e-mail
info.ptpl@tiscali.it

APPALTI
CONVEGNI
FORUM
G.U.R.I. - G.U.U.E. - B.U.R.L.
LINK

NEWS PUBBLICATE:
1-aggiornam. pregressi
2-Corte dei Conti
3-
dite la vostra ...
4-dottrina e contributi
5-funzione pubblica
6-giurisprudenza
7-modulistica
8-news
9-normativa
10-note, circolari e comunicati
11-quesiti & pareri
12-utilità
- - -
DOSSIER
:
13-
ABBAINO
14-
ABUSI EDILIZI
15-
AFFIDAMENTO IN HOUSE
16-AGIBILITA'
17-AMIANTO
18-ANAC (già AVCP)
19
-APPALTI
20-ARIA
21-ASCENSORE
22-ASL + ARPA
23-ATTI AMMINISTRATIVI
24-ATTI AMMINISTRATIVI (accesso esposto e/o permesso di costruire e/o atti di P.G.)
25-ATTI AMMINISTRATIVI (impugnazione-legittimazione)
26-ATTIVITA' COMMERCIALE IN LOCALI ABUSIVI
27-BARRIERE ARCHITETTONICHE
28-BOSCO
29-BOX
30-CAMBIO DESTINAZIONE D'USO (con o senza opere)
31-CANCELLO, BARRIERA, INFERRIATA, RINGHIERA in ferro
32-CANNE FUMARIE e/o COMIGNOLI
33-CARTELLI STRADALI
34-CARTELLO DI CANTIERE - COMUNICAZIONE INIZIO LAVORI
35-CERTIFICATO DESTINAZIONE URBANISTICA
36-CERIFICAZIONE ENERGETICA e F.E.R.
37
-COMPETENZE GESTIONALI
38
-COMPETENZE PROFESSIONALI - PROGETTUALI
39-CONDIZIONATORE D'ARIA
40-CONDOMINIO
41-CONSIGLIERI COMUNALI
42-CONTRIBUTO DI COSTRUZIONE
43-CONTRIBUTO DI COSTRUZIONE (gratuità per oo.pp. e/o private di interesse pubblico)
44-CONTRIBUTO DI COSTRUZIONE (prescrizione termine dare/avere e legittimazione alla restituzione)
45-CONTRIBUTO DI COSTRUZIONE (rateizzato e/o ritardato versamento)
46-DEBITI FUORI BILANCIO
47-DEFINIZIONI INTERVENTI EDILIZI
48-DIA e SCIA
49-DIAP
50-DISTANZA dagli ALLEVAMENTI ANIMALI
51-DISTANZA dai CONFINI
52-DISTANZA dai CORSI D'ACQUA - DEMANIO MARITTIMO/LACUALE
53-DISTANZA dalla FERROVIA

54-DISTANZA dalle PARETI FINESTRATE
55-DURC
56-EDICOLA FUNERARIA
57-EDIFICIO UNIFAMILIARE
58-ESPROPRIAZIONE
59-GESTIONE ASSOCIATA FUNZIONI COMUNALI
60-INCARICHI LEGALI e/o RESISTENZA IN GIUDIZIO
61-INCARICHI PROFESSIONALI E PROGETTUALI
62-INCENTIVO PROGETTAZIONE
63-INDUSTRIA INSALUBRE
64-L.R. 12/2005
65-L.R. 23/1997
66-LEGGE CASA LOMBARDIA
67-LICENZA EDILIZIA (necessità)
68-LOTTO EDIFICABILE - ASSERVIMENTO AREA - CESSIONE CUBATURA
69-LOTTO INTERCLUSO
70-MAPPE e/o SCHEDE CATASTALI (valore probatorio o meno)
71-MOBBING
72-MURO DI CINTA/RECINZIONE, DI CONTENIMENTO/SOSTEGNO, ECC.
73-OPERE PRECARIE
74-PARERE DI REGOLARITA' TECNICA, CONTABILE E DI LEGITTIMITA'
75-PATRIMONIO
76-PERGOLATO e/o GAZEBO e/o BERCEAU e/o DEHORS e/o POMPEIANA e/o PERGOTENDA
77-PERMESSO DI COSTRUIRE (annullamento e/o impugnazione)
78-PERMESSO DI COSTRUIRE (decadenza)
79-PERMESSO DI COSTRUIRE (deroga)
80-PERMESSO DI COSTRUIRE (legittimazione richiesta titolo)
81-PERMESSO DI COSTRUIRE (parere commissione edilizia)
82-PERMESSO DI COSTRUIRE (prescrizioni)
83-PERMESSO DI COSTRUIRE (proroga)
84-PERMESSO DI COSTRUIRE (verifica in istruttoria dei limiti privatistici al rilascio)
85
-
PERMESSO DI COSTRUIRE (volturazione)
86-
PERTINENZE EDILIZIE ED URBANISTICHE
87-PIANI PIANIFICATORI ED ATTUATIVI
88-PIANI PIANIFICATORI ED ATTUATIVI (aree a standard)
89-PISCINE
90-PUBBLICO IMPIEGO
91-PUBBLICO IMPIEGO (quota annuale iscrizione ordine professionale)
92-RIFIUTI E BONIFICHE
93-
RINNOVO/PROROGA CONTRATTI
94-RUDERI
95-
RUMORE
96-SAGOMA EDIFICIO
97-SANATORIA GIURISPRUDENZIALE E NON (abusi edilizi)
98-SCOMPUTO OO.UU.
99-SEGRETARI COMUNALI
100-SIC-ZPS - VAS - VIA
101-SICUREZZA SUL LAVORO
102
-
SILOS
103-SINDACATI & ARAN
104-SOPPALCO
105-SOTTOTETTI
106-SUAP
107-SUE
108-STRADA PUBBLICA o PRIVATA o PRIVATA DI USO PUBBLICO
109-
TELEFONIA MOBILE
110-TENDE DA SOLE
111-TINTEGGIATURA FACCIATE ESTERNE
112-TRIBUTI LOCALI
113-VERANDA
114-VINCOLO CIMITERIALE
115-VINCOLO IDROGEOLOGICO
116-VINCOLO PAESAGGISTICO + ESAME IMPATTO PAESISTICO + VINCOLO MONUMENTALE
117-VINCOLO STRADALE
118-VOLUMI TECNICI / IMPIANTI TECNOLOGICI

119-ZONA AGRICOLA

NORMATIVA:
def.finanze.it
entilocali.leggiditalia.it

leggiditaliaprofessionale.it

simone.it

SITI REGIONALI
STAMPA
 
C.A.P.
Codice Avviamento Postale

link 1 - link 2
CONIUGATORE VERBI
COSTO DI COSTRUZIONE
(ag
g. indice istat):

link ISTAT
DIZIONARI
indici ISTAT:
link 1 - link 2

interessi legali:
link 1
MAPPE CITTA':
link 1 - link 2 - link 3
link 4 - link 5
METEO
1 - PAGINE bianche
2 - PAGINE gialle
P.E.C. (indirizzi):
delle PP.AA.
delle IMPRESE e PROFESSIONISTI
PREZZI:
osservatorio prezzi e tariffe

prodotti petroliferi
link 1
- link 2
PUBBLICO IMPIEGO:
1 - il portale pubblico per il lavoro
2
- mobilità
3 - ricollocazione del personale mediante i processi di mobilità
 
 
 

In questa home-page sono presenti oltre all'ultimo aggiornamento, che inizia appena qui sotto, anche i seguenti aggiornamenti pregressi:
 
  AGGIORNAMENTO AL 23.06.2016 AGGIORNAMENTO AL 14.06.2016
AGGIORNAMENTO AL 27.05.2016 AGGIORNAMENTO AL 18.05.2016  

AGGIORNAMENTO ALL'11.07.2016

Impianti tecnologici post D.M. n. 37/2008: se la ditta non produce la dichiarazione di conformità il comune cosa può/deve richiedere al cittadino/ditta in luogo della stessa??

     A seguire si ripropone il quesito posto al Mi.S.E. da parte di un comune:

     Buongiorno,
interloquendo con la CCIAA di Bergamo, mi hanno detto di rivolgermi direttamente alla Sua attenzione per il quesito che rappresento a seguire, poiché non sanno darmi la risposta.
     Nello specifico, mi riferisco a quanto disposto dall'art. 7, comma 5, del D.M. 37/2008 il quale così recita:

----------
Art. 7. Dichiarazione di conformità
  
1. Al termine dei lavori, previa effettuazione delle verifiche previste dalla normativa vigente, comprese quelle di funzionalità dell'impianto, l'impresa installatrice rilascia al committente la dichiarazione di conformità degli impianti realizzati nel rispetto delle norme di cui all'articolo 6. Di tale dichiarazione, resa sulla base del modello di cui all'allegato I, fanno parte integrante la relazione contenente la tipologia dei materiali impiegati, nonché il progetto di cui all'articolo 5.
   2. Nei casi in cui il progetto è redatto dal responsabile tecnico dell'impresa installatrice l'elaborato tecnico è costituito almeno dallo schema dell'impianto da realizzare, inteso come descrizione funzionale ed effettiva dell'opera da eseguire eventualmente integrato con la necessaria documentazione tecnica attestante le varianti introdotte in corso d'opera.
   3. In caso di rifacimento parziale di impianti, il progetto, la dichiarazione di conformità, e l'attestazione di collaudo ove previsto, si riferiscono alla sola parte degli impianti oggetto dell'opera di rifacimento, ma tengono conto della  sicurezza e funzionalità dell'intero impianto. Nella dichiarazione di cui al comma 1 e nel progetto di cui all'articolo 5, è espressamente indicata la compatibilità tecnica con le condizioni preesistenti dell'impianto.
   4. La dichiarazione di conformità è rilasciata anche dai responsabili degli uffici tecnici interni delle imprese non installatrici di cui all'articolo 3, comma 3, secondo il modello di cui all'allegato II del presente decreto.
   5. Il contenuto dei modelli di cui agli allegati I e II può essere modificato o integrato con decreto ministeriale per esigenze di aggiornamento di natura tecnica.
   6. Nel caso in cui la dichiarazione di conformità prevista dal presente articolo, salvo quanto previsto all'articolo 15, non sia stata prodotta o non sia più reperibile, tale atto è sostituito - per gli impianti eseguiti prima dell'entrata in vigore del presente decreto - da una dichiarazione di rispondenza, resa da un professionista iscritto all'albo professionale per le specifiche competenze tecniche richieste, che ha esercitato la professione, per almeno cinque anni, nel settore impiantistico a cui si riferisce la dichiarazione, sotto personale responsabilità, in esito a sopralluogo ed accertamenti, ovvero, per gli impianti non ricadenti nel campo di applicazione dell'articolo 5, comma 2, da un soggetto che ricopre, da almeno 5 anni, il ruolo di responsabile tecnico di un'impresa abilitata di cui all'articolo 3, operante nel settore impiantistico a cui si riferisce la dichiarazione.

----------
     Parrebbe di capire che la dichiarazione di rispondenza può essere presentata in luogo della dichiarazione di conformità solamente per gli impianti tecnologici realizzati prima della data di entrata in vigore del D.M..
     DOMANDA: per gli impianti realizzati dopo l'entrata in vigore del suddetto D.M., se la ditta non produce la dichiarazione di conformità (per mille motivazioni …) il comune cosa può/deve richiedere al cittadino/ditta in luogo della stessa??
    
Anticipo, già da subito, che non mi sembra corretto (come parrebbe operare qualche altro comune …) che una ditta rilasci la dichiarazione di conformità su un impianto tecnologico realizzato dalla ditta inadempiente come sopra esplicitato …
    
Nell'attesa di un cortese e celere riscontro, ringrazio e porgo cordiali saluti.
12.02.2016

     Ed ecco la risposta fornita dal Ministero dello Sviluppo Economico:

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Richiesta parere su Decreto Ministeriale n. 37 del 22.01.2008 (Ministero dello Sviluppo Economico, nota 16.06.2016 n. 203335 di prot.).

     Ci preme sottolineare, infine, come dopo ben 26 anni dall'avvento della L. 05.03.1990 n. 46 (Norme per la sicurezza degli impianti) ancora oggi le ditte installatrici, troppo spesso, rilascino la dichiarazione di conformità del realizzato impianto tecnologico non compiegata dei tre allegati obbligatori siccome contemplati dall'«ALLEGATO 1» del D.M. 22.01.2008 n. 37 e cioè: 1) progetto oppure schema di impianto realizzato; 2) relazione con tipologie dei materiali utilizzati; 3) copia del certificato di riconoscimento dei requisiti tecnico-professionali.
     Invero, allegano solamente il certificato di riconoscimento dei requisiti tecnico-professionali e, nel caso di specie, la dichiarazione di conformità resa

E' CARTA STRACCIA

con le conseguenti responsabilità dell'U.T.C. laddove non dovesse richiedere tempestivamente le necessarie integrazioni, anche in relazione al fatto di come -in questi ultimi tempi- ci siano molte più richieste di accesso agli atti (di questa o quella pratica edilizia ... per verificare che tutto sia in regola) in concomitanza di sottoscrizione atti di compravendita immobiliare.
11
.07.2016 - LA SEGRETERIA PTPL

CORTE DEI CONTI

ENTI LOCALINon è rinvenibile alcuna disposizione che impedisca all’ente locale di effettuare attribuzioni patrimoniali a terzi, ove queste siano necessarie per conseguire i propri fini istituzionali.
Se, infatti, l’azione è intrapresa al fine di soddisfare esigenze della collettività rientranti nelle finalità perseguite dal Comune (nel caso di specie, l’interesse alla conservazione del patrimonio storico e artistico) il finanziamento, “anche se apparentemente a fondo perso, non può equivalere ad un depauperamento del patrimonio comunale, in considerazione dell’utilità che l’ente o la collettività ricevono dallo svolgimento del servizio pubblico o di interesse pubblico effettuato dal soggetto che riceve il contributo.
Riconosciuto l’interesse generale dell’attività, la natura pubblica o privata del soggetto che percepisce il contributo risulta indifferente, posto che la stessa amministrazione opera utilizzando, per molteplici finalità (gestione di servizi pubblici, esternalizzazione di funzioni strumentali, etc.), soggetti aventi natura privata.
---------------
Una contribuzione pubblica può qualificarsi come spesa di sponsorizzazione, come tale incorrente nel divieto di cui all’art. 6, comma 9, del D.L. 78/2010, quando “presuppone la semplice finalità di segnalare ai cittadini la presenza dell’ente pubblico, così da promuoverne l’immagine.
Non si configura, invece, quale sponsorizzazione il sostegno di iniziative di un soggetto terzo, riconducibili ai fini istituzionali dello stesso ente pubblico.
L’attività, dunque, che rientra nelle competenze dell’ente locale e viene esercitata, in via mediata, da soggetti privati destinatari di risorse pubbliche, piuttosto che, direttamente, da parte di Comuni e Province, costituisce una modalità alternativa di erogazione del servizio pubblico e non una forma di promozione dell’immagine dell’amministrazione.

---------------
Con nota prot. n. 1506 del 30.04.2016, trasmessa per il tramite del Cal con nota prot. n. 15660 del 03.05.2016 ed acquisita a prot. Cdc n. 3892 del 05.05.2016, il Sindaco del Comune di Rivara (TO) formula richiesta di parere ai sensi dell’art. 7, comma 8, della legge n. 131/2003.
Premette il Comune istante di essere intenzionato, nell’ambito della programmazione culturale per l’anno 2016, ad organizzare “attività in materia culturale/artistica che risaltino i protagonisti della storia locale” e che tra queste potrebbe rientrare l’allestimento nel territorio comunale di una mostra di pittura intitolata “Carlo Pittara e i pittori di Rivara”, già organizzata in Torino dalla “Fondazione Accorsi-Ometto”-Museo di arti decorative, ente senza fini di lucro.
Il Comune intenderebbe altresì concedere il patrocinio alla mostra, mettere a disposizione i locali nonché erogare un contributo per la parziale copertura delle spese di allestimento.
Chiede, quindi, il Comune di conoscere se sia legittima la concessione di detta tipologia di contributo o se la stessa rientri nel divieto di cui all’art. 6, comma 9, del sopra richiamato D.L. n. 78 del 31.05.2010, convertito in Legge 30.07.2010 n. 122 (“divieto di sponsorizzazioni”)” e “di conoscere, qualora la spesa sia legittima, se debba essere considerata una spesa soggetta alle limitazioni imposte dal soprarichiamato art. 6 del D.L. 31.05.2010 n. 78, convertito con legge 30.07.2010 n. 122.
...
La questione oggetto della richiesta di parere è stata affrontata numerose volte dalla giurisprudenza contabile e su di essa si è formato un consolidato orientamento teso “a precisare come, in base alle norme ed ai principi della contabilità pubblica, non è rinvenibile alcuna disposizione che impedisca all’ente locale di effettuare attribuzioni patrimoniali a terzi, ove queste siano necessarie per conseguire i propri fini istituzionali. Se, infatti, l’azione è intrapresa al fine di soddisfare esigenze della collettività rientranti nelle finalità perseguite dal Comune (nel caso di specie, l’interesse alla conservazione del patrimonio storico e artistico) il finanziamento, “anche se apparentemente a fondo perso, non può equivalere ad un depauperamento del patrimonio comunale, in considerazione dell’utilità che l’ente o la collettività ricevono dallo svolgimento del servizio pubblico o di interesse pubblico effettuato dal soggetto che riceve il contributo. Riconosciuto l’interesse generale dell’attività, la natura pubblica o privata del soggetto che percepisce il contributo risulta indifferente, posto che la stessa amministrazione opera utilizzando, per molteplici finalità (gestione di servizi pubblici, esternalizzazione di funzioni strumentali, etc.), soggetti aventi natura privata” (cfr. deliberazione n. 262/2012/PAR)” (Sez. reg. contr. Lombardia,
parere 01.10.2014 n. 248).
Una contribuzione pubblica può qualificarsi come spesa di sponsorizzazione, come tale incorrente nel divieto di cui all’art. 6, comma 9, del D.L. 78/2010, quando “presuppone la semplice finalità di segnalare ai cittadini la presenza dell’ente pubblico, così da promuoverne l’immagine (cfr. deliberazione n. 1075/2010/PAR). Non si configura, invece, quale sponsorizzazione il sostegno di iniziative di un soggetto terzo, riconducibili ai fini istituzionali dello stesso ente pubblico. L’attività, dunque, che rientra nelle competenze dell’ente locale e viene esercitata, in via mediata, da soggetti privati destinatari di risorse pubbliche, piuttosto che, direttamente, da parte di Comuni e Province, costituisce una modalità alternativa di erogazione del servizio pubblico e non una forma di promozione dell’immagine dell’amministrazione.” (Sez. reg. contr. Lombardia,
parere 01.10.2014 n. 248).
Da tale consolidato orientamento la Sezione non ha motivo di discostarsi, fermo restando che l’applicazione al caso concreto delle disposizioni in materia di contabilità pubblica è di esclusiva competenza dell’ente locale (Corte dei Conti, Sez. controllo Piemonte, parere 30.06.2016 n. 77).

APPALTI - TRIBUTIBaratto amministrativo senza limiti temporali. Corte dei conti. Il coordinamento con la riforma degli appalti.
Le disposizioni sul baratto amministrativo del Dl 133/2014 devono essere coordinate con le nuove norme introdotte dagli articoli 189 e 190 del Codice dei contratti pubblici, che delineano una più ampia prospettiva di coinvolgimento dei cittadini.
La Corte dei Conti, sezione regionale di controllo per il Veneto, con il parere 21.06.2016 n. 313 ha rilevato che il quadro normativo è molto articolato e composto da disposizioni accomunate dalla prospettiva di valorizzare il principio di sussidiarietà, che viene assunto nel Dlgs 50/2016 attraverso le attività che possono essere esercitate dalla autonoma iniziativa dei cittadini e delle loro formazioni sociali, come canone dell’azione amministrativa nell’ambito della tutela del territorio e della manutenzione di esso, traducendosi per le amministrazioni interessate nella possibilità di adottare forme procedimentali semplificate.
Il parere individua le differenze tra l’articolo 24 del Dl 133/2014 e le nuove disposizioni del Codice dei contratti, evidenziando che queste ultime esprimono la facoltà di attivare contratti di partenariato sociale da parte di tutti gli enti territoriali (mentre l’articolo 24 li riserva ai Comuni) e che la stessa esenzione o riduzione dei tributi non è più prevista necessariamente per un periodo limitato. Inoltre, le agevolazioni contemplano la previsione della possibilità di affidare la valorizzazione delle vie e piazze mediante iniziative culturali di vario genere. In tutti questi casi il riconoscimento specifico del ruolo che i cittadini svolgono nel perseguimento di interessi generali è connotato dal Dlgs 50/2016 in modo molto più ampio.
La Corte dei conti fornisce nella deliberazione una serie di chiarimenti specifici sull’applicazione dell’istituto. In primo luogo, viene precisato che se gli interventi dell’articolo 24 sono realizzati dai cittadini non avendo a presupposto agevolazioni tributarie, ma in forma di volontariato, queste attività dovrebbero essere ricondotte a organismi strutturati, in grado di farsi carico degli oneri assicurativi. Se invece gli interventi dei cittadini sono correlati a riduzioni o agevolazioni tributarie è necessario che sussista un rapporto di stretta inerenza tra queste facilitazioni e le attività di cura e valorizzazione del territorio che i cittadini possono realizzare, dovendo tener conto che i servizi, sostitutivi del pagamento delle imposte locali.
La prestazione offerta dal cittadino deve quindi corrispondere, in valore alla misura delle imposte locali agevolate, ma la delibera assunta dall’ente deve motivare la decisione di avvalersi del baratto sulla base di un’attenta valutazione di tutti gli interessi coinvolti che dimostri la convenienza, anche economica, della scelta.
Gli articoli 189 e 190 del Codice dei contratti ora evolvono il quadro, collegandolo alle riduzioni o esenzioni di tributi; la compensazione tra debiti (o crediti) di cui solo uno esistente, essendo l’altro futuro ed eventuale, può essere applicata solo a seguito dell’integrale e soddisfacente realizzazione dell’opera o del servizio.
In questo rapporto, le prestazioni richieste ai beneficiari di provvidenze comunali stanziate non possono che rivestire forme di collaborazione sociale senza corrispettività con il contributo economico elargito. Pertanto non possono essere qualificati come rapporto di lavoro e nemmeno essere computati nel calcolo delle spese di personale.
Le agevolazioni connesse al baratto amministrativo, secondo la Corte dei conti del Veneto, non possono essere fruite dalle imprese, perché si verificherebbe un’elusione delle regole di evidenza pubblica
(articolo Il Sole 24 Ore del 27.06.2016).

INCENTIVO PROGETTAZIONE: Il riconoscimento dell’incentivo alla progettazione di cui all’art. 93, comma 7-ter, del d.lgs. n. 163/2006 in favore del responsabile unico del procedimento non presuppone necessariamente che l’intera attività di progettazione sia svolta all’interno dell’ente.
---------------
Il Sindaco del Comune di Macchia Valfortore (CB), con nota n. 137 del 15.01.2016, assunta al protocollo di questa Sezione n. 65 del 19.01.2016, ha trasmesso una richiesta di parere in ordine alla legittimità della liquidazione al Responsabile Unico del Procedimento (RUP) dell’incentivo relativo alla responsabilità del procedimento connesso alla “realizzazione di lavori appaltati ed eseguiti sulla base di progettazioni, direzione dei lavori ed altri incarichi connessi alla realizzazione di opere pubbliche effettuati all’esterno del comune” fino alla data del 14.08.2014.
...
Ai fini della soluzione della presente richiesta il Collegio intende fare riferimento alla recente deliberazione 13.05.2016 n. 18, con cui la Sezione delle Autonomie della Corte dei conti è stata chiamata a pronunciarsi in ordine alla possibilità di riconoscere l’incentivo di cui all’art. 93, d.lgs. 12.04.2006, n. 163, in favore del responsabile unico del procedimento (RUP), anche nell’ipotesi in cui tutte le attività che la legge individua come incentivabili sia di progettazione, sia di direzione dei lavori, sia di collaudo, siano state svolte all’esterno dell’Ente da professionisti all’uopo incaricati.
Al riguardo, la Sezione delle autonomie ha affermato che “l’art. 93, comma 7-ter, ha previsto che le quote del fondo incentivante corrispondenti a prestazioni non svolte dai dipendenti, ma affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione, costituiscono necessariamente economie di spesa.
Dall’analisi della richiamata disposizione, sembra potersi evincere che l’attività del RUP, ove svolta tramite personale dipendente –come previsto dall’art. 9, del D.P.R. n. 207/2010– sia incentivabile a prescindere dallo svolgimento o meno all’interno dell’ente dell’intera attività di progettazione e delle restanti attività contemplate.
Le rilevanti funzioni intestate al responsabile unico nell’ambito della gestione delle varie fasi procedimentali, del contraddittorio con le parti private e del coordinamento con gli uffici interni ed esterni, rimangono, infatti, sostanzialmente invariate, al pari delle correlate responsabilità, anche nell’ipotesi di esternalizzazione delle altre attività previste dall’art. 93 del d.lgs. 163/2006, in cui permane, comunque, l’obbligo dell’amministrazione di dotarsi di tale figura nell’ambito del proprio organico.
Come già osservato da una parte della giurisprudenza contabile (Sez. contr. Lombardia,
parere 01.10.2014 n. 247; Sez. contr. Piemonte, parere 20.01.2015 n. 17), la normativa vigente non richiede, ai fini della legittima erogazione dell’incentivo, il necessario espletamento interno di tutta l’attività progettuale quanto, semmai, una previsione regolamentare che ripartisca gli incentivi in maniera conforme alle responsabilità attribuite e devolva in economia la quota relativa agli incarichi conferiti a professionisti esterni”.
La Sezione delle autonomie conclude pertanto affermando il seguente principio di diritto: “
Il riconoscimento dell’incentivo alla progettazione di cui all’art. 93, comma 7-ter, del d.lgs. n. 163/2006 in favore del responsabile unico del procedimento non presuppone necessariamente che l’intera attività di progettazione sia svolta all’interno dell’ente”.
Ebbene, la suddetta pronuncia, a cui la presente Sezione intende aderire, può trovare piena applicazione anche alla fattispecie in esame, stante l’identità tra le disposizioni richiamate.
Invero, l’art. 92 del d.lgs. n. 193/2006, nella versione precedente all’abrogazione ad opera dell'art. 13, comma 1, D.L. 24.06.2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla L. 11.08.2014, n. 11
4, così disponeva: “le quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni non svolte dai medesimi dipendenti, in quanto affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione medesima, ovvero prive del predetto accertamento, costituiscono economie”.
Disposizione, quest’ultima, che, come visto, ha in seguito trovato collocazione nell’art. 93, comma 7-ter, del medesimo decreto, oggetto di analisi da parte della richiamata deliberazione (Corte dei Conti, Sez. controllo Molise, parere 21.06.2016 n. 97).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Enti, personale condiviso non sempre senza vincoli.
Rientrano nei vincoli alla spesa del personale flessibile gli incarichi che i comuni con popolazione inferiore ai 5 mila abitanti conferiscono a dipendenti di enti di maggiori dimensioni, se la prestazione lavorativa vada oltre le 36 ore. Non rientrano, invece, in questi vincoli incarichi volti a condividere la prestazione lavorativa sulla base di convenzioni o se si attiva un comando.

Sono queste le conclusioni cui giunge la Corte dei conti, Sez. autonomie, con la deliberazione 20.06.2016 n. 23, tesa a chiare se la possibilità offerta dall'articolo 1, comma 557, della legge 311/20014 ai piccoli comuni di avvalersi delle prestazioni lavorative di dipendenti di comuni più grandi, possa fuoriuscire dai limiti alla spesa di personale flessibile, posti dall'articolo 9, comma 28, del dl 78/2010, convertito in legge 122/2010.
Secondo la magistratura contabile un primo schema di utilizzo dell'articolo 1, comma 557, è quello secondo il quale l'ente di piccole dimensioni costituisce col dipendente dell'altro ente un rapporto di lavoro ulteriore e diverso, consentito dalla deroga all'esclusività che, secondo la giurisprudenza amministrativa, pone la norma. In questo caso, allora, il dipendente aggiunge al rapporto di lavoro principale con l'ente di maggiori dimensioni, un ulteriore lavoro a tempo parziale (che non potrà superare le 12 ore settimanali) con l'ente di piccole dimensioni.
In questo caso, secondo la Corte dei conti «la prestazione aggiuntiva andrà ad inquadrarsi necessariamente all'interno di un nuovo rapporto di lavoro autonomo o subordinato a tempo parziale, i cui oneri dovranno essere computati ai fini del rispetto dei limiti di spesa imposti dall'art. 9, comma 28, per la quota di costo aggiuntivo». Questo è, a ben vedere, lo schema esclusivo di operatività dell'articolo 1, comma 557.
La delibera afferma che non si applicano i vincoli al lavoro flessibile, laddove il piccolo comune utilizzi il lavoratore nell'ambito di convenzioni che regolino l'utilizzo reciproco e condiviso del dipendente con l'ente di maggiori dimensioni. Per meglio dire, l'articolo 9, comma 28, del dl 78/2010 non è operante se il lavoratore svolge la propria prestazione lavorativa di 36 ore in parte per il comune di maggiori dimensioni che rimane titolare del rapporto di lavoro, e nella parte residua (sempre all'interno delle 36 ore) in favore del piccolo comune richiedente.
In terzo luogo, la Corte ritiene che si possa dare attuazione all'articolo 1, comma 557, della legge 311/2004, mediante l'istituto del comando. In questo caso i vincoli alla spesa flessibile non si applicherebbero, ma solo a condizione che l'ente che comanda il proprio dipendente non utilizzi le economie di spesa di personale conseguenti per attivare nuove assunzioni (articolo ItaliaOggi del 28.06.2016).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Meno paletti per i mini-enti. Corte conti sul personale esterno.
I piccoli comuni possono utilizzare dipendenti provenienti da altre amministrazioni senza dover rispettare i limiti sulla spesa per il personale. Affinché ciò sia possibile, tuttavia, i dipendenti esterni dovranno essere utilizzati entro i limiti dell'ordinario orario di lavoro settimanale. E gli enti di appartenenza, che autorizzano l'utilizzo part-time o in posizione di comando del proprio dipendente, dovranno verificare che i risparmi di spesa conseguiti non alimentino spese aggiuntive o nuove assunzioni.

Lo ha chiarito la Sez. autonomie della Corte dei conti nella
deliberazione 20.06.2016 n. 23.
I giudici contabili sono stati chiamati in causa dalla sezione regionale del Piemonte a cui si era rivolto il sindaco del comune di Pavone Canavese (3.895 abitanti in provincia di Torino) che chiedeva se, avvalendosi di personale esterno, avrebbe dovuto rispettare il limite del 50% della spesa sostenuta per le forme di lavoro flessibile nel 2009.
Di fronte al contrasto giurisprudenziale sul punto, con le sezioni regionali della Corte conti divise tra una lettura a maglie larghe della norma (art. 9, comma 28, dl 78/2010), secondo cui l'utilizzo di lavoratori esterni non implicherebbe il ricorso a una forma flessibile di assunzione («in quanto non verrebbe alterata la titolarità del rapporto di impiego, ma soltanto l'oggetto del rapporto») e una più restrittiva secondo cui l'impiego di personale di altre amministrazioni «configurerebbe forma flessibile di assunzione con conseguente applicazione del tetto di spesa di cui all'art. 9, comma 28, del dl 78/2010 e non una diversa modalità di utilizzo delle prestazioni in seno al medesimo rapporto», la sezione autonomie ha aderito alla prima tesi.
I giudici hanno escluso l'applicazione dei tetti di spesa «allorché gli enti utilizzano le prestazioni del dipendente in modo contestuale e reciproco, ovvero in posizione di comando, secondo tempi, modi, condizioni e limiti definiti nell'atto autorizzativo o in apposita convenzione» (articolo ItaliaOggi del 23.06.2016).

GIURISPRUDENZA

APPALTI: Per l'emanazione della interdittiva non occorre l'accertamento di elementi di colpevolezza o di responsabilità nei confronti dei soggetti a cui è rivolta, trattandosi di una misura di tutela avanzata a presidio dell'ordine pubblico.
E' del tutto diverso e non equiparabile il contesto nell'ambito del quale si pone la valutazione del giudice penale rispetto a quello dell'esercizio dei poteri di contrasto dell'infiltrazione mafiosa, di cui è titolare il Prefetto.
La disciplina legislativa in materia non ha attribuito all'informativa antimafia un carattere punitivo: per l'emanazione della interdittiva non occorre l'accertamento di elementi di colpevolezza o di responsabilità nei confronti dei soggetti a cui è rivolta, trattandosi di una misura di tutela avanzata a presidio dell'ordine pubblico, che ben può basarsi su circostanze esclusivamente rilevanti sul piano oggettivo, aventi valore di elemento indiziario e sintomatico, in base alle quali risulti non illogico ed attendibile l'apprezzamento della sussistenza del pericolo di condizionamento dell'impresa derivante dalla infiltrazione mafiosa.
L'orientamento della giurisprudenza è pacifico nel senso che si debba operare una valutazione complessiva, valorizzando i collegamenti tra i diversi elementi, anche sulla base di deduzioni logiche basate sul principio del "più probabile che non", alla luce di una regola di giudizio, cioè, che ben può essere integrata da dati di comune esperienza, evincibili dall'osservazione dei fenomeni sociali, qual è, anzitutto, anche quello mafioso.
In base alla giurisprudenza, è irrilevante la mancanza del rapporto di affiliazione con le associazioni malavitose (così come di un accertamento di concreti elementi di collusione e di cointeressenza con la malavita), posto che ai fini dell'interdittiva è sufficiente l'accertamento di relazioni di varia natura con la criminalità, anche risalenti nel tempo, che abbiano valore sintomatico ed indiziario (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 07.07.2016 n. 3009 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

EDILIZIA PRIVATAIn ordine all’ignoranza inevitabile della legge penale la giurisprudenza ha elaborato tre criteri: il criterio oggettivo; il criterio soggettivo; il criterio misto.
Il criterio oggettivo è basato su una marcata spersonalizzazione, nel senso che esso opera laddove debba ritenersi che qualsiasi consociato, in quella determinata situazione di tempo, di luogo ed operativa, sarebbe incappato nell’ignoranza o nell’errore sulla norma penale. Ciò può dipendere dall’oscurità o dalla contraddittorietà del testo legislativo; da un generalizzato caos interpretativo; dall’assoluta estraneità del suo contenuto precettivo ai valori correnti nella società.
Si esula dunque dall’ambito dell’inevitabilità dell’ignoranza della legge penale allorché ci si trovi in presenza di norme dal contenuto precettivo sufficientemente chiaro, che non presenta particolari asperità ermeneutiche e che non si discosta dai valori correnti nella società in misura tale da non trovare nessuna rispondenza nella c.d. “sfera parallela laica”.
In ogni caso, l’inevitabilità dell’ignoranza della legge penale può essere ravvisata ogniqualvolta il cittadino abbia assolto,con il criterio dell’ordinaria diligenza, al cosiddetto “dovere di informazione”, attraverso l’espletamento di qualsiasi accertamento utile per conseguire la conoscenza della normativa vigente.
Il parametro soggettivo è invece basato sulle caratteristiche personali dell’agente che abbiano influito sulla conoscenza del precetto, come l’elevato deficit culturale, alla luce ad esempio, della condizione di straniero proveniente da aree socio-culturali molto distanti dalla nostra e da poco in Italia; o l’incolpevole carenza di socializzazione.
Il parametro c.d. misto comprende infine tutte le ipotesi in cui operano, in varia misura e con diverso spessore, criteri oggettivi e soggettivi, in combinazione tra loro. In quest’ottica, la giurisprudenza ha evidenziato come l’esimente della buona fede possa trovare applicazione solo nell’ipotesi in cui l’agente abbia fatto tutto il possibile per adeguarsi al dettato della norma e questa sia stata violata per cause indipendenti dalla volontà dell’agente, al quale quindi non possa essere mosso alcun rimprovero, neppure di semplice leggerezza.
Conseguentemente, non è sufficiente ad integrare gli estremi dell’esimente il semplice comportamento passivo dell’agente, essendo invece necessario che egli si adoperi al fine di adeguarsi all’ordinamento giuridico, ad esempio,informandosi presso gli uffici competenti o consultando esperti in materia.

---------------
MASSIMA
3. Nemmeno il terzo motivo di ricorso merita accoglimento.
L'ignoranza e l'errore sul precetto possono infatti assumere rilevanza sotto un duplice profilo: o come ignoranza o errore sulla legge extrapenale, nell'ottica delineata dall'art. 47, comma 3, cod. pen.; o come ignoranza inevitabile della norma penale, ai sensi dell'art. 5 cod. pen., nel testo risultante da Corte Cost. n. 364 del 24.03.1988.
In ordine alla prima ipotesi, occorre osservare come la giurisprudenza, come è noto, distingua fra norme extrapenali integratrici del precetto, che, essendo in esso incorporate,sono da considerarsi legge penale, per cui l'errore su di esse non scusa, ai sensi dell'art. 5 cod. pen.; e norme extrapenali non integratrici del precetto, ossia disposizioni destinate, ab origine, a regolare rapporti giuridici di carattere non penale, non richiamate, neppure implicitarnente, dalla norma penale. L'errore che cade su di esse esclude il dolo, generando un errore sul fatto, a norma dell'art. 47, comma 3, cod. pen. (ex plurimis, Cass., Sez. 5, 20.02.2001, Martini; Cass., Sez. 6, 18.11.1998, Benanti).
In ordine all'ignoranza inevitabile della legge penale- prospettazione che occorre sempre riguardare con cautela, nella vastissima area dei mala quia prohibita- è invece da osservare come la giurisprudenza, sulla scia della citata pronuncia della Corte costituzionale, abbia elaborato tre criteri: il criterio oggettivo; il criterio soggettivo; il criterio misto.
Il criterio oggettivo è basato su una marcata spersonalizzazione, nel senso che esso opera laddove debba ritenersi che qualsiasi consociato, in quella determinata situazione di tempo, di luogo ed operativa, sarebbe incappato nell'ignoranza o nell'errore sulla norma penale. Ciò può dipendere dall'oscurità o dalla contraddittorietà del testo legislativo; da un generalizzato caos interpretativo; dall'assoluta estraneità del suo contenuto precettivo ai valori correnti nella società. Si esula dunque dall'ambito dell'inevitabilità dell'ignoranza della legge penale allorché ci si trovi in presenza di norme dal contenuto precettivo sufficientemente chiaro, che non presenta particolari asperità ermeneutiche e che non si discosta dai valori correnti nella società in misura tale da non trovare nessuna rispondenza nella c.d. "sfera parallela laica".
In ogni caso, Sez. U., 10.06.1994, Calzetta, ha stabilito che l'inevitabilità dell'ignoranza della legge penale può essere ravvisata ogniqualvolta il cittadino abbia assolto,con il criterio dell'ordinaria diligenza, al cosiddetto "dovere di informazione", attraverso l'espletamento di qualsiasi accertamento utile per conseguire la conoscenza della normativa vigente.
Il parametro soggettivo è invece basato sulle caratteristiche personali dell'agente che abbiano influito sulla conoscenza del precetto, come l'elevato deficit culturale, alla luce ad esempio, della condizione di straniero proveniente da aree socio-culturali molto distanti dalla nostra e da poco in Italia; o l'incolpevole carenza di socializzazione (Cass. 09.05.1996, Falsino, Rv. n. 205513; Cass. 04.05.1995, Bindi).
Il parametro c.d. misto comprende infine tutte le ipotesi in cui operano, in varia misura e con diverso spessore, criteri oggettivi e soggettivi, in combinazione tra loro. In quest'ottica, la giurisprudenza ha evidenziato come l'esimente della buona fede possa trovare applicazione solo nell'ipotesi in cui l'agente abbia fatto tutto il possibile per adeguarsi al dettato della norma e questa sia stata violata per cause indipendenti dalla volontà dell'agente, al quale quindi non possa essere mosso alcun rimprovero, neppure di semplice leggerezza.
Conseguentemente, non è sufficiente ad integrare gli estremi dell'esimente il semplice comportamento passivo dell'agente, essendo invece necessario che egli si adoperi al fine di adeguarsi all'ordinamento giuridico, ad esempio,informandosi presso gli uffici competenti o consultando esperti in materia (Cass., Sez. 1, n. 25912 del 18.12.2003, Rv. 228235; Cass., Sez. 5, n. 41476 del 25.09.2003, Rv. 227042).
3.1. Nel caso in esame, non è ravvisabile l'ipotesi di cui all'art. 47, comma 3, cod. pen., poiché le norme che attribuiscono ad un bene il carattere di pignorabilità integrano il precetto penale, essendo in esso incorporate, in quanto l'art. 388, comma 6, cod. pen. fa espresso riferimento alle cose o ai crediti "pignorabili", con ciò richiamando le disposizioni di legge in tema di pignorabilità.
Ne deriva che l'ignoranza o l'errore circa la pignorabilità di un bene si risolve in ignoranza o in errore sulla legge penale. Né è sostenibile che si versi in un'ipotesi di inevitabilità dell'ignoranza della legge penale, poiché la normativa in tema di pignorabilità della pensione non presenta certamente connotati di cripticità tali da potersi ricondurre all'ottica dell'oscurità del precetto. Non è nemmeno riscontrabile, in materia, una situazione di caos interpretativo o di assoluta estraneità del contenuto precettivo delle norme alla sensibilità del cittadino.
Ancor meno può farsi appello, nel caso di specie, a criterio soggettivo, poiché il Be. riveste qualità di avvocato. Né risulta che egli abbia fatto tutto il possibile per acquisire la conoscenza della normativa in materia (massima tratta da https://renatodisa.com - Corte di Cassazione, Sez. VI penale, sentenza 06.07.2016 n. 27941).

VARI: L’immagine di una persona costituisce dato personale, rilevante ai sensi dell’art. 4, comma 1, lett. b), del d.lgs. n. 196 del 2003 (cd. codice della privacy), trattandosi di dato immediatamente idoneo a identificare una persona a prescindere dalla sua notorietà, sicché l’installazione di un impianto di videosorveglianza all’interno di un esercizio commerciale, allo scopo di controllare l’accesso degli avventori, costituisce trattamento di dati personali e deve formare oggetto dell’informativa di cui all’art. 13 del d.lgs. n. 196 del 2003, rivolta ai soggetti che facciano ingresso nel locale.
L’installazione di un impianto di video sorveglianza all’interno di un esercizio commerciale, costituendo trattamento di dati personali, deve formare oggetto di previa informativa, ex art. 13 del d.lgs. n. 196 dei 2003, resa ai soggetti interessati prima che facciano accesso nell’area video sorvegliata, mediante supporto da collocare perciò fuori del raggio d’azione delle telecamere che consentono la raccolta delle immagini delle persone e danno così inizio al trattamento stesso.

---------------
Questa Corte ha già affermato che "
l'immagine di una persona costituisce dato personale, rilevante ai sensi dell'art. 4, comma 1, lett. b), del d.lgs. n. 196 del 2003 (cd. codice della privacy), trattandosi di dato immediatamente idoneo a identificare una persona a prescindere dalla sua notorietà, sicché l'installazione di un impianto di videosorveglianza all'interno di un esercizio commerciale, allo scopo di controllare l'accesso degli avventori, costituisce trattamento di dati personali e deve formare oggetto dell'informativa di cui all'art. 13 del d.lgs. n. 196 del 2003, rivolta ai soggetti che facciano ingresso nel locale" (Cass., sez. II, 02.09.2015, n. 17440).
Nello stesso senso, la Corte di giustizia dell'Unione Europea, con sentenza 11.12.2014, in causa C- 12/13, ha interpretato la Direttiva 95/46/Ce nel senso che l'immagine di una persona registrata da una telecamera costituisce un dato personale se e in quanto essa consente di identificare la persona interessata, e che una sorveglianza effettuata mediante una registrazione video delle persone, immagazzinata in un dispositivo di registrazione continua, ossia in un disco duro, costituisce un trattamento di dati personali automatizzato.
L'art. 13 del Codice della privacy, com'è noto, dispone che l'interessato o la persona presso la quale sono raccolti i dati personali siano "previamente informati oralmente o per iscritto" del trattamento.
Già per il dettato dell'art. 13 citato, allora, l'informativa ai soggetti che facessero ingresso in un locale chiuso (quale un locale commerciale) deve intendersi necessaria prima che gli interessati accedano nella zona videosorvegliata, potendosi spiegare la diversa previsione di cui al punto 3.1. del Provvedimento generale del 29.04.2004, secondo cui l'informativa va rivolta a coloro che già "si trovano in una zona videosorvegliata" con riguardo agli spazi aperti.
La tempestività dell'informativa è necessariamente strumentale alla validità del consenso espresso dell'interessato al trattamento dei dati (art. 23, comma 3, Codice della privacy), salvi i casi in cui da esso possa prescindersi (di cui al successivo art. 24), non potendo tale consenso non essere preventivo rispetto all'inizio del trattamento stesso, nella specie consistente nella raccolta delle immagini delle persone che accedono nel locale e vengono riprese dalla videocamera.
Anche perciò se la condotta contestata alla s.r.l. Farmacia Comunale Po.Se.Co. ed a Ad.Me. era anteriore rispetto al Provvedimento del Garante in materia di videosorveglianza dell'08.04.2010, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 99 del 29.04.2010 (il quale ha poi espressamente chiarito che "gli interessati devono essere sempre informati che stanno per accedere in una zona videosorvegliata"), già l'applicabilità dell'art. 13 del Codice privacy e delle prescrizioni del precedente Provvedimento generale del 29.04.2004 inducono ad affermare, ai sensi dell'art. 384, comma 1, c.p.c., il principio di diritto per cui: "
L'installazione di un impianto di videosorveglianza all'interno di un esercizio commerciale, costituendo trattamento di dati personali, deve formare oggetto di previa informativa, ex art. 13 del d.lgs. n. 196 del 2003, resa ai soggetti interessati prima che facciano accesso nell'area videosorvegliata, mediante supporto da collocare perciò fuori del raggio d'azione delle telecamere che consentono la raccolta delle immagini delle persone e danno così inizio al trattamento stesso".
Essendo spiegato nella sentenza del Tribunale di Sondrio, in punto non controverso, che la presenza dell'avviso della zona videosorvegliata era collocato su una parete interna della farmacia, non sono necessari ulteriori accertamento, e questa Corte può decidere nel merito, ai sensi dell'art. 384, comma 2, c.p.c., rigettando l'opposizione proposta (Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza 05.07.2016 n. 13663).

PUBBLICO IMPIEGOSindacalista trasferita solo con il sì della «sigla». Lavoro. Il presupposto
Il trasferimento di una rappresentante sindacale aziendale, che svolga effettivamente attività sindacale, è illegittimo e configura condotta antisindacale se il datore di lavoro non ha prima ottenuto il nullaosta del sindacato.

Lo ha deciso il TRIBUNALE di Bari con la sentenza n. 688/2016 (giudice Procoli).
La vicenda riguarda una lavoratrice, che è anche sindacalista, alla quale viene chiesto il cambio di sede. La società datrice di lavoro dichiara che lo spostamento si è reso necessario per le perdite del punto di vendita in cui la dipendente lavorava e di averla individuata in base al criterio della “minore anzianità aziendale”. Il trasferimento viene formalizzato anche se il sindacato, a cui la dipendente aderisce, non ha dato il nullaosta previsto dall’articolo 22 dello Statuto dei lavoratori (legge 300/1970). Il sindacato si oppone quindi al trasferimento rivolgendosi al giudice.
Il tribunale rileva che il trasferimento è stato deciso sulla base di legittime ragioni organizzativo-produttive ma è mancato il presupposto giuridico necessario per lo spostamento di sede di un rappresentante sindacale, ossia il nullaosta sindacale. Il giudice afferma (seguendo l’interpretazione della sentenza 16790/2006 della Cassazione) che la lavoratrice svolgeva effettivamente attività sindacale perché è stata eletta dai lavoratori dell’azienda (non nominata dal sindacato provinciale) e perché diversi lavoratori hanno aderito alla nuova Rsa.
Inoltre, spiega il giudice, il datore ha implicitamente riconosciuto la qualità di sindacalista della dipendente, chiedendo (senza ottenerlo) il nullaosta al sindacato.
Per questo il tribunale accoglie l’opposizione al trasferimento e lo annulla
(articolo Il Sole 24 Ore del 04.07.2016).

EDILIZIA PRIVATAA norma dell'art. 133, lett. a), del RD n. 268 del 1904 (inserito nei Capo I "Disposizioni per la conservazione delle opere di bonificamento e loro pertinenze"), "Sono lavori, atti o fatti vietati in modo assoluto rispetto ai sopraindicati corsi d'acqua, strade, argini ed altre opere d'una bonificazione: a) le piantagioni di alberi e siepi, le fabbriche, e lo smovimento del terreno dal piede interno ed esterno degli argini e loro accessori o dal ciglio delle sponde dei canali non muniti di argini o dalle scarpate delle strade, a distanza minore di metri 2 pelle piantagioni, di metri i a 2 per le siepi e smovimento del terreno, e di metri 4 a 10 per i fabbricati, secondo l'importanza del corso d'acqua".
A norma dell'art. 96, lett. f), del RD n. 523 del 1904, "Sono lavori ed atti vietati in modo assoluto sulle acque pubbliche, loro alvei, sponde e difese ... le piantagioni di alberi e siepi, le fabbriche, gli scavi e lo smovimento del terreno a distanza dal piede degli argini e loro accessori come sopra, minore di quella stabilita dalle discipline vigenti nelle diverse località, ed in mancanza di tali discipline, a distanza minore di metri quattro per le piantagioni e smovimento del terreno e di metri dieci per le fabbriche e per gli scavi".
Dalle menzionate disposizioni scaturiscono due diversi regimi:
il primo, concerne le opere di bonifica e le loro pertinenze e prevede, secondo la loro importanza, una distanza minima per i fabbricati che può essere fissata da 4 a 10 metri;
il secondo concerne, invece, tutte le altre acque pubbliche, le loro sponde, alvei e difese e fissa la distanza minima di 10 metri per le fabbriche.
---------------

Svolgimento del processo
L'associazione denominata Comitato contro gli abusi edilizi ed ambientali e per la tutela dell'ambiente nonché quella denominata Legambiente Onlus hanno chiesto al TSAP l'annullamento della deliberazione del consiglio comunale di Grumolo delle Abbadesse con la quale è stata approvata (ai sensi dell'art. 50, comma 4, LR Veneto n. 61 del 1985) la variante al PRG consistente nella modifica dell'art. 40 delle norme tecniche di attuazione (zone di tutela e fasce di rispetto) con riduzione da 10 a 5 metri delle distanze delle costruzioni dai corsi d'acqua pubblici.
Hanno lamentato: la violazione dell'art. 96, lett. f), RD n. 254/1904, a norma del quale le nuove costruzioni devono rispettare una distanza di almeno 10 metri dalle sponde o dai piedi degli argini dei corsi d'acqua pubblici; la violazione dell'art. 50, comma 4, lett. d), della LR Veneto n. 61 del 1985, in relazione all'art. 42 della stessa legge; l'eccesso di potere per contraddittorietà con precedente manifestazione di volontà; l'eccesso di potere per inosservanza della circolare regionale Veneto n. 6 del 1998; l'eccesso di potere per travisamento. In estrema sintesi, le associazioni ricorrenti hanno sostenuto che il limite di rispetto di mt. 10 dagli argini fluviali può essere superato solo sulla scorta di ponderata valutazione di interventi per la miglior tutela idrica.
Il ricorso è stato respinto dal TSAP nella considerazione che il suddetto limite è vincolante non per la generalità dei corpi idrici nel territorio comunale, bensì solo per quelli non inerenti al sistema di bonifica; per i corpi idrici sottoposti alle specifiche competenze di gestione del Consorzio di Bonifica il limite di mt. 10 è, dunque, superabile.
Propongono ricorso per cessazione le suddette associazioni attraverso quattro motivi. Rispondono con controricorso il Comune di Grumolo delle Abbadesse e la Regione Veneto. Il ricorrente ha depositato memoria per l'udienza.
Motivi della decisione
Il primo motivo (violazione art. 96, lett. f), RD n. 523/1904 in combinato disposto con la legge n. 36/1994 e l'art. 144 DLGS n. 152/2006) sostiene che non potrebbe più ritenersi attuale la distinzione tra due regimi vincolistici autonomi, ossia da un lato la generalità delle opere idrauliche (art. 96 cit.) e dall'altro la speciale disciplina dei corsi d'acqua funzionali alla bonifica ed al miglioramento fondiario.
Infatti, con l'avvento della legge n. 36/1994, poi trasfusa nel Codice dell'Ambiente (DLGS cit.), sarebbe stata generalizzata la genetica inerenza pubblicistica della totalità dei corpi idrici, superando del tutto sia il previgente regime di catalogazione, sia l'attrazione delle acque di bonifica ad un regime d'impronta tendenzialmente privatistica, come quello consortile. Sicché, l'originaria demanialità dell'indistinto "bene-acqua" e delle sue pertinenze renderebbe inevitabilmente recessiva la specialità disciplinare delle rete idriche minori, ossia i canali di bonifica.
In conclusione, sarebbe applicabile e cogente la sola regola di polizia idraulica di maggior tutela di cui all'art. 96, lett. f), RD n. 523/1904.
Il motivo è infondato.
A norma dell'art. 133, lett. a), del RD n. 268 del 1904 (inserito nei Capo I "Disposizioni per la conservazione delle opere di bonificamento e loro pertinenze"), "Sono lavori, atti o fatti vietati in modo assoluto rispetto ai sopraindicati corsi d'acqua, strade, argini ed altre opere d'una bonificazione: a) le piantagioni di alberi e siepi, le fabbriche, e lo smovimento del terreno dal piede interno ed esterno degli argini e loro accessori o dal ciglio delle sponde dei canali non muniti di argini o dalle scarpate delle strade, a distanza minore di metri 2 pelle piantagioni, di metri i a 2 per le siepi e smovimento del terreno, e di metri 4 a 10 per i fabbricati, secondo l'importanza del corso d'acqua".
A norma dell'art. 96, lett. f), del RD n. 523 del 1904, "Sono lavori ed atti vietati in modo assoluto sulle acque pubbliche, loro alvei, sponde e difese ... le piantagioni di alberi e siepi, le fabbriche, gli scavi e lo smovimento del terreno a distanza dal piede degli argini e loro accessori come sopra, minore di quella stabilita dalle discipline vigenti nelle diverse località, ed in mancanza di tali discipline, a distanza minore di metri quattro per le piantagioni e smovimento del terreno e di metri dieci per le fabbriche e per gli scavi".
Dalle menzionate disposizioni scaturiscono due diversi regimi: il primo, concerne le opere di bonifica e le loro pertinenze e prevede, secondo la loro importanza, una distanza minima per i fabbricati che può essere fissata da 4 a 10 metri; il secondo concerne, invece, tutte le altre acque pubbliche, le loro sponde, alvei e difese e fissa la distanza minima di 10 metri per le fabbriche.
Ora, che i due summenzionati regimi siano tuttora in vigore è questione indiscussa nella giurisprudenza e nell'applicazione amministrativa. Né l'avvento della disposizione dell'art. 144 del DLGS n. 152 del 2006 ("Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, appartengono al demanio dello Stato") consente di ritenerli implicitamente abrogati, posto che l'oggetto e le esigenze posti a fondamento di ciascuno continuano a giustificarne il vigore. Sicché, legittimamente il Comune ha trasposto nella propria normativa urbanistica i diversi regimi per ciascuno dei diversi corsi d'acqua (Corte di Cassazione, Sezz. unite civili, sentenza 01.07.2016 n. 13532).

PUBBLICO IMPIEGO: Le regole sul riparto di giurisdizione sono fissate dall’art. 63 del t.u. sul pubblico impiego (d.lgs. 165 del 2001), che attribuisce al giudice ordinario “tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni di cui all’art. 1, comma 2,…incluse le controversie concernenti… il conferimento e la revoca degli incarichi dirigenziali…”.
---------------
14. Con la sentenza impugnata, il Consiglio di Stato ha ritenuto sussistente la giurisdizione del giudice amministrativo, ritenendo:
--che la posizione giuridica azionata sia un interesse legittimo e non un diritto soggettivo;
--che la materia rientri nell'art. 119, lett. d), c.p.a. che assegna al giudice amministrativo la giurisdizione di legittimità sui "provvedimenti di nomina adottati previa delibera del consiglio dei ministri", regola estensibile ai provvedimenti di revoca;
--che il TAR, dichiarando la giurisdizione ordinaria, avesse "indebitamente equiparato le posizioni dirigenziali generali, o apicali, alle altre che tale connotazione non rivestono".
15. La soluzione non è condivisibile per i seguenti motivi.
16. Il dott. An. era direttore generale dell'ICE (Istituto per il commercio estero).
17. L'Istituto fu soppresso con d.l. 06.07.2011, n. 98, convertito con modificazioni nella legge 15.07.2011, n. 111, che, contestualmente, trasferì le relative competenze, insieme con risorse umane, finanziarie e strumentali, in parte al Ministero dello sviluppo economico, in altra parte al Ministero degli esteri.
18. Successivamente ampia parte di tali competenze fu trasferita, con d.l. 06.12.2011, n. 201 convertito nella legge 22.12.2011, n. 214, ad una Agenzia, di nuova istituzione.
19. Il Ministero dello sviluppo economico, a seguito del decreto legge di luglio 2011, nominò il dirigente delegato alle attività di gestione transitoria, in persona del dott. Lu..
20. A seguito del decreto legge del dicembre 2011, con d.p.r. 18.04.2012 vennero nominati i componenti del consiglio di amministrazione del nuovo ente e con d.p.r. del 18.06.2012 il dott. Lu. venne nominato direttore generale del nuovo ente.
21. Con provvedimento del 19.06.2012 venne disposta la risoluzione anticipata del rapporto di lavoro con il dott. An. per impossibilità sopravvenuta avendo l'ente ricoperto la posizione di direttore generale con altro dirigente.
22. Come si è visto, il dott. An. agi in giudizio dinanzi al TAR del Lazio chiedendo l'annullamento della revoca dell'incarico di direttore generale dell'ICE. e l'annullamento di atti che riguardano il dott. Lu. e i nuovi componenti del consiglio di amministrazione dell'Istituto, nonché dei verbali di riunione e di tutti i provvedimenti emessi dal nuovo consiglio di amministrazione,
23.
Le regole sul riparto di giurisdizione sono fissate dall'art. 63 del tu. sul pubblico impiego (d.lgs. 165 del 2001), che attribuisce al giudice ordinario "tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni di cui all'art. 1, comma 2, ... incluse le controversie concernenti ... il conferimento e la revoca degli incarichi dirigenziali ...".
24. La norma prosegue specificando che eventuali atti amministrativi presupposti rilevanti ai fini della decisione, se illegittimi, devono essere disapplicati dallo stesso giudice ordinario che ha giurisdizione sulla controversia.
25. Con riferimento alle controversie riguardanti il rapporto di lavoro di alti dirigenti, le Sezioni unite hanno affermato che
la giurisdizione ordinaria va affermata "indipendentemente dalla natura subordinata o autonoma del rapporto" e, quel che più conta in questa sede, "indipendentemente dal livello dirigenziale e dalla natura dell'organo che conferisce l'incarico" (Cass., sez. un., 12.06.2006, n. 13538).
26. Tale assetto non ha subito modifiche a seguito della riscrittura dell'art. 19 e ss. del t.u. sul pubblico impiego in materia di dirigenza, operato dalla legge 145 del 2002 (si rinvia alle puntuali spiegazioni di Cass., sez. un., 07.07.2005, n. 14252).
27. Deve inoltre valutarsi
se l'atto impugnato sia un atto di macro organizzazione, perché in tal caso la giurisdizione è del giudice amministrativo (cfr. Cass., sez. un., 09.02.2009, n. 3052).
Tuttavia,
se l'atto di macro-organizzazione costituisce il presupposto del provvedimento adottato nei confronti del dirigente, esso, qualora sia illegittimo deve essere disapplicato dal giudice ordinario che ha giurisdizione sulla controversia (Cass., sez. un., 07.11.2008, n. 26799 e 09.02.2009, n. 3054).
28. Nel caso in esame l'oggetto del ricorso rimane rutto interno alla giurisdizione del giudice ordinario: si chiede l'annullamento dell'atto di revoca dell'incarico del ricorrente e l'annullamento dell'atto di nomina del dott. Lu., nonché dei componenti del consiglio di amministrazione del nuovo ente. Non si impugnano atti di macro- organizzazione e comunque eventuali atti macro-organizzativi a monte potrebbero, se illegittimi, essere disapplicati dal giudice ordinario.
29. Né può giungersi ad una conclusione diversa sulla base di quanto disposto dalla norma del codice del processo amministrativo richiamata dal Consiglio di Stato per fondare la sua diversa conclusione, e cioè l'art. 119, lett. d).
30. A parte la considerazione che essa fa riferimento solo ai provvedimenti di nomina, deve rilevarsi che si tratta di una norma che non regola la giurisdizione, ma il rito, rientrando nel titolo "Riti abbreviati relativi a speciali controversie" ed occupandosi del rito abbreviato comune a determinate materie, soggette a quel rito se ed in quanto rientranti nella giurisdizione amministrativa, in base alle diverse regole che disciplinano la giurisdizione.
31.
Nel caso in esame, come si è detto, tali regole sono dettate dall'art. 63 del d.lgs. 165 del 2001, che attribuisce specificamente al giudice ordinario la giurisdizione sulle controversie in materia di conferimento e revoca degli incarichi dirigenziali, di cui agli artt. 19 e ss. del medesimo decreto legislativo, senza operare distinzioni, come hanno messo in evidenza le Sezioni unite nelle sentenze prima richiamate.
32. Deve, in conclusione, essere dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario (Corte di Cassazione, Sezz. unite civili, sentenza 01.07.2016 n. 13530).

EDILIZIA PRIVATARispetto distanza ex art. 890 c.c.: anche per le canne fumarie vale la presunzione di nocività.
Cassazione: la presunzione assoluta di nocività e pericolosità prescinde da ogni accertamento concreto nel caso in cui vi sia un regolamento edilizio comunale che stabilisca la distanza.
L'articolo 890 del Codice civile dispone che "Chi presso il confine, anche se su questo si trova un muro divisorio, vuole fabbricare forni, camini, magazzini di sale, stalle e simili, o vuol collocare materie umide o esplodenti o in altro modo nocive, ovvero impiantare macchinari, per i quali può sorgere pericolo di danni, deve osservare le distanze stabilite dai regolamenti e, in mancanza, quelle necessarie a preservare i fondi vicini da ogni danno alla solidità, salubrità e sicurezza".
Nel caso in esame, oggetto della sentenza 30.06.2016 n. 13449 della Corte di Cassazione, Sez. II civile, la corte territoriale ha evidenziato che non era prevista, dai vigenti strumenti urbanistici, una distanza orizzontale minima tra le canne fumarie e le proprietà aliene.
In proposito, la suprema Corte ricorda che la costante giurisprudenza di legittimità “afferma che il rispetto della distanza prevista per fabbriche e depositi nocivi e pericolosi dall'articolo 890 c.c., nella cui regolamentazione rientrano anche i comignoli con canna fumaria, è collegato ad una presunzione assoluta di nocività e pericolosità che prescinde da ogni accertamento concreto nel caso in cui vi sia un regolamento edilizio comunale che stabilisca la distanza medesima, mentre, in difetto di una disposizione regolamentare, si ha una presunzione di pericolosità relativa, che può essere superata ove la parte interessata al mantenimento del manufatto dimostri che, mediante opportuni accorgimenti, può ovviarsi al pericolo od al danno del fondo vicino”.
Quindi, conclude la Cassazione, “la corte di merito ha correttamente accertato che, alla luce della lacuna contenuta nel regolamento edilizio locale, dovesse essere imposto un arretramento della canna fumaria per scongiurare ogni pericolo per il fondo confinante (la cui concreta esistenza era stata acclarata), assumendo, altresì, che l'installazione di accorgimenti con funzione di separazione risultava del tutto inidonea. A tal fine ha evidenziato che l'installazione di un siffatto dispositivo non poteva considerarsi risolutivo visto che l'art. 890 c.c. presume la pericolosità dei camini anche se tra questi ed il fondo del vicino vi sia un muro divisorio” (commento tratto da www.casaeclima.com).
---------------
MASSIMA
Quanto alla violazione dell'articolo 890 c.c., esso dispone: "Chi presso il confine, anche se su questo si trova un muro divisorio, vuole fabbricare forni, camini, magazzini di sale, stalle e simili, o vuol collocare materie umide o esplodenti o in altro modo nocive, ovvero impiantare macchinari, per i quali può sorgere pericolo di danni, deve osservare le distanze stabilite dai regolamenti e, in mancanza, quelle necessarie a preservare i fondi vicini da ogni danno alla solidità, salubrità e sicurezza".
La corte territoriale ha evidenziato che, nella specie, non era prevista, dai vigenti strumenti urbanistici, una distanza orizzontale minima tra le canne fumarle e le proprietà aliene.
La costante giurisprudenza di legittimità afferma che
il rispetto della distanza prevista per fabbriche e depositi nocivi e pericolosi dall'articolo 890 c.c., nella cui regolamentazione rientrano anche i comignoli con canna fumaria, è collegato ad una presunzione assoluta di nocività e pericolosità che prescinde da ogni accertamento concreto nel caso in cui vi sia un regolamento edilizio comunale che stabilisca la distanza medesima, mentre, in difetto di una disposizione regolamentare, si ha una presunzione di pericolosità relativa, che può essere superata ove la parte interessata al mantenimento del manufatto dimostri che, mediante opportuni accorgimenti, può ovviarsi al pericolo od al danno del fondo vicino (per tutte: Cass. 22.10.2009, n. 22389; Cass. 06.03.2002, n. 3199).
La corte di merito ha correttamente accertato, quindi, che,
alla luce della lacuna contenuta nel regolamento edilizio locale, dovesse essere imposto un arretramento della canna fumaria per scongiurare ogni pericolo per il fondo confinante (la cui concreta esistenza era stata acclarata), assumendo, altresì, che l'installazione di accorgimenti con funzione di separazione risultava del tutto inidonea.
A tal fine ha evidenziato che
l'installazione di un siffatto dispositivo non poteva considerarsi risolutivo visto che l'art. 890 c.c. presume la pericolosità dei camini anche se tra questi ed il fondo del vicino vi sia un muro divisorio. Proposizione, questa, senz'altro congrua, come tale incensurabile in questa sede.

EDILIZIA PRIVATA: La normativa applicabile all’istanza del rilascio dell’autorizzazione paesaggistica, in sanatoria o meno, non può che essere quella del momento in cui l’autorizzazione deve essere rilasciata e non quella vigente al momento della domanda.
Ciò in conformità al noto principio del tempus regit actum che disciplina la successione di norme nel tempo nell’ambito del procedimento amministrativo, sancendo il principio secondo cui ogni atto deve essere adottato in base alla disciplina vigente al momento della sua adozione.
Tale principio generale è applicabile anche in materia di rilascio dell’autorizzazione paesaggistica (Cons. Stato n. 6878/2011 e Cons. Stato n. 3886/2012, secondo le quali laddove la conclusione del procedimento per il rilascio dell'autorizzazione paesaggistica sia avvenuta successivamente all'entrata in vigore dell'art. 146 comma 10, lett. c), d.lgs. 22.01.2004 n. 42 non può che applicarsi l'art. 146, comma 10, lett. c), citato, secondo il principio tempus regit actum, per il quale la legittimità degli atti amministrativi deve essere rapportata alla situazione di diritto riscontrabile alla data della relativa emanazione).
----------------
Nel caso di specie, iancorché sia passato un lasso di tempo lunghissimo dalla domanda di sanatoria la normativa applicabile non poteva che essere quella vigente al momento dell’adozione dell’atto, non potendosi ammettere un rilascio dell’autorizzazione con riferimento alla disciplina vigente al momento della domanda, secondo il principio dell’“ora per allora”, invocato da parte ricorrente.
Il ritardo nell’adozione del provvedimento potrebbe, infatti, assumere rilevanza solo al fine di produrre eventuali conseguenze a livello risarcitorio, al ricorrere dei necessari presupposti per la sussistenza di un illecito risarcibile, di cui si tratterà nel prosieguo.
D’altra parte il privato avrebbe avuto un valido strumento per compulsare l’amministrazione a provvedere, quale l’azione per il silenzio, eventualmente riproponendo la domanda alla scadenza del termine per la sua proposizione.

---------------
1) Il ricorso si rivela infondato.
Con il primo motivo di ricorso parte ricorrente lamenta l’illegittimità del provvedimento di diniego del nulla osta paesaggistico in sanatoria, per l’erroneità della motivazione di rigetto dell’amministrazione che ha ritenuto come, a fronte del sopravvenuto art. 27 del D.Lgs. n. 157/2006, non sarebbe ormai più possibile il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica per immobili già realizzati.
Parte ricorrente deduce al riguardo che il suddetto nulla osta paesaggistico era stato chiesto nel 1991 e, quindi, in un periodo in cui l’ordinamento ammetteva l’autorizzazione paesaggistica postuma. Il rilascio dello stesso è stato impedito solo dall’inerzia della p.a. che ha violato il suo obbligo di provvedere entro i termini di legge, pronunciandosi oltre venti anni dopo.
La medesima autorizzazione, sempre secondo parte ricorrente, potrebbe quindi essere rilasciata ora per allora, essendo peraltro il manufatto in questione perfettamente conforme al piano paesaggistico della Comunità Montana di “Monte Santa Croce”.
La censura è infondata.
Attualmente l’art. 146, comma 4, l’art. 159, comma 5, e l’art. 167, comma 4 e 5, del d.lgs. 22/01/2004, n. 42 (Codice dei beni culturali) non consentono la sanatoria edilizia di interventi realizzati in assenza o in difformità dall'autorizzazione paesaggistica, ammettendo il rilascio di un provvedimento di compatibilità soltanto nel caso di abusi minori (Cons. Stato Sez. VI, 26.03.2014, n. 1472; Sez. VI, 30.05.2014, n. 2806)
In particolare, l’art. 146, comma 4, del d.lgs. n. 42 del 22.01.2004, recante il Codice dei beni culturali e del paesaggio, ha vietato, salvo casi eccezionali, il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica postuma, stabilendo che al di fuori dei limitati casi «di cui all’articolo 167, commi 4 e 5, l’autorizzazione non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, degli interventi».
La normativa applicabile all’istanza del rilascio dell’autorizzazione paesaggistica, in sanatoria o meno, non può che essere quella del momento in cui l’autorizzazione deve essere rilasciata e non quella vigente al momento della domanda.
Ciò in conformità al noto principio del tempus regit actum che disciplina la successione di norme nel tempo nell’ambito del procedimento amministrativo, sancendo il principio secondo cui ogni atto deve essere adottato in base alla disciplina vigente al momento della sua adozione.
Tale principio generale è applicabile anche in materia di rilascio dell’autorizzazione paesaggistica (Cons. Stato, sez. VI 28.12.2011 n. 6878 e Cons. Stato Sez. V, 03.07.2012, n. 3886, secondo le quali laddove la conclusione del procedimento per il rilascio dell'autorizzazione paesaggistica sia avvenuta successivamente all'entrata in vigore dell'art. 146 comma 10, lett. c), d.lgs. 22.01.2004 n. 42 non può che applicarsi l'art. 146, comma 10, lett. c), citato, secondo il principio tempus regit actum, per il quale la legittimità degli atti amministrativi deve essere rapportata alla situazione di diritto riscontrabile alla data della relativa emanazione).
L’atto di diniego si rivela, quindi, legittimo, in forza dell’ormai vigente divieto di autorizzazione paesaggistica postuma.
Nel caso di specie, infatti, ancorché sia passato un lasso di tempo lunghissimo dalla domanda di sanatoria la normativa applicabile non poteva che essere quella vigente al momento dell’adozione dell’atto, non potendosi ammettere un rilascio dell’autorizzazione con riferimento alla disciplina vigente al momento della domanda, secondo il principio dell’“ora per allora”, invocato da parte ricorrente.
Il ritardo nell’adozione del provvedimento potrebbe, infatti, assumere rilevanza solo al fine di produrre eventuali conseguenze a livello risarcitorio, al ricorrere dei necessari presupposti per la sussistenza di un illecito risarcibile, di cui si tratterà nel prosieguo.
D’altra parte il privato avrebbe avuto un valido strumento per compulsare l’amministrazione a provvedere, quale l’azione per il silenzio, eventualmente riproponendo la domanda alla scadenza del termine per la sua proposizione (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 30.06.2016 n. 3312 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTINelle gare pubbliche il punteggio numerico assegnato ai vari elementi di valutazione dell'offerta integra di per sé una sufficiente motivazione, allorché siano prefissati con chiarezza ed adeguato grado di dettaglio.
Per consolidato orientamento giurisprudenziale, nelle gare pubbliche, il punteggio numerico assegnato ai vari elementi di valutazione dell'offerta, integra di per sé una sufficiente motivazione, allorché, come nel caso di specie, siano prefissati con chiarezza ed adeguato grado di dettaglio i criteri in base ai quali la Commissione deve esprimere il proprio apprezzamento, di modo che sia consentito ripercorrere il percorso valutativo compiuto e quindi controllare la logicità e la congruità del giudizio tecnico.
Pertanto, nel caso di specie non sussisteva alcun dovere di motivare, e ciò ancorché, in relazione a taluni parametri, la Commissione, pur non essendovi tenuta e quindi ad abundantiam, abbia ritenuto, per un qualunque motivo, di dover spiegare le ragioni delle proprie scelte.
---------------
Affinché la censura di sviamento di potere possa ritenersi fondata occorre che gli elementi emersi rivelino in modo indubbio il dissimulato scopo dell'atto, condizione questa, che nella specie, non si rinviene. In particolare, non costituisce, di per se solo, sintomo di sviamento di potere, il fatto che nell'ambito di una commissione di gara uno dei suoi componenti si esprima con giudizi divergenti da quelli degli altri e sempre a favore di uno solo dei concorrenti.
Per un verso, l'eventualità di giudizi differenti all'interno di un organo collegiale è connaturale alla sua stessa composizione pluripersonale, per altro verso, la circostanza che uno dei componenti si esprima sempre a favore di uno dei concorrenti, non è sintomo, in assenza di ulteriori elementi di riscontro, di un vizio della valutazione.
Né l'irragionevolezza di quest'ultima può trarsi dal fatto che una consulenza di parte abbia diversamente giudicato le proposte dei concorrenti in gara, essendo l'apprezzamento tecnico-discrezionale di queste riservato in via esclusiva alla Commissione, il cui giudizio non può essere sostituito, né da quello del giudice, né tanto meno da quello di un perito di parte (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 28.06.2016 n. 2912 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

EDILIZIA PRIVATAIn giurisprudenza è largamente prevalente il principio secondo il quale il provvedimento di annullamento di concessione edilizia illegittima è da ritenersi in re ipsa correlato alla necessità di curare l’interesse pubblico concreto ed attuale al ripristino della legalità violata, atteso che il rilascio del titolo edilizio comporta la sussistenza di una permanente situazione contra legem e di conseguenza ingenera nell’Amministrazione il potere-dovere di annullare in ogni tempo la concessione illegittimamente assentita.
---------------
Quanto alla lamentata violazione delle c.d garanzie partecipative, per non essere state riscontrate dall’Amministrazione le prodotte osservazioni, vale osservare che il dovere di esame delle memorie prodotte dall’interessato a seguito di comunicazione dell’avvio del procedimento non comporta la necessità di confutazione analitica delle allegazioni presentate essendo sufficiente che il provvedimento amministrativo sia corredato da una motivazione che renda nella sostanza percepibile la ragione del mancato adeguamento da parte della P.A. alle deduzioni difensive del privato.

