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In questa home-page sono presenti oltre all'ultimo aggiornamento, che inizia appena qui sotto, anche i seguenti aggiornamenti pregressi:
 
    AGGIORNAMENTO AL 22.01.2016
AGGIORNAMENTO AL 13.01.2016 AGGIORNAMENTO AL 31.12.2015 AGGIORNAMENTO AL 21.12.2015
AGGIORNAMENTO AL 09.12.2015    

AGGIORNAMENTO ALL'01.02.2016

La costruzione realizzata in un'area diversa da quella risultante dal progetto approvato integra l'ipotesi di totale difformità, anche se tale spostamento sia stato di pochi metri e nell'ambito dello stesso lotto.
* * *
Sui distinguo tecnico-giuridici degli  interventi edilizi in difformità totale o parziale ovvero in variazione essenziale.

EDILIZIA PRIVATA: Beni Ambientali. Tutela del paesaggio e interventi in difformità totale o parziale ovvero in variazione essenziale.
La giurisprudenza di questa Corte ha costantemente ritenuto che la costruzione realizzata in un'area diversa da quella risultante dal progetto approvato integri un'opera autonoma a sé stante in quanto non riferibile, per la sua diversa ubicazione, all'opera autorizzata. E tale costruzione integra pertanto l'ipotesi di totale difformità di lavori dal provvedimento abilitativo, per cui è configurabile il reato di costruzione abusiva e non quello di costruzione in difformità delle prescrizioni o modalità esecutive, qualora la costruzione sia effettuata in un'area diversa da quella risultante dal progetto approvato, anche se tale spostamento sia stato di pochi metri e nell'ambito dello stesso lotto.
Lo spostamento da un luogo ad un altro determina, invero, una vera e propria alterazione della costruzione autorizzata, che integra un'opera sostanzialmente autonoma ed abusiva in quanto non legittimata dalla preventiva autorizzazione dell'autorità comunale.
Anche la giurisprudenza più recente ha ribadito che,
ai fini della integrazione del reato di cui all'art. 44 del DPR 380/2001, si considera in "totale difformità" l'intervento che, sulla base di una comparazione unitaria e sintetica fra l'organismo programmato e quello che è stato realizzato con l'attività costruttiva, risulti integralmente diverso da quello assentito per caratteristiche tipologiche, plano volumetriche, di utilizzazione o di ubicazione.
E non può essere revocato in dubbio che opere "spostate", in modo significativo (tra i nove ed i ventotto metri), rispetto al progetto approvato integrino una difformità totale, e come tali debbano considerasi completamente abusive, non essendo "legittimate" dal provvedimento originario (esse invero risultano sottratte al controllo dell'assetto del territorio e rimesse alla scelta autonoma e discrezionale del soggetto agente).
---------------
Per di più,
nel caso di specie, risultando l'area sottoposta a vincoli paesaggistici, perde rilevanza la distinzione tra "totale difformità" e "parziale difformità".
Il Tribunale, dopo aver ricordato che i vincoli di tipo paesaggistico, ai sensi dell'art. 134 D.L.vo 42/2004, possono essere di tre diverse tipologie (tra cui quelli derivanti dai PUTT), ha richiamato la giurisprudenza di questa Corte, secondo cui,
in tema di tutela del paesaggio, anche a seguito dell'entrata in vigore del D.L.vo 22.01.2004 n. 42, l'individuazione di beni paesaggistici spetta sia al Ministero dei beni culturali ed ambientali mediante appositi decreti ministeriali, sia alle Regioni mediante appositi atti amministrativi, leggi regionali ovvero mediante la compilazione dei Piani Urbanistici Territoriali.
---------------
Anche di recente la giurisprudenza di questa Corte ha ribadito, infatti, che
in presenza di interventi edilizi in zona paesaggisticamente vincolata, ai fini della loro qualificazione giuridica e dell'individuazione della sanzione penale applicabile, è indifferente la distinzione tra interventi eseguiti in difformità totale o parziale ovvero in variazione essenziale, in quanto l'art. 32, comma terzo, D.P.R. 06.06.2001 n. 380, prevede espressamente che tutti gli interventi realizzati in zona sottoposta a vincolo paesaggistico eseguiti in difformità dal titolo abilitativo, inclusi quelli eseguiti in parziale difformità, si considerano come variazioni essenziali e, quindi, quali difformità totali.
E, dall'altro, che occorresse, per l'intervento "diverso", nuova autorizzazione paesaggistica.
---------------
2.1. Risulta pacificamente in punto di fatto (non venendo neppure sostanzialmente contestato dai ricorrenti) che le opere erano state posizionate in modo diverso rispetto a quanto previsto in progetto.
Il Tribunale ha dato atto che i consulenti, dopo aver eseguito le coordinate dei sei aerogeneratori, come risultanti dalle tavole tecniche, avevano proceduto a localizzare le opere in corso di realizzazione con sistema di rilevazione satellitare. E, attraverso tale ineccepibile metodo operativo, che trovava peraltro conforto nei rilievi effettuati dall'ausiliario forestale, dott. Cr., si era accertato una indiscutibile divergenza tra il dato delle coordinate di progetto con quello delle opere in corso. Risultava, infatti, uno spostamento significativo delle opere, oscillante tra i 9 metri ed i 28 metri, rispetto a quanto era stato autorizzato con il progetto.
Sulla base di tale accertamento, ineccepibilmente il Tribunale ha ritenuto che fosse configurabile il fumus del reato di cui all'art. 44, lett. c), DPR 380/2001 (pag. 15 ord.).
La giurisprudenza di questa Corte, a partire da quella più datata, ha costantemente ritenuto che la costruzione realizzata in un'area diversa da quella risultante dal progetto approvato integri un'opera autonoma a sé stante in quanto non riferibile, per la sua diversa ubicazione, all'opera autorizzata. E tale costruzione integra pertanto l'ipotesi di totale difformità di lavori dal provvedimento abilitativo (Cass. sez. 3 n. 5224 del 20/03/1981), per cui è configurabile il reato di costruzione abusiva e non quello di costruzione in difformità delle prescrizioni o modalità esecutive, qualora la costruzione sia effettuata in un'area diversa da quella risultante dal progetto approvato, anche se tale spostamento sia stato di pochi metri e nell'ambito dello stesso lotto (Cass. sez. 3 n. 3178 del 27/01/1982).
Lo spostamento da un luogo ad un altro determina, invero, una vera e propria alterazione della costruzione autorizzata, che integra un'opera sostanzialmente autonoma ed abusiva in quanto non legittimata dalla preventiva autorizzazione dell'autorità comunale.
Anche la giurisprudenza più recente ha ribadito che,
ai fini della integrazione del reato di cui all'art. 44 del DPR 380/2001, si considera in "totale difformità" l'intervento che, sulla base di una comparazione unitaria e sintetica fra l'organismo programmato e quello che è stato realizzato con l'attività costruttiva, risulti integralmente diverso da quello assentito per caratteristiche tipologiche, plano volumetriche, di utilizzazione o di ubicazione (Cass. sez. 3 n. 40541 del 18/06/2014).
E non può essere revocato in dubbio che opere "spostate", in modo significativo (tra i nove ed i ventotto metri), rispetto al progetto approvato integrino una difformità totale, e come tali debbano considerasi completamente abusive, non essendo "legittimate" dal provvedimento originario (esse invero risultano sottratte al controllo dell'assetto del territorio e rimesse alla scelta autonoma e discrezionale del soggetto agente).
Ha già osservato il Tribunale, inoltre, che contrariamente all'assunto difensivo l'intervento non può considerarsi di "variante di tipo non sostanziale" neppure ai sensi e per gli effetti della disciplina speciale prevista dal D.L.vo 03.03.2011 n. 28, in quanto l'art. 5, comma 3, esclude dalle categorie degli interventi sostanziali, oltre quelli che non comportano variazioni delle dimensioni fisiche degli apparecchi, della volumetria delle strutture, quelli che non comportano "variazioni dell'area destinata ad ospitare gli impianti stessi".
2.2. Per di più,
nel caso di specie, risultando l'area sottoposta a vincoli paesaggistici, perde rilevanza la distinzione tra "totale difformità" e "parziale difformità".
Il Tribunale, dopo aver ricordato che i vincoli di tipo paesaggistico, ai sensi dell'art. 134 D.L.vo 42/2004, possono essere di tre diverse tipologie (tra cui quelli derivanti dai PUTT), ha richiamato la giurisprudenza di questa Corte (cfr. Sez. 3 n. 41078 del 20/09/2007), secondo cui,
in tema di tutela del paesaggio, anche a seguito dell'entrata in vigore del D.L.vo 22.01.2004 n. 42, l'individuazione di beni paesaggistici spetta sia al Ministero dei beni culturali ed ambientali mediante appositi decreti ministeriali, sia alle Regioni mediante appositi atti amministrativi, leggi regionali ovvero mediante la compilazione dei Piani Urbanistici Territoriali.
In applicazione di tale principio si è ritenuto che il Piano Urbanistico Territoriale Tematico della Regione Puglia, riconducibile alla categoria dei piani urbanistico territoriali con specifica considerazione dei valori paesistici ed ambientali, costituisca un intervento di pianificazione a carattere generale efficace su tutto il territorio regionale, non limitato alle aree ed ai beni elencati dall'art. 82, quinto comma, DPR n. 616 del 1977 ovvero alle aree già sottoposte ad uno specifico vincolo paesistico.
Il PUTT/P, quindi, oltre gli effetti di direttiva nei confronti della pianificazione comunale, produce anche effetti diretti nei confronti dei privati, con vincoli generali e particolari, purché pertinenti alla specifica tematica del piano stesso ed estende la sua portata, oltre che ai beni vincolati, anche a zone non soggette al regime di tutela paesistica, ma ugualmente ritenute meritevoli di considerazione in quanto espressione della più generale potestà urbanistica regionale in materia paesaggistico-ambientale.
Il Tribunale ha accertato che l'impianto in corso di realizzazione insistesse in ATE di Tipo C, e che all'interno di tale ambito gli interventi di trasformazione fossero ammessi solo se compatibili con la qualificazione paesaggistica.
Del resto in data 17/05/2010 la stessa Regione Puglia non esprimeva parere favorevole (salvo poi a modificarlo inopinatamente dopo pochi mesi) per gli aerogeneratori 1, 2, 3, 4, 5, in quanto collocati in ATE di Tipo C e in contrasto con i relativi indirizzi di tutela (2.02) del PUTT.
Da tutto ciò consegue, da un lato, che, a seguito dello spostamento dell'ubicazione dell'opera, comunque si rendesse necessario nuovo permesso di costruire (da conseguire con ricorso alla procedura dell'autorizzazione unica).
Anche di recente la giurisprudenza di questa Corte ha ribadito, infatti, che
in presenza di interventi edilizi in zona paesaggisticamente vincolata, ai fini della loro qualificazione giuridica e dell'individuazione della sanzione penale applicabile, è indifferente la distinzione tra interventi eseguiti in difformità totale o parziale ovvero in variazione essenziale, in quanto l'art. 32, comma terzo, D.P.R. 06.06.2001 n. 380, prevede espressamente che tutti gli interventi realizzati in zona sottoposta a vincolo paesaggistico eseguiti in difformità dal titolo abilitativo, inclusi quelli eseguiti in parziale difformità, si considerano come variazioni essenziali e, quindi, quali difformità totali (Cass. sez. 3 n. 37169 del 06/05/2014; sez. 3 n. 1486 di 03/12/2013 ed in precedenza Sez. 3 n. 16392 del 17/02/2010). E, dall'altro, che occorresse, per l'intervento "diverso", nuova autorizzazione paesaggistica.
Perfino gli interventi eseguibili mediante dia (ora scia) necessitano, infatti, del preventivo rilascio dell'autorizzazione paesaggistica da parte dell'autorità preposta alla tutela del vincolo (cfr. ex multis Cass. pen. sez. 3 n. 8739 del 21.01.2010), configurandosi in mancanza il reato di cui all'art. 181 D.L.gs. n. 42 del 2004 (Cass. pen. sez. 3 n. 15929 del 12.01.2006).
Correttamente, pertanto, il Tribunale ha ritenuto che fosse configurabile il fumus sia del reato di cui all'art. 44, lett. c), DPR 380/2001, sia del reato di cui all'art. 181 D.L.vo 42/2004 (tratto da www.lexambiente.it - Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 17.12.2015 n. 49669).

EDILIZIA PRIVATA: Non determina l'estinzione del reato edilizio, ai sensi del combinato disposto degli artt. 36 e 45 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, il rilascio di un permesso di costruire in sanatoria con effetti temporanei o relativo soltanto a parte degli interventi abusivi realizzati o, ancora, subordinato all'esecuzione di opere, atteso che ciò contrasta ontologicamente con gli elementi essenziali dell'accertamento di conformità, i quali presuppongono la già avvenuta esecuzione delle opere e la loro integrale conformità alla disciplina urbanistica.
---------------
Il concetto della totale difformità è antitetico rispetto a quello della parziale difformità e ciò giustifica il diverso approccio valutativo e comparativo per la riconoscibilità, che deve essere eseguita su base normativa, dell'una o dell'altra tipologia di difformità edilizia.
La nozione della parziale difformità evoca un intervento costruttivo, specificamente individuato, che, quantunque contemplato dal titolo abilitativo, venga tuttavia realizzato secondo modalità diverse da quelle fissate a livello progettuale.
Il concetto di totale difformità presuppone invece un intervento costruttivo che esclude una valutazione frammentaria di esso e che perciò va riguardato unitariamente e nel suo complesso posto che l'art. 31, d.P.R. n. 380 del 2001 descrive le opere eseguite in totale difformità dal permesso di costruire come quelle "che comportano la realizzazione di un organismo edilizio integralmente diverso per caratteristiche tipologiche, planovolumetriche o di utilizzazione da quello oggetto del permesso stesso...".

Come è stato esattamente evidenziato,
l'art. 31, comma 1, TUE richiama un concetto di "totale difformità" ancorato, più che al confronto tra la singola difformità e le previsioni progettuali dell'intervento edilizio, alla comparazione sintetica tra l'organismo programmato nel progetto assentito e quello che è stato realizzato con l'intervento edilizio scaturito dall'attività costruttiva, con la conseguenza che, mentre il metodo valutativo utilizzabile per definire il concetto di "parziale difformità" ha carattere analitico, quello destinato ad accertare la "totale difformità" si fonda su una valutazione di sintesi collegata alla rispondenza o meno del risultato complessivo dell'attività edilizia rispetto a quanto è stato rappresentato nelle previsioni progettuali, le uniche prese in considerazione in fase di assenso amministrativo.
A tale significativa conclusione era infatti già pervenuta la giurisprudenza di questa Corte quando, nel previgente e non antitetico assetto normativo, aveva chiarito che
si ha difformità totale di un manufatto edilizio allorché i lavori riguardino un'opera diversa da quella prevista dall'atto di concessione: diversa per conformazione, strutturazione, destinazione, ubicazione; mentre si configura la difformità parziale quando le modificazioni incidano su elementi particolari e non essenziali della costruzione e si concretizzino in divergenze qualitative e quantitative non incidenti sulle strutture essenziali dell'opera.
---------------

2.4. Sul punto, quanto alla doglianza circa la negata valenza del permesso in sanatoria come causa estintiva del reato urbanistico, la Corte di appello si è attenuta alla giurisprudenza di questa Corte secondo la quale
non determina l'estinzione del reato edilizio, ai sensi del combinato disposto degli artt. 36 e 45 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, il rilascio di un permesso di costruire in sanatoria con effetti temporanei o relativo soltanto a parte degli interventi abusivi realizzati o, ancora, subordinato all'esecuzione di opere, atteso che ciò contrasta ontologicamente con gli elementi essenziali dell'accertamento di conformità, i quali presuppongono la già avvenuta esecuzione delle opere e la loro integrale conformità alla disciplina urbanistica (Sez. 3, n. 19587 del 27/04/2011, Montini ed altro, Rv. 250477).
Nella specie, il permesso di costruire in sanatoria è stato concesso con specifiche prescrizioni, è poi pacifico che l'autorimessa seminterrata, ipoteticamente sanabile, sia stata esclusa dalla sanatoria stessa, essendone stata prevista la demolizione e, a dimostrazione dell'inammissibilità di una sanatoria parziale o condizionata alla demolizione di una parte degli interventi, la Corte di appello ha anche correttamente rilevato come, dall'esame della pratica di sanatoria, anche altre opere siano state sottratte all'accertamento dì conformità essendo stata prevista anche l'eliminazione dei muri di chiusura della loggia e la risistemazione esterna del terreno, così da incidere sull'altezza del piano di calpestio del fabbricato rispetto al piano di campagna.
2.5. Corretto deve ritenersi anche l'approdo cui i Giudici dell'appello sono pervenuti nel ritenere configurata la fattispecie della difformità totale procedendo ad valutazione concernente l'opera nel suo insieme e stigmatizzando il contrario approccio pronosticato dai ricorrenti e diretto a valutare singolarmente le varie difformità parcellizzando l'esame critico degli interventi.
Dalla valutazione unitaria dell'immobile realizzato, la Corte ha tratto corretto e logico argomento per desumere la realizzazione di un organismo integralmente diverso da quanto previsto nell'atto di assenso sul rilievo del macroscopico incremento volumetrico comportante la realizzazione di un immobile di dimensioni molto più ampie, traslato sul terreno, con un'autorimessa seminterrata non prevista dal permesso di costruire.
Il concetto della totale difformità è antitetico rispetto a quello della parziale difformità e ciò giustifica il diverso approccio valutativo e comparativo per la riconoscibilità, che deve essere eseguita su base normativa, dell'una o dell'altra tipologia di difformità edilizia.
La nozione della parziale difformità evoca un intervento costruttivo, specificamente individuato, che, quantunque contemplato dal titolo abilitativo, venga tuttavia realizzato secondo modalità diverse da quelle fissate a livello progettuale.
Il concetto di totale difformità presuppone invece un intervento costruttivo che esclude una valutazione frammentaria di esso e che perciò va riguardato unitariamente e nel suo complesso posto che l'art. 31, d.P.R. n. 380 del 2001 descrive le opere eseguite in totale difformità dal permesso di costruire come quelle "che comportano la realizzazione di un organismo edilizio integralmente diverso per caratteristiche tipologiche, planovolumetriche o di utilizzazione da quello oggetto del permesso stesso...".

Come è stato esattamente evidenziato,
l'art. 31, comma 1, TUE richiama un concetto di "totale difformità" ancorato, più che al confronto tra la singola difformità e le previsioni progettuali dell'intervento edilizio, alla comparazione sintetica tra l'organismo programmato nel progetto assentito e quello che è stato realizzato con l'intervento edilizio scaturito dall'attività costruttiva, con la conseguenza che, mentre il metodo valutativo utilizzabile per definire il concetto di "parziale difformità" ha carattere analitico, quello destinato ad accertare la "totale difformità" si fonda su una valutazione di sintesi collegata alla rispondenza o meno del risultato complessivo dell'attività edilizia rispetto a quanto è stato rappresentato nelle previsioni progettuali, le uniche prese in considerazione in fase di assenso amministrativo.
A tale significativa conclusione era infatti già pervenuta la giurisprudenza di questa Corte quando, nel previgente e non antitetico assetto normativo, aveva chiarito che
si ha difformità totale di un manufatto edilizio allorché i lavori riguardino un'opera diversa da quella prevista dall'atto di concessione: diversa per conformazione, strutturazione, destinazione, ubicazione; mentre si configura la difformità parziale quando le modificazioni incidano su elementi particolari e non essenziali della costruzione e si concretizzino in divergenze qualitative e quantitative non incidenti sulle strutture essenziali dell'opera (Sez. 3, n. 1060 del 07/10/1987, dep. 30/01/1988, Ferrali Rv. 177490).
2.6. A questo punto, appare chiaro come sia del tutto irrilevante il richiamo nelle doglianze dei ricorrenti alla legislazione regionale per desumere, rispetto alle singole difformità e non alle anomalie nel loro complesso, il carattere di variazione non essenziale dei singoli interventi (come ad esempio dell'autorimessa) e ciò sulla base del disposto dell'art. 32 TUE e del rinvio alla legislazione regionale integrativa.
Nel caso di specie, attesa la clausola di salvezza posta in apertura delle disposizione, l'art. 32 TUE non è applicabile stante la natura totale delle difformità edilizie unitariamente riguardate e di conseguenza alcun effetto giuridico produce la legislazione regionale nella determinazione integrativa delle variazioni essenziali in presenza appunto di conclamate totali difformità (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 18.06.2014 n. 40541 - udienza).

IN EVIDENZA

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOL'obbligo di pubblicazione dei bandi per concorso a pubblico impiego nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana –previsto dall’art. 4 del d.P.R. n. 487 del 1994- costituisce una regola generale attuativa dell’art. 51, primo comma, e dell’art. 97, comma terzo, della Costituzione.
Tale regola ha la finalità di consentire la concreta massima conoscibilità della indizione di un concorso pubblico a tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro residenza sul territorio dello Stato e non è stata incisa –neanche per incompatibilità- dall’art. 35, comma 3, lett. a), del d.lgs. n. 165/2001, che ha fissato il criterio della «adeguata pubblicità» in aggiunta e non in sostituzione della regola di carattere generale.
Non rileva -in contrario- l’art. 32 della legge n. 69 del 2009, poiché il suo comma 7 ha ribadito il perdurante vigore delle disposizioni –anche di rango secondario- che in precedenza hanno disposto la pubblicazione di atti amministrativi sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica.
Sicché, la mancata pubblicazione del bando di concorso sulla Gazzetta Ufficiale comporta la legittimazione alla sua impugnazione da parte di chi abbia interesse a parteciparvi, senza bisogno ovviamente di proporre la domanda di partecipazione, la cui mancanza è dipesa proprio dalla mancata pubblicazione del bando, in violazione della normativa vigente.

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... per la riforma della sentenza del TAR Piemonte, Sez. II, n. 1312/2015, resa tra le parti, concernente la graduatoria finale del concorso a un posto di istruttore amministrativo contabile.
...
1. Con la sentenza impugnata, il TAR per il Piemonte ha accolto il ricorso di primo grado n. 607 del 2015 ed ha annullato tutti gli atti del procedimento concorsuale, indetto dal Comune di Gavi per la copertura di un posto di istruttore amministrativo contabile.
Il TAR ha ravvisato la fondatezza della censura con cui il ricorrente in primo grado ha lamentato che il bando di concorso non è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica.
2. Con l’appello in esame, la vincitrice del concorso ha impugnato la sentenza del TAR, chiedendo che in sua riforma il ricorso di primo grado sia respinto.
Ella ha dedotto che –contrariamente a quanto ha ritenuto il TAR– la mancata pubblicazione del bando sulla Gazzetta Ufficiale va considerata legittima, a seguito della entrata in vigore dell’art. 32 della legge n. 69 del 2009, che ha previsto l’obbligo delle Amministrazioni di pubblicare i provvedimenti sui propri siti informatici.
3. Ritiene la Sezione che le censure dell’appellante, così riassunte, vadano respinte.
3.1. Come ha rilevato la Sezione (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V, 08.06.2015, n. 2801), l'obbligo di pubblicazione dei bandi per concorso a pubblico impiego nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana –previsto dall’art. 4 del d.P.R. n. 487 del 1994- costituisce una regola generale attuativa dell’art. 51, primo comma, e dell’art. 97, comma terzo, della Costituzione.
Tale regola ha la finalità di consentire la concreta massima conoscibilità della indizione di un concorso pubblico a tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro residenza sul territorio dello Stato e non è stata incisa –neanche per incompatibilità- dall’art. 35, comma 3, lett. a), del d.lgs. n. 165/2001, che ha fissato il criterio della «adeguata pubblicità» in aggiunta e non in sostituzione della regola di carattere generale.
Neppure rileva in contrario l’art. 32 della legge n. 69 del 2009, poiché il suo comma 7 ha ribadito il perdurante vigore delle disposizioni –anche di rango secondario- che in precedenza hanno disposto la pubblicazione di atti amministrativi sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica.
3.2. La mancata pubblicazione del bando di concorso sulla Gazzetta Ufficiale comporta la legittimazione alla sua impugnazione da parte di chi abbia interesse a parteciparvi, senza bisogno ovviamente di proporre la domanda di partecipazione, la cui mancanza è dipesa proprio dalla mancata pubblicazione del bando, in violazione della normativa vigente.
4. Per le ragioni che precedono, l’appello va respinto, con conferma della sentenza impugnata (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 25.01.2016 n. 227 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Il Comune non ha pubblicato il bando di concorso sulla Gazzetta Ufficiale, neppure per estratto. L’omessa pubblicazione del bando configura l’insanabile violazione dell’art. 4 del d.P.R. n. 487 del 1994, che prevede, per gli enti locali, la possibilità di sostituire la pubblicazione integrale del bando con l’avviso di concorso contenente gli estremi del bando e l’indicazione della scadenza del termine per la presentazione della domanda.
La norma regolamentare è tuttora vigente ed integra la previsione generale dell’art. 35, terzo comma, del d.lgs. n. 165 del 2001, recante principi in materia di procedure di reclutamento nelle pubbliche amministrazioni, che si limita a prescrivere la “adeguata pubblicità della selezione” senza specificare altro in ordine alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
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A diversa conclusione non può giungersi sulla base dell’art. 32 della legge n. 69 del 2009, come vorrebbero le parti resistenti.
E’ vero che primo comma dell’art. 32 stabilisce che gli obblighi di pubblicazione di atti e provvedimenti amministrativi aventi effetto di pubblicità legale si intendono assolti con la pubblicazione nei siti informatici delle amministrazioni e degli enti pubblici; ma, di contro, il settimo comma dell’art. 32 prevede espressamente che “è fatta salva la pubblicità nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana e i relativi effetti giuridici…”, in tal modo confermando l’obbligatorietà della pubblicazione dei bandi di concorso in Gazzetta Ufficiale e gli effetti giuridici che a tale pubblicazione conseguono.
Secondo l’interpretazione testuale e sistematica più corretta del settimo comma dell’art. 32, la “salvezza” dell’obbligatorietà e degli effetti della pubblicità in Gazzetta Ufficiale non può essere oggettivamente circoscritta oggettivamente alle sole gare d’appalto disciplinate dal d.lgs. n. 163 del 2006. Il comma recita: “è fatta salva la pubblicità nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea, nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e i relativi effetti giuridici, nonché nel sito informatico del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti di cui al decreto del Ministro dei lavori pubblici 06.04.2001 (…), e nel sito informatico presso l’Osservatorio dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, prevista dal codice di cui al decreto legislativo 12.04.2006, n. 163”. L’ultimo inciso, ossia il riferimento all’art. 7 del Codice degli appalti pubblici, non può che essere riferito alla pubblicità mediante l’Osservatorio gestito dall’Autorità di vigilanza (oggi Autorità nazionale anticorruzione).
Così interpretato il settimo comma dell’art. 32 della legge n. 69 del 2009, che conferma nei termini descritti e senza limitazioni l’obbligo di pubblicità nella Gazzetta Ufficiale, non si pone alcuna questione di prevalenza della norma di rango legislativo sulla norma anteriore di rango regolamentare (l’art. 4 del d.P.R. n. 487 del 1994), come invece affermato dalla difesa del Comune.
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... per l'annullamento:
- del bando di “concorso pubblico per esami per l'assunzione a tempo indeterminato di n. 1 istruttore amministrativo contabile - cat. C - posizione economica C1, presso il Comune di Gavi (AL), Servizio Finanziario" del 19.02.2015;
- della graduatoria finale di concorso del 30.03.2015, in cui risultano classificati al primo posto El.Fi. ed al secondo posto Gr.Po.Ma.;
- dell’atto di diniego di accesso civico prot. n. 3365 in data 08.05.2015, con cui il Comune di Gavi ha rigettato l’istanza presentata dal ricorrente ai sensi dell’art. 5 del d.lgs. n. 33 del 2013, avente ad oggetto il regolamento comunale sull’ordinamento degli uffici e dei servizi (ovvero altro regolamento recante le norme sull’accesso all’impiego nel Comune di Gavi), nonché l’estratto della pubblicazione del bando sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana o sugli altri mezzi di informazione o portali telematici;
...
4. Il primo motivo di ricorso è fondato.
Il Comune di Gavi non ha pubblicato il bando di concorso sulla Gazzetta Ufficiale, neppure per estratto. L’omessa pubblicazione del bando configura l’insanabile violazione dell’art. 4 del d.P.R. n. 487 del 1994, che prevede, per gli enti locali, la possibilità di sostituire la pubblicazione integrale del bando con l’avviso di concorso contenente gli estremi del bando e l’indicazione della scadenza del termine per la presentazione della domanda.
La norma regolamentare è tuttora vigente ed integra la previsione generale dell’art. 35, terzo comma, del d.lgs. n. 165 del 2001, recante principi in materia di procedure di reclutamento nelle pubbliche amministrazioni, che si limita a prescrivere la “adeguata pubblicità della selezione” senza specificare altro in ordine alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (cfr. Cons. Stato, sez. V, 16.02.2010 n. 871).
A diversa conclusione non può giungersi sulla base dell’art. 32 della legge n. 69 del 2009, come vorrebbero le parti resistenti.
E’ vero che primo comma dell’art. 32 stabilisce che gli obblighi di pubblicazione di atti e provvedimenti amministrativi aventi effetto di pubblicità legale si intendono assolti con la pubblicazione nei siti informatici delle amministrazioni e degli enti pubblici; ma, di contro, il settimo comma dell’art. 32 prevede espressamente che “è fatta salva la pubblicità nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana e i relativi effetti giuridici…”, in tal modo confermando l’obbligatorietà della pubblicazione dei bandi di concorso in Gazzetta Ufficiale e gli effetti giuridici che a tale pubblicazione conseguono (in questo senso: Cons. Giust. Amm. Sicilia, sez. giurisd., 12.12.2013 n. 934; TAR Lazio, sez. III-quater, 01.04.2014 n. 3554; TAR Emilia Romagna, Bologna, sez. I, 22.02.2013 n. 145; TAR Sicilia, Catania, Sez. II, 08.06.2012 n. 1474).
Secondo l’interpretazione testuale e sistematica più corretta del settimo comma dell’art. 32, la “salvezza” dell’obbligatorietà e degli effetti della pubblicità in Gazzetta Ufficiale non può essere oggettivamente circoscritta oggettivamente alle sole gare d’appalto disciplinate dal d.lgs. n. 163 del 2006. Il comma recita: “è fatta salva la pubblicità nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea, nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e i relativi effetti giuridici, nonché nel sito informatico del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti di cui al decreto del Ministro dei lavori pubblici 06.04.2001 (…), e nel sito informatico presso l’Osservatorio dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, prevista dal codice di cui al decreto legislativo 12.04.2006, n. 163”. L’ultimo inciso, ossia il riferimento all’art. 7 del Codice degli appalti pubblici, non può che essere riferito alla pubblicità mediante l’Osservatorio gestito dall’Autorità di vigilanza (oggi Autorità nazionale anticorruzione).
Così interpretato il settimo comma dell’art. 32 della legge n. 69 del 2009, che conferma nei termini descritti e senza limitazioni l’obbligo di pubblicità nella Gazzetta Ufficiale, non si pone alcuna questione di prevalenza della norma di rango legislativo sulla norma anteriore di rango regolamentare (l’art. 4 del d.P.R. n. 487 del 1994), come invece affermato dalla difesa del Comune di Gavi.
Il motivo, pertanto, è fondato e comporta l’annullamento del procedimento concorsuale e della graduatoria finale (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 31.07.2015 n. 1312 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

ENTI LOCALI: B.U.R. Lombardia, supplemento n. 4 del 29.01.2016, "Modifiche al regolamento regionale 27.07.2009, n. 2 «Contributi alle unioni di comuni lombarde, in attuazione dell’articolo 20 della legge regionale 27.06.2008, n. 19 (Riordino delle comunità montane della Lombardia, disciplina delle unioni di comuni lombarde e sostegno all’esercizio associato di funzioni e servizi comunali)»" (regolamento regionale 27.01.2016 n. 2).

APPALTI - INCENTIVO PROGETTAZIONE: G.U. 29.01.2016 n. 23 "Deleghe al Governo per l’attuazione delle direttive 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26.02.2014, sull’aggiudicazione dei contratti di concessione, sugli appalti pubblici e sulle procedure d’appalto degli enti erogatori nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti e dei servizi postali, nonché per il riordino della disciplina vigente in materia di contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture(Legge 28.01.2016 n. 11).

AMBIENTE-ECOLOGIA - APPALTI FORNITURE E SERVIZI: G.U. 28.01.2016 n. 22 "Modifica e abrogazione di disposizioni di legge che prevedono l’adozione di provvedimenti non legislativi di attuazione, a norma dell’articolo 21 della legge 07.08.2015, n. 124" (D.Lgs. 22.01.2016 n. 10).

LAVORI PUBBLICI - PATRIMONIO: G.U. 23.01.2016 n. 18 "Testo del decreto-legge 25.11.2015, n. 185, coordinato con la legge di conversione 22.01.2016, n. 9, recante: «Misure urgenti per interventi nel territorio. Proroga del termine per l’esercizio delle deleghe per la revisione della struttura del bilancio dello Stato, nonché per il riordino della disciplina per la gestione del bilancio e il potenziamento della funzione del bilancio di cassa»".
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Di particolare interesse si legga:
Art. 15. - Misure urgenti per favorire la realizzazione di impianti sportivi nelle periferie urbane

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA - SICUREZZA LAVORO - VARI: G.U. 22.01.2016 n. 17 "Disposizioni in materia di depenalizzazione, a norma dell’articolo 2, comma 2, della legge 28.04.2014, n. 67" (D.Lgs. 15.01.2016 n. 8).

VARI: G.U. 22.01.2016 n. 17 "Disposizioni in materia di abrogazione di reati e introduzione di illeciti con sanzioni pecuniarie civili, a norma dell’articolo 2, comma 3, della legge 28.04.2014, n. 67" (D.Lgs. 15.01.2016 n. 7).

A.N.AC. (già AUTORITA' VIGILANZA CONTRATTI PUBBLICI)

LAVORI PUBBLICI - SICUREZZA LAVORO: RUP – ruolo di responsabile dei lavori.
Ai sensi dell’art. 10, comma 2, del d.p.r. 207/2010, nel settore dei contratti pubblici, il responsabile del procedimento assume il ruolo di responsabile dei lavori ex art. 89 del d.lgs. 81/2008 ai fini del rispetto delle norme in materia di sicurezza e salute dei lavoratori sui luoghi di lavoro.
Art. 10 d.lgs. 163/2006 – art. 89 d.lgs. 81/2008
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- RITENUTO, pertanto, che
nella realizzazione di lavori pubblici, a carico del responsabile unico del procedimento e responsabile dei lavori «grava una posizione di garanzia connessa ai compiti di sicurezza non solo nella fase genetica dei lavori, laddove vengono redatti i piani di sicurezza, ma anche durante il loro svolgimento, ove è previsto che debba svolgere un’attività di sorveglianza del loro rispetto» (cfr. Corte di Cassazione, sez. IV penale, sentenza 15.11.2011, n. 41993); dunque, tale ruolo di garanzia non può essere assunto dall’appaltatore ... (parere di precontenzioso 16.12.2015 n. 228 - rif. PREC 175/15/L - link a www.autoritalavoripubblici.it).

APPALTI: Responsabile del procedimento – componente della commissione di gara.
L’articolo 84 del d.lgs. n. 163/2006, dettato a garanzia della trasparenza e della imparzialità amministrativa nella gara, impedisce unicamente la presenza nella commissione di gara di soggetti che abbiano svolto un’attività idonea ad interferire con il giudizio di merito sull’appalto di cui trattasi, in grado, cioè, di incidere –il che è da dimostrare nel caso concreto, sulla base di indizi gravi, precisi e concordanti– sul processo formativo della volontà tesa alla valutazione delle offerte, potendone condizionare l’esito.
Articolo 39 del d.lgs. n. 163/2006
Articolo 84 del d.lgs. n. 163/2006
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- CONSIDERATO infine che, per quanto concerne l’ulteriore motivo di doglianza relativo al ruolo del responsabile del procedimento in qualità di componente della commissione, stante l’esiguità degli elementi forniti al riguardo in sede di contestazione, in questa sede, è possibile esclusivamente richiamare il consolidato orientamento di questa Autorità e della giurisprudenza amministrativa in materia (cfr. Consiglio di Stato, sez. VI, 21.07.2011, n. 4438 e Consiglio Stato, sez. V, 04.03.2011, n. 1386).
È stato infatti precisato che
l’articolo 84 del d.lgs. n. 163/2006, dettato a garanzia della trasparenza e della imparzialità amministrativa nella gara, impedisce unicamente la presenza nella commissione di gara di soggetti che abbiano svolto un’attività idonea ad interferire con il giudizio di merito sull’appalto di cui trattasi, in grado, cioè, di incidere –il che è da dimostrare nel caso concreto, sulla base di indizi gravi, precisi e concordanti– sul processo formativo della volontà tesa alla valutazione delle offerte, potendone condizionare l’esito (in tal senso, parere n. 46 del 21.03.2012 e parere n. 130 del 07.07.2011).
Ed è stato altresì evidenziato che
l’articolo 84 mira a prevenire il pericolo concreto di possibili effetti disfunzionali derivanti dalla partecipazione alle commissioni giudicatrici di soggetti che siano intervenuti a diverso titolo nella procedura concorsuale, impedendo la partecipazione alla commissione di soggetti che, nell’interesse proprio o in quello privato di alcuna delle imprese concorrenti, abbiano assunto o possano avere assunto compiti di progettazione, di esecuzione o di direzione di lavori oggetto della procedura di gara e ciò a tutela del diritto delle parti del procedimento ad una decisione amministrativa adottata da un organo terzo ed imparziale (cfr. Consiglio di Stato, Adunanza Plenaria, sentenza n. 13 del 07.05.2013).
Ed è stato, infine, ulteriormente sottolineato il rilievo di una valutazione di tipo sostanziale e non formale della possibile incompatibilità, precisando che,
ai fini dell’articolo 84, ferme restando le finalità anzidette, rileva altresì che tale incompatibilità riguardi effettivamente il contratto del cui affidamento si tratta e non possa riferirsi genericamente ad incarichi amministrativi o tecnici generalmente riferiti ad altri appalti e che, in ogni caso, di tale situazione di incompatibilità, deve essere fornita adeguata e ragionevole prova, non essendo sufficiente in tal senso il mero sospetto di una possibile situazione di incompatibilità non apparendo neanche di per sé sufficiente la circostanza che il soggetto abbia predisposto materialmente il capitolato speciale d’appalto, «occorrendo invero non già un qualsiasi apporto al procedimento di approvazione dello stesso, quanto piuttosto una effettiva e concreta capacità di definirne autonomamente il contenuto, con valore unicamente vincolante per l’amministrazione ai fini della valutazione delle offerte, così che, in definitiva, il contenuto prescrittivo sia riferibile esclusivamente al funzionario» (cfr. Consiglio di Stato, sez. III, sentenza n. 226 del 22.01.2015 e sez. V, sentenza n. 1565 del 23.03.2015);
- RITENUTO, pertanto, di poter richiamare, nel caso di specie, gli enunciati principi interpretativi relativi all’interpretazione dell’articolo 84 (parere di precontenzioso 22.12.2015 n. 221 - rif. PREC 180/15/S - link a www.autoritalavoripubblici.it).

APPALTI SERVIZI: Iscrizione all’Albo Nazionale Gestori Ambientali – requisito di esecuzione
L’iscrizione all’Albo Nazionale dei Gestori Ambientali è requisito di esecuzione e non di partecipazione.
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- CONSIDERATO che, in relazione al primo motivo di doglianza, relativo al requisito dell’iscrizione all’Albo Gestori Ambientali, il consolidato orientamento di questa Autorità ha precisato che
l’iscrizione all’Albo Nazionale dei Gestori Ambientali costituisce un requisito di esecuzione e non di partecipazione alle gare per l’affidamento degli appalti relativi allo svolgimento delle attività di raccolta e smaltimento rifiuti a norma dell’articolo 212 del d.lgs. 152/2006, “dovendo i bandi prevedere una specifica clausola in base alla quale non si procederà alla stipulazione del contratto in caso di mancato possesso della relativa iscrizione (cfr. parere n. 152 del 09.09.2015; nonché AG 7-09 del 23.04.2009 e parere di precontenzioso n. 89 del 29.04.2010);
- CONSIDERATO, inoltre, che
spetta alla stazione appaltante valutare nei confronti dei concorrenti in concreto il possesso di tale requisito secondo la corretta individuazione della relativa categoria e classifica ai fini dell’esecuzione del servizio e al momento della stipula del contratto;
- RITENUTO pertanto che, nel caso di specie, tale valutazione sia stata effettuata in un momento antecedente a quello previsto dall’ordinamento e che, pertanto, l’esclusione del concorrente, per tale motivo, non appare legittima (parere di precontenzioso 22.12.2015 n. 221 - rif. PREC 180/15/S - link a www.autoritalavoripubblici.it).

LAVORI PUBBLICIAppalto esecuzione lavori, la variante è legittima. Per l'Autorità anticorruzione è conforme alla norma vigente.
In un appalto di sola esecuzione dei lavori è legittima la richiesta di varianti migliorative e l'obbligo per il progettista incaricato dall'impresa di sottoscrivere gli elaborati e i grafici allegati all'offerta tecnica dell'impresa stessa.
È quanto ha affermato l'Anac, con il parere di precontenzioso 16.12.2015 n. 220 - rif. PREC 86/15/L, relativo a un appalto di sola esecuzione di lavori, contenente varianti migliorative in sede di offerta chieste in un appalto di sola esecuzione.
Nel caso sul quale si è espressa l'Anac si trattava di verificare la conformità alla normativa vigente di una prescrizione contenuta nel bando di gara, relativa alla richiesta di sottoscrizione da parte del professionista abilitato e incaricato dal concorrente, delle relazioni e dei grafici allegati all'offerta tecnica presentata da una impresa per un appalto di sola esecuzione dei lavori.
Secondo l'Autorità la clausola è legittima in considerazione degli aspetti tecnici contenuti negli elaborati, relativi a varianti progettuali migliorative e le ragioni di tale legittimità vanno individuate nel fatto che la stazione appaltante ha optato per aggiudicare il contratto di sola esecuzione con il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa, ai sensi dell'art. 83 dlgs 163/2006, con prevista applicazione del metodo aggregativo-compensatore di cui all'allegato G del dpr 207/2010 (regolamento attuativo del codice dei contratti pubblici). Generalmente questi contratti si affidano con ricorso al prezzo più basso, ma nulla esclude che si utilizzi l'altro criterio, scelto dalla stazione appaltante.
Su questo punto l'Authority ha confermato che la scelta del criterio «è rimessa, caso per caso, alla stazione appaltante» così come «la scelta del peso da attribuire a ciascun criterio di valutazione dell'offerta in relazione alle peculiarità specifiche dell'appalto e, dunque, all'importanza che, nella specifica ipotesi, hanno il fattore prezzo e i contenuti qualitativi, garantendo comunque, con riferimento al peso complessivo, un rapporto di prevalenza dei criteri qualitativi rispetto a quelli quantitativi».
Di conseguenza, ha asserito l'Autorità, le scelte contenute nelle clausole della lex specialis (nello specifico la richiesta di sottoscrizione degli elaborati parte dal progettista incaricato dall'impresa) rientrano nella discrezionalità della stazione appaltante, «che può essere sindacata», come ribadito dalla giurisprudenza amministrativa, «solo se manifestamente illogica o irragionevole».
Riguardo alle varianti l'Autorità ha ricordato i seguenti quattro punti:
1) ammissibilità di varianti migliorative riguardanti le modalità esecutive dell'opera o del servizio, purché non si traducano in una diversa ideazione dell'oggetto del contratto, che si ponga come del tutto alternativo rispetto a quello voluto dalla p.a;
2) l'importanza che la proposta tecnica sia migliorativa rispetto al progetto base e che l'offerente dia contezza delle ragioni che giustificano l'adattamento proposto e le variazioni alle singole prescrizioni progettuali;
3) l'esistenza della prova che la variante garantisca l'efficienza del progetto e le esigenze della p.a. sottese alla prescrizione variata;
4) il riconoscimento di un ampio margine di discrezionalità alla commissione giudicatrice, trattandosi dell'ambito di valutazione dell'offerta economicamente più vantaggiosa (articolo ItaliaOggi del 29.01.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

LAVORI PUBBLICI: Varianti progettuali migliorative in sede di offerta – firma da parte del progettista sui relativi elaborati tecnici.
Nell’ambito della tipologia di appalto di sola esecuzione di lavori, con previste varianti migliorative in sede di offerta, è conforme alla normativa di settore la richiesta di sottoscrizione, da parte di un professionista di cui all’art. 90 d.lgs. 163/2006, delle relazioni illustrative e dei grafici allegati alla relativa offerta tecnica, tenuto conto degli aspetti tecnici contenuti nei suddetti elaborati.
Art. 76 d.lgs. 163/2006.
...
Offerta economicamente più vantaggiosa – Criteri di valutazione e attribuzione punteggio - metodo aggregativo - compensatore.
Quando per l'aggiudicazione della gara sia stato prescelto il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, la scelta del peso da attribuire a ciascun criterio di valutazione dell’offerta è rimessa, alla stazione appaltante, in relazione alle peculiarità specifiche dell’appalto e, dunque, all’importanza che, nella specifica ipotesi, hanno il fattore prezzo e i contenuti qualitativi, garantendo, con riferimento al peso complessivo, un rapporto di prevalenza dei criteri qualitativi rispetto a quelli quantitativi.
Art. 83 d.lgs. 163/2006.
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- CONSIDERATO, con riferimento al primo profilo di doglianza che, in generale, ai sensi dell’art. 76 d.lgs. 163/2006, le varianti progettuali in sede di offerta, per essere ammissibili, devono essere coerenti al progetto messo a base di gara e devono rispettare le prescrizioni del capitolato speciale d’appalto;
- CONSIDERATO sul punto quanto affermato dall’Autorità che ritiene "La variazione migliorativa, tuttavia, è legittimamente ammessa sempre che sia riconducibile nella sfera delle migliori modalità esecutive del progetto base, da individuare in quelle soluzioni tecniche che consentano di realizzare quanto progettato in modo da garantire una migliore qualità delle lavorazioni dedotte in contratto, salve restando le scelte progettuali fondamentali già effettuate dall'Amministrazione. Attiene ai compiti della Commissione di gara valutare la rispondenza delle varianti ai livelli prestazionali stabili dal progetto posto a base di gara” (cfr. Parere di precontenzioso, 27.05.2010, n. 107);
- TENUTO CONTO di quanto elaborato dalla giurisprudenza amministrativa circa alcuni criteri guida relativi alle varianti in sede di offerta (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 19.02.2003, n. 923; Sez. V, 09.02.2001, n. 578; Sez. IV, 02.04.1997, n. 309) quali:
1) ammissibilità di varianti migliorative riguardanti le modalità esecutive dell’opera o del servizio, purché non si traducano in una diversa ideazione dell’oggetto del contratto, che si ponga come del tutto alternativo rispetto a quello voluto dalla p.a;
2) importanza che la proposta tecnica sia migliorativa rispetto al progetto base e che l’offerente dia contezza delle ragioni che giustificano l’adattamento proposto e le variazioni alle singole prescrizioni progettuali; 3) esistenza della prova che la variante garantisca l’efficienza del progetto e le esigenze della p.a. sottese alla prescrizione variata;
4) riconoscimento di un ampio margine di discrezionalità alla commissione giudicatrice, trattandosi dell’ambito di valutazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa;
- CONSIDERATO altresì che “condizione di ammissibilità delle varianti al progetto preliminare o definitivo previste dal bando di gara e dai relativi allegati tecnici, ai sensi dell’art. 76, del d.lgs. n. 163/2006, è che queste non alterino in misura rilevante, le caratteristiche strutturali, prestazionali e funzionali dell’opera, a garanzia della par condicio dei concorrenti (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 23.01.2012 n. 285; Id., Sez. V, 20.02.2009 n. 1019) e che il bando di gara ed i relativi allegati tecnici precisino con chiarezza i confini entro i quali devono collocarsi le eventuali varianti al progetto preliminare o definitivo” (In tal senso parere di Precontenzioso 23.04.2013, n. 68);
- RILEVATO che nel caso di specie, l’oggetto dell’appalto afferisce alla sola esecuzione di lavori, non rientrando nelle diverse ipotesi previste dall’art. 53, comma 2, lettere b) e c), d.lgs. 163/2006, dove si è richiesto agli operatori economici il possesso di requisiti prescritti per i progettisti, ovvero avvalersi di progettisti qualificati, da indicare nell’offerta, o partecipare in raggruppamento con soggetti qualificati per la progettazione;
- RITENUTO che la prescrizione contenuta al punto 3 – Contenuto offerta tecnica, lettera d.1) del disciplinare di gara che richiede la sottoscrizione, da parte di un professionista abilitato e incaricato dal concorrente, non certo dell’offerta tecnica bensì delle relazioni illustrative e dei grafici ad essa da allegare, appare condivisibile e coerente con la disciplina di settore tenuto conto degli aspetti tecnici contenuti nei suddetti elaborati;
- TENUTO CONTO inoltre che il criterio prescelto dalla stazione appaltante nella procedura de qua è quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa ai sensi dell’art. 83 d.lgs. 163/2006 con prevista applicazione del metodo aggregativo-compensatore di cui all’allegato G del d.p.r. 207/2010;
- CONSIDERATO in generale, come evidenziato dall’Autorità nella determinazione n. 7/2011, che il Codice dei Contratti precisa che il criterio sopra citato fonda l’aggiudicazione dei contratti pubblici non tanto su una valutazione meramente economica, quanto su una complessa integrazione tra il dato economico e quello tecnico e qualitativo; integrazione che avviene applicando criteri di valutazione quantitativi (prezzo, tempo di esecuzione, durata della concessione, ecc.) o qualitativi (caratteristiche estetiche e funzionali, qualità, pregio tecnico, ecc.) inerenti alla natura, all’oggetto ed alle caratteristiche del contratto;
- CONSIDERATO altresì che l’art. 83, comma 5, d.lgs. 163/2006 stabilisce che le stazioni appaltanti debbano utilizzare metodologie tali da consentire l’individuazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa con un unico parametro numerico finale, mediante un’analisi integrata di una pluralità di criteri di valutazione,
- RILEVATO che strettamente connessa alla scelta dei criteri di valutazione è ovviamente l’indicazione della relativa ponderazione e, cioè, l’utilità che il singolo elemento di valutazione riveste per la stazione appaltante rispetto alla totalità degli elementi di valutazione dell’offerta per quello specifico appalto;
- CONSIDERATO che la scelta del peso o punteggio da attribuire a ciascun criterio di valutazione dell’offerta è rimessa, caso per caso, alla stazione appaltante, in relazione alle peculiarità specifiche dell’appalto e, dunque, all’importanza che, nella specifica ipotesi, hanno il fattore prezzo ed i contenuti qualitativi. Conseguentemente, le scelte concretamente poste in essere nelle clausole della lex specialis rientrano nella discrezionalità della stazione appaltante, che può essere sindacata, come ribadito dalla giurisprudenza amministrativa, solo se manifestamente illogica o irragionevole;
- RITENUTO che l’impostazione corretta tra il peso dei criteri qualitativi e quello dei criteri quantitativi, in particolare del prezzo, deve essere, nei riguardi del peso complessivo, in rapporto di prevalenza a favore dei criteri qualitativi rispetto ai criteri quantitativi, al fine di non frustrare la ratio stessa dell’offerta economicamente più vantaggiosa, che postula la ottimale ponderazione del rapporto qualità/prezzo;
- CONSIDERATO che, coerentemente con le considerazioni sopra svolte, nel caso in esame, appare che la stazione appaltante abbia dato comunque prevalenza al criterio qualitativo rispetto ai restanti criteri quantitativi (prezzo e tempo),
Il Consiglio
Ritiene che, nei limiti di cui in motivazione,
nell’ambito della tipologia di appalto di sola esecuzione di lavori, con previste varianti migliorative in sede di offerta, è conforme alla normativa di settore la richiesta di sottoscrizione, da parte di un professionista di cui all’art. 90 d.lgs. 163/2006, delle relazioni illustrative e dei grafici allegati alla relativa offerta tecnica, tenuto conto degli aspetti tecnici contenuti nei suddetti elaborati.
Quando per l'aggiudicazione della gara sia stato prescelto il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, è rimessa, caso per caso, alla stazione appaltante la scelta del peso da attribuire a ciascun criterio di valutazione dell’offerta in relazione alle peculiarità specifiche dell’appalto e, dunque, all’importanza che, nella specifica ipotesi, hanno il fattore prezzo e i contenuti qualitativi, garantendo comunque, con riferimento al peso complessivo, un rapporto di prevalenza dei criteri qualitativi rispetto a quelli quantitativi
(parere di precontenzioso 16.12.2015 n. 220 - rif. PREC 86/15/L - link a www.autoritalavoripubblici.it).

QUESITI & PARERI

CONSIGLIERI COMUNALIOSSERVATORIO VIMINALE/ Vicesindaco necessario. In mancanza lo sostituisce l'assessore anziano. La nomina del sostituto del primo cittadino è indispensabile.
Come deve essere individuata la figura del vicesindaco in caso di mancata nomina dello stesso da parte del sindaco in carica?

L'art. 46 del decreto legislativo n. 267/2000, al comma 2, prevede che il sindaco nomina i componenti della giunta, tra cui un vicesindaco, e ne dà comunicazione al consiglio nella prima seduta successiva all'elezione.
La nomina del vicesindaco, anche secondo quanto indicato nella circolare ministeriale n. 2379 del 16/02/2012, è indispensabile per l'esercizio delle indefettibili funzioni sostitutive del sindaco impedito o assente.
Nel caso in specie, lo statuto del comune stabilisce che «il sindaco designa il vicesindaco. In mancanza, i poteri di supplenza sono svolti dall'assessore più anziano di età».
L'unica interpretazione che possa fornirsi alla citata norma statutaria, alla luce dell'articolo 53, comma 2, del Testo unico sugli enti locali (decreto legislativo n. 267/2000) che prevede la sostituzione del sindaco, nei casi ivi indicati (tra cui l'assenza o l'impedimento temporaneo) da parte del solo vicesindaco, è quella secondo la quale, in mancanza di designazione è vicesindaco di diritto l'assessore più anziano, non essendo ammissibili ulteriori figure istituzionali che lo possano sostituire nelle proprie competenze quale organo monocratico ovvero quale capo della giunta.
Pertanto, ferma restando l'assoluta necessità di ottemperare al disposto di legge che richiede l'esplicita designazione del vicesindaco da parte del sindaco, la citata norma statutaria fornisce, nelle more, il necessario strumento per l'individuazione della figura vicaria del sindaco (articolo ItaliaOggi del 29.01.2016).

CONSIGLIERI COMUNALIOSSERVATORIO VIMINALE/ Quorum strutturale per le sedute del Consiglio.
Qual è la normativa da applicare, in ordine alla definizione del quorum strutturale stabilito per la validità delle sedute del consiglio comunale, in caso di contrasto tra previsione statutaria e norma regolamentare?

L'art. 38, comma 2, del decreto legislativo n. 267/2000, demanda al regolamento comunale, «nel quadro dei principi stabiliti dallo statuto» la determinazione del «numero dei consiglieri necessario per la validità delle sedute», con il limite che tale numero non può, in ogni caso, scendere sotto la soglia del «terzo dei consiglieri assegnati per legge all'ente, senza computare a tale fine il sindaco e il presidente della provincia»; quest'ultimo assunto deve essere inteso nel senso che, limitatamente al computo del «terzo» dei consiglieri, il sindaco deve essere escluso.
Nel caso di specie è stato rilevato un contrasto tra la previsione recata dallo statuto comunale e la disciplina prevista dal regolamento sul funzionamento del consiglio dell' ente locale.
La prima delle due fonti normative, infatti, prevede, in prima convocazione, la presenza della maggioranza assoluta dei consiglieri assegnati al fine della validità delle sedute ed, in seconda convocazione, la presenza di almeno sei consiglieri, non computando il sindaco. Ai sensi della norma regolamentare è, invece, previsto che, per la validità delle sedute di seconda convocazione, sia necessaria la presenza di almeno un terzo dei consiglieri assegnati su un totale di dodici consiglieri oltre al sindaco.
Secondo il principio della gerarchia delle fonti, conformemente anche all'articolo 7 del citato Testo unico sugli enti locali, che disciplina l'adozione dei regolamenti comunali «nel rispetto dei principi fissati dalla legge e dallo statuto» (cfr. sentenza Tar Lombardia, Brescia, n. 2625 del 28.12.2009, Tar Lazio, n. 497 del 2011), la citata disposizione regolamentare dovrebbe essere disapplicata, prevalendo la norma statutaria.
È, tuttavia, opportuno comporre la discrasia evidenziata; l'ente dovrà, pertanto, porre in essere un intervento correttivo volto ad armonizzare le previsioni recate dalle citate fonti di autonomia locale (articolo ItaliaOggi del 29.01.2016).

PUBBLICO IMPIEGO: L'invalidità civile e la disabilità.
DOMANDA:
Una dipendente di questo Comune è stata riconosciuta invalida civile ai sensi dell'art. 3, comma 1, della legge 104/1992.
Si chiede se può fruire dei permessi mensili previsti dalla citata legge.
RISPOSTA:
L'art. 33 della legge 104/1992 prevede che il lavoratore disabile, con rapporto di lavoro pubblico o privato, in situazione di gravità, ai sensi dell'art. 3, comma 3 della legge 104 possa usufruire alternativamente dei permessi di tre giorni mensili o di permessi orari giornalieri nella seguente misura: due ore al giorno per un orario giornaliero di sei ore, ovvero di un'ora al giorno per un orario giornaliero inferiore alle sei ore.
L’invalidità civile e la disabilità sono due condizioni differenti, da dimostrare attraverso specifiche procedure. L’invalida civile riconosciuta ai sensi dell'art. 3, comma 1, della legge 104/1992, in quanto tale non. ne ha diritto; se acquisisce la certificazione di cui al comma 3 dello stesso articolo della stessa legge, potrà chiedere di poterne fruire. Il dipendente disabile grave che chiede (o il disabile per il quale si chiedono i permessi ) deve essere in situazione di disabilità grave ai sensi dell’art. 3, comma 3, della legge 104/1992 riconosciuta tale dall’apposita Commissione Medica Integrata (art. 4, comma 1, L. 104/1992).
Il lavoratore dipendente in situazione di disabilità grave, se riconosciuto, avrà la possibilità di fruire alternativamente per ogni mese di 2 ore di permesso al giorno per ciascun giorno lavorativo del mese ovvero di 3 giorni interi di permesso al mese anche frazionabili in ore.
Il testo della legge 104/1992 reca infatti nei primi 3 commi: ”1. E' persona handicappata colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione.
2. La persona handicappata ha diritto alle prestazioni stabilite in suo favore in relazione alla natura e alla consistenza della minorazione, alla capacità complessiva individuale residua e alla efficacia delle terapie riabilitative.
3. Qualora la minorazione, singola o plurima, abbia ridotto l'autonomia personale, correlata all'età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione, la situazione assume connotazione di gravità. Le situazioni riconosciute di gravità determinano priorità nei programmi e negli interventi dei servizi pubblici
.”
Dal predetto testo si evince che il disabile riconosciuto, per poter fruire dei permessi deve ottenere il riconoscimento di gravità da parte della Commissione specifica (link a www.ancirisponde.ancitel.it).

CONSIGLIERI COMUNALI - PUBBLICO IMPIEGO: Reato di turbativa di scelta del contraente da parte di un amministratore, si consuma anche se poi le pressioni non vengono accolte dal funzionario?
IL CASO: Il Sindaco di un comune aveva promesso ad un imprenditore locale, che gli assicurava il suo appoggio nella prossima campagna elettorale, l'aggiudicazione dell'appalto di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani.
Per dare esecuzione alla promessa, nell'estate 2010, il sindaco e l'assessore ai lavori pubblici tenevano numerosi incontri con l’imprenditore ed il suo professionista di fiducia, e decidevano la riorganizzazione della raccolta rifiuti con l'istituzione di un apposito servizio di comunicazione e controllo, che sarebbe stato assegnato all’imprenditore.
In tale prospettiva l’imprenditore preparava le bozze dei bandi di gara, che il sindaco, nell'ottobre 2010, sottoponeva al responsabile dell'Ufficio lavori pubblici, per la formalizzazione. La funzionaria non accettava l'imposizione e, nel mese di dicembre, predisponeva autonomamente i bandi di gara, suscitando le reazioni del sindaco, dell'assessore e dello stesso imprenditore.
In particolare il sindaco premeva affinché l'importo della base d'asta fosse abbassato; le rimproverava, inoltre, di avere inserito, per la partecipazione alla gara, il requisito -che l’imprenditore non possedeva- di avere svolto negli ultimi tre anni servizi analoghi a quello oggetto del bando e l'aveva perciò invitata a correggere il bando o a ritirarlo.
La funzionaria resistette alle richieste e l’imprenditore fu costretto ad associarsi ad altro soggetto.
Sussiste il reato di turbata libertà di scelta del contraente anche se la funzionaria non aveva ceduto alle indebite pressioni?
(Risponde l’Avv. Guido Paratico)
La norma che disciplina il reato di turbata libertà di scelta del contraente, è l’art. 353-bis del Codice Penale, entrato in vigore il 07.09.2010, che così dispone: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque con violenza o minaccia, o con doni, promesse, collusioni o altri mezzi fraudolenti, turba il procedimento amministrativo diretto a stabilire il contenuto del bando o di altro atto equipollente al fine di condizionare le modalità di scelta del contraente da parte della pubblica amministrazione è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni e con la multa da euro 103 a euro 1.032”.
La nuova fattispecie di cui sopra, ha inteso sanzionare le turbative del "procedimento amministrativo diretto a stabilire il contenuto del bando o di altro atto equipollente al fine di condizionare le modalità di scelta del contraente".
Il legislatore, dunque, per contrastare con maggiore efficacia il fenomeno della turbativa d'asta, che nelle sue varie manifestazioni può investire anche il procedimento formativo del bando di gara, condizionandone il contenuto in modo tale che un determinato soggetto possa essere favorito nell'aggiudicazione ancor prima della sua apertura, mettendo in pericolo, da un lato, il buon andamento della P.A. e, dall'altro, la libera concorrenza tra i partecipanti alla gara, ha introdotto un nuovo reato di pericolo, che, affiancando l'originario art. 353 c.p., tende a reprimere le condotte di turbativa poste in essere antecedentemente alla pubblicazione del bando, che finora sfuggivano alla sanzione penale (v., in motivazione, Sez. 6, n. 44896 del 22/10/2013, dep. 07/11/2013).
L'azione delittuosa consiste nel turbare mediante atti predeterminati il procedimento amministrativo di formazione del bando, allo scopo di condizionare la scelta del contraente.
Poiché il condizionamento del contenuto del bando è il fine dell'azione, è evidente che il reato si consuma indipendentemente dalla realizzazione del fine medesimo.
Per integrare il delitto, quindi, non è necessario che il contenuto del bando venga effettivamente modificato in modo tale da condizionare la scelta del contraente, né, a maggior ragione, che la scelta del contraente venga effettivamente condizionata. E' sufficiente, invece, che si verifichi un turbamento del processo amministrativo, ossia che la correttezza della procedura di predisposizione del bando sia messa concretamente in pericolo (Sez. 6, n. 44896 del 22/10/2013, cit.), attraverso l'alterazione o lo sviamento del suo regolare svolgimento, e con la presenza di un dolo specifico qualificato dal fine di condizionare le modalità di scelta del contraente da parte della P.A..
Considerando il tenore letterale della formulazione adottata dal legislatore e la ratio della nuova previsione normativa, non v'è dubbio che nella nozione di "atto equipollente" ivi menzionata rientra qualunque provvedimento alternativo al bando di gara, adottato per la scelta del contraente, ivi inclusi, pertanto, quelli statuenti l'affidamento diretto (Sez. 6, 23.10.2012, n. 43800).
Ne discende che l'ambito di applicazione della nuova disposizione si estende a qualsiasi forma di aggiudicazione che prescinda dalla celebrazione di una gara e alla stessa fase di selezione dello strumento di aggiudicazione, oltre che a tutte quelle situazioni in cui l'attività illecita si risolva nella stessa elusione del rispetto di una regolata procedura concorrenziale.
Nel caso di specie, si deve svolgere una particolare disamina, poi, della distinzione tra “dialogo tecnico” per la preparazione del capitolato e vera e propria collusione.
Da quanto evidenziato nella narrazione del fatto in questione, emerge come la collusione intesa a condizionare il contenuto del bando a favore dell'imprenditore sia dimostrata dalla sequenza di fatti sopra richiamati, che smentiscono che vi sia stato solo un "dialogo tecnico".
In realtà, gli incontri tra il Sindaco e l’imprenditore, avevano lo scopo di studiare l'organizzazione del servizio di raccolta dei rifiuti e di preparare il bando non per soddisfare gli interessi della pubblica amministrazione bensì quelli di un singolo imprenditore legato agli amministratori da rapporti extraistituzionali.
Per di più, non vi è dubbio sulla sussistenza del reato anche se la funzionaria ha di fatto rifiutato di recepire le pressioni ricevute.
Come sopra osservato, infatti, per integrare il delitto non è necessario che il contenuto del bando venga effettivamente modificato in modo tale da condizionare la scelta del contraente, né, a maggior ragione, che la scelta del contraente venga effettivamente condizionata.
E' sufficiente, invece, che si verifichi un turbamento del processo amministrativo, ossia che la correttezza della procedura di predisposizione del bando sia messa concretamente in pericolo.
Il che, nella fattispecie, è avvenuto quando il sindaco ha consegnato la bozza del bando, frutto di collusione, al funzionario responsabile dell'ufficio competente per gli appalti pubblici, ordinando che fosse convertita senza modificazioni nel bando pubblico.
La disobbedienza del funzionario che rifiutò l'imposizione ha impedito, quindi, l'inquinamento del bando, ma non ha cancellato la turbativa oggettivamente arrecata al procedimento amministrativo mediante l'intervento diretto del sindaco sul funzionario a quel procedimento preposto (tratto dalla newsletter 26.01.2016 n. 134 di http://asmecomm.it).

PUBBLICO IMPIEGO: L'assenza per visita medica.
DOMANDA:
Il Tar del Lazio, con le sentenze n. 5711/2015 e n. 5714/2015, ha recentemente annullato la circolare n. 2/2014 della Funzione Pubblica nella parte in cui viene imposto ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche di cui all’art. 1, comma 2, del D.Lgs. n. 165/2001 di avvalersi obbligatoriamente dei permessi per documentati motivi personali,secondo la disciplina prevista dai CCNL, o di istituti contrattuali similari o alternativi (come i permessi brevi o la banca delle ore), per giustificare l’assenza dovuta all’effettuazione di visite, terapie, prestazioni specialistiche od esami diagnostici secondo la suddetta nuova disciplina.
Ne consegue che, secondo il collegio, la citata novella legislativa non può avere un carattere immediatamente precettivo, ma deve comportare, per la sua applicazione anche mediante atti generali quali circolari o direttive, una più ampia revisione della disciplina contrattuale di riferimento. Quindi, la stessa troverà il suo naturale elemento di attuazione nella disciplina contrattuale da rivisitare e non in atti generali che impongono modifiche unilaterali in riferimento a CCNL già sottoscritti.
In attesa delle modifiche contrattuali in materia e di eventuali ulteriori indirizzi da parte della Funzione Pubblica, le amministrazioni possono nel frattempo stabilire le opportune linee operative in merito (anche attraverso l’emanazione di circolari interne ai dipendenti).
L’INPS nel messaggio 18/05/2015, n. 3366, recependo le decisioni del TAR del Lazio, ha ritenuto di fornire le seguenti indicazioni (non direttamente rivolte agli Enti Locali, ma che possono essere prese come riferimento per eventuali discipline interne), riesumando gli indirizzi già impartiti dalla Funzione Pubblica nella circolare della Funzione Pubblica n. 10/2011 (par. 3, pag. 5) e nella precedente circolare n. 8/2008, sezione 1.2: le assenze per visite, terapie, prestazioni specialistiche od esami diagnostici potranno essere imputate dai dipendenti anche a malattia, secondo i criteri applicativi previgenti, ferma restando la possibilità (non più l’obbligo) per gli interessati di usufruire dei permessi per motivi personali o familiari, permessi brevi, o banca delle ore, ecc..
Sia nel caso in cui l’assenza sia imputata a malattia sia qualora sia imputata a permessi per motivi personali e familiari, il dipendente dovrà documentare l’assenza mediante attestazione redatta dal medico o dal personale amministrativo della struttura pubblica o privata che ha erogato la prestazione (attestazione di presenza, da presentare al dipendente, per il successivo inoltro all’amministrazione di appartenenza, oppure trasmessa direttamente a quest’ultima per via telematica a cura del medico o della struttura; nel caso di trasmissione telematica, la mail dovrà contenere il file scansionato in formato PDF dell’attestazione).
Da tale attestazione dovranno risultare: la qualifica e la sottoscrizione del soggetto che la redige; l’indicazione del medico e/o della struttura presso cui si è svolta la visita o la prestazione; il giorno, l’orario di entrata e di uscita del dipendente dalla struttura sanitaria erogante la prestazione.
Siamo a chiedere il vostro illustre parere in merito ai seguenti interrogativi. Si domanda:
- è possibile che in caso di assenza per prestazioni specialistiche sia il dipendente a richiedere che la sua assenza sia giustificata come “assenza per malattia” semplicemente presentando l’attestazione della struttura medica che ha erogato la prestazione, senza che sia necessario l’invio telematico del certificato ad opera del medico curante?
- E' quindi possibile che la malattia possa essere autocertificata dal dipendente?
- A fronte di una prestazione specialistica, che potrebbe anche avere la durata di dieci minuti (analisi del sangue) e che non comporta situazione di incapacità lavorativa è possibile (per quanto sopra detto) che il dipendente sia assente per l’intera giornata lavorativa giustificando l’assenza come “malattia”? O per assentarsi per l’intera giornata è necessaria un’attestazione medica da cui risulti che il paziente non è in grado di riprendere l’attività lavorativa?
- Non è quindi più obbligatorio il rilascio del certificato medico telematico, ma può veramente essere lasciata discrezionalmente la scelta a capo del lavoratore dipendente?
RISPOSTA:
La scelta di utilizzo dell’uno o dell’altro tra i giustificativi ammessi, compete al dipendente che si trovi a doversi assentare dal lavoro per visite, terapie, prestazioni specialistiche o esami diagnostici; il predetto sulla base della specifica esigenza, potrà valutarne anche la possibile assimilabilità alla malattia, fermo restando che dovrà essere fatta salva di volta in volta, per il giustificativo prescelto, la procedura prescritta per la validazione dell’assenza imputabile allo stesso. Quindi, nel caso di utilizzo del giustificativo di malattia, non sarà possibile prescindere da quanto normalmente prescritto per potersi avvalere dello stesso.
Pertanto:
1) Sarà possibile che, qualora debba assentarsi per prestazioni specialistiche o accertamenti diagnostici, terapie o visite, il dipendente possa richiedere che la propria assenza sia giustificata come “assenza per malattia”, presentando un certificato del proprio medico di base o dello specialista che attesti tale imprescindibile necessità e indichi quando e dove sarà effettuata la prestazione, trasmettendo copia del certificato per via telematica all’Inps; al datore di lavoro sarà poi presentata l’attestazione della struttura medica che ha erogato la prestazione, con le relative precisazioni circa la durata della prestazione e la permanenza del dipendente presso la struttura medica in questione.
2) Non è ammissibile né possibile in alcun modo che l’assenza imputabile a malattia possa essere autocertificata dal dipendente. Se il dipendente sceglie di computare l’assenza in parola nel giustificativo di malattia, deve seguire la procedura prescritta per questo in tutti i passi rispettando ognuna delle condizioni previste. Se l’ente intende adottare come riferimento di massima il contenuto della circolare Inps, sarà bene che precisi con chiarezza questa condizione per non trovarsi poi al centro di un possibile contenzioso senza fine. Solo un medico può certificare una malattia, quindi solo un medico può attivare la procedura di convalida di assenza per malattia nei modi e termini di legge prescritti. Se non è possibile fare rientrare l’assenza nelle norme prescritte per la certificazione di malattia, dal dipendente dovrà essere usato un diverso giustificativo tra quelli possibili.
3) L’assenza per malattia non è frazionabile al di sotto della misura minima di una giornata; per una prestazione di 10 minuti, è chiaro che dovrà essere utilizzato un diverso giustificativo.
4) le terapie salvavita sono fatte salve, il medico certifica preventivamente il periodo in cui saranno effettuate e le condizioni del dipendente precisando la necessità o non necessità di riposo e cure dopo aver effettuato le stesse; la struttura presso cui sono state effettuate, certifica le stesse, indicando giorni e ore.
5) la discrezionalità del dipendente è nella scelta del giustificativo; individuato questo, deve essere poi in grado di seguire senza deroga alcuna la relativa procedura e le regole prescritte per lo stesso, compresi i vincoli, i limiti, i termini, i tempi, le modalità e le trattenute stipendiali.
6) La regolamentazione che sarà adottata, deve essere possibilmente chiara e completa.
7) Anche l’Aran precisa riguardo la giustificabilità di queste particolari assenze che, se l’orientamento giurisprudenziale consolidato consente di ricondurre nell’ambito dell’istituto della malattia le assenze correlate ad accertamenti clinici preventivi, diagnostici, a visite mediche, a prestazioni medico specialistiche, e se legittimamente il dipendente può assentarsi per tali motivazioni, utilizzando detto istituto, le assenze, ricondotte alla malattia, ne seguono l’intera disciplina e devono essere calcolate anche nel periodo di comporto contrattuale, fermo restando che, in alternativa a questo, il CCNL consente di fruire di permessi retribuiti, e che in entrambi i casi, le assenze devono essere attestate attraverso regolare certificazione medica (anticipata, nel caso dell’utilizzo del giustificativo di malattia, in assenza di ricovero, anche dalla certificazione del medico di base o specialista trasmessa in via telematica all’Inps, per il successivo iter) (link a www.ancirisponde.ancitel.it).

ESPROPRIAZIONE: L'occupazione usurpativa.
DOMANDA:
Negli anni 70 il Comune realizzò una strada comunale su parte di terreno di proprietà privata, allargando l'esistente sedime stradale verso le adiacenti proprietà private. L'allora Sindaco con una semplice lettera al proprietario si impegnava all'esecuzione dei lavori stradali cercando di occupare il minor spazio possibile e promettendo, al fine di evitarne l'esproprio, un compenso di Lire 500/mq per il terreno occupato.
Ora l'erede chiede una definizione della pratica con la presa in carico da parte dell'Ente dell'area privata occupata dal sedime stradale ed il riconoscimento dell'indennità. Quanto sopra, posto che la citata "promessa" risulta essere alquanto anomala, vista la totale assenza di un atto di cessione bonaria dell'immobile, e l'assenza di un eventuale provvedimento deliberativo di Giunta o di Consiglio in merito, se non per l'affidamento dei lavori.
Rilevato che ai sensi della L. 448/1998 l'accorpamento gratuito al demanio non è da intendersi possibile in quanto non vi è la disponibilità del proprietario, si chiede in che modo possa essere eventualmente riconosciuto il diritto rivendicato dal richiedente, considerata anche la rivalutazione della somma "promessa" nell'eventualità, ad avviso dello scrivente alquanto remota, che tutto ciò sia possibile.
RISPOSTA:
Il caso prospettato può essere inquadrato all'interno della fattispecie dell’occupazione usurpativa in quanto avvenuta in assenza di un valido titolo espropriativo. Secondo quanto disposto dalla giurisprudenza prevalente, tale fenomeno realizza un’ipotesi di fatto illecito generatore di danno ex art. 2043 cod. civ. (Cass. SU 10962/2005, Cons. Stato 2285/2005). Per tali ragioni, l’erede dell’originario proprietario avrebbe effettivamente il diritto a veder risarcito il danno derivante dalla costruzione della strada comunale su parti di terreno di sua proprietà.
Tuttavia, l’azione per rivendicare tale diritto è sottoposta alla prescrizione quinquennale: l’art. 2947 cod. civ. rubricato "Prescrizioni del diritto al risarcimento del danno" afferma che tale diritto si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il fatto si è verificato. In tal caso, sarà necessario, dunque, accertare il momento di avvenuta conclusione dei lavori di costruzione della strada (momento conclusivo a partire dal quale è possibile stabilire l’intervenuta mutazione dei luoghi), e, inoltre, il compimento di eventuali atti interruttivi della prescrizione da parte del danneggiato (atti di diffida ecc).
Qualora questi non fossero rinvenuti e l’ultimazione dei lavori fosse avvenuta in un tempo superiore ai cinque anni da quando l’erede ha fatto valere il suo diritto, questo non potrebbe rivendicare alcuna pretesa nei confronti del comune a causa della maturazione del tempo della prescrizione.
Anche a voler superare le considerazioni relative alla prescrizione del risarcimento del danno, nel caso in cui l’ente comunale volesse sanare ex post tale e volesse, quindi, acquisire le parti di terreno occupate durante la costruzione della strada comunale, potrebbe ricorrere all'istituto della cessione volontaria ai sensi della normativa vigente.
È importante valutare con attenzione tale opzione in quanto –risultando ormai perfezionata l’occupazione acquisitiva– la corresponsione di un’indennità (qualunque sia la misura) potrebbe configurare fattispecie di responsabilità erariale ex art. 1, c. 4, della Legge n. 20/1994 (link a www.ancirisponde.ancitel.it).

PATRIMONIO: La vendita all'asta dell'escavatore.
DOMANDA:
Mediante asta pubblica è stato venduto ad un privato un escavatore per un valore di € 1.500,00. La fattura di acquisto di tale bene non è mai stata registrata nei registri di acquisto in quanto non rilevante ai fini IVA perché attività istituzionale (manutenzione delle strade).
Si chiede pertanto: L’ente ha l’obbligo dell’emissione della fattura? In caso affermativo come dovrà essere fatta la fattura (esente ai sensi dell’art. 10, comma 27-quinquies, L. 633/1972)? Se ad acquistare il bene fosse una ditta che richiede la fattura, l’ente, come dovrà comportarsi, visto che agisce come un privato?
RISPOSTA:
La cessione del bene in oggetto è fuori campo IVA in quanto non effettuata nell’esercizio di attività commerciale ex art. 4 del DPR 633/1972. Pertanto non deve essere emessa fattura invocando l’esenzione di cui all’art. 10, c. 1, n. 27-quinquies), del citato decreto, trattandosi di regime riservato ad operazioni effettuate nell’esercizio d’impresa, riferite a beni per i quali, all’atto dell’acquisto, non è stata operata la detrazione per carenza di requisiti oggettivi.
Il Comune, pertanto, nel caso di specie può (l’emissione di documento non è obbligatoria) emettere un documento/ricevuta privo dei requisiti di cui all’art. 21 del DPR 633 (fattura), assoggettato ad imposta di bollo, dichiarando che il corrispettivo è fuori campo IVA in quanto la cessione è effettuata al di fuori dell’esercizio di attività commerciale per carenza del presupposto soggettivo ex art. 4, c. 1, del DPR 633/1972 (link a www.ancirisponde.ancitel.it).

ENTI LOCALI: OSSERVATORIO VIMINALE/ Referendum senza limiti. La consultazione abrogativa è ammissibile. Legittimo interrogare i cittadini sulla cessione della farmacia comunale.
È ammissibile una proposta di referendum abrogativo popolare in ordine alla scelta dell'amministrazione locale, deliberata dal consiglio comunale, di cedere la titolarità della farmacia comunale?

L'ordinamento italiano presta una particolare attenzione alla partecipazione diretta del cittadino nella vita delle istituzioni locali. Giova ricordare, in proposito, che l'Italia ha fatto propri i principi della Carta europea dell'autonomia locale a cui ha aderito sottoscrivendo la relativa convenzione, poi ratificata con la legge 30.12.1989, n. 439.
L'articolo 3 della Carta, al comma 2, riconoscendo alle collettività locali il diritto di regolamentare ed amministrare, nell'ambito della legge, una parte importante di affari pubblici mediante consigli e assemblee costituiti da membri eletti a suffragio libero, segreto, paritario, diretto e universale, in grado di disporre di organi esecutivi responsabili nei loro confronti, ha precisato, altresì, che «detta disposizione non pregiudica il ricorso alle assemblee di cittadini, al referendum, o ad ogni altra forma di partecipazione diretta dei cittadini qualora questa sia consentita dalla legge».
Gli istituti di partecipazione e gli organismi consultivi del cittadino trovano una loro concretizzazione nel Tuel n. 267/2000 e, indipendentemente dalla dimensione demografica dell'ente, fanno parte del contenuto necessario e non meramente facoltativo dello statuto. Un rinvio allo statuto è previsto dal comma 3 dell'art. 8 del citato decreto legislativo n. 267/2000, in merito alla previsione di forme di consultazione della popolazione, nonché alle procedure per l'ammissione di istanze, petizioni e proposte di cittadini singoli o associati dirette a promuovere interventi per la migliore tutela di interessi collettivi con la determinazione delle garanzie per il loro tempestivo esame.
La norma dispone che «possono» essere, altresì, previsti referendum anche su richiesta di un adeguato numero di cittadini, che devono comunque riguardare materie di esclusiva competenza locale
Il referendum, si configura, dunque, quale elemento meramente eventuale e facoltativo dello statuto comunale che una volta previsto deve essere compiutamente disciplinato dal regolamento. Rispetto alla normativa previgente è stata ampliata la valenza dell'istituto del referendum popolare, attualmente configurabile non più solo come consultivo (unica tipologia prevista nell'originale formulazione della legge n. 142 del 1990 e volta a consentire la consultazione della popolazione su rilevanti questioni di interesse locale), ma anche come abrogativo (di provvedimenti a carattere generale degli organi istituzionali e burocratici dell'ente), propositivo (per approvare proposte di atti avanzate dalla stessa amministrazione o da altri soggetti), confermativo, di indirizzo e oppositivo-sospensivo.
In tal senso, si è anche affermato che il potere statutario in materia resta ampio con riguardo all'oggetto del referendum (che è sufficiente che rientri tra le materie di competenza esclusiva dell'ente), alla determinazione del numero dei partecipanti per la sua validità e alla possibilità di prevedere effetti consequenziali per l'amministrazione locale legati all'esito del referendum, con il solo limite della conservazione del potere decisionale in capo agli organi di governo.
Nel caso prospettato, l'amministrazione locale ritiene dubbia la possibilità di espletare il referendum abrogativo, in relazione alla circostanza che l'alienazione della farmacia comunale è stata prevista nel bilancio di previsione dell'ente. Ciò alla luce della disposizione statutaria che prevede la possibilità di indire referendum abrogativi, propositivi o consultivi, con una serie di esclusioni in materia «di tributi locali e di tariffe, di attività amministrative vincolate da leggi statali o regionali».
Tuttavia, i proventi che scaturiscono dall'eventuale alienazione della farmacia comunale, non possono certo assimilarsi a «tributi locali o tariffe», i quali hanno una connotazione giuridica ben precisa. Peraltro, l'alienazione della farmacia comunale non scaturisce da un'attività amministrativa vincolata da leggi. Infatti, la legge n. 475 del 02.04.1968, che disciplina il servizio farmaceutico, pur derogata dall'art. 11, comma 3, del dl n. 1/2012 convertito il legge n. 27/2012 nella parte in cui si prevede il diritto di prelazione dei comuni in ordine alla metà delle farmacie che si rendano vacanti o di nuova istituzione (art. 9), non impone, comunque, l'alienazione delle farmacie già in possesso del comune.
Pertanto, non sussistono motivi ostativi all'indizione del referendum (articolo ItaliaOggi del 22.01.2016).

GIURISPRUDENZA

PUBBLICO IMPIEGOSanremo, «validi» gli arresti domiciliari per gli assenteisti. Pa. Il via libera dalla Cassazione.
Quando l’assenteismo diventa una «prassi consolidata», portata avanti «in modo sistematico», può giustificare le misure cautelari a carico dei dipendenti, perché suggerisce il rischio concreto di ripetizione del reato.
Su queste basi la Corte di Cassazione - Sez. II penale, nella sentenza 26.01.2016 n. 3289, mette il bollino sugli arresti domiciliari e sull’obbligo di firma decisi dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Imperia nei confronti di 25 dipendenti del Comune di Sanremo, fra cui il vigile della celebre timbratura in slip diventato suo malgrado l’icona della vicenda.
Le contestazioni del Tribunale puntano alla «falsa attestazione» della presenza in servizio, cioè il reato specifico per l’assenteismo nel pubblico impiego introdotto a suo tempo dalla riforma Brunetta (articolo 69, comma 1, del Dlgs 150/2009), a cui si affiancano la truffa aggravata, il falso ideologico e l’interruzione di pubblico servizio. Per il gruppo dei 25 che si è rivolto alla Suprema corte (all’interno dei 35 arrestati nell’inchiesta Stakanov che in tutto coinvolge 195 persone), il pm ha chiesto e il gip ha disposto due ordini di misure cautelari: l’arresto domiciliare per i casi più gravi e l’obbligo di firma per gli altri.
A motivarli, accanto al rischio di allungare la lista dei reati, c’è il pericolo di inquinamento delle prove, tanto più che le indagini sono ancora in corso: in questo quadro, si affaccerebbe anche «l’agevole possibilità» di concordare versioni di comodo per respingere le obiezioni dei magistrati.
Nel tentativo di contrastare le decisioni del Gip, in realtà, il ricorso in Cassazione ha puntato più sulla procedura che sul merito, accusando di fatto il giudice di aver “copiato e incollato” le informazioni del pubblico ministero aderendo in modo acritico alla sua descrizione. Così facendo, mancherebbe quindi la «valutazione autonoma» dei gravi indizi di colpevolezza, che la riforma del Codice di procedura penale (articolo 8, comma 1 della legge 47/2015) impone per convalidare le misure cautelari.
Nella ricostruzione della Cassazione, però, il lavoro svolto dal giudice appare parecchio più “originale”: è vero, spiega la sentenza, che il Gip ha rimandato a un «corposissimo numero di elementi investigativi» del pubblico ministero (pedinamenti, fotografie, video, timbrature eccetera), ma poi ne ha tratto valutazioni autonome, come dimostra il fatto che alcuni arresti domiciliari sono stati trasformati nell’obbligo di firma
(articolo Il Sole 24 Ore del 27.01.2016).

EDILIZIA PRIVATA - VARINelle controversie riconducibili alle fattispecie regolate dagli artt. 1150 e 936 c.c. nessun indennizzo a carico del proprietario del fondo può essere preteso dal terzo costruttore che abbia realizzato l’opera in violazione della normativa edilizia, autonomamente commettendo nel primo caso, o concorrendo nel secondo, i reati previsti dalle singole disposizioni penali che sanzionano le condotte illecite: ciò non tanto perché possano essere poste in dubbio la sussistenza o l’entità della locupletazione del proprietario del fondo nella prospettiva di un ordine di demolizione da parte della pubblica amministrazione competente, quanto piuttosto perché è da ritenere in contrasto con i principi generali dell’ordinamento ed in particolare con la funzione dell’amministrazione della giustizia che possa l’agente conseguire indirettamente, ma pur sempre per via giudiziaria, quel vantaggio che si era ripromesso di ottenere nel porre in essere l’attività penalmente illecita e che in via diretta gli è precluso dagli artt. 1346 e 1418 c.c..
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Con il primo motivo i ricorrenti hanno denunciato violazione e falsa applicazione degli artt. 936, 1346 e 1418 c.c. in relazione all'art. 360, 1° co., n. 3, c.p.c., per avere la corte d'appello proceduto alla liquidazione dell'indennità in presenza di un'opera realizzata in difformità della rilasciata concessione, così da costringere il proprietario a richiedere successiva sanatoria e da determinarne la condanna in sede penale.
In particolare, D'As., procedendo all'edificazione dell'appartamento, aveva operato in difformità della licenza edilizia rilasciata dal Comune di Partinico a Ga.Gi., realizzando una veranda chiusa non prevista nel progetto, con aumento della relativa cubatura e in violazione delle norme imperative al tempo cogenti: per effetto di tale condotta il predetto Ga. aveva subito un procedimento e una condanna in sede penale, resa con sentenza del 05.06.1981, e aveva dovuto proporre domanda di sanatoria.
Sul punto i ricorrenti hanno richiamato la giurisprudenza di questa Corte in forza della quale l'autore di un illecito non è titolato a richiedere l'indennità ex art. 936 c.c., e ciò anche nel caso in cui il proprietario del fondo si giovi dell'opera per avere regolarizzato l'immobile con la concessione in sanatoria.
Il motivo non è fondato.
La corte palermitana ha rilevato che per l'immobile edificato dall'odierno controricorrente era stata rilasciata regolare concessione edilizia n. 23 del 17.05.1977 e che Ga.Gi. aveva subito una condanna in sede penale con sentenza resa dal pretore di Partinico "per la realizzazione del II piano in assenza di concessione edilizia e per aver chiuso a veranda una terrazza del I piano: quindi, la difformità sarebbe consistita unicamente in tale opera".
E' da aggiungere, a quest'ultimo riguardo, che i ricorrenti si dolgono proprio del fatto che Ga.Gi. abbia subito le ripercussioni della violazione edilizia concernente il primo piano dell'edificio (e avente ad oggetto la nominata chiusura della veranda), violazione posta in essere da D'As., il quale non era invece responsabile degli abusi riferiti al secondo piano del fabbricato (cfr. pagg. 12 e 13 ricorso).
La sentenza impugnata ha poi evidenziato che con riferimento ai due illeciti (quelli concernenti, rispettivamente, il primo in secondo piano dell'edificio) era stata rilasciata concessione in sanatoria n. 329/2000 (in cui era oltretutto richiamata la concessione del 1977: dal che la corte ricavava una conferma dell'esistenza del titolo che autorizzava la realizzazione del corpo di fabbrica del primo piano). Il giudice d'appello ha quindi concluso nel senso di non potersi in alcun modo negare la locupletazione in favore del proprietario: ciò in quanto "l'immobile non è precario essendo escluso qualsiasi pericolo di demolizione dello stesso".
Ciò detto, da una prima angolazione deve richiamarsi il principio consolidato per cui
ove l'esecuzione delle opere abusive da parte di un terzo, con materiali propri, su suolo altrui, configuri un illecito penale, il proprietario non gli deve corrispondere alcun indennizzo (per tutte: Cass. 25.02.2011, n. 4732; Cass. 29.01.1997, n. 888; Cass. 10.09.1997, n. 8834), poiché, sul piano civilistico, il manufatto abusivo deve ritenersi carente di valore per il fondo. Infatti, in caso di costruzione eretta senza titolo concessorio -ovvero di opere eseguite in contrasto con la stesso- il diritto dominicale relativo a quell'opera è caratterizzato da spiccata precarietà quanto al suo contenuto di ricchezza acquisita, poiché i provvedimenti autoritativi previsti dalla legge si risolvono nell'espressione di una qualità giuridica immanente a quel manufatto e da esso non separabile (Cass. 13.04.1995, n. 4269, richiamata da Cass. 22.08.2003, n. 12347).
Tale situazione viene evidentemente meno per effetto della regolarizzazione urbanistica del manufatto, operata, come nel caso in esame, con la concessione in sanatoria richiesta da Ga.Gi.. Infatti, a norma dell'art. 38 l. 47/1985 l'oblazione estingue il reato edilizio e, concessa la sanatoria, viene meno la possibilità di applicare le sanzioni amministrative conseguenti all'abuso; inoltre, ove nei confronti del richiedente la sanatoria sia intervenuta con sentenza definitiva di condanna per il reato, viene fatta annotazione della oblazione nel casellario giudiziale e in tale caso non si tiene conto della condanna ai fini dell'applicazione della recidiva e del beneficio della sospensione condizionale della pena. La concessione in sanatoria restituisce quindi senz'altro l'immobile a uno stato di conformità al diritto e, come correttamente rilevato dalla corte di appello, esclude che lo stesso sia oggetto di una futura demolizione per la violazione della disciplina edilizia ad esso applicabile.
Il discorso non si esaurisce, tuttavia, nei rilievi fin qui svolti.
Da una seconda angolazione, va infatti osservato che questa Corte ha in passato ritenuto che
nelle controversie riconducibili alle fattispecie regolate dagli artt. 1150 e 936 c.c. nessun indennizzo a carico del proprietario del fondo può essere preteso dal terzo costruttore che abbia realizzato l'opera in violazione della normativa edilizia, autonomamente commettendo nel primo caso, o concorrendo nel secondo, i reati previsti dalle singole disposizioni penali che sanzionano le condotte illecite: "ciò non tanto perché possano essere poste in dubbio la sussistenza o l'entità della locupletazione del proprietario del fondo nella prospettiva di un ordine di demolizione da parte della pubblica amministrazione competente, quanto piuttosto perché è da ritenere in contrasto con i principi generali dell'ordinamento ed in particolare con la funzione dell'amministrazione della giustizia che possa l'agente conseguire indirettamente, ma pur sempre per via giudiziaria, quel vantaggio che si era ripromesso di ottenere nel porre in essere l'attività penalmente illecita e che in via diretta gli è precluso dagli artt. 1346 e 1418 c.c." (Cass. 17.05.2001, n. 6777; in senso conforme, Cass. 14.12.2011, n. 26853).
E' da ricordare, in proposito, che a norma dell'art. 38, 5° co. 1. n. 47/1985, i soggetti indicati all'articolo 6 della legge, tra cui è ricompreso il costruttore del manufatto, che intendevano fruire dei benefici penali previsti dallo stesso art. 38 e dall'art. 39, dovevano presentare al comune autonoma domanda di oblazione, con le modalità di cui all'articolo 35. Sulla base di tale disciplina, in difetto di un'attivazione nel senso indicato, la sanatoria conseguita dal proprietario non giovava allo stesso costruttore, il quale, non essendosi autonomamente adoperato onde conseguire l'estinzione del reato, versava nell'illecito e non poteva legittimamente pretendere di conseguirne il frutto per via giudiziaria (Cass. 17.05.2001, n. 6777).
Il quadro normativo originario è peraltro mutato, dal momento che il primo comma dell'art. 24 l. n. 136/1999 ha disposto: "Il secondo comma dell'articolo 38 della legge 28.02.1985, n. 47, e successive modificazioni, deve intendersi nel senso che la corresponsione per intero dell'oblazione, purché compiuta da uno dei soggetti legittimati a presentare la domanda di cui all'articolo 31 della stessa legge, estingue nei confronti di tutti i soggetti interessati i reati di cui all'articolo 41 della legge 17.08.1942, n. 1150, e successive modificazioni, all'articolo 17 della legge 28.01.1977, n. 10, e successive modificazioni, all'articolo 221 del testo unico delle leggi sanitarie, approvato con regio decreto 27.07.1934, n. 1265, e agli articoli 13, primo comma, 14, 15 e 16 della legge 05.11.1971, n. 1086".
Quindi
il predetto art. 24, 1° co., estende l'effetto estintivo del reato -conseguente al pagamento effettuato da coloro che sono legittimati ai sensi dell'art. 31 l. n. 47 del 1985- a tutti i soggetti responsabili, a prescindere dalla presentazione di autonoma domanda di condono.
Discende da ciò che con il pagamento dell'oblazione da parte di Ga. è venuto meno anche il concorso nel reato da parte di D'As.. Per il che nulla osta a che il medesimo si veda riconosciuto l'indennizzo di cui all'art. 936 c.c. (
massima tratta da http://renatodisa.com - Corte di Cassazione, Sez. II, sentenza 25.01.2016 n. 1237).

PUBBLICO IMPIEGO: Il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio, che, violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando della sua qualità, rivela notizie di ufficio, le quali debbano rimanere segrete, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza (art. 326, comma primo, cod. pen.) risulta infatti integrato da un dolo generico, che consiste nella coscienza e volontà di rivelare notizie o di agevolarne la loro conoscenza da parte di terzi, nella consapevolezza del loro carattere segreto e della violazione dei loro doveri di funzione.
Per gli indicati contenuti quindi l’intento dell’agente non è quello di recare danno al privato che pertanto patisce per la descritta condotta di eventuali pregiudizi non in via diretta, ma quale riflessa conseguenza destinata a rilevare ai fini della risarcibilità derivante da reato, ma non a legittimare il privato stesso all’esercizio dei poteri processuali destinati ad incidere sulle sorti dell’azione penale (artt. 408, 409, 410 cod. proc. pen.).

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1. Per consolidato orientamento di legittimità,
nel reato di rivelazione ed utilizzazione di segreto di ufficio, la persona offesa deve essere individuata esclusivamente nella p.A., risultando l'interesse tutelato rappresentato dal buon funzionamento dell'amministrazione attraverso il dovere di fedeltà del funzionario. Al privato invece può, al più, attribuirsi la qualità di terzo danneggiato, negandosi, per tale via, al medesimo la legittimazione a ricorrere per cassazione contro il provvedimento di archiviazione e ad attivare i meccanismi di controllo processuale di cui agli artt. 408-410 cod. proc. pen. (Sez. 6, n. 4170 del 06/11/2012, Minolfi, Rv. 254239; Sez. 6, n. 19307 del 22/04/2008, Rv. 239883, Petrella; Sez. 6, n. 5141 del 18/12/2007, Cincavalli; Sez. 6, n. 2675 del 24/09/1998, Piccirilli; Sez. 6, n. 3598 del 12/10/1995, Ferretti).
1.1. L'argomento portato in ricorso per il quale il trattamento riservato ai danneggiati del reato di falsa perizia, i quali sarebbero stati avvisati, nel corso di un incontro con il rappresentante della pubblica Accusa, della prossima chiusura delle indagini e del disposto rinvio a giudizio del Pa., indagato per il reato di cui all'art. 373 cod. pen., deporrebbe per la legittimazione del Pa. stessa ad ottenere avviso della richiesta archiviazione nel derivato procedimento di rivelazione di segreti di ufficio, è del tutto incongruo.
Lo stesso, nella diversità delle condotte poste in raffronto di operata, in fatto, partecipazione ai danneggiati degli esiti delle indagini e di mancato avviso del provvedimento di archiviazione, non è destinate a sostenere alcun critico ripensamento dell'affermato indirizzo della Corte sul carattere monoffensivo del reato di rivelazione del segreto di ufficio.
1.2. Gli esiti interpretativi cui è giunta la giurisprudenza di legittimità nella individuazione degli interessi lesi, e quindi delle categorie delle persone offese, per talune delle tipologie di reato (tra i quali il peculato e l'abuso d'ufficio), non valgono ad estendere, di contro a granitica giurisprudenza di legittimità, in capo al danneggiato dal reato di rivelazione del segreto di ufficio quel diritto al contraddittorio riconosciuto invece in fase di indagine alla persona offesa, destinataria come tale dell'avviso del decreto di archiviazione (art. 409, comma 2, cod. proc. pen.).
L'elemento soggettivo del reato oggetto dell'opposta archiviazione che accompagna la condotta per la quale
«Il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio, che, violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando della sua qualità, rivela notizie di ufficio, le quali debbano rimanere segrete, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza» (art. 326, comma primo, cod. pen.) risulta infatti integrato da un dolo generico, che consiste nella coscienza e volontà di rivelare notizie o di agevolarne la loro conoscenza da parte di terzi, nella consapevolezza del loro carattere segreto e della violazione dei loro doveri di funzione.
Per gli indicati contenuti quindi
l'intento dell'agente non è quello di recare danno al privato che pertanto patisce per la descritta condotta di eventuali pregiudizi non in via diretta, ma quale riflessa conseguenza destinata a rilevare ai fini della risarcibilità derivante da reato, ma non a legittimare il privato stesso all'esercizio dei poteri processuali destinati ad incidere sulle sorti dell'azione penale (artt. 408, 409, 410 cod. proc. pen.).
Siffatti poteri sono invece riconosciuti all'offeso, in quanto la lesione del bene giuridico di cui egli è portatore riceve espresso riconoscimento dalla stessa obiettiva struttura del reato e dal correlato estremo soggettivo (diversa sarebbe invece, ad esempio, l'ipotesi delittuosa descritta dal terzo comma dell'art. 326 cod. pen. ove l'espresso richiamo, proprio di un dolo specifico, all'intento dell'agente di procurare, con l'assunta condotta di illegittimo utilizzo di notizie di ufficio destinate a rimanere segrete, un altrui danno ingiusto può ritenersi estendere la platea dei soggetti offesi al privato) (massima tratta da http://renatodisa.com - Corte di Cassazione, Sez. VI penale, sentenza 22.01.2016 n. 3048).

APPALTIUtile d'impresa insindacabile. Non costituisce anomalia nell'offerta.
L'entità dell'utile di impresa indicato in una offerta per un appalto pubblico non è sindacabile tranne che per macroscopici errori di valutazione o di fatto; è infatti stabilire una soglia minima di utile al di sotto della quale l'offerta deve essere considerata anomala.
È quanto ha affermato il Consiglio di Stato, Sez. III, con la sentenza 22.01.2016 n. 211 rispetto a un profilo di rilievo nell'ambito della valutazione di anomalia delle offerte come è quello della indicazione del cosiddetto utile di impresa.
Nel caso esaminato una ditta aveva formulato un'offerta nella quale era indicato un costo del lavoro per un contratto di durata basso ma non ritenuto anomalo. La sentenza conferma il giudizio di primo grado che aveva legittimato l'operato della stazione appaltante.
I giudici hanno affermato che in una gara pubblica la valutazione di anomalia dell'offerta va condotta con riguardo al caso concreto, «poiché un utile all'apparenza modesto può comportare un vantaggio significativo sia per la prosecuzione in sé dell'attività lavorativa (il mancato utilizzo dei propri fattori produttivi è comunque un costo), sia per la qualificazione, la pubblicità, il curriculum derivanti per l'impresa dall'essere aggiudicataria e dall'aver portato a termine un appalto pubblico».
Non è quindi possibile stabilire una soglia minima di utile al di sotto della quale l'offerta deve essere considerata anomala, al di fuori dei casi in cui il margine positivo risulta pari a zero. Viene infatti rimarcato che la valutazione di anomalia si traduce in un giudizio ampiamente discrezionale, espressione paradigmatica di discrezionalità tecnica, sindacabile solo in caso di manifesta e macroscopica erroneità o irragionevolezza.
Il procedimento di verifica dell'anomalia dell'offerta non ha infatti carattere sanzionatorio e non ha per oggetto la ricerca di specifiche e singole inesattezze dell'offerta economica; viceversa il suo scopo è quello di accertare in concreto che l'offerta, complessivamente, risulti attendibile ed affidabile rispetto alla corretta esecuzione dell'appalto.
L'esclusione dalla gara dell'offerente per l'anomalia della sua offerta è l'effetto di una valutazione di complessiva inadeguatezza della stessa rispetto al fine da raggiungere e non può avere a oggetto il dettaglio sui singoli aspetti (articolo ItaliaOggi del 29.01.2016).
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MASSIMA
A tal proposito, occorre rammentare alcuni principi enunciati dalla giurisprudenza, che si attagliano al caso di specie.
Nella gara pubblica la valutazione di anomalia dell'offerta va fatta considerando tutte le circostanze del caso concreto, poiché un utile all'apparenza modesto può comportare un vantaggio significativo sia per la prosecuzione in sé dell'attività lavorativa (il mancato utilizzo dei propri fattori produttivi è comunque un costo), sia per la qualificazione, la pubblicità, il curriculum derivanti per l'impresa dall'essere aggiudicataria e dall'aver portato a termine un appalto pubblico, cosicché nelle gare pubbliche non è possibile stabilire una soglia minima di utile al di sotto della quale l'offerta deve essere considerata anomala, al di fuori dei casi in cui il margine positivo risulta pari a zero (Consiglio di Stato, sez. III, 10/11/2015, n. 5128).
Il giudizio sull’anomalia è un giudizio ampiamente discrezionale, espressione paradigmatica di discrezionalità tecnica, sindacabile solo in caso di manifesta e macroscopica erroneità o irragionevolezza; il giudice amministrativo può sindacare le valutazioni della Pubblica amministrazione sotto il profilo della logicità, ragionevolezza ed adeguatezza dell'istruttoria, ma non procedere ad una autonoma verifica della congruità dell'offerta e delle singole voci, che costituirebbe un'inammissibile invasione della sfera propria della Pubblica amministrazione e tale sindacato rimane limitato ai casi di macroscopiche illegittimità, quali errori di valutazione gravi ed evidenti oppure valutazioni abnormi o inficiate da errori di fatto (Consiglio di Stato, sez. V, 02/12/2015, n. 5450).
Il procedimento di verifica dell'anomalia dell'offerta non ha carattere sanzionatorio e non ha per oggetto la ricerca di specifiche e singole inesattezze dell'offerta economica, mirando piuttosto ad accertare in concreto che l'offerta, nel suo complesso, sia attendibile ed affidabile in relazione alla corretta esecuzione dell'appalto.
Esso mira piuttosto a garantire e tutelare l'interesse pubblico concretamente perseguito dall'Amministrazione attraverso la procedura di gara per l'effettiva scelta del miglior contraente possibile ai fini dell'esecuzione dell'appalto, così che l'esclusione dalla gara dell'offerente per l'anomalia della sua offerta è l'effetto della valutazione (operata dall'Amministrazione appaltante) di complessiva inadeguatezza della stessa rispetto al fine da raggiungere.
Un sindacato nel dettaglio sui singoli aspetti è, dunque, precluso al giudice amministrativo, cui non è consentito procedere ad una autonoma valutazione della congruità o meno di singole voci, non potendosi esso sostituire ad una attività valutativa rimessa, quanto alla sua intrinseca manifestazione, unicamente all'Amministrazione procedente
(Consiglio di Stato, sez. VI, 14/08/2015, n. 3935; sez. V, 22/12/2014, n. 6231).

PUBBLICO IMPIEGO: Titoli, agrotecnici e periti agrari pari sono. La sentenza del consiglio di stato.
Illegittima l'esclusione dal concorso del candidato non iscritto all'albo dei periti agrari richiesto dal bando ed iscritto invece a quello degli agrotecnici e agrotecnici laureati. Ciò in quanto i due diplomi sono equiparabili.

Lo ha chiarito il Consiglio di Stato, Sez. V, con la sentenza 20.01.2016 n. 172, in relazione al fatto che tra i due diplomi (di agrotecnico e di perito agrario) la totale equiparazione è stata confermata anche dall'articolo 55 del dpr 05.06.2001, n. 328 che prevede le medesime classi di laurea (1, 7, 8, 17, 20, 27, 40) per l'accesso alla professione di agrotecnico laureato e di perito agrario laureato.
«E ciò», precisa la sentenza, «essendo da considerare ormai superata la duplicazione del corso di studi, nata per affiancare al corso tradizionale un piano di studi di natura sperimentale, mentre persiste una differenziazione tra le aree professionali cui non può che accedersi attraverso il superamento del relativo esame di abilitazione».
A tale proposito la V Sezione ha rilevato che «doveva comprendersi» il significato della segnalazione a suo tempo inviata al Miur dall'Autorità Garante della concorrenza e del mercato il quale, con nota del 21 settembre 2009, sottolineava che la limitazione dell'accesso all'esame di abilitazione per l'esercizio della professione di agrotecnico ai soli soggetti titolari del diploma di agrotecnico avrebbe costituito una barriera all'ingresso della professione di agrotecnico non necessaria né proporzionata, stante l'equiparazione dei titoli di studio.
Il Cds ha seguito il medesimo ragionamento; perché accertata l'equipollenza dei titoli di studio, non può essere disgiunta la conseguente abilitazione ed iscrizione al relativo albo, visto che opposta interpretazione porterebbe a conclusioni del tutto illogiche: equipollenza dei titoli di studio, ma diversità dell'esame di abilitazione con l'equipollenza priva di significato.
E ciò proprio sulla base della segnalazione dell'Autorità garante pubblicata sul bollettino 37/2009 e diretta al Miur in riferimento al bando di indizione per l'anno 2009 della sessione degli esami di stato per l'abilitazione all'esercizio della libera professione di agrotecnico. Fu in tale occasione che il Garante rilevò l'irragionevolezza che due titoli di studio vengano dichiarati equipollenti per certi aspetti e non per altri (articolo ItaliaOggi del 23.01.2016).
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MASSIMA
- Vista la sentenza impugnata con la quale è stato ritenuto non ammissibile alla procedura concorsuale per un posto di istruttore tecnico categoria C presso la Provincia di Sassari l’attuale appellante, in quanto privo del titolo costituito dall’iscrizione all’albo dei periti agrari richiesto dal bando ed invece iscritto all’albo professionale degli agrotecnici e agrotecnici laureati;
- Viste le censure sollevate con l’appello concernenti l’equivalenza del diploma di agrotecnico e della relativa iscrizione all’apposito albo professionale;
- Considerato che la giurisprudenza del Consiglio di Stato si è pronunciata recentemente più volte sull’equipollenza dei titoli di studio in questione e da ultimo con il parere 24.10.2012 n. 4335, della Sezione II, in cui si è rammentato il precedente l’analogo parere della III Sezione n. 195 del 10.03.1998, secondo cui
tra i due diplomi (di agrotecnico e di perito agrario) vi è una totale equiparazione -confermata anche dall’art. 55 del d.P.R. 05.06.2001, n. 328 che prevede le medesime classi di laurea (1, 7, 8, 17, 20, 27, 40) per l’accesso alla professione di agrotecnico laureato e di perito agrario laureato- essendo da considerare ormai superata la duplicazione del corso di studi, nata per affiancare al corso tradizionale un piano di studi di natura sperimentale, mentre persiste una differenziazione tra le aree professionali cui non può che accedersi attraverso il superamento del relativo esame di abilitazione;
- Rilevato che doveva comprendersi il significato della segnalazione inviata al Ministro dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca dall’Autorità Garante della concorrenza e del mercato con nota in data 21.09.2009, in cui si è sottolineata che la limitazione dell’accesso all’esame di abilitazione per l’esercizio della professione di agrotecnico ai soli soggetti titolari del diploma di agrotecnico avrebbe costituito una barriera all’ingresso della professione di agrotecnico non necessaria né proporzionata, stante l’equiparazione dei titoli di studio.
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Ritenuto che l’equipollenza dei titoli di studio di cui sopra non possa essere disgiunta dalla conseguente abilitazione ed iscrizione al relativo Albo professionale anche in dipendenza di quanto riportato dalla nota in data 21.09.2009 dell’Autorità Garante della concorrenza e del mercato e visto che opposta interpretazione porterebbe a conclusioni del tutto illogiche –equipollenza dei titoli di studio, ma diversità dell’esame di abilitazione– nel qual caso l’equipollenza rimarrebbe priva di significato.

EDILIZIA PRIVATA - VARI: Nel contratto di locazione di un immobile per uso diverso da quello di abitazione, la mancanza delle autorizzazioni o concessioni amministrative che condizionano la regolarità del bene sotto il profilo edilizio –e, in particolare, la sua abitabilità e la sua idoneità all’esercizio di un’attività commerciale o, come nella specie, professionale– costituisce inadempimento del locatore che giustifica la risoluzione del contratto ai sensi dell’art. 1578 c.c., a meno che il conduttore non sia a conoscenza della situazione e l’abbia consapevolmente accettata.
Solo quando l’inagibilità o l’inabitabilità del bene attenga a carenze intrinseche o dipenda da caratteristiche proprie del bene locato, si da impedire il rilascio degli atti amministrativi relativi alle dette abitabilità o agibilità e da non consentire l’esercizio lecito dell’attività del conduttore conformemente all’uso pattuito, può configurarsi l’inadempimento del locatore, fatta salva l’ipotesi in cui quest’ultimo abbia assunto l’obbligo specifico di ottenere tali atti.

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3.1. Il motivo é infondato.
3.2. In tema di obblighi del locatore in relazione ad immobili adibiti ad uso non abitativo si sono registrati due diversi orientamenti nella giurisprudenza di legittimità.
Secondo un primo indirizzo (Cass. 13.03.2007, n. 5836; Cass. 08.06.2007, n. 13395; Cass. 01.12.2009, n. 25278 e Cass. 25.01.2011, n. 1735) nei contratti di locazione relativi ad immobili destinati ad uso non abitativo, grava sul conduttore l'onere di verificare che le caratteristiche del bene siano adeguate a quanto tecnicamente necessario per lo svolgimento dell'attività che egli intende esercitarvi, nonché al rilascio delle necessarie autorizzazioni amministrative; ne consegue che, ove il conduttore non riesca ad ottenere tali autorizzazioni, non è configurabile alcuna responsabilità per inadempimento a carico del locatore, e ciò anche se il diniego sia dipeso dalle caratteristiche proprie del bene locato; la destinazione particolare dell'immobile, tale da richiedere che lo stesso sia dotato di precise caratteristiche e che ottenga specifiche licenze amministrative, diventa rilevante, quale condizione di efficacia, quale elemento presupposto o, infine, quale contenuto dell'obbligo assunto dal locatore nella garanzia di pacifico godimento dell'immobile in relazione all'uso convenuto, solo se abbia formato oggetto di specifica pattuizione, non essendo sufficiente la mera enunciazione, in contratto, che la locazione sia stipulata per un certo uso e l'attestazione del riconoscimento dell'idoneità dell'immobile da parte del conduttore.
Secondo il diverso orientamento (Cass. 28.03.2006 a 7081; Cass. 07.06.2011, n. 12286, Cass. 19.07.2008, n. 20067), che dà, a vario titolo, rilievo al difetto della documentazione in parola, nel contratto di locazione di un immobile per uso diverso da quello di abitazione, la mancanza delle autorizzazioni o concessioni amministrative che condizionano la regolarità del bene sotto il profilo edilizio -e, in particolare, la sua abitabilità e la sua idoneità all'esercizio di un'attività commerciale o, come nella specie, professionale- costituisce inadempimento del locatore che giustifica la risoluzione del contratto ai sensi dell'art. 1578 c.c., a meno che il conduttore non sia a conoscenza della situazione e l'abbia consapevolmente accettata.
Con sentenza del 16.06.2014, n. 13651, questa Corte, operando una sintesi ed un coordinamento dei citati orientamenti, ha ritenuto che
solo quando l'inagibilità o l'inabitabilità del bene attenga a carenze intrinseche o dipenda da caratteristiche proprie del bene locato, sì da impedire il rilascio degli atti amministrativi relativi alle dette abitabilità o agibilità e da non consentire l'esercizio lecito dell'attività del conduttore conformemente all'uso pattuito, può configurarsi l'inadempimento del locatore, fatta salva l'ipotesi in cui quest'ultimo abbia assunto l'obbligo specifico di ottenere tali atti. A tale ultimo orientamento, ribadito da 19.12.2012, n. 26907, ritiene il Collegio di dare continuità.
La Corte di merito ha fatto corretta applicazione dei principi di diritto sopra enunciati e condivisi dal Collegio, in quanto ha evidenziato (v. p. 5 della sentenza) che non è stato previsto contrattualmente alcun obbligo in capo al locatore, per eventuali licenze e autorizzazioni e che anzi era stato pattuito (art. 14) l'esonero di ogni responsabilità nel caso di difetto, diniego o revoca di concessioni o licenze di autorizzazioni amministrative e, dunque, anche caso di diniego di autorizzazione per l'esercizio dell'attività. La Corte ha pure affermato che nella specie non poteva ritenersi che il conduttore non avesse conosciuto i vizi del bene o che locatore li avesse taciuti al momento della consegna dell'immobile, avendo il conduttore preso visione del bene prima della sottoscrizione del contratto, sicché ben ne conosceva lo stato, che aveva voluto e accettato con la sottoscrizione del contratto, e quindi l'idoneità o meno dello stesso all'esercizio dell'attività.
A tanto va aggiunto che correttamente la Corte di merito ha ritenuto non applicabile, al caso all'esame, la disciplina di cui all'art. 1579 c.c., difettando nella specie la prova della totale inidoneità del bene all'uso convenuto, in quanto in ricorso non risultano neppure dedotte le ragioni per le quali non sia stata ottenuta "la licenza ad uso medico", del cui mancato rilascio da parte del Comune si duole il ricorrente (v. ricorso p. 10), né che tale rilascio sia stato definitivamente negato, né risulta sia stata data prova della mala fede del locatore genericamente asserita dal ricorrente (v. ricorso p. 12), evidenziandosi, altresì, che la Corte di merito ha pure affermato che nulla é stato provato e neppure dedotto circa il mancato totale utilizzo dell'immobile di cui il conduttore ha avuto la disponibilità e la detenzione, avendolo riconsegnato solo in data 28.09.1995.
Del resto, anche in questa sede, il Pi. ha sostenuto di non aver utilizzato il bene secondo l'uso convenuto, senza al riguardo far neppure riferimento a elementi probatori a sostegno di tale affermazione (v. ricorso p. 14), limitandosi poi a sostenere (v. ricorso p. 16) che la necessità di adoperarsi presso il Comune per ottenere la licenza avrebbe creato "uno stato di obiettiva incertezza incidendo negativamente sul pieno godimento dell'immobile" (
massima tratta da http://renatodisa.com - Corte di Cassazione, Sez. III civile, sentenza 18.01.2016 n. 666).

PUBBLICO IMPIEGO: Il diritto a scegliere la sede di lavoro attribuito dall’art. 33, comma 5, Legge n. 104/1992 ai familiari di soggetti portatori di handicap non è assoluto, potendo essere esercitato «ove possibile»: in applicazione del principio del bilanciamento degli interessi, non può essere fatto valere qualora il suo esercizio leda in misura consistente le esigenze economiche ed organizzative del datore di lavoro, poiché in tali casi, soprattutto per quanto attiene ai rapporti di lavoro pubblico, potrebbe determinarsi un danno per la collettività.
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7. Procedendo ad esame congiunto dei motivi, deve premettersi che la l. 05.02.1992 n. 104, legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate, al c. 3 dell’art. 33, per quanto qui rileva, prevede che “a condizione che la persona handicappata non sia ricoverata a tempo pieno, il lavoratore dipendente, pubblico o privato, che assiste persona con handicap in situazione di gravità, coniuge, parente o affine entro il secondo grado, ovvero entro il terzo grado qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i sessantacinque anni di età oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti, ha diritto a fruire di tre giorni di permesso mensile retribuito coperto da contribuzione figurativa, anche in maniera continuativa. Il predetto diritto non può essere riconosciuto a più di un lavoratore dipendente per l’assistenza alla stessa persona con handicap in situazione di gravità. Per l’assistenza allo stesso figlio con handicap in situazione di gravità, il diritto è riconosciuto ad entrambi i genitori, anche adottivi, che possono fruirne alternativamente….”.
Il successivo c. 5, nel testo rilevante ratione temporis in relazione alla domanda (presentata il 07.09.2007) e quindi prima della modifica apportata dall’art. 24 della l. 04.11.2010 n. 183, prevede che “il genitore o il familiare lavoratore, con rapporto di lavoro pubblico o privato, che assista con continuità un parente o un affine entro il terzo grado handicappato, ha diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede”.
8.
Il testo delle richiamate disposizioni legislative non consente di limitare il diritto alla mobilità solo alle fattispecie in cui la situazione di handicap del soggetto assistito fosse esistente solo al momento dell’instaurazione del rapporto di lavoro. L’espressione “ha diritto di scegliere”, infatti, non può essere riferita solo al momento iniziale del rapporto di impiego pubblico, in cui è disposta l’assegnazione della sede di lavoro, ma deve essere letta con riferimento alla ratio generale della legge n. 104, di approntare strumenti di tutela della persona handicappata che esaltino la naturale spinta solidaristica nascente dal vincolo familiare e che si aggiungano alle tutele offerte dai pubblici servizi di assistenza.
La centralità di tale concetto di tutela è stata posta in rilievo dalla giurisprudenza proprio in relazione al momento in cui il diritto della persona handicappata deve essere rapportato al diritto alla mobilità del pubblico dipendente, tanto nel caso che il vincolo di assistenza venga invocato per evitare il trasferimento
(Cass. 09.07.2012 n. 9201), tanto che venga invocato per ottenere il trasferimento (Cass. 03.08.2015 n. 16298, ove il dato interpretativo letterale viene rafforzato con la comparazione con il successivo c. 6, che regola la fattispecie della persona in situazione di handicap che chiede lo spostamento di sede, alla quale non viene posta alcuna preclusione e si consente il trasferimento, senza distinguere se la situazione soggettiva sia intervenuta prima dell’instaurazione o in costanza del rapporto di lavoro).
9. Fatta questa premessa generale di contenuti, deve richiamarsi la giurisprudenza di legittimità ulteriore a proposito della disciplina del diritto alla mobilità.
Il comma 5 dell’art. 33 ora in esame deve essere interpretato nel senso che
il genitore o il familiare lavoratore che assista con continuità un parente o un affine entro il terzo grado handicappato, con lui convivente, ha diritto di scegliere la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede, solo se ciò sia possibile in relazione alle esigenze di servizio. Il diritto, in virtù dell’inciso contenuto nella norma, secondo il quale esso può essere esercitato ove possibile, in applicazione del principio del bilanciamento degli interessi, non può essere fatto valere qualora l’esercizio leda in misura consistente le esigenze economiche ed organizzative dell’azienda (se si verta in situazione di lavoro privato) ed implica che l’handicap sia grave o, comunque, richieda un’assistenza continuativa (Cass. 27.05.03 n. 8436).
Il diritto non è assoluto e privo di condizioni e implica un recesso del diritto stesso, ove risulti incompatibile con le esigenze economiche e organizzative del datore di lavoro, poiché in tali casi, soprattutto per quanto attiene ai rapporti di lavoro pubblico, potrebbe determinarsi un danno per la collettività (Cass. 25.01.2006 n. 1396 e 27.03.2008 n. 7945) (massima tratta da http://renatodisa.com - Corte di Cassazione, Sez. lavoro, sentenza 15.01.2016 n. 585).

COMPETENZE PROGETTUALI: Competenze professionali: il confine del riparto tra ingegneri e architetti.
Circa il compimento di attività di progettazione e direzione lavori che, riguardando opere relative ad un bene di interesse storico-artistico assoggettato a tutela ex d.lgs. n. 42 del 2004, sarebbero riservate alla competenza degli architetti, il Collegio ritiene necessario chiarire quale sia l’àmbito di applicabilità dell’invocato art. 52, comma 2, del r.d. n. 2537 del 1925.
Si tratta della previsione secondo cui “…le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico ed il restauro e il ripristino degli edifici contemplati dalla L. 20.06.1909, n. 364, per l’antichità e le belle arti, sono di spettanza della professione di architetto; ma la parte tecnica ne può essere compiuta tanto dall’architetto quanto dall’ingegnere”, da intendere –secondo un condivisibile orientamento giurisprudenziale– nel senso che non la totalità degli interventi concernenti gli immobili di interesse storico e artistico deve essere affidata alla specifica professionalità dell’architetto, ma solo le parti di intervento di edilizia civile che riguardino scelte culturali connesse alla maggiore preparazione accademica conseguita dagli architetti nell’àmbito del restauro e risanamento degli immobili di interesse storico e artistico, restando invece nella competenza dell’ingegnere civile la cd. parte tecnica, ossia le attività progettuali e di direzione dei lavori che riguardano l’edilizia civile vera e propria, quali –in particolare– le lavorazioni strutturali ed impiantistiche, se si limitano, ad es., alla messa in sicurezza dell’immobile e alla revisione degli impianti senza intaccare l’aspetto estetico dell’edificio.

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... per l'annullamento della determinazione n. 32 del 06.05.2015, con cui l’Unione Reno Galliera provvedeva all’aggiudicazione definitiva dei servizi di “ingegneria ed architettura, progettazione preliminare, definitiva, esecutiva, redazione del piano di manutenzione, direzione lavori, misure e contabilità, coordinamento progettazione ed esecuzione afferenti il recupero del Castello di Bentivoglio a seguito dei danni causati dal terremoto - 1° stralcio di attuazione”;
- per quanto occorrer possa, della determinazione n. 68 in data 19.09.2014 del Comune di Bentivoglio (relativa all’avvio della procedura di affidamento dell’incarico di progettazione e direzione lavori del primo stralcio degli interventi di ripristino sull’immobile Castello di Bentivoglio) nella sola parte in cui non prevede l’invio delle lettere di invito a soggetti professionalmente idonei, della determinazione n. 3 in data 06.02.2015 dell’Unione Reno Galliera nella sola parte in cui approva l’elenco dei soggetti da invitare alla gara, dell’elenco stilato dall’Unione Reno Galliera (circa i soggetti da invitare alla gara) nella sola parte in cui include anche l’ing. Ma.Pi, della lettera di invito alla gara inviata all’ing. Ma.Pi., dei verbali di gara nella sola parte in cui la Commissione ha prima ammesso, poi valutato ed infine aggiudicato provvisoriamente l’incarico all’ing. Ma.Pi. e alla Politecnica Ingegneria ed Architettura Soc. Coop., delle verifiche svolte in capo al soggetto aggiudicatario al fine di integrare l’efficacia dell’aggiudicazione provvisoria, della comunicazione di aggiudicazione definitiva inviata via PEC al ricorrente in data 18.05.2015;
- ...per la declaratoria…. di inefficacia del contratto stipulato tra l’Unione Reno Galliera e/o il Comune di Bentivoglio e il raggruppamento composto dall’ing. Ma.Pi. e dalla Politecnica Ingegneria ed Architettura Soc. Coop.;
- del diritto del ricorrente di subentrare nel suddetto contratto e/o nell’esecuzione dello stesso;
- ..per la condanna… delle Amministrazioni convenute al risarcimento del danno ingiusto, in forma specifica o, in mero subordine, per equivalente, determinandone il quantum in via equitativa;
...
Il ricorso è infondato.
Quanto, innanzitutto, al denunciato illegittimo invito alla gara dell’ing. Pi. per il compimento di attività di progettazione e direzione lavori che, riguardando opere relative ad un bene di interesse storico-artistico assoggettato a tutela ex d.lgs. n. 42 del 2004, sarebbero riservate alla competenza degli architetti, il Collegio ritiene necessario chiarire quale sia l’àmbito di applicabilità dell’invocato art. 52, comma 2, del r.d. n. 2537 del 1925.
Si tratta della previsione secondo cui “…le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico ed il restauro e il ripristino degli edifici contemplati dalla L. 20.06.1909, n. 364, per l’antichità e le belle arti, sono di spettanza della professione di architetto; ma la parte tecnica ne può essere compiuta tanto dall’architetto quanto dall’ingegnere”, da intendere –secondo un condivisibile orientamento giurisprudenziale– nel senso che non la totalità degli interventi concernenti gli immobili di interesse storico e artistico deve essere affidata alla specifica professionalità dell’architetto, ma solo le parti di intervento di edilizia civile che riguardino scelte culturali connesse alla maggiore preparazione accademica conseguita dagli architetti nell’àmbito del restauro e risanamento degli immobili di interesse storico e artistico, restando invece nella competenza dell’ingegnere civile la cd. parte tecnica, ossia le attività progettuali e di direzione dei lavori che riguardano l’edilizia civile vera e propria, quali –in particolare– le lavorazioni strutturali ed impiantistiche (v., tra le altre, Cons. Stato, Sez. VI, 09.01.2014 n. 21), se si limitano, ad es., alla messa in sicurezza dell’immobile e alla revisione degli impianti senza intaccare l’aspetto estetico dell’edificio (v. TAR Sicilia, Catania, Sez. I, 29.10.2015 n. 2519).
Orbene, nel deliberare l’avvio della procedura di ricerca dell’affidatario dell’incarico in questione, il Comune di Bentivoglio approvava il «documento preliminare all’avvio della progettazione» ex art. 15 del d.P.R. n. 207 del 2010, il quale precisava –tra l’altro– che “l’intervento è volto al ripristino strutturale della porzione delle strutture lesionate dal sisma” e che si doveva provvedere ad “interventi di riparazione con rafforzamento locale”, così inquadrando le relative prestazioni in una sfera di misure di risanamento e salvaguardia dell’immobile danneggiato da ricondurre all’àmbito di operatività dell’art. 3 del regolamento allegato all’ordinanza commissariale n. 120 del 2013 (“Per la realizzazione degli interventi di riparazione con rafforzamento locale degli edifici ricompresi nel Programma, che presentano danni lievi, oltre la riparazione del danno, si dovrà conseguire, tenendo conto del tipo e del livello del danno, un incremento della capacità dell’edificio di resistere al sisma mediante opere di rafforzamento locale progettate ai sensi del punto 8.4.3. delle “Norme tecniche per le costruzioni” approvate con il D.M. 14/01/2008”).
Si trattava, quindi, di intervenire essenzialmente sulla struttura dell’edificio per ripararla e consolidarla attraverso opere di edilizia civile riconducibili alla c.d. «parte tecnica» di cui all’art. 52, comma 2, del r.d. n. 2537 del 1925, nella lettura ampia che ne ha dato la giurisprudenza, ovvero restandone ricomprese tutte le lavorazioni che non incidono sui profili estetici e di rilievo culturale degli edifici vincolati.
Dal che, alla luce del particolare contesto in cui l’intervento di ripristino dell’edificio andava effettuato –ovvero la rimozione dei pregiudizi strutturali prodotti dagli eventi sismici del 20 e 29.05.2012 e l’apprestamento di misure idonee a proteggere l’immobile dal rischio di simili fatti naturali–, la corretta individuazione della figura professionale dell’ingegnere quale soggetto abilitato a curare la relativa progettazione e direzione dei lavori.
Peraltro, la stessa lettera di invito alla procedura negoziata, con valore di lex specialis della selezione, indicava tra quelli ammessi alla gara i “soggetti di cui all’art. 90, comma 1 lett. d), e), f), f-bis) del D.Lgs. 12.04. 2006 n. 163, nonché imprese e società, individuati dalla Centrale Unica di Committenza. Si specifica che: - le Società di Ingegneria …”, scelta dell’Amministrazione che il ricorrente non ha censurato (a pag. 11 del ricorso viene detto: “…La lettera di invito (DOC. 4A già allegato) in sé non è atto illegittimo, in quanto sul punto né vieta, né consente esplicitamente la partecipazione alla procedura di ingegneri, geometri, periti edili etc. essendo un documento molto generale; ciò che è illegittimo è l’invio della stessa ad un soggetto non legittimato a riceverla…”) e che ha invece necessariamente informato ogni ulteriore determinazione fondata sui requisiti di ammissione all’incarico, con la conseguenza che, anche ad eventualmente ritenere non corretta nella fattispecie l’applicazione dell’art. 52, comma 2, del r.d. n. 2537 del 1925, osta all’accoglimento della doglianza (e anche delle successive) la circostanza che la normativa di gara aveva chiaramente operato una scelta in ordine al novero delle figure professionali abilitate a parteciparvi.
Né, quindi, si può concordare con il ricorrente circa l’indebito impiego del modulo del raggruppamento temporaneo di professionisti per recuperare a posteriori un requisito di ammissione di cui il soggetto invitato sarebbe stato ab origine privo. Correttamente, insomma, l’ing. Pi., invitato uti singulus, ha presentato l’offerta quale mandatario del costituendo raggruppamento con la Politecnica Ingegneria ed Architettura Soc. Coop., ai sensi dell’art. 37, comma 12, del d.lgs. n. 163 del 2006.
Quanto, poi, alla circostanza che il raggruppamento aggiudicatario si sarebbe limitato ad indicare le quote di partecipazione del 51% e del 49%, senza asseritamente renderne comprensibili la corrispondenza ai requisiti di capacità spesi, alla parte di esecuzione dell’incarico e all’entità dei corrispettivi economici spettanti, il Collegio ritiene sufficiente richiamare quanto già rilevato dalla giurisprudenza in ordine alla tematica della corrispondenza tra quota di partecipazione, quota di esecuzione del servizio e quota di qualificazione in caso di raggruppamento temporaneo di professionisti affidatario di un’attività di progettazione.
A tal proposito, indipendentemente dalle variazioni medio tempore intervenute circa la previsione di cui all’art. 37, comma 13, del d.lgs. n. 163 del 2006, è stato evidenziato che la peculiarità del rapporto di progettazione, ove considerato in maniera unitaria dalla stessa Amministrazione, non richiede la corrispondenza tra qualificazione dell’operatore economico riunito ed effettiva esecuzione dell’incarico, dovendosi ritenere quest’ultima un’espressione unitaria dello staff progettista (v., tra le altre, TAR Puglia, Bari, Sez. II, 16.05.2014 n. 616). Donde l’infondatezza della doglianza, in assenza di residue incertezze circa l’effettivo ricorrere dei requisiti di ammissione alla gara.
Quanto, ancora, alla denunciata assegnazione dell’incarico di coordinamento delle attività specialistiche ad un architetto della società mandante e all’addotto necessario affidamento della sottoscrizione del progetto e della direzione dei lavori a quello stesso architetto, si tratta –ove e nei limiti in cui avverrà– del naturale riparto di funzioni tra i componenti del raggruppamento, in sé non rivelatore di un’elusione dei requisiti di ammissione alla gara, né indicativo di un’incompatibilità con le quote di partecipazione al raggruppamento (che si è già visto non assumere rilevanza nei termini prospettati dal ricorrente).
Né inficia l’esito della gara il rilievo che il raggruppamento aggiudicatario ha prevalso sugli altri concorrenti in virtù di un’offerta tecnica risultata meritevole per le esperienze professionali maturate dalla società mandante e solo in minima parte per i titoli vantati dall’ing. Pi., in quanto l’istituto del raggruppamento temporaneo fra operatori economici è uno strumento finalizzato proprio a rafforzare la compagine che si propone per l’appalto o l’incarico di progettazione, non solo per farvi partecipare soggetti singolarmente sprovvisti dei requisiti richiesti, ma anche per sommare titoli curriculari o attività pregresse nel settore che rendano più affidabile e competitiva l’offerta in gara.
Del resto, in linea con tale principio, la stessa lettera di invito alla procedura negoziata aveva nella fattispecie precisato, a proposito della «adeguatezza offerta sotto il profilo curriculare», che “…Tale documentazione può riguardare –nel caso di concorrente costituito da soggetti riuniti temporaneamente oppure da riunirsi o da consorziarsi– interventi, singolarmente considerati, progettati, da uno qualsiasi dei soggetti che costituisce o che costituirà il raggruppamento temporaneo…”.
Quanto, inoltre, alla mancata verifica di congruità dell’offerta prescelta, il ricorrente intende riferirsi alla previsione di cui all’art. 86, comma 2, del d.lgs. n. 163 del 2006 (“Nei contratti di cui al presente codice, quando il criterio di aggiudicazione è quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa, le stazioni appaltanti valutano la congruità delle offerte in relazione alle quali sia i punti relativi al prezzo, sia la somma dei punti relativi agli altri elementi di valutazione, sono entrambi pari o superiori ai quattro quinti dei corrispondenti punti massimi previsti dal bando di gara”).
Sennonché l’art. 266 del d.P.R. n. 207 del 2010 (Regolamento di esecuzione del Codice dei contratti pubblici), nell’occuparsi delle modalità di svolgimento delle gare relative ai servizi attinenti all’architettura e all’ingegneria, stabilisce che l’offerta economica è costituita da un “ribasso percentuale unico, definito con le modalità previste dall’articolo 262, comma 3, in misura comunque non superiore alla percentuale che deve essere fissata nel bando in relazione alla tipologia dell’intervento”, per ragioni di affidabilità dell’offerta precisate nelle premesse del medesimo d.P.R. n. 207 del 2010 (“…Ritenuto che, in relazione all’articolo 266, comma 1, la disposizione che impone al bando di gara per l’affidamento dei servizi di ingegneria e di architettura di stabilire una misura percentuale massima di ribasso consentito, a seconda del tipo di intervento, sia necessaria a garantire la qualità delle prestazioni, minata da eccessivi ribassi …”); il che, come è evidente, rende non applicabile a simili selezioni l’accertamento automatico di cui all’art. 86, comma 2, del d.lgs. n. 163 del 2006, giacché è la stessa lex specialis della gara a stabilire ex ante la soglia di tollerabilità del ribasso, e semmai può operare la diversa previsione di cui all’art. 86, comma 3 (“In ogni caso le stazioni appaltanti possono valutare la congruità di ogni altra offerta che, in base ad elementi specifici, appaia anormalmente bassa”), in esito cioè ad una valutazione rimessa caso per caso all’apprezzamento discrezionale della stazione appaltante.
Nella fattispecie, allora, risultando rispettato il limite di ribasso del 30% fissato dalla lettera di invito, si sarebbe potuta al più avviare una verifica rimessa all’autonoma iniziativa dell’ente, che non ha però ritenuto sussistenti le condizioni particolari per promuoverla, né il ricorrente ha del resto fornito elementi utili in tal senso.
Né, infine, v’è motivo di lamentare la mancata effettuazione dei controlli sul possesso dei requisiti, da compiere ai sensi dell’art. 48 del d.lgs. n. 163 del 2006. In tale sede, a dire del ricorrente, sarebbero dovute emergere quelle stesse irregolarità e carenze già evidenziate con le precedenti censure, la cui accertata infondatezza però rende comprensibili le ragioni dell’esito positivo delle verifiche conclusive.
In definitiva, il ricorso va respinto (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. I, sentenza 13.01.2016 n. 36 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALI: Spetta al Sindaco e non al dirigente ordinare la rimozione dei rifiuti abbandonati sul territorio.
Per pacifica giurisprudenza, l’art. 192, comma 3, del D.lgs. n. 152/2006, è una disposizione speciale sopravvenuta rispetto all'art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000, ed attribuisce espressamente al Sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma 2.
La disposizione sopravvenuta prevale sul disposto dell’art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000.
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1. Con l’ordinanza n. 12 del 15.03.2007, il Responsabile del Settore Vigilanza del Comune di Rivello ha intimato all’Anas -ai sensi dell’art. 14, comma 3, D.Lgs. n. 22 del 1997- di procedere entro 30 giorni dalla notifica di tale ordinanza alla rimozione dei rifiuti abusivamente abbandonati in una zona limitrofa alla strada statale n. 585 «Fondovalle del Noce», tra il km. 25,500 ed il km. 25,600, avente una superficie di circa 100 mq., con lo smaltimento a propria cura e spese, esibendo poi al Comune la prova dell’avvenuto smaltimento;
2. Con il ricorso di primo grado, proposto al TAR per la Basilicata, la s.p.a. ANAS ha impugnato l’ordinanza n. 12 del 15.03.2007, deducendo la violazione degli artt. 7, comma 2, lett. d), 13, 14, comma 3, 21, 49, comma 2, e 58, comma 3, D.Lgs. n. 22/1997, e degli artt. 192 e 198 D.Lgs. n. 152/2006 (per insussistenza del dolo o della colpa), degli artt. 3, 7 e 8 L. n. 241/1990, nonché il proprio difetto di legittimazione passiva, l’incompetenza del Dirigente comunale in luogo del Sindaco, ed eccesso di potere per difetto di istruttoria, travisamento dei fatti, insussistenza dei presupposti.
Il Comune di Rivello si è costituito in giudizio ed ha sostenuto l’inammissibilità del ricorso, per mancata impugnazione della presupposta nota del Comando della Stazione dei Carabinieri di Lagonegro n. 1464 del 26.02.2007, recante la segnalazione della presenza dei rifiuti e per la mancata notifica del ricorso al medesimo Comando.
Il Comune, in subordine, ha chiesto che il ricorso sia respinto, perché infondato.
3. Con la sentenza n. 488 del 29.06.2007, il Tar, prescindendo dalle eccezioni di inammissibilità, ha respinto il ricorso, rilevandone l’infondatezza.
4. Con l’appello in esame, notificato l’08.10.2007, la s.p.a. Anas ha impugnato la sentenza del TAR, riproponendo le censure respinte in primo grado.
Il Comune di Rivello si è costituito in giudizio ed ha ribadito le eccezioni di inammissibilità già formulate in primo grado, chiedendo comunque la reiezione dell’appello.
5, La Sezione ritiene che vadano respinte le eccezioni di inammissibilità del ricorso di primo grado, riproposte in questa sede dal Comune di Rivello, poiché il verbale del Comando della Stazione dei Carabinieri di Lagonegro n. 1464 del 26.02.2007 costituisce null’altro che la denuncia che ha attivato l’esercizio del potere comunale: esso, quale atto meramente istruttorio e di informazione dei fatti accaduti, non ha un carattere autonomamente lesivo della sfera giuridica dell’appellante.
6. Passando all’esame delle censure formulate in primo grado e riproposte con l’atto d’appello, ritiene la Sezione che risulta fondata la censura con cui è stata dedotta l’incompetenza del Responsabile del Settore Vigilanza.
Per la pacifica giurisprudenza di questa Sezione, l’art. 192, comma 3, del D.lgs. n. 152/2006, è una disposizione speciale sopravvenuta rispetto all'art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000, ed attribuisce espressamente al Sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma 2.
La disposizione sopravvenuta prevale sul disposto dell’art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000 (Cons. Stato, V, 29.08.2012, n. 4635; id., 12.06.2009, n. 3765; id., 10.03.2009, n. 1296; id., 25.08.2008, n. 4061).
7. La fondatezza della censura di incompetenza comporta l’assorbimento delle altre censure formulate dall’appellante, sicché in questa sede diventa irrilevante l’esame degli aspetti della legittimità sostanziale del provvedimento impugnato in primo grado.
8. Per le ragioni che precedono, in accoglimento dell’appello, il ricorso di primo grado va accolto, con il conseguente annullamento dell’atto impugnato n. 12 del 15.03.2007, salvi gli ulteriori provvedimenti del Comune di Rivello (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 11.01.2016 n. 57 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA - PUBBLICO IMPIEGO: Tecnico comunale ed illegittimo rilascio di una concessione edilizia.
In materia di abuso d’ufficio, per la sussistenza del reato non è sufficiente l’aver agito con dolo diretto o eventuale, ma occorre che l’evento di danno e quello di vantaggio sia e realizzato come obiettivo immediato e diretto della condotta e non risulti semplicemente realizzato come risultato accessorio di questa.
Con tale affermazione la Cassazione ha annullato la condanna inflitta a due responsabili comunali che avevano rilasciato illegittimamente una concessione edilizia in quanto non erano stati considerati elementi fondamentali, come la specifica competenza professionale dell’agente, l’apparato motivazionale su cui poggiava il provvedimento, il contesto e il tenore dei rapporti tra l’agente e il soggetto che dal provvedimento avevano ricevuto il vantaggio patrimoniale e subito il danno
(massima tratta da http://renatodisa.com - Corte di Cassazione, Sez. IV penale, sentenza 07.01.2016 n. 87).

ESPROPRIAZIONE: Condannato il comune a pagare delle somme a titolo di risarcimento danni da «occupazione acquisitiva» se ciò è avvenuto a causa di un errore del Ctu che ha localizzato i terreni in un posto diverso da quello dove in realtà sono.
In questi casi non può esercitarsi l’azione revocatoria concessa quando la svista è del giudice, e chiarendo che se la sentenza è correttamente motivata non è esperibile neppure il rimedio di legittimità
(massima tratta da http://renatodisa.com - Corte di Cassazione, Sezz. unite civili,
sentenza 07.01.2016 n. 67).

APPALTI: Concessionari, il progettista non può fare il commissario. Sentenza del Tar Trento sull'incompatibilità nei concorsi.
Chi ha progettato un'opera o ha svolto attività di consulenza per il soggetto concedente non può fare parte della commissione di valutazione delle offerte.

È quanto ha stabilito il TRGA Trentino Alto Adige-Trento con la sentenza 05.01.2016 n. 11 rispetto a un affidamento disposto da una società concessionaria autostradale rispetto al quale si discuteva se fosse incompatibile ai sensi dell'articolo 84, comma 4, del codice dei contratti pubblici, la partecipazione alla commissione di un soggetto che in precedenza aveva svolto attività per quella determinata opera a favore del soggetto concedente.
I giudici premettono che, in quanto «organismo di diritto pubblico ai sensi e per gli effetti del codice dei contratti pubblici» la società concessionaria autostradale rientra nell'ambito applicativo della direttiva 2004/18/Ce, anche ai sensi dell'art. 11, comma 5, lett. c), della legge n. 498 del 1992, ed è qualificabile come amministrazione aggiudicatrice.
In quanto tale, quindi, la società concessionaria deve essere considerata al pari di una amministrazione aggiudicatrice e tenuta all'applicazione del codice dei contratti pubblici con l'effetto ulteriore dell'attrazione dell'attività contrattuale attinente all'esercizio del servizio di cui essa è concessionaria.
Nel caso specifico il comma 4 dell'art. 84 del codice dei contratti pubblici recita: «I commissari diversi dal presidente non devono aver svolto né possono svolgere alcun'altra funzione o incarico tecnico o amministrativo relativamente al contratto del cui affidamento si tratta».
Tale norma, si legge nella sentenza, impedisce la presenza nella commissione di soggetti che abbiano svolto un'attività idonea a interferire con il giudizio di merito sull'appalto, cioè in grado di incidere sul processo formativo della volontà che ha condotto alla valutazione delle offerte, potendone condizionare l'esito.
La sentenza ha in particolare chiarito che l'incompatibilità opera per soggetti che hanno svolto incarichi, relativi alla medesima gara, «di progettazione, verifica della progettazione, predisposizione della legge di gara e simili», per i professionisti che hanno fornito consulenza per la redazione degli atti di gara e per i funzionari che hanno contribuito alla redazione degli stessi, nonché per i dirigenti che hanno elaborato propedeutici studi di fattibilità.
Scopo della norma è prevenire il pericolo concreto di possibili effetti disfunzionali derivanti dalla partecipazione, alle commissioni giudicatrici, di soggetti che sono intervenuti a diverso titolo nella predisposizione degli atti della procedura concorsuale.
Il fine ultimo è rendere effettiva la distinzione tra i soggetti che hanno definito i contenuti e le regole della procedura e quelli che ne debbono fare applicazione nella fase di valutazione delle offerte.
Non può quindi essere nominato commissario di gara un professionista che «si era limitato alla predisposizione e alla redazione» degli atti posti a base della gara, successivamente approvati dal comune che gli aveva affidato l'incarico (articolo ItaliaOggi del 22.01.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).
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MASSIMA
5.1. La censura è fondata.
Il comma 4 dell’art. 84 del codice dei contratti pubblici recita: “
i commissari diversi dal presidente non devono aver svolto né possono svolgere alcun'altra funzione o incarico tecnico o amministrativo relativamente al contratto del cui affidamento si tratta”.
5.2.
Tale norma, è stato precisato, “impedisce la presenza nella commissione di soggetti che abbiano svolto un’attività idonea ad interferire con il giudizio di merito sull’appalto, cioè in grado di incidere sul processo formativo della volontà che ha condotto alla valutazione delle offerte, potendone condizionare l’esito (cfr. C.d.S., sez. VI, 21.07.2011, n. 4438).
Essa si riferisce dunque:
- ai soggetti che hanno svolto incarichi, relativi alla medesima gara, “di progettazione, verifica della progettazione, predisposizione della legge di gara e simili
(cfr. C.d.S., sez. VI, 29.12.2010, n. 9577; sez. V, 27.05.2011, n. 4450);
- ai funzionari che hanno partecipato alla procedura relativa al contratto del cui affidamento si discute esprimendo parere favorevole al progetto con puntuali prescrizioni tecniche (cfr. C.d.S., sez. V, 22.06.2012, n. 3682);
- ai professionisti che hanno fornito consulenza per la redazione degli atti di gara e ai funzionari che hanno contribuito alla redazione degli stessi (cfr. C.d.S., sez. V, 14.06.2013, n. 3316);
- ai dirigenti che hanno elaborato propedeutici studi di fattibilità, tenuto conto che la legge ha preferito subordinare l’interesse della conoscenza approfondita degli atti di gara a quello (ritenuto prevalente) di una netta separazione fra chi “prepara” quegli atti e chi invece deve valutare le offerte presentate dai diversi concorrenti (cfr. C.d.S., sez. V, 13.10.2014, n. 5057).
5.3. L’Adunanza plenaria, dal canto suo, ha puntualizzato che
la previsione legislativa in esame è volta a prevenire il pericolo concreto di possibili effetti disfunzionali derivanti dalla partecipazione, alle commissioni giudicatrici, di soggetti che sono intervenuti a diverso titolo nella predisposizione degli atti della procedura concorsuale. La regola mira, dunque, a conservare la distinzione tra i soggetti che hanno definito i contenuti e le regole della procedura e quelli che ne debbono fare applicazione nella fase di valutazione delle offerte. L’interesse pubblico rilevante diventa quindi “non tanto e non solo quello della imparzialità, cui è in ogni caso riconducibile”, ma, soprattutto, “la volontà di assicurare che la valutazione sia il più possibile oggettiva, e cioè non influenzata dalle scelte che l’hanno preceduta, se non per ciò che è stato dedotto formalmente negli atti di gara (cfr. C.d.S., Ad.Pl., 07.05.2013, n. 13).
In altri termini, come ha già avuto occasione di rilevare questo Tribunale, “
la prescrizione legislativa in esame mira ad assicurare due concorrenti ma distinti valori: quello dell’imparzialità, per evitare indebiti favoritismi da parte di chi conosce approfonditamente le regole del gioco avendo contribuito alla loro gestazione, nascita e formalizzazione; quello dell’oggettività, ad evitare che lo stesso autore di quelle regole dia ad esse significati impliciti, presupposti, indiretti o, comunque, effetti semantici che risentano di convinzioni o concezioni preconcette che hanno indirizzato la formulazione delle regole stesse” (cfr. sentenza 31.01.2014, n. 30).
6.1. Non giova alla Stazione appaltante sostenere, nelle deduzioni difensive, che il geom. Gu. si sarebbe limitato a “redigere” gli atti di gara nel senso della materiale compilazione degli stessi, i quali sono stati poi “approvati” dal responsabile del procedimento ing. Co., unico detentore di competenze decisionali finali.
A questo proposito è sufficiente rilevare che la vicenda fattuale sottostante alla pronuncia dell’Adunanza Plenaria da ultimo citata (la n. 13 del 2013), riguardava proprio il caso di un professionista che “si era limitato alla predisposizione, … alla redazione” degli atti posti a base della gara, successivamente approvati dal Comune che gli aveva affidato l’incarico.
È stato in tale occasione che il Giudice d’appello ha precisato che il comma 4 dell’art. 84 del d.lgs. n. 163 del 2006 risponde alla esigenza di “rigida separazione della fase di preparazione della documentazione di gara con quella di valutazione delle offerte in essa presentate”, a garanzia della neutralità del giudizio e in coerenza con la ratio generalmente sottesa alle cause di incompatibilità dei componenti degli organi amministrativi.
6.2. Né è condivisibile l’affermazione, proveniente sempre dalla Società Autobrennero in sede difensiva, che il geom. Gu. sarebbe un impiegato ordinario sprovvisto di poteri decisionali. Tale asserzione, difatti, risulta smentita in punto di fatto non solo dalla determinazione n. 1319 del 2014 qui in esame, che per giustificare la nomina del Gu. quale membro della commissione tecnica lo qualifica “esperto nello specifico settore cui si riferisce l’oggetto del contratto”, ma anche dalla circostanza -evidenziata dalla ricorrente e non smentita dalla Stazione appaltante- che il nominato Gu. è il “Direttore dell’esecuzione del contratto” del servizio di pulizia delle stazioni autostradali e delle pertinenze varie attualmente in essere (cfr. pag. 12 della memoria della ricorrente di data 28.11.2015). Il che comporta, evidentemente, che -trattandosi di un compito proprio- non era richiesto un atto formale di incarico per la redazione degli atti di gara.
7. Da quanto esposto appare quindi evidente che il geom. Gu., avendo redatto, in quanto Direttore competente, i documenti che hanno fissato le norme per regolare il servizio di pulizia oggetto di gara, ne ha concretamente ed effettivamente definito il contenuto. Egli, conseguentemente, versava in situazione di incompatibilità a far parte della commissione giudicatrice, il che impediva il suo utilizzo nella valutazione della parte tecnica delle proposte per la gestione del medesimo servizio presentate dai potenziali aggiudicatari.
8. Va pertanto disposto l’annullamento della determinazione dell’amministratore delegato di Autobrennero n. 1319 del 2014 con cui è stata nominata la commissione tecnica. Ciò comporta, in modo caducante, il travolgimento per illegittimità derivata di tutti gli atti posteriori della procedura fino all'affidamento del servizio, con il conseguente assorbimento delle censure che si appuntano avverso le successive fasi della gara.
Per effetto di quanto disposto, spetta alla Società Autobrennero la rinnovazione della gara a partire dalla fase di presentazione delle offerte (cfr., in termini, C.d.S., sez. V, n. 5057 del 2014, cit.). Si tratta, infatti, di un’ipotesi in cui il vizio dell'aggiudicazione comporta l'obbligo di rinnovare la gara, ai sensi dell’art. 122 c.p.a., che fa riferimento proprio "alla luce dei vizi riscontrati" per i casi in cui il vizio determini necessariamente "l'obbligo di rinnovare la gara" (cfr., in termini, C.d.S., Ad.Pl., n. 13 del 2013, cit.).

ATTI AMMINISTRATIVIAtti amministrativi accessibili anche se sequestrati. Tar del Lazio. Sentenza sul caso-Xylella.
Con l’assenso dei magistrati penali, anche gli atti amministrativi sequestrati sono accessibili a chi ne ha titolo, anche se la pubblica amministrazione non ha più gli originali né le copie.

Il TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, sentenza 04.01.2016 n. 7, ha ordinato così al ministero delle Politiche agricole di consentire l’accesso ai documenti con cui nel 2010 autorizzò l’importazione del batterio Xylella fastidiosa per un corso di studio all’Istituto agronomico mediterraneo (Iam) di Bari.
La richiesta era stata presentata da 19 aziende salentine ad agricoltura biologica «direttamente investite» dalle misure statali e regionali contro il disseccamento degli ulivi infettati dal batterio. Il ministero aveva opposto silenzio-rigetto, ritenendo non più possibile fornire gli atti poiché nel frattempo sottoposti dalla Procura di Lecce a sequestro probatorio (articolo 253 del Codice di procedura penale) in originale e senza il rilascio di alcuna copia.
Per le ricorrenti, invece, l’accesso –negato dallo Iam e in parte dalla Regione (ma poi concesso)- era legittimo per la difesa del proprio «diritto alla sopravvivenza aziendale e dell’interesse legittimo al ripristino della legalità violata» anche in altri giudizi.
Accogliendo il ricorso, il Tar ha spiegato che anche se si è ormai stabilito (Consiglio di Stato, sentenza 1170/1996) che «il regime di segretezza di cui all’articolo 329 del Codice ci procedura penale (obbligo del segreto, ndr) non costituisce un motivo legittimo di diniego all’accesso dei documenti, fintantoché gli stessi siano nella disponibilità dell’amministrazione e il giudice che conduce l’indagine penale non li abbia acquisiti con uno specifico provvedimento di sequestro», l’accesso va garantito anche quando, come nel giudizio in esame, «risulta comprovato che l’amministrazione intimata non è nella detenzione materiale dei documenti (...)» sotto sequestro.
I giudici hanno precisato che in questi casi ai sensi dell’articolo 258 del Codice di procedura penale l’autorità giudiziaria può fare estrarre copia degli atti e dei documenti sequestrati, restituendo gli originali, e, quando il sequestro di questi è mantenuto, può autorizzare la cancelleria o la segreteria a rilasciare gratuitamente copia autentica a coloro che li detenevano legittimamente: l’estrazione di cui al menzionato articolo 258 del Codice di procedura penale è consentita, ovviamente, in relazione alle specifiche esigenze di segretezza degli atti di indagine che solo l’autorità giudiziaria procedente può valutare in concreto, soppesando i diversi interessi coinvolti e la relativa richiesta è proponibile, a sua volta, solo da parte di coloro che “detenevano legittimamente” gli atti sequestrati, ovvero, nel caso di specie, l’amministrazione destinataria della richiesta di accesso ex lege 241/1990»
(articolo Il Sole 24 Ore del 28.01.2016).
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MASSIMA
I) In esito alla richiesta di accesso presentata al Ministero, quest’ultimo ne ha negato l’accoglimento allegando di esservi impedito dall’avvenuto assoggettamento dei documenti richiesti ad avvenuto sequestro probatorio dei documenti richiesti, in originale e senza che siano rimaste delle copie nella disponibilità dell’Amministrazione, da parte dell’Autorità Giudiziaria; tesi che viene ribadita in giudizio da parte dalla difesa dell’Avvocatura ad eccezione degli atti relativi ai pareri del Comitato Tecnico Scientifico e del Comitato Fitosanitario Nazionale, per i quali l’Avvocatura deduce che i ricorrenti non avrebbero interesse alla loro ostensione in quanto detti provvedimenti hanno costituito il presupposto istruttorio per l’emanazione del DM n. 2777 del 26.09.2014, il quale ha tuttavia cessato di esplicare effetti, essendo stato abrogato dal successivo DM 19.06.2015, art. 25 (“misure di emergenza per la prevenzione, il controllo e l’eradicazione di Xylella fastidiosa (Well e Raju) nel territorio della Repubblica Italiana”).
Quanto alla prima delle eccezioni difensive, si osserva che,
in linea di principio, la giurisprudenza è orientata nel ritenere che il regime di segretezza di cui all'art. 329 c.p.p. non costituisce un motivo legittimo di diniego all'accesso dei documenti, fintantoché gli stessi siano nella disponibilità dell'Amministrazione e il giudice che conduce l'indagine penale non li abbia acquisiti con uno specifico provvedimento di sequestro (così TAR Palermo, sez. II, 03/11/2014, n. 2656; v. anche Consiglio Stato , sez. IV, 28.10.1996, n. 1170; TAR Aosta, sez. I, 06.04.2011 n. 26, richiamati nella decisione da cui è tratta la massima riportata; in forza di tale principio, è stato, ad esempio, ritenuto illegittimo il diniego di accesso in caso di documenti già sottoposti a sequestro, ma solo in copia e con restituzione all’Amministrazione dell’originale da parte dell’Autorità Giudiziaria, v. TAR Catania, sez. III 24.11.2011 n. 2783; in ordine all’efficacia preclusiva dell’accesso agli atti scaturente dal sequestro probatorio, si veda anche TAR Roma, sez. II 01.04.2015 n. 4910).
Nel caso di specie, risulta dal verbale di sequestro probatorio (che è stato operato il 14.05.2015 dal Comando Provinciale di Lecce del Corpo Forestale dello Stato, su delega del PM ex art. 253 cpp), che la documentazione d’interesse è stata acquisita (peraltro in conseguenza della circostanza che i medesimi documenti non hanno potuto essere appresi presso lo IAM che ha opposto la propria immunità giurisdizionale) in originale e senza che siano state lasciate copie nella disponibilità dell’Amministrazione; si indica che i medesimi documenti “saranno custoditi a cura” del Comando procedente “a disposizione dell’A.G. mandante”.
In base a ciò, risulta comprovato che l’Amministrazione intimata non è nella detenzione materiale dei documenti di cui è richiesto l’accesso.
Tuttavia, deva osservarsi che,
ai sensi dell’art. 258 c.p.p. l’Autorità Giudiziaria può fare estrarre copia degli atti e dei documenti sequestrati, restituendo gli originali, e, quando il sequestro di questi è mantenuto, può autorizzare la cancelleria o la segreteria a rilasciare gratuitamente copia autentica a coloro che li detenevano legittimamente: l’estrazione di cui al menzionato art. 258 c.p.p. è consentita, ovviamente, in relazione alle specifiche esigenze di segretezza degli atti di indagine che solo l’Autorità Giudiziaria procedente può valutare in concreto, soppesando i diversi interessi coinvolti e la relativa richiesta è proponibile, a sua volta, solo da parte di coloro che “detenevano legittimamente” gli atti sequestrati, ovvero, nel caso di specie, l’Amministrazione destinataria della richiesta di accesso ex lege 241/1990.
Pertanto, ad attento esame del rapporto tra il diritto di accesso agli atti amministrativi disciplinato dagli artt. 22 e ss. della l. 241/1990 e l’obbligo di segretezza sugli atti di indagine ex art. 329 c.p.p., va ritenuto che l’effetto impeditivo al rilascio dei documenti richiesti scaturente dal provvedimento giudiziario di sequestro ex art. 253 e ss. c.p.p. si verifica solo allorché l’Amministrazione, avendone fatto richiesta, non abbia ottenuto dall’A.G. procedente l’estrazione di copie consentita dall’art. 258 c.p.p..
Infatti,
mentre di per sé il richiedere l’estrazione di copie dei documenti sequestrati ex art. 258 c.p.p. è una facoltà di chi li deteneva legittimamente, quanto l’Amministrazione sequestrataria riceve una istanza di accesso agli atti (sequestrati) da parte di un privato avente titolo a richiederlo, allora l’evasione dell’istanza comporta l’obbligo, esigibile in buona fede e secondo diligenza, di esercitare tale facoltà allo scopo di porre in essere quel diligente sforzo possibile secondo le circostanze concrete per soddisfare l’interesse legittimo della parte interessata ad ottenere la conoscenza dei dati e delle informazioni cui ha titolo (e ciò naturalmente a condizione che sia stato verificato, in capo al richiedente, il possesso delle condizioni soggettive legittimanti ad effettuare l’accesso agli atti e questo risulti impedito solamente dalla circostanza della sussistenza del sequestro, tutte condizioni che, nel caso di specie, non sono poste in dubbio).
Alla stregua delle predette considerazioni il ricorso in parte qua risulta fondato nei limiti di cui sopra.
Parimenti, quanto agli atti relativi ai pareri che, secondo l’Avvocatura, non sarebbero più attuali, il ricorso è fondato e meritevole di accoglimento.
Secondo la giurisprudenza, “
il diritto alla trasparenza dell'azione amministrativa costituisce situazione attiva meritevole di autonoma protezione indipendentemente dalla pendenza e dall'oggetto di una controversia giurisdizionale o di una potenziale controversia tra i privati (come prospettato dall’AGEA nella nota di diniego dell’istanza di cui all’odierno ricorso) e non è condizionata al necessario giudizio di ammissibilità e rilevanza cui è subordinata la positiva delibazione di istanze a finalità probatorie, tanto che è rimesso al libero apprezzamento dell'interessato di avvalersi della tutela giurisdizionale prevista dall'art. 25 della legge n. 241 del 1990 ovvero di conseguire la conoscenza dell'atto nel diverso giudizio pendente tra le parti mediante la richiesta di esibizione istruttoria (ex plurimis, Cons. Stato, Sez. VI, 12.04.2000 n. 2190).
In tale ottica è stato altresì rilevato che
il diritto di accesso non costituisce una pretesa meramente strumentale alla difesa in giudizio della situazione sottostante, essendo in realtà diretto al conseguimento di un autonomo bene della vita così che la domanda giudiziale tesa ad ottenere l'accesso ai documenti è indipendente non solo dalla sorte del processo principale nel quale venga fatta valere l'anzidetta situazione (Cons. Stato, sez. VI del 12.04.2005 n. 1680) ma anche dall'eventuale infondatezza od inammissibilità della domanda giudiziale che il richiedente, una volta conosciuti gli atti, potrebbe proporre (Cons. Stato, Sez. VI, 21.09.2006 n. 5569)…Invero, l’accesso ai documenti va consentito anche quando la relativa istanza è preordinata alla loro utilizzazione in un giudizio, senza che sia possibile operare alcun apprezzamento in ordine alla ammissibilità ovvero alla fondatezza della domanda o della censura che sia stata proposta o che si intenda proporre, la cui valutazione spetta soltanto al giudice chiamato a decidere
(Consiglio di Stato, 7183/2010; si vedano anche le pronunce di questa Sezione del TAR Lazio, nr. 9034/2015 del 07.07.2015 e 1958/2015 del 03.02.2015).
Nel caso di specie, la pretesa della parte ricorrente è strumentale, così come dedotto, non solamente ad una esigenza di difesa in giudizio, ma ad una più generale conoscenza delle circostanze di fatto che hanno determinato l’insorgenza dell’infezione del batterio di cui si discute al fine dell’apprezzamento delle modalità con cui contrastarne la diffusione, essendone direttamente incise secondo quanto ampiamente esposto in atti.
Entro i descritti limiti, il ricorso, in parte qua, è fondato ed è meritevole di accoglimento, con la condanna del Ministero resistente a consentire l’accesso agli atti ed ai documenti richiesti di cui dovrà essere assicurata la necessaria esibizione ed eventuale estrazione di copia a richiesta delle parti interessate, previa richiesta all’Autorità Giudiziaria procedente di rilascio delle relative copie ai sensi dell’art. 258 c.p.p. ed a condizione del relativo esito, per quanto riguarda i documenti sottoposti a sequestro.
La richiesta ex art. 258 c.p.p. dovrà essere proposta all’A.G. procedente entro il termine di giorni trenta dalla comunicazione della presente sentenza o sua notifica a cura di parte; in caso di avvenuto rilascio delle copie o degli originali da parte dell’A.G. dei documenti d’interesse, il relativo accesso in favore delle parti odierne ricorrenti dovrà essere assicurato entro il termine dei trenta giorni successivi, previa la corresponsione dei relativi costi di riproduzione.
Gli altri documenti dovranno essere resi accessibili, in visione e con estrazione di relativa copia se richiesta, entro il termine di giorni trenta dalla comunicazione della presente sentenza o sua notifica a cura di parte.

EDILIZIA PRIVATA: Inammissibilità della sanatoria condizionata.
Deve escludersi la possibilità della cosiddetta sanatoria condizionata, caratterizzata dal fatto che i suoi effetti vengono subordinati alla esecuzione di specifici interventi aventi lo scopo di far acquisire alle opere il requisito della conformità alla disciplina urbanistica ed edilizia che non posseggono, poiché tali provvedimenti devono ritenersi illegittimi, in quanto l'articolo 36 d.P.R. 380/2001 si riferisce esplicitamente ad interventi già ultimati e stabilisce come la doppia conformità debba sussistere sia al momento della realizzazione dell'opera, sia al momento della presentazione della domanda di sanatoria.
Inoltre, il rilascio del provvedimento consegue ad un'attività vincolata della P.A., consistente nell'applicazione alla fattispecie concreta di previsioni legislative ed urbanistiche a formulazione compiuta e non elastica, che non lasciano all'Amministrazione medesima spazi per valutazioni di ordine discrezionale.

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4. Invero, come questa Corte ha già avuto modo di affermare, deve escludersi la possibilità della cosiddetta sanatoria condizionata, caratterizzata dal fatto che i suoi effetti vengono subordinati alla esecuzione di specifici interventi aventi lo scopo di far acquisire alle opere il requisito della conformità alla disciplina urbanistica ed edilizia che non posseggono, poiché tali provvedimenti devono ritenersi illegittimi, in quanto l'articolo 36 d.P.R. 380/2001 si riferisce esplicitamente ad interventi già ultimati e stabilisce come la doppia conformità debba sussistere sia al momento della realizzazione dell'opera, sia al momento della presentazione della domanda di sanatoria.
Inoltre, il rilascio del provvedimento consegue ad un'attività vincolata della P.A., consistente nell'applicazione alla fattispecie concreta di previsioni legislative ed urbanistiche a formulazione compiuta e non elastica, che non lasciano all'Amministrazione medesima spazi per valutazioni di ordine discrezionale (v. Sez. 3, n. 7405 del 15/01/2015, Bonarota, Rv. 262422; Sez. 3, n. 47402 del 21/10/2014, Chisci e altro, Rv. 260973; Sez. 3, n. 19587 del 27/04/2011, Montini e altro, Rv. 250477; Sez. 3 n. 23726 del 24/02/2009, Peoloso, non massimata; Sez. 3, n. 41567 del 04/10/2007, P.M. in proc. Rubechi e altro, Rv. 238020; Sez. 3, n. 48499 del 13/11/2003, P.M. in proc. Dall'Oro, Rv. 226897 ed altre prec. conf.).
Tali principi, pienamente condivisi dal Collegio, devono pertanto essere ribaditi
(tratto da www.lexambiente.it - Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 29.12.2015 n. 51013).

EDILIZIA PRIVATA: Beni Ambientali. Opere nel sottosuolo.
Poiché l'art. 181 del D.Lgs. n. 42 del 2004 vieta l'esecuzione di lavori "di qualsiasi genere" su beni paesaggistici senza la prescritta autorizzazione o in difformità di essa, il vincolo ambientale-paesaggistico si palesa operante anche con riferimento alle opere da realizzarsi nel sottosuolo, implicando anche queste ultime una utilizzazione del territorio idonea a modificarne l'assetto.
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2. Nel caso di specie, al contrario, i giudici di appello, nel richiamare la sentenza di primo grado, hanno fatto integralmente proprie le argomentazioni sostenute dal primo giudice senza fornire puntuale risposta alle censure mosse dalla difesa con i motivi di gravame.
Invero, nell'affermare la responsabilità dell'imputata, il giudice di primo grado si era limitato a rilevare l'inserimento nel paesaggio "di elementi nuovi ed alteranti, richiedenti la necessità del parere paesaggistico" e che la ricorrente "non aveva ottenuto il parere da parte della autorità preposta alla tutela del vincolo paesaggistico".
La difesa, in sede di gravame, aveva censurato la decisione del primo giudice, evidenziando la circostanza che le opere poste in essere erano dirette al mero recupero ambientale di un terrapieno a rischio di crollo in conseguenza di infiltrazioni, che avevano reso franosa la zona interessata dall'intervento.
Dal punto di vista soggettivo, la difesa aveva censurato, altresì, la mancanza di motivazione della sentenza di primo grado atteso che, di fronte alle precisazioni fornite circa la buona fede dell'imputata, non una parola era stata spesa per spiegare le ragioni per cui la previsione dei piani urbanistici locali non potesse giustificare l'assenza di colpa dell'imputata, o quantomeno l'insussistenza di un errore scusabile.
3. Orbene, la Corte territoriale, pur a fronte di specifiche censure quanto alla sussistenza dei presupposti oggettivi e soggettivi del reato contestato, si è limitata a confermare la decisione del primo giudice senza fornire adeguata risposta alle censure formulate.
Effettivamente,
poiché l'art. 181 del D.Lgs. n. 42 del 2004 vieta l'esecuzione di lavori "di qualsiasi genere" su beni paesaggistici senza la prescritta autorizzazione o in difformità di essa, il vincolo ambientale-paesaggistico si palesa operante anche con riferimento alle opere da realizzarsi nel sottosuolo, implicando anche queste ultime una utilizzazione del territorio idonea a modificarne l'assetto.
Tuttavia, nella vicenda in esame, la difesa aveva evidenziato che l'imputata era stata costretta ad avviare le opere di manutenzione a causa del pericolo di frane conseguenti alle infiltrazioni di acqua nel terreno.
4. Nella motivazione della sentenza impugnata, si legge che le opere realizzate non potevano essere considerate come opere di manutenzione straordinaria, riferendo che si era trattato della realizzazione di una trave di fondazione di cemento armato lunga 12 metri e larga 1,30 metri con uno sbancamento di terreno di circa 100 mq, interessando una superficie di circa 120 mq. e sottolineando che, al momento dell'accertamento erano in corso i lavori di trivellazione per la realizzazione di pali in cemento armato.
Ma i giudici non hanno indicato le ragioni per cui hanno escluso la sussistenza del pericolo di cedimento, pure sostenuta dall'imputata, a fronte della situazione di notoria fragilità dell'assetto idrogeologico dei luoghi, e dunque, delle ragioni per cui l'opera non poteva essere qualificata come manutenzione straordinaria, volta a fronteggiare tale pericolo. Parimenti, nella motivazione sono state disattese le argomentazioni difensive con una motivazione apodittica e senza alcuna ulteriore precisazione.
5. Pertanto, a giudizio del Collegio, la motivazione della sentenza impugnata risulta lacunosa laddove il giudice del gravame non ha preso in considerazione i motivi di ricorso proposti dalla difesa della ricorrente in ordine alla sussistenza dell'elemento oggettivo e soggettivo della fattispecie incriminatrice per cui è processo neppure per escluderne la rilevanza.
Del pari va censurata la carenza motivazionale in punto di valutazione della offensività della condotta realizzata. È ben vero che, sotto questo profilo, nella giurisprudenza di legittimità si è affermato il principio secondo cui,
il reato previsto dal D.Lgs. 22.01. 2004, n. 42, art. 181, qualificabile come di pericolo astratto, non richiede ai fini della sua configurabilità un effettivo pregiudizio per l'ambiente, essendo sufficiente l'esecuzione di interventi in assenza di preventiva autorizzazione che siano astrattamente idonei ad arrecare nocumento al bene giuridico tutelato (tra le varie, cfr. Sez. 3, n. 6299 del 15/01/2013 Rv. 254493; Sez. 3, n. 34764 del 21/06/2011 Rv. 245908).
Si è precisato, altresì, che l'individuazione della potenzialità lesiva di detti interventi deve essere effettuata mediante una valutazione ex ante, diretta quindi ad accertare non già se vi sia stato un danno al paesaggio ed all'ambiente, bensì se il tipo di intervento fosse astrattamente idoneo a ledere il bene giuridico tutelato (v. ex plurimis, Sez. 3, n. 14461 del 07/02/2003, Carparelli, Rv. 224468; Sez. 3, n. 14457 del 06/02/2003, De Marzi, Rv. 224465; Sez. 3, n. 12863 del 13/02/2003, Abbate, Rv. 224896; Sez. 3, n. 10641 del 30/01/2003, Spinosa, Rv. 224355) e che, proprio per tali ragioni, è richiesta la preventiva valutazione da parte dell'ente preposto alla tutela del vincolo per ogni intervento, anche modesto e diverso da quelli contemplati dalla disciplina urbanistica ed edilizia.
6. Peraltro, questa Corte intende ribadire l'essenzialità del cd. principio di offensività (Sez. 3, n. 2733 del 26/11/1999, P.M. in proc. Gajo, Rv. 215868; Sez. 3, n. 44161 del 23/10/2001, Zucchini, Rv. 220624) ricordando anche quanto osservato, sul tema, dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 247 del 1997), secondo la quale
anche per i reati ascritti alla categoria di quelli formali e di pericolo presunto od astratto è sempre devoluto al sindacato del giudice penale l'accertamento in concreto dell'offensività specifica della singola condotta, dal momento che, ove questa sia assolutamente inidonea a porre a repentaglio il bene giuridico tutelato, viene meno la riconducibilità della fattispecie concreta a quella astratta e si verte in tema di reato impossibile, ex art. 49 c.p. (sentenza n. 360 del 1995).
Invero, come precisato (Sez. 3, n. 34764 del 21/06/2011, Fanciulli, Rv. 251244, cit.),
il principio di offensività deve essere considerato non tanto sulla base di un concreto apprezzamento di un danno ambientale, quanto, piuttosto, per l'attitudine della condotta a porre in pericolo il bene protetto (affermazione peraltro successivamente ribadita in Sez. 3, n. 13736 del 26/02/2013, Manzella, Rv. 254762 e, precedentemente, formulata in Sez. 3, n. 2903 del 20/10/2009, Soverini, Rv. 245908).
7. Nel caso di specie, la Corte territoriale ha omesso di dare conto degli elementi fattuali che assumono significativo rilievo ai fini della valutazione di incidenza delle opere sull'assetto del paesaggio.
Sotto questo profilo, infatti, la sentenza impugnata si è limitata ad affermare che l'opera realizzata era di notevole entità e logicamente prodromica ad altra opera, senza fornire, tuttavia, ulteriori indicazioni. Ad avviso del Collegio, si tratta di considerazioni lacunose, che non consentono di evidenziare la concreta offensività dell'intervento posto in essere dall'imputata.
Alla luce delle argomentazioni svolte, la sentenza impugnata deve essere quindi annullata con rinvio per un nuovo esame ad altra sezione della Corte di Appello di Napoli
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 29.12.2015 n. 51002 - tratto da www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Trasporto e terzo estraneo al reato.
L'art. 259 del d.lgs. n. 152 del 2006 deve essere interpretata nel senso che, al fine di evitare la confisca obbligatoria del mezzo di trasporto utilizzato per la gestione abusiva dei rifiuti, incombe al terzo estraneo al reato che ne sia il proprietario l'onere di provare la sua buona fede, ovvero che l'uso illecito del mezzo gli era ignoto e non era collegabile ad un suo comportamento negligente.
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4. - I ricorsi delle imputate sono inammissibili. Con essi ci si limita, infatti, a formulare generiche e indimostrate asserzioni circa un preteso errore di destinazione nel quale le stesse sarebbero incorse nel condurre l'autocarro con i rifiuti e Circa una sostanziale mancanza di riprovazione sociale del comportamento tenuto nel contesto del campo nomadi nel quale esse vivono.
E ciò, a fronte della dettagliata e coerente motivazione della sentenza impugnata, nella quale si dà, oltretutto conto delle insanabili contraddizioni tra le giustificazioni dei fatti fornite dalle imputate e da un ulteriore testimone sentito.
Con il ricorso non si contestano, del resto, la materialità del fatto e la mancanza di qualsivoglia titolo abitativo per il trasporto dei rifiuti, i quali consistevano perlopiù in rottami ed erano abusivamente condotti presso una ditta specializzata nell'acquisto del ferro.
5. - È invece fondato il ricorso del pubblico ministero, con cui si lamenta l'erronea applicazione dell'art. 259 del d.lgs. n. 152 del 2006. Tale disposizione deve, infatti, essere interpretata nel senso che,
al fine di evitare la confisca obbligatoria del mezzo di trasporto utilizzato per la gestione abusiva dei rifiuti, incombe al terzo estraneo al reato che ne sia il proprietario l'onere di provare la sua buona fede, ovvero che l'uso illecito del mezzo gli era ignoto e non era collegabile ad un suo comportamento negligente (ex plurimis, sez. 3, 16.01.2015, n. 18515, rv. 263772; sez. 3, 17.01.2013, n. 9579, rv. 254749).
Il Tribunale non ha fatto corretta applicazione di tale principio, perché ha proceduto alla restituzione del mezzo al terzo proprietario sul rilievo della mancanza in atti di elementi da cui desumere un suo coinvolgimento materiale o psicologico nel reato, così sostanzialmente sottraendo quest'ultimo all'onere di provare positivamente la sua buona fede (
Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 29.12.2015 n. 51001 - tratto da www.lexambiente.it).

INCARICHI PROGETTUALI: In tema di azione di indebito arricchimento nei confronti della P.A. conseguente all’assenza di un valido contratto d’opera, l’indennità prevista dall’art. 2041 cod. civ. va liquidata nei limiti della diminuzione patrimoniale subita dall’esecutore della prestazione resa in virtù del contratto invalido, con esclusione di quanto lo stesso avrebbe percepito nell’ipotesi che il rapporto negoziale fosse stato valido ed efficace.
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3) Il primo motivo di ricorso principale deve essere disatteso.
Le Sezioni Unite di questa Corte hanno affermato che le domande di adempimento contrattuale e di arricchimento senza causa, quali azioni che riguardano entrambe diritti eterodeterminati, si differenziano, strutturalmente e tipologicamente, sia quanto alla "causa petendi" (esclusivamente nella seconda rilevando come fatti costitutivi la presenza e l'entità del proprio impoverimento e dell'altrui locupletazione, nonché, ove l'arricchito sia una P.A., il riconoscimento dell'utilitas da parte dell'ente), sia quanto al "petitum" (pagamento del corrispettivo pattuito o indennizzo).
Ne consegue che, nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo -al quale si devono applicare le norme del rito ordinario, ai sensi dell'art. 645, secondo comma, e, dunque, anche l'art. 183, quinto comma, c.p.c- è ammissibile la domanda di arricchimento senza causa avanzata con la comparsa di costituzione e risposta dall'opposto (che riveste la posizione sostanziale di attore) soltanto qualora l'opponente abbia introdotto nel giudizio, con l'atto di citazione, un ulteriore tema di indagine, tale che possa giustificare l'esame di una situazione di arricchimento senza causa. In ogni altro caso, all'opposto non è consentito di proporre, neppure in via subordinata, nella comparsa di risposta o successivamente, un'autonoma domanda di arricchimento senza causa, la cui inammissibilità è rilevabile d'ufficio dal giudice (Cass. S.U. 27.12.2010 n. 26128).
Nel caso in esame, la necessità, per l'opposto, di introdurre, in via subordinata, la domanda di arricchimento senza causa, è conseguenza della difesa del Comune opponente, che ha contrastato l'azione contrattuale proposta dal Rizzi assumendo l'invalidità dell'incarico professionale e la sua inidoneità ad impegnare l'ente territoriale, perché non legittimamente conferito con delibera dell'organo competente e con adeguata previsione di spesa. Tale domanda, pertanto, essendo stata proposta dall'opposto nella comparsa di costituzione di primo grado, deve ritenersi ammissibile (cfr. Cass. 04.10.2013 n. 22754).
Deve aggiungersi che, con riguardo a procedimento pendente (come il presente) alla data del 30.04.1995 -per il quale trovano applicazione le disposizioni di cui agli artt. 183 e 184 c.p.c., nel testo vigente anteriormente alla "novella" di cui alla legge n. 353 del 1990-, il divieto di introdurre una domanda nuova nel corso del giudizio di primo grado, risulta posto a tutela della parte destinataria della domanda. Pertanto, la violazione di tale divieto -che è rilevabile anche d'ufficio, non essendo riservata alle parti l'eccezione di novità della domanda- non è sanzionabile in presenza di un atteggiamento non oppositorio della parte medesima, consistente nell'accettazione esplicita del contraddittorio o in un comportamento concludente che ne implichi l'accettazione (Cass. Sez. Un. 22.05.1996 n. 4712).
Nella specie, dall'esame diretto degli atti, consentito per la natura procedurale del vizio denunciato, si evince che nel rassegnare le conclusioni di primo grado (integralmente trascritte a pag. 4 della sentenza del Tribunale) il Comune di San Donà del Piave ha chiesto "respingersi la domanda subordinata dell'opposto difettando, nel caso, i presupposti per l'esperibilità dell'eccezione ex art. 2041 c.c. e, comunque, per mancato arricchimento del Comune". L'opponente, pertanto, difendendosi nel merito, ha tenuto un comportamento concludente, implicante accettazione del contraddittorio sulla domanda subordinata proposta dalla controparte nella comparsa di costituzione.
4) Anche il secondo motivo è privo di fondamento.
Come è stato più volte chiarito da questa Corte,
l'azione di responsabilità che, a norma dell'art. 23 D.L. n. 66 del 1989 (convertito in legge n. 144 del 1989 e riprodotto senza sostanziali modifiche dall'art. 35 D.Lgs. n. 77 del 1995) è esperibile dai privati contro gli amministratori e i funzionari di Province, Comuni e Comunità Montane per prestazioni e servizi resi senza il rispetto delle prescritte formalità, comporta che, limitatamente ai suddetti enti e alle indicate situazioni, il privato, disponendo di un'azione diretta, non può esperire nei confronti della P.A. l'azione sussidiaria di arricchimento senza causa. Tuttavia, non potendosi, in difetto di espressa previsione normativa, affermare la retroattività del citato D.L. n. 66, deve ritenersi l'esperibilità dell'azione di indebito arricchimento per tutte le prestazioni e i servizi resi alla P.A. anteriormente all'entrata in vigore di tale normativa, non difettando il requisito della sussidiarietà per il fatto che il privato può agire direttamente contro chi -amministratore o funzionario- abbia invalidamente commissionato le opere o i servizi, atteso che la responsabilità diretta di funzionari e dipendenti pubblici è posta dall'art. 28 Cost. su di un piano alternativo e paritetico (Cass. 03.08.2000 n. 10199; Cass. 20.08.2003 n. 12208; Cass. 11.05.2007 n. 10884; Cass. 26.06.2012 n. 10636).
Alla luce di tali principi, correttamente la sentenza non definitiva della Corte di Appello ha ritenuto ammissibile la domanda subordinata di arricchimento senza causa proposta dall'opposto nei confronti del Comune opponente, avendo accertato che l'attività di progettazione dell'architetto Rizzi è stata effettuata in epoca anteriore all'entrata in vigore del d.l. n. 66/1989.
Non rileva, in contrario, che l'utilitas del Comune sia stata conseguita in epoca successiva all'entrata in vigore di tale normativa, in quanto il citato art. 23, nel disporre al terzo comma che qualsiasi spesa degli enti comunali deve essere assistita da un conforme provvedimento dell'organo munito di potere deliberativo e da uno specifico impegno contabile registrato nel competente bilancio di previsione, e nello stabilire al quarto comma che, in mancanza, il rapporto obbligatorio si instaura direttamente "tra il privato fornitore e l'amministratore o il funzionario che abbiano consentita la fornitura", individua chiaramente nella esecuzione della prestazione del privato il momento genetico dell'obbligazione a carico dell'amministratore o funzionario dell'ente che l'abbiano consentita.
5) Il terzo motivo, nella parte in cui si duole del ritenuto riconoscimento dell'utilitas da parte del Comune, è privo di fondamento.
Si rileva, al riguardo, che,
in tema di azione di indebito arricchimento nei confronti della P.A., il riconoscimento dell'utilità dell'opera o della prestazione può avvenire anche in maniera implicita, mediante l'utilizzazione dell'opera o della prestazione consapevolmente attuata dagli organi rappresentativi dell'ente. In particolare, l'adozione da parte del competente organo dell'Amministrazione di un Piano Urbanistico Particolareggiato, elaborato da un professionista per conto della stessa Amministrazione, configura un implicito riconoscimento dell'utilità dell'attività svolta dal professionista medesimo, senza che a tal fine sia necessario che all'adozione del Piano abbia fatto seguito il completamento dell'iter amministrativo di approvazione definitiva, poiché l'approvazione definitiva del Piano può essere rilevante ai fini dell'adozione dello strumento urbanistico, ma non ai fini del riconoscimento dell'utilità della prestazione del professionista (Cass. 30.04.2008 n. 10922).
Nella specie, pertanto, legittimamente la Corte di Appello ha ritenuto sufficienti, ai fini del riconoscimento dell'utilità dell'opera, le delibere degli organi comunali di adozione dei Piani Particolareggiati elaborati dal Ri., a prescindere dal completamento dell'iter amministrativo di approvazione definitiva di tali Piani.
Il motivo in esame, al contrario, risulta fondato nella parte in cui censura i criteri seguiti dal giudice di merito nella quantificazione dell'indennizzo ex art. 2041 c.c.. Come è stato affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte,
in tema di azione d'indebito arricchimento nei confronti della P.A. conseguente all'assenza di un valido contratto d'opera, l'indennità prevista dall'art. 2041 c.c. va liquidata nei limiti della diminuzione patrimoniale subita dall'esecutore della prestazione resa in virtù del contratto invalido, con esclusione di quanto lo stesso avrebbe percepito nella ipotesi che il rapporto negoziale fosse stato valido ed efficace (Cass. S.U. 11.09.2008 n. 23385).
Pertanto,
ai fini della determinazione dell'indennizzo dovuto al professionista, non possono essere assunte come parametro le tariffe professionali, ancorché richiamate da parcelle vistate dall'Ordine competente (Cass. Sez. Un. 27.01.2009 n. 1875), non trattandosi in questo caso di corrispettivo per prestazioni professionali rese dal professionista nell'esecuzione di un contratto con un cliente, per le quali è giustificato il ricorso alla tariffa professionale, ma di una somma che va liquidata in forza delle risultanze processuali, se ed in quanto si sia verificato un vantaggio patrimoniale a favore della P.A., con correlativa perdita patrimoniale della controparte (Cass. 18.02.2010 n. 3905).
Nella specie, la sentenza definitiva della Corte di Appello, nel liquidare in favore del Ri., a titolo di indennizzo ex art. 2041 c.c., una somma pari a quella chiesta con le parcelle fatturate conformi alla tariffa professionale, vistate dal Consiglio dell'Ordine, ha disatteso tali principi, avendo riconosciuto al professionista un importo corrispondente al compenso che il medesimo avrebbe potuto pretendere in caso di valido conferimento dell'incarico di redazione dei Piani Particolareggiati in questione.
S'impone, di conseguenza, la cassazione nella parte de qua della sentenza definitiva impugnata, con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello di Venezia, la quale, ai fini della determinazione dell'indennizzo dovuto al Rizzi per l'attività prestata in favore del ricorrente, dovrà attenersi ai principi di diritto innanzi enunciati. Il giudice del rinvio provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità (Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza 23.12.2015 n. 25957).

VARI: Il soggetto che possiede un bene per un certo numero di anni per cui può diventarne legittimo proprietario grazie all’usucapione, non può vedersi interrotto il termine nel caso dovesse inviare una lettera con l’intenzione di voler in futuro diventare proprietario del bene dal presunto titolare.
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2.1.- Il motivo è infondato.
Va qui osservato che –come afferma autorevole dottrina e anche la giurisprudenza di questa Corte– si possono distinguere due ipotesi di interruzione del possesso ad usucapionem: interruzione “naturale” e interruzione “civile”; ricorre la prima allorché il possessore è stato privato del possesso per oltre un anno per fatto di un terzo (ad es. in conseguenza di uno spoglio del bene). Si tratta, invece, di interruzione civile, ogni qual volta, contro il possessore è stata esercitata una domanda giudiziale tesa a contestare la legittimità del potere esercitato sulla cosa (siano esse azioni di rivendica e/o di restituzione).
A sua volta, va qui osservato –come ha già detto questa Corte in altra occasione– che poiché, con il rinvio fatto dall’articolo 1165 c.c., all’articolo 2943 c.c., risultano tassativamente elencati gli atti interruttivi del possesso,
non è consentito attribuire efficacia interruttiva ad atti diversi da quelli stabiliti dalla legge, per quanto con essi si sia inteso manifestare la volontà di conservare il diritto, giacché la tipicità dei modi di interruzione della prescrizione non ammette equipollenti (v. Cass. 12.09.2000 n. 12024; Cass. 21.05.2001 n. 6910; Cass. 01.04.2003 n. 4892; Cass. 11.06.2009 n. 13625), con la conseguenza che non può riconoscersi efficacia interruttiva del possesso (oltre che ad atti che comportino, per il possessore, la perdita materiale del potere di fatto sulla cosa) se non ad atti giudiziali diretti ad ottenere “ope iudicis” la privazione del possesso nei confronti del possessore usucapente.
D’altra parte,
per escludere la sussistenza del possesso utile all’usucapione non è sufficiente il riconoscimento o la consapevolezza del possessore circa l’altrui proprietà del bene, occorrendo, invece, che il possessore, per il modo in cui questa conoscenza è rivelata o per i fatti in cui essa è implicita, esprima la volontà non equivoca di attribuire il diritto reale al suo titolare, atteso che l'”animus possidendi” non consiste nella convinzione di essere titolare del diritto reale, bensì nell’intenzione di comportarsi come tale, esercitando le corrispondenti facoltà (Cass. 9671/2014; 26641/2013; 7847/2008; 10230/2002).
La Corte di Bologna ha osservato ed ha applicato correttamente questi principi. Infatti, come ha avuto modo di chiarire, la Corte di Bologna: “la lettera in questione volta al compimento di un’attività negoziale finalizzata ad ottenere il trasferimento di proprietà del bene posseduto, non escludeva che il possessore avesse avuto, comunque, l’intenzione di possedere la cosa come propria, non essendo necessario l’intento di pervenire all’acquisto della proprietà per usucapione e ben potendo, la lettera in questione essere interpretata, anche come manifestazione di volontà rivolta ad ottenere la regolarizzazione in qualsiasi modo dell’acquisto".
Così, come la Corte di Bologna correttamente ha affermato che “la semplice consapevolezza del possessore circa la spettanza ad altri del diritto da lui esercitato come proprio, non è infatti, sufficiente al fine del riconoscimento idoneo ad interrompere il termine utile ad usucapire, essendo necessario che il possessore per il modo in cui questa conoscenza è rivelata o per il fatto in cui essa è implicita, esprima la volontà non equivoca di attribuire il diritto reale al suo titolare" (
massima tratta da http://renatodisa.com - Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza 22.12.2015 n. 25764).

EDILIZIA PRIVATA: Beni Ambientali. Delitto paesaggistico e principio di offensività.
In tema di reati ambientali, il positivo accertamento di compatibilità paesaggistica dell'abuso edilizio eseguito in zona vincolata non esclude la punibilità del reato di pericolo di cui all'art. 181, comma 1-bis, D.Lgs. 22.01.2004, n. 42, che non richiede per la sua integrazione un effettivo pregiudizio per l'ambiente, in quanto il rilascio di tale provvedimento non implica "automaticamente" che l'opera realizzata possa ritenersi "ex ante" inoffensiva o inidonea a compromettere il bene giuridico tutelato, tanto sul rilievo che il principio di offensività deve essere inteso come attitudine della condotta a porre in pericolo il bene protetto.
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2. E' qui sufficiente ricordare, in aggiunta alle corrette considerazioni espresse in parte qua dalla Corte del merito, come, ai fini della lamentata mancanza di lesività in ordine al fatto di reato ascritto agli imputati ricorrenti, questa Corte abbia recentemente affermato il principio di diritto in base al quale,
in tema di reati ambientali, il positivo accertamento di compatibilità paesaggistica dell'abuso edilizio eseguito in zona vincolata non esclude la punibilità del reato di pericolo di cui all'art. 181, comma 1-bis, D.Lgs. 22.01.2004, n. 42, che non richiede per la sua integrazione un effettivo pregiudizio per l'ambiente, in quanto il rilascio di tale provvedimento non implica "automaticamente" che l'opera realizzata possa ritenersi "ex ante" inoffensiva o inidonea a compromettere il bene giuridico tutelato (Sez. 3, n. 21029 del 03/02/2015, Dell'Utri, Rv. 263978), tanto sul rilievo che il principio di offensività deve essere inteso come attitudine della condotta a porre in pericolo il bene protetto.
Nel caso di specie, la sentenza impugnata ha dato conto della fondamentale circostanza che l'area, nel suo complesso e non il singolo immobile, era stata dichiarata di notevole interesse pubblico, tanto che il decreto ministeriale istitutivo del vincolo aveva imposto "l'obbligo di presentare alla competente Soprintendenza, per la preventiva approvazione, qualsiasi progetto di lavori che si intendessero effettuare nella zona", tenuto altresì conto che fra le ragioni del vincolo vi era non solo il pregio architettonico dei singoli edifici, ma altresì "il quadro naturale di particolare importanza visibile da vari punti del centro urbanistico".
Pertanto i giudici, dandone congrua motivazione, hanno valutato l'intervento idoneo a compromettere gli interessi paesaggistici pervenendo alla corretta conclusione circa la sussistenza di un'effettiva messa in pericolo del paesaggio, oggettivamente insita nella minaccia ad esso portata e valutabile come tale ex ante, nonché una violazione dell'interesse dalla P.A. ad una corretta informazione preventiva ed all'esercizio di un efficace e sollecito controllo.
...
Nel pervenire a tale conclusione, la Corte distrettuale ha disatteso la consolidata giurisprudenza di questa Corte secondo la quale la permanenza del reato di edificazione abusiva, anche in danno degli interessi paesaggistici, termina, con conseguente consumazione della fattispecie di reato, o nel momento in cui, per qualsiasi causa volontaria o imposta, cessano o vengono sospesi i lavori abusivi, ovvero, se i lavori sono proseguiti anche dopo l'accertamento e fino alla data del giudizio, in quello della emissione della sentenza di primo grado (Sez. 3, n. 29974 del 06/05/2014, P.M. in proc. Sullo, Rv. 260498; Sez. 3, n. 43147 del 08/10/2003, Genova, Rv. 226498; Sez. 3, n. 8563 del 14/01/2003, Gargiulo, Rv. 224980; Sez. 3, n. 38136 del 25/09/2001, Triassi, Rv. 220351).
Da ciò consegue che,
stante la natura permanente del reato, la consumazione perdura per tutto il tempo in cui continua l'attività edilizia illecita, ed il suo momento di cessazione va individuato o nella sospensione dei lavori, sia essa volontaria o imposta "ex auctoritate", tanto a seguito di sospensione amministrativa quanto per intervenuto sequestro penale, o nella ultimazione dei lavori per il completamento dell'opera o, infine, nella sentenza di primo grado, ove i lavori siano proseguiti dopo l'accertamento e sino alla data del giudizio.
Quindi
anche la sospensione volontaria dal proseguire i lavori, quale desistenza consistente in un comportamento inequivoco di definitiva cessazione della condotta antigiuridica, comporta la cessazione della permanenza del reato di costruzione abusiva, anche se la violazione sia stata commessa in zona protetta dal vincolo paesaggistico, sicché non occorre che la sospensione sia stata necessariamente imposta ex auctoritate o che l'ordine di sospensione debba essere efficace e non perento.
Ciò che rileva, e che deve essere rigorosamente provato o risultare dagli atti, è che l'attività antigiuridica sia cessata in quanto con la sua interruzione, volontaria o imposta, viene meno l'ulteriore compromissione del bene giuridico tutelato.
...
5. Il ricorso del Procuratore generale è, in astratto, fondato posto che la sanzione specifica della rimessione in pristino ha una funzione direttamente ripristinatoria del bene offeso e quindi si riconnette al preminente interesse di giustizia sotteso all'esercizio dell'azione penale.
Peraltro
l'obbligo di ripristino si colloca su un piano diverso ed autonomo rispetto a quello dei poteri della pubblica amministrazione e delle valutazioni della stessa, configurandosi come conseguenza necessaria sia dell'esigenza di recuperare l'integrità dell'interesse tutelato, sia del giudizio di disvalore che il legislatore ha dato all'attuazione di interventi modificativi del territorio in zone di particolare interesse ambientale (Sez. 3, n. 4135 del 20/02/1998, Settimi A., Rv. 210504; Sez. 3, n. 3195 del 13/11/2008, dep. 23/01/2009, P.G. in proc. Amico, Rv. 242175).
Tuttavia
la declaratoria di estinzione del reato per prescrizione impedisce, per pacifica giurisprudenza di questa Corte, la pronuncia da parte del giudice penale dell'ordine di rimessione in pristino.
Infatti,
l'ordine di rimessione in pristino dello stato dei luoghi a spese del condannato, previsto per il reato paesaggistico, va obbligatoriamente emesso, ai sensi dell'art. 181, comma 2, d.lgs. n. 42 del 2004, con la sentenza di condanna o con sentenze a questa equiparate (come la sentenza di applicazione della pena su accordo delle parti e, in tal caso, pure in difetto di accordo, o il decreto penale di condanna), in quanto si tratta di statuizioni obbligatorie e sottratte alla disponibilità delle parti (Sez. 3, n. 24087 del 07/03/2008, Caccioppoli, Rv. 240539).
Ne consegue che,
in mancanza dell'emanazione di una sentenza di condanna o ad essa equiparata, l'ordine di rimessione in pristino non va emesso o, se disposto, va revocato nel caso di declaratoria di estinzione del reato per prescrizione dal giudice dell'impugnazione, fermo restando l'autonomo potere-dovere dell'autorità amministrativa di disporlo o di riattivarlo (Sez. 3, n. 4798 del 06/02/2003, dep. 06/02/2004, Buono, Rv. 229346; Sez. 3, n. 51010 del 24/10/2013, Criscuolo, Rv. 257916; Sez. 3, n. 42703 del 07/07/2015, Pisani, non mass.) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 18.12.2015 n. 49990 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'accertamento di compatibilità paesaggistica, così conseguito, comporta l'estinzione del reato di cui all'art. 181 D.Lgs. n. 42 del 2004 e di ogni altro reato in materia paesaggistica e quindi, non si estende ai reati edilizi.
Il rilascio del permesso di costruire in sanatoria ex art. 36 DPR 380/2001 non può determinare l'estinzione del reato di cui all'art. 181 D.L.vo n. 42/2004.
A norma dell'art. 45 DPR 380/2001, infatti, il rilascio in sanatoria del permesso di costruire estingue i reati contravvenzionali previsti dalle norme urbanistiche vigenti.

La giurisprudenza di questa Corte (a partire da quella formatasi in relazione agli artt. 13 e 22 L. 47/1985) ha costantemente affermato che
l'effetto estintivo non opera nei confronti dei reati aventi oggettività giuridica diversa, come quelli relativi a violazioni di disposizioni dettate dalle leggi in materia di costruzioni in zona sismica, di opere in conglomerato cementizio o di vincoli ambientali e paesaggistici. Tali disposizioni, infatti, pur riguardando l'attività edificatoria sono "diverse" sotto il profilo della ratio e degli obiettivi perseguiti, da quelle in materia urbanistica.
Per quanto riguarda specificamente i reati paesaggistici previsti dal D.L.vo 42/2004, si è rilevato che essi sono soggetti ad una disciplina difforme e differenziata, legittimamente e costituzionalmente distinta, avente oggettività diversa, rispetto a quella che riguarda l'assetto del territorio sotto il profilo edilizio.
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2.3. Si assume, però, dai ricorrenti che tali reati dovrebbero, comunque, ritenersi estinti (con conseguente illegittimità dell'applicazione della misura cautelare reale) a seguito del rilascio di permesso di costruire in sanatoria e di accertamento di compatibilità paesaggistica.
Rileva il Collegio che l'assunto difensivo non possa essere accolto per le ragioni, di seguito esposte, che integrano i rilievi svolti dal Tribunale sul punto.
Secondo la stessa prospettazione difensiva l'effetto estintivo dovrebbe essere determinato dal rilascio di permesso di costruire in sanatoria ex art. 36 DPR 380/2001 da parte del Comune di San Vito dei Normanni (n. 802/E del 16/12/2014) e dall'accertamento di compatibilità paesaggistica effettuato dalla Regione Puglia, con nota del 09/10/2014.
L'art. 36 DPR 380/2001 prevede che il responsabile dell'abuso o il proprietario possano ottenere il permesso in sanatoria se l'intervento risulti conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dello stesso, sia al momento della presentazione della domanda (cd. "doppia conformità").
Ma tale "condizione" non sussiste, essendo l'opera in contrasto, come si è visto, con le previsioni del PUTT.
Inoltre il permesso di costruire in sanatoria, rilasciato dal Comune di San Vito dei Normanni, è subordinato alla "condizione che prima della entrata in esercizio dell'impianto sia acquisito il diritto di servitù area per le particelle e per le porzioni di particelle non previste nell'elenco dei Piano Particellare ed Esproprio autorizzato" (al momento del rilascio del permesso in sanatoria quindi non vi era alcun titolo in ordine all'area occupata dalle opere realizzate).
In ogni caso,
il rilascio del permesso di costruire in sanatoria ex art. 36 DPR 380/2001 non può determinare l'estinzione del reato di cui all'art. 181 D.L.vo n. 42/2004.
A norma dell'art. 45 DPR 380/2001, infatti, il rilascio in sanatoria del permesso di costruire estingue i reati contravvenzionali previsti dalle norme urbanistiche vigenti.

La giurisprudenza di questa Corte (a partire da quella formatasi in relazione agli artt. 13 e 22 L. 47/1985) ha costantemente affermato che
l'effetto estintivo non opera nei confronti dei reati aventi oggettività giuridica diversa, come quelli relativi a violazioni di disposizioni dettate dalle leggi in materia di costruzioni in zona sismica, di opere in conglomerato cementizio o di vincoli ambientali e paesaggistici. Tali disposizioni, infatti, pur riguardando l'attività edificatoria sono "diverse" sotto il profilo della ratio e degli obiettivi perseguiti, da quelle in materia urbanistica (cfr. ex multis Cass. sez. 3 02.07.1994 n. 7541; Cass. sez. 3 26.06.1997 n. 6225; Cass. sez. 3 n. 11511 del 15.02.2002; Cass. sez. 3 22.05.2006 n. 17591; Cass. Sez. 3 n. 11271 del 17.02.2010).
Per quanto riguarda specificamente i reati paesaggistici previsti dal D.L.vo 42/2004, si è rilevato (Cass. sez. 3 n. 37318 del 03.07.2007) che essi sono soggetti ad una disciplina difforme e differenziata, legittimamente e costituzionalmente distinta, avente oggettività diversa, rispetto a quella che riguarda l'assetto del territorio sotto il profilo edilizio (v. anche Corte Cost., ord. 21.07.2000 n. 327).
2.4. Ma il reato di cui all'art. 181 D.L.vo 42/2004 non può ritenersi estinto neppure per effetto dell'accertamento di compatibilità paesaggistica, effettuato dalla Regione Puglia con nota del 09/10/2014.

Era principio consolidato che il successivo rilascio dell'autorizzazione paesistica, da parte dell'autorità preposta alla tutela del vincolo, non determinasse l'estinzione del reato di cui al D.Lgs. n. 42 del 2004 art. 181 (già art. 163 D.Lgs. n. 490/1999) poiché tale effetto non era previsto da alcuna disposizione legislativa (cfr. ex multis Cass. pen. sez. 3, 04/02/1999 ric. De Laurentis).
Anche la Corte Costituzionale aveva osservato che "la sopravvenienza dell'autorizzazione è irrilevante ai fini della sottoposizione a sanzione penale ai sensi della L. n. 431 del 1985, art. 1-sexies (sentenza n. 318 del 1994); infatti l'autorizzazione intervenuta dopo l'inizio dell'attività soggetta al necessario previo controllo paesaggistico non è sufficiente per rimuovere in via generale l'antigiuridicità penalmente rilevante dell'attività già compiuta in assenza di titolo abilitativo" (cfr. ordinanza n. 158 del 1998).
L'art. 146, comma 12, D.Lgs n. 42/2004 ha ribadito espressamente che "l'autorizzazione paesaggistica.... non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, degli interventi".
Sennonché, derogando a siffatto consolidato principio, il comma 36 dell'art. L. 308/2004 ha aggiunto all'art. 181 D.L.vo n. 42/2004 il comma 1-ter, prevedendo una valutazione postuma della compatibilità paesaggistica, sia pure in limitati casi.
Tale norma stabilisce, infatti, che "ferma restando l'applicazione delle sanzioni amministrative pecuniarie di cui all'art. 167, qualora l'autorità amministrativa competente accerti la compatibilità paesaggistica secondo le procedure di cui al comma 1-quater, la disposizione di cui al comma 1 non si applica: a) per il lavori, realizzati in assenza o difformità dall'autorizzazione paesaggistica, che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati; b) per l'impiego di materiali in difformità dell'autorizzazione paesaggistica; c) per i lavori configurabili quali interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria ai sensi dell'art. 3 del decreto del Presidente della Repubblica 06.06.2001 n. 380".
2.4.1. Nel caso di specie, come si è visto in precedenza, ci si trova in presenza dì opere che erano state realizzate in area diversa da quella autorizzata, per cui rispetto ad essa si è determinata quanto meno la realizzazione di nuove superfici utili.
2.4.2. Neppure è applicabile (non è stato neppure invocato e non ne ricorrono palesemente le condizioni) il comma 37 dell'art. L. 308/2004 che ha introdotto una ipotesi di sanatoria per lavori abusivi compiuti, in zone sottoposte a vincolo, entro il 30.09.2004, sempre che intervenga ex post l'accertamento di compatibilità paesaggistica.
La norma non prevede alcuna esclusione in relazione all'entità dell'abuso ("lavori compiuti su beni paesaggistici"), -cfr. cass. pen. sez. 3 n. 15946 del 05.04.2006-, ma subordina la sanatoria alla condizione che:
a) le tipologie edilizie realizzate ed i materiali utilizzati, anche se diversi da quelli indicati nell'eventuale autorizzazione, rientrino tra quelli previsti ed assentiti dagli strumenti di pianificazione paesaggistica, ove vigenti, o, altrimenti, siano giudicati compatibili con il contesto paesaggistico;
b) i trasgressori abbiano previamente pagato la sanzione pecuniaria di cui al D.Lgs. n. 42 del 2004 art. 167 maggiorata da un terzo alla metà ed una sanzione pecuniaria aggiuntiva determinata dall'autorità amministrativa competente.
Peraltro,
l'accertamento di compatibilità paesaggistica, così conseguito, comporta l'estinzione del reato di cui all'art. 181 D.Lgs. n. 42 del 2004 e di ogni altro reato in materia paesaggistica e quindi, non si estende ai reati edilizi: al contrario della legge 326/2003 (art. 42, comma 43, n. 1) che estendeva la sanatoria anche al reato per la violazione del vincolo, analoga previsione non è contenuta nel comma 37 sopra richiamato (tratto da www.lexambiente.it - Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 17.12.2015 n. 49669).

ATTI AMMINISTRATIVIInformazioni ambientali con accesso ampio. Tar Venezia. La Pa deve consentire copia dei documenti a chi ne faccia richiesta tutelando ciò che è segreto industriale in senso stretto.
Il diritto all’accesso all’«informazione ambientale» va garantito a chiunque ne faccia richiesta e anche tutelando i dati coperti da segreto industriale la Pa deve consentire la copia dei documenti e non solo la visione.

Il TAR Veneto, Sez. III, sentenza 17.12.2015 n. 1335, ha così accolto il ricorso di un privato al quale la Regione aveva negato la copia degli elaborati tecnici e progettuali presentati da una azienda per la domanda di concessione di una derivazione d’acqua a uso idroelettrico.
L’ente, che aveva motivato il proprio “no” solo dopo il richiamo del difensore civico interpellato del caso, riteneva che l’obbligo di «tutela della proprietà intellettuale e del know-how in essi contenuto» -come invocato dalla società- ammettesse soltanto la visione degli atti richiesti.
La domanda era stata presentata secondo la disciplina sull’«accesso del pubblico all’informazione ambientale» definita in ambito comunitario per garantire la «più ampia trasparenza» su questo tipo di documenti (Dlgs 195/2005, attuazione direttiva 2003/4/Ce che abroga la 90/313/Cee).
La normativa (comma 3, articolo 1) stabilisce che «l’autorità pubblica rende disponibile (...) l’informazione ambientale detenuta a chiunque ne faccia richiesta, senza che questi debba dichiarare il proprio interesse», ma nei “casi di esclusione del diritto d’accesso” (articolo 5) –tra gli altri, il «pregiudizio alla riservatezza delle informazioni commerciali o industriali» e ai «diritti di proprietà intellettuale»- obbliga la Pa ad applicarne i dettami «in modo restrittivo, effettuando, in relazione a ciascuna richiesta di accesso, una valutazione ponderata fra l’interesse pubblico all’informazione ambientale e l’interesse tutelato dall’esclusione».
Il Tar, ammettendo l’ipotesi di un «accesso parziale» nei diversi casi d’esclusione fissati da tali norme, ha spiegato che in ogni caso «la legittima esigenza di tutela del segreto industriale non esime l’amministrazione da un puntuale esame delle ragioni opposte, non potendosi in altri termini l’amministrazione limitare ad assumere come irrimediabilmente ostativo l’avviso della ditta controinteressata ai fini dell’ostensione piuttosto che dell’estrazione di copia (...)».
Perciò in questo caso «ben si sarebbe potuto consentire un accesso parziale, escludendosi solo ed esclusivamente quelle informazioni direttamente attinenti con il segreto industriale da tutelare» e, come sottolineato, «(...) consentendosi appunto l’estrazione di copia di tutta la documentazione progettuale che non afferisca direttamente a profili involgenti il segreto industriale, secondo una valutazione necessariamente restrittiva in ordine agli eventuali profili ostativi».
Nella sentenza, oltre a ordinare alla Regione di fornire anche la copia dei documenti amministrativi sulla questione considerata senza dubbio “ambientale”, i giudici amministrativi hanno poi precisato che «(...) l’amministrazione non avrebbe potuto, in presenza di una chiara indicazione da parte del difensore civico regionale, limitarsi alla mera riproposizione di quanto già affermato, con l’adozione di un atto meramente confermativo e non di un atto eventualmente di motivata conferma come espressamente richiesto dal difensore civico regionale» (articolo Il Sole 24 Ore del 27.01.2016).
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MASSIMA
Ritiene il Collegio che il ricorso sia fondato secondo quanto specificato infra.
È pacifico che nella specie si controverta in ordine a un procedimento relativo a informazioni ambientali secondo quanto previsto dal decreto legislativo numero 195 del 2005: orbene prevede l’articolo 3, comma 1, che l’autorità pubblica rende disponibile secondo le disposizioni del presente decreto l’informazione ambientale detenuta a chiunque ne faccia richiesta, senza che questi debba dichiarare il proprio interesse, prevedendo i casi di esclusione all’articolo cinque, in base al quale deve essere effettuata una valutazione ponderata fra l’interesse pubblico all’informazione ambientale e l’interesse tutelato dall’esclusione dall’accesso, con applicazione restrittiva da parte dell’amministrazione, consentendosi, se del caso, un accesso parziale.
Detto che la legittima esigenza di tutela del segreto industriale non esime l’amministrazione da un puntuale esame delle ragioni opposte, non potendosi in altri termini l’amministrazione limitare ad assumere come irrimediabilmente ostativo l’avviso della ditta controinteressata ai fini dell’ostensione piuttosto che dell’estrazione di copia, nel caso in esame ben si sarebbe potuto consentire un accesso parziale, escludendosi solo ed esclusivamente quelle informazioni direttamente attinenti con il segreto industriale da tutelare.

Ed è in tali termini che deve essere accolta la domanda presentata, consentendosi appunto l’estrazione di copia di tutta la documentazione progettuale che non afferisca direttamente a profili involgenti il segreto industriale, secondo una valutazione necessariamente restrittiva in ordine agli eventuali profili ostativi.
Da ultimo l’amministrazione non avrebbe potuto, in presenza di una chiara indicazione da parte del difensore civico regionale, limitarsi alla mera riproposizione di quanto già affermato, con l’adozione di un atto meramente confermativo e non di un atto eventualmente di motivata conferma come espressamente richiesto dal difensore civico regionale.
In tale quadro il ricorso deve essere accolto con condanna dell’amministrazione resistente al pagamento delle spese di giudizio liquidate come in dispositivo.

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: Il reato previsto dall'art. 256, comma primo, d.lgs. 03.04.2006, n. 152 (attività di gestione di rifiuti non autorizzata), è ascrivibile al titolare dell'impresa anche sotto il profilo della omessa vigilanza sull'operato dei dipendenti che hanno posto in essere la condotta vietata.
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1. Il ricorso è inammissibile.
Occorre preliminarmente osservare, con riferimento al primo motivo di ricorso, che le censure formulate nell'atto di impugnazione fanno quasi esclusivamente riferimento ad una condotta di abbandono di rifiuti che non è, tuttavia, quella contestata nel caso in esame, avendo l'imputazione espressamente ad oggetto le attività di raccolta e stoccaggio di rifiuti, evidentemente in assenza di titolo abilitativo.
L'art. 183, comma 1, lett. o), d.lgs. 152/2006 descrive la raccolta come «il prelievo dei rifiuti, compresi la cernita preliminare e il deposito preliminare alla raccolta, ivi compresa la gestione dei centri di raccolta di cui alla lettera "mm", ai fini del loro trasporto in un impianto di trattamento». La successiva lettera aa) definisce inoltre lo stoccaggio come «le attività di smaltimento consistenti nelle operazioni di deposito preliminare di rifiuti di cui al punto D15 dell'allegato B alla parte quarta del presente decreto, nonché le attività di recupero consistenti nelle operazioni di messa in riserva di rifiuti di cui al punto R13 dell'allegato C alla medesima parte quarta».
Il punto D15 dell'allegato B alla parte quarta riguarda il «deposito preliminare prima di una delle operazioni di cui ai punti da D1 a D14 (escluso il deposito temporaneo, prima della raccolta, nel luogo in cui sono prodotti)».
Le operazioni cui si riferisce l'allegato B sono quelle di smaltimento, definito dalla lettera z) dell'art. 183 d.lgs. 152/2006 come «qualsiasi operazione diversa dal recupero anche quando l'operazione ha come conseguenza secondaria il recupero di sostanze o di energia. L'Allegato B alla parte IV del presente decreto riporta un elenco non esaustivo delle operazioni di smaltimento».
Tra le operazioni descritte nell'allegato B figura, al punto D1, il «deposito sul o nel suolo» che, sulla base di quanto riportato in sentenza, sembra essere quella rilevante nel caso di specie.
2. Risulta infatti dalla decisione impugnata che,
all'atto dell'accertamento da parte della polizia giudiziaria presso l'area di cava nella disponibilità della società del ricorrente, il 02/07/2009, venivano sorpresi due operai intenti a «vagliare» «qualche centinaio di metri cubi» di «materiale composto da terre e rocce e rifiuti provenienti da demolizione stradali ed edili di varia natura (pezzi di cemento, pezzi di asfalto, altre demolizioni, mattoni)».
Ad un successivo sopralluogo del 10/07/2009 erano state realizzate «7 trincee sul fondo di cava, sia sulla porzione di area destinata esclusivamente all'attività di cava, sia sulla porzione destinata all'attività di recupero rifiuti».
Sempre da quanto specificato in sentenza, emerge che tale attività aveva come finalità la «ricomposizione mediante riempimento» della cava ad attività ormai cessata.
Sulla base di quanto verificato in fatto dal Tribunale, dunque, appare corretto il riferimento, effettuato nell'imputazione, alle attività di gestione in esso indicate, mentre del tutto inconferenti risultano i richiami del ricorrente ad attività di abbandono mai contestata.
3. Risulta parimenti rilevato in fatto dal giudice del merito che dette attività erano svolte, quanto meno in parte, sulla zona di cava nella quale non era autorizzata l'attività di recupero (peraltro diversa da quelle accertate dalla polizia giudiziaria) e che l'area oggetto dell'intervento era accessibile ai soli dipendenti della società ed, infatti, tali erano coloro che vennero trovati sul posto.
L'attività di gestione illecita veniva dunque svolta nella sede operativa della società, indicata anche nel capo di imputazione ed era certamente obbligo del legale rappresentante della società medesima, in assenza di particolari assetti societari o specifiche deleghe di funzioni, prendere cognizione della violazione di specifici obblighi di legge da parte dei dipendenti, considerando anche che egli avrebbe beneficiato dei vantaggi conseguiti dalla società dall'inosservanza delle specifiche disposizioni in materia di rifiuti.
Va peraltro ricordato, a tale proposito, che
la responsabilità per la attività di gestione non autorizzata non attiene necessariamente al profilo della consapevolezza e volontarietà della condotta, potendo scaturire da comportamenti che violino i doveri di diligenza per la mancata adozione di tutte le misure necessarie per evitare illeciti nella predetta gestione e che legittimamente si richiedono ai soggetti preposti alla direzione dell'azienda (Sez. 3, n. 47432 del 05/11/2003, Bellesini ed altri, Rv. 226868. Conf. Sez. 3, n. 19332 del 11/03/2009, Soria, non massimata; Sez. 3, n. 23971 del 25/05/2011, Graniero, Rv. 250485. Vedi anche Cass. Sez. 3, n. 45932 del 03/05/2013, Manti, non massimata; Sez. 3 n. 15989 del 14/03/2007, Minella, non massimata).
4. Va pertanto ribadito che
il reato previsto dall'art. 256, comma primo, d.lgs. 03.04.2006, n. 152 (attività di gestione di rifiuti non autorizzata), è ascrivibile al titolare dell'impresa anche sotto il profilo della omessa vigilanza sull'operato dei dipendenti che hanno posto in essere la condotta vietata (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 16.12.2015 n. 49591).

EDILIZIA PRIVATA: Qualora il privato rinunci o non utilizzi il permesso di costruire ovvero anche quando sia intervenuta la decadenza del titolo edilizio, viene meno la giustificazione causale della corresponsione di somme a titolo di contributo per oneri di urbanizzazione e costo di costruzione.
Il contributo concessorio è, infatti, strettamente connesso all'attività di trasformazione del territorio e quindi, ove tale circostanza non si verifichi, il relativo pagamento risulta privo della causa dell'originaria obbligazione di dare, cosicché l'importo versato va restituito.

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4. Il ricorso è fondato per l’accoglimento del terzo motivo, con cui parte ricorrente ritiene non dovuta la somma in questione per non avere utilizzato la concessione relativa.
4.1. Reputa il Collegio che non sussistono ragioni per discostarsi dal principio, ripetutamente affermato dalla giurisprudenza amministrativa, secondo cui, qualora il privato rinunci o non utilizzi il permesso di costruire ovvero anche quando sia intervenuta la decadenza del titolo edilizio, venga meno la giustificazione causale della corresponsione di somme a titolo di contributo per oneri di urbanizzazione e costo di costruzione. Il contributo concessorio è, infatti, strettamente connesso all'attività di trasformazione del territorio e quindi, ove tale circostanza non si verifichi, il relativo pagamento risulta privo della causa dell'originaria obbligazione di dare, cosicché l'importo versato va restituito (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 02.02.1988 n. 105; id. 12.06.1995 n. 894 e 23.06.2003 n. 3714; TAR Lombardia, Milano, Sez. II, 24.03.2010 n. 728; TAR Lazio, Roma, Sez. I-bis, 12.03.2008 n. 2294; TAR Abruzzo 15.12.2006 n. 890; TAR Parma 07.04.1998 n. 149; da ultimo TAR Marche, sez. I, sent. 06.02.2015 n. 114 e TAR Puglia Bari, sez. III, 17.03.2015 n. 420).
4.2. Al riguardo prive di pregio sono le affermazioni del Comune secondo cui “l’odierna ricorrente non ha mai comunicato alla amministrazione de qua la propria intenzione di rinunciare al titolo edilizio di che trattasi, né ha presentato alcuna istanza di sgravio”; né ha rilievo che, solo con missiva del 27.10.2015, la sig.ra Ma. ha chiesto il detto rimborso.
Il Comune, peraltro, non risulta che, in riscontro a detta richiesta, abbia contestato l’utilizzo del titolo, bensì che abbia solo rilevato che, a seguito di controlli effettuati, non risultavano versate le dette somme all’Amministrazione.
4.3. La fondatezza di tale motivo, con assorbimento degli ulteriori, comporta l’accoglimento della domanda avanzata, con accertamento e declaratoria che la sig.ra Ma.Fr.Ma. non è debitrice della somma contestata nei confronti del Comune di San Fili e il conseguente annullamento della cartella impugnata.
4.4. L’accoglimento della domanda di annullamento per mancata utilizzazione del permesso di costruire, in tale specifico caso, però, non comporta la restituzione della somma da parte del Comune (a cui, peraltro, si fa cenno solo in seno al II motivo), atteso che il pagamento, dalla documentazione agli atti, non risulta sia stato effettuato al Comune, bensì a soggetto, non legittimato dall’Amministrazione a riceverlo, che poi non abbia effettuato il versamento alla stessa; in tal caso, resta salva l’applicazione delle regole civilistiche stabilite per la ripetizione nei confronti di colui che ha ricevuto il pagamento indebito, ovviamente nella sussistenza di tutti i presupposti di legge (
TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 11.12.2015 n. 1921 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

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VARIBonus mobili ed elettrodomestici (Agenzia delle Entrate, gennaio 2016).

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ENTI LOCALI - VARI: MEZZI AEREI A PILOTAGGIO REMOTO (ENAC, regolamento 21.12.2015).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: F. P. Garzone, L’indebito ricorso ai “progetti obiettivo” come forma di remunerazione del pubblico impiego: v’è ancora spazio per una tutela penale della Pubblica Amministrazione? (TRIBUNALE di Taranto – Sez. II, sentenza 16.10.2014 n. 2156) (26.01.2016 - tratto da www.diritto.it).
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SOMMARIO: 1. Il caso concreto. – 2. Il primo nodo problematico: la “salomonica” scelta del P.M. di imputazione alternativa delle fattispecie di truffa ai danni della Pubblica Amministrazione e peculato. – 3. La distrazione di fondi pubblici può configurare peculato? – 4. Derive “contrattuali” del legislatore e riflessi incondizionati sulla fattispecie di abuso d’ufficio.

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: G. Amendola, Rifiuti. La Cassazione: i materiali da demolizione sono sempre rifiuti, mai sottoprodotti (22.01.2016 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: A. Verderosa, Il vincolo paesistico dei corsi d’acqua: Deroghe, aspetti urbanistici, urbanizzazione di fatto, limitazione all'esclusione, irrilevanza dei corsi d’acqua minori (08.01.2016 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA - VARI: R. D'Isa, I RAPPORTI DI VICINATO - Compendio sui rapporti di vicinato in forza dei seguenti istituti: 1) IL DIVIETO DEGLI ATTI DI EMULAZIONE - 2) LE DISTANZE TRA LE COSTRUZIONI - 3) Le Luci e le Vedute - 4) LE IMMISSIONI - 5) LO STILLICIDIO, LO SCOLO ED IL DIRITTO SULLE ACQUE ESISTENTI NEL FONDO - 6) LE AZIONI A TUTELA DELLA PROPRIETÀ - 7) LE AZIONI A TUTELA DEL POSSESSO (22.01.2016 - tratto da http://renatodisa.com).
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1 Introduzione Pag. 5
2 IL DIVIETO DEGLI ATTI DI EMULAZIONE Pag. 10
   A Introduzione Pag. 10
   B Elementi costitutivi Pag. 13
   C Casistica Pag. 17
   D Atti emulativi e condominio Pag. 24
3 LE DISTANZE TRA LE COSTRUZIONI Pag. 27
   A Introduzione e la disciplina generale Pag. 27
   B La ratio delle distanze Pag. 35
   C Il sistema della prevenzione Pag. 38
   D Brevi cenni sulle norme nazionali e le norme locali (regolamenti e piani regolatori) Pag. 52
   E La deroga mediante convenzione tra privati Pag. 65
   F Nozione di costruzione Pag. 67
   G Le distanze legali ed il condominio Pag. 94
   H La tutela e questioni processuali Pag. 97
   I Lo Jus superveniens Pag. 110
4 Le Luci e le Vedute Pag. 112
   A Introduzione Pag. 112
   B Le luci Pag. 120 - 1 Le luci irregolari Pag. 122 - 2 Le luci sul muro di confine Pag. 126 - 3 Il diritto di chiudere le luci Pag. 127
   C Le Vedute Pag. 132 - 1 I presupposti Pag. 134 - 2 Vedute dirette, oblique, laterali, ad appiombo e le relative distanze Pag. 142
   D La disciplina per il Condominio e/o Comunione Pag. 154
   E Lo Jure servitutis Pag. 164 - 1 Modifiche comportanti aggravio di servitù Pag. 168 - 2 Modifiche non comportanti aggravio di servitù Pag. 169 - 3 Estinzione del diritto di servitù Pag. 171
   F Usucapione della minor distanza Pag. 174
   G La tutela Pag. 178 - 1 L’azione volta a regolarizzare la servitù ex art. 902 c.c. Pag. 182 - 2 Le azioni possessorie Pag. 185
5 LE IMMISSIONI Pag. 190
   A Introduzione Pag. 190
   B Concetto di tollerabilità Pag. 193
   C Presupposti e requisiti delle immissioni Pag. 202
   D Le azioni a tutela Pag. 209
   E Le fattispecie penali Pag. 220
6 LO STILLICIDIO, LO SCOLO ED IL DIRITTO SULLE ACQUE ESISTENTI NEL FONDO Pag. 237
   A Lo stillicidio Pag. 237
   B Le Acque Pag. 245 - 1 Diritto sulle acque esistenti nel fondo Pag. 245 - 2 Apertura di nuove sorgenti e altre opere Pag. 247 - 3 Conciliazione di opposti interessi Pag. 251 - 4 Scolo delle acque Pag. 254 - 5 Consorzi per regolare il deflusso delle acque Pag. 262
7 LE AZIONI A TUTELA DELLA PROPRIETÀ Pag. 267
   A Azione di rivendicazione Pag. 267 - 1 La probatio diabolica Pag. 271 - 2 Il titolo Pag. 276 - 3 Il rapporto con l’azione di restituzione Pag. 280 - 4 Il rapporto con l’azione di regolamento di confini Pag. 291 - 5 Il rapporto con l’azione negatoria Pag. 293 - 6 Il rapporto con l’opposizione di terzo all’esecuzione (art. 619 c.p.c.) e con l’opposizione all’esecuzione (art. 615 c.p.c.) Pag. 294 - 7 Il rapporto con l’azione di petizione ereditaria Pag. 295 - 8 Questioni processuali Pag. 298 - 9 Prescrizione Pag. 308
   B Azione negatoria Pag. 309 - 1 Il sistema della prova Pag. 315 - 2 Casistica Pag. 318 - 3 La legittimazione processuale attiva e passiva Pag. 323 - 4 Prescrizione Pag. 327 -
   C Azione di regolamento di confini Pag. 328 - 1 La natura giuridica ed i presupposti Pag. 328 - 2 Il rapporto con l’azione di rivendica Pag. 332 - 3 La legittimazione processuale attiva e passiva Pag. 333 - 4 Gli oneri ed i mezzi probatori Pag. 335 - 5 Le convenzioni tra proprietari ed il loro valore Pag. 340
   D Apposizioni di termini Pag. 342 - 1 La natura giuridica Pag. 342 - 2 Il rapporto con l’azione di regolamento dei confini Pag. 343
8 LE AZIONI A TUTELA DEL POSSESSO Pag. 345
   A In generale Pag. 345 - 1 Termine annuale Pag. 348 - 2 Risarcimento danni Pag. 352
   B L’autotutela (vim vi repellere licet) Pag. 354
   C C) Rapporti tra le azioni Pag. 352
   D D) La disciplina Pag. 359 - 1 La competenza Pag. 360 - 2 La legittimazione attiva Pag. 363 - 3 La legittimazione passiva Pag. 374 - 4 Oggetto della domanda Pag. 381 - 5 Prova del possesso ed eccezioni Pag. 383 - 6 Provvedimento Pag. 386 - 7 Rapporti fra giudizio possessorio e giudizio petitorio Pag. 388
   E Azione di reintegrazione (o di spoglio) Pag. 392 - 1 Il termine annuale Pag. 399
   F Azione di manutenzione Pag. 402 - 1 La legittimazione Pag. 411 - 2 Termine di decadenza Pag. 412
   G Le azioni di nunciazione (o quasi possessorie) Pag. 413
      1 L’azione di nuova opera Pag. 414 - 2 L’azione di danno temuto Pag. 419 - 3 Le differenze tra le due azioni Pag. 421

NEWS

APPALTIInchiesta sulla pasticciata Riforma degli appalti pubblici che è stata approvata da poco.
La riforma appalti ai raggi X. Nel primo articolo ci sono ben 87 commi o subordinati.
La precedente normativa era stata congegnata per consentire di attuare le più grosse ruberie.
Questo articolo –e quelli successivi dedicati alla riforma degli appalti che il Senato ha approvato nei giorni scorsi- hanno un contenuto tecnico, che abbiamo cercato di rendere di agevole lettura. Il lettore giudicherà se ci siamo riusciti. Una riforma, dunque, considerata importante per tutto il sistema dei pubblici appalti e delle pubbliche forniture, gravemente interessato da una serie di scandali che costituiscono la costante del settore da trent'anni a questa parte.
Segnalo subito che gli strumenti tecnici per prevenire la corruzione sono sostanzialmente due: una buona legge e una buona Amministrazione. La legge deve contenere i principi cui devono ispirarsi, in modo inderogabile, gli operatori nell'indire le procedure per scegliere l'appaltatore. L'Amministrazione si deve dotare di norme di comportamento tali da permettere che le gare si svolgano in un regime di concorrenza reale. Né finta né virtuale per devianze corruttive che si insinuano nel procedimento a causa di funzionari corruttibili e corrotti.
Detta così, sembra una cosa semplice: invece non lo è, dato che i varchi esistenti nella legislazione precedente erano tanti e tali da rendere legittime le più grandi porcate che si possono immaginare. Il tutto perché c'erano tali margini di discrezionalità (tutti connessi alla definizione dell'elenco dei partecipanti e alla valutazione qualitativa delle offerte) da lasciare mano libera ai manigoldi che intendevano favorire qualcuno.
Insisto: quando si parla di qualità dell'offerta, riferendosi a caratteristiche progettuali o a materiali o a prestazioni specifiche, si entra nel campo della pura opinabilità, nella quale sguazzano funzionari tecnici e amministrativi al soldo di qualche ditta interessata ad aggiudicarsi un certo lavoro o una certa fornitura.
I due punti che abbiamo indicato (una buona legge e una buona Amministrazione) vengono prima, concettualmente e praticamente, delle competenze dall'Autorità anticorruzione, ormai trasformatasi in una vera e propria agenzia, che rischia di avvitarsi su stessa per la quantità crescente di prestazioni a essa richiesta dal governo e dal Parlamento.
Nell'attuale situazione, non è chiaro a che punto del procedimento si collochi la possibilità di intervento di Raffaele Cantone e dei suoi uffici. Allo stato dei fatti, l'intervento dell'Anticorruzione può avvenire in ogni momento e innestarsi addirittura nella scelte delle imprese cui estendere l'invito. Non che ci sia qualcosa da dire rispetto a una modalità di intervento che è piuttosto un happening caso per caso, ma c'è molto da dire su un legislatore e un'Amministrazione che non si pongono il problema di definire in modo stabile il ruolo dell'Anticorruzione, la tempistica dei suoi interventi, le conseguenze degli stessi. Una concezione troppo penalistica che, consentendo di spaziare, di fatto, rende aleatoria l'efficacia delle attività di prevenzione e di repressione. È un po' come l'obbligatorietà dell'azione penale, che è più una grida manzoniana, all'interno della quale vige la più vasta discrezionalità, più che una reale, cogente capacità di agire in tutte le situazioni nelle quali emerga la sintomatologia di un reato.
L'aspetto peggiore di una simile situazione è dato dal fatto che i vertici politici delle Amministrazioni entrano nell'ordine di idee Tanto c'è Cantone con la sua Authority, dimenticando di intervenire sulle strutture per imporre procedure e scelte trasparenti e legittime, all'interno delle quali non può trovare spazio nessun tentativo di sviamento dei pubblici poteri.
Questo, di fondo, è il tema rispetto al quale la riforma approvata nei giorni scorsi dovrebbe porsi come uno svolgimento. Vediamo meglio e da vicino, questa nuova legge di settore. Essa si chiama Deleghe al governo per l'attuazione delle direttive 2014/23/UE, 2014/23/UE e 2014/25/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26.02.2014, sull'aggiudicazione dei contratti di concessione, sugli appalti pubblici e sulle procedure d'appalto degli enti erogatori nei settori dell'acqua, dell'energia, dei trasporti e dei servizi postali, nonché per il riordino della disciplina vigente in materia di contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture.
In soldoni, un'ennesima legge-delega che lascia al governo il compito di adottare i decreti (che, correttamente, vanno chiamati legislativi o delegati) specifici sulla materia interessata e divisibili in due categorie: attuazione di norme europee, norme nazionali (autonome). La riforma di cui parliamo, quindi, è in gran parte obbligata dall'entrata in vigore di una nuova normativa europea, ma il prodotto in essa contenuto è frutto della confusione (in senso tecnico giuridico) tra norme derivate e norme autonome. Secondo la mia opinione sarebbe stato molto meglio dividere chiaramente in due l'operazione riforma, adottando un breve provvedimento legislativo di richiamo alle norme europee (di per sé già cogenti) e poi uno stringato testo riguardante l'assetto nazionale del settore.
Chi abbia voglia di guardare con i propri occhi, consultando il testo con i lavori parlamentari, visibile nei siti di Senato e di Camera, vedrà come, invece, la tecnica legislativa sia stata quella di mescolare il tutto e, peggio, di concentrare in un unico articolo, il n. 1, in 87 tra commi, subordinati e numeri, tutta la materia, smentendo in modo clamoroso uno dei principi che faticosamente andavano affermandosi nel processo legislativo: norme semplici, prive di richiami, comprensibili a qualsiasi cittadino che sappia leggere e scrivere.
Un'utopia, certo, ma, soprattutto, una prescrizione di tendenza che il governo Renzi avrebbe dovuto cogliere e fare propria, giacché la chiarezza e la trasparenza dovrebbero essere gli strumenti irrinunciabili di affermazione di qualsiasi attività riformista. Invece no, poiché l'illeggibilità della legge non riguarda solo gli appalti, ma l'intero scibile legislativo del ministero presieduto da Matteo Renzi.
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Appalti, legge scritta coi piedi. Nel punto b) sono state ficcate 159 parole, senza un punto. Doveva essere un modello di semplicità e chiarezza: in un solo articolo, 87 prescrizioni.
Oggi cercheremo di raccontare i contenuti di questa riforma degli appalti su cui pesa come un macigno una modalità legislativa rivolta tutta all'illeggibilità del testo. In passato, lo ricordo en passant, le difficile interpretazione della legge è stata sempre usata per permetterne il peggiore uso possibile.
Un unico articolo con 87 prescrizioni e la sensazione che si vada avanti e indietro nella materia senza avere avanti agli occhi un disegno organico e realistico delle esigenze di moralizzazione e di semplificazione del settore.
Due concetti, moralizzazione e semplificazione, che vanno sempre insieme.
Il punto a) del 1° comma suscita l'ilarità. Stabilisce, infatti, un divieto di introduzione o di mantenimento di livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti dalle direttive europee.
E la mafia, la camorra e la ndragheta? La domanda che sorge spontanea leggendo queste parole. Non si dà e prende atto che le situazioni concrete in ogni nazione sono diverse tra loro e influenzate da precipui fattori ambientali. È vero che i cosiddetti livelli di regolazione sono molto elevati, ma è anche vero che essi lasciano, come vedremo, margini eccessivi di discrezionalità ai funzionari infedeli.
Poiché nulla accade per caso, è utile riflettere sulle prescrizioni di questa legge-delega.
Il punto b) (159 parole, senza un punto) precisa che sarà adottato un unico testo normativo con contenuti di disciplina adeguata anche per gli appalti di lavori, servizi e forniture denominato «codice degli appalti e dei contratti di concessione» ... (qui l'italiano è quello di un oratore ubriaco che non ha consapevolezza di dove cominci e termini il suo discorso) nel quale saranno comprese le misure legislative per l'affidamento, la gestione e l'esecuzione degli appalti pubblici, garantendo l'ordinata transizione tra la previgente e la nuova disciplina (una precisazione densa di significato, nel senso che l'ordinata transizione non può che voler dire che ciò è fatto è fatto, o meglio chi ha avuto, ha avuto e chi ha dato, ha dato).
Una evidente tautologia se non fosse, appunto, per l'ordinata transizione.
Il punto c) riguarda la necessità di prescrizioni tecniche per l'accessibilità delle persone con disabilità, anche qui una tautologica ripetizione di normative in essere che potrebbero essere richiamate con una semplice circolare.
Il punto d) è paradossale, in quanto prescrive una drastica riduzione e razionalizzazione delle disposizioni vigenti e un più alto livello di certezza del diritto e di semplificazione dei procedimenti. Attenzione: quando il legislatore mira in alto che dichiarazioni reboanti, c'è sempre qualcosa da nascondere. In questo caso, si vuole nascondere la complessità e la farraginosa illeggibilità di un testo che dovrebbe rappresentare la svolta finale per entrare nella dirittura d'arrivo una modalità trasparente e sicura per tutto il sistema pubblico.
Si ribadisce poi la necessità di predisporre procedure non derogabili per gli appalti pubblici e le concessioni e per ottenere una significativa riduzione dei tempi relativi alle procedure (la ripetizione è nella legge: procedure per procedure) di gara e alla realizzazione delle opere pubbliche.
Mentre sarebbe opportuno che l'autorità giudiziaria aprisse un fascicolo per identificare coloro che hanno insegnato l'italiano agli estensori (e votatori) di una simile bestialità lessicale, risulta oscuro il senso di questa affermazione (punto e) del comma 1). Già nel punto d) s'era parlato di riduzione e semplificazione e la ripetizione induce, come sempre, qualche sospetto. Infatti, il legislatore delegato, il governo, potrebbe considerare il punto d) e il punto e) concettualmente diversi per inventarsi qualcosa che, invece di elevare il livello di certezza del diritto, permetta di introdurre norme di recupero delle discrezionalità in discussione perché costituiscono la via attraverso la quale far tornare di scena la corruzione.
Il punto g) vuole semplificazione, rapidità, trasparenza e imparzialità (concetto, questo, introdotto qui per la prima volta in questo testo) per le gare sotto soglia, al di sotto cioè dei livelli di valore nei quali deve essere applicata la normativa dell'Unione europea.
Il punto h) impone l'indicazione puntuale (ma se è indicazione non può non essere puntuale) delle norme che si applicano a ogni procedura e il punto i) la digitalizzazione delle procedure stesse anche al fine di favorire l'accesso delle micro, piccole e medie imprese.
Si tratta dell'ennesima affermazione demagogica, priva di significato giuridico che si incontra nella legge. Infatti, se si digitalizza si rende più facile a tutti l'accesso all'informazione e ai procedimenti concorsuali. Non solo alle micro, piccole e medie imprese, che non possono trovare nessun, ripeto nessuno, strumento di favore diverso da quello (che dovrebbe essere garantito) della libera concorrenza.
Viene poi la questione della protezione civile, la cui gestione -quando riguarda le emergenze- deve coniugare la tempestività con il divieto di procedure in deroga a quelle ordinarie con l'eccezione delle singole fattispecie connesse a particolari esigenze collegate alle situazioni emergenziali. Chiunque può notare la dizione contorta e contraddittoria di questa norma: 1) tempestività; 2) niente deroghe; 3) deroghe (eccezioni) per le situazione emergenziali, cioè tutte quelle derivanti da eventi calamitosi.
Ed ecco l'ultima ciliegina odierna. Il punto m) reintroduce il controllo preventivo della Corte dei conti, mediante una sua apposita sezione, per gli appalti secretati (carceri, caserme e altri impianti militari e, in alcuni casi, giudiziari).
Ma se c'è già l'Anticorruzione? O l'Anticorruzione va bene per quelli pubblici, ma non va bene per quelli secretati? Perché si teme qualche indiscrezione?
L'unico movente di una simile norma è quella di riesumare il controllo cartolare e di legittimità della Corte dei conti per consentire una maggiore possibilità di manovra agli operatori dell'oscuro settore.
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Troppe le indicazioni aggirabili. Riduttiva la capacità economico finanziaria delle imprese.
Oggi si parte con i beni culturali. Non voglio privare i lettori dello spasso (e dell'indignazione) che deriva dalla lettura della norma: riordino ... contratti ... beni culturali ... anche tenendo conto della particolare natura di questi beni (se non l'avesse detto questa pessima legge-delega nessuno avrebbe tenuto conto) e della peculiarità delle tipologie di interventi, prevedendo altresì modalità innovative per le procedure di appalto relative a lavori, servizi e forniture e di concessione di servizi, comunque nel rispetto delle disposizioni di tutela previste dal codice dei beni culturali e del paesaggio ?garantendo la trasparenza e la pubblicità degli atti.
Anche questa è una ripetizione, lessicalmente obbrobriosa, di indicazioni già formulate, che non aggiunge nulla al testo precedente, salvo la confusione (ai fini di una lettura razionale e coordinata) derivante da concetti generici la cui applicazione –vedrete- sarà così elastica da permettere le peggiori nefandezze.
Non possiamo illuderci: l'esperienza ci insegna che, dove ci sono indicazioni verbali, concetti, non numeri, si entra nel campo della peggiore discrezionalità, quella che permette di truccare le gare, di truccare i lavori, di truccare i conti per fare intascare più del dovuto al beneficato di turno. Così è anche per il successivo punto p) che vuole garantire la sostenibilità energetica e ambientale facendo anche ricorso al criterio di aggiudicazione basato sui costi del ciclo di vita e stabilendo un maggiore punteggio per i beni, i lavori e i servizi che presentano un minore impatto sulla salute e sull'ambiente.
Qualcuno potrebbe ricordarmi che questa è una legge-delega, una legge, non di disposizioni precise, ma di principi. Ma quando i principi non sono chiari, le norme delegate non lo saranno a loro volta: si realizza così la catena viziosa intorno alla quale si è sviluppata e si svilupperà la corruzione. C'è poi il punto q) dedicato ai cardini della trasparenza e della lotta alla corruzione. Vediamoli da vicino: individuare i casi in cui –in via eccezionale- (ma come si delimita l'eccezionalità? Lo dovremmo vedere nei decreti delegati) è possibile ricorrere alla procedura negoziata senza precedente pubblicazione del bando di gara; unificazione delle banche dati; previsione di poteri di vigilanza e di controllo (finalizzati a evitare la corruzione e i conflitti di interesse, favorendo trasparenza e digitalizzazione). La legge vuole poi la definizione di un sistema premiale e punitivo per chi denuncia o non denuncia le richieste estorsive e indicazione delle norme del codice (penale?) la cui violazione determinerà la comminazione di sanzioni amministrative da parte dell'Anac.
Con il punto r) si dovrebbe entrare, finalmente, nel cuore delle questioni, si parla, infatti, della capacità economico-finanziaria, ivi compresa quella organizzativa e professionale attinenti e proporzionali all'oggetto dell'appalto. Questa norma va letta con la successiva, punto qq) che prescrive il riassetto, la revisione dei sistemi di garanzia per l'aggiudicazione e l'esecuzione degli appalti pubblici, al fine di renderli (i sistemi di garanzia) proporzionati e adeguati alla natura delle prestazioni. In queste prescrizioni, si nasconde l'intento di reiterare i vizi del sistema in vigore. Infatti le garanzie (che dovrebbero essere bancarie e a prima chiamata) sono il cuore del sistema, quel cuore che può permettere il peggio corruttivo o, viceversa, garantire la regolarità delle prestazioni.
La proporzionalità, fortemente difesa dal sistema delle imprese, significa la limitazione dell'impegno di garanzia alla quota di lavoro corrispondente a uno stato d'avanzamento. Per chiarire: se un contratto prevede che i pagamenti avvengano ogni volta che si raggiunge l'importo di 1 miliardo, ecco che la garanzia che l'appaltatore deve prestare corrisponde a quella frazione di lavoro, salvo le ulteriori ritenute cautelative. Il metodo in vigore nei tender (bandi) internazionali prevede, invece, che la ditta presti all'Amministrazione una garanzia (bancaria a prima chiamata) pari al valore complessivo dei lavori da svolgere.
Questo ha non solo un effetto sull'esecuzione dell'opera, ma ha altresì un effetto (da sempre non gradito in Italia) moralizzatore della concorrenza. Nel senso che se una ditta ha una documentata capacità finanziaria, organizzativa e tecnica (tre concetti diversi tra loro che questa pessima legge invece riunisce nell'ambito unico della capacitò economico-finanziaria giacché precisa -come abbiamo visto- ivi compresa quella organizzativa e professionale attinenti e proporzionali all'oggetto dell'appalto) per 10 miliardi, potrà concorrere a un solo appalto da 10 miliardi avendo tutto l'interesse di completarlo presto e bene, per poter poi concorrere a un altro appalto e via dicendo.
Se invece, avendo una capacità da 10 miliardi, le è consentito di concorrere a 10 appalti da 10 miliardi in quanto la sua garanzia rimane ancorata all'entità di stati di avanzamento da 1 miliardo, sarà evidente che, in questo modo, sarà aggirata ogni misura di prudenza nell'affidare i lavori e sarà permessa un'attività nettamente superiore a quella capacità economico-finanziaria che, a parole, la legge vorrebbe difendere. Poiché queste scelte non avvengono a caso, la logica conseguenza (quod dixit voluit) che il legislatore è ben consapevole delle conseguenze delle sue prescrizioni e, quindi, complice delle eventuali deviazioni.
Il punto t) vuole attribuire all'Anac le più ampie funzioni di promozione dell'efficienza, del sostegno allo sviluppo delle migliori pratiche, della facilitazione dello scambio di informazioni tra stazioni appaltanti compresi poteri di controllo, raccomandazione, intervento cautelare di deterrenza e sanzionatorio, nonché adozione di atti di indirizzo ... dotati di efficacia vincolante ... A prima vista, sembra trattarsi di un'abnorme espansione dei compiti dell'Anac che si appresta a diventare una burocrazia sovrapposta alla normale burocrazia che, essa sì avrebbe bisogno di obblighi precisi stabiliti dalla legge.
Se, com'è sicuro, le regioni vorranno mantenere la loro autonomia, rifiutando di contribuire alla realizzazione di una banca dati 100%, sarà difficile che l'Anac possa esercitare le proprie funzioni su tutti gli appalti. Finirà per intervenire in ritardo e, più frequentemente, su segnalazioni (denunce), riproponendo quel controllo successivo attribuito alla Corte dei conti, la cui morte venne stabilita in nome della rapidità delle procedure.
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Sono sopravvissute le varianti. Che trasformano, in lucrosi, gli appalti sotto costo. 
Concludiamo oggi il nostro rapido esame della legge delega sui lavori pubblici, sulle concessioni e sulle forniture.
Ci sembra singolare che la legge introduca, al punto z), dopo la riduzione degli oneri documentali, la possibilità, per i partecipanti alle gare di integrazione documentale non onerosa di qualsiasi elemento di natura formale della domanda, purché non attenga agli elementi oggetto di valutazioni sul merito dell'offerta.
Una norma singolare che può generare un serio contenzioso in ordine al significato delle parole qualsiasi elemento di natura formale e non attenga agli elementi oggetto di valutazioni.
Il principio fondamentale dell'ordinamento è: le offerte che arrivano entro il termine anche orario previsto nel bando di gara debbono contenere tutti gli elementi formali, sostanziali e finanziari previsti nel bando pena esclusione. Normalmente, un presidente o una commissione di gara effettua la cosiddetta spunta delle carte pervenute, proprio per constatare che ci sono tutte quelle che ci vogliono e per escludere le offerte manchevoli anche di uno solo dei documenti richiesti. Una norma precisa che non si presta a interpretazioni, proprio per evitare che la legge si applica, ma per gli amici si interpreta.
Facciamo un passo in avanti e occupiamoci delle varianti. In proposito, vogliamo richiamare questa norma (punto ee): previsione che ogni variazione in corso d'opera debba essere adeguatamente motivata e giustificata unicamente da condizioni impreviste e imprevedibili. Anche questo è uno dei cuori del problema: la soluzione scelta ripete la normativa esistente e non garantisce affatto che non si ricorra a variazioni di comodo. La parola adeguatamente definisce la permanenza della discrezionalità dell'Amministrazione che può, approvando la variazione, trasformare in lucroso un appalto aggiudicato sotto costo. Così la parola unicamente.
Se leggiamo il testo senza i due avverbi ci rendiamo conto che, depurato da essi, avrebbe tutto un altro senso: previsione che ogni variazione in corso d'opera debba essere motivata e giustificata da condizioni impreviste e imprevedibili.
Purtroppo, la tecnica legislativa utilizzata a fini di sviamento del potere legislativo provoca effetti incontrollabili e rischiosi proprio per i fini che la legge proclama di voler perseguire.
E ora veniamo al punto finale di questa esposizione: il punto ff) che definisce il criterio di offerta economicamente più vantaggiosa, seguendo un approccio costo/efficienza, quale il costo del ciclo di vita e includendo il «miglior rapporto qualità-prezzo» valutato con criteri oggettivi (sic!)
L'offerta economicamente più vantaggiosa non può che essere quella economicamente più vantaggiosa. Cioè quella che presenta il massimo ribasso. Se il massimo ribasso fosse coniugato con l'invito a partecipare a tutte le ditte che ne fanno richiesta che posseggano i requisiti minimi previsti e che prestano cauzione per l'intero valore dell'opera non ci sarebbe dubbio che l'offerta più vantaggiosa sarebbe quella che offre il prezzo minore. Nella legislazione italiana (finanziaria del 1987) era stato introdotto (per volere del ministro del Tesoro, Giovanni Goria) il prezzo chiuso, uno speciale tipo di appalto che non consentiva il ricorso alla revisione dei prezzi, alle varianti, ma che presentava un regime premiale per le ditte che avessero terminato i lavori nei termini fissati o, addirittura, in anticipo. Si disincentivava la tendenza a portare avanti i lavori all'infinito, denunciando situazioni impreviste e imprevedibili, concordando migliorie, lucrando insomma sull'inefficienza della pubblica Amministrazione e sulla corruzione di alcuni suoi esponenti.
L'istituto non ebbe fortuna, per l'opposizione del sistema delle imprese e di quello delle stazioni appaltanti tutti protesi a cercare i modi per accentuare l'ingiustificato e ingiustificabile lucro delle imprese stesse (e per vie traverse dei funzionari).
Un'ultima amenità. Si dispone che per l'incarico di responsabile, direttore e collaudatore dei lavori, si istituisca un (ennesimo) albo presso il ministero delle infrastrutture, nel quale si attingeranno per sorteggio i nomi dei professionisti cui attribuire una delle tre funzioni.
La sublimazione dell'inefficienza dell'Amministrazione, ma il riconoscimento legislativo della sua incapacità di scegliere con consapevolezza un professionista cui affidare un importante incarico.
Con questa fiducia nei dirigenti dello Stato e nella riforma della pubblica Amministrazione che, per carità di Patria, ci siamo astenuti dal commentare punto per punto, concludiamo questo breve excursus della riforma degli appalti, cui si potrebbero dedicare non 4 ma 40 articoli di commento per evidenziarne tutte le pecche, le contraddizioni e le trappole inserite a favore di chi vuol distorcere l'attività amministrativa.
Raffaele Cantone non è né può essere la panacea. Usato in questo modo è l'alibi per continuare con il vecchio andazzo (
articoli ItaliaOggi del 27-28-29-30.01.2016).

APPALTIIter semplificati e tempi certi per le gare. Appalti/ in g.u. la legge di riforma del codice, in vigore dal 13 febbraio.
Procedure semplificate e tempi certi di gara e di realizzazione delle opere. E un occhio di favore alle piccole e medie imprese e ai subappaltatori. Questo anche mediante una maggiore diffusione di informazioni, utilizzando gli strumenti della rete per le gare telematiche e per la pubblicazione degli avvisi: appalti, dunque, semplici, digitalizzati, senza inutili complicazioni burocratiche.

È quanto prevede la legge delega per la riforma degli appalti pubblici, approvata definitivamente dal senato, che rivoluziona l'attuale dlgs 163/2006 e che tocca anche il processo amministrativo sugli appalti.
La legge 28.01.2016, n. 11, contenente «Deleghe al Governo per l'attuazione delle direttive 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26.02.2014, sull'aggiudicazione dei contratti di concessione, sugli appalti pubblici e sulle procedure d'appalto degli enti erogatori nei settori dell'acqua, dell'energia, dei trasporti e dei servizi postali, nonché per il riordino della disciplina vigente in materia di contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture», è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 23 del 29.01.2016 ed entrerà in vigore il prossimo 13 febbraio.
Tra gli obiettivi (si veda da ultimo ItaliaOggi Sette del 18.01.2016), più qualità dell'opera pubblica, meno varianti in corso d'opera che fanno aumentare i costi, più sicurezza per i subappaltatori e più centrali di committenza (articolo ItaliaOggi del 30.01.2016).

ENTI LOCALIRiforma Pa, tutte le partecipate sotto il controllo di Corte conti. Legge Madia. Completato il lavoro sui testi dei primi 11 decreti attuativi.
Tutti gli amministratori delle società partecipate potranno essere chiamati dalla Corte dei conti a risarcire il danno erariale creato dalle loro scelte che, ovviamente per dolo o colpa grave, colpiscono l’azienda o l’ente socio.
Lo prevede l’ultima versione del testo unico sulle partecipate, uno degli 11 decreti attuativi che ieri hanno assunto una veste definitiva e sono pronti a partire per il loro iter fra Conferenza unificata, Consiglio di Stato e commissioni parlamentari.
Quello dedicato alle società partecipate, insieme alla riforma parallela sui servizi pubblici locali, sono stati i testi che hanno impegnato di più gli uffici del Governo nel lavoro di limatura e coordinamento normativo, mentre altri provvedimenti, dalla conferenza dei servizi al codice dell’amministrazione digitale fino alle norme anti-assenteismo sono stati chiusi giorni fa.
Sulle partecipate, i confini della responsabilità erariale, e quindi della possibilità per la Corte dei conti di contestare i danni prodotti dall’azione degli amministratori, sono strati fra i temi più dibattuti. Per capire i termini del problema bisogna partire dalla situazione attuale, che in base alle regole fissate dalla Cassazione (in particolare nella sentenza 26283/2013 delle Sezioni unite) concentra l’azione delle sezioni giurisdizionali della Corte dei conti sulle società in house che per Statuto escludano la presenza di soci privati.
Le prime bozze del nuovo testo unico restringevano ulteriormente l’ambito delle competenze dei magistrati contabili, sulla base di un’impostazione che ha avuto varie declinazioni nelle diverse versioni del testo ma che in pratica assoggettava gli amministratori delle partecipate al giudice ordinario, e chiedeva alla Corte dei conti di occuparsi solo degli enti soci, e in particolare dei danni prodotti dalla mancata vigilanza sulle aziende. Questa ipotesi aveva acceso l’allarme dell’associazione dei magistrati contabili, anche perché le contestazioni del giudice ordinario scattano in seguito all’azione di responsabilità, in uno scenario quindi improbabile per la comunanza di interessi fra gli amministratori e gli enti proprietari che li scelgono.
Nella sua formulazione definitiva, invece, il testo cambia rotta, al punto che secondo questa impostazione sarebbe sufficiente la presenza nel capitale di una quota pubblica per aprire le porte alle indagini dei magistrati contabili. Vale la pena di ricordare che in passato, prima dell’intervento con cui la Cassazione ha fissato i parametri oggi in vigore, in qualche caso la Corte dei conti ha contestato nelle società miste pubblico-private un danno “pro quota”, cioè proporzionale al peso della partecipazione pubblica.
Per addentrarsi nelle possibile ricadute operative, però, è presto, anche perché è facile prevedere che sulla novità, frutto di un lavorio che ha incrociato il piano tecnico e quello politico, si riaprirà una discussione speculare a quella che ha accompagnato le prime versioni del testo: ad animarla saranno in questo caso gli amministratori delle partecipate, che nella riforma incontrano anche una riduzione dei posti nei cda, con la regola dell’amministratore unico nelle società più piccole, e la previsione di nuovi tetti alle indennità (sul punto la riforma riprende le cinque fasce previste dall’ultima manovra.
L’altro aspetto su cui hanno agito le “limature” al testo riguarda l’elenco delle società, da Invimit ad Anas fino a Coni servizi, che eviteranno i limiti alle partecipazioni o gli obblighi di dismissione previsti dagli articoli 4 e 5 del decreto. Sul versante dei servizi pubblici locali, invece, la versione definitiva del testo conferma la riforma del trasporto pubblico (anticipata sul Sole 24 Ore del 25 gennaio) e lo stralcio dei nuovi limiti all’in house, destinati però a riemergere presto nell’ambito dei provvedimenti attuativi della delega sugli appalti
(articolo Il Sole 24 Ore del 29.01.2016).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOComuni piccoli: sono da accorpare. Il Pd vuol fondere questi enti sotto i 5 mila abitanti. Le fusioni volontarie (anche se sono lautamente incentivate) procedono troppo lentamente.
Cambia la geografia. Si cancellano i piccoli Comuni. Dopo le Province tocca a loro. C'è già una prima della classe. E' la Regione Emilia-Romagna dove ben 22 Comuni si sono fusi nel 2015 e altri 18 lo stanno per fare. Tanto che il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, ha cantato vittoria su Twitter.
Matteo Renzi lo ritiene tra i provvedimenti necessari per razionalizzare il sistema amministrativo. La legge sulla spending review prevede bonus di vario tipo per chi si unisce. A cui si aggiungono delibere approvate in alcune Regioni. I Comuni, tra bastone e carota, stanno passando da 8.046 a meno di ottomila. Un'ulteriore accelerata è attesa nel 2017.
Non è ancora la sforbiciata che vuole Renzi ma è un primo passo poiché chi ha pochi abitanti non riesce a sostenere i costi di taluni servizi. Il colpo di grazia dovrebbe avvenire con la proposta di legge (Atto Camera n. 3420) di una ventina di deputati Pd, capeggiati da Emanuele Lodolini, in arrivo in parlamento. Prevede la fusione obbligatoria dei Comuni sotto i 5000 abitanti. Si tratterebbe di un colpo di spugna sull'Italia dei piccoli Comuni: ne sparirebbero 5562.
Ovviamente si fronteggiano favorevoli e contrari. C'è chi ha già contratto matrimonio e sembra felice: per esempio in provincia di Rimini è nato il Comune unico di Montescudo-Monte Colombo, a Trento quello di Amblar-Don e di Dimaro-Folgarida, a Brescia è la volta di Biennio-Prestine, a Pavia di Corteolona-Genzone. Della faccenda degli accorpamenti, che è una piccola rivoluzione considerando storia e tradizioni italiane, se ne sta parlando a Firenze, con la due-giorni (incominciata oggi) del forum «Città metropolitane, il rilancio parte da qui» (promosso dall'Anci, l'associazione dei Comuni). Ovvero Comuni meno piccoli possono contare di più in una programmazione territoriale che vedrà protagoniste le città metropolitane insieme alle Regioni (si spera senza troppi conflitti).
La forza delle città metropolitane (che dovrebbero supplire alla sparizione dei piccoli Comuni) è illustrata in una nota dell'Anci: le città metropolitane di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Palermo, Catania, Messina e Cagliari coinvolgono il 36% della popolazione, generano oltre il 40% del valore aggiunto e il 28% delle esportazioni, raccolgono il 35% delle imprese e il 56% delle multinazionali insediate nel paese e sono la sede di 55 atenei universitari e di circa la metà delle startup innovative.
Il convegno si svolge a Firenze (Palazzo Vecchio) e proprio in Toscana, in provincia di Arezzo, ben tre Comuni sono sulla strada dell'unione: Chiusi della Verna, Chitignano e Castel Focognano. Se il referendum che è stato indetto dai tre consigli comunali dirà sì, nascerà un unico Comune con 6 mila abitanti.
Renzi aveva previsto in un primo tempo l'obbligatorietà dell'accorpamento dei servizi, un modo per spingere i piccoli Comuni all'aggregazione. Poi nella legge milleproroghe il diktat è slittato al primo gennaio del prossimo anno. Dice Matteo Ricci, sindaco di Pesaro e vicepresidente dell'Anci: «Vanno definiti bacini omogenei per la gestione associata dei servizi, a prescindere dalle dimensioni dei Comuni coinvolti, per arrivare a un riassetto complessivo del governo territoriale. Siamo pronti a contribuire a scrivere con il governo una legge che metta insieme i Comuni per davvero, in maniera efficace ed efficiente».
Aggiunge Massimo Castelli, coordinatore Anci per i piccoli Comuni: «L'impasse normativa in cui versano i piccoli Comuni ha dimostrato che l'unione obbligatoria dei servizi non funziona in molte parti del Paese. È chiaro che questa situazione blocca il processo invece di portarlo avanti, così com'è chiaro che l'obbligatorietà per legge è servita a far metabolizzare la necessità per i Comuni di unire le forze e diventare più forti. Ora però facciamo scegliere ai sindaci il come».
Nessun dubbio che ci sia bisogno di por mano a un ridisegno del mosaico comunale. Una Regione come la Lombardia (10 milioni di abitanti) deve rapportarsi addirittura con 1.528 Comuni. E i quasi seimila Comuni (in Italia) con meno di 5 mila abitanti non riescono ormai a fare i bilanci.
Però il fronte dei contrari è piuttosto numeroso. Qualche esempio. Il sindaco di Stazzema (Lucca), Maurizio Verona, ha scritto ai parlamentari Pd che hanno presentato la proposta di legge per rendere obbligatoria la fusione tra i Comuni under 5.000: «La storia dell'Italia si fonda su quella dei Comuni e i confini comunali sono spesso il frutto non tanto di astratte divisioni territoriali ma di una storia di comunità diverse: nonostante il passare degli anni, il Comune con le sue istituzioni resta il presidio della democrazia di un territorio già colpita dal taglio dei consiglieri comunali e quindi della rappresentanza».
Al presidente della Camera, Laura Boldrini, ha scritto invece il sindaco di Bassiano (Latina), Domenico Guidi: «Ho letto i 3 miseri articoli con cui i parlamentari firmatari, vorrebbero di colpo cambiare la geografia dei Comuni d'Italia. Un'iniziativa sciagurata e deplorevole che porterebbe i nostri territori allo sconvolgimento pressoché totale».
Mentre a Spilamberto (Modena) è incominciata una raccolta di firme contro l'accorpamento dei Comuni.
C'è però anche un sindaco di un piccolo Comune, San Giovanni Lupatoto (Verona), Federico Vantini, (fa parte della direzione nazionale Pd), che è convinto che l'accorpamento sia la medicina giusta: «È evidente che la situazione dei Comuni è critica. Serve un indirizzo chiaro, che semplifichi il sistema degli enti locali, è impossibile permettersi più di ottomila Comuni. L'unione oggi è facoltativa, occorre un atto forte del governo, che superi i campanilismi e incentivi la fusione con un patto pluriennale che permetta subito ai Comuni che si uniscono di investire in opere pubbliche e servizi ai cittadini» (articolo ItaliaOggi del 29.01.2016).

PUBBLICO IMPIEGODirigenti p.a., decide la politica. Graduatorie non vincolanti. Ruolo con sezioni regionali. L'Anci ha inviato al ministro Madia una nota in vista dell'attuazione dell'art. 11 della delega.
La dirigenza? Che sia assoggettata interamente alla politica. L'Anci ha inviato al ministro della funzione pubblica, Maria Anna Madia, una nota interpretativa (nota 25.01.2016 n. 13/VSG/SD-16 di prot.), che in realtà consiste nell'indicazione di come i sindaci vorrebbero venisse attuata la riforma della dirigenza.
A ben vedere, del corposo scritto dell'Anci a rilevare e indicare concretamente come i sindaci vorrebbero si attuasse l'articolo 11 della legge 124/2015 è un passaggio molto chiaro della lettera che il presidente dell'associazione, Piero Fassino, rivolge al titolare di palazzo Vidoni: «Dare una nuova veste al principio di separazione fra atti di gestione e potere di indirizzo politico, assicurando merito e professionalità della nuova classe dirigente, nell'ambito di un rafforzato e discrezionale potere di scelta da parte dei sindaci».
Tutto sommato, l'Anci coglie, senza troppi giri di parole, la reale portata della riforma della dirigenza. Nonostante il documento inviato a palazzo Vidoni ridondi continuamente delle parole «merito» e «professionalità» i sindaci hanno perfettamente compreso in cosa consista la «svolta» della legge: la creazione di una fortissima dipendenza dei dirigenti pubblici dalla politica, la quale potrà, ma soprattutto, intende essere dotata di un potere pieno, «discrezionale» e, dunque, sostanzialmente insindacabile di scegliere (o lasciare a casa) il dirigente che più risulti gradito (o sgradito).
È una chiara risposta all'orientamento della giurisprudenza costituzionale consolidatosi dopo il 2007, allorché la Consulta ha considerato l'incostituzionalità di norme tendenti a precarizzare la dirigenza, rendendola sottomessa a logiche di appartenenza politica e vicinanza partitica, tali da comprometterne l'autonomia e la professionalità. Secondo la Corte costituzionale la dirigenza pubblica deve attuare l'indirizzo politico, ma nel rispetto della legalità e utilizzando gli strumenti tecnici dei quali deve avvalersi con autonomia tecnica, rispondendo per questo non solo agli organi di governo, ma a tutte le giurisdizioni, oltre che disciplinarmente.
L'Anci, al contrario, ravvede nella legge 124/2015 e nella creazione del ruolo unico dirigenziale l'opportunità per attribuire ai sindaci (e alla politica) un potere di affidare gli incarichi tale da sfuggire a ogni sindacato e controllo. Lo strumento è, in effetti, segnato e già chiarito dalla disciplina degli incarichi ai direttori delle aziende sanitarie: nonostante specifiche commissioni tecniche gestiranno i ruoli dirigenziali e le procedure per la selezione dei dirigenti cui assegnare gli incarichi, queste commissioni non produrranno graduatorie che vincolino i sindaci: spetterà alla politica scegliere liberamente tra «rose» di candidati. L'unico problema sarà far sì che nelle «rose» siano presenti i dirigenti considerati già a monte «vicini».
Allo scopo, l'Anci consiglia alla funzione pubblica di articolare il ruolo unico dei dirigenti locali in una serie di sotto-sezioni regionali. Lo scopo è chiaro: avvicinare quanto più possibile alla «discrezionalità» dei sindaci il processo di selezione dei dirigenti, così da poter avere un'influenza forte proprio sulla composizione delle «rose» dei candidati ai quali conferire gli incarichi (articolo ItaliaOggi del 29.01.2016 - tratto da http://rstampa.pubblica.istruzione.it).

APPALTIContratti pubblici in bilico. Incertezza normativa in attesa del nuovo codice in fieri. Rischio ricorsi nel periodo di transizione fra la disciplina in vigore e l'attuazione della riforma.
Proroga a fine anno e non più a luglio per la qualificazione delle imprese e dei progettisti e per l'anticipazione contrattuale al 20%; evitare vuoti normativi in attesa del nuovo codice dei contratti pubblici.
Sono queste le richieste avanzate dalla commissione ambiente della camera nel corso dell'esame del decreto legge 192/2015 «milleproroghe» e contenute nelle diverse proposte emendative depositate.
Il quadro che emerge vede la normativa sui contratti pubblici in bilico fra disposizioni in vigore, essenziali per il settore, e una nuova disciplina in fieri che ha l'ambizioso compito di riunire in un unico testo direttive, nuovo codice e parti dell'attuale regolamento. Una situazione complessivamente di difficile gestione anche perché il rapido avvio della «consultazione pubblica» sul decreto delegato attuativo della legge delega (ufficialmente il testo non c'è) che dovrebbe concludersi, in prima fase, domenica 31 gennaio, dimostra l'intenzione del governo di arrivare rapidamente (al fine del rispetto del termine del 18 aprile) al decreto unico attuativo che recepirà le direttive e riformerà il codice attuale.
In sede parlamentare invece si sta affrontando l'iter di conversione del decreto legge «milleproroghe» (decreto legge 30.12.2015, n. 210) in cui sono contenute alcune importanti norme per le imprese di costruzioni e per i progettisti.
In particolare sono tre le norme di rilievo del decreto: la prima prevede la proroga a fine luglio (data in cui secondo la legge delega dovrebbe chiudersi il recepimento e la riforma del codice appalti laddove si scegliesse di emanare due decreti, ipotesi che sembra accantonata) della disposizione dell'attuale codice dei contratti pubblici che consente alle imprese di dimostrare la cifra d'affari in lavori, nonché le attrezzature e dell'organico facendo riferimento all'ultimo decennio antecedente la sottoscrizione del contratto con la Soa (società organismo di attestazione).
La seconda disposizione è di interesse dei progettisti che fino al 31 luglio potranno qualificarsi nelle gare con i migliori cinque anni del decennio (fatturato) e con i migliori tre anni del quinquennio (personale). I diversi emendamenti presentati nelle commissioni di merito (affari costituzionali e bilancio) spostano il termine da fine luglio a fine dicembre.
Questa richiesta di modifica viene poi espressa in termini netti anche nel parere che ha dato la commissione ambiente della camera con riguardo alla terza norma di particolare interesse per la tutela delle imprese in questa difficile contingenza economica che è quella che eleva dal 10 al 20% l'anticipazione dell'importo contrattuale . Nel decreto legge si prevede il differimento del norma introdotta nel 2014 dalla legge 192 fino alla fine di luglio. Ma i molti emendamenti, spesso identici, presentati presso le commissioni competenti sono finalizzati a spostare l'efficacia della norma a dicembre 2016.
È stata la commissione ambiente, territorio e lavori pubblici della camera, nel parere reso alle commissioni competenti, a sollecitare il differimento a tutto il 2016 per evitare ogni ipotesi di vuoto normativo legando la proroga anche all'effettiva entrata in vigore del complesso disegno di riforma. Va infatti tenuto presente che è la legge delega a prevedere, in caso di unico decreto delegato (ed è questa la scelta compiuta dalla commissione ministeriale) che il decreto sia emanato entro il 18 aprile, ma che nel decreto debba essere prevista una disciplina transitoria ad hoc (oltre a «opportune disposizioni di coordinamento e finali») di cui ovviamente non si può sapere il contenuto e l'arco temporale.
A valle poi dovranno entrare in vigore le linee guida Mit-Anac. Il che proietta il settore verso un periodo non breve di coabitazione di norme diverse e di possibili incertezza normative legate anche all'impostazione eccessivamente discrezionale dell'operazione di riforma, con rischi di ricorsi e di altri problemi (articolo ItaliaOggi del 29.01.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Bandiera bianca sui mini-enti. Biglio: un Patto sui piccoli comuni ma senza imposizioni. L'Anpci, da poco aperta anche gli enti fino a 15.000 abitanti, illustra le iniziative per il futuro.
Sui piccoli comuni sventola bandiera bianca. Non si tratta però di un segno di resa, ma di un messaggio chiaro al governo per resettare tutto e scrivere «insieme», ma soprattutto «democraticamente», il «Patto» per un'amministrazione vicina alla gente.
Ieri in conferenza stampa l'Anpci ha illustrato le iniziative per rispondere alla proposta di legge
(Atto Camera n. 3420) presentata da 20 deputati Pd con in testa il parlamentare marchigiano Emanuele Lodolini, che prevede la fusione obbligatoria dei municipi sotto i 5 mila abitanti.
E anche se la proposta di legge appare a tutti più un'iniziativa personale che un progetto condiviso dalla maggioranza del Partito democratico (la scorsa settimana se ne sono apertamente dissociati i deputati Federico Fornaro ed Enrico Borghi) non si sentono al sicuro. Quanto accaduto recentemente in Toscana, per esempio, preoccupa non poco.
La regione guidata da Enrico Rossi, denuncia l'Anpci, ha deciso di procedere ugualmente alla fusione del comune di Abetone con il comune di Cutigliano, nonostante gli abitanti del primo si siano nettamente espressi in senso contrario nel referendum. «Un precedente gravissimo e pericoloso per tutti i piccoli comuni e per la democrazia italiana», osserva la presidente dell'Anpci e sindaco di Marsaglia (Cn) Franca Biglio che ha annunciato la disponibilità dell'Associazione a mobilitarsi al fianco dell'amministrazione comunale e dei cittadini di Abetone, «nonché di tutti i piccoli comuni mortificati da imposizioni dall'alto irrispettose dell'autonomia locale».
Nella conferenza stampa di ieri, i sindaci dell'Anpci si sono rivolti direttamente al premier Matteo Renzi. E lo hanno fatto parafrasando le parole del noto brano di Franco Battiato. «Mr. Presidente non ho più voglia di subire, mi rimetto in battaglia, i tempi stanno per cambiare», scandiscono i primi cittadini dell'Anpci. Che proseguono: «Per fortuna il mio civismo non mi fa accettare quelle leggi particolari per campagne elettorali, slogan e proclami per avere più carisma e sintomatico potere».
«Al presidente del consiglio vogliamo rivolgere un appello», prosegue la numero uno dell'Anpci. «Non si limiti sempre e solo ad ascoltare le grandi associazioni delle autonomie che le danno sempre ragione e spesso anche cattivi consigli, come nel caso della legge Delrio, pur di mantenere i propri privilegi. Ascolti anche, una volta tanto, i sindaci di trincea se si vuole davvero salvare il Paese. Noi siamo pronti a fare la nostra parte con il massimo impegno e disponibilità ma non siamo disposti ad ubbidire senza garanzie di salvezza per i nostri cittadini. Apra urgentemente un tavolo con noi ed ascolti le nostre proposte».
L'Anpci da sempre rivendica di potersi sedere in Conferenza unificata quanto meno come uditori in attesa di una modifica del Tuel che consenta la partecipazione vera e propria alle sedute. Un sogno realizzato (quando agli Affari regionali c'erano Graziano Delrio e Maria Carmela Lanzetta) ma improvvisamente interrotto. Da dicembre, infatti l'associazione è stata estromessa dalla Conferenza unificata.
«Il 17 dicembre scorso una delegazione dell'Ancpi si è presentata in via della Stamperia per partecipare all'Unificata, ma a essa è stato fatto divieto di entrare in sala riunioni per una espressa disposizione in tal senso. Ho scritto al ministro Angelino Alfano e al sottosegretario Gianclaudio Bressa per chiedere spiegazioni ma non ho neanche ricevuto una risposta», denuncia Biglio.
La battaglia dell'Anpci sarà portata avanti non attraverso slogan urlati, bensì con una mobilitazione ponderata e democratica da svolgersi a livello locale ma anche nazionale. A Volterra (Pi) il 12 marzo si svolgerà una grande manifestazione per dire no alle fusioni obbligatorie e per la difesa delle autonomie locali. La scelta del comune pisano è particolarmente significativa perché l'ente ha recentemente aderito all'Anpci pur avendo più di 5 mila abitanti (10.760 per la precisione).
Una possibilità che, grazie a una recente modifica statutaria, l'Anpci offre a tutti i municipi fino a 15 mila abitanti. Da marzo fino al referendum sulla riforma costituzionale, previsto per il mese di ottobre, verranno organizzate assemblee pubbliche nei comuni, consigli comunali aperti per informare la popolazione non solo sulla difficoltà oggettive in cui i piccoli comuni sono costretti a vivere, ma anche sull'attacco alla democrazia portato «dalla farsa del nuovo senato delle autonomie».
«Renzi ha detto che se non passa il referendum se ne andrà a casa», osserva Franca Biglio. «Bene, i nostri cittadini andranno a votare in massa e sapranno cosa fare se, nel frattempo, per i piccoli comuni non sarà stato scritto il patto che chiediamo a garanzia della loro sopravvivenza nel rispetto dell'autonomia organizzativa e decisionale dei sindaci e degli amministratori» (articolo ItaliaOggi del 29.01.2016).

URBANISTICAConsumo del suolo, il ddl penalizza municipi e pmi.
Consentire l'utilizzo senza limiti dei proventi dei titoli edilizi rilasciati per la manutenzione ordinaria e straordinaria delle opere di urbanizzazione realizzate. Opere che altrimenti andrebbero incontro a sicuro degrado, dequalificando l'ambiente urbano circostante e rendendo necessari ulteriori interventi di manutenzione con conseguenti maggiori oneri economici.
Il ddl sul consumo del suolo rischia inoltre di essere troppo penalizzante, soprattutto per i piccoli comuni. Perché per esempio renderebbe illegittima la rivendicazione dell'Imu su diritti edificatori previsti ma non più attivabili. Prospettiva questa «dalle conseguenze economiche insostenibili per i comuni che si vedrebbero coinvolti in contenziosi fiscali infiniti, destinati a produrre mancate entrate per cifre esorbitanti».
Sono queste le due osservazioni critiche mosse dall'Anpci al testo del disegno di legge in materia di «Contenimento del consumo di suolo e riuso del suolo edificato» (Atto Camera n. 2039) che, presentato quasi due anni fa dall'ex ministro delle politiche agricole Nunzia De Girolamo, è ancora all'esame delle commissioni ambiente e agricoltura della camera.
Le osservazioni sono contenute in uno schema di ordine del giorno che l'Anpci ha predisposto per i comuni associati affinché i rispettivi sindaci lo trasmettano al premier Matteo Renzi, ai ministri dell'ambiente e dell'agricoltura Gian Luca Galletti e Maurizio Martina e ai presidenti delle commissioni VIII e XIII di Montecitorio. L'Anpci, pur apprezzando l'impianto generale del ddl, ritiene assolutamente indispensabile che vengano garantiti i diritti acquisiti. Perché una loro compressione si porrebbe in contrasto con la «generale politica di incentivo della crescita e dell'occupazione, obiettivo da tutte le istituzioni riconosciuto come un'esigenza vitale per il Paese». Sulla stessa lunghezza d'onda Franco Biraghi, presidente di Confindustria Cuneo.
«Questo testo sarebbe una iattura per l'economia e le pmi perché nessuno di noi potrà più programmare la propria attività e il proprio sviluppo aziendale. Da un giorno all'altro, infatti, potremmo sentirci dire che il terreno industriale acquistato in passato nella prospettiva di ampliare il nostro capannone improvvisamente è diventato agricolo. Chi investirà più?».
Il no di Biraghi al ddl 2039 non è un rifiuto a priori, né tantomeno un atteggiamento favorevole al consumo del suolo, ma solo una ferma opposizione all'approccio sanzionatorio del testo «basato su una pioggia di divieti per le attività economiche e soprattutto industriali» (articolo ItaliaOggi del 29.01.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOPartecipate, andata e ritorno. Ma il rