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49-DISTANZA dai CORSI D'ACQUA
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52-DURC
53-EDICOLA FUNERARIA
54-EDIFICIO UNIFAMILIARE
55-ESPROPRIAZIONE
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57-INCARICHI PROFESSIONALI E PROGETTUALI
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64-LOTTO EDIFICABILE - ASSERVIMENTO AREA - CESSIONE CUBATURA
65-LOTTO INTERCLUSO
66-MAPPE e/o SCHEDE CATASTALI (valore probatorio o meno)
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71-PATRIMONIO
72-PERGOLATO e/o GAZEBO e/o BERCEAU
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81
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84-PIANI PIANIFICATORI ED ATTUATIVI (aree a standard)
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In questa home-page sono presenti oltre all'ultimo aggiornamento, che inizia appena qui sotto, anche i seguenti aggiornamenti pregressi:
 
    AGGIORNAMENTO AL 13.09.2014
AGGIORNAMENTO AL 10.09.2014 AGGIORNAMENTO AL 02.09.2014 AGGIORNAMENTO AL 27.08.2014
AGGIORNAMENTO AL 20.08.2014 AGGIORNAMENTO AL 13.08.2014 AGGIORNAMENTO AL 05.08.2014
AGGIORNAMENTO ALL'01.08.2014    

AGGIORNAMENTO AL 18.09.2014

SINDACATI

PUBBLICO IMPIEGO: Il foglio dei lavoratori della Funzione Pubblica (CGIL-FP di Bergamo, luglio-agosto 2014).

DIPARTIMENTO FUNZIONE PUBBLICA

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Oggetto: Riduzione delle prerogative sindacali nelle Pubbliche Amministrazioni. Circolare n. 5 del 20.08.2014 (nota 12.09.2014 n. 50793 di prot.)

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

PUBBLICO IMPIEGO: Oggetto: art. 9, D.Lgs. n. 124/2004 – congedo per assistenza disabili in situazione di gravità – fruizione del congedo da parte dei genitori del disabile in presenza di convivente del disabile – art. 42, D.Lgs. n. 151/2001 (Ministero del Lavoro ed elle Politiche Sociali, interpello 15.09.2014 n. 23/2014).

INCARICHI PROGETTUALI: OGGETTO: Primi chiarimenti sull'applicazione del DM n. 143/2013 (Consiglio Nazionale degli Ingegneri, circolare 04.09.2014 n. 417).

GIURISPRUDENZA

VARI: Il notaio verificatore non solo in atti pubblici.
La Suprema corte responsabilizza i notai sulla procedura di autenticazione delle scritture private. Il professionista, così come indicato in una circolare del Consiglio nazionale sulla mediazione civile, è sempre tenuto a verificare il controllo di legalità e la volontà delle parti. Non può circoscrivere queste attività agli atti pubblici.

È quanto affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza 12.09.2014 n. 19350.
La causa riguarda una richiesta di annullamento di un atto di compravendita, concluso per procura, da parte di una coppia che la cui figlia lamentava l'incapacità di intendere e volere. Il Tribunale aveva accolto l'istanza con decisione poi confermata dalla Corte d'appello e ora resa definitiva dalla Cassazione. In particolare per la seconda sezione civile l'attività di autentica del notaio non costituisce di per sé prova legale della capacità naturale del sottoscrittore.
Tuttavia, rimane comunque fermo che l'opera del notaio, sia esso rogante in senso proprio o certificante l'autenticità di una sottoscrizione, è comunque diretta ad assicurare che il contenuto dell'atto sia il prodotto di un'attività cosciente e volontaria del sottoscrittore. Fra l'altro, aggiunge ancora la Corte, anche nel caso della autenticazione della scrittura privata, il notaio non può considerarsi esentato dall'obbligo di effettuare le opportune visure e di, quantomeno, segnalare alle parti eventuali anomalie riscontrate.
Questa conclusione, spiega ancora Piazza Cavour, appare avallata da un recente contributo dottrinario che ha messo in rilievo, da un lato, come il Consiglio Nazionale, nell'aggiornare nel 2008 i principi di deontologia professionale, abbia esteso anche alla autenticazione delle firme nella scrittura privata la norma che impone al notaio di svolgere quelle numerose attività nelle quali si sostanzia l'indagine della volontà, originariamente riferita ai soli atti pubblici e, dall'altro, che con la circolare dell'11.10.2011 il Consiglio, nell'indicare le linee guida per dare attuazione all'art. 11 del dlgs 28/2010 in materia di mediazione civile, abbia richiamato il notaio non solo a svolgere il controllo di legalità sulla scrittura privata che si appresta ad autenticare, ma anche l'indagine della volontà delle parti (articolo ItaliaOggi del 13.09.2014).

URBANISTICAL’art. 18, comma 1, l. n. 47 del 1985, ratione temporis vigente ed ora riprodotto dall’art. 30, comma 1, d.P.R. n. 380 del 2001, detta una duplice nozione di lottizzazione abusiva.
Si ha una lottizzazione abusiva sostanziale o materiale di terreni a scopo edificatorio “quando vengono iniziate opere che comportino trasformazione urbanistica od edilizia dei terreni stessi in violazione delle prescrizioni degli strumenti urbanistici, vigenti o adottati, o comunque stabilite dalle leggi statali o regionali o senza la prescritta autorizzazione”.
E’ configurabile una lottizzazione abusiva giuridica o negoziale “quando tale trasformazione venga predisposta attraverso il frazionamento e la vendita, o atti equivalenti, del terreno in lotti che, per le loro caratteristiche quali la dimensione in relazione alla natura del terreno e alla sua destinazione secondo gli strumenti urbanistici, il numero, l'ubicazione o la eventuale previsione di opere di urbanizzazione ed in rapporto ad elementi riferiti agli acquirenti, denuncino in modo non equivoco la destinazione a scopo edificatorio”.
La condotta sottesa alla integrazione della fattispecie illecita –che integra un grave attentato alle potestà di Governo del territorio previste ed espressamente normate dall’art. 117 della Costituzione, incidendo sulla potestà programmatoria urbanistica e, insieme, sull’assetto del territorio– riposa, quindi, nella erezione di opere (c.d. lottizzazione materiale) ovvero nella intrapresa di iniziative giuridiche (c.d. lottizzazione negoziale) che comportano una trasformazione urbanistica o edilizia dei terreni in violazione delle prescrizioni urbanistiche.
A differenza della lottizzazione abusiva materiale –la quale rileva ex se in relazione al tipo di opere realizzate– la lottizzazione cd. “negoziale" o "cartolare" si fonda sulla presenza di "elementi indiziari", da cui risulti, in modo non equivoco, la destinazione a scopo edificatorio del terreno. Tali elementi indiziari (descritti con elencazione normativa non tassativa) non devono però essere presenti tutti in concorso fra di loro, in quanto è sufficiente anche la presenza di uno solo di essi, rilevante e idoneo a far configurare, con margine di plausibile veridicità, la volontà di procedere a lottizzazione.
Le due tipologie di attività illecite volte alla lottizzazione (lottizzazione materiale e negoziale) possono essere espletate anche congiuntamente (cosiddetta lottizzazione abusiva mista), in un "intreccio" di atti materiali e giuridici comunque finalizzati a realizzare una trasformazione urbanistica e/o edilizia dei terreni non autorizzata, oppure in violazione della pianificazione vigente.
Lo scopo edificatorio, peraltro, non è quello riposto in animo da ciascun proprietario che confidi nell’evoluzione della pianificazione urbanistica in senso a se favorevole, quanto piuttosto quello di colui che intende immediatamente ed in contrasto con la pianificazione vigente, trasformare o favorire la trasformazione urbanistica dell’area creando una nuova maglia urbana.
L’esistenza dello scopo può essere dedotto da una serie di indizi, secondo un’indicazione normativa non tassativa, e solo quando lo stesso è provato, sia pur indiziariamente, può ritenersi integrata la fattispecie che determina la sanzione penale, e quella amministrativa nella specie irrogata (acquisizione al patrimonio disponibile dell’amministrazione).

L’art. 18, comma 1, l. n. 47 del 1985, ratione temporis vigente ed ora riprodotto dall’art. 30, comma 1, d.P.R. n. 380 del 2001, detta una duplice nozione di lottizzazione abusiva.
Si ha una lottizzazione abusiva sostanziale o materiale di terreni a scopo edificatorio “quando vengono iniziate opere che comportino trasformazione urbanistica od edilizia dei terreni stessi in violazione delle prescrizioni degli strumenti urbanistici, vigenti o adottati, o comunque stabilite dalle leggi statali o regionali o senza la prescritta autorizzazione”.
E’ configurabile una lottizzazione abusiva giuridica o negozialequando tale trasformazione venga predisposta attraverso il frazionamento e la vendita, o atti equivalenti, del terreno in lotti che, per le loro caratteristiche quali la dimensione in relazione alla natura del terreno e alla sua destinazione secondo gli strumenti urbanistici, il numero, l'ubicazione o la eventuale previsione di opere di urbanizzazione ed in rapporto ad elementi riferiti agli acquirenti, denuncino in modo non equivoco la destinazione a scopo edificatorio”.
La condotta sottesa alla integrazione della fattispecie illecita –che integra un grave attentato alle potestà di Governo del territorio previste ed espressamente normate dall’art. 117 della Costituzione, incidendo sulla potestà programmatoria urbanistica e, insieme, sull’assetto del territorio– riposa, quindi, nella erezione di opere (c.d. lottizzazione materiale) ovvero nella intrapresa di iniziative giuridiche (c.d. lottizzazione negoziale) che comportano una trasformazione urbanistica o edilizia dei terreni in violazione delle prescrizioni urbanistiche (cfr. Cons. Stato, V, 19.06.2014, n. 3115).
A differenza della lottizzazione abusiva materiale –la quale rileva ex se in relazione al tipo di opere realizzate– la lottizzazione cd. “negoziale" o "cartolare" si fonda sulla presenza di "elementi indiziari", da cui risulti, in modo non equivoco, la destinazione a scopo edificatorio del terreno. Tali elementi indiziari (descritti con elencazione normativa non tassativa) non devono però essere presenti tutti in concorso fra di loro, in quanto è sufficiente anche la presenza di uno solo di essi, rilevante e idoneo a far configurare, con margine di plausibile veridicità, la volontà di procedere a lottizzazione.
Le due tipologie di attività illecite volte alla lottizzazione (lottizzazione materiale e negoziale) possono essere espletate anche congiuntamente (cosiddetta lottizzazione abusiva mista), in un "intreccio" di atti materiali e giuridici comunque finalizzati a realizzare una trasformazione urbanistica e/o edilizia dei terreni non autorizzata, oppure in violazione della pianificazione vigente.
Lo scopo edificatorio, peraltro, non è quello riposto in animo da ciascun proprietario che confidi nell’evoluzione della pianificazione urbanistica in senso a se favorevole, quanto piuttosto quello di colui che intende immediatamente ed in contrasto con la pianificazione vigente, trasformare o favorire la trasformazione urbanistica dell’area creando una nuova maglia urbana (cfr. Cons. Stato, IV, 16.04.2014, n. 1904).
L’esistenza dello scopo può essere dedotto da una serie di indizi, secondo un’indicazione normativa non tassativa, e solo quando lo stesso è provato, sia pur indiziariamente, può ritenersi integrata la fattispecie che determina la sanzione penale, e quella amministrativa nella specie irrogata (acquisizione al patrimonio disponibile dell’amministrazione) (TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, sentenza 12.09.2014 n. 9650 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTIL’art. 38 prevede che, in presenza di società per azioni, la dichiarazione di assenza di pregiudizi debba essere resa dagli «amministratori muniti di potere di rappresentanza».
L’inosservanza di questo obbligo, avente natura cogente, comporta, ai sensi dell’art. 46 dello stesso decreto, l’esclusione dalla procedura.
Il Consiglio di Stato, Ad. plen., con sentenza 30.07.2014, n. 16, ha affermato che la dichiarazione resa da uno dei componenti del consiglio di amministrazione, ai sensi del dPR 445/2000, di insussistenza delle condizioni ostative previste dall’art. 38 d.lgs. n. 163 del 2006 «non deve contenere la menzione nominativa di tutti i soggetti muniti di poteri rappresentativi dell’impresa, quando questi ultimi possano essere agevolmente identificati mediante l’accesso a banche dati ufficiali o a registri pubblici». La presenza di una dichiarazione sostitutiva così resa, ha puntualizzato l’Adunanza plenaria, «non necessita di integrazioni o regolarizzazioni mediante l’uso dei poteri di soccorso istruttorio».
Tale interpretazione, basata su criteri non formalistici, si pone in linea –ha sottolineato l’Adunanza plenaria– con quanto previsto dall’art. 39 del decreto legge 24.06.2014, n. 90 (Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l'efficienza degli uffici giudiziari) per le gare indette successivamente alla sua entrata in vigore. La nuova disposizione prevede che persino la mancanza, l’incompletezza e ogni altra irregolarità essenziale delle dichiarazioni sostitutive, pur comportamento l’obbligo di pagare una sanzione pecuniaria, impone alla stazione appaltante l’esercizio dei poteri di soccorso istruttorio mediante l’assegnazione di un termine perentorio per la integrazione o regolarizzazione. L’esclusione è prevista soltanto nel caso in cui il concorrente non adempia nel termine assegnato.
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Nel caso in cui la dichiarazione ex art. 38 del d.lgs. n. 163 del 2006 sia stata resa dal legale rappresentate della società nella sua qualità e i singoli componenti del consiglio di amministrazione, identificabili mediante la visione del registro delle imprese, abbiano nel corso della procedura attestato individualmente l’assenza di pregiudizi penali, non è consentito alla stazione appaltante procedere alla loro esclusione.

Il motivo è fondato.
L’art. 38 prevede che, in presenza di società per azioni, la dichiarazione di assenza di pregiudizi debba essere resa dagli «amministratori muniti di potere di rappresentanza».
L’inosservanza di questo obbligo, avente natura cogente, comporta, ai sensi dell’art. 46 dello stesso decreto, l’esclusione dalla procedura.
Il Consiglio di Stato, Ad. plen., con sentenza 30.07.2014, n. 16, ha affermato che la dichiarazione resa da uno dei componenti del consiglio di amministrazione, ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 28.12.2000, n. 445 (Disposizioni legislative in materia di documentazione amministrativa), di insussistenza delle condizioni ostative previste dall’art. 38 d.lgs. n. 163 del 2006 «non deve contenere la menzione nominativa di tutti i soggetti muniti di poteri rappresentativi dell’impresa, quando questi ultimi possano essere agevolmente identificati mediante l’accesso a banche dati ufficiali o a registri pubblici». La presenza di una dichiarazione sostitutiva così resa, ha puntualizzato l’Adunanza plenaria, «non necessita di integrazioni o regolarizzazioni mediante l’uso dei poteri di soccorso istruttorio».
Tale interpretazione, basata su criteri non formalistici, si pone in linea –ha sottolineato l’Adunanza plenaria– con quanto previsto dall’art. 39 del decreto legge 24.06.2014, n. 90 (Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l'efficienza degli uffici giudiziari) per le gare indette successivamente alla sua entrata in vigore. La nuova disposizione prevede che persino la mancanza, l’incompletezza e ogni altra irregolarità essenziale delle dichiarazioni sostitutive, pur comportamento l’obbligo di pagare una sanzione pecuniaria, impone alla stazione appaltante l’esercizio dei poteri di soccorso istruttorio mediante l’assegnazione di un termine perentorio per la integrazione o regolarizzazione. L’esclusione è prevista soltanto nel caso in cui il concorrente non adempia nel termine assegnato.
Nella fattispecie in esame il Presidente del Consiglio di amministrazione della società ha reso, in qualità di legale rappresentante, una dichiarazione, ai sensi del d.P.R. n. 445 del 2000, attestante la sussistenza dei requisiti generali previsti dall’art. 38 mediante la loro specifica elencazione.
La particolarità della fattispecie in esame, rispetto a quella oggetto della decisione dell’Adunanza Plenaria, sta nel fatto che in questo caso il rappresentante legale non ha espressamente affermato che gli altri componenti del consiglio di amministrazione non abbiano pregiudizi penali.
Nondimeno la dichiarazione deve ritenersi conforme alle prescrizioni legali per le seguenti ragioni.
In primo luogo, perché la dichiarazione –resa dal Presidente del Consiglio di amministrazione, con funzioni di rappresentante legale– presenta un contenuto complessivo riferito all’ente: si afferma, infatti, che la società si trova in una situazione di conformità alla legge.
In secondo luogo, perché i dati identificativi degli amministratori risultano facilmente desumibili dal registro delle imprese.
Infine, perché, a seguito di accertamenti disposti dalla stazione appaltante (verbale 02.07.2010), i due componenti del consiglio di amministrazione hanno comunque reso nel corso della procedura la dichiarazione personale di mancanza di pregiudizi penali.
In definitiva, la Sezione ritiene che nel caso in cui la dichiarazione ex art. 38 del d.lgs. n. 163 del 2006 sia stata resa dal legale rappresentate della società nella sua qualità e i singoli componenti del consiglio di amministrazione, identificabili mediante la visione del registro delle imprese, abbiano nel corso della procedura attestato individualmente l’assenza di pregiudizi penali, non è consentito alla stazione appaltante procedere alla loro esclusione.
Né per pervenire ad una diversa conclusione si possono richiamare, come fatto dalla società resistente, le circostanze, da un lato, che il bando di gara prevedesse che la mancanza dei documenti comprovanti le condizioni di partecipazione fosse causa di esclusione dalla gara, dall’altro, che lo schema di dichiarazione sostitutiva, allegato al bando, prevedesse che le dichiarazioni ex art. 38 dovessero essere rese da tutti i soggetti indicati dall’articolo stesso.
Tali prescrizioni amministrative devono, infatti, essere interpretate in modo conforme a quanto stabilito dalla legge, con la conseguenza che deve ritenersi giuridicamente equipollente, ricorrendo gli specifici presupposti sopra indicati, al requisito prescritto dalla lex specialis della dichiarazione resa “da tutti” la dichiarazione resa “per tutti” dal legale rappresentante (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 12.09.2014 n. 4666 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Nel contesto dell’art. 125 del codice dei contratti pubblici il principio della “rotazione”, imposto con riferimento alla procedura di “cottimo fiduciario”, appare concepito dal legislatore come una contropartita, o un bilanciamento, del carattere sommario e “fiduciario” della scelta del contraente. Ed invero, il “cottimo fiduciario” è definito dallo stesso art. 125 come «una procedura negoziata... previa consultazione di almeno cinque operatori economici».
Nel pensiero del legislatore, dunque, il cottimo fiduciario non è una vera e propria gara, ma una trattativa privata (si veda anche l’art. 3, comma 40, dello stesso codice, che contiene la definizione del termine “procedura negoziata”), quindi una scelta ampiamente discrezionale. Tale discrezionalità si esercita in (almeno) due momenti: primo, l’individuazione delle cinque ditte da “consultare”; secondo, la scelta del contraente fra le ditte consultate.
La discrezionalità è temperata, ma non eliminata, da alcuni princìpi, quali la “trasparenza” (che implica il dovere di una previa formulazione e comunicazione dei criteri della scelta, etc.) e, appunto, la “rotazione” (per evitare che il carattere discrezionale della scelta si traduca in uno strumento di favoritismo).
Nel caso di specie, l'ente appaltante, pur avendo fatto richiamo al citato art. 125 del codice dei contratti, ha impostato la procedura come una gara vera e propria, da aggiudicare con il criterio del prezzo più basso, ai sensi dell'art. 82, c. 2, lett. (b), dello stesso codice, invitando ben 1771 ditte - vale a dire senza alcuna discrezionalità né alcuna negoziazione.

Conviene osservare che nel contesto dell’art. 125 del codice dei contratti pubblici il principio della “rotazione”, imposto con riferimento alla procedura di “cottimo fiduciario”, appare concepito dal legislatore come una contropartita, o un bilanciamento, del carattere sommario e “fiduciario” della scelta del contraente. Ed invero, il “cottimo fiduciario” è definito dallo stesso art. 125 come «una procedura negoziata... previa consultazione di almeno cinque operatori economici».
Nel pensiero del legislatore, dunque, il cottimo fiduciario non è una vera e propria gara, ma una trattativa privata (si veda anche l’art. 3, comma 40, dello stesso codice, che contiene la definizione del termine “procedura negoziata”), quindi una scelta ampiamente discrezionale. Tale discrezionalità si esercita in (almeno) due momenti: primo, l’individuazione delle cinque ditte da “consultare”; secondo, la scelta del contraente fra le ditte consultate.
La discrezionalità è temperata, ma non eliminata, da alcuni princìpi, quali la “trasparenza” (che implica il dovere di una previa formulazione e comunicazione dei criteri della scelta, etc.) e, appunto, la “rotazione” (per evitare che il carattere discrezionale della scelta si traduca in uno strumento di favoritismo).
Nel caso in esame, l’ente appaltante, pur avendo fatto richiamo all’art. 125 del codice dei contratti, ha impostato la procedura come una gara vera e propria, da aggiudicare con il criterio del prezzo più basso, ai sensi dell’art. 82, comma 2, lettera (b), dello stesso codice, invitando ben 1771 ditte – vale a dire senza alcuna discrezionalità né alcuna negoziazione.
Ma se questo è vero, il principio della “rotazione” –inteso come esclusione dall’invito di un operatore già interessato ad un rapporto contrattuale con la stessa Azienda- appare non pertinente e privo di ogni ragion d’essere.
Ed invero, in una gara siffatta –caratterizzata da un’amplissima apertura e dall’assenza di ogni discrezionalità ovvero fiduciarietà– non vi sono margini per supposti favoritismi (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 12.09.2014 n. 4661 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Per la realizzazione di una tettoia aperta su tre lati non è, in linea di principio, richiesto il permesso di costruire, essendo sufficiente la presentazione di una denunzia di inizio attività (ora segnalazione certificata di inizio attività a seguito della novella introdotta con l’art. 49, comma 4-bis, del D.L. 31.05.2010, n. 78, convertito dalla L. 30.07.2010, n. 122).
Quindi le tettoie aperte su tre lati ed addossate ad un edificio principale, se di dimensioni e caratteristiche costruttive non particolarmente impattanti –come quella in esame- costituiscono pertinenze dell'edificio cui accedono.
Tali opere possono ritenersi liberamente edificabili qualora la loro conformazione e le loro ridotte dimensioni rendano evidente la loro natura pertinenziale per una riconoscibile ed evidente finalità di arredo, riparo o protezione, anche da agenti atmosferici, e quando, per la loro consistenza, possano ritenersi assorbite, ovvero ricomprese in ragione della loro accessorietà, nell'edificio principale o nella parte dello stesso cui accedono.
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Per le stesse ragioni, si è ritenuto che una simile struttura rientri tra gli interventi minori per i quali l’art. 167, quarto comma, del D.Lgs. 42/2004 ammette la valutazione della compatibilità paesaggistica postuma, in quanto essi non determinano creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati.

Secondo consolidata giurisprudenza dalla quale il Collegio non ha ragione di discostarsi, per la realizzazione di una tettoia aperta su tre lati non è, in linea di principio, richiesto il permesso di costruire, essendo sufficiente la presentazione di una denunzia di inizio attività (ora segnalazione certificata di inizio attività a seguito della novella introdotta con l’art. 49, comma 4-bis, del D.L. 31.05.2010, n. 78, convertito dalla L. 30.07.2010, n. 122).
Quindi le tettoie aperte su tre lati ed addossate ad un edificio principale, se di dimensioni e caratteristiche costruttive non particolarmente impattanti –come quella in esame- costituiscono pertinenze dell'edificio cui accedono (TAR Campania, Napoli, Sez. IV, 20.03.2012 n. 1371; TAR Umbria, 29.01.2014 n. 82; TAR Lazio, Latina, 03.03.2010 n. 205; TAR Puglia, Bari, 08.10.2009 n. 2375).
Tali opere possono ritenersi liberamente edificabili qualora la loro conformazione e le loro ridotte dimensioni rendano evidente la loro natura pertinenziale per una riconoscibile ed evidente finalità di arredo, riparo o protezione, anche da agenti atmosferici, e quando, per la loro consistenza, possano ritenersi assorbite, ovvero ricomprese in ragione della loro accessorietà, nell'edificio principale o nella parte dello stesso cui accedono (TAR Campania, Napoli, Sezione III, 25.07.2011 n. 3947): per le stesse ragioni, si è ritenuto che una simile struttura rientri tra gli interventi minori per i quali l’art. 167, quarto comma, del D.Lgs. 42/2004 ammette la valutazione della compatibilità paesaggistica postuma, in quanto essi non determinano creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati.
Tali caratteristiche sussistono nel caso in esame, controvertendosi per l’appunto di una tettoia di modeste dimensioni aperta su tre lati e aderente sul quarto lato a parte del fabbricato, onde la medesima non può ritenersi soggetta a preventivo titolo autorizzatorio edilizio, con conseguente illegittimità della impugnata sanzione demolitoria (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 10.09.2014 n. 4869 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: Stante la pacifica natura discrezionale degli atti di autotutela decisoria, in tali casi occorre dar corso alla comunicazione d'avvio del procedimento di ritiro, ai sensi dell'art. 7 l. 07.08.1990 n. 241, trattandosi pur sempre di attività di secondo grado incidente su situazioni giuridiche "medio tempore" consolidatesi ed astretta pertanto a stringenti limiti applicativi.
Di conseguenza, a meno che non sussistano ragioni di urgenza da esplicitare adeguatamente nella motivazione del provvedimento, è necessario che l'Amministrazione dia preventivamente notizia all'interessato di voler emanare un atto di secondo grado (quali l'annullamento, la revoca, la decadenza), incidente su posizioni giuridiche originate da un precedente atto, oggetto della nuova determinazione amministrativa di rimozione, in quanto l'art. 7 L. 07.08.1990 n. 241 consente all'interessato, già nel corso del procedimento, di formulare osservazioni e di proporre documenti, per rappresentare all'Amministrazione l'insussistenza dell'elemento di fatto e, dunque, per evitare l'emanazione di un atto affetto da eccesso di potere per erroneità nei presupposti.
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L’esercizio dell’autotutela investe potestà discrezionali di tal che non può ritenersi che il contraddittorio endoprocedimentale attivato non avrebbe variato il contenuto del provvedimento conclusivo.

... per l'annullamento del provvedimento del comune di Caserta n. 37239/2014 avente oggetto la revoca del nulla osta concesso alla ricorrente per l'abbattimento di un muro.
...
- Ritenuto che, non avendo l’amministrazione inviato alla società ricorrente la comunicazione di avvio del procedimento, nella fattispecie è stata omessa la garanzia procedimentale prevista dall’art. 7 L. 241/1990;
- Considerato, infatti, che, stante la pacifica natura discrezionale degli atti di autotutela decisoria, in tali casi occorre dar corso alla comunicazione d'avvio del procedimento di ritiro, ai sensi dell'art. 7 l. 07.08.1990 n. 241, trattandosi pur sempre di attività di secondo grado incidente su situazioni giuridiche "medio tempore" consolidatesi ed astretta pertanto a stringenti limiti applicativi (Consiglio di Stato sez. VI 20.09.2012 n. 4997);
- Che di conseguenza, a meno che non sussistano ragioni di urgenza da esplicitare adeguatamente nella motivazione del provvedimento, è necessario che l'Amministrazione dia preventivamente notizia all'interessato di voler emanare un atto di secondo grado (quali l'annullamento, la revoca, la decadenza), incidente su posizioni giuridiche originate da un precedente atto, oggetto della nuova determinazione amministrativa di rimozione, in quanto l'art. 7 L. 07.08.1990 n. 241 consente all'interessato, già nel corso del procedimento, di formulare osservazioni e di proporre documenti, per rappresentare all'Amministrazione l'insussistenza dell'elemento di fatto e, dunque, per evitare l'emanazione di un atto affetto da eccesso di potere per erroneità nei presupposti;
- Ritenuto che nella specie l’amministrazione comunale non ha consentito al ricorrente l’instaurazione del contraddittorio sulle ragioni poste a fondamento della revoca e, in particolare, sulla sussistenza di un presupposto provvedimento di sospensione dei lavori, mai notificato alla ricorrente;
- Ritenuto altresì che, nella presente fattispecie, non osta all’accoglimento del ricorso la previsione dell'articolo 21-octies della legge n. 241 del 1990, in quanto l’esercizio dell’autotutela investe potestà discrezionali e, nella fattispecie, il provvedimento presupposto concerneva una sospensione temporanea dei lavori, di tal che non può ritenersi che -alla stregua della documentazione agli atti- il contraddittorio endoprocedimentale attivato non avrebbe variato il contenuto del provvedimento conclusivo, stante la necessità di chiarire, in ogni caso con la partecipazione dell’interessato, la durata della sospensione e di porre in luce l’eventuale sproporzione, in tal caso, della revoca definitiva del nulla osta all’abbattimento del muro (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 10.09.2014 n. 4867 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

PUBBLICO IMPIEGORiposi al padre se la madre è a casa. Tutela della meternità. Il Consiglio di Stato parifica la posizione della casalinga alla dipendente.
Spettano i riposi giornalieri al pubblico dipendente la cui moglie è casalinga: lo sottolinea il Consiglio di Stato, Sez. III, nella sentenza 10.09.2014 n. 4618, che decide una lite tra il ministero dell'Interno ed un assistente di polizia.
La norma applicata è l'articolo 40 del Dlgs 151/2001, il quale prevede riposi giornalieri con decorrenza dal giorno successivo al compimento del terzo mese di vita del figlio. La novità che emerge dalla sentenza consiste nella lettura di questo articolo 40, che regola i predetti riposi del padre nel caso di rinuncia della madre lavoratrice ma fino ad oggi era interpretato distinguendo tra una casalinga e una lavoratrice dipendente.
Secondo il Consiglio di Stato, occorre dare sostegno alla famiglia ed alla maternità in attuazione delle finalità generali di tipo promozionale posta dall'articolo 31 della Costituzione, e quindi occorre garantire al padre il beneficio dei permessi per la cura del figlio anche quando la madre non abbia diritto ai permessi stessi perché casalinga, situazione che impegna la madre in attività che distolgono dalla cura del neonato.
In questo modo avanza l'assimilazione della lavoratrice casalinga alla lavoratrice dipendente (Consiglio di Stato, 4293/2008), in continuità con la risarcibilità del danno da perdita della capacità di lavoro (Cassazione 20324/2005).
Il Dlgs 151/2001 precisa, infatti, che il beneficio dei permessi spetta al padre «nel caso in cui la madre non sia lavoratrice dipendente», prevedendo tutte le ipotesi d'inesistenza di un rapporto di lavoro dipendente della madre, comprese quindi la situazione della donna che svolga attività lavorativa autonoma, ma anche quella di una donna che non svolga alcuna attività lavorativa o comunque svolga un'attività non retribuita da terzi (se a quest'ultimo caso si vuol ricondurre la figura della casalinga).
L'orientamento del Consiglio di Stato rispetta il principio della paritetica partecipazione di entrambi i coniugi alla cura e all'educazione della prole, che ha radici nei precetti costituzionali contenuti negli articoli 3, 29, 30 e 31. Inoltre, il fondamento dell'istituto dei permessi giornalieri consiste nell'estrema difficoltà di cura della prole da parte anche della madre casalinga, specie se si tengono presenti le complesse esigenze di accudimento dei figli nel primo anno di vita, nel corso del quale spettano i predetti permessi.
Del resto, proprio perché i compiti esercitati dalla casalinga risultano di maggiore ampiezza, intensità e responsabilità rispetto a quelli espletati da un prestatore d'opera dipendente (Cassazione 22909/2012), sarebbe incongruo dedurne, come ha fatto il ministero dell'Interno, l'oggettiva possibilità per la lavoratrice casalinga di conciliare la delicate e impegnative attività di cura del figlio con le mansioni del lavoro domestico.
È, invece, di comune esperienza che l'attività esercitata in ambito familiare spesso necessita, alla nascita di un figlio, di aiuti esterni, utilmente surrogabili, nel caso delle famiglie mono-reddito proprio mediante ricorso al godimento dei permessi di cui all'articolo 40 citato da parte dell'altro genitore lavoratore dipendente.
Inoltre, i riposi giornalieri, una volta venuto meno il collegamento con le esigenze del neonato, hanno la funzione di soddisfare i bisogni affettivi e relazionali per un armonico e sereno sviluppo della sua personalità (Corte costituzionale 104/03), sviluppo al quale devono partecipare ambo i genitori e non solo quello che operi in lavoro casalingo
 (articolo Il Sole 24 Ore del 13.09.2014).

APPALTIIl principio di concentrazione e continuità delle operazioni di gara è un principio solo tendenziale, derogabile in presenza di ragioni oggettive quali la complessità delle operazioni di valutazione delle offerte, il numero delle offerte in gara, l’eventuale indisponibilità dei membri della commissione, la correlata necessità di nominare sostituti ecc. che giustifichino il ritardo anche in relazione al preminente interesse alla effettuazione di scelte ponderate.
Ed ancora, «…il prolungamento delle operazioni di gara, per un notevole lasso di tempo, o anche il cospicuo ritardo nella loro conclusione non è, in sé considerato, prova di un illegittimo svolgimento della gara e, quindi, non costituisce violazione in re ipsa delle regole che ne disciplinano il procedimento. La concentrazione delle sedute di gara è… corollario del più generale principio di imparzialità e di trasparenza. L’elemento temporale viene in rilievo, quindi, solo quale indice di un regolare e, se così può dirsi, “fluido” svolgersi delle operazioni di gara, ma non è un valore in sé, che debba essere tutelato sempre e comunque, indipendentemente dalla tipologia, dalle modalità e, soprattutto, dalle finalità che connotato in concreto la gara…».
Inoltre, la Sezione reputa sì che il fattore tempo concorra a qualificare l’azione amministrativa nei profili del buon andamento e della pronta soddisfazione degli interessi di rilievo pubblico cui è preordinata, ma assume valenza viziante dei provvedimenti adottati solo se siano violate specifiche norme che, al decorso del tempo, colleghino la decadenza della funzione o se il ritardo sia espressione, sul piano sintomatico, di evidenti vizi di eccesso di potere e, in tema procedure concorsuali, induca al sospetto di manomissioni dei plichi contenti le offerte delle ditte ammesse al concorso.
Su quest’ultimo aspetto, d’altronde e da ultimo, la Sezione, ribadisce che, nel caso d’una procedura di gara svoltasi in varie sedute e per un notevole lasso di tempo, si ha un vizio invalidante solo se sia positivamente provato, o quanto meno vi siano seri indizi, che i documenti di gara siano state manipolati negli intervalli fra un’operazione di verbalizzazione e l’altra.

Già la Sezione ha al riguardo affermato (Cons. St., III, 25.02.2013 n. 1169) che il principio di concentrazione e continuità delle operazioni di gara è un principio solo tendenziale, derogabile in presenza di ragioni oggettive quali la complessità delle operazioni di valutazione delle offerte, il numero delle offerte in gara, l’eventuale indisponibilità dei membri della commissione, la correlata necessità di nominare sostituti ecc. che giustifichino il ritardo anche in relazione al preminente interesse alla effettuazione di scelte ponderate.
Ribadisce poi la Sezione (cfr. Cons. St., III, 12.04.2013 n. 1985) che «…il prolungamento delle operazioni di gara, per un notevole lasso di tempo, o anche il cospicuo ritardo nella loro conclusione non è, in sé considerato, prova di un illegittimo svolgimento della gara e, quindi, non costituisce violazione in re ipsa delle regole che ne disciplinano il procedimento. La concentrazione delle sedute di gara è… corollario del più generale principio di imparzialità e di trasparenza. L’elemento temporale viene in rilievo, quindi, solo quale indice di un regolare e, se così può dirsi, “fluido” svolgersi delle operazioni di gara, ma non è un valore in sé, che debba essere tutelato sempre e comunque, indipendentemente dalla tipologia, dalle modalità e, soprattutto, dalle finalità che connotato in concreto la gara…».
Ancora la Sezione (cfr. Cons. St., III, 03.10.2013 n. 4884) reputa sì che il fattore tempo concorra a qualificare l’azione amministrativa nei profili del buon andamento e della pronta soddisfazione degli interessi di rilievo pubblico cui è preordinata, ma assume valenza viziante dei provvedimenti adottati solo se siano violate specifiche norme che, al decorso del tempo, colleghino la decadenza della funzione o se il ritardo sia espressione, sul piano sintomatico, di evidenti vizi di eccesso di potere e, in tema procedure concorsuali, induca al sospetto di manomissioni dei plichi contenti le offerte delle ditte ammesse al concorso.
Su quest’ultimo aspetto, d’altronde e da ultimo, la Sezione (cfr. Cons. St., III, 01.09.2014 n. 4449), ribadisce che, nel caso d’una procedura di gara svoltasi in varie sedute e per un notevole lasso di tempo, si ha un vizio invalidante solo se sia positivamente provato, o quanto meno vi siano seri indizi, che i documenti di gara siano state manipolati negli intervalli fra un’operazione di verbalizzazione e l’altra
(Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 10.09.2014 n. 4605 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Non v’è una regola che definisce a priori chi debba pronunciarsi sull’istanza di autotutela di cui all'art. 243-bis codice dei contratti, ma giova notare che quest’ultima presuppone la definizione della procedura di gara e dell’aggiudicazione definitiva. In tal caso, la funzione decisoria si deve intendere posta in capo non più al seggio di gara, bensì alla stazione appaltante e per essa al responsabile del relativo procedimento.
Ciò ben s’evince dall’art. 11, c. 5, dall’art. 12 e dall’art. 84, commi 1 e 12 del Dlgs 163/2006, in virtù dei quali l’attività del seggio di gara è limitata al solo svolgimento delle operazioni di gara, tra cui quelle, eventuali, di riconvocazione a seguito dell’annullamento dell’aggiudicazione o dell’esclusione di un concorrente. Viceversa, spetta alla stazione appaltante il controllo finale degli atti di gara, la loro approvazione, l’aggiudicazione definitiva e le altre statuizioni successive alla conclusione della procedura, tra cui, appunto, la definizione dei procedimenti di secondo grado inerenti al riesame (spontaneo o su istanza) di quanto statuito con l’aggiudicazione stessa.
Non importa che, in tal procedimento di secondo grado, siano implicate questioni tecniche proprie della valutazione nel merito delle offerte, giacché ciò non sposta la competenza dal RUP all’ormai dissolto seggio di gara, ma al più ne comporta, come in tutti i casi in cui occorra acquisire un parere di natura tecnica, un mero apporto consultivo.

In primo luogo, non v’è una regola che definisce a priori chi debba pronunciarsi sull’istanza di autotutela di cui al citato art. 243-bis, ma giova notare che quest’ultima presuppone la definizione della procedura di gara e dell’aggiudicazione definitiva. In tal caso, la funzione decisoria si deve intendere posta in capo non più al seggio di gara, bensì alla stazione appaltante e per essa al responsabile del relativo procedimento.
Ciò ben s’evince dall’art. 11, c. 5, dall’art. 12 e dall’art. 84, commi 1 e 12 del Dlgs 163/2006, in virtù dei quali l’attività del seggio di gara è limitata al solo svolgimento delle operazioni di gara, tra cui quelle, eventuali, di riconvocazione a seguito dell’annullamento dell’aggiudicazione o dell’esclusione di un concorrente. Viceversa, spetta alla stazione appaltante il controllo finale degli atti di gara, la loro approvazione, l’aggiudicazione definitiva e le altre statuizioni successive alla conclusione della procedura, tra cui, appunto, la definizione dei procedimenti di secondo grado inerenti al riesame (spontaneo o su istanza) di quanto statuito con l’aggiudicazione stessa.
Non importa che, in tal procedimento di secondo grado, siano implicate questioni tecniche proprie della valutazione nel merito delle offerte, giacché ciò non sposta la competenza dal RUP all’ormai dissolto seggio di gara, ma al più ne comporta, come in tutti i casi in cui occorra acquisire un parere di natura tecnica, un mero apporto consultivo
(Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 10.09.2014 n. 4605 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI SERVIZI: 1. Servizi pubblici locali di rilevanza economica. Modalità di gestione. Affidamento in house. Discrezionalità. Sindacato del G.A.. Limiti.
1.1. I servizi pubblici locali di rilevanza economica possono essere gestiti indifferentemente mediante il mercato (ossia individuando all’esito di una gara ad evidenza pubblica il soggetto affidatario) ovvero attraverso il c.d. partenariato pubblico–privato (ossia per mezzo di una società mista e quindi con una ‘gara a doppio oggetto’ per la scelta del socio o poi per la gestione del servizio), ovvero attraverso l’affidamento diretto, in house, senza previa gara, ad un soggetto che solo formalmente è diverso dall’ente, ma ne che sostituisce sostanzialmente un diretto strumento operativo, ricorrendo in capo a quest’ultimo i requisiti della totale partecipazione pubblica, del controllo (sulla società affidataria) ‘analogo’ (a quello che l’ente affidante esercita sui propri servizi) e della realizzazione, da parte della società affidataria, della parte più importante della sua attività con l’ente o gli enti che la controllano.
1.2. L’affidamento diretto, in house, costituisce una delle tre normali forme di gestione dei servizi pubblici locali, con la conseguenza che la decisione di un ente in ordine alla concreta gestione degli stessi, ivi compresa quella di avvalersi dell’affidamento diretto, in house -sempre che ne ricorrano tutti i requisiti delineatisi per effetto della normativa comunitaria e della relativa giurisprudenza (si veda sul punto la sentenza della Corte Costituzionale n. 199 del 20.07.2012)- costituisce frutto di una scelta ampiamente discrezionale, che deve essere adeguatamente motivata circa le ragioni di fatto e di convenienza che la giustificano e che, come tale, sfugge al sindacato di legittimità del giudice amministrativo, salvo che non sia manifestamente inficiata da illogicità, irragionevolezza, irrazionalità ed arbitrarietà ovvero non sia fondata su di un altrettanto macroscopico travisamento dei fatti.

2. (segue): requisiti dell'affidamento in house cd. controllo analogo. Pluralità di enti pubblici associati. Gestione collegiale. Controllo effettivo sull'affidatario. Posizione del singolo ente. Irrilevante.
2.1. In tema di affidamento in house, il requisito del ‘controllo analogo’ (il controllo esercitato dall’aggiudicante sull’affidatario deve essere di “contenuto analogo” a quello esercitato dall’aggiudicante sui propri uffici) deve intendersi sussistente anche se svolto non individualmente, ma congiuntamente dagli enti associati, deliberando se del caso anche a maggioranza, ma a condizione che il controllo sia effettivo, dovendo tale requisito essere verificato secondo un criterio sintetico e non atomistico, sicché è sufficiente che il controllo della mano pubblica sull'ente affidatario, purché effettivo e reale, sia esercitato dagli enti partecipanti nella loro totalità, senza che necessiti una verifica della posizione di ogni singolo ente.
Occorre, in particolare, verificare che il consiglio di amministrazione del soggetto affidatario in house non abbia rilevanti poteri gestionali e che l'ente pubblico affidante (rispettivamente la totalità dei soci pubblici) eserciti(no), pur se con moduli su base statutaria, concreti ed effettivi poteri di ingerenza e di condizionamento, sicché risulta indispensabile che le decisioni più importanti siano sottoposte al vaglio preventivo dell'ente affidante o, in caso di in house frazionato, della totalità degli enti pubblici soci.
2.2. Nel caso di un consorzio formato solo da enti locali e da enti pubblici è irrilevante che uno dei Comuni aderenti non abbia un proprio rappresentante nel Consiglio di Amministrazione, qualora i compiti statutari del Consorzio concernono l’attuazione degli indirizzi espressi dall’Assemblea, la proposta di atti di competenza di quest’ultima ed in via residuale il compimento di tutti gli atti che non siano espressamente riservati all’Assemblea stessa, che costituisce, per espressa definizione, “l’organo di indirizzo e di controllo politico amministrativo”
(massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 10.09.2014 n. 4599 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: 1. Dichiarazioni ex art. 38 cod. appalti. Amministratori cessati dalla carica nell'anno antecedente la data di pubblicazione del bando. Necessità. Prescrizione della lex specialis che estenda l'obbligo di dichiarazione a tutti gli amministratori cessati nel triennio antecedente. Nullità.
1.1. A seguito delle modifiche introdotte con il D.L. n. 70/2011, l'art. 38 cod. appalti prevede che la sussistenza di cause preclusive alla partecipazione alle procedure concorsuali possa operare esclusivamente con riferimento ai soggetti cessati dalla carica nell'anno antecedente la data di pubblicazione del bando di gara e non più nel triennio antecedente detta data, come disposto in precedenza.
1.2. È nulla, ai sensi dell'art. 46, comma 1-bis, cod. appalti, la prescrizione della lex specialis di gara, bandita nella vigenza dell'art. 38 cod. appalti come novellato dal D.L. n. 70/2011, che preveda l'obbligo delle imprese concorrenti di allegare alle offerte le dichiarazioni circa i soggetti cessati dalla carica nel triennio antecedente la pubblicazione del bando. Trattasi infatti di una clausola che impone una causa di esclusione ulteriore rispetto a quelle normativamente prefissate.

2. Offerte. Sottoscrizione. Soltanto sul frontespizio. Sufficienza.
2.1. Laddove la normativa di gara non preveda in alcuna sua parte uno specifico onere di sottoscrizione degli elaborati compresi nelle offerte e non disponga l'esclusione dalla gara nel caso di inosservanza dello stesso, non va esclusa l'impresa che abbia firmato e timbrato l'offerta esclusivamente sui frontespizi e non anche in calce. Trattasi di un onere siffatto che non è previsto da alcuna specifica disposizione normativa vigente in materia di appalti pubblici.
Di talché va ritenuto che la mancata sottoscrizione “in calce” agli elaborati allegati all'offerta non sia automaticamente riconducibile ad alcuna specifica e testuale causa di esclusione, né ad una delle cause di esclusione previste in via generale dall'art. 46, comma 1-bis, del cod. appalti, il quale prevede l'esclusione dei concorrenti, per quanto qui interessa, nei seguenti casi tassativi:
   a) “incertezza assoluta sul contenuto o sulla provenienza dell'offerta” a causa del “difetto di sottoscrizione o di altri elementi essenziali”;
   b) “non integrità del plico contenente l'offerta…… o altre irregolarità relative alla chiusura dei plichi, tali da far ritenere…….. che sia stato violato il principio di segretezza delle offerte”.
2.2. Nelle gare pubbliche di affidamento di appalti, il difetto di sottoscrizione dell'offerta comporta la necessaria ed automatica esclusione del concorrente, soltanto ove determini l'incertezza assoluta sulla provenienza dell'offerta, risolvendosi altrimenti in una mancanza di natura formale inidonea a produrre l'effetto sanzionatorio disposto dalla norma.
2.3. Legittimamente la stazione appaltante non esclude il concorrente che abbia sottoscritto gli elaborati componenti l'offerta tecnica sul loro frontespizio, laddove l'offerta nel suo complesso sia pervenuta all'Amministrazione contenuta in un plico regolarmente sigillato ed incontrovertibilmente riconducibile al medesimo concorrente. In tale ipotesi non può ragionevolmente ritenersi che la sola mancata sottoscrizione in calce di una parte dell'offerta, possa oggettivamente determinare la incertezza assoluta sulla provenienza dell'offerta stessa, riguardata nel suo complesso.
2.4. La carenza di sottoscrizione in calce all'offerta non integra una ipotesi di difetto di altri elementi essenziali ex art. 46-bis cod. appalti, il quale distingue chiaramente le due diverse tipologie di “difetto” ("difetto di sottoscrizione o di altri elementi essenziali"), sia sul piano letterale che su quello logico:
   i) sul piano letterale, l'incertezza assoluta sul contenuto o sulla provenienza dell'offerta è ricondotta partitamente al difetto di sottoscrizione in modo specifico “o” al difetto di “altri” (e quindi diversi) elementi essenziali, in modo generico.
   ii) sul piano logico, poi, è di tutta evidenza come il primo costituisca parimenti una ipotesi di carenza di un elemento essenziale che il legislatore, però, ha ritenuto di richiamare in via autonoma e distinta rispetto alle altre ipotesi evocate, come già detto, in via generica. Infatti, ove la sottoscrizione cui si riferisce la norma non dovesse essere intesa come elemento essenziale per determinare la provenienza dell'offerta, non vi sarebbe ragione alcuna per comminare l'esclusione dell'offerta stessa in caso di suo difetto.
2.5. Dall'interpretazione letterale e logica dell'art. 46-bis cod. appalti si ricava che il difetto di “sottoscrizione in calce” di una parte dell'offerta complessivamente riguardata, non può di per sé essere ricondotto alla diversa ipotesi contemplata dalla normativa codicistica del difetto di altri elementi essenziali dell'offerta stessa.

3. Avvalimento. Contratto tra impresa ausiliaria e quella ausiliata. Specificità. Necessità a pena di esclusione.
3.1. Dall'art. 88 del d.p.r. 207 del 2010 sriespressamente disponga che “l'oggetto” del contratto di avvalimento di cui all'articolo 49 del Codice dei contratti debba, per quanto qui interessa, necessariamente “riportare in modo compiuto, esplicito ed esauriente……. le risorse e i mezzi prestati in modo determinato e specifico”.
3.2. In tema di avvalimento dei requisiti di partecipazione ex art. 49 cod. appalti e art. 88 d.P.R. n. 207/2010, l'esigenza di una puntuale individuazione dell'oggetto del contratto di avvalimento, oltre ad avere un sicuro ancoraggio sul terreno civilistico nella generale previsione codicistica che configura quale causa di nullità di ogni contratto l'indeterminatezza (ed indeterminabilità) giust’appunto del relativo oggetto, trova la propria essenziale giustificazione funzionale, inscindibilmente connessa alle procedure contrattuali del settore pubblico, nella necessità di non permettere -fin troppo- agevoli aggiramenti del sistema dei requisiti d'ingresso alle gare pubbliche (requisiti pur solennemente prescritti e, di solito, attentamente verificati nei confronti dei concorrenti che se ne dichiarino titolari in proprio).
3.3. La pratica della mera riproduzione nel testo dei contratti di avvalimento della formula legislativa della messa a disposizione delle risorse necessarie di cui è carente il concorrente (o espressioni similari) si appalesa, oltre che tautologica (e, come tale, indeterminata per definizione), inidonea a permettere qualsivoglia sindacato da parte della Stazione appaltante sull'effettività della messa a disposizione dei requisiti.
3.4. Illegittimamente la stazione appaltante ho omesso di escludere dalla gara l'impresa concorrente che, nel ricorrere all'istituto dell'avvalimento, abbia allegato un contratto di avvalimento non rispettoso dei requisiti essenziali di determinatezza e specificità, prescritti dalla richiamata normativa e richiamati dagli anzidetti principi giurisprudenziali, laddove risulti che il contratto non riporti in modo compiuto ed esplicito le risorse ed i mezzi in concreto prestati e che l'ausiliaria assuma l'impegno assolutamente generico di mettere a disposizione in caso di aggiudicazione le risorse di cui l'ausiliato è carente.
In altri termini, il contratto in questione si sostanzia oggettivamente nella mera e pedissequa riproduzione dei requisiti indicati in maniera necessariamente generale ed astratta nella lex specialis di gara. Nessuna analitica e specifica elencazione o indicazione delle risorse e dei mezzi in concreto prestati, è rinvenibile nel contratto il quale, di conseguenza, si appalesa generico e come tale non conforme allo schema normativo.

4. Cauzione. Importo. Deposito di cauzione di importo inferiore a quello prescritto dalla lex specialis. Esclusione. Necessità. Soccorso istruttorio. Esclusione.
4.1. Nelle gare pubbliche di affidamento di appalti, ove il disciplinare di gara, a pena espressa di esclusione, imponga ai concorrenti la costituzione di specifico deposito cauzionale nell'importo espressamente predefinito, nonché l'autenticazione notarile della firma del sottoscrittore di tutte le fideiussioni, illegittimamente la Stazione appaltante ha omesso di escludere l'impresa concorrente che abbia erroneamente costituito il richiesto deposito cauzionale in misura inferiore all'importo prescritto, ed abbia successivamente corretto detto errore con una polizza fideiussoria integrativa.
4.2. Ove risulti che un'impresa concorrente a gara pubblica di appalto abbia prestato una cauzione non conforme alle tassative prescrizioni del disciplinare di gara, questa deve con ciò essere esclusa dalla gara stessa. Infatti, in presenza della richiamata clausola del disciplinare assolutamente chiara e non ambigua per i partecipanti, non può esservi ragionevolmente spazio per riconoscere alcun dovere di soccorso istruttorio a carico della stazione appaltante.
Di talché, la successiva integrazione operata dalla concorrente del deposito cauzionale non è ammissibile attesa, da un lato, la natura essenziale dell'adempimento in questione richiesto, a pena di esclusione direttamente dalla lex specialis di gara e, dall'altro, la necessità per tale ragione di far prevalere il diritto dei concorrenti alla parità di trattamento e la tutela del loro interesse alla correttezza dell'intero procedimento.

5. (segue): autentica notarile della firma del sottoscrittore. Necessità.
Non è in ogni caso idonea a sanare l'errore, commesso dalla impresa concorrente a gara pubblica di appalto, che abbia allegato all'offerta un deposito cauzionale inferiore a quello prescritto dalla lex specialis di gara, una fideiussione postuma priva di autentica notarile della firma del sottoscrittore. L'autentica notarile, infatti, è richiesta sul piano formale dal disciplinare di gara a pena di esclusione, ma è altresì preordinata sul piano sostanziale ad evitare, nel caso di mancata conclusione del contratto per fatto dell'affidatario, il rischio di un disconoscimento della sottoscrizione, vanificando così il beneficio di cui al comma 4 dell'art. 75 cod. appalti, secondo cui l'operatività, entro 15 giorni della garanzia, è subordinata alla sola richiesta scritta della stazione appaltante.
6. Risarcimento del danno. In forma specifica. Appalto in corso di esecuzione. Esclusione.
Non può essere accolta la domanda di risarcimento in forma specifica, non ricorrendo i presupposti di cui all'art. 122 c.p.a. per dichiarare inefficace il contratto in essere e disporre il subentro del ricorrente vittorioso in sede giurisdizionale nel contratto di appalto di progettazione e esecuzione di lavori, laddove risulti che, oltre ad essere già stato sottoscritto il contratto, il progetto sia stato approvato e i relativi lavori siano in fase di esecuzione.
7. (segue): per equivalente monetario. Presupposti.
Nel caso in cui l'aggiudicazione di appalto venga annullata perché l'aggiudicatario non è stato escluso dalla gara per aver dichiarato di ricorrere all'istituto dell'avvalimento allegando un contratto generico e indeterminato, va accordata la tutela risarcitoria per equivalente a favore del ricorrente vittorioso in sede giurisdizionale sussistendone tutte le condizioni in quanto:
   i) la colpa è da rinvenirsi in re ipsa, alla stregua dell'univoco e consolidato insegnamento della giurisprudenza amministrativa in subiecta materia;
   ii) l'illegittimità dell'agire della Stazione appaltante è stata accertata in sede giurisdizionale;
   iii) il nesso di causalità emerge in tutta evidenza, avuto riguardo al fatto che l'appalto avrebbe dovuto aggiudicarsi a favore dell'impresa ricorrente in sede giurisdizionale;
iv) il danno è direttamente riconducibile alla mancata esecuzione del contratto.

8. (segue): criteri di liquidazione. Utile di impresa. Onere della prova.
8.1. Ove all'esito del giudizio dinanzi al GA venga annullata l'aggiudicazione della gara di appalto pubblica, va esclusa la pretesa del ricorrente vittorioso in sede giurisdizionale di ottenere direttamente l'equivalente del 10% dell'importo a base d'asta, non essendo oggetto di applicazione automatica e indifferenziata.
8.2. È necessaria la prova, a carico dell'impresa, della percentuale di utile effettivo che avrebbe conseguito se fosse risultata aggiudicataria dell'appalto, prova desumibile in primis dall'esibizione dell'offerta economica presentata al seggio di gara. Tale principio di prova, infatti, trova conferma nell'articolo 124 del codice del processo amministrativo che, nel rito degli appalti, prevede il risarcimento del danno per equivalente subito e provato.
Occorre, quindi, verificare se parte ricorrente ha rispettato il principio basilare sancito dall'articolo 2697 del codice civile, secondo cui chi agisce in giudizio deve fornire la prova dei fatti costitutivi della domanda: com'è noto, il diritto entra nel processo attraverso le prove, che devono avere ad oggetto circostanze di fatto precise, e si debbono disattendere le domande risarcitoria formulate in maniera del tutto generica, senza alcuna allegazione degli elementi presupposti.
8.3. Laddove gli elementi prodotti in giudizio siano sufficienti ad emettere una pronuncia che statuisca sul quantum spettante a titolo di riparazione pecuniaria a favore del concorrente vittorioso in sede giurisdizionale, ai fini della formulazione della proposta risarcitoria da parte del Comune e l'eventuale raggiungimento di un accordo con la ricorrente ex articolo 34, comma 4, del codice del processo amministrativo, la stazione appaltante deve:
   i) attenersi all'offerta economica presentata dall'appellante in sede di gara;
   ii) valorizzare sul punto l’elaborato contenente le giustificazioni delle voci di prezzo che concorrono a formare l'importo complessivo esibito;
   iii) determinare il margine di guadagno che residua dopo l'applicazione del ribasso indicato in sede di gara;
iv) tenere conto del danno curriculare, da liquidare in via equitativa in un importo non superiore ad un terzo di quanto riconosciuto a titolo di lucro cessante.
8.4. Nel caso di annullamento dell'aggiudicazione dell'appalto pubblico e di certezza dell'aggiudicazione in favore del ricorrente, il mancato utile spetta nella misura integrale solo se si dimostra di non aver potuto altrimenti utilizzare maestranze e mezzi, in quanto tenuti a disposizione in vista dell'aggiudicazione.
In difetto di tale dimostrazione, che compete comunque al concorrente fornire, è da ritenere che l'impresa possa aver ragionevolmente riutilizzato mezzi e manodopera per altri lavori o servizi e da qui la decurtazione del risarcimento di una misura a titolo di aliunde perceptum vel percipiendum, considerato anche che, ai sensi dell'articolo 1227 del codice civile, il danneggiato ha un puntuale dovere di non concorrere ad aggravare il danno.
Pertanto, è pienamente ragionevole stabilire una detrazione dal risarcimento del mancato utile nella misura del 30%, laddove l'appellante non fornisca la dimostrazione anzidetta
(massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 10.09.2014 n. 4595 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: 1. Governo del territorio. Trasparenza. Pubblicità degli atti. Loro efficacia.
1.1. In forza dell’art. 39 (rubricato “Trasparenza dell’attività di pianificazione e governo del territorio”) del D.Lgs. 33/2013 (Decreto recante: “Riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusioni di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni”), la P.A. deve pubblicare tutti gli atti di governo del territorio e le loro varianti (così la lettera “a” del primo comma), oltre che gli schemi di provvedimento degli atti stessi prima della loro approvazione (così la lettera “b” del primo comma). La pubblicità degli atti di cui alla lettera a) del primo comma è condizione per l’acquisto dell’efficacia degli atti medesimi (così il comma terzo dell’art. 39).
1.2. L’interpretazione corretta dell’art. 39 D.Lgs. 33/2013, fondata sul significato letterale dello stesso (ai sensi dell’art. 12 delle preleggi), è nel senso che costituisce condizione di efficacia degli atti di governo del territorio, la sola pubblicità di cui alla lettera a) del comma 1° del medesimo art. 39 (in questo senso, il comma terzo è molto chiaro), per cui l’omessa pubblicità degli schemi di provvedimento di cui alla lettera b) del primo comma non priva di efficacia gli atti di governo del territorio di cui alla più volte menzionata lettera a).

2. (segue): Regione Lombardia. Piano territoriale di coordinamento provinciale. Innovazioni al piano adottato in caso di recepimento di osservazioni. Nuova pubblicazione dello strumento urbanistico. Non occorre. Applicazione in via analogica dell'art. 13, comma 9°, L.R. Lombardia n. 12/2005.
2.1. Laddove risulti che le innovazioni apportate in sede di approvazione di Piano territoriale di coordinamento (PTCP) di cui alla L.R. Lombardia n. 12/2005 siano frutto delle controdeduzioni alle osservazioni svolte dagli Enti territoriali ricadenti nell'ambito applicativo del medesimo PTCP e del parere espresso dalla Giunta Regionale ai sensi dell'art. 17 L.R. Lombardia n. 12/2005, può trovare applicazione la norma dell’art. 13, comma 9°, della LR 12/2005 che, seppure dettata per il procedimento di approvazione del Piano di Governo del Territorio (PGT), vale a dire lo strumento urbanistico generale comunale, può essere analogicamente applicata anche al PTCP, quale atto di pianificazione generale in ambito però sovra comunale.
2.2. Il comma 9° dell’art. 13 L.R. Lombardia n. 12/2005, nell'escludere la necessità di nuova pubblicazione in caso di approvazione di controdeduzioni alle osservazioni e di recepimento delle prescrizioni provinciali e regionali, risulta coerente con il prevalente indirizzo giurisprudenziale, formatosi in relazione agli articoli 9 e 10 della legge urbanistica generale n. 1150/1942, secondo cui la pronuncia sulle osservazioni al piano adottato da parte dell’organo consiliare o l’accoglimento di pareri di enti sovra ordinati non impone una nuova pubblicazione, salvo lo stravolgimento dei criteri di piano adottati o una sostanziale alterazione della pianificazione.

3. (segue): Rapporto tra livelli di pianificazione. Piano territoriale di coordinamento provinciale. Finalità e contenuto. Previsioni prescrittive. In particolare, tutela beni ambientali.
3.1. In tema di disciplina legislativa regionale lombarda sui PTCP e sul loro rapporto con la pianificazione comunale, in particolare con il Piano di Governo del Territorio (PGT), atto di pianificazione generale del Comune, ai sensi dell’art. 7 della LR Lombardia n. 12/2005, va osservato che il PTCP ha il contenuto di cui all’art. 15 della LR 12/2005 ed è approvato con le modalità procedimentali del successivo art. 17, il quale prevede –l’intervento della Giunta Regionale ai fini della valutazione della conformità alla legge e della compatibilità con gli atti di programmazione regionale (così il comma settimo dell’art. 17).
3.2. Quanto al contenuto, il PTCP ha in parte funzione di programmazione e indirizzo (art. 15, comma 2°, L.R. Lombardia n. 12/2005), e in parte efficacia vincolante e prevalente per i Comuni, che possono in tal caso apportare solo precisazioni e miglioramenti, dovendosi altrimenti conformarsi alla scelta provinciale (art. 15, comma 5°, L.R. Lombardia n. 12/2005).
3.3. Ai sensi dell'art. 18, comma 2°, della LR Lombardia n. 12/2005 hanno efficacia prescrittiva e prevalente sugli atti del PGT le previsioni del PTCP sulla tutela dei beni ambientali e paesaggistici in attuazione dell’art. 77 della medesima LR Lombardia 12/2005 (così il comma 2°, lettera a dell’art. 18) e di quelle sulla individuazione degli ambiti di cui all’art. 15, comma 4°, vale a dire gli ambiti destinati all’attività agricola di interesse strategico (così il comma 2°, lettera c, dell’art. 18 LR Lombardia n. 12/2005).
3.4. In tema di individuazione delle aree e delle zone sottoposte a tutela ambientale, per le quali le previsioni provinciali sono prevalenti su quelle dei Comuni, va riconosciuta agli enti locali ampia discrezionalità in sede di pianificazione urbanistica, salvo i casi di manifesta illogicità o irrazionalità.

4. (segue): Piano territoriale regionale. Finalità e contenuto.
4.1. L’art. 77 LR Lombardia n. 12/2005 attiene al coordinamento della pianificazione paesaggistica –di spettanza regionale– con gli altri strumenti di pianificazione, imponendo agli enti locali di adeguare i loro atti di piano agli obiettivi e alle misure generali di tutela dettati dal Piano Territoriale Regionale (PTR), quale piano paesaggistico ai sensi del precedente art. 76 e dell’art. 19 della medesima LR Lombardia n. 12/2005.
4.2. Quanto agli effetti del PTR ed ai rapporti del medesimo con gli altri atti di pianificazione; l’art. 20, comma 5°, della LR Lombardia n. 12/2005, stabilisce che le previsioni di piano regionale di cui al precedente quarto comma (riguardanti, fra l’altro, l’individuazione delle zone di preservazione e salvaguardia ambientale), hanno immediata prevalenza su ogni altra difforme previsione contenuta nel PTCP ovvero nel PGT.

5. Standard urbanistici. Finalità. Compensazione dello sviluppo urbano di zone di completamento. Prescrizioni del Piano Territoriale di coordinamento provinciale che impongano standard superiori a quelli previsti da fonti di rango primario. Illegittimità.
5.1. Al di là del nomen iuris non vi è distinzione tra standard urbanistici e misure di mitigazione ambientale e compensazione territoriale, contemplate dal PTCP, per i progetti di nuova edificazione e consistenti nell’assoggettamento a servitù di uso pubblico ovvero nella cessione gratuita al Comune di aree – non monetizzabili. Tale distinzione è meramente nominalistica, in quanto in concreto entrambe le nozioni si risolvono nel medesimo fenomeno, visto che si tratta di stabilire il rapporto fra spazi destinati all’abitazione o alla produzione e spazi destinati invece a servizi pubblici o a verde, finalizzati appunto a “compensare” lo sviluppo edilizio e urbanistico di altre zone.
5.2. L’attività edilizia e urbanistica impone sempre il reperimento di spazi destinati o a servizi pubblici e collettivi (si pensi alle scuole, ad esempio) oppure destinati al verde, allo svago e al tempo libero e tali spazi rientrano nella nozione comunemente intesa di “standard”.
5.3. Illegittimamente la Provincia, tramite il PTCP, impone ai Comuni il reperimento di standard. Tali standard provinciali si aggiungono a quelli previsti dal PGT e –in assenza di una diversa previsione di rango primario– potrebbero anche superare quelli minimi inderogabili previsti dal DM n. 1444/1968 (a tale proposito sussiste un onere di motivazione specifica in caso di superamento degli standard minimi). La previsione di piano provinciale sull’obbligo di reperimento di standard comunali appare lesiva del principio di legalità dell’azione amministrativa, non esistendo alcuna norma di legge che attribuisca alla Provincia una simile prerogativa.
5.4. La legge regolatrice del contenuto del PTCP (cfr. ancora gli articoli 15 e seguenti della LR Lombardia n. 12/2005), se consente senza dubbio alla Provincia di fissare limiti all’attività edilizia, mediante l’individuazione di aree e zone non edificabili (ponendo quindi a carico dei Comuni un obbligo di non fare, vale a dire un divieto di consentire un’attività di edificazione lesiva di superiori valori di tutela ambientale); non ammette però che la Provincia possa addossare ai Comuni specifici obblighi positivi di fare, vale a dire di reperire standard anche in misura eventualmente superiore a quella risultante dagli strumenti urbanistici comunali, con la conseguenza che le aree a standard, così come reperite, implicherebbero un incremento del patrimonio immobiliare del Comune, con inevitabile aumento dei costi di gestione e manutenzione, che resterebbero in capo al Comune stesso.
5.5. Le norme della LR Lombardia n. 12/2005, che disciplinano il contenuto del PGT e gli oneri di urbanizzazione, non consentono di riconoscere alle Amministrazioni provinciali la prerogative di introdurre standard urbanistici di livello provinciale. L’unico esplicito obbligo positivo da osservarsi in caso di costruzione su suolo libero è quello dell’art. 43, comma 2-bis, L.R. Lombardia n. 12/2005, sulla maggiorazione del contributo di costruzione in caso di interventi che sottraggono superfici agricole allo stato di fatto (norma, quest’ultima, che manifesta l’evidente volontà del legislatore regionale di contenere il consumo di suolo; tale finalità non può però –in mancanza di una superiore previsione di legge– giustificare l’imposizione ai Comuni da parte della Provincia di reperimento di maggiori standard per scopi di mitigazione ambientale e riforestazione).
5.6. La pretesa provinciale di introdurre standard urbanistici provinciali viola l’art. 23 della Costituzione che impone la riserva di legge per gli obblighi di prestazione personale o patrimoniale, oltre il già ricordato principio di legalità dell’azione amministrativa e quello della tipicità degli atti amministrativi.

6. Strumenti urbanistici. Partecipazione. Osservazioni. Loro confutazione. Motivazione specifica. Non occorre.
Le osservazioni presentate dai soggetti interessati ai piani urbanistici –anche quelli sovra comunali, come il PTCP– costituiscono apporti collaborativi, la cui confutazione non richiede una peculiare e specifica motivazione (massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 10.09.2014 n. 2341 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Risarcimento del danno per attività amministrativa illegittima. Onere della prova. Ctu. Inammissibilità se di carattere esplorativo.
Va rigetta la domanda di risarcimento del danno per attività amministrativa illegittima, laddove la parte che assume di essere stata danneggiata non abbia offerto in giudizio concreta ed idonea prova, in violazione del principio dell’onere probatorio di cui all’art. 64, comma 1°, del c.p.a. e dell’art. 2697 del codice civile.
In assenza della minima prova del danno, non può essere disposta consulenza tecnica d’ufficio (CTU), in quanto la stessa si risolverebbe in una inammissibile consulenza “esplorativa”.
La consulenza tecnica d'ufficio non costituisce un mezzo istruttorio in senso proprio, avendo la finalità di coadiuvare il giudice nella valutazione di elementi acquisiti o nella soluzione di questioni che necessitino di specifiche conoscenze; in conseguenza suddetto mezzo di indagine non può essere utilizzato al fine di esonerare la parte dal fornire la prova di quanto assume, ed è quindi legittimamente negata qualora la parte tenda con essa a supplire alla deficienza delle proprie allegazioni o offerte di prova, ovvero di compiere una indagine esplorativa alla ricerca di elementi, fatti o circostanze non provati
(massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 10.09.2014 n. 2341 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Atto amministrativo. Motivazione. Funzione. Per relationem. Sindacabilità in sede giurisdizionale della motivazione dell'atto richiamato.
1.1. La funzione della motivazione del provvedimento amministrativo è diretta a consentire al destinatario di ricostruire l’iter logico-giuridico in base al quale l’amministrazione è pervenuta all’adozione di tale atto, nonché le ragioni ad esso sottese. Lo scopo perseguito è quello di consentire la verifica della correttezza del potere in concreto esercitato, nel rispetto di un obbligo da valutarsi, invero, caso per caso in relazione alla tipologia dell’atto considerato.
1.2. L’onere motivazionale, di cui l’art. 3 della L. 241/1990 costituisce norma di principio generale, può ritenersi assolto anche “per relationem”attraverso il richiamo ad elementi contenuti in un diverso atto, che diviene parte integrante del medesimo provvedimento amministrativo. Affinché la motivazione “per relationem” risulti legittima occorre, però, che essa sia completa e logica, proprio in virtù degli elementi contenuti nell’altro atto a cui si rinvia.
1.3. Nel caso di diniego di permesso di costruire è necessario che l'Amministrazione Comunale espliciti le ragioni di fatto poste alla base dell’atto di diniego, anche per rendere edotto il titolare dell’interesse legittimo di carattere pretensivo sulle circostanze rilevanti.
1.4. Ove l'A.C. fondi il diniego di permesso di costruire sul parere di un organo consultivo integralmente richiamato, senza fornire alcuna ulteriore motivazione aggiuntiva, neanche al solo fine di rafforzare le risultanze istruttorie, ciò determina la necessità del sindacato da parte del Giudice Amministrativo del parere, non essendo stati forniti ulteriori elementi a sostegno dell’iter motivazionale della determinazione assunta dall'A.C..

2. Giusto procedimento. Soccorso istruttorio. Necessità.
Laddove le N.T.A. dello strumento urbanistico generale stabiliscano che gli interventi edilizi siano subordinati al preventivo rilascio di parere favorevole da parte della competente Soprintendenza, l'omessa allegazione all'istanza di p.d.c. di tale parere non è sufficiente a giustificare il diniego di p.d.c., essendo onere dell'Amministrazione Comunale di indicare gli atti istruttori idonei a consentire il reperimento del parere da ritenersi prodromico alla determinazione finale.
In altri termini, l'A.C., anziché rigettare l'istanza di p.d.c., avrebbe dovuto avviare l’istruttoria funzionale al rispetto delle prescrizioni delle N.T.A. e non considerarlo di per sé idoneo ad integrare le ragioni del diniego, senza peraltro evidenziare eventuali inadempienze dell'istante, tali da impedire o di fatto ostacolare, la necessaria integrazione in fase istruttoria. È, infatti, onere dell’Amministrazione indicare le specifiche ragioni in relazione alle quali le opere edilizie non si ritengono adeguate.