---------------
L’attività di repressione degli abusi edilizi, dopo il loro accertamento, deve reputarsi vincolata per l’Amministrazione senza che quest’ultima debba di propria iniziativa valutare la possibilità della sanzione alternativa.
---------------

8. L’appello (volto a veder riformata la parte sfavorevole del decisum) è infondato e va conseguentemente respinto.
Preliminarmente il Collegio osserva che:
a) l’oggetto della controversia è il provvedimento n. 9/2008 con cui il Comune di Castellammare di Stabia ha annullato in via di autotutela la concessione edilizia n. 18/85 avente ad oggetto la realizzazione di un campo sportivo e di locali adibiti a spogliatoio e servizi su terreni siti in zona destinata a verde pubblico attrezzato e agricola, in quanto non conforme alla normativa urbanistica vigente;
b) con la sentenza oggetto dell’odierna impugnativa il TAR ha statuito che il campo di calcio in sé è compatibile con le su indicate destinazioni d’uso impresse alla zona, mentre altrettanto non può dirsi per le opere murarie costituiti dai locali adibiti a spogliatoio e servizi che mal si conciliano con la zona agricola;
c) in sintonia con la relativa eccezione sollevata dal controinteressato (pagina 9 della memoria conclusionale) che le censure sollevate per la prima volta in questo grado sono inammissibili per violazione del divieto dei nova sancito dall’art. 345 c.p.c. ratione temporis vigente (oggi art. 104 c.p.a.).
8.1. Con il primo, articolato motivo parte appellante censura in primo luogo il potere di autotutela come esercitato dall’Amministrazione comunale sotto vari profili così riassumibili:
a) manca nella specie un interesse concreto ed attuale all’annullamento tenuto conto in particolare che la struttura sportiva sarebbe comunque conforme alle sopravvenute prescrizioni urbanistiche (B3);
b) l’autoannullamento non è accompagnato dalla necessaria motivazione sull’interesse pubblico all’esercizio del potere discrezionale ;
c) è stata obliterata la pur rilevante posizione del privato e in particolare l’affidamento di quest’ultimo costituito dalla legittimità del titolo all’epoca della realizzazione delle opere e dagli investimenti effettuati al riguardo;
d) i provvedimenti gravati non recano alcuna valutazione dell’apporto partecipativo del privato formulato con le prodotte osservazioni.
Inoltre si lamenta la mancata applicazione della sanzione pecuniaria ai sensi dell’art. 38 del DPR n. 380/2001 in luogo della irrogata demolizione.
8.1.1. I profili di doglianza non appaiono condivisibili.
Le suddette censure, da esaminarsi congiuntamente, sono rivolte non già a criticare l’an dell’esercitato potere di autotutela, bensì la motivazione su cui si fonda lo ius poenitendi posto in essere dal Comune.
Ebbene, si osserva che in giurisprudenza è largamente prevalente il principio secondo il quale il provvedimento di annullamento di concessione edilizia illegittima è da ritenersi in re ipsa correlato alla necessità di curare l’interesse pubblico concreto ed attuale al ripristino della legalità violata, atteso che il rilascio del titolo edilizio comporta la sussistenza di una permanente situazione contra legem e di conseguenza ingenera nell’Amministrazione il potere-dovere di annullare in ogni tempo la concessione illegittimamente assentita (Cons. Stato, Sez. V, n. 2060 del 2014 sulla limitata portata dell’obbligo di motivazione dell’autotutela in materia edilizia; Sez. IV, 8291 del 2010 e 05/02/1998 n. 198, circa il rilievo dell’interesse pubblico all’interno dei presupposti generali in tema di autotutela edilizia).
Ciò detto, anche a voler “scendere” per assurdo sul piano argomentativo fatto valere dalla parte appellante, non può condividersi l’assunto che le opere de quibus sarebbero conformi all’attuale destinazione urbanistica di zona (B3) e tale compatibilità farebbe venir meno ogni esigenza di tutela del pubblico interesse sottesa all’adottato provvedimento di autotutela.
Invero, al di là del fatto che l’istituto dell’annullamento d’ufficio a differenza della revoca è ancorato al passato, nel senso che il giudizio di illegittimità è collegato al momento del rilascio del titolo illegittimamente rilasciato, nondimeno non sussiste conformità urbanistica nemmeno all’attualità posto che l’area ricade per la gran parte in zona F16 “zona a parcheggi a raso” e solo in parte in B3 per la quale sussistono le limitazioni imposte dalla L.R. Campania n. 35/1987 (c.d. PUT Area Costiera Sorrentino- Amalfitana).
Quanto poi alla lamentata violazione delle c.d. garanzie partecipative, per non essere state riscontrate dall’Amministrazione le prodotte osservazioni, vale osservare che il dovere di esame delle memorie prodotte dall’interessato a seguito di comunicazione dell’avvio del procedimento non comporta la necessità di confutazione analitica delle allegazioni presentate essendo sufficiente che il provvedimento amministrativo sia corredato da una motivazione che renda nella sostanza percepibile la ragione del mancato adeguamento da parte della P.A. alle deduzioni difensive del privato (Cons. Stato Sez. V, 10/12/2012 n. 2701; 05/10/2005 n. 5365; 10/09/2009 n. 5424), cosa che nel caso di specie emerge agevolmente dalla lettura dell’atto impugnato.
Gli esponenti poi a proposito dell’ordinanza di riduzione in pristino stato, lamentano la violazione dell’art. 38 del testo unico sull’edilizia, in quanto l’Amministrazione anziché disporre la riduzione in pristino avrebbe dovuto valutare l’applicabilità della norma invocata che pure prevede in taluni casi a seguito dell’annullamento del titolo edilizio l’irrogazione della sanzione pecuniaria in luogo di quella ripristinatoria.
La doglianza non ha pregio, posto che l’attività di repressione degli abusi edilizi, dopo il loro accertamento, deve reputarsi vincolata per l’Amministrazione senza che quest’ultima debba di propria iniziativa valutare la possibilità della sanzione alternativa.
In ogni caso siamo in presenza di una difformità in senso sostanziale che impedisce il mantenimento delle opere illegittimamente assentite ed eseguite, non essendo, in particolare rimuovibili i vizi del titolo
ad aedificandum (cfr. sul punto specifico Cons. Stato, Sez. V, n. 2194 del 2014; Sez. V, n. 1687 del 2007 circa la prevalenza dell’interesse alla tutela dell’ambiente e del paesaggio; Sez. V, n. 5926 del 2001, circa la doverosità dell’autotutela edilizia in caso di contrasto con la destinazione di zona) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 28.06.2016 n. 2885 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANello schema normativo di cui all’art. 34 del d.P.R. n. 380/2001, l’ingiunzione di demolizione rivolta nei riguardi dei responsabili dell’abuso costituisce la prima ed obbligatoria fase del procedimento repressivo, in quanto ha natura di diffida e presuppone solo un giudizio di tipo analitico-ricognitivo dell’abuso commesso, mentre il giudizio sintetico-valutativo, di natura discrezionale, circa la rilevanza dell’abuso e la possibilità di sostituire la demolizione con la sanzione pecuniaria (disciplinato dal comma 2 della disposizione citata) può essere effettuato soltanto in una seconda fase, cioè quando il soggetto privato non ha ottemperato spontaneamente alla demolizione e l’organo competente emana l’ordine (questa volta non indirizzato all’autore dell’abuso, ma ai competenti uffici comunali in materia di sanzioni edilizie) di esecuzione in danno della demolizione delle opere realizzate in parziale difformità dal permesso di costruire.
Alla luce di quanto sopra, è evidente che il gravato atto di accertamento di inottemperanza all’ordinanza di demolizione -dell’Area Tecnica del Comune- costituisce lo spartiacque delle suddette due fasi procedimentali ed assume portata semplicemente ricognitiva, al pari di un comune verbale della Polizia Municipale di accertamento di infrazione alle norme edilizie, dell’inottemperanza all’impartita diffida a demolire in funzione preparatoria dell’eventuale demolizione in danno.

---------------
E' applicabile al caso di specie il consolidato principio secondo il quale il verbale di accertamento di infrazione alle norme edilizie ha valore di atto endoprocedimentale, strumentale alle successive determinazioni dell’ente comunale, ed ha efficacia meramente dichiarativa delle operazioni effettuate dalla Polizia Municipale, alla quale per l’occasione non sono attribuite prerogative di adozione di atti di amministrazione attiva, all’uopo occorrendo che la competente autorità amministrativa faccia proprio l’esito delle predette operazioni attraverso un formale atto di repressione dell’illecito.
Ne discende che, in quanto tale, detto verbale non assume quella portata lesiva che sia in grado di attualizzare l’interesse alla tutela giurisdizionale, portata lesiva invece ravvisabile soltanto nella successiva ordinanza demolitoria, con cui l’autorità amministrativa recepisce gli esiti dei sopralluoghi effettuati dalla Polizia Municipale e forma il provvedimento ripristinatorio dell’ordine giuridico violato.
Ne deriva che l’atto quivi impugnato (nota di accertamento di inottemperanza all’ordinanza di demolizione), attesa la sua natura eminentemente dichiarativa, accentuata dalla ulteriore qualificazione dello stesso quale atto di avvio del procedimento demolitorio d’ufficio, non è in grado di apportare alcuna lesione della posizione giuridica dei ricorrenti.
---------------
... per l'annullamento della nota dell’Area Tecnica del Comune di Marano di Napoli n. 02/16 del 10.03.2016, recante l’accertamento di inottemperanza all’ordinanza di demolizione n. 13/13 del 03.05.2013 emessa nei confronti dei ricorrenti per la realizzazione di una tettoia in legno in parziale difformità dal permesso di costruire, nonché di ogni atto ad essa preordinato, connesso e conseguente.
...
Premesso che:
- con il presente gravame è impugnato un atto di accertamento di inottemperanza ad un’ordinanza di demolizione, emessa nei confronti dei ricorrenti ai sensi dell’art. 34 del d.P.R. n. 380/2001 per la realizzazione di una tettoia in legno in parziale difformità dal permesso di costruire;
- tale atto è qualificato dall’amministrazione emittente anche quale “avvio del procedimento per la procedura di demolizione a cura del Comune”;
Rilevato che:
- nello schema normativo di cui all’art. 34 del d.P.R. n. 380/2001, l’ingiunzione di demolizione rivolta nei riguardi dei responsabili dell’abuso costituisce la prima ed obbligatoria fase del procedimento repressivo, in quanto ha natura di diffida e presuppone solo un giudizio di tipo analitico-ricognitivo dell’abuso commesso, mentre il giudizio sintetico-valutativo, di natura discrezionale, circa la rilevanza dell’abuso e la possibilità di sostituire la demolizione con la sanzione pecuniaria (disciplinato dal comma 2 della disposizione citata) può essere effettuato soltanto in una seconda fase, cioè quando il soggetto privato non ha ottemperato spontaneamente alla demolizione e l’organo competente emana l’ordine (questa volta non indirizzato all’autore dell’abuso, ma ai competenti uffici comunali in materia di sanzioni edilizie) di esecuzione in danno della demolizione delle opere realizzate in parziale difformità dal permesso di costruire (cfr. TAR Lazio Roma, Sez. I, 04.04.2012 n. 3105);
- alla luce di quanto sopra, è evidente che il gravato atto di accertamento dell’Area Tecnica del Comune costituisce lo spartiacque delle suddette due fasi procedimentali ed assume portata semplicemente ricognitiva, al pari di un comune verbale della Polizia Municipale di accertamento di infrazione alle norme edilizie, dell’inottemperanza all’impartita diffida a demolire in funzione preparatoria dell’eventuale demolizione in danno;
Considerato che:
- pertanto, è applicabile al caso di specie il consolidato principio secondo il quale il verbale di accertamento di infrazione alle norme edilizie ha valore di atto endoprocedimentale, strumentale alle successive determinazioni dell’ente comunale, ed ha efficacia meramente dichiarativa delle operazioni effettuate dalla Polizia Municipale, alla quale per l’occasione non sono attribuite prerogative di adozione di atti di amministrazione attiva, all’uopo occorrendo che la competente autorità amministrativa faccia proprio l’esito delle predette operazioni attraverso un formale atto di repressione dell’illecito; ne discende che, in quanto tale, detto verbale non assume quella portata lesiva che sia in grado di attualizzare l’interesse alla tutela giurisdizionale, portata lesiva invece ravvisabile soltanto nella successiva ordinanza demolitoria, con cui l’autorità amministrativa recepisce gli esiti dei sopralluoghi effettuati dalla Polizia Municipale e forma il provvedimento ripristinatorio dell’ordine giuridico violato (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V, 17.06.2014 n. 3097);
- ne deriva che l’atto quivi impugnato, attesa la sua natura eminentemente dichiarativa, accentuata dalla ulteriore qualificazione dello stesso quale atto di avvio del procedimento demolitorio d’ufficio, non è in grado di apportare alcuna lesione della posizione giuridica dei ricorrenti;
Ritenuto, in conclusione, che:
- l’appurata non lesività del gravato atto di accertamento non può non determinare l’inammissibilità del ricorso per carenza di interesse (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 24.06.2016 n. 3242 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Il segretario non fa parte della commissione. Consiglio di Stato.
Il segretario di una commissione giudicatrice di un appalto non fa parte della commissione e non altera il numero dei suoi componenti, sempre dispari. Possibile nominare presidente il Responsabile unico del procedimento.

Lo precisa il Consiglio di Stato, Sez. V, con la sentenza 23.06.2016 n. 2812 con riguardo a una gara di appalto, svolta con il metodo del prezzo più basso, per l'affidamento dei servizi di trasporto e smaltimento di varie tipologie di rifiuti, suddivisa in 12 lotti.
Nel ricorso era stato preliminarmente eccepito che i plichi contenenti la documentazione amministrativa degli offerenti fossero stati aperti dal responsabile del procedimento con l'ausilio di due testimoni, in difformità da quanto prescritto dalla legge e della lex specialis.
I giudici rilevano che la commissione di gara, poi costituita, ha preso che si è trattato di attività preliminare e propedeutica ha convalidato le operazioni materiali svolte in precedenza, con ciò dimostrando l'insussistenza di irregolarità priva di valenza invalidante. Un altro punto riguardava la nomina del presidente nella persona del responsabile del procedimento.
La sentenza precisa che nel caso specifico erano le norme di gara a prevedere che la commissione sia presieduta di norma da un dirigente della stazione appaltante e che i commissari diversi dal presidente non devono aver svolto né possono svolgere alcun'altra funzione o incarico tecnico o amministrativo relativamente al contratto da affidare.
Pertanto, a contrario, la funzione di presidente della commissione può ben essere assunta da chi abbia svolto o svolga attività o funzioni afferenti il contratto cui la gara si riferisce. Come era nel caso esaminato in cui presidente era il Rup «che fisiologicamente svolge attività o funzioni afferenti il contratto cui la gara si riferisce». Anche su questo la giurisprudenza aveva affermato che nessuna norma impedisce il cumulo di compiti di Rup e di presidente della commissione.
Diversamente il nuovo codice dei contratti (art. 77) stabilisce che il presidente della commissione giudicatrice sia individuato dalla stazione appaltante tra i commissari sorteggiati da un apposito elenco Anac da costituire ai sensi dell'articolo 78 dello stesso codice, escludendo implicitamente il Rup (articolo ItaliaOggi dell'01.07.2016).
---------------
MASSIMA
4. Per quanto riguarda la composizione della commissione di gara, non sussiste la violazione del principio generale che impone un numero dispari di membri.
Essa, infatti, è stata costituita con tre membri effettivi, titolari del potere di voto, e da un segretario verbalizzante, il quale non fa parte del collegio, non potere di voto e svolge mere attività di supporto burocratico ai compiti valutativi e decisionali appartenenti esclusivamente alla Commissione.
Come ha chiarito da tempo la giurisprudenza di questo Consiglio (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V, 22.10.2007, n. 5502; Sez. II, 12.07.1995, n. 1772; Sez. II, 27.09.1989, n. 894; Sez. V, 07.07.1987, n. 463; Sez. II, 18.02.1981, n. 1307),
il segretario verbalizzante, in quanto tale, è privo di diritto di voto e non va computato nel novero dei membri della commissione giudicatrice, che costituisce un collegio perfetto con riferimento esclusivamente ai suoi membri effettivi.
5. Per quanto riguarda la funzione di Presidente della Commissione di gara, si deve rilevare che la tesi dell’appellante è confutata dal dato testuale di cui all’art. 84, commi 3 e 4, d.lgs. n. 163 del 2006 che dispone che “La commissione è presieduta di norma da un dirigente della stazione appaltante” e che “I commissari diversi dal Presidente non devono aver svolto né possono svolgere alcun’altra funzione o incarico tecnico o amministrativo relativamente al contratto del cui affidamento si tratta”.
Pertanto, a contrario,
tale norma (segnatamente il comma 4) consente espressamente che la funzione di Presidente della Commissione sia assunta da chi abbia svolto o svolga attività o funzioni afferenti il contratto cui la gara si riferisce, ammettendo così che tale posizione possa essere assunta anche dal RUP che fisiologicamente svolge attività o funzioni afferenti il contratto cui la gara si riferisce.
Peraltro, la giurisprudenza amministrativa ha chiarito che
nessuna norma impedisce il cumulo di compiti di RUP e di Presidente della commissione proprio sulla base del predetto comma 4 del citato art. 84 cit. che conferma indirettamente la legittimità di tale cumulo prevedendo limiti solo per i commissari diversi dal presidente (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V, 23.10.2012, n. 5408; Sez. V, 27.04.2012, n. 2445).

APPALTI: Chi ha pendenze accede alle gare. Sentenza Tar Lecce referenze e appalti.
Può ancora concorrere all'appalto l'impresa che pure ha vecchie pendenze con altri comuni, rimasti insoddisfatti dei suoi servigi. E ciò perché l'esclusione dalla gara per «gravi negligenze» può essere disposta soltanto per comprovati motivi, mentre l'amministrazione non può decretare lo stop senza considerare che invece l'azienda partecipante alla procedura ha ricevuto di recente un certificato di regolare esecuzione del servizio da un altro ente.

È quanto emerge dalla sentenza 23.06.2016 n. 1021, pubblicata dalla I Sez. del TAR Puglia-Lecce.
Referenze ignorate. L'articolo 38, comma 1, lettera f), del codice dei contratti pubblici parla chiaro. Può restare fuori dalla procedura di affidamento soltanto l'impresa in malafede o che commette un grave errore nell'eseguire la prestazione. La stazione appaltante che opta per l'estromissione può dimostrare l'inadempienza con qualsiasi mezzo di prova, ma deve motivare la sua decisione. E nella specie risulta troppo avventato lo stop imposto all'azienda interessata all'affidamento del servizio di igiene urbana.
Il fatto è che l'ente locale non si fida: tre comuni campani con cui ha lavorato l'impresa hanno riscontrato inadempienze nel servizio. Ma fra l'azienda e le amministrazioni locali pendono ancora cause in proposito. E per tre interlocutori che si lamentano ce ne sono altrettanti che si dicono soddisfatti della raccolta dei rifiuti curata dalla società, per di più in epoca più recente rispetto agli altri. Chi ha ragione? Chissà.
Certo è che l'estromissione risulta illegittima perché l'amministrazione prima di ricorrere a provvedimenti definitivi deve verificare l'entità delle inadempienze contestate e soprattutto tenere conto delle giustificazioni portate dall'impresa interessata.
Impossibile, insomma, decretare il game over senza effettuare la comparazione con le referenze positive che arrivano da un altro comune, che attesta la diligenza dell'azienda nei lavori. All'amministrazione locale non resta che pagare le spese di giudizio alla società (articolo ItaliaOggi del 02.07.2016).
---------------
MASSIMA
2. Con i vari motivi di gravame, che possono essere trattati congiuntamente, per comunanza delle relative censure, deduce la ricorrente l’illegittimità dell’atto impugnato, per avere l’Amministrazione escluso la prima della gara sulla base di presupposti –la sussistenza di gravi errori nell’esercizio dell’attività professionale, ai sensi dell’art. 38, co. 1, lett. f), d.lgs. n. 163/2006– non rispondenti all’obiettiva realtà fattuale.
Le censura è fondata.
2.1. Ai sensi dell’art. 38, co. 1, lett. f), cod. appalti, sono esclusi dalla partecipazione alla procedura di affidamento gli operatori economici: “che secondo motivata valutazione della stazione appaltante, hanno commesso grave negligenza o malafede nell'esecuzione delle prestazioni affidate dalla stazione appaltante che bandisce la gara; o che hanno commesso un errore grave nell'esercizio della loro attività professionale, accertato con qualsiasi mezzo di prova da parte della stazione appaltante”.
2.2. Tanto premesso, si legge nell’impugnato provvedimento che la ricorrente è stata esclusa dalla partecipazione alla gara in esame per asserite inadempienze riscontrate in relazione a servizi analoghi resi dalla ricorrente nei confronti dei Comuni di Vico del Gargano e di Afragola.
Sennonché, vi sono in atti attestazioni di regolare espletamento del servizio oggetto di appalto rilasciate dai Comuni di Lizzano, Catanzaro e Squillace, per periodi assai prossimi a quello attuale, e sotto altro profilo, vi è contestazione delle inadempienze riscontrate dai Comuni di Vico del Gargano e Afragola (inadempienze poste a base dell’impugnata esclusione), con instaurazione, da parte della ricorrente, dei relativi giudizi, tuttora pendenti.
Alla luce dei tali emergenze documentali,
è evidente l’illegittimità dell’impugnato provvedimento, avendo l’Amministrazione posto a base dell’impugnata esclusione presunte gravi negligenze della ricorrente nell’esecuzione di altri appalti, ben lungi dall’essere provate, senza operare alcuna verifica circa l’entità delle stesse e le giustificazioni addotte dalla ricorrente, e soprattutto, senza effettuare alcuna comparazione con altra documentazione –certificato di regolare esecuzione del servizio rilasciato dal Comune di Catanzaro per periodo prossimo a quello in esame– parimenti riguardante la diligenza della ricorrente nell’espletamento del servizio affidato.
3. Alla luce di tali considerazioni, il ricorso è fondato.

EDILIZIA PRIVATAIl cambio di destinazione, da capannone industriale ad immobile commerciale impone di norma la ristrutturazione ed il frazionamento dei preesistenti locali, con aumento del loro numero e conseguenti ricadute sull’assetto urbanistico locale.
Ne consegue che, in virtù delle previsioni di cui agli articoli 10 e 22 menzionato d.p.r. n. 380/2001, trattandosi di cambio di destinazione d’uso che incide sul carico urbanistico, si rende necessario quale titolo autorizzatorio il permesso di costruire.
Come chiarito infatti da condivisibile giurisprudenza, anche della Suprema corte di Cassazione, solo il cambio di destinazione d'uso fra categorie edilizie omogenee non necessita di permesso di costruire (in quanto non incide sul carico urbanistico), mentre, allorché intervenga tra categorie edilizie funzionalmente autonome e non omogenee, integra una modificazione edilizia con effetti incidenti sul carico urbanistico, con conseguente assoggettamento al regime del permesso di costruire, indipendentemente dall'esecuzione di opere.

---------------
L’art. 23-ter d.p.r. 380/2001 -inserito nel testo unico dell’edilizia, dall'articolo 17, comma 1, lett. n), del D.L. n. 133 del 2014, convertito con modificazioni dalla Legge n. 164 del 2014- chiarisce che l’utilizzo di un immobile da categoria funzionale “produttiva e direzionale” (comma 1, lett. b) a “commerciale” (comma 1, lett. c) rientra tra i casi in cui, “Salva diversa previsione da parte delle leggi regionali, si verifica un “mutamento rilevante della destinazione d'uso … dell'immobile o della singola unità immobiliare diversa da quella originaria, ancorché non accompagnata dall'esecuzione di opere edilizie”.
Il legislatore statale ha quindi escluso, e non poteva essere diversamente, carattere di omogeneità tra la destinazione commerciale e quella industriale produttiva di un immobile, considerate categorie funzionali tra loro diverse e non assimilabili a fronte delle evidenti diverse implicazioni in termini di carichi urbanistici ed impatto complessivo sul territorio.
E’ sufficiente considerare -a tacere delle inevitabili modificazioni in termini di volumi, superfici e prospetti- che il cambio di destinazione, da capannone industriale ad immobile commerciale, richiesto dalla Cooperativa al Ri., imponga di norma la ristrutturazione ed il frazionamento dei preesistenti locali, con aumento del loro numero e conseguenti ricadute sull’assetto urbanistico locale.
Ne consegue che, in virtù delle previsioni di cui agli articoli 10 e 22 menzionato d.p.r. n. 380/2001, trattandosi di cambio di destinazione d’uso che incide sul carico urbanistico, si rende necessario quale titolo autorizzatorio il permesso di costruire.
Come chiarito infatti da condivisibile giurisprudenza, anche della Suprema corte di Cassazione, solo il cambio di destinazione d'uso fra categorie edilizie omogenee non necessita di permesso di costruire (in quanto non incide sul carico urbanistico), mentre, allorché intervenga tra categorie edilizie funzionalmente autonome e non omogenee, integra una modificazione edilizia con effetti incidenti sul carico urbanistico, con conseguente assoggettamento al regime del permesso di costruire, indipendentemente dall'esecuzione di opere (in questo senso, ex multis, Cass. pen., Sez. III, 24.06.2014, n. 39897; cfr. anche, TAR Lazio Roma Sez. I-quater, 04.04.2012, n. 3096)
(TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 22.06.2016 n. 3206 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il certificato di destinazione urbanistica ha carattere meramente dichiarativo e non costitutivo degli effetti giuridici che dallo stesso risultano, atteso che la situazione giuridica attestata nel predetto certificato è la conseguenza di altri precedenti provvedimenti che hanno contribuito a determinarla.
La natura meramente dichiarativa del certificato urbanistico, dunque, non preclude all'amministrazione comunale, una volta accertato che la certificazione contiene un'attestazione incompleta o non veritiera, di annullare in autotutela un titolo edilizio basato su un presupposto erroneo.
Da quanto sopra, consegue che nessun rilievo assume la circostanza che l'Amministrazione comunale abbia assentito interventi edilizi sulla base di certificati di destinazione urbanistica che non rispecchiano le prescrizioni contenute negli atti di programmazione urbanistica.

---------------
In via preliminare, come chiarito dalla dominante giurisprudenza amministrativa: “Il certificato di destinazione urbanistica ha carattere meramente dichiarativo e non costitutivo degli effetti giuridici che dallo stesso risultano, atteso che la situazione giuridica attestata nel predetto certificato è la conseguenza di altri precedenti provvedimenti che hanno contribuito a determinarla.”.
La natura meramente dichiarativa del certificato urbanistico, dunque, non preclude all'amministrazione comunale, una volta accertato che la certificazione contiene un'attestazione incompleta o non veritiera, di annullare in autotutela un titolo edilizio basato su un presupposto erroneo (in questo senso, TAR Campania, Napoli, Sez. I, 16.09.2015, n. 4553; Consiglio di Stato, Sez. IV, 26.08.2014 n. 4306 e 04.02.2014 n. 505).
Da quanto sopra, consegue che nessun rilievo assume la circostanza che l'Amministrazione comunale abbia assentito interventi edilizi sulla base di certificati di destinazione urbanistica che non rispecchiano le prescrizioni contenute negli atti di programmazione urbanistica
(TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 22.06.2016 n. 3206 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Così la Pa deve rispettare le sentenze. Consiglio di Stato. I confini del giudizio di ottemperanza del giudicato quando gli uffici sono inerti o elusivi.
Il Consiglio di Stato ribadisce i rimedi concessi al cittadino per far valere nei confronti dell’Amministrazione soccombente il rispetto delle sentenze e ne traccia con maggiore precisione i confini.

Con la sentenza 22.06.2016 n. 2769, la III Sez. del Consiglio di Stato ha nuovamente affrontato i confini del giudizio per l’ottemperanza del giudicato, ovvero del rimedio garantito a chi intenda far valere in giudizio il mancato rispetto, da parte della Pubblica amministrazione, di precedenti decisioni del giudice amministrativo.
In primo luogo, il Consiglio di Stato ha ribadito che il giudizio di ottemperanza del giudicato è esperibile non solo da parte di chi lamenti la completa inerzia dell’Amministrazione nel dare attuazione a una precedente pronuncia giurisdizionale ma anche da parte di chi voglia far accertare il carattere elusivo del giudicato dei provvedimenti emessi dalla Pa in seguito ad una sentenza del giudice amministrativo.
In secondo luogo, i supremi giudici amministrativi hanno statuito che il ricorrente non ha l’onere di impugnare espressamente i provvedimenti ritenuti elusivi del giudicato in quanto il loro eventuale annullamento rientra comunque nella cognizione del giudice dell’ottemperanza, anche se attivato per far valere l’inerzia dell’amministrazione.
Pertanto, qualora un soggetto ricorra al giudice, in sede di ottemperanza, per far accertare il mancato rispetto del giudicato dell’amministrazione rimasta inerte, può estendere l’oggetto della sua domanda anche all’accertamento della nullità del provvedimento eventualmente emesso dalla Pa nel corso del giudizio anche con semplice memoria, senza onere di impugnazione né di notifica.
Qualora invece il provvedimento ritenuto elusivo -e quindi affetto da nullità- venga emesso prima dell’instaurazione del giudizio di ottemperanza, il soggetto che si assuma leso può attivare due rimedi: o l’azione di ottemperanza oppure l’actio nullitatis, entro il termine di 180 giorni dall’emissione dell’atto ritenuto nullo.
Tuttavia, è importante tenere presente che, qualora l’atto ritenuto elusivo del giudicato sia viziato sotto profili che esulano dal decisum della sentenza da eseguire, il rimedio da attivare non è il giudizio di ottemperanza ma il giudizio ordinario di impugnazione entro il termine perentorio di 60 giorni
(articolo Il Sole 24 Ore dell'01.07.2016).

EDILIZIA PRIVATA: Contributo per il rilascio del permesso di costruire – Fideiussione – Possibilità di infliggere la sanzione pecuniaria in assenza di preventiva escussione della garanzia – Contrasto di giurisprudenza – Rimessione alla Adunanza plenaria.
Va rimessa alla Adunanza plenaria del Consiglio di Stato la questione se una volta costituita, ai sensi dell’art. 16, d.P.R. 06.06.2001, n. 380 (t.u. edilizia), una garanzia per il pagamento del contributo per il rilascio del permesso di costruire, il comune, avendo omesso di escutere la garanzia, possa, oltre che chiedere il pagamento del dovuto al debitore principale, infliggere comunque la sanzione pecuniaria (nella misura massima) prevista dalla disciplina regionale e comunale per i casi di mancato versamento del contributo.
La sez. IV del Consiglio di Stato rimette all'Adunanza plenaria la questione relativa alla possibilità di infliggere la sanzione pecuniaria in assenza di preventiva escussione della garanzia in favore del soggetto che ha chiesto ed ottenuto il permesso di costruire.
L’ordinanza in commento –nell’affidare ai sensi dell’art. 99 c.p.a. all’organo di nomofilachia della Giustizia amministrativa la soluzione della questione di diritto di cui in massima– sintetizza puntualmente (anche in chiave storica) le tre tesi che si contendono il campo:
   a) secondo la prima (maggioritaria nella giurisprudenza del Consiglio di Stato), il comune non perde la potestà di infliggere la sanzione pecuniaria (nella misura massima) anche se non ha tempestivamente escusso la garanzia costituita in favore del soggetto che ha chiesto ed ottenuto il permesso di costruire;
   b) secondo la tesi opposta (largamente minoritaria), il comune non potrebbe aggravare con la sua condotta le conseguenze dell’inadempimento dell’obbligazione principale assunta dal titolare del permesso di costruire e pertanto non potrebbe mai infliggere alcuna sanzione;
   c) secondo una terza più recente impostazione, infine, il comune non perderebbe il potere di sanzionare l’inadempimento del titolare del permesso di costruire ma dovrebbe infliggere, nell’ottica del contemperamento equitativo dei contrapposti interessi, la sanzione pecuniaria nella misura minima (commento tratto da www.giustizia-amministrativa.it -
Consiglio di Stato, Sez. IV, ordinanza 22.06.2016 n. 2766).
---------------
MASSIMA
2. Con il primo e centrale motivo di impugnazione la società appellante deduce che il comune non avrebbe potuto legittimamente applicare le sanzioni previste per il ritardato pagamento di contributi concessori.
Infatti la società aveva prestato a garanzia del pagamento del contributo apposita polizza fideiussoria ( priva del beneficio di preventiva escussione del debitore principale ex art. 1944 comma secondo cod. civ.) cosicché il comune ben poteva riscuotere per tempo le varie rate dei contributi direttamente dal garante.
In sostanza, secondo l’appellante, il comune, una volta accertato il mancato pagamento, avrebbe potuto senza particolari difficoltà escutere il fideiussore, così evitando di aggravare la posizione della parte debitrice.
Replica il comune di Ayas che la prestazione della garanzia non esonera il debitore dall’obbligo di adempiere in modo diligente.
Al riguardo il Collegio osserva quanto segue.
Come è noto, l’art. 1 della legge n. 10 del 1977 ha introdotto nell’ordinamento il principio fondamentale secondo cui ogni attività comportante trasformazione urbanistico/edilizia del territorio partecipa agli oneri da essa derivanti.
Tale principio dell’onerosità del permesso di costruire è oggi confermato dall’art. 11, comma 2, del T.U. n. 380 del 2001, il quale poi precisa all’art. 16, comma 1, che il relativo contributo è costituito da due quote, commisurate rispettivamente all’incidenza delle spese di urbanizzazione e al costo di costruzione dell’edificio assentito.
Ai sensi del comma 2 dello stesso art. 16 la quota di contributo relativa agli oneri di urbanizzazione è di norma (salvo eventuale rateizzazione a richiesta dell’interessato) corrisposta all’atto del rilascio del permesso.
Invece, ai sensi del successivo comma 3, la quota relativa al costo di costruzione è corrisposta in corso d’opera, con le modalità e le garanzie stabilite dal comune, non oltre sessanta giorni dall’ultimazione della costruzione.
Di fatto, come appunto l’art. 16, comma 3, consente e come avvenuto nel caso in esame, gli enti locali all’atto della quantificazione e rateizzazione del contributo richiedono sempre al beneficiario la prestazione di una garanzia nei modi indicati dall’art. 2 della legge n. 348 del 1982 e succ. modif..
Infine, nel caso di ritardato od omesso pagamento del contributo di costruzione, l’art. 42 del T.U. (il quale riprende sostanzialmente le previsioni già contenute nell’art. 3 della legge n. 47 del 1985) così prevede nel testo oggi vigente: “1. Le regioni determinano le sanzioni per il ritardato o mancato versamento del contributo di costruzione in misura non inferiore a quanto previsto nel presente articolo e non superiore al doppio.
2. Il mancato versamento, nei termini stabiliti, del contributo di costruzione di cui all'articolo 16 comporta:
   a) l'aumento del contributo in misura pari al 10 per cento qualora il versamento del contributo sia effettuato nei successivi centoventi giorni;
   b) l'aumento del contributo in misura pari al 20 per cento quando, superato il termine di cui alla lettera a), il ritardo si protrae non oltre i successivi sessanta giorni;
   c) l'aumento del contributo in misura pari al 40 per cento quando, superato il termine di cui alla lettera b), il ritardo si protrae non oltre i successivi sessanta giorni.
3. Le misure di cui alle lettere precedenti non si cumulano.
4. Nel caso di pagamento rateizzato le norme di cui al secondo comma si applicano ai ritardi nei pagamenti delle singole rate.
5. Decorso inutilmente il termine di cui alla lettera c) del comma 2, il comune provvede alla riscossione coattiva del complessivo credito nei modi previsti dall'articolo 43.
6. In mancanza di leggi regionali che determinino la misura delle sanzioni di cui al presente articolo, queste saranno applicate nelle misure indicate nel comma 2.
”.
Da quanto sopra discende che il sistema di pagamento del contributo è caratterizzato dalla compresenza di una garanzia prestata per l’adempimento del debito principale e di un parallelo strumento sanzionatorio progressivo a carico del debitore che resti inadempiente, cosicché il comune allo scadere del termine originario di pagamento della rata può alternativamente rivalersi immediatamente sul fideiussore ed ottenere il soddisfacimento del suo credito oppure insistere per riscuotere (anche in via coattiva) dal debitore principale il contributo da questi non pagato e le sanzioni commisurate al ritardo.
In tale contesto,
la questione che si pone consiste propriamente nello stabilire se in realtà la prima opzione operativa (l’incameramento della garanzia con conseguente preclusione all’applicazione delle sanzioni) sia necessitata o facoltativa.
Secondo un
indirizzo giurisprudenziale, peraltro minoritario, il problema interpretativo all’esame non può che risolversi facendo coerente applicazione dei principi civilistici in tema di obbligazioni, primo fra tutti quello che impone al creditore in buona fede di collaborare con il debitore ai fini del puntuale adempimento dell’obbligazione.
In tal senso fin da epoca risalente è stato osservato che “Poiché il credito vantato dal comune per il contributo di costruzione nei confronti del titolare di una concessione edilizia è assistito da garanzia fideiussoria, una siffatta obbligazione di garanzia, priva di beneficium excussionis ed al di là della solidarietà tra debitore principale e fideiussore, esclude che il comune stesso possa far ricorso alle sanzioni ex art. 3 l. 28.02.1985 n. 47 senza esercitare la predetta garanzia che nel limitare anche il danno per il concessionario, permette all'ente il pronto soddisfacimento del proprio credito. Infatti, la natura giuridica della concessione edilizia o delle sanzioni ex art. 3 legge n. 47 del 1985 non può esimere il comune dall'osservanza degli obblighi posti dalla legge in capo al creditore in materia di adempimento delle obbligazioni, ivi compreso quello della necessaria cooperazione con il debitore in tale fase dell'adempimento“ (ad es. V Sez. n. 1001 del 1995).
Nella stessa linea, in epoca più recente, è stato ribadito che “Qualora il titolare di una concessione edilizia abbia stipulato, a garanzia del versamento dei contributi, una polizza fideiussoria priva del beneficio di preventiva escussione dell'obbligato principale, ai sensi dell'art. 1227, secondo comma, c.c., che pone a carico del creditore i danni che questi avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza, non possono essere applicate le sanzioni previste dall'art. 3 della l. 28.02.1985, n. 47, per il caso di omesso o ritardato versamento dei contributi, ove l'amministrazione creditrice, violando i doveri di correttezza e buona fede, non si sia attivata per tempo nel chiedere al garante il pagamento delle somme dovute" (ad es. V Sez. n. 32 del 2003, V Sez. n. 571 del 2003 e I Sez. parere n. 11663 del 17.05.2013).
A sostegno del richiamato indirizzo sta il rilievo che l’ente locale, ove il suo credito sia assistito da garanzia incondizionata, ha uno specifico dovere, ai sensi degli artt. 1175, 1375 e 1227, comma 2, cod. civ., di richiedere quanto dovutogli al garante, con la conseguenza che l’ente stesso –omettendo tale ben esigibile adempimento- viola appunto l’obbligo per il creditore di non aggravare inutilmente la posizione del debitore.
Parallelamente, sul piano funzionale, si rileva che la previsione legislativa delle sanzioni per il mancato pagamento degli oneri concessori trova ragione nella necessità per l'amministrazione di disporre tempestivamente delle somme dovute dai privati onde poter procedere alla realizzazione delle necessarie infrastrutture di urbanizzazione: in tale contesto, un ente locale che sceglie di non incamerare subito la fideiussione non persegue la finalità di interesse pubblico per cui la sanzione è appunto predisposta (assicurare la tempestiva disponibilità delle somme per l’urbanizzazione), bensì altro scopo, ossia far lievitare la somma dovuta dal privato anche a rischio di un consistente differimento nell’incasso.
Questa impostazione non è condivisa dall’
indirizzo giurisprudenziale maggioritario il quale inquadra la fattispecie in una prospettiva pubblicistica, significativamente caratterizzata dalla presenza di strumenti –le sanzioni e la riscossione coattiva– tipici di un procedimento autoritativo e non paritetico.
In questa prospettiva la fideiussione –che il comune è facoltizzato a richieder in caso di rateizzazione del versamento- non ha affatto la finalità di agevolare l'adempimento del soggetto obbligato al pagamento, bensì costituisce una garanzia personale prestata unicamente nell'interesse dell'amministrazione, sulla quale non incombe alcun obbligo di preventiva escussione del fideiussore.
In sostanza, la garanzia sussidiaria serve a scongiurare che il Comune possa irrimediabilmente perdere una entrata di diritto pubblico, ma non alleggerisce affatto la posizione del soggetto tenuto al pagamento, né attenua le conseguenze previste nel caso di un eventuale suo inadempimento, conseguenze appunto riconducibili all’applicazione delle sanzioni e alla riscossione coattiva dell’intera somma dovuta (ex multis IV Sez. n. 5818 del 2012).
Del resto, tale maggioritario orientamento (cfr. per tutte IV Sez. n. 4320 del 2012 e V Sez. n. 777 del 2016) puntualizza che, anche volendo aver riguardo al regime ordinario delle obbligazioni tra privati, in materia di obbligazione "portable" quale quella pecuniaria, e con termine di adempimento che esonera dalla costituzione in mora del debitore, il creditore è soltanto facultato ad attivare la solidale responsabilità del fideiussore, senza che possa invece ritenersi tenuto ad escutere il coobbligato piuttosto che attendere il pagamento, ancorché tardivo, salva l'esistenza di apposita clausola in tal senso accettata dal creditore stesso.
Né sarebbe pertinente il richiamo all'art. 1227, secondo comma cod. civ. -che riguarda l'esonero di responsabilità per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza– in primo luogo perché l'obbligazione relativa alle sanzioni pecuniarie ex art. 3 l. 28.02.1985 n. 47 non ha, certo, natura risarcitoria configurandosi come obbligazione legale, con finalità chiaramente e univocamente "sanzionatorie".
In secondo luogo, l'onere di diligenza che l’art. 1227, comma secondo, fa gravare sul creditore non si estende alla sollecitudine nell'agire a tutela del proprio credito onde evitare maggiori danni, i quali viceversa sono da imputare esclusivamente alla condotta del debitore, tenuto al tempestivo adempimento della sua obbligazione (v. Corte cost. n. 308 del 1999 in tema di maggiorazione delle sanzioni amministrative per ritardato pagamento).
Alla luce delle considerazioni sin qui esaminate questo Collegio ritiene preferibile l’orientamento maggioritario, in quanto più coerente con la disciplina concretamente applicabile alla fattispecie.
Sennonché, in tempi recenti, è andato emergendo un
ulteriore indirizzo giurisprudenziale il quale, pur tenendo conto della cogenza della previsione legale relativa all’applicazione delle sanzioni in caso di ritardato pagamento, ritiene però illegittima l’applicazione delle sanzioni in misura massima.
In tale ottica, e con riferimento a controversie sovrapponibili a quella ora in esame, è stato infatti rilevato -valorizzando il principio di leale collaborazione tra cittadino e comune, che ha valenza pubblicistica e rientra nell'ambito dei principi di imparzialità di cui all'art. 97 Cost.,- che il ritardo con cui l’ente locale procede alla richiesta di pagamento e l'assenza di qualsivoglia tentativo di escussione della fideiussione, comportano, all'evidenza, una violazione del dovere di correttezza che dovrebbe improntare il comportamento dell'Amministrazione comunale, in considerazione del fatto che l'Amministrazione non è un soggetto che agisce per massimizzare il suo profitto ma è un soggetto che agisce per realizzare nel modo migliore possibile un interesse pubblico che le è stato affidato dalla legge e che consiste, appunto, nella celere realizzazione delle opere di urbanizzazione (e, quindi, nella pronta disponibilità delle somme ad esse relative).
Pertanto, secondo il richiamato indirizzo, il ritardo con cui il comune agisce per riscuotere le somme a titolo di oneri di urbanizzazione dovuti, se non può impedire del tutto l'applicazione delle sanzioni, atteso il loro carattere automatico, scaturente dal disposto di legge, impedisce tuttavia l'applicazione delle sanzioni massime (cfr. V Sez. n. 5734 del 2014 e 5287 del 2015).
In sostanza, secondo tale innovativo orientamento, appare compatibile con l'interesse pubblico azionato, con il tenore della norma e con i principi costituzionali di buona fede che ispirano i rapporti tra cittadino e P.A. la riscossione della sanzione soltanto nella limitata misura di cui alla lett. a), mentre le maggiori sanzioni sono da ritenersi illegittime, poiché verosimilmente, escutendo la fideiussione, il comune avrebbe ottenuto la somma e non avrebbe potuto quindi applicare alcuna ulteriore sanzione.
Ne consegue che l’ente locale –una volta decorsi 120 giorni dallo scadere del termine originario di pagamento– deve valersi della garanzia ( per riscuotere quanto dovuto per oneri) e contestualmente irrogare al debitore inadempiente la sanzione minima normativamente prevista.
A giudizio di questo Collegio sembra potersi affermare che la soluzione “intermedia” ora in rassegna, nella misura in cui si muove in prospettiva eminentemente pragmatica, perviene ad un approdo senza dubbio assai equilibrato ma ermeneuticamente forse non del tutto appagante.
Infatti sul piano concettuale –dal momento che la legge prevede proprio sanzioni crescenti in relazione al perdurare dell’inadempimento- non è chiaro per quale ragione l’obbligo legale di applicare appunto le sanzioni possa prevalere solo fino al primo periodo di ritardo (centoventi giorni) mentre a fronte dei ritardi successivi si riespande il principio collaborativo.
Al tempo stesso appare però evidente che tale impostazione, nella misura in cui tiene conto delle diverse esigenze sin qui messe in rilievo dai contrapposti indirizzi giurisprudenziali di cui si è sopra dato conto, potrebbe comportare un ragionato superamento delle contrapposizioni interpretative sin qui registrate.
Alla luce del contrasto giurisprudenziale rilevato, e considerato il significativo rilievo pratico della questione controversa, il Collegio ritiene opportuno sottoporre il ricorso all’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato
, a norma dell’art. 99, comma 1, c.p.a.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)
non definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe,
ne dispone il deferimento all'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato.

APPALTISulle c.d. misure interdittive antimafia a cascata.
Riguardo le c.d. informative interdittive antimafia a cascata, a fronte della costituzione di una nuova società, tra un'impresa legittimamente colpita da un'interdittiva e un altro soggetto imprenditoriale, si può ragionevolmente presumere l'estensione del giudizio di pericolo di inquinamento mafioso sia alla nuova società, sia alla seconda impresa, divenuta socia di quest'ultima, insieme a quella inizialmente ritenuta esposta al rischio di permeabilità alle influenze criminali.
La costituzione di una società tra un'impresa già destinataria di una interdittiva antimafia e un'altra sola impresa (che detiene una quota significativa della nuova società) integra senz'altro gli estremi di quella situazione che consente (anzi: impone) di reputare automaticamente estesa a quest'ultima la valutazione sulla permeabilità mafiosa già posta a fondamento dell'informativa ostativa nei riguardi della prima.
La costituzione di un vincolo stabile e qualificato, come quello ravvisabile tra i due soci di una società, fonda, in particolare, la presunzione che la seconda impresa (quella, cioè, non già attinta da un'interdittiva), sia stata scelta per la condivisione degli interessi inquinati e illeciti già ravvisati nella gestione della prima. Appare, segnatamente, del tutto plausibile inferire dalla scelta del partner per la costituzione di una nuova società la presupposta (e logica) comunanza di interessi illeciti tra le due imprese.
Mentre risulta, invero, del tutto improbabile che un'impresa già attinta da sospetti di permeabilità mafiosa selezioni, come socio, un'impresa del tutto estranea al circuito criminoso nel quale essa orbita o che, in ogni caso, accetti la proposta di collaborazione di un operatore del tutto impermeabile ad interessi contigui alla criminalità organizzata, appare, al contrario, del tutto verosimile che l'intesa di sinergie imprenditoriali ascrivibile a un'impresa certamente 'mafiosa' obbedisca al medesimo disegno illecito di asservimento agli interessi delle organizzazioni criminali.
Risulta, in altri termini, estremamente probabile che, secondo l'id quod plerumque accidit, il legame societario trasmodi, nella fattispecie considerata, in sodalizio criminale o che, addirittura, quest'ultimo costituisca la causa della costituzione del vincolo associativo.
L'elevata verosimiglianza che la nuova società sia costituita al fine di perseguire più efficacemente gli scopi illeciti delle organizzazioni criminali con cui una delle due imprese risulta collusa e l'estrema improbabilità che l'operazione societaria resti immune da condizionamenti mafiosi e impermeabile a qualsivoglia tentativo di condizionamento consentono, in definitiva, di utilizzare la relativa presunzione quale fondamento di un'interdittiva che colpisca sia la nuova società, in via autonoma, sia il nuovo socio (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 22.06.2016 n. 2274 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

APPALTI: La contestazione dello stop alle rate riammette in gara. Appalti. Imprese e piani respinti.
L’impresa può partecipare ad appalti pubblici anche se ha un consistente debito tributario, purché abbia proposto ricorso di urgenza al giudice ordinario contro il diniego di rateizzazione.
Lo sottolinea il TAR Campania-Salerno, Sez. I, con la sentenza 22.06.2016 n. 1552.
Un Comune aveva escluso dalla gara per la messa in sicurezza di edifici scolastici un’impresa che risultava avere un debito tributario per il quale aveva inutilmente chiesto la rateizzazione.
Di norma, l’impresa fiscalmente non in regola va esclusa (articolo 38, comma 1, lettera g, Dlgs 163/2006, oggi articolo 80, comma 4, legge 50/2016, Codice appalti), ma se il debito è contestato la pretesa dell’erario non può ritenersi «definitivamente accertata». Lo stesso principio si applica anche a valle della pretesa tributaria, cioè quando il debito fiscale è certo, ma si discute delle modalità di pagamento. Poiché la rateazione è considerata fisiologica, basta diluire il debito nel tempo per rimanere in regola e partecipare a gare. Ma, se l’agente di riscossione non accetta la domanda, riecco l’ostacolo alla partecipazione a gare.
Ora il Tar Salerno precisa che un ente pubblico non può escludere da gare l’impresa che, pur non contestando il debito, si veda negare una dilazione e si rivolga al giudice: anche in tal caso il debito va considerato «non definitivamente accertato» e quindi permane la capacità di contrattare con la Pa. Sul tema, il Consiglio di Stato (21.12.2015, n. 5802) ha ritenuto che il concetto di definitività del debito (o delle violazioni in genere) nell’ambito delle gare pubbliche si focalizza al momento della scadenza del termine di presentazione dell’offerta, nel senso che il dubbio sulla regolarità del concorrente (e quindi sul suo debito) deve venir meno al momento della gara.
Alla scadenza del termine per presentare l’offerta deve cioè risultare accolta l’istanza di rateizzazione o almeno deve essere stato presentato e risultare pendente un ricorso amministrativo o giurisdizionale contro il diniego di rateizzazione. Quindi non basta che vi sia ancora tempo utile per contestare il debito tributario: la contestazione del debito (o del diniego di rateizzazione) deve avvenire entro la scadenza per presentare l’offerta.
Il giudizio avverso la rateizzazione del debito è oggi affidato alle Commissioni tributarie, dopo un periodo di incertezza tra giudice amministrativo, civile e tributario, con la pronuncia delle Sezioni unite della Cassazione. (5928/2011). Il Tar Salerno va oltre e ritiene utile, per mantenere il diritto a partecipare alla gara, anche una lite dinanzi al Tribunale civile in via di urgenza (articolo 700 del Codice di procedura civile).
Probabilmente il giudice civile in materia fiscale si dichiarerà carente di giurisdizione, ma l’ammissione alla gara può avvenire già solo in base alla seria contestazione giudiziaria, indipendentemente dalla competenza del giudice: dal 2009 (Cassazione 4109/2007, Corte Costituzionale 77/2009) opera il principio che consente lo spostamento automatico della lite (traslatio iudicii), poiché è unica la funzione giurisdizionale. Una lite può quindi iniziare dinanzi un giudice non competente, per poi essere affidata a diversa giurisdizione, senza che si perdano i diritti collegati alla contestazione
 (articolo Il Sole 24 Ore del 02.07.2016).
---------------
MASSIMA
Il ricorso è fondato.
Parte ricorrente ha documentato che, con nota pec del 30.03.2016, ha comunicato al Comune di Flumeri di aver proposto ricorso ex art. 700 c.p.c. avverso il provvedimento di diniego di rateizzazione, ricorso ancora pendente presso Tribunale di Salerno.
Questo Tribunale (Sez. II, n. 172 del 21.01.20169, in analoga vicenda, ha già avuto modo di affermare quanto segue: “Il provvedimento di esclusione risulta, invero, assunto in violazione del dettato normativo di cui all'art. 38, comma I, lett. g.) del D.Lgs. n. 163/2006 in virtù del quale
l'esclusione si applica solo nei confronti dei concorrenti che hanno commesso violazioni gravi, definitivamente accertate, rispetto agli obblighi relativi al pagamento delle imposte e tasse. Il requisito della definitività dell'accertamento deve ritenersi esclusa, per comune intendimento, allorché siano ancora pendenti i termini per la presentazione del rimedio giurisdizionale ed a maggior ragione quando questo, come nel caso di specie, sia stato ritualmente formalizzato (in termini generali, cfr. (Cons. Stato, sez. VI, 27.02.2008 n. 716; Id., sez. V, 20.04.2010, n. 2213; TAR Puglia Lecce sez. III 20/05/2011 n. 883; TAR Calabria Reggio Calabria 22/10/2008 n. 537)”.
In conclusione, come anticipato, la domanda di annullamento proposta dalla parte ricorrente è meritevole di accoglimento, nei limiti necessari a realizzare l’interesse da essa perseguito principaliter, ovvero con riguardo al provvedimento di esclusione dalla gara adottato nei suoi confronti.
Il Collegio, ritiene, infatti di non doversi pronunciare sulla efficacia del contratto, non risultando che lo stesso sia stato stipulato nelle more del presente giudizio, così come sulla domanda subordinata di condanna al risarcimento del danno per equivalente.

ENTI PUBBLICI - PUBBLICO IMPIEGO: Niente concorsi se ci sono idonei. Tar Lazio sulle graduatorie della p.a..
Addio alle delibere con cui l'ente pubblico dà il via a un nuovo concorso senza prima pescare fra gli idonei con lo scorrimento delle graduatorie ancora in vigore, peraltro già utilizzate con l'instaurazione di rapporti di lavoro a termine. E ciò perché il decreto «razionalizzazione p.a.» punta a evitare nuove procedure selettive quando nel «bacino» dell'ente esistono profili equivalenti cui attingere: sbaglia allora l'istituto quando lancia il nuovo concorso sostenendo che non c'è una «perfetta identità» fra le professionalità necessarie e quelle già sussistenti, dal momento che l'equivalenza risulta sufficiente in proposito.

È quanto emerge dalla sentenza 21.06.2016 n. 7254 della Sez. III-bis del TAR Lazio-Roma.
Controllori perplessi
Accolto il ricorso di due ricercatori a tempo determinato difesi dagli avvocati Sergio Fiorenzano e Paolo Mauriello.
Nel 2010 i due lavoratori partecipano a un concorso nazionale per soli tre posti e risultano idonei non vincitori, piazzandosi al sedicesimo e al diciassettesimo posto. Ma poi il consiglio d'amministrazione dell'istituto dà il via a un mega-piano di assunzioni sulla base del dl istruzione, il decreto legge 104/2013.
Il punto è che l'ente avrebbe dovuto guardare alle professionalità già ritenute idonee prima di emanare bandi per la selezione di profili che risultano in sostanza analoghi. La scelta del nuovo concorso, infatti, non convince fino in fondo anche i controllori interni ed esterni, vale a dire il collegio dei revisori e lo stesso dipartimento della Funzione pubblica.
Effettiva carenza
Dopo il dl 101/2013, invero, l'ente deve motivare l'effettiva carenza di profili lavorativi prima di mettere in moto ulteriori e onerose selezioni. Oggi i due ricercatori con il contratto a termine risultano adibiti in pratica a mansioni equivalenti a quelle messe a concorso con il piano assunzioni.
E in effetti, osservano i giudici amministrativi, la decisione di aprire un'ulteriore tornata di selezione si rivela «sostanzialmente non motivabile» visto che le figure richieste e quelle disponibili appaiono «tendenzialmente» prevalente sovrapponibili (articolo ItaliaOggi del 25.06.2016).

PUBBLICO IMPIEGO: Sul decreto di nomina di incarichi dirigenziali.
Il decreto di nomina di incarichi dirigenziali rientra nel genus degli atti di natura strettamente organizzativa, preordinati alla costituzione del rapporto d'impiego di livello dirigenziale disciplinati dal diritto privato ai sensi dell'art. 63 del d.lgs. n. 165 del 2001 ed esorbita dalla giurisdizione del giudice amministrativo (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 21.06.2016 n. 2728 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

APPALTINelle gare d'appalto non sono consentite regolarizzazioni postume della posizione previdenziale, dovendo l'impresa deve essere in regola con l'assolvimento degli obblighi previdenziali ed assistenziali fin dalla presentazione dell'offerta.
Nelle gare d'appalto, anche dopo l'entrata in vigore dell'art. 31, c. 8, d.l. 21.06.2013, n. 69, convertito con modificazioni dalla l. 09.08.2013 n. 98, non sono consentite regolarizzazioni postume della posizione previdenziale, dovendo l'impresa deve essere in regola con l'assolvimento degli obblighi previdenziali ed assistenziali fin dalla presentazione dell'offerta e conservare tale stato per tutta la durata della procedura di aggiudicazione e del rapporto con la stazione appaltante, con l'irrilevanza di un eventuale adempimento tardivo dell'obbligazione contributiva, tenendo presente che l'istituto dell'invito alla regolarizzazione -il c.d. preavviso di documento unico di regolarità contributiva negativo- già previsto dall'art. 7, c. 3, d.m. 24.10.2007 e ora recepito a livello legislativo dall'art. 31, c. 8, d.l. 21.06.2013, n. 69 può operare solo nei rapporti tra impresa ed Ente previdenziale, ossia con riferimento al d.u.r.c. chiesto dall'impresa e non anche al d.u.r.c. richiesto dalla stazione appaltante per la verifica della veridicità dell'autodichiarazione resa ai sensi dell'art. 38, c. 1, lett. i) ai fini della partecipazione alla gara d'appalto (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 21.06.2016 n. 2727 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

EDILIZIA PRIVATA: Dall’esame del combinato disposto degli artt. 29, comma primo, e 31, comma secondo, del DPR n. 380/2001 (T.U.ED.), emerge che la prima disposizione qualifica come “responsabili dell’abuso”, ai fini e per gli effetti del Capo I del Titolo IV, il titolare del permesso di costruire, il committente, il costruttore e, in talune ipotesi, anche il direttore dei lavori.
Pertanto, il proprietario dell’area che non risulti altresì committente o costruttore (o in concorso con gli stessi) non può tecnicamente qualificarsi come responsabile dell’abuso e non può essere, quindi, soggetto al trattamento sanzionatorio previsto a carico delle suddette figure.
---------------
Il secondo comma dell’art. 31 prevede, tuttavia, che l’ordinanza di demolizione debba essere notificata, oltre che al soggetto o ai soggetti responsabili dell’abuso, anche al proprietario dell’area.
In proposito la giurisprudenza consolidata afferma che in materia di abusi edilizi commessi da persona diversa dal proprietario la posizione di quest’ultimo può ritenersi neutra rispetto alle sanzioni previste dal T.U.ED. del 2001, e ciò con particolare riguardo all’acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell'area di sedime sulla quale insiste il bene «quando risulti, in modo inequivocabile, l’estraneità del proprietario stesso rispetto al compimento dell'opera abusiva ovvero risulti che, essendone venuto a conoscenza, il proprietario si sia poi adoperato per impedirlo con gli strumenti offertigli dall'ordinamento.
Il motivo per cui il proprietario è contemplato tra i destinatari dell’ordine di demolizione, pur in assenza di ogni coinvolgimento nella realizzazione delle opere non autorizzate, sta nel fatto che la legge pone a suo carico non una responsabilità (che sarebbe oggettiva e, come tale, contraria ai principi dell’ordinamento) ma un obbligo di cooperazione nella rimozione delle opere abusive il cui mancato adempimento può anche comportare la sanzione dell’acquisizione gratuita del terreno (ciò si dice qui a fini di completezza e di ricostruzione della disciplina in esame, essendo esclusa la possibilità di sanzionare la ricorrente con l’acquisizione dallo stesso Comune che espressamente lo afferma nel provvedimento impugnato, in considerazione del fatto che il proprietario non coincide, nella specie, con gli autori dell’abuso).
Sempre in linea generale, non può essere detto in astratto in cosa debba consistere la predetta cooperazione del proprietario nella rimozione degli abusi. Il contenuto della cooperazione dipende infatti dalle singole fattispecie: è chiaro che il proprietario che non abbia riacquisito la detenzione del fondo non potrà materialmente provvedere alla demolizione delle opere ivi insistenti ma solo diffidare il conduttore al ripristino dello status quo ante. Diversamente, qualora egli al momento della notifica dell’ordinanza che ingiunge la demolizione abbia riacquisito la materiale disponibilità dell’area dovrà farsi carico della demolizione delle opere, con possibilità di rivalsa sui responsabili in base ai principi civilistici.

---------------
... per l'annullamento dell'ordinanza P.G. 87983/2010 del 09.10.2010, nella parte in cui il Direttore del Settore Urbanistica del Comune di Bologna, ordina alla ricorrente, in qualità di comproprietaria del terreno sito in Bologna, di demolire le opere edilizie, nonché di ogni altro atto e/o provvedimento presupposto, connesso e/o consequenziale.
...
3. Con unico articolato motivo di censura parte ricorrente denuncia l’illegittimità dell’ordinanza impugnata sotto i profili della violazione dell’art. 31 del DPR n. 380/2001 e dell’eccesso di potere per travisamento dei fatti, errore nei presupposti, difetto di motivazione, illogicità manifesta, perplessità.
La ricorrente ritiene di non dover essere destinataria dell’ordine di demolizione in quanto soggetto non responsabile degli abusi edilizi di cui trattasi e in quanto si è attivata per far cessare la situazione abusiva.
Il Comune di Bologna, dal canto suo, sostiene che:
a) vi è una presunzione di responsabilità per gli abusi edilizi a carico del proprietario dell’immobile sul quale le opere abusive sono state realizzate;
b) il proprietario ha comunque l’obbligo della riduzione in pristino e della demolizione in quanto ha la disponibilità dell’immobile;
c) nella specie, si è tenuto conto delle motivazioni addotte dai proprietari dell’area a dimostrazione dell’impossibilità di intervento;
d) occorreva in ogni caso comunicare ai proprietari il provvedimento in questione;
e) è stata espressamente esclusa l’acquisizione dell’area proprio in considerazione della posizione dei proprietari.
Orbene, dall’esame del combinato disposto degli artt. 29, comma primo, e 31, comma secondo, del DPR n. 380/2001 (T.U.ED.), emerge che la prima disposizione qualifica come “responsabili dell’abuso”, ai fini e per gli effetti del Capo I del Titolo IV, il titolare del permesso di costruire, il committente, il costruttore e, in talune ipotesi, anche il direttore dei lavori.
Pertanto, il proprietario dell’area che non risulti altresì committente o costruttore (o in concorso con gli stessi) non può tecnicamente qualificarsi come responsabile dell’abuso e non può essere, quindi, soggetto al trattamento sanzionatorio previsto a carico delle suddette figure.
Il secondo comma dell’art. 31 prevede, tuttavia, che l’ordinanza di demolizione debba essere notificata, oltre che al soggetto o ai soggetti responsabili dell’abuso, anche al proprietario dell’area.
In proposito la giurisprudenza consolidata afferma che in materia di abusi edilizi commessi da persona diversa dal proprietario la posizione di quest’ultimo può ritenersi neutra rispetto alle sanzioni previste dal T.U.ED. del 2001, e ciò con particolare riguardo all’acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell'area di sedime sulla quale insiste il bene «quando risulti, in modo inequivocabile, l’estraneità del proprietario stesso rispetto al compimento dell'opera abusiva ovvero risulti che, essendone venuto a conoscenza, il proprietario si sia poi adoperato per impedirlo con gli strumenti offertigli dall'ordinamento (sul punto – ex multis – Cons. Stato, VI, 04.05.2015, n. 2211; Idem, 30.03.2015, n. 1650» (Cons. Stato, VI, n. 358/2016).
Il motivo per cui il proprietario è contemplato tra i destinatari dell’ordine di demolizione, pur in assenza di ogni coinvolgimento nella realizzazione delle opere non autorizzate, sta nel fatto che la legge pone a suo carico non una responsabilità (che sarebbe oggettiva e, come tale, contraria ai principi dell’ordinamento) ma un obbligo di cooperazione nella rimozione delle opere abusive il cui mancato adempimento può anche comportare la sanzione dell’acquisizione gratuita del terreno (ciò si dice qui a fini di completezza e di ricostruzione della disciplina in esame, essendo esclusa la possibilità di sanzionare la ricorrente con l’acquisizione dallo stesso Comune che espressamente lo afferma nel provvedimento impugnato, in considerazione del fatto che il proprietario non coincide, nella specie, con gli autori dell’abuso).
In ogni caso, la controversia attiene all’ordinanza di demolizione in epigrafe, sicché dell’acquisizione può parlarsi soltanto in quanto, appunto, essa è stata esclusa dallo stesso provvedimento impugnato, altrimenti questo giudicante dovrebbe esimersi dall’esaminare la questione, stante il divieto di azioni di accertamento preventivo inerenti poteri pubblicistici non ancora esercitati di cui al comma secondo dell’art. 34 c.p.a. (secondo il quale «In nessun caso il giudice può pronunciare con riferimento a poteri amministrativi non ancora esercitati»).
La richiamata disposizione processuale costituisce filiazione del principio di separazione dei poteri ed è conforme al modello costituzionale di giustizia amministrativa delineato dall’art. 103 della Carta, che prevede un sindacato giurisdizionale ex post sull’attività dell’amministrazione (cfr.: TAR Toscana, III, n. 1577/2015).
Sempre in linea generale, non può essere detto in astratto in cosa debba consistere la predetta cooperazione del proprietario nella rimozione degli abusi. Il contenuto della cooperazione dipende infatti dalle singole fattispecie: è chiaro che il proprietario che non abbia riacquisito la detenzione del fondo non potrà materialmente provvedere alla demolizione delle opere ivi insistenti ma solo diffidare il conduttore al ripristino dello status quo ante (TAR Lazio - Roma, I, 04.04.2012 n. 3103). Diversamente, qualora egli al momento della notifica dell’ordinanza che ingiunge la demolizione abbia riacquisito la materiale disponibilità dell’area dovrà farsi carico della demolizione delle opere, con possibilità di rivalsa sui responsabili in base ai principi civilistici (cfr.: TAR Toscana, III, n. 126/2016).
Nel caso in esame, da oltre un trentennio, come emerge dal complesso della documentazione in atti, gli occupanti si comportano come proprietari del terreno in questione (tant’è che, come risulta dagli atti di causa, pende dinanzi al giudice civile un giudizio dagli stessi intentato al fine di far valere l’usucapione), tra loro suddiviso e utilizzato con coltivazione a orto, avendo essi provveduto dapprima alla delimitazione con paletti e recinzioni e successivamente con l’apposizione di cancelli chiusi con lucchetti.
In questo quadro l’ordinanza di demolizione è stata legittimamente notificata anche ai proprietari, i quali sono tenuti ad attivarsi, nei limiti di ciò che è consentito dalla situazione di fatto, per sollecitare la demolizione da parte degli occupanti. D’altra parte, detta ordinanza non è suscettibile di arrecare alcun pregiudizio alla ricorrente, stante l’esclusione dell’acquisizione da parte dello stesso Comune.
Il ricorso va pertanto respinto (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 21.06.2016 n. 613 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Gazebo per l’ombra all’auto: abusivo se con materiali pesanti.
Pergolato o gazebo che sia, ci vuole il permesso di costruire se la struttura, in legno e ferro, serve per dare ombra all’automobile e non è facilmente rimovibile.
Inutile sostenere che la finalità del gazebo è quella di fornire ombra all’auto: non è questo che fa venire meno la necessità del permesso di costruire se la struttura non è facilmente amovibile. Così scatta la sanzione tutte le volte che il pergolato è costruito con materiali come legno e ferro.

