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In questa home-page sono presenti oltre all'ultimo aggiornamento, che inizia appena qui sotto, anche i seguenti aggiornamenti pregressi:
 
AGGIORNAMENTO AL 13.10.2014 AGGIORNAMENTO AL 07.10.2014 AGGIORNAMENTO AL 30.09.2014
AGGIORNAMENTO AL 24.09.2014 AGGIORNAMENTO AL 18.09.2014 AGGIORNAMENTO AL 13.09.2014
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AGGIORNAMENTO AL 24.10.2014

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

PUBBLICO IMPIEGO: Oggetto: INPS – Assenza per malattia e rientro anticipato al lavoro (ANCE di Bergamo, circolare 19.09.2014 n. 195).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

LAVORI PUBBLICI: S. A. Angelelli, Appalto: Responsabilità solidale “senza tetto” del committente (22.10.2014 - link a www.diritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: B. Fenni, Sulla decadenza del premesso di costruire per mancato inizio dei lavori entro il termine prescritto. Nota a Tar Toscana, sezione III, n. 1515 del 03.10.2014 (20.10.2014 - tratto da www.diritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: D. Minussi, Differenza tra servitù e limiti legali alla proprietà (20.10.2014 - link a www.e-glossa.it).

EDILIZIA PRIVATA: D. Minussi, Distanza fra costruzioni (20.10.2014 - link a www.e-glossa.it).

EDILIZIA PRIVATA: F. Lorenzotti, L’ampliamento degli interventi edilizi di manutenzione straordinaria secondo il decreto-legge “Sblocca Italia” (10.10.2014 - link a www.diritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Negoziazione dei diritti edificatori e relativa rilevanza fiscale, anche alla luce dell'art. 2643 n. 2-bis) c.c. (Consiglio Nazionale del Notariato, studio 02-03.10.2014 n. 540-2014/T).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

AMBIENTE-ECOLOGIA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 43 del 21.10.2014, "Disposizioni inerenti la combustione dei residui vegetali agricoli e forestali in attuazione dell’art. 182, comma 6-bis, del decreto legislativo n. 152/2006 e dell’art. 12-bis della legge regionale n. 24/2006" (deliberazione G.R. 17.10.2014 n. 2525).

APPALTI FORNITURE E SERVIZI: G.U. 18.10.2014 n. 243 "Svolgimento delle attività di cui al comma 5, art. 7 del decreto legislativo n. 163/2006 di rilevazione e comparazione dei prezzi di mercato dei principali beni e servizi acquisiti dalle amministrazioni aggiudicatrici" (Ministero dell'Economia e delle Finanze, decreto 23.09.2014).

INCARICHI PROFESSIONALI: G.U. 16.10.2014 n. 241 "Codice deontologico forense" (Consiglio Nazionale Forense, deliberazione 31.01.2014).

ENTI LOCALI: G.U. 15.10.2014 n. 240, suppl. ord. n. 78, "Adozione delle note metodologiche e dei fabbisogni standard per ciascun Comune e Provincia relativi alle funzioni generali di amministrazione di gestione e controllo" (D.P.C.M. 23.07.2014).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 42 del 14.10.2014,  "Differimento del termine di entrata in vigore della nuova classificazione sismica del territorio approvata con d.g.r. 21.07.2014, n. 2129 «Aggiornamento delle zone sismiche in Regione Lombardia (l.r. 1/2000, art. 3, comma 108, lett. d)»" (deliberazione G.R. 10.10.2014 n. 2489).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 42 del 14.10.2014, "Sesto aggiornamento 2014 dell’elenco degli enti locali idonei all’esercizio delle funzioni paesaggistiche (l.r. 12/2005, art. 80)" (decreto D.G. 09.10.2014 n. 9297).

QUESITI & PARERI

EDILIZIA PRIVATA: Area demaniale.
Domanda
L'Amministrazione statale può, per motivi di uso generale, bloccare l'apertura di uno stabilimento balneare, pur in presenza di tutte le autorizzazioni comunali?
Risposta
È da dire, innanzitutto, che l'uso individuale del bene demaniale marittimo contrasta con l'interesse della collettività all'uso comune e generale del bene stesso. Infatti, come affermato dai giudici amministrativi, con diverse pronunce, alcune datate, ogni cittadino ha il diritto di godere liberamente delle bellezze naturali non solo in funzione del diritto al godimento dell'ambiente marino, ma anche quale proiezione del diritto a fruire di una gradevole qualità della vita, che, essendo un precipitato del diritto alla salute, riceve una tutela rafforzata dall'articolo 32 della Costituzione.
Da qui l'Autorità marittima (Capitaneria di porto), competente a provvedere, deve tenere conto sia delle comunicazioni autonomamente effettuate da parte del Comune competente, nel cui territorio rientra l'area interessata alla concessione, sia degli interessi di ordine ambientale in senso lato, la cui influenza sull'opportunità a preservare l'uso generale del bene demaniale è di evidenza oggettiva. Pertanto, è a escludersi l'uso individuale in area rientrante in un sito di interesse della comunità.
Né detto uso può essere considerato come normale . Infatti, la concessione, a fronte di quello che sarebbe l'uso normale di dette aree, comporterebbe un uso eccezionale del bene pubblico e implicherebbe la sottrazione di una particolare utilitas.
Peraltro, come affermato dal Consiglio di stato, con la sentenza del 03.03.2004, numero 4797, nel caso in cui l'area demaniale, individuata per iniziative di carattere imprenditoriale, è caratterizzata da esigenze pubblicistiche, deve essere privilegiato l'uso generalizzato del bene, attesa la sua vocazione al pieno godimento da parte di una massa indeterminata di soggetti con inevitabile soccombenza dell'interesse all'utilizzo particolare. È da sottolineare che, nella fattispecie, deve essere idoneamente motivato il provvedimento concessivo e non già il rifiuto alla concessione. E ciò perché la concessione comporta un uso diverso da quello del bene comune, il cui uso ha carattere di ordinarietà.
Inoltre, l'assentire in concessione un'area demaniale a spiaggia privata verrebbe a violare l'habitat naturale del litorale interessato, compromesso dal conseguente carico antropico, che verrebbe a determinarsi con l'afflusso di un maggior numero di utenti rispetto all'attualità (articolo ItaliaOggi Sette del 20.10.2014.

EDILIZIA PRIVATA: Energia da fonti rinnovabili.
Domanda
Il mio fondo può essere soggetto a servitù coattiva a mezzo di pale di aerogeneratore per la produzione di energia da fonti rinnovabili?
Risposta
Il Consiglio di Stato, con la sentenza numero 3723, del 12.06.2009, partendo dalla considerazione che la produzione di energia da fonti rinnovabili è un servizio pubblico, ha affermato che la Pubblica amministrazione, sulla base del regime speciale costituito dall' articolo 43, comma 6-bis, del decreto legislativo 08.06.2001, numero 327, dall'articolo 1, comma 4, della legge 09.01.1991, numero 10, e dall'articolo 12 del decreto legislativo 29.12.2003, numero 387, ha il potere di costituire, con un proprio provvedimento, una servitù di contenuto non previsto dall'ordinamento.
La fattispecie affrontata dal Consiglio di stato riguardava la costituzione di una servitù di sorvolo a mezzo di pale di aerogeneratore sul fondo del vicino.
I giudici Palazzo Spada superano il pensiero del Giudice di primo grado (Tar Puglia) che aveva affermato che la costituzione coattiva di una servitù di sorvolo del fondo altrui a mezzo delle pale di un aerogeneratore di energia non figura tra quelle astrattamente descritte dalla legge in materia di energia e non estensibili al di fuori dei casi espressamente considerati stante la natura eccezionale della relativa disciplina.
Per il Consiglio di stato, la disciplina civilistica per la costituzione di servitù volontarie o coattive tra privati non è esaustiva, atteso che lo stesso codice civile , all'articolo 834, comma 2, prevede che regimi espropriativi speciali siano introdotti e disciplinati da apposite norma ad hoc. E in tali discipline speciali, per i Giudici, deve essere ricompresa, in particolare, anche la realizzazione di impianti eolici per la produzione di energia elettrica. È questa, per il Consiglio di stato, una materia che presuppone la possibilità, in relazione alle singole fattispecie concrete, di graduare il sacrificio da imporre ai privati in vista della realizzazione dell'interesse pubblico perseguito.
E ciò in ragione del combinato disposto dell'articolo 43 citato, che considera di interesse pubblico e di pubblica utilità l'utilizzazione delle fonti di energia rinnovabili, e dell'articolo 12, pure citato, che ribadisce il principio che le opere concernenti la realizzazione degli impianti i energia eolica sono di pubblica utilità, indifferibili e urgenti (articolo ItaliaOggi Sette del 20.10.2014).

CONSIGLIERI COMUNALIOSSERVATORIO VIMINALE/ Lo statuto non può vietare la mobilità tra i gruppi consiliari.
Un consigliere comunale, distaccatosi dal proprio gruppo consiliare formato da tre componenti, ha accettato la nomina di assessore e dichiarato di voler formare un gruppo autonomo. È possibile fuoriuscire da un gruppo consiliare formato da tre unità, numero minimo stabilito dallo statuto dell'ente?

L'esistenza dei gruppi consiliari non è espressamente prevista dalla legge, ma si desume implicitamente da quelle disposizioni normative che contemplano diritti e prerogative in capo ai gruppi o ai capigruppo (in particolare, art. 38, comma 3, art. 39, comma 4 e art. 125 del dlgs n. 267/2000). La materia, pertanto, è regolata dalle apposite norme statutarie e regolamentari, adottate dai singoli enti locali nell'ambito dell'autonomia organizzativa dei consigli, riconosciuta espressamente agli stessi dall'art. 38 citato.
I mutamenti che possono sopravvenire all'interno delle forze politiche presenti in consiglio comunale per effetto di dissociazioni dall'originario gruppo di appartenenza, comportanti la costituzione di nuovi gruppi consiliari ovvero l'adesione a diversi gruppi esistenti, sono ammissibili. Tuttavia, sono i singoli enti locali, nell'ambito della propria potestà di organizzazione, i titolari della competenza a dettare norme, statutarie e regolamentari, nella materia.
Nel caso di specie, atteso che non è dato conoscere il contenuto del regolamento in ordine alla disciplina di dettaglio dei gruppi consiliari, si rileva che la norma statutaria, oltre a fissare il numero minimo di tre componenti, dispone, altresì, che i gruppi consiliari «devono essere espressione politica della lista di partecipazione alle elezioni del consiglio». Oltre al vincolo numerico sussisterebbe, dunque, l'obbligo di cristallizzare i gruppi all'esito elettorale, senza alcuna possibilità di variazione successiva all'insediamento del consiglio.
Tale disposizione statutaria qualora venga interpretata anche nel senso di vietare i movimenti all'interno dei singoli gruppi costituiti, sembrerebbe violare il principio fondamentale, confermato dalla giurisprudenza (cfr. Tar Lazio, sentenza n. 649 del 21.07.2004) secondo il quale «non è configurabile alcun obbligo giuridico che vincoli l'eletto al proprio partito ovvero ai propri elettori che non permetta, nel corso della consiliatura, l'abbandono della coalizione d'origine e il contemporaneo transito in altra coalizione».
Va da sé che gli eventuali mutamenti, oltre a incidere sul numero dei gruppi, ovvero sulla consistenza numerica degli stessi, influiscono sulla composizione delle commissioni consiliari, modificando i rapporti tra le forze politiche presenti in consiglio.
Fatta salva la verifica dell'effettivo contenuto delle disposizioni regolamentari, i vincoli statutari non consentirebbero le modificazioni evidenziate, sicché appare opportuna da parte dell'ente, la modifica delle stesse disposizioni dello statuto, ai sensi dell'articolo 6 del decreto legislativo n. 267/2000 ed, eventualmente, delle norme regolamentari, sia per eliminare il possibile divieto di mobilità tra gruppi che per il necessario adeguamento alle successive prescrizioni di legge che hanno variato la composizione dei consigli comunali, in quanto la norma statutaria appare «rapportata a una diversa composizione numerica del consiglio comunale» (articolo ItaliaOggi del 17.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

CONSIGLIERI COMUNALIOSSERVATORIO VIMINALE/ Conferenza dei capigruppo.
L'omissione, da parte del sindaco, della convocazione della conferenza dei capigruppo prima di ogni adunanza consiliare è compatibile con quanto previsto dalle norme del decreto legislativo n. 267/2000?

Nel caso di specie, a seguito di modifica, con delibera consiliare, del regolamento comunale, che ha ridisegnato la configurazione giuridica della conferenza dei capigruppo, il sindaco ha omesso di convocare la conferenza stessa prima di ogni adunanza consiliare, ritenendo tale adempimento non più obbligatorio alla luce delle nuove norme regolamentari.
In merito, lo statuto del comune, oltre a prevedere l'istituzione della conferenza dei capigruppo, ne delinea la funzione giuridica riconducendo le relative competenze alla finalità principale di garantire e sostanziare il diritto di informazione dei consiglieri, sia come singoli che come gruppi, previsto dall'art. 39 del decreto legislativo n. 267/2000.
In sostanza, lo statuto dell'ente locale, pur demandando a una successiva fonte regolamentare la disciplina concernente il funzionamento e le specifiche attribuzioni della conferenza dei capigruppo, non consentirebbe di modificarne la funzione giuridica rispetto alle finalità perseguite dalle disposizioni del citato Tuel, in materia di diritto all'informazione dei consiglieri (articolo ItaliaOggi del 17.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Responsabilità raccolta rifiuti.
Domanda
Il titolare di un'impresa di raccolta dei rifiuti può essere coinvolto nelle responsabilità dei propri dipendenti?
Risposta
La Corte di cassazione, sezione terza penale, con la sentenza del 15.11.2013, numero 45932, ha affermato che il reato di cui all'articolo 256, del decreto legislativo 03.04.2006, numero 152, ha natura contravvenzionale, che si integra mediante semplice colpa.
Ne consegue, per la Suprema corte che esso è ascrivibile anche al titolare dell'impresa sotto il profilo dell'omessa vigilanza sull'operato dei dipendenti che hanno posto in essere la condotta vietata. Inoltre la Corte di cassazione, sezione terza penale, con la sentenza del 25.05.2011, numero 23971, ha precisato che l'articolo 178 del citato decreto legislativo 03.04.2006, numero 152, «ha puntualmente ribadito il principio di “responsabilizzazione e di cooperazione di tutti i soggetti coinvolti nella produzione, nella distribuzione, nell'utilizzo e nel consumo di beni da cui originano rifiuti”».
E la Corte di cassazione, sezione terza penale, con la sentenza del 28.02.2013, numero 13739, ha affermato che «il reato di gestione di rifiuti non autorizzata è ascrivibile al titolare dell'impresa anche sotto il profilo dell'omessa vigilanza dei dipendenti che hanno posto in essere la condotta vietata» e aggiunge che «la responsabilizzazione e la cooperazione di tutti i soggetti coinvolti, a qualsiasi titolo, nel ciclo di gestione non soltanto dei rifiuti è ribadita dal dlgs 15 del 2006, art. 178 il quale... stabilisce che “la gestione dei rifiuti è effettuata conformemente (..) ai principi di responsabilizzazione e di cooperazione di tutti i soggetti coinvolti”».
E il Tribunale amministrativo regionale della Toscana (Tar), sezione seconda, con la sentenza del 05.10.2011, numero 1443, ebbe a puntualizzare che «è ipotizzabile a carico del produttore dei rifiuti un titolo di responsabilità concorsuale omissiva nella condotta commissiva dell'autore dell'abbandono, in ragione della violazione colposa degli obblighi di sorveglianza nascenti dalla posizione qualificata di garanzia». Confronta, pure, al riguardo, la sentenza della Corte di cassazione, sezione terza penale, del 02.07.2010, numero 37194 (articolo ItaliaOggi Sette del 13.10.2014).

EDILIZIA PRIVATA: Impianti alimentati.
Domanda
Il termine per la conclusione del procedimento di autorizzazione alla realizzazione di impianti alimentati da energie rinnovabili è un termine perentorio?
Risposta
Il termine per la conclusione del procedimento di autorizzazione alla realizzazione di impianti alimentati da energie rinnovabili è, alla luce della giurisprudenza abbastanza costante, perentorio.
Il Consiglio di stato, sezione quinta, con la sentenza del 14.10.2013, numero 5000, ha affermato che il termine di 180 giorni, previsto dall'articolo 12, comma 4, del decreto legislativo numero 387, del 29.12.2003, ha il carattere della perentorietà, atteso che esso è un principio fondamentale in materia di produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia elettrica. Esso, peraltro, viene a rispondere a esigenze di celerità e semplificazione amministrativa, venendo così a garantire uniformemente sul territorio nazionale il rispetto di un termine valido verso tutti per il rilascio dell'autorizzazione unica. Pertanto, il mancato rispetto di detto termine legittima il ricorso avverso il silenzio–inadempimento.
Però, per i giudici del Consiglio di stato: «Il giudice, con riguardo alla azione avverso il silenzio, può pronunciarsi sulla fondatezza della pretesa dedotta in giudizio solo quando si tratta di attività vincolata, o quando risulta che non residuano ulteriori margini di esercizio della discrezionalità e non sono necessari adempimenti istruttori che debbano essere compiuti dall'Amministrazione». Ne consegue che neanche il giudice può sostituirsi alla Pubblica amministrazione, nonché alle scelte a essa riservate. Il giudice, poi, non può pronunciarsi «con riferimento, come scrivono i giudici di Palazzo Spada, a poteri amministrativi non ancora esercitati».
Con l'articolo 5, comma 2, del decreto legislativo 03.03.2011, numero 28, il termine per la conclusione del procedimento autorizzatorio summenzionato è stato ridotto a novanta giorni e ha conservato il suo carattere di perentorietà. Tale affermazione trova conforto nella sentenza numero 5895, del 21.11.2012, del Consiglio di stato che ha condannato una Regione, competente in materia di autorizzazione unica, per la mancata conclusione del procedimento nel termine perentorio di novanta giorni.
In ogni caso, il mancato rispetto di detto termine viola una chiara disposizione normativa e contravviene allo spirito di massimo favor rispetto a tale tipologia di impianti alimentati da energie rinnovabili, voluto dal legislatore e, a monte, dalla direttiva dell'Unione europea e di altri accordi conclusi a livello internazionale, tesi all'aumento della produzione di energia rinnovabile (Tar Molise, Campobasso, 29.11.2006, numero 984) (articolo ItaliaOggi Sette del 13.10.2014).

EDILIZIA PRIVATA: Aree protette.
Domanda
Si chiede se, in tema di parere da emettere da parte dell'Ente parco, possa esser invocato il cosiddetto silenzio-assenso.
Risposta
Il Consiglio di stato, sezione quarta, con la sentenza numero 5188, del 28.10.2013, ha affermato che in materia di tutela dell'ambiente, il parere dell'Ente parco, che ha in tutela l'area protetta, deve essere sempre espresso. Per i giudici, nel caso, non esiste un'ipotesi di silenzio–assenso, per cui il diniego di nulla osta, anche se sopravvenuto oltre il termine fissato dalla legge deve essere considerato legittimo.
Il pronunciamento dà un'interpretazione di segno opposto rispetto a quella formulata dallo stesso Consiglio di stato, sezione sesta, con la sentenza del 29.12.2008, numero 6591.
Il Consiglio di stato, con la citata sentenza del 2013, numero 5188, sottolinea che la disposizione contenuta nell'articolo 13 della legge 06.12.1991, numero 394 (legge quadro sulle Aree protette), che disciplina il nulla osta relativo alle opere che devono essere effettuate all'interno dell'Ente parco, è stata abrogata dalla disposizione portata dall'articolo 20, comma quarto, della legge numero 241, del 1990, così come sostituita dalla legge numero 80 del 2005, che ha convertito il decreto legge in materia di competitività. Detta disposizione, per i predetti giudici abrogata, prevedeva che il suddetto nulla osta poteva essere rilasciato anche tramite il silenzio-assenso, una volta decorso il termine di sessanta giorni, prorogabile una volta soltanto per un massimo di trenta giorni.
Per il Consiglio di stato, infatti, nel caso, non esiste un rapporto di specialità che consenta alla citata disposizione di cui all'articolo 13 della legge 06.12.1991, numero 394, di sopravvivere anche dopo l'entrata in vigore della successiva disposizione di cui al summenzionato articolo 20, comma quarto, della legge numero 241, del 1990, così come sostituita dalla legge numero 80 del 2005. Si è in presenza di una successione nel tempo tra due norme generali e, di conseguenza, la legge posteriore, alla luce del noto principio (articolo 15 del codice civile), viene ad abrogare la legge anteriore, con essa incompatibile (articolo ItaliaOggi Sette del 13.10.2014).

TRIBUTI: Tassa smaltimento rifiuti urbani.
Domanda
Sono proprietario di un garage auto che per la vetustà dell'edificio è inutilizzabile. Sono tenuto al pagamento, per esso, della tassa sui rifiuti solidi urbani, dato che in esso non viene prodotto alcun rifiuto?
Risposta
Il presupposto impositivo della tassa sui rifiuti solidi urbani, ai sensi dell'articolo 62, comma primo, del decreto legislativo numero 507, del 1993, (analogamente è disposto in ordine alla Tares e alla Tari), è il possesso o la detenzione di locali suscettibili di produrre rifiuti solidi urbani. Il successivo comma due prevede alcuni casi per i quali la tassa non è dovuta.
Essi sono individuati nel caso in cui i locali non possono produrre rifiuti per la loro natura o per il particolare uso a cui essi sono destinati stabilmente e nel caso in cui sono i predetti locali sono in condizione di obiettiva inutilizzabilità. Questo dato deve essere indicato esplicitamente nella denuncia originaria o di variazione presentata al Comune.
La Corte di cassazione, all'uopo interessata, con l'ordinanza numero 12443, del 03.06.2014, ha affermato che la predetta normativa pone una presunzione legale in ordine alla produzione dei rifiuti a carico del contribuente. Infatti, per i Supremi giudici, su di esso grava l'onere di provare l'esistenza dei presupposti per potere usufruire dell'esenzione, come per legge.
Pertanto, nel caso, se nella denuncia originaria o in quella di variazione, presentata al Comune competente, non sono state evidenziate le obiettive condizioni di inutilizzabilità del garage, la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani è dovuta (articolo ItaliaOggi Sette del 13.10.201).

EDILIZIA PRIVATA: Pertinenze Imu.
Domanda
Ai fini dell'Imposta municipale propria (Imu), esiste un criterio certo per individuare le pertinenze dell'abitazione?
Risposta
La legge numero 147, del 2013 (legge di stabilità per l'anno 2014), puntualizzando meglio la normativa che regolamenta l'Imposta municipale propria (Imu), portata dall'articolo 13 del decreto legge numero 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge numero 214, del 2011, ha affermato che la suddetta imposta non si applica al possesso dell'abitazione principale e delle pertinenze.
Ha aggiunto, poi, che per pertinenze dell'abitazione principale si intendono esclusivamente quelle classificate nelle categorie catastali C/2, C/6, C/7, nella misura massima di una unità pertinenziale per ciascuna delle categorie catastali indicate, anche se iscritte in catasto unitamente all'unità ad uso abitativo. La Corte di cassazione, con la sentenza del 30.11.2009, numero 25127, ebbe ad affermare che, ai sensi dell'articolo 817, del codice civile, son pertinenze le cose destinate in modo durevole al servizio o all'ornamento di un'altra cosa. Quindi, ai fini dell'attribuzione della qualità di pertinenza occorre basarsi, per i Supremi giudici, «sul criterio fattuale e cioè sulla destinazione effettiva e concreta della cosa al servizio od ornamento di un'altra, secondo la relativa definizione contenuta nell'articolo 817 del codice civile».
In materia fiscale, aggiungono i predetti giudici, «attesa la indisponibilità del rapporto tributario, la prova dell'asservimento pertinenziale, che grava sul contribuente (quando, come nella specie, ne derivi una tassazione attenuata) deve essere valutato con maggiore rigore rispetto alla prova richiesta nei rapporti di tipo privatistico.
Se la scelta pertinenziale non è giustificata da reali esigenze (economiche, estetiche o di altro tipo), non può avere valenza tributaria, perché avrebbe l'unica funzione di attenuare il prelievo fiscale, eludendo il precetto che impone la tassazione in ragione della reale natura del cespite» (articolo ItaliaOggi Sette del 13.10.2014.

EDILIZIA PRIVATA: Distanza dal mare per costruzioni.
Domanda
La battigia del mare e la distanza delle costruzioni da essa come devono essere definite e interpretate?
Risposta
Ai fini del calcolo della distanza dal mare per l'inedificabilità nell'ambito dei centocinquanta metri, un elemento che bisogna prendere in considerazione è la battigia del mare.
Normalmente per battigia del mare si intende quella zona delle coste sabbiose e limose che viene periodicamente sommersa e scoperta dalle onde con mare calmo.
Tale definizione, però, non tiene conto del fatto che, per lo più, nel nostro Paese, si è in presenza di coste rocciose. Pertanto, è bene ritenere che per battigia del mare si debba intendere il punto in cui avviene il contatto tra il mare e la terraferma. In tal modo si viene ad avere un criterio di valutazione conforme per tutto il territorio nazionale. Ora, al fine di determinare la distanza della costruzione dalla battigia del mare, alla luce di costante giurisprudenza del giudice amministrativo, è bene effettuare il calcolo non con riferimento allo sviluppo scosceso dell'abitazione al mare, bensì prendendo in esame la linea orizzontale tra i punti più vicini del manufatto e della costa, nel punto di intersezione con la linea verticale proiettata dalla battigia al mare.
Diversamente, se si misurasse la distanza seguendo l'andamento scosceso del terreno si avrebbe che i litorali bassi e sabbiosi, spesso caratterizzati da una certa uniformità di paesaggio, sarebbero tutelati da un divieto assoluto di edificare a distanze inferiore a centocinquanta metri, mentre per il litorali frastagliati e discontinui, generalmente più interessanti sotto il profilo naturalistico e paesaggistico, il divieto non varrebbe per quelle costruzioni che si porrebbero a una distanza solo formalmente superiore a quella minima di legge, in ragione del dislivello o della particolare conformazione del pendio, pur essendo obiettivamente in linea d'aria a una distanza dalla battigia del mare inferiore a quella prescritta.
Al riguardo, interessante è la sentenza numero 998, del 29.10.2009 del Consiglio di giustizia amministrativa della Regione Sicilia (articolo ItaliaOggi Sette del 13.10.2014).

CONDOMINIO: Animali e condominio.
Domanda
Il divieto di tenere animali è una regola legittima da inserire nel regolamento di condominio?
Risposta
Il quinto comma dell'art. 1138 del cod. civ., introdotto dalla legge di riforma del condominio n. 220/2012, efficace dal 17/6/2013, dispone che «le norme del regolamento non possono vietare di possedere o detenere animali domestici».
Pur non mancando opinioni di segno opposto, la tesi più accreditata -conforme agli orientamenti manifestatisi in passato in seno alla Corte di cassazione, che si ritengono essere stati deliberatamente recepiti dal legislatore nella riforma del condominio- è che tale preclusione (quella, appunto, di vietare gli animali in condominio) operi soltanto con riferimento ai regolamenti di tipo assembleare approvati a partire dal 18.06.2013 e non per quelli assembleari già in vigore prima di tale data, né per quelli di tipo «contrattuale» posto che con riferimento a questi ultimi il 4° comma dello stesso art. 1138 da sempre dispone che «le norme del regolamento non possono in alcun modo menomare i diritti di ciascun condomino, quali risultano dagli atti di acquisto e dalle convenzioni» -intendendosi per tali anche i regolamenti contrattuali– «e in nessun caso possono derogare alle disposizioni degli artt. 1118, 2° comma, 1119, 1120, 1129, 1131, 1132, 1136 e 1137» (articolo ItaliaOggi Sette del 13.10.2014).

PUBBLICO IMPIEGO: Personale degli enti locali. Attività extra lavorativa e lavoro occasionale di tipo accessorio.
L'INPS ha chiarito (cfr. circolare n. 88/2009) che per i dipendenti pubblici è possibile svolgere lavoro occasionale di tipo accessorio, previa acquisizione della prescritta autorizzazione da parte dell'amministrazione di appartenenza, ai sensi dell'art. 53 del d.lgs. 165/2001.
Il Comune chiede di conoscere se sia possibile autorizzare un proprio dipendente a part-time (30 ore settimanali), previa autorizzazione ex art. 53 del d.lgs. 165/2001, a svolgere attività di lavoro occasionale di tipo accessorio, remunerata con i c.d 'voucher', presso altra pubblica amministrazione.
Preliminarmente, in linea generale, si osserva che il lavoro occasionale di tipo accessorio trova compiuta disciplina nell'art. 70 del d.lgs. n. 276/2003, che ha subito rilevanti modifiche nel corso degli anni.
Si sottolinea che, come rilevato dall'INPS
[1], le prestazioni di lavoro occasionale accessorio debbono intendersi quali attività lavorative di natura meramente occasionale e accessoria, non riconducibili a tipologie contrattuali tipiche di lavoro subordinato o di lavoro autonomo.
Pur non rientrando il lavoro accessorio tra le forme lavorative che danno origine a una tipologia di lavoro subordinato, è da notare che l'art. 36, comma 2, del d.lgs. n. 165/2001, inserisce comunque detta tipologia di prestazioni fra le forme di contratti flessibili di assunzione e di impiego del personale, utilizzabili dalle pubbliche amministrazioni per rispondere ad esigenze temporanee ed eccezionali.
Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali
[2] ha sottolineato inoltre come la modifica al testo dell'art. 70 del d.lgs. n. 276/2003, apportata dalla l. n. 92/2012, abbia eliminato quella serie di causali soggettive e oggettive che consentivano in precedenza il ricorso a detto istituto, sostituendolo con una disposizione che prevede essenzialmente limiti di carattere economico.
Allo stato attuale, quindi, per il committente pubblico si prevede la possibilità di ricorrere al lavoro accessorio 'nel rispetto dei vincoli previsti dalla vigente disciplina in materia di contenimento delle spese di personale e, ove previsto, dal patto di stabilità interno'
[3].
Pertanto, è possibile utilizzare il lavoro accessorio in tutti i settori, da parte di qualsiasi committente, con qualsiasi soggetto
[4], nel rispetto di un compenso massimo stabilito in 5.000 euro per anno solare.
Ciò premesso a livello di inquadramento generale, si osserva che l'INPS
[5], in merito alla possibilità, da parte dei dipendenti pubblici, di svolgere lavoro occasionale di tipo accessorio, ha precisato che, per questi, trova applicazione l'art. 53 del d.lgs. 165/2001, in tema di incompatibilità, cumulo di impieghi e incarichi; nello specifico, si è sottolineato che è obbligatoria la richiesta, all'amministrazione di appartenenza, del rilascio di autorizzazione preventiva per lo svolgimento, a favore di soggetti pubblici e privati, di incarichi, anche occasionali, non compresi nei compiti e nei doveri d'ufficio, per i quali sia previsto, sotto qualsiasi forma, un compenso (art. 53, comma 6).
La citata norma esclude dalla richiesta di autorizzazione i dipendenti con rapporto di lavoro a tempo parziale con prestazione lavorativa non superiore al cinquanta per cento, i docenti universitari a tempo definito e le altre categorie di dipendenti pubblici ai quali è consentito, da disposizioni speciali, lo svolgimento di attività libero-professionali.
L'INPS specifica altresì che la richiesta di autorizzazione può essere effettuata, ai sensi del comma 10 del citato articolo 53, da parte dello stesso dipendente o dei soggetti pubblici e privati che intendono avvalersi delle prestazioni del lavoro occasionale. Conseguentemente, l'impiego di dipendenti pubblici, senza la preventiva autorizzazione, comporta -per il dipendente e per l'amministrazione pubblica interessata- le sanzioni previste dai commi 7 e 8 del medesimo articolo 53.
Un'ulteriore precisazione, rilevante al fine che ci occupa, è stata fornita dallo stesso Istituto previdenziale
[6], che ha ritenuto doveroso evidenziare come, in considerazione di finalità antielusive, il ricorso all'istituto del lavoro occasionale non sia compatibile con lo status di lavoratore subordinato (a tempo pieno o parziale), se impiegato presso lo stesso datore di lavoro titolare del contratto di lavoro dipendente.
Pertanto, preclusa la possibilità di utilizzare, con detta formula lavorativa, un proprio lavoratore dipendente, risulta invece ammissibile l'espletamento di detta attività extra lavorativa presso un altro datore di lavoro pubblico, previa autorizzazione preventiva dell'Ente di appartenenza.
Per quanto concerne, da ultimo, l'aspetto relativo alla fiscalità dei 'buoni lavoro', si osserva che l'art. 72, comma 3, del d.lgs. 276/2003 precisa che il compenso relativo ai voucher è esente da qualsiasi imposizione fiscale
[7].
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[1] Cfr. INPS, circolare 03.02.2010 n. 17.
[2] Cfr. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, circolare 18.07.2012 n. 18/2012.
[3] Cfr. art. 70, comma 3, del d.lgs. n. 276/2003.
[4] Cfr. INPS, circolare 29.03.2013 n. 49/2013, punto 2. Tipologie di prestatori e attività, ove si precisa che, a decorrere dal 18.07.2012, data di entrata in vigore della legge n. 92/2012, il lavoro occasionale accessorio può essere svolto da qualsiasi soggetto (disoccupato, inoccupato, lavoratore autonomo o subordinato, full-time o part-time, pensionato, studente, percettore di prestazioni a sostegno del reddito).
[5] Cfr. INPS, circolare 09.07.2009 n. 88/2009.
[6] Cfr. la già citata circolare n. 49/2013, punto 2. Tipologie di prestatori e attività.
[7] Cfr. anche Voucher: il sistema dei buoni lavoro, consultabile in: www.inps.it e Vademecum buoni lavoro per lavoro occasionale accessorio, consultabile in: www.lavoro.gov.it. Per eventuali chiarimenti si suggerisce di contattare direttamente la competente Agenzia delle entrate
(07.10.2014 -
link a www.regione.fvg.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Personale degli enti locali. Sostituzione dipendente a tempo indeterminato con tempo determinato.
L'art. 36, comma 2, del d.lgs. 165/2001 dispone che le amministrazioni pubbliche possono avvalersi delle forme contrattuali flessibili (tempo determinato, somministrazione lavoro, ecc.) per rispondere ad esigenze di carattere esclusivamente temporaneo o eccezionale.
Il Comune ha chiesto di conoscere se sia possibile sostituire un operaio a tempo indeterminato, che sarà collocato in quiescenza, mediante assunzione a tempo determinato. L'Ente manifesta in proposito la volontà di non accollarsi un impegno di costo a lungo termine, causa l'incertezza della relativa capacità di bilancio negli anni futuri. L'Amministrazione istante vorrebbe pertanto acquisire delucidazioni in ordine alla fattibilità di quanto prospettato (assunzione a tempo determinato), mediante l'integrazione della dotazione organica e il ricorso alla mobilità di comparto, o ad altre procedure del caso.
Sentito il Servizio organizzazione, formazione, valutazione e relazioni sindacali, preliminarmente si ritiene utile fornire un quadro generale illustrativo dei presupposti e condizioni che disciplinano, allo stato attuale, il ricorso ad assunzioni a tempo indeterminato e determinato nelle amministrazioni pubbliche e, nello specifico, negli enti del comparto unico del pubblico impiego regionale e locale.
Norme di principio, applicabili a tutte le amministrazioni elencate all'art. 1, comma 2, del d.lgs. 165/2001 (enti locali compresi) sono rinvenibili all'art. 36, commi 1 e 2, del medesimo decreto.
Il citato comma 1 prevede infatti che, per le esigenze connesse con il proprio fabbisogno ordinario, le pubbliche amministrazioni assumono esclusivamente con contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato, seguendo le procedure di reclutamento previste dall'articolo 35 del d.lgs. 165/2001.
Il successivo comma 2 precisa altresì che, per rispondere ad esigenze di carattere esclusivamente temporaneo o eccezionale, le amministrazioni pubbliche possono avvalersi delle forme contrattuali flessibili di assunzione e di impiego del personale previste dal codice civile e dalle leggi sui rapporti di lavoro subordinato nell'impresa
[1], nel rispetto delle procedure di reclutamento vigenti.
Il Dipartimento della funzione pubblica
[2] ha evidenziato come il richiamato comma 2 'con l'inserimento della parola 'esclusivamente' (esigenze di carattere esclusivamente temporaneo o eccezionale), ha rafforzato il principio secondo cui la regola nell'instaurazione dei rapporti di lavoro è il contratto a tempo indeterminato (contratto dominante)'.
Premesso un tanto, si rileva come, a mente della legislazione vigente, il ricorso a contratti di lavoro flessibile (tempo determinato) non sia giustificato per fronteggiare esigenze di natura stabile e continuativa quale, per l'appunto, la sostituzione di un dipendente a tempo indeterminato cessato dal lavoro.
Come rilevato anche dall'ANCI
[3], la normativa vigente concernente l'utilizzo dei contratti di lavoro a tempo determinato nella P.A. prevede un obbligo, a carico del datore di lavoro, di effettuare una preventiva verifica ed istruttoria circa la sussistenza o meno dei presupposti e delle motivazioni che consentono di avvalersi di tale forma contrattuale di lavoro.
Pertanto, alla luce delle considerazioni espresse, l'Ente può valutare se ricorrano i presupposti per l'assunzione a tempo determinato dell'operaio di cui trattasi, solo per esigenze a carattere temporaneo o eccezionale
[4], mentre, a fronte di esigenze organizzative che si protraggano nel tempo, l'assunzione a tempo indeterminato si pone quale giusta soluzione ai sensi della disciplina vigente, in materia di assunzioni nel pubblico impiego.
Si aggiunge inoltre che, per procedere all'instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo determinato, non è necessario adottare atti modificativi e integrativi della dotazione organica dell'Amministrazione, risultando sufficiente la manifestazione di volontà espressa nell'adozione dell'atto di programmazione del fabbisogno di personale, che periodicamente viene approvato ed, eventualmente aggiornato, in corso d'anno. Il giudice amministrativo[5] ha sottolineato, infatti, che la programmazione del fabbisogno del personale rappresenta 'il momento ricognitivo delle esigenze dell'Ente a livello organizzativo ed è finalizzata ad assicurare che le assunzioni del personale dipendente avvengano per far fronte ai compiti istituzionali di ciascuna amministrazione rilevati sulla base di una previsione riferita ad un arco temporale piuttosto ampio (un triennio) e non sulla base di esigenze organizzative contingenti ed estemporanee'.
Ribadito che, ai sensi dell'art. 36, comma 5-ter, del d.lgs. 165/2001, il ricorso al tempo determinato può avvenire esclusivamente per esigenze di carattere temporaneo o eccezionale, non appare necessario che le assunzioni si riferiscano a posti esistenti e vacanti nella dotazione organica.
Si sottolinea altresì che, come disciplina di riferimento, a seguito dell'intervenuta sentenza della Corte costituzionale n. 54/2014, gli enti locali del comparto unico applicano, in materia di assunzioni, le disposizioni introdotte dalla l.r. 12/2014, all'articolo 4, fermi restando i principi di coordinamento della finanza pubblica e delle norme regionali in materia di patto di stabilità e contenimento della spesa di personale.
Il comma 2 del richiamato articolo 4 sancisce l'applicazione, alle amministrazioni del comparto unico, a decorrere dall'01.01.2014, ai fini dell'attivazione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato o con contratti di lavoro flessibile (anche somministrato), delle disposizioni previste a livello nazionale in materia di limiti assunzionali e relative fattispecie di deroga
[6].
Da ultimo si rileva come il comma 6 del citato articolo 4 della l.r. 12/2014 imponga l'esperimento della procedura prioritaria di mobilità all'interno del comparto unico esclusivamente per l'attivazione di rapporti di lavoro con contratto a tempo indeterminato, per la copertura di posti vacanti, e non anche nel caso di instaurazione di contratti a tempo determinato.
In relazione a quest'ultima fattispecie di lavoro flessibile, esclusivamente -si ribadisce- per esigenze di carattere temporaneo o eccezionale, l'Ente potrà invece, a propria discrezione, procedere a bandire una selezione per il reclutamento del personale o, in alternativa, decidere di attingere a graduatorie già approvate e ancora valide (anche di altre amministrazioni del comparto).
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[1] L'art. 36, comma 5-ter, del d.lgs. 165/2001 dispone espressamente che le disposizioni previste dal d.lgs. 368/2001 (Attuazione della direttiva 1999/70/CE relativa all'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso dall'UNICE, dal CEEP e dal CES) si applicano alle pubbliche amministrazioni, fermi restando per tutti i settori l'obbligo di rispettare il comma 1, la facoltà di ricorrere ai contratti di lavoro a tempo determinato esclusivamente per rispondere alle esigenze di cui al comma 2 e il divieto di trasformazione del contratto di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato.
[2] Cfr. circolare n. 5/2013.
[3] Cfr. parere del 17.06.2014.
[4] Considerato che non è ammissibile la sostituzione di personale a tempo indeterminato con assunzioni a tempo determinato (nel senso di 'copertura' di un posto a tempo indeterminato nella dotazione organica con un'assunzione a tempo determinato), l'Ente potrebbe comunque dimostrare la necessità di ricorrere a personale con contratto a termine, per un determinato periodo, per fronteggiare incombenze urgenti e per lo svolgimento di attività improcrastinabili.
[5] Cfr. TAR Puglia, Lecce, sez. II, n. 2339/2013.
[6] Per le assunzioni a tempo indeterminato, vedasi l'art. 3, commi 5 e segg., del d.l. 90/2014, convertito in l. 114/2014; per i contratti flessibili, vedasi l'art. 9, comma 28, del d.l. 78/2010, convertito in l.122/2010
(06.10.2014 -
link a www.regione.fvg.it).

CORTE DEI CONTI

EDILIZIA PRIVATAL’art. 73, comma 1, della l.r. 12.2005 stabilisce a tal fine che “in ciascun comune, almeno l'8 per cento delle somme riscosse per oneri di urbanizzazione secondaria è ogni anno accantonato in apposito fondo, risultante in modo specifico nel bilancio di previsione, destinato alla realizzazione delle attrezzature indicate all'articolo 71, nonché per interventi manutentivi, di restauro e ristrutturazione edilizia, ampliamento e dotazione di impianti, ovvero all'acquisto delle aree necessarie”.
Sicché, la concessione del finanziamento pubblico, nei limiti delle risorse accantonate nel bilancio dell’ente, sia subordinato ad uno specifico provvedimento amministrativo che ne accerti l’ammissibilità alla luce dei parametri indicati dalla legge.
A tal fine l’amministrazione comunale è tenuta, oltre che a verificare riconducibilità degli interventi richiesti con quelli normativamente previsti e la loro compatibilità con gli strumenti urbanistici in essere, anche a valutare, nell’esercizio della propria discrezionalità amministrativa, l’interesse pubblico sotteso alla realizzazione dell’opera in ragione della consistenza ed incidenza sociale nel comune delle rispettive confessioni religiose.
Né il comune risulta obbligato a finanziare totalmente il programma presentato, potendo il finanziamento essere concesso solo in parte.
In assenza di siffatta valutazione, destinata a trovare espressione in un provvedimento formale dei competenti organi comunali adeguatamente motivato con riguardo agli interessi pubblici e privati coinvolti nella vicenda, non appare configurabile in capo ai potenziali beneficiari alcun diritto soggettivo a conseguire direttamente il finanziamento nella misura dell’accantonamento previsto dalla legge.

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Con la nota sopra citata, il Commissario straordinario del comune di Sedriano (MI), espone quanto segue.
La legge regionale 11.03.2005, n. 12 impone ai comuni di accantonare ogni anno almeno l'8 per cento delle somme riscosse per oneri di urbanizzazione secondaria in un in apposito fondo diretto alla realizzazione di attrezzature di interesse comune destinate a servizi religiosi da effettuarsi da parte degli enti istituzionalmente competenti in materia di culto della chiesa cattolica (o delle altre confessioni religiose aventi una presenza diffusa, organizzata e stabile nell'ambito del comune) che ne facciano richiesta, presentando entro il 30 giugno di ogni anno un programma di massima, anche pluriennale, degli interventi da effettuare.
La stessa legge regionale stabilisce, inoltre, che il comune, entro Il successivo 30 novembre, dopo aver verificato che gli interventi previsti nei programmi presentati rientrano tra quelli finanziabili, ripartisce i predetti contributi, finanziando in tutto o in parte i programmi a tal fine presentati.
Richiamati i predetti riferimenti normativi si rappresenta che il comune non ha mai proceduto all'accantonamento in bilancio della quota prevista dalla legge, né ha mai impegnato tale somma, ma, a fronte delle ripetute richieste di finanziamento presentate dalla locale parrocchia, ha impegnato e, successivamente, liquidato una quota decisa sulla base della disponibilità di bilancio del momento, a prescindere sia dall'importo del contributo che doveva essere accantonato e sia dal programma di massima che la parrocchia stessa, tramite il proprio rappresentante legale, aveva fatto pervenire al comune, unitamente alle fatture che rendicontavano l'avvenuta realizzazione dei lavori.
Si è quindi è venuta a creare una situazione tale che, in alcuni anni, l'importo corrisposto dal comune risulta inferiore, in altri, superiore a quanto dovuto in base alla legge regionale sopra richiamata.
Tutto ciò premesso e allegata la documentazione relativa al caso di specie, si formulano i seguenti quesiti.
- se il comune debba riconoscere il finanziamento di tali contributi pari ad euro 281.457,81 debito fuori bilancio ai sensi dell'art. 194 del TUEL;
- se il comune possa compensare le somme dovute al culto religioso con l'eccedenza corrisposta in più nel corso degli anni pari ad euro 39.449,76.
...
L’esame del merito della questione, nei limiti sopra riferiti, richiede di chiarire gli obblighi incombenti sul Comune per effetto delle disposizioni contenute nella legge regionale 11.03.2005, n. 12 dirette a promuovere, la realizzazione di attrezzature di interesse comune destinate a servizi religiosi da effettuarsi da parte degli enti istituzionalmente competenti in materia di culto della Chiesa Cattolica e delle altre confessioni religiose aventi una presenza diffusa, organizzata e stabile nell’ambito del comune.
L’art. 73, primo comma, della predetta legge regionale stabilisce a tal fine che “in ciascun comune, almeno l'8 per cento delle somme riscosse per oneri di urbanizzazione secondaria è ogni anno accantonato in apposito fondo, risultante in modo specifico nel bilancio di previsione, destinato alla realizzazione delle attrezzature indicate all'articolo 71, nonché per interventi manutentivi, di restauro e ristrutturazione edilizia, ampliamento e dotazione di impianti, ovvero all'acquisto delle aree necessarie”.
Lo stesso art. 73 precisa quindi che “i contributi sono corrisposti agli enti delle confessioni religiose di cui all'articolo 70 che ne facciano richiesta. A tal fine le autorità religiose competenti, secondo l'ordinamento proprio di ciascuna confessione, presentano al comune entro il 30 giugno di ogni anno un programma di massima, anche pluriennale, degli interventi da effettuare, dando priorità alle opere di restauro e di risanamento conservativo del proprio patrimonio architettonico esistente, corredato dalle relative previsioni di spesa. Entro il successivo 30 novembre, il comune, dopo aver verificato che gli interventi previsti nei programmi presentati rientrino tra quelli di cui all'articolo 71, comma 1, ripartisce i predetti contributi tra gli enti di cui all'articolo 70 che ne abbiano fatto istanza, tenuto conto della consistenza ed incidenza sociale nel comune delle rispettive confessioni religiose, finanziando in tutto o in parte i programmi a tal fine presentati. Tali contributi, da corrispondere entro trenta giorni dall'esecutività della deliberazione di approvazione del bilancio annuale di previsione, sono utilizzati entro tre anni dalla loro assegnazione e la relativa spesa documentata con relazione che gli enti assegnatari trasmettono al comune entro sei mesi dalla conclusione dei lavori”.
Dal quadro normativo definito dalle disposizioni sopra richiamate emerge chiaramente che
la concessione del finanziamento pubblico, nei limiti delle risorse accantonate nel bilancio dell’ente, sia subordinato ad uno specifico provvedimento amministrativo che ne accerti l’ammissibilità alla luce dei parametri indicati dalla legge.
A tal fine l’amministrazione comunale è tenuta, oltre che a verificare riconducibilità degli interventi richiesti con quelli normativamente previsti e la loro compatibilità con gli strumenti urbanistici in essere, anche a valutare, nell’esercizio della propria discrezionalità amministrativa, l’interesse pubblico sotteso alla realizzazione dell’opera in ragione della consistenza ed incidenza sociale nel comune delle rispettive confessioni religiose.
Né il comune risulta obbligato a finanziare totalmente il programma presentato, potendo il finanziamento essere concesso solo in parte.
In assenza di siffatta valutazione, destinata a trovare espressione in un provvedimento formale dei competenti organi comunali adeguatamente motivato con riguardo agli interessi pubblici e privati coinvolti nella vicenda, non appare configurabile in capo ai potenziali beneficiari alcun diritto soggettivo a conseguire direttamente il finanziamento nella misura dell’accantonamento previsto dalla legge
(Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 17.10.2014 n. 263).

ENTI LOCALI: Sull'erogazione di un contributo comunale a fondo perso in favore della locale parrocchia.
In base alle norme e ai principi della contabilità pubblica, non è rinvenibile alcuna disposizione che impedisca all’ente locale di effettuare attribuzioni patrimoniali a terzi, ove queste siano necessarie per conseguire i propri fini istituzionali.

Se, infatti, l’azione è intrapresa al fine di soddisfare esigenze della collettività rientranti nelle finalità perseguite dal Comune il finanziamento, “anche se apparentemente a fondo perso, non può equivalere ad un depauperamento del patrimonio comunale, in considerazione dell’utilità che l’ente o la collettività ricevono dallo svolgimento del servizio pubblico o di interesse pubblico effettuato dal soggetto che riceve il contributo”.
Riconosciuto l’interesse generale dell’attività, la natura pubblica o privata del soggetto che la svolge e, in quanto tale, riceve il contributo risulta indifferente, posto che la stessa amministrazione pubblica opera ormai utilizzando, per molteplici finalità (gestione di servizi pubblici, esternalizzazione di compiti rientranti nelle attribuzioni di ciascun ente), soggetti aventi natura privata.
Ogniqualvolta tuttavia un ente locale, al pari di ogni altro ente pubblico, ricorre a soggetti privati per raggiungere i propri fini e, conseguentemente, riconosce loro benefici di natura patrimoniale, le cautele debbono essere maggiori, anche al fine di garantire l’applicazione dei principi di buon andamento, di parità di trattamento e di non discriminazione che debbono caratterizzare l’attività amministrativa.
Il finanziamento concesso a privati, in particolare, deve essere tale da non incorrere nel divieto di spese per sponsorizzazioni previsto dall’articolo 6, comma 9, del decreto legge 31.05.2010, n. 78.
Ciò che assume rilievo per qualificare una contribuzione pubblica, a prescindere dalla sua forma, quale spesa di sponsorizzazione è la relativa funzione: la spesa di sponsorizzazione presuppone la semplice finalità di segnalare ai cittadini la presenza dell’ente pubblico, così da promuoverne l’immagine
.
Non si configura, invece, quale sponsorizzazione il sostegno d’iniziative di un soggetto terzo, riconducibili ai fini istituzionali dello stesso ente pubblico.
L’attività, dunque, che rientra nelle competenze dell’ente locale e viene esercitata, in via mediata, da soggetti privati destinatari di risorse pubbliche piuttosto che (direttamente) da parte di Comuni e Province costituisce una modalità alternativa di erogazione del servizio pubblico e non una forma di promozione dell’immagine dell’amministrazione.

Questo profilo, come detto, idoneo ad escludere la concessione di contributi dal divieto di spese per sponsorizzazioni, deve essere indicato dall’ente locale in modo inequivoco nella motivazione del provvedimento.
L’Amministrazione è inoltre tenuta ad evidenziare i presupposti di fatto e il percorso logico alla base dell’erogazione a sostegno dell’attività svolta dal destinatario del contributo, nonché il rispetto dei criteri di efficacia, efficienza ed economicità delle modalità prescelte di resa del servizio.
In ogni caso, l’eventuale attribuzione deve risultare conforme al principio di congruità della spesa mediante una valutazione comparativa degli interessi complessivi dell’ente locale.
Il Comune potrà avvalersi delle predette indicazioni per l’adozione degli atti di esclusiva competenza rispetto alla fattispecie concreta descritta nella richiesta di parere.

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Con la nota sopra citata, il Sindaco del comune di Suello (LC), formula alla Sezione una richiesta di parere nei termini di seguito riportati.
Si chiede di conoscere se sia ammissibile l'erogazione di un contributo a fondo perso di Euro 70.000 in favore della locale parrocchia per l’esecuzione di lavori di ristrutturazione degli spogliatoi dell'oratorio di proprietà parrocchiale.
A tal fine si premette che la stessa parrocchia ha richiesto di accedere ad un contributo comunale diretto a consentire l'adeguamento della struttura sportiva esistente consistente nell'unico campo di calcio del territorio comunale.
Si rappresenta al riguardo che il comune di Suello non dispone di un campo di calcio comunale e che, pertanto, l’adeguamento della struttura esistente alle disposizioni vigenti, costituisce una risposta effettiva alle esigenze della cittadinanza.
Si precisa inoltre che sebbene il contributo comunale a fondo perduto sia destinato a finanziare l'esecuzione di lavori su un bene immobile non di proprietà comunale, la scelta di contribuire all'investimento da parte dell'ente, potrebbe essere comunque più vantaggiosa che non quella di procedere alla realizzazione di una struttura di proprietà comunale.
Si realizzerebbe infatti l’interesse di tutta la cittadinanza, prescindendo da qualunque riserva religiosa, di avvalersi di un impianto adeguato alle vigenti disposizioni in materia di impiantistica sportiva, non facendo gravare sul bilancio comunale le future spese necessarie per la manutenzione dell’immobile.
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L’esame del merito della questione, nei termini sopra riferiti, richiede quindi di stabilire se ed entro quali limiti un Comune possa finanziare soggetti privati per lo svolgimento di determinate attività.
Si richiama, al riguardo, il consolidato orientamento emergente dai pareri emessi sul punto da questa Sezione (deliberazioni n. 9/2006, n. 10/2006, n. 18/2006, n. 26/2007, n. 35/2007, n. 59/2007, n. 39/2008, n. 75/2008, n. 1138/2009, n. 1/2010, n. 981/2010, n. 530/2011, n. 262/2012, n. 218/2014/PAR) nei quali è stato precisato che,
in base alle norme e ai principi della contabilità pubblica, non è rinvenibile alcuna disposizione che impedisca all’ente locale di effettuare attribuzioni patrimoniali a terzi, ove queste siano necessarie per conseguire i propri fini istituzionali.
Se, infatti, l’azione è intrapresa al fine di soddisfare esigenze della collettività rientranti nelle finalità perseguite dal Comune il finanziamento, “anche se apparentemente a fondo perso, non può equivalere ad un depauperamento del patrimonio comunale, in considerazione dell’utilità che l’ente o la collettività ricevono dallo svolgimento del servizio pubblico o di interesse pubblico effettuato dal soggetto che riceve il contributo (Sezione regionale di controllo per la Lombardia, deliberazione n. 262/2012/PAR).
Riconosciuto l’interesse generale dell’attività, la natura pubblica o privata del soggetto che la svolge e, in quanto tale, riceve il contributo risulta indifferente, posto che la stessa amministrazione pubblica opera ormai utilizzando, per molteplici finalità (gestione di servizi pubblici, esternalizzazione di compiti rientranti nelle attribuzioni di ciascun ente), soggetti aventi natura privata.
Si consideri anche, sotto questo profilo, che l’art. 118 della Costituzione impone espressamente ai Comuni di favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività d’interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.
Ogniqualvolta tuttavia un ente locale, al pari di ogni altro ente pubblico, ricorre a soggetti privati per raggiungere i propri fini e, conseguentemente, riconosce loro benefici di natura patrimoniale, le cautele debbono essere maggiori, anche al fine di garantire l’applicazione dei principi di buon andamento, di parità di trattamento e di non discriminazione che debbono caratterizzare l’attività amministrativa.
Il finanziamento concesso a privati, in particolare, deve essere tale da non incorrere nel divieto di spese per sponsorizzazioni previsto dall’articolo 6, comma 9, del decreto legge 31.05.2010, n. 78.
Ciò che assume rilievo per qualificare una contribuzione pubblica, a prescindere dalla sua forma, quale spesa di sponsorizzazione è la relativa funzione: la spesa di sponsorizzazione presuppone la semplice finalità di segnalare ai cittadini la presenza dell’ente pubblico, così da promuoverne l’immagine
(Sezione regionale di controllo per la Lombardia, deliberazione n. 1075/2010/PAR).
Non si configura, invece, quale sponsorizzazione il sostegno d’iniziative di un soggetto terzo, riconducibili ai fini istituzionali dello stesso ente pubblico.
L’attività, dunque, che rientra nelle competenze dell’ente locale e viene esercitata, in via mediata, da soggetti privati destinatari di risorse pubbliche piuttosto che (direttamente) da parte di Comuni e Province costituisce una modalità alternativa di erogazione del servizio pubblico e non una forma di promozione dell’immagine dell’amministrazione.

Questo profilo, come detto, idoneo ad escludere la concessione di contributi dal divieto di spese per sponsorizzazioni, deve essere indicato dall’ente locale in modo inequivoco nella motivazione del provvedimento.
L’Amministrazione è inoltre tenuta ad evidenziare i presupposti di fatto e il percorso logico alla base dell’erogazione a sostegno dell’attività svolta dal destinatario del contributo, nonché il rispetto dei criteri di efficacia, efficienza ed economicità delle modalità prescelte di resa del servizio.
In ogni caso, l’eventuale attribuzione deve risultare conforme al principio di congruità della spesa mediante una valutazione comparativa degli interessi complessivi dell’ente locale.
Il Comune potrà avvalersi delle predette indicazioni per l’adozione degli atti di esclusiva competenza rispetto alla fattispecie concreta descritta nella richiesta di parere
(Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 17.10.2014 n. 262).

SEGRETARI COMUNALILo stipendio del segretario non può essere «alleggerito». Corte dei conti. Inapplicabile il Dl Pa in caso di cambio di ente.
Vi sono molti dubbi sulla legittimità del divieto di reformatio in peius del trattamento economico dei segretari comunali che passano a un ente di fascia inferiore, in quanto questa materia si deve considerare compresa nella contrattazione collettiva. In ogni caso sono esenti i segretari in disponibilità.
Sono queste le indicazioni contenute nel parere 03.10.2014 n. 52 della sezione regionale di controllo della Corte dei Conti della Liguria.
Se questa "coraggiosa" tesi sarà confermata, si pongono seri dubbi sulla legittimità della diminuzione del trattamento economico dei segretari che sono passati in un Comune di classe inferiore, soprattutto laddove tale passaggio sia avvenuto prima dello scorso 1° gennaio, data di entrata in vigore della nuova disposizione.
Ricostruiamo tutti i passaggi. La legge n. 147/2013, al comma 458, ha abrogato le norme che impedivano la reformatio in peius del trattamento economico dei dipendenti pubblici, vale a dire l'articolo 202 del Dpr n. 3/1957, che obbligava le Pubbliche amministrazioni all'erogazione di una indennità ad personam nel caso di mobilità che determinava il peggioramento del trattamento economico in godimento, e l'articolo 3, comma 57, della legge n. 537/1993, per cui questa indennità non era riassorbibile con i futuri miglioramenti e non era rivalutabile.
Sulla base di queste disposizioni, la disciolta Agenzia dei segretari comunali, con la deliberazione n.275/2001, aveva stabilito che il segretario nominato presso un Comune della fascia immediatamente inferiore rispetto a quella di iscrizione manteneva la retribuzione di posizione prevista per la propria fascia di iscrizione.
Sulla scorta della legge di stabilità l'unità di missione del ministero dell'Interno, cioè la struttura che ha preso il posto della disciolta Agenzia dei segretari, con la circolare n. 3636 (P) del 09.06.2014, peraltro senza revocare la deliberazione dell'Agenzia, ha chiarito che l'abolizione del divieto di reformatio in peius si applica ai segretari comunali e provinciali, «lasciando intendere (ci dice il parere dei giudici contabili della Liguria) la non operatività della norma nei confronti del segretari comunali e provinciali che si trovano nella particolare situazione della disponibilità».
Il parere, nel confermare l'esclusione per i segretari in disponibilità, ricorda che la materia del trattamento economico dei dipendenti è dal Dlgs n. 165/2001 riservata alla contrattazione collettiva nazionale. Ed ancora, si afferma che «per il futuro la regolamentazione non potrà che essere individuata dalla contrattazione collettiva».
Su questa base viene tratta la seguente conclusione: «Per i segretari comunali e provinciali perdura la regolamentazione prevista dalla normativa e dai contratti collettivi vigenti quantomeno sino alla nuova tornata contrattuale. La mancanza di una norma precettiva impone infatti l'applicazione ai rapporti di lavoro delle regole espressamente previste dalla normativa e dalla contrattazione collettiva esistente, che rappresentano le uniche fonti di regolamentazione dei rapporti di lavoro in esame»
(articolo Il Sole 24 Ore del 20.10.2014).

PATRIMONIONelle norme di contabilità non si rinviene alcuna disposizione che impedisca al Comune di effettuare attribuzioni patrimoniali a terzi, se necessarie per raggiungere i fini che, in base all’ordinamento, deve perseguire, tanto più in relazione alla necessaria attuazione del principio di sussidiarietà di cui all’art. 118 Cost..
L’attribuzione patrimoniale è consentita solo se finalizzata allo svolgimento di servizi pubblici o, comunque, di interesse per la collettività insediata sul territorio. Nel caso di attribuzione a titolo gratuito, poiché non emerge con immediatezza il collegamento tra l’atto traslativo (o comunque attributivo del diritto) ed i fini istituzionali dell’ente, sarà onere del cedente evidenziare le ragioni sottese all’atto di disposizione nonché la finalità che con l’atto medesimo intende soddisfare.

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Il Sindaco del Comune di Giovinazzo chiede alla Sezione un parere in merito alla possibilità per un Comune di cedere in diritto di superficie un immobile, appartenente al patrimonio disponibile, in favore di un altro ente pubblico (ASL), senza corrispettivo in denaro e a tempo determinato, a fronte dell’impegno da parte del cessionario di realizzare, avvalendosi della possibilità di accedere a finanziamenti pubblici a destinazione vincolata, interventi di completamento, ristrutturazione e funzionalizzazione del bene concesso, da destinare a sede di pubblici servizi rivolti alla collettività locale.
Il Sindaco precisa, inoltre, che alla scadenza del termine previsto nell’atto di costituzione del diritto reale (da determinare in base al piano di ammortamento dell’investimento ed al valore del bene concesso), il Comune riacquisterebbe la piena proprietà dell’immobile
...
Passando al merito della richiesta, si tratta di valutare se sia ammissibile un trasferimento -a titolo gratuito e a tempo determinato -della proprietà superficiaria di un immobile, rientrante nel patrimonio disponibile comunale, a favore di altro ente pubblico, a fronte dell’impegno di tale ente di realizzare interventi sull’immobile medesimo che dovrà essere destinato allo svolgimento di pubblici servizi rivolti alla collettività locale.
Sul punto questa Corte si è già pronunciata più volte (cfr. Sezione regionale per il controllo Lombardia, deliberazione n. 262/PAR/2012 e Sezione regionale per il controllo Piemonte, deliberazione n. 36/PAR/2014, quest’ultima avente per oggetto l’attribuzione ad un soggetto terzo di un diritto di superficie, a titolo gratuito o dietro corrispettivo simbolico), rilevando come
nelle norme di contabilità non si rinviene alcuna disposizione che impedisca al Comune di effettuare attribuzioni patrimoniali a terzi, se necessarie per raggiungere i fini che, in base all’ordinamento, deve perseguire, tanto più in relazione alla necessaria attuazione del principio di sussidiarietà di cui all’art. 118 Cost..
In altre parole,
l’attribuzione patrimoniale, anche a titolo gratuito, è consentita solo se risulta strumentale al perseguimento dei fini istituzionali dell’ente, in quanto “se l’azione è intrapresa al fine di soddisfare esigenze della collettività rientranti nelle finalità perseguite dal Comune l’attribuzione di beni, anche se apparentemente a “fondo perso”, non può equivalere ad un depauperamento del patrimonio comunale, in considerazione dell’utilità che l’ente o la collettività ricevono dallo svolgimento del servizio pubblico o di interesse pubblico effettuato dal soggetto che riceve il contributo (Sezione regionale Lombardia deliberazione n. 262/PAR/2012).
In tale prospettiva,
rilievo fondamentale assume la relazione da mezzo a fine che deve esistere fra l’attribuzione patrimoniale ed i fini istituzionale dell’ente, mentre è indifferente sia il titolo-gratuito o oneroso- dell’attribuzione medesima sia la natura-pubblica o privata- del ricevente. Ed, infatti, “la natura pubblica o privata del soggetto che riceve attribuzione patrimoniale è indifferente se il criterio di orientamento è quello della necessità che l’attribuzione avvenga allo scopo di perseguire i fini dell’ente pubblico, posto che la stessa amministrazione pubblica opera ormai utilizzando, per molteplici finalità (gestione di servizi pubblici, esternalizzazione di compiti rientranti nelle attribuzioni di ciascun ente), soggetti aventi natura privata (cfr. Sezione regionale Lombardia deliberazione n. 262 cit.).
Siffatti principi sono stati ribaditi anche da questa Sezione con deliberazione n. 113 del 28.05.2014, ove
si è confermata l’ammissibilità di “attribuzione gratuita a terzi (anche soggetti privati) di beni pubblici se tale attribuzione era finalizzata al soddisfacimento di un adeguato interesse per la collettività insediata sul territorio”, precisando, tuttavia, che “negli atti di trasferimento sarà necessario evidenziare adeguatamente le motivazioni e le finalità pubblicistiche perseguite”.
In conclusione, questa Sezione ribadisce il principio generale per cui
l’attribuzione patrimoniale è consentita solo se finalizzata allo svolgimento di servizi pubblici o, comunque, di interesse per la collettività insediata sul territorio. Nel caso di attribuzione a titolo gratuito, poiché non emerge con immediatezza il collegamento tra l’atto traslativo (o comunque attributivo del diritto) ed i fini istituzionali dell’ente, sarà onere del cedente evidenziare le ragioni sottese all’atto di disposizione nonché la finalità che con l’atto medesimo intende soddisfare (Corte dei Conti, Sez. controllo Puglia, parere 25.09.2014 n. 165).

GIURISPRUDENZA

SICUREZZA LAVOROCantieri sicuri anche per gli estranei. Cassazione. La tutela vale per chi accede senza autorizzazione.
Le norme di prevenzione possono essere classificate in almeno due tipologie. Talune impongono misure di carattere oggettivo, altre soggettivo.
Tra le prime rientrano le misure i cui contenuti risultano definiti a prescindere da qualsivoglia riferimento a un particolare destinatario (per esempio, per le attrezzature); tra le seconde, quelle che si indirizzano a una specifica tipologia di soggetti (per esempio, l'obbligo di sorveglianza sanitaria è posto esplicitamente a protezione dei lavoratori).

È quanto sta alla base della sentenza 15.10.2014 n. 43168 della Corte di Cassazione, IV Sez. penale, con la quale viene riconosciuta la responsabilità penale del titolare di un cantiere, ubicato in un centro cittadino, all'interno del quale si erano introdotti tre ragazzini uno dei quali subiva un infortunio mortale per essere precipitato al suolo attraverso una apertura non protetta di un solaio.
Il cantiere, seppure recintato su tre lati, sul quarto era protetto da un muro nel quale tuttavia era aperto un varco attraverso il quale si è verificata l'intrusione dei tre minori. La condanna in primo e secondo grado, confermata in Cassazione, è stata inflitta al ricorrente per la mancata protezione dell'apertura sul solaio e la conseguente violazione all'articolo 589 del Codice penale e relativa aggravante in quanto l'infortunio è avvenuto con violazione delle norme di prevenzione.
La distinzione nelle norme di sicurezza ha come conseguenza il principio secondo cui, in materia di prevenzione infortuni nei luoghi di lavoro, beneficiario della tutela è anche il terzo estraneo all'organizzazione dei lavori. Pertanto, dell'infortunio che sia occorso all'estraneo risponde il debitore di sicurezza, sempre che l'infortunio stesso rientri nell'area di rischio quale definita dalla regola cautelare violata e che il terzo non abbia posto in essere un comportamento di volontaria esposizione al rischio. Tale fattore potrà verificarsi allorché il soggetto sia pienamente consapevole della esistenza e della natura del pericolo; diversamente, è ovvio, non sarebbe concepibile una volontarietà del comportamento.
Nel caso in esame la Corte ha ritenuto che non può certo parlarsi di volontarietà di esposizione al rischio da parte di un soggetto che, perché minore, non era in possesso della necessaria consapevolezza della fonte di pericolo costituita da un cantiere e dalle aperture nel solaio; in tal caso la volontarietà dell'ingresso nel sito e il transito in esso non corrisponde a una volontaria esposizione a pericolo. La sentenza precisa che per quanto concerne, in particolare, il cantiere, l'area di rischio che il datore di lavoro deve necessariamente governare comprende anche la possibilità di un ingresso abusivo di estranei nel cantiere stesso.
Diversamente non sarebbe richiesto un ostacolo fisso, quale la recinzione, verosimilmente previsto per la ritenuta inidoneità allo scopo delle sole segnalazioni interdittive, volendosi con ciò fronteggiare anche il rischio cui potrebbe essere esposto l'estraneo al cantiere
(articolo Il Sole 24 Ore del 16.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

PUBBLICO IMPIEGORevoca del part-time senza consenso. La direttiva esclude solo che l'opposizione del lavoratore sia causa di licenziamento. Contratti. Per la Corte Ue legittima la norma che consente la trasformazione in full-time per esigenze delle amministrazioni.
È legittima la norma italiana che consente alle pubbliche amministrazioni di trasformare il contratto da part-time a tempio pieno anche senza il consenso del dipendente: questo il principio, per nulla scontato, affermata dalla Corte di giustizia europea con la sentenza 15.10.2014 n. C-221/13.
Una funzionaria del ministero della Giustizia, titolare di un contratto di lavoro a tempo parziale verticale, si è vista trasformare il regime d'orario a tempo pieno –e senza il proprio consenso– dopo l'approvazione della legge 183/2010 (il cosiddetto collegato lavoro), che all'articolo 16 ha ammesso la possibilità per le pubbliche amministrazioni di cambiare unilateralmente il regime di orario dei dipendenti in part-time. La dipendente si è opposta, sostenendo che la normativa italiana andrebbe in contrasto con la direttiva comunitaria 97/81, la quale sancirebbe un principio secondo cui il lavoratore non può vedere trasformato il suo contratto di lavoro da tempo parziale a tempo pieno contro la propria volontà.
Il Tribunale ordinario di Trento, ritenendo fondata la questione, ha chiesto alla Corte di Giustizia di chiarire se la direttiva comunitaria vieti alle legislazioni nazionali degli Stati membri di prevedere la possibilità –per il datore di lavoro– di disporre la trasformazione del rapporto di lavoro da part-time a tempo pieno, anche contro la volontà del lavoratore.
La Corte di giustizia, con la sentenza depositata ieri, ha escluso che sussista questo tipo di divieto nel diritto comunitario, partendo dall'assunto che la direttiva 97/81 persegue la finalità di promuovere il lavoro a tempo parziale e di eliminare le discriminazioni tra i lavoratori, lasciando liberi gli Stati membri di scegliere la forma e i mezzi con cui conseguire questi risultati.
La Corte ricorda che l'accordo quadro il quale ha dato vita alla direttiva rimette agli Stati membri e alle parti sociali la definizione delle modalità di applicazione dei principi generali concordati a livello comunitario; uno di questi principi –la clausola 5, punto 2– stabilisce che il rifiuto di un lavoratore di essere trasferito da un lavoro a tempo pieno ad uno a tempo parziale, o viceversa, non può costituire motivo valido per il licenziamento (pur essendo possibile procedere al recesso, se esistono altre ragioni quale, ad esempio, la necessità di funzionamento dell'azienda).
La Corte di giustizia ritiene che, sulla base di questa clausola, non esiste alcun obbligo per gli Stati membri di adottare una normativa che subordini al consenso del lavoratore la trasformazione del suo contratto di lavoro da contratto a tempo parziale in contratto a tempo pieno. La regola è volta unicamente ad escludere che l'opposizione di un lavoratore a una simile trasformazione del proprio contratto di lavoro possa costituire l'unico motivo del suo licenziamento, in assenza di altre ragioni obiettive. Sulla base di questa normativa, quindi, uno Stato membro può legittimamente consentire al datore di lavoro di disporre, per ragioni obiettive, la trasformazione del contratto di lavoro da contratto a tempo parziale in contratto a tempo pieno senza il consenso del lavoratore.
La sentenza, quindi, lascia ampia libertà agli Stati membri di decidere come regolare la trasformazione; in questo senso, non sembra esserci alcun impatto sulla normativa esistente (fatta salva la conferma della legittimità del collegato lavoro per il pubblico impiego) in quanto ogni Paese è libero di richiedere oppure no il consenso
(articolo Il Sole 24 Ore del 16.10.2014).

