe per l’ipotesi del comodato ad uso gratuito) alla gestione del patrimonio immobiliare pubblico secondo criteri privatistici di redditività e di convenienza economica, atteso che gli enti locali, in quanto enti a fini generali, devono comunque curare gli interessi e promuovere lo sviluppo della comunità amministrata, ove venga perseguito un interesse pubblico equivalente o addirittura superiore rispetto a quello che viene raggiunto mediante lo sfruttamento economico dei beni.
Nondimeno la deroga al principio generale di redditività del bene pubblico può essere giustificata “solo dall’assenza di scopo di lucro dell’attività concretamente svolta dal soggetto destinatario di tali beni”, verificando non solo lo scopo o le finalità perseguite dall’operatore, ma anche e soprattutto le modalità concrete con le quali viene svolta l’attività che coinvolge l’utilizzo del bene pubblico messo a disposizione.
Inoltre, nel caso di specie, la cooperativa sociale ONLUS –quale ente accreditato istituzionale ai sensi dell’art. 17 della l.r. n. 18/2008- potrebbe arrivare a beneficiare (oltre che del comodato d’uso gratuito) di un secondo vantaggio economico, ossia di contributi da parte della Regione per l'erogazione del servizio specifico; contributi probabilmente quantificati anche in ragione degli oneri derivanti dall'uso dell’immobile, i quali, pertanto, troverebbero una idonea e sufficiente “copertura”.

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Il Sindaco del Comune di Casacalenda ha trasmesso una richiesta di parere nella quale si chiede di conoscere “se sia legittimo e conforme alle regole di contabilità pubblica che un Comune affidi in comodato d’uso gratuito ad una Cooperativa sociale ONLUS un immobile appartenente al patrimonio disponibile del Comune per finalità di interesse pubblico, individuabile segnatamente nella necessità di ospitare presso tale immobile una struttura ad alta intensità terapeutico socio-riabilitativa (CRP), gestita dalla medesima cooperativa in regime di accreditamento istituzionale con il servizio sanitario regionale, addossando ad essa tutti gli oneri di manutenzione ordinaria e straordinaria.
...
Il quesito oggetto della richiesta di parere del Comune di Casacalenda, che verte sulla richiesta di indicazione della concreta scelta gestionale da effettuarsi da parte dell’Ente nel caso specifico prospettato, oltre a non potersi ritenere afferente ad un quesito generale ed astratto, come sopra chiarito, in materia contabile, è al contrario –evidentemente- rivolto ad ottenere da parte della Corte delle indicazioni specifiche destinate a ripercuotersi sull’attività gestionale concreta, non potendo un eventuale parere non avere implicazioni sulle concrete scelte gestionali che l’Ente si troverà ad operare nell’ambito de quo e che, come tali, sono rimesse all’esclusivo prudente apprezzamento dell’Ente stesso: ne consegue la sua inammissibilità sotto il profilo oggettivo.
Il quesito, infatti, non investe una questione di rilevanza generale, ma richiede alla Sezione di esprimere una valutazione che attiene ad una attività gestionale dell’Ente. In proposito, si richiama il principio per cui le richieste di parere devono avere rilevanza generale e non possono essere funzionali all’adozione di specifici atti gestionali, onde salvaguardare l’autonomia decisionale dell’Amministrazione e la posizione di terzietà, nonché di indipendenza, della Corte: è potere-dovere dell’Ente, in quanto rientrante nell’ambito della sua discrezionalità amministrativa, adottare le scelte concrete sulla gestione amministrativo-finanziario-contabile, con le correlative opportune cautele e valutazioni che la sana gestione richiede.
Ad ogni modo, la Sezione ritiene opportuno delineare in questa sede i principi generali che, in parte già espressi da questa Corte, potranno essere presi in considerazione dall’ente nell’adozione del provvedimento gestionale oggetto della richiesta di parere.
In particolare
si ricorda che la giurisprudenza contabile ha già avuto modo di precisare che, all’interno dell’ordinamento generale o nella disciplina di settore degli enti territoriali, non sussiste uno specifico divieto normativo per la concessione in uso gratuito di beni immobili facenti parte del patrimonio disponibile dell’ente locale. E ciò in quanto i beni patrimoniali disponibili, appartenendo all’Ente pubblico uti privatorum, non hanno una specifica destinazione o, comunque, un’utilità pubblica e vengono pertanto assoggettati, in linea di principio, alla disciplina privatistica.
Tuttavia, occorre altresì considerare che
la concessione in uso gratuito di un bene immobile, facente parte del patrimonio disponibile di un ente locale, costituisce atto di per sé idoneo a determinare un’attribuzione di “vantaggio economico” in favore di un soggetto di diritto privato, nonostante sia previsto, come nel caso di specie, l’accollo in capo ad esso degli oneri di manutenzione ordinaria e straordinaria.
Dovrà, pertanto, trovare applicazione la disciplina generale dei provvedimenti attributivi di vantaggi economici contenuta nell’art. 12 della l. 07.08.1990, n. 241, che, sotto la rubrica “Provvedimenti attributivi di vantaggi economici”, stabilisce che “la concessione di sovvenzioni, contributi, sussidi ed ausili finanziari e l'attribuzione di vantaggi economici di qualunque genere a persone ed enti pubblici e privati sono subordinate alla predeterminazione ed alla pubblicazione da parte delle amministrazioni procedenti, nelle forme previste dai rispettivi ordinamenti, dei criteri e delle modalità cui le amministrazioni stesse devono attenersi” e che “l'effettiva osservanza dei criteri e delle modalità di cui al comma 1 deve risultare dai singoli provvedimenti relativi agli interventi di cui al medesimo comma 1”.
In secondo luogo, occorre altresì considerare che
l’indirizzo politico legislativo degli ultimi anni riconosce alla gestione del patrimonio immobiliare pubblico una valorizzazione ordinariamente finalizzata all'utilizzo dei beni secondo criteri privatistici di redditività e di convenienza economica, il che finisce per rappresentare una delle forme di attuazione da parte delle Pubbliche Amministrazioni del principio costituzionale di buon andamento (art. 97 Cost.), del quale l’economicità della gestione amministrativa costituisce il più significativo corollario (art. 1, legge n. 241/1990 e ss.ii.mm.).
Tuttavia,
considerando che gli enti locali non devono perseguire, costantemente e necessariamente, un risultato esclusivamente economico in senso stretto nell'utilizzazione dei beni patrimoniali, ma, in quanto enti a fini generali, devono comunque curare gli interessi e promuovere lo sviluppo della comunità amministrata, in linea generale sono ammesse deroghe (come sarebbe per l’ipotesi del comodato ad uso gratuito), ove venga perseguito un interesse pubblico equivalente o addirittura superiore rispetto a quello che viene raggiunto mediante lo sfruttamento economico dei beni.
L’ente locale pertanto, oltre a dover rispettare le proprie norme regolamentari e i principi generali dettati dalla l. n. 241/1990, è tenuto non solo ad indicare “le finalità pubblicistiche che intende perseguire con la stipula del negozio di comodato, bensì deve altresì verificare che l’utilità sociale perseguita rientri nelle finalità a cui è deputato l’ente locale medesimo
(Corte dei conti, Sezione regionale di controllo per la Lombardia, deliberazione n. 672/2010/PAR).
In particolare, “
la concessione in comodato di beni di proprietà dell’ente locale è da ritenersi ammissibile nei casi in cui sia perseguito un effettivo interesse pubblico equivalente o addirittura superiore rispetto a quello meramente economico ovvero nei casi in cui non sia rinvenibile alcun scopo di lucro nell’attività concretamente svolta dal soggetto utilizzatore di tali beni” (Corte dei conti, Sezione regionale di controllo per la Lombardia, deliberazione n. 172/2014/PAR).
A tal ultimo riguardo, si evidenzia inoltre che la Sezione regionale di controllo per il Veneto (deliberazione n. 716/2012/PAR, in linea di continuità con quanto già affermato dalla Sezione Lombardia - cfr., in particolare, deliberazione n. 349/2011/PAR e precedenti ivi richiamati) ha precisato che
la deroga al principio generale di redditività del bene pubblico può essere giustificata “solo dall’assenza di scopo di lucro dell’attività concretamente svolta dal soggetto destinatario di tali beni. A questo proposito, il Collegio ritiene opportuno chiarire che la sussistenza o meno dello scopo di lucro, inteso come attitudine a conseguire un potenziale profitto d’impresa, va accertata in concreto, verificando non solo lo scopo o le finalità perseguite dall’operatore, ma anche e soprattutto le modalità concrete con le quali viene svolta l’attività che coinvolge l’utilizzo del bene pubblico messo a disposizione. […] La Sezione precisa, inoltre, che, oltre all'accertamento in concreto dell’assenza di uno scopo di lucro dell’associazione di interesse collettivo, ai fini di un corretta gestione del bene pubblico di cui si intende disporre a suo favore, qualsiasi atto di disposizione di un bene, appartenente al patrimonio comunale, deve avvenire nel rispetto dei principi di economicità, efficacia, trasparenza e pubblicità, che governano l’azione amministrativa nonché nel rispetto delle norme regolamentari dell’ente locale.
Inoltre, con specifico riferimento al caso de quo, occorre precisare che
la particolare qualità di ente accreditato istituzionale, rivestita dalla cooperativa sociale ONLUS possibile destinataria dell’atto gestionale, deve portare l’ente, ove ricorra al comodato d’uso gratuito, a porre particolare attenzione al fine di evitare l’eventuale concretizzarsi di una indebita duplicazione di vantaggi in favore della beneficiaria stessa. Invero, l'accreditamento istituzionale della cooperativa, ai sensi dell’art. 17 della l.r. n. 18/2008, sull’intero immobile per una struttura ad alta intensità terapeutico socio-riabilitativa, del quale il Comune istante fa espressa menzione nella richiesta di parere, potrebbe comportare in favore di essa l’assegnazione di contributi da parte della Regione per l'erogazione del servizio specifico; contributi probabilmente quantificati anche in ragione degli oneri derivanti dall'uso dell’immobile, i quali, pertanto, troverebbero una idonea e sufficiente “copertura”.
Ebbene,
nell’adozione dell’atto prospettato occorrerà considerare che una tale eventualità potrebbe concretamente determinare il configurarsi di forme di indebito arricchimento in favore della cooperativa, la quale verrebbe a percepire la detta contribuzione e, al contempo, in virtù del comodato d’uso gratuito, disporrebbe già dell’intero immobile in assenza di proprie controprestazioni onerose (non potendo valere a tal fine l’accollo della manutenzione ordinaria e straordinaria).
In conclusione,
la possibilità per l’ente locale di stipulare un negozio di comodato ad uso gratuito avente ad oggetto un bene immobile facente parte del proprio patrimonio disponibile rappresenta una scelta che, non essendo sindacabile dalla Sezione che non può ingerirsi nelle concrete scelte amministrative dell’Amministrazione, risulta rimessa esclusivamente alla discrezionalità ed al prudente apprezzamento dell’ente. Ad ogni modo, il Comune, oltre a dover considerare le possibili conseguenze di un tale atto gestionale, nei provvedimenti in concreto adottati dovrà dare conto, con una chiara ed esaustiva motivazione, delle finalità di interesse pubblico, unitamente alla compatibilità finanziaria dell’intera operazione posta in essere (Corte dei Conti, Sez. controllo Molise, parere 15.01.2015 n. 1).

GIURISPRUDENZA

EDILIZIA PRIVATA: L’art. 29 (Responsabilità del titolare del permesso di costruire, del committente, del costruttore e del direttore dei lavori, nonché anche del progettista per le opere subordinate a denuncia di inizio attività), comma 1, ultima parte, d.P.R. 06.06.2001, n. 380 prevede che l’autore dell’abuso edilizio sia tenuto alle spese per l'esecuzione in danno in caso di demolizione delle opere realizzate, salvo che dimostrino di non essere responsabili dell'abuso.
Qui si controverte se si possa configurare la sussistenza di questo obbligo di legge non già per lo stretto intervento di effettiva demolizione, ma anche per precedenti interventi (nella specie: di appaltatori dell’amministrazione comunale) andati a vuoto per ragioni comunque imputabili all’interessato, come quando si è dichiarato disponibile a effettuare direttamente l’intervento ripristinatorio e così ha dato causa alla interruzione della demolizione medesima.
Il Collegio ritiene che l’obbligo suddetto delle spese per l’esecuzione in danno ben ricomprenda anche le spese per siffatti precedenti interventi non portati a buon fine, pur se diretti alla demolizione.
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L’ingiunzione di pagamento della somma occorsa per i lavori di demolizione in danno, atto meramente esecutivo e vincolato rispetto alle precedenti determinazioni, non richiede un’autonoma comunicazione di inizio del procedimento di cui all’art. 7, l. 07.08.1990, n. 241.
L’art. 31, comma 5, d.P.R. n. 380 del 2001 prevede che l’opera acquisita sia demolita con ordinanza del dirigente o del responsabile del competente ufficio comunale a spese dei responsabili dell'abuso.

L’art. 29 (Responsabilità del titolare del permesso di costruire, del committente, del costruttore e del direttore dei lavori, nonché anche del progettista per le opere subordinate a denuncia di inizio attività), comma 1, ultima parte, d.P.R. 06.06.2001, n. 380 prevede che l’autore dell’abuso edilizio sia tenuto alle spese per l'esecuzione in danno in caso di demolizione delle opere realizzate, salvo che dimostrino di non essere responsabili dell'abuso.
Qui si controverte se si possa configurare la sussistenza di questo obbligo di legge non già per lo stretto intervento di effettiva demolizione, ma anche per precedenti interventi (nella specie: di appaltatori dell’amministrazione comunale) andati a vuoto per ragioni comunque imputabili all’interessato, come quando si è dichiarato disponibile a effettuare direttamente l’intervento ripristinatorio e così ha dato causa alla interruzione della demolizione medesima.
Il Collegio ritiene che l’obbligo suddetto delle spese per l’esecuzione in danno ben ricomprenda anche le spese per siffatti precedenti interventi non portati a buon fine, pur se diretti alla demolizione.
Vi è infatti uno spontaneo accollo di una demolizione in danno, e il fatto che questa non venga poi realizzata non può che ridondare in oggettivo danno dell’inadempiente accollante. Si è del resto in presenza, da parte dell’interessato, di un implicito riconoscimento della imputabilità del loro insuccesso, oltre che della conferma dell’assunzione dell’obbligo.
In sostanza, l’interessata aveva essa stessa chiesto di rinviare la demolizione, impegnandosi ad eseguire spontaneamente la stessa in un prossimo futuro: e tanto vale a configurare questa situazione.
E’ infondato anche il motivo di appello con cui l’appellante deduce la duplicazione di contratti del Comune con i due contraenti, perché il secondo appaltatore Icomes ha provveduto a demolire nell’anno 2011 le opere abusive, mentre l’appaltatore Ati Edil Soccavo era intervenuto nei due precedenti episodi del giugno e del luglio 2010, non portati a compimento.
Non ha rilievo la circostanza che l’effettivo contratto tra il Comune e l’appaltatore Ati Edil Soccavo fosse di alcuni giorni successivo al primo intervento in quanto, come dedotto dall’amministrazione comunale, già prima vi era stata una consegna urgente dei lavori e riserva e successiva stipulazione del contratto.
Allo stesso modo, non rileva la presenza eventuale di un’altra impresa ai tentativi andati a vuoto, se ciò non ha determinato –o non si dimostra che abbia determinato– una duplicazione effettiva dei costi in relazione allo specifico intervento.
E’ infondata anche la censura di appello che contesta la corretta quantificazione, sostenendo che, nel rapporto tra la effettiva demolizione (circa euro 28.000) e i tentativi andati a vuoto (circa 10.000 euro) vi sarebbe una sproporzione non giustificata.
Il Collegio osserva che talune delle voci della nota relativa all’intervento di demolizione (smaltimento dei rifiuti e altro) non possono essere contenute nelle note relative agli interventi inutili. Tuttavia, è evidente che le spese sostenute dall’appaltatore, e dovute a sua volta dal Comune, comprendessero i costi vivi sostenuti in quelle giornate, certo inferiori al reale intervento di demolizione, ma non per questo indifferenti.
L’ingiunzione di pagamento della somma occorsa per i lavori di demolizione in danno, atto meramente esecutivo e vincolato rispetto alle precedenti determinazioni, non richiede un’autonoma comunicazione di inizio del procedimento di cui all’art. 7, l. 07.08.1990, n. 241 (tra varie, Cons. Stato, IV, 27.07.2011, n. 4506).
L’art. 31, comma 5, d.P.R. n. 380 del 2001 prevede che l’opera acquisita sia demolita con ordinanza del dirigente o del responsabile del competente ufficio comunale a spese dei responsabili dell'abuso.
Per le considerazioni svolte, l’appello va respinto, con conferma dell’appellata sentenza (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 10.02.2015 n. 715 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAI dati catastali non possono ritenersi fonte di prova certa sulla situazione di fatto esistente sul piano immobiliare, rappresentando l’accatastamento un adempimento di tipo fiscale-tributario, che fa stato ad altri fini, senza assurgere a strumento idoneo –al di là di un mero valore indiziario– per evidenziare la reale consistenza degli immobili interessati e la relativa conformità alla disciplina urbanistico-edilizia.
A dette conclusioni si oppone un solo condomino dello stabile interessato, che pone tuttavia a supporto delle proprie argomentazioni difensive circostanze non decisive, come quelle riferite ai dati catastali: questi ultimi, infatti, non possono ritenersi fonte di prova certa sulla situazione di fatto esistente sul piano immobiliare, rappresentando l’accatastamento un adempimento di tipo fiscale-tributario, che fa stato ad altri fini, senza assurgere a strumento idoneo –al di là di un mero valore indiziario– per evidenziare la reale consistenza degli immobili interessati e la relativa conformità alla disciplina urbanistico-edilizia (cfr. in tal senso, fra le tante, Cons. St., sez. VI, 04.02.2013, n. 666; Cons. St., sez. V, 29.03.2004, n. 1631; Cass. civ., sez. II, 02.11.2010, n. 22298 e 03.03.2009, n. 5131; Cass. pen., sez. III, 06.10.2008, n. 38044) (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 09.02.2015 n. 631 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAE' giurisprudenza pacifica che, ove sia presentata una domanda di accertamento di conformità di opere abusive, la p.a. “deve prima pronunciarsi su detta domanda e solo all'esito negativo dell'esame della medesima può applicare le sanzioni previste per l'abuso edilizio -imponendo il principio di economicità e coerenza dell'azione amministrativa che si impedisca di previamente sanzionare ciò che potrebbe essere successivamente sanato- con la conseguenza che, in caso di concessione della sanatoria, l'abuso viene meno e, in caso di diniego del richiesto accertamento di conformità, l'amministrazione deve emettere una nuova ordinanza di demolizione con fissazione di nuovi termini per ottemperarvi; pertanto, la presentata richiesta di permesso di costruire in sanatoria, ove pure incidesse solo su di una parte del manufatto, deve essere evasa prima dell'adozione del provvedimento repressivo”.
... per l'annullamento della determinazione dirigenziale n. 1128 del 25.07.2000, notificata il 07.12.2000, con la quale è stata disposta la demolizione d’ufficio di alcune strutture adibite a serre, in Roma, via Alfonsine.
...
Il ricorso deve essere accolto.
Rileva il Collegio che il provvedimento impugnato è stato notificato alla ricorrente soltanto dopo che essa aveva presentato istanza di accertamento di conformità ai sensi della l. n. 47/1985 (art. 13).
Vero è che, dal tenore del provvedimento impugnato, si evince che l’amministrazione ha fatto applicazione dell’art. 4, comma 2, della l. n. 47/1985, relativo alla demolizione d’ufficio di opere realizzate, senza concessione, su aree assoggettare a regime vincolistico.
Tuttavia, occorre anche ricordare che, all’epoca in cui si verte, era pacificamente ammessa in giurisprudenza anche l’autorizzazione paesaggistica postuma (oggi invece vietata dall’art. 146, comma 4, d.lgs. 22.01.2004, n. 42), che, nel caso di specie, la ricorrente ha richiesto in data 15.03.2001 (cfr. la documentazione in allegato al deposito del 01.10.2014).
Al riguardo, è poi giurisprudenza pacifica che, ove sia presentata una domanda di accertamento di conformità di opere abusive, la p.a. “deve prima pronunciarsi su detta domanda e solo all'esito negativo dell'esame della medesima può applicare le sanzioni previste per l'abuso edilizio -imponendo il principio di economicità e coerenza dell'azione amministrativa che si impedisca di previamente sanzionare ciò che potrebbe essere successivamente sanato- con la conseguenza che, in caso di concessione della sanatoria, l'abuso viene meno e, in caso di diniego del richiesto accertamento di conformità, l'amministrazione deve emettere una nuova ordinanza di demolizione con fissazione di nuovi termini per ottemperarvi; pertanto, la presentata richiesta di permesso di costruire in sanatoria, ove pure incidesse solo su di una parte del manufatto, deve essere evasa prima dell'adozione del provvedimento repressivo” (così da ultimo, TAR Bologna, sez. I, sentenza n. 838 del 23.12.2013; cfr. anche, TAR Piemonte, Sez. I, 06.03.2013 n. 282; TAR Campania, Napoli, Sez. VII, 30.05.2012 n. 2574).
Per quanto occorrer possa, sempre dal carteggio depositato in vista dell’udienza di discussione, è poi possibile rilevare che, relativamente al complesso di cui si verte, risulta tuttora pendente una domanda di condono edilizio, in quanto, sebbene l’amministrazione intimata abbia comunicato il preavviso di rigetto, ai sensi dell’art. 10–bis della l. n. 241/1990, essa non risulta ancora definita con un provvedimento espresso.
E’ pertanto evidente, che, soltanto all’esito di tale procedimento (se verrà confermata la valutazione espressa, in sede di preavviso), potrà essere irrogato un nuovo provvedimento sanzionatorio.
In definitiva, per quanto appena argomentato, il ricorso deve essere accolto (TAR Lazio-Roma, Sez. II-bis, sentenza 06.02.2015 n. 2264 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATADa demolire la camera da letto in terrazza.
La veranda in alluminio e lamiera adibita a camera da letto ed edificata abusivamente sulla terrazza di un palazzo a due passi da San Pietro reca un’offesa al decoro che può essere sanata solo dalla demolizione.

La Corte di Cassazione, Sez. II civile - con la sentenza 05.02.2015 n. 2109, conferma l’ordine di demolizione di una veranda che la proprietaria era decisa a mantenere, negando la disarmonia con l’edificio e giocandosi anche la carta della prescrizione: la stanza era stata costruita, nell’86 da un precedente proprietario.
Per i giudici però l’unica soluzione è il “piccone”. Una scelta quasi “dettata” dalla perizia.
Secondo il consulente il corpo di fabbrica nulla aveva a che fare con la composizione prevista dal progettista, era posto in maniera occasionale e incombeva sulla facciata principale. La grave lesione, desumibile già dalla tecnica di costruzione, risparmiava al giudice l’obbligo di trovare un accomodamento meno radicale della demolizione, come chiesto dalla proprietaria della camera “con vista”.
L’opera, spiegano i giudici, rientra nella nozione di intervento sulla porzione di piano di proprietà personale, perché riguarda un bene esclusivo, come quelli menzionati nell’articolo 1122 del Codice civile, che non può essere modificato in danno della cosa comune. E il danno va individuato in base all’articolo 1120 che indica gli interessi dei condomini che non possono essere lesi neppure con le innovazioni votate dalla maggioranza dell’assemblea: tra queste ci sono quelle che pregiudicano stabilità e decoro architettonico dell’edificio.
Un’indicazione recepita anche dal legislatore che, con la riforma del condominio, ha completato l’articolo 1122 recependo l’insegnamento espresso anche in questa occasione dalla giurisprudenza
 (articolo Il Sole 24 Ore del 06.02.2015).

EDILIZIA PRIVATA: La costruzione di un pergolato deve qualificarsi come mero arredo di uno spazio esterno, non comportante realizzazione di superfici utili o volumi; di conseguenza, in relazione al predetto intervento, è illegittimo un provvedimento di diniego di sanatoria adottato per contrasto con le distanze dai confini e dai fabbricati previsti dal regolamento edilizio, fattispecie –questa– ipotizzabile solo con riguardo a strutture idonee a creare nuovi volumi.
Peraltro, anche a voler classificare il manufatto de quo in termini non già di pergolato, bensì di pensilina/tettoia, il risultato non cambierebbe sostanzialmente.
Ed invero, come desumibile dalla documentazione grafica e fotografica depositata in giudizio da entrambe le parti, esso si presenta aperto su almeno due lati tra loro non contigui, così da escludere gli estremi del volume edilizio computabile ai fini delle distanze legali.

7. A tale ultimo proposito, occorre rimarcare che la costruzione di un pergolato deve qualificarsi come mero arredo di uno spazio esterno, non comportante realizzazione di superfici utili o volumi; di conseguenza, in relazione al predetto intervento, è illegittimo un provvedimento di diniego di sanatoria adottato per contrasto con le distanze dai confini e dai fabbricati previsti dal regolamento edilizio, fattispecie –questa– ipotizzabile solo con riguardo a strutture idonee a creare nuovi volumi (cfr. Cons. Stato, sez. V, 07.11.2005, n. 6193).
E che si tratti, nel caso in esame, di un pergolato –a dispetto del revirement compiuto in via difensiva da parte resistente, con inammissibile motivazione postuma (sul punto, cfr., ex multis, Cons. Stato, sez. III, 28.03.2014, n. 1500; 30.04.2014, n. 2247; sez. IV, 26.08.2014, n. 4303; TAR Sicilia, Catania, sez. IV, 05.04.2013, n. 989; TAR Puglia, Lecce, sez. I, 21.06.2013, 1461; 12.12.2013, n. 2455; 24.06.2014, n. 1563; TAR Friuli Venezia Giulia, Trieste, 10.12.2013, n. 647; TAR Marche, Ancona, 25.02.2014, n. 282; 09.05.2014, n. 510; TAR Calabria, Catanzaro, sez. II, 01.04.2014, n. 519; TAR Campania, Napoli, sez. I, 09.04.2014, n. 2027; TAR Piemonte, Torino, sez. I, 05.05.2014, n. 748; 05.11.2014, n. 1676; TAR Basilicata, Potenza, 26.08.2014, n. 560)– è espressamente riconosciuto dallo stesso Comune di San Marcellino, il quale lo qualifica, appunto, espressamente come tale in sede di adozione dell’impugnata ordinanza del 10.02.2014, prot. n. 870.
8. Peraltro, anche a voler classificare il manufatto de quo in termini non già di pergolato, bensì di pensilina/tettoia, il risultato non cambierebbe sostanzialmente.
Ed invero, come desumibile dalla documentazione grafica e fotografica depositata in giudizio da entrambe le parti, esso si presenta aperto su almeno due lati tra loro non contigui, così da escludere gli estremi del volume edilizio computabile ai fini delle distanze legali (cfr. TAR Campania, Napoli, sez. VIII, 07.02.2013, n. 789).
Ciò posto, queste ultime non possono reputarsi, nella specie, violate, tenuto conto che l’amministrazione comunale non richiama disposizioni urbanistico-edilizie locali che, ai fini del computo delle distanze legali, considerino rilevanti opere (pergolati, tettoie o pensiline aperte su almeno due lati non adiacenti) come quella realizzata dalla Ellebi Costruzioni Generali, ma si limita ad evocare, in termini inconferenti, l’art. 907 cod. civ., in materia di distanze dalle vedute (e non già tra fabbricati ovvero dai confini) (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 05.02.2015 n. 908 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl concetto di asservimento urbanistico per esaurimento della capacità edificatoria opera obiettivamente ed è opponibile anche al terzo acquirente pur in assenza di trascrizione del vincolo nei registri immobiliari.
Esso consegue di diritto per il solo effetto del rilascio di legittime concessioni edilizie che determina l’esaurimento della capacità edificatoria stabilita dallo strumento urbanistico.
Si tratta di un asservimento giuridico oggettivo tipico del regime conformativo dei suoli, sicché la mancata indicazione di tale effetto nella concessione edilizia o della relativa trascrizione della stessa come di un atto di cessione (pur aventi la valenza giuridica di determinare e pubblicizzare l’asservimento) non possono contrastare l’asservimento urbanistico che si determina in ragione dell’esaurimento della volumetria disponibile, ignorato dalla concessione o dall’atto di cessione.

Le censure impongono per chiarezza alcune brevi premesse generali muovendo dalla tesi per cui gli asservimenti opponibili ai terzi sarebbero solo quelli derivanti da atti di consenso.
Anzitutto, diversamente da quanto affermato dal TAR, va ribadito che il concetto di asservimento urbanistico per esaurimento della capacità edificatoria opera obiettivamente ed è opponibile anche al terzo acquirente pur in assenza di trascrizione del vincolo nei registri immobiliari (v. Cons. di Stato, sez. V, n. 387/1998); esso consegue di diritto per il solo effetto del rilascio di legittime concessioni edilizie che determina l’esaurimento della capacità edificatoria stabilita dallo strumento urbanistico. Si tratta di un asservimento giuridico oggettivo tipico del regime conformativo dei suoli, sicché la mancata indicazione di tale effetto nella concessione edilizia o della relativa trascrizione della stessa come di un atto di cessione (pur aventi la valenza giuridica di determinare e pubblicizzare l’asservimento) non possono contrastare l’asservimento urbanistico che si determina in ragione dell’esaurimento della volumetria disponibile, ignorato dalla concessione o dall’atto di cessione.
Per tali ragioni appare inconferente anzitutto il richiamo (da parte del TAR come da parte appellante) all’art. 19 della legge pugliese n. 10/2003 che delinea unicamente l’obbligo procedimentale “astratto” per cui al momento del rilascio della concessione questa sia corredata da un atto di asservimento, e quindi non esclude affatto che, pur in violazione di tale prescrizione, l’asservimento possa ugualmente prodursi per effetto di legittimi atti di concessione o cessione, pur non corredati da specifico atto di asservimento e relativa trascrizione.
Analogo ragionamento vale rispetto al certificato di destinazione urbanistica, allorché questo si limiti a dichiarare il regime dell’area risultante dalle disposizioni urbanistiche vigenti (o dagli strumenti anche convenzionali) senza precisare gli asservimenti prodotti dalle concessioni edilizie pregresse, e ancor più per le risultanze catastali che non costituiscono fonte giuridica di alcun tipo di regime edilizio.
Ancor meno, infine, preclude l’asservimento automatico il fatto che la trascrizione sia prevista da una normativa recata da una Circolare ministeriale
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 05.02.2015 n. 562 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In materia edilizia l’annullamento d’ufficio risponde oggettivamente al pubblico interesse di ripristinare la legalità urbanistico-edilizia.
Il gravame ripropone inoltre il vizio (che sembra in effetti non esaminato dal primo giudice) di violazione dei principi dell’autotutela in materia edilizia, in quanto l’annullamento di un permesso di costruire non può essere decretato al solo fine di ripristinare la legalità violata, ma deve essere assistito da uno specifico interesse pubblico attuale e concreto alla rimozione del titolo edilizio.
Anche questa tesi, non può trovare accoglimento, poiché in materia edilizia l’annullamento d’ufficio risponde oggettivamente al pubblico interesse di ripristinare la legalità urbanistico-edilizia (v. Cons. di Stato, sez. V, n. 4892/2011)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 05.02.2015 n. 562 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI SERVIZIE' legittimo il ricorso all'istituto della ordinanza contingibile ed urgente per la prosecuzione del servizio in essere di igiene urbana (nelle more dell'avvio del servizio da parte del nuovo soggetto gestore) in quanto la situazione di pericolo per la salute pubblica e l'ambiente connessa alla gestione dei rifiuti, non fronteggiabile adeguatamente con le ordinarie misure, legittima il Sindaco all'esercizio dei poteri extra ordinem riconosciutigli dall'ordinamento giuridico (art. 50 del d.lgs. 18.08.2000 n. 267).
Del resto, secondo un orientamento giurisprudenziale pienamente condiviso dal collegio, le ordinanze sindacali contingibili ed urgenti prescindono dall'imputabilità all'Amministrazione o a terzi ovvero a fatti naturali delle cause che hanno generato la situazione di pericolo: pertanto, di fronte all'urgenza di provvedere, non rileva affatto chi o cosa abbia determinato la situazione di pericolo che il provvedimento è rivolto a rimuovere.

... per l'annullamento dell'ordinanza contingibile e urgente n. 6 del 27.02.2013 con la quale il Sindaco del Comune di Fasano ha ordinato alla società Monteco srl di "la prosecuzione, per la durata di 53 giorni, decorrenti dal 01.03.2013 fino al 22.04.2013 della gestione del servizio di igiene urbana agli stessi patti e condizioni previsti negli atti negoziali vigenti, nelle more dell'avvio del servizio da parte del nuovo soggetto gestore", di ogni altro atto a questo presupposto, connesso e/o consequenziale
...   
In primo luogo, non può essere condivisa la tesi della ricorrente laddove viene dedotta la illegittimità dell’ordinanza impugnata per insussistenza dei presupposti di eccezionalità e urgenza.
Deve infatti ritenersi non illegittimo il ricorso all'istituto della ordinanza contingibile ed urgente per lo svolgimento del servizio in essere, in quanto la situazione di pericolo per la salute pubblica e l'ambiente connessa alla gestione dei rifiuti, non fronteggiabile adeguatamente con le ordinarie misure, legittimava comunque il Sindaco all'esercizio dei poteri extra ordinem riconosciutigli dall'ordinamento giuridico (art. 50 del d.lgs. 18.08.2000 n. 267).
Del resto, secondo un orientamento giurisprudenziale pienamente condiviso dal collegio, le ordinanze sindacali contingibili ed urgenti prescindono dall'imputabilità all'Amministrazione o a terzi ovvero a fatti naturali delle cause che hanno generato la situazione di pericolo: pertanto, di fronte all'urgenza di provvedere, non rileva affatto chi o cosa abbia determinato la situazione di pericolo che il provvedimento è rivolto a rimuovere (Consiglio di Stato, Sez. V, del 09.11.1998 n. 1585; Tar Campania Napoli, Sez. I, 27.03.2000 n. 813) (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 05.02.2015 n. 486 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

PATRIMONIO - VARIPer la configurabilità del possesso “ad usucapionem”, è necessaria la sussistenza di un comportamento continuo, e non interrotto, inteso ad esercitare sulla cosa, per tutto il tempo all’uopo previsto dalla legge, un potere corrispondente a quello del proprietario o del titolare di uno “ius in re aliena”, un potere di fatto, corrispondente al diritto reale posseduto, manifestato con il compimento puntuale di atti di possesso conformi alla qualità e alla destinazione della cosa e tali da rilevare, anche esternamente, una indiscussa e piena signoria sulla cosa stessa contrapposta all’inerzia del titolare del diritto.
La causa è stata rimessa alla camera di consiglio sulla scorta della seguente relazione: 5132/2014 H./Comune Bolzano lì consigliere delegato osserva:
La corte di appello di Trento, sezione di Bolzano ha respinto la domanda di usucapione dei sigg. H.h e quella del Comune per il pagamento di un canone di occupazione, ritenendo non provato, per quanto ancora interessa, un possesso ad usucapionem.
L’odierno ricorso con unico motivo lamenta la violazione dell’art. 1158 cc ma la censura è infondata.
Per la configurabilità del possesso “ad usucapionem”, è necessaria la sussistenza di un comportamento continuo, e non interrotto, inteso ad esercitare sulla cosa, per tutto il tempo all’uopo previsto dalla legge, un potere corrispondente a quello del proprietario o del titolare di uno “ius in re aliena” (“ex plurimis” Cass. 09.08.2001 n. 11000), un potere di fatto, corrispondente al diritto reale posseduto, manifestato con il compimento puntuale di atti di possesso conformi alla qualità e alla destinazione della cosa e tali da rilevare, anche esternamente, una indiscussa e piena signoria sulla cosa stessa contrapposta all’inerzia del titolare del diritto (Cass. 11.05.1996 n. 4436. Cass. I 03.12.1994 n. 10652).
Né è denunciabile, in sede di legittimità, l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alla validità degli eventi dedotti dalla parte, al fine di accertare se, nella concreta fattispecie, ricorrano o meno gli estremi di un possesso legittimo. idoneo a condurre all’usucapione (Cass. 01.08.1980 n. 4903, Cass. 05.10.1978 n. 4454), ove, come nel caso, sia congruamente logica e giuridicamente corretta.
Alla cassazione della sentenza si può giungere solo quando la motivazione sia incompleta, incoerente ed illogica e non quando il giudice del merito abbia valutato i fatti in modo difforme dalle aspettative e dalle deduzioni di parte (Cass. 14 febbraio 2003 n. 2222).
Il ricorso tenta una rilettura delle emergenze processuali senza intaccare la ratio decidendi della decisione impugnata (Corte di Cassazione, Sez. VI, ordinanza 04.02.2015 n. 2043 - tratto da e link a http://renatodisa.com).

APPALTI: Per comune intendimento, la previsione di una procedura negoziata, senza una pubblicazione del bando di gara, per fattispecie eccezionali che consentono la deroga all’obbligo delle Amministrazioni di scegliere il contraente mediante il confronto concorrenziale (art. 57 d.lgs. 163/2006), presuppone, in termini generali, una scelta ed un giudizio della p.a. che va controllato con rigore nella individuazione dei presupposti giustificativi, da interpretarsi restrittivamente, dal giudice amministrativo tenuto ad assicurare una tutela piena ed effettiva secondo i principi della costituzione e del diritto europeo ex art. 1 c.p.a..
Per tal via, il ricorso alla procedura de qua deve ritenersi illegittimo le quante volte difetti (avuto concreto e specifico riguardo alla fattispecie oggetto di controversia) il presupposto dell’estrema urgenza richiesto dall’art. 57, 2º comma, lett. c), d.lgs. n. 163/2006; la disposizione è, infatti, rigorosa nell’ammettere il ricorso a tale modulo, richiedendo congiuntamente che l’estrema urgenza sia imprevedibile, non imputabile alla stazione appaltante e che la deroga alla pubblicità ed alla massima concorsualità sia attuata nella misura strettamente necessaria.

Ciò posto, osserva il Collegio come, per comune intendimento, la previsione di una procedura negoziata, senza una pubblicazione del bando di gara, per fattispecie eccezionali che consentono la deroga all’obbligo delle Amministrazioni di scegliere il contraente mediante il confronto concorrenziale (art. 57 d.lgs. 163/2006), presuppone, in termini generali, una scelta ed un giudizio della p.a. che va controllato con rigore nella individuazione dei presupposti giustificativi, da interpretarsi restrittivamente, dal giudice amministrativo tenuto ad assicurare una tutela piena ed effettiva secondo i principi della costituzione e del diritto europeo ex art. 1 c.p.a. (cfr. Cons. Stato, sez. III, 08.01.2013, n. 26).
Per tal via, il ricorso alla procedura de qua deve ritenersi illegittimo le quante volte difetti (avuto concreto e specifico riguardo alla fattispecie oggetto di controversia) il presupposto dell’estrema urgenza richiesto dall’art. 57, 2º comma, lett. c), d.lgs. n. 163/2006; la disposizione è, infatti, rigorosa nell’ammettere il ricorso a tale modulo, richiedendo congiuntamente che l’estrema urgenza sia imprevedibile, non imputabile alla stazione appaltante e che la deroga alla pubblicità ed alla massima concorsualità sia attuata nella misura strettamente necessaria (cfr. Cons. Stato, sez. V, 18.04.2012, n. 2222) (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 04.02.2015 n. 250 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI SERVIZI: Legittimi gli affidamenti in house a società non totalmente pubbliche. Il Cds apre all'affidamento senza gara ai privati. Purché non abbiano potere di veto.
Legittimo l'affidamento in house di un contratto senza gara, anche se la società affidataria detiene partecipazioni di soci privati e quindi non è al 100% pubblica; la nuova direttiva appalti pubblici, ancorché non recepita ma già applicabile, consente di superare il vincolo dell'integrale proprietà pubblica, aprendo all'ingresso dei privati a condizione che essi non controllino la società o abbiano poteri di veto.

È quanto afferma il Consiglio di Stato nel parere 30.01.2015 n. 298 della II Sez. presieduta dall'ex presidente dell'Avcp, Sergio Santoro.
La vicenda sulla quale la sezione consultiva si è espressa riguardava un affidamento diretto di servizi informatici da parte del Ministero per la ricerca e l'università ad un consorzio interuniversitario partecipato da due enti di ricerca pubblici e da 69 università fra cui due private, la Bocconi e lo Iulm per il 2% del capitale.
Il rilievo del parere risiede nel fatto che il Consiglio di stato dà il via libera all'affidamento in house appoggiandosi alla nuova direttiva appalti pubblici 24/2014/Ue che dovrà essere recepita entro il 18.04.2016. In precedenza sia l'Autorità anticorruzione, sia l'Autorità garante delle concorrenza e del mercato con propri pareri avevano bocciato l'affidamento, a differenza del ministero dell'economia e delle finanze. Il Consiglio di stato, invece, supera le obiezioni delle autorità indipendenti, compresa quella per cui l'esercizio di attività di impresa e la possibilità di detenere partecipazioni in altre società sarebbero elementi ostativi alla configurazione di un legittimo rapporto in house.
La motivazione principale addotta dal Consiglio di stato è che nelle nuove direttive sugli appalti pubblici (ancorché non ancora recepite, ma formalmente già applicabili nelle parti «precise e incondizionate») l'istituto dell'in house è delineato in maniera molto più flessibile che in precedenza. L'articolo 12 della direttiva 24/2014 infatti prevede sempre il «controllo analogo» e l'obbligo per la società affidataria di fatturare almeno l'80% a favore dell'ente controllante (elementi accertati nel caso specifico), ma aggiunge un elemento, prima non previsto: che la partecipazione privata «non comporti controllo o potere di veto prescritta da disposizioni legislative nazionali» e che «non eserciti una influenza dominante sulla persona giuridica controllata».
Per i giudici della sezione consultiva il consorzio non è soggetto ad alcun condizionamento privato (e quindi rimane controllato dall'ente pubblico) perché è «stabilmente partecipato al 98% da pubbliche amministrazioni e solo in minima parte da persone giuridiche private». Non appare però evidente quale sia la norma di legge nazionale che ammetta la partecipazione di soggetti privati al capitale di una società in house, particolare forse trascurato dalla pronuncia.
Il Consiglio di stato precisa però che nei contratti che il Consorzio eventualmente affiderà a terzi, l'obbligo di applicare le regole di evidenza pubblica non può essere superato: «Tutte le attività che il consorzio non intende svolgere direttamente con le proprie strutture, debbono essere affidate all'esterno attraverso procedimenti di evidenza pubblica» (articolo ItaliaOggi del 04.02.2015).

COMPETENZE PROGETTUALIL'informatica agli ingegneri. Sentenza Tar Umbria sulle competenze.
Gli ingegneri abilitati al settore dell'informazione sono competenti nei sistemi informatici. E la loro esclusione a bandi specifici in materia «appare del tutto illogica».

Il TAR dell'Umbria conclude così la sentenza 29.01.2015 n. 57, sul ricorso proposto dall'ordine degli ingegneri di Perugia e da un iscritto, per l'annullamento di un bando della regione relativo a un incarico di «collaborazione coordinata e continuativa a supporto del servizio sistema informativo regionale per le attività connesse all'attuazione del piano telematico 2011-2013» riservato solo ai laureati in Giurisprudenza e Scienze Politiche.
Requisiti che avevano escluso il professionista in questione che davanti ai giudici del tribunale amministrativo aveva contestato l'illegittimità dell'avviso pubblico e del conseguente provvedimento di esclusione nella parte in cui era richiesta per l'ammissione il diploma di laurea in giurisprudenza o scienze politiche o titoli equipollenti.
L'incarico nello specifico consisteva nel supporto tecnico-specialistico e nello svolgimento di attività di studio, ricerca e comunicazione nell'ambito della rete regionale di cablaggio a banda larga e del passaggio del segnale radiotelevisivo dal sistema analogico a quello digitale terrestre. Tutti compiti per i quali, dice il Tar regionale, la scelta di titoli richiesti appare «del tutto illogica e contraddittoria (_) dal momento che le attività sopra descritte di ricerca sperimentazione e progettazione, risultano tipiche dell'ingegneria dell'informazione di cui al dpr 328/01 e invero estranee al patrimonio culturale dei laureati in giurisprudenza o in scienze politiche».
Non solo, perché ai giudici del tribunale non piacciono troppo neppure le argomentazioni avanzate dalla regione visto che in assenza di una fonte normativa che stabilisca «autoritativamente il titolo di studio necessario» per la copertura di un determinato posto o all'affidamento di un determinato incarico, va esercitata «la discrezionalità nell'individuazione dei requisiti», tenendo conto della «professionalità e della preparazione culturale richieste per il posto da ricoprire o l'incarico da affidare» (articolo ItaliaOggi del 04.02.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

ATTI AMMINISTRATIVIIn caso di provvedimento basato su una motivazione plurima, accertata la legittimità anche solo di uno dei motivi posti a fondamento del medesimo, è superfluo l'esame della fondatezza delle censure dedotte dai destinatari dell'atto, avverso gli ulteriori motivi addotti a supporto del provvedimento impugnato, poiché esso non può essere annullato qualora anche uno solo dei motivi posti a suo fondamento fornisca autonomamente la legittima e congrua giustificazione della determinazione adottata.
Per giurisprudenza pacifica da cui il Collegio non ha ragione per discostarsi, in caso di provvedimento basato su una motivazione plurima, accertata la legittimità anche solo di uno dei motivi posti a fondamento del medesimo, è superfluo l'esame della fondatezza delle censure dedotte dai destinatari dell'atto, avverso gli ulteriori motivi addotti a supporto del provvedimento impugnato, poiché esso non può essere annullato qualora anche uno solo dei motivi posti a suo fondamento fornisca autonomamente la legittima e congrua giustificazione della determinazione adottata (ex multis TAR Umbria 26.06.2014, n. 357; TAR Lombardia-Milano sez. IV, 12.11.2013, n. 2511; TAR Toscana sez. II, 13.10.2010, n. 6457; Consiglio di Stato sez. V, 10.03.2009, n. 1383; TAR Friuli Venezia Giulia, 11.02.2010, n. 101) (TAR Umbria,
sentenza 29.01.2015 n. 57 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Una volta accertata la legittimità dell'avvenuta esclusione di un concorrente da selezione pubblica indetta dalla Pubblica Amministrazione, il soggetto definitivamente escluso -al pari di soggetto che non ha presentato domanda di partecipazione- non può più considerarsi legittimato, per evidente sopravvenuto difetto di interesse e di posizione differenziata, a contestare gli atti del procedimento.
Inoltre, per giurisprudenza altrettanto pacifica, una volta accertata la legittimità dell'avvenuta esclusione di un concorrente da selezione pubblica indetta dalla Pubblica Amministrazione, il soggetto definitivamente escluso -al pari di soggetto che non ha presentato domanda di partecipazione- non può più considerarsi legittimato, per evidente sopravvenuto difetto di interesse e di posizione differenziata, a contestare gli atti del procedimento (per le gare d’appalto Consiglio di Stato Adunanza Plenaria 07.04.2011 n. 4; TAR Basilicata 20.09.2012, n. 431) (TAR Umbria,
sentenza 29.01.2015 n. 57 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: La responsabilità della pubblica amministrazione da attività provvedimentale illegittima ha natura extracontrattuale, con la conseguenza che il diritto al risarcimento è soggetto al termine di prescrizione quinquennale di cui all’art. 2947 cod. civ.
Tale termine comincia a decorrere non già dall'annullamento dell'atto amministrativo (con sentenza di annullamento esecutiva o, secondo altra tesi, passata in giudicato), bensì dalla data di perfezionamento dell'illecito, ossia dalla data di adozione dell'atto illegittimo, come si ricava dal citato art. 2947.

... per la condanna dell’amministrazione intimata al risarcimento dei danni derivanti dall’adozione dell'ordinanza 07/08/1995 n. 2578 con cui il Sindaco di Arbus ha ingiunto la cessazione dell’attività svolta dal ricorrente.
...
L’eccezione è fondata.
Occorre premettere che la responsabilità della pubblica amministrazione da attività provvedimentale illegittima, ha natura extracontrattuale, con la conseguenza che il diritto al risarcimento è soggetto al termine di prescrizione quinquennale di cui all’art. 2947 cod. civ.
Tale termine comincia a decorrere non già dall'annullamento dell'atto amministrativo (con sentenza di annullamento esecutiva o, secondo altra tesi, passata in giudicato), bensì dalla data di perfezionamento dell'illecito, ossia dalla data di adozione dell'atto illegittimo, come si ricava dal citato art. 2947 (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 27/08/2014 n. 4367; Sez. VI, 21/05/2014 n. 2610).
La contraria opinione era il logico portato della c.d. pregiudiziale amministrativa, in base alla quale l'annullamento dell'atto amministrativo costituiva un requisito di ammissibilità della domanda risarcitoria e, dunque, costituiva un impedimento giuridico, rilevante ai sensi dell’art. 2935 cod. civ., ai fini del decorso della prescrizione.
Tuttavia, di null'altro si trattava che di una costruzione teorica, non condivisa dal giudice di legittimità (tra le altre Cass. Civ., SS. UU., ord. 13/06/2006, n. 13569 e n. 13660) e in seguito ripudiata anche da quello amministrativo (Cons. Stato, A. P. 23/03/2011, n. 3).
In definitiva, dunque, non costituendo l'esistenza dell'atto amministrativo un ostacolo all'esercizio dell'azione risarcitoria, la prescrizione del relativo diritto inizia a decorrere dal giorno di emanazione del provvedimento lesivo.
Quest’ultimo, nel caso di specie, è stato adottato il 07/08/1995, da tale data, quindi, iniziava a decorrere il termine di prescrizione per esercitare l’azione aquiliana
(TAR Sardegna, Sez. II, sentenza 28.01.2015 n. 244 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sulla traslazione del sedime di un fabbricato.
Nell'ambito dell'intervento di ampliamento di un edificio esistente, previa demolizione dello stesso,
l'UTC prende atto (dagli elaborati grafici presentati dal progettista) che il fabbricato esistente presenta un sedime parzialmente traslato rispetto a quanto autorizzato nella precedente concessione edilizia del 1958.
Ebbene, la difformità extrasedime, frutto di una rilevante traslazione dell’edificio con aumento di volume e superficie, non può che essere qualificata come “nuova costruzione”, e non certo come ristrutturazione leggera, implicando una variazione sostanziale della concessione originaria assentita nel 1958 e n. 691.
Sul punto è possibile richiamare un recente orientamento giurisprudenziale che, seppur sulla base di una fattispecie parzialmente differente, ha avuto modo di confermare che ”un intervento edilizio, anche se assentito ai sensi dell'art. 6, L.R. Liguria n. 49 del 2009 (cd. Piano casa), consistente nella demolizione e successiva ricostruzione con diversa sagoma e diversa volumetria, integra gli estremi della nuova costruzione e non della ristrutturazione mediante demolizione e successiva ricostruzione, e ciò a prescindere dall'espressa qualificazione normativa in termini di sostituzione edilizia”.
Costituisce, peraltro, orientamento consolidato quello in base al quale si è sancito che “l'art. 10 D.P.R. 06.06.2001, n. 380 (T.U. Edilizia) prevede che sono subordinati al rilascio del permesso di costruire, tra l'altro, gli interventi di nuova costruzione, nonché quelli di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, dei prospetti o delle superfici. L'art. 31 dello stesso decreto dispone che l'ordinanza di demolizione deve essere adottata nel caso di interventi eseguiti in assenza di permesso di costruire, in totale difformità dal titolo o con variazioni essenziali”.

... per l'annullamento del provvedimento prot. n. 2011/209598, a firma del Dirigente della Direzione Sviluppo del Territorio ed Edilizia, del Comune di Venezia, del 18.05.2011, notificato al ricorrente in data 25.05.2011, avente ad oggetto "Ordinanza di pagamento della sanzione pecuniaria prescritta dall'art. 36 del D.P.R. 380/2001 e s.m.i. conseguente al rilascio del permesso in sanatoria n. 2010/512145, domanda presentata il 26/11/2010".
...
FATTO
Il Sig. S.V. con il proponimento del presente ricorso ha impugnato il provvedimento prot. n. 2011/209598 con il quale il Comune di Venezia ha ingiunto il pagamento della sanzione pecuniaria prescritta dall’art. 36 del Dpr n. 380/2001 conseguente al rilascio del permesso in sanatoria n. 2010/512145.
A tal fine lo stesso ricorrente ha precisato di essere proprietario di un immobile ad uso residenziale in Favaro Veneto realizzato a seguito del rilascio della licenza edilizia n. 1958/691.
In relazione a detto immobile il Sig. S. presentava una richiesta di sanatoria che, così come poi modificata nel corso di un’istruttoria, comportava un ampliamento ai sensi della L. n. 14/2009 contestualmente alla demolizione dell’esistente fabbricato.
Lo stesso ricorrente presentava una relazione illustrativa nella quale veniva evidenziato come il fabbricato esistente presentava un sedime parzialmente traslato rispetto a quanto autorizzato nella precedente concessione edilizia del 1958.
Terminata l’istruttoria da parte del Comune venivano emessi due distinti provvedimenti: il primo era relativo all’ordinanza PG 2011/20965 del 18/05/2011 con la quale veniva ingiunta la demolizione delle opere consistenti (così come verificato nel verbale PG 2011-35659) nella “1. traslazione del sedime..; 2. Diversa configurazione in pianta. Modifica delle dimensioni esterne e conseguente incremento della superficie utile di pavimento e del volume; 3. modifiche formo metriche, prospettiche, al distributivo interno, alla dimensione e alla destinazione dei singoli locali; 4. Riduzione dell’altezza urbanistica”.
Nello stesso provvedimento si dava atto dell’accoglimento della domanda di sanatoria n. 2010/512145 del 26/11/2010, sanatoria che riguardava “esclusivamente per parziale traslazione del fabbricato ad esclusione della traslazione del fabbricato per la parte sul lato nord”.
Veniva, altresì, emessa l’ordinanza PG 2011/209598 del 18/05/2011 con la quale, ai sensi dell’art. 36, comma 2, del Dpr 380/2001, veniva disposto il pagamento della somma pari a Euro 34.540,34 a titolo di sanzione pecuniaria conseguente al rilascio del permesso di costruire in sanatoria e riferito alle opere ritenute assentibili.
Il Sig. S. provvedeva ad impugnare l’ordinanza di pagamento della sanzione pecuniaria, unitamente agli atti presupposti di quest’ultima, sostenendo l’esistenza dei seguenti vizi: ...
...
DIRITTO
1. Il ricorso è infondato e va respinto in considerazione di quanto di seguito precisato.
1.1 Con la prima e la seconda censura il Sig. S. sostiene che l’Amministrazione comunale non avrebbe fornito una congrua motivazione in merito ai criteri applicati nei conteggi utilizzati per la determinazione delle sanzioni.
Si sostiene inoltre, che l’intervento non rientrerebbe nella nozione di “nuova costruzione”, bensì in quella di “ristrutturazione leggera”, nell’ambito del quale non è ammesso il pagamento dei contributi di costruzione.
1.2 Le doglianze sopra citate non sono condivisibili e vanno respinte.
Dalla documentazione in atti è possibile desumere l’esistenza di una interlocuzione costante tra l’Amministrazione comunale e la ricorrente, interlocuzione finalizzata al completamento dell’istruttoria tecnica e a definire, così, le opere e le superfici effettivamente sanabili.
1.3 In occasione della presentazione della DIA (di cui al prot. nr. PG 2010/5122145 del 26/11/2010) il Sig. S. aveva presentato anche una richiesta di sanatoria, finalizzata a procedere all’ampliamento dell’immobile ai sensi della L.reg. 14/2009.
In quella sede era stato lo stesso ricorrente a presentare degli elaborati grafici, unitamente ad una tabella di calcolo delle superfici e dei volumi extrasedime.
Detta documentazione era stata nuovamente presentata in conseguenza del mutamento, richiesto dallo stesso Sig. S. con nota del 20/12/2010, per trasformare il procedimento amministrativo in corso sulla DIA in quello attinente il rilascio di un permesso di costruire.
1.4 Si consideri, inoltre, che dalla relazione illustrativa del 21/01/2011 (documento n. 14 depositato dal Comune di Venezia) è possibile evincere come era stato lo stesso progettista del ricorrente a rilevare che la superficie extrasedime, oggetto di sanatoria, risultava pari a mq. 158,06 di superficie residenziale e a 114,39 mq di superficie non residenziale, superficie poi complessivamente quantificata in mq. 226,24.
1.5 Dalla nota P.G. 2011/4765, poi, è possibile desumere che il Comune di Venezia aveva chiesto allo stesso ricorrente di rivedere il progetto, stralciando dal calcolo delle superfici generanti l’ampliamento le parti non a norma con la distanza di confine, queste ultime soggette alla demolizione e precisate poi nell’ordinanza del 18/05/2011.
Va, in ultimo, evidenziato come il provvedimento che dispone il pagamento della sanzione pecuniaria differenzi, espressamente, le somme dovute a titolo di contributo di costruzione, in quanto distinte tra oneri di urbanizzazione primaria, oneri di urbanizzazione secondaria e dal contributo per il costo costruzione.
1.6 Ne consegue come debba ritenersi insussistente il difetto di motivazione di cui si asserisce l’esistenza, risultando possibile desumere i dati riferiti al calcolo della sanzione e al contributo di costruzione dal complesso del’istruttoria sopra citata, peraltro posta in essere in stretta interlocuzione con il progettista della ricorrente.
2. E’, peraltro, altrettanto evidente che la difformità extrasedime, frutto di una rilevante traslazione dell’edificio con aumento di volume e superficie, non avrebbe potuto che essere qualificata come “nuova costruzione”, e non certo come ristrutturazione leggera, implicando una variazione sostanziale della concessione originaria assentita nel 1958 e n. 691.
2.1 Sul punto è possibile richiamare un recente orientamento giurisprudenziale (TAR Liguria Genova Sez. I, 04.11.2014, n. 1539) che, seppur sulla base di una fattispecie parzialmente differente, ha avuto modo di confermare che ”un intervento edilizio, anche se assentito ai sensi dell'art. 6, L.R. Liguria n. 49 del 2009 (cd. Piano casa), consistente nella demolizione e successiva ricostruzione con diversa sagoma e diversa volumetria, integra gli estremi della nuova costruzione e non della ristrutturazione mediante demolizione e successiva ricostruzione, e ciò a prescindere dall'espressa qualificazione normativa in termini di sostituzione edilizia”.
Costituisce, peraltro, orientamento consolidato (Cons. Stato Sez. VI, 31.07.2014, n. 4052) quello in base al quale si è sancito che “l'art. 10 D.P.R. 06.06.2001, n. 380 (T.U. Edilizia) prevede che sono subordinati al rilascio del permesso di costruire, tra l'altro, gli interventi di nuova costruzione, nonché quelli di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, dei prospetti o delle superfici. L'art. 31 dello stesso decreto dispone che l'ordinanza di demolizione deve essere adottata nel caso di interventi eseguiti in assenza di permesso di costruire, in totale difformità dal titolo o con variazioni essenziali (Conferma della sentenza del Tar Puglia, Lecce, 19.09.2012, n. 1556)”.
2.2 L’applicazione dei principi in materia di “nuova costruzione” non poteva che comportare il riferimento al permesso di costruire, obbligando a calcolare il contributo di costruzione, successivamente raddoppiato in applicazione di quanto previsto dall’art. 36, comma 2, del Dpr 380/2001.
Ne consegue l’infondatezza delle censure sul punto dedotte (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 26.01.2015 n. 53 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: Sul risarcimento del danno per ritardato rilascio della concessione edilizia.
Un costante orientamento giurisprudenziale ha affermato che “la regola della non risarcibilità dei danni evitabili con l'impugnazione del provvedimento e con la diligente utilizzazione degli altri strumenti dì tutela previsti dall'ordinamento, sancita dall'art. 30, comma 3, c.p.a,, è ricognitiva dei principi già contenuti nell'art. 1227, comma 2, c.c.: di conseguenza, l'omessa attivazione degli strumenti di tutela giurisdizionale costituisce, condotta valutabile alla stregua del canone di buonafede e del principio di solidarietà, ai fini dell'esclusione o della mitigazione del danno evitabile con la ordinaria diligenza, non più come preclusione di rito, ma come fatto da considerare in sede di merito ai fini del giudizio sulla sussistenza e consistenza del pregiudizio risarcibile”.
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Il semplice decorso dei termini di cui all’art. 20 del Dpr 380/2001 non può costituire di per sé il presupposto per affermare il venire in essere di un diritto al risarcimento del danno.
Costituisce principio consolidato in giurisprudenza quello in forza del quale si ritiene che non sia risarcibile il danno da ritardo "puro", quando quest’ultimo sia disancorato dalla dimostrazione giudiziale della meritevolezza dell’interesse pretensivo fatto valere.
Più di recente si è, infatti, affermato che ..” l’evoluzione giurisprudenziale ha chiarito che la richiesta di accertamento del danno da ritardo ovvero del danno derivante dalla tardiva emanazione di un provvedimento favorevole, se da un lato deve essere ricondotta al danno da lesione di interessi legittimi pretensivi, per l'ontologica natura delle posizioni fatte valere, dall'altro, in ossequio al principio dell'atipicità dell'illecito civile, costituisce una fattispecie sui generis, di natura del tutto specifica e peculiare, che deve essere ricondotta nell'alveo dell'art. 2043 c.c. per l'identificazione degli elementi costitutivi della responsabilità. Di conseguenza, l'ingiustizia e la sussistenza stessa del danno non possono, in linea di principio, presumersi iuris tantum, in meccanica ed esclusiva relazione al ritardo nell'adozione del provvedimento amministrativo favorevole, ma il danneggiato deve, ex art. 2697 c.c., provare tutti gli elementi costitutivi della relativa domanda”.
Ne consegue che, anche nella materia del risarcimento del danno da ritardo e nell’emanazione di un permesso di costruire, occorre verificare la sussistenza sia, dei presupposti di carattere oggettivo (prova del danno e del suo ammontare, ingiustizia dello stesso, nesso causale) sia, ancora, di quelli di carattere soggettivo (dolo o colpa del danneggiante), in quanto il mero "superamento" del termine fissato ex lege o per via regolamentare alla conclusione del procedimento costituisce indice oggettivo, ma in integra "piena prova del danno".