A dirlo è una recente sentenza del TAR Emilia Romagna-Bologna.
Quando il pergolato richiede il permesso di costruire?
Tre sono sostanzialmente le condizioni affinché un gazebo possa essere considerato “edilizia libera” e, pertanto, sottratto agli obblighi di autorizzazione e concessione amministrativa:
• esso deve avere una struttura ornamentale e di modeste dimensioni: è il caso, ad esempio, di una struttura che serve per dare minimo ricovero ad attrezzi o ad altri piccoli strumenti, che serve come appoggio per piante rampicanti, ecc.;
• la sua struttura deve essere leggera, fatta con materiale di minimo peso;
• deve essere facilmente amovibile e privo di fondamenta. Solo per le strutture rimovibili si esclude, infatti, l’aumento di volumi e dunque la necessità del titolo edilizio.
Pergolato o gazebo –comunque lo si voglia chiamare– se costruito con materiali pesanti e non facilmente amovibili, come ad esempio il ferro e il legno, richiede sempre il permesso di costruire. Un conto infatti è una struttura leggera che serve solo per creare un po’ d’ombra, un altro è una in legno e ferro non facilmente rimovibile realizzata per mettere l’auto ben al coperto e ripararla dalla pioggia o dal caldo del sole. In quest’ultimo caso si crea un incremento dei volumi, al pari di un piccolo box auto, ed è dunque necessario un vero e proprio titolo edilizio prima di realizzare l’opera.
Il tribunale amministrativo non ha dubbi: se il presunto “gazebo” ha travi in materiale pesante non può essere reputato un semplice arredo di spazi esterni. Non c’è bisogno di permesso di costruire quando la struttura funge da sostegno per piante rampicanti o per teli in modo da dare sollievo dal sole: se la sua dimensione è modesta, essa non crea nuova volumetria e il suo scopo può dirsi del tutto momentaneo. Invece, una struttura solida e robusta fa desumere la destinazione del pergolato a una permanenza prolungata nel tempo (commento tratto da www.laleggepertutti.it).
---------------

MASSIMA
4. Con il terzo motivo di ricorso parte ricorrente rappresenta che della consistenza esatta dell’opera indicata come «posto auto coperto con pergolato» (pergolato sul quale, per un certo periodo, erano state installate lastre di policarbonato, poi rimosse, come risulta dalla documentazione fotografica in atti, a seguito di comunicazione inviata all’interessato dal Comune il 30.11.2007) la stessa Commissione provinciale aveva chiara contezza, come emergerebbe dal fatto che nella deliberazione impugnata detta Commissione precisa che «la dicitura “posto auto coperto con pergolato” (indicato nel punto 2 del verbale del 18/11/2002) prendeva atto della situazione documentata dal Comune, con particolare riferimento alle foto allegate all’istanza, e dell’esistenza della struttura delle travi che compongono il pergolato e non della copertura».
Si chiede allora parte ricorrente perché la realizzazione della struttura sia stata sanzionata come posto auto coperto con pergolato; la tesi difensiva sostenuta è che nessun posto auto è stato realizzato, in quanto la struttura realizzata ha natura di gazebo che nulla aggiunge alla normale utilizzabilità del terreno come parcheggio pertinenziale a raso.
Con riguardo alla realizzazione di pergolati, la giurisprudenza del TAR Bologna condivide il diffuso orientamento secondo il quale «
può considerarsi un semplice pergolato, non comportante aumento di volumetria o superficie utile, solo quel manufatto realizzato in struttura leggera di legno che funge da sostegno per piante rampicanti o per teli, idonea a realizzare in tal modo una ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni, destinate ad un uso del tutto momentaneo, con la conseguenza che perché possa qualificarsi come mero arredo di uno spazio esterno, che non comporta realizzazione di superfici utili o volume, è necessario che l’opera consista in una struttura precaria, facilmente rimovibile, non costituente trasformazione urbanistica del territorio, laddove –al contrario– va qualificata come un intervento di nuova costruzione la realizzazione di una struttura di importanti dimensioni, ancorché contraddistinta da materiali leggeri quali legno e ferro, che rendono la stessa solida e robusta e che fanno desumere una permanenza prolungata nel tempo del manufatto stesso (v. TAR Campania, Napoli, Sez. IV, 14.05.2012 n. 2204)» (TAR Emilia Romagna–Bologna, I, n. 276/2015.
Orbene, la documentazione fotografica in atti dimostra che la struttura oggetto di controversia non ha natura precaria, è ancorata al suolo e appare destinata alla stabile permanenza nel tempo, in quanto costituisce una nicchia con elementi anche in muratura; è stata pertanto realizzata una superficie utile con funzione permanente di posto auto.
Il motivo in esame risulta quindi infondato e va respinto (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 21.06.2016 n. 612 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn relazione alla questione riguardante il rispetto del termine perentorio di 60 giorni, assegnato, dall’art. 82, comma 9, del D.P.R. n. 616 del 1977, vigente all’epoca dei fatti, per l’eventuale esercizio, da parte del Ministero per i Beni Culturali, del potere di annullamento (per vizi di legittimità) dell’autorizzazione paesaggistica rilasciata da un Comune, ai sensi dell’art. 7 della legge n. 1497 del 1939, la giurisprudenza è oramai pacifica nel ritenere che il termine entro cui l'Amministrazione statale può annullare l'autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Comune decorre soltanto dal momento in cui la documentazione perviene completa all'organo competente ad esercitare la funzione di controllo, potendo quest'ultimo chiedere le integrazioni documentali all’uopo necessarie.
Si è peraltro anche precisato che, in forza del principio di leale collaborazione, tale termine non può essere sospeso, interrotto o prorogato arbitrariamente al di fuori di reali esigenze istruttorie, per finalità puramente pretestuose o dilatorie avanzate al fine di eludere la perentorietà del termine posto all'Amministrazione statale ai fini dell'esercizio del proprio potere di controllo di legalità.
La giurisprudenza amministrativa ha poi anche chiarito che, entro il termine di 60 giorni assegnato, l’eventuale provvedimento di annullamento del nulla osta paesaggistico deve essere adottato e non anche comunicato agli interessati.

---------------
Nello specifico settore paesaggistico, la motivazione può ritenersi adeguata quando risponde a un modello che contempli, in modo dettagliato, la descrizione:
   a) dell'edificio mediante indicazione delle dimensioni, delle forme, dei colori e dei materiali impiegati;
   b) del contesto paesaggistico in cui esso si colloca, anche mediante l’indicazione di eventuali altri immobili esistenti, della loro posizione e dimensioni;
   c) del rapporto tra edificio e contesto, anche mediante l'indicazione dell'impatto visivo al fine di stabilire se esso si inserisca in maniera armonica nel paesaggio.
---------------

6.- Con il primo motivo gli appellanti hanno insistito nel sostenere che la Soprintendenza per i Beni Ambientali ed Architettonici di Verona aveva emesso il provvedimento di annullamento dell’autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Comune oltre il termine di sessanta giorni stabilito (all’epoca) dall’art. 82, comma 9, del D.P.R. n. 616 del 1977.
6.1.- Il motivo non è fondato, come ha correttamente ritenuto il TAR per il Veneto nella sentenza appellata e contrariamente a quanto ritenuto dallo stesso TAR molti anni prima, in sede cautelare.
6.2.- In relazione alla questione riguardante il rispetto del termine perentorio di 60 giorni, assegnato, dall’art. 82, comma 9, del D.P.R. n. 616 del 1977, vigente all’epoca dei fatti, per l’eventuale esercizio, da parte del Ministero per i Beni Culturali, del potere di annullamento (per vizi di legittimità) dell’autorizzazione paesaggistica rilasciata da un Comune, ai sensi dell’art. 7 della legge n. 1497 del 1939, la giurisprudenza è oramai pacifica nel ritenere che il termine entro cui l'Amministrazione statale può annullare l'autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Comune decorre soltanto dal momento in cui la documentazione perviene completa all'organo competente ad esercitare la funzione di controllo, potendo quest'ultimo chiedere le integrazioni documentali all’uopo necessarie (fra le tante, Consiglio di Stato Sezione VI, n. 727 del 23.02.2016, Sezione VI, n. 5101 del 10.11.2015).
6.3.- Si è peraltro anche precisato che, in forza del principio di leale collaborazione, tale termine non può essere sospeso, interrotto o prorogato arbitrariamente al di fuori di reali esigenze istruttorie, per finalità puramente pretestuose o dilatorie avanzate al fine di eludere la perentorietà del termine posto all'Amministrazione statale ai fini dell'esercizio del proprio potere di controllo di legalità (Consiglio di Stato Sezione VI, n. 727 del 23.02.2016, cit.).
6.4.- La giurisprudenza amministrativa ha poi anche chiarito che, entro il termine di 60 giorni assegnato, l’eventuale provvedimento di annullamento del nulla osta paesaggistico deve essere adottato e non anche comunicato agli interessati (fra le tante, Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 235 del 22.01.2015).
7.- Facendo applicazione di tali principi non può considerarsi tardivo, nella fattispecie, l’esercizio del potere di annullamento, da parte della Soprintendenza per i Beni Ambientali ed Architettonici di Verona, dell’autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Comune di Sovizzo e ritenuta illegittima, considerato che, come si rileva dagli atti:
- l’autorizzazione paesaggistica è pervenuta alla Soprintendenza in data 11.03.1998;
- la Soprintendenza ha richiesto, in data 05.05.1998, una integrazione documentale;
- tale integrazione è pervenuta alla Soprintendenza in data 15.05.1998;
- il provvedimento di annullamento impugnato è stato adottato in data 10.07.1998.
7.1.- Peraltro la richiesta di integrazione documentale fatta dall’organo statale non risulta manifestamente ingiustificata e dilatoria tenuto conto che la Soprintendenza ha richiesto notizie più approfondite sulla relazione geologica e una documentazione fotografica dell’area con la sovrapposizione della sagoma del fabbricato e quindi elementi che possono ritenersi utili per l’esercizio del potere esercitato.
7.2.- Si deve, in proposito ricordare che, questa Sezione (cfr. Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 2176 del 24.05.2016, n. 727 del 23.02.2016) ha affermato che, nello specifico settore paesaggistico, la motivazione può ritenersi adeguata quando risponde a un modello che contempli, in modo dettagliato, la descrizione:
a) dell'edificio mediante indicazione delle dimensioni, delle forme, dei colori e dei materiali impiegati;
b) del contesto paesaggistico in cui esso si colloca, anche mediante l’indicazione di eventuali altri immobili esistenti, della loro posizione e dimensioni;
c) del rapporto tra edificio e contesto, anche mediante l'indicazione dell'impatto visivo al fine di stabilire se esso si inserisca in maniera armonica nel paesaggio.
7.3.- Considerato che l’autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Comune di Sovizzo in favore degli appellanti non risulta che avesse tutti gli elementi e i requisiti che si sono indicati, non può ritenersi ingiustificata e dilatoria la richiesta di integrazione documentale (all’epoca) fatta dalla Soprintendenza (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 20.06.2016 n. 2704 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAE' jus receptum che qualora un titolo ad aedificandum non venga eseguito a causa del crollo dell’edificio –ove anche dovuto a cause esterne e non imputabili ai lavori intrapresi dal concessionario- esso perde efficacia e non può essere invocato per legittimare, neanche parzialmente, un successivo intervento di integrale demolizione e ricostruzione dell’edificio medesimo.
Pertanto risulta evidente che, una volta verificatosi il crollo parziale, l’interessato che intendesse provvedere alla integrale ricostruzione dell’edificio, previa sua demolizione, deve munirsi di nuovo ed apposito titolo abilitativo, e non limitarsi a comunicare al Comune l’effettuazione dei necessari e urgenti interventi di messa in sicurezza.
---------------
E' pacifico in giurisprudenza che gli interventi di “risanamento conservativo” per loro natura non possono comprendere variazioni di sagome e volumetrie rispetto all’assetto preesistente.

---------------
7. Le questioni poste col primo, col secondo e col terzo dei motivi di appello possono essere esaminate congiuntamente, afferendo a profili giuridici connessi, inerenti alla natura unitaria (o meno) degli abusi edilizi connessi, alla loro conseguente sanabilità (o meno) ed alla possibilità (o meno) di formazione del silenzio-assenso sulle istanze di condono.
7.1. Ed invero, parte appellante assume l’erroneità della valutazione “di fondo” compiuta dal primo giudice, circa la realizzazione dell’opera in totale assenza di titolo edilizio, dalla quale discendono tutte le successive conclusioni in punto di accoglibilità o meno delle domande di condono.
A parere degli istanti, infatti, sussisteva in origine un provvedimento abilitativo legittimante gli interventi sull’immobile de quo, costituito dall’autorizzazione edilizia a suo tempo rilasciata al promissario venditore, e della quale gli stessi odierni appellanti si sono poi avvalsi.
Sulla scorta di ciò, si assume che il Comune, nell’istruire le domande di condono per cui è causa, avrebbe dovuto in sostanza raffrontare le opere realizzate non già all’assetto dei luoghi preesistente, bensì a quanto previsto e assentito con la predetta autorizzazione; in tal modo, si sarebbe dovuto differenziare, nell’ambito dei lavori realizzati, quanto asseritamente corrispondente al titolo edilizio del 1993 da quanto eseguito in difformità dallo stesso, qualificando come abusivi ai fini della sanatoria solo tali ultimi interventi.
In forza di tale impostazione, gli unici abusi di cui tener conto ai fini del condono sarebbero consistiti nella realizzazione del piano interrato adibito ad autorimessa, nel cambio di destinazione d’uso al piano terra e nella suddivisione degli interni in più unità immobiliari (peraltro non portata a compimento a causa del sopravvenuto sequestro penale); invece, non si sarebbe dovuto tener conto delle ulteriori variazioni di sagoma e volumetria, siccome ricomprese nel precitato titolo autorizzatorio del 1993.
Siffatta ricostruzione, pur ingegnosa, è però priva di pregio giuridico.
7.1.1. Ed invero, non risulta contestato fra le parti –ed è anzi allegato dagli stessi istanti- che, dopo l’avvio dei lavori autorizzati nel 1993, l’edificio fu interessato da un crollo parziale, costringendo il promissario acquirente dapprima a intraprendere interventi urgenti di messa in sicurezza (debitamente comunicati al Comune) e quindi a procedere a totale demolizione e ricostruzione dell’immobile: e fu appunto in tale fase che furono accertati gli abusi, con l’adozione di provvedimenti repressivi in sede penale e amministrativa (sequestro preventivo, ordinanza di sospensione dei lavori).
Tale vicenda risulta rilevante ai fini dei successivi sviluppi amministrativi, dal momento che, come evidenziato dall’Amministrazione comunale, è jus receptum che qualora un titolo ad aedificandum non venga eseguito a causa del crollo dell’edificio –ove anche dovuto a cause esterne e non imputabili ai lavori intrapresi dal concessionario- esso perde efficacia e non può essere invocato per legittimare, neanche parzialmente, un successivo intervento di integrale demolizione e ricostruzione dell’edificio medesimo (cfr. Cons. Stato, sez. V, 05.10.2001, nr. 5253; id., 23.03.2000, nr. 1610).
Pertanto risulta evidente che, una volta verificatosi il crollo parziale di cui si è detto, l’interessato che intendesse provvedere alla integrale ricostruzione dell’edificio, previa sua demolizione, avrebbe dovuto munirsi di nuovo ed apposito titolo abilitativo, e non limitarsi –come avvenuto– a comunicare al Comune l’effettuazione dei necessari e urgenti interventi di messa in sicurezza.
7.1.2. Peraltro, anche a voler seguire la tesi degli appellanti circa la perdurante efficacia del titolo abilitativo summenzionato, occorre comunque tenere conto di ciò che con esso era stato effettivamente assentito dal Comune.
Infatti, dal tenore testuale del provvedimento –laddove si parla di “rimaneggiamento parziale di tegole”, di “consolidamento della sottostante struttura di appoggio verticale”, di “apposizione di gronde e canali”, di “sostituzione del solaio”- si desume una natura sostitutiva-conservativa degli interventi assentiti, incompatibile con quanto di fatto realizzato dagli appellanti, consistente nella non contestata totale demolizione del preesistente fabbricato e nella successiva ricostruzione ex novo di un’unità differente per sagoma e volumetria.
E, d’altra parte, è pacifico in giurisprudenza che gli interventi di “risanamento conservativo”, del tipo di quelli assentiti con l’autorizzazione de qua, per loro natura non possono comprendere variazioni di sagome e volumetrie rispetto all’assetto preesistente (sul punto, cfr. Cons. Stato, sez. V, 28.04.2014, nr. 2194; id., 11.11.2004, nr. 7325) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 17.06.2016 n. 2693 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In giurisprudenza è ormai pacifico che la facoltà di instare per la sanatoria non può essere più attribuita esclusivamente al titolare del diritto dominicale, ma deve essere estesa anche a soggetti portatori di interessi qualificati e tutelati dalla legge (titolari di diritti reali minori e/o personali di godimento, creditori, soci), e, secondo una lettura più largheggiante, anche ai titolari di un interesse di mero fatto.
E però, anche nella più ampia e “liberale” delle prospettive, l’interesse legittimante la richiesta di condono deve pur sempre essere oggettivamente apprezzabile alla stregua di una situazione di collegamento con l’abuso oggetto di condono, e non essere semplicemente affermato da chi propone l’istanza sulla base di una propria visione soggettiva.
L’orientamento estensivo della giurisprudenza, in definitiva, mira a garantire e rafforzare la posizione di individui che siano comunque titolari di una posizione giuridica “qualificata”, e non anche solamente apprezzabile dal punto di vista familiare-affettivo.

---------------
8. L’infondatezza dell’appello, per le evidenziate ragioni sostanziali, esonererebbe il Collegio dall’esame dell’ulteriore questione, evocata dal terzo motivo di impugnazione, in ordine alla sussistenza o meno di legittimazione degli odierni appellanti signori Ir.Sc. e Ci.Si. a formulare la domanda di condono.
Tuttavia, anche ai fini di eventuali future nuove determinazioni dell’Amministrazioni comunali all’esito del presente giudizio, non è fuori luogo rilevare l’infondatezza del gravame anche sotto tale profilo.
In particolare, gli appellanti sostengono che la titolarità del potere di presentare l’istanza di condono edilizio, ex art. 31 della legge nr. 47/1985 (laddove, con formula generica “di chiusura”, fra i soggetti legittimati è ricompreso anche “ogni altro soggetto interessato al conseguimento della sanatoria medesima”), debba ormai essere intesa in senso estensivo, ricomprendendo fra i legittimati anche i portatori di interessi di mero fatto.
Tuttavia, della disposizione testé richiamata occorre dare una lettura improntata a canoni di ragionevolezza: in particolare, in giurisprudenza è ormai pacifico che la facoltà di instare per la sanatoria non può essere più attribuita esclusivamente al titolare del diritto dominicale, ma deve essere estesa anche a soggetti portatori di interessi qualificati e tutelati dalla legge (titolari di diritti reali minori e/o personali di godimento, creditori, soci), e, secondo una lettura più largheggiante, anche ai titolari di un interesse di mero fatto (per un quadro panoramico delle tesi esistenti in giurisprudenza in subiecta materia, cfr. Cons. Stato, sez. V, 08.11.2011, nr. 5894).
E però, anche nella più ampia e “liberale” delle prospettive, l’interesse legittimante la richiesta di condono deve pur sempre essere oggettivamente apprezzabile alla stregua di una situazione di collegamento con l’abuso oggetto di condono, e non essere semplicemente affermato da chi propone l’istanza sulla base di una propria visione soggettiva.
L’orientamento estensivo della giurisprudenza, in definitiva, mira a garantire e rafforzare la posizione di individui che siano comunque titolari di una posizione giuridica “qualificata”, e non anche solamente apprezzabile dal punto di vista familiare-affettivo (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 17.06.2016 n. 2693 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Condanne per reati. La valutazione delle condanne riportate dai concorrenti spetta all'amministrazione appaltante.
E’ noto che nelle gare d’appalto la valutazione in ordine alla gravità delle eventuali condanne riportate dai concorrenti e alla loro incidenza sulla moralità professionale spetta esclusivamente all’Amministrazione appaltante, nell’ambito dell’esercizio del potere discrezionale ad essa attribuito e deve essere effettuata mediante la disamina in concreto delle caratteristiche dell’appalto, del tipo di condanna, della natura e delle concrete modalità di commissione del reato.
Nell’ipotesi in cui l’Amministrazione, dopo aver eseguito le dette valutazioni –che, si ribadisce, sono di sua esclusiva competenza nell’ambito dell’esercizio di una attività discrezionale- non ritenga il precedente penale grave ovvero incisivo della moralità professionale del concorrente, non è tenuta ed esplicitare in maniera analitica le ragioni di siffatto convincimento, potendo la motivazione di non gravità del reato risultare anche implicita o per facta concludentia, ossia con l’ammissione alla gara dell’impresa, mentre è la valutazione di gravità che richiede l’assolvimento di un particolare onere motivazionale.
Invero, "Laddove si applicasse in modo sostanzialmente automatico l'esclusione dalle gare di cui al citato art. 38, comma 1, del codice dei contratti, fuori dei casi previsti, ovvero a prescindere da ogni valutazione circa la gravità del comportamento colpevole del soggetto, il quadro ricostruttivo in tal modo delineato si porrebbe in contrasto con l’articolo 45, par. 2, della direttiva 2004/18/CE, secondo cui può essere escluso dalla partecipazione alla gara ogni operatore economico quando il reato "incida" sulla sua moralità professionale (lett. c) oppure quando "non sia in regola" con gli obblighi contributivi (lett. e)".
L'art. 38 del codice dei contratti va dunque letto nel senso che costituiscono condizioni, perché l'esclusione consegua alla condanna, la gravità del reato e il riflesso dello stesso sulla moralità professionale di modo che, al fine di apprezzare il grado di moralità del singolo concorrente, in applicazione del principio comunitario di proporzionalità, assumono rilevanza la natura del reato ed il contenuto del contratto oggetto della gara, senza eccedere quanto è necessario a garantire l'interesse dell'amministrazione di non contrarre obbligazioni con soggetti che non garantiscano l'adeguata moralità professionale, come ricorre nel caso di "falso innocuo".
---------------

Con il secondo motivo di doglianza la ricorrente ha censurato la mancata valutazione della condanna riportata da uno degli amministratori della ricorrente quale causa di inidoneità morale della società, lamentando, in subordine, la mancata esplicitazione delle ragioni per le quali la condanna non è stata ritenuta ostativa.
Anche tale doglianza è infondata.
E’ noto che nelle gare d’appalto la valutazione in ordine alla gravità delle eventuali condanne riportate dai concorrenti e alla loro incidenza sulla moralità professionale spetta esclusivamente all’Amministrazione appaltante (da ultimo, Consiglio di Stato, sez. V, 25.02.2015, n. 927), nell’ambito dell’esercizio del potere discrezionale ad essa attribuito e deve essere effettuata mediante la disamina in concreto delle caratteristiche dell’appalto, del tipo di condanna, della natura e delle concrete modalità di commissione del reato (Consiglio di Stato, sez. III, 03.12.2015, n. 5481).
Nell’ipotesi in cui l’Amministrazione, dopo aver eseguito le dette valutazioni –che, si ribadisce, sono di sua esclusiva competenza nell’ambito dell’esercizio di una attività discrezionale- non ritenga il precedente penale grave ovvero incisivo della moralità professionale del concorrente, non è tenuta ed esplicitare in maniera analitica le ragioni di siffatto convincimento, potendo la motivazione di non gravità del reato risultare anche implicita o per facta concludentia, ossia con l’ammissione alla gara dell’impresa, mentre è la valutazione di gravità che richiede l’assolvimento di un particolare onere motivazionale (TAR Veneto, sez. I, 01.09.2015, n. 953, con ampi riferimenti giurisprudenziali e richiamo a Consiglio di Stato, sez. VI, 22.11.2013, n. 5558, che ha osservato come “Laddove si applicasse in modo sostanzialmente automatico l'esclusione dalle gare di cui al citato art. 38, comma 1, del codice dei contratti, fuori dei casi previsti, ovvero a prescindere da ogni valutazione circa la gravità del comportamento colpevole del soggetto, il quadro ricostruttivo in tal modo delineato si porrebbe in contrasto con l’articolo 45, par. 2 della direttiva 2004/18/CE, secondo cui può essere escluso dalla partecipazione alla gara ogni operatore economico quando il reato "incida" sulla sua moralità professionale (lett. c) oppure quando "non sia in regola" con gli obblighi contributivi (lett. e).
L'art. 38 del codice dei contratti va dunque letto nel senso che costituiscono condizioni, perché l'esclusione consegua alla condanna, la gravità del reato e il riflesso dello stesso sulla moralità professionale di modo che, al fine di apprezzare il grado di moralità del singolo concorrente, in applicazione del principio comunitario di proporzionalità, assumono rilevanza la natura del reato ed il contenuto del contratto oggetto della gara, senza eccedere quanto è necessario a garantire l'interesse dell'amministrazione di non contrarre obbligazioni con soggetti che non garantiscano l'adeguata moralità professionale, come ricorre nel caso di "falso innocuo
".
Nel caso in esame non è dubbio che la conoscenza dell’intervenuta condanna fosse stata acquisita agli atti del procedimento, ciò che è effettivamente imprescindibile al fine di ritenere la consapevole valutazione da parte dell’amministrazione, tanto più che la medesima valutazione di irrilevanza dei precedenti penali dichiarati da uno degli amministratori di Si. e di consequenziale sussistenza del requisito di carattere generale di cui all’art. 38 D.Lgs. n. 163/2006 -peraltro non illogica né irragionevole alla luce, quantomeno, del tempo trascorso dalla commissione e dell’entità della pena inflitta- era già stata compiuta dall’amministrazione in precedenti gare (cfr. documentazione versata in atti dalla controinteressata in data 07.03.2016) (TAR Lazio-Roma, Sez. I, sentenza 16.06.2016 n. 6923 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: In tema di gare per l’affidamento di pubblici appalti, “la sottoscrizione dell’offerta ha la funzione di ricondurre al suo autore l’impegno di effettuare la prestazione oggetto del contratto verso il corrispettivo richiesto ed assicurare, contemporaneamente, la provenienza, la serietà e l’affidabilità dell’offerta stessa”.
Da tale premessa, pur essendo la sottoscrizione della domanda di partecipazione un elemento essenziale, che attiene propriamente alla manifestazione di volontà di partecipare alla gara, poiché la stessa non impatta sul contenuto e sulla segretezza dell’offerta, la sua eventuale carenza deve ritenersi sanabile.
Ed, infatti, “ferma restando la riconducibilità dell’offerta al concorrente (che escluda l’incertezza assoluta sulla provenienza), dal combinato disposto dell’art. 38, comma 2-bis e 46, comma 1-ter del Codice, risulta ora sanabile ogni ipotesi di mancanza, incompletezza o irregolarità (anche) degli elementi che devono essere prodotti dai concorrenti in base alla legge (al bando o al disciplinare di gara), ivi incluso l’elemento della sottoscrizione, dietro pagamento della sanzione prevista nel bando” (nel senso della necessaria interpretazione funzionale del requisito del “difetto di sottoscrizione”, cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 10.09.2014 n. 4595, che rileva come la suddetta carenza “...per comportare la necessaria ed automatica esclusione del concorrente, debba determinare "l'incertezza assoluta...... sulla provenienza dell'offerta", risolvendosi altrimenti in una mancanza di natura formale inidonea a produrre l'effetto sanzionatorio disposto dalla norma”).
Tale tipologica di vizi, tuttavia, in forza dei principi generali, opera sul piano della efficacia e non su quello della validità (nel senso della non operatività sul piano della validità degli atti posti in essere in violazione o in carenza dei limiti del potere rappresentativo, ancorché con riferimento alle società di capitali, cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 14.02.2012, n. 726, secondo cui in tali ipotesi non ricorre “un’invalidità del negozio deducibile dalla controparte, ma la mera inefficacia del medesimo nei confronti della società falsamente rappresentata, la quale soltanto è legittimata ad eccepirla”).

---------------

Con il primo motivo di doglianza la ricorrente ha sostenuto l’illegittimità del provvedimento di aggiudicazione alla controinteressata in quanto sia la domanda di partecipazione alla gara che l’offerta economica sono state sottoscritte ciascuna da uno solo dei due amministratori, in violazione dalle norme statutarie che prevedevano l’attribuzione della rappresentanza della società ai due amministratori a firma congiunta.
La prospettazione non può essere condivisa.
L’art. 46, comma 1-bis, del codice dei contratti pubblici, vigente al momento dello svolgimento del procedimento, disponeva che “La stazione appaltante esclude i candidati o i concorrenti in caso di mancato adempimento alle prescrizioni previste dal presente codice e dal regolamento e da altre disposizioni di legge vigenti, nonché nei casi di incertezza assoluta sul contenuto o sulla provenienza dell'offerta, per difetto di sottoscrizione o di altri elementi essenziali ovvero in caso di non integrità del plico contenente l'offerta o la domanda di partecipazione o altre irregolarità relative alla chiusura dei plichi, tali da far ritenere, secondo le circostanze concrete, che sia stato violato il principio di segretezza delle offerte”.
Ritiene il collegio che di tale disposizione occorre dare un’interpretazione sostanziale, tenendo presente sia la funzione della sottoscrizione, sia la finalità generale della norma, introdotta nel 2011 in una generale ottica di deformalizzazione del procedimento.
Come recentemente osservato in proposito anche dall’Anac (determinazione n. 1 dell’08.01.2015), in tema di gare per l’affidamento di pubblici appalti, “la sottoscrizione dell’offerta ha la funzione di ricondurre al suo autore l’impegno di effettuare la prestazione oggetto del contratto verso il corrispettivo richiesto ed assicurare, contemporaneamente, la provenienza, la serietà e l’affidabilità dell’offerta stessa”.
Da tale premessa, l’Autorità trae la condivisibile conseguenza che, pur essendo la sottoscrizione della domanda di partecipazione un elemento essenziale, che attiene propriamente alla manifestazione di volontà di partecipare alla gara, poiché la stessa non impatta sul contenuto e sulla segretezza dell’offerta, la sua eventuale carenza deve ritenersi sanabile.
Ed, infatti, “ferma restando la riconducibilità dell’offerta al concorrente (che escluda l’incertezza assoluta sulla provenienza), dal combinato disposto dell’art. 38, comma 2-bis e 46, comma 1-ter del Codice, risulta ora sanabile ogni ipotesi di mancanza, incompletezza o irregolarità (anche) degli elementi che devono essere prodotti dai concorrenti in base alla legge (al bando o al disciplinare di gara), ivi incluso l’elemento della sottoscrizione, dietro pagamento della sanzione prevista nel bando” (nel senso della necessaria interpretazione funzionale del requisito del “difetto di sottoscrizione”, cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 10.09.2014 n. 4595, che rileva come la suddetta carenza “...per comportare la necessaria ed automatica esclusione del concorrente, debba determinare "l'incertezza assoluta...... sulla provenienza dell'offerta", risolvendosi altrimenti in una mancanza di natura formale inidonea a produrre l'effetto sanzionatorio disposto dalla norma”).
Nel caso in esame, peraltro, non ricorre un caso di omessa sottoscrizione in senso proprio, avendo un amministratore sottoscritto la domanda di partecipazione alla gara e un altro l’offerta economica, così da non risultare dubbia la riferibilità dell’offerta alla società, il cui timbro è presente in entrambi i documenti.
La fattispecie va quindi correttamente inquadrata in un’ipotesi di non corretta spendita del potere rappresentatativo.
Tale tipologica di vizi, tuttavia, in forza dei principi generali, opera sul piano della efficacia e non su quello della validità (nel senso della non operatività sul piano della validità degli atti posti in essere in violazione o in carenza dei limiti del potere rappresentativo, ancorché con riferimento alle società di capitali, cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 14.02.2012, n. 726, secondo cui in tali ipotesi non ricorre “un’invalidità del negozio deducibile dalla controparte, ma la mera inefficacia del medesimo nei confronti della società falsamente rappresentata, la quale soltanto è legittimata ad eccepirla”).
La già rilevata peculiarità della vicenda, e cioè la circostanza per cui ciascun amministratore ha sottoscritto uno degli atti con i quali la società ha chiesto di partecipare alla gara rende, in ogni caso, inapplicabile al caso in esame il diverso indirizzo giurisprudenziale invocato dalla controinteressata -e formatosi in massima parte con riferimento a casi in cui, pur in presenza di previsioni normative o statutarie di firma congiunta, l’atto era stato firmato da uno solo dei soggetti muniti di potere rappresentativo– atteso che non vengono qui in rilievo quelle esigenze di affidamento della stazione appaltante e di preventivo vaglio della serietà e validità dell’impegno a tutela delle quali sono stati affermati la efficacia viziante e la non sanabilità dei vizi derivanti dalla non corretta spendita del potere rappresentativo (TAR Lazio-Roma, Sez. I, sentenza 16.06.2016 n. 6923 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI SERVIZILicenziati esclusi dalla clausola sociale. Appalti. Il bando di gara non può prevedere l’obbligo di gestire i lavoratori estromessi dalla precedente azienda.
La clausola sociale non può ribaltare sul nuovo appaltatore le pretese dei dipendenti che siano in lite con il precedente gestore.

Lo ha sottolineato il TAR Puglia-Lecce, Sez. III, con la sentenza 16.06.2016 n. 983, relativa a un appalto per la raccolta di rifiuti solidi urbani.
L’amministrazione aveva previsto, in un bando di gara, che i concorrenti formulassero la loro offerta tenendo conto del costo di 24 lavoratori da reintegrare. Non si trattava quindi di una usuale clausola sociale, che garantisse il passaggio dei dipendenti da un appaltatore all’altro, bensì di una garanzia più ampia e indeterminata. Si discuteva, infatti, dei costi del reintegro reale di dipendenti licenziati e del costo di eventuali arretrati per pretese risarcitorie.
Secondo l’impresa ricorrente, la situazione rendeva impossibile il calcolo di convenienza tecnico-economica dell’offerta di gara, perché mancavano dati essenziali per la formulazione dell’offerta stessa. Al futuro gestore, infatti, si addossavano, come rischio d’impresa, le voci di costo inerenti eventuali nuove assunzioni (ventiquattro unità) con i relativi, eventuali arretrati. Tali oneri risultavano indeterminati e, allo stato, indeterminabili, impedendo la corretta formulazione di un’offerta.
L’orientamento dei giudici amministrativi è coerente a quello del Consiglio di Stato (2433/2016) che di recente ha esaminato il caso di una concessione del servizio distribuzione gas, ritenendo valido l’impegno dell’impresa subentrante ad assumere tutto il personale impiegato nella precedente gestione, anche senza confermare l’integrale destinazione al medesimo servizio, con possibilità cioè di destinare i dipendenti ad altri servizi in aree limitrofe per ragioni di economia di gestione.
Infatti la clausola sociale va interpretata conformemente ai principi nazionali e comunitari in materia di libertà di iniziativa imprenditoriale garantita dall’articolo 41 della Costituzione per cui, fermo l’obbligo di riassorbimento dei lavoratori alle proprie dipendenze, il nuovo gestore del servizio può collocarne alcuni in altri contratti da esso eseguiti (e anche ricorrere agli ammortizzatori sociali previsti dalla legge allorché in esubero), quando nell’organizzazione prefigurata gli stessi risultino superflui.
Quindi la clausola sociale funge da strumento per favorire la continuità e la stabilità occupazionale dei lavoratori, ma nel contempo non può esser tale da comprimere le esigenze organizzative dell’impresa subentrante che ritenga di potere ragionevolmente svolgere il servizio utilizzando una minore componente di lavoro rispetto al precedente gestore, e dunque ottenendo in questo modo economie di costi da valorizzare a fini competitivi nella procedura di affidamento.
Solo per i call center l’articolo 1, comma 10, della legge 11/2016 prevede la clausola sociale come obbligo di legge, mentre nei nuovi appalti la clausola sociale potrà (a scelta dell’ente) essere imposta nel bando (articolo 38 del Dlgs 50/2016) oppure (articolo 1, lettera ddd, della legge 11/2016) essere utilizzata come requisito premiale nel calcolo dei punteggi
(articolo Il Sole 24 Ore del 28.06.2016).

PUBBLICO IMPIEGO: Posizioni organizzative, il Tar boccia il conferimento.
Per gli incarichi ai funzionari posti ai vertici degli uffici infraprovinciali dell'Agenzia delle entrate occorre una vera e propria procedura comparativa e selettiva, dalla quale far emergere i titoli di merito e professionali alla base della designazione.

Non c'è pace per l'Agenzia delle entrate nella definizione dei vertici organizzativi dei propri uffici. L'ordinanza cautelare 16.06.2016 n. 214 del TAR Piemonte, Sez. I, scrive un altro capitolo della complicatissima e lunghissima fase di riorganizzazione dell'Agenzia, che si aggiunge alla saga degli incarichi dirigenziali conferiti senza concorso ai propri funzionari, considerati illegittimi dalla Corte costituzionale (sentenza 37/2015).
Il nuovo «caso» deriva dall'affidamento dell'incarico di direzione alla direzione provinciale di Cuneo. In questo caso, non si tratta di un incarico di funzione dirigenziale, perché il vertice dell'ufficio è coperto da un funzionario, ai sensi della riorganizzazione e riduzione dei ruoli dirigenziali dell'Agenzia, disposti dall'articolo 23-quinquies, comma 5, lettera a), n. 3, del decreto legge 95/2012, convertito con legge 135/2012.
Tuttavia, il problema affrontato dal Tar è analogo: le modalità con le quali attribuire gli incarichi di vertice e la legittimità di assegnazioni di natura sostanzialmente fiduciaria.
Trattandosi di un'ordinanza cautelare, la questione non può dirsi risolta. Tuttavia, il Tar, sia pure sulla base dell'esame sommario della vertenza finalizzato a verificare la sussistenza del fumus boni iuris, ha ritenuto che a una prima valutazione possa considerarti fondato il vizio eccepito da un funzionario che ambiva all'incarico, ma scartato dalla scelta finale.
Il vizio evidenziato dall'ordinanza consiste nella carenza di motivazione nella scelta del controinteressato, con particolare riferimento alle valutazioni e ai punteggi di merito da utilizzare ai fini della scelta. Non solo: l'ordinanza rileva ulteriormente «l'assenza di qualsiasi giudizio di natura comparativa nelle successive valutazioni operate sia dal direttore regionale sia dal direttore dell'Agenzia».
In sostanza, dunque, l'incarico è avvenuto senza rispettare i canoni selettivi pur necessari, perché, rileva il Tar, di fatto si tratta di una progressione di carriera dalla qualifica di funzionario a quella di «quadro», potenzialmente a tempo indeterminato, visto la rinnovabilità ad libitum degli incarichi direttivi, per quanto ciascuno di essi possa durare tre anni.
L'ordinanza ha anche considerato la sussistenza del «periculum in mora», dando rilievo all'interesse professionale ed economico del ricorrente «di ambire a ottenere, entro tempi ragionevoli, l'incarico per cui è causa».
Pertanto, l'ordinanza indica all'Agenzia di riesaminare il provvedimento di attribuzione dell'incarico oggetto della vertenza, imponendo di tenere conto degli esiti delle prove selettive espletate, «in un'ottica necessariamente comparativa tra i vari candidati già segnalati» (articolo ItaliaOggi del 02.07.2016).

TRIBUTITasse locali anche senza Prg. Imu e Tasi dovute anche se il piano regolatore è decaduto. Per la Cassazione bisogna fare riferimento alla destinazione urbanistica originaria.
Ici, Imu e Tasi sono dovute sulle aree edificabili anche se il piano regolatore generale è decaduto per mancata approvazione della regione. Per determinare la natura dei terreni compresi in un piano di sviluppo industriale decaduto è necessario far riferimento alla destinazione urbanistica originaria.
Quindi, le aree sono soggette a imposizione se inserite nel preesistente programma di fabbricazione, a prescindere dall'esistenza o dalla validità degli strumenti urbanistici attuativi. Va invece tenuto conto della maggiore o minore potenzialità edificatoria delle aree in sede di determinazione del loro valore di mercato, nonché della possibile incidenza degli oneri di urbanizzazione sul valore delle stesse.

L'importante principio è stato affermato dalla Corte di Cassazione, Sez. VI civile, con l'ordinanza 15.06.2016 n. 12379.
 Secondo i giudici di legittimità, per qualificare i terreni compresi in un piano Asi decaduto «occorre fare riferimento alla destinazione urbanistica originaria, con la conseguenza che gli stessi sono da qualificare edificabili se inseriti nel preesistente programma di fabbricazione, a prescindere dall'esistenza o dalla validità degli strumenti urbanistici attuativi».
Precisa inoltre la Cassazione che sussiste l'esigenza di tenere concretamente conto nella determinazione della base imponibile «della maggiore o minore attualità delle sue potenzialità edificatorie, nonché della possibile incidenza degli ulteriori oneri di urbanizzazione sul valore dello stesso in comune commercio».
Quello che rileva per qualificare giuridicamente la natura del terreno, ai fini dell'imposizione tributaria, è la «mera potenzialità edificatoria», che permane anche se il Prg (o il piano di fabbricazione, che è la stessa cosa) decade per mancata approvazione. Del resto, in base all'articolo 2 del decreto legislativo 504/1992 per area fabbricabile s'intende l'area utilizzabile a scopo edificatorio in base agli strumenti urbanistici «generali o attuativi».
Mentre per la caratteristica dell'edificabilità è sufficiente che essa risulti da un piano regolatore generale, la potenzialità di edificazione è maggiore quando l'area è ricompresa in un piano particolareggiato e ciò ha effetti nella determinazione del valore dell'area stessa e della quantificazione della base imponibile Ici, Imu e Tasi. Tra l'altro, l'edificabilità di un'area non può essere esclusa neppure dalla presenza di vincoli o di particolari destinazioni urbanistiche. In questi casi l'area è comunque soggetta al pagamento delle imposte locali (Cassazione, sentenza 5161/2014).
Al riguardo, la Corte costituzionale (sentenza 41/2008) ha stabilito che non si possono distinguere le aree edificabili in concreto da quelle edificabili in astratto (cioè considerate edificabili da strumenti urbanistici non approvati o non attuati). L'astratta edificabilità del suolo giustifica di per sé la valutazione del terreno secondo il suo valore venale e differenzia radicalmente tale tipo di suoli da quelli agricoli non fabbricabili.
L'articolo 36 del dl 223/2006, richiamato nell'ordinanza, ha chiarito che un'area sia da considerare fabbricabile se utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico generale deliberato dal comune, indipendentemente dall'approvazione della regione e dall'adozione di strumenti attuativi (articolo ItaliaOggi del 24.06.2016).

EDILIZIA PRIVATA: E' insegnamento della giurisprudenza consolidata che l’ordine di demolizione deve essere rivolto nei confronti di chi abbia la disponibilità dell’opera, indipendentemente dal fatto che tale soggetto si sia reso responsabile dell’abuso per averlo concretamente realizzato, rilevando detto profilo esclusivamente sotto il profilo della responsabilità penale, ma non già ai fini della legittimità dell’ordine di demolizione.
Infatti, l’ordinanza di demolizione di una costruzione abusiva può essere legittimamente emanata nei confronti del proprietario attuale, anche se non responsabile dell’abuso, poiché l’abuso edilizio costituisce illecito permanente e l’ordinanza ha carattere ripristinatorio e non prevede l’accertamento del dolo o della colpa del soggetto al quale è imputata la trasgressione.
Anche questo Tribunale ha in più occasioni sottolineato che, affinché il proprietario possa essere destinatario dell’ordinanza di demolizione, non occorre stabilire se egli sia responsabile dell’abuso, poiché l’art. 31, comma 2, del d.P.R. n. 380/2001 prevede espressamente la legittimazione passiva del proprietario non responsabile all’esecuzione dell’ordine di demolizione: ciò si spiega con la possibilità che ha il proprietario –in virtù del suo diritto dominicale– di eseguire l’ordine ripristinatorio.

---------------

Considerato che le opere di cui si ingiunge la demolizione, ubicate sul terreno distinto in catasto al fg. n. 192, mapp. n. 2034, vengono identificate nel provvedimento impugnato attraverso il richiamo ai rapporti della Polizia Locale n. 228/2000, prot. n. 5949/VII, del 25.07.2000, n. 239/2000, prot. n. 6390/VII, dell’11.08.2000, e n. 112/PG/2008, prot. n. 6305/VII “del 25.07.2000” (rectius, del 05.09.2008) e consistono:
   - in un prefabbricato in legno di circa mq. 30, con annessa veranda di mt. 6,00x1,50 circa, avente copertura in ondulina, di altezza da mt. 2,10 a mt. 2,30 circa, poggiato su ruote centrali e piedini in ferro sui lati alti circa cm. 50, il tutto poggiato su mattoni di cemento posti a secco con sabbia. Tale manufatto è tramezzato internamente in tre vani con bagno provvisto di sanitari e con cucina fornita di pensili, frigo e piano cottura;
   - nel proseguimento dei lavori relativi al manufatto di cui al punto precedente e perciò nell’allaccio alla rete idrica e fognaria, nell’impianto elettrico, in un mattonato a secco di mt. 6,00x2,00 e nella tamponatura della veranda;
   - nell’ulteriore proseguimento dei lavori relativi al manufatto in discorso e perciò nella tamponatura della base rialzata per circa cm. 50, in precedenza posizionata su mattoni di cemento poggiati a terra su sabbia, e nel rifacimento della veranda mediante travi in legno con tavole lamellari a due falde e completa di guaina, tegole e grondaia, il tutto poggiante su pali in legno impiantati sulla sottostante pavimentazione.
In più, nell’ampliamento del manufatto, tramite una nuova porzione (aderente, ma non comunicante con la precedente opera), realizzata in muratura e vetrata, adibita a locale cucina e delle dimensioni di mt. 4,20x4,90, con altezza da mt. 2,35 a mt. 2,60. Infine, in un muro divisorio in blocchetti di cemento con sovrastante rete metallica, costruito per dividere il lotto appartenente in comproprietà (indivisa) alle ricorrenti, con separati cancelli d’ingresso;
Considerato che a supporto del ricorso le sigg.re Es. ed El., pur senza articolare specifici motivi, deducono le seguenti doglianze:
   - violazione degli artt. 6 e 7 della l. n. 47/1985, per violazione dei criteri di imputazione soggettiva dell’illecito edilizio previsti dalla legge, giacché l’ordinanza impugnata prefigurerebbe in capo alle ricorrenti una presunzione di responsabilità, non qualificata, però, da alcuna causalità rispetto alla condotta sanzionata, e poiché la P.A. non individuerebbe nessun elemento in grado di qualificare la condotta delle citate ricorrenti come illecito edilizio;
   - illegittimità dell’ordine di demolizione perché le opere eseguite non necessiterebbero di permesso di costruire, trattandosi di manufatti precari, perché facilmente amovibili e non infissi al suolo (ma poggianti su ruote e su mattoni di cemento sistemati a secco sulla sabbia). Per di più, le proprietarie risiederebbero a Napoli ed avrebbero una normale abitazione. Infine, il lotto nel quale si trovano le opere ricadrebbe in Zona C4 (di espansione e ristrutturazione residenziale), con indice fondiario di 0,50 mc./mq., in un’area dotata di opere di urbanizzazione primaria e secondaria;
Rilevato che il Comune di Terracina, pur ritualmente e tempestivamente evocato, non si è costituito in giudizio;
Ritenuta la sussistenza degli estremi per pronunciare sentenza cd. semplificata, ai sensi dell’art. 74 c.p.a., attesa la manifesta infondatezza del ricorso;
Considerato, infatti, che la palese infondatezza del gravame emerge dai seguenti elementi:
   - in ordine alla prima doglianza, osserva il Collegio che le ricorrenti lamentano, in sostanza, di non essere indicate dall’ordinanza impugnata quali soggetti responsabili dell’abuso, ma non contestano in alcun modo, ed anzi rivendicano, di essere comproprietarie del lotto di terreno su cui ricadono le opere abusive, nonché proprietarie di dette opere;
   - tanto premesso, è insegnamento della giurisprudenza consolidata che l’ordine di demolizione deve essere rivolto nei confronti di chi abbia la disponibilità dell’opera, indipendentemente dal fatto che tale soggetto si sia reso responsabile dell’abuso per averlo concretamente realizzato, rilevando detto profilo esclusivamente sotto il profilo della responsabilità penale, ma non già ai fini della legittimità dell’ordine di demolizione; infatti, l’ordinanza di demolizione di una costruzione abusiva può essere legittimamente emanata nei confronti del proprietario attuale, anche se non responsabile dell’abuso, poiché l’abuso edilizio costituisce illecito permanente e l’ordinanza ha carattere ripristinatorio e non prevede l’accertamento del dolo o della colpa del soggetto al quale è imputata la trasgressione (cfr., tra le ultime, TAR Lazio, Roma, sez. I, 24.02.2016, n. 2588; TAR Campania, Napoli, Sez. III, 08.01.2016, n. 14);
   - anche questo Tribunale ha in più occasioni sottolineato che, affinché il proprietario possa essere destinatario dell’ordinanza di demolizione, non occorre stabilire se egli sia responsabile dell’abuso, poiché l’art. 31, comma 2, del d.P.R. n. 380/2001 prevede espressamente la legittimazione passiva del proprietario non responsabile all’esecuzione dell’ordine di demolizione (v. TAR Lazio, Roma, Sez. I, 18.01.2011, n. 381; id., 10.05.2010, n. 10470): ciò si spiega con la possibilità che ha il proprietario –in virtù del suo diritto dominicale– di eseguire l’ordine ripristinatorio (v. TAR Lazio, Latina, Sez. I, 22.12.2014, n. 1096; id., 11.12.2013, n. 963);
   - da quanto ora visto si desume l’infondatezza della doglianza appena esaminata (la prima formulata nel gravame): doglianza che deve, perciò, essere respinta;
   - è, altresì, priva di fondamento la doglianza incentrata sulla non necessità del permesso di costruire (e, per conseguenza, sull’inapplicabilità alla fattispecie della sanzione demolitoria), in ragione della precarietà e facile amovibilità del prefabbricato, in quanto privo di basi infisse al suolo;
   - in contrario, infatti, è agevole evidenziare che, secondo un orientamento giurisprudenziale oramai consolidato (cfr., ex plurimis, Cass. pen., Sez. III, 24.03.2010, n. 24241), a cui ha aderito anche questa Sezione (cfr. TAR Lazio, Latina, Sez. I, 11.12.2014, n. 1056; id., 28.10.2014, n. 895; id., 22.09.2014, n. 727), hanno natura di opere precarie le opere che, in disparte le loro modalità costruttive, risultino destinate a soddisfare esigenze contingenti, improvvise e transeunti e ad essere presto eliminate, con il corollario che neppure la facile amovibilità dei manufatti eseguiti basta, di per sé, a farli ritenere provvisti del carattere della precarietà (v. TAR Campania, Salerno, Sez. I, 13.11.2013, n. 2240);
   - ancora recentemente la giurisprudenza ha precisato che, per l’accertamento del carattere precario o meno di una data opera, è necessario verificare la destinazione funzionale e l’interesse finale, al cui soddisfacimento la stessa è destinata: possono, pertanto, dirsi di carattere precario solo le opere che (oltre ad essere agevolmente rimuovibili) siano funzionali a soddisfare un’esigenza obiettivamente temporanea, mentre non si possono considerare tali i manufatti che risultino destinati ad un utilizzo perdurante nel tempo (C.d.S., Sez. III, 12.09.2012, n. 4850);
   - anche la Cassazione penale (oltre al precedente indicato più sopra, cfr. Sez. III, 10.10.2002, n. 38073) ha evidenziato che nella materia edilizia, al fine del riscontro del requisito della precarietà di un’opera, non sono rilevanti le caratteristiche costruttive, i materiali impiegati e la rimovibilità più o meno agevole, bensì le esigenze temporanee a cui l’opera sia eventualmente destinata;
   - da quanto esposto si ricava facilmente che, nel caso di specie, i manufatti di cui è stata ingiunta la demolizione non hanno per nulla il carattere della precarietà, non essendo in alcun modo destinati a soddisfare esigenze temporanee e transeunti, né ad essere rapidamente rimossi. All’opposto, il fatto che, in prosieguo di tempo, siano stati via via completati e forniti di accessori (dagli allacci alle reti all’impianto elettrico, dal rifacimento della veranda all’ampliamento tramite una nuova cucina, fino alla realizzazione di un muro divisorio e di cancelli separati) dimostra senza ombra di dubbio che si tratta di manufatti stabili e destinati a soddisfare esigenze perduranti nel tempo. Ne discende il loro assoggettamento alla disciplina in tema di permesso di costruire ex art. 10 del d.P.R. n. 380/2001, la cui mancanza rende pienamente legittimo l’ordine di demolizione;
   - per la medesima ragione, è altresì irrilevante che le ricorrenti risiedano a Napoli e vi abbiano una loro abitazione, così come non ha alcun valore che l’area di ubicazione dei manufatti ricada in Zona C4 e sia dotata delle urbanizzazioni primarie e secondarie. Ciò che conta è solo che il prefabbricato, avente specifica rilevanza ed autonomamente utilizzabile, e gli altri manufatti presenti in loco siano stati realizzati in assenza di idoneo titolo edilizio e siano, pertanto, abusivi;
Ritenuto in definitiva, alla luce di quanto si è esposto, di dover dichiarare il ricorso manifestamente infondato ai sensi dell’art. 74 c.p.a., in ragione della palese infondatezza di tutte le doglianze con lo stesso formulate (TAR Lazio-Latina, sentenza 15.06.2016 n. 389 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Secondo un orientamento giurisprudenziale oramai consolidato, hanno natura di opere precarie le opere che, in disparte le loro modalità costruttive, risultino destinate a soddisfare esigenze contingenti, improvvise e transeunti e ad essere presto eliminate, con il corollario che neppure la facile amovibilità dei manufatti eseguiti basta, di per sé, a farli ritenere provvisti del carattere della precarietà.
Ancora recentemente la giurisprudenza ha precisato che, per l’accertamento del carattere precario o meno di una data opera, è necessario verificare la destinazione funzionale e l’interesse finale, al cui soddisfacimento la stessa è destinata: possono, pertanto, dirsi di carattere precario solo le opere che (oltre ad essere agevolmente rimuovibili) siano funzionali a soddisfare un’esigenza obiettivamente temporanea, mentre non si possono considerare tali i manufatti che risultino destinati ad un utilizzo perdurante nel tempo.
Anche la Cassazione penale ha evidenziato che nella materia edilizia, al fine del riscontro del requisito della precarietà di un’opera, non sono rilevanti le caratteristiche costruttive, i materiali impiegati e la rimovibilità più o meno agevole, bensì le esigenze temporanee a cui l’opera sia eventualmente destinata.
---------------
Nel caso di specie, i manufatti di cui è stata ingiunta la demolizione non hanno per nulla il carattere della precarietà, non essendo in alcun modo destinati a soddisfare esigenze temporanee e transeunti, né ad essere rapidamente rimossi.
All’opposto, il fatto che, in prosieguo di tempo, siano stati via via completati e forniti di accessori (dagli allacci alle reti all’impianto elettrico, dal rifacimento della veranda all’ampliamento tramite una nuova cucina, fino alla realizzazione di un muro divisorio e di cancelli separati) dimostra senza ombra di dubbio che si tratta di manufatti stabili e destinati a soddisfare esigenze perduranti nel tempo. Ne discende il loro assoggettamento alla disciplina in tema di permesso di costruire ex art. 10 del d.P.R. n. 380/2001, la cui mancanza rende pienamente legittimo l’ordine di demolizione.
Per la medesima ragione, è altresì irrilevante che le ricorrenti risiedano a Napoli e vi abbiano una loro abitazione, così come non ha alcun valore che l’area di ubicazione dei manufatti ricada in Zona C4 e sia dotata delle urbanizzazioni primarie e secondarie. Ciò che conta è solo che il prefabbricato, avente specifica rilevanza ed autonomamente utilizzabile, e gli altri manufatti presenti in loco siano stati realizzati in assenza di idoneo titolo edilizio e siano, pertanto, abusivi.

---------------

Considerato che le opere di cui si ingiunge la demolizione, ubicate sul terreno distinto in catasto al fg. n. 192, mapp. n. 2034, vengono identificate nel provvedimento impugnato attraverso il richiamo ai rapporti della Polizia Locale n. 228/2000, prot. n. 5949/VII, del 25.07.2000, n. 239/2000, prot. n. 6390/VII, dell’11.08.2000, e n. 112/PG/2008, prot. n. 6305/VII “del 25.07.2000” (rectius, del 05.09.2008) e consistono:
   - in un prefabbricato in legno di circa mq. 30, con annessa veranda di mt. 6,00x1,50 circa, avente copertura in ondulina, di altezza da mt. 2,10 a mt. 2,30 circa, poggiato su ruote centrali e piedini in ferro sui lati alti circa cm. 50, il tutto poggiato su mattoni di cemento posti a secco con sabbia. Tale manufatto è tramezzato internamente in tre vani con bagno provvisto di sanitari e con cucina fornita di pensili, frigo e piano cottura;
   - nel proseguimento dei lavori relativi al manufatto di cui al punto precedente e perciò nell’allaccio alla rete idrica e fognaria, nell’impianto elettrico, in un mattonato a secco di mt. 6,00x2,00 e nella tamponatura della veranda;
   - nell’ulteriore proseguimento dei lavori relativi al manufatto in discorso e perciò nella tamponatura della base rialzata per circa cm. 50, in precedenza posizionata su mattoni di cemento poggiati a terra su sabbia, e nel rifacimento della veranda mediante travi in legno con tavole lamellari a due falde e completa di guaina, tegole e grondaia, il tutto poggiante su pali in legno impiantati sulla sottostante pavimentazione.
In più, nell’ampliamento del manufatto, tramite una nuova porzione (aderente, ma non comunicante con la precedente opera), realizzata in muratura e vetrata, adibita a locale cucina e delle dimensioni di mt. 4,20x4,90, con altezza da mt. 2,35 a mt. 2,60. Infine, in un muro divisorio in blocchetti di cemento con sovrastante rete metallica, costruito per dividere il lotto appartenente in comproprietà (indivisa) alle ricorrenti, con separati cancelli d’ingresso;
Considerato che a supporto del ricorso le sigg.re Es. ed El., pur senza articolare specifici motivi, deducono le seguenti doglianze:
   - violazione degli artt. 6 e 7 della l. n. 47/1985, per violazione dei criteri di imputazione soggettiva dell’illecito edilizio previsti dalla legge, giacché l’ordinanza impugnata prefigurerebbe in capo alle ricorrenti una presunzione di responsabilità, non qualificata, però, da alcuna causalità rispetto alla condotta sanzionata, e poiché la P.A. non individuerebbe nessun elemento in grado di qualificare la condotta delle citate ricorrenti come illecito edilizio;
   - illegittimità dell’ordine di demolizione perché le opere eseguite non necessiterebbero di permesso di costruire, trattandosi di manufatti precari, perché facilmente amovibili e non infissi al suolo (ma poggianti su ruote e su mattoni di cemento sistemati a secco sulla sabbia). Per di più, le proprietarie risiederebbero a Napoli ed avrebbero una normale abitazione. Infine, il lotto nel quale si trovano le opere ricadrebbe in Zona C4 (di espansione e ristrutturazione residenziale), con indice fondiario di 0,50 mc./mq., in un’area dotata di opere di urbanizzazione primaria e secondaria;
Rilevato che il Comune di Terracina, pur ritualmente e tempestivamente evocato, non si è costituito in giudizio;
Ritenuta la sussistenza degli estremi per pronunciare sentenza cd. semplificata, ai sensi dell’art. 74 c.p.a., attesa la manifesta infondatezza del ricorso;
Considerato, infatti, che la palese infondatezza del gravame emerge dai seguenti elementi:
   - in ordine alla prima doglianza, osserva il Collegio che le ricorrenti lamentano, in sostanza, di non essere indicate dall’ordinanza impugnata quali soggetti responsabili dell’abuso, ma non contestano in alcun modo, ed anzi rivendicano, di essere comproprietarie del lotto di terreno su cui ricadono le opere abusive, nonché proprietarie di dette opere;
   - tanto premesso, è insegnamento della giurisprudenza consolidata che l’ordine di demolizione deve essere rivolto nei confronti di chi abbia la disponibilità dell’opera, indipendentemente dal fatto che tale soggetto si sia reso responsabile dell’abuso per averlo concretamente realizzato, rilevando detto profilo esclusivamente sotto il profilo della responsabilità penale, ma non già ai fini della legittimità dell’ordine di demolizione; infatti, l’ordinanza di demolizione di una costruzione abusiva può essere legittimamente emanata nei confronti del proprietario attuale, anche se non responsabile dell’abuso, poiché l’abuso edilizio costituisce illecito permanente e l’ordinanza ha carattere ripristinatorio e non prevede l’accertamento del dolo o della colpa del soggetto al quale è imputata la trasgressione (cfr., tra le ultime, TAR Lazio, Roma, sez. I, 24.02.2016, n. 2588; TAR Campania, Napoli, Sez. III, 08.01.2016, n. 14);
   - anche questo Tribunale ha in più occasioni sottolineato che, affinché il proprietario possa essere destinatario dell’ordinanza di demolizione, non occorre stabilire se egli sia responsabile dell’abuso, poiché l’art. 31, comma 2, del d.P.R. n. 380/2001 prevede espressamente la legittimazione passiva del proprietario non responsabile all’esecuzione dell’ordine di demolizione (v. TAR Lazio, Roma, Sez. I, 18.01.2011, n. 381; id., 10.05.2010, n. 10470): ciò si spiega con la possibilità che ha il proprietario –in virtù del suo diritto dominicale– di eseguire l’ordine ripristinatorio (v. TAR Lazio, Latina, Sez. I, 22.12.2014, n. 1096; id., 11.12.2013, n. 963);
   - da quanto ora visto si desume l’infondatezza della doglianza appena esaminata (la prima formulata nel gravame): doglianza che deve, perciò, essere respinta;
   - è, altresì, priva di fondamento la doglianza incentrata sulla non necessità del permesso di costruire (e, per conseguenza, sull’inapplicabilità alla fattispecie della sanzione demolitoria), in ragione della precarietà e facile amovibilità del prefabbricato, in quanto privo di basi infisse al suolo;
   - in contrario, infatti, è agevole evidenziare che, secondo un orientamento giurisprudenziale oramai consolidato (cfr., ex plurimis, Cass. pen., Sez. III, 24.03.2010, n. 24241), a cui ha aderito anche questa Sezione (cfr. TAR Lazio, Latina, Sez. I, 11.12.2014, n. 1056; id., 28.10.2014, n. 895; id., 22.09.2014, n. 727), hanno natura di opere precarie le opere che, in disparte le loro modalità costruttive, risultino destinate a soddisfare esigenze contingenti, improvvise e transeunti e ad essere presto eliminate, con il corollario che neppure la facile amovibilità dei manufatti eseguiti basta, di per sé, a farli ritenere provvisti del carattere della precarietà (v. TAR Campania, Salerno, Sez. I, 13.11.2013, n. 2240);
   - ancora recentemente la giurisprudenza ha precisato che, per l’accertamento del carattere precario o meno di una data opera, è necessario verificare la destinazione funzionale e l’interesse finale, al cui soddisfacimento la stessa è destinata: possono, pertanto, dirsi di carattere precario solo le opere che (oltre ad essere agevolmente rimuovibili) siano funzionali a soddisfare un’esigenza obiettivamente temporanea, mentre non si possono considerare tali i manufatti che risultino destinati ad un utilizzo perdurante nel tempo (C.d.S., Sez. III, 12.09.2012, n. 4850);
   - anche la Cassazione penale (oltre al precedente indicato più sopra, cfr. Sez. III, 10.10.2002, n. 38073) ha evidenziato che nella materia edilizia, al fine del riscontro del requisito della precarietà di un’opera, non sono rilevanti le caratteristiche costruttive, i materiali impiegati e la rimovibilità più o meno agevole, bensì le esigenze temporanee a cui l’opera sia eventualmente destinata;
   - da quanto esposto si ricava facilmente che, nel caso di specie, i manufatti di cui è stata ingiunta la demolizione non hanno per nulla il carattere della precarietà, non essendo in alcun modo destinati a soddisfare esigenze temporanee e transeunti, né ad essere rapidamente rimossi. All’opposto, il fatto che, in prosieguo di tempo, siano stati via via completati e forniti di accessori (dagli allacci alle reti all’impianto elettrico, dal rifacimento della veranda all’ampliamento tramite una nuova cucina, fino alla realizzazione di un muro divisorio e di cancelli separati) dimostra senza ombra di dubbio che si tratta di manufatti stabili e destinati a soddisfare esigenze perduranti nel tempo. Ne discende il loro assoggettamento alla disciplina in tema di permesso di costruire ex art. 10 del d.P.R. n. 380/2001, la cui mancanza rende pienamente legittimo l’ordine di demolizione;
   - per la medesima ragione, è altresì irrilevante che le ricorrenti risiedano a Napoli e vi abbiano una loro abitazione, così come non ha alcun valore che l’area di ubicazione dei manufatti ricada in Zona C4 e sia dotata delle urbanizzazioni primarie e secondarie. Ciò che conta è solo che il prefabbricato, avente specifica rilevanza ed autonomamente utilizzabile, e gli altri manufatti presenti in loco siano stati realizzati in assenza di idoneo titolo edilizio e siano, pertanto, abusivi;
Ritenuto in definitiva, alla luce di quanto si è esposto, di dover dichiarare il ricorso manifestamente infondato ai sensi dell’art. 74 c.p.a., in ragione della palese infondatezza di tutte le doglianze con lo stesso formulate (TAR Lazio-Latina, sentenza 15.06.2016 n. 389 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Obbligatorio pagare il contributo all'Anac. Nelle gare per lavori e servizi.
Il versamento del contributo all'Anac per partecipare alle gare pubbliche è obbligatorio e l'omissione del versamento legittima l'esclusione.

Lo ha affermato il TAR Lazio-Roma, Sez. III-quater con la sentenza 14.06.2016 n. 6776 sull'omesso versamento del contributo per la partecipazione alle gare per l'affidamento di contratti pubblici previsto dall'articolo 1, comma 67, della legge n. 266/2005.
La disposizione prevede che il versamento del contributo all'Autorità sia obbligatorio e costituisca «condizione di ammissibilità dell'offerta». In passato, la giurisprudenza aveva sostenuto che il mancato pagamento del contributo costituiva elemento così rilevante in quanto collegato alla violazione di disposizioni imperative di legge, che comportava la violazione del principio di tassatività delle cause di esclusione di cui all'art. 46, comma 1-bis, dell'abrogato codice De Lise.
Nella controversia esaminata dal collegio laziale era stato sostenuto che in base alla legge del 2005 il contributo doveva essere reso soltanto per le gare di appalto di lavori e non per quelle di servizi. Questa tesi viene ritenuta «manifestamente infondata» perché la disposizione del 2005 «era rivolta all'Autorità di vigilanza sui lavori pubblici che, nata nel 1994 con la legge Merloni sugli appalti di lavori pubblici, venne modificata assumendo la denominazione di Autorità di vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (Avcp) nel 2006».
Pertanto, quando nel 2014 «ha determinato il contributo ad essa spettante per le gare in materia di lavori, servizi e forniture, ratione temporis, ne aveva tutte le competenze». Quindi era palese che il contributo richiesto per gli appalti di servizi fosse assolutamente coperto dalla norma di legge.
Il Tar del Lazio ha confermato la legittimità e l'obbligo di corrispondere il contributo e chiarisce che la giurisprudenza ha soltanto esaminato casi di ritardato pagamento e non di completa omissione dello stesso. Nello specifico, poi, al concorrente era stato segnalata l'irregolarità e era stata disposta l'ammissione con riserva. Pur avendo avuto tutto il tempo per regolarizzare la sua posizione, invece, nella successiva seduta di gara il concorrente si era nuovamente presentato senza avere effettuato il pagamento, di modo che la commissione di gara non ha avuto altra possibilità che escluderla, legittimamente (articolo ItaliaOggi del 24.06.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTISull'incameramento della cauzione provvisoria nelle gare pubbliche di appalto: funzione e presupposti.
L'incameramento della cauzione provvisoria è una conseguenza automatica della esclusione e, come tale, è non suscettibile di valutazione discrezionale con riguardo al caso concreto e, in particolare, alle ragioni meramente formali o sostanziali che l'amministrazione abbia posto a giustificazione dell'esclusione medesima.
Infatti, per consolidata giurisprudenza, nelle gare pubbliche di appalto l'incameramento della cauzione è una misura a carattere latamente sanzionatorio, che costituisce conseguenza ex lege dell'esclusione per riscontrato difetto dei requisiti da dichiarare ai sensi dell'art. 38 d.lgs. 12.04.2006, n. 163, senza che sia necessaria la prova di colpa nella formazione delle dichiarazioni presentate.
Inoltre, la presenza di dichiarazioni non corrispondenti al vero altera di per sé la gara, quantomeno per aggravio di lavoro della stazione appaltante, chiamata a vagliare anche concorrenti inidonei o offerte prive di tutte le qualità promesse, con relative questioni derivate.
L'escussione costituisce dunque conseguenza automatica della violazione dell'obbligo di diligenza gravante sull'offerente, considerato anche che gli operatori economici, con la domanda di partecipazione, impegnano ad osservare le regole della procedura delle quali hanno piena contezza.
---------------
L'incameramento della cauzione provvisoria costituisce una misura autonoma e ulteriore rispetto all'esclusione dalla gara ed alla segnalazione all'Autorità di vigilanza, che si riferisce, mediante l'anticipata liquidazione dei danni subiti dall'Amministrazione, a un distinto per quanto connesso rapporto giuridico fra quest'ultima e l'imprenditore (tanto che si ammette l'impugnabilità della sola escussione se ritenuta realmente ed esclusivamente lesiva dell'interesse dell'impresa).
In definitiva, l'incameramento della cauzione provvisoria è una misura di carattere strettamente patrimoniale, senza un carattere sanzionatorio amministrativo nel senso proprio: non ha infatti né carattere reintegrativo o ripristinatorio di un ordine violato, né di punizione per un illecito amministrativo previsto a tutela di un interesse generale).
Essa ha il suo titolo e la sua causa nella violazione di regole e doveri contrattuali già espressamente accettati negli stretti confronti dell'amministrazione appaltante. La lata funzione sanzionatoria, dunque, inerisce al solo rapporto che si è costituito inter partes con l'amministrazione appaltante per effetto della domanda di partecipazione alla gara: si riferisce perciò all'interesse pubblico della stazione appaltante e non all'interesse generale.
---------------
Ai sensi dell'art. 75, c. 6, d.lgs. n. 163 del 2006, nelle gare pubbliche l'incameramento della cauzione provvisoria va disposto in ogni caso in cui la mancata sottoscrizione del contratto sia dipesa da circostanze imputabili all'affidatario. Infatti, la cauzione provvisoria ha la funzione di garantire la complessiva solidità e serietà dell'offerta: del resto, la consolidata giurisprudenza ritiene l'art. 75, c. 6, una norma di chiusura dell'ordinamento.
Inoltre l'incameramento della cauzione provvisoria non è condizionato dall'intervenuta aggiudicazione provvisoria dell'appalto, perché essa, in ragione dell'essenziale funzione di garanzia della serietà e attendibilità dell'offerta e del patto d'integrità, copre tutte le ipotesi i cui sono addebitati al concorrente la mancata sottoscrizione del contratto e il mancato perfezionamento dei suoi presupposti procedimentali, quali l'aggiudicazione provvisoria e quella definitiva (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 13.06.2016 n. 2531 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

APPALTI SERVIZISulla legittimità dell'attività extra moenia di una società in house (fattispecie inerente l'assegnazione del servizio di gestione delle aree di parcheggio a pagamento nel territorio del comune di Rapallo).
E' assente nella legislazione italiana un obbligo di esclusiva in capo alle società in house. A tal riguardo l'art. 13 d.l. n. 223/2006, conv. nella l. n. 248/2006, non positivizza simile obbligo con correlativo divieto di operazioni extra moenia.
La norma introduce piuttosto un obbligo di esclusiva a carico delle società pubbliche ma tale obbligo investe esclusivamente "le società costituite o partecipate dalle amministrazioni pubbliche regionali e locali per la produzione di beni e servizi strumentali all'attività di tali enti in funzione della loro attività" ed esclude espressamente quelle destinate allo svolgimento di servizi pubblici locali.
Anche la giurisprudenza, ammette che le società in house costituite per lo svolgimento di servizi pubblici locali possono svolgere servizi per enti diversi da quelli costituenti, partecipanti o affidanti purché si tratti di soggetti erogatori di servizi pubblici locali.
I predetti servizi potrebbero, di conseguenza, essere svolti anche a favore di soggetti diversi da quelli "costituenti, partecipanti o affidanti", sempre però che si tratti di soggetti erogatori degli stessi. La normativa UE è intervenuta sul problema, prevedendo all'art. 12 della direttiva 24/2014 che la società in house deve svolgere più dell'80% della propria attività a favore dell'amministrazione controllante (si cfr. Parere C.S. Commissione speciale 21.04.2016 n. 968).
Ne consegue, a contrario, che è legittima nei limiti sopraindicati la attività extra moenia di una società in house (TAR Liguria, Sez. II, sentenza 10.06.2016 n. 606 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

EDILIZIA PRIVATA - PUBBLICO IMPIEGODecisamente consolidato è l'orientamento giurisprudenziale che qualifica come rilevante per la sussistenza del reato di abuso di ufficio la violazione delle norme che disciplinano i compiti degli amministratori pubblici in materia di edilizia e di urbanistica, ossia, dapprima, il Sindaco ai sensi dell'art. 4 legge n. 47 del 1985; e poi, il responsabile dell'Ufficio tecnico comunale, a partire dall'entrata in vigore dell'art. 107, comma 3, lettera g), del decreto legislativo n. 267 del 2000, stabilendo che tutti gli interventi in materia di violazioni edilizie sono di competenza del Dirigente responsabile dell'Ufficio tecnico comunale, nel solco del disegno complessivo che ha inteso separare, nelle amministrazioni locali, l'attività di indirizzo e controllo, spettante agli organi elettivi, dai compiti di gestione amministrativa affidati ai dirigenti.
---------------
Nel procedimento amministrativo di rilascio di un titolo abilitativo alla realizzazione di opere o allo svolgimento di attività coinvolgenti immobili, l'indagine sulla conformità dell'immobile alla disciplina urbanistica costituisce un momento istruttorio ineludibile «espressamente previsto dal legislatore, sicché solo l'acquisizione di dati positivi nel senso favorevole al richiedente consente il legittimo rilascio» del provvedimento abilitativo, con la conseguenza che «l'inosservanza di tale procedimento concreta (...) il vizio di violazione di legge rilevante ai sensi dell'art. 323 codice penale, trattandosi di norme che impongono all'amministrazione comportamenti specifici e puntuali la cui omissione ha l'effetto di procurare un vantaggio al beneficiario».
---------------
Pacifico è che, nel delitto di abuso d'ufficio, non è richiesta la prova della collusione tra p.u. e privato. Si è infatti affermato più volte che in tema di abuso d'ufficio, la prova del dolo intenzionale, che qualifica la fattispecie criminosa, può essere desunta anche da elementi sintomatici come la macroscopica illegittimità dell'atto compiuto, non essendo richiesto l'accertamento dell'accordo collusivo con la persona che si intende favorire, in quanto l'intenzionalità del vantaggio ben può prescindere dalla volontà di favorire specificamente quel privato interessato alla singola vicenda amministrativa.