PUBBLICO IMPIEGOIn tempo pieno. Part-time trasformato senza l'ok.
È legittima e non contraria al diritto dell'Ue la norma del collegato lavoro del 2010 (legge n. 183/2010) che ha previsto la possibilità per le pubbliche amministrazioni di (ri)trasformare il regime di un rapporto di lavoro da part-time a tempo pieno. È legittima perché i principi Ue (in particolare quelli dettati dalla direttiva n. 97/81/Ce) non vietano che una normativa possa riconoscere al solo datore di lavoro la facoltà di disporre la trasformazione di un contratto di lavoro da tempo parziale a tempo pieno, cioè senza il consenso del lavoratore interessato.

Lo ha stabilito la Corte di giustizia europea, Sez. III, nella sentenza 15.10.2014 n. C-221/13.
La questione riguardava la posizione di una dipendente del ministero della giustizia, alla quale era stato posto fine al regime di part-time ottenuto dal 28.08.2000 con il ritorno al tempo pieno dal 01.04.2011, per via dell'art. 16 del collegato lavoro.
La lavoratrice ricorreva al tribunale di Trento lamentando che la decisione dovesse essere dichiarata illegittima, perché assunta dal ministero unilateralmente, senza il suo consenso, quindi contraria alla direttiva Ue n. 97/81 la quale sancisce il principio per cui il lavoratore non può vedere trasformato il suo contratto di lavoro contro la sua volontà. Il tribunale ha rimesso la questione alla corte Ue al fine di verificare se davvero l'art. 16 della legge n. 183/2010 possa ritenersi contrario alla direttiva Ue.
La Corte è stata di parere contrario: una cosa è la trasformazione da tempo pieno a tempo parziale (in cui si riducono le tutele al lavoratore, che nel caso rappresentate dal maggiore tempo di lavoro e dunque da una maggiore retribuzione), un'altra la trasformazione da tempo parziale a pieno (in cui, invece, le tutele aumentano).
Pertanto, nel ritenere legittima la norma del collegato lavoro, la Corte ha affermato che le norme Ue (clausola 5, punto 2, della direttive n. 97/81) «non osta a una normativa nazionale in base alla quale il datore di lavoro può disporre la trasformazione di un contratto di lavoro da contratto a tempo parziale in contratto a tempo pieno senza il consenso del lavoratore interessato» (articolo ItaliaOggi del 16.10.2014).

PUBBLICO IMPIEGONo a nuovi concorsi, prima gli idonei. Per un altro bando va spiegato il mancato utilizzo di una graduatoria valida. Tar Lazio. Bocciata la selezione interna alla Pa, identica alla precedente, per 250 allievi marescialli carabinieri.
Nuove speranze di assunzione per chi supera un concorso ma non si colloca in una posizione utile: lo precisa il TAR Lazio-Roma, Sez. I-bis, con la sentenza 14.10.2014 n. 10318. L'amministrazione deve infatti motivare la propria scelta tra attingere idonei da una precedente graduatoria oppure bandire un nuovo concorso.
Per indire un nuovo concorso occorre indicare le ragioni della mancata utilizzazione di una graduatoria ancora valida ed efficace. Nel caso specifico è stato ritenuto illegittimo il bando di concorso interno, per titoli ed esami, per 250 allievi marescialli dell'arma dei carabinieri, perché l'amministrazione della Difesa non ha, nel decreto che ha approvato il bando stesso, fornito un'adeguata motivazione circa le ragioni del mancato scorrimento della graduatoria ancora valida ed efficace del precedente identico concorso.
Il criterio generale da applicare è che, nel motivare l'opzione preferita, l'amministrazione deve tenere nel massimo rilievo la circostanza che l'attuale ordinamento afferma un generale favore circa l'utilizzazione della graduatoria degli idonei, favore che viene meno solo in presenza di speciali discipline di settore, di particolari circostanze di fatto o di ragioni di interesse pubblico prevalente che devono, comunque, essere puntualmente specificate nel provvedimento di indizione del nuovo concorso. Da tempo è infatti emersa (Consiglio di Stato, adunanza plenaria 14/2011) una sostanziale inversione del rapporto tra l'opzione per un nuovo concorso e la decisione di scorrimento della graduatoria preesistente ed efficace.
Quest'ultima modalità di reclutamento rappresenta ormai la regola generale, mentre l'indizione del nuovo concorso costituisce l'eccezione e richiede un'apposita e approfondita motivazione, che dia conto del sacrificio imposto ai concorrenti idonei e delle preminenti esigenze di interesse pubblico.
Una motivata deroga alla graduatoria valida ed efficace potrebbe essere consentita, ad esempio, in presenza di: a) graduatorie estremamente datate; b) ricerca di personale dotato di requisiti fondamentalmente diversi da quelli in possesso dei precedenti idonei; c) tipo differente di selezione decisa, eventualmente con passaggi più rigorosi; d) presenza di speciali disposizioni legislative che impongano una precisa cadenza periodica del concorso, collegata anche a peculiari meccanismi di progressioni nelle carriere; e) esigenza preminente di determinare, attraverso le nuove procedure concorsuali, la stabilizzazione del personale precario; f) intervenuta modifica sostanziale della disciplina applicabile alla procedura concorsuale, rispetto a quella riferita alla graduatoria ancora efficace, con particolare riguardo al contenuto delle prove di esame e ai requisiti di partecipazione.
Ad esempio vi può essere un particolare rilievo dell'introduzione di una prova di lingua straniera o una più specifica indicazione dell'oggetto delle prove di contenuto giuridico, tecnico, o anche solo di uso di apparecchiature informatiche. Sul tema della validità delle graduatorie, il Consiglio di Stato (6247/2013) aveva già sottolineato il fenomeno delle proroghe generalizzate al 31.12.2012 (articolo 1, comma 4, Dl 216/2011, cosiddetto Milleproroghe); successivamente, l'articolo 4, comma 4, del Dl 101/2013 (legge 125) ha prorogato al 31.12.2016 l'efficacia delle graduatorie dei concorsi pubblici per assunzioni a tempo indeterminato.
Una proroga peraltro che pone diversi interrogativi, in parte risolti dalla circolare del ministero per la Semplificazione 5/2013, ma sempre sulla base del favore per i soggetti idonei, seppur non utilmente graduati (articolo Il Sole 24 Ore del 18.10.2014).

EDILIZIA PRIVATA: Il Comune legittimamente dichiara la intervenuta decadenza del permesso di costruire una volta accertata la impossibilità di accordare la richiesta proroga e quindi l’inverarsi di una colpevole inerzia nell’osservanza dei tempi di inizio e completamento dei lavori, quale presupposto di fatto e di diritto per la dichiarazione di decadenza.
Quanto al motivo costituito dalla crisi congiunturale dell’edilizia trattasi, invero, di ragioni di carattere generale attinenti a considerazioni di tipo economico del tutto generiche, non aventi, per l’astrattezza delle stesse, rilevanza alcuna con l’obbligo di osservare i tempi di inizio e completamento dei lavori, sicché appare del tutto impossibile considerare la “crisi congiunturale” un motivo valido per giustificare l’inerzia.

Le doglianze di parte appellante non appaiono condivisibili.
Dunque la richiesta di proroga di che trattasi è stata avanzata dagli interessati come esposto nel provvedimento in contestazione, per due precipue ragioni:
a) per le incertezze economiche e finanziarie derivanti dall’operazione immobiliare in relazione al contenzioso intercorso col Comune circa la quantificazione del contributo di costruzione;
b) per la grave crisi economica che ha afflitto il settore dell’edilizia con le relative, concrete ricadute.
Occorre andare a verificare se tali ragioni collimano con le circostanze previste dall’art. 15 del DPR n.380/2001 per farsi luogo alla proroga, come sostenuto dalla parte appellante, oppure no, come in sostanza assunto dall’Amministrazione comunale.
Il citato articolo di legge prevede che “i termini possono essere prorogati con provvedimento motivato per fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso” e ancora che … “la proroga può essere accordata con provvedimento motivato esclusivamente in considerazione della mole dell’opera da realizzare o delle particolari caratteristiche tecnico- costruttive:..”.
Ebbene, il diniego risulta essere stato correttamente adottato, atteso che le ragioni addotte a sostegno della richiesta di proroga appaiono eccedere l’ambito naturale descritto dal citato art. 15 per la concessione del beneficio de quo.
La norma in questione presuppone infatti una condizione ben precisa, costituita dalla sopravvenienza di fatti estranei alla volontà del titolare della concessione edilizia e tali non sono le circostanze dedotte dai sigg.ri Marconi.
Quanto al motivo costituito dalla crisi congiunturale dell’edilizia, trattasi invero, di ragioni di carattere generale attinenti a considerazioni di tipo economico del tutto generiche, non aventi, per l’astrattezza delle stesse, rilevanza alcuna con l’obbligo di osservare i tempi di inizio e completamento dei lavori, sicché appare del tutto impossibile considerare la “crisi congiunturale” un motivo valido per giustificare l’inerzia.
Alcuna incidenza diretta e concreta può altresì avere la pendenza tra le stesse parti del contenzioso in ordine alla quantificazione del contributo di costruzione, la cui determinazione, come stabilita dal Comune, peraltro, nasce ed è conosciuta in coincidenza del rilascio del titolo ad aedificandum (e non successivamente).
Non si riesce in ogni caso a comprendere invero il ruolo per così dire “paralizzante” della questione del quantum degli oneri concessori con riguardo ai termini fissati dal citato art. 15, se non come circostanza del tutto estranea alla tempistica dei lavori, dovendosi altresì rilevare, a voler entrare nell’ottica della “pesantezza” dei costi finanziari da sostenersi per l’operazione immobiliare, che non viene data dimostrazione della concreta incidenza sulla situazione finanziaria degli appellanti e tenuto altresì conto del fatto che in teoria un eventuale esito positivo della controversia consentirebbe la ripetizione degli oneri richiesti (in più) in pagamento.
Ferma restando la inattendibilità ai fini della proroga delle circostanze addotte, neppure si invera la condizione, pure prevista dall’art. 15 citato, secondo cui la proroga potrebbe essere possibile in considerazione della mole dell’opera da realizzare o delle sue particolari caratteristiche tecnico-costruttive: invero circostanze relative alla difficoltà di esecuzione delle modalità di realizzazione dell’opera edilizia non vengono minimamente in rilievo dalla documentazione di causa e comunque non sono rappresentate dagli interessati e tantomeno documentate.
In definitiva sul punto occorre convenire che a sostegno della chiesta proroga parte appellante ha posto delle “problematiche” che non rispondono ai requisiti dettati dall’art. 15 citato, perché non possono farsi rientrare tra i “fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso”.
Se così è, il Comune ha del pari correttamente proceduto a dichiarare la intervenuta decadenza del permesso di costruire, una volta accertata la impossibilità di accordare la richiesta proroga e quindi l’inverarsi di una colpevole inerzia nell’osservanza dei tempi di inizio e completamento dei lavori, quale presupposto di fatto e di diritto per la dichiarazione di decadenza (cfr Cons. Stato Sez. IV 07/09/2011 n. 5028; idem 29/01/2008 n. 249) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 06.10.2014 n. 4975 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: La mancata indicazione degli oneri da rischi specifici non comporta l'esclusione del concorrente dalla gara.
L'art. 87, comma 4, del D.Lgs. n. 163/2006, che fa espresso riferimento agli oneri relativi alla sicurezza, non contiene alcun elemento testuale da far ritenere che la mancata indicazione degli oneri da rischi specifici comporti l'esclusione del concorrente dalla gara; né tale indicazione è contenuta in altre previsioni normative (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 06.10.2014 n. 1624 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

CONSIGLIERI COMUNALI: Dalle più recenti pronunzie del Consiglio di Stato, suffragate da costante giurisprudenza precedente, si traggono i seguenti principi di diritto:
a) la legittimazione dei consiglieri dissenzienti ad impugnare le delibere dell'organo di cui fanno parte ha carattere eccezionale, dato che il giudizio amministrativo non è di regola aperto alle controversie tra organi o componenti di organi di uno stesso ente, ma è diretto a risolvere controversie intersoggettive, per cui essa rimane circoscritta alle sole ipotesi di lesione della loro sfera giuridica, come per esempio lo scioglimento dell'organo o la nomina di un commissario ad acta, in cui detto effetto lesivo discende ab externo rispetto all'organo di cui fa parte;
b) la legittimazione ad agire del consigliere non risiede nella deviazione dell'atto impugnato rispetto allo schema normativamente previsto, quando da essa non derivi la compressione di una sua prerogativa inerente all'ufficio, occorrendo in ogni caso aver riguardo a questo fine, alla natura e al contenuto della delibera impugnata e non già delle norme interne relative al funzionamento dell'organo;
c) la contestazione del componente di un organo collegiale non può limitarsi a censurare l'oggetto o le modalità di formazione della deliberazione del medesimo organo, senza dedurre che da esse ne sia derivata una lesione delle sue prerogative, giacché questa non discende automaticamente da violazioni di forma o di sostanza nell'adozione di un atto deliberativo.

5.1. Dalle più recenti pronunzie del Consiglio di Stato (Cons. Stato, Sez. V, 19.04.2013, n. 2213; Cons. Stato, Sez. V, 07.07.2014, n. 3446), suffragate da costante giurisprudenza precedente, si traggono i seguenti principi di diritto:
a) la legittimazione dei consiglieri dissenzienti ad impugnare le delibere dell'organo di cui fanno parte ha carattere eccezionale, dato che il giudizio amministrativo non è di regola aperto alle controversie tra organi o componenti di organi di uno stesso ente, ma è diretto a risolvere controversie intersoggettive, per cui essa rimane circoscritta alle sole ipotesi di lesione della loro sfera giuridica, come per esempio lo scioglimento dell'organo o la nomina di un commissario ad acta, in cui detto effetto lesivo discende ab externo rispetto all'organo di cui fa parte (Cons. Stato, Sez. V, 31.01.2001, n. 358, e, più recentemente, Cons. Stato, Sez. V, 19.02.2007, n. 826; 09.10.2007, n. 5280; Cons. Stato, Sez. V, 29.04.2010, n. 2457; Cons. Stato, Sez. V, 24.03.2011, n. 1771; Cons. Stato, Sez. V, 21.03.2012, n. 1610);
b) la legittimazione ad agire del consigliere non risiede nella deviazione dell'atto impugnato rispetto allo schema normativamente previsto, quando da essa non derivi la compressione di una sua prerogativa inerente all'ufficio, occorrendo in ogni caso aver riguardo a questo fine, alla natura e al contenuto della delibera impugnata e non già delle norme interne relative al funzionamento dell'organo (Cons. Stato, Sez. V, 15.12.2005, n. 7122);
c) la contestazione del componente di un organo collegiale non può limitarsi a censurare l'oggetto o le modalità di formazione della deliberazione del medesimo organo, senza dedurre che da esse ne sia derivata una lesione delle sue prerogative, giacché questa non discende automaticamente da violazioni di forma o di sostanza nell'adozione di un atto deliberativo (Cons. Stato, Sez. V, 29.04.2010, n. 2457).
5.2. Alla luce della giurisprudenza richiamata, la domanda dei ricorrenti deve essere dichiarata inammissibile, in quanto essi, con il ricorso proposto, non hanno denunziato in alcun modo una violazione delle prerogative consiliari, ma solo la deviazione del procedimento di approvazione del bilancio consultivo dagli schemi legali.
Né gli argomenti spesi dalla difesa dei ricorrenti nel corso della discussione valgono a mutare le conclusioni testé illustrate: nonostante l’illegittimità lamentata, i ricorrenti sono stati messi nelle condizioni di partecipare all’adunanza del Consiglio Comunale e di incidere, partecipando alla discussione ed esercitando il diritto di voto, sulla deliberazione finale. La circostanza che essi non abbiano, in tutto o in parte, esercitato le proprie prerogative non comporta che queste siano state lese (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 06.10.2014 n. 1602 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Sugli oneri per la sicurezza nelle gare di appalto.
In tema di gare pubbliche, si distinguono due tipologie di oneri per la sicurezza: quelli per le c.d. "interferenze" (relativi a quei contatti rischiosi che possono prodursi tra il personale della stazione appaltante e quello dell'appaltatore o tra quello delle varie imprese che operano congiuntamente nel cantiere), i quali sono predeterminati dall'amministrazione e quelli da rischio c.d. "specifico" o "aziendale", che variano in rapporto alla qualità ed entità dell'offerta e che, normalmente, non sono predeterminabili dalla P.A..
Ritenuto che, specie nel settore delle forniture e degli appalti di servizi intellettuali (dove il rischio aziendale ha minore possibilità d'incidenza), il combinato disposto degli art. 86, c. 3-bis e 87, c. 4, D.lgs. 12.04.2006 n. 163, nonché dell'art. 26, c.6, D.lgs. 09.04.2008 n. 81 non impone alle imprese partecipanti l'obbligo, a pena di esclusione, di indicare già in sede di offerta gli oneri per la sicurezza "aziendale", trattandosi di elementi che vanno viceversa specificati e verificati ai soli fini del giudizio di anomalia. E ciò a maggior ragione, in presenza di una dichiarazione di oneri pari a zero, ovvero quando queste siano comunque di entità talmente esigua da essere assimilabili a zero.
Pertanto, nel caso di specie, in presenza di tali presupposti (presentazione da parte dell'aggiudicataria di una dichiarazione in cui si indica che gli oneri in questione sono pari a zero, mancata dimostrazione da parte della ricorrente di fattori di rischi nell'appalto tali da incidere sulla congruità dell'offerta, valutazione positiva di congruità da parte della stazione appaltante), la contestata misura espulsiva appare frutto di un'impostazione esclusivamente formalistica, che non risponde né all'interesse sostanziale dell'amministrazione, né alle esigenze di tutela della sicurezza dei lavoratori, in presenza, peraltro, di una richiesta dichiarazione, da rendersi ai sensi del D.P.R. n. 445/2000, "di osservare le norme tutte dettate in materia di sicurezza dei lavoratori, in particolare di rispettare tutti gli obblighi in materia di sicurezza e condizioni nei luoghi di lavoro, come dettate dal D.lgs. n. 81/2008", che l'amministrazione si riserva di verificare (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 06.10.2014 n. 1601 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

EDILIZIA PRIVATA: La mancata sottoscrizione integrale del capitolato non integra una legittima causa di esclusione, essendo in contrasto con il principio di tassatività espresso dall’art. 46, comma 1-bis, del d.l.vo 2006, n. 163;
Parimenti, la mancata allegazione della copia conforme del certificato del sistema di qualità, allegato dalla ricorrente ai fini del dimezzamento della cauzione provvisoria ed effettivamente in suo possesso, non integra una causa di esclusione, in ragione della previsione dell’art. 75 del codice degli appalti, richiamato dalla lettera di invito, ma determina, piuttosto, l’attivazione del dovere di soccorso da parte della stazione appaltante.
Ritenuto in particolare che:
- la lex specialis di gara richiama espressamente l’art. 125 del codice degli appalti, sicché la procedura in esame risulta sottoposta ai principi generali del codice, compreso quello di tassatività delle cause di esclusione, quanto meno in ragione dell’autovincolo risultante dalla disciplina di gara (in argomento Consiglio di Stato, Ad. Pl., 25.02.2014, n. 9);
- di conseguenza, la mancata sottoscrizione integrale del capitolato non integra una legittima causa di esclusione, essendo in contrasto con il principio di tassatività espresso dall’art. 46, comma 1-bis, del d.l.vo 2006, n. 163;
- parimenti, la mancata allegazione della copia conforme del certificato del sistema di qualità, allegato dalla ricorrente ai fini del dimezzamento della cauzione provvisoria ed effettivamente in suo possesso, non integra una causa di esclusione, in ragione della previsione dell’art. 75 del codice degli appalti, richiamato dalla lettera di invito, ma determina, piuttosto, l’attivazione del dovere di soccorso da parte della stazione appaltante.
Ritenuto, in definitiva, che il ricorso è fondato e deve essere accolto, mentre le spese seguono la soccombenza nei rapporti tra la ricorrente e l’amministrazione resistente e vengono liquidate in dispositivo, ferma restandone la compensazione nei rapporti tra le altre parti
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 01.10.2014 n. 2411 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTITurbativa d'asta sempre reato. Non è rilevante il risultato: è sufficiente la condotta. CASSAZIONE/ Una sentenza sminuisce il peso dell'influenza sull'esito della gara.
La turbativa d'asta è un reato di pericolo teso ad assicurare i principi di parità di trattamento, trasparenza e neutralità nell'ambito delle procedure indette dalle stazioni appaltanti, per cui deve ritenersi integrato anche in mancanza di una influenza delle condotte collusive sul risultato della gara, essendo sufficiente che siano state tenute condotte che sono previste dalla legge di per sé stesse idonee a determinare la turbativa.
Lo ha stabilito la VI Sez. penale della Corte di Cassazione con la sentenza 29.09.2014 n. 40304.
Nel caso concreto il rappresentante legale di una ditta che ha preso parte ad una gara d'appalto indetta da una società pubblica è stato sottoposto a procedimento penale per i reati di turbata libertà degli incanti e corruzione.
In dettaglio, il rimprovero mosso nei suoi confronti è stato quello di aver turbato lo svolgimento della selezione insistendo -anche per il tramite di regalie- con il referente della procedura affinché questi sottoponesse a serrata verifica di anomalia l'offerta di altra partecipante. È essenziale precisare che la richiesta sottobanco -ancorché in contrasto con i più elementari principi di trasparenza e imparzialità dell'azione amministrativa- ha, comunque, permesso di snidare irregolarità essenziali dell'offerta sottoposta a verifica. Da qui l'esclusione dell'impresa concorrente e l'aggiudicazione della gara in favore dell'imputato.
All'esito dei giudizio di primo grado, il tribunale ha condannato l'imprenditore per entrambi i reati lui ascritti. La Corte d'appello, diversamente, ha confermato la condanna per turbativa d'asta e assolto l'imputato dal reato di corruzione per insufficienza di prova.
All'imprenditore non è rimasto che rivolgersi in ultima istanza alla Suprema corte di cassazione. Agli ermellini è stato chiesto di annullare la sentenza della Corte d'appello a cagione degli evidenti vizi in cui si sarebbero imbattuti i giudici del collegio: secondo la difesa, infatti, il reato contestato abbisogna della realizzazione dell'evento di pericolo, in particolare l'effettiva alterazione del risultato della gara causato da perturbamenti e alterazioni. Ciò che, sempre a dir della difesa, non si sarebbe verificato nel caso di specie posto che il comportamento dell'imputato -pure biasimevole- non avrebbe comunque influito sulla individuazione del migliore offerente da parte della stazione appaltante.
La Corte, nel confermare il giudizio di reità dell'imprenditore, ha spiegato la natura del reato di turbativa d'asta, osservando come l'evento naturalistico, in tale fattispecie, possa essere costituito oltre che dall'impedimento della gara anche da un semplice turbamento, situazione quest'ultima che si verifica quando la condotta fraudolenta o collusiva abbia -anche soltanto influito- sulla regolare procedura della gara medesima, essendo irrilevante che si produca un'effettiva alterazione dei risultati della medesima.
Inoltre, è stato sottolineato come la norma faccia riferimento ai concetti di «collusione» e «turbamento»: per collusione deve intendersi qualsiasi rapporto clandestino, intercorrente tra soggetti privati in qualsiasi modo interessati alla gara o tra questi e i preposti alla gara, diretto a influire sull'esito della stessa; per turbamento, invece, deve intendersi la influenza della condotta collusiva sulle regolari procedure di gara, essendo irrilevante che il risultato di essa sia o meno conforme a quello che si sarebbe prodotto senza tali interferenze: ciò che conta ai fini della configurabilità del reato è «lo sviamento del processo decisionale a individuazione del vincitore».
In conclusione, la fattispecie di cui all'art. 353, comma 2, del codice penale, è un chiaro esempio di «reato di pericolo», teso a minare la trasparenza e neutralità dell'azione della pubblica amministrazione per l'acquisizione della miglior offerta e la garanzia di condizioni di parità di trattamento tra concorrenti, secondo principi di lealtà e correttezza; esso è integrato anche in mancanza di una influenza delle condotte collusive sul risultato della gara, «essendo sufficiente che siano state tenute condotte che sono previste dalla legge di per sé stesse idonee a determinare la turbativa» (articolo ItaliaOggi Sette del 20.10.2014).
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MASSIMA
L'evento naturalistico del reato di turbata libertà degli incanti può essere costituito oltre che dall'impedimento della gara anche da un suo turbamento, situazione quest'ultima che si verifica quando la condotta fraudolenta o collusiva abbia anche soltanto influito sulla regolare procedura della gara medesima, essendo irrilevante che si produca un'effettiva alterazione dei risultati di essa (tratta da www.neldiritto.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - PUBBLICO IMPIEGO: Atti sul lavoro non toccati dall'autotutela della p.a..
Gli atti gestionali del rapporto di lavoro posti in essere dalla p.a., sono espressione di poteri privatistici e quand'anche incautamente adottati in odore di responsabilità amministrativa per danno erariale, non possono essere vanificati dal regime dell'autotutela amministrativa a danno dei «diritti acquisiti» dai lavoratori sul piano privatistico.

Con sentenza 25.09.2014 il Giudice del lavoro del Tribunale di Potenza ha condannato un'Azienda sanitaria, la quale, in assoluta controtendenza rispetto al diffuso clima di razionalizzazione e revisione della spesa pubblica, adottava una delibera aziendale che, in recepimento di accordi fissati in sede di contrattazione integrativa aziendale, riconosceva in capo a detti dirigenti una provvidenza retributiva accessoria mensile definita «assegno ad personam». Salvo poi, successivamente annullarla, avvedendosi solo tardivamente dell'inesistenza di una previsione normativa o collettiva nazionale giustificativa di tale emolumento retributivo accessorio.
La sentenza spiega anche la compatibilità dell'assegno ad personam con il principio della parità di trattamento contrattuale, sul presupposto che il principio paritetico vada normativamente inteso come rispetto di un limite minimo del trattamento contrattuale, riservato alla «parte debole» del rapporto di lavoro, da cui ben può residuare la negoziazione di un trattamento migliorativo differenziato per determinate categorie di lavoratori, di concerto con le parti sociali ancorché adottato solamente in sede decentrata (articolo ItaliaOggi Sette del 20.10.2014).

APPALTI: È illegittima l'esclusione di una ditta che in sede di gara ha reso delle dichiarazioni in lingua straniera tradotta in italiano, la cui interpretazione presentava dei dubbi.
Il primo motivo del ricorso principale è infondato:
- la dichiarazione resa dalla casa costruttrice SEAT S.A. soddisfa il requisito previsto dal bando di gara in quanto la dichiarazione resa dalla casa costruttrice di autorizzare la Volkswagen Group Firenze a partecipare alla gara, ad offrire i prodotti SEAT, e a stipulare i relativi contratti di fornitura implica l’assunzione della responsabilità della casa costruttrice circa l’esatto adempimento contrattuale da parte della società concorrente, costituendo idonea garanzia per la stazione appaltante circa la corretta esecuzione della fornitura e del connesso servizio di “service”;
- qualora vi fossero stati dubbi o incertezze circa l’interpretazione della dichiarazione, resa in lingua straniera e poi tradotta in italiano, la stazione appaltante –in applicazione dell’art. 46, c. 1, del D.lgs. 163/2006, espressamente richiamato nel bando, avrebbe dovuto chiedere chiarimenti e giammai avrebbe potuto disporre l’esclusione dell’offerente non essendo la dichiarazione mancante (cfr. Cons. Stato Sez. III 09/05/2014 n. 2376), tanto più se si tiene conto della disposizione recata dall’art. 46 comma 1-ter, del D.Lgs. 163/2006, introdotto dal D.L. 90/2014 convertito in L. 114/2014, che estende la disposizione dell’art. 38, comma 2-bis, anche ai casi di mancanza, incompletezza o irregolarità di dichiarazioni anche di soggetti terzi che devono essere prodotte dai concorrenti in sede di gara, che pur non essendo direttamente applicabile alla fattispecie in esame –in quanto il bando è stato pubblicato prima dell’entrata in vigore del D.L. 90/2014- offre quale indice ermeneutico, la chiara volontà del Legislatore di valorizzare il soccorso istruttorio (cfr. Cons. Stato A.P. 30/07/2014 n. 16);
- la pretesa della ricorrente diretta ad ottenere l’esclusione della controinteressata deve ritenersi di conseguenza destituita di fondamento e quindi il primo motivo deve essere respinto (Tar Lazio-Roma, Sez. I-ter, sentenza 26.09.2014 n. 10028 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ENTI LOCALIRevisori legali senza limiti. Il Tar Sicilia sugli incarichi ai consulenti.
Consulenti del lavoro, incarichi da revisori legali senza limitazioni.

Il TAR Sicilia-Palermo, Sez. I, con la sentenza 16.09.2014 n. 2285, ha deciso infatti che i Consulenti del lavoro, iscritti all'Albo dei revisori Legali, possono svolgere la funzione di presidente o componente del Collegio dei revisori dei conti negli Enti locali.
La sentenza interviene sospendendo l'esecuzione della delibera consiliare n. 27/2009, con la quale si dichiarava la decadenza del Consulente del Lavoro, già iscritto all'albo dei revisori legali, dalla carica di componente del Collegio revisori dei conti dell'Ente, perché non iscritto anche all'Albo dei «dottori commercialisti ed esperti contabili» come imposto dalla legge 142/1990.
Ma l'abilitazione all'esercizio della professione di revisore legale è stabilita dal dlgs 27.01.1992 n. 88, che dispone che «il presidente e i componenti dei collegi dei revisori dei conti, degli enti locali, devono essere iscritti nel registro dei revisori contabili».
Pertanto, conseguita I'abilitazione e l'iscrizione nel relativo registro è preclusa ogni ulteriore discriminazione in ragione dell'iscrizione o meno ad altri albi. Di conseguenza i Consulenti del lavoro possono essere revisori legali senza limitazioni (articolo ItaliaOggi del 14.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: Per il compenso del legale pesa l'interesse del cliente.
Quando si valuta il compenso professionale spettante al legale, per l'incarico svolto, non si deve tener conto solo del valore complessivo dell'affare convenzionalmente stabilito nel contratto, ma è opportuno considerare anche l'interesse della parte, che ha accordato l'incarico, rispetto al risultato da raggiungere.

Lo hanno affermato i giudici della II Sez. civile della Corte di Cassazione, con sentenza 15.09.2014 n. 19406.
I giudici di piazza Cavour si sono espressi circa il caso in cui una società si opponeva al decreto ingiuntivo chiesto e ottenuto da un avvocato per il pagamento degli onorari, a seguito dell'attività stragiudiziale regolarmente svolta. La società deduceva che il legale non aveva effettuato tutte le prestazioni indicate. In primo grado il tribunale accoglieva l'opposizione. In secondo grado i giudici accoglievano, poi, il gravame proposto dal legale, stabilendo che il compenso doveva essere commisurato al valore complessivo delle opere quale poteva ricavarsi dalla lettera di conferimento.
La società, lamentando l'errore della Corte d'appello che non aveva condiviso l'individuazione dell'oggetto, proponeva ricorso per cassazione, considerando sufficiente e necessaria la sola prospettazione della lettera di incarico, indicante il valore convenzionale dell'affare. Secondo la Suprema corte, la Corte d'appello «non ha mai in alcun modo affrontato la questione posta circa la determinazione del valore dell'oggetto dell'incarico, essendosi limitata a considerare che la sola indicazione dell'importo di 3 miliardi contenuta nell'oggetto della lettera d'incarico riguardasse il valore convenzionale attribuito all'oggetto del contratto, prescindendo da ogni ulteriore valutazione in ordine alla situazione nella quale si trovava la lottizzazione e al relativo iter, così da poter meglio definire quale fosse l'effettivo e specifico interesse della parte che conferiva l'incarico rispetto al risultato dello stesso».
Pertanto al fine del calcolo dell'onorario del professionista si deve valutare non soltanto l'importanza della prestazione svolta ma anche i risultati e i vantaggi che il cliente ha ottenuto (articolo ItaliaOggi Sette del 13.10.2014).

TRIBUTI: Cessioni neutre per le cubature. Nessun incremento di valore fino al rilascio della concessione edilizia. Imposte locali. La Ctr respinge la pretesa del Comune che aveva rettificato il valore del terreno ai fini Ici.
La cessione di cubatura non determina, di per sé, un incremento di valore ai fini Ici dei beni immobili dell'acquirente. Allo scopo è infatti necessario che il Comune rilasci in favore di quest'ultimo una concessione edilizia.
Così si è espressa la Ctr di Milano, sez. staccata di Brescia, nella sentenza 11.09.2014 n. 4569/64/14.
Si tratta di una questione molto diffusa che va assumendo sempre maggiore rilevanza. Nel caso in esame, il proprietario di un terreno edificabile aveva ceduto a terzi, con atto di donazione modale, la cubatura realizzabile sull'area. Il Comune aveva notificato al donatario un avviso di accertamento di valore ai fini Ici, nel quale si determinava l'imponibile delle aree da questi possedute tenendo conto anche della maggiore volumetria realizzabile in ragione della suddetta donazione.
La Commissione ha accolto la tesi del contribuente e ha annullato l'avviso, compensando tuttavia le spese. Secondo i giudici di secondo grado, la cessione di cubatura rappresenterebbe una fattispecie a formazione progressiva il cui momento di perfezionamento sarebbe costituito dall'assenso del Comune, espresso tramite rilascio di una concessione edilizia in favore dell'acquirente. Fino ad allora, il negozio giuridico tra le parti avrebbe effetti meramente obbligatori.
Nel caso di specie, il Comune si era limitato a eccepire che la mera inclusione di un'area nello strumento urbanistico generale era condizione necessaria e sufficiente ai fini dell'attribuzione della qualifica di edificabilità, ma non aveva in alcun modo comprovato il rilascio dell'autorizzazione a edificare in favore del donatario. È peraltro evidente che, in tale ottica interpretativa, il Comune sarebbe stato legittimato a pretendere il pagamento dell'Ici sull'area del donante, senza tener conto della "spoliazione" intervenuta, in quanto non ancora perfezionata.
Su natura e portata della cessione di cubatura in passato si sono confrontate molte tesi. Va sottolineato che la controversia decisa dai giudici lombardi riguarda l'annualità 2006, molto precedente alla modifica apportata con il Dl 70/2011 che ha introdotto l'articolo 2643-bis del Codice civile, imponendo la trascrizione degli atti che trasferiscono o modificano diritti edificatori, comunque denominati. In virtù di tale novella, l'opinione maggioritaria propende per la natura di diritto reale sui generis della cubatura. La questione tuttavia rimane aperta, seppure sotto un diverso profilo. E invero, l'Ici, come l'Imu, si applica necessariamente solo su ciò che possa essere incorporato su beni immobili ben individuati.
Si ipotizzi allora il caso, piuttosto diffuso, in cui il proprietario cede, con effetti reali per l'appunto, la cubatura relativa a un terreno di sua proprietà a un terzo che si riserva di individuare se e su quale bene concretamente sfruttare tale maggiore volumetria. In situazioni simili, l'area che ha originato la volumetria iniziale ha perso gran parte del suo valore. Nel contempo però questa differenza di valore resta intassabile ai fini Imu, sino a quando essa non si incorpora in un immobile
(articolo Il Sole 24 Ore del 13.10.2014).

EDILIZIA PRIVATA: Il vincolo idrogeologico non comporta l’inedificabilità assoluta, ma semmai l’approntamento di particolari cautele: non ogni opera edilizia in zona vincolata può ritenersi pregiudizievole all'interesse pubblico, ma soltanto quelle che, in seguito a puntuale accertamento, risultino in contrasto con lo stesso
Con la seconda censura la parte istante sostiene che l’area di Opini è sottoposta a vincolo idrogeologico per l’intera superficie, con la conseguenza che il divieto di edificare riguardante le aree boscate si dovrebbe estendere ai terreni non boschivi.
Il rilievo è infondato.
Il vincolo idrogeologico non comporta l’inedificabilità assoluta, ma semmai l’approntamento di particolari cautele: non ogni opera edilizia in zona vincolata può ritenersi pregiudizievole all'interesse pubblico, ma soltanto quelle che, in seguito a puntuale accertamento, risultino in contrasto con lo stesso (TAR Piemonte, I, 13.06.2007, n. 2593; TAR Puglia, Lecce, I, 24.08.2005, n. 4122) (TAR Toscana, Sez. I, sentenza 01.07.2014 n. 1150 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: In tema di legittimazione processuale delle associazioni e dei comitati, il prevalente orientamento della giurisprudenza in base al quale, impregiudicato il criterio legale di legittimazione che la attribuisce agli enti a carattere nazionale iscritti nell'apposito elenco tenuto dal Ministero dell'ambiente, ai sensi dell'art. 13 della l. 08.07.1986 n. 349, è possibile che il riconoscimento della titolarità dell’azione sia attribuito ad associazioni o enti esponenziali locali i quali perseguano statutariamente, in modo non occasionale, obiettivi di tutela di determinati interessi della collettività ed abbiano un adeguato grado di rappresentatività e stabilità in un'area di afferenza ricollegabile alla zona in cui è situato il bene a fruizione pubblica che si assume leso.
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Anche in materia di interessi diffusi, nel nostro ordinamento non è ammessa l’azione popolare, vale a dire la possibilità per il quisque de populo di intraprendere un’iniziativa giurisdizionale in assenza della titolarità, sul piano sostanziale, di un interesse diretto, concreto e personale che lo ponga su un piano differenziato rispetto alla generalità dei consociati.
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Ai fini della legittimazione ad agire di un’associazione o di un comitato, non è sufficiente il mero scopo associativo o la finalità statutaria per differenziare l’interesse diffuso, specie quando, come nel caso in esame, il Comitato si è costituito non molto tempo prima della proposizione dell’impugnativa, con la conseguenza che, al momento del ricorso, il Comitato stesso non poteva reputarsi radicato nel territorio; la carenza di adeguata rappresentatività e radicamento nel territorio deve valutarsi anche in relazione al numero dei componenti, che, stando allo statuto, sono solo dieci.

Va richiamato, in tema di legittimazione processuale delle associazioni e dei comitati, il prevalente orientamento della giurisprudenza in base al quale, impregiudicato il criterio legale di legittimazione che la attribuisce agli enti a carattere nazionale iscritti nell'apposito elenco tenuto dal Ministero dell'ambiente, ai sensi dell'art. 13 della l. 08.07.1986 n. 349, è possibile che il riconoscimento della titolarità dell’azione sia attribuito ad associazioni o enti esponenziali locali i quali perseguano statutariamente, in modo non occasionale, obiettivi di tutela di determinati interessi della collettività ed abbiano un adeguato grado di rappresentatività e stabilità in un'area di afferenza ricollegabile alla zona in cui è situato il bene a fruizione pubblica che si assume leso (cfr., ex multis, Cons. Stato sez. IV, 08.11.2010, n. 7907; TAR Lombardia Brescia, sez. I, 11.03.2011, n. 398).
Per contro è indubitabile che, anche in materia di interessi diffusi, nel nostro ordinamento non è ammessa l’azione popolare, vale a dire la possibilità per il quisque de populo di intraprendere un’iniziativa giurisdizionale in assenza della titolarità, sul piano sostanziale, di un interesse diretto, concreto e personale che lo ponga su un piano differenziato rispetto alla generalità dei consociati (TAR Toscana, sez. II, 18.11.2011, n. 1765).
Orbene, gli enti esponenziali, onde poter essere ammessi alla tutela giurisdizionale, debbono agire per la difesa di specifici fini individuati nello Statuto; tuttavia tale specificità nel caso di specie manca, giacché lo Statuto del Comitato ricorrente opera un riferimento generico ed omnicomprensivo a finalità di tutela e valorizzazione della zona di Opini (documento n. 1 depositato in giudizio dai deducenti).
Ciò posto, il Collegio ritiene di aderire all’orientamento giurisprudenziale secondo cui, ai fini della legittimazione ad agire di un’associazione o di un comitato, non è sufficiente il mero scopo associativo o la finalità statutaria per differenziare l’interesse diffuso (Cons. Stato, sez. VI, 29.05.2008, n. 2546; TAR Puglia, Lecce, sez. I, 26.03.2010, n. 866), specie quando, come nel caso in esame, il Comitato si è costituito non molto tempo prima della proposizione dell’impugnativa, con la conseguenza che, al momento del ricorso, il Comitato stesso non poteva reputarsi radicato nel territorio (TAR Toscana, sez. II, 01.04.2011, n. 567); la carenza di adeguata rappresentatività e radicamento nel territorio deve valutarsi anche in relazione al numero dei componenti (TAR Toscana, sez. II, 01.04.2011, n. 567; idem, sez. I, 28.02.2012, n. 397), che, stando allo statuto, sono solo dieci (TAR Toscana, Sez. I, sentenza 01.07.2014 n. 1150 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Legittimità Ordinanza rimozione, smaltimento e ripristino dello stato dei luoghi, previa presentazione di un Piano di rimozione dei materiali da scavo.
L’onere probatorio della verifica della sussistenza di tutte le condizioni per l’applicazione del regime di favore e differenziato dei sottoprodotti rispetto a quello dei rifiuti è a carico di colui che lo invoca.
I provvedimenti impugnati risultano sostanzialmente immuni dalle censure dedotte in ragione della piena legittimità dell’ordine di rimozione e avvio a recupero e/o smaltimento del materiale depositato sull’area, ai sensi dell’art. 192 del d.lgs. n. 152/2006, che compete senza alcun dubbio al Sindaco nell’ipotesi di abbandono e deposito incontrollato di rifiuti.
Né avrebbe potuto in alcun modo ricevere applicazione la disciplina del recupero di rifiuti in sito a mezzo di impianto mobile di cui agli artt. 214 e 216 del codice dell’ambiente, nonché la correlata disciplina nazionale (d.M. 05.02.1998) e regionale (DGR Lombardia 10098/2009), che è rigorosamente subordinata alla circostanza che i rifiuti siano recuperati nel luogo di produzione e all’esito di severe valutazioni correlate alla qualità e provenienza del rifiuto.

Assunta la suddetta normativa di riferimento, il cui rispetto è essenziale ai fini dell’applicazione della disciplina dei sottoprodotti proprio per garantire che il materiale risponda ai requisiti dalla stessa prescritti, quello depositato presso l’area gestita dalla Suardi S.p.a. avrebbe potuto essere considerato sottoprodotto e non rifiuto solo ed esclusivamente alle condizioni e nel rispetto della procedura dettata dalla normativa di settore, ed in particolare mediante la presentazione del piano di utilizzo del materiale entro il perentorio termine previsto dalle disposizioni dell’art. 15 del d.m. 161 del 2012 (180 giorni dall’entrata in vigore del Regolamento) e secondo le modalità di cui all’art. 5 dello stesso d.m. 161/2012.
L’onere probatorio della verifica della sussistenza di tutte le condizioni per l’applicazione del regime di favore e differenziato dei sottoprodotti rispetto a quello dei rifiuti è, infatti, a carico di colui che lo invoca, come confermato anche dalla giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione, per la quale:
- “In tema di gestione dei rifiuti, l'esclusione dall'applicazione della disciplina sui rifiuti per le terre e rocce da scavo (art. 186, D.Lgs. 03.04.2006, n. 152) è subordinata alla prova positiva, gravante sull'imputato, della loro riutilizzazione secondo un progetto ambientalmente compatibile” (Cass. pen., sez. III, 12.06.2008, n. 37280);
- “Secondo l'attuale definizione contenuta nell'art. 183, comma 1, lett. p), d.lgs. n. 152 del 2006 (come modificata dal d.lgs. n. 4 del 2008), per la qualificazione di un residuo come sottoprodotto (nella specie, materiale proveniente dalla demolizione di un muro) si devono rispettare le seguenti condizioni: le sostanze ed i materiali -aventi un valore economico di mercato– devono essere originati da un processo non direttamente destinato alla loro produzione; il loro riutilizzo deve essere preventivamente programmato, certo, integrale ed avvenire direttamente nel corso del processo di produzione o utilizzazione; il materiale -senza necessità di trattamenti o di trasformazioni preliminari  deve soddisfare determinati requisiti merceologici e di qualità ambientale; in mancanza di una sola di dette condizioni, il residuo deve considerarsi un rifiuto” (Cass. pen., sez. III, 04.11.2008, n. 47085);
- “Quella dei sottoprodotti è una disciplina che prevede l'applicazione di un diverso regime gestionale in condizioni di favore, con la conseguenza che l'onere di dimostrare l'effettiva sussistenza di tutte le condizioni di legge incombe comunque su colui che l'invoca. … Deve affermarsi il principio secondo il quale i materiali provenienti da demolizioni rientrano nel novero dei rifiuti in quanto oggettivamente destinati all'abbandono; l'eventuale recupero è condizionato a precisi adempimenti, in mancanza dei quali detti materiali vanno considerati, comunque, cose di cui il detentore ha l'obbligo di disfarsi; l'eventuale assoggettamento di detti materiali a disposizioni più favorevoli che derogano alla disciplina ordinaria implica la dimostrazione, da parte di chi la invoca, della sussistenza di tutti i presupposti previsti dalla legge” (Cass. pen., sez. III, 29.04.2011, n. 16727).
Né la normativa della quale l’amministrazione ha invocato l’applicazione pare porsi in contrasto con l’ordinamento europeo, risultando, al contrario, il frutto di modifiche intervenute proprio in attuazione del medesimo, ed in particolare delle direttive 75/442/CEE, 91/156/CE, 2006/12/CE e 2008/98/CE per ragioni di tutela ambientale.
I provvedimenti impugnati risultano, dunque, sostanzialmente immuni dalle censure dedotte in ragione della piena legittimità dell’ordine di rimozione e avvio a recupero e/o smaltimento del materiale depositato sull’area, ai sensi dell’art. 192 del d.lgs. n. 152/2006, che compete senza alcun dubbio al Sindaco nell’ipotesi di abbandono e deposito incontrollato di rifiuti.
Né avrebbe potuto in alcun modo ricevere applicazione la disciplina del recupero di rifiuti in sito a mezzo di impianto mobile di cui agli artt. 214 e 216 del codice dell’ambiente, nonché la correlata disciplina nazionale (d.m. 05.02.1998) e regionale (DGR Lombardia 10098/2009), che è rigorosamente subordinata alla circostanza che i rifiuti siano recuperati nel luogo di produzione e all’esito di severe valutazioni correlate alla qualità e provenienza del rifiuto, indagini che, nella specie, non sono state effettuate, come detto, per omissioni imputabili alla società ricorrente (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 02.05.2014 n. 1131 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Vincolo stradale opera anche per sopraelevazioni.
Il vincolo imposto sulle aree site in fasce di rispetto stradale, prescritto dal D.M. n. 1404 del 1968, si traduce in un divieto assoluto di edificazione che rende le aree legalmente inedificabili, indipendentemente dalle caratteristiche dell'opera realizzata e dalla necessità di accertamento, in concreto, dei connessi rischi per la circolazione stradale.
Tale vincolo deve ritenersi operante anche con riferimento a costruzioni realizzate ad un diverso livello da quello della sede stradale o che costituiscano mere sopraelevazioni o che, pur rientrando nella fascia, siano arretrate rispetto alle opere preesistenti.

Come chiarito dalla consolidata giurisprudenza, infatti, il vincolo imposto sulle aree site in fasce di rispetto stradale, prescritto dal D.M. n. 1404 del 1968, si traduce in un divieto assoluto di edificazione che rende le aree legalmente inedificabili, indipendentemente dalle caratteristiche dell'opera realizzata e dalla necessità di accertamento, in concreto, dei connessi rischi per la circolazione stradale.
Tale vincolo, inoltre, deve ritenersi operante anche con riferimento a costruzioni realizzate ad un diverso livello da quello della sede stradale o che costituiscano mere sopraelevazioni o che, pur rientrando nella fascia, siano arretrate rispetto alle opere preesistenti (cfr., ex multis, Cass. Civ., sez. II, 03.11.2010, n. 22422; TAR Toscana , sez. III, 23.07.2012, n. 1349).
Ciò detto, il Collegio rileva che, nella fattispecie in esame, i lavori abusivi, oggetto della richiesta di sanatoria, rientravano pienamente nella fascia di rispetto stradale in quanto, lungi dal costituire un manufatto distinto e ulteriore rispetto a quello originario, rappresentavano un ampliamento, peraltro di non irrilevante consistenza, dell’edificio originario che, a sua volta fronteggiava la sede stradale.
Risultava, pertanto, indiscussa l'operatività del vincolo imposto con D.M. n. 1404/1968.
Per tali ragioni, l’Amministrazione correttamente faceva applicazione dell’art. 33 della L. 28.02.1985 n. 47 ed escludeva la sanabilità dell’abuso. (cfr. ex multis, Cons. St., sez. IV, 12.02.2010, n. 772; TAR Lazio, Roma, sez. I, 12.11.2008, n. 10100; Cons. St., sez. IV, 18.10.2002 n. 5716).
Il vincolo di inedificabilità in zona di rispetto stradale, infatti, deve essere qualificato come un vincolo di inedificabilità assoluta, incompatibile per sua natura, con qualunque manufatto, con la conseguenza che, a differenza del vincolo di cui all’art. 32, lo stesso determina un divieto di edificazione a carattere assoluto e la non sanabilità dell’opera realizzata dopo la sua imposizione, a nulla rilevando la non pericolosità della porzione di manufatto per la sicurezza del traffico. (Cons. Stato, Sez. IV, 05.07.2000, n. 3731) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 11.04.2014 n. 705 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Volumetria residua area edificabile frazionata.
Nel caso in cui un'area edificabile venga successivamente frazionata in più parti tra vari proprietari, la volumetria disponibile ai sensi della normativa urbanistica nell'intera area permane invariata, con la duplice conseguenza che, nell'ipotesi in cui sia stata già realizzata sul fondo originario una costruzione, i proprietari dei vari terreni, in cui detto fondo è stato frazionato, hanno a disposizione solo la volumetria che residua tenuto conto dell'originaria costruzione e in proporzione della rispettiva quota di acquisto.
Sotto il secondo profilo non può essere condivisa la tesi dell’IEEP secondo la quale la particella 134, distinta dalle altre porzioni risultanti dal frazionamento del lotto originario di estensione pari a 9243 mq, avrebbe una propria autonoma dotazione edificatoria indipendente da quella già espressa dalle altre particelle dell’originario compendio.
Se così fosse basterebbe frazionare i lotti già impegnati con la massima cubatura esprimibile per moltiplicare il carico urbanistico di zona ben oltre il limite consentito dagli indici di fabbricazione.
E’ infatti pacifico in giurisprudenza (TAR Lombardia Brescia, sez. I, 25.11.2011, n. 1629) che ove un'area edificabile venga successivamente frazionata in più parti tra vari proprietari, la volumetria disponibile ai sensi della normativa urbanistica nell'intera area permane invariata, con la duplice conseguenza che, nell'ipotesi in cui sia stata già realizzata sul fondo originario una costruzione, i proprietari dei vari terreni, in cui detto fondo è stato frazionato, hanno a disposizione solo la volumetria che residua tenuto conto dell'originaria costruzione e in proporzione della rispettiva quota di acquisto (giurisprudenza costante: Cons. St., sez. V, 28.05.2012, n. 3120 Cons. St., sez. IV, del 22.05.2012, n. 2941).
Ne consegue che il diniego adottato dal Comune di Bari è correttamente fondato sul presupposto che la particella 134, come parte di un più ampio lotto urbanisticamente unitario, in tal guisa considerato all’epoca delle precedenti concessioni edilizie, dovesse scontare la volumetria già realizzata (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Puglia-Bari, Sez. III, sentenza 01.04.2014 n. 440 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Differenze tra legittimazione impugnazione di attività edificatoria e disposizioni contenute nel P.R.G. o in una sua variante.
L’esistenza di uno stabile collegamento col terreno interessato dall’intervento edilizio è sufficiente a comprovare la sussistenza sia della legittimazione che dell’interesse a ricorrere, senza che sia necessario al ricorrente anche allegare e provare di subire uno specifico pregiudizio per effetto dell’attività edificatoria intrapresa sul suolo limitrofo.
Nel caso d’impugnazione di disposizioni contenute nel P.R.G. o in una sua variante, è certamente ammissibile anche il ricorso proposto dai proprietari di aree vicine o confinanti con quelle cui si riferisce la prescrizione contestata, ma in tal caso occorre che sia dimostrata anche la sussistenza di un pregiudizio specifico e attuale riveniente ai suoli del ricorrente per effetto della scelta pianificatoria della quale si assume l’illegittimità.

4. Per vero, la Sezione reputa che il contrasto giurisprudenziale sul punto della legittimazione e dell’interesse a insorgere in sede giurisdizionale avverso gli strumenti urbanistici, che sembra emergere dalle contrapposte argomentazioni delle parti, si rivela più apparente che reale ad una più attenta analisi delle pronunce succedutesi negli ultimi anni in subiecta materia.
4.1. Innanzi tutto, anche se spesso nelle decisioni che si sono occupate della questione i due profili appaiono sovrapposti o confusi, è opportuno ribadire la differenza esistente fra le due diverse condizioni dell’azione costituite dalla legittimazione processuale e dall’interesse a ricorrere: come è noto, secondo i comuni principi, mentre la prima consiste nella titolarità in capo a chi agisce di una posizione giuridica differenziata e qualificata che astrattamente abiliti ad insorgere in sede giudiziale, la seconda si ricollega necessariamente alla sussistenza di un interesse concreto e attuale, in relazione ad una specifica ed effettiva utilità che l’istante si riproponga di conseguire come conseguenza immediata dell’accoglimento della propria domanda giudiziale.
Con specifico riferimento al processo amministrativo ed alla sua struttura impugnatoria, mentre la legittimazione processuale s’identifica nella titolarità di una situazione giuridica soggettiva (di interesse legittimo ovvero, nelle ipotesi di giurisdizione esclusiva, anche di diritto soggettivo) che differenzia la posizione del ricorrente da quella di quisque de populo, l’interesse a ricorrere sussiste a condizione che egli riceva una lesione concreta ed attuale dal provvedimento oggetto di impugnazione, di modo che la rimozione di quest’ultimo gli produca un vantaggio diretto e immediato.
Tanto premesso e precisato, è superfluo aggiungere che perché il ricorso possa dirsi ammissibile le condizioni testé descritte devono sussistere entrambe contemporaneamente al momento delle proposizione della domanda giudiziale.
4.2. Venendo dunque al punto specifico dell’impugnazione dei provvedimenti amministrativi in materia di urbanistica ed edilizia, da un sia pur sommario esame della giurisprudenza al riguardo è agevole desumere che profondamente diverse sono le conclusioni raggiunte, in ordine alla posizione del proprietario confinante, a seconda che ad essere oggetto di impugnazione sia un titolo che abiliti immediatamente all’edificazione (permesso di costruire o equivalente) oppure un mero atto di pianificazione (P.R.G. o equivalente e sue varianti).
Nel primo caso, l’orientamento largamente prevalente è nel senso che la mera vicinitas –ossia l’esistenza di uno stabile collegamento col terreno interessato dall’intervento edilizio- sia sufficiente a comprovare la sussistenza sia della legittimazione che dell’interesse a ricorrere, senza che sia necessario al ricorrente anche allegare e provare di subire uno specifico pregiudizio per effetto dell’attività edificatoria intrapresa sul suolo limitrofo (cfr. ex plurimis Cons. Stato, sez. IV, 25.06.2013, nr. 3456; Cons. Stato, sez. VI, 01.02.2013, nr. 631; Cons. Stato, sez. IV, 22.01.2013, nr. 361; id., 29.08.2012, nr. 4643; id., 07.05.2012, nr. 2620).
Non così nel caso di impugnazione di disposizioni contenute nel P.R.G. o in una sua variante, laddove l’indirizzo prevalente è –al contrario– nel senso che, fuori dei casi in cui il ricorrente si dolga di prescrizioni che direttamente incidano sui suoli in sua proprietà (censurandone ad esempio la destinazione, ovvero l’imposizione su di essi di vincoli espropriativi), è certamente ammissibile anche il ricorso proposto dai proprietari di aree vicine o confinanti con quelle cui si riferisce la prescrizione contestata, ma in tal caso occorre che sia dimostrata anche la sussistenza di un pregiudizio specifico e attuale riveniente ai suoli del ricorrente per effetto della scelta pianificatoria della quale si assume l’illegittimità (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 02.03.2011, nr. 1205; id., 19.03.2009, nr. 1653; nonché, in sede consultiva, Cons. Stato, sez. I, parere 19.07.2011, nr. 4417).
Si aggiunge anche che tale pregiudizio non deve necessariamente risolversi in una lesione delle facoltà connesse al diritto dominicale di cui il ricorrente è titolare in relazione ai suoli in sua proprietà, ma può consistere anche nella perdita di utilità ulteriori e diverse, come quando –ad esempio– sia documentata un’oggettiva e immediata perdita di valore dei suoli dell’istante quale effetto diretto della pianificazione involgente le aree limitrofe o circostanti (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 28.07.2005, nr. 4018).
In altri termini, nelle ipotesi da ultimo considerate la semplice esistenza di una situazione di stabile collegamento fra i suoli del ricorrente e le aree interessate dalla variante urbanistica –quand’anche provata in modo incontrovertibile– può essere al più idonea a fondare un’astratta legitimatio ad causam, ma è insufficiente a dimostrare anche l’attualità dell’interesse a ricorrere, per il quale occorre allegare e provare una lesione concreta e attuale; tale lesione deve essere altresì specifica, e quindi non può risolversi nel generico pregiudizio all’ordinato assetto del territorio, alla salubrità dell’ambiente e ad altri valori la cui fruizione potrebbe essere rivendicata da qualsiasi soggetto residente, anche non stabilmente, nella zona interessata dalla pianificazione (e che, oltre tutto, porrebbe l’ulteriore problema di individuare il limite al di là del quale non si sia più in presenza di una lesione specifica e differenziata, ma di un pregiudizio assimilabile a quello che qualsiasi cittadino potrebbe lamentare).
Insomma, riconoscere l’impugnabilità degli atti di pianificazione urbanistica da parte dei proprietari di suoli più o meno prossimi alle aree direttamente incise dagli atti medesimi, indipendentemente dall’allegazione e dalla prova di una specifica lesione, significherebbe aprire la via a vere e proprie forme di azione popolare, connesse alla mera qualità di cittadino residente nel territorio interessato dalla pianificazione, in contrasto con elementari principi processuali.
4.3. Questa la giurisprudenza, dalla quale la Sezione non ravvisa motivo per discostarsi.
È appena il caso di precisare, peraltro, che i piani principi che si sono riassunti non appaiono per nulla contraddetti dagli arresti, apparentemente di segno opposto, che gli appellati richiamano nei propri scritti difensivi in replica alle deduzioni di parte appellante: infatti, una semplice lettura delle decisioni così richiamate evidenzia che queste si riferiscono tutte a casi nei quali l’atto di pianificazione o di variante era impugnato unitamente a uno specifico titolo ad aedificandum, e quindi quale atto presupposto rispetto a quello col quale si era materializzata la lesione lamentata dal ricorrente (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 17.07.2013, nr. 3882; id., 04.06.2013, nr. 3055; id., 28.03.2011, nr. 1868), ovvero l’impugnazione investiva un piano attuativo al quale erano ricollegabili effetti diretti nei riguardi di un singolo, specifico immobile (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 29.07.2009, nr. 4756).
Pertanto, si trattava sempre di situazioni nelle quali la legittimazione e l’interesse a ricorrere si sostanziavano in una situazione di vicinitas fra la proprietà del ricorrente e un’area specificamente individuata, rispetto alla quale gli atti impugnati erano destinati a produrre effetti immediati in termini di edificazione (realizzata o da realizzare): di modo che, ricadendosi nella prima delle due situazioni innanzi esaminata, quella dell’impugnazione del titolo abilitativo all’edificazione, legittimazione e interesse venivano sostanzialmente a coincidere, col risultato che appaiono confermate, piuttosto che smentite, le conclusioni della giurisprudenza maggioritaria che si sono richiamate (massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 18.12.2013 n. 6082 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rumore. Illegittimità ordinanza sindacale per contenimento rumore attività azienda agricola
E’ illegittima l’ordinanza con la quale il Sindaco ha prescritto al titolare dell’azienda agricola, di provvedere ad isolamento acustico idoneo a eliminare i rumori e le vibrazioni del mulino per la macinazione del grano, di innalzare la parete della stalla esistente per eliminare il diffondersi dei rumori prodotti dalla mungitrice e di non effettuare attività rumorose ovvero moleste al di fuori di dati orari.
Come dispone l’art. 36 del regolamento di polizia urbana del Comune richiamato proprio nelle ordinanze suddette, le stesse si qualificano come provvedimenti ordinari, non come ordinanze di urgenza, e le competenze per la repressione dei rumori molesti sono ripartite fra il Sindaco e la dirigenza.
Secondo il comma 2 del citato articolo, è infatti il dirigente di settore ad avere la competenza a intervenire in tutti i casi in cui la fonte del disturbo sia un’attività produttiva e si tratti di eliminarla senza pregiudicare l’attività stessa; il Sindaco, organo di vertice dell’amministrazione comunale, interviene invece in un caso più grave, previsto dal comma 3, ovvero quando la fonte del disturbo sia un’attività esercitata all’interno di una privata abitazione. In tal caso, il Sindaco provvede a far cessare l’attività in questione, perché essa in tale collocazione non è consentita, così come prevede la norma stessa al successivo comma 5.
Nel caso di specie, poiché l’attività svolta dal ricorrente è pacificamente un’attività produttiva di azienda agricola, e l’ordinanza mira a disciplinare i rumori da essa generati, non certo a farla cessare in quanto tale, la relativa competenza apparteneva al dirigente.

2. E’ infatti fondato e assorbente il primo motivo di ricorso. Come dispone l’art. 36 del regolamento di polizia urbana del Comune di Gavardo (doc. 14 ricorrente, copia di esso), richiamato proprio nelle ordinanze suddette, che detto per inciso si qualificano come provvedimenti ordinari, non come ordinanze di urgenza, in tale Comune le competenze per la repressione dei rumori molesti sono ripartite fra il Sindaco e la dirigenza.
3. Secondo il comma 2 del citato articolo, è infatti il dirigente di settore ad avere la competenza a intervenire in tutti i casi in cui la fonte del disturbo sia un’attività produttiva e si tratti di eliminarla senza pregiudicare l’attività stessa; il Sindaco, organo di vertice dell’amministrazione comunale, interviene invece in un caso più grave, previsto dal comma 3, ovvero quando la fonte del disturbo sia un’attività esercitata all’interno di una privata abitazione. In tal caso, il Sindaco provvede a far cessare l’attività in questione, perché essa in tale collocazione non è consentita, così come prevede la norma stessa al successivo comma 5. Ciò è confermato anche dall’ordinanza 31.01.2012 n. 13, emessa dal Sindaco con esclusivo riguardo ad attività svolte appunto nelle private abitazioni.
4. Nel caso di specie, poiché l’attività svolta dal ricorrente è pacificamente un’attività produttiva di azienda agricola, e l’ordinanza mira a disciplinare i rumori da essa generati, non certo a farla cessare in quanto tale, la relativa competenza apparteneva al dirigente. E’quindi fondato il motivo che sull’incompetenza fa centro.
5. Tale motivo è altresì assorbente, nel senso di precludere l’esame dei restanti. Secondo il prevalente orientamento, espresso per tutte da C.d.S. sez. IV 12.12.2006 n. 7271, infatti, una volta ritenuta incompetente l'autorità che ha emanato l'atto impugnato, la valutazione sui vizi sostanziali si risolverebbe in un giudizio meramente ipotetico sull'ulteriore attività amministrativa dell'organo competente, oltretutto ora in aperto contrasto con la norma dell’art. 34, comma 2 c.p.a., per cui “In nessun caso il giudice può pronunciare con riferimento a poteri amministrativi non ancora esercitati” (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 05.12.2013 n. 1085 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Beni Ambientali. Legittimità ingiunzione di pagamento della sanzione per escavazione non autorizzata in area sottoposta a vincolo paesaggistico.
La tutela del paesaggio nel nostro sistema giuridico, è certamente assicurata da misure prettamente sanzionatorie che hanno in via principale funzione deterrente, come quelle di cui all’art. 167 del D.Lgs. 42/2004, le quali prescindono dalla sussistenza effettiva del danno ambientale.
Nello specifico, è stato di recente precisato che la motivazione della sanzione è ricollegata ad una stima tecnica di carattere generale, sostanzialmente equitativa, insuscettibile di una dimostrazione articolata ed analitica, sfuggendo il danno paesaggistico, per la sua intrinseca natura, a una indagine dettagliata e minuta.

4.1 La tutela del paesaggio, nel nostro sistema giuridico, è certamente assicurata da misure prettamente sanzionatorie che hanno in via principale funzione deterrente, come quelle di cui all’art. 167 del D. Lgs. 42/2004 (cfr. sentenza TAR Brescia 18/04/2008 n. 388), le quali prescindono dalla sussistenza effettiva del danno ambientale (TAR Sicilia Catania, sez. II – 27/09/2013 n. 2328). Nello specifico, è stato di recente precisato che la motivazione della sanzione è ricollegata ad una stima tecnica di carattere generale, sostanzialmente equitativa, insuscettibile di una dimostrazione articolata ed analitica (cfr. Consiglio di Stato, sez. IV – 17/09/2013 n. 4631 che richiama sez. IV – 14/04/2010 n. 2083), sfuggendo il danno paesaggistico, per la sua intrinseca natura, a una indagine dettagliata e minuta (cfr. TAR Campania Napoli, sez. VIII – 09/02/2012 n. 695).
4.2 Tuttavia, al di là della premessa teorica sviluppata dal perito, ciò che deve essere sottoposta a valutazione è la tecnica di costruzione del danno dallo stesso elaborata, tenuto conto che la norma non fornisce alcun suggerimento operativo al riguardo. Anche il D.M. 26/09/1997 –avente ad oggetto “Determinazione dei parametri e delle modalità per la qualificazione della indennità risarcitoria per le opere abusive realizzate nelle aree sottoposte a vincolo”– si limita a contemplare una perizia di valutazione del danno determinato dall’intervento abusivo, mentre reca norme puntuali per la sola quantificazione del profitto (articolo 3).
4.3 Ad avviso del Collegio, è corretta l’asserzione per la quale i parametri di commisurazione della sanzione sono tra loro alternativi, e tuttavia ciò non esclude che il valore di una delle due voci (nella specie il danno ambientale, singolarmente considerato), possa essere in concreto stabilito elaborando un indice complesso nel quale trovi spazio –tra i vari fattori– anche il profitto.
In buona sostanza, in assenza di indicazioni normative, nel caso sottoposto all’esame del Collegio il perito ha ritenuto che il profitto conseguito fosse uno degli indicatori utili per giungere ad una congrua quantificazione della voce “danno ambientale”: detta scelta non può dirsi a priori illogica, dato che il carattere remunerativo di un’attività economica intrapresa in violazione delle regole costituisce elemento rivelatore della natura impattante dell’intervento, e un lucro maggiore è ordinariamente accompagnato da una compromissione più accentuata del bene ambiente. Ovviamente, possono riscontrarsi casi peculiari o eccezionali i quali smentiscono detta argomentazione, che tuttavia non si sono verificati (in assenza di specifiche dimostrazioni e deduzioni) presso l’area di cui si discorre (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 27.11.2013 n. 1019 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Legittimità ordinanza rimozione recupero e smaltimento dei rifiuti inquinanti abbandonati sul terreno.
L’assenza di materiale inquinante è circostanza del tutto ininfluente ai fini dell’emanazione dell’ordine di rimozione di rifiuti ai sensi dell’art. 192 T.U. ambientale d.lgs. n. 152/2006.
Quest’ultimo risulta infatti legittimamente emanato al ricorrere del presupposto consistente nell’esistenza di un deposito incontrollato di rifiuti, a prescindere dalla loro potenzialità inquinante. Tale ulteriore presupposto fonda infatti il diverso provvedimento consistente nell’ordine di bonifica dei terreni contaminati ex artt. 244 e 245 d.lgs. n. 152/2006.
L’assenza di materiale inquinante è circostanza del tutto ininfluente ai fini dell’emanazione dell’ordine di rimozione di rifiuti ai sensi dell’art. 192 t.u. ambientale. Quest’ultimo risulta infatti legittimamente emanato al ricorrere del presupposto consistente nell’esistenza di un deposito incontrollato di rifiuti, a prescindere dalla loro potenzialità inquinante. Tale ulteriore presupposto fonda infatti il diverso provvedimento consistente nell’ordine di bonifica dei terreni contaminati ex artt. 244 e 245 d.lgs. n. 152/2006.
Per quanto concerne invece l’assunto con cui l’appellante incidentale nega di essere l’autore del deposito incontrollato di rifiuti, lo stesso appare del tutto pretestuoso, alla luce della chiara ammissione ricavabile dall’atto di citazione dallo stesso proposto davanti al Tribunale civile di Genova per l’usucapione del terreno, nel quale il sig. Giusto riconosce di avere per anni depositato materiale di risulta di lavori edili nell’ambito della propria attività di imprenditore del settore. Si legge infatti nell’atto di citazione: “deve rilevarsi che dagli anni settanta il signor Mario Giusto, imprenditore edile, ha preso a depositare/prelevare su un lembo di terreno comune ad entrambi i mappali materiale edile”.
Correttamente, pertanto, l’amministrazione comunale ed il TAR hanno valorizzato tale circostanza ai fini, rispettivamente, dell’emissione dell’ordine impugnato e della reiezione delle censure di eccesso di potere per illogicità, carenza di motivazione ed istruttoria sul punto (massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 26.11.2013 n. 5609 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Annullamento parziale titolo edilizio.
Secondo l’opinione espressa dalla giurisprudenza maggioritaria, non è possibile procedere all’annullamento parziale dei titoli edilizi giacché, ammettendo il contrario, si consentirebbe all’amministrazione (o al giudice qualora l’annullamento sia effettuato da quest’ultimo) di disporre modificazioni al progetto di costruzione predisposto dal privato, e di sostituirsi, in sostanza, alla volontà di quest’ultimo.
Invero, secondo l’opinione espressa dalla giurisprudenza maggioritaria, cui si intende in questa sede aderire, non è possibile procedere all’annullamento parziale dei titoli edilizi giacché, ammettendo il contrario, si consentirebbe all’amministrazione (o al giudice qualora l’annullamento sia effettuato da quest’ultimo) di disporre modificazioni al progetto di costruzione predisposto dal privato, e di sostituirsi, in sostanza, alla volontà di quest’ultimo (cfr. ex multis T.A.R. Lazio Roma, sez. II, 30.03.2012 n. 3065). La giurisprudenza citata dalla parte (Consiglio di Stato, sez. IV, 14.04.2011 n. 2326; TAR Sicilia Catania, sez. I, 25.03.2010 n. 937) sembra peraltro inconferente, in quanto non riguardante l’ipotesi dell’annullamento in autotutela di titoli edilizi (la sentenza del Consiglio di Stato ha ad oggetto un provvedimento di rigetto di istanza di rilascio di permesso di costruire ed una ordinanza di demolizione di opere ritenute abusive; mentre quella del TAR Catania riguarda una deliberazione di acquisizione al patrimonio comunale di opera ritenuta abusiva).
Va comunque osservato che l’interesse del privato volto a mantenere in essere quella parte di progetto e di opere non in contrasto con la normativa urbanistico-edilizia è adeguatamente salvaguardato dalla possibilità di presentare istanza di permesso di costruire in sanatoria, previa modifica delle parti progettuali che sono invece in contrasto con la normativa stessa (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 22.11.2013 n. 2605 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

UTILITA'

APPALTI: Centrali di Committenza e Soggetti Aggregatori - Acquisizioni di beni e servizi a far data dal 01.01.2015 e di lavori a far data dal 01.07.2015 (ANCI, scheda di sintesi per i Comuni - ottobre 2014).