3. Permesso di costruire. Diniego per mancanza di strumenti urbanistici attuativi. Comparto già urbanizzato. Illegittimità del diniego.
3.1. Illegittimamente l'A.C. rigetta istanza di permesso di costruire sul presupposto che l'attività edificatoria nell'area interessata dall'intervento edilizio sia subordinata a piani-quadro di iniziativa comunale. In tale ipotesi viene semmai in rilievo un inadempimento dell’amministrazione, che non può riversarsi sul privato cittadino.
3.2. Laddove risulti che l'istanza di permesso di costruire riguardi un'area ricompresa in un comparto avente vocazione edificatoria residenziale e già ampiamente edificato, illegittimamente l'Amministrazione Comunale nega il richiesto p.d.c. sostenendo che un indiscriminato e disordinato rilascio di permessi di costruire porterebbe ad un risultato certamente negativo sotto l’aspetto della pianificazione urbanistica.
In tale contesto è impossibile per l’interessato comprendere le specifiche ragioni che giustificano la determinazione contraria al rilascio del p.d.c., non potendo la motivazione espressa in essa esaurirsi in richiami generici o mere locuzioni di stile.
Deve pertanto ritenersi che il diniego espresso in ordine alla domanda di permesso di costruire contenga una valutazione apodittica che non soddisfa i requisiti minimali della motivazione, non essendo di certo sufficiente il richiamo a degli atti prodromici da adottare, evidenziando essi piuttosto carenze istruttorie dell’amministrazione, che per di più si pongono in contrasto con il dato dell’avvenuta edificazione del comparto in questione
(massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - TAR Puglia-Bari, Sez. III, sentenza 10.09.2014 n. 1101 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’amministrazione ha il potere–dovere di valutare tutti gli elementi richiesti dalla legge ai fini del legittimo rilascio della concessione edilizia, ma del tutto evidentemente essa non è posta in condizione di farlo se taluno di questi viene occultato in forza del comportamento mendace del richiedente.
La “ratio” di questa interpretazione costituisce in realtà un principio generale dell’ordinamento edilizio, se si osserva ad esempio che in materia di condono edilizio, l’art. 31 della legge n. 47/1985 preclude la formazione del silenzio-assenso (per inutile decorso di 24 mesi dall’istanza) in caso di dichiarazione mendace.
Il principio testé delineato vale sia in sede di valutazione dei presupposti per il rilascio del titolo edilizio (legittimando un provvedimento negativo sulla domanda edificatoria) che di quelli necessari per l’annullamento d’ufficio della concessione già rilasciata e che non poteva esserlo ove l’elemento ostativo non fosse stato occultato dal richiedente.

Il punto centrale della controversia verte sulla ragione per la quale il Comune ha emesso i provvedimenti gravati, risiedente nella mendacità, da parte della domanda edilizia dell’interessato, sulla esistenza nell’azienda agricola di fabbricato abitativo già prima dell’originaria domanda di concessione.
Tale situazione, ai sensi dell’art. 3, comma 1, punti 1, della l.r. veneto n. 24/1985, integrando una preclusione del rilascio di ulteriore concessione edilizia, è stata valutata dal Comune come motivo di annullamento della concessione già rilasciata. Contro tale determinazione il TAR ha ritenuto di accogliere il motivo che lamentava la omessa valutazione, da compiersi (ai sensi dell’art. 3, I comma, punto 1 della legge citata) prima dell’annullamento del titolo abilitativo rilasciato, dell’effettiva corrispondenza della costruzione esistente alle esigenze abitative e lavorative dell’imprenditore agricolo.
Contro questa motivazione, l’appellante, nell’ultima parte delle censure svolte, argomenta che illegittimamente il primo giudice avrebbe contestato al Comune la mancata valutazione di detto elemento, non considerando che questa non poteva essere effettuata proprio in ragione della carenza di ogni riferimento all’edificio preesistente. Il motivo è condivisibile, ed ha valenza assorbente.
L’amministrazione ha il potere–dovere di valutare tutti gli elementi richiesti dalla legge ai fini del legittimo rilascio della concessione edilizia, ma del tutto evidentemente essa non è posta in condizione di farlo se taluno di questi viene occultato in forza del comportamento mendace del richiedente. La “ratio” di questa interpretazione costituisce in realtà un principio generale dell’ordinamento edilizio, se si osserva ad esempio che in materia di condono edilizio, l’art. 31 della legge n. 47/1985 preclude la formazione del silenzio-assenso (per inutile decorso di 24 mesi dall’istanza) in caso di dichiarazione mendace.
Il principio testé delineato vale sia in sede di valutazione dei presupposti per il rilascio del titolo edilizio (legittimando un provvedimento negativo sulla domanda edificatoria) che di quelli necessari per l’annullamento d’ufficio della concessione già rilasciata e che non poteva esserlo ove l’elemento ostativo non fosse stato occultato dal richiedente.
Nella fattispecie, in altri termini, il ricorrente ha precluso all’amministrazione proprio l’adempimento del quale il TAR ha osservato la carenza, vale a dire la verifica dell’esistenza di se gli immobili adeguati alle esigenze dell’imprenditore agricolo istante, come indicato dalla citata norma di legge (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 09.09.2014 n. 4549 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: 1. Dichiarazioni ex art. 38 cod. contratti. Omissione ab initio. Esclusione. Necessità. Soccorso istruttorio. Impossibilità. Ratio. Valutazione del reato. È attività riservata alla Stazione appaltante.
1.1. Nelle gare di appalto, l’omissione delle dichiarazioni, prescritte in sede di partecipazione dall’art. 38 d.P.R. n. 163/2006, obbliga la Stazione Appaltante ad escludere il concorrente che non abbia prodotto, ai sensi degli artt. 46 e 38 d.P.R. n. 163/2006, le dichiarazioni attestanti l’assenza delle relative condizioni ostative, anche se inesistenti.
1.2. In caso di dichiarazioni incomplete in sede di partecipazione alla gara, la Stazione Appaltante non può ricorrere al cd. soccorso istruttorio, che è volto a chiarire e completare dichiarazioni, certificati o documenti comunque già esistenti, a rettificare errori materiali o refusi, ma non certo a consentire integrazioni o modifiche della domanda.
Il c.d. “soccorso istruttorio” sovviene quando la P.A. ha la disponibilità di intervenire su elementi e dati comunque forniti anche parzialmente e non invece quando non c’è alcunché su cui intervenire ab initio e quindi in presenza di dati per nulla conosciuti dalla Stazione Appaltante perché omessi (nella specie, la dichiarazione sulle precedenti condanne penali del rappresentante legale dell’impresa concorrente era stata del tutto omessa e non poteva quindi essere sanata o regolarizzata o integrata in concreto con la produzione ex novo di dichiarazione o certificazione dall’inizio mancante, rientrando fra i cd. adempimenti doverosi imposti comunque dalla norma e dal disciplinare, e anche a prescindere dalla previsione della disciplina di gara e da ogni visione “sostanzialistica” di tali adempimenti).
1.3. Le procedure concorsuali perseguono il rispetto rigoroso delle regole poste ad assicurare l’imparzialità e la parità di trattamento in tutte le loro fasi, per cui spetta al concorrente il dovere della diligenza nella osservanza delle disposizioni di legge e concorsuali proprio ai fini della tutela dell’interesse al concorso; né tale onere può essere posto a carico dell’Amministrazione, che altrimenti verrebbe a violare proprio quella parità di trattamento, che invece nella fattispecie prevale sul diverso principio del favor partecipationis, dovendosi assicurare certezza agli elementi dell’offerta.
1.4. Nelle gare pubbliche, in tema di dichiarazioni sulla c.d. moralità professionale, in merito alla rilevanza o meno del reato ai fini dell’obbligo dichiarativo, è compito dell’Amministrazione valutare la gravità o meno del reato, che può essere accertato con qualsiasi mezzo di prova, e quindi l’incidenza sulla moralità professionale, e non di certo al concorrente, che non può quindi operare alcun proprio “filtro” in sede di domanda di partecipazione e quindi di dichiarazione in proposito.

2. (segue): compatibilità con il diritto comunitario dell'art. 38 cod. contratti. Sussiste.
2.1. Non sussistono i presupposti per rimettere alla Corte di Giustizia UE la questione pregiudiziale di interpretazione dell’art. 38, c. 1, lett. b e c) del D.Lgs. n. 163/2006 in rapporto all'art. 45 direttiva 2004/18/CE, dal momento che l’obbligo del rinvio alla Corte di Giustizia richiede una valutazione di compatibilità che spetta anche al Consiglio di Stato, quale giudice nazionale di ultima istanza, laddove il medesimo GA ritenga necessario adottare una decisione tempestiva in linea con i precetti comunitari e che non dia adito con evidenza a ragionevoli dubbi interpretativi sulla corretta soluzione da dare e data alla questione sollevata.
2.2. In tema di dichiarazioni sulla c.d. moralità professionale, va evidenziata la chiarezza delle disposizioni del Codice (segnatamente dell'art. 38 cod. contratti), che attiene ai requisiti indispensabili per la partecipazione agli appalti pubblici, alla tutela della lealtà ed affidabilità delle imprese concorrenti e quindi al rispetto della par condicio e della corretta e leale concorrenza, così come dianzi argomentato estesamente.
Le disposizioni del Codice sono espressive di principi generali anche di derivazione europea e possono trovare, ai fini della ampiezza applicativa, la ratio nella tutela di valori immanenti al sistema della contrattualistica pubblica.
Anche alla direttiva europea sugli appalti pubblici n. 24 del 26.02.2014, non ancora recepita in Italia, impedisce la produzione di dichiarazioni che omettano tutte le informazioni indispensabili ad eseguire le verifiche di ufficio sulla loro veridicità e preclude l’esercizio del potere istruttorio (cfr. A.P. n. 7/2014).
In effetti le norme comunitarie tendono sì a semplificare e ad accelerare i procedimenti, ma non ad eliminare il sistema di attestazione dell’insussistenza delle situazioni ostative quale prova preliminare sostitutiva di certificazioni, che nella direttiva n. 24/2014 vengono ridotte ad un’unica autodichiarazione
(massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 08.09.2014 n. 4543 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nell’ipotesi di esecuzione di un intervento edilizio in assenza di permesso di costruire non ricorrono gli estremi della buona fede con efficacia esimente ex art. 5 c.p., nell’interpretazione datane dalla Corte Cost. con la sentenza n. 364/1988, allorquando l’imputato abbia male interpretato una pur chiara disposizione di legge e non si sia premurato di consultare il competente ufficio per conoscere quali adempimenti egli avrebbe dovuto compiere, erroneamente formandosi il convincimento soggettivo, sulla base di un provvedimento della pubblica amministrazione riguardante opera edilizia diversa da quella abusivamente realizzata, che non fosse necessario alcun titolo abilitativo per la realizzazione di quest’ultima.
Quanto, poi, alla presunta configurabilità, nel caso in esame, di un errore sul fatto che costituisce reato ex articolo 42 c.p., comma 4 (rectius, articolo 47 c.p.), detto errore non può essere utilmente invocato nel caso in esame, in quanto il convincimento soggettivo del ricorrente secondo cui, per la pavimentazione non occorresse il permesso di costruire, non seguiva ad una erronea comunicazione del Comune (che, invece, aveva rilasciato l’autorizzazione ad eseguire la sola recinzione), con conseguente esclusione dell’invocata buona fede del contravventore.
Sul punto, infatti, è stato già in precedenza affermato da questa Corte che, per trovare applicazione il principio enunciato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 364 del 24.03.1988 (con la quale detta Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 5 cod. pen. nella parte in cui non esclude dalla inescusabilità dell’ignoranza della legge penale l’ignoranza inevitabile) e’ necessario che dagli atti del processo risulti che l’agente abbia fatto tutto il possibile per uniformarsi alla legge, sicché nessun rimprovero, neppure di semplice leggerezza, gli possa essere mosso, e che, pertanto, la violazione della norma sia avvenuta per cause del tutto indipendenti dalla sua volontà (v., sul punto: Sez. 3, n. 2698 del 18/01/1991 – dep. 01/03/1991, Sina, Rv. 186513).
Ne consegue che nell’ipotesi di esecuzione di un intervento edilizio in assenza di permesso di costruire non ricorrono gli estremi dell’esimente suddetta allorquando l’imputato abbia male interpretato una pur chiara disposizione di legge e non si sia premurato di consultare il competente ufficio per conoscere quali adempimenti egli avrebbe dovuto compiere, erroneamente formandosi il convincimento soggettivo, sulla base di un provvedimento della pubblica amministrazione riguardante opera edilizia diversa da quella abusivamente realizzata, che non fosse necessario alcun titolo abilitativo per la realizzazione di quest’ultima.
Deve, pertanto, essere affermato il seguente principio di diritto: Nell’ipotesi di esecuzione di un intervento edilizio in assenza di permesso di costruire non ricorrono gli estremi della buona fede con efficacia esimente ex articolo 5 c.p., nell’interpretazione datane dalla Corte cost. con la sentenza n. 364/1988, allorquando l’imputato abbia male interpretato una pur chiara disposizione di legge e non si sia premurato di consultare il competente ufficio per conoscere quali adempimenti egli avrebbe dovuto compiere, erroneamente formandosi il convincimento soggettivo, sulla base di un provvedimento della pubblica amministrazione riguardante opera edilizia diversa da quella abusivamente realizzata, che non fosse necessario alcun titolo abilitativo per la realizzazione di quest’ultima (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 04.09.2014 n. 36852 - link a http://renatodisa.com).

EDILIZIA PRIVATA: E' pacifico che per la realizzazione di una pavimentazione in cemento armato è necessario il massimo titolo abilitativo (permesso di costruire), a nulla rilevando la pretesa esiguità dell’intervento rispetto all’estensione complessiva del terreno.
E’ stato già affermato da questa Corte, infatti, che le opere di pavimentazione di un suolo con impiego di conglomerato cementizio importano una modificazione dello stato dei luoghi ottenuta con attività costruttiva che richiede la concessione edilizia.

Osserva il Collegio, quanto all’intervento edilizio in sé, che è pacifico che per la realizzazione di una pavimentazione in cemento armato è necessario il massimo titolo abilitativo (permesso di costruire), a nulla rilevando la pretesa esiguità dell’intervento rispetto all’estensione complessiva del terreno.
E’ stato già affermato da questa Corte, infatti, che le opere di pavimentazione di un suolo con impiego di conglomerato cementizio importano una modificazione dello stato dei luoghi ottenuta con attività costruttiva che richiede la concessione edilizia (Sez. 3, n. 10127 del 06/03/1978 – dep. 25/07/1978, Galletto, Rv. 139840) (
Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 04.09.2014 n. 36852 - link a http://renatodisa.com).

EDILIZIA PRIVATA: A causa della sua ratio e in virtù della stessa genericità della sua formulazione, l'autorizzazione ex artt. 7, 8 e 9 del R.D. 30.12.1923 n. 3267 riguarda ogni attività sottoposta a vincolo idrogeologico e immutazione totale o parziale dei luoghi della zona sottoposta a vincolo idrogeologico, ivi compresa in particolare l'attività edificatoria, con la precisazione che detta normativa non esclude che i terreni interessati da vincoli idrogeologici siano interessati dall'attività edificatoria, essendo invece consentito ai proprietari dei terreni vincolati di richiedere la rimozione del vincolo (o anche solo l'autorizzazione al taglio di alcuni alberi) nella misura necessaria a consentire la realizzazione della costruzione.
Il regime autorizzatorio de quo implica in sostanza un controllo dal punto di vista della stabilità del suolo e dell'equilibrio geologico o idraulico per evitare che eventuali iniziative dei privati nelle zone vincolate siano suscettibili di arrecare nocumento alla conservazione dell'ambiente, pregiudicandone l'equilibrio idrogeologico

Il ricorso è fondato e deve essere accolto.
Il R.D. 30.12.1923, n. 3267 ("Riordinamento e riforma della legislazione in materia di boschi e di terreni montani"), dopo aver previsto all'art. 1 che "Sono sottoposti a vincolo per scopi idrogeologici i terreni di qualsiasi natura e destinazione che, per effetto di forme di utilizzazione contrastanti con le norme di cui agli artt. 7, 8 e 9 possono con danno pubblico subire denudazioni, perdere la stabilità o turbare il regime delle acque", dispone all'art. 7 che "Per i terreni vincolati la trasformazione dei boschi in altre qualità di coltura e la trasformazione di terreni saldi in terreni soggetti a periodica lavorazione sono subordinate ad autorizzazione del Comitato forestale e alle modalità da esso prescritte, caso per caso, allo scopo di prevenire i danni di cui all'art. 1".
La giurisprudenza ha già avuto modo di sottolineare che, a causa della sua ratio e in virtù della stessa genericità della sua formulazione, la autorizzazione in questione riguarda ogni attività sottoposta a vincolo idrogeologico e immutazione totale o parziale dei luoghi della zona sottoposta a vincolo idrogeologico, ivi compresa in particolare l'attività edificatoria (C.d.S., sez. VI, 31.12.1988, n. 1347; 29.03.1983, n. 161; 25.05.1979, n. 395), con la precisazione che detta normativa non esclude che i terreni interessati da vincoli idrogeologici siano interessati dall'attività edificatoria, essendo invece consentito ai proprietari dei terreni vincolati di richiedere la rimozione del vincolo (o anche solo l'autorizzazione al taglio di alcuni alberi) nella misura necessaria a consentire la realizzazione della costruzione (C.d.S., sez. V, 14.04.1993, n. 480).
Il regime autorizzatorio de quo implica in sostanza un controllo dal punto di vista della stabilità del suolo e dell'equilibrio geologico o idraulico per evitare che eventuali iniziative dei privati nelle zone vincolate siano suscettibili di arrecare nocumento alla conservazione dell'ambiente, pregiudicandone l'equilibrio idrogeologico (C.d.S., sez. V, 03.01.1992, n. 4; sez. VI, 02.03.1987, n. 94).
Nella specie, facendo applicazione dei cennati principi giurisprudenziali merita accoglimento, con assorbimento degli altri motivi di ricorso, la censura con la quale si deduce il deficit istruttorio e motivazionale cui è incorsa l’A.R. nel negare il citato nulla–osta.
In particolare, la P.A. regionale ha espresso le seguenti considerazioni: “nota e riconosciuta ai boschi (dalla comunità scientifica), nella specie alle pinete di pino d’aleppo, la funzione di protezione del suolo e di regimentazione delle acque degli eventi idrometeorici critici. Funzioni svolte sia grazie all’apparato fogliare, ed epigeo, che tutela il terreno, ne migliorano la condizione strutturale e quindi sostanzialmente incrementano la capacità di immagazzinamento e di circolazione idrica, riducendo così notevolmente i fenomeni di ruscellamento e ristagno. Tali azioni hanno importantissimi effetti sugli eventi idrometeorici critici, che vanno da una consistente riduzione fino all’annullamento vero e proprio delle conseguenze dei ruscellamenti e dei ristagni superficiali di acque. Ritenuto che la realizzazione del fabbricato con le pertinenze d’uso ha comportato una riduzione della funzionalità del bosco per almeno tali superfici”.
Appare quindi evidente come le valutazioni della Regione siano del tutto scevre da una concreta e compiuta verifica dell’incidenza delle opere sul vincolo in questione; tale verifica non andava effettuata richiamando la notoria e generale funzione degli alberi di protezione del terreno e di regimentazione delle acque, quanto piuttosto analizzando i concreti ed effettivi rischi per la stabilità del suolo e dell'equilibrio geologico o idraulico nella situazione concreta, mediante un corretto bilanciato esame della compatibilità e sostenibilità delle opere edilizie in questione con i valori che il vincolo de quo intende tutelare (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 04.09.2014 n. 2291 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - PUBBLICO IMPIEGO - SINDACATIAccesso sindacale ai referti medici. Tar Milano. L'interesse a valutare eventuali limitazioni alle mansioni del pubblico dipendente prevale sulla riservatezza.
Il sindacato ha diritto di accesso alla documentazione trasmessa al medico competente dal datore di lavoro pubblica amministrazione.
Lo sottolinea il TAR Lombardia-Milano, Sez. III, con sentenza 01.09.2014 n. 2288 emessa nei confronti dell'agenzia delle Dogane e dei Monopoli.
Non c'è quindi riservatezza (verso il sindacato) per ciò che riguarda i documenti predisposti in occasione delle visite mediche periodiche dei lavoratori dipendenti, già effettuate e ancora da svolgersi, nell'ambito del Piano di sorveglianza sanitaria: sulla base di tali documenti, infatti, si verifica la permanenza in capo ai lavoratori stessi di limitazioni alle mansioni.
E, proprio per tale motivo, il sindacato può avere accesso, così come avviene per i documenti riguardanti l'organizzazione del lavoro e la materia della sicurezza dei lavoratori. Anche i documenti redatti dal medico competente appartengono, infatti, ad ambiti in cui l'interesse del sindacato è correlato alla finalità dell'organizzazione sindacale, che ha un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata ai documenti richiesti con istanza di accesso.
Nel caso specifico, l'istanza d'accesso riguardava la permanenza delle limitazioni alle mansioni di 49 dipendenti nell'ambito del piano di sorveglianza sanitaria relativo ad un anno. Il sindacato, in particolare, chiedeva l'accesso alla descrizione delle mansioni svolte dai dipendenti, sulla cui base il medico competente avrebbe poi verificato la sussistenza dei presupposti per l'esclusione da determinate attività.
Si evidenzia che i principi generali in tema di accesso (legge 241/1990) spesso contrappongono sindacati a datore di lavoro pubblico: i risultati più significativi riguardano l'accesso (ottenuto) alla pianta organica della Consob di un determinato un anno e a documenti che esaminavano questioni in relazione alle quali il sindacato stesso aveva formulato osservazioni e rilievi (Cons. Stato 5511/2013); o anche l'accesso agli atti dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato per verificare il rispetto della normativa vigente e degli accordi in materia di assunzione del personale con contratto a tempo determinato in assegnazione temporanea proveniente da altre pubbliche amministrazioni (Cons. Stato 1034/2012).
Anche i sindacati dei medici ospedalieri possono accedere agli atti di un ente ospedaliero relativi alla organizzazione dei servizi di guardia dei propri iscritti, agli orari ordinari e non ordinari di servizio, al piano annuale per assicurare le emergenze, e agli atti relativi alla concertazione per la predisposizione dei turni di guardia del Ccnl (Tar Napoli 4690/2012), mentre si è negato l'accesso sindacale (Cons. Stato 4321/2013) agli atti di una Regione (il Lazio) qualora si chiedano documenti per concertare la valorizzazione dei dirigenti interni in termini obiettivi e di retribuzione, con una domanda che non riguardi provvedimenti già individuati e singolarmente idonei a ledere la posizione soggettiva dell'organizzazione sindacale o degli iscritti, bensì riguardi la generalità della attività, le dotazioni organiche, la programmazione triennale ed annuale delle risorse umane e l'affidamento delle strutture dirigenziali
(articolo Il Sole 24 Ore del 17.09.2014).

INCARICHI PROFESSIONALI: Avvocati. Parcelle solo con la procura.
Circa le prestazioni svolte in giudizio dall'avvocato, al fine del riconoscimento dell'eventuale compenso spettante, è necessario accertare, anche d'ufficio, la validità della procura conferita.

Ad affermarlo sono stati i giudici della II Sez. civile della Corte di Cassazione, con sentenza 29.08.2014 n. 18450.
Ne consegue che non può una eventuale invalidità della procura alle liti, da conferirsi nelle forme di legge, essere superata, ai fini del riconoscimento di detto compenso professionale, dal contratto di patrocinio che può riferirsi solo a un'attività extragiudiziaria, svolta dal professionista legale in favore del proprio cliente, sulla base di un rapporto interno, di natura extraprocessuale, con il cliente stesso, rapporto ben distinto, quindi, dal mandato «ad litem».
Inoltre sembra opportuno rammentare che, mentre la procura «ad litem» costituisce un negozio unilaterale con il quale il difensore viene investito del potere di rappresentare la parte in giudizio con le forme previste dall'art. 83 c.p.c., il mandato sostanziale costituisce un negozio bilaterale (contratto di patrocinio) con cui il professionista viene incaricato di svolgere la sua opera professionale in favore della parte, secondo la schema proprio del mandato (Cass. n. 13963/2006; n. 10454/2002).
Va, innanzitutto, rammentato in via del tutto preliminare e in ossequio anche con la giurisprudenza della Cassazione stessa, che la procura alle liti costituisce il presupposto della valida instaurazione del rapporto processuale e può essere conferita, con effetti retroattivi, solo nei limiti stabiliti dall'art. 125 c.p.c. il quale prevede che la procura al difensore può essere rilasciata in data posteriore alla notificazione dell'atto, purché anteriormente alla costituzione della parte rappresentata (Cass. s.u. n. 10706/2006; Cass. n. 9464/2012).
Infine, in difetto di un conferimento di una procura alle liti per la rappresentanza e difesa in giudizio, non insorgendo un rapporto professionale tra patrono e cliente, non è neppure consentito determinare il contento economico del compenso professionale, secondo le norme inderogabili di cui alla legge n. 794/1942 in materia di prestazioni giudiziali degli avvocati in sede civile (Cass. n. 28718/2008) (articolo ItaliaOggi Sette del 15.09.20.

VARIVisure, il notaio può respirare. Responsabilità nei limiti dei danni realmente prodotti. CASSAZIONE/ Una sentenza interviene sull'omessa effettuazione dell'adempimento.
Responsabilità del pubblico ufficiale per omessa effettuazione delle visure ipotecarie e catastali: ferma restando la negligenza professionale, il notaio risponde nei limiti del danno effettivamente prodotto.
È quanto stabilito nella sentenza 26.08.2014 n. 18244 della III Sez. civile della Corte di Cassazione, nella quale i giudici hanno chiarito i confini del quantum debeatur.
Il caso sul quale sono stati chiamati a intervenire aveva a oggetto la richiesta di condanna al risarcimento danni che un cliente aveva rivolto al professionista, responsabile per il fatto che «lo stesso non aveva effettuato con la necessaria diligenza le visure ipotecarie e catastali».
«Costituisce approdo esegetico pacifico nella giurisprudenza di questa Corte», spiega all'uopo il collegio giudicante, «che, per il notaio richiesto della preparazione e della stesura di un atto pubblico di trasferimento immobiliare, la preventiva verifica della libertà e disponibilità del bene e, più in generale, delle risultanze dei pubblici registri, attraverso la loro misura, rappresenta, salvo espressa dispensa per concorde volontà delle parti, obbligo derivante dall'incarico conferitogli dal cliente, di talché l'inosservanza dello stesso dà luogo a responsabilità ex contractu del notaio medesimo per inadempimento della prestazione d'opera intellettuale demandatagli».
Da ciò scatterebbe l'azione di responsabilità contrattuale «se e nei limiti in cui il danno si sia effettivamente verificato» e il cui accertamento dipende dalla valutazione della situazione economica nella quale si sarebbe venuto a trovare il cliente «qualora il notaio avesse diligentemente adempiuto la propria prestazione».
Ora, dal momento che nel caso di specie il cliente aveva già versato buona parte del corrispettivo per l'acquisto dell'immobile gravato da iscrizioni pregiudizievoli agli alienanti (i quali, in sede di stipula, avevano garantito «la libertà dei cespiti da iscrizioni e trascrizioni pregiudizievoli»), i giudici hanno ritenuto che dall'ammontare dei danni che il professionista era stato condannato a pagare venissero «detratte le somme corrisposte dall'acquirente prima della sottoscrizione dell'atto» (articolo ItaliaOggi Sette del 15.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - VARICIRCOLAZIONE/2 Poteri prefettizi. Autovelox fisso, tratti ritagliati.
Il prefetto ha facoltà di eliminare un tratto di strada dall'elenco di quelli ammessi alla rilevazione automatica della velocità. E il comune ha le mani legate sulla scelta discrezionale del rappresentante governativo.

Lo ha evidenziato il Consiglio di Stato, Sez. III, con la sentenza 26.08.2014 n. 4321.
Un comune molisano ha proposto con successo ricorso al Tar contro la decisione del prefetto che ha eliminato dall'elenco autorizzato per i controlli autovelox automatici un tratto stradale di interesse municipale. Contro questa determinazione la prefettura ha avanzato censure ai giudici di palazzo Spada che hanno accolto le doglianze.
L'elenco delle strade sulle quali è possibile installare misuratori automatici di velocità ai sensi del dl 121/2002 può essere modificato dal prefetto senza problemi. Il decreto del rappresentante governativo, prosegue la sentenza, è infatti un atto ampiamente discrezionale ispirato a complessive valutazioni di opportunità. L'installazione dei controllori automatici della velocità sulle strade inoltre non è una regola ma una eccezione.
In buona sostanza la prefettura decide dove posizionare i vigili elettronici e all'occorrenza revocare l'autorizzazione all'uso dell'autovelox fisso per intervenute modifiche delle condizioni oggettive del tratto stradale interessato dal controllo. Oppure semplicemente per motivi di opportunità derivanti da un cattivo utilizzo del misuratore da parte della polizia locale (articolo ItaliaOggi Sette del 15.09.2014).

EDILIZIA PRIVATAL'occhio del comune sulle pizzerie. Possibile imporre le manutenzioni periodiche.
Niente pizza con la fuliggine. Il sindaco può ben bloccare il forno a legna del ristorante: il gestore non può tornare a usarlo se non fa pulire una buona volta la canna fumaria del locale, programmando poi la manutenzione periodica. L'ordinanza è legittima perché resta nel perimetro dei provvedimenti «contingibili e urgenti»: non impone infatti «interventi definitivi», invadendo il campo dell'azienda sanitaria locale e dei vigili del fuoco, ma si limita a prescrivere misure di buon senso di fronte agli inconvenienti di natura igienica e sanitaria rilevati dai tecnici Asl.

È quanto emerge dalla sentenza 17.06.2014 n. 3081, pubblicata dalla V Sez. del Consiglio di Stato.
Confinante scomodo
Riescono a stoppare lo scomodo vicino i residenti che si ritrovano la fuliggine in casa per colpa del locale sul corso che sforna pizze a ciclo continuo: il sopralluogo dell'Asl, avvenuto dopo l'esposto di un gruppo di vicini guidato da un architetto, rileva ben più di mere emissioni fastidiose ex articolo 844, primo comma c.c.: più del disagio c'è un vero e proprio rischio per la collettività. Il blocco al forno a legna è imposto al gestore dell'esercizio e al proprietario dei locali.
E il sindaco del comune ligure ha il potere-dovere di intervenire in base al testo unico degli enti locali: in effetti, osservano i giudici di palazzo Spada, l'amministrazione locale si limita a prescrivere misure anche a tutela della stessa clientela dell'esercizio pubblico: senza un'«accurata pulizia della canna fumaria» e una «periodica manutenzione» disposte dal primo cittadino aumentano i rischi di incendio nell'esercizio oltre che i problemi per i vicini. È vero: bloccando il forno a legna la pizzeria non può lavorare perché il prodotto non è lo stesso se cotto in un altro modo, ma chi intende proseguire la tradizione nella preparazione della pietanza non può ritenersi esonerato da interventi, anche onerosi, che ne garantiscano il risultato.
Né si può ritenere che il sindaco sia andato oltre i suoi poteri con il provvedimento laddove prescrive una «eventuale installazione di dispositivi atti a trattenere le particelle di fuliggine»: si tratta di un'imposizione soltanto ipotetica, vale a dire necessaria soltanto se la pulizia e la manutenzione della canna fumaria si rivelassero insufficienti per evitare gli inconvenienti. Il ristoratore paga le spese al comune (articolo ItaliaOggi Sette del 15.09.2014).

ESPROPRIAZIONE: OPPOSIZIONE ALLA STIMA ESPROPRIATIVA, SUOI CRITERI DI COMPUTO, IMPOSSIBILITÀ DI CONFIGURARE LA FORMAZIONE DI GIUDICATO O ACQUIESCENZA SULLA STESSA.
Per effetto della declaratoria d’incostituzionalità dell’art. 5, commi 1 e 2, D.L. n. 333/1992 (Corte cost. n. 348/2007) i criteri previsti, in via suppletiva, dall’art. 2, comma 89, L. n. 244/2007 si applicano -perché introdotti come modifica dell’art. 37, commi 1 e 2, D.P.R. n. 327/2001- alle sole procedure espropriative soggette a tale DPR, ossia a quelle in cui la dichiarazione di p.i. sia intervenuta dopo la sua entrata in vigore (30.06.2003) mentre per le procedure soggette al regime pregresso rivive l’art. 39 della L. n. 2359/1865.
Circa l’individuazione del criterio legale di stima, non è concepibile né la formazione d’un giudicato autonomo né acquiescenza allo stesso, poiché il bene della vita alla cui attribuzione tende colui che si oppone alla stima è l’indennità, liquidata nella misura di legge, non già l’indicato criterio legale.
La Corte di appello di Firenze condannò un Comune a corrispondere ad alcuni privati le somme dovute per indennità di espropriazione (comprensiva dell’indennità aggiuntiva per conduzione diretta) e indennità d’occupazione per un terreno di proprietà degli stessi, oltre a quanto già corrisposto in sede di cessione volontaria del medesimo terreno.
Questo, in ragione del fatto che l’area era di riconosciuta natura edificabile e il suo valore di mercato era stato determinato in conformità dell’art. 5-bis, commi 1 e 2, del D.L. n. 333/1992. In rapporto a ciò, l’indennità di occupazione era da corrispondersi in misura del 5% annuo dalla data d’immissione in possesso a quella dell’atto di cessione. Ancora, la Corte territoriale riconobbe agli attori l’indennità per la diretta conduzione del fondo. Rispetto a quanto corrisposto in sede cessione volontaria era quindi integrata la somma a credito degli attori, oltre a interessi in misura legale.
Avverso tale statuizione gli espropriati propongono ricorso per Cassazione, dolendosi che l’indennità di espropriazione -alla quale commisurare il conguaglio dovuto- sia stato determinato ai sensi dell’art. 5-bis, commi 1 e 2, D.L. n. 333/1992, costituzionalmente illegittimo giusta sentenza Corte cost. n. 348/2007. Si sarebbe dovuto, così, computare sulla base del valore venale del terreno, maggiorato del 10% come previsto dall’art. 2, commi 89 e 90, della L. n. 244/2007.
Il Comune ha eccepito l’inammissibilità del ricorso, deducendo che, dopo la declaratoria d’incostituzionalità, tra le parti era intervenuta una transazione sul pagamento d’indennità e interessi riconosciuti dalla sentenza d’appello e che, in ogni caso, i ricorrenti avevano prestato acquiescenza alla sentenza qui gravata. La Corte rigetta l’eccezione d’inammissibilità del ricorso, evidenziando che non vi fu acquiescenza ma la mera esecuzione della sentenza della Corte territoriale, sicché i ricorrenti si sono limitati a consentire il pagamento rateizzato di quanto statuito dal giudice di merito, senza che sia sopraggiunto alcun accordo transattivo tra le parti sull’ammontare dell’indennità d’esproprio. In ragione di che, tal condotta neppure può assumere rilevanza in termini di acquiescenza rispetto alla sentenza impugnata (sin da Cass. n. 1770/1971, n. 1770; n. 3460/1980).
Nel merito, la Corte ritiene fondato il motivo di gravame, nei limiti di seguito precisati.
La declaratoria d’incostituzionalità ha efficacia (art. 30, comma 3, L. n. 87/1953) con riguardo a tutti i giudizi pendenti alla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale restandone esclusi -salva la materia penale, in ossequio del favor rei- i soli rapporti esauriti in modo definitivo, per sopravvenienza di giudicato, preclusione, decadenza, prescrizione o per ogni altro istituto al cui verificarsi l’ordinamento faccia dipendere il consolidamento del rapporto.
Circostanze, nello specifico, mai verificatesi. Infatti, per l’individuazione del criterio legale di stima non è concepibile né la formazione d’un giudicato autonomo né acquiescenza allo stesso, poiché il bene della vita alla cui attribuzione tende chi si oppone alla stima è l’indennità, liquidata nella misura di legge, non già l’indicato criterio legale (Cass. civ. n. 10379/2012; n. 19345/2011; n. 18963/2011; n. 22409/2008; n. 21143/2007).
Nella determinazione dell’indennità di esproprio, per effetto della dichiarazione d’incostituzionalità dell’art. 5, commi 1 e 2, del D.L. n. 333/92 (sentenza Corte cost. n. 348/2007) i criteri previsti in via suppletiva dall’art. 2, comma 89, L. n. 244/2007, in quanto introdotti come modifica dell’art. 37, commi 1 e 2 del D.P.R. n. 327/2001, si applicano alle sole procedure espropriative soggette a tale DPR, ossia a quelle in cui la dichiarazione di p.i. sia intervenuta dopo la sua entrata in vigore, ossia il 30 giugno 2003, secondo le previsioni dell’art. 57 (come modificato dal D.Lgs. 27.12.2002, n. 302), mentre nelle procedure soggette al regime pregresso rivive l’art. 39 della cd “legge fondamentale sulle espropriazioni” ossia la L. n. 2359/1865.
Sicché va fatto riferimento al valore di mercato, in ragione del fatto che la norma intertemporale (art. 2, comma 90, L. n. 244/2007) prevede la retroattività della nuova disciplina di determinazione dell’indennità espropriativa solo per i procedimenti espropriativi in corso, e non anche per i giudizi (cfr. Cass. civ. n. 6798/2013; n. 11480/2008; n. 28431/2008).
Per l’effetto, il conguaglio da liquidare ai ricorrenti va determinato in misura pari alla differenza tra valore venale del bene e quanto già corrisposto (Corte di Cassazione, Sez. I civile, sentenza 16.05.2014 n. 10788 - tratto da Urbanistica e appalti n. 7/2014).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

LAVORI PUBBLICI - SICUREZZA LAVORO: G.U. 12.09.2014 n. 212 "Individuazione dei modelli semplificati per la redazione del piano operativo di sicurezza, del piano di sicurezza e di coordinamento e del fascicolo dell’opera nonché del piano di sicurezza sostitutivo" (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, decreto 09.09.2014).

CORTE DEI CONTI

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOTurn over, «ratei» nel piano assunzioni. Corte dei conti. I calcoli sui risparmi.
La Corte dei Conti, sezione controllo della Lombardia (parere 15.07.2014 n. 214) chiarisce le regole procedimentali e di calcolo a proposito del cumulo dei "ratei" in materia di assunzioni: in particolare in merito alla possibilità di utilizzo dei ratei delle facoltà assunzionali non utilizzati anno per anno.
Il parere si sofferma sulla necessità di «impegnare contabilmente la quota delle risorse inerenti alle facoltà assunzionali che di anno in anno si liberano» oppure se sia a tal fine sufficiente una qualche forma di "prenotazione".
Preliminarmente la sezione lombarda, ricorda «il contenimento della dinamica retributiva e occupazionale, con azioni varie dalla parziale reintegrazione dei cessati e contenimento della spesa per il lavoro flessibile alla razionalizzazione e snellimento delle strutture burocratico-amministrative, al contenimento delle dinamiche di crescita della contrattazione integrativa, tenuto anche conto delle corrispondenti disposizioni dettate per le amministrazioni statali».
Ritiene, poi, che «a tali fini non sia necessario che l'ente locale proceda, anno per anno, ad uno specifico impegno delle somme liberate dal mancato impiego delle facoltà assunzionali residue determinate dalla disciplina vincolistica del turn-over (cfr. deliberazione n. 2/2012/Par della Sezione regionale di controllo per la Basilicata)».
La Corte ritiene che l'impegno costituisca la prima fase del procedimento di spesa, mentre in virtù del blocco del turn-over l'assunzione potrebbe intervenire anche a distanza di tempo rispetto al momento in cui le risorse si liberano o, al limite, potrebbe anche non intervenire del tutto.
Per la Corte, la minore spesa per il personale verificatasi nell'anno è un'economia che va a migliorare i saldi di finanza pubblica, e secondo i giudici contabili, una volta verificatasi la vacanza d'organico non rimpiazzata secondo il coefficiente di turn over dell'anno, «l'ente locale dovrà programmare in termini amministrativi la futura assunzione, che potrà però realizzarsi, nel rispetto della disciplina vincolistica delle assunzioni a quel momento vigente, laddove nell'anno dell'assunzione sia possibile iscrivere nel relativo bilancio la spesa»; sarà sufficiente, quindi, che l'ente locale "preveda" la spesa nel bilancio riferito all'anno in cui avverrà l'assunzione.
Programmare in termini amministrativi non può che significare inserire la valutazione sui "ratei" nel piano annuale e triennale delle assunzioni.
Per quel che riguarda la possibilità di cumulare i ratei delle facoltà assunzionali non utilizzate anno per anno, la sezione lombarda ricorda che «a decorrere dall'anno 2014 è consentito il cumulo delle risorse destinate alle assunzioni per un arco temporale non superiore a tre anni, nel rispetto della programmazione del fabbisogno e di quella finanziaria e contabile» (legge 114/2014. )
Spetta al Comune interessato, sulla base dei principi espressi dalla giurisprudenza contabile, oltre che del parere in esame, «valutare la fattispecie concreta al fine di addivenire, nel caso di specie, al migliore esercizio possibile del proprio potere di autodeterminazione in riferimento alle spese per il personale nell'anno 2015, sempre nel rispetto dei vincoli di legge a quel momento vigenti»
(articolo Il Sole 24 Ore del 15.09.2014).

QUESITI & PARERI

APPALTI: Le regole di invio della fattura elettronica.
Domanda
Quali sono le regole procedurali che devono essere osservate per inviare la fattura elettronica? È proprio un obbligo l'accordo preventivo tra l'emittente e il destinatario?
Risposta
La circolare 24.06.2014, n. 18/E, dell'Agenzia delle entrate ha fornito opportuni chiarimenti.
L'emittente (o il suo delegato) mette a disposizione del destinatario la fattura elettronica «tramite accesso a un sito internet, server o altro supporto informatico, ove la stessa è reperibile, nonché tramite messaggio (e-mail) contenente un protocollo di comunicazione e un link di collegamento che permetta, previo accordo delle parti di effettuare in qualsiasi momento il download della fattura. È possibile individuare ulteriori strumenti idonei alla trasmissione».
La norma non richiede l'obbligatoria presenza di un «previo accordo» con il destinatario per cui per avvalersi della trasmissione elettronica «è sufficiente l'accettazione da parte del destinatario del mezzo di trasmissione utilizzato», cioè l'utilizzazione di procedure informatizzate (ad esempio, sistema di trasmissione Edi, posta elettronica, posta elettronica certificata, telefax o via modem).
L'accordo preventivo tra le parti non è un requisito indispensabile.
Se il cedente i beni (o il prestatore del servizio) conferisce ad un soggetto terzo (outsourcer) l'incarico di trasmissione della fattura elettronica, è necessaria la presenza del preventivo accordo «in tale senso, che potrà essere desunto, indirettamente, anche dal tipo di incarico conferito da ciascuna di esse al terzo» (articolo ItaliaOggi Sette del 15.09.2014).

APPALTI: Il lotto di fatture elettroniche.
Domanda
Vorrei sapere se è possibile effettuare l'invio di più fatture elettroniche in un unico lotto o se, invece, è necessario inviare distintamente ciascuna fattura.
Risposta
La circolare 24.06.2014, n. 18/E, ha precisato che è possibile eseguire la trasmissione di più fatture elettroniche raccolte in un unico lotto, avendo cura affinché i requisiti richiesti e le procedure siano riferiti non ad ogni singola fattura ma al lotto.
In altri termini, la norma permette «di inserire una sola vota le informazioni comuni (come, ad esempio, le generalità dell'emittente e del ricevente, la partita Iva, la residenza o il domicilio, la data di emissione, l'annotazione che la fattura è completata dal cliente o da un terzo per conto del cedente), purché per ogni fattura sia possibile accedere alla generalità delle informazioni» (articolo ItaliaOggi Sette del 15.09.2014).

APPALTI: Fattura elettronica.
Domanda
Quali sono le regole procedurali che devono essere seguite per procedere alla conservazione della fattura elettronica?
Risposta
Le fatture elettroniche devono essere conservate in modalità elettronica attenendosi a quanto è indicato nel Dm 17.06.2014 (e, in precedenza, dal Dm 23.01.2004).
Le fatture create in formato elettronico e le fatture cartacee possono essere conservate elettronicamente (art. 39, ultimo comma, del Dpr 26.10.1972, n. 633).
In pratica, l'operatore che emette una fattura elettronica ha l'obbligo di garantire l'origine informatica e l'integrità del contenuto del documento e deve procedere alla sua conservazione elettronica.
La posizione del destinatario, invece, è differente poiché egli può scegliere tra le seguenti alternative:
a) «non accettare» la procedura, procedendo alla conservazione della fattura su supporto cartaceo, quindi procedendo alla materializzazione del documento;
b) «accettare» la procedura mediante la stampa e la conservazione analogica del documento ricevuto elettronicamente; in pratica, il suo comportamento concludente concretizza l'avvenuta accettazione della fattura con il requisito di «fattura elettronica» (pur effettuandone la registrazione e il pagamento).
Il destinatario che non accetta il documento elettronico, non preclude all'emittente di integrare la procedura di fatturazione elettronica con quella di conservazione elettronica.
«Anche al fine di non creare vincoli alla diffusione della fatturazione elettronica, si ritiene che tale processo non debba mantenere un obbligo di simmetria tra emittente e destinatario della fattura» (circolare 24.06.2014, n. 18/E).
Va osservato che l'emittente ha l'obbligo di conservare elettronicamente le fatture emesse nei confronti della Pubblica amministrazione. Questa regola deve essere osservata anche dall'ufficio che riceve la fattura elettronica (art. 1, comma 209, della L. 24.12.2007, n. 244) (articolo ItaliaOggi Sette del 15.09.2014).

TRIBUTI: Riclassamento con motivazione.
Domanda
Come deve essere corredato l'atto di rilassamento catastale di un immobile affinché possa ritenersi legittimo?
Risposta
La giurisprudenza della Corte di cassazione in questi ultimi anni ha chiarito in molte pronunce che anche gli atti relativi al riclassamento catastale devono essere compiutamente motivati al fine di delimitare l'ambito della dialettica processuale e di porre il contribuente nella condizione di potersi difendere. L'Amministrazione finanziaria (in ciò sbagliando gravemente) molto spesso, invece, non ottempera a tale basilare precetto.
Merita di essere citata, tra le più recenti, la sentenza n. 16476 del 18.07.2014 nella quale la Suprema corte, confermando le decisioni della Ctp di Napoli e della Ctr della Campania, ha negato che l'onere della motivazione dell'atto di variazione di classamento possa esaurirsi nell'enunciare i soli dati della consistenza, categoria e classe acclarati dall'Ufficio.
Questo il principio di diritto enunciato: «In tema di revisione del classamento catastale di immobili urbani, la motivazione non può, in conformità alla legge n. 662/1996 (art. 3, c. 58), limitarsi a contenere l'indicazione della consistenza, categoria e classe attribuite dall'Agenzia, ma deve specificare, ai sensi dello Statuto del contribuente (legge 212/2000, art. 7, c. 1), a pena di nullità, a quale presupposto (il non aggiornamento del classamento o la palese incongruità rispetto a fabbricati similari) la modifica debba essere associata e laddove si tratti della constatata manifesta incongruenza tra il precedente classamento dell'unità immobiliare e il classamento di fabbricati similari aventi caratteristiche analoghe, l'atto impositivo dovrà recare la specifica individuazione di tali fabbricati, del loro classamento e delle caratteristiche analoghe che li renderebbero similari all'unità immobiliare oggetto di riclassamento, così rispondendo alla funzione di delimitare l'ambito delle ragioni deducibili dall'ufficio nella successiva fase contenziosa, nella quale il contribuente, nell'esercizio del proprio diritto di difesa, può chiedere la verifica dell'effettiva correttezza della riclassificazione».
La sentenza ha anche precisato che «il divieto dei motivi aggiunti, fuori dei ristretti casi stabiliti dall'art. 24 del Dlgs n. 546/1992, è ragionevole solo nel presupposto che all'Ufficio sia in corrispondenza proibito di allegare i ridetti fatti in corso di processo. Pertanto, l'avviso di classamento è nullo per difetto di motivazione non solo quando manchi d'indicare gli immobili serviti da comparazione, ma altresì quando non siano indicate quali siano le caratteristiche analoghe degli immobili comparati, ciò che è all'evidenza indispensabile a mettere il contribuente in grado di contraddire il fatto allegato a mezzo di specifico motivo (Cass. sez. trib. n. 21532 del 2013; Cass. sez. 6 n. 10489 del 2013)» (articolo ItaliaOggi Sette del 15.09.2014).

NEWS

PUBBLICO IMPIEGO - VARINo alla malattia fai-da-te. Per tornare prima al lavoro serve il certificato. L'Inps sottolinea l'obbligo dei datori in tema di sicurezza e salute.
No alla malattia fai-da-te. La prognosi del medico curante è vincolante sia per il lavoratore che per il datore di lavoro. Quest'ultimo, pertanto, non può riammettere al lavoro il dipendente assente per malattia che, considerandosi guarito, voglia rientrare anticipatamente rispetto al giorno indicato nel certificato medico.
Il rientro anticipato è possibile soltanto in presenza di un certificato medico di rettifica dell'originaria prognosi.

A spiegarlo è l'Inps nel messaggio n. 6973/2014. La regola, sebbene sia illustrata solo per i dipendenti dell'istituto, vale in generale per tutti i lavoratori.
Certificati medici online. I chiarimenti, spiega l'Inps, si sono resi necessari per i numerosi quesiti formulati in materia di assenza per malattia e casistica del rientro anticipato nel luogo di lavoro. Come prima cosa, l'istituto ricorda che l'assenza per malattia dei dipendenti pubblici e privati è oggi attestata da certificati medici inviati telematicamente. I medici in particolare effettuano la predisposizione dei certificati entro le successive 24 ore alle visite dei propri assistiti, lavoratori dipendenti, e li inviano al datore di lavoro tramite il «sistema di accoglienza centrale» (Sac), disponibile sul sito del ministero dell'economia.
Gli stessi medici, poi, durante tutto il periodo di prognosi, possono inviare certificati che annullano i precedenti o li rettificano (per esempio in caso di evidenti errori o refusi). La rettifica è l'eventualità nel caso in cui abbiano modo di riscontrare nel paziente un decorso più favorevole della malattia, tale da poter ridurre la prognosi.
Dovere di sicurezza e salute. In secondo luogo l'Inps, richiamando l'art. 2087 del codice civile, spiega che il datore di lavoro è obbligato ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare l'integrità fisica dei prestatori di lavoro; e aggiunge che l'art. 20 del dlgs n. 81/2008 (T.u. sulla sicurezza) obbliga il lavoratore a prendersi cura della propria salute e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro.
No alla malattia fai-da-te. Come terza cosa l'Inps ricorda che il datore di lavoro dispone solo dell'attestato di malattia, in quanto non è legittimato a ricevere i certificati completi, cioè recanti anche l'indicazione della diagnosi oltre a quella dei giorni di assenza accordati dal medico. Pertanto, si chiede l'Inps, non sapendo né diagnosi né malattia, potrebbe il datore di lavoro valutare adeguatamente se e in che misura il dipendente che intenda rientrare prima in servizio abbia effettivamente recuperato le proprie energie psicofisiche?
Se la risposta è negativa, ne deriva l'impossibilità per il datore di lavoro di assolvere agli obblighi in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Ed è quanto ritiene l'Inps che, in conclusione, precisa: ogni dipendente assente per malattia che, considerandosi guarito, voglia riprendere anticipatamente il lavoro rispetto alla prognosi del proprio medico curante, potrà essere riammesso in servizio solo in presenza di un altro certificato medico di rettifica dell'originaria prognosi (articolo ItaliaOggi del 17.09.2014).

PUBBLICO IMPIEGOLa mobilità. Trasferimenti senza vincoli fino a 50 chilometri. Serve il consenso del dipendente solo per chi ha figli sotto i tre anni o disabili.
L'introduzione della mobilità obbligatoria, cioè della possibilità per gli enti di assegnare i dipendenti ad altre sedi, la limitazione della mobilità volontaria al solo personale contrattualizzato, la conferma che il passaggio dei dipendenti ad altra Pa è subordinato al consenso dell'ente da cui dipendono e la formalizzazione del vincolo della pubblicità preventiva all'avvio delle procedure di mobilità volontaria sono le principali novità introdotte in questa materia dal Dl 90/2014, per come convertito dalla legge 114/2014.
Esse vanno nella direzione di ampliare gli spazi di flessibilità offerti alle amministrazioni, impegnando le stesse ad utilizzarli con criteri predeterminati e pubblicizzati.
La novità di maggiore rilievo è senza dubbio l'istituzione della mobilità obbligatoria.
I criteri
Con mobilità obbligatoria si intende la possibilità di trasferire di sede i dipendenti pubblici, senza che sia necessario il loro consenso. Essi possono essere trasferiti nello stesso Comune o in un altro centro che non deve però essere più lontano di 50 km dalla sede in cui sono utilizzati. Da sottolineare che questo trasferimento può essere disposto nell'ambito della stessa amministrazione, nonché tra diverse Pa se le stesse hanno raggiunto uno specifico accordo o nell'ambito dei criteri dettati dal ministro della Semplificazione e della Pa. L'intesa non è necessaria solo se il trasferimento garantisce lo svolgimento dei compiti istituzionali in amministrazioni con gravi carenze di organico.
Il consenso
Non è necessario il consenso del dipendente e non occorre dimostrare la presenza di «comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive», cioè dei requisiti previsti in via ordinaria dal codice civile per il trasferimento. La norma prevede che il consenso sia comunque necessario per i dipendenti di tutti i sessi che hanno figli di età inferiore a 3 anni e/o che assistono dei congiunti gravemente disabili e che non sono ricoverati a tempo pieno in istituti specializzati.
Il decreto
I criteri del ministro della semplificazione e della Pa devono essere contenuti in un suo specifico decreto per la cui adozione è richiesta l'intesa della Conferenza unificata, cosicché diventerà applicabile anche a Regioni ed enti locali, mentre è sufficiente la semplice consultazione con i soggetti sindacali.
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Spostamenti volontari con bando. Le riorganizzazioni. Devono essere indicati requisiti e competenze professionali richieste.
La mobilità volontaria è stata oggetto di un attento restyling. Essa può essere svolta tra Pa che appartengono a comparti diversi, ma non può più interessare il personale non contrattualizzato, cioè le categorie a cui non si applica la privatizzazione del rapporto di lavoro. Ricordiamo che i principali ambiti in cui non opera la contrattualizzazione sono: forze armate e dell'ordine, ruoli diplomatici e prefettizi, magistrati, docenti universitari. Per cui tale personale non potrà più essere trasferito in mobilità presso Pa in cui si applicano i contratti privatistici, quali ministeri, enti locali, sanità, eccetera.
Il via libera dell'amministrazione
Chiarendo le incertezze presenti nella precedente disciplina, è stato precisato che per la realizzazione della mobilità volontaria occorre il consenso dell'amministrazione da cui si dipende. Tale consenso non è necessario per i passaggi tra sedi centrali di ministeri ed enti pubblici nazionali se l'amministrazione ricevente ha una percentuale di posti vacanti superiore a quella cedente. Il consenso deve essere dato dall'amministrazione: nella nuova disposizione non è più previsto il parere dei dirigenti.
Il che pone il dubbio se questa scelta sia di competenza dell'organo di governo o dei dirigenti. Si può ritenere che il primo debba dare dei criteri di carattere generale, mentre la competenza gestionale appartiene ai dirigenti, per cui spetta ad essi l'adozione degli atti.
L'esame delle domande
Sulla scorta delle indicazioni espresse dalla giurisprudenza, è stato formalizzato che tutte le Pa devono preventivamente fissare i criteri per l'esame delle domande e devono garantire una adeguata pubblicità alla volontà di assumere in mobilità. Viene stabilito che lo specifico bando debba essere pubblicato per almeno 30 giorni: fino ad oggi, in assenza di un vincolo legislativo, la pubblicità veniva effettuata generalmente per non più di 15 giorni. In tale bando l'ente deve rendere noti i «requisiti e le competenze professionali» che devono essere possedute dal personale che si intende assumere in mobilità; si deve ritenere che essi non possano essere comunque radicalmente diversi rispetto a quelli previsti per l'accesso dall'esterno. La disposizione lascia un'ampia autonomia alle singole amministrazioni sulle procedure selettive da adottare: esse possono spaziare dalla presentazione dei curricula, allo svolgimento di un colloquio motivazionale o di una prova selettiva.
Il provvedimento ha infine impegnato il Governo ad adottare rapidamente un decreto con cui sono fissate le equiparazioni tra le categorie ed i profili dei vari comparti, così da rendere più facile la mobilità volontaria tra i vari comparti.
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mobilità obbligatoria
APPLICAZIONE
I dipendenti pubblici possono essere assegnati ad una sede diversa della stessa amministrazione o ad un'altra, con cui sia stata raggiunta una specifica intesa. Al fine di garantire lo svolgimento dei compiti istituzionali in amministrazioni con gravi carenze di organico, anche senza l'intesa
ESCLUSIONI
La mobilità obbligatoria non si applica ai dipendenti non contrattualizzati
SEDE
La nuova sede deve trovarsi nello stesso Comune o a non più di 50 km rispetto a quello di partenza
MOTIVAZIONE
Non è richiesta la motivazione delle gravi esigenze di servizio
CONSENSO
Non serve. Fa eccezione chi ha figli sotto ai 3 anni e/o assiste un congiunto gravemente disabile, non ricoverato a tempo pieno
DECRETO
Un decreto del ministro della Pa definirà i criteri applicativi. La norma è comunque già operativa
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mobilità volontaria
SOGGETTI COINVOLTI
Può riguardare solo il personale pubblico contrattualizzato. Ambasciatori, prefetti, magistrati, docenti universitari, forze dell'ordine e militari non possono essere trasferiti alle dipendenze di Regioni, enti locali, enti del servizio sanitario, altri ministeri, enti pubblici
BANDI
Le amministrazioni devono pubblicare sul sito per almeno 30 giorni i bandi di mobilità con i requisiti e le competenze del personale che intendono assumere ed i criteri per l'esame delle domande
CONSENSO DELL'ENTE
Occorre, salvo sperimentalmente che per i passaggi tra alcune amministrazioni statali, il consenso dell'ente da cui si dipende
PARERI DEI DIRIGENTI
Non vengono più richiesti i pareri dei dirigenti da cui si dipende ed alla cui dipendenza si va
RIQUALIFICAZIONE
L'ente che riceve il dipendente in mobilità deve provvedere, con oneri a proprio carico, alla sua eventuale riqualificazione
 (articolo Il Sole 24 Ore del 17.09.2014).

APPALTIAnac rivede la banca dati sulle gare. L'Authority aumenterà gli interventi di indirizzo e di vigilanza. Contratti pubblici. Per Corradino il sistema non funziona, da semplificare gli obblighi per le imprese.
È sopravvissuta allo Sblocca Italia, ma il destino della banca dati dei requisiti messa in piedi dall'Autorità contratti pubblici, soppressa e sostituita dall'Anac guidata da Raffaele Cantone, sembra comunque segnato. Nella prima versione del decreto 133/2014 era previsto un nuovo slittamento (il quarto) dell'obbligo di verificare i requisiti dei partecipanti alle gare attraverso il sistema Avcpass, entrato in vigore il primo luglio.
Una misura eliminata dal testo andato in Gazzetta il 12 settembre che però potrebbe riemergere durante l'esame parlamentare del decreto. A riconoscere che il sistema non è esente dalla criticità segnalate a più riprese dalle stazioni appaltanti e dalle imprese sono infatti ormai anche i nuovi vertici dell'Anac. «Bisogna assolutamente rimetterci mano -dice Michele Corradino, consigliere Anac con delega sugli appalti-. Dobbiamo capire perché non sta funzionando e andare verso un obiettivo chiaro. L'Avcpass è buono nella sua filosofia, cioè la semplificazione delle procedure. Ma la sua realizzazione concreta non va. Se dobbiamo costringere le imprese a chiamare un consulente per capire come partecipare alla gare, facciamo un danno al mercato».
Per Corradino, che ha preso in mano anche la riorganizzazione della vecchia Autorità, la revisione dell'Avcpass, mai decollato tanto che l'obbligo è spesso disatteso, è uno dei passaggi necessari a costruire il ruolo dell'Anac nel campo degli appalti. Con due direttrici.
Primo, appunto, la semplificazione. «Vessiamo ancora gli imprenditori e le Pa con una serie di vincoli e richieste inutili. Non possiamo più chiedere dati e autorizzazioni per questioni non produttive». Secondo, la lotta alla corruzione. «Vogliamo fare da guida al mercato, ma senza dimenticare che ci chiamiamo Autorità nazionale anticorruzione.». L'idea è di valorizzare l'enorme patrimonio di dati sul sistema degli appalti, mai sfruttato a fondo dall'organo di vigilanza. «Bisogna creare dei modelli, anche statistici, capaci di far emergere i punti in cui si annidano le anomalie del mercato, anche sfruttando la nuova norma che impone di comunicare le varianti».
E agendo anche sulla Pa. «Nella lotta alla corruzione -segnala Corradino- non possiamo fermarci agli appalti. La discrezionalità è la base del sistema corruttivo. Anche qui si possono creare strumenti per evidenziare le anomalie, segnalando ad esempio gli uffici che a un esame statistico risultano in cronico ritardo sul rilascio dei provvedimenti, pur senza soffrire di problemi di organico».
L'Anac punta a recuperare un ruolo anche nel processo di riforma del codice, quantomeno sugli aspetti che la riguardano più da vicino come la vigilanza. Sul punto è stata istituita una commissione ad hoc, insediata proprio in questi giorni.
E si riapre il tema della qualificazione al mercato dei lavori pubblici, ora gestito tramite società private. «È una scelta che spetta al legislatore -chiude Corradino- Sappiamo però qual è l'opinione del presidente Cantone, espressa in sedi ufficiali. Io posso dire da magistrato che i controlli privati non hanno mai funzionato. La terzietà è essenziale e può darla solo lo Stato»
(articolo Il Sole 24 Ore del 17.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTICentrali di appalto, pronto il decreto per il «club dei 35». Spending review. I requisiti degli aggregatori.
Il Governo ha definito i criteri operativi per attuare una delle più rivoluzionarie iniziative di riforma sistemica degli appalti pubblici: la sostituzione delle decine di migliaia di stazioni appaltanti esistenti con solo 35 grandi centrali di committenza.
In questi giorni è stato trasmesso a Regioni e Comuni la bozza di Dpcm (di concerto con l'Economia) con i criteri per selezionare le stazioni appaltanti, in attuazione del Dl n. 66/2914 (cosiddetto Irpef). Solo chi ha mandato in gara beni e servizi soprasoglia per almeno 260 milioni nell'ultimo triennio, e per almeno 50 milioni per ciascun anno del triennio, potrà concorrere per entrare nella lista dei 35 «soggetti aggregatori».
L'iscrizione andrà fatta in base a una procedura a cura dell'Anac, l'assegnazione sarà in base ai valori di appalto.
Tra i soggetti ammessi a fare ingresso in questo "club" il Dpcm ammette le due seguenti categorie di enti: le «città metropolitane istituite ai sensi del legge 07.04.2014, n. 56 e del decreto legislativo 17.09.2010, n. 156 e le province» e le «associazioni, unioni e consorzi di enti locali comunque denominati» (ai sensi del Dlgs 267/2000).
Più esattamente, ai fini del calcolo dell'ammontare, i predetti soggetti «devono avere avviato, nei tre anni solari precedenti la richiesta procedure per l'acquisizione di beni e servizi di importo a base di gara pari o superiore alla soglia comunitaria, il cui valore complessivo sia superiore a 260.000.000 euro nel triennio e comunque con un valore minimo di 50.000.000 euro per ciascun anno».
Il bacino di riferimento per le città metropolitane include tutti gli enti locali entro il perimetro della provincia. Per quanto riguarda gli enti locali in forma aggregata pesa il valore di ciascun ente che fa parte dell'associazione (o unione o consorzio).
La valutazione ricorda una vera e propria gara, preceduta da una fase istruttoria di due mesi, che si contano dall'entrata in vigore del Dpcm: entro i primi 30 giorni l'Anac dovrà deliberare le procedure per l'iscrizione; entro i successivi 30 giorni i soggetti interessati chiedono l'iscrizione applicando in base alle indicazioni dell'Anac. Nel caso delle città metropolitane non formalmente costituite la richiesta di iscrizione viene trasmessa dalla Provincia.
Segue la “gara”. L'Anac verifica i requisiti interrogando la banca dati nazionale dei contratti pubblici. Poi stila una graduatoria in base al valore degli importi mandati in gara: la lista avrà un «ordine decrescente basato sul più alto valore complessivo delle procedure avviate (...) fino al raggiungimento del numero massimo complessivo dei soggetti aggregatori». La "graduatoria" si riapre ogni tre anni, con la verifica dei soggetti inclusi nell'elenco e di quelli esclusi
(articolo Il Sole 24 Ore del 17.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATAEdilizia, cambio d'uso semplice. Un albergo può trasformarsi con facilità in una residenza. Più semplice il cambio di destinazione d'uso in edilizia. DL SBLOCCA ITALIA/ Il dl 133 prevede solo quattro categorie di destinazione urbanistica.
Il decreto legge sblocca Italia (n. 133/2014) introduce l'articolo 23-ter al Testo Unico per l'edilizia (dpr 380/2001) e individua quattro categorie di destinazione urbanistica. Solo il passaggio da una categoria all'altra è mutamento di destinazione d'uso, mentre i cambi di uso all'interno della medesima categoria sono dequalificati.
Così se un albergo diventa residenza non sarà un mutamento di destinazione di uso. Questo salvo che le regioni stabiliscano diversamente.
Ma vediamo il dettaglio della nuova disposizione.
L'articolo 23-ter del Testo Unico per l'edilizia individua quattro classi: a) residenziale e turistico-ricettiva; b) produttiva e direzionale; c) commerciale; d) rurale.
La norma stabilisce che per la legge nazionale costituisce mutamento rilevante della destinazione d'uso ogni forma di utilizzo dell'immobile o della singola unità immobiliare diversa da quella originaria, anche se non accompagnata dall'esecuzione di opere edilizie, purché tale da comportare l'assegnazione dell'immobile o dell'unità immobiliare considerati a una diversa categoria funzionale.
Il mutamento di destinazione di uso può essere con o senza opere. Nel secondo caso si parla di mutamento funzionale di destinazione di uso; nel primo caso si parla di mutamento strutturale di destinazione di uso.
Questo significa che il passaggio da destinazione residenziale a direzionale è mutamento di destinazione di uso (perché si passa da una categoria a una diversa); mentre il passaggio dalla destinazione direzionale a quella produttiva o dalla turistica a residenziale non è mutamento di destinazione di uso rilevante ai fini della legislazione edilizia.
Quanto alla identificazione delle categorie, comunque, prevale la legge regionale.
Alcune regioni hanno già una regolamentazione normativa dei cambi d'uso, con categorie diverse da quelle del decreto Sblocca Italia. Per esempio vi sono regioni in cui la destinazione turistico-ricettiva è considerata a sé stante e non associata alla destinazione residenziale oppure in cui la destinazione direzionale è autonoma rispetto alla destinazione produttiva.
La rilevanza di un cambio di utilizzo come formale variazione della destinazione d'uso implica dover ottenere permessi e pagare oneri. La non rilevanza significa, di regola, meno casi in cui bisogna conseguire un titolo edilizio e meno spese per contributi di costruzione.
Ad esempio in alcune leggi regionali si prevede che solo sono onerosi i mutamenti delle destinazioni d'uso, anche in assenza di opere edilizie, solo nei casi in cui si verifichi il passaggio dall'una all'altra delle categorie censite.
L'onerosità, di regola, è commisurata alla differenza tra gli oneri dovuti per la classe della nuova destinazione d'uso e quelli dovuti per la destinazione in atto, con obbligo di versamento del conguaglio.
La norma si spinge a disposizioni di dettaglio. In particolare la destinazione d'uso di un fabbricato o di una unità immobiliare va determinata prendendo quella prevalente in termini di superficie utile: in caso di unità con uso promiscuo (casa e ufficio, ad esempio) prevale quella che occupa più superficie ed è questa categoria quella che deve essere presa in esame per valutare cambi d'uso.
L'articolo 23-ter si chiude con una norma di carattere generale e cioè che il mutamento della destinazione d'uso all'interno della stessa categoria funzionale è sempre consentito. Anche qui, però, la legislazione regionale potrebbe disporre diversamente e in quel caso prevale sulla legge nazionale.
Lo stesso va detto per i piani regolatori e in generale per gli strumenti urbanistici comunali, che possono vietare il mutamento di destinazione di uso anche all'interno della medesima categoria (articolo ItaliaOggi del 16.09.2014).

PUBBLICO IMPIEGONiente congedo al convivente. Il permesso al genitore del disabile.
Il convivente non ha diritto al congedo per l'assistenza del proprio partner disabile; pertanto, ne può fruire il genitore (del disabile), anche se non convivente.

Lo precisa il Ministero del lavoro nell'interpello 15.09.2014 n. 23/2014, rispondendo all'Anci che ha chiesto di sapere proprio se sia possibile concedere la fruizione del congedo al genitore del disabile, pur in presenza di convivente non coniugato di quest'ultimo.
Il congedo, previsto dall'art. 42, comma 5, del T.u. maternità (dlgs n. 151/2001), è riconosciuto al coniuge convivente di soggetto con handicap in situazione di gravità, per un periodo non superiore a due anni. In mancanza, per decesso o patologie del coniuge convivente, il congedo spetta ai seguenti soggetti (con ordine di priorità): padre o madre anche adottivi; uno dei figli conviventi; uno dei fratelli o sorelle conviventi.
L'Inps (circolare n. 41/2009) ha precisato che i genitori naturali o adottivi e affidatari hanno diritto al congedo solo nella misura in cui si verifichi una delle seguenti condizioni: il figlio (disabile) non sia coniugato o non conviva con il coniuge; il coniuge (del figlio disabile) non lavori o sia lavoratore autonomo o abbia espressamente rinunciato al congedo. La corte costituzionale, inoltre, ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 42, comma 5, nella parte in cui non include tra i soggetti beneficiari il parente o affine entro il terzo grado convivente, in caso di mancanza, decesso o patologie invalidanti degli altri soggetti (sentenza n. 203/2013).
Da tanto, spiega il ministero, ne deriva che l'individuazione dei soggetti con diritto al congedo non è suscettibile d'interpretazione analogica, ma risulta tassativa anche in ragione del fatto che durante la fruizione del congedo il richiedente ha diritto a un'indennità.
Pertanto, ritiene in conclusione che, nell'ipotesi in cui il disabile non risulti coniugato o non conviva con il coniuge, ovvero quest'ultimo abbia effettuato espressa rinuncia al congedo, l'art. 42, comma 5, del T.u. maternità «consenta al genitore non convivente di beneficiare del periodo di congedo, anche laddove possa essere garantita idonea assistenza da parte di un convivente more uxorio, non essendo tale soggetto legittimato a fruire del diritto» (articolo ItaliaOggi del 16.09.2014).