---------------
3. Il ricorso è manifestamente infondato e dev'essere dichiarato inammissibile.
4. Anzitutto, osserva il Collegio, il primo motivo si appalesa del tutto inammissibile.
La Corte d'appello, infatti, spiega le ragioni per le quali l'intervento edilizio non avrebbe potuto essere condonato, atteso che lo stesso tecnico istruttore della pratica aveva evidenziato la mancanza dei previsti elaborati grafici formulando parere negativo all'accoglimento dell'istanza di condono; la stessa Corte d'appello chiarisce (v. pagg. 5/6) che proprio l'esame di tale documentazione planimetrica avrebbe consentito di accertare che il sottotetto non era condonabile, in particolare trattandosi di sanatoria per ristrutturazione edilizia funzionale a modifiche della destinazione d'uso da deposito ad abitazione; era quindi necessario accertare che i volumi fossero tali da consentire detto mutamento, atteso che la variazione avveniva tra categorie non omogenee.
La Corte d'appello, quindi, perviene ad affermare che, rilasciando il titolo abilitativo, il ricorrente aveva abusato del suo ufficio (e che l'architetto Di. avesse presente che si trattava di rilascio di titolo abilitativo in sanatoria e non di certificato di abitabilità-agibilità risultava pacificamente dagli atti); quanto al dolo viene spiegato dalla corte d'appello perché lo stesso ben poteva essere ritenuto sussistente (v. pagg. 6 e 7), sicché il rilascio del titolo avvenne in mancanza di quei dati che si assumevano come esistenti ed acquisiti (non potendosi nemmeno trascurare il fatto che il dubbio sulla ritualità della pratica era oltremodo stato evidenziato anche dagli esposti dei condomini dello stabile, sicché era evidente come fosse sicuramente opportuno un comportamento dell'imputato improntato a maggior prudenza); detto comportamento, si spiega nella sentenza d'appello, ha determinato un incremento del valore economico dell'unità immobiliare del Pi. con conseguente integrazione della cosiddetta doppia ingiustizia.
5. Infine, e conclusivamente, deve peraltro evidenziarsi che il condono non avrebbe potuto essere rilasciato perché la relativa istanza era stata ritenuta inveritiera in quanto l'immobile non era stato ultimato entro il 31.03.2003 (non va, infatti, dimenticato che il proprietario era stato condannato per violazione dell'art. 483 cod. pen.), e l'Am., quale pubblico ufficiale addetto alla valutazione delle relative pratiche, aveva il dovere di controllarne la rispondenza al vero prima di rilasciare il condono e comunque dovendo procedere alle verifiche imposte dall'art. 35, legge n. 47 del 1985.
Con specifico riguardo al tema d'indagine, si osserva che
decisamente consolidato è l'orientamento giurisprudenziale che qualifica come rilevante per la sussistenza del reato di abuso di ufficio la violazione delle norme che disciplinano i compiti degli amministratori pubblici in materia di edilizia e di urbanistica, ossia, dapprima, il Sindaco ai sensi dell'art. 4 legge n. 47 del 1985; e poi, il responsabile dell'Ufficio tecnico comunale, a partire dall'entrata in vigore dell'art. 107, comma 3, lettera g), del decreto legislativo n. 267 del 2000 (testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali), che ha recepito e unificato le normative precedenti (a partire dall'art. 51 legge n. 142 del 1990), stabilendo che tutti gli interventi in materia di violazioni edilizie sono di competenza del Dirigente responsabile dell'Ufficio tecnico comunale, nel solco del disegno complessivo che ha inteso separare, nelle amministrazioni locali, l'attività di indirizzo e controllo, spettante agli organi elettivi, dai compiti di gestione amministrativa affidati ai dirigenti.
Nello specifico, ai sensi degli artt. 27 e 31 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, contenuto nel decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, il Dirigente o il responsabile dell'Ufficio tecnico comunale è attualmente titolare della posizione di garantire il corretto assetto dello sviluppo urbanistico del Comune, esercitando la vigilanza «sull'attività urbanistico-edilizia nel territorio comunale per assicurarne la rispondenza alle norme di legge e di regolamento, alle prescrizioni degli strumenti urbanistici ed alle modalità esecutive fissate nei titoli abilitativi», ed avendo l'obbligo di intervenire «ogni qualvolta venga accertato l'inizio o l'esecuzione di opere eseguite senza titolo o in difformità della normativa urbanistica, attraverso l'emanazione di provvedimenti interdittivi e cautelari».
Sin dalle prime pronunce intervenute dopo l'entrata in vigore della legge n. 234 del 1997, si è affermato che,
nel procedimento amministrativo di rilascio di un titolo abilitativo alla realizzazione di opere o allo svolgimento di attività coinvolgenti immobili, l'indagine sulla conformità dell'immobile alla disciplina urbanistica costituisce un momento istruttorio ineludibile «espressamente previsto dal legislatore, sicché solo l'acquisizione di dati positivi nel senso favorevole al richiedente consente il legittimo rilascio» del provvedimento abilitativo, con la conseguenza che «l'inosservanza di tale procedimento concreta (...) il vizio di violazione di legge rilevante ai sensi dell'art. 323 codice penale, trattandosi di norme che impongono all'amministrazione comportamenti specifici e puntuali la cui omissione ha l'effetto di procurare un vantaggio al beneficiario» (v. ad es., Sez. 6, n. 9116 del 01/07/1998 - dep. 04/08/1998, Egidi C, Rv. 211579).
6. Tenuto conto di quanto sopra, il ricorrente svolge censure che -lungi dal prospettare un vizio motivazionale- si propongono di pervenire ad un obiettivo diverso, ossia chiedere a questa Corte di sostituire la valutazione operata dai giudici di merito con una propria "rivalutazione" dei fatti, operazione vietata in questa sede.
Le deduzioni difensive si risolvono, all'evidenza -lungi dal prospettare un vizio di motivazione- nella manifestazione del dissenso rispetto alla ricostruzione del fatto ed alla valutazione probatoria operata dai giudici di merito, operazione, come detto, non consentita in questa sede.
Si ribadisce, e non potrebbe essere altrimenti, che l'indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di cassazione essere limitato -per espressa volontà del legislatore- a riscontrare l'esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare l'adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali. Esula, infatti, dai poteri della Corte di cassazione quello di una "rilettura" degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (per tutte., v.: Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997 - dep. 02/07/1997, Dessimone e altri, Rv. 207944).
A ciò si aggiunge -con particolare riferimento alle doglianze riguardanti il preteso vizio motivazionale- che gli accertamenti (giudizio ricostruttivo dei fatti) e gli apprezzamenti (giudiziovalutativo dei fatti) cui il giudice del merito sia pervenuto attraverso l'esame delle prove, sorretto da adeguata motivazione esente da errori logici e giuridici, sono sottratti al sindacato di legittimità e non possono essere investiti dalla censura di difetto o contraddittorietà della motivazione solo perché contrari agli assunti del ricorrente; ne consegue che tra le doglianze proponibili quali mezzi di ricorso, ai sensi dell'art. 606, lett. e), cod. proc. pen., non rientrano quelle relative alla valutazione delle prove, specie se implicanti la soluzione di contrasti testimoniali, la scelta tra divergenti versioni ed interpretazioni, l'indagine sull'attendibilità dei testimoni e sulle risultanze peritali, salvo il controllo estrinseco della congruità e logicità della motivazione (tra le tante: Sez. 4, n. 87 del 27/09/1989 - dep. 11/01/1990, Bianchesi, Rv. 182961).
Controllo, in questa sede, agevolmente superato dalla sentenza impugnata.
Quanto, alla sussistenza del dolo normativamente richiesto, infine,
pacifico è che, nel delitto di abuso d'ufficio, non è richiesta la prova della collusione tra p.u. e privato. Si è infatti affermato più volte che in tema di abuso d'ufficio, la prova del dolo intenzionale, che qualifica la fattispecie criminosa, può essere desunta anche da elementi sintomatici come la macroscopica illegittimità dell'atto compiuto, non essendo richiesto l'accertamento dell'accordo collusivo con la persona che si intende favorire, in quanto l'intenzionalità del vantaggio ben può prescindere dalla volontà di favorire specificamente quel privato interessato alla singola vicenda amministrativa (Sez. 6, n. 36179 del 15/04/2014 - dep. 27/08/2014, Dragotta, Rv. 260233; Sez. F, n. 38133 del 25/08/2011 - dep. 21/10/2011, P.G. e p.c. in proc. Farina, Rv. 251088; Sez. 6, n. 21085 del 28/01/2004 - dep. 05/05/2004, P.C.in proc. Sodano e altri, Rv. 229806) (Corte di cassazione, Sez. III penale, sentenza 08.06.2016 n. 23682).

EDILIZIA PRIVATA: L'extracorsa dell’ascensore, indiscutibilmente qualificato come volume tecnico, esclude qualsiasi rilevanza paesaggistica ai sensi dell’art. 164, comma 4, lett. a del D.Lgs. 22.01.2004, n. 42 rendendo assentibile l’autorizzazione in sanatoria ex art. 167.
La giurisprudenza del Tribunale ha già affermato il principio per il quale la stessa ratio che in materia urbanistica porta ad escludere i volumi tecnici dal calcolo della volumetria edificabile, induce ugualmente ad escludere gli stessi dal divieto di rilascio dell’autorizzazione paesaggistica in sanatoria.
Rileva al riguardo l’art. 167, comma 4, lett. a), del d.lgs. n. 42/2004, a norma del quale l’autorità competente accerta la compatibilità paesaggistica “per i lavori realizzati in assenza o difformità dall’autorizzazione paesaggistica, che non abbiano comportato creazione di superfici utili o di volumi”.
Orbene, il Tribunale ha ritenuto di accreditare dell’inciso “o di volumi”, un’interpretazione risolventesi in un’endiadi, espressione di un concetto unitario, per cui anche i volumi e non solo le superfici, soggiacciono al divieto di rilascio dell’autorizzazione paesaggistica in sanatoria solo se sono utili, di talché quelli non utili, ossia i volumi tecnici, sfuggono dal divieto de quo.
Più in particolare, «l'interpretazione teleologica induce a ritenere che —nonostante l'utilizzo della particella disgiuntiva “o” nella frase “che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi”— il duplice riferimento alle nuove superfici utili e ai nuovi volumi costituisca un'endiadi, ossia una modalità di esprimere un concetto unitario con due termini coordinati"».
Deve peraltro doverosamente darsi atto che più di recente la giurisprudenza, anche d’appello, ha espresso un’esegesi più rigorosa dell’art. 167, co. 4, lett. a), del d.lgs. n. 42/2004 ritenendo ostativa all’accertamento di compatibilità paesaggistica la creazione di nuovi volumi ancorché non utili.
Si è di recente statuito infatti che “Il vigente art. 167, comma 4, del codice dei beni culturali e del paesaggio preclude il rilascio di autorizzazioni in sanatoria, quando siano stati realizzati volumi di qualsiasi natura (anche ’interrati'). Il divieto di incremento dei volumi esistenti, imposto ai fini di tutela del paesaggio, si riferisce a qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico e altro tipo di volume, sia esso interrato o meno”.
Anche la giurisprudenza di prime cure aveva già enunciato la medesima esegesi affermando che “La giurisprudenza nazionale è pacifica nel ritenere che l'art. 167, comma 4, lett. a), d.lgs. n. 42 del 2004 preclude l'autorizzazione paesaggistica in sanatoria, e quindi anche la sanatoria edilizia che presuppone l'avvenuto rilascio del titolo paesaggistico, per abusi edilizi concretanti nuova superficie utile o nuovo volume realizzato, senza che sia necessario, ai fini dell'assentibilità, valutarne in concreto la compatibilità paesaggistica mediante un giudizio tecnico-discrezionale”.
...
Segnala peraltro il Collegio che larga parte della giurisprudenza si è mossa nel solco dell’orientamento secondo cui è possibile l'accertamento di compatibilità paesaggistica ex art. 167, comma 4, lett. a), nel caso di volumi tecnici.
Secondo quest’orientamento, infatti, i volumi tecnici, proprio in ragione dei caratteri che li contraddistinguono e che riposano sostanzialmente nelle loro ridotte dimensioni e nella loro funzione accessoria e servente la res principalis, sono inidonei ad introdurre un impatto sul territorio eccedente la costruzione principale e, come tali, sono ininfluenti ai fini del calcolo degli indici di edificabilità.
Anche il TAR Lazio ha espresso suggerita lo stesso avviso sancendo che “È possibile l'accertamento di compatibilità paesaggistica ex art. 167, lett. a), d.lgs. n. 42 del 2004 nel caso di volumi tecnici”.
Del pari il Consiglio di Stato si è espresso nel medesimo senso con specifico e pertinente riguardo ai vani ascensore, con pronuncia dunque calzante alla fattispecie per cui è causa.
Confermando TAR Campania–Napoli, Sez. III, 25.05.2010 n. 8748 che aveva riconosciuto natura di volume tecnico a un vano siffatto, il Consiglio ha chiaramente anche escluso che un volume tecnico sia idoneo ad impattare il territorio e l’ambiente.
Ha infatti precisato che “Occorre osservare che la nozione di ‘volume tecnico', non computabile nella volumetria ai fini in questione, corrisponde a un'opera priva di qualsivoglia autonomia funzionale, anche solo potenziale, perché è destinata a solo contenere, senza possibilità di alternative e comunque per una consistenza volumetrica del tutto contenuta, impianti serventi di una costruzione principale per essenziali esigenze tecnico-funzionali della medesima. In sostanza, si tratta di impianti necessari per l'utilizzo dell'abitazione che non possono essere in alcun modo ubicati all'interno di questa, come possono essere —e sempre in difetto dell'alternativa— quelli connessi alla condotta idrica, termica o all'ascensore e simili, i quali si risolvono in semplici interventi di trasformazione senza generare aumento alcuno di carico territoriale o di impatto visivo”.
Opzione ribadita dal giudice d’appello che confermando la sentenza della VII Sezione del Tribunale n. 1748 del 2009 invocata dal ricorrente, ha riaffermato che “La nozione di "volume tecnico", non computabile nella volumetria, corrisponde a un'opera priva di qualsivoglia autonomia funzionale, anche solo potenziale, perché è destinata a solo contenere, senza possibilità di alternative e comunque per una consistenza volumetrica circoscritta, impianti serventi di una costruzione principale per essenziali esigenze tecnico-funzionali della medesima. In sostanza, si tratta di impianti necessari per l'utilizzo dell'abitazione che non possono essere in alcun modo ubicati all'interno di questa, come possono essere —e sempre in difetto dell'alternativa— quelli connessi alla condotta idrica, termica o all'ascensore e simili, i quali si risolvono in semplici interventi di trasformazione senza generare aumento alcuno di carico territoriale o di impatto visivo”.
In altro precedente la medesima Sezione del Consiglio aveva enunciato il principio opposto, sancendo l’indifferenza della natura del volume edilizio nel giudizio di compatibilità paesaggistica, ritenuto da escludere ogni qualvolta sia stato creato nuovo volume, utile o tecnico che sia: “È "ius receptum" il principio onde la natura del volume edilizio realizzato, sia o meno qualificabile come volume tecnico, non rileva sul giudizio di compatibilità paesaggistica ex post delle opere, essendo in radice precluse autorizzazioni postume per le opere abusive che abbiano comportato la realizzazione di nuovi volumi”).
Ritiene la Sezione che a fronte del delineato contrasto giurisprudenziale la soluzione possa essere individuata nell’affermare che gli impianti tecnici, e i contenitori degli stessi, sono sottratti al divieto di accertamento della compatibilità paesaggistica stabilito per i nuovi volumi, stante la funzione strettamente servente e strumentale degli impianti stessi, in quanto non utilmente collocabili all’interno della esistente volumetria del fabbricato e destinati ad arrecare una utilità funzionale all’edificio principale.
La nozione di impianti tecnici va quindi rigorosamente ricostruita tenendo conto della natura strettamente necessaria degli stessi e della loro attitudine a costituire un accessorio esclusivamente tecnico dell’immobile principale, che non possa essere allocato all’interno della volumetria assentita.
---------------
La giurisprudenza ha condivisibilmente affermato la necessità di una adeguata motivazione del parere in ordine alla compatibilità paesaggistica dell’intervento, avendo precisato che “Nell'adozione del suddetto parere, la Soprintendenza esercita valutazioni che sono espressione di discrezionalità tecnica, soggetta comunque al sindacato del g.a., seppure nei ristretti limiti del difetto di motivazione, illogicità manifesta ed errore di fatto, in altri termini sotto il profilo dell'eccesso di potere, sub specie delle figure sintomatiche dell'arbitrarietà, dell'irragionevolezza, irrazionalità e travisamento dei fatti.
Il parere negativo della Soprintendenza deve, infatti, essere supportato dalla circostanziata dimostrazione della valutazione dei relativi elementi fattuali a sostegno, per cui la sanatoria dell'opera vincolata comprometterebbe irrimediabilmente, e in rilevante misura, gli interessi che il vincolo mira a tutelare, dovendo essere esplicitato per quale ragione, materiale e specifica, le opere per le quali si sta chiedendo la sanatoria siano incompatibili con il vincolo”.
Motivazione richiesta anche in caso di parere favorevole: “L'accertamento di compatibilità paesaggistica deve essere rilasciato unitamente ad una congrua motivazione, che descriva i criteri e le regole seguite per ritenere la compatibilità o meno dell'opera con il vincolo imposto sull'area”.

---------------
1.1. Con il ricorso in epigrafe depositato il 02.02.2010 il ricorrente, in proprio e quale amministratore unico dell’Hotel Ce. s.r.l., impugna il provvedimento n. 22613 del 29.10.2009 con cui il responsabile del competente servizio del Comune di Somma Vesuviana, sulla scorta della nota della Soprintendenza di Napoli del 19.11.2008, prot. 24665, parimenti impugnata, ha respinto la richiesta di permesso di costruire in sanatoria relativamente a talune opere ritenute integranti il divieto di accertamento della compatibilità paesaggistica in forza dell’art. 167, co. 4, lett. a), del d.lgs. n. 42/2004, nella specie consistenti in un vano extra corsa dell’ascensore inglobato in un torrino scala posto al di sopra della copertura a tetto inclinato dell’edificio.
Tale opera faceva parte di un più ampio insieme di interventi che sono stati invece assentiti con il provvedimento all’esame, lesivo e quindi gravato solo relativamente alla denegata sanatoria del predetto vano extracorsa dell’ascensore.
...
2.1. Premette nella narrativa in fatto e nell’introduzione del primo motivo il ricorrente che il torrino scale oggetto dell’impugnato diniego di accertamento di conformità per effetto del negativo parere della Soprintendenza e posto al di sopra della copertura a tetto inclinato dell’edificio, è stato realizzato per alloggiarvi la fine corsa dell’ascensore e fuoriesce di soli 70 cm. dal colmo del tetto e deriva dall’esigenza di allocare all’interno della scala un ascensore che richiede, per poter essere in funzione, un’altezza maggiore appunto di soli 70 cm. rispetto alla falda inclinata del tetto.
Senza dunque tale tratto finale (c.d. fine corsa, ovvero extracorsa dell’ascensore) l’impianto non può funzionare.
Allega l’esponente che già la Circolare del Ministero L.P. n. 2474 del 31.03.1973 dispone che “sono da considerarsi volumi tecnici quelli strettamente necessari per contenere…l’extra corsa degli ascensori”, al pari dell’art. 5 delle NTA comunali.
La indiscutibile qualificazione di volume tecnico del vano in questione, per il ricorrente esclude qualsiasi rilevanza paesaggistica ai sensi dell’art. 164, comma 4, lett. a del D.Lgs. 22.01.2004, n. 42 rendendo assentibile l’autorizzazione in sanatoria.
Invoca al riguardo la giurisprudenza del Tribunale (TAR Campania–Napoli, Sez. VII, 03.04.2009, n. 1748) che ha sancito l’illegittimità dell’operato della soprintendenza confermando che i volumi quali quello di specie sono sicuramente suscettibili di accertamento della compatibilità paesaggistica.
2.2. Il motivo è fondato, al lume di una lettura delle norme adeguata e ritagliata sulla peculiarità della fattispecie controversa.
Non ignora il collegio l’orientamento del Tribunale, confortato da Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 151/2014 e Consiglio di Stato, Sez. VI, 5932/2014 che ha confermato la sentenza di questo TAR n. 1748/2009 invocata dal deducente.
Orbene, la giurisprudenza del Tribunale, ha già affermato il principio per il quale la stessa ratio che in materia urbanistica porta ad escludere i volumi tecnici dal calcolo della volumetria edificabile, induce ugualmente ad escludere gli stessi dal divieto di rilascio dell’autorizzazione paesaggistica in sanatoria (TAR Campania–Napoli, Sez. VII, 15.12.2010, n. 27380; ID, n. 1748/2009; più di recente, TAR Sardegna, Sez. II, 07.03.2012, n. 249).
Rileva al riguardo l’art. 167, comma 4, lett. a), del d.lgs. n. 42/2004, a norma del quale l’autorità competente accerta la compatibilità paesaggistica “per i lavori realizzati in assenza o difformità dall’autorizzazione paesaggistica, che non abbiano comportato creazione di superfici utili o di volumi”.
Orbene, il Tribunale ha ritenuto di accreditare dell’inciso “o di volumi”, un’interpretazione risolventesi in un’endiadi, espressione di un concetto unitario, per cui anche i volumi e non solo le superfici, soggiacciono al divieto di rilascio dell’autorizzazione paesaggistica in sanatoria solo se sono utili, di talché quelli non utili, ossia i volumi tecnici, sfuggono dal divieto de quo (TAR Campania–Napoli, Sez. VII, n. 27380/2010).
Più in particolare, secondo TAR Campania, Napoli, Sez. VII, 01.09.2011 n. 4267, «l'interpretazione teleologica induce a ritenere che —nonostante l'utilizzo della particella disgiuntiva “o” nella frase “che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi”— il duplice riferimento alle nuove superfici utili e ai nuovi volumi costituisca un'endiadi, ossia una modalità di esprimere un concetto unitario con due termini coordinati"
». Negli stessi termini TAR Campania, Napoli, Sez. VII, 01.09.2011 n. 4263; Id., 03.04.2009 n. 1748.
Deve peraltro doverosamente darsi atto che più di recente la giurisprudenza, anche d’appello, ha espresso un’esegesi più rigorosa dell’art. 167, co. 4, lett. a), del d.lgs. n. 42/2004 ritenendo ostativa all’accertamento di compatibilità paesaggistica la creazione di nuovi volumi ancorché non utili.
Si è di recente statuito infatti che “Il vigente art. 167, comma 4, del codice dei beni culturali e del paesaggio preclude il rilascio di autorizzazioni in sanatoria, quando siano stati realizzati volumi di qualsiasi natura (anche ’interrati'). Il divieto di incremento dei volumi esistenti, imposto ai fini di tutela del paesaggio, si riferisce a qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico e altro tipo di volume, sia esso interrato o meno” (Consiglio di Stato, Sez. VI, 02.07.2015 n. 3289). Tale decisione ha riformato TAR Campania, Napoli, sez. VII, n. 6827/2009.
Anche la giurisprudenza di prime cure aveva già enunciato la medesima esegesi affermando che “La giurisprudenza nazionale è pacifica nel ritenere che l'art. 167, comma 4, lett. a), d.lgs. n. 42 del 2004 preclude l'autorizzazione paesaggistica in sanatoria, e quindi anche la sanatoria edilizia che presuppone l'avvenuto rilascio del titolo paesaggistico, per abusi edilizi concretanti nuova superficie utile o nuovo volume realizzato, senza che sia necessario, ai fini dell'assentibilità, valutarne in concreto la compatibilità paesaggistica mediante un giudizio tecnico-discrezionale” (TAR Sicilia-Palermo, Sez. I , 10.04.2013 n. 802).
2.3. Segnala peraltro il Collegio che larga parte della giurisprudenza si è mossa nel solco dell’orientamento secondo cui è possibile l'accertamento di compatibilità paesaggistica ex art. 167, comma 4, lett. a), nel caso di volumi tecnici (cfr. TAR Campania-Napoli Sez. VII 10/05/2012 n. 2173; TAR Emilia Romagna-Parma, 15/09/2010 n. 435; TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, 05/03/2009 n. 1762).
Secondo quest’orientamento, infatti, i volumi tecnici, proprio in ragione dei caratteri che li contraddistinguono e che riposano sostanzialmente nelle loro ridotte dimensioni e nella loro funzione accessoria e servente la res principalis, sono inidonei ad introdurre un impatto sul territorio eccedente la costruzione principale e, come tali, sono ininfluenti ai fini del calcolo degli indici di edificabilità.
Anche il TAR Lazio ha espresso suggerita lo stesso avviso sancendo che “È possibile l'accertamento di compatibilità paesaggistica ex art. 167, lett. a), d.lgs. n. 42 del 2004 nel caso di volumi tecnici” (TAR Lazio–Roma, Sez. I, 15.07.2013 n. 6997) .
Del pari il Consiglio di Stato si è espresso nel medesimo senso con specifico e pertinente riguardo ai vani ascensore, con pronuncia dunque calzante alla fattispecie per cui è causa.
Confermando TAR Campania–Napoli, Sez. III, 25.05.2010 n. 8748 che aveva riconosciuto natura di volume tecnico a un vano siffatto, il Consiglio ha chiaramente anche escluso che un volume tecnico sia idoneo ad impattare il territorio e l’ambiente.
Ha infatti precisato che “Occorre osservare che la nozione di ‘volume tecnico', non computabile nella volumetria ai fini in questione, corrisponde a un'opera priva di qualsivoglia autonomia funzionale, anche solo potenziale, perché è destinata a solo contenere, senza possibilità di alternative e comunque per una consistenza volumetrica del tutto contenuta, impianti serventi di una costruzione principale per essenziali esigenze tecnico-funzionali della medesima. In sostanza, si tratta di impianti necessari per l'utilizzo dell'abitazione che non possono essere in alcun modo ubicati all'interno di questa, come possono essere —e sempre in difetto dell'alternativa— quelli connessi alla condotta idrica, termica o all'ascensore e simili, i quali si risolvono in semplici interventi di trasformazione senza generare aumento alcuno di carico territoriale o di impatto visivo” (Consiglio di Stato, Sez. VI, 31.03.2014 n. 1512) .
Opzione ribadita dal giudice d’appello che confermando la sentenza della VII Sezione del Tribunale n. 1748 del 2009 invocata dal ricorrente, ha riaffermato che “La nozione di "volume tecnico", non computabile nella volumetria, corrisponde a un'opera priva di qualsivoglia autonomia funzionale, anche solo potenziale, perché è destinata a solo contenere, senza possibilità di alternative e comunque per una consistenza volumetrica circoscritta, impianti serventi di una costruzione principale per essenziali esigenze tecnico-funzionali della medesima. In sostanza, si tratta di impianti necessari per l'utilizzo dell'abitazione che non possono essere in alcun modo ubicati all'interno di questa, come possono essere —e sempre in difetto dell'alternativa— quelli connessi alla condotta idrica, termica o all'ascensore e simili, i quali si risolvono in semplici interventi di trasformazione senza generare aumento alcuno di carico territoriale o di impatto visivo” (Consiglio di Stato sez. VI, 01.12.2014 n. 5932).
In altro precedente la medesima Sezione del Consiglio aveva enunciato il principio opposto, sancendo l’indifferenza della natura del volume edilizio nel giudizio di compatibilità paesaggistica, ritenuto da escludere ogni qualvolta sia stato creato nuovo volume, utile o tecnico che sia: “È "ius receptum" il principio onde la natura del volume edilizio realizzato, sia o meno qualificabile come volume tecnico, non rileva sul giudizio di compatibilità paesaggistica ex post delle opere, essendo in radice precluse autorizzazioni postume per le opere abusive che abbiano comportato la realizzazione di nuovi volumi” (Consiglio di Stato, Sez. VI, 28.10.2013 n. 4257).
3.1. Ritiene la Sezione che a fronte del delineato contrasto giurisprudenziale la soluzione possa essere individuata nell’affermare che gli impianti tecnici, e i contenitori degli stessi, sono sottratti al divieto di accertamento della compatibilità paesaggistica stabilito per i nuovi volumi, stante la funzione strettamente servente e strumentale degli impianti stessi, in quanto non utilmente collocabili all’interno della esistente volumetria del fabbricato e destinati ad arrecare una utilità funzionale all’edificio principale.
La nozione di impianti tecnici va quindi rigorosamente ricostruita tenendo conto della natura strettamente necessaria degli stessi e della loro attitudine a costituire un accessorio esclusivamente tecnico dell’immobile principale, che non possa essere allocato all’interno della volumetria assentita.
Calando dunque nella fattispecie al vaglio della Sezione quest’ultimo principio, risulta rafforzato il convincimento in ordine all’illegittimità dell’impugnato diniego ove si rifletta alla natura di impianto tecnico dell’ascensore per cui è causa e del relativo vano extra corsa nonché alla minima o anche solo trascurabile incidenza del piccolo volume creato dalla ricorrente, consistente in una sporgenza di soli 70 cm (dato non contestato da controparte) sulla falda del tetto di un edificio multipiano, ossia in definitiva in un piccolo corpo di fabbrica che determina una modificazione dell’aspetto esteriore dell’immobile complessivo, scarsamente ovvero totalmente non percepibile.
Discende quindi dalle considerazioni finora volte la fondatezza del primo motivo di ricorso che va pertanto accolto.
3.1. Da quanto argomentato consegue anche la fondatezza del terzo motivo di ricorso, con il quale il deducente si duole che la P.A. e in particolare la soprintendenza di Napoli abbia del tutto omesso di specificare quali fossero le ragioni assunte a base del negativo parere pronunciato, essendosi limita ad affermare che “le opere hanno comportato la realizzazione di un torrino scala e che pertanto si è determinato un incremento delle volumetrie esistenti”.
Rimarca per contro il Collegio che la giurisprudenza ha condivisibilmente affermato la necessità di una adeguata motivazione del parere in ordine alla compatibilità paesaggistica dell’intervento, avendo precisato che “Nell'adozione del suddetto parere, la Soprintendenza esercita valutazioni che sono espressione di discrezionalità tecnica, soggetta comunque al sindacato del g.a., seppure nei ristretti limiti del difetto di motivazione, illogicità manifesta ed errore di fatto, in altri termini sotto il profilo dell'eccesso di potere, sub specie delle figure sintomatiche dell'arbitrarietà, dell'irragionevolezza, irrazionalità e travisamento dei fatti. Il parere negativo della Soprintendenza deve, infatti, essere supportato dalla circostanziata dimostrazione della valutazione dei relativi elementi fattuali a sostegno, per cui la sanatoria dell'opera vincolata comprometterebbe irrimediabilmente, e in rilevante misura, gli interessi che il vincolo mira a tutelare, dovendo essere esplicitato per quale ragione, materiale e specifica, le opere per le quali si sta chiedendo la sanatoria siano incompatibili con il vincolo” (TAR Lombardia-Milano, Sez. III, 27.01.2015 n. 303).
Motivazione richiesta anche in caso di parere favorevole: “L'accertamento di compatibilità paesaggistica deve essere rilasciato unitamente ad una congrua motivazione, che descriva i criteri e le regole seguite per ritenere la compatibilità o meno dell'opera con il vincolo imposto sull'area” (TAR Liguria, Sez. I, 15.05.2010 n. 2584).
Ne consegue che secondo tali considerazioni in punto allo spessore e ai contorni della motivazione che deve invece assistere le valutazioni dell’autorità preposta riguardo alla ritenuta assenza di compatibilità paesaggistica di un intervento consistente in volume meramente tecnico, la Soprintendenza avrebbe dovuto adeguatamente ed attentamente esternare i fattori motivazionali, ancorati all’analisi degli elementi ontologici dell’opera de qua, sulla cui scorta sarebbe stato da escludere il vaglio di compatibilità della stessa con il contesto paesistico ed ambientale alla cui tutela e salvaguardia l’ordinamento commette all’organo statale la funzione consultiva in materia.
Il difetto di una simile valutazione affligge il parere impugnato colorandolo di illegittimità (
TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 08.06.2016 n. 2902 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTISull'esclusione da una gara d'appalto per mancato possesso di un requisito di partecipazione.
La cognizione incidentale del giudice amministrativo, ai sensi dell'art. 8 c.p.a., non può sindacare i fatti che la parte ha deliberatamente omesso di sottoporre alla cognizione principale del giudice civile.
L'esclusione da una gara, disposta in esito al riscontro negativo circa il possesso di un requisito di partecipazione, non postula la previa comunicazione di avvio del procedimento, per costante giurisprudenza di questo Consiglio, attenendo ad un segmento necessario di un procedimento della cui pendenza l'interessato è già necessariamente a conoscenza.

La disposizione contenuta nell'art. 38, lett. f), del d.lgs. 12.04.2006 n. 163, prevedendo che sono esclusi dalla partecipazione alla gara gli operatori economici che, secondo motivata valutazione della stazione appaltante, hanno commesso grave negligenza o malafede nell'esecuzione delle prestazioni affidate in pregressi rapporti, contempla in realtà un fatto complesso che impone la distinzione tra il giudizio afferente alla fase negoziale del pregresso rapporto e il giudizio relativo all'esercizio di poteri amministrativi.
Il primo giudizio è riservato all'Amministrazione che, quale parte di un pregresso rapporto, può ritenere che l'altra parte abbia posto in essere, nell'esecuzione delle prestazioni, un comportamento connotato da grave negligenza o malafede e decidere di risolvere il contratto stipulato.
In questo caso, qualora insorgano contestazioni, la competenza a dirimerle spetta al giudice ordinario che esercita un controllo pieno sulle cause interne che hanno condotto alla interruzione del rapporto negoziale. Il secondo giudizio spetta all'Amministrazione che, considerati i pregressi rapporti negoziali, adotta, nell'esercizio di un potere pubblico, la determinazione con la quale esclude una impresa da una gara ovvero annulla una aggiudicazione già disposta.
Si tratta di un potere discrezionale che deve valutare se il fatto pregresso abbia concretamente reso inaffidabile l'operatore economico con possibile pregiudizio dell'interesse pubblico connesso alla realizzazione di determinati servizi e in questo caso, se insorgono contestazioni, la competenza a dirimerle spetta al giudice amministrativo, che esercita un controllo sulle cause esterne che hanno determinato la rottura del rapporto fiduciario al fine di accertare se esiste una figura sintomatica dell'eccesso di potere idonea a comportare l'illegittimità degli atti amministrativi.
---------------
La cognizione incidentale del giudice amministrativo, ai sensi dell'art. 8 c.p.a., non può sindacare i fatti -nel caso di specie la gravità dell'inadempimento contrattuale dell'impresa aggiudicataria che giustifichi la risoluzione del contratto ai sensi degli artt. 1453 e 1455 c.c.- che la parte ha deliberatamente omesso di sottoporre alla cognizione principale del giudice civile, pur avendo essa l'onere processuale di farlo, poiché le strategie opportunistiche della parte, che ha deciso di non contestare tali fatti davanti al giudice munito di apposita potestas iudicandi, non possono condizionare né aggirare il riparto di giurisdizione con lo strumentale ricorso all'esercizio della cognizione incidentale da parte del giudice amministrativo (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 08.06.2016 n. 2450 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

EDILIZIA PRIVATAIl Collegio richiama un precedente analogo (in quel caso la copertura era stata aumentata di 30 cm), sul quale la Sezione ha ritenuto che “il rialzamento riscontrato non sia in realtà idoneo a escludere l’accertamento di compatibilità paesaggistica richiesto, non integrando la fattispecie preclusiva correlata all’aumento di volume di cui all’art. 167, comma 4, invocato dall’amministrazione.”
A tale conclusione la Sezione è pervenuta non soltanto sulla base di considerazioni fondante sulle disposizioni urbanistiche del Comune resistente in quella controversia (che evidentemente qui non rilevano), bensì tenendo conto anche “…che l’ulteriore altezza realizzata è stata posta in essere, pacificamente, per realizzare un intervento di “risparmio energetico”; tale tipologia di interventi risulta fortemente incoraggiata dall’ordinamento, realizzando finalità pubblicistiche di sicura rilevanza” e che “… norme di legge statale e regionale perseguono l’obiettivo della realizzazione di edifici che garantiscano un superiore indice di prestazione energetica (art. 11 del d.lgs. n. 115 del 2008, art. 146 della legge regionale n. 1 del 2005).”
È stato stabilito quindi, sulla base di tali premesse, che “In tal quadro è da escludere, al fine di evitare che l’ordinamento entri in contraddizione con sé stesso, che un intervento edilizio … ispirato al perseguimento di finalità che sono riconosciute anche di valenza pubblicistica (non essendo contestato che l’intervento in parola è funzionale a perseguire obiettivi di risparmio energetico), possa invece essere ritenuto illegittimo da un punto di vista paesaggistico, dovendo in senso contrario la preclusione di cui all’art. 167, comma 4, del d.lgs. n. 42 del 2004 essere ritenuta non applicabile in presenza di un intervento che non costituisce aumento di volume … e che è ispirato a finalità di contenimento di risparmio energetico" .

---------------
2. Innanzitutto la società ricorrente contesta la legittimità dell’ordinanza impugnata nella parte in cui con essa si sanziona l’aumento di volume derivante dai 25 cm di altezza eccedenti la misura autorizzata con i titoli edilizi. La ricorrente sostiene che, essendosi reso necessario l’inspessimento dei solai al fine di realizzare gli impianti di riscaldamento a pavimento, come previsto in convenzione, l’aumento di volume e di altezza non costituiscono difformità totale e neppure variazione essenziale, potendosi al più parlare di volumi tecnici (in relazione alla maggiore altezza dell’edificio); si veda la relazione redatta da un tecnico incaricato dalla società ricorrente (21.03.2016, depositata il 22.03.2016), che registra variazioni complessive ancora minori di 25 cm.
Il Comune di Monteriggioni, dal canto suo, oltre a ricordare la natura vincolante del parere soprintendentizio, osserva che l’incremento di volume va non soltanto ricondotto all’aumento di 25 cm di altezza (con conseguente modifica della sagoma degli edifici), bensì anche nella realizzazione di un volume interrato, eccedente il limite consentito dal permesso di costruire del 2012 (13,70 mc). Da ciò parte resistente trae la conseguenza che, ai sensi dell’art. 167, comma quarto, lettera a), del d.lgs. n. 42/2004, che vieta ogni incremento di volume in zona paesaggisticamente vincolata, non sarebbe possibile per la società ricorrente ottenere l’accertamento di compatibilità in sanatoria.
Orbene, deve osservarsi che nel provvedimento impugnato non si menziona espressamente un aumento di volume localizzato nel seminterrato, ma –al punto e) dell’elenco delle opere da demolire– si parla della “chiusura di una porta, tra l’altro non riportata negli elaborati grafici di cui alla richiesta di accertamento di conformità in esame, di accesso a un locale interrato posto sotto il corsello di distribuzione ai posti auto e garage.”
Nella relazione dei funzionari tecnici del Comune –incaricati di effettuare un sopralluogo (23.08.2014) ai fini dell’accertamento di conformità– si legge che con riguardo ai due edifici denominati G e D, per quel che qui rileva (aumento di volume), il maggiore spessore di tutti i solai (fino a raggiungere i 25 cm di altezza in più dell’edificio) ha comportato modifica della sagoma ma non variazione dell’altezza utile interna dei singoli piani.
La Sezione in analoghi casi ha aderito all’interpretazione rigorosa dell’art. 167, comma quarto, lettera a) del d.lgs. n. 42/2004 (sent. n. 1216/2014, non appellata), e ciò anche nei casi in cui i volumi realizzati in incremento rispetto ai titoli edilizi siano da qualificare volumi tecnici o siano interrati, secondo la giurisprudenza la predetta disposizione del Codice dei Beni culturali impedisce la sanatoria (cfr. TAR Campania – Napoli, VI, n. 1814/2016; Cons. di Stato, VI, n. 3289/2015; TAR Toscana, III, n. 1216/2014, in una fattispecie che prevedeva modificazioni della sagoma, ha aderito a tale orientamento).
Le questioni sostanziali da affrontare nella controversia in esame, come si è accennato, sono essenzialmente due:
a) l’aumento di altezza degli edifici D e G e la sua rilevanza ostativa al rilascio della sanatoria paesaggistica;
b) la realizzazione di un volume interrato, sempre ai fini della possibilità per la società ricorrente di ottenere siffatta sanatoria.
Quanto al primo aspetto, il Collegio richiama un precedente analogo (in quel caso la copertura era stata aumentata di 30 cm), sul quale, con sentenza n. 124/2015, la Sezione ha ritenuto che “il rialzamento riscontrato non sia in realtà idoneo a escludere l’accertamento di compatibilità paesaggistica richiesto, non integrando la fattispecie preclusiva correlata all’aumento di volume di cui all’art. 167, comma 4, invocato dall’amministrazione.”
A tale conclusione la Sezione è pervenuta non soltanto sulla base di considerazioni fondante sulle disposizioni urbanistiche del Comune resistente in quella controversia (che evidentemente qui non rilevano), bensì tenendo conto anche “…che l’ulteriore altezza realizzata è stata posta in essere, pacificamente, per realizzare un intervento di “risparmio energetico”; tale tipologia di interventi risulta fortemente incoraggiata dall’ordinamento, realizzando finalità pubblicistiche di sicura rilevanza” e che “… norme di legge statale e regionale perseguono l’obiettivo della realizzazione di edifici che garantiscano un superiore indice di prestazione energetica (art. 11 del d.lgs. n. 115 del 2008, art. 146 della legge regionale n. 1 del 2005).”
È stato stabilito quindi, sulla base di tali premesse, che “In tal quadro è da escludere, al fine di evitare che l’ordinamento entri in contraddizione con sé stesso, che un intervento edilizio … ispirato al perseguimento di finalità che sono riconosciute anche di valenza pubblicistica (non essendo contestato che l’intervento in parola è funzionale a perseguire obiettivi di risparmio energetico), possa invece essere ritenuto illegittimo da un punto di vista paesaggistico, dovendo in senso contrario la preclusione di cui all’art. 167, comma 4, del d.lgs. n. 42 del 2004 essere ritenuta non applicabile in presenza di un intervento che non costituisce aumento di volume … e che è ispirato a finalità di contenimento di risparmio energetico.”
Alle su riportate considerazioni, dalle quali il Collegio non ha motivo di discostarsi, si aggiungano le condivisibili considerazioni svolte da parte ricorrente sia in ricorso sia nella memoria depositata il 30.03.2016, in cui si richiama anche il d.lgs. n. 56/2010, recante modifiche e integrazioni alla disciplina di cui al decreto n. 115/2008 su menzionato, in attuazione della direttiva 2006/32/CE.
Orbene, l’art. 11 del d.lgs. da ultimo citato, come modificato dal pure citato successivo d.lgs. del 2010 e vigente al momento dell’istanza di accertamento di conformità, prevede, al comma primo, che “Nel caso di edifici di nuova costruzione, lo spessore delle murature esterne, delle tamponature o dei muri portanti, superiori ai 30 centimetri, il maggior spessore dei solai e tutti i maggiori volumi e superfici necessari ad ottenere una riduzione minima del 10 per cento dell'indice di prestazione energetica previsto dal decreto legislativo 19.08.2005, n. 192, e successive modificazioni, certificata con le modalità di cui al medesimo decreto legislativo, non sono considerati nei computi per la determinazioni dei volumi, delle superfici e nei rapporti di copertura, con riferimento alla sola parte eccedente i 30 centimetri e fino ad un massimo di ulteriori 25 centimetri per gli elementi verticali e di copertura e di 15 centimetri per quelli orizzontali intermedi. Nel rispetto dei predetti limiti è permesso derogare, nell'ambito delle pertinenti procedure di rilascio dei titoli abitativi di cui al titolo II del decreto del Presidente della Repubblica 06.06.2001, n. 380, a quanto previsto dalle normative nazionali, regionali o dai regolamenti edilizi comunali, in merito alle distanze minime tra edifici, alle distanze minime dai confini di proprietà, alle distanze minime di protezione del nastro stradale, nonché alle altezze massime degli edifici.”
Il su riportato art. 11 è stato infine abrogato dall’art. 18 del d.lgs. n. 102/2014; l’art. 14 di detto testo normativo (vigente dal 19.07.2014 ai sensi dell’art. 20, comma primo) prevede, al comma sesto, che “6. Nel caso di edifici di nuova costruzione, con una riduzione minima del 20 per cento dell'indice di prestazione energetica previsto dal decreto legislativo 19.08.2005, n. 192, e successive modificazioni, certificata con le modalità di cui al medesimo decreto legislativo, lo spessore delle murature esterne, delle tamponature o dei muri portanti, dei solai intermedi e di chiusura superiori ed inferiori, eccedente ai 30 centimetri, fino ad un massimo di ulteriori 30 centimetri per tutte le strutture che racchiudono il volume riscaldato, e fino ad un massimo di 15 centimetri per quelli orizzontali intermedi, non sono considerati nei computi per la determinazione dei volumi, delle altezze, delle superfici e nei rapporti di copertura. Nel rispetto dei predetti limiti è permesso derogare, nell'ambito delle pertinenti procedure di rilascio dei titoli abitativi di cui al titolo II del decreto del Presidente della Repubblica 06.06.2001, n. 380, a quanto previsto dalle normative nazionali, regionali o dai regolamenti edilizi comunali, in merito alle distanze minime tra edifici, alle distanze minime dai confini di proprietà, alle distanze minime di protezione del nastro stradale e ferroviario, nonché alle altezze massime degli edifici. Le deroghe vanno esercitate nel rispetto delle distanze minime riportate nel codice civile.”
Al di là dalla sussistenza in concreto di tutte le condizioni previste dalla disposizione testé riportata, ciò che appare certo è che non può ritenersi legittimo un diniego di accertamento di conformità basato puramente e semplicemente sull’aumento dell’altezza dovuto alla realizzazione di un impianto di riscaldamento a pavimento (come previsto dalla Convenzione: si veda, in atti, il capitolato esecutivo delle opere previste, allegato B1, punto 39; si vedano anche, nel permesso di costruire n. 9/2009 e in quello n. 12/2012, la lettera f) del punto 18 delle avvertenze e prescrizioni generali, che fa obbligo alla ditta di rispettare la l. n. 10/1991, il cui art. 8 prevede incentivi per il miglioramento, fra l’altro, dell’efficienza energetica) con conseguente necessità di aumentare lo spessore dei solai. Oltretutto, l’aumento di altezza di 25 cm corrisponde al 2% dell’altezza assentita (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 08.06.2016 n. 945 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La Sezione ha ritenuto di discostarsi dalla giurisprudenza dominante con riguardo ai volumi interrati, rilevando che “se è del tutto ragionevole che gli incrementi volumetrici che interessino la superficie siano ex lege considerati insanabili in quanto, nella normalità, pregiudizievoli rispetto all’assetto riconoscibile del territorio antropizzato, altrettanto non lo è il fatto che allo stesso modo vengano considerati gli spazi ricavati nel sottosuolo a cui non può essere riconosciuto il medesimo valore culturale dei luoghi su cui ordinariamente si svolge la vita umana.”
La Sezione ha quindi aderito, sotto il profilo considerato, “all’orientamento giurisprudenziale secondo cui la nozione di volume presa in considerazione dall’art. 167, comma 4, lett. a), del D.Lgs. 42/2004 non coincide con quella urbanistica (che implica il consumo di indici e non si correla necessariamente con una trasformazione visibile ab externo) ma ha una propria connotazione implicante la creazione di manufatti fuori terra o la alterazione della sagoma di quelli già esistenti; con la conseguenza che le trasformazioni che avvengono nel sottosuolo non possono essere considerate tout court insuscettibili di sanatoria, dovendo la relativa rilevanza paesaggistica essere vagliata caso per caso dagli organi competenti. Peraltro, affermare la assoluta insanabilità di volumi o superfici interrate può condurre a risultati incongrui…”.
La circolare del MIBAC n. 33 del 26.06.2009, nel fornire –al fine dell’applicazione dell’art. 167, comma quarto e comma quinti, del codice dei Beni culturali– alcune definizioni sulle quali l’Ufficio legislativo di detto Ministero ha espresso parere favorevole, chiarisce che per “volumi” si intende “qualsiasi manufatto costituito da parti chiuse emergente dal terreno o dalla sagoma di un fabbricato preesistente indipendentemente dalla destinazione d’uso del manufatto, ad esclusione dei volumi tecnici”. La nozione così delineata è formulata in modo da escludere chiaramente i volumi non emergenti dal terreno.

---------------
4. Per quanto attiene al volume interrato, osserva il Collegio che la Sezione ha ritenuto (con sentenza n. 338/2015) di discostarsi dalla giurisprudenza dominante con riguardo ai volumi interrati, rilevando che “se è del tutto ragionevole che gli incrementi volumetrici che interessino la superficie siano ex lege considerati insanabili in quanto, nella normalità, pregiudizievoli rispetto all’assetto riconoscibile del territorio antropizzato, altrettanto non lo è il fatto che allo stesso modo vengano considerati gli spazi ricavati nel sottosuolo a cui non può essere riconosciuto il medesimo valore culturale dei luoghi su cui ordinariamente si svolge la vita umana.”
La Sezione ha quindi aderito, sotto il profilo considerato, “all’orientamento giurisprudenziale secondo cui la nozione di volume presa in considerazione dall’art. 167, comma 4, lett. a), del D.Lgs. 42/2004 non coincide con quella urbanistica (che implica il consumo di indici e non si correla necessariamente con una trasformazione visibile ab externo) ma ha una propria connotazione implicante la creazione di manufatti fuori terra o la alterazione della sagoma di quelli già esistenti (TAR Brescia sez. I, 08/01/2015 n. 14; v. TAR Brescia Sez. I 15.10.2014 n. 1057; TAR Napoli Sez. VII 10.02.2014 n. 930; TAR Torino Sez. II 17.12.2011 n. 1310; circolare del Ministero per i Beni e le Attività Culturali n. 33 del 26.06.2009); con la conseguenza che le trasformazioni che avvengono nel sottosuolo non possono essere considerate tout court insuscettibili di sanatoria, dovendo la relativa rilevanza paesaggistica essere vagliata caso per caso dagli organi competenti. Peraltro, affermare la assoluta insanabilità di volumi o superfici interrate può condurre a risultati incongrui…”.
La circolare del MIBAC n. 33 del 26.06.2009, nel fornire –al fine dell’applicazione dell’art. 167, comma quarto e comma quinti, del codice dei Beni culturali– alcune definizioni sulle quali l’Ufficio legislativo di detto Ministero ha espresso parere favorevole, chiarisce che per “volumi” si intende “qualsiasi manufatto costituito da parti chiuse emergente dal terreno o dalla sagoma di un fabbricato preesistente indipendentemente dalla destinazione d’uso del manufatto, ad esclusione dei volumi tecnici”. La nozione così delineata è formulata in modo da escludere chiaramente i volumi non emergenti dal terreno.
In applicazione dei su esposti principi, la doglianza in esame va accolta.
5. La fondatezza delle censure esaminate comporta l’illegittimità del diniego di accertamento di compatibilità paesaggistica e contestuale ordine di demolizione, con assorbimento delle ulteriori doglianze formulate, stante l’assenza del presupposto (aumento di volumetria e altre difformità rilevanti) sul quale l’amministrazione ha basato l’applicazione dell’art. 167, comma quarto, del codice dei Beni culturali.
È superfluo sottolineare che le altre difformità (diverso posizionamento di alcuni elementi esterni), pur indicate nel provvedimento impugnato, non sono tali da impedire la sanatoria paesaggistica, come per altro sembra aver ritenuto la stessa Soprintendenza che ha motivato il provvedimento in autotutela (nota del 17.06.2015) con riguardo al solo aumento di volumetria.
In conclusione, il ricorso va accolto e, per l’effetto, l’ordinanza e gli altri atti impugnati devono essere annullati (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 08.06.2016 n. 945 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

TRIBUTI: Tarsu con verifica in loco e contraddittorio.
La procedura di accertamento della tassa sui rifiuti deve essere ancorata, in primis, a criteri fattuali, che presuppongono verifiche in loco e concreto appuramento delle condizioni reali; di contro, il potere comunale di avvalersi di presunzioni semplici ai fini del predetto accertamento deve essere utilizzato in via residuale, nel caso in cui il contribuente si dimostri scarsamente collaborativo con l'ente.
All'uopo, è onere dell'ente comunale stesso attivare un confronto preventivo con il contribuente, allorché intenda accertare una maggiore imponibilità di talune aree ai fini dell'imposta sui rifiuti, in difformità rispetto a quanto dichiarato spontaneamente dalla parte; il confronto preventivo è necessario proprio per rispettare la procedura di accertamento prevista dall'articolo 73 del Dlgs 507/1993, volta a parametrare la pretesa tributaria alle reali ed effettive condizioni delle aree su cui viene esercitata.

Sono le conclusioni che si leggono nella sentenza 03.06.2016 n. 451/02/16 della Ctp di Frosinone (Presidente Costantino Ferrara, Relatore Giorgio Pacetti).
La vertenza prende le mosse dal ricorso proposto da una srl del frusinate, contro degli avvisi di accertamento Tarsu relativi alle annualità dal 2010 al 2013, emessi dal concessionario del servizio di accertamento e riscossione tributi per conto del comune di Ferentino (Fr).
La società lamentava il fatto che, nonostante le ripetute istanze rivolte all'ente, invitandolo a disporre una verifica diretta in loco, si era vista recapitare direttamente gli accertamenti, basati su elementi presuntivi e non fattuali. In tal senso, deve tenersi presente che l'articolo 73 del dlgs 507/1993, rubricato proprio «poteri dei comuni», individua una sequenza procedimentale che l'ente deve seguire per condurre l'accertamento.
Al co. 1, la norma concede all'ufficio comunale la possibilità di «rivolgere al contribuente motivato invito a esibire o trasmettere atti e documenti, comprese le planimetrie dei locali e delle aree scoperte, e a rispondere a questionari, relativi a dati e notizie specifici, da restituire debitamente sottoscritti». L'accertamento presuntivo, di contro, è previsto al co. 3 della stessa norma, da utilizzarsi tuttavia «in caso di mancata collaborazione del contribuente od altro impedimento alla diretta rilevazione».
Per tali ragioni, la Ctp ha ritenuto che la mancata attivazione di un confronto preventivo col contribuente, unitamente all'inerzia dell'amministrazione a effettuare verifiche in loco, dovessero leggersi come questioni invalidanti.
---------------
LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA
( ) Appare dirimente, ai fini della soluzione della presente controversia, analizzare il comportamento tenuto dall'amministrazione e dal contribuente nella formazione della pretesa tributaria, alla luce delle menzionate norme che regolano i poteri degli enti comunali (o di chi agisca per lor conto) nell'ambito dell'accertamento della Tarsu.
In particolare, l'articolo 73 del dlgs 507/1993, rubricato proprio «poteri dei comuni», individua una sequenza procedimentale che l'ente deve seguire «ai fini del controllo dei dati contenuti nelle denunce o acquisiti in sede di accertamento d'ufficio tramite rilevazione della misura e destinazione delle superfici imponibili».
( )
Da ultimo, al comma 3, la norma concede un'ulteriore possibilità all'ente, da utilizzarsi «in caso di mancata collaborazione del contribuente o altro impedimento alla diretta rilevazione, l'accertamento può essere effettuato in base a presunzioni semplici aventi i caratteri previsti dall'articolo 2729 del codice civile».
Nel caso di specie, tuttavia, è stato lo stesso contribuente a sollecitare più volte l'amministrazione, affinché fosse disposta una verifica diretta, volta ad accertare l'effettiva (ed eventuale) imponibilità delle aree in parola; all'uopo, al ricorso vengono allegate le varie istanze presentate, a cui non è stato dato alcun seguito e, sul punto, nulla controdeduce la società concessionaria, che non contesta né smentisce tale fatto, limitandosi a dire che la norma invocata utilizza il termine «può», indicando dunque una «facoltà» per l'ente comunale e non anche un obbligo.
Invero, la tesi del concessionario sul punto appare pretestuosa, poiché se fosse possibile per il comune disattendere in toto le modalità accertative «ordinarie», basate su una effettiva verifica e valutazione dei locali e delle aree, per virare automaticamente sull'accertamento «per presunzioni», stabilito dal comma 3 del citato articolo 73, il contribuente si troverebbe di fatto ingabbiato in una situazione in cui dover sottostare alla pretesa comunale, così come determinata in maniera unilaterale e automatica dall'ente stesso.
( )
In ragione di tale premessa, devono ritenersi fondate le doglianze relative alla mancata attivazione di un confronto preventivo tra la società e l'amministrazione, volta all'accertamento della reale ed effettiva consistenza della materia imponibile da ricondurre a tassazione, alla carenza di motivazione degli avvisi, invero sforniti di elementi sufficienti a sorreggere la pretesa, e violazione delle norme che regolano le modalità di accertamento della Tarsu, in particolare del citato articolo 73. ( ) (articolo ItaliaOggi Sette del 27.06.2016).

APPALTI: La Corte di Giustizia interviene ancora in tema di requisiti di partecipazione: estensione dell’avvalimento e rigorosa predeterminazione delle cause di esclusione.
---------------
Appalti pubblici – Requisiti di partecipazione – Soggetto terzi – Avvalimento – Estensione.
Appalti pubblici – Requisiti di partecipazione – Esclusione – Obblighi – Rigorosa predeterminazione – Necessità.
Gli artt. 47 e 48 della direttiva 2004/18/CE, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi, devono essere interpretati nel senso che non ostano ad una normativa nazionale che autorizza un operatore economico a fare affidamento sulle capacità di uno o più soggetti terzi per soddisfare i requisiti minimi di partecipazione ad una gara d'appalto che tale operatore soddisfa solo in parte.
Il principio di parità di trattamento e l'obbligo di trasparenza devono essere interpretati nel senso che ostano all'esclusione di un operatore economico da una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico in seguito al mancato rispetto, da parte di tale operatore, di un obbligo che non risulta espressamente dai documenti relativi a tale procedura o dal diritto nazionale vigente, bensì da un'interpretazione di tale diritto e di tali documenti nonché dal meccanismo diretto a colmare, con un intervento delle autorità o dei giudici amministrativi nazionali, le lacune presenti in tali documenti. In tali circostanze, i principi di parità di trattamento e di proporzionalità devono essere interpretati nel senso che non ostano al fatto di consentire all'operatore economico di regolarizzare la propria posizione e di adempiere tale obbligo entro un termine fissato dall'amministrazione aggiudicatrice.

---------------

Nell’affrontare una questione sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa del 10.12.2014, la sesta sezione della Corte europea ribadisce due indicazioni di apertura in tema di avvalimento nonché di estensione del favor partecipationis, contrario al proliferare delle cause di esclusione nei diversi bandi.
Sotto il primo profilo secondo la giurisprudenza comunitaria, ribadita dalla sentenza e conforme all’obiettivo dell’apertura degli appalti pubblici alla concorrenza nella misura più ampia possibile, la direttiva 2004/18 consente il cumulo delle capacità di più operatori economici per soddisfare i requisiti minimi di capacità imposti dall’amministrazione aggiudicatrice, purché alla stessa si dimostri che il candidato o l’offerente che si avvale delle capacità di uno o di svariati altri soggetti disporrà effettivamente dei mezzi di questi ultimi che sono necessari all’esecuzione dell’appalto. Ciò viene ribadito anche nell’ottica di facilitare l’accesso delle piccole e medie imprese agli appalti pubblici.
In termini delimitativi di tale regola generale la stessa Corte ha tuttavia rilevato che non si può escludere l’esistenza di lavori che presentino peculiarità tali da richiedere una determinata capacità che non si ottiene associando capacità inferiori di più operatori. Solo in un’ipotesi del genere l’amministrazione aggiudicatrice potrebbe legittimamente esigere che il livello minimo della capacità in questione sia raggiunto da un operatore economico unico o, eventualmente, facendo riferimento ad un numero limitato di operatori economici, laddove siffatta esigenza sia connessa e proporzionata all’oggetto dell’appalto di cui trattasi. La Corte (nella giurisprudenza richiamata in sentenza) ha peraltro precisato che, poiché tale ipotesi costituisce una situazione eccezionale, i requisiti in questione non possono assurgere a regola generale nella normativa nazionale. Il caso di specie, secondo la Cge, fuoriesce da tali ristretti ambiti derogatori della regola generale.
Sotto il secondo profilo, la Corte coglie l’occasione per ribadire che tutte le condizioni e le modalità della procedura di aggiudicazione debbono essere formulate in maniera chiara, precisa e univoca nel bando di gara o nel capitolato d’oneri, così da permettere, da un lato, a tutti gli offerenti ragionevolmente informati e normalmente diligenti di comprenderne l’esatta portata e d’interpretarle allo stesso modo e, dall’altro, all’amministrazione aggiudicatrice di essere in grado di verificare effettivamente se le offerte degli concorrenti rispondano ai criteri che disciplinano l’appalto in questione.
In tale ottica, gli stessi principi di trasparenza e di parità di trattamento che disciplinano tutte le procedure di aggiudicazione di appalti pubblici richiedono che le condizioni sostanziali e procedurali relative alla partecipazione ad un appalto siano chiaramente definite in anticipo e rese pubbliche, in particolare gli obblighi a carico degli offerenti, affinché questi ultimi possano conoscere esattamente i vincoli procedurali ed essere assicurati del fatto che gli stessi requisiti valgono per tutti i concorrenti.
Si tratta di una sostanziale conferma della bontà della regola, contenuta nell’art. 46, comma 1-bis, del codice appalti previgente (d.lgs. 12.04.2006, n. 163), che ha formalizzato tali indicazioni in termini più facilmente applicabili (
Corte di giustizia U.E., Sez. VI, sentenza 02.06.2016 C-27/15 - commento tratto da www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In base alla normativa e allo stato della giurisprudenza al tempo dell’atto impugnato, la ricostruzione di un rudere non costituisce mai un intervento di restauro e risanamento conservativo ma invece:
   a) una ristrutturazione edilizia allorché il manufatto sia completo di copertura e strutture orizzontali in modo che sia possibile definirne esattamente la consistenza;
   b) un intervento di nuova costruzione nell'ipotesi in cui l’organismo edilizio sia dotato di sole mura perimetrali ma privo di copertura, poiché in tal caso mancano gli elementi necessari e sufficienti a stabilire le dimensioni e le caratteristiche dell'edificio da recuperare.

---------------
Il ricorso è infondato.
Va premesso che le questioni che il Collegio è chiamato a risolvere si identificano, da un lato, nella individuazione del tipo di intervento per il quale è stato chiesto il permesso di costruire e del regime urbanistico-edilizio dell’area di intervento e, dall’altro, nella conseguente verifica della compatibilità del tipo di intervento previsto con il regime urbanistico dell’area così come individuato.
Il tutto nel presupposto che:
a) il rilascio del permesso di costruire costituisce per l’amministrazione comunale l’oggetto di un vero e proprio atto dovuto subordinato alla sola preventiva (positiva) verifica della conformità del progetto presentato alla normativa urbanistico-edilizia disciplinante l’edificazione nell’area di intervento (e in questa prospettiva sono inammissibili le censure di disparità di trattamento o eccesso di potere in senso proprio, che presuppongono un’attività amministrativa discrezionale, così come infondate risultano le censure relative al difetto di motivazione e all’omissione di garanzie partecipative formulate sia in riferimento alla norma generale dell’articolo 3 della legge 07.08.1990, n. 241 che in rapporto alla norma dell’articolo 10-bis, dato che, a prescindere dalla maggiore o minore ampiezza degli enunciati motivatori, se risulta la contrarietà del progetto alla normativa di riferimento, il diniego costituisce atto dovuto con tutte le relative conseguenze);
b) il comune di Formia ha denegato il permesso nel presupposto che l’intervento progettato, che esso ha qualificato come di “nuova costruzione”, fosse incompatibile con la disciplina dettata dagli articoli 19 e 36 delle n.t.a. del P.R.G. comunale che nella area di intervento consentirebbe esclusivamente interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria.
Ciò premesso può darsi risposta alla questioni sopra sintetizzate.
La prima attiene –come accennato– alla qualificazione dell’intervento proposto dalla ricorrente.
Al riguardo in estrema sintesi va rilevato che la qualificazione di tale intervento come di “nuova costruzione” prospettata dall’atto impugnato è corretta, non essendo condivisibile l’assunto del ricorso secondo cui si tratterebbe di intervento di restauro e risanamento conservativo.
Secondo la definizione dell’articolo 3, lettera c) del D.P.R. 06.06.2001, n. 380 il restauro e risanamento conservativo comprende “gli interventi edilizi rivolti a conservare l'organismo edilizio e ad assicurarne la funzionalità mediante un insieme sistematico di opere che, nel rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell'organismo stesso, ne consentano destinazioni d'uso con essi compatibili. Tali interventi comprendono il consolidamento, il ripristino e il rinnovo degli elementi costitutivi dell'edificio, l'inserimento degli elementi accessori e degli impianti richiesti dalle esigenze dell'uso, l'eliminazione degli elementi estranei all'organismo edilizio”. Da questa definizione si ricava agevolmente che il presupposto di un intervento di restauro e risanamento conservativo è un manufatto edilizio (“l’organismo edilizio”) completo di tutti i suoi elementi costitutivi, primi tra tutti la muratura perimetrale e la copertura, che permettono di stabilire superfici, volumi e sagoma.
Dalla relazione tecnica allegata alla istanza di permesso di costruire risulta che il manufatto è stato distrutto dall’esercito tedesco durante la sua ritirata nella seconda guerra mondiale (in tal periodo il manufatto fu adattato a uso caserma per la sua favorevole posizione) ed esso è descritto come segue: “l’antico fabbricato rurale si presenta alla stato attuale come una costruzione dell’altezza di circa un piano, priva di copertura e con alcune porzioni delle murature verticali crollate per il passare del tempo e l’incuria, cui è addossato il piccolo manufatto bellico in cemento armato coperto con una pesante soletta piena in stato di avanzato degrado”. I relativi elaborati grafici e la documentazione fotografica (allegati 4 e 5 al ricorso) confermano che la qualificazione del manufatto della ricorrente come “rudere” da parte dell’atto impugnato è perfettamente rispondente alla realtà.
In base alla normativa e allo stato della giurisprudenza al tempo dell’atto impugnato, la ricostruzione di un rudere non costituisce mai un intervento di restauro e risanamento conservativo ma invece:
a) una ristrutturazione edilizia allorché il manufatto sia completo di copertura e strutture orizzontali in modo che sia possibile definirne esattamente la consistenza;
b) un intervento di nuova costruzione nell'ipotesi in cui l’organismo edilizio sia dotato di sole mura perimetrali ma privo di copertura, poiché in tal caso mancano gli elementi necessari e sufficienti a stabilire le dimensioni e le caratteristiche dell'edificio da recuperare (Consiglio di Stato, IV, 17.02.2014 n. 735).
Nella fattispecie, quindi, quanto progettato dalla ricorrente costituiva indiscutibilmente un intervento di nuova costruzione dato che il manufatto era privo non solo di copertura ma anche in parte della muratura perimetrale.
La ricorrente nella memoria depositata in prossimità dell’udienza pubblica ha invocato le modifiche dell’articolo 3 D.P.R. n. 380 citato introdotte, in epoca successiva ai fatti di causa, dall'art. 30, comma 1, lett. a), D.L. 21.06.2013, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 09.08.2013, n. 98, che qualificano come interventi di ristrutturazione “quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza”.
Va però rilevato che queste modifiche confermano la correttezza dell’inquadramento dell’intervento da parte dell’atto impugnato, dato che esse sono intervenute successivamente al medesimo e quindi non solo sono inapplicabili alla controversia all’esame ma confermano che, prima di esse, la ricostruzione di un rudere, cioè dei resti di un organismo edilizio privo in tutto o in parte di copertura e/o strutture perimetrali, costituisse un intervento di nuova costruzione.
Per quanto concerne il regime urbanistico dell’area, l’atto impugnato reca un riferimento agli articoli 19 e 36 delle n.t.a. del P.R.G. comunale.
La prima previsione stabilisce testualmente che “nel presente testo vengono recepite le previsioni e le norme di destinazione d’uso … relative alla salvaguardia delle coste ai sensi della legge 02.07.1974, n. 30 e successive modifiche e integrazioni …”. La seconda si riferisce alle sottozone F; in particolare da quel che è dato comprendere l’area di progetto è classificata come sottozona F3, parco pubblico e parco pubblico di interesse paesaggistico e archeologico, in cui non è ammessa nuova edificazione ma soltanto la manutenzione ordinaria e straordinaria delle costruzioni esistenti.
In ricorso si afferma che l’articolo 19 delle n.t.a. deve ritenersi ormai abrogato dato che richiama una normativa, quella sulla tutela delle coste, che è stata superata dalle disposizioni della cd. Legge Galasso e dalla disciplina recata dai piani paesistici regionali (che ammettono nella aree costiere gli interventi di restauro e risanamento conservativo).
Quanto all’articolo 36 si afferma che i relativi vincoli da un lato sono decaduti, risalendo il P.R.G. comunale al 1980, e dall’altro che gli stessi si porrebbero in contrasto con le previsioni del piano territoriale paesistico regionale adottato nel 2007.
Le argomentazioni della ricorrente sono infondate.
Va premesso che la circostanza che l’articolo 5, comma 42, della legge regionale 13.08.2011, n. 10 abbia abrogato la legge regionale n. 30 del 1974 non rileva nel giudizio dato che si tratta di abrogazione successiva alla data dell’atto impugnato.
Ciò premesso va rilevato che anche se si ritenesse corretta la tesi della ricorrente secondo cui le previsioni di tale legge (o meglio quelle della legge regionale 25.10.1976, n. 52, integrative e modificative della legge n. 30 del 1974) non sarebbero applicabili in quanto dovrebbero trovare invece applicazione quelle del piano paesaggistico del 1998 che consentirebbero un intervento del tipo di quello progettato, quest’ultimo sarebbe comunque inammissibile perché non consentito dall’articolo 36 delle n.t.a. al P.R.G., cioè delle previsioni che in zona F3 vietano nuove edificazioni.
Il vincolo dell’articolo 36 deve d’altra parte intendersi tuttora efficace dato che il vincolo a parco non costituisce un vincolo di preordinazione all’esproprio ma un vincolo conformativo (Consiglio di Stato, sez. V, 11/06/2013, n. 3234, Consiglio di Stato, sez. IV, 28/12/2012, n. 6700) come tale non soggetto a decadenza ed efficace a tempo indeterminato.
L’affermazione secondo cui l’articolo 36 sarebbe stato reso inefficace dal piano territoriale paesistico adottato nel 2007 o con esso si porrebbe in contrasto risulta poco chiara. L’articolo 23-bis della legge regionale 06.08.1998, n. 24 infatti nelle more della definitiva approvazione del P.T.P.R. si limita a vietare “interventi che siano in contrasto con le prescrizioni di tutela previste nel PTPR adottato” ma non prevede certo una indiscriminata decadenza delle previsioni dei piani comunali e della normativa da questi ultimi prevista relativa all’edificazione che pertanto continua ad applicarsi salvo che si ponga in contrasto (cioè risulti meno restrittiva) con la normativa di tutela del P.T.P.R.; nella fattispecie non sussiste all’evidenza alcun contrasto dato che la normativa comunale è più restrittiva di quella del P.T.P.R. (che infatti la ricorrente invoca per sostenere l’inapplicabilità di quella comunale).
In definitiva, quindi, il diniego di permesso di costruire impugnato è giustificato dalla contrarietà del progetto della ricorrente alle previsioni dell’articolo 36 n.t.a. P.R.G. che vietano in zona F3 interventi di nuova costruzione.
Il ricorso va quindi respinto. Le spese di giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo
(TAR Lazio-Latina, sentenza 01.06.2016 n. 355 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Mutamento di destinazione d'uso giuridicamente rilevante.
Il mutamento di destinazione d'uso giuridicamente rilevante è soltanto quello tra categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, da individuarsi tenendo conto della destinazione indicata nell'ultimo titolo abilitativo relativo all'immobile ovvero della sua tipologia, nonché delle attitudini funzionali che il bene stesso viene ad acquisire in caso di esecuzione di nuovi lavori.
---------------
MASSIMA
6. Con riguardo, poi, al mutamento di destinazione d'uso, il gravame denuncia una sovrapposizione che il Tribunale avrebbe effettuato tra questo ed i lavori di manutenzione ordinaria di cui alla comunicazione del 06/11/2008; orbene, la tesi non può essere accolta.
Premesso che, anche in questo caso, la doglianza si risolve in un inammissibile vizio di motivazione, osserva comunque il Collegio che lo stesso non trova fondamento; l'ordinanza, infatti, ha prima rilevato che i lavori, denunciati come di manutenzione ordinaria, tali non erano attesa la loro portata (già richiamata e, peraltro, non contestata), quindi ha sottolineato che i medesimi interventi costituivano -almeno in termini di fumus- un ulteriore momento di quella trasformazione d'uso che i ricorrenti stavano ponendo in essere.
Trasformazione che poi gli stessi contestano, in questa sede, sul presupposto che l'isola di Palmarola sarebbe priva di ogni opera di urbanizzazione, sì da rendere impossibile ogni aggravio del carico urbanistico; tesi palesemente inammissibile, poiché -ancora- fondata su elementi di fatto che questa Corte non è chiamata a valutare.
Al riguardo, peraltro, occorre ribadire che, per costante e condiviso indirizzo di questa Corte, «
la destinazione d'uso è un elemento che qualifica la connotazione dell'immobile e risponde agli scopi di interesse pubblico perseguiti dalla pianificazione. Essa, infatti, individua il bene sotto l'aspetto funzionale, specificando le destinazioni di zona fissate dagli strumenti urbanistici in considerazione della differenziazione infrastrutturale del territorio, prevista e disciplinata dalla normativa sugli standard, diversi per qualità e quantità proprio a seconda della diversa destinazione di zona. Soltanto gli strumenti di pianificazione, generali ed attuativi, possono decidere, fra tutte quelle possibili, la destinazione d'uso dei suoli e degli edifici, poiché alle varie e diverse destinazioni, in tutte le loro possibili relazioni, devono essere assegnate -proprio in sede pianificatoria- determinate qualità e quantità di servizi. L'organizzazione del territorio comunale e la gestione dello stesso vengono quindi realizzate attraverso il coordinamento delle varie destinazioni d'uso e le modifiche non consentite di queste incidono negativamente sull'organizzazione dei servizi, alterando appunto la possibilità di una gestione ottimale del territorio» (Sez. 3, n. 38005 del 16/05/2013, Farieri, Rv. 257689).
Ciò dato,
il mutamento di destinazione d'uso giuridicamente rilevante è soltanto quello tra categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, da individuarsi tenendo conto della destinazione indicata nell'ultimo titolo abilitativo relativo all'immobile ovvero della sua tipologia, nonché delle attitudini funzionali che il bene stesso viene ad acquisire in caso di esecuzione di nuovi lavori (Sez. 3, n. 39897 del 24/06/2014, Filippi, Rv. 260422); esattamente quel che è dato ravvisare -quantomeno in questa fase cautelare- nella trasformazione di un locale da grotta ipogea ad immobile abitabile, come ben evidenziato ancora nell'ordinanza impugnata (tratto da www.lexambiente.it - Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 27.05.2016 n. 22269).