A.N.AC. (già AUTORITA' VIGILANZA CONTRATTI PUBBLICI)

APPALTI: Decorrenza dell’obbligo di verifica dei requisiti attraverso il sistema AVCPass (comunicato del Presidente 22.10.2014 - link a www.autoritalavoripubblici.it).
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Con il Comunicato del 22.10.2014 il Presidente dell’Anac precisa che la verifica dei requisiti attraverso il sistema AVCPass è da ritenersi obbligatoria per le procedure di affidamento il cui CIG è stato richiesto a partire dal 01.07.2014.

LAVORI PUBBLICI: Manuale dell’Autorità sulla qualificazione per l’esecuzione di lavori pubblici di importo superiore a 150.000 euro (comunicato del Presidente 16.10.2014 - link a www.autoritalavoripubblici.it).
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Pubblicato il Manuale sulla attività di qualificazione per l’esecuzione di lavori pubblici di importo superiore a 150.000 euro, che aggiorna, integra e razionalizza circa 300 atti tra Determinazioni, Comunicati e Deliberazioni - emanati negli ultimi 15 anni, dal 1999 ad oggi, dall’Autorità.
Il manuale ha l’obiettivo di offrire agli operatori del mercato strumenti per far fronte alle maggiori criticità del settore, alcune delle quali recentemente emerse anche a seguito di indagini giudiziarie. Con il manuale sono individuati per la prima volta, criteri rigorosi per l’utilizzo delle cessioni di rami di azienda ai fini del rilascio dell’attestato di qualificazione, sono forniti elementi dettagliati e stringenti per la valutazione dei lavori privati e sono introdotte verifiche più puntuali ai fini dell’accertamento dell’indipendenza di giudizio delle SOA e della vigilanza sulla loro attività.
Il Manuale diventa efficace a decorrere dal giorno successivo alla pubblicazione del Comunicato del Presidente in Gazzetta Ufficiale, sostituendo gli atti dell’Autorità citati in calce ai capitoli. Con successivo avviso sarà resa nota la data di pubblicazione in Gazzetta.

APPALTI: Affidamento di lavori pubblici nei settori ordinari: procedura aperta per appalto di sola esecuzione lavori, contratti di importo superiore a euro 150.000 euro, offerta al prezzo più basso (bando-tipo 02.09.2014 n. 2 - link a www.autoritalavoripubblici.it).
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Pubblicato il Bando-tipo n. 2 del 02.09.2014 ‘Affidamento di lavori pubblici nei settori ordinari: procedura aperta per appalto di sola esecuzione lavori, contratti di importo superiore a euro 150.000 euro, offerta al prezzo più basso’.
Il modello, predisposto a seguito della consultazione pubblica degli operatori del mercato e previa acquisizione del parere del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, consiste in uno schema di disciplinare di gara accompagnato da una nota illustrativa.
La pubblicazione ha lo scopo di guidare e semplificare la complessa attività di predisposizione della documentazione di gara da parte delle stazioni appaltanti e di ridurre il contenzioso connesso, soprattutto, alla previsione nei bandi di cause di esclusione che non trovano fondamento normativo nell’art. 46, comma 1-bis, del Codice.
Trascorsi 12 mesi, durante i quali le stazioni appaltanti potranno formulare osservazioni e commenti, il modello sarà sottoposto a verifica di impatto della regolazione come previsto dall’apposito Regolamento dell’Autorità.

NEWS

APPALTI: Al via la spending review sugli acquisti della p.a..
Al via la spending review sugli acquisiti della pubblica amministrazione con la messa a punto da parte dell'Istat di un «paniere» di beni e servizi significativi; rispetto a questo paniere sarà scelto un campione di amministrazioni che dovranno fornire i prezzi di acquisto, pena la riduzione degli stanziamenti di bilancio, da confrontare con quelli di mercato; l'obiettivo finale sarà quello di arrivare a una tabella di confronto dei costi standardizzati, articolata per area territoriale e per tipologia di amministrazione.

È quanto prevede il decreto del ministero dell'economia del 23.09.2014 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 18.10.2014, n. 243 che mette a punto modalità e criteri per la rilevazione e comparazione dei prezzi di mercato dei principali beni e servizi acquisiti dalle amministrazioni.
Come previsto dal codice dei contratti pubblici, saranno l'Istat, il ministero dell'economia e l'Anac, ad attuare questa prima fase necessaria all'implementazione della spending review sugli acquisiti della pubblica amministrazione, che mira alla comparazione, su base statistica, tra i costi sostenuti dalle amministrazioni e i prezzi effettivi di mercato, con elenchi dei prezzi rilevati da pubblicare in G.U. con cadenza almeno semestrale, entro il 30 giugno e il 31 dicembre.
In particolare il decreto ministeriale stabilisce che il «paniere» dei beni e servizi oggetto di rilevazione sarà individuato dall'Istat tenendo conto della incidenza della spesa, della diffusione presso le amministrazioni, della fattibilità della rilevazione e dell'esistenza di una domanda, per quei beni e servizi, confrontabile nel settore privato. Il paniere di beni e servizi rilevanti verrà poi sottoposto a revisione ed eventualmente aggiornato con cadenza almeno biennale. Le amministrazioni tenute a fornire i dati verranno scelte dall'Istat che individuerà un campione significativo di amministrazioni aggiudicatrici e lo comunicherà al ministero dell'economia.
Le amministrazioni che non risponderanno alle rilevazioni potranno essere oggetto di una proposta di riduzione da sugli stanziamenti di bilancio da parte del ministero dell'economia. La raccolta dei dati dovrà avvenire in due momenti: entro il 30 aprile e entro il 31 ottobre di ciascun anno, anche con apposite rilevazioni o avvalendosi delle camere di commercio (per i servizi informatici l'Istat si avvarrà dell'Agenzia per l'Italia digitale). Lo scopo sarà quello di arrivare a mettere a punto una tabella contenente gli elementi di confronto dei prezzi articolata per area territoriale e per tipologia di amministrazione.
Sarà sempre l'Istat a elaborare la metodologia di analisi dei dati; in ogni caso, poi, la tabella, i risultati della raccolta dei dati, la rilevazione dei prezzi di mercato e le relative elaborazioni, dovranno essere trasmessi all'Anac e al ministero dell'economia entro il 31 maggio e il 30 novembre di ciascun anno. Il decreto prevede che nei primi 18 mesi l'Istat possa effettuare la rilevazione anche rispetto ad un numero limitato di categorie di beni e servizi (articolo ItaliaOggi del 23.10.2014 - tratto da http://rstampa.pubblica.istruzione.it).

EDILIZIA PRIVATAPer l'Iva al 4% toccata e fuga. Priva di copertura l'agevolazione per chi ristruttura. SBLOCCA ITALIA/ Il dl si impantana sulle modifiche approvate in commissione.
Si va verso lo stop (per mancanza di copertura finanziaria) alla norma dello «Sblocca Italia», approvata dalla commissione ambiente della Camera, che prevede di far scendere al 4% l'Iva su ristrutturazioni e riqualificazione edilizia (si veda ItaliaOggi di ieri). Circostanza, peraltro, confermata dai tecnici del servizio bilancio della camera, nel loro dossier secondo cui la norma determina minor gettito e la copertura individuata (cioè l'aumento dell'Iva sulla vendita delle nuove costruzioni) «non determina necessariamente effetti positivi di gettito».
Non solo, aggiungono che è necessario anche «verificare» la compatibilità con la disciplina Ue. E, dagli stessi tecnici, arriva un'altra bocciatura: nel mirino le norme del testo sulla deroga al Patto di stabilità interno per le regioni, un intervento che, scrivono, «crea spazi finanziari che potranno essere utilizzati per il finanziamento di altre spese» e, proseguono, «appare dunque suscettibile di determinare effetti finanziari negativi sui saldi di fabbisogno e indebitamento».

Una situazione di incertezza per la quale ieri è slittato l'esame dell'aula di Montecitorio. E, con un voto dell'assemblea, è stata approvata la richiesta del Pd di invertire l'ordine dei lavori e di passare alla discussione generale sulla legge Comunitaria. Del decreto 133/2014 se ne potrebbe riparlare oggi, ma la ripresa dell'esame nell'emiciclo potrebbe slittare a lunedì, per dare alla commissione bilancio il tempo di recepire le relazioni della Ragioneria generale dello stato, così da esprimere il parere sulle coperture in settimana.
Per il presidente della V commissione Francesco Boccia (Pd), che ha partecipato alla riunione dei capigruppo, «l'esame del decreto potrà proseguire quando ci sarà il parere della commissione» e per questo è necessario avere «la relazione tecnica della Rgs». Non mancano, intanto, le critiche. L'aliquota al 4% per interventi di ristrutturazione degli edifici che beneficiano dell'eco bonus e del bonus casa si fonda su risorse per lo sconto che, però, sono «inspiegabilmente reperite dall'aumento dell'Iva dal 4 al 10% per le nuove costruzioni», affermano in una nota congiunta il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta e il deputato azzurro Rocco Palese.
«Bene incentivare le ristrutturazioni, anche se il provvedimento in questione potrebbe ricevere lo stop dall'Unione europea per una direttiva che limita l'applicabilità di aliquote Iva super ridotte. Ma, in ogni caso, non è accettabile usare come copertura finanziaria l'aumento delle tasse sulle nuove case (dal 4 al 10%), attaccando in questo modo il settore edilizio e le famiglia che vogliono acquistare una prima abitazione direttamente dai costruttori», aggiungono. Stessa posizione espressa dall'Aniem (Associazione nazionale delle imprese edili manifatturiere): in un «momento di persistente contrazione del mercato immobiliare e di scarsa propensione al consumo ci sembra una misura suicida quella di disincentivare ulteriormente la vendita di immobili», dichiara Alessandro Frascarolo, delegato all'edilizia privata.
La parola fine l'ha però probabilmente posta il sottosegretario all'economia Enrico Zanetti che sulla vicenda ha chiosato, via Facebook: «Per quanti mi hanno segnalato allarmati l'emendamento allo Sblocca Italia approvato in commissione ambiente che aumenterebbe al 10% l'Iva sulle cessioni di abitazioni nuove anche se prima casa, tranquillizzo in ordine al fatto che questa previsione normativa alla fine non ci sarà».
Verrà intanto reintrodotta nel testo del dl la norma (eliminata in commissione ambiente) che prevede, per usufruire della deduzione Irpef per l'acquisto di un immobile nuovo, l'obbligo di affittarla entro sei mesi e per otto anni. La norma era stata eliminata in commissione ambiente della camera con un emendamento, approvato, del Movimento 5 Stelle. Ma sul punto c'è il parere negativo del servizio bilancio della camera che sottolinea nel proprio dossier per l'aula come «l'emendamento non sembra coordinato con le restanti disposizioni dell'articolo modificato».
Non solo, tra i quattro nuovi emendamenti di «ritocco» presentati in comitato dei nove dalla relatrice Chiara Braga (Pd), ce n'è uno che introduce una nuova lettera a) al comma 4 dell'articolo 21 che dispone che, tra i requisiti per usufruire della deduzione Irpef al 20% del prezzo di acquisto dell'immobile, che «l'unità immobiliare acquistata sia destinata, entro sei mesi dall'acquisto o dal termine dei lavori di costruzione, alla locazione per almeno otto anni e purché tale periodo abbia carattere continuativo: il diritto alla deduzione tuttavia non viene meno se, per motivi non imputabili al locatore, il contratto di locazione si risolve prima del decorso del suddetto periodo e ne viene stipulato un altro entro un anno dalla data della suddetta risoluzione del precedente contratto» (articolo ItaliaOggi del 22.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTI: Qualificazione, stretta di Cantone. Un manuale dell'Anac per superare le distorsioni del passato. Appalti. Controlli rigidi sulla certificazione dei lavori privati per evitare che si gonfino i fatturati.
Stop ai trasferimenti di «scatole vuote» utili solo all'aumento delle classifiche di partecipazione al mercato dei lavori pubblici. Controlli più stringenti sulla certificazione dei lavori eseguiti per conto dei privati, terreno in cui sono per anni girati pezzi di carta buoni solo per gonfiare ad arte il curriculum delle imprese.
Riordinando il monumentale corpus di documenti emanato negli anni per guidare le procedure di qualificazione dei costruttori interessati agli appalti pubblici, l'Autorità nazionale anticorruzione (Anac) coglie l'occasione per imprimere una sterzata sui due principali fenomeni che hanno ingrassato il fenomeno della corruzione legato al business della certificazione. Una manovra in cui è possibile vedere la mano di Raffaele Cantone, da qualche mese ormai alla guida della nuova Anac che ha fuso per incorporazione anche la vecchia Autorità di vigilanza sui contratti pubblici.
In 426 pagine il "manuale della qualificazione" mette ordine nel dedalo di provvedimenti emanati negli ultimi 15 anni dall'Avcp raccogliendo in un codice aggiornato oltre 300 tra determinazioni, delibere e comunicati. Un lavoro di disboscamento con alcune importanti novità.
La prima riguarda il fenomeno delle cessioni di ramo d'azienda, da cui ha preso origine anche una delle ultime inchieste della procura di Roma sul business della false attestazioni. Il manuale introduce una serie di indici utili a verificare la consistenza dell'operazione, in modo da scongiurare trasferimenti messi in atto solo per acquisire requisiti virtuali, mai guadagnati sul campo.
Il primo sensore che deve far scattare l'allarme delle società private incaricate di certificare le imprese (le Soa) è la cifra d'affari dichiarata dal ramo di impresa ceduto. Questa dovrà essere perlomeno pari al 50% del fatturato medio registrato negli ultimi 5 anni. Altri parametri da valutare sono il trasferimento di almeno una parte dello staff tecnico e della attrezzatura necessaria a garantire la continuità aziendale e da ultimo la sussistenza di rapporti giuridici in capo al ramo di società ceduta. «Bisognerà verificare -spiegano all'Autorità- che l'impresa trasferisca debiti e crediti in essere per garantire che l'operazione non sia fittizia».
Completa il quadro un modulo standard a uso dei periti incaricati di quantificare la consistenza delle imprese cedute che dovrebbe consentire la rilevazione omogenea dei dati, evitando le "discrezionalità" del passato.
L'altro intervento riguarda l'utilizzo dei lavori privati ai fini della qualificazione al mercato pubblico. Con il manuale l'Anac introduce paletti impossibili da aggirare senza trasformare i certificati lavori (Cel) in carta straccia. Qualche esempio: se in cantiere era prevista la presenza di un direttore lavori sarà necessario accompagnare il certificato con una sua dichiarazione che attesti il completamento dell'opera.
Allo stesso modo fatture e contratti dovranno avere un riscontro di veridicità legato al permesso di costruire o alla Dia presentati dalle impresa presso l'ente che ha dato il via libera all'intervento. In assenza di riscontri certi il certificato sarà scartato. Altri chiarimenti riguardano l'indipendenza delle Soa (ormai solo 26 in attività), con misure mutuate dalla legge 190/2012 (anticorruzione) e sulla possibilità (concessa) di usare i lavori realizzati in subappalto ai fini della qualificazione, anche se non indicati nel bando di gara.
Con un comunicato l'Anac torna poi sulle difficoltà riscontrate dagli enti pubblici nella gestione delle gare con il sistema Avcpass, denunciate da ultimo dal presidente Anci Fassino. L'Anac non nasconde le criticità (si veda anche Il Sole 24 Ore del 17.09.2014) del sistema ereditato dalla passata gestione su cui «il presidente ha già chiesto agli uffici competenti di intervenire, ponendovi rimedio» (articolo Il Sole 24 Ore del 22.10.2014).

EDILIZIA PRIVATARistrutturazioni con Iva al 4%. Ma sale al 10% l'imposta per chi compra dai costruttori. SBLOCCA ITALIA/ Il dl approda in aula alla camera. Probabile il voto di fiducia.
Sforbiciata all'Iva (dal 10 al 4%) per interventi edili, effettuati ricorrendo agli incentivi per l'efficientamento energetico e a quelli per la ristrutturazione di casa e arredi. Ma per compensare i minori incassi passa dal 4 al 10% l'Iva sulle nuove case vendute da imprese.
Dopo un iter travagliato (conclusosi sabato mattina dopo varie sedute notturne) in commissione ambiente della camera il decreto 133/2014, cosiddetto «Sblocca Italia» (Misure urgenti per l'apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del paese, la semplificazione burocratica, l'emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive), sbarcato ieri in aula per la discussione generale, entra oggi nel vivo dell'esame, con probabile richiesta del voto di fiducia.
Sul testo si addensano novità dell'ultima ora, fra cui la correzione, sulla base di un emendamento del M5s, che rende più conveniente realizzare lavori nella propria abitazione, servendosi di misure rifinanziate nella legge di Stabilità: l'ecobonus e il bonus casa, le cui detrazioni Irpef al 65% e al 50% vengono prorogate nel 2015, risulteranno appetibili grazie a un taglio dell'Iva fino al 4% (misura compensata, però, come si diceva, dal rincaro dal 4 al 10% dell'imposta per nuove costruzioni vendute direttamente dalle imprese).
Via libera, inoltre, alla modifica del Pd che darà la possibilità alla Cassa depositi e prestiti di acquisire richieste di anticipazione di liquidità degli enti locali per il pagamento dei debiti commerciali, non pervenute nei tempi utili. E, mentre l'esecutivo sarebbe pronto a blindare il provvedimento, accelerandone il passaggio ai senatori, arrivano le critiche delle Regioni che approvano un documento con proposte emendative, orientate al ripristino del contributo di 560 milioni di euro destinati alle amministrazioni a statuto ordinario e alla definizione della proposta di deliberazione del Cipe per il riparto delle risorse del Servizio sanitario nazionale per l'anno 2014.
La somma decurtata, si legge, secondo ammissione dello stesso governo si sarebbe scaricata su «scuole paritarie, sul finanziamento delle borse di studio, sugli interventi per agevolare la fruizione dei libri di testo», nonché le misure destinate alle persone disabili e sugli investimenti per il trasporto pubblico locale, ma «solo grazie all'accordo con le Regioni queste politiche si sono salvate». A gettare un'ombra sul provvedimento, infine, la Commissione europea, giacché nel pomeriggio di ieri arriva la notizia che una norma dell'articolo 5 del decreto potrebbe causare l'apertura di una procedura d'infrazione nei confronti del nostro paese.
I riflettori di Bruxelles si soffermano sulla possibilità per i concessionari autostradali di avanzare la stipula di atti per la modifica dei rapporti concessori esistenti sulla base di nuovi piani economico-finanziari, strada che permetterebbe «significative modifiche» a intese esistenti riguardanti, in particolare, i lavori da realizzare e il livello delle tariffe (articolo ItaliaOggi del 21.10.2014).

EDILIZIA PRIVATARegolamento unico edilizio al via.
Al via il regolamento unico edilizio; nelle manutenzioni straordinarie con la comunicazione di inizio lavori sarà necessario l'elaborato progettuale del professionista e la compatibilità antisismica e energetica; previsto un contributo straordinario per gli oneri di urbanizzazione per le varianti urbanistiche; limiti alle concessionarie autostradali e all'in house per gli interventi nel settore del rischio idrogeologico.

Sono queste alcune delle modifiche apportate al decreto legge 133/2014 (Sblocca Italia) dalla commissione ambiente e territorio della camera che sabato ha licenziato il testo da ieri all'esame dell'Aula. Fra le diverse novità spicca la reintroduzione (era infatti in una delle bozze iniziali del decreto legge) del cosiddetto regolamento unico edilizio, che dovrebbe mettere fine a più di 8000 regolamenti comunali diversi uno dall'altro.
La disposizione approvata prevede che il governo, le regioni e le autonomie locali, concludano in sede di Conferenza unificata accordi o intese per l'adozione ai sensi dell'articolo 8 della legge 05.06.2003 di uno schema di regolamento edilizio-tipo al fine di semplificare e uniformare gli adempimenti. Gli accordi, secondo un rinvio di rango costituzionale, costituiranno livello essenziale delle prestazioni, concernenti la tutela della concorrenza e i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Il regolamento edilizio-tipo dovrà essere adottato nei termini fissati con i suddetti accordi.
Per quel che concerne l'edilizia privata viene previsto, per gli interventi di manutenzione straordinaria per i quali si può procedere con comunicazione di inizio lavori (sale da 258 a 1.000 euro la sanzione per mancata comunicazione), che il professionista incaricato attesti che le modifiche da apportare siano in linea con le norme sul rendimento energetico e antisismiche e produca gli «elaborati progettuali». Con una modifica all'articolo 26 la Commissione ambiente ha anche introdotto una norma che agevola l'approvazione di alcuni interventi di valorizzazione urbana.
In particolare si prevede che avranno priorità di valutazione, fra gli interventi oggetto di accordi di programma per il recupero di immobili demaniali inutilizzati, i progetti di recupero di immobili a fini di edilizia residenziale pubblica, da destinare a nuclei familiari utilmente collocati nelle graduatorie comunali per l'accesso ad alloggi di edilizia economica e popolare e a nuclei sottoposti a provvedimenti di rilascio per morosità incolpevole, nonché gli immobili da destinare ad auto recupero, affidati a cooperative composte esclusivamente da soggetti aventi è requisiti per l'accesso all'edilizia residenziale pubblica.
Da segnalare è anche la norma per il calcolo degli oneri di urbanizzazione relativi alle varianti urbanistiche per interventi su aree o immobili in variante urbanistica, in deroga o con cambio di destinazione d'uso. La norma precisa che il maggior valore, calcolato dall'amministrazione comunale, dovrà essere suddiviso in misura non inferiore al 50% tra il comune e la parte privata.
Sarà poi il privato a erogare al comune l'importo, sotto forma di contributo straordinario, che attesta l'interesse pubblico, in versamento finanziario, vincolato a specifico centro di costo per la realizzazione di opere pubbliche e servizi da realizzare nel contesto in cui ricade l'intervento, cessione di aree o immobili da destinare a servizi di pubblica utilità, edilizia residenziale sociale od opere pubbliche
Per gli interventi in materia di rischio idrogeologico una importante modifica all'articolo 9 riguarda gli affidamenti che le regioni potranno effettuare per la progettazione e l'esecuzione degli interventi. Le convenzioni potranno essere siglate anche con «tutti i soggetti pubblici e privati, nel rispetto delle procedure ad evidenza pubblica prescritte dal codice di cui al decreto legislativo 12.04.2006, n. 163».
Controparti delle Regioni non saranno quindi soltanto le società in house, bensì anche tutti gli altri soggetti pubblici e privati. Infine viene riformulata la disposizione sugli investimenti delle concessionarie autostradali, con l'obbligo per le concessionarie di elaborare le proposte di modifica e il nuovo piano economico finanziario entro fine 2014, da inviare al ministero delle infrastrutture (con parere dell'Authority dei trasporti di Torino e della commissioni parlamentari) e sul quale sarà decisivo il parere della Unione europea (articolo ItaliaOggi del 21.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTI FORNITURE E SERVIZIAcquisizioni in due fasi.
Per gli interventi in project finance i comuni sono obbligati a fare ricorso alle centrali di committenza soltanto per la fase successiva all'individuazione dell'opera di interesse pubblico.

È quanto chiarisce l'Anci a commento dei due dpcm (vedasi ItaliaOggi del 18 e 25/09/2014), in attesa di pubblicazione, che disciplineranno le modalità di acquisizione di beni e servizi da parte dei comuni non capoluogo di provincia. Questi ultimi dal 01.01.2015 (per beni e servizi) e dal giugno 2015 (per lavori), dovranno procedere o attraverso unioni dei comuni, o con consorzi e avvalendosi degli uffici delle province, o ancora ricorrendo a un soggetto aggregatore o alle province.
L'Anci analizza con una scheda di sintesi di ciò che potranno fare i comuni in base alle diverse dimensioni demografiche.
Fra i diversi chiarimenti forniti, rispetto agli interventi in finanza di progetto, l'Anci chiarisce che per gli interventi di partenariato pubblico-privato tutti i comuni non capoluogo di provincia possono ricevere singolarmente e autonomamente proposte -ad iniziativa privata- per la realizzazione di lavori e gestione di servizi mediante contratti di partenariato pubblico-privato e procedere al loro inserimento negli strumenti di programmazione dell'ente, qualora valutate di pubblico interesse.
Dopo tale passaggio, però, la successiva procedura di aggiudicazione dei relativi contratti dovrà, in ogni caso, essere effettuate dalle Centrali uniche di committenza e soggetti aggregatori come indicato per le procedure a iniziativa pubblica (articolo ItaliaOggi del 21.10.2014).

EDILIZIA PRIVATAIl decreto sblocca-Italia. Iva al 4% sui lavori in casa. L'ulteriore incentivo al recupero edilizio entra nello «sblocca-Italia» alla Camera.
Sorpresa nello sblocca-Italia. Chi fa lavori in casa utilizzando i bonus fiscali del 50% (ristrutturazioni) e del 65% (efficientamento energetico) pagherà l'Iva al 4% anziché all'attuale 10 per cento.

L'ulteriore spinta all'attività del recupero edilizio (e all'emersione del "nero") è contenuta infatti nel testo del decreto legge approvato dalla commissione Ambiente della Camera e ora all'esame dell'Aula di Montecitorio. Per trovare la copertura finanziaria all'incentivo la commissione ha aumentato a larga maggioranza l'Iva sulla vendita delle nuove costruzioni dal 4 al 10%.
La commissione Ambiente ha inoltre eliminato uno dei vincoli all'incentivo fiscale per aiutare la cessione del patrimonio invenduto dei costruttori: resta la deduzione Irpef del 20% sul prezzo dell'immobile (fino a un tetto di spesa di 300mila euro) per chi acquista un immobile nuovo o pesantemente ristrutturato da un costruttore, ma l'agevolazione non è più vincolata alla cessione in affitto a canone concordato dell'abitazione per almeno otto anni. La nuova deduzione -presa a prestito da una legge sperimentata in Francia- cambia quindi totalmente pelle e varrà anche per l'acquisto della prima casa.
Il testo dello sblocca-Italia è arrivato ieri nell'Aula di Montecitorio dove aspetta il parere della commissione Bilancio sulle coperture. «Conto che la commissione Bilancio dia il via libera alla riduzione dell'Iva per il recupero edilizio -dice la relatrice del provvedimento, Chiara Braga (Pd)- ma è altrettanto importante che siano salvaguardate misure come la proroga dello stato di calamità per le zone colpite, le risorse destinate al fondo per le calamità naturali, le misure per il patto di stabilità dei comuni e di finanza regionale».
L'emendamento sull'Iva al 4% è stato presentato dal grillino Davide Crippa ma sulle politiche per il rilancio dell'attività di recupero edilizio la commissione presieduta da Ermete Realacci ha spesso votato all'unanimità, anche quando si è trattato di chiedere la proroga dei due bonus fiscali del 50% e del 65% (che effettivamente in legge di stabilità sono stati prolungati al massimo livello fino alla fine del 2015).
Intanto dello sblocca-Italia si occupa anche la Dg Mercato interno della commissione Ue che ha messo sotto i riflettori l'articolo 5 sulle autostrade. L'Italia rischia una procedura di infrazione: la lettera apre infatti la pre-procedura Eu-Pilot, chiedendo alle autorità italiane di fornire approfondimenti su determinate questioni per decidere l'esito della procedura.
La norma del decreto originario prevede che, a fronte di fusioni tra concessionarie o razionalizzazioni di reti, si possa adeguare il termine di scadenza di tutte le concessioni a quello più lungo fra quelli delle società interessate.
Una proroga implicita che ha suscitato prima la perplessità della commissione Ambiente della Camera e ora anche di Bruxelles. La commissione Ambiente della Camera aveva infatti già modificato l'articolo prevedendo comunque un parere vincolante della Ue ai fini dell'operatività della norma, oltre che il parere del Nars e dell'Autorità di regolazione dei trasporti, che peraltro già si era espressa criticamente in audizione per voce del presidente Andrea Camanzi.
«La disposizione legislativa in questione -scrive Bruxelles- sembra consentire la realizzazione di significative modifiche a contratti di concessione esistenti riguardanti, in particolare, i lavori da realizzare nell'ambito del rapporto concessorio e il livello delle tariffe». La commissione vuole valutare se «modifiche contrattuali effettuate sulla base di questa disposizione legislativa» possano portare a «proroghe significative della durata di concessioni esistenti».
La Dg Mercato interno ricorda, in particolare, che «la Corte di giustizia ha statuito che al fine di assicurare la trasparenza delle procedure e la parità di trattamento degli offerenti, modifiche apportate alle disposizioni di un contratto pubblico in corso di validità costituiscono una nuova aggiudicazione quando presentino caratteristiche sostanzialmente diverse rispetto a quelle del contratto iniziale»
(articolo Il Sole 24 Ore del 21.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTI FORNITURE E SERVIZICentrali uniche, soglia a 200 milioni. Acquisti della Pa. In arrivo i decreti attuativi sulle nuove regole.
Per entrare a far parte dei «soggetti aggregatori», via obbligata per gli acquisti di beni e servizi da parte dei Comuni non capoluogo a partire dal 1° gennaio prossimo, occorrerà dimostrare di aver pubblicato, negli ultimi tre anni, bandi con importi di base superiori alla soglia comunitaria (204mila euro) per almeno 200 milioni di euro, senza mai scendere sotto a un ritmo da 50 milioni all'anno. Se rispondono a questi requisiti, potranno aspirare al ruolo di «soggetti aggregatori» anche le Province e le Città metropolitane, le associazioni, unioni, consorzi e convenzioni tra enti locali: nel caso di Città metropolitane e Province, la verifica del valore dei bandi nell'ultimo triennio riguarderà gli enti locali che fanno parte dell'area territoriale dell'ente attuale.
A stabilire i requisiti per le centrali uniche di committenza è il Dpcm attuativo delle nuove regole, scritte all'articolo 9, comma 2, del decreto 66/2014.
Il provvedimento ha completato l'esame in Conferenza Stato-Città ed è in corso di emanazione, insieme a un Dpcm parallelo che istituisce il «tavolo tecnico dei soggetti aggregatori», coordinato dal ministero dell'Economia e formato anche dai rappresentanti di Palazzo Chigi, Anci, Upi e Regioni, oltre che da un componente per ciascun soggetto aggregatore compreso nell'elenco definitivo.
I due provvedimenti sono il tassello essenziale per provare a far partire davvero la centralizzazione degli acquisti (il passaggio «da 32mila centrali di committenza a 35», per ricordare la parola d'ordine del commissario alla spending review, Carlo Cottarelli), prevista fin dal decreto «Salva-Italia» di fine 2011 e poi costantemente prorogata proprio perché non era stato preparato il terreno per l'attuazione. In questo quadro, il decreto Irpef di aprile aveva tentato un'accelerazione che aveva finito per bloccare il sistema degli appalti, sfociando quindi nell'ennesimo rinvio (articolo 23-ter del Dl 90/2014) che ha spostato al 1° gennaio il debutto dei nuovi obblighi per gli acquisti di beni e servizi e al 1° luglio la centralizzazione degli appalti di lavori. Una guida operativa, disponibile sul sito dell'Anci, indica agli enti locali tutte le scelte operative possibili a seconda dei vari tipi di acquisti.
L'emanazione del Dpcm è attesa a breve, anche perché dopo questo primo passo l'Autorità nazionale anticorruzione dovrà indicare in un proprio provvedimento le modalità operative per presentare la richiesta di far parte dell'elenco: a questo punto, gli aspiranti «soggetti aggregatori» avranno 45 giorni di tempo per bussare alle porte dell'Autorità e chiedere si essere inseriti in elenco. Verificate le domande, l'Anac stilerà l'elenco dei soggetti aggregatori, secondo un ordine decrescente in base al valore complessivo dei bandi realizzati da ciascuno nel triennio di riferimento, fino ad arrivare al numero massimo di 35. Per partire davvero entro il 1° gennaio, come prevede il calendario attuale per quel che riguarda gli acquisti di beni e servizi, i tempi, insomma, sono stretti
 (articolo Il Sole 24 Ore del 21.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: Avvocati, dal 15 dicembre il nuovo codice deontologico. Professionisti. Regole di condotta pubblicate in «Gazzetta».
Conto alla rovescia per il debutto del nuovo codice deontologico forense. Sulla «Gazzetta ufficiale» n. 241 è stato pubblicato il testo con le regole di condotta cui dovranno uniformarsi gli avvocati iscritti all'Albo. La redazione del Codice era prevista sulla base della legge di riforma del l'ordinamento professionale, la n. 247 del 2012.
La disciplina entrerà in vigore il prossimo 15 dicembre e dovrà essere applicata dai nuovi organismi disciplinari, i consigli distrettuali di disciplina, che sono già stati costituiti e diventeranno operativi a partire dal 01.01.2015. La norma transitoria prevede l'applicazione anche ai procedimenti disciplinari in corso, a patto che le nuove norme siano più favorevoli al legale «sotto indagine».
Tra i punti qualificanti del nuovo impianto c'è innanzitutto una tendenziale tipizzazione degli illeciti disciplinari con la previsione della sanzione declinata nel minimo e nel massimo; una maggior grado di completezza delle norme deontologiche di riferimento, tra le quali sono ricomprese anche quelle sparse in diverse fonti legislative; la previsione di due nuovi titoli, il IV (Doveri dell'avvocato nel processo) e il V (Doveri verso le Istituzioni forensi).
Il primo è suggerito dalla tipicità della funzione difensiva; il secondo è elemento di rafforzamento del rapporto tra iscritti e Istituzioni rappresentative
(articolo Il Sole 24 Ore del 21.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATAEdilizia, ecobonus di lunga vita.
Lunga vita all'ecobonus. Con il ddl di stabilità 2015 il governo proroga fino a tutto il prossimo anno i bonus fiscali «casa» del 50% e del 65% che la manovra dell'anno scorso aveva messo in scadenza nel 2014.

Da quanto emerge dal documento approvato dal consiglio dei ministri lo scorso 15 ottobre, ristrutturazione, risparmio energetico e nuovi arredi (bonus mobili) per la casa restano pertanto incentivati. Le dolenti note riguardano invece le ritenute fiscali sui bonifici, che dal 1° gennaio del prossimo anno passano dal 4% all'8%.
Le novità del ddl. Il governo ha confermato gli sconti fiscali previsti per i lavori di recupero edilizio con la quota Irpef al 50% e quelli per interventi di riqualificazione energetica con la quota al 65% per tutto il 2015, ma con alcune particolarità.
La manovra 2014 aveva previsto che il bonus al 50% poteva essere fruito per le spese sostenute fino al 31.12.2014, per poi ridursi al 40% dal 01.01.2015 e attestarsi al 36% dal 2016. Per le spese sostenute per interventi di riqualificazione energetica (es. coibentazione degli edifici, l'installazione di pannelli solari, la sostituzione di infissi e caldaie, ecc.), dall'attuale 65% si sarebbe passati dal 01.01.2015 al 50% e poi al 36% dal 2016. Il ddl della legge di Stabilità 2015 prevede per entrambi gli sconti fiscali la misura massima agevolata, al 50 e al 65%, per tutto l'anno prossimo, ma dal 2016 entrambe si ridurranno al 36%, senza aliquote intermedie.
Novità anche per lo sconto per gli interventi sulle parti comuni dei condomini. Finora si prevedeva lo sconto massimo al 65% fino al 30.06.2015, che doveva scendere al 50% fino al 30.06.2016. Ora il ddl cancella questo trattamento di favore prevedendo l'ecobonus al 65% per tutto il 2015 per poi assestarsi all'ordinario 36% dal 01.01.2016. Per ciò che riguarda i lavori di recupero antisismico degli edifici nelle zone 1 e 2 di pericolosità non ci sarà la proroga al prossimo anno, quindi dal 01.01.2015 la detrazione Irpef scenderà dall'attuale 65 al 50% e dal 01.01.2016 al 36%.
Confermato il bonus mobili, con la detrazione Irpef al 50% per l'acquisto di mobili e arredi ed elettrodomestici in classe A+ e A per i forni per tutto il 2015, nell'ambito dell'immobile oggetto di interventi edilizi (per cui si fruisce della detrazione per ristrutturazione).
Efficienza energetica. Per gli interventi di efficienza energetica, il ddl Stabilità 2015 ha previsto che la detrazione, per gli interventi sulle singole unità immobiliari, si applichi nella misura «potenziata» del 65% alle spese sostenute fino al 31.12.2015.
La manovra 2015 elimina, quindi, la rimodulazione prevista dalla legge di stabilità 2014 secondo cui per le spese sostenute dal 01.01.2015 a 31.12.2015, la percentuale di detrazione si sarebbe dovuta ridurre al 50%.
Inoltre, per gli interventi eseguiti sulle parti comuni condominiali (artt. 1117 e 1117-bis c.c.) o su tutte le unità immobiliari dell'edificio, con una riformulazione dell'art. 14, co. 2, del dl 63/2013, è stabilito che la misura della detrazione Irpef/Ires del 65% si applichi per le spese sostenute fino al 31.12.2015.
I principali tipi di interventi di efficienza energetica agevolabili, ai fini della detrazione Irpef/Ires, riguardano:
- interventi su strutture opache orizzontali, verticali, finestre comprensive di infissi (art. 1, c. 345, legge 296/2006);
- riqualificazione energetica globale (art. 1, c. 344, legge 296/2006);
- installazione di pannelli solari per la produzione di acqua calda (art. 1, c. 346, legge 296/2006);
- sostituzione di impianti di climatizzazione invernale con caldaie a condensazione (art. 1, c. 347, legge 296/2006);
- sostituzione di impianti di climatizzazione invernale con pompe di calore ad alta efficienza (art. 1, c. 286, legge 244/2007);
- sostituzione di scaldacqua tradizionali con quelli a pompa di calore (art. 4, c. 4, dl 201/2011, conv. legge 214/2011).
Ristrutturazioni edilizie. Il ddl Stabilità 2015 interviene anche in materia di detrazioni per le ristrutturazioni edilizie, con una modifica dell'art. 16 del dl 63/2013 convertito, con modificazioni, nella legge 90/2013.
A tal riguardo, la detrazione Irpef per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio viene confermata nella seguente misura del 50% anche per le spese sostenute nel 2015.
Secondo la legge di stabilità 2014, invece, la detrazione era così modulata:
- 50% fino a 96 mila euro, per le spese sostenute nel 2014;
- 40% fino a 96 mila euro, per le spese sostenute nel 2015;
- 36% fino a 48 mila euro dal 01.01.2016.
Messa in sicurezza statica. Il ddl di stabilità 2015 conferma la disciplina della detrazione del 50% per gli interventi relativi all'adozione di misure antisismiche e messa in sicurezza statica prevista dell'art.16, co. 1-bis, del dl 63/2013. Si ricorda che l'agevolazione si rende applicabile agli interventi:
- le cui procedure autorizzatorie sono attivate a decorrere dal 4 agosto 2013;
- eseguiti su edifici ricadenti nelle zone sismiche ad alta pericolosità (zone 1 e 2), di cui all'Opcm 20.03.2003 n. 3274;
- che si riferiscono a costruzioni adibite ad abitazione principale o ad attività produttive. Come chiarito dall'Agenzia delle entrate nella circolare n. 29/2013 possono beneficiare della nuova detrazione sia i soggetti passivi Irpef, che i soggetti passivi Ires.
Rimane invariato l'ammontare complessivo della spesa agevolabile, che non può essere superiore a 96 mila euro per unità immobiliare.
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Bonifici, la ritenuta raddoppia all'8%.
È una delle sorprese meno gradite che questo capitolo della manovra riserva ai contribuenti, e che penalizzerà soprattutto le imprese. Al momento del pagamento del bonifico (si ricorda che per fruire della detrazione è necessario che i lavori siano pagati con bonifico bancario o postale), banche e poste devono operare una ritenuta a titolo di acconto dell'imposta dovuta dall'impresa che effettua i lavori. Dal 06.07.2011 questa ritenuta era stata ridotta dal 10% all'attuale 4%. Secondo il testo provvisorio della nuova legge di Stabilità 2015 dal 1° gennaio del prossimo anno la ritenuta salirà all'8%.
Si ricorda che, secondo la normativa di riferimento, i pagamenti interessati dalla misura riguardano quelli connessi ai lavori su cui il contribuente finale può usufruire della detrazione del 36% o del 55% e pertanto:
- gli interventi di recupero del patrimonio edilizio ex art. 1, legge 27.12.1997, n. 449 e successive modificazioni;
- gli interventi sugli immobili volti a conseguire un risparmio energetico ex art. 1, commi da 344 a 347, legge 27.12.2006, n. 296 e successive modificazioni (detrazione irpef del 55%).
Per avere diritto alle suddette detrazioni, il contribuente deve effettuare il versamento delle spese detraibili tramite bonifici bancari o postali che contengano:
- la causale del versamento;
- il codice fiscale del soggetto che paga (beneficiario dell'agevolazione);
- il codice fiscale o numero di partita Iva del beneficiario del pagamento (destinatario del bonifico).
Rimangono esclusi da tale modalità di pagamento gli oneri di urbanizzazione, le imposte di bollo, le ritenute fiscali sugli onorari dei professionisti e i diritti pagati per le concessioni, le autorizzazioni e le denuncie di inizio lavori, che non possono essere pagate tramite bonifico (risoluzione 04.01.2011, n. 3/E).
Nel trattenere detto ammontare le banche e le poste (che agiscono per conto del beneficiario) operano in qualità di sostituti d'imposta con la conseguenza che esse dovranno osservare tutti i relativi adempimenti:
- il versamento della ritenuta entro il 16 del mese successivo a quello in cui hanno operato la rivalsa;
- la certificazione delle somme trattenute;
- la compilazione del modello 770.
Per quanto riguarda la determinazione della ritenuta, l'Agenzia delle entrate con la circolare n. 40/2010 aveva precisato che, per esigenze di semplificazione e di economicità, nonché per evitare errori determinati da un'applicazione impropria della ritenuta, si assume che, ai fini dell'applicazione della norma in esame, l'Iva venga applicata con l'aliquota più elevata. Conseguentemente, la ritenuta d'acconto del 4% (che sarà elevata all'8% dal 1° gennaio 2015) deve essere operata sull'importo del bonifico decurtato dell'Iva del 22% (articolo ItaliaOggi Sette del 20.10.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIADeposito rifiuti in sicurezza. Senza precauzioni ambientali scatta la gestione illecita. La Corte di cassazione fa il punto sullo stoccaggio temporaneo ex dlgs 152/2006.
A legittimare la particolare forma di raggruppamento di rifiuti conducibile fuori dall'ordinario regime autorizzatorio è, oltre il rispetto dei confini spaziali, quantitativi e temporali stabiliti dalla Legge, l'osservanza delle parallele norme di sicurezza a protezione dell'eco-sistema. E il solo difetto di queste ultime è sufficiente a provocare l'illiceità radicale dell'intero stoccaggio, con lo scattare delle relative sanzioni per gestione non autorizzata di rifiuti.

Tale principio di diritto, enucleato dalla Corte di cassazione con due recenti sentenze (del 16 e 23.09.2014, rispettivamente n. 37843 e n. 38676) sullo storico istituto del «deposito temporaneo» del produttore di rifiuti previsto dal dlgs 152/2006 (cd. «Codice ambientale») acquista rilievo anche in relazione al rinnovato istituto del cd. «deposito temporaneo del detentore» di rifiuti elettrici ed elettronici previsto dal dlgs 49/2014 e in vigore dallo scorso 12.04.2014.
E questo sia per le analogie tra le due figure, sia perché la violazione delle norme sul deposito dei Raee sancite dal nuovo dlgs 49/2014 viene comunque punita attraverso le fattispecie sanzionatorie del dlgs 152/2006.
Il deposito temporaneo del produttore. Le pronunce della Suprema corte hanno a oggetto la figura di stoccaggio prevista dall'articolo 183, comma 1, lettera bb), del «Codice ambientale» (ed esercitabile, a mente del successivo articolo 208, senza necessità di autorizzazione) coincidente con «il raggruppamento dei rifiuti effettuato, prima della raccolta, nel luogo in cui gli stessi sono prodotti» nel rispetto di precise condizioni relative alla quantità e qualità dei rifiuti, al tempo di giacenza, alla organizzazione tipologica del materiale e al rispetto delle norme tecniche di prevenzione ambientale previste dallo stesso «Codice ambientale».
Con la sentenza 38676/14 il giudice di legittimità sottolinea come sia sufficiente la violazione di queste ultime regole (tra cui l'organizzazione tipologica dei materiali e il divieto di miscelazione dei rifiuti pericolosi) a far rientrare tale forma di stoccaggio nella relativa diversa fattispecie (illecita) di deposito incontrollato o, nei casi più gravi, di discarica abusiva (con lo scattare delle relative sanzioni previste dall'articolo 256 relativo alle attività di gestione di rifiuti effettuate in assenza di autorizzazione ambientale).
La stessa sentenza, unitamente alla 37843/2014, conferma però (è utile ricordarlo) l'orientamento del giudice di legittimità a una lettura allargata della nozione di «luogo di produzione», dovendosi per tale intendere non solo l'area fisica nella quale i rifiuti sono stati materialmente nati ma anche lo spazio nella disponibilità dell'impresa produttrice degli stessi «funzionalmente collegato» al primo (perché, per esempio, insistente nello stesso perimetro aziendale) nel quale sono stati collocati.
E il deposito «temporaneo del detentore» (di Raee). Analoga, come accennato, alla descritta figura del deposito temporaneo ex dlgs 152/2006 (per la sua conducibilità in assenza di autorizzazione ambientale), ma diversa per la qualifica dei soggetti che la effettuano (in quanto non «produttori», ma semplici «detentori» di rifiuti) e per le regole preventive da osservare è il «deposito preliminare alla raccolta presso i distributori» di apparecchiature elettriche ed elettroniche (c.d. «Aee») dei tecno-rifiuti (c.d. «Raee») da essi ritirati presso l'utenza all'atto del vendita di analoghi nuovi beni previsto dal dlgs 49/2014.
In base al combinato disposto delle norme dettate dal nuovo decreto del 2014 (erede del dlgs 151/2005) e di quelle previste dal dm 65/2010 (adottato in attuazione del dlgs del 2005, ma vigente anche sotto il nuovo), distributori, installatori e centri di assistenza Aee possono effettuare il raggruppamento dei Raee ritirati con la citata formula del «one on one» presso i locali del proprio punto vendita (o presso altri luoghi preventivamente comunicati ex dm citato) senza necessità di preventiva autorizzazione, a condizione che siano osservate determinate regole di tutela ambientale.
In base alle predette norme, tale deposito di Raee è infatti «liberamente» conducibile se, oltre al rispetto di precisi limiti quantitativi e temporali, viene effettuato in locali idonei, non accessibili a terzi, pavimentati e coperti, assicurando la separazione tra rifiuti pericolosi ed evitando la fuoriuscita delle loro sostanze nocive. E dunque, declinando il principio ribadito dalle citate sentenze della Corte di cassazione per il «deposito temporaneo del produttore», è fondato ritenere che anche in questo caso la sola inosservanza delle descritte regole di sicurezza ambientale provocherebbe il «declassamento» del raggruppamento agevolato di Raee a deposito non autorizzato, con l'applicazione delle citate sanzioni previste dall'articolo 256 del «Codice ambientale».
Con il dlgs 49/2014 ha altresì fatto il suo esordio nell'Ordinamento giuridico anche la figura del «deposito preliminare alla raccolta presso i distributori» di nuove Aee che provvedono al ritiro (in forma obbligatoria, se titolari di superfici di vendita al dettaglio superiore ai 400 metri quadri) di Raee di piccole dimensioni senza contestuale fornitura di nuove apparecchiature (cd. ritiro «one on zero»).
Come per il deposito dei Raee ritirati «one on one», anche questo tipo di raggruppamento non soggiace (a mente dell'articolo 11, comma 3, del decreto legislativo in parola) a preventiva autorizzazione, ma (a differenza del primo) il legislatore non ha parallelamente provveduto a dettare norme di dettaglio su misure di sicurezza da adottare ed eventuali limiti quantitativi, qualitativi o temporali dello stoccaggio, limitandosi a demandare a futuro decreto ministeriale la determinazione delle modalità semplificate di ritiro e prescrivendo espressamente che nel mentre viga unicamente l'obbligo di raccolta separata e stoccaggio in sicurezza dei soli «Raee di illuminazione».
Nelle more di tale nuova disciplina regolamentare sembra dunque che le norme precauzionali da adottare per (condurre legalmente) tale deposito debbano essere rintracciate in quelle più generali del dlgs 152/2006, apparendo di difficile applicazione sia quelle specifiche per il descritto «deposito temporaneo» ex articolo 183 dello stesso «Codice ambientale» (poiché formalmente riservate ai «produttori» di rifiuti) sia quelle particolari ex dm 65/2010 (poiché dettate per il raggruppamento dei Raee ritirati «one on zero»).
Tuttavia, la logica di tutela ambientale sottesa ai principi di precauzione e azione preventiva dettati dal Trattato Ue (ripresi dalla direttiva madre sui rifiuti 2008/98/Ce e declinati nello stesso dlgs 152/2006) parrebbe suggerire agli operatori del settore, in attesa delle nuove norme, comunque l'adozione (per analogia) delle più restrittive prescrizioni in materia di raggruppamento «agevolato» di rifiuti rintracciabili tra quelle esistenti, e questo sia in relazione ai limiti quantitativi e temporali del deposito che alle regole di sicurezza da rispettare (articolo ItaliaOggi Sette del 20.10.2014).

EDILIZIA PRIVATAIl bonus del 65% allarga la platea dei beneficiari. Soggetti Ires ammessi anche in caso di «detenzione». Reddito d'impresa. Gli ultimi orientamenti sulla detrazione per il risparmio energetico.
A beneficiare della detrazione del 65% per la riqualificazione energetica non è solo il proprietario dell'immobile, ma anche il possessore o detentore.
Una nozione, quella di «detentore», che allarga in modo significativo la platea dei potenziali beneficiari, soprattutto in relazione ai soggetti Ires, anche se giurisprudenza ed Entrate non sono sempre allineate.
Gli immobili strumentali
In base al Dm Sviluppo economico del 19.02.2007, la detrazione si applica alle spese effettuate su immobili esistenti (o su porzioni di essi), di qualsiasi categoria catastale, che siano posseduti o detenuti dal contribuente. Una esplicita limitazione è prevista per gli immobili concessi in locazione finanziaria: in questo caso la detrazione è concessa esclusivamente all'utilizzatore in base al costo effettivamente sostenuto dalla società concedente.
L'Agenzia, con la circolare 11/E/2014 (paragrafo 6.1), ha ribadito che sono ammessi al beneficio gli interventi effettuati su immobili strumentali, posseduti o detenuti, presso i quali è svolta la propria attività. Risulta, quindi, confermato il criterio riduttivo riconducibile alla strumentalità dell'immobile alla produzione del reddito d'impresa. Già in passato, infatti, la prassi in materia aveva disconosciuto il diritto sugli immobili merce (risoluzione 340/E/2008) oppure su quelli concessi in locazione da titolari di reddito d'impresa (risoluzione 303/E/2008).
La giurisprudenza di merito, però, non ha condiviso tale impostazione "limitativa" (sentenza 37/2013 Ctp Bolzano e sentenza 54/2013 Ctp Lecco), sottolineando che l'unica peculiarità prevista dalla norma (articolo 2 del Dm 19.02.2007) è relativa agli immobili in leasing. Secondo i giudici, dunque, la ratio della norma punta a incentivare gli interventi di riqualificazione energetica indipendentemente dall'utilizzazione dell'immobile. Al momento, però, chi seguisse la tesi dei giudici dovrebbe mettere in conto il rischio di un contenzioso.
Appalto e detenzione
Il beneficio fiscale spetta al possessore o detentore dell'immobile che sostiene effettivamente le spese. Il discrimine, però, non è tanto tra possesso e detenzione –entrambe ammesse al bonus– quanto piuttosto alle varie forme di detenzione, benché la norma non faccia alcun distinguo. In particolare, secondo alcune interpretazioni, la detrazione andrebbe riconosciuta solo nel caso di detenzione qualificata e non, invece, quando la detenzione è non qualificata (risposta ad interpello della Direzione centrale normativa, protocollo 83168/2013). In base a questa impostazione si avrebbero due livelli di detenzione:
- non qualificata, cioè svolta nell'interesse altrui (in relazione all'adempimento di un obbligo verso terzi, come quello del depositario o del mandatario);
- qualificata, cioè svolta nell'interesse proprio (come quella del conduttore o comodatario).
La giurisprudenza –in sede di riconoscimento al detentore qualificato della tutela possessoria– ha costruito varie ipotesi nelle quali si riconosce la qualità di detentore qualificato. Ad esempio, contratto produttivo di una detenzione qualificata, oltre a quelli menzionati del comodato e della locazione, è l'appalto, in quanto l'appaltatore –fino alla consegna dell'opera al committente– detiene l'opera nel suo personale interesse, in virtù di un rapporto obbligatorio e deve, pertanto, considerarsi detentore qualificato (Cassazione civile, sez. II, 28.05.2003, n. 8522). Ciò avviene pacificamente per l'appalto di opere, nel quale la realizzazione del bene è anche l'oggetto del contratto.
Diversamente ha ritenuto la Corte in riferimento alla particolare ipotesi dell'appalto di servizi, ricordando –anche sulla base di precedenti pronunce di legittimità– che il committente, in questo caso, continua a esercitare il potere di custodia e di vigilanza sul bene (Cassazione civile, sez. III, 04.02.2005, n. 2278). Ciò detto, non appare corretto sostenere che l'agevolazione non risulti mai applicabile nel caso di appalto di servizi. In primis, va ricordato che le pronunce della Cassazione si occupavano soprattutto delle finalità di custodia del bene; in secondo luogo, va osservato che la detenzione del bene immobile potrebbe essere del tutto eventuale o casuale rispetto alla prestazione di servizi o, di contro, intimamente legata alla prestazione: in questo secondo caso la detrazione dovrebbe spettare, ma la questione è aperta.
Gli altri casi
Meno controversa la natura di detenzione qualificata di quella esercitata dai soci di una società di capitali, su beni il cui godimento è collegato alla titolarità delle azioni societarie o quello del promissario acquirente che sia stato immesso nella materiale disponibilità del bene e che eserciti la detenzione qualificata nel proprio interesse, ma alieno nomine (Cassazione civile, Sezioni unite, sentenza n. 7930/2008).
Anche il subconduttore e il subaffittuario sono detentori autonomi e qualificati, servendosi della cosa nel loro esclusivo interesse. Ovviamente non può considerarsi detenzione qualificata quella conseguente a mera tolleranza altrui o ad atti d'arbitrio
(articolo Il Sole 24 Ore del 20.10.2014).

EDILIZIA PRIVATAEsercizio a cavallo: tempi supplementari per finire i lavori. Il caso. Come calcolare la data limite.
Le continue proroghe complicano l'applicazione della detrazione per le riqualificazioni energetiche da parte delle società con esercizio non coincidente con l'anno solare (il cosiddetto "esercizio a cavallo").
Il disegno della legge di stabilità per il 2015 –varato mercoledì scorso dal Consiglio dei ministri– conferma la detrazione del 65% per le spese sostenute fino al 31.12.2015. La legge di stabilità per il 2014 (legge 147/2013) aveva invece esteso il beneficio fiscale del 65% fino al 31.12.2014, prevedendo che per le spese sostenute dal 1° gennaio al 31.12.2015 la detrazione spettasse nella misura del 50 per cento.
La proroga in arrivo, comunque, non cambia la questione interpretativa. La difficoltà principale è comprendere come le diverse scadenze vadano applicate alle società con esercizio a cavallo. Il punto di partenza è che la spesa viene detratta sulla base del criterio di competenza –secondo quanto chiarito dalle circolari 36/E/2007 (par. 4) e 20/E/2011 (par. 3.3)– e quindi indipendentemente dalla data di pagamento individuata per cassa. Il momento di imputazione dei costi, in particolare, è:
- per le prestazioni di servizi, la data di ultimazione delle prestazioni;
- per i beni mobili, la data di consegna o di spedizione, a meno che sia diversa o successiva la data in cui si verifica l'effetto traslativo.
In genere le proroghe, compresa l'ultima, non contemplano "esplicitamente" le società con esercizio a cavallo, in quanto, il legislatore, definisce una data finale puntuale: ad esempio, il 31.12.2014 per il 65% e il 31.12.2015 per il 50 per cento. Da qui il dubbio sulle regole da seguire per le società con esercizio a cavallo che, al momento indicato dal legislatore, si trovano con l'esercizio ancora aperto.
La risposta è nella circolare delle Entrate 36/E del 31.05.2007, al paragrafo 6, con cui l'Agenzia si era già espressa in una accezione espansiva: «L'agevolazione prevista dai commi 344, 345, 346 e 347 consiste in una detrazione dall'imposta lorda, che può essere fatta valere sia sull'Irpef che sull'Ires, in misura pari al 55 per cento delle spese sostenute nel 2007 o, per i soggetti con periodo d'imposta non coincidente con l'anno solare, nel periodo d'imposta in corso alla data del 31.12.2007».
Di conseguenza, da una interpretazione logico-sistematica della normativa e della prassi, si può ritenere che le società con esercizio non coincidente con l'anno solare potranno beneficiare dell'agevolazione sino alla chiusura dell'esercizio in corso alla data indicata dalla legge, quindi ben oltre la data "puntuale" fissata dalla norma.
Ad esempio, alla luce della proroga prevista dal Ddl della legge di stabilità, se si considera una società con esercizio 1° luglio-30 giugno, questa società dovrebbe poter beneficiare della detrazione del 65% fino al 30.06.2016. Questo, almeno, stando al testo attuale del disegno di legge, che continua a non menzionare espressamente il caso delle società con esercizio a cavallo
(articolo Il Sole 24 Ore del 20.10.2014).

EDILIZIA PRIVATASottotetti abitabili: slalom tra i requisiti fissati dalle Regioni. Decisivi gli oneri, le altezze medie e i rapporti aero-illuminanti. Ristrutturazioni. Il punto sulle normative dopo le ultime modifiche.
Prosegue l'aggiornamento della normativa regionale che disciplina la trasformazione in abitazioni dei sottotetti con l'approvazione quest'anno delle leggi di Emilia Romagna e Puglia. In alcune Regioni (per esempio Piemonte, Valle D'Aosta, Veneto, Emilia Romagna) è stato possibile realizzare questo tipo di intervento già dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso. Altre (come Calabria e Sardegna) hanno approfittato dell'emanazione della propria legge sul piano casa –con i premi di volumetria per gli interventi di ampliamento e demolizione e ricostruzione– per metter mano anche ai sottotetti.
Una normativa specifica per rendere abitabili i sottotetti è necessaria per derogare alle previsioni degli strumenti urbanistici comunali, ai parametri costruttivi previsti dai regolamenti edilizi e alle norme sulle altezze e sui requisiti igienici e sanitari stabiliti dal Dm del 05.07.1975: quando da un sottotetto si ricavano stanze da letto, cucina e bagno, sono quasi certi un aumento della superficie utile dell'immobile (oltre i limiti previsti dal progetto iniziale e dal Prg) e il mancato rispetto dello standard di altezza e di rapporto tra luci e superfici.
Le possibilità, le condizioni, i limiti e la convenienza a trasformare le soffitte in spazi abitabili stabilite da ogni Regione costituiscono una sorta di caleidoscopio: l'immagine cambia a seconda del parametro che si sceglie per analizzare l'insieme delle leggi regionali.
Tutte le Regioni richiedono altezze inferiori ai 270 cm regolari, ma con differenze, anche notevoli, da una all'altra. L'altezza media più prescritta per il locali abitabili è di 240 centimetri (per esempio Basilicata, Emilia Romagna, Marche, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna, Veneto). In alcuni casi, per i locali di servizio, bagni, corridoi, viene abbassata di 10 cm. Qualche regione accorda una riduzione dell'altezza (-20 cm, in genere) anche nei Comuni classificati montani o semimontani, o comunque al di sopra di una certa altitudine: lo fanno, tra le altre, Calabria, Emilia Romagna e Molise. Le normative laziali, liguri, toscane, pugliesi prevedono che al di sotto di un'altezza minima gli spazi debbono essere chiusi con muri o mobili, se non sono in corrispondenza di fonti di luce.
È generalizzata la possibilità di aprire finestre e lucernai per illuminare i locali con luce solare (in alcuni casi sotto particolari prescrizioni o con l'esclusione di zone del territorio). Nelle Regioni che lo indicano, il rapporto aero-illuminante (in pratica la superficie delle finestre e quella del pavimento) è prevalentemente 1/16; è più alto solo in Basilicata, Calabria e Molise.
In quasi la metà delle Regioni (tra le quali Campania, Molise, Toscana, Veneto), per raggiungere le altezze medie e minime richieste dalle loro normative, non è permesso alzare la quota del colmo o modificare la pendenza del tetto. Una variabile non indifferente. Altre consentono questa operazione, ma la sottopongono a condizioni: in Liguria a seguito dell'innalzamento dei muri, la nuova altezza dell'edificio non deve superare quella prevista dal piano regolatore; nel Lazio si può cambiare tutto (altezza di colmo e gronda, pendenza della copertura) purché non comporti un aumento superiore al 20% della volumetria del sottotetto esistente. Qualche Regione esclude da questo tipo di intervento particolari aree: in Emilia Romagna le altezze di colmo e il resto non si possono toccare nei centri storici, in Sardegna nelle zone B (quelle totalmente o parzialmente edificate non classificate come centri storici).
Per recuperare in altezza non si devono necessariamente alzare i muri: lo stesso risultato può essere ottenuto abbassando il solaio del sottotetto, se quest'operazione non riduce l'altezza dell'ultimo piano a meno di quella standard. È permesso, tra l'altro, in Calabria, in Puglia, in Emilia Romagna e in Molise (in queste due Regioni a condizione che il prospetto del fabbricato non cambi).
Le normative di alcune Regioni riservano ai Comuni l'ultima parola su ciò che si può fare e su dove farlo. In Liguria, Piemonte, Sicilia, Sardegna occorre verificare presso i Comuni se hanno ristretto –entro i termini, ormai scaduti, previsti dalle leggi– le aree o tipologie di immobili nei quali i sottotetti non possono essere recuperati. In altre regioni (Emilia Romagna, Molise, Umbria, Veneto) i sindaci possono sempre decidere limitazioni o porre vincoli alla trasformazione dei sottotetti in abitazioni.
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Oneri concessori alleggeriti in caso di ampliamento. I costi. In genere il conto aumenta quando si crea una nuova unità abitativa.
Variano da Regione e Regione i costi da sostenere per trasformare un sottotetto in un alloggio vivibile, in regola con le norme sull'agibilità. Impossibile, però, fare una graduatoria della convenienza territoriale per questo tipo di intervento. La spesa per realizzare l'intervento edilizio dipende dallo stato dell'immobile, dall'estensione della superficie che si vuole (o si può) rendere abitabile e dalla qualità dei materiali che vengono utilizzati. A questi importi si devono aggiungere quelli imposti dai vincoli e dalle prescrizioni normative, che non dipendono dalla volontà del proprietario.
Una voce di spesa che può essere più o meno rilevante è quella per il pagamento degli oneri concessori, che variano da Regione a Regione. Il recupero dei sottotetti, infatti, è classificato come ristrutturazione edilizia e si pagano gli oneri nella misura prevista per questa tipologia di interventi. In Emilia-Romagna si paga solo il contributo relativo al costo di costruzione. In Abruzzo, oltre a questo contributo, è richiesto il pagamento a tariffa doppia degli oneri di urbanizzazione: l'importo di questa maggiorazione non finisce nelle casse dei Comuni (che realizzano strade fognature scuole e palestre), ma in quelle dalla Regione; quest'ultima a sua volta li userà per finanziare interventi nei Comuni, ma senza garantire che ciascuno di loro riceverà una somma proporzionata a quanto dato.
Anche in Sicilia queste operazioni possono costare care: oltre agli oneri concessori, il proprietario deve versare alla Regione il 20% dell'incremento di valore dell'immobile determinato dalla trasformazione (e valutato in base alla variazione della rendita catastale). I Comuni marchigiani, invece, su questi interventi incassano un contributo sul costo di costruzione scontato del 20 per cento. La legge ligure, infine, prevede uno sconto del 50% degli oneri concessori se l'intervento di recupero non comporta la creazione di una nuova unità abitativa, ma solo l'ampliamento di una già esistente (per esempio con la creazione di una scala interna). Lo stesso sconto viene concesso anche se gli immobili interessati sono di edilizia residenziale pubblica.
La possibilità di creare, dal recupero del sottotetto, nuove unità abitative è un altro elemento differenziazione tra le Regioni. Il Friuli Venezia Giulia e la Toscana, per esempio, non lo permettono. Al contrario questa opportunità è offerta nelle Marche e in Emilia-Romagna: in questo caso chi realizza l'intervento, oltre agli spazi per i parcheggi pertinenziali all'immobile interessato dal recupero, deve cedere al Comune anche le aree per i parcheggi e il verde pubblico (in mancanza di spazi, il tutto può essere monetizzato). In alcune Regioni, inoltre, è richiesto il rispetto di certi standard solo per trasformare il sottotetto in abitazione autonoma da quella sottostante. In Lazio, Liguria e Puglia solamente in questo caso sono necessari i parcheggi pertinenziali: un mq di area di sosta ogni 10 mc di volumetria recuperata; se non ci sono aree si monetizza (in Lazio in base al costo di costruzione di un mq di parcheggio, in Liguria al prezzo di mercato).
Per calcolare i costi di un recupero, infine, occorre considerare le eventuali prescrizioni costruttive, che possono cambiare da un Comune all'altro (articolo Il Sole 24 Ore del 20.10.2014).