- per l'accertamento della illiceità o illegittimità del ritardo con il quale il Comune di Eraclea ha rilasciato alla ricorrente la concessione edilizia n. 205/99 del 23.04.2002 in variante alla concessione edilizia n. 225/94 del 07.08.1995 per la realizzazione di un immobile in Eraclea Mare e condanna del Comune stesso al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale derivante dal suddetto ritardo.
...
3. Così riassunte le argomentazioni delle parti va evidenziato, sin d’ora, come la documentazione in atti dimostra l’esistenza di una interlocuzione tra il Comune di Eraclea e l’Immobiliare Venezia Srl, circa la documentazione propedeutica all’emanazione del permesso di costruire.
Detta circostanza consente di ritenere che il decorso dei termini di cui all’art. 20 del Dpr 380/2001 non sia da imputare allo stesso Comune.
3.1 Sul punto è dirimente l’interpretazione della nota del 05/10/1999 con la quale il Comune di Eraclea ha inteso evidentemente riscontrare l’istanza di concessione in precedenza presentata.
In detta nota, pur nell’ambito di un contenuto non sempre intellegibile e chiaro, si affermava che la Commissione edilizia aveva espresso parere favorevole all’intervento in questione.
Nello stesso tempo si sanciva la necessità che venissero realizzate alcune opere pubbliche accessorie (es. il raccordo del marciapiede e l’illuminazione pubblica), opere che in quanto tali non avrebbero potuto che determinare l’insorgere di un ulteriore onere a carico del soggetto richiedente, diretto a presentare i relativi progetti a completamento dell’istanza in origine presentata.
3.2 Con le note del 05/04/2002, del 12/04/2002 e del 18/04/2002 la ricorrente ha, poi, depositato le tavole grafiche e le dichiarazioni di cui alla L. n. 13/1989 e L. n. 122/1989, rispettivamente dirette a consentire l’accesso ai soggetti disabili e il rispetto delle prescrizioni in materia di previsione di appositi spazi da destinare a parcheggi, dichiarazioni evidentemente essenziali ai fini dell’accoglimento del permesso di costruire.
3.3 Il deposito degli elaborati e delle dichiarazioni sopra citate dimostra, non solo l’esistenza di un’interlocuzione con la società istante circa la documentazione da presentare, ma conferma come la domanda di permesso di costruire non poteva considerarsi completa sino all’integrazione posta in essere, da ultimo, in data 18/04/2002.
4. A conferma dell’infondatezza delle istanze di risarcimento è utile evidenziare, inoltre, come alla fattispecie in esame sia applicabile quanto previsto dall’art. 1227 del codice civile nella parte in cui detta disposizione prevede la dimidiazione del diritto al risarcimento qualora il fatto colposo del creditore abbia concorso a cagionare il danno, consentendo comunque di escludere quest’ultimo laddove il creditore avrebbe potuto evitarlo usando l’ordinaria diligenza.
4.1 Nel caso di specie è dimostrato che la ricorrente aveva omesso di attivare quanto previsto dall’art. 20 del Dpr n. 380/2001 nell’ipotesi di mancata emanazione del permesso di costruire, in quanto non aveva inviato una formale richiesta di provvedere all’Amministrazione comunale e, nel contempo, non si era attivata per richiedere l’intervento sostitutivo disciplinato dalla stessa disposizione.
4.2 E’ del pari evidente che l’invio di una nota diretta a ottenere dei chiarimenti circa la documentazione mancante, successivamente alla comunicazione del Comune dell’Ottobre 1999, avrebbe consentito alla ricorrente di ottenere il rilascio del permesso di costruire in un periodo antecedente al 23/04/2002.
4.3 Sul punto va, peraltro, ricordato che un costante orientamento giurisprudenziale (Cons. Stato Sez. V, 09.10.2013, n. 4698) ha affermato che “la regola della non risarcibilità dei danni evitabili con l'impugnazione del provvedimento e con la diligente utilizzazione degli altri strumenti dì tutela previsti dall'ordinamento, sancita dall'art. 30, comma 3, c.p.a,, è ricognitiva dei principi già contenuti nell'art. 1227, comma 2, c.c.: di conseguenza, l'omessa attivazione degli strumenti di tutela giurisdizionale costituisce, condotta valutabile alla stregua del canone di buonafede e del principio di solidarietà, ai fini dell'esclusione o della mitigazione del danno evitabile con la ordinaria diligenza, non più come preclusione di rito, ma come fatto da considerare in sede di merito ai fini del giudizio sulla sussistenza e consistenza del pregiudizio risarcibile”.
5. Pur ritenendo le argomentazioni sopra ricordate sufficienti a respingere la domanda in questione va, comunque, evidenziato come la stessa sia priva della dimostrazione del venire in essere di un qualunque profilo di danno, patrimoniale e non patrimoniale, riconducibile al presunto ritardo nell’emanazione del permesso di costruire del 23/04/2002.
Va, infatti, evidenziato come non sia stata provata in giudizio l’esistenza di un nesso causale tra la vendita del terreno e il presunto ritardo del permesso di costruire, così come non risulto dimostrato il venire in essere di un danno all’immobilizzazione patrimoniale e, ciò, considerando come sia stato prodotto alcun atto che attesti il precedente valore del terreno.
5.1 Non è stato allegato, inoltre, alcun contratto di mutuo dal quale sia possibile desumere che quanto corrisposto a titolo di interessi sia effettivamente da ricondurre all’avvenuta disponibilità di una somma per procedere all’acquisto dell’immobile.
5.2 Si consideri, ancora, che dai bilanci allegati dalla società ricorrente non è possibile desumere che la voce delle perdite dedotte sia effettivamente da attribuire all’operazione di cui si controverte, così come va ritenuta del tutto aleatoria, sfornita com’è di un riscontro oggettivo, la determinazione del prezzo di vendita che la società Immobiliare Venezia Srl avrebbe ricavato dagli immobili una volta che questi ultimi sarebbero stati costruiti e venduti.
5.3 Anche le doglianze relative al presunto venire in essere di un danno all’immagine sono infondate in quanto, non solo non è stata provata l’effettiva esistenza di detto profilo di danno, ma non è stato dimostrato che il comportamento colposo dell’Amministrazione (laddove se ne ammettesse l’esistenza) sia stato suscettibile di cagionare un qualche pregiudizio alla ricorrente.
6. Sulla fattispecie in esame è dirimente constatare che il semplice decorso dei termini di cui all’art. 20 del Dpr 380/2001 non può costituire di per sé il presupposto per affermare il venire in essere di un diritto al risarcimento del danno.
6.1 Costituisce principio consolidato in giurisprudenza quello in forza del quale si ritiene che non sia risarcibile il danno da ritardo "puro", quando quest’ultimo sia disancorato dalla dimostrazione giudiziale della meritevolezza dell’interesse pretensivo fatto valere (si veda l'Adunanza Plenaria del 15.09.2005 n. 7).
Più di recente si è, infatti, affermato (si veda Consiglio di Stato, sez. IV, 04.05.2011, n. 2675, Consiglio di Stato Sezione V, 21.03.2011, n. 1739, Consiglio della Giustizia Amministrativa Sicilia, 07.03.2014, n. 108 e Consiglio di Stato Sez. IV, Sent., 07.03.2013, n. 1406) che ..” l’evoluzione giurisprudenziale ha chiarito che la richiesta di accertamento del danno da ritardo ovvero del danno derivante dalla tardiva emanazione di un provvedimento favorevole, se da un lato deve essere ricondotta al danno da lesione di interessi legittimi pretensivi, per l'ontologica natura delle posizioni fatte valere, dall'altro, in ossequio al principio dell'atipicità dell'illecito civile, costituisce una fattispecie sui generis, di natura del tutto specifica e peculiare, che deve essere ricondotta nell'alveo dell'art. 2043 c.c. per l'identificazione degli elementi costitutivi della responsabilità. Di conseguenza, l'ingiustizia e la sussistenza stessa del danno non possono, in linea di principio, presumersi iuris tantum, in meccanica ed esclusiva relazione al ritardo nell'adozione del provvedimento amministrativo favorevole, ma il danneggiato deve, ex art. 2697 c.c., provare tutti gli elementi costitutivi della relativa domanda”.
6.2 Ne consegue che, anche nella materia del risarcimento del danno da ritardo e nell’emanazione di un permesso di costruire, occorre verificare la sussistenza sia, dei presupposti di carattere oggettivo (prova del danno e del suo ammontare, ingiustizia dello stesso, nesso causale) sia, ancora, di quelli di carattere soggettivo (dolo o colpa del danneggiante), in quanto il mero "superamento" del termine fissato ex lege o per via regolamentare alla conclusione del procedimento costituisce indice oggettivo, ma in integra "piena prova del danno" (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 26.01.2015 n. 51 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

AMBIENTE-ECOLOGIA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 7 dell'11.02.2015, "Pubblicazione ai sensi dell’articolo 5 del regolamento regionale 21.01.2001, n. 1, dell’elenco dei tecnici competenti in acustica ambientale riconosciuti dalla Regione Lombardia alla data del 31.01.2015, in attuazione dell’articolo 2, commi 6 e 7, della legge 26.10.1995, n. 447 e della deliberazione di Giunta regionale 06.08.2012, n. IX/3935" (comunicato regionale 05.02.2015 n. 18).

APPALTI: G.U. 10.02.2015 n. 33 "Modalità operative per l’esercizio della funzione consultiva di cui alla legge 06.11.2012, n. 190 e decreti attuativi e, in materia di appalti pubblici, ai sensi dell’articolo 3, comma 3, del «Regolamento sull’esercizio della funzione di componimento delle controversie di cui all’articolo 6, comma 7, lettera n) del decreto legislativo 12.04.2006, n. 163»" (A.N.AC., provvedimento 14.01.2015).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, supplemento n. 6 del 05.02.2015, "Modifiche alla legge regionale 11.03.2005, n. 12 (Legge per il governo del territorio) – Principi per la pianificazione delle attrezzature per servizi religiosi" (L.R. 03.02.2015 n. 2).

INCENTIVO PROGETTAZIONE: G.U.R.S. 30.01.2015 n. 5 "Corresponsione incentivi ex art. 92, commi 5 e 6, del D.Leg.vo n. 163/2006. Disposizioni per il periodo transitorio" (Regione Sicilia, circolare 17.12.2014).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

EDILIZIA PRIVATA: M. Grisanti, L’obbligo di licenza edilizia prima della Legge n. 1150/1942 (nota a Cons. Stato, Sez. VI, 05.01.2015, n. 13 ed a TAR Liguria, Sez. I, 30.12.2014, n. 1975) (11.01.2015 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: M. Grisanti, Divieto di nuova edificazione e disciplina della distanza tra costruzioni in zona territoriale omogenea A del D.M. 02.04.1968, n. 1444 (nota a TRGA, Sez. BZ, 22.12.2014 n. 295) (10.01.2015 - link a www.lexambiente.it).

URBANISTICA: G. Rizzi, LA DISCIPLINA SULL’EDILIZIA RESIDENZIALE CONVENZIONATA DOPO IL DECRETO SULLO SVILUPPO 2011 (06.01.2015 - tratto da http://notairizzitrentin.it).
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Sommario:
1. Premessa; 2. La Convenzione “P.E.E.P.”; 3. La modifica delle convenzioni P.E.E.P. già stipulate; 3.1 La convenzione per la “trasformazione” del diritto di superficie in piena proprietà (art. 31, c.45, legge 448/1998); 3.2 La convenzione per la sostituzione della convenzione già stipulata (art. 31, c.46, legge 448/1998); 3.3 La convenzione per la rimozione dei vincoli relativi alla determinazione del prezzo e/o del canone di locazione (art. 31, c.49-bis, legge 448/1998); 3.4 La trasformazione del diritto di superficie in piena proprietà e la contestuale eliminazione degli altri vincoli discendenti dalla originaria convenzione P.E.E.P.; 4. Alienazione di alloggi realizzati su aree P.E.E.P.; 4.1 Alloggi acquisiti in proprietà; 4.2 Alloggi acquisiti in proprietà superficiaria; 5. La Convenzione “Bucalossi”; 6. L’applicabilità della disciplina del comma 49-ter alle convenzione P.E.E.P. in proprietà. 7. Le sanzioni per il caso di mancato rispetto dei vincoli relativi alla determinazione del prezzo massimo di vendita; 8. Ambito di operatività dei vincoli di determinazione del prezzo massimo di cessione (PRIMA del 13.07.2011); 9. Ambito di operatività dei vincoli di determinazione del prezzo massimo di cessione (DOPO il 13.07.2011).
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Il presente contributo deriva dall’unificazione e coordinamento dei seguenti due studi approvati dalla Commissione sudi civilistici del consiglio nazionale del Notariato:
- lo Studio 521-2011/C, approvato dalla Commissione Studi Civilistici il 20.10.2011: “La disciplina sull’edilizia residenziale convenzionata dopo il decreto sullo sviluppo 2011” (estensore Giovanni Rizzi) – Studi e Materiali – Giuffrè 2012 – pag. 63
- lo Studio 521-2011/C/integrazione, approvato dalla Commissione Studi Civilistici il 17.01.2013: “Ulteriori considerazioni in tema di edilizia residenziale convenzionata (ad integrazione dello studio n. 521-2011/C” – (estensore Giovanni Rizzi) – Studi e Materiali – Ipsoa 2013 – pag. 681

EDILIZIA PRIVATA: G. Rizzi, LA DISCIPLINA NAZIONALE DELLA CERTIFICAZIONE ENERGETICA - GUIDA OPERATIVA (06.01.2015 - tratto da http://notairizzitrentin.it).
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Nota: il presente studio costituisce la versione aggiornata, a seguito dell’entrata in vigore del D.L. 23.12.2013 n. 145, convertito, con modificazioni, con legge 21.02.2014 n. 9, del precedente studio 657-2013/C approvato dalla Commissione  Studi Pubblicistici il 19.09.2013:  “La certificazione energetica (dall’attestato di certificazione all’attestato di prestazione energetica” (pubblicato in CNN Notizie n. 191 del 25.10.2013)
Avvertenza: scopo del presente studio è fare il punto della situazione con riguardo alla legislazione nazionale in materia di certificazione energetica. Ovviamente la normativa nazionale dovrà essere coordinata ed integrata con la normativa emanata a livello regionale, se ed in quanto emanata e adeguata alla direttiva 2010/31/UE
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Sommario:
1. LA CERTIFICAZIONE ENERGETICA: NORMATIVA, SCOPI E FUNZIONI: 1.1. La normativa; 1.2. L’adeguamento normativo alla direttiva 2010/31/UE; 1.3. Il rilascio dell’attestato di prestazione energetica a partire dal 6 giugno 2013; 1.4. Scopi; 1.5. Funzioni; 1.6.1 Gli obblighi in materia di certificazione energetica;
2. L’OBBLIGO DI DOTAZIONE DELL’ATTESTATO DI PRESTAZIONE ENERGETICA: 2.1. I presupposti; 2.2. Gli edifici da dotare di certificazione energetica a prescindere da un loro trasferimento o locazione (cd. “presupposto oggettivo”); 2.3. Gli edifici da dotare di certificazione energetica in occasione del trasferimento e/o locazione (cd. “presupposto contrattuale”); 2.4. L’obbligo di dotazione per gli atti traslativi (dopo il D.L. 145/2013); 2.5. La locazione; 2.6. Il preliminare e le trattative contrattuali; 2.7. Il trasferimento e la locazione di immobile da costruire; 2.8. Esclusioni oggettive dall’obbligo di dotazione; 2.9. Gli immobili soggetti a vincolo culturale e paesaggistico;
3. L’OBBLIGO DI ALLEGAZIONE DELL’ATTESTATO DI PRESTAZIONE ENERGETICA: 3.1. La disciplina dopo il D.L. 145/2013; 3.2. L’obbligo di allegazione e l’obbligo di dotazione; 3.3. L’obbligo di allegazione e ruolo del Notaio; 3.4. L’allegazione dell’attestato di certificazione rilasciato prima del 6 giugno  2013; 3.5. Il riutilizzo di un attestato già allegato a precedente atto;
4. L’OBBLIGO DI CONSEGNA DELL’ATTESTATO DI PRESTAZIONE ENERGETICA: 4.1. Sussistenza di un autonomo obbligo di consegna;
5. L’OBBLIGO DI INFORMATIVA: 5.1. I presupposti; 5.2. La clausola;
6. GLI OBBLIGHI IN MATERIA DI CERTIFICAZIONE ENERGETICA CON RIGUARDO ALLE DIVERSE TIPOLOGIE DI ATTI: 6.1. Gli atti traslativi a titolo oneroso; 6.2. Gli atti traslativi a titolo gratuito; 6.3. Gli atti non traslativi; 6.4. I casi particolari; 6.5. Le locazioni; 6.6. Il ruolo del Notaio;
7. LE SANZIONI: 7.1. Le sanzioni per il caso di violazione dell’obbligo di dotazione; 7.2. Le sanzioni per il caso di violazione dell’obbligo di allegazione; 7.3. Le sanzioni per il caso di violazione dell’obbligo di consegna; 7.4. Le sanzioni per il caso di violazione dell’obbligo di dichiarazione di  ricevuta informativa; 7.5. La sanzione amministrativa “in luogo” della nullità; 7.6. Adempimenti successivi all’applicazione della sanzione pecuniaria;
8. LA VALIDITÀ TEMPORALE DELL’ATTESTATO DI PRESTAZIONE ENERGETICA: 8.1. Le condizioni di validità dell’attestato di prestazione energetica; 8.2. Certificazione energetica e libretti degli impianti; 8.3. Certificazione energetica e decadenza;
9. I SOGGETTI CERTIFICATORI: 9.1. I certificatori abilitati; 9.2. I requisiti di indipendenza e imparzialità; 9.3. La disciplina in tema di certificazione; 9.4 La disciplina regionale

AMBIENTE-ECOLOGIA: V. Paone, Confisca del veicolo utilizzato per il trasporto abusivo di rifiuti appartenente ad un terzo estraneo (nota a Cass. pen. n. 1665/2014) (Ambiente & sviluppo n. 12/2014 - link a www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: A. Mancini, Le norme per la tutela degli alberi monumentali (Bollettino di Legislazione Tecnica n. 12/2014).

QUESITI & PARERI

CONSIGLIERI COMUNALI: OSSERVATORIO VIMINALE/ Il poliziotto fa l'assessore. L'incompatibilità c'è solo per gli ufficiali. L'agente non è assimilabile al funzionario per cui sussiste la causa ostativa.
Sussiste una causa di ineleggibilità di cui all'art. 60, comma 1, n. 2, del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267, nei confronti di un assessore esterno di un comune, che riveste la qualifica di agente della polizia di stato in servizio presso un commissariato nella cui giurisdizione è ricompreso il territorio dell'ente?

Ai sensi dell'art. 47 del citato decreto legislativo n. 267/2000, gli assessori esterni devono presentare gli stessi requisiti di candidabilità, eleggibilità, e compatibilità previsti per i consiglieri comunali.
La norma de qua sancisce che non sono eleggibili alla carica di consiglieri comunali «nel territorio, nel quale esercitano le loro funzioni, i commissari di governo, i prefetti della repubblica, i viceprefetti e i funzionari di pubblica sicurezza».
I funzionari di pubblica sicurezza sono transitati nella carica dei funzionari della polizia di stato a seguito dell'entrata in vigore della legge 01.04.1981, n. 121 (cfr., in particolare, artt. 23, 36, e 96) e, secondo quanto previsto dall'art. 1 del decreto legislativo 05.10.2000, n. 334, la predetta carriera si articola nei ruoli dei commissari e dei dirigenti.
Pertanto, atteso che gli agenti della polizia di stato non sono funzionari, nel caso di specie, non è ravvisabile la prospettata situazione di ineleggibilità, anche in virtù della considerazione che le disposizione in materia di cause ostative all'assunzione e all'espletamento del mandato elettorale, costituendo un limite all'esercizio del diritto di elettorato passivo tutelato dall'art. 51 della Costituzione, sono di stretta interpretazione ed applicazione (cfr., ex multis, Corte costituzionale, sentenza 20.02.1997, n. 44; Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 22.12.2011, n. 28504; Id., sentenza 11.03.2005, n. 5449).
In tal senso, la giurisprudenza ha di recente precisato che, «come emerge dalla disamina complessiva della norma, i soggetti gravati dalla previsione di ineleggibilità appartengono tutti al rango degli ufficiali di grado superiore delle forze armate e dei funzionari, dirigenti e no, di polizia. Si tratta, cioè, di una categoria di fascia elevata (omissis) cui non può essere assimilato un sottufficiale subordinato» (cfr. Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 26.11.2010, n. 24021) (articolo ItaliaOggi del 06.02.2015).

CONSIGLIERI COMUNALI: OSSERVATORIO VIMINALE/ Indennità per gli assessori.
Ai sensi delle disposizioni introdotte dalla legge 7 aprile 2014, n. 56, che prevede per i comuni fino 3000 abitanti la presenza di due soli assessori, l'indennità da corrispondere agli stessi può essere parametrata a quella spettante al sindaco? Come deve essere quantificata l'indennità da corrispondere al vicesindaco?

Gli aspetti applicativi della legge 07.04.2014, n. 56 sono stati approfonditi con le circolari del 4 e del 24 aprile u.s. del dipartimento per gli affari interni e territoriali del ministero dell'interno.
Nelle citate circolari, nell'evidenziare che l'art. 1, comma 135, della legge n. 56/2014 ha modificato la composizione del numero dei componenti delle giunte e dei consigli comunali negli enti fino a 10.000 abitanti, viene precisato che la figura del vicesindaco dovrà essere individuata nell'ambito dei due assessori previsti dalla richiamata normativa, che avranno diritto a una indennità di carica parametrata a quella del sindaco.
All'assessore che sarà incaricato di sostituire il sindaco, spetterà, per il solo periodo in cui sarà designato a esercitare le funzioni vicarie, l'indennità di funzione pari a quella spettante al sindaco, nonché i permessi relativi di cui all'art. 79 del decreto legislativo n. 267/2000.
L'art. 5, comma 11, del decreto legge 31.05.2010, n. 78 dispone che chi è eletto o nominato in organi appartenenti a diversi livelli di governo non può comunque ricevere più di un emolumento, comunque denominato, a sua scelta.
Inoltre l'art. 136 della citata legge n. 56/2014 dispone, per i comuni interessati dalla disposizione di cui al comma 135, che gli stessi provvedano a rideterminare, con propri atti, gli oneri connessi con le attività in materia di status degli amministratori locali, fermo restando il principio dell'invarianza di spesa sancito dallo stesso art. 136 (articolo ItaliaOggi del 06.02.2015).

A.N.AC (già AUTORITA' VIGILANZA CONTRATTI PUBBLICI)

APPALTI: Art. 9 del decreto legge 12.09.2014, n. 133, coordinato con la legge di conversione 11.11.2014, n. 164: obblighi informativi nei confronti dell’Autorità Nazionale Anticorruzione e controlli a campione (comunicato del Presidente 05.02.2015 - link a www.autoritalavoripubblici.it).

CONSIGLIERI COMUNALICantone stoppa i furbetti. Le sanzioni saranno applicate dal prefetto. ANTICORRUZIONE/ Nuove Anac sulla trasparenza dei patrimoni.
Sarà più difficile negli enti pubblici schivare le pesanti sanzioni (fino a 10 mila euro) legate alla mancata pubblicazione dei dati relativi ai patrimoni di presidenti, dirigenti, manager e politici. Tali sanzioni, infatti, saranno da ora in poi irrogate direttamente dai prefetti e dunque non più autogestite dagli enti stessi. Il tutto sotto l'azione di vigilanza e controllo svolta dall'Anac, l'Autorità nazionale anticorruzione, alla quale gli enti destinatari degli obblighi di trasparenza sono obbligati a comunicare le irregolarità riscontrate senza, come detto, poter procedere autonomamente.

È quanto stabilisce l'Autorità stessa nella delibera 21.01.2015 n. 10 in tema di individuazione dell'autorità amministrativa competente all'irrogazione delle sanzioni relative alla violazione di specifici obblighi di trasparenza (art. 47 del decreto legislativo 33/2013, la cosiddetta Legge Severino), pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 29 del 05.02.2015.
Il provvedimento firmato dal presidente Raffaele Cantone riguarda gli obblighi informativi concernenti la situazione patrimoniale complessiva dei titolari di incarichi politici, di carattere elettivo o comunque di poteri di indirizzo politico (già individuati con la delibera Anac n. 144/2014) i quali sono tenuti a comunicare i dati al responsabile della trasparenza.
La violazione di questi obblighi comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da 500 a 10 mila euro (oltre alla pubblicazione sul sito internet); la stessa sanzione si applica ai soggetti tenuti a pubblicare i dati relativi a enti pubblici vigilati, enti di diritto privato e ai titolari di incarichi nelle società controllate o vigilate dall'ente pubblico. L'Anac, alla luce di alcuni dubbi interpretativi e delle modifiche apportate dal decreto 90/2014, ribalta la precedente impostazione che lasciava ad ogni ente la possibilità di regolare il procedimento sanzionatorio (con una «attuazione eterogenea sul territorio»).
La delibera, in particolare, parte dall'attribuzione della materia della trasparenza alla competenza statale, per affermare che spetta «solamente all'Autorità, nell'esercizio delle funzioni di controllo e vigilanza in materia di trasparenza a essa attribuite, il potere di avviare il procedimento sanzionatorio ai sensi della legge 689/1981».
Inoltre la delibera delinea un collegamento fra l'Anac, a cui l'ordinamento attribuisce le funzioni di vigilanza sulla trasparenza, e i prefetti. Alla luce di questa nuova impostazione, saranno quindi i responsabili della trasparenza di ogni ente a comunicare all'Anac le irregolarità al fine dell'avvio del procedimento sanzionatorio che vedrà poi l'eventuale sanzione irrogata dal prefetto (scatta invece l'automatica trasmissione al prefetto se non sia stato effettuato all'Anac il pagamento in misura ridotta).
Pertanto se alla data del 5 febbraio è stata già conclusa l'istruttoria da parte dell'ente (in base al regolamento dell'ente), quest'ultimo dovrà comunicare l'esito all'Anac; se invece il procedimento è stato avviato ma la fase istruttoria non è stata ancora conclusa, gli atti devono essere trasferiti dal responsabile della trasparenza dell'amministrazione o dell'ente all'Anac (articolo ItaliaOggi del 07.02.2015).

CONSIGLIERI COMUNALISenza trasparenza sanzioni dall’Anac. Anticorruzione. Le nuove regole per la Pa.
Sarà l’autorità nazionale anticorruzione ad applicare le sanzioni per il mancato rispetto degli obblighi di trasparenza da parte delle Pubbliche amministrazioni.
A stabilirlo è la stessa Authority guidata da Raffaele Cantone, nella delibera 21.01.2015 n. 10 pubblicata ieri, che cambia decisamente rotta rispetto a quanto avvenuto fino a oggi, con la responsabilità su accertamenti e sanzioni lasciata all’autonomia delle singole amministrazioni.
Regole e penalità riguardano un’ampia serie di obblighi fissati dai decreti attuativi delle leggi anticorruzione, e in particolare dall'articolo 47 del Dlgs 33/2013 che impone di pubblicare i dati su reddito e patrimonio, il curriculum, i compensi e gli eventuali incarichi aggiuntivi dei titolari di cariche politiche (dal presidente del Consiglio ai ministri, dai sindaci agli assessori, consiglieri, presidenti di Provincia e di Regione e così via) e agli organi di vertice delle Pa: in questo secondo gruppo ricade una ricca serie di figure, indicate dalla stessa Anac nella delibera 144/2014, che comprendono i presidenti e i membri dei cda degli enti pubblici, i consiglieri delle Autorità indipendenti, i rettori delle università, i presidenti delle Autorità portuali e così via.
Solo i membri del Governo, viceministri e sottosegretari compresi, saranno esclusi dal nuovo corso, perché la «speciale posizione costituzionale del Governo» non consente all’Autorità di agire direttamente: a regolare accertamenti e sanzioni, come prevedono le regole anti-corruzione, dovrebbe essere un Dpcm, che però non è mai stato approvato.
Le nuove regole, che si spiegano con l’aumento di poteri assegnati all’Anac, partiranno dopo la pubblicazione della delibera in «Gazzetta Ufficiale». In caso di mancato pagamento delle sanzioni, da 500 a 10mila euro a seconda dei casi, scatterà la segnalazione al Prefetto
(articolo Il Sole 24 Ore del 05.02.2015).

NEWS

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOIl buono pasto «sfida» il badge. Welfare. Da luglio la detassazione dei ticket elettronici sale a 7 euro.
Dal prossimo primo luglio i ticket restaurant in forma elettronica saranno agevolati fino all’importo giornaliero di 7 euro. Già ora, invece, la somministrazione di alimenti e bevande attraverso badge elettronico è completamente esclusa da tassazione, senza limiti di spesa.
Per poter scegliere la soluzione migliore in base alle proprie necessità occorre tener conto di condizioni e adempimenti da osservare. A iniziare da un corretto inquadramento dei buoni pasto (cartacei o elettronici) e dei badge. Prima ancora di analizzarli singolarmente, rammentiamo che requisito comune è la concessione a tutti i dipendenti o categorie omogenee di essi (si veda il Sole 24 Ore del 20.01.2015).

Ai fini della determinazione del reddito di lavoro dipendente, i ticket restaurant (o buoni pasto) non sono imponibili fino all’importo di 5,29 euro per ciascun giorno lavorativo, come previsto dall’articolo 51, comma 2, lettera c), del Tuir.. Dal 01.07.2015 tale limite è elevato a 7 euro ma soltanto per i buoni pasto emessi in forma elettronica (articolo 1, commi 16 e 17, della legge 190/2014).
I buoni pasto non sono cumulabili, cedibili, commerciabili e nemmeno convertibili in denaro e possono essere utilizzati solo se datati e sottoscritti dall’utilizzatore. Inoltre, secondo l’articolo 5, comma 1, lettera c), del Dpcm 18.11.2005, devono essere utilizzati durante la giornata lavorativa anche se domenicale o festiva. Ciò preclude al datore di lavoro di distribuirli in un quantitativo fisso mensile, a prescindere dalle circostanze: i buoni pasto concessi nei giorni non lavorativi, come durante la malattia o i periodi di ferie, dovranno infatti essere interamente assoggettati a tassazione, indipendentemente dal loro importo.
Tuttavia un uso improprio dei ticket da parte del lavoratore (che contravvenga alla incedibilità, non cumulabilità, mancata sottoscrizione eccetera) non è sanzionato dal decreto e comunque non può essere imputato all’impresa datrice di lavoro.
La concessione ai dipendenti di badge o card elettroniche, utilizzabili presso esercizi convenzionati, è un’altra possibilità che merita attenzione. In questo caso la somministrazione di alimenti e bevande avviene previo rilascio di badge appositamente codificati con i dati anagrafici dei dipendenti. Dunque le informazioni registrate sul badge consentono di fruire di una sola prestazione giornaliera, secondo le modalità? previste dalla legge o dal contratto di lavoro e impediscono utilizzi impropri o fraudolenti della card, come l’ottenimento di denaro o comunque di beni o prestazioni diverse da quelle stabilite nel contratto.
A queste condizioni l’agenzia delle Entrate ritiene che le card non siano assimilabili ai ticket restaurant, ma piuttosto a un sistema di mensa aziendale “diffusa” in quanto il dipendente può? rivolgersi ai diversi esercizi convenzionati (Risoluzione 63/E del 17.05.2005). Di conseguenza viene sempre esclusa l’emersione di un reddito imponibile di lavoro dipendente e al contempo è riconosciuta, all’impresa datrice di lavoro, la deducibilità dei costi per la gestione oltre che la detraibilità dell’Iva addebitata.
La posizione dell’Agenzia è motivata dalla consapevolezza che, tramite gli appositi terminali installati presso gli esercizi convenzionati, sia possibile sapere chi sono gli utilizzatori e quando fruiscono del servizio. Non è permesso posticipare la fruizione della prestazione in caso di mancato utilizzo. Perciò chi non se ne avvale nei giorni di lavoro ne perde il diritto.
Con l’introduzione dei buoni pasto elettronici la distanza dai badge sembra essersi ridotta. In realtà sembra corretto ritenere che per questi ultimi l’accento debba cadere sulla specificità della convenzione collegata alla card (ad esempio accesso a un pasto giornaliero formato da un primo, un secondo e un contorno) e non a un generico diritto monetario valido per l’acquisto di qualsiasi alimento o bevanda
(articolo Il Sole 24 Ore del 07.02.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Il buono pasto elettronico adesso vale di più.
Una delle misure per rilanciare consumi e welfare aziendale in Italia è stata inserita nella legge di Stabilità durante il suo iter parlamentare. La norma stabilisce l'aumento del valore esentasse del buono pasto di 1,71 euro, passando dunque dai 5,29 ai 7 euro, ma solo per il formato elettronico.

La disposizione -contenuta nei commi 16 e 17 dell'unico articolo della legge di Stabilità (legge 190/2014)- varrà fino a 200 euro (dal 2016 in poi l'agevolazione aumenterà fino a 400 euro annui) di ulteriori redditi esentasse che da quest'anno andranno nelle tasche dei lavoratori beneficiari.
L'aumento della deducibilità del buono pasto elettronico punta a elevare il valore medio nazionale del buono equiparandolo alla media europea, che da tempo si aggira attorno ai 7 euro. L'Italia, sebbene l'adeguamento alla media dei paesi dell'eurozona era atteso da oltre 15 anni, sembra esserci arrivata (la norma entrerà in vigore dal 01.07.2015) con una disposizione normativa che ha l'obiettivo «dichiarato» di riformare l'intero sistema, puntando sulla digitalizzazione.
Sono convinto che l'aumento del valore esentasse del buono pasto elettronico rilancerà investimenti e consumi e sarà motore di accelerazione per la ripresa economica e la digitalizzazione del sistema Paese
La disposizione che punta a favorire la diffusione del ticket in formato elettronico, infatti, è in linea con le politiche di sostegno alla digitalizzazione del sistema Paese portate avanti dall'attuale governo e punta, dunque, a premiare gli investimenti in tecnologia.
Investimenti fondamentali per il miglioramento dell'intero ciclo di gestione del servizio sostitutivo di mensa attualmente utilizzato da oltre 2,5 milioni di dipendenti e liberi professionisti, per i quali vengono emessi circa 500 milioni di buoni l'anno (di cui, ad oggi, gli elettronici rappresentano solo il 15% del Mercato) (articolo ItaliaOggi del 06.02.2015).

INCARICHI PROFESSIONALI: Ingegneri, regole ferree per l'attività occasionale.
Regole ferree per le prestazioni occasionali degli ingegneri. L'iscritto all'albo che non esercita in modo abituale attività di lavoro autonomo, con regolarità, sistematicità e operatività, può infatti svolgere una prestazione di lavoro occasionale solo se la stessa presenta le seguenti caratteristiche: saltuarietà, eccezionalità, non ripetitività e venga effettuata in proprio senza vincolo di subordinazione del committente. Solo in queste condizioni, presenti contemporaneamente, non vi è la necessità di disporre di una partita Iva.

Lo ha chiarito il Centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri, con la
circolare 03.02.2015 n. 488 che contiene le risposte alle domande più frequenti in tema, resasi necessaria dopo la pubblicazione della nota n. 488 del novembre 2014 sulle prestazioni occasionali, che, secondo il Cni, è stata erroneamente interpretata da molti professionisti.
I quali hanno visto nel documento una apertura indiscriminata alle prestazioni occasionali come strumento per eludere gli obblighi che derivano dallo svolgimento di un'attività professionale. In particolare, secondo la nota n. 488, l'iscritto all'albo che non eserciti in modo abituale attività di lavoro autonomo, cioè che non eserciti lavoro autonomo con regolarità, sistematicità e ripetitività, può svolgere attività di lavoro occasionale, cioè un lavoro saltuario ed episodico, non svolto con ripetitività, eseguito prevalentemente in proprio senza vincolo di subordinazione con il committente, senza la necessità di avere partita Iva.
Inoltre, per determinare l'occasionalità della prestazione non si può ricorrere ai limiti di tempo e di remunerazione imposti dalla normativa sul lavoro occasionale (durata massima di 30 giorni di contratto e compenso al di sotto dei cinque mila euro l'anno), in quanto tali disposizioni non valgono per le professioni intellettuali. Solo in questo senso, specifica il Centro studi, le prestazioni occasionali per gli iscritti all'albo non hanno limiti di tempo e remunerazione.
Infine, i limiti di tempo, compenso e l'obbligo di possedere la partita Iva vengono meno solo nel caso in cui gli iscritti a un albo professionale non svolgano lavoro autonomo in modo abituale, regolare, sistematico e ripetitivo e, nello stesso tempo, intendano svolgere una prestazione occasionale, non ripetitiva, svolta una volta ogni tanto, senza vincolo di subordinazione con il committente e caratterizzata anche dall'elemento dell'episodicità (articolo ItaliaOggi del 06.02.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTI - ENTI LOCALI: Enti, ci pensa il Milleproroghe. Sanzioni ridotte, tagli differiti, centrale unica al restyling. Oltre alla proroga dell'associazionismo, l'accordo col governo prevede ulteriori modifiche.
Messa in cassaforte la proroga al 2016 delle gestioni associate, i comuni e le province guardano con fiducia al decreto milleproroghe per approvare in extremis molti correttivi, soprattutto in materia finanziaria e contabile, indispensabili per la sopravvivenza stessa delle amministrazioni locali.

Dall'eliminazione delle sanzioni che rischiano di colpire le città metropolitane a seguito dello sforamento del patto di stabilità da parte delle ex province alla proroga (dal 15 febbraio al 30 aprile) del termine entro cui il Viminale certificherà con apposito decreto l'ammontare dei tagli a cui ciascuna provincia dovrà andare incontro ai sensi della legge di stabilità 2015. Con l'effetto di spostare in avanti (dal 30 aprile al 30 giugno) anche il momento in cui scatterà il recupero coattivo da parte dell'Agenzia delle entrate delle somme non riversate all'erario dagli enti di area vasta.
Su entrambi gli aspetti l'accordo politico tra enti locali e governo c'è già. Non resta che attendere la prossima settimana per capire se l'esecutivo presenterà emendamenti ad hoc sul punto oppure riformulerà alcune proposte di modifica di Antonio Misiani e firmate da molti altri deputati del Pd.
Sulle gestioni associate, ad esempio, il governo ha deciso di compiere un atto di galateo istituzionale verso le commissioni affari costituzionali e bilancio della camera, ritirando il proprio emendamento di proroga per far votare analoghe proposte di modifica di origine parlamentare. Portato a casa il rinvio al 2016, i comuni però chiedono che non sia solo un mero slittamento delle norme del dl 78/2010 (che impongono la gestione associata tramite unione o convenzione di tutte le funzioni fondamentali agli enti fino a 5000 abitanti o fino a 3000 se montani), ma che l'extra time serva per ripensare complessivamente il tema dell'associazionismo comunale. Secondo l'Anci, la proroga deve rappresentare «un momento di verifica e soluzione delle questioni che rendono ancora troppo difficoltosa una diffusa ed efficace realizzazione dei processi di aggregazione». E la stessa cosa chiede l'Associazione nazione dei piccoli comuni (Anpci) che con la presidente Franca Biglio auspica che il differimento dei termini serva a «ridefinire tutto il riassetto della governance locale».
Resta ancora incerta, invece, la sorte dell'auspicato restyling delle disposizioni sulle centrali uniche di committenza. Com'è noto, dal 1° gennaio i comuni non capoluogo sono obbligati all'acquisizione di lavori, beni e servizi nell'ambito delle unioni dei comuni, ove esistenti, ovvero tramite un apposito accordo consortirle. Per i lavori pubblici l'obbligo scatterà dal 01.07.2015. La novità, introdotta per razionalizzare la spesa pubblica evitando la frammentazione delle stazioni appaltanti soprattutto nei piccoli comuni, conosce solo una deroga: al di sotto dei 40 mila euro di valore, i comuni con più di 10 mila abitanti possono procedere autonomamente. L'Anci ritiene che questa limitazione ingessi troppo le amministrazioni, soprattutto per lavori di modesto importo economico (la rottura di un vetro o la riparazione di uno scuolabus) per i quali, scrive in una nota l'Associazione dei comuni, «è molto più economico e rapido rivolgersi a fornitori che prestano la loro attività nei pressi del territorio comunale che non ricorrere a Consip».
Su come modificare le disposizioni in materia di centrale unica non c'è tuttavia comunanza di vedute in commissione, visto che a meri emendamenti di proroga se ne affiancano altri che modificano la disciplina in modo sostanziale. Toccherà al governo trovare la quadra alla ripresa dei lavori in commissione.
Un altro differimento scontato, ma necessario riguarda la cosiddetta Imu secondaria, l'imposta unica che a decorrere da quest'anno avrebbe dovuto accorpare tutta una serie di tributi locali minori (Tosap, Cosap, imposta sulla pubblicità, ecc). Il Mef, aveva già chiarito con una nota, che in assenza del regolamento ministeriale attuativo, l'Imu secondaria, ancorché formalmente in vigore dal 1° gennaio, non avrebbe potuto essere disciplinata e applicata dai comuni che quindi avrebbero dovuto continuare ad applicare i vecchi tributi. Tuttavia, da più parti è stata evidenziata la necessità di una norma di legge che sancisse lo slittamento. E la norma è arrivata sotto forma di emendamento, a firma della deputata Pd Teresa Piccione, approvato ieri in commissione. L'appuntamento con l'Imus è rinviato al 2016 (articolo ItaliaOggi del 06.02.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA - PATRIMONIOMinambiente: stop al taglio selvaggio degli alberi. Il comitato per lo sviluppo del verde pubblico bacchetta comuni e province.
Stop al taglio indiscriminato degli alberi lungo le strade. Sbagliano gli enti locali che, soprattutto in periodo invernale, sembrano contagiati da una sorta di furia da abbattimento selvaggio, motivata dall'esigenza di evitare grane in materia di sicurezza stradale. L'interpretazione che i comuni e le province stanno dando di una sentenza della Cassazione del 2010 (sez. V penale n. 17601) è infatti fuorviante.
Secondo i sindaci, infatti, la Suprema Corte avrebbe affermato che gli alberi non possono trovarsi a meno di sei metri dal confine stradale. Tutti, indipendentemente da quando sono stati piantati. Ma in realtà non è così. E il comitato per lo sviluppo del verde pubblico presso il ministero dell'ambiente lo spiega chiaramente.

Nella deliberazione 11.11.2014 n. 3/2014 (ufficialmente deliberazione 03.02.2015 n. 2224 di prot.), si ripercorrono le tappe di un equivoco che ha portato in questi mesi all'abbattimento ingiustificato di molti alberi monumentali. Con esborsi di denaro pubblico che stanno diventando insostenibili soprattutto per le province di montagna che si trovano a gestire un sistema viario circondato per larghi tratti da alberi (nella sola provincia di Biella, ad esempio, ve ne sono lungo più del 60% delle strade).
Secondo l'interpretazione che si è diffusa tra gli amministratori locali, la Cassazione, muovendo dall'art. 26, comma 6, del Regolamento attuativo del Codice della strada (dpr 495/1992), il quale per esigenze di tutela della circolazione prevede che «gli alberi non possono trovarsi a meno di sei metri dal confine stradale», avrebbe in qualche modo legittimato un'interpretazione retroattiva della norma che quindi non si applicherebbe solo alle piantumazioni successive al 1992 ma anche a quelle precedenti.
Tuttavia, osserva il comitato presieduto da Massimiliano Atelli, la disposizione dell'art. 26, comma 6, «sembra volta unicamente a disporre per il futuro», visto che parla di distanza dal confine stradale da rispettare «per impiantare» alberi lateralmente alla strada e non di alberi già piantati. Va quindi condiviso, secondo il Minambiente, quanto sostenuto nel 2011 dal ministero delle infrastrutture e cioè che gli alberi impiantati antecedentemente all'entrata in vigore del codice della strada non siano tenuti a rispettare il limite dei sei metri, cosa che invece è obbligatoria per le nuove piantumazioni.
Se però la presenza di alberi a meno di sei metri dal lato della strada non è di per sé contra legem, questo non significa che i proprietari dei terreni o gli enti territorialmente competenti non debbano farsi carico di mantenerli in condizione di sicurezza.
Tuttavia, scrive il comitato, «gli irrinunciabili obiettivi di sicurezza stradale», vanno tenuti insieme «con la tutela dell'ambiente e dei territori, superando quell'approccio che tende semplicisticamente a individuare la soluzione del taglio degli alberi, neppure selettivo e sovente affidato a tecnici non provvisti della necessaria competenza». La rischiosità, quindi, non può essere presunta in astratto ma va verificata in concreto, valutando la situazione in cui si colloca il singolo albero (articolo ItaliaOggi del 06.02.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Mobilità, vietato fare i furbi. Illegittime le pratiche elusive volte a escludere gli esuberi. PROVINCE/ Regioni e comuni non possono richiedere particolari profili professionali.
Non sono conformi alle indicazioni della circolare 1/2015 atteggiamenti elusivi degli enti locali volti ad evitare l'assunzione in mobilità dei dipendenti soprannumerari.
Per farsi un'idea delle opportunità di ricollocazione nei territori, alcune province hanno chiesto ai comuni indicare i posti disponibili. Molti comuni hanno risposto indicando non i posti, ma i profili professionali, evidenziando spesso figure inesistenti nei ruoli provinciali, come assistenti sociali ed educatori di asili nido.
Tuttavia, il censimento dei posti disponibili presso le amministrazioni pubbliche, finalizzato alla ricollocazione dei dipendenti provinciali in sovrannumero, non dovrà tenere conto dei fabbisogni professionali, ma degli spazi finanziari.

La circolare 1/2015 congiunta dei ministeri della Funzione pubblica e degli Affari regionali evidenzia indirettamente che regioni e comuni, chiamati per primi a riassorbire il personale soprannumerario, come anche le amministrazioni statali, dovranno comunicare i posti disponibili «a vuoto», sulla base delle capacità finanziarie. Nelle linee guida contenute nella circolare non vi è (salvo che per alcune figure «infungibili») cenno ai «fabbisogni», intesi come specificazione dei particolari profili professionali e categorie dei quali gli enti enuncia, attraverso la programmazione triennale del personale, la necessità di assumere.
In sostanza, regioni e comuni non potranno richiedere un particolare profilo professionale, ma enunciare la presenza di posti vacanti, connessa al finanziamento dell'assunzione.
Lo si evince in due passaggi fondamentali della circolare. Nel primo, relativo alle amministrazioni statali, si chiarisce che al fine di determinare la capacità assunzionale, «le amministrazioni comunicano un numero di posti» corrispondente sul piano finanziario alle disponibilità da turnover per gli anni 2015-2016, con la precisazione che «saranno predisposte apposite schede di rilevazione a cui le amministrazioni risponderanno per via informatica. Le schede indicheranno i parametri finanziari da prendere a riferimento».
Dunque, le schede rileveranno «posti», senza specifica connessione a un determinato profilo professionale. Altrettanto avverrà anche per regioni ed enti locali, posto che la circolare indica «che, in sede di osservatorio nazionale, saranno predisposte dal Dipartimento della funzione pubblica schede di rilevazione delle capacità di assunzione e dei processi di mobilità realizzati dagli enti, in analogia alla ricognizione prevista dal comma 425». Queste schede di rilevazione saranno funzionali alla mobilità dei dipendenti provinciali verso amministrazioni non chiamate dalle leggi regionali di attuazione della legge 56/2014, ad acquisire le funzioni non fondamentali da spostare dalle province ad altri enti.
Per questo tipo di mobilità, sconnessa con l'esercizio di una funzione provinciale, la circolare enuncia l'intenzione di fare «ricorso a strumenti informatici» gestiti da Sose o Formez che «predisporranno apposite banche dati del personale, previa ricognizione delle informazioni necessarie per quantificare e censire qualitativamente il personale da ricollocare (domanda di mobilità) e per rilevare le capacità di assorbimento da parte delle amministrazioni di destinazione (Offerta di mobilità), in relazione alle loro esigenze funzionali».
La circolare 1/2015 precisa che «fintanto che non sarà implementata la piattaforma è consentito alle amministrazioni pubbliche indire bandi di procedure di mobilità volontaria riservate esclusivamente al personale di ruolo degli enti di area vasta». Tali procedure di mobilità ovviamente non saranno conformi alle indicazioni della circolare e alle disposizioni di legge, se riferite a profili professionali inesistenti presso le province (articolo ItaliaOggi del 06.02.2015).

APPALTI: Split payment solo se c'è fattura. Vanno esclusi dal meccanismo gli acquisti economali. Il decreto del Mef non risolve tutte le incertezze degli operatori sul pagamento dell'Iva.
Ancora dubbi sullo split payment. Infatti, la diffusione del decreto ministeriale 23.01.2015 (il cui testo è stato anticipato venerdì scorso dal dipartimento finanze in attesa che venisse pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 27 del 03/02/2015) non risolve tutte le incertezze degli operatori.
Innanzitutto, il provvedimento conferma l'applicabilità del nuovo meccanismo (previsto dall'art. 1, comma 629, lett. b), della legge 190/2014) alle sole operazioni per le quali è stata «emessa fattura» dal 01.01.2015.
Proprio il riferimento alla fattura lascia aperta la questione della disciplina applicabile alle cessioni di beni ed alle prestazioni di servizi per le quali essa non viene rilasciata. È il caso, in particolare, degli acquisti economali, per definizione di importo modesto, a fronte dei quali viene emesso semplicemente lo scontrino e che, in un'ottica di semplificazione, sarebbe opportuno venissero espressamente esclusi.
Restano fuori le operazioni per le quali le pa sono debitrici dell'imposta. A titolo meramente esemplificativo, la relazione di accompagnamento cita le seguenti ipotesi: 1) acquisito nell'esercizio d'impresa di beni o servizi da un soggetto non stabilito nel territorio dello Stato; 2) acquisto nell'esercizio d'impresa di rottami di ferro; 3) pa non soggetto passivo che effettua acquisti intracomunitari di beni oltre la soglia di euro 10 mila.
Ricordiamo, inoltre, che lo split payment non si applica ai compensi per prestazioni di servizi assoggettati a ritenute alla fonte a titolo d'imposta sul reddito. Al riguardo, l'amministrazione finanziaria ha precisato che tale formulazione deve ritenersi inclusiva anche dei compensi soggetti a ritenute a titolo di acconto.
L'art. 5 del decreto introduce un'importante distinzione per le fatture ricevute dagli enti che rivestono la qualifica di soggetto passivo di imposta relativamente alle attività commerciali: queste dovranno essere annotate anche nel registro vendite o corrispettivi e l'Iva concorrerà alla liquidazione mensile e trimestrale con riferimento al periodo in cui si verifica l'esigibilità.
Dal punto di vista operativo, il decreto stabilisce che i fornitori delle pa dovranno indicare l'Iva in fattura ma non versarla, inserendo l'annotazione «scissione dei pagamenti». Le fatture saranno emesse ed annotate nei termini ordinari nei registri Iva vendite o corrispettivi, ma l'imposta non sarà versata dal fornitore ma dalla pa, con modalità differenti. In particolare, per quelle titolari di conti presso la Banca d'Italia, il versamento dovrà avvenire tramite il modello «F24 EP», per quelle autorizzate a detenere un conto corrente presso una banca convenzionata con l'Agenzia delle entrate ovvero presso Poste italiane, mediante versamento unificato ex art. 17 del dlgs 241/1997; negli altri casi, l'Iva dovrà essere versata direttamente all'entrata del bilancio dello Stato.
L'imposta sarà di regola esigibile al momento del pagamento della fattura, ma si potrà optare per considerarla tale anche al momento della ricezione della fattura. Il decreto, però, non disciplina le modalità per l'opzione e non chiarisce se essa vale per tutte le fatture ricevute o per ogni singola fattura.
Nessuna sorpresa neppure sulla tempistica di versamento, che potrà essere effettuato, a scelta delle p.a., per ciascuna fattura, oppure per quelle del giorno, oppure entro il 16 del mese successivo cumulando l'imposta divenuta esigibile nel mese precedente. Tuttavia, fino all'adeguamento dei sistemi informativi relativi alla gestione amministrativo-contabile delle amministrazioni centrali dello Stato, e in ogni caso non oltre il 31.03.2015, viene previsto che le pa accantonino le somme occorrenti per il successivo versamento dell'imposta, da effettuare entro il prossimo 16 aprile.
Nessun chiarimento, infine, è arrivato sulle modalità di effettuazione della verifica ex art. 48-bis del dpr 602/1973 (importi superiori a 10 mila euro), in relazione all'intervento sostitutivo in caso di Durc negativo e in caso di espropriazione presso terzi (articolo ItaliaOggi del 06.02.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATA - ENTI LOCALI: Gli oneri di urbanizzazione non sono entrate vincolate. Nuova contabilità.
I proventi dei permessi di costruire esulano dall'ambito di applicazione delle nuove regole dettate dalla contabilità armonizzata per la gestione degli incassi vincolati.

Questa, almeno, è la tesi che pare più convincente, ma il punto è ancora controverso, malgrado la riforma introdotta dal dlgs 118/2011 (come modificato dal dlgs 126/2014) sia in vigore ormai da oltre un mese. Essa ha integrato la disciplina degli incassi vincolati degli enti locali, imponendo l'obbligo, a decorrere dal 01.01.2015, di contabilizzare nelle scritture finanziarie i movimenti di utilizzo e di reintegro delle relative somme.
Conseguentemente, all'art. 195, comma 2, del Tuel, è stata inserita una disposizione che prevede che l'utilizzo di incassi vincolati è attivato dall'ente con l'emissione di appositi ordinativi di incasso e pagamento di regolazione contabile, fermo restando l'adozione della deliberazione della giunta relativa all'anticipazione di tesoreria di cui all'articolo 222, comma 1, del Tuel che, all'inizio di ciascun esercizio, autorizza l'operazione.
In pratica, da quest'anno, occorre contabilizzare nelle scritture finanziarie i movimenti di utilizzo e reintegro delle somme che presentano un vincolo. Fra le entrate vincolate, secondo alcuni rientrerebbero anche i cd oneri di urbanizzazione (più correttamente definiti proventi da permessi di costruire). Per cui, anche per essi, sarebbe necessario procedere alla periodica (mensile) regolarizzazione delle carte contabili emesse dal tesoriere, movimentando gli appositi capitoli di entrata e di spesa da istituire nelle partite di giro.
Tuttavia, il vincolo di cassa sugli oneri, previsto dall'art. 12 della legge 10/1977, è stato eliminato con l'abrogazione di tale norma da parte dell'art. 136, commi 1 e 2, del dpr 380/2001. A seguito di tale abrogazione, queste entrate possono essere riscosse come tutte le altre entrate comunali e i relativi introiti, in termini di cassa, confluiscono nel totale delle entrate che finanziano indistintamente il totale della spesa.
Ciò determina che gli ordinativi di incasso non devono riportare alcun riferimento ai vincoli, cosi come i mandati di pagamento delle spese corrispondenti. In tal senso, militano numerose pronunce di Corte dei conti, intervenute a decorrere dal 2001. Nella medesima direzione sembra muoversi anche il nuovo principio contabile sulla contabilità finanziaria, laddove distingue l'avanzo tra fondi vincolati e fondi destinati (articolo ItaliaOggi del 06.02.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Gestioni associate da rifare. Proroga al 2016. Per creare unioni volontarie e flessibili. Emendamento del governo al Milleproroghe prende atto del fallimento degli obblighi del dl 78.
Alla fine la disobbedienza dei piccoli comuni ha premiato. Com'era prevedibile è arrivata la proroga dell'obbligo per gli enti fino a 5 mila abitanti (3 mila per i centri montani) di gestire in forma associata tutte le funzioni fondamentali. I sindaci avranno tempo fino al 31.12.2015 per mettersi insieme, ma questa volta senza obblighi e su base volontaria.

A ufficializzare lo slittamento un emendamento del governo al decreto milleproroghe (dl 192/2014), depositato ieri nelle commissioni affari costituzionali e bilancio della camera.
Lo spauracchio di dover costituire obbligatoriamente una unione di comuni o una convenzione per gestire insieme tutto il core business dell'attività comunale (dal trasporto pubblico alla gestione finanziaria e contabile, dal catasto alla polizia locale, dall'urbanistica alla protezione civile, dalla raccolta dei rifiuti all'edilizia scolastica), esclusa l'anagrafe, è durato poco più di un mese. Tanto è bastato per gettare nel panico i mini-enti convinti che il Milleproroghe avrebbe portato sotto l'albero il differimento dei termini. Invece l'obbligo è formalmente entrato in vigore il 1° gennaio ed è subito apparso chiaro che quasi nessuno l'avrebbe rispettato.
Se ne è accorto anche lo stesso ministero dell'interno che prima, il 12 gennaio, con una missiva inviata alle prefetture, ha messo in mora i sindaci ribelli richiamando la necessità di assegnare ai comuni un termine perentorio per l'adempimento, e poi con una successiva nota del 23 gennaio (si veda ItaliaOggi del 29 gennaio) ha sposato una linea più soft, passando dal «pugno di ferro» alla «proficua e leale collaborazione interistituzionale», anche perché il giorno prima la Conferenza stato-città aveva dato il via libera alla proroga depositata ieri alla camera.
A certificare il fallimento dell'obbligo di associazionismo, così come sancito dal dl 78/2010, è la relazione illustrativa dell'emendamento. «La normativa che si è succeduta negli anni in relazione ai processi associativi», scrive il governo, «si è dimostrata di non semplice attuazione, determinando alla scadenza del 31.12.2014 un bilancio non del tutto positivo del previsto processo di razionalizzazione e di riduzione dei costi dell'azione amministrativa nei piccoli comuni». La proroga di un anno, prosegue la relazione, dovrà servire per ripensare gli obblighi di gestione associata, «con l'obiettivo di sostenere la realizzazione di unioni sulla base di scelte volontarie, garantendo flessibilità nella definizione degli ambiti».
Certezza dei fondi nelle province. Un ulteriore emendamento del governo conferma anche per il 2015 i criteri di riparto alle province del Fondo sperimentale di riequilibrio già adottati in passato. La finalità è «consentire una rapida adozione del provvedimento di ricognizione e attribuzione delle risorse» in modo da permettere agli enti di area vasta di conoscere subito i fondi spettanti al fine di predisporre il bilancio di previsione 2015.
Analogamente, per le province siciliane e sarde a cui, in ragione dell'autonomia speciale di cui godono le due regioni, sono ancora attribuite risorse a titolo di trasferimenti erariali, si prevede la proroga per il 2015 delle norme che determinano le spettanze.
Iva sul pellet, si punta a tornare al 10%. Tra gli emendamenti in discussione, spunta anche l'attesa proposta per riportare l'Iva sul pellet da riscaldamento al 10% (dal 1° gennaio è al 22%). Si tratta di due emendamenti predisposti da Simonetta Rubinato e sottoscritti anche dal collega di partito Matteo Richetti.
«Stiamo lavorando con il governo», hanno spiegato i due deputati del Pd, «per trovare la copertura, calcolata in 96 milioni di euro, necessaria per correggere le norme dell'ultima legge di stabilità che hanno stabilito un iniquo incremento di imposta a danno delle fasce più deboli e in particolare dei cittadini delle aree montane che utilizzano questo combustibile perché meno costoso e dal basso impatto ambientale.
Siamo fiduciosi che si possa trovare una soluzione anche grazie all'impegno espresso in tal senso dallo stesso presidente del consiglio all'inizio di gennaio» (articolo ItaliaOggi del 05.02.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Regioni e comuni, largo ai part-time. Gli esuberi provinciali non ne pregiudicano i diritti.
La necessità di assorbire i lavoratori in esubero delle province non pregiudica le esigenze di incremento dei part-time di regioni e comuni.

Lo chiarisce la circolare 30.01.2015 n. 1/2015 della Funzione pubblica, adottata per dare attuazione alle disposizioni della legge di stabilità 2015 riguardanti la ricollocazione del personale degli enti di area vasta (si veda ItaliaOggi del 30/01/2015).
In pratica, il legislatore ha vincolato governatori e sindaci a destinare il 100% del turnover del biennio 2015-2016 alla mobilità del personale provinciale, salvaguardando solo l'immissione in ruolo (esclusivamente a valere sulle facoltà ordinarie di assunzione) dei vincitori di concorsi pubblici collocati in graduatorie vigenti o approvate al 01.01.2015.
La circolare applicativa, però, ha introdotto un'ulteriore eccezione a favore dei lavoratori a tempo parziale, richiamando quanto previsto dall'art. 3, comma 101, della legge 244/2007. Tale norma prevede che «per il personale assunto con contratto di lavoro a tempo parziale la trasformazione del rapporto a tempo pieno può avvenire nel rispetto delle modalità e dei limiti previsti dalle disposizioni vigenti in materia di assunzioni. In caso di assunzione di personale a tempo pieno è data precedenza alla trasformazione del rapporto di lavoro per i dipendenti assunti a tempo parziale che ne abbiano fatto richiesta».
Secondo la Funzione pubblica, dunque, tale disciplina prevale anche sulla procedura straordinaria disegnata dall'art. 1, comma 424, della legge 190/2014. Ovviamente, l'apertura vale, come sempre, solo per le amministrazioni in regola con i vincoli del Patto e che hanno sostenibilità finanziaria di bilancio.
Rimangono consentite anche le assunzioni «esterne» a valere sui budget degli anni precedenti, nonché quelle previste da norme speciali.
Per quanto riguarda, in particolare, l'assunzione delle categorie protette resta fermo l'obbligo di copertura della quota di riserva, che tuttavia può essere adempiuto anche attraverso l'acquisizione di personale in mobilità dagli enti di area vasta assunto in applicazione della normativa vigente in materia di categorie protette.
Le procedure concorsuali avviate, anche se finanziate su una programmazione che prevedeva l'utilizzo dei budget 2015 e 2016, possono essere proseguite ove l'amministrazione possa vincolare risorse relative ad anni successivi. Lo stesso vale per le procedure di avviamento mediante collocamento. Non è consentito, invece, bandire nuovi concorsi a valere sui budget 2015 e 2016, né procedure di mobilità.
Rimangono forti dubbi, infine, sulla mobilità volontaria, fatte salve le procedure avviate prima del 01.01.2015 che possono essere concluse (articolo ItaliaOggi del 05.02.2015).

APPALTICantone: corsia preferenziale per la riforma appalti.
Anticorruzione. Il presidente Anac: primo gesto forte antimafia è stata l’esclusione da parte di Confindustria delle imprese mafiose.
Una corsia preferenziale per il disegno di legge sulla riforma degli appalti.
È la richiesta di Raffaele Cantone, numero uno dell’Anticorruzione, convinto che «un buon codice degli appalti è il migliore strumento per la lotta alla corruzione».
Il Ddl con i criteri di riforma del codice monstre (quasi mille articoli e un numero imprecisato di commi tra legge e regolamento) si trova ora all’esame della commissione Lavori pubblici del Senato, alle prese con un primo ciclo di audizioni, prima di avviare l’esame di merito.
Insieme alla «corsia preferenziale» Cantone chiede di integrare il provvedimento. «Non ci sono ancora diverse misure utili: quando comincerà il lavoro in commissione ci sarà spazio per integrare il testo con norme premiali per fare emergere i fatti corruttivi». Il riferimento è al rating di legalità delle imprese (ora gestito dall’Antitrust) da integrare nella visione di Cantone con criteri reputazionali (puntualità nell’esecuzione dei lavori, assenza di forme di controllo estero, regolarità contributiva tra gli esempi citati) per garantire una qualificazione più efficace delle imprese interessate al mondo dei lavori pubblici.
Un modo per «premiare chi fa bene» ha detto l’ex magistrato alla platea di costruttori coinvolti ieri a Roma dall’Ance (l’associazione nazionale dei costruttori) in un’iniziativa a favore della legalità, particolarmente significativa mentre infuria la bufera di Mafia Capitale.
«Il grado di corruzione ha raggiunto un livello molto alto in Italia -ha attaccato il presidente dei costruttori Paolo Buzzetti- . Non ce lo possiamo più permettere. Per gli imprenditori sani è diventato sempre più difficile lavorare e non solo in alcune aree del Paese». Per certi versi, ha aggiunto Buzzetti, «sembra di essere tornati al periodi di Tangentopoli. Gli imprenditori sono stremati, ma pronti a seguire le istituzioni».
Un appello fatto proprio dall’ex magistrato che ha subito ricordato come «la corruzione si batte con la prevenzione più che con la repressione». E con l’alleanza tra istituzioni e imprese. «Dobbiamo metterci dallo stesso lato», ha detto il presidente dell’Anac, ricordando come proprio da Confindustria sia arrivato «il primo importante gesto di dissociazione e lotta alla mafia, con la scelta di escludere gli imprenditori coinvolti».
L’altro passaggio chiave è la semplificazione dei labirinti normativi. «Da Tangentopoli abbiamo ereditato un sistema iperburocratico trasfuso nella Merloni, senza creare dei veri antidoti alla corruzione e al malaffare».
Una stoccata è arrivata anche alle società in house considerate un «mostro giuridico». Con punte di parossismo. A Roma, ha detto Cantone, «il sindaco Marino mi ha confessato di essersi rivolto alla Guardia di Finanza per sapere quante partecipate ha il Campidoglio, scoprendo di avere, chissà come, anche una partecipazione in un complesso alberghiero l Nord».
Tra le proposte di riforma del codice Cantone è tornato sull’opportunità di qualificare e ridurre le migliaia di stazioni appaltanti (più di 30mila) oltre che le imprese e sulla necessità di rendere le commissioni di gara sugli appalti pubblici indipendenti dalle amministrazioni aggiudicatrici. Anche con l’estrazione dei commissari, ma a partire da un albo di soggetti qualificati. «Altrimenti -ha concluso- si rischia quello che è successo in qualche caso all’Expo. La società, seguendo peraltro le nostre indicazioni, ha cominciato a estrarre a sorte i commissari. E in più di un caso ci siamo trovati di fronte a pregiudicati proprio per fatti di corruzione»
(articolo Il Sole 24 Ore del 05.02.2015).

APPALTIAllarme imprese sullo split payment. Meno liquidità con il nuovo meccanismo sull’Iva - I professionisti: conseguenze a carico delle aziende.
Lotta all’evasione. Le regole sul pagamento dell’imposta rischiano di penalizzare i fornitori della Pa - Il parere della Ue arriverà tra un mese e mezzo.