APPALTI: Interdittiva antimafia sprint. La misura può anticipare l'accertamento penale. Lo hanno ribadito i giudici del Consiglio di stato: bastano rilievi sintomatici.
La misura dell'interdittiva antimafia può essere emessa dalla Amministrazione in una logica di anticipazione della soglia di difesa dell'ordine pubblico economico e non postula, come tale, l'accertamento in sede penale di uno o più reati che attestino il collegamento o la contiguità dell'impresa con associazioni di tipo mafioso.

È quanto hanno ribadito i giudici della III Sez. del Consiglio di Stato con la sentenza 26.05.2016 n. 2232.
Secondo i supremi giudici amministrativi, anche in ossequio ad un consolidato orientamento giurisprudenziale, la misura dell'interdittiva può perciò, basarsi «anche sul solo rilievo di elementi sintomatici che dimostrino il concreto pericolo (anche se non la certezza) di infiltrazioni della criminalità organizzata nell'attività imprenditoriale (Cons. st., sez. III, 01.09.2014, n. 4441)».
Nel caso sottoposto all'attenzione del Consiglio di stato emergeva che l'impresa con la quale si era associata la Alfa era gestita di fatto da un soggetto il quale, come accertato in sede penale, concordava con presunti gruppi criminali le offerte da presentare, al fine di favorire gli interessi di quel sodalizio mafioso, nell'ambito di relazioni illecite e inquinate dallo scopo di alterare le aste e di indirizzare l'assegnazione degli appalti a imprese contigue alla predetta organizzazione.
Ciò attestava, secondo i giudici, con valenza indiziaria particolarmente significativa, la partecipazione al vincolo collusivo accertato in sede penale a carico della prima impresa, o, in ogni caso, il rischio che la società destinataria dell'interdittiva in esame venisse condizionata o inquinata da illeciti accordi intesi a favorire la criminalità.
Ai giudici di palazzo Spada veniva chiesto di esprimersi, quindi, circa la legittimità dell'interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura nei confronti della società Alfa, in virtù della sopravvenuta assoluzione di Caio il cui ruolo, quale titolare dell'omonima impresa individuale, era stato giudicato, nell'originaria valutazione di contiguità mafiosa della Alfa, significativo del presupposto pericolo di permeabilità dell'impresa alle infiltrazioni della criminalità organizzata.
Il Tar aveva giudicato legittima l'interdittiva controversa, sulla base della valorizzazione del ruolo assunto dal fratello di Caio «quale soggetto condannato, nel medesimo processo, per il reato di associazione mafiosa e identificato quale effettivo amministratore dell'impresa (solo) formalmente intestata al fratello ed implicato, come tale, in un vincolo di collusione con il “clan dei casalesi”, finalizzato all'alterazione delle procedure per l'affidamento di appalti pubblici» (articolo ItaliaOggi Sette del 04.07.2016).
---------------
MASSIMA
3.- Deve premettersi che
la misura dell’interdittiva antimafia può essere emessa dalla Amministrazione in una logica di anticipazione della soglia di difesa dell’ordine pubblico economico e non postula, come tale, l’accertamento in sede penale di uno o più reati che attestino il collegamento o la contiguità dell’impresa con associazioni di tipo mafioso (Cons. St., sez. III, 03.05.2016, n. 1743; sez. III, 15.09.2014, n. 4693), potendo, perciò, basarsi anche sul solo rilievo di elementi sintomatici che dimostrino il concreto pericolo (anche se non la certezza) di infiltrazioni della criminalità organizzata nell’attività imprenditoriale (Cons. St., sez. III, 01.09.2014, n. 4441).
4.- In considerazione dei principi già affermati da questa Sezione (cfr. sent. 03.05.2016, n. 1743), rileva il Collegio che l’interdittiva controversa risulta emanata in conformità ai relativi parametri valutativi e deve intendersi immune dai vizi ad essa ascritti dalla società appellante.

ESPROPRIAZIONE: La p.a. ristora sempre l'espropriato. Tar Piemonte: illegittimità non elimina dovere.
La declaratoria di illegittimità dell'art. 43 dpr 08.06.2001 n. 327, non elimina il dovere dell'Amministrazione di ristorare i proprietari espropriati del pregiudizio cagionato dall'occupazione sine titulo e dalla irreversibile trasformazione dell'ente.

A rimarcarlo sono stati i giudici della I Sez. del TAR Piemonte con la sentenza 26.05.2016 n. 747.
Secondo i giudici amministrativi torinesi resta pertanto fermo il dovere dell'Amministrazione o di raggiungere un accordo transattivo con gli interessati che determini il definitivo trasferimento della proprietà dell'immobile, accompagnandosi esso anche al doveroso risarcimento del danno da occupazione illegittima, o di procedere all'adozione di un nuovo provvedimento di acquisizione sanante ai sensi del sopravvenuto art. 42-bis T.u. approvato con dpr n. 327 del 2001.
Il Tar ha, poi, affermato che l'obbligo giuridico delle amministrazioni intimate consiste nel far venir meno l'occupazione sine titulo dei terreni di proprietà di un soggetto privato e di adeguare la situazione di fatto a quella di diritto, «restituendo l'immobile al legittimo titolare dopo aver demolito quanto ivi realizzato, atteso che la realizzazione dell'opera pubblica sul fondo illegittimamente occupato costituisce un mero fatto, non in grado di assurgere a titolo dell'acquisto e come tale inidoneo a determinare il trasferimento della proprietà, che come detto può dipendere solo da un formale atto di acquisizione dell'Amministrazione (sul punto, da ultimo Tar Palermo sez. II, 11.01.2013, n. 24; Consiglio di stato, sez. IV, n. 4833/2009 e n. 676/2011)».
Altro obbligo della p.a. sarà quello di risarcire al proprietario il danno da questi sofferto per il mancato godimento dell'immobile di sua proprietà per tutto il periodo di occupazione illegittima, decorrente dal giorno successivo a quello di scadenza del termine di occupazione temporanea d'urgenza fino all'effettivo rilascio.
Nel caso sottoposto all'attenzione dei giudici piemontesi, poiché il Comune aveva comunque manifestato in giudizio l'intento di acquisire le aree, è sembrato ai giudici indispensabile, pronunciare una condanna che imponga innanzitutto all'amministrazione di determinarsi in tempi certi, facendo così cessare l'illecito permanente.
È stato, quindi, ordinato all'amministrazione, entro sessanta giorni dalla comunicazione della sentenza, di provvedere alla restituzione delle aree, previa riduzione in pristino delle medesime, ovvero alla loro definitiva acquisizione ai sensi dell'art. 42-bis del dpr 327/2001 (articolo ItaliaOggi Sette del 04.07.2016).
---------------
MASSIMA
2) Ritiene il Collegio di dover precisare, in relazione alle domande formulate da parte ricorrente, che il presente ricorso rientra nella giurisdizione del Giudice Amministrativo: la Corte di Cassazione ha infatti affermato che “
rientrano nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie, anche di natura risarcitoria, relative ad occupazioni illegittime preordinate all'espropriazione, attuate in presenza di un concreto esercizio del potere ablatorio, riconoscibile per tale in base al procedimento svolto ed alle forme adottate, in consonanza con le norme che lo regolano, pur se poi l'ingerenza nella proprietà privata e la sua utilizzazione, nonché l'irreversibile trasformazione della stessa, siano avvenute senza alcun titolo che le consentiva.” (Cass. SSUU 7938/2013).
Nel caso di specie è indubbio che vi sia stata una ben chiara (e persino legittima) iniziale manifestazione di potere ablatorio, non portata a termine secondo i tempi prescritti nell’ambito del procedimento; è quindi evidente che si è protratta una ingerenza nella proprietà privata, nonché realizzata una trasformazione delle aree, senza titolo, e tuttavia come conseguenza di una procedura ablatoria debitamente iniziata e di un successivo mancato esercizio delle prerogative pubblicistiche, indispensabili al completamento della stessa.
La controversia, infine, oltre ad appartenere, per le ragioni evidenziate, quanto all’occupazione illegittima alla giurisdizione del GA, rientra tra le ipotesi di giurisdizione esclusiva di quest’ultimo, prevista dall’art. 133 lett. g) del c.p.a., nel cui ambito è dato al giudice anche pronunciare le cosiddette “condanne pubblicistiche”, e quindi condannare l’amministrazione ad adottare, ove necessario, un provvedimento, con l’unico limite, di cui all’art. 34, co. 2, c.p.a., di non potersi esprimere su poteri non ancora esercitati.
3) I ricorrenti hanno chiesto, in via principale, l’annullamento del decreto di acquisizione ex art. 43 DPR 327/2001. Proprio perché ad essere dichiarata incostituzionale è stata la stessa disposizione di legge che fonda ed attribuisce il potere sfociato nell'adozione del provvedimento impugnato, il vizio che ne scaturisce è quello previsto dall'art. 21-septies della legge n. 241 del 1990, ossia il difetto assoluto di attribuzione, presidiato dalla sanzione della nullità dell'atto adottato a tutela di un interesse generale all'eliminazione dall'ordinamento di fattispecie pubblicistiche radicalmente in contrasto con lo stesso.
In tale senso deve pertanto concludersi per l'accoglimento della domanda, con declaratoria tuttavia non della sola illegittimità, ma della nullità del provvedimento impugnato.
4) Vengono quindi in esame la domanda restitutoria e di risarcimento dei danni.
4.1 La declaratoria di illegittimità dell'art. 43 d.p.r. 08.06.2001 n. 327, non elimina il dovere dell'Amministrazione di ristorare i proprietari espropriati del pregiudizio cagionato dall'occupazione sine titulo e dalla irreversibile trasformazione dell'ente.
Resta pertanto fermo il dovere dell'Amministrazione o di raggiungere un accordo transattivo con gli interessati che determini il definitivo trasferimento della proprietà dell'immobile, accompagnandosi esso anche al doveroso risarcimento del danno da occupazione illegittima, o di procedere all'adozione di un nuovo provvedimento di acquisizione sanante ai sensi del sopravvenuto art. 42-bis T.U. approvato con D.P.R. n. 327 del 2001.
Va affermato l’obbligo giuridico delle amministrazioni intimate:
- in primo luogo,
di far venir meno l'occupazione sine titulo dei terreni di proprietà del ricorrente e di adeguare la situazione di fatto a quella di diritto, restituendo l'immobile al legittimo titolare dopo aver demolito quanto ivi realizzato, atteso che la realizzazione dell'opera pubblica sul fondo illegittimamente occupato costituisce un mero fatto, non in grado di assurgere a titolo dell'acquisto e come tale inidoneo a determinare il trasferimento della proprietà, che come detto può dipendere solo da un formale atto di acquisizione dell'Amministrazione (sul punto, da ultimo TAR Palermo sez. II, 11.01.2013, n. 24; Consiglio di Stato, sez. IV, n. 4833/2009 e n. 676/2011);
- in secondo luogo,
di risarcire al proprietario il danno da questi sofferto per il mancato godimento dell’immobile di sua proprietà per tutto il periodo di occupazione illegittima, decorrente dal giorno successivo a quello di scadenza del termine di occupazione temporanea d’urgenza fino all’effettivo rilascio.
Nel caso di specie, avendo il Comune comunque manifestato in giudizio l’intento di acquisire le aree, pare al Collegio indispensabile, pronunciare una condanna che imponga innanzitutto all’amministrazione di determinarsi in tempi certi, facendo così cessare l’illecito permanente.
Deve quindi essere ordinato all’amministrazione, entro sessanta giorni dalla comunicazione della presente sentenza, di provvedere alla restituzione delle aree, previa riduzione in pristino delle medesime, ovvero alla loro definitiva acquisizione ai sensi dell’art. 42-bis del d.p.r. 327/2001.
4.2 Quanto alle voci risarcitorie e indennitarie si profilano due diverse ipotesi: l’eventuale adozione del provvedimento ex art. 42-bis del d.p.r. 327/2001 comporterà il diritto per i ricorrenti alla corresponsione di un indennizzo, secondo i parametri dettati da quella medesima disposizione.
Sussiste tuttavia un danno da illegittima occupazione delle aree (che cesserà solo con la restituzione ovvero con l’adozione del provvedimento di acquisizione), conseguente ad un mancato o comunque cattivo esercizio del potere.
Per la quantificazione di questo danno, il Collegio ritiene di seguire il proprio precedente orientamento (si veda la sentenza di questa Sezione n. 236 del 07.02.2014), in cui si è stabilito che ai fini della quantificazione del danno, si può fare applicazione, in via analogica, ai criteri di liquidazione previsti e disciplinati dall’art. 42-bis del D.P.R. 08.06.2001 n. 327 per il caso di “Utilizzazione senza titolo di un bene per scopi di interesse pubblico”.
Tali criteri prevedono, in particolare:
- la liquidazione del pregiudizio patrimoniale commisurato all’interesse del “cinque per cento annuo” sul valore venale attuale del bene determinato sulla base delle disposizioni dell’art. 37, commi 3, 4, 5, 6 e 7, dello stesso D.P.R. 327/2001, nonché
- la liquidazione di un indennizzo per il pregiudizio non patrimoniale forfettariamente determinato nella misura del “dieci per cento del valore venale del bene”.

È stato precisato nella sopra citata decisione che “
l’utilizzo in via analogica di tali criteri appare al collegio ragionevole:
- sia per evitare che la liquidazione di un medesimo evento di danno possa condurre ad esiti illogicamente diversi a seconda che la quantificazione sia operata dal giudice nel processo, oppure dall’amministrazione in sede di emanazione del provvedimento di acquisizione ex art. 42-bis D.P.R. 327/2001;
- sia perché, trattandosi di criteri equitativi e forfettari di liquidazione del danno, essi consentono di ritenere ricompresa nella somma complessivamente determinata dal giudice anche quella diretta a ristorare il ricorrente del danno derivante dalla diminuzione di valore e dal diminuito godimento della residua porzione di terreno non occupata dall’opera pubblica;
- sia infine perché, basandosi su valori attualizzati, essi consentono di prescindere dal calcolo della rivalutazione monetaria e degli interessi compensativi sulla somma capitale determinata a titolo risarcitorio, altrimenti doverosa alla luce della peculiare natura (di “valore”) della relativa obbligazione
”.
Ai fini dell’esatta quantificazione del danno risulta quindi necessaria l’individuazione del valore venale del terreno occupato, sia con riferimento alla data di inizio dell’occupazione illegittima, sia con riferimento agli attuali valori di mercato.
Parte ricorrente ha depositato come doc. 15 una perizia di stima del 24.07.2009, mentre l’Amministrazione ha depositato in data 09.03.2016 una perizia di stima del valore di mercato al 2009 delle aree incluse nel PEEP. I valori esposti nei documenti divergono tra loro in misura significativa.
Ritiene pertanto il collegio necessario, fermo l’ordine di restituzione o acquisizione nei sovraesposti tempi certi, disporre verificazione volta alla stima del valore venale (attuale, in modo da comprendere già rivalutazione del credito risarcitorio ed essere anche idoneo parametro per l’eventuale indennizzo dovuto in seguito all’acquisizione) delle aree, tenendo tuttavia conto delle reali caratteristiche delle medesime, come sussistenti già prima della realizzazione delle opere.
A tal fine viene incaricato il Direttore dell’Agenzia del Territorio – Ufficio Provinciale di Torino, con facoltà di delega, di determinare il valore venale attuale delle aree oggetto di occupazione di proprietà dei ricorrenti, raffrontando anche le perizie di parte.
Tale verificazione tecnica potrà esplicarsi mediante sopralluogo in contraddittorio con le parti ed esame di tutta la documentazione e del materiale istruttorio in atti.
In particolare, il verificatore dovrà:
- accertare il predetto valore venale alla data del 30.10.1991 (data di inizio della occupazione illegittima), tenendo conto delle caratteristiche e della destinazione dei terreni secondo la disciplina urbanistica comunale vigente a quella data;
- accertare il predetto valore venale con riferimento agli attuali valori di mercato, senza considerare l’avvenuta realizzazione sui predetti terreni dell’opera pubblica;
La verificazione dovrà svolgersi nel rispetto dei seguenti termini:
a) entro 10 giorni dalla comunicazione della presente ordinanza, il direttore della predetta Agenzia comunicherà a questo Tribunale il nominativo del verificatore designato;
b) entro i 20 giorni successivi alla predetta comunicazione, il verificatore comunicherà ai difensori di tutte le parti costituite, anche mediante fax o e-mail, la data, l’orario e il luogo di inizio delle operazioni peritali;
c) le parti potranno designare propri consulenti tecnici fino a quella data;
d) entro i 30 giorni successivi alla data di inizio delle operazioni peritali, il verificatore trasmetterà uno schema della propria relazione ai difensori delle parti, ovvero, se nominati, ai consulenti tecnici di parte;
e) entro i 15 giorni successivi alla ricezione dello schema di relazione, le parti o i rispettivi consulenti trasmetteranno al verificatore le proprie eventuali osservazioni e conclusioni;
f) entro i 15 giorni successivi al ricevimento dell’ultima delle comunicazioni di cui sub e), il verificatore depositerà presso la Segreteria della 1^ Sezione di questo TAR la propria relazione finale, nella quale darà conto delle osservazioni e delle conclusioni dei consulenti di parte e prenderà specificamente posizione su di esse, formulando conclusioni chiare e sintetiche sui quesiti formulati.
Per eventuali richieste di proroga dei termini e di chiarimenti, il verificatore formulerà istanza scritta al Presidente, il quale provvederà con atto monocratico.
Il collegio si riserva di disporre eventuali supplementi istruttori in esito al deposito della relazione peritale.
La segreteria metterà a disposizione del verificatore, a sua richiesta ed ai fini di consultazione, il fascicolo di causa con facoltà di estrarre copia degli atti.
Il verificatore potrà altresì accedere presso uffici pubblici per prendere visione ed estrarre copia di atti e documenti rilevanti ai fini dell’espletamento dell’incarico.
Su richiesta scritta dell’ente verificatore, le spese della verificazione saranno determinate e liquidate con la sentenza che definirà il giudizio.

VARI: Revoca della patente al giudice ordinario.
Nel caso in cui la revoca della patente di guida costituisca mero atto di esecuzione di una sanzione accessoria disposta con sentenza penale di condanna e la controversia si incentri sulla concreta individuazione degli effetti della sanzione, la giurisdizione sarà del giudice ordinario.

Lo hanno ribadito i giudici della I Sez. del TAR Abruzzo-Pescara con la sentenza 26.
05.2016 n. 200.
La giurisprudenza precedente (cfr. da ultimo, Tar Emilia-Romagna, sede Bologna, sez. I, 06.05.2016, n. 500, e sez. Parma, 02.03.2016, n. 72, Tar Trentino-Alto Adige, sede Trento, 24.03.2016, n. 164, Tar Lombardia, sede Milano, sez. I, 13.11.2015, n. 2400, e Tar Lazio, sede Roma, sez. III, 05.03.2015 n. 3817) aveva già avuto modo di evidenziare che quanto al periodo ostativo di tre anni previsto dall'art. 219, comma 3-ter, del codice della strada, la posizione azionata dal privato avrà i caratteri del diritto soggettivo perché non si correla a poteri discrezionali/autoritativi dell'Amministrazione, e pertanto la cognizione della questione spetta al giudice ordinario secondo i comuni canoni sul riparto della giurisdizione.
Con l'atto impugnato da Tizio veniva respinta la richiesta volta ad ottenere il conseguimento di nuova patente di guida e ciò in quanto il richiedente era stato condannato con sentenza del Tribunale per i reati di cui agli artt. 186, comma 2, lett. e), e 187 del codice della strada con revoca della patente di guida, e non erano ancora decorsi tre anni dal passaggio in giudicato di tale sentenza.
Tizio, nell'impugnare con il ricorso sottoposto all'attenzione dei giudici amministrativi abruzzesi il provvedimento in esame, lamentava il fatto che il periodo ostativo di tre anni previsto dall'art. 219, comma 3-ter, del dlgs n. 285 del 1992 («Quando la revoca della patente di guida è disposta a seguito delle violazioni di cui agli articoli 186, 186-bis e 187, non è possibile conseguire una nuova patente di guida prima di tre anni a decorrere dalla data di accertamento del reato») si sarebbe dovuto computare dalla data di trasmissione della notizia di reato da parte dell'autorità e che avrebbe dovuto essere computato nei tre anni anche il periodo di sospensione della sentenza, antecedente alla revoca (c.d. presofferto).
Tale questione, così come proposta, però esulava, in base a quanto sopra detto dalla giurisdizione del giudice amministrativo, in quanto la situazione giuridica fatta valere in giudizio aveva evidente natura di diritto soggettivo (articolo ItaliaOggi Sette del 04.07.2016).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Raggruppamento e abbruciamento.
Le attività di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli in quantità giornaliere non superiori a 3 m steri per ettaro dei materiali vegetali di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 185, comma 1, lett. f), effettuate nel luogo di produzione, non sono sanzionate penalmente ai sensi del D.Lgs. n. 152 del 2006, artt. 256 e 256-bis.
---------------
4. Il ricorso è fondato.
Per effetto di modifiche succedutesi al D.lgs. 152 del 2006, trova applicazione, nella fattispecie in esame, l'art. 185, comma 1, lett. f) del medesimo decreto, richiamato dal nuovo comma 6-bis dell'art. 182, introdotto dall'art. 14, comma 8, lettera bb), del decreto-legge 24.06.2014, n. 91, convertito, con modificazioni, dalla legge 11.08.2014, n. 116.
Il citato comma 6-bis stabilisce che le attività di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro dei materiali vegetali di cui all'articolo 185, comma 1, lettera f), effettuate nel luogo di produzione, costituiscono normali pratiche agricole consentite per il reimpiego dei materiali come sostanze concimanti o ammendanti, e non attività di gestione dei rifiuti.
A sua volta la richiamata lettera f) dell'art. 185, comma 1, prevede che non rientrano nel campo di applicazione della parte quarta del D.Lgs. n. 152 del 2006, tra l'altro, la paglia, gli sfalci e potature, nonché l'altro materiale agricolo-forestale naturale non pericoloso utilizzato in agricoltura, nella silvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa mediante processi e con metodi che non danneggiano l'ambiente ne mettono in pericolo la salute umana.
Nell'interpretare tale disposizione, questa Corte aveva già affermato che
la combustione degli sfalci e dei residui di potatura rientrava nella normale pratica agricola, con la conseguenza che i materiali in questione dovevano essere ritenuti esclusi dal novero dei rifiuti  (Sez. 3, n. 16474 del 07.03.2013).
Ora, ai sensi del richiamato comma 6-bis,
le attività di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiore a 3 m steri per ettaro, dei materiali vegetali di cui all'art. 185, comma 1, lett. f), effettuate nel luogo di produzione, costituiscono normali pratiche agricole consentite per il reimpiego dei materiali come sostanze concimanti o ammendanti e non attività di gestione dei rifiuti.
La stessa disposizione aggiunge che, in ogni caso, nei periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati dalle regioni, la combustione di residui vegetali agricoli e forestali è sempre vietata e che i comuni e le amministrazioni competenti in materia ambientale hanno la facoltà di sospendere, differire o vietare la combustione del materiale in caso di condizioni sfavorevoli o rischi per l'incolumità e la salute umana.
Il quadro normativo si completa con l'art. 256-bis, comma 6, secondo periodo, aggiunto dallo stesso decreto, e in vigore dal 21.08.2014, secondo cui, fermo restando quanto previsto dall'art. 182, comma 6-bis, medesimo decreto,
le sanzioni penali per la combustione illecita di rifiuti non si applicano all'abbruciamento di materiale agricolo forestale naturale, anche derivato dal verde pubblico o privato.
Dunque, dal sistema normativo come sopra delineato, deve desumersi che
ora gli scarti vegetali sono esclusi dal novero dei rifiuti e che l'abbruciamento in piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro dei materiali vegetali di cui all'articolo 185, comma 1, lettera f), effettuate nel luogo di produzione, costituiscono normali pratiche agricole e non attività di gestione dei rifiuti e ad essi non sono di conseguenza applicabili sanzioni di cui all'art. 256-bis.
Deve, in conclusione, affermarsi il principio secondo cui
le attività di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli in quantità giornaliere non superiori a 3 m steri per ettaro dei materiali vegetali di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 185, comma 1, lett. f), effettuate nel luogo di produzione i non sono sanzionate penalmente ai sensi del D.Lgs. n. 152 del 2006, artt. 256 e 256-bis (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 25.05.2016 n. 21936 - tratto da www.lexambiente.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: La copia conforme è un diritto. L'agente della riscossione non può dire no sulle cartelle. Secondo il Tar Campania non ammessa alcuna scusa se non la perdita dell'originale.
Non può negarsi, in astratto, il diritto d'acquisire copia conforme delle cartelle di pagamento e l'agente della riscossione avrà l'obbligo di ricercarle nei propri archivi e di consentirne l'accesso al richiedente, salvo che lo stesso agente della riscossione (non il suo difensore in giudizio) non dichiari, fornendone prova certa, che per alcune, o tutte, di esse, non è più in possesso dell'originale o di eventuali copie.

Lo hanno affermato i giudici della I Sez. del Tar Campania-Salerno con la sentenza 25.05.2016 n. 1305.
A parere dei giudici amministrativi campani nel caso in cui l'agente della riscossione non fosse più in possesso dell'originale della cartella o di qualche copia, evidentemente, non potrà seguire l'accesso, ma ciò non per un ostacolo giuridico, rappresentato dalla disposizione dell'art. 26 del dpr 29.09.1973, n. 602, bensì in applicazione del principio generale espresso dal noto brocardo: «Ad impossibilia nemo tenetur».
Inoltre circa, poi, l'esibizione delle cartelle esattoriali da parte dell'agente per la riscossione, un ormai costante orientamento della giurisprudenza (si veda: Tar Bari (Puglia), sez. III, 27/2/2015, n. 381), messo in evidenza dai giudici salernitani, in conformità al principio enunciato dall'art. 26 del dpr n. 602/1973, ha osservato che: «Non è sufficiente il mero deposito in semplice copia degli estratti di ruolo, perché vanno esibiti gli atti in copia integrale e conforme all'originale, allo scopo di consentire la piena conoscenza del loro contenuto».
Estratti di ruolo e cartelle esattoriali: differenza e note giurisprudenziali
Nella medesima sentenza in commento, poi il Tar ha evidenziato che gli estratti di ruolo sono, senza ombra di dubbio, qualcosa d'ontologicamente diverso dalle cartelle esattoriali, delle quali replicano il ruolo, e che l'esibizione dei primi non può quindi tener luogo dell'ostensione delle seconde, anche alla luce delle seguenti massime richiamate dagli stessi giudici campani: «L'accesso ai documenti non può essere soddisfatto dall'esibizione di un documento che l'Amministrazione, e non il privato ricorrente, giudica equipollente, atteso che elemento fondamentale dell'actio ad exhibendum è la conformità del documento esibito dal privato all'originale; è, quindi, obbligo dell'esattore conservare le cartelle di pagamento elevate nei confronti dei contribuenti, che conservano il diritto ad ottenerne visione, non potendo, d'altra parte, essere considerati equipollenti gli eventuali estratti di ruolo messi a disposizione dagli uffici del Concessionario ovvero gli avvisi di ricevimento delle cartelle di pagamento, dalle quali non può in alcun modo desumersi la pretesa erariale portata ad esecuzione, con una significativa lesione delle prerogative riservate al contribuente dal nostro ordinamento» (Consiglio di stato, sez. IV, n. 317/2016).
Ed ancora: «L'estratto di ruolo non può essere considerato alla stregua delle cartelle di pagamento. In particolare, la cartella esattoriale è prevista dall'art. 25, dpr 29.09.1973 n. 602, quale documento per la riscossione degli importi contenuti nei ruoli e deve essere predisposta secondo il modello approvato con decreto del Ministero delle finanze. Gli estratti di ruolo sono invece degli elaborati informatici formati dall'ente impositore contenenti, in sintesi, gli elementi della pretesa creditoria.
La differenza ontologica tra i due documenti nemmeno può essere superata dalla tendenziale omogeneità contenutistica dei due atti. Non è, infatti, permesso all'Amministrazione e al privato che eserciti funzioni pubbliche di sostituire arbitrariamente il documento richiesto con altro, sebbene equipollente
» (Tar Campania, sez. VI, n. 5071/2015) (articolo ItaliaOggi Sette del 04.07.2016).

APPALTI: Solo norme tecniche per appalti doc. Tar di Salerno. Per i giudici le linee guida non sono idonee a garantire i requisiti di qualità.
Nelle certificazioni di qualità, le norme tecniche sono diverse dalle linee guida: lo sottolinea il TAR Campania-Salerno, nella sentenza 25.05.2016 n. 1295, Sez. I.
La questione ha rilievo in quanto sia nel regime del Codice appalti antecedente l’aprile 2016 (Dlgs 163/2006), sia per le gare attuali (Dlgs 50/2016, articoli 87 e 90), per forniture o servizi l’amministrazione può chiedere concorrenti certificazioni di qualità su norme tecniche. Ad ogni certificazione corrisponde una garanzia qualitativa di un determinato livello di esecuzione: chi possiede una certificazione è infatti ritenuto idoneo a prestare il servizio o la fornitura, perché un organismo esterno di certificazione attesta che il prodotto, processo produttivo o il servizio, sono conformi a requisiti fissati appunto da norme tecniche.
L’organismo certificatore si impegna poi ad effettuare un’adeguata, ciclica vigilanza esterna su tale conformità (Tar Lazio 923/2007). Nel caso specifico, si discuteva di certificazioni relative ad una fornitura di distributori automatici per bevande e alimenti in una scuola: il bando di gara imponeva ai concorrenti varie certificazioni di qualità, individuate con specifiche sigle: Iso 9000, relativa alla qualità del servizio offerto; Iso 14001, sulla sensibilità alle tematiche ambientali; Sa 8000, in tema di responsabilità sociale e, infine, Iso 22000 come certificazione alimentare. Erano anche ammesse certificazioni equivalenti. Il problema è sorto per la certificazione Sa 8000, relativa alla responsabilità sociale, perché un’impresa riteneva di aver soddisfatto la richiesta della scuola (certificato Sa 8000), fornendo un certificato Iso 26000, a suo parere equivalente.
Questa opinione non è stata condivisa dal Tar, perché Iso 26000 non è un sistema di gestione certificabile, non può cioè essere verificato il rispetto dei diritti umani del lavoro da parte dell’azienda: chi ha un certificato SA 8000, presumibilmente rispetta i diritti umani e del lavoro; chi invece ha una documentazione Iso 26000, si impegna nel campo della responsabilità sociale. Ambedue gli ambiti riguardano l’organizzazione del lavoro, trattandosi di qualità etica (quindi, non caratteristiche dello specifico prodotto quale, ad esempio, la sua igiene), ma la documentazione Sa 8000 e quella Iso 26000 non sono equivalenti.
Sottolinea infatti il giudice amministrativo che la certificazione di qualità garantisce l’efficace affidabilità aziendale ed imprenditoriale con standard uniformi (norme tecniche), mentre la conformità a linee guida sulla responsabilità sociale non è certificabile: Iso 26000, come linea guida, è solo una norma internazionale, una guida a concetti, principi e pratiche connesse alla responsabilità sociale d’impresa, fonte di confronto con le parti interessate (prima fra tutte il sindacato, per quanto attiene i rapporti e le condizioni di lavoro). Di conseguenza, la certificazione di conformità alla norma tecnica Sa 8000 non può essere sostituita da una dichiarazione di conformità alla linea guida Iso 26000.
Questo principio avrà rilevanza anche per l’imminente adozione delle linee guida in materia di rating d’impresa da parte dell’autorità anticorruzione: infatti, le imprese che vorranno ottenere rating elevati, dovranno certificare anche la social accountability 8000, come già accade (articolo 93 del Dlgs 50/2016) per ottenere riduzioni sulle garanzie (cauzioni) da fornire per partecipare alle gare
(articolo Il Sole 24 Ore del 23.06.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).
---------------
MASSIMA
Il punto di partenza dell’analisi è rappresentato dalla posizione della giurisprudenza amministrativa, secondo cui “
il principio di tassatività in materia di esclusione dalla gara per l’affidamento di un pubblico appalto non preclude all’amministrazione appaltante la facoltà di richiedere, a pena di esclusione, tutti i documenti e gli elementi ritenuti necessari o utili per identificare e selezionare i partecipanti ad una procedura concorsuale, fermo restando il rispetto del principio di proporzionalità, ai sensi degli artt. 73 e 74, d. lg. n. 163 del 12.04.2006” (TAR Cagliari (Sardegna), Sez. I, 10/05/2013, n. 390); per un’applicazione in tema di certificazione etica SA 8000:2008, cfr. TAR Catania (Sicilia), Sez. III, 21/11/2013, n. 2784.
Conformemente all’indirizzo testé espresso, nel bando–disciplinare di gara dell’appalto in esame, a pag. 3, è stato previsto che: “Per la distribuzione di sostanze alimentari con attrezzature automatiche e semiautomatiche è necessario il possesso delle seguenti certificazioni di qualità: (…) 3. SA 8000 o equivalenti (Responsabilità sociale)”.
Nella specie, peraltro, non viene affatto in rilievo (il mancato esercizio del)la facoltà espulsiva della concorrente, risultata priva della suddetta certificazione etica, bensì semplicemente –giusta il tenore delle censure sollevate– l’attribuzione –in favore dell’aggiudicataria– da parte del seggio di gara, di cinque punti, per il possesso della suddetta certificazione (conformemente alla griglia dei punteggi, contenuta nel modulo, predisposto dalla stazione appaltante, per la presentazione dell’offerta tecnica); poiché, in particolare, il divario tra l’aggiudicataria Un. s.r.l., prima graduata, e la ricorrente Fo.Se. s.a.s., seconda graduata, è risultato pari ad appena 4,50 punti, è evidente che la mancata assegnazione dei cinque punti in questione, per effetto dell’accertato mancato possesso, in capo alla resistente, del certificato “SA 8000” o equivalente, determinerebbe la conseguenza della riformulazione della graduatoria conclusiva, nel senso auspicato dalla ricorrente medesima, con aggiudicazione dell’appalto di servizi de quo, in suo favore.
Posto, infatti, che, per il possesso della certificazione di qualità etica in oggetto, era prevista l’attribuzione di cinque punti, in maniera standardizzata, appare al Collegio evidente come l’acclarata mancanza, nel curriculum dell’aggiudicataria, di detto certificato o di altro “equivalente”, comporta necessariamente (l’accertamento dell’illegittimità di detta attribuzione, e quindi) la sottrazione del punteggio, alla stessa ascritto, in relazione al medesimo, con conseguente riposizionamento in graduatoria dell’Un. s.r.l., al secondo posto, e ascensione al primo posto –comportante l’effetto dell’aggiudicazione della gara– in favore della ricorrente.
Tanto stabilito, la res in iudicium deducta s’è focalizzata sulla questione, se l’aver provato, la ditta aggiudicataria, di aver conseguito –dalla Si.Cert.SAGL– “la certificazione del sistema di gestione sociale secondo la linea guida ISO 26000: 2010”, per il seguente campo d’attività: “commercializzazione mediante distributori automatici di bevande e prodotti alimentari confezionati”, fosse, o meno, equivalente al possesso della certificazione SA 8000, richiesta dalla lex specialis di gara.
Detta equivalenza è stata affermata, dallo stesso responsabile della sede operativa di Salerno della Si.Cert.SAGL, su richiesta del dirigente scolastico del Liceo “Medi” di Battipaglia, nella nota del 25.02.2016, in copia agli atti, alla quale erano allegati, sempre in copia, estratti:
A) della “norma italiana” UNI ISO 26000 – Guida alla responsabilità sociale, edizione novembre 2010, dell’UNI (Ente Nazionale Italiano di Unificazione – Milano);
B) dello standard internazionale SA 8000 – 2014, del SAI (Social Accountability International – New York).
Dalla lettura di detti documenti, emerge che mentre l’ISO 26000 è una “norma” (internazionale), in tema di responsabilità sociale delle organizzazioni, lo SA 8000 è definito “uno standard volontario, verificabile attraverso audit di terza parte, che definisce i requisiti che devono essere soddisfatti dalle organizzazioni (…) in ogni caso la certificazione può essere rilasciata solo per ogni specifico luogo di lavoro”; e, più avanti: “Anche se SA 8000 è universalmente applicabile, e in linea di principio la certificazione è disponibile in qualsiasi Paese o settore (…)”.
Dalla stessa documentazione in questione appare evidente la ragione di fondo, per la quale ISO 26000 e SA 8000 non possono essere (a dispetto dell’opinione espressa dalla Si. Cert. SAGL, e fatta propria dall’Avvocatura Erariale), “equivalenti”: mentre SA 8000 costituisce, a tutti gli effetti, una “certificazione di qualità” (che attesta, nello specifico, il rispetto dei diritti umani e del lavoro, da parte di una determinata azienda), l’ISO 26000 viene, bensì qualificata come “norma internazionale”, senza, peraltro, che se ne garantisca la possibilità di certificarla (da parte di organismi accreditati).
La ragione di ciò emerge, con estrema chiarezza, dalla pagina, dedicata all’ISO 26000, sul sito CSR (Corporate Social Responsibility, in italiano RSI Responsabilità Sociale d’Impresa) dell’Unioncamere (http://www.csr.unioncamere.it/), ove si legge quanto segue: “Innanzi tutto ISO 26000 è un Linea Guida e non una norma: ciò significa che essa non sarà certificabile da una terza parte sul modello dei sistemi di gestione qualità, ambiente salute sicurezza, o, per rimanere al tema della CSR, SA8000, ma (è) una guida a concetti, principi e pratiche connesse alla Responsabilità Sociale d’Impresa. Questo significa, in pratica, che un’azienda o un’organizzazione che volessero adottare queste nuove Linee Guida non possono affidarsi a una società esterna che ne certifichi l’impegno nel campo della responsabilità sociale, ma devono confrontarsi con le proprie parti interessate, prima fra tutte il sindacato per quanto attiene i rapporti e le condizioni di lavoro, affinché siano loro a valutare se rispettano o meno i contenuti di Iso 26000”.
Nel sito “Responsabilità sociale d’impresa” (http://www.rsi.cittametropolitana.milano.it/), sotto la voce “ISO 26000 – Caratteristiche generali”, in maniera del tutto analoga, si legge: “È applicabile a qualsiasi Organizzazione. Riconosce nel rispetto delle leggi la base della RS ed incoraggia azioni che vadano oltre la legge. Promuove la comprensione comune della RS. È complementare ad altri strumenti ed iniziative. Tiene conto delle differenze sociali, ambientali, legali, economiche. Non è certificabile da una terza parte indipendente”.
Del resto, la società ricorrente ha prodotto, in allegato all’atto introduttivo del giudizio, la pagina del sito LinkedIn dedicata al Si.Cert.SAGL, ovvero all’ente di certificazione, che ha rilasciato la censurata attestazione del possesso, da parte dell’aggiudicataria, della “linea guida” ISO 26000, nella quale sono indicati gli schemi di certificazione, per i quali lo stesso Si.Cert.SAGL è “lead auditor” (ISO 9001, ISO 14001, OHSAS 18001, ISO 22000, ISO 27001, ISO 13485 e ISO 50001), tra i quali non è affatto compreso quello in contestazione.
Ciò per la semplice, ma decisiva, ragione, che –giusta quanto affermato anche in sede cautelare– lo stesso non è passibile di certificazione, per una precisa scelta, in tal senso, della stessa organizzazione che l’ha ideato, ricavabile, con chiarezza, dalla lettura del documento 16, prodotto da parte ricorrente (ovvero del dossier “UNI ISO 26000: la responsabilità sociale in concreto”, a cura dell’UNI), dove –a pag. 31– si legge: “Come è noto, la ISO 26000 non è un sistema di gestione e non è una norma certificabile. In questo risiede, a mio giudizio, uno degli aspetti maggiormente innovativi dello standard. Il gruppo di lavoro mondiale dell’ISO sulla responsabilità sociale prese la decisione di redigere delle linee guida non certificabili sostanzialmente per due motivi.
In primo luogo, si intendeva puntare su un coinvolgimento attivo dei portatori di interesse di un’organizzazione. Affidare a terzi la certificazione delle iniziative sostenibili attuate da un’organizzazione avrebbe significato, infatti, trascurare il valore fondamentale che ha l’identificazione e il coinvolgimento degli stakeholder nella ISO 26000.
Un secondo motivo all’origine della decisione di non certificare questa norma è stata la necessità di favorirne la diffusione fra le piccole e medie organizzazioni, che hanno minori possibilità finanziarie rispetto alle grandi. Chiedere una certificazione comporta, infatti, dei costi che spesso non sono alla portata di aziende e organizzazioni di minori dimensioni.
Questa decisione non è stata, tuttavia, unanimemente accolta con favore dai consulenti e dagli esperti di responsabilità sociale e, a dir la verità, anche dagli enti di normazione. Alcuni di questi ultimi –come il danese DS, il portoghese NP e il brasiliano ABNT– hanno, infatti, pubblicato come standard nazionali dei sistemi di gestione sulla responsabilità sociale, che si richiamano in larga parte ai contenuti della ISO 26000.
In occasione della revisione della norma, negli ultimi mesi le voci di quanti chiedono la modifica della ISO 26000 in uno standard certificabile hanno ripreso a levarsi con forza. L’ISO ha correttamente segnalato che il processo di revisione non prevede uno stravolgimento della norma, anche nel caso in cui la maggioranza dei votanti ne chiedesse la trasformazione in uno standard certificabile.
In quest’ultimo caso, la strada sarebbe quella della presentazione da parte dell’ISO di un nuovo progetto di norma (New Work Item Proposal) certificabile in materia di responsabilità sociale, avviando ex novo un percorso normativo e costituendo un Comitato tecnico o un Project Committee. I sindacati e le associazioni imprenditoriali si sono già da tempo espressi contro ogni tentativo di rendere certificabile la norma e hanno sostenuto questa posizione presso gli enti di normazione nazionali durante il processo di revisione.
I risultati del voto saranno, comunque, oggetto di discussione fra l’ISO e il PPO (Post Publication Organization), l’organismo mondiale consultivo sulla ISO 26000, del quale fanno parte quattro rappresentanti per ciascuna delle sei categorie di stakeholder che hanno partecipato al gruppo di lavoro ISO sulla responsabilità sociale. Al PPO sarà, infatti, chiesto di formulare una propria raccomandazione ai vertici ISO sul futuro della norma (…)
”.
In definitiva, pur non potendosi escludere, giusta quanto espresso dall’UNI, un’evoluzione della norma in argomento, nel senso della sua parificazione ad uno standard internazionale certificabile, allo stato esso rappresenta un’entità, irriducibile alla nozione di certificazione; di conseguenza, esso non può ritenersi “equivalente” al certificato SA 8000, richiesto dal disciplinare di gara, atteso che non può istituirsi alcuna equivalenza, già sul piano logico, prima ancora che giuridico, tra ciò che è certificabile, e ciò che non lo è.
Le ragioni dianzi espresse fondano, pertanto, l’accoglimento del ricorso, con annullamento dell’atto gravato e riformulazione della graduatoria, nei sensi sopra precisati, e conseguente aggiudicazione dell’appalto, in favore della ricorrente, già seconda classificata.

APPALTI: Aggiudicazioni, botte di ferro. Revoca: non si può invocare il principio d'affidamento. Tar Puglia interviene in materia di gare pubbliche richiamando ampia giurisprudenza.
La valutazione dell'interesse pubblico alla revoca di un provvedimento di aggiudicazione non può essere incisa dalla situazione oggettiva di affidamento in capo al soggetto privato e, pertanto, non potrà ritenersi illegittima la revoca in relazione alla dedotta supremazia del principio di affidamento.

È quanto ribadito dai giudici della II Sez. del TAR Puglia-Bari con la sentenza 20.05.2016 n. 694.
Il thema decidendum vedeva la società Tizia spa sostenere che la revoca dell'aggiudicazione di una gara sarebbe illegittima per la mancanza della comunicazione di avvio del procedimento.
Più nello specifico, la Tizia spa affermava che, essendo intervenuta a suo favore l'aggiudicazione definitiva, essa avrebbe avuto un interesse a partecipare al procedimento di revoca dell'aggiudicazione suddetta.
La lesione degli interessi procedimentali, a parere di Tizia, sarebbe tanto più grave in considerazione dell'avvenuto consolidamento in capo a Tizia stessa dell'affidamento legittimo circa l'intenzione della p.a. di procedere alla stipula del contratto di appalto.
L'amministrazione resistente, in merito, eccepiva che il provvedimento impugnato, alla luce delle risultanze della nuova istruttoria, non poteva comunque avere un contenuto diverso e che pertanto, l'eventuale apporto partecipativo della ricorrente, ove reso praticabile dalla comunicazione di avvio del procedimento, non avrebbe portato ad esiti diversi da quelli cui è pervenuta la stazione appaltante.
La giurisprudenza richiamata dai giudici di Bari. I giudici baresi hanno, quindi, richiamato sul punto, la giurisprudenza del Consiglio di stato in merito all'art. 21-octies, secondo comma, della legge n. 241 del 1990, secondo cui: «Tale norma distingue due diverse fattispecie. La prima è generale e riguarda il caso in cui l'attività amministrativa è vincolata e l'amministrazione ha violato una norma che contempla un requisito formale o procedimentale. La seconda ha carattere particolare e riguarda il caso in cui è violata la norma che contempla il requisito procedimentale della comunicazione di avvio del procedimento. Tale ultima fattispecie, contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice, si applica in presenza di attività sia vincolata che discrezionale» (Cds, sez. VI, 27.04.2015, n. 2127).
E ancora: «La più recente giurisprudenza del Consiglio di stato, facendo riferimento, per ragioni di efficienza e speditezza, a un'accezione sostanzialistica della violazione dell'art. 7, legge n. 241 del 1990, ha affermato che l'interessato che lamenta la violazione dell'obbligo di comunicazione dell'avvio del procedimento ha anche l'onere di allegare e dimostrare che, grazie alla comunicazione, egli avrebbe potuto sottoporre all'amministrazione elementi che avrebbero potuto condurla a una diversa determinazione da quella che invece ha assunto».
Infatti «è vero che tale norma pone in capo all'amministrazione (e non del privato) l'onere di dimostrare, in caso di mancata comunicazione dell'avvio, che l'esito del procedimento non poteva essere diverso. E tuttavia, onde evitare di gravare la p.a. di una probatio diabolica (quale sarebbe quella consistente nel dimostrare che ogni eventuale contributo partecipativo del privato non avrebbe mutato l'esito del procedimento), risulta preferibile interpretare la norma in esame nel senso che il privato non possa limitarsi a dolersi della mancata comunicazione di avvio, ma debba anche quantomeno indicare o allegare quali sono gli elementi conoscitivi che avrebbe introdotto nel procedimento ove avesse ricevuto la comunicazione. Solo dopo che il ricorrente ha adempiuto questo onere di allegazione (che la norma implicitamente pone a suo carico), la p.a. sarà gravata dal ben più consistente onere di dimostrare che, anche ove quegli elementi fossero stati valutati, il contenuto dispositivo del provvedimento non sarebbe mutato. Ne consegue che ove il privato si limiti a contestare la mancata comunicazione di avvio, senza nemmeno allegare le circostanze che intendeva sottoporre all'amministrazione, il motivo con cui si lamenta la mancata comunicazione deve ritenersi inammissibile» (Cons. stato, VI, 29.07.2008, n. 3786; nello stesso senso Cons. stato, V, 18.04.2012, n. 2257) (Consiglio di stato, sez. VI, 04.03.2015, n. 1060; Tar Bari, sez. II, 06.10.2015, n. 1283) (articolo ItaliaOggi Sette del 27.06.2016).
---------------
MASSIMA
3. – Con il primo motivo del ricorso R.G. n. 1505/2014 la società Ai.Me.Sy. S.p.A. sostiene che la revoca dell’aggiudicazione sarebbe illegittima per la mancanza della comunicazione di avvio del procedimento.
Più nello specifico, la ricorrente sostiene che, essendo intervenuta a suo favore l’aggiudicazione definitiva, essa avrebbe avuto un interesse a partecipare al procedimento di revoca dell’aggiudicazione suddetta.
La lesione degli interessi procedimentali, a parere della ricorrente, sarebbe tanto più grave in considerazione dell’avvenuto consolidamento in capo all’Ai.Li. dell’affidamento legittimo circa l’intenzione dell’Azienda Ospedaliera di procedere alla stipula del contratto di appalto.
L’amministrazione resistente, in merito, ha eccepito che il provvedimento impugnato, alla luce delle risultanze della nuova istruttoria, non poteva comunque avere un contenuto diverso e che pertanto, l’eventuale apporto partecipativo della ricorrente, ove reso praticabile dalla comunicazione di avvio del procedimento, non avrebbe portato ad esiti diversi da quelli cui è pervenuta la stazione appaltante.
Sul punto, si riporta quanto osservato recentemente dal Consiglio di Stato in merito all’art. 21-octies, secondo comma, della l. n. 241 del 1990 “
…Tale norma distingue due diverse fattispecie. La prima è generale e riguarda il caso in cui l’attività amministrativa è vincolata e l’amministrazione ha violato una norma che contempla un requisito formale o procedimentale. La seconda ha carattere particolare e riguarda il caso in cui è violata la norma che contempla il requisito procedimentale della comunicazione di avvio del procedimento. Tale ultima fattispecie, contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice, si applica in presenza di attività sia vincolata che discrezionale” (Consiglio di Stato, sez. VI, 27.04.2015, n. 2127); e ancora “La più recente giurisprudenza del Consiglio di Stato, facendo riferimento –per ragioni di efficienza e speditezza- a un’accezione sostanzialistica della violazione dell’art. 7 l. n. 241 del 1990, ha affermato che l’interessato che lamenta la violazione dell’obbligo di comunicazione dell’avvio del procedimento ha anche l’onere di allegare e dimostrare che, grazie alla comunicazione, egli avrebbe potuto sottoporre all’amministrazione elementi che avrebbero potuto condurla a una diversa determinazione da quella che invece ha assunto". Infatti «è vero che tale norma pone in capo all’Amministrazione (e non del privato) l’onere di dimostrare, in caso di mancata comunicazione dell’avvio, che l’esito del procedimento non poteva essere diverso. E tuttavia, onde evitare di gravare la p.a. di una probatio diabolica (quale sarebbe quella consistente nel dimostrare che ogni eventuale contributo partecipativo del privato non avrebbe mutato l’esito del procedimento), risulta preferibile interpretare la norma in esame nel senso che il privato non possa limitarsi a dolersi della mancata comunicazione di avvio, ma debba anche quantomeno indicare o allegare quali sono gli elementi conoscitivi che avrebbe introdotto nel procedimento ove avesse ricevuto la comunicazione. Solo dopo che il ricorrente ha adempiuto questo onere di allegazione (che la norma implicitamente pone a suo carico), la p.a. sarà gravata dal ben più consistente onere di dimostrare che, anche ove quegli elementi fossero stati valutati, il contenuto dispositivo del provvedimento non sarebbe mutato. Ne consegue che ove il privato si limiti a contestare la mancata comunicazione di avvio, senza nemmeno allegare le circostanze che intendeva sottoporre all’Amministrazione, il motivo con cui si lamenta la mancata comunicazione deve ritenersi inammissibile» (Cons. Stato, VI, 29.07.2008, n. 3786; nello stesso senso Cons. Stato, V, 18.04.2012, n. 2257…) (Consiglio di Stato, sez. VI, 04.03.2015, n. 1060; TAR Bari, sez. II, 06.10.2015, n. 1283).
Nel motivo di ricorso de quo la ricorrente si è limitata a contestare il mancato avvio della fase partecipativa, senza allegare le circostanze che intendeva sottoporre alla stazione appaltante e che avrebbero condotto all’adozione di un provvedimento diverso (cfr. I motivo del ricorso principale); ne consegue che tale censura deve ritenersi inammissibile.
In ogni caso, l’amministrazione sul punto ha evidenziato che: “la gravata revoca dell’aggiudicazione costituiva atto dovuto, stante l’accertamento istruttorio circa il “non allineamento della precedente gara rispetto alle attuali esigenze di risultato clinico”, di talché l’eventuale apporto partecipativo della “Ai.Li.Me.Sy. s.p.a.”, ove reso praticabile dalla comunicazione di avvio del procedimento, non avrebbe portato ad esiti diversi da quelli cui è pervenuta la stazione appaltante”.
Per completezza e con specifico riferimento alla addotta lesione del legittimo affidamento come fonte di illegittimità del provvedimento di revoca impugnato si richiamano:
- la sentenza del TAR Roma, sez. III, 10.01.2007, n. 76: “
il Collegio non può che ritenere infondata la censura dedotta dalla ricorrente e relativa all'inadeguata valutazione del legittimo affidamento rispetto al provvedimento di revoca oggetto di impugnazione. La valutazione dell'interesse pubblico alla revoca del provvedimento di aggiudicazione, infatti, non può essere incisa dalla situazione oggettiva di affidamento in capo al soggetto privato e, pertanto, non può ritenersi la illegittimità della revoca in relazione alla dedotta supremazia del principio di affidamento”;
- nonché la sentenza n. 2602 del 14.05.2013 della V Sezione del Consiglio di Stato secondo la quale: “
…deve essere condivisa la tesi del primo giudice secondo la quale ai sensi dell'art. 21-octies della legge 07.08.1990, n. 241, il carattere doveroso della determinazione di annullamento d'ufficio esclude la rilevanza delle censure di incompetenza e di insufficienza della comunicazione di avvio del procedimento di annullamento e di quello di revoca del finanziamento (in termini C. di S., V, 15.11.2012, n. 5772). In tale situazione, nemmeno può essere dato rilievo all'affidamento ingenerato nell'appellante, in quanto al momento dell'adozione del provvedimento di autotutela il contratto definitivo non era stato stipulato, per cui le rispettiva posizioni non si erano ancora definitivamente consolidate”.
Tale motivo di ricorso deve pertanto essere integralmente respinto perché infondato.

ARAN

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Raccolta sistematica degli orientamenti applicativi: FERIE E FESTIVITA (dicembre 2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Raccolta sistematica degli orientamenti applicativi: ASSENZE PER MALATTIA, INFORTUNI SUL LAVORO E CAUSA DI SERVIZIO (dicembre 2015).

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

ENTI LOCALI - VARI: Oggetto: Indicazioni operative concernenti finalità e limiti dell'intervento delle Organizzazioni di Volontariato di Protezione Civile a supporto delle Autorità preposte ai servizi di polizia stradale (Dipartimento della Protezione Civile, nota 24.06.2016 n. 32320 di prot.).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: SISTRI – nuovo regolamento e manuale operativo (ANCE di Bergamo, circolare 24.06.2016 n. 131).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

APPALTI: Commissione di gara e Rup, garbuglio sulle competenze (10.07.2016 - link a http://luigioliveri.blogspot.it).

PUBBLICO IMPIEGO: P. Corso, Licenziamento furbetti del cartellino: i tempi stanno cambiando (09.07.2016 - tratto da www.ipsoa.it).

APPALTI: Incarico al direttore dell'esecuzione aggiornato alle Linee Guida (09.07.2016 - link a http://luigioliveri.blogspot.it).

APPALTI: Linee guida Anac sul Rup: la negazione del modello funzionale (03.07.2016 - link a http://luigioliveri.blogspot.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Dirigenti a contratto: Corte dei conti sull’orlo di una crisi di nervi (02.07.2016 - link a http://luigioliveri.blogspot.it).

APPALTI: Legge Europea: tutelati i diritti dei lavoratori in caso di nuovo appaltatore (01.07.2016 - tratto da www.ipsoa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA - ENERGIA: Fonti FER diverse dal fotovoltaico - Decreto Ministeriale 23.06.2016 - Nuovi incentivi di settore (Giugno 2016 - Grimaldi Studio Legale).
---------------
SOMMARIO: Premessa - Ambito di applicazione - Procedure di accesso (Accesso diretto - Iscrizione a registro - Asta) - Impianti “stranieri” - Tariffe incentivanti - Fotovoltaico (e altre FER) - Disposizioni finali.

PUBBLICO IMPIEGO: R. Schiavone, Licenziamento disciplinare nella PA: più responsabilità per i dirigenti (29.06.2016 - tratto da www.ipsoa.it).

APPALTI FORNITURE E SERVIZI: Rup di forniture e servizi dopo Linee Guida Anac (29.06.2016 - link a http://luigioliveri.blogspot.it).

ENTI LOCALI - VARI: Che valore ha un’e-mail semplice? (28.06.2016 - link a www.laleggepertutti.it).

APPALTI: Appalti: DGUE editabile (27.06.2016 - link a http://luigioliveri.blogspot.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Utilizzo del personale nei piccoli comuni: clamorosi errori della Sezione Autonomie (26.06.2016 - link a http://luigioliveri.blogspot.it).

ENTI LOCALI - PATRIMONIO: Concessioni o appalti? Maggiore chiarezza col codice dei contratti per tesoreria e gestione impianti sportivi (26.06.2016 - link a http://luigioliveri.blogspot.it).

APPALTI - EDILIZIA PRIVATA: R. D'Isa, La fideiussione, il contratto autonomo di garanzia e la polizza fideiussoria (22.06.2016 - tratto da https://renatodisa.com).

EDILIZIA PRIVATA - ENERGIA: Conto Termico 2.0 - Decreto Ministeriale 16.02.2016 - Efficientamento e produzione di energia - Nuove misure di incentivazione (Maggio 2016 - Grimaldi Studio Legale).
---------------
SOMMARIO: Premessa - Soggetti ammessi - Tipologie di interventi - Criteri, misura e durata - Procedure di accesso (Accesso diretto - Prenotazione) - Cumulabilità.

AMBIENTE-ECOLOGIA: G. Atzori, Chi (non) inquina, paga? La giurisprudenza più recente sugli obblighi del proprietario incolpevole (Ambiente & sviluppo 10/2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA: A. Muratori, Traveggole da calura estiva sulla classificazione delle potature del verde pubblico (Ambiente & sviluppo 8-9/2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA: V. Paone, Mancata osservanza dell'ordine sindacale di bonifica: reato istantaneo o permanente? (Ambiente & sviluppo 8-9/2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA: V. Cavanna, La Provincia ha l’obbligo di attivarsi per individuare il responsabile dell’inquinamento (nota a TAR Lombardia n. 940/2015) (Ambiente & sviluppo 7/2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA: A. Muratori, Attività rumorose: quando superare i limiti (di immissione o emissione) può “costituire reato” ex art. 659 cod. pen. (nota a Cass. pen. n. 5735/2015) (Ambiente & sviluppo 4/2015).

PUBBLICO IMPIEGO: D. de Paolis, Incarichi e consulenze pubbliche a soggetti in quiescenza: limiti e divieti (Bollettino di Legislazione Tecnica n. 3/2015).
---------------
In questo articolo vengono illustrati i divieti al conferimento di incarichi pubblici e consulenze a soggetti in quiescenza, previsti dall’art. 5, comma 9, del D.L. 95/2012 - come successivamente modificato dall’art. 6 del D.L. 90/2014.
Sono esaminati, tramite agili tabelle che consentono di reperire subito l’informazione necessaria, l’efficacia temporale della disciplina, le pubbliche amministrazioni cui si applicano i limiti e divieti, i soggetti che non possono essere incaricati, gli incarichi vietati e quelli invece consentiti, quali ad esempio le cariche elettive negli organi di Ordini e Collegi professionali e Consigli nazionali.

AMBIENTE-ECOLOGIA: A. L. Vergine, Piovono norme sull’abbruciamento del materiale agricolo e forestale: le reazioni della Cassazione (Ambiente & sviluppo 3/2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA: M. Benozzo, La tenuta dei registri di carico e scarico tra copie e originali (Ambiente & sviluppo 3/2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA: V. Paone, Abbruciamento di scarti vegetali: quale disciplina? (Ambiente & sviluppo 2/2015).

APPALTI: M. Urbani, Il nuovo soccorso istruttorio «a pagamento» (Bollettino di Legislazione Tecnica n. 2/2015).
---------------
Questo articolo, dopo le novità introdotte dal D.L. 90/2014 (L. 114/2014) ed i primi chiarimenti forniti dall’ANAC con la Determinazione n. 1/2015, fornisce un panorama completo sull’istituto del «soccorso istruttorio». Sono messe in luce tutte le criticità e le difficoltà applicative delle nuove norme, evidenziando suggerimenti di buon senso e best practices concernenti gli elementi e le dichiarazioni regolarizzabili, le carenze ed irregolarità non sanabili, le irregolarità concernenti gli adempimenti formali, la cauzione provvisoria, gli effetti sul procedimento di gara.

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

ATTI AMMINISTRATIVI: Schema di decreto del Presidente della Repubblica concernente regolamento recante norme per la semplificazione e l'accelerazione dei procedimenti amministrativi (Atto del Governo n. 309 - link a www.camera.it).

APPALTI SERVIZI: Schema di decreto legislativo recante testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale (Atto del Governo n. 308 - link a www.camera.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - ENTI LOCALI: Schema di decreto legislativo recante modifiche e integrazioni al codice dell'amministrazione digitale di cui al decreto legislativo 07.03.2005 n. 82 (Atto del Governo n. 307 - link a www.camera.it).

ENTI LOCALI: Schema di decreto legislativo recante testo unico in materia di società a partecipazione pubblica (Atto del Governo n. 297 - link a www.camera.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Schema di decreto legislativo recante norme per il riordino della disciplina in materia di conferenza di servizi (Atto del Governo n. 293 - link a www.camera.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria 27 dell'08.07.2016, "Pubblicazione ai sensi dell’articolo 5 del regolamento regionale 21.01.2000, n. 1, dei nominativi e degli estremi dei provvedimenti di riconoscimento di tecnico competente in acustica ambientale alla data del 30.06.2016, in attuazione dell’articolo 2, commi 6 e 7, della legge 26.10.1995, n. 447 e della deliberazione di giunta regionale 06.08.2012, n. IX/3935" (comunicato regionale 05.07.2016 n. 114).

VARI: G.U. 08.07.2016 n. 158 "Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea - Legge europea 2015-2016" (Legge 07.07.2016 n. 122).

AMBIENTE-ECOLOGIA: G.U. 07.07.2016 n. 157 "Regolamento recante modalità semplificate per lo svolgimento delle attività di ritiro gratuito da parte dei distributori di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) di piccolissime dimensioni, nonché requisiti tecnici per lo svolgimento del deposito preliminare alla raccolta presso i distributori e per il trasporto, ai sensi dell’articolo 11, commi 3 e 4, del decreto legislativo 14.03.2014, n. 49" (Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, decreto 31.05.2016 n. 121).

APPALTI FORNITURE E SERVIZI: G.U. 06.07.2016 n. 156 "Modalità di acquisizione di beni e servizi ICT nelle more della definizione del «Piano triennale per l’informatica nella pubblica amministrazione» previsto dalle disposizioni di cui all’art. 1, comma 513 e seguenti della legge 28.12.2015, n. 208 (Legge di stabilità 2016)" (Agenzia per l'Italia Digitale, circolare 24.06.2016 n. 2).

PATRIMONIO - EDILIZIA PRIVATA: G.U. 30.06.2016 n. 151 "Approvazione dell’aggiornamento del Piano nazionale infrastrutturale per la ricarica dei veicoli alimentati ad energia elettrica approvato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 26.09.2014" (D.P.C.M. 18.04.2016).

VARI: G.U. 29.06.2016 n. 150 "Incentivazione dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili diverse dal fotovoltaico" (Ministero dello Sviluppo Economico, decreto 23.06.2016).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: G.U. 28.06.2016 n. 149 "Modifiche all’articolo 55-quater del decreto legislativo 30.03.2001, n. 165, ai sensi dell’articolo 17, comma 1, lettera s) , della legge 07.08.2015, n. 124, in materia di licenziamento disciplinare" (D.Lgs. 20.06.2016 n. 116).

EDILIZIA PRIVATA: G.U. 28.06.2016 n. 149 "Disposizioni in materia di aree e parchi archeologici e istituti e luoghi della cultura di rilevante interesse nazionale" (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, decreto 09.06.2016).

PATRIMONIO: G.U. 27.06.2016 n. 148 "Modalità di messa a dimora di piantine in aree pubbliche in occasione della Giornata nazionale degli alberi" (Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, decreto 31.05.2016).

APPALTI - ATTI AMMINISTRATIVI: G.U. 24.06.2016 n. 146 "Proroga del regime transitorio di cui all’art. 16, comma 8, del decreto 05.12.2012, recante regole tecniche per la consultazione diretta del sistema informativo del casellario da parte delle pubbliche amministrazioni e dei gestori di pubblici servizi" (Ministero della Giustizia, decreto 17.06.2016).

AMBIENTE-ECOLOGIA: G.U. 24.06.2016 n. 146 "Linee guida per il calcolo della percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti urbani" (Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, decreto 26.05.2016).

VARI: G.U. 24.06.2016 n. 146 "Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare" (Legge 22.06.2016 n. 112).

EDILIZIA PRIVATA: G.U. 23.06.2016 n. 145 "Approvazione di norme tecniche di prevenzione incendi per le attività di ufficio, ai sensi dell’articolo 15 del decreto legislativo 08.03.2006 n. 139" (Ministero dell'Interno, decreto 08.06.2016).

A.N.AC. (già AUTORITA' VIGILANZA CONTRATTI PUBBLICI)

APPALTINegli appalti valutazioni «soggettive». Linee guida Anac. Le istruzioni per gli affidamenti con l’offerta più vantaggiosa.
L’affidamento di appalti con l’offerta economicamente più vantaggiosa comporta la definizione dettagliata di criteri, subcriteri e parametri motivazionali, connessi all’oggetto dell’appalto e al suo ciclo di vita.

Il documento contenente le linee-guida dell’Anac attuative dell’articolo 95 del nuovo Codice dei contratti pubblici (ora sottoposto al parere del Consiglio di Stato e delle commissioni parlamentari) fornisce una serie di indicazioni operative, che le stazioni appaltanti sono chiamate a utilizzare per sviluppare correttamente i processi valutativi delle offerte con l’approccio multicriteriale.
L’impostazione dei criteri di valutazione della parte tecnico-qualitativa può essere definita tenendo conto anzitutto degli elementi proposti dall’articolo 95, comma 6, rispetto ai quali l’Anac evidenzia la rilevante novità posta dalle direttive comunitarie e dal Codice. Nella valutazione possono essere infatti presi in esame profili di carattere soggettivo qualora consentano di apprezzare meglio il contenuto e l’affidabilità dell’offerta o di valorizzare caratteristiche ritenute particolarmente meritevoli; in ogni caso, devono riguardare aspetti, quali quelli indicati dal Codice, che incidono in maniera diretta sulla qualità della prestazione.
Le stazioni appaltanti devono tener conto anche dei criteri ambientali minimi (Cam) prevedono l’attribuzione di punteggi qualora vengano proposte condizioni superiori a quelle minime previste dagli stessi Cam con riferimento alle specifiche prestazionali e alle condizioni di esecuzione definite nel capitolato speciale e nello schema di contratto.
L’Anac evidenzia che il set degli elementi da sottoporre a valutazione può includere anche criteri premiali legati al rating di legalità (valutando però se le imprese del settore dell’appalto ne siano dotate), all’impatto sulla sicurezza e salute dei lavoratori, a quello sull’ambiente e per agevolare la partecipazione delle microimprese e delle piccole e medie imprese, dei giovani professionisti e per le imprese di nuova costituzione (inserendo nei criteri elementi che valorizzino gli elementi di innovatività delle offerte presentate).
In relazione ai criteri e i subcriteri, le stazioni appaltanti devono specificare nei documenti di gara i criteri motivazionali che guidano la valutazione da parte della commissione giudicatrice.
Il criterio di attribuzione dei punteggi può essere scelto liberamente dall’amministrazione, ma nelle linee-guida l’Anac propone le soluzioni più frequentemente utilizzate, ossia l’attribuzione discrezionale di un coefficiente (da moltiplicare poi per il punteggio massimo attribuibile in relazione al criterio), variabile tra zero e uno, da parte di ciascun commissario di gara e il confronto a coppie tra le offerte presentate, effettuato sempre da ciascun commissario di gara.
L’autorità disciplina anche la riparametrazione dei risultati della valutazione della parte tecnico-qualitativa dell’offerta, rimettendo la scelta sulla sua applicazione (finalizzata al riequilibrio rispetto all’attribuzione del punteggio massimo alla componente economica dell’offerta) alla stazione appaltante.
Le linee-guida consigliano la riparametrazione correlata ai singoli criteri o subcriteri e al risultato finale conseguito dall’offerta per la parte tecnico-qualitativa, ponendosi in controtendenza rispetto alla giurisprudenza più recente, che evidenzia invece la necessità di effettuarla una sola volta.
Sugli elementi economici dell’offerta, l’Anac fa rilevare le criticità dell’utilizzo delle formule con proporzionalità diretta lineare, rimettendo anche in tal caso la scelta del metodo di attribuzione del punteggio alla stazione appaltante, purché tale da consentire l’assegnazione del massimo all’offerta migliore
(articolo Il Sole 24 Ore del 04.07.2016).

LAVORI PUBBLICIDirettore dei lavori trasparente. Niente conflitti di interesse con l'impresa aggiudicataria. Le indicazioni delle linee guida inviate dall'Anac al ministero delle infrastrutture.
Il direttore dei lavori non può accettare alcun incarico professionale dall'impresa aggiudicataria del contratto e deve segnalare alla stazione appaltante eventuali rapporti esistenti con l'affidatario; non può inoltre avere svolto la verifica del progetto relativo all'intervento da eseguire.