LAVORI PUBBLICIIl bando «giudica» i salari. Il costo del lavoro deve essere inserito nella valutazione dell'offerta. Appalti. Le istruzioni operative nel modello Anac per i lavori assegnati in base al criterio del prezzo più basso.
Le amministrazioni che intendono aggiudicare un appalto di lavori con il metodo di valutazione del prezzo più basso devono utilizzare il bando-tipo approvato dall'Autorità nazionale anticorruzione, potendo integrarlo in alcune parti.
La nota illustrativa che accompagna il format fornisce una serie di importanti indicazioni sulla nuova disciplina delle categorie specialistiche e super-specialistiche introdotta dall'articolo 12 della legge 80/2014, facendo rilevare come la nuova normativa abbia apportato una riduzione delle tipologie.
In base alle nuove disposizioni non sono più infatti considerate super-specialistiche le categorie OS3 (impianti idrico-sanitari, cucine, lavanderie), OS8 (opere di impermeabilizzazione) OS20A e OS20B (rilevanti topografici e indagini geognostiche) e pertanto possono essere eseguite direttamente dall'aggiudicataria, se in possesso della relativa qualificazione, ovvero possono essere subappaltate per l'intero importo, senza necessità di partecipazione in raggruppamento verticale.
L'Anac propone anche una soluzione molto operativa per l'attuazione della norma sul rispetto dei minimi salariali (comma 3-bis dell'articolo 82 del Codice), confermando come la valutazione del costo del lavoro debba trovare la sua corretta collocazione nell'ambito della verifica di congruità dell'offerta (quindi richiedendo all'aggiudicatario la descrizione del modello organizzativo adottato per l'appalto e i contratti collettivi applicati), ma anche specificando che negli appalti di lavori edili potrà essere inserita nel bando una clausola che richiede l'applicazione, ai lavoratori coinvolti nei lavori oggetto della gara, del contratto nazionale e territoriale dell'edilizia sottoscritti dalle associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.
In ordine ai raggruppamenti temporanei di imprese, nel bando-tipo sono assunte le novità determinate dalla legge n. 80/2014 con riferimento alla distribuzione delle quote tra mandataria e mandanti, per cui le stesse possono essere liberamente stabilite entro i limiti consentiti dai requisiti di qualificazione posseduti dall'associato. Nell'ambito dei propri requisiti posseduti, la mandataria in ogni caso deve assumere, in sede di offerta, i requisiti in misura percentuale superiore rispetto a ciascuna delle mandanti con riferimento alla specifica gara.
Resta quindi fermo il principio secondo cui la mandataria deve essere in possesso di almeno il 40% dei requisiti di qualificazione e che le mandanti devono continuare a coprire, cumulativamente, il restante 60%, coprendone almeno il 10% ciascuna. Tuttavia le quote di partecipazione al raggruppamento possono essere ora liberamente stabilite, nel rispetto ovviamente dei limiti di qualificazione di ciascun componente del raggruppamento e dei vincoli sopra richiamati (almeno il 40% per la mandataria e almeno il 10% per le mandanti).
Inoltre, l'abrogazione del comma 13 dell'articolo 37 del Codice fa venir meno l'obbligo della corrispondenza tra quote di partecipazione e quote di esecuzione dei lavori dichiarate in sede di offerta.
Le stesse quote di esecuzione possono essere successivamente modificate, in fase di realizzazione dell'opera, con il consenso della stazione appaltante, nei limiti della qualificazione posseduta da ciascun componente il raggruppamento (articolo Il Sole 24 Ore del 20.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTIL'Avcpass blocca le aggiudicazioni. Verifiche. L'allarme dei sindaci.
I Comuni lanciano l'allarme sulle criticità per le gare derivanti dall'utilizzo del sistema Avcpass e sollecitano l'Anac a intervenire.
Il presidente dell'Anci, Piero Fassino, ha segnalato a quello dell'Anac, Raffaele Cantone, i numerosi problemi che Comuni e imprese incontrano nell'utilizzo del sistema informatico per la verifica dei requisiti.
Molti enti lamentano che Avcpass non garantisce celerità di gestione delle informazioni, dando evidenza alle difficoltà riscontrate nella tempistica di messa a disposizione di vari tipi di documenti, da parte di enti certificanti.
L'Anci rileva che la questione più critica è determinata dal fatto che i Comuni, dopo aver esperito le gare, incontrano problemi operativi nell'utilizzo del sistema che impediscono, di fatto, l'aggiudicazione, poiché non consentono di verificare i requisiti.
Il sistema Avcpass è lo strumento informatico che consente l'accesso alla banca dati nazionale dei contratti pubblici (articolo 6-bis del Codice): la norma prevede che dal 1° luglio di quest'anno l'acquisizione dei documenti probatori per la verifica del possesso dei requisiti dichiarati dai concorrenti in gara sia effettuata solo attraverso Avcpass.
Un Comune che incontra problemi con il supporto informatico, se decide di acquisire i documenti probatori con la procedura tradizionale (quindi richiedendo a ciascun ente certificatore e all'operatore economico, per i documenti in sua esclusiva disponibilità) violerebbe l'obbligo perentorio, con la possibile contestazione di un'illegittimità evidente nello sviluppo del procedimento di gara.
La mancata acquisizione dei documenti una volta intervenuta l'aggiudicazione definitiva impedisce il conferimento di efficacia alla stessa e inibisce al Comune sia la stipulazione del contratto sia, in casi estremi, l'avvio d'urgenza dell'appalto. L'Anci evidenzia come l'impossibilità di avviare l'appalto crei gravi problemi, soprattutto per interventi urgenti (come la messa a norma di plessi scolastici).
L'Anac ha peraltro già operato alcune modifiche al sistema, rilevabili dalla versione 2.1. del manuale operativo per le stazioni appaltanti, ma Avcpass è ancora molto rigido, tanto che, qualora la stazione appaltante perfezioni il Cig non specificando correttamente alcuni aspetti dei requisiti, gli operatori economici hanno difficoltà a concretizzare il collegamento virtuale con i documenti e i dati che caricano nel sistema: risultano frequenti le richieste di chiarimenti, che obbligano l'amministrazione a rientrare nel sistema per le specificazioni nel Cig, dovendo tuttavia chiedere lo sblocco all'Anac
 (articolo Il Sole 24 Ore del 20.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

VARI: Formazione, spese deducibili al 50%. Lo sconto diventa integrale per i «minimi» e per i corsi pagati ai dipendenti dalla società.
Nel caso del professionista dotato di partita Iva le spese sostenute per la frequenza di corsi di aggiornamento professionale sono deducibili per il 50 per cento. La deduzione avviene in base al principio di cassa e quindi nell'anno in cui effettivamente sostenute.

L'articolo 54 del Tuir, Dpr 917/1986, introduce di fatto una presunzione legale di inerenza attenuata, secondo la quale una quota parte di tali spese (il 50%) è da ritenere sostenuta per finalità di carattere ludico o, comunque... (articolo Il Sole 24 Ore del 20.10.2014 - articolo tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATASblocca-Italia in Aula verso la fiducia Torna il regolamento edilizio unico. Camera. La commissione Ambiente ha concluso l'esame alle 5 di ieri mattina.
C'è voluta una nottata di votazioni, finita ieri mattina alle 5.30, per completare l'esame del decreto legge Sblocca-Italia in commissione Ambiente della Camera. Domani il provvedimento è atteso nell'Aula di Montecitorio dove è pressoché scontato che il governo metterà la fiducia per evitare l'ostruzionismo del Movimento 5 Stelle che già in commissione ha provato a bloccare l'esame. Forti critiche anche dalla Lega che a un certo punto ha abbandonato l'aula della commissione.
«Sono stati presentati oltre 3mila emendamenti nel corso dell'esame –dice il presidente della commissione, Ermete Realacci– e ne abbiamo votati circa 1.200, con quattro notti di lavoro. Mi pare che il confronto costruttivo non sia mancato e sono soddisfatto dell'esito perché c'è stato un miglioramento del testo in molti punti critici del provvedimento». Si tenga conto che Realacci ha anche dichiarato inammissibili quasi una decina di emendamenti presentati dal governo, cosa che non succede molto spesso.
Tra questi quello che estendeva l'attività delle società di ingegneria (contro cui si erano schierati gli ordini degli architetti e degli ingegneri), quello che consentiva assunzioni a tempo determinato per l'Expo e quello che pretendeva di dichiarare «di pubblico interesse» tutti gli impianti legati al trasporto, allo stoccaggio e alla raffinazione degli idrocarburi.
Tra le misure approvate nell'ultimo tour de force con la regìa della relatrice Chiara Braga (Pd) c'è la reintroduzione dello schema di regolamento edilizio unico valido per tutti i comuni, proposto originariamente dal Consiglio nazionale degli architetti che infatti hanno subito commentato positivamente. Una norma che dovrebbe aiutare a superare lo spezzatino di norme e definizioni del settore edile. Correzione di rotta, invece, per l'articolo 5 sulle autostrade: i piani di fusione e le connesse proroghe dei termini di scadenza delle concessioni potranno essere approvati soltanto dopo il via libera preventivo dell'Unione europea.
Anche l'articolo 17 sulle semplificazioni edilizie e urbanistiche ha subìto numerosi modifiche. Centrali in questo capitolo gli emendamenti presentati dal pd Roberto Morassut: «Introduzione del contributo straordinario per le varianti urbanistiche e deroghe edilizie che consentiranno ai comuni una seria tassazione della rendita urbana per la prima volta nella storia urbanistica italiana; eliminazione dell'iniziale intenzione di lasciare in carico ai privati le opere pubbliche di convenzione; eliminazione del permesso di costruire in deroga per gli interventi di ristrutturazione urbanistica; obbligo di voto per i consigli comunali e di pubblicazione per i "permessi di costruire convenzionati"».
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GLI EMENDAMENTI APPROVATI
Regolamento edilizio unico
È stato approvato dalla commissione Ambiente l'emendamento che introduce nel decreto legge Sblocca-Italia la previsione di uno schema nazionale di regolamento edilizio unico. Inizialmente proposta dal Consiglio nazionale degli architetti, la norma era rimasta nelle bozze del provvedimento urgente in agosto ma poi era stata eliminata nel testo finale per le osservazioni del Quirinale. La nuova versione supera quelle obiezioni. È una innovazione forte che supera lo «spezzatino» di norme tecniche e definizioni di 8mila comuni
Autostrade: serve l'ok della Ue
Correzione di rotta sostanziale per l'articolo 5 del decreto legge sulle concessionarie autostradali: i piani di fusione fra società concessionarie e di razionalizzazione della rete e le connesse proroghe dei termini di scadenza delle concessioni potranno essere approvati soltanto dopo il via libera preventivo dell'Unione europea. I piani autostradali dovranno ricevere anche il parere del Nars e quello dell'Autorità di regolazione dei trasporti. Salta di fatto la procedura straordinaria e accelerata che aveva voluto il ministro Lupi per velocizzare gli investimenti programmati
Semplificazioni urbanistiche
Accolto un emendamento Morassut che prevede l'introduzione del contributo straordinario per le varianti urbanistiche e per le deroghe edilizie che consentiranno ai comuni una seria tassazione della rendita urbana, l'eliminazione dell'iniziale intenzione di lasciare in carico ai privati le opere pubbliche di convenzione, l'eliminazione del permesso di costruire in deroga per gli interventi di ristrutturazione urbanistica, l'obbligo di voto per i consigli comunali e di pubblicazione per i «permessi di costruire convenzionati»
 (articolo Il Sole 24 Ore del 19.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATALa legge di stabilità. Raffica di detrazioni per ristrutturazioni e acquisto di mobili. Agevolato anche il risparmio energetico.
Il disegno di legge di stabilità per il 2015, approvato mercoledì scorso dal Governo, prevede la proroga a tutto il prossimo anno della detrazione Irpef del 50% sulle ristrutturazioni edilizie, sui mobili e sui grandi elettrodomestici e di quella Irpef e Ires del 65% sui lavori per il risparmio energetico qualificato.
Non è stata modificata, invece, la detrazione Irpef ed Ires del 65% sugli interventi antisismici "qualificati", che quindi sarà ridotta al 50% per i pagamenti del 2015. Infine, per i lavori verdi sulle parti comuni condominiali, il bonus del 65% è stato prorogato dal 30.06.2015 al 31.12.2015, eliminandolo definitivamente dal 2016.
A seguito di queste proroghe, non è necessario modificare i riferimenti normativi da indicare nei bonifici, quindi, per il risparmio energetico qualificato (compresi gli interventi verdi nei condomini) la norma agevolativa è sempre l'articolo 1, commi da 344 a 347, della Legge 296/2006, mentre per le ristrutturazioni edilizie, le misure antisismiche "qualificate" e l'acquisto di mobili e grandi elettrodomestici va indicato l'articolo 16-bis del Tuir.
Risparmio energetico
Il disegno di legge ha prorogato sino alla fine del 2015 l'aumento dal 55% al 65% della detrazione Irpef e Ires sugli interventi per il risparmio energetico qualificato degli edifici, in vigore dal 06.06.2013. In precedenza, era previsto che le spese sostenute nel 2015, fossero agevolate al 50 per cento.
Dal 2016 questa agevolazione per i lavori verdi "qualificati", prevista dalla Legge 296/2006, non sarà più utilizzabile, ma si potrà applicare solo l'articolo 16-bis, comma 1, lettera h), del Tuir per il risparmio energetico generico (basta il bonifico parlante e non va inviata la scheda tecnica all'Enea, entro 90 giorni dalla fine del lavori), il quale incentiva tutti gli interventi «relativi alla realizzazione di opere finalizzate al conseguimento di risparmi energetici», senza dover rispettare i rigidi requisiti previsti dal decreto dello Sviluppo economico 11.03.2008 e dalla Legge 296/2006 (si veda Il Sole 24 Ore del 26.07.2012).
Condomini efficienti
Per gli interventi sul risparmio energetico «relativi a parti comuni degli edifici condominiali di cui agli articoli 1117 e 1117-bis del Codice Civile» o che interessano «tutte le unità immobiliari di cui si compone il singolo condominio», la detrazione del 65%, in vigore dal 06.06.2013, è stata prorogata dal Dl di stabilità 2015 fino al 31.12.2015. In precedenza, era previsto che le spese sostenute fino al 30.06.2015 fossero agevolate al 65% e che quelle sostenute dall'01.07.2015 e fino al 30.06.2016 beneficiassero del bonus del 50%.
La riduzione del periodo agevolato di 6 mesi (prima metà del 2016), quindi, è stata bilanciata con l'aumento della percentuale del bonus dal 50% al 65% per il secondo semestre del 2015.
Limiti 55-65%
Per gli interventi sul risparmio energetico, l'aumento delle percentuali di detrazione dal 55% al 65% (dal 06.06.2013 al 31.12.2015) non incidono sull'importo massimo dello sconto Irpef ed Ires spettante, in quanto la variazione influenza la spesa massima agevolabile. La norma istitutiva della detrazione del 55%, infatti, prevede solo dei limiti di "detrazione" e non dei livelli massimi di spesa agevolabile; l'aumento della percentuale comporta, quindi, una diminuzione della spesa massima agevolabile per lo stesso intervento.
Recupero patrimonio edilizio
La maxi-detrazione del 50% sugli interventi sul recupero del patrimonio edilizio (manutenzioni, ristrutturazioni e restauro e risanamento conservativo), applicabile dal 26.06.2012, è stata prorogata sino alla fine del 2015. In precedenza era previsto che le spese sostenute nel 2015 fossero agevolate al 40 per cento. Dall'01.01.2016, comunque, si ritornerà a regime alla percentuale ordinaria del 36 per cento.
La proroga riguarda anche il limite massimo di spesa per singola unità immobiliare, che rimarrà di 96mila euro sino a fine 2015, per tornare ai consueti 48mila euro dal 2016. L'importo massimo della detrazione per singola unità immobiliare, quindi, sarà di 48mila euro sino a fine 2015 e di 17.280 dal 2016 in poi.
Misure antisismiche
Il disegno di legge non ha modificato, invece, la detrazione Irpef ed Ires del 65% sulle misure antisismiche dell'abitazione principale o delle costruzioni adibite ad attività produttive ("edifici ricadenti nelle zone sismiche ad alta pericolosità", zone 1 e 2, Opcm 20.03.2003, n. 3274), quindi, solo per i bonifici effettuati dal 04.08.2013 al 31.12.2014 si potrà beneficiare, con le regole delle ristrutturazioni edilizie, della percentuale super-agevolata del 65%, mentre per i pagamenti del 2015 si dovrà applicare la minore detrazione del 50 per cento
(articolo Il Sole 24 Ore del 19.10.2014 - tratto da www.fiscooggi.it).

EDILIZIA PRIVATADiritti edificatori con registro al 3%. Uno studio del Consiglio nazionale notariato.
I diritti edificatori di cui all'art. 2643, n. 2-bis, c.c., non sono assimilabili ai diritti reali; di conseguenza, il loro trasferimento, ai fini dell'imposta di registro, non dovrebbe essere tassato con le aliquote previste per i beni e diritti immobiliari dall'art. 1 della tariffa, parte prima, allegata al dpr n. 131/86 (in genere, 9%), ma con l'aliquota del 3%.

Ad affermarlo è lo studio 16.10.2014 n. 540-2014/T del Consiglio nazionale del notariato.
Il documento prende le mosse dalla novella dell'art. 5 del dl n. 70/2011, che ha introdotto nell'art. 2643 c.c. il numero 2-bis, il quale assoggetta a trascrizione nei registri immobiliari i contratti che trasferiscono, costituiscono o modificano diritti edificatori comunque denominati, previsti da norme statali o regionali ovvero da strumenti di pianificazione territoriale.
In relazione al «capostipite» di tali diritti, ossia il diritto di cubatura, l'amministrazione, basandosi su una ricostruzione elaborata dalla Corte di cassazione, nella risoluzione n. 250948/76 ha affermato trattarsi di diritto assimilabile ai diritti reali immobiliari di godimento, con i conseguenti effetti fiscali, in particolare l'applicazione, agli atti di trasferimento, dell'imposta di registro con le aliquote proporzionali previste per i beni e diritti reali immobiliari.
Questo orientamento, condiviso «in linea di massima» dal precedente studio del notariato n. 24/2002/T, è stato recentemente seguito dalla risoluzione n. 233/2009 in relazione alla cessione del diritto di rilocalizzazione degli edifici ai sensi della legge n. 38/1998 dell'Emilia Romagna.
Il nuovo studio, richiamando le opinioni dottrinarie contrarie e valorizzando la ratio del recente intervento legislativo, mette in dubbio l'orientamento consolidato, ritenendo preferibile la teoria che identifica nel diritto edificatorio non un diritto reale, ma un interesse legittimo tutelato dall'ordinamento, o anche una sorta di aspettativa di diritto in senso lato ma non un vero e proprio diritto soggettivo reale, oppure un bene immateriale di origine immobiliare.
La cessione di tali diritti sarebbe quindi soggetta all'imposta di registro del 3% ai sensi dell'art. 2 o dell'art. 9 della tariffa, con i connessi effetti sull'imposta ipotecaria e, eventualmente, catastale (articolo ItaliaOggi del 18.10.2014).

EDILIZIA PRIVATADetrazioni 50% e 65% applicabili un altro anno.
La ritenuta sui bonifici per i pagamenti delle spese di ristrutturazione raddoppia: dal 4 all'8%. Ma le attuali detrazioni del 50 e del 65%, per la ristrutturazione e il risparmio energetico, saranno applicabili per una ulteriore annualità, ovvero fino al 31/12/2015.

Il ddl Stabilità 2015 interviene sul dl 63/2013 allungando l'applicazione del bonus sul risparmio energetico, nella misura peri al 65%, anche alle spese sostenute nell'intervallo tra il 06/06/2013 e il 31/12/2015 e sulle ristrutturazioni edilizie, nella misura del 50%, dal 26/06/2012 al 31/12/2015.
La vera novità, però, riguarda l'innalzamento della ritenuta sui bonifici che, inizialmente, il legislatore fiscale, con l'art. 25, del dl 78/2010, convertito nella legge 122/2010 aveva indicato nella misura del 10% a titolo di acconto imposta, ponendo il prelievo a carico dei beneficiari del pagamento, per tutti i bonifici effettuati proprio da chi intende avvalersi di deduzioni e detrazioni fiscali.
Successivamente, il dl 98/2011, ha ridotto la misura della citata ritenuta, dal 10% al 4%, ferme restando le modalità di esecuzione, tenendo conto che le ritenute operate sono versate dalle banche e dalle Poste italiane, ai sensi dell'art. 17, dlgs 241/1997, con il modello «F24» ed entro il giorno 16 del mese successivo a quello in cui sono state operate. Le ritenute subite dai soggetti beneficiari dei bonifici sono scomputate, in sede di dichiarazione dei redditi, dall'Irpef o dall'Ires dovuta, secondo le regole generali (artt. 22 e 79, dpr 917/1986).
Come indicato in una specifica risposta ad una interrogazione parlamentare (q.t. 10/02/2011 n. 5-04177), il contribuente può utilizzare in compensazione, nel modello «F24», ai sensi dell'art. 17, dlgs 241/1997, l'eventuale credito di imposta risultante dalla dichiarazione dei redditi (modello Unico), dopo aver scomputato le ritenute d'acconto complessivamente subite nel periodo d'imposta e gli acconti versati.
La detta compensazione può essere effettuata dal giorno successivo a quello in cui si è chiuso il periodo d'imposta nel quale si è formato il credito medesimo, purché il contribuente sia in grado di eseguire i relativi conteggi e il credito, utilizzato per effettuare la compensazione, sia quello effettivamente spettante sulla base della dichiarazione che sarà successivamente presentata; in alternativa alla compensazione, l'eventuale credito può essere chiesto a rimborso (articolo ItaliaOggi del 17.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

PUBBLICO IMPIEGOSPECIALE LEGGE DI STABILITA'. Congelamento prolungato al 31/12/2015. P.a., confermato il blocco del Ccnl.
Confermato il blocco della contrattazione e dei salari per i dipendenti pubblici. Come già ampiamente annunciato nelle settimane scorse dal ministro della Funzione pubblica, Marianna Madia, la legge di stabilità 2015 prolunga fino al 31.01.2015 il congelamento degli emolumenti del pubblico impiego.
La prima mossa consiste nel prorogare gli effetti dell'articolo 9, comma 17, del dl 78/2010, convertito in legge 122/2010, ai sensi del quale: non è possibile dare corso, senza possibilità di recupero nel futuro, alle procedure contrattuali e negoziali relative al triennio 2010-2012 dei dipendenti pubblici; e per le procedure contrattuali e negoziali ricadenti negli anni 2013, 2014 e 2015 i contratti collettivi saranno ammessi per la sola parte normativa e senza possibilità di recupero per la parte economica.
Il secondo blocco riguarda l'indennità di vacanza contrattuale. Infatti, la legge di stabilità porta al quadriennio 2015-2018 il congelamento dell'indennità di vacanza contrattuale all'importo in godimento alla data del 31.01.2015.
In terzo luogo, la legge di stabilità inchioda anche le carriere. Infatti, resteranno valide fino al 31.12.2015 anche le misure stabilite dall'articolo 9, comma 21, del dl 78/2010, ai sensi del quale non sarà possibile effettuare né progressioni verticali, oggi sostituite comunque dai concorsi pubblici con riserva di posti, né progressioni orizzontali, ottenere, cioè, incrementi stipendiali. Eventuali progressioni orizzontali potrebbero avere, fino a tutto il 2015, solo effetti economici, secondo indicazioni date dalla Corte dei conti, per altro non corrette e condivisibili, dal momento che nel comparto regioni ed enti locali le progressioni orizzontali hanno solo effetti economici e non giuridici.
Dimagrimento anche per gli stipendi dei componenti degli uffici di diretta collaborazione dei ministri, come capi gabinetto o consiglieri legislativi. La legge di Stabilità estende a questi soggetti il limite massimo stipendiale previsto dall'articolo 23-ter del dl 201/2011, convertito in legge 214/2011 (il cosiddetto «salva Italia»), cioè il trattamento economico del primo presidente della Cassazione, senza possibilità di conservare quanto percepito, se l'incaricato provenga da amministrazioni presso le quali non operi tale limite (articolo ItaliaOggi del 17.10.2014).

LAVORI PUBBLICIEcco i bandi-tipo. Meno discrezionalità per le p.a.. APPALTI/ I modelli sono stati pubblicati dall'Anac.
Meno discrezionalità negli appalti pubblici di lavori oltre i 150 mila euro con il bando-tipo dell'Anac per i contratti da affidare con procedura aperta al prezzo più basso; nel disciplinare di gara che potranno utilizzare le stazioni appaltanti anche le indicazioni sul costo del lavoro, qualificazione delle imprese, verifiche dei requisiti (con il sistema Avcpass) e pagamento delle imprese.

È quanto emerge dalla lettura del bando-tipo n. 2 del 02.09.2014, emesso dall'Anac (Autorità nazionale anti corruzione) in attuazione dell'art. 64, comma 4-bis, del decreto legislativo 163/2006 (codice dei contratti pubblici).
Il lavoro, pubblicato ieri sul sito dell'Authority, consiste in un modello di disciplinare di gara per procedura aperta di un appalto di sola esecuzione di lavori di importo superiore a euro 150 mila euro.
Il modello, predisposto a seguito della consultazione pubblica di febbraio, e previa acquisizione del parere del ministero delle infrastrutture e dei trasporti, è il primo bando-tipo per i lavori; a breve dovrebbero essere varati via definitiva anche i restanti modelli relativi alla sola esecuzione lavori con il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa e quelli per gli «appalti integrati» di progettazione ed esecuzione dei lavori.
L'obiettivo è quello di guidare e semplificare la complessa attività di predisposizione della documentazione di gara da parte delle stazioni appaltanti e di ridurre la disomogeneità fra i diversi bandi, oltre che il contenzioso connesso, soprattutto, alla previsione nei bandi di cause di esclusione che non trovano fondamento normativo nell'art. 46, comma 1-bis, del Codice si compone di un contenuto prescrittivo vincolante, in cui sono ricomprese le clausole relative alle cause tassative di esclusione, e di un contenuto prescrittivo discrezionale, riferito ad aspetti della procedura che devono necessariamente essere regolamentati nella documentazione di gara.
Fra le diverse indicazioni emerge quella sul costo del lavoro per il quale si prevede che siano le stazioni appaltanti a chiedere di inserirli nell'offerta anche se, in assenza di tale indicazione, non scatterebbe l'esclusione dalla gara. Per la verifica dei requisiti confermata l'utilizzabilità del sistema Avcpass.
Un bollino blu per le imprese
E sempre ieri Raffaele Cantone, presidente dell'Anac, ha dato la propria ricetta per fare emergere e premiare le aziende più corrette negli appalti. «Per la lotta alla corruzione», ha affermato il magistrato, «stiamo ragionando con Confindustria che ho trovato molto disponibile. Bisogna lavorare su due aspetti: per prima cosa prevedendo sanzioni per quegli imprenditori che espongono in essere fatti di corruzione o che non collaborano con l`autorità giudiziaria. E poi forse bisognerà fare una nuova rivoluzione e cioè premiare gli imprenditori che si comportano bene, accettano i controlli e sono trasparenti, magari con una sorta di bollino blu sulle imprese. Un bollino che potrebbe prevedere premi sulla possibilità di ottenere appalti. La rivoluzione deve essere quindi anche sul piano culturale. Ci sono troppe norme, la semplificazione sicuramente è un obiettivo ma senza abbassare il livello dei controlli» (articolo ItaliaOggi del 15.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

LAVORI PUBBLICIAppalti, al Tar ricorsi più veloci. CALAMITÀ/ Le modifiche dopo Genova.
Il Tar potrà evitare la fase cautelare e fissare direttamente il merito di un ricorso relativo ad appalti di lavori relativi ad eventi calamitosi, se l'interesse all'incolumità pubblica verrà ritenuto prevalente.

È questa l'immediata risposta del governo ai ritardi nella realizzazione delle opere di mitigazione del rischio idrogeologico di Genova, contenuta in un emendamento presentato ieri in commissione ambiente della camera.
La norma, inserita nell'ambito dell'articolo 9 sui lavori di estrema urgenza in materia di vincolo idrogeologico, antisismica e di messa in sicurezza, stabilisce che, per legge, dovranno intendersi come connaturate da esigenze imprecative connesse a un interesse generale anche «quelle funzionali alla tutela dell'incolumità pubblica».
Data questa qualificazione dell'interesse, il governo propone che in tutte le procedure di appalto («avviate o da avviarsi») e nelle procedure conseguenti alla redazione di un verbale di somma urgenza per interventi conseguenti alla dichiarazione dello stato di calamità naturale, il Tar può accogliere un ricorso cautelare soltanto se i requisiti di estrema gravità e urgenza previsti dal codice del processo amministrativo «siano ritenuti prevalenti rispetto alle esigenze di incolumità pubblica evidenziate dalla stazione appaltante».
In questi casi il giudice sarà tenuto, quindi, a fissare l'esame del merito del ricorso entro trenta giorni, saltando quindi la fase cautelare e con una decisione che potrebbe giungere entro un massimo di 30/40 giorni dalla presentazione del ricorso (articolo ItaliaOggi del 15.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

LAVORI PUBBLICIBando-tipo Anac per i lavori pubblici al massimo ribasso. Appalti. Obiettivo: gare uniformi, meno ricorsi.
L'Anticorruzione accelera sui bandi-tipo: i modelli previsti dal codice per ridurre il contenzioso negli appalti, provando a uniformare le prassi delle migliaia di stazioni appaltanti attive in Italia.
Dopo uno stop di alcuni mesi, ieri è stato pubblicato il modello standard per l'affidamento dei bandi di lavori pubblici di importo superiore a 150mila euro. Un documento fondamentale perché include la gran parte del mercato degli appalti relativi alle infrastrutture, anche se uscito in una versione ridotta rispetto al provvedimento messo in consultazione dalla vecchia Avcp a febbraio.
Il modello pubblicato ieri si riferisce infatti agli appalti di sola esecuzione da assegnare al massimo ribasso. Restano per ora fuori -e magari saranno oggetto di nuovi interventi dell'Autorità- le indicazioni per gli appalti integrati di progettazione e lavori e quelli da assegnare con il criterio dell'offerta più vantaggiosa: formula che oltre al prezzo prende in considerazione anche gli aspetti tecnici di esecuzione del contratto e verso la quale spingono le nuove direttive Ue .
Il bando tipo si compone di una nota illustrativa e di un disciplinare. Quest'ultimo, chiarisce subito l'Anac, contiene alcune prescrizioni vincolanti (tra cui quelle relative alle cause di esclusione) e altre discrezionali. Le prime vanno riportate così come sono e «sono derogabili dalle stazioni appaltanti previa specifica motivazione ed entro i limiti del rispetto del principio di tassatività». Fanno parte di questo gruppo «le cause di esclusione», «le modalità di costituzione della cauzione provvisoria e le dichiarazioni su requisiti di ordine generale e speciale da rendere in sede di gara». Sulle seconde rimane un margine di discrezionalità della Pa.
Per ora l'Anac bypassa il nodo del cosiddetto «soccorso istruttorio», introdotto dal decreto legge 90/2014, causa di non pochi problemi interpretativi per le stazioni appaltanti,: sarà oggetto di una determinazione ad hoc.
Un'importante precisazione arriva invece sul contratto da utilizzare nei cantieri. L'Anac sposa l'indicazione data dal ministero del Lavoro su sollecitazione dei costruttori, segnalando l'opportunità di prevedere l'applicazione del contratto nazionale dell'edilizia negli «appalti di natura edile o prevalentemente edile».
Altri chiarimenti riguardano i costi di sicurezza, l'uso obbligatorio dell'Avcpoass, la gestione dei subappalti, l'avvalimento, la certificazione di qualità e i pagamenti. Oltre al bando tipo sui lavori, l'Anac ha messo a punto lo standard per le gare di servizi e forniture.
Questo schema-tipo diventerà però operativo solo dopo aver raccolto le osservazioni degli operatori tramite la consultazione on line aperta fino al 20 novembre
(articolo Il Sole 24 Ore del 15.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Tecno-rifiuti tracciabili a 360°. Via a marcatura Aee alla fonte e gestione Raee a valle. Entra nel vivo la disciplina disegnata dai decreti legislativi 27/2014 e 49/2014.
Marcatura delle nuove apparecchiature elettriche ed elettroniche (c.d. «Aee») con gli estremi del produttore, a partire dal 09.10.2014 e controllo telematico Sistri della gestione dei relativi rifiuti (cd. «Raee») dietro minaccia di sanzioni dal 01.01.2015.

Queste, insieme a più elasticità nell'utilizzo di sostanze pericolose nella fabbricazione delle Aee e nella scelta da parte degli stessi produttori del miglior sistema per garantire gli standard minimi di recupero/riciclo una volta a fine vita, le ultime novità che interessano la riformulata disciplina ambientale sulle tecno-apparecchiature, in vigore dalla seconda metà del 2014.
Il quadro normativo di riferimento. Le novità gravitano intorno ai due provvedimenti nazionali che nella prima parte del 2014 hanno riformulato le regole sulla eco-compatibilità di Aee e Raee: il dlgs 27/2014 sulla produzione ambientalmente sostenibile delle apparecchiature elettriche ed elettroniche (adottato in attuazione della direttiva 2011/65/Ue e in vigore dal 30.03.2014) che prevede, sulla falsariga della precedente disciplina, la restrizione della commercializzazione di Aee contenenti determinate sostanze pericolose (piombo, mercurio, cadmio, cromo esavalente, bifenili polibromurati, eteri di bifenile polibromurato) e il dlgs 49/2014 (emanato in attuazione della direttiva 2012/19/Ue, in vigore dal 12.04.2014) sulla gestione dei relativi rifiuti.
Entrambe le nuove discipline (che sostituiscono pressoché integralmente quella dello storico dlgs 151/2005, lasciandone però in vita l'attuativo dm 65/2010 sul tracciamento semplificato dei rifiuti) sono fondate sulla logica di «catalogo aperto» che riconduce sostanzialmente sotto il loro campo di applicazione ogni apparecchiatura inquadrabile come «Aee» o «Raee». Il dlgs 27/2014 si applica, infatti, fin dal marzo scorso a tutte le apparecchiature elettriche ed elettroniche, con l'unica eccezione dei pannelli fotovoltaici installati in loco da professionisti. Il dlgs 49/2014 coprirà invece fino al 14.08.2018 solo un novero limitato di Aee a fine vita (coincidente con quello ex dlgs 151/2005, più i pannelli fotovoltaici) mentre dal 15.08.2018 si applicherà a tutte le Aee da dismettere (a eccezione di quelle per sicurezza nazionale, militare e spaziale).
Nuova marcatura Aee. Dal 09.10.2014, come anticipato, tutte le nuove apparecchiature elettriche ed elettroniche da immettere sul mercato devono essere provviste di un marchio identificativo del produttore e di un simbolo che ricordi l'obbligo di raccolta separata delle stesse una volta divenute rifiuti.
Ai sensi dell'articolo 28 del dlgs 49/2014 il marchio, conforme alla normativa «Cei En» di settore, deve contenere almeno un elemento tra nome del produttore, suo logo (se registrato), numero di iscrizione al Registro nazionale dei soggetti obbligati al finanziamento dei sistemi di gestione Raee. In aggiunta, dunque non in alternativa, è possibile apporre sulle Aee sistemi di identificazione a radio frequenza (Rfid), previa comunicazione e approvazione da parte del Comitato di vigilanza e controllo.
Nel tenore del dlgs 49/2014 il marchio apposto «deve consentire di individuare in maniera inequivocabile il produttore delle Aee e che le stesse sono state immesse sul mercato successivamente al 13.08.2005», imponendo dunque gli operatori in parola a intervenire anche sui beni già prodotti ma ancora non commercializzati alla data del 09.10.2014 (scadenza indicata dall'articolo 40 come termine iniziale dell'obbligo in parola).
Insieme al marchio deve altresì essere obbligatoriamente apposto il (noto) simbolo del contenitore dei rifiuti barrato indicante il divieto di smaltimento indifferenziato. Entrambe le etichettature devono essere apposte sulla superficie dell'Aee, su una sua parte visibile dopo la rimozione di un componente che non necessiti di utensili o, in caso di impossibilità per dimensioni o funzioni del prodotto, su imballaggio e istruzioni.
Deroghe per sostanze pericolose nelle Aee. Dallo scorso 26.09.2014 hanno inoltre piena vigenza sul territorio nazionale le eccezioni al divieto generale di utilizzo di alcune sostanze pericolose nella fabbricazione di nuove Aee introdotte dagli ultimi provvedimenti tecnici Ue del 2014.
Mediante il dm Ambiente 25.07.2014 sono infatti state trasposte nel dlgs 27/2014 (sulle apparecchiature elettriche ed elettroniche) le deroghe sancite dalle ultime otto direttive delegate (numerate dalla 69 alla 76) adottate dall'Unione europea in attuazione della direttiva madre 2011/65/Ue sulla restrizione dell'uso di determinate sostanze pericolose nei tecno-prodotti.
Le deroghe consentono l'uso in via eccezionale del piombo in strumenti di monitoraggio di impianti industriali, apparecchiature mediche, controllo motori e l'impiego del mercurio in monitor professionali e tubi luminosi. Il tutto sul presupposto dell'attuale insostituibilità tecnica delle sostanze in parola, condizione che, secondo l'attuale tenore del riformulato dlgs 27/2014, ne giustificherà l'impiego in alcuni casi anche fino al 2024.
Adempimento obblighi recupero/riciclo Raee. Dal 21.08.2014 vige anche una maggior libertà per i produttori di nuove apparecchiature nello scegliere il proprio sistema ottimale per garantire gli obblighi di recupero e riciclaggio minimi dei Raee generati dal consumo delle proprie Aee.
La legge 116/2014 ha infatti ritoccato le norme recate dal dlgs 49/2014 sulle opzioni offerte ai soggetti in parola (adempimento in forma individuale o collettiva), stabilendo che la scelta della seconda formula (adesione a sistema collettivo) può essere in qualsiasi momento revocata tramite fuoriuscita dal consorzio al quale si è aderito o passaggio da un ente all'altro.
Sistri per Raee. Dal 01.01.2015, invece, la piena operatività del nuovo sistema di tracciamento telematico dei rifiuti (coincidente con il termine dell'obbligo della parallela tenuta delle tradizionali scritture ambientali e lo scattare della vigenza delle sanzioni Sistri) interesserà anche molti produttori e gestori di Raee.
In base al dlgs 152/2006 e provvedimenti satellite l'obbligo di tracciamento telematico riguarda infatti tutti i medio-grandi produttori di rifiuti speciali pericolosi (poiché eccezioni per alcune piccole imprese con meno di 10 dipendenti che non stoccano i propri residui sono previste dal recente dm Ambiente 24 aprile 2014) e i soggetti che provvedono a trasporto e trattamento degli stessi.
Potranno invece continuare a effettuare il tracciamento dei rifiuti fuori dal Sistri distributori, installatori e gestori dei centri di assistenza tecnica Aee ammessi (in relazione ai corrispondenti rifiuti ritirati) dal dlgs 49/2014 alla tenuta delle scritture ambientali «light» ex dm 65/2010 (tenuta dello «schedario di carico e scarico» e del «documento di trasporto», versioni semplificate dei più complessi e storici «registri di carico e scarico» e «formulario di trasporto dei rifiuti»).
«Aia» per trattamento Raee. Dall'11.04.2014, lo ricordiamo, è inoltre necessario essere in possesso di «autorizzazione integrata ambientale» per poter effettuare frantumazione di ingenti quantitativi di Raee.
Ad imporlo è il dlgs 46/2014, l'ultimo provvedimento in materia di emissioni industriali che ha riscritto l'elenco del dlgs 152/2006 relativo alle attività che necessitano di «Aia» per poter essere esercitate, inserendovi il trattamento superiore ai 50 megagrammi al giorno di rifiuti metallici in frantumatori, residui tra i quali rientrano anche i Raee (articolo ItaliaOggi Sette del 13.10.2014).

EDILIZIA PRIVATA: Permesso di costruire: i limiti all'annullamento. I giudici frenano sul potere di cancellazione a distanza di anni. Titoli abilitativi. La giurisprudenza chiarisce i contorni dell'istituto dell'autotutela.
Anche dopo otto-dieci anni il permesso di costruire può essere annullato, dai giudici o dal Comune. Con inevitabili conseguenze sulla legittimità della costruzione già realizzata. Il permesso di costruire o una sua eventuale variante, sono infatti suscettibili di annullamento ad opera del giudice amministrativo, oppure in via di autotutela, sia da parte dello stesso Comune che li aveva assentiti, sia ad opera della Regione, nelle ipotesi contemplate dall'articolo 39, del Testo unico dell'edilizia (Dpr 380/2001).
Ma passando in rassegna il contenzioso (inevitabile) che si viene a creare dopo l'annullamento emerge che la giurisprudenza ha via via precisato i confini entro i quali l'annullamento può muoversi.
Gli effetti
Come ricordato in una pronuncia del Tar Piemonte (sezione II, n. 1171/2014) l'annullamento giurisdizionale del permesso di costruire sancisce la qualificazione di abusività delle opere edilizie in base ad esso realizzate, per cui il Comune, «stante l'efficacia conformativa della sentenza del giudice amministrativo, oltre che costitutiva e ripristinatoria, è obbligato a dare esecuzione al giudicato adottando i provvedimenti consequenziali».
Tuttavia, precisa la sentenza richiamando l'analogo orientamento del Consiglio di Stato (sezione VI, n. 3571/2011), i provvedimenti non devono necessariamente portare alla demolizione delle opere eseguite. Ciò in quanto l'articolo 38 del Testo unico prescrive che in caso di annullamento del permesso di costruire il dirigente del competente ufficio comunale debba effettuare una nuova valutazione circa la possibilità di restituzione in pristino e, nel caso in cui la demolizione non risulti possibile, dovrà irrogare una sanzione pecuniaria nei termini stabiliti dalla medesima norma.
Inoltre, la nuova valutazione andrà comunque effettuata sulla base della normativa esistente al momento della notifica della sentenza di annullamento poi passata in giudicato, venendo così in rilievo anche la nuova disciplina eventualmente intervenuta nelle more del giudizio (Consiglio di Stato, sezione V, n. 5169/2009).
L'errore del Comune
Diversa l'ipotesi dell'annullamento in sede di autotutela da parte del Comune, che può verificarsi, ad esempio, quando l'ente non abbia considerato che l'area interessata aveva già espresso in tutto o in parte la volumetria edificabile.
Su questo potere e sulle motivazioni dell'atto si registrano due posizioni giurisprudenziali, recentemente richiamate dal Tar Toscana (sezione III, n. 688/2014). Per il primo orientamento, l'annullamento d'ufficio di un permesso edilizio non necessiterebbe di una espressa motivazione sul pubblico interesse al ritiro, configurandosi questo nell'interesse della collettività al rispetto dell'ordinato assetto del territorio delineato dalla disciplina urbanistica (Consiglio di Stato, sezione IV, n. 4300/2012; sezione V, n. 3037/2013; Tar Sardegna, n. 651/2013).
Il secondo indirizzo, maggioritario, prende in considerazione la natura discrezionale del potere di autotutela, frutto di una scelta di opportunità che deve essere congruamente giustificata e che deve rispondere ai generali requisiti di legittimità codificati nell'articolo 21-nonies, della legge n. 241/1990, consistenti nell'illegittimità originaria del titolo e nell'interesse pubblico concreto ed attuale alla sua rimozione. Interesse che è diverso dal mero ripristino della legalità e che va comparato con i contrapposti interessi dei privati (Consiglio di Stato, sezione III, n. 2683/2012).
Ne deriva che l'annullamento d'ufficio del permesso di costruire richiede un'espressa motivazione in ordine all'effettivo interesse pubblico che giustifica il ricorso al potere di autotutela, non essendo sufficiente, anche in materia edilizia, l'intento di operare un'astratta reintegrazione della legalità violata (Consiglio di Stato, sezione IV, n. 1605/2013, n. 905/2013).
I tempi
Il Tar Campania (Napoli, sezione VIII, n. 3608/2014) ha sancito l'illegittimità dell'annullamento in autotutela di una concessione edilizia a dieci anni dal suo rilascio, motivata solo con la violazione della fascia di rispetto autostradale e senza tener conto dell'affidamento ingenerato nel privato; mentre il Consiglio di Stato (sezione IV, n. 1986/2012) ha ritenuto legittimo un provvedimento annullatorio emesso a sei anni di distanza dal rilascio del titolo, considerando che, ai sensi dell'articolo 39, del Dpr n. 380/2001, l'annullamento regionale in autotutela può intervenire sino al decimo anno dal rilascio del permesso di costruire.
I giudici di Palazzo Spada (sezione IV n. 32/2013) hanno anche chiarito che il potere della Regione ha carattere sostitutivo e che, «a differenza del potere di autotutela riconosciuto al Comune, non comporta un riesame del precedente operato da parte del soggetto titolare del potere di annullamento, ma è finalizzato ad assicurare da parte delle Amministrazioni comunali il rigoroso rispetto della normativa in materia edilizia».
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Le pronunce
01 | LE CONSEGUENZE
L'annullamento giurisdizionale del permesso di costruire provoca la qualificazione di abusività delle opere edilizie realizzate in base ad esso, per cui il Comune è obbligato a dare esecuzione al giudicato adottando i provvedimenti consequenziali.
Tuttavia tali provvedimenti non devono avere ad oggetto necessariamente la demolizione delle opere realizzate. La norma prescrive, in caso di annullamento del permesso di costruire, una nuova valutazione da parte del dirigente del competente ufficio comunale riguardo la possibilità di restituzione in pristino; qualora la demolizione non risulti possibile, il Comune dovrà irrogare una sanzione pecuniaria, nei termini fissati dallo stesso articolo 38.
Tar Piemonte, sezione II - sentenza 08.07.2014 n. 1171
02 | I TEMPI
È illegittimo il provvedimento con il quale un Comune, a distanza di dieci anni dal rilascio, ha annullato in autotutela una concessione edilizia, motivato con esclusivo riferimento alla violazione della fascia di rispetto autostradale sancita in 25 metri, all'epoca del rilascio della concessione edilizia, ex articolo 8, legge n. 729 del 1961.
A fronte del considerevole lasso di tempo decorso dal rilascio del titolo abilitativo edilizio annullato d'ufficio, il canone di ragionevolezza del termine massimo per l'esercizio del potere di autotutela avrebbe dovuto suggerire una scelta più attenta e rispettosa verso la consolidata posizione di affidamento ingenerato nel privato ricorrente circa la legittimità dell'atto di concessione rilasciatogli
Tar Campania - Napoli, sezione VIII, sentenza 02.07.2014 n. 3608
03 | LA MOTIVAZIONE
È illegittimo l'annullamento d'ufficio di una autorizzazione edilizia adottato dal Comune nel caso in cui, si faccia solo accenno alla prevalenza, nella valutazione comparativa, dell'interesse pubblico alla conservazione dello stato dei luoghi, atteso che quest'ultima costituisce una semplice formula stereotipata.
Nel caso in questione, tenuto altresì conto del lungo lasso di tempo intercorso dal rilascio del provvedimento ritirato (oltre otto anni), invece, incombeva sull'amministrazione un ben più pregnante onere di motivazione, non adeguatamente assolto dall'utilizzo di una clausola di stile apposta a sostegno della determinazione assunta
Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 19.03.2013, n. 1605
04 | GLI INTERESSI
L'annullamento in autotutela di una concessione edilizia presuppone anche la disamina dell'interesse pubblico alla sua rimozione nel bilanciamento con il contrapposto interesse del soggetto cui la stessa è stata rilasciata. Peraltro detta concessione, ove rilasciata in violazione delle norme urbanistiche, pregiudica di per sé gli interessi alla cui salvaguardia è preordinata la stessa normativa con la conseguenza che il contrapposto interesse del titolare della concessione edilizia può avere rilievo qualora sia incolpevole e consolidato e solo in quel caso può essere posto a raffronto con quello al rispetto della programmazione urbanistica comunale
Consiglio di Stato, sezione V, sentenza 03.06.2013, n. 3037
05 | LA PROCEDURA
L'esercizio dell'potere di annullamento in autotutela autotutela da parte della Pa richiede il previo avviso di avvio del procedimento, dal momento che l'interessato deve essere messo in condizione di argomentare, in contraddittorio con l'amministrazione, sulla eventuale insussistenza di un prevalente interesse alla rimozione dell'atto ritenuto illegittimo e/o inopportuno
Consiglio di Stato, sezione III, sentenza 15.05.2012, n.2805
06 | I PAGAMENTI
Il contributo concessorio è strettamente connesso alla concreta ed effettiva attività di trasformazione del territorio assentita col titolo edilizio rilasciato e, quindi, se tale circostanza non si verifica, il relativo pagamento risulta privo della causa dell'originaria obbligazione di dare. Argomentando diversamente, in assenza di restituzione, si determinerebbe in favore del Comune un indebito oggettivo, ai sensi dell'articolo 2033 del Codice civile.
Tar Puglia - Bari, sezione III - sentenza 08.11.2013, n. 1526
07 | LO STOP PARZIALE
Il Comune deve assolvere pienamente all'onere motivazionale concernente le valutazioni afferenti il potere-dovere di non procedere ad annullamento dell'intero permesso di costruire, ma solo della parte del ridetto permesso di costruire che abbia ad oggetto i vani eccedenti la volumetria assentibile.
Tar Marche, sentenza 12.12.2013, n.906
08 | I VIZI FORMALI
La sanzione alternativa pecuniaria prevista dall'articolo 38, comma 1, del Dpr 380/2001 si applica solo alle costruzioni assentite mediante titoli abilitativi edilizi annullati per soli vizi formali, e non anche per quelli annullati a causa di vizi sostanziali.
Tar Campania-Napoli, sezione VIII, sentenza 10.09.2010, n. 17398
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Lo stop va sempre motivato. Da restituire i contributi. Le conseguenze. La demolizione non è l'unica strada percorribile.
La decisione assunta dalla Pa di adottare in autotutela il provvedimento di annullamento del titolo abilitativo costituisce espressione di un potere discrezionale, a fronte del quale sussiste quindi l'obbligo di comunicare agli interessati l'avvio del procedimento. Sul punto, è principio ormai consolidato che la preventiva comunicazione di cui all'articolo 7, della legge n. 241/1990, «costituisce una regola generale dell'azione amministrativa, soprattutto quando l'amministrazione eserciti il potere d'annullamento d'ufficio (nella specie, di un permesso di costruire) per il quale occorre dare adeguatamente conto della sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla rimozione dell'atto o alla cessazione dei suoi effetti» (Consiglio di stato, sezione IV, n. 3060/2012; Tar Lazio-Latina, n. 646/2013).
Inoltre l'interessato deve essere messo in condizione di argomentare, in contraddittorio con l'amministrazione, sulla eventuale insussistenza di un prevalente interesse pubblico alla rimozione dell'atto ritenuto illegittimo (Consiglio di stato, sezione III, n. 2805/2012), oppure di una sua parte. La giurisprudenza ha anche segnalato la necessità che il Comune valuti se sia possibile effettuare un annullamento soltanto parziale del titolo abilitativo, come nel caso di eccessi di cubatura rispetto a quella teoricamente ammissibile, configurando un «potere-dovere di non procedere ad annullamento dell'intero permesso di costruire, ma solo della parte del permesso di costruire che abbia ad oggetto i vani eccedenti la volumetria assentibile» (Tar Marche, n. 906/2013).
L'annullamento del permesso di costruire in via di autotutela non determina in via automatica il ripristino dei luoghi, potendo l'amministrazione modulare le misure operative che ne conseguono in forza di quanto stabilito dall'articolo38 del testo unico, ove si dispone che, quando sia stata motivatamente valutata l'impossibilità di rimuovere i vizi delle procedure amministrative o di ridurre in pristino quanto abusivamente eseguito, il dirigente del competente ufficio comunale applica una sanzione pecuniaria pari al valore venale delle opere o loro parti abusivamente eseguite.
La demolizione andrà quindi considerata solo come «extrema ratio (Consiglio di stato, sezione IV, n. 1535/2010). Peraltro, una parte della giurisprudenza (Tar Campania-Salerno, sezione I, n. 738/2012; Consiglio di stato, sezione IV, n. 3772/2008) ritiene ammissibile l'irrogazione della sanzione pecuniaria solo nel caso in cui l'illegittimità della costruzione sia dovuta a vizi formali dell'iter procedimentale e non anche di fronte a vizi sostanziali, per inosservanza di prescrizioni urbanistiche.
Se dall'annullamento del permesso consegue la demolizione totale o parziale del manufatto, viene meno anche il titolo in base al quale era stato effettuato il pagamento degli oneri urbanizzativi. Per giurisprudenza consolidata, il contributo concessorio di cui all'articolo 16 del Tu edilizia è strettamente connesso alla effettiva attività di trasformazione del territorio assentita col titolo edilizio rilasciato. Quindi se scatta la riduzione in pristino dello stato dei luoghi, «il relativo pagamento risulta privo della causa dell'originaria obbligazione di dare» (Tar Puglia-Bari n.1526/2013).
Trattandosi di indebito oggettivo, al titolare del diritto al rimborso non spetta la rivalutazione monetaria ma i soli interessi legali (Consiglio di stato, sezione V, n. 1207/1997), che decorrono dalla domanda, da proporsi entro dieci anni (Tar Lombardia-Milano, n. 728/2010)
(articolo Il Sole 24 Ore del 13.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

INCENTIVO PROGETTAZIONE: Progetti, rischio caos sulla divisione dei premi. Dl Pa. Gli effetti.
Come ogni intervento normativo che riguardi voci stipendiali, anche la riscrittura della disciplina sui compensi per la progettazione comporta una serie di problematiche applicative.
L'articolo 13 del Dl 90/2014 abroga la vecchia normativa, mentre il successivo articolo 13-bis, inserito in sede di conversione del provvedimento, detta le nuove disposizioni che, per alcuni aspetti, differiscono in maniera sostanziale dalla disciplina ormai non più applicabile.
Una prima novità riguarda l'esclusione del personale con qualifica dirigenziale dai soggetti a cui è possibile corrispondere il compenso. Risulta chiaro che, d'ora in poi, si dovrà prestare particolare attenzione nella individuazione dei soggetti che ricoprono i ruoli per i quali è possibile pagare l'emolumento (responsabile della sicurezza, della direzione lavori, eccetera), per determinare, a priori, le funzioni svolte il dirigente per le quali si dovrà portare in economia la relativa quota parte di compenso.
In ogni caso, il regolamento, che ogni amministrazione dovrà riadottare per conformalo al disposto del Dl 90/2014, determinerà tra l'altro i criteri di riparto delle risorse destinate ai dipendenti, tenendo conto delle responsabilità assunte, che esulano dall'attività ordinaria, della complessità dell'opera, dei tempi e dei costi preventivati. Appare evidente che i parametri imposti dalla norma possono essere oggetto di ampio dibattito circa la loro importanza e il peso da assegnare a ciascuno. Questo implica il grosso rischio di contenziosi, soprattutto in opere con un significativo impatto economico.
Relativamente alla quantificazione dei tempi e dei costi degli interventi, questi devono essere pubblicati sul sito dell'amministrazione a mente delle norme sulla trasparenza (articolo 38 del Dlgs 33/2013). Saranno disponibili anche ai dipendenti coinvolti, che non potranno protestare in caso di applicazione delle riduzioni, da definire nel regolamento, per mancato rispetto del budget e del cronoprogramma, fatti salvi i giustificati motivi.
Sicuramente sono da escludere, per espressa previsione normativa, le manutenzione fra gli interventi per i quali è possibile corrispondere i compensi ex Merloni. Anche in questo caso, la disposizione non brilla per chiarezza non risultando, nel nostro panorama legislativo, una definizione chiara e precisa di «manutenzioni». La genericità della locuzione porta inoltre alla difficoltà di individuazione delle opere da escludere. Nessun dubbio sulle manutenzioni ordinarie, tra l'altro espunte anche in passato in via interpretativa, mentre le perplessità restano sulle manutenzioni straordinarie.
Altro elemento spinoso sarà rappresentato dal possibile, e per niente difficile, comportamento elusivo della norma, che potrà portare a inquadrare in altre tipologie di interventi, quali le ristrutturazioni, quelle che in realtà sono manutenzioni.
Da ultimo, il problema della decorrenza delle nuove disposizioni. Su questo punto, nel silenzio della norma, le amministrazioni possono far riferimento alle precedenti esperienze di modifica della percentuale massima prevista per i compensi della progettazione. A proposito dell'andamento altalenante che tale percentuale ha subito negli anni 2009 e 2010, la Corte dei Conti, sezione delle Autonomie, con la delibera n. 7/2009, ha avuto modo di affermare che il momento rilevante ai fini della quantificazione del compenso è identificato nel tempo in cui si porta a compimento l'attività incentivata, a nulla rilevando modifiche normative che intervengono fra prestazione e liquidazione del compenso (lettura confermata anche dalla delibera 183/2014 della sezione Emilia Romagna)
(articolo Il Sole 24 Ore del 13.10.2014).

GIURISPRUDENZA

EDILIZIA PRIVATA: Elettrosmog. Legittimità provvedimento di delocalizzazione dell’impianto GSM-UMTS installato sulla copertura di stabilimento termale.
Il Piano di Coordinamento per il rilascio di concessione d’impianti s.r.b. emittenti campi elettromagnetici, adottato previo confronto ed acquisizione delle indicazioni fornite dagli enti gestori per le esigenze di copertura dei medesimi, prevede la delocalizzazione degli impianti installati su aree destinate ad attrezzature sanitarie.
L’articolo 36, comma 2, della L. n. 833/1978 comporta la riconducibilità dello stabilimento termale alla tipologia delle strutture sanitarie e la conseguente operatività dei divieti e delle tutele introdotte dal suddetto Piano di Coordinamento.

Con il secondo motivo di ricorso, la ricorrente, premesso che il Piano di coordinamento GSM del 2001 è inidoneo ad assicurare la copertura della rete UMTS, lamenta che l’Amministrazione non avrebbe adeguatamente valutato le esigenze della nuova rete ed il minor impatto elettromagnetico delle nuove tecnologie e non avrebbe ottemperato al principio dell’accordo circa la localizzazione delle SRB di cui all’art. 86, comma 2, del D.Lgs. n. 259/2003 individuando siti inidonei.
Il motivo è infondato.
Il dedotto mancato coinvolgimento dei gestori è smentito dalla già illustrata sequenza provvedimentale che testimonia una attiva partecipazione della ricorrente nell’individuazione delle aree alternative.
Il piano di coordinamento adottato con delibera di Giunta n. 253/2001, è stato approvato con delibera consiliare n. 6/2002 previo confronto con gli enti gestori ed acquisizione delle loro posizioni nel corso di più incontri di cui è dato atto nella delibera consiliare n. 59/2002.
Sulla base delle soluzioni concordate la ricorrente ha sottoscritto con l’Amministrazione, unitamente ad altri gestori, apposita convenzione (13.09.2002) per la delocalizzazione dell’impianto in località Tabiano.
Di detto impegno ad utilizzare le aree tecnicamente attrezzate dall’Amministrazione comunale è dato ulteriormente atto nella delibera consiliare n. 285 del 10.12.2002 e risulta confermato in documenti provenienti dalla stessa ricorrente che con atto n. 4226/MP/NI del 18.03.2003 “a fronte dell’impegno” dalla medesima assunto “a realizzare a propria cura e spese le opere di urbanizzazione primaria dei siti multi gestori per telefonia mobile approvati con atto della Giunta Comunale n. 285 del 10/12/2002” dichiarava “la propria disponibilità a versare anticipatamente le annualità del canone di locazione stabilite nell’accordo sottoscritto ed approvato dall’Amministrazione”.
Quanto alla affermata inidoneità dei siti, peraltro mai rappresentata dalla ricorrente all’Amministrazione nel corso della compiuta e prolungata istruttoria, deve considerarsi circostanza affermata anapoditticamente senza alcun elemento probatorio o sostegno.
Si evidenzia, tuttavia, che si tratta di ben otto siti differenti dei quali 4 sono oggi utilizzati.
Con il terzo motivo di ricorso, la ricorrente contesta la qualificazione dello stabilimento termale quale area destinata a struttura sanitaria nei sensi di cui all’art. 9, comma 1, della L.R. n. 30/2000.
In particolare sostiene che l’art. 36, comma 2, della L. n. 833/1978, prevedendo che “la legge regionale promuove la integrazione e la qualificazione sanitaria degli stabilimenti termali pubblici, in particolare nel settore della riabilitazione, e favorisce altresì la valorizzazione sotto il profilo sanitario delle altre aziende termali” avrebbe introdotto un principio in base al quale la qualificazione sanitaria degli stabilimenti termali potrebbe essere operata solo dalle Regioni e per i soli stabilenti termali pubblici.
Nessuna qualificazione nel senso sarebbe stata operata e l’impianto in questione, di pertinenza dell’azienda termale Società Terme di Salsomaggiore Terme S.p.A. non sarebbe in ogni caso uno stabilimento pubblico contemplato dalla norma richiamata (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 20.11.2013 n. 342 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Annullamento giurisdizionale di concessione edilizia.
Secondo costante orientamento giurisprudenziale in materia urbanistica, nelle ipotesi di annullamento giurisdizionale di un diniego di concessione edilizia, la nuova valutazione della domanda di concessione deve essere effettuata con riferimento alla disciplina urbanistica vigente al momento in cui viene notificata al Comune interessato la sentenza di annullamento del diniego, venendo così in rilievo anche la nuova disciplina intervenuta nelle more del giudizio.
Secondo costante orientamento giurisprudenziale “in materia urbanistica, nelle ipotesi di annullamento giurisdizionale di un diniego di concessione edilizia, la nuova valutazione della domanda di concessione deve essere effettuata con riferimento alla disciplina urbanistica vigente al momento in cui viene notificata al Comune interessato la sentenza di annullamento del diniego, venendo così in rilievo anche la nuova disciplina intervenuta nelle more del giudizio” (Cons. St., sez. IV, 24.12.2008 , n. 653; sezione V, 03.09.2009, n. 5169; sezione IV, 10.07.2007, n. 3890) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Campania-Napoli Sez. II, sentenza 24.05.2013 n. 2749 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Differente tipologia di soppalchi e norma applicabile.
La distinzione tra i soppalchi la cui realizzazione sia "rivolta a conservare l'organismo edilizio e ad assicurarne la funzionalità mediante un insieme sistematico di opere che, nel rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell'organismo stesso, ne consentano destinazioni d'uso con essi compatibili" (art. 31, I comma, lettera c, L. 457/1978, e, oggi, art. 3, comma I, lettera c, del DPR 380/2001) e soppalchi che, invece, per le loro caratteristiche (soprattutto dimensionali) rientrano a pieno titolo nel novero degli interventi di ristrutturazione edilizia, di cui all'art. 10, I comma, lettera c del medesimo Testo unico, che viene in considerazione allorché la loro posa in opera determini una modifica della superficie utile dell'appartamento, con conseguente aggravio del carico urbanistico.
Questa sezione ha avuto modo di affermare –con orientamento che non appare meritevole di ripensamenti- la distinzione (presente anche nell’art. 15 del regolamento edilizio comunale di Napoli) tra i soppalchi la cui realizzazione sia "rivolta a conservare l'organismo edilizio e ad assicurarne la funzionalità mediante un insieme sistematico di opere che, nel rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell'organismo stesso, ne consentano destinazioni d'uso con essi compatibili" (art. 31, I comma, lettera C, L. 457/1978, e, oggi, art. 3, comma I, lettera C, del DPR 380/2001) e soppalchi che, invece, per le loro caratteristiche (soprattutto dimensionali) rientrano a pieno titolo nel novero degli interventi di ristrutturazione edilizia, di cui all'art. 10, I comma, lettera C del medesimo Testo unico, che viene in considerazione allorché la loro posa in opera determini una modifica della superficie utile dell'appartamento, con conseguente aggravio del carico urbanistico (TAR Campania Napoli, sez. IV, 28.11.2008, n. 20563; 12.06.2012 n. 2776 ).
Nel caso in esame le dimensioni del soppalco, pari a trenta metri quadrati su complessivi sessantacinque circa, comportano, nella sostanza, l'introduzione nell'appartamento in questione di due ambienti in più rispetto al passato (che, infatti, in ricorso sono qualificati, rispettivamente, come camera munita di bagno e come studio), e, pertanto, di nuove superfici utili.
Dette opere, allora, ben lungi dal potere essere qualificate pertinenziali, integrano un caso di ristrutturazione edilizia, tale da richiedere il preventivo permesso di costruire; e ledono senz’altro l’interesse tutelato dalla normativa edilizia che il Comune assume violata, palesando la legittimità della conseguente sanzione (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 22.05.2013 n. 2649 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'abusività costituisce di per sé motivazione sufficiente per l'adozione della misura repressiva.
Ne consegue che, in presenza di un'opera abusiva, l'autorità amministrativa è tenuta ad intervenire affinché sia ripristinato lo stato dei luoghi, non sussistendo alcuna discrezionalità dell'Amministrazione in relazione al provvedere.
Infatti, l'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è atto dovuto e vincolato e non necessita di motivazione ulteriore rispetto all'indicazione dei presupposti di fatto e all'individuazione e qualificazione degli abusi edilizi.
Trattandosi di attività doverosa e vincolata, certamente non occorre, per giustificare l'adozione dell'ordine di demolizione, una motivazione ulteriore rispetto all'indicazione delle norme violate e al riferimento per relationem ai presupposti di fatto contenuti nei verbali accertativi.
Anche questa Sezione ha avuto modo di precisare che l'Amministrazione non dispone -a fronte degli illeciti edilizi- di alcun margine di discrezionalità e ha quindi l'obbligo di intervenire con un atto repressivo, dovuto nell'an e vincolato nel suo contenuto, senza che su di esso possa influire alcuna comparazione tra interessi pubblici ed interessi privati.
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I provvedimenti repressivi degli abusi edilizi non devono essere preceduti dal suddetto avviso, trattandosi di provvedimenti tipici e vincolati emessi all'esito di un mero accertamento tecnico della consistenza delle opere realizzate e del carattere abusivo delle medesime.
La violazione dell'obbligo di comunicazione dell'avvio del procedimento non costituisce un motivo idoneo a determinare l'annullabilità dei provvedimenti sanzionatori in materia di abusi edilizi, in quanto è palese, attesa l'assenza di qualsivoglia titolo abilitativo all'edificazione, che il contenuto dispositivo del provvedimento "non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato", sicché sussiste la condizione prevista dall'art. 21-octies, comma 2, della L. n. 241 del 1990 per determinare la non annullabilità del provvedimento impugnato.

5. – Medesima sorte di rigetto tocca ai motivi secondo e quinto, anch’essi da scrutinare congiuntamente perché riferiti, entrambi, ad un preteso difetto di motivazione dell’atto impugnato.
Va rilevato, infatti, che la motivazione dell'atto gravato è sufficiente a sorreggere il medesimo, poiché l'abusività costituisce di per sé motivazione sufficiente per l'adozione della misura repressiva in argomento.
Ne consegue che, in presenza di un'opera abusiva, l'autorità amministrativa è tenuta ad intervenire affinché sia ripristinato lo stato dei luoghi, non sussistendo alcuna discrezionalità dell'Amministrazione in relazione al provvedere.
Infatti, l'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è atto dovuto e vincolato e non necessita di motivazione ulteriore rispetto all'indicazione dei presupposti di fatto e all'individuazione e qualificazione degli abusi edilizi (TAR Campania Napoli, sez. VI, 25.02.2009, n. 1100; sez. III, 23.01.2009, n. 315).
Trattandosi di attività doverosa e vincolata, certamente non occorre, per giustificare l'adozione dell'ordine di demolizione, una motivazione ulteriore rispetto all'indicazione delle norme violate e al riferimento per relationem ai presupposti di fatto contenuti nei verbali accertativi (TAR Campania Napoli, sez. VII, 03.03.2009, n. 1209).
Anche questa Sezione ha avuto modo di precisare che l'Amministrazione non dispone -a fronte degli illeciti edilizi- di alcun margine di discrezionalità e ha quindi l'obbligo di intervenire con un atto repressivo, dovuto nell'an e vincolato nel suo contenuto, senza che su di esso possa influire alcuna comparazione tra interessi pubblici ed interessi privati (TAR Campania Napoli, sez. IV, 13.05.2008, n. 4256; 03.01.2013 n. 61).
Né si comprende per quale ragione il Comune avrebbe dovuto motivare il provvedimento in relazione ad un asserito lungo lasso di tempo che sarebbe trascorso dalla commissione dell’abuso alla sua repressione, circostanza di fatto di cui non v’è traccia agli atti di causa.
6. - Va altresì respinta la censura di mancata comunicazione dell'avvio del procedimento, poiché, per consolidata regola giurisprudenziale, ampiamente condivisa da questo TAR, i provvedimenti repressivi degli abusi edilizi non devono essere preceduti dal suddetto avviso, trattandosi di provvedimenti tipici e vincolati emessi all'esito di un mero accertamento tecnico della consistenza delle opere realizzate e del carattere abusivo delle medesime (Cons. Stato, sez. IV, 30.03.2000, n. 1814; TAR Campania, sez. IV, 28.03.2001, n. 1404, 14.06.2002, n. 3499, 12.02.2003, n. 797).
È poi stato precisato che la violazione dell'obbligo di comunicazione dell'avvio del procedimento non costituisce un motivo idoneo a determinare l'annullabilità dei provvedimenti sanzionatori in materia di abusi edilizi, in quanto è palese, attesa l'assenza di qualsivoglia titolo abilitativo all'edificazione, che il contenuto dispositivo del provvedimento "non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato", sicché sussiste la condizione prevista dall'art. 21-octies, comma 2, della L. n. 241 del 1990 per determinare la non annullabilità del provvedimento impugnato (Consiglio di stato, sez. IV, 15.05.2009, n. 3029)
(massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 22.05.2013 n. 2649 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Ordinanza sindacale di rimozione rifiuti e rimessione in pristino.
In caso di rinvenimento di rifiuti da parte di terzi ignoti, il proprietario o comunque il titolare in uso di fatto del terreno non può essere chiamato a rispondere della fattispecie di abbandono o deposito incontrollato di rifiuti sulla propria area se non viene individuato a suo carico l’elemento soggettivo del dolo o della colpa, per cui lo stesso soggetto non può essere destinatario di ordinanza sindacale di rimozione e rimessione in pristino.
Per completezza e sinteticamente, converrà comunque osservare che è certamente fondata la censura con la quale si contesta l’omesso invio della comunicazione di avvio del procedimento al ricorrente Consorzio, così privato della facoltà del contraddittorio, atteso che il ricorso allo strumento dell’ordinanza contingibile ed urgente, o anche avente valenza ambientale, giustifica l’omissione della comunicazione di avvio del procedimento unicamente in presenza di un’”urgenza qualificata”, in relazione alle circostanze del caso concreto, che, però, deve essere debitamente esplicitata in specifica motivazione sulla necessità e l’urgenza di prevenire il grave pericolo alla cittadinanza (Cfr: TAR Campania, Sez. V, 03.02.2005, n. 764). Motivazione che, nel caso di specie, con tutta evidenza, è mancata.
Ed è altresì fondata la censura con la quale è stata dedotta la violazione del D.L.vo n. 152/2006 e segnatamente dell’art. 192 del codice dell’ambiente. In relazione a questa norma, infatti, la giurisprudenza ha evidenziato in numerose occasioni (ex multis, cfr.: TAR Campania, sez. V, 06.10.2008, n. 13004) che, in caso di rinvenimento di rifiuti da parte di terzi ignoti, il proprietario o comunque il titolare in uso di fatto del terreno non può essere chiamato a rispondere della fattispecie di abbandono o deposito incontrollato di rifiuti sulla propria area se non viene individuato a suo carico l’elemento soggettivo del dolo o della colpa, per cui lo stesso soggetto non può essere destinatario di ordinanza sindacale di rimozione e rimessione in pristino (Cfr.: TAR Campania, Sez. I; 19.03.2004, n. 3042, TAR Toscana, 12.05.2003, n. 1548, C. di S., IV Sez. 20.01.2003, n. 168) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Campania-Napoli, Sez. V, sentenza 16.05.2013 n. 2549 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: Come risulta dagli atti, la progettazione e la realizzazione dell’edificio industriale assentito con l’impugnata concessione edilizia non è imputabile unicamente -o comunque, in modo prevalente- al Geometra ma anche ad altri professionisti laureati, e, soprattutto, proprio per le opere in conglomerato cementizio, circostanza peraltro già evidente prima del rilascio della concessione stessa.
Del resto, in materia di progettazione di opere private, deve ritenersi senz’altro consentito l’intervento di un ingegnere (o di un architetto) ad integrazione dei limiti della competenza dei geometri, dal momento che la finalità delle norme a disciplina delle competenze professionali degli ingegneri è quella di assicurare l’incolumità delle persone e ciò ben può ravvisarsi nei casi in cui essi provvedano ai calcoli statici delle strutture ed alla verifica della loro idoneità, anziché alla redazione integrale del progetto ed alla direzione altrettanto integrale dei relativi lavori.