EDILIZIA PRIVATADL SBLOCCA ITALIA/ Per l'edilizia meno vincoli e disciplina più semplice. Riqualificazione aree industriali dismesse in deroga ai piani urbanistici.
Con il Dl 133/2014, entrato in vigore il 12 settembre, si allarga il novero degli interventi di manutenzione straordinaria: ne fanno da ora ugualmente parte il frazionamento e l'accorpamento delle unità immobiliari, anche mediante la variazione delle relative superfici e del carico urbanistico purché non muti la volumetria complessiva e l'originaria destinazione.
Si noti che il carattere gratuito delle opere di manutenzione viene posto in dubbio dal nuovo articolo 17, comma 4, del Testo unico edilizia dove, al pari delle opere sul patrimonio statale, anche la manutenzione straordinaria sconterebbe il contribuito commisurato agli oneri di urbanizzazione restando esentata dalla quota relativa al costo di costruzione. In sede di conversione il punto merita di essere chiarito.
Riqualificazione urbana
I regolamenti locali potranno individuare gli edifici da espropriare, mediante il riconoscimento di forme compensative, per procedere alla riqualificazione urbana.
Deroga alle regole urbanistiche
Nuova fattispecie per i permessi di costruire in deroga agli strumenti urbanistici territoriali: finora ammessi in caso di edifici pubblici, oggi possibili anche per gli interventi di ristrutturazione edilizia e urbanistica anche in aree industriali dismesse. In tali casi, l'interesse pubblico dovrà essere attestato con delibera del consiglio comunale.
Il permesso di costruire convenzionato, strumento finora noto solo alle esperienze regionali e locali, potrà far luogo degli strumenti di pianificazione attuativa, che hanno procedimenti di approvazione notevolmente più lunghi. Il permesso convenzionato varrà quando le esigenze di urbanizzazione di una determinata area potranno essere soddisfatte mediante modalità semplificate.
Quanto ai termini per il rilascio, ora tutti i comuni devono rispettare i termini «ordinari» (60 giorni per l'istruttoria, l'acquisizione dei pareri e la formulazione del provvedimento con possibilità di interruzione nei primi 30 giorni per richiesta di integrazioni). La possibilità di raddoppio sussiste solo per i progetti particolarmente complessi.
Proroga dei termini edilizi
Quando l'inizio o la fine dei lavori sono impediti da iniziative della Pa o dell'autorità giudiziaria che si rivelano poi infondate, la relativa proroga è un atto dovuto.
Contributo di costruzione
Gli strumenti di trasformazione urbana complessi scontano un regime agevolato del costo di costruzione: i relativi atti di pianificazione attuativa (piani di recupero, piani particolareggiati) potranno infatti prevedere che il contributo di costruzione sia commisurato unicamente al costo di costruzione e non anche all'incidenza degli oneri di urbanizzazione. Dovrà in ogni caso essere garantita la corretta urbanizzazione, l'infrastrutturazione e l'insediabilità degli interventi.
Inoltre, i Comuni possono deliberare i contributi di costruzione per gli interventi di ristrutturazione in misura inferiore ai valori determinati per le nuove costruzioni. Per gli immobili dismessi o in via di dismissione, il contributo di costruzione per gli interventi di ristrutturazione, recupero e riuso potrà essere ridotto in misura superiore al 20 per cento.
Addio Dia
Dopo più di quattro anni dalla sua introduzione nell'ordinamento giuridico, la Scia sostituisce a tutti gli effetti la Dia edilizia, che sopravvive solo ove prevista in sostituzione del permesso di costruire (ex Super Dia). Scia anche per le varianti minori a permessi di costruire, a condizione che gli interventi siano conformi alle prescrizioni urbanistico-edilizie e siano attuati dopo l'acquisizione degli eventuali atti di assenso prescritti dalla normativa sui vincoli.
Cambio d'uso
Si amplia la maglia del mutamento di destinazione d'uso: è rilevante solo la modifica che comporta l'assegnazione dell'immobile o dell'unità a una differente categoria funzionale tra (a) residenziale e turistico-recettiva (b) produttiva e direzionale, (c) commerciale, (d) rurale. È fatta salva la possibilità per le Regioni di disciplinare differentemente la materia.
Lottizzazione per stralci funzionali
Modifiche anche alla legge Urbanistica (1150/1942) il cui articolo 28 oggi concede la possibilità di procedere per stralci funzionali, per fasi e tempi distinti. Per ogni stralcio funzionale dovranno essere quantificati gli oneri di urbanizzazione o le opere di urbanizzazione da realizzare e le relative garanzie; l'attuazione parziale dovrà risultare coerente con l'intera area oggetto d'intervento.
Permessi in conferenza di servizi
Si allinea la validità dei termini dei permessi endoprocedimentali che si formano in seno ad una conferenza di servizi: tutti decorreranno a far data dall'adozione del provvedimento finale.
Autorizzazione paesaggista
Scompare di nuovo il ricorso alla conferenza di servizi nell'ambito del procedimento di rilascio dell'autorizzazione paesaggistica: prima abolita dal Dl 84/2014, poi reintrodotta con la legge di conversione, oggi scompare di nuovo con il Dl 133. Di conseguenza, decorsi 60 giorni dalla ricezione degli atti da parte del soprintendente senza che questi abbia reso il prescritto parere, l'amministrazione competente provvede comunque sulla domanda di autorizzazione
(articolo Il Sole 24 Ore del 16.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

LAVORI PUBBLICI - SICUREZZA LAVOROIn edilizia «sicurezza» standard. I modelli semplificati possono essere adottati dai committenti e dalle imprese. Prevenzione. In «Gazzetta Ufficiale» il decreto interministeriale che rende operativa la normativa introdotta con il Dl del fare.
È finalmente operativa la semplificazione dei modelli obbligatori previsti in materia di sicurezza sul lavoro nel settore dell'edilizia.
L'operazione è stata regolamentata dal decreto 09.09.2014 (pubblicato sulla «Gazzetta ufficiale» 212 del 12 settembre) dei ministri del Lavoro, delle Infrastrutture e della Sanità, in attuazione dell'articolo 104-bis del Dlgs 81/2008 (Testo unico sulla sicurezza sui luoghi di lavoro), introdotto dall'articolo 32 del Dl 69/2013, convertito dalla legge 98/2013 (cosiddetto Decreto del fare).
Il decreto ministeriale contiene quattro allegati i quali riguardano, rispettivamente, il modello semplificato del piano operativo di sicurezza (Pos) di cui agli articoli 89, comma 1, lettera h) e 96, comma 1, lettera g); del Tu (all. I), del piano di sicurezza e coordinamento (Psc), di cui agli articoli 91 e 100 del Testo unico (all. II); del piano di sicurezza sostitutivo (Pss), di cui all'articolo 131, comma 2, lettera b), del Dlgs 163/2006 (Codice dei contratti pubblici) (all. III) e del fascicolo dell'opera di cui all'articolo 91, comma 1, lettera b), del Testo unico (all. IV).
I modelli semplificati, il cui utilizzo non è obbligatorio, fornisce ai committenti e ai datori di lavoro delle imprese esecutrici di opere pubbliche e private un valido indirizzo standardizzato ai fini della redazione dei documenti. L'alternativa, per gli interessati, è di seguire un proprio criterio che affronta il rischio, nel qual caso il modello potrebbe essere considerato incompleto o non rispondente alle previsioni della legge da parte dell'organo di vigilanza, con l'applicazione dei conseguenti provvedimenti sanzionatori.
Nel merito dei singoli modelli si evidenzia che non sempre, obiettivamente, questi possono ritenersi semplificati. In particolare questa osservazione vale per il Pos e il Pss, dove vengono richieste notizie sulle mansioni di alcuni soggetti con posizioni di responsabilità, già previste dalla legge, e sui nominativi di lavoratori impegnati in determinate funzioni o circostanze, non previsto dalla legge.
Questi modelli prevedono, tra l'altro, una tabella riepilogativa dei livelli di esposizione al rumore e, per ciascun lavoratore, l'indicazione della erogata informazione, dell'avvenuta formazione riguardante i rischi specifici e di mansioni, nonché l'eventuale addestramento previsto per particolari dispositivi di protezione individuale.
È evidente che con tali registrazioni ed altre similari viene a costituirsi un documento il quale deve essere di volta in volta completato con le variazioni che intervengono nel tempo. Poiché dovranno essere conservate le precedenti registrazioni, si avranno, pertanto, più documenti per lo stesso cantiere.
L'annotazione vale ovviamente anche per il Pss, che va redatto quando –per la natura dell'opera pubblica e per la sua durata– non sia previsto il Psc. Il Pos, come il Pss, vanno redatti dal datore di lavoro dell'impresa esecutrice.
Il modello relativo al Psc, redatto dalla coordinatore per la progettazione, prevede, tra l'altro, l'elaborazione dell'organigramma per l'appalto dell'opera che, partendo dal committente, individua i vari soggetti i quali sono chiamati alla sua realizzazione, dall'impresa affidataria, a quella esecutrice, fino ai lavoratori autonomi. Il modello del Psc si interessa della valutazione dei rischi non solo dell'istituendo cantiere, ma anche dell'area esterna alla quale è interessato il cantiere stesso, nonché dei rischi da interferenza tra le lavorazioni.
Il modello riguardante il fascicolo dell'opera (redatto dal coordinatore per la progettazione), il quale accompagna nel tempo la vita dell'opera stessa, sintetizza quanto già prescritto dall'allegato XVI del Testo unico e pone in particolare rilievo le misure preventive e protettive che andranno in dotazione all'opera e ausiliarie, prevedendo, nel tempo, sia il tipo di probabile intervento manutentivo, sia l'individuazione degli eventuali rischi
(articolo Il Sole 24 Ore del 16.09.2014).

PUBBLICO IMPIEGOCongedo al genitore al posto del convivente. Disabili. L'interpretazione del ministero.
Il genitore non convivente può beneficiare del periodo di congedo previsto dall'articolo 42, comma 5, del Testo unico in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità (Dlgs 151/2001) anche quando al disabile in situazione di gravità può essere garantita idonea assistenza da parte di un convivente, non essendo questi legittimato a fruire del diritto.
Lo ha affermato il ministero del Lavoro in risposta all'interpello 15.09.2014 n. 23/2014 dell'Anci, che si era avvalsa della possibilità offerta dall'articolo 9 del Dlgs 124/2004 per chiedere un parere sulla possibilità di concedere la fruizione del congedo al genitore del disabile, pur in presenza di convivente non coniugato di quest'ultimo.
Prendendo spunto dalla tassatività dei soggetti che possono avere titolo al periodo di congedo accompagnato dalla relativa indennità a carico dell'Inps, i tecnici si sono espressi positivamente. Ciò anche in relazione alla impossibilità di un'estensione per via analogica degli aventi diritto al congedo.
Con altra risposta a interpello (22/2014) il ministero ha affrontato, poi, una problematica connessa alla computabilità delle altre categorie diverse dai disabili, tutelate dalla legge 68/1999, in caso di cambio d'appalto. È stato chiesto, se, nelle ipotesi di cambio d'appalto e di conseguente obbligo contrattuale di assunzione del personale già in forza ai sensi dell'articolo 4 del Ccnl per i dipendenti di imprese di pulizia/multiservizi, l'azienda subentrante debba procedere ad una assunzione ex novo di un altro soggetto orfano o possa ritenersi riconosciuto ai fini degli obblighi di legge il soggetto orfano già in forza ma non riconosciuto come tale ex lege 68/1999.
Per i tecnici l datore di lavoro subentrante potrà computare nella quota di riserva ex articolo 18, comma 2, il personale orfano assunto in applicazione dell'obbligo contrattuale di cui all'articolo 4 del Ccnl citato
 (articolo Il Sole 24 Ore del 16.09.2014).

APPALTIAppalti, poteri forti per l'Anac. L'Autorità può proporre di commissariare l'appaltatore. Le novità sull'anticorruzione introdotte dalla l. 114/2014 di conversione del dl p.a..
Più poteri all'Anac contro la corruzione negli appalti pubblici con il commissariamento dell'appaltatore, del concessionario e del contraente generale. I pagamenti all'impresa potranno essere sospesi e l'utile di impresa accantonato in un fondo. Infine, l'unità operativa per Expo 2015 resterà in carica fino a tutto il 2016.

Sono alcuni dei punti principali contenuti nell'articolo 32 del decreto-legge 90/2014 convertito dalla legge 11.08.2014, n. 114.
La disposizione, nell'ambito dell'attività di prevenzione della corruzione scatta quando in relazione al singolo appalto emergano rilevanti anomalie o comunque situazioni sintomatiche di condotte illecite, ovvero vi siano fatti gravi e accertati, anche in seguito a denunce di illeciti da parte di dipendenti della pubblica amministrazione. In tali ipotesi, il presidente dell'Anac (Autorità nazionale anti corruzione) può proporre al prefetto competente di assumere direttamente il controllo dell'impresa attraverso un'amministrazione straordinaria temporanea (fino all'esecuzione del contratto), oppure di imporre all'impresa di rinnovare gli organi sociali.
In commissione due le principali novità rispetto al testo governativo: è stato introdotto l'obbligo per il presidente dell'Anac di informare il procuratore della repubblica e soprattutto è stata estesa la disciplina dell'amministrazione straordinaria temporanea anche ai concessionari di lavori pubblici e ai contraenti generali. La modifica potrà consentire all'Anac di applicare i poteri conferiti dalla norma anche a casi come il Mose, oggetto di una concessione affidata nel 1984 o ad affidamenti a contraenti generali (grandi infrastrutture) per i quali dovessero emergere elementi di condotte illecite. Viene anche chiarito che la competenza del prefetto è in relazione al luogo in cui ha sede la stazione appaltante e quindi non rileva la sede legale dell'impresa oggetto di accertamenti.
Il prefetto, fatte le proprie valutazioni, provvede con decreto alla rinnovazione degli organi sociali se l'impresa non si adegua spontaneamente entro trenta giorni; nei casi più gravi, entro dieci giorni nomina fino a un massimo di tre amministratori in possesso dei requisiti di professionalità e onorabilità previsti dalla legge. In fase di esame parlamentare, rispetto al testo iniziale del decreto legge, è stato introdotto, come novità, un limite di durata al provvedimento di amministrazione straordinaria temporanea che è stato individuato nella emissione del certificato di collaudo dell'opera.
L'amministrazione straordinaria temporanea viene qualificata dalla norma come attività di pubblica utilità con la conseguenza che gli amministratori rispondono per eventuali diseconomie soltanto in caso di dolo o colpa grave. Ipotesi di revoca del decreto di nomina degli amministratori sono l'adozione di provvedimento di sequestro, confisca o amministrazione giudiziaria dell'impresa aggiudicatrice dell'appalto, ipotesi alle quali si aggiunge anche l'archiviazione del procedimento e che l'autorità giudiziaria conferma, ove possibile, gli amministratori nominati dal prefetto.
Durante l'amministrazione straordinaria, i pagamenti all'impresa non sono sospesi, ma l'utile d'impresa derivante dal contratto di appalto pubblico (determinato dagli amministratori in via presuntiva) deve essere accantonato in un apposito fondo; quindi non può essere distribuito, oltre che fino all'esito del giudizio penale, fino all'esito dei giudizi sull'informazione antimafia interdittiva. Possibile nominare tre esperti da parte del prefetto per svolgere funzioni di sostegno e monitoraggio dell'impresa, se le indagini penali riguardano membri di organi societari diversi da quelli dell'impresa aggiudicataria dell'appalto.
Le misure di amministrazione, sostegno e monitoraggio si applicano anche se l'impresa è oggetto di informazione antimafia interdittiva da parte del prefetto; quest'ultimo informa dell'adozione delle misure il presidente dell'Anac. Le misure sono comunque revocate o cessano di produrre effetti all'esito di procedimenti penali e di prevenzione.
Per quel che riguarda l'unità operativa con compiti di vigilanza e di alta sorveglianza su Expo 2015, la norma, modificata in commissione, prevede che la sua operatività duri fino «alla completa esecuzione dei contratti di appalto di lavori, servizi e forniture per la realizzazione delle opere e delle attività connesse allo svolgimento del grande evento» e comunque, non «oltre il 31.12.2016» (articolo ItaliaOggi Sette del 15.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

INCENTIVO PROGETTAZIONE: Tetto massimo agli incentivi acquisibili dai tecnici p.a.
Con il nuovo Fondo per la progettazione e l'innovazione previsto un tetto massimo agli incentivi acquisibili da ogni tecnico della p.a. Ed è eliminato il premio per gli atti di pianificazione.

Sono gli effetti della riscrittura della disciplina premiale che riguarda i professionisti degli uffici tecnici delle amministrazioni, dopo che l'articolo 13-bis del decreto legge 90, convertito nella legge 114/2014, ha sostituito i commi 5 e 6 dell'articolo 92 del codice dei contratti pubblici.
Non cambia l'entità complessiva dell'incentivo, fissata al 2% degli importi posti a base di gara di un'opera pubblica; si crea però un fondo ad hoc, presso ogni amministrazione («Fondo per la progettazione e l'innovazione») che servirà a incentivare le attività di progettazione, di direzione dei lavori, di verifica dei progetti, di collaudo e altre attività tecniche.
Per un 20%, invece, le risorse del Fondo dovranno essere destinate all'acquisto, da parte dell'ente, di beni, strumentazioni e tecnologie funzionali alla realizzazione di progetti di innovazione, di banche dati per il controllo e il miglioramento della capacità di spesa e di ammodernamento o efficientamento dell'ente e dei servizi ai cittadini.
Le risorse inutilizzate potranno essere usate nei tre anni successivi. Si potrà graduare l'incentivo in base all'effettivo rispetto, in fase di realizzazione dell'opera, dei tempi e dei costi previsti nel progetto esecutivo; sulla stessa linea la norma prevede che si possano ridurre le risorse destinate al Fondo in caso di mancato rispetto dei costi e dei tempi previsti nel quadro economico del progetto esecutivo, depurato del ribasso d'asta.
Un'altra novità significativa è rappresentata dal fatto che il tetto all'incentivo non è più individuato singolarmente: si passa infatti da un tetto, applicabile a ogni incentivo, pari al trattamento economico complessivo annuo lordo (per il personale non dirigenziale), a un tetto, che non solo scende dal 100% al 50% del trattamento (25% per i dirigenti), ma viene applicato alla somma di tutti gli incentivi corrisposti al dipendente nel corso dell'anno (articolo ItaliaOggi Sette del 15.09.2014).

APPALTI: Aggregazione domanda, meno vincoli ai piccoli comuni.
Meno vincoli per i piccoli comuni alla centralizzazione degli appalti: slitta a fine anno (a metà 2015 per i lavori) l'obbligo di aggregazione della domanda; possibili affidamenti fino a 40 mila euro.

È quanto si desume dall'articolo 23-bis del testo del decreto-legge 90 convertito in legge 11.08.2014, n. 114 che prevede un intervento di proroga del termine dell'entrata in vigore, in origine fissato al 1° luglio, della nuova disciplina sulla centralizzazione delle procedure di acquisizione di lavori, servizi e forniture, da parte di tutti i comuni non capoluogo di provincia, attraverso modalità di aggregazione.
L'articolo 33-bis del codice dei contratti pubblici (dlgs 163/2006) prevede che i piccoli comuni procedano all'acquisizione di lavori, beni e servizi: nell'ambito delle unioni dei comuni, ove esistenti; mediante un apposito accordo consortile tra comuni, avvalendosi dei competenti uffici; ricorrendo a un soggetto aggregatore; ricorrendo alla province o alla Consip o ancora alle centrali di committenza regionali.
L'articolo modificativo dispone che, per i comuni istituiti a seguito di fusione, l'obbligo decorre dal terzo anno successivo a quello di istituzione. Con l'articolo 23-ter si fissano poi nuovi termini per l'entrata in vigore della disciplina per tutti i comuni non capoluogo di provincia che non abbiano adottato procedure di fusione. Il termine del 1° luglio viene così differito al 01.01.2015, quanto all'acquisizione di beni e servizi; al 01.07.2015 quanto all'acquisizione di lavori.
Viene poi disposta la non applicazione della disciplina medesima agli enti pubblici impegnati nella ricostruzione delle località dell'Abruzzo danneggiate dal sisma dell'aprile 2009 (dl 39/2009); delle località dell'Emilia-Romagna danneggiate dal sisma del maggio 2012 (dl 74/2012); ai comuni con popolazione superiore a 10 mila abitanti, limitatamente agli acquisti di beni, servizi e lavori di valore inferiore ai 40 mila euro, possibilità che con la legge 89/2014 era stata esclusa espressamente e adesso viene ripristinata (articolo ItaliaOggi Sette del 15.09.2014).

ENTI LOCALI - VARI: CIRCOLAZIONE/1 Sosta in città. Una tolleranza di 15 minuti
L'automobilista che tarda a recuperare il veicolo parcheggiato sulle strisce blu non incorrerà in nessuna multa entro 15 minuti dalla scadenza del ticket purché abbia regolarmente pagato almeno un'ora di sosta continuativa. Ma se non espone nulla sono 41 euro di sanzione.

Lo ha chiarito la polizia municipale di Torino con la circolare/informativa 04.08.2014.
La questione della sosta dei veicoli nelle zone a pagamento oltre al termine consentito è salita alla ribalta nei mesi scorsi dopo le dichiarazioni del ministro Lupi immediatamente contraddette, di fatto, dall'Anci.
A parere del ministro dei trasporti per chi sfora l'orario concordato non devono scattare sanzioni ma solo recuperi tariffari. Per l'Associazione dei comuni, invece, il codice stradale prevede una sanzione ad hoc oltre al possibile recupero. Con la delibera torinese l'interpretazione dell'Anci viene tradotta in regole operative introducendo però un nuovo margine di tolleranza per i ritardatari.
Per agevolare l'utente che non riesce a rispettare il termine fissato con il pagamento viene introdotta una franchigia fissa di 15 minuti. Purché l'interessato abbia pagato regolarmente almeno un ora di sosta continuativa. Solo dal 16° minuto scatterà la multa che sarà più salata per chi non paga nulla oppure, se ha pagato il ticket, omette di esporlo sul cruscotto del proprio veicolo (41 euro).
Si conferma infatti, conclude la nota, l'equiparazione della mancata esposizione alla mancata titolarità del biglietto (articolo ItaliaOggi Sette del 15.09.2014).

PUBBLICO IMPIEGOMobilità volontaria in cerca del «consenso». Non è chiaro chi deve dare il via libera al trasferimento. Decreto Pa. Molti i dubbi applicativi sollevati dalle nuove regole sul personale.
Inclusione o meno degli oneri dei dipendenti delle società nella base di calcolo dell'incidenza della spesa del personale sulle spese correnti, compiti dei dirigenti nella mobilità, diritti di rogito dei segretari, ambiti di applicazione delle limitazioni ai compensi accessori per gli avvocati ed il personale degli uffici tecnici: sono questi i principali dubbi applicativi sollevati dal Dl 90/2014.
Nelle procedure di mobilità volontaria è scomparso il vincolo dei pareri espressi dai dirigenti del settore in cui il dipendente è impegnato e di quello in cui sarà impegnato, e ha formalizzato la necessità del consenso dell'amministrazione cedente. Da qui la domanda: la competenza ad esprimere il consenso è dei dirigenti? E quale è il ruolo dell'organo di governo? Solamente di indirizzo, come sembrano suggerire i principi generali?
Prima delle assunzioni a tempo determinato di durata superiore le amministrazioni devono verificare l'«impossibilità di ricollocare il personale in disponibilità iscritto nell'apposito elenco». Come si accerta questa impossibilità? Con le procedure previste per le assunzioni a tempo indeterminato dall'articolo 34-bis del Dlgs 165/2001, che non è richiamato? E vi sono sanzioni in caso di inosservanza? Questo vincolo si applica anche alle assunzioni di dirigenti e responsabili ex articolo 110 Tuel e a quelle degli uffici di staff degli organi politici? Possono essere conferiti ai pensionati incarichi professionali o di componenti di organismi obbligatori, quali i revisori dei conti? E costoro possono essere nominati commissari negli enti locali sciolti?
La disposizione vieta il conferimento di incarichi dirigenziali, di consulenza e di componenti gli organi di governo, con esclusione degli assessori. La risposta dovrebbe essere negativa in base al divieto di interpretazioni estensive o analogiche delle disposizioni che limitano le prerogative individuali.
E chi sono i segretari non dirigenti che possono continuare a percepire i diritti di rogito (la cui base di calcolo è stata peraltro ampliata, mentre è stato abbassato il tetto massimo individuale, per cui la misura del compenso percepito in molti piccoli Comuni crescerà), visto che né il contratto né la legislazione lo stabiliscono? Solo quelli di prima nomina? E i segretari che sono in convenzione tra comuni con e senza dirigenti?
Le nuove limitazioni alla incentivazione dei dipendenti degli uffici tecnici si applicano anche nelle Regioni a statuto speciale? In questi compensi devono essere compresi anche gli oneri per l'Irap? E il divieto di percezione si estende, ma non sembra, ai titolari di posizione organizzativa che svolgono compiti dirigenziali?
E come conciliare la nuova volontà legislativa di collegare la erogazione dei compensi accessori per il personale degli uffici tecnici e gli avvocati alla valutazione delle loro attività?
Finora solo uno dei molti dubbi ha trovato una risposta "istituzionale", peraltro prevedibile: la sezione regionale di controllo della Corte dei Conti dell'Emilia, con il parere n. 172/2014, ha chiarito che l'abrogazione del divieto di effettuare assunzioni negli enti in cui il rapporto tra spesa del personale e corrente supera il 50% trascina la eliminazione della inclusione degli oneri del personale delle società nella determinazione di tale rapporto
(articolo Il Sole 24 Ore del 15.09.2014).

ENTI LOCALIAmbiti ottimali obbligatori anche per il servizio idrico. Sblocca-Italia. Rilancio sulle gestioni «associate».
I Comuni devono partecipare obbligatoriamente agli enti di governo dei rispettivi ambiti territoriali per il servizio idrico, che non possono comunque essere inferiori al dimensionamento su base provinciale e devono essere gestiti in forma unitaria.
Il decreto «Sblocca-Italia» prevede una revisione complessiva degli elementi di riferimento per l'ottimizzazione della gestione del ciclo dell'acqua, modificando le disposizioni del Dlgs 152/2006 sull'assetto a rete dei servizi e sui possibili modelli gestionali.
Correlandosi all'impostazione generale definita dall'articolo 3-bis della legge 148/2011, sviluppata in questi anni da alcune Regioni, la nuova prefigurazione normativa conferma la competenza del legislatore regionale in ordine alla definizione degli ambiti territoriali ottimali, chiarendo che se questi corrispondono con il territorio regionale (gli "ambiti unici"), qualora sia necessario per ragioni di efficienza, possono essere ripartiti un sub-ambiti, ma con dimensioni non inferiori a quelle delle province o delle città metropolitane.
Il nuovo quadro normativo ribadisce il ruolo fondamentale dell'ente di governo dell'Ato, al quale hanno l'obbligo di aderire i Comuni che fanno parte dello stesso ambito: in caso di mancata adesione la Regione esercita il potere sostitutivo.
L'ente di governo è chiamato a esercitare tutte le competenze sul servizio idrico, comprese la programmazione delle infrastrutture strategiche e, soprattutto, la scelta della forma di gestione, tra quelle previste dall'ordinamento comunitario: le nuove disposizioni non prefigurano peraltro alcun modello vincolante, consentendo all'ente affidante la scelta più adatta al contesto tra affidamento in house, società mista con socio privato operativo o gara. Il percorso di affidamento deve comunque avvenire nel rispetto delle regole sui servizi pubblici locali a rete, e in questa linea di sviluppo è esplicitato il principio di unicità della gestione per ciascun ambito, per cui al fine di assicurare l'efficienza, l'efficacia e la continuità del servizio idrico integrato, l'ente di governo dell'ambito dispone l'affidamento a un gestore unico di ambito, e questo deve gestire il servizio idrico integrato su tutto il territorio degli enti locali ricadenti nell'ambito territoriale ottimale.
La regolazione del rapporto tra l'ente di governo e il gestore è ricondotta a una convenzione predisposta sulla base dei disciplinari-tipo elaborati dall'Autorità per l'energia: questi modelli devono essere assunti a riferimento anche per i contratti di servizio eventualmente ricondotti a procedure di gara e per la revisione delle convenzioni relative alle gestioni in essere.
Il pacchetto di revisione della disciplina del servizio idrico focalizza l'attenzione anche sulle infrastrutture, definendo una migliore regolamentazione dell'affidamento in concessione d'uso gratuita previsto dall'articolo 153 del Dlgs 152/2006, peraltro correlando questo aspetto al piano d'ambito.
L'approvazione da parte dell'ente di governo dei progetti definitivi delle opere per la realizzazione degli investimenti sulle infrastrutture del servizio idrico viene configurata inoltre come dichiarazione di pubblica utilità, e costituisce titolo abilitativo e, ove occorra, variante agli strumenti di pianificazione urbanistica e territoriale, esclusi i piani paesaggistici
(articolo Il Sole 24 Ore del 15.09.2014).

EDILIZIA PRIVATA: Edifici, più facile cambiare l'uso. Categorie ridotte a quattro - I bed and breakfast trattati come le abitazioni. «Gazzetta Ufficiale». Le novità introdotte dal decreto legge 133/2014 per il rilancio dei cantieri - La Scia al posto della Dia.
Da ieri sono in vigore le modifiche alla normativa edilizia, sintetizzabili in accelerazioni e rettifiche. La norma che contiene il mosaico di novità è l'articolo 17 del decreto legge 133/2014 («Sblocca–Italia), pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» 212 del 13 settembre, con l'intenzione di voler attuare uno sviluppo sostenibile, da un lato recuperando il patrimonio edilizio e dall'altro riducendo il consumo di suolo.
Questa premessa è utile per sovrapporre la nuova norma statale a quelle regionali, dando cioè caratteristiche di generalità e di semplificazione alle innovazioni introdotte, tali da potersi applicare immediatamente anche a livello locale, pur in presenza di norme di dettaglio difformi.
Recupero agevolato
Il recupero del patrimonio edilizio è agevolato con disposizione tecniche di dettaglio e con nuove previsioni. Nuovi sono ad esempio gli «interventi di conservazione», che gli strumenti urbanistici locali possono prevedere individuando edifici «non più compatibili» e che possono essere qualificati con meccanismi misti (compensazioni) e accordi. Accanto al meccanismo di esproprio, strumento troppo rigido e che esige liquidità dell'ente locale, il legislatore prevede la riqualificazione attraverso forme di compensazione, quindi con premi di volumetria e un generale sistema di accordi.
Ciò si legge nell'articolo 3-bis del Dpr 380/2001 inserito dall'articolo 17, comma 1, del decreto 133/2014. I rapporti con i privati sono rimessi alla contrattazione, nel rispetto del pubblico interesse e al fine di garantire imparzialità e buon andamento dell'amministrazione: ciò significa che saranno necessarie pubblicità, consultazione e contraddittorio con le parti interessate (compresi gli imprenditori con progetti in concorrenza). Nell'attesa che parta la riqualificazione, gli edifici non compatibili e incongrui possono solo essere conservati con opere di manutenzione e ristrutturazione, evitandone le demolizioni non giustificate da ragioni di ordine statico o igienico sanitario. In altri termini, non saranno possibili interventi singoli e limitati, ma occorrerà confrontarsi con l'ente locale per riqualificare più ampie aree.
La stessa logica si legge nell'articolo 17, comma 1, lettera e, che amplia le possibilità di interventi in deroga anche in aree industriali dismesse, interventi ora possibili con una delibera del consiglio comunale che attesti l'interesse pubblico a singole, localizzate modifiche di pianificazione. L'innovazione consiste nell'estendere la deroga anche a ristrutturazioni edilizie e urbanistiche, cioè anche a interventi di particolare consistenza come appunto quelli che possono interessare le aree industriali dismesse. Inoltre, le deroghe possono riguardare non solo volume, altezze e distanze, ma anche le destinazioni d'uso, con un'ampia capacità di modificare la pianificazione sulla quale si interverrà con delibera del consiglio comunale.
Ancora nell'ottica del recupero e della riduzione del consumo del territorio, vi sono incentivi attraverso riduzioni degli oneri di urbanizzazione e dei costi di costruzione (articolo 17, comma 1, lettera g, numero 3 del Dl 133/2014), con benefici per le ristrutturazioni.
Infine, è coniato un nuovo tipo di titolo edilizio, a metà strada tra il permesso di costruire e il piano di dettaglio: si tratta del «permesso di costruire convenzionato» (articolo 17, comma 1, lettera q, che inserisce l'articolo 28 bis nel Dpr 380/2001). Questo titolo edilizio avrà i tempi di istruttoria dell'usuale permesso di costruire, ma con uno spettro più ampio di attuazione, potendo soddisfare non solo esigenze di ampio raggio con cessione di aree e opere di urbanizzazione, ma includere anche interventi di edilizia residenziale sociale (piano casa). Come per i piani di lottizzazione, anche il permesso di costruire convenzionato potrà essere eseguito a stralci.
Le altre modifiche
Vi è poi una serie di modifiche di dettaglio al Dpr 380/2001 che possono collaborare ad agevolare il riuso e il recupero del patrimonio edilizio: in particolare vengono codificate quattro categorie funzionali di destinazione urbanistica (residenziale e turistico-ricettiva; produttiva e direzionale; commerciale; rurale) al cui interno si può intervenire con procedure semplificate, soprattutto se non vi sono opere edilizie, e con oneri ridotti.
In dettaglio, l'articolo 17, comma 1, lettera n), unifica la categoria residenziale e quella turistico ricettiva, agevolando implicitamente i bad and breakfast, nonché le categorie produttive e direzionali, lasciando prevedere che singoli uffici privati possano considerarsi assimilati alle residenze. La destinazione d'uso sarà poi quella "prevalente" in termini di superficie utile, introducendo quindi una possibilità di destinazione mista purché la maggior superficie utile sia coerente a quella consentita
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.09.2014).

APPALTI: Negli appalti. Dall'Anac la cauzione di garanzia.
La cauzione definitiva ha lo scopo di garantire la corretta esecuzione dell'appalto, imponendo all'esecutore del contratto la costituzione di una garanzia fideiussoria pari al 10% dell'importo contrattuale con cui il fideiussore si impegna a risarcire la stazione appaltante del mancato o inesatto adempimento del contraente. La cauzione provvisoria, nella misura pari al 2% dell'importo indicato nel bando di gara o nella lettera d'invito, ha la finalità di garantire la serietà e l'affidabilità dell'offerta stessa. Queste alcune delle indicazioni operative necessarie per chiarire alcune criticità riscontrate nell'applicazione dell'istituto della cauzione.

È con la determinazione dell'Anac n. 1 del 29/07/2014 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 88/2014 ) che vengono affrontate le problematiche sull'uso della cauzione provvisoria e definitiva (articoli 75 e 113, dlgs. n. 163/2006).
La cauzione provvisoria può essere costituita, in contanti ovvero in titoli del debito pubblico garantiti dallo Stato oppure sotto forma di fideiussione. Quest'ultima può essere bancaria o assicurativa o rilasciata da intermediari finanziari che svolgono in via esclusiva o prevalente attività di rilascio di garanzie e che sono sottoposti a revisione contabile da parte di una società di revisione. Per lo svincolo della cauzione l'Anac ha precisato che la cauzione definitiva viene progressivamente svincolata in base al combinato disposto di cui agli articoli 123, comma 1 del regolamento e 113 del codice dei contratti.
La cauzione garantisce l'esecuzione del contratto, e potrà essere escussa nei limiti del danno effettivo e delle ulteriori voci previste dal citato articolo 123 del regolamento, ferma restando la possibilità di agire per il maggior danno, ove la somma accantonata non sia sufficiente.
Lo svincolo della cauzione è legato allo stato di avanzamento dei lavori nei limiti dell'80% dell'importo garantito e alla consegna al garante del certificato relativo allo stato di avanzamento lavori. È rimessa, invece, alla stazione appaltante la decisione circa l'importo da svincolare, nonché con riguardo alla fase temporale in cui svincolare (articolo ItaliaOggi del 13.09.2014).

LAVORI PUBBLICI - SICUREZZA LAVOROSicurezza con meno burocrazia. Modelli semplificati per la valutazione rischi nei cantieri. In G.U. il decreto previsto dal decreto Fare per la riduzione degli adempimenti formali.
Più facili le pratiche sulla sicurezza del lavoro negli appalti. In attuazione del decreto Fare (dl n. 69/2013), infatti, hanno ricevuto il via libera i modelli semplificati per la predisposizione del Pos (Piano operativo di sicurezza) da parte delle imprese, del Psc (Piano di sicurezza e di coordinamento) e del Fo (Fascicolo dell'opera) da parte dei coordinatori per la progettazione e, infine, del Pss (Piano di sicurezza sostitutivo del Psc) da parte dei committenti.

I nuovi modelli sono stati approvati dal decreto interministeriale 09.09.2014 (lavoro, trasporto e salute), pubblicato ieri sulla G.U. n. 212.
Cantieri temporanei o mobili. La semplificazione tocca gli adempimenti previsti dal T.u. sulla sicurezza (Titolo IV del dlgs n. 81/2008) con riferimento ai cantieri temporanei o mobili.
Per tali il T.u. intende «qualunque luogo in cui si effettuano lavori edili o d'ingegneria civile», vale a dire i lavori di costruzione, di manutenzione, riparazione, demolizione, conservazione, risanamento, ristrutturazione o di equipaggiamento, la trasformazione, il rinnovamento o lo smantellamento di opere fisse, permanenti o temporanee, in muratura, in cemento armato, in metallo, in legno o in altri materiali, comprese le parti strutturali delle linee elettriche e le parti strutturali degli impianti elettrici, le opere stradali, ferroviarie, idrauliche, marittime, idroelettriche e, solo per la parte che comporta lavori edili o di ingegneria civile, le opere di bonifica, di sistemazione forestale e di sterro; nonché i lavori di costruzione edile o di ingegneria civile gli scavi, e il montaggio e lo smontaggio di elementi prefabbricati utilizzati per la realizzazione di lavori edili o ingegneria civile.
Meno carte. La semplificazione è stata prevista dal decreto Fare (dl n. 69/2013 convertito dalla legge n. 98/2013) che, inserendo l'art. 104-bis al T.u. sicurezza, aveva demandato a specifico decreto interministeriale l'adozione di modelli semplificati relativi a:
a) Piano operativo di sicurezza (Pos);
b) Piano di sicurezza e coordinamento (Psc);
c) Fascicolo dell'opera.
Lo stesso decreto Fare, inoltre, con l'inserimento del comma 2-bis nell'art. 131 del Codice dei contratti pubblici (dlgs n. 163/2006) aveva demandato a specifico decreto interministeriale anche l'adozione di un modello semplificato relativo al piano di sicurezza sostitutivo del piano di sicurezza e coordinamento (Pss).
I modelli semplificati. Il primo modello semplificato è dunque il Pos, ossia il documento di valutazione dei rischi la cui redazione è obbligatoria da parte del datore di lavoro dell'impresa esecutrici dei lavori in un cantiere e con riferimento ad ogni singolo cantiere presso il quale presti l'opera. Il secondo modello semplificato è il Psc, che è parte integrante del contratto di appalto.
Tale piano è costituito da una relazione tecnica e da prescrizioni correlate alla complessità dell'opera da realizzare e alle eventuali fasi critiche del processo di costruzione, atte a prevenire o ridurre i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, nonché la stima dei costi. Il terzo modello è il Fo alla cui redazione è tenuto il coordinatore per la progettazione. Il fascicolo (la redazione è non obbligatoria per le opere di manutenzione ordinaria) deve contenere, tra l'altro, le informazioni utili ai fini della prevenzione e della protezione dai rischi cui sono esposti i lavoratori.
Ultimo modello semplificato è il Pss, cioè il piano di sicurezza sostitutivo del Psc, la cui redazione è obbligatoria da parte dell'appaltatore quando il Psc non sia previsto ai sensi del T.u. sicurezza (articolo ItaliaOggi del 13.09.2014).

GIURISPRUDENZA

ESPROPRIAZIONE: INCIDENZA DI UN VINCOLO CONFORMATIVO SULL’INDENNITÀ DI ESPROPRIO.
L’ammontare dell’indennità va determinato con riferimento alla data del provvedimento ablatorio e avuto conto del regime urbanistico vigente al momento del decreto di espropriazione: è quindi necessario, ai fini della valutazione indennitaria del bene, tener conto di tutti gli elementi a carattere conformativo e, tra questi, dell’esistenza d’un vincolo archeologico, che si sovrappone alla stessa disciplina urbanistica che a esso deve conformarsi, posto che la natura conformativa dei vincoli paesaggistici e storico-artistici non può considerarsi azzerata dai recenti interventi della Corte costituzionale che, nell’intento di assicurare il ristoro costituzionalmente garantito per la privazione autoritaria dei beni in proprietà, ha ristabilito il fondamentale criterio indennitario del valore venale.
La controversia origina da un’opposizione all’indennità di occupazione e alla stima espropriativa, proposta da alcuni privati contro un Comune, per un terreno di loro proprietà, assoggettato a procedura ablativa per opere di valorizzazione di un parco archeologico.
La Corte territoriale, ritenuto di qualificare il suolo, in larga parte, come edificabile secondo azzonamento evincibile dal PRGC, determinava le indennità per l’esproprio e per l’occupazione. Nel primo caso applicava il criterio del valore venale dimezzato del 50% (per la presenza di vincolo archeologico, che pur non determinando l’inedificabilità assoluta, incide sul valore) nel secondo caso il criterio del valore agricolo medio.
Il Comune ricorre per Cassazione, che accoglie il ricorso.
La Corte parte da una premessa, inerente alla natura e agli effetti del vincolo archeologico, rispetto alla quale la Corte territoriale, nella determinazione del valore dei beni, fa prevalere il regime urbanistico delle aree, considerate in larga parte e così commisurando le indennità da corrispondere.
Sussiste, invero, un indissolubile nesso fra indennità di espropriazione e momento del trasferimento della proprietà del bene: l’ammontare dell’indennità va determinato con riferimento alla data del provvedimento ablatorio, in relazione al regime urbanistico al momento del decreto di espropriazione.
È necessario, ai fini della valutazione indennitaria del bene, tener conto di tutti gli elementi a carattere conformativo e, tra questi, del vincolo archeologico, che si sovrappone alla stessa disciplina urbanistica che a esso deve conformarsi (Cass. civ. n. 18681/2005; n. 10102/2008). L’esistenza di un vincolo archeologico fa classificare il medesimo come non edificabile, rientrando tra le limitazioni legali della proprietà fissate in via generale, con conseguente incidenza negativa sul valore di mercato dei beni coinvolti, divenuti legalmente  inedificabili, e quindi sul calcolo dell’indennità di espropriazione (Cass. civ. n. 25721/2011).
Né, ad avviso della Corte, la natura conformativa dei vincoli paesaggistici e storico-artistici è da considerare azzerata dai recenti interventi della Corte costituzionale, che nell’intento di assicurare il ristoro costituzionalmente garantito per la privazione autoritaria dei beni in proprietà, ha ristabilito il fondamentale criterio indennitario del valore venale.
Del resto, occorre soffermarsi sulla prevalenza del regime ostativo all’esplicazione dello ius aedificandi al cospetto di esigenze che vanno oltre l’interesse all’ordinato sviluppo del territorio, cui sovrintendono gli strumenti urbanistici, che finiscono per prevalere sull’ordinaria esplicazione delle facoltà connesse all’esercizio del diritto dominicale. La stessa CEDU fa salvo il diritto degli Stati di disciplinare l’uso dei beni in modo conforme all’interesse generale. Dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, si coglie il principio di una necessaria proporzionalità tra interesse pubblico perseguito e proprietà privata ma, di sicuro, non si esclude che alla proprietà possa venire imposto un particolare sacrificio per salvaguardare interessi culturali. La limitazione alla proprietà per superiori ragioni d’indole culturale è stata ricondotta dalla Corte di Strasburgo a ragioni d’interesse generale che, per l’art. 1, prot. 1, II parte, CEDU, giustificano l’apposizione del vincolo senza indennizzo.
La situazione non muta neppure con riguardo all’assetto costituzionale, ove il sistema di tutela del paesaggio, dell’ambiente, del patrimonio storico e artistico, giustificano l’affermazione di limitazioni all’uso della proprietà dei beni vincolati, senza ostacolarne peraltro la commerciabilità o una redditività diversa da quella dello sfruttamento edilizio, alla luce dell’equilibrio costituzionale tra interessi in gioco, che vede alcune delle facoltà del diritto dominicale recessive di fronte all’esigenza di salvaguardia dei valori culturali ed ambientali (art. 9 Cost.), in attuazione della funzione sociale della proprietà (art. 42 Cost., comma 2), come ritenuto  anche in sede di incidenza del vincolo archeologico sull’attività di impresa (Cass. civ. n. 2962/2014; n. 3670/2014) (
Corte di Cassazione, Sez. I civile, sentenza 16.05.2014 n. 10785 - tratto da Urbanistica e appalti n. 7/2014).

ESPROPRIAZIONE: CONSEGUENZE DELL’OCCUPAZIONE DI UN FONDO DIVENUTA ILLEGITTIMA PER L’ANNULLAMENTO DEL DECRETO D’ESPROPRIO DA PARTE DEL G.A..
L’occupazione di un fondo privato, divenuta illegittima per effetto dell’annullamento da parte del g.a. del decreto di espropriazione, comporta per l’espropriante l’obbligo alla restituzione dell’immobile in capo al proprietario, non essendo configurabile una “occupazione espropriativa” il cui fondamento è nella conservazione alla mano pubblica di un’opera destinata a soddisfare un interesse della p.a. e, quindi, un’opera intrinsecamente pubblica.
Alcuni privati, espropriati, convennero in giudizio, avanti il Tribunale ordinario, un ente pubblico per ottenere - con risarcimento danni - la restituzione di un’area a loro espropriata, previa occupazione d’urgenza, in forza di un provvedimento amministrativo annullato dal g.a. con sentenza passata in giudicato. Le convenute amministrazioni resistevano alla domanda, sostenendo sussistere un’accessione invertita della quale chiedevano, in via riconvenzionale, declaratoria.
Il Tribunale accolse la domanda, compresa quella risarcitoria.
Sul proposto appello, la Corte territoriale dichiarava compiuta in favore dell’Ente l’accessione invertita del suolo, rigettando l’originaria domanda.
I privati ricorrono per Cassazione, che accoglie il ricorso, annullando con rinvio la sentenza gravata. Pur a fronte delle censure mosse contro la declaratoria di accessione invertita -sostenendo esserci un’occupazione usurpativa- la Cassazione richiama la propria costante giurisprudenza per cui l’illegittima occupazione d’un fondo privato in seguito all’annullamento, da parte del g.a., del decreto di espropriazione comporta l’obbligo dell’espropriante alla restituzione dell’immobile al proprietario, non essendo configurabile una vicenda di “occupazione espropriativa” il cui fondamento è nella conservazione alla mano pubblica di un’opera destinata a soddisfare un interesse della p.a. e, quindi, un’opera intrinsecamente pubblica (cfr. sin da Cass. n. 7514/2011).
Infatti, osserva la Corte, la realizzazione senza titolo di opere e manufatti di natura privata su terreno altrui, pur se  conformi agli strumenti urbanistici e autorizzati dall’autorità comunale, è disciplinata non dalla regola dell’occupazione appropriativa, ma dall’art. 934 c.c..
Esso, ponendo il principio dell’accessione, stabilisce che la costruzione si incorpora al suolo ed appartiene immediatamente al proprietario di questo, senza attribuire rilevanza alcuna alla sua consistenza o alla sua destinazione né alla coincidenza (o meno) degli interessi dell’esecutore con quelli della collettività, pur rivelati da una dichiarazione di pubblica utilità, conseguendo da ciò che la costruzione su fondo altrui di opere e manufatti appartenenti a privato, ma in assenza di provvedimenti di esproprio o asservimento, configura un fatto illecito  di natura permanente, che obbliga al risarcimento del danno non già il Comune che ha dato luogo all’occupazione (tenuto all’indennizzo relativo), bensì l’autore dell’illegittima detenzione del bene dopo la scadenza del periodo di occupazione, per non aver consentito al proprietario il pieno ed esclusivo godimento del fondo (Cass. n. 23798/2006) (
Corte di Cassazione, Sez. I civile, sentenza 15.05.2014 n. 10680 - tratto da Urbanistica e appalti n. 7/2014).

ESPROPRIAZIONE: INSERIMENTO DI UN TERRENO IN AREA PEEP E INDENNITÀ D’ESPROPRIO.
Un piano di edilizia economica e popolare conferisce, per effetto della sua stessa approvazione, il requisito dell’edificabilità legale a tutte le aree in esso inserite restando irrilevante che -secondo le specifiche previsioni del piano- alcune di tali aree siano destinate alla costruzione di strade o riservate a parchi o giardini a servizio della zona.
Questo, perché tali specifiche previsioni non assumono carattere conformativo del territorio ma costituiscono veri e propri vincoli preordinati all’esproprio, perché limitati e funzionali all’interno di una zona urbanistica omogenea a diversa destinazione generale ed incidenti su beni determinati, sui quali si localizza la realizzazione dell’opera pubblica, e non possono pertanto comportare mutamento della classificazione legale dei terreni che ne sono oggetto.

Il Tribunale ordinario, accogliendo la domanda proposta da un’Opera Pia nei confronti di un Comune, condannò l’Ente convenuto a risarcire il danno subito dall’attrice per la perdita di un terreno di sua proprietà, occupato e irreversibilmente trasformato in difetto di emissione del decreto d’esproprio.
Ancora, in ragione della ritenuta natura edificabile del bene, ricadente interamente in area PEEP, liquidò a titolo risarcitorio, in applicazione dell’art. 5-bis, comma 7-bis, della L. n. 359/1992 una somma, attualizzata alla data della decisione, oltre a interessi.
La decisione, oggetto di reciproci appelli, fu riformata dalla Corte territoriale che ritenne il terreno - pur interamente inserito in area PEEP - privo di vocazione edificatoria perché destinato, nell’ambito di tale area, in parte a viabilità e in parte a verde pubblico, per l’effetto liquidando il danno in un minore importo calcolato con applicazione del valore agricolo medio (artt. 15 e 16 L. n. 865/1971), con rivalutazione monetaria e interessi.
La sentenza è oggetto di ricorso per Cassazione, che accoglie il gravame con rinvio.
La Corte condivide la doglianza secondo la quale erroneamente la Corte d’appello avrebbe ritenuto che il terreno (oggetto di occupazione illegittima) benché interamente inserito in zona PEEP, fosse privo di vocazione edificatoria perché specificamente destinato, all’interno di tale zona, in parte a viabilità ed in parte a verde pubblico. A tale proposito, i Supremi Giudici richiamano il principio, consolidato, per cui il piano di edilizia economica e popolare conferisce, per la sua stessa approvazione, il requisito dell’edificabilità legale a tutte le aree in esso inserite (Cass. nn. 19501/2005, 4925/2003, 12705/2001), non essendo rilevante che, secondo le specifiche previsioni del piano, alcune di tali aree siano destinate alla costruzione di strade o riservate a parchi o giardini a servizio della zona (Cass. nn. 19501/05, 12966/04, 10555/2004).
Del resto, le stesse Sezioni Unite (sentenza n. 173/2001) affermano che tali specifiche previsioni non assumono carattere conformativo del territorio ma costituiscono veri e propri vincoli preordinati all’esproprio, perché limitati e funzionali all’interno di una zona urbanistica omogenea a diversa destinazione generale ed incidenti su beni determinati, sui quali si localizza la realizzazione dell’opera pubblica, e non possono pertanto comportare mutamento della classificazione legale dei terreni che ne sono oggetto.
La cassazione della sentenza concerne anche la necessaria conformazione, da parte del giudice di rinvio, alla sopravvenuta dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 5-bis, comma 7-bis, della L. n. 359/1992 (
Corte di Cassazione, Sez. I civile, sentenza 12.05.2014 n. 10280 - tratto da Urbanistica e appalti n. 7/2014).

URBANISTICA: MOMENTO CONSUMATIVO DELLA LOTTIZZAZIONE ABUSIVA “MISTA” E DECORRENZA DEL TERMINE DI PRESCRIZIONE.
Il momento consumativo del reato di lottizzazione abusiva "mista" si individua, per tutti coloro che concorrono o cooperano nel reato, nel compimento dell'ultimo atto integrante la condotta illecita, che può consistere nella stipulazione di atti di trasferimento, nell'esecuzione di opere di urbanizzazione o nell'ultimazione dei manufatti che compongono l'insediamento.
La Corte Suprema si sofferma, con la sentenza in esame, sul tema, già più volte oggetto di attenzione nella giurisprudenza di legittimità, relativo all’individuazione del dies a quo del reato di lottizzazione abusiva, stavolta relativamente alla ipotesi di lottizzazione abusiva mista.
La vicenda processuale trae origine dall’ordinanza con cui il Tribunale del riesame rigettava l'appello cautelare reale relativamente al provvedimento di rigetto del GIP della richiesta di dissequestro; in particolare, il GIP aveva disposto il sequestro preventivo di un immobile, ritenendo sussistere i reati di abuso d'ufficio e di lottizzazione. Nello specifico, l'ipotesi di incolpazione prevedeva che, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, numerosi indagati, ciascuno consapevole delle altrui condotte, abbiano realizzato ville residenziali, in violazione delle prescrizioni degli strumenti urbanistici vigenti (e comunque non disponendo la redazione di un piano esecutivo e la stipula di una convenzione lottizzatoria adeguata alle caratteristiche dell'intervento di nuova realizzazione), così attuando una trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale ed un aggravio del carico urbanistico in zona agricola non urbanizzata o non sufficientemente urbanizzata.
Con riguardo ad alcuni interventi edilizi, la condotta contestata riguarda un'ipotesi di lottizzazione abusiva mista, negoziale e materiale, nell'ambito della quale la trasformazione del territorio è stata compiuta attraverso il frazionamento e la vendita dei lotti così ricavati e la realizzazione su di essi dei manufatti, eseguiti in base a permessi di costruire illegittimi in quanto rilasciati a soggetti privi dei requisiti soggettivi previsti. Ricorrendo in Cassazione, l’interessato si doleva del fatto che il tribunale del riesame non avesse rilevato l'intervenuta prescrizione del reato di lottizzazione abusiva, unico per il quale sia stata chiesta la misura del sequestro preventivo, prescrizione che era stata affermata con la produzione di una serie di documenti che attesterebbe la fine dei lavori a far data dal 2007.
La Cassazione ha accolto il ricorso dell’interessato e, nell’affermare il principio di cui in massima, ha ritenuto che la motivazione del tribunale circa l'ultimazione dei lavori, pur dando conto della ritenuta irrilevanza della documentazione prodotta dalla difesa (fatture attestanti l'avvenuta attivazione delle utenze, l'intonacatura, l'acquisto degli infissi, dichiarazione di conformità dell'impianto termoidraulico e certificato di collaudo, etc.), non fornisce alcuna spiegazione circa quanto emergerebbe ex actis, ossia che l'immobile risulterebbe ultimato nell’epoca indicata dalla difesa (in precedenza, sull’individuazione del dies a quo del reato di lottizzazione abusiva, v. Cass. pen., sez. III, 01.07.1998, n. 7640, in CED Cass., n. 210850, secondo cui, pur essendovi  distinzione fra il reato di lottizzazione abusiva a scopo edificatorio e quello di costruzione abusiva nell'area oggetto di detta lottizzazione, la permanenza del primo di detti reati (da qualificare come progressivo nell'evento), viene a cessare, qualora si sia dato luogo ad effettiva attività edificatoria, anche ad opera di soggetti diversi dal lottizzatore, solo con l'esaurimento della suindicata attività, per cui solo da tale momento inizia a decorrere il relativo termine prescrizionale) (
Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 08.05.2014 n. 18920 - tratto da Urbanistica e appalti n. 7/2014).

EDILIZIA PRIVATA - LAVORI PUBBLICI: NECESSARIO IL PERMESSO DI COSTRUIRE PER GLI INTERVENTI EDILIZI “PUBBLICI” ESEGUITI DAI PRIVATI CONCESSIONARI.
Solo per le opere eseguite dai Comuni non è richiesto il permesso di costruire, bensì -quale atto equipollente- la delibera del consiglio o della giunta comunale accompagnate da un progetto riscontrato conforme alle prescrizioni urbanistiche ed edilizie; diversamente, per le opere realizzate da privati concessionari, il predetto titolo abilitativo è invece necessario.
Il tema affrontato dalla Corte di Cassazione con la sentenza in esame attiene all’applicabilità o meno della speciale disciplina della cd. validazione del progetto (ai sensi del D.P.R. 21.12.1999, n. 554, art. 47 prevista dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 7) alle opere edilizie di pubblico interesse ma eseguiti da concessionari privati.
La vicenda processuale trae origine dal provvedimento con cui il tribunale del riesame ha confermato il decreto di sequestro preventivo di 65 cappelle gentilizie, 44 edicole funerarie e 180 tumuli realizzati da una società privata, ipotizzando il fumus del reato di costruzione abusiva perché trattavasi di opere eseguite in assenza del permesso di costruire.
In particolare, il Tribunale ha ritenuto che tali opere erano soggette a permesso di costruire, trattandosi di nuove costruzioni modificative dell'assetto del territorio non rientranti nella previsione del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 7, lett. c), non trattandosi di "attività edilizia delle pubbliche amministrazioni" ma di opere realizzate da un privato concessionario. L’ordinanza veniva impugnata dall’amministratore della società privata concessionaria, sostenendo l’errata applicazione del D.P.R. n. 380 del 2001, artt. 31 e 44; in particolare, il tribunale avrebbe omesso di applicare il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 7, lett. c).
La Cassazione ha, sul punto, respinto il motivo di ricorso, e, nell’affermare il principio di cui in massima, ha ritenuto corretto il ragionamento del tribunale che aveva ritenuto necessario il permesso di costruire, perché non ricorreva il presupposto soggettivo richiesto dalla norma del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 7 trattandosi appunto non di attività edilizia realizzata dalle pubbliche amministrazioni, ma di opere realizzate da un privato concessionario sia pure nell'ambito della finanza di progetto, cioè di una metodologia attuativa del cd. partenariato pubblico-privato (in precedenza, nel senso che anche le opere eseguite dai Comuni sono soggette all'obbligo di conformarsi alle disposizioni urbanistiche vigenti e ai relativi controlli salvo restando che, per effetto dell'art. 7 del D.P.R. n. 380 del 2001 e della contestuale abrogazione del D.L. n. 398 del 1993 e successive modifiche,  per dette opere non è richiesto il previo rilascio del permesso di costruire, cui deve ritenersi equipollente, infatti, la delibera del consiglio o della giunta comunale accompagnata da un progetto riscontrato conforme alle prescrizioni urbanistiche ed edilizie; fattispecie, analoga alla presente, di sequestro preventivo per il reato di cui all'art. 44, lett. c), D.P.R. n. 380 del 2001 relativamente a lavori di ampliamento di cimitero comunale in violazione della distanza minima rispetto al centro abitato: Cass. pen., sez. III, 09.05.2008, n. 18900 V. e altri, in CED Cass., n. 239918) (
Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 08.05.2014 n. 18907 - tratto da Urbanistica e appalti n. 7/2014).

URBANISTICA: LA TRASFORMAZIONE IN “ZONA BIANCA” NON CONSEGUE AUTOMATICAMENTE ALLA DECADENZA DEL VINCOLO PREORDINATO ALL’ESPROPRIO.
La decadenza del vincolo preordinato all'esproprio non comporta automaticamente la trasformazione dell'area in "zona bianca" ex D.P.R. n. 380 del 2001, art. 9, comma 2, occorrendo una preliminare verifica della mancanza dello strumento attuativo di urbanizzazione dell'area, ossia della insufficienza del regime dell'area stabilito nel PRG.
La Corte Suprema si sofferma, con la sentenza in esame, sulla questione, invero non molto approfondita nella giurisprudenza di legittimità, dei vincoli territoriali destinati all’espropriazione dell’area.
La vicenda processuale segue all’ordinanza con cui il tribunale ha rigettato la richiesta di riesame avverso decreto di sequestro preventivo di due fabbricati emesso dal GIP, nei confronti del legale rappresentante dell'impresa esecutrice dei lavori per lottizzazione abusiva a scopo edificatorio in un'area comunale.
Contro l’ordinanza proponeva ricorso per cassazione l’interessato, sostenendo, per quanto qui di interesse, l’omessa motivazione sulla consulenza tecnica di parte del perito, asserendo che il tribunale non l’avrebbe neppure menzionata, pur avendo affermato che la difesa "nulla ha apportato per sconfessare il giudizio di insufficiente urbanizzazione", che invece era proprio lo scopo della suddetta consulenza. La Cassazione ha accolto il ricorso dell’interessato e, nell’affermare il principio di cui in massima, ha osservato come l'apparato motivazionale dell'impugnata ordinanza effettivamente venisse meno a proposito dell'urbanizzazione dell'area interessata, e ciò sotto due profili.
In primo luogo, perché il tribunale ha ritenuto che sull'area interessata dall'intervento assentito con permesso di costruire esisteva un vincolo preordinato all'esproprio decaduto per non avere il Comune adottato il piano attuativo entro il termine quinquennale di efficacia: in altri termini, secondo il tribunale, la decadenza del vincolo avrebbe comportato l'assoggettamento dell'area nel regime delle c.d. zone bianche di cui alla L. n. 1977 del 2010, art. 4.
Affermazione, questa, come visto, disattesa dalla Cassazione con l’importante principio affermato (in precedenza, in senso conforme: Cass. pen., sez. III, 23.06.2011, n. 25235, in CED Cass., n. 250980) (
Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 06.05.2014 n. 18727 - tratto da Urbanistica e appalti n. 7/2014).

EDILIZIA PRIVATA: PERMESSO DI COSTRUIRE NECESSARIO ANCHE IN CASO DI OPERA “STAGIONALE”.
Il permesso di costruire è richiesto anche nel caso in cui l'opera abbia un carattere stagionale, ben potendo quest’ultima essere destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la permanenza nel tempo della sua funzione.
La Corte Suprema si sofferma, con la sentenza in esame, sulla questione relativa alla necessità o meno del permesso di costruire ove l’intervento edilizio sia finalizzato a soddisfare esigenze di carattere stagionale.
La vicenda processuale vede coinvolti C., quale progettista dei lavori e, G., committente, per violazione edilizia conseguente al fatto di avere realizzato un gazebo in assenza di permesso di costruire, senza la previa autorizzazione del servizio tecnico di bacino, e di averlo utilizzato prima del rilascio del certificato di collaudo, nonché di falsità ideologica per avere presentato -in allegato alla DIA effettuata ex D.P.R. n. 380 del 2001, art. 6- asseverazioni false (relativamente alla riconducibilità dell'opera al cd. IPRIPI - interventi privi di rilevanza per la pubblica incolumità ai fini sismici). Per tale ragione, il PM ha chiesto ed ottenuto dal GIP la convalida del decreto di sequestro preventivo disposto sul gazebo e la sottoposizione dell'opera a sequestro preventivo.
Il tribunale del riesame, ritenendo trattarsi di opera di carattere stagionale, e, dunque, sottratta al permesso di costruire, ha annullato il sequestro. Contro l’ordinanza ha ricorso per cassazione il PM in particolare, per quanto qui di interesse, soffermandosi sulla interpretazione dell'art. 6 D.P.R. n. 380/2001 e sui concetti di "temporaneità" e "contingenza" che -all'evidenza- non possono essere riferiti alle opere bensì alle esigenze. Inoltre, lo stesso P.M. fa notare che tali aggettivi non hanno significati sovrapponibili e che, in particolare, "contingente" significa accidentale e non attiene ad una esigenza propria dell'attività di chi installa l'opera.
Ciò vuol dire, esemplificando, che chi svolge l'attività di ristoratore può considerare contingente l'allestimento per consentire, allo scoperto, una mostra fotografica non certo l'esigenza in generale di svolgere il servizio esterno di ristorazione al riparo da pioggia vento e sole perché quest'ultima è esigenza "propria" dell'attività commerciale svolta, come nel caso di specie, - dal G.
La Cassazione ha accolto il ricorso del PM e, nell’affermare il principio di cui in massima, ha evidenziato come sicuramente incisivi e convincenti sono i rilievi del PM circa il fatto che un insediamento come quello realizzato consenta la soddisfazione di esigenze valide per tutto l'anno (riparando, cioè, dal freddo, in inverno, e dal caldo, d'estate) sicché, anche il carattere di esigenza "temporanea" merita maggiore approfondimento da parte del Tribunale (in precedenza, nel senso che necessità di permesso di costruire anche l’opera stagionale: Cass. pen., sez. III, 26.09.2011, n. 34763, in CED Cass., n. 251243) (
Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 06.05.2014 n. 18718 - tratto da Urbanistica e appalti n. 7/2014).

EDILIZIA PRIVATA: CONDIZIONI PER LA SUSSISTENZA DELLA RESPONSABILITÀ PENALE DEL PROPRIETARIO DELL’AREA.
In materia edilizia, può essere attribuita al proprietario non formalmente committente dell'opera la responsabilità per la violazione del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, sulla base di valutazioni fattuali, quali l'accertamento che questi abiti nello stesso territorio comunale ove è stata eretta la costruzione abusiva, che sia stato individuato sul luogo, che sia destinatario finale dell'opera, che abbia presentato richieste di provvedimenti abilitativi anche in sanatoria.
Il tema oggetto di attenzione da parte della Suprema Corte con la sentenza in esame è quello, assai frequente nella pratica giudiziaria, dell’individuazione delle condizioni in presenza delle quali il proprietario, non committente, di un terreno possa essere ritenuto responsabile degli abusi edilizi sullo stesso eseguiti.
La vicenda processuale trae origine dalla sentenza con cui la Corte di appello di Palermo confermava la sentenza del tribunale con cui il proprietario di un terreno era stato condannato per la realizzazione, senza permesso di costruire e senza le necessarie autorizzazioni, di un manufatto allo stato grezzo di circa mq. 80 su di un basamento in cemento armato, in zona sismica e sottoposta a vincolo paesaggistico e cimiteriale.
In ordine alla sua posizione, rilevava la Corte di appello che l'affermazione di responsabilità non era fondata certo sulla sola circostanza di essere egli proprietario del suolo su cui insisteva una vecchia costruzione poi sostituita da quella di cui all'imputazione, ma anche sul fatto che, pur svolgendo attività lavorativa in luogo distante, risiedeva proprio all'indirizzo in cui era stata realizzata la costruzione e non era sostenibile che egli non vi avesse mai fatto ritorno e non fosse quindi a conoscenza dei lavori abusivi; l'imputato, in quanto destinatario dell'opera, aveva interesse alla sua esecuzione.
Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione l’interessato, in particolare sostenendo che l'affermazione di colpevolezza  fosse fondata sostanzialmente sulla mera titolarità del bene.
La Cassazione ha, però, respinto detto motivo di ricorso. In particolare, nell’affermare il principio di cui in massima, ha rilevato la correttezza delle argomentazioni dei giudici di merito i quali avevano evidenziato che l’imputato, oltre ad essere proprietario dell'immobile demolito e poi ricostruito, aveva la residenza anagrafica proprio nel luogo dove venivano eseguiti i lavori, che il soggetto trovato sul posto, al momento del sopralluogo, era il padre dell'imputato, che infine il proprietario aveva interesse all'esecuzione dell'opera in quanto destinatario finale della stessa (da ultimo, sulle condizioni per attribuire la responsabilità al proprietario non committente: Cass. pen., sez. III, 29 ottobre 2013, n. 44202, in CED Cass., n. 257625) (
Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 05.05.2014 n. 18305 - tratto da Urbanistica e appalti n. 7/2014).

EDILIZIA PRIVATA: VIETATO DISPORRE LA DEMOLIZIONE DELL’ABUSO EDILIZIO SE LA CONDANNA RIGUARDA LA VIOLAZIONE DELLA LETT. A) DELL’ART. 44 T.U. EDILIZIA.
Il giudice, ove pronunci condanna per il reato di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, comma 1, lett. a), non può ordinare la demolizione delle opere abusive.
La Corte di Cassazione torna ad occuparsi, nella sentenza qui esaminata, delle condizioni in presenza delle quali può essere applicata la sanzione amministrativa accessoria della demolizione del manufatto abusivo.
La vicenda processuale che ha fornito l’occasione alla Corte per occuparsi della questione segue alla sentenza con cui il Tribunale ha condannato alcuni soggetti, ordinando la demolizione delle opere abusive, per il reato di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, comma 1, lett. a), perché, C., quale proprietario committente, B. quale esecutore dei lavori, M.M. quale direttore dei lavori, eseguivano la costruzione di un fabbricato in difformità dal regolamento edilizio vigente e dal permesso di costruire; in particolare, realizzavano il fabbricato a distanza di circa 13,3 m anziché 20 m dalla strada comunale, come prescritto sia dal titolo autorizzatorio, sia dagli strumenti urbanistici vigenti, nonché realizzavano un'altezza di circa 2 m in corrispondenza dell'intradosso del solaio, laddove era stata autorizzata un'altezza di 0,80 m e, su tutti i lati, un balcone con uno sbalzo di circa 1,5 m, non previsto, con significativa alterazione del rapporto planivolumetrico.
Contro la sentenza di condanna proponevano ricorso per cassazione gli interessati sostenendo, per quanto qui  di interesse, che il giudice, pur avendo pronunciato condanna per il reato di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, comma 1, lett. a), avrebbe ordinato la demolizione delle opere, la quale può essere invece ordinata solo in relazione alla violazione dell'art. 44, comma 1, lett. b), dello stesso D.P.R..
La Cassazione ha accolto il ricorso degli interessanti e, affermando il principio di cui in massima, ha altresì escluso la possibilità di procedere d'ufficio ad una riqualificazione della fattispecie contestata riconducendola all'ambito di applicazione della richiamata lett. b), per di più in presenza di una motivazione della sentenza impugnata che sostanzialmente escludeva una tale riqualificazione (in precedenza, in senso conforme all’inapplicabilità dell’ordine di demolizione con riferimento alla lett. a): Cass. pen., sez. III, 29.09.2011, n. 41423, in CED Cass., n. 251326) (
Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 30.04.2014 n. 17991 - tratto da Urbanistica e appalti n. 7/2014).

EDILIZIA PRIVATA: OMESSA DENUNCIA LAVORI IN CEMENTO ARMATO: È REATO PROPRIO DEL COSTRUTTORE?
Il reato di omessa denuncia delle opere in conglomerato cementizio armato (artt. 65 e 72, D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380), in quanto reato omissivo proprio, è configurabile in capo al costruttore, essendo imposto dalla legge, in via esclusiva a carico di quest'ultimo, l'obbligo di denuncia.
La questione giuridica oggetto di esame da parte della Suprema Corte verte, in particolare, sulla esistenza di un contrasto giurisprudenziale in ordine alla individuazione del soggetto responsabile del reato di omessa denuncia dei lavori in cemento armato.
La vicenda processuale trae origine dalla sentenza con cui il Tribunale ha ritenuto responsabile di violazioni continuate della normativa sulle opere in conglomerato cementizio (art. 81 c.p., D.P.R. n. 380 del 2001, artt. 64 e 71, 65 e 72) e della normativa antisismica (art. 81 c.p., D.P.R. n. 380 del 2001, artt. 93, 94 e 95) il proprietario e committente, cui è stato addebitato di aver realizzato su un capannone prefabbricato, una scala in cemento armato, un vano ascensore, un solaio in lamiera grecata, un manufatto in profilati di alluminio e vetri a copertura di una scala, in assenza di un progetto esecutivo e della direzione di un tecnico abilitato e senza la prescritta denunzia di inizio lavori all'Ufficio del Genio Civile, e senza l'attestazione di avvenuto deposito, trattandosi di opere in zona sismica.
Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione l’interessato, sostenendo che, quanto alle opere in cemento armato, il reato di omessa denuncia non possa essere attribuito al committente.
La Cassazione, nel prendere atto dell’esistenza del contrasto giurisprudenziale, ha dichiarato estinti i reati contestati (nel senso che il reato in esame sarebbe reato proprio del costruttore: Cass. pen., sez. III, 07.05.2010, n. 17539, in CED Cass., n. 247168; diversamente, nel senso che il committente di lavori edilizi concorre, in qualità di "extraneus", nella contravvenzione di omessa denuncia delle opere in conglomerato cementizio armato, pur trattandosi di reato omissivo proprio del costruttore, v. Cass. pen., sez. III, 31.05.2011, n. 21775, in CED Cass., n. 250377, peraltro precisando che il concorso è ipotizzabile, ad esempio, quando la denuncia sia omessa proprio su istigazione di chi ha ordinato i lavori) (
Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 18.04.2014 n. 17281 - tratto da Urbanistica e appalti n. 7/2014).