Sono queste alcune delle indicazioni contenute nella proposta di linea guida sul direttore dei lavori emessa il 28 giugno dall'Autorità nazionale anticorruzione e inviata al ministero delle infrastrutture.
Il documento sostituisce gli articoli da 180 a 195, oltre agli articoli 199-202 e 210 del dpr 207/2010, il vecchio regolamento del codice De Lise. Rispetto alle norme del regolamento si introducono alcuni obblighi e incompatibilità per il direttore dei lavori: l'Anac chiarisce innanzitutto che l'attività di direzione lavori è incompatibile con lo svolgimento dell'attività di verifica preventiva della progettazione per il medesimo progetto.
Inoltre al direttore dei lavori è fatto divieto, dal momento dell'aggiudicazione e fino al collaudo, di accettare nuovi incarichi professionali dall'impresa affidataria. Corre poi l'obbligo, sempre al direttore dei lavori, una volta conosciuta l'identità dell'aggiudicatario, di segnalare alla stazione appaltante l'esistenza di eventuali rapporti con lo stesso, per la valutazione discrezionale sulla sostanziale incidenza di questi rapporti rispetto all'incarico da svolgere.
Come prevede il codice (art. 111) la nomina del direttore dei lavori deve essere effettuata prima dell'avvio delle procedure di gara e i compiti e le funzioni di direzione dei lavori devono fare capo ad un unico soggetto. Se la stazione appaltante non individua all'interno delle diverse figure tecniche un soggetto idoneo a coprire l'incarico, potrà procedere alla scelta di un soggetto esterno con regole ad evidenza pubblica. Il direttore dei lavori, laddove abilitato in base al decreto 81/2008, potrà sommare anche la funzione di coordinatore per la sicurezza; in caso negativo la stazione appaltante potrà o nominare un ufficio di direzione lavori con almeno un soggetto in possesso di questi requisiti, oppure affidare a terzi l'incarico.
La proposta di linea guida individua con precisione, riprendendo larga parte delle disposizioni regolamentari dell'abrogato dpr 207/2010, i compiti del direttore dei lavori che si sostanziano prevalentemente in ordini di servizio impartiti, tramite Pec (modalità da utilizzare anche nei rapporti con il Rup), all'impresa aggiudicataria del contratto.
Sulle modifiche e sulle varianti dei contratti in corso di esecuzione l'Anac precisa che il direttore dei lavori le può proporre al Rup nei casi e alle condizioni previste dall'art. 106 del Codice e risponde direttamente del fatto di avere ordinato o lasciato eseguire variazioni o addizioni al progetto, senza averne ottenuto regolare autorizzazione. L'unica eccezione è se quanto autorizzato sia necessario ad evitare danni gravi a persone o cose o a beni soggetti alla legislazione in materia di beni culturali e ambientali, o comunque di proprietà delle stazioni appaltanti.
Una particolare attenzione viene riservata alla tempistica dei pagamenti: il direttore dei lavori deve trasmettere «immediatamente lo stato di avanzamento al Rup, che emette il certificato di pagamento entro il termine di sette giorni dal rilascio del Sal»; sarà poi il Rup, verificata la regolarità contributiva dell'impresa, ad inviare il certificato di pagamento alla stazione appaltante per l'emissione del mandato di pagamento entro 30 giorni dalla data di rilascio del certificato di pagamento (articolo ItaliaOggi dell'01.07.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATA: Proposta di Linee Guida - Procedure per l’affidamento dei contratti pubblici di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria.
Deliberate dal Consiglio dell’Autorità il 28.06.2016 le Linee Guida “Procedure per l’affidamento dei contratti pubblici di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria, indagini di mercato e formazione e gestione degli elenchi di operatori economici”.
Prima dell’approvazione del documento definitivo, l’atto è stato inviato per un parere al Consiglio di Stato, alla Commissione VII del Senato e della Commissione VIII della Camera (link a www.anticorruzione.it).

APPALTIStazioni appaltanti più efficienti. Il responsabile del procedimento sarà un project manager. Le prime cinque linee guida approvate dall'Anac e inviate a parlamento e Consiglio di stato.
Responsabili del procedimento delle gare di appalto con qualifica di project manager. Parametri per il calcolo delle parcelle di ingegneria e architettura obbligatori, ma ancora per poco. Requisito del fatturato sostituibile con idonea copertura assicurativa. Incentivo del 2% per i tecnici interni non applicabile alla progettazione. Premialità per i giovani professionisti inseriti nei gruppi concorrenti. Massimo 20 punti su 100 alla valutazione del prezzo offerto. Obbligo di denuncia all'Antitrust di comportamenti anticoncorrenziali.

Sono questi alcuni dei punti significativi delle cinque «proposte di linee guida» emesse dal Consiglio dell'autorità Anticorruzione nell'adunanza del 21.06.2016.
Si tratta dei primi cinque esempi della cosiddetta «soft law» che sostituirà il vecchio regolamento del codice dei contratti pubblici. Di questi cinque documenti, ancora non definitivi perché occorrerà attendere i pareri delle commissioni parlamentari e del Consiglio di stato, ve ne sono due (direttore dei lavori e direttore dell'esecuzione) che sono proposte per il ministero delle infrastrutture ai fini dell'adozione del prescritto decreto ministeriale di competenza. L'Autorità ha precisato che soltanto «all'esito dell'acquisizione dei pareri richiesti, si procederà all'approvazione e successiva pubblicazione dei documenti definitivi».
Quindi va ben chiarito che i cinque documenti, pubblicati ieri in tarda mattinata sul sito www.anticorruzione.it, sono provvisori e non definitivi. Per quel che riguarda il documento per l'affidamento dei servizi di ingegneria e architettura (che colmano un vuoto normativo seguito all'abrogazione delle norme del dpr 207/2010) uno dei passaggi di maggiore rilievo è quello relativo al calcolo dei corrispettivi a base di gara: ancora per poco, cioè fino a quando non sarà emesso il nuovo decreto del ministero della giustizia, le stazioni appaltanti dovranno applicare il decreto «parametri» n. 143/2013 che consente la stima dell'importo dell'affidamento.
Si tratterà però di un periodo breve perché il ministero della giustizia ha già varato il decreto, atteso a breve in gazzetta, e sarà facoltativo per le amministrazioni, che invece avranno comunque l'obbligo di indicare come è stato calcolata la parcella.
Viene ribadito che non è applicabile alla fase di progettazione l'incentivo del 2% per i tecnici dipendenti delle amministrazioni alla luce di quanto dispone l'articolo 113 del codice e visto il divieto contenuto nella legge delega 11/2016.
In alternativa al requisito del fatturato (migliori tre anni dell'ultimo quinquennio non superiore al doppio dell'importo della gara) l'amministrazione potrà chiedere una polizza assicurativa con congrui massimali, per agevolare i giovani professionisti. Fino a 40 mila euro si potranno affidare gli incarichi in via diretta ma avendo chiesto almeno due preventivi; da 40 mila a 100 mila euro la scelta dovrà avvenire fra almeno 5 soggetti individuati con indagini di mercato da elenchi o tramite avviso e applicazione del principio di rotazione degli incarichi.
Previsti incrementi convenzionali premianti se si inserisce un giovane professionista (laureato da meno di cinque anni) nel team di progettazione. Per l'aggiudicazione si prevede che il prezzo non possa valere oltre 20 punti su 100. Nelle linee guida sull'offerta economicamente più vantaggiosa si definiscono i criteri e i metodi per attribuire i punteggi, recuperando larga parte delle formule già applicabili in base al vecchio codice De Lise e al regolamento attuativo.
Una novità è quella che consentirebbe, con una certa forzatura della giurisprudenza Ue, di valutare in sede di offerta il rating di legalità le certificazioni del concorrente, soprattutto ambientali, elemento soggettivi che dovrebbe essere considerati solo in fase di accesso alla gara. L'Anac chiede poi alle stazioni appaltanti di informare l'Antitrust delle anomalie che possano risultare indice di comportamenti anticoncorrenziali e suggerisce, al fine di agevolare la partecipazione delle microimprese, pmi, start up e giovani, di prevedere criteri di valutazione che valorizzino gli elementi di innovatività delle offerte.
Nelle linee guida sulla direzione lavori si affrontano il tema della nomina del direttore dei lavori e della costituzione dell'ufficio di direzione lavori, le incompatibilità e i rapporti con altre figure il coordinamento e la supervisione dell'ufficio di direzione lavori, i suoi compiti e il controllo amministrativo contabile.
Molto dettagliata è anche la proposta inviata al Ministero delle infrastrutture (come quella della direzione lavori) sul direttore dell'esecuzione. Nel documento sul responsabile del procedimento (Rup) l'Autorità evidenzia con forza la necessità che si tratti di un vero e proprio project manager, soprattutto per interventi di particolare complessità per i quali il Rup dovrà possedere «la qualifica di project manager».
Parallelamente si chiede alle stazioni appaltanti di incidere sui profili formativi organizzando «piani di formazione del personale finalizzati all'acquisizione di competenze in materia di project management». Il Rup dovrà anche procedere alla verifica della congruità delle offerte insieme alla Commissione giudicatrice (articolo ItaliaOggi del 29.06.2016).

APPALTIAppalti con le linee guida Anac. Progettisti: assicurazione al posto dei requisiti di fatturato - Premi al rating di legalità.
Contratti pubblici. Approvati i primi cinque documenti di indirizzo al mercato: entro l’estate i vademecum diventeranno dieci.

La “soft law” dell’Anac passa dalla teoria alla pratica. L’Autorità anticorruzione ha appena approvato le prime indicazioni di regolazione per il mercato, preparate in attuazione del Codice appalti (Dlgs n. 50/2016): cinque delle sette linee guida messe in consultazione a fine aprile, chiusa la valutazione di centinaia di pareri degli addetti ai lavori, stanno per essere messe a disposizione di imprese e stazioni appaltanti.
Decollano così le regole sull’offerta economicamente più vantaggiosa, i servizi di architettura e ingegneria, la direzione lavori, la direzione dell’esecuzione e il responsabile unico del procedimento. Mancano all’appello due testi, in materia di commissioni giudicatrici e procedure sotto soglia. A questi, nelle prossime settimane, se ne aggiungeranno altri tre, relativi alla consultazione che si è conclusa proprio ieri, sul partenariato pubblico-privato, sugli illeciti professionali e, soprattutto, sul rating di impresa.
La bussola dell’Anac era attesissima dagli operatori, che grazie alle indicazioni dell’Authority potranno risolvere diversi problemi applicativi riscontrati in queste prime settimane di applicazione del codice. Accadrà certamente per i servizi di progettazione. Qui si registrano due indicazioni importanti. In primo luogo, l’obbligo per le stazioni appaltanti di utilizzare il decreto (Dm n. 143/2013) per il calcolo dei parametri da porre a base di gara.
In secondo luogo, l’alleggerimento dei requisiti per l’accesso ai bandi, con la possibilità di portare una polizza assicurativa anziché dimostrare un certo livello di fatturato: una norma favorevole a giovani e piccoli professionisti. Importanti anche i documenti dedicati alla direzione di lavori ed esecuzione. Qui viene introdotto un capitolo dedicato al conflitto di interessi tra il professionista e l’impresa aggiudicataria. E vengono regolati, punto per punto, tutti gli obblighi e gli adempimenti necessari in fase di attuazione del contratto.
Chiarimenti di rilievo anche sull’offerta economicamente più vantaggiosa con l’indicazione dei criteri da utilizzare per la valutazione delle offerte. Tra questi potranno entrare anche il rating di legalità rilasciato dall’Antitrust e altri parametri “soggettivi”, come ad esempio il possesso di marchi di certificazione ambientale (Ecolabel). Quanto ai funzionari delle stazioni appaltanti , incaricati di seguire le procedure di affidamento e di esecuzione degli appalti (Rup), l’indicazione che arriva dall’Anac è quella di farne dei veri e propri project manager, almeno per i lavori di carattere più complesso.
Se l’obiettivo dell’Authority è dichiaratamente quello di completare questa prima fase di attuazione con l’approvazione di dieci linee guida entro l’estate, adesso siamo arrivati a metà strada. Anche se bisogna precisare che i cinque documenti appena licenziati non sono ancora del tutto assestati. Gli indirizzi su direzione lavori e direttore dell’esecuzione vanno al ministero delle Infrastrutture che dovrà adottarli con decreto, dopo aver incassato i pareri del Consiglio di Stato e delle commissioni parlamentari.
Anche per gli altri tre documenti di indirizzo appena varati dall’Autorità ci sarà un percorso supplementare, anche se non espressamente previsto dalle norme. L’Anac ha, infatti, deciso di trasmetterli alle commissioni parlamentari e al Consiglio di Stato. Qualche ulteriore aggiustamento, allora, è ancora possibile. Anche se dall’Anticorruzione spiegano che queste indicazioni sono già utilizzabili.
Nel frattempo dovrebbero arrivare al primo traguardo anche le linee guida sulle gare sottosoglia europea (forse già questa settimana, come annunciato da Cantone in audizione alle Camere) e poi quelle sulla composizione delle commissioni giudicatrici esterne alle amministrazioni. Si tratta in questo caso delle linee guida più attese dagli operatori e quelle che stanno evidenziando gli aspetti più delicati da risolvere. E per questo gli uffici di Cantone hanno deciso di dedicarci qualche giorno in più
(articolo Il Sole 24 Ore del 28.06.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTIConcessionari, Cantone vieta l'autocertificazione. Precisazione dell'anticorruzione. Revisione da parte delle Soa.
Stop all'autocertificazione dei lavori da parte dei concessionari che non eseguono direttamente i lavori, ma li affidano a terzi; possibile riconoscere i lavori soltanto se il concessionario svolge un ruolo di coordinamento tecnico avendo la responsabilità della progettazione; le Soa dovranno rivedere le certificazioni anomale rilasciate finora.

Sono queste alcune delle rilevanti precisazioni che ha fornito l'Autorità nazionale anticorruzione con il comunicato 08.06.2016 pubblicato il 20 giugno sul proprio sito web.
L'Autorità interviene quindi nel vivo dell'operatività concreta dei concessionari e delle modalità di attestazione dei lavori connesse alle concessioni, siano esse di lavori pubblici o di servizio pubblico.
Un primo problema segnalato dall'Anac come anomalo e meritevole di chiarimento riguarda i lavori eseguiti direttamente (dal concessionario, o dal solo socio operativo) che sono strettamente connessi all'oggetto di concessione e che sono stati certificati con Cel (certificati di esecuzione dei lavori) che lo stesso concessionario ha nella banca dati telematica.
A tale riguardo, le anomalie individuate, riguardanti anche la coincidenza fra concessionario e concedente, portano l'Autorità a ritenere che le certificazioni «dovranno essere immesse nella banca dati telematica dei Cel pubblici a cura del soggetto concedente (esclusivamente di natura pubblica)» e quindi non dal concessionario o dal socio operativo. Il presupposto è che il concessionario di un servizio pubblico deve eseguire, ovvero affidare a terzi, lavori nel rispetto della disciplina di settore degli appalti pubblici (cioè il decreto n. 50/2016).
Un secondo problema sul quale si sofferma l'Anac attiene alla circostanza che i lavori affidati dai concessionari a terzi esecutori per la realizzazione di opere e lavori che riguardano le attività in concessione siano poi utilizzati per la propria qualificazione e certificati come lavori in conto proprio, sebbene totalmente eseguiti da imprese terze.
Così facendo il concessionario acquisisce la qualifica di esecutore non avendo eseguito nulla e sfruttando il cosiddetto premio di coordinamento previsto per le imprese aggiudicatarie che sub-affidano opere a terzi esecutori. Per questo punto il comunicato firmato dal presidente dell'Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone specifica che o i lavori vengono attribuiti direttamente e certificati dal concessionario ai soli soggetti esecutori, o possono essere intestati al concessionario ma a condizione che almeno «dimostri di aver assunto diretta responsabilità nei confronti del concedente», oppure di avere svolto un ruolo di coordinamento tecnico. In questo caso deve emergere che il concessionario abbia svolto «almeno la progettazione dell'intervento e la direzione tecnica del l'esecuzione».
In questa ipotesi la documentazione idonea a tale dimostrazione dovrà essere prodotta alla Soa e oggetto di opportuni riscontri di veridicità.
Alla luce di queste indicazioni l'Anac ha chiesto alle Soa di rivedere «tutte le attestazioni già rilasciate, in occasione della verifica triennale o in occasione del primo rinnovo» mettendo in chiaro che saranno legittime soltanto certificazioni rilasciate sulla base dei chiarimenti forniti con il comunicato (articolo ItaliaOggi del 24.06.2016 -
 tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTI: Qualificazione, cosa cambia. Dimezzato a 5 anni il periodo di verifica dei requisiti speciali. L'Authority sull'applicazione del nuovo regime che, però, non si applica ai consorzi stabili.
Ancora ammessa l'attestazione dei lavori attraverso l'avvalimento fra imprese; i requisiti speciali per la qualificazione delle imprese dovranno essere dimostrati soltanto con riferimento al quinquennio e non più al decennio; salve, transitoriamente, le vecchie disposizioni sulla qualificazione dei consorzi stabili.

Sono queste alcune delle indicazioni che ha fornito l'Autorità nazionale anticorruzione per risolvere una serie di profili critici determinati dall'abrogazione di diverse disposizioni regolamentari e del vecchio codice dei contratti pubblici in tema di qualificazione delle imprese.
L'intervento dell'Authority è contenuto nel comunicato 31.05.2016, uscito sul sito Anac venerdì scorso, che fornisce risposte a molte segnalazioni evidenziate dalle società organismo di attestazione (Soa) in queste ultime settimane.
Fra i diversi problemi assume un rilievo non da poco, anche per i riflessi che avrà sulle linee guida che si occupano direttamente o indirettamente di qualificazione, quello della qualificazione su un periodo di cinque anni e non più di dieci anni con riferimento alla dimostrazione della cifra d'affari globale e ad altri requisiti specifici. Con il decreto milleproroghe, la verifica poteva essere svolta (fino al 31.07.2016) su un periodo di dieci anni ma tecnicamente la norma era collegata alle pertinenti disposizioni del codice del 2006 (il decreto 163) adesso abrogate a seguito dell'entrata in vigore del nuovo codice dei contratti pubblici.
Per il futuro si dovrà fare riferimento soltanto al quinquennio e non più al decennio. Sull'ipotesi di recuperare la possibilità di applicare il vecchio sistema, il comunicato siglato dal presidente Raffaele Cantone non lascia speranza alcuna: «La norma, riferendosi ad un articolo del codice abrogato (articolo 253, dlgs 163/2006) deve ritenersi essa stessa abrogata implicitamente con applicazione in via transitoria e nelle more dell'emanazione delle linee guida del dpr 207/2010».
Un altro problema riguarda la disciplina del consorzi stabili per i quali la precedente disciplina del 2006 (art. 36, comma 7) prevedeva la possibilità di procedere con la sommatoria dei requisiti dei consorziati e, nel dpr 207/2010 trovava una disciplina ad hoc.
La situazione è infatti che la norma del codice vecchio è abrogata, ma l'Autorità la «ritiene transitoriamente vigente (l'articolo 36, comma 7, e la disciplina generale sui concorsi stabili) in ragione delle norme contenute agli articoli 81 e 94 del dpr n. 207/2010, che ad essa rinvia».
Soa. Viene poi affrontato il tema dell'avvenuta abrogazione dell'articolo 50 del decreto 163/2006: le Soa hanno chiesto all'Anac di sapere i criteri cui fare riferimento nell'ambito del procedimento di attestazione concernente la qualificazione ottenuta attraverso lavori di imprese controllate che abbiano operato in regime di avvalimento con l'impresa controllante.
La disciplina prevista all'articolo 50 del decreto 163 (che, insieme agli articoli 88 e 89 del dpr 207/2010, indicava nel dettaglio le dichiarazioni e le comunicazioni da effettuare per ottenere l'attestazione dei lavori eseguiti in avvalimento cosiddetto stabile) non è stata riprodotta nel nuovo codice dello scorso aprile. Nel comunicato dell'Autorità di palazzo Sciarra si sceglie una linea di flessibilità e apertura: «Trovano ancora applicazione, nelle more dell'emanazione delle linee guida a cura dell'Anac e tenuto conto che i contratti di attestazione sono stati sottoscritti sotto la vigenza del dlgs 163/2006, gli articoli 88 e 89 del dpr 207/2010 (che regolano la qualificazione mediante avvalimento) e, in generale, i principi dettati all'articolo 50 del dlgs n. 163 del 2006» (articolo ItaliaOggi del 24.06.2016).

APPALTIAppalti, ok alle prime linee guida. Cantone: preoccupato dal calo dei bandi ma non è colpa del codice.
Anac. Inizia il varo dei provvedimenti attuativi del Dlgs 50/2016, rinviati gare sottosoglia e commissari.

L’Autorità Anticorruzione ha dato il via libera ai primi cinque provvedimenti attuativi del nuovo codice degli appalti.
Si tratta delle linee guida per l’affidamento dei servizi di ingegneria, per l’assegnazione delle gare con il sistema dell’offerta economicamente più vantaggiosa e dei tre “manuali” destinati a guidare le attività dei responsabili del procedimento di gara (Rup) dei direttori lavori e dei direttori dell’esecuzione del contratto nel campo dei servizi pubblici.
Rispetto al pacchetto dei primi sette provvedimenti attuativi messi in consultazione a maggio restano per ora fuori due delle linee guida più attese: quelle relative alla gestione degli appalti sotto le soglie europee e gli indirizzi per la nomina delle commissioni di gara esterne alle amministrazioni.
«Su questi due provvedimenti abbiamo ricevuto un quantità enorme di contributi spesso in contraddizione tra loro -ha spiegato il presidente dell’Anac Raffaele Cantone, in un’audizione congiunta delle commissioni Lavori pubblici di Camera e Senato sull’attuazione del codice. Dobbiamo avere il tempo di esaminarli in modo serio».
La previsione comunque è quella di licenziare definitivamente le linee guida sui contratti sottosoglia «nel Consiglio dell’Autorità che si terrà la prossima settimana», ha spiegato Cantone. Subito dopo, «nella prima settimana di luglio» arriverà il documento sui commissari di gara. Entro l’estate saranno infine licenziate le altre tre linee guida ancora in consultazione (rating di impresa, esclusioni dalle gare e partenariato pubblico-provato). Anche se non è strettamente previsto dal codice, tutte le linee guida, ha sottolineato Cantone, saranno inviate per un parere alle commissioni parlamentari così come al Consiglio di Stato.
Al centro dell’audizione le difficoltà incontrate da stazioni appaltanti e imprese in questa prima fase di attuazione del nuovo codice. Cantone non ha nascosto «la preoccupazione per il blocco delle gare», ma ha anche sottolineato di non rilevare alcuna «giustificazione giuridica» all’impasse, «visto che in assenza delle linee guida resta interamente operativo il vecchio regolamento appalti, che le amministrazioni non dovrebbero avere difficoltà ad applicare». In ogni caso, ha aggiunto, speriamo che «con l’arrivo degli indirizzi sull’offerta più vantaggiosa, la situazione si sblocchi».
Su un piano più politico Cantone ha ribadito che «Parlamento e Governo hanno fatto un lavoro molto buono sul nuovo codice». E ha invitato a non fare passi indietro sulla scelta di limitare il massimo ribasso e di mandare in gara i lavori solo su progetto esecutivo, vietando l’appalto integrato.
«Non vorrei che le preoccupazioni sull’obbligo di mandare in gara i progetti esecutivi siano strumentali e vengano da qualcuno che ha capito che è finita la pacchia delle varianti e delle riserve», ha concluso il numero uno dell’Anticorruzione
(articolo Il Sole 24 Ore del 22.06.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

QUESITI & PARERI

APPALTI FORNITURE E SERVIZI: L'acquisto di beni e servizi informatici.
DOMANDA:
L'art. 1, comma 516, della Legge n. 208/2015 ha stabilito che gli acquisti di beni e servizi informatici e di connettività deve avvenire esclusivamente su Consip, fatta salva apposita deroga dell'organo di vertice amministrativo.
Ciò premesso, questo comune ha acquisito anni fa alcuni programmi informatici, per i quali occorre ogni anno garantire la relativa assistenza sistemistica. E' evidente che l'assistenza deve essere garantita dalle stesse ditte che hanno fornito i prodotti software. Si pone quindi il problema di stabilire se si possa di anno in anno autorizzare gli acquisti in deroga.
E' possibile a tal fine utilizzare detto comma 516?
L'alternativa sarebbe di cessare l'utilizzo degli stessi programmi e acquistare su Consip i prodotti, comprensivi della manutenzione per n anni. E' evidente che ciò comporterebbe il disinvestimento di notevoli cespiti, con danno per l'Ente. Si chiede parere in merito.
RISPOSTA:
Il comma 516 dell’art. 1 della l. n. 208/2015 prevede che “le amministrazioni e le società di cui al comma 512 possono procedere ad approvvigionamenti al di fuori delle modalità di cui ai commi 512 e 514 esclusivamente a seguito di apposita autorizzazione motivata dell'organo di vertice amministrativo, qualora il bene o il servizio non sia disponibile o idoneo al soddisfacimento dello specifico fabbisogno dell'amministrazione ovvero in casi di necessità ed urgenza comunque funzionali ad assicurare la continuità della gestione amministrativa. Gli approvvigionamenti effettuati ai sensi del presente comma sono comunicati all'Autorità nazionale anticorruzione e all'Agid”.
Tale disposizione, che sostanzialmente risulta assai simile a quella del precedente comma 510, è stata dettata per il settore informatico. La norma prevede in particolare la possibilità, in via eccezionale, di derogare agli obblighi di cui al comma 512 che si incentrano nell’obbligatorio ed esclusivo ricorso alla Consip (la detta norma dispone infatti “al fine di garantire l'ottimizzazione e la razionalizzazione degli acquisti di beni e servizi informatici e di connettività, fermi restando gli obblighi di acquisizione centralizzata previsti per i beni e servizi dalla normativa vigente, le amministrazioni pubbliche e le società inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuate dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) ai sensi dell'articolo 1 della legge 31.12.2009, n. 196, provvedono ai propri approvvigionamenti esclusivamente tramite Consip SpA o i soggetti aggregatori, ivi comprese le centrali di committenza regionali, per i beni e i servizi disponibili presso gli stessi soggetti".
Le regioni sono autorizzate ad assumere personale strettamente necessario ad assicurare la piena funzionalità dei soggetti aggregatori di cui all'articolo 9 del decreto-legge 24.04.2014, n. 66, convertito, con modificazioni, dalla legge 23.06.2014, n. 89, in deroga ai vincoli assunzionali previsti dalla normativa vigente, nei limiti del finanziamento derivante dal Fondo di cui al comma 9 del medesimo articolo 9 del decreto-legge n. 66 del 2014), allorché sussistano i requisiti di cui ai nn. 1) e 2) del comma 510 (e cioè sia resa apposita autorizzazione specificamente motivata resa dall’organo di vertice amministrativo ed il bene o il servizio oggetto di convenzione non sia idoneo al soddisfacimento dello specifico fabbisogno dell'amministrazione per mancanza di caratteristiche essenziali).
Oltre a tali ipotesi eccezionali viene prevista anche la possibilità alternativa che l’autorizzazione motivata dell’organo di vertice amministrativo sia resa non solo nel caso in cui i beni o servizi risultino non disponibili o non idonei, ma anche nell’ipotesi di “necessità ed urgenza comunque funzionali ad assicurare la continuità della gestione amministrativa”, sembrando il legislatore in tal modo consentire una più ampia libertà per gli acquisti diretti nel settore informatico, in deroga alle convenzioni Consip.
Sulla base di tali previsioni si è quindi dell’avviso che anche nel caso prospettato nel quesito l’amministrazione potrebbe evidenziare ai fini dell’applicabilità della norma il fatto che soltanto mantenendo il servizio in capo alle stesse ditte affidatarie risulta possibile la gestione dei programmi e dei prodotti già acquistati, mentre in caso diverso sarebbe compromessa la stessa continuità del servizio e delle relative attività di assistenza e manutenzione informatica.
E’ chiaro peraltro che la ammissibilità di una scelta risulta tanto più sicura quanto si riesca a fondarla su motivazioni il più oggettive possibile sulla necessità e funzionalità del servizio in essere non proseguibile, così come impostato e concepito, con altri soggetti, e non solo su considerazioni di mera e generica opportunità; mentre andrebbe comunque adeguatamente dimostrato e motivato, al fine di evitare qualsiasi responsabilità contabile, che, in definitiva, tale soluzione risulterebbe anche la più conveniente dal punto di vista economico poiché la diversa soluzione di far ricorso a Consip imporrebbe all’Ente il disinvestimento di cespiti rilevanti con conseguenti danni economici, come accennato nel quesito stesso.
Va comunque ricordato che l’autorizzazione a derogare alle convenzioni Consip, deve essere preliminarmente trasmessa alla Corte dei Conti, anche in conformità alla previsione di cui al comma 517 che stabilisce la sanzione disciplinare ed erariale per inosservanza degli obblighi di cui al 512.
Inoltre gli approvvigionamenti effettuati ai sensi del comma 516, in deroga al convenzionamento per il settore informatico e della connettività, devono essere comunicati all'Autorità nazionale anticorruzione e all’Agid
(link
a www.ancirisponde.ancitel.it).

PATRIMONIO: L'affidamento del centro sportivo.
DOMANDA:
Questo Ente intende affidare la gestione del Centro Sportivo Comunale con annesso Bar per n. 5 anni, prevedendo una base d'appalto di euro 163.000,00, quindi sotto soglia.
Detto appalto facente parte dell'ex Allegato IIB dlgs. 163/2006, ora abrogato, da pareri online, dovrebbe rientrare tra gli appalti di servizi sociali e di cui all'allegato IX del D.LGS. 50/2016.
Si chiede se: 1) nell'attuale fase transitoria, la procedura corretta è indagine di mercato con pubblicazione sul sito del committente seguita da procedura negoziata con n. 5 operatori minimi da invitare se rinvenibili; 2) Procedura aperta con pubblicazione sul sito dell'Ente e con quali altre forme?
Si chiede se sia obbligatorio che le procedure suddette debbano essere gestite da una centrale di committenza qualificata o, in alternativa, ricorrendo agli strumenti di acquisto e di negoziazione, anche telematici tipo SINTEL, oppure, vista la tipologia dei presunti concorrenti, con la vecchia procedura cartacea?
RISPOSTA:
Va preliminarmente ricordato che, in via generale, trattandosi di comune non capoluogo di provincia, dovrebbe trovare applicazione il comma 4 dell’art. 37 del nuovo codice degli appalti il quale dispone: ”se la stazione appaltante è un comune non capoluogo di provincia, fermo restando quanto previsto al comma 1 e al primo periodo del comma 2, procede secondo una delle seguenti modalità: - a) ricorrendo a una centrale di committenza o a soggetti aggregatori qualificati; - b) mediante unioni di comuni costituite e qualificate come centrali di committenza, ovvero associandosi o consorziandosi in centrali di committenza nelle forme previste dall'ordinamento; - c) ricorrendo alla stazione unica appaltante costituita presso gli enti di area vasta ai sensi della legge 07.04.2014, n. 56”.
Va ricordato peraltro che il comma 1 ed il primo periodo del comma 2 sopra cit. prevedono che:
   - “1. Le stazioni appaltanti, fermi restando gli obblighi di utilizzo di strumenti di acquisto e di negoziazione, anche telematici, previsti dalle vigenti disposizioni in materia di contenimento della spesa, possono procedere direttamente e autonomamente all'acquisizione di forniture e servizi di importo inferiore a 40.000 euro e di lavori di importo inferiore a 150.000 euro, nonché attraverso l'effettuazione di ordini a valere su strumenti di acquisto messi a disposizione dalle centrali di committenza. Per effettuare procedure di importo superiore alle soglie indicate al periodo precedente, le stazioni appaltanti devono essere in possesso della necessaria qualificazione ai sensi dell'articolo 38”.
   - “2. Salvo quanto previsto al comma 1, per gli acquisti di forniture e servizi di importo superiore a 40.000 euro e inferiore alla soglia di cui all'articolo 35, nonché per gli acquisti di lavori di manutenzione ordinaria d'importo superiore a 150.000 euro e inferiore a 1 milione di euro, le stazioni appaltanti in possesso della necessaria qualificazione di cui all'articolo 38 procedono mediante utilizzo autonomo degli strumenti telematici di negoziazione messi a disposizione dalle centrali di committenza qualificate secondo la normativa vigente”.
L’ANAC ha peraltro recentemente chiarito, con un proprio comunicato, che i comuni non capoluogo di provincia possono procedere all’acquisizione di servizi di importo inferiore a 40 mila euro direttamente ed autonomamente ovvero attraverso l’effettuazione di ordini a valere sugli acquisti messi a disposizione dalle centrali di committenza mentre per affidamenti di importi superiori deve essere in possesso della necessaria qualificazione ai sensi dell’art. 38, ricordando però che, nel periodo transitorio, questa si intende sostituita dall’iscrizione all’AUSA (Anagrafe Unica Stazioni Appaltanti) di cui all’art. 33-ter, DL 18.12.2012 n. 179).
Ciò rilevato in via preliminare, si osserva che se si tratti, come riferito nel quesito, di un affidamento di un appalto di un servizio rientrante nell’ambito di cui all’allegato IX del codice (servizi sociali), questo risulta ora escluso dall’applicazione del codice se di importo superiore alla soglia di 750 mila euro di cui al comma 1, lett. d), del cit. art. 35, come chiarito sempre dall’ANAC nel comunicato suindicato.
Pertanto si dovrebbe concludere che nella fattispecie, se riguardante un affidamento di un servizio di natura sociale di importo inferiore a tale soglia, non dovrebbero trovar luogo nemmeno, in particolare, gli obblighi aggregativi di cui all’art. 37, comma 4, previsti in generale per l’affidamento degli altri servizi ordinari.
Trovano invece luogo i principi generali di cui all’art. 30, comma 1, richiamato dall’art. 36 e le procedure ivi previste, tra cui quella di cui alla lett. b) del comma 2 secondo cui si procede “per affidamenti di importo pari o superiore a 40.000 euro e inferiore a 150.000 euro per i lavori, o alle soglie di cui all'articolo 35 per le forniture e i servizi, mediante procedura negoziata previa consultazione, ove esistenti, di almeno cinque operatori economici individuati sulla base di indagini di mercato o tramite elenchi di operatori economici, nel rispetto di un criterio di rotazione degli inviti. I lavori possono essere eseguiti anche in amministrazione diretta, fatto salvo l'acquisto e il noleggio di mezzi, per i quali si applica comunque la procedura negoziata previa consultazione di cui al periodo precedente. L'avviso sui risultati della procedura di affidamento, contiene l'indicazione anche dei soggetti invitati”.
Trovano applicazione inoltre per tale tipo di appalti le disposizioni di cui agli artt. 142 e 143 del codice (link
a www.ancirisponde.ancitel.it).

ENTI LOCALI: Il protocollo informatico.
DOMANDA:
Si chiede una interpretazione sul contenuto della “segnatura di protocollo”.
1) posizione della software house: il formato della segnatura è quello indicato all’art. 9 … e non precisa che sono dati minimali (come invece nella normativa precedente);
2) posizione dell’ente: questo formato di segnatura, rispettando il formato di cui all’art. 9 …, complica la lettura da parte del cittadino che si trova “solo” con una serie di codici, tra i quali il prot..
Chiediamo, ovviamente nel rispetto della norma, se è possibile inserire nome dell’ente e prot. n. (com’era prima del DPCM del 2013) e come verificato nella segnatura di tante pubbliche amministrazioni.
RISPOSTA:
Innanzitutto occorre ricordare in via generale che la segnatura di protocollo è l’apposizione o l’associazione all’originale del documento, in forma permanente non modificabile, delle informazioni riguardanti il documento stesso. La segnatura consente di individuare ciascun documento in modo inequivocabile.
Il DPCM 03.12.2013 dettante Regole tecniche per il protocollo informatico ai sensi degli articoli 40-bis, 41, 47, 57-bis e 71, del Codice dell’amministrazione digitale di cui al decreto legislativo n. 82 del 2005 interviene, tra l’altro, sul formato della segnatura di protocollo con l’art. 9, il cui dispositivo espressamente prevede: "1. Le informazioni apposte o associate ai documenti informatici, registrati nel registro di protocollo, negli altri registri di cui all’art. 53, comma 5, del testo unico, nei repertori e negli archivi, nonché negli albi, negli elenchi e in ogni raccolta di dati concernente stati, qualità personali e fatti con le modalità descritte nel manuale di gestione, mediante l’operazione di segnatura di cui all’art. 55 del testo unico che ne garantisce l’identificazione univoca e certa, sono espresse nel seguente formato: a) codice identificativo dell’amministrazione; b) codice identificativo dell’area organizzativa omogenea; c) codice identificativo del registro; d) data di protocollo secondo il formato individuato in base alle previsioni di cui all’art. 20, comma 2; e) progressivo di protocollo secondo il formato specificato all’art. 57 del testo unico.".
La sopravvenuta disposizione normativa in disamina, se pure riportandosi alla disciplina dell’art. 57 del D.P.R. 28.12.2000, n. 445, regola dettagliatamente e puntualmente il formato della segnatura di protocollo.
Ciascun ente locale, fermo restando la propria competenza all’approvazione (come alla modifica e/o integrazione) del Manuale di Gestione del Protocollo, dovrà rispettare le prescrizioni dettagliate dal dispositivo normativo sopra ricordato.
Quanto sopra non esclude che ciascun ente locale, nell’ambito delle proprie prerogative, possa integrare la segnatura con l’apposizione di ulteriori elementi (come quelli ipotizzati dal quesito, come per esempio la denominazione dell’amministrazione procedente ed il numero di protocollo, ecc.) nell’intento di facilitare l’utenza locale e non, che accede al servizio di registrazione di protocollo.
Per gli effetti, le modifiche e/o integrazioni di che trattasi, oltre che richiedere una apposita integrazione del vigente Manuale di Gestione del Protocollo, dovranno essere oggetto di eventuale (laddove si rendesse necessario sulla base del contratto in essere) rinegoziazione, anche economica, del rapporto contrattuale con la società esterna, chiamata a gestire il relativo software gestionale, questa ultima a sua volta obbligata ad effettuare le necessarie modifiche e/o integrazioni tecniche dello stesso software (link
a www.ancirisponde.ancitel.it).

PATRIMONIO: L'iva per l'utilizzo di immobili comunali.
DOMANDA:
Premesso che questa amministrazione è proprietaria di un immobile di due piani, dove il primo piano è adibito ad poliambulatorio ed affittato a medici privati e pertanto assoggettato ad attività commerciale a regime di esenzione.
Tenuto conto che il secondo piano verrà assegnato ad uso condiviso ad associazioni locali, senza alcun canone di affitto ma con il solo rimborso forfettario di parte delle spese per le utenze di energia elettrica e riscaldamento, si chiede di conoscere se l'attività di assegnazione dei locali assume la caratteristica di attività commerciale pur in assenza di un canone di affitto determinato.
RISPOSTA:
Si osserva preliminarmente che la mancanza di un contratto di locazione, concessione in uso e simili, a titolo oneroso, esclude la sussistenza dell’esercizio di attività economica, cioè finalizzata allo sfruttamento di un bene materiale o immateriale per ricavarne introiti aventi carattere di stabilità (art. 9, parag. 2, della direttiva IVA comunitaria 2006/112/Ce).
Nel caso di specie il Comune procede al mero riaddebito, peraltro parziale, delle spese accessorie alla conduzione (gratuita) dell’immobile. In tal caso, quindi, enunciando il principio IVA comunitario contenuto nella norma sopra richiamata, non sussiste quel minimo di organizzazione di mezzi preordinata alla percezione di corrispettivi con carattere di continuità che caratterizza un’attività economica. Conseguentemente, i riaddebiti non devono essere fatturati.
Qualora il Comune procedesse non soltanto al riaddebito delle utenze ma anche all’addebito di un complesso di ulteriori servizi organizzati specificamente dal Comune (p.e. pulizie, sorveglianza, custodia, etc.), si rientrerebbe invece nel campo di applicazione dell’IVA sussistendo quel minimo di attività organizzata sopra citata. Si aggiunge che è necessario verificare preliminarmente se l’acquisto dell’immobile è stato immesso tra le attività commerciali rilevanti IVA del Comune tramite l’esercizio della detrazione dell’IVA.
In caso positivo la destinazione permanente ad assegnazione gratuita alle associazioni comporterebbe l’obbligo per il Comune di operare la rettifica della detrazione ai sensi dell’art. 19-bis2, c. 3, del DPR 633/1972, vale a dire la restituzione dell’IVA detratta su acquisti di beni destinati a finalità estranee all’esercizio di attività commerciali successivamente all’acquisto (link
a www.ancirisponde.ancitel.it).

EDILIZIA PRIVATA: Osservatorio Viminale/ Sotto i 3 mila abitanti i consiglieri sono 12. Simboli riutilizzabili.
Per i comuni con popolazione inferiore a 3 mila abitanti, il consiglio comunale deve essere composto da dieci consiglieri? Può essere riutilizzato il simbolo della lista già impiegato nelle precedenti elezioni?

In merito al primo dei quesiti, occorre evidenziare che, nella fattispecie in esame, l'ente locale insiste nel territorio di una regione a statuto speciale. Secondo la carta statutaria, l'ordinamento degli enti locali rientra nella competenza della legislazione regionale, nel rispetto della Costituzione, dei principi dell'ordinamento giuridico della Repubblica, degli obblighi internazionali e degli interessi nazionali, nonché delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della repubblica.
La disciplina prevista dalla legge n. 56/2014, in materia di città metropolitane, è qualificata dall'art. 1, comma 5, della stessa legge come normativa recante principi di «grande riforma economica e sociale»; inoltre, la citata legge, ai sensi del successivo comma 145, dispone che «entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, le regioni a statuto speciale Friuli-Venezia Giulia e Sardegna e la regione siciliana adeguano i propri ordinamenti interni ai principi della medesima legge
».
Le disposizioni di cui ai commi da 104 a 141 sono applicabili nelle regioni a statuto speciale Trentino-Alto Adige e Valle d'Aosta compatibilmente con le norme dei rispettivi statuti e con le relative norme di attuazione, anche con riferimento alla legge costituzionale 18.10.2001, n. 3.
Nel caso di specie, tuttavia, la regione non ha ancora provveduto ad un riordino complessivo del proprio ordinamento degli enti locali.
Pertanto, nelle more di un futuro riassetto della materia, occorre fare riferimento alla normativa regionale attualmente vigente, secondo cui il consiglio comunale dei comuni con popolazione compresa tra 1.000 e 5 mila abitanti è composto da 12 membri.
In ordine al secondo quesito formulato, si ritiene possa essere nuovamente utilizzato, da parte della formazione politica interessata alle prossime elezioni comunali, il medesimo contrassegno di lista presentato, e presumibilmente ammesso, in occasione delle elezioni tenutesi nello stesso comune.
In merito, si richiamano le disposizioni contenute nell'art. 30, comma 1, lettera b), (per i comuni sino a 15 mila abitanti) e nell'art. 33, comma 1, lett. b) (per i comuni con popolazione superiore a 15 mila abitanti) del dpr n. 570/1960, da cui si evincono i criteri di ammissione dei contrassegni di lista, con riferimento, tra l'altro, al divieto di presentazione di contrassegni identici o comunque confondibili con quelli presentati precedentemente per la stessa consultazione o con quelli notoriamente usati da altri partiti o raggruppamenti politici (articolo ItaliaOggi dell'01.07.2016).

CONSIGLIERI COMUNALIOSSERVATORIO VIMINALE/ Il vicesindaco non vota. Ma l'atto annullabile può essere convalidato. Se l'illegittimità del voto non ha influito sull'esito della deliberazione.
È legittima una delibera di consiglio comunale adottata con il voto espresso anche dal vice sindaco dell'ente?

Il Consiglio di stato, con parere n. 94/96 del 21/02/1996, ha escluso che nel novero dei poteri vicari del vice sindaco rientri l'esercizio delle funzioni di componente del consiglio con diritto di voto.
Nel caso di specie, la deliberazione consiliare in questione sarebbe stata approvata anche senza computare il voto espresso dal vice sindaco, pertanto occorre valutare se sia opportuno provvedere al ritiro della stessa, ove fosse inficiata da vizi di legittimità.
In merito il Consiglio di stato, V sezione, con sentenza n. 1564 del 2005, con riferimento alla circostanza che la delibera adottata sopravviva alla cosiddetta «prova di resistenza», ha affermato che una giusta composizione tra l'esigenza di reintegrare la legittimità violata nel corso delle operazioni di voto e quella di salvaguardare la volontà espressa dall'organo deliberante, non consente di pronunciare l'annullamento degli atti impugnati e dei voti così espressi, se la loro illegittimità non influisca in concreto sull'esito della deliberazione.
Circa il superamento della «prova di resistenza», questa è del tutto irrilevante quando la controversia sia riferita alla violazione degli obblighi di astensione gravanti sugli amministratori locali ai sensi della vigente normativa in materia (cfr Consiglio di stato sez. IV 20/12/2013 n. 6177).
Nella fattispecie in esame, potrebbe farsi ricorso all'istituto della convalida amministrativa grazie al quale, qualora si sia in presenza di un atto annullabile, la pubblica amministrazione, in virtù del principio di conservazione degli atti giuridici, può decidere di mantenere in vita tale atto, rimuovendo i vizi che lo inficiano attraverso l'espressione di una manifestazione di volontà finalizzata a eliminare il vizio ravvisato.
Infatti, la convalida si sostanzia in una nuova ed autonoma manifestazione di volontà che, collegandosi all'atto originario, ne mantiene gli effetti fin dal momento in cui esso venne emanato. La legge n. 15 del 2005 ha modificato la legge n. 241 del 1990, introducendo l'art. 21-nonies che, al comma 2, prevede la possibilità di convalida del provvedimento annullabile, entro un termine ragionevole, nel caso in cui ne sussistano le ragioni di pubblico interesse (articolo ItaliaOggi del 24.06.2016).

CONSIGLIERI COMUNALIOSSERVATORIO VIMINALE/ Quorum.
Qual è la normativa da applicare, in ordine alla definizione del quorum strutturale stabilito per la validità delle sedute del consiglio comunale, in caso di contrasto tra previsione statutaria e norma regolamentare?

L'art. 38, comma 2, del decreto legislativo n. 267/2000, demanda al regolamento comunale, «nel quadro dei principi stabiliti dallo statuto» la determinazione del «numero dei consiglieri necessario per la validità delle sedute», con il limite che tale numero non può, in ogni caso, scendere sotto la soglia del «terzo dei consiglieri assegnati per legge all'ente, senza computare a tale fine il sindaco e il presidente della provincia»; quest'ultimo assunto deve essere inteso nel senso che, limitatamente al computo del «terzo» dei consiglieri, il sindaco deve essere escluso.
Nel caso di specie è stato rilevato un contrasto tra la previsione recata dallo statuto comunale e la disciplina prevista dal regolamento sul funzionamento del consiglio dell' ente locale.
La prima delle due fonti normative, infatti, prevede, in prima convocazione, la presenza della maggioranza assoluta dei consiglieri assegnati al fine della validità delle sedute ed, in seconda convocazione, la presenza di almeno sei consiglieri, non computando il sindaco. Ai sensi della norma regolamentare è, invece, previsto che, per la validità delle sedute di seconda convocazione, sia necessaria la presenza di almeno un terzo dei consiglieri assegnati su un totale di dodici consiglieri oltre al sindaco.
Secondo il principio della gerarchia delle fonti, conformemente anche all'articolo 7 del citato Tuel, che disciplina l'adozione dei regolamenti comunali «nel rispetto dei principi fissati dalla legge e dallo statuto» (cfr. sentenza Tar Lombardia, Brescia, n. 2625 del 28.12.2009, Tar Lazio, n. 497 del 2011), la citata disposizione regolamentare dovrebbe essere disapplicata, prevalendo la norma statutaria.
È, tuttavia, opportuno comporre la discrasia rilevata; l'ente dovrà, pertanto, porre in essere un intervento correttivo volto ad armonizzare le previsioni recate dalle citate fonti di autonomia locale (articolo ItaliaOggi del 24.06.2016).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Richiesta parere su Decreto Ministeriale n. 37 del 22.01.2008 (Ministero dello Sviluppo Economico, nota 16.06.2016 n. 203335 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Richiesta di parere in merito all'intervento di ripristino di un edificio alla luce delle modifiche apportate all'art. 3, comma 1, lett. d) del d.P.R. 380/2001 da parte del d.l. 69/2013, come convertito dalla legge 98/2013 - Comune di Cassino (Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nota 15.06.2016 n. 5772 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Parere in merito all'assoggettabilità al contributo di costruzione degli impianti fotovoltaici destinati alla produzione di energia elettrica da commercializzare – Comune di Montalto di Castro (Regione Lazio, parere 14.06.2016 n. 312998 di prot.).

NEWS

EDILIZIA PRIVATAAgenda in ritardo su Scia via internet e regolamento unico. In edilizia non rispettato il 30% delle scadenze.
Semplificazioni. L’impatto delle misure potrà valutarsi a fine 2016.

Le scadenze previste dall’agenda per la semplificazione amministrativa 2015-2017 –come conferma il terzo rapporto di monitoraggio stilato dal Governo– sono state rispettate al 90 per cento. Ma nel settore dell’edilizia il calendario di partenza può dirsi “saltato” per due attività su sei.
Gli obiettivi dell’agenda
All’agenda per la semplificazione, prevista dal Dl 90/2014, è stato assegnato l’ambizioso obiettivo di «recuperare il ritardo competitivo dell’Italia, liberare le risorse per tornare a crescere e restituire ai cittadini e alle imprese il tempo da dedicare a quello che conta», sburocratizzando e rendendo più trasparente il rapporto con gli enti pubblici.
I settori interessati da queste misure sono cinque: cittadinanza digitale, welfare e salute, fisco, edilizia, impresa. Si tratta di ambiti nei quali ridurre i costi dei rapporti con le Pa che erogano i servizi e abbreviare i tempi di attesa degli atti o delle risposte avrebbe grande effetto sia sulla qualità della vita e il benessere dei cittadini, sia sull’efficienza e la competitività delle imprese: in sintesi, sullo stato dell’economia. Per ogni settore si è quindi provveduto a individuare una serie di azioni: iniziative da promuovere, soggetti coinvolti, scadenze da rispettare e risultati attesi.
L’ambito edilizio
Nel settore dell’edilizia la semplificazione viaggia su sei azioni specifiche (si vedano le schede in pagina). Ma per i costruttori e gli altri operatori economici che si muovono in questo mercato, risultano importanti anche alcune delle azioni previste per la generalità delle imprese. Vale a dire, per fare solo qualche esempio: riduzione dei tempi e degli adempimenti degli sportelli unici per le attività produttive, semplificazione delle procedure per avviare un’impresa, razionalizzazione delle conferenze di servizi.
In generale, se il rapporto tra le aziende e la Pa diventa più fluido, nel rispetto delle regole, a beneficiare dello snellimento amministrativo possono essere anche le famiglie che acquistano una casa e gli altri soggetti che hanno bisogno dei loro servizi. Secondo il dipartimento della Funzione pubblica, nel solo campo dell’edilizia, preparare relazioni, dichiarazioni e ogni altro documento necessario per presentare una domanda costa agli utenti 4,4 miliardi di euro all’anno.
Certo, riducendo le carte e i passaggi burocratici superflui questi costi non spariscono, ma possono essere di gran lunga limitati. E se tutti i traguardi vengono rispettati, anche i 175 giorni di media che occorrono per ottenere un permesso di costruzione possono avvicinarsi ai 60 previsti dal Testo unico sull’edilizia (Dpr 380/2001).
La tabella di marcia
Per valutare l’impatto complessivo dell’applicazione dell’agenda in edilizia bisogna attendere la fine dell’anno, quando produrranno i loro effetti anche le azioni ancora in via di definizione. La tabella di marcia inizialmente stabilita è stata però rispettata solo in parte, e per alcuni interventi si procede un po’ al rallentatore.
È ad esempio in ritardo l’elaborazione del regolamento edilizio tipo. A novembre 2015 è scaduto il termine previsto per predisporre lo schema tipo, che dovrebbe sostituire gli oltre 8mila diversi regolamenti ora applicati dai Comuni (si veda Il Sole 24 Ore del 4 aprile scorso). Stato, regioni ed enti locali sono riusciti finora a mettersi d’accordo sulla definizione di 42 parametri edilizi (quali altezze, superfici o distanze). Ma non è ancora chiaro quando il lavoro potrà essere completato.
Siamo ai tempi supplementari anche per la pianificazione delle procedure edilizie online. In questo caso la scadenza era stata fissata a marzo 2015, ma dal rapporto risulta che a quella data è stato definito il solo documento di pianificazione, mentre la conclusione dei lavori è in calendario per il prossimo dicembre. Mese entro il quale saranno terminati anche gli interventi previsti dalle altre azioni, le cui diverse fasi sono state realizzate secondo i tempi previsti
(articolo Il Sole 24 Ore del 04.07.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOPersonale, dal decreto un primo passo ancora da completare.
Si fa qualche passo in avanti in tema di gestione del personale. Grazie alle insistenti richieste dell’Anci, il decreto-legge 113/2016 ha finalmente recepito la proposta volta a superare una norma che da anni ha posto problemi poi acuitisi con la grave impasse determinata dall’interpretazione “evolutiva” resa dalla Corte dei Conti, che in un’ultima pronuncia ha asserito la precettività del disposto contenuto nella legge finanziaria del 2007 in merito al contenimento dell’incidenza della spesa di personale sul complesso delle spese correnti nelle Regioni e nei Comuni, contravvenendo a quanto scritto nella delibera 27/2015 in cui si ribadiva l’orientamento consolidato secondo cui il comma 557, lettera a), della legge 296/2006 avrebbe carattere programmatorio e di principio.
La sezione delle Autonomie invece con la delibera 16/2016, e nonostante le sollecitazioni delle sezioni remittenti (Lombardia e Veneto) di riconsiderare la posizione interpretativa già espressa visti gli effetti maggiormente penalizzanti e paradossali per gli enti che più hanno ridotto le spese correnti, ha ribadito l’immediata precettività della disposizione, specificando ulteriormente l’impossibilità di utilizzare correttivi idonei a garantire la comparabilità dei dati della serie storica di spesa corrente.
Questa nuova lettura “interpretativa” ha determinato la diretta applicazione delle sanzioni stabilite dalla legge per le amministrazioni che violano le norme imperative di contenimento (in termini di valore assoluto) della spesa di personale. Conseguentemente anche i Comuni che hanno garantito la riduzione della spesa di personale al di sotto del corrispondente valore medio registrato nel triennio 2011-2013 (parametro introdotto dal decreto-legge 90/2014), si sono ritrovati a subire il divieto di procedere ad assunzioni a qualsiasi titolo, con qualsivoglia tipologia contrattuale, di portare a conclusione le stabilizzazioni in atto, di stipulare contratti di servizio con soggetti privati che si configurino come elusivi del divieto, con un impatto in molti casi pesantissimo sull’organizzazione e sull’erogazione dei servizi.
Parliamo dei Comuni che hanno razionalizzato la spesa corrente, dei Comuni che erogano servizi, spesso essenziali per la comunità, di quelli che hanno visto una costante riduzione della spesa per il personale in termini assoluti e pro capite; parliamo dei Comuni che vedono un drammatico invecchiamento del proprio personale, e che sono chiamati ad applicare riforme importanti come il nuovo codice dei contratti o le numerose riforme della Pa.
Il problema ha riguardato indiscriminatamente sia molte grandi città, impossibilitate a dar seguito alle assunzioni programmate nelle funzioni legate a servizi alla cittadinanza come quello educativo, sia moltissimi Comuni di medie e piccole dimensioni demografiche, nei quali si è determinato un impatto pesantissimo sulle strutture organizzative già ridotte all’osso, traducendosi nei fatti nell’impossibilità di procedere alla sostituzione per turn-over di figure essenziali, quali il ragioniere o il tecnico comunale.
La norma contenuta nell’articolo 16 del decreto legge ripete testualmente l’emendamento proposto dall’Anci già nel novembre scorso, in occasione del dibattito parlamentare sulla legge di stabilità 2016, e consegue alle forti pressioni fatte in questi mesi in sede di Conferenza Unificata. Questa previsione consente di superare nell’immediato un paradosso interpretativo, ma resta aperto il problema di giungere quanto prima a una complessiva semplificazione delle norme che disciplinano le spese di personale nei Comuni e il turn-over di personale, che, ricordiamolo, è bloccato da quasi due anni dal processo di ricollocazione del personale soprannumerario delle Province
(articolo Il Sole 24 Ore del 04.07.2016).

VARI: Il ciclista all'incrocio resta dietro.
Con il codice stradale non è possibile allestire degli spazi di sosta per permettere ai ciclisti di fermarsi alle linee di arresto semaforiche in prima linea, davanti ai veicoli a motore. Per evitare fumi di scarico e agevolare la partenza degli utenti deboli.

Lo ha chiarito il Mintrasporti con il parere n. 2409/2016 di prot..
Un comune ha proposto al dipartimento per i trasporti di collocare una particolare segnaletica in certi incroci molto frequentati dai ciclisti. In pratica si tratterebbe di creare una zona di arresto agevolata ai semafori, davanti alla colonna dei veicoli a motore, all'estero denominata «casa avanzata per ciclisti».
In questo modo verrebbe agevolata la circolazione dei velocipedi e migliorata la qualità dell'aria respirata. Ma per il ministero questo tipo di segnaletica non è ancora ammessa dal codice stradale. Quindi niente da fare. Le biciclette devono rassegnarsi a manovre pericolose e soste fai-da-te sotto alle marmitte (articolo ItaliaOggi Sette del 04.07.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

VARIDocumento sequestrato, niente bis. Guida.
Chi subisce il sequestro della propria patente di guida non può richiederne una nuova. Il documento soggetto a restrizione infatti è ancora valido e il titolare ai sensi dell'art. 116 Cds non può mai essere intestatario di due licenze per condurre veicoli in ambito comunitario.

Lo ha chiarito il Ministero dei trasporti con il parere 04.05.2016 n. 10470 di prot..
Alcuni uffici della motorizzazione hanno evidenziato che in caso di sequestro di una patente di guida l'interessato si trova in evidente difficoltà. Per tentare di conseguire un nuovo titolo occorrerebbe infatti togliere valore al documento sottoposto a restrizione.
Ma questa soluzione non è praticabile. Non è infatti possibile annullare una licenza di guida sottoposta a sequestro da parte dell'autorità giudiziaria, specifica il ministero.
E di conseguenza consentire il rilascio di una nuova patente o di un suo duplicato a chi risulta sulla carta ancora intestatario di una licenza di guida in corso di validità (articolo ItaliaOggi Sette del 04.07.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - VARI: Niente palette per i volontari. Una circolare della protezione civile.
I volontari che aiutano le forze dell'ordine a dirigere il traffico non possono prendere in mano palette o altri segnali distintivi tipici delle forze di polizia stradale. E il loro impiego deve essere preventivamente formalizzato dagli organi di vigilanza che se ne assumono pure la responsabilità operativa.

Lo ha chiarito il Dipartimento della protezione civile con la circolare 24.06.2016 n. 32320 di prot..
La questione dell'impiego operativo dei volontari e di quelli della protezione civile in particolare è densa di incognite soprattutto quando si tratta di collaborare con vigili urbani, carabinieri e polizia impegnati con deviazioni del traffico e chiusura di strade. Normalmente l'operatore ritiene di poter offrire il suo supporto anche utilizzando palette per regolare il traffico ed essere più riconoscibile dagli automobilisti. Nulla di più sbagliato.
A parere della Presidenza del consiglio dei ministri la collaborazione dei volontari può innanzitutto inquadrarsi all'interno dell'art. 11 del codice della strada ma solo in riferimento alla regolazione del traffico e alla scorta dei mezzi. Quindi non certo per fare multe o rilevare incidenti. Questa attività di supporto però deve essere inquadrata nell'alveo dei compiti che possono essere richiesti ai volontari di protezione civile. Ovvero l'informazione alla popolazione e il presidio del territorio, in conformità al decreto del capo della protezione civile del 12.01.2012.
Anche in scenari caratterizzati dall'assenza di specifici rischi di protezione civile. Spetterà però ai vigili urbani, alla polizia e ai carabinieri richiedere formalmente il supporto delle organizzazioni di volontariato e di protezione civile. Con tanto di assunzione di responsabilità sul coordinamento operativo del personale impiegato effettivamente sul campo.
L'autorità locale di protezione civile potrà quindi autorizzare l'uso del personale in strada esclusivamente per finalità di supporto alle forze dell'ordine. Ma risulterà sempre tassativamente vietato l'uso di palette dirigi-traffico o altri segnali in uso alle forze dell'ordine che possano ingenerare equivoci nella popolazione (articolo ItaliaOggi del 02.07.2016).

ATTI AMMINISTRATIVI: Giudizi contabili più equilibrati. Parità accusa-difesa, contraddittorio, esecuzioni certe. Le novità del dlgs che riscrive le regole dei processi dinanzi alla Corte dei conti.
I giudizi davanti alla Corte dei conti saranno più equilibrati. Con una reale parità tra accusa e difesa e maggiori garanzie di contraddittorio per i presunti responsabili nella fase istruttoria e pre-processuale. Corollario dell'ingresso del principio del giusto processo nel giudizio erariale sarà l'equidistanza del pubblico ministero che dovrà svolgere indagini non solo per provare gli elementi costitutivi della responsabilità erariale, ma anche per accertare gli elementi che la escludono tale responsabilità.

Si pone dunque rimedio dopo più di 80 anni alle contraddizioni del giudizio dinanzi alla Corte dei conti, disciplinato da un coacervo di norme stratificate nel tempo, culminate con il regio decreto 1038/1933 che rinviando ai termini e alla norme del codice di procedura civile «in quanto applicabili» ha di fatto creato «un sistema asimmetrico» che ha «finito per sacrificare le garanzie di difesa». Di qui l'esigenza di rimettere mano alla normativa e di farlo per la prima volta con un codice organico che racchiude le disposizioni processuali di tutte le tipologie di giudizi che si svolgono davanti alla Corte dei conti.
Il Codice, il secondo dopo quello sui contratti pubblici (dlgs 50/2016) messo a punto dal governo Renzi, è stato approvato in via preliminare dal consiglio dei ministri di giovedì. In 219 articoli (a cui si aggiungono le norme di attuazione) il dlgs riscrive del tutto i giudizi contabili rendendoli, come detto, più garantisti. E il principio del giusto processo permea tutti gli istituti processuali. Viene previsto l'obbligo di motivazione degli atti istruttori e introdotti riti alternativi e semplificati, con l'obiettivo di ridurre il volume del contenzioso e rendere più certa l'esecuzione delle sentenze di condanna.
Il giudizio davanti alla Corte conti perderà la sua connotazione inquisitoria espressa, in particolare, dall'esercizio del potere «sindacatorio» in forza del quale, per esempio, l'integrazione del contraddittorio poteva avvenire prescindendo dai necessari passaggi preliminari difensivi e in deroga alla titolarità del diritto d'azione in capo al procuratore contabile.
Vediamo le novità più significative.
Invito a dedurre. L'invito a dedurre, cioè il tipico atto attraverso il quale un presunto responsabile è informato del fatto che è stata effettuata un'indagine per danno erariale nei suoi confronti, viene arricchito di contenuti informativi per consentire al destinatario di comprendere la portata delle contestazioni a suo carico e argomentare la propria difesa.
Audizioni personali. La parte ha diritto di essere sentita con l'assistenza dell'avvocato (pena la nullità dell'audizione) e, dopo l'invito a dedurre, ha diritto di accedere a tutti gli atti del fascicolo istruttorio. Il soggetto sottoposto ad audizione ha l'obbligo di presentarsi e di rispondere alle domande che gli sono rivolte. Tuttavia, egli non è obbligato a deporre sui fatti da cui potrebbe emergere una sua responsabilità. Chi, senza giustificato motivo, rifiuta la convocazione del pm è punito con una sanzione da 100 a 1.000 euro.
Accesso agli atti. Il pm potrà accedere agli atti sui siti delle pubbliche amministrazioni che, in particolare dopo gli ultimi interventi normativi (il dlgs 97/2016 che ha introdotto nel nostro ordinamento il Freedom of information act), consentono di verificare online la maggior parte dei documenti che caratterizzano l'attività di una p.a.
Azioni a tutela del credito erariale. Il pubblico ministero contabile potrà esercitare tutte le azioni a tutela delle ragioni del creditore previste dalla procedura civile, compresa l'azione surrogatoria e revocatoria.
Onere di segnalazione. I magistrati della Corte conti assegnati alle sezioni e agli uffici di controllo devono segnalare alle competenti procure regionali i fatti da cui possano derivare responsabilità erariali. Tuttavia, viene stabilito il divieto che le notizie o i dati inerenti ipotesi di danno erariale transitino nella fase istruttoria del giudizio di responsabilità come prove già precostituite in sede di controllo. La prova del danno erariale è infatti interamente rimessa all'opera del procuratore contabile.
Viene inoltre prevista l'archiviazione della notizia di danno per assenza di elemento psicologico se l'azione dell'ente locale si sia conformata al parere reso dalla Corte conti nei confronti dei medesimi enti in sede di controllo o in sede consultiva (articolo ItaliaOggi del 02.07.2016).

LAVORI PUBBLICILavori, pianificazione più facile. Programma triennale ed elenco annuale vanno nel Dup. Il nuovo codice degli appalti ha semplificato l'iter e abrogato la precedente disciplina.
Il nuovo codice degli appalti ha semplificato l'iter per la programmazione dei lavori pubblici, abrogando la previgente disciplina che mal si coordinava con quella relativa al Dup.
Il vecchio dlgs 163/2006 ed i relativi provvedimenti applicativi (dpr 207/2010 e dm 24.10.2014 del ministero delle infrastrutture) prevedevano che lo schema di programma triennale fosse redatto entro il 30 settembre, adottato dalla giunta entro il 15 ottobre e infine deliberato dal consiglio contestualmente al bilancio di previsione, del quale costituiva un allegato assieme all'elenco dei lavori da avviare nell'anno.
Prima del varo definitivo, inoltre, gli schemi di tali provvedimenti dovevano essere pubblicati per almeno 60 giorni consecutivi nella sede dell'amministrazione (che poteva anche adottare ulteriori forme di informazione).
Per contro, il dlgs 118/2011 (e, in particolare, l'allegato 4/1 recante il principio contabile applicato sulla programmazione) impongono che la programmazione in materia di lavori pubblici (come quella su personale e patrimonio) confluiscano nel Documento unico di programmazione (Dup).
In altre parole, quindi, sia il programma triennale che l'elenco annuale diventano un allegato del Dup, da collocare nella seconda parte della sezione operativa del documento. Il Dup deve essere presentato dalla giunta al consiglio «per le conseguenti deliberazioni» entro il 31 luglio. È evidente che si trattava di previsioni mal coordinate sia sul piano temporale, che su quello formale. Ora, come detto, il quadro normativo è stato modificato dal dlgs 50/2016.
Quest'ultimo disciplina il programma triennale dei lavori pubblici (insieme al programma biennale degli acquisti di beni e servizi) all'art. 21, prevedendo (al comma 1) che essi siano approvati nel rispetto dei documenti programmatori e in coerenza con il bilancio. Il successivo comma 8 rimette ad un nuovo decreto delle infrastrutture (da adottare entro 90 giorni dall'entrata in vigore del nuovo codice) l'aggiornamento della relativa modulistica.
Alla luce di tale novella, si ritiene che, nelle more dell'adozione del predetto dm, gli enti possano utilizzare i vecchi modelli, ma non siano più vincolati a seguire il precedente iter e la relativa tempistica. Ciò pare confermato anche dall'art. 216, che fa scattare con decorrenza immediata l'abrogazione della precedente disciplina.
Pertanto, il programma triennale e l'elenco annuale vanno senz'altro inseriti nello schema di Dup 2017-2019 che le giunte devono presentare fra un mese ai consigli, i quali lo approveranno secondo la tempistica prevista dai regolamenti di contabilità dei singoli enti ovvero, in mancanza, i in tempi utili per la presentazione dell'eventuale nota di aggiornamento entro il 15 novembre, unitamente allo schema di bilancio per il prossimo triennio.
Ovviamente, la nota di aggiornamento dovrà adeguare la programmazione dei lavori pubblici alle indicazioni consiliari o al mutato quadro normativo, raccordandola in modo puntuale con il preventivo. Quanto alla pubblicità, il comma 7 dell'art. 1 prevede che il programma degli acquisti di beni e servizi e quello dei lavori pubblici, nonché i relativi aggiornamenti annuali, siano pubblicati sul profilo del committente, sul sito informatico del ministero delle infrastrutture e dell'Osservatorio dei contratti pubblici.
---------------
Regola estesa agli acquisti.
Nel Dup 2017-2019, gli enti locali devono inserire la programmazione degli acquisti di beni e servizi di importo pari o superiore a 40 mila euro. Anche tale obbligo è stato introdotto dall'art. 21 del nuovo codice degli appalti (dlgs 50/2016), che ha ampliato l'analoga previsione contenuta nella legge di stabilità 2016 (comma 505 della legge 208/2015). Quest'ultima, infatti, aveva limitato il campo ai soli acquisti di importo unitario stimato superiore a 1 milione di euro.
Ora, invece, la soglia è stata abbassata a 40 mila euro, ovvero l'importo massimo di acquisto autonomo per i comuni non capoluogo che sono stazioni appaltanti non qualificate. Ovviamente, il dlgs 118/2011, nel disciplinare i contenuti del Dup, non richiama la programmazione degli acquisti di beni e servizi, non essendo ancora stato aggiornato alle richiamate novità normative.
Tuttavia, la questione dovrà essere posta, considerato che l'art. 21, comma 1, del dlgs 50 impone il raccordo con i documenti programmatori, oltre che (ovviamente) con il bilancio (articolo ItaliaOggi dell'01.07.2016).

APPALTI - ATTI AMMINISTRATIVI La registrazione al Sic slitta di un anno. L'entrata in vigore dell'obbligo è prorogata al 30/06/2017.
Prorogata di un anno, fino al 30.06.2017, l'entrata in vigore dell'obbligo di registrazione al sistema informativo del casellario giudiziale; le pubbliche amministrazioni potranno ancora chiedere i dati agli uffici locali del casellario; assicurata la continuità del servizio che interessa importanti verifiche sugli affidatari di contratti pubblici.

È quanto prevede il decreto del ministero della giustizia del 17.06.2016, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 24.06.2016, n. 146, in tema di utilizzo del casellario giudiziale da parte delle pubbliche amministrazioni e dei gestori di pubblici servizi.
Nel 2014, con il decreto dirigenziale del ministero della giustizia del 12 giugno, era già stato prorogato al 30.06.2016 il termine per la vigenza delle disposizioni transitorie di cui all'art. 16 del decreto dirigenziale, secondo cui le amministrazioni interessate all'accesso diretto al Sic che non avessero ancora attivato la procedura di cui all'art. 5 dello stesso decreto dirigenziale, potevano continuare a richiedere i certificati agli uffici locali del casellario.
In base al decreto del 5 dicembre 2012 tutte le amministrazione, entro il termine che scadeva ieri, avrebbero dovuto procedere alla registrazione per accedere alla consultazione diretta del sistema informativo del casellario, individuando al proprio interno anche un funzionario responsabile per l'accesso a tali dati.
Il periodo transitorio non è stato però sufficiente perché, come dice lo stesso ministero della giustizia, «per ciascuna istanza di accesso e' da verificare preliminarmente che l'amministrazione interessata abbia indicato, nella relativa scheda informativa, i procedimenti amministrativi di competenza, per i quali è legittimata ad acquisire i certificati del casellario in virtù di una specifica previsione normativa che ne stabilisca il contenuto, ciò anche al fine della realizzazione della procedura informatica per il rilascio di un certificato selettivo».
Peraltro le richieste di accesso non sono state neanche numerose se è vero che, come dice sempre il ministero della giustizia, sono arrivate soltanto 400 richieste dai comuni su un totale di 8 mila (anche carenti di informazioni e non in linea con le disposizioni dettate dalle circolari in materia).
La proroga consentirà anche di mettere a punto una serie di convenzioni tipo, ad esempio con l'Anci, cui aderiranno le amministrazioni comunali le quali potranno così evitare di accreditarsi singolarmente.
Per i contratti pubblici le verifiche sul casellario giudiziale scattano nell'ambito dell'applicazione dell'articolo 80 del nuovo codice (decreto legislativo n. 50/2016) che prevede l'esclusione dalla gara per l'operatore economico che abbia riportato una condanna con sentenza definitiva o decreto penale di condanna divenuto irrevocabile, o sentenza di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale, anche riferita a un suo subappaltatore nei casi di cui all'articolo 105, comma 6, per una serie di reati che comprendono quelli contro la pubblica amministrazione e altre gravi fattispecie rilevanti ai fini della conclusione di un contratto pubblico, fra ciò anche l'appartenenza a organizzazioni di stampo mafioso (articolo ItaliaOggi dell'01.07.2016).

PUBBLICO IMPIEGOFalse presenze, sospensione immediata. Dal 13 luglio linea dura sulle attestazioni e per i dirigenti che non sanzionano le irregolarità.
Riforma Madia. Pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» del 28 giugno il decreto per mettere alle corde i «furbetti del cartellino».