La pubblicazione in «Gazzetta Ufficiale» del decreto ministeriale sullo split payment riaccende le polemiche sul nuovo metodo di versamento dell’Iva da parte delle pubbliche amministrazioni.
Il meccanismo, introdotto dalla legge di stabilità 2015 e in vigore del 1° gennaio, prevede infatti che gli enti pubblici versino direttamente all’erario l’imposta sul valore aggiunto che è stata addebitata dai loro fornitori, ai quali viene pagato il corrispettivo al netto dell’Iva.
Sullo split payment il ministero dell’Economia ha bruciato le tappe: ancor prima di incassare l’ok dalla Commissione Ue, è già stato pubblicato il decreto in Gazzetta, segno di un ottimismo dovuto all’esito degli incontri preliminari dai quali è emerso che il parere positivo dall’Europa dovrebbe arrivare tra 40-45 giorni. Ma -nel caso di bocciatura da parte di Bruxelles- il Governo ha già pronto il piano b: nella legge di stabilità è prevista una clausola di salvaguardia che farebbe scattare dal 30 giugno un aumento del prezzo dei carburanti in grado di garantire, sotto la voce lotta all’evasione, ben 988 milioni di euro.
In attesa di capire cosa deciderà la Ue, professionisti, imprese e costruttori esprimono, in queste ore, tutte le loro perplessità sul meccanismo di “scissione” del pagamento da parte della Pa.
«I professionisti -spiega il presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, Armando Zambrano- sono esclusi dallo split payment; ciononostante abbiamo ricevuto segnalazioni di casi in cui le amministrazioni vogliono applicare lo split payment per la liquidazione dei compensi a ingegneri, addirittura in modo retroattivo». A fronte di questi problemi Zambrano ha chiesto ufficialmente un intervento «urgente ed esplicativo» che chiarisca l’esclusione dei professionisti dal meccanismo della “scissione” del pagamento. È preoccupato anche Leopoldo Freyrie, presidente degli architetti, che si chiede: «Se ci tolgono anche il giro dell’Iva, oltre al ritardo nei pagamenti e ai ribassi nelle gare, come pensano che possiamo sopravvivere?».
Dell’esclusione dei professionisti è certo anche Luigi Mandolesi, consigliere nazionale dell’Ordine dei commercialisti ed esperti contabili con delega alla fiscalità: «Ai professionisti non si applica la scissione dell’Iva perché siamo soggetti alla ritenuta», spiega. «Ma - aggiunge - saranno le imprese a farne le spese, trovandosi in credito Iva. E anche se sono previsti un diritto di priorità e tempi più rapidi per i rimborsi, temo che le imprese ne pagheranno le conseguenze». L’articolo 8 del decreto dell’Economia prevede, infatti, che i fornitori di beni e servizi interessati dallo split payment siano inclusi fra le categorie di contribuenti per i quali i rimborsi Iva sono eseguiti in via prioritaria «a partire dalla richiesta relativa al primo trimestre dell’anno d’imposta 2015».
Sul fatto che lo split payment penalizzi le imprese concorda anche Paolo Buzzetti, presidente dell’Ance (associazione nazionale costruttori edili), secondo cui «questo meccanismo sarà disastroso per le imprese che lavorano nel settore degli appalti pubblici». Al cronico ritardo dei pagamenti, infatti, si aggiunge adesso il meccanismo della scissione che «in pratica taglia alle imprese il 10% di liquidità, che chissà quando potrà essere recuperata, non credo al rimborso veloce in sei mesi, che comunque non sono pochi». Crede, invece, che questo meccanismo «causerà il fallimento di tante imprese, soprattutto di piccole dimensioni». L’Ance sta raccogliendo le firme e promette una forte protesta se il governo non dovesse tornare sui suoi passi.
Anche Rete Imprese Italia chiede l’intervento del governo per eliminare l’onerosa procedura burocratica necessaria per il rimborso dell’Iva che sia lo split payment sia il reverse charge impongono. «L’ampliamento del reverse charge e l’introduzione dello split payment presentano un conto insostenibile per le imprese - spiega il presidente di Rete Imprese Italia, Daniele Vaccarino -. L’impossibilità di dedurre l’Iva sulle vendite genera uno squilibrio nella gestione finanziaria a breve delle imprese». In più, si genera il paradosso che, per evitare di accumulare crediti con l’erario, diventa vantaggioso effettuare gli acquisti all’estero in regime di esenzione. «Così - aggiunge Vaccarino - per recuperare gettito si danneggerebbe anche l’economia nazionale». Per questo Rete Imprese Italia chiede al Governo di correggere il tiro «evitando di colpire indiscriminatamente tutte le imprese per colpire gli evasori».
Lo split payment non sembra risparmiare le farmacie, anche se Federfarma ritiene che non si applichi per la cessione di medicinali in regime convenzionato: la scissione dell’Iva si applica solo in caso di fattura, mentre le farmacie usano la distinta contabile riepilogativa (Dcr). In più, Federfarma ricorda che le farmacie hanno «la possibilità di applicare su tutti i corrispettivi certificati da scontrino fiscale la “ventilazione” dell’Iva», il cui importo «non può essere quantificato a priori, ma sarà determinabile unicamente all’atto del pagamento del corrispettivo». Da qui l’impossibilità di applicare lo split payment
(articolo Il Sole 24 Ore del 05.02.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

TRIBUTIIl terreno incolto sfugge all’Imu. Non si paga sotto il minimo deciso dal Comune: cumulo con gli importi 2014. Adempimenti. Entro martedì 10 febbraio si paga l’imposta comunale sui fondi che hanno perso «neutralità».
Con la risoluzione 03.02.2015 n. 2/DF il ministero dell'Economia ha chiarito alcuni dubbi interpretativi, soprattutto con riferimento ai contribuenti che possono beneficiare dell'esenzione nei comuni parzialmente montani. L'adempimento del 10.02.2014 rimane comunque di non facile attuazione, perché il contribuente esente in base alla circolare 9/1993 deve ora verificare se è tenuto al pagamento sia con le regole fissate dal decreto interministeriale del 28.11.2014 sia con il Dl 4/2015.
Chi deve pagare
Il Dl 4/2015 prevede l'esenzione per i terreni agricoli, inclusi quelli non coltivati, ubicati nei Comuni classificati montani in base all'elenco predisposto dall'Istat, indipendentemente dalla qualifica del soggetto passivo.
Per i Comuni parzialmente montani invece sono previste due casistiche. L'esenzione si applica ai terreni agricoli, nonché quelli non coltivati, posseduti e condotti da coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola (articolo 1, comma 1, lett. b). Naturalmente ai fini dell'esenzione non è sufficiente che il possessore abbia, per esempio, la partita Iva agricola, in quanto la norma richiede espressamente l'iscrizione alla previdenza agricola.
L'articolo 1, comma 2, del Dl precisa però che l'esenzione si applica anche nel caso di terreni concessi in comodato o in affitto a coltivatori diretti o imprenditori agricoli. Nella circolare 2/DF si precisa che l'esenzione spetta solo nel caso di terreni posseduti da coltivatori diretti iscritti alla previdenza agricola e da questi dati in comodato o affitto ad altro coltivatore, sempre iscritto nella previdenza agricola.
Il Dl 4/2015 prevede poi una clausola di salvaguardia: per un terreno esente in base alle regole del decreto ministeriale 28.11.2014 ma soggetto in base alle regole del Dl 4/2015 non si è tenuti a versare l'imposta per il 2014, ma ad applicare le nuove regole a decorrere dalla rata di acconto di giugno 2015 (si veda articolo affianco).
L'aliquota da utilizzare
Per quanto attiene l'aliquota, la legge di stabilità per il 2015 dispone che nei comuni nei quali i terreni agricoli non sono più oggetto di esenzione, l'imposta è determinata per l'anno 2014 tenendo conto dell'aliquota di base del 7,6 per mille, «a meno che in detti comuni non siano state approvate per i terreni agricoli specifiche aliquote».
Mentre è pacifico che occorre utilizzare l'aliquota di base nei Comuni dove l'esenzione operava sull'intero territorio comunale, qualche dubbio rimane per i Comuni parzialmente esenti, nei quali c'erano terreni esenti e terreni assoggettati. Il dubbio deriva dal fatto che la circolare 2/Df, pur non citando espressamente questa tipologia di Comuni, sembra ritenere che anche per questi non si possa utilizzare l'aliquota ordinaria prevista “per gli altri immobili”, in quanto non specifica per i terreni agricoli.
È evidente che se questa fosse la tesi ministeriale essa sarebbe palesemente illegittima, in quanto, da un lato, il Comune non è tenuto ad applicare aliquote specifiche per ciascuna fattispecie imponibile e, dall'altro lato, vi sarebbe l'assurda conseguenza che all'interno dello stesso Comune vi sarebbero terreni assoggettati ad aliquota ordinaria (quelli precedentemente non esenti) e terreni assoggettati ad aliquota di base. Pertanto, si ritiene, che in questi Comuni anche l'aliquota ordinaria possa legittimamente essere considerata aliquota specifica adottata per i terreni agricoli.
Come calcolare l'imposta
L'imposta va calcolata considerando il reddito dominicale iscritto in catasto, rivalutandolo del 25 per cento.
Occorre poi utilizzare il moltiplicatore 135, oppure 75 nel caso di coltivatori diretti assoggettati all'imposta (Comuni in precedenza parzialmente assoggettati ed ora totalmente assoggettati). Per quest'ultimi occorre anche applicare le riduzioni previste dall'articolo 13, comma 8-bis, del Dl 201/2011.
Nel caso di terreni iscritti in catasto come incolti, senza reddito dominicale, si ritiene che nulla è dovuto in quanto è impossibile determinare la base imponibile.
L'importo minimo di versamento
Entro martedì 10 occorre versare “l'imposta complessivamente dovuta per l'anno 2014”; in F24 si utilizza il codice tributo 3914. Questo, implica che nel caso in cui il contribuente non abbia versato il saldo 2014, pari ad esempio a 5 euro, perché inferiore all'importo minimo di versamento, ed ora occorra versare 20 euro per i terreni agricoli, l'importo da corrispondere il 10 febbraio sarà di 25 euro. Se l'importo dovuto per i terreni è invece di 5 euro, allora non occorrerà versare alcunché, sempre che l'importo minimo fissato dal comune sia pari ad euro 12.
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Con la clausola di salvaguardia vale il regime più favorevole. La successione delle norme. Per il 2014 esente chi non doveva pagare in base al Dm.
Non è dovuta l'Imu per i terreni di collina e di montagna che sarebbero stati esenti in virtù del decreto dell'Economia e delle Finanze 28.11.2014 ancorché siano divenuti soggetti ad imposta per effetto dell'applicazione delle nuove disposizioni contenute nel decreto legge 4/2015. Infatti il decreto legge, che ha prorogato al 10.02.2015 il termine per il versamento dell'Imu per il 2014 e che ha sostituito il criterio altimetrico con la classificazione dei Comuni predisposta dall'Istat, contiene una clausola di salvaguardia che rende applicabili le eventuali esenzioni contenute nel Dm del 28.11.2014. Queste esenzioni si applicano solo per il 2014.
In attuazione di quanto previsto nell'articolo 22 del Dl 66/2014, il decreto del 28.11.2014, aveva introdotto nuovi criteri di imposizione dei terreni di collina e di montagna sulla base dell'altitudine del centro del comune. Si distinguevano così tre fasce: quella dei terreni situati in comuni di altitudine -sempre misurata con riferimento alla casa comunale- inferiore a 281 metri, considerati di “pianura” e quindi imponibili per tutti; quelli situati in comuni di altitudine compresa tra 281 e 600 metri, assoggettati a tassazione solo per i titolari di diritti reali privi della qualifica di coltivatore diretto o imprenditore agricolo professionale (Iap) ed infine i terreni situati in comuni di altitudine superiore a 600 metri, considerati sempre di “montagna” e, quindi, esenti per tutti. Pertanto, in applicazione della vecchia disciplina risultavano esenti:
- i terreni posti in comuni al di sopra dei 600 metri, da chiunque posseduti;
- i terreni posti in comuni di altitudine inferiore a 600 metri ma superiore a 280, posseduti da soggetti in possesso o della qualifica di coltivatore diretto o di quella di imprenditore agricolo professionale.
Queste esenzioni vengono preservate dalla clausola di salvaguarda. L'agevolazione consentirà ad alcuni titolari di diritti reali sui terreni, di non versare l'imposta per il 2014. Si pensi, ad esempio, al caso di un terreno, collocato in un comune al di sopra dei 600 metri che risulta nell'elenco Istat come parzialmente montano: tale terreno, in virtù delle disposizioni contenute nel decreto 4/2015 è soggetto a Imu, ma non lo sarà solo dal 2015 e non per il 2014, in quanto, in base al Dm 28.11.2014, sarebbe stato esente.
In altri casi, questa clausola potrebbe anche consentire ad alcuni soggetti di chiedere il rimborso di quanto pagato e non dovuto. È il caso, ad esempio, di un coltivatore diretto o di un imprenditore agricolo professionale proprietario di un terreno collocato in Comune di altitudine inferiore a 280 e classificato dall'Istat come parzialmente montano: qualora nel 2014 il coltivatore/imprenditore avesse già provveduto al versamento dell'Imu, avrebbe diritto a chiederla a rimborso poiché, applicando le disposizioni contenute nel Dl 4/2014, non risulta più dovuta.
Ma i comuni dovranno predisporre i rimborsi anche per i terreni situati nei comuni parzialmente montani che secondo la precedente disciplina erano soggetti a Imu a seconda della loro collocazione. Quindi il proprietario, ancorché in possesso delle qualifiche professionali agricole nel 2014 può aver pagato l'Imu se il terreno agricolo fosse situato in una zona “imponibile”. Con la nuova norma nei comuni parzialmente montani è la qualifica professionale del proprietario che “qualifica” l'esenzione .
Un’ altra esenzione confermata per l'anno 2014 riguarda i terreni non ricadenti in zone montane ad immutabile destinazione agricola a proprietà collettiva indivisibile (compendio unico, articolo 7 del Dlgs 9/2004)
(articolo Il Sole 24 Ore del 05.02.2015).

TRIBUTI: Imu terreni, esenzioni limitate. Concedente e affittuario devono essere coltivatori diretti. Il Mef chiarisce l'ambito applicativo del beneficio nei comuni parzialmente montani.
L'esenzione Imu per i terreni agricoli concessi in comodato o in affitto a coltivatori diretti e i imprenditori agricoli professionali (Iap) iscritti nella previdenza agricola, si applica solo se il soggetto concedente sia egli stesso un coltivatore diretti o un imprenditore agricolo. L'Imu per i terreni agricoli che non sono più oggetto dell'esenzione è determinata applicando l'aliquota base dello 0,76%, a meno che il comune non abbia deliberato una diversa aliquota.
E ancora, ha diritto al rimborso chi ha versato l'Imu per terreni che risultavano imponibili e che, in base a criteri oggi superati dalla nuova norma di esenzione, risultano invece esenti.

Dopo la bagarre sull'esenzione Imu per i terreni montani che ha portato all'approvazione del decreto legge 24.01.2015, n. 4 che ha rottamato i criteri altimetrici contenuti nel discusso decreto interministeriale del 28.11.2014, ripristinando la classificazione Istat e rinviando il pagamento del tributo al 10 febbraio, non sono mancate le richieste di chiarimento da parte dei comuni su come interpretare alcuni punti controversi del dl.
Tra cui c'è in primis l'esenzione Imu per gli imprenditori agricoli professionali di cui possono beneficiare nei comuni parzialmente montani anche gli affittuari dei terreni. Di qui l'intervento della direzione legislazione tributaria e federalismo fiscale del Dipartimento delle finanze del Mef che ha fatto un po' di chiarezza nella normativa. Il Mef ha spiegato che l'esenzione Imu prevista dall'art. 1, comma 1, lettera d) del dl n. 4 si applica a tutti i terreni agricoli, nonché a quelli non coltivati, ubicati nei comuni classificati totalmente montani dall'Istat, indipendentemente dalla qualifica soggettiva del possessore.
Diverso è il caso della lettera b) che riconosce l'esenzione ai terreni agricoli, nonché a quelli non coltivati, che sono posseduti e condotti da coltivatori diretti e dagli Iap iscritti nella previdenza agricola, ubicati nei comuni classificati parzialmente montani dall'Istat.
A queste due ipotesi si aggiunge quella prevista dal comma 2 che accorda l'esenzione dall'Imu anche ai terreni di cui al comma 1 lettera b), nel caso in cui questi siano concessi in comodato o in affitto a coltivatori diretti o a Iap, iscritti nella previdenza agricola.
Il richiamo alla lettera b) è determinante per poter affermare che detta esenzione deve operare solo nel campo esonerativo tracciato da quest'ultima norma, per cui il soggetto che concede in comodato o in affitto i terreni in questione deve egli stesso avere la qualifica di coltivatore diretto o Iap. Ciò vuol dire che è necessario che il concedente possieda e conduca almeno un altro terreno (si veda ItaliaOggi di ieri).
Riguardo all'aliquota applicabile per poter determinare l'imposta dovuta, il Mef ha chiarito che nei comuni nei quali i terreni agricoli non sono più oggetto dell'esenzione, anche parziale, prevista dall'art. 7, comma 1, lettera h), del dlgs n. 504 del 1992, l'Imu è determinata per l'anno 2014, tenendo conto dell'aliquota di base fissata dall'art. 13, comma 6, del dl 06.12.2011, n. 201, a meno che in detti comuni non siano state approvate per i terreni agricoli specifiche aliquote.
Particolare interesse ha anche l'ultima parte della risoluzione, dove viene precisato che ha diritto al rimborso chi ha effettuato il versamento dell'Imu per terreni che risultavano imponibili in base ai precedenti criteri e che, a seguito dell'approvazione del dl n. 4 del 2015, risultano invece esenti. Resta salva, ovviamente, la possibilità di compensare gli importi se il comune ha disciplinato tale facoltà (articolo ItaliaOggi del 04.02.2015).

GIURISPRUDENZA

EDILIZIA PRIVATA: Sulla concessione -o meno- della deroga a costruire dalla più vicina rotaia.
La deroga alle distanze è, nella legge, un’ipotesi del tutto eccezionale e, come chiarito dalla giurisprudenza amministrativa, “il disposto dell'art. 60, d.p.r. 11.07.1980, n. 753 va interpretato nel senso che, in mancanza delle cause ostative ivi previste (sicurezza pubblica, conservazione delle ferrovie, natura dei terreni e particolari circostanze locali), l'amministrazione sia non già obbligata a rilasciare l'autorizzazione in deroga, bensì semplicemente facultata a valutare discrezionalmente l'opportunità di rilasciare o meno l'autorizzazione stessa; nel senso, cioè, che la mancanza di dette cause costituisca un presupposto necessario ma non sufficiente per il rilascio dell'autorizzazione; è pertanto legittimo il provvedimento con il quale si nega l'autorizzazione per ragioni di tutela del patrimonio ferroviario”.
... per l'annullamento del provvedimento prot. n. 1483 dell'11.07.2008, recante l'espressione del parere negativo espresso da Rete Ferroviaria Italiana S.p.A. sull'istanza presentata da Manifattura Gomma Finnord S.p.A. per l'ottenimento della riduzione della fascia di rispetto ferroviaria relativa alla linea Vignale-Oleggio-Arona, nel tratto presente nel Comune di Dormelletto (NO);
...
Il parere di RFI s.p.a. sull’istanza di deroga della ricorrente è negativo in quanto l’opera progettata “interferisce con il progetto di raddoppio della tratta ferroviaria Vignale - Arona, il cui potenziamento è compreso nel contratto di Programma 2007-2011, sottoscritto in data 31.10.2007 tra il Ministero delle Infrastrutture e Rete Ferroviaria Italiana”.
Tale progetto, come evidenziato dalla difesa di RFI s.p.a., è stato confermato anche dal successivo contratto di programma 2012-2016 (cfr. doc. n. 3 di RFI) e dalla Regione Piemonte con DGR n. 22/2012 (cfr. doc. n. 4 di RFI).
Alla luce di tale ragione, concretamente ostativa all’accoglimento della domanda della ricorrente, il diniego di deroga alle distanze appare pienamente legittimo, ragionevole e motivato, poiché, in questo caso, l’interesse pubblico al potenziamento dei collegamenti ferroviari, così come precisato nel progetto approvato dall’Amministrazione, preclude a priori la riduzione della zona di rispetto, che può essere autorizzata solo quando “la sicurezza pubblica, la conservazione delle ferrovie, la natura dei terreni e le particolari circostanze locali lo consentano” (cfr. art. 60 DPR n. 753/1980).
La prospettiva scelta dal legislatore nella norma citata appare, dunque, diversa da quella posta dalla ricorrente alla base del suo ricorso: la deroga alle distanze è, nella legge, un’ipotesi del tutto eccezionale e, come chiarito dalla giurisprudenza amministrativa, “il disposto dell'art. 60, d.p.r. 11.07.1980, n. 753 va interpretato nel senso che, in mancanza delle cause ostative ivi previste (sicurezza pubblica, conservazione delle ferrovie, natura dei terreni e particolari circostanze locali), l'amministrazione sia non già obbligata a rilasciare l'autorizzazione in deroga, bensì semplicemente facultata a valutare discrezionalmente l'opportunità di rilasciare o meno l'autorizzazione stessa; nel senso, cioè, che la mancanza di dette cause costituisca un presupposto necessario ma non sufficiente per il rilascio dell'autorizzazione; è pertanto legittimo il provvedimento con il quale si nega l'autorizzazione per ragioni di tutela del patrimonio ferroviario” (cfr. Cons. Giust. Amm. Sic, Sez. Giurisd, 29.07.1992 n. 215).
Nel caso in questione sono, poi, proprio particolari circostanze locali (raddoppio della linea ferroviaria, già progettato ed approvato) a rendere la richiesta della ricorrente inaccoglibile, con conseguente superfluità per l’Amministrazione di ulteriori approfondimenti istruttori.
La suddetta ragione (obbligata) del diniego rende infondato anche il secondo motivo, con il quale la ricorrente -che ha comunque potuto interloquire con RFI s.p.a. in sede di richiesta di riesame del provvedimento- ha dedotto il mancato invio dell’avviso ex art. 10-bis l.n. 241/1990, senza però allegare alcun ulteriore elemento che avrebbe potuto incidere sull’esistenza della causa ostativa e, dunque, far mutare avviso ad RFI.
In conseguenza delle argomentazioni che precedono il ricorso deve essere, così, integralmente rigettato (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 23.01.2015 n. 151 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATASi definisce volume tecnico il volume non impiegabile né adattabile ad uso abitativo e comunque privo di qualsivoglia autonomia funzionale, anche solo potenziale, perché strettamente necessario per contenere, senza possibili alternative e comunque per una consistenza volumetrica del tutto contenuta, gli impianti tecnologici serventi una costruzione principale per essenziali esigenze tecnico-funzionali della medesima e non collocabili, per qualsiasi ragione, all’interno dell’edificio (come -e sempre in difetto dell’alternativa- quelli connessi alla condotta idrica, termica o all'ascensore e simili, i quali si risolvono in semplici interventi di trasformazione senza generare aumento alcuno di carico territoriale o di impatto visivo).
Un tale volume –che deve porsi in rapporto di strumentalità necessaria con l’utilizzo della costruzione, nonché in rapporto di proporzionalità con le esigenze effettive da soddisfare- non è di norma computato nella volumetria massima assentibile.
Tale natura è stata ritenuta appunto ravvisabile per cabine contenenti impianti idrici, termici, motori dell’ascensore e simili, nonché per i sottotetti termici, intesi come ambienti situati sotto il solaio di copertura di un edificio, con esclusive funzioni di isolamento dagli agenti esterni dell’ultimo piano dell’edificio stesso, purché non utilizzabile per attività connesse all’uso abitativo, come nel caso di soffitte, stenditoi chiusi o locali di sgombero.

Si definisce volume tecnico, infatti, il volume non impiegabile né adattabile ad uso abitativo e comunque privo di qualsivoglia autonomia funzionale, anche solo potenziale, perché strettamente necessario per contenere, senza possibili alternative e comunque per una consistenza volumetrica del tutto contenuta, gli impianti tecnologici serventi una costruzione principale per essenziali esigenze tecnico-funzionali della medesima e non collocabili, per qualsiasi ragione, all’interno dell’edificio (come -e sempre in difetto dell’alternativa- quelli connessi alla condotta idrica, termica o all'ascensore e simili, i quali si risolvono in semplici interventi di trasformazione senza generare aumento alcuno di carico territoriale o di impatto visivo).
Un tale volume –che deve porsi in rapporto di strumentalità necessaria con l’utilizzo della costruzione, nonché in rapporto di proporzionalità con le esigenze effettive da soddisfare- non è di norma computato nella volumetria massima assentibile.
Tale natura è stata ritenuta appunto ravvisabile per cabine contenenti impianti idrici, termici, motori dell’ascensore e simili, nonché per i sottotetti termici, intesi come ambienti situati sotto il solaio di copertura di un edificio, con esclusive funzioni di isolamento dagli agenti esterni dell’ultimo piano dell’edificio stesso, purché non utilizzabile per attività connesse all’uso abitativo, come nel caso di soffitte, stenditoi chiusi o locali di sgombero (cfr. in tal senso, fra le tante, Cons. Stato, VI, 31.03.2014, n. 1512; V, 19.01.2009, n. 236 e 19.09.2005, n. 4744; IV, 28.01.2011, n. 678; Cass. civ., sez. II, 17.12.2013, n. 28141 e 10.09.2014, n. 19094) (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 21.01.2015 n. 175 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Quanto alle pertinenze, la nozione generale è contenuta nell’art. 817 del Codice civile (che le definisce come “cose destinate, in modo durevole, a servizio o ad ornamento di un’altra cosa”), ma si tratta di nozione che presenta peculiarità in materia urbanistico-edilizia, con riferimento ad opere preordinate funzionalmente ad una oggettiva (e non già soggettiva) esigenza dell’edificio principale, prive di possibile diversa utilizzazione autonoma e, pertanto, non incidenti sul carico urbanistico e senza proprio valore di mercato, come nel caso di un’autorimessa asservita all’abitazione (non certo anche in caso di ampliamento –o sopraelevazione– dell’abitazione stessa.
Quanto alle pertinenze, la nozione generale è contenuta nell’art. 817 del Codice civile (che le definisce come “cose destinate, in modo durevole, a servizio o ad ornamento di un’altra cosa”), ma si tratta di nozione che presenta peculiarità in materia urbanistico-edilizia, con riferimento ad opere preordinate funzionalmente ad una oggettiva (e non già soggettiva) esigenza dell’edificio principale, prive di possibile diversa utilizzazione autonoma e, pertanto, non incidenti sul carico urbanistico e senza proprio valore di mercato, come nel caso di un’autorimessa asservita all’abitazione (non certo anche in caso di ampliamento –o sopraelevazione– dell’abitazione stessa: cfr. anche, per il principio, Cons. Stato, II, 12.05.1999, n. 729/99; 26.04.2002, n. 2560/2001; IV, 08.11.2011, n. 5905; V, 24.07.2014, n. 3952; IV, 26.08.2014, n. 4290).
Le opere nella fattispecie contestate –descritte nei termini in precedenza riportati, con ulteriore, chiara documentazione fotografica versata in atti– non appaiono riconducibili alle richiamate nozioni di “volume tecnico”, o di “pertinenza”.
Appaiono significative in tal senso le seguenti caratteristiche oggettive, non smentite (e, almeno in parte, difficilmente confutabili) dalla parte appellante: la già effettuata suddivisione del manufatto in più ambienti (uno dei quali preordinato ad una tipica funzione abitativa, come quella riconducibile ai servizi igienici), la presenza di regolare porta di accesso e finestratura, nonché l’altezza (pari al colmo a m. 2.70), sicuramente idonea ad assicurare l’abitabilità di una parte almeno della superficie complessiva, come di consueto avviene per le mansarde, sottostanti ad un tetto spiovente (con conseguente irrilevanza dell’altezza media, attestata dal tecnico di parte); esclude la natura di sottotetto termico, inoltre, l’assenza di precise indicazioni circa esigenze, o specifici impianti tecnologici, tali da giustificare un’altezza massima ed una consistenza volumetrica che –per dato di comune esperienza, ai sensi dell’art. 115 Cod. proc. civ.– appaiono sproporzionate in rapporto a mere esigenze di protezione dell’edificio sottostante dal caldo, dal freddo e dall’umidità.
Non appare priva di rilevanza, peraltro, la segnalata presenza di incannucciata in legno, atta ad occultare o rendere meno evidenti i lavori in corso (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 21.01.2015 n. 175 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Aria. Inquinamento atmosferico e impianti di frantumazione dei materiali di cava.
Non vi è dubbio che le disposizioni in tema di prevenzione dell'inquinamento atmosferico si applichino anche agli impianti di frantumazione dei materiali di cava stante la oggettiva attitudine di questi a dare luogo ad emissioni di pulviscolo e di particolato dell'atmosfera
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 15.01.2015 n. 1713 - tratto da www.lexambiente.it).

URBANISTICA - VARI: Acquirente di immobile frutto di illecito lottizzatorio e obbligo di diligenza.
Al terzo acquirente di immobile frutto di illecito lottizzatorio è richiesto l'assolvimento di quella diligenza che richiede la c.d. conoscenza parallela nella sfera laica o conoscenza da profano (sorta nel diritto tedesco come Parallelwertung in der Laiensphaere), nel senso che, per l'attribuibilità a titolo di colpa del fatto all'agente, occorre certamente che questi si rappresenti anche gli aspetti che fondano la rilevanza giuridica delle situazioni di fatto richiamate dalla fattispecie, e quindi è necessario che il reo abbia avuto consapevolezza -sia pure, appunto, secondo la "conoscenza parallela nella sfera laica"- che le cose oggetto del reato costituivano beni soggetti ad un particolare regime di disposizione e tutela
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 14.01.2015 n. 1334 - tratto da www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Accertamento della pericolosità.
L'accertamento della pericolosità di un rifiuto prescinde dal riferimento alla sostanza in esso contenuta per i rifiuti contrassegnati da un asterisco, per i quali vige una presunzione assoluta di pericolosità mentre, per i rifiuti in relazione ai quali la pericolosità viene fatta derivare dalle sostanze pericolose in essi contenute, è necessaria un'analisi per accertare se tali sostanze eccedano i limiti stabili
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 13.01.2015 n. 971 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Opere autorizzate in contrasto con la pianificazione.
Il Comune non può, mediante l'inserimento nel titolo abilitativo di clausole o condizioni, permettere la realizzazione, in contrasto con la pianificazione, di opere che siano in grado di alterare in modo permanente l'assetto urbanistico.
Le previsioni contenute nel Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (d.P.R. 06.06.2001, n. 380) e specificamente le definizioni contenute nell'art. 3, comma primo, prevalgono su quelle contenute negli strumenti urbanistici generali e dei regolamenti edilizi
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 13.01.2015 n. 966 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Beni Ambientali. Taglio colturale e reato paesaggistico.
In tema di tutela del paesaggio, la asportazione totale del soprassuolo boschivo e la sua successiva aratura configurano il reato di cui all'art. 181 del D.Lgs. 22.01.2004 n. 42, atteso che solo la eliminazione parziale delle piante può essere ricompresa tra le attività agro-silvo-pastorali consentite dall'art. 149 del decreto n. 42 del 2004, e sempre che il taglio colturale venga compiuto per il miglioramento del bosco
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 13.01.2015 n. 962 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICA: Se sussiste una discrasia tra parte normativa e parte grafica delle prescrizioni di PRG, torna pienamente applicabile al caso di specie la regula iuris più volte affermata da questo Consiglio di Stato secondo cui nel contrasto tra normativa e segno grafico occorre dare prevalenza alla prima.
Trattasi di un indirizzo ermeneutico del tutto coerente e che si affianca a quello per il quale, in omaggio al principio generale di tutela dell’affidamento, in caso di contrasto tra tavole planimetriche allegate allo strumento urbanistico, il dubbio circa la disciplina di Piano da applicare ad un determinata area va risolto nel senso meno oneroso per la proprietà.

Ma se così è, se cioè sussiste una discrasia tra parte normativa e parte grafica delle prescrizioni di PRG, torna pienamente applicabile al caso di specie la regula iuris più volte affermata da questo Consiglio di Stato (cfr. Sez. IV 16/01/2007 n. 3081; idem 10/08/2000 n. 4462) secondo cui nel contrasto tra normativa e segno grafico occorre dare prevalenza alla prima.
Trattasi di un indirizzo ermeneutico del tutto coerente e che si affianca a quello per il quale, in omaggio al principio generale di tutela dell’affidamento, in caso di contrasto tra tavole planimetriche allegate allo strumento urbanistico, il dubbio circa la disciplina di Piano da applicare ad un determinata area va risolto nel senso meno oneroso per la proprietà (Cons. Stato Sez. IV 19/09/1993; idem n. 3081/2007 già citata) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 13.01.2015 n. 49 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'ordine di demolizione deve essere rivolto nei confronti di chi abbia la disponibilità dell'opera, indipendentemente dal fatto che l'abbia concretamente realizzata, cosa che potrebbe rilevare sotto il profilo della responsabilità penale, ma non ai fini della legittimità dell'ordine di demolizione.
L'ordinanza di demolizione di una costruzione abusiva, infatti, può legittimamente essere emanata nei confronti del proprietario attuale, anche se non responsabile dell'abuso, considerato che l'abuso edilizio costituisce illecito permanente e che l'ordinanza stessa ha carattere ripristinatorio e non prevede l'accertamento del dolo o della colpa del soggetto cui s'imputa la trasgressione.

Ritenuto infatti che costituisce principio giurisprudenziale indiscusso quello secondo cui l'ordine di demolizione deve essere rivolto nei confronti di chi abbia la disponibilità dell'opera, indipendentemente dal fatto che l'abbia concretamente realizzata, cosa che potrebbe rilevare sotto il profilo della responsabilità penale, ma non ai fini della legittimità dell'ordine di demolizione; l'ordinanza di demolizione di una costruzione abusiva, infatti, può legittimamente essere emanata nei confronti del proprietario attuale, anche se non responsabile dell'abuso, considerato che l'abuso edilizio costituisce illecito permanente e che l'ordinanza stessa ha carattere ripristinatorio e non prevede l'accertamento del dolo o della colpa del soggetto cui s'imputa la trasgressione (in termini, TAR Lazio, Roma, sez. I 26.06.2012, n. 5830; cfr., TAR Campania Napoli, sez. IV, 15.06.2011, n. 3157) (TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 12.01.2015 n. 351 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ingiunzione a demolire ed obblighi di notifica.
L'ingiunzione a demolire, conseguente all'ordine di demolizione disposto dal giudice con la sentenza di condanna (art. 31, comma nono, d.P.R. 06.06.2001, n. 380), deve essere notificato esclusivamente al condannato, essendo l'ingiunzione preordinata a consentirgli lo spontaneo adempimento dell'obbligo senza ulteriori aggravi di spese a suo carico, sicché non è richiesto al pubblico ministero di notificare l'ingiunzione anche al difensore
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 08.01.2015 n. 254 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Secondo consolidata giurisprudenza lo spianamento deve intendersi modifica del territorio superficiale.
Ebbene, secondo consolidata giurisprudenza anche lo spianamento deve intendersi modifica del territorio superficiale (sul punto si veda Cons. Stato, sez. IV, 10.03.2014, n. 1099; TAR Venezia, sez. II, 03/04/2003, n. 2267; TAR Puglia, Bari, sez. III, 26.02.2009, n. 404; TAR Piemonte Torino, sez. I, 25.10.2007, n. 3242; TAR Toscana, sez. I, 17.11.1989, n. 959; Cass. penale, sez. III, 14.07.1998, n. 2239) (TAR Puglia-Bari, Sez. II, sentenza 30.12.2014 n. 1639 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Tutte le volte in cui una tettoria sia di dimensioni oggettivamente notevoli essa, anche se si trovi collegata ad altro bene e sia in potenza facilmente smontabile, non può essere considerata come pertinenza e, pertanto, necessita di adeguato titolo di concessione edilizia.
Per quanto riguarda la realizzazione della tettoia per ricovero attrezzi e automezzi avente un’estensione pari a 184 mq circa, si richiama Cons. di stato, sez. VI, 18.12.2012, n. 6493; Cons. Stato, sez. V, 19.07.2013, n. 3939; Cons. Stato, sez. V, 14.10.2013, n. 4997 secondo il quale tutte le volte in cui una tettoria sia di dimensioni oggettivamente notevoli essa, anche se si trovi collegata ad altro bene e sia in potenza facilmente smontabile, non può essere considerata come pertinenza e, pertanto, necessita di adeguato titolo di concessione edilizia (TAR Puglia-Bari, Sez. II, sentenza 30.12.2014 n. 1639 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' pacifico in giurisprudenza che in materia di ordinanze di demolizione di opere abusive non è necessaria la comunicazione di avvio del procedimento.
Più nello specifico il Consiglio di Stato ha osservato che “nei procedimenti preordinati all'emanazione di ordinanze di demolizione di opere edili abusive non trova applicazione l'obbligo di comunicare l'avvio dell'iter procedimentale in ragione della natura vincolata del potere repressivo esercitato, che rende di per sé inconfigurabile un qualunque apporto partecipativo del privato (...). In questo senso va così intesa la ricorrente affermazione del medesimo Consiglio di Stato, secondo cui le norme sulla partecipazione del privato al procedimento amministrativo non vanno applicate meccanicamente e formalmente”.

In ogni caso è pacifico in giurisprudenza che in materia di ordinanze di demolizione di opere abusive non è necessaria la comunicazione di avvio del procedimento (sul punto, di recente, vedasi TAR Umbria, sez. I, 24.11.2014, n. 568; TAR Marche, sez. I, 21.11.2014, n. 974).
Più nello specifico il Consiglio di Stato ha osservato che “nei procedimenti preordinati all'emanazione di ordinanze di demolizione di opere edili abusive non trova applicazione l'obbligo di comunicare l'avvio dell'iter procedimentale in ragione della natura vincolata del potere repressivo esercitato, che rende di per sé inconfigurabile un qualunque apporto partecipativo del privato (...). In questo senso va così intesa la ricorrente affermazione del medesimo Consiglio di Stato, secondo cui le norme sulla partecipazione del privato al procedimento amministrativo non vanno applicate meccanicamente e formalmente (così testualmente, fra le tante, sez. IV, 17.09.2012, n. 4925, proprio con riguardo all'ipotesi del provvedimento vincolato)” (Cons. Stato, sez. IV, 26.08.2014, n. 4279)
(TAR Puglia-Bari, Sez. II, sentenza 30.12.2014 n. 1639 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: File della Pec inceppato ma i lavori non si fermano.
Leale collaborazione. È il principio che deve ispirare l'amministrazione nei rapporti con i cittadini: ecco allora che il Comune non può bloccare i lavori edilizi solo perché nella Scia inviata via Pec agli uffici uno dei file non può essere aperto. In tal caso l'ente deve far presente l'inconveniente tecnico e chiedere una nuova spedizione per e-mail certificata e, se del caso, concedere un termine ad hoc.

È quanto emerge dalla sentenza 03.12.2014 n. 610 della I Sez. del TAR Friuli Venezia Giulia.
Accolto il ricorso del big della telefonia contro un piccolo Comune: le mega-antenne per cellulari non possono essere sostituite soltanto perché l'amministrazione ha taciuto il disguido tecnico verificatosi dopo la spedizione via Pec della segnalazione di inizio attività. Ma la posta elettronica certificata, spiegano i giudici, costituisce uno strumento con il quale i privati ben possono relazionarsi con la pubblica amministrazione e la trasmissione a mezzo pec equivale alla notifica per posta.
Ancora: le istanze e dichiarazioni inviate alla pubblica Amministrazione in via telematica equivalgono a quelle presentate su supporto cartaceo con sottoscrizione autografa, a patto che rispondano ai requisiti formali fissati dalla legge. Ha ragione il colosso delle telecomunicazioni: è il codice dell'amministrazione digitale che consente ai privati di interagire con gli enti pubblici utilizzando le tecnologie telematiche e dunque soprattutto con la posta elettronica certificata. E nel caso della Scia risulta che l'invio telematico rispetta i parametri tecnici: si presume dunque una consegna corretta che esonera il mittente da ulteriori verifiche presso il destinatario.
Nel caso di specie il Comune non ha nemmeno prospettato che la mancata apertura dei file contenenti la documentazione allegati alla Scia dipendesse da una scelta deliberata delle segnalanti: ne consegue che era suo dovere rappresentare agli interessati la circostanza, fissando un termine per ovviare al problema, con l'avvertimento che il mancato tempestivo adempimento dell'incombente avrebbe determinato l'esercizio dei poteri inibitori nel termine di cui all'articolo 87-bis del decreto legislativo 259/2003 (articolo ItaliaOggi del 07.02.2015).

AGGIORNAMENTO AL 04.02.2015

Eppur (qualcosa) si muove!!

     Con l'AGGIORNAMENTO AL 25.01.2015 davamo conto di come il Consiglio di Stato avesse sconfessato chiaramente (nero su bianco, per la 1^ volta per quanto ci è dato conoscere) la bontà della circolare 26.06.2009 n. 33 del Segretario generale MIBACT in ordine alla possibilità di poter sanare (dal punto di vista paesaggistico, ex art. 167 dlgs 42/2004) i cosiddetti "volumi tecnici".
     Ebbene, pare che anche il TAR stia adeguandosi a tale principio, anche se non cita testualmente la suddetta circolare ... di seguito un primo pronunciamento dopo la sentenza Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 05.01.2015 n. 12:

EDILIZIA PRIVATA: Se rifacendo il tetto, in zona pesaggisticamente vincolata, si innalza abusivamente l’altezza dell’immobile al colmo ed alla gronda ciò non è suscettibile di successiva compatibilità ex art. 167 dlgs 42/2004.
La nuova configurazione del sottotetto -che lo ha reso accessibile, rifinito, illuminato, dotato di impianto elettrico e potenzialmente collegato al terrazzo- non consente più di qualificarlo come “volume tecnico”, sicché a seguito degli interventi realizzati non può non riscontrarsi un non autorizzato incremento dei volumi utili.
Per vero, secondo consolidata giurisprudenza “la nozione di volume tecnico, non computabile nel calcolo della volumetria massima consentita, può essere applicata solo con riferimento ad opere edilizie completamente prive di una propria autonomia funzionale, anche potenziale, in quanto destinate a contenere impianti serventi di una costruzione principale, per esigenze tecnico-funzionali della costruzione stessa; si tratta, in particolare, di impianti necessari per l'utilizzo dell'abitazione, che non possono essere ubicati all'interno di essa, connessi alla condotta idrica, termica, ascensore ecc., mentre va escluso che possa parlarsi di volumi tecnici al di fuori di tale ambito, al fine di negare rilevanza giuridica ai volumi comunque esistenti nella realtà fisica”.
Nel caso di specie è pacifico, alla luce della definizione dianzi esposta, che non si tratti di locale tecnico, ma al più di locale di sgombero e deposito, potenzialmente destinabile ad altro uso.
In ogni caso, “tenuto conto del testo e della ratio dell'art. 167, nella prospettiva della tutela del paesaggio non è rilevante la classificazione dei volumi edilizi che si suole fare al fine di evidenziare la loro neutralità, sul piano del carico urbanistico, poiché le qualificazioni giuridiche rilevanti sotto il profilo urbanistico ed edilizio non hanno rilievo, quando si tratti di qualificare le opere sotto il profilo paesaggistico, sia quando si tratti della percezione visiva di volumi, a prescindere dalla loro destinazione d'uso, sia quando comunque si tratti di modificare un terreno o un edificio o il relativo sottosuolo”.
Sicché la correttezza delle valutazioni della Soprintendenza non verrebbe meno quand’anche il sottotetto fosse da considerarsi (ancora) volume tecnico, a fronte del fatto che dalla realizzazione degli interventi come sopra descritti risulta un (incontestato) aumento dell’altezza dell’immobile al colmo e alla gronda, tale da alterare la conformazione del fabbricato e da dar luogo a un incremento di volumi, che esclude per espressa previsione di legge la sanabilità dell’abuso paesaggistico.

3. Come correttamente rilevato dalla Soprintendenza, la nuova configurazione del sottotetto -che lo ha reso accessibile, rifinito, illuminato, dotato di impianto elettrico e potenzialmente collegato al terrazzo- non consente più di qualificarlo come “volume tecnico”, sicché a seguito degli interventi realizzati non può non riscontrarsi un non autorizzato incremento dei volumi utili.
Per vero, secondo consolidata giurisprudenza “la nozione di volume tecnico, non computabile nel calcolo della volumetria massima consentita, può essere applicata solo con riferimento ad opere edilizie completamente prive di una propria autonomia funzionale, anche potenziale, in quanto destinate a contenere impianti serventi di una costruzione principale, per esigenze tecnico-funzionali della costruzione stessa; si tratta, in particolare, di impianti necessari per l'utilizzo dell'abitazione, che non possono essere ubicati all'interno di essa, connessi alla condotta idrica, termica, ascensore ecc., mentre va escluso che possa parlarsi di volumi tecnici al di fuori di tale ambito, al fine di negare rilevanza giuridica ai volumi comunque esistenti nella realtà fisica” (Consiglio di Stato, VI, sent. n. 5428/2014).
Nel caso di specie è pacifico, alla luce della definizione dianzi esposta, che non si tratti di locale tecnico, ma al più di locale di sgombero e deposito, potenzialmente destinabile ad altro uso.
4. In ogni caso, “tenuto conto del testo e della ratio dell'art. 167, nella prospettiva della tutela del paesaggio non è rilevante la classificazione dei volumi edilizi che si suole fare al fine di evidenziare la loro neutralità, sul piano del carico urbanistico, poiché le qualificazioni giuridiche rilevanti sotto il profilo urbanistico ed edilizio non hanno rilievo, quando si tratti di qualificare le opere sotto il profilo paesaggistico, sia quando si tratti della percezione visiva di volumi, a prescindere dalla loro destinazione d'uso, sia quando comunque si tratti di modificare un terreno o un edificio o il relativo sottosuolo” (Consiglio di Stato, VI, sent. n. 5066/2012).
Sicché la correttezza delle valutazioni della Soprintendenza non verrebbe meno quand’anche il sottotetto fosse da considerarsi (ancora) volume tecnico, a fronte del fatto che dalla realizzazione degli interventi come sopra descritti risulta un (incontestato) aumento dell’altezza dell’immobile al colmo e alla gronda, tale da alterare la conformazione del fabbricato e da dar luogo a un incremento di volumi, che esclude per espressa previsione di legge la sanabilità dell’abuso paesaggistico (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 12.01.2015 n. 117 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

     Ad onor del vero, il Consiglio di Stato ed anche il TAR già avevano disconosciuto la possibilità di sanare (paesaggisticamente parlando) i "volumi tecnici" di che trattasi senza, tuttavia, confutare apertamente la circolare ministeriale ... ecco alcune sentenze:

EDILIZIA PRIVATA: Ai fini paesistici il divieto di incremento dei volumi esistenti, imposto ai fini della tutela del paesaggio, preclude qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico ed altro tipo di volume.
La nozione di volume rilevante ai fini paesaggistici non distingue, infatti, secondo l’indirizzo interpretativo richiamato, tra volumi esterni e volumi interrati, essendo anche questi ultimi idonei a determinare una modificazione del territorio e dell'assetto edilizio esistente, posto che lo stesso volume che a fini edilizi, per le sue caratteristiche, potrebbe non essere considerato rilevante e non essere oggetto di computo fra le volumetrie assentibili, ad esempio perché ritenuto volume tecnico, ai fini paesaggistici può assumere una diversa rilevanza, laddove si ritenga che determini una possibile alterazione dello stato dei luoghi salvaguardato dalle apposite norme di tutela, le quali, al preordinato fine di conservare la sostanziale integrità di determinati ambiti territoriali, ben possono vietare anche la realizzazione di un volume edilizio tecnico od interrato, quand'anche irrilevanti secondo le norme che regolano l'attività edilizia.
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Quanto alla lamentata disparità di trattamento di trattamento rispetto ad altri interventi edilizi analoghi assentiti dall’Amministrazione, il Tribunale rileva che la valutazione del rilievo paesistico dell’opera va condotta dall’autorità tutoria caso per caso, in considerazione della consistenza e dell’ubicazione del singolo intervento da assentire (cfr. in tal senso Cons. Stato n. 3557/2009: “non può tradursi in vizio di legittimità del provvedimento di annullamento di un'autorizzazione paesistica, la presenza, nell'area interessata dall'intervento edilizio, di altre costruzioni asseritamene omogenee a quella da assentire, sia perché ogni manufatto è diverso per consistenza, ubicazione, periodo di realizzazione, sia perché un pregresso comportamento illegittimo dell'amministrazione non può valere a sanare un'ulteriore illegittimità”).

... per l'annullamento del decreto della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per Napoli e Provincia del 16.04.2009, spedito per la notifica in data 27.04.2009, con il quale è stato disposto l'annullamento del provvedimento del Dirigente del Settore VI Urbanistica ed Edilizia Privata del Comune di Capri n. 12 del 18.02.2009;
...
Il Tribunale osserva in contrario, richiamandosi all’orientamento giurisprudenziale prevalente, che, ai fini paesistici il divieto di incremento dei volumi esistenti, imposto ai fini della tutela del paesaggio, preclude qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico ed altro tipo di volume.
La nozione di volume rilevante ai fini paesaggistici non distingue, infatti, secondo l’indirizzo interpretativo richiamato, tra volumi esterni e volumi interrati, essendo anche questi ultimi idonei a determinare una modificazione del territorio e dell'assetto edilizio esistente, posto che lo stesso volume che a fini edilizi, per le sue caratteristiche, potrebbe non essere considerato rilevante e non essere oggetto di computo fra le volumetrie assentibili, ad esempio perché ritenuto volume tecnico, ai fini paesaggistici può assumere una diversa rilevanza, laddove si ritenga che determini una possibile alterazione dello stato dei luoghi salvaguardato dalle apposite norme di tutela, le quali, al preordinato fine di conservare la sostanziale integrità di determinati ambiti territoriali, ben possono vietare anche la realizzazione di un volume edilizio tecnico od interrato, quand'anche irrilevanti secondo le norme che regolano l'attività edilizia (in tal senso cfr. TAR Campania, Napoli, sez. III, 21.12.2012, n. 5336; Id., VI, 23.10.2012, n. 4202; Id, IV, 29.05.2012 n. 2529; cfr. anche Cons. St., sez. IV, 28.03.2011 n. 1879; Tar Campania, Salerno, sez. I, 11.10.2011 n. 1642).
Quanto, poi, alla lamentata disparità di trattamento di trattamento rispetto ad altri interventi edilizi analoghi assentiti dall’Amministrazione, il Tribunale rileva che la valutazione del rilievo paesistico dell’opera va condotta dall’autorità tutoria caso per caso, in considerazione della consistenza e dell’ubicazione del singolo intervento da assentire (cfr. in tal senso Cons. Stato, sez. VI, 09.06.2009 n. 3557: “non può tradursi in vizio di legittimità del provvedimento di annullamento di un'autorizzazione paesistica, la presenza, nell'area interessata dall'intervento edilizio, di altre costruzioni asseritamene omogenee a quella da assentire, sia perché ogni manufatto è diverso per consistenza, ubicazione, periodo di realizzazione, sia perché un pregresso comportamento illegittimo dell'amministrazione non può valere a sanare un'ulteriore illegittimità”) (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 24.01.2014 n. 607 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl divieto di incremento dei volumi esistenti, imposto ai fini della tutela del paesaggio, preclude qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico ed altro tipo di volume, costituendo opera valutabile anche come aumento di volume la realizzazione di un garage interrato con accesso all'esterno tramite rampa in zona sottoposta a vincolo paesaggistico.
Pertanto, la nozione di volume rilevante ai fini paesaggistici non può distinguere tra volumi esterni e volumi interrati, essendo anche questi ultimi idonei a determinare una modificazione del territorio e dell'assetto edilizio esistente, posto che lo stesso volume che a fini edilizi, per le sue caratteristiche, può non essere considerato rilevante e non essere oggetto di computo fra le volumetrie assentibili, ad esempio perché ritenuto volume tecnico, ai fini paesaggistici può assumere una diversa rilevanza, laddove si ritenga che determini una possibile alterazione dello stato dei luoghi salvaguardato dalle apposite norme di tutela, le quali, al preordinato fine di conservare la sostanziale integrità di determinati ambiti territoriali, ben possono vietare anche la realizzazione di un volume edilizio tecnico od interrato, quand'anche irrilevanti secondo le norme che regolano l'attività edilizia.

Il Tribunale osserva in contrario, in primo luogo, che le opere edilizie in parola non sono state realizzate interamente nel sottosuolo, ma che dal suolo fuoriescono rispettivamente per 1 mt. e 50 cm., cosicché per esse neppure sarebbe in astratto invocabile la disciplina derogatoria di cui alla cd. Legge Tognoli; in secondo luogo, che, ai fini paesistici «il divieto di incremento dei volumi esistenti, imposto ai fini della tutela del paesaggio, preclude qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico ed altro tipo di volume, costituendo opera valutabile anche come aumento di volume la realizzazione di un garage interrato con accesso all'esterno tramite rampa in zona sottoposta a vincolo paesaggistico. Pertanto, la nozione di volume rilevante ai fini paesaggistici non può distinguere tra volumi esterni e volumi interrati, essendo anche questi ultimi idonei a determinare una modificazione del territorio e dell'assetto edilizio esistente, posto che lo stesso volume che a fini edilizi, per le sue caratteristiche, può non essere considerato rilevante e non essere oggetto di computo fra le volumetrie assentibili, ad esempio perché ritenuto volume tecnico, ai fini paesaggistici può assumere una diversa rilevanza, laddove si ritenga che determini una possibile alterazione dello stato dei luoghi salvaguardato dalle apposite norme di tutela, le quali, al preordinato fine di conservare la sostanziale integrità di determinati ambiti territoriali, ben possono vietare anche la realizzazione di un volume edilizio tecnico od interrato, quand'anche irrilevanti secondo le norme che regolano l'attività edilizia» (TAR Napoli, IV, 29.05.2012 n. 2529; cfr. anche Cons. St., sez. IV, 28.03.2011 n. 1879; Tar Campania, Salerno, sez. I, 11.10.2011 n. 1642) (TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 21.12.2012 n. 5336 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il rilascio dell’autorizzazione a sanatoria ambientale è possibile solo nelle ipotesi (lavori che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzabili; impiego di materiali in difformità dall'autorizzazione paesaggistica; lavori comunque configurabili quali interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria, ai sensi dell'art. 3, d.P.R. 06.06.2001 n. 380) previste dal quarto comma e con le modalità previste dal quinto comma dell’articolo 167 del codice dei beni culturali e del paesaggio (il proprietario, possessore o detentore a qualsiasi titolo dell'immobile o dell'area presenta apposita domanda all'autorità preposta alla gestione del vincolo, ai fini dell'accertamento della compatibilità paesistica degli interventi medesimi; l’autorità competente si pronuncia sulla domanda entro il termine perentorio di centottanta giorni, previo parere vincolante della Soprintendenza, da rendersi entro il termine perentorio di novanta giorni; qualora venga accertata la compatibilità paesaggistica, il trasgressore è tenuto al pagamento di una somma equivalente al maggiore importo tra il danno arrecato e il profitto conseguito mediante la trasgressione).
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Quanto all’ambito di applicazione del richiamato art. 167, commi 4 e 5, la Sezione ritiene di dover ribadire quanto già affermato con altra pronuncia ossia che:
- l’autorizzazione paesaggistica non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, delle opere (art. 146, comma 4, d.lgs. n. 42 del 2004), al di fuori dai casi tassativamente previsti dall’art. 167, commi 4 e 5;
- con tale scelta il legislatore ha inteso presidiare ulteriormente il regime delle opere incidenti su beni paesaggistici, escludendo in radice che l’esame di compatibilità paesistica possa essere postergato all’intervento realizzato (sine titulo o in difformità dal titolo rilasciato) e ciò al fine di escludere che possa riconnettersi al fatto compiuto qualsivoglia forma di legittimazione giuridica;
- in altri termini, il richiamato art. 167 del codice n. 42 del 2004, evidentemente in considerazione delle prassi applicative delle leggi succedutesi in materia di condoni e sanatorie (caratterizzate di regola dall’esercizio di poteri discrezionali delle autorità preposte alla tutela del vincolo paesaggistico), ha inteso tutelare più rigorosamente i beni sottoposti al medesimo vincolo, precludendo in radice ogni valutazione di compatibilità ex post delle opere abusive (tranne quelle tassativamente indicate nello stesso art. 167);
- ove le opere risultino diverse da quelle sanabili ed indicate nell’art. 167, le competenti autorità non possono che emanare un atto dal contenuto vincolato e cioè esprimersi nel senso della reiezione dell’istanza di sanatoria;
- l’unica eccezione a tale rigida prescrizione riguarda il caso in cui i lavori, pur se realizzati in assenza o difformità dell’autorizzazione paesaggistica, non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati;
- tenuto conto del testo e della ratio dell’art. 167, nella prospettiva della tutela del paesaggio non è rilevante la classificazione dei volumi edilizi che si suole fare al fine di evidenziare la loro neutralità, sul piano del carico urbanistico, poiché le qualificazioni giuridiche rilevanti sotto il profilo urbanistico ed edilizio non hanno rilievo, quando si tratti di qualificare le opere sotto il profilo paesaggistico, sia quando si tratti della percezione visiva di volumi, a prescindere dalla loro destinazione d’uso, sia quando comunque si tratti di modificare un terreno o un edificio o il relativo sottosuolo.
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Ai sensi della previsione dell’art. 167, comma 5, d.lgs. n. 42/2004, il parere della Soprintendenza è, quindi, vincolante (e dev’essere espresso in senso negativo quando risultino realizzati volumi di qualsiasi tipo) e non può essere surrogato da meccanismi di silenzio-assenso o inerzia devolutiva ed anche l’eventuale applicazione alla fattispecie dell’art. 146 del codice dei beni culturali e del paesaggio non cambierebbe certo i termini del problema, dovendo trovare comunque applicazione la previsione dell’ottavo comma della disposizione citata, assegnante comunque valore vincolante al parere della Soprintendenza fino all’“approvazione del piano paesaggistico ai sensi dell'articolo 143, comma 3, e all'avvenuto adeguamento ad esso degli strumenti urbanistici comunali”.

L’art. 146, comma 12, d.lgs. 22.01.2004 n. 42 (modificato dall’art. 16, d.lgs. 24.03.2006 n. 157), prevede un generale divieto di rilasciare autorizzazioni paesistiche a sanatoria, salvi i casi e con le modalità di cui all’art. 167, commi 4 e 5, citato codice.
Il rilascio dell’autorizzazione a sanatoria è, quindi, possibile solo nelle ipotesi (lavori che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzabili; impiego di materiali in difformità dall'autorizzazione paesaggistica; lavori comunque configurabili quali interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria, ai sensi dell'art. 3, d.P.R. 06.06.2001 n. 380) previste dal quarto comma e con le modalità previste dal quinto comma dell’articolo 167 del codice dei beni culturali e del paesaggio (il proprietario, possessore o detentore a qualsiasi titolo dell'immobile o dell'area presenta apposita domanda all'autorità preposta alla gestione del vincolo, ai fini dell'accertamento della compatibilità paesistica degli interventi medesimi; l’autorità competente si pronuncia sulla domanda entro il termine perentorio di centottanta giorni, previo parere vincolante della Soprintendenza, da rendersi entro il termine perentorio di novanta giorni; qualora venga accertata la compatibilità paesaggistica, il trasgressore è tenuto al pagamento di una somma equivalente al maggiore importo tra il danno arrecato e il profitto conseguito mediante la trasgressione).
Quanto all’ambito di applicazione del richiamato art. 167, commi 4 e 5, la Sezione ritiene di dover ribadire quanto già affermato con la propria sentenza 20.06.2012 n. 3578, la quale ha osservato che:
- l’autorizzazione paesaggistica non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, delle opere (art. 146, comma 4, d.lgs. n. 42 del 2004), al di fuori dai casi tassativamente previsti dall’art. 167, commi 4 e 5;
- con tale scelta il legislatore ha inteso presidiare ulteriormente il regime delle opere incidenti su beni paesaggistici, escludendo in radice che l’esame di compatibilità paesistica possa essere postergato all’intervento realizzato (sine titulo o in difformità dal titolo rilasciato) e ciò al fine di escludere che possa riconnettersi al fatto compiuto qualsivoglia forma di legittimazione giuridica;
- in altri termini, il richiamato art. 167 del codice n. 42 del 2004, evidentemente in considerazione delle prassi applicative delle leggi succedutesi in materia di condoni e sanatorie (caratterizzate di regola dall’esercizio di poteri discrezionali delle autorità preposte alla tutela del vincolo paesaggistico), ha inteso tutelare più rigorosamente i beni sottoposti al medesimo vincolo, precludendo in radice ogni valutazione di compatibilità ex post delle opere abusive (tranne quelle tassativamente indicate nello stesso art. 167);
- ove le opere risultino diverse da quelle sanabili ed indicate nell’art. 167, le competenti autorità non possono che emanare un atto dal contenuto vincolato e cioè esprimersi nel senso della reiezione dell’istanza di sanatoria;
- l’unica eccezione a tale rigida prescrizione riguarda il caso in cui i lavori, pur se realizzati in assenza o difformità dell’autorizzazione paesaggistica, non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati;
- tenuto conto del testo e della ratio dell’art. 167, nella prospettiva della tutela del paesaggio non è rilevante la classificazione dei volumi edilizi che si suole fare al fine di evidenziare la loro neutralità, sul piano del carico urbanistico, poiché le qualificazioni giuridiche rilevanti sotto il profilo urbanistico ed edilizio non hanno rilievo, quando si tratti di qualificare le opere sotto il profilo paesaggistico, sia quando si tratti della percezione visiva di volumi, a prescindere dalla loro destinazione d’uso, sia quando comunque si tratti di modificare un terreno o un edificio o il relativo sottosuolo.
Ai sensi della previsione dell’art. 167, comma 5, d.lgs. n. 42/2004, il parere della Soprintendenza è, quindi, vincolante (e dev’essere espresso in senso negativo quando risultino realizzati volumi di qualsiasi tipo) e non può essere surrogato da meccanismi di silenzio-assenso o inerzia devolutiva ed anche l’eventuale applicazione alla fattispecie dell’art. 146 del codice dei beni culturali e del paesaggio non cambierebbe certo i termini del problema, dovendo trovare comunque applicazione la previsione dell’ottavo comma della disposizione citata, assegnante comunque valore vincolante al parere della Soprintendenza fino all’“approvazione del piano paesaggistico ai sensi dell'articolo 143, comma 3, e all'avvenuto adeguamento ad esso degli strumenti urbanistici comunali” (evenienze ben lungi dal verificarsi) (Consiglio di Stato, Sez. VI,
sentenza 24.09.2012 n. 5066 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' da escludere che l’intervento possa correttamente qualificarsi come di manutenzione straordinaria, atteso che la realizzazione di una piattaforma elevatrice munita di autonomo vano di scorrimento, che fuoriesce dalla sagoma dell’edificio asservito e che quindi costituisce un’opera dotata di autonomia funzionale, appare piuttosto integrare una ristrutturazione edilizia, necessitante di permesso di costruire ai sensi dell’art. 10 del d.PR. n. 380 del 2001 o, in alternativa, di denuncia di inizio di attività ai sensi dell’art. 22 d.PR cit..
E poiché sensi dell'art. 149 del d.lgs. n. 42 del 2004 l’autorizzazione della autorità preposta alla tutela del vincolo non è richiesta soltanto per gli interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria di restauro e di risanamento conservativo che non alterino lo stato dei luoghi e l’aspetto esteriore degli edifici, nel caso in questione necessita.
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L’autorizzazione paesaggistica non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, delle opere (art. 146, comma 4, d.lgs. n. 42 del 2004), al di fuori dai casi tassativamente previsti dall’art. 167, commi 4 e 5.
Con tale scelta il legislatore ha inteso presidiare ulteriormente il regime delle opere incidenti su beni paesaggistici, escludendo in radice che l’esame di compatibilità paesaggistica possa essere postergato all’intervento realizzato (sine titulo o in difformità dal titolo rilasciato) e ciò al fine di escludere che possa riconnettersi al fatto compiuto qualsivoglia forma di legittimazione giuridica.
In altri termini, il richiamato art. 167 del Codice n. 42 del 2004, evidentemente in considerazione delle prassi applicative delle leggi succedutesi in materia di condoni e sanatorie (caratterizzate di regola dall’esercizio di poteri discrezionali delle autorità preposte alla tutela del vincolo paesaggistico), ha inteso tutelare più rigorosamente i beni sottoposti al medesimo vincolo, precludendo in radice ogni valutazione di compatibilità ex post delle opere abusive (tranne quelle tassativamente indicate nello stesso art. 167).
Sotto tale profilo, ove le opere risultino diverse da quelle sanabili e indicate nell’art. 167, le autorità non possono che emanare un atto dal contenuto vincolato e cioè esprimersi nel senso della reiezione dell’istanza di sanatoria.
L’unica eccezione a tale rigida prescrizione riguarda il caso in cui i lavori, pur se realizzati in assenza o difformità dell’autorizzazione paesaggistica, non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati.
Tuttavia, nel caso in esame correttamente la Soprintendenza ha escluso la ricorrenza della fattispecie derogatoria appena richiamata, atteso che il vano ascensore, come già detto, ha in fatto comportato un aumento delle volumetrie dell’edificio e, per di più, un’opera rilevante sul piano della sua percezione visiva nel contesto paesaggistico di riferimento.
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Appare dubbia, già in linea di principio, l’ascrizione del vano ascensore al novero dei cosiddetti volumi tecnici nei casi in cui, come nella specie, lo stesso sia in fatto conformato alla stregua di un autonomo corpo edilizio destinato ad ospitare l’intero impianto elevatore (e non invece, ad esempio, soltanto l’extracorsa dell’ascensore).
Per volume tecnico si intende infatti un volume destinato ad ospitare un impianto o parte di esso che, per ragioni di funzionalità, di igiene o di sicurezza non potrebbe essere allocato nella volumetria assentita o comunque assentibile; nel caso in esame non è provato che tale circostanza ricorra in concreto ed appar dubbia l’assimilabilità del vano ascensore avente caratteristiche morfologiche a quello per cui è giudizio al cosiddetto “volume tecnico”, nella cui categoria potrebbe al più rientrare il vano destinato ad ospitare i macchinari funzionali all’ascensore (ma non l’ascensore in sé, dotato di autonomia planovolumetrica rispetto all’edificio servito).
In ogni caso, nella prospettiva della tutela del paesaggio non è rilevante la classificazione dei volumi edilizi che si suole fare al fine di evidenziare la neutralità, sul piano del carico urbanistico, dei cosiddetti volumi tecnici.
E’ pacifico infatti che tale distinzione si rivela inconferente sul piano della tutela dei beni paesaggistici: le qualificazioni giuridiche rilevanti sotto il profilo urbanistico ed edilizio non hanno rilievo, quando si tratti di qualificare le opere sotto il profilo paesaggistico, sia quando si tratti della percezione visiva di volumi, a prescindere dalla loro destinazione d’uso, sia quando comunque si tratti di modificare un terreno o un edificio, o il relativo sottosuolo.
La circolare ministeriale citata dall’appellante (del Ministero dei lavori pubblici del 31.01.1973, n. 2474, e che, in base ad un parere del Consiglio superiore dei lavori pubblici, inserisce tra i volumi tecnici ai fini del calcolo della volumetria assentibile solo i volumi strettamente necessari a contenere e a consentire l’accesso di quelle parti degli impianti tecnici che non possono per esigenze di funzionalità degli impianti trovare luogo entro il corpo di fabbrica dell’edificio realizzabile nei limiti imposti dalle norme urbanistiche), a parte ogni considerazione sulla impossibilità che essa limiti l’applicazione delle sopravvenute disposizioni legislative, già a suo tempo aveva colto il principio per cui la nozione di ‘volume tecnico’ rileva ai soli fini urbanistico-edilizio, avendo specificato che “la sistemazione dei volumi tecnici non deve costituire pregiudizio per la validità estetica dell’insieme architettonico”.
Pertanto, la natura del volume edilizio realizzato (sia o meno qualificabile come volume tecnico) non rileva sul giudizio di compatibilità paesaggistica ex post delle opere: la nuova volumetria, quale che sia la sua natura, impone una valutazione di compatibilità con i valori paesaggistici dell’area (che deve compiersi da parte della autorità preposta alla tutela del vincolo, ovvero dalla competente Soprintendenza in sede di redazione di un suo parere), mentre sono radicalmente precluse autorizzazioni postume per le opere abusive che abbiano comportato la realizzazione di nuovi volumi (art. 167 d.lgs. cit.).