EDILIZIA PRIVATA: LE OPERE DI SBANCAMENTO E LIVELLAMENTO DI TERRENO SONO SOGGETTE A PERMESSO DI COSTRUIRE.
Pure le opere di scavo, di sbancamento e di livellamento del terreno, se finalizzate ad usi diversi da quelli agricoli, in quanto incidono sul tessuto urbanistico del territorio, sono assoggettate a titolo abilitativo edilizio.
La Corte Suprema si sofferma, con la sentenza in esame, sulla questione relativa alla necessità o meno del permesso di costruire ove l’intervento edilizio sia finalizzato alla realizzazione di attività apparentemente non riconducibili alla nozione di costruzione edilizia.
La vicenda processuale segue alla sentenza con cui la Corte d'appello ha ribadito la condanna inflitta ad alcuni soggetti per avere realizzato, a fini edilizi, uno scavo di 270 mc. adiacente ad un edificio esistente, ed avere ivi effettuato uno scarico di terreno vegetale, prelevato altrove, in quantità pari a circa 100 mc. Avverso tale decisione, i condannati hanno proposto ricorso, tramite difensore deducendo, per quanto qui di interesse, che non sarebbe esatto ricondurre la loro condotta alla fattispecie di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, visto che, in zona, non è stata realizzata alcuna opera edilizia. In realtà -si sostiene- si è trattato solo di uno spostamento del terreno che è stato rimosso più a valle, in una zona in pendio, per finalità di spianatura, come si evince agevolmente dalla documentazione fotografica.
La tesi non ha però convinto gli Ermellini che, sul punto, hanno infatti dichiarato il ricorso inammissibile. In particolare, nell’enunciare il principio di cui in massima, hanno precisato che "opera edilizia" non è solo quella che implica una "costruzione" o "edificazione"; ed invero, a mente del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 10, necessitano di permesso di costruire: gli interventi di nuova costruzione, gli interventi di ristrutturazione urbanistica e gli interventi di ristrutturazione edilizia.
In altri termini, sono subordinati al preventivo rilascio del permesso di costruire, non soltanto, gli interventi edilizi in senso stretto, ma anche, quelli che comportano la trasformazione in via permanente del suolo in edificato, tra cui, appunto, le opere di sbancamento e livellamento di terreno a fini non agricoli (in precedenza, in senso conforme: Cass. pen., sez. III, 24.02.2009, n. 8064, in CED Cass., n. 242741) (
Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 18.04.2014 n. 17278 - tratto da Urbanistica e appalti n. 7/2014).

EDILIZIA PRIVATA: ABUSO EDILIZIO PER OPERE “AGGIUNTIVE” E CONSEGUENZE SUL CONTRATTO DI APPALTO.
Deve ritenersi nullo, per illiceità dell’oggetto, l’accordo per l’esecuzione di una variante della costruzione quando essa non è assentita dall’Autorità amministrativa in relazione ad un progetto approvato e costituente oggetto di un contratto d’appalto: peraltro tale nullità non si estende all’intero contratto ma alle sole parti difformi dall’assentito ed esclude la possibilità di far valere i diritti nascenti dall’accordo per l’esecuzione della variante che non era stata assentita.
Con originaria citazione, una società immobiliare conveniva in giudizio una propria impresa appaltatrice chiedendo la risoluzione del contratto d’appalto, tra esse intercorrente, per inadempimento della convenuta, con condanna al risarcimento dei danni. L’appaltatore si costituiva in giudizio chiedendo, in riconvenzionale, la condanna della committente al pagamento del prezzo per l’esecuzione dei lavori non previsti nel contratto originario. L’adito Tribunale rigettava la domanda attrice e, in accoglimento della riconvenzionale, condannava la committenza al pagamento delle somme residuali.
La sentenza era appellata dall’originario attore, sul presupposto che le opere realizzate dall’impresa, per cui era stata pronunciata condanna al pagamento, erano al momento della loro realizzazione illegittime sotto il profilo edilizio e urbanistico perché, in parte prive di titolo abilitativo (concessione edilizia) e, in altra parte, da esso difformi: sicché dovevano ritenersi nulle le pattuizioni successive al contratto d’appalto che tali opere avevano previste. A comprova di ciò, gli appellanti a corredo della domanda di nullità depositavano le ordinanze comunali di sospensione dei lavori e remissione in pristino nonché una sentenza penale passata in giudicato e una relazione tecnica riassuntiva.
L’adita Corte territoriale rigettava il gravame. Per quanto qui interessi, era reietto il motivo riguardante la dedotta nullità del contratto d’appalto in ragione dell’avvenuta realizzazione di opere abusive, perché questione non posta in primo grado. In ogni caso, osservava la Corte di merito, le asserite irregolarità (dedotte, in modo non ammissibile, solo in d’appello) non riguardavano l’intera e complessa costruzione ma solo elementi a essa marginali, sicché non incidevano sulla validità dell’opera (rectius: del contratto d’appalto). Del pari, non potendo essere rilevata d’ufficio la nullità del contratto o il difetto di titolo edilizio, non potevano ad avviso della Corte essere esaminati, a riprova della dedotta nullità, i documenti prodotti ex novo in violazione dell’art. 345 c.p.c..
Avverso la pronuncia reiettiva dell’appello il committente dell’opera, originario attore, ricorre per Cassazione deducendo otto motivi di doglianza.
La sentenza è annullata con rinvio, in accoglimento del primo motivo, con assorbimento degli altri ad eccezione dell’ultimo, respinto.
Con il primo motivo, accolto, era stata dedotto che contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, la nullità può colpire anche singole opere estranee al contratto di appalto e per le quali manchi il titolo abilitativo edilizio o che siano state eseguite in sua difformità.
La Corte condivide la censura, ricordando che secondo i principi generali dell’ordinamento (art. 1418 c.c.), deve ritenersi nullo, per illiceità dell’oggetto, l’accordo per l’esecuzione di una variante dell’opera quando la stessa non è assentita dall’autorità amministrativa in relazione ad un progetto approvato costituente oggetto di un contratto d’appalto.
Peraltro tale nullità non si estende all’intero contratto d’appalto ma esclude la possibilità di far valere i diritti nascenti dall’accordo per l’esecuzione della variante che non era stata assentita. In proposito la Corte rileva che il contratto d’appalto avente a oggetto una costruzione abusiva -cioè non assentita da concessione edilizia o da altro provvedimento della p.a.- è nullo perché è illecito l’oggetto, contrario alle norme urbanistiche e edilizie da cui è vietato, potendo altresì costituire illecito penale.
Tale circostanza impedisce, sin dall’origine, al contratto di produrre gli effetti che gli sono propri, con la rilevante conseguenza che l’appaltatore non può pretendere, in forza di siffatto contratto nullo, il corrispettivo pattuito o dovuto ovvero dell’indennizzo ex art. 1671 c.c. Il principio conforma precedenti della stessa Corte, secondo i quali il contratto d’appalto per la costruzione di un immobile senza concessione edilizia è nullo (per gli artt. 1346 e 1418 c.c.), avendo oggetto illecito per violazione di norme imperative in materia urbanistica.
Siffatta nullità impedisce sin dall’origine al contratto di produrre i propri effetti tipici e ne impedisce anche la convalida ai sensi dell’art. 1423 del codice civile. Sicché l’appaltatore non può pretendere, in forza del contratto nullo, il corrispettivo dovuto, a nulla rilevando, in contrario, l’ignoranza del mancato rilascio della concessione edilizia, che non può ritenersi scusabile per la grave colpa del contraente, il quale, con l’ordinaria diligenza, ben avrebbe potuto avere conoscenza della reale situazione, incombendo anche sul costruttore (ex art. 6, L. n. 47/1985, allora in vigore) l’obbligo giuridico del rispetto della normativa sulle concessioni (Cass. civ., n. 4015/2007; n. 13969/2011; n. 21475/2013).
In dipendenza di questo canone, va ritenuta illecita ogni opera costruita non compresa nel contratto d’appalto e non assentita dall’atto amministrativo e per la quale l’appaltatore non può pretendere compenso o indennità alcuna.
Per effetto di questo principio, la Corte di legittimità ritiene assorbito il secondo mezzo di impugnazione, con cui era denunciata l’affermazione della Corte di merito per cui la nullità del contratto di appalto si riferirebbe alle sole ipotesi in cui l’opera realizzata sia completamente priva di licenza edilizia o quando l’edificio realizzato sia completamente diverso da quello per cui fu rilasciata la concessione edilizia.
La Corte conclude osservando che il giudice di merito, investito della domanda di risoluzione del contratto, ha il potere-dovere di rilevare -dai fatti allegati e provati, o comunque emergenti ex actis, una volta provocato il contraddittorio sulla questione- ogni forma di nullità del contratto stesso (Cass., Sez. Un., 04.09.2012, n. 14828) (
Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza 16.04.2014 n. 8890 - tratto da Urbanistica e appalti n. 7/2014).

AGGIORNAMENTO AL 13.09.2014

GURI - GUUE - BURL ( e anteprima)

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA - LAVORI PUBBLICI - PATRIMONIO: G.U. 12.09.2014 n. 212 "Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive" (D.L. 12.09.2014 n. 133).
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Di particolare interesse si leggano:
Art. 2 (Semplificazioni procedurali per le infrastrutture strategiche affidate in concessione)
Art. 4 (Misure di semplificazione per le opere incompiute segnalate dagli Enti Locali)
Art. 6 (Agevolazioni per la realizzazione di reti di comunicazione elettronica a banda ultralarga e norme di semplificazione per le procedure di scavo e di posa aerea dei cavi, nonché per la realizzazione delle reti di telecomunicazioni mobili)
Art. 7 (Norme in materia di gestione di risorse idriche. Modifiche urgenti al decreto legislativo 03.04.2006, n. 152, per il superamento delle procedure di infrazione 2014/2059, 2004/2034 e 2009/2034, sentenze C-565-0 del 19.07.2012 e C-85-13 del 10.04.2014; norme di accelerazione degli interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico e per l’adeguamento dei sistemi di collettamento, fognatura e depurazione degli agglomerati urbani; finanziamento di opere urgenti di sistemazione idraulica dei corsi d’acqua nelle aree metropolitane interessate da fenomeni di esondazione e alluvione)
Art. 8 (Disciplina semplificata del deposito preliminare alla raccolta e della cessazione della qualifica di rifiuto delle terre e rocce da scavo che non soddisfano i requisiti per la qualifica di sottoprodotto. Disciplina della gestione delle terre e rocce da scavo con presenza di materiali di riporto e delle procedure di bonifica di aree con presenza di materiali di riporto)
Art. 9 (Interventi di estrema urgenza in materia di vincolo idrogeologico, di normativa antisismica e di messa in sicurezza degli edifici scolastici e dell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica - AFAM)
Art. 13 (Misure a favore dei project bond)
Art. 14 (Norma overdesign)
Art. 17 (Semplificazioni ed altre misure in materia edilizia)
Art. 24 (Misure di agevolazione della partecipazione delle comunità locali in materia di tutela e valorizzazione del territorio)
Art. 25 (Misure urgenti di semplificazione amministrativa e di accelerazione delle procedure in materia di patrimonio culturale)
Art. 26 (Misure urgenti per la valorizzazione degli immobili demaniali inutilizzati)
Art. 32 (Misure per la riqualificazione degli esercizi alberghieri)
Art. 35 (Modifiche al decreto legislativo 12.04.2006, n. 163, per la semplificazione delle procedure in materia di bonifica e messa in sicurezza di siti contaminati. Misure urgenti per la realizzazione di opere lineari realizzate nel corso di attività di messa in sicurezza e di bonifica)
Art. 36 (Misure urgenti per l’individuazione e la realizzazione di impianti di recupero di energia, dai rifiuti urbani e speciali, costituenti infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale)

APPALTI: G.U. 12.09.2014 n. 212 "Regolamento sull’esercizio della funzione di componimento delle controversie di cui all’articolo 6, comma 7, lettera n) del decreto legislativo 12.04.2006, n. 163" (A.N.AC., provvedimento 02.09.2014).

ENTI LOCALI: G.U. 10.09.2014 n. 210 "Elenco delle amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato, individuate ai sensi dell’articolo 1, comma 3, della legge 31.12.2009, n. 196 e ss.mm. (Legge di contabilità e di finanza pubblica)" (ISTAT).

CORTE DEI CONTI

ENTI LOCALI: I proventi delle multe fifty-fifty tra enti e gestori
I proventi derivanti dall'accertamento delle violazioni dei limiti di velocità, di cui all'articolo 142, comma 12-bis del codice della strada, vanno ripartiti a metà tra ente accertatore ed ente proprietario della strada, al netto degli oneri che il primo sostiene per le spese di riscossione e quelle connesse a un eventuale recupero coattivo della sanzione.

È quanto ha precisato la Sez. regionale di controllo della Corte dei conti per la Regione Umbria che, nel testo del parere 08.08.2014 n. 66, fa chiarezza sulle disposizioni in materia di riparto delle sanzioni derivanti da accertamenti con autovelox, nel silenzio del ministero delle infrastrutture e trasporti che, secondo l'art. 25, c. 2, della legge 120/2010, avrebbe dovuto emanare un apposito decreto su modalità e criteri di una corretta ripartizione tra i soggetti coinvolti.
Il comune di Ferentillo ha invocato l'intervento della magistratura contabile per conoscere se sia possibile, allo stato attuale, calcolare i proventi delle sanzioni in base agli introiti incassati e al netto delle spese sostenute per l'accertamento e la relativa riscossione. A maggior ragione, il quesito viene posto con riferimento all'indeterminatezza delle poste finali, tenuto conto che chi viola il codice della strada, oggi può pagare il 30% della sanzione entro cinque giorni, ovvero il minimo edittale entro due mesi dalla notifica del verbale di violazione.
La Corte ha rilevato che la norma sotto osservazione prevede una specifica destinazione dei proventi, tra cui il potenziamento delle attività di controllo e la manutenzione della segnaletica. Per cui, appare chiaro che l'intervento del legislatore, ancorché non espressamente indicato, sia da intendere al netto delle spese connesse ai procedimenti di accertamento ed esazione.
Sul versante della quantificazione, invece, la Corte umbra ha rilevato che le predette somme, in base ai principi di veridicità ed attendibilità delle entrate, siano accertate per una successiva ripartizione, «solo al momento dell'effettivo incasso».
Conforta questa tesi la conclusione del ministero delle infrastrutture che, nello schema di decreto ex art.25, comma 2, legge n. 120/2010 (ad oggi fermo presso la Conferenza Stato-città), rileva che per i proventi oggetto di ripartizione ci si dovrà riferire alle somme incassate e che le stesse siano devolute ai soggetti proprietari della strada «al netto delle spese sostenute per tutti i procedimenti amministrativi connessi» (articolo ItaliaOggi del 12.09.2014).

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

APPALTI: Oggetto: Legge n. 114 dell’11.08.2014: integrate le disposizioni del Codice dei contratti pubblici relativamente alle modalità di presentazione delle dichiarazioni sostitutive in fase di partecipazione alle procedure di gara. Problematiche (ANCE Bergamo, circolare 10.09.2014 n. 169).

A.N.AC. (già AUTORITA' VIGILANZA CONTRATTI PUBBLICI)

APPALTIAppalti, si gioca d'anticipo. Pareri di precontenzioso richiedibili all'Anac. Nuovo regolamento dell'Autorità anticorruzione sui rapporti imprese-p.a..
Al via le nuove regole per la risoluzione delle controversie tra pubblica amministrazione e imprese. La stazione appaltante o una parte interessata ovvero più parti interessate potranno, singolarmente o congiuntamente, rivolgere all'autorità un'istanza di parere per la formulazione di un'ipotesi di soluzione della questione insorta durante lo svolgimento delle procedure di gara degli appalti pubblici di lavori, servizi e forniture. La priorità sarà data alle richieste congiunte o di importo rilevante o di particolare impatto per il settore. L'Anac rilascerà il parere entro 90 giorni.

È con il nuovo regolamento approvato con il provvedimento 02.09.2014 dall'Autorità nazionale anticorruzione (Anac) (e in attesa di essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale) che è stato istituito un ufficio ad hoc dedicato al precontenzioso.
Il regolamento sarà operativo a partire dal giorno successivo alla sua pubblicazione in Gazzetta. Il compito di seguire l'istruttoria e di darne conto al consiglio sarà assegnato dal presidente dell'Anac, Raffaele Cantone, ogni 15 giorni ai consiglieri. Le istanze dovranno essere redatte secondo il modulo allegato al regolamento del 02.09.2014 e saranno trasmesse preferibilmente tramite posta elettronica certificata.
Nella predisposizione dell'istanza, le parti potranno chiedere che, in sede di pubblicazione del parere, vengano esclusi eventuali dati sensibili espressamente segnalati. Le richieste dichiarate inammissibili, se riguardano, comunque, questioni giuridiche ritenute rilevanti, saranno trattate ai fini dell'adozione di una pronuncia dell'Autorità anche a carattere generale. Le istanze diverranno improcedibili in caso di sopravvenienza di una pronuncia giurisdizionale di primo grado sulla medesima questione oggetto del parere, di sopravvenuta carenza di interesse delle parti, di rinuncia al parere. Saranno trattate in via prioritaria le istanze di parere presentate congiuntamente dalla stazione appaltante e da almeno un partecipante alla procedura di gara.
In caso di istanze presentate singolarmente, si darà la precedenza alle istanze presentate dalla stazione appaltante e alle istanze concernenti appalti di rilevante importo economico (lavori: importo superiore a 1.000.000 di euro, servizi e forniture: importo superiore alla soglia comunitaria) e infine alle istanze che sottopongono questioni originali di particolare impatto per il settore dei contratti pubblici. Le archiviazioni delle istanze per inammissibilità e/o improcedibilità saranno approvate dal consiglio dell'autorità e comunicate alle parti interessate. L'istanza presentata dalla stazione appaltante, congiuntamente o singolarmente, dovrà contenere l'impegno a non porre in essere atti pregiudizievoli ai fini della risoluzione della questione, fino al rilascio del parere.
Quando l'istanza sarà presentata da una parte diversa dalla stazione appaltante, con la comunicazione di avvio dell'istruttoria, l'autorità formulerà alla stazione appaltante l'invito a non porre in essere atti pregiudizievoli ai fini della risoluzione della questione, fino al rilascio del parere (articolo ItaliaOggi del 12.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

PUBBLICO IMPIEGO: Polizia locale. Comandanti con le mani legate.
Il comandante dei vigili non può essere anche dirigente delle attività produttive e quindi rilasciare titoli su questioni potenzialmente oggetto del suo stesso potere di controllo.

Lo ha evidenziato l'Autorità nazionale anticorruzione con l'orientamento n. 57/2014.
Spesso al responsabile della polizia locale, specie nei piccoli enti, viene assegnata l'area attività produttive e di conseguenza al dirigente è richiesto di istruire pratiche complesse anche in materia di commercio e di pubblici esercizi. L'Authority ha però specificato che «colui che riveste il ruolo di comandante della polizia locale non può svolgere funzioni di responsabilità nell'esercizio di servizi di un comune per i quali è necessario emettere provvedimenti autorizzatori o concessori oggetto di attività di controllo in virtù della sua principale qualifica, sussistendo un'ipotesi di conflitto di interesse, anche potenziale».
Con questo parere sembra chiarito che la funzione di vigilanza non è compatibile con quella amministrativa in senso stretto. Ovvero con il rilascio di concessioni e licenze e tanti altri titoli che normalmente vengono rilasciati dagli sportelli comunali agli esercenti interessati. Al comandante della polizia locale anche il codice stradale assegna però delle competenze specifiche in materia di viabilità e circolazione.
È il caso del rilascio dei contrassegni invalidi, delle ordinanze di variazione della viabilità o delle occupazione del piano stradale per cantieri e per lavori. Anche queste abilitazioni aderendo a una lettura rigorosa del parere e dello spirito della legge dovrebbero essere firmate da un altro dirigente ma di fatto questa soluzione risulta complessa e difficilmente sostenibile.
In pratica dal tenore del parere sembra ragionevole ritenere presente un conflitto potenziale di interesse nel caso in cui il comandante dei vigili assuma la qualifica di responsabile dello sportello unico delle attività produttive. Ma nulla osta che lo stesso continui a rilasciare certificati come i contrassegni invalidi che non sottendono ad alcun interesse economico e sono carenti di discrezionalità procedurale (articolo ItaliaOggi del 12.09.2014).

DOTTRINA  E CONTRIBUTI

INCENTIVO PROGETTAZIONE: S. Chirico, I COMPENSI INCENTIVANTI AI PUBBLICI DIPENDENTI (Gazzetta Amministrativa n. 1/2014).
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I compensi incentivanti ai dipendenti pubblici per la pianificazione urbana: una soluzione per ottimizzare i bilanci, coerente con la spending review.

ATTI AMMINISTRATIVI: M. Montanari, ACCESSO AI VERBALI ISPETTIVI: ETERNO CONTRASTO TRA DIRITTO ALLA DIFESA E DIRITTO ALLA RISERVATEZZA (Gazzetta Amministrativa n. 1/2014).
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Il diritto di accesso nasce come diritto costituzionalmente garantito ma non incomprimibile a fronte di altri diritti di pari dignità quale quello alla riservatezza: il giudizio di bilanciamento deve operare caso per caso e non sulla base di aprioristici assunti.

AMBIENTE-ECOLOGIA: A. Grappelli, L’INQUINAMENTO ACUSTICO FERROVIARIO: INTERVENTI PER MITIGARE IL RUMORE ALLA LUCE DELLA DIRETTIVA 2014/38/UE, DELLA LEGGE QUADRO N. 447/95 E DELLA DECISIONE DEL CONSIGLIO DI STATO N. 35/2014 (Gazzetta Amministrativa n. 1/2014).
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Con il presente commento si affronta, nei suoi aspetti generali, il tema dell’inquinamento acustico derivante dal utilizzo di reti ferroviarie. La normativa comunitaria di settore e quella nazionale intervengo al fine di garantire interoperatività del sistema ferroviario comunitario e nazionale.
Nel rispetto delle disposizioni contenute dalla legge quadro 447/1995 non è possibile per un sindaco di un Comune imporre o compiere atti inibitori, parziali o totali, seppur nella tutela della salute dei cittadini ed in urgenza,nei confronti dell’ente gestore, trattandosi di materia sottoposta alla competenza statale a norma dell’art. 9, co. 1, della legge quadro sull’inquinamento acustico.
Altro aspetto rilevante attiene alla necessità di intervenire con mezzi di mitigazione del rumore non soltanto in modo isolato, e quindi sull’immobile, ma anche sulla sorgente del rumore e ciò al fine di ampliare il raggio di azione della tutela dal rumore, estendendola anche alle aree pertinenziali del manufatto edilizio ed aree attigue esterne.

EDILIZIA PRIVATA: C. Zaccheo, RIFLESSIONI IN MERITO ALLA NATURA DEL SILENZIO DELLA P.A. SULLE ISTANZE DI ACCERTAMENTO DI CONFORMITÀ EX ART. 22 DELLA L.R. LAZIO N. 15/2008 (IL DECORSO DEL TERMINE PRESCRITTO DALLA LEGGE PER LA DEFINIZIONE DELL’ISTANZA DI SANATORIA INTEGRA UN’IPOTESI DI SILENZIO C.D. SIGNIFICATIVO O DI SILENZIO INADEMPIMENTO?) (Gazzetta Amministrativa n. 1/2014).
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E’ attuale il dibattito giurisprudenziale sulla natura del silenzio serbato dalla p.a. sulle istanze di accertamento di conformità ex art. 22 della L.R. Lazio n. 15/2008. Tuttavia, un recente orientamento del giudice amministrativo ha conferito natura significativa, in termini di rigetto, al contegno inerte della p.a. sulle istanze in parola. Tanto ovviamente non incide il potere dell’amministrazione di determinarsi espressamente.

APPALTI: T. Molinaro, DICHIARAZIONE DEL PROCURATORE SPECIALE CIRCA IL REQUISITO DI MORALITÀ PROFESSIONALE: L’ADUNANZA PLENARIA DEFINISCE LE CONDIZIONI (Gazzetta Amministrativa n. 1/2014).
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L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato definisce le condizioni per la dichiarazione del procuratore speciale circa il requisito di moralità professionale.

APPALTI: D. Tomassetti e I. De Col, L’ORDINE DI ESAME DEL RICORSO INCIDENTALE E DI QUELLO PRINCIPALE IN MATERIA DI APPALTI: LA SOLUZIONE DELL’ADUNANZA PLENARIA (Gazzetta Amministrativa n. 1/2014).
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La sentenza dell’Adunanza Plenaria n. 9/2014 consente l’esame del ricorso principale anche in presenza di un ricorso incidentale interdittivo ma solo in casi limitati.

APPALTI FORNITURE E SERVIZI: S. Napolitano, LA QUALIFICAZIONE DEGLI OPERATORI ECONOMICI PARTECIPANTI AD UN RAGGRUPPAMENTO TEMPORANEO TRA IMPRESE IN CASO DI APPALTI DI SERVIZI E FORNITURE? (Gazzetta Amministrativa n. 1/2014).
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Ancora contrasti interpretativi in ordine alla novella apportata all’art. 37, co. 13, del codice dei contratti pubblici che ha differenziato la disciplina della corrispondenza tra quote di partecipazione ad un Raggruppamento Temporaneo di Imprese e quote di esecuzione delle prestazioni, differenziando gli appalti aventi ad oggetto lavori dagli appalti aventi ad oggetto servizi e forniture.

QUESITI & PARERI

CONSIGLIERI COMUNALIOSSERVATORIO VIMINALE/ Accesso agli atti illimitato. Sempre meno i casi in cui la p.a. può rifiutarsi. Con il dlgs 33/2013 il legislatore ha rafforzato i poteri dei consiglieri.
Le richieste di accesso dei consiglieri comunali finalizzate a ottenere la documentazione di tutti i settori dell'amministrazione, apparentemente tendenti a compiere un sindacato generalizzato dell'attività degli organi decidenti, deliberanti e amministrativi dell'ente, sono compatibili con il principio di funzionalità del mandato, finalizzato ad un organico progetto conoscitivo in relazione a singole problematiche che di volta in volta interessino l'elettorato?
Nel caso di specie, l'ente ritiene legittimo il diniego opposto alla richiesta rivolta dai consiglieri comunali, diretta all'estrazione di atti, in assenza di motivazione in ordine all'esistenza dei presupposti del diritto di accesso. Ciò, in quanto tale diritto sarebbe limitabile anche alla luce della sentenza n. 846/2013, con la quale il Consiglio di stato ha specificato che la disposizione contenuta nell'art. 43 del Tuel, va coordinata con la modifica introdotta all'art. 22 della legge n. 241/1990, dalla legge n. 15/2005, secondo la quale anche il consigliere comunale deve essere portatore di un interesse diretto, concreto e attuale corrispondente a una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento per il quale si richiede l'accesso.
Le considerazioni contenute nella citata sentenza del Consiglio di Stato, devono però essere lette con riferimento alla specifica fattispecie esaminata in quell'occasione dal giudice, il quale deducendo conclusivamente che «il comune ha soddisfatto le richieste di accesso dei consiglieri comunali», ha respinto la richiesta «sulla base del principio secondo cui l'amministrazione non può essere condannata a costruire documenti allo stato non disponibili».
In merito al caso di specie, vale quanto affermato dal Tar Campania–Salerno con la recente sentenza n. 680 del 04.04.2014, secondo cui l'art. 43, comma 2, del decreto legislativo n. 267/2000 ha sicuro carattere derogatorio rispetto alla disciplina generale dell'accesso contenuta negli artt. 22 e seguenti della legge n. 241/1990, che comporta una dipendenza funzionale tra la conoscenza del documento e la coltivazione dell'interesse dedotto, da fare valere eventualmente in sede processuale.
L'accesso di cui all'art. 43 del Tuel ha l'obiettivo di mettere in condizione il consigliere comunale di esercitare il proprio mandato e di verificare il comportamento degli organi istituzionali decisionali del comune e del resto, lo stesso art. 22, al comma 2, rafforzando in particolare l'esigenza di trasparenza della p.a., stabilisce che «l'accesso ai documenti amministrativi, attese le sue rilevanti finalità di pubblico interesse, costituisce principio generale dell'attività amministrativa al fine di favorire la partecipazione e di assicurarne l'imparzialità e la trasparenza».
Secondo tale giudice amministrativo le recenti scelte del legislatore sembrano anzi rafforzare il carattere di autonomia dell'accesso dei consiglieri comunali rispetto alla macro-categoria dell'accesso alla documentazione amministrativa. In particolare, il dlgs n. 33/2013 ha introdotto una disciplina organica relativa agli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni, che intercetta un piano diverso rispetto a quello disciplinato dall'istituto dell'accesso, di cui alla legge n. 241/1990 e al decreto legislativo n. 267/2000.
L'accesso è di norma richiesto qualora non sia possibile reperire in altro modo i documenti amministrativi la cui conoscenza risponda a un interesse diretto, concreto e attuale. Può tuttavia accadere che l'interessato possa comunque risalire a quella stessa documentazione, grazie a forme di pubblicità delle informazioni, operate dalla pubblica amministrazione, con conseguente realizzazione, in via indiretta, dell'interesse posto a presupposto dell'accesso.
Il principio è, infatti, nel senso della trasparenza generalizzata, intesa come accessibilità totale delle informazioni, salvo i limiti imposti dall'art. 4 del decreto legislativo n. 33/2013. Quindi gli indirizzi di fondo del legislatore, in una visione sistematica dei principi di pubblicità e di trasparenza, peraltro espressamente declinati dall'art. 1, comma 1, della legge n. 241/1990, non possono che assottigliare ulteriormente le ragioni legittimanti un diniego all'accesso dei consiglieri comunali.
Pertanto, ai sensi del comma 3 del citato art. 43 del Tuel, i consiglieri hanno facoltà di presentare interrogazioni e ogni altra istanza di sindacato ispettivo e l'amministrazione comunale dovrà consentire l'accesso agli atti richiesti, non altrimenti reperibili, che siano in possesso dello stesso ente e che abbiano il requisito della determinatezza (articolo ItaliaOggi del 12.09.2014 - tratto da http://rstampa.pubblica.istruzione.it).

NEWS

LAVORI PUBBLICISpazio agli affidamenti diretti. Fino a 200 mila euro. Per scuole, alluvioni, terremoti. APPALTI/ Le disposizioni contenute nel decreto Sblocca Italia, ormai in dirittura.
Affidamenti diretti di lavori fino a 200 mila euro per scuole, rischio idrogeologico e anti-sismica; ricorso a società in house dello Stato per progettazione ed esecuzione di lavori; conferenze di servizi «sprint» per portare a termine le incompiute degli enti locali; concessioni autostradali prorogabili per effettuare nuovi investimenti; esclusione dal patto di stabilità per i pagamenti relativi a opere segnalate dagli enti locali entro giugno 2014.

Sono queste alcune delle novità contenute nella bozza del decreto-legge «Sblocca Italia» inviata alla Ragioneria generale dello Stato e ormai in procinto di pubblicazione in G.U.
Affidamenti diretti. L'articolo 9 considera come situazione di «estrema urgenza» ogni «fattispecie riconosciuta tale (previa ricognizione) da parte dell'Ente interessato, che quindi certifichi come indifferibile l'intervento». Tale qualifica di estrema urgenza consentirà all'ente competente di accedere ad una serie di semplificazioni ma limitatamente agli interventi di messa in sicurezza di edifici scolastici, a quelli di mitigazione dei rischi idraulici e geomorfologici e a quelli di adeguamento alla normativa antisismica.
La semplificazione e l'accelerazione procedurale (sempre nel rispetto dei principi Ue di tutela della concorrenza) consentirà, ad esempio, l'affidamento diretto, senza alcun confronto concorrenziale, da parte del responsabile del procedimento, di lavori fino a 200 mila euro (la stragrande maggioranza di interventi si colloca in questa fascia) e l'utilizzazione della gara informale con invito rivolto ad almeno cinque operatori per interventi da 200 mila a 5 milioni di euro.
Incompiute enti locali ed esclusione Patto stabilità interno. Per quel che riguarda le cosiddette «opere incompiute» segnalate dagli enti locali nel mese di giugno, il provvedimento -per risolvere problemi di mancato concerto fra le amministrazioni competenti- consente di riconvocare la Conferenza di servizi con una la riduzione del 50% dei termini ordinari.
Il decreto stabilisce anche che i pagamenti effettuati entro fine dicembre 2014, relativi alle opere (realizzate, in corso di esecuzione o «per le quali è possibile l'immediato avvio dei lavori») segnalate entro il 15.06.2014, saranno esclusi dal Patto di stabilità interno (con il limite di 250 milioni), previa istruttoria della stessa Presidenza. Una seconda norma opera l'esclusione per i pagamenti relativi a debiti certi, liquidi ed esigibili in conto capitale a carico degli enti territoriali per gli anni 2014/2015 (dopo l'entrata in vigore del decreto), per i quali è stata emessa fattura entro dicembre 2013. sarà necessario un ulteriore Dpcm per sapere quali enti territoriali saranno ammessi.
Concessioni autostradali. Viene confermato anche nell'ultima versione del testo la norma «proroga-concessioni». Dettata con la finalità di assicurare gli investimenti sulla rete, anche di miglioramento della sicurezza, e di arrivare a tariffe e condizioni di accesso più favorevoli per gli utenti, la norma consentirà ai concessionari di tratte autostradali nazionali di proporre modifiche del rapporto concessorio. Ciò dovrebbe portare alla gestione unitaria di tratte «interconnesse, contigue, ovvero tra loro complementari». Il nuovo piano economico porterà necessariamente a prorogare concessioni con scadenza ravvicinata. Per i lavori, le forniture e i servizi di importo superiore alla soglia comunitaria «ulteriori rispetto a quelli previsti dalle vigenti convenzioni», si richiama il rispetto delle procedure ad evidenza pubblica previste dal codice dei contratti pubblici.
Interventi di mitigazione del rischio idrogeologico. Si definiscono le linee da seguire per utilizzare le risorse disponibili per gli interventi in tema di mitigazione del rischio idrogeologico: con la programmazione 2015 l'utilizzazione dei fondi avverrà soltanto a seguito di accordi di programma fra regione e Ministero dell'ambiente, che dovrà definire la quota di cofinanziamento regionale.
I presidenti della Regione, che opereranno con poteri derogatori e speciali, potranno utilizzare –attraverso i ministeri controllanti– le società in house delle amministrazioni centrali dello Stato, dotate di «specifica competenza», per le attività di progettazione ed esecuzione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico di cui agli accordi di programma; pertanto molta parte delle attività che verranno realizzate per questi interventi potrebbero non essere poste sul mercato. Previsti anche commissari ad acta per l'adeguamento di sistemi di fognatura e depurazione attraverso poteri sostituivi del Governo da esercitare entro il 30.09.2014 (
articolo ItaliaOggi del 10.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAAlbo gestori ambientali, iscrizioni semplificate. Quattro delibere attuano il regolamento pubblicato in gazzetta ufficiale.
A disposizione delle imprese la nuova modulistica da utilizzare per le iscrizioni «ordinarie», le comunicazioni «semplificate» e le variazioni della dotazione dei veicoli nell'albo gestori ambientali.

Con quattro delibere attuative del nuovo regolamento (decreto ministeriale 03.06.2014 n. 120, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 23.08.2014 n. 195), datate 03.09.2014, il comitato nazionale dell'albo ha redatto i nuovi moduli per l'iscrizione.
Dal 7 settembre è entrato in vigore il nuovo regolamento che disciplina le modalità di organizzazione dell'albo nazionale dei gestori ambientali, i requisiti tecnici e finanziari delle imprese e dei responsabili tecnici, nonché i termini e le modalità di iscrizione i relativi diritti annuali.
La deliberazione 03.09.2014 n. 2 contiene la modulistica da utilizzare per l'iscrizione nelle categorie numero 1 (trasporto rifiuti urbani), 4 (trasporto rifiuti speciali non pericolosi), 5 (trasporto rifiuti speciali pericolosi), 8 (intermediazione e commercio senza detenzione), 9 (bonifica siti) e 10 (bonifica beni contenenti amianto).
La deliberazione 03.09.2014 n. 4 contiene il modulo per l'autocertificazione per il rinnovo delle iscrizioni con procedura ordinaria per le categorie numero 1 (trasporto rifiuti urbani), 4 (trasporto rifiuti speciali non pericolosi), 5 (trasporto rifiuti speciali pericolosi), 8 (intermediazione e commercio senza detenzione), 9 (bonifica siti) e 10 (bonifica beni contenenti amianto). Per il rinnovo dell'iscrizione, salvo contraria comunicazione della sezione regionale, il richiedente presenta la garanzia finanziaria 45 giorni prima della scadenza dell'iscrizione in corso di validità. Con il rinnovo delle iscrizioni, le sezioni regionali e provinciali, deliberano sulle comunicazioni di variazione dell'iscrizione e presentata successivamente alla domanda di rinnovo.
La deliberazione 03.09.2014 n. 3 contiene i moduli per l'iscrizione (e il rinnovo) in procedura semplificata, riservata solo alle aziende speciali, ai consorzi di comuni e alle società di gestione che gestiscono rifiuti urbani, ai produttori di rifiuti che trasportano i propri rifiuti (se pericolosi, nei limiti dei 30 kg/lt al giorno) e alle imprese che trasportano rifiuti elettrici ed elettronici (Raee - dm n. 65/2010).
La deliberazione 03.09.2014 n. 5, infine, contiene la dichiarazione (redatta nella forma della dichiarazione sostitutiva di atto notorio) relativa alla domanda di variazioni dell'iscrizione all'albo gestori ambientali della dotazione dei veicoli. Con allegato il modulo per l'accettazione della dichiarazione sostitutiva di atto notorio. Il decreto del ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare 03.06.2014, n. 120 abroga lo storico regolamento del 1998 (dm ambiente 28.04.1998, n. 406).
L'albo nazionale gestori ambientali è costituito dal comitato nazionale, dalle sezioni regionali e le due sezioni provinciali di Trento e di Bolzano. Le imprese e gli enti sono iscritti all'albo nella persona del titolare, nel caso di impresa individuale e nella persona del legale rappresentante nel caso di società (articolo ItaliaOggi del 10.09.2014).

APPALTISarà l'Authority a risolvere le liti tra le imprese e la Pa. Priorità alle istanze «congiunte», di valore rilevante o innovative. Appalti. L'Anac approva il nuovo regolamento per le istanze di precontenzioso.
Meno poltrone, più attenzione al ruolo di guida del mercato. In attesa del piano di riorganizzazione da presentare a Matteo Renzi entro fine anno, il cambio di rotta impresso da Raffaele Cantone agli uffici della vecchia Autorità di Vigilanza dei contratti pubblici è già visibile. L'obiettivo dichiarato è rafforzare le attività considerate come il "core business" della vecchia Avcp riuscendo allo stesso tempo a contenere i costi di funzionamento dell'ex Authority che, una volta messo a punto il piano di fusione e integrazione con l'Anac, dovrà garantire un taglio del 20% delle spese insieme a una sforbiciata della stessa entità del trattamento accessorio riservato al personale, dirigenti inclusi.
Una strategia che traspare dai primi provvedimenti approvati sotto la guida di Cantone. Tra questi quello di maggior impatto per il mercato è sicuramente il nuovo regolamento per la soluzione delle controversie tra stazioni appaltanti e imprese, prima che il conflitto giunga nell'aula già affollata di un tribunale amministrativo.
Nel disegno di Cantone anche la scelta di cancellare la direzione generale sul contenzioso non dovrebbe comportare contraccolpi sull'attività di interpretazione normativa a favore di imprese e Pa. Anzi. Con il provvedimento varato la scorsa settimana prende corpo l'intenzione di rilanciare l'attività di risoluzione dei conflitti sorti in gara (o in cantiere). Un'intenzione resa evidente dal fatto che il nuovo regolamento viene emanato a distanza di pochi mesi dall'ultima revisione effettuata solo a inizio anno dal vertice della vecchia Avcp.
La novità più rilevante è che l'ufficio che segue l'attività di risoluzione delle controversie entra a fare parte dello staff del presidente. Sarà dunque lo stesso Cantone ad assegnare (ogni 15 giorni) le richieste di parere ai consiglieri dell'Autorità, incaricati di seguire l'istruttoria e relazionare al consiglio sugli esiti. «L'obiettivo –si legge nella relazione che accompagna il nuovo regolamento– è garantire una piena assunzione di responsabilità del Consiglio dell'Anac verso il mercato nell'esprimere gli orientamenti interpretativi di riferimento». Per «cristallizzare» le decisioni i pareri rilasciati dal consiglio verranno trattati come sentenze: quindi sintetizzati con una «massima» e pubblicati sul sito.
Altra novità riguarda la decisione di esplicitare da subito i criteri di priorità con cui verranno trattate le istanze di parere. In primo luogo verranno vagliate quelle presentate insieme dalla stazione appaltante e da almeno un partecipante alla gara. Nel caso di richiesta "singola" verranno trattate prima quelle avanzate da una stazione appaltante, quelle di importo rilevante (un milione per i lavori, oltre la soglia comunitaria per servizi e forniture), oppure quelle che sottopongono all'Anac «questioni originali e di particolare impatto per il settore dei contratti pubblici».
Il provvedimento limita in 90 giorni il tempo massimo per il rilascio del parere, mantenendo la possibilità di contraddittorio tra le parti che potranno depositare memorie e documenti entro 10 giorni dall'avvio del procedimento, mentre sarà valutata caso per caso la necessita di procedere ad audizioni. Le comunicazioni tra Anac, imprese e Pa avverranno sempre tramite posta elettronica certificata. L'istanza deve contenere l'impegno «a non porre atti pregiudizievoli ai fini del rilascio del parere fino alla risoluzione della questione». Ovviamente, tutto si ferma se a istruttoria aperta arriva la sentenza di un giudice amministrativo.
Il nuovo regolamento introduce la possibilità di esprimere un parere in forma semplificata nei casi di più semplice trattazione e conferma la scelta di permettere l'intervento dell'Autorità anche in fase di esecuzione del contratto, dunque dopo la conclusione della gara «su iniziativa congiunta della stazione appaltante e dell'esecutore».
Anche in questo caso la linea interpretativa offerta dall'Autorità non sarà vincolante per le parti, che potranno anche decidere di disattendere il giudizio offerto dall'organo di vigilanza sul mercato. L'esperienza insegna però che nell'80% dei casi la scelta è quella di adeguarsi. Una percentuale forse destinata a salire con la svolta impressa da Cantone. Con il regolamento, che entrerà in vigore il giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, viene approvato anche un nuovo modello di presentazione delle istanze
(articolo Il Sole 24 Ore del 10.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTILa responsabilità solidale abbandona l'ambito tributario. Appalti. Niente più sanzioni al committente.
Al tramonto la responsabilità solidale tributaria sugli appalti. Dopo la semplificazione introdotta con il «decreto del fare» (articolo 50 del Dl 69/2013) riguardante l'eliminazione della responsabilità solidale tra appaltatore e subappaltatore, nonché della sanzione per il committente, con riferimento all'Iva relativa alle prestazioni effettuate nel rapporto di appalto/subappalto, il decreto semplificazioni prevede la definitiva abrogazione dei commi da 28 a 28-ter dell'articolo 35 del Dl 223/2006.
Quindi, risulterà definitivamente superata la responsabilità solidale in ambito fiscale tra appaltatore e subappaltatore, con riferimento al versamento delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente inerenti al rapporto di subappalto. Allo stesso tempo, il committente non sarà più soggetto alla sanzione amministrava pecuniaria da 5mila a 200mila euro, in caso di pagamento del corrispettivo senza previamente verificare il regolare versamento delle ritenute fiscali sui redditi da lavoro dipendente riguardanti l'intera filiera dell'appalto.
Pertanto, a seguito di questa semplificazione, committenti e appaltatori non dovranno più preoccuparsi di richiedere la prevista certificazione di regolarità dei versamenti delle ritenute, evitando così di "bloccare" i pagamenti alle imprese in attesa di ricevere l'attestazione prevista dalla norma.

Il legislatore, con l'eliminazione totale della solidarietà fiscale negli appalti, ha esaudito il desiderio di molte imprese italiane, le quali, negli ultimi anni, oltre all'appesantimento burocratico legato alla documentazione occorrente, hanno talvolta subito un peggioramento della propria situazione finanziaria. Infatti, le imprese subappaltatrici, in caso di omesso o ritardato versamento delle ritenute per carenza di liquidità, non incassavano i corrispettivi dai committenti/appaltatori ed erano sempre più in difficoltà ad adempiere ai successivi obblighi tributari.
Sul punto, si attendono i chiarimenti delle Entrate per comprendere gli effetti che l'eliminazione degli obblighi previsti dai commi da 28 a 28-ter dell'articolo 35 del Dl 223/2006 produrrà nei confronti delle violazioni già compiute e non ancora definitivamente accertate al momento dell'entrata in vigore del decreto semplificazioni.
Occorre, inoltre, tenere ben presente che, nei rapporti di appalto e subappalto, è ancora in vigore la solidarietà retributiva e contributiva tra committente, appaltatore e subappaltatori. In particolare, l'articolo 29, comma 2, del Dlgs 276/2003 prevede che il committente, nei limiti di due anni dalla cessazione del contratto di appalto, sia obbligato in solido con l'appaltatore e gli eventuali subappaltatori, in relazione ai trattamenti retributivi (comprese le quote di Tfr), ai contributi previdenziali e ai premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto.
È dunque importante che i committenti e gli appaltatori continuino a richiedere agli appaltatori/subappaltatori il rilascio del Durc, al fine di verificare la regolarità contributiva e retributiva ed evitare di rispondere in solido dei mancati versamenti. In ogni caso, nell'ambito di questa responsabilità, il committente può avvalersi del beneficio della preventiva escussione; in tal caso, l'azione esecutiva verrà esperita nei suoi confronti solo qualora sia risultata infruttuosa nei confronti di appaltatori e subappaltatori inadempienti.
L'eliminazione della responsabilità fiscale negli appalti, tuttavia, ha indirettamente comportato l'estensione della responsabilità di soci e amministratori per i cinque anni successivi alla cancellazione della società dal Registro imprese, nelle ipotesi in cui la medesima venga messa in liquidazione e sia destinataria di provvedimenti di accertamento e riscossione dei tributi da parte dell'agenzia delle Entrate
(articolo Il Sole 24 Ore del 10.09.2014).

GIURISPRUDENZA

APPALTITrattativa privata forzata, l'appalto non perde valore
Un contratto di appalto affidato a trattativa privata, senza che ve ne fossero le condizioni di legge, non è automaticamente privo di effetti giuridici.

È quanto afferma la Corte di Giustizia nella sentenza 11.09.2014 causa C-19/13, rispetto alla compatibilità comunitaria di un affidamento, disposto con procedura negoziata senza previa pubblicazione del bando (a favore di Telecom) motivato dall'esigenza di diritti di esclusiva a favore dell'aggiudicatario e dal fatto che il contratto poteva essere affidato unicamente a un operatore economico determinato.
Dopo avere individuato l'affidatario la stazione appaltante pubblicava un avviso di preinformazione e poi di aggiudicazione. L'aggiudicazione veniva impugnata al Tar (da Fastweb) che accoglieva il ricorso. Il Consiglio di stato ha confermato l'annullamento dell'aggiudicazione perché non erano state dimostrate le condizioni richieste per la procedura negoziata, ma ha comunque rimesso alla Corte la questione inerente la sorte del contratto stipulato.
La sentenza richiama la direttiva 89/665 nella parte in cui prevede che il giudice dichiari il contratto privo di effetti se è stato aggiudicato un appalto senza previa pubblicazione di un bando in assenza delle condizioni previste dalle norme in materia di appalti. La direttiva «ricorsi» ammette però come eccezione che, a seguito di annullamento, il giudice possa mantenere gli effetti del contratto (se è stata fatta la pre-informazione e la post-informazione e se il contratto è stato stipulato dopo dieci giorni dalla pubblicazione dell'aggiudicazione, come avvenuto nel caso esaminato).
La Corte precisa che la finalità della eccezione è di conciliare gli interessi dell'impresa lesa (che ha la possibilità di avviare un procedimento sommario precontrattuale e l'annullamento del contratto illegittimamente concluso), con quelli dell'amministrazione e dell'impresa selezionata (evitare l'incertezza giuridica che potrebbe derivare dalla privazione di effetti del contratto). Spetta al giudice effettuare tale temperamento di interessi.
Pertanto, un contratto affidato a procedura negoziata senza bando, quando ciò non fosse consentito, non è automaticamente dichiarabile privo di effetti, in presenza delle tre condizioni previste dalla direttiva (articolo ItaliaOggi del 12.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATAAppalti senza pubblicità: va provata la buona fede. Corte Ue. Il caso della gara sul ministero dell'Interno.
La Corte di giustizia Ue precisa i limiti entro i quali il ministero dell'Interno può dare in appalto i suoi servizi di telefonia fissa, mobile, videosorveglianza e altri servizi di comunicazioni elettroniche con «procedura negoziata» (cioè senza gara pubblica), richiamando concetti di buona fede e diligenza:
questo è il contenuto della sentenza 11.09.2014 causa C-19/13, in una lite che contrappone Telecom a Fastweb.
Oggetto del contendere è un contratto di sette anni, del valore di oltre cinquecento milioni di euro, assegnato a Telecom con una cronologia (che l'Avvocato generale definisce «sorprendente»), tra il 15 e il 31.12.2011. L'appalto è stato annullato dai giudici nazionali per carenza di pubblicità (Consiglio di Stato 26/2013), ma una volta annullata la procedura, è sorto il dubbio su come potesse riequilibrarsi la situazione tra i contendenti, se cioè si dovesse riattivare una gara oppure l'appalto potesse restare alla Telecom, avendo il ministero seguito il protocollo che può far evitare la pubblica competizione.
Per la Direttiva 89/665 (articolo 2-quinquies) e per il Dlgs 163/2006 (articolo 57), si può infatti adottare una procedura negoziata con singole imprese, se l'amministrazione: a) "ritiene" l'opportunità di una procedura con mera consultazione diretta; b) pubblica un avviso generico sulla Gazzetta dell'Unione; c) rispetta un intervallo minimo di 10 giorni tra detta pubblicazione e la stipula del contratto. I giudici del Tar Lazio e del Consiglio di Stato hanno già escluso l'esistenza di validi motivi per evitare la gara pubblica, annullando l'aggiudicazione a Telecom, ma gli stessi giudici nazionali non hanno ritenuto di azzerare il contrato in corso.
Di qui l'attuale ulteriore contenzioso, che ha coinvolto la Corte di giustizia, per accertare se (secondo un primo orientamento) all'indomani della sentenza il contratto stipulato senza gara potesse comunque essere dichiarato privo di effetti, oppure se (adottando un secondo indirizzo), il servizio affidato alla Telecom possa continuare, dando peso ai tre elementi predetti. Era in gioco, inoltre, la stessa credibilità del meccanismo giudiziario, cioè l'utilità e l'efficacia dei rimedi giudiziari offerti alle imprese in caso di violazione delle norme di procedura. Se infatti basta una procedura-lampo (10 giorni) e una generica dichiarazione di opportunità (l'amministrazione "ritiene" di fare a meno della pubblicazione del bando) per aggirare il meccanismo di pubblicità, verrebbe meno la fiducia verso i rimedi di giustizia statale e comunitaria.
La sentenza della Corte di giustizia si esprime, quindi, per la possibilità che il giudice statale possa dichiarare privo di effetti il contratto non preceduto da sufficiente pubblicità, valutando la diligenza e la buona fede dell'amministrazione che sia incorsa in errore nell'escludere la pubblicità. In concreto, quindi, i giudici comunitari hanno riconosciuto la possibilità che esigenze di sicurezza e difesa, i servizi di intelligence e di controspionaggio possano rendere opportuna una contrattazione diretta con fornitori di servizi telefonici, ma hanno sottolineato che il giudice nazionale deve sempre valutare lo spessore delle motivazioni che rendono eccezionalmente superabile la pubblica gara.
La valutazione del comportamento dell'amministrazione deve poi avvenire con parametri di buona fede e diligenza, perché solo un contratto stipulato in buona fede può superare l'annullamento disposto dal giudice e continuare a produrre propri effetti. I concetti di buona fede e diligenza, del resto, sono gli stessi che possono poi essere adottati dal giudice nazionale per riconoscere un eventuale risarcimento al concorrente che non abbia potuto partecipare alla gara.
La vicenda quindi torna ai giudici nazionali (Consiglio di Stato), cui spetterà la verifica sul comportamento dell'amministrazione dell'Interno e sulla buona fede che può aver ispirato, nel dicembre del 2011, la scelta senza gara di un fornitore dei servizi di fonia
(articolo Il Sole 24 Ore del 12.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTI: In materia di gare pubbliche da aggiudicarsi con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggioso, le soluzioni migliorative si differenziano dalle varianti: infatti le prime possono liberamente esplicarsi in tutti gli aspetti tecnici lasciati aperti a diverse soluzioni sulla base del progetto posto a base di gara ed oggetto di valutazione dal punto di vista tecnico, salva la immodificabilità delle caratteristiche progettuali già stabilite dall'Amministrazione, mentre le seconde si sostanziano in modifiche del progetto dal punto di vista tipologico, strutturale e funzionale, per la cui ammissibilità è necessaria una previa manifestazione di volontà della stazione appaltante, mediante preventiva autorizzazione contenuta nel bando di gara e l'individuazione dei relativi requisiti minimi che segnano i limiti entro i quali l'opera proposta dal concorrente costituisce un aliud rispetto a quella prefigurata dalla Pubblica amministrazione.
E’ stato anche puntualizzato che le varianti progettuali migliorative riguardanti le modalità esecutive dell'opera o del servizio sono ammesse, purché non si traducano in una diversa ideazione dell'oggetto del contratto.

Secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, in materia di gare pubbliche da aggiudicarsi con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggioso, le soluzioni migliorative si differenziano dalle varianti: infatti le prime possono liberamente esplicarsi in tutti gli aspetti tecnici lasciati aperti a diverse soluzioni sulla base del progetto posto a base di gara ed oggetto di valutazione dal punto di vista tecnico, salva la immodificabilità delle caratteristiche progettuali già stabilite dall'Amministrazione, mentre le seconde si sostanziano in modifiche del progetto dal punto di vista tipologico, strutturale e funzionale, per la cui ammissibilità è necessaria una previa manifestazione di volontà della stazione appaltante, mediante preventiva autorizzazione contenuta nel bando di gara e l'individuazione dei relativi requisiti minimi che segnano i limiti entro i quali l'opera proposta dal concorrente costituisce un aliud rispetto a quella prefigurata dalla Pubblica amministrazione (Cons. St., sez. V, 20.02.2014, n. 814; 24.10.2013, n. 5160).
E’ stato anche puntualizzato che le varianti progettuali migliorative riguardanti le modalità esecutive dell'opera o del servizio sono ammesse, purché non si traducano in una diversa ideazione dell'oggetto del contratto (Cons. St., sez. V, 17.09.2012, n. 4916) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 09.09.2014 n. 4578 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In applicazione del criterio letterale (privilegiato dall’art. 12 delle preleggi), si osserva che locuzione “edifici circostanti” indica lessicalmente gli edifici che si trovano intorno all’area oggetto del permesso; per contro, se il pianificatore avesse voluto riferirsi non solo agli edifici contornanti ma ad ulteriori e più distanti edifici, avrebbe associato il termine circostante ad ulteriori concetti come zona o fasce territoriale o comparto ecc…, indicando peraltro anche l’estensione del limite da prendere in considerazione, in assenza del quale, da un punto di vista geometrico, tutto può definirsi ad esso contornante rispetto al punto di riferimento.
Ma anche la “ratio” che la giurisprudenza ha individuato in norme del tipo in esame induce a privilegiare la tesi sostenuta dall’appello. Ed invero la Sezione, in analoga fattispecie, ha già affermato che “laddove lo strumento urbanistico comunale prescriva che, in una certa zona di piano, l'altezza massima degli edifici di nuova costruzione non possa superare la media dell'altezza di quelli preesistenti circostanti, tale media non può che limitarsi ai soli edifici limitrofi a quello costruendo, a rischio altrimenti di svuotare la norma urbanistica di qualunque significato, mentre essa è appunto preordinata ad evitare che fabbricati contigui o vicini presentino altezze marcatamente differenti, considerato, peraltro, che l'assetto edilizio mira a rendere omogenei gli assetti costruttivi rientranti in zone di limitata estensione”.

L’appello è fondato.
Come riferisce lo stesso giudice di prime cure, in tema di osservanza delle altezze il ricorso aveva sostenuto la violazione dell’art. 62 delle N.T.A. del P.R.G., in quanto tale norma prevedrebbe un’altezza massima degli edifici siti in zona B2, che deve essere “pari all’altezza media degli edifici esistenti al contorno e comunque non superiore a 13,50 ml.”. Poiché detta tale misura media è di ml. 8,44, il permesso di costruire impugnato avrebbe dovuto essere ritenuto illegittimo per aver assentito un fabbricato di altezza pari a ml. 11,88.
In altri termini, secondo questa tesi, il computo dell’altezza, deve prendere in considerazione gli edifici limitrofi. Sul punto il TAR ha invece ritenuto che detta disposizione “debba essere interpretata conformemente alla fonte normativa statale di riferimento: il D.M. n. 1444 del 1968, che, a sua volta, proprio in relazione al concetto di “altezza media degli edifici circostanti”, ha incluso, tra essi, non solo quelli effettivamente confinanti con quello la cui altezza è da misurare, ma anche quelli ubicati in prossimità dello stesso”.
Ad avviso del Collegio, l’orientamento qui riproposto dell’appellante, per cui nel conteggio in questione si debba invece tenere conto delle altezze unicamente degli edifici circostanti nel senso di limitrofi, è da ritenersi preferibile. In questo senso, anzitutto in applicazione del criterio letterale (privilegiato dall’art. 12 delle preleggi), si osserva che locuzione “edifici circostanti” indica lessicalmente gli edifici che si trovano intorno all’area oggetto del permesso; per contro, se il pianificatore avesse voluto riferirsi non solo agli edifici contornanti ma ad ulteriori e più distanti edifici, avrebbe associato il termine circostante ad ulteriori concetti come zona o fasce territoriale o comparto ecc…, indicando peraltro anche l’estensione del limite da prendere in considerazione, in assenza del quale, da un punto di vista geometrico, tutto può definirsi ad esso contornante rispetto al punto di riferimento.
Ma anche la “ratio” che la giurisprudenza ha individuato in norme del tipo in esame (e dalla quale il Collegio non ravvisa ragioni per discostarsi) induce a privilegiare la tesi sostenuta dall’appello. Ed invero la Sezione, in analoga fattispecie, ha già affermato che “laddove lo strumento urbanistico comunale prescriva che, in una certa zona di piano, l'altezza massima degli edifici di nuova costruzione non possa superare la media dell'altezza di quelli preesistenti circostanti, tale media non può che limitarsi ai soli edifici limitrofi a quello costruendo, a rischio altrimenti di svuotare la norma urbanistica di qualunque significato, mentre essa è appunto preordinata ad evitare che fabbricati contigui o vicini presentino altezze marcatamente differenti, considerato, peraltro, che l'assetto edilizio mira a rendere omogenei gli assetti costruttivi rientranti in zone di limitata estensione (così Consiglio Stato sez. V, 21.10.1995, n. 1448)” (Cons. di Stato, sez. IV, n. 3184/2013).
Né il Collegio reperisce nella sentenza impugnata, come negli scritti, delle parti appellati tracce apprezzabili di consistente giurisprudenza in senso contrario (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 09.09.2014 n. 4553 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La vicinitas, intesa come situazione di stabile collegamento giuridico con il terreno oggetto dell’intervento costruttivo autorizzato, è sufficiente a radicare la legittimazione ad causam del confinante; né è necessario accertare in concreto se i lavori comportano o meno un effettivo pregiudizio per il soggetto che propone l’impugnazione, atteso che la realizzazione di consistenti interventi che comportano una rilevante e notevole alterazione del preesistente assetto urbanistico ed edilizio deve ritenersi pregiudizievole in re ipsa, in quanto il nocumento consegue alla minore qualità panoramica, ambientale, paesaggistica.
Ed invero, premesso che non è contestato in fatto che gli istanti risiedano in immobili limitrofi all’area interessata dal progetto di riqualificazione de quo, non si ravvisa ragione per discostarsi dalla più recente giurisprudenza in materia, secondo cui la vicinitas, intesa come situazione di stabile collegamento giuridico con il terreno oggetto dell’intervento costruttivo autorizzato, è sufficiente a radicare la legittimazione ad causam del confinante; né è necessario accertare in concreto se i lavori comportano o meno un effettivo pregiudizio per il soggetto che propone l’impugnazione, atteso che la realizzazione di consistenti interventi che comportano una rilevante e notevole alterazione del preesistente assetto urbanistico ed edilizio deve ritenersi pregiudizievole in re ipsa, in quanto il nocumento consegue alla minore qualità panoramica, ambientale, paesaggistica (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 18.04.2014, nr. 1995; id., 06.05.2013, nr. 2447) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 09.09.2014 n. 4547 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAE' legittima la revoca d'ufficio dell’autorizzazione per l'esposizione di mezzi pubblicitari, in precedenza rilasciata, laddove le insegne pubblicitarie luminose precedentemente autorizzate dal Comune indicavano l’esercizio della ricorrente quale “Medicina Estetica Solarium”, mentre il provvedimento di revoca riguarda unicamente la parola “Medicina”, in quanto l’attività medica indicata nelle suddette insegne non risulta autorizzata dal Comune in riferimento all’esercizio della ricorrente.
Invero, solo il rilascio di una specifica autorizzazione a tale delicata attività ai sensi della L.R. Emilia Romagna n. 34/1998 consente all’impresa interessata di pubblicizzarne l’esercizio.
Ciò premesso, è evidente che la fattispecie in esame rientri a pieno titolo tra i casi in cui il provvedimento adottato dalla P.A. è legittimo ex art. 21-octies L. n. 241 del 1990, poiché esso non avrebbe potuto avere un contenuto diverso, anche se l’interessato avesse potuto partecipare al relativo procedimento perché destinatario dell’avviso ex art. 7 della L. n. 241 del 1990.

Con il presente ricorso, la legale rappresentante di una società operante nel settore dei servizi estetici per la persona chiede l’annullamento del provvedimento in data 12/03/2007, con il quale il Comune di Modena ha parzialmente revocato d'ufficio l’autorizzazione per l'esposizione di mezzi pubblicitari in precedenza rilasciata alla società. Le insegne pubblicitarie luminose precedentemente autorizzate dal Comune indicavano l’esercizio della ricorrente quale “Medicina Estetica Solarium”, mentre il provvedimento di revoca riguarda unicamente la parola “Medicina”, in quanto l’attività medica indicata nelle suddette insegne non risulta autorizzata dal Comune in riferimento all’esercizio della ricorrente.
La società ritiene illegittimo detto provvedimento per un unico articolato motivo rilevante violazione dell’art. 7 della L. n. 241 del 1990.
Il comune di Modena, costituitosi in giudizio, ritiene infondato il ricorso e ne chiede, conseguentemente, la reiezione.
Alla pubblica udienza del 29.05.2014 la causa è stata chiamata ed è stata quindi trattenuta per la decisione come da verbale.
Il Collegio osserva che il ricorso non è meritevole di accoglimento, stante che, nella specie, la parziale revoca dell’autorizzazione pubblicitaria (nella parte in cui indicava un’attività: quella medica -mai autorizzata dall’amministrazione comunale v. provv. impugnato doc. n. 1 della ricorrente), assume i connotati del provvedimento dovuto, stante che, appunto, solo il rilascio di una specifica autorizzazione a tale delicata attività ai sensi della L.R. Emilia Romagna n. 34 del 1998 consente all’impresa interessata di pubblicizzarne l’esercizio. Ciò premesso, è evidente che la fattispecie in esame rientri a pieno titolo tra i casi in cui il provvedimento adottato dalla P.A. è legittimo ex art. 21-octies L. n. 241 del 1990, poiché esso non avrebbe potuto avere un contenuto diverso, anche se l’interessato avesse potuto partecipare al relativo procedimento perché destinatario dell’avviso ex art. 7 della L. n. 241 del 1990 (v. ex multis: TAR Campania –Na- sez. VI, 06/02/2014 n. 791; TAR Sardegna, sez. II, 27/11/2013 n. 758).
Per le suesposte ragioni, il ricorso è respinto (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 08.09.2014 n. 838 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Il legame sentimentale boccia il commissario. Tar Milano. Concorsi: chi ha avuto una storia, anche chiusa, con un candidato non lo giudica.
Le relazioni sentimentali non devono interferire con le procedure di concorso, nemmeno quando interrotte da lungo tempo: lo sottolinea il TAR Lombardia-Milano, Sez. I, nella sentenza 04.09.2014 n. 2307.
Il lungo intervallo (oltre 13 anni) che separava l'esame dalla interruzione della relazione, ha reso necessario un approfondimento sul dovere di imparzialità che incombe agli esaminatori. Nel caso specifico, si discuteva di un posto di ricercatore universitario e del provvedimento del rettore che aveva accolto una domanda di ricusazione del commissario, proveniente da un altro candidato che riteneva di poter subire una lesione. La revoca è stata impugnata dal docente-commissario, che faceva presente che la liason era risalente nel tempo. Il principio adottato dal Tribunale nel condividere l'operato del rettore, si basa sull'articolo 97 della Costituzione (che garantisce buon andamento e imparzialità) e, più di recente, sulla legge anticorruzione 190/2012.
Episodi analoghi sono quelli in cui l'obbligo di astensione deriva da una documentata ostilità tra candidato e il commissario (per denunce ed esposti penali), situazioni che rendono opportuna l'astensione del commissario a norma dell'articolo 149 del Tu 3/1957 (pubblico impiego), come sottolineano Consiglio di Stato 5041/2004 e Tar Milano 190/2005. Viceversa, una situazione più diluita e astratta, quale esempio l'appartenenza a una stessa scuola di pensiero (nei concorsi universitari) e il rapporto allieva/maestro non comporta di per sé l'obbligo di astensione (Tar Pescara 190/2005).
Il nodo delle relazioni sentimentali complica anche l'amministrazione della giustizia, facendo scattare l'obbligo di astensione (articoli 36, lettera h, Cpp e 51 Cpc) per rapporti del giudice con le parti o con alcuni legali che assistono le parti stesse. Ciò perché risulterebbero infatti intaccate la serenità e la capacità del giudice di essere imparziale o per ingenerare, sia pure ingiustificatamente, il sospetto che possa rendere una decisione ispirata a fini diversi da quelli istituzionali e intesa, per ragioni private e personali, a favorire o danneggiare gli eventuali destinatari (Cassazione 21947/2004).
In tutt'altro campo, uno stabile rapporto sentimentale può aver peso nel ritenere possibile un'infiltrazione mafiosa per i rapporti tra amministratori di società e soggetti penalmente compromessi (Tar Catanzaro 863/2012). Tutto ciò fino a oggi era affidato alla sensibilità della giurisprudenza, ma la legge anticorruzione 192/2012 potrebbe spingersi nell'individuare parametri specifici, in funzione di prevenzione e controllo
(articolo Il Sole 24 Ore dell'11.09.2014).

EDILIZIA PRIVATAI volumi destinati a parcheggi obbligatori ad uso privato di cui all’art. 41-sexies L. 17.08.1942 n. 1150, legati all’immobile principale da un nesso di inscindibilità in forza del quale di essi non possa disporsi separatamente, non sono assoggettabili al contributo commisurato al costo di costruzione.
Sicché, il rapporto tra superficie delle aree destinate a parcheggio e volumetria del fabbricato, così come richiesto dal citato art. 41-sexies, è verificato dalla P.A. e costituisce condizione essenziale per il rilascio del titolo edilizio, di modo che la rimozione del vincolo pertinenziale non può avvenire a piacimento del proprietario, ma soltanto attraverso una concessione in variante che lo trasferisca su altre zone riconosciute idonee.
Tuttavia, il vincolo così costituito dev’essere poi effettivamente trascritto nelle forme dovute.
Pertanto, alla stregua di quanto sopra, le aree gravate da vincolo di destinazione a parcheggio ai sensi dell’art. 41-sexies L. 17.08.1942 n. 1150 sulla base del titolo edificatorio non sono assoggettabili al contributo commisurato al costo di costruzione e, comunque, la P.A. ha titolo per pretendere, in relazione ad esse, la trascrizione del vincolo nelle forme di legge, anche in danno del privato resosi inadempiente.

- Premesso che la società ricorrente contesta la determinazione assunta dal comune di Vibo Valentia, di liquidare gli oneri concessori afferenti ad un intervento edilizio da realizzarsi, computando pure i volumi destinati a parcheggi obbligatori;
- Ritenuto che i volumi destinati a parcheggi obbligatori ad uso privato di cui all’art. 41-sexies L. 17.08.1942 n. 1150, legati all’immobile principale da un nesso di inscindibilità in forza del quale di essi non possa disporsi separatamente, non sono assoggettabili al contributo commisurato al costo di costruzione (cfr. Cons. Stato, 28.11.2012 n. 6033);
- Considerato che il rapporto tra superficie delle aree destinate a parcheggio e volumetria del fabbricato, così come richiesto dal citato art. 41-sexies, è verificato dalla P.A. e costituisce condizione essenziale per il rilascio del titolo edilizio, di modo che la rimozione del vincolo pertinenziale non può avvenire a piacimento del proprietario, ma soltanto attraverso una concessione in variante che lo trasferisca su altre zone riconosciute idonee (cfr. Cass. civ., Sez. II, 14.11.2000 n. 14731);
- Precisato, tuttavia, che il vincolo così costituito dev’essere poi effettivamente trascritto nelle forme dovute (cfr. TAR Lazio, Roma, Sez. II, 02.12.2002 n. 11019);
- Ritenuto, pertanto, alla stregua di quanto sopra, che le aree gravate da vincolo di destinazione a parcheggio ai sensi dell’art. 41-sexies L. 17.08.1942 n. 1150 sulla base del titolo edificatorio non sono assoggettabili al contributo commisurato al costo di costruzione e che, comunque, la P.A. ha titolo per pretendere, in relazione ad esse, la trascrizione del vincolo nelle forme di legge, anche in danno del privato resosi inadempiente (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 04.09.2014 n. 1399 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Rifiuti. Legittimità restrizioni alla facoltà di apportare modifiche agli impianti esistenti per il trattamento dei rifiuti.
L’introduzione di restrizioni alla facoltà di apportare modifiche agli impianti esistenti, limitandole agli interventi necessari a mantenerne la funzione in atto appare conforme al principio giurisprudenziale secondo cui deve ritenersi ammissibile una disciplina che produce effetti conformativi per il futuro.
In tal modo non vengono infatti messi in discussione né l’intangibilità delle attività e delle opere poste in essere in conformità della disciplina previgente che mantengono la loro precedente e legittima destinazione, né il correlato principio che la cessazione di attività in essere può essere disposta solo sulla base di atti a contenuto espropriativo, e si incentiva al contempo la delocalizzazione di un impianto, la cui presenza è giudicata incompatibile con la tutela di interessi pubblici ritenuti prevalenti.

Per quanto concerne gli impianti di trattamento dei rifiuti l’art. 49 del piano d’area, mediante apposite direttive, fissa degli obiettivi che devono essere raggiunti in sede di pianificazione provinciale e comunale, demandando agli enti locali di indicare i criteri o gli ambiti per la loro localizzazione e rilocalizzazione.
Con prescrizioni e vincoli immediatamente precettivi dispone inoltre che “nuovi impianti di trattamento e smaltimento dei rifiuti non possono essere ubicati in fregio e all’interno: a) degli ambiti di interesse naturalistico - ambientale; b) delle zone archeologiche; c) delle aree di risorgiva e dei punti di presa dell’acqua potabile; d) dell’ambito prioritario della protezione del suolo” facendo salvo “in ogni caso quanto già autorizzato alla data di adozione del presente piano” e con l’ulteriore specificazione che “eventuali ampliamenti delle discariche esistenti devono essere motivati e realizzati in modo tale che la sistemazione finale comporti un miglioramento significativo dell’ambiente circostante”.
Nel caso all’esame l’impianto ricade all’interno dell’ambito di protezione del suolo.
Si tratta di un ambito territoriale per il quale l’art. 51 del piano d’area pone forme particolari di tutela finalizzate ad evitare modificazioni della giacitura dei terreni e delle caratteristiche fisiche dei suoli e la loro impermeabilizzazione, a facilitare l’infiltrazione delle acque superficiali garantendone la massima permeabilità, e per le quali sono vietati l’impermeabilizzazione di estese superfici e l’uso, in linea di massima, di fitofarmaci e diserbanti nella manutenzione del verde, mentre sono consentiti lavori di miglioria fondiaria a condizione del rispetto delle suddette finalità.
Poste tali premesse, ed in mancanza di una definizione normativa di “nuovo impianto”, il Collegio ritiene condivisibili le conclusioni cui è giunta la Provincia circa la necessità di utilizzare un criterio di carattere sostanzialistico nel definire la tipologia di interventi che ricadono nel divieto.
Infatti tale criterio è quello che risulta coerente con le finalità di tutela dell’ambito di protezione del suolo dato che le modifiche agli impianti esistenti possono essere talmente importanti da costituire un nuovo progetto, e per la loro natura, dimensione o ubicazione, possono risultare idonei a produrre un impatto sull' ambiente del tutto equivalente ad un nuovo impianto, e sarebbe contrario agli obiettivi del piano sottrarre dal suo campo di applicazione queste modifiche.
Peraltro nella materia ambientale, per non frustrare il raggiungimento degli obiettivi di tutela, di norma le modifiche sostanziali ad un impianto sono equiparate ad un nuovo impianto.
Rispetto all’ordinamento comunitario, ad esempio, si è ritenuto in via interpretativa che la procedura di valutazione di impatto ambientale dovesse essere svolta anche rispetto a modifiche di opere esistenti, nonostante l’allegato II della direttiva 85/337 CEE nel testo originario non si riferisse esplicitamente anche alle modifiche dei progetti ivi elencati (cfr. CGCE sentenza resa nella causa C – 72/95 del 24.10.1996).
La normativa nazionale all’art. 208 del Dlgs. 03.04.2006, n. 152, assoggetta alle procedure per nuovi impianti le varianti sostanziali in corso d'opera o di esercizio che comportino modifiche a seguito delle quali gli impianti non sono più conformi all'autorizzazione rilasciata, e all’art. 5 definisce come modifica sostanziale di un progetto, di un’opera o di un impianto “la variazione delle caratteristiche o del funzionamento ovvero un potenziamento dell'impianto, dell'opera o dell'infrastruttura o del progetto che, secondo l'autorità competente, producano effetti negativi e significativi sull'ambiente”.
Allo stesso modo anche la legislazione regionale ricorre ad un criterio di carattere sostanzialistico quando, all’art. 23, comma 6, della legge regionale 21.01.2000, n. 3, assoggetta alla procedura prevista per nuovi impianti le varianti sostanziali in corso di esercizio che comportino modifiche per cui gli impianti non siano più conformi all’autorizzazione rilasciata, con la sola esclusione delle varianti che non riguardino il processo tecnologico e non comportino modifiche ai quantitativi di rifiuti recuperati o smaltiti.
Pertanto, poiché manca una definizione normativa di “nuovo impianto” o di “modifica di un impianto esistente” nel piano d’area, appare corretta l’interpretazione che ricorre al criterio sistematico e teleologico, secondo la quale restano assoggettate alla disciplina prevista per nuovi impianti, anche le modifiche di impianti esistenti che per la loro natura, dimensione o ubicazione producano effetti sull'ambiente equivalenti a quelli di un nuovo impianto, dato che altrimenti un qualsiasi impianto potrebbe, di modifica in modifica, espandersi senza limiti, vanificando la portata precettiva e le finalità di salvaguardia della norma del piano d’area.
In senso contrario non possono essere valorizzate le considerazioni svolte dalla parte ricorrente circa l’erroneità di un esito interpretativo il cui effetto le impedirebbe di realizzare interventi di sviluppo ed ampliamento della propria attività, da ritenersi connaturati ad ogni attività di impresa.
Infatti l’introduzione di restrizioni alla facoltà di apportare modifiche agli impianti esistenti, limitandole agli interventi necessari a mantenerne la funzione in atto (ed in effetti la Provincia ha autorizzato, non ritenendole incompatibili con l’art. 49 del piano, l’accorpamento delle tre diverse autorizzazioni, la realizzazione della raccolta e della gestione delle acque interne, e la realizzazione delle tettoie relative alla copertura dei rifiuti già autorizzati, contenuti in container), appare conforme al principio giurisprudenziale secondo cui deve ritenersi ammissibile una disciplina che produce effetti conformativi per il futuro.
In tal modo non vengono infatti messi in discussione né l’intangibilità delle attività e delle opere poste in essere in conformità della disciplina previgente che mantengono la loro precedente e legittima destinazione, né il correlato principio che la cessazione di attività in essere può essere disposta solo sulla base di atti a contenuto espropriativo (con riferimento alla disciplina urbanistica, ex pluribus, cfr. Consiglio di Stato, Sez. V, 21.06.2013, n. 3429), e si incentiva al contempo la delocalizzazione di un impianto, la cui presenza è giudicata incompatibile con la tutela di interessi pubblici ritenuti prevalenti (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Veneto, Sez. III, sentenza 18.06.2014 n. 863 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Elettrosmog. SRB non possono essere localizzate indiscriminatamente in ogni sito del territorio comunale
Occorre sottolineare che nonostante il riconoscimento del carattere di opere di pubblica utilità e malgrado l’assimilazione ad ogni effetto alle opere di urbanizzazione primaria, le stazioni radio base di un impianto di telefonia mobile non possono essere localizzate indiscriminatamente in ogni sito del territorio comunale perché, al cospetto di rilevanti interessi di natura pubblica, come nel caso della tutela dei beni ambientali e culturali, la realizzazione dell’opera di pubblica utilità può risultare cedevole.
Non a caso, il successivo comma 4 dello stesso art. 86 prescrive che "Restano ferme le disposizioni a tutela dei beni ambientali e culturali contenute nel decreto legislativo 29.10.1999, n. 490, nonché le disposizioni a tutela delle servitù militari di cui al titolo VI, del libro II, del codice dell’ordinamento militare".

Nel merito, il ricorso è fondato.
Al riguardo il Collegio osserva quanto segue.
Il provvedimento di diniego per l'installazione dell'impianto si fonda sulla considerazione che “nell’immobile ad uso residenziale posto in Via Picardi, n. 124 individuato in progetto non è preventivata la possibilità di installare alcun impianto”.
Orbene, in linea con quanto già rilevato dalla Sezione in sede cautelare, è dirimente, ai fini dell'accoglimento della domanda di annullamento, constatare come la legislazione regionale, per gli impianti radio base per la telefonia mobile di potenza totale ai connettori di antenna non superiore a 300 W, stabilisce che essi non richiedono una specifica regolamentazione urbanistica (art. 4, comma 7, della L.r. Lombardia n. 11 del 2001).
Più in generale, va rilevato che la disciplina urbanistica impressa al territorio non si oppone affatto alla installazione della stazione radio base sul sito individuato dalla ricorrente (cfr. TAR Lombardia–Milano, sent. n. 398/2013).
Al riguardo sono necessari alcuni spunti ricostruttivi.
Il codice delle comunicazioni elettroniche, approvato con D.lgs. 01.08.2003, n. 259, con riferimento alle infrastrutture di reti pubbliche di comunicazione, prevede la confluenza in un solo procedimento di tutte le tematiche rilevanti, con finale rilascio (in forma espressa o tacita) di un titolo abilitativo, qualificato come autorizzazione. La fornitura di reti e servizi di comunicazione elettronica è considerata dal legislatore di preminente interesse generale, oltre che libera (artt. 3 e 86 del D.lgs. n. 259/2003). L'articolo 86, al comma 3 stabilisce che “Le infrastrutture di reti pubbliche di comunicazione, di cui agli articoli 87 e 88, sono assimilate ad ogni effetto alle opere di urbanizzazione primaria di cui all’articolo 16, comma 7, del decreto del Presidente della Repubblica 06.06.2001, n. 380, pur restando di proprietà dei rispettivi operatori, e ad esse si applica la normativa vigente in materia”.
L'art. 90 dispone che gli impianti in questione e le opere accessorie occorrenti per la loro funzionalità hanno “carattere di pubblica utilità”, con possibilità, quindi, di essere ubicati in qualsiasi parte del territorio comunale, essendo compatibili con tutte le destinazioni urbanistiche (residenziale, verde, agricola). Occorre, tuttavia, sottolineare che, nonostante il riconoscimento del carattere di opere di pubblica utilità e malgrado l’assimilazione ad ogni effetto alle opere di urbanizzazione primaria, le stazioni radio base di un impianto di telefonia mobile non possono essere localizzate indiscriminatamente in ogni sito del territorio comunale perché, al cospetto di rilevanti interessi di natura pubblica, come nel caso della tutela dei beni ambientali e culturali, la realizzazione dell’opera di pubblica utilità può risultare cedevole.
Non a caso, il successivo comma 4 dello stesso art. 86 prescrive che "Restano ferme le disposizioni a tutela dei beni ambientali e culturali contenute nel decreto legislativo 29.10.1999, n. 490, nonché le disposizioni a tutela delle servitù militari di cui al titolo VI, del libro II, del codice dell’ordinamento militare".
Sotto altro profilo, sempre ai sensi dell’art. 86 del D.lgs. n. 259/2003, l’installazione di infrastrutture viene autorizzata dagli enti locali, previo accertamento, da parte dell’organismo competente ad effettuare i controlli, di cui all’art. 14 della legge 22.02.2001, n. 36, della compatibilità del progetto con i limiti di esposizione, i valori di attenzione e gli obiettivi di qualità, stabiliti uniformemente a livello nazionale in relazione al disposto della legge 22.02.2001 n. 36 e dei relativi provvedimenti di attuazione.
Sul punto, occorre porre in evidenza che l’art. 8 della legge n. 36/2001 (il quale nel disciplinare il riparto di competenze tra Regioni, Province e Comuni in materia stabilisce che “i Comuni possono adottare un regolamento per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici”), è stato interpretato nel senso che l’ente locale può senz’altro disciplinare, con proprio regolamento, l’individuazione di siti del territorio comunale interdetti all’installazione di impianti del genere di cui si discute, ma ciò può avvenire senza che la facoltà di regolamentazione si traduca in un divieto generalizzato di installazione in identificate zone urbanistiche (la stessa Corte Costituzionale, con la sentenza n. 331/2003 ha, infatti, chiarito che nell’esercizio dei suoi poteri, il Comune non può rendere di fatto impossibile la realizzazione di una rete completa di infrastrutture per le telecomunicazioni, trasformando i criteri di individuazione, che pure il comune può fissare, in limitazioni alla localizzazione con prescrizioni aventi natura diversa da quella consentita dalla legge quadro n. 36 del 2001).
Del pari, i comuni non possono introdurre limitazioni alla localizzazione che, in quanto funzionali non al governo del territorio, ma alla tutela della salute dai rischi dell’elettromagnetismo, invaderebbero la competenza che l’art. 4 della legge n. 36/2001 riserva allo Stato.
Nel quadro così delineato, risulta del tutto coerente la disposizione, sopra richiamata, di cui all’art. 4, comma 7, della L.r. Lombardia n. 11 del 2001, in relazione alla quale il Collegio, quindi, non ritiene di poter ravvisare profili di incostituzionalità siccome prospettati dal Comune resistente (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 08.05.2014 n. 1213 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Vincolo di asservimento e attività edilizia.
Il vincolo di asservimento si costituisce in virtù di un provvedimento formale (permesso di costruire, dichiarazione di assenso all’asservimento) nella specie va rilevato come non sia comunque aliunde evincibile una cessione di cubatura da parte dell’area in contestazione in favore dei fabbricati e neppure opere di urbanizzazione connesse al Piano di lottizzazione attuato nelle aree contermini la cui realizzazione avrebbe fatto esaurire la capacità dell’area prete semente servente.
Invero, il vincolo edilizio connesso al rapporto area-volume costituito dall’asservimento presuppone una già avvenuta totale o parziale utilizzazione a scopo edificatorio di un’area in relazione allo sviluppo volumetrico di aree solitamente contigue, di guisa che l’area stessa non può dirsi libera ancorché si presenti fisicamente libera da immobili.

Passando alla disamina concreta del caso, fermo restando che secondo un preciso orientamento giurisprudenziale (Cons. Stato Sez. V 21.03.2000 n. 3637) per lo più il vincolo di asservimento si costituisce in virtù di un provvedimento formale (permesso di costruire, dichiarazione di assenso all’asservimento) nella specie va rilevato come non sia comunque aliunde evincibile una cessione di cubatura da parte dell’area in contestazione in favore dei fabbricati e neppure opere di urbanizzazione connesse al Piano di lottizzazione attuato nelle aree contermini la cui realizzazione avrebbe fatto esaurire la capacità dell’area prete semente servente.
Invero, il vincolo edilizio connesso al rapporto area-volume costituito dall’asservimento presuppone una già avvenuta totale o parziale utilizzazione a scopo edificatorio di un’area in relazione allo sviluppo volumetrico di aree solitamente contigue, di guisa che l’area stessa non può dirsi libera ancorché si presenti fisicamente libera da immobili (cfr Cons. Stato Sez. IV 09/07/2011 n. 4143; Cons. Stato Sez. V 07/11/2002 n. 6128), ma non è questa la situazione che qui ricorre (massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 05.06.2013 n. 3106 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Insanabilità permanente degli edifici inseriti in una lottizzazione abusiva.
La connotazione dell’insanabilità permanente degli edifici facenti parte di una lottizzazione abusiva, è posta dalla legge a tutela della potestà programmatoria del Comune, e serve ad assicurare l'effettivo controllo del territorio da parte della predetta l'Amministrazione titolare della funzione di pianificazione al fine di garantire nel tempo un’ordinata pianificazione urbanistica, un corretto uso del territorio ed uno sviluppo degli insediamenti abitativi e dei correlativi standard compatibili con le esigenze di finanza pubblica e con il vivere civile.
L’assunto va respinto .
L’ordinanza del Giudice dell’esecuzione del tribunale di Bari nelle ordinanze di restituzione dei beni confiscati e di cancellazione della trascrizione della confisca nei confronti del Comune di Palo del Colle, non aveva un carattere propriamente decisorio, ma era stata emanata solamente in conseguenza del rilascio della concessione in sanatoria, per cui il venir meno in autotutela della stessa faceva venir meno il relativo loro presupposto.
In ogni caso non potevano formare “giudicato penale” idoneo a far stato tra le parti ed a precludere i provvedimenti di autotutela.
La motivazione degli atti impugnati in primo grado è congrua ed logica, anche solo con riferimento all’indubbia sussistenza di una lottizzazione abusiva, la quale nel caso di specie è stata ampiamente documentata nelle relazioni della Polizia Municipale del 24.06.2002 e del 06.07.2004, che ricostruivano la realizzazione progressiva tra il 1985 ed il 2002 di ben 15 fabbricati artigianali oltre ad un piazzale di 8000 mt., recinzioni, muri di cinta, strada ecc., la cui valutazione complessiva era tale da rendere evidente l’insuscettibilità delle opere di essere oggetto della sanatoria.
La connotazione dell’insanabilità permanente della lottizzazione è posta dalla legge a tutela della potestà programmatoria del Comune e serve ad assicurare l'effettivo controllo del territorio da parte della predetta l'Amministrazione titolare della funzione di pianificazione al fine di garantire nel tempo un’ordinata pianificazione urbanistica, un corretto uso del territorio ed uno sviluppo degli insediamenti abitativi e dei correlativi standard compatibili con le esigenze di finanza pubblica e con il vivere civile (cfr. Consiglio di Stato sez. IV 07.06.2012 n. 3381).
In relazione alla totale abusività della loro realizzazione non è poi vero che i capannoni sarebbero stati sostanzialmente legittimi, perché avrebbero rispettato gli indici ed i parametri di riferimento della Zona di interventi introdotti, successivamente agli abusi, con le varianti al Regolamento edilizio di cui alla delibera del consiglio comunale n. 132/1975 e n. 15/1989 con cui la stessa amministrazione aveva elevato l’indice di fabbricabilità per realizzare “capannoni e manufatti connessi con l’agricoltura” .
A parte che non è stata fornita (nemmeno in questa sede) alcuna prova dell’assunto per cui i capannoni avrebbero realmente rispettato i nuovi indici di fabbricabilità, la notevole entità lottizzatoria degli abusi precedentemente realizzati faceva sì che la successiva modifica dell’indice fondiario risultasse essere una sopravvenienza giuridicamente irrilevante.
Gli appellanti peraltro non forniscono neanche riscontri della destinazione ad attività connessi con l’agricoltura delle costruzioni: al contrario, salvo forse per un frantoio e una vendita trattori, per tutti gli altri casi si tratta di utilizzi a fini artigianali e/o commerciali del tutto differenti (es. ditta di trasporti, officina di un fabbro, una tipografia, gabinetto fotografico, ditta di produzione di sacchi in PVC, negozio di divani, e di strumenti musicali, ecc.: cfr. allegato alla nota della Polizia Municipale del 06.07.2004).
Per questo, è infondata sia l’affermazione per cui nel caso non vi sarebbe stato alcuno stravolgimento del territorio in quanto i manufatti occuperebbero superficie minima dei relativi lotti e sia che il complesso degli interventi abusivi sarebbe stato compatibile con la regolamentazione prevista in zona agricola.
L’esame “ictu oculi” della cartina allegata al provvedimento, ed il riscontro con le mappe satellitari statunitensi, generalmente accessibili a tutti via web, dimostrano invece che vi è stata una pesante “trasformazione urbanistico edilizia dei terreni in totale spregio alle prescrizioni urbanistiche” (massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 04.06.2013 n. 3086 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: L'obbligo di comunicazione dell'avvio del procedimento amministrativo ex art. 7, l. 07.08.1990 n. 241 è strumentale alle esigenze di conoscenza effettiva e, conseguentemente, di partecipazione all'azione amministrativa da parte del soggetto nella cui sfera giuridica l'atto conclusivo è destinato ad incidere, in modo che egli sia in grado di influire sul contenuto del provvedimento.
Invero, le norme sulla partecipazione del privato al procedimento amministrativo non vanno applicate meccanicamente e formalmente. Pertanto quando l'interessato sia venuto a conoscenza dell'apertura di un procedimento con effetti lesivi nei suoi confronti, si deve dare prevalenza ai principi di economicità e speditezza dell'azione amministrativa. Quello che rileva procedimentalmente è che la comunicazione di avvio di cui all’art. 7, L. 07.08.1990 n. 241 vi sia stata concretamente effettuata al destinatario.

L'obbligo di comunicazione dell'avvio del procedimento amministrativo ex art. 7, l. 07.08.1990 n. 241 è strumentale alle esigenze di conoscenza effettiva e, conseguentemente, di partecipazione all'azione amministrativa da parte del soggetto nella cui sfera giuridica l'atto conclusivo è destinato ad incidere, in modo che egli sia in grado di influire sul contenuto del provvedimento.
Come la Sezione ha più volte avuto modi di sottolineare, le norme sulla partecipazione del privato al procedimento amministrativo non vanno applicate meccanicamente e formalmente. Pertanto quando l'interessato sia venuto a conoscenza dell'apertura di un procedimento con effetti lesivi nei suoi confronti, si deve dare prevalenza ai principi di economicità e speditezza dell'azione amministrativa. Quello che rileva procedimentalmente è che la comunicazione di avvio di cui all’art. 7, L. 07.08.1990 n. 241 vi sia stata concretamente effettuata al destinatario (cfr. Consiglio di Stato sez. IV 16.03.2012 n. 1497; Consiglio di Stato sez. IV 18.04.2012 n. 2286; Consiglio di Stato sez. IV 17.09.2012 n. 4925, Consiglio di Stato sez. IV 15.12.2011 n. 6618; ecc.)
(massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 04.06.2013 n. 3086 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Legittimità diniego di autorizzazione all’installazione di una insegna pubblicitaria e ordine di rimozione della stessa. Limitazione perseguimento imprenditoriale.
E’ legittimo il diniego di autorizzazione e l’ordinanza di rimozione di una insegna nel caso in cui la motivazione è basata, oltre che su ragioni di estetica, anche sulle caratteristiche dell’insegna a cassonetto e sulle sue eccessive dimensioni.
Infatti, quando il contrasto di una struttura con l’estetica urbana è evidente, per le sue dimensioni e caratteristiche, in base a dati di comune esperienza, non sono necessarie particolari motivazioni circa le ragioni che inducono a ritenerlo sussistente. Quanto al contrasto con i principi di iniziativa privata e libertà di impresa, essi sono recessivi rispetto agli interessi pubblici che l’ordinamento tutela subordinando inderogabilmente la possibilità di erigere una insegna luminosa alla previa autorizzazione amministrativa dei competenti organi comunali.
Il perseguimento imprenditoriale dello scopo pubblicitario in relazione al quale è rilasciabile l'autorizzazione può essere infatti limitato dal perseguimento di preminenti interessi pubblici salvaguardati “ex lege”, in sintonia con l'art. 41, comma 2, della Costituzione, secondo il quale, anche se l'iniziativa economica privata è libera, essa non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza.

La Sezione ritiene che provvedimenti come quello di specie, per essere correttamente motivati, debbano contenere una esplicazione concreta della realtà dei fatti e delle ragioni ambientali ed estetiche che sconsigliano alla pubblica amministrazione di ammettere l’intervento, tale da non risultare vaga e apodittica, ma riferita a specifici e concreti valori, in modo da permettere, sebbene sintetica, la ricostruzione dell'iter logico seguito dall'Amministrazione nell'effettuazione delle sue valutazioni.
Ovviamente essendo il provvedimento espresso nell'esercizio di valutazioni tecniche, è censurabile dal g.a. non in forma sostitutiva, ma soltanto per evidenti vizi di illogicità, irragionevolezza, travisamento dei fatti o per evidente difetto di motivazione.
Nel caso che occupa con il provvedimento impugnato è stato respinto dall’Amministrazione il ricorso contro il diniego di installazione di una insegna luminosa della “Cassa di Risparmio di Firenze” su un immobile sito in Piazza della Repubblica, perché, sentito nuovamente il parere espresso dalla Commissione edilizia, era stato deciso di non accogliere la richiesta “per motivi di estetica date le caratteristiche dell’insegna <<a cassonetto>> e le sue eccessive dimensioni”.
Ritiene la Sezione che le indicazioni contenute in detto provvedimento consentissero una adeguata ricostruzione dell’iter logico giuridico seguito dal Comune nel denegare la richiesta autorizzazione, non essendo stato fatto richiamo a mere ragioni estetiche, ma a circostanze di fatto concrete; era stato infatti specificato che la estetica era stata violata a causa delle caratteristiche della insegna, che era prevista “a cassonetto”, cioè composta da una “scatola” contenente all’interno lampade (solitamente tubi al neon), che per sua natura è di forte impatto visivo, nonché per le sue dimensioni (la parte appellante afferma, senza essere stata sul punto smentita, che essa occupava lo spazio di metri 16.05 per metri 4,50) perché eccessive, evidentemente in riferimento e in proporzione sia all’edificio su cui essa era stata apposta, oltre che al contesto urbano circostante.
Non può quindi condividere la Sezione la affermazione del Giudice di prime cure che l’affermazione contenuta nell’impugnato provvedimento fosse “del tutto apodittica” ed in contrasto con i princìpi della iniziativa privata e della libertà di impresa.
Invero quando il contrasto di una struttura con l’estetica urbana sia evidente, per le sue dimensioni e caratteristiche, in base a dati di comune esperienza, non sono necessarie particolari motivazioni circa le ragioni che inducono a ritenerlo sussistente.
Quanto al contrasto con i principi di iniziativa privata e libertà di impresa, essi sono recessivi rispetto agli interessi pubblici che l’ordinamento tutela subordinando inderogabilmente la possibilità di erigere una insegna luminosa alla previa autorizzazione amministrativa dei competenti organi comunali.
Il perseguimento imprenditoriale dello scopo pubblicitario in relazione al quale è rilasciabile l'autorizzazione può essere infatti limitato dal perseguimento di preminenti interessi pubblici salvaguardati “ex lege”, in sintonia con l'art. 41, comma 2, della Costituzione (secondo il quale, anche se l'iniziativa economica privata è libera, essa non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza) (massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 03.06.2013 n. 3028 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Parcheggi obbligatori e oneri concessori.
Allo stato attuale, si deve ritenere che, ai sensi del coordinato disposto dell’art. 11, comma 1, L. n. 122 del 1989 e dell’art. 17, comma 3, lett. c), D.P.R. n. 380 del 2001, la realizzazione dei parcheggi obbligatori, nella misura richiesta dalla legge, è esonerata dall'onere di pagamento degli oneri di urbanizzazione e del costo di costruzione.
Il ricorso è fondato, non essendovi motivi per discostarsi dal consolidato indirizzo in materia di questa Sezione, peraltro formatosi nei confronti del medesimo ente locale (cfr. sentenze n. 4632 del 19.11.2012, n. 2491 e n. 2404 del 28.05.2012).
Invero, ai sensi dell’art. 11, co. 1, della legge n. 122 del 1989 (c.d. legge Tognoli), «le opere e gli interventi previsti dalla presente legge costituiscono opere di urbanizzazione anche ai sensi dell'articolo 9, primo comma, lettera f), della legge 28.01.1977, n. 10».
Tale ultima norma, che prevedeva l’esonero dal pagamento del contributo di concessione «per gli impianti, le attrezzature, le opere pubbliche o di interesse generale realizzate dagli enti istituzionalmente competenti nonché per le opere di urbanizzazione, eseguite anche da privati, in attuazione di strumenti urbanistici», è stata abrogata dall’art. 136, comma 2, D.P.R. n. 380/2001, ma è stata riprodotta integralmente dall’art. 17, comma 3, dello stesso D.P.R..
Allo stato attuale, pertanto, si deve ritenere che, ai sensi del coordinato disposto dell’art. 11, comma 1, L. n. 122 del 1989 e dell’art. 17, comma 3, lett. c), D.P.R. n. 380 del 2001, la realizzazione dei parcheggi obbligatori, nella misura richiesta dalla legge, è esonerata dall'onere di pagamento degli oneri di urbanizzazione e del costo di costruzione (cfr., in termini, Consiglio di Stato, Sezione IV, 22.11.2011, n. 6154; TAR Lombardia, Milano, Sezione II, 17.04.2007, n. 1779; TAR Campania, Napoli, Sezione IV, 16.07.2004, n. 10364).
Alla luce di quanto precede, quindi, dalla volumetria complessiva computabile (pari a mc 1.694,95) occorre escludere le superfici destinate a parcheggi obbligatori (pari a 169,49 mq, ossia 1 mq per ogni 10 mc di costruzione).
Per queste ragioni la domanda va conclusivamente accolta (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 24.05.2013 n. 2745 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il muro di contenimento non è pertinenza.
Secondo giurisprudenza consolidata il muro di contenimento non può essere considerato pertinenza, mentre il muro di recinzione necessita del permesso di costruire quando la recinzione costituisca opera di carattere permanente, incidendo in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio, come ad esempio se è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica, o da opera muraria.
La realizzazione ex novo di un muro di recinzione in cemento armato di rilevanti dimensioni, con sovrastante ringhiera in ferro e un muro di contenimento, in quanto strutture autonome e indipendenti e, comunque, di rilevanti dimensioni non possono configurarsi come opere pertinenziali, né quale interventi di restauro e risanamento conservativo.
In particolare, secondo giurisprudenza, il muro di contenimento non può essere considerato pertinenza (TAR Lombardia Brescia Sez. II, 02.07.2012, n. 1265; TAR Liguria Genova Sez. I, 31.12.2009, n. 4131) mentre il muro di recinzione necessita del permesso di costruire quando la recinzione costituisca opera di carattere permanente, incidendo in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio, come ad esempio se è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica (TAR Basilicata Potenza, 19.09.2003, n. 897) o da opera muraria (Cassazione penale, sez. III, 13.12.2007, n. 4755) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 22.05.2013 n. 2677 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In ragione del contenuto rigidamente vincolato che li caratterizza, gli atti sanzionatori in materia edilizia, tra cui l'ordine di demolizione di costruzione abusiva, non devono essere preceduti dalla comunicazione d'avvio del relativo procedimento.
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L'ordine di sospensione dei lavori non costituisce un necessario presupposto di legittimità dell'ingiunzione a demolire l'immobile abusivo, ben ponendo quest'ultima essere emanata immediatamente all'esito dell'accertamento della realizzazione di opere abusive.
Il potere di sospensione dei lavori in corso è, difatti, meramente cautelare, essendo finalizzato a evitare che la prosecuzione dei lavori stessi determini un aggravarsi del danno urbanistico, per cui non rappresenta un presupposto necessario all'ordinanza di demolizione.
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L'abusività di un'opera edilizia costituisce già di per sé sola presupposto per l'applicazione della prescritta sanzione demolitoria e, per costante giurisprudenza, la diffida a demolire manufatti abusivi è atto vincolato e non necessita di alcuna puntuale valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né un bilanciamento di questo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né di una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione.

1) Il ricorso si rivela infondato
Nel primo motivo di ricorso le parti ricorrenti hanno lamentato la violazione dell’art.7 della legge n. 241/1990 per aver l’Amministrazione omesso la comunicazione di avvio del procedimento che ha portato al provvedimento gravato.
La censura si rivela infondata.
Al riguardo il Collegio evidenzia l’orientamento giurisprudenziale secondo cui in ragione del contenuto rigidamente vincolato che li caratterizza, gli atti sanzionatori in materia edilizia, tra cui l'ordine di demolizione di costruzione abusiva, non devono essere preceduti dalla comunicazione d'avvio del relativo procedimento (Consiglio Stato, sez. VI, 24.09.2010, n. 7129).
In ogni caso il Collegio, in considerazione delle espresse ragioni di rigetto degli altri motivi di ricorso, riterrebbe applicabile al caso in esame il disposto dell’art. 21-octies della legge n. 241/1990, ai sensi del quale non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti, vertendosi in ambito provvedimentale vincolato e risultando che il contenuto dispositivo del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato.
1.1) Nel primo motivo di ricorso le parti ricorrenti hanno, inoltre, dedotto l’illegittimità del provvedimento gravato perché non preceduto dall’ordine di sospensione lavori di cui al comma 3, dell’art. 27 D.P.R. n. 380 del 2001.
La censura è infondata.
L'ordine di sospensione dei lavori non costituisce un necessario presupposto di legittimità dell'ingiunzione a demolire l'immobile abusivo, ben ponendo quest'ultima essere emanata immediatamente all'esito dell'accertamento della realizzazione di opere abusive (TAR Puglia Lecce, Sez. III, 11.03.2010, n. 709; TAR Campania Salerno, Sez. II, 13.10.2006, n. 1742).
Il potere di sospensione dei lavori in corso è, difatti, meramente cautelare, essendo finalizzato a evitare che la prosecuzione dei lavori stessi determini un aggravarsi del danno urbanistico, per cui non rappresenta un presupposto necessario all'ordinanza di demolizione.
2) Con il secondo motivo di ricorso le parti ricorrenti hanno lamentato la carenza di istruttoria e la mancata motivazione in ordine al profilo della sussistenza dell’interesse pubblico alla demolizione o della possibilità si adozione di una misura sanzionatoria di minore gravità, anche tenuto conto che le opere ricadono in area altamente urbanizzata.
Il motivo è infondato.
L’istruttoria del provvedimento sanzionatoria appare completa essendo stati acquisiti gli elementi che attestano la realizzazione delle opere e la loro abusività per assenza di titolo.
L'abusività di un'opera edilizia, inoltre, costituisce già di per sé sola presupposto per l'applicazione della prescritta sanzione demolitoria (Consiglio Stato, sez. V, 30.11.2000, n. 6357) e, per costante giurisprudenza, la diffida a demolire manufatti abusivi è atto vincolato (ex multis, C.d.S., VI, 28.06.2004, n. 4743; C.d.S., sez. V, 10.07.2003, n. 4107; TAR Campania Napoli, Sez. IV, 04.02.2003, n. 617; 15.07.2003, n. 8246) e non necessita di alcuna puntuale valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né un bilanciamento di questo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né di una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione (Cons. Stato Sez. VI, 28.01.2013, n. 496; Cons. Stato Sez. IV, 28.12.2012, n. 6702)
(massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 22.05.2013 n. 2677 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Vincolo cimiteriale.
La fascia di rispetto cimiteriale prevista dall'art. 338 t.u. leggi sanitarie, che deve essere misurata a partire dal muro di cinta del cimitero, costituisce un vincolo assoluto di inedificabilità, tale da imporsi anche a contrastanti previsioni di PRG, che non consente in alcun modo l'allocazione sia di edifici, che di opere incompatibili col vincolo medesimo, in considerazione dei molteplici interessi pubblici che tale fascia di rispetto intende tutelare e che possono enuclearsi nelle esigenze di natura igienicosanitaria, nella salvaguardia della peculiare sacralità che connota i luoghi destinati all'inumazione e alla sepoltura, nel mantenimento di un'area di possibile espansione della cinta cimiteriale.
Priva di pregio, innanzitutto, è la censura per la quale il vincolo cimiteriale non sarebbe applicabile per le opere realizzate al di fuori dei centri abitati, poiché il riferimento ai “centri abitati”, di cui all'art. 338 r.d. n. 1265/1934 rileva unicamente per la realizzazione e l’ampliamento dei cimiteri da parte del Comune e non invece per l’attività costruttiva del privato, che deve, comunque, rispettare le prescritte distanze dal cimitero anche se la costruzione dovesse essere edificata fuori dai centri abitati (cfr. C.d.S., sez. V, 29.03.2006, n. 1593; C.d.S., sez. IV, 20.07.2011, n. 4403, che ha anche escluso che la presenza, come nel caso ora in esame, di una strada possa “interrompere” la continuità del vincolo).
In secondo luogo, il vincolo in questione è di inedificabilità assoluta e, perciò, le opere realizzate in contrasto con lo stesso non sono suscettibili di sanatoria, ai sensi dell'art. 33 della legge 28.02.1985, n. 47, neppure per silentium.
Al riguardo, è sufficiente richiamare l'indirizzo del Giudice di appello, dal quale non si rinvengono ragioni per discostarsi, secondo cui «la fascia di rispetto cimiteriale prevista dall'art. 338 t.u. leggi sanitarie (e che deve essere misurata a partire dal muro di cinta del cimitero), costituisce un vincolo assoluto di inedificabilità, tale da imporsi anche a contrastanti previsioni di PRG, che non consente in alcun modo l'allocazione sia di edifici, che di opere incompatibili col vincolo medesimo, in considerazione dei molteplici interessi pubblici che tale fascia di rispetto intende tutelare e che possono enuclearsi nelle esigenze di natura igienicosanitaria, nella salvaguardia della peculiare sacralità che connota i luoghi destinati all'inumazione e alla sepoltura, nel mantenimento di un'area di possibile espansione della cinta cimiteriale (Cons. Stato, sez. IV, 16.03.2011 n. 1645 e 27.10.2009 n. 6547; sez. V, 14.09.2010 n. 6671)» (cfr. C.d.S., sez. sez. IV, 20.07.2011, n. 4403 cit.).
Sono, perciò, infondati anche il secondo ed il terzo motivo di ricorso, mentre, con riguardo al quarto ed ultimo motivo, basta osservare, per la sua reiezione, che sia il diniego di condono rispetto ad opere per legge non suscettibili di sanatoria, sia gli interventi repressivi degli abusi edilizi, sono espressione di un potere dell'amministrazione di natura vincolata e non discrezionale, che in quanto tale non è soggetto ad eccesso di potere, ma soltanto ad eventuali vizi di violazione di legge o di incompetenza (in materia di ordini di demolizione, cfr. TAR Campania Salerno, sez. I, 06.12.2011, n. 1926; TAR Sicilia Catania, sez. I, 20.09.2010, n. 3763) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 14.05.2013 n. 2496 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Obbligo di adeguata motivazione permesso in sanatoria.
L’obbligo di adeguata motivazione non può che riguardare, nella formulazione dell’art. 36 d.P.R. n. 380 del 2001, l’ipotesi in cui l’Amministrazione ritenga di accogliere la richiesta di accertamento di conformità, come si desume in modo chiaro dalla formulazione letterale del suo comma 3, secondo cui sulla richiesta di permesso in sanatoria il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale si pronuncia con adeguata motivazione, entro sessanta giorni decorsi i quali la richiesta si intende rifiutata, in coerenza con la ragione dell’istituto tenuto conto che trattandosi di sanare ex post un abuso edilizio l’Amministrazione non può sottrarsi, nell’interesse dell’intera collettività e degli eventuali proprietari confinanti, all’onere di specifica e puntuale esposizione delle ragioni, in fatto e in diritto, che consentono di legittimare l’opera realizzata sine titulo.
Il motivo è infondato.
La tesi della ricorrente è priva di pregio alla luce dell’orientamento giurisprudenziale di questa stessa Sezione (tra le molte, TAR Napoli, Campania sez. VI, 05.06.2012 n. 2644), secondo cui, in primo luogo, il silenzio serbato dall'Amministrazione sulla domanda di sanatoria ex art. 13 della legge n. 47/1985 (poi trasfuso nell’art. 36, d.P.R. n. 380 del 2001) è qualificabile come silenzio provvedimentale con contenuto di rigetto e non come silenzio inadempimento all'obbligo di provvedere, per cui nessuna violazione del termine posto dall’art. 2 della legge 241/1990 si è verificata nel caso di specie.
In secondo luogo, l’obbligo di adeguata motivazione non può che riguardare, nella formulazione dell’art. 36 d.P.R. n. 380 del 2001, l’ipotesi in cui l’Amministrazione ritenga di accogliere la richiesta di accertamento di conformità, come si desume in modo chiaro dalla formulazione letterale del suo comma 3, secondo cui “sulla richiesta di permesso in sanatoria il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale si pronuncia con adeguata motivazione, entro sessanta giorni decorsi i quali la richiesta si intende rifiutata” (tra le molte, Cons. Stato, sezione quarta, 03.04.2006, n. 1710), in coerenza con la ragione dell’istituto tenuto conto che “trattandosi di sanare ex post un abuso edilizio l’Amministrazione non può sottrarsi, nell’interesse dell’intera collettività e degli eventuali proprietari confinanti, all’onere di specifica e puntuale esposizione delle ragioni, in fatto e in diritto, che consentono di legittimare l’opera realizzata sine titulo” (così, in particolare, fra le altre, TAR Campania, Napoli, sezione ottava, 15.04.2010, n. 1981 cit.).
Nel caso di specie, trattandosi di un silenzio-diniego, non può predicarsi il difetto di motivazione dedotto dalla ricorrente né il privato, in queste condizioni, vede diminuito il proprio diritto di difesa per il fatto di non poterlo dedurre, in quanto ben avrebbe potuto allegare che l’istanza di sanatoria sia meritevole di accoglimento, per la sussistenza della prescritta doppia conformità delle opere abusive realizzate, adducendo un valido principio di prova, tutti elementi che però non sono stati portati all’attenzione del collegio nel caso in esame (tra le molte di questo Tribunale, sez. VI, 07.12.2011, n. 5716) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 10.05.2013 n. 2440 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’istanza di accertamento di conformità non rende invalida l’ordinanza di demolizione.
L’avvenuta presentazione di un’istanza di accertamento di conformità non rende invalida l’ordinanza di demolizione, ma la pone in uno stato di temporanea quiescenza, con la conseguenza che in caso di accoglimento dell’istanza di sanatoria l’ordinanza demolitoria viene travolta dalla successiva contraria e positiva determinazione dell’amministrazione, mentre in caso di rigetto, anche silenzioso dell’istanza stessa, la pregressa ordinanza di demolizione riacquista efficacia, decorrendo, peraltro, il termine di 90 giorni per far luogo alla demolizione, dalla comunicazione del provvedimento di rigetto della domanda di conservazione.
A norma dell’art. 36, comma 3, del D.P.R. n. 380/2001, ove il Comune non si pronunci espressamente sull’istanza di accertamento di conformità entro sessanta giorni, la stessa si intende respinta.

La censura è infondata in diritto poiché la giurisprudenza del Tribunale, espressa più volte anche dalla Sezione, predica che “L’avvenuta presentazione di un’istanza di accertamento di conformità non rende invalida l’ordinanza di demolizione, ma la pone in uno stato di temporanea quiescenza, con la conseguenza che in caso di accoglimento dell’istanza di sanatoria l’ordinanza demolitoria viene travolta dalla successiva contraria e positiva determinazione dell’amministrazione, mentre in caso di rigetto –anche silenzioso– dell’istanza stessa, la pregressa ordinanza di demolizione riacquista efficacia (in tal senso, da ultimo TAR Campania–Napoli, Sez. III, 28.01.2013 n. 651; ID, 05.12.2012, n. 4941), decorrendo, peraltro, il termine di 90 giorni per far luogo alla demolizione, dalla comunicazione del provvedimento di rigetto della domanda di conservazione".
Si è espressa in tal senso da ultimo la Sezione (TAR Campania–Napoli, III, 22.02.2013 n. 1069).
Osserva anche il Collegio che a norma sell’art. 36, comma 3, del D.P.R. n. 380/2001, ove il Comune non si pronunci espressamente sull’istanza di accertamento di conformità entro sessanta giorni, la stessa si intende respinta.
Si forma, cioè, sulla domanda, una tipica fattispecie di silenzio–rigetto, che va impugnato mediante la proposizione di motivi aggiunti o ricorso autonomo (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 10.05.2013 n. 2421 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La decadenza di una concessione edilizia (ed oggi di un permesso di costruire) per la mancata osservanza del termine di inizio o di completamento dei lavori (ovvero per sopravvenuta incompatibilità con lo strumento urbanistico sopravvenuto) opera "di diritto", con la conseguenza che il provvedimento, ove adottato, ha carattere meramente dichiarativo di un effetto verificatosi "ex se" con l'inutile decorso del termine.
Da ciò consegue che l'eventuale provvedimento di decadenza è sufficientemente motivato col richiamo alla norma applicata, senza che sia necessaria una comparazione tra l'interesse del privato e quello pubblico, essendo quest'ultimo "ope legis" prevalente sul primo, e che non è necessaria la comunicazione di avvio del procedimento, essendo la decadenza un effetto che si verifica "ipso iure", senza che residui all'amministrazione alcun margine per valutazioni di ordine discrezionale.
Si è anche precisato che la pronunzia di decadenza del permesso di costruire per omesso rispetto dei termini fissati per l'inizio dei lavori o per il completamento degli stessi -in mancanza di apposita istanza di proroga entro la scadenza di tali termini- si qualifica come atto vincolato, a carattere meramente dichiarativo, che deve intervenire per il solo fatto del verificarsi del presupposto di legge, costituito dal mancato inizio o completamento dei lavori nel termine assegnato, con la conseguenza che la decadenza del titolo si verifica in modo automatico e non è subordinata alla sua previa dichiarazione con atto amministrativo, e che l’istituto della decadenza ha carattere oggettivo trovando fondamento nel mero decorso del termine previsto, fatta eccezione per i casi di sospensione o proroga connessi a factum principis, forza maggiore o altre cause espressamente contemplate dalle legge non riferibili alla condotta del titolare del permesso e assolutamente ostative all’esecuzione dei lavori.
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Per quanto riguarda poi la tipologia delle opere che possono far ritenere iniziati i lavori la giurisprudenza ha chiarito che le opere realizzate devono essere finalizzate alla realizzazione del manufatto oltreché avere una certa consistenza, dovendosi così escludere che possano costituire inizio dei lavori quelle opere solo fittiziamente eseguite e che, perciò stesso, non evidenziano l'esistenza di una concreta "voluntas aedificandi" da parte del titolare del titolo edilizio.
In particolare si è affermato che, al fine di contestare la dichiarata decadenza della concessione edilizia (ed oggi di un permesso di costruire) per mancato inizio dei lavori nei termini non è sufficiente addurre l'avvenuta recinzione del cantiere, il posizionamento della baracca degli attrezzi, la pulizia dell'area, la realizzazione dell'impianto elettrico e di terra del cantiere, l'installazione della cartellonistica di cantiere, etc., trattandosi di circostanze che oltre ad esaurirsi in un brevissimo arco temporale non possono essere considerate significative di un effettivo inizio dei lavori di costruzione dell'edificio progettato e assentito.
Anche questa Sezione ha di recente affermato sul punto che l'esecuzione di mere attività preparatorie, quali il taglio degli alberi, l'apertura di un varco di accesso al terreno, la demolizione di parte di un muro di confine e la realizzazione di una nuova recinzione, non accompagnate dalla compiuta organizzazione del cantiere di lavoro, non costituiscono valido inizio dei lavori tale da impedire la decadenza del permesso di costruire per mancato rispetto del termine iniziale.

Al riguardo si deve preliminarmente ricordare che, come anche questa Sezione ha avuto modo di recente di affermare, la decadenza di una concessione edilizia (ed oggi di un permesso di costruire) per la mancata osservanza del termine di inizio o di completamento dei lavori (ovvero per sopravvenuta incompatibilità con lo strumento urbanistico sopravvenuto) opera "di diritto", con la conseguenza che il provvedimento, ove adottato, ha carattere meramente dichiarativo di un effetto verificatosi "ex se" con l'inutile decorso del termine.
Da ciò consegue che l'eventuale provvedimento di decadenza è sufficientemente motivato col richiamo alla norma applicata, senza che sia necessaria una comparazione tra l'interesse del privato e quello pubblico, essendo quest'ultimo "ope legis" prevalente sul primo, e che non è necessaria la comunicazione di avvio del procedimento, essendo la decadenza un effetto che si verifica "ipso iure", senza che residui all'amministrazione alcun margine per valutazioni di ordine discrezionale (TAR Campania Napoli, sez. II, 30.01.2009, n. 542; TAR Sicilia Catania, sez. I, 15.09.2009, n. 1507).
Si è anche precisato che la pronunzia di decadenza del permesso di costruire per omesso rispetto dei termini fissati per l'inizio dei lavori o per il completamento degli stessi -in mancanza di apposita istanza di proroga entro la scadenza di tali termini- si qualifica come atto vincolato, a carattere meramente dichiarativo, che deve intervenire per il solo fatto del verificarsi del presupposto di legge, costituito dal mancato inizio o completamento dei lavori nel termine assegnato, con la conseguenza che la decadenza del titolo si verifica in modo automatico e non è subordinata alla sua previa dichiarazione con atto amministrativo (TAR Valle d'Aosta Aosta, sez. I, 19.03.2009, n. 19), e che l’istituto della decadenza ha carattere oggettivo trovando fondamento nel mero decorso del termine previsto, fatta eccezione per i casi di sospensione o proroga connessi a factum principis, forza maggiore o altre cause espressamente contemplate dalle legge non riferibili alla condotta del titolare del permesso e assolutamente ostative all’esecuzione dei lavori (TAR Piemonte, Sez. I, n. 2113 del 28.07.2009).
Per quanto riguarda poi la tipologia delle opere che possono far ritenere iniziati i lavori la giurisprudenza ha chiarito che le opere realizzate devono essere finalizzate alla realizzazione del manufatto oltreché avere una certa consistenza (Consiglio di Stato, Sez. V, 29.11.2004, n. 7748; TAR Toscana, sez. III, 17.11.2008, n. 2533), dovendosi così escludere che possano costituire inizio dei lavori quelle opere solo fittiziamente eseguite e che, perciò stesso, non evidenziano l'esistenza di una concreta "voluntas aedificandi" da parte del titolare del titolo edilizio.
In particolare si è affermato che, al fine di contestare la dichiarata decadenza della concessione edilizia (ed oggi di un permesso di costruire) per mancato inizio dei lavori nei termini non è sufficiente addurre l'avvenuta recinzione del cantiere, il posizionamento della baracca degli attrezzi, la pulizia dell'area, la realizzazione dell'impianto elettrico e di terra del cantiere, l'installazione della cartellonistica di cantiere, etc., trattandosi di circostanze che oltre ad esaurirsi in un brevissimo arco temporale non possono essere considerate significative di un effettivo inizio dei lavori di costruzione dell'edificio progettato e assentito (Consiglio Stato, sez. IV, 18.06.2008, n. 3030).
Anche questa Sezione ha di recente affermato sul punto che l'esecuzione di mere attività preparatorie, quali il taglio degli alberi, l'apertura di un varco di accesso al terreno, la demolizione di parte di un muro di confine e la realizzazione di una nuova recinzione, non accompagnate dalla compiuta organizzazione del cantiere di lavoro, non costituiscono valido inizio dei lavori tale da impedire la decadenza del permesso di costruire per mancato rispetto del termine iniziale (TAR Campania Napoli, sez. II, 25.09.2008, n. 10890) (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 27.01.2010 n. 335 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AGGIORNAMENTO AL 10.09.2014

IN EVIDENZA

EDILIZIA PRIVATADenuncia inizio attività addio. In edilizia basterà la segnalazione certificata (Scia). DECRETO SBLOCCA ITALIA/ Il testo è pronto per la pubblicazione in Gazzetta.
Addio alla Dia (denuncia di inizio attività) in edilizia. È messa definitivamente in soffitta dalla Scia (segnalazione certificata di inizio attività). Mentre si spinge su manutenzioni e ristrutturazioni, con mano leggera sugli oneri edilizi e si accelerano i tempi del permesso di costruire, la cui versione convenzionata fa il suo esordio nel Testo unico per l'edilizia (dpr 380/2001), accanto ai permessi in deroga per le ristrutturazioni delle aree industriali dismesse. E per le urbanizzazioni si cerca di farle realizzare al privato (come per le trasformazioni urbane complesse).

Il decreto sblocca Italia (si veda ItaliaOggi del 02.09.2014), nella sua versione ormai pronta per la pubblicazione in G.U., dedica un lungo articolo alle semplificazioni in edilizia, soffermandosi sulla necessità di sburocratizzare alcuni passaggi e di creare occasioni per rivitalizzare il mercato.
Vediamo le singole scelte del provvedimento.
Va nel senso della sburocratizzazione l'espansione del concetto di manutenzione straordinaria, che si affranca dalla necessità di rispettare volumi e superfici, bastando il rispetto della volumetria complessiva.
Fermo l'ingombro dell'edificio, accorpamento o frazionamenti di unità vengono, dunque, declassati a manutenzioni straordinarie, con esclusione della necessità del permesso di costruire e benefici anche sul versante degli oneri dovuti al comune.
La modifica del concetto trascina il rimodellamento delle disposizioni sui casi in cui è necessario il permesso di costruire e, a cascata, fa ampliare lo spazio d'azione dell'attività edilizia libera, realizzabile previa una semplice comunicazione di inizio lavori (Cil).
Non decisiva, ma apprezzabile, poi la pratica di accatastamento d'ufficio, utilizzando la stessa Cil.
L'ottica è, invece, la semplificazione per la classificazione dei mutamenti di destinazioni d'uso rilevanti: la norma prevede quattro categorie e solo il passaggio da una all'altra è significativo; mentre i passaggi interni alla singola voce non costituiscono mutamenti di destinazioni d'uso. Le categorie sono: residenziale e turistico-ricettiva; produttiva e direzionale; commerciale; rurale. Salva diversa previsione da parte delle leggi regionali e dei piani regolatori, dice il decreto, il mutamento della destinazione d'uso all'interno della stessa categoria funzionale è sempre consentito.
Segue l'onda della semplificazione la scomparsa della Dia (salvo che nella versione super Dia, cioè sostitutiva del permesso di costruire), sostituita dalla Scia (in sostanza scompare l'alternatività, rimanendo la Scia come modalità unica).
Anche il procedimento del rilascio del permesso di costruire viene velocizzato: i termini dei rilascio non sono più raddoppiati sempre nei centri più grandi (oltre i 100.000 abitanti), ma solo per progetti particolarmente complessi secondo la motivata risoluzione del responsabile del procedimento.
Meno burocrazia, ma anche impulso al mercato dovrebbe arrivare dal permesso di costruire in deroga per gli interventi di ristrutturazione edilizia e urbanistica attuati anche in aree industriali dismesse: la deroga potrà riguardare anche i mutamenti di destinazione di uso. Stesso discorso per le trasformazioni urbane complesse, per le quali si può prevedere l'assoggettamento al solo costo di costruzione, mentre le opere di urbanizzazione sono direttamente messe in carico all'operatore privato che ne resta proprietario.
Sulla stessa lunghezza d'onda l'alleggerimento degli oneri per le ristrutturazioni e gli interventi sull'esistente e anche il permesso di costruire convenzionato. A quest'ultimo si potrà ricorrere affinché le esigenze di urbanizzazione possano essere soddisfatte dal privato, sotto il controllo del comune, con una modalità semplificata: con la convenzione si devono regolare utilizzo di cubature, caratteristiche degli interventi e realizzazione di interventi di edilizia residenziale sociale.
La proroga del permesso di costruire secondo valutazioni discrezionali, infine, dà maggiore tempo alle imprese per la realizzazione dei progetti (articolo ItaliaOggi del 09.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

SINDACATI

PUBBLICO IMPIEGO: La mobilità obbligatoria nel D.L. 90/2014 - Un nuovo istituto non certo privo di problemi (CGIL-FP di Bergamo, nota 25.08.2014).

PUBBLICO IMPIEGO: La mobilità volontaria nel D.L. 90/2014 - Ancora necessario il nulla-osta della propria amministrazione (CGIL-FP di Bergamo, nota 11.08.2014).

PUBBLICO IMPIEGO: La mobilità esterna nel D.L. 90/2014 - I problemi del "passaggio diretto" senza "cessione del contratto" (CGIL-FP di Bergamo, nota 08.08.2014).

CORTE DEI CONTI

PUBBLICO IMPIEGOSe il dipendente è assenteista paga anche il dirigente. «Pa». Decisione della Corte dei conti.
Se il dipendente viene condannato per assenteismo matura una responsabilità contabile per il danno apportato all'ente tanto nei suoi confronti quanto per il suo dirigente, a cui deve essere imputato l'omesso controllo. E tale responsabilità deve essere imputata per due terzi a carico del dipendente e per il restante terzo a carico del dirigente.
Sono queste le principali indicazioni contenute nella sentenza 06.08.2014 n. 139 della Sez. giurisdizionale della Corte dei conti della Toscana con cui sono stati condannati tanto il dipendente resosi responsabile di assenteismo, con sentenza penale di patteggiamento, quanto il dirigente, a cui è stata imputata la scarsa vigilanza.
È quest'ultimo, in particolare, un elemento innovativo che deve essere sottolineato e che costituisce un pesante monito di cui i dirigenti –ai quali, si rammenta, il legislatore ha conferito i poteri e le capacità del privato datore di lavoro– devono tenere adeguatamente conto.
Il caso oggetto della pronuncia della magistratura contabile fiorentina si basa sulla sentenza penale con cui è stato accertato che il dipendente si assentava arbitrariamente dall'ufficio per svolgere l'attività di maestro di tennis. Al riguardo una ulteriore fonte di responsabilità per il dipendente è data dallo svolgimento di questa seconda attività senza la autorizzazione dell'ente.
Con riguardo a questo soggetto la sentenza ha ricordato che costituisce orientamento consolidato della giurisprudenza contabile affermare «l'efficacia nel processo contabile della sentenza di patteggiamento resa in sede penale». Quanto al dirigente, che ovviamente non è stato destinatario di alcuna condanna penale, alla base della sua condanna in sede contabile è posta la seguente motivazione: «non ha impedito, omettendo i dovuti controlli interni, il comportamento delittuoso».
In particolare, ciò risulta dalla considerazione che il dipendente prestava la sua attività nella stessa sede del dirigente, il quale, quindi, avrebbe dovuto esercitare il controllo della sua attività. È stata inoltre riscontrata la «totale assenza di diligenza e la rilevante superficialità e trascuratezza». Ed ancora occorre considerare altri elementi che quanto meno qualificano la sua condotta come caratterizzata da una colpa grave e dal non esercizio dei normali doveri di un dirigente. In particolare, il modo di vestire con cui spesso il dipendente si presentava in ufficio, cioè la tenuta da tennis. Da qui la seguente conclusione: «il grado di esigibilità della condotta canonizzata dalla normativa nella concreta gestione integra, nella specie, l'elemento soggettivo minimo (colpa grave) previsto dalla struttura della responsabilità amministrativa».
Sono molto importanti anche le regole adottate dalla Corte dei conti della Toscana per la quantificazione del danno. Secondo i giudici contabili occorre considerare in primo luogo i compensi illegittimamente percepiti per i periodi in cui il dipendente si è arbitrariamente assentato. A tale voce si devono sommare, poi, i compensi illegittimamente percepiti per avere svolto una seconda attività senza l'autorizzazione dell'ente e i danni apportati all'immagine dell'ente.
Nella quantificazione dei danni apportati all'ente per il mancato svolgimento della normale attività lavorativa a causa delle assenze arbitrarie, infine, i due terzi vanno posti a carico del dipendente e la restante parte a carico del dirigente per l'omesso controllo. Fatto, quest'ultimo, che costituisce un'altra indicazione innovativa
(articolo Il Sole 24 Ore del 09.09.2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGONuove assunzioni con margini di spesa.
Gli enti locali possono continuare ad utilizzare per nuove assunzioni nell'anno corrente eventuali margini di spesa originati da cessazione di personale non utilizzati negli anni precedenti.

Lo ha affermato la Corte dei conti - Veneto, col parere 24.07.2014 n. 401, confermando il costante indirizzo interpretativo della giurisprudenza contabile volto a consentire il cumulo dei «resti» relativi alla percentuale assunzionale annuale non utilizzata dall'ente sottoposto al Patto di stabilità, al fine di raggiungere la quota necessaria ad espletare la procedura finalizzata all'assunzione di unità di personale a tempo indeterminato, rispettando, comunque, i vincoli di spesa ed assunzionali vigenti.
La pronuncia assume rilievo soprattutto alla luce di quanto prevede l'art. 3, comma 5, del recente dl 90/2014, ai sensi del quale «A decorrere dall'anno 2014, è consentito il cumulo delle risorse destinate alle assunzioni per un arco temporale non superiore a tre anni, nel rispetto della programmazione del fabbisogno e di quella finanziaria e contabile».
Secondo la Corte veneta, l'interpretazione offerta dal mero dato testuale conduce a esiti non soddisfacenti, non sembrando consentire più infatti l'utilizzo dei resti, dal momento che la norma sembrerebbe espressamente volta, abrogando l'art. 76, c. 7, del dl 112/2008, a regolare in modo assolutamente innovativo i vincoli assunzionali.
Tuttavia in tal modo si perverrebbe a una inaccettabile e non consentita divaricazione della disciplina vincolistica tra gli enti sottoposti al Patto e quelli non sottoposti al Patto. Di conseguenza, va preferito un approccio ermeneutico di tipo logico-sostanziale che tenga conto dell'identità di ratio che permea le rispettive normative vincolistiche (articolo ItaliaOggi del 03.09.2014).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 37 del 10.09.2014, "Rettifica del decreto 4 settembre 2014, n. 8049 «Quinto aggiornamento dell’elenco degli enti locali idonei all’esercizio delle funzioni paesaggistiche (l.r. 12/2005, art. 80)»" (decreto D.G. 08.09.2014 n. 8137).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 37 del 09.09.2014, "Quinto aggiornamento 2014 dell’elenco degli enti locali idonei all’esercizio delle funzioni paesaggistiche (l.r. 12/2005, art. 80)" (decreto D.G. 04.09.2014 n. 8049).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 37 dell'08.09.2014, "Pubblicazione ai sensi dell’articolo 5 del regolamento regionale 21.01.2001, n. 1, dell’elenco dei tecnici competenti in acustica ambientale riconosciuti dalla Regione Lombardia alla data del 31.08.2014, in attuazione dell’articolo 2, commi 6 e 7, della legge 26.10.1995, n. 447 e della deliberazione di Giunta regionale 06.08.2012, n. IX/3935" (comunicato regionale 01.09.2014 n. 111).

ENTI LOCALI - VARI: G.U. 08.09.2014 n. 208 "Proroga dell’ordinanza contingibile e urgente 06.08.2013, concernente la tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani" (Ministero della Salute, ordinanza 28.08.2014).

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Nuovo regolamento dell’Albo nazionale dei gestori ambientali (ANCE Bergamo, circolare 05.09.2014 n. 168).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Efficienza energetica: pubblicato il decreto di attuazione della direttiva 2012/27/UE (ANCE Bergamo, circolare 05.09.2014 n. 167).

SICUREZZA LAVORO: Oggetto: Obblighi del datore di lavoro dell’impresa affidataria – art. 97 del decreto legislativo 09.04.2008, n. 81 e s.m.i. (ANCE Bergamo, circolare 05.09.2014 n. 162).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Prevenzione incendi: pubblicate le regole tecniche per asili nido, aerostazioni e interporti (ANCE Bergamo, circolare 05.09.2014 n. 161).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: DPR 09.07.2010, n. 159 - "Regolamento recante i requisiti e le modalità di accreditamento delle agenzie per le imprese, a norma dell'articolo 38, comma 4, del decreto-legge 25.06.2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 06.08.2008, n. 133" - Modalità di trasmissione delle dichiarazioni di conformità al SUAP (Ministero dello Sviluppo Economico, nota 03.09.2014 n. 151561 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Comunicazioni relative a casi di presunta violazione urbanistico-edilizia (Regione Lombardia, nota 03.09.2014 n. 11333 di prot.).

APPALTI - EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: Documento unico di regolarità contributiva: • Verifica autodichiarazione e invito a regolarizzare • Durc rilasciato ai sensi dell’art. 13-bis, comma 5, del decreto legge 07.05.2012, n. 52. Precisazioni (INPS, messaggio 02.09.2014 n. 6756 - link a www.inps.it).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

APPALTI: F. Gavioli, Contratti di concessione e appalti pubblici: verso un nuovo Testo Unico (08.09.2014 - tratto da www.ispoa.it).

EDILIZIA PRIVATA: P. Parisi e P. Mazza, Sblocca Italia, in arrivo una nuova detrazione per ridurre il rischio sismico (06.09.2014 - tratto da www.ispoa.it).

APPALTI: F. Gavioli, Certificazione di qualità negli appalti: un traguardo per l’impresa (31.07.2014 - tratto da www.ipsoa.it).

A.N.AC. (già AUTORITA' VIGILANZA CONTRATTI PUBBLICI)

APPALTIGare aperte a raggruppamenti sovrabbondanti. Il chiarimento del presidente dell'Anac Raffaele Cantone.
È illegittimo escludere dalle gare di appalto pubblico i raggruppamenti temporanei di imprese che documentino requisiti di partecipazione molto superiori a quelli richiesto dal bando di gara; per escludere il raggruppamento «sovrabbondante» la stazione appaltante deve avere accertato se vi sia stato un reale intento anticoncorrenziale.

È quanto afferma il presidente dell'Anac, Raffaele Cantone, con il comunicato 03.09.2014, diffuso ieri, che ritorna su considerazioni già espresse nella determinazione 4/2012, al fine di chiarire in quale misura sia legittima l'esclusione del raggruppamento cosiddetto sovrabbondante per violazione delle norme in materia di concorrenza.
In particolare il comunicato afferma che la costituzione di un raggruppamento che presenti connotazioni «macroscopicamente» anticoncorrenziali potrebbe configurare una intesa finalizzata a falsare e/o restringere la concorrenza e perciò illegittima.
Ciò detto, però, la possibilità di escludere i concorrenti deve fondarsi sulla verifica delle concrete possibilità di frapporre ostacoli alla corretta dinamica concorrenziale da parte del raggruppamento «sovrabbondante». Va quindi escluso a priori che sia vietata la costituzione di raggruppamenti «sovrabbondanti» i quali, pertanto, sono legittimi: «è sempre consentita la possibilità di costituire raggruppamenti temporanei, anche di tipo sovrabbondante», dice il comunicato e «l'esclusione non potrà mai essere automatica».
Dovrà invece essere la stazione appaltante, qualora ravvisi possibili profili anticoncorrenziali, a «valutare in concreto la situazione di fatto, richiedendo ai concorrenti le relative giustificazioni». Fra queste ragioni (legittime) il comunicato cita gli «elementi legati ad eventuali stati di necessità, in termini di attuale capacità produttiva», così come «ogni altro fattore rientrante nelle libere scelte imprenditoriali degli operatori economici, come l'opportunità ovvero la convenienza di partecipare in raggruppamento alla luce del valore, della dimensione o della tipologia del contratto».
In sostanza le imprese sono libere di organizzarsi e non esiste una legittima esclusione automatica, ma dovrà essere il committente ad accertare l'intento e l'effetto anticoncorrenziale (articolo ItaliaOggi del 06.09.2014).

QUESITI & PARERI

CONSIGLIERI COMUNALI - PUBBLICO IMPIEGOOSSERVATORIO VIMINALE/ Dipendente ineleggibile. Prestare servizio nell'ente è causa ostativa. Non rileva che vi sia una convenzione con un comune limitrofo.
Sussiste la causa di ineleggibilità, ai sensi dell'art. 60, comma 1, n. 7 del dlgs 267/2000, nei confronti di un dipendente che presta servizio a tempo parziale presso l'ente, in virtù di una convenzione con un comune limitrofo, e che si è candidato alla carica di consigliere comunale in una lista già ammessa dalla commissione elettorale circondariale? Nel caso in cui il dipendente fosse considerato ineleggibile, l'amministrazione comunale quale strada dovrebbe intraprendere?

La giurisprudenza ha chiarito che le cause di ineleggibilità sono previste allo scopo di garantire l'uguale e libera espressione del voto, tutelata dall'art. 48, comma 1, della Costituzione, rispetto a qualsiasi possibilità di captatio benevolentiae esercitata dal candidato o di metus potestatis nei confronti dello stesso e la loro violazione determina l'invalidità dell'elezione del soggetto ineleggibile, che non abbia tempestivamente rimosso la causa ostativa alla candidatura.
Il fondamento costituzionale della previsione delle ipotesi di ineleggibilità alla carica di amministratore locale va anche ravvisato nell'art. 51, comma 1, della Costituzione, dal quale si desume che il diritto di accesso alle cariche elettive non è incondizionato, ma può essere esercitato solo in presenza dei «requisiti stabiliti dalla legge».
In tale contesto la ratio della ineleggibilità alla carica di consigliere comunale dei dipendenti di un comune risiede nella generale discrezionale valutazione del legislatore, secondo cui la particolare posizione pubblica di tali soggetti nei confronti del cittadino-elettore è, di per sé sola, se non tempestivamente abbandonata, astrattamente idonea a condizionare la libera espressione del voto, in ragione della possibilità che si ingenerino, tra candidato-dipendente ed elettore, rapporti tali da poter inquinare in radice la libertà di scegliere i propri rappresentanti senza condizionamenti specifici (cfr. Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 11/03/2005, n. 5449).
Tanto premesso, in linea generale, ai fini dell'esatta individuazione della nozione di «dipendente ineleggibile», la giurisprudenza di legittimità, muovendo dal presupposto che la norma in questione parla genericamente di «dipendenti», senza altra specificazione, si è orientata nel senso di valorizzare gli elementi del rapporti implicanti la subordinazione del prestatore di lavoro rispetto all'ente pubblico e di ritenere irrilevante che il rapporto medesimo sia di pubblico impiego o di diritto privato. Sotto tale profilo, è stato altresì precisato che la natura dell'atto costitutivo del rapporto di lavoro o la durata di quest'ultimo non valgono a escludere l'esistenza della causa di ineleggibilità (cfr. Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 15/09/1995, n. 9762: Id, sentenza 03.12.1987, n. 8975).
Alla luce di tali considerazioni, nella fattispecie è ravvisabile la prospettata situazione di ineleggibilità, atteso che il dipendente in parola, sia pure a tempo parziale, presta servizio presso l'amministrazione comunale dell'ente e deve ritenersi nella stessa inserito, sia sotto il profilo organizzativo e funzionale sia sotto quello gerarchico e disciplinare.
In merito alle iniziative praticabili da parte dell'amministrazione comunale, l'art. 41, comma 1, del dlgs n. 267 del 2000, dispone che «Nella prima seduta il consiglio comunale e provinciale, prima di deliberare su qualsiasi altro oggetto, ancorché non sia stato prodotto alcun reclamo, deve esaminare la condizione degli eletti a norma del capo II titolo III e dichiarare la ineleggibilità di essi quando sussista alcuna delle cause ivi previste, provvedendo secondo la procedura indicata dall'articolo 69».
Pertanto, in conformità al generale principio per cui ogni organo collegiale è competente a deliberare sulla regolarità dei titoli di appartenenza dei propri componenti, la valutazione in ordine alla eventuale sussistenza di un'ipotesi ostativa all'esercizio del mandato elettorale è rimessa al consiglio comunale del quale l'interessato la parte (articolo ItaliaOggi del 05.09.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Come è classificato il reato di deposito incontrollato di rifiuti?
Quando il deposito dei rifiuti manca dei requisiti per essere qualificato come temporaneo, e non è configurabile né un deposito preliminare, realizzato in vista di successive operazioni di smaltimento, né una messa in riserva, realizzato in vista di successive operazioni di recupero, si ha un deposito incontrollato o abbandono di rifiuti che non prelude ad alcuna operazione di smaltimento o recupero.
Per “deposito incontrollato” si intende, infatti, un accumulo di rifiuti sul sito. Si differenzia dall’abbandono per l’inesistenza dell’elemento dell’occasionalità. L’abbandono viene ripetuto sistematicamente e in modo permanente.
A tal proposito, la Cassazione
[1] ha ritenuto che il reato di deposito incontrollato di rifiuti sia un reato di pericolo. L'offesa al bene giuridico protetto, quindi, consiste in un nocumento potenziale dello stesso, che viene soltanto minacciato, e può parlarsi di “pericolo” quando, secondo un giudizio ex ante e secondo la migliore scienza ed esperienza, appare probabile che dalla condotta consegua l'evento lesivo.
Già precedentemente si era affermato che in tema di deposito incontrollato di rifiuti la fattispecie penale costituiva reato di pericolo, per la cui configurazione non occorre il concreto accertamento della effettiva esistenza di un nocumento, sia pure potenziale, per l’ambiente
[2].
I reati di pericolo, infatti, configurano una estensione e rafforzamento della tutela penale. La minaccia della pena è connessa all’esposizione a pericolo di un bene al fine di creare un deterrente maggiore (28.07.2014 - link a www.ambientelegale.it).
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[1] Cass. Sez. III, 23.05.2012, n. 19435. Ma già Cassazione, 23.04.2010, n. 15680
[2] Cassazione, 23.04.2010, n. 15680

AMBIENTE-ECOLOGIA: E' legittimo estendere la nozione di 'acque superficiali'?
Ai sensi dell’art. 54, c. 1, lett. c), del D.Lgs n. 152/2006, si intendono per “acque superficiali” le acque interne, ad eccezione delle sole acque sotterranee, le acque di transizione e le acque costiere.
Alla lettera l) del medesimo comma si specifica poi che “corpo idrico superficiale” è un elemento distinto e significativo di acque superficiali, quale un lago, un bacino artificiale, un torrente, un fiume o canale o una parte di un torrente, fiume o canale, nonché di acque di transizione o un tratto di acque costiere.
Corpo idrico fortemente modificato”, invece (lett. n), è un corpo idrico superficiale la cui natura, a seguito di alterazioni fisiche dovute ad una attività umana, è sostanzialmente modificata.
La Corte Costituzionale (sentenza del 27.06.2012, n. 159) ha dichiarato costituzionalmente illegittimo, per contrasto con l’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost, l’art. 11 della l.r. Toscana n. 41 del 2011 nella parte in cui prevede che ricada nella nozione di “acque superficiali”, oltre la intera area occupata dal “corpo idrico”, secondo la definizione che di esso è data dall’art. 54, comma 1, lettere l) ed n), del D.Lgs. n. 152 del 2006, anche la fascia territoriale di pertinenza, limitrofa ad esso, sino ad un massimo di dieci metri dal ciglio di sponda o dal piede esterno dell’argine, ove esistente.
Nell’estendere la nozione di acque superficiali, infatti, il legislatore regionale ha esteso, al di là dell’ambito oggettivo fissato dal legislatore statale, il regime esonerativo previsto dal comma 4 del d.lgs. n. 152 del 2006 per le sole acque superficiali, così come definite dall’art. 54, comma 1, lettera c). E, in tal modo, si è modificata la disciplina relativa alla gestione dei rifiuti, che la costante giurisprudenza ha ascritto alla materia “tutela dell’ambiente e dell’ecosistema”, riservata alla legislazione esclusiva dello Stato.
Così operando si esulerebbe dagli ambiti di competenza affidati alla potestà legislativa delle Regioni (28.07.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIASe un'azienda effettua un trasporto di rifiuti e il destinatario respinge il carico, cosa dovrà scrivere l'azienda nel formulario per giustificare il trasporto della quantità respinta?
Una lettura combinata dell’art. 193 del D.Lgs. 152/2006 e della Circolare n. Gab/Dec/812/98 lascia intendere che, qualora parte del carico sia stato respinto, il motivo del parziale respingimento vada specificato nel formulario. Il destinatario dei rifiuti deve, infatti, indicare se il carico è stato accettato o respinto e, salvo il caso in cui sia stato respinto per intero, precisare la quantità di rifiuti ricevuta, corredata da data, ora e firma.
Il trasportatore dovrà registrare, nei tempi stabiliti per legge (almeno entro dieci giorni lavorativi dalla effettuazione del trasporto, ai sensi dell’ art. 190, comma 1, lett. b), del D.Lgs. 152/2006), il movimento effettuato, riportando il peso realmente riscontrato all’arrivo dal destinatario. In virtù della necessità di attuare una reciproca integrazione tra registro di carico e scarico e formulario, si dovrà riportare nella voce “annotazioni” del registro, la notizia della parziale accettazione del carico e delle relative motivazioni addotte dal destinatario.
Nel caso in cui il carico fosse respinto per intero (ipotesi contemplata nella quinta sezione, casella 11, del formulario, in cui figura la voce “respinto per le seguenti motivazioni”), nonostante l’intero carico (e non solo una parte di esso) sia restituito al mittente, il trasportatore dovrebbe comunque effettuare la registrazione con le stesse modalità, ri-portando nello spazio relativo alla quantità dei rifiuti un peso pari a “0” Kg e specificando nelle annotazioni che il carico è stato interamente respinto a causa delle motivazioni addotte dal destinatario (21.07.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAIn caso di scarichi di sostanze pericolose l'AUA può avere durata inferiore a 15 anni?
Il Decreto del Presidente della Repubblica 13.03.2013, n. 59 all’art. 3, c. 5, dispone che l'autorizzazione unica ambientale contiene tutti gli elementi previsti dalle normative di settore per le autorizzazioni e gli altri atti che sostituisce e definisce le modalità per lo svolgimento delle attività di autocontrollo, ove previste, individuate dall'autorità competente tenendo conto della dimensione dell'impresa e del settore di attività.
In caso di scarichi contenenti sostanze pericolose, di cui all'articolo 108 del decreto legislativo 03.04.2006, n. 152, i gestori degli impianti autorizzati devono presentare, almeno ogni quattro anni, una comunicazione contenente gli esiti delle attività di autocontrollo all'autorità competente, la quale può procedere all'aggiornamento delle condizioni autorizzativo qualora dalla comunicazione emerga che l'inquinamento provocato dall'attività e dall'impianto è tale da renderlo necessario. Tale aggiornamento non modifica la durata dell'autorizzazione (07.07.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAQuali sono le differenze tra la procedura semplificata e la procedura ordinaria? E quali i criteri da seguire nella scelta dell'una o dell'altra?
La procedura semplificata si distingue da quella ordinaria sotto vari aspetti. Innanzitutto, l’Ente al quale presentare l’istanza è sempre la Provincia per la procedura semplificata, mentre la Regione (o la Provincia, se delegata dalla Regione) per la procedura ordinaria. La Conferenza di servizi non è prevista per la procedura semplificata, mentre è sempre convocata, entro 30 giorni dal ricevimento della domanda, per la procedura ordinaria.
L’istruttoria ha una durata di 90 giorni nella procedura semplificata, mentre di 150 giorni per la ordinaria (salvo in entrambi i casi interruzione dei termini per integrazioni). Il meccanismo del silenzio assenso opera solo nell’ambito della procedura semplificata, ove l’attività può essere intrapresa decorsi 90 giorni, mentre nell’ambito della procedura ordinaria è necessario il provvedimento autorizzativo, emanato dall’autorità competente. L’efficacia dell’autorizzazione ordinaria è legata all’accettazione da parte dell’Ente competente delle garanzie finanziarie.
L’autorizzazione ordinaria ha durata di 10 anni, mentre la semplificata 5 anni. Il rinnovo dell’autorizzazione deve essere chiesto 90 gg. prima della scadenza per la procedura semplificata, mentre 180 gg. prima della scadenza per la procedura ordinaria.
Si apre la possibilità di scegliere l’una o l’altra solo per le operazioni di recupero.
Ai fini di una scelta responsabile si ritiene doversi presentare attenzione ai rifiuti che si intende gestire (Cer, provenienza, tipologia, eventuali concentrazioni di sostanze pericolose), alle operazioni di recupero che si intendono effettuare, al prodotto/mps che si intende ottenere dalle operazioni di recupero, ai quantitativi massimi annuali di rifiuti che si intende gestire in funzione delle operazioni di recupero, alle caratteristiche dell’impianto (07.07.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIANel formulario di identificazione del rifiuto, il percorso va sempre definito?
L’art. 193 del D.Lgs 152/2006 detta il contenuto minimo del formulario, che deve indicare anche il percorso dell’instradamento. In caso di compilazione incompleta o inesatta del formulario, infatti, ai sensi dell’art. 258 del D.Lgs. 152/2006, sono previste apposite sanzioni, diversamente graduate, a seconda che si tratti di rifiuti pericolosi o non pericolosi.
Il modello del formulario di identificazione è contenuto in allegato al D.M. n. 145/1998.
Nel modello nella sezione terza alla voce “percorso” si accompagna la dicitura “se diverso dal più breve”, da intendersi come quello effettuato nel minor tempo possibile, avendo riguardo al mezzo prescelto, alla distanza chilometrica fra il luogo di partenza e la destinazione del rifiuto, alla viabilità e senza soste intermedie e/o operazioni di trasbordo non autorizzate.
Se ne deduce che deve essere indicato l’itinerario seguito, solo se, per questioni non dipendenti dalla volontà del conducente, sia diverso da quello più breve prestabilito alla partenza (07.07.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIACosa si intende per intermediazione di rifiuti?
Ai sensi e per gli effetti dell’art. 183, lett. l), TUA, a seguito del recepimento della direttiva 98/2008/CE, intervenuta con il d.lgs. 205 del 03.12.2010, che ha (finalmente) introdotto le nuove definizioni, deve intendersi per “intermediario” “qualsiasi impresa che dispone il recupero o lo smaltimento dei rifiuti per conto di terzi, compresi gli intermediari che non acquisiscono la materiale disponibilità dei rifiuti”.
Il ruolo principale di un intermediario, pertanto, risulta essere quello di anello di congiunzione tra gli attori principali di un ciclo di gestione del rifiuto, ovvero il produttore/detentore da una parte e il destinatario finale (smaltitore o recuperatore e non anche il trasporto) dall’altra: l’intermediario, più precisamente, si adopera per assicurare al produttore la collocazione migliore, anche sotto il profilo economico, del carico di rifiuti attraverso una propria scelta dello stesso intermediario il quale seleziona e collega i suddetti protagonisti sulla scorta delle sue personali conoscenze.
Ciò che quindi caratterizza la figura in questione, pertanto, è:
- la terzietà rispetto agli altri soggetti della filiera del rifiuto (produttore –smaltitore);
- l’utilità economica derivante da tale operazioni.
- La detenzione, o meno, dei rifiuti.
A tal proposito –onde meglio definire tale figura- giova prendere spunto dalla normativa civilistica relativa a tali tipi di contratti, sulla base della quale la mediazione è connaturata a dei presupposti ben definiti che pongono il “mediatore” come colui che mette in relazione due o più parti per la conclusione di un affare senza essere legato ad alcuna di esse da rapporti di collaborazione, di dipendenza o di rappresentanza (art. 1754 c.c.).
Presupposto peculiare per tale mediazione (o intermediazione) è la previsione di una provvigione necessariamente collegata alla conclusione della transazione economica.
Le attività di intermediazione e di commercio vengono considerate dal TUA quali attività di gestione dei rifiuti.
Infatti all’art. 183, lett. n) viene definita gestione: “la raccolta, il trasporto, il recupero e lo smaltimento dei rifiuti, compresi il controllo di tali operazioni e gli interventi successivi alla chiusura dei siti di smaltimento, nonché le operazioni effettuate in qualità di commerciante o intermediario”.
Ciò comporta che le stesse:
● devono essere autorizzate ai sensi dell’art. 212, comma 5, del TUA (mediante iscrizione all’Albo Nazionale Gestori Ambientali) per gli intermediari e i commercianti senza detenzione dei rifiuti;
● in caso di violazione di norme nella gestione dei rifiuti sono assoggettabili alle sanzioni previste dal TUA agli artt. 256 e ss. (23.06.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Possono trasportarsi rottami metallici con i mezzi d'opera?
Ai sensi del decreto legislativo 30.04.1992, n. 285, art. 54, comma 1, lettera n), si classificano “mezzi d’opera”: “i veicoli o complessi di veicoli dotati di particolare attrezzatura per il carico e il trasporto di materiali di impiego o di risulta dell'attività edilizia, stradale, di escavazione mineraria e materiali assimilati ovvero che completano, durante la marcia, il ciclo produttivo di specifici materiali per la costruzione edilizia. […] Tali veicoli o complessi di veicoli possono essere adibiti a trasporti in eccedenza ai limiti di massa stabiliti nell'art. 62 e non superiori a quelli di cui all'art. 10, comma 8, e comunque nel rispetto dei limiti dimensionali fissati nell'art. 61. I mezzi d'opera devono essere, altresì, idonei allo specifico impiego nei cantieri o utilizzabili a uso misto su strada e fuori strada”.
Con successiva Legge -23.12.1997 n. 454– viene ampliata la categoria dei materiali indicati all’articolo 54, comma 1, lettera n).
All’articolo 11, viene, infatti, previsto che si possono trasportare i materiali:
● impiegati nel ciclo produttivo delle imprese forestali e quelli derivanti dalla raccolta e compattazione di rifiuti solidi urbani e dallo spurgo di pozzi neri effettuati mediante idonee apparecchiature installate sui mezzi d’opera;
● dell’industria siderurgica compresi i coils e i laminati grezzi, trasportati mediante idonee selle di contenimento installate sui mezzi d’opera.
Tale elenco di materiali viene poi ulteriormente esteso grazie all’art. 10, comma 21, del D.Lgs n. 285/1992 - Veicoli eccezionali e trasporti in condizioni di eccezionalità - così modificato dalla legge 29.07.2010, n. 120 il quale stabilisce che “chiunque adibisce mezzi d'opera al trasporto di cose diverse da quelle previste nell'art. 54, comma 1, lettera n), salvo che ciò sia espressamente consentito, comunque entro i limiti di cui all'articolo 62, nelle rispettive licenze ed autorizzazioni al trasporto di cose, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 398 a euro 1.596 e alla sanzione amministrativa accessoria della sospensione della carta di circolazione da uno a sei mesi. […]”.
All’indomani della modifica apportata al comma 21 del D.Lgs. n. 285/1992 dalla legge n. 120 del 2010, quindi, si è aperta la possibilità di trasportare con i mezzi d’opera qualsiasi tipologia di materiale, diverso da quello espressamente previsto ai sensi dell’art. 54, comma 1, lett. n), del decreto stesso.
A tal fine si rende, tuttavia, necessaria espressa menzione nelle autorizzazioni e licenze al trasporto.
Per di più occorre il rispetto dei limiti di portata massima, che, nello specifico non sono quelli indicati ai fini della ordinarietà della circolazione ai sensi dell’art. 10, comma 8, bensì quelli indicati all’art. 62 cds .
Alla luce di quanto esposto si conclude pertanto che, a condizione che si possegga autorizzazione specifica e che si rispettino i limiti di massa previsti ai sensi dell’art. 62 cds è possibile trasportare sui mezzi d’opera qualsiasi tipologia di materiale diverso da quello previsto all’ art. 54, comma 1, lettera n), e pertanto anche rottami (09.06.2014 - link a www.ambientelegale.it).

CONSIGLIERI COMUNALIOggetto: Comune di Art. 79 del decreto legislativo n. 267/2000 - PERMESSI PER CONSIGLIERE COMUNALE E CAPOGRUPPO CONSILIARE IN ENTE CON POPOLAZIONE SUPERIORE AI 34.000 ABITANTI.
Si fa riferimento alla nota sopradistinta, che ad ogni buon fine si allega in copia, con la quale sono stati richiesti chiarimenti in merito ai permessi di cui all’art. 79 del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267, da attribuire ad un consigliere del comune di ………nonché capogruppo consiliare, specificando che l’ente in argomento ha una popolazione superiore ai 34.000 abitanti.
Al riguardo, si rappresenta che l’art. 79 del citato decreto legislativo n. 267/2000 dispone, al comma 1, che i consiglieri comunali hanno diritto di assentarsi per la partecipazione alle riunioni consiliari per l’effettiva durata delle stesse e, tale diritto, comprende il tempo necessario per raggiungere il luogo della riunione e rientrare al posto di lavoro.
Il successivo comma 4 del medesimo articolo prevede, inoltre, che il Presidente del consiglio e il Presidente dei gruppi consiliari comunali con popolazione superiore a 15.000 abitanti, oltre ai permessi di cui al precedente comma, hanno diritto di assentarsi dal posto di lavoro per un massimo di 24 ore lavorative mensili, configurando nelle stesso il tempo necessario per raggiungere il luogo della riunione e il rientro al posto di lavoro.
Si soggiunge poi, che ai sensi del comma 5 del citato articolo, i lavoratori dipendenti hanno diritto ad ulteriori permessi “non retribuiti”, sino ad un massimo di 24 ore lavorative mensili, qualora risultino necessari per l’espletamento del mandato.
Il successivo art. 80 dispone che i permessi di cui all’art. 79 sono retribuiti, dal datore di lavoro, per le ore o giornate di effettiva assenza del lavoratore dal posto di lavoro.
Risulta fondamentale che le attività svolte dall’amministratore in questione siano correlate esclusivamente alle funzioni amministrative ricoperte, desunte da incarichi demandati all’amministratore dall’ente, proprio in forza della carica rivestita presso lo stesso.
Per quanto attiene alle modalità di attestazione dei permessi, si richiama il preciso obbligo per il lavoratore dipendente di documentare, con apposita certificazione, l’attività ed i tempi di espletamento del mandato (art. 79, comma 6, T.U.O.E.L.).
In assenza di specifica norma regolamentare, l’attestazione dell’utilizzo dei permessi può essere rilasciata dal sindaco, dal segretario comunale, o dal segretario del collegio cui partecipano gli amministratori interessati, se prestabilito, o da un consigliere facente le veci di segretario, ovvero dal presidente dell’adunanza.
Per quanto concerne, infine, la possibilità di sostituire l’attestazione per i permessi con una autocertificazione, si rappresenta che la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà di cui all’art. 47 del DPR 28.12.2000, n. 445, fatte salve le eccezioni espressamente previste per legge, ha la stessa validità legale dell’atto che sostituisce, tanto più che, nella fattispecie, tale dichiarazione viene effettuata da un amministratore locale investito di pubbliche funzioni (Ministero dell'Interno, parere 10.06.2014 - link a http://incomune.interno.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAIl registro di carico/scarico rifiuti va conservato unitamente al FIR?
Ai sensi dell’art. 190, comma 3 del D.Lgs n. 152/2006, “I registri sono tenuti presso ogni impianto di produzione, di stoccaggio, di recupero e di smaltimento di rifiuti, nonché presso la sede delle imprese che effettuano attività di raccolta e trasporto, nonché presso la sede dei commercianti e degli intermediari. I registri integrati con i formulari di cui all'articolo 193 relativi al trasporto dei rifiuti sono conservati per cinque anni dalla data dell'ultima registrazione, […]”.
Ai sensi del Decreto Ministeriale 01.04.1998 n. 145 “Regolamento recante la definizione del modello e dei contenuti del formulario di accompagnamento dei rifiuti”, art. 4, c. 3 “i formulari di identificazione costituiscono parte integrante dei registri di carico e scarico dei rifiuti prodotti o gestiti. A tal fine gli estremi identificativi del formulario dovranno essere riportati sul registro di carico e scarico in corrispondenza all'annotazione relativa ai rifiuti oggetto del trasporto, ed il numero progressivo del registro di carico e scarico relativo alla predetta annotazione deve essere riportato sul formulario che accompagna il trasporto dei rifiuti stessi”.
La circolare 04.08.1998, n. GAB/DEC/812/98 “Esplicativa sulla compilazione dei registri di carico scarico dei rifiuti e dei formulari di accompagnamento dei rifiuti trasportati individuati, rispettivamente, dal decreto ministeriale 01.04.1998, n. 145, e dal decreto ministeriale 01.04.1998, n. 148”, al punto 1 lett. i), chiarisce che “al fine di garantire un efficace controllo sulla gestione e movimentazione dei rifiuti il legislatore ha stabilito un rapporto di reciproca integrazione dei dati riportati sul registro con quelli riportati sul formulario”. Tale rapporto è previsto in modo espresso dall'art. 12, comma 3, del decreto legislativo n. 22/1997 [all’epoca vigente], e dall'art. 4, comma 3, del decreto ministeriale n. 145/1998, e presuppone che il formulario sia conservato nel medesimo luogo dove deve essere conservato il registro di carico e scarico.
Si evince dalla normativa suesposta che i registri di carico e scarico dei rifiuti, per la loro corretta tenuta, vadano conservati unitamente al formulario, nel medesimo luogo (03.06.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIANel caso di variazione di denominazione sociale e autorizzazione al trasporto, e' necessario cambiare registri c/s e FIR?
I modelli di registri di carico e scarico e dei formulari di identificazione dei rifiuti sono stabiliti rispettivamente dal:
- dm 148 del 1998,
- dm 145 del 1998.
Entrambe i provvedimenti prevedono che i frontespizi della documentazione ambientale debbano contenere –inter alia– la denominazione sociale e il codice fiscale dell’attività.
Tali dati peraltro sono necessari ai fini della vidimazione di entrambe i documenti, non potendosi procedere alla vidimazione dei frontespizi in bianco .
Ciò in quanto sia i registri che i FIR devono essere immediatamente ricondotti alla specifica responsabilità del soggetto predeterminato ed individuato che procede alla produzione/gestione/trasporto dei rifiuti.
Alla luce di tale circostanza –seppur in assenza di una precipua norma in merito– si ritiene che possa costituire un’irregolarità nella tracciabilità l’utilizzo di registri e di formulari aventi l’indicazione della società precedente alla variazione della stessa, punibile ai sensi e per gli effetti dell’art. 258 del TUA.
Per tale motivo si ritiene consigliabile recarsi presso la Camera di Commercio competente al fine di richiedere o la vidimazione della modifica del frontespizio da apportarsi dinanzi all’addetto preposto, ovvero la vidimazione di nuovi formulari e di nuovi registri, onde non incorrere in denegate ipotesi di contestazioni (03.06.2014 - link a www.ambientelegale.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOOggetto: L’Amministrazione che intende coprire un nuovo posto di cat. D3, ha chiesto se sia possibile, ai sensi dell’art. 91, 4° comma, del D.Lgs. n. 267/2000 e s.m.i., utilizzare una graduatoria tuttora efficace per effetto delle successive proroghe legislative, alla luce del fatto che la stessa approvata in data 12.06.2008, si riferisce ad una procedura concorsuale indetta in data 02.05.2007 quando i posti in dotazione organica erano 2, successivamente variati in 3 in data 09.04.2008 e riportati a 2 in data 24.04.2013, posti attualmente coperti.
Una Amministrazione nel richiamare la pronuncia del Tar ha formulato una richiesta di parere in ordine alla corretta interpretazione della norma recata dall’art. 91, 4° comma, del D.Lgs. n. 267/2000 e s.m.i., ovvero alla possibilità di utilizzare una graduatoria, tuttora efficace per effetto delle successive proroghe legislative, la quale è stata approvata in data 12.06.2008 e relativa ad una procedura concorsuale indetta in data 02.05.2007 per il conferimento di n. 1 posto (cat. D3). A tal fine, fa presente che in data 09.04.2008 è stata variata la dotazione organica portando da n. 2 a n. 3 i posti previsti in dotazione organica per il citato profilo per poi riportarli a n. 2 in data 24.04.2013, posti attualmente coperti. Poiché l’attuale Amministrazione, insediatasi nel giugno 2013, avrebbe intenzione di riportare a n. 3 i posti in questione, si pone la questione relativa alla possibilità di utilizzare la precitata graduatoria.
Al riguardo, com’è noto l’art. 91, comma 4 del D.Lgs. n. 267/2000 e s.m.i., stabilisce la durata delle graduatorie concorsuali degli enti locali in tre anni e prevede la possibilità della loro utilizzazione, per l’eventuale copertura dei posti che si venissero a rendere successivamente vacanti e disponibili, fatta eccezione per i posti istituiti o trasformati successivamente all’indizione del concorso. Come rilevato dal Tar con la richiamata pronuncia n. 552/2013, “la ratio della previsione è quella di evitare che le amministrazioni possano essere indotte a modificare la pianta organica al fine di assumere uno dei candidati inseriti in graduatoria”.
Relativamente, quindi, al caso rappresentato, per quanto è dato desumere dalle notizie fornite, pare che al momento dell’indizione del concorso, avvenuta in data 02.05.2007, i posti in dotazione organica per il predetto profilo fossero 2, considerato che solo in data 09.04.2008 è intervenuta la modifica della dotazione organica che li ha portati a tre. Quindi, sembra di poter sostenere che già al momento dell’assunzione del primo e secondo classificato della graduatoria in esame, avvenute rispettivamente nell’agosto e nell’ottobre 2008, si è contravvenuto al limite stabilito dalla norma in commento, a nulla rilevando poi che, in quell’occasione, si sia effettivamente proceduto alla copertura di un solo posto, a causa della rinuncia all’assunzione comunicata dal primo classificato.
Alla luce di quanto sopra, nell’ipotesi di una nuova variazione della dotazione organica per i posti in discorso, eventualmente deliberata dall’attuale Amministrazione, si è dell’avviso che la predetta graduatoria, seppure efficace, non possa essere utilizzata. Si deve ritenere, infatti, che il vincolo stabilito dall’art. 91, comma 4, del D.Lgs. n. 267/2000 sia ancora pienamente valido e preponderante rispetto all’estensione della validità delle graduatorie (Ministero dell'Interno, parere 29.05.2014 - link a http://incomune.interno.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATATerre e rocce da scavo: proponente ed esecutore del Piano di Utilizzo sono figure distinte?
Ai sensi dell’art. 1. c. 1 del D.M. n. 161/2012 si definisce:
● alla lett. q), “proponente: il soggetto che presenta il Piano di Utilizzo”;
● alla lett. r), “esecutore: il soggetto che attua il Piano di Utilizzo”.
Alla luce delle definizioni suesposte, sembrerebbe, pertanto, che le due figure coinvolte –quella del proponente e quella dell’esecutore– debbano astrattamente ritenersi distinte.
Ai sensi dell’art. 7, c. 1, del medesimo decreto, tuttavia, viene affermato che “il Piano di Utilizzo […] nonché le dichiarazioni rese conformemente all'articolo 6, devono essere conservati presso il sito di produzione del materiale escavato o presso la sede legale del proponente e, se diverso, anche dell'esecutore”.
Ciò determina che il Decreto Ministeriale ammette -seppur in via implicita– che il proponente possa coincidere con l’esecutore.
Ai sensi dell’art. 6 del DM 161 del 2012, si prevede peraltro che, per le procedure di emergenza, la sussistenza dei requisiti di cui all’art. 4 possano essere dimostrati mediante una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà nelle forme dell’allegato 7.
Il predetto allegato 7, si riferisce alla Dichiarazione di Avvenuto Utilizzo, la quale, per espressa previsione di legge, deve essere presentata a cura esclusiva dell’esecutore.
Ad una prima lettura della norma sembrerebbe, pertanto, che in caso delle procedure di emergenza l’esecutore debba anche essere proponente.
A parere di chi scrive, tuttavia, il riferimento all’allegato 7 è volto solo alla forma della modulistica e non tanto agli oneri connessi alla procedura di emergenza, di talché, la dichiarazione di emergenza e il successivo piano di utilizzo potranno essere presentati anche dal proponente, laddove diverso dall’esecutore.
A conforto di tale argomentazione valga anche il dettato normativo.
Ed invero, l’art. 6 stabilisce che la dichiarazione debba essere resa “nella forma dell’allegato 7”, mentre l’art. 12 relativo alla dichiarazione di avvenuto utilizzo prevede che la stessa debba avvenire “in conformità dell’allegato 7”.
Ciò a conferma che il richiamo alla predetta documentazione rileva solo per la forma che la stessa dovrà avere e non tanto per l’obbligatorietà in capo all’esecutore di presentarla .
Il che determina che, anche in relazione alle procedure di emergenza, il proponente e l’esecutore possano -ma non debbano– coincidere (26.05.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIACosa accade quando il peso verificato nell'impianto a destinazione è inferiore a quello di partenza?
Il DM 01.04.1998 n. 145 consente alle aziende di trascrivere il peso “a destino”. Nell’allegato B del predetto decreto, peraltro, al punto 6) è prevista l’indicazione in “kg o litri” e il “il peso da verificarsi a destino”.
Apparentemente queste indicazioni potrebbero sembrare alternative.
Tuttavia, la circolare 04.08.1998, n. GAB/DEC/812/98, esplicativa sulla compilazione dei registri di carico/scarico dei rifiuti e dei formulari di accompagnamento dei rifiuti trasportati, al punto 1), lett. t), stabilisce: “alla voce “quantità”, casella 6, terza sezione, dell’allegato B, al decreto ministeriale n. 145/1998, deve sempre essere indicata la quantità di rifiuti trasportati. Inoltre, dovrà essere contrassegnata la casella relativa alla voce “Peso da verificarsi a destino” nel caso in cui per la natura del rifiuto o per l’indisponibilità di un sistema di pesatura si possano, rispettivamente, verificare variazioni di peso durante il trasporto o una non precisa corrispondenza tra le quantità di rifiuti in partenza e quelle a destinazione”.
Da questa formulazione si comprende come queste indicazioni non siano alternative, ma che occorre sempre indicare il peso inevitabilmente approssimativo ma indicato con competenza e prossimità in kg o litri ed eventualmente prescegliere anche l’opzione di verifica a destinazione, qualora ricorrano le condizioni prescritte dalla norma (assenza di sistema di pesatura in partenza).
Il fatto di avvalersi della possibilità di verificare il peso dei rifiuti trasportati presso il sito finale di destinazione non esime affatto dall’indicare comunque un peso indicativo all’atto di partenza dei rifiuti medesimi; peraltro, verosimilmente, il peso di partenza e quello di arrivo saranno differenti, o quantomeno le probabilità che lo siano sono estremamente elevate.
Tale possibilità sussiste nelle cause richiamate dalla norma e di seguito enunciate:
● non devono essere presenti sistemi di pesatura, rendendo quindi impossibile provvedervi;
● a natura dei rifiuti deve essere tale da consentire possibili variazioni nel peso stesso (circostanza che può verificarsi con riferimento ai rifiuti liquidi).
Quindi in conclusione, la presenza di una di queste due condizioni, giustifica la possibilità di procedere alla verifica del peso effettivo presso il luogo di destinazione dei rifiuti ed in quel modo potrà certamente riscontrarsi una difformità tra il peso dichiarato e quello successivamente accertato.
L’impianto di destinazione verificherà il peso, il quale, considerato quanto sopra, sarà quello facente fede (19.05.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIALa stampa dei registri tenuti in maniera informatica va effettuata in coincidenza con gli adempimenti temporali previsti per le annotazioni?
 L’art. 190, comma 6, del D.Lgs 152/2006 sancisce che i registri di carico e scarico siano gestiti secondo le modalità dei registri IVA.
Da ciò consegue che, nonostante il previgente sistema prevedesse la stampa, da effettuare sul modulo continuo, in coincidenza con il termine previsto per l’annotazione, il sistema attuale garantisce la possibilità, nei casi di tenuta informatica dei registri, di effettuare la stampa anche una sola volta all’anno e, tra l’altro, non necessariamente su modulo continuo, potendosi altresì utilizzare anche fogli formato A4.
Si chiarisce che, secondo la disciplina IVA la tenuta dei registri contabili (il registro di carico e scarico è assimilato ai registri contabili) con sistemi meccanografici è considerata regolare anche in mancanza della trasposizione su supporto cartaceo dei dati, a patto che al momento del controllo i dati risultino aggiornati su supporti magnetici e stampati contestualmente alla richiesta degli organi di controllo e in loro presenza.
La forma (o supporto) con il quale si tengono i registri riguarda le modalità di gestione che segue le regole IVA e, pertanto, ciò che conta non è la carta, ma il supporto magnetico e la stampa all’atto del controllo e su richiesta del controllore (12.05.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIASe un'azienda effettua un trasporto di rifiuti e il destinatario respinge il carico, cosa dovrà scrivere l'azienda nel formulario per giustificare il trasporto della quantità respinta?
Una lettura combinata dell’art. 193 del D.Lgs. 152/2006 e della Circolare n. Gab/Dec/812/98 lascia intendere che, qualora parte del carico sia stato respinto, il motivo del parziale rifiuto vada specificato nel formulario. Il destinatario dei rifiuti deve, infatti, indicare se il carico è stato accettato o respinto e, salvo il caso in cui sia stato respinto per intero, precisare la quantità di rifiuti ricevuta, corredata da data, ora e firma.
Il trasportatore dovrà registrare, nei tempi stabiliti per legge (almeno entro dieci giorni lavorativi dalla effettuazione del trasporto, ai sensi dell’ art. 190, comma 1, lett. b), del D.Lgs.152/2006), il movimento effettuato, riportando il peso realmente riscontrato all’arrivo dal destinatario. In virtù della necessità di attuare una reciproca integrazione tra registro di carico e scarico e formulario, si dovrà riportare nella voce “annotazioni” del registro, la notizia della parziale accettazione del carico e delle relative motivazioni addotte dal destinatario.
Nel caso in cui il carico fosse respinto per intero (ipotesi contemplata nella quinta sezione, casella 11, del formulario, in cui figura la voce “respinto per le seguenti motivazioni”), nonostante l’intero carico (e non solo una parte di esso) sia restituito al mittente, il trasportatore dovrebbe comunque effettuare la registrazione con le stesse modalità, riportando nello spazio relativo alla quantità dei rifiuti un peso pari a “0” Kg e specificando nelle annotazioni che il carico è stato interamente respinto a causa delle motivazioni addotte dal destinatario (12.05.2014 - link a www.ambientelegale.it).

PUBBLICO IMPIEGO: Oggetto: Richiesta avanzata da un comune concernente la disciplina dell’orario di lavoro dei dipendenti degli enti locali in relazione al cumulo di incarichi presso altre amministrazioni.
E’ stato chiesto se sia possibile svolgere l’attività lavorativa relativa ai predetti incarichi oltre le 48 ore settimanali previste dall’art. 4 del D.Lgs. 66/2003 come modificato dal D.Lgs 213/2004 e se sia legittima l’autorizzazione allo svolgimento di detti incarichi rilasciata al dipendente da parte del Sindaco senza che il segretario comunale, capo del personale, ne abbia conoscenza.

Con una nota una Prefettura ha trasmesso la richiesta di parere avanzata da un comune concernente la disciplina dell’orario di lavoro dei dipendenti degli enti locali in relazione al cumulo di incarichi presso altre amministrazioni.
In particolare, è stato chiesto se sia possibile svolgere l’attività lavorativa relativa ai predetti incarichi oltre le 48 ore settimanali previste dall’art. 4 del Dlgs 66/2003, come modificato dal D.Lgs. 213/2004, e se sia legittima l’autorizzazione allo svolgimento di detti incarichi rilasciata al dipendente da parte del Sindaco senza che il segretario comunale, capo del personale, ne abbia conoscenza.
Al riguardo, si fa presente che il predetto art. 4 nel disporre, al comma 1, che i contratti collettivi stabiliscono la durata massima settimanale dell’orario di lavoro (36 ore per i dipendenti degli enti locali) dispone, al successivo comma 2, che la durata media dell’orario non può in ogni caso superare, per ogni periodo di sette giorni, le 48 ore, comprese le ore di lavoro straordinario.
Ai fini di detta disposizione il comma 3 prevede che la durata media dell’orario di lavoro deve essere calcolata con riferimento a un periodo non superiore a quattro mesi. Inoltre, il comma 4 dispone che i contratti collettivi possono elevare il periodo di calcolo a sei mesi o anche a dodici a fronte di ragioni obiettive, tecniche o inerenti all’organizzazione. Per tale ultimo aspetto si evidenzia che sino ad ora i contratti non hanno introdotto alcuna specifica previsione. In caso di superamento, attraverso prestazioni di lavoro straordinario delle 48 ore di lavoro settimanale il comma 5 stabilisce che per le unità produttive con più di 10 dipendenti il datore di lavoro è tenuto ad informare, entro 30 giorni dalla scadenza del periodo di riferimento, la Direzione provinciale del lavoro-settore ispezione del lavoro competente per territorio.
Per la verifica della media quadrimestrale di 48 ore, il successivo art. 6, comma 1, esclude i periodi di ferie e i periodi assenza per malattia. L’esclusione nel calcolo del periodo di riferimento di tali periodi comporta, a parere dello scrivente, lo scorrimento del medesimo periodo relativo al solo lavoratore interessato di un numero di giorni pari alle assenze per detti periodi. Analoga esclusione viene disposta per le ore di lavoro straordinario tramutate in riposi compensativi nell’ambito del quadrimestre.
Inoltre, giova evidenziare che, come rilevato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali con circolare n. 8/2005, le richiamate disposizioni legislative non vietano prestazioni che superino, nell’arco di sette giorni, le 48 ore in quanto il periodo di riferimento sia un periodo più ampio della settimana e comunque non superiore a quattro mesi. Conseguentemente, nella settimana lavorativa si potrà superare il limite delle 48 ore settimanali purché vi siano settimane lavorative di meno di 48 ore in modo da effettuare una compensazione e non superare il limite delle 48 ore medie nel periodo di riferimento.
Stante quanto sopra si ritiene che il dipendente potrà chiedere l’autorizzazione allo svolgimento di incarichi presso altre amministrazioni rispettando il limite temporale secondo le condizioni sopra evidenziate. Tale richiesta dovrà essere rivolta al dirigente preposto all’Ufficio del personale, che curerà i successivi adempimenti (Ministero dell'Interno, parere 27.03.2014 - link a http://incomune.interno.it).

NEWS

CONDOMINIO: Il consumo non va «corretto». Con i contabilizzatori non vengono più usati i coefficienti in aumento. Riscaldamento. La nuova tecnologia impone l'adozione di un diverso calcolo di ripartizione delle spese.
Niente coefficienti correttivi per la ripartizione della spesa, a seguito dell'introduzione della contabilizzazione con il decreto legislativo del 04.07.2014 n. 102.
Infatti, per favorire il contenimento dei consumi energetici attraverso la contabilizzazione dei consumi individuali e la suddivisione delle spese in base ai consumi effettivi di ciascun centro di consumo individuale, per la corretta suddivisione delle spese connesse al consumo di calore per il riscaldamento, l'importo complessivo deve essere suddiviso in relazione agli effettivi prelievi volontari di energia termica utile e ai costi generali per la manutenzione dell'impianto, secondo quanto previsto dalla norma tecnica Uni 10200 e successivi aggiornamenti.
La prima osservazione è che la norma Uni Cti 10200 (l'ultima revisione è del febbraio 2013), nata con carattere volontario, è divenuta obbligatoria. Il legislatore non rimette però totalmente la definizione dei criteri della spesa all'Uni. Sono considerati «effettivi» i «prelievi volontari di energia termica utile», ovvero il calore che viene prelevato dai singoli termosifoni mediante azione sulla valvola termostatica. Sono inoltre considerati connessi alla contabilizzazione anche «i costi generali per la manutenzione dell'impianto».
Resta all'Uni (il quale ha delegato al Cti - Comitato Termotecnico Italiano) il compito tecnico di individuare come calcolare i prelievi volontari. Pertanto, nessuna funzione legislativa viene assegnata a un organismo diverso dalle Camere.
Deve quindi considerarsi non conforme alla legge il ricorso ai cosiddetti "coefficienti correttivi". Questi, ai fini del calcolo della quota per consumo volontario, tengono in considerazione le dispersioni di calore degli appartamenti in (presunta) posizione svantaggiata (come per gli appartamenti posti all'ultimo piano). È un parametro non previsto dalla legge che, invece, fa riferimento al solo prelievo di calore dai corpi scaldanti.
Si consideri che, quando i cittadini-condòmini si saranno abituati all'utilizzo delle valvole termostatiche, probabilmente l'impianto di riscaldamento svolgerà il proprio servizio in maniera totalmente difforme rispetto a quanto siamo abituati. Oggi, infatti, pensiamo all'utilizzo dell'impianto in condizioni standard, in cui, cioè, tutti gli appartamenti sono scaldati. In questa circostanza, risultano penalizzate le unità immobiliari in posizioni di maggior dispersione.
Domani, però, molti appartamenti (anche intermedi) potrebbero essere freddi in quanto poco o per niente utilizzati. Ne consegue che un appartamento in un piano intermedio oggi è scaldato da tutti i lati, mentre in futuro così potrebbe non essere. In una situazione di questo tipo appare insufficiente conteggiare le dispersioni del solo ultimo piano in quanto anche altri si possono trovare nella medesima situazione.
Del resto il concetto dei "consumi effettivi" è voluto dalla Direttiva Ue alla quale si dovranno adeguare tutti gli Stati Membri.
Va poi ricordato che la ripartizione della spesa effettuata in maniera difforme dai principi evidenziati e dalla norma Uni Cti 10200 prevede l'irrogazione di una sanzione amministrativa da 500 a 2500 euro, oltre alla nullità della delibera.
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Per l'impianto contatori o ripartitori. I sistemi adottabili. Due tecnologie per le diverse situazioni.
La «contabilizzazione» dei consumi individuali e la suddivisione delle spese in base ai «consumi effettivi» di ciascun centro di consumo individuale è diventata obbligatoria, entro il 31.12.2016, nei condomini e negli edifici polifunzionali. Questa importante novità può essere realizzata con due sistemi : contatori di calore oppure ripartitori.
Contatore di calore
Il contatore è un apparecchio che conta, ovvero misura tramite operazioni successive una determinata grandezza.
Come tutte le grandezze fisiche, ed in particolare come tutte altre grandezze e gli altri servizi (energia elettrica, gas, acqua, telefonia, eccetera) utilizzati negli edifici, il calore è suscettibile di essere misurato.
L'unità di misura del calore è il kWh (kilowattora) o la kCaloria (ora meno usata).
Nel caso degli impianti di riscaldamento, il vettore che trasferisce l'energia in un'unità immobiliare è l'acqua calda che arriva dalla caldaia ad una certa temperatura, cede calore all'ambiente e torna in caldaia a temperatura minore: per misurare il contenuto energetico che il fluido vettore lascia in un appartamento, bisogna misurare la portata Q (litri al secondo o al minuto) d'acqua circolante ed il salto di temperatura Dt °C , che questa subisce tra mandata e ritorno.
Lo schema di installazione del contatore di calore prevede che l'impianto di una singola unità immobiliare abbia una tubazione di ingresso (mandata) ed una tubazione di uscita (ritorno). Il contatore viene quindi collegato tra le due tubazioni e può così rilevare la portata circolante (componente volumetrica del contatore come se fosse un semplice contatore d'acqua) e la differenza di temperatura tra mandata e ritorno. Così si riesce ad ottenere la misura dell'energia che dipende sia dalla portata che dalla differenza di temperatura.
Ripartitore
I ripartitori dei costi di riscaldamento sono invece strumenti per «conteggiare» il calore emesso dai radiatori all'interno degli appartamenti (unità di consumo).
I ripartitori consentono solo la determinazione del consumo del calore di ogni radiatore come percentuale del consumo totale di un condominio o di un gruppo di utilizzatori.
Per la determinazione del calore totale è quindi necessario, misurare la quantità di combustibile consumato oppure la quantità di calore emesso (per esempio mediante un contatore centrale di calore). Il valore del consumo è un valore approssimato del calore emesso dalla superficie di un radiatore e consumato dall'utente nel periodo di conteggio.
Il valore di consumo è quindi un risultato che implica la conoscenza di alcune caratteristiche dei dispositivi di misura (ripartitori), della superficie dei radiatori e di altre condizioni, comprese le incertezze circa i fattori di valutazione e di montaggio
(articolo Il Sole 24 Ore del 09.09.2014).

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATAAscensori con meno limiti. Disabilità. Tra leggi e giurisprudenza.
Nella disciplina condominiale l'installazione degli ascensori negli edifici privati che ne sono ancora sprovvisti è stata oggetto di interventi contraddittori, ma l'applicazione più recente delle norme si mostra sempre favorevole anche per gli impianti realizzati all'esterno dei fabbricati.
Le sentenze, nei periodi più risalenti, rivelavano posizioni assai restrittive che però negli ultimi anni si sono capovolte. Adesso le decisioni sono quasi sempre a favore dei condomini che intendono realizzare l'opera.
La normativa, invece, ha subìto un processo inverso: dopo una fase iniziale di mancanza di disposizioni specifiche in cui si applicavano le norme codicistiche, è stato emanato un complesso di previsioni (contenute nella legge 13/1989) dirette a favorire, mediante varie misure, la realizzazione delle opere necessarie per eliminare le barriere architettoniche, fra cui si pongono innanzitutto gli ascensori.
Ma l'articolo 27 della legge di riforma 220/2012, dal 18.06.2013, ha aumentato la maggioranza prevista dal testo originario dell'articolo 2, comma 1, della legge 13/1989, secondo cui era possibile approvare le delibere relative ad innovazioni dirette ad eliminare le barriere architettoniche, adottate in assemblea di seconda convocazione, anche con un numero di voti che rappresentasse un terzo dei partecipanti al condominio e almeno un terzo del valore dell'edificio; invece, dopo la riforma, l'assemblea condominiale delibera con un numero di voti che rappresenti la maggioranza degli intervenuti e almeno la metà del valore dell'edificio, rendendo così più difficile, rispetto a prima, l'approvazione di queste delibere.
Va ricordato, però, che il diritto va applicato non solo sulla base delle specifiche disposizioni di ciascun settore, ma anche del coordinamento con le altre disposizioni legislative e coi principi dall'ordinamento. La disciplina giuridica sugli ascensori si dimostra allora meno penalizzante di quella che risulterebbe dalla applicazione della sola legge speciale (che pure era stata emanata proprio per ampliare le tutele). Infatti, le stesse norme del Codice civile consentono l'installazione di un ascensore anche da parte di un solo gruppo di condomini o di un unico condomino senza passare attraverso l'assemblea, grazie all'articolo 1102 del Codice civile, che consente a ciascun condomino di utilizzare e modificare le parti comuni per installare –però a sue esclusive spese– ascensori, servoscala e altri apparecchi simili nella tromba delle scale (Cassazione, sentenza 1781/1993).
E riguardo ai limiti all'installazione dell'ascensore, il pregiudizio lamentato da alcuni condomini della originaria possibilità di utilizzare le scale e l'andito occupati dall'impianto non viola il divieto posto dall'articolo 1120, comma 2, del Codice civile, quando risulta un godimento migliore della cosa comune, seppure diverso da quello originario (Cassazione, sentenza 4152/1994), anche perché è legittima ogni innovazione che, nel comportare utilità per tutti i condomini tranne qualcuno, determini per quest'ultimo un pregiudizio solo limitato e non intollerabile (Cassazione sentenza 20902/2010).
D'altra parte, in generale, i rapporti fra i condomini sono regolati dal principio di solidarietà condominiale, secondo cui la coesistenza di più appartamenti in un unico edificio implica il contemperamento dei vari interessi (Cassazione, sentenza 18334/2012) e, nella valutazione comparativa delle opposte esigenze (quella dei portatori di handicap a installare l'ascensore e quella degli altri condomini a continuare a fruire nella sua interezza della scala, che viene ristretta senza tuttavia diventare inservibile), prevale la prima in conformità ai principi costituzionali della tutela della salute (articolo 32) e della funzione sociale della proprietà (articolo 42) (Cassazione sentenza 2156/2012).
Neppure la disciplina sulle distanze determina limiti all'installazione dell'ascensore, dato che non opera per gli impianti indispensabili per una reale abitabilità dell'appartamento, salvi gli accorgimenti idonei ad evitare danni alle unità immobiliari altrui (Cassazione, sentenza 14096/2012), mentre gli ascensori esterni non ricadono sotto l'applicazione dell'articolo 3, comma 2, della legge 13/1989, che dispone sì l'obbligo di rispettare le distanze imposte dagli articoli 873 e 907 del Codice civile, ma solo fra edifici distinti, restando così escluso l'ambito condominiale (Cassazione, sentenza 10852/2014)
(articolo Il Sole 24 Ore del 09.09.2014).

APPALTI: Appalti, solidarietà in soffitta. Appaltatore salvo se il subappaltatore non paga le tasse. Il decreto sulle semplificazioni fiscali fissa cinque anni di controlli per le società zombie.
Addio alla responsabilità fiscale negli appalti. Le società in liquidazione, poi, saranno nel mirino del fisco per cinque anni dalla cancellazione dal registro delle imprese. La soglia per le comunicazioni black list è innalzata a 10 mila euro annuali dai 500 attuali e si allunga il tempo critico in cui una società è considerata in perdita sistemica da tre a cinque anni. Resta, infine, l'obbligo di indicare in dichiarazione i crediti vantati nei confronti della pubblica amministrazione.

Sono queste le modifiche suggerite da Camera e Senato che hanno trovato spazio nel decreto legislativo sulle semplificazioni fiscali pronto per essere approvato nel prossimo consiglio dei ministri, i cui contenuti ItaliaOggi è in grado di anticipare.
Società zombie. Nessun obbligo di dichiarazione nuovo ma per le società cancellate dal registro delle imprese ci saranno cinque anni di limbo fiscale. Cinque anni in cui il fisco potrà accertare, riscuotere e liquidare i tributi e contributi, sanzioni e interessi. La disposizione del dlgs sulle semplificazioni prevede infatti che per le ragioni di accertamento e controllo l'estinzione delle società ha effetto, non dal momento della cancellazione della società dal registro delle imprese, bensì trascorsi cinque anni dalla richiesta della cancellazione.
Non solo. È introdotta una responsabilità personale dei liquidatori che non adempiono all'obbligo di pagare con le attività della liquidazione alle imposte dovute. Questi soggetti, si legge nella norma, «rispondono in proprio del pagamento delle imposte» se non provano di aver soddisfatto i crediti tributari con precedenza.
Responsabilità solidale addio. L'abrogazione della responsabilità fiscale negli appalti trova casa nel decreto legislativo sulle semplificazioni fiscali. Due righe per cancellare i commi da 28 a 28-ter dell'articolo 35. La norma stabiliva che in caso di appalto di opere o di servizi, l'appaltatore avrebbe risposto in solido con il subappaltatore, nei limiti dell'ammontare del corrispettivo dovuto, del versamento all'erario delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente dovute dal subappaltatore all'erario in relazione alle prestazioni effettuate nell'ambito del rapporto di subappalto.
Resta però in capo al committente, all'interno delle norme della legge 276/2003, la responsabilità come sostituto di imposta in caso emergano situazioni di lavoro nero.
Scambio di informazioni Inps-Agenzia delle entrate. Per rafforzare le attività di controllo sul corretto adempimento degli obblighi fiscali sulle ritenute, l'Inps invierà all'Agenzia delle entrate mensilmente i dati relativi alle aziende e alle posizioni contributive dei dipendenti che la stessa Inps gestisce.
Società in perdita sistemica. Nuove regole sulle società in perdita sistematica subito in vigore. In deroga allo Statuto del contribuente, le disposizioni che riscrivono le regole sulle società apri e chiudi si applicano a decorrere dal periodo d'imposta in corso alla data di entrata in vigore dello stesso decreto. La norma amplia il periodo di criticità delle società in perdita fiscale. Cinque anni di perdite fiscali consecutivi invece dei tre attuali renderanno la società non operativa a decorrere dal successivo sesto periodo di imposta e non come attualmente previsto dal quarto.
Comunicazioni delle operazioni con i paesi black list. La comunicazione delle operazioni chiuse con paesi black list (paesi non collaborativi dal punto di vista fiscale) diventa annuale e cambiano gli importi. Gli operatori non dovranno più comunicare telematicamente all'Agenzia delle entrate tutte le operazioni intercorse di valore superiore ai 500 euro bensì quelle il cui importo complessivo annuale è superiore a 10 mila euro.
La disposizione con il nuovo adempimento e la nuova soglia si applica alle operazioni poste in essere nell'anno solare in corso alla data di entrata in vigore del provvedimento (articolo ItaliaOggi del 09.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Imballaggi sorvegliati speciali. Ora il Conai diventa incaricato di servizio pubblico. COLLEGATO AMBIENTE/La Camera sottopone il consorzio a vigilanza Minambiente.
Ancora una volta il legislatore riscrive le regole di funzionamento del Conai, il consorzio nazionale imballaggi. Succede col ddl collegato ambientale (Atto Camera 2093) nel testo per come modificato e approvato in Conmissione Ambiente di Montecitorio, la scorsa settimana (si veda ItaliaOggi di sabato).

Con un primo emendamento si rimette la vigilanza e il controllo sui consorzi al ministero dell'ambiente. Ciò lascia presumere che sia stata definitivamente accantonata la previsione inizialmente contenuta in una delle bozze del decreto Sblocca Italia (non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale), circolate prima del Cdm, che attribuiva le medesime competenze all'Authority sul gas e l'energia. Con un altro emendamento varato alla camera si afferma espressamente che il sistema Conai ha «un incarico di pubblico servizio».
Il Conai dovrà quindi sostituire i comuni inadempienti nella raccolta differenziata su richiesta del Minambiente. Cade quindi uno degli architravi del sistema Conai-consorzi che risale al 1997 (auspici allora i ministri Ronchi e Bersani) e cioè il legislatore fissa gli obiettivi e sta poi al sistema delle imprese organizzarsi su come raggiungerli. Ovviamente, fermo il potere dell'amministrazione di sanzionare i comportamenti scorretti: insomma un sistema evoluto di «commando and control».
Ma la stessa modifica contiene qualche elemento di contraddizione. Infatti, viene inoltre affermato che «L'attività dei Consorzi è sussidiaria e non può in alcun modo limitare le attività di soggetti che operano secondo le regole del mercato nel rispetto delle norme in materia di gestione dei rifiuti, e deve garantire il riciclaggio e il recupero dei rifiuti di imballaggio, con priorità per quelli provenienti dalla raccolta differenziata, indipendentemente dalle contingenti condizioni di mercato.»
Insomma, da una parte il sistema Conai diventa incaricato di pubblico servizio mentre dall'altra non deve limitare la concorrenza. Nulla viene fatto invece sulla privativa comunale sui rifiuti, questa si limitativa delle concorrenza dei soggetti provati. Viene, inoltre, previsto il sistema del vuoto a rendere su cauzione per gli imballaggi in vetro di birra e acqua minerale servite al pubblico da alberghi e residenze di villeggiatura, ristoranti, bar e altri locali pubblici; con il divieto di utilizzo di imballaggi non in vetro per la vendita di acque minerali e birra. Va ricordato che il sistema del vuoto a rendere è previsto dalla normativa vigente in materia di imballaggi, ma non è obbligatorio come prevederebbe questa modifica.
Insomma, in attesa degli sviluppi della discussione in aula e del parere delle commissioni, le modifiche approvate sembrano volte a caratterizzare l'attività consortile come pubblica, estendendone i compiti e la responsabilità dal ritiro, recupero e riciclaggio alla effettuazione della raccolta differenziata, sia pure in sostituzione dei comuni inadempienti. A questa si aggiunge l'ulteriore affermazione sulla libertà di concorrenza volta a favorire l'operatività dei sistemi autonomi (articolo ItaliaOggi del 09.09.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIAGestione rifiuti più qualificata. Al via verifiche periodiche sull'idoneità professionale. Dal 7 settembre operativa la riforma dell'Albo nazionale dei gestori ambientali.
Semplificazione delle procedure amministrative e spinta sulla qualificazione professionale degli operatori.

Queste, insieme alla razionalizzazione delle categorie d'attività e alla rivisitazione dei requisiti necessari per l'iscrizione, le parole d'ordine che informano la nuova organizzazione dell'Albo nazionale dei gestori ambientali, sancita dal dm Minambiente 03.06.2014, n. 120 (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 23.08.2014 n. 195).
Il nuovo regolamento dell'Albo cui devono iscriversi (ai sensi del dlgs 152/2006, cd. «Codice ambientale») i soggetti coinvolti nella raccolta e trasporto di rifiuti, esplica la sua efficacia dal 07.09.2014, data a partire dalla quale sostituisce la storica e omonima disciplina introdotta dal dm 28.04.1998 n. 406.
Nuove categorie d'attività. Fanno il loro esordio nell'Albo gestori tre nuove categorie d'iscrizione: la «3-bis», dedicata a distributori, installatori e centri di assistenza di apparecchiature elettriche ed elettroniche che ritirano i relativi rifiuti (cd. «Raee») e li gestiscono in via semplificata ex dm 65/2010; la «6», riservata alle imprese che effettuano il solo esercizio di trasporto transfrontaliero di rifiuti; la «7», destinata agli operatori logistici del trasporto intermodale di rifiuti.
In relazione ai gestori di Raee, è utile ricordare come la nuova disciplina di riferimento sia dal 12.04.2014 rappresentata dal dlgs 49/2014, provvedimento che ha (quasi integralmente) sostituito il precedente dlgs 151/2005 lasciando però in vita il dm 65/2010 che (già) prevedeva particolari regole da osservare per la gestione in modo semplificato dei rifiuti (ossia in deroga all'ordinario regime autorizzatorio) da parte dei citati operatori che provvedono a ritirarli dalla propria utenza.
Ciò che ne risulta è un'articolata disciplina semplificata per raccolta, deposito e trasporto dei Raee costituita dal combinato disposto delle norme previste dal nuovo dlgs 49/2014 e dal dm 65/2010. Disciplina che, seppur declinandosi in modo diverso sui singoli operatori coinvolti, sancisce per tutti l'obbligo di iscriversi (sempre in modo «semplificato», ossia tramite mera comunicazione) a un'apposita categoria dell'Albo gestori ambientali per il ritiro e la movimentazione dei tecno-rifiuti.
Ma con la rilevante eccezione (articolo 11, dlgs 49/2014) per cui il raggruppamento di grandi quantitativi di Raee è permesso ai distributori di Aee solo ove alla relativa movimentazione provvederà poi un operatore professionale iscritto all'Albo in via ordinaria. La nuova categoria di attività dedicata agli operatori del trasporto intermodale accoglierà invece i soggetti (ora obbligati anche alla parallela iscrizione al Sistri per il tracciamento telematico dei rifiuti) presenti presso stazioni ferroviarie, interporti e altri scali merci e ai qual sono affidati rifiuti in attesa della presa in carico da parte dei successivi trasportatori.
Requisiti soggettivi per iscrizione. A differenza della pregressa disciplina, le eventuali condanne per reati non impediranno l'iscrizione qualora siano decorsi almeno 10 anni dal passaggio in giudicato della sentenza, sia stata concessa la sospensione condizionale della pena e sia intervenuta l'estinzione del reato o sia stata ottenuta la riabilitazione. Ancora, la soggezione a stato di liquidazione o di procedura concorsuale (d'insolvenza) osterà solo in fase di prima iscrizione dell'azienda, ma non potrà costituire causa di cancellazione dall'Albo se intervenuta successivamente.
Procedure iscrizione e rinnovi. Dal punto di vista formale, domande e comunicazioni relative all'iscrizione dovranno essere inoltrate alle Sezioni competenti dell'Albo (quelle regionali o delle Province autonome nel cui territorio ha sede legale l'impresa) esclusivamente per via telematica mediante l'accesso all'apposito portale delle Camere di commercio.
E questo secondo un regime transitorio che permetterà alle sezioni locali ancora non «dematerializzate» di adeguarsi alla procedura telematica entro il settembre 2017. Dal punto di vista sostanziale, requisiti e condizioni generali per iscrizione (e rinnovi) potranno essere autodichiarati, fatta salva la necessità di produrre (invece) la prima e necessaria documentazione per idoneità tecnica e finanziaria, nonché per lo svolgimento di particolari attività di raccolta e trasporto rifiuti.
Variazioni. Modifiche di ragione sociale, sede legale, organi, trasformazioni societarie o cancellazioni effettuate presso il Registro delle imprese saranno da questo automaticamente trasmesse per via telematica alle competenti Sezioni dell'Albo senza dunque necessità di ulteriori comunicazioni da parte delle aziende. Così come i nuovi veicoli eventualmente acquisiti dalle imprese potranno essere immediatamente utilizzati previa semplice comunicazione della variazione all'Albo, e dunque senza dover attendere relative deliberazioni delle Sezioni locali.
Ancora, in caso di trasferimento della sede legale, sarà unico onere dell'azienda presentare domanda di variazione alla Sezione dell'Albo del territorio di destinazione, che provvederà in autonomia a tutte le modifiche amministrative del caso, compresa la cancellazione dalla Sezione di provenienza.
Responsabile tecnico. L'idoneità professionale dei soggetti nominati dalle imprese quali responsabili della corretta gestione dei rifiuti dovrà essere dimostrata all'Albo con il superamento di puntuali prove di verifica, e ciò sia in fase iniziale che con successiva cadenza quinquennale.
Per i soggetti che già svolgono il ruolo di responsabile tecnico alla data del 07.09.2014 l'appuntamento con la prima verifica coinciderà tuttavia solo con il primo rinnovo utile, secondo la tempistica che lo stesso Albo deciderà. Saranno però dispensati da tali esami i responsabili tecnici coincidenti con i legali rappresentanti legali delle imprese aventi provata esperienza nel settore (secondo i futuri criteri stabiliti dal Comitato nazionale dell'Albo).
Regime transitorio. In base al nuovo dm 120/2014 manterranno la loro validità iscrizioni e domande d'iscrizione all'Albo già in essere alla data del 07.09.2014, così come le garanzie finanziarie già prestate dai soggetti iscritti. Manterranno altresì efficacia le vigenti disposizioni adottate dal Comitato nazionale dell'Albo sulla base della pregressa disciplina (dunque: delibere e circolari compatibili con le nuove norme ministeriali), e ciò fino a quando non saranno superate da nuove regole adottate dallo stesso Organo (articolo ItaliaOggi Sette dell'08.09.2014).

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATAIl conteggio calore ai primi passi. Obbligo dal 2017 in tutta Italia - La Lombardia anticipa (ma senza sanzioni). Impianti di riscaldamento. Il decreto legislativo 102/2014 impone termoregolazione e contabilizzazione.
In Lombardia dal 1° agosto scorso sono obbligatorie le valvole termostatiche e i contabilizzatori di calore per gli impianti di riscaldamento centralizzato, anche se per ora i ritardatari non vengono sanzionati. Lo stesso obbligo scatterà nel resto di Italia, e dal 01.01.2017 gli impianti di riscaldamento centralizzati dovranno essere dotati di termoregolazione e contabilizzazione.
Anche se le scadenze non sono immediate, insomma, l'obbligo del "calore ripartito" è ormai inserito nella legislazione nazionale, anche per allinearsi agli obblighi europei.
Ma come ogni regola che si rispetti, anche quella appena posta dal Dlgs 102/2014 non vale per tutti. Restano esclusi dall'obbligo gli impianti autonomi (per i quali è sufficiente il rinnovo periodico del bollino blu) e quei sistemi dove «impedimenti di natura tecnica» renderebbero l'intervento complicato e oneroso.
Inoltre, nelle case nuove, in cui sono in funzione impianti a zone, la misurazione può avvenire anche attraverso l'installazione di contatori individuali, più performanti rispetto ai ripartitori montati sui singoli caloriferi. In tal caso, l'onere di installare il contatore spetta a chi eroga la fornitura del servizio di energia, che opera però sempre in seguito a una specifica richiesta in tal senso da parte del cliente finale.
L'obbligo e le eccezioni
Le novità discendono dal Dlgs 04.07.2014, n. 102, che recepisce in Italia la direttiva 2012/27/Ue. La norma è scritta in maniera controversa. L'articolo 9 (comma 5, lettera b) parte, infatti, dall'assunto che l'obbligo primario consiste nell'installazione di contatori individuali e solo dove «non sia tecnicamente possibile o efficiente in termini di costi» si debba ricorrere a «sistemi di termoregolazione e contabilizzazione del calore» (comma c). Letta in maniera testuale, cioè, parrebbe quasi che le termovalvole siano associate ai soli sistemi di contabilizzazione su radiatore e non ai contatori individuali.
Non è così. «Perché gli impianti più moderni –spiega Ettore Piantoni, coordinatore del gruppo di lavoro sui sistemi di gestione dell'energia del Cti–, che supportano l'installazione di contatori individuali, sono in genere inseriti in edifici dove ogni calorifero ha già la sua valvola in dotazione».
Aggiunge Fabio Bonalumi, presidente dell'Apim, Associazione periti industriali Milano: «La termoregolazione è ormai una prassi consolidata ai fini del risparmio energetico, capace di sfruttare gli apporti termici dovuti ai carichi interni e all'irraggiamento solare e di "equilibrare" situazioni in cui gli impianti termici non sono, per vari motivi, bilanciati dal punto di vista idraulico». Infine, è bene tenere presente che le valvole termostatiche sono il sistema di termoregolazione più diffuso, ma non l'unico esistente.
La scadenza del 2017 non scatta qualora vi siano «impedimenti di natura tecnica». È il caso, ad esempio, di case riscaldate da pannelli radianti obsoleti, dove ricostruire la pianta dei circuiti nei diversi ambienti e garantire la termoregolazione e contabilizzazione risulterebbe un'operazione complicata e onerosa.
Restano inoltre esclusi dall'obbligo anche gli impianti autonomi, per i quali è sufficiente eseguire i normali controlli di efficienza. Ma è bene ricordare che anche in caso di una singola villetta la termoregolazione è utile per "ottimizzare" il funzionamento dell'impianto, riducendo l'erogazione di calore per sfruttare i cosiddetti apporti gratuiti (sui lati più esposti al sole o nelle giornate più miti), aumentando così il risparmio energetico.
Lombardia e Piemonte
La Lombardia ha da tempo recepito la direttiva europea del 2012. Il risultato è che, solo su questo territorio, valvole termostatiche e ripartitori sono già obbligatori, appunto, dal 01.08.2014. Tuttavia, la Regione ha già ha chiarito che le eventuali sanzioni dovute alla mancata installazione potranno essere comminate solo dal 01.01.2017 per inadempimenti riscontrati a decorrere dalla stessa data.
In Piemonte, invece, altra Regione che si era portata avanti rispetto al Governo, il termine ultimo per le valvole –fissato al 01.09.2014– è stato prorogato al 31.12.2016.
L'installazione
La messa in opera dei dispositivi di termoregolazione e contabilizzazione individuale del calore è regolamentata, a livello nazionale, dalla legge sull'efficienza energetica n. 10/1991, secondo cui qualsiasi intervento sugli impianti di riscaldamento deve essere progettato a firma di un tecnico abilitato e iscritto ad albo professionale. Il progetto va inoltre depositato in copia presso il Comune competente.
Le sanzioni
Le sanzioni sono previste ma solo dal gennaio 2017. Chi non installerà le valvole termostatiche e i contabilizzatori di calore o le imprese di erogazione del servizio che non forniranno, laddove richiesti e possibili da applicare, contatori individuali, rischieranno da allora multe da 500 a 2.500 euro.
In Lombardia la sanzione potrà arrivare fino a 3 mila euro per ciascuna unità immobiliare
(articolo Il Sole 24 Ore dell'08.09.2014).

EDILIZIA PRIVATAPareti isolanti: bonus legati a limiti più severi. Come cambiano gli extraspessori.
Extra-spessori a scomputo e deroghe sulle distanze minime per chi realizza edifici nuovi o interviene su immobili esistenti, investendo in soluzioni che consentono un reale abbattimento dei consumi.
Non si tratta di una novità dell'estate. Tutte queste previsioni esistevano già ed erano inserite nel Dlgs 115/2008, che opera a livello nazionale (fatte salve le norme particolari che le Regioni e le Province autonome hanno varato negli anni sui singoli territori). Ora però il Dlgs 102/2014, sempre a livello statale e senza intaccare legislazioni particolari, è ritornato sul tema e ha riformulato le possibilità concesse. Chiedendo e imponendo un po' di più, in termini di prestazioni energetiche da raggiungere e da garantire.
La rivisitazione è racchiusa all'interno dei commi 6 e 7 dell'articolo 14 del Dlgs 102, che sostituiscono i commi 1 e 2 dell'articolo 11 del Dlgs 115/2008. Nel caso di fabbricati di nuova costruzione, non è considerato nei computi per la determinazione dei volumi, delle altezze, delle superfici e nei rapporti di copertura, lo spessore delle murature esterne, delle tamponature o dei muri portanti, dei solai intermedi e di chiusura superiori ed inferiori, eccedente i 30 centimetri, fino ad un massimo di ulteriori 30 centimetri (contro i 25 della precedente norma), per tutte le strutture che racchiudono il volume riscaldato e fino ad un massimo di 15 centimetri per i solai intermedi (in questo caso resta invariato). Il tutto a patto che si ottenga con il progetto una riduzione minima del 20% dell'indice di prestazione energetica previsto dal Dlgs n. 192/2005 (in precedenza, il tetto da raggiungere era il 10%).
Nel rispetto di questi limiti è, inoltre, permesso derogare a quanto previsto dalle normative nazionali, regionali o dai regolamenti edilizi comunali, in merito alle distanze minime tra edifici, a quelle dai confini di proprietà, a quelle minime di protezione del nastro stradale e ferroviario e alle altezze massime degli edifici, ma sempre nel rispetto delle distanze minime riportate dal codice civile.
Per chi, invece, affronta lavori di riqualificazione energetica di edifici esistenti, che comportano l'inserimento di maggiori spessori delle murature esterne (ad esempio quando si introduce un cappotto termico) e di elementi di chiusura superiori ed inferiori, scattano una serie di deroghe se si ottiene, come già era in passato, una riduzione minima del 10% dei limiti di trasmittanza previsti del Dlgs n.192/2005.
In particolare, è consentito derogare alle distanze minime tra edifici, a quelle dai confini di proprietà e a quelle di protezione del nastro stradale, nella misura massima di 25 centimetri (prima erano 20) per il maggiore spessore delle pareti verticali esterne. Così anche alle altezze massime degli immobili, nella misura massima di 30 centimetri, per il maggiore spessore degli elementi di copertura. La deroga può essere esercitata nella misura massima da entrambi gli edifici confinanti
 (articolo Il Sole 24 Ore dell'08.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTI SERVIZI: Il taglia-contratti esclude tutto il ciclo dei rifiuti. Spending review. Il decreto Irpef.
La facoltà, data agli enti locali dal Dl 66/2014 di ridurre del 5% gli importi dei contratti in essere riguarda anche quelli relativi ai servizi di igiene urbana? Per rispondere al quesito occorre leggere l'articolo 8, comma 8, insieme ai commi 7, 8 e 9 dell'articolo 47. Si tratta, infatti, di norme di finanza pubblica, che vogliono avere effetti di consolidato nazionale e non di generico risparmio. Se non fosse così, non sarebbe giustificata una revisione (quasi) unilaterale degli obblighi contrattuali.
Intanto va notato che in sede di conversione, degli ambiziosi tagli previsti dal comma 8, è rimasto solo questo intervento spot, cioè la possibilità di rinegoziare i contratti di fornitura di beni e servizi. E non si tratta tanto di uno sconto, quanto della possibilità di ridurre il contenuto di servizio, rimodulando la prestazione, e facendo salva la possibilità della controparte di recedere.
L'articolo 47 affianca l'articolo 8 e ne completa il quadro, evidenziando sia l'entità della riduzione di spesa che riguarda gli enti locali, sia la loro qualità, cioè puntualizzando cosa deve riguardare: l'articolo 47, comma 9, precisa che i risparmi devono rientrare in una lista di voci di spesa, di cui elenca i codici Siope. Tra questi non vi è il codice 1303 (Contratti di servizio per smaltimento rifiuti) e non certo per una svista: nella prima versione dell'Allegato A al decreto, infatti, il codice era previsto.
È solo il caso di rilevare che la voce di descrizione del codice 1303 può suscitare degli equivoci, visto che fa, letteralmente, riferimento a una fase del ciclo integrato dei rifiuti e non al suo complesso. Ci soccorre, in proposito, il glossario della Fondazione Ifel, secondo il quale in questa voce rientra tutto il servizio pubblico locale relativo al ciclo dei rifiuti, mentre ne restano esclusi solo i servizi strumentali di "pulizia". Anche la prassi degli enti locali conferma questa interpretazione.
C'è un altro elemento, importante, che depone a favore della non applicabilità di questi tagli, pur solo eventuali, al settore dei rifiuti, e che trova conferma nella struttura e nella logica stessa della Tari. La ragione è che, essendovi l'obbligo di finanziare la spesa con il tributo corrispondente, una sua riduzione non comporta un risparmio di spesa per la pubblica amministrazione: il Comune, in sostanza, non può appropriarsi del "risparmio" ma deve restituire l'importo ai cittadini.
Ancora, è bene ricordare che la norma di finanza pubblica non supera la disciplina speciale di settore e, pertanto, che un'eventuale modifica del contratto di servizio non potrebbe che conseguire da una procedura di revisione del piano economico finanziario, necessario per la determinazione della tariffa. E la riduzione di spesa non potrà essere applicata «per tutta la durata residua dei contratti medesimi», come prevede l'articolo 8, ma dovrà essere ridiscussa in sede di Pef, quando questo venga ripresentato.
Infine, dove le previsioni del testo unico ambientale sono state applicate, ed esistono quindi le Autorità di ambito, è chiaro che l'importo del contratto relativo al ciclo integrato dei rifiuti non è materia di competenza del singolo Comune (se non per le eventuali parti del servizio lasciate alla discrezionalità degli enti locali), ma dell'Autorità stessa. E sarebbe irragionevole pensare che il legislatore abbia immaginato una disposizione applicabile solo da alcuni enti locali.
Tutto ciò, ovviamente, non significa che dal settore dell'igiene ambientale non si possano pretendere risparmi ed una maggiore efficienza ma che questi debbano andare a vantaggio dei cittadini e non costituire forme surrettizie di finanziamento degli enti locali
(articolo Il Sole 24 Ore dell'08.09.2014 - tratto da http://rstampa.pubblica.istruzione.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGODirigenti a tempo solo con «gara». Decreto Pa. Regioni obbligate alla selezione pubblica fra i candidati.
La legge 114/2014, di conversione del Dl 90 sulla Pa, interviene superando le normative regionali contrastanti o comunque non in linea con i suoi principi in tema di nomina a dirigente degli esterni nelle Regioni.

La norma accoglie l'interpretazione già sostenuta dalla giurisprudenza maggioritaria e introduce l'obbligo di una selezione pubblica volta ad accertare il possesso di una comprovata esperienza pluriennale e una specifica professionalità nelle materie oggetto dell'incarico, con l'evidente necessità di predisporre avvisi per singole posizioni dirigenziali, anche di livello generale.
Già per la giurisprudenza, in applicazione dei canoni fissati dall'articolo 97 Costituzione, erano necessarie regole procedimentali atte a garantire le condizioni di un trasparente e imparziale esercizio dell'attività amministrativa, e finalizzate alla scelta del soggetto più adatto all'incarico da individuarsi previa esplicita motivazione riguardo ai citati requisiti, seppur in assenza di un obbligo comparativo fra i diversi aspiranti.
Viene meno la possibilità di predisporre elenchi dai quali attingere per le nomine dirigenziali, fattispecie in verità già dubbia alla luce della formulazione dell'articolo 19 del Dlgs 165/2001 che trova piena applicazione alle Regioni, come anche confermato dallo stesso legislatore che espressamente lo richiama nell'articolo 10, comma 3, della legge 114/2014, per come già fissato dalla Corte Costituzionale con la decisione 340/2010.
Con la nuova norma è infine possibile dare una lettura diversa del principio affermato dalla giurisprudenza, secondo la quale il solo esame dei curricula del personale dirigenziale interno in possesso dei titoli di base si rivela insufficiente a concretizzate le garanzie che l'ordinamento impone al fine di consentire una scelta dei soggetti esterni.
È trasfuso in norme, infatti, il principio giurisprudenziale secondo il quale solo nella fase di valutazione delle competenze e professionalità in capo ai soggetti interessati, quindi a valle della selezione pubblica, l'amministrazione è posta nella possibilità di valutare e individuare un esterno in luogo di un dirigente di ruolo, motivandone adeguatamente la scelta non solo in ordine agli obiettivi ma anche in relazione alle caratteristiche dei soggetti richiedenti.
La disposizione, infine, stabilisce nel massimo del 10% la percentuale di esterni puri acquisibili in base all'articolo 19, comma 6, del Dlgs 165/2001, confermando due importanti aspetti: la percentuale è al netto di quella inerente i dirigenti di altre Pa (comma 5-bis dell'articolo 19) per l'attivazione della quale, inoltre, non necessita alcuna dimostrazione di carenza interna: il comma in questione da nessuna parte impone la "preferenza" agli interni, stante la considerazione che lo spirito della norma in questione non è l'acquisizione di risorse e conoscenze esterne alla Pa (si tratta di dirigenti comunque di ruolo, assunti con concorso pubblico) ma quello di consentire un adeguato scambio di esperienze tra amministrazioni diverse, principio peraltro fatto proprio dal recente disegno di legge sulla Pa.
Va segnalato, infine, come per espressa disposizione del legislatore la norma si riferisce agli incarichi della medesima natura e soprattutto ad ogni disposizione normativa, anche di settore, assorbendo, quindi, le nomine dei dirigenti e delle funzioni dirigenziali di ogni livello, ivi comprese le nomine di coloro i quali svolgano funzioni di direzione degli enti strumentali, sollevando il dubbio che la stessa possa trovare applicazione anche agli incarichi di dirigente generale delle Asl, espressamente richiamate dal legislatore nazionale (articolo Il Sole 24 Ore dell'08.09.2014 - tratto da http://rstampa.pubblica.istruzione.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGORequisiti da definire nel regolamento. Nei Comuni. I margini di autonomia.
L'articolo 11, comma 1, della legge 114/2014 cambia le regole sui posti di responsabili dei servizi o degli uffici, di qualifica dirigenziale o di alta specializzazione. È sempre consentita la copertura con contratto a tempo determinato, purché previsto dallo Statuto dell'ente, e scompare la distinzione tra contratto di diritto pubblico e di diritto privato.
Nel demandare all'ordinamento degli uffici e dei servizi la quota dei posti di qualifica dirigenziale con contratto a tempo determinato, è fissato il tetto del 30% rispetto ai posti della stessa qualifica previsti nella dotazione organica. Per i posti di alta specializzazione previsti dallo Statuto, dalla norma non sembrano emergere limiti per i tempi determinati. In entrambi i casi bisogna provvedere con una selezione pubblica per accertare il possesso della comprovata esperienza «pluriennale» e della «specifica» professionalità nelle materie dell'incarico.
Per la selezione occorre definire nel regolamento i requisiti soggettivi (titoli di studio ed eventuali specializzazioni) e oggettivi (la durata dell'esperienza pluriennale) necessari, i criteri di valutazione eccetera. Occorre chiedersi se il termine «
procedura selettiva pubblica» integri la necessità di arrivare a una graduatoria finale vincolante, o se si possa fare una selezione senza i caratteri del concorso.
Diversamente, il termine indicherebbe un confronto comparativo ispirato a imparzialità, ragionevolezza e all'osservanza dei principi costituzionale del buon andamento (Consiglio di Stato nr. 2947/2013). Sembra questa la tesi preferibile, per cui non dovrebbe operare la riserva (articolo 63, comma 4, Dlgs 165/2001) in favore del giudice amministrativo
(articolo Il Sole 24 Ore dell'08.09.2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOPolizia locale in mezzo al mar. L'attività di indagine si estende alle acque territoriali. Per il ministero dei trasporti il comune può occuparsi anche di abusi sulla battigia.
Un comune marittimo può autorizzare la dispersione delle ceneri dei defunti in acqua oppure incaricare la polizia locale ad effettuare attività di indagine anche in mare aperto. Ma anche occuparsi di attività amministrative diverse sino al limite del mare territoriale come per esempio abusi edilizi o irregolarità urbanistiche.

Lo ha chiarito implicitamente la Direzione generale per la vigilanza sulle attività portuali del Ministero dei Trasporti con il parere 02.09.2014 n. 8800 di prot..
Il comune di Jesolo ha richiesto chiarimenti sulla competenza municipale nello specchio di mare antistante alla nota località turistica. In particolare alla burocrazia municipale interessava approfondire alcuni aspetti correlati alle buone pratiche amministrative come per esempio la correttezza di una determinazione finalizzata alla dispersione delle ceneri dei defunti in mare oppure inerenti alla competenza stessa dei vigili urbani durante i pattugliamenti salmastri sul bagnasciuga.
Ma problematiche potrebbero sorgere anche in riferimento alla regolarità di installazioni in mare aperto per il divertimento dei bagnanti oppure per attività comunque connesse alla competenza comunale in senso lato anche se esercitate in acqua. Basti pensare ai capanni da pesca e a qualsiasi manufatto realizzato al largo con caratteristiche di stabilità. Per quanto riguarda i limiti territoriali geografici a parere del ministero non sussiste alcun riferimento normativo positivo. Tuttavia è innegabile, prosegue la nota centrale, che il comune abbia e debba poter esercitare competenze e funzioni amministrative anche sul mare territoriale.
Come confermato dalla sentenza della Corte di cassazione sez. V civ. n. 13974 del 27.06.2005, prosegue il parere centrale, sull'intero territorio nazionale compreso il mare convivono e si esercitano i poteri dello stato contestualmente a quelli delle regioni e degli enti locali. In buona sostanza si deve necessariamente riconoscere dignità di territorio comunale al mare prospiciente la costa del comune sino al limite delle acque territoriali ovvero entro le 12 miglia dalla costa. Con tutte le conseguenze amministrative espresse e potenziali connesse (articolo ItaliaOggi del 06.09.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: Sull'ambiente pagano i comuni. Responsabilità contabile su abusi edilizi e differenziata. Ok in commissione alla camera il collegato alla legge di stabilità. Mozziconi, multe da 400.
Le pubbliche amministrazioni dovranno pretendere il pagamento delle sanzioni in caso di abusi edilizi. In caso di inadempienza saranno i dirigenti e funzionari locali inadempienti ad assumersene le responsabilità disciplinare e contabile, anche con decurtazioni dello stipendio.
Scatta poi la responsabilità contabile dei comuni per il mancato conseguimento degli obiettivi di raccolta differenziata. Chiunque butti mozziconi di sigaretta e di altri prodotti da fumo o gomme da masticare per terra, nelle acque, all'interno di edifici pubblici o aperti al pubblico e su veicoli di trasporto pubblico sarà punito con una multa, tra 50 a 400 euro.
E arriva un fondo italiano investimenti «green communities», finanziato per un miliardo di euro. Di cui almeno il 51% garantito dalla Cdp e almeno il 20% dal ministero dell'economia e delle finanze, sulla base delle risorse della programmazione Ue 2014/2020, e il resto allocato sul mercato. Il fondo è istituito dal Mef attraverso la Cdp.

Queste alcune delle novità contenute nel collegato alla legge di stabilità 2014, recante «disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell'uso eccessivo di risorse naturali», approvato in prima lettura (il 4 settembre scorso) dalla VIII commissione ambiente, territorio e lavori pubblici della camera.
Il testo votato dalla commissione in sede referente deve essere ora approvato dalla camera e poi andrà al senato. Il tutto a distanza di circa sei mesi dal deposito in parlamento del collegato ambientale.
Qualifica ambientale. Tra le novità introdotte in commissione, abbiamo l'introduzione di un piano per la qualificazione ambientale dei prodotti dei sistemi produttivi locali, i distretti industriali e le filiere che caratterizzano il sistema produttivo nazionale, con l'obiettivo di definire le azioni e le indicazioni tecniche e operative volte a migliorare le capacità competitive delle imprese per rispondere alla crescente domanda di prodotti sostenibili da parte dei consumatori finali e dei clienti intermedi di molti settori produttivi.
Il piano sarà adottato con decreto del ministro dell'ambiente di concerto con il ministro dello sviluppo economico, sentiti i ministri dell'economia e delle finanze e delle politiche agricole e forestali, entro 180 giorni dall'entrata in vigore della presente legge.
Green communities. Il ministero dell'economia e delle finanze, per il tramite della cassa depositi e prestiti, è autorizzato alla costituzione del «fondo Italiano investimenti green communities». Il fondo ha l'obiettivo di garantire una redditività adeguata del capitale investito, attraverso operazioni ed interventi di sostegno finanziario, diretto e indiretto, a favore delle imprese di piccole e medie dimensioni, nonché degli enti locali, ivi comprese le società da essi controllate c/o partecipate, per investimenti nel campo della green economy.
Con particolare riferimento a quelli interessanti i territori montani e rurali italiani, e con peculiare riguardo per il sostegno agli investimenti nel campo dell'innovazione, della ricerca e dello sviluppo nei territori a cosiddetto «fallimento di mercato» al fine di ammortizzare e annullare i deficit strutturali permanenti di tali territori.
Oil free zone. Al fine di promuovere su base sperimentale e sussidiaria la progressiva fuoriuscita dall'economia basata sul ciclo del carbonio, e di raggiungere gli standard europei in materia di sostenibilità ambientale, vengono istituite e promosse le «oil free zone».
Si intende per «oil free zone» un'area territoriale nella quale, entro un determinato arco temporale e sulla base di specifico atto di indirizzo adottato dai comuni del territorio di riferimento, si prevede la progressiva sostituzione del petrolio e dei suoi derivati con energie da fonti rinnovabili. La costituzione di tali aree viene promossa dai comuni interessati, per il tramite delle unioni di comuni (articolo ItaliaOggi del 06.09.2014).

CONDOMINIO: Sospesa l'utenza al condomino moroso. I giudici hanno stabilito che non c'è l'obbligo di riattivare la fornitura. Tribunale di Roma. Sotto esame il problema di servizi comuni con godimento separato in caso di mancati pagamenti.
La possibilità, per l'amministratore, di sospendere il condomino moroso dalla fruizione dei servizi comuni suscettibili di godimento separato in caso di mora nel pagamento dei contributi che si sia protratta per un semestre (articolo 63, comma 3, delle Disposizioni di attuazione del Codice civile), non è di facile attuazione, soprattutto quando si tratta della fornitura dell'acqua, della luce e del gas.

A Roma il Tribunale ha confermato, però, la sospensione decisa dall'azienda erogatrice.
Il contratto di erogazione dell'acqua, della luce e del gas, a favore del condominio o di persone, verso il corrispettivo di un prezzo, è un contratto di somministrazione (articolo 1559 del Codice civile) mediante il quale «se la parte che ha diritto alla somministrazione è inadempiente, e l'inadempimento è di lieve entità, il somministrante non può sospendere l'esecuzione del contratto senza dare congruo preavviso» (articolo 1565).
Pertanto l'ente erogante, in caso di morosità dell'utente, non dovrebbe sospendere la fornitura in assenza di una comunicazione scritta di preavviso e sarà invece legittima la sospensione se non venisse sanata subito dopo.
Sul problema è intervenuto il Tribunale di Roma (si veda anche il Tribunale di Brescia, ordinanza del 21.05.2014) il quale, con ordinanza del 27.06.2014, riformava l'ordinanza impugnata (e rigettava l'istanza avanzata dal condominio), con la quale era stato precedentemente ordinato all'ente somministrante di riallacciare e ripristinare in favore di un condominio l'erogazione del gas per l'intero stabile (servizio sospeso per morosità nel pagamento di alcune fatture e che aveva già subito una precedente sospensione), stante la natura del servizio e la mancata evasione della richiesta di voltura nominativa dell'utenza (originariamente intestata per errore a un singolo condòmino).
Il giudice di merito ha precisato che, in considerazione della permanente morosità «non sussiste un obbligo di riattivazione dell'utenza, né sussiste un obbligo a contrarre, stante la liberalizzazione del mercato» e che «il danno lamentato dal condominio corrispondente alle conseguenze derivanti dalla mancata voltura o attivazione di fornitura del gas per il riscaldamento» (l'utenza era infatti intestata per errore ad un condòmino) «si risolve in un mero pregiudizio economico, potendo dette problematiche essere agevolmente risolte mediante il pagamento della somma dovuta, di non rilevante entità, e in relazione alla quale non si è provata l'impossibilità o la grave difficoltà di pagamento».
Non sono mancate, però, in passato, opinioni contrarie, per le quali il diritto che con la sospensione del servizio si intende tutelare, in favore del Condominio, è puramente economico e, dunque, sempre riparabile, mentre per i fruitori del servizio la sospensione dell'erogazione dell'acqua, del riscaldamento, considerati servizi essenziali, contrasterebbe con l'articolo 32 della Costituzione che garantisce il diritto alla salute.
Occorre comunque ricordare che la nuova formulazione dell'articolo 63, comma 2, delle Disposizioni di attuazione afferma che, in caso di morosità, i creditori non possono agire nei confronti degli obbligati in regola con i pagamenti se non dopo l'escussione degli altri condòmini i cui dati devono essere forniti dall'amministratore se richiesti (articolo 63, comma 1)
(articolo Il Sole 24 Ore del 06.09.2014).

PUBBLICO IMPIEGO - VARI: Ferie regalabili ai colleghi. Ddl delega.
Giorni di ferie «in dono» ai colleghi che devono accudire un figlio malato.

È l'opportunità scaturita da un emendamento accolto ieri in commissione lavoro, a palazzo Madama, alla ripresa dell'esame del testo che completa il «Jobs act» (1428), dopo l'approvazione a maggio del decreto 34/2014 (convertito nella legge 78/2014).
A siglare l'iniziativa Emanuela Munerato della Lega nord che, in base a un principio di solidarietà fra il personale della medesima azienda, permette ai dipendenti, del pubblico e del privato, di regalare giorni di ferie a un altro addetto, affinché possa occuparsi «del figlio minore che», si legge nella correzione riformulata dal governo, «necessita di presenza fisica e cure costanti per le particolari condizioni di salute»; la cessione deve, comunque, avvenire «compatibilmente con il diritto ai riposi settimanali e alle ferie annuali retribuite». Una norma che, accettata dall'XI commissione, dovrà essere valutata dalla bilancio, descritta dalla parlamentare del Carroccio come simbolo di «grande civiltà, già stata adottata in Francia», e adesso pronta a vedere la luce anche nel nostro paese.
Quanto al resto del provvedimento, le questioni spinose, contenute nell'articolo 4, saranno sciolte nelle prossime sedute: in particolare, bisognerà prima risolvere le divergenze politiche nella maggioranza in merito alle modifiche allo Statuto dei lavoratori e all'articolo 18 che, com'è noto, prevede che i licenziamenti nelle aziende con almeno 15 dipendenti siano validi soltanto se avvenuti per «giusta causa, o giustificato motivo»; a chiederne a gran voce l'eliminazione il Ncd, di cui è esponente il presidente della commissione ed ex ministro Maurizio Sacconi, che invoca una delega ampia al governo per procedere al riordino dello Statuto.
Altro capitolo importante è, infine, l'introduzione del contratto a tempo determinato a tutele crescenti, «cavallo di battaglia» di Pietro Ichino (Sc) per stimolare le assunzioni soprattutto dei giovani, sostituendo le «rigidità» dell'attuale formula d'inquadramento «sine die» (articolo ItaliaOggi del 05.09.2014).

APPALTISulle cauzioni si fa chiarezza. Svincolo applicato anche ai servizi e alle forniture. APPALTI/ Indirizzi operativi nella determinazione dell'Authority n. 1 del 2014.
Norme in materia di cauzione provvisoria e definitiva all'esame dell'Autorità nazionale anticorruzione – Vigilanza contratti.

Con la determina 29.07.2014 n. 1 l'Authority ha fornito indicazioni operative volte al superamento di alcune problematicità riscontrate in ordine all'uso delle cauzioni di cui agli articoli 75 e 113 del Codice degli appalti.
L'Autorità nazionale anticorruzione, organismo che, con il dl 24/06/2014 n. 90, ha raccolto le competenze della soppressa Autorità per la vigilanza dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (Avcp), prima di affrontare le singole criticità fornisce un inquadramento generale della normativa inerente alle cauzioni. L'art. 75 del Codice degli appalti disciplina la fattispecie della cauzione provvisoria prevedendo che i concorrenti, come garanzia a corredo dell'offerta presentata, debbano rilasciare una cauzione pari al 2% dell'importo previsto a base di gara, da costituire in contanti o in titoli di debito pubblico o nella forma di fideiussione rilasciata da istituti bancari, assicurazioni o intermediari finanziari, iscritti nell'elenco speciale degli intermediari finanziari di cui all'art. 106 del dlgs 385/1993, che svolgono in via esclusiva o prevalente l'attività di rilascio di garanzie e che sono sottoposti a revisione contabile da parte di una società di revisione iscritta nell'albo previsto dall'art. 161 del dlgs 58/1998.
L'art. 113 del Codice degli appalti è relativo, invece, all'istituto della cauzione definitiva, che prevede l'obbligo dell'aggiudicatario, esecutore del contratto, di rilasciare una garanzia fideiussoria pari al 10% dell'importo contrattuale, percentuale di riferimento da maggiorare, secondo quanto previsto dall'art. 113, in caso di ribassi in sede di gara superiori alla soglia del 10%. Tale garanzia fideiussoria potrà essere rilasciata dai medesimi soggetti garanti sopra richiamati per la costituzione della cauzione provvisoria.
La cauzione definitiva è svincolabile con il progressivo avanzamento dell'esecuzione nel limite massimo dell'80% mentre il saldo secondo la normativa vigente. Le fideiussioni da rilasciare per la cauzione provvisoria e per la cauzione definitiva, dovranno prevedere espressamente la rinuncia al beneficio della preventiva escussione del debitore principale, la rinuncia all'eccezione di cui all'art. 1957, comma 2, del codice civile e l'operatività delle stesse entro 15 giorni a semplice richiesta scritta della stazione appaltante.
Le principali problematiche affrontate nella determinazione concernono l'uso dell'istituto della cauzione nei cosiddetti «settori speciali» (gas, energia termica, elettricità, acqua, trasporti, servizi postali, sfruttamento di area geografica) in quanto nell'art. 206 del Codice degli appalti, nell'elenco delle norme generali applicabili anche nei settori speciali, non sono espressamente menzionati i predetti articoli 75 e 113, lasciando così alle stazioni appaltanti, in sede di procedura di gara, una maggiore discrezionalità nell'eventuale richiamo alla normativa generale in materia di cauzioni.
Nell'utilizzo di tali norme sono emerse, infatti, alcune problematiche legate alla limitazione alle sole banche e assicurazioni come soggetti designati per il rilascio delle garanzie, alla richiesta di rating elevati per gli emittenti garanzie e alla richiesta di garanzie nella forma di «contratto autonomo di garanzia».
Riguardo alla tendenza, riscontrata in alcuni bandi di gara, di limitare i soggetti garanti alle sole banche e assicurazioni, motivata dalla maggiore affidabilità riconosciuta a tali operatori, e alla conseguente esclusione degli altri intermediari finanziari, l'Autorità pone l'accento su come tale affidabilità possa essere riconosciuta, come previsto per i settori ordinari, anche agli intermediari finanziari i quali sono ugualmente sottoposti al controllo della Banca d'Italia poiché iscritti nell'apposito elenco di cui all'art. 106 del dlgs 385/1993 e specificatamente autorizzati all'attività di rilascio delle garanzie da parte del Ministero dell'economia e delle finanze. Su tale punto, a fronte delle difficoltà rilevate dalle stazioni appaltanti nell'escussione della fideiussione rilasciate da alcuni intermediari finanziari, è consigliato, tuttavia, alle stazioni appaltanti di richiedere, nel caso di ricorso a intermediari finanziari, l'indicazione espressa nel modello di fideiussione degli estremi dell'autorizzazione ministeriale.
Riguardo al tema del rating, l'organo di vigilanza rileva come talune amministrazioni richiedano per la costituzione delle cauzioni provvisorie e definitive il rilascio della fideiussione da parte di operatori che abbiano un rating di lungo periodo uguale o superiore a determinati livelli stabiliti dalle note agenzie di certificazione internazionali. Tale orientamento, a giudizio dell'Authority, potrebbe avere effetti sulla concorrenza in quanto i soggetti abilitati al rilascio di garanzie che non hanno titoli negoziati nei mercati regolamentati potrebbero non disporre del rating assegnato sulla base degli standard di certificazione internazionale; in aggiunta, tale richiesta potrebbe limitare la partecipazione stessa alle gare per le difficoltà delle imprese nel reperire garanzie da parte di operatori in possesso di tale requisito.
La richiesta della forma del «contratto autonomo di garanzia», vale a dire un contratto di garanzia immediatamente escutibile e senza possibilità di opporre eccezioni al creditore, non condivisa dalle imprese di assicurazioni, appare, invece, del tutto ammissibile alla luce delle stesse norme del Codice degli appalti che nel definire espressamente le caratteristiche, in precedenza illustrate, della fideiussione di cui agli articoli 75 e 113, hanno proprio inteso configurare una garanzia autonoma per la tutela dell'interesse pubblico e delle stazioni appaltanti.
Un ultimo punto sviluppato nella determinazione riguarda lo svincolo progressivo, nel limite massimo dell'80%, della cauzione definitiva nel caso di appalti di servizi e forniture. L'Autorità, richiamandosi alla precedente deliberazione n. 85/2012 dell'Avcp, ritiene come il meccanismo di svincolo, previsto dell'art. 123 del Regolamento di attuazione ed esecuzione del Codice degli appalti unitamente all'art. 113, per gli appalti dei lavori sulla base della documentazione riguardante l'avanzamento degli stessi, possa essere operativamente applicato anche nei contratti di servizi e forniture. La stazione appaltante per i servizi e forniture potrebbe emettere, su richiesta dell'operatore, un'attestazione sullo stato di esecuzione del contratto analoga allo stato di avanzamento lavori, da presentare poi al soggetto emittente per lo svincolo parziale della garanzia fideiussoria (articolo ItaliaOggi del 05.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTIAppalti senza responsabilità solidale. Giro di vite sulle società liquidate: ex soci in campo per cinque anni per i mancati versamenti.
Delega fiscale. In arrivo il decreto del Governo sulle semplificazioni che cancella l'addebito automatico al committente delle ritenute non pagate.

Esclusione della responsabilità solidale negli appalti, "copertura" quinquennale con il capitale ripartito tra i soci a seguito di liquidazione della società per il mancato pagamento delle ritenute.
Potrebbe essere questo l'esito della "mediazione" in atto a livello governativo per dare il via libera a breve al decreto sulle semplificazioni che attuerà una parte importante della delega fiscale (legge 23/2014).
Sarebbe, invece, ancora in bilico la questione della responsabilità dei Caf e dei professionisti che ora si estende sino al punto di porre sulle spalle di questi ultimi l'onere del versamento delle imposte dovute dal contribuente assistito che ha (volontariamente o meno non importa) "barato" sugli importi da versare, magari sfruttando le detrazioni in maniera non corretta: il Governo sarebbe orientato a mantenere la responsabilità sulle spalle di Caf e professionisti (proprio per rendere il 730 precompilato una sorta di "pietra tombale" per il contribuente che non dovrà più preoccuparsi di nulla) ma i tecnici fanno osservare che la responsabilità fiscale, per dettato costituzionale, è «personale» e non può "migrare" sulle spalle di un soggetto che, peraltro, non ha prodotto il reddito poi tassato.
Un passaggio meno delicato potrebbe invece essere quello che riguarda il trattamento fiscale delle società tra professionisti, per le quali è pressoché certo che il Governo accetterà la via dello stralcio proposto dalla commissione Finanze del Senato; e questo in ragione del fatto che la norma contenuta nell'articolo 11 della legge 23, prevedendo che alle società tra professionisti costituite ex articolo 10 legge 183/2011 si applichi il regime fiscale delle associazioni senza personalità giuridica, ostacola di fatto la costituzione di Stp nella forma di Spa e cooperative creando, in particolare, una contraddizione fra regole fiscali (principio di cassa) e regole contabili (principio di competenza), duplicando gli adempimenti e rendendo più difficili i controlli. Il risultato sarebbe quello, come si legge nel parere della commissione, di rendere «non conveniente la partecipazione al socio non professionista», prefigurando di fatto «una disciplina innovativa e diversa rispetto a quella, pur controversa, in essere». Spazio, in materia societaria, alla previsione che la società si considera non operativa se in perdita per cinque anni e non per tre.
Così come, in materia di reti di impresa, l'obbligo di redigere e depositare il bilancio relativo all'attività di rete di impresa, fermo per le reti-soggetto, non si applicherà, diversamente da quel ora accade, alle reti prive di personalità giuridica (le cosiddette "reti contratto"), per le quali ai fini sia fiscali che civilistici, le singole imprese rimangono soggetti giuridici autonomi.
E proprio la difficoltà a trovare la quadra sulle questioni controverse sta dettando i tempi del percorso attuativo della delega per quel che riguarda l'impianto delle semplificazioni, che, a ogni modo, dovrebbe vedere la luce entro settembre. Specie se, come pare, sta prendendo piede, in fatto di responsabilità solidale negli appalti, l'ipotesi di modificare la normativa vigente escludendo la responsabilità solidale del committente per le ritenute fiscali. In compenso, si starebbe facendo strada l'ipotesi di responsabilità quinquennale dei soci di società liquidata sempre in fatto di versamento all'Erario di trattenute effettuate al dipendente
(articolo Il Sole 24 Ore del 05.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIANuove domande per l'Aia entro lunedì 8 settembre. Ambiente. La scadenza per l'Autorizzazione integrata.
Scade domenica 7 settembre il termine entro il quale i gestori di installazioni per la prima volta soggette ad Aia devono presentare alla Regione (o alla Provincia) la richiesta di Autorizzazione integrata ambientale. La cadenza domenicale del termine si ritiene consenta il soddisfacimento dell'obbligo entro lunedì 8 settembre.
Così le autorità competenti potranno concedere l'Aia entro il previsto termine del 07.07.2015 che è anche la data finale entro la quale i nuovi obbligati possono continuare le attività con le vecchie autorizzazioni. L'esercizio di attività compresa nel citato allegato VIII condotto in assenza di Aia è punito con arresto fino a un anno o con ammenda da 2.500 a 26mila euro. Le pene si raddoppiano in caso di scarico idrico di sostanze pericolose o di gestione di rifiuti pericolosi.
L'obbligo scaturisce dall'articolo 29, comma 2, Dlgs 46/2014 che ha ampliato notevolmente la platea degli obbligati ad Aia ed ha anche corretto profondamente la parte seconda del "Codice ambientale" (Dlgs 152/2006). I gestori interessati a questa prima importante scadenza sono quelli delle installazioni esistenti dove si svolgono attività che il Dlgs 46/2014, per la prima volta, ha inserito nell'allegato VIII alla parte seconda, titolo III-bis, del "Codice ambientale".
Per la nuova disciplina è «esistente» l'installazione che «al 06.01.2013, ha ottenuto tutte le autorizzazioni ambientali necessarie all'esercizio» (o sono state presentate richieste complete) o il provvedimento positivo di compatibilità ambientale, purché essa sia entrata «in funzione entro il 06.01.2014».
Tra i nuovi chiamati figurano nuove attività del comparto industriale (ad esempio gassificazione o liquefazione combustibili diversi dal carbone in installazioni con potenza termica nominale totale pari o superiore a 20 mw; produzione ossido di magnesio in forni con capacità di produzione oltre 50 mg al giorno; fabbricazione mangimi) e di gestione rifiuti (recupero, anche in combinazione con lo smaltimento, di rifiuti non pericolosi con una capacità superiore a 75 mg al giorno mediante trattamento in frantumatori di rifiuti metallici, compresi i Raee e i veicoli fuori uso).
Per le installazioni già soggette ad Aia, invece, si ricorda che il concetto di procedura amministrativa di rinnovo è stato superato da quello dell'aggiornamento delle autorizzazioni; infatti, il nuovo articolo 29-octies, Dlgs 152/2006 stabilisce che l'autorità competente riesamina periodicamente l'Aia, «confermando o aggiornando le relative condizioni» e individua modi termini del riesame. Fino alla nuova pronuncia, il gestore continua l'attività in base all'Aia in suo possesso (comma 11).
Molte le criticità e, in attesa dell'atto di indirizzo del Minambiente, frutto del Coordinamento ministero, Regioni e Province, alcune Regioni si sono portate avanti con atti interpretativi a sostegno delle amministrazioni locali e delle imprese che sono in affanno, soprattutto in caso di prima richiesta entro il 7 settembre. E' il caso, ad esempio, della Lombardia (circolare n. 6 del 04.08.2014) e delle Marche (Dgr n. 983 del 07.08.2014). Gli aspetti trattati sono molti; si ricordano: riesame, relazione di riferimento, transcodifica dei rifiuti e chiarimenti sulla nozione di frantumatori di rifiuti metallici e sulla definizione di "scorie e ceneri".
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In sintesi
01 | L'APPUNTAMENTO PER L'OBBLIGO
Scade domenica 7 settembre il termine entro il quale i gestori di installazioni per la prima volta soggette ad Autorizzazione integrata ambientale devono presentare a Regione, o alla Provincia, la richiesta. Il 7 cadrà di domenica, quindi si può considerare che l'obbligo slitta lunedì 8 settembre
02 | LE SANZIONI E LE PENE PREVISTE
L'esercizio di attività condotto in assenza di Aia è punito con arresto fino a un anno o con ammenda da 2.500 a 26mila euro. Le pene raddoppiano in caso di scarico idrico di sostanze pericolose o di gestione di rifiuti pericolosi
03 | CERTIFICAZIONE E NUOVI DESTINATARI
I gestori interessati a questa prima importante scadenza sono quelli delle installazioni esistenti dove si svolgono attività che il Dlgs 46/2014, per la prima volta, ha inserito nell'allegato VIII alla parte seconda, Titolo III-bis, del "Codice ambientale". Tra i nuovi chiamati figurano attività del comparto industriale e di gestione rifiuti
04 | INSTALLAZIONI GIA' SOGGETTE ALL'AIA
Per le installazioni già soggette ad Aia, invece, il concetto di procedura amministrativa di rinnovo è stato superato da quello dell'aggiornamento delle autorizzazioni. Fino alla nuova pronuncia, il gestore continua l'attività in base all'Aia in suo possesso
 (articolo Il Sole 24 Ore del 04.09.2014).

APPALTIRegolarità, conta la data dell'autocertificazione. Nota sulle verifiche per chi partecipa a gare di appalto.
La regolarità contributiva autocertificata da un'impresa partecipante a una gara di appalto va verificata nel momento in cui è stata resa l'autocertificazione.

Lo precisa l'Inps nel messaggio 02.09.2014 n. 6756, spiegando che il ministero del lavoro non intende recepire la sentenza del Tar Veneto n. 486/2014, la quale ha invece ha ritenuto che anche a tale verifica possa applicarsi il termine di 15 giorni assegnato per la regolarizzazione in ogni altro tipo di Durc.
No alla sentenza del Tar Veneto. La questione riguarda, dunque, il momento in cui l'amministrazione è tenuta a verificare se la regolarità autocertificata da un'impresa, nell'ambito della partecipazione a bandi pubblici, sia realmente sussistente o meno. Il Tar Veneto, in particolare, ha ritenuto che la disciplina del preavviso di accertamento negativo sia generalizzato per tutti gli enti preposti al rilascio del Durc, con l'attivazione del procedimento di regolarizzazione (tramite appunto il preavviso) prima dell'emissione di qualsiasi tipologia di Durc. Con la conseguenza che la condizione di regolarità, anche per la verifica di autodichiarazione, deve sussistere alla scadenza del termine di 15 giorni assegnato per la regolarizzazione.
Il ministero del lavoro resta invece di diverso avviso. Spiega infatti l'Inps che, con nota prot. n. 14591/2014, ha precisato che «in assenza di un più uniforme orientamento giurisprudenziale, gli Istituti possono continuare ad operare come di consueto effettuando una verifica della regolarità contributiva alla data di presentazione della autodichiarazione». Ed ha aggiunto che «nuove modalità procedurali potranno essere adottate a seguito dell'emanazione del decreto previsto dall'art. 4 del decreto legge 20.03.2014 convertito dalla legge 16.05.2014, n. 78, in fase di definizione».
«Debiti» da precisare sempre. Relativamente al Durc emesso con «scoperture contributive» (ai sensi dell'art. 13-bis, comma 5, del dl n. 52/2012), inoltre, l'Inps precisa che il certificato di regolarità contributiva (Durc) deve riportare «sempre la quantificazione del debito e la data in cui lo stesso è stato accertato per consentire all'amministrazione pubblica di ottemperare all'obbligo di attivazione dell'intervento sostitutivo».
La questione riguarda la possibilità per gli istituti previdenziali e le casse edili di emettere il Durc anche in presenza di certificazione di uno o più crediti resa dalle amministrazioni statali attestanti la sussistenza e l'importo di crediti certi, liquidi ed esigibili almeno pari agli oneri contributivi accertati e non ancora versati. In questi casi il Durc deve sempre riportare nel campo note: l'indicazione che il rilascio avviene in attuazione della norma del dl n. 52/2012; i dati identificativi della «Richiesta Durc» prodotta tramite la Piattaforma per la Certificazione dei Crediti; l'importo disponibile evidenziato nel certificato dopo l'attivazione della funzione «Verifica la capienza per l'emissione del Durc»; l'importo del debito contributivo accertato nei confronti del contribuente.
La precisazione della scopertura debitoria facilita alla pubblicazione amministrazione l'attivazione dell'intervento sostitutivo (atto obbligatorio), fissando la liquidazione all'impresa di un importo al netto della scopertura medesima (articolo ItaliaOggi del 03.09.2014).

EDILIZIA PRIVATA: Salta il regolamento edilizio unico. Esce dal decreto sblocca-Italia anche la limitazione all'autotutela della Pa su Scia e Dia.
Il pacchetto semplificazioni per l'edilizia esce ridimensionato di alcuni pezzi pregiati nella riscrittura e messa a punto del testo definitivo del decreto legge sblocca-Italia. Sono uscite dal provvedimento, in particolare, due delle norme di sburocratizzazione più importanti e innovative: il regolamento edilizio unico standard per tutti gli 8mila comuni che avrebbe dovuto prevedere norme e definizioni tecniche omogenee sul territorio nazionale dando un punto di riferimento unico agli enti locali e la limitazione a un termine temporale di sei mesi o un anno del potere di autotutela della pubblica amministrazione nel caso di progetti presentati con Dia (Denuncia di inizio attività) o Scia (Segnalazione certificata di inizio attività).
Il testo rimpalla in queste ore fra il Dagl (Dipartimento affari giuridici e legislativi) di Palazzo Chigi, la Ragioneria generale a Via XX settembre e gli uffici legislativi dei ministeri interessati, a partire da quello delle Infrastrutture. La previsione è che il testo abbia bisogno almeno di un paio di giorni di lavoro ancora prima di salire al Quirinale.
Colpisce il via-vai di norme che ancora riguarda parecchi punti del testo. Ne fanno le spese così anche norme della prima ora, largamente condivise. La norma sul regolamento edilizio unico avrebbe superato di fatto lo spezzatino comunale attuale e avrebbe anche accorpato le norme tecniche edilizie con quelle igienico-sanitarie. La proposta arrivava originariamente dal Consiglio nazionale degli architetti ed era stata fatta propria subito dalle prime bozze di Palazzo Chigi. L'obiezione riguarderebbe i poteri delle Regioni, ma chi ha seguito i lavori da vicino garantisce che una soluzione giuridicamente soddisfacente era stata trovata.
La norma sulla limitazione temporale del potere di autotutela della Pa avrebbe dato maggiore certezza soprattutto ai progetti dei lavori in casa, eliminando la spada di Damocle con cui la pubblica amministrazione può sempre intervenire in autotutela annullando il progetto di un privato cittadino, anche ben oltre i sessanta giorni che devono intercorrere per Scia e Dia dal momento della presentazione della dichiarazione all'inizio dei lavori.
Anche queste norme vanno ad accrescere le fila delle disposizioni via via eliminate dalle bozze del decreto legge sblocca-Italia: dalle norme sulle società partecipate dagli enti locali alla riconferma nel 2015 dell'ecobonus 65% per risparmio energetico e prevenzione antisismica che slitta alla legge di stabilità.
Resta, invece, nel decreto legge la norma-simbolo della semplificazione proposta dal ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi: prevede che basti la sola comunicazione al comune - senza più bisogno di Dia, Scia o permesso per costruire - per tutte le opere di manutenzione straordinaria, comprese quelle sulle parti strutturali dell'edificio che oggi sono escluse. La semplificazione è allargata anche ai lavori che modificano il carico urbanistico e al frazionamento o accorpamento di unità immobiliari, purché non si modifichi la destinazione d'uso. Resta, sempre proposto da Lupi, anche il bonus fiscale per chi acquista da un costruttore un'abitazione nuova o ristrutturata, a condizione che venga destinata per otto anni all'affitto a canone concordato.
Nel decreto legge è prevista una deduzione Irpef del 20% sul valore dell'immobile acquistato, ma la spesa agevolabile è stata ridotta a 300mila euro rispetto alle prime bozze. In compenso, alla somma può concorrere anche l'acquisto di più di una abitazione. Non è ancora stata trovata la copertura ma anche il premier Matteo Renzi ha fatto pressing sul ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, perché effettivamente venga trovata.
Resta nel testo anche il permesso di costruire convenzionato rilasciato con modalità semplificata proposto da Lupi. Sono soggetti alla stipula della convenzione la cessione di aree anche al fine di utilizzo di diritti edificatori, la realizzazione di opere di urbanizzazione, le caratteristiche morfologiche degli interventi, la realizzazione di interventi di edilizia residenziale
(articolo Il Sole 24 Ore del 03.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTIAppalti, salta il débat public. Niente consultazione popolare nel Ddl delega approvato dal Governo. Lavori pubblici. Tra i criteri resta quello della riforma del sistema di qualificazione delle imprese e delle Soa.
Semplificazione e sburocratizzazione. Accesso delle Pmi al mercato. Maggiore coinvolgimento dei privati nel finanziamento delle opere. Istituzionalizzazione delle lobby. Revisione del sistema di qualificazione delle imprese per la partecipazione alle gare.
Sono questi i cardini del Ddl sul recepimento delle direttive europee in materia di appalti pubblici, concessioni e settori esclusi che il Governo ha approvato venerdì scorso. Scorrendo i criteri della delega si individua chiaramente la direzione nella quale andrà il nuovo Codice. E la novità più interessante è che il testo uscito dal Cdm ha fatto una vittima illustre: il débat public, la partecipazione attiva dei territori nei processi decisionali legati alle opere strategiche, è stato cassato.
Nelle bozze delle scorse settimane, infatti, compariva la «promozione di un adeguato livello di partecipazione delle popolazioni dei territori interessati nel processo decisionale finalizzato alla realizzazione delle opere strategiche e, comunque, delle opere di notevole impatto e rilevanza, anche antecedentemente rispetto alla partecipazione istituzionale da parte dell'ente pubblico». In altre parole, si tratta di un sistema di regole, mutuato dall'esperienza avviata dalla Francia a metà degli anni Novanta, per coinvolgere le comunità locali nella realizzazione delle infrastrutture sin dalle prime battute. Ed evitare così che si replichino casi come quello dell'Alta velocità Torino-Lione. Il riferimento al débat public, però, nella versione finale del testo è stato cancellato, a sorpresa. Il Governo, insomma, avrebbe cambiato orientamento sull'idea di introdurlo.
Per il resto, il testo ribadisce la necessità di ridurre le stazioni appaltanti e razionalizzare la loro attività. E apre alla «revisione del sistema di qualificazione degli operatori economici in base a criteri di omogeneità e trasparenza». L'epoca delle società di attestazione private (Soa) pare destinata a chiudersi, dopo gli scandali degli ultimi mesi. Mentre si dovrebbe aprire un periodo nel quale i privati saranno più coinvolti nel finanziamento delle opere: la delega parla di «razionalizzazione ed estensione delle forme di partenariato pubblico privato».
Altro tema evocato in diversi punti è quello della semplificazione. Si parla di «riduzione degli oneri documentali a carico dei soggetti partecipanti e semplificazione delle procedure di verifica da parte delle stazioni appaltanti». Oltre alla «razionalizzazione dei metodi di risoluzione delle controversie alternativi al rimedio giurisdizionale». Tutto questo si lega, ovviamente, alla maggiore «trasparenza e pubblicità delle procedure di gara» e al «miglioramento delle condizioni di accesso al mercato per le piccole e medie imprese e per le imprese di nuova costituzione». Tra l'altro, il maggiore coinvolgimento delle Pmi è uno degli obiettivi strategici delle direttive europee.
Infine, per la prima volta in Italia il disegno di legge avvia un processo che dovrebbe portare a regolare la presenza delle lobby nei processi decisionali di realizzazione delle opere. Si parla infatti della «definizione di un quadro regolatorio volto a rendere trasparente la partecipazione dei portatori qualificati di interessi». Il ruolo dei gruppi di pressione potrebbe essere finalmente formalizzato
(articolo Il Sole 24 Ore del 03.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTI: Appalti pubblici: istruzioni confermate. Il chiarimento dell'Istituto. Dopo la pronuncia del Tar Veneto.
I Durc per la verifica di autodichiarazione (articolo 38, comma 1, lettera i, del Codice dei contratti pubblici) continueranno ad essere definiti sulla base della situazione contributiva riferita alla data in cui l'interessato ha reso la dichiarazione con cui attesta l'assenza di violazioni gravi in materia di contributi, accertate in via definitiva. Resta ferma la valutazione di uno scostamento non grave (regolamentato dall'articolo 8, comma 3 del Dm 24.10.2007).
Lo afferma l'Inps nel messaggio 02.09.2014 n. 6756, in cui l'istituto di previdenza precisa, altresì, che se in corrispondenza della data di rilascio dell'autodichiarazione, viene accertata la condizione di irregolarità, l'invito a regolarizzare nei 15 giorni successivi (valido per tutti gli altri tipi di Durc) non può valere per la verifica della stessa autodichiarazione.
La puntualizzazione dell'Inps arriva dopo l'emanazione della sentenza 486/2014 con cui il Tribunale amministrativo regionale per il Veneto si è espresso a favore della generalizzazione dell'obbligo –per gli enti che rilasciano il Durc– di attivare il procedimento di regolarizzazione mediante l'emanazione del preavviso di accertamento negativo.
L'Inps, tuttavia, si discosta dal contenuto della sentenza, supportato in tal senso anche da un parere del ministero del Lavoro che, sul punto, ha chiarito che, in assenza di un più uniforme orientamento giurisprudenziale, gli istituti possono continuare (come hanno fatto finora) ad effettuare una verifica della regolarità contributiva alla data di presentazione della autodichiarazione.
L'unica eccezione riguarda il rilascio del Durc alle aziende che hanno dei debiti nei confronti degli istituti previdenziali e assicurativi nonché verso le Casse edili ma che, contemporaneamente, vantano crediti nei riguardi delle pubbliche amministrazioni.
In questo caso la richiesta del Durc eseguita avvalendosi della «Piattaforma per la certificazione dei crediti» deve essere sempre antecedente o almeno contestuale alla data dell'autodichiarazione di cui sopra
(articolo Il Sole 24 Ore del 03.09.2014).

EDILIZIA PRIVATA: Ristrutturazioni senza più lacci. Più appartamenti con meno costi e meno autorizzazioni. DECRETO SBLOCCA ITALIA/Sforbiciata agli oneri urbanistici e alla burocrazia.
Liberalizzazione in campo edilizio. Anche i lavori che comportano la variazione del carico urbanistico di un immobile potranno essere considerati normali opere di manutenzione straordinaria, purché l'originaria destinazione d'uso venga mantenuta. Ciò significa che non ci vorrà alcun permesso a costruire da parte dell'ufficio tecnico del comune o dello sportello unico dell'edilizia. E, in seconda battuta, che non si pagherà il contributo di costruzione, né alcun altro relativo onere di urbanizzazione salvo che la regione non preveda specifica norma in proposito. Inoltre, non sarà più necessario acquisire il permesso a costruire per gli interventi di ristrutturazione edilizia che comportino aumento di unità immobiliari.

Il decreto sblocca Italia cambia la definizione di opera di manutenzione straordinaria. Oltre ai lavori oggi previsti dal Testo unico dell'edilizia (art. 3, comma 1, lettera b, del dpr 380/2001), che non danno alcuna possibilità di alterare i volumi e le superfici delle singole unità immobiliari, si legge nella bozza di dl, saranno considerati attività di manutenzione straordinaria anche «gli interventi consistenti in frazionamento o accorpamento delle unità immobiliari, con esecuzione delle opere anche se comportano la variazione del carico urbanistico».
Non solo. Sarà considerata attività di edilizia libera anche l'opera di manutenzione straordinaria che non comporti né aumento di unità immobiliari, né modifica del carico urbanistico derivante da un cambio di destinazione d'uso. Dunque per questo genere di lavori in costruzione non occorrerà più alcun titolo abilitativo.
Arriva, inoltre, un nuovo strumento nel panorama edilizio, che il decreto sblocca Italia chiama «Interventi di conservazione». Si tratta di una sorta di nuovo regolamento urbanistico che consente ai comuni di individuare tutti quegli immobili privati non più in regola con il piano regolatore e favorire la loro ristrutturazione, bypassando gli oneri burocratici ed economici dell'esproprio. Come? Una volta individuati gli immobili, per ipotesi quelli di un centro storico, il comune potrà proporre ai legittimi proprietari di investire nella loro riqualificazione. In cambio ne otterranno benefici, attraverso forme di compensazione. Quali, per esempio, l'esenzione dai tributi locali. Ma, nelle more dell'attuazione del nuovo piano conservativo, il comune potrà vietare ai proprietari degli immobili interventi di tipo redditizio, quali la demolizione e la successiva ricostruzione degli stessi edifici. Il proprietario potrà al massimo eseguire interventi di tipo conservativo e la demolizione sarà consentita solo quando ricorrano ragioni di tipo statico o igienico-sanitario.
Non è finita. Il decreto sblocca Italia interviene anche in fatto di costruzioni in deroga agli strumenti urbanistici esistenti. Includendo in questo alveo anche le ristrutturazioni edilizie e urbanistiche in aree industriali dismesse, purché gli interventi siano considerati di interesse pubblico. Per questo genere di interventi il dl ammette esplicitamente la richiesta di permesso a costruire in deroga alle destinazioni d'uso.
Altra novità riguarda i termini di validità del permesso a costruire. Per esso, il Testo unico dell'edilizia prevede la possibilità di una proroga della scadenza entro cui devono partire i lavori. In particolare, il termine di inizio lavori può slittare se l'opera è particolarmente complessa o quando si tratti di un'opera pubblica il cui finanziamento è spalmato a cavallo di più esercizi. Bene, il decreto sblocca Italia introduce anche una sorta di proroga «automatica» dei termini di inizio e ultimazione lavori, che la p.a. dovrà comunque accordare «qualora i lavori non possano essere iniziati o conclusi per fatto dell'amministrazione o dell'autorità giudiziaria». Cioè, per esempio, quando i lavori vengano bloccati dal mancato arrivo del finanziamento o del permesso pubblico, o per pronuncia o sospensiva di un Tar.
Corsia di favore anche per il contributo per il rilascio a costruire, previsto dal testo unico per l'edilizia. Nei casi di interventi complessi di trasformazione urbana, il decreto sblocca Italia prevede uno sconto. Esso sarà dovuto solo in relazione al costo di costruzione. Le opere di urbanizzazione, invece, saranno a totale carico dell'operatore privato, che ne resterà proprietario.
Ogni comune sarà chiamato ad aggiornare i parametri che concorrono alla definizione degli oneri di urbanizzazione. Accanto agli indicatori già previsti (tra cui le caratteristiche geografiche del comune e la destinazione d'uso della zona) il comune dovrà affiancarne un altro: la realizzazione di un sistema di incentivi differenziati, che favorisca le costruzioni nelle aree a maggiore densità di costruito e le ristrutturazioni, disincentivando le nuove costruzioni.
Altro sconto sui costi di costruzione viene quindi previsto per gli interventi di ristrutturazione edilizia, per come attualmente disciplinati dal Testo unico. Tra questi, va ricordato, sono compresi i lavori di ripristino o sostituzione di elementi costitutivi dell'edificio. Ma anche l'eliminazione, la modifica e l'inserimento di nuovi elementi e impianti. Bene, in base al dl per questo genere di lavori, i comuni possono deliberare che i costi di costruzione relativi siano più bassi rispetto a quelli applicati per le nuove costruzioni.
E uno sconto al contributo di costruzione arriva anche per gli interventi di ristrutturazione, recupero e riuso degli immobili dismessi o in via di dismissione. Il decreto sblocca Italia prevede che quest'onere sia tagliato di almeno il 20% rispetto a quanto previsto per le nuove costruzioni; ma i comuni (entro tre mesi dall'entrata in vigore del decreto) dovranno definire i criteri e le modalità per rendere effettivo lo sconto.
Il decreto sblocca Italia interviene, quindi, sulla tempistica relativa al procedimento di rilascio dei permessi a costruire, consentendo il raddoppio dei tempi previsti per i progetti più complessi.
Sono, inoltre, facilitate (come anticipato da ItaliaOggi di sabato scorso) le varianti ai permessi di costruire. Ma solo se conformi alle prescrizioni urbanistiche e capaci di non configurare variazioni essenziali; per queste basteranno una denuncia di inizio attività e la comunicazione della variante a fine lavori.
Infine, il decreto sblocca Italia inserisce nell'ordinamento edilizio due nuovi istituti: il mutamento d'uso urbanisticamente rilevante e il permesso di costruire convenzionato:
1) in particolare, sarà considerata «urbanisticamente rilevante» in termini di destinazione d'uso ogni forma di utilizzo dell'immobile o di un'unità immobiliare che comporti un cambio di categoria funzionale tra le quattro elencate:
- residenziale e turistico-ricettiva;
- produttiva e direzionale;
- commerciale;
- rurale.
In merito, il dl aggiunge però che, salvo diverse disposizioni regionali, «il mutamento di destinazione d'uso all'interno della stessa categoria funzionale è sempre consentito». E avverte che, per destinazione d'uso, bisogna considerare «quella prevalente in termini di superficie utile».
2) Il comune potrà rilasciare un permesso a costruire convenzionato, in modalità semplificata, quando le esigenze di urbanizzazione vengano soddisfatte nell'ambito di una convenzione che preveda l'assunzione da parte del privato (o del soggetto attuatore della convenzione) di specifici obblighi di interesse pubblico, al fine di conseguire il rilascio del titolo edilizio (articolo ItaliaOggi del 02.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATABonus fiscali per la casa. Sgravi per antisismica e fonti rinnovabili. DECRETO SBLOCCA ITALIA/ Riproposti pure gli ecoincentivi auto.
Un pacchetto di bonus fiscali sulla casa. Ai fini Irpef arrivano detrazioni ad hoc del 50% per interventi antisismici e per l'installazione di impianti basati sull'impiego di fonti rinnovabili che migliorino la prestazione energetica dell'edificio. Sconti tributari pure per chi acquista o ristruttura un immobile per poi concederlo in locazione a canone concordato. Ed è sempre quella fiscale la leva scelta per stimolare la riqualificazione dei fabbricati che consumano più energia: le società che li comprano da privati per trasformarli in edifici di classe energetica A o B e poi rivenderli potranno risparmiare sulle imposte d'atto.

È quanto prevede la bozza del decreto Sblocca Italia varata venerdì scorso dal consiglio dei ministri (ancora suscettibile di modifiche).
Detrazioni Irpef. Nessuna proroga per il momento al bonus ristrutturazioni potenziato, che dall'attuale 50% dovrebbe scendere al 40% nel 2015. Dalla disciplina ordinaria, definita dall'articolo 16-bis del Tuir, vengono sfilate tre tipologie di lavori: realizzazione di autorimesse e posti auto pertinenziali, interventi antisismici e installazione di impianti a fonti rinnovabili. Mentre la prima viene eliminata, le altre sono destinatarie di due nuove agevolazioni dedicate, in vigore dal prossimo anno.
Miglioramento sismico. A essere beneficiati saranno gli interventi realizzati sulle parti strutturali degli edifici. Lo sgravio Irpef varierà tra il 50 e il 65% dei costi sostenuti, in relazione al livello di rischio sismico del fabbricato che sarà fissato con decreto dal ministero delle infrastrutture. Il tetto di spesa su cui calcolare l'aiuto potrà arrivare a 60 mila euro per unità immobiliare.
Miglioramento energetico. In caso di installazione di impianti «green» (per esempio pannelli solari o mini-eolico) la detrazione del 50% potrà essere calcolata su un massimo di 96 mila euro. Tale beneficio, al pari di quello sul rischio sismico, seguirà le stesse regole già vigenti per il bonus ristrutturazione, a cominciare dalla fruizione in 10 quote annuali da far valere in dichiarazione dei redditi. Resta da definire la cumulabilità delle due nuove forme agevolative con quelle già previste dall'articolo 16-bis del Tuir (possibile l'utilizzo di un tetto di spesa unico di 96 mila euro).
Compra e affitta. Arriva un aiuto fiscale per i cittadini che acquistano immobili residenziali per poi concederli in locazione a prezzo concordato per almeno otto anni. L'agevolazione resterà in vigore fino al 31 dicembre 2017. Potranno accedervi, oltre alle persone fisiche non esercenti attività commerciale, le coop edilizie e i soggetti del terzo settore. Il beneficio consisterà in una deduzione dall'Irpef del 20% di quanto pagato per comprare o realizzare l'immobile.
Quest'ultimo dovrà essere accatastato come abitazione non di lusso (escluse quindi le categorie A/1, A/8 e A/9) e appartenere alla classe energetica A o B. Il tetto di spesa non potrà superare i 300 mila euro: il recupero fiscale massimo sarà quindi pari a 60 mila euro in otto anni, ossia 7.500 euro annui. Locatore e locatario non potranno essere legati da rapporti di parentela di primo grado. Previsto un decreto interministeriale Infrastrutture-Economia per l'attuazione.
Rottamazione immobili «energivori». Agevolazioni fiscali in vista per quanto riguarda le cessioni di unità abitative a bassa prestazione energetica. Nelle vendite effettuate da privati a favore di società immobiliari si applicheranno le imposte di registro, ipotecaria e catastale in misura fissa. Ciò avverrà a una condizione: l'impresa deve dichiarare nel rogito che intende ritrasferire l'immobile entro cinque anni dalla data di acquisto e solo dopo aver effettuato interventi di recupero tali da fare ottenere al cespite una classe energetica A o B. Se la ristrutturazione riguarda un singolo appartamento, il requisito si intenderà soddisfatto in caso di riduzione del fabbisogno energetico pari almeno al 50%.
Il mancato rispetto di tale vincolo comporterà il recupero delle imposte proporzionali da parte dell'Agenzia delle entrate, maggiorate degli interessi e delle sanzioni (pari al 30%). Il meccanismo opera anche in caso di permuta nei confronti di imprese di costruzione per l'acquisto di fabbricati nuovi o ristrutturati: in tale ipotesi al privato acquirente spetta un ulteriore sgravio Irpef.
Ecoincentivi. Rimodulati gli ecoincentivi sulle auto per il biennio 2014-2015. L'aiuto dello stato a chi rottama un veicolo inquinante e lo sostituisce con un altro nuovo a basse emissioni potrà essere inferiore a quanto originariamente previsto dal dl n. 83/2012. L'impianto normativo delle agevolazioni resta invece confermato (articolo ItaliaOggi del 02.09.2014).

APPALTI: Niente gare negli appalti urgenti. Scuole, post-sisma e alluvioni: affidamento diretto. DECRETO SBLOCCA ITALIA/ Le misure del provvedimento in materia di contratti.
Possibile l'affidamento dei lavori in via diretta, senza gara, fino a 200.000 euro e con gara informale fino a 5 milioni per interventi di messa in sicurezza degli edifici scolastici, di mitigazione dei rischi idrogeologici e di adeguamento antisismico dichiarati urgenti dalla stazione appaltante; previsti affidamenti in house per progettazione ed esecuzione di interventi di mitigazione del rischio idrogeologico, senza apertura alla concorrenza; modifiche per le concessionarie autostradali nazionali che intendono unificare tratte contigue, con possibile allungamento della durata della concessione.

Sono queste alcune delle novità contenute nella bozza del decreto legge «Sblocca Italia» approvato il 29 agosto, successivamente rimaneggiata e ridotta a 51 articoli (dai 100 iniziali) e ancora alla presidenza del Consiglio per le ultime modifiche.
Dalla complessiva e complessa operazione di restyling del testo sono uscite penalizzate diverse disposizioni di interesse per il settore degli appalti quali per esempio il rinvio a gennaio 2015 del sistema di verifica dei requisiti dei concorrenti alle gare di appalto pubblico (AVCpass), che quindi rimane operativo ed efficace (ormai dallo scorso primo luglio). Stessa sorte è toccata alle norme di semplificazione dei piccoli lavori (per la fascia di importo 200.000/1.000.000 di euro) e per le disposizioni che introducevano l'elenco dei progettisti gestito dalla presidenza del Consiglio per le progettazioni delle piccole opere. Di interesse è la norma che semplifica e snellisce gli interventi per gli edifici scolastici, il rischio idrogeologico e l'adeguamento antisimico: in queste ipotesi si considererà di «estrema urgenza» ogni «situazione conseguente ad apposita ricognizione da parte dell'Ente interessato che certifica come indifferibile l'intervento» e si potrà accedere a una serie di semplificazioni.
Il tutto sarà possibile per la messa in sicurezza di edifici scolastici (ma anche per nuovi edifici sostitutivi di quelli non più idonei sotto il profilo ambientale, di sicurezza), per interventi di mitigazione dei rischi idraulici e geomorfologici e per l'adeguamento alla normativa antisismica. La semplificazione e l'accelerazione procedurale (sempre nel rispetto dei principi Ue di tutela della concorrenza) si articola in numerose modifiche al codice dei contratti pubblici.
In primo luogo non sarà obbligatorio sospendere la stipula del contratto in caso di ricorso al Tar; se poi i lavori sono di importo inferiore alla soglia comunitaria, le stazioni appaltanti potranno prescindere dalla richiesta della garanzia a corredo dell'offerta (la cauzione provvisoria del 2%).
Semplificate anche le norme sulla pubblicità dei bandi di gara: per questi lavori di estrema urgenza gli avvisi e i bandi non dovranno essere pubblicati anche sui quotidiani, ma basterà la pubblicazione sul sito informatico della stazione appaltante.
Previsto anche il dimezzamento dei termini ordinari per la ricezione delle domande di partecipazione e delle offerte e invito a presentare offerte rivolto ad almeno tre operatori economici. Per i lavori di estrema urgenza di messa in sicurezza degli edifici scolastici di ogni ordine e grado è consentito l'affidamento diretto da parte del responsabile del procedimento fino a 200.000 euro. Da 200.000 a 5 milioni di euro le stazioni appaltanti potranno utilizzare la gara informale con invito rivolto ad almeno cinque operatori economici.
Forte spinta sugli affidamenti a società in house per le attività di progettazione ed esecuzione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico: se per tali interventi sono stati siglati accordi di programma con le regioni, i presidenti delle regioni potranno avvalersi, sulla base di apposite convenzioni per la disciplina dei relativi rapporti, di società in house delle amministrazioni centrali dello stato dotate di specifica competenza tecnica.
Sarà poi tutto da vedere l'impatto economico di questa norma che consente affidamenti al di fuori di logiche di concorrenza e di mercato per lavori e progettazioni, senza alcun limite di importo. Per le concessioni autostradali, con la finalità di assicurare gli investimenti sulla rete e di arrivare a tariffe e condizioni di accesso più favorevoli per gli utenti, si consentirà ai concessionari di tratte autostradali nazionali di proporre modifiche del rapporto concessorio che portino alla gestione unitaria di tratte «interconnesse, contigue, ovvero tra loro complementari».
I lavori, le forniture e i servizi di importo superiore alla soglia comunitaria dovranno comunque essere affidati nel rispetto della procedure ad evidenza pubblica previste dal codice dei contratti pubblici (articolo ItaliaOggi del 02.09.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

CONDOMINIO: L'amministratore paga i danni. La Cassazione ha definito gli obblighi di custodia e di attenzione. Responsabilità civili e penali. Chi gestisce un condominio può essere chiamato a rispondere di persona.
Alla carica di amministratore di condominio sono legate tutta una serie di possibili conseguenze, sia in ambito di responsabilità civile (verso terzi o verso gli stessi condomini) che in ambito di responsabilità penale.
Tali possibili conseguenze sono via via cresciute nel tempo, di pari passo con il costante evolversi della figura dell'amministratore così come chiarito dalla Corte di cassazione con due successive decisioni: la prima (22840/2006) che nell'ammettere in via definitiva la possibilità di affidare l'amministrazione condominiale a persone giuridiche si è basata sulla constatazione che «da qualche tempo l'incarico viene conferito a professionisti esperti in materia di condominio e in grado di assolvere alle numerose e gravi responsabilità ascritte all'amministratore dalle leggi speciali», e la seconda (25251/2008) che ha fissato i canoni della responsabilità personale dell'amministratore nel modo che segue: «A tale figura il codice civile e le leggi speciali imputano doveri ed obblighi finalizzati ad impedire che il modo di essere dei beni condominiali provochi danni a terzi. In relazione a tali beni l'amministratore, in quanto ha poteri e doveri di controllo e poteri di influire sul loro modo di essere, si trova nella posizione di custode (...). Questi allora deve curare che i beni comuni non arrechino danni agli stessi condomini o a terzi, come del resto riconosciuto dalla giurisprudenza allorché ha considerato l'amministratore del condominio responsabile dei danni cagionati dalla sua negligenza, dal cattivo uso dei suoi poteri e, in genere, di qualsiasi inadempimento dei suoi obblighi legali o regolamentari».
Da tale nuovo inquadramento corrisponde ora un quadro in cui la fonte di responsabilità dell'amministratore nei confronti dei condòmini è il contratto di mandato conferito al momento dell'accettazione dell'incarico: qualora anche senza colpa grave (essendo l'incarico non gratuito) l'amministratore, nel venir meno ai propri obblighi contrattuali, causi un danno ai condòmini, ne dovrà rispondere personalmente. Per esempio, quando non abbia eseguito una delibera assembleare (Cassazione, sentenza 7103/2013), se da tale omissione sia derivato un danno ai condòmini, oppure per aver eseguito una delibera che non andava eseguita in quanto contraria alla legge.
Per "salvarsi" da azioni personali di responsabilità che i condòmini gli possono rivolgere, in sostanza, l'amministratore deve esercitare il proprio mandato nel pieno rispetto delle norme di legge. Ponendo particolare attenzione nel rimuovere prontamente le situazioni pericolose, relative alle parti comuni dell'edificio, dalle quali potrebbe derivare un danno a terzi (o agli stessi condòmini).
Si pensi alla domanda proposta dai genitori di un minore direttamente nei confronti dell'amministratore per la presenza nel cortile condominiale «all'altezza di un metro dal piano di calpestio, di vetri con la superficie tagliente che costituivano una pericolosissima insidia» (Cassazione, sentenza 24804/2008). Così, un amministratore condominiale è stato ritenuto personalmente responsabile, nei confronti del terzo danneggiato (Cassazione, sentenza 25251/2008) dai danni derivati «dalla negligente omissione delle necessarie riparazioni al lastrico solare decise in delibera assembleare e non attuate dall'amministratore».
Da ultimo, il nostro Codice penale non prevede una figura di reato propria dell'amministratore di condominio: a lui tuttavia possono riferirsi una serie di fattispecie penali relative alla attività svolta. È il caso, per esempio del reato di ingiurie o di diffamazione, del quale è stato ritenuto colpevole l'amministratore che aveva inviato a tutti i condòmini una lettera ove veniva evidenziata la morosità di uno di loro.
Altro reato nel quale può imbattersi l'amministratore, in quanto custode del bene condominiale, è quello previsto dall'articolo 677 del Codice penale, che sanziona il proprietario di un edifico o di una costruzione «ovvero chi per lui è obbligato alla conservazione o alla vigilanza» che «ometta di provvedere ai lavori necessari per rimuovere il pericolo». Come è accaduto (Cassazione, sentenza 34147/2012) per una condanna per lesioni colpose gravi causate a un cliente della farmacia posta nello stabile condominiale dall'omesso livellamento della pavimentazione.
Da ultimo, si segnala la recente sentenza della Cassazione 31192/2014 (si veda il Sole 24 Ore del 26 agosto scorso), che ha ritenuto penalmente responsabile l'amministratore di condominio che a incarico finito, nonostante l'ordine in tal senso del Tribunale, non aveva consegnato al nuovo amministratore i conti e le carte condominiali
 (articolo Il Sole 24 Ore del 02.09.2014).

GIURISPRUDENZA

PUBBLICO IMPIEGO - VARIAssenze «tattiche», sì al licenziamento. Cassazione. Scarso rendimento.
Confermato il licenziamento di un lavoratore assenteista "tattico" anche se non ha superato i giorni massimi previsti dalla legge.
Ieri la Corte di Cassazione ha depositato la sentenza 04.09.2014 n. 18678 che affronta un argomento di costante attualità nel mondo del lavoro: quello della conciliazione tra esigenze produttive e organizzative dell'impresa con le assenze per malattia dei lavoratori, soprattutto quando queste ultime si caratterizzano per la brevissima durata (pochi giorni per ciascuna assenza) e siano «a macchia di leopardo».
Nel caso affrontato dalla Corte il lavoratore è stato licenziato poiché –come risultato dalle deposizioni dei colleghi di lavoro all'esito dell'istruttoria svolta nei precedenti gradi di giudizio– era solito comunicare le assenze per malattia «all'ultimo momento»; peraltro, di norma, gli eventi morbosi si manifestavano «quando doveva affrontare il turno di fine settimana o il turno notturno» con conseguente «difficoltà, proprio per i tempi particolarmente ristretti, di trovare un sostituto».
Una condotta che si commenta da sé e che, con tutta evidenza, ha causato gravissime disfunzioni per l'organizzazione produttiva dell'impresa datrice di lavoro.
Confermando la correttezza della sentenza resa in appello, i giudici di legittimità escludono, innanzitutto, la fondatezza della tesi del lavoratore, secondo cui il recesso doveva essere censurato poiché egli non aveva superato il periodo di comporto, previsto dall'articolo 2110 del Codice civile ovvero dalla contrattazione collettiva applicabile.
Evidenzia, infatti, la sentenza che «le assenze del lavoratore, dovute a malattia, vengono in rilievo sotto un diverso profilo», poiché «per le modalità con cui (...) si verificavano (...) le stesse davano luogo a una prestazione lavorativa non sufficientemente e proficuamente utilizzabile dalla società, rivelandosi la stessa inadeguata sotto il profilo produttivo e pregiudizievole per l'organizzazione aziendale così da giustificare il provvedimento risolutorio».
Sì che la Corte si concentra sul concetto di «scarso rendimento», vale a dire sulla conseguenza della condotta del dipendente, il quale, violando le regole della diligenza nell'esecuzione della prestazione, non adempia esattamente l'obbligazione lavorativa.
Si tratta, forse, di un riferimento atecnico, poiché nel caso esaminato la prestazione del dipendente sarebbe divenuta scarsa proprio in conseguenza delle ripetute assenze, peraltro susseguitesi a brevi intervalli di tempo l'una dall'altra; potremmo parlare, però, di ampliamento del principio dello "scarso rendimento": sì che, sotto tale profilo, la sentenza risulta di particolare interesse
(articolo Il Sole 24 Ore del 05.09.2014).

PUBBLICO IMPIEGO - VARI: Licenziabile il malato tattico. Cassazione su malattia dopo i riposi.
Nuvole nere in vista per i professionisti del weekend «lungo». Scatta il licenziamento per l'assenteista «tattico», che guarda caso si ammala sempre prima o dopo i giorni di riposo: è legittimo il recesso del datore nonostante il mancato superamento del periodo di comporto. E ciò perché il provvedimento è adottato per giustificato motivo soggettivo di fronte alla complessiva inadeguatezza della prestazione assicurata dal dipendente, a causa della mancata presenza in servizio per un paio di giorni al mese, che crea malcontento fra i colleghi costretti alle sostituzioni.

È quanto emerge dalla sentenza 04.09.2014 n. 18678 della Sez. lavoro della Corte di Cassazione.
Non resta che pagare le spese di giudizio al licenziato per «eccessiva morbilità». Quei periodi di assenza a colpo di due o tre giorni, anche più volte nello stesso mese, penalizzano l'organizzazione aziendale: il vizietto del forfait «a macchia di leopardo», strategicamente agganciato alle feste comandate rende il dipendente non più proficuamente utilizzabile da parte del datore.
Senza dimenticare che l'assenteista è abituato a comunicare la malattia soltanto all'ultimo momento e spesso in vista di turni notturni o festivi, il che crea ancora più tensioni in azienda per la necessità di coprire i buchi: la sua condotta, dunque, integra i presupposti richiesti dal recesso ex articolo 3 della legge 604/1966, secondo cui «il licenziamento per giustificato motivo con preavviso è determinato da un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro ovvero da ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa».
Il licenziamento è deciso dall'azienda per ragioni tecniche: non viene in rilievo la malattia, ma la quantità di assenze che, pure incolpevoli, danno luogo a uno scarso rendimento del dipendente e finiscono col danneggiare la produzione aziendale per via degli scompensi organizzativi. Lo stratega delle assenze stavolta ha sbagliato tattica (articolo ItaliaOggi del 05.09.2014).

EDILIZIA PRIVATAL’ordine di demolizione conseguente all’accertamento della natura abusiva delle opere realizzate, come tutti i provvedimenti sanzionatori edilizi, è un atto dovuto: l’ordinanza va emanata senza indugio e, in quanto tale, non deve essere preceduta dalla comunicazione di avvio del procedimento, trattandosi di una misura sanzionatoria per l’accertamento dell’inosservanza di disposizioni urbanistiche, all’esito un procedimento di natura vincolata precisamente tipizzato dal legislatore e rigidamente disciplinato, che si ricollega ad un preciso presupposto di fatto, cioè l’abuso, di cui peraltro l’interessato non può non essere a conoscenza, rientrando direttamente nella sua sfera di controllo.
A tal riguardo, il Consiglio di Stato ha pure affermato che nei procedimenti preordinati all’emanazione di ordinanze di demolizione di opere edili abusive non trova applicazione l’obbligo di comunicare l’avvio dell’iter procedimentale, in ragione della natura vincolata del potere repressivo esercitato, che rende di per sé inconfigurabile l’apporto partecipativo, come peraltro previsto dall’ipotesi legislativa recata dall’art. 21-octies della stessa legge n. 241/1990.
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In primo luogo ai fini della legittimità delle operazioni di accertamento dell’inottemperanza, non è previsto che la relativa verbalizzazione avvenga in loco ed in contraddittorio con gli interessati, nei cui confronti l’art. 31, n. 4, d.P.R. n. 380/2001 dispone solo la notificazione del provvedimento di accertamento.
In secondo luogo
, il ricorrente si è limitato a riferire, in sede di motivi aggiunti, che i manufatti indicati nell'ordinanza di demolizione sarebbero stati effettivamente rimossi e demoliti. Tuttavia, non è stata prodotta documentazione tecnica, fotografica o peritale idonea a supportare tale dichiarazione, sicché la pretesa confutazione degli accertamenti svolti dall’Amministrazione comunale assume valenza meramente assertiva, non avendo il ricorrente assolto l’onere di fornire elementi di prova di cui abbia la disponibilità, ai sensi dell’art. 64, n. 1, cod. proc. amm..

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L’impugnata ordinanza di demolizione trova giustificazione del tutto adeguata nell’indicazione puntuale degli interventi realizzati in assenza di titoli abilitativi e del vincolo gravante sul territorio, atteso che presupposto per la sua adozione è, infatti, soltanto la contestata esecuzione dell’opera in difformità o assenza del permesso di costruire.
Con la conseguenza che tale ordinanza, ove ricorrano i predetti requisiti, è sufficientemente motivata con l’affermazione dell’accertata abusività dell’opera, essendo in re ipsa l’interesse pubblico alla sua rimozione.
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L’onere della prova grava sull’interessato che intende dimostrare la legittimità del proprio operato, e non sul Comune che, in presenza di un’opera edilizia non assistita da un titolo che la legittimi, ha solo il potere-dovere di sanzionarla a norma di legge.
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Il decorso di un ampio lasso di tempo, di per sé, non implica alcun aggravamento dell’onere di motivazione. Invero, l’ordine di demolizione è atto vincolato e non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di questo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione.
Non è ravvisabile alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, né quest’ultima può essere sanata dal mero decorso del tempo, per cui l’interessato non può dolersi del fatto che l’Amministrazione non abbia emanato in data antecedente i dovuti atti repressivi.
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Va rammentato come costituisca ius receptum che l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale delle opere abusive è atto dovuto, senza alcun contenuto discrezionale, avente natura meramente dichiarativa, subordinato unicamente all’accertamento dell’inottemperanza e del decorso del termine di legge fissato per la demolizione e il ripristino dello stato dei luoghi, che opera automaticamente con riguardo non solo all’opera abusiva ed all’area di sedime, ma anche alle pertinenze.
Ne consegue che esso è sufficientemente motivato con l’affermazione dell’abusività e dell’accertata inottemperanza, essendo in re ipsa l’interesse pubblico all’adozione della misura, senza l’obbligo di alcuna specifica argomentazione in ordine all’acquisizione dell’area necessaria. Come pure, detto provvedimento non richiede alcuna preliminare determinazione inerente l’esercizio di una scelta da parte del Comune sull’applicabilità della stessa più grave misura acquisitiva, rispetto alla semplice demolizione del manufatto abusivo.
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Sia l’ordinanza di ingiunzione alla demolizione, sia quella di acquisizione al patrimonio comunale, possono essere adottate senza la specifica indicazione delle aree oggetto di acquisizione, giacché a tale individuazione può procedersi, ai sensi dell’art. 31 d.P.R. n. 380/2001, con successivo e separato atto.