Il 06.04.1990 il Sindaco di Montegranaro ha rilasciato al sig. Di Battista Vincenzo la concessione edilizia n. 78 per la costruzione di un edificio industriale in località Quazzetti, su progetto redatto sia dal Geom. Angelo Squarcia, indicato anche come direttore dei lavori, sia dall’ing. Paolo Enrico Svampa, indicato quale progettista e direttore delle opere in conglomerato cementizio.
La concessione edilizia è stata impugnata dall’Ordine degli Ingegneri di Ascoli Piceno con il ricorso in epigrafe indicato, notificato il 02.06.1990 e depositato 12 successivo, deducendosene l’illegittimità per violazione delle norme che disciplinano la competenza professionale dei geometri, in quanto la progettazione dell’opera assentita, per la sua consistenza, destinazione, ubicazione in zona sismica ed impiego di strutture in cemento armato, è da annoverarsi tra quelle riservate alla competenza professionale degli ingegneri.
Nelle more del deposito del ricorso, il titolare della concessione, con nota inviata al Comune di Montegranaro il 21.06.1990 e con riferimento a quanto già comunicato il 27.04.1990 nella denuncia depositata presso il Servizio regionale decentrato oo.pp. di Ascoli Piceno (ex Genio civile) ai sensi dell’art. 17 della legge n. 64/1974, ha però, indicato il Geom. Angerlo Squarcia come progettista e direttore dei lavori non strutturali, l’Ing. Silvano Rometta come progettista delle strutture prefabbricate, l’ing. Alberto Del Lago come progettista del tegolo prefabbricato “Ondal”, l’ing. Paolo Enrico Svampa come progettista e direttore dei lavori delle strutture in opera, l’ing. Gianni Sellavita come direttore delle strutture prefabbricate, l’Arch. Fabio Marcaccioli come direttore di montaggio delle strutture prefabbricate ed il Geom. Maurizio Manfredini come capo cantiere delle strutture prefabbricate.
Il 23.07.1990 si è costituito in giudizio il Geom. Angerlo Squarcia, il cui difensore ha depositato il 18.01.2008 la sua dichiarazione dell’11.04.1991 in merito all’attività professionale effettivamente svolta (rilievi e pratiche catastali, stesura grafica del progetto sulla base delle bozze dell’Ing. Svampa, progettazione sistemazione area di pertinenza, compilazione ed inoltro pratica edilizia, rapporti con il cliente e con la società fornitrice dei prefabbricati, operazioni topografiche di cantiere, misura e contabilità dei lavori) nonché copia della relazione di collaudo dell’Ing. Alteriano Renzi, depositata il 9.8.1991 presso il Servizio regionale decentrato oo.pp. di Ascoli Piceno: con memoria depositata l’08.02.2008 ha, quindi, replicato ai dedotti gravami, chiedendo che il ricorso sia respinto in quanto infondato.
Le altre parti intimate non si sono costituite in giudizio.
Tanto premesso, il Collegio considera il ricorso infondato perché, come risulta dagli atti sopra indicati, la progettazione e la realizzazione dell’edificio industriale assentito con l’impugnata concessione edilizia, non è imputabile unicamente -o comunque, in modo prevalente- al Geom. Angelo Squarcia, ma anche ad altri professionisti laureati, e, soprattutto, proprio per le opere in conglomerato cementizio, circostanza peraltro già evidente prima del rilascio della concessione stessa.
Del resto, in materia di progettazione di opere private, deve ritenersi senz’altro consentito l’intervento di un ingegnere (o di un architetto) ad integrazione dei limiti della competenza dei geometri, dal momento che la finalità delle norme a disciplina delle competenze professionali degli ingegneri è quella di assicurare l’incolumità delle persone e ciò ben può ravvisarsi nei casi in cui essi provvedano ai calcoli statici delle strutture ed alla verifica della loro idoneità, anziché alla redazione integrale del progetto ed alla direzione altrettanto integrale dei relativi lavori (TAR Marche, sentenza 13.03.2008 n. 194 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: Il Collegio non intende disconoscere il più recente orientamento della giurisprudenza amministrativa che propende per l’esclusione dalla competenza dei geometri della progettazione di co-struzioni civili che comportano l’adozione di strutture in cemento armato, con la sola eccezione delle piccole costruzioni accessorie nell’ambito degli edifici rurali o destinate ad industrie agricole che non richiedono particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportano pericolo per la persona.
Per quanto riguarda la vicenda di cui è causa, non può tuttavia essere ignorato che la legittimità degli atti impugnati deve necessariamente essere valutata alla luce dell’orientamento giurisprudenziale prevalente alla data di rilascio delle concessioni edilizie oggetto di gravame (anni 1991/1992/1993), in tema di competenza progettuale dei geometri che, per quanto concerne il parametro della modestia delle costruzioni, caratterizzante tale competenza professionale non aveva fornito univoci responsi, soprattutto per quanto concerne l’individuazione dei limiti volumetrici delle costruzioni esorbitanti tale competenza progettuale, dal momento che l’art. 2 della legge 05.11.1971, n. 1086, recante la disciplina delle opere di conglomerato cementizio armato normale precompresso ed a struttura metallica non esclude in assoluto la competenza dei geometri.
Ciò comporta che, alla luce delle genericità degli elementi di discrimine tra la competenza professionale degli ingegneri e dei geometri individuati dalla giurisprudenza alla data d’adozione degli atti impugnati in questa sede, il Collegio ritiene che gli stessi siano da valutare immuni dai vizi denunciati dalla parte ricorrente, in quanto la sottoscrizione dei progetti da parte di un geometra non può essere di per sé ritenuta elusiva della riferita disciplina in materia di opere in cemento armato, se si considera che, come risulta provato in atti, i calcoli relativi alla struttura in conglomerato cementizio dell’edificio oggetto di concessione edilizia allegati al progetto sono stati elaborati da un ingegnere che ha provveduto anche all’effettuazione del collaudo statico degli elementi in calcestruzzo armato e dell’intero fabbricato, garantendo in tal modo l’affidabilità tecnica e strutturale della stessa, ai fini della salvaguardia dell’incolumità delle persone che la giurisprudenza si preoccupa di assicurare attraverso la collaborazione tecnica e professionale degli ingegneri.
Il coinvolgimento nell’attività di progettazione degli elementi strutturali dell’edificio di un ingegnere, ad avviso del Collegio, contribuisce, quindi, nel caso che occupa a legittimare l’attività progettuale del geometra che ha sottoscritto gli elaborati grafici ed a dare necessarie garanzie di professionalità all’intera attività di elaborazione tecnica dell’intervento costruttivo in termini di affidabilità statica ed edilizia.

Ad identiche conclusioni d’infondatezza conduce anche l’esame della residua censura preordinata a far dipendere la dedotta illegittimità delle impugnate concessioni edilizie dalla circostanza che i progetti della costruzione con le medesime assentiti sono stati sottoscritti da un geometra, anziché da un ingegnere o da un architetto.
Al riguardo il Collegio non intende disconoscere il più recente orientamento della giurisprudenza amministrativa che propende per l’esclusione dalla competenza dei geometri della progettazione di co-struzioni civili che comportano l’adozione di strutture in cemento armato, con la sola eccezione delle piccole costruzioni accessorie nell’ambito degli edifici rurali o destinate ad industrie agricole che non richiedono particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportano pericolo per la persona (ex multis, Cons. St., sez. V, 31.01.2001, n. 348).
Per quanto riguarda la vicenda di cui è causa, non può tuttavia essere ignorato che la legittimità degli atti impugnati deve necessariamente essere valutata alla luce dell’orientamento giurisprudenziale prevalente alla data di rilascio delle concessioni edilizie oggetto di gravame (anni 1991/1992/1993), in tema di competenza progettuale dei geometri che, per quanto concerne il parametro della modestia delle costruzioni, caratterizzante tale competenza professionale non aveva fornito univoci responsi, soprattutto per quanto concerne l’individuazione dei limiti volumetrici delle costruzioni esorbitanti tale competenza progettuale, dal momento che l’art. 2 della legge 05.11.1971, n. 1086, recante la disciplina delle opere di conglomerato cementizio armato normale precompresso ed a struttura metallica non esclude in assoluto la competenza dei geometri (Corte Cost., 19/27.04.1993, n. 199).
Ciò comporta che, alla luce delle genericità degli elementi di discrimine tra la competenza professionale degli ingegneri e dei geometri individuati dalla giurisprudenza alla data d’adozione degli atti impugnati in questa sede, il Collegio ritiene che gli stessi siano da valutare immuni dai vizi denunciati dalla parte ricorrente, in quanto la sottoscrizione dei progetti da parte di un geometra non può essere di per sé ritenuta elusiva della riferita disciplina in materia di opere in cemento armato, se si considera che, come risulta provato in atti, i calcoli relativi alla struttura in conglomerato cementizio dell’edificio oggetto di concessione edilizia allegati al progetto sono stati elaborati da un ingegnere che ha provveduto anche all’effettuazione del collaudo statico degli elementi in calcestruzzo armato e dell’intero fabbricato (vedi certificato di collaudo a firma dell’ing. Carlo Cingolani del 27.08.1993 in atti), garantendo in tal modo l’affidabilità tecnica e strutturale della stessa, ai fini della salvaguardia dell’incolumità delle persone che la giurisprudenza si preoccupa di assicurare attraverso la collaborazione tecnica e professionale degli ingegneri.
Il coinvolgimento nell’attività di progettazione degli elementi strutturali dell’edificio di un ingegnere, ad avviso del Collegio, contribuisce, quindi, nel caso che occupa a legittimare l’attività progettuale del geometra che ha sottoscritto gli elaborati grafici ed a dare necessarie garanzie di professionalità all’intera attività di elaborazione tecnica dell’intervento costruttivo in termini di affidabilità statica ed edilizia.
In conclusione, dalle considerazioni che precedono discende che il ricorso deve essere in parte dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza d’interesse, per quanto riguarda le censure preordinate a denunciare, attraverso il rilascio delle concessioni edilizie oggetto di impugnativa, l’avvenuta realizzazione di abusi edilizi a fronte dell’inter-venuta loro regolarizzazione in pendenza del giudizio con il rilascio di apposita concessione in sanatoria (TAR Marche, sentenza 23.11.2001 n. 1220 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AGGIORNAMENTO AL 13.10.2014

IN EVIDENZA

INCENTIVO PROGETTAZIONE:

dal 19.08.2014, data di entrata in vigore delle modifiche apportate dalla legge n. 114/2014 al d.l. n. 90/2014, i comuni, come tutte le altre pubbliche amministrazioni, devono fare riferimento, per la disciplina degli incentivi al personale interno incaricato di attività tecniche nell’ambito del procedimento di aggiudicazione ed esecuzione di un’opera pubblica, alla nuova disciplina legislativa, con conseguente necessaria adozione di un nuovo regolamento interno che stabilisca la percentuale massima destinata a tali compensi (comma 7-bis) e un nuovo accordo integrativo decentrato, da recepire nel regolamento, che stabilisca i criteri di ripartizione (comma 7-ter). Entrambi dovranno adeguarsi alle novità normative, fra le quali spicca l’esclusione, fra i soggetti beneficiari dell’incentivo, del personale con qualifica dirigenziale.

QUINDI??

     Quindi, dal 19.08.2014 se non si adotta (alla svelta, dato che i provvedimenti amministrativi non hanno efficacia retroattiva) il nuovo regolamento interno, previo nuovo accordo decentrato, l'incentivo alla progettazione non potrà essere riconosciuto (liquidato) ... detto altrimenti, le (eventuali) prestazioni svolte saranno state rese a titolo gratuito (con gli impliciti ringraziamenti dell'Amministrazione di appartenenza).

NON SOLO:

vale la pena di ricordare (poiché, forse, il concetto non è stato ben memorizzato dagli interessati) che al R.U.P. spetta l'incentivo (pro-quota regolamentare) solamente se la redazione dell’atto sia avvenuta all’interno dell’ente. Qualora sia avvenuta all’esterno la stessa non è idonea a far sorgere il diritto di alcun compenso in capo ai dipendenti degli uffici tecnici dell’ente.
13.10.2014 - LA SEGRETERIA PTPL
 

INCENTIVO PROGETTAZIONE: Se sia possibile il riconoscimento del diritto agli incentivi in capo al RUP nel caso di progettazione affidata all’esterno dell’Ente, pur in presenza dello svolgimento interno di altre fasi della realizzazione dell’opera (nello specifico, direzione lavori e collaudo).
L’art. 13 del decreto legge n. 90/2014 ha abrogato i commi 5 e 6 dell’articolo 92 del codice dei contratti.
Peraltro, contestualmente la stessa normativa ha introdotto, nel successivo articolo 93, commi 7-bis e seguenti, una disciplina degli incentivi alla progettazione del tutto analoga –per quanto qui interessa– alla precedente.

La modifica di maggior sostanza, infatti,
attiene alle modalità di determinazione della provvista per l’erogazione degli incentivi: mentre in precedenza la determinazione del compenso e la sua ripartizione avveniva per ogni singola opera o lavoro appaltato, nell’attuale previsione normativa le risorse destinate, in misura non superiore al 2 per cento degli importi posti a base di gara di un’opera o di un lavoro, vengono fatte confluire in un apposito “Fondo per la progettazione e l’innovazione”.
Le modalità e i criteri di ripartizione, nello specifico, sono demandati ad un apposito regolamento dell’amministrazione.
I parametri normativi per l’erogazione sono rimasti i medesimi: la ripartizione avviene “tra il responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori; gli importi sono comprensivi anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell'amministrazione”.
Non sussistono motivi, pertanto, per discostarsi dalla lettura interpretativa espressa dalla Sezione e richiamata dall’Ente nel corpo del parere.

Va ribadito che la norma, laddove circoscrive il compenso al responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, “àncora chiaramente il riconoscimento del diritto ad ottenere il compenso incentivante alla circostanza che la redazione dell’atto sia avvenuta all’interno dell’ente. Qualora sia avvenuta all’esterno non è idonea a far sorgere il diritto di alcun compenso in capo ai dipendenti degli uffici tecnici dell’ente”.
In conclusione, “
con specifico riferimento alla figura del responsabile del procedimento (r.u.p.), occorre rilevare che questi normalmente, in base alle previsioni contenute nei singoli regolamenti predisposti dalle amministrazioni ai sensi del citato comma 5 dell’art. 92 del D.lgs. n. 163/2006, partecipa alla ripartizione dell’incentivo, ovviamente sempre in relazione ad atti di progettazione collegati alla realizzazione di opere pubbliche. Occorre sottolineare, però, che la sua partecipazione alla ripartizione degli emolumenti, ai sensi del ridetto comma 5 dell’art. 92 del Codice dei contratti, non avviene in ragione della sua qualifica, ma in relazione al complessivo svolgimento interno dell’attività di progettazione. In sostanza, qualora l’attività venga svolta internamente tutti i soggetti che, a qualsivoglia titolo, collaborano hanno diritto, in base alle previsioni del regolamento dell’ente, a partecipare alla distribuzione dell’incentivo. Qualora, al contrario, l’attività sopra specificata venga svolta all’esterno, non sorgendo il presupposto per la ripartizione di un incentivo fra i vari dipendenti dell’ufficio non vi è neppure un autonomo diritto del responsabile del procedimento ad ottenere un compenso per un’attività che, al contrario, rientra fra i suoi compiti e doveri d’ufficio”.
Non induce a difforme conclusione la circostanza che da tale disciplina siano esclusi i dirigenti:
si tratta, infatti, di scelta legislativa discrezionale volta a ritenere prevalente, per tale categoria di dipendenti, il principio di onnicomprensività della retribuzione in relazione all’ampiezza di compiti e responsabilità che gravano sui dirigenti.
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Il sindaco del Comune di Venaria Reale, con nota n. 19163 del 11.09.2014, chiedeva all’adita Sezione l’espressione di un parere in ordine alla corresponsione degli incentivi alla progettazione di cui all’articolo 93 del decreto legislativo 12.04.2006, n. 163.
In particolare, il Sindaco del comune di Venaria Reale, ricordata l’avvenuta abrogazione dei commi 5 e 6 dell’art. 92 del citato decreto ad opera dell’articolo 13 del d.l. n. 90/2014, convertito nella legge n. 114/2014, ed il contestuale inserimento dei commi 7-bis e seguenti all’interno dell’articolo 93 del codice dei contratti, chiede se sia possibile riconoscere l’incentivo alla progettazione in caso di:
a) progettazione esterna, direzione lavori interna e collaudo esterno;
b) progettazione, direzione lavori e collaudo esterni.
...
   
Il comune di Venaria Reale, richiamate le novità normative introdotte dal decreto legge 24.06.2014, n. 90 –così come convertito dalla legge 11.08.2014, n. 114– chiede
se sia possibile il riconoscimento del diritto agli incentivi in capo al RUP nel caso di progettazione affidata all’esterno dell’Ente, pur in presenza dello svolgimento interno di altre fasi della realizzazione dell’opera (nello specifico, direzione lavori e collaudo).
Come evidenziato dallo stesso Ente,
l’articolo 13 del decreto legge n. 90/2014 ha abrogato i commi 5 e 6 dell’articolo 92 del codice dei contratti.
Peraltro, contestualmente la stessa normativa ha introdotto, nel successivo articolo 93, commi 7-bis e seguenti, una disciplina degli incentivi alla progettazione del tutto analoga –per quanto qui interessa– alla precedente.

La modifica di maggior sostanza, infatti, attiene alle modalità di determinazione della provvista per l’erogazione degli incentivi: mentre in precedenza la determinazione del compenso e la sua ripartizione avveniva per ogni singola opera o lavoro appaltato, nell’attuale previsione normativa le risorse destinate, in misura non superiore al 2 per cento degli importi posti a base di gara di un’opera o di un lavoro, vengono fatte confluire in un apposito “Fondo per la progettazione e l’innovazione”.
Le modalità e i criteri di ripartizione, nello specifico, sono demandati ad un apposito regolamento dell’amministrazione.
Al di là delle modalità di collazione delle risorse,
i parametri normativi per l’erogazione sono rimasti i medesimi: la ripartizione avviene “tra il responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori; gli importi sono comprensivi anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell'amministrazione”.
Non sussistono motivi, pertanto, per discostarsi dalla lettura interpretativa espressa dalla Sezione e richiamata dall’Ente nel corpo del parere.

Ciò posto, come già chiarito con il parere 30.08.2012 n. 290 e
parere 19.12.2013 n. 434, va ribadito che la norma, laddove circoscrive il compenso al responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, “àncora chiaramente il riconoscimento del diritto ad ottenere il compenso incentivante alla circostanza che la redazione dell’atto sia avvenuta all’interno dell’ente. Qualora sia avvenuta all’esterno non è idonea a far sorgere il diritto di alcun compenso in capo ai dipendenti degli uffici tecnici dell’ente”.
In conclusione, “
con specifico riferimento alla figura del responsabile del procedimento (r.u.p.), occorre rilevare che questi normalmente, in base alle previsioni contenute nei singoli regolamenti predisposti dalle amministrazioni ai sensi del citato comma 5 dell’art. 92 del D.lgs. n. 163/2006, partecipa alla ripartizione dell’incentivo, ovviamente sempre in relazione ad atti di progettazione collegati alla realizzazione di opere pubbliche. Occorre sottolineare, però, che la sua partecipazione alla ripartizione degli emolumenti, ai sensi del ridetto comma 5 dell’art. 92 del Codice dei contratti, non avviene in ragione della sua qualifica, ma in relazione al complessivo svolgimento interno dell’attività di progettazione. In sostanza, qualora l’attività venga svolta internamente tutti i soggetti che, a qualsivoglia titolo, collaborano hanno diritto, in base alle previsioni del regolamento dell’ente, a partecipare alla distribuzione dell’incentivo. Qualora, al contrario, l’attività sopra specificata venga svolta all’esterno, non sorgendo il presupposto per la ripartizione di un incentivo fra i vari dipendenti dell’ufficio non vi è neppure un autonomo diritto del responsabile del procedimento ad ottenere un compenso per un’attività che, al contrario, rientra fra i suoi compiti e doveri d’ufficio”.
Non induce a difforme conclusione la circostanza che da tale disciplina siano esclusi i dirigenti (l’ultimo periodo dell’articolo 93, comma 7-ter, cod. contr., prevede che “Il presente comma non si applica al personale con qualifica dirigenziale”): si tratta, infatti, di scelta legislativa discrezionale volta a ritenere prevalente, per tale categoria di dipendenti, il principio di onnicomprensività della retribuzione in relazione all’ampiezza di compiti e responsabilità che gravano sui dirigenti (Corte dei Conti, Sez. controllo Piemonte, parere 02.10.2014 n. 197).

INCENTIVO PROGETTAZIONEA decorrere dall’entrata in vigore della legge n. 114/2014, di conversione del d.l. n. 90/2014, i comuni, come tutte le altre pubbliche amministrazioni, devono fare riferimento, per la disciplina degli incentivi al personale interno incaricato di attività tecniche nell’ambito del procedimento di aggiudicazione ed esecuzione di un’opera pubblica, alla nuova disciplina legislativa, con conseguente necessaria adozione di un nuovo regolamento interno che stabilisca la percentuale massima destinata a tali compensi (comma 7-bis) e un nuovo accordo integrativo decentrato, da recepire nel regolamento, che stabilisca i criteri di ripartizione (comma 7-ter). Entrambi dovranno adeguarsi alle novità normative, fra le quali spicca l’esclusione, fra i soggetti beneficiari dell’incentivo, del personale con qualifica dirigenziale (comma 7-ter, ultimo periodo).
La nuova disciplina si pone in sostanziale prosecuzione della precedente, prevedendo esplicitamente che beneficiari dei compensi in discorso possano essere i dipendenti interni incaricati delle funzioni di responsabile del procedimento, della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché i loro collaboratori.
Allo stesso modo la nuova disciplina ribadisce la confluenza in economia delle quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni non svolte dai dipendenti sopra indicati, ma affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione (ovvero prive, novità normativa, dell’accertamento dell'effettivo rispetto, nella fase realizzativa dell'opera, dei tempi e dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo).
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E' stato sottolineato come la norma (oggi l’art. 93, commi 7-bis, 7-ter e 7-quater, del d.lgs. n. 163/2006) vada letta nel complessivo contesto delle modalità d’affidamento degli incarichi tecnico professionali, previsti dalla legislazione in materia di contratti pubblici.
Quest’ultima
(cfr. artt. 10, 84, 90, 112, 120 e 130 del d.lgs. 163/2006) è informata da un principio generale, codificato anche dall’art. 7, comma 6, del d.lgs. n. 165/2001, in base al quale i predetti incarichi possono essere conferiti a soggetti esterni al plesso amministrativo solo se non si disponga di professionalità adeguate nel proprio organico e tale carenza non sia altrimenti risolvibile con strumenti flessibili di gestione delle risorse umane. Tale presupposto mira a preservare le finanze pubbliche, oltre che a valorizzare il personale interno alle amministrazioni.
Pertanto, nelle ipotesi (che la legge considera ordinarie) in cui gli incarichi tecnici siano espletati da personale interno occorre far riferimento, ai fini della loro remunerazione, alle regole generali previste per il pubblico impiego, il cui sistema retributivo è conformato da due principi cardine, quello di definizione contrattuale delle componenti economiche e quello di onnicomprensività della retribuzione (cfr. artt. 2, 24, 40 e 45 del d.lgs. n. 165/2001
).
Secondo questi ultimi nulla è dovuto, oltre al trattamento economico fondamentale ed accessorio stabilito dai contratti collettivi, al dipendente che ha svolto una prestazione che rientra nei suoi doveri d’ufficio, anche se di particolare complessità.
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Il c.d. “incentivo alla progettazione” (la cui denominazione risale all’art. 18 dell’abrogata legge n. 109/1994), costituisce uno di quei casi nei quali il legislatore, derogando al principio per cui il trattamento economico è fissato dai contratti collettivi, attribuisce un compenso ulteriore e speciale, rinviando ai regolamenti dell’amministrazione aggiudicatrice ed alla contrattazione decentrata, i criteri e le modalità di ripartizione. In quanto tale costituisce un’eccezione di stretta interpretazione con divieto di analogia (art. 12 delle diposizioni preliminari al codice civile).
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La legge pone alcuni paletti per la ripartizione del predetto incentivo, rimettendone la disciplina concreta (“modalità e criteri”) ad un regolamento interno assunto previa contrattazione decentrata (in virtù della novella legislativa del 2014, risulta chiarita la competenza della sola amministrazione, a mezzo di atto regolamentare, per la quantificazione del fondo, nella percentuale massima del 2% dell’importo posto a base di gara).
I punti fermi che il regolamento interno deve rispettare sono i seguenti:
- erogazione ai soli dipendenti espletanti gli incarichi tassativamente indicati dalla norma (responsabile del procedimento, incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, e loro collaboratori), riferiti all’aggiudicazione ed esecuzione “di un’opera o un lavoro” (non, pertanto, di un appalto di fornitura di beni o di servizi). La norma non richiede, ai fini della legittima erogazione, il necessario espletamento interno di una o più attività (per esempio, la progettazione), purché il regolamento ripartisca gli incentivi in maniera conforme alle responsabilità attribuite e devolva in economia la quota relativa agli incarichi conferiti a professionisti esterni;
- puntuale ripartizione del fondo incentivante tra gli incarichi attribuibili (responsabile del procedimento, progettista, responsabili della sicurezza, direttore dei lavori, collaudatori, nonché loro collaboratori), secondo percentuali rimesse alla discrezionalità dell’amministrazione, da mantenere, tuttavia, entro i binari della logicità, congruenza e ragionevolezza
;
- devoluzione in economia delle quote del fondo incentivante corrispondenti a prestazioni non svolte dai dipendenti, ma affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione. Obbligo che impone di prevedere analiticamente nel regolamento interno, e graduare, le percentuali spettanti per ogni incarico espletabile dal personale, in maniera tale da permettere, nel caso in cui alcune prestazioni siano affidate a professionisti esterni, la predetta devoluzione;
- devoluzione in economia delle quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni, anche se svolte da dipendenti interni, prive dell’accertamento di esecuzione dell’opera in conformità ai tempi ed ai costi prestabiliti (novità discendente dal predetto art. 93, comma 7-ter, per gli incarichi attribuiti dopo l’entrata in vigore della legge di conversione n. 114/2014).
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Altri principi applicabili alla fattispecie (rilevanti ai fini del parere di cui si discute) si ricavano dalla normativa generale sul pubblico impiego e, in particolare, dall’art. 7, comma 5, del d.lgs. n. 165/2001, in base al quale “le amministrazioni pubbliche non possono erogare trattamenti economici accessori che non corrispondano alle prestazioni effettivamente rese”.
La regola è fatta espressamente propria dal legislatore anche nella materia degli incentivi di cui si discute, posto che il nuovo art. 93, comma 7-ter, del d.lgs. n. 163/2006 (riprendendo analoga formulazione del precedente art. 92, comma 5)
dispone che “la corresponsione dell'incentivo è disposta dal dirigente o dal responsabile di servizio preposto alla struttura competente, previo accertamento positivo delle specifiche attività svolte dai predetti dipendenti”. Nel caso in cui tale accertamento sia invece negativo, scatta la medesima regola della devoluzione in economia esaminata in precedenza.
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Il Sindaco del comune di Settala, con nota del 06.06.2014, ha formulato una richiesta di parere avente ad oggetto i compensi incentivanti previsti dall’art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163/2006, oggetto di recente abrogazione ad opera dell’art. 13 del d.l. n. 90/2014, convertito con legge n. 114/2004, ma la cui disciplina è confluita nei nuovi commi 7-bis, 7-ter e 7-quater dell’art. 93 del d.lgs. n. 163/2006, inseriti dall’art. 13-bis della legge n. 114/2014.
Premette che, nella recente giurisprudenza, relativamente a casistiche che prevedono l'affidamento all'esterno dell'attività di progettazione di opere/lavori, si riscontrerebbero interpretazioni e posizioni contrastanti. Infatti, la Sezione giurisdizionale della Corte dei conti della Calabria, in un giudizio di responsabilità, con sentenza 03.02.2014 n. 22 ha affermato che, nel caso di progettazione esterna di un’opera pubblica, l'unico incentivo legittimamente percepibile dai dipendenti dell'Ente, è quello correlato all'attività di responsabile di procedimento (RUP).
Di contro, la Corte dei conti, Sezione regionale di controllo del Piemonte, con parere 28.02.2014 n. 39 ha affermato quanto segue: “in relazione specifica poi alla posizione del responsabile del procedimento (RUP), si osserva che questi normalmente, in base alle previsioni contenute nei singoli regolamenti degli Enti, attuativi del citato comma 5 dell'art. 92 del d.lgs. n. 163/2006, prende parte alla ripartizione dell'incentivo in relazione ad atti di progettazione interna collegati alla realizzazione di opere pubbliche. La partecipazione del responsabile del procedimento al riparto degli emolumenti, tuttavia, non avviene in ragione della sua qualifica, ma in relazione al complessivo svolgimento interno dell'attività di progettazione. In sostanza, qualora l’attività venga svolta internamente, tutti i soggetti che, a qualsivoglia titolo, collaborano hanno diritto, in base alle previsioni del regolamento dell'Ente, a partecipare alla distribuzione dell'incentivo. Viceversa nel caso contrario in cui l'attività venga svolta all'esterno, non sorgendo il presupposto per la ripartizione di un incentivo fra i vari dipendenti dell'ufficio, non vi é neppure un autonomo diritto del responsabile del procedimento ad ottenere un compenso per un'attività che, al contrario, rientra fra i suoi compiti e doveri d'ufficio (cfr. Sez. contr. Piemonte, parere 30.08.2012 n. 290)”.
Facendo quindi riferimento alla circostanza in cui l'attività di progettazione di un’opera/lavoro pubblico, viene affidata e svolta da un professionista esterno all'Ente, il Comune chiede se sia corretto o meno riconoscere al dipendente comunale interno, nominato responsabile unico del procedimento (RUP), in ragione delle particolari responsabilità cui è soggetto (identiche sia nei casi di progettazione interna che esterna), il compenso incentivante in argomento secondo la percentuale (ulteriormente ridotte in presenza di incarichi esterni di supporto tecnico-amministrativo alle attività del responsabile del procedimento) definita nell'apposito regolamento vigente nell'Ente.
...
Risulta necessario premettere che l’art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163/2006, su cui si incentra la richiesta di parere, risulta abrogato dall’art. 13 del d.l. n. 90/2014, convertito con legge n. 114/2014. Tuttavia, il legislatore ha mantenuto ferma la possibilità di attribuzione di un incentivo ai dipendenti degli enti pubblici cui sono conferiti incarichi tecnici nell’ambito delle procedure di aggiudicazione ed esecuzione di un’opera pubblica, salvo ridisciplinarne presupposti e limiti nel nuovo “fondo per la progettazione e l’innovazione” previsto dall’art. 13-bis della legge n. 114/2014.
Quest’ultima norma ha inserito, nell’art. 93 del codice dei contratti pubblici, d.lgs. n. 163/2006, quattro nuovi commi (7-bis, 7-ter, 7-quater e 7-quinquies), il cui contenuto si riporta per comodità espositiva: "7-bis. A valere sugli stanziamenti di cui al comma 7, le amministrazioni pubbliche destinano ad un fondo per la progettazione e l'innovazione risorse finanziarie in misura non superiore al 2 per cento degli importi posti a base di gara di un'opera o di un lavoro; la percentuale effettiva è stabilita da un regolamento adottato dall'amministrazione, in rapporto all'entità e alla complessità dell'opera da realizzare.
7-ter. L'80 per cento delle risorse finanziarie del fondo per la progettazione e l'innovazione è ripartito, per ciascuna opera o lavoro, con le modalità e i criteri previsti in sede di contrattazione decentrata integrativa del personale e adottati nel regolamento di cui al comma 7-bis, tra il responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori; gli importi sono comprensivi anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell'amministrazione. Il regolamento definisce i criteri di riparto delle risorse del fondo, tenendo conto delle responsabilità connesse alle specifiche prestazioni da svolgere, con particolare riferimento a quelle effettivamente assunte e non rientranti nella qualifica funzionale ricoperta, della complessità delle opere, escludendo le attività manutentive, e dell'effettivo rispetto, in fase di realizzazione dell'opera, dei tempi e dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo. Il regolamento stabilisce altresì i criteri e le modalità per la riduzione delle risorse finanziarie connesse alla singola opera o lavoro a fronte di eventuali incrementi dei tempi o dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo, redatto nel rispetto dell'articolo 16 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 05.10.2010, n. 207, depurato del ribasso d'asta offerto. Ai fini dell'applicazione del terzo periodo del presente comma, non sono computati nel termine di esecuzione dei lavori i tempi conseguenti a sospensioni per accadimenti elencati all'articolo 132, comma 1, lettere a), b), c) e d). La corresponsione dell'incentivo è disposta dal dirigente o dal responsabile di servizio preposto alla struttura competente, previo accertamento positivo delle specifiche attività svolte dai predetti dipendenti. Gli incentivi complessivamente corrisposti nel corso dell'anno al singolo dipendente, anche da diverse amministrazioni, non possono superare l'importo del 50 per cento del trattamento economico complessivo annuo lordo. Le quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni non svolte dai medesimi dipendenti, in quanto affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione medesima, ovvero prive del predetto accertamento, costituiscono economie. Il presente comma non si applica al personale con qualifica dirigenziale.
7-quater. Il restante 20 per cento delle risorse finanziarie del fondo per la progettazione e l'innovazione è destinato all'acquisto da parte dell'ente di beni, strumentazioni e tecnologie funzionali a progetti di innovazione, di implementazione delle banche dati per il controllo e il miglioramento della capacità di spesa per centri di costo nonché all'ammodernamento e all'accrescimento dell'efficienza dell'ente e dei servizi ai cittadini.
7-quinquies. Gli organismi di diritto pubblico e i soggetti di cui all'articolo 32, comma 1, lettere b) e c), possono adottare con proprio provvedimento criteri analoghi a quelli di cui ai commi 7-bis, 7-ter e 7-quater del presente articolo.
".
Di conseguenza,
a decorrere dall’entrata in vigore della legge n. 114/2014, di conversione del d.l. n. 90/2014, i comuni, come tutte le altre pubbliche amministrazioni, dovranno fare riferimento, per la disciplina degli incentivi al personale interno incaricato di attività tecniche nell’ambito del procedimento di aggiudicazione ed esecuzione di un’opera pubblica, alla nuova disciplina legislativa, con conseguente necessaria adozione di un nuovo regolamento interno che stabilisca la percentuale massima destinata a tali compensi (comma 7-bis) e un nuovo accordo integrativo decentrato, da recepire nel regolamento, che stabilisca i criteri di ripartizione (comma 7-ter). Entrambi dovranno adeguarsi alle novità normative, fra le quali spicca l’esclusione, fra i soggetti beneficiari dell’incentivo, del personale con qualifica dirigenziale (comma 7-ter, ultimo periodo).
Circa il quesito specifico posto dal Comune istante, invece,
la nuova disciplina si pone in sostanziale prosecuzione della precedente, prevedendo esplicitamente che beneficiari dei compensi in discorso possano essere i dipendenti interni incaricati delle funzioni di responsabile del procedimento, della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché i loro collaboratori.
Allo stesso modo la nuova disciplina ribadisce la confluenza in economia delle quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni non svolte dai dipendenti sopra indicati, ma affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione (ovvero prive, novità normativa, dell’accertamento dell'effettivo rispetto, nella fase realizzativa dell'opera, dei tempi e dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo).

I dubbi posti dal Comune istante sono stati ampiamente oggetto dell’attività consultiva della magistratura contabile, con motivazioni e conclusioni che, sul punto, permangono valide, anche alla luce della nuova disciplina legislativa (cfr., fra le altre, Sezione Autonomie delibera 13.11.2009 n. 16/2009, Sezione Veneto parere 26.07.2011 n. 337, Sezione Piemonte parere 30.08.2012 n. 290, Sezione Lombardia parere 06.03.2012 n. 57 e parere 30.05.2012 n. 259).
Prima di richiamarli è opportuno precisare come non emergono, dalla lettura dei precedenti richiamati nell’istanza di parere,
sentenza 03.02.2014 n. 22 della Sezione giurisdizionale per la Calabria e parere 28.02.2014 n. 39 della Sezione Piemonte, i profili di contrasto interpretativo evidenziati dal Comune. La deliberazione della Sezione Piemonte, infatti, ribadisce l’orientamento delle Sezioni di controllo (attribuzione dell’incentivo per le sole attività concretamente affidate ed espletate, con confluenza in economia delle quote parti del fondo incentivante corrispondenti agli incarichi affidati all’esterno), mentre la pronuncia giurisdizionale si riferisce a fattispecie specifica in cui è stata accertata l’illegittima erogazione di somme a titolo di progettazione, non per l’espletamento delle attività di responsabile del procedimento.
Nelle deliberazioni della Sezione parere 08.10.2012 n. 425 e
parere 24.10.2012 n. 453, dopo averne richiamato il tenore letterale, è stato sottolineato come la norma (oggi l’art. 93, commi 7-bis, 7-ter e 7-quater, del d.lgs. n. 163/2006) vada letta nel complessivo contesto delle modalità d’affidamento degli incarichi tecnico professionali, previsti dalla legislazione in materia di contratti pubblici. Quest’ultima (cfr. artt. 10, 84, 90, 112, 120 e 130 del d.lgs. 163/2006) è informata da un principio generale, codificato anche dall’art. 7, comma 6, del d.lgs. n. 165/2001, in base al quale i predetti incarichi possono essere conferiti a soggetti esterni al plesso amministrativo solo se non si disponga di professionalità adeguate nel proprio organico e tale carenza non sia altrimenti risolvibile con strumenti flessibili di gestione delle risorse umane. Tale presupposto mira a preservare le finanze pubbliche, oltre che a valorizzare il personale interno alle amministrazioni.
Pertanto, nelle ipotesi (che la legge considera ordinarie) in cui gli incarichi tecnici siano espletati da personale interno occorre far riferimento, ai fini della loro remunerazione, alle regole generali previste per il pubblico impiego, il cui sistema retributivo è conformato da due principi cardine, quello di definizione contrattuale delle componenti economiche e quello di onnicomprensività della retribuzione (cfr. artt. 2, 24, 40 e 45 del d.lgs. n. 165/2001, nonché Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Puglia, sentenza 20.07.2010 n. 464
, sentenza 22.07.2010 n. 475 e sentenza 02.08.2010 n. 487).
Secondo questi ultimi nulla è dovuto, oltre al trattamento economico fondamentale ed accessorio stabilito dai contratti collettivi, al dipendente che ha svolto una prestazione che rientra nei suoi doveri d’ufficio, anche se di particolare complessità.
Tuttavia, la fonte legislativa, oltre a disciplinare la struttura ed i livelli di contrattazione nel pubblico impiego (cfr. artt. 2, 24, 40 e 45 d.lgs. 165/2001) può, in omaggio al generale sistema delle fonti previsto dalla Costituzione, disciplinare in modo diretto l’ammontare del trattamento economico (si rimanda, per esempio, ai precetti posti dall’art. 9 del d.l. n. 78/2010, convertito nella legge n. 122/2010), nonché attribuire ulteriori specifici compensi (come nel caso dell’art. 92, comma 5, del Codice dei contratti pubblici, oggi art. 93, commi 7-bis e seguenti).
Il c.d. “incentivo alla progettazione” (la cui denominazione risale all’art. 18 dell’abrogata legge n. 109/1994), costituisce, infatti, uno di quei casi nei quali il legislatore, derogando al principio per cui il trattamento economico è fissato dai contratti collettivi, attribuisce un compenso ulteriore e speciale, rinviando ai regolamenti dell’amministrazione aggiudicatrice ed alla contrattazione decentrata, i criteri e le modalità di ripartizione. In quanto tale costituisce un’eccezione di stretta interpretazione con divieto di analogia (art. 12 delle diposizioni preliminari al codice civile, cfr. altresì Sezione Campania, parere 07.05.2008 n. 7/2008).
Come evincibile dalla lettera del comma,
la legge pone alcuni paletti per la ripartizione del predetto incentivo, rimettendone la disciplina concreta (“modalità e criteri”) ad un regolamento interno assunto previa contrattazione decentrata (in virtù della novella legislativa del 2014, risulta chiarita la competenza della sola amministrazione, a mezzo di atto regolamentare, per la quantificazione del fondo, nella percentuale massima del 2% dell’importo posto a base di gara).
Limitando l’analisi ai soli quesiti avanzati dal comune istante,
i punti fermi che il regolamento interno deve rispettare (sull’impossibilità da parte del regolamento di derogare a quanto previsto dalla legge o di attribuire compensi non previsti, si rimanda al parere 30.05.2012 n. 259 della Sezione) sono i seguenti:
- erogazione ai soli dipendenti espletanti gli incarichi tassativamente indicati dalla norma (responsabile del procedimento, incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, e loro collaboratori), riferiti all’aggiudicazione ed esecuzione “di un’opera o un lavoro” (non, pertanto, di un appalto di fornitura di beni o di servizi). La norma non richiede, ai fini della legittima erogazione, il necessario espletamento interno di una o più attività (per esempio, la progettazione), purché il regolamento ripartisca gli incentivi in maniera conforme alle responsabilità attribuite e devolva in economia la quota relativa agli incarichi conferiti a professionisti esterni;
- puntuale ripartizione del fondo incentivante tra gli incarichi attribuibili (responsabile del procedimento, progettista, responsabili della sicurezza, direttore dei lavori, collaudatori, nonché loro collaboratori), secondo percentuali rimesse alla discrezionalità dell’amministrazione, da mantenere, tuttavia, entro i binari della logicità, congruenza e ragionevolezza
(cfr. Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, deliberazione 13.12.2007 n. 315,
deliberazione 22.06.2005 n. 70, deliberazione 19.05.2004 n. 97-bis);
- devoluzione in economia delle quote del fondo incentivante corrispondenti a prestazioni non svolte dai dipendenti, ma affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione. Obbligo che impone di prevedere analiticamente nel regolamento interno, e graduare, le percentuali spettanti per ogni incarico espletabile dal personale, in maniera tale da permettere, nel caso in cui alcune prestazioni siano affidate a professionisti esterni, la predetta devoluzione (si rinvia all'Autorità di vigilanza con la deliberazione 13.12.2007 n. 315, deliberazione 08.04.2009 n. 35, deliberazione 07.05.2008 n. 18
e deliberazione 02.05.2001 n. 150);
- devoluzione in economia delle quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni, anche se svolte da dipendenti interni, prive dell’accertamento di esecuzione dell’opera in conformità ai tempi ed ai costi prestabiliti (novità discendente dal predetto art. 93, comma 7-ter, per gli incarichi attribuiti dopo l’entrata in vigore della legge di conversione n. 114/2014).
Altri principi applicabili alla fattispecie (rilevanti ai fini del parere di cui si discute) si ricavano dalla normativa generale sul pubblico impiego e, in particolare, dall’art. 7, comma 5, del d.lgs. n. 165/2001, in base al quale “le amministrazioni pubbliche non possono erogare trattamenti economici accessori che non corrispondano alle prestazioni effettivamente rese”.
La regola è fatta espressamente propria dal legislatore anche nella materia degli incentivi di cui si discute, posto che il nuovo art. 93, comma 7-ter, del d.lgs. n. 163/2006 (riprendendo analoga formulazione del precedente art. 92, comma 5) dispone che “la corresponsione dell'incentivo è disposta dal dirigente o dal responsabile di servizio preposto alla struttura competente, previo accertamento positivo delle specifiche attività svolte dai predetti dipendenti”. Nel caso in cui tale accertamento sia invece negativo, scatta la medesima regola della devoluzione in economia esaminata in precedenza (cfr. in tal senso, sia pure nel previgente contesto normativo, la
deliberazione 22.06.2005 n. 69 dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici) (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 01.10.2014 n. 247).

INCENTIVO PROGETTAZIONE: Dal Sindaco del Comune di Gorlago sono stati esplicitati i seguenti quesiti:
1) se gli interventi citati nella stessa nota, realizzati su progetto e sotto la direzione del personale dell'ufficio tecnico comunale, rientrano nel concetto di opere e/o lavori soggetti all'applicazione dell'incentivo in parola.
Inammissibile;
2) se l'importo del progetto, e il fatto di essere o meno inserito nell'elenco annuale delle opere pubbliche, pregiudica l'applicazione dell'incentivo di cui sopra;
3) se le opere di manutenzione sono completamente escluse dall'applicazione del predetto incentivo, oppure è necessario valutare, caso per caso, lo svolgimento di un'attività progettuale da parte dell'ufficio tecnico.
In merito al secondo quesito,
non si rinviene alcuna limitazione normativa quantitativa nel nuovo art. 93, commi 7-bis e 7-ter, citati, rimettendosi, invece, all’amministrazione la possibilità di introdurre dei limiti, specificando espressamente come l’ammontare effettivo del fondo per la progettazione e l’innovazione, costituito da una somma non superiore al 2% dell’importo posto a base di gara, debba essere stabilito “in rapporto all'entità e alla complessità dell'opera da realizzare”.
Soluzione negativa va data in riscontro al terzo quesito a seguito dell’entrata in vigore della novella del 2014 (L. n. 114/2014).
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A decorrere dall’entrata in vigore della legge n. 114/2014, di conversione del d.l. n. 90/2014, i comuni, come tutte le altre pubbliche amministrazioni, dovranno fare riferimento, per la disciplina degli incentivi al personale interno, incaricato di attività tecniche nell’ambito del procedimento di aggiudicazione ed esecuzione di un’opera pubblica, alla nuova disciplina legislativa, con conseguente necessaria adozione di un nuovo regolamento che stabilisca la percentuale massima destinata a tali compensi (comma 7-bis) ed un accordo integrativo decentrato, da recepire nel predetto regolamento, che stabilisca i criteri di ripartizione (comma 7-ter).
Entrambi dovranno adeguarsi alle novità normative, fra le quali spicca l’esclusione, fra i soggetti beneficiari dell’incentivo, del personale con qualifica dirigenziale
(comma 7-ter, ultimo periodo).
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E' stato sottolineato come la disciplina (oggi avente fonte nell’art. 93, commi 7-bis, 7-ter e 7-quater, del d.lgs. n. 163/2006) vada letta nel complessivo contesto delle modalità d’affidamento degli incarichi tecnico-professionali, previste dalla legislazione in materia di contratti pubblici.
Quest’ultima (cfr. artt. 10, 84, 90, 112, 120 e 130 del d.lgs. 163/2006) è informata da un principio (codificato in linea generale anche dall’art. 7, comma 6, del d.lgs. n. 165/2001), in base al quale i predetti incarichi possono essere conferiti a soggetti esterni al plesso amministrativo solo se non si disponga di professionalità adeguate nel proprio organico e tale carenza non sia altrimenti colmabile con strumenti flessibili di gestione delle risorse umane. Tale presupposto mira a preservare le finanze pubbliche, oltre che a valorizzare il personale interno alle amministrazioni.
Pertanto, nelle ipotesi (che la legge considera ordinarie) in cui gli incarichi tecnici siano espletati da personale interno, occorre far riferimento, ai fini della loro remunerazione, alle regole generali previste per il pubblico impiego, il cui sistema retributivo è conformato da due principi cardine, quello di definizione contrattuale delle componenti economiche e quello di onnicomprensività della retribuzione.
Secondo questi ultimi
nulla è dovuto, oltre al trattamento economico fondamentale ed accessorio stabilito dai contratti collettivi, al dipendente che ha svolto una prestazione che rientra nei doveri d’ufficio, anche se di particolare complessità.
Tuttavia, la legge, oltre a disciplinare la struttura ed i livelli di contrattazione nel pubblico impiego (cfr. artt. 2, 24, 40 e 45 d.lgs. 165/2001), può, in omaggio al generale sistema delle fonti previsto dalla Costituzione, disciplinare in modo diretto l’ammontare del trattamento economico nonché attribuire ulteriori specifici compensi (come nel caso dell’art. 92, comma 5, del Codice dei contratti pubblici, oggi art. 93, commi 7-bis e seguenti).
Il c.d. “incentivo alla progettazione” costituisce, infatti, uno di quei casi nei quali il legislatore, derogando al principio per cui il trattamento economico è fissato dai contratti collettivi, attribuisce un compenso ulteriore e speciale, rinviando ai regolamenti dell’amministrazione ed alla contrattazione decentrata, i criteri e le modalità di ripartizione.
Come tale l’art. 92, comma 5, del d.lgs. 163/2006 (e, oggi, l’art. 93, commi 7-bis e seguenti) costituisce un’eccezione di stretta interpretazione, per la quale sussiste il divieto di analogia posto dall’art. 12 delle diposizioni preliminari al codice civile.
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La legge pone alcuni paletti per la ripartizione del predetto incentivo, rimettendone la disciplina concreta (“modalità e criteri”) ad un regolamento interno assunto previa contrattazione decentrata (in virtù della novella legislativa del 2014, risulta chiarita la competenza della sola amministrazione, a mezzo di atto regolamentare, per la quantificazione del fondo, nella percentuale massima del 2% dell’importo posto a base di gara).
Limitando l’analisi ai quesiti avanzati dal comune istante,
si evidenzia come la norma come non richieda un limite d’importo minimo dei lavori o opere, oggetto di aggiudicazione/esecuzione, al fine di costituire il “fondo per la progettazione e l’innovazione”. I limiti d’importo, indicati dall’art. 128 del medesimo decreto legislativo al fine di includere un’opera o lavoro nella programmazione triennale e annuale, esplicano, infatti, la propria portata applicativa alla specifica materia, mentre non si rinviene alcuna limitazione quantitativa nel nuovo art. 93, commi 7-bis e 7-ter, del d.lgs. n. 163/2006 (cosi come non sussisteva nella previgente disciplina, avente fonte nell’art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163/2006).
La legge rimette, invece, all’amministrazione la possibilità di introdurre dei limiti, specificando espressamente come l’ammontare effettivo del fondo, costituito da una somma non superiore al 2% dell’importo posto a base di gara, deve essere stabilito “in rapporto all'entità e alla complessità dell'opera da realizzare”.
Di conseguenza, nell’esercizio della propria discrezionalità, l’amministrazione potrà prevedere aliquote percentuali meno elevate del 2% per le opere ed i lavori aventi importo inferiore a determinate soglie (che siano quelle previste per l’inserimento nell’elenco annuale ex art. 128 del d.lgs. n. 163/2006 o altre prestabilite). Inoltre potrà prevedere, come ancora la norma permette, una diversa quantificazione del fondo anche in relazione alla tipologia qualitativa dell’opera o lavoro da aggiudicare ed eseguire, valutandone preventivamente la maggiore o minore complessità.
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I paletti che il regolamento interno deve rispettare in punto di lavori di manutenzione sono stati esplicitati nelle precedenti deliberazioni della Sezione di cui al parere 06.03.2013 n. 72 e
parere 15.10.2013 n. 442, le cui conclusioni permangono valide per le attività espletate, ma non ancora liquidate, sino alla data di entrata in vigore della legge n. 114/2014.
In quelle occasioni era stato evidenziato come l’incentivo alla progettazione non possa essere riconosciuto per qualunque lavoro di manutenzione ordinaria o straordinaria effettuato sui beni dell’ente locale, ma solo per quelli alla cui base vi sia un’attività di progettazione. Vi esulavano, pertanto, tutti quei lavori manutentivi per la cui realizzazione non era necessaria un’attività progettuale, come delineata negli articoli 90, 91 e 92 del decreto n. 163/2006.
Tale conclusione, frutto di un’interpretazione sistematica dell’articolato normativo,
va rivista per gli incarichi tecnici attribuiti per opere e lavori aggiudicati ed eseguiti dopo l’entrata in vigore della legge n. 114/2014 che, nel disciplinare il nuovo “fondo per la progettazione e l’innovazione”, ha espressamente escluso le attività manutentive da quelle oggetto di incentivazione.
Di conseguenza, il regolamento di costituzione del fondo (art. 93, comma 7-bis, d.lgs. n. 163/2006) e quello di ripartizione (ex art. 93, comma 7-ter, quest’ultimo adottato previa contrattazione integrativa decentrata) non potranno più prevedere forme di incentivazione per il personale interno cui sono conferiti gli incarichi previsti dalla norma (RUP, progettista, direttore dei lavori, etc.) in caso di lavori qualificabili, ai sensi del codice dei contratti e del regolamento di attuazione (DPR n. 207/2010), e relativi allegati, come lavori di manutenzione (a prescindere dalla presenza o meno, all’interno del relativo procedimento di aggiudicazione, di un’attività di progettazione).

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Il Sindaco del comune di Gorlago, con nota del 25.06.2014, ha formulato una richiesta di parere avente ad oggetto i compensi incentivanti previsti dall’art. 92 del d.lgs. n. 163/2006 (oggetto di recente abrogazione ad opera dell’art. 13 del d.l. n. 90/2014, convertito con legge n. 114/2004, ma la cui disciplina è confluita nei nuovi commi 7-bis, 7-ter e 7-quater dell’art. 93 del d.lgs. n. 163/2006, inseriti dall’art. 13-bis della legge n. 114/2014).
In particolare i quesiti vertono sull'applicazione dell'incentivo al personale interno dell'ufficio tecnico coinvolto nell'attività di progettazione relativa ai seguenti interventi sul patrimonio immobiliare comunale:
- asfaltatura e manutenzione dei manti stradali, consistente nella realizzazione di nuovi tappeti bituminosi; rettifica di marciapiedi con la rimozione e posa di nuovi cordoli; opere complementari. Importo totale di progetto: € 57.400,35;
- realizzazione di frangisole della nuova biblioteca comunale, consistente nell'ideazione progettuale e nella realizzazione di una struttura esterna atta a proteggere l'edificio dal sole. Importo totale di progetto: € 20.000,00;
- adeguamento antincendio della palestra e dell'auditorium, consistente in opere murarie, serramentistiche, impiantistiche ed affini. Importo totale di progetto € 50.829,65.
Premette che, per la realizzazione dei sopra citati interventi, è stato individuato il responsabile unico del procedimento (RUP), sono state seguite dal personale interno dell'ufficio tecnico comunale le fasi di progettazione, direzione dei lavori, e contabilità finale, compresa l'emissione del certificato di regolare esecuzione.
Precisa, altresì, che il Comune di Gorlago è dotato di un regolamento relativo alla ripartizione dell'incentivo, che contempla le opere di manutenzione.
L’istanza evidenzia come la fattispecie è stata più volte esaminata da diverse Sezioni della Corte dei conti (per esempio, Lombardia parere 06.03.2013 n. 72;
parere 15.10.2013 n. 442), dall’esame dei quali risulterebbe condiviso il concetto di ritenere che sia l'art. 90, che l'art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163/2006 facciano riferimento esclusivamente ai lavori pubblici, e che quest’ultima norma (la cui disciplina è oggi refluita nell’art. 93, commi 7-bis e seguenti, del d.lgs. n. 163/2006) presuppone l'attività di progettazione, finalizzata alla costruzione dell'opera pubblica.
Il Comune istante ha pertanto necessità di chiarire se i lavori sopra elencati possano rientrare nel concetto di "opera pubblica", avendo le caratteristiche ascrivibili alla manutenzione ordinaria, straordinaria o di completamento (detti lavori, dato il non elevato importo, non risultano inseriti nell'elenco annuale delle opere pubbliche, alla luce dei limiti di importo previsti dall’art. 128 del d.lgs. n. 163/2006).
Alla luce di quanto esposto, il Comune pone i seguenti quesiti:
1) con il primo chiede se le tipologie di interventi citati in premessa, realizzati su progetto e sotto la direzione del personale dell'ufficio tecnico comunale, rientrano nel concetto di opere e/o lavori soggetti all'applicazione dell'incentivo previsto dall'art. 92 comma 5, del d.lgs. n. 163/2006 (oggi, art. 93, commi 7-bis e seguenti);
2) con il secondo chiede se l'importo del progetto, e il fatto di essere o meno inserito nell'elenco annuale delle opere pubbliche, pregiudica l'applicazione dell'incentivo di cui sopra;
3) con il terzo chiede se le opere di manutenzione sono completamente escluse dall'applicazione del predetto incentivo, oppure è necessario valutare, caso per caso, lo svolgimento di un'attività progettuale da parte dell'ufficio tecnico.
...
Risulta necessario premettere che l’art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163/2006, su cui si incentra la richiesta di parere, risulta abrogato dall’art. 13 del d.l. n. 90/2014, convertito con legge n. 114/2014. Tuttavia, il legislatore ha mantenuto ferma la possibilità di attribuzione di un incentivo ai dipendenti degli enti pubblici cui sono conferiti incarichi tecnici nell’ambito delle procedure di aggiudicazione ed esecuzione di un’opera pubblica, salvo ridisciplinarne presupposti e limiti nel nuovo “fondo per la progettazione e l’innovazione” previsto dall’art. 13-bis della legge n. 114/2014.
Quest’ultimo ha inserito nell’art. 93 del codice dei contratti pubblici, d.lgs. n. 163/2006, quattro nuovi commi (7-bis, 7-ter, 7-quater e 7-quinquies), il cui contenuto si riporta per comodità espositiva: "7-bis. A valere sugli stanziamenti di cui al comma 7, le amministrazioni pubbliche destinano ad un fondo per la progettazione e l'innovazione risorse finanziarie in misura non superiore al 2 per cento degli importi posti a base di gara di un'opera o di un lavoro; la percentuale effettiva è stabilita da un regolamento adottato dall'amministrazione, in rapporto all'entità e alla complessità dell'opera da realizzare.
7-ter. L'80 per cento delle risorse finanziarie del fondo per la progettazione e l'innovazione è ripartito, per ciascuna opera o lavoro, con le modalità e i criteri previsti in sede di contrattazione decentrata integrativa del personale e adottati nel regolamento di cui al comma 7-bis, tra il responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori; gli importi sono comprensivi anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell'amministrazione. Il regolamento definisce i criteri di riparto delle risorse del fondo, tenendo conto delle responsabilità connesse alle specifiche prestazioni da svolgere, con particolare riferimento a quelle effettivamente assunte e non rientranti nella qualifica funzionale ricoperta, della complessità delle opere, escludendo le attività manutentive, e dell'effettivo rispetto, in fase di realizzazione dell'opera, dei tempi e dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo. Il regolamento stabilisce altresì i criteri e le modalità per la riduzione delle risorse finanziarie connesse alla singola opera o lavoro a fronte di eventuali incrementi dei tempi o dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo, redatto nel rispetto dell'articolo 16 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 05.10.2010, n. 207, depurato del ribasso d'asta offerto. Ai fini dell'applicazione del terzo periodo del presente comma, non sono computati nel termine di esecuzione dei lavori i tempi conseguenti a sospensioni per accadimenti elencati all'articolo 132, comma 1, lettere a), b), c) e d). La corresponsione dell'incentivo è disposta dal dirigente o dal responsabile di servizio preposto alla struttura competente, previo accertamento positivo delle specifiche attività svolte dai predetti dipendenti. Gli incentivi complessivamente corrisposti nel corso dell'anno al singolo dipendente, anche da diverse amministrazioni, non possono superare l'importo del 50 per cento del trattamento economico complessivo annuo lordo. Le quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni non svolte dai medesimi dipendenti, in quanto affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione medesima, ovvero prive del predetto accertamento, costituiscono economie. Il presente comma non si applica al personale con qualifica dirigenziale.
7-quater. Il restante 20 per cento delle risorse finanziarie del fondo per la progettazione e l'innovazione è destinato all'acquisto da parte dell'ente di beni, strumentazioni e tecnologie funzionali a progetti di innovazione, di implementazione delle banche dati per il controllo e il miglioramento della capacità di spesa per centri di costo nonché all'ammodernamento e all'accrescimento dell'efficienza dell'ente e dei servizi ai cittadini.
7-quinquies. Gli organismi di diritto pubblico e i soggetti di cui all'articolo 32, comma 1, lettere b) e c), possono adottare con proprio provvedimento criteri analoghi a quelli di cui ai commi 7-bis, 7-ter e 7-quater del presente articolo.
".
Di conseguenza,
a decorrere dall’entrata in vigore della legge n. 114/2014, di conversione del d.l. n. 90/2014, i comuni, come tutte le altre pubbliche amministrazioni, dovranno fare riferimento, per la disciplina degli incentivi al personale interno, incaricato di attività tecniche nell’ambito del procedimento di aggiudicazione ed esecuzione di un’opera pubblica, alla nuova disciplina legislativa, con conseguente necessaria adozione di un nuovo regolamento che stabilisca la percentuale massima destinata a tali compensi (comma 7-bis) ed un accordo integrativo decentrato, da recepire nel predetto regolamento, che stabilisca i criteri di ripartizione (comma 7-ter). Entrambi dovranno adeguarsi alle novità normative, fra le quali spicca l’esclusione, fra i soggetti beneficiari dell’incentivo, del personale con qualifica dirigenziale (comma 7-ter, ultimo periodo).
La disciplina del c.d. incentivo alla progettazione (denominazione risalente all’art. 18 dell’abrogata legge n. 109/1994), in costanza del previgente art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163/2006, è stata oggetto di costante attenzione da parte della Corte dei conti (cfr., fra le altre, Sezione Autonomie delibera 13.11.2009 n. 16/2009, Sezione Veneto parere 26.07.2011 n. 337, Sezione Piemonte parere 30.08.2012 n. 290, Sezione Lombardia parere 06.03.2012 n. 57, parere 30.05.2012 n. 259, parere 08.10.2012 n. 425 e
parere 24.10.2012 n. 453), alle cui motivazioni e conclusioni può farsi riferimento per i profili generali.
Nei precedenti indicati
è stato sottolineato come la disciplina (oggi avente fonte nell’art. 93, commi 7-bis, 7-ter e 7-quater, del d.lgs. n. 163/2006) vada letta nel complessivo contesto delle modalità d’affidamento degli incarichi tecnico-professionali, previste dalla legislazione in materia di contratti pubblici.
Quest’ultima (cfr. artt. 10, 84, 90, 112, 120 e 130 del d.lgs. 163/2006) è informata da un principio (codificato in linea generale anche dall’art. 7, comma 6, del d.lgs. n. 165/2001), in base al quale i predetti incarichi possono essere conferiti a soggetti esterni al plesso amministrativo solo se non si disponga di professionalità adeguate nel proprio organico e tale carenza non sia altrimenti colmabile con strumenti flessibili di gestione delle risorse umane. Tale presupposto mira a preservare le finanze pubbliche, oltre che a valorizzare il personale interno alle amministrazioni.
Pertanto, nelle ipotesi (che la legge considera ordinarie) in cui gli incarichi tecnici siano espletati da personale interno, occorre far riferimento, ai fini della loro remunerazione, alle regole generali previste per il pubblico impiego, il cui sistema retributivo è conformato da due principi cardine, quello di definizione contrattuale delle componenti economiche e quello di onnicomprensività della retribuzione (cfr. artt. 2, 24, 40 e 45 del d.lgs. n. 165/2001, nonché Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Puglia, sentenza 20.07.2010 n. 464
, sentenza 22.07.2010 n. 475 e sentenza 02.08.2010 n. 487). Secondo questi ultimi nulla è dovuto, oltre al trattamento economico fondamentale ed accessorio stabilito dai contratti collettivi, al dipendente che ha svolto una prestazione che rientra nei doveri d’ufficio, anche se di particolare complessità.
Tuttavia, la legge, oltre a disciplinare la struttura ed i livelli di contrattazione nel pubblico impiego (cfr. artt. 2, 24, 40 e 45 d.lgs. 165/2001), può, in omaggio al generale sistema delle fonti previsto dalla Costituzione, disciplinare in modo diretto l’ammontare del trattamento economico (si rimanda, per esempio, ai precetti posti dall’art. 9 del d.l. n. 78/2010, convertito nella legge n. 122/2010), nonché attribuire ulteriori specifici compensi (come nel caso dell’art. 92, comma 5, del Codice dei contratti pubblici, oggi art. 93, commi 7-bis e seguenti).
Il c.d. “incentivo alla progettazione” costituisce, infatti, uno di quei casi nei quali il legislatore, derogando al principio per cui il trattamento economico è fissato dai contratti collettivi, attribuisce un compenso ulteriore e speciale, rinviando ai regolamenti dell’amministrazione ed alla contrattazione decentrata, i criteri e le modalità di ripartizione.
Come tale l’art. 92, comma 5, del d.lgs. 163/2006 (e, oggi, l’art. 93, commi 7-bis e seguenti) costituisce un’eccezione di stretta interpretazione, per la quale sussiste il divieto di analogia posto dall’art. 12 delle diposizioni preliminari al codice civile (in tal senso, cfr. Sezione Campania, parere 07.05.2008 n. 7/2008).
Come evincibile dalla lettera del comma,
la legge pone alcuni paletti per la ripartizione del predetto incentivo, rimettendone la disciplina concreta (“modalità e criteri”) ad un regolamento interno assunto previa contrattazione decentrata (in virtù della novella legislativa del 2014, risulta chiarita la competenza della sola amministrazione, a mezzo di atto regolamentare, per la quantificazione del fondo, nella percentuale massima del 2% dell’importo posto a base di gara).
Limitando l’analisi ai quesiti avanzati dal comune istante,
si evidenzia come la norma come non richieda un limite d’importo minimo dei lavori o opere, oggetto di aggiudicazione/esecuzione, al fine di costituire il “fondo per la progettazione e l’innovazione”. I limiti d’importo, indicati dall’art. 128 del medesimo decreto legislativo al fine di includere un’opera o lavoro nella programmazione triennale e annuale, esplicano, infatti, la propria portata applicativa alla specifica materia, mentre non si rinviene alcuna limitazione quantitativa nel nuovo art. 93, commi 7-bis e 7-ter, del d.lgs. n. 163/2006 (cosi come non sussisteva nella previgente disciplina, avente fonte nell’art. 92, comma 5, del d.lgs. n. 163/2006).
La legge rimette, invece, all’amministrazione la possibilità di introdurre dei limiti, specificando espressamente come l’ammontare effettivo del fondo, costituito da una somma non superiore al 2% dell’importo posto a base di gara, deve essere stabilito “in rapporto all'entità e alla complessità dell'opera da realizzare”.
Di conseguenza, nell’esercizio della propria discrezionalità, l’amministrazione potrà prevedere aliquote percentuali meno elevate del 2% per le opere ed i lavori aventi importo inferiore a determinate soglie (che siano quelle previste per l’inserimento nell’elenco annuale ex art. 128 del d.lgs. n. 163/2006 o altre prestabilite). Inoltre potrà prevedere, come ancora la norma permette, una diversa quantificazione del fondo anche in relazione alla tipologia qualitativa dell’opera o lavoro da aggiudicare ed eseguire, valutandone preventivamente la maggiore o minore complessità.
Per quanto riguarda, invece, il terzo quesito,
i paletti che il regolamento interno deve rispettare (sull’impossibilità da parte del regolamento di derogare a quanto previsto dalla legge o di attribuire compensi non previsti, si rimanda al parere 30.05.2012 n. 259 della Sezione) in punto di lavori di manutenzione sono stati esplicitati nelle precedenti deliberazioni della Sezione di cui al parere 06.03.2013 n. 72 e
parere 15.10.2013 n. 442, le cui conclusioni permangono valide per le attività espletate, ma non ancora liquidate (cfr., in tal senso, mutatis mutandis, il parere 06.12.2010 n. 58 delle Sezioni Riunite in sede controllo), sino alla data di entrata in vigore della legge n. 114/2014.
In quelle occasioni era stato evidenziato come l’incentivo alla progettazione non possa essere riconosciuto per qualunque lavoro di manutenzione ordinaria o straordinaria effettuato sui beni dell’ente locale, ma solo per quelli alla cui base vi sia un’attività di progettazione. Vi esulavano, pertanto, tutti quei lavori manutentivi per la cui realizzazione non era necessaria un’attività progettuale, come delineata negli articoli 90, 91 e 92 del decreto n. 163/2006 (sulla stessa linea era stata richiamata il parere 13.11.2012 n. 293 della Sezione Toscana).
Tale conclusione, frutto di un’interpretazione sistematica dell’articolato normativo, va rivista per gli incarichi tecnici attribuiti per opere e lavori aggiudicati ed eseguiti dopo l’entrata in vigore della legge n. 114/2014 che, nel disciplinare il nuovo “fondo per la progettazione e l’innovazione”, ha espressamente escluso le attività manutentive da quelle oggetto di incentivazione.
Di conseguenza, il regolamento di costituzione del fondo (art. 93, comma 7-bis, d.lgs. n. 163/2006) e quello di ripartizione (ex art. 93, comma 7-ter, quest’ultimo adottato previa contrattazione integrativa decentrata) non potranno più prevedere forme di incentivazione per il personale interno cui sono conferiti gli incarichi previsti dalla norma (RUP, progettista, direttore dei lavori, etc.) in caso di lavori qualificabili, ai sensi del codice dei contratti e del regolamento di attuazione (DPR n. 207/2010), e relativi allegati, come lavori di manutenzione (a prescindere dalla presenza o meno, all’interno del relativo procedimento di aggiudicazione, di un’attività di progettazione) (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 01.10.2014 n. 246).

IN EVIDENZA

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATA: Sull'adozione di un atto amministrativo a doppia firma (dirigente e Segretario Comunale)
La giurisprudenza ha ritenuto ammissibile la doppia sottoscrizione (firma) del provvedimento unicamente nell’ipotesi in cui il provvedimento sia contestualmente sottoscritto anche dal responsabile del procedimento, perché la firma anche da parte di quest’ultimo non può far sorgere dubbi su quale sia l’effettiva volontà manifestata dalla P.A., evidenziata dal provvedimento, né basta a far ipotizzare contraddittorietà di valutazioni o di posizioni.
La sottoscrizione dell’atto anche da parte del responsabile del procedimento non incide, cioè, sulla posizione della P.A..
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Nel caso qui in esame nessuno dei due organi firmatari del provvedimento l’ha sottoscritto quale mero responsabile del procedimento, o almeno non sono stati forniti elementi in tal senso dalla P.A., cosicché deve ritenersi che il Capo Settore 6° – Urbanistica – Demanio abbia sottoscritto l’ordine di demolizione in qualità di organo deputato in via esclusiva alla sua adozione, ai sensi dell’art. 107, comma 3, lett. g), del d.lgs. n. 267/2000.
Sicché, la contestuale sottoscrizione del provvedimento da parte del Segretario Generale, in difetto della prova di una competenza specifica di quest’ultimo, produce l’effetto di non rendere detto provvedimento imputabile in via esclusiva all’Ufficio amministrativo ad esso preposto, con il corollario dell’illegittimità dello stesso.
Inoltre, essendo stata la doppia sottoscrizione apposta da organi diversi, portatori di funzioni e compiti diversi ed autonomi, essa non può che ingenerare il dubbio su quale sia stato il potere effettivamente esercitato.
Più in dettaglio, qualora fosse ravvisabile una competenza esclusiva del Segretario Generale alla sottoscrizione del provvedimento, questo sarebbe comunque viziato per l’apposizione contestuale della firma da parte del Capo Settore 6° – Urbanistica – Demanio (che, si ribadisce, non pare in alcun modo averlo firmato quale mero responsabile del procedimento). Né vi sono elementi per ritenere che il Segretario Generale abbia avocato a sé la competenza alla trattazione della pratica (anzi, una simile ipotesi è esclusa dalla contestuale sottoscrizione del predetto capo Settore). Donde l’incertezza sul potere effettivamente esercitato nella vicenda in esame, mentre la firma dell’ordine di demolizione compete in via esclusiva all’organo preposto all’Ufficio deputato a trattare la pratica (art. 107, comma 3, lett. g), del d.lgs. n. 267/2000).
Comunque, ad ulteriore riprova dell’illegittimità della doppia sottoscrizione di un provvedimento, essa rende quanto mai incerto il regime della responsabilità del dipendente conseguente alla sua adozione (proprio per i dubbi circa la competenza ad adottarlo).

... per l’annullamento dell’ordinanza del Comune di Arpino n. 53/09, prot. gen. n. 4647/6 del 01.04.2009, notificata in pari data, con cui è stata ingiunta la demolizione di opere edilizie abusive descritte nell’ordinanza stessa e realizzate sul terreno distinto in catasto al fg. n. 66, mapp. n. 1134.
...
● Considerato, infatti, che nel caso di specie l’ordinanza impugnata risulta sottoscritta da due distinti organi del Comune di Arpino (il Capo Settore 6° – Urbanistica – Demanio ed il Segretario Generale del Comune), ognuno dotato di una propria esclusiva sfera di competenza, non sovrapponibile alle sfere di competenza altrui, con il corollario dell’impossibilità di imputare il provvedimento all’uno o all’altro organo, come dovrebbe invece avvenire, sulla base dell’organizzazione interna dell’Ente locale delineata dallo statuto e dai regolamenti (v. art. 107 del d.lgs. n. 267/2000);
● Considerato, più in dettaglio, che la giurisprudenza ha ritenuto ammissibile la doppia sottoscrizione del provvedimento unicamente nell’ipotesi in cui il provvedimento sia contestualmente sottoscritto anche dal responsabile del procedimento, perché la firma anche da parte di quest’ultimo non può far sorgere dubbi su quale sia l’effettiva volontà manifestata dalla P.A., evidenziata dal provvedimento, né basta a far ipotizzare contraddittorietà di valutazioni o di posizioni (cfr. TAR Liguria, Sez. I, 05.02.02014, n. 186). La sottoscrizione dell’atto anche da parte del responsabile del procedimento non incide, cioè, sulla posizione della P.A.;
● Considerato, tuttavia, che nel caso qui in esame nessuno dei due organi firmatari del provvedimento l’ha sottoscritto quale mero responsabile del procedimento, o almeno non sono stati forniti elementi in tal senso dalla P.A., cosicché deve ritenersi che il Capo Settore 6° – Urbanistica – Demanio abbia sottoscritto l’ordine di demolizione in qualità di organo deputato in via esclusiva alla sua adozione, ai sensi dell’art. 107, comma 3, lett. g), del d.lgs. n. 267/2000;
● Considerato che la contestuale sottoscrizione del provvedimento da parte del Segretario Generale, in difetto della prova di una competenza specifica di quest’ultimo, produce l’effetto di non rendere detto provvedimento imputabile in via esclusiva all’Ufficio amministrativo ad esso preposto, con il corollario dell’illegittimità dello stesso (TAR Liguria, Sez. I, 09.02.2007, n. 225);
● Considerato, inoltre, che, essendo stata la doppia sottoscrizione apposta da organi diversi, portatori di funzioni e compiti diversi ed autonomi, essa non può che ingenerare il dubbio su quale sia stato il potere effettivamente esercitato (TAR Liguria, Sez. I, n. 186/2014, cit.);
● Considerato, più in dettaglio, che qualora fosse ravvisabile una competenza esclusiva del Segretario Generale alla sottoscrizione del provvedimento, questo sarebbe comunque viziato per l’apposizione contestuale della firma da parte del Capo Settore 6° – Urbanistica – Demanio (che, si ribadisce, non pare in alcun modo averlo firmato quale mero responsabile del procedimento). Né vi sono elementi per ritenere che il Segretario Generale abbia avocato a sé la competenza alla trattazione della pratica (anzi, una simile ipotesi è esclusa dalla contestuale sottoscrizione del predetto capo Settore). Donde l’incertezza sul potere effettivamente esercitato nella vicenda in esame, mentre la firma dell’ordine di demolizione compete in via esclusiva all’organo preposto all’Ufficio deputato a trattare la pratica (art. 107, comma 3, lett. g), del d.lgs. n. 267/2000);
● Considerato, ad ulteriore riprova dell’illegittimità della doppia sottoscrizione di un provvedimento, che essa rende quanto mai incerto il regime della responsabilità del dipendente conseguente alla sua adozione (proprio per i dubbi circa la competenza ad adottarlo);
● Considerato che, a fronte di ciò che si è esposto, si appalesano del tutto irrilevanti le argomentazioni della difesa comunale, la quale si limita ad obiettare sul punto che anche la comunicazione di avvio del procedimento sanzionatorio reca la surriferita doppia sottoscrizione e che il Segretario Generale avrebbe firmato gli atti in veste di direttore generale dell’Ente locale;
● Considerato che, secondo l’orientamento (cfr. TAR Puglia, Lecce, Sez. II, 13.04.2013, n. 941) cui ha aderito anche questa Sezione (cfr., ex multis, TAR Lazio, Latina, Sez. I, 02.12.2013, n. 925; id., 24.06.2013, n. 578), l’accoglimento della doglianza incentrata sul dedotto vizio di incompetenza comporta l’annullamento del provvedimento impugnato e la rimessione dell’affare al Comune di Arpino, con assorbimento degli altri motivi di impugnazione, come già previsto dall’art. 26, secondo comma, della l. TAR, ed ora dall’art. 34, comma 2, primo periodo, c.p.a., il quale ha statuito l’impossibilità, per il G.A., di pronunciarsi in riferimento a poteri amministrativi non ancora esercitati;
● Ritenuto quindi, alla luce di quanto si è detto, di dover dichiarare il ricorso manifestamente fondato ai sensi dell’art. 74 c.p.a., attesa la fondatezza della censura di incompetenza avanzata con il quarto motivo e con assorbimento di ogni altra censura;
● Ritenuto, perciò, di dover disporre l’annullamento dell’ordinanza impugnata e di dover rimettere la questione al Comune di Arpino per le eventuali ulteriori determinazioni (TAR Lazio-Latina, sentenza 29.07.2014 n. 667 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

UTILITA'

EDILIZIA PRIVATA: Libretto impianto a pagine singole.
E’ da oggi disponibile, oltre alla preesistente versione del libretto e dei rapporti di controllo di efficienza energetica autocompilabili, una nuova versione autocompilabile a pagine singole dei file del libretto di impianto, che consente di stampare eventuali pagine integrative. In quest’ultimo caso però si informa che il campo “codice catasto” deve essere compilato per ogni nuova pagina.
Il DM 10.02.2014 “Modelli di libretto di impianto per la climatizzazione e di rapporto di efficienza energetica di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 74/2013” specifica che “al fine di facilitare e uniformare la compilazione dei libretto di impianto per la climatizzazione e dei rapporti di controllo di efficienza energetica, il CTI mette a disposizione degli esempi applicativi per le tipologie impiantistiche più diffuse” (07.10.2014 - link a www.cti2000.it).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

AMBIENTE-ECOLOGIA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 41 del 10.10.2014, "Linee guida per la progettazione e gestione sostenibile delle discariche" (deliberazione G.R. 07.10.2014 n. 2461).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: G.U. 07.10.2014 n. 233 "Regolamento in materia di esercizio del potere sanzionatorio dell’Autorità nazionale anticorruzione per l’omessa adozione dei Piani triennali di prevenzione della corruzione, dei Programmi triennali di trasparenza, dei Codici di comportamento" (A.N.AC., delibera 09.09.2014).

PATRIMONIO: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 39 del 23.09.2014, "Tipologie di intervento a favore del patrimonio scolastico prioritariamente finanziabili per l’annualità 2014 - Approvazione bando per la realizzazione di interventi di edilizia scolastica" (deliberazione G.R. 19.09.2014 n. 2373).

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: aggiornamento Piano Provinciale Rischio Sismico. Nuova classificazione Sismica (Provincia di Bergamo, nota 08.10.2014 n. 84186 di prot.).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Oggetto: Modello Unico di Trasmissione degli Atti (impianti di distribuzione di carburanti per autotrazione) (Regione Lombardia - Direzione Generale Commercio, Turismo e Terziario - Commercio, Reti Distributive e Tutela dei Consumatori - Programmazione, Semplificazione e Risorse, nota 08.10.2014 n. 9047 di prot.).

EDILIZIA PRIVATAOggetto: Vigilanza sull'attività edilizio-urbanistica. Trasmissione dei dati relativi agli immobili e alle opere realizzati abusivamente. Art. 31, comma 7, del DPR 06.06.2001, n. 380 - Chiarimenti (Prefettura di Bergamo, nota 06.10.2014 n. 30480 di prot.).

PUBBLICO IMPIEGO: Oggetto: art. 12, D.Lgs. n. 81/2008 e successive modifiche e integrazioni - risposta a quesito relativo alle visite mediche al di fuori degli orari di servizio (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, interpello 06.10.2014 n. 18/2014).

INCARICHI PROFESSIONALI: Oggetto: Formazione professionale continua - Linee guida attività formativa a distanza (Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati, nota 11.09.2014 n. 9238 di prot.).

INCARICHI PROFESSIONALIOggetto: Regolamenti in materia di formazione professionale continua e Tirocinio (Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati, nota 27.08.2014 n. 8775 di prot.).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

APPALTI: S. M. Corso, Appalti pubblici: legittimo richiedere il protocollo di legalità (07.10.2014 - tratto da www.ipsoa.it).

EDILIZIA PRIVATA: J. Cortinovis, Nuove semplificazioni per il completamento della banda larga mobile.
Nel caso di modifiche delle caratteristiche degli impianti già provvisti di titolo abilitativo, che comportino aumenti delle altezze non superiori a 1 metro e aumenti della superficie di sagoma non superiore a 1,5 metri quadri, è sufficiente una autocertificazione descrittiva.
Non è inoltre soggetta ad autorizzazione paesaggistica la installazione o la modifica di impianti di radiotelefonia mobile, che comportino la realizzazione di pali di supporto per antenna di altezza non superiore a 1,5 metri e superficie delle medesime antenne non superiore a 0,5 metri quadrati (07.10.2014 - link a studiospallino.blogspot.it).

CORTE DEI CONTI

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOComuni e personale, tetti alle assunzioni con principio di cassa. Enti locali. Le istruzioni della Corte dei conti.
I tetti di spesa di personale negli enti locali vanno conteggiati sulla spesa effettivamente sostenuta nel 2011/2013, senza possibilità di includere «figurativamente» nella base di calcolo somme previste ma non erogate in tempo per problemi di cassa; dal rispetto del vincolo non possono sfuggire nemmeno le spese alimentate con fondi nazionali a specifica destinazione.

A fissare i parametri rigidi sull'interpretazione dei limiti alle uscite per stipendi nei Comuni (nelle Province è in vigore il blocco totale delle assunzioni) è la sezione Autonomie della Corte dei conti, nell'ambito di una serie di delibere diffuse negli ultimi giorni sui temi caldi della finanza locale.
Personale
In fatto di personale, l'indicazione più importante arriva dalla deliberazione 06.10.2014 n. 25/2014, pubblicata ieri, che stabilisce il parametro di cassa nei calcoli sul rispetto dei tetti di spesa. Le norme di riferimento sono i commi 557 e seguenti della Finanziaria 2007 (legge 296/2006), che dopo la modifica intervenuta con il decreto sulla Pa (articolo 3, comma 5-bis, del Dl 90/2014) chiedono ai Comuni sopra i mille abitanti di assicurare la riduzione della spesa rispetto alla media registrata nel triennio 2011/2013.
Un ente ha chiesto alla sezione Piemonte, che ha rimandato il problema alla sezione Autonomie, se fosse possibile inserire nella base di calcolo 2011/2013 anche importi previsti ma non erogati in tempo, applicando il principio della competenza finanziaria. La Corte, come quasi sempre accade quando ci si occupa di vincoli di finanza pubblica, nega la possibilità di un'interpretazione flessibile, e impone di tenere in considerazione solo la spesa effettiva, evitando di alzare la base di calcolo (e quindi le uscite possibili) con l'inserimento di altre voci.
In base allo stesso criterio, che nega interpretazioni estensive quando in gioco ci sono tetti di spesa, la sezione Autonomie nega anche (nella delibera 21/2014) la possibilità di escludere dai vincoli le assunzioni finanziate con fondi nazionali. L'esclusione, sottolinea la Corte, è limitata ai finanziamenti Ue, e non può essere estesa "analogicamente" anche se questo comporta il rischio di perdere i fondi nazionali.
Indennità
La sezione Autonomie si è occupata anche delle indennità dei sindaci (delibera 24/2014, pubblicata ieri), spiegando che se un aumento nel numero di abitanti fa passare il Comune nella classe demografica superiore, l'assegno al sindaco può crescere di conseguenza.
Anticipazioni di tesoreria
Un'altra delibera (la 23/2014) affronta invece il tema dei limiti alle anticipazioni di tesoreria, che in base all'articolo 222 del Tuel non possono superare i tre dodicesimi delle entrate correnti accertate nel rendiconto del penultimo anno: il limite, spiega la Corte, è «dinamico», per cui la restituzione delle anticipazioni precedenti apre nei conti degli enti locali spazio per nuove iniezioni di liquidità
(articolo Il Sole 24 Ore del 09.10.2014 - tratto da http://rstampa.pubblica.istruzione.it).

ENTI LOCALI: Sull'erogazione di un contributo comunale a istituto religioso: acquisto piattaforma elevatrice per disabili a servizio immobile, di istituto religioso, per rimuovere barriera architettonica ospiti non autosufficienti.
In base alle norme ed ai principi della contabilità pubblica, non è rinvenibile alcuna disposizione che impedisca all’ente locale di effettuare attribuzioni patrimoniali a terzi, ove queste siano necessarie per conseguire i propri fini istituzionali.
Se, infatti, l’azione è intrapresa al fine di soddisfare esigenze della collettività rientranti nelle finalità perseguite dal Comune (nel caso di specie, l’interesse alla conservazione del patrimonio storico e artistico) il finanziamento, “anche se apparentemente a fondo perso, non può equivalere ad un depauperamento del patrimonio comunale, in considerazione dell’utilità che l’ente o la collettività ricevono dallo svolgimento del servizio pubblico o di interesse pubblico effettuato dal soggetto che riceve il contributo”.
Riconosciuto l’interesse generale dell’attività, la natura pubblica o privata del soggetto che percepisce il contributo risulta indifferente, posto che la stessa amministrazione opera utilizzando, per molteplici finalità (gestione di servizi pubblici, esternalizzazione di funzioni strumentali, etc.), soggetti aventi natura privata.
Ogniqualvolta tuttavia un ente locale, al pari di ogni altro ente pubblico, ricorre a soggetti privati per raggiungere i propri fini e, conseguentemente, riconosce loro benefici di natura patrimoniale, occorre adottare adeguate cautele, anche al fine di garantire l’applicazione dei principi di buon andamento, di parità di trattamento e di non discriminazione (cardini dell’attività amministrativa). Nello specifico, il finanziamento concesso a privati deve essere tale da non incorrere nel divieto di spese per sponsorizzazioni previsto dall’articolo 6, comma 9, del d.l. n. 78/2010, convertito con legge n. 122/2010.
Ciò che assume rilievo per qualificare una contribuzione pubblica, a prescindere dalla sua forma, quale spesa di sponsorizzazione è la funzione. La spesa di sponsorizzazione presuppone la semplice finalità di segnalare ai cittadini la presenza dell’ente pubblico, così da promuoverne l’immagine. Non si configura, invece, quale sponsorizzazione il sostegno di iniziative di un soggetto terzo, riconducibili ai fini istituzionali dello stesso ente pubblico.
L’attività, dunque, che rientra nelle competenze dell’ente locale e viene esercitata, in via mediata, da soggetti privati destinatari di risorse pubbliche, piuttosto che, direttamente, da parte di Comuni e Province, costituisce una modalità alternativa di erogazione del servizio pubblico e non una forma di promozione dell’immagine dell’amministrazione.
Questo profilo, come detto, idoneo ad escludere la concessione di contributi dal divieto di spese per sponsorizzazioni, deve essere esplicitato dall’ente locale in modo inequivoco nella motivazione del provvedimento. L’Amministrazione, inoltre, in aderenza alle regole generali (art. 3 legge n. 24/1990) è tenuta ad evidenziare i presupposti di fatto e il percorso logico alla base dell’erogazione, nonché il rispetto dei criteri di imparzialità e predeterminazione dei criteri per l’attribuzione di contributi (art. 12 legge n. 241/1990).
In ogni caso, l’eventuale attribuzione deve risultare conforme al principio di congruità della spesa, presupponente una valutazione comparativa degli interessi complessivi dell’ente locale e dell’essenzialità dell’erogazione ai fini della prestazione del servizio.

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Il sindaco del comune
di Pianello del Lario (CO) rivolge istanza per il rilascio di un parere in merito alla possibilità di erogare un contributo a un istituto religioso, per l'acquisto di una piattaforma elevatrice per disabili a servizio dell'immobile ubicato nel territorio di Pianello del Lario, di proprietà dell'istituto religioso citato nel quale è operativa una residenza sanitaria assistenziale.
La casa gestita dall’istituto è accreditata come struttura sanitaria presso la Regione Lombardia alla luce del carattere non lucrativo della Congregazione che la gestisce, e dell'esercizio delle opere di assistenza sociale in forza delle relative previsioni statutarie, con particolare riferimento all’attività svolta (a favore di persone anziane in generale, autosufficienti e in condizione di semi-autosufficienza o in stato di cronicità o infermità; di soggetti con handicap intellettivi o fisici; di minori di età compresa nel ciclo della scuola materna e d'obbligo).
L’ente precisa in particolare che la Congregazione ha presentato richiesta di contributo per l'acquisto di detta piattaforma elevatrice al fine di rimuovere un'insuperabile barriera architettonica per gli ospiti non autosufficienti, e che il vigente regolamento comunale per la concessione di contributi e benefici economici a soggetti pubblici e privati all'art. 3, commi 1 e 2, prevede che "Possono accedere a contributi e ad altre forme di sostegno economico finanziario, salvo eventuali deroghe previste nei successivi articoli, i soggetti che hanno un legame con il territorio del comune di Pianello del Larici o che comunque svolgono una attività di particolare interesse per la collettività o per la promozione dell' immagine del comune e che agiscono quali: a) enti pubblici; b) associazioni, fondazioni e altre istituzioni di carattere privato, dotate di personalità giuridica (...)" e che "In casi particolari, adeguatamente motivati, l'attribuzione di interventi economici può essere disposta (...) per concorrere ad iniziative d'interesse generale rispetto alle quali la partecipazione del Comune assume rilevanza sotto il profilo dei valori sociali, morali, culturali, economici che sono presenti nella comunità alla quale l'ente è preposto".
...
Il comune di Pianello del Lario auspica che, in considerazione della riconducibilità dell'opera di abbattimento delle barriere architettoniche della residenza a finalità di interesse pubblico, nonché della sua della partecipazione istituzionale alla funzione pubblica di assistenza socio-sanitaria della Congregazione, e, da ultimo, delle ricadute positive sui residenti in termini dì abbattimento indiretto dei costi, l’istituto possa beneficiare del contributo richiesto.
Preliminarmente occorre rilevare che, in quanto indirizzato a favore dei soli ospiti della struttura in epigrafe, la realizzazione di una struttura elevatrice non può collocarsi all’interno delle misure adottate dai comuni per consentire la mobilità dei disabili all’interno del proprio territorio, ma deve essere inquadrata come strumentale alla realizzazione delle finalità proprie di una struttura assistenziale.
Peraltro, questione analoga a quella proposta dal comune istante è stata affrontata di recente dalla Sezione nel parere 15.07.2014 n. 218.
In quest’ultimo è stato richiamato il consolidato orientamento sul punto (deliberazioni n. 9/2006, n. 10/2006, n. 18/2006, n. 26/2007, n. 35/2007, n. 59/2007, n. 39/2008, n. 75/2008, n. 1138/2009, n. 1/2010, n. 981/2010, n. 530/2011, n. 262/2012) teso a precisare come,
in base alle norme ed ai principi della contabilità pubblica, non è rinvenibile alcuna disposizione che impedisca all’ente locale di effettuare attribuzioni patrimoniali a terzi, ove queste siano necessarie per conseguire i propri fini istituzionali.
Se, infatti, l’azione è intrapresa al fine di soddisfare esigenze della collettività rientranti nelle finalità perseguite dal Comune (nel caso di specie, l’interesse alla conservazione del patrimonio storico e artistico) il finanziamento, “anche se apparentemente a fondo perso, non può equivalere ad un depauperamento del patrimonio comunale, in considerazione dell’utilità che l’ente o la collettività ricevono dallo svolgimento del servizio pubblico o di interesse pubblico effettuato dal soggetto che riceve il contributo (cfr.
parere 27.06.2013 n. 262).
Riconosciuto l’interesse generale dell’attività, la natura pubblica o privata del soggetto che percepisce il contributo risulta indifferente, posto che la stessa amministrazione opera utilizzando, per molteplici finalità (gestione di servizi pubblici, esternalizzazione di funzioni strumentali, etc.), soggetti aventi natura privata.
Nei precedenti richiamati è stato ricordato, altresì, come l’art. 118 della Costituzione impone espressamente ai Comuni di favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.
Ogniqualvolta tuttavia un ente locale, al pari di ogni altro ente pubblico, ricorre a soggetti privati per raggiungere i propri fini e, conseguentemente, riconosce loro benefici di natura patrimoniale, occorre adottare adeguate cautele, anche al fine di garantire l’applicazione dei principi di buon andamento, di parità di trattamento e di non discriminazione (cardini dell’attività amministrativa). Nello specifico, il finanziamento concesso a privati deve essere tale da non incorrere nel divieto di spese per sponsorizzazioni previsto dall’articolo 6, comma 9, del d.l. n. 78/2010, convertito con legge n. 122/2010.
Ciò che assume rilievo per qualificare una contribuzione pubblica, a prescindere dalla sua forma, quale spesa di sponsorizzazione è la funzione. La spesa di sponsorizzazione presuppone la semplice finalità di segnalare ai cittadini la presenza dell’ente pubblico, così da promuoverne l’immagine (cfr. parere 23.12.2010 n. 1075). Non si configura, invece, quale sponsorizzazione il sostegno di iniziative di un soggetto terzo, riconducibili ai fini istituzionali dello stesso ente pubblico.
L’attività, dunque, che rientra nelle competenze dell’ente locale e viene esercitata, in via mediata, da soggetti privati destinatari di risorse pubbliche, piuttosto che, direttamente, da parte di Comuni e Province, costituisce una modalità alternativa di erogazione del servizio pubblico e non una forma di promozione dell’immagine dell’amministrazione.
Questo profilo, come detto, idoneo ad escludere la concessione di contributi dal divieto di spese per sponsorizzazioni, deve essere esplicitato dall’ente locale in modo inequivoco nella motivazione del provvedimento. L’Amministrazione, inoltre, in aderenza alle regole generali (art. 3 legge n. 24/1990) è tenuta ad evidenziare i presupposti di fatto e il percorso logico alla base dell’erogazione, nonché il rispetto dei criteri di imparzialità e predeterminazione dei criteri per l’attribuzione di contributi (art. 12 legge n. 241/1990).
In ogni caso, l’eventuale attribuzione deve risultare conforme al principio di congruità della spesa, presupponente una valutazione comparativa degli interessi complessivi dell’ente locale e dell’essenzialità dell’erogazione ai fini della prestazione del servizio (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 02.10.2014 n. 254).

ENTI LOCALI: Sulla concessione di un contributo comunale in conto capitale al fine di preservare l'integrità della chiesa parrocchiale,
Se l’azione è intrapresa al fine di soddisfare esigenze della collettività rientranti nelle finalità perseguite dal Comune (nel caso di specie, l’interesse alla conservazione del patrimonio storico e artistico) il finanziamento, “anche se apparentemente a fondo perso, non può equivalere ad un depauperamento del patrimonio comunale, in considerazione dell’utilità che l’ente o la collettività ricevono dallo svolgimento del servizio pubblico o di interesse pubblico effettuato dal soggetto che riceve il contributo”.
Riconosciuto l’interesse generale dell’attività, la natura pubblica o privata del soggetto che percepisce il contributo risulta indifferente, posto che la stessa amministrazione opera utilizzando, per molteplici finalità (gestione di servizi pubblici, esternalizzazione di funzioni strumentali, etc.), soggetti aventi natura privata.
Ogniqualvolta, tuttavia, un ente locale, al pari di ogni altro ente pubblico, ricorre a soggetti privati per raggiungere i propri fini e, conseguentemente, riconosce loro benefici di natura patrimoniale, occorre adottare adeguate cautele, anche al fine di garantire l’applicazione dei principi di buon andamento, di parità di trattamento e di non discriminazione (cardini dell’attività amministrativa).
Nello specifico, il finanziamento concesso a privati deve essere tale da non incorrere nel divieto di spese per sponsorizzazioni previsto dall’articolo 6, comma 9, del d.l. n. 78/2010, convertito con legge n. 122/2010.
Ciò che assume rilievo per qualificare una contribuzione pubblica, a prescindere dalla sua forma, quale spesa di sponsorizzazione è la funzione. La spesa di sponsorizzazione presuppone la semplice finalità di segnalare ai cittadini la presenza dell’ente pubblico, così da promuoverne l’immagine. Non si configura, invece, quale sponsorizzazione il sostegno di iniziative di un soggetto terzo, riconducibili ai fini istituzionali dello stesso ente pubblico.
L’attività, dunque, che rientra nelle competenze dell’ente locale e viene esercitata, in via mediata, da soggetti privati destinatari di risorse pubbliche, piuttosto che, direttamente, da parte di Comuni e Province, costituisce una modalità alternativa di erogazione del servizio pubblico e non una forma di promozione dell’immagine dell’amministrazione.
Questo profilo, come detto, idoneo ad escludere la concessione di contributi dal divieto di spese per sponsorizzazioni, deve essere esplicitato dall’ente locale in modo inequivoco nella motivazione del provvedimento. L’Amministrazione, inoltre, in aderenza alle regole generali (art. 3 legge n. 24/1990) è tenuta ad evidenziare i presupposti di fatto e il percorso logico alla base dell’erogazione, nonché il rispetto dei criteri di imparzialità e predeterminazione dei criteri per l’attribuzione di contributi (art. 12 legge n. 241/1990).
In ogni caso, l’eventuale attribuzione deve risultare conforme al principio di congruità della spesa, presupponente una valutazione comparativa degli interessi complessivi dell’ente locale.
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Il Sindaco del comune di Fontanella Barbata, con nota del 09.07.2014, ha formulato una richiesta di parere avente ad oggetto la concessione di un contributo in conto capitale al fine di preservare l'integrità della chiesa parrocchiale, che necessita di urgenti interventi di manutenzione straordinaria.
A parere del Comune non si ravviserebbe una violazione dell’art. 6, comma 9, del d.l. n. 78/2010, convertito con legge n. 122/2010, in quanto la liquidazione del contributo avrebbe finalità di tutela del patrimonio storico ed artistico presente sul territorio e non configurerebbe spesa di sponsorizzazione.
...
Questione analoga a quella proposta dal comune istante è stata affrontata di recente dalla Sezione nel parere 15.07.2014 n. 218.
In quest’ultimo è stato richiamato il consolidato orientamento sul punto (deliberazioni n. 9/2006, n. 10/2006, n. 18/2006, n. 26/2007, n. 35/2007, n. 59/2007, n. 39/2008, n. 75/2008, n. 1138/2009, n. 1/2010, n. 981/2010, n. 530/2011, n. 262/2012) teso a precisare come, in base alle norme ed ai principi della contabilità pubblica, non è rinvenibile alcuna disposizione che impedisca all’ente locale di effettuare attribuzioni patrimoniali a terzi, ove queste siano necessarie per conseguire i propri fini istituzionali.
Se, infatti, l’azione è intrapresa al fine di soddisfare esigenze della collettività rientranti nelle finalità perseguite dal Comune (nel caso di specie, l’interesse alla conservazione del patrimonio storico e artistico) il finanziamento, “anche se apparentemente a fondo perso, non può equivalere ad un depauperamento del patrimonio comunale, in considerazione dell’utilità che l’ente o la collettività ricevono dallo svolgimento del servizio pubblico o di interesse pubblico effettuato dal soggetto che riceve il contributo (cfr.
parere 27.06.2013 n. 262).
Riconosciuto l’interesse generale dell’attività, la natura pubblica o privata del soggetto che percepisce il contributo risulta indifferente, posto che la stessa amministrazione opera utilizzando, per molteplici finalità (gestione di servizi pubblici, esternalizzazione di funzioni strumentali, etc.), soggetti aventi natura privata.
Nei precedenti richiamati è stato ricordato, altresì, come l’art. 118 della Costituzione impone espressamente ai Comuni di favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.
Ogniqualvolta, tuttavia, un ente locale, al pari di ogni altro ente pubblico, ricorre a soggetti privati per raggiungere i propri fini e, conseguentemente, riconosce loro benefici di natura patrimoniale, occorre adottare adeguate cautele, anche al fine di garantire l’applicazione dei principi di buon andamento, di parità di trattamento e di non discriminazione (cardini dell’attività amministrativa).
Nello specifico, il finanziamento concesso a privati deve essere tale da non incorrere nel divieto di spese per sponsorizzazioni previsto dall’articolo 6, comma 9, del d.l. n. 78/2010, convertito con legge n. 122/2010.
Ciò che assume rilievo per qualificare una contribuzione pubblica, a prescindere dalla sua forma, quale spesa di sponsorizzazione è la funzione. La spesa di sponsorizzazione presuppone la semplice finalità di segnalare ai cittadini la presenza dell’ente pubblico, così da promuoverne l’immagine (cfr. parere 23.12.2010 n. 1075). Non si configura, invece, quale sponsorizzazione il sostegno di iniziative di un soggetto terzo, riconducibili ai fini istituzionali dello stesso ente pubblico.
L’attività, dunque, che rientra nelle competenze dell’ente locale e viene esercitata, in via mediata, da soggetti privati destinatari di risorse pubbliche, piuttosto che, direttamente, da parte di Comuni e Province, costituisce una modalità alternativa di erogazione del servizio pubblico e non una forma di promozione dell’immagine dell’amministrazione.
Questo profilo, come detto, idoneo ad escludere la concessione di contributi dal divieto di spese per sponsorizzazioni, deve essere esplicitato dall’ente locale in modo inequivoco nella motivazione del provvedimento. L’Amministrazione, inoltre, in aderenza alle regole generali (art. 3 legge n. 24/1990) è tenuta ad evidenziare i presupposti di fatto e il percorso logico alla base dell’erogazione, nonché il rispetto dei criteri di imparzialità e predeterminazione dei criteri per l’attribuzione di contributi (art. 12 legge n. 241/1990).
In ogni caso, l’eventuale attribuzione deve risultare conforme al principio di congruità della spesa, presupponente una valutazione comparativa degli interessi complessivi dell’ente locale (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 01.10.2014 n. 248).

QUESITI E PARERI

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Personale degli enti locali. Attività connessa all'attuazione dei progetti finanziati con fondi europei e della cooperazione.
La Corte dei conti ritiene che le spese per missioni sostenute nell'ambito della realizzazione di progetti comunitari finanziati dall'Unione Europea vadano escluse dal computo delle spese per missioni dell'Ente soggette all'applicazione riduttiva di cui all'art. 6, comma 12, del d.l. 78/2010.
La magistratura contabile ha comunque evidenziato che le previsioni di spesa per i viaggi e le trasferte strettamente legati alla realizzazione di detti progetti e le successive procedure di rendicontazione devono essere effettuate con particolare attenzione in quanto, qualora gli organi comunitari riconoscano, in sede di liquidazione, importi inferiori a quelli anticipati dagli enti per tali spese, le somme non liquidate e a suo tempo anticipate, rimangono a carico degli enti locali.

Il Comune ha chiesto un parere in ordine ad alcune problematiche concernenti lo svolgimento di attività connessa all'attuazione di alcuni progetti finanziati con fondi europei e della cooperazione. L'Ente rappresenta che, per l'effettuazione dell'attività connessa allo svolgimento di detti progetti, si rende necessaria la partecipazione alle attività di coordinamento e di assistenza tecnica del responsabile del relativo servizio, in località spesso non raggiungibili ordinariamente con mezzi pubblici o il cui raggiungimento con mezzi pubblici comporterebbe una rilevante dispersione di tempo.
Ciò premesso, in relazione alla limitazione delle spese d'esercizio relative ai mezzi di servizio dell'Amministrazione, previsti dalle vigenti normative, chiede di conoscere se sia possibile derogare a tali limitazioni, trattandosi non di mere missioni, ma di esigenze connaturate e necessariamente previste nelle attività progettuali. Inoltre l'Ente gradirebbe conoscere se il dipendente interessato possa essere autorizzato all'utilizzo del mezzo proprio, analogamente a quanto avviene nell'Amministrazione regionale per analoghe attività.
Per quanto concerne il richiamo operato dall'Ente alle limitazioni delle spese d'esercizio relative ai mezzi di servizio dell'Amministrazione, previste nelle recenti normative, si osserva quanto segue.
L'art. 5, comma 2, del d.l. 95/2012
[1] dispone che, a decorrere dal 01.05.2014, le amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione (enti locali compresi) non possono effettuare spese di ammontare superiore al 30 per cento della spesa sostenuta nell'anno 2011 per l'acquisto, la manutenzione, il noleggio e l'esercizio di autovetture, nonché per l'acquisto di buoni taxi. Tale limite può essere derogato, per il solo anno 2014, esclusivamente per effetto di contratti pluriennali già in essere.
La norma precisa altresì che tale limite non si applica alle autovetture utilizzate dall'Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco o per i servizi istituzionali di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, per i servizi sociali e sanitari svolti per garantire i livelli essenziali di assistenza, ovvero per i servizi istituzionali svolti nell'area tecnico-operativa della difesa e per i servizi di vigilanza e intervento sulla rete stradale gestita da ANAS S.p.a. e sulla rete delle strade provinciali e comunali, nonché per i servizi istituzionali delle rappresentanze diplomatiche e degli uffici consolari svolti all'estero.
Premesso un tanto, in relazione a quanto prospettato dall'Ente istante, si ritiene che la situazione sottoposta possa essere esaminata comunque sotto un diverso profilo, nello specifico con riferimento alla vigente disciplina in materia di missioni, anche all'estero, del personale dipendente, al limite di spesa previsto per dette fattispecie e alle eventuali possibilità di deroga al predetto limite.
Si sottolinea innanzitutto che la disposizione contemplata all'art. 12, comma 21, della l.r. 22/2010, che introduceva uno specifico limite di spesa per le missioni del personale degli enti del comparto unico per gli anni 2011, 2012 e 2013, non è stata riproposta in successivi provvedimenti legislativi e non dispiega pertanto più la propria efficacia.
Conseguentemente, a partire dall'anno 2014, gli enti locali della Regione Friuli Venezia Giulia, per quanto riguarda le spese per missione del personale dipendente, sono assoggettati agli stessi limiti in vigore per le altre amministrazioni del conto consolidato della pubblica amministrazione. In particolare, si richiama quanto precisato dalla Ragioneria Generale dello Stato
[2], che ha ribadito l'applicazione dell'art. 6, comma 12, del d.l. 78/2010.
La richiamata norma prevede che, a decorrere dall'anno 2011, le predette amministrazioni non possono effettuare spese per missioni, anche all'estero, con esclusione delle missioni internazionali di pace e delle Forze armate, delle missioni delle forze di polizia e dei vigili del fuoco, del personale di magistratura, nonché di quelle strettamente connesse ad accordi internazionali ovvero indispensabili per assicurare la partecipazione a riunioni presso enti e organismi internazionali o comunitari, nonché con investitori istituzionali necessari alla gestione del debito pubblico, per un ammontare superiore al 50 per cento della spesa sostenuta nell'anno 2009.
La disposizione in esame precisa altresì che gli atti e i contratti posti in essere in violazione di tale prescrizione costituiscono illecito disciplinare e determinano responsabilità erariale.
Si stabilisce inoltre che il limite di spesa fissato può essere superato in casi eccezionali, previa adozione di un motivato provvedimento adottato dall'organo di vertice dell'amministrazione, da comunicare preventivamente agli organi di controllo ed agli organi di revisione dell'ente.
Per la questione che ci occupa è da rilevare che la Corte dei conti
[3] ritiene che le spese per missioni sostenute nell'ambito della realizzazione di progetti comunitari finanziati dall'Unione Europea vadano escluse dal computo delle spese per missioni dell'Ente soggette all'applicazione riduttiva di cui al citato art. 6, comma 12.
A tal proposito la Corte ha evidenziato quanto sostenuto da altra sezione regionale di controllo
[4], nel ritenere che la norma di cui all'art. 6, comma 12, del d.l. 78/2010, convertito in l. 122/2010, possa essere intesa alla stregua della norma di cui all'art. 6, comma 7, del d.l. 78/2010 (riferita alla spesa per studi e consulenze), quale disposizione che introduce un principio di riduzione della spesa in rapporto al tetto di un anno di riferimento, e perciò strettamente collegata all'impatto sul bilancio del singolo ente considerato. Da ciò -sottolinea la Corte- 'può farsi discendere l'interpretazione che tende all'esclusione dal computo della spesa sostenuta in una determinata annualità di quanto oggetto di finanziamento da parte di soggetti pubblici o privati terzi'.
Tuttavia la magistratura contabile ha rilevato quanto disposto dal secondo periodo del comma 12 in argomento, che recita testualmente: 'Gli atti e i contratti posti in essere in violazione della disposizione contenuta nel primo periodo del presente comma costituiscono illecito disciplinare e determinano responsabilità erariale'.
Si è evidenziato quindi che le previsioni di spesa per i viaggi e le trasferte strettamente legati alla realizzazione dei progetti dell'Unione Europea, e le successive procedure di rendicontazione, devono essere effettuate con particolare attenzione in quanto, qualora gli organi comunitari riconoscano, in sede di liquidazione, importi inferiori a quelli anticipati dall'Ente per dette spese, le somme non liquidate e a suo tempo anticipate, rimangono a carico degli enti locali, rientrando conseguentemente nel computo della riduzione operata dal legislatore.
Per quanto riguarda inoltre la possibilità di autorizzare il personale inviato in missione all'utilizzo del mezzo proprio, si evidenzia che per gli enti locali del comparto unico della Regione Friuli Venezia resta in vigore il disposto di cui all'art. 12, comma 23, della l.r. 22/2010, considerato che non è stata prevista, in detto contesto, una valenza temporale limitata a specifiche annualità, come avvenuto in relazione al comma 21 del medesimo articolo.
Il citato comma 23 stabilisce infatti che, per lo svolgimento della missione, il personale delle amministrazioni del comparto unico è tenuto a utilizzare i mezzi di servizio ovvero i mezzi pubblici. Qualora l'uso dei mezzi pubblici sia inconciliabile con lo svolgimento della missione ovvero qualora l'uso del mezzo proprio risulti economicamente più conveniente, può essere autorizzato l'utilizzo del mezzo proprio.
E' necessario pertanto che si verifichi prioritariamente la sussistenza dei predetti presupposti.
E' da tenere inoltre presente che la norma in esame prevede che la disciplina in vigore per il personale regionale, in ordine ai rimborsi spettanti per l'utilizzo del mezzo proprio, si applica anche alle Amministrazioni del comparto unico diverse dalla Regione, cioè agli enti locali.
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[1] Come sostituito, da ultimo, dall'art. 15, comma 1, del d.l. n. 66/2014, convertito, con modificazioni, dalla l. n. 89/2014.
[2] Cfr. circolare n. 2 del 05.02.2013.
[3] Cfr. sez. reg. di controllo per il Veneto, deliberazione n. 392/2011/PAR.
[4] Cfr. sezione regionale di controllo per la Toscana, deliberazione n. 179/2011/PAR. Nella citata deliberazione si richiamava, a sua volta, la deliberazione delle Sezioni Riunite della Corte dei conti n. 7 del 2011, in cui era stato espresso il seguente principio di massima: 'Con riferimento alla composizione della spesa per studi e consulenze è da ritenere che debbano escludersi dal computo gli oneri coperti mediante finanziamenti aggiuntivi e specifici trasferiti da altri soggetti pubblici o privati. Diversamente si finirebbe con l'impedire le spese per studi e consulenze, seppur integralmente finanziate da soggetti estranei all'ente locale (stante la provenienza comunitaria, statale o privatistica delle risorse), in ossequio al principio della universalità del bilancio ed al rispetto del tetto di spesa programmato. Il tetto di spesa per studi e consulenze non avrebbe la funzione di conseguire dei risparmi sul bilancio del singolo ente, ma di ridurre tout court, le spese connesse a suddette prestazioni, a prescindere dall'impatto sul bilancio dell'ente'
(10.10.2014 -
link a www.regione.fvg.it).

CONSIGLIERI COMUNALI: OSSERVATORIO VIMINALE/ Sindaci, no a doppi giochi. Chi guida un ente è ineleggibile per un altro. Lo stesso soggetto non può candidarsi a rappresentare due comunità.
È legittima la candidatura a sindaco di candidati di due diverse liste presentate nel comune in questione che ricoprono, uno, la carica di consigliere comunale in un comune, e l'altro, la carica di sindaco in altro ente locale?

L'art. 60, comma 1, n. 12, del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267 prevede l'ineleggibilità alla carica di sindaco, presidente della provincia, consigliere comunale, provinciale e circoscrizionale per chi riveste le stesse cariche, rispettivamente in altro comune, provincia o circoscrizione.
La Cassazione civile, sez. I, con sentenza n. 11894 del 20.05.2006 ha interpretato estensivamente la predetta norma, chiarendo che l'ipotesi di ineleggibilità alla carica di sindaco opera anche per chi ricopre la carica di consigliere in altro comune.
Tali cause di ineleggibilità cessano solo con la presentazione di formali e tempestive dimissioni degli interessati dalla carica ricoperta, non essendo possibili rimedi equipollenti, quali il collocamento in aspettativa previsto per altre ipotesi di ineleggibilità.
La ratio di tale interpretazione si fonda sul principio che il medesimo soggetto «non può far parte di più assemblee rappresentative di altrettante collettività comunali», in nome della esigenza che chiunque è impegnato nella cura di interessi generali di una comunità comunale, ad essa è vincolato in via esclusiva fino a quando non abbia reciso il legame instaurato con la sua elezione (cfr sul punto Cassazione civile, sez. I, n. 11894 del 20.05.2006 e sentenza della Corte costituzionale 02.03.1991, n. 97).
Nella fattispecie, se è pur vero che dopo l'elezione gli interessati rappresentano, ognuno, una sola collettività comunale, al momento della candidatura esiste la condizione di rappresentare una collettività e l'interesse a voler rappresentare un'altra collettività comunale, condizione questa non consentita dalla normativa vigente in materia che prevede, come già detto, l'obbligo delle dimissioni, ai sensi dell'art. 60, comma 3, del citato decreto legislativo n. 267/2000, al fine di non incorrere nelle cause di ineleggibilità di cui al citato art. n. 60, comma 1, n. 12).
Le cause di ineleggibilità riguardano situazioni idonee a provocare effetti distorsivi nella parità di condizioni tra i vari candidati, nel senso che, avvalendosi della particolare posizione in cui versa, il soggetto non eleggibile può variamente influenzare a suo favore il corpo elettorale. Diversa è la situazione di incompatibilità, che non si riflette sulla parità di condizioni tra i candidati, ma attiene alla concreta possibilità, per l'eletto, di esercitare pienamente le funzioni connesse alla carica per motivi concernenti il conflitto di interessi in cui il soggetto verrebbe a trovarsi se fosse eletto. Di conseguenza, il soggetto ineleggibile deve eliminare ex ante la situazione in cui versa, mentre il soggetto incompatibile è tenuto ad optare ex post, cioè ad elezione avvenuta, tra il mantenimento della precedente carica e il munus pubblico derivante dalla conseguita elezione (cfr. Corte costituzionale n. 283/2010)
Per quanto concerne le iniziative praticabili per far valere l'ineleggibilità, si rammenta che, ai sensi dell'art. 41, comma 1, del richiamato decreto legislativo n. 267/2000, il consiglio comunale dell'ente, nella prima seduta e prima di deliberare su qualsiasi altro oggetto, dovrà esaminare la condizione degli eletti, per dichiarare la decadenza dell'amministratore interessato, in presenza di una delle cause di ineleggibilità.
Ciò in quanto, fatta salva la norma di chiusura di cui all'art. 70 della stesso decreto legislativo, in conformità al principio generale per cui ogni organo collegiale è competente a deliberare sulla regolarità dei titoli di appartenenza dei propri componenti, la valutazione in ordine all'eventuale sussistenza di un'ipotesi ostativa all'esercizio del mandato elettorale è rimessa al consiglio comunale del quale l'interessato fa parte (articolo ItaliaOggi del 10.10.2014).

NEWS

PUBBLICO IMPIEGO: Congedo a ore solo sulla carta. L'Inps smentisce il ministero del lavoro.
Congedo parentale a ore ancora ai box. La possibilità di usufruire dei permessi con frazionamento orario non è ancora entrato a regime nonostante sia da quasi due anni che la legge 24.12.2012 n. 228 (legge di stabilità 2013), recependo la direttiva 2010/18/Ce dell'08.03.2010, ha previsto detta possibilità attribuendo alla contrattazione collettiva di settore il compito di stabilire le relative modalità di fruizione, nonché i criteri di calcolo della medesima base oraria e l'equiparazione di un determinato monte ore alla singola giornata lavorativa.
L'Inps infatti non solo non dispone ancora delle necessarie istruzioni e procedure operative affinché questo strumento a sostegno della genitorialità e della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro possa decollare; ma anzi, smentisce nei fatti il ministero del lavoro che, con risposta a interpello 22.07.2013, n. 25, ha precisato che stante l'assenza di un esplicito riferimento normativo al livello «nazionale» della contrattazione, non vi sono motivi ostativi a una interpretazione in virtù della quale i contratti collettivi possano essere anche quelli di secondo livello (aziendale e territoriale).
La domanda di congedo parentale (mod. Ast/Fac cod. SR23) che deve essere inviata all'Inps con modalità telematiche da parte del richiedente non è stata ancora aggiornata per raccogliere la novità (consente infatti di selezionare il congedo a giorni ma non a ore), ma soprattutto non esistono istruzioni per i datori di lavoro circa i codici di recupero delle somme anticipate al dipendente ai fini della predisposizione del flusso «uniemens».
Inoltre, a fronte della domanda corredata dell'accordo aziendale di secondo livello, l'Inps adotta un provvedimento di rigetto rinviando al proprio messaggio n. 1635 del 28.01.2013 secondo cui in attesa che la contrattazione collettiva (nazionale) definisca le modalità e i criteri richiesti dalla legge, non è possibile riconoscere eventuali richieste di fruizione del congedo parentale su base oraria.
Peccato però che, successivamente, sia intervenuto l'interpello n. 25 che evidentemente non è stato considerato né tanto meno recepito (articolo ItaliaOggi del 10.10.2014).

SEGRETARI COMUNALIDirigenti p.a., riforma bocciata. Squitieri: autonomia a rischio. Più costi dal ruolo unico. Audizione del presidente Corte conti sul ddl. L'abolizione dei segretari è controproducente.
La Corte conti boccia la riforma della dirigenza pubblica contenuta nel ddl Madia. La delega «accresce i margini di discrezionalità nel conferimento degli incarichi» e rischia di sacrificare l'autonomia dei dirigenti. La creazione del ruolo unico, l'abolizione dell'attuale articolazione in due fasce, la breve durata degli incarichi attribuiti, «il rischio che il mancato conferimento di una funzione possa provocare la decadenza del rapporto» sono tutti elementi che, secondo la magistratura contabile, potrebbero limitare l'indipendenza dei manager.
L'abolizione dei segretari comunali, poi, «suscita perplessità» ed è controproducente dal punto di vista finanziario perché la previsione di un utilizzo dei segretari comunali di fascia C come dirigenti responsabili anche presso comuni di minori dimensioni, attualmente privi di figure dirigenziali, rischia di produrre «esorbitanze di spesa, a fronte del conferimento di funzioni di scarsa utilità per enti di dimensioni particolarmente ridotte».

In audizione davanti alla commissione affari costituzionali del senato, il presidente della Corte dei conti, Raffaele Squitieri con l'AUDIZIONE DELLA CORTE DEI CONTI NELL’AMBITO DELL’INDAGINE CONOSCITIVA SUL DISEGNO DI LEGGE IN MATERIA DI RIORGANIZZAZIONE DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE (AS 1577), punta il dito contro uno dei punti più qualificanti del disegno di legge di riforma della p.a., ossia quel ruolo unico della dirigenza pubblica «già sperimentato nelle amministrazioni statali con esiti non del tutto positivi» tra il 1998 e il 2002.
A preoccupare Squitieri è l'assenza nel ddl Madia di un punto di equilibrio tra l'esigenza di assicurare la flessibilità dei modelli organizzativi e la salvaguardia di un'effettiva autonomia dei dirigenti nei confronti del potere politico.
«La riforma proposta», ha sottolineato, «aumenta i margini di discrezionalità per il conferimento degli incarichi, una discrezionalità solo in parte temperata dalla previsione di requisiti legati alla particolare complessità degli uffici e al grado di responsabilità che i dirigenti sono chiamati ad assumere».
Ma i timori della Corte conti derivano soprattutto dai costi che il ruolo unico della dirigenza potrebbe far lievitare.
L'abolizione dell'attuale articolazione della dirigenza pubblica in due fasce implicherà, si legge nell'audizione, «la necessità di rideterminare in un unico valore l'ammontare dei trattamenti fissi spettanti agli interessati che saranno inquadrati nella medesima posizione retributiva». Secondo Squitieri, dall'introduzione di un omogeneo trattamento retributivo per l'unica qualifica dirigenziale, «necessariamente più alto di quello attualmente previsto per la seconda fascia, non potranno che derivare maggiori costi a regime con riferimento all'ammontare dei trattamenti da corrispondere ai soggetti assunti con i nuovi concorsi». Oggi infatti la retribuzione d'ingresso è parametrata a quella prevista per la fascia più bassa della dirigenza (articolo ItaliaOggi del 10.10.2014).

PUBBLICO IMPIEGOPa, pronti i criteri per la mobilità. Madia. «Entro l'anno via alla nuova valutazione».
Le «tabelle di equiparazione» tra i diversi comparti della Pa sono pronte. Si tratta dello strumento cardine per far scattare la sperimentazione della mobilità obbligatoria tra uffici pubblici entro un raggio massimo di 50 Km previsto dal Dl 90, la cui legge di conversione è in vigore dal 2 settembre scorso.
Ad annunciare il passo avanti nell'attuazione del decreto è stato, ieri, lo stesso ministro per la Semplificazione e la Pa, Marianna Madia. Sulle nuove tabelle, che superano quelle mai utilizzate del 2009, c'è un'intesa con il ministro Pier Carlo Padoan e riguardano la Pa centrale. Giovedì 16 ottobre è previsto un incontro in Conferenza unificata per discuterne l'estensione anche alle amministrazioni locali, le Regioni e le Asl. Dopo questo passaggio ci sarà la convocazione dei sindacati.
Le tabelle di equiparazione consentono di far capire al dipendente pubblico trasferito da un'amministrazione all'altra che qualifica e retribuzione avrà. «Credo che ciò dovrebbe consentire di approvarle secondo la procedura ordinaria, fermo restando –ha detto Madia– che in caso di mancato accordo c'è la possibilità di ricorrere a un atto unilaterale di approvazione».
Finora non sono state indicate platee potenziali di dipendenti che potrebbero essere interessati dalla mobilità obbligatoria: il Ddl delega Pa, all'articolo 7, prevede una riorganizzazione di sedi e uffici che potrebbe sfociare nella definizione di eventuali esuberi, mentre la legge Delrio sulle province prevede una procedura diversa. Il ministro ha confermato che «in prospettiva, con la delega sulla Pa, la volontà del governo è superare il concetto di pianta organica ed arrivare al concetto di fabbisogno».
Entro fine anno, poi, è stato annunciato il nuovo regolamento sulla valutazione delle performance dei dipendenti
(articolo Il Sole 24 Ore del 09.10.2014 - tratto da http://rstampa.pubblica.istruzione.it).

EDILIZIA PRIVATA: Libretto d'impianto new style. Per gli edifici.
Nuova versione autocompilabile a pagine singole dei file del libretto di impianto degli edifici, che consente di stampare eventuali pagine integrative.
In quest'ultimo caso però si informa che il campo «codice catasto» deve essere compilato per ogni nuova pagina.
La nuova versione dei libretti può essere utilizzata entro il prossimo 15 di ottobre.

Il comitato termotecnico italiano ha pubblicato sul suo sito oltre alla preesistente versione del libretto e dei rapporti di controllo di efficienza energetica autocompilabili, una nuova versione auto compilabile a pagine singole dei file del libretto di impianto, che consente di stampare eventuali pagine integrative.
Il comitato ha messo a disposizione degli esempi applicativi per le tipologie impiantistiche più diffuse per facilitare e uniformare la compilazione dei libretto di impianto per la climatizzazione e dei rapporti di controllo di efficienza energetica (articolo ItaliaOggi del 09.10.2014).

PUBBLICO IMPIEGOVisite mediche sempre al lavoro. Dipendenti ritenuti in servizio se il controllo è extra orario. Il chiarimento sugli obblighi relativi alla sorveglianza sanitaria in un interpello del ministero.
Salute dei dipendenti «cara» all'azienda. Le visite mediche vanno eseguite durante l'attività di lavoro, altrimenti il datore di lavoro deve giustificare con ragioni produttive l'organizzazione dei controlli sanitari all'infuori del normale orario di lavoro.
In quest'ultimo caso i lavoratori vanno comunque considerati in servizio per tutto il tempo di svolgimento dei controlli medici, con diritto quindi a retribuzione e ogni altra competenza collegata.

Lo precisa la commissione per gli interpelli sulla sicurezza del lavoro nell'interpello 06.10.2014 n. 18/2014 a risposta di un quesito dell'unione sindacale di base dei Vigili del fuoco.
Visite mediche periodiche. La richiesta dei sindacati riguarda la corretta interpretazione dell'art. 41 del T.u. sicurezza (approvato dal dlgs n. 81/2008), il quale disciplina obbligo e modalità per l'effettuazione della sorveglianza sanitaria. In particolare, è stato chiesto di sapere se nell'effettuazione delle visite periodiche per il rinnovo dell'idoneità psicofisica all'impiego, come previsto dal citato art. 41 del T.u. sicurezza, la visita vada svolta necessariamente in orario di lavoro, oppure se il datore di lavoro abbia facoltà di inviare il lavoratore a visita anche quando non si trovi al lavoro (cioè fuori dal normale orario di servizio). In quest'ultima ipotesi, inoltre, è stato chiesto di sapere se il tempo impiegato dal lavoratore per effettuare la visita debba o meno essere retribuito come ore di lavoro straordinario.
Sorveglianza sanitaria. La sorveglianza sanitaria (disciplinata dall'art. 41 del T.u. sicurezza) rientra fra gli obblighi del datore di lavoro elencati dall'art. 18 del medesimo T.u. Il fine è quello della tutela dello stato di salute e sicurezza dei lavoratori, attraverso la valutazione (medica) delle compatibilità tra condizioni di salute e compiti lavorativi. L'art. 20 del T.u., inoltre, sancisce fra gli obblighi dei lavoratori quello di sottoporsi ai controlli sanitari disposti dal datore di lavoro.
Salute «cara» all'azienda. Secondo la commissione ministeriale i controlli medici relativi alla sorveglianza sanitaria sono a carico dell'azienda in tutto e per tutto. Il contenuto tassativo e la «ratio» dell'art. 18 del T.u., spiega, non lasciano spazi o deroghe circa l'osservanza dell'obbligo prescritto e finalizzato alla tutela dell'integrità fisica e psichica del lavoratore. Le visite mediche non possono, per nessun motivo in considerazione della particolarità del bene tutelato (la salute dei lavoratori), essere omesse o trascurate dal datore di lavoro (che è il soggetto obbligato) e, di contro, il lavoratore non può esimersi dal sottoporsi all'effettuazione dei controlli medici.
Inoltre, secondo la commissione ministeriale, pur se non è previsto espressamente dall'art. 41 del T.u. che debba essere eseguita durante l'attività lavorativa, l'effettuazione della visita medica «è funzionale all'attività lavorativa e pertanto il datore di lavoro dovrà comunque giustificare le motivazioni produttive che determinano la collocazione temporale della stessa fuori dal normale orario di lavoro». Ciò significa che le visite vanno fissate, «normalmente», durante l'orario di lavoro e che per la programmazione in un diverso orario è necessaria una «motivazione produttiva».
Quanto ai «costi» dei controlli sanitari, infine, la commissione ministeriale ritiene che l'unico a doverli sopportare sia il datore di lavoro, in virtù dell'art. 15, comma 2, del T.u. il quale stabilisce che «le misure relative alla sicurezza, all'igiene e alla salute durante il lavoro non devono in nessun caso comportare oneri finanziari per i lavoratori».
Pertanto, conclude la commissione, i controlli sanitari vanno strutturati tenendo ben presente gli orari di lavoro e la reperibilità dei lavoratori; e ove per giustificate esigenze lavorative il controllo sanitario sia effettuato in orari diversi, «il lavoratore dovrà comunque considerarsi in servizio a tutti gli effetti» (articolo ItaliaOggi dell'08.10.2014).

EDILIZIA PRIVATA: Nuove procedure di calcolo per la certificazione energetica degli edifici.
Dal 2 ottobre sono cambiate le procedure di calcolo per la certificazione energetica degli edifici. L'Uni ha redatto le nuove versioni delle norme Uni/Ts 11300-1 e Uni/Ts 11300-2 per la determinazione, rispettivamente, del fabbisogno di energia termica dell'edificio per la climatizzazione estiva e invernale e del fabbisogno di energia primaria e dei rendimenti per la climatizzazione invernale e per la produzione di acqua calda sanitaria.

Quattro le novità introdotte dalle nuove norme ed evidenziate dall'associazione nazionale per l'isolamento termico e acustico (Anit) in una breve guida. Le conseguenze delle modifiche sottolinea l'associazione riguardano i calcoli per il rispetto della ex-legge 10 (dlgs 192/2005, dlgs 311/2007 e dpr 59/2009) e per la certificazione degli edifici di nuova costruzione ed esistenti per tutte le regioni che richiamano le norme Uni TS 11300 per tali calcoli. Ecco in sintesi le novità fotografate dall'associazione.
Ponti termici e e. I ponti termici vengono valutati solo attraverso i coefficienti lineici e. Viene cancellato l'utilizzo della maggiorazione percentuale semplificata e l'utilizzo dell'abaco della norma Uni En 14683. Le valutazioni dei coefficienti lineici devono essere fatte con calcolo agli elementi finiti o con atlanti dei ponti termici realizzati in accordo con la Un En ISO 14683. È possibile utilizzare metodi di calcolo manuale per edifici esistenti.
Trasmittanza termica U. Le caratteristiche dei materiali e in particolare la conducibilità termica devono essere opportunamente corrette per tener conto delle condizioni in cui si opera in accordo con la norma Uni En ISO 10456. Per edifici esistenti è inoltre disponibile il rapporto tecnico UNI/TR 11552, anch'esso pubblicato il 02.10.2014, che riporta un abaco di strutture opache verticali e orizzontali, con proprietà termo fisiche indicative.
Perdite per ventilazione. Nella precedente versione la ventilazione era condensata in due pagine. Attualmente sono dieci le pagine dedicate alle perdite per ventilazione con due appendici specifiche. La valutazione diventa molto più raffinata e vengono considerati in maniera più idonea gli impianti che gestiscono la ventilazione all'interno degli edifici.
Guadagni solari. Viene introdotta la modifica già presente nella procedura di calcolo della regione Lombardia che valuta un solo fattore di riduzione per ombreggiatura esterno (il peggiorativo) tra l'aggetto verticale e orizzontale. Inoltre viene implementata la caratterizzazione della trasmittanza di energia solare totale attraverso la parte vetrata (il fattore g) con una migliore definizione dei fattori di esposizione. Sono presenti altre modifiche (per esempio la trattazione dei locali non riscaldati, la sottrazione di energia con l'extraflusso, la valutazione degli apporti interni latenti e la valutazione degli apporti solari sulle superfici opache).
Varie. Da evidenziare che ci sono inoltre altre modifiche quali la trattazione dei locali non riscaldati, la sottrazione di energia con l'extraflusso, la valutazione degli apporti interni latenti e la valutazione degli apporti solari sulle superfici opache (articolo ItaliaOggi del 07.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTINorme antimafia al secondo correttivo.
Possibilità per la p.a. di stipulare i contratti pubblici dopo 30 giorni dalla richiesta della certificazione antimafia, fatti salvi provvedimenti interdittivi del prefetto. In casi di urgenza, i controlli sono tutti a posteriori, potendosi firmare il contratto subito.

Sono tra le novità del secondo decreto correttivo del Codice antimafia (dlgs 159/2011, modificato con il dlgs 218/2012) ieri all'esame del Consiglio dei ministri.
La bozza del provvedimento entrato all'esame dell'esecutivo prevede che le certificazioni antimafia siano distinte in comunicazioni e informazioni antimafia. Mentre la comunicazione attesta le misure di prevenzione applicate a carico di un'impresa, l'informazione ha contenuto più ampio ed evidenzia anche i tentativi di infiltrazione mafiosa. Per i contratti pubblici di valore più basso viene acquisita, tramite le prefetture, la comunicazione mentre per gli appalti di valore più elevato ci vuole l'informazione.
Il correttivo, per le comunicazioni, prevede, in relazione alla futura banca dati nazionale (un grande archivio a disposizione delle amministrazioni procedenti), l'acquisizione diretta da parte delle stazioni appaltanti. Se emergeranno notizie ostative ci vorrà comunque il provvedimento conclusivo (liberatorio o interdittivo) del prefetto della provincia di sede dell'impresa. Sempre per le comunicazioni, viene ridotto il tempo per la risposta delle prefetture.
Il contratto deve comunque prevedere la clausola di scioglimento nel caso di provvedimento interdittivo del prefetto. Se non si tratta di appalti, ma di provvidenze pubbliche subordinate alla regolarità antimafia, sarà l'amministrazione concedente a dover decidere se procedere subito o aspettare comunque la risposta prefettizia (articolo ItaliaOggi del 07.10.2014).

GIURISPRUDENZA

APPALTI SERVIZI: Con particolare riferimento all’indicazione degli oneri di sicurezza, la giurisprudenza prevalente, alla quale il Collegio intende aderire, ha ritenuto che tali voci, non essendo assimilabili a principi generali, non possono dar luogo ad alcuna eterointegrazione degli atti di gara, salvo che in tal senso abbia disposto la stazione appaltante, né un obbligo di indicazione può farsi discendere automaticamente dall’art. 26, c. 6.
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Quando la procedura concorsuale riguarda un servizio compreso fra quelli elencati nell’allegato II B del d.lgs. n. 163/2006 non è dato che la disciplina di gara possa ricevere, indipendentemente da uno specifico richiamo in essa, immediata integrazione con le previsioni dettate dall’art. 86 sulla specificazione dei costi della sicurezza afferenti la prestazione dedotta in rapporto.

Con un primo motivo, la ricorrente sostiene la illegittimità degli atti impugnati sostenendo che l’aggiudicataria avrebbe dovuto essere esclusa non avendo la stessa assolto all’obbligo, ai sensi dell’art. 86, c. 3-bis, e art. 87, c. 42, di evidenziare, oltre agli oneri di sicurezza indicati nel bando di gara relativi ai rischi da interferenza, anche gli oneri aziendali specifici di sicurezza.
La censura non tiene conto che l’appalto in esame ha a oggetto i servizi, come definiti dall’art. 4 del bando di gara, di cui al d.lgs. 163/2006 categoria 27 CPC – allegato II B e pertanto esclusi dall’ambito di applicazione delle norme di dettaglio contenute nel Codice stesso.
Con particolare riferimento all’indicazione degli oneri di sicurezza, la giurisprudenza prevalente (per tutte C.d.S. 355/2014; TAR Piemonte Torino n. 1254 del 24.10.2013), alla quale il Collegio intende aderire, ha ritenuto che tali voci, non essendo assimilabili a principi generali, non possono dar luogo ad alcuna eterointegrazione degli atti di gara, salvo che in tal senso abbia disposto la stazione appaltante, né un obbligo di indicazione può farsi discendere automaticamente dall’art. 26, c. 6.
Nella fattispecie, la lex specialis non prevedeva alcuna prescrizione in tal senso e, analogamente, l’apposito modello, predisposto e fornito dalla stazione appaltante in allegato al bando di gara, non conteneva alcuna prescrizione per l’indicazione di tali oneri.
Tali considerazioni impedivano alla P.A., anche in ossequio al principio della tassatività delle cause di esclusione, previsto dal comma 1-bis dell’art. 46 del d.lgs. 163/2006 (il quale dispone che la stazione appaltante possa escludere i candidati o i concorrenti solo in caso di mancato adempimento alle prescrizioni previste dal codice e dal regolamento e da altre disposizioni di legge vigenti, nonché nei casi di incertezza assoluta sul contenuto o sulla provenienza dell'offerta, per difetto di sottoscrizione o di altri elementi essenziali ovvero in caso di non integrità del plico contenente l'offerta o la domanda di partecipazione o altre irregolarità relative alla chiusura dei plichi, tali da far ritenere, secondo le circostanze concrete, che sia stato violato il principio di segretezza delle offerte) di escludere la Salento Port Service.
Pertanto, “quando la procedura concorsuale riguarda un servizio compreso fra quelli elencati nell’allegato II B del d.lgs. n. 163/2006 non è dato che la disciplina di gara possa ricevere, indipendentemente da uno specifico richiamo in essa, immediata integrazione con le previsioni dettate dall’art. 86 sulla specificazione dei costi della sicurezza afferenti la prestazione dedotta in rapporto” (cfr. C.d.S. III, n. 6640/2011, 3706 e 5070/2013, 280/2014; V, n. 4510/2012 e 2517/2014) (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 09.10.2014 n. 2453 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: La giurisprudenza, privilegiando l’interpretazione sostanziale, ha ritenuto illegittima l’esclusione da una gara d’appalto dell’impresa che abbia omesso una dichiarazione, nel caso in cui la stessa sia in realtà comunque in possesso dei requisiti richiesti (e la lex specialis non preveda una sanzione espulsiva per la mera omissione).
Quanto all’omessa sottoscrizione della prima pagina dell’offerta economica, deve ritenersi sufficiente, ai fini della riconducibilità dell’offerta al suo autore, che sussista la firma in calce alla stessa, atteso che è quest’ultima a manifestare la consapevole assunzione della paternità di una dichiarazione e la responsabilità in ordine al suo contenuto.

Sono pure infondate le censure con le quali la ricorrente lamenta che l’aggiudicataria avrebbe dovuto essere esclusa in quanto la sig.ra Maria Cafaro, in qualità di amministratore cessato dalla carica, non avrebbe prodotto la dichiarazione ex art. 38 d.lgs. 163/2006.
Piuttosto, tale soggetto ha fornito comunque la dichiarazione ex art. 38 citato, sia pure in qualità di socio di capitali.
Con principi applicabili al caso in esame, la giurisprudenza, privilegiando l’interpretazione sostanziale, ha ritenuto illegittima l’esclusione da una gara d’appalto dell’impresa che abbia omesso una dichiarazione, nel caso in cui la stessa sia in realtà comunque in possesso dei requisiti richiesti (e la lex specialis non preveda una sanzione espulsiva per la mera omissione) (TAR Umbria, Sezione I - Sentenza 01/04/2011 n. 103; in termini più ampi Ad .Pl. n. 16 del 2014).
Quanto all’omessa sottoscrizione della prima pagina dell’offerta economica, deve ritenersi sufficiente, ai fini della riconducibilità dell’offerta al suo autore, che sussista la firma in calce alla stessa, atteso che è quest’ultima a manifestare la consapevole assunzione della paternità di una dichiarazione e la responsabilità in ordine al suo contenuto (cfr. TAR Puglia, Lecce, sez. III, n. 625/2011; TAR Sardegna, Cagliari, sez. I, n. 634/2012) .
Peraltro, la formalità della sottoscrizione dell’offerta in ogni pagina non risulta affatto prevista e sanzionata, in caso di omissione, dal bando di gara, limitandosi quest’ultimo a richiedere che l’offerta sia contenuta nell’apposito plico interno debitamente sigillato con strumenti idonei a garantire la sicurezza contro eventuali manomissioni, controfirmato sui lembi di chiusura, recante l’indicazione del mittente e l’oggetto della gara, sicché la circostanza lamentata, non prevista neppure dall’art. 74 del d.lgs. 163/2006, risulta del tutto innocua ai fine dell’ammissione alla procedura de qua.
In conclusione, i provvedimenti impugnati resistono alle censure rassegnate nel ricorso il quale deve quindi essere respinto (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 09.10.2014 n. 2453 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Nel caso di rifiuti abbandonati in un terreno, qualora l’autore materiale della violazione non sia identificato, al fine di individuare il soggetto obbligato alla rimozione dei rifiuti e al ripristino dello stato dei luoghi, è necessario procedere al duplice accertamento della titolarità dell’area e dell’imputabilità della violazione per dolo o colpa al proprietario o a colui che risulta titolare di diritti reali o personali di godimento sulla stessa.
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E' illegittimo l’ordine di rimozione e smaltimento dei rifiuti impartito al ricorrente laddove non sia potendosi ravvisare, a carico dello stesso, l’imputabilità, a titolo di dolo o colpa, dello sversamento dei rifiuti.
In proposito, la giurisprudenza ha chiarito che la responsabilità per colpa, di cui all’art. 192 del d.lgs. n. 152/2006, si ravvisa tutte le volte in cui vi sia un comportamento negligente (da verificare caso per caso) da parte del soggetto ritenuto responsabile, che può anche consistere in un fatto omissivo..
L’obbligo di diligenza, inoltre, deve essere valutato secondo criteri di ragionevole esigibilità, con la conseguenza che va ascritta la responsabilità per colpa al proprietario non autore dello sversamento quando sarebbe stato possibile evitare il fatto solo sopportando un sacrificio obiettivamente proporzionato.
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Il ricorrente ha subito furti nel fabbricato e danneggiamenti al muro a secco e agli infissi interni ed esterni denunciando l’accaduto, ha provveduto ad affittare il terreno in questione a terzi nonché ha provveduto prontamente a denunciare lo sversamento dei rifiuti.
Il Collegio ritiene che gli accorgimenti tenuti possano, secondo criteri di ragionevolezza e proporzionalità, ritenersi sufficienti al fine di escludere che allo stesso sia ascrivibile alcuna responsabilità a titolo di dolo o colpa per l’abbandono dei rifiuti oggetto dell’impugnata ordinanza; peraltro l’A.C. nell’imporre di dotare il fondo in questione di “recinzione di sufficiente altezza” non ha tenuto conto, oltre che dell’estensione del fondo, dell’esistenza del muro a secco ivi esistente, cioè dell’esistenza di un ostacolo in genere idoneo ad evitare lo sversamento di rifiuti, e dell’estraneità all’ordinaria diligenza di cautele ulteriori.

... per l'annullamento dell'ordinanza priva di numero comunicata con nota datata 16/01/2014, notificata il 18/1 successivo, con cui il Dirigente del Settore Ambiente, Igiene, Prot. Civile del Comune di Lecce ha ordinato al ricorrente di procedere, entro 20 giorni a far data dalla notifica, alla rimozione e smaltimento dei rifiuti insistenti sul terreno sito alla via F. Perulli "C.da Marsello" Agro di Lecce Folt. 207 P.lla 34, e di dotare il terreno in questione di recinzione di sufficiente altezza al fine di evitare il reiterarsi il fenomeno di discarica abusiva di rifiuti, con l'avvertenza che l'inottemperanza al provvedimento costituisce reato e che, decorso il termine fissato per provvedere, si procederà d'ufficio alla esecuzione in danno;
...
L’art. 192, comma 3, del d.lgs. n. 152/2006 stabilisce che “fatta salva l'applicazione delle sanzioni di cui agli articoli 255 e 256, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 è tenuto a procedere alla rimozione, all'avvio al recupero o allo smaltimento dei rifiuti e al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate”.
Pertanto, qualora l’autore materiale della violazione non sia identificato, al fine di individuare il soggetto obbligato alla rimozione dei rifiuti e al ripristino dello stato dei luoghi, è necessario procedere al duplice accertamento della titolarità dell’area e dell’imputabilità della violazione per dolo o colpa al proprietario o a colui che risulta titolare di diritti reali o personali di godimento sulla stessa.
Nella fattispecie, come risulta dall’ordinanza impugnata, l’A.C. premettendo che “con nota del Corpo di polizia Provinciale del 07.01.2014 e da successivo sopralluogo per la vigilanza del territorio, eseguito dal personale in servizio presso l’Ufficio Ambiente, si è riscontrato che un terreno sito alla via F. Perulli è tenuto in gravi condizioni igienico – sanitarie, con la presenza di rifiuti anche nocivi di varia natura tra cui onduline in materiale presunto amianto, pneumatici in disuso, materiale ferroso e materiale plastico” ha ordinato gli interventi di pulizia (rimozione e smaltimento) dei rifiuti di cui in premessa, al fine del ripristino dello stato dei luoghi, nonché la recinzione (di sufficiente altezza) di tutto il terreno.
Ciò posto, il Collegio ritiene la illegittimità dell’ordine di rimozione e smaltimento dei rifiuti impartito al ricorrente, non potendosi ravvisare, a carico dello stesso, l’imputabilità, a titolo di dolo o colpa, dello sversamento dei rifiuti.
In proposito, la giurisprudenza ha chiarito che la responsabilità per colpa, di cui all’art. 192 del d.lgs. n. 152/2006, si ravvisa tutte le volte in cui vi sia un comportamento negligente (da verificare caso per caso) da parte del soggetto ritenuto responsabile, che può anche consistere in un fatto omissivo (TAR Toscana Firenze, sez. II, 23.12.2010, n. 6862; TAR Campania Napoli, sez. V, 08.06.2010, n. 13059).
L’obbligo di diligenza, inoltre, deve essere valutato secondo criteri di ragionevole esigibilità, con la conseguenza che va ascritta la responsabilità per colpa al proprietario non autore dello sversamento quando sarebbe stato possibile evitare il fatto solo sopportando un sacrificio obiettivamente proporzionato.
Inoltre, l’idoneità delle cautele adottate dal soggetto proprietario o utilizzatore del bene va valutata in concreto, tenendosi conto di una serie di circostanze obiettive.
Nella specie, dai documenti esibiti in giudizio, risulta che il ricorrente ha subito furti nel fabbricato e danneggiamenti al muro a secco e agli infissi interni ed esterni denunciando l’accaduto, ha provveduto ad affittare il terreno in questione a terzi (contratti d’affitto del 14.10.2013 e del 20.09.2012) nonché ha provveduto prontamente a denunciare lo sversamento dei rifiuti.
Il Collegio ritiene che gli accorgimenti tenuti possano, secondo criteri di ragionevolezza e proporzionalità, ritenersi sufficienti al fine di escludere che allo stesso sia ascrivibile alcuna responsabilità a titolo di dolo o colpa per l’abbandono dei rifiuti oggetto dell’impugnata ordinanza; peraltro l’A.C. nell’imporre di dotare il fondo in questione di “recinzione di sufficiente altezza” non ha tenuto conto, oltre che dell’estensione del fondo, dell’esistenza del muro a secco ivi esistente, cioè dell’esistenza di un ostacolo in genere idoneo ad evitare lo sversamento di rifiuti, e dell’estraneità all’ordinaria diligenza di cautele ulteriori.
In conclusione, il provvedimento impugnato sconta il denunciato deficit istruttorio e motivazionale (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 09.10.2014 n. 2452 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La scansione procedimentale ex art. 8 DPR 160/2010 prevede che, successivamente alla conferenza di servizi, si pronunci, nella prima seduta utile, il consiglio comunale, il quale è comunque titolare di un potere discrezionale circa l’approvazione o meno del progetto (che quindi può legittimamente fondare -anche indipendentemente da precisi divieti ambientali- su valutazioni di ordine generale, purché razionalmente ed equilibratamente rapportate, in relazione alla natura ed entità dell'intervento, all'esigenza di evitare la compromissione di valori paesaggistici, urbanistici o comunque inerenti la tutela dell'assetto del territorio).
Nessun potere risulta invece conferito dalla norma al Responsabile dell’UTC, nella more della decisione del consiglio comunale, circa la sospensione del procedimento per ragioni di carattere edilizio o urbanistico che, anche laddove non esaminate in sede di conferenza di servizi, potranno pur sempre essere valutate dal consiglio comunale.

Il ricorso è fondato nei termini che seguono.
L’art. 8 D.P.R. 160/2010 tipizza il particolare procedimento comportante l’approvazione di progetti in variazione di strumenti urbanistici: “1. Nei comuni in cui lo strumento urbanistico non individua aree destinate all'insediamento di impianti produttivi o individua aree insufficienti, fatta salva l'applicazione della relativa disciplina regionale, l'interessato può richiedere al responsabile del SUAP la convocazione della conferenza di servizi di cui agli articoli da 14 a 14-quinquies della legge 07.08.1990, n. 241, e alle altre normative di settore, in seduta pubblica. Qualora l'esito della conferenza di servizi comporti la variazione dello strumento urbanistico, ove sussista l'assenso della Regione espresso in quella sede, il verbale è trasmesso al Sindaco ovvero al Presidente del Consiglio comunale, ove esistente, che lo sottopone alla votazione del Consiglio nella prima seduta utile. Gli interventi relativi al progetto, approvato secondo le modalità previste dal presente comma, sono avviati e conclusi dal richiedente secondo le modalità previste all'articolo 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 06.06.2001, n. 380.
2. È facoltà degli interessati chiedere tramite il SUAP all'ufficio comunale competente per materia di pronunciarsi entro trenta giorni sulla conformità, allo stato degli atti, dei progetti preliminari dai medesimi sottoposti al suo parere con i vigenti strumenti di pianificazione paesaggistica, territoriale e urbanistica, senza che ciò pregiudichi la definizione dell'eventuale successivo procedimento; in caso di pronuncia favorevole il responsabile del SUAP dispone per il seguito immediato del procedimento con riduzione della metà dei termini previsti
.”
Appare evidente che la scansione procedimentale suindicata prevede che, successivamente alla conferenza di servizi, si pronunci, nella prima seduta utile, il consiglio comunale, il quale è comunque titolare di un potere discrezionale circa l’approvazione o meno del progetto (che quindi può legittimamente fondare -anche indipendentemente da precisi divieti ambientali- su valutazioni di ordine generale, purché razionalmente ed equilibratamente rapportate, in relazione alla natura ed entità dell'intervento, all'esigenza di evitare la compromissione di valori paesaggistici, urbanistici o comunque inerenti la tutela dell'assetto del territorio: cfr C.d.S. Sez. IV, sent. n. 1038 del 03.03.2006).
Nessun potere risulta invece conferito dalla norma al Responsabile dell’UTC, nella more della decisione del consiglio comunale, circa la sospensione del procedimento per ragioni di carattere edilizio o urbanistico che, anche laddove non esaminate in sede di conferenza di servizi, potranno pur sempre essere valutate dal consiglio comunale.
A ciò aggiungasi che la motivazione addotta dal responsabile dell’UTC per supportare la disposta sospensione procedimentale (omessa rimozione di manufatto abusivo), come già rilevato dalla sezione nell’ordinanza cautelare n. 134/2014, lungi dal costituire ostacolo al procedimento come tipizzato dall’art. 5 DPR 447/1998 (oggi art. 8 DPR 160/2010), assume rilievo solo sotto il profilo sanzionatorio, estraneo alla modifica della strumentazione urbanistica in questione (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 09.10.2014 n. 2451 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

PUBBLICO IMPIEGOLicenziabile chi lavora in malattia. Non rileva il fatto che l'attività sia stata svolta presso il negozio di un familiare. Cassazione/1. Per i giudici legittimo l'allontanamento per giusta causa di un dipendente con ernia e depressione.
Lo svolgimento di attività lavorativa presso soggetti diversi dal proprio datore di lavoro, durante il periodo di malattia, legittima il licenziamento per giusta causa del dipendente, anche se i terzi sono familiari del dipendente; l'eventuale compatibilità dell'attività svolta con la malattia deve essere provata dal lavoratore, anche nel caso in cui la patologia denunciata sia una depressione.
Con queste conclusioni, coerenti con gli orientamenti maggioritari della giurisprudenza di legittimità, la Corte di Cassazione - Sez. lavoro (sentenza 07.10.2014 n. 21093) ha rigettato l'impugnativa proposta da un lavoratore, licenziato dopo essere stato scoperto -mediante indagini apposite- a lavorare presso il negozio di un familiare durante il periodo di malattia.
Dopo essere stato sconfitto in entrambi i gradi di merito, il lavoratore ha proposto ricorso per Cassazione lamentando di aver svolto alcune semplici prestazioni gratuite in favore di familiari che non potevano essere considerate come attività lavorativa, in quanto si erano concretizzate nello svolgimento di piccoli lavori (in particolare, la riparazione di un piccolo elettrodomestico, e null'altro).
Lo stesso lavoratore sosteneva, nel proprio ricorso, che l'attività lavorativa durante il periodo di malattia sarebbe preclusa solo qualora fosse fornita la prova della simulazione dello stato patologico, oppure qualora fosse dimostrato che l'attività svolta avesse compromesso la guarigione.
La Corte di Cassazione ha respinto queste censure, partendo da un'esatta ricostruzione del fatto.
La sentenza ricorda, in particolare, che nelle precedenti fasi di merito era stato accertato che il lavoratore, denunciando una doppia malattia (una depressione e una cervicobrachialgia da ernia discale), si era assentato dal lavoro per un certo periodo ma, negli stessi giorni, aveva lavorato in maniera sistematica presso il negozio di casalinghi del fratello, dove aveva svolto mansioni tutt'altro che occasionali (sistemazione delle merci negli scaffali, vigilanza contro i furti, assistenza ai clienti). In relazione a questi fatti, la Corte evidenzia che le sentenze di merito hanno correttamente ritenuto incompatibili le attività svolte con le patologie denunciare.
È interessante notare che la sentenza evidenzia che l'onere della prova circa tale compatibilità avrebbe dovuto essere assolto dal lavoratore, e non dal datore di lavoro, che aveva solo il diverso onere -nel caso, ampiamente assolto- di provare che era stata svolta attività lavorativa in favore di terzi durante la malattia. Sulla base di queste valutazioni, la Corte esclude che l'ernia discale fosse compatibile con l'attività di riparazione di elettrodomestici, ma anche che l'attività di sorveglianza contro i furti potesse conciliarsi con la denunciata depressione, in quanto questo compito richiede una focalizzazione costante dell'attenzione e un contatto anche conflittuale con la clientela
(articolo Il Sole 24 Ore del 09.10.2014).

ATTI AMMINISTRATIVIL'art. 24 l. 07.08.1990, n. 241, nella parte in cui esclude il diritto di accesso con riferimento ai procedimenti tributari, per i quali restano ferme le particolari norme che li regolano, va interpretato nel senso che la inaccessibilità agli atti relativi deve essere ritenuta temporalmente limitata alla fase di mera “pendenza” del procedimento tributario, in quanto non sussistono esigenze di segretezza nella fase che segue la conclusione del procedimento con l'adozione del procedimento definitivo di accertamento dell'imposta dovuta.
Conseguentemente, devesi riconoscersi il diritto di accesso qualora l'amministrazione abbia concluso il procedimento con l'emanazione del provvedimento finale e, quindi, in via generale, deve ritenersi sussistente il diritto di accedere agli atti di un procedimento tributario ormai concluso.
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L’interesse del contribuente alla ostensione degli atti propedeutici a procedure di riscossione è riconosciuto anche in via legislativa, mediante la previsione di obblighi in capo al concessionario alla riscossione.
Invero, l’art. 26 d.P.R. 29.09.1973, n. 602, in tema di riscossione delle imposte sul reddito, recita: "Il concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell'avvenuta notificazione o l'avviso del ricevimento ed ha l'obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell'amministrazione".
In particolare, il suddetto articolo ha introdotto due obblighi per la società concessionaria: a) la conservazione per cinque anni e b) l'obbligo di esibizione a richiesta del contribuente.
Ne consegue che, in relazione alla cartella esattoriale, la richiesta di accesso, ai sensi degli artt. 22 ss., l. 07.08.1990, n. 241, si pone come strumentale rispetto alla tutela dei diritti del contribuente in tutte le forme consentite dall'ordinamento giuridico ritenute più rispondenti ed opportune.
Diversamente opinando, si finirebbe con l’introdurre una ingiustificata limitazione all'esercizio della difesa in giudizio del contribuente, rendendo, comunque, estremamente difficoltosa la tutela giurisdizionale, che dovrebbe impegnarsi in una defatigante ricerca delle copie delle cartelle.
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Quanto alla sussistenza del diritto di accedere alle cartelle di pagamento, benché al contribuente siano state fornite copie degli estratti di ruolo correlativi alle cartelle de quibus, si rileva che il Consiglio di Stato ha chiarito, con riferimento al già più volte citato art. 26, comma 4, del d.P.R. 29.09.1973, n. 602, come con esso il legislatore abbia individuato direttamente un obbligo di custodia degli atti ed un dovere di ostensione su mera richiesta del contribuente.
Le disposizioni sul diritto di accesso risultano pertanto di maggiore definizione e speciali rispetto alla disciplina generale del procedimento amministrativo in quanto, in questo caso, la valutazione sulla sussistenza di un interesse all'esibizione è fatta direttamente dalla legge, e non va più svolta caso per caso. A maggior ragione, quindi, la richiesta del contribuente non può mai essere valutata sotto il profilo della meritevolezza soggettiva da parte del concessionario, obbligato ex lege alla custodia ed all'esibizione, senza che allo stesso residui alcun margine di scelta.
Ciò in quanto “la copia della cartella di pagamento ex se costituisc(e) strumento utile alla tutela giurisdizionale delle ragioni della ricorrente e che la concessionaria non ha quindi alcuna legittimazione a sindacare le scelte difensive eventualmente operate dal privato”.
Va infatti sottolineato come la cartella di pagamento, ossia l'atto di cui il ricorrente ha chiesto l'ostensione, ed il documento ricevuto, intestato "estratto cartella" e stampigliato come "copia conforme dell'estratto di ruolo", siano documenti diversi. In particolare, la cartella esattoriale è prevista dall'art. 25 del d.P.R. 29.09.1973, n. 602 quale documento per la riscossione degli importi contenuti nei ruoli e deve essere predisposta secondo il modello approvato con decreto del Ministero delle Finanze (attualmente con modello approvato dall'Agenzia delle Entrate). Il documento ricevuto dal ricorrente è invece un elaborato informatico formato dall'esattore, sebbene sostanzialmente contenente gli stessi elementi della cartella originale.
La differenza ontologica tra i due documenti non può però essere superata dall'omogeneità contenutistica, omogeneità che peraltro non è stata messa in dubbio dalle parti. La ragione per cui non è permesso all'amministrazione, ed al privato che esercita funzioni pubbliche, di sostituire arbitrariamente il documento richiesto con altro sebbene equipollente deriva espressamente dalla legge 07.08.1990, n. 241, che all'art. 22, lett. d), fornisce la nozione di documento amministrativo e nello stesso contesto, alla lett. a) precisa come il diritto di accesso sia "il diritto degli interessati di prendere visione e di estrarre copia di documenti amministrativi", ossia un diritto di acquisizione di quegli stessi documenti o delle loro copie e non di succedanei.
In questa ottica, la giurisprudenza ha già evidenziato come elemento fondante dell'actio ad exhibendum sia la conformità del documento esibito al privato all'originale, non avendo neppure rilievo scusante l'esistenza per la pubblica amministrazione di impedimenti tecnici.
A maggior ragione, l'accesso documentale non può essere soddisfatto dall'esibizione di un documento che l'amministrazione, e non il privato ricorrente, giudica equipollente.

5.1. Secondo la giurisprudenza di questa Sezione (cfr., tra le molte, TAR Calabria–Catanzaro, Sez. II, 10.07.2014, n. 1358), l'art. 24 l. 07.08.1990, n. 241, nella parte in cui esclude il diritto di accesso con riferimento ai procedimenti tributari, per i quali restano ferme le particolari norme che li regolano, va interpretato nel senso che la inaccessibilità agli atti relativi deve essere ritenuta temporalmente limitata alla fase di mera “pendenza” del procedimento tributario, in quanto non sussistono esigenze di segretezza nella fase che segue la conclusione del procedimento con l'adozione del procedimento definitivo di accertamento dell'imposta dovuta.
Conseguentemente, devesi riconoscersi il diritto di accesso qualora l'amministrazione abbia concluso il procedimento con l'emanazione del provvedimento finale e, quindi, in via generale, deve ritenersi sussistente il diritto di accedere agli atti di un procedimento tributario ormai concluso.
Sotto altro aspetto, va evidenziato che l’interesse del contribuente alla ostensione degli atti propedeutici a procedure di riscossione è riconosciuto anche in via legislativa, mediante la previsione di obblighi in capo al concessionario alla riscossione.
Invero, l’art. 26 d.P.R. 29.09.1973, n. 602, in tema di riscossione delle imposte sul reddito, recita: "Il concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell'avvenuta notificazione o l'avviso del ricevimento ed ha l'obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell'amministrazione".
In particolare, il suddetto articolo ha introdotto due obblighi per la società concessionaria: a) la conservazione per cinque anni e b) l'obbligo di esibizione a richiesta del contribuente.
Ne consegue che, in relazione alla cartella esattoriale, la richiesta di accesso, ai sensi degli artt. 22 ss., l. 07.08.1990, n. 241, si pone come strumentale rispetto alla tutela dei diritti del contribuente in tutte le forme consentite dall'ordinamento giuridico ritenute più rispondenti ed opportune.
Diversamente opinando, si finirebbe con l’introdurre una ingiustificata limitazione all'esercizio della difesa in giudizio del contribuente, rendendo, comunque, estremamente difficoltosa la tutela giurisdizionale, che dovrebbe impegnarsi in una defatigante ricerca delle copie delle cartelle.
5.2. Quanto alla sussistenza del diritto di accedere alle cartelle di pagamento, benché al contribuente siano state fornite copie degli estratti di ruolo correlativi alle cartelle de quibus, si rileva che il Consiglio di Stato (da ultimo con la sentenza Cons. Stato, Sez. IV, 12.05.2014, n. 2422, in precedenza Cons. Stato Sez. IV, 30.11.2009, n. 7486) ha chiarito, con riferimento al già più volte citato art. 26, comma 4, del d.P.R. 29.09.1973, n. 602, come con esso il legislatore abbia individuato direttamente un obbligo di custodia degli atti ed un dovere di ostensione su mera richiesta del contribuente.
Le disposizioni sul diritto di accesso risultano pertanto di maggiore definizione e speciali rispetto alla disciplina generale del procedimento amministrativo in quanto, in questo caso, la valutazione sulla sussistenza di un interesse all'esibizione è fatta direttamente dalla legge, e non va più svolta caso per caso. A maggior ragione, quindi, la richiesta del contribuente non può mai essere valutata sotto il profilo della meritevolezza soggettiva da parte del concessionario, obbligato ex lege alla custodia ed all'esibizione, senza che allo stesso residui alcun margine di scelta.
Ciò in quanto “la copia della cartella di pagamento ex se costituisc(e) strumento utile alla tutela giurisdizionale delle ragioni della ricorrente e che la concessionaria non ha quindi alcuna legittimazione a sindacare le scelte difensive eventualmente operate dal privato” (Cons. Stato Sez. IV, 30.11.2009, n. 7486).
Va infatti sottolineato come la cartella di pagamento, ossia l'atto di cui il ricorrente ha chiesto l'ostensione, ed il documento ricevuto, intestato "estratto cartella" e stampigliato come "copia conforme dell'estratto di ruolo", siano documenti diversi. In particolare, la cartella esattoriale è prevista dall'art. 25 del d.P.R. 29.09.1973, n. 602 quale documento per la riscossione degli importi contenuti nei ruoli e deve essere predisposta secondo il modello approvato con decreto del Ministero delle Finanze (attualmente con modello approvato dall'Agenzia delle Entrate). Il documento ricevuto dal ricorrente è invece un elaborato informatico formato dall'esattore, sebbene sostanzialmente contenente gli stessi elementi della cartella originale.
La differenza ontologica tra i due documenti non può però essere superata dall'omogeneità contenutistica, omogeneità che peraltro non è stata messa in dubbio dalle parti. La ragione per cui non è permesso all'amministrazione, ed al privato che esercita funzioni pubbliche, di sostituire arbitrariamente il documento richiesto con altro sebbene equipollente deriva espressamente dalla legge 07.08.1990, n. 241, che all'art. 22, lett. d), fornisce la nozione di documento amministrativo e nello stesso contesto, alla lett. a) precisa come il diritto di accesso sia "il diritto degli interessati di prendere visione e di estrarre copia di documenti amministrativi", ossia un diritto di acquisizione di quegli stessi documenti o delle loro copie e non di succedanei.
In questa ottica, la giurisprudenza ha già evidenziato come elemento fondante dell'actio ad exhibendum sia la conformità del documento esibito al privato all'originale, non avendo neppure rilievo scusante l'esistenza per la pubblica amministrazione di impedimenti tecnici (Consiglio di Stato, sez. IV, 10.04.2009, n. 2243). A maggior ragione, l'accesso documentale non può essere soddisfatto dall'esibizione di un documento che l'amministrazione, e non il privato ricorrente, giudica equipollente (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 06.10.2014 n. 1607 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Legittimamente l'Amministrazione comunale ingiunge la rimozione di manufatto edilizio insistente su porzione di strada comunale onde rendere fruibile all'uso pubblico il tratto di strada secondo il percorso originario, laddove sia incontestata la natura demaniale della porzione di strada vicinale comunale sul cui sedime è stato realizzato il manufatto edilizio.
L'immanenza dei poteri di polizia demaniale esclude ogni rilevanza all'esistenza di tracciato alternativo e l'interesse pubblico al ripristino dello stato dei luoghi e all'uso pubblico giustifica il provvedimento di rimozione, risultando irrilevante che, per effetto del medesimo provvedimento ripristinatorio, possa avvantaggiarsi terzo privato inciso da tracciato alternativo non conforme a quello originario realizzato proprio in relazione all'usurpazione della porzione della strada vicinale comunale che l'ha sottratta all'uso pubblico.

L'appello in epigrafe è destituito di fondamento giuridico e deve essere rigettato, con la conferma della sentenza gravata.
Infatti, incontestata la natura demaniale della porzione di strada vicinale comunale sul cui sedime è stato realizzato il corpo di fabbrica in ampliamento al preesistente fabbricato, l'immanenza dei poteri di polizia demaniale esclude ogni rilevanza all'esistenza di tracciato alternativo e l'interesse pubblico al ripristino dello stato dei luoghi e all'uso pubblico giustifica il provvedimento impugnato in primo grado, risultando irrilevante che, per effetto del medesimo, possa avvantaggiarsi terzo privato inciso da tracciato alternativo non conforme a quello originario realizzato proprio in relazione all'usurpazione della porzione della strada vicinale comunale che l'ha sottratta all'uso pubblico (massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 03.10.2014 n. 4941 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Permesso prescritto stanato con Google maps. Una sentenza del Tar Toscana.
Non basta aver spianato o soltanto picchettato il terreno dove si vuole edificare l'opera per evitare la decadenza annuale dal permesso ottenuto dal comune: per interrompere la «prescrizione» del titolo abilitativo, infatti, serve un inizio dei lavori vero e proprio, cioè caratterizzato da interventi che denotano un «serio intento» di costruire. E l'amministrazione locale per «stanare» chi non ha cominciato in tempo i lavori assentiti ricorre alle immagini scaricate da Google Maps in modo da provare in modo certo l'intervenuta «prescrizione».

È quanto emerge dalla sentenza 03.10.2014 n. 1515 pubblicata dalla III Sez. del TAR Toscana.
Assunto infondato
Niente da fare per l'ex titolare dell'autorizzazione non sfruttata dopo che il comune ha dichiarato la decadenza per mancato tempestivo avvio dei lavori ai sensi dell'articolo 15 del Testo unico dell'edilizia. Non risultano sufficienti a evitare la «tagliola» dell'ente le mere «verifiche del caso», vale a dire un semplice picchettamento per determinare l'esatta posizione del capannone da realizzare.
In realtà dopo aver rimosso il terreno vengono fuori le rocce, e gli operai sono costretti a fermarsi: troppo presto per poter invocare un regolare inizio dei lavori in base all'articolo 15 del dpr 380/2001, che esclude la sussistenza di effetti interruttivi anche in caso di meri scavi di sondaggio. E altrettanto vale nell'ipotesi di livellamento. L'amministrazione locale porta in giudizio le foto tratte da Google Maps per dimostrare che nell'ottobre 2011 i lavori di cui al permesso di costruire in considerazione non erano ancora stati avviati. Ma prima ancora delle immagini scaricate dal popolare motore di ricerca pesa l'infondatezza dell'assunto del titolare del permesso.
Decorso oggettivo
Inutile invocare il maltempo in Maremma che avrebbe bloccato i lavori. La forza maggiore non può comportare una sospensione legale del termine di inizio e ultimazione dei lavori, al massimo può legittimare una richiesta di proroga da parte dell'interessato: sarà l'ufficio a valutare poi i fatti rappresentati.
Insomma: la decadenza si verifica per l'oggettivo decorso del termine quando il cittadino non presenta un'istanza tempestiva. Nulla per le spese (articolo ItaliaOggi del 09.10.2014).

EDILIZIA PRIVATA: La giurisprudenza ha chiarito che per aversi “inizio dei lavori”, tale da escludere la pronuncia di decadenza nel termine annuale dal rilascio del permesso di costruire, occorre aver dato avvio ad opere che denotino un <serio intento costruttivo>, sicché sono inidonei a configurare un effettivo “inizio dei lavori” il mero spianamento del terreno o meri scavi di sondaggio o anche la “mera picchettatura” del terreno interessato dalla costruzione e il suo livellamento.
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La presenza di elementi di “forza maggiore” che avrebbero impedito l’avvio tempestivo dei lavori nei termini di legge non può comportare una sospensione legale del termine di inizio e ultimazione dei lavori, semmai potendo legittimare una richiesta di proroga da parte dell'interessato all’Amministrazione, cui seguirà una valutazione dei fatti rappresentati da parte dell’ufficio pubblico competente.
Ne segue che la decadenza si verifica invece per l'oggettivo decorso del termine quando, come nel caso in esame, l'interessato non abbia presentato una tempestiva istanza di proroga del termine rappresentato all’Amministrazione l’essersi verificati fatti oggettivamente impeditivi all’avvio dei lavori.

6 – Con il primo mezzo parte ricorrente evidenzia che non sussisterebbero nella specie i presupposti per la declaratoria di decadenza del permesso di costruire, avendo essa avviato l’inizio dei lavori nel termine annuale, da computarsi dalla data di ritiro del permesso di costruire, e contestando parte ricorrente gli accertamenti svolti dall’Amministrazione e i profili probatori sui quali la parte pubblica fonda il proprio assunto di mancato avvio dei lavoro nell’anno (in particolare le fotografie tratte da Google Maps).
La censure è infondata.
Rileva il Collegio che non vi è neppure necessità di affrontare la questione, sulla quale la ricorrente si diffonde, relativa alla idoneità delle fotografie tratte da Internet a dimostrare che nell’ottobre 2011 i lavori di cui al permesso di costruire in considerazione non sarebbero ancora stati avviati; infatti tale questione è superata dalla infondatezza dell’assunto stesso di parte ricorrente secondo cui l’avvio di esecuzione che essa avrebbe posto in essere nei primi giorni di gennaio 2011 sarebbe idoneo ad escludere la pronuncia di decadenza; infatti parte ricorrente afferma di aver posto in essere in quel periodo “i primi lavori necessari, ovvero il picchettamento per determinare l’esatta posizione del nuovo capannone”, aggiungendo che “si evidenziava quasi subito, tolto il primo strato terroso, che vi era stata una sottovalutazione di quello pietroso inferiore”, affermando quindi il compimento di operazioni che, alla luce delle costante elaborazione giurisprudenziale, non risultano sufficienti a integrare “l’inizio dei lavori” di cui alla’art. 15 del DPR n. 380 del 2001.
La giurisprudenza ha infatti chiarito che per aversi “inizio dei lavori”, tale da escludere la pronuncia di decadenza nel termine annuale dal rilascio del permesso di costruire, occorre aver dato avvio ad opere che denotino un <serio intento costruttivo>, sicché sono inidonei a configurare un effettivo “inizio dei lavori” il mero spianamento del terreno o meri scavi di sondaggio o anche la “mera picchettatura” del terreno interessato dalla costruzione e il suo livellamento (TAR Torino, sez. 1^, 03.01.2014, n. 2), che è quanto la ricorrente afferma di aver effettuato nella specie.
7 – Con il secondo mezzo parte ricorrente evidenzia le avversità che le hanno impedito di procedere più speditamente all’avvio dei lavori, come il rinvenimento di strati pietrosi o la pessima situazione metereologica che ha interessato la Maremma.
La censura è infondata.
Nella sostanza la ricorrente invoca la presenza di elementi di “forza maggiore” che le avrebbero impedito l’avvio tempestivo dei lavori. Osserva tuttavia il Collegio che la forza maggiore non può comportare una sospensione legale del termine di inizio e ultimazione dei lavori, semmai potendo legittimare una richiesta di proroga da parte dell'interessato all’Amministrazione, cui seguirà una valutazione dei fatti rappresentati da parte dell’ufficio pubblico competente; ne segue che la decadenza si verifica invece per l'oggettivo decorso del termine quando, come nel caso in esame, l'interessato non abbia presentato una tempestiva istanza di proroga del termine rappresentato all’Amministrazione l’essersi verificati fatti oggettivamente impeditivi all’avvio dei lavori (Cons. St., sez. 3^, 03.04.2013, n. 1870).
8 – Alla luce delle considerazioni che precedono il ricorso deve essere respinto (TAR Toscana, Sez. II, sentenza 03.10.2014 n. 1515 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA1. L'installazione di canna fumaria a servizio di attività di ristorazione va ricondotto nel novero dei lavori di ristrutturazione edilizia di cui all'articolo 3, comma 1, lettera d), del D.P.R. n. 380 del 2001, realizzati tramite inserimento di nuovi elementi ed impianti, e, dunque, soggetto al regime del permesso di costruire, ai sensi dell'articolo 10, comma primo, lettera c), dello stesso D.P.R. n. 380/2001 laddove comporti una modifica del prospetto del fabbricato cui inerisce.
2. In tema di installazione di canne fumarie, è necessario il previo rilascio del permesso di costruire, qualora esse non si presentino di piccole dimensioni, siano di palese evidenza rispetto alla costruzione e alla sagoma dell'immobile, e non possano considerarsi un elemento meramente accessorio, ovvero di ridotta e aggiuntiva destinazione pertinenziale, come tale assorbito o occultato dalla preesistente struttura dell'immobile.

Osserva il Collegio che l'intervento in esame deve ritenersi riconducibile ai lavori di ristrutturazione edilizia di cui all'articolo 3, comma 1, lettera d), del D.P.R. n. 380 del 2001, realizzati tramite inserimento di nuovi elementi ed impianti, e, dunque, soggetto al regime del permesso di costruire, ai sensi dell'articolo 10, comma primo, lettera c), dello stesso D.P.R. laddove comporti, come nel caso di specie, una modifica del prospetto del fabbricato cui inerisce, peraltro riscontrabile dalle riproduzioni fotografiche in atti.
Occorre inoltre sul punto ricordare che, nel caso delle canne fumarie, la giurisprudenza ha ravvisato la necessità del previo rilascio del permesso di costruire, qualora esse non si presentino di piccole dimensioni, siano di palese evidenza rispetto alla costruzione e alla sagoma dell'immobile, e non possano considerarsi un elemento meramente accessorio, ovvero di ridotta e aggiuntiva destinazione pertinenziale, come tale assorbito o occultato dalla preesistente struttura dell'immobile.
Nel caso di specie, dalle riproduzioni fotografiche depositate in atti, la canna fumaria installata sull'edificio in esame per dimensioni, altezza, relativa conformazione, risulta incidere notevolmente sul prospetto e la sagoma della costruzione su cui è installata.
D’altro canto non risulta dagli atti la prova che la canna fumaria in questione abbia sostituito –come sostiene il ricorrente- una canna fumaria precedente (della cui esistenza il ricorrente fa unicamente cenno nel ricorso, ma non nella domanda di condono), né risultano le dimensioni e la precisa localizzazione di quest’ultima.
In ogni caso, anche se se si trattasse effettivamente di sostituzione di una canna fumaria avente le stesse dimensioni e identica localizzazione rispetto alla precedente, l’intervento andrebbe considerato di manutenzione straordinaria, soggetto comunque anch’esso a sanatoria, come dispone l’allegato 1 del d.l. 269/2003 (massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - TAR Lazio-Roma, Sez. II-quater, sentenza 02.10.2014 n. 10134 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, qualora una variante urbanistica riguardi beni specifici ed incida direttamente su determinati soggetti, come nel caso di specie, essa ha carattere particolare, così che la pubblica amministrazione ha l'obbligo di notificare direttamente agli interessati il provvedimento e solo da tale adempimento decorre il termine di impugnazione e non dal perfezionamento della fase di pubblicazione degli atti.
E’ infondata anche l'eccezione di tardività del ricorso NRG. 1551 del 1998, con cui le ricorrenti hanno impugnato in primo grado la delibera di Giunta regionale n. 2759 del 27.05.1987, per essere stato lo stesso proposto soltanto l'08.04.1998, ben oltre il termine di sessanta giorni decorrente dall'avvenuta pubblicazione sul bollettino ufficiale regionale.
Precisato che con il predetto ricorso era stata impugnata in parte qua la delibera di approvazione della variante al piano regolatore generale recante la ritipizzazione di alcun aree, tra cui quelle sulle quali era stato assentito l'intervento edilizio di cui alla concessione edilizia n. 255 del 18.11.1991, occorre rilevare che, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, qualora una variante urbanistica riguardi beni specifici ed incida direttamente su determinati soggetti, come nel caso di specie, essa ha carattere particolare, così che la pubblica amministrazione ha l'obbligo di notificare direttamente agli interessati il provvedimento e solo da tale adempimento decorre il termine di impugnazione e non dal perfezionamento della fase di pubblicazione degli atti (Cons. St., sez, VI, 03.03.2014, n. 595; 15.12.2009, n. 7963; sez. IV, 22.08.2013, n. 4243; 15.02.2013, n. 922)
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 02.10.2014 n. 4933 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La concessione edilizia in deroga, com'è noto, si differenzia radicalmente, sia dal punto di vista procedimentale che da quello sostanziale, rispetto alla ordinaria concessione edilizia, che consente all'Amministrazione di esercitare un potere ampiamente discrezionale per perseguire un interesse pubblico ritenuto preminente, consistente nella disapplicazione di una norma a una fattispecie concreta, che pure presenta tutti gli elementi per essere assoggettata alla disciplina da essa dettata e che, costituendo una vera decisione urbanistica rientra nella competenza esclusiva del Consiglio comunale.
Devono essere innanzitutto respinte le censure sollevate con i motivi aggiunti notificati il 13.12.2014, puntualmente riproposti con l'appello principale, concernenti l'asserita illegittimità della concessione edilizia n. 255 del 18.11.1991 rilasciata alla società Sud Costruzioni s.r.l. e della successiva concessione -per variante in corso d’opera ed intestazione– n. 88 del 29.01.1993, rilasciata alla società Rubino G. & P. s.n.c., per la mancata approvazione del progetto delle realizzande residenze universitarie da parte del Consiglio Comunale di Bari e per la mancata predisposizione e approvazione della convenzione per il corretto utilizzo delle stesse.
Invero, ancorché la concessione edilizia n. 255 del 18.11.1991 (e la successiva n. 88 del 29.01.1993) riguardi la realizzazione di un edificio di interesse pubblico, tali potendo essere qualificate le residenze universitarie, non può tuttavia negarsi che né nella richiesta di rilascio della concessione, né in quest'ultima (e nella successiva variante) si riscontra un sia pur minimo accenno alla circostanza che si tratti di una concessione edilizia in deroga, che, com'è noto, si differenzia radicalmente, sia dal punto di vista procedimentale che da quello sostanziale, rispetto alla ordinaria concessione edilizia, che consente all'Amministrazione di esercitare un potere ampiamente discrezionale per perseguire un interesse pubblico ritenuto preminente, consistente nella disapplicazione di una norma a una fattispecie concreta, che pure presenta tutti gli elementi per essere assoggettata alla disciplina da essa dettata (Cons. St, sez.. IV, 23.07.2009, n. 4664) e che, costituendo una vera decisione urbanistica rientra nella competenza esclusiva del Consiglio comunale
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 02.10.2014 n. 4933 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Se è vero che le scelte urbanistiche in ordine alla zonizzazione del territorio costituiscono tipica espressione del potere discrezionale di cui è titolare l’amministrazione per il corretto uso del territorio che non necessita di altra motivazione, al di là del richiamo ai criteri tecnico–urbanistici seguiti nell’impostazione del piano e rinvenibili nella relazione di accompagnamento al piano regolamento generale, d’altra parte un preciso onere di motivazione si impone quando le scelte urbanistiche diano vita ad una variante specifica riguardanti beni specifici ed incidano quindi su posizioni giuridicamente differenziare ovvero.
Sussiste infatti il dedotto difetto di motivazione dell’impugnata variante, dovendo al riguardo rilevarsi che se è vero che le scelte urbanistiche in ordine alla zonizzazione del territorio costituiscono tipica espressione del potere discrezionale di cui è titolare l’amministrazione per il corretto uso del territorio che non necessita di altra motivazione, al di là del richiamo ai criteri tecnico–urbanistici seguiti nell’impostazione del piano e rinvenibili nella relazione di accompagnamento al piano regolamento generale, d’altra parte un preciso onere di motivazione si impone quando le scelte urbanistiche diano vita ad una variante specifica riguardanti beni specifici ed incidano quindi su posizioni giuridicamente differenziare ovvero (ex multis, Cons. St., sez. IV, 24.01.2013, n 431; 04.06.2013, n. 3055)
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 02.10.2014 n. 4933 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

INCARICHI PROGETTAZIONE: Appalti, conta la data di pubblicazione del bando.
Nelle gare di appalto pubbliche la verifica sui cinque anni di abilitazione del giovane professionista va effettuata rispetto alla data di pubblicazione del bando e non alla scadenza del termine di presentazione delle offerte.

È quanto afferma il Consiglio di Stato, Sez. V, con la sentenza 02.10.2014 n. 4929 prendendo in esame, per un appalto integrato, un'eccezione sui requisiti soggettivi del cosiddetto «giovane professionista» che deve essere sempre presente nei raggruppamenti temporanei di progettisti.
Al riguardo l'art. 90, comma 7, del codice dei contratti pubblici si limita a rinviare al regolamento attuativo (dpr 207/2010) e quest'ultimo (art. 253, comma 5) stabilisce che occorre garantire nel raggruppamento temporaneo la «presenza di un professionista, abilitato all'esercizio della professione da meno di cinque anni» che dovrà svolgere la funzione di «progettista».
Nel caso di specie il professionista indicato risultava iscritto all'albo degli ingegneri, alla data di scadenza della presentazione delle offerte, da più di cinque anni (e quindi da più di cinque anni abilitato). I giudici, chiamati a chiarire a quale termine si dovesse fare riferimento per verificare la scadenza dei cinque anni, in assenza di indicazioni né nel codice, né nel citato articolo 253, richiamano quanto previsto nell'allegato L del dpr 207 per sostenere che la verifica va effettuata al momento della pubblicazione del bando di gara.
Infatti l'allegato al regolamento afferma che per tutti i concorrenti il punteggio è incrementato del 5% qualora sia presente quale progettista nel candidato almeno un professionista che, alla data di pubblicazione del bando di cui all'articolo 264, abbia ottenuto l'abilitazione all'esercizio professionale da non più di cinque anni.
Per i giudici, quindi, la previsione regolamentare, nell'indicare quale termine non quello di scadenza per la presentazione delle offerte, ma quello della data di pubblicazione del bando, risponde a una logica di ampliamento del bacino di soggetti che possono utilizzare il giovane professionista e così facendo incrementa le possibilità di partecipazione a favore dei giovani professionisti «rispetto a un lasso temporale di cinque anni, che appare abbastanza ristretto» (articolo ItaliaOggi del 09.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’ordinanza di demolizione e rimozione di abusi edilizi (oltre che di rimessione in pristino dello stato dei luoghi), costituisce un atto dovuto in mera dipendenza dall'accertamento della relativa realizzazione e dalla riconducibilità del medesimo ad una delle fattispecie d'illecito previste dalla legge, che esclude la necessità di una sua particolare motivazione (essendo in tal senso sufficiente la rappresentazione del carattere illecito dell'opera realizzata), né una previa espressa comparazione tra l'interesse pubblico alla rimozione dell'opera, che è in re ipsa, e quello privato alla relativa conservazione.
Il carattere vincolato dell’ordinanza impugnata rispetto al diniego di sanatoria rende priva di fondamento giuridico anche la censura con cui è stata lamentata la mancata acquisizione, ai fini dell’emanazione dell’ordinanza impugnata, del nuovo ed ulteriore parere della commissione edilizia comunale, trattandosi di un’attività procedimentale inutile ed irrilevante.

Per di più, va richiamato il consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo cui l’ordinanza di demolizione e rimozione di abusi edilizi (oltre che di rimessione in pristino dello stato dei luoghi), costituisce un atto dovuto in mera dipendenza dall'accertamento della relativa realizzazione e dalla riconducibilità del medesimo ad una delle fattispecie d'illecito previste dalla legge, che esclude la necessità di una sua particolare motivazione (essendo in tal senso sufficiente la rappresentazione del carattere illecito dell'opera realizzata), né una previa espressa comparazione tra l'interesse pubblico alla rimozione dell'opera, che è in re ipsa, e quello privato alla relativa conservazione (ex multis, Cons. St., sez. V, 13.03.2014, n. 1230; 30.06.2014, n. 3282; sez. IV, 28.04.2014, n. 2194; sez. VI, 11.11.2013, n. 5368; 11.12.2013, n. 5943).
Il carattere vincolato dell’ordinanza impugnata rispetto al diniego di sanatoria rende priva di fondamento giuridico anche la censura con cui è stata lamentata la mancata acquisizione, ai fini dell’emanazione dell’ordinanza impugnata, del nuovo ed ulteriore parere della commissione edilizia comunale, trattandosi di un’attività procedimentale inutile ed irrilevante (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 02.10.2014 n. 4926 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA1. Il principio delle certezza delle situazioni giuridiche e di tutela di tutti gli interessati deve far ritenere che non si possa lasciare il soggetto titolare di un permesso edilizio nella perdurante incertezza circa la sorte del proprio titolo, perché, nelle more, il ritardo nell'impugnazione da parte di chi vi abbia interesse (nel caso di specie i vicini confinanti) si risolverebbe in un danno aggiuntivo connesso all'ulteriore avanzamento dei lavori, che ex post potrebbero essere dichiarati illegittimi.
2. Il principio della certezza delle situazioni giuridiche è posto a tutela di tutte le parti, direttamente o indirettamente interessate al provvedimento, ivi compreso, naturalmente, anche l’interesse del soggetto titolare del permesso di costruire, eventualmente illegittimo, a non realizzare affatto una costruzione che sia suscettibile di un futuro abbattimento.
3. Qualora sia oggetto di contestazione la stessa astratta possibilità di edificare in un certo terreno la mera conoscenza dell'iniziativa in corso appare elemento sufficiente ed essenziale ai fini dell'identificazione del dies a quo per l'impugnazione.
4. Chi assume essere intervenuta violazione di un vincolo di inedificabilità ha il preciso dovere di tutelare senza indugio i propri interessi legittimi, né è a tal fine indispensabile, ai fini della decorrenza del termine di impugnazione, che sia necessaria la conoscenza di tutti gli elementi del permesso di costruire, essendo sufficiente che sia nota l'esistenza e la lesività del titolo, dato che resta sempre salva la possibilità di proporre motivi aggiunti, qualora dalla conoscenza integrale del provvedimento e degli atti presupposti emergano ulteriori profili di illegittimità.
5. Se il principio cardine cui ancorare la conoscenza piena è da individuarsi nell' ultimazione dei lavori, è anche vero che questo principio non può essere invocato da chi assume che l'intervento edilizio sia ex se lesivo, in relazione alla presenza di vincoli (anche distanze), in quanto in tal caso la lesività è immediatamente percepibile all'atto dell'inizio delle attività di cantiere.
6. Allorquando il proprietario di fondo confinante con area interessata da intervento edilizio censuri, dinanzi al GA, titoli edilizi per violazione delle prescrizioni generali in materia di distanze di cui al D.M. 1444/1968, va tenuto conto -al fine di vagliare la tempestività del ricorso in sede giurisdizionale- della specificità delle suddette censure, che attengono a profili di illegittimità suscettibili di apprezzamento in ragione del mero inizio dell’attività costruttiva. In tale ipotesi è tardivamente proposto il ricorso in sede giurisdizionale, laddove risulti attestato da verbale di sopralluogo di Polizia Municipale che, ben oltre 60 giorni prima dalla proposizione del ricorso, erano già state erette le mura perimetrali del contestato edificio, per cui, anche se i lavori non risultavano ancora ultimati, era di facile rilevazione la difformità dell'opera dai limiti sulle distanze tra edifici invocati dal ricorrente.

L'appello è infondato e va respinto.
Appare utile esaminare, preliminarmente, il primo motivo di censura, con il quale gli appellanti lamentano l'erroneità della sentenza del TAR Veneto, laddove il tribunale ha ritenuto irricevibile il ricorso in primo grado per tardività, deducendo essi, che il verbale della polizia municipale non sarebbe elemento sufficiente a provare la piena conoscenza, fin dal febbraio 2002, da parte dei proprietari degli immobili siti nei fondi finitimi, dell'avanzato stato di realizzazione dell'opera e dunque della lesività della concessione edilizia rilasciata alla società Perale Edilizia s.r.l..
Orbene, la censura non può trovare accoglimento, atteso che, come evidenziato dal TAR, i provvedimenti dell'amministrazione originariamente censurati, attengono "alla violazione delle prescrizioni generali in materia di distanze di cui al D.M. 1444/1968 ed alla L.R. n. 61/1985, art. 23”. Se si tiene conto della specificità delle suddette censure, che attengono a profili di illegittimità suscettibili di apprezzamento in ragione del mero inizio dell’attività costruttiva, il ricorso e i motivi aggiunti appaiono tardivamente proposti, in quanto, così come risulta attestato dal verbale di sopralluogo dei VV.UU. del 01.02.2002, a tale epoca risultavano già erette le mura perimetrali del piano terra e del primo piano, per cui, anche se i lavori non risultavano ancora ultimati, era di facile rilevazione la difformità dell'opera dai limiti sulle distanze tra edifici invocati dai ricorrenti".
Al riguardo, questo Consiglio di Stato ha costantemente affermato che il principio delle certezza delle situazioni giuridiche e di tutela di tutti gli interessati, deve far ritenere che non si possa lasciare il soggetto titolare di un permesso edilizio nella perdurante incertezza circa la sorte del proprio titolo, perché, nelle more, il ritardo nell'impugnazione da parte di chi vi abbia interesse (nel caso di specie i vicini confinanti) si risolverebbe in un danno aggiuntivo connesso all'ulteriore avanzamento dei lavori, che ex post potrebbero essere dichiarati illegittimi.
Il principio della certezza delle situazioni giuridiche è, infatti, posto a tutela di tutte le parti,direttamente o indirettamente interessate al provvedimento, ivi compreso, naturalmente, anche l’interesse del soggetto titolare del permesso di costruire, eventualmente illegittimo, a non realizzare affatto una costruzione che sia suscettibile di un futuro abbattimento.
Conseguentemente, qualora sia oggetto di contestazione la stessa astratta possibilità di edificare in un certo terreno, e non solo, come nel caso di specie, le distanze tra edifici, la mera conoscenza dell'iniziativa in corso appare elemento sufficiente ed essenziale ai fini dell'identificazione del dies a quo per l'impugnazione.
Pertanto, chi assume essere intervenuta violazione di un vincolo di inedificabilità, specie se di contenuto parziale, ha il preciso dovere di tutelare senza indugio i propri interessi legittimi, né è a tal fine indispensabile, ai fini della decorrenza del termine di impugnazione, che sia necessaria la conoscenza di tutti gli elementi del permesso di costruire, essendo sufficiente che sia nota l'esistenza e la lesività del titolo, dato che resta sempre salva la possibilità di proporre motivi aggiunti, qualora dalla conoscenza integrale del provvedimento e degli atti presupposti emergano ulteriori profili di illegittimità (cfr. Consiglio di Stato, sez, V, 12.07.2010, n. 4482).
In definitiva, se il principio cardine cui ancorare la conoscenza piena è da individuarsi nell' ultimazione dei lavori, è anche vero che questo principio non può essere invocato da chi assume che l'intervento edilizio sia ex se lesivo, in relazione alla presenza di vincoli (anche distanze), in quanto in tal caso la lesività è immediatamente percepibile all'atto dell'inizio delle attività di cantiere.
Nel caso in esame, un ritardo di diversi mesi dal giorno in cui (01.02.2002) veniva accertata l'esecuzione di lavori non assentiti, certamente già da tempo in corso, non può essere considerato un comportamento diligente.
La parte ricorrente in primo grado ha evidentemente fatto luogo ad attività alquanto dilatorie, mentre avrebbe dovuto senz'altro attivarsi tempestivamente.
In definitiva, si deve concludere che il ricorso in primo grado è stato tardivamente notificato il 07.06.2002, in quanto l'asserita illegittimità dell'attività costruttiva era immediatamente percepibile dagli appellanti fin dal momento in cui i lavori del rustico erano stati completati (massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 02.10.2014 n. 4901 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ruderi da ricostruire: non bastano le tracce. Cassazione. Circoscritto il Dl del fare.
Più difficile ricostruire ruderi, se mancano segni concreti della preesistenza
: lo sottolinea la Corte di Cassazione, Sez. III penale, con sentenza 30.09.2014 n. 40342.
La questione si è posta all'indomani dell'entrata in vigore del "decreto del fare" (69/2013). L'articolo 30, modificando l'articolo 3 del Tu edilizia 380/2001, colloca le ricostruzioni tra gli interventi di ristrutturazione edilizia, sottraendoli alla più complessa ristrutturazione urbanistica. La norma del 2013 richiede, per ricostruire, una generica possibilità di accertare la preesistente consistenza: basterebbero, quindi, generici rilievi desunti da quelli depositati presso uffici pubblici (catasto) o addirittura le fotografie da album personali, per poter dimostrare una preesistenza e quindi ripristinare superfici e volumi.
Ciò ha reso di colpo appetibili tutte le aree con ruderi, spesso testimonianze di manufatti un tempo particolarmente consistenti. L'unico limite starebbe nei vincoli ambientali paesaggistici, ma per le zone non vincolante, un rudere poteva diventare l'inizio di una ritrovata edificabilità.
Ora la Cassazione adotta un'interpretazione restrittiva, esigendo la presenza dei connotati essenziali di un edificio (pareti, solai e tetto), in modo che possa essere determinata la volumetria, ovvero che essa possa essere oggettivamente desunta da apposita documentazione storica o attraverso una verifica dimensionale sul luogo.
In precedenza, si richiedeva che il rudere consentisse l'individuazione dei connotati essenziali di un edificio, senza che fosse necessario dimostrarne l'abitazione: è stata così ritenuta sufficiente un'immagine desunta da Google maps (Tar Catanzaro 443/2014), oppure la riconoscibilità dell'originaria area attraverso residui e segmenti consistenti del muro perimetrale (Consiglio di Stato 735/2014).
Non bastano quindi «poche pietre in un declivio erboso» (Tribunale di Trento 306/2013), e nemmeno può recuperarsi ciò che era stato demolito cinquant'anni prima (Consiglio giustizia amministrativa 1200/2010). Non ci sono invece problemi se sono crollati il tetto e uno o più solari: la ricostruzione in questi casi deve rispettare la sagoma dell'edificio preesistente. Sagoma che tuttavia può contenere una maggiore superficie rispetto a quella del passato
 (articolo Il Sole 24 Ore dell'11.10.2014).

PATRIMONIO: E' illegittimo il Regolamento comunale di Polizia mortuaria laddove riserva al comune stesso l’attività di fornitura e posa delle lastre di chiusura di colombari e cellette, dei relativi arredi votivi e decorazioni funebri.
La disciplina comunitaria in materia di rapporto tra libero mercato e disciplina dei servizi di interesse economico generale, prevede che l’amministrazione possa concedere diritti esclusivi ad un’impresa pubblica o privata soltanto qualora il libero confronto concorrenziale sia di ostacolo alla missione affidata a tale impresa.
Nel caso di specie, al di là della questione se i lavori oggetto di appalto siano da considerarsi resi all’interno di un disegno complessivo di servizio pubblico, il comune ha ritenuto di “chiudere” il mercato, seppure all’esito di una gara ad evidenza pubblica, per motivazioni di natura estetica, oltre che per tutelare un’esigenza di risparmio nei costi di sepoltura.
Tuttavia, la rimozione di manufatti lapidei, le incisioni e forniture di arredi e lastre per colombari e cellette, nonché le conseguenti riparazioni manutentive, non appaiono configurarsi alla stregua di lavori che debbano per loro natura essere svolti da un unico soggetto in esclusiva.
Invero, da un lato, le ragioni di uniformità estetiche possono essere perseguite tramite l’imposizione di prescrizioni all’atto del rilascio delle singole autorizzazioni, dall’altro, non è affatto scontato, né è stato nel caso di specie dimostrato, che la tariffa praticata dall’unico concessionario determini un risparmio di spesa rispetto alle tariffe che applicherebbero soggetti operanti in concorrenza tra di loro. Appare anzi vero il contrario, salvo non voler contestare in radice le ragioni fondanti l’istituzione del libero mercato, tra cui, per l’appunto, quella di garantire, in regime di normalità, un abbassamento dei prezzi tramite il gioco della concorrenza.
Non sussistendo dunque nel caso in esame alcuna ragionevole motivazione tale da indurre il comune alla chiusura del mercato, gli atti di gara descritti in epigrafe vanno annullati, in conseguenza della illegittimità dei commi 3 e 4 dell’art. 70 del regolamento di Polizia mortuaria del comune, nella parte in cui riservano al comune stesso l’attività di fornitura e posa delle lastre di chiusura di colombari e cellette, dei relativi arredi votivi e decorazioni funebri.

Venendo infine al nucleo centrale delle contestazioni dedotte nel ricorso (primo motivo), la società Fratelli Ferrario sostiene che in ambito cimiteriale la normativa di riferimento riserverebbe alla cura del soggetto pubblico unicamente le funzioni preordinate alla tutela di esigenze pubblicistiche di carattere igienico-sanitario, di sicurezza e di ordine pubblico legare alla sepoltura e al culto dei defunti, e che esulerebbe da tale riserva la fornitura e posa in opera di arredi funebri, trattandosi di attività commerciali e imprenditoriali integralmente sottoposte al regime di libera commerciale.
Deduce, altresì, la ricorrente, che non sono oggetto di impugnazione, nel presente giudizio, le previsioni del regolamento comunale di polizia mortuaria del comune di Busto Arsizio afferenti alla caratteristiche morfologiche ed estetiche delle lastre, bensì le previsioni che configurano una riserva esclusiva all’amministrazione per la fornitura e la posa degli stessi.
Dal canto loro, Agesp Servizi S.r.l. e l’amministrazione resistente hanno dedotto che le uniche opere riservate al comune sarebbero le lastre di chiusura di colombari e cellette, e che ciò sarebbe necessario per specifiche e comprensibili ragioni di uniformazione estetica, oltre che per tutelare un’esigenza di risparmio nei costi di sepoltura.
Ad ogni modo, secondo le resistenti, la concessione del servizio sarebbe avvenuta a seguito di gara finalizzata “a compulsare il mercato alla ricerca delle migliori condizioni che questo è in grado di esprimere in un determinato contesto territoriale e momento storico”.
Ritiene il Collegio che la tesi della ricorrente sia fondata.
La disciplina comunitaria in materia di rapporto tra libero mercato e disciplina dei servizi di interesse economico generale, prevede che l’amministrazione possa concedere diritti esclusivi ad un’impresa pubblica o privata soltanto qualora il libero confronto concorrenziale sia di ostacolo alla missione affidata a tale impresa.
Nel caso di specie, al di là della questione se i lavori oggetto di appalto siano da considerarsi resi all’interno di un disegno complessivo di servizio pubblico, il comune di Busto Arsizio ha ritenuto di “chiudere” il mercato, seppure all’esito di una gara ad evidenza pubblica, per motivazioni di natura estetica, oltre che per tutelare un’esigenza di risparmio nei costi di sepoltura.
Tuttavia, la rimozione di manufatti lapidei, le incisioni e forniture di arredi e lastre per colombari e cellette, nonché le conseguenti riparazioni manutentive, non appaiono configurarsi alla stregua di lavori che debbano per loro natura essere svolti da un unico soggetto in esclusiva.
Invero, da un lato, le ragioni di uniformità estetiche possono essere perseguite tramite l’imposizione di prescrizioni all’atto del rilascio delle singole autorizzazioni, dall’altro, non è affatto scontato, né è stato nel caso di specie dimostrato, che la tariffa praticata dall’unico concessionario determini un risparmio di spesa rispetto alle tariffe che applicherebbero soggetti operanti in concorrenza tra di loro. Appare anzi vero il contrario, salvo non voler contestare in radice le ragioni fondanti l’istituzione del libero mercato, tra cui, per l’appunto, quella di garantire, in regime di normalità, un abbassamento dei prezzi tramite il gioco della concorrenza.
Non sussistendo dunque nel caso in esame alcuna ragionevole motivazione tale da indurre il comune alla chiusura del mercato, gli atti di gara descritti in epigrafe vanno annullati, in conseguenza della illegittimità dei commi 3 e 4 dell’art. 70 del regolamento di Polizia mortuaria del comune di Busto Arsizio, nella parte in cui riservano al comune stesso l’attività di fornitura e posa delle lastre di chiusura di colombari e cellette, dei relativi arredi votivi e decorazioni funebri (TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 24.09.2014 n. 2378 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAQuesto Tribunale ha precisato che la soprintendenza deve esprimere il proprio parere -in ordine ad una istanza di compatibilità paesaggistica- entro novanta giorni dalla ricezione degli atti, e qualora non provveda nel termine perentorio ad essa assegnato il parere non ha più portata obbligatoria e vincolante e l’amministrazione deve motivare autonomamente a prescindere dall’eventuale portata del parere tardivo.
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È stato osservato che “la mancata osservanza, da parte della Soprintendenza, del termine perentorio previsto ex lege per il rilascio del parere di compatibilità paesaggistica, non determina l'illegittimità del parere reso oltre il termine previsto. Semplicemente, quest'ultimo perde il carattere vincolante impresso dalla legge, proprio perché si colloca al di fuori del quadro normativo, ma costituisce sempre un elemento del procedimento che l'amministrazione deve valutare, potendosene motivatamente discostare.
A tale conclusione porta:
a) la previsione di un termine espressamente definito come perentorio dalla norma e quindi il rilievo attribuito dalla legge all'intervento dell'atto nel termine prescritto;
b) l'assenza di una previsione analoga a quella dell'art. 146, nono comma, del d.lgs. n. 42 del 2004, che circoscrive il lasso di tempo oltre il quale l'amministrazione può procedere indipendentemente dall'apporto della Soprintendenza;
c) il rilievo che l'ordinamento attribuisce all'intervento consultivo nelle materie ambientale, paesistica-territoriale, della salute dei cittadini.
Il punto di mediazione fra le esigenze di celerità dell'azione amministrativa, tutelate con la perentorietà del termine, e di valutazione degli specifici interessi da parte degli "enti o organi specifici" è costituito, quindi, dalla permanenza del potere del Soprintendente di fornire il proprio apporto anche oltre il termine perentorio e dal dovere dell'amministrazione di tenerne conto, senza tuttavia esserne vincolata, e senza la necessità di dover attendere un lasso di tempo determinato dopo lo scadere del termine assegnato dalla legge al Soprintendente”.

... per l'annullamento:
- dell'atto 04/04/2014 prot. n. 3 dell'U.T.C. del Comune di Otranto, con il quale il Responsabile del procedimento ha respinto l'istanza di accertamento della compatibilità paesaggistica in sanatoria, ai sensi degli artt. 167 e 181 del D.Lgs. n. 42/2004, per la realizzazione di "ripari ombreggianti di facile rimozione e temporanei a servizio di un bar su suolo pubblico in concessione alla via Bastione dei Pelasgi";
- della nota 19/03/2014 prot. n. 4008 del MiBAC - Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici delle Province di Lecce, Brindisi e Taranto, con la quale è stato espresso parere di non compatibilità paesaggistica delle strutture realizzate dalla società ricorrente;
- della nota 04/04/2014 prot., n. 3413 dell'U.T.C. del Comune di Otranto, ricevuta dalla società ricorrente in data 08/04/2014, con la quale il Responsabile del procedimento ha comunicato ed allegato il provvedimento di diniego;
- della nota 15/04/2014 prot. n. 3812 dell'U.T.C. del Comune di Otranto, con la quale il Responsabile dell'Area Tecnica ha comunicato l'avvio del procedimento ai sensi degli artt. 7 e 8 della legge n. 241/1990 per l'adozione dei provvedimenti definitivi relativi alla rimozione dei ripari ombreggianti di che trattasi;
- dell'ordinanza 27/5/2014 n. 257, notificata in data 06/06/2014, con cui il Responsabile dell'area Tecnica del Comune di Otranto ha ingiunto la rimozione, entro 20 gg., della struttura installata;
...
Il ricorso è fondato.
L’amministrazione ha negato l’autorizzazione paesaggistica ponendo a fondamento del proprio diniego il parere negativo della soprintendenza.
Questo Tribunale ha precisato che la soprintendenza deve esprimere il proprio parere entro novanta giorni dalla ricezione degli atti, e qualora non provveda nel termine perentorio a lei assegnato il parere non ha più portata obbligatoria e vincolante e l’amministrazione deve motivare autonomamente a prescindere dall’eventuale portata del parere tardivo (Tar Lecce, sez. I, 15.06.2011, n. 1069).
È stato osservato che “la mancata osservanza, da parte della Soprintendenza, del termine perentorio previsto ex lege per il rilascio del parere di compatibilità paesaggistica, non determina l'illegittimità del parere reso oltre il termine previsto. Semplicemente, quest'ultimo perde il carattere vincolante impresso dalla legge, proprio perché si colloca al di fuori del quadro normativo, ma costituisce sempre un elemento del procedimento che l'amministrazione deve valutare, potendosene motivatamente discostare.
A tale conclusione porta: a) la previsione di un termine espressamente definito come perentorio dalla norma e quindi il rilievo attribuito dalla legge all'intervento dell'atto nel termine prescritto; b) l'assenza di una previsione analoga a quella dell'art. 146,nono comma, del d.lgs. n. 42 del 2004, che circoscrive il lasso di tempo oltre il quale l'amministrazione può procedere indipendentemente dall'apporto della Soprintendenza; c) il rilievo che l'ordinamento attribuisce all'intervento consultivo nelle materie ambientale, paesistica-territoriale, della salute dei cittadini.
Il punto di mediazione fra le esigenze di celerità dell'azione amministrativa, tutelate con la perentorietà del termine, e di valutazione degli specifici interessi da parte degli "enti o organi specifici" è costituito, quindi, dalla permanenza del potere del Soprintendente di fornire il proprio apporto anche oltre il termine perentorio e dal dovere dell'amministrazione di tenerne conto, senza tuttavia esserne vincolata, e senza la necessità di dover attendere un lasso di tempo determinato dopo lo scadere del termine assegnato dalla legge al Soprintendente
” (Tar Lecce, sez. I, 12.07.2013, n. 1681).
Nel caso in esame, risulta che la documentazione relativa all’intervento è pervenuta alla Soprintendenza il 01.10.2013 e che il parere negativo è del 19.03.2014 e quindi è stato messo oltre il termine di 90 giorni ex art. 167 d.lgs. 42/2004.
Pertanto, l’amministrazione non poteva denegare l’autorizzazione limitandosi a richiamare il parere negativo della soprintendenza, ma doveva, eventualmente, motivare sulla condivisione di quanto espresso dalla soprintendenza, posto che il parere tardivo era da considerarsi privo dell’efficacia attribuitagli dalla legge e cioè privo di valenza obbligatoria e vincolante (Cons. St., sez. VI, 15.03.2013 n. 1561).
In sostanza, il provvedimento impugnato è carente di motivazione, proprio perché si è limitato a richiamare il parere negativo della soprintendenza senza motivare adeguatamente
(TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 18.09.2014 n. 2375 -  link a www.giustizia-amministrativa.it).

ENTI LOCALI: Il comune aumenta le tariffe? Può farlo, nessun diritto alla gratuità. Il Tar Piemonte ha assolto l'amministrazione di Torino.
I comuni sono liberi di chiedere agli utenti dei servizi di partecipare pro quota ai costi per l'erogazione dei suddetti i servizi. Pertanto, non esiste un diritto soggettivo in capo ai cittadini di ottenere quel servizio in forma gratuita. Inoltre, il meccanismo dell'Isee (indicatore della situazione economica equivalente) è adeguato per definire chi può e chi non può accedere in forma agevolata a tali servizi.

È questo il principio sancito dal TAR Piemonte, Sez. I, nella sentenza 31.07.2014 n. 1365.
Una sentenza che può essere letta come guida anche per altri casi, come quello di Roma, dove è scoppiata la protesta per gli aumenti dei costi degli asili.
Il ricorso era stato presentato da alcuni genitori nei confronti della determinazione del Comune di Torino che aveva stabilito gli indirizzi per l'esercizio 2013 del sistema tariffario dei servizi educativi, approvando così le quote e le tariffe per l'anno scolastico 2013/2014. I ricorrenti contestavano che il comune guidato da Piero Fassino, rispetto agli anni precedenti, avesse aumentato la quota a carico delle famiglie degli allievi, imputando tale aumento al sistema ISEE utilizzato. Di qui la richiesta di pronunciare la illegittimità dell'atto impugnato perché il servizio, a loro dire, avrebbe dovuto essere erogato gratuitamente.
Secondo il Tar, il servizio di refezione scolastica è un servizio pubblico locale a domanda individuale. Ne consegue che l'ente locale non ha l'obbligo né di istituire né di organizzare il servizio. Qualora lo istituisca, l'ente locale deve individuare il costo complessivo del servizio, includendo sia i costi diretti effettivamente pagati per la sua erogazione, sia quelli indiretti. Nel fare ciò il Comune deve definire la misura percentuale del costo finanziabile con risorse comunali e fissare la residua percentuale da finanziare con tariffe e contribuzioni a carico diretto dell'utenza. Pertanto, il Tar del Piemonte ha ritenuto legittime le scelte del Comune di Torino che ha agito nell'ambito dei propri poteri discrezionali.
Le tariffe del servizio di refezione scolastica non sono aumentate perché il Comune ha applicato automaticamente gli scaglioni ISEE, bensì perché il Comune ha deciso, motivatamente, di aumentare la percentuale di contribuzione dell'utenza sul costo complessivo del servizio stabilito per l'anno scolastico 2013-2014, così come la legge gli consentiva di fare (articolo ItaliaOggi del 07.10.2014).

INCARICHI PROFESSIONALI: Compensi professionali per attività di progettazione – Convenzione che subordina il pagamento del compenso all’ottenimento della concessione edilizia – Condizione potestativa mista – Ritiro della domanda di concessione edilizia da parte del committente in pendenza della condizione – Recesso anticipato del committente dall’incarico professionale ex art. 2237 c.c. – Fictio iuris di avveramento della condizione – Artt. 1358 e 1359 c.c. – Diritto al compenso – Sussistenza.
Nell’ipotesi di convenzione che subordina il pagamento del compenso in favore del professionista per prestazioni di progettazione al rilascio della concessione edilizia deve ritenersi operante la fictio iuris di avveramento della condizione, ex art. 1359 c.c., qualora il committente provveda autonomamente al ritiro della domanda di concessione edilizia, dovendosi valutare l’esistenza di un interesse contrario all’avveramento della condizione (rilascio della concessione edilizia) in capo al committente non in termini astratti o facendo riferimento al solo momento della conclusione del contratto, ma valorizzando il dato dell’effettivo interesse delle parti all’epoca in cui si è verificato il fatto o comportamento che ha reso impossibile l’avveramento della condizione.
L'art. 1359 cod. civ., in forza del quale la condizione si ha per avverata se è mancata per causa imputabile alla parte controinteressata al suo avveramento, non si riferisce solo a coloro che, per contratto, apparivano avere interesse al verificarsi della condizione, ma anche ai comportamenti di chi in concreto ha dimostrato, con una successiva condotta, di non avere più interesse al verificarsi della condizione, ponendo in essere atti tali da contribuire a far acquistare al contratto un elemento modificativo dell''iter' attuativo della sua efficacia. Detta norma è applicabile anche alla c.d. condizione potestativa mista, il cui avveramento dipende in parte dal caso e in parte dalla volontà di uno dei contraenti.
L'art. 1359 c.c. trova applicazione anche nel caso in cui l'interesse di una delle parti -originariamente convergente con quello della controparte- si modifichi in corso di rapporto fino a risultare contrario all'avveramento della condizione, avuto anche riguardo alla previsione di cui all’art. 1358 c.c., che impone alle parti l’obbligo giuridico di comportarsi secondo buona fede durante lo stato di pendenza della condizione, e che va osservato anche con riguardo all’attività di attuazione dell’elemento potestativo della condizione mista.
Non può negarsi che il ritiro di un'istanza di concessione edilizia sia chiaramente sintomatico del venir meno dell'interesse ad ottenerla da parte di chi tale istanza aveva presentato e deve ritenersi pertanto che integri un comportamento idoneo a configurare un'ipotesi di 'interesse contrario' comportante l'operatività della previsione dell'art. 1359 c.c..
L'art. 2237, 1° co. c.c. ('il cliente può recedere dal contratto, rimborsando al prestatore d'opera le spese sostenute e pagando il compenso per l'opera svolta'), bilanciando i contrapposti interessi tra le parti, riconosce al cliente un illimitato diritto di recesso, ma — al tempo stesso - garantisce al professionista il rimborso delle spese e il pagamento del compenso per le attività svolte fino al momento della revoca dell'incarico.
A fronte della revoca dell'incarico professionale (o recesso) da parte del committente, il professionista non ha di norma interesse a richiedere la risoluzione del contratto (già verificatasi per effetto del recesso) ed il conseguente risarcimento dei danni, ma può senz'altro agire per conseguire il pagamento delle spettanze maturate per l'attività svolta
(Corte di Cassazione, Sez. III civile, sentenza 18.07.2014 n. 16501 - massima tratta da www.diritto.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALI: Aria. Legittimità ordinanza divieto di transito veicolare sulla piazza e sulla strada per contenimento dell’inquinamento atmosferico.
Le misure di regolazione, disciplina e controllo della circolazione stradale, che l'art. 7, d.lgs. 30.04.1992 n. 285, attribuisce al Sindaco, sono ormai rimesse, di norma, alla competenza della dirigenza amministrativa, salvo che per quelle di maggiore impatto sull'intera collettività locale, per le quali la legge prevede l'intervento di un organo politico, come nel caso della delimitazione delle aree pedonali e delle zone a traffico limitato, per la quale si provvede con deliberazione della Giunta (art. 7, comma 9, d.lgs. n. 285 del 1992), ovvero di quelle limitazioni connesse al rispetto dei limiti del tasso di inquinamento atmosferico.
Con il primo motivo viene dedotta l’incompetenza del dirigente responsabile del servizio ad adottare il provvedimento.
L’assunto è privo di pregio.
Le misure di regolazione, disciplina e controllo della circolazione stradale, che l'art. 7, d.lgs. 30.04.1992 n. 285, attribuisce al Sindaco, sono ormai rimesse, di norma, alla competenza della dirigenza amministrativa, salvo che per quelle di maggiore impatto sull'intera collettività locale, per le quali la legge prevede l'intervento di un organo politico, come nel caso della delimitazione delle aree pedonali e delle zone a traffico limitato, per la quale si provvede con deliberazione della Giunta (art. 7, comma 9, d.lgs. n. 285 del 1992), ovvero di quelle limitazioni connesse al rispetto dei limiti del tasso di inquinamento atmosferico (TAR Sicilia, Palermo, sez. I, 28.02.2013, n. 458; TAR Lazio, Roma, sez. II, 03.06.2010, n. 15012; TAR Campania, Napoli, sez. I, 04.11.2008, n. 19212).
In ordine all’omessa indicazione del termine e dell’Autorità cui ricorrere, dedotta con il secondo motivo, è sufficiente rammentare il pacifico orientamento della giurisprudenza secondo cui detta omissione non determina l'illegittimità del provvedimento amministrativo, ma solo una mera irregolarità. La previsione dell'art. 3, comma 4, della l. n. 241 del 1990, infatti, tende semplicemente ad agevolare il ricorso alla tutela giurisdizionale, per cui la segnalata omissione potrebbe dar luogo, nel concorso di significative ulteriori circostanze, alla sola concessione del beneficio della rimessione in termini per proporre impugnazione (Cons. Stato, Sez. VI, 28.01.2014, n. 422; TAR Lazio, Latina, 17.02.2014, n. 138) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Toscana, Sez. I, sentenza 16.06.2014 n. 1033 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Traslazione edificio.
Secondo un costante e consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa la traslazione dell’edificio comporta che l’intervento di demolizione e ricostruzione non possa essere qualificato come ristrutturazione integrando, invece, una nuova costruzione.
Il ricorso è infondato.
Risulta dagli atti come i lavori di ristrutturazione eseguiti dal ricorrente sulla tettoia ne abbiano comportato la traslazione di circa un metro.
Secondo un costante e consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa la traslazione dell’edificio comporta che l’intervento di demolizione e ricostruzione non possa essere qualificato come ristrutturazione integrando, invece, una nuova costruzione (TAR, Lazio, Roma, I, 06/07/2012 n. 6176; TAR Lecce, 12/03/2012 n. 484; TAR L’Aquila, 14/12/2009 n. 548).
I lavori eseguiti, avendo posto in essere una struttura nuova, in alcun modo riconducibile a quella di cui era stata chiesta la sanatoria, non rientrano in nessuna delle tipologie ammesse dal regolamento edilizio del Comune di Firenze sugli immobili oggetto di domanda di condono.
Nulla si può, quindi, eccepire alla decisione del Comune di rigettare la domanda di sanatoria per essere venuto a mancare il manufatto a cui essa si riferiva.
Né può ritenersi che le autorizzazioni rilasciate dal Comune per l’esecuzione dei lavori di rifacimento della tettoria rendessero automatico l’accoglimento dell’istanza di sanatoria non potendo il suo esito prescindere dalla permanenza del manufatto da sanare.
Il ricorso deve, quindi, essere respinto (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Toscana, Sez. III, sentenza 12.06.2014 n. 1024 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Legittimità ordinanza demolizione per scadenza autorizzazione temporanea per ricovero attrezzi.
L’avvenuta scadenza dell’autorizzazione ha sostanzialmente reso privo di titolo edilizio il manufatto, il quale è così divenuto abusivo, con la conseguenza che la contestata misura demolitoria è legittimata dall’art. 7 della legge n. 47/1985; non è invocabile al riguardo la disciplina in materia di autoannullamento della concessione edilizia, giacché nel caso in esame rileva un titolo inefficace in relazione alla permanenza dell’opera dopo il prestabilito termine.
Con il secondo motivo la ricorrente deduce che l’opera non può ritenersi abusiva, in quanto a suo tempo assentita, sia pure in via provvisoria; aggiunge che la condonabilità delle opere realizzate in forza di concessione edilizia illegittima è subordinata all’annullamento in autotutela della concessione stessa e che la sopravvenuta previsione del PRG, consentendo la permanenza del manufatto, rende illegittima l’ordinanza di demolizione.
I rilievi non hanno pregio.
L’avvenuta scadenza dell’autorizzazione rilasciata il 02.12.1992 ha sostanzialmente reso privo di titolo edilizio il manufatto, il quale è così divenuto abusivo, con la conseguenza che la contestata misura demolitoria è legittimata dall’art. 7 della legge n. 47/1985 (TAR Piemonte, I, 25.03.1999, n. 177); non è invocabile al riguardo la disciplina in materia di autoannullamento della concessione edilizia, giacché nel caso in esame rileva un titolo inefficace in relazione alla permanenza dell’opera dopo il prestabilito termine del 31.05.1993 (TAR Piemonte, II, 15.04.2010, n. 1892; TAR Toscana, III, 25.10.2011, n. 1543) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Toscana, Sez. III, sentenza 03.06.2014 n. 964 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Posatura fresato d’asfalto in area vincolata.
E’ legittimo l’ordine di demolizione, ex art. 27 del d.P.R. 380 del 2001, di opere realizzate abusivamente in area vincolata paesaggisticamente, consistenti in: posa a terra di fresatura, costituita da asfalto stradale, per una superficie di circa mq. 450, con realizzazione, al centro della suddetta area, di griglie contigue per la raccolta delle acque piovane.
Infatti, a nulla rilevando la sua mancata verticalizzazione, l’intervento abusivo, opera pacificamente una notevole trasformazione del territorio assoggettato a vincolo paesaggistico.

A mezzo del ricorso in esame, notificato il 10.10.2008 e depositato il successivo giorno 27 dello stesso mese, il sig. P.S., nella dichiarata qualità di usufruttuario dell’immobile sul quale sono state realizzate le opere come appresso sanzionate, si duole, in una a quelli presupposti, del provvedimento prot. n. 171 del 23.06.2008, notificato il successivo giorno 30 dello stesso mese, recante l’ordine di demolizione, di ufficio ex art. 27 del d.P.R. 380 del 2001, di opere realizzate abusivamente alla via Fondobosso del territorio comunale e così descritte nell’atto medesimo: “posa a terra di fresatura, costituita da asfalto stradale, per una superficie di circa mq. 450, con realizzazione, al centro della suddetta area, di griglie contigue per la raccolta delle acque piovane”.
...

4- Infondato è poi il secondo mezzo di impugnazione poiché:
- a differenza di quanto nel suo seno sostenuto l’art. 27 del d.P.R. 380 del 2001 sanziona con la demolizione la realizzazione di nuove opere avutasi in zone assoggettate a vincolo di inedificabilità sia assoluta che relativa: quest’ultimo sì rimuovibile, ma previa formale previa autorizzazione qui non avutasi (cfr., sempre ex multis, fra le ultime, Tar Campania, questa sesta sezione, n. 4204 del 23.10.2012, n. 2636 del 05.06.2012 e n. 1302 del 16.03.2012);
- sempre a differenza di quanto con esso sostenuto, il provvedimento sanzionatorio emesso si appalesa sorretto da giustificazione adeguata, per tanto essendo sufficiente:
   - la specificazione nel dettaglio dell’intervento eseguito che, a nulla rilevando la sua mancata verticalizzazione, opera pacificamente una notevole trasformazione del “territorio assoggettato a vincolo paesaggistico generico giusta d.m. 09.09.1952”;
   - il richiamo all’abusività dell’intervento e, quindi, all’assenza di “margini di discrezionalità” alla luce del disposto “dell’art. 27 del d.P.R. 380 del 2001”, di cui è stata fatta applicazione (cfr. la giurisprudenza della Sezione già sopra cennata e cfr. anche, per una fattispecie similare anche in fatto, la pronuncia, sempre della Sezione, n. 4207 del 23.10.2012);
- in definitiva sul punto, la trasformazione del territorio protetto operata abusivamente non poteva essere assoggettata a sanzione diversa da quella demolitoria (cfr. ancor più di recente, Tar Campania, ancora questa sesta sezione, 06.02.2013, n. 760 e n. 28 del 02.01.2013) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 22.05.2013 n. 2631 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Legittimità ordinanza del Comune ad ANAS s.p.a. di provvedere alla rimozione dei rifiuti.
Se è vero che l’art. 14 del D.Lgs. n. 22 del 1997 (oggi D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 192, comma 3) prevede la corresponsabilità solidale del proprietario o del titolare di diritti personali o reali di godimento sull’area ove sono stati abusivamente abbandonati o depositati rifiuti, con il conseguente suo obbligo di provvedere allo smaltimento ed al ripristino, solo in quanto la violazione sia imputabile anche a quei soggetti a titolo di dolo o colpa, le esigenze di tutela ambientale sottese alla norma citata rendono evidente che il riferimento a chi è titolare di diritti reali o personali di godimento va inteso in senso lato, essendo destinato a comprendere qualunque soggetto si trovi con l’area interessata in un rapporto, anche di mero fatto, tale da consentirgli -e per ciò stesso imporgli  di esercitare una funzione di protezione e custodia finalizzata ad evitare che l’area medesima possa essere adibita a discarica abusiva di rifiuti nocivi per la salvaguardia dell’ambiente.
Per altro verso, il requisito della colpa postulato da detta norma ben può consistere proprio nell’omissione degli accorgimenti e delle cautele che l’ordinaria diligenza suggerisce per realizzare un’efficace custodia e protezione dell’area, così impedendo che possano essere in essa indebitamente depositati rifiuti nocivi. Si deve poi aggiungere che, in materia di strade, il canone dell’ordinaria diligenza va definito in relazione all’art. 14 del codice della strada (D.L.vo n. 285/19992) che prevede un obbligo da parte del gestore di provvedere alla pulizia delle strade e delle loro pertinenze.

Il Collegio ritiene che debba essere prioritariamente esaminato il motivo del ricorso rilevante l’incompetenza del Dirigente comunale ad adottare la gravata ordinanza, rientrando –a dire della ricorrente- tale tipologia di provvedimenti nelle attribuzioni del Sindaco e non della Dirigenza comunale. Il motivo é infondato, in quanto, anteriormente all’art. 192, comma 3, del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 192, la giurisprudenza amministrativa ha ritenuto che l’ordinanza di cui all’art. 14 del D.Lgs. n. 22 del 1997 rientri fra le attribuzioni della dirigenza comunale (Cons. Stato, sez. V, n. 3765/2009; TAR Emilia-Romagna –BO- sez. II, n. 513 del 2012; TAR Sardegna, sez. II, n. 1086 del 2008).
Non merita accoglimento, inoltre, la censura con cui si segnala violazione dell’art. 7 della L. n. 241 del 1990, risultando palese, già dal testo dell’ordinanza in questione, che il Comune in data 04/05/2007 ha regolarmente provveduto ad inviare ad ANAS s.p.a. detto avviso, in riferimento al quale, la stessa ricorrente ha dato formale riscontro presentando le proprie osservazioni riguardo al procedimento avviato (v. docc. n. 4 e 5 dep. dal Comune).
Per quanto concerne gli ulteriori motivi di ricorso, il Collegio ne deve parimenti rilevare l’infondatezza. La società ricorrente deduce, in concreto, il mancato accertamento di una propria responsabilità relativamente all’abbandono dei rifiuti nell’area, in località Cona, adibita a piazzola di sosta nella superstrada Ferrara–Mare, con conseguente asserita insussistenza dell’ obbligo di smaltimento, sia in relazione alle caratteristiche del bene, sia avuto riguardo alla sua estensione e sia, infine, alla sua difficile controllabilità.
Al riguardo si deve osservare che la questione controversa ha trovato soluzione con la sentenza del Consiglio di Stato, sez. IV, 13.01.2010, n. 84 che ha richiamato la Cassazione Civile, Sezioni Unite, 25.02.2009, n. 4472. Secondo tale pronuncia, se è vero che l’art. 14 del D.Lgs. n. 22 del 1997 (oggi sostituito dal D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 192, comma 3) prevede la corresponsabilità solidale del proprietario o del titolare di diritti personali o reali di godimento sull’area ove sono stati abusivamente abbandonati o depositati rifiuti, con il conseguente suo obbligo di provvedere allo smaltimento ed al ripristino, solo in quanto la violazione sia imputabile anche a quei soggetti a titolo di dolo o colpa, le esigenze di tutela ambientale sottese alla norma citata rendono evidente che il riferimento a chi è titolare di diritti reali o personali di godimento va inteso in senso lato, essendo destinato a comprendere qualunque soggetto si trovi con l’area interessata in un rapporto, anche di mero fatto, tale da consentirgli -e per ciò stesso imporgli- di esercitare una funzione di protezione e custodia finalizzata ad evitare che l’area medesima possa essere adibita a discarica abusiva di rifiuti nocivi per la salvaguardia dell’ambiente; per altro verso, il requisito della colpa postulato da detta norma ben può consistere proprio nell’omissione degli accorgimenti e delle cautele che l’ordinaria diligenza suggerisce per realizzare un’efficace custodia e protezione dell’area, così impedendo che possano essere in essa indebitamente depositati rifiuti nocivi.
Si deve poi aggiungere che, in materia di strade, il canone dell’ordinaria diligenza va definito in relazione all’art. 14 del codice della strada (D.L.vo n. 285/19992) che prevede un obbligo da parte del gestore di provvedere alla pulizia delle strade e delle loro pertinenze.
Tale norma, fatto salvo il caso fortuito, impone quindi all’ANAS obblighi particolari anche in materia di rimozione dei rifiuti che insistono non solo sulla carreggiata, ma anche sulle pertinenze; ne consegue che il comune non era tenuto ad una motivazione particolare (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 21.05.2014 n. 524 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: DM 1444/1968 concetto di “altezza media degli edifici circostanti”.
Il D.M. n. 1444 del 1968, in relazione al concetto di “altezza media degli edifici circostanti”, ha incluso, tra essi, non solo quelli effettivamente confinanti con quello la cui altezza è da misurare, ma anche quelli ubicati in prossimità dello stesso.
Le considerazioni che precedono trovano poi ulteriore conferma nella giurisprudenza amministrativa che, sul punto, in riferimento a casi analoghi a quello in trattazione, ha osservato che la norma di attuazione “…non ha usato il termine: confinanti: termine che avrebbe potuto autorizzare una diversa lettura, ma la locuzione: circostanti il cui significato non è equivocabile.

Il Collegio deve osservare che, sul punto, risulta persuasiva la tesi del Comune, ove rileva che la norma attuativa del P.R.G. debba essere interpretata conformemente alla fonte normativa statale di riferimento: il D.M. n. 1444 del 1968, che, a sua volta, proprio in relazione al concetto di “altezza media degli edifici circostanti”, ha incluso, tra essi, non solo quelli effettivamente confinanti con quello la cui altezza è da misurare, ma anche quelli ubicati in prossimità dello stesso.
Le considerazioni che precedono trovano poi ulteriore conferma nella giurisprudenza amministrativa che, sul punto, in riferimento a casi analoghi a quello in trattazione, ha osservato che la norma di attuazione “…non ha usato il termine: confinanti: termine che avrebbe potuto autorizzare una diversa lettura, ma la locuzione: circostanti il cui significato non è equivocabile" (v. TAR Friuli V.G. n. 51 del 2002).
Nella specie, risulta pertanto errato il presupposto (calcolata l’altezza dei soli fabbricati confinanti e non anche quella dei fabbricati circostanti) sulla base del quale parte ricorrente ha ritenuto contra legem l’altezza del fabbricato della controinteressata, con conseguente infondatezza della censura, stante che non risulta contestato il rispetto dell’altezza massima di ml. 13,50; misura residuale anch’essa espressamente prevista dal citato art. 62 N.T.A. del P.R.G. (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 21.05.2013 n. 375 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Centrali termoelettriche all’interno dell’abitato.
Anche se le centrali termoelettriche sono espressamente annoverate ai sensi del D.M. 05.09.1994 tra le industrie insalubri di prima classe, si rammenta che “l’installazione nell’abitato di un’industria insalubre non è di per sé vietata in assoluto, dal momento che l'art. 216, T.U.L.S. 27.07.1934 n. 1265, lo consente se la stessa installazione è accompagnata dall’introduzione di particolari metodi produttivi o cautele in grado di escludere qualsiasi rischio di compromissione della salute del vicinato.
17. Parimenti da rigettare sono gli ulteriori motivi di gravame.
17.1. In particolare, in merito al motivo sub a.5.) si rammenta che “l’installazione nell’abitato di un’industria insalubre non è di per sé vietata in assoluto, dal momento che l'art. 216, T.U.L.S. 27.07.1934 n. 1265, lo consente se la stessa installazione è accompagnata dall’introduzione di particolari metodi produttivi o cautele in grado di escludere qualsiasi rischio di compromissione della salute del vicinato (cfr. Cons. Stato, IV, 02.09.2011, n. 4952)” (cfr. questa sezione 25.03.2013, n.1622).
17.2. Ebbene i ricorrenti non hanno dedotto alcunché circa l’assenza di tali cautele, né a tal fine è idonea a costituire valido principio di prova la perizia di parte depositata l’08.02.2013 dalla quale si desume che “l’impianto di cogenerazione della CO.MA.SA., quand’anche avesse adottato le particolari cautele alle quali la legge fa riferimento, è comunque un impianto potenzialmente pericoloso per l’ambiente e per la salute dei cittadini”. E, infatti, dalla predetta perizia emerge che non vi è alcun elemento certo, idoneo a comprovare che l’esercizio dell’impianto de quo produca danni all’ambiente e alla salute dei cittadini, ma che “il rischio, conseguente all’accadimento di evento pericoloso, è alto” e che, pertanto, anche in ipotesi di perfetta regolarità tecnica ed osservanza delle normative vigenti, “le doverose pratiche di prudenza e cautela avrebbero dovuto senz’altro inibire la realizzazione di tale impianto nell’ambito del centro abitato del Comune di Casalnuovo”.
17.3. Al contrario la società controinteressata ha fornito gli esiti delle ispezioni eseguite dall’ARPAC dai quali emerge la conformità delle emissioni ai parametri previsti dalla legge e l’adozione di tutte le cautele e le precauzioni prescritte, con ogni conseguenza ai sensi dell’art. 64, comma 2, c.p.a., ai fini del raggiungimento della prova (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 15.05.2013 n. 2518 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Differenza tra costo di costruzione e oneri di urbanizzazione.
In merito al costo di costruzione, preme rammentare che, secondo l’attuale sistema normativo (art. 16 del DPR 380/2001 che ricalca l’art. 6 della legge 10/1977, il costo di costruzione costituisce una prestazione patrimoniale di natura sostanzialmente paratributaria, essendo volta a colpire l’incremento di ricchezza derivante dall’attività edilizia svolta, a differenza degli oneri di urbanizzazione, che attengono invece all’incremento del carico urbanistico.
In merito al costo di costruzione, preme rammentare che, secondo l’attuale sistema normativo (art. 16 del DPR 380/2001 che ricalca l’art. 6 della legge 10/1977 e l’art. 48 della legge regionale della Lombardia n. 12/2005), il costo di costruzione costituisce una prestazione patrimoniale di natura sostanzialmente paratributaria, essendo volta a colpire l’incremento di ricchezza derivante dall’attività edilizia svolta, a differenza degli oneri di urbanizzazione, che attengono invece all’incremento del carico urbanistico (così, fra le tante, le sentenze del Consiglio di Stato, sez. IV, n. 6160 e 6161 del 2013, docc. 16 e 17 della ricorrente, di cui si tratterà più diffusamente nel prosieguo, oltre a TAR Sicilia, Catania, sez. I, 19.09.2013, n. 2249).
In altri termini, come del resto indicato espressamente nelle citate decisioni del giudice amministrativo d’appello, il costo di costruzione è dovuto in relazione ai “vantaggi economici”, connessi alla trasformazione edilizia (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 13.05.2014 n. 1248 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Quanto alle concrete modalità di determinazione del costo di costruzione in caso di recupero abitativo dei sottotetti (ai sensi dell’art. 64, comma 7°, della citata legge regionale 12/2005), il Collegio condivide quanto affermato dal Consiglio di Stato nelle due pronunce n. 6160 e 6161 del 20.12.2013 in forza delle quali:
- continua a trovare applicazione, nella Regione Lombardia, il decreto del Ministro per i lavori pubblici del 10.5.1977 (cfr. il doc. 13 del resistente), adottato in attuazione dell’art. 6 della legge 10/1977, per il quale il costo si calcola sulla base della superficie complessiva (Sc), pari alla somma della superficie utile (Su) e del 60% della superficie non residenziale per servizi e accessori (Snr), con gli incrementi previsti dal decreto in relazione alle classi di edifici;
- per i sottotetti, non devono prendersi in considerazione le scale nell’ambito della Snr utile.

Quanto alle concrete modalità di determinazione del costo suddetto in caso di recupero abitativo dei sottotetti (ai sensi dell’art. 64, comma 7°, della citata legge regionale 12/2005), il Collegio condivide quanto affermato dal Consiglio di Stato nelle due pronunce n. 6160 e 6161 del 20.12.2013 sopra menzionate, in forza delle quali:
- continua a trovare applicazione, nella Regione Lombardia, il decreto del Ministro per i lavori pubblici del 10.5.1977 (cfr. il doc. 13 del resistente), adottato in attuazione dell’art. 6 della legge 10/1977, per il quale il costo si calcola sulla base della superficie complessiva (Sc), pari alla somma della superficie utile (Su) e del 60% della superficie non residenziale per servizi e accessori (Snr), con gli incrementi previsti dal decreto in relazione alle classi di edifici;
- per i sottotetti, non devono prendersi in considerazione le scale nell’ambito della Snr utile (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 13.05.2014 n. 1248 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Superficie minima degli alloggi e “vivibilità”.
L’art. 4, 1° comma, del d.P.R. 380/2001, consente ai Comuni di stabilire, con disposizioni regolamentari, la superficie di minima degli alloggi di nuova costruzione, atteso che la "vivibilità" alla quale tale norma si riferisce va intesa in senso ampio, comprensivo di tutti gli aspetti che l’Ente, nella sua sfera di competenza, ritenga rilevanti per il normale vivere civile dei propri cittadini, anche in termini di tutela del territorio e della qualità della vita.
E questa "vivibilità" può legittimamente essere ricercata imponendo, con una norma del regolamento edilizio, caratteristiche dimensionali tali da limitare, in concreto, la costruzione delle c.d. seconde case, con le tensioni dei prezzi e l’aggravio del carico urbanistico che queste inevitabilmente comportano.

Il terzo motivo è infondato.
Con esso la ricorrente sostiene che lo strumento urbanistico non potrebbe imporre un limite minimo alla superficie degli alloggi atteso che tale limite è stabilito a tutela dell’igiene e della salubrità degli edifici da norme di rango statale in particolare il d.m. 05.07.1975.
L’assunto è infondato
La giurisprudenza ha recentemente affermato che l’art. 4, 1° comma, del d.P.R. 06.06.2001, n. 380 - T.U. edilizia (secondo cui "il regolamento che i Comuni adottano ai sensi dell'articolo 2, comma 4, deve contenere la disciplina delle modalità costruttive, con particolare riguardo al rispetto delle normative tecnico-estetiche, igienico-sanitarie, di sicurezza e vivibilità degli immobili e delle pertinenze degli stessi") consente ai Comuni di stabilire, con disposizioni regolamentari, la superficie di minima degli alloggi di nuova costruzione, atteso che la "vivibilità" alla quale tale norma si riferisce va intesa in senso ampio, comprensivo di tutti gli aspetti che l’Ente, nella sua sfera di competenza, ritenga rilevanti per il normale vivere civile dei propri cittadini, anche in termini di tutela del territorio e della qualità della vita.
E questa "vivibilità" può legittimamente essere ricercata imponendo, con una norma del regolamento edilizio, caratteristiche dimensionali tali da limitare, in concreto, la costruzione delle c.d. seconde case, con le tensioni dei prezzi e l’aggravio del carico urbanistico che queste inevitabilmente comportano (C.S. IV 17.02.2014 n. 747, VI 06.05.2013 n. 2433) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Liguria, Sez. I, sentenza 05.05.2014 n. 711 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Fabbricato abusivo al momento della ripresa aerofotografica interamente coperto da teloni, legittimità diniego dell'istanza di condono edilizio.
Il fatto che il fabbricato al momento della ripresa aerofotografica fosse interamente coperto da teloni grigi sorretti da tubi di ferro e che l’area grigia visibile nelle fotografie può essere ricondotta al tipo di copertura e struttura propria del manufatto, non consente di stabilire la data di ultimazione delle opere.
Non è dato sapere, infatti, ove anche, per ipotesi, il manufatto fosse stato realmente esistente e riparato da un telone, se lo stesso fosse stato ultimato o meno alla data in questione. La dichiarazione di notorietà non è idonea a confutare le risultanze del rilievo aerofotogrammetrico, e dimostrare la data di ultimazione dei lavori.

Il secondo motivo con cui si sostiene l’anteriorità della realizzazione delle opere rispetto al termine finale previsto dalla normativa sul condono è parimenti infondato.
Da un primo punto di vista occorre rilevare come l’onere della prova in ordine all’anteriorità della data di ultimazione delle opere incomba in capo al ricorrente.
L’accertamento comunale è fondato sul rilievo aerofotogrammetrico.
Il ricorrente sostiene che il fabbricato al momento della ripresa aerofotografica era interamente coperto da teloni grigi sorretti da tubi di ferro e che l’area grigia visibile nelle fotografie può essere senz’altro ricondotta al tipo di copertura e struttura propria del manufatto.
Le argomentazioni non appaiono persuasive attesa la loro inidoneità stabilire la data di ultimazione delle opere. Non è dato sapere, infatti, ove anche, per ipotesi, il manufatto fosse stato realmente esistente e riparato da un telone, se lo stesso fosse stato ultimato o meno alla data in questione.
Né il ricorrente riesce, al di là della dichiarazione di notorietà che come noto non è idonea a confutare le risultanze del rilievo aerofotogrammetrico (TAR Puglia, Bari, II 10.09.2003 n. 3248), a dimostrare la data di ultimazione dei lavori (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Liguria, Sez. I, sentenza 05.05.2014 n. 694 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rumore. Illegittimità ordinanza del Sindaco di iniziare l’attività nello stabilimento alle ore 5,30 antimeridiane a tutela della salute pubblica.
Non è sufficiente che uno stabilimento industriale produca emissioni acustiche o di altro genere per giustificare provvedimenti lato sensu repressivi, dovendo l’autorità competente accertare che tali emissioni superino i limiti di legge e/o quelli indicati nel provvedimento autorizzativo.
Nella specie, nessun elemento è stato fornito quanto alle emissioni acustiche, mentre le emissioni di altro genere non sono oggetto dell’impugnata ordinanza.

La domanda impugnatoria va accolta.
Non sono fondate le censure di ordine formale - procedurale, in quanto il Comune ha provato che Sintexcal era comunque da tempo a conoscenza della sussistenza di problematiche in ordine alle emissioni prodotte dall’impianto e delle lamentele sollevate dai cittadini residenti nella zona.
Dal contesto del ricorso emerge altresì che la ricorrente ha ben compreso in base a quali disposizioni di legge il Sindaco ha adottato l’impugnata ordinanza; le relative censure vanno dunque respinte in quanto improntate a chiaro formalismo.
Vanno invece condivise le doglianze con cui si deduce il difetto di istruttoria (doglianze che il Tribunale ha già mostrato di condividere in sede cautelare) e l’assenza dei presupposti di cui agli artt. 9 L. n. 447/1995 e 50 e 54 T.U.E.L. Ed in effetti:
- seppure è vero che vi sono state le summenzionate lamentele, il Comune non ha provato di avere proceduto ad effettuare, in proprio o avvalendosi dell’ARPAM o di altri organismi pubblici, misurazioni fonometriche. Anzi, dal documento depositato in giudizio dall’amministrazione in data 7/3/2014, emerge che ARPAM era stata incaricata di tali misurazioni, ma che, alla data di adozione del provvedimento impugnato, la campagna non era ancora terminata e quindi alcun risultato era stato ancora fornito al Comune;
- l’amministrazione si è dunque basata solo sulle lamentele dei residenti, ma in tal modo ha violato il principio di adeguata istruttoria. Non è sufficiente, in effetti, che uno stabilimento industriale produca emissioni acustiche o di altro genere per giustificare provvedimenti lato sensu repressivi, dovendo l’autorità competente accertare che tali emissioni superino i limiti di legge e/o quelli indicati nel provvedimento autorizzativo. Nella specie, nessun elemento è stato fornito quanto alle emissioni acustiche, mentre le emissioni di altro genere non sono oggetto dell’impugnata ordinanza. Ed è ancora più strano che i risultati della campagna di misurazioni eseguite da ARPAM non siano stati depositati nemmeno in vista dell’udienza di trattazione del merito (incombente per il cui assolvimento il Comune ha avuto a disposizione circa 10 anni);
- una volta accertata l’assenza dei dati relativi all’asserito inquinamento acustico, ne consegue che il provvedimento impugnato è stato adottato in carenza dei presupposti di contingibilità ed urgenza richiesti dalla L. n. 447/1995 e dal D.Lgs. n. 267/2000 (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Marche, sentenza 05.05.2014 n. 478 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Legittimità diniego approvazione del documento di analisi del rischio sulla base della destinazione urbanistica risalente al 2000.
Non può dubitarsi che l’amministrazione non avesse altra scelta che chiedere alla società ricorrente di predisporre il documento di Analisi dei rischi in linea con lo stato di fatto dell’area interessata.
Predisporre un documento dei rischi sulla base dell’originaria destinazione urbanistica risalente al 2000 vorrebbe dire creare un documento privo di alcuna utilità perché non in grado di fornire informazioni necessarie in relazione all’intervento di bonifica. Non può poi essere sottaciuto che il valore primario che emerge in tale vicenda e che va certamente tutelato è il diritto alla salute dei cittadini che vivono in prossimità della zona indicata.
Il Comune di Milano, una volta evidenziata la presenza di insediamenti residenziali, non poteva fare altro che chiedere alla società ricorrente di tener conto di tali fattori, in considerazione del fatto che tutto il procedimento di bonifica in realtà è diretto alla salvaguardia del diritto alla salute e dell’ambiente.

La controversia verte intorno alla correttezza del comportamento dell’amministrazione che ha richiesto alla società ricorrente di tener conto nel documento di analisi dei rischi anche delle abitazioni e della scuola presenti all’interno dell’area interessata, nonostante l’area fosse a destinazione commerciale e industriale come emerso anche dai verbali delle Conferenze di Servizi precedenti a quello in questa sede contestato.
Non può dubitarsi che, nel caso di specie, l’amministrazione non avesse altra scelta che chiedere alla società ricorrente di predisporre il documento di Analisi dei rischi in linea con lo stato di fatto dell’area interessata. Predisporre un documento dei rischi sulla base dell’originaria destinazione urbanistica risalente al 2000 vorrebbe dire creare un documento privo di alcuna utilità perché non in grado di fornire informazioni necessarie in relazione all’intervento di bonifica.
Non può poi essere sottaciuto che il valore primario che emerge in tale vicenda e che va certamente tutelato è il diritto alla salute dei cittadini che vivono in prossimità della zona indicata. Il Comune di Milano, una volta evidenziata la presenza di insediamenti residenziali, non poteva fare altro che chiedere alla società ricorrente di tener conto di tali fattori, in considerazione del fatto che tutto il procedimento di bonifica in realtà è diretto alla salvaguardia del diritto alla salute e dell’ambiente. Né rileva, sotto tale profilo la circostanza che l’amministrazione non si è attivata tempestivamente o non ha impedito la realizzazione di insediamenti residenziali abusivi, perché tale doglianza potrebbe rilevare al più sotto il profilo risarcitorio, ma non rende illegittimi i provvedimenti in questa sede impugnati.
Né la mancata convocazione di tutti i soggetti interessati può avere rilievo nel caso di specie, non avendo provato la società ricorrente che l’intervento degli stessi avrebbe modificato il contenuto del provvedimento. Può anzi rilevarsi in senso contrario che gli interessati verosimilmente, se convocati, avrebbero avvallato i provvedimenti impugnati, in quanto a loro favorevoli (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 29.04.2014 n. 1116 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Classificazione di una strada come pubblica.
Costante giurisprudenza amministrativa afferma che per classificare una data strada come pubblica l’atto di inclusione nei relativi elenchi, che ha valore soltanto dichiarativo, costituisce una presunzione semplice, superabile avuto riguardo alla concreta situazione della strada stessa.
La strada pubblica, infatti, si caratterizza per essere interessata dal passaggio di una collettività di persone appartenenti ad un medesimo gruppo territoriale, tipicamente i cittadini del Comune o di una frazione; per essere in concreto idonea a soddisfare, anche per il collegamento con la via pubblica, esigenze di generale interesse; per essere assistita da “titolo valido a sorreggere l'affermazione del diritto di uso pubblico, che può identificarsi nella protrazione dell'uso stesso da tempo immemorabile”.
A tali elementi, se ne aggiunge uno ulteriore, ovvero la necessità di considerare “il comportamento tenuto dalla Pubblica Amministrazione nel settore dell'edilizia e dell'urbanistica”, ovvero in termini banali di verificare se il Comune il quale assume l’uso pubblico si sia mai preoccupato di garantirlo, curando la manutenzione della strada ed eventualmente adeguandola al transito della generalità dei cittadini.

1. Alla decisione del presente ricorso si applicano i principi e criteri evidenziati per analoga fattispecie nella sentenza di questo Tribunale sez. I 21.11.2011 n. 1772, che si riassumono di seguito per chiarezza espositiva.
2. In tema di riparto di giurisdizione allorquando, come nella specie, sia controverso il carattere pubblico ovvero privato di una strada, un costante orientamento giurisprudenziale afferma anzitutto che spetta non al Giudice amministrativo adito nella sede presente, ma alla Autorità giudiziaria ordinaria, la giurisdizione sulla “controversia promossa dal privato per negare che il proprio fondo sia gravato da una servitù di pubblico transito affermata da un provvedimento della P.A.”, il quale in tal caso assume efficacia meramente dichiarativa, non già costitutiva.
3. In tal caso, l’attore chiede infatti l'accertamento dell'esistenza e dell'estensione di un diritto soggettivo, in quanto “contesta in radice il potere dell'amministrazione comunale di ‘classificazione’ delle strade di uso pubblico, per mancanza del suo presupposto”; non si duole invece dei criteri seguiti per l’esercizio del potere stesso, ipotesi nella quale sussisterebbe invece la giurisdizione del giudice amministrativo: in tali esatti termini, Cass. civ. S.U. 17.03.2010 n. 6406, da cui tutte le citazioni; conforme altresì, fra le più recenti, anche Cass. civ. S.U. 27.01.2010 n. 1624.
4. Solo apparentemente contraria, sempre nella giurisprudenza recente, è Cass. civ. S.U. 24.12.2009 n. 27366, la quale, come risulta a lettura della motivazione completa, riguarda una vicenda di segno opposto, in cui un Comune, evidentemente con un atto di carattere autoritativo, aveva preteso di escludere il pubblico passaggio su una strada, considerandola privata.
5. Ad escludere la giurisdizione ordinaria in favore di quella amministrativa, infine, non vale nemmeno la presenza di un “provvedimento” di classificazione come pubblica della strada per la quale è causa: tale preteso provvedimento, infatti, meglio si qualificherebbe come mero atto, dal momento che ha efficacia soltanto dichiarativa, e non già costitutiva, come puntualizzato dalla citata Cass. civ. 1624/2010.
6. In tali termini, non va condivisa la isolata TAR Umbria 22.11.2002 n. 845 da essa citata, secondo il quale una controversia di tal tipo dovrebbe comunque rientrare nella giurisdizione amministrativa in quanto inerente in generale ad un “uso del territorio” e quindi ricompresa nel disposto dell’allora vigente art. 34 d.lgs. 31.03.1998 n. 34. Si risponde, sulla scorta della giurisprudenza successiva, e in primo luogo della nota C. cost. 06.07.2004 n. 204, oltre che della già citata Cass. 6406/2010, che la giurisdizione esclusiva in parola ha pur sempre come presupposto un agire autoritativo della p.a., e quindi una compresenza nella fattispecie di diritti soggettivi ed interessi legittimi; non può quindi estendersi a casi in cui, come nella specie, si controverta esclusivamente di diritti soggettivi.
7. Il giudice amministrativo, invece, può e deve risolvere la questione del carattere pubblico ovvero privato di una strada allorquando sia richiesto di risolverla non già come questione principale, sulla quale pronunciarsi con efficacia di giudicato, ma come questione preliminare ad altra, ovvero alla questione, dedotta in via principale –e all’evidenza rientrante nella sua giurisdizione- concernente la legittimità di un provvedimento che in senso ampio imponga una certa regolamentazione dell’uso della strada: ciò presuppone infatti che di uso pubblico e non privato si tratti, e quindi che appunto si sia di fronte ad una strada non privata. In tali termini, fra le molte, C.d.S. sez. IV 07.09.2006 n. 5209 e, fra le pronunce di primo grado, TAR Campania Salerno sez. II 07.06.2010 n. 8536; Sardegna sez. II 17.03.2010 n. 312; Valle d'Aosta 13.11.2009 n. 86; Calabria Catanzaro sez. I 01.04.2009 n. 323 e Toscana sez. III 06.11.2007 n. 3599.
8. Applicando i principi appena delineati al caso di specie, la prima conseguenza è la necessità di dichiarare il difetto di giurisdizione in favore dell’A.G.O. così come in dispositivo quanto alla domanda di “annullamento” della deliberazione consiliare del Comune di Mapello 54/2007, nella parte in cui classifica come comunale la via Quarenghi per cui è causa.
9. Così come affermato, fa le molte, da C.d.S. sez. V 17.09.2012 n. 4317, ai fini del riparto della giurisdizione tra giudice ordinario e amministrativo, “rileva non già la prospettazione delle parti, bensì il petitum sostanziale” il quale va identificato “in funzione dell'intrinseca natura della controversia dedotta in giudizio, individuata dal giudice con riguardo ai fatti allegati e al rapporto all'interno del quale essi si manifestano”.
10. In tali termini, è allora chiaro che la domanda di annullamento in questione, essendo volta, come obiettivo concreto, a contestare il carattere comunale della via Quarenghi, va riqualificata come domanda di accertamento negativo di tale carattere, fondata sull’incertezza che l’atto comunale, ancorché non provvedimentale, ha creato in merito, e come tale, per quanto detto, appartiene alla giurisdizione dell’A.G.O. In tal sede, quindi, si dibatterà anche delle eventuali questioni che coinvolgono Santo Gandolfi.
11. Va invece decisa nel merito, e risulta fondata, la domanda di annullamento della nota 23.10.2006 prot. n. 8340, che come risulta a semplice lettura intende disciplinare autoritativamente la circolazione sulla via Quarenghi, nella specie diffidando i frontisti, sul presupposto evidente che di strada pubblica si tratti, dal posizionarvi segnali di divieto a protezione dei loro domicili.
12. L’unico motivo dedotto in rapporto a tale atto, incentrato sul carattere invece privato della via sulla quale il Comune è intervenuto, è fondato e va accolto. In generale, costante giurisprudenza amministrativa afferma che per classificare una data strada come pubblica l’atto di inclusione nei relativi elenchi, che come ricordato ha valore soltanto dichiarativo, costituisce una presunzione semplice, superabile avuto riguardo alla concreta situazione della strada stessa. La strada pubblica, infatti, si caratterizza per essere interessata dal passaggio di una collettività di persone appartenenti ad un medesimo gruppo territoriale, tipicamente i cittadini del Comune o di una frazione; per essere in concreto idonea a soddisfare, anche per il collegamento con la via pubblica, esigenze di generale interesse; per essere assistita da “titolo valido a sorreggere l'affermazione del diritto di uso pubblico, che può identificarsi nella protrazione dell'uso stesso da tempo immemorabile”: così fra le molte C.d.S. sez. V 04.02.2004 n. 373 nonché TAR Lazio Roma sez. II 03.11.2009 n. 10781; Lazio Latina 14.03.2008 n. 199 e Marche 10.10.2007 n. 1595.
13. A tali elementi, la recente C.d.S. sez. V 07.12.2010 n. 8624 ne aggiunge uno ulteriore, ovvero la necessità di considerare “il comportamento tenuto dalla Pubblica Amministrazione nel settore dell'edilizia e dell'urbanistica”, ovvero in termini banali di verificare se il Comune il quale assume l’uso pubblico si sia mai preoccupato di garantirlo, curando la manutenzione della strada ed eventualmente adeguandola al transito della generalità dei cittadini.
14. A fronte di tutto ciò, i ricorrenti (cfr. loro documenti f-h, copie atti notarili) hanno provato la loro proprietà del sedime, e non è controverso che, allo stato, la strada in questione serva solo ad accedere ai loro domicili privati. Di contro il Comune non è stato in grado di provarne un generalizzato uso pubblico, né un impegno pubblico nella relativa manutenzione, a ciò non bastando (v. memoria Comune 10.03.2014 p. 4) l’eventuale carattere di opera di urbanizzazione della strada stessa, carattere che in astratto può essere proprio anche di strade private.
15. Per completezza, va aggiunto che tutto ciò prescinde da successivi eventuali interventi del Comune, fermo che gli interessati potranno, secondo le regole generali, tutelarsi in giudizio nei confronti dei relativi atti e provvedimenti, e che quindi è infondata l’eccezione di improcedibilità che su tale asserito ulteriore intervento si fonda (memoria Gandolfi 14.03.2014) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 28.04.2014 n. 451 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Legittimità conferma della destinazione agricola per il contenimento del consumo di suolo.
La conferma della destinazione agricola di determinate aree non può essere ritenuta illogica per il solo fatto della loro contiguità a lotti edificati, sia perché tale ubicazione non giustifica da sé sola l’estensione dell’urbanizzazione, sia perché la contestata scelta urbanistica costituisce applicazione del principio ispiratore di interesse pubblico, espresso nel piano strutturale, preordinato al contenimento dell’ulteriore consumo del suolo.
Del resto, la giurisprudenza amministrativa ha più volte evidenziato che la destinazione agricola del suolo non deve rispondere necessariamente all’esigenza di promuovere specifiche attività di coltivazione, e quindi essere funzionale ad un uso strettamente agricolo del terreno, potendo essere volta a sottrarre parti del territorio comunale a nuove edificazioni, ovvero a garantire ai cittadini l’equilibrio delle condizioni di vivibilità, assicurando loro quella quota di valori naturalistici e ambientali necessaria a compensare gli effetti dell’espansione urbana.

Con la prima censura il ricorrente, considerata l’ubicazione della sua proprietà (limitrofa al tessuto urbanizzato) e ritenuta sussistente una sua vocazione edificatoria derivante dal contesto in cui è inserita, deduce che l’impugnato provvedimento, nella parte in cui conferma la destinazione non edificabile della proprietà stessa, è inficiato da macroscopici errori di fatto e da abnormi illogicità.
Il motivo è infondato.
La conferma della destinazione agricola di determinate aree non può essere ritenuta illogica per il solo fatto della loro contiguità a lotti edificati, sia perché tale ubicazione non giustifica da sé sola l’estensione dell’urbanizzazione, sia perché la contestata scelta urbanistica costituisce applicazione del principio ispiratore di interesse pubblico, espresso nel piano strutturale, preordinato al contenimento dell’ulteriore consumo del suolo (Cons. Stato, IV, 27.11.2008, n. 5881).
Invero, l’art. 17 del piano strutturale (documento n. 11 depositato in giudizio), nella parte riguardante la zona in cui ricade la proprietà del ricorrente (UTOE n. 5 del territorio urbanizzato di Orbetello), pone l’obiettivo primario di “contrastare l’ulteriore espansione urbana lungo la viabilità e di aggressione alle pendici collinari, dando invece valore a queste e alle aree libere che sono comprese nell’UTOE e salvaguardandone l’integrità assegnando loro un ruolo non più propriamente agricolo ma ambientalmente significativo”.
Coerentemente, da un lato il piano strutturale (nelle tavole del quadro conoscitivo) classifica i terreni del deducente come “seminativo semplice”, dall’altro il regolamento urbanistico li configura come facenti parte degli “ambiti del territorio rurale o prevalentemente non urbanizzato di valore ambientale”.
Trattasi di destinazione che non corrisponde ad un uso strettamente e necessariamente agricolo, ma che appare finalizzata a scopi di tutela ambientale da perseguire sottraendo a nuove edificazioni una parte del territorio contigua ad un compendio urbanizzato.
Orbene, la predetta scelta urbanistica, in quanto giustificata dalle linee programmatiche del piano strutturale e preordinata al perseguimento di una finalità pubblica di rilievo, risulta priva di elementi di illogicità o erroneità.
Del resto, la giurisprudenza amministrativa ha più volte evidenziato che la destinazione agricola del suolo non deve rispondere necessariamente all’esigenza di promuovere specifiche attività di coltivazione, e quindi essere funzionale ad un uso strettamente agricolo del terreno, potendo essere volta a sottrarre parti del territorio comunale a nuove edificazioni, ovvero a garantire ai cittadini l’equilibrio delle condizioni di vivibilità, assicurando loro quella quota di valori naturalistici e ambientali necessaria a compensare gli effetti dell’espansione urbana (Cons. Stato, IV, 27.07.2011, n. 4505; idem, 13.10.2010, n. 7478; TAR Sicilia, Palermo, I, 05.07.2012, n. 1407) (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Toscana, Sez. I, sentenza 17.04.2014 n. 642 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Il momento in cui l’interessato può presentare il proprio apporto collaborativo circa le scelte di governo del territorio è quello successivo all’adozione dello strumento urbanistico.
Solo nella fase successiva alla delibera di adozione e antecedente a quella di approvazione definitiva l’ordinamento (art. 18 della L.R. n. 1/2005) prevede la facoltà del privato di presentare osservazioni, il cui rigetto peraltro non richiede una confutazione analitica.

Infatti, il momento in cui l’interessato può presentare il proprio apporto collaborativo circa le scelte di governo del territorio è quello successivo all’adozione dello strumento urbanistico. Solo nella fase successiva alla delibera di adozione e antecedente a quella di approvazione definitiva l’ordinamento (art. 18 della L.R. n. 1/2005) prevede la facoltà del privato di presentare osservazioni, il cui rigetto peraltro non richiede una confutazione analitica (Cons. Stato, IV, 30.06.2004, n. 4804; TAR Sicilia, Palermo, I, 23.12.2013, n. 2551) (TAR Toscana, Sez. I, sentenza 17.04.2014 n. 642 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: L’attività di pianificazione urbanistica è espressione di un apprezzamento di merito, connotato da elevata discrezionalità, sicché la destinazione data alle singole aree non necessita di apposita motivazione, oltre quella desumibile dai criteri generali seguiti nell’impostazione del regolamento urbanistico e attinti dal piano strutturale, con l’avvertenza che la motivazione ulteriore e specifica va riferita esclusivamente a particolari situazioni in cui emergano aspettative o affidamenti in favore di soggetti le cui posizioni appaiono meritevoli di specifica considerazione.
In sostanza, le uniche evenienze richiedenti una più incisiva e singolare motivazione della scelta urbanistica sono date dal superamento degli standard minimi ex D.M. 02.04.1968, dalla lesione dell’affidamento qualificato del privato scaturente da convenzioni di lottizzazione o altri accordi tra Comune e proprietari, da aspettative nascenti da giudicati di annullamento di dinieghi di concessione edilizia o di silenzio rifiuto su domanda di concessione e, infine, dalla modificazione in zona agricola della destinazione di uno spazio limitato, intercluso da fondi edificati in modo non abusivo.

Secondo il consolidato indirizzo giurisprudenziale, l’attività di pianificazione urbanistica è espressione di un apprezzamento di merito, connotato da elevata discrezionalità, sicché la destinazione data alle singole aree non necessita di apposita motivazione, oltre quella desumibile dai criteri generali seguiti nell’impostazione del regolamento urbanistico e attinti dal piano strutturale, con l’avvertenza che la motivazione ulteriore e specifica va riferita esclusivamente a particolari situazioni in cui emergano aspettative o affidamenti in favore di soggetti le cui posizioni appaiono meritevoli di specifica considerazione.
In sostanza, le uniche evenienze richiedenti una più incisiva e singolare motivazione della scelta urbanistica sono date dal superamento degli standard minimi ex D.M. 02.04.1968, dalla lesione dell’affidamento qualificato del privato scaturente da convenzioni di lottizzazione o altri accordi tra Comune e proprietari, da aspettative nascenti da giudicati di annullamento di dinieghi di concessione edilizia o di silenzio rifiuto su domanda di concessione e, infine, dalla modificazione in zona agricola della destinazione di uno spazio limitato, intercluso da fondi edificati in modo non abusivo (Cons. Stato, IV, 18.11.2013, n. 5453; TAR Piemonte, I, 24.07.2013, n. 927)
(TAR Toscana, Sez. I, sentenza 17.04.2014 n. 642 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Beni Ambientali. Silenzio “devolutivo” del soprintendente nel procedimento di autorizzazione paesaggistica ex art. 146 D.Lgs. n. 42/2004.
Il termine assegnato al soprintendente per esprimere il parere (obbligatorio e vincolante) nel procedimento di autorizzazione paesaggistica ex art. 146 D.Lgs. n. 42/2004, commi 8 e 9, ha carattere perentorio, il cui infruttuoso decorso comporta l’obbligo per l’amministrazione procedente di provvedere autonomamente.
Il ricorso è fondato.
L’amministrazione comunale ha negato l’autorizzazione paesaggistica ponendo a fondamento del proprio diniego il parere negativo della soprintendenza.
Questo Tribunale ha precisato che la soprintendenza deve esprimere il proprio parere entro quarantacinque giorni dalla ricezione degli atti, trascorsi i quali senza che sia stato dato il suddetto parere, l’amministrazione può indire una conferenza di servizi entro il successivo termine perentorio di quindici giorni. In ogni caso, decorsi sessanta gironi dalla ricezione degli atti da parte della soprintendenza, l’amministrazione provvede sulla domanda. Qualora, la soprintendenza non provveda nel termine perentorio a lei assegnato il parere non ha più portata obbligatoria e vincolante e l’amministrazione deve motivare autonomamente a prescindere dall’eventuale portata del parere tardivo (Tar Lecce, sez. I, 15.06.2011, n. 1069).
Nel caso in esame, è la stessa soprintendenza a dichiarare, nel provvedimento impugnato, che il parere è stato rilasciato oltre il termine perentorio e, quindi, l’amministrazione comunale non poteva denegare l’autorizzazione limitandosi a richiamare il parere negativo della soprintendenza, ma doveva, eventualmente, motivare sulla condivisione di quanto espresso dalla soprintendenza, posto che il parere tardivo era da considerarsi privo dell’efficacia attribuitagli dalla legge e cioè privo di valenza obbligatoria e vincolante (Cons. St., sez. VI, 15.03.2013).
In sostanza, il provvedimento impugnato è carente di motivazione, proprio perché si è limitato a richiamare il parere negativo della soprintendenza senza motivare adeguatamente (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 24.07.2013 n. 1739 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Interesse a ricorrere contro rilascio concessione edilizia.
E’ pacifico fin da giurisprudenza risalente, che certamente sussiste l’interesse per il vicino che riceve una lesione per diminuzioni di luce, di aria, di visuale o di insolazione, in quanto portatore di un interesse giuridicamente tutelato ad insorgere contro il rilascio di una concessione edilizia anzi, è portatore di interesse anche chi, confinante o vicino, denunzia il deterioramento della zona dal punto di vista urbanistico o il danno derivante da un aumento dell'addensamento edilizio.
Va rigettato anche l’altro motivo di appello, contenuto nel primo dei due appelli, con il quale si lamenta la inammissibilità del ricorso originario per difetto di interesse da parte delle ricorrenti, in quanto le medesime non avrebbero ricevuto una effettiva lesione dalla costruzione assentita.
Se è vero che il solo richiamo al criterio della vicinitas, idoneo come tale a supportare la legittimazione, non è in grado di esaurire ogni aspetto attinente alla sussistenza dell’interesse concreto alla impugnazione, costituito dalla lesione effettiva e documentata da parte del titolare, nella specie le ricorrenti originarie, odierne appellate, avevano lamentato un minore irradiamento solare delle loro abitazioni, diminuzione del valore degli immobili, maggiore consumo di energia elettrica e termica e altro.
Tale doglianza è sufficiente a radicare l’interesse ad agire.
E’ pacifico fin da giurisprudenza risalente (si veda già Consiglio Stato sez. V, 11.07.1980, n. 696) che certamente sussiste l’interesse per il vicino che riceve una lesione per diminuzioni di luce, di aria, di visuale o di insolazione, in quanto portatore di un interesse giuridicamente tutelato ad insorgere contro il rilascio di una concessione edilizia; (così anche Consiglio Stato sez. V, 15.12.1986, n. 643); anzi, è portatore di interesse anche chi, confinante o vicino, denunzia il deterioramento della zona dal punto di vista urbanistico o il danno derivante da un aumento dell'addensamento edilizio
(massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 05.06.2013 n. 3101 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Secondo una generale considerazione, in materia di impugnativa di titoli edilizi abilitativi da parte di terzi il termine decorre dalla piena conoscenza della lesività dell’intervento (tra tante, si veda Consiglio Stato sez. IV, 18.06.2009, n. 4015, secondo cui tranne i casi di anteriore e piena conoscenza dell'atto, il termine di impugnazione della concessione di costruzione decorre dal momento in cui è percepibile la lesività dell'opera realizzata).
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In generale, comunque, in base agli ordinari criteri di riparto dell'onere della prova, ex art. 2697 c.c., la dimostrazione della tardività del ricorso e, quindi, della pregressa piena conoscenza degli elementi essenziali dell'atto in capo al destinatario, deve essere fornita da chi eccepisce la tardività dell'impugnazione.
Se quindi in genere la conoscenza effettiva e completa del titolo edilizio da parte del terzo si verifica di regola con l'ultimazione dei lavori di costruzione dell'immobile, e non solo con il loro inizio, a maggior ragione non può equipararsi la conoscenza del progetto presentato alla già avvenuta conoscenza del permesso che sarà rilasciato in seguito.
Una cosa è la conoscenza della documentazione allegata alla istanza; ben altra cosa è la conoscenza del contenuto del provvedimento lesivo, una volta emanato, e delle sue modalità di esecuzione.

Al di là della generale considerazione secondo cui, in materia di impugnativa di titoli edilizi abilitativi da parte di terzi, il termine decorre dalla piena conoscenza della lesività dell’intervento (tra tante, si veda Consiglio Stato sez. IV, 18.06.2009, n. 4015, secondo cui tranne i casi di anteriore e piena conoscenza dell'atto, il termine di impugnazione della concessione di costruzione decorre dal momento in cui è percepibile la lesività dell'opera realizzata), deve ritenersi che, anche a desumere la piena lesività già dalla conoscenza del contenuto dell’atto lesivo, bene ha fatto il primo giudice a ritenere che la decorrenza poteva aversi soltanto dalla piena e completa conoscenza dell’atto di permesso lesivo, non potendosi invece essa conoscenza farsi retroagire dal momento della conoscenza del mero progetto, allegato come tale all’istanza presentata.
Infatti, è evidente che la piena conoscenza del progetto, per un permesso ancora da emanare, non può essere equiparata alla conoscenza dell’atto impugnato (successivo) che ben potrebbe essere emesso con prescrizioni o a seguito di modifiche.
In generale, comunque, in base agli ordinari criteri di riparto dell'onere della prova, ex art. 2697 c.c., la dimostrazione della tardività del ricorso e, quindi, della pregressa piena conoscenza degli elementi essenziali dell'atto in capo al destinatario, deve essere fornita da chi eccepisce la tardività dell'impugnazione (così, da ultimo, tra tante, Consiglio di Stato sez. IV, 19.12.2012 n. 6557).
Se quindi in genere la conoscenza effettiva e completa del titolo edilizio da parte del terzo si verifica di regola con l'ultimazione dei lavori di costruzione dell'immobile, e non solo con il loro inizio, a maggior ragione non può equipararsi la conoscenza del progetto presentato alla già avvenuta conoscenza del permesso che sarà rilasciato in seguito.
Una cosa è la conoscenza della documentazione allegata alla istanza; ben altra cosa è la conoscenza del contenuto del provvedimento lesivo, una volta emanato, e delle sue modalità di esecuzione
(massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 05.06.2013 n. 3101 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Aria. Illegittimità ordinanza contingibile per il prolungamento della canna fumaria.
E’ Illegittima l’ordinanza per il prolungamento della canna fumaria oltre 1,00 ml. il colmo del tetto con la proprietà confinante.
Nel caso di specie, l'atto impugnato non è stato preceduto da alcuna puntuale istruttoria, ma ha fatto seguito solo alle "lamentele" di alcuni cittadini, non suffragate da accertamenti tecnici sull’effettiva presenza di fumi nocivi, pure ritenuti necessari dalla ASL e dalla Provincia, che sul punto si sono limitate a rendere consulti preliminari e interlocutori.
L’ordinanza impugnata non indica nemmeno la concreta situazione di pericolo e di danno limitandosi a far riferimento genericamente a “gas”, senza specificarne la natura, l'effettiva sussistenza e il grado di pericolosità.

3. Nel merito va premesso che l’ordinanza qui impugnata è stata adottata ai sensi dell’art. 50 d.lgs. 267/2000.
Al quinto comma della citata disposizione si prevede che “in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale le ordinanze contingibili e urgenti sono adottate dal sindaco, quale rappresentante della comunità locale".
4. Ciò posto, il ricorso appare fondato e meritevole di accoglimento.
4.1. L'ordinanza impugnata ha pacificamente natura "contingibile ed urgente", come induce chiaramente a ritenere sia l’espresso richiamo all’art. 50, sia l'adozione dell'atto da parte del sindaco, sia l'espressa finalizzazione del provvedimento alla prevenzione ed eliminazione di pericoli da immissioni nocive.
4.2. Ciò posto, è principio giurisprudenziale consolidato e condiviso quello per cui il potere del Sindaco di emanare ordinanze contingibili e urgenti, essendo espressione di un potere atipico e residuale, può essere esercitato solo per affrontare situazioni di carattere eccezionale ed impreviste, costituenti concreta minaccia per la pubblica incolumità e unicamente in presenza di un preventivo accertamento della situazione che deve fondarsi su prove concrete e non su mere presunzioni (TAR Piemonte, sez. I 27.06.2013 n. 843; id., sez. II, 12.06.2009, n. 1680; TAR Bari, sez. III, 26.08.2008, n. 1986).
Ulteriore presupposto indefettibile per l'adozione di siffatte ordinanze sindacali è la necessità di intervenire urgentemente con misure eccezionali e imprevedibili di carattere "provvisorio", non fronteggiabili con gli "ordinari" mezzi previsti dall'ordinamento giuridico e a condizione della "temporaneità dei loro effetti" (Corte Cost., sentenze 07.04.2011 n. 115 e 01.07.2009, n. 196 e Cons. St., sez. VI, 31.10.2013, n. 5276).
4.3. Nel caso di specie, l'atto impugnato:
- non è stato preceduto da alcuna puntuale istruttoria, ma ha fatto seguito solo alle "lamentele" di alcuni cittadini, non suffragate da accertamenti tecnici sull’effettiva presenza di fumi nocivi, pure ritenuti necessari dalla ASL e dalla Provincia, che sul punto si sono limitate a rendere consulti preliminari e interlocutori;
- non si è fondato su prove concrete, ma su presupposti generici, non essendo mai stato acquisito l’approfondimento istruttorio poc’anzi menzionato, come si desume dalle stesse premesse dell’ordinanza, ove si dà atto della presenza immissioni di immissioni aeree di gas “presumibilmente nocive o pericolose”. L’ordinanza impugnata non indica nemmeno la concreta situazione di pericolo e di danno limitandosi a far riferimento genericamente a “gas”, senza specificarne la natura, l'effettiva sussistenza e il grado di pericolosità (cfr. TAR Piemonte, sez. II, 07.07.2010, n. 3000; TAR Catania, sez. I 29.09.2011, n. 2371);
- non ha fornito riscontro della necessità di provvedere con immediatezza in ordine a situazioni di carattere eccezionale ed imprevedibile, cui fosse impossibile fare fronte con gli strumenti ordinari apprestati dall'ordinamento.
Non è configurabile, pertanto, il requisito della contingibilità, tenuto conto che l'ordinanza gravata non reca alcuna motivazione in ordine all'impossibilità, per il Comune -nei limiti della propria competenza- di utilizzare gli ordinari strumenti di accertamento e contestazione, nel rispetto delle regole procedimentali di partecipazione;
- appare insussistente, infine, qualsiasi profilo di tutela dell’interesse diffuso, posto che il provvedimento è limitato alle possibili immissioni della canna fumaria dirette verso la proprietà confinante, incidendo, quindi, esclusivamente nei rapporti tra i privati.
4.4 Superare i segnalati limiti che circoscrivono l’esercizio del potere di cui all’art. 50 d.lgs. 267/2000, equivarrebbe ad ampliare in maniera incongrua –oltre che lesiva del principio di tipicità dei provvedimenti amministrativi e dello stesso principio di legalità dell'azione amministrativa- i poteri di ordinanza extra ordinem del Sindaco, che vanno invece circoscritti, come esposto, a situazioni di carattere tendenzialmente eccezionale non fronteggiabili con gli ordinari strumenti previsti dall'ordinamento (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 21.02.2014 n. 322 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - TRIBUTI: Competenza della Giunta Comunale in materia di I.C.I..
Poiché la L. n. 446 del 1997, art. 59, riconosce al Consiglio Comunale, in materia di ICI, la facoltà di "determinare periodicamente e per zone omogenee i valori venali in comune commercio delle aree fabbricabili, al fine della limitazione del potere di accertamento del Comune qualora l'imposta sia versata sulla base di un valore non inferiore a quello predeterminato", i regolamenti comunali adottati in proposito, à sensi del D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 52, lett. q), pur non avendo natura imperativa, sono assimilabili agli studi di settore, nel senso che si tratta di fonti di presunzioni dedotte da dati di comune esperienza idonei a costituire supporti razionali offerti dall'Amministrazione al giudice, e utilizzabili, quali indici di valutazione, anche retroattivamente, analogamente al cd. "redditometro" (Cass. 9137/2005).
Analogamente, di tale potere può fare uso la Giunta Comunale, cui la competenza in materia di ICI, già del Consiglio Comunale, è stata riassegnata dal D.Lgs. 267 del 2000.

Il D.Lgs. 30.12.1992, n. 504, art. 5, dispone che "per le aree fabbricabili, il valore è costituito da quello venale in comune commercio - avendo riguardo alla zona territoriale di ubicazione, all'indice di edificabilità, agli oneri per eventuali lavori di adattamento ..., ai prezzi medi rilevati sul mercato della vendita di aree aventi analoghe caratteristiche".
Il Comune ricorrente, con riferimento ad aree inserite in comparto consortile industriale, ha sopperito alle indicazioni previste dalla legge mediante una delibera con cui ha fatto propria la valutazione in proposito del proprio Ufficio tecnico.
Poiché la L. n. 446 del 1997, art. 59, riconosce al Consiglio Comunale, in materia di ICI, la facoltà di "determinare periodicamente e per zone omogenee i valori venali in comune commercio delle aree fabbricabili, al fine della limitazione del potere di accertamento del Comune qualora l'imposta sia versata sulla base di un valore non inferiore a quello predeterminato", i regolamenti comunali adottati in proposito, à sensi del D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 52, lett. q), pur non avendo natura imperativa, sono assimilabili agli studi di settore, nel senso che si tratta di fonti di presunzioni dedotte da dati di comune esperienza idonei a costituire supporti razionali offerti dall'Amministrazione al giudice, e utilizzabili, quali indici di valutazione, anche retroattivamente, analogamente al cd. "redditometro" (Cass. 9137/2005). Analogamente, di tale potere può fare uso la Giunta Comunale, cui la competenza in materia di ICI, già del Consiglio Comunale, è stata riassegnata dal D.Lgs. 267 del 2000 (Cass. 12345/2005; 9216/2007).
Nella specie, dunque la delibera di Giunta con cui sono stati indicati i valori di riferimento delle aree in questione, pur essendo atto di carattere generale, ha assunto il valore di presunzione, ancorché suscettibile di prova contraria, presunzione che il Comune ha supportato mediante l'indicazione di ulteriori elementi di valutazione, desumibili dalla lettura degli statuti -sostanzialmente analoghi- del Consorzio Industriale di cui fa parte l'area della contribuente, e di quello del Consorzio Industriale di comparazione ("la Graziosa 2"), Statuti riportati in stralcio nell'odierno ricorso.
A fronte di tali dati testuali, nessun elemento probatorio ha addotto la contribuente, cui incombeva l'onere di contrastare non soltanto il contenuto della delibera comunale richiamata, ma i valori di comparazione concretamente riportati dal Comune, valori che la Commissione Regionale ha, senza effettuarne una coerente disamina, disatteso limitandosi a valutare le restrizione imposte nell'atto di cessione dell'area dal Consorzio Industriale, restrizioni comuni a fattispecie analoghe.
Il ricorso deve dunque essere accolto con cassazione della sentenza impugnata (Corte di Cassazione, sentenza 27.07.2007 n. 16702).

AGGIORNAMENTO AL 07.10.2014

E la telenovela continua...

     Con l'AGGIORNAMENTO AL 24.09.2014 si dava risalto a quel ben fatto servizio televisivo de "LE IENE" (Italia Uno) laddove un dipendente pubblico, in congedo, per il sol fatto di essersi fatto distaccare presso un sindacato (alla fine della carriera lavorativa) per pochi mesi "beccava" una pensione integrativa di migliaia di euro.
     Ebbene, con un 2° servizio andato in onda lo scorso 01.10.2014 hanno intervistato l'ex Ministro Tiziano Treu (papà della famigerata legge 564 ... recte D.Lgs. 16.09.1996 n. 564) nonché i leader nazionali della UIL (Angeletti) e della CGIL (Camusso).
     Guardate (ascoltate) attentamente questa 2^ puntata e, soprattutto, quello che dicono gli intervistati:
RIBREZZO ALLO STATO PURO!!
     A questo punto ci poniamo un interrogativo:
a cosa servono i sindacati??

IN EVIDENZA

INCENTIVO PROGETTAZIONE: Non retroattivi i nuovi incentivi ai progettisti.
La nuova disciplina degli incentivi alla progettazione non ha efficacia retroattiva, ma si applica solo a decorrere dal 19.08.2014
Il chiarimento arriva dalla Corte dei conti - Sezione regionale di controllo per l'Emilia Romagna, che con il parere 19.09.2014 n. 183 si è pronunciata sulla decorrenza della riforma introdotta dalla legge 114/2014, di conversione del dl 90/2014.
In particolare, viene in considerazione l'art. 13-bis, che ha abrogato i commi 5 e 6 dell'art. 92 del codice dei contratti pubblici (dlgs 163/2006) e ha inserito 4 nuovi commi (da 7-bis a 7-quinquies) al successivo art. 93.
In base a questi ultimi, ciascuna amministrazione deve istituire (con apposito regolamento) un fondo in cui far confluire una somma fino al 2% degli importi a base di gara. Di tali somme, l'80% verrà ripartito al progettisti interni, mentre il restante 20% sarà destinato all'acquisto da parte dell'ente di beni, strumentazioni e tecnologie funzionali a progetti di innovazione, di implementazione delle banche dati per il controllo e il miglioramento della capacità di spesa per centri di costo nonché all'ammodernamento ed efficientamento dell'ente e dei servizi ai cittadini.
In ogni caso, i premi complessivamente corrisposti nel corso dell'anno al singolo dipendente, anche da diverse amministrazioni, non potranno superare il 50% trattamento economico complessivo annuo lordo.
Gli incentivi, inoltre, sono ora espressamente collegati alla sola realizzazione di opere pubbliche e non anche a mete attività di pianificazione territoriale e, in ossequio al principio della onnicomprensività della retribuzione dirigenziale, non spettano ai dirigenti.
Tuttavia, hanno chiarito in magistrati contabili, la nuova disciplina non è applicabile retroattivamente, non essendo norma di interpretazione autentica, ma scatta solo dall'entrata in vigore della l. 114 e quindi, come detto, dal 19 agosto. Il parere in commento suggerisce anche come regolarsi rispetto al pregresso chiarendo che fino al 19 agosto continuano ad applicarsi le regole previgenti. Rimane il dubbio se la novella si applichi per le sole opere progettate dopo tale data (facendo quindi salvi tutti gli impegni assunti prima) o valga, invece, per tutte le liquidazioni successive, anche se riferite a opere progettate quando era in vigore la precedente normativa. A parere di chi scrive è preferibile la prima lettura (articolo ItaliaOggi del 03.10.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).