... per la riforma della sentenza del TAR CAMPANIA-NAPOLI: SEZIONE IV n. 2297/2008, resa tra le parti, concernente DINIEGO SANATORIA DI PIATTAFORMA ELEVATRICE.
...
Con un primo ordine di censure, l’appellante sostiene che l’illegittimità del diniego impugnato in primo grado deriverebbe dalla non corretta qualificazione giuridica dell’intervento da assentire con il procedimento di accertamento di conformità.
In particolare, ad avviso dell’appellante, poiché nel caso di specie si sarebbe trattato di un intervento di manutenzione straordinaria finalizzato a rimuovere -in base all’art. 1, comma 6, del d.P.R. 24.07.1996 n. 503- le barriere architettoniche in un edificio privato, non sarebbe richiesta, ai sensi dell’art. 149 del d.lgs. n. 42 del 2004, l’autorizzazione paesaggistica, di guisa che il parere negativo della Soprintendenza sarebbe stato rilasciato nella specie in carenza di potere.
La censura non è condivisibile.
Vale anzitutto precisare che ai sensi del citato art. 149 del d.lgs. n. 42 del 2004 l’autorizzazione della autorità preposta alla tutela del vincolo non è richiesta soltanto per gli interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria di restauro e di risanamento conservativo che non alterino lo stato dei luoghi e l’aspetto esteriore degli edifici.
Nel caso in esame è pacifico al contrario che la realizzazione della piattaforma elevatrice abbia determinato un aumento dei volumi dell’edificio ed abbia inciso sui profili esteriori dello stesso, onde la qualificazione dell’intervento quale manutenzione straordinaria non gioverebbe alle ragioni dell’appellante nella misura in cui non sarebbe idonea a superare la necessità del rilascio della autorizzazione e del suo superamento della fase del riesame della Soprintendenza (trattandosi di immobile ricadente in area sottoposta a vincolo paesaggistico).
In ogni caso, è da escludere che l’intervento possa correttamente qualificarsi come di manutenzione straordinaria, atteso che la realizzazione di una piattaforma elevatrice munita di autonomo vano di scorrimento, che fuoriesce dalla sagoma dell’edificio asservito e che quindi costituisce un’opera dotata di autonomia funzionale, appare piuttosto integrare una ristrutturazione edilizia, necessitante di permesso di costruire ai sensi dell’art. 10 del d.PR. n. 380 del 2001 o, in alternativa, di denuncia di inizio di attività ai sensi dell’art. 22 d.P.R. cit..
Per altro verso, la qualificazione dell’intervento alla stregua di opera di straordinaria manutenzione non potrebbe trarsi, come assume l’appellante, dalla disciplina normativa di favore dettata in materia di eliminazione delle barriere architettoniche dagli edifici pubblici e privati (d.P.R n. 503 del 1996, attuativo dell’art. 27 l. 30.03.1971 n. 118; art. 24 l. 05.02.1992 n. 104; l. n. 13 del 1989), dato che le finalità semplificatorie e propulsive di tali testi normativi in favore delle persone diversamente abili non ha in ogni caso comportato una modificazione della tipologia degli interventi edilizi funzionali alla eliminazione delle barriere architettoniche e dei corrispondenti titoli edilizi necessari per la loro realizzazione.
E tanto anche a voler considerare le opere di che trattasi, consistite nel collegare il quarto piano di un appartamento al terrazzo superiore, alla stregua di intervento finalizzato in concreto ad eliminare le barriere architettoniche di un edificio privato in favore di un soggetto meritevole di protezione.
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Sotto altro profilo non appare condivisibile la censura d’appello di violazione e falsa applicazione della legge 09.01.1989, n. 13, recante le disposizioni funzionali alla eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati.
Sul punto l’appellante censura la correttezza del ragionamento dei giudici di primo grado nella parte in cui questi ultimi avrebbero ritenuto abrogate (e quindi non più applicabili in quanto non riprodotte negli artt. 77 e segg. del testo unico in materia edilizia) quelle disposizioni della citata legge specificamente dettate ai fini della eliminazione delle barriere architettoniche (in particolare art. 4.1, commi 4 e 5); le quali stabilivano che, anche in aree sottoposte a vincolo paesaggistico, l’autorizzazione paesaggistica poteva essere negata solo ove non fosse possibile realizzare le opere senza serio pregiudizio del bene tutelato e che, in ogni caso, il diniego doveva essere motivato con la specificazione della natura e della serietà del pregiudizio, della sua rilevanza in rapporto al complesso in cui l’opera si colloca e con riferimento a tutte le alternative eventualmente prospettate dall’interessato.
Osserva al proposito il Collegio che:
- anzitutto è vero che non vi è stata, nel testo unico sull’edilizia, la riproduzione di quelle previsioni normative che ponevano un particolare onere motivazionale in sede di diniego alle opere finalizzate alla rimozione delle barriere architettoniche anche in edifici sottoposti al vincolo storico-artistico o in aree vincolate sul piano paesaggistico;
- in ogni caso, al di là della sussistenza o meno di un’indicazione normativa espressa in tal senso (che tuttavia potrebbe trarsi dal sistema) non potrebbe farsi a meno di rilevare che, nel caso in esame, non vengono in rilievo le disposizioni afferenti il procedimento di ordinaria formazione del titolo edilizio, dato che l’intervento è stato realizzato sine titulo ed il diniego avversato in primo grado è maturato, in ragione del parere negativo della Soprintendenza, nel distinto procedimento di accertamento di conformità (che costituisce un procedimento di sanatoria postuma dell’abuso).
Ora, ed è questa la questione dirimente del giudizio, è decisivo considerare che l’autorizzazione paesaggistica non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, delle opere (art. 146, comma 4, d.lgs. n. 42 del 2004), al di fuori dai casi tassativamente previsti dall’art. 167, commi 4 e 5.
Con tale scelta il legislatore ha inteso presidiare ulteriormente il regime delle opere incidenti su beni paesaggistici, escludendo in radice che l’esame di compatibilità paesaggistica possa essere postergato all’intervento realizzato (sine titulo o in difformità dal titolo rilasciato) e ciò al fine di escludere che possa riconnettersi al fatto compiuto qualsivoglia forma di legittimazione giuridica.
In altri termini, il richiamato art. 167 del Codice n. 42 del 2004, evidentemente in considerazione delle prassi applicative delle leggi succedutesi in materia di condoni e sanatorie (caratterizzate di regola dall’esercizio di poteri discrezionali delle autorità preposte alla tutela del vincolo paesaggistico), ha inteso tutelare più rigorosamente i beni sottoposti al medesimo vincolo, precludendo in radice ogni valutazione di compatibilità ex post delle opere abusive (tranne quelle tassativamente indicate nello stesso art. 167).
Sotto tale profilo, ove le opere risultino diverse da quelle sanabili e indicate nell’art. 167, le autorità non possono che emanare un atto dal contenuto vincolato e cioè esprimersi nel senso della reiezione dell’istanza di sanatoria.
L’unica eccezione a tale rigida prescrizione riguarda il caso in cui i lavori, pur se realizzati in assenza o difformità dell’autorizzazione paesaggistica, non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati
.
Tuttavia, nel caso in esame correttamente la Soprintendenza ha escluso la ricorrenza della fattispecie derogatoria appena richiamata, atteso che il vano ascensore, come già detto, ha in fatto comportato un aumento delle volumetrie dell’edificio e, per di più, un’opera rilevante sul piano della sua percezione visiva nel contesto paesaggistico di riferimento.
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A tal proposito non può condividersi l’approccio interpretativo dell’appellante, che mira a neutralizzare il profilo dell’aumento volumetrico determinato del vano ascensore, richiamando la normativa sui cosiddetti volumi tecnici.
Sul punto il Collegio ritiene che tale tesi non tenga conto del testo e della ratio del medesimo art. 167.
Anzitutto appare dubbia, già in linea di principio, l’ascrizione del vano ascensore al novero dei cosiddetti volumi tecnici nei casi in cui, come nella specie, lo stesso sia in fatto conformato alla stregua di un autonomo corpo edilizio destinato ad ospitare l’intero impianto elevatore (e non invece, ad esempio, soltanto l’extracorsa dell’ascensore).
Per volume tecnico si intende infatti un volume destinato ad ospitare un impianto o parte di esso che, per ragioni di funzionalità, di igiene o di sicurezza non potrebbe essere allocato nella volumetria assentita o comunque assentibile (Consiglio di Stato, IV sez., 26.07.1984 n. 578); nel caso in esame non è provato che tale circostanza ricorra in concreto ed appar dubbia l’assimilabilità del vano ascensore avente caratteristiche morfologiche a quello per cui è giudizio al cosiddetto “volume tecnico”, nella cui categoria potrebbe al più rientrare il vano destinato ad ospitare i macchinari funzionali all’ascensore (ma non l’ascensore in sé, dotato di autonomia planovolumetrica rispetto all’edificio servito).
In ogni caso, ed il rilievo appare di per sé assorbente e decisivo, nella prospettiva della tutela del paesaggio non è rilevante la classificazione dei volumi edilizi che si suole fare al fine di evidenziare la neutralità, sul piano del carico urbanistico, dei cosiddetti volumi tecnici.
E’ pacifico infatti che tale distinzione si rivela inconferente sul piano della tutela dei beni paesaggistici: le qualificazioni giuridiche rilevanti sotto il profilo urbanistico ed edilizio non hanno rilievo, quando si tratti di qualificare le opere sotto il profilo paesaggistico, sia quando si tratti della percezione visiva di volumi, a prescindere dalla loro destinazione d’uso, sia quando comunque si tratti di modificare un terreno o un edificio, o il relativo sottosuolo.
La circolare ministeriale citata dall’appellante (del Ministero dei lavori pubblici del 31.01.1973, n. 2474, e che, in base ad un parere del Consiglio superiore dei lavori pubblici, inserisce tra i volumi tecnici ai fini del calcolo della volumetria assentibile solo i volumi strettamente necessari a contenere e a consentire l’accesso di quelle parti degli impianti tecnici che non possono per esigenze di funzionalità degli impianti trovare luogo entro il corpo di fabbrica dell’edificio realizzabile nei limiti imposti dalle norme urbanistiche), a parte ogni considerazione sulla impossibilità che essa limiti l’applicazione delle sopravvenute disposizioni legislative, già a suo tempo aveva colto il principio per cui la nozione di ‘volume tecnico’ rileva ai soli fini urbanistico-edilizio, avendo specificato che “la sistemazione dei volumi tecnici non deve costituire pregiudizio per la validità estetica dell’insieme architettonico.
Pertanto, la natura del volume edilizio realizzato (sia o meno qualificabile come volume tecnico) non rileva sul giudizio di compatibilità paesaggistica ex post delle opere: la nuova volumetria, quale che sia la sua natura, impone una valutazione di compatibilità con i valori paesaggistici dell’area (che deve compiersi da parte della autorità preposta alla tutela del vincolo, ovvero dalla competente Soprintendenza in sede di redazione di un suo parere), mentre sono radicalmente precluse autorizzazioni postume per le opere abusive che abbiano comportato la realizzazione di nuovi volumi (art. 167 d.lgs. cit.).
Nel caso in esame appare pertanto pienamente legittimo il parere negativo –avente contenuto vincolato- espresso dalla Soprintendenza con la nota 29.01.2007, n. 33585, e, per conseguenza, immune dalle censure dedotte l’avversato diniego comunale.
L’inconfigurabilità della sanzione pecuniaria alternativa e la necessità della riduzione in pristino dello stato dei luoghi sono inoltre effetti legali strettamente connessi alla applicazione dell’art. 167 del d.lgs. n. 42 del 2004, il quale non prevede sanzioni alternative alla misura ripristinatoria a carattere reale (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 20.06.2012 n. 3578 - tratto da www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAE' pacifico, in giurisprudenza, che “La l. n. 122 del 1989 consente la realizzazione di parcheggi pertinenziali in deroga agli strumenti urbanistici ma non ai vincoli paesaggistici ed ambientali, che costituiscono, comunque, un limite da rispettare”.
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Qualora sia in gioco la tutela del paesaggio, non è possibile operare distinguo tra volumi tecnici e volumi di altro tipo: “Il divieto di incremento dei volumi esistenti, imposto ai fini di tutela del paesaggio, preclude infatti qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico ed altro tipo di volume, costituendo opera valutabile anche come aumento di volume la realizzazione di un garage interrato con accesso all'esterno tramite rampa in zona sottoposta a vincolo paesaggistico”.
Pertanto, la nozione di volume rilevante ai fini paesaggistici, non può distinguere tra volumi esterni e volumi interrati, essendo anche questi ultimi idonei a determinare una modificazione del territorio e dell'assetto edilizio esistente, posto che lo stesso volume che a fini edilizi, per le sue caratteristiche, può non essere considerato rilevante e non essere oggetto di computo fra le volumetrie assentibili, ad esempio perché ritenuto volume tecnico, ai fini paesaggistici può assumere una diversa rilevanza, laddove si ritenga che determini una possibile alterazione dello stato dei luoghi salvaguardato dalle apposite norme di tutela, le quali, al preordinato fine di conservare la sostanziale integrità di determinati ambiti territoriali, ben possono vietare anche la realizzazione di un volume edilizio tecnico od interrato, quand'anche irrilevanti secondo le norme che regolano l'attività edilizia.
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In presenza di un norma del piano paesistico che vieta la realizzazione di nuovi volumi, la diversa norma che consente opere di sistemazione ed adeguamento della viabilità pedonale e carrabile non può certo essere interpretata nel senso di consentire la realizzazione dei parcheggi interrati, dovendosi piuttosto ritenere riferita ad opere di diversa natura (in particolare, alla manutenzione delle strade).
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Il fatto che sia stata autorizzata (nel passato) la realizzazione di altri parcheggi interrati nella stessa zona non rende illegittimo, per disparità di trattamento, il diniego dell’Amministrazione. Posto, infatti, che in base alla normativa (legislativa ed urbanistica) vigente i parcheggi interrati non possono essere realizzati, l’Amministrazione non può –per costante giurisprudenza– essere costretta a concedere (illegittimamente) determinate utilità sol perché le ha (sempre illegittimamente) concesse ad altri soggetti.

Il ricorso non è fondato e va respinto per i motivi di seguito precisati.
È pacifico che sulla zona insista un vincolo di tipo paesistico che vieta la realizzazione di ulteriori volumi; orbene, è del pari pacifico, in giurisprudenza, che “La l. n. 122 del 1989 consente la realizzazione di parcheggi pertinenziali in deroga agli strumenti urbanistici ma non ai vincoli paesaggistici ed ambientali, che costituiscono, comunque, un limite da rispettare” (Tar Toscana, sez. III, n. 1818/2010).
E, qualora sia in gioco la tutela del paesaggio, non è possibile operare distinguo tra volumi tecnici e volumi di altro tipo: “Il divieto di incremento dei volumi esistenti, imposto ai fini di tutela del paesaggio, preclude infatti qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico ed altro tipo di volume, costituendo opera valutabile anche come aumento di volume la realizzazione di un garage interrato con accesso all'esterno tramite rampa in zona sottoposta a vincolo paesaggistico (CdS, sez. IV, n. 1879/2011).
Pertanto, la nozione di volume rilevante ai fini paesaggistici, non può distinguere tra volumi esterni e volumi interrati, essendo anche questi ultimi idonei a determinare una modificazione del territorio e dell'assetto edilizio esistente, posto che lo stesso volume che a fini edilizi, per le sue caratteristiche, può non essere considerato rilevante e non essere oggetto di computo fra le volumetrie assentibili, ad esempio perché ritenuto volume tecnico, ai fini paesaggistici può assumere una diversa rilevanza, laddove si ritenga che determini una possibile alterazione dello stato dei luoghi salvaguardato dalle apposite norme di tutela, le quali, al preordinato fine di conservare la sostanziale integrità di determinati ambiti territoriali, ben possono vietare anche la realizzazione di un volume edilizio tecnico od interrato, quand'anche irrilevanti secondo le norme che regolano l'attività edilizia (così Tar Campania, Salerno, sez. I, n. 1642/2011).
Né si può ritenere l’intervento pienamente compatibile con l’art. 11 del Piano Paesistico, perché rientrante tra quelli di sistemazione ed adeguamento della viabilità pedonale e carrabile. È infatti evidente che, in presenza di un norma del piano che vieta la realizzazione di nuovi volumi, la diversa norma che consente opere di sistemazione ed adeguamento della viabilità pedonale e carrabile non può certo essere interpretata nel senso di consentire la realizzazione dei parcheggi interrati, dovendosi piuttosto ritenere riferita ad opere di diversa natura (in particolare, alla manutenzione delle strade).
Infine, il fatto che sia stata autorizzata la realizzazione di altri parcheggi interrati nella stessa zona non rende illegittimo, per disparità di trattamento, il diniego dell’Amministrazione. Posto, infatti, che in base alla normativa (legislativa ed urbanistica) vigente i parcheggi interrati non possono essere realizzati, l’Amministrazione non può –per costante giurisprudenza– essere costretta a concedere (illegittimamente) determinate utilità sol perché le ha (sempre illegittimamente) concesse ad altri soggetti (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 29.05.2012 n. 2529 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Le normative di tutela paesaggistica susseguitesi nel tempo, dalla legge n. 1497/1939 fino al d.lgs. n. 42/2004, nell’individuare le categorie di interventi esonerati dall’autorizzazione paesaggistica, non vi hanno mai ricompreso quelli comportanti la realizzazione di volumi interrati; ed anche in tema di accertamento paesaggistico della compatibilità di opere già realizzate, il d.lgs. 24.03.2006, n. 157 prevede, all’art. 27 (per le opere già eseguite in assenza o difformità di autorizzazione paesaggistica), come suscettibili di accertamento di compatibilità paesaggistica, “i lavori che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi, ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati”, senza affatto differenziare la natura dei volumi medesimi (residenziali, interrati, tecnici o altro), diversamente da quanto previsto per le superfici, nell’ambito delle quali le non residenziali sono suscettibili di sanatoria.
A fronte di ciò,
la giurisprudenza ha ritenuto che il silenzio del legislatore al riguardo non possa legittimare l’acquisizione di nozione restrittiva di “volume” rilevante ai fini paesaggistici, non potendosi distinguere tra volumi esterni e volumi interrati, essendo anche questi ultimi idonei a determinare una modificazione del territorio e dell’assetto edilizio esistente (espressamente in tale senso, tra le tante, TAR Campania, sez. Napoli, 04.03.2009, n. 1267, la quale ha esattamente puntualizzato come occorra distinguere il concetto di volume rilevante ai fini edilizi dal concetto di volume rilevante ai fini paesaggistici, posto che lo stesso volume che a fini edilizi, per le sue caratteristiche, può non essere considerato rilevante e non essere oggetto di computo fra le volumetrie assentibili, ad esempio perché ritenuto volume tecnico, ai fini paesaggistici può assumere una diversa rilevanza, laddove si ritenga che determini una possibile alterazione dello stato dei luoghi salvaguardato dalle apposite norme di tutela, le quali –al preordinato fine di conservare la sostanziale integrità di determinati ambiti territoriali– ben possono vietare anche la realizzazione di un volume edilizio tecnico od interrato, quand’anche irrilevanti secondo le norme che regolano l’attività edilizia).
Ne consegue che
anche la realizzazione di volumi sotterranei (ai quali, in ogni caso, dovrebbero affiancarsi interventi “esterni” quali la realizzazione di terrazze di contenimento, rampe e scale, oltre naturalmente alla rampa di accesso ed al suo conseguente muro di contenimento laterale) determinano opere rilevanti ai fini paesaggistici e come tali si pongono in contrasto con quelle disposizioni volte ad impedire la realizzazione di nuove strutture stabili rilevanti ai fini paesaggistici.
Costituisce perciò jus receptum, anche di recente oggetto di motivata conferma, quello per cui “
il divieto di incremento dei volumi esistenti, imposto ai fini di tutela del paesaggio, preclude infatti qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico ed altro tipo di volume, costituendo opera valutabile anche come aumento di volume la realizzazione di un garage interrato con accesso all'esterno tramite rampa in zona sottoposta a vincolo paesaggistico”).
Del resto, importa soggiungere, anche in materia edilizia l’art. 3, comma 1, lett. e), del D.P.R. n. 380/2001 include espressamente tra gli “interventi di nuova costruzione” non solo quelli che comportano la costruzione di manufatti edilizi fuori terra, ma anche quelli che comportano la costruzione di manufatti edilizi interrati.


... per l'annullamento dell'autorizzazione paesaggistica n. 139/2010, recante diniego sulla richiesta di realizzazione garage interrato;
...
1.- Il ricorso non è fondato e merita di essere respinto.
2. Importa, a tal fine, ricostruire il paradigma normativo di riferimento in caso di programmata realizzazione di parcheggi pertinenziali interrati in aree, come quella per cui è causa, assoggettate alla disciplina del piano urbanistico territoriale della costiera amalfitano-sorrentina (L.R. Campania n. 35/1987).
In proposito, importa, peraltro, preliminarmente evidenziare che le normative di tutela paesaggistica susseguitesi nel tempo, dalla legge n. 1497/1939 fino al d.lgs. n. 42/2004, nell’individuare le categorie di interventi esonerati dall’autorizzazione paesaggistica, non vi hanno mai ricompreso quelli comportanti la realizzazione di volumi interrati; ed anche in tema di accertamento paesaggistico della compatibilità di opere già realizzate, il d.lgs. 24.03.2006, n. 157 prevede, all’art. 27 (per le opere già eseguite in assenza o difformità di autorizzazione paesaggistica), come suscettibili di accertamento di compatibilità paesaggistica, “i lavori che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi, ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati”, senza affatto differenziare la natura dei volumi medesimi (residenziali, interrati, tecnici o altro), diversamente da quanto previsto per le superfici, nell’ambito delle quali le non residenziali sono suscettibili di sanatoria.
A fronte di ciò, la giurisprudenza ha ritenuto che il silenzio del legislatore al riguardo non possa legittimare l’acquisizione di nozione restrittiva di “volume” rilevante ai fini paesaggistici, non potendosi distinguere tra volumi esterni e volumi interrati, essendo anche questi ultimi idonei a determinare una modificazione del territorio e dell’assetto edilizio esistente (espressamente in tale senso, tra le tante, TAR Campania, sez. Napoli, 04.03.2009, n. 1267, la quale ha esattamente puntualizzato come occorra distinguere il concetto di volume rilevante ai fini edilizi dal concetto di volume rilevante ai fini paesaggistici, posto che lo stesso volume che a fini edilizi, per le sue caratteristiche, può non essere considerato rilevante e non essere oggetto di computo fra le volumetrie assentibili, ad esempio perché ritenuto volume tecnico, ai fini paesaggistici può assumere una diversa rilevanza, laddove si ritenga che determini una possibile alterazione dello stato dei luoghi salvaguardato dalle apposite norme di tutela, le quali –al preordinato fine di conservare la sostanziale integrità di determinati ambiti territoriali– ben possono vietare anche la realizzazione di un volume edilizio tecnico od interrato, quand’anche irrilevanti secondo le norme che regolano l’attività edilizia).
Ne consegue che anche la realizzazione di volumi sotterranei (ai quali, in ogni caso, dovrebbero affiancarsi interventi “esterni” quali la realizzazione di terrazze di contenimento, rampe e scale, oltre naturalmente alla rampa di accesso ed al suo conseguente muro di contenimento laterale) determinano opere rilevanti ai fini paesaggistici e come tali si pongono in contrasto con quelle disposizioni volte ad impedire la realizzazione di nuove strutture stabili rilevanti ai fini paesaggistici.
Costituisce perciò jus receptum, anche di recente oggetto di motivata conferma, quello per cui “il divieto di incremento dei volumi esistenti, imposto ai fini di tutela del paesaggio, preclude infatti qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico ed altro tipo di volume, costituendo opera valutabile anche come aumento di volume la realizzazione di un garage interrato con accesso all'esterno tramite rampa in zona sottoposta a vincolo paesaggistico” (in termini, da ultimo Cons. Stato, sez. IV, 28.03.2011, n. 1879, a conferma della decisione di TAR Campania, Napoli, sez. IV, n. 963/2010; e cfr. altresì, in senso conforme, Cons. Stato, sez. VI, 12.01.2011, n. 110sez. IV, n. 2388/2005 ed Id., n. 102/1997).
Del resto, importa soggiungere, anche in materia edilizia l’art. 3, comma 1, lett. e), del D.P.R. n. 380/2001 include espressamente tra gli “interventi di nuova costruzione” non solo quelli che comportano la costruzione di manufatti edilizi fuori terra, ma anche quelli che comportano la costruzione di manufatti edilizi interrati (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 11.10.2011 n. 1642 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il divieto di incremento dei volumi esistenti, imposto ai fini di tutela del paesaggio, preclude qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico ed altro tipo di volume.
Ogni tipo di volume determina una alterazione dello stato dei luoghi; proprio quello che nel caso di specie le norme di tutela vogliono impedire.

Pertanto, l
a realizzazione di un parcheggio interrato, con relativi accessi, e la copertura con un tetto giardino devono essere considerati nuovi volumi ai fini paesaggistici e, come tali, si pongono in contrasto con quelle disposizioni del PTP volte ad impedire la realizzazione di nuove strutture stabili che comunque risultano rilevanti ai fini paesaggistici.
Anche la restante parte della censura è priva di fondamento.
Invero, il progetto presentato dalla ricorrente prevede la realizzazione di un manufatto completamente interrato costituito da tre corpi strutturalmente autonomi ad un unico livello con il calpestio a quote diverse da destinare ad autorimessa pertinenziale privata in box singoli, per un numero complessivo di 45 posti auto. L’accesso all’autorimessa è garantito dalla via Tito Livio sia per le autovetture che per il passaggio pedonale ed è previsto sulla scalinata di Salita Villanova la realizzazione di ulteriore accesso pedonale. E’ prevista la realizzazione di un tetto giardino per ripristinare l’attuale orografia del terreno nel quale verranno reimpiantati le specie arboree da frutto temporaneamente rimosse.
Afferma il Comune di Napoli: che l’area oggetto dell’intervento ricade in zona E-componenti strutturanti la conformazione naturale del terreno, sottozona Ea-aree agricole, della variante generale al PRG approvata con DPGRC n. 323 dell’11.06.2004; che ricade, altresì, in zona sottoposta a vincolo paesaggistico ai sensi del DM 24.01.1953 e del Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.Lgs. 22.01.2004 n. 42 e successive modifiche ed integrazioni); che l’intervento, così come in precedenza descritto, non è assentibile in quanto la realizzazione di autorimesse interrate costituisce nuova volumetria e risulta in contrasto con l’art. 11 del Piano territoriale paesistico di Posillipo, che non consente interventi che comportino incremento dei volumi esistenti.
Detto Piano, approvato con D.M. 14.12.1995, come è già stato osservato da questo Consiglio in precedenti decisioni che vengono qui richiamate (VI Sez., n. 2388 e 6756 del 2005) sottopone a disposizioni di tutela particolarmente rigorose una delle aree di maggiore rilevanza, sotto il profilo naturalistico, ambientale e paesistico della città di Napoli.
Secondo le disposizioni contenute nel P.T.P., sono vietate tutte quelle opere che determinano un’alterazione dello stato dei luoghi ed in particolare è vietato qualsiasi intervento che comporti manomissione e alterazione delle superfici destinate a verde. Sono consentiti, oltre agli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, di restauro e risanamento conservativo delle opere esistenti, di bonifica e ripristino ambientale del sistema vegetale, previsti in generale dall’art. 9, solo limitatissimi interventi, con esclusione di realizzazione di nuove opere nelle aree ancora verdi.
Le aree naturali ricadenti nella zona di protezione integrale non possono, infatti, essere soggette ad urbanizzazione, tant’è che, come viene riportato nella difesa del Comune, è vietato, ai sensi dell’art. 11, l’espianto della vegetazione arbustiva, la costruzione di strade rotabili e la realizzazione di strade tagliafuoco.
In tale zona risulta comunque vietato qualsiasi intervento che comporti incremento dei volumi esistenti o, nuove opere edilizie, tra cui rientrano quelle opere (realizzazione degli accessi al parcheggio, copertura con tetto giardino etc.) che si configurano come volumi rilevanti ai fini paesaggistici.
Non è possibile sostenere, come fa la ricorrente, che tali opere (ndr: realizzazione di un parcheggio pertinenziale interrato per un numero complessivo di 45 box auto) determinano solo volumi tecnici, che non si pongono quindi in contrasto con il PTP.
Il divieto di incremento dei volumi esistenti, imposto ai fini di tutela del paesaggio, preclude infatti qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico ed altro tipo di volume (cfr., Cons. Stato, IV, n. 102/1997, in cui proprio in una fattispecie simile alla presente è stato ritenuto che costituisce opera valutabile anche come aumento di volume la realizzazione di un garage interrato con accesso all’esterno tramite rampa in zona sottoposta a vincolo paesaggistico).
Ogni tipo di volume determina una alterazione dello stato dei luoghi; proprio quello che nel caso di specie le norme di tutela vogliono impedire.
Pertanto, la realizzazione di un parcheggio interrato, con relativi accessi, e la copertura con un tetto giardino devono essere considerati nuovi volumi ai fini paesaggistici e, come tali, si pongono in contrasto con quelle disposizioni del PTP volte ad impedire la realizzazione di nuove strutture stabili che comunque risultano rilevanti ai fini paesaggistici (Cfr. dec. n. 2388/2005 cit.)
Né può ritenersi, come vorrebbe l’appellante, che l’interesse pubblico connesso ad un minor carico di traffico automobilistico faccia prevalere, attraverso il meccanismo della deroga, la normativa regolante i parcheggi sulle norme del Piano territoriale paesaggistico, attese le prevalenti finalità di tutela, particolarmente rigorosa, di quest’ultimo.
Come pure deve ritenersi che non fosse necessario esperire nessuna particolare istruttoria sull’area de qua, che per destinazione urbanistica di Piano non era suscettibile dell’intervento proposto
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 28.03.2011 n. 1879 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

QUINDI??

     Speriamo che l'imboccata giusta via non conosca repentine retrocessioni di marcia, favorendo un lavoro corretto e sereno senza che l'addetto all'UTC debba necessariamente laurearsi in Giurisprudenza per istruire le istanze ex art. 167 dlgs 42/2004 ...
04.02.2015 - LA SEGRETERIA PTPL

IN EVIDENZA

S.O.S.: cercasi tecnico comunale della Liguria che possa riscontrare...

INCENTIVO PROGETTAZIONE: Siamo alla ricerca di un tecnico comunale (apicale) che abbia interesse e voglia di inoltrare un quesito (necessariamente a firma del Sindaco) alla Corte dei Conti, Sez. controllo Liguria, al fine di dirimere una controversa fattispecie in materia di incentivo alla progettazione riguardante il R.U.P..
     Invero, la questione è già stata sottoposta -di recente- alla Sez. controllo Lombardia ma la risposta fornita non consente affatto di far chiarezza.
    
E perché proprio della Liguria?? Perché la Sez. ligure di controllo è -di fatto- quella più "sensibile" (per quanto ci consti) nel ricercare lumi ed unità di comportamento nell'applicare la norma di legge, a tutela di tutti i soggetti in campo.
     E per far ciò è necessario che la questione sia rimessa alla Sez. Autonomie di Roma, siccome già operato col parere 21.01.2014 n. 6 e col parere 16.12.2014 n. 73 per dirimere altre controversie (tra l'altro di minor incertezza rispetto al caso nostro).
     Pertanto, se ci fosse un apicale dell'UTC animato di buona volontà, sarebbe assai gradito che ci contattasse
cliccando esclusivamente qui, fornendo un recapito telefonico e sarà al più presto richiamato per spiegare i termini della questione.
     Si ringrazia anticipatamente per l'attenzione che si vorrà prestare.
04.02.2015 - LA SEGRETERIA PTPL

IN EVIDENZA

La "bufala" del Governo...

EDILIZIA PRIVATA: Catasto, semplificazioni macchinose.
Dal 21 gennaio è in onda sulle reti Rai la campagna di comunicazione «È casa tua, decidi tu» voluta dal Governo per informare i cittadini circa la semplificazione delle procedure relative ai lavori di ristrutturazione abitativa introdotte dalla legge Sblocca Italia.
Poche e semplici –informa la speaker– le incombenze a carico di chi intende ristrutturare casa, dividerla o unirne due attigue: comunicazione al comune e presentazione di un numero esiguo di documenti, nessun contributo di costruzione e «all'accatastamento ci pensa il Comune». Una semplificazione non da poco, se non fosse che la stessa potrebbe ingenerare una serie di problemi in tema di procedimenti di variazione catastale d'immobili già censiti che non sono sfuggiti a chi ha specifiche competenze in materia, geometri in primis.
A più riprese (ricordiamo, in questa sede, gli emendamenti proposti dalla RPT in occasione dell'audizione presso l'8ª Commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici alla Camera dei deputati in data 30/09/2014 e la missiva del CNGeGL indirizzata al presidente del Consiglio e ai vertici del Mef e dell'Agenzia delle entrate in data 05/12/2014) è stato chiesto alle istituzioni competenti di sopprimere la modifica introdotta dallo Sblocca Italia all'art. 6, comma 5, del T.u. delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, finalizzata a modificare la disciplina delle tipologie d'interventi liberi avviabili con semplice comunicazione al comune.
In base alle nuove disposizioni, la comunicazione d'inizio lavori deve essere tempestivamente inoltrata dal comune alle Entrate.
A fronte dell'oggettiva complessità dell'iter di adeguamento della planimetria catastale, è difficile immaginare che l'Agenzia possa provvedervi in tempo reale, ancor più che tra le opere di manutenzione straordinaria sono incluse la fusione e il frazionamento di unità immobiliari (senza modifica di planimetria e destinazione uso). Facile, invece, immaginare le conseguenze generate da un simile ritardo operativo: nuovi arretrati nell'aggiornamento catastale e allungamento dei tempi di compravendita per i cittadini, ai quali la legge richiede che la planimetria in catasto sia conforme allo stato reale dell'immobile (articolo ItaliaOggi del 29.01.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATAUno scippo alle professioni tecniche. Dal Mit informazioni devianti sulle pratiche edilizie.
Trenta secondi per decretare l'ennesimo scippo al lavoro delle professioni tecniche. Ma soprattutto per confondere i cittadini con un'informazione ingannevole.

Arriva senza mezzi termini la denuncia delle professioni tecniche (periti industriali, geometri e architetti) verso la Campagna di comunicazione Agevolazioni sulla casa pensata dal ministero delle infrastrutture, in questi ultimi giorni in tv e sul web.
Lo spot spiega le novità introdotte dallo Sblocca Italia (l. n. 164/2014) che nelle intenzioni punta a semplificare, abbattendo i costi, alcune procedure per intervenire e modificare gli immobili. In sostanza, secondo la pubblicità, «oggi è tutto più semplice» e se il cittadino non modifica la volumetria complessiva e non interviene sulla struttura della casa, non ha più bisogno del permesso di costruzione, basta una semplice comunicazione di fine lavori (nella versione iniziale era l'inizio) al Comune. E, chiude lo spot, «all'accatastamento ci pensa il comune».
Peccato, dice il presidente dei geometri Maurizio Savoncelli, «che gli 8 mila comuni non siano attrezzati per gestire il sistema». Il risultato? «Un immenso arretrato di pratiche e un totale scollamento dei dati che metterebbe a repentaglio la stessa riforma del catasto. Se si considera che la parte urbanistica non è in collegamento con quella catastale, in questo modo si andrebbe a vanificare tutto il lavoro degli ultimi 20 anni che ha portato a una banca dati corretta».
«E' apprezzabile il tentativo di semplificare alcune pratiche edilizie», rincara la dose il presidente dei periti industriali Giampiero Giovannetti, «ma qui si parla di una norma, oggetto poi dello spot, che non rappresenta la realtà. E non è una battaglia di retroguardia a tutela del nostro lavoro, ma una difesa del cittadino che non avrebbe più la giusta informazione sul proprio bene. Oltre al fatto che le amministrazioni comunali sono prive di strumenti per gestire il sistema».
«Per come è elaborato lo spot», dice Leopoldo Freyrie presidente degli architetti, «sembra quasi che il cittadino possa fare tutto autonomamente, ma non è così. La legge prevede un progetto e, quindi, un professionista che lo firmi. Poi dice di inviare tutto on-line, ma dove? Nel mondo dei sogni, visto che i comuni attrezzati sono pochissimi. Insomma un vero pasticcio. E la delusione dei cittadini sarà enorme».
Il giudizio per tutti è unanime: la norma va cancellata (articolo ItaliaOggi del 28.01.2015).

     Quindi, secondo il Governo dovrebbe essere in capo all'UTC comunale l'onere di inviare all'Agenzia delle Entrate (Ufficio del Territorio provinciale territorialmente competente) tutta la documentazione necessaria per l'aggiornamento delle schede catastali.
     Peccato, però, che l'ufficio provinciale dell'Agenzia delle Entrate non sappia che pesci pigliare (non poteva essere altrimenti, vista una norma di legge approvata in fretta e furia senza conoscere il reale modus procedendi ...) ed è nell'attesa di avere lumi da parte dell'ufficio centrale di Roma.
     Di seguito il quesito posto da parte di un comune bergamasco:

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OGGETTO: Richiesta chiarimenti operativi.

 

     Per formulare compiutamente il quesito necessita operare una breve premessa siccome rappresentata a seguire.

     La recente legge 11.11.2014 n. 164, di conversione del D.L. 11.09.2014 n. 133, ha modificato/integrato significativamente -in varie parti- il D.P.R. n. 380/2011. Nella fattispecie, il novellato comma 5 dell’art. 6 e correlato comma 2 così dispongono: “2. Nel rispetto dei medesimi presupposti di cui al comma 1, previa comunicazione, anche per via telematica, dell’inizio dei lavori da parte dell’interessato all’amministrazione comunale, possono essere eseguiti senza alcun titolo abilitativo i seguenti interventi:

a) gli interventi di manutenzione straordinaria di cui all’articolo 3, comma 1, lettera b), ivi compresa l’apertura di porte interne o lo spostamento di pareti interne, sempre che non riguardino le parti strutturali dell’edificio;

b) le opere dirette a soddisfare obiettive esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità e, comunque, entro un termine non superiore a novanta giorni;

c) le opere di pavimentazione e di finitura di spazi esterni, anche per aree di sosta, che siano contenute entro l’indice di permeabilità, ove stabilito dallo strumento urbanistico comunale, ivi compresa la realizzazione di intercapedini interamente interrate e non accessibili, vasche di raccolta delle acque, locali tombati;

d) i pannelli solari, fotovoltaici, a servizio degli edifici, da realizzare al di fuori della zona A) di cui al decreto del Ministro per i lavori pubblici 2 aprile 1968, n. 1444;

e) le aree ludiche senza fini di lucro e gli elementi di arredo delle aree pertinenziali degli edifici;

e-bis) le modifiche interne di carattere edilizio sulla superficie coperta dei fabbricati adibiti ad esercizio d’impresa, sempre che non riguardino le parti strutturali, ovvero le modifiche della destinazione d’uso dei locali adibiti ad esercizio d’impresa.

(omissis)

5. Riguardo agli interventi di cui al comma 2, la comunicazione di inizio dei lavori, laddove integrata con la comunicazione di fine dei lavori, è valida anche ai fini di cui all'articolo 17, primo comma, lettera b), del regio decreto-legge 13 aprile 1939, n. 652, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 1939, n. 1249, ed è tempestivamente inoltrata da parte dell'amministrazione comunale ai competenti uffici dell'Agenzia delle entrate.”.

     Gli interventi di manutenzione straordinaria di cui all’art. 3, comma 1, lett. b), del D.P.R. n. 380, siccome richiamati al precedente comma 2, sono: “b) "interventi di manutenzione straordinaria", le opere e le modifiche necessarie per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici, nonché per realizzare ed integrare i servizi igienico-sanitari e tecnologici, sempre che non alterino la volumetria complessiva degli edifici e non comportino modifiche delle destinazioni di uso. Nell'ambito degli interventi di manutenzione straordinaria sono ricompresi anche quelli consistenti nel frazionamento o accorpamento delle unità immobiliari con esecuzione di opere anche se comportanti la variazione delle superfici delle singole unità immobiliari nonché del carico urbanistico purché non sia modificata la volumetria complessiva degli edifici e si mantenga l'originaria destinazione d'uso;”.

     Ciò premesso, si chiede di avere chiarimenti in ordine al corretto espletamento dei nuovi incombenti di legge. Detto altrimenti, per quanto disposto dal sopra menzionato comma 5 dell’art. 6, lo scrivente Servizio chiede di conoscere:

1. quale sia la puntuale documentazione che deve essere inoltrata a codesto Ufficio;

2. quale siano le modalità di inoltro (PEC, semplice e-mail, sito web dedicato, ecc.);

3. quale sia il formato (digitale) della documentazione da inoltrare (pdf, jpg, doc, ecc.)

4. quale sia l’ufficio preposto a riceverla.

     Nell’attesa di un cortese e celere riscontro, data la già vigente operatività della norma de qua, si ringrazia e si porgono distinti saluti.
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     Ecco qui la risposta del 16.01.2015 ... e si badi bene che che il nuovo incombente di legge (per l'UTC comunale) è operativo già dal 13.09.2014.
04.02.2015 - LA SEGRETERIA PTPL

IN EVIDENZA

EDILIZIA PRIVATA: Permesso di costruire, la Cassazione sull'obbligo di esporre il cartello con gli estremi.
Sono soggetti all'obbligo il titolare del permesso di costruire, il committente, il costruttore e il direttore dei lavori.
La violazione dell'obbligo di esporre il cartello indicante gli estremi del titolo abilitativo, qualora prescritto dal regolamento edilizio o dal titolo medesimo, già sanzionata sotto la vigenza dell'ormai abrogata L. n. 47 del 1985, è tuttora punita dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. a), in ragione del rapporto di continuità normativa intercorrente tra le diverse disposizioni.
I destinatari dell'obbligo vanno individuati nel titolare del permesso di costruire, nel committente, nel costruttore e nel direttore dei lavori.

Lo ha ribadito la III Sez. penale della Corte di Cassazione con la sentenza 09.01.2015 n. 537 (tratta da www.lexambiente.it).
«La violazione dell'obbligo di esporre il cartello indicante gli estremi del titolo abilitativo, qualora prescritto dal regolamento edilizio o dal titolo medesimo, già sanzionata sotto la vigenza dell'ormai abrogata L. n. 47 del 1985, è tuttora punita dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. a), in ragione del rapporto di continuità normativa intercorrente tra le diverse disposizioni. I destinatari dell'obbligo vanno individuati nel titolare del permesso di costruire, nel committente, nel costruttore e nel direttore dei lavori», precisa la suprema Corte.
IL PROPRIETARIO NON È NECESSARIAMENTE IL TITOLARE DEL PERMESSO DI COSTRUIRE. Nel caso particolare esaminato, il giudice del merito ha fondato la penale responsabilità dell'imputata per la mancata esposizione del cartello di cantiere partendo dal rilievo che, essendo amministratore società proprietaria dell'immobile, “è dunque titolare del permesso di costruire e committente dei lavori”.
Ma, osserva la Cassazione, «Un tale percorso argomentativo è errato in diritto perché dà per scontato che il proprietario debba essere necessariamente anche il titolare del permesso di costruire mentre invece tali figure, se normalmente sono coincidenti, non lo sono necessariamente.
Il DPR n. 380/2001 art. 11, primo comma, stabilisce che "il permesso di costruire è rilasciato al proprietario dell'immobile o a chi abbia titolo per richiederlo": la norma, come si vede, è chiarissima nel prevedere il rilascio anche in favore di soggetto diverso dal proprietario dell'immobile, purché "abbia titolo per richiederlo" (cfr. Consiglio di Stato sez. 5 n. 2882/2001). E non a caso il legislatore usa la congiunzione con valore disgiuntivo "o" precisando poi, al comma 2 dell'art. 11, che il permesso "sulla titolarità della proprietà o di altri diritti reali relativi agli immobili realizzati per effetto del suo rilascio"
».
IL COMMITTENTE NON NECESSARIAMENTE SI IDENTIFICA CON IL PROPRIETARIO DELL'IMMOBILE. La Cassazione aggiunge inoltre che «Altro errore di diritto sta nel ritenere che anche il committente debba necessariamente identificarsi col proprietario dell'immobile, mentre invece ciò non sempre accade: il committente, infatti, è solo la parte che concede in appalto i lavori e può anche essere diverso dal proprietario. Il decreto legislativo 09.04.2008 n. 81 (Attuazione dell'articolo 1 della legge 03.08.2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro) che all'art. 89, comma 1, lett. b), definisce committente come "il soggetto per conto del quale l'intera opera viene realizzata, indipendentemente da eventuali frazionamenti della sua realizzazione. Nel caso di appalto di opera pubblica, il committente è il soggetto titolare del potere decisionale e di spesa relativo alla gestione dell'appalto".
Nessuna norma prevede che il committente debba essere necessariamente il proprietario dell'immobile, ben potendo assumere la suddetta veste anche essere il titolare di un altro diritto reale, come ad esempio l'usufruttuario o il titolare del diritto di abitazione»
(commento tratto da www.casaeclima.com).

IN EVIDENZA

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOOggetto: Legge n. 190/2014 - art. 1, commi 421 e seguenti: linee guida per le assunzioni 2015/2016 (Provincia di Bergamo, nota 29.01.2015 n. 7585 di prot.).

DIPARTIMENTO FUNZIONE PUBBLICA

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOOggetto: Linee guida in materia di attuazione delle disposizioni in materia di personale e di altri profili connessi al riordino delle funzioni delle province e delle città metropolitane. Articolo 1, commi da 418 a 430, della legge 23.12.2014, n. 190 (circolare 30.01.2015 n. 1/2015).

UTILITA'

TRIBUTIIMU terreni, lo speciale di BibLus-net con tutti i Comuni esonerati e quelli in cui bisognerà pagare entro il 10 febbraio.
Sulla Gazzetta Ufficiale n. 19 del 24.01.2015 è stato pubblicato il D.L. 24.01.2015, n. 4 recante “Misure urgenti in materia di esenzione IMU”, approvato venerdì 23 dal Consiglio dei Ministri, che risolve sia la questione dei criteri altimetrici che la proroga del pagamento chiesta dalle varie associazioni di settore.
Il Decreto stabilisce che, a decorrere dall'anno 2015, l'esenzione dall'imposta municipale propria (IMU) si applica:
- ai terreni agricoli, nonché a quelli non coltivati, ubicati nei comuni classificati totalmente montani di cui all'elenco dei Comuni italiani predisposto dall’Istat
- ai terreni agricoli, nonché a quelli non coltivati, posseduti e condotti dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali (art. 1 del decreto legislativo del 29.03.2004 n. 99, iscritti nella previdenza agricola) ubicati nei Comuni classificati parzialmente montani di cui allo stesso elenco Istat
Per il 2014, inoltre, non pagheranno l’Imu quei terreni che erano esenti in virtù del Decreto del 28.11.2014 (e che invece risultano imponibili per effetto dell’applicazione dei criteri sopra elencati).
Termini per il pagamento
I contribuenti dovranno versare l'imposta complessivamente dovuta per l'anno 2014 entro il 10.02.2015.
In allegato proponiamo lo speciale di BibLus-net con l’elenco di tutti i Comuni italiani con la classificazione ISTAT e la funzione di ricerca per verificare se nel proprio Comune occorre versare l’imposta (29.01.2015 - link a www.acca.it).

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

TRIBUTI: Oggetto: Imu montani in scadenza il 10.02.2015 – Chiarimenti (ANCI Emilia Romagna, nota 02.02.2015 n. 22 di prot.).

APPALTI: Oggetto: Estensione del “reverse charge” – Primi orientamenti ANCE (ANCE Bergamo, circolare 30.01.2015 n. 39).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: OGGETTO: Esercizio obbligatorio in forma associata delle funzioni fondamentali, mediante unioni o convenzioni, da parte dei comuni (Ministero dell'Interno, nota 26.01.2015 n. 967 di prot.),

AMBIENTE-ECOLOGIA: Oggetto: Individuazione dei criteri per derogare all’obbligo di installazione degli erogatori di gpl o metano in caso di modifica agli impianti di distribuzione carburanti in fregio alla rete stradale ordinaria, ai sensi dell’art. 88, comma 4-bis, della l.r. 02.02.2010, n. 6 (Regione Lombardia, nota 27.01.2015 n. 880 di prot.).

INCARICHI PROGETTUALI: Regolamento per la formazione professionale continua ai sensi del D.P.R. 07.08.2012 n. 137, art. 7 (Consiglio Nazionale dei Geometri e Geometri Laureati, delibera 22.07.2014 n. 6).
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Il suddetto Regolamento entra in vigore dall'01.01.2015.

SINDACATI & ARAN

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOBLOCCO DELLE ASSUNZIONI ED ELLE PROCEDURE DI MOBILITA' PER LA RICOLLOCAZIONE DEL PERSONALE PROVINCIALE (CGIL-FP di Bergamo, nota 02.02.2015).

PUBBLICO IMPIEGO: PROVINCE: PER INDIVIDUARE IL PERSONALE IN ESUBERO OCCORRE ATTENDERE ALMENO IL 1° GENNAIO 2017 (CGIL-FP di Bergamo, nota 26.01.2015).

PUBBLICO IMPIEGO: GUIDA OPERATIVA - Comparto Regioni e autonomie locali - La reperibilità (art. 23 del CCNL del 14.09.2000) (ARAN, dicembre 2014).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

APPALTI: G.U. 03.02.2015 n. 27 "Modalità e termini per il versamento dell’imposta sul valore aggiunto da parte delle pubbliche amministrazioni" (Ministero dell'Economia e delle Finanze, decreto 23.01.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 6 del 02.02.2015, "Determinazioni in ordine ai periodi di divieto di spandimento degli effluenti di allevamento e dei fertilizzanti azotati di cui al d.m. 07.04.2006 per la stagione autunno vernina 2014/2015" (decreto D.G. 29.01.2015 n. 559).

AMBIENTE-ECOLOGIA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 5 del 29.01.2015, "Aggiornamento dei disciplinari delle tecniche agronomiche di produzione integrata per l’anno 2015, in merito all’operazione 10.1.A – Produzioni agricole integrate del PSR 2014-2020 e ai programmi operativi delle organizzazioni dei produttori ortofrutticoli (OCM ortofrutta - Regolamenti 1234/07/CE e 1308/13/UE)" (comunicato regionale 23.01.2015 n. 13).

AMBIENTE-ECOLOGIA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 5 del 27.01.2015, "Individuazione dei criteri per derogare all’obbligo di installazione degli erogatori di GPL o metano in caso di modifica agli impianti di distribuzione carburanti in fregio alla rete stradale ordinaria, ai sensi dell’art. 88, comma 4-bis della l.r. 02.02.2010, n. 6" (deliberazione G.R. 23.01.2015 n. 3052).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: G.U. 22.12.2014 n. 296 "Linee guida, relative alla definizione delle modalità con cui gli operatori forniscono all’ISPRA e alle ARPA/APPA i dati di potenza degli impianti e alla definizione dei fattori di riduzione della potenza da applicare nelle stime previsionali per tener conto della variabilità temporale dell’emissione degli impianti nell’arco delle 24 ore" (Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, decreto 02.12.2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 2 del 07.01.2015, "Deroga regionale all’obbligo di gestione associata delle funzioni fondamentali tra comuni ai sensi dell’art. 21, comma 4, lett. a) e comma 6 della legge regionale 05.08.2014, n. 24 «Assestamento al bilancio 2014-2016 - I provvedimento di variazione con modifiche di leggi regionali»" (deliberazione G.R. 19.12.2014 n. 2916).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 2 del 07.01.2015, "Deroga regionale al raggiungimento dei limiti demografici minimi ai comuni obbligati all’esercizio associato delle funzioni fondamentali ai sensi dell’articolo 10 della legge regionale 28.12.2011 n. 22, «Disposizioni per l’attuazione della programmazione economico-finanziaria regionale, ai sensi dell’art. 9 ter della l.r. 31.03.1978, n. 34 'Norme sulle procedure della programmazione, sul bilancio e sulla contabilità della regione -Collegato 2012'»" (deliberazione G.R. 19.12.2014 n. 2915).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 2 del 07.01.2015, "Deroga regionale all’obbligo di gestione associata delle funzioni fondamentali tra comuni ai sensi dell’art. 21, comma 4, lett. b) e comma 6, della legge regionale 05.08.2014, n. 24 «Assestamento al bilancio 2014-2016 - I provvedimento di variazione con modifiche di leggi regionali»" (deliberazione G.R. 19.12.2014 n. 2914).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

VARI: N. Forte, Bonus mobili: non spetta se non c’è attività di ristrutturazione? (29.01.2015 - tratto da www.ipsoa.it).

URBANISTICA: L. Spallino, L.R. Lombardia n. 31/2014: le disposizioni transitorie per i piani attuativi (23.01.2015 - link a www.studiospallino.it).

EDILIZIA PRIVATA: D. Minussi, Distanza fra costruzioni (22.01.2015 - link a www.e-glossa.it).

EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICA: P. Mantegazza, Legge Regionale 28.11.2014 n. 31 (12.12.2014 - tratto da http://camerainsubria.blogspot.it).

EDILIZIA PRIVATA: V. Lattanzi, Le azioni per l’efficienza energetica in edilizia nel D.Leg.vo 102/2014 (Bollettino di Legislazione Tecnica n. 10/2014).

APPALTI: M. Urbani, La pubblicità degli avvisi e dei bandi di gara fino al 2016 (Bollettino di Legislazione Tecnica n. 7-8/2014).

LAVORI PUBBLICI: M. Urbani, Guida operativa con Tavole sinottiche alla qualificazione nei LL.PP. dopo la conversione del D.L. 47/2014 (Bollettino di Legislazione Tecnica n. 6/2014).

A.N.AC. (già AUTORITA' VIGILANZA CONTRATTI PUBBLICI)

APPALTIAppalti solo con white list. Iscrizione obbligatoria per i controlli antimafia. La richiesta dell'Anac per specifici settori a rischio di infiltrazione.
Nei settori a rischio di infiltrazione malavitosa l'iscrizione alle white list prefettizie da parte delle imprese appaltatrici e subappaltatrici deve diventare obbligatoria e non può rimanere facoltativa.

È quanto chiede a governo e parlamento il presidente dell'Autorità nazionale anti corruzione, Raffaele Catone con l'atto di segnalazione 21.01.2015 n. 1 relativo alla disciplina delle verifiche antimafia mediante White List.
In determinati casi infatti le amministrazioni pubbliche procedono alle verifiche antimafia mediante la consultazione, anche in via telematica degli elenchi di fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a tentativi di infiltrazione mafiosa tenuti dalla Prefetture, la cui istituzione è prevista dall'art. 1, comma 52 della legge 06.11.2012, n. 190 (legge anticorruzione), a sua volta sostituito dall'art. 29, comma 1, dl 90/2014.
Va precisato preliminarmente che l'argomento affrontato nell'atto di segnalazione riguarda le imprese che operano in specifici settori dell'attività economica legati prevalentemente agli appalti di lavori: trasporto di materiali a discarica per conto di terzi; trasporto, anche transfrontaliero, e smaltimento di rifiuti per conto di terzi; estrazione, fornitura e trasporto di terra e materiali inerti; confezionamento, fornitura e trasporto di calcestruzzo e di bitume; noli a freddo di macchinari; fornitura di ferro lavorato; noli a caldo; autotrasporti per conto di terzi; guardiania dei cantieri.
Quindi non si tratta di alcune attività legate alla realizzazione di lavori per le quali l'esperienza ha dimostrato che sono più alti i rischi di infiltrazione da parte delle organizzazioni criminali. Il problema affrontato da Cantone riguarda l'asimmetria degli obblighi che fanno capo alle stazioni appaltanti e alle imprese: le prime hanno il dovere di consultare gli elenchi, mentre le seconde non sono destinatarie di un dovere di iscrizione «in modo chiaro ed esplicito» dal momento che la norma è formulata in termini puramente facoltativi.
In realtà nella segnalazione si sostiene che l'obbligo di iscrizione da parte dell'impresa che opera nei settori in precedenza citati è «implicitamente ricavabile dal comma 2, dell'art. 29, dl 90/2014, che introducendo un regime transitorio alla disciplina delle verifiche tramite elenco, lascia presupporre l'obbligo anche per gli operatori di iscriversi nelle c.d. white list, nella misura in cui la citata iscrizione risulta essere, di fatto, una condizione per ricevere l'affidamento dei relativi contratti». Infatti è proprio il comma 2 dell'articolo 29 a prevedere che per le attività citate le amministrazioni «procedono all'affidamento di contratti o all'autorizzazione di subcontratti previo accertamento della avvenuta presentazione della domanda di iscrizione negli elenchi in questione».
In sostanza se una impresa che opera in settori a rischio di infiltrazione malavitosa come sono quelli previsti dall'articolo 1, comma 53, della legge Severino n. 190/2012 non è iscritta nella white list non può ricevere alcun affidamento; di fatto quindi l'iscrizione è una condizione necessaria per ricevere l'affidamento del contratto.
A ciò l'Anac perviene però in via interpretativa e quindi segnala al governo e al parlamento l'esigenza di chiarire espressamente ogni dubbio perché alla luce della norma del decreto 90/2014 «si rende necessario un intervento di armonizzazione che consenta di realizzare appieno l'obiettivo del legislatore» (articolo ItaliaOggi del 31.01.2015).

APPALTI: Buchi documentali in gara? Paga pure la ditta ausiliaria.
In un appalto pubblico la sanzione da pagare per sanare una carenza della documentazione presentata in gara è applicabile anche all'impresa ausiliaria in caso di avvalimento; non sanabile il mancato versamento del contributo per la partecipazione alla gara, da versare all'Autorità nazionale aniticorruzione.

Sono questi alcuni dei punti chiariti dall'Anac con la
determinazione 08.01.2015 n. 1 in tema di «soccorso istruttorio», disponibile sul sito web anticorruzione.it, nella quale sono stati dettati i criteri interpretativi delle nuove disposizioni introdotte dall'art. 39 del dl 24.06.2014, n. 90 (convertito nella legge 114/2014) relativamente alle autodichiarazioni sui requisiti di ordine generale per la partecipazione alle procedure di affidamento degli appalti e sui documenti e le informazioni complementari da produrre a corredo dell'offerta.
In particolare le norme del Codice dei contratti pubblici che vengono esaminate nella loro applicazione sono gli articoli 38, comma 2-bis, e 46, comma 1-ter.
Dal documento si evince che determinano l'esclusione automatica da una gara di appalto pubblico, e quindi non sono neanche sanabili con il pagamento di una sanzione amministrativa (compresa fra 1/1000 e 1/100 del valore dell'appalto, con il limite di 50 mila euro), le irregolarità che non consentono alla stazione appaltante di individuare con chiarezza il contenuto e la provenienza dell'offerta (ad esempio la mancata sottoscrizione dell'offerta) e che violano il principio di segretezza dell'offerta (assenza dei sigilli sulla busta contenente l'offerta).
Nella determina si precisa anche che la sanzione (fino a 50 mila euro) si applica anche all'impresa ausiliaria nell'ipotesi di avvalimento se essa ha prodotto una dichiarazione carente; ciò in virtù del rapporto solidale che lega l'impresa ausiliaria e all'impresa che partecipa alla gara.
Fra le irregolarità essenziali non sanabili vengono citate la mancata sottoscrizione dell'offerta, il mancato sopralluogo, la mancata indicazione del riferimento di gara sulla busta esterna o il mancato inserimento in due diverse buste dell'offerta tecnica e di quella economica; la mancata sigillatura dei plichi; l'assenza della dichiarazione di ricorso all'avvalimento (articolo ItaliaOggi del 27.01.2015).

CORTE DEI CONTI

INCENTIVO PROGETTAZIONELa sopravvenuta normativa statale sugli incentivi alla progettazione di cui agli artt. 13 e 13-bis della legge 114/2014 risulta immediatamente cogente anche per le amministrazioni locali della regione della Sardegna.
L’art. 12 della L.R. 5/2007 rimane applicabile, in via residuale, per i soli aspetti coincidenti con la normativa statale ed, eventualmente, per quei limitati profili, già precedentemente normati dal legislatore regionale e non regolati dalla legge 114/2014, che non risultino incompatibili con la disciplina statale intesa nel suo complesso; profili da accertarsi attraverso una verifica che non può prescindere dall’esame del caso concreto e che è rimessa all’attività gestionale dell’amministrazione.

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Il Sindaco del Comune di Olbia, segnalando che sussiste incertezza sull’interpretazione dell’art. 1, comma 557, della legge 27.12.2006, n. 296, norma che impone alle amministrazioni locali una politica di contenimento della spesa di personale, ha richiesto alla Sezione del controllo un parere in merito alla seguente questione: “considerato che lo statuto della Regione Sardegna attribuisce alla Regione potestà legislativa esclusiva, tra le altre, nella materia dei lavori pubblici di esclusivo interesse regionale e nella materia relativa allo stato giuridico ed economico del personale [art. 3, comma 1, lett. a) b) ed e)], si chiede di conoscere se, fino a diverse disposizioni del legislatore regionale, l’ente locale sia tenuto ad uniformarsi, in ordine alla disciplina dei compensi di progettazione, alla normativa nazionale e precisamente agli articoli 13 e 13-bis della Legge n. 114 dell’11.08.2014 o, come appare più coerente con le disposizioni statutarie, continua ad applicarsi, fino a nuove modifiche della norma ragionale, il vigente art. 12 della L.R. n. 5/2007” .
...
3. Nel merito: alla Sezione regionale del controllo viene richiesto di chiarire, alla luce delle disposizioni dello Statuto della Regione Autonoma della Sardegna e della vigente normativa di contenimento della spesa pubblica, i rapporti intercorrenti tra la normativa statale in materia di compensi incentivanti per la progettazione interna -recentemente modificata dalle previsioni degli articoli 13 e 13-bis della legge n. 114 dell’11.08.2014, con cui si è disposta la conversione, con modificazioni, del d.l. 24.06.2014, n. 90- e la disciplina regionale, avente medesimo oggetto, contenuta nel’art. 12 della legge regionale 07.08.2007, n. 5.
4. Preliminarmente è opportuno ricordare che questa Sezione, avendo all’esame diversa questione, si è da ultimo espressa in ordine ai compensi incentivanti di cui all’art. 12 della L.R. 5/2007 con il parere 20.12.2013 n. 85: il Collegio ha con tale deliberazione ritenuto, esaminando i presupposti applicativi della disposizione regionale, che la retribuzione incentivante prevista dalla normativa regionale spettasse unicamente per le attività di progettazione o per gli atti di pianificazione direttamente connessi alla realizzazione di un’opera pubblica, essendosi rilevata, sul punto, la sostanziale affinità della normativa regionale con quella all’epoca vigente in ambito statale di cui all’art. 92, commi 5 e 6, del d.lgs. 12.04.2006, n.163 (e pur ravvisando la diversa posizione assunta dalla Sezione di controllo della Corte dei conti del Veneto, contrastante con quella di altre Sezioni regionali di controllo).
La soluzione interpretativa individuata dal Collegio in tale occasione è stata successivamente e definitivamente avallata, con riferimento alla normativa statale, da ulteriori deliberazioni della Corte dei conti: tra di esse, particolare rilievo ha assunto la
deliberazione 15.04.2014 n. 7 Sezione Autonomie, che risolvendo il contrasto insorto con la Sezione del Veneto, ha interpretato le disposizioni dell’art. 92, commi 5 e 6, del d.lgs. 163/2006, proprio nel senso di escludere la riconoscibilità degli incentivi nel caso di elaborazione, da parte dei funzionari interni dell’amministrazione, di atti di pianificazione non direttamente collegati alla realizzazione di un’opera pubblica.
5. Tanto premesso al fine di chiarire che -vigenti i commi 5 e 6 dell’art. 92 del d.lgs. 163/2006- la disciplina della Regione Sardegna e quella statale erano da ritenersi sostanzialmente affini, prevedendosi analoghi presupposti per la corresponsione della retribuzione incentivante (cioè solo ed esclusivamente nel caso di progettazioni e pianificazioni legate alla realizzazione di opere pubbliche), si deve al contempo segnalare che questo Collegio, con il citato parere 20.12.2013 n. 85 aveva, se pur incidentalmente, già valutato, nelle pieghe della disciplina, alcuni profili di possibile incompatibilità tra previsioni statali e regionali, per quanto non avesse potuto esprimersi in merito a questo rilevante aspetto perché non attinente al quesito all’epoca scrutinato.
In particolare, si era evidenziato che l’art. 12 della L.R. 5/2007 non rivestiva particolari peculiarità rispetto all’art. 92, comma 6, del d.lgs. 163/2006, ma si sottolineava al contempo che “…del resto, non potrebbe così non essere, considerato che la disciplina dei compensi incentivanti di cui all’art. 92 del D.lgs. 163/2006 è stata ritenuta dalla Corte Costituzionale una materia di ordinamento civile con le sentenze n. 341/2009 e n. 401/2007, come tale rimessa all’ordinamento statale quanto meno per la determinazione dei suoi presupposti applicativi. Conseguentemente la previsione di compensi incentivanti al di là delle ipotesi espressamente consentite dalla disciplina statale porrebbe non pochi problemi di coordinamento con i principi costituzionali".
6. La richiesta oggi effettuata dal Comune di OLBIA, se da un lato consente alla Sezione di ribadire alla luce delle nuove disposizioni l’interpretazione a suo tempo esplicitata relativamente ai presupposti applicativi dell’incentivazione prevista dalla legge, impone dall’altro di esaminare più approfonditamente il profilo dei rapporti tra il nuovo contesto normativo delineato dagli artt. 13 e 13-bis della legge 114/2014 e l’immutata disciplina regionale di cui all’art. 12 della L.R. 5/2007.
7. Come più volte ricordato, le previsioni di cui all’art. 92, commi 5 e 6, del d.lgs. 163/2006, sono state abrogate dall’art. 13 della legge 114/2014; la più articolata disciplina dei compensi incentivanti per il personale dipendente (rectius, dei Fondi per la progettazione e l’innovazione, titolo della rubrica del relativo articolo di legge) -come risultante a seguito delle modifiche apportate dall’art. 13-bis della citata legge all’art. 93 del medesimo d.lgs. 163/2006- è oggi confluita nei commi da 7 a 7-quinquies di quest’ultima previsione.
Le modifiche normative si inseriscono in un complesso di previsioni urgenti in materia di lavoro pubblico che la legge 114/2014 ha predisposto nell’ottica del contenimento della spesa accessoria ed incentivante sostenuta dalla pubblica amministrazione per alcune categorie di personale dipendente; l’intervento del legislatore ha infatti riguardato anche gli onorari professionali spettanti agli avvocati dello Stato ed agli avvocati pubblici (art. 9) ed i diritti di rogito dei segretari comunali e provinciali (art. 10).
8. Con particolare riferimento agli incentivi per la progettazione interna, le disposizioni dei commi 7 e seguenti dell’art. 93 del d.lgs. 163/2001 prevedono che: "7. Gli oneri inerenti alla progettazione, alla direzione dei lavori, alla vigilanza e ai collaudi, nonché agli studi e alle ricerche connessi, gli oneri relativi alla progettazione dei piani di sicurezza e di coordinamento e dei piani generali di sicurezza quando previsti ai sensi del decreto legislativo 14.08.1996, n. 494 (ora d.lgs. n. 81 del 2008), gli oneri relativi alle prestazioni professionali e specialistiche atte a definire gli elementi necessari a fornire il progetto esecutivo completo in ogni dettaglio, ivi compresi i rilievi e i costi riguardanti prove, sondaggi, analisi, collaudo di strutture e di impianti per gli edifici esistenti, fanno carico agli stanziamenti previsti per la realizzazione dei singoli lavori negli stati di previsione della spesa o nei bilanci delle stazioni appaltanti.
7-bis. A valere sugli stanziamenti di cui al comma 7, le amministrazioni pubbliche destinano ad un fondo per la progettazione e l’innovazione risorse finanziarie in misura non superiore al 2 per cento degli importi posti a base di gara di un’opera o di un lavoro; la percentuale effettiva è stabilita da un regolamento adottato dall’amministrazione, in rapporto all’entità e alla complessità dell’opera da realizzare.
7-ter. L’80 per cento delle risorse finanziarie del fondo per la progettazione e l’innovazione è ripartito, per ciascuna opera o lavoro, con le modalità e i criteri previsti in sede di contrattazione decentrata integrativa del personale e adottati nel regolamento di cui al comma 7-bis, tra il responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori; gli importi sono comprensivi anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell’amministrazione. Il regolamento definisce i criteri di riparto delle risorse del fondo, tenendo conto delle responsabilità connesse alle specifiche prestazioni da svolgere, con particolare riferimento a quelle effettivamente assunte e non rientranti nella qualifica funzionale ricoperta, della complessità delle opere, escludendo le attività manutentive, e dell’effettivo rispetto, in fase di realizzazione dell’opera, dei tempi e dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo. Il regolamento stabilisce altresì i criteri e le modalità per la riduzione delle risorse finanziarie connesse alla singola opera o lavoro a fronte di eventuali incrementi dei tempi o dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo, redatto nel rispetto dell’articolo 16 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 05.10.2010, n. 207, depurato del ribasso d’asta offerto. Ai fini dell’applicazione del terzo periodo del presente comma, non sono computati nel termine di esecuzione dei lavori i tempi conseguenti a sospensioni per accadimenti elencati all’articolo 132, comma 1, lettere a), b), c) e d). La corresponsione dell’incentivo è disposta dal dirigente o dal responsabile di servizio preposto alla struttura competente, previo accertamento positivo delle specifiche attività svolte dai predetti dipendenti. Gli incentivi complessivamente corrisposti nel corso dell’anno al singolo dipendente, anche da diverse amministrazioni, non possono superare l’importo del 50 per cento del trattamento economico complessivo annuo lordo. Le quote parti dell’incentivo corrispondenti a prestazioni non svolte dai medesimi dipendenti, in quanto affidate a personale esterno all’organico dell’amministrazione medesima, ovvero prive del predetto accertamento, costituiscono economie. Il presente comma non si applica al personale con qualifica dirigenziale.
7-quater. Il restante 20 per cento delle risorse finanziarie del fondo per la progettazione e l’innovazione è destinato all’acquisto da parte dell’ente di beni, strumentazioni e tecnologie funzionali a progetti di innovazione, di implementazione delle banche dati per il controllo e il miglioramento della capacità di spesa per centri di costo nonché all’ammodernamento e all’accrescimento dell’efficienza dell’ente e dei servizi ai cittadini.
7-quinquies. Gli organismi di diritto pubblico e i soggetti di cui all’articolo 32, comma 1, lettere b) e c), possono adottare con proprio provvedimento criteri analoghi a quelli di cui ai commi 7-bis, 7-ter e 7-quater del presente articolo.
".
9. Le riportate previsioni enucleano le modalità di determinazione e di liquidazione degli importi destinati ad incentivare la progettazione interna, i quali, solo nella misura dell’80% della quota iniziale (fino al 2% degli importi posti a base di gara di un’opera o di un lavoro), e solo dopo esser confluiti nel fondo per le incentivazioni, possono essere ripartiti tra i soggetti che ne hanno diritto, con procedure e criteri da definirsi secondo quanto indicato dalla medesima legge.
Senza che sia qui possibile entrare nel dettaglio della nuova disciplina per esaminare partitamente ogni eventuale elemento differenziale rispetto alle previgenti disposizioni, si deve tuttavia porre l’accento su alcune significative innovazioni, immediatamente percepibili dalla lettura della novella:
a) talune attività sono espressamente escluse dall’incentivazione;
b) si è disposta l’introduzione di criteri volti a ridurre la percentuale dell’incentivo nella ricorrenza di alcune circostanze (aumento dei tempi o dei costi di realizzazione dell’opera o del lavoro);
c) una percentuale del fondo pari al 20% è destinata alle finalità indicate dal comma 7-quater;
d) è stato rimodulato il limite massimo individuale della retribuzione incentivante percepibile;
e) è venuto meno ogni riferimento all’incentivazione delle attività di pianificazione;
f) è esclusa l’applicazione degli incentivi per la progettazione al personale con qualifica dirigenziale.
Tali profili di novità della disciplina statale, aventi certamente portata limitativa della misura del compenso erogabile ai dipendenti rispetto al passato, ed implicanti il riconoscimento di peculiari modalità ai fini della sua liquidazione, si innestano in un insieme di previsioni di carattere generale (percentuale del 2%, necessità di ripartire le risorse in considerazione della relativa ripartizione di responsabilità, novero dei soggetti titolati alla percezione degli incentivi, necessità di apposita regolamentazione interna dell’amministrazione), che la nuova normativa ha mantenuto ferme rispetto al passato e che trovano piena coincidenza anche nelle previsioni dell’art.12 della L.R. 5/2007.
Basti per ora considerare che, mentre per tali aspetti generali, non è rilevabile alcun contrasto tra le due discipline, statale e regionale, specifici problemi di compatibilità tra normative sussistono invece per gli aspetti di obiettiva difformità introdotti dalla legge 114/2014.
10. Ritiene al riguardo il Collegio che la disciplina dell’art. 93 del d.lgs. 163/2006 -nei suoi tratti differenziali e di novità rispetto alle previsioni regionali- non possa che prevalere rispetto alla disciplina regionale dell’art. 12 della L.R. 5/2007 e debba dunque trovare diretta applicazione anche per la Regione Sardegna e per le amministrazioni locali della regione.
Infatti, anche a prescindere dal fatto che in riferimento ai segnalati aspetti si propenda, interpretativamente, per l’esistenza di un contrasto tra singoli tratti di disciplina, o addirittura per un contrasto più ampio e radicale tra la disciplina statale, complessivamente intesa, e la disciplina regionale, quest’ultima, per i principi regolanti la successione delle leggi del tempo nei suoi rapporti con il criterio della competenza normativa, deve ritenersi implicitamente abrogata -o nei singoli profili di difformità o nella sua interezza, a seconda dell’interpretazione prescelta- per contrasto con la fonte statale sopravvenuta, dotata di competenza esclusiva ai sensi delle vigenti disposizioni dell’art. 117, secondo comma, della Costituzione, nella materia dell’ordinamento civile (cui deve essere ascritta, come meglio si preciserà in seguito, la disciplina dei compensi incentivanti per la progettazione).
11. Nel caso di specie, a fronte del contrasto di normative, opera infatti in favore della normativa statale un meccanismo di rapporto tra fonti del diritto che combina il criterio cronologico con quello della competenza e che -esplicitato a suo tempo dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 302 dell’01.10.2003 relativamente alle regioni a statuto ordinario per le ipotesi disciplinate dall’art. 10 della legge “Scelba” n. 62 del 10.02.1953 (sul punto TAR Veneto n. 3200/2005 e TAR Piemonte n. 1305/2012)- ha trovato espresso riconoscimento, per quanto concerne i rapporti tra leggi statali regolanti le materie di legislazione esclusiva statale (art. 117, comma 2, della Costituzione) e legislazione regionale previgente, nell’art. 1, comma 2, ultimo periodo, della legge 131/2003, il quale prevede che “Le disposizioni normative regionali vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge nelle materie appartenenti alla legislazione esclusiva statale continuano ad applicarsi fino alla data di entrata in vigore delle disposizioni statali in materia, fatti salvi gli effetti di eventuali pronunce della Corte costituzionale”.
Alla luce della richiamata disposizione normativa, le leggi regionali vigenti nelle materie divenute di competenza esclusiva statale a seguito della riforma del titolo V della Costituzione, continuano a trovare applicazione fino a quando non vengano sostituite dalle nuove disposizioni statali: le disposizioni regionali previgenti debbono cioè ritenersi “cedevoli” a fronte dell’esercizio da parte del legislatore statale della propria competenza esclusiva.
Questo strumento di risoluzione delle antinomie tra fonti del diritto, ha avuto nel corso del tempo costante ed espressa applicazione giurisprudenziale (vedi al riguardo TAR Friuli n. 786/2007, TAR Puglia n. 178/2007; e, più recentemente, TAR VENETO n. 1164/2012, TAR Sicilia n. 468/2013); la stessa giurisprudenza ha poi chiarito che l’accertamento dell’effetto abrogativo –a differenza del caso in cui sia la normativa regionale contrastante a sovrapporsi temporalmente a quella statale- è rimesso, in sede giurisdizionale, alla valutazione del giudice di merito, senza dunque doversi attendere che una pronuncia della Corte Costituzionale statuisca l’illegittimità costituzionale di disposizioni regionali contrastanti con la disciplina statale sopravvenuta (vedi al riguardo, le già citate sentenze della Corte Costituzionale e dei Tribunali Amministrativi Regionali).
Per quanto sopra precisato, al contempo, risulta a carico delle pubbliche amministrazioni, tenute all’esegesi interpretativa, individuare e dare applicazione alla disciplina effettivamente vigente.
12. Quanto alla materia alla quale ascrivere la normativa in esame, il Comune di OLBIA richiama le previsioni statutarie dell’art. 3, comma 1, dello Statuto, presupponendo che la disciplina dei compensi incentivanti possa essere riferita alle materie ivi indicate di potestà legislativa esclusiva, e, tra queste, alle materie dell’ordinamento degli uffici e degli enti amministrativi della Regione e stato giuridico ed economico del personale (lettera a), dell’ordinamento degli enti locali (lettera b) ed dei lavori pubblici di esclusivo interesse della Regione (lettera c). Per tale via l’Amministrazione comunale giunge a prospettare la prevalenza delle disposizioni dell’art. 12 della L.R. 5/2007 sulle recenti disposizioni dell’art. 13-bis della legge 114/2014.
13. In realtà, l’assunto del Comune di Olbia non può essere condiviso, dal momento che, come anticipato, la disciplina dei compensi incentivanti per la progettazione interna, dev’essere più correttamente inquadrata nella materia dell’ordinamento civile, riservata alla potestà legislativa esclusiva dello Stato.
Al riguardo di quanto espresso dal Comune richiedente, devono essere effettuate alcune opportune e necessarie puntualizzazioni:
   a) Anzitutto
si deve escludere in radice che le previsioni sugli incentivi per la progettazione interna possano essere ricondotte alle materie di cui alle lettere b) ed e) dello Statuto autonomo della Sardegna, che riguardano i ben differenti profili dell’ordinamento istituzionale degli enti locali e quella dei lavori pubblici, appunto, di esclusivo interesse della Regione.
L’unico richiamo, in astratto pertinente, effettuato dall’Amministrazione comunale, rimane dunque quello alle materie indicate dalla lettera a) dell’art. 3 dello Statuto ovvero, in particolare, alla materia dello “stato giuridico ed economico del personale”.
   b)
Deve però ricordarsi che la Corte Costituzionale, con la fondamentale sentenza n. 274 del 24.07.2003, nel valutare la persistente sopravvivenza della potestà legislativa esclusiva della Regione Sardegna nella materia de qua a seguito della riforma costituzionale del Titolo V della Costituzione, intervenuta con la legge costituzionale 18.10.2001, n. 3, ha osservato che l’autonomia riservata alle regioni ordinarie ai sensi dell’art. 117 della Costituzione nell’indicata materia, risulta oggi essere più ampia rispetto a quella originariamente delineata per la Regione Sardegna dallo Statuto Speciale.
Infatti –secondo il ragionamento sviluppato dalla Corte Costituzionale- mentre le regioni ordinarie, con riferimento allo stato economico e giuridico del personale (materia di competenza residuale ai sensi del quarto comma dell’art. 117 della Costituzione) soggiacciono ai soli limiti imposti dal primo comma dell’art. 117 della Costituzione, la Regione Sardegna, nell’esercizio della potestà legislativa esclusiva prevista nella stessa materia, sarebbe invece illogicamente vincolata anche all’ulteriore limite del rispetto delle leggi statali qualificabili come norme fondamentali di riforma economico-sociale (limite espressamente previsto dall’art. 3 dello Statuto autonomistico della Regione Sardegna, ma invece inoperante per le Regioni ordinarie in quanto non comparente nelle previsioni dall’art. 117, comma 1, della Carta Costituzionale).
Ricondurre, in conclusione, la disciplina regionale degli incentivi economici per la progettazione interna allo “stato economico e giuridico del personale” di cui alla lettera a) dell’art. 3 dello Statuto della Regione Sardegna non avrebbe dunque, di per sé, alcuna conseguenza specifica in termini di prevalenza della normativa regionale su quella statale; infatti l’efficacia nel sistema delle fonti del diritto della normativa regionale della Regione Sardegna nella materia dello stato giuridico ed economico del personale, alla luce delle modifiche del titolo V della costituzione, non risulta affatto differente da quella prevista per analoga normativa delle regioni a statuto ordinario.
   c) Ma, soprattutto, deve essere considerato che
innumerevoli arresti della giurisprudenza costituzionale, come già segnalato nella precedente deliberazione n. 85/2013 di questa Sezione, hanno ricondotto le disposizioni normative sulle retribuzioni incentivanti alla materia dell’ordinamento civile, materia di potestà legislativa esclusiva dello Stato ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lett. l) della Costituzione. Tale circostanza -che impone di superare l’indirizzo che questa stessa Sezione ebbe a sostenere con la deliberazione 4/2009, prima dell’intervento della sentenza della Corte Costituzionale n. 341 del 16.12.2009- è stata compiutamente esaminata, di recente, dalla deliberazione della Sezione regionale di controllo per la Campania di questa Corte n. 67 del 13.03.2013, con motivazione che questo Collegio condivide, e che ha portato la Sezione campana a dubitare che la disciplina dei compensi incentivanti “….possa essere oggetto di normazione regionale difforme e/o derogatoria (o anche praeter) rispetto a quella nazionale”.
14. Oltre alle sentenze della Corte Costituzionale n. 401/2007 e 341/2009, già richiamate da questo Collegio con la deliberazione n. 85/2013, si deve segnalare, in particolare, la sentenza della Corte Costituzionale n. 290 del 20.11.2012, che ha dichiarato incostituzionale la previsione dell’art. 8 della legge della Regione Sardegna 04.08.2011, n. 16, la quale attribuiva un’indennità aggiuntiva ai dipendenti della Regione e degli enti regionali incaricati come coordinatori dei programmi integrati d’area.
La Corte Costituzionale si è così espressa in tale occasione: “Questa Corte ha più volte dichiarato l’illegittimità di disposizioni regionali intervenute in materia di trattamento economico dei dipendenti regionali. In quelle occasioni è stato affermato che, essendo il rapporto di impiego di tali lavoratori ormai contrattualizzato, la sua disciplina (ivi inclusa quella della retribuzione) rientra nella materia dell’ordinamento civile, riservata alla competenza esclusiva statale (sentenze n. 339 e n. 77 del 2011). In particolare, poi, con la sentenza n. 7 del 2011 è stata dichiarata l’illegittimità di una norma regionale che riconosceva, a favore di una certa categoria di personale regionale, un’indennità in aggiunta al normale trattamento economico e, con la sentenza n. 332 del 2010, l’illegittimità di una norma che attribuiva a determinati dipendenti regionali un trattamento accessorio in luogo di quello precedentemente goduto.
Ancor più recentemente la Corte Costituzionale si è pronunciata su alcune disposizioni di una legge regionale del Friuli Venezia Giulia, Regione ad autonomia speciale, il cui Statuto, all’art. 4, annovera lo “stato giuridico ed economico del personale” tra le materie di potestà legislativa regionale, analogamente a quanto previsto per la Regione Sardegna: con la sentenza n. 218 del 16.07.2013, dopo aver ribadito che “Costituisce, infatti, orientamento costante nella giurisprudenza di questa Corte l’affermazione secondo la quale è riconducibile alla materia dell’ordinamento civile la disciplina del trattamento economico dei dipendenti pubblici il cui rapporto di impiego sia stato privatizzato e, conseguentemente, disciplinato in sede di contrattazione collettiva (sentenze n. 36 del 2013 e n. 290 del 2012), il Giudice delle Leggi ha dichiarato incostituzionale la previsione di alcuni compensi incentivanti perché “…il riconoscimento di un incentivo economico in favore del personale regionale operante presso la struttura direzionale competente in materia di finanze e patrimonio incaricato dello svolgimento di attività di natura estimativa, parimenti interviene in tema di trattamento economico del personale pubblico contrattualizzato e, quindi, invade la competenza legislativa esclusiva in materia di ordinamento civile sancita dall’art. 117, comma secondo, lettera l), Cost
.”
15. Per quanto si è sopra più diffusamente considerato, si devono dunque assumere le seguenti conclusioni:
   a)
La disciplina dei compensi incentivanti per la progettazione interna è ricompresa nella materia dell’ordinamento civile, riservata alla potestà legislativa esclusiva dello Stato, e non in quella dello stato giuridico ed economico del personale, tutt’ora riservata in via esclusiva alla Regione Sardegna ma con i medesimi effetti della riserva operata in favore delle regioni ordinarie dall’art. 117, IV comma, della Costituzione (come risultante dalla modifica del suo titolo V).
   b) Nell’ambito della combinazione del criterio cronologico, regolante la successione delle leggi nel tempo, con il criterio della competenza, ed in virtù dell’espressa previsione dell’art. 1, comma 2, ultimo periodo, della legge 131/2003,
le disposizioni regionali dell’art. 12 della legge regionale 5/2007, originariamente conformi alla disciplina statale previgente, risultano per implicito abrogate, nei loro profili di difformità rispetto all’art. 13-bis della legge 114/2014, a seguito della sopravvenienza della diversa ed innovativa disciplina introdotta dalla legge statale (per competenza legittimata in via esclusiva dall’ordinamento ai sensi del’art. 117, secondo comma, della Costituzione), concretizzandosi la c.d. “cedevolezza” delle disposizioni regionali contrastanti.
Tale conclusione risulta del tutto coerente anche con quanto disposto dall’art. 4, primo comma, del d.lgs. 163/2006, secondo il quale: “Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano esercitano la potestà normativa nelle materie oggetto del presente codice nel rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e delle disposizioni relative a materie di competenza esclusiva dello Stato”.
16. Applicando tali principi, intrepretativi e normativi, al quesito proposto dal Comune di Olbia, consegue che la sopravvenuta normativa statale di cui agli artt. 13 e 13-bis della legge 114/2014 risulta immediatamente cogente anche per le amministrazioni locali della regione della Sardegna, rimanendo solo il problema di verificare se e quali profili della disciplina regionale permangano tutt’ora in vigore.
Ritenuto che non sussista un’assoluta incompatibilità tra discipline,
l’avviso della Sezione è che la normativa regionale di cui all’art. 12 della L.R. 5/2007 rimanga applicabile, in via residuale, per i soli aspetti coincidenti con la normativa statale ed, eventualmente, per quei limitati profili, già precedentemente normati dal legislatore regionale e non regolati dalla legge 114/2014, che non risultino incompatibili con la disciplina statale intesa nel suo complesso; profili da accertarsi attraverso una verifica che non può prescindere dall’esame del caso concreto e che è rimessa all’attività gestionale dell’amministrazione (Corte dei Conti, Sez. controllo Sardegna, parere 30.01.2015 n. 11).

INCENTIVO PROGETTAZIONECon riferimento al primo quesito, ritiene il Collegio che l'Amministrazione, in ossequio al principio della non retroattività della legge e al principio di competenza, può oggi liquidare secondo la precedente disciplina gli incentivi riferiti a lavori e opere portate a compimento, compresa la fase del collaudo, prima della data del 19.08.2014.
Quanto al secondo quesito valgono le medesime considerazioni appena svolte, con l’ulteriore precisazione in base alla quale “
il diritto all’incentivo costituisce un vero e proprio diritto soggettivo di natura retributiva (Cass. Sez. Lav. sent. n. 13384 del 19.07.2004) che inerisce al rapporto di lavoro in corso nel cui ambito va individuato l’obbligo per l’Amministrazione di adempiere, a prescindere dalle condizioni e dai presupposti per rendere concreta l’erogazione del compenso”.
In ordine al terzo quesito si richiama sul punto il citato
parere 19.09.2014 n. 183 della Sezione Emilia Romagna, che ha affermato come “fino all’entrata in vigore della legge di conversione 11.08.2014, n. 114 del decreto-legge 24.06.2014, n. 90, anche il dirigente di ruolo di un ufficio tecnico del Comune potrà beneficiare degli incentivi, in quanto il contratto collettivo nazionale di lavoro dell’Area II prevede espressamente quale deroga al principio dell’onnicomprensività la spettanza di incentivi per la progettazione”.
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La richiesta di parere è intesa a conoscere la corretta applicazione del riparto del fondo per la progettazione e l’innovazione ex art. 93, comma 7-ter, decreto legislativo n. 163/2006 a seguito delle riformulazione operata dall’articolo 13-bis del decreto-legge 24.06.2014, n. 90, recante "Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l'efficienza degli uffici giudiziari", convertito dalla legge 11.08.2014, n. 114.
...
Il Comune chiede, quindi, di sapere:
   1) se l'Amministrazione, in ossequio al principio della non retroattività della legge e al principio di competenza, possa in oggi liquidare secondo la precedente disciplina gli incentivi riferiti a lavori e opere portate a compimento, compresa la fase del collaudo, prima della data del 19.08.2014;
   2) quali debbano essere le modalità di liquidazione dell'incentivo nel caso di lavori e opere iniziate prima del 19.08.2014 e portate a compimento successivamente a tale data;
   3) se per il personale con qualifica dirigenziale l'esclusione dal pagamento dell'incentivo operi a decorrere dal 19.08.2014 solo con riferimento a lavori ed opere successive a tale data oppure anche dalla liquidazione degli incentivi riferiti a lavori ed opere portati a compimento prima del 19.08.2014;
   4) se la disposizione che impone di non superare l'importo del 50 per cento del trattamento economico complessivo annuo lordo sia applicabile solo per il pagamento degli incentivi riferiti a lavori e opere avviati dopo il 19.08.2014, oppure si tratti di norma immediatamente operante su tutte le liquidazioni effettuate dopo il 19.08.2014, anche se riferite a lavori e opere portate a compimento prima di tale data.
...
La richiesta di parere concerne distintamente quattro quesiti relativi all’applicazione degli articoli 92 e 93 del decreto legislativo 12.04.2006, n.163 (codice dei contratti pubblici), come modificati dagli articoli 13 e 13-bis della legge 11.08.2014, n.144, di conversione del decreto-legge 24.06.2014, n. 90, che hanno abrogato i commi 5 e 6 del citato articolo 92 e aggiunto i commi da 7-bis a 7-quinqiues all’articolo 93.
Il Collegio ravvisa opportuno trattare direttamente, nella presente deliberazione, i primi tre,
avendo ritenuto invece di sottoporre al Presidente della Corte dei conti la valutazione, ai sensi dell’articolo 6, comma 4, decreto-legge 10.10.2012, convertito dalla legge 07.12.2012, n. 213, sull’opportunità di rimettere alla Sezione delle Autonomie o alle Sezioni riunite la questione di massima, in presenza di contrasto interpretativo, in relazione al quarto quesito, con il
parere 13.11.2014 n. 300 della Sezione regionale di controllo per la Lombardia.
La richiesta di parere, limitatamente ai primi tre quesiti, è da considerarsi ammissibile sotto il profilo soggettivo e procedurale, poiché è stata sottoscritta dall’organo legittimato a rappresentare l’Amministrazione ed è stata trasmessa tramite il Consiglio delle Autonomie Locali della Liguria, nel rispetto delle formalità previste dall’art. 7 della legge 05.06.2003, n. 131.
In ordine al requisito oggettivo si osserva che la questione evidenziata dal Comune e riassunta nella richiesta di parere può costituire oggetto di attività consultiva, in quanto rientrante nell’accezione dinamica del concetto di “materia di contabilità pubblica”, di cui alla deliberazione della Sezioni Riunite 54/CONTR/2010, da ultimo, ripresa dalla delibera 3/SEZAUT/2014.
La materia, come ricorda lo stesso Comune, è stata oggetto di due delibere di questa Corte la
deliberazione 08.05.2009 n. 7/AUT/2009/QMIG della Sezione Autonomie e la più recente parere 19.09.2014 n. 183 Sez. Emilia-Romagna.
Appaiono sul punto pienamente condivisibili le conclusioni cui pervengono le deliberazioni sopra richiamate, fatte proprie anche dal citato
parere 13.11.2014 n. 300 della Sezione regionale di controllo per la Lombardia (da cui non si ha motivo di discostarsi limitatamente ai quesiti oggetto del presente parere).
La
deliberazione 08.05.2009 n. 7/AUT/2009/QMIG ha precisato che ”la soluzione della questione non può prescindere dalla verifica dell’esistenza e della consistenza del diritto che si pretende intangibile dalla legge sopravvenuta, in quanto la irretroattività della legge costituisce un principio di salvezza di un diritto acquisito, purché se ne dimostri l’avvenuta insorgenza”. Quanto appena affermato, prosegue la Sezione Autonomie “presuppone una valutazione preliminare sulla configurabilità, o meno, di un vincolo di destinazione, giuridicamente rilevante, tra la quantificazione della somma da ripartire per ogni singola opera, ed il “quantum” del diritto al beneficio, di talché si possa ritenere che nel momento in cui sia sorto tale diritto e cioè quando siano state compiute le varie attività che legittimano la corresponsione dell’incentivo (attività procedimentali amministrative, progettazione, collaudo, collaborazioni etc.) rimangono fissate, in maniera intangibile, da un lato, la somma da ripartire e, dall’altro, la misura del beneficio, così come le stesse sono state determinate in base ai meccanismi previsti dalla norma stessa. (modalità e criteri della ripartizione previsti in sede di contrattazione decentrata e assunti in un regolamento)”.
Alla luce di tale ricostruzione, con riferimento al primo quesito, ritiene il Collegio che
l'Amministrazione, in ossequio al principio della non retroattività della legge e al principio di competenza, può oggi liquidare secondo la precedente disciplina gli incentivi riferiti a lavori e opere portate a compimento, compresa la fase del collaudo, prima della data del 19.08.2014.
Quanto al secondo quesito valgono le medesime considerazioni appena svolte, con l’ulteriore precisazione in base alla quale “
il diritto all’incentivo costituisce un vero e proprio diritto soggettivo di natura retributiva (Cass. Sez. Lav. sent. n. 13384 del 19.07.2004) che inerisce al rapporto di lavoro in corso nel cui ambito va individuato l’obbligo per l’Amministrazione di adempiere, a prescindere dalle condizioni e dai presupposti per rendere concreta l’erogazione del compenso” (
deliberazione 08.05.2009 n. 7/AUT/2009/QMIG citata).
In ordine al terzo quesito si richiama sul punto il citato
parere 19.09.2014 n. 183 della Sezione Emilia Romagna, che ha affermato come “fino all’entrata in vigore della legge di conversione 11.08.2014, n. 114 del decreto-legge 24.06.2014, n. 90, anche il dirigente di ruolo di un ufficio tecnico del Comune potrà beneficiare degli incentivi, in quanto il contratto collettivo nazionale di lavoro dell’Area II prevede espressamente quale deroga al principio dell’onnicomprensività la spettanza di incentivi per la progettazione” (Corte dei Conti, Sez. controllo Liguria, parere 16.12.2014 n. 73).

APPALTI - PUBBLICO IMPIEGO: Non può essere riconosciuto alcun emolumento aggiuntivo ai componenti della S.u.a. (Stazione unica appaltante).
Per i pubblici dipendenti vige il principio dell'onnicomprensività della retribuzione ai sensi degli artt. 2, 45 e 53, D.Lgs. 30.03.2001, n. 165 che può essere derogato solo nei casi espressamente e tassativamente previsti dalla legge o per particolari categorie di lavoratori, in ragione della loro qualificazione professionale, o per specifiche attività non rientranti tra quelle ordinariamente spettanti o tra quelle connesse ai fini istituzionali dell'Amministrazione di appartenenza.
Da ciò consegue che ai funzionari designati quali componenti della Stazione Unica Appaltante in rappresentanza dell'Ente locale con la stessa convenzionato, non possa essere riconosciuto alcun emolumento aggiuntivo rispetto a quello ordinariamente loro spettante come salario accessorio, sia perché la L. 13.08.2010, n. 136, istitutiva della Stazione nulla dispone al riguardo, sia perché le attività espletate dalla stessa e, dunque, dai membri che la compongono, rientrano tra i fini istituzionali delle Amministrazioni che vi aderiscono e di cui soddisfano gli interessi.
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Con la nota sopra indicata, il Presidente della Provincia di Salerno faceva pervenire, a questa Sezione, richiesta di parere del seguente tenore: “...Premesso che:
- ai sensi del decreto legislativo 12.04.2006, n. 163, recante il «Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE» (ed in particolare l'articolo 33 comma) le P.A. hanno la possibilità di acquisire lavori, servizi e forniture facendo ricorso a centrali di committenza con facoltà di affidare le funzioni di stazione appaltante di lavori pubblici ai Provveditorati interregionali per le opere pubbliche, già servizi integrati infrastrutture e trasporti (SIIT), o alle amministrazioni provinciali, nonché a centrali di committenza;
- che l'art. 13 della legge 13.08.2010 n. 136, cui ha dato attuazione il DPCM 30.06.2011, ha introdotto l'obbligatorietà dell'istituzione, in ambito regionale, di una o più stazioni uniche appaltanti (SUA), al fine di assicurare la trasparenza, la regolarità e l'economicità della gestione dei contratti pubblici e di prevenire il rischio di infiltrazioni mafiose;
- che la Prefettura di Salerno ed il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti —Provveditorato interregionale alle Opere Pubbliche per la Campania ed il Molise— hanno istituito la Stazione Unica Appaltante in Provincia di Salerno;
- che la Provincia di Salerno con deliberazione del Consiglio Provinciale 05.04.2013 n. 51 ha aderito alla Stazione Unica Appaltante, quale centrale di committenza, costituita presso il Provveditorato Interregionale alle Opere Pubbliche per la Campania ed il Molise, ratificando la convenzione sottoscritta in data 13.03.2013 tra Prefettura di Salerno, Provveditorato Interregionale OOPP. e Provincia di Salerno;
- che ai sensi dell'art. 4, comma 9, della richiamata convezione "le commissioni di gara comprenderanno sempre un componente nominato dall'Ente associato".
Atteso che:
- la S.U.A. prevede l'attribuzione di un compenso ai componenti delle commissioni di gara nominate per l'aggiudicazione dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture;
- per i dipendenti pubblici vige, nel nostro ordinamento giuridico, il principio immanente di onnicomprensività del trattamento economico per cui non è possibile remunerare il dipendente con compensi extra-ordinem per compiti rientranti nelle mansioni dell'Ufficio ricoperto;
Rilevato che:
- la Provincia di Salerno, ai sensi dell'art. 4, comma 9, della convezione citata, nomina dipendenti quali propri componenti delle commissioni presso la Stazione Unica Appaltante;
- che a tali dipendenti -secondo l'astratta previsione del regolamento S.U.A.— è attri-buito un compenso quali componenti delle commissioni di gara presso la Stazione Unica Appaltante;
- che tate compenso pare potersi corrispondere al dipendente pubblico solo se la partecipazione alle commissioni di gara presso la S.U.A. è qualificabile come compito non rientrante nelle mansioni dell'Ufficio ricoperto;
- che effettivamente la partecipazione alla commissione di gara presso la S.U.A, istituita presso altro Ente (Provveditorato Interregionale Opere Pubbliche del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti) non pare potersi tout court ricomprendere tra le mansioni del dipendente della Provincia di Salerno;
Dato atto:
- che la premessa ha esclusivamente funzione esemplare e non costituisce fattispecie gestionale né è in alcun modo riferibile a provvedimenti o comportamenti amministrativi già compiuti dei quali si chiede la soluzione o la valutazione a posteriori;
- dell'assenza di dirette commistioni con le funzioni di controllo e giurisdizionali esercitate dalla Corte dei Conti;
- che non vi sono al riguardo, per quanto di conoscenza, procedimenti giurisdizionali civili amministrativi o penali in corso
Considerato:
- che la questione ha incidenza sul bilancio dell'ente e sulla carretta gestione dello stesso e che comunque la questione attiene ai principi e limiti imposti per l'obiettivo del contenimento della spesa pubblica;
- che sussiste incertezza interpretativa nei sensi e nei termini anzidetti
per quanto sopra esposto
si chiede
il parere circa la possibilità di corrispondere ai dipendenti della Provincia di Salerno, nominati nelle commissioni di gara per l'affidamento dei contratti pubblici della Stazione Unica Appaltante istituita ai sensi dell'art. art. 13 della legge 136/2010 presso il Provveditorato interregionale 00.PP. del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il compenso previsto dal regolamento S.U.A.
”.
...
Con il quesito in esame, l’Ente interpellante chiede il parere di questa Sezione circa la possibilità di corrispondere ai dipendenti della Provincia di Salerno, nominati nelle commissioni di gara per l'affidamento dei contratti pubblici della Stazione Unica Appaltante istituita ai sensi dell'art. art. 13 della legge 136/2010 presso il Provveditorato interregionale 00.PP. del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il compenso previsto dal regolamento S.U.A..
Tale richiesta di parere è dichiaratamente formulata con riferimento al principio di onnicomprensività del trattamento economico dei dipendenti della P.A., il quale trova la propria fonte normativa in varie disposizioni di legge e contrattuali.
E, invero, per quanto attiene al personale in possesso di qualifica dirigenziale, l’art. 24, comma 3, del Decreto Legislativo 30.03.2001, n. 165, così recita: “
Il trattamento economico determinato ai sensi dei commi 1 e 2 remunera tutte le funzioni ed i compiti attribuiti ai dirigenti in base a quanto previsto dal presente decreto, nonché qualsiasi incarico ad essi conferito in ragione del loro ufficio o comunque conferito dall'amministrazione presso cui prestano servizio o su designazione della stessa; i compensi dovuti dai terzi sono corrisposti direttamente alla medesima amministrazione e confluiscono nelle risorse destinate al trattamento economico accessorio della dirigenza”.
Inoltre, l’art. 20, comma 1, del CCNL del 22.2.2010 prevede che “
Il trattamento economico dei dirigenti, ai sensi dell’art. 24, comma 3, del D.lgs. n. 165 del 2001, ha carattere di onnicomprensività in quanto remunera completamente ogni incarico conferito ai medesimi in ragione del loro ufficio o comunque collegato alla rappresentanza di interessi dell’Ente”.
Peraltro, il comma 2 dello stesso art. 20 precisa che “
In aggiunta alla retribuzione di posizione e di risultato possono essere erogati, a titolo di retribuzione di risultato, solo i compensi espressamente previsti da specifiche disposizioni di legge, come espressamente recepite nelle vigenti disposizioni della contrattazione collettiva nazionale e secondo le modalità da queste stabilite ...”.
Per quanto riguarda, poi, il personale non dirigente, dotato di posizione organizzativa, viene in rilievo, in particolare, la disposizione dell’art. 10 del CCNL 31/03/1999: “(Retri-buzione di posizione e retribuzione di risultato)
Il trattamento economico accessorio del personale della categoria D titolare delle posizioni di cui all’art. 8 è composto dalla retribuzione di posizione e dalla retribuzione di risultato. Tale trattamento assorbe tutte le competenze accessorie e le indennità previste dal vigente contratto collettivo nazionale, compreso il compenso per il lavoro straordinario, secondo la disciplina del CCNL per il quadriennio 1998–2001”.
Per il restante personale, può farsi riferimento, in particolare, al disposto dell’art. 2, comma 3, del summenzionato d.lgs. n. 165/2001 (cfr.: sent. n. 269/2013/A della Sezione I Giurisdizionale Centrale d’appello del 7 dicembre-03.04.2012; deliberazione n. FVG/30/2012/PAR della Sezione di controllo della regione Friuli Venezia Giulia in data 16-17.04.2012), il quale recita: “
I rapporti individuali di lavoro di cui al comma 2 sono regolati contrattualmente. I contratti collettivi sono stipulati secondo i criteri e le modalità previste nel titolo III del presente decreto; i contratti individuali devono conformarsi ai principi di cui all'articolo 45, comma 2. L'attribuzione di trattamenti economici può avvenire esclusivamente mediante contratti collettivi e salvo i casi previsti dal comma 3-ter e 3-quater dell'articolo 40 e le ipotesi di tutela delle retribuzioni di cui all'articolo 47-bis, o, alle condizioni previste, mediante contratti individuali ...”.
Per quanto più specificamente attiene agli Enti locali, vengono anche in rilievo le disposi-zioni dei commi 4,5 e 6 del DL 31.08.1987, n. 359, conv. con modificazioni dalla L. 29.10.1987, n. 440, le quali recitano: “
4. Nessuna deroga di alcun genere è consentita agli enti locali in sede di applicazione del contratto nazionale collettivo di lavoro per quanto riguarda la normativa concernente lo stato giuridico ed il trattamento economico del personale dipendente contenuta nel decreto approvativo.
5. Sono del pari vietate, in violazione o in aggiunta a quanto previsto dai decreti del Presidente della Repubblica approvativi di accordi nazionali, concessioni economiche comunque denominate o motivate.
6. I provvedimenti adottati in violazione di quanto disposto dai commi 4 e 5 sono nulli
”.
Va, infine, aggiunto che l’art. 53 del summenzionato Decreto Legislativo 30.03.2001, n. 165 disciplina le ipotesi di “Incompatibilità, cumulo di impieghi e incarichi”.
Si può, dunque, affermare che l’onnicomprensività del trattamento economico dei dipendenti della P.A. costituisca un principio valido per la generalità dei pubblici dipendenti, salve le eccezioni specificamente previste dalla legge e dai contratti collettivi.
Detto principio, “
impedisce di attribuire compensi aggiuntivi qualora gli stessi rientrino nelle funzioni attribuite e nelle connesse responsabilità, per lo svolgimento di attività lavorative comunque riconducibili ai doveri istituzionali dei dipendenti pubblici” (Consiglio di Stato, Sez. V, 02.08.2010, n. 5099; Cons. St., Sez. V, 12.02.2008, n. 493)”, e, in ogni caso, allorché ci si trovi in cospetto di un’attività che rientri nei compiti istitu-zionali della Pubblica Amministrazione cui appartiene il soggetto chiamato a svolgerla (cfr. la summenzionata deliberazione n. FVG/30/2012/PAR della Sezione di controllo della regione Friuli Venezia Giulia in data 16-17.04.2012).
Peraltro, la Sezione della Autonomie, nel corpo della deliberazione n. 7/SEZAUT/2014/QMIG del 4-15.04.2014, ha precisato che il sistema retributivo dei pubblici dipendenti “è basato sui due principi cardine di omnicomprensività della retribu-zione, sancito dall’art. 24, comma 3, del d.lgs. 30.03.2001, n. 165, nonché di definizione contrattuale delle componenti economiche, fissato dal successivo art. 45, comma 1. Principi alla luce dei quali nulla è dovuto oltre il trattamento economico fondamentale ed accessorio, stabilito dai contratti collettivi, al dipendente che abbia svolto una prestazione rientrante nei suoi doveri d’ufficio”.
Tanto premesso, per entrare nel merito del quesito sottoposto a questa Sezione, si deve far menzione del disposto dell’art. 13 della Legge 13.08.2010, n. 136 (“Piano straordinario contro le mafie, nonché delega al Governo in materia di normativa antimafia”), istitutivo della S.U.A. (Stazione Unica Appaltante), il quale recita: “Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta dei Ministri dell'interno, dello sviluppo economico, delle infrastrutture e dei trasporti, del lavoro e delle politiche sociali, per i rapporti con le regioni e per la pubblica amministrazione e l'innovazione, da adottare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite, previa intesa in sede di Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28.08.1997, n. 281, e successive modificazioni, le modalità per promuovere l'istituzione, in ambito regionale, di una o più stazioni uniche appaltanti (SUA), al fine di assicurare la trasparenza, la regolarità e l'economicità della gestione dei contratti pubblici e di prevenire il rischio di infiltrazioni mafiose.
2. Con il decreto di cui al comma 1 sono determinati:
a) gli enti, gli organismi e le società che possono aderire alla SUA;
b) le attività e i servizi svolti dalla SUA, ai sensi dell'articolo 33 del codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, di cui al decreto legislativo 12.04.2006, n. 163;
c) gli elementi essenziali delle convenzioni tra i soggetti che aderiscono alla SUA;
d) le forme di monitoraggio e di controllo degli appalti, ferme restando le disposizioni vigenti in materia
”.
Come premette l’Ente quaerens, la Provincia di Salerno con deliberazione del Consiglio Provinciale 05.04.2013 n. 51 ha aderito alla Stazione Unica Appaltante, quale centrale di committenza, costituita presso il Provveditorato Interregionale alle Opere Pubbliche per la Campania ed il Molise, ratificando la convenzione sottoscritta in data 13.03.2013 tra Prefettura di Salerno, Provveditorato Interregionale OOPP. e Provincia di Salerno.
E’ opportuno ricordare che l’art. 33 del Decreto legislativo 12.04.2006, n. 163 (menzionato dalla normativa surriportata), al secondo periodo del comma 3, stabilisce che “...le amministrazioni aggiudicatrici possono affidare le funzioni di stazione appal-tante di lavori pubblici ai servizi integrati infrastrutture e trasporti (SIIT) o alle amministrazioni provinciali, sulla base di apposito disciplinare che prevede altresì il rim-borso dei costi sostenuti dagli stessi per le attività espletate, nonché a centrali di committenza”.
Il DPCM 30.06.2011, in applicazione dell’innanzi riportato art. 13 della Legge 13.08.2010, n. 136, prevede, al comma 3 dell’art. 6, che “In relazione allo specifico contratto, il Prefetto, senza nuovi o maggiori oneri, in conformità alla normativa vigente, qualora lo ritenga opportuno per rafforzare le misure di prevenzione delle infiltrazioni della criminalità organizzata, può richiedere il supporto tecnico del Provveditorato interregionale per le opere pubbliche competente per territorio e dell'Unità di verifica degli investimenti pubblici - Dipartimento dello sviluppo e coesione economica del Ministero dello sviluppo economico”.
Inoltre, detto DPCM, all’art. 2, stabilisce che “L'individuazione delle attività e dei servizi della SUA, unitamente all'indicazione degli elementi essenziali delle convenzioni tra i soggetti che vi aderiscono, mira ad agevolarne una maggiore diffusione, in modo da perseguire l'obiettivo di rendere più penetrante l'attività' di prevenzione e contrasto ai tentativi di condizionamento della criminalità mafiosa, favorendo al contempo la celerità delle procedure, l'ottimizzazione delle risorse e il rispetto della normativa in materia di sicurezza sul lavoro”.
Quanto alla convenzione sottoscritta in data 13.03.2013 tra Prefettura di Salerno, Provveditorato Interregionale OOPP. e Provincia di Salerno, regolativa del rapporto instaurato fra detti Organi ed Ente -e ratificata dalla Provincia di Salerno con deliberazione del Consiglio Provinciale 05.04.2013 n. 51, in forza della quale la medesima Provincia ha aderito alla Stazione Unica Appaltante, quale centrale di committenza, costituita presso il Provveditorato Interregionale alle Opere Pubbliche per la Campania ed il Molise– per lo svolgimento delle attività istituzionali de quibus, va sottolineato che, all’art. 1 della medesima, si legge “... E’ istituita una Stazione Unica Appaltante, di seguito denominata S.U.A., con il compito di curare tutte le procedure di aggiudicazione di contratti di lavori pubblici, di prestazioni di servizio,di acquisto di beni e forniture, dalla redazione e pubblicazione del bando di gara fino all’aggiudicazione definitiva per il soggetto sottoscrittore della presente convenzione”. Inoltre, l’articolo 3 “(Ambito di operatività della stazione unica appaltante)” di quest’ultima così recita: “1. L’ambito di operatività della stazione unica appaltante è relativa ai Lavori Pubblici di importo pari o superiore ad € 200.000, 00 ed a forniture di importo pari o superiore ad € 130.000,00 al netto d’IVA.
2. Previa diretta intesa tra la Stazione Unica Appaltante e l’Ente associato sarà possibile ampliare l’ambito di attività per lavori, servizi e forniture
”.
In applicazione del complesso delle disposizioni normative e contrattuali sopra riportate non può non rilevarsi come, con riferimento al caso di specie, la S.U.A. svolga attività rientrati nei fini istituzionali dell’Ente associato (nella specie: Provincia di Salerno), e come le relative funzioni vengano disimpegnate in favore di quest’ultimo e per la realizzazione di interessi facenti capo direttamente a quest’ultimo (cfr. il citato art. 2 del DPCM 30.06.2011, che annovera, tra le finalità dell’istituzione della S.U.A., la realizzazione della celerità delle procedure, l'ottimizzazione delle risorse ...), nonché condivisi fra lo Stato e l’Ente locale (quali quelli riferibili all’obiettivo di rendere più penetrante l'attività di prevenzione e contrasto ai tentativi di condizionamento della criminalità mafiosa, enunciato dallo stesso art. 2 del DPCM 30.06.2011).
In tali condizioni, dunque, non potrebbe farsi luogo, da parte dell’Ente interpellante, alla corresponsione, ai dipendenti della Provincia di Salerno, nominati nelle commissioni di gara per l'affidamento dei contratti pubblici della Stazione Unica Appaltante istituita ai sensi dell'art. 13 della legge 136/2010 presso il Provveditorato interregionale 00.PP. del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di compensi aggiuntivi per lo svolgimento, in seno alla S.U.A., dei compiti rientranti nei fini istituzionali della Provincia di Salerno.
Va, infine, fatta espressa avvertenza che tutto quanto sopra osservato, riportato e motivato rimane nei limiti del carattere esterno ed imparziale della funzione consultiva svolta, ai sensi dell’art. 7, comma 8, della legge 05.06.2003, n. 131, da questa Corte, i cui pareri non si inseriscono nell’attività amministrativa dell’Ente quaerens, ma sono destinati esclusivamente a fornire elementi di riflessione di carattere tecnico-giuscontabilistico, non vincolanti per l’Ente interpellante, il quale, pertanto, rimane il dominus del proprio procedimento amministrativo-contabile, con tutte le conseguenziali implicazioni in termini di competenza e di responsabilità (Corte dei Conti, Sez. controllo Campania, parere 11.12.2014 n. 247).

QUESITI & PARERI

CONSIGLIERI COMUNALI: OSSERVATORIO VIMINALE/ Dieci consiglieri bastano. Per validare la seduta in 1ª convocazione. Quorum strutturale necessario per le riunioni dell'assise comunale.
Qual è il quorum strutturale necessario per la validità delle sedute del consiglio comunale?

L'art. 38, comma 2, del Tuoel n. 267/2000 demanda al regolamento comunale, «... nel quadro dei principi stabiliti dallo statuto» la determinazione del «numero dei consiglieri necessario per la validità delle sedute», con il limite che tale numero non può, in ogni caso, scendere sotto la soglia del «terzo dei consiglieri assegnati per legge all'ente, senza computare a tale fine il sindaco e il presidente della provincia»; quest'ultimo assunto deve essere inteso nel senso che, limitatamente al computo del «terzo» dei consiglieri, il sindaco deve essere escluso.
Nel caso di specie, il consiglio comunale, rinnovato a seguito delle elezioni amministrative in conformità con la normativa al tempo vigente, risulta composto, avendo il comune una popolazione superiore ai 10.000 abitanti, dal sindaco e da venti consiglieri.
Poiché il regolamento per il funzionamento del consiglio dispone che: «Il consiglio comunale in prima convocazione non può deliberare se non interviene almeno la metà dei consiglieri assegnati al Comune senza computare il sindaco», il numero di componenti l'organo, necessario al fine della validità della seduta in prima convocazione, è di dieci consiglieri (articolo ItaliaOggi del 30.01.2015).

CONSIGLIERI COMUNALI: OSSERVATORIO VIMINALE/ ODG del consiglio.
Esiste un tempo massimo entro il quale depositare la documentazione correlata agli argomenti all'ordine del giorno del consiglio comunale per essere visionata dai partecipanti all'adunanza?

Le disposizioni regolamentari che, in sede locale, disciplinano tale materia, attengono al diritto di accesso dei consiglieri comunali che viene esercitato nell'ambito del più generale diritto all'informazione e alla trasparenza. Infatti, «occorre ricordare che la disponibilità dei documenti relativi agli argomenti da discutere in consiglio comunale, costituendo una formalità d'adempiere d'ufficio, da parte dell'apparato municipale, non coincide con lo speciale diritto d'accesso previsto da ultimo dall'articolo 43, secondo comma, del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267, che ha contenuto più ampio, comprendendo «tutte le notizie e le informazioni in possesso degli uffici, utili all'espletamento del proprio mandato, ottenibili a seguito di un atto d'iniziativa del singolo consigliere comunale» (cfr. Tar Puglia, sent. n. 351 del 18/02/2009).
Nel caso di specie, la prassi invalsa presso il Comune di depositare la documentazione, in assenza di specifico regolamento, a partire dalla mattina precedente la seduta del consiglio sembra ispirarsi «al previgente articolo 292 del Testo unico delle leggi comunali e provinciali approvato dal regio decreto 04.02.1915, n. 148, per il quale nessuna proposta può, nelle tornate periodiche ordinarie, essere sottoposta a deliberazione definitiva se non viene 24 ore prima depositata nella sala delle adunanze con tutti i documenti necessari per poter essere esaminata» (cfr. la già citata sentenza Tar Puglia).
In merito, fermo restando che il termine temporale di cui al soppresso art. 292 del T.u. n. 148/1915 non potrebbe essere più ritenuto quale parametro adeguato per la corretta informazione dei consiglieri, appare comunque necessaria l'adozione di specifica normativa regolamentare ai sensi dell'articolo 38, comma 2, del decreto legislativo n. 267/2000, che scandisca puntualmente i tempi di deposito della documentazione correlata alla discussione ed all'approvazione delle questioni sottoposte al consiglio comunale.
Tale normativa, così come rilevato dal Tribunale regionale di giustizia amministrativa di Trento con sentenza n. 00326/2012 «assolve a quel fondamentale diritto di adeguata e tempestiva informazione sugli argomenti da discutere che connota il funzionamento di tutti gli organi collegiali privati (art. 2366 cod. civ. inerente alle formalità di convocazione delle assemblee societarie) e pubblici».
Pertanto, in carenza di specifica disposizioni regolamentari e nelle more della loro adozione, il deposito della documentazione per la presa visione dei consiglieri deve avvenire contestualmente alla notifica dell'avviso di convocazione (articolo ItaliaOggi del 30.01.2015).

ATTI AMMINISTRATIVI: Accesso agli atti. Quesito art. 10 dlgs 267/2000.
E’ stato formulato un quesito in merito al diritto di accesso esercitato da un cittadino.
In particolare, il predetto cittadino, ha chiesto il rilascio di copia di una serie di atti relativamente agli anni dal 2004 al 2013 concernenti, tra l’altro, le posizioni organizzative, le schede di valutazione, la relazione metodologica sull’attività di valutazione, la relazione del Nucleo di valutazione e le indennità corrisposte per ciascuna posizione organizzativa.
Al riguardo, si osserva che l’articolo 10 del decreto legislativo n. 267/2000 -che disciplina il diritto di accesso e informazione- dispone che tutti gli atti dell’amministrazione comunale sono pubblici, rafforzando il diritto alla trasparenza dell’azione amministrativa locale per il cittadino-elettore.
Secondo la giurisprudenza amministrativa, tale norma non intende, comunque, radicare in capo a quest’ultimo un interesse generico alla legittimità dell’azione amministrativa attraverso un controllo generalizzato degli atti, che soggiacerebbe alla disciplina dettata dalla legge n. 241/1990.
Invero la Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi, ha precisato, che ai sensi del richiamato disposto normativo è consentito al cittadino residente di accedere agli atti amministrativi dell’ente locale di appartenenza senza alcun condizionamento e senza necessità della previa indicazione delle ragioni della richiesta, dovendosi cautelare la sola segretezza degli atti la cui esibizione è vietata dalla legge o da esigenze di tutela della riservatezza dei terzi.
Al fine di una completa disamina della problematica occorre, altresì, tenere conto delle vigenti disposizioni che impongono gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni, come dettate in particolare dagli articoli 5 e 9 del decreto legislativo 14.03.2013, n. 33, che prevedono, tra l’altro, il diritto di chiunque di richiedere documenti, informazioni o dati.
Pertanto, si ritiene che la specifica norma sull’accesso agli atti degli enti locali, contenuta nel decreto legislativo n. 267/2000, non sia soggetta alle limitazioni previste dalla legge n. 241/1990 che impongono la dimostrazione di un effettivo interesse alla conoscenza di un provvedimento emesso e detenuto dalla pubblica amministrazione.
A supporto di tale orientamento soccorre, altresì, la decisione del 17.01.2013 resa dalla Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi, secondo la quale le disposizioni di cui alla legge n. 241/1990 recedono di fronte alla norma di cui all’art. 10 del T.U.O.E.L. che, in quanto norma speciale, prevale rispetto alla disciplina generale.
Il diritto di accesso, tuttavia, ha sempre trovato un contemperamento con le esigenze di tutela dei dati personali anche secondo quanto ritenuto dal Garante per la Protezione dei dati personali che, in materia di gestione del rapporto di lavoro in ambito pubblico afferma il diritto delle organizzazioni sindacali di conoscere i dati attinenti alla prestazione lavorativa, primariamente in forma aggregata. Analoga limitazione, si ritiene, debba porsi nei confronti del cittadino che chiede di accedere ai dati relativi al rapporto di lavoro dei dipendenti comunali.
Occorre, comunque, precisare che assume specifico rilievo il comma 3-bis dell’articolo 19 del decreto legislativo n. 196 del 30.06.2003, come modificato dall’art. 14 della legge 04.11.2010, n. 183, il quale ha, tra l’altro, stabilito che “le notizie concernenti lo svolgimento delle prestazioni di chiunque sia addetto a una funzione pubblica e la relativa valutazione sono rese accessibili dall'amministrazione di appartenenza. Non sono invece ostensibili, se non nei casi previsti dalla legge, le notizie concernenti la natura delle infermità e degli impedimenti personali o familiari che causino l'astensione dal lavoro, nonché le componenti della valutazione o le notizie concernenti il rapporto di lavoro tra il predetto dipendente e l'amministrazione, idonee a rivelare taluna delle informazioni di cui all’articolo 4, comma 1, lettera d).”
Ciò posto, tale completa apertura in ordine alla pubblicità delle prestazioni rese dai dipendenti è riferibile a quegli atti adottati dall’entrata in vigore dell’art. 14 della legge n. 183 del 04.11.2010, fermo restando il diritto all’accesso a tutti gli altri provvedimenti dell’Amministrazione non classificati come “segreti” o contenenti dati sensibili, che potranno essere consegnati ai richiedenti sulla base e con le modalità dettate dalle specifiche norme regolamentari di cui gli Enti sono tenuti a dotarsi.
Su quanto precede si prega di fare analoga comunicazione all’Ente interessato (
Ministero dell'Interno, parere 22.07.2014 - link a http://incomune.interno.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Art. 10 del d.lgs. n. 267/2000. – Accesso agli atti. Quesito.
E’ stato formulato un quesito in merito alla corretta interpretazione dell’art. 10 del decreto legislativo n. 267/2000.
In particolare nel quesito è stato prospettato un contrasto interpretativo tra la prevalente giurisprudenza e i pareri espressi dalla Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi.
Al riguardo si osserva che sulla base della giurisprudenza amministrativa, risalente nel tempo, il citato articolo 10 -il quale dispone che tutti gli atti dell’amministrazione sono pubblici- se da un lato rafforza il diritto alla trasparenza dell’azione amministrativa locale per il cittadino-elettore, dall’altro non intende radicare in capo a quest’ultimo un interesse generico alla legittimità dell’azione amministrativa attraverso un controllo generalizzato degli atti, che soggiacerebbe alla disciplina dettata dalla legge n. 241/1990.
La Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi, ha precisato, invece, che ai sensi del richiamato disposto normativo sia consentito al cittadino residente di accedere agli atti amministrativi dell’ente locale di appartenenza senza alcun condizionamento e senza necessità della previa indicazione delle ragioni della richiesta, dovendosi cautelare la sola segretezza degli atti la cui esibizione è vietata dalla legge o da esigenze di tutela della riservatezza dei terzi.
Al fine di una completa disamina della problematica occorre, altresì, tener conto delle vigenti disposizioni che impongono gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni, come dettate in particolare dagli articoli 5 e 9 del decreto legislativo 14.03.2013, n. 33, che prevedono, tra l’altro, il diritto di chiunque di richiedere documenti, informazioni o dati.
Pertanto, appare che la specifica norma sull’accesso agli atti degli enti locali contenuta nel decreto legislativo n. 267/00 non sia soggetta alle limitazioni previste dalla legge n. 241/1990 che impongono la dimostrazione di un effettivo interesse alla conoscenza di un provvedimento emesso e detenuto dalla pubblica amministrazione.
A supporto di tale orientamento soccorre la decisione del 17.01.2013 resa dalla Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi, secondo la quale le disposizioni di cui alla legge n. 241/1990, recedono di fronte alla norma di cui all’art. 10 del T.U.O.E.L. che, in quanto norma speciale, prevale rispetto alla disciplina generale.
Su quanto precede si prega di fare analoga comunicazione all’esponente (
Ministero dell'Interno, parere 13.03.2014 - link a http://incomune.interno.it).

EDILIZIA PRIVATA: Diritto di accesso alle autorizzazioni a costruire.
Con nota e-mail del 15 ottobre u.s., che si allega in copia, un consigliere del comune di … ha chiesto un parere in merito al corretto esercizio del diritto di accesso agli atti riservato agli amministratori degli enti locali.
Al riguardo, si osserva che l’articolo 22, comma 2, della legge n. 241/1990 prevede che “l'accesso ai documenti amministrativi, attese le sue rilevanti finalità di pubblico interesse, costituisce principio generale dell'attività amministrativa al fine di favorire la partecipazione e di assicurarne l'imparzialità e la trasparenza”.
In materia di enti locali, l’articolo 10 del d.lgs. n. 267/2000 dispone che tutti gli atti dell’amministrazione comunale sono pubblici, e rinvia, altresì alla previsione regolamentare la disciplina delle modalità di esercizio del diritto di accesso che, comunque deve essere assicurato a tutti i cittadini.
Del resto, l’art. 124 del d.lgs. n. 267/2000 prevede la pubblicazione all’albo pretorio, di tutte le deliberazioni (in senso lato) del comune, che pur essendo soggetta ad una limitazione temporale, consente, tuttavia, a chiunque di prendere visione degli atti prodotti.
Il diritto d’accesso dei consiglieri comunali e provinciali agli atti amministrativi dell’ente locale è disciplinato dall’art. 43, comma 2, d.lgs. 18.08.2000, n. 267, il quale prevede in capo agli stessi il diritto di ottenere dagli uffici comunali, tutte le notizie e le informazioni in loro possesso, utili all’espletamento del loro mandato (ribadito anche dalla Commissione per l’Accesso ai Documenti Amministrativi, Plenum del 02.02.2010 e del 23.02.2010 e parere del 05.10.2010).
Secondo un indirizzo giurisprudenziale consolidato (cfr. C.di S. Sez. V. n. 929/2007), il diritto di accesso nei confronti del consigliere “non può subire compressioni per pretese esigenze di natura burocratica dell’ente con l’unico limite di poter esaudire la richiesta (qualora sia di una certa gravosità) secondo i tempi necessari per non determinare interruzione delle altre attività di tipo corrente …” (limite della proporzionalità e ragionevolezza delle richieste), restando ferma la “necessità di contemperare nel modo più ragionevole e adeguato possibile dette richieste, finalizzate all’espletamento del mandato, con le esigenze di funzionamento degli uffici”. (C.d.S., Sezione V, del 17.09.2010, n. 6963).
Dal contenuto dell’art. 43 del d.lgs. n. 267/2000 si evince il riconoscimento in capo al consigliere comunale di un diritto dai confini più ampi sia del diritto di accesso ai documenti amministrativi attribuito al cittadino nei confronti del Comune di residenza (art. 10, T.U. Enti locali) sia, più in generale, nei confronti della P.A. quale disciplinato dalla legge n. 241/1990.
Tale maggiore ampiezza di legittimazione è riconosciuta in ragione del particolare munus espletato dal consigliere comunale, affinché questi possa valutare con piena cognizione di causa la correttezza e l’efficacia dell’operato dell’Amministrazione, onde poter esprimere un giudizio consapevole sulle questioni di competenza della P.A., opportunamente considerando il ruolo di garanzia democratica e la funzione pubblicistica da questi esercitata (a maggior ragione, per ovvie considerazioni, qualora il consigliere comunale appartenga alla minoranza, istituzionalmente deputata allo svolgimento di compiti di controllo e verifica dell’operato della maggioranza).
A tal fine il consigliere comunale non deve motivare la propria richiesta di informazioni, poiché, diversamente opinando, la P.A. si ergerebbe ad arbitro delle forme di esercizio delle potestà pubblicistiche dell’organo deputato all’individuazione ed al perseguimento dei fini collettivi.
Conseguentemente, gli Uffici comunali non hanno il potere di sindacare il nesso intercorrente tra l’oggetto delle richieste di informazioni avanzate da un consigliere comunale e le modalità di esercizio del munus da questi espletato.
Ciò, anche nel rispetto della separazione dei poteri (art. 4 e art. 14 del d. lgs. n. 165/2001) sancita per gli enti locali dall’art. 107 del d.lgs. n. 267/2000 che richiama il principio per cui i poteri di indirizzo e di controllo politico-amministrativo spettano agli organi di governo, essendo riservata ai dirigenti la gestione amministrativa, finanziaria e tecnica.
La giurisprudenza del Consiglio di Stato si è orientata nel senso di ritenere che ai consiglieri comunali spetti un’ampia prerogativa a ottenere informazioni, senza che possano essere opposti profili di riservatezza nel caso in cui la richiesta riguardi l’esercizio del mandato istituzionale, restando fermi, peraltro, gli obblighi di tutela del segreto e i divieti di divulgazione di dati personali secondo la vigente normativa sulla riservatezza (secondo la quale, ai sensi dell’art. 43, comma 2, d.lgs. 18.08.2000, n. 267, i consiglieri comunali e provinciali “sono tenuti al segreto nei casi specificamente determinati dalla legge”).
In ogni caso, ad avviso di questa Direzione Centrale, appare necessaria una regolamentazione della materia da parte del Consiglio comunale nell’ambito anche degli strumenti di autorganizzazione dello stesso Consiglio.
Anche il TAR Toscana, Sez. I, con sentenza 11.11.2009, n. 1607 ha ritenuto opportuno sottolineare (concordando, in questo, con l'indicazione fornita dal Ministero dell'Interno in fattispecie analoghe) l'opportunità che l'ente locale, nell’ambito della propria autonomia, si doti da un lato di apposita regolamentazione, utile a disciplinare il corretto esercizio del diritto di accesso agli atti e alle informazioni sancito dall’art. 43 comma 2 del TUEL, dall'altro di strumenti organizzativi adeguati a soddisfare le esigenze connesse con l'esercizio del diritto in questione.
Riguardo alla particolare problematica relativa alle autorizzazioni a costruire, occorre fare riferimento al parere della Commissione d’accesso ai documenti amministrativi del 27.03.2003 nonché al parere del 14.10.2003 di rinvio alla decisione n. 549 del 23.05.1997 con la quale il Consiglio di Stato, V sezione ha riconosciuto che "in virtù dell'art. 22 della legge 241 del 1990, qualsiasi soggetto abitante nel comune ha diritto di accesso agli atti relativi ad una concessione edilizia rilasciata dal sindaco".
In particolare, secondo quanto rilevato dalla Commissione d’accesso, trattandosi di diritto del cittadino di accedere ai documenti del proprio comune, la materia è soggetta non alla disciplina generale della legge n. 241/1990 ma a quella particolare della legge 17.08.1942, n. 1150, che all'art. 31, comma 8, stabilisce che "chiunque può prendere visione presso gli uffici comunali della concessione edilizia e dei relativi atti di progetto", e del d.lgs. n. 267/2000 T.U. delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, art.10.
Tuttavia occorre precisare che la legge n. 1150/1942 è stata sostituita, tra le altre anche dal D.P.R. n. 380 del 06.06.2001, recante il testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, il quale pur non avendo riproposto il contenuto dell’articolo 31, comma 8, ha mantenuto, all’art. 20, la disposizione relativa alla pubblicità del permesso di costruire mediante affissione all’albo pretorio, ferma restando la più generale applicazione dell’ articolo 10 del T.U. n. 267/2000.
I permessi per costruire, pertanto, non sono soggetti a particolare riservatezza potendo essere conosciuti da qualsiasi cittadino, ferma restando la necessità del rispetto delle linee guida in materia di trattamento di dati personali per finalità di pubblicazione e diffusione di atti e documenti di enti locali, adottate dal Garante per la protezione dei dati personali con deliberazione n. 17 del 19.04.2007, e ferma restando l’opportunità della valutazione in ordine all’individuazione di eventuali controinteressati che abbiano titolo ad essere avvisati con le modalità di cui all’articolo 3 del d.P.R. 12.04.2006, n. 184.
Tanto si rappresenta con preghiera di volere partecipare il contenuto della presente al consigliere ed all’Ente interessati (
Ministero dell'Interno, parere 29.10.2013 - link a http://incomune.interno.it).

EDILIZIA PRIVATA: Accessibilità ai documenti relativi al rilascio di concessioni edilizie. – Quesito.
Il comune di …ha posto un quesito in ordine alla legittimità della richiesta di accesso, effettuata da un cittadino esercente la professione di geometra ad alcune concessioni edilizie, ai sensi dell’articolo 10 del TUEL n. 267/2000.
Al riguardo, si osserva che l’articolo 22, comma 2, della legge n. 241/1990 prevede che “l'accesso ai documenti amministrativi, attese le sue rilevanti finalità di pubblico interesse, costituisce principio generale dell'attività amministrativa al fine di favorire la partecipazione e di assicurarne l'imparzialità e la trasparenza”.
In materia di enti locali, l’articolo 10 del d.lgs. n. 267/2000 dispone che tutti gli atti dell’amministrazione comunale sono pubblici, e rinvia, altresì alla previsione regolamentare la disciplina delle modalità di esercizio del diritto di accesso che, comunque deve essere assicurato a tutti i cittadini.
Del resto, l’art. 124 del d.lgs. n. 267/2000 prevede la pubblicazione all’albo pretorio, di tutte le deliberazioni (in senso lato) del comune, che pur essendo soggetta ad una limitazione temporale, consente, tuttavia, a chiunque di prendere visione degli atti prodotti.
Nel caso specifico, occorre fare riferimento al parere della Commissione d’accesso ai documenti amministrativi del 27.03.2003 nonché al parere del 14 ottobre 2003 di rinvio alla decisione n. 549 del 23.05.1997 con la quale il Consiglio di Stato, V sezione ha riconosciuto che "in virtù dell'art. 22 della legge 241 del 1990, qualsiasi soggetto abitante nel comune ha diritto di accesso agli atti relativi ad una concessione edilizia rilasciata dal sindaco".
In particolare, secondo quanto rilevato dalla Commissione d’accesso, trattandosi di diritto del cittadino di accedere ai documenti del proprio comune, la materia è soggetta non alla disciplina generale della legge n. 241/1990 ma a quella particolare della legge 17.08.1942, n. 1150, che all'art. 31, comma 8, stabilisce che "chiunque può prendere visione presso gli uffici comunali della concessione edilizia e dei relativi atti di progetto", e del d.lgs. n. 267/2000 T.U. delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, art. 10.
Tuttavia occorre precisare che la legge n. 1150/1942 è stata sostituita, tra le altre anche dal D.P.R. n. 380 del 06.06.2001, recante il testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, il quale pur non avendo riproposto il contenuto dell’articolo 31, comma 8, ha mantenuto, all’art. 20, la disposizione relativa alla pubblicità del permesso di costruire mediante affissione all’albo pretorio, ferma restando la più generale applicazione dell’ articolo 10 del T.U. n. 267/2000.
I permessi per costruire, pertanto, non sono soggetti a particolare riservatezza potendo essere conosciuti da qualsiasi cittadino, ferma restando la necessità del rispetto delle linee guida in materia di trattamento di dati personali per finalità di pubblicazione e diffusione di atti e documenti di enti locali, adottate dal Garante per la protezione dei dati personali con deliberazione n. 17 del 19.04.2007, e ferma restando l’opportunità della valutazione in ordine alla individuazione di eventuali controinteressati che abbiano titolo ad essere avvisati con le modalità di cui all’articolo 3 del d.P.R. 12.04.2006, n. 184.
Tutto ciò premesso, occorre osservare, nondimeno, che la richiamata legge n. 241/1990, all’art. 24, comma 3, dispone che “non sono ammissibili istanze di accesso preordinate ad un controllo generalizzato dell'operato delle pubbliche amministrazioni”.
Tale assunto è stato confermato anche dalla Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi con delibera in data 27.02.2013 con cui la stessa Commissione ha rilevato che il diritto d'accesso ai documenti riconosciuti dall'art. 22 legge n. 241/1990, non si atteggia come una sorta di azione popolare diretta a consentire una forma di controllo generalizzato sull'amministrazione, né può essere trasformato in uno strumento di ispezione popolare sull'efficienza di un soggetto pubblico o di un determinato servizio, nemmeno in ambito locale.
Al contrario, da un lato, l'interesse che legittima ciascun soggetto all'istanza, e che va accertato caso per caso, deve essere personale e concreto e ricollegabile al soggetto stesso da uno specifico nesso e, dall'altro, la documentazione richiesta deve essere direttamente riferibile a tale interesse, oltre che individuata o ben individuabile (Così C.d.S., Sez. VI, n. 820/98).
Sul punto era nuovamente intervenuto il Consiglio di Stato con sentenza n. 2283 del 29.04.2002, sez. IV, affermando che "anche se il diritto in questione è volto ad assicurare la trasparenza dell'attività amministrativa e a favorirne lo svolgimento imparziale, rimane fermo che l'accesso agli atti della pubblica amministrazione è consentito soltanto a coloro ai quali gli atti stessi, direttamente o indirettamente si rivolgono, e che ne possano eventualmente avvalere per la tutela di una posizione soggettiva...." e che "l'interesse ad esercitare il diritto d'accesso per acquisire una serie di informazioni su un particolare settore allo scopo di valutarne l'efficienza e di assumere iniziative a tutela degli utenti del servizio...mira a trasformare il diritto di accesso in uno strumento di ispezione popolare sull'efficienza del servizio - con il quale il richiedente finirebbe per sostituirsi agli organi deputati dall'ordinamento ad effettuare i previsti controlli".
Tant’è che lo stesso Consiglio di Stato con sentenza Sez. VI, n. 117 del 12.01.2011, confermando le proprie precedenti posizioni in merito ha ribadito che se anche, nella specie, la richiesta di accesso fosse stata motivata con riferimento ad un interesse individuale puntuale, non di meno, per la mole dei documenti richiesti, l’accesso comporterebbe un controllo generalizzato e di tipo ispettivo sull’operato dell’Amministrazione.
Tanto si rappresenta con preghiera di volere partecipare il contenuto della presente all’Ente interessato (
Ministero dell'Interno, parere 13.09.2013 - link a http://incomune.interno.it).

CONSIGLIERI COMUNALI: Istanza di accesso ex L. 241/1990 alla registrazione di una seduta di consiglio comunale.
Si fa riferimento alla nota allegata con la quale il Segretario Generale della Città di …. ha formulato un quesito in materia di diritto di accesso agli atti ex L. 241/1990.
In particolare, il segretario di una locale formazione politica, in ragione della attività svolta dal partito di appartenenza, chiede di conoscere se l’ente sia tenuto a dare positivo riscontro alla richiesta di accesso al c.d. “sbobinamento” della registrazione sonora di una seduta di consiglio comunale.
Giova preliminarmente ricordare che, ai sensi dell’art. 22, comma 1, lett. d), della legge n. 241/1990, deve intendersi per «documento amministrativo» di cui può essere chiesto l’accesso “ogni rappresentazione grafica, fotocinematografica, elettromagnetica o di qualunque altra specie del contenuto di atti, anche interni o non relativi ad uno specifico procedimento, detenuti da una pubblica amministrazione e concernenti attività di pubblico interesse, indipendentemente dalla natura pubblicistica o privatistica della loro disciplina sostanziale”.
A tale proposito, la giurisprudenza amministrativa si è più volte pronunciata nel senso di ritenere che semplici appunti, come devono essere considerate le registrazioni effettuate dal Segretario comunale a proprio uso, non ancora tradotti in atti, “…non assurgono alla qualificazione di documento amministrativo” (Tar Veneto n. 60 del 2002, Tar Lombardia, Milano, n. 1914 del 2009).
In senso contrario si è espresso recentemente il Tar Piemonte ritenendo che “…la registrazione sonora delle sedute consiliari è suscettibile di essere inclusa nella nozione di “documento amministrativo” rilevante, ai sensi dell’art. 22, comma 1, lettera d), della L. n. 241/1990, ai fini dell’esercizio del diritto di accesso…” (Tar Piemonte sentenza 27.05.2011, n. 563).
Con parere reso in data 22.10.2002 in riferimento alla medesima problematica, la Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi, istituita nell’ambito della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha precisato che occorre “… distinguere il caso in cui il Segretario comunale raccolga per proprio uso personale dei meri appunti informali dell'adunanza consiliare, anche eventualmente su supporto magnetico per la redazione del successivo verbale, dall'ipotesi in cui la registrazione dello svolgimento della seduta consiliare costituisca adempimento di una mansione d'ufficio.
Nel primo caso, gli appunti raccolti dal Segretario sono da considerarsi alla stregua di una bozza strettamente personale, che potendo essere liberamente modificata non ha alcun carattere di documento amministrativo. Nel secondo caso, invece, la registrazione non è modificabile, ed il segretario o il personale espressamente incaricato di essa rispondono della sua genuinità; sicché la registrazione, dovendosi ritenere fedele riproduzione del dibattito consiliare, costituisce documento amministrativo, come tale accessibile da parte degli interessati
.”
Nel parere datato 25.11.2008, la medesima Commissione ha ritenuto ostensibile la registrazione della seduta di un consiglio comunale confermandone la natura di “documento amministrativo” al quale è garantito il diritto di accesso degli interessati, “…senza che sia necessario fare richiamo alla normativa di speciale favore prevista per i consiglieri comunali”.
Alla luce delle suesposte osservazioni e considerato che la Città di …., come si evince dalla documentazione pubblicata on-line, si avvale, in via istituzionale, di un apposito servizio di trascrizione da nastro di interventi delle sedute consiliari, si ritiene sussistenti i presupposti oggettivi circa la natura di “documento amministrativo” delle registrazioni in discorso, richiesti dall’art. 22, comma 1, lett. d), della legge n. 241/1990 ai fini dell’esercizio del diritto di accesso.
Per quanto concerne il requisito soggettivo previsto dalla normativa in commento, si rammenta che ai sensi dell’art. 22, comma 1, lett. b), della legge n. 241/1990 si definiscono «interessati» tutti i soggetti privati, compresi quelli portatori di interessi pubblici o diffusi, che abbiano un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l'accesso.
Tale nozione è stata interpretata in giurisprudenza in senso più ampio rispetto all'interesse all'impugnativa qualificabile in termini di diritto soggettivo o di interesse legittimo. “La legittimazione all'accesso, conseguentemente, viene riconosciuta a chiunque possa dimostrare che gli atti procedimentali oggetto dell'accesso abbiano spiegato o siano idonei a spiegare effetti diretti o indiretti nei suoi confronti, indipendentemente dalla lesione di una posizione giuridica, stante l'autonomia del diritto d'accesso, inteso come interesse ad un bene della vita distinto rispetto alla situazione legittimante alla impugnativa dell'atto” (Cds Sez. VI, sent. n. 6440 del 27.10.2006, Tar Lazio, n. 3115 del 2008).
Con riferimento a tale ultimo profilo, lo scrivente rappresenta che la sussistenza dell’interesse, quale requisito soggettivo ex art. 22, comma 1, lett. b) citato, del soggetto richiedente l’accesso dovrà essere valutata alla luce dei principi giurisprudenziali sopra evidenziati ed in base alle disposizioni regolamentari recanti la disciplina del diritto di accesso adottate dalla Città di …..
Nei termini suesposti è l’avviso di questo Ministero sulla questione rappresentata che si prega di voler portare a conoscenza dell’ente interessato (
Ministero dell'Interno, parere 13.01.2012 - link a http://incomune.interno.it).

APPALTI: Criteri interpretativi in ordine alle disposizioni dell’art. 38, comma 2-bis e dell’art. 46, comma 1-ter del D.Lgs. 12.04.2006, n. 163 (determinazione 08.01.2015 n. 1).
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Partecipazione alle procedure di affidamento
In una Determinazione i criteri interpretativi dei nuovi commi 2-bis e 1-ter, rispettivamente degli artt. 38 e 46 del Codice dei contratti.

Pubblicata la Determinazione n. 1 del 2015 con cui si forniscono, in tema di soccorso istruttorio, i criteri interpretativi delle nuove disposizioni introdotte dall’art. 39 del d.l. 24.06.2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla legge 11.08.2014, n. 114, relativamente alle autodichiarazioni sui requisiti di ordine generale per la partecipazione alle procedure di affidamento degli appalti (art. 38, comma 2-bis del Codice) e sui documenti e le informazioni complementari da produrre a corredo dell’offerta (art. 46, comma 1-ter del medesimo Codice).

NEWS

APPALTI: Iva soft per gli enti pubblici. Per acquisto di beni e servizi il pagamento sarà contabile. Il decreto del Mineconomia sulle modalità operative relative allo split payment.
Adempimenti Iva più leggeri per gli enti pubblici che acquistano beni e servizi nell'ambito di attività commerciali: l'imposta addebitata dai fornitori non dovrà essere pagata cash, ma sarà assolta contabilmente, all'atto della liquidazione periodica, con la possibilità di neutralizzare il debito attraverso l'esercizio della detrazione.
È quanto prevede il decreto 23.01.2015 del ministro dell'economia e delle finanze, che definisce le modalità e i termini di pagamento dell'Iva dovuta con il meccanismo dello split payment di cui alle nuove disposizioni dell'art. 17-ter, dpr n. 633/1972, aggiunto dalla legge n. 190/2014.
I contenuti del decreto, in corso di pubblicazione in G.U., erano stati in parte anticipati dal Mef con una nota del 9 gennaio scorso, che aveva soprattutto tranquillizzato sul fatto che, diversamente da quanto desumibile dalla legge, il nuovo meccanismo non si applica alle fatture emesse fino al 31.12.2014.
Vediamo più in dettaglio le disposizioni del provvedimento, applicabili, appunto, «alle operazioni per le quali è stata emessa fattura a partire dal 01.01.2015» (e, occorre aggiungere, la cui esigibilità dell'Iva si è realizzata da tale data).
Adempimenti dei fornitori. Il citato art. 17-ter stabilisce che per le cessioni di beni e per le prestazioni di servizi effettuate nei confronti dello stato e dei suoi organi, anche dotati di personalità giuridica, degli enti pubblici territoriali e dei loro consorzi, delle camere di commercio, degli istituti universitari, delle Asl, degli enti ospedalieri, degli enti pubblici di ricovero e cura aventi prevalente carattere scientifico, degli enti pubblici di assistenza e beneficenza e di quelli di previdenza, l'Iva è in ogni caso versata dagli stessi cessionari/committenti, secondo modalità e termini da fissare con dm. Sono escluse dall'applicazione di queste disposizioni:
- le operazioni per le quali i suddetti enti sono debitori d'imposta ai sensi delle disposizioni in materia di Iva (es. le operazioni sottoposte al regime dell'inversione contabile)
- i compensi per prestazioni di servizi assoggettati a ritenuta Irpef (sia a titolo di acconto che di imposta).
Il meccanismo speciale non impatta sulle modalità di fatturazione delle operazioni da parte dei fornitori, salva la necessità di fare riferimento al meccanismo stesso; al riguardo, l'art. 2 del decreto conferma che i fornitori emettono la fattura di cui all'art. 21 del dpr n. 633/1972 con l'annotazione «scissione dei pagamenti». Anche la registrazione delle fatture emesse nei registri Iva va effettuata normalmente, ovviamente senza computare l'imposta a debito nella liquidazione periodica, dato che il pagamento del tributo sarà effettuato dall'ente destinatario.
Come previsto dalla legge, il decreto stabilisce che i fornitori che effettuano operazioni in regime di «split payment» hanno diritto di precedenza nel rimborso del credito Iva, fino a concorrenza dell'importo dell'imposta applicata su dette operazioni, nel rispetto del presupposto dell'aliquota media (al riguardo, si ricorda che la legge prevede che le operazioni in esame concorrono al predetto presupposto). La disposizione ha effetto a partire dalle richieste di rimborso relative al primo trimestre 2015. Il diritto al rimborso prioritario è comunque subordinato alla sussistenza delle condizioni richieste dall'art. 2 del dm 22.03.2007 (tre anni di attività, eccedenza rimborsabile superiore a determinate soglie).
Modalità di versamento da parte degli enti pubblici. Il versamento dell'Iva dovrà essere effettuato dagli enti cessionari/committenti, senza possibilità di compensazione orizzontale, entro il 16 del mese successivo a quello in cui l'imposta è divenuta esigibile (tale condizione si realizza al momento del pagamento del corrispettivo al fornitore o, su opzione dell'ente, al ricevimento della fattura se precedente). Gli enti potranno scegliere se effettuare, entro il suddetto termine, un versamento cumulativo mensile, oppure distinti versamenti dell'imposta divenuta esigibile in ciascun giorno del mese, oppure per ciascuna fattura.
Per il versamento, gli enti titolari di conti presso la banca d'Italia utilizzano il mod. «F24 enti pubblici», gli enti autorizzati a tenere un conto presso banche convenzionate con l'Agenzia delle entrate la delega unificata mod. F24 normale, mentre gli altri enti verseranno direttamente sul capitolo di bilancio 1203. Sarà istituito un codice tributo per i primi due casi e un articolo per il terzo.
Enti soggetti passivi. La novità principale del decreto è la previsione secondo cui gli enti soggetti passivi Iva che effettuano acquisti nell'esercizio di attività commerciali, annotano le fatture d'acquisto ai sensi degli artt. 23 o 24 del dpr n. 633/1972 entro il giorno 15 del mese successivo a quello in cui l'imposta è divenuta esigibile, con riferimento al mese precedente. In tal caso, l'Iva dovuta partecipa alla liquidazione periodica del mese o del trimestre.
In sostanza, l'imposta sarà assolta mediante iscrizione contabile (come avviene con il reverse charge), con possibilità di neutralizzare il debito esercitando, se spettante, la detrazione. Alla luce di questa previsione, si spiega quindi la facoltà, che l'art. 3 del decreto accorda agli enti cessionari/committenti, di anticipare l'esigibilità dell'imposta (e di conseguenza la nascita del diritto alla detrazione) al ricevimento della fattura.
Inversione contabile. Il meccanismo dello «split payment» non si applica nei casi in cui l'ente cessionario/committente rivesta la qualifica di debitore dell'Iva secondo le disposizioni in materia: operazioni soggette a inversione contabile, acquisti intracomunitari, acquisti da fornitori esteri. In tali casi, l'assolvimento dell'imposta rimane disciplinata dalle pertinenti disposizioni del dpr n. 633/1972 e del dl n. 331/1993 (articolo ItaliaOggi del 03.02.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

TRIBUTIImu terreni ad assetto variabile. Il dl 4/2015 non ha confermato tutte le esenzioni del dm. Come districarsi nel pasticcio sull'imposta sui terreni montani. Doppia scadenza in vista.
Alla fine, sull'Imu dei terreni montani ha deciso l'Istat. Infatti, dopo un'estenuante vicenda che ha visto schierati in campo governo, sindaci, giudici amministrativi, professionisti e associazioni di categoria, per stabilire chi deve pagare e chi no, il dl 4/2015 ha ripescato la classificazione dei comuni elaborata dall'Istituto nazionale di statistica.
È stato abbandonato, pertanto, il criterio altimetrico introdotto dal dm 28.11.2014 (la cui efficacia, peraltro, è stata sospesa dal Tar del Lazio), che aveva suddiviso i comuni in tre fasce (fino a 280 metri, fra 281 e 600 metri e oltre i 600 metri) in base all'altitudine del centro.
Il nuovo regime, invece, modula le esenzioni a seconda che gli enti siano riconosciuti come totalmente o parzialmente montani, tassando sempre e comunque i terreni ubicati in municipi non montani. Esso, oltre che per l'imposta dovuta nel 2015, vale anche per quella relativa all'anno passato, che dovrà essere versata in un'unica soluzione entro il prossimo 10 febbraio.
Ma qui cominciano le complicazioni: per il 2014, infatti, restano valide tutte le esenzioni previste dal citato Dm, anche se non confermate dal provvedimento successivo. Le nuove regole, quindi, si applicheranno in modo pieno solo a partire dal versamento dell'acconto in calendario entro il 16 giugno prossimo.
Ma andiamo per ordine.
Sia per il 2014 che per il 2015, sono esenti dall'Imu:
a) i terreni agricoli, nonché quelli non coltivati, ubicati nei comuni classificati totalmente montani di cui all'elenco Istat;
b) i terreni agricoli, nonché quelli non coltivati, posseduti e condotti dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola, ubicati nei comuni classificati parzialmente montani di cui allo stesso elenco Istat;
c) i terreni agricoli, nonché quelli non coltivati, ubicati nei comuni classificati parzialmente montani di cui allo stesso elenco Istat, posseduti dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola e da essi concessi in comodato o in affitto ad altri coltivatori diretti e a imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola.
In base alla «clausola di salvaguardia» che fa temporaneamente salve le esenzioni previste dal dm di novembre, per il solo 2014 sono comunque esenti anche le seguenti fattispecie:
a) i terreni agricoli (anche non coltivati) ubicati i comuni con altitudine superiore a 600 metri (anche se non inclusi nell'elenco Istat);
b) i terreni agricoli (anche non coltivati) posseduti e condotti dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali ubicati i comuni con altitudine tra 281 e 600 metri (anche se non inclusi nell'elenco Istat);
c) i terreni agricoli (anche non coltivati) concessi in comodato o in affitto a coltivatori diretti e a imprenditori agricoli professionali ubicati i comuni con altitudine tra 281 e 600 metri (anche se non inclusi nell'elenco Istat);
g) i terreni a immutabile destinazione agro-silvo-pastorale a proprietà collettiva indivisibile e inusucapibile che non ricadano in zone montane o di collina.
Questo è il quadro, assai complesso, entro cui contribuenti e professionisti dovranno orientarsi in vista, innanzitutto, della scadenza per il versamento dell'imposta relativa al 2014, la quale, inizialmente fissata al 26 gennaio, è stata posticipata di 15 giorni e fissata, come detto, al 10 febbraio. La data successiva da segnare sul calendario è il 16 giugno, termine ultimo per il versamento della prima rata dell'Imu 2015. Come detto, questo secondo appuntamento riguarderà anche diversi possessori di terreni non interessati alla scadenza di febbraio, perché considerati esenti dal dm ma assoggettati al prelievo dal successivo dl.
Infine, la nuova geografia delle esenzioni interessa tutti coloro che hanno regolarmente pagato l'Imu l'anno scorso e oggi si trovano a essere esenti in base alle norme sopravvenute: costoro, oltre a non dover più pagare nulla, possono ovviamente chiedere il rimborso di quanto sborsato.
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C'è anche ci può chiedere il rimborso
C'è chi deve pagare e chi, invece, può chiedere indietro i soldi versati. La buona notizia riguarda, innanzitutto, i contribuenti che erano soggetti all'imposta in base al dm di novembre, ma che non lo sono più in base al dl 4/2015 e che, pur con tutte le incertezze che hanno caratterizzato questa vicenda, hanno rispetto la scadenza del 26 gennaio.
Molto più numerosi sono coloro che, in base alle regole vigenti fino a novembre (che facevano riferimento alla circolare delle Finanze n. 9 del 1993) non erano esenti, ma lo sono diventati.
Si tratta di soggetti che possiedono terreni ubicati in comuni che in precedenza erano solo parzialmente esenti, perché l'esenzione operava solo per una porzione del territorio, mentre ora è stata estesa a tutti. Per ottenere il rimborso, occorre presentare un'istanza al comune entro cinque anni dal pagamento.
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Se e quando pagare? La risposta è in due mosse. Per sapere se e quando pagare, contribuenti e professionisti devono effettuare due passaggi.
1) Innanzitutto, devono verificare come l'Istat ha classificato il comune o i comuni nei quali sono ubicati i propri terreni (sia coltivati che incolti). A tal fine, è necessario accedere al sito dell'Istat (http://www.istat.it/it/archivio/6789) e verificare il codice riportato nella colonna «R» rubricata «comune montano», che potrà essere «T» (totalmente montano), «P» (parzialmente montano), «NM» (non montano).
Nel primo caso (comuni totalmente montani), l'Imu non è dovuta e se versata nel 2014 può essere chiesta a rimborso. Nel secondo caso (comuni parzialmente montani), sono esenti solo i terreni afferenti a coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali. Nel terzo caso (comuni non montani), tutti i terreni sono assoggettati al prelievo. Vale la pena di precisare che, in tutti e tre i casi, non assume alcun rilievo l'altitudine del comune. Ma, attenzione, qui scatta il secondo passaggio.
2) Come detto, infatti, solo per il 2014 valgono anche le esenzioni (legate all'altimetria) previste dal dm di novembre. Per cui, per esempio, in un comune collocato a 300 metri di altitudine, ma non riconosciuto come montano o parzialmente montano dall'Istat, coltivatori diretti e Iap non dovranno pagare sui propri terreni l'Imu 2014, perché essi sarebbero stati esenti in base a quanto stabilito dal dm; essi dovranno versare, però, l'Imu 2015.
Nella tabella in pagina, sono riassunte in modo schematico (come se fosse una battaglia navale) le diverse casistiche.
Una volta appurato che si deve pagare, si può passare alla determinazione del quantum. A tal fine, ricordiamo che la base imponibile si ottiene applicando all'ammontare del reddito dominicale risultante in catasto, vigente al 1° gennaio dell'anno di imposizione, rivalutato del 25%, un moltiplicatore pari a 130, che scende a 75 per i coltivatori diretti e gli iap. A favore di questi ultimi, inoltre, è prevista una franchigia di 6 mila euro e una riduzione per scaglioni sull'eccedenza fino a 32 mila euro.
Quanto all'aliquota, infine, per il 2014 si applica quella «di base» stabilita dalla legge (7,6 per mille), salvo che l'ente non abbia approvato una specifica aliquota per i terreni agricoli. La stessa aliquota dovrà essere utilizzata per calcolare l'acconto 2015, mentre per il saldo si dovrà tenere conto delle eventuali decisioni assunte dai sindaci nei prossimi mesi (articolo ItaliaOggi Sette del 02.02.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOLa mobilità dalle Province «congela» le assunzioni. L’assorbimento per le «eccedenze» rientra fra le spese di personale. Organizzazione. Le istruzioni di Funzione pubblica e Affari regionali sulla riforma.
Funzione Pubblica e Affari regionali vengono in soccorso degli enti locali cercando di supportarli nell’applicazione delle norme criptiche sul personale della legge di stabilità.
Attraverso le Linee guida della circolare 30.01.2015 n. 1/2015, anticipata sul Sole 24 Ore del 29 gennaio, si manifesta il pregevole sforzo di fornire alcune indicazioni pratiche. Ma, per i Comuni, la parola d’ordine che sembra trasparire dalla lettura del documento può essere riassunta con «fermi tutti».
Il comma di riferimento della legge 190/2014 è il 424, che impone a Regioni ed enti locali di destinare tutte le facoltà assunzionali 2015 e 2016 a favore dei vincitori di concorsi non ancora nominati, ma la cui graduatoria deve essere in vigore al 01.01.2015. Esauriti i vincitori, lo spazio assunzionale che rimane deve essere destinato ad assorbire i dipendenti della Provincia che non hanno trovato posto nell’area vasta o in Regione.
Quindi, in primo luogo, fermo restando il rispetto del Patto di stabilità e le capacità di bilancio, i Comuni devono determinare quanto possono spendere per nuove assunzioni nel 2015 e nel 2016, secondo le regole fissate dal Dl 90/2014: il 60% della spesa dei cessati 2014 per l’anno 2015 e l’80% della spesa dei cessati 2015 per l’anno 2016.
Percentuali che si elevano al 100% negli enti soggetti al Patto di stabilità, se hanno un rapporto fra spesa di personale e spesa corrente non superiore al 25%. Si arriva, ugualmente, al 100% anche per tutti i Comuni, ma l’ulteriore percentuale, pari al 40% per il 2015 e il 20% per il 2016, va destinata esclusivamente al personale che proviene dalla Province. Questi bacini di assorbimento dovranno essere trasmessi alla Funzione Pubblica, che li incrocerà con le eccedenze che saranno comunicate dalle Province. La spesa per assorbire queste eccedenze, dice la norma, non si calcola per la verifica del rispetto del comma 557 della legge 296/2006.
Il disposto appare chiaro, ma la circolare sembra adombrare un’interpretazione diversa: la spesa in questione concorre al coacervo della spesa di personale, in quanto si afferma che la spesa dei provinciali consente solo di superare il limite del comma 557. La questione non è di poco conto, in quanto, se prevale la strada indicata dal dipartimento, nessun altra modalità di reperimento delle risorse umane può essere adottata, in quanto tutte erodono la spesa di personale che, al contrario, deve essere riservata ai dipendenti in mobilità.
Così non si potrebbe ricorrere, per esempio, al personale a tempo determinato e ai comandi. Sicuramente sono da rinviare le stabilizzazioni: il termine per la conclusione delle relative operazioni, prima scadente il 31.12.2016, viene prorogato a tutto il 2018.
Grossi dubbi sussistono per la mobilità volontaria fra enti soggetti a vincoli sulle assunzioni: se da un lato questa non incide sulle facoltà assunzionali, dall’altra assorbe spesa di personale che, come detto, è a totale appannaggio degli ex provinciali. In conclusione, quali spazi hanno i Comuni per il reperimento di risorse umane oggi? Pochi sono gli strumenti. Si possono portare a termine le assunzioni previste nel piano 2014, in quanto si riferiscono alle cessazioni 2013, le mobilità volontarie attivate prima del 1° gennaio scorso e si possono assumere le categorie protette, ma solo per colmare eventuali quote scoperte. Ma se domani cessano dieci educatrici dell’asilo nido e l’ente deve comunque garantire gli standard regionali in ordine al rapporto educatore/bambini, quale soluzione si può prospettare? Anche se non è vista di buon occhio dal dipartimento, non si può che ricorrere, con provvedimento ben motivato, ad assunzioni a tempo determinato, limitatamente al periodo necessario affinché si portino a termine le procedure sul personale della provincia.
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«Esuberi» calcolati in base al costo medio. Area vasta. Le dotazioni organiche.
Il destino nebuloso delle Province, disegnato nella legge Delrio, trova luce prima nella legge di stabilità e, ora, nella circolare 1/2015. Per raggiungere gli obiettivi di risparmio (un miliardo per il 2015, due miliardi per il 2016 e tre miliardi dal 2017), il primo obbligo posto in capo alle amministrazioni provinciali è rappresentato, a partire dal 01.01.2015, dal taglio delle dotazioni organiche, sotto l’aspetto finanziario.
In pratica, si deve determinare il valore medio del trattamento fondamentale e accessorio dei dipendenti, come risultante dal conto annuale 2013, e moltiplicarlo per i lavoratori in ruolo all’08.04.2014, compresi quelli in comando, in aspettativa, eccetera. Al valore risultante va applicata la decurtazione di almeno il 50%, che si riduce al 30% per le Città metropolitane e le Province con territorio interamente montano e confinante con Paesi stranieri. Quale diretta conseguenza, si dovrebbe determinare il valore finanziario dei dipendenti in soprannumero.
Il termine per questa operazione è previsto nel 31 gennaio, ma, stante i ritardi nell’emanazione dei provvedimenti di competenza degli altri soggetti istituzionali, Funzione Pubblica e Affari regionali ammettono uno slittamento al 1° marzo, quando sarà da approvare anche il nuovo assetto organizzativo, sulla base delle funzioni fondamentali rimaste in capo all’area vasta. Infine, entro il 31 marzo si dovrà provvedere all’individuazione nominativa dei dipendenti in soprannumero. Si dovrà, quindi, cercare di riassorbire questi dipendenti con vari strumenti. Il primo è il prepensionamento, secondo le regole ante Fornero. Il secondo è l’inserimento nei ruoli regionali, per le funzioni in precedenza finanziate tramite trasferimenti alle province ovvero per le funzioni che la stessa Regione decida di mantenere.
In quest’ultimo caso, i dipendenti provinciali assorbono le facoltà assunzionali dell’ente ricevente. Se non riesce l’operazione in Regione, si può tentare con i Comuni e, infine, con le amministrazioni periferiche dello Stato, ma in questi ultimi casi, la partita è gestita dalla stessa Funzione pubblica. I dipendenti provinciali ancora in soprannumero al 31.12.2016 saranno collocati in disponibilità.
Nel frattempo alle Province è vietata qualsiasi forma di reperimento di risorse umane: dalle assunzioni a tempo indeterminato, comprese le mobilità, ai comandi, dal lavoro flessibile agli incarichi di studio e consulenza. Da rilevare che, in questo contesto, tali incarichi vengono fatti coincidere con tutte le tipologie disciplinate dall’articolo 7, comma 6, del Dlgs 165/2001, mentre, a proposito del divieto di conferimento degli incarichi ai pensionati (articolo 6 del Dl 90/2014), la stessa formula è stata interpretata, sempre dalla Funzione Pubblica, in maniera restrittiva
(articolo Il Sole 24 Ore del 02.02.2015).

APPALTISplit payment da annotare in fattura. Il decreto del Mef. I fornitori della Pa dovranno indicare «Scissione dei pagamenti».
Lo split payment «entra» in fattura. I fornitori delle Pa interessate dalla modifica introdotta dall’ultima legge di stabilità dovranno utilizzare, infatti, l’annotazione «Scissione dei pagamenti». Inoltre saranno chiamati a emettere la fattura evidenziando, comunque, l’imposta e devono indicarla a debito nei registri Iva disciplinati dagli articoli 23 e 24 del Dpr 633/1972 senza però farla partecipare alla liquidazione di periodo. In altre parole registrano il debito, ma non lo liquidano con l’Iva a credito di periodo.
È quanto emerge dal Dm attuativo del 23.01.2015 pubblicato sul sito del Mef.
La priorità nei rimborsi
Questo meccanismo determina una situazione di maggior credito in relazione alle operazioni passive. Così è stata stabilita la possibilità di richiedere il credito trimestralmente. Semplificando quanto previsto dall’articolo 17-ter del Dpr 633/1972, il Dm precisa che tali fornitori avranno una priorità nei rimborsi per un ammontare pari all’importo complessivo dell’imposta applicata nelle specifiche operazioni effettuate nel periodo in cui è maturato il credito chiesto a rimborso.
L’applicazione
Lo split payment, infatti, impone alle pubbliche amministrazioni di versare l’Iva relativa agli acquisti di beni e servizi effettuati sia nell’ambito della attività istituzionale che nell’ambito dell’attività commerciale direttamente all’erario, invece di pagarla insieme al corrispettivo ai propri fornitori.
Il decreto, innanzitutto, specifica che l’elenco degli enti pubblici interessati dalle nuove regole sono tassativamente quelli dell’articolo 17-ter del Dpr 633/1972. Pertanto, restano esclusi dall’applicazione delle nuove regole tutti gli altri enti pubblici non ricompresi nell’elenco, per i quali, però, se inclusi nell’articolo 6, comma 5, del Dpr 633/1972 continuerà ad applicarsi l’esigibilità differita dell’imposta.
Le nuove regole -come anticipato dal comunicato stampa del 9 gennaio– si applicano solo per le fatture emesse dal 01.01.2015. Quindi restano escluse tutte le operazioni fatturate fino al 31.12.2014.
L’esigibilità dell’imposta
Per gli enti pubblici di cui all’articolo 17-ter l’esigibilità dell’imposta scatterà, in via generale, con riferimento al momento del pagamento dei corrispettivi. Gli stessi enti, però, potranno optare per anticipare l’esigibilità dell’imposta alla ricezione della fattura.
Il decreto attuativo del Mef indica ai soggetti pubblici interessati la rotta per versare l’imposta all’erario. Non sarà mai possibile la compensazione e bisognerà utilizzare uno specifico codice tributo.
Le Pa che effettuano l’acquisto nell’ambito dell’attività commerciale inseriranno l’operazione nei registri disciplinati dagli articoli 23 e 24 del Dpr 633/1972. E, in deroga al divieto di compensazione, faranno partecipare l’operazione stessa alla liquidazione di periodo
(articolo Il Sole 24 Ore dell'01.02.2015).

EDILIZIA PRIVATA: Milano, finisce al Tar il regolamento edilizio.
Il nuovo regolamento edilizio del comune di Milano è stato impugnato con un ricorso al Tar Lombardia-Milano da Assoedilizia e da un privato proprietario di immobili a Milano.

Il ricorso, notificato il 23.01.2015, riguarda alcuni articoli del provvedimento approvato con delibera del Consiglio comunale il 02.10.2014 e pubblicato il 26.11.2014.
Il testo non piace alla proprietà edilizia soprattutto per due aspetti: l'obbligo del «libretto del fabbricato» e quello del collaudo per tutti gli edifici, anche preesistenti. Il ricorso è patrocinato dagli avvocati Bruna Vanoli Gabardi e Luca Stendardi.
Più in dettaglio, gli articoli del regolamento impugnati prevedono: il conferimento al direttore del coordinamento delle attività edilizie, del potere di aggiornare automaticamente il regolamento per adeguarlo a disposizioni di legge, a decisioni della Corte costituzionale e a sentenze definitive del Consiglio di stato; l'obbligo di collaudo degli edifici con più di 50 anni, con il venir meno della agibilità dell'edificio privo della relativa certificazione e l'obbligo per i notai di allegarla agli atti di compravendita.
Nel mirino dell'associazione c'è anche l'intervento del comune sugli immobili in accertato stato di abbandono e degrado con diffida a eseguire gli interventi di ripristino con assunzione di intervento e spesa da parte del comune, che andrà poi a recuperarla coattivamente dal proprietario.
Contestati infine il fatto che se il comune non esegue direttamente gli interventi può richiederli ai proprietari, che non avranno altri permessi se non li eseguiranno; l'attribuzione a destinazione pubblica dei beni di cui sopra nell'ipotesi che il proprietario non provveda al ripristino e il comune non intervenga direttamente ritenendo la spesa gravosa (articolo ItaliaOggi del 30.01.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Formazione e lavoro in frigo. Le assunzioni sono bloccate dalla legge di Stabilità. I dipendenti non possono avere la trasformazione del contratto in indeterminato.
Le assunzioni da contratti di formazione e lavoro sono bloccate dalla legge di Stabilità 2015. Effetto dell'articolo 1, commi 424 e 425, della legge 190/2014 è impedire ai dipendenti assunti negli anni precedenti con contratti di formazione e lavoro di vedersi trasformare il contratto, che inizialmente è a tempo determinato, in contratto a tempo indeterminato.

Si tratta di una conseguenza evidentemente paradossale, considerando sia l'affidamento che il lavoratore assunto con Cfl fa sulla successiva stabilizzazione, sia la circostanza che laddove le amministrazioni datori di lavoro non convertano i contratti incappano nei successivi divieti di attivare nuovi contratti di questa natura.
È l'ennesima dimostrazione della lacunosità e frettolosità con la quale è stata scritta la legge 190/2014, dettata dall'urgenza di determinare quei risparmi e tagli di personale alle province che la legge Delrio non è riuscita a far emergere.
Tuttavia, le regole dettate dai commi 424 e 425 da un lato sono in parte laconiche, perché non evidenziano in modo chiaro il blocco alla mobilità, premessa necessaria per la ricollocazione in soli due anni di tempo di circa 20 mila dipendenti provinciali in sovrannumero; e ciò è causa della procedura di mobilità attivata dal Ministero della giustizia, a fortissimo sospetto di illegittimità, sulla quale, tuttavia, a parte qualche «tweet» ministeriale non è intervenuto alcun provvedimento correttivo.
Dall'altro lato, le norme della legge 190/2014 si rivelano poco meditate. Nessuno, infatti, ha considerato le conseguenze che l'obbligo di assumere a tempo indeterminato solo i vincitori di concorsi appartenenti a graduatorie vigenti o approvate all'01/01/2015 o i dipendenti provinciali in sovrannumero avrebbe messo out i titolari di contratti di formazione e lavoro. La trasformazione del rapporto, infatti, da tempo determinato a tempo indeterminato è una fattispecie che rientra pienamente nella disciplina dei commi 424 e 425: infatti, comporta il consumo delle risorse del turnover, riservato, invece, a vincitori di concorsi e dipendenti provinciali in sovrannumero.
I dipendenti potenzialmente interessati alla conversione dei contratti di formazione e lavoro non sono moltissimi: nel 2013 il conto nazionale del personale ha censito circa 120 «unità annue» di Cfl, un dato che misura i mesi lavorati e poi li riporta a unità lavorative presunte. I contratti, dunque, potrebbero essere un po' di più. In ogni caso, anche se la quantità è limitata, è un problema del quale il legislatore dovrebbe farsi carico, senza pregiudicare le posizioni dei vincitori dei concorsi e dei dipendenti provinciali in disponibilità.
Occorrerebbe una disposizione normativa ad hoc. L'unica soluzione sarebbe prendere atto che nei 3 milioni che a regime lo Stato preleva forzosamente alle province vi è la capienza dei circa 820 milioni di spesa connessa ai lavoratori provinciali in sovrannumero. Lo Stato dovrebbe, allora, farsi carico di assicurare alle amministrazioni di destinazione dei dipendenti soprannumerari il sostegno della spesa connessa, escludendo, dunque, che le mobilità per il personale ricollocato vadano a consumare le risorse del turnover.
In sostanza, ci sarebbe da ripristinare il meccanismo previsto dall'articolo 1, commi 92 e 96, lettera a), della legge 56/2014, compromesso dalla legge di stabilità. In questo modo, si potrebbero riaprire anche gli spazi per gli idonei dei concorsi, che si trovano in una situazione molto simile a quella dei titolari di Cfl in scadenza negli anni 2015 e 2016 (articolo ItaliaOggi del 30.01.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIASanzionato chi omette l’iscrizione al Sistri. Ambiente. Da domenica se non si è pagato il contributo.
Da domenica 1° febbraio costerà caro non essere iscritti al sistema informatico e/o non aver pagato il relativo contributo annuale per il Sistri. Infatti per gli operatori obbligati domani scade la moratoria per le sanzioni relative all’omessa iscrizione e all’omesso pagamento del contributo annuale nei termini previsti.
Pertanto, da domenica 1° febbraio, gli agenti accertatori potranno verificare queste violazioni e irrogare le pesanti sanzioni amministrative pecuniarie previste: da 15.500 a 93.000 euro, poiché il Sistri è fondamentalmente riservato ai rifiuti pericolosi. Per le situazioni relative ai rifiuti non pericolosi, gli importi oscillano da 2.600 a 15.500 euro.
La sanzione è identica per entrambe le violazioni ed è prevista dall’articolo 260-bis del Dlgs 152/2006, commi 1 e 2. Tutte le altre sanzioni previste dai commi da 3 a 9 di tale articolo e dal 260-ter, invece, si applicheranno dal 01.01.2016.
Il calendario che ha previsto questa partenza differita delle sanzioni è stato stilato dal decreto legge milleproroghe (192/2014) che con il suo articolo 9 è intervenuto sull’articolo 11, comma 3-bis, del Dl 101/2013. Tuttavia sulla definitività dello sdoppiamento della partenza delle sanzioni non è ancora detta l’ultima parola. Infatti il Parlamento sta lavorando sulla conversione in legge del milleproroghe e molti degli emendamenti proposti il 22 gennaio, in sede di discussione alla Camera, mirano a unificare l’applicazione di tutte le sanzioni a decorrere dal 01.01.2016. I termini per la conversione in legge del Dl 192/2014 scadranno il prossimo 1° marzo.
In ogni caso, sotto il profilo operativo, fino alla fine del 2015 continueranno ad applicarsi le regole e le sanzioni relative al registro di carico e scarico e al formulario come previste dal Dlgs 152/2006 nella versione vigente prima della riforma intervenuta con il Dlgs 205/2010. Per tutto il 2015, dunque, le imprese obbligate al Sistri dovranno seguire il regime del “doppio binario”: compilare e conservare le scritture tradizionali (registri, formulari e Mud) e assolvere gli obblighi imposti dal Sistri.
La platea dei produttori di rifiuti obbligati al Sistri è stata ridisegnata dal Dm 24.04.2014 nei seguenti termini:
- enti e imprese produttori iniziali di rifiuti pericolosi da attività agricole e agroindustriali, di pesca professionale e di acquacoltura, con più di 10 dipendenti, che non conferiscano i rifiuti a circuiti organizzati di raccolta;
- enti e imprese, con più di 10 dipendenti, produttori iniziali di rifiuti pericolosi da attività di demolizione e costruzione, da lavorazioni industriali, lavorazioni artigianali, attività commerciali, attività di servizio e attività sanitarie;
- enti ed imprese produttori iniziali di rifiuti speciali pericolosi e che svolgono attività di stoccaggio (deposito preliminare D15 e messa in riserva R13).
Nel portale www.sistri.it si legge che da ieri è stata rilasciata in ambiente di pre-esercizio (simulatore) la nuova versione dell’applicazione di movimentazione. La versione in ambiente di esercizio, sempre stando a quanto si legge nel portale, sarà disponibile dal 12.02.2015 (articolo Il Sole 24 Ore del 30.01.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

VARI: Case, compravendite più sicure. Geometri e notai blindano i trasferimenti immobiliari. Intesa fra i presidenti dei due consigli nazionali, Maurizio Savoncelli e Maurizio D'Errico.
Il Consiglio nazionale geometri e geometri laureati e il Consiglio nazionale del notariato (presieduti rispettivamente da Maurizio Savoncelli e Maurizio D'Errico) hanno sottoscritto un Protocollo d'intesa finalizzato a rendere gli atti dei trasferimenti immobiliari in linea con i più elevati standard di sicurezza anche sotto il profilo edilizio e urbanistico.
La collaborazione tra le due categorie professionali nasce dalla comune volontà di puntare a una qualità sempre più elevata dei servizi offerti agli utenti coinvolti nella stipula di un rogito, dando loro la possibilità di fruire di un importante servizio accessorio dell'atto notarile quale la perizia tecnica.
«Si tratta», spiega Savoncelli, «di un documento facoltativo redatto da un geometra libero professionista nel quale è riportata l'esatta descrizione dell'immobile, la conformità catastale allo stato di fatto e l'esame edilizio-urbanistico nel rispetto della Specifica P08 Consulenza tecnica all'atto di compravendita dello Standard di qualità della categoria dei geometri. Oggi il notaio assicura un trasferimento assolutamente sicuro sotto il profilo della commerciabilità dei beni immobili; grazie alla perizia tecnica tale sicurezza potrà essere estesa anche alla conformità catastale e alla regolarità urbanistica».
Ampia la portata dei benefici attesi: «La certezza della regolarità urbanistica e dell'agibilità dell'immobile per tutti i soggetti coinvolti nelle trattative e una minore incidenza del possibile, futuro contenzioso». Infine, l'impegno del CNGeGL per divulgare alle categorie aderenti alla Rete delle professioni tecniche il protocollo d'intesa, anche al fine di consentirne l'eventuale adesione (articolo ItaliaOggi del 29.01.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Province, tagli agli organici da «pesare» entro il 1° marzo. Enti locali. Le Linee guida del Governo.
Città metropolitane e nuove Province avranno tempo fino al 1° marzo per tradurre in euro il taglio delle dotazioni organiche, rispettivamente del 30 e 50% calcolato sulla spesa e non sul numero dei dipendenti, per poi arrivare entro la fine di marzo all’individuazione del personale in soprannumero.
A offrire questo margine è una circolare predisposta da Funzione pubblica e Affari regionali, che dovrebbe essere diffusa nei prossimi giorni (ndr: circolare 30.01.2015 n. 1/2015) per offrire le istruzioni operative necessarie ad attuare il ricco capitolo che la riforma Delrio dedica al personale. Il vecchio termine del 31 gennaio è dunque superato, e le amministrazioni potranno determinare in piena autonomia le nuova configurazioni delle proprie risorse umane, il numero dei dirigenti e la articolazioni funzionali.
La logica da seguire resta quella indicata nella legge 56/2014 e confermata nella Stabilità, due testi su cui la circolare propone una sintesi operativa indicando i diversi canali in cui dovrà esercitarsi la mobilità: i dipendenti seguiranno le funzioni, a partire da quelle fondamentali che restano ai nuovi enti. Le altre seguiranno le funzioni residue che andranno alle Regioni le quali, entro il 2016, potranno decidere se mantenere o riassegnare queste funzioni ai nuovi enti metropolitani o di area vasta.
Solo dopo questi passaggi si affronteranno le procedure per la gestione degli esuberi residui, che potranno essere pensionati con le regole pre-Fornero, oppure potranno accedere con mobilità volontaria ad altre amministrazioni (in primis gli uffici giudiziari) o, infine, essere trasferiti con la mobilità obbligatoria.
Ieri sul nuovo cronoprogramma attuativo della Delrio s’è confrontato l’Osservatorio nazionale, il tavolo cui partecipano Regioni, Anci e Upi oltreché i ministeri della Pa, degli Affari Regionali, dell'Economia e dell'Interno. All'incontro sono stati convocati anche i sindacati. Sui numeri del personale coinvolto (dovrebbero essere 8.500 dipendenti, esclusi i dirigenti, da ricollocare sui circa 44mila che attualmente hanno un contratto a tempo indeterminato) le informazioni puntuali della Sose arriveranno martedì prossimo.
La prima tappa, si diceva, è quella del 1° marzo, data entro la quale Province e Città dovranno pesare i tagli alla propria dotazione organica. Per farlo, spiega la circolare in arrivo, dovranno assumere come base di riferimento la spesa «fotografata» all’8 aprile scorso, calcolando per i dirigenti e le singole posizioni economiche il costo medio, rappresentato da trattamento fondamentale e media degli accessori per ogni categoria (compresi gli oneri riflessi a carico del datore). Ultimata questa tappa fondamentale, si potrà individuare il numero del personale “in eccesso” e far partire la mobilità, che dovrebbe seguire quattro vie.
Per il personale dei servizi per l’impiego, la proroga è annuale e serve a far partire il Job Act che prevede la nascita dell’Agenzia nazionale per l’occupazione; una strada a sé sarà riservata anche a chi svolge i compiti di polizia provinciale, che sarà escluso dagli elenchi degli “esuberi” per essere coinvolto in una riorganizzazione ad hoc in rapporto con le altre forze di polizia sul territorio, mentre gli altri potranno essere indirizzati a seconda dei casi alle Regioni o alle Pa centrali (uffici giudiziari in primis).
Per accogliere il personale, le Regioni potranno ampliare la propria dotazione organica, garantendo però la «neutralità finanziaria del processo». E proprio l’aspetto finanziario è quello che continua a preoccupare i sindacati: «Le Linee guida -spiegano- fanno chiarezza rispetto alle confuse disposizioni della legge di stabilità, ma non risolvono i problemi di mantenimento dei servizi e di difesa dei livelli occupazionali»
(articolo Il Sole 24 Ore del 29.01.2015).

EDILIZIA PRIVATACollaudo impugnato al Tar. Regolamento edilizio di Milano. Assoedilizia fa ricorso sui punti più impegnativi.
Il nuovo regolamento edilizio del Comune di Milano non piace alla proprietà edilizia. Soprattutto per due aspetti: l’obbligo del “libretto del fabbricato” e quello del collaudo per tutti gli edifici, anche preesistenti.
Con ricorso al Tar Lombardia-Milano, notificato il 23.01.2015, Assoedilizia e un privato proprietario di immobili in Milano hanno impugnato alcuni articoli del regolamento edilizio di Milano approvato con delibera del Consiglio comunale il 02.10.2014 e pubblicato il 26.11.2015. Il ricorso è patrocinato dagli avvocati Bruna Vanoli Gabardi e Luca Stendardi.
Più in dettaglio, gli articoli del Regolamento impugnati prevedono:
- il conferimento al direttore del coordinamento delle attività edilizie, del potere di aggiornare automaticamente il regolamento per adeguarlo a disposizioni di legge, a decisioni della Corte Costituzionale e a sentenze definitive del Consiglio di Stato;
- l’obbligo di collaudo degli edifici con più di 50 anni, con il venir meno della agibilità dell’edificio privo della relativa certificazione e l’obbligo per i notai di allegarla agli atti di compravendita;
- l’intervento del Comune sugli immobili in accertato stato di abbandono e degrado con diffida a eseguire gli interventi di ripristino con assunzione di intervento e spesa da parte del Comune, che andrà poi a recuperarla coattivamente dal proprietario;
- il fatto che se il Comune non esegue direttamente gli interventi può richiederli ai proprietari, che non avranno altri permessi se non li eseguiranno;
- l’attribuzione a una destinazione pubblica dei beni di cui sopra nell’ipotesi che il proprietario non provveda al ripristino e il Comune non intervenga direttamente ritenendo la spesa eccessivamente gravosa;
- l’istituzione del fascicolo del fabbricato e l’obbligo di consentire nei cortili il parcheggio di biciclette
(articolo Il Sole 24 Ore del 29.01.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Ambiente, ok al ravvedimento. Chi bonifica l'area contaminata evita condanne penali. In aula al senato il disegno di legge sugli ecoreati approvato dalle commissioni.
Ravvedersi dopo un crimine ambientale (commesso per colpa, non dolosamente), bonificando le aree contaminate, prima che si apra il processo di primo grado, consentirà di evitare la condanna penale, «in corrispondenza delle opere di risanamento eseguite». È vicino, e comprenderà la possibilità di «riscattarsi» attraverso uno «sconto», l'adeguamento del nostro codice ai cosiddetti «ecoreati»: si configura nel testo varato ieri nelle commissioni giustizia e ambiente di palazzo Madama la fattispecie di disastro ambientale, se si causa «l'alterazione irreversibile dell'equilibrio di un ecosistema», o se l'eliminazione delle conseguenze nocive «risulti particolarmente onerosa, e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali», oppure se si fa «offesa alla pubblica incolumità, determinata con riferimento alla capacità diffusiva degli effetti lesivi della condotta».

E scattano aggravanti per l'inquinamento, giacché nel caso in cui dal crimine dovessero derivare lesioni personali fino alla morte di una, o più persone, le pene potranno triplicare fino a un massimo di 20 anni.
È pronto a sbarcare in Aula il disegno di legge congiunto (1345-11-1072-1283-1306-1514, Disposizioni in materia di delitti contro l'ambiente) che, rispetto alla versione esaminata dai deputati, si caratterizza per un'ulteriore riduzione di pena per i reati di inquinamento e disastro ambientale, se commessi per colpa, anziché per dolo, che scende da un terzo a due terzi.
Il restyling effettuato dai senatori, che vede il semaforo verde accendersi pure su alcuni emendamenti presentati dal M5s (uno contempla la previsione che i beni confiscati, o i loro eventuali proventi nell'ambito di processi per «ecoreati» vengano «messi nella disponibilità della pubblica amministrazione competente e vincolati all'uso per la bonifica dei luoghi»), stabilisce, dunque, l'introduzione di un meccanismo di ravvedimento operoso.
Nell'eventualità uno dei nuovi delitti contro l'ambiente venga compiuto per colpa, anziché per dolo, ad esempio, spiega a ItaliaOggi Stefano Vaccari (Pd), segretario della XIII commissione, «se non si è recidivi, o si è rotta una cisterna di una ditta, il responsabile dell'azione può non macchiarsi la fedina penale se, prima dell'apertura del dibattimento di primo grado», provvederà alla messa in sicurezza, alla bonifica e, ove possibile, recita la norma, «al ripristino dello stato dei luoghi». E, insieme al collega del centrosinistra e relatore del ddl, Pasquale Sollo, auspica si arrivi al voto dell'Assemblea «nel giro di un paio di settimane», visto che ci si potrà dotare di strumenti necessari per «combattere meglio le ecomafie, per salvaguardare la salute dei cittadini e tutelare l'ambiente e il paesaggio».
Vaccari ricorda, tuttavia, che in Aula bisognerà risolvere un paio di questioni in sospeso: una «riguarda la corruzione legata ai pubblici ufficiali, in merito al rilascio delle autorizzazioni ambientali», l'altra concernerà i crimini legati al commercio illegale di fauna protetta, alla vendita di pelli, di avorio ed altro materiale (articolo ItaliaOggi del 28.01.2015).

APPALTI: Tutti vogliono prorogare la centrale unica di committenza. Alla Camera fioccano emendamenti bipartisan per far slittare la misura in vigore dal 1° gennaio.
Accordo parlamentare bipartisan per differire l'obbligo per i comuni non capoluogo di provincia, di affidare contratti attraverso le centrali di committenza, in vigore da inizio anno. Intanto sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale i due decreti che consentono la costituzione di 35 centrali di committenza, ovvero «soggetti aggregatori della domanda».

Sono queste le linee sulle quali si stanno muovendo parlamento e governo rispetto al tema dell'aggregazione della domanda pubblica e della riduzione del numero delle stazioni appaltanti. La situazione è tale per cui, oggi, i comuni non capoluogo di provincia per l'affidamento di contratti di forniture e servizi, dal primo gennaio dovrebbero fare ricorso alla centrale unica di committenza (l'obbligo scatterà invece dal 1° luglio per i lavori pubblici).
In realtà i comuni possono anche scegliere di approvvigionarsi di beni e servizi attraverso la Consip o altro soggetto aggregatore di riferimento e in ogni caso, per i comuni con popolazione superiore a 10.000 abitanti è ammesso procedere autonomamente per gli acquisti di beni, servizi e lavori di importo inferiore a 40.000 euro.
L'obbligo di ricorrere a centrali di committenza già in passato è stato differito varie volte con decreto legge e ci si attendeva che anche il decreto 192/2014 (il cosiddetto «mille proroghe») contenesse, come anche sollecitato dall'Anci, l'ennesima proroga.
Ma così non è stato e allora ecco l'accordo bipartisan in base al quale quasi tutti i gruppi parlamentari di Pd, Fi, Lna, Ncd-Udc e Gruppo Misto hanno presentato in Commissione affari costituzionali e bilancio per prorogare a giugno o a inizio 2016 l'attuale vigente obbligo per i comuni non capoluogo di provincia.
Intanto sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale del 20.01.2015 i decreti che disciplinano in concreto la costituzione dei 35 (questo è il limite previsto dalla legge) «soggetti aggregatori della domanda» (che a loro volta dovranno essere iscritti in un apposito elenco presso l'Autorità nazionale anticorruzione che gestirà la procedura di selezione dei soggetti).
È invece del 14 novembre il decreto che stabilisce come dovrà funzionare il Tavolo tecnico che si costituirà fra tutti i soggetti aggregatori della domanda. In particolare il decreto dell'11.11.2014 stabilisce che potranno richiedere l'iscrizione nell'elenco dei 35 i soggetti aggregatori le stazioni appaltanti che abbiano avviato, nei tre anni precedenti, procedure per l'acquisizione di beni e servizi di importo a base di gara pari o superiore alla soglia comunitaria (200.000 per servizi e forniture, 5.000.000 per lavori), il cui valore complessivo sia stato superiore a 260.000.000 euro nel triennio, con un valore minimo di 50.000.000 euro per ciascun anno. La richiesta potrà essere inviata da città metropolitane, province, associazioni unioni e consorzi di enti locali comunque denominati ai sensi del T.u. sugli enti locali, oltre ai soggetti da loro costituiti o designati.
Questi soggetti dovranno svolgere attività di centrale di committenza ai sensi dell'articolo 33 del codice dei contratti pubblici (dlgs 163/2006), con carattere di stabilità, mediante un'organizzazione dedicata allo svolgimento di tali prestazioni. L'Autorità nazionale anticorruzione (Anac), entro il 20 febbraio, con propria determinazione stabilirà le modalità di presentazione delle domande; scaduto il termine di presentazione delle richieste, l'Anac procederà alla verifica del possesso dei requisiti, e all'iscrizione all'elenco seguendo un ordine decrescete basato sul più alto valore complessivo delle procedure avviate (articolo ItaliaOggi del 27.01.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Nuovi tracciati record per compilare il Mud.
Sono disponibili sul portale mud.ecocerved.it i tracciati record per la compilazione telematica del Mud.
Il software per la compilazione del Mud 2015 e il prodotto informatico per il controllo formale delle dichiarazioni -ove trasmesse da soggetti che utilizzino prodotti software diversi da quello predisposto da Unioncamere- saranno resi disponibili all'inizio del mese di marzo. Con il dpcm 17.12.2014 (pubblicato, sulla Gazzetta Ufficiale n. 299 (del 27.12.2014, supplemento ordinario n. 97) che è stato approvato il modello unico di dichiarazione ambientale per l'anno 2015.
Il nuovo modello unico di dichiarazione ambientale è diviso in sei comunicazioni: rifiuti, veicoli fuori uso, imballaggi, rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, rifiuti urbani e assimilati e produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche.
I soggetti che svolgono attività di solo trasporto e gli intermediari senza detenzione devono invece presentare il Mud alla camera di commercio della provincia nel cui territorio vi è la sede legale dell'impresa cui la dichiarazione si riferisce (articolo ItaliaOggi del 27.01.2015).

EDILIZIA PRIVATANuovo Catasto, spazio ai Comuni. L’aiuto dei municipi indispensabile per rilevare i dati immobiliari. Delega fiscale. Un documento dell’agenzia delle Entrate segnala passaggi chiave e difficoltà dell’operazione.
Uno dei nodi più delicati da sciogliere per la riforma del catasto è la collaborazione dei Comuni. Il piano delle Entrate assegna ai sindaci un ruolo chiave, ma al momento l’Anci non ha ancora preso ufficialmente posizione, mentre si avvicina la data del 20 febbraio in cui il Consiglio dei ministri, secondo quanto annunciato dal vice ministero Luigi Casero alla commissione Finanze e Tesoro del 22 gennaio, dovrebbe addirittura varare il decreto delegato con i criteri estimativi.
Sembra chiaro, sempre che si riesca a rispettare i tempi strettissimi, che dopo la parola passerà all’Agenzia e ai Comuni: il documento presentato dalle Entrate alle associazioni riunite nel coordinamento promosso da Confedilizia –che «Il Sole 24 Ore» ha potuto consultare– affida ai Comuni la rilevazione delle caratteristiche degli immobili ordinari (case, uffici, negozi e pertinenze) e delle variabili da inserire nelle funzioni statistiche pubblicate.
Ma il ruolo dei Comuni è indicato in due passaggi chiave: quando si dice che occorre una forte cooperazione e collaborazione tra Entrate e municipi e quando (si veda lo schema nella pagina) vengono definite le attività necessarie per la riforma. In diversi passaggi vengono chiamati in causa i Comuni: il campionamento, il controllo delle funzioni statistiche e soprattutto la rilevazione delle caratteristiche qualitative e quantitative degli immobili ordinari, cioè delle variabili che debbono essere inserite nella funzione statistica. E, da ultimo, la notifica dei nuovi valori catastali presso l’albo pretorio e altri canali di comunicazione.
I Comuni saranno quindi caricati di oneri. Ma basta ricordare l’esperimento del «federalismo catastale», alcuni anni orsono, per rendersi conto che le difficoltà saranno molte. In quell’occasione, infatti, il passaggio delle funzioni catastali dall’allora agenzia del Territorio ai Comuni passava anche dal passaggio di personale e risorse. Poi tutto si bloccò per un ricorso di Confedilizia alla giustizia amministrativa. Ma ora si chiede un impegno forte nella rilevazione dei dati sul territorio, a fronte di uno “spirito di collaborazione” che molti Comuni, specialmente quelli piccoli, faranno molta fatica a onorare.
Ci sono, sì, delle risorse (quasi 200 milioni) e la possibilità di avere personale esterno assunto a tempo determinato. Ma anche solo l’attività di mobilitazione e coordinamento, che peserà sulle Entrate, si presenta irta di difficoltà. Ma la cosa che più dovrebbe preoccupare i Comuni è la tempistica: completare i nuovi valori a dicembre 2019 vuol dire impossibilità di operare sui bilanci comunali le modifiche necessarie per assicurare l’invarianza di gettito per il 2020, con il rischio di triplicare Imu e Tasi.
I Comuni non sono coinvolti, invece, nelle stime dirette, cioè nelle valutazioni “individuali” con cui saranno ricostruiti il valore patrimoniale e la rendita degli immobili a destinazione speciale (capannoni, centri commerciali e direzionali, centrali elettriche, poli logistici, cinema, cliniche e così via). In questo caso, si è preferito lasciare la responsabilità delle valutazioni agli uffici del Territorio, perché sono richieste competenze estimative molto più raffinate di quelle necessarie a rilevare –ad esempio– l’epoca di costruzione di una villetta, l’affaccio di un appartamento o la presenza dell’ascensore in un palazzo.
Lo stesso documento dell’Agenzia, però, prevede la possibilità di coinvolgere nel processo di stima diretta i tecnici esterni, da reclutare sulla base di specifiche convenzioni, a titolo non gratuito. Le professionalità coinvolte non vengono precisate, ma è ragionevole pensare che tutti i soggetti chiamati a partecipare alle commissioni censuarie possano ambire a effettuare le stime dirette. E, quindi, seguendo il Dlgs 198/2014, si può pensare in prima battuta ai geometri –che ogni anno curano il grosso delle pratiche Docfa di aggiornamento catastale– ma anche a ingegneri, architetti, periti edili, dottori agronomi, periti agrari e agrotecnici iscritti agli albi
(articolo Il Sole 24 Ore del 27.01.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Classificazione rifiuti a ostacoli. Da giugno via al restyling Ue su caratteristiche di pericolo. Dal 18 febbraio l'avvicendarsi di norme mette in crisi la tenuta di scritture ambientali.
Percorso a ostacoli per la corretta classificazione dei rifiuti e la conseguente tenuta delle scritture ambientali, ossia registri di carico/scarico, formulario di trasporto e schede telematiche Sistri.
Dal 18.02.2015 entreranno in vigore le nuove norme previste dal Codice ambientale per l'attribuzione dei codici europei ai rifiuti (già noti come «Cer», oggi «Eer»), le quali saranno però superate, dal successivo 01.06.2015, da quelle gerarchicamente superiori e immediatamente applicabili previste, rispettivamente dal regolamento 1272/2008/Ce su classificazione, imballaggio ed etichettatura delle sostanze chimiche, dal regolamento 1357/2014/Ue sulle caratteristiche di pericolo dei rifiuti e dalla decisione 2014/995/Ue recante il nuovo Elenco europeo dei rifiuti (c.d. «Eer»).
Classificazione rifiuti ex Dlgs 152/2006. Dal 18.02.2015 la classificazione dei rifiuti dovrà avvenire seguendo le nuove istruzioni introdotte nell'allegato D alla Parte IV del Dlgs 152/2006 (recante l'Elenco europeo dei rifiuti in recepimento della decisione 2000/532/Ce) a opera del dl 91/2014 (come convertito in legge 11.08.2014, n. 116).
Le nuove norme dettano i criteri per classificare i rifiuti come pericolosi o non pericolosi, stabilendo: l'ufficializzazione dell'obbligo di utilizzare i criteri dettati dalla citata decisione 2000/532/Ce; la secca presunzione di non pericolosità dei rifiuti così classificati da codici «assoluti» dell'Elenco europeo; l'articolazione delle indagini necessarie per la corretta classificazione dei rifiuti che in base all'Eer rientrano tra i pericolosi solo in presenza di determinate caratteristiche (c.d. rifiuti con «codici a specchio»); la declinazione del generale principio di precauzione Ue, che nell'analisi dei rifiuti imporrà di prendere sempre come riferimento i composti chimicamente peggiori e, in caso di esito dubbio delle stesse, di considerare i rifiuti senz'altro come pericolosi.
Come accennato, dal successivo 01.06.2015 le regole per l'etichettatura delle sostanze pericolose richiamate dallo stesso dlgs 152/2006 dovranno, anche in caso di mancato e tempestivo adeguamento del Codice Ambientale, essere interpretate in riferimento al nuovo regolamento 1272/2008/Ce, così come quelle sulle proprietà di pericolo dovranno essere rilette alla luce del nuovo regolamento 1357/2014/Ue.
Classificazione Ue sostanze chimiche. Dal 01.06.2015 la nuova fonte normativa in materia di classificazione a monte delle sostanze chimiche e loro miscele (e dunque, anche dei componenti dei rifiuti) sarà costituita dal regolamento 1272/2008/Ce, provvedimento per definizione obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri (cd. norme «self executing»).
Il provvedimento in parola sostituirà da tale data (salve le eccezioni più avanti citate) le prescrizioni dettate dalle direttive 67/548/Cee e 1999/45/Ce e integrerà quelle del regolamento 1907/2006/Ce su fabbricazione e vendita dei preparati chimici. Fino al 01.06.2017 potrà tuttavia continuare ad applicarsi la direttiva 67/548/Cee ad alcune miscele classificate, etichettate e imballate ex direttiva 1999/45/Ce e immesse sul mercato prima del giugno 2015. L'inosservanza delle nuove regole ex regolamento 1272/2008/Ce, lo ricordiamo, è presidiata dalle sanzioni previste dal dlgs 186/2011.
Caratteristiche di pericolo rifiuti Ue. Sempre dal 01.06.2015 l'attribuzione delle caratteristiche di pericolo dei rifiuti dovrà essere fatta in base al nuovo allegato III della direttiva 2008/98/Ce, come riformulato (mediante integrale sostituzione) dal regolamento 1357/2014/Ue, provvedimento necessario per adeguare la normativa Ue al citato regolamento 1272/2008/Ce e dotato, al pari di questo, di immediata applicabilità.
Sarà tuttavia onere del Legislatore nazionale, per assicurare una coerenza del sistema giuridico, aggiornare alla luce delle novità introdotte dal regolamento del 2014 il dlgs 152/2006 che nel suo allegato I alla Parte IV ospita a oggi la versione precedente delle regole in parola, ivi collocate in recepimento della pregressa versione della direttiva 2008/98/Ce.
Le novità previste dal neo regolamento Ue non sono di poco conto. Dietro la riclassificazione formale delle categorie generali (da «H» ad «Hp») appaiono infatti modifiche sostanziali sia nelle loro definizioni che nei valori limite di riferimento. Il regolamento 1357/2014/Ue articola a monte le nuove categorie «Hp» in sub classi di pericolo, prevedendo specifici criteri per l'attribuzione delle caratteristiche di rischio.
Ancora, novità sostanziali sono previste per alcune categorie: rifiuti infiammabili (che da H3A e H3B confluiscono nella categoria unica HP3, comprendente le nuove definizioni di rifiuti idroreattivi e gas infiammabili); tossici (collocati nella «HP6» insieme a nuovi criteri per loro identificazione e valutazione); corrosivi (tali quando superano la soglia di concentrazione del 5% di determinate altre sostanze); eco tossici (per l'ulteriore identificazione dei quali il provvedimento Ue prevede l'emanazione di specifiche linee guida). Infine, la nuova categoria HP15, differentemente dall'uscente H15 destinata ai rifiuti suscettibili di mutazione in seguito a trattamento, ricomprenderà tutti i rifiuti che pur non possedendo direttamente caratteristiche di pericolo possono manifestarle successivamente.
Nuovo elenco Ue dei rifiuti. Ancora dal 01.06.2015 sarà obbligatorio osservare il nuovo elenco europeo dei rifiuti dettato dalla decisione 2014/995/Ue in riformulazione di quello previsto dalla decisione 2000/532/Ce (attuativa della citata direttiva madre 2008/98/Ce). Le novità del riscritto elenco europeo riguardano sia i codici identificativi dei rifiuti che le istruzioni per la loro corretta attribuzione ai residui.
Sotto il primo profilo fanno infatti la loro comparsa nuove voci (come i rifiuti «010310*» costituiti da alcuni fanghi provenienti da attività estrattive, i rifiuti «160307*» di mercurio metallico rientranti nel residuale capitolo 16, i rifiuti «190308*» di mercurio parzialmente stabilizzato da impianti di trattamento) e la riformulazione di altri codici («010309» e «190304*»).
Sotto il secondo profilo, relativo alle regole per l'attribuzione dei codici, tra le novità di rilevo vi sono invece: l'espresso rinvio al Regolamento 1272/2008/Ce per la classificazione delle sostanze pericolose; il riferimento alle nuove caratteristiche «Hp» di pericolo recate dal rinnovato allegato III della direttiva 2008/98/Ce; l'esclusione dai limiti di concentrazione ex medesimo allegato III, direttiva 2008/98/Ce delle leghe di metalli puri in forma massiva non contaminati da sostanze pericolose.
Sebbene ai sensi dell'articolo 288 del Trattato sul funzionamento dell'Ue la decisione 2014/995/Ue sarà direttamente obbligatoria sul territorio interno a partire dal prossimo giugno 2015, anche in questo caso si renderà necessario un intervento del legislatore nazionale per riformulare l'allegato «D» alla Parte IV del dlgs 152/2006 nel quale trova collocazione, come accennato, la versione dell'Elenco dei rifiuti tradotta dall'originario testo della decisione 2000/532/Ce (articolo ItaliaOggi Sette del 26.01.2015).

GIURISPRUDENZA

EDILIZIA PRIVATA: Anche il semplice adeguamento di un impianto già esistente di telefonia mobile, in zona paesaggisticamente vincolata, abbisogna nelle preliminare autorizzazione paesaggistica.
L’articolo 87-bis dlgs 259/2003 espressamente prevede che al fine di accelerare la realizzazione degli investimenti per il completamento della rete di banda larga mobile, nel caso di installazione di apparati con tecnologia UMTS, sue evoluzioni o altre tecnologie su infrastrutture per impianti radioelettrici preesistenti o di modifica delle caratteristiche trasmissive, fermo restando il rispetto dei limiti, dei valori e degli obiettivi di cui all’articolo 87, sia sufficiente la segnalazione certificata di inizio attività, conforme ai modelli predisposti dagli enti locali e, ove non predisposti, al modello B di cui all’allegato n. 13.
Qualora entro trenta giorni dalla presentazione del progetto e della relativa domanda sia stato comunicato un provvedimento di diniego da parte dell’ente locale o un parere negativo da parte dell’organismo competente di cui all’ articolo 14 della legge 22.02.2001, n. 36, la denuncia è priva di effetti.
Si devono, però, ritenere applicabili, anche a tale procedimento semplificato, le disposizioni generali relative alla installazione di impianti di comunicazioni elettroniche dettate dall’articolo 86 del d.lgs. 259 del 2003 ed, in particolare, quella di cui al comma 4, che fa salve ferme le disposizioni a tutela dei beni ambientali e culturali contenute nel decreto legislativo 29.10.1999, n. 490 (riferimento da intendersi ora al d.lgs. n. 42 del 2004, codice dei beni culturali e del paesaggio).
Ai sensi dell’articolo 146 d.lgs. n. 42 del 2004, i proprietari, possessori o detentori a qualsiasi titolo di immobili ed aree di interesse paesaggistico, tutelati dalla legge, a termini dell'articolo 142, o in base alla legge, a termini degli articoli 136, 143, comma 1, lettera d), e 157, non possono distruggerli, né introdurvi modificazioni che rechino pregiudizio ai valori paesaggistici oggetto di protezione.
In base al comma 2 i soggetti di cui al comma 1 hanno l'obbligo di presentare alle amministrazioni competenti il progetto degli interventi che intendano intraprendere, corredato della prescritta documentazione, ed astenersi dall'avviare i lavori fino a quando non ne abbiano ottenuta l'autorizzazione. Il riferimento operato da tale norma agli “interventi” comporta che qualsiasi intervento che modifichi o alteri il paesaggio abbia necessità della autorizzazione paesaggistica.

... per l'annullamento:
- della nota n. 13966 del 03.04.2014 del Responsabile del servizio patrimonio del Comune di Frascati, con cui si diffidava le società Vodafone e Telecom dall’iniziare i lavori di cui alla richiesta di autorizzazione del 14.03.2014 prot. 11092 relativa all’adeguamento radioelettrico della stazione radio base rm 2908 -Frascati autostrada- area di servizio Frascati ovest 2;
- della delibera del Consiglio Comunale n. 13 del 07.05.2013 e del piano di potenziamento e riqualificazione delle aree comunali con la stessa approvato;
- del regolamento comunale approvato con delibera n. 44 del 27.07.2006 e del relativo piano delle antenne; di ogni altro atto presupposto e connesso;
...
Con il primo motivo di ricorso si sostiene la violazione dell’articolo 87-bis del d.lgs. 259 del 2003, in quanto la società ricorrente ha presentato la segnalazione certificata di inizio attività il 28.11.2013, mentre la diffida è stata adottata il 03.04.2014, ben oltre quindi il termine di trenta giorni previsto dall’articolo 87-bis per l’intervento del Comune.
Tale censura non è suscettibile di accoglimento. Infatti, non è contestato che l’area in questione sia sottoposta a vincolo paesaggistico. La società ricorrente contesta però la necessità della autorizzazione paesaggistica per il tipo di intervento richiesto, trattandosi solo di un adeguamento di un impianto già esistente.
Si deve evidenziare che l’articolo 87-bis espressamente prevede che al fine di accelerare la realizzazione degli investimenti per il completamento della rete di banda larga mobile, nel caso di installazione di apparati con tecnologia UMTS, sue evoluzioni o altre tecnologie su infrastrutture per impianti radioelettrici preesistenti o di modifica delle caratteristiche trasmissive, fermo restando il rispetto dei limiti, dei valori e degli obiettivi di cui all’articolo 87, sia sufficiente la segnalazione certificata di inizio attività, conforme ai modelli predisposti dagli enti locali e, ove non predisposti, al modello B di cui all’allegato n. 13. Qualora entro trenta giorni dalla presentazione del progetto e della relativa domanda sia stato comunicato un provvedimento di diniego da parte dell’ente locale o un parere negativo da parte dell’organismo competente di cui all’ articolo 14 della legge 22.02.2001, n. 36, la denuncia è priva di effetti.
Si devono, però, ritenere applicabili, anche a tale procedimento semplificato, le disposizioni generali relative alla installazione di impianti di comunicazioni elettroniche dettate dall’articolo 86 del d.lgs. 259 del 2003 ed, in particolare, quella di cui al comma 4, che fa salve ferme le disposizioni a tutela dei beni ambientali e culturali contenute nel decreto legislativo 29.10.1999, n. 490 (riferimento da intendersi ora al d.lgs. n. 42 del 2004, codice dei beni culturali e del paesaggio).
Ai sensi dell’articolo 146 d.lgs. n. 42 del 2004, i proprietari, possessori o detentori a qualsiasi titolo di immobili ed aree di interesse paesaggistico, tutelati dalla legge, a termini dell'articolo 142, o in base alla legge, a termini degli articoli 136, 143, comma 1, lettera d), e 157, non possono distruggerli, né introdurvi modificazioni che rechino pregiudizio ai valori paesaggistici oggetto di protezione.
In base al comma 2 i soggetti di cui al comma 1 hanno l'obbligo di presentare alle amministrazioni competenti il progetto degli interventi che intendano intraprendere, corredato della prescritta documentazione, ed astenersi dall'avviare i lavori fino a quando non ne abbiano ottenuta l'autorizzazione. Il riferimento operato da tale norma agli “interventi” comporta che qualsiasi intervento che modifichi o alteri il paesaggio abbia necessità della autorizzazione paesaggistica (TAR Lazio-Roma, Sez. II-quater, sentenza 30.01.2015 n. 1768 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ai sensi dell’articolo 8, comma 6, della legge n. 36 del 2001, i comuni possono adottare un regolamento per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti di telefonia mobile e minimizzare l'esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici.
La giurisprudenza ha precisato che tale norma deve essere letta insieme alla previsione dell’articolo 86, comma 3, del d.lgs. 259 del 2003, codice delle comunicazioni elettroniche, per cui detti impianti sono assimilati alle opere di urbanizzazione primaria: ne deriva che devono essere localizzati in modo che sia assicurato un servizio capillare, ed osta, evidentemente a tale fine la previsione, di altri siti, diversi da quelli "idonei", nei quali per motivi ambientali o storico artistici non è consentita l'installazione, che si configuri generica (non avendo indicato espressamente e singolarmente le ragioni della tutela di tutte le altre aree escluse) ed eccessiva, in quanto eccezionali devono essere solo i siti non idonei o sensibili e non viceversa.
La potestà assegnata al Comune dall'art. 8, comma 6, della legge n. 36 del 2001 è espressione della autonoma e fondamentale competenza comunale alla disciplina dell'uso del territorio purché criteri localizzativi e standard urbanistici rispettino le esigenze della pianificazione nazionale degli impianti e non siano, nel merito, tali da impedire, od ostacolare ingiustificatamente, l'insediamento degli stessi impianti; tale potestà, può, quindi, tradursi nell'introduzione, sotto il profilo urbanistico, di regole a tutela di zone e beni di particolare pregio paesaggistico-ambientale o storico-artistico ovvero, per ciò che riguarda la minimizzazione dell'esposizione ai campi elettromagnetici, nell'individuazione di siti che per destinazione d'uso e qualità degli utenti possano essere considerati sensibili alle immissioni radioelettriche, ma non può trasformarsi in limitazioni alla localizzazione degli impianti di telefonia mobile per intere ed estese porzioni del territorio comunale in assenza di una plausibile ragione giustificativa.
La citata potestà dei Comuni deve tradursi in regole ragionevoli, motivate e certe, poste a presidio di interessi di rilievo pubblico, ma non può tradursi in un generalizzato divieto di installazione in zone urbanistiche identificate. Tale previsione verrebbe infatti a costituire un'inammissibile misura di carattere generale, sostanzialmente cautelativa rispetto alle emissioni derivanti dagli impianti di telefonia mobile, in contrasto con l'art. 4, l. n. 36 del 2001, che riserva alla competenza dello Stato la determinazione, con criteri unitari, dei limiti di esposizione, dei lavori di attenzione e degli obiettivi di qualità, in base a parametri da applicarsi su tutto il territorio dello Stato.
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La giurisprudenza si è già pronunciata nel senso che la potestà regolamentare dei Comuni in ordine all'introduzione di criteri localizzativi per l'installazione degli impianti di telefonia mobile di cui all'art. 8, comma 4, della legge n. 36 del 2001, non può essere esercitata nei confronti di impianti esistenti e realizzati sulla base di validi titoli permissivi, non essendo ammissibile un'efficacia retroattiva del piano, deve ritenersi illegittima la individuazione delle aree operate dal Comune senza tenere in nessun conto aree già occupate da impianti esistenti.
La irragionevolezza della scelta comunale è confermata anche da quanto affermato nella relazione del responsabile del servizio patrimonio depositata in giudizio dalla difesa comunale circa l’esistenza nella medesima zona di ulteriori aree individuate come preferenziali, senza avere considerato proprio l’area nelle vicinanze in cui insisteva già un impianto regolarmente autorizzato avendo anzi previsto la delocalizzazione di tale impianto.
I poteri comunali di cui all’art. 8, comma 6 della legge n. 36 del 2001 non possono tradursi in divieti generalizzati per molte parti del territorio comunale senza che sia fornita la prova che il servizio di telecomunicazioni non subisca illegittimi condizionamenti e la valutazione degli interessi coinvolti deve essere motivata e individuabile, perché altrimenti si giunge a vietare di dislocare gli impianti in molte zone comunali che, se anche soggette a vincoli, ad esempio, di natura ambientale, nondimeno in concreto potrebbero ben sopportare un’installazione.

Sono invece fondate le ulteriori censure proposte dalla società ricorrente.
Infatti, ai sensi dell’articolo 8, comma 6, della legge n. 36 del 2001, i comuni possono adottare un regolamento per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti di telefonia mobile e minimizzare l'esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici.
La giurisprudenza ha precisato che tale norma deve essere letta insieme alla previsione dell’articolo 86, comma 3, del d.lgs. 259 del 2003, codice delle comunicazioni elettroniche, per cui detti impianti sono assimilati alle opere di urbanizzazione primaria: ne deriva che devono essere localizzati in modo che sia assicurato un servizio capillare, ed osta, evidentemente a tale fine la previsione, di altri siti, diversi da quelli "idonei", nei quali per motivi ambientali o storico artistici non è consentita l'installazione, che si configuri generica (non avendo indicato espressamente e singolarmente le ragioni della tutela di tutte le altre aree escluse) ed eccessiva, in quanto eccezionali devono essere solo i siti non idonei o sensibili e non viceversa (Consiglio di Stato n. 4056 del 2009).
La potestà assegnata al Comune dall'art. 8, comma 6, della legge n. 36 del 2001 è espressione della autonoma e fondamentale competenza comunale alla disciplina dell'uso del territorio purché criteri localizzativi e standard urbanistici rispettino le esigenze della pianificazione nazionale degli impianti e non siano, nel merito, tali da impedire, od ostacolare ingiustificatamente, l'insediamento degli stessi impianti (Consiglio di stato n. 3282 del 2010); tale potestà, può, quindi, tradursi nell'introduzione, sotto il profilo urbanistico, di regole a tutela di zone e beni di particolare pregio paesaggistico-ambientale o storico-artistico ovvero, per ciò che riguarda la minimizzazione dell'esposizione ai campi elettromagnetici, nell'individuazione di siti che per destinazione d'uso e qualità degli utenti possano essere considerati sensibili alle immissioni radioelettriche, ma non può trasformarsi in limitazioni alla localizzazione degli impianti di telefonia mobile per intere ed estese porzioni del territorio comunale in assenza di una plausibile ragione giustificativa (Consiglio di Stato n. 3332 del 2006; 1017 del 2007; n. 2434 del 2010).
La citata potestà dei Comuni deve tradursi in regole ragionevoli, motivate e certe, poste a presidio di interessi di rilievo pubblico, ma non può tradursi in un generalizzato divieto di installazione in zone urbanistiche identificate. Tale previsione verrebbe infatti a costituire un'inammissibile misura di carattere generale, sostanzialmente cautelativa rispetto alle emissioni derivanti dagli impianti di telefonia mobile, in contrasto con l'art. 4, l. n. 36 del 2001, che riserva alla competenza dello Stato la determinazione, con criteri unitari, dei limiti di esposizione, dei lavori di attenzione e degli obiettivi di qualità, in base a parametri da applicarsi su tutto il territorio dello Stato (Consiglio di Stato n. 9414 del 2010; n. 3646 del 15.06.2011).
Sulla base di tali principi di costante applicazione giurisprudenziale appare evidente la illegittimità sia del regolamento comunale del 2006 sia del piano del 2013, che ha aggiunto ulteriori aree di proprietà comunale, nella parte in cui individuano specifiche aree da destinare alla installazione degli impianti, senza considerare le aree già occupate da impianti esistenti, come quella relativa all’ impianto oggetto dell’adeguamento richiesto dalla società ricorrente, impianto autorizzato nel 1996.
Premesso che la giurisprudenza si è già pronunciata nel senso che la potestà regolamentare dei Comuni in ordine all'introduzione di criteri localizzativi per l'installazione degli impianti di telefonia mobile di cui all'art. 8, comma 4, della legge n. 36 del 2001, non può essere esercitata nei confronti di impianti esistenti e realizzati sulla base di validi titoli permissivi, non essendo ammissibile un'efficacia retroattiva del piano (Tar Campania, Napoli, n. 18229 del 2005; Tar Calabria Catanzaro 305 del 2014), deve ritenersi illegittima la individuazione delle aree operate dal Comune senza tenere in nessun conto aree già occupate da impianti esistenti.
La irragionevolezza della scelta comunale è confermata anche da quanto affermato nella relazione del responsabile del servizio patrimonio depositata in giudizio dalla difesa comunale circa l’esistenza nella medesima zona di ulteriori aree individuate come preferenziali (ap 4 e 11), senza avere considerato proprio l’area nelle vicinanze in cui insisteva già un impianto regolarmente autorizzato avendo anzi previsto la delocalizzazione di tale impianto.
I poteri comunali di cui all’art. 8, comma 6 della legge n. 36 del 2001 non possono tradursi in divieti generalizzati per molte parti del territorio comunale senza che sia fornita la prova che il servizio di telecomunicazioni non subisca illegittimi condizionamenti e la valutazione degli interessi coinvolti deve essere motivata e individuabile, perché altrimenti si giunge a vietare di dislocare gli impianti in molte zone comunali che, se anche soggette a vincoli, ad esempio, di natura ambientale, nondimeno in concreto potrebbero ben sopportare un’installazione (Consiglio di Stato n. 4056 del 2009).
Sotto tali profili il ricorso è fondato e deve essere accolto con annullamento del provvedimento di diffida del 10.03.2014 e del regolamento comunale del 27.07.2006 e del piano del 07.05.2013 nella parte in cui non considera l’impianto già in funzione, salva la ulteriore attività amministrativa anche in relazione alla autorizzazione paesaggistica trattandosi di area sottoposta a vincolo, nella quale qualunque intervento è sottoposto ad autorizzazione (TAR Lazio-Roma, Sez. II-quater, sentenza 30.01.2015 n. 1768 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: La giurisprudenza amministrativa è costante nel ritenere che, ai sensi dell'art. 54 T.U.E.L., l'emanazione di un'ordinanza sindacale contingibile ed urgente richiede la sussistenza di una situazione di effettivo pericolo di danno grave ed imminente per l'incolumità pubblica, debitamente motivata a seguito di approfondita istruttoria.
Pertanto, il Sindaco può ricorrere motivatamente allo strumento dell'ordinanza contingibile e urgente unicamente al fine di fronteggiare con immediatezza sia una situazione di natura eccezionale ed imprevedibile (in attesa dell'adozione delle misure ordinarie), sia una condizione di pericolo imminente al momento dell'adozione dell'ordinanza, indipendentemente dalla circostanza che la situazione di emergenza fosse sorta in epoca antecedente. Indispensabile, comunque, è sempre la sussistenza, l'attualità e la gravità del pericolo, cioè il rischio concreto di un danno grave e imminente.
Più precisamente: urgenza di provvedere significa indilazionabilità; la contingibilità presuppone una situazione di provvisorietà e di temporaneità che caratterizza anche l'intervento da porre in essere, il quale non può assolutamente tramutarsi in una misura ordinaria.
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E' illegittima l'ordinanza sindacale contingibile ed urgente di sospensione dell'efficacia del permesso di costruire relativo alla realizzazione di una stazione radio base per telefonia cellulare, fino alla determinazione di un nuovo sito che possa superare i motivi di allarme sociale.
Invero, nel caso in esame, il ricorso allo strumento dell’ordinanza contingibile e urgente non risulta sorretto da un’adeguata dimostrazione della sussistenza del presupposto del grave pericolo per l’incolumità pubblica, dal momento che non è stato nemmeno dedotto nel provvedimento il superamento dei limiti di esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici. Il sindaco, infatti, si è limitato a menzionare il rischio di un eventuale pericolo di inquinamento elettromagnetico, pericolo che non risulta supportato da alcuna motivazione o prova.
Né possono essere considerate idoneo presupposto per l’adozione di una misura contingibile ed urgente le “criticità da parte della popolazione residente nonché una sentita preoccupazione di carattere sociale” menzionate nel ricorso, giacché occorre, appunto, come si è detto, l’esistenza di un concreto ed effettivo pericolo per l’incolumità pubblica e non solo che detto pericolo sia paventato dall’opinione pubblica.
Infatti, come si è già affermato in giurisprudenza, non appaiono ravvisabili i presupposti per l'adozione di un'ordinanza contingibile ed urgente ex artt. 50 e 54, d.lgs. n. 267 del 2000, in relazione alle esigenze di tutela della sicurezza e dell'ordine pubblico, motivate con riferimento alle rimostranze della popolazione. Le proteste, pur reiterate, da parte dei cittadini non integrano quel pericolo per l'ordine pubblico di cui all'art. 54, d.lgs. n. 267 del 2000, non essendo sufficiente far riferimento ad un generico pericolo per l'ordine pubblico a legittimare la sospensione dei lavori.
Infine, difetta anche l’altro presupposto per l’adozione dell’ordinanza contingibile ed urgente, ovvero la presenza di una situazione eccezionale ed imprevista che il sindaco debba fronteggiare, senza poter ricorrere ai suoi poteri ordinari.
Nel caso di specie, infatti, contenuto del provvedimento contingibile ed urgente è la sospensione dell’efficacia del permesso di costruire già rilasciato, fino alla determinazione di un nuovo sito e la convocazione di un tavolo con i rappresentanti della società ricorrente per l’individuazione di un nuovo sito.
Si tratta di misure che potevano essere agevolmente adottate anche con ricorso agli strumenti ordinari per la sospensione dell’efficacia dei provvedimenti amministrativi.
Peraltro, anche a voler considerare il provvedimento impugnato come un atto di sospensione dell’efficacia del permesso di costruire già rilasciato, adottato ai sensi dell’art. 21-quater della l. 241/1990, esso sarebbe comunque illegittimo per mancata indicazione di un termine certo della sospensione, così come dedotto nel secondo motivo di ricorso.
Infatti, l’indicazione di un termine generico ed incerto, correlato alla futura determinazione di un nuovo sito, non appare soddisfare le esigenze di certezza prescritte dall’art. 21-quater citato, potendo tradursi in una sospensione sine die, con gli effetti sostanziali di una revoca, senza averne le garanzie procedimentali e sostanziali.

... per l'annullamento dell’ordinanza sindacale contingibile e urgente n. 316/2013 di sospensione dell'efficacia del permesso di costruire n. 76/2013 relativo alla realizzazione di una stazione radio base per telefonia cellulare, fino alla determinazione di un nuovo sito che possa superare i motivi di allarme sociale.
... 
Il ricorso è fondato e pertanto deve essere accolto.
Il provvedimento impugnato è stato assunto dal Sindaco del comune di Palestrina nell’esercizio dei suoi poteri contingibili ed urgenti quale Ufficiale di Governo, ai sensi dell’art. 54 del D.lgs. 267/2000 (testo unico enti locali). Detta norma consente, come è noto, in via eccezionale, l’adozione da parte del Sindaco di provvedimenti atipici “al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana”.
La giurisprudenza amministrativa è costante nel ritenere che, ai sensi dell'art. 54 T.U.E.L., l'emanazione di un'ordinanza sindacale contingibile ed urgente richiede la sussistenza di una situazione di effettivo pericolo di danno grave ed imminente per l'incolumità pubblica, debitamente motivata a seguito di approfondita istruttoria (TAR Sardegna, sez. I, 01.08.2014 n. 681 v. anche Consiglio di Stato sez. V 19.09.2012 n. 4968).
Pertanto, il Sindaco può ricorrere motivatamente allo strumento dell'ordinanza contingibile e urgente unicamente al fine di fronteggiare con immediatezza sia una situazione di natura eccezionale ed imprevedibile (in attesa dell'adozione delle misure ordinarie), sia una condizione di pericolo imminente al momento dell'adozione dell'ordinanza, indipendentemente dalla circostanza che la situazione di emergenza fosse sorta in epoca antecedente. Indispensabile, comunque, è sempre la sussistenza, l'attualità e la gravità del pericolo, cioè il rischio concreto di un danno grave e imminente. Più precisamente: urgenza di provvedere significa indilazionabilità; la contingibilità presuppone una situazione di provvisorietà e di temporaneità che caratterizza anche l'intervento da porre in essere, il quale non può assolutamente tramutarsi in una misura ordinaria (TAR Trento (Trentino-Alto Adige) sez. I , 29/01/2014, n. 19).
Nel caso in esame, il ricorso allo strumento dell’ordinanza contingibile e urgente, così come rilevato dalla società ricorrente, non risulta sorretto da un’adeguata dimostrazione della sussistenza del presupposto del grave pericolo per l’incolumità pubblica, dal momento che non è stato nemmeno dedotto nel provvedimento il superamento dei limiti di esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici. Il sindaco, infatti, si è limitato a menzionare il rischio di un eventuale pericolo di inquinamento elettromagnetico, pericolo che non risulta supportato da alcuna motivazione o prova.
Inoltre, non appare condivisibile l’affermazione del difensore del comune resistente, secondo il quale, nonostante il rispetto dei limiti di emissione non potrebbe escludersi comunque, allo stato delle conoscenze scientifiche, il rischio di effetti pregiudizievoli da parte della collettività. In tal modo, infatti, nessun impianto di telecomunicazione potrebbe mai essere autorizzato.
Né possono essere considerate idoneo presupposto per l’adozione di una misura contingibile ed urgente le “criticità da parte della popolazione residente nonché una sentita preoccupazione di carattere sociale” menzionate nel ricorso, giacché occorre, appunto, come si è detto, l’esistenza di un concreto ed effettivo pericolo per l’incolumità pubblica e non solo che detto pericolo sia paventato dall’opinione pubblica.
Infatti, come si è già affermato in giurisprudenza, non appaiono ravvisabili i presupposti per l'adozione di un'ordinanza contingibile ed urgente ex artt. 50 e 54, d.lgs. n. 267 del 2000, in relazione alle esigenze di tutela della sicurezza e dell'ordine pubblico, motivate con riferimento alle rimostranze della popolazione. Le proteste, pur reiterate, da parte dei cittadini non integrano quel pericolo per l'ordine pubblico di cui all'art. 54, d.lgs. n. 267 del 2000, non essendo sufficiente far riferimento ad un generico pericolo per l'ordine pubblico a legittimare la sospensione dei lavori (TAR Napoli (Campania) sez. VII, 09/12/2013, n. 5640).
Infine, difetta anche l’altro presupposto per l’adozione dell’ordinanza contingibile ed urgente, ovvero la presenza di una situazione eccezionale ed imprevista che il sindaco debba fronteggiare, senza poter ricorrere ai suoi poteri ordinari.
Nel caso di specie, infatti, contenuto del provvedimento contingibile ed urgente è la sospensione dell’efficacia del permesso di costruire già rilasciato, fino alla determinazione di un nuovo sito e la convocazione di un tavolo con i rappresentanti della società ricorrente per l’individuazione di un nuovo sito.
Si tratta di misure che potevano essere agevolmente adottate anche con ricorso agli strumenti ordinari per la sospensione dell’efficacia dei provvedimenti amministrativi.
Peraltro, anche a voler considerare il provvedimento impugnato come un atto di sospensione dell’efficacia del permesso di costruire già rilasciato, adottato ai sensi dell’art. 21-quater della l. 241/1990, esso sarebbe comunque illegittimo per mancata indicazione di un termine certo della sospensione, così come dedotto nel secondo motivo di ricorso.
Infatti, l’indicazione di un termine generico ed incerto, correlato alla futura determinazione di un nuovo sito, non appare soddisfare le esigenze di certezza prescritte dall’art. 21-quater citato, potendo tradursi in una sospensione sine die, con gli effetti sostanziali di una revoca, senza averne le garanzie procedimentali e sostanziali (TAR Lazio-Roma, Sez. II-quater, sentenza 30.01.2015 n. 1749 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

CONSIGLIERI COMUNALI: Il sindaco assolto resta incandidabile. Il tribunale non forma la sua decisione solo su dati amministrativi. Sezioni unite. Cade l’accusa di concorso esterno ma il procedimento penale e quello sulla misura interdittiva sono autonomi.
Non si può comunque candidare il sindaco quando il consiglio comunale è stato sciolto per infiltrazioni mafiose, anche se è stato prosciolto dall’accusa di concorso esterno.
Lo precisano le Sezioni unite civili della Corte di Cassazione con la sentenza 30.01.2015 n. 1747.
La Corte ha affrontato il caso di un sindaco di un Comune ligure rimasto in carica fino alla sospensione e al successivo scioglimento del consiglio comunale, disposto sulla base dell’articolo 143 del Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali. Tra i motivi di ricorso, per contestare l’incandidabilità alle successive elezioni locali, aveva trovato posto l’osservazione che il sindaco, in realtà, era stato assolto dalle accuse avanzate dalla Procura.
In realtà, replicano le Sezioni unite sul punto, non solo il procedimento sulla incandidabilità è autonomo rispetto a quello penale, ma sono diversi anche i presupposti, perché la misura interdittiva non richiede che la condotta dell’amministratore integri gli estremi dell’illecito penale di partecipazione ad associazione mafiosa di concorso esterno nella stessa.
Perché possa scattare l’incandidabilità alle elezioni, a rilevare è invece la responsabilità dell’amministratore nello stato di grave degrado amministrativo che motiva lo scioglimento del consiglio comunale; è quindi «sufficiente che sussista, per colpa dello stesso amministratore, una situazione di cattiva gestione della coda pubblica, aperta alle ingerenze esterna e asservita alle pressioni inquietanti delle associazioni criminali operanti sul territorio». E, secondo quanto è stato ricostruito dalla Corte d’appello, è proprio questo che si è verificato, visto che è stato sottolineato il mancato esercizio da parte del sindaco del potere-dovere di indirizzo e controllo.
E allora deve essere respinta anche l’eccezione di legittimità costituzionale proposta dalla difesa, dal momento che la misura dell’incandidabilità nell’ambito di consultazioni elettorali destinate a svolgersi nel medesimo territorio regionale del Comune il cui Consiglio è stato sciolto, rappresenta un’extrema ratio indirizzata a evitare il ripetersi di situazioni come quella censurata con lo scioglimento. I beni tutelati, sottolineano le Sezioni Unite, accanto alla sicurezza pubblica, sono quelli della trasparenza e del buon andamento delle amministrazioni comunali e il corretto funzionamento dei servizi loro affidati.
Le Sezioni unite, di fronte a uno specifico motivo di ricorso, avvertono anche che è legittimo il fatto che il decreto del Tribunale con il quale è stata disposta l’incandidabilità sia fondato non solo sugli elementi alla base della proposta di scioglimento del ministero dell’Interno, ma anche, se non soprattutto, su quelli tratti dall’ordinanza del gip che aveva proceduto nei confronti dell’associazione criminale.
La sentenza chiarisce che il convincimento del tribunale, chiamato a pronunciarsi sulla responsabilità degli amministratori sulle condotte che hanno dato origine allo scioglimento, si fonda non solo sul provvedimento del ministero, ma anche sugli esiti probatori acquisiti, nel contraddittorio tra le parti, nel corso del procedimento penale.
Via libera infine, nella lettura delle Sezioni unite, anche alla forma speciale di instaurazione del giudizio, affidata all'iniziativa del ministero dell’Interno con la proposta di scioglimento del Consiglio comunale
(articolo Il Sole 24 Ore del 31.01.2015).

EDILIZIA PRIVATA: Sulla realizzazione di una struttura in lamiera grecata su intelaiatura in ferro di mt. 3,5 x 5,0 e di mt. 4 di altezza e nel posizionamento al suo interno di alcuni cassoni in plastica per il contenimento dei liquidi con conseguente occupazione di un’area dedicata in origine a parcheggio.
In giurisprudenza sono concordemente individuati quali volumi tecnici gli impianti:
a) del tutto privi di propria autonomia funzionale, anche potenziale, poiché strumentali di una costruzione principale, per esigenze tecnico-funzionali della stessa, connessi alla condotta idrica, termica, ascensore ecc.;
b) che non possono essere ubicati all’interno di questa;
c) essendo escluso che possa parlarsi di volumi tecnici al di fuori di tale ambito “al fine di negare rilevanza giuridica ai volumi comunque esistenti nella realtà fisica”.
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L’impianto non può essere neppure ricondotto alla nozione urbanistica di pertinenza.
Al riguardo la giurisprudenza ha precisato che:
- la pertinenza è configurabile quando vi è un oggettivo nesso funzionale e strumentale tra cosa accessoria e quella principale, cioè un nesso che non consenta altro che la destinazione della cosa ad un uso pertinenziale durevole, oltre che una dimensione ridotta e modesta del manufatto rispetto alla cosa cui esso inerisce;
- a differenza della nozione civilistica di pertinenza, ai fini edilizi il manufatto può essere considerato una pertinenza quando è non solo preordinato ad un'oggettiva esigenza dell'edificio principale e funzionalmente inserito al suo servizio, e anche sfornito di un’autonomo valore di mercato e non comporta un cosiddetto carico urbanistico.
Non vi è dubbio perciò sulla assenza della natura pertinenziale -ai fini edilizi- quando sia realizzato un nuovo volume, su un'area diversa ed ulteriore rispetto a quella già occupata dal precedente edificio essendo ravvisabile la natura pertinenziale solo quando si tratti:
a) di opere che non comportino un nuovo volume, come una tettoia o un porticato aperto da tre lati;
b) di opere che comportino un nuovo e modesto volume 'tecnico', confermandosi con ciò, in definitiva, che devono essere tali da non alterare in modo significativo l'assetto del territorio o incidere sul carico urbanistico, caratteristiche queste la cui sussistenza deve essere peraltro dimostrata dall'interessato.
In questo quadro il manufatto in questione, composto dai serbatoi e dalla relativa copertura metallica, da un lato, costituisce un nuovo volume su un’area diversa e ulteriore rispetto a quella occupata dal precedente edificio, e comunque presenta dimensioni che, pur se non si vogliano considerare rilevanti rispetto a quelle indicate per il capannone e gli uffici, sono di certo sufficienti ad alterare in modo significativo l’assetto del territorio ovvero a incidere sul carico urbanistico, non configurandosi infine, neppure per tale profilo, come “modesto” volume tecnico.

1. La s.n.c. A.I.C. (in seguito “ricorrente”), con il ricorso n. 662 del 2012 proposto al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, ha chiesto l’annullamento dell’ingiunzione n. 830/Ut del 07.11.2011 con cui il Comune di Nepi ha ordinato la demolizione delle opere ivi indicate, consistenti nella realizzazione di una struttura in lamiera grecata su intelaiatura in ferro di mt. 3,5 x 5,0 e di mt. 4 di altezza e nel posizionamento al suo interno di alcuni cassoni in plastica per il contenimento dei liquidi con conseguente occupazione di un’area dedicata in origine a parcheggio.
...
4.1. La questione centrale della controversia consiste nell’accertare se le opere di cui si tratta siano volumi tecnici, non comportanti perciò volumetria riconducibile alla nozione di nuova costruzione.
In giurisprudenza sono concordemente individuati quali volumi tecnici gli impianti: a) del tutto privi di propria autonomia funzionale, anche potenziale, poiché strumentali di una costruzione principale, per esigenze tecnico-funzionali della stessa, connessi alla condotta idrica, termica, ascensore ecc.; b) che non possono essere ubicati all’interno di questa; c) essendo escluso che possa parlarsi di volumi tecnici al di fuori di tale ambito “al fine di negare rilevanza giuridica ai volumi comunque esistenti nella realtà fisica” (Cons. Stato, Sez. IV, 04.10.2010, n. 2565; vedi anche Cons. Stato, Sez. VI, 04.11.2014, n. 5428; Sez. IV, 26.08.2014, n. 4290; Sez. V, 17.06.2014, n. 3074).
Nel caso in esame, pur se si individui la strumentalità dell’impianto per il servizio antincendio del capannone e degli uffici, non è stata dimostrata dalla ricorrente nel corso del giudizio che sussista la seconda condizione sopra elencata, l’impossibilità cioè di assicurare il servizio ubicandone l’impianto all’interno della costruzione cui sia strumentale.
Le osservazioni dedotte al riguardo dalla ricorrente, in contrasto con le ipotesi progettuali richiamate dal primo giudice (collocazione all’interno del manufatto principale o sottoterra), risultano infatti oggettivamente generiche essendo limitate, in sintesi, all’ipotesi di non specificati malfunzionamenti o dell’altresì non chiarita impossibilità dell’utilizzo dell’area destinata a parcheggi, non essendo state neppure prospettate articolate motivazioni sull’asserita incompatibilità tra la collocazione dell’impianto all’interno, evidentemente con le dovute modalità tecniche, e l’attivazione del servizio quando necessario; conseguendo da ciò, infine, l’effetto di negare rilevanza giuridica a volumi nella specie di certo esistenti nella realtà fisica.
4.2. Non contrastano con queste conclusioni:
- l’asserita esistenza fin dal 2007 dei due serbatoi di cui si tratta, non essendo ciò sufficiente a provarne la non abusività, e non rilevando perciò al riguardo l’allegazione in atti della fattura di acquisto in data 01.06.2007 né il richiamo degli accertamenti eseguiti dalla Polizia locale e dalla Guardia Forestale (rispettivamente: prot. n. 11440 del 17.06.2011 e prot. n. 721 del 19 giugno successivo), nel primo dei quali soltanto si indicano i contenitori di acqua uso antincendio come “situati in loco da diversi anni”, in quanto così contestualmente asserito, si precisa, dal rappresentante legale della ricorrente;
- l’art. 61 del regolamento edilizio del Comune di Nepi (delibera C.C. n. 63 del 2010), nel cui primo comma si afferma che sono volumi tecnici (inclusi i serbatoi idrici) gli “Impianti che non possono per esigenze tecniche di funzionalità degli stessi, trovare luogo entro il corpo dell’edificio nei limiti della normativa.”, venendo così confermata la tematica di cui al punto precedente, oltre quanto già rilevato dal primo giudice sulle prescrizioni del regolamento riguardo gli impianti tecnologici.
4.3. L’impianto non può essere neppure ricondotto alla nozione urbanistica di pertinenza.
Al riguardo la giurisprudenza ha precisato che:
- la pertinenza è configurabile quando vi è un oggettivo nesso funzionale e strumentale tra cosa accessoria e quella principale, cioè un nesso che non consenta altro che la destinazione della cosa ad un uso pertinenziale durevole, oltre che una dimensione ridotta e modesta del manufatto rispetto alla cosa cui esso inerisce (Cons. Stato, Sez. IV, 02.02.2012, n. 615);
- a differenza della nozione civilistica di pertinenza, ai fini edilizi il manufatto può essere considerato una pertinenza quando è non solo preordinato ad un'oggettiva esigenza dell'edificio principale e funzionalmente inserito al suo servizio, e anche sfornito di un’autonomo valore di mercato e non comporta un cosiddetto carico urbanistico (Cons. Stato, Sez. V, 31.12.2008, n. 6756; Id., 13.06.2006, n. 3490).
Non vi è dubbio perciò sulla assenza della natura pertinenziale -ai fini edilizi- quando sia realizzato un nuovo volume, su un'area diversa ed ulteriore rispetto a quella già occupata dal precedente edificio essendo ravvisabile la natura pertinenziale solo quando si tratti:
a) di opere che non comportino un nuovo volume, come una tettoia o un porticato aperto da tre lati;
b) di opere che comportino un nuovo e modesto volume 'tecnico' (Cons. Stato, n. 4290 del 2014, cit.), confermandosi con ciò, in definitiva, che devono essere tali da non alterare in modo significativo l'assetto del territorio o incidere sul carico urbanistico, caratteristiche queste la cui sussistenza deve essere peraltro dimostrata dall'interessato (Cons. Stato, Sez. V, 14.10.2013, n. 4997).
In questo quadro il manufatto in questione, composto dai serbatoi e dalla relativa copertura metallica, da un lato, costituisce un nuovo volume su un’area diversa e ulteriore rispetto a quella occupata dal precedente edificio, e comunque presenta dimensioni che, pur se non si vogliano considerare rilevanti rispetto a quelle indicate per il capannone e gli uffici, sono di certo sufficienti ad alterare in modo significativo l’assetto del territorio ovvero a incidere sul carico urbanistico, non configurandosi infine, neppure per tale profilo, come “modesto” volume tecnico.
4.4. Si deve perciò concludere per la correttezza e sufficienza della motivazione del provvedimento impugnato (assorbite altre censure riguardo il richiamo dell’art. 888 Cod. civ. e la ritenuta non difformità rispetto al Regolamento del Comune di Nepi), in quanto basata sull’applicazione dell’art. 15 della legge regionale 11.08.2008, n. 15 (Vigilanza sull’attività urbanistico-edilizia), trattandosi nella specie di “interventi di nuova costruzione in assenza di permesso di costruire o di denuncia di inizio di attività nei casi previsti dall’art. 22, comma 3, lettere b) e c), del d.p.r. n. 380 del 2001 e successive modifiche o in totale difformità dagli stessi, ovvero con variazioni essenziali …” (art. 1, comma 1), con la necessità, di conseguenza, della “collocazione degli impianti in questione coerente con la normativa vigente” (ordinanza di questo Consiglio di Stato n. 3127 del 2012, citata) (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 29.01.2015 n. 406 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La giurisprudenza dominante, da cui non vi è motivo qui di discostarsi, ha chiarito che il provvedimento di repressione degli abusi edilizi costituisce un atto dovuto in mera dipendenza dall’accertamento dell’abuso e dalla riconducibilità del medesimo ad una delle fattispecie di illecito previste dalla legge, circostanza, questa, che comporta che il provvedimento sanzionatorio non richiede particolare motivazione, essendo sufficiente la rappresentazione del carattere illecito dell’opera realizzata, né previa espressa comparazione tra l’interesse pubblico alla rimozione dell’opera, che è in re ipsa, e quello privato alla relativa conservazione, e ciò anche se l’intervento repressivo avvenga a distanza di tempo dalla commissione dell’abuso non potendosi ammettere l’esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può giammai legittimare.
Riguardo alla motivazione della preminenza dell’interesse pubblico all’emanazione dei provvedimenti repressivi degli abusi edilizi e all’affidamento eventualmente asserito da parte dei destinatari per il tempo trascorso dall’abuso, la giurisprudenza dominante, da cui non vi è motivo qui di discostarsi, ha chiarito che il provvedimento di repressione degli abusi edilizi costituisce un atto dovuto in mera dipendenza dall’accertamento dell’abuso e dalla riconducibilità del medesimo ad una delle fattispecie di illecito previste dalla legge, circostanza, questa, che comporta che il provvedimento sanzionatorio non richiede particolare motivazione, essendo sufficiente la rappresentazione del carattere illecito dell’opera realizzata, né previa espressa comparazione tra l’interesse pubblico alla rimozione dell’opera, che è in re ipsa, e quello privato alla relativa conservazione, e ciò anche se l’intervento repressivo avvenga a distanza di tempo dalla commissione dell’abuso (Cons. Stato, Sez. VI, 28.01.2013, n. 498) non potendosi ammettere l’esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può giammai legittimare (Cons. Stato, sez. VI, 04.03.2013, n. 1268) (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 29.01.2015 n. 406 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVICostituisce jus receptum in giurisprudenza che l’adozione di una ordinanza avente carattere contingibile ed urgente, ai sensi dell'art. 54, D.lgs. n. 267 del 2000, non deve essere preceduta dalla comunicazione di avvio del procedimento.
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Il comma 4 del richiamato art. 54 dispone che “il sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell'ordinamento al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l'incolumità' pubblica e la sicurezza urbana”.
Circa i presupposti legittimanti tal tipologia di interventi, la giurisprudenza è unanime nel riconoscere che “il potere esercitato in base all'art. 54, del D.Lgv. 18.08.2000 n. 267 presuppone una situazione di pericolo effettivo -da indicare espressamente- avente i caratteri della temporaneità, che non può essere affrontata con nessun altro tipo di provvedimento. In altri termini, tale provvedimento atipico, di natura eccezionale, previsto per fronteggiare gravi pericoli che minacciano l'incolumità dei cittadini, non può essere utilizzato ai fini della cura di esigenze prevedibili e ordinarie e va giustificato dalla sussistenza di situazioni eccezionali ed impreviste, incompatibili con i tempi occorrenti per l'espletamento degli ordinari procedimenti e con l'utilizzo dei provvedimenti tipizzati previsti dall'ordinamento giuridico”.
Sul punto, la giurisprudenza ha avuto modo di affermare ulteriormente che “a fronte della comprovata situazione di ulteriore pericolo di aggravamento di danni ad interessi pubblici di assoluta rilevanza (tra cui è da ricomprendere senz'altro l'incolumità pubblica e privata), che, ai sensi dell'art. 54 del D.L.vo n. 267/2000, impone di provvedere con estrema urgenza, soccorre il principio giurisprudenziale per il quale l'esistenza di un'apposita disciplina che regoli, in via ordinaria, determinate situazioni non preclude l'esercizio del potere di ordinanza contingibile ed urgente, quando la necessità di provvedere con efficacia ed immediatezza a tutela del bene pubblico dalla legge indicato sia tanto urgente da non consentire il tempestivo utilizzo dei rimedi ordinari offerti dall'ordinamento”.

... per l'annullamento dell'ordinanza n. 46 del 06.06.2008 prot. n. 34354, con la quale il Sindaco del Comune di San Martino ha ordinato ai medesimi la messa in sicurezza degli alberi posti nella loro proprietà sita in San Martino in Rio, loc. Gazzata, via Antiche Latterie, con contestuale esecuzione della potatura ed ogni intervento atto a garantire la pubblica e privata incolumità;
...
Con il primo motivo di ricorso, i ricorrenti deducono l’omissione della comunicazione di avvio del procedimento di cui art. 7 della L. n. 241/1990.
La censura è infondata.
Costituisce, infatti, jus receptum in giurisprudenza che l’adozione di una ordinanza avente carattere contingibile ed urgente ai sensi dell'art. 54, D.lgs. n. 267 del 2000, non deve essere preceduta dalla comunicazione di avvio del procedimento (TAR Lazio, Roma, Sez. II, 14.05.2010, n. 11327; TAR Calabria, Catanzaro, Sez. I, 09.03.2012, n. 245; TAR Lazio, Latina, sez. I, 18.03.2014, n. 215).
Con il secondo motivo, i ricorrenti deducono la violazione dell’art. 54 del D.Lgs. n. 267/2000 in ragione del fatto che, nel caso specie, non sarebbe ravvisabile una situazione di effettivo e concreto pericolo non fronteggiabile con gli ordinari strumenti di amministrazione attiva e che il provvedimento impugnato non sarebbe stato adeguatamente motivato né sarebbe stato preceduto da una compiuta istruttoria.
Il motivo è infondato.
Il collegio rileva che il comma 4 del richiamato art. 54, dispone che “il sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell'ordinamento al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l'incolumità' pubblica e la sicurezza urbana”.
Circa i presupposti legittimanti tal tipologia di interventi, la giurisprudenza è unanime nel riconoscere che “il potere esercitato in base all'art. 54, del D.Lgv. 18.08.2000 n. 267 presuppone una situazione di pericolo effettivo -da indicare espressamente- avente i caratteri della temporaneità, che non può essere affrontata con nessun altro tipo di provvedimento. In altri termini, tale provvedimento atipico, di natura eccezionale, previsto per fronteggiare gravi pericoli che minacciano l'incolumità dei cittadini, non può essere utilizzato ai fini della cura di esigenze prevedibili e ordinarie e va giustificato dalla sussistenza di situazioni eccezionali ed impreviste, incompatibili con i tempi occorrenti per l'espletamento degli ordinari procedimenti e con l'utilizzo dei provvedimenti tipizzati previsti dall'ordinamento giuridico” (TAR puglia, Lecce, sez. I, 09.10.2013, n. 2098).
Sul punto, la giurisprudenza ha avuto modo di affermare ulteriormente che “a fronte della comprovata situazione di ulteriore pericolo di aggravamento di danni ad interessi pubblici di assoluta rilevanza (tra cui è da ricomprendere senz'altro l'incolumità pubblica e privata), che, ai sensi dell'art. 54 del D.L.vo n. 267/2000, impone di provvedere con estrema urgenza, soccorre il principio giurisprudenziale per il quale l'esistenza di un'apposita disciplina che regoli, in via ordinaria, determinate situazioni non preclude l'esercizio del potere di ordinanza contingibile ed urgente, quando la necessità di provvedere con efficacia ed immediatezza a tutela del bene pubblico dalla legge indicato sia tanto urgente da non consentire il tempestivo utilizzo dei rimedi ordinari offerti dall'ordinamento (Cfr. Cons. St., Sez. V, 15.04.2004 n. 2144)” (TAR Campania, Napoli, Sez. V, 03.02.2014, n. 760).
Ciò premesso, non può che evidenziarsi che la situazione rilevata dall’Amministrazione, rappresentata dal rischio di possibili cadute sulla pubblica via di essenze arboree, o anche solo di parti di esse, suscettibili di interferire con la circolazione stradale, è ben specificata nel provvedimento impugnato e la serietà di detto rischio è comprovata dal fatto che un simile evento si era già verificato (fatto, come anticipato, accertato dalla polizia Municipale).
Quanto al preteso difetto di istruttoria, deve rilevarsi che l’adozione dell’ordinanza oggetto del presente giudizio è stata preceduta dall’accesso ai luoghi (oltre che dell’Assessore ai lavori pubblici) dell’Ingegnere Responsabile del Settore Patrimonio e Ambiente e del Geometra Responsabile del Settore Assetto e Uso del Territorio, ovvero, di personale dell’Amministrazione posto ai vertici delle articolazioni comunali interessate e, quindi, in possesso delle competenze tecniche necessarie per apprezzare correttamente la situazione in atto.
Per quanto precede devono essere respinti tanto il ricorso quanto la domanda risarcitoria (TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 29.01.2015 n. 23 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIALo spostamento senza nulla osta «crea» una discarica abusiva. Rifiuti. La rimozione dei prodotti delle mareggiate.
Chi sposta dalla battigia le alghe, miste ad altri materiali non organici, per interrarle in un altro luogo senza autorizzazione crea una discarica abusiva.
La Corte di Cassazione, Sez. III penale, con la sentenza 28.01.2015 n. 3943, conferma la responsabilità dell’amministratore di un complesso turistico, con annesso stabilimento, per gestione non autorizzata di rifiuti.
Inutili i tentativi del diretto interessato prima di scaricare la responsabilità sul direttore dello stabilimento, poi di far rientrare la sua condotta nel raggio d’azione della norma (articolo 39, comma 11, del decreto legislativo 205/2010) che consente «l’interramento in sito della posidonia e delle meduse spiaggiate, purché ciò avvenga senza trasporto né trattamento» o comunque nell’ambito della disciplina che regola il deposito temporaneo.
Ma proprio il decreto citato dalla difesa stabilisce delle condizioni evidentemente non rispettate.
Le alghe e le meduse spiaggiate non erano «pure» ma miste a materiali edili, inoltre non erano state sotterrate sulla battigia ma spostate in un altro luogo benché vicino. Mancava anche il requisito della temporaneità, smentita dallo spianamento dell’area in cui erano state depositate, segnale evidente di uno stoccaggio definitivo. Nessuna deroga rispetto alla disciplina generale sui rifiuti è dunque possibile quando l’intervento dell’uomo fa “traslocare” altrove il prodotto delle mareggiate.
La dinamica dei fatti porta a escludere anche la possibilità di far rientrare quanto avvenuto nell’ambito dell’articolo 183, lettera n), del decreto legislativo 152/2002 (modificato dal Dl 91/2014) che dà il via libera a prelievo, cernita e deposito preliminare dei materiali o sostanze naturali, derivanti da eventi atmosferici, mareggiate comprese con tutto quello comportano, inclusi i «materiali di origine antropica», purché le operazioni siano effettuate per il tempo strettamente necessario e ogni cosa resti sul posto, dove mare e vento l’hanno portata.
Con l’occasione i giudici ricordano gli elementi che rivelano la presenza di una discarica abusiva: accumulo non occasionale di rifiuti in un’area determinata; eterogeneità dei materiali; definitività del loro abbandono; degrado, quanto meno tendenziale, dello stato dei luoghi per effetto della presenza dei materiali.
Dalla definizione sfuggono i rifiuti preparati in vista di un trasporto verso un impianto di recupero, di un trattamento o di uno stoccaggio finalizzato allo smaltimento. Ma nulla di tutto questo, neppure il semplice abbandono che dovrebbe essere occasionale e non abituale, è stato verificato in merito alle alghe e materiali vari “migrati” dalla spiaggia.
Non passa neppure il tentativo di addossare la colpa al direttore del complesso turistico.
Del reato contestato risponde l’amministratore di diritto della società, anche nel caso la gestione sia di fatto svolta da terzi. Su di lui grava, infatti, il dovere di vigilanza
 (articolo Il Sole 24 Ore del 29.01.2015).

EDILIZIA PRIVATALa giurisprudenza è ormai orientata nel senso che la pretesa del Comune, di assoggettare l’intervento, richiesto dalla ricorrente, al rilascio di permesso di costruire, sia infondata. Infatti:
- “La realizzazione di impianti di telecomunicazione è subordinata soltanto all’autorizzazione prevista dall’art. 87, d.lgs. n. 259 del 2003, che pone una normativa speciale ed esaustiva che include anche la valutazione della compatibilità edilizio–urbanistica dell’intervento, non occorrendo perciò il permesso di costruire di cui agli artt. 3 e 10, d.P.R. n. 380 del 2001”;
- “Per effetto della disciplina sopravvenuta di cui all’art. 87 d.lgs. n. 259 del 2003, è stato implicitamente abrogato, per incompatibilità, l’art. 3, comma 1, lett. e.3) ed e.4), d. P. R. n. 380 del 2001, nella parte in cui qualifica gli impianti di telecomunicazioni come “nuova costruzione” richiedenti, ai sensi del successivo art. 10, d.P.R. n. 380 del 2001, il previo rilascio del permesso di costruire.
Invero, l’espressa assimilazione normativa fra le stazioni radio base e le opere di urbanizzazione primaria, statuita dall’art. 86, comma 3, d.lgs. n. 259 del 2003, rende l’installazione di tali manufatti compatibile con qualunque destinazione di zona ed assoggettata alle sole prescrizioni di cui all’art. 87, d.lgs. n. 259 del 2003 e non anche alle previsioni generali di cui all’art. 3, d.P.R. n. 380 del 2001”;
- “La realizzazione di un impianto per telefonia mobile non richiede il previo rilascio del permesso di costruire ai sensi dell’art. 3, lett. e) t.u. 06.06.2001 n. 380, ma è subordinata solo all’autorizzazione prevista dall’art. 87 t.u. 01.08.2003 n. 259”.

Sta di fatto, però, che la giurisprudenza è ormai orientata nel senso che la pretesa del Comune, di assoggettare l’intervento, richiesto dalla ricorrente, al rilascio di permesso di costruire, sia infondata (in disparte ovviamente i profili di compatibilità paesaggistica dell’intervento, ormai nella specie superati):
- “La realizzazione di impianti di telecomunicazione è subordinata soltanto all’autorizzazione prevista dall’art. 87, d.lgs. n. 259 del 2003, che pone una normativa speciale ed esaustiva che include anche la valutazione della compatibilità edilizio–urbanistica dell’intervento, non occorrendo perciò il permesso di costruire di cui agli artt. 3 e 10, d.P.R. n. 380 del 2001” (TAR Puglia–Bari – Sez. III, 14/05/2013, n. 733; conforme: TAR Campania–Napoli – Sez. VIII, 09/05/2013, n. 2394);
- “Per effetto della disciplina sopravvenuta di cui all’art. 87 d.lgs. n. 259 del 2003, è stato implicitamente abrogato, per incompatibilità, l’art. 3, comma 1, lett. e.3) ed e.4), d. P. R. n. 380 del 2001, nella parte in cui qualifica gli impianti di telecomunicazioni come “nuova costruzione” richiedenti, ai sensi del successivo art. 10, d.P.R. n. 380 del 2001, il previo rilascio del permesso di costruire. Invero, l’espressa assimilazione normativa fra le stazioni radio base e le opere di urbanizzazione primaria, statuita dall’art. 86, comma 3, d.lgs. n. 259 del 2003, rende l’installazione di tali manufatti compatibile con qualunque destinazione di zona ed assoggettata alle sole prescrizioni di cui all’art. 87, d.lgs. n. 259 del 2003 e non anche alle previsioni generali di cui all’art. 3, d.P.R. n. 380 del 2001” (TAR Calabria–Catanzaro – Sez. I, 18/09/2012, n. 958);
- “La realizzazione di un impianto per telefonia mobile non richiede il previo rilascio del permesso di costruire ai sensi dell’art. 3, lett. e) t.u. 06.06.2001 n. 380, ma è subordinata solo all’autorizzazione prevista dall’art. 87 t.u. 01.08.2003 n. 259” (TAR Basilicata – Sez. I, 30/04/2008, n. 140; conforme: TAR Lombardia–Milano – Sez. II, 7/09/2007, n. 5772).
Per di più, si consideri che, come segnalato in narrativa, questo TAR, con ordinanza n. 777, resa nella Camera dì Consiglio del 14.07.2005, aveva accolto l’istanza cautelare proposta dalla ricorrente e, nel sospendere l’efficacia degli atti impugnati, aveva motivato nel modo seguente: “(...) Il ricorso ad un primo esame, appare fondato, tenuto conto che nella fattispecie è sufficiente l’inoltro della d.i.a.“; che, successivamente, il Comune di Ispani, con provvedimento n. 4288 dell’01.08.2005, nel richiamare l’ordinanza cautelare di cui sopra, aveva denegato l’autorizzazione, perché in contrasto con il Regolamento Comunale per l’installazione delle infrastrutture della telefonia mobile, approvato con delibera consiliare n. 15 del 29.06.2001; che, con ricorso n. R. G. 2124/2005, la società aveva impugnato detto diniego, nonché la delibera consiliare n. 15/2001 ed il relativo regolamento, e questo TAR, dapprima, con ordinanza n. 1421/05, aveva accolto l’istanza cautelare e sospeso l’efficacia del regolamento e poi, con sentenza n. 1924/2007, aveva accolto il ricorso ed annullato gli atti impugnati (diniego, delibera consiliare n. 15/2001 e relativo regolamento); sicché condivisibili si presentano le deduzioni difensive della stessa ricorrente, nel senso che, ferme ed impregiudicate le censure avanzate in ricorso, l’ente locale, a sostegno dei provvedimenti impugnati, avesse posto, quale unico motivo, l’asserita necessità del permesso a costruire, per la realizzazione della stazione radio base per telefonia mobile; mentre la difesa dello stesso ente, nella propria memoria del 06.07.2005, aveva richiamato, a fondamento dei medesimi, il regolamento Comunale, per l’installazione delle infrastrutture della telefonia mobile (mai menzionato nei provvedimenti impugnati), approvato con delibera Consiliare n. 15/2001 ed annullato da questo TAR, con sentenza n. 1924/2007, allegata; sicché, anche a prescindere dall’inammissibilità di una nuova motivazione, da parte della difesa dell’ente, a sostegno della legittimità degli atti impugnati, le deduzioni della stessa andavano comunque rigettate, in considerazione dell’intervenuto annullamento del prefato regolamento, disposto con la richiamata sentenza n. 1924/2007 di questo TAR; in ogni caso, un regolamento Comunale non poteva imporre, per l’installazione di stazioni radio base per telefonia mobile, il rilascio del permesso a costruire, ponendosi altrimenti in contrasto con la normativa statale di cui al d.lgs. 259/2003, dovendo quindi la previsione regolamentare essere disapplicata, perché in contrasto con una norma di rango superiore (l’osservazione è pertinente, giusti gli esiti della giurisprudenza, sintetizzati in precedenza)
(TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 27.01.2015 n. 220 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La previsione in un regolamento edilizio di un generalizzato divieto di realizzazione di antenne per telecomunicazioni nelle zone A, B, C della pianificazione urbanistica e a meno di 200 metri da edifici adibiti a residenza o a permanenza continuativa di persone superiore a 4 ore, costituisce atto di sviamento del potere comunale di localizzazione dei predetti impianti nella misura in cui introduce misure urbanistico–edilizie rispondenti non già al fine del corretto utilizzo del territorio, ma al diverso ed esclusivo scopo di prevenire paventati ed indimostrati effetti nocivi sulla salute pubblica derivati da eccessiva prossimità agli impianti in questione rispetto a luoghi ritenuti “sensibili” perché ospitanti per un lungo lasso di tempo popolazioni non professionalmente esposte al campo elettromagnetico.
Essa è inoltre illogica e sproporzionata, siccome derivante da una inadeguata istruttoria e rappresentazione della realtà tecnica delle infrastrutture di rete per telefonia mobile.
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L’individuazione di una distanza minima delle stazioni radio base di telefonia mobile da particolari tipologie di insediamenti abitativi, in quanto essenzialmente preordinata a garantire la tutela della salute pubblica da ipotizzabili fonti di inquinamento, non costituisce attribuzione che l’Amministrazione comunale può autonomamente esercitare, spettando tale competenza all’Amministrazione statale, e tale conclusione vale anche per il generalizzato divieto di installazione delle stazioni radio base per la telefonia cellulare in tutte le zone territoriali omogenee a destinazione residenziale ovvero per l’introduzione di misure che, pur essendo astrattamente e tipicamente urbanistiche, quali le distanza, le altezze o altro, non sono in realtà funzionali al governo del territorio, ma alla tutela dei rischi dell’elettromagnetismo.
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La potestà regolamentare comunale ex art. 8, l. 22.02.2001 n. 36 deve tradursi in regole ragionevoli, motivate e certe, poste a presidio di interessi di rilievo pubblico, ma non può tradursi in un generalizzato divieto di installazione in zone urbanistiche identificate; tale previsione verrebbe infatti a costituire un’inammissibile misura di carattere generale, sostanzialmente cautelativa rispetto alle emissioni derivanti dagli impianti di telefonia mobile, in contrasto con l’art. 4, l. n. 36, cit., che riserva alla competenza dello Stato la determinazione, con criteri unitari, dei limiti di esposizione, dei lavori di attenzione e degli obiettivi di qualità, in base a parametri da applicarsi su tutto il territorio dello Stato.
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In tema di telefonia mobile, è illegittima la previsione regolamentare di un comune che vieta l’installazione di stazioni radio base all’interno di tutto il centro abitato, imponendo, nelle rimanenti zone, distanze non inferiori a 500 metri dal perimetro del centro urbano, in quanto tende a disciplinare non profili urbanistici rientranti nella competenza dell’Ente locale, ma, con un divieto di carattere pressoché generalizzato, a tutelare la salute umana al fine di prevenire i rischi derivanti dall’esposizione della popolazione a campi elettromagnetici, esorbitando, come tale, dall’ambito normativamente riservato ai c.d. regolamenti di minimizzazione.

Resta, quindi, soltanto da decidere della legittimità o meno delle suddette delibere, di Consiglio e Giunta, e del conseguente avviso negativo espresso dalla C.E.C.I.: quanto alle due deliberazioni citate, rileva il Collegio che, con la prima, l’organo consiliare approvava una proposta del sindaco, volta a consentire l’installazione degli impianti in questione, “solo e unicamente in zone ove non ci siano civili abitazioni, scuole e comunità in genere”; con la seconda, l’organo esecutivo dell’Amministrazione deliberava, in linea di stretta consequenzialità rispetto al deliberato del Consiglio, di vietare l’installazione di stazioni radio base per telefonia mobile “nei centri abitati, scuole, comunità e case sparse sul territorio, sugli edifici e in loro prossimità”; la considerazione delle due riferite determinazioni assembleari rivestiva un ruolo fondamentale nella motivazione del parere contrario, licenziato dalla Commissione Edilizia Comunale Integrata, unitamente allo “enorme impatto ambientale, pregiudizievole per l’economia turistica della frazione Capitello e dell’intera zona”, provocato dall’impianto a realizzarsi.
Rispetto a tali provvedimenti, la società ricorrente, nell’atto di motivi aggiunti in esame, ha formulato una serie di censure, tendenti a porre in risalto, tra l’altro, l’indiscriminata estensione del divieto di realizzare stazioni radio base per telefonia cellulare, risolventesi in una sostanziale impossibilità di istallare antenne nell’intero centro abitato, ed anzi in tutto il territorio comunale, con conseguenti impossibilità di garantire la copertura del medesimo territorio e pregiudizio per l’efficienza del pubblico servizio di telecomunicazioni; nonché l’incompetenza della Giunta e del Consiglio a licenziare norme siffatte, di spettanza del legislatore nazionale e regionale.
Tali doglianze sono fondate e determinano pertanto, con assorbimento d’ogni altro profilo di censura, l’accoglimento del ricorso per motivi aggiunti in esame, conformemente alla prevalente giurisprudenza, sia coeva, sia successiva alla proposizione del medesimo ricorso, per la quale si leggano, tra le tante, le seguenti massime:
- “La previsione in un regolamento edilizio di un generalizzato divieto di realizzazione di antenne per telecomunicazioni nelle zone A, B, C della pianificazione urbanistica e a meno di 200 metri da edifici adibiti a residenza o a permanenza continuativa di persone superiore a 4 ore, costituisce atto di sviamento del potere comunale di localizzazione dei predetti impianti nella misura in cui introduce misure urbanistico–edilizie rispondenti non già al fine del corretto utilizzo del territorio, ma al diverso ed esclusivo scopo di prevenire paventati ed indimostrati effetti nocivi sulla salute pubblica derivati da eccessiva prossimità agli impianti in questione rispetto a luoghi ritenuti “sensibili” perché ospitanti per un lungo lasso di tempo popolazioni non professionalmente esposte al campo elettromagnetico. Essa è inoltre illogica e sproporzionata, siccome derivante da una inadeguata istruttoria e rappresentazione della realtà tecnica delle infrastrutture di rete per telefonia mobile” (TAR Campania–Napoli, Sez. I, 27/11/2002, n. 7481);
- “L’individuazione di una distanza minima delle stazioni radio base di telefonia mobile da particolari tipologie di insediamenti abitativi, in quanto essenzialmente preordinata a garantire la tutela della salute pubblica da ipotizzabili fonti di inquinamento, non costituisce attribuzione che l’Amministrazione comunale può autonomamente esercitare, spettando tale competenza all’Amministrazione statale, e tale conclusione vale anche per il generalizzato divieto di installazione delle stazioni radio base per la telefonia cellulare in tutte le zone territoriali omogenee a destinazione residenziale ovvero per l’introduzione di misure che, pur essendo astrattamente e tipicamente urbanistiche, quali le distanza, le altezze o altro, non sono in realtà funzionali al governo del territorio, ma alla tutela dei rischi dell’elettromagnetismo” (TAR Piemonte – Sez. I, 23/07/2013, n. 901);
- “La potestà regolamentare comunale ex art. 8, l. 22.02.2001 n. 36 deve tradursi in regole ragionevoli, motivate e certe, poste a presidio di interessi di rilievo pubblico, ma non può tradursi in un generalizzato divieto di installazione in zone urbanistiche identificate; tale previsione verrebbe infatti a costituire un’inammissibile misura di carattere generale, sostanzialmente cautelativa rispetto alle emissioni derivanti dagli impianti di telefonia mobile, in contrasto con l’art. 4, l. n. 36, cit., che riserva alla competenza dello Stato la determinazione, con criteri unitari, dei limiti di esposizione, dei lavori di attenzione e degli obiettivi di qualità, in base a parametri da applicarsi su tutto il territorio dello Stato” (TAR Lazio–Latina – Sez. I, 16/07/2013, n. 625);
- “In tema di telefonia mobile, è illegittima la previsione regolamentare di un comune che vieta l’installazione di stazioni radio base all’interno di tutto il centro abitato, imponendo, nelle rimanenti zone, distanze non inferiori a 500 metri dal perimetro del centro urbano, in quanto tende a disciplinare non profili urbanistici rientranti nella competenza dell’Ente locale, ma, con un divieto di carattere pressoché generalizzato, a tutelare la salute umana al fine di prevenire i rischi derivanti dall’esposizione della popolazione a campi elettromagnetici, esorbitando, come tale, dall’ambito normativamente riservato ai c.d. regolamenti di minimizzazione” (TAR Sicilia–Palermo – Sez. II, 16/10/2007, n. 2219)
(TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 27.01.2015 n. 220 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

CONSIGLIERI COMUNALI - URBANISTICALa mozione non è un atto provvedimentale, ma esprime un indirizzo politico, consistente in esplicite raccomandazioni al Sindaco e alla Giunta, cosicché la deliberazione consiliare che la accoglie o la respinge è un atto privo di attitudine lesiva e la sua impugnazione è inammissibile per difetto di interesse.
1. Il thema decidendum del gravame r.g. 1673/2004 verte sulla legittimità della deliberazione consiliare che ha approvato una mozione sull’accesso al nuovo Centro commerciale.
Detto ricorso è inammissibile.
1.1 Con la mozione i gruppi politici possono soltanto condizionare le decisioni finali degli organi titolari della potestà di amministrazione attiva, i quali soltanto assumono i provvedimenti che interferiscono con la sfera giuridica di privati (TAR Toscana, sez. II – 04/11/2013 n. 1488). Come ha correttamente eccepito la resistente amministrazione, la mozione non è un atto provvedimentale, ma esprime un indirizzo politico, consistente in esplicite raccomandazioni al Sindaco e alla Giunta, cosicché la deliberazione consiliare che la accoglie o la respinge è un atto privo di attitudine lesiva e la sua impugnazione è inammissibile per difetto di interesse (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 27.01.2015 n. 157 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICA: I principi di buona fede e di tutela dell’affidamento del privato impongono all’amministrazione, sul versante procedimentale, un comportamento lineare e non contraddittorio, dovendo la stessa esporre tempestivamente e chiaramente ai privati coinvolti tutti i dubbi e le riserve circa gli atti posti in essere.
Come ha messo in evidenza la giurisprudenza <<… l'amministrazione non può in maniera immotivata e repentina porre nel nulla procedimenti ed attività avviati di concerto con soggetti privati (ma il discorso vale anche quando il procedimento sia stato attivato unilateralmente dalla P.A. e nella misura in cui gli atti adottati sino ad un certo momento abbiano ingenerato un legittimo affidamento in capo ai privati) soprattutto quando a questi ultimi è stato chiesto di porre in essere attività di studio, ricerca, progettazione ….>>.
In un’ipotesi di annullamento del titolo abilitativo dopo un lungo lasso di tempo, è stato ravvisato “Un chiaro difetto di motivazione …. nel provvedimento …. siccome adottato dall'Amministrazione nell'esercizio del potere di annullamento, laddove la frustrazione dell'affidamento ingenerato in capo al destinatario non risulta in alcun modo presa in considerazione dall'Amministrazione, nemmeno per affermare in ipotesi che nessuna situazione di affidamento fosse da ponderarsi ai fini della necessaria comparazione dell'incisione delle posizioni in rilievo”.
Sotto un profilo generale, la leale collaborazione, intesa correttamente, preclude all’Ente pubblico di emettere un atto sfavorevole quando può acquisire le informazioni mancanti e tuttavia il privato, ove interpellato in tal senso, ha l’onere di fornire l’assistenza documentale necessaria per una decisione ponderata e adeguata che presupponga la chiarezza del quadro fattuale: l’affidamento tutelabile deve accompagnarsi ad un comportamento diligente e gli obblighi di collaborazione tra privato ed Ente pubblico vanno intesi in senso “bidirezionale”, nel senso che come l’amministrazione è obbligata a cooperare con il privato, così quest’ultimo è tenuto ad informare prontamente l’amministrazione delle circostanze che possono influire sulle determinazioni che lo riguardano.

2. Il ricorso r.g. 997/2005 è, viceversa, fondato nella parte caducatoria e merita accoglimento, per le ragioni di seguito precisate.
2.1 Come questo Tribunale ha già messo in evidenza (cfr. sentenza sez. II – 11/02/2014 n. 153), i principi di buona fede e di tutela dell’affidamento del privato impongono all’amministrazione, sul versante procedimentale, un comportamento lineare e non contraddittorio, dovendo la stessa esporre tempestivamente e chiaramente ai privati coinvolti tutti i dubbi e le riserve circa gli atti posti in essere.
Come ha messo in evidenza la giurisprudenza (cfr. TAR Marche – 09/01/2013 n. 4) <<… l'amministrazione non può in maniera immotivata e repentina porre nel nulla procedimenti ed attività avviati di concerto con soggetti privati (ma il discorso vale anche quando il procedimento sia stato attivato unilateralmente dalla P.A. e nella misura in cui gli atti adottati sino ad un certo momento abbiano ingenerato un legittimo affidamento in capo ai privati) soprattutto quando a questi ultimi è stato chiesto di porre in essere attività di studio, ricerca, progettazione ….>>. In un’ipotesi di annullamento del titolo abilitativo dopo un lungo lasso di tempo, è stato ravvisato “Un chiaro difetto di motivazione …. nel provvedimento …. siccome adottato dall'Amministrazione nell'esercizio del potere di annullamento, laddove la frustrazione dell'affidamento ingenerato in capo al destinatario non risulta in alcun modo presa in considerazione dall'Amministrazione, nemmeno per affermare in ipotesi che nessuna situazione di affidamento fosse da ponderarsi ai fini della necessaria comparazione dell'incisione delle posizioni in rilievo” (cfr. Consiglio di Stato, sez. IV – 21/12/2009 n. 8529).
2.2 Sotto un profilo generale, la leale collaborazione, intesa correttamente, preclude all’Ente pubblico di emettere un atto sfavorevole quando può acquisire le informazioni mancanti e tuttavia il privato, ove interpellato in tal senso, ha l’onere di fornire l’assistenza documentale necessaria per una decisione ponderata e adeguata che presupponga la chiarezza del quadro fattuale (cfr. sentenza Sezione 10/12/2012 n. 1928): l’affidamento tutelabile deve accompagnarsi ad un comportamento diligente e gli obblighi di collaborazione tra privato ed Ente pubblico vanno intesi in senso “bidirezionale”, nel senso che come l’amministrazione è obbligata a cooperare con il privato, così quest’ultimo è tenuto ad informare prontamente l’amministrazione delle circostanze che possono influire sulle determinazioni che lo riguardano.
2.3 Nel caso in esame la Società –ottenuto il titolo abilitativo alla realizzazione del Centro commerciale in data 18/04/2002– ha inoltrato istanza per l’approvazione del P.L. il 29/08/2003, tenendo una condotta sostanzialmente improntata a linearità (salvo il solo aspetto dell’adesione alla soluzione “B”, di cui si dirà affrontando la domanda risarcitoria). Dopo l’avvio dell’iter finalizzato al perfezionamento del Piano attuativo, la ricorrente ha dovuto ottemperare a numerose richieste e aggravi istruttori provenienti dell’amministrazione comunale, confidando in una determinazione conclusiva favorevole in tempi ragionevoli.
In disparte la legittimità delle singole richieste di documenti, ciò che emerge dall’esame della complessa vicenda è il lunghissimo arco temporale decorso prima che gli Enti preposti raggiungessero un’intesa sulla modalità di acceso alla struttura. Posto che risulta disatteso il termine di legge per l’approvazione del Piano attuativo (ordinariamente 270 giorni ai sensi dell’art. 7, commi 2-7, della L.r. 23/1997), anche considerando le interruzioni per le integrazioni istruttorie (ma senza sottacere la reiterazione delle richieste), non è sostenibile, per un operatore economico, l’attesa di oltre un biennio (dal deposito del P.L. all’esecuzione dell’ordinanza cautelare di accoglimento n. 1044/2005) per apprendere quale sia la soluzione viabilistica adeguata.
Di fronte all’iniziativa imprenditoriale del soggetto proponente, che ha mantenuto vivo il suo interesse all’avvio del Centro commerciale, gli Enti competenti avevano il dovere di affrontare sollecitamente la problematica e –pur nella necessità di soddisfare gli interessi pubblici compresenti nella vicenda (ordine viabilistico e sicurezza della circolazione stradale)– erano tenuti a definire la pratica entro tempi congrui rispetto all’attività economica che stava per essere attivata.
Ciò non è avvenuto, per cui meritano di essere valorizzato il vizio principale denunciato del ricorso, che assume carattere assorbente
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 27.01.2015 n. 157 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Per consolidata giurisprudenza, la sola illegittimità dell’atto, ancorché condizione necessaria dell’azione risarcitoria proposta per la riparazione di un danno da attività provvedimentale, non è tuttavia sufficiente a ritenere sussistente la responsabilità della amministrazione, essendo altresì necessario accertare la ricorrenza di ulteriori ed indefettibili condizioni, quali anzitutto la natura sostanziale dei vizi posti a base del giudizio di accertata illegittimità e, quindi, gli altri elementi (rapporto di causalità tra il provvedimento e l’evento dannoso, colpevolezza o rimproverabilità dell’amministrazione) che concorrono a formare la complessa fattispecie dell’illecito civile dell’amministrazione.
Deve, viceversa, essere respinta la domanda risarcitoria, per insussistenza dei relativi presupposti.
Per consolidata giurisprudenza (cfr. per tutte Consiglio di Stato, sez. VI – 30/07/2013 n. 4007), la sola illegittimità dell’atto, ancorché condizione necessaria dell’azione risarcitoria proposta per la riparazione di un danno da attività provvedimentale, non è tuttavia sufficiente a ritenere sussistente la responsabilità della amministrazione, essendo altresì necessario accertare la ricorrenza di ulteriori ed indefettibili condizioni, quali anzitutto la natura sostanziale dei vizi posti a base del giudizio di accertata illegittimità e, quindi, gli altri elementi (rapporto di causalità tra il provvedimento e l’evento dannoso, colpevolezza o rimproverabilità dell’amministrazione) che concorrono a formare la complessa fattispecie dell’illecito civile dell’amministrazione
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 27.01.2015 n. 157 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sull'attività associativa all’interno di un capannone industriale-artiginale, nel quale si svolgono, privatamente e saltuariamente, preghiere religiose.
La Costituzione italiana sancisce il principio di eguale libertà delle confessioni religiose ed il loro diritto ad organizzarsi secondo i propri statuti. Gli articoli 8 e 19 stabiliscono il dovere dello Stato di salvaguardare la libertà religiosa in un regime di pluralismo confessionale. Ai sensi dell’art. 19 della Costituzione, nessun soggetto può ordinare ad altro, in sintesi estrema, di non pregare a casa propria. Identico precetto si desume dall'ordinamento europeo. La libertà di religione e di culto è riconosciuta anche dall'art. 9 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, esecutiva in Italia per la legge 04.08.1955 n. 848.
Infine, il codice penale colpisce con pene anche detentive le offese alle confessioni religiose mediante vilipendio di persone o di cose e il “turbamento di funzioni religiose del culto di una confessione religiosa” senza più distinguere (a partire dalla L. n. 85/2006), ai fini dell’intensità della tutela, tra culto cattolico e altri culti ammessi.
Tutto ciò non toglie che il Comune è titolare del potere di sanzionare l'uso di un locale difforme dalla destinazione urbanistica prevista negli strumenti urbanistici approvati.
L'uso difforme non può tuttavia essere identificato con il mero fatto che nel locale si svolga la preghiera, del venerdì o di altra ricorrenza, in quanto per ravvisare la presenza di un luogo di culto in senso rilevante per le norme edilizie e urbanistiche è necessario che i locali siano aperti a tutti coloro che vogliano accostarsi alle pratiche cultuali o alle attività in essi svolte con presenze diffuse, organizzate e stabili.
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L’esistenza di una procedura di selezione dei frequentatori dello stabile e la limitatezza e prevedibilità del loro numero, impedisce di ricondurre il capannone (in questione) alla categoria dei luoghi di culto, caratterizzati, invece, oltre che dalla consacrazione del luogo secondo le liturgie proprie di ogni religione e dall’esercizio, all’interno, di cerimonie religiose con l’assistenza di un ministro del culto anche, e soprattutto, dall’apertura indiscriminata al pubblico dei fedeli.
Ugualmente, non è possibile assimilare l’immobile in questione, destinato ad ospitare i locali di un’associazione culturale-religiosa, le cui attività statutarie sono dirette in favore di un ristretto numero di associati, con gli immobili destinati a “centro culturale”, la cui nozione dal punto di vista urbanistico configura un’opera di interesse collettivo, ossia una categoria logico-giuridica certamente distinta rispetto a quella delle opere pubbliche in senso stretto, ma che tuttavia comprende quegli impianti ed attrezzature che, sebbene non destinati a scopi di stretta cura della p.a., siano idonei a soddisfare bisogni della collettività, ancorché vengano realizzati e gestiti da soggetti privati.
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Di norma, ai fini urbanistici, non rileva l’uso di fatto dell’immobile in relazione alle molteplici attività umane che il titolare è libero di esplicare; il mutamento d’uso dell’immobile, in assenza di opere edilizie, diviene rilevante, in base all’articolo 32 del D.P.R. n. 380/2001, esclusivamente ove implichi variazione degli standard previsti dal D.M. 02.04.1968, il che si verifica nel caso di passaggio da una autonoma categoria urbanistica all’altra fra quelle previste dal citato D.M..
Quindi, occorre distinguere il caso di specie, di esercizio di un’attività associativa all’interno di un capannone industriale-artiginale, nel quale si svolgono, privatamente e saltuariamente, preghiere religiose, attività espressione dello ius utendi del proprietario ed inidonea a comportare l’assegnazione dell'unità immobiliare ad una diversa categoria funzionale, da altri e ben diversi casi di mutamenti di destinazione d’uso suscettibili, per l’afflusso di persone o di utenti, di creare centri di aggregazione (chiese, moschee, centri sociali, ecc.) aventi come destinazione principale o esclusiva l’esercizio del culto religioso o altre attività con riflessi di rilevante impatto urbanistico, che richiedono la verifica delle dotazioni di attrezzature pubbliche rapportate a dette destinazioni.
Ciò non toglie che ove l’amministrazione comunale dovesse in futuro accertare, nel corso di eventuali sopralluoghi, l’accesso indiscriminato al predetto capannone o comunque il ripetersi, in più occasioni, di un significativo superamento degli effettivi frequentatori dell’immobile rispetto al numero degli iscritti all’associazione, si verificherebbero i presupposti del mutamento di destinazione d’uso urbanisticamente rilevante.

... per l'annullamento dell'ordinanza n. 86 del 12.06.2014 n. prot. gen. 0018688, con la quale veniva ordinata la chiusura immediata dei locali utilizzati e la sospensione delle attività della ricorrente nell'immobile sito in via ... a Cittadella, in provincia di Padova, notificata in data 12.06.2014, nonché di ogni altro atto presupposto, connesso o successivo.
...
Nel merito il ricorso è infondato.
La Costituzione italiana sancisce il principio di eguale libertà delle confessioni religiose ed il loro diritto ad organizzarsi secondo i propri statuti. Gli articoli 8 e 19 stabiliscono il dovere dello Stato di salvaguardare la libertà religiosa in un regime di pluralismo confessionale. Ai sensi dell’art. 19 della Costituzione, nessun soggetto può ordinare ad altro, in sintesi estrema, di non pregare a casa propria. Identico precetto si desume dall'ordinamento europeo. La libertà di religione e di culto è riconosciuta anche dall'art. 9 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, esecutiva in Italia per la legge 04.08.1955 n. 848.
Infine, il codice penale colpisce con pene anche detentive le offese alle confessioni religiose mediante vilipendio di persone o di cose e il “turbamento di funzioni religiose del culto di una confessione religiosa” senza più distinguere (a partire dalla L. n. 85/2006), ai fini dell’intensità della tutela, tra culto cattolico e altri culti ammessi.
Tutto ciò non toglie che il Comune è titolare del potere di sanzionare l'uso di un locale difforme dalla destinazione urbanistica prevista negli strumenti urbanistici approvati.
L'uso difforme non può tuttavia essere identificato con il mero fatto che nel locale si svolga la preghiera, del venerdì o di altra ricorrenza, in quanto per ravvisare la presenza di un luogo di culto in senso rilevante per le norme edilizie e urbanistiche è necessario che i locali siano aperti a tutti coloro che vogliano accostarsi alle pratiche cultuali o alle attività in essi svolte con presenze diffuse, organizzate e stabili (cfr. Cons. St., sez. I, parere n. 2489/2014 del 29/07/2014 reso su ricorso straordinario al Capo dello Stato; Tar Lombardia, Brescia, nn. 242/2013 e 522/2013).
Nel caso di specie, tale presupposto, allo stato, non si configura, essendo la partecipazione all’attività dell’associazione ASAR condizionata all’assunzione della qualifica di soci, previa deliberazione assembleare, cui segue il rilascio di una tessera di riconoscimento indispensabile ai fini dell’accesso ai locali dell’associazione (come risulta comprovato dai documenti depositati dalla ricorrente).
D’altra parte, che le persone trovate all’interno del capannone nel corso dei vari accessi della polizia locale fossero tutte appartenenti all’associazione risulta pacificamente ammesso dai verbalizzanti della polizia locale (cfr. informativa del 13.05.2014) e, peraltro, le stesse persone, quando richieste, hanno tutte esibito il tesserino attestante l’iscrizione all’associazione (cfr. verbale del 23.05.2014).
Infine, anche nei momenti di massima affluenza della preghiera del venerdì è stata valutata, approssimativamente, la presenza di non più di una novantina di persone adulte.
Ne deriva che l’esistenza di una procedura di selezione dei frequentatori dello stabile e la limitatezza e prevedibilità del loro numero, impedisce di ricondurre il capannone in questione alla categoria dei luoghi di culto, caratterizzati, invece, oltre che dalla consacrazione del luogo secondo le liturgie proprie di ogni religione e dall’esercizio, all’interno, di cerimonie religiose con l’assistenza di un ministro del culto (elementi questi comunque non ricorrenti nella fattispecie) anche, e soprattutto, dall’apertura indiscriminata al pubblico dei fedeli.
Tale circostanza, in particolare, differenzia la presente fattispecie da quella decisa dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 5778/2011, richiamata dalla difesa del Comune.
Ugualmente, non è possibile assimilare l’immobile in questione, destinato ad ospitare i locali di un’associazione culturale-religiosa, le cui attività statutarie sono dirette in favore di un ristretto numero di associati, con gli immobili destinati a “centro culturale”, la cui nozione dal punto di vista urbanistico configura un’opera di interesse collettivo, ossia una categoria logico-giuridica certamente distinta rispetto a quella delle opere pubbliche in senso stretto, ma che tuttavia comprende quegli impianti ed attrezzature che, sebbene non destinati a scopi di stretta cura della p.a., siano idonei a soddisfare bisogni della collettività, ancorché vengano realizzati e gestiti da soggetti privati.
I centri sociali/culturali che il PRG del Comune di Cittadella colloca in zona a funzione pubblica “F” sono appunto quelli “d’interesse pubblico” che svolgono un servizio d’interesse generale e collettivo in quanto destinati a soddisfare esigenze primarie della generalità dei consociati.
Inoltre, elemento dirimente ai fini dell’inserimento in zona “F” degli edifici che ospitano tali ultime attività è evidentemente la loro indiscriminata apertura al pubblico, che procura un notevole carico urbanistico.
Al contrario, nel caso di specie, il servizio offerto dall’associazione ASAR interessa una ristretta cerchia di cittadini e non si estende oltre la sfera privatistica dei suoi associati, i soli autorizzati a frequentare l’immobile dalla prima condotto in locazione; come accade in qualsiasi altra associazione culturale privata che svolge la propria attività in locali non aperti al pubblico.
Ciò premesso, occorre quindi ricordare che di norma, ai fini urbanistici, non rileva l’uso di fatto dell’immobile in relazione alle molteplici attività umane che il titolare è libero di esplicare; il mutamento d’uso dell’immobile, in assenza di opere edilizie, diviene rilevante, in base all’articolo 32 del D.P.R. n. 380/2001, esclusivamente ove implichi variazione degli standard previsti dal Decreto Ministeriale 02.04.1968, il che si verifica nel caso di passaggio da una autonoma categoria urbanistica all’altra fra quelle previste dal citato D.M..
Quindi, occorre distinguere il caso di specie, di esercizio di un’ attività associativa all’interno di un capannone industriale-artiginale, nel quale si svolgono, privatamente e saltuariamente, preghiere religiose, attività espressione dello ius utendi del proprietario ed inidonea a comportare l’assegnazione dell'unità immobiliare ad una diversa categoria funzionale, da altri e ben diversi casi di mutamenti di destinazione d’uso suscettibili, per l’afflusso di persone o di utenti, di creare centri di aggregazione (chiese, moschee, centri sociali, ecc.) aventi come destinazione principale o esclusiva l’esercizio del culto religioso o altre attività con riflessi di rilevante impatto urbanistico, che richiedono la verifica delle dotazioni di attrezzature pubbliche rapportate a dette destinazioni (cfr. Cons. St. n. 5778/2011).
Ciò non toglie che ove l’amministrazione comunale dovesse in futuro accertare, nel corso di eventuali sopralluoghi, l’accesso indiscriminato al predetto capannone o comunque il ripetersi, in più occasioni, di un significativo superamento degli effettivi frequentatori dell’immobile rispetto al numero degli iscritti all’associazione, si verificherebbero i presupposti del mutamento di destinazione d’uso urbanisticamente rilevante.
Alla luce di quanto finora esposto risulta irrilevante la mancata iscrizione dell’associazione “ASAR” nel registro delle associazioni di promozione sociale di cui alla L. 383/2000, non necessitando l’associazione di ottenere, in forza di tale iscrizione, deroghe alla normativa urbanistica; il che differenzia la presente fattispecie da quella decisa da questa sezione con sentenza n. 801/2012 e da quella presa in considerazione dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 181/2013, sentenze citate dalla difesa del Comune.
In conclusione, per le sopra esposte ragioni, il provvedimento impugnato risulta illegittimo, in quanto fondato sul presupposto di un abusivo mutamento di destinazione d’uso, in realtà, allo stato, non sussistente.
Il ricorso deve essere quindi accolto con l’annullamento dell’atto impugnato (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 27.01.2015 n. 91 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La costruzione di una tettoia deve essere qualificata quale nuova costruzione: questo Consiglio di Stato ha già osservato che la realizzazione di una tettoia, anche se in aderenza ad un muro preesistente, non può essere considerata un intervento di manutenzione straordinaria ai sensi dell'art. 3, comma 1, lettera b), del d.P.R. n. 380 del 2001, in quanto non consiste nella rinnovazione o nella sostituzione di un elemento architettonico, ma nell’aggiunta di un elemento strutturale dell'edificio, con modifica del prospetto.
La sua costruzione, pertanto, necessita del previo rilascio di permesso di costruire, e non è assentibile mediante semplice denuncia di inizio di attività, anche attesa la perdurante modifica dello stato dei luoghi che produce sul tessuto urbano: la mancanza del previo assenso legittima, quindi, l’applicazione della sanzione demolitoria, che costituisce atto dovuto per l’Amministrazione comunale, a prescindere dal lasso di tempo intercorso dalla realizzazione abusiva, soprattutto quando, come nel caso di specie, l’abuso incide su un immobile sottoposto a vincolo.

La signora L.S. chiede la riforma della sentenza, in epigrafe indicata, con la quale il Tribunale amministrativo della Lombardia ha respinto il ricorso proposto avverso l’ordinanza in data 16.07.2012 del responsabile del servizio tecnico del Comune di Ardenno (Sondrio) recante ingiunzione di demolizione della tettoia posta sul lato nord dell’edificio noto come palazzo Paravicini Sabini, vincolato come bene culturale con decreto ministeriale del 16.06.1980 ai sensi della l. 01.06.1939, n. 1089.
...
Come ha ritenuto il Tribunale amministrativo, l’opera di cui trattasi deve essere qualificata quale nuova costruzione: questo Consiglio di Stato ha già osservato che, contrariamente a quanto pretende l’appellante, la realizzazione di una tettoia, anche se in aderenza ad un muro preesistente, non può essere considerata un intervento di manutenzione straordinaria ai sensi dell'art. 3, comma 1, lettera b), del d.P.R. n. 380 del 2001, in quanto non consiste nella rinnovazione o nella sostituzione di un elemento architettonico, ma nell’aggiunta di un elemento strutturale dell'edificio, con modifica del prospetto (per tutte, sez. VI, 05.08.2013, n. 4086).
La sua costruzione, pertanto, necessita del previo rilascio di permesso di costruire, e non è assentibile mediante semplice denuncia di inizio di attività, anche attesa la perdurante modifica dello stato dei luoghi che produce sul tessuto urbano: la mancanza del previo assenso legittima, quindi, l’applicazione della sanzione demolitoria, che costituisce atto dovuto per l’Amministrazione comunale, a prescindere dal lasso di tempo intercorso dalla realizzazione abusiva (per tutte, Consiglio di Stato, sez. VI, 02.06.2000, n. 3184), soprattutto quando, come nel caso di specie, l’abuso incide su un immobile sottoposto a vincolo (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 26.01.2015 n. 319 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il potere di vigilanza di cui all’art. 27, comma 1, del citato d.P.R. n. 380 del 2001 deve intendersi come potere di carattere generale, appartenente al Comune e riguardante l'intera attività edilizia sul territorio: di conseguenza, non è fondata la pretesa esclusione della competenza comunale per effetto del comma 2 del medesimo art. 27, in favore di quella del Soprintendente laddove trattasi di abusi realizzati su immobili vincolati..
Il doveroso raccordo tra le due amministrazioni comporta dal punto di vista dell’ordine urbanistico-edilizio (che qui rileva) che, ferma la competenza del Comune, l’attività ripristinatoria e demolitoria incidente su immobili soggetti a vincolo sconti l’intervento, su richiesta del Comune (o delle altre autorità preposte alla tutela) della Soprintendenza nelle concrete specificazioni delle modalità operative, e quindi nello svolgimento materiale delle operazioni di ripristino dello stato preesistente al fine di prevenire che i valori culturali cui il vincolo si riferisce siano materialmente offesi dalle operazioni di riduzione in pristino.
Resta naturalmente ferma la possibilità di dar corso alla parallela e autonoma potestà ripristinatoria ad opera degli organi di tutela del patrimonio culturale ai sensi di quelle leggi. Anche la censura appena esaminata è, quindi, infondata.

Il potere di vigilanza di cui all’art. 27, comma 1, del citato d.P.R. n. 380 del 2001 deve intendersi come potere di carattere generale, appartenente al Comune e riguardante l'intera attività edilizia sul territorio: di conseguenza, non è fondata la pretesa esclusione della competenza comunale per effetto del comma 2 del medesimo art. 27, in favore di quella del Soprintendente laddove trattasi di abusi realizzati su immobili vincolati (cfr. Cons. Stato, VI, 18.04.2013, n. 2150).
Il doveroso raccordo tra le due amministrazioni comporta dal punto di vista dell’ordine urbanistico-edilizio (che qui rileva) che, ferma la competenza del Comune, l’attività ripristinatoria e demolitoria incidente su immobili soggetti a vincolo sconti l’intervento, su richiesta del Comune (o delle altre autorità preposte alla tutela) della Soprintendenza nelle concrete specificazioni delle modalità operative, e quindi nello svolgimento materiale delle operazioni di ripristino dello stato preesistente al fine di prevenire che i valori culturali cui il vincolo si riferisce siano materialmente offesi dalle operazioni di riduzione in pristino.
Resta naturalmente ferma la possibilità di dar corso alla parallela e autonoma potestà ripristinatoria ad opera degli organi di tutela del patrimonio culturale ai sensi di quelle leggi. Anche la censura appena esaminata è, quindi, infondata (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 26.01.2015 n. 319 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

CONDOMINIOIl condominio non è parte lesa nel disastro colposo. Processo penale. I margini di intervento.
La Corte di Cassazione (Sez. V penale, sentenza 23.01.2015 n. 3320) stabilisce che il condominio non può considerarsi “persona offesa” del reato, e quindi non ha legittimazione ad impugnare con ricorso (in cassazione) una sentenza di non luogo a procedere emessa dal giudice dell’udienza preliminare ai sensi dell’articolo 425 del Codice di procedura penale.
Il caso
Il giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Milano dichiarava il non doversi procedere per insussistenza dei fatti nei confronti del direttore dei lavori e del legale rappresentante di una ditta committente i lavori di scavo di un parcheggio sito in Milano, lavori che a dire dell’accusa avevano pregiudicato la stabilità dei fabbricati limitrofi all’area dei lavori, determinando una situazione di pericolo per la privata e pubblica incolumità.
Contro tale decisione proponeva ricorso uno dei condòmini. La Cassazione, tuttavia, respingeva il ricorso.
Persona offesa e parte
Rilevava in proposito anzitutto la Corte come ai sensi dell’articolo 428 del Codice di procedura penale la sentenza di non luogo a procedere può essere assoggettata a ricorso per cassazione su impulso di parte civile nel solo caso in cui la stessa sia anche persona offesa e non solo danneggiata del reato.
Sul punto, la Cassazione ricorda una propria precedente decisione (16528/2010) con la quale si era ribadito che la persona danneggiata, pur costituita parte civile, «non è legittimata a proporre ricorso per cassazione avverso la sentenza di non luogo a procedere, dal momento che il riconoscimento di tale legittimazione della persona offesa costituita parte civile si giustifica esclusivamente per la tutela di interessi penalistici, ai quali resta estranea la persona danneggiata».
In sostanza, seguendo il ragionamento della Corte, il condominio ricorrente avrebbe avuto diritto a proporre il proprio ricorso solo ed esclusivamente se gli fosse stata riconosciuta la qualità di persona offesa e quindi vittima dell’asserito reato criminale commesso dagli imputati.
Tale qualifica, tuttavia, secondo la Corte deve essere negata al condominio per quanto riguarda il reato di disastro colposo «attesa la specificità oggettiva giuridica della fattispecie criminosa in esame», caratterizzata da una dimensione diffusa che pertanto non ricorre nel caso di condominio, vista la sua definizione civilista di «centro comune di interessi dei comproprietari dei singoli beni».
Il «centro di interessi»
Anche con riferimento al reato di abuso d’ufficio, inoltre, osserva la Corte, non può essere riconosciuta al condominio la qualifica di persona offesa (e quindi la legittimazione a proporre il reclamo) poiché tale figura criminosa ha natura monoffensiva, tutelando cioè soltanto «l’interesse al buon andamento, all’imparzialità e alla trasparenza del comportamento dei pubblici ufficiali, con la conseguenza che il privato eventualmente danneggiato non può essere considerato persona offesa del reato».
Il condominio, quindi, si vede negata la possibilità di proporre un ricorso che, viceversa, gli stessi individui avrebbero potuto proporre purché non tutti facenti parte dello stesso stabile
(articolo Il Sole 24 Ore del 27.01.2015).

INCARICHI PROFESSIONALI: Decoro fuori dalla tariffa. Il Consiglio di stato si allinea all'Ue.
Il professionista che offre un corrispettivo molto ridotto non è sanzionabile dall'ordine professionale sotto il profilo deontologico per violazione del decoro professionale, elemento che non può essere rapportato all'entità della tariffa; il cliente è già tutelato da altri strumenti civilistici (concorrenza sleale, pratiche commerciali scorrette, anomalia delle offerte negli appalti pubblici) che non richiedono interventi dell'ordine professionale.

È quanto afferma il Consiglio di Stato con la
sentenza 22.01.2015 n. 238, nella quale ha ritenuto il parametro del decoro professionale inidoneo ad essere utilizzato ai fini della verifica di congruità dei compensi professionali.
La sentenza, avente ad oggetto una vicenda in cui l'Antitrust aveva irrogato una sanzione al Consiglio nazionale dei geologi per non avere eliminato dal codice deontologico il parametro del decoro professionale quale criterio di determinazione del compenso del professionista. La pronuncia giunge alla fine di un complesso e articolato contenzioso per il quale la Corte di giustizia europea (sentenza 18.07.2013, C-136/12) aveva rinviato al giudice nazionale il compito di valutare se l'esistenza del criterio relativo alla dignità della professione potesse essere considerata necessaria al conseguimento di un obiettivo legittimo, come quello collegato alle garanzie accordate ai consumatori finali dei servizi.
Il Consiglio di stato ha negato che tale esigenza assuma rilievo e in particolare ha sostenuto che le regole dettate dal Consiglio nazionale dei geologi, secondo cui a garanzia della qualità delle prestazioni il geologo deve sempre commisurare il compenso al decoro professionale, «siano restrittive della concorrenza e non possano essere considerate necessarie al perseguimento di legittimi obiettivi collegati alla tutela del consumatore».
Per i giudici di palazzo Spada prevedere un obbligo di commisurare il compenso al decoro professionale (peraltro anche sanzionabile disciplinarmente in caso di violazione) significherebbe reintrodurre in modo surrettizio i minimi tariffari, eludendo così l'abolizione degli stessi disposta dal legislatore del 2006 (legge n. 223) (articolo ItaliaOggi del 30.01.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

INCARICHI PROFESSIONALIIl decoro non entra nella tariffa. Gli Ordini non possono più valutare i prezzi col parametro della dignità. Professionisti. Il Consiglio di Stato dà seguito alla sentenza della Corte Ue sulla liberalizzazione.
Il decoro non è più un parametro valido per verificare le tariffe professionali.
Lo sottolinea il Consiglio di Stato -Sez. VI- con la sentenza 22.01.2015 n. 238, generata da un ricorso dell’Ordine dei geologi, ma estensibile a tutte le professioni. Si discuteva infatti delle sanzioni dell’Autorità garante della concorrenza (Antitrust), irrogate perché l’Ordine aveva adottato criteri e parametri per determinare tariffe. Quindi, una situazione identica a quella di altre professioni collegiate (avvocati, notai, professioni tecniche).
Il problema è sorto con il Dl 223/2006 (articolo 2), che ha eliminato i minimi tariffari: minimi che secondo l’Antitrust non possono essere reintrodotti attraverso principi deontologici di corretto comportamento. Ora, con questa sentenza del Consiglio di Stato, i prezzi praticati dai professionisti non sono più oggetto di una verifica di decoro deontologico, concludendo un percorso che ha coinvolto la Corte di giustizia Ue.
Al giudice comunitario era infatti stato chiesto se l’articolo 101 (sulla libera concorrenza) del Trattato dell’Unione consentisse un riferimento alla «dignità» e al «decoro» del professionista nella determinazione il compenso professionale.
La libertà dell’articolo 101 del Trattato sembrava infatti collidere con l’articolo 2233 del Codice civile, che inserisce un obbligo di “decoro” nelle tariffe. La Corte di giustizia (sentenza 18.07.2013, causa C-136/12) ha sottolineato che spetta al giudice nazionale (il Consiglio di Stato) verificare se la qualità delle prestazioni professionali richieste dal consumatore esiga che il compenso sia commisurato al “decoro” professionale.
Ora la sentenza 238/2015 del Consiglio di Stato ha escluso tale collegamento, perché la qualità delle prestazioni professionali non è intaccata da un’ipotetica mancanza di decoro a sua volta scaturente da importi ritenuti troppo bassi. Prevalgono quindi libertà di concorrenza e possibilità di prezzi ridotti. Ciò significa che il professionista non corre più il rischio di vedersi accusato di comportamento “indecoroso”, rischiando la sospensione, se applica tariffe particolarmente ridotte.
Le conseguenze nei confronti degli Ordini sono immediate: viene meno la possibilità di indagine sulle tariffe applicate, qualora tale indagine si fondi sull’intenzione di garantire il decoro della professione. Via libera, quindi, alla più ampia concorrenza, perché -sottolinea il Consiglio di Stato- il consumatore ha specifici rimedi civilistici per tutelarsi e la qualità della prestazione non può essere verificata dall’Ordine attraverso il parametro del decoro.
Questa più ampia libertà sulle tariffe si collega alla pubblicità, consentita ai professionisti dagli articoli 3 del Dl 138/2011 e 4 del Dpr 137/2012, e completa l’equiparazione dei professionisti alle imprese. Venuto meno il «decoro» rimangono i generici divieti di concorrenza sleale (articolo 2598 del Codice civile), di pratiche commerciali scorrette (articolo 27 del Codice del consumo, Dlgs 206/2005) e di offerte basse in modo anomalo (Codice dei contratti pubblici, Dlgs 163/2006).
Divieti che vengono attutiti dalle pronunce Antitrust favorevoli alle offerte che i professionisti offrono su Groupon o circuiti tipo Carta Amica, come avvenuto per odontoiatri (provvedimento Antitrust 25078/2014) e avvocati (provvedimento 22.10.2014). Gli Ordini quindi hanno mani legate su tariffe e pubblicità. A vantaggio, si spera, del consumatore
 (articolo Il Sole 24 Ore del 29.01.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTI: Commissioni di gara, il componente può influire sulle regole di svolgimento.
Consiglio di Stato: l'importante è che non partecipino alla commissione di gara soggetti che, nell’interesse proprio o in quello di qualcuno dei concorrenti, abbiano assunto o possano assumere compiti relativi all’oggetto della procedura di gara.
Secondo la sentenza 22.01.2015 n. 226 della Sez. III del Consiglio di Stato, non si trova affatto in una situazione di incompatibilità il componente della commissione di gara che, dirigente di un Ente, ha influito significativamente sulle regole di svolgimento della gara.
Nel caso esaminato (una procedura aperta) la dirigente, quale “relatore” designato sull’argomento, durante la riunione del Consiglio di Amministrazione della Cassa aveva evidenziato l’opportunità di effettuare alcune integrazioni in ordine alla lex specialis ancora non redatta, e suggerito il tipo di gara, il criterio di aggiudicazione, alcuni parametri di valutazione, l’inserimento di alcune clausole e il valore dell’appalto.
LA DIRIGENTE NON HA INDIRIZZATO I LAVORI DELLA COMMISSIONE A FAVORE DI UN CONCORRENTE. Ritenendo condivisibili le argomentazioni del TAR, il Consiglio di Stato osserva che la dirigente non ha redatto gli atti della gara, ma ha semplicemente sottoposto alla valutazione dell’organo di gestione competente ad approvarli, e della commissione tecnica incaricata di elaborarne il testo, alcune considerazioni che riteneva opportune.
Appare fisiologico che il dirigente preposto al settore interessato, e quindi in qualche misura coinvolto, per obbligo d’ufficio, nello specifico lavoro, servizio o fornitura oggetto dell’appalto, formuli all’organo di gestione osservazioni in ordine ai contenuti della gara da espletare; e niente affatto anomalo che le osservazioni –qualora siano motivate e appaiano il frutto dell’esperienza amministrativa accumulata in relazione al servizio in questione– vengano recepite nella lex specialis.
Ciò che conta –sottolinea Palazzo Spada- è che non partecipino alla commissione di gara soggetti che, nell’interesse proprio o in quello di qualcuno dei concorrenti, abbiano assunto o possano assumere compiti relativi all’oggetto della procedura di gara.
In questa prospettiva, i suggerimenti della dirigente non sembrano oggettivamente poter avere indirizzato i lavori della commissione di gara a vantaggio dell’uno o dell’altro concorrente; infatti, sono consistiti in proposte derivanti dalle conoscenze acquisite in ragione dell’ufficio a cui la dirigente è preposta; ovvero, in scelte di carattere generale, orientate in modo decisivo dalle caratteristiche del contratto e dalla ravvicinata scadenza di quello in corso (espletamento di una procedura aperta con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa); o addirittura appaiono la risultante di parametri oggettivi (individuazione del valore dell’appalto, in funzione del valore della polizza e del numero degli iscritti)
(commento tratto da www.casaeclima.com - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA - LAVORI PUBBLICI: Il furto in cantiere punito come fosse in abitazione.
Un furto in un cantiere edile equivale a un furto in abitazione e quindi il reato è punibile con il doppio della pena: da uno a sei anni invece che da sei mesi a tre anni.

È quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, V Sez. penale con sentenza 21.01.2015 n. 2768, partendo dalla considerazione che, «la nozione di privata dimora è più ampia di quella di abitazione, in quanto va riferita al luogo nel quale la persona compia, anche in modo transitorio e contingente, atti della vita privata».
Pertanto rientrano in tale nozione anche gli studi professionali, gli stabilimenti industriali e gli esercizi commerciali. Tutto ciò perché l'articolo 624-bis del codice penale, in base alla novella apportata dalla legge n. 128/2001 va oltre la nozione di «luogo destinato ad abitazione» e fa riferimento alla nozione di «edificio o altro luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora ed alle pertinenze di esso». D'altro canto secondo la Cassazione è vero, come ha detto il giudice di merito, che «nei cantieri gli operai utilizzano spazi (spogliatoi, depositi) per le necessità della vita personale, collegate all'attività lavorativa».
In caso di furto in cantiere, quindi, scatta l'applicazione dell'articolo 624-bis che prevede che «chiunque si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per se o per altri, mediante introduzione in un edificio o in altro luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora o nelle pertinenze di essa, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 309 a 1.032». Esattamente il doppio del semplice furto (articolo ItaliaOggi del 27.01.2015).

EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICAIl Collegio deve richiamare l’orientamento giurisprudenziale, da esso condiviso e più volte ribadito, che riconosce alle Amministrazioni ampia discrezionalità in materia urbanistica, salvo i casi di manifesta illogicità della scelta amministrativa e salve altresì una serie di particolari situazioni in capo ai proprietari dei terreni oggetto del Piano, fra cui quella del c.d. lotto intercluso unico, vale a dire l’area libera da edificazione ma oggettivamente compresa in una zona ormai completamente urbanizzata, sicché l’esclusione di ogni attività edificatoria appare manifestamente illogica.
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E' illegittima la bocciatura di un'osservazione in fase di approvazione del PGT laddove si chiede che il lotto di terreno diventi edificabile quando risulta che:
- sussistono sul fondo le opere di urbanizzazione;
- l’area confina da una parte con la via pubblica e per le restanti parti è compresa fra fondi edificati e l’ambito di trasformazione ATR2.
Invero, di fronte a tale incontestato quadro fattuale, le motivazioni addotte dall’Amministrazione a sostegno del rigetto dell’osservazione sono dubbie e perplesse, in quanto lo stesso Comune, pur respingendo la richiesta del privato, sembra non escludere una successiva valutazione di maggior favore.
E’ evidente, quindi, che la scelta amministrativa non appare rispettosa dei criteri di logicità e coerenza che devono essere in ogni modo osservati nell’esercizio della pur ampia discrezionalità riconosciuta all’Amministrazione in materia di pianificazione urbanistica.

1. L’esponente, attraverso la presentazione di rituale osservazione al PGT in corso di approvazione
(osservazione contrassegnata con il numero 13), ha chiesto che il terreno di sua proprietà sia inserito nell’ambito di trasformazione denominato ATR2 oppure che sia reso in ogni caso edificabile con gli stessi parametri edilizi previsti per il citato ambito (cfr. per il testo dell’osservazione, il doc. 2 del resistente).
Nell’osservazione, la signora R. rileva come il terreno sia compreso fra due lotti completamente edificati e il nuovo ambito di trasformazione ATR2, sul quale dovranno realizzarsi edifici residenziali di bassa o media intensità, con parcheggi pubblici, verde privato e verde pubblico attrezzato (cfr. ancora il doc. 2 del resistente, copia dell’osservazione con allegata la scheda d’ambito ed anche il doc. 4 della ricorrente).
Il Comune, in sede di controdeduzione all’osservazione e approvazione finale dello strumento urbanistico, ha respinto l’osservazione, confermando la destinazione del fondo della ricorrente a verde (cfr. ancora il doc. 2 del resistente, oltre ai documenti 1 e 2 della ricorrente).
In sede di reiezione dell’osservazione, l’Amministrazione evidenzia che le indicazioni e i parametri relativi agli ambiti di trasformazione possano essere modificate in sede di progettazione attuativa.
Nel gravame, la signora R. mette in luce la circostanza per cui il proprio terreno, avente una superficie di circa 1.310 metri quadrati, costituisce un vero e proprio fondo (o lotto) intercluso, collocato fra zone residenziali edificate e un ambito di trasformazione, con accesso alla pubblica via e dotato altresì di opere di urbanizzazione, vale a dire una fognatura sotterranea a servizio degli edifici vicini (cfr. sul punto il doc. 5 della ricorrente, cioè l’atto di costituzione di servitù perpetua di passaggio delle tubazioni di acque reflue e delle linee elettriche, concessa dalla signora R. a favore del complesso immobiliare della A.V. I. Srl).
La pretesa della ricorrente appare fondata, per le ragioni che seguono.
Preliminarmente, il Collegio deve richiamare l’orientamento giurisprudenziale, da esso condiviso e più volte ribadito, che riconosce alle Amministrazioni ampia discrezionalità in materia urbanistica, salvo i casi di manifesta illogicità della scelta amministrativa e salve altresì una serie di particolari situazioni in capo ai proprietari dei terreni oggetto del Piano, fra cui quella del c.d. lotto intercluso unico, vale a dire l’area libera da edificazione ma oggettivamente compresa in una zona ormai completamente urbanizzata, sicché l’esclusione di ogni attività edificatoria appare manifestamente illogica (così, fra le più recenti, TAR Lombardia, Brescia, sez. I, 23.06.2014, n. 667 e TAR Sicilia, Palermo, sez. II, 06.03.2014, n. 657).
Nel caso di specie, risulta provato che:
- sussistono sul fondo le opere di urbanizzazione (cfr. il già citato doc. 5 della ricorrente);
- l’area confina da una parte con la via pubblica (via Marcellino) e per le restanti parti è compresa fra fondi edificati e l’ambito di trasformazione ATR2 (cfr. la scheda d’ambito, doc. 4 della ricorrente e anche la documentazione fotografica, doc. 6 della ricorrente e doc. 5 del resistente).
Tale situazione fattuale non è smentita dal Comune; anzi nel corso della discussione in Consiglio Comunale, poi sfociata nel rigetto dell’osservazione, tutti gli intervenienti hanno messo in luce come il fondo della signora R. sia collocato a ridosso di un ambito di edificazione di ampie dimensioni, per cui l’area della ricorrente finirebbe per diventare una piccola zona verde all’interno di uno spazio edificato (cfr. il doc. 1 della ricorrente e del resistente; è sufficiente del resto la lettura della scheda d’ambito per verificare che il terreno dell’esponente costituisce una porzione assai limitata rispetto all’estensione dell’ambito di trasformazione).
Ciò premesso, di fronte a tale incontestato quadro fattuale, le motivazioni addotte dall’Amministrazione a sostegno del rigetto dell’osservazione sono dubbie e perplesse, in quanto lo stesso Comune, pur respingendo la richiesta del privato, sembra non escludere una successiva valutazione di maggior favore.
E’ evidente, quindi, che la scelta amministrativa non appare rispettosa dei criteri di logicità e coerenza che devono essere in ogni modo osservati nell’esercizio della pur ampia discrezionalità riconosciuta all’Amministrazione in materia di pianificazione urbanistica.
Si conferma, pertanto, l’accoglimento del presente ricorso, con assorbimento di ogni altra censura.
Per effetto del citato accoglimento, il PGT di Merate è annullato in parte qua, vale a dire limitatamente alla regolazione urbanistica del fondo di proprietà della ricorrente.
Il Comune dovrà, di conseguenza, provvedere ad una nuova disciplina urbanistica, nel rispetto di quanto risultante dalla presente sentenza (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 20.01.2015 n. 211 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

LAVORI PUBBLICIL'appalto di Expo è valido. L'emergere di reati non ferma l'aggiudicazione. Il Consiglio di stato ribalta la sentenza Tar Lombardia sul caso Maltauro.
I reati connessi a un appalto pubblico di cui si ha conoscenza successivamente all'aggiudicazione non possono determinare l'annullamento dell'aggiudicazione; è quindi legittima l'aggiudicazione dell'appalto Expo 2015 al raggruppamento di imprese con capofila l'impresa Maltauro, ancorché vi siano state presunte violazioni dei protocolli di legalità emerse successivamente all'aggiudicazione e alla sottoscrizione del contratto.

Sono questi alcuni dei principi affermati dalla sentenza 20.01.2015 n. 143 del Consiglio di