Vita dura dal 13 luglio per i “furbetti del cartellino”. Da tale data, infatti, entreranno in vigore le norme del Dlgs 20.06.2016, n. 116, pubblicate martedì sulla «Gazzetta Ufficiale», che modificano l’articolo 55-quater del Testo unico del pubblico impiego (Dlgs 165/2001), allo scopo di combattere il fenomeno della falsa attestazione della presenza in ufficio da parte dei dipendenti pubblici.
La falsa attestazione della presenza, secondo la riforma, si realizza quando il dipendente, con qualunque modalità, faccia risultare in maniera fraudolenta -anche avvalendosi di terzi- di essere in servizio, oppure tragga in inganno l'amministrazione circa l'orario di lavoro effettivamente svolto.
Se la falsa attestazione della presenza viene accertata in flagranza, oppure mediante l'utilizzo di strumenti di sorveglianza o di registrazione degli accessi o delle presenze, l'Amministrazione deve disporre immediatamente -e comunque entro 48 ore dalla conoscenza del fatto– e con provvedimento motivato la sospensione cautelare del dipendente, senza necessità di ascoltarlo preventivamente.
Il superamento di tale termine non determina inefficacia della sospensione e non comporta la decadenza dall'azione (analogo principio è previsto per la successiva procedura disciplinare).
La sospensione è una misura diversa dal licenziamento, ma i suoi effetti concreti di fatto anticipano le conseguenze dell'eventuale e futura misura di recesso dal rapporto; infatti, durante il periodo di sospensione non spetta lo stipendio, anche se deve essere riconosciuto un trattamento minimo alimentare, nella misura stabilita dalle disposizioni normative e contrattuali vigenti.
Dopo la sospensione, deve essere avviato il procedimento disciplinare, finalizzato ad ascoltare le difese del lavoratore e ad adottare l'eventuale misura sanzionatoria, in caso tali difese risultino insufficienti; anche per questa fase sono previsti termini accelerati.
Il dipendente è convocato, per il contraddittorio a sua difesa, con un preavviso di almeno 15 giorni, e l'ufficio conclude il procedimento entro 30 giorni dalla ricezione, da parte del dipendente, della contestazione dell'addebito; al termine della procedura il lavoratore può essere licenziato, se le giustificazioni addotte non sono considerate sufficienti.
Dopo il licenziamento, al dipendente non resta che andare davanti al giudice del lavoro, sperando che questo trovi delle irregolarità formali o sostanziali nella procedura; in tal caso, potrebbe essere invocata l'applicazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nella versione originaria, stando a quanto sancito dalla Corte di Cassazione con la sentenza 11868/2016.
Il dipendente che attesta falsamente la presenza rischia di risarcire anche il danno di immagine prodotto alla pubblica amministrazione: il responsabile della struttura che ha sospeso il lavoratore deve, infatti, denunciare il fatto al pubblico ministero e trasmettere gli atti alla procura regionale della Corte dei Conti entro 15 giorni dall'avvio della procedura disciplinare.
La procura, entro tre mesi dal licenziamento, può emettere nei confronti del dipendente un “invito a dedurre” in merito al risarcimento per danno di immagine alla pubblica amministrazione.
L'eventuale danno viene liquidato dal giudice in via equitativa, tenendo conto della rilevanza che ha avuto la vicenda sui mezzi di informazione (ma in misura non inferiore a sei mensilità dell'ultimo stipendio percepito dal dipendente).
La legge punisce anche i dirigenti e i responsabili dell'ufficio che, avendo conosciuto l'illecito, non si siano attivati prontamente per applicare la nuova procedura: tale omissione costituisce illecito disciplinare punibile con il licenziamento, e deve essere comunicata all'autorità giudiziaria ai fini dell'accertamento della sussistenza di eventuali reati
(articolo Il Sole 24 Ore del 30.06.2016 - tratto da http://rstampa.pubblica.istruzione.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'Ape cambia di nuovo. In chiaro consumi di ascensori e scale mobili. CERTIFICAZIONE ENERGETICA/In vigore nuove norme tecniche.
Nello stilare la certificazione energetica degli edifici bisognerà tener conto anche dei consumi derivanti da ascensori, scale e marciapiedi mobili.

Dal 29 giugno sono in vigore le nuove norme Uni 11300 parte 4 (aggiornamento), parte 5 e parte 6 e le Uni 10349 parte 1, 2 e 3.
Il 31.03.2016 (con entrata in vigore dopo 90 giorni dalla pubblicazione), infatti, sono state pubblicate dal Comitato termotecnico italiano (Cti) le nuove norme Uni che, oltre alla certificazione energetica, interessano il calcolo delle prestazioni termiche, ossia le Uni 11300 e delle Uni 10349 (dati climatici).
Il dlgs 92/2005 ha infatti previsto che le metodologie di calcolo delle prestazioni energetiche degli edifici devono far riferimento alle norme Uni/Ts 11300. Di conseguenza, da ieri, per procedere alla redazione dell'Ape (l'attestato di prestazione energetica) e alla verifica dei requisiti minimi degli edifici è necessario utilizzare software sottoposti a una nuova procedura di certificazione da parte del Cti per la conformità alle nuove Uni/Ts 2016.
E non è più possibile redigere i nuovi Ape con software non conformi e certificati dal Comitato.
Cosa cambia nella redazione dell'Ape. Come detto, per i certificatori energetici diventa vincolante utilizzare le nuove norme Uni per la redazione degli attestati di prestazione energetica degli edifici. Così, per esempio, diventa obbligatorio stimare anche i consumi derivanti da ascensori, scale mobili e marciapiedi mobili (per le categorie di edifici dove la stima è prevista), da calcolare secondo la Uni/Ts 11300-6.
Le nuove Uni/Ts 11300. La revisione delle parti 4, 5 e 6 della Uni/Ts 11300 segue alle norme emanate dal Cti nell'ottobre 2014. In particolare, la revisione della Uni/Ts 11300-4 riguarda le fonti rinnovabili e altri metodi di generazione.
Calcola, cioè, il fabbisogno di energia per la climatizzazione invernale e la produzione di acqua calda sanitaria, nel caso vi siano sottosistemi di generazione (impianti solari termici, generatori a combustione alimentati a biomasse, pompe di calore, impianti fotovoltaici, cogeneratori, sottostazioni di teleriscaldamento), che forniscono energia termica utile da fonti rinnovabili o con metodi di generazione diversi dalla combustione a fiamma di combustibili fossili. La Uni/Ts 11300-5, invece, fornisce metodi di calcolo per determinare in modo univoco e riproducibile il fabbisogno di energia primaria degli edifici sulla base dell'energia consegnata ed esportata e la quota di energia da fonti rinnovabili, applicando la normativa tecnica citata nei riferimenti normativi.
La Uni/Ts 11300-6 infine fornisce dati e metodi per la determinazione del fabbisogno di energia elettrica per il funzionamento di impianti destinati al sollevamento e al trasporto di persone o persone accompagnate da cose in un edificio (ascensori, scale mobili e marciapiedi mobili), sulla base delle caratteristiche dell'edificio e dell'impianto.
Le norme Uni 10349. La Uni 10349:2016 è composta da tre parti. La nuova versione è in sostanza la revisione delle parti 1, 2 e 3 dell'edizione Uni 10349 precedente, che risale al 1994. In particolare:
- la Uni 10349-1 riguarda le medie mensili per la valutazione della prestazione termo-energetica dell'edificio e metodi per ripartire l'irradianza solare nella frazione diretta e diffusa e per calcolare l'irradianza solare su di una superficie inclinata;
- la Uni/Tr 10349-2 riguarda i dati di progetto. Il rapporto tecnico fornisce, per il territorio italiano, i dati climatici convenzionali necessari per la progettazione delle prestazioni energetiche e termoigrometriche degli edifici, inclusi gli impianti tecnici per la climatizzazione estiva e invernale a essi asserviti;
- infine la Uni 10349-3 riguarda le differenze di temperatura cumulate (gradi giorno) e altri indici sintetici. La norma fornisce metodi di calcolo e prospetti di sintesi relativi a indici sintetici da utilizzarsi per la descrizione climatica del territorio (articolo ItaliaOggi del 30.06.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Un metodo comune per calcolare la raccolta differenziata.
Regole comuni su tutto il territorio italiano per il calcolo della percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti urbani e assimilati. Arriva infatti un metodo unico a cui tutte le regioni dovranno attenersi nel dotarsi dei propri metodi di calcolo e di certificazione. Tra le novità, anche la possibilità di conteggiare il compostaggio domestico nella raccolta differenziata e di considerare nel calcolo tutti i rifiuti che sono conferiti nei centri di raccolta comunali. Questo potrà avvenire solo nei comuni che abbiano con proprio atto disciplinato questa attività, garantendo dunque la tracciabilità e il controllo.

È con il decreto del ministero dell'ambiente (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 24.06.2016 n. 146) che sono state introdotte, per la prima volta, le linee guida nazionali per un metodo di calcolo unico della raccolta differenziata dei rifiuti urbani e assimilati.
Il decreto, che attua l'articolo 32 del collegato ambientale (legge 28.12.2015 n. 221), permetterà un reale confronto dei risultati tra le diverse aree geografiche del territorio nazionale e tra i comuni, calibrando i tributi comunali a seconda dei livelli di raccolta raggiunti e certificati dalle regioni.
Finalità. Le linee guida forniscono indirizzi e criteri per il calcolo della percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti urbani e assimilati raggiunta in ciascun comune, al fine di uniformare, sull'intero territorio nazionale, il metodo di calcolo della stessa.
Alla base del documento la necessità di creare un complesso di raccomandazioni tecniche, da applicarsi in modo omogeneo sull'intero territorio nazionale, per rendere confrontabili, sia a livello temporale che spaziale, i dati afferenti a diversi contesti territoriali. Per raccolta differenziata, va ricordato, si intende «la raccolta in cui un flusso di rifiuti è tenuto separatamente in base al tipo e alla natura al fine di facilitarne il trattamento specifico».
Essa rappresenta lo strumento cardine dell'economia circolare, perché raccogliendo le singole frazioni in modo separato si contribuisce alla riduzione della pericolosità dei rifiuti, si favorisce il loro trattamento specifico e la loro valorizzazione; i rifiuti così diventano risorse e, quindi, opportunità di sviluppo economico, riducendo al contempo l'impatto complessivo su salute e ambiente (articolo ItaliaOggi del 30.06.2016).

ENTI LOCALI: Partecipate senza conflitti. Struttura ad hoc per monitoraggio e controllo. Oggi la camera vota il parere sul T.u. Largo alle società consortili.
Niente conflitti di interesse sul controllo delle partecipate statali. Ferma restando la competenza del Mef, il monitoraggio dovrà essere affidato a una struttura ad hoc «onde evitare potenziali conflitti tra l'esercizio dei poteri dell'azionista e l'attività di controllo».
Le p.a. potranno continuare a detenere partecipazioni in società consortili che si affiancano a spa e srl nell'elenco delle tipologie societarie per le quali sarà ammessa la partecipazione pubblica. Inoltre, saranno svincolate dall'obbligo dell'amministratore unico (che costituisce la regola di governance delle partecipate anche se in determinati casi, da definire con dpcm, sarà possibile nominare un consiglio di amministrazione di tre o cinque membri) le società che hanno ottenuto affidamenti di appalti o concessioni tramite gara.

Sono alcune delle richieste di modifica che la commissione bilancio della camera ha inserito nel parere sul Testo unico di riforma delle partecipate che verrà votato oggi. Secondo la quinta commissione il decreto legislativo, attuativo della delega Madia (legge 124/2015), deve essere rivisto in più punti a cominciare dal limite di fatturato medio del triennio (attualmente fissato a un milione di euro) al di sotto del quale le società saranno oggetto dei piani di razionalizzazione, fusione o soppressione (anche mediante cessione o messa in liquidazione).
La commissione presieduta da Francesco Boccia chiede al governo la riduzione di tale tetto (l'Anci per esempio aveva proposto di portarlo a 500 mila euro) «eventualmente collegandola ad altri criteri maggiormente idonei a misurare l'efficienza e l'economicità della gestione, posto che in caso contrario si rischierebbe di penalizzare società virtuose». Non solo. Va ripensata la regola che rende obbligatorio il piano di razionalizzazione (ad eccezione delle società che gestiscono servizi di interesse generale) in presenza di perdite in quattro degli ultimi cinque esercizi.
Secondo Montecitorio non si dovrebbe tenere conto delle perdite inferiori al 5% del fatturato «in modo da prevedere l'attivazione del piano di riassetto nei casi in cui effettivamente sia messa a rischio l'economicità della gestione». Riscritta anche la tempistica dei piani di razionalizzazione.
La revisione straordinaria dovrà scattare entro sei mesi dall'entrata in vigore del decreto, mentre la revisione ordinaria, quella che le p.a. dovranno effettuare ogni anno passando ai raggi X l'assetto complessivo delle società di cui detengono partecipazioni dirette o indirette, inizierà a decorrere dal 2017.
Un'altra novità riguarda il blocco delle nuove assunzioni. La commissione bilancio suggerisce al governo di ridurre il blocco che impedisce alle società a controllo pubblico fino al 31.12.2018 di effettuare assunzioni a tempo indeterminato se non attingendo all'elenco del personale in eccesso che dovrà essere trasmesso all'Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro in luogo della Funzione pubblica (articolo ItaliaOggi del 30.06.2016).

PUBBLICO IMPIEGO: Stop ai furbetti del cartellino. Dal 13 luglio tempi brevi e sanzioni dure per gli assenteisti. Con la pubblicazione in G.U. del dlgs 116/2016 diventano operative le nuove misure.
Dal 13 luglio entra in vigore la stretta sui furbetti del cartellino. Con la pubblicazione del dlgs 116/2016 sulla Gazzetta Ufficiale n. 149 del 28 giugno divengono infatti operative le misure finalizzate a colpire col licenziamento i dipendenti pubblici che attestino falsamente la propria presenza in servizio.
Il dlgs 116/2016 modifica in parte le disposizioni sul licenziamento senza preavviso già presenti nel testo unico del pubblico impiego, il dlgs 165/2001. Si tratta, comunque, di una riforma molto specifica e mirata, perché l'applicazione della sospensione cautelare immediata e del procedimento disciplinare con i termini ridotti scatta laddove la frode sia accertata in flagranza, oppure mediante strumenti di sorveglianza o di registrazione degli accessi o delle presenze.
Proprio la circostanza che la norma si applica a situazioni conclamate di frode, corroborate da prove molto forti, fonda la procedura che si caratterizza per essere al tempo stesso molto dura e molto veloce.
Il dirigente della struttura presso la quale opera il dipendente assenteista, o quello posto a capo dell'ufficio per le sanzioni disciplinari, entro 48 ore dalla notizia della frode adotta un provvedimento motivato di sospensione cautelare, nel corso del quale l'incolpato potrà avere diritto solo all'assegno alimentare, meno del 50% del trattamento economico. La sospensione scatta senza necessità di sentire il dipendente e anche se si vìola il termine delle 48 ore resta efficace, ferme restando le responsabilità per il ritardo.
Il provvedimento che sospende cautelarmente il dipendente al tempo stesso contesta la violazione disciplinare, dando così allo stesso tempo anche all'avvio del procedimento disciplinare, da concludere entro i successivi 30 giorni. In questa fase, l'incolpato riacquista il diritto di essere sentito a difesa e col provvedimento di avvio del procedimento disciplinare deve essere convocato non prima dei successivi 15 giorni (è possibile un rinvio per gravi e comprovati motivi di altri 5 giorni), per poter esporre le proprie difese.
L'eventuale violazione dei termini imposti al procedimento non comporterà, comunque, la decadenza dall'azione disciplinare, né l'inefficacia del licenziamento. Insomma, il dlgs 116/2016 mira a scongiurare l'ipotesi che elementi procedurali possano impedire l'applicazione del licenziamento. Che non sarà l'unica. Infatti, l'amministrazione deve denunciare l'assenteista al pubblico e segnalare il fatto alla competente procura regionale della Corte dei conti entro 15 giorni dall'avvio del procedimento disciplinare.
La Procura della Corte dei conti, se del caso, avvia l'azione per responsabilità contabile, invitando l'interessato a dedurre per danno d'immagine entro tre mesi dalla conclusione della procedura di licenziamento. L'azione di responsabilità è esercitata, entro i 120 giorni successivi alla denuncia, senza possibilità di proroga.
Il risarcimento del danno, in caso di condanna, non potrà essere inferiore a sei mensilità dell'ultimo stipendio in godimento, oltre a interessi e spese di giustizia: complessivamente, comunque, è rimesso alla valutazione equitativa del giudice contabile, che terrà conto della rilevanza del fatto per i mezzi di informazione (articolo ItaliaOggi del 30.06.2016).

ATTI AMMINISTRATIVI: Poste manda in soffitta la data certa. In dottrina e giurisprudenza non è riconosciuto strumento analogo.
Più complicato dare «data certa» ai documenti dopo la soppressione del servizio a cura di Poste italiane spa.

Dallo scorso 1° aprile molti utenti e professionisti si sono recati presso gli sportelli postali e hanno, purtroppo, preso atto della scelta dell'ente di non fornire più un servizio, sebbene a pagamento, concernente la cosiddetta «data certa».
Sino a tale data era possibile ottenere la data certa, recandosi in un qualsiasi ufficio postale che provvedeva all'apposizione di un timbro, previa predisposizione di un documento a corpo unico (stampato e rilegato in un modo che non permettesse l'aggiunta o la rimozione di pagine), sul quale veniva apposta la dicitura «si richiede l'apposizione del timbro per la data certa», seguita dalla data e dalla firma.
Il servizio era fin troppo utile, si pensi soltanto all'utilità nei conferimenti degli incarichi agli stessi professionisti chiamati, oltre che a stabilire a priori, gli onorari con i clienti, anche a fornire la prova che tale accordo sia stabilito in data anteriore al momento rispetto al quale lo stesso professionista (legale, commercialista e quant'altro) si attiva per recuperare il proprio credito, dopo l'esecuzione della propria prestazione.
Dare «data certa» a un documento o un atto vuol dire, infatti, attribuire allo stesso prova della sua formazione in un determinato momento o, comunque, fornire la prova che la sua esistenza è anteriore rispetto a uno specifico evento o una specifica data.
Dal punto di vista normativo, e in particolare sotto il profilo civilistico, in materia di prove documentali, si deve necessariamente far riferimento agli artt. 2703 (sottoscrizione autenticata) e 2704 (data della scrittura privata nei confronti di terzi) c.c., i quali dispongono sui metodi utilizzabili per l'attribuzione della «data certa» ai documenti: atto pubblico, autenticazione di un notaio o di altro pubblico ufficiale, registrazione dell'atto presso un ufficio pubblico o di «ogni altro fatto» che stabilisca, in modo ugualmente certo, l'anteriorità della formazione del documento (comma 1, ultimo periodo, art. 2704 c.c.).
Inoltre, dottrina e giurisprudenza di legittimità, nel tempo, hanno ritenuto idonei, a rendere certa la data, l'utilizzazione del servizio presso i servizi postali con apposizione di apposito timbro direttamente sul documento, l'apposizione della «marca temporale» sui documenti informatici (si tratta di un sistema che si basa su un procedimento informatico stabilito dalla legge) e il servizio di posta elettronica certificata (Pec).
Quest'ultimo servizio fornisce al mittente la prova legale dell'invio e della consegna del documento informatico, e quindi anche della data, ma per poterlo utilizzare correttamente è necessario che entrambe le parti (emittente e ricevente) siano in possesso di un indirizzo di posta certificata; situazione sicuramente ricorrente per imprese e professionisti, ma più unico che raro tra i privati, con la conseguenza che questo procedimento non può, in linea di principio, essere applicato per ottenere la «data certa» di un verbale inviato dalla società al socio o all'amministratore, per confermare l'erogazione di un finanziamento o l'attribuzione del trattamento di fine mandato, come richiesto dall'amministrazione finanziaria.
Inoltre, la trasmissione tramite pec, in conformità del dpr 68/2005, equivale alla notificazione a mezzo posta e ha valore legale, ma solo nei casi previsti dalla legge; ai sensi del comma 3, dell'art. 48, dlgs 82/2005, la data e l'ora di trasmissione e di ricezione di un documento informatico, trasmesso a mezzo Pec, sono opponibili ai terzi.
Infine, si ricorda che sulla raccomandata con avviso di ricevimento il codice civile non si esprime ma che la giurisprudenza esclude la «data certa» al documento inviato in busta con tale metodo (articolo ItaliaOggi del 29.06.2016).

EDILIZIA PRIVATA: Ampliamenti senza bonus 65%. Il credito d'imposta finanzia solo le parti da ristrutturare. RIQUALIFICAZIONE ENERGETICA/ Nuove risposte a quesiti Enea. Richieste entro il 31/12.
Nel caso di ristrutturazione di un immobile senza demolizione e con ampliamento, la detrazione del 65% per la qualificazione energetica (da utilizzarsi fino al 31.12.2016) compete unicamente per le spese riferibili alla parte esistente, in quanto l'ampliamento viene considerato una «nuova costruzione».

Così le nuove Faq Enea in materia di detrazione del 65%, aggiornate allo scorso 24 giugno. Per usufruire della detrazione del 65% non occorre inviare alcuna comunicazione preventiva. Ma entro 90 giorni dalla data di fine lavori va inviata online tramite il sito http://finanziaria2016.enea.it/index.asp, la specifica documentazione richiesta.
La documentazione sarà costituita dall'attestato di qualificazione energetica (allegato A al «decreto edifici» dm 19.02.2007 e successive modifiche ) e la scheda descrittiva degli interventi realizzati (allegato E) o in alcuni casi, una documentazione semplificata, costituita dal solo allegato E (nel caso di sostituzione di impianti termici con caldaie a condensazione, pompe di calore ad alta efficienza o impianti geotermici a bassa entalpia o di sostituzione di scaldacqua di tipo tradizionale con scaldacqua a pompa di calore) o dal solo allegato F (nel caso di sostituzione di infissi in singole unità immobiliari o di installazione di pannelli solari o di schermature solari).
Effettuata la trasmissione, in automatico ritorna al mittente da Enea una ricevuta informatica con il Cpid (codice personale identificativo), valida a tutti gli effetti come prova dell'avvenuto invio. Non sono previsti altri riscontri da parte di Enea, né in caso di invio corretto, né in caso di invio incompleto, errato o non conforme.
Non vanno inviate asseverazioni, relazioni tecniche, fatture, copia di bonifici, piantine, documentazione varia, ecc. che invece deve essere conservata a cura dell'utente ed esibita in caso di eventuali controlli da parte dell'Agenzia delle entrate (articolo ItaliaOggi del 28.06.2016).

ENTI LOCALISulla riduzione delle spese il governo ha messo a tacere la Corte conti.
Messa a tacere, da parte del governo, la sezione autonomie della Corte dei conti sull'obbligo della riduzione progressiva del rapporto tra spese di personale e spesa corrente, appare oggettivamente inutile insistere ulteriormente sull'applicazione come obbligo e non come principio delle disposizioni di contenimento della spesa di personale contenute nella legge finanziaria per il 2007.

Il dl 113/2016, come è noto, con l'articolo 16 ha abolito l'articolo 1, comma 557, lettera a), della legge 296/2006, ai sensi del quale si prevedeva la riduzione dell'incidenza percentuale delle spese di personale rispetto al complesso delle spese correnti, attraverso parziale reintegrazione dei cessati e contenimento della spesa per il lavoro flessibile.
Questa previsione era da considerare certamente abolita implicitamente dall'articolo 3, comma 5-bis, del dl 90/2014, convertito in legge 114/2014, che ha introdotto nella medesima legge 296/2006 il comma 557-quater, ai sensi del quale «ai fini dell'applicazione del comma 557, a decorrere dall'anno 2014 gli enti assicurano, nell'ambito della programmazione triennale dei fabbisogni di personale, il contenimento delle spese di personale con riferimento al valore medio del triennio precedente alla data di entrata in vigore della presente disposizione».
È del tutto evidente che una volta fissato il valore medio del triennio 2011-2013 il tetto massimo della spesa di personale, la necessità di ridurre annualmente l'incidenza della spesa di personale rispetto a quella corrente era incompatibile. Tuttavia, la Corte dei conti, sezione autonomie ha insistito con questa interpretazione, rigoristica più che rigorosa, inducendo il governo a tagliare corto con l'abolizione della lettera a) del comma 556; scelta che si pone in evidente dissenso dal parere della Corte dei conti, mitigato dalla scelta di non adottare una maggiormente opportuna norma di interpretazione autentica, che avrebbe rivelato ancor meglio la non con divisibilità della tesi della sezione autonomie, in particolare con la delibera 16/2016.
Secondo alcuni primi osservatori, vi sarebbe tuttavia la possibilità di estendere la visione della corte dei conti anche alle lettere b) e c) dell'articolo 1, comma 557, della legge 296/2006.
Dette disposizioni indicano agli enti locali di giungere all'obiettivo della riduzione della spesa del personale mediante la razionalizzazione e snellimento delle strutture burocratico-amministrative, (anche attraverso accorpamenti di uffici con l'obiettivo di ridurre l'incidenza percentuale delle posizioni dirigenziali in organico); nonché attraverso il contenimento delle dinamiche di crescita della contrattazione integrativa, tenuto anche conto delle corrispondenti disposizioni dettate per le amministrazioni statali. Considerare, comunque, cogenti queste previsioni non appare corretto.
In primo luogo, perché è lo stesso articolo 557 a qualificarle come «principi», laddove, nel suo primo capoverso dispone che si tratti di «azioni da modulare nell'ambito della propria autonomia e rivolte, in termini di principio». Questo significa che gli enti locali non hanno un obbligo puntuale, ma il potere-dovere di operare per ridurre la spesa di personale in via autonoma, quando ciò si riveli necessario per mantenersi entro il tetto massimo previsto dal comma 557-quater.
In ogni caso, le disposizioni da considerare sicuramente di principio delle lettere b) e c) del comma 557 della legge 296/2006 (come di principio era anche la lettera a), nonostante il diverso non condivisibile parere della sezione autonomie), attualmente va preso atto siano inoperanti. Infatti, la riduzione della spesa per strutture amministrative e dirigenza è imposta sia dal dl 95/2012, convertito in legge 135/2012, sia, più di recente, dalla legge 208/2015.
Le dinamiche della crescita della spesa per la contrattazione collettiva sono state bloccate direttamente dal parlamento e dal governo col susseguirsi, dopo l'articolo 9, commi 1, 2 e 2-bis, del dl 78/2010 delle continue proroghe al blocco della contrattazione che hanno portato alla nota sentenza della Consulta 178/2015. Solo quando simili disposizioni verranno meno l'articolo 1, comma 557, lettere b) e c), riprenderà effetto (articolo ItaliaOggi del 28.06.2016).

ATTI AMMINISTRATIVI: La nuova trasparenza parte al rallentatore: sei mesi per l’accesso. In vigore solo la cancellazione di oneri informativi Differito l’obbligo di esibire gli atti non pubblicati.
Partenza differita per il Foia italiano: il decreto con il nuovo F reedom of information act è entrato formalmente in vigore la scorsa settimana, il 23 giugno, ma di fatto sarà efficace solo all’antivigilia di Natale, il 23 dicembre prossimo.
Al contrario, è già pienamente operativa l’opera di sfoltimento e di semplificazione dei tanti oneri di pubblicazione online che gravavano sulle amministrazioni pubbliche dal 2013.

Formalmente, appunto, il decreto è operativo dal 23 giugno, cioè 15 giorni dopo la sua pubblicazione sulla «Gazzetta ufficiale», ma la sua vera partenza è scritta nelle disposizioni transitorie.
L’articolo 42 concede ad amministrazioni pubbliche, gestori di servizi pubblici e società partecipate o controllate dal pubblico un massimo di sei mesi -fino al 23 dicembre prossimo, appunto- per adeguarsi alle modifiche alle vecchie regole sulla trasparenza (Dlgs 33/2013) introdotte ora.
In pratica, quindi, tutte le novità, e dunque i nuovi obblighi di pubblicazione sui siti come, per esempio, i compensi complessivi dei dirigenti pubblici o le spese delle Asl, così come il diritto di accesso «allargato» scatteranno solo da Natale.
Ma c’è, al contrario, un effetto immediato altrettanto importante legato alle numerose disposizioni cancellate con un colpo di spugna. Il provvedimento, infatti, abroga interi articoli e vari commi del decreto 33 e lo fa con effetto immediato, a decorrere dall’entrata in vigore. Il risultato? Dal 23 giugno un pacchetto sostanzioso di informazioni legate alla vita e all’organizzazione delle amministrazioni pubbliche e dei gestori dei servizi pubblici non deve più essere pubblicato. Con un paradossale effetto -solo per questi primi sei mesi- di indebolimento della trasparenza pubblica.
Facciamo qualche esempio concreto (si veda anche la scheda a fianco). Per tutti gli appalti pubblici di lavori, servizi e forniture sono scomparsi indicatori importanti quali i tempi di realizzazione e i costi unitari previsti. Proprio i due fattori che l’Anticorruzione tiene sotto controllo per rilevare anomalie. Via anche l’obbligo di rendere noti i controlli che ogni amministrazione può fare sulle imprese e di pubblicare lo scadenzario dei nuovi oneri man mano che entrano in vigore. Due punti, questi, su cui anche il Consiglio di Stato nel proprio parere aveva sollevato qualche perplessità.
Nell’insieme la riforma sfoltisce un carico di oneri informativi apparso subito difficile da sostenere per le Pa. E infatti in molti casi l’adeguamento era solo di facciata con le caselle delle singole voci presenti sui siti, ma vuote di fatto al primo click. Proprio molti degli obblighi di trasparenza ora cancellati erano rimasti in realtà sulla carta. È il caso, tra gli altri, dello scadenzario o dei documenti preliminari di pianificazione, entrambi difficilmente rintracciabili sui siti pubblici.
Ai cittadini, poi, resta comunque l’ultima spiaggia dell’accesso civico che, peraltro, nella sua nuova veste non conosce limiti e quindi “copre” anche le informazioni cancellate o quelle da non pubblicare.
In pratica, chiunque anche senza dover dimostrare di avere interessi specifici e posizioni qualificate potrà richiedere all’amministrazione qualsiasi dato, compresi, appunto, quelli non più presenti online. Ma certo ognuno dovrà attivarsi con una richiesta individuale, attendere la risposta (da 30 a 60 giorni) e fronteggiare eventuali dinieghi della Pa, perché in alcuni casi specifici i documenti restano inaccessibili. Senza contare il leggero sfasamento iniziale per cui, mentre questi obblighi informativi sono già scomparsi, il nuovo accesso civico “pieno” partirà tra sei mesi.
La vera partenza del Foia, quindi, è rimandata a Natale. Dal 23 dicembre online si potranno rintracciare nuove informazioni. Tra le più “pesanti” ci sono quelle su retribuzioni e altri emolumenti dei dirigenti pubblici: saranno tenuti a comunicarli e a pubblicare tutti i compensi ricevuti da enti pubblici per controllare che i dirigenti restino davvero al di sotto del tetto dei 240mila euro previsto nel settore pubblico. Un onere sanzionato ad hoc con multe che vanno da 50 a 10mila euro.
In realtà la riforma sarà davvero completa tra un anno, a giugno 2017. Entro quel termine si dovranno aprire le banche dati pubbliche (da quelle sul personale a quelle sugli appalti e sui costi della politica) gestite da Mef, Funzione pubblica e Corte dei conti.
Da quel momento gli enti pubblicheranno solo il link alle informazioni inviate a queste banche dati
(articolo Il Sole 24 Ore del 27.06.2016 - tratto da http://rstampa.pubblica.istruzione.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATACantieri e manutenzioni alla prova del nuovo Sistri. Il Dm 78 specifica i soggetti obbligati Errori «gestionali» ora non sanzionati.
Rifiuti. Disegnate le linee guida da seguire per la futura revisione delle procedure.

Il nuovo Sistema elettronico per la tracciabilità dei rifiuti (Sistri) delinea alcuni cambiamenti anche per cantieri e attività di manutenzione. Se infatti, dal punto di vista dei rifiuti pericolosi, il regolamento introdotto dal Dm 78 del 30.03.2016 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 120 del 14 maggio) conferma sostanzialmente tutte le regole applicate fino a oggi, tratteggia allo stesso tempo importanti aperture verso la semplificazione e lo snellimento procedurale, prevedendo l’emanazione di ulteriori decreti e avviando anche un restyling del perimetro entro cui dovrà essere concepita l’infrastruttura telematica.
A partire dalla sua entrata in vigore, lo scorso 8 giugno, il nuovo Testo unico Sistri ha quindi abrogato il precedente Dm 52/2011. Nello stesso giorno sono state pubblicate sul portale informativo (www.sistri.it) le versioni aggiornate del «Manuale operativo Sistri» e delle «Procedure di iscrizione e gestione del fascicolo azienda».
Iscrizioni e cantieri
Per quel che riguarda i soggetti obbligati all’iscrizione, l’articolo 4 del Dm 78/2016 fa esplicito richiamo a coloro che sono tenuti ad aderire al Sistri così come indicati dal Dlgs 152/2006 (articolo 188-ter) e dal Dm 24.04.2014.
La norma fornisce tuttavia un’ulteriore precisazione, chiarendo che i produttori iniziali –in quanto tali, tenuti ad aderire al Sistri– sono obbligati a osservare il sistema anche in qualità di trasportatori iscritti all’albo nazionale dei gestori ambientali in categoria 2-bis o 5: vale a dire i soggetti che trasportano i rifiuti pericolosi da loro stessi prodotti.
Circa i cantieri obbligati al Sistri (quelli con più di dieci dipendenti e che producono rifiuti pericolosi), l’articolo 10, comma 6, del decreto conferma che, se l’attività lavorativa non si protrae oltre i sei mesi e non si dispone di tecnologie adeguate per l’accesso al Sistri, le schede del sistema sono compilate dal delegato della sede legale o dell’unità locale dell’impresa. Inoltre, nel caso di un “cantiere complesso”, che comporta cioè l’intervento di più soggetti, l’attività è calcolata per ciascuno di essi in relazione al contratto del quale è titolare.
Attività di manutenzione
L’articolo 13 del Dm 78/2016 conferma inoltre che in caso di rifiuti prodotti da attività di manutenzione o da altra attività svolta fuori dalla sede dell’unità locale, la “scheda Sistri - area registro cronologico” è compilata «dal delegato della sede legale dell’ente o dell’impresa, o dal delegato dell’unità locale che gestisce l’attività».
In ordine alla manutenzione delle infrastrutture, effettuata direttamente dal loro gestore oppure tramite terzi, e prevista dall’articolo 230, comma 1, del Codice ambientale (Dlgs 152/2006), il nuovo decreto ribadisce che –se dall’attività derivano rifiuti pericolosi– per i “materiali tolti d’opera” sui quali deve essere effettuata la valutazione tecnica della riutilizzabilità, lo spostamento dei rifiuti effettuato dal manutentore (dal luogo di effettiva produzione fino alla sede legale o dell’unità locale dell’ente o impresa) è accompagnato da una copia cartacea della “scheda Sistri - area movimentazione”.
Questa scheda dev’essere scaricata dal portale Sistri, accedendo all’area autenticata, e quindi compilata e sottoscritta dal soggetto che ha effettuato la manutenzione.
Operatività
Sotto il profilo operativo, per il momento non cambia nulla. I soggetti obbligati all’iscrizione al Sistri e al pagamento dei relativi contributi (compresi i cantieri che rientrano nei parametri dei produttori di rifiuti pericolosi e con forza lavoro superiore a dieci dipendenti) continuano infatti a operare esattamente come prima, almeno fino a quando sarà ridefinita l’infrastruttura telematica secondo le linee guida indicate dall’articolo 23 del Dm 78.
Si continua dunque ancora a usare registri e formulari cartacei, affiancandoli alla strumentazione Sistri (chiavette usb, black box, schede, chiavi di accesso e collegamenti online).
Mentre gli errori non sono per adesso perseguibili, perché l’articolo 11, comma 3-bis, del Dl 101/2013 (convertito dalla legge 125/2013 e prorogato dal Dl 210/2015) dispone la moratoria delle sanzioni “gestionali” fino al 31.12.2016. Ed è tale rinvio a indurre impropriamente a parlare della cosiddetta “proroga Sistri”.
 
---------------
Come funziona il coordinamento tra iscritti (e no). Il raccordo. Registri cartacei da compilare comunque.
La disciplina del coordinamento tra soggetti iscritti e non iscritti al Sistri, prevista all’articolo 11 del Dm 78/2016, richiede un’attenzione particolare.
Non tutta la platea dei produttori e dei gestori di rifiuti è infatti obbligata ad aderire al sistema elettronico di tracciabilità. I produttori di scarti non pericolosi, per esempio, ne sono esclusi; e tra coloro che producono quelli pericolosi, rientrano solo i soggetti con più di dieci dipendenti.
Di fatto, accade tuttavia che i trasportatori –quando gestiscono rifiuti di diverso tipo– pur essendo soggetti al Sistri solo per i materiali pericolosi, spesso sottopongono alla procedura telematica anche quelli che non lo sono, per evidenti ragioni di economia di scala. Questo, ovviamente, non li esime dal dover continuare a compilare registri e formulari, le cui relative violazioni vengono sanzionate. A differenza delle violazioni “gestionali” del Sistri, che non saranno perseguite fino al 31.12.2016.
In questo quadro composto da situazioni asimmetriche e problemi organizzativi, succede frequentemente che soggetti non obbligati al Sistri si trovano a interfacciarsi con quanti, invece, devono sottostare al sistema. Su questo punto, il nuovo decreto ministeriale dispone che i produttori non obbligati devono comunicare i propri dati (necessari per la compilazione della “scheda Sistri - area movimentazione”) al delegato dell’impresa di trasporto, il quale –inserendo le informazioni ricevute– compila anche la sezione relativa ai dati del produttore del rifiuto.
Dopo aver trattato con il trasportatore, il produttore deve interfacciarsi con l’impianto di destinazione dei rifiuti. A tal proposito, il Dm 78/2016 stabilisce che il gestore dell’impianto di recupero o smaltimento deve stampare e trasmettere al produttore la copia della “scheda Sistri - area movimentazione” completa. Questo passaggio è previsto proprio per attestare che il produttore abbia assolto le proprie responsabilità (in analogia con quanto avviene con la quarta copia del formulario).
Se il trasportatore non iscritto a Sistri conferisce invece rifiuti speciali pericolosi che ha prodotto lui stesso, l’impianto finale che li riceve deve riportare il codice del formulario nella propria registrazione cronologica. Così anche nel caso in cui il trasportatore non iscritto a Sistri conferisca rifiuti speciali non pericolosi, per i quali è previsto l’utilizzo del formulario di trasporto.
In tale ipotesi, infatti, se l’impianto che riceve il rifiuto ha aderito volontariamente al Sistri per quella tipologia di rifiuti, provvede a riportare il codice del formulario nella propria registrazione cronologica. L’articolo 11, comma 3, del decreto ricorda infatti che i trasporti di rifiuti effettuati da soggetti non iscritti al Sistri devono essere accompagnati dal formulario di trasporto, secondo quanto previsto dall’articolo 193, del Codice ambientale (Dlgs 152/2006)
(articolo Il Sole 24 Ore del 27.06.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - VARISemafori, sì del prefetto per i controlli automatici.
Serve l'autorizzazione del prefetto per attivare controlli automatici delle infrazioni semaforiche fuori dal centro abitato. Mancando però la necessaria direttiva ministeriale resta tutto fermo al palo. Almeno per gli impianti nuovi.

Lo ha chiarito il Ministero dei trasporti con il parere 13.05.2016 n. 2737 di prot..
Il dl 151/2003, convertito nella legge 214/2003, ha introdotto nel corpo del codice stradale, all'art. 201, rilevanti modifiche che hanno di fatto legittimato l'avvento dei documentari elettronici di infrazione semaforica. Successivamente la legge 120/2010 ha ulteriormente confermato questa scelta normativa evidenziando la necessità che gli strumenti siano specificamente omologati ovvero approvati per il funzionamento in modo completamente automatico e gestiti direttamente dagli organi di polizia stradale.
Lo stabilisce a chiare lettere il comma 1-quater dell'art. 201 cds. La riforma ha specificato meglio sia la necessità di una omologazione dedicata all'impiego automatico dei misuratori sia la presenza costante e prioritaria degli organi di polizia nelle fasi dell'accertamento. Ma poi il ministero non ha emanato la direttiva necessaria ai prefetti per autorizzare questi impianti.
Specifica infatti il parere centrale che «le direttive previste dal comma 1-quater dell'art. 201 del codice della strada non sono state ancora emanate, quindi, allo stato, non è possibile operare accertamenti automatici delle violazioni delle norme elencate sotto alla lettera g-bis), fuori dai centri abitati», ovvero anche il controllo delle infrazioni semaforiche.
Testualmente, infatti, anche gli strumenti per il controllo dei semafori devono essere gestiti direttamente dagli organi di polizia stradale di cui all'articolo 12, comma 1, e fuori dei centri abitati possono essere installati e utilizzati solo sui tratti di strada individuati dai prefetti, secondo le direttive fornite dal ministero dell'interno.
Quindi al momento non possono essere certamente installati impianti nuovi mentre qualche perplessità può intervenire in riferimento alle installazioni attivate per il controllo degli incroci, fuori centro abitato, prima delle legge 120/2010 (articolo ItaliaOggi Sette del 27.06.2016).

ENTI LOCALI - VARI: Polizia e carabinieri fuori legge con mezze luci.
I soli lampeggianti blu accesi sui mezzi di soccorso non consentono di derogare alle norme stradali. Serve anche il dispositivo acustico di emergenza attivo. E in ogni caso l'impiego della luce blu da crociera non è regolato dal codice.

Lo ha chiarito il Ministero dei trasporti con il parere 22.03.2016 n. 7119 di prot..
Il dl 172/2008 ha modificato l'art. 177 del codice stradale individuando i veicoli che possono essere dotati dei dispositivi di allarme con luce blu. La materia, di esclusiva competenza statale, ammette oggi tra i veicoli abilitati ai servizi di emergenza anche quelli attrezzati per attività antincendio e di protezione civile.
La riforma ha però demandato a un decreto ad hoc l'individuazione dei conducenti abilitati all'impiego di sirene e lampeggianti. Oltre ai veicoli d'istituto del dipartimento della protezione civile, specifica quindi il decreto datato 23.10.2009, possono usare questi dispositivi anche gli altri mezzi adibiti al medesimo servizio di proprietà di regioni, enti locali e organizzazioni di volontariato in generale.
Ma per quanto riguarda questi utenti non professionisti il provvedimento specifica che dovrà trattarsi di vera emergenza e il servizio dovrà essere appositamente richiesto dall'autorità preposta e documentato, anche con autocertificazione del conducente, da esibire in caso di controllo di polizia stradale, per evitare abusi. Per quanto riguarda il diffuso impiego della sola luce blu sulle strade, prosegue la nota, «pur non essendo aprioristicamente escluso dal codice della strada, non consente, comunque, di derogare ad alcuna delle norme di comportamento e di sicurezza della circolazione stradale». In buona sostanza non basta attivare i dispositivi luminosi per decretare l'emergenza.
Serve anche la sirena accesa. A maggior ragione non è possibile utilizzare i dispositivi a luce blu in modalità da crociera, conclude il ministero. Anche se il Viminale ha specificamente caldeggiato le mezze luci blu per evidenziare la presenza degli organi di polizia sulle strade la scelta non appare regolare. Ma per le multe occorrerà chiedere lumi al ministero dell'interno, conclude il Mit (articolo ItaliaOggi Sette del 27.06.2016).

PUBBLICO IMPIEGODirigenti p.a., riforma nel caos. L'analisi.
Le prime bozze della riforma della dirigenza pubblica confermano l'impressione di confusione e caos data dall'articolo 11 della legge delega 124/2015.
Particolarmente delicata è l'abbozzo di disciplina riguardante i dirigenti del ruolo privi di incarico. Si è appreso da qualche tempo che i dirigenti entreranno in un limbo: per 6 anni riceveranno il solo trattamento economico fondamentale, decurtato del 10% di anno in anno, finché non si ricollochino o non si risolva il rapporto di lavoro.
È palese la criticità di questo sistema, perché dà per scontato e corretta l'ipotesi che dirigenti di ruolo, assunti mediante procedure concorsuali finalizzate ad accertarne professionalità e competenza, possano non disporre delle medesime professionalità e competenza e, quindi, essere estromessi dal ruolo dei dirigenti, pur in assenza, per altro, di una valutazione negativa.
Un altro paradosso discende proprio dalla valutazione. Infatti, le bozze prevedono, nella sostanza, il medesimo trattamento sia per i dirigenti che si ritrovino senza incarico per il mero fatto della scadenza di quello precedentemente svolto, sia per i dirigenti rimasti senza incarico a seguito di valutazione negativa. Anche questi, infatti, andranno a disposizione dei ruoli per 6 anni, con possibilità comunque di partecipare alle procedure per nuovi incarichi. L'unica differenza è che al termine dei 6 anni, i dirigenti senza incarico per effetto di valutazione negativa non potranno chiedere il demansionamento a funzionari, consentito invece per gli altri dirigenti.
Ma, anche il demansionamento pone problemi operativi. Infatti, anche laddove il dirigente alle soglie del licenziamento scegliesse di essere reinquadrato come funzionario per non perdere il lavoro, non si sa come collocarlo, perché non dispone di un datore di lavoro. Dunque, alla scelta del demansionamento seguirebbe un complesso sistema finalizzato a dare priorità alle assunzioni di funzionari ai dirigenti demansionati.
Di fatto, quindi, la disciplina dei ruoli della dirigenza finirebbe per incidere sull'autonomia di scelta delle amministrazioni in merito alle assunzioni. In ogni caso, il demansionamento dei dirigenti non garantirebbe per nulla la loro ricollocazione. E si pone in contrasto con la disciplina del demansionamento già vigente per i dipendenti pubblici, ai sensi della quale l'accettazione di attività lavorative in qualifiche inferiori è solo temporanea, e non preclude la possibilità di partecipare a procedure di mobilità riferite alla categoria di inquadramento precedentemente posseduta.
Altro tema delicato è la partecipazione alle procedure di selezione per il conferimento degli incarichi dirigenziali. Lo schema del decreto legislativo, infatti, modifica in parte l'articolo 19, comma 6, del dlgs 165/2001 e consente alle amministrazioni di incaricare dirigenti esterni senza che sia più necessario verificare l'assenza di professionalità interne. Si dà, quindi, corso ad una liberalizzazione assoluta della possibilità di avvalersi di dirigenti esterni ai ruoli, i quali per assurdo potranno partecipare, come i dirigenti di ruolo e in concorrenza con essi alle procedure di «interpello».
Il che porta necessariamente a chiedersi, da un lato, a che servano ruoli unici se sono aperti a soggetti non appartenenti ai ruoli le procedure di incarico, e, dall'altro, come si possa conciliare la previsione di dirigenti che per 6 anni percepiscano stipendi, sia pure ridotti, a carico delle finanze pubbliche per non fare nulla, senza nemmeno la garanzia di avere priorità, nelle procedure selettive, rispetto a soggetti estranei ai ruoli (articolo ItaliaOggi del 25.06.2016).

EDILIZIA PRIVATA: Finanziamenti per demolire edifici abusivi La priorità va al rischio idrogeologico.
Stop alla costruzione di edifici abusivi. Con un fondo da 10 milioni di euro destinati ai comuni per la demolizione degli immobili abusivi, con priorità per quelli realizzati nelle aree a rischio idrogeologico.

È questa la finalità del dpcm ambiente sul dissesto idrogeologico attuativo del collegato ambientale (legge 28.12.2015, n. 221 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 18.01.2016, n. 13) che ha ricevuto lo scorso 22 giugno l'approvazione all'unanimità della Conferenza stato-città e autonomie locali.
Il ministero dell'ambiente Gianluca Galletti ha annunciato che sarò pronto a raddoppiarne l'importo di 10 milioni di euro in caso di esaurimento delle risorse.
Richiesta finanziamento. Le richieste di finanziamento per interventi di rischio idrogeologico dovranno essere inserite nella piattaforma del repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo a cura delle regioni e province autonome o dei soggetti dalle stesse accreditati. Per ogni istanza andranno fornite, secondo il principio della massima completezza e rigorosità, i dati e le informazioni tecnico-amministrative richieste dalle forme di caricamento (cosiddetta scheda istruttoria).
La scheda istruttoria presenta una parte generale comune per tutte le tipologie di intervento e sezioni specifiche in relazione alla necessità di acquisire informazioni peculiari alla tipologia di dissesto (alluvione, frana, erosione costiera, valanga e tipologia mista).
La compilazione della scheda istruttoria sarà considerata come un'attività preistruttoria condotta dalla regione richiedente. I dati richiesti di carattere amministrativo, geografico, finanziario e tecnico saranno considerati nelle successive fasi di valutazione.
Categoria e valutazione interventi. Gli interventi che potranno accedere ai 10 mln di euro di finanziamento saranno distinti in tre categorie a seconda che abbiano a oggetto, «interventi a efficacia autonoma», «interventi complessi di vasta area» e «interventi di mitigazione del rischio idrogeologico e di tutela e recupero degli ecosistemi e della biodiversità». La categoria dovrà essere inserita dalla regione all'atto dell'inserimento dei dati nella «scheda per proposta di interventi».
La procedura di valutazione degli interventi per i quali sarà richiesto un finanziamento sarà strutturato in tre fasi distinte: accertamento dell'ammissibilità del finanziamento, elencazione delle richieste ammissibili per ordine di priorità e verifica cantierabilità e cronoprogramma.
La prima fase quella «dell'accertamento dell'ammissibilità del finanziamento» verterà sull'accertamento della completezza dei dati inseriti nel repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo, sulla puntualità e precisione dei dati e sul rispetto del fine primario quello del rispetto del suolo.
La seconda fase dell'istruttoria avrà a oggetto la classificazione su base regionale, in ordine alle priorità delle sole proposte ritenute ammissibili. Tale fase verrà svolta dal ministero dell'ambiente. Una volta definita la graduatoria di finanziamento su base regionale, si passerà alla fase tre del procedimento: la valutazione dei cronoprogrammi degli interventi ammissibili e della cantierabilità dell'intervento (articolo ItaliaOggi del 24.06.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - VARI: Le multe per mancanza di Rc auto può farle solo l'agente.
Non sono ancora omologati gli strumenti per accertare automaticamente la mancata copertura assicurativa e la revisione dei veicoli in transito. Per attivare questo tipo di controlli serve dunque la presenza dell'agente che potrà fermare i mezzi o documentare le cause previste dal codice di mancata contestazione immediata.

Lo ha chiarito il Ministero dei trasporti con il parere 03.06.2016 n. 3311 di prot..
La possibilità di sanzionare in modalità completamente automatica, senza la presenza dei vigili, la mancata revisione periodica e la mancanza della copertura assicurativa dei veicoli deriva da una serie di recenti modifiche introdotte nel codice della strada, in ultimo con l'art. 1/597 della legge 208/2015. Ma per essere veramente operativi servono dispositivi omologati, specifica il ministero, che non esistono ancora sul mercato.
Dunque a parere dell'organo tecnico centrale al momento non si possono attivare controlli automatici della mancata revisione periodica e neppure della mancata copertura assicurativa perché gli strumenti elettronici non sono disponibili. E non è neanche possibile fare partire degli inviti automatici per fornire informazioni agli organi di polizia stradale ai sensi dell'art. 180 del codice della strada, prosegue la nota.
Sarà dunque opportuno utilizzare eventuali dispositivi già funzionanti sulle strade, come per esempio i varchi di lettura targhe, solo con la presenza costante dell'agente in divisa che potrà notificare immediatamente l'infrazione o documentare adeguatamente la causa di mancata contestazione immediata. Per esempio, perché l'operatore era impegnato in altro controllo o lo strumento elettronico ha dato un riscontro tecnico leggermente differenziato nel tempo impedendo il fermo immediato del trasgressore.
In pratica la burocrazia ha azzerato la novella e per attivare controlli in automatico ci vorranno anni e risorse. Attenzione infine alle disposizioni del codice privacy. La disciplina elaborata dal garante impone l'obbligo di rendere comunque noto agli utenti l'impiego dei dispositivi elettronici di controllo del traffico veicolare, conclude il parere centrale (articolo ItaliaOggi del 24.06.2016).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOPiccoli Comuni con unioni «flessibili». I sindaci chiedono un collegato alla manovra per riformare le gestioni.
Enti locali. Apertura del governo sulle scelte per superare lo stallo creato dagli obblighi sospesi di associazione.

Un collegato alla legge di bilancio per rivedere le regole di gestione degli otre 7mila Comuni con meno di 5mila abitanti, «sospese» fino al 31 dicembre dalla proroga che ha congelato gli obblighi di gestione associata tentati da anni ma senza successo.
La proposta è arrivata ieri dal presidente del consiglio nazionale dell’Anci, Enzo Bianco, con l’obiettivo di sbloccare un empasse che senza un’accelerazione netta rischia di non trovare soluzione. L’associazione dei Comuni ha elaborato anche i contenuti della riforma, che secondo i sindaci dovrebbe imporre la gestione associata di tre funzioni fondamentali all’interno di bacini omogenei che gli stessi amministratori locali dovrebbero individuare sul territorio, con un potere sostitutivo della Regione che scatterebbe quando gli enti non «rispondono» in tempo.
A condannare all’impotenza le regole scritte dal 2010 nel tentativo di ridurre la spesa pubblica è stata del resto la griglia rigida, uguale per tutti, che hanno tentato di imporre: l’obbligo, scritto nel 2010 e poi incappato in una lunga catena di ritocchi e rinvii, imponeva ai Comuni fino a 5mila abitanti (3mila in montagna) di gestire in forma associata tutte le funzioni fondamentali, per bacini di almeno 10mila abitanti.
Lo stesso governo è convinto che quella strada sia sbagliata: «Non è possibile tenere conto solo di dati demografici -ha sottolineato il ministro degli Affari regionali Enrico Costa intervenuto ieri al seminario Anci di presentazione del disegno di legge- ma bisogna considerare il quadro socio-economico dei territori e arriveremo presto a una sintesi con la proposta».
«La razionalizzazione -gli ha fatto eco il sottosegretario all’Interno Gianpiero Bocci- non è un tema di spending, ma serve a ottimizzare la gestione e rilanciare gli investimenti». L’obiettivo dei sindaci, ha spiegato del resto il vicepresidente Anci Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, «non è di difendere l’esistente, ma di rilanciare una proposta utile al Paese e urgente in questa fase di svuotamento delle Province».
In fatto di piccoli Comuni, il titolare degli Affari regionali ha rilanciato l’ipotesi di rivedere il meccanismo del pareggio di bilancio quando gli abitanti sono meno di mille, in particolare per l’utilizzo degli avanzi di amministrazione, perché «ingessa troppo la gestione». Il punto è delicato, perché regole uguali per tutti dalle grandi città ai piccoli Comuni sollevano più di un problema applicativo, ma il pareggio è l’architrave per la tenuta della finanza locale e quindi le revisioni devono essere mirate e richiedono coperture.
Per ora, il pareggio di bilancio «perde» le Province e, ma solo temporaneamente, le Regioni. La ragione è nel pacchetto di misure scritte nel decreto enti locali, il cui testo è in fase di limatura e potrebbe arrivare oggi in «Gazzetta Ufficiale», per tamponare l’emergenza degli enti di area vasta stoppando le sanzioni per Province e Città metropolitane che hanno sforato il Patto di stabilità 2015.
Per Province, Città e Regioni salta anche l’obbligo di rispettare il pareggio a preventivo: nel caso delle Regioni, il motivo è tecnico, legato ai ritardi nei meccanismi dei trasferimenti statali (ora accelerati dal decreto) ed è destinato a risolversi nel corso dell’anno: per gli enti di area vasta, invece, è ancora da risolvere il nodo della distribuzione dei tagli 2016, che ieri è stato ancora rinviato dalla Conferenza Stato-Città
(articolo Il Sole 24 Ore del 23.06.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - VARI: Le multe per la revisione le fa solo la pattuglia.
Non sono ancora omologati gli strumenti per accertare automaticamente la mancata copertura assicurativa e la revisione dei veicoli in transito. Per attivare questo tipo di controlli serve dunque la presenza dell'agente che potrà fermare i mezzi o documentare le cause previste dal codice di mancata contestazione immediata.

Lo ha chiarito il Ministero dei trasporti con il parere 03.06.2016 n. 3311 di prot..
La possibilità di sanzionare in modalità completamente automatica, senza la presenza dei vigili, la mancata revisione periodica e la mancanza della copertura assicurativa dei veicoli deriva da una serie di recenti modifiche introdotte nel codice della strada, in ultimo con l'art. 1/597° della legge 208/2015.
Ma per essere veramente operativi servono dispositivi omologati, specifica il ministero, che non esistono ancora sul mercato. Dunque a parere dell'organo tecnico centrale al momento non si possono attivare controlli automatici della mancata revisione periodica e neppure della mancata copertura assicurativa perché gli strumenti elettronici non sono disponibili.
E non è neanche possibile fare partire degli inviti automatici per fornire informazioni agli organi di polizia stradale ai sensi dell'art. 180 del Codice della strada, prosegue la nota. Sarà dunque opportuno utilizzare eventuali dispositivi già funzionanti sulle strade, come per esempio i varchi di lettura targhe, solo con la presenza costante dell'agente in divisa che potrà notificare immediatamente l'infrazione o documentare adeguatamente la causa di mancata contestazione immediata.
Per esempio perché l'operatore era impegnato in altro controllo o lo strumento elettronico ha dato un riscontro tecnico leggermente differenziato nel tempo impedendo il fermo immediato del trasgressore. In pratica la burocrazia ha azzerato la novella e per attivare controlli in automatico ci vorranno anni e risorse. Attenzione infine alle disposizioni del codice privacy.
La disciplina elaborata dal garante impone l'obbligo di rendere comunque noto agli utenti l'impiego dei dispositivi elettronici di controllo del traffico veicolare, conclude il parere centrale (articolo ItaliaOggi del 23.06.2016).

VARI: Guida con patente sospesa sanzioni di 164 euro e revoca.
Il destinatario di un provvedimento di revisione della patente rischia grosso se circola con la licenza sospesa di validità. Soprattutto se si tratta di una misura di carattere sanzionatorio derivante per esempio dall'accertamento della guida alterata.

Lo ha chiarito il Ministero dell'interno con la circolare 01.06.2016 n. 300/a/3953/16/109/55 di prot..
La circolazione con patente sospesa è densa di incognite anche in relazione alle diverse tipologie di sanzioni previste dal codice stradale negli articoli 128 e 218. Per questo motivo il Viminale ha diramato interessanti chiarimenti agli organi di polizia.
Innanzitutto l'art. 126-bis/6° Cds tratta dell'ipotesi di revisione della patente in conseguenza dell'azzeramento del punteggio disponibile. Spetta alla motorizzazione civile notificare all'interessato l'azzeramento di punteggio con invito a sottoporsi alla revisione delle licenza entro 30 giorni.
Solo se l'utente stradale non ottempera all'obbligo la motorizzazione disporrà, con un ulteriore provvedimento, la sospensione della patente a tempo indeterminato. E per chi non rispetterà l'inibizione scatteranno guai grossi. Specifica infatti la nota che in tal caso si applicherà la sanzione prevista dall'art. 128/2° Cds ovvero una multa di 164 euro con la revoca definitiva della licenza.
La stessa sanzione, prosegue la circolare, si applicherà alle ulteriori diverse ipotesi di sospensione della patente a tempo indeterminato contemplate dall'art. 128 Cds ovvero conseguenti alla revisione della licenza disposta per motivi tecnici o di salute dell'autista. Attenzione però, in questo caso la circolazione sarà vietata subito, senza necessità di un ulteriore avviso.
Per quanto riguarda le sanzioni attenzione alla durata della sospensione. Se la misura è stata disposta a tempo indeterminato ricade tutto nella previsione appena esaminata. Diversamente, se la sospensione della patente viene disposta a tempo determinato, a titolo di sanzione accessoria, il trasgressore ricadrà nella diversa ipotesi sanzionatoria prevista dall'art. 218/6° Cds. Ovvero almeno 2 mila euro di sanzione con revoca della patente e fermo del veicolo (articolo ItaliaOggi del 23.06.2016).

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATASicurezza ascensori, gli adeguamenti non sono obbligatori. Casa. Valgono le «vecchie» regole.
Il Dpr ascensori, approvato ieri in prima istanza dal Consiglio dei ministri, perde un pezzo importante rispetto al testo di entrata: quello sull’adeguamento obbligatorio alle norme di sicurezza contenute nella «raccomandazione» Ue del 1995. Norme per le quali lo Sviluppo economico si era speso con energia lo scorso febbraio, mentre Confedilizia ne aveva chiesto (e, ora, ottenuto) lo stralcio.
Restano le altre disposizioni, quelle per le quali l’Italia rischiava la procedura d’infrazione, previste dalla direttiva 2014/33/Ue (il termine è già scaduto). L’ambito di applicazione della direttiva si estende agli ascensori intesi come prodotti finiti e installati in modo permanente in edifici o costruzioni e ai componenti di sicurezza per ascensori nuovi prodotti da un fabbricante nell’Unione oppure componenti di sicurezza nuovi o usati importati da un paese terzo.
Le nuove norme prevedono una serie di obblighi per fabbricanti, distributori e importatori. I ministeri di Sviluppo e Lavoro esercitano una valutazione di sicurezza su impianti e componenti e possono chiedere che gli operatori economici intervengano e, al limite, li ritirino dal mercato. Viene anche rimesso in vigore il «certificato di abilitazione» rilasciato dalle prefetture ai manutentori dopo una prova teorico-pratica.
Le norme che non hanno superato l’esame del Consiglio dei ministri prevedevano una serie di controlli (come quelli sulla precisione di fermata e livellamento tra cabina e piano). Controlli che avrebbero portato all’imposizione di interventi mirati, qualora non superati. Ora (come prima) gli interventi possono solo essere suggeriti dai manutentori, mentre i proprietari sono liberi di scegliere se eseguirli o meno, salve naturalmente le responsabilità derivanti da eventuali incidenti. Gli unici obblighi restano quelli relativi alle norme in vigore all’epoca di installazione.
Ora il provvedimento passa all’esame delle commissioni Industria di Camera e Senato per il parere obbligatorio (ma non vincolante). Positivo il giudizio di Confedilizia: «Diamo atto al presidente del Consiglio e al nuovo ministro dello Sviluppo economico -dichiara il presidente Giorgio Spaziani Testa- di aver varato un provvedimento attento alla sicurezza dei cittadini, ma privo di inutili e costosi adempimenti aggiuntivi per la proprietà».
Per Robeto Zappa (Assoaascensori) e Michele Mazzarda (Anacam) si tratta di «Una polemica montata ad arte in nome di vantaggi economici per pochi grandi proprietari di case e a svantaggio della sicurezza di milioni di persone che ogni giorno utilizzano più di 700mila ascensori non in linea con gli attuali standard europei»
 (articolo Il Sole 24 Ore del 22.06.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTICodice appalti in attuazione. Cantone: pronte le prime linee guida.
L'Autorità nazionale anticorruzione ha approvato i primi cinque provvedimenti di soft law attuativi del nuovo codice dei contratti pubblici; al via le regole per servizi di ingegneria e architettura, responsabile del procedimento e offerta economicamente più vantaggiosa che saranno a breve sul sito www.anticorruzione.it; e Raffaele Cantone difende la riforma degli appalti nonostante il calo dei bandi.

È quanto emerso dall'intervento svolto ieri dal presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, presso le commissioni riunite di camera e senato per fare il punto sul decreto 50/2016 e sulla sua attuazione.
Due provvedimenti sono proposte indirizzate al ministero delle infrastrutture e tre sono vere e proprie linee guida: quelle sull'affidamento dei servizi di ingegneria e architettura, sul Rup e sul criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa che sono state approvate ieri dal consiglio dell'Autorità e che sono in via di pubblicazione sul sito dell'Anac e di trasmissione alle camere (ma non sono previsti pareri, in base all'articolo 213, comma 2, del decreto 50/2016). Si tratta di provvedimenti particolarmente attesi anche perché l'abrogazione del dpr 207/2010 ha lasciato un vuoto normativo.
Cantone ha anche annunciato che la prossima settimana il consiglio Anac dovrebbe approvare le linee sui contratti «sottosoglia», anch'esse molto attese, e che prima dell'estate dovrebbero uscire le altre tre linee guida messe in consultazione a maggio; però il tema vero, ha detto in commissione Cantone, «è che ci vuole più di un mese per portare a termine la procedura perché sono moltissime le osservazioni pervenute sulle bozza di linee guida». Cantone ha poi espresso preoccupazione per la prima fase di attuazione del codice perché «è giunta voce, da più parti, della riduzione del numero delle gare d'appalto».
Ciononostante il presidente Anac non ritiene giustificabile la situazione. Anche per l'obbligo di appaltare i lavori sulla base del progetto esecutivo Cantone ha chiarito che «nonostante sia un problema per le amministrazioni è la scelta corretta: se ben fatto può rendere meno discrezionali le valutazioni che attengono alla scelta dell'offerta più vantaggiosa.» (articolo ItaliaOggi del 22.06.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATAConfedilizia: non ci sarà la tassa sugli ascensori.
Lo schema di regolamento in materia di ascensori, approvato lunedì dal consiglio dei ministri, non contiene la norma, che era invece presente nel testo proposto qualche mese fa dal ministero dello sviluppo economico (anticipato da ItaliaOggi il 17/02/2016) con la quale si prevedeva l'obbligo di eseguire una serie di costosi interventi su tutti gli ascensori costruiti prima del 1999 (la cosiddetta «tassa sull'ascensore»).

A renderlo noto è Confedilizia che aveva individuato e fortemente contestato la disposizione, chiedendone l'eliminazione.
«Diamo atto al presidente del consiglio e al nuovo ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, di aver varato un provvedimento attento alla sicurezza dei cittadini, ma privo di inutili e costosi adempimenti aggiuntivi per la proprietà, già pesantemente provata dalla congiuntura economica e dall'imposizione fiscale», ha commentato il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa (articolo ItaliaOggi del 22.06.2016).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Enti, viatico per le assunzioni. Non conta il rapporto tra costi di personale e spese correnti. Il dl enti locali ha abrogato la norma interpretata restrittivamente dalla Corte conti.
Salta l'obbligo per gli enti locali di ridurre l'incidenza della spesa di personale sulla spesa corrente.

La novità, contenuta, nel testo del decreto appena varato dal governo, elimina una serie di storture che penalizzavano le amministrazioni più virtuose e favorisce le nuove assunzioni.
Nel dettaglio, l'art. 16 del provvedimento (ma la numerazione potrebbe ancora cambiare) abroga la lettera a) dell'art. 1, comma 557, della l. 296/2006 (legge finanziaria 2007). Tale norma è stata interpretata dalla Corte dei conti (si vedano, in particolare, le deliberazioni della sezione delle autonomie nn. 16/20216 e 27/2015) in senso fortemente restrittivo, come se imponesse agli enti di ridurre, oltre che l'aggregato della spesa di personale, anche la sua incidenza sulla spesa corrente complessiva. Il parametro per verificare il rispetto dell'obbligo era rappresentato «in modo statico» dalla media registrata nel triennio 2011-2013.
Tale lettura ha posto numerose e rilevanti criticità: ad esempio, se negli anni benchmark si sono sostenute spese di natura eccezionale o non ricorrente e poi le uscite sono tornate al loro livello fisiologico, rispettare l'obiettivo può essere complicato. E la stessa cosa accade se un ente decide (magari per migliorare efficacia ed efficienza) di esternalizzare un servizio prima svolto in forma diretta.
Comune a tutte le amministrazioni è poi il problema (nato con l'armonizzazione contabile) del fondo crediti di dubbia esigibilità: esso non è oggetto di impegno e genera un'economia di bilancio che confluisce nel risultato di amministrazione come quota accantonata e conseguentemente non assume rilevanza nella determinazione del denominatore del rapporto spesa del personale/spesa corrente.
Gli stessi giudici contabili hanno stigmatizzato tali «distonie», ma hanno anche evidenziato che, per correggerle, occorreva un intervento del legislatore, che adesso è finalmente arrivato.
Se il correttivo verrà confermato, le p.a. locali avranno come unico vincolo quello di non spendere per i propri dipendenti più di quanto impegnato nel triennio di riferimento (2011-2013), mentre non dovranno più ridurre anche il rapporto spesa di personale/spesa corrente. Solo chi non rispetta il primo target, quindi, incapperà nel divieto di reclutare nuovi lavoratori.
Si tratta di un importante viatico soprattutto per la capacità assunzionale dei comuni, che a questo punto attende solo le sblocco (dato per imminente) conseguente alla chiusura della procedura di ricollocazione degli esuberi provinciali.
Da segnalare, sempre a favore dei sindaci, anche l'art. 1 del decreto, che ridistribuisce i risparmi sugli accantonamenti del fondo di solidarietà comunale degli ultimi due anni (pari a circa 26 milioni) ai comuni maggiormente penalizzati dall'applicazione come criterio di riparto dei fabbisogni standard, replicando un'analoga misura prevista nel 2015.
Sancita, infine, l'applicazione a regime del correttivo statistico per limitare le variazioni, in aumento o in diminuzione, delle risorse attribuite a ciascun comune (articolo ItaliaOggi del 22.06.2016).

APPALTITriplice freno ai nuovi appalti. Transizione incerta, novità procedurali e norme in conflitto rallentano le gare. Codice dei contratti. Da precisare il ruolo del responsabile unico nella valutazione di offerte e anomalie.
Le numerose novità del Codice dei contratti pubblici presentano anche profili critici, che ne rendono problematica l’applicazione e ritardano lo sviluppo di nuove gare da parte delle stazioni appaltanti.
Il ridotto numero di bandi di gara pubblicati dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo 50/2016 (si veda Il Sole 24 Ore dell’11 giugno) evidenzia le numerose difficoltà incontrate in questa fase dalle amministrazioni aggiudicatrici, che sono riconducibili a tre tipologie di problemi.
Il primo ostacolo deriva dai numerosi spazi di regolamentazione attuativa demandati all’Anac e a una serie di decreti ministeriali, rispetto ai quali le stazioni appaltanti preferiscono attendere un primo assestamento, soprattutto delle linee-guida, per evitare lo sviluppo delle procedure in modo incoerente.
Nel documento sottoposto a consultazione in ordine al ruolo del responsabile del procedimento, ad esempio, l’Autorità ha evidenziato come a suo parere questa figura non debba procedere alla verifica delle offerte anormalmente basse, andando in senso contrario a quanto era stabilito nel quadro normativo previgente. L’incertezza conseguente ha indotto molte amministrazioni ad aspettare le linee-guida definitive per avere elementi certi su un passaggio operativo così delicato.
Situazione analoga è registrabile per le linee-guida relative all’offerta economicamente più vantaggiosa, rispetto alle quali le stazioni appaltanti attendono di verificare le indicazioni dell’Anac in merito alle metodologie di attribuzione dei punteggi da utilizzare.
Una seconda serie di criticità deriva dalle confliggenze tra alcune norme del Codice dei contratti pubblici e altre disposizioni di legge: il caso più rilevante è quello delle previsioni sulla partecipazione degli operatori economici ammessi al concordato con continuità aziendale, per le quali non sussiste coordinamento tra l’articolo 110 del Dlgs 50/2016 e l’articolo 186-bis della legge fallimentare.
Il terzo profilo problematico emerge dalle notevoli differenze nell’impostazione di alcune fasi procedurali, che devono essere rapidamente assimilate dalle stazioni appaltanti.
Il nuovo Codice non prevede più l’obbligo di verificare in corso di gara i requisiti di capacità economica e tecnica su un campione di concorrenti scelto a sorteggio, rimettendo invece questa analisi all’amministrazione e comunque prevedendola come necessaria solo in rapporto all’aggiudicazione.
Il Dlgs 50/2016 non contempla più nemmeno norme sullo svolgimento delle operazioni di gara e ha semplificato il sub-procedimento di verifica delle offerte anomale.
Molti aspetti di dettaglio volti a regolare questi passaggi della procedura selettiva, pertanto, devono essere specificati dalle amministrazioni nel disciplinare di gara, per evitare difficoltà per le commissioni e per ridurre i margini di rischio rispetto a possibili necessità di integrazioni dei bandi che potrebbero scaturire da previsioni eccessivamente sintetiche.
Analogo approccio di dettaglio deve essere adottato nella definizione dei sistemi criteriali per la valutazione degli aspetti tecnico-qualitativi delle offerte, poiché l’articolo 95, al comma 1, stabilisce l’obbligo di strutturazione, per ogni elemento, dei criteri motivazionali che devono guidare la valutazione.
Molte problematiche si rilevano anche nella traduzione negli atti di gara delle nuove disposizioni sui motivi di esclusione, per i quali le stazioni appaltanti devono far fronte a norme con carenze di coordinamento (ad esempio quelle inerenti le condanne penali e la sottoposizione a misure di prevenzione antimafia) e con confliggenze interpretative (ad esempio quelle riguardanti i conflitti di interesse, che devono essere risolti dall’amministrazione con l’astensione del dipendente interessato), ma anche con la nuova previsione per cui i requisiti di ordine generale devono essere mantenuti nel corso di tutta la procedura di gara (sancendo in diritto quanto era stato affermato più volte in passato dalla giurisprudenza)
(articolo Il Sole 24 Ore del 20.06.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTISui requisiti dichiarazione europea.
Certificazioni. Obbligatorio accettare il documento unico comunitario con l’autocertificazione semplificata sull’assenza di cause di esclusione.
Le stazioni appaltanti devono accettare il documento di gara unico europeo (Dgue) come strumento dichiarativo dei requisiti per partecipare alle procedure di affidamento degli appalti pubblici.
Il nuovo Codice dei contratti introduce con l’articolo 85 il particolare formulario (definito dal regolamento comunitario 2016/7) per la veicolazione, da parte degli operatori economici, delle informazioni essenziali inerenti l’insussistenza dei motivi di esclusione e il possesso delle capacità economico-finanziarie e tecnico-professionali.
Il principale elemento a favore dell’obbligatorietà di utilizzo del documento unico europeo si rinviene all’articolo 83, comma 9, in quanto la disposizione disciplina l’applicazione del soccorso istruttorio in particolare per la mancanza, l’incompletezza e ogni altra irregolarità essenziale degli elementi e del documento di gara unico europeo previsto dall’articolo 85.
Il formulario è un’autocertificazione con la quale l’operatore economico dichiara di non trovarsi in una delle situazioni ostative declinate dall’articolo 80 (condanne, tentativi di infiltrazioni criminali e così via) e di possedere i requisiti di capacità definiti nel bando di gara in base all’articolo 83 del nuovo codice.
La struttura del documento unico europeo, modulata sulle fattispecie delle direttive comunitarie, è impostata per favorire dichiarazioni molto semplici, che possono riguardare anche più tipologie di elementi, nella prospettiva di ridurre gli oneri dichiarativi e formali per gli operatori economici.
Questa struttura non è modulabile o estensibile, tanto che lo stesso regolamento comunitario 2016/7 precisa che in caso di raggruppamenti temporanei d’impresa il documento unico deve essere presentato distintamente da tutti i partecipanti così come, in caso di avvalimento, deve essere presentato sia dal concorrente sia dall’ausiliaria.
Rispetto ai requisiti riferiti ai titolari di poteri di rappresentanza, lo stesso regolamento precisa che il documento unico può essere sottoscritto da tutti questi soggetti.
Il tipo di relazione informativa semplificata che deriva dal modello responsabilizza moltissimo gli operatori economici, i quali possono tuttavia trovarsi in difficoltà nell’esplicitare mediante le dichiarazioni sintetiche del formulario situazioni complesse (si pensi a soggetti che hanno riportato condanne penali o sono incorsi in risoluzioni contrattuali).
Per consentire una resa delle informazioni più ordinata possibile, è ipotizzabile che le stazioni appaltanti forniscano istruzioni precise per la compilazione nel disciplinare di gara e mettano a disposizione un modello dichiarativo correlato, utile soprattutto a consentire la specificazione delle dichiarazioni più articolate (sia quelle riferite a più soggetti sia quelle inerenti più situazioni critiche).
Il quadro normativo del codice sembra prefigurare l’estensione dell’utilizzo del documento unico anche alle procedure di valore inferiore alla soglia comunitaria, sia per il riferimento nella disciplina del soccorso istruttorio sia per la combinazione tra l’articolo 81, espressamente richiamato nel comma 5 dell’articolo 36, e l’articolo 85
(articolo Il Sole 24 Ore del 20.06.2016).

ATTI AMMINISTRATIVITrasparenza, sei mesi di tempo per formare strutture e personale. Riforma Madia. Sull’attuazione le incognite costi e formazione.
Con l’entrata in vigore delle nuove regole sul diritto di accesso dettate dal decreto legislativo 97/2016 sul Freedom of Information Act possono cambiare radicalmente i rapporti tra i cittadini e le imprese da un lato e le pubbliche amministrazioni, dall’altro; ma senza un adeguato supporto organizzativo questo disegno rimarrà sulla carta in molte aree del Paese.
Il segno distintivo del decreto è il rafforzamento delle forme di tutela offerte ai cittadini e alle imprese, e l’aumento della trasparenza dell’attività delle amministrazioni pubbliche. Non sembra però essere stato valutato a fondo l’impatto che l’applicazione delle nuove regole determina sull’organizzazione delle Pa. Non si tratta certo di una novità nella nostra legislazione, ma ciò non può costituire un alibi né per il legislatore né per i singoli enti.
Né si può ritenere che le misure di semplificazione dei vincoli dettati in materia di trasparenza (tra tutti, la riduzione degli obblighi per i Comuni fino a 15mila abitanti per come sarà definita dall’Anac e la possibilità di utilizzare nella pagina amministrazione trasparente i link ad altre banche dati) possano essere giudicate come misure sufficienti per bilanciare le nuove sfide che l’applicazione del decreto impone. In questo quadro il dettato finale del decreto, cioè che la sua realizzazione deve avvenire a costo zero, sembra una foglia di fico.
Per l’attuazione delle nuove regole vengono dati sei mesi di tempo, con un termine che quindi in pratica scade entro la fine del 2016. Il tempo è ridotto, per cui le amministrazioni devono cominciare subito ad assumere le necessarie iniziative organizzative. Non si può mancare di sottolineare che viene previsto invece un anno di tempo per gli adeguamenti delle banche dati nazionali.
Il primo elemento di novità è che l’accesso viene garantito senza la necessità di motivare adeguatamente la richiesta. Gli uffici devono informare della richiesta i soggetti controinteressati, cioè quelli che sono coperti dalla tutela della privacy, contemperando queste opposte esigenze per quanto possibile oppure operando una scelta. Il diritto accesso potrà essere esercitato per svolgere forme di controllo che invece fino a oggi erano consentite solo ai consiglieri comunali. Inoltre, le amministrazioni possono chiedere solo il rimborso delle spese vive per la riproduzione dei documenti, il che sembra escludere la possibilità di calcolare anche i costi del lavoro del dipendente. Le modalità di accesso sono semplificate, così come le forme di tutela offerte al cittadino, a partire dalla segnalazione al responsabile anticorruzione.
Da tutto ciò deriva la conseguenza che le singole amministrazioni, compresi i Comuni più piccoli, devono darsi delle strutture e formare il personale, che deve essere in possesso di un’adeguata preparazione di base, cioè la laurea. Ed ancora, è inevitabile che si dovranno realizzare adeguati investimenti per potenziare la possibilità di utilizzare gli strumenti informatici per semplificare gli iter procedurali.
In questo ambito occorre verificare le iniziative di gestione associata che i Comuni più piccoli possono concretamente realizzare per cercare di ridurre l’impatto organizzativo. Gli enti devono infine rivedere in misura radicale le disposizioni regolamentari oggi in vigore in materia di accesso in applicazione dei principi dettati dalla legge 241/1990
(articolo Il Sole 24 Ore del 20.06.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Sistri, istruzioni aggiornate. Confermati i soggetti obbligati. Coordinamento d'obbligo. A disciplinare il tracciamento telematico dei rifiuti si aggiunge il Manuale del gestore.
Migrano nella manualistica predisposta dal Gestore del Sistri molte delle regole operative da osservare per il tracciamento telematico dei rifiuti prima direttamente dettate dal MinAmbiente con proprio decreto.

È quanto emerge dalle nuove istruzioni dedicate a Enti e imprese produttori e gestori di rifiuti, pubblicate sul portale www.sistri.it lo scorso 8 giugno, in ossequio al neo Dm Ambiente 78/2016, il regolamento con cui il Dicastero ha riscritto le norme generali sul funzionamento del sistema. Rispetto al pregresso regime ex Dm 52/2011 (il primo «Testo unico Sistri», abrogato e sostituito dal nuovo Dm 78/2016) il legislatore pone dunque gli operatori di fronte a un più complesso quadro di regole.
Infatti, se il Dm 52/2011 dettava già a monte dettagliate norme poi a valle supportate dalle relative istruzioni tecniche fornite dal Gestore, il nuovo Testo unico propone un più sofisticato panorama di regole, costituito da: Dm 78/2016, recante la nuda architettura regolamentare del Sistri; la manualistica di supporto sviluppata (ex articoli 2 e 23 dello stesso Dm) dal Gestore del servizio e pubblicata sul portale sistri.it previo visto di approvazione del MinAmbiente (si veda ItaliaOggi Sette del 06/06/2016); i futuri decreti di natura (però) non regolamentare emanati (in base agli stessi citati articoli) dal MinAmbiente che introdurranno ulteriori nuove procedure operative con prevalenza su quelle nelle more dettate dal suddetto Gestore.
Le prime nuove istruzioni pubblicate su www.sistri.it l'08.06.2016 (a seguito di autorizzazione MinAmbiente «Dd prot. Rindec-2016-63», come riportato sul portale) coincidono con i rinnovati «Manuale operativo Sistri» e «Procedure di iscrizione e gestione fascicolo azienda».
Le istruzioni da un lato traducono le innovazioni recate dal citato Dm 78/2016 e dall'altro ripropongono procedure operative simili a quelle previste dall'abrogato Dm 52/2011, il tutto fornendo in qualche caso alcuni (ulteriori, ove fosse necessario) chiarimenti in relazione al regime giuridico generale Sistri.
Soggetti obbligati. Il nuovo Dm 78/2016 ha confermato il novero dei soggetti obbligati a utilizzare il Sistri previsto dall'articolo 188-ter comma 1 del Dlgs 152/2006 e «dalle disposizioni attuative approvate ai sensi del comma 3 del medesimo articolo». Tale ultimo riferimento è da leggersi in relazione al Dm 24.04.2014, il regolamento MinAmbiente che dispone l'esenzione dall'obbligo di iscrizione per alcune categorie di produttori iniziali di speciali pericolosi, tra cui quelli che hanno (tra le altre condizioni) un numero di dipendenti non superiore a dieci.
E una conferma sulla effettiva portata della deroga ex Dm 24/4/2014 arriva proprio dalle nuove «Procedure», che nella parte introduttiva propongono una ricognizione dei soggetti tenuti ad operare in Sistri. Nell'ambito di tale ricognizione, il punto «1.3» delle nuove Procedure individua infatti tra i soggetti obbligati i «( ) produttori iniziali di rifiuti speciali pericolosi che effettuano attività di stoccaggio» specificando, senza riferimenti al numero di dipendenti, che «Si intendono per tali gli enti o imprese produttori iniziali di rifiuti speciali pericolosi che effettuano: attività di smaltimento consistenti nelle operazioni di deposito preliminare ( ); attività di recupero consistenti nelle operazioni di messa in riserva ( )» e precisando che «i soggetti ricadenti in tale fattispecie devono iscriversi sia nella categoria produttori che in quella gestori.».
Dunque, la conduzione dello stoccaggio ex 183, comma 1, lettera aa), Dlgs 152/2006 dei rifiuti in parola fa scattare per i produttori iniziali che lo effettuano, indipendentemente dal numero di dipendenti, l'obbligo di iscrizione al Sistri, evidentemente perché tale condotta li rende agli occhi della Legge (anche) «gestori».
Delegato. Dal punto di vista operativo, le nuove «Procedure» Sistri prendono, in primo luogo, atto della mera possibilità stabilita dal Dm 78/2016 (in luogo dell'obbligo ex abrogato Dm 52/2011) di nominare nell'ambito dell'organizzazione interna il soggetto «delegato» all'utilizzo del sistema.
E di conseguenza specificano che qualora l'ente/impresa non abbia indicato tale soggetto nella procedura di iscrizione, le credenziali di accesso al Sistri e il certificato per la firma elettronica (necessaria alla validazione delle schede informatiche) verranno attribuiti al rappresentante legale dell'Ente/impresa (evidentemente, con tutte le connesse responsabilità ex Dlgs 152/2006).
L'indicazione dei delegati, ricordano altresì le stesse istruzioni, potrà comunque avvenire anche successivamente alla ricezione dei dispositivi Usb, mediante l'applicazione informatica «Gestione azienda» della piattaforma Sistri.
Comunicazione informazioni. Conformemente a quanto sancito dal Dm 78/2016, non appare più nella parte del Manuale dedicata alle procedure ordinarie di movimentazione dei rifiuti l'obbligo di comunicare tale attività diverse ore prima al Sistri, essendo sufficiente farlo comunque in anticipo.
Microraccolta. Trovano diretta collocazione nel nuovo Manuale anche le regole per la microraccolta, che ricalcano quelle previste dal pregresso Dm 52/2011, riproponendo il sistema semplificato fondato sull'emissione della scheda «Comunicazione trasporto per microraccolta», la più elastica registrazione delle movimentazioni (possibile fino alle 48 ore lavorative dalla chiusura delle operazioni), il tracciamento del trasporto senza obbligo di utilizzo della «funzionalità cartografica» della black box. Tali regole, nel tenore dell'articolo 14 del Dm 78/2016, saranno però riviste direttamente dal MinAmbiente tramite i citati futuri decreto non regolamentare.
Conservazione documenti. Assenti nel Dm 78/2016, i parametri di conservazione temporale delle schede Sistri (da 3 a 5 anni) presso l'operatore interessato sono riproposte dal nuovo Manuale sulla scia di quanto previsto in materia da pregresso Dm 52/2011 e relative istruzioni operative.
Coordinamento tra soggetti. Riappare sempre nel nuovo Manuale l'obbligo per il trasportatore Sistri di lasciare all'eventuale produttore di rifiuti non iscritto al sistema (perché non obbligato) copia della scheda di movimentazione dei residui. Tale delicata disposizione (soprattutto per il produttore, nell'ambito del quadro probatorio sull'avvenuto affidamento dei rifiuti) non è infatti presente nel Dm 78/2016, mentre era direttamente prevista dal Dm 52/2011.
Respingimento rifiuti. Migrano nel nuovo Manuale anche le procedure da osservare in caso di respingimento totale o parziale dei rifiuti da parte dell'impianto di destinazione, prima direttamente disciplinate dal Dm 52/2011 ma non più contemplate dal Dm 78/2016.
Il nuovo volto del Sistri appare dunque promettere, dietro la prevista semplificazione operativa del sistema, una complicazione delle sorgenti cui approvvigionarsi per conoscere le esatte regole del gioco, laddove dal ruolo principe delle vere e proprie fonti del diritto (con tutte le relative garanzie, anche in termini di cognizione, per i destinatari) si passa a una produzione normativa stratificata e largamente fondata sulla «soft law»: più snella nell'aggiornamento per il legislatore, ma altrettanto impegnativa nel «tracciamento» per gli operatori (articolo ItaliaOggi Sette del 20.06.2016).

ATTI AMMINISTRATIVI: Privacy messa all'angolo. Copia di atti dovuta senza bisogno di ragioni. Il correttivo sulla trasparenza amministrativa. Tutela solo apparente.
Il correttivo sulla trasparenza amministrativa seppellisce la privacy dei cittadini.

La nuova disciplina dell'accesso civico, portata dal decreto legislativo 97/2016, consente di avere conoscenza di dati e copia di documenti senza dovere dare spiegazioni specifiche sulle ragioni della richiesta. E anche se il decreto legislativo costruisce una procedura con la quale il soggetto, cui si riferiscono i dati, può presentare opposizione, si tratta di una tutela solo apparente.
Sulla carta bisognerebbe fare un bilanciamento di interessi: su un piatto della bilancia la riservatezza e sull'altro l'interesse proprio di chi chiede dati e documenti. Ma questo bilanciamento è impossibile, perché per fare il confronto occorre avere i due dati da confrontare. Se, invece, chi chiede dati e informazioni, per legge, non deve dichiarare l'interesse perseguito, manca un termine per fare la valutazione comparata.
Sembrerebbe, dunque, che non ci sia via d'uscita nelle disposizioni intrinsecamente inapplicabili.
Uno spiraglio potrebbe essere il rinvio a linee guida dell'Autorità anticorruzione (Anac), che dovranno indicare quando prevale la privacy e quando, invece, prevale l'accesso. A questo punto si deve concludere che il livello di garanzia della privacy dei cittadini è affidato non alla legge e neppure al garante della privacy, ma a provvedimenti (di rango amministrativo e non normativo) dell'Anac; correndo comunque il rischio che l'Anac non disciplini tutti i possibili casi.
Ma spieghiamo con ordine.
Il decreto legislativo 97/2016 riformula l'accesso civico. Se prima era solo un mezzo per ottenere la pubblicazione sul sito internet dei singoli enti degli atti che per legge dovevano essere pubblicati, ora diventa lo strumento per ottenere da qualunque p.a. da parte di chiunque tutti i dati e documenti detenuti dall'ente pubblico.
Ad esempio si può chiedere a un comune l'elenco dei titoli edilizi o copia dei contratti di convivenza o l'elenco delle associazioni che hanno ricevuto contributi o di chi ha pagato un certo tributo ecc. Le possibilità sono infinite.
Il decreto 97/2016 sembra subordinare l'accesso civico a limiti oltre che di interesse pubblico, anche di interesse privato, tra cui la riservatezza delle persone.
Peraltro la formulazione della disciplina di tutela è così farraginosa da autoannullarsi.
La tutela della riservatezza blocca, infatti, l'accesso civico solo quando ciò risulta «necessario» per evitare un pregiudizio «concreto» alla tutela della protezione dei dati personali e comunque «in conformità con la disciplina legislativa in materia».
Non è sufficiente che l'interessato si opponga. In effetti la norma in commento prevede che se l'amministrazione individua controinteressati deve dare loro avviso della richiesta di accesso. Il controinteressato (potenzialmente leso nella sua privacy) può presentare una motivata opposizione, che non è vincolante. La p.a. deve, infatti, decidere sulla richiesta di accesso tenendo conto dell'opposizione, ma senza che questa la obblighi a un rigetto dell'istanza di accesso civico. Tra l'altro l'onere economico per la p.a. degli avvisi ai controinteressati cresce con il numero degli stessi controinteressati. Se si tratta di centinaia o migliaia di persone, le cifre lievitano.
Tornando al bilanciamento tra privacy e accesso civico, la p.a. deve valutare se i singoli subiscano (per effetto del rilascio dati e copie) un pregiudizio concreto e se il diniego sia necessario per evitare il danno.
Si tratta di concetti molto vaghi, lasciati alla discrezionalità dei singoli funzionari. E questi ultimi non hanno parametri per esercitare la discrezionalità. Si noti che la norma non permette di comparare la situazione di chi chiede dati rispetto a coloro cui i dati si riferiscano. Con il rischio che qualche p.a. ritenga necessario il diniego (e quindi niente accesso) in casi in cui altre omologhe p.a. arrivano alla conclusione diversa (e quindi addio alla privacy).
Certo il decreto prevede che, ai fini della definizione delle esclusioni e dei limiti all'accesso civico, l'Autorità nazionale anticorruzione, d'intesa con il Garante per la protezione dei dati personali e sentita la Conferenza unificata, adotta linee guida recanti indicazioni operative. Ci si chiede quanto tali indicazioni siano cogenti o solo un semplice consiglio (articolo ItaliaOggi Sette del 20.06.2016).

GIURISPRUDENZA

APPALTI: La revoca degli atti di gara può integrare un illecito precontrattuale, ove si ponga in contrasto con le regole di buona fede e correttezza di cui all’art. 1337 cod. civ. riferite ad una Pubblica Amministrazione, in quanto la responsabilità precontrattuale prescinde dall’eventuale illegittimità del provvedimento amministrativo di autotutela che formalizza la volontà dell’Amministrazione di annullare o revocare gli atti di gara.
Essa non discende dalla violazione delle norme di diritto pubblico che disciplinano l’agire autoritativo della P.A., ma deriva dalla violazione delle regole comuni (in particolare del principio generale di buona fede in senso oggettivo dell’art. 1337 Cod. civ.) che trattano del “comportamento” precontrattuale, ponendo in capo alla pubblica amministrazione doveri di correttezza e di buona fede analoghi a quelli che gravano su un comune soggetto nel corso delle trattative precontrattuali.

---------------
E' noto il principio secondo cui in caso di responsabilità precontrattuale sia risarcibile il solo interesse negativo, sotto la duplice veste di danno emergente e lucro cessante; lì dove il danno emergente coincide con le spese sostenute per la partecipazione alla gara e in previsione della conclusione del contratto e il lucro cessante con la perdita di ulteriori occasioni contrattuali, vanificate a causa dell'impegno derivante dall'aggiudicazione non sfociata nella stipulazione.
Diversamente, non si ritiene risarcibile il mancato utile, né il danno da perdita di chance (legata alla impossibilità di far valere nelle future contrattazioni il requisito economico) né il danno curriculare, voci che invece sarebbero state in astratto valutabili ai fini del risarcimento per equivalente nel caso di revoca illegittima.
Siffatto orientamento è stato confermato dalla recente sentenza del Consiglio di Stato, sez. III, del 10.03.2015, n. 1228: “Osserva il collegio, in linea generale e sulla scorta di consolidati principi, che:
   a) il danno precontrattuale è riconducibile al solo interesse negativo, include il danno emergente (per le spese sostenute per la partecipazione alla gara e in previsione della conclusione del contratto) e il lucro cessante (dovuto alla perdita di ulteriori occasioni contrattuali, vanificate a causa dell'impegno derivante dall'aggiudicazione non sfociata nella stipulazione);
   b) non rientra nel prisma del danno precontrattuale l'interesse positivo, sub specie di utile di impresa, ossia i vantaggi economici che sarebbero derivati dall'esecuzione del contratto non venuto ad esistenza;
   c) non è altresì risarcibile il danno c.d. curriculare (ovvero il pregiudizio subìto dall'impresa a causa del mancato arricchimento del curriculum professionale per non poter indicare in esso l'avvenuta esecuzione dell'appalto), trattandosi di danno-evento ex art. 1223 c.c., conseguente alla mancata aggiudicazione e stipulazione del contratto, dunque incompatibile con la struttura della responsabilità precontrattuale; invero, la responsabilità precontrattuale della p.a. non è responsabilità da provvedimento, ma da comportamento, e presuppone la violazione dei doveri di correttezza e buona fede nella fase delle trattative, in quanto l'art. 1337 c.c. pone in capo alla p.a. obblighi analoghi a quelli che gravano su un comune soggetto nel corso delle trattative; in tal caso, spetta il solo interesse negativo non essendosi verificata la lesione del contratto; pertanto, il danno risarcibile è unicamente quello consistente nella perdita derivata dall'aver fatto affidamento nella conclusione del contratto e nei mancati guadagni conseguenti alle altre occasioni contrattuali perdute; il c.d. danno curriculare, ontologicamente non diverso da quello legato al mancato perseguimento dell'interesse positivo, non è pertanto risarcibile, derivando dalla mancata esecuzione dell'appalto e non dall'inutilità della trattativa”.
---------------
Sulla necessità che il soggetto richiedente il risarcimento del danno fornisca adeguata prova sulla consistenza dello stesso, la giurisprudenza ha affermato che: “Tali danni devono essere, tuttavia, adeguatamente provati nell’an e nel quantum dall’interessato in base alla regola generale dell’onere probatorio, secondo cui spetta a chi agisce in giudizio indicare e provare i fatti su cui fonda la pretesa avanzata; la suddetta regola trova piena applicazione nel giudizio risarcitorio in sede amministrativa, nel quale non si riscontra quella disuguaglianza di posizioni tra amministrazione e privato che giustifica l’applicazione del principio dispositivo con metodo acquisitivo”.
---------------
MASSIMA
8. - Resta da valutare se nel caso in esame, nonostante sia stata esclusa l’illegittimità della revoca sotto i profili addotti dalla ricorrente, residuino margini di responsabilità precontrattuale della pubblica amministrazione; ciò in quanto la Ai.Li.Me.Sy. S.p.A., a pagina 21 del ricorso introduttivo, rinvia alla responsabilità ai sensi dell’art. 1337 c.c., nella denegata ipotesi in cui questo Tribunale non avesse riconosciuto alla ricorrente il diritto al risarcimento in forma specifica.
Appare opportuno preliminarmente richiamare i principi generali elaborati dalla giurisprudenza amministrativa in subiecta materia, in relazione a vicende analoghe a quella ora in esame, nelle quali l’atto di revoca era intervenuto in fase avanzata del procedimento di scelta del contraente (cfr. Cons. St., sez. VI, 01.02.2013 n. 633, e sez. IV, 07.02.2012, n. 662).
E’ stato in proposito statuito che la revoca degli atti di gara può integrare un illecito precontrattuale, ove si ponga in contrasto con le regole di buona fede e correttezza di cui all’art. 1337 cod. civ. riferite ad una Pubblica Amministrazione, in quanto la responsabilità precontrattuale prescinde dall’eventuale illegittimità del provvedimento amministrativo di autotutela che formalizza la volontà dell’Amministrazione di annullare o revocare gli atti di gara; essa non discende dalla violazione delle norme di diritto pubblico che disciplinano l’agire autoritativo della P.A., ma deriva dalla violazione delle regole comuni (in particolare del principio generale di buona fede in senso oggettivo dell’art. 1337 Cod. civ.) che trattano del “comportamento” precontrattuale, ponendo in capo alla pubblica amministrazione doveri di correttezza e di buona fede analoghi a quelli che gravano su un comune soggetto nel corso delle trattative precontrattuali (cfr. TAR Abruzzo, Pescara, sez. I, 24.06.2013, n. 347. In merito vedasi anche Cons. Stato, Ad. Plen., 05.09.2005, n. 6; Cons. St., sez. V, 07.09.2009 n. 5245).
In relazione al caso in esame si evidenzia che:
- l’aggiudicazione alla Ai.Li.Me.Sy. S.p.A. non era stata sospesa in sede cautelare;
- dopo l’Ordinanza di questo Tribunale n. 644 del 15.11.2013 (di rigetto dell’istanza cautelare formulata dalla El. S.r.l. nel ricorso R.G. n. 1091/2013) la stazione appaltante avrebbe potuto stipulare il contratto;
- l’Ai.Li. ha più volte sollecitato la stazione appaltante (cfr. nota del 03.02.2014, allegato n. 11 al ricorso);
- la revoca riporta la data del 27.10.2014.
A pagina 12 del ricorso, si evidenzia che durante questo periodo la stazione appaltante non ha mai manifestato l’intenzione di revocare l’aggiudicazione; ciò che sarebbe stato invece imposto dal rispetto dei canoni di buona fede e buona amministrazione. Ed anzi, in data 23.09.2013 si è costituita innanzi a questo Tribunale sostenendo la legittimità dell’aggiudicazione all’Ai.li.Me.Sy. S.p.A..
Alla luce di quanto sopra evidenziato e in applicazione dei su richiamati principi, potrebbe in astratto ravvisarsi nella fattispecie la lesione dell’affidamento ingenerato in capo all’aggiudicataria dal provvedimento di aggiudicazione medesimo e la violazione da parte della pubblica amministrazione dei canoni di correttezza e buona fede che integra, ai sensi dell’art. 1337 c.c., gli estremi della responsabilità precontrattuale della pubblica amministrazione.
Tuttavia, parte ricorrente non allega alcun principio di prova in relazione ad alcuna delle voci di danno risarcibili nel caso in esame.
Ed invero, è noto il principio secondo cui in caso di responsabilità precontrattuale sia risarcibile il solo interesse negativo, sotto la duplice veste di danno emergente e lucro cessante; lì dove il danno emergente coincide con le spese sostenute per la partecipazione alla gara e in previsione della conclusione del contratto e il lucro cessante con la perdita di ulteriori occasioni contrattuali, vanificate a causa dell'impegno derivante dall'aggiudicazione non sfociata nella stipulazione (in merito si richiama altresì TAR Roma, sez. III, 10.01.2007, n. 76).
Diversamente, non si ritiene risarcibile il mancato utile, né il danno da perdita di chance (legata alla impossibilità di far valere nelle future contrattazioni il requisito economico) né il danno curriculare, voci che invece sarebbero state in astratto valutabili ai fini del risarcimento per equivalente nel caso di revoca illegittima (ipotesi diversa –si ribadisce- da quella in esame).
Siffatto orientamento è stato confermato dalla recente sentenza del Consiglio di Stato, sez. III, del 10.03.2015, n. 1228: “Osserva il collegio, in linea generale e sulla scorta di consolidati principi (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 15.09.2014, n. 4674; Sez. IV, 20.02.2014, n. 790; Sez. VI, 01.02.2013, n. 633; Sez. V, 26.10.2009, n. 6529, Sez. V, 07.01.2009, n. 7; Ad. plen., 05.09.2005, n. 6), che:
   a) il danno precontrattuale è riconducibile al solo interesse negativo, include il danno emergente (per le spese sostenute per la partecipazione alla gara e in previsione della conclusione del contratto) e il lucro cessante (dovuto alla perdita di ulteriori occasioni contrattuali, vanificate a causa dell'impegno derivante dall'aggiudicazione non sfociata nella stipulazione);
   b) non rientra nel prisma del danno precontrattuale l'interesse positivo, sub specie di utile di impresa, ossia i vantaggi economici che sarebbero derivati dall'esecuzione del contratto non venuto ad esistenza;
   c) non è altresì risarcibile il danno c.d. curriculare (ovvero il pregiudizio subìto dall'impresa a causa del mancato arricchimento del curriculum professionale per non poter indicare in esso l'avvenuta esecuzione dell'appalto), trattandosi di danno-evento ex art. 1223 c.c., conseguente alla mancata aggiudicazione e stipulazione del contratto, dunque incompatibile con la struttura della responsabilità precontrattuale; invero, la responsabilità precontrattuale della p.a. non è responsabilità da provvedimento, ma da comportamento, e presuppone la violazione dei doveri di correttezza e buona fede nella fase delle trattative, in quanto l'art. 1337 c.c. pone in capo alla p.a. obblighi analoghi a quelli che gravano su un comune soggetto nel corso delle trattative; in tal caso, spetta il solo interesse negativo non essendosi verificata la lesione del contratto; pertanto, il danno risarcibile è unicamente quello consistente nella perdita derivata dall'aver fatto affidamento nella conclusione del contratto e nei mancati guadagni conseguenti alle altre occasioni contrattuali perdute; il c.d. danno curriculare, ontologicamente non diverso da quello legato al mancato perseguimento dell'interesse positivo, non è pertanto risarcibile, derivando dalla mancata esecuzione dell'appalto e non dall'inutilità della trattativa
” (in merito si richiama altresì TAR Roma, sez. III, 10.01.2007, n. 76).
Si ribadisce, tuttavia, che la ricorrente non ha allegato alcuna documentazione utile a comprovare l’esistenza del lamentato danno; non ha comprovato le spese sostenute per partecipare alla gara (limitandosi ad indicarle in un prospetto dalla stessa redatto ed allegato al ricorso) né il lucro cessante (perdita di ulteriori occasioni contrattuali, vanificate a causa dell'impegno derivante dall'aggiudicazione non sfociata nella stipulazione).
Sulla necessità che il soggetto richiedente il risarcimento del danno fornisca adeguata prova sulla consistenza dello stesso si richiama TAR Sicilia, Catania, sez. III, 16.02.2012, n. 436; TAR Bari, sez. I, 02.09.2014, n. 1048; TAR Roma, sez. III, 10.01.2007, n. 76.
Anche il TAR Napoli in merito ha affermato che: “Tali danni devono essere, tuttavia, adeguatamente provati nell’an e nel quantum dall’interessato in base alla regola generale dell’onere probatorio, secondo cui spetta a chi agisce in giudizio indicare e provare i fatti su cui fonda la pretesa avanzata; la suddetta regola trova piena applicazione nel giudizio risarcitorio in sede amministrativa, nel quale non si riscontra quella disuguaglianza di posizioni tra amministrazione e privato che giustifica l’applicazione del principio dispositivo con metodo acquisitivo” (TAR Napoli, sez. I, 07.06.2010, n. 12676; TAR Campania Napoli, Sez. I, 08.02.2006 n. 1794).
Alla luce di quanto sopra evidenziato la richiesta risarcitoria de qua deve essere dichiarata inammissibile (TAR Puglia-Bari, Sez. II,
sentenza 20.05.2016 n. 694 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Le valutazioni delle offerte tecniche da parte delle commissioni di gara sono espressione di ampia discrezionalità tecnica e, come tali, sono sottratte al sindacato di legittimità del giudice amministrativo, salvo che non siano manifestamente illogiche, irrazionali, irragionevoli, arbitrarie ovvero fondate su di un altrettanto palese e manifesto travisamento dei fatti.
Ovvero ancora salvo che non venga censurata la plausibilità dei criteri valutativi o la loro applicazione, non essendo sufficiente che la determinazione assunta sia, sul piano del metodo e del procedimento seguito, meramente opinabile, in quanto il giudice amministrativo non può sostituire -in attuazione del principio costituzionale di separazione dei poteri- proprie valutazioni a quelle effettuate dall'autorità pubblica, quando si tratti di regole (tecniche) attinenti alle modalità di valutazione delle offerte.

---------------
Orbene, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, le valutazioni delle offerte tecniche da parte delle commissioni di gara sono espressione di ampia discrezionalità tecnica e, come tali, sono sottratte al sindacato di legittimità del giudice amministrativo, salvo che non siano manifestamente illogiche, irrazionali, irragionevoli, arbitrarie ovvero fondate su di un altrettanto palese e manifesto travisamento dei fatti (ex multis, Cons. St., sez. V, 30.04.2015, n. 2198; 23.02.2015, n. 882; 26.03.2014, n. 1468); ovvero ancora salvo che non venga censurata la plausibilità dei criteri valutativi o la loro applicazione, non essendo sufficiente che la determinazione assunta sia, sul piano del metodo e del procedimento seguito, meramente opinabile, in quanto il giudice amministrativo non può sostituire -in attuazione del principio costituzionale di separazione dei poteri- proprie valutazioni a quelle effettuate dall'autorità pubblica, quando si tratti di regole (tecniche) attinenti alle modalità di valutazione delle offerte (Cfr. Consiglio di Stato sez. V, 28.10.2015, n. 4942 e Cons. Stato, sez. V, 26.05.2015, n. 2615) (TAR Puglia-Bari, Sez. II, sentenza 20.05.2016 n. 694
- link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: I parcheggi pertinenziali, in quanto espressamente individuati dal legislatore quali opere di urbanizzazione, non soggiacciono al contributo di costruzione.
Deve ribadirsi che la legge n. 122/1989 nell'innovare la disciplina dei parcheggi (anche ex art. 2, comma 2, incrementando la misura minima obbligatoria di parcheggi pertinenziali nei nuovi edifici -il rapporto di 1 mq./20 mc. stabilito inizialmente dall’art. 41-sexies, comma 1, della legge 1150/1942 nel testo aggiunto dall’art. 18 della legge 06.08.1967 n. 765 è stato portato a 1 mq./10mc.- e nello stabilire all'art. 9, comma 1, il principio secondo cui i parcheggi pertinenziali possono essere realizzati anche in deroga agli strumenti urbanistici e ai regolamenti edilizi vigenti), all'art. 11, comma 1, ha equiparato i parcheggi pertinenziali alle opere di urbanizzazione anche per quanto riguarda la gratuità del titolo edilizio.
Invero, i parcheggi pertinenziali vanno complessivamente qualificati come opere di urbanizzazione e, quindi, a tutti (e non già soltanto a quelli previsti per la fruizione collettiva) è stato riconosciuto un rilievo pubblico: può concordarsi in proposito con la tesi per cui la gratuità non va estesa anche ai parcheggi pertinenziali che eccedono la misura minima di legge, atteso che, in carenza di una espressa disposizione di legge in tal senso (e pur nella opinabilità della questione) la interpretazione teleologica consente di affermare che la qualificazione dei parcheggi pertinenziali come opere di urbanizzazione ex art. 11, comma 1, della legge 122/1989 debba rimanere circoscritta entro i confini tracciati dall'art. 41-sexies, comma 1, della legge 1150/1942 (di guisa che per i parcheggi eccedenti il “tetto” di dotazione obbligatoria trova applicazione il disposto di cui al D.M più volte citato).
Per le chiarite ragioni, quindi, non può accedersi alla tesi del Comune secondo cui a cagione della assenza di espressa abrogazione del citato dm 10.05.1977, n. 312400 i parcheggi "equiparati" alle opere di urbanizzazione e conseguentemente esenti dal contributo di costruzione siano soltanto quelli destinati ad uso collettivo.
E' agevole replicare, sul punto, che nulla prova la mancata abrogazione in parte qua del D.M. 10.05.1977 in quanto la equiparazione di cui all'art. 11, comma 1, della legge n. 122/1989 dei parcheggi pertinenziali alle opere di urbanizzazione non opera per quelli eccedenti la dotazione obbligatoria che quindi risultano normati dal citato D.M. (da interpretarsi nel senso comprensivo dei tornelli di manovra cui si è fatto in precedenza riferimento).
Le considerazioni che precedono valgono anche, e a maggiore ragione, per gli spazi di manovra e di accesso ai garages, dovendosi conseguentemente e del tutto logicamente assoggettare anche tali superfici allo stesso regime giuridico dei parcheggi pertinenziali, in questo caso esenti dal riferito contributo di costruzione, in quanto che senza i corselli di accesso le autorimesse non sarebbero tali.
---------------
La Sezione, come già affermato in altre pronunce, non condivide affatto le pur autorevoli argomentazioni di una parte della giurisprudenza, invocata dalla ricorrente, sulla autoresponsabilità della amministrazione per l’affidamento riposto dal privato sulla prima liquidazione (ndr: del contributo di costruzione), che pertanto sarebbe modificabile, negli ordinari termini prescrizionali, solo se viziata da errori così evidenti da essere immediatamente riconoscibili, perché l’equilibrio finanziario dell'intervento costruttivo deve essere noto all'interessato prima di iniziarlo, affinché possa fondarvi a ragion veduta le sue scelte e valutazioni imprenditoriali.
In contrario, il Collegio osserva che, poiché la determinazione dell'onere appartiene, pacificamente, all'area delle attività paritetiche e non provvedimentali ed è regolata, fin nel dettaglio, da fonti di rango normativo, il relativo credito non è nella disponibilità dell'Amministrazione, che non ha alcun potere di imporre e pretendere un contributo diverso da quello dovuto.
Pertanto, ove avvenga, l’errore potrà (anzi dovrà) sempre essere rettificato entro l'ordinario termine prescrizionale e, al più, potrebbe eventualmente determinare una responsabilità per danni, ove ne ricorrano tutti i presupposti soggettivi (colpa) e oggettivi (es. non remuneratività dell'intervento costruttivo), ma non certo un contributo minore di quello dovuto.

--------------
... per l'annullamento, previa sospensiva:
   a) del provvedimento in data 23.04.2009, con cui il comune di Vignola ha rideterminato in €. 61.482,42 il contributo di costruzione relativo al permesso di costruire n. 12549 rilasciato alla società ricorrente in data 16.09.2005 e con cui ha inoltre inviato la stessa a pagare la somma di €. 40.502,15;
   b) del provvedimento in pari data con cui lo stesso Comune ha rideterminato in €. 126.480,00 il contributo di costruzione relativo al permesso di costruire 12553 rilasciato alla ricorrente il 20/07/2005 e con cui, inoltre, ha inviato la ricorrente a pagare la somma di 44.782,46.
E per l’accertamento dell’insussistenza del debito della ricorrente verso il Comune per le predette somme, con conseguente condanna del Comune a restituire le somme di cui è causa, qualora le stesse debbano essere versate o siano iscritte a ruolo in esecuzione delle determinazioni impugnate.
...
Il Collegio osserva che già in precedenti sentenze questa Sezione si è pronunciata sulla rideterminazione dei contributi urbanistici da parte del comune di Vignola, anche con specifico riferimento al sopravvenuto assoggettamento a tale contribuzione degli interventi edilizi concernenti la realizzazione sia dei parcheggi pertinenziali sia delle superfici relative ai corselli di manovra e di accesso ai garage interrati (TAR Emilia Romagna sez. II, n. 939 del 2014 e 16/4/2010 n. 3533).
I corrispondenti motivi di ricorso (quinto motivo relativo ai corselli di accesso ai garages e sesto motivo relativo ai parcheggi pertinenziali interrati) sono fondati e vanno pertanto accolti, conformandosi alle puntuali determinazioni del Consiglio di Stato (Cons. Stato, 28/11/2012 n. 6033) il quale ha rilevato, in parziale riforma della sentenza di questo TAR (Tar BO, sez. II, 16.04.2010, n. 3533), che i parcheggi pertinenziali, in quanto espressamente individuati quali opere di urbanizzazione, non soggiacciono al contributo di costruzione.
Il Consiglio di Stato ha precisato quanto segue: "Deve sul punto ribadirsi, infatti, che la legge n. 122/1989 nell'innovare la disciplina dei parcheggi (anche ex art. 2, comma 2, incrementando la misura minima obbligatoria di parcheggi pertinenziali nei nuovi edifici -il rapporto di 1 mq./20 mc. stabilito inizialmente dall’art. 41-sexies, comma 1, della legge 1150/1942 nel testo aggiunto dall’art. 18 della legge 06.08.1967 n. 765 è stato portato a 1 mq./10mc.- e nello stabilire all'art. 9, comma 1, il principio secondo cui i parcheggi pertinenziali possono essere realizzati anche in deroga agli strumenti urbanistici e ai regolamenti edilizi vigenti), all'art. 11, comma 1, ha equiparato i parcheggi pertinenziali alle opere di urbanizzazione anche per quanto riguarda la gratuità del titolo edilizio.
Tale decisione del Consiglio di Stato è stata di recente condivisa da questo TAR con la già citata sentenza di questa Sezione n. 939 del 2014, ove si è osservato che i parcheggi pertinenziali vanno quindi complessivamente qualificati come opere di urbanizzazione e quindi che a tutti (e non già soltanto a quelli previsti per la fruizione collettiva) è stato riconosciuto un rilievo pubblico: può concordarsi in proposito con la tesi per cui la gratuità non va estesa anche ai parcheggi pertinenziali che eccedono la misura minima di legge, atteso che, in carenza di una espressa disposizione di legge in tal senso (e pur nella opinabilità della questione) la interpretazione teleologica consente di affermare che la qualificazione dei parcheggi pertinenziali come opere di urbanizzazione ex art. 11, comma 1, della legge 122/1989 debba rimanere circoscritta entro i confini tracciati dall'art. 41-sexies, comma 1, della legge 1150/1942 (di guisa che per i parcheggi eccedenti il “tetto” di dotazione obbligatoria trova applicazione il disposto di cui al D.M più volte citato).
Per le chiarite ragioni, quindi, non può accedersi alla tesi del Comune secondo cui a cagione della assenza di espressa abrogazione del citato dm 10.05.1977, n. 312400 i parcheggi "equiparati" alle opere di urbanizzazione e conseguentemente esenti dal contributo di costruzione siano soltanto quelli destinati ad uso collettivo.
E' agevole replicare, sul punto, che nulla prova la mancata abrogazione in parte qua del D.M. 10.05.1977 in quanto la equiparazione di cui all'art. 11, comma 1, della legge n. 122/1989 dei parcheggi pertinenziali alle opere di urbanizzazione non opera per quelli eccedenti la dotazione obbligatoria che quindi risultano normati dal citato D.M. (da interpretarsi nel senso comprensivo dei tornelli di manovra cui si è fatto in precedenza riferimento). Le considerazioni che precedono valgono anche, e a maggiore ragione, per gli spazi di manovra e di accesso ai garages, dovendosi conseguentemente e del tutto logicamente assoggettare anche tali superfici allo stesso regime giuridico dei parcheggi pertinenziali, in questo caso esenti dal riferito contributo di costruzione, in quanto che senza i corselli di accesso le autorimesse non sarebbero tali
" (TAR Emilia Romagna –BO- sez. II, n. 3533 del 2010 cit.).
Per quanto concerne, invece, i primi tre motivi di ricorso, tutti incentrati, in concreto, sul preteso effetto auto vincolante della primigenia liquidazione effettuata dal Comune e successivamente integrata con il computo, anche, degli ulteriori mq. di S.U. convenzionata, e di ulteriori mq. di superficie non residenziale, la Sezione, come già affermato nelle più volte citate pronunce, non condivide affatto le pur autorevoli argomentazioni di una parte della giurisprudenza, invocata dalla ricorrente, sulla autoresponsabilità della amministrazione per l’affidamento riposto dal privato sulla prima liquidazione, che pertanto sarebbe modificabile, negli ordinari termini prescrizionali, solo se viziata da errori così evidenti da essere immediatamente riconoscibili, perché l’equilibrio finanziario dell'intervento costruttivo deve essere noto all'interessato prima di iniziarlo, affinché possa fondarvi a ragion veduta le sue scelte e valutazioni imprenditoriali.
In contrario, il Collegio osserva che, poiché la determinazione dell'onere appartiene, pacificamente, all'area delle attività paritetiche e non provvedimentali ed è regolata, fin nel dettaglio, da fonti di rango normativo, il relativo credito non è nella disponibilità dell'Amministrazione, che non ha alcun potere di imporre e pretendere un contributo diverso da quello dovuto.
Pertanto, ove avvenga, l’errore potrà (anzi dovrà) sempre essere rettificato entro l'ordinario termine prescrizionale e, al più, potrebbe eventualmente determinare una responsabilità per danni, ove ne ricorrano tutti i presupposti soggettivi (colpa) e oggettivi (es. non remuneratività dell'intervento costruttivo), ma non certo un contributo minore di quello dovuto (vedi altresì ampiamente il punto 2.1. sent. Cons. Stato, 28/11/2012 n, 6033).
Parimenti deve essere respinto il quarto motivo di gravame, non essendo condivisibile la tesi della ricorrente secondo la quale la ulteriore S.U. corrispondente all’incremento della capacità edificatoria del lotto, riconosciuta per l'edilizia convenzionata ai sensi dell'articolo 64 delle N.T.A. del P.R.G., non avrebbe dovuto essere computata.
Infatti, come chiarito dal precedente specifico di questo TAR (Tar BO, sez. II, 16.04.2010, n 3533, confermato sul punto dal Consiglio di Stato (Cons. Stato, 28/11/2012 n. 6033 e anche dalla successiva sentenza di questa Sezione n. 939 del 2014 cit.), l’incremento è dovuto in base all'esplicita previsione dell'art. 16 della convenzione attuativa, la quale prevede che il convenzionamento "non determina riduzione di oneri", oneri che nella terminologia corrente in materia sono tutti quelli necessari ad ottenere il permesso di costruire e cioè sia quelli corrispettivi alla fruizione delle opere di urbanizzazione (oneri di urbanizzazione in senso stretto) che quelli commisurati al costo di costruzione, entrambi contributi che il privato deve corrispondere per ottenere il titolo.
Del resto l'art.16, nello stabilire, per il maggiore indice riconosciuto per edilizia convenzionata, un prezzo a mq. pari a euro 516, pone a carico del Comune il solo obbligo di erogare i buoni casa per l'acquisto, senza prevedere alcun ulteriore beneficio o forma di compensazione (ma anzi escludendo espressamente qualsiasi "riduzione di oneri").
In conclusione il ricorso deve essere parzialmente accolto, entro i limiti indicati in sede di esame del quinto e del sesto motivo di ricorso, con conseguente obbligo dell'amministrazione di ricalcolare il contributo dovuto in applicazione dei criteri sopra indicati e di restituire alla ricorrente tutte le somme da essa versate in eccedenza, maggiorate degli interessi al tasso legale (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 20.05.2016 n. 539 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sull'accertamento se, a séguito del versamento del contributo di costruzione (a mezzo di assegno bancario, con quietanza del Comune del 12/10/2005 apposta sulla scheda oneri) nelle mani di funzionario che si è poi appropriato della relativa somma di denaro –sì da patteggiare successivamente in sede penale per il reato di “peculato”–, i ricorrenti siano o meno tenuti a corrispondere all’Amministrazione quanto viene loro imputato di non avere a suo tempo versato in tesoreria comunale.
la peculiare situazione determinatasi nel caso di specie –con il Responsabile dello Sportello Unico per l’Edilizia del Comune di Zocca che ha incassato, senza averne titolo, quanto dovuto dalla ricorrente a titolo di contributo per il costo di costruzione e di oneri di urbanizzazione e ha poi distratto quella somma a proprio profitto– integra un’ipotesi riconducibile alla fattispecie di cui all’art. 1189 cod. civ. (“Il debitore che esegue il pagamento a chi appare legittimato a riceverlo in base a circostanze univoche, è liberato se prova di essere stato in buona fede. Chi ha ricevuto il pagamento è tenuto alla restituzione verso il vero creditore, secondo le regole stabilite per la ripetizione dell’indebito”), posto che il titolare dell’impresa individuale instante adduce la buona fede circa le modalità di versamento della somma di denaro spettante all’Amministrazione comunale, e imputa alla stessa di avere omesso di vigilare sulla condotta del funzionario, colpevolmente favorendo la formazione di un legittimo affidamento del privato (sia esso persona fisica o impresa) in ordine alla regolarità di detta condotta, oltretutto contraddistinta da numerosi episodi analoghi.
La buona fede, in particolare, appare agevolmente rinvenibile in un caso in cui il debitore, proprio per la natura pubblica del soggetto che funge da controparte, ha valide ragioni per ritenere che il comportamento di quest’ultimo sia improntato a correttezza e al rispetto della legalità, tenuto anche conto della circostanza che, a norma dell’art. 180, comma 1, del «testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali» (d.lgs. n. 267/2000), la “riscossione costituisce la successiva fase del procedimento dell’entrata, che consiste nel materiale introito da parte del tesoriere o di altri eventuali incaricati della riscossione delle somme dovute all’ente”, sicché non appare ragionevolmente esigibile dal cittadino comune (o da un’impresa privata, come è avvenuto nella specie) la conoscenza analitica dei soggetti di volta in volta autorizzati in tal senso dall’Amministrazione comunale, e non è dunque ascrivibile a tali soggetti una insufficiente diligenza o comunque un affidamento “colpevole” se essi hanno accolto la richiesta di pagamento diretto rivolta loro da funzionario che non aveva in realtà titolo all’incasso del denaro.
Né, poi, è significativo che l’assegno bancario sia stato consegnato al funzionario infedele senza l’indicazione dell’intestatario –nel dichiarato presupposto che l’ufficio comunale avrebbe in séguito provveduto ad integrarlo in parte qua–, in quanto la contestuale restituzione della c.d. “scheda oneri” con il timbro “pagato” (situazione richiamata anche dal giudice penale quale prassi osservata dal funzionario infedele per ingannare gli interessati) rappresentava circostanza in sé convincente, secondo un parametro di diligenza media, della correttezza della procedura in atto e dell’incasso della somma da parte dell’ente, in un contesto ambientale riconducibile alla medesima Amministrazione ed in relazione ad un funzionario investito della funzione di Responsabile dello Sportello Unico per l’Edilizia, quindi in condizioni che ragionevolmente escludevano la sussistenza di motivi per dubitare della liceità della condotta dell’interlocutore pubblico.
Con specifico riferimento al caso ora in trattazione, va ulteriormente osservato che il ricorrente ha avuto un’ulteriore ragione per fare affidamento sulla regolarità del pagamento effettuato relativamente a detto contributo, poiché la relativa quietanza, oltre ad essere stata rilasciata, come si è detto, sulla scheda oneri, risulta anche espressamente riportata sul permesso di costruire n. 48 rilasciato dal Comune il 10/10/2005.
Quanto, poi, alla responsabilità del creditore nel determinarsi delle circostanze univoche e concludenti che hanno dato luogo all’insorgere della situazione apparente per il privato, si presenta decisiva la circostanza che il comportamento illecito del funzionario si sia svolta all’interno della sfera di sorveglianza dell’Amministrazione e in occasione dell’esercizio dei compiti a lui assegnati, con la conseguenza che l’omessa adozione di misure organizzative adeguate, e quindi l’insufficienza dei controlli, ha favorito la condotta ingannevole del funzionario nonché il legittimo convincimento del privato, derivante da errore scusabile, che lo stato di fatto rispecchiasse la realtà giuridica.

---------------
La presente controversia ha quale oggetto l’accertamento dell’esistenza o meno di un debito della impresa individuale di cui il ricorrente è titolare nei confronti del comune di Zocca a titolo di contributi urbanistici (costo di costruzione e oneri di urbanizzazione primaria e secondaria) connessi al rilascio del permesso costruire n. 48 del 2005 per l’importo complessivo di € 12.215,39 che l’odierno ricorrente afferma di avere corrisposto all’amministrazione comunale e che questa, all’opposto, nega di avere ricevuto.
Nel peculiare caso di specie, il Collegio è chiamato ad accertare se, a séguito del versamento dei suddetti oneri (a mezzo di assegno bancario, con quietanza del Comune del 12/10/2005 apposta sulla scheda oneri v. doc. n. 6 del ricorrente) nelle mani di funzionario che si è poi appropriato della relativa somma di denaro –sì da patteggiare successivamente in sede penale per il reato di “peculato”–, i ricorrenti siano o meno tenuti a corrispondere all’Amministrazione quanto viene loro imputato di non avere a suo tempo versato in tesoreria comunale.
Come è noto, l’art. 1189 cod. civ., che riconosce efficacia liberatoria al pagamento effettuato dal debitore in buona fede a chi appare legittimato a riceverlo, si applica, per identità di ratio, sia all’ipotesi di pagamento effettuato al creditore apparente, sia all’ipotesi in cui il pagamento viene effettuato a persona che appaia autorizzata a riceverlo per conto del creditore effettivo, ove quest’ultimo abbia determinato o concorso a determinare l’errore del solvens, facendo sorgere nel soggetto in buona fede una ragionevole presunzione circa la rispondenza alla realtà dei poteri rappresentativi dell’accipiens (v. tra le altre, Cass. civ., Sez. II, 13.09.2012 n. 15339).
La norma deroga al principio generale stabilito dall’art. 1188 cod. civ., secondo cui il pagamento è liberatorio solo se effettuato al creditore o al suo rappresentante, ed è collegata all’istituto dell’apparenza giuridica, configurabile solo se l’apparenza risulti giustificata da circostanze univoche e concludenti riferibili al creditore, sì da far sorgere nel debitore un ragionevole affidamento, esente da colpa, sull’effettiva sussistenza della facoltà apparente dell’accipiens di ricevere il pagamento; in presenza di tale prova –a carico del debitore–, incombe sul creditore l’onere di provare a sua volta che il solvens non ignorasse la reale situazione, ovvero che l’affidamento dello stesso fosse determinato da colpa.
Questo TAR si è già pronunciato su questione uguale a quella attualmente in esame con la sentenza della prima sezione n. 380 del 2014, ivi svolgendo considerazioni e pervenendo ad un esito, dai quali il Collegio non ravvisa motivo alcuno per discostarsi nel decidere la presente causa.
Orbene, la peculiare situazione determinatasi nel caso di specie –con il Responsabile dello Sportello Unico per l’Edilizia del Comune di Zocca che ha incassato, senza averne titolo, quanto dovuto dalla ricorrente a titolo di contributo per il costo di costruzione e di oneri di urbanizzazione e ha poi distratto quella somma a proprio profitto– integra un’ipotesi riconducibile alla fattispecie di cui all’art. 1189 cod. civ. (“Il debitore che esegue il pagamento a chi appare legittimato a riceverlo in base a circostanze univoche, è liberato se prova di essere stato in buona fede. Chi ha ricevuto il pagamento è tenuto alla restituzione verso il vero creditore, secondo le regole stabilite per la ripetizione dell’indebito”), posto che il titolare dell’impresa individuale instante adduce la buona fede circa le modalità di versamento della somma di denaro spettante all’Amministrazione comunale, e imputa alla stessa di avere omesso di vigilare sulla condotta del funzionario, colpevolmente favorendo la formazione di un legittimo affidamento del privato (sia esso persona fisica o impresa) in ordine alla regolarità di detta condotta, oltretutto contraddistinta da numerosi episodi analoghi.
La buona fede, in particolare, appare agevolmente rinvenibile in un caso in cui il debitore, proprio per la natura pubblica del soggetto che funge da controparte, ha valide ragioni per ritenere che il comportamento di quest’ultimo sia improntato a correttezza e al rispetto della legalità, tenuto anche conto della circostanza che, a norma dell’art. 180, comma 1, del «testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali» (d.lgs. n. 267/2000), la “riscossione costituisce la successiva fase del procedimento dell’entrata, che consiste nel materiale introito da parte del tesoriere o di altri eventuali incaricati della riscossione delle somme dovute all’ente”, sicché non appare ragionevolmente esigibile dal cittadino comune (o da un’impresa privata, come è avvenuto nella specie) la conoscenza analitica dei soggetti di volta in volta autorizzati in tal senso dall’Amministrazione comunale, e non è dunque ascrivibile a tali soggetti una insufficiente diligenza o comunque un affidamento “colpevole” se essi hanno accolto la richiesta di pagamento diretto rivolta loro da funzionario che non aveva in realtà titolo all’incasso del denaro; né, poi, è significativo che l’assegno bancario sia stato consegnato al funzionario infedele senza l’indicazione dell’intestatario –nel dichiarato presupposto che l’ufficio comunale avrebbe in séguito provveduto ad integrarlo in parte qua–, in quanto la contestuale restituzione della c.d. “scheda oneri” con il timbro “pagato” (situazione richiamata anche dal giudice penale quale prassi osservata dal funzionario infedele per ingannare gli interessati) rappresentava circostanza in sé convincente, secondo un parametro di diligenza media, della correttezza della procedura in atto e dell’incasso della somma da parte dell’ente, in un contesto ambientale riconducibile alla medesima Amministrazione ed in relazione ad un funzionario investito della funzione di Responsabile dello Sportello Unico per l’Edilizia, quindi in condizioni che ragionevolmente escludevano la sussistenza di motivi per dubitare della liceità della condotta dell’interlocutore pubblico.
Con specifico riferimento al caso ora in trattazione, va ulteriormente osservato che il ricorrente ha avuto un’ulteriore ragione per fare affidamento sulla regolarità del pagamento effettuato relativamente a detto contributo, poiché la relativa quietanza, oltre ad essere stata rilasciata, come si è detto, sulla scheda oneri, risulta anche espressamente riportata sul permesso di costruire n. 48 rilasciato dal Comune il 10/10/2005 (v. doc. n. 5 del ricorrente).
Quanto, poi, alla responsabilità del creditore nel determinarsi delle circostanze univoche e concludenti che hanno dato luogo all’insorgere della situazione apparente per il privato, si presenta decisiva la circostanza che il comportamento illecito del funzionario si sia svolta all’interno della sfera di sorveglianza dell’Amministrazione e in occasione dell’esercizio dei compiti a lui assegnati, con la conseguenza che l’omessa adozione di misure organizzative adeguate, e quindi l’insufficienza dei controlli, ha favorito la condotta ingannevole del funzionario nonché il legittimo convincimento del privato, derivante da errore scusabile, che lo stato di fatto rispecchiasse la realtà giuridica.
Di qui la fondatezza della pretesa del ricorrente a vedersi dichiarare liberato dall’obbligo di pagamento di una somma di denaro che l’Amministrazione comunale assume ancora dovuta, posto che il pregresso pagamento nelle mani del funzionario infedele –in virtù del principio dell’apparenza giuridica– aveva determinato l’estinzione dell’obbligazione e la necessità che l’ente locale si rivalesse a quel punto sul proprio dipendente. Pertanto, nei termini indicati il ricorso va accolto, con accertamento dell’insussistenza di alcun debito del ricorrente nei confronti del comune di Zocca relativamente ai contributi per costo di costruzione e per oneri di urbanizzazione di cui al permesso di costruire n. 48 del 10/10/2005 e conseguente annullamento degli atti impugnati.
Quale ulteriore conseguenza del suddetto accertamento, deve essere accolta anche la domanda con cui il ricorrente, a seguito della rideterminazione, da parte del Comune, dei contributi urbanistici (per un minore importo rispetto a quello originariamente preteso), chiede la restituzione dell’importo differenziale tra quanto originariamente corrisposto a tale titolo e l’importo ora ricalcolato dal Comune.
In ragione di ciò l’Amministrazione comunale deve essere condannata alla restituzione della differenza tra l’importo a suo tempo versato in eccedenza dall’interessato, avendo il permesso di costruire n. 48/2005 allora quantificato in € 12.215,98 l’importo complessivo dovuto e avendo ora il Comune di Zocca rideterminato quell’importo in € 8.116,74, con l’effetto di dover essere resa al ricorrente la somma di € 4.099,24, con l’aggiunta degli interessi legali dalla domanda giudiziale (data di notificazione del ricorso) al saldo –dovendosi presumere, per il calcolo erroneo, la buona fede dell’accipiens, in assenza di prova contraria–, mentre non compete la rivalutazione monetaria trattandosi di pagamento di indebito oggettivo ex art. 2033 cod. civ. (v., ex multis, TAR Sicilia, Catania, Sez. I, 28.06.2013 n. 1921) e difettando d’altronde la dimostrazione dell’eventuale maggior danno subito.
Va respinta, infine, la domanda di risarcimento dei danni, nessuna prova essendo stata fornita in tal senso dal ricorrente (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 20.05.2016 n. 538 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il cittadino non deve pagare due volte. Versamento nelle mani di funzionario infedele.
Il cittadino è libero dall'obbligo di pagamento di una somma di denaro che l'Amministrazione comunale assume ancora dovuta, anche se il pregresso pagamento sia avvenuto nelle mani di un funzionario infedele, che ha intascato quanto dovuto.
E ciò in virtù del principio dell'apparenza giuridica che determina l'estinzione dell'obbligazione e la necessità che l'ente locale si rivalga sul proprio dipendente.
Lo hanno affermato i giudici della II Sez. del TAR Emilia Romagna-Bologna con la sentenza 20.05.2016 n. 537.
Il thema decidendum. La questione sottoposta all'attenzione dei giudici bolognesi aveva quale oggetto l'accertamento dell'esistenza o meno di un debito di una società ricorrente nei confronti di un comune a titolo di contributo relativo al costo di costruzione connesso al rilascio del permesso costruire. Nel peculiare caso di specie, i giudici amministrativi sono stati chiamati ad accertare se, a seguito del versamento degli oneri di urbanizzazione (a mezzo di assegno bancario) nelle mani di funzionario che si è poi appropriato della relativa somma di denaro –sì da patteggiare successivamente in sede penale per il reato di «peculato»– la ricorrente sia o meno tenuta a corrispondere all'Amministrazione quanto viene loro imputato di non avere a suo tempo versato in tesoreria comunale.
Il codice civile ed il pagamento in buona fede. I giudici bolognesi hanno richiamato l'art. 1189 cod. civ. che riconosce efficacia liberatoria al pagamento effettuato dal debitore in buona fede a chi appare legittimato a riceverlo, si applica, per identità di ratio, sia all'ipotesi di pagamento effettuato al creditore apparente, sia all'ipotesi in cui il pagamento viene effettuato a persona che appaia autorizzata a riceverlo per conto del creditore effettivo, ove quest'ultimo abbia determinato o concorso a determinare l'errore del solvens.
Tale norma, è stato osservato dal Tar, deroga al principio generale stabilito dall'art. 1188 cod. civ., secondo cui il pagamento è liberatorio solo se effettuato al creditore o al suo rappresentante, ed è collegata all'istituto dell'apparenza giuridica, configurabile solo se l'apparenza risulti giustificata da circostanze univoche e concludenti riferibili al creditore, sì da far sorgere nel debitore un ragionevole affidamento.
La buona fede. Secondo il Tar per l'Emilia Romagna, quindi, la peculiare situazione determinatasi nel caso di specie integra un'ipotesi riconducibile alla fattispecie di cui all'art. 1189 cod. civ. posto che la società instante adduce la buona fede circa le modalità di versamento della somma di denaro spettante all'Amministrazione comunale (articolo ItaliaOggi Sette del 04.07.2016).

EDILIZIA PRIVATA: Opera senza titolo da demolire. Violazione fasce di rispetto, la multa non è sufficiente. Sentenza del Tar Veneto sui limiti derivanti dall'applicazione del codice della strada.
Non si può applicare una semplice sanzione pecuniaria in caso di violazione delle disposizioni sulle fasce di rispetto previste dal codice della strada, ma in ogni caso le opere eseguite senza titolo dovranno essere demolite.

Lo hanno affermato i giudici della Sez. II del TAR Veneto con la sentenza 19.05.2016 n. 543.
La società Alfa era ricorsa ai giudici amministrativi in quanto proprietaria di uno stabilimento industriale e con denuncia di inizio attività comunicava l'avvio dei lavori per la costruzione di una recinzione sul fronte strada sui lati sud ed ovest del fondo di proprietà e sul lato est.
Il comune inibiva in autotutela gli effetti della denuncia di inizio attività perché l'altezza della recinzione era contrastante con quanto prescritto dal regolamento edilizio e la distanza della recinzione dalla strada contrastava con quanto previsto dalle norme tecniche di attuazione e dal regolamento edilizio per quanto concerne la fascia di rispetto stradale.
Successivamente la medesima società presentava una ulteriore denuncia di inizio attività per la costruzione di un muro di contenimento su uno scolo con il parere favorevole del Consorzio di bonifica che tuttavia aveva espressamente prescritto di non realizzare alcuna recinzione sovrastante il muro di contenimento.
Nel corso di sopralluoghi effettuati il comune accertava la presenza di una recinzione nell'alveo dello scolo in contrasto con il parere espresso dal Consorzio di bonifica, e una recinzione sul fronte strada apposta a 40 cm dalla sede stradale, in fascia di rispetto.
Con ordinanza il comune disponeva la demolizione e la riduzione in pristino della recinzione realizzata all'interno della fascia di rispetto stradale. Secondo i giudici veneziani l'ordine di rimozione della recinzione costituisce esercizio di un'attività vincolata a tutela della sicurezza stradale ai sensi dell'art. 16, comma 5, del codice della strada, per il quale (cfr. Tar Toscana, sez. III, 12.03.2013, n. 405; Consiglio di stato, sez. IV, 14.04.2010, n. 2076) la violazione delle disposizioni sulle fasce di rispetto comporta comunque la sanzione amministrativa accessoria dell'obbligo per l'autore della violazione stessa del ripristino dei luoghi a proprie spese, fermo restando il contrasto della recinzione anche con gli strumenti urbanistici che recano puntuali prescrizioni sulla costruzione delle recinzioni che risultavano violate dall'intervento (articolo ItaliaOggi Sette del 27.06.2016).
----------------
MASSIMA
Le censure proposte avverso l’ordinanza n. 33 prot. n. 10049 del 23.12.2009, che ha disposto la rimozione della recinzione realizzata all’interno della fascia di rispetto stradale, sono invece infondate e devono essere respinte.
Infatti come chiarito dal Comune nella memoria di replica senza che sul punto vi siano state contestazione dalla parte ricorrente neppure in sede di trattazione orale, le censure proposte muovo dall’erroneo assunto che la recinzione sia ricompresa all’interno del perimetro del centro abitato.
Invece la stessa si trova al di fuori del centro abitato così come delimitato dalla deliberazione della Giunta comunale n. 78 del 28.11.2003, con la conseguenza che trovano applicazione l’art. 16, comma 1, lett. c), del Dlgs. 30.04.1992, n. 285, e l’art. 26, comma 8, del DPR 16.12.1992, n. 495, i quali rispettivamente vietano “impiantare alberi lateralmente alle strade, siepi vive o piantagioni ovvero recinzioni” disponendo che “la distanza dal confine stradale, fuori dai centri abitati, da rispettare per impiantare lateralmente alle strade, siepi vive o piantagioni di altezza superiore ad 1 m sul terreno, non può essere inferiore a 3 m. Tale distanza si applica anche per le recinzioni di altezza superiore ad 1 m sul terreno costituite come previsto al comma 7, e per quelle di altezza inferiore ad 1 m sul terreno se impiantate su cordoli emergenti oltre 30 cm dal suolo”.
E’ pertanto evidente che
l’ordine di rimozione della recinzione che ha un’altezza di 167 cm ed è posta a 40 cm dal ciglio stradale (cfr. la documentazione fotografica che accompagna il verbale di sopralluogo del 28.10.2009, di cui al doc. 8 allegato al primo elenco di documenti delle difese del Comune) costituisce esercizio di un’attività vincolata a tutela della sicurezza stradale ai sensi dell’art. 16, comma 5, del codice della strada, per il quale (cfr. Tar Toscana, Sez. III, 12.03.2013, n. 405; Consiglio di Stato, Sez. IV, 14.04.2010, n. 2076) la violazione delle disposizioni sulle fasce di rispetto comporta comunque la sanzione amministrativa accessoria dell'obbligo per l'autore della violazione stessa del ripristino dei luoghi a proprie spese, fermo restando il contrasto della recinzione anche con gli strumenti urbanistici, e segnatamente l’art. 72 del regolamento edilizio e dell’art. 7, comma 1, lett. b) del prontuario per la qualità architettonica che recano puntuali prescrizioni sulla costruzione delle recinzioni che risultano violate dall’intervento.
Ne discende l’infondatezza anche della pretesa della Società ricorrente di veder applicata una semplice sanzione pecuniaria si sensi dell’art. 37 del DPR 06.06.2001, n. 380, fondata sull’argomento che si tratterebbe di un intervento assoggettato ad una denuncia di inizio attività anziché ad un permesso di costruire, perché
la violazione delle disposizioni sulle fasce di rispetto previste dal codice della strada e la difformità dalle prescrizioni edilizie ed urbanistiche comporta in ogni caso che le opere eseguite senza titolo debbano essere demolite (ex pluribis cfr. Tar Piemonte, Sez. II, 25.03.2016, n. 391).
In definitiva deve essere dichiarata l’improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse relativamente all’impugnazione dell’ordinanza n. 32 prot. n. 10037 del 23.12.2009, perché le opere per le quali la medesima ingiungeva la demolizione sono state regolarizzate in corso di causa, mentre il ricorso deve essere respinto relativamente alle censure proposte avverso l’ordinanza n. 33 prot. n. 10049 del 23.12.2009, che ha disposto la rimozione della recinzione realizzata all’interno della fascia di rispetto stradale.

AMBIENTE-ECOLOGIA - ATTI AMMINISTRATIVIVerde pubblico aperto a Fido. Sproporzionato il divieto di accesso imposto dal comune. Il Tar Lazio: ad assicurare l'igiene è sufficiente la norma statale che impone la paletta.
Verde pubblico cittadino aperto a Fido. È annullata l'ordinanza del comune che proibisce in modo indiscriminato l'accesso al parco ai cani perché il divieto risulta sproporzionato: ad assicurare l'igiene nelle aree, infatti, deve ritenersi sufficiente la legislazione statale che impone a proprietari e detentori di munirsi di guinzaglio e paletta per gli amici a quattro zampe.
Compete invece all'amministrazione locale garantire i controlli più adeguati affinché sia mantenuto il decoro nelle strutture. E l'associazione animalista ha piena legittimazione a far rimuovere il provvedimento illegittimo perché l'ordinanza del sindaco ha effetti dannosi sui piccoli amici dell'uomo, mentre lo statuto del sodalizio ne prevede la tutela.

È quanto emerge dalla sentenza 17.05.2016 n. 5836, pubblicata dalla Sez. II-bis del TAR Lazio-Roma.
Normativa e cogenza. È compito dell'amministrazione locale punire i padroni quando i cani sono lasciati liberi di scorrazzare nei parchi pubblici, magari vicino ai bambini, e gli escrementi non vengono raccolti. Il punto è che il sindaco del comune ha già i poteri per reprimere le condotte incivili senza ricorrere a ordinanze ad hoc: la normativa generale impone la museruola oltre che il guinzaglio e la paletta nelle aree verdi pubbliche e gli strumenti offerti dalla legge risultano sufficienti a garantire la pulizia dei parchi accanto alla sicurezza delle persone, laddove è il comune a dover rendere cogenti le norme. Inutile dunque contestare la legittimazione dell'associazione animalista, visto che l'ordinanza illegittima adottata dall'ente incide in modo diretto sul suo scopo istituzionale.
Le spese di giudizio sono compensate per la peculiarità della controversia.
Zona riservata. L'ingresso di Fido nelle aree verdi delle città è una questione che genera un grosso contenzioso. Il comune, per esempio, non può vietare l'ingresso ai cani se i parchi cittadini sono abbastanza grandi per creare una zona riservata dove i bambini possono giocare in tutta sicurezza e pulizia. Troppo gravoso il sacrificio dello stop imposto agli amici di Fido: fra gli obiettivi della pianificazione urbanistica, infatti, c'è anche la necessità di assicurare il benessere degli animali d'affezione. È quanto emerge dall'ordinanza 2098/15, pubblicata dalla prima sezione del Tar Lombardia, sede staccata di Brescia.
Oasi da dividere. Accolto il ricorso dell'Enpa, la protezione nazionale animali: sospesa la delibera consiliare. Sussistono i presupposti per concedere la tutela cautelare richiesta dall'ente. Il parco proibito a Fido è il più esteso della città, con una superficie pari al 24% di tutte le aree verdi pubbliche. Ma soprattutto risulta grande abbastanza per essere suddiviso in settori in modo da soddisfare le esigenze di tutti i tipi di utenti.
E fra l'altro risulta ben controllabile perché è a pagamento, anche se i residenti e i minori di dodici anni possono entrare senza biglietto: si tratta di una struttura particolarmente prestigiosa e lo stop non può essere compensato con l'accesso a altre «oasi», non parimenti attrezzate. E se i proprietari non rimuovono gli escrementi dei piccoli amici può intervenire di nuovo il comune con la chiusura. Per le aree più piccole, invece, va bene l'off limits.
Ingresso libero. Oltre che ai giardini pubblici il cane ben può entrare nelle strutture sportive o nei cortili delle scuole per accompagnare i bambini a lezione: è infatti illegittima l'ordinanza del comune motivata su esigenze di igiene che impone di lasciare Fido fuori dal parco laddove obbliga nel contempo l'accompagnatore a munirsi di paletta. È quanto emerge dalla sentenza 611/2013, pubblicata dal Tar Basilicata.
Libertà di movimento. Anche qui è accolto il ricorso dell'associazione animalista che lamenta la violazione dell'articolo 50 del decreto legislativo 267/2000 in tema di ordinanze contingibili e urgenti del si