1. Il ricorso è infondato, alla stregua della motivazione che segue.
2.1 In primo luogo, il ricorrente si duole dell’omessa comunicazione dell’avvio del procedimento e della conseguente preclusione di ogni possibilità di partecipazione procedimentale, in relazione sia agli atti impugnati col ricorso principale, sia a quelli contestati con motivi aggiunti.
2.2. La doglianza è priva di pregio. Secondo un ormai consolidato indirizzo giurisprudenziale, l’ordine di demolizione conseguente all’accertamento della natura abusiva delle opere realizzate, come tutti i provvedimenti sanzionatori edilizi, è un atto dovuto: l’ordinanza va emanata senza indugio e, in quanto tale, non deve essere preceduta dalla comunicazione di avvio del procedimento, trattandosi di una misura sanzionatoria per l’accertamento dell’inosservanza di disposizioni urbanistiche, all’esito un procedimento di natura vincolata precisamente tipizzato dal legislatore e rigidamente disciplinato, che si ricollega ad un preciso presupposto di fatto, cioè l’abuso, di cui peraltro l’interessato non può non essere a conoscenza, rientrando direttamente nella sua sfera di controllo (cfr. C.d.S., sez. IV, 28.04.2014, n. 2194; id. 26.08.2008, n. 4659).
A tal riguardo, il Consiglio di Stato ha pure affermato che nei procedimenti preordinati all’emanazione di ordinanze di demolizione di opere edili abusive non trova applicazione l’obbligo di comunicare l’avvio dell’iter procedimentale, in ragione della natura vincolata del potere repressivo esercitato, che rende di per sé inconfigurabile l’apporto partecipativo, come peraltro previsto dall’ipotesi legislativa recata dall’art. 21-octies della stessa legge n. 241/1990 (cfr. C.d.S., sez. IV, 04.02.2013, n. 666).
2.3. Inoltre, nel caso di specie emerge dagli atti (nota Polizia Municipale n. 180/PM del 12.02.2008) che al sopralluogo effettuato dai vigili urbani in data 08.02.2008 ha presenziato il sig. Di Benedetto, assistito dal proprio legale di fiducia. Tale circostanza non è stata specificamente contestata dal ricorrente, derivandone gli effetti di cui all’art. 64, n. 2, cod. proc. amm.. Può quindi ritenersi sostanzialmente raggiunto lo scopo cui è preordinato l'articolo 7 della legge n. 241/1990, alla stregua dell'indirizzo giurisprudenziale che tanto ravvisa in presenza di un atto che a tale comunicazione possa considerarsi equipollente, consentendo all'interessato di conoscere l'imminente avvio del procedimento e di parteciparvi. Peraltro, né nel corso del predetto sopralluogo, né successivamente, il ricorrente ha inteso rendere dichiarazioni, presentare memorie o fornire contributi partecipativi di sorta, nonostante l’ordinanza di demolizione sia stata emessa a distanza di oltre un anno dal sopralluogo stesso.
2.4. Speculari conclusioni vanno raggiunte anche con riguardo alla lamentata impossibilità di presenziare ai sopralluoghi nel corso dei quali è stata accertata l’inadempimento all'ordine di demolizione, non essendogli previamente stata notificata la data di svolgimento dei medesimi. Infatti, in primo luogo ai fini della legittimità delle operazioni di accertamento dell’inottemperanza, non è previsto che la relativa verbalizzazione avvenga in loco ed in contraddittorio con gli interessati, nei cui confronti l’art. 31, n. 4, d.P.R. n. 380/2001 dispone solo la notificazione del provvedimento di accertamento (cfr. TAR Campania, sez. II, 08.06.2011, n. 2992). In secondo luogo, il ricorrente si è limitato a riferire, in sede di motivi aggiunti, che i manufatti indicati nell'ordinanza di demolizione sarebbero stati effettivamente rimossi e demoliti. Tuttavia, non è stata prodotta documentazione tecnica, fotografica o peritale idonea a supportare tale dichiarazione, sicché la pretesa confutazione degli accertamenti svolti dall’Amministrazione comunale assume valenza meramente assertiva, non avendo il ricorrente assolto l’onere di fornire elementi di prova di cui abbia la disponibilità, ai sensi dell’art. 64, n. 1, cod. proc. amm..
3.1. Il ricorrente ha poi dedotto violazione di legge per difetto di motivazione e di istruttoria, sia con riguardo all’ordinanza di demolizione, sia in relazione al successivo provvedimento di accertamento di inottemperanza.
3.2. In particolare, si è sostenuto che l’ordinanza di demolizione sarebbe stata emanata senza tener conto degli essenziali aspetti costituiti “dell’accertamento della preesistenza delle opere sul fondo in questione”, nonché dalla valutazione della tipologia degli interventi realizzati, delle loro dimensioni e delle modalità adottate. Da ciò sarebbe derivato il travisamento della situazione di fatto e l’erronea qualificazione della fattispecie sul piano giuridico, ritenendosi applicabile l’art. 31 d.P.R. n. 380/2001, anziché, in ragione della preesistenza e della conseguente mera ristrutturazione dei manufatti, l’art. 33, il quale consente, in taluni casi, l’applicazione di una sanzione pecuniaria in luogo della demolizione. Inoltre, non sarebbe stato dato conto alcuno delle ragioni poste a fondamento della decisione di procedere all’irrogazione della sanzione ripristinatoria che “costituisce indubitabilmente la più decisa reazione che l’ordinamento predispone per le violazioni del genere di cui si discute”. Ancora, il decorso di un considerevole lasso di tempo dalla realizzazione degli interventi e la prolungata inerzia dell’Amministrazione avrebbero consolidato la posizione soggettiva del ricorrente, ingenerando in capo allo stesso una forma di affidamento, legittimo e meritevole di tutela, da contemperarsi con l'interesse pubblico protetto, la cui persistente esigenza di tutela andrebbe compiutamente dimostrata tramite un’idonea motivazione.
3.3. Detti argomenti sono destituiti di fondamento.
Dagli atti di causa, si rileva che l’Amministrazione resistente ha puntualmente verificato l’intervenuta modificazione dello stato dei luoghi rispetto a quello originario, in assenza dei prescritti titoli abilitativi, così inverandosi nei rilievi mossi a carico del sig. Di Benedetto i presupposti di fatto e di diritto per l’intervento volto a ripristinare una situazione dei luoghi sostanzialmente alterata. In tal senso, va condiviso quanto sostenuto sul punto dal Comune resistente nei propri scritti difensivi, nel senso che l’ordinanza impugnata da un lato qualifica espressamente come nuove edificazioni i manufatti abusi contestati, e dall’altro richiama ob relationem i contenuti del rapporto della Polizia Municipale di Pisticci prot. n. 180/PM del 12.02.2008, ove risultano analiticamente descritte le opere eseguite dal ricorrente in assenza di titolo abilitativo, raffigurate anche nella documentazione fotografica ad esso allegata, e si dà atto della presenza nel fondo interessato dalla verifica, oltre ai manufatti abusivi di cui innanzi, tutti adibiti a ricovero di animali, di una casetta di circa 15 mq., di epoca remota e “fatiscente per vetustà", non oggetto di ordine di demolizione. Va soggiunto che il suddetto rapporto precisa, altresì, che il precedente proprietario dell'immobile e dante causa del ricorrente, sig. Leonardo D’Alessandro, sentito proprio in relazione alla consistenza edilizia del fondo di cui è questione, ha affermato che: "La casetta era esistente, vi era una piccola recinzione vicino alla casetta esistente, dove erano ricoverati gli animali da cortile. Inoltre originariamente vi erano 17 alberi di ulivo nel luogo dove è sorta la vasca in calcestruzzo. Inoltre dichiaro che non vi erano altre opere o baracche oltre alla casetta. Il terreno è stato venduto da oltre 10 anni”.
Dunque, l’impugnata ordinanza di demolizione trova giustificazione del tutto adeguata nell’indicazione puntuale degli interventi realizzati in assenza di titoli abilitativi e del vincolo gravante sul territorio, atteso che presupposto per la sua adozione è, infatti, soltanto la contestata esecuzione dell’opera in difformità o assenza del permesso di costruire. Con la conseguenza che tale ordinanza, ove ricorrano i predetti requisiti, è sufficientemente motivata con l’affermazione dell’accertata abusività dell’opera, essendo in re ipsa l’interesse pubblico alla sua rimozione.
Vanno disattese le deduzioni di parte secondo cui i manufatti risalirebbero ad epoca anteriore a quella dell’accertamento, e sarebbero solo stati interessati da interventi di ristrutturazione. In disparte l’esito degli accertamenti svolti dalla Polizia Municipale e le dichiarazioni del precedente proprietario del fondo, di segno diametralmente opposto, l’onere della prova grava sull’interessato che intende dimostrare la legittimità del proprio operato, e non sul Comune che, in presenza di un’opera edilizia non assistita da un titolo che la legittimi, ha solo il potere-dovere di sanzionarla a norma di legge (cfr. TAR Basilicata, 13.05.2010, n. 599). Ebbene, ancora una volta difettano, con evidenza, riscontri di sorta in ordine all’epoca di realizzazione dei manufatti, alla preesistenza delle opere rispetto al momento dell’acquisto da parte del ricorrente, alla natura e all’entità degli interventi asseritamente posti in essere.
Deve ancora osservarsi, sul punto, che il decorso di un ampio lasso di tempo, di per sé, non implica alcun aggravamento dell’onere di motivazione. Invero, l’ordine di demolizione è atto vincolato e non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di questo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione. Non è ravvisabile alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, né quest’ultima può essere sanata dal mero decorso del tempo, per cui l’interessato non può dolersi del fatto che l’Amministrazione non abbia emanato in data antecedente i dovuti atti repressivi (cfr. C.d.S., sez. VI, 11.05.2011, n. 2781; id., 05.04.2012, n. 2038).
3.5. Per quanto innanzi, non coglie nel segno neppure la censura volta a sostenere il difetto di motivazione del provvedimento di accertamento dell’inottemperanza all’ordine di demolizione.
Va infatti rammentato come costituisca ius receptum (cfr. TAR Lazio, sez. I-quater 29.07.2014, n. 8304) che l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale delle opere abusive è atto dovuto, senza alcun contenuto discrezionale, avente natura meramente dichiarativa, subordinato unicamente all’accertamento dell’inottemperanza e del decorso del termine di legge fissato per la demolizione e il ripristino dello stato dei luoghi, che opera automaticamente con riguardo non solo all’opera abusiva ed all’area di sedime, ma anche alle pertinenze. Ne consegue che esso è sufficientemente motivato con l’affermazione dell’abusività e dell’accertata inottemperanza, essendo in re ipsa l’interesse pubblico all’adozione della misura, senza l’obbligo di alcuna specifica argomentazione in ordine all’acquisizione dell’area necessaria. Come pure, detto provvedimento non richiede alcuna preliminare determinazione inerente l’esercizio di una scelta da parte del Comune sull’applicabilità della stessa più grave misura acquisitiva, rispetto alla semplice demolizione del manufatto abusivo (cfr. TAR Lazio, sez. II, 12.04.2002, n. 3160).
...
5.1. Infine, è infondata la censura concernente la pretesa indeterminatezza e genericità, sul versante dell’esatta individuazione dell’area da acquisire al patrimonio comunale, tanto dell’ordinanza di demolizione quanto del provvedimento di accertamento di inottemperanza. In tal senso, si richiama il condivisibile orientamento giurisprudenziale secondo cui, sia l’ordinanza di ingiunzione alla demolizione, sia quella di acquisizione al patrimonio comunale, possono essere adottate senza la specifica indicazione delle aree oggetto di acquisizione, giacché a tale individuazione può procedersi, ai sensi dell’art. 31 d.P.R. n. 380/2001, con successivo e separato atto (cfr. C.d.S., sez. VI, 08.04.2004, n. 1998; TAR Sicilia, sez. III, 23.07.2014, n. 2012; TAR Calabria, Catanzaro, sez. II, 08.03.2007, n. 161; TAR Sardegna, sez. II, 27.09.2006, n. 2013).
5.2. Del pari, è errata in punto di fatto la tesi per cui il Comune resistente, mediante gli atti impugnati, avrebbe inteso acquisire l’intera particella di proprietà del ricorrente, di consistenza ben oltre superiore al decuplo della superficie delle opere abusive. Infatti, nel provvedimento di accertamento di inottemperanza n. 223/2009 si legge che esso costituisce titolo per l’acquisizione al patrimonio comunale dei soli beni abusivamente realizzati, dell’area di sedime e di quella pertinenziale, necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive (TAR Basilicata, sentenza 04.09.2014 n. 590 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Le opere di recinzione del terreno non si configurano come nuova costruzione, per la quale è necessario il previo rilascio di permesso di costruire, quando, per natura e dimensioni, rientrino tra le manifestazioni del diritto di proprietà, comprendente lo ius excludendi alios o, comunque, la delimitazione e l'assetto delle singole proprietà.
Tale è il caso della recinzione eseguita senza opere murarie, costituita da una semplice rete metallica sorretta da paletti in ferro, come è nel caso di specie.
L'intervento in questione, per costante giurisprudenza, non rientra tra gli interventi di edilizia libera specificamente elencati dall’art. 6 del d.P.R. 380/2001, come sembra sostenere il ricorrente, bensì nella portata residuale degli interventi realizzabili con il regime semplificato di cui all’art. 22 del D.P.R. 380/2001. Ciò nondimeno, l’art. 37, ultimo comma, del d.P.R. n. 380 del 2001 fa salva l’applicazione dell’art. 31 dello stesso D.P.R. (relativo all’ordine di demolizione) anche nel caso di mancata denuncia d’inizio attività, in relazione all’intervento edilizio realizzato, ove ne ricorrano i presupposti.
Ora, l’ordine di demolizione della rete di recinzione costituisce atto dovuto, trattandosi di manufatto suscettibile, per le sue dimensioni e caratteristiche, di recare pregiudizio ai beni paesaggistici oggetto di protezione, realizzato in zona sottoposta a vincolo senza previa autorizzazione paesaggistica.

Il ricorrente si duole ancora del fatto che l’ordinanza impugnata ha ingiunto la demolizione di una rete metallica, sostenuta da paletti in ferro, per la quale non sarebbe prescritto il permesso di costruire.
Osserva il Collegio al riguardo che le opere di recinzione del terreno non si configurano come nuova costruzione, per la quale è necessario il previo rilascio di permesso di costruire, quando, per natura e dimensioni, rientrino tra le manifestazioni del diritto di proprietà, comprendente lo ius excludendi alios o, comunque, la delimitazione e l'assetto delle singole proprietà. Tale è il caso della recinzione eseguita senza opere murarie, costituita da una semplice rete metallica sorretta da paletti in ferro, come è nel caso di specie.
L'intervento in questione, per costante giurisprudenza, non rientra tra gli interventi di edilizia libera specificamente elencati dall’art. 6 del d.P.R. 380/2001, come sembra sostenere il ricorrente, bensì nella portata residuale degli interventi realizzabili con il regime semplificato di cui all’art. 22 del D.P.R. 380/2001. Ciò nondimeno, l’art. 37, ultimo comma, del d.P.R. n. 380 del 2001 fa salva l’applicazione dell’art. 31 dello stesso D.P.R. (relativo all’ordine di demolizione) anche nel caso di mancata denuncia d’inizio attività, in relazione all’intervento edilizio realizzato, ove ne ricorrano i presupposti.
Ora, l’ordine di demolizione della rete di recinzione costituisce atto dovuto, trattandosi di manufatto suscettibile, per le sue dimensioni e caratteristiche, di recare pregiudizio ai beni paesaggistici oggetto di protezione, realizzato in zona sottoposta a vincolo senza previa autorizzazione paesaggistica (Cfr. TAR Basilicata, 02.08.2012, n. 366; TAR Veneto, sez. II, 06.08.2012, n. 1102) (TAR Basilicata, sentenza 04.09.2014 n. 590 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI - VARINel casellario con motivazione. La condanna per reati tributari non basta a negare la «non menzione». Cassazione. I limiti per il riconoscimento del beneficio a seguito della sentenza pronunciata dai giudici.
Il giudice deve specificare nella sentenza le circostanze che lo inducono a negare al contribuente, condannato per dichiarazione infedele dei redditi, la non menzione della pena nel certificato del casellario giudiziale. Tale beneficio infatti non può essere negato rilevando soltanto la natura del reato.
A fornire questa interessante interpretazione è la Corte di Cassazione, Sez. III penale, con la sentenza 03.09.2014 n. 36703.
Al legale rappresentante di una srl, esercente l'attività immobiliare, la competente Corte di appello confermava la condanna a otto mesi di reclusione per dichiarazione infedele dei redditi dell'anno 2005 avendo evaso Irpeg, secondo la tesi accusatoria, per oltre 329mila euro. Tale importo evaso superava entrambe le soglie di punibilità previste dall'articolo 4 del Dlgs 74/2000. Era concessa all'imputato la sospensione condizionale della pena ma non il beneficio della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale. In particolare, secondo la Corte di appello, la non menzione in questione doveva essere esclusa sulla base della natura del reato, ostativa al proficuo inserimento del reo nella società.
L'imputato proponeva allora ricorso per cassazione lamentando, fra l'altro, la manifesta illogicità in merito alla negata concessione del beneficio avendo riguardo alla tenuità della pena in concreto irrogata.
Si ricorda che a norma dell'articolo 175 del codice penale se, con una prima condanna, è inflitta una pena detentiva non superiore a due anni, il giudice, avuto riguardo ad una serie di circostanze, può ordinare in sentenza che non sia fatta menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale, spedito a richiesta di privati, non per ragione di diritto elettorale.
Se il condannato commette successivamente un delitto, l'ordine di non fare menzione della condanna precedente viene revocato. Le circostanze che il giudice deve valutare a tal fine, in base all'articolo 133 del codice penale, concernono la gravità del reato (natura, specie, mezzi, oggetto, tempo, luogo e ogni altra modalità dell'azione; gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato; intensità del dolo o dal grado della colpa) e la capacità a delinquere del colpevole (motivi a delinquere, carattere del reo; precedenti penali e giudiziari, condotta e vita del reo antecedenti al reato; condotta contemporanea o susseguente al reato; condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo).
Secondo la Corte di cassazione il beneficio della non menzione ha lo scopo di sottrarre alla punizione il colpevole che presenti possibilità di ravvedimento e nel contempo di costituire attraverso la revoca, un'efficace remora ad ulteriori violazioni penali. Per negare il beneficio, però, il giudice non può fare esclusivo riferimento alla natura del reato: è necessaria infatti un'indagine specifica da condurre in relazione ai parametri previsti dal predetto articolo 133 del codice penale.
Poiché nella specie la Corte di appello si era limitata a escludere la non menzione soltanto sulla base della natura del reato, ritenuta ostativa al proficuo inserimento del reo nella società, il ricorso è stato accolto. Peraltro la decisione di irrogare in concreto una pena nei limiti dei minimi edittali risultava, secondo i giudici di legittimità, contraddittoria rispetto al diniego della non menzione, in quanto anche i criteri per la determinazione della pena devono ispirarsi alle medesime previsioni del ripetuto articolo 133 del codice penale
(articolo Il Sole 24 Ore del 04.09.2014).

APPALTI: Il Consiglio di Stato ha chiarito che “l’aggiudicatario provvisorio assume la veste di controinteressato nel ricorso proposto dal concorrente escluso, solo quando l’esclusione e l’aggiudicazione siano avvenute contestualmente, ossia senza soluzione di continuità, potendo il soggetto escluso solo in tal caso rendersi perfettamente conto che l’impugnativa incide sulla posizione, differenziata e giuridicamente protetta, di altro soggetto privato” avendo cura di precisare che “non sussiste alcun onere per l'impresa esclusa di seguire gli sviluppi del procedimento al quale è ormai estranea ed impugnare gli atti conseguenti, ricercando i controinteressati successivi, salva la facoltà per questi ultimi di proporre l'opposizione di terzo”.
Può aggiungersi che non a caso l’art. 79, comma 5, del Codice dei contratti pubblici prevede l’obbligo di comunicazione d’ufficio, “anche a coloro la cui candidatura o offerta siano state escluse se hanno proposto impugnazione avverso l'esclusione, o sono in termini per presentare dette impugnazioni”, della solo l'aggiudicazione definitiva. Solo quest’ultima fa scattare l’obbligo di notificazione del ricorso originario o, se del caso, dei motivi aggiunti.
La posizione di aggiudicatario provvisorio, essendo precaria e non definitiva, non è cioè tale da integrare un “controinteresse” rilevante ai fini dell’ammissibilità del ricorso introduttivo. Altro è, l’innegabile interesse dell’aggiudicatario provvisorio ad intervenire nel giudizio per difendere le relative possibilità di aggiudicazione definitiva. In relazione a questa posizione differenziata e qualificata, quest’ultimo, ove non sia intervenuto, né sia stato chiamato iussu iudicis, può proporre –come del resto è avvenuto nel caso di specie– opposizione di terzo.
A mente dell’art. 108 del codice del processo amministrativo, infatti, “un terzo può fare opposizione contro una sentenza del Tribunale amministrativo regionale o del Consiglio di Stato pronunciata tra altri soggetti, ancorché passata in giudicato, quando pregiudica i suoi diritti o interessi legittimi”. E non v’è dubbio che la sentenza che riammette un soggetto escluso, tra l’altro autore dell’offerta maggiormente conveniente per l’amministrazione, pregiudichi l’interesse legittimo dell’aggiudicatario provvisorio che aspiri alle definitiva aggiudicazione.

La pronuncia, oggetto di gravame, merita riforma.
Il Consiglio di Stato ha chiarito che “l’aggiudicatario provvisorio assume la veste di controinteressato nel ricorso proposto dal concorrente escluso, solo quando l’esclusione e l’aggiudicazione siano avvenute contestualmente, ossia senza soluzione di continuità, potendo il soggetto escluso solo in tal caso rendersi perfettamente conto che l’impugnativa incide sulla posizione, differenziata e giuridicamente protetta, di altro soggetto privato” avendo cura di precisare che “non sussiste alcun onere per l'impresa esclusa di seguire gli sviluppi del procedimento al quale è ormai estranea ed impugnare gli atti conseguenti, ricercando i controinteressati successivi, salva la facoltà per questi ultimi di proporre l'opposizione di terzo” (cfr., fra le più recenti, Sez. V 27/05/2011, n. 3193).
Può aggiungersi che non a caso l’art. 79, comma 5, del Codice dei contratti pubblici prevede l’obbligo di comunicazione d’ufficio, “anche a coloro la cui candidatura o offerta siano state escluse se hanno proposto impugnazione avverso l'esclusione, o sono in termini per presentare dette impugnazioni”, della solo l'aggiudicazione definitiva. Solo quest’ultima fa scattare l’obbligo di notificazione del ricorso originario o, se del caso, dei motivi aggiunti.
La posizione di aggiudicatario provvisorio, essendo precaria e non definitiva, non è cioè tale da integrare un “controinteresse” rilevante ai fini dell’ammissibilità del ricorso introduttivo. Altro è, l’innegabile interesse dell’aggiudicatario provvisorio ad intervenire nel giudizio per difendere le relative possibilità di aggiudicazione definitiva. In relazione a questa posizione differenziata e qualificata, quest’ultimo, ove non sia intervenuto, né sia stato chiamato iussu iudicis, può proporre –come del resto è avvenuto nel caso di specie– opposizione di terzo. A mente dell’art. 108 del codice del processo amministrativo, infatti, “un terzo può fare opposizione contro una sentenza del Tribunale amministrativo regionale o del Consiglio di Stato pronunciata tra altri soggetti, ancorché passata in giudicato, quando pregiudica i suoi diritti o interessi legittimi”. E non v’è dubbio che la sentenza che riammette un soggetto escluso, tra l’altro autore dell’offerta maggiormente conveniente per l’amministrazione, pregiudichi l’interesse legittimo dell’aggiudicatario provvisorio che aspiri alle definitiva aggiudicazione.
Da quanto chiarito discende che l’opposizione di terzo, per quanto ammissibile, non poteva sortire l’effetto di trasformare la sentenza opposta, in una declaratoria di inammissibilità dell’originario ricorso di Telecom per mancata notifica all’aggiudicatario provvisorio
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 03.09.2014 n. 4494 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Nelle procedure di gara disciplinate dal codice dei contratti pubblici, il “potere di soccorso” sancito dall’art. 46, co. 1, del medesimo codice (d.lgs. 12.04.2006, n. 163) si sostanzia nel dovere (e non nella mera facoltà) della stazione appaltante di regolarizzare certificati, documenti o dichiarazioni già esistenti ovvero di completarli, sia pur solo in relazione ai requisiti soggettivi di partecipazione, chiedere chiarimenti, rettificare errori materiali o refusi, fornire interpretazioni di clausole ambigue nel rispetto della par condicio dei concorrenti.
Esso non può e non deve operare, invece, quando manca il documento o la dichiarazione, o la forma prevista a pena di esclusione dal codice dei contratti pubblici, dal regolamento di esecuzione e dalle leggi statali.

L’Adunanza Plenaria ha chiarito che nelle procedure di gara disciplinate dal codice dei contratti pubblici, il “potere di soccorso” sancito dall’art. 46, co. 1, del medesimo codice (d.lgs. 12.04.2006, n. 163) si sostanzia nel dovere (e non nella mera facoltà) della stazione appaltante di regolarizzare certificati, documenti o dichiarazioni già esistenti ovvero di completarli, sia pur solo in relazione ai requisiti soggettivi di partecipazione, chiedere chiarimenti, rettificare errori materiali o refusi, fornire interpretazioni di clausole ambigue nel rispetto della par condicio dei concorrenti. Esso non può e non deve operare, invece, quando manca il documento o la dichiarazione, o la forma prevista a pena di esclusione dal codice dei contratti pubblici, dal regolamento di esecuzione e dalle leggi statali (cfr. Ad. Plen. 9/2014).
Nel caso di specie, la dichiarazione era stata prodotta, e nessuna prescrizione imponeva l’allegazione dell’originale: si imponeva quindi l’obbligo di consentire la regolarizzazione per il tramite della successiva produzione degli originali ( produzione che l’offerente si era già reso disponibile ad effettuare ove richiestone), salvo, ovviamente, il necessario e successivo controllo circa la conformità delle copie fotostatiche agli originali.
Né può accedersi alla tesi secondo la quale la dichiarazione prodotta in copia sarebbe giuridicamente “inesistente”: è pacifico che il documento è stato allegato e che quindi lo stesso fosse esistente. La circostanza che si trattasse di copie fotostatiche pone piuttosto un problema di regolarità, emendabile, giusto quanto sopra chiarito, ove le copie si confermino effettivamente riproduttive di dichiarazioni originali integranti tutti i requisiti di forma richiesti dall’art. 38, comma 3, del d.P.R. n. 445 del 2000
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 03.09.2014 n. 4494 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il principio tempus regit actum è applicabile solo ai titoli autorizzatori preventivi e non a quelli in sanatoria, ex artt. 31 e ss. legge 47/1995, i quali devono invece tener conto della circostanza che la costruzione è già eseguita, nonché dell’esigenza che la misura dell’oblazione non venga a dipendere dai tempi e dalla discrezionalità delle singole amministrazioni.
L’appello non è fondato.
Può in proposito richiamarsi l’orientamento di questo Consiglio secondo il quale il principio tempus regit actum è applicabile solo ai titoli autorizzatori preventivi e non a quelli in sanatoria, ex artt. 31 e ss. legge 47/1995, i quali devono invece tener conto della circostanza che la costruzione è già eseguita, nonché dell’esigenza che la misura dell’oblazione non venga a dipendere dai tempi e dalla discrezionalità delle singole amministrazioni (Cfr. Sez. V, 06.09.2002, n. 4562).
Nel caso di specie, poi, come correttamente rilevato dal TAR, non ricorre l’ipotesi prefigurata dall’art. 39, comma 10, della l. 729/1994, il quale ha riferimento alle domande di concessione in sanatoria “non definite per il mancato pagamento dell’oblazione”, mentre qui, la somma autoliquidata è stata interamente corrisposta dall’originario istante, salvo il conguaglio chiesto dal Comune in sede di rilascio del titolo in sanatoria.
Quanto agli interessi, l’aporia, segnalata dal Comune appellante, secondo la quale all’applicazione della “vecchia” tariffa, favorevole per l’istante, si sarebbe aggiunta la “beffa” del computo degli interessi solo a far data dal rilascio del titolo in sanatoria, essa dipende dalla tardiva definizione del procedimento di condono, il quale, costituendo esercizio di potere autoritativo, è nel dominio dell’amministrazione (ben avrebbe potuto, l’amministrazione, anche in caso di inerzia dell’istante, imporre termini perentori per l’integrazione istruttoria, al fine dell’adozione di una celere decisione).
Gli interessi quindi decorrono dal momento in cui l’amministrazione ha provveduto a liquidare e richiedere il contributo, come correttamente già statuito dal TAR (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 03.09.2014 n. 4486 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Ove l'atto impugnato (provvedimento o sentenza) sia legittimamente fondato su una ragione di per sé sufficiente a sorreggerlo, diventano irrilevanti, per difetto di interesse, le ulteriori censure dedotte dal ricorrente avverso le altre ragioni opposte dall'autorità emanante a rigetto della sua istanza.
Laddove una determinazione amministrativa di segno negativo si fondi su una pluralità di ragioni, ciascuna delle quali di per sé idonea a supportarla in modo autonomo, è sufficiente che anche una sola di esse resista alle censure mosse in sede giurisdizionale perché il provvedimento nel suo complesso resti esente dall'annullamento.
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Il Collegio condivide e fa proprio il principio generale costantemente predicato dalla pacifica giurisprudenza amministrativa quello per cui “la legittimità di un provvedimento amministrativo si deve accertare con riferimento allo stato di fatto e di diritto esistente al momento della sua emanazione, secondo il principio del "tempus regit actum", con conseguente irrilevanza di provvedimenti successivi che non possono in alcun caso legittimare ex post precedenti atti amministrativi”.
La giurisprudenza civile di legittimità, a propria volta, ritiene il detto canone valutativo principio di imprescindibile applicazione.
Esso riguarda il dato giuridico e normativo ma, anche, i dati e le circostanze di fatto rientranti nel patrimonio cognitivo dell’amministrazione al momento in cui venne reso il provvedimento: ne discende che lo scrutinio del giudice deve tenere conto di tali elementi e (con più stringente aderenza alla fattispecie per cui è causa) non potrebbe dichiarare la illegittimità di un provvedimento emesso sulla basa di dati in possesso dell’Amministrazione e poi risultati fallaci, incompleti, etc., sulla scorta di altri elementi, prodotti in giudizio dagli originari ricorrenti, ma non precedentemente ostesi all’Amministrazione, che ne aveva fatto rituale richiesta.
Ciò salvo che risulti che la richiesta era inutile, defatigatoria, ultronea, o vertesse su elementi già in possesso dell’Amministrazione.
Ciò che si vuol dire, cioè, è che, se il processo non è la “naturale continuazione dell’istruttoria”, esso è pur sempre il luogo deputato alla verifica della legittimità dell’azione amministrativa: se il privato è rimasto inerte ad una richiesta istruttoria dell’amministrazione, non può poi fondatamente dolersene attraverso la attività giudiziale che (solo in detta sede) abbia colmato la lacuna effettivamente sussistente e supportante, tra l’altro, il diniego.

Sotto il profilo generale dell’ordine di esame delle questioni, nel rilevare che l’azione amministrativa gravata si fondava su una pluralità di profili reiettivi, e che anche la sentenza impugnata ricalca tale schema, si precisa immediatamente la convinta adesione del Collegio al risalente principio, che costituisce jus receptum nella giurisprudenza amministrativa, secondo il quale “Ove l'atto impugnato (provvedimento o sentenza) sia legittimamente fondato su una ragione di per sé sufficiente a sorreggerlo, diventano irrilevanti, per difetto di interesse, le ulteriori censure dedotte dal ricorrente avverso le altre ragioni opposte dall'autorità emanante a rigetto della sua istanza.” (Consiglio Stato , sez. VI, 31.03.2011, n. 1981); ”Laddove una determinazione amministrativa di segno negativo si fondi su una pluralità di ragioni, ciascuna delle quali di per sé idonea a supportarla in modo autonomo, è sufficiente che anche una sola di esse resista alle censure mosse in sede giurisdizionale perché il provvedimento nel suo complesso resti esente dall'annullamento.” (Consiglio Stato, sez. VI, 29.03.2011, n. 1897).
Il principio è pacificamente predicabile anche alle impugnazioni delle sentenze che si fondino su più capi reiettivi.
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Il Collegio condivide e fa proprio il principio generale costantemente predicato dalla pacifica giurisprudenza amministrativa quello per cui “la legittimità di un provvedimento amministrativo si deve accertare con riferimento allo stato di fatto e di diritto esistente al momento della sua emanazione, secondo il principio del "tempus regit actum", con conseguente irrilevanza di provvedimenti successivi che non possono in alcun caso legittimare ex post precedenti atti amministrativi” (Cons. Stato Sez. IV, 21.08.2012, n. 4583).
La giurisprudenza civile di legittimità, a propria volta, ritiene il detto canone valutativo principio di imprescindibile applicazione (ex multis: Cass. civ. Sez. VI, 22.02.2012, n. 2672).
Esso riguarda il dato giuridico e normativo ma, anche, i dati e le circostanze di fatto rientranti nel patrimonio cognitivo dell’amministrazione al momento in cui venne reso il provvedimento: ne discende che lo scrutinio del giudice deve tenere conto di tali elementi e (con più stringente aderenza alla fattispecie per cui è causa) non potrebbe dichiarare la illegittimità di un provvedimento emesso sulla basa di dati in possesso dell’Amministrazione e poi risultati fallaci, incompleti, etc., sulla scorta di altri elementi, prodotti in giudizio dagli originari ricorrenti, ma non precedentemente ostesi all’Amministrazione, che ne aveva fatto rituale richiesta.
Ciò salvo che risulti che la richiesta era inutile, defatigatoria, ultronea, o vertesse su elementi già in possesso dell’Amministrazione.
Ciò che si vuol dire, cioè, è che, se il processo non è la “naturale continuazione dell’istruttoria”, esso è pur sempre il luogo deputato alla verifica della legittimità dell’azione amministrativa: se il privato è rimasto inerte ad una richiesta istruttoria dell’amministrazione, non può poi fondatamente dolersene attraverso la attività giudiziale che (solo in detta sede) abbia colmato la lacuna effettivamente sussistente e supportante, tra l’altro, il diniego
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 03.09.2014 n. 4485 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'art. 19, comma 3, del d.P.R. 06.06.2001, n. 380 dispone, in modo affatto chiaro, che "Qualora la destinazione d'uso delle opere indicate nei commi precedenti...venga comunque modificata nei dieci anni successivi all'ultimazione dei lavori, il contributo di costruzione è dovuto nella misura massima corrispondente alla nuova destinazione, determinata con riferimento al momento dell'intervenuta variazione".
La disposizione si riferisce in modo omnicomprensivo al contributo di costruzione, come definito dal precedente art. 16, senza distinzione tra le sue componenti, e quindi tanto alla quota parte riferibile agli oneri di urbanizzazione, quanto a quella relativa al costo di costruzione, e trova giustificazione nel diverso regime, più favorevole per gli immobili a destinazione industriale o artigianale (per i quali ai sensi del precedente comma 1 è dovuto contributo limitato ai soli oneri urbanizzativi) e più gravoso per gli immobili a destinazione turistica, commerciale, direzionale e a servizi (per cui invece ai sensi del comma secondo, oltre agli oneri urbanizzativi è dovuto un contributo commisurato anche al costo di costruzione, sebbene nella più ridotta misura ivi specificata, pari al 10% del costo di costruzione documentato).
Ne consegue che, come chiarito da questa Sezione, la quota parte relativa al costo di costruzione è comunque dovuta "...anche in presenza di una trasformazione edilizia che, indipendentemente dall'esecuzione fisica di opere, si rivela produttiva di vantaggi economici ad essa connessi, situazione che si verifica per il mutamento di destinazione o comunque per ogni variazione anche di semplice uso che comporti un passaggio tra due categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico" (Cons. Stato, Sez. IV, 20.12.2013, n. 6160; vedi anche 14.10.2011, n. 5539, quest'ultima peraltro nel senso che anche la sola variazione di destinazione d'uso all'interno di una stessa categoria, da commercio all'ingrosso a commercio al dettaglio, giustifica il pagamento del contributo, anche per la quota afferente al costo di costruzione).
D'altro canto, è indiscutibile che il mutamento di destinazione d'uso, ancorché senza opere edilizie, da una tipologia utilizzativa artigianale ad altra commerciale implica un mutamento del carico urbanistico, connesso ai ben diversi flussi di traffico e clientela, nonché della redditività, e quindi dei vantaggi economici connessi alla destinazione e all'attività.
In relazione all'incontestato mutamento della destinazione d'uso comportante passaggio da una ad altra tipologia e/o categoria edilizia, d'altra parte, il Comune non era tenuto a supportare la propria richiesta con alcuna motivazione specifica, essendo sufficiente il richiamo al presupposto giuridico-fattuale, ciò che implica il superamento anche dei rilievi introdotti con la memoria di replica a prescindere dalla loro ritualità, contestata dal difensore dell'Amministrazione in sede di discussione.

Binario S.p.A., con sede in Padova, in forza di contratto di locazione finanziaria con Italease Network S.p.A., ha acquisito un capannone, ubicato in Padova, al corso Stati Uniti (distinto in catasto a foglio n. 9 particella n. 461), realizzato in base al permesso di costruire n. 348 del 28.09.2005, e successive varianti, con specifica destinazione artigianale, comunicando quindi il mutamento di destinazione d'uso da artigianale a commerciale (parte all'ingrosso e parte al dettaglio).
Con note del 174808 del 25.07.2012 e n. 192751 del 20.08.2012 (quest'ultima rettificativa delle somme richieste) il Comune di Padova, rilevato che anche in assenza di opere edilizie il mutamento di destinazione d'uso implicava trasformazione della categoria edilizia e aumento del carico urbanistico, ha richiesto il pagamento, a titolo di differenza sul contributo di costruzione dovuto, della complessiva somma di € 372.239,81 (di cui € 304.843,56 per costo di costruzione e € 67,396,26 per oneri urbanizzativi).
Con il ricorso in primo grado la società ha proposto cumulative domande di annullamento e accertamento, sostenendo che il costo di costruzione non sia dovuto in assenza di opere edilizie.
...
Nel merito l'appello è destituito di fondamento giuridico e deve essere rigettato.
L'art. 19, comma 3, del d.P.R. 06.06.2001, n. 380 dispone, in modo affatto chiaro, che "Qualora la destinazione d'uso delle opere indicate nei commi precedenti...venga comunque modificata nei dieci anni successivi all'ultimazione dei lavori, il contributo di costruzione è dovuto nella misura massima corrispondente alla nuova destinazione, determinata con riferimento al momento dell'intervenuta variazione".
La disposizione si riferisce in modo omnicomprensivo al contributo di costruzione, come definito dal precedente art. 16, senza distinzione tra le sue componenti, e quindi tanto alla quota parte riferibile agli oneri di urbanizzazione, quanto a quella relativa al costo di costruzione, e trova giustificazione nel diverso regime, più favorevole per gli immobili a destinazione industriale o artigianale (per i quali ai sensi del precedente comma 1 è dovuto contributo limitato ai soli oneri urbanizzativi) e più gravoso per gli immobili a destinazione turistica, commerciale, direzionale e a servizi (per cui invece ai sensi del comma secondo, oltre agli oneri urbanizzativi è dovuto un contributo commisurato anche al costo di costruzione, sebbene nella più ridotta misura ivi specificata, pari al 10% del costo di costruzione documentato).
Ne consegue che, come chiarito da questa Sezione, la quota parte relativa al costo di costruzione è comunque dovuta "...anche in presenza di una trasformazione edilizia che, indipendentemente dall'esecuzione fisica di opere, si rivela produttiva di vantaggi economici ad essa connessi, situazione che si verifica per il mutamento di destinazione o comunque per ogni variazione anche di semplice uso che comporti un passaggio tra due categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico" (Cons. Stato, Sez. IV, 20.12.2013, n. 6160; vedi anche 14.10.2011, n. 5539, quest'ultima peraltro nel senso che anche la sola variazione di destinazione d'uso all'interno di una stessa categoria, da commercio all'ingrosso a commercio al dettaglio, giustifica il pagamento del contributo, anche per la quota afferente al costo di costruzione).
D'altro canto, è indiscutibile che il mutamento di destinazione d'uso, ancorché senza opere edilizie, da una tipologia utilizzativa artigianale ad altra commerciale implica un mutamento del carico urbanistico, connesso ai ben diversi flussi di traffico e clientela, nonché della redditività, e quindi dei vantaggi economici connessi alla destinazione e all'attività.
In relazione all'incontestato mutamento della destinazione d'uso comportante passaggio da una ad altra tipologia e/o categoria edilizia, d'altra parte, il Comune non era tenuto a supportare la propria richiesta con alcuna motivazione specifica, essendo sufficiente il richiamo al presupposto giuridico-fattuale, ciò che implica il superamento anche dei rilievi introdotti con la memoria di replica a prescindere dalla loro ritualità, contestata dal difensore dell'Amministrazione in sede di discussione.
Restano assorbiti tutti gli argomenti di doglianza, motivi o eccezioni non espressamente esaminati che il Collegio ha ritenuto non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione di tipo diverso (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 03.09.2014 n. 4483 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nell’ingiunzione di demolizione non è necessaria la specifica indicazione delle aree da acquisire al patrimonio comunale; tale dato, infatti, deve essere contenuto nel successivo atto di acquisizione, a pena di illegittimità di quest’ultimo, che costituisce il titolo per l’immissione in possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari.
Da tale orientamento, peraltro già condiviso da questo TAR, il Collegio non ha motivo di discostarsi.
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L’attività di repressione degli abusi edilizi, essendo collegata alla tutela dell’interesse pubblico per un ordinato sviluppo del territorio, così come delineato nello strumento urbanistico e nella regolamentazione urbanistica vigente, non è soggetta a termini di decadenza o di prescrizione e può essere esercitata anche a notevole distanza di tempo dalla commissione dell’abuso.
Né può essere ravvisata, nella fattispecie, una carenza motivazionale per essere l’ordine di demolizione esclusivamente sorretto dal richiamo al carattere abusivo dell’opera realizzata.
La giurisprudenza infatti è pressoché concorde nel ritenere che “presupposto per l’adozione dell’ordinanza di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione dell’opera in totale difformità della concessione o in assenza della medesima, con la conseguenza che tale ordinanza –ove ricorrano i predetti requisiti– è atto dovuto ed è sufficientemente motivata con l’affermazione dell’accertata abusività dell’opera, essendo in re ipsa l’interesse pubblico alla sua rimozione".

Con il primo motivo d’impugnazione lamenta la violazione dell’art. 31 del D.P.R. n. 380/2001 per essersi l’Ufficio Tecnico limitato ad un generico rinvio alla previsione normativa, senza fornire una puntuale indicazione dell’area da acquisirsi, nel caso di inottemperanza all’ordine di demolizione.
Tale censura è priva di fondamento.
Nell’ingiunzione di demolizione non è necessaria la specifica indicazione delle aree da acquisire al patrimonio comunale; tale dato, infatti, deve essere contenuto nel successivo atto di acquisizione, a pena di illegittimità di quest’ultimo, che costituisce il titolo per l’immissione in possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari (Cons. St. V sez. 26/01/2000 n. 341; Cons. St. VI sez. 08/04/2004 n. 1997; TAR Lombardia–Brescia 02/07/2002 n. 1011).
Da tale orientamento, peraltro già condiviso da questo TAR (sent. n. 4309/2003), il Collegio non ha motivo di discostarsi.
Del pari infondato si rivela il secondo motivo d’impugnazione con il quale il ricorrente, muovendo dal tempo dell’abuso, sostiene che l’Amministrazione, “avrebbe dovuto valutare la situazione di consolidato affidamento del privato e …. dar conto delle ragioni di pubblico interesse che depongono per la demolizione del fabbricato”.
Al riguardo va ribadito che l’attività di repressione degli abusi edilizi, essendo collegata alla tutela dell’interesse pubblico per un ordinato sviluppo del territorio, così come delineato nello strumento urbanistico e nella regolamentazione urbanistica vigente, non è soggetta a termini di decadenza o di prescrizione e può essere esercitata anche a notevole distanza di tempo dalla commissione dell’abuso (Cons. St. IV sez. 27/04/2004 n. 2529; TAR Campania–Napoli VII sez. 20/07/2010 n. 17168).
Né può essere ravvisata, nella fattispecie, una carenza motivazionale per essere l’ordine di demolizione esclusivamente sorretto dal richiamo al carattere abusivo dell’opera realizzata.
La giurisprudenza infatti è pressoché concorde nel ritenere che “presupposto per l’adozione dell’ordinanza di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione dell’opera in totale difformità della concessione o in assenza della medesima, con la conseguenza che tale ordinanza –ove ricorrano i predetti requisiti– è atto dovuto ed è sufficientemente motivata con l’affermazione dell’accertata abusività dell’opera, essendo in re ipsa l’interesse pubblico alla sua rimozione" (Cons. St. IV sez. 03/02/1996 n. 95: TARBasilicata 20/02/2004 n. 103) (TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 03.09.2014 n. 2256 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl riesame dell'abusività dell'opera edilizia, provocato dall'istanza di sanatoria dell'autore dell'abuso, determina la necessaria formazione di un nuovo provvedimento che vale comunque a rendere inefficace il provvedimento sanzionatorio in precedenza emanato con la conseguenza che, comunque, anche in caso di rigetto dell'istanza, l'Amministrazione deve emanare un nuovo provvedimento sanzionatorio, disponendo nuovamente la demolizione dell'opera edilizia ritenuta abusiva, con l'assegnazione di un nuovo termine per adempiere.
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Costituisce ius receptum che il provvedimento di diniego del rilascio della concessione di costruzione in sanatoria deve compiutamente motivare l'effettivo contrasto tra l'opera realizzata e gli strumenti urbanistici e tale contrasto deve essere evidenziato in maniera intelligibile, così da consentire al soggetto interessato di impugnare l'atto davanti al G.A., denunziando non solo i vizi propri della motivazione, ma anche le errate interpretazioni delle norme urbanistiche valutate col giudizio di non conformità.
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Quando nell’ambito di una procedura di…..accertamento di conformità, l’Amministrazione svolge una valutazione negativa, essa deve motivare sulla base della specifica istruttoria espletata, con puntualità di riferimenti le ragioni tecnico-valutative che impediscono nella fattispecie il rilascio della concessione in sanatoria.
Viceversa, come esattamente rilevato in ricorso, il provvedimento di diniego impugnato deve ritenersi illegittimo perché non esterna in maniera compiuta e puntuale le ragioni per cui l’Amministrazione abbia ritenuto di opporre il contestato diniego; in particolare il relativo provvedimento finale non esplicita alcun concreto riferimento alla normativa urbanistica violata.
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Il diniego di sanatoria di opere edilizie deve precisare quali siano gli ostacoli di fatto ed in diritto che impediscano il rilascio del provvedimento richiesto, e ciò al fine di porre l’istante nelle condizioni di adeguare, ove possibile, l’intervento alla normativa vigente ovvero di proporre impugnativa in sede giurisdizionale, denunziando non solo il difetto della motivazione, ma l’eventuale errata interpretazione della disciplina urbanistica, edilizia ed ambientale.
La signora L.A. impugna la nota prot. n. 8425/2014 del 12.03.2014 (con la quale il Dirigente dell’Ufficio Urbanistica del Comune di Francavilla Fontana ha comunicato il diniego definitivo al rilascio del permesso di costruire in sanatoria richiesto ai sensi dell’art. 36 del D.P.R. n. 380/2001) e la consequenziale ordinanza di demolizione n. 115 del 09.04.2014, inerenti un box auto realizzato antecedentemente al 1967 in assenza di titolo abilitativo.
...
Il ricorso deve essere accolto per le ragioni di diritto di seguito esplicitate.
Il Collegio rileva preliminarmente che, secondo l’indirizzo giurisprudenziale dominante, “il riesame dell'abusività dell'opera edilizia, provocato dall'istanza di sanatoria dell'autore dell'abuso, determina la necessaria formazione di un nuovo provvedimento che vale comunque a rendere inefficace il provvedimento sanzionatorio in precedenza emanato con la conseguenza che, comunque, anche in caso di rigetto dell'istanza, l'Amministrazione deve emanare un nuovo provvedimento sanzionatorio, disponendo nuovamente la demolizione dell'opera edilizia ritenuta abusiva, con l'assegnazione di un nuovo termine per adempiere” (in tal senso, ex multis, TAR Lecce, Sez. III, n. 635/2011); pertanto, l’ordinanza di demolizione n. 34 del 28.01.2013 ha perso la propria efficacia lesiva a seguito della presentazione dell’istanza di accertamento di conformità.
Con riferimento, poi, ai vizi denunciati in ordine all’impugnato diniego (e alla illegittimità derivata della successiva ordinanza di demolizione), fondato ed assorbente si appalesa il motivo di gravame inerente il difetto di motivazione, con il quale parte ricorrente lamenta la violazione dell’art. 3 della legge n. 241/1990, in correlazione con l’art. 36 del D.P.R. 380/01 (mancando nel provvedimento gravato qualsivoglia motivazione in ordine al contrasto dell’opera con le prescrizioni urbanistiche, unica valutazione che doveva esser compiuta dall’Amministrazione in sede di procedimento per l’accertamento di conformità).
La censura è fondata.
Il Collegio, innanzitutto, rileva che il provvedimento in parola fa discendere la difformità del manufatto all’epoca dell’abuso dalla originaria mancanza di titolo abilitativo (“non è mai stata prevista la costruzione di alcun manufatto in quel sito”- lettera C - e “come ribadito precedentemente, non vi sono autorizzazioni per la costruzione di quel manufatto, pertanto la costruzione non era conforme al progetto approvato e alle norme urbanistiche vigenti al momento dell’abuso”- lettera D). Viceversa, l'istanza di sanatoria trova la sua ragion d'essere proprio nella suddetta, riconosciuta mancanza del titolo autorizzatorio.
In secondo luogo, si osserva che il diniego di sanatoria, in quanto atto a contenuto vincolato, è sufficientemente motivato con il compiuto riferimento alla mancanza del requisito della doppia conformità, mediante il puntuale riferimento alle norme urbanistiche ed edilizie di cui si assume il mancato rispetto.
In tal senso, l’orientamento giurisprudenziale assolutamente prevalente, dal quale il Collegio non ravvisa ragioni per discostarsi, è fermo nell’assunto che “costituisce ius receptum che il provvedimento di diniego del rilascio della concessione di costruzione in sanatoria deve compiutamente motivare l'effettivo contrasto tra l'opera realizzata e gli strumenti urbanistici e tale contrasto deve essere evidenziato in maniera intelligibile, così da consentire al soggetto interessato di impugnare l'atto davanti al G.A., denunziando non solo i vizi propri della motivazione, ma anche le errate interpretazioni delle norme urbanistiche valutate col giudizio di non conformità (cfr. ex multis TAR Lazio Roma, sez. II, 19.07.2005, n. 5736)” (così TAR Campania, Napoli, Sezione Quarta, 23/03/2010, n. 1578).
Ed ancora, “quando nell’ambito di una procedura di…..accertamento di conformità, l’Amministrazione svolge una valutazione negativa, essa deve motivare sulla base della specifica istruttoria espletata, con puntualità di riferimenti le ragioni tecnico-valutative che impediscono nella fattispecie il rilascio della concessione in sanatoria. Viceversa, come esattamente rilevato in ricorso, il provvedimento di diniego impugnato deve ritenersi illegittimo perché non esterna in maniera compiuta e puntuale le ragioni per cui l’Amministrazione abbia ritenuto di opporre il contestato diniego; in particolare il relativo provvedimento finale non esplicita alcun concreto riferimento alla normativa urbanistica violata…..” (TAR Campania, Napoli, Sez. II, 21.06.2007, n. 6667); inoltre, “il diniego di sanatoria di opere edilizie deve precisare quali siano gli ostacoli di fatto ed in diritto che impediscano il rilascio del provvedimento richiesto, e ciò al fine di porre l’istante nelle condizioni di adeguare, ove possibile, l’intervento alla normativa vigente (TAR Liguria, sez. I, 10.12.2002, n. 1187) ovvero di proporre impugnativa in sede giurisdizionale, denunziando non solo il difetto della motivazione, ma l’eventuale errata interpretazione della disciplina urbanistica, edilizia ed ambientale (TAR Sardegna 10.11.2003, n. 1448)” (in tal senso, TAR Calabria, Catanzaro, Sez. II, 1844 del 06.10.2004) (TAR Puglia-Lecce, Sez. II, sentenza 03.09.2014 n. 2254 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Quanto al ritenuto difetto di titolo giuridico in capo alla ricorrente ex art. 11 DPR 380/2001 per chiedere il rilascio del permesso di costruire, basta rammentare il condivisibile orientamento del Consiglio di Stato secondo cui, ai fini del rilascio di titolo edilizio “il contratto di locazione è titolo idoneo alla realizzazione di opere”, soprattutto in casi come quello oggetto del presente giudizio, in cui il conduttore intende realizzare un intervento edilizio di carattere precario ed amovibile.
Peraltro, proprio considerato il carattere precario ed amovibile dell’intervento, caratterizzato da permanenza limitata alla sola stagione estiva ed avente superficie coperta complessiva di mq 36 circa oltre i servizi igienici per come emerge dalla documentazione in atti, non può ritenersi nella specie ravvisabile quella paventata trasformazione urbanistica ed edilizia definitiva del territorio circostante, che si porrebbe in contrasto con le NTA del PUG vigente, che l’Amministrazione resistente ha posto quale ulteriore motivo di diniego della richiesta autorizzazione.

Risulta agli atti che la ricorrente società ha la disponibilità, mercé regolare contratto di locazione, di un’area sita in Comune di Porto Cesareo censita a fl 16 all. ”L”, plle 323 e 352 e che, in data 29.01.2009, ha presentato istanza di permesso di costruire per la realizzazione di una struttura precaria e di facile amovibilità da adibirsi a chiosco-bar ad uso turistico-balneare, con permanenza limitata alla sola stagione estiva.
Sennonché, con il provvedimento impugnato il Comune di Porto Cesareo ha opposto diniego a tale istanza, sull’assunto che la società ricorrente non abbia titolo per richiedere il permesso di costruire, che l’intervento proposto pur in astratto assentibile realizzerebbe una trasformazione urbanistica ed edilizia definitiva del territorio in contrasto con le NTA del PUG vigente e, peraltro, comporterebbe un immediato aggravio dell’attuale situazione di carenza di servizi e standard urbanistici caratterizzante il territorio circostante, che ha portato all’assoggettamento dell’area a P.I.R.T., con reperimento delle aree da destinare a servizi e degli standard necessari da quantificarsi ed ubicarsi mediante la redazione del piano esecutivo.
Orbene, le censure mosse dalla ricorrente società al provvedimento impugnato risultano fondate.
Ed invero, quanto al ritenuto difetto di titolo giuridico in capo alla ricorrente ex art. 11 DPR 380/2001 per chiedere il rilascio del permesso di costruire, basta rammentare il condivisibile orientamento del Consiglio di Stato secondo cui, ai fini del rilascio di titolo edilizio “il contratto di locazione è titolo idoneo alla realizzazione di opere” (cfr. C.d.S. sent. 568/2012), soprattutto in casi come quello oggetto del presente giudizio, in cui il conduttore intende realizzare un intervento edilizio di carattere precario ed amovibile.
Peraltro, proprio considerato il carattere precario ed amovibile dell’intervento, caratterizzato da permanenza limitata alla sola stagione estiva ed avente superficie coperta complessiva di mq 36 circa oltre i servizi igienici per come emerge dalla documentazione in atti, non può ritenersi nella specie ravvisabile quella paventata trasformazione urbanistica ed edilizia definitiva del territorio circostante, che si porrebbe in contrasto con le NTA del PUG vigente, che l’Amministrazione resistente ha posto quale ulteriore motivo di diniego della richiesta autorizzazione.
Infine, quanto all’ultimo motivo posto dall’Amministrazione a base del diniego del permesso di costruire, relativo all’immediato aggravio che l’intervento proposto realizzerebbe in una situazione già caratterizzata da carenza di servizi e standard urbanistici nel territorio circostante, interessato da numerosi immobili oggetto di condono ex l. 47/1985 e perciò assoggettato a P.I.R.T. dallo strumento urbanistico vigente, osserva il Tribunale che la perimetrazione dell’area oggetto del presente giudizio tra quelle da sottoporsi a PIRT non è di per sé ostativa al rilascio del permesso di costruire tutte le volte in cui si intenda realizzare, come nella specie, un intervento di natura precaria ed amovibile e perciò di per se inidoneo ad arrecare quell’aggravamento dei servizi e degli standard urbanistici che il PIRT intenda evitare (cfr. in tal senso Tar Lecce, sez I, sent. 1358/2012) (TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 03.09.2014 n. 2249 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Secondo l’orientamento consolidato della giurisprudenza, fondato sullo stesso tenore letterale dell’art. 16 del D.P.R. 06.06.2001 n. 380 (“la quota di contributo relativa agli oneri di urbanizzazione è corrisposta al Comune all'atto del rilascio del permesso di costruire” e “la quota di contributo relativa al costo di costruzione, determinata all'atto del rilascio...”), i contributi concessori devono essere stabiliti al momento del rilascio del permesso edilizio; a tale momento occorre dunque avere riguardo per la determinazione della entità dell’onere facendo applicazione della normativa vigente al momento del rilascio del titolo edilizio.
Da tale affermazione di principio si trae il corollario della irretroattività delle determinazioni comunali a carattere regolamentare con cui vengono stabiliti i criteri generali e le nuove tariffe e modalità di calcolo per gli oneri concessori ribadendosi l'integrale applicazione del principio “tempus regit actum” e, quindi, la irrilevanza ed ininfluenza di disposizioni tariffarie sopravvenute rispetto al momento del rilascio della concessione edilizia.
Di conseguenza, deve ritenersi che le delibere comunali che dispongono l'adeguamento degli oneri concessori possano trovare applicazione esclusivamente per i permessi rilasciati a far tempo dall'epoca di adozione dell'atto deliberativo e non anche per quelli rilasciati in epoca anteriore.
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Deve ritenersi, sulla base del dato normativo e in conformità dell’orientamento giurisprudenziale consolidato da cui non vi sono ragioni di discostarsi, che non solo la determinazione degli oneri debba avvenire sulla base delle tariffe vigenti ma che la stessa non possa essere richiesta che una tantum al momento del rilascio del permesso edilizio senza possibilità di esigersi pagamenti per annualità successive al rilascio del titolo.
E’ pertanto evidentemente illegittima la pretesa dell’Amministrazione Comunale intimata di addossare al titolare di un permesso edilizio rilasciato anni prima l’ulteriore carico finanziario derivante dal meccanismo di aggiornamento posto che la determinazione degli oneri concessori al momento del rilascio era stata -a quanto risulta dagli atti di causa- correttamente determinata sulla base delle tabelle vigenti all’epoca.

Con il ricorso in epigrafe, il signor T.C.P. ha impugnato il provvedimento del Responsabile del Settore Servizi alla Città/Servizio Urbanistico del Comune di Matino 19.03.2013 prot. n. 6867, con il quale, in applicazione della deliberazione del Consiglio comunale 08.11.2012 n. 38 -di aggiornamento del contributo degli oneri di urbanizzazione e del costo di costruzione- anch’essa gravata, è stato richiesto al ricorrente il "conguaglio relativo agli oneri di urbanizzazione e costo di costruzione" in riferimento alle pratiche edilizie n. 306/06 e n. 129/07, per le quali l’interessato aveva già regolarmente pagato i contributi allora liquidati.

L’interessata ha domandato altresì l'accertamento dell’insussistenza dell’obbligo di pagamento della somma di € 10.006,24, preteso dall’Amministrazione municipale quale aggiornamento degli oneri concessori e del costo di costruzione.
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La questione dedotta è stata già affrontata da questo Tribunale, che si è pronunciato in senso favorevole alle tesi attorie, in varie sentenze, dalle cui conclusioni e argomentazioni non vi è motivo di discostarsi (Sezione terza, 20.01.2014 n. 183; 23.10.2013 n. 2164; 27.09.2013 n. 2058; 27.08.2013 n. 1800; 15.05.2013 n. 1103; 15.01.2013 n. 49).
In particolare, è stato chiarito che, in casi del genere, è da “escludere che si sia di fronte all’esercizio di un potere di autotutela volto a correggere eventuali errori di determinazione o calcolo, peraltro nemmeno chiaramente evidenziati in atti, compiuti all’epoca del rilascio del permesso di costruire".
L’attività comunale appare invece orientata ad addossare al privato successivamente al rilascio del titolo edilizio costi supplementari derivanti dal meccanismo legale di adeguamento degli oneri concessori.
Tale meccanismo consente di aggiornare gli importi ricorrendo, con riferimento alla voce relativa agli oneri di urbanizzazione, “ai riscontri e prevedibili costi delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale” (cfr. art. 16, sesto comma, D.P.R. 06.06.2001 n. 380) o, in relazione alla voce relativa al costo di costruzione, facendo “riferimento ai costi massimi ammissibili per l'edilizia agevolata” su determinazione regionale, e in assenza di quest’ultima “in ragione dell'intervenuta variazione dei costi di costruzione accertata dall'ISTAT” (cfr. art. 16, nono comma, D.P.R. 06.06.2001 n. 380).
Il procedimento di revisione mira dunque ad adeguare l’importo degli oneri concessori a fenomeni di natura sostanzialmente inflattiva -legati all’aumento generalizzato dei costi di urbanizzazione o costruzione- in maniera da far corrispondere a permessi edilizi rilasciati in epoche diverse un impegno economico sostanzialmente uniforme sui singoli istanti.
Secondo l’orientamento consolidato della giurisprudenza, fondato sullo stesso tenore letterale dell’art. 16 del D.P.R. 06.06.2001 n. 380 (“la quota di contributo relativa agli oneri di urbanizzazione è corrisposta al Comune all'atto del rilascio del permesso di costruire” e “la quota di contributo relativa al costo di costruzione, determinata all'atto del rilascio...”), i contributi concessori devono essere stabiliti al momento del rilascio del permesso edilizio; a tale momento occorre dunque avere riguardo per la determinazione della entità dell’onere facendo applicazione della normativa vigente al momento del rilascio del titolo edilizio.
Da tale affermazione di principio si trae il corollario della irretroattività delle determinazioni comunali a carattere regolamentare con cui vengono stabiliti i criteri generali e le nuove tariffe e modalità di calcolo per gli oneri concessori ribadendosi l'integrale applicazione del principio “tempus regit actum” e, quindi, la irrilevanza ed ininfluenza di disposizioni tariffarie sopravvenute rispetto al momento del rilascio della concessione edilizia (Cfr. ex multis: TAR Puglia Lecce, III Sezione, 15.01.2013 n. 49).
Di conseguenza, deve ritenersi che le delibere comunali che dispongono l'adeguamento degli oneri concessori possano trovare applicazione esclusivamente per i permessi rilasciati a far tempo dall'epoca di adozione dell'atto deliberativo e non anche per quelli rilasciati in epoca anteriore.
Nel caso di specie, si deve poi osservare che la determinazione degli oneri non solo avviene sulla base di parametri posteriori al titolo edilizio -e quindi in via retroattiva- ma che altresì la stessa pretesa comunale appare fondata sulla convinzione errata che sia possibile esigere periodicamente la richiesta di integrazione del pagamento ogni volta che l’importo tariffario venga modificato, posto che tale rideterminazione appare nella specie ancorata alle tabelle approvate anche per gli anni successivi a quello di rilascio del titolo edilizio.
Deve invece ritenersi, sulla base del dato normativo e in conformità dell’orientamento giurisprudenziale consolidato da cui non vi sono ragioni di discostarsi, che non solo la determinazione degli oneri debba avvenire sulla base delle tariffe vigenti ma che la stessa non possa essere richiesta che una tantum al momento del rilascio del permesso edilizio senza possibilità di esigersi pagamenti per annualità successive al rilascio del titolo (Cfr. ex multis: TAR Puglia Lecce, III Sezione, 15.01.2013 n. 49).
E’ pertanto evidentemente illegittima la pretesa dell’Amministrazione Comunale intimata di addossare al titolare di un permesso edilizio rilasciato anni prima l’ulteriore carico finanziario derivante dal meccanismo di aggiornamento posto che la determinazione degli oneri concessori al momento del rilascio era stata -a quanto risulta dagli atti di causa- correttamente determinata sulla base delle tabelle vigenti all’epoca.
Per ragione di completezza, si precisa che, anche qualificando come conseguenza del potere di autotutela la richiesta di integrazione degli oneri, la pretesa risulterebbe illegittima in quanto esercitata patentemente in violazione dell’art. 21-nonies Legge 07.08.1990 n. 241 e ss.mm. posto che:
- non risulta chiaramente il vizio originario da rimuovere, limitandosi il Comune genericamente a richiamare le norme e le tabelle succedutesi nel tempo;
- non viene comparato in motivazione l’interesse pubblico con l’interesse del destinatario, tenendo conto dell' affidamento ingeneratosi nel privato;
- in particolare non viene data alcuna motivazione in relazione al tempo trascorso, quasi tre anni [rectius, nel caso concreto, addirittura sei anni], “tra la determinazione originaria e la successiva rideterminazione, tenendo conto che lo stesso art. 21-nonies della Legge n° 241/1990 prescrive che il potere di ritiro venga esercitato “entro un ragionevole termine”” (sentenza 20.01.2014 n. 183).
Il ricorso è dunque d’accogliere, con il conseguente annullamento degli atti impugnati anche tramite motivi aggiunti (TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 03.09.2014 n. 2244 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: Il TAR è giurisdizionalmente competente in materia di pareri di congruità rilasciati dagli Ordini degli Avvocati.
In merito, questo Collegio si limita a citare recente giurisprudenza secondo la quale “il parere di congruità sulle parcelle professionali reso dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati è atto soggettivamente e oggettivamente amministrativo, poiché non si esaurisce in una mera certificazione della rispondenza del credito alla tariffa professionale, bensì implica una valutazione di congruità della prestazione, che trova inequivocabile presupposto nel rapporto di supremazia che intercorre tra l'Ordine od il Collegio professionale (soggetto, questo, indubitabilmente pubblico) ed i propri iscritti. Siffatta valutazione, per un verso, ha senz'altro connotati di evidente discrezionalità in quanto frutto dell'esercizio di un potere conferito da una norma (almeno in parte qua) d'azione e non di relazione, che configura l'esercizio di un potere avente natura unilaterale e che costituisce espressione di potestà amministrativa riconosciuta per finalità di pubblico interesse che trova il proprio fondamento normativo nell'art. 14, comma 1, lettera d), del R.D.L. 27.11.1933, n. 1578 (Ordinamento delle professioni di avvocato e di procuratore)”.
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Allorché l’atto emesso dall’Ordine degli Avvocati (circa la congruità della parcella emessa di un avvocato) abbia la natura di atto meramente confermativo, atteso che lo stesso non è stato preceduto da una nuova istruttoria e si limita a ripetere lo stesso contenuto di quello precedente, sul punto la giurisprudenza ha chiarito che “La conferma "mera"… si verifica solo nei casi in cui la nuova determinazione dell'amministrazione si limiti a ripetere il contenuto del precedente provvedimento, senza aggiungere alcun ulteriore supporto motivazionale e senza percorrere una rinnovata istruttoria delle circostanze ritenute rilevanti ai fini della valutazione dell'istanza proposta dal richiedente. Qualora l'amministrazione adotti un atto di identico contenuto dispositivo di un altro precedente, ma arricchito da una puntuale motivazione prima inesistente, o basato su elementi istruttori prima non considerati, si è in presenza di un atto confermativo, a carattere rinnovatorio, che modifica la realtà giuridica, riaprendo i termini per la proposizione del ricorso giurisdizionale da parte dei soggetti che ne intendano contestare la legittimità.”

Come richiesto dal ricorrente, in via preliminare si evidenzia che questo Tribunale è giurisdizionalmente competente in materia di pareri di congruità rilasciati dagli Ordini degli Avvocati.
In merito, questo Collegio si limita a citare recente giurisprudenza secondo la quale “il parere di congruità sulle parcelle professionali reso dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati è atto soggettivamente e oggettivamente amministrativo, poiché non si esaurisce in una mera certificazione della rispondenza del credito alla tariffa professionale, bensì implica una valutazione di congruità della prestazione (Cass. Civ., Sez. Un., 24.06.2009, n. 14812 e, da ultimo, Cons. St., IV, 24.12.2009, n. 8749), che trova inequivocabile presupposto nel rapporto di supremazia che intercorre tra l'Ordine od il Collegio professionale (soggetto, questo, indubitabilmente pubblico) ed i propri iscritti. Siffatta valutazione, per un verso, ha senz'altro connotati di evidente discrezionalità in quanto frutto dell'esercizio di un potere conferito da una norma (almeno in parte qua) d'azione e non di relazione, che configura l'esercizio di un potere avente natura unilaterale e che costituisce espressione di potestà amministrativa riconosciuta per finalità di pubblico interesse che trova il proprio fondamento normativo nell'art. 14, comma 1, lettera d), del R.D.L. 27.11.1933, n. 1578 (Ordinamento delle professioni di avvocato e di procuratore)” (TAR Venezia, sez. I, 13.02.2014, n. 183).
Il ricorso è inammissibile.
Il giorno 20.10.2010, l’Ordine degli Avvocati di Bari si è riunito al limitato scopo di valutare la domanda di revisione del parere di congruità già rilasciato in data 22.09.2010 presentata dal ricorrente in data 08.10.2010. L’esito di tale riunione è stato la mera conferma del parere di congruità già rilasciato.
Questo Collegio ritiene che l’atto emesso dall’Ordine degli Avvocati di Bari abbia la natura di atto meramente confermativo atteso che lo stesso non è stato preceduto da una nuova istruttoria e si limita a ripetere lo stesso contenuto di quello precedente.
Sul punto, la giurisprudenza ha chiarito che “La conferma "mera"… si verifica solo nei casi in cui la nuova determinazione dell'amministrazione si limiti a ripetere il contenuto del precedente provvedimento, senza aggiungere alcun ulteriore supporto motivazionale e senza percorrere una rinnovata istruttoria delle circostanze ritenute rilevanti ai fini della valutazione dell'istanza proposta dal richiedente. Qualora l'amministrazione adotti un atto di identico contenuto dispositivo di un altro precedente, ma arricchito da una puntuale motivazione prima inesistente, o basato su elementi istruttori prima non considerati, si è in presenza di un atto confermativo, a carattere rinnovatorio, che modifica la realtà giuridica, riaprendo i termini per la proposizione del ricorso giurisdizionale da parte dei soggetti che ne intendano contestare la legittimità.” (Cons. Stato, sez. V, 25.02.2009, n. 1115).
Ne consegue che, essendo decorsi i termini per impugnare il parere di congruità n. 319 del 22.09.2010 e vista la natura meramente confermativa dell’atto impugnato, il ricorso indicato in epigrafe deve essere dichiarato inammissibile (TAR Puglia-Bari, Sez. II, sentenza 03.09.2014 n. 1066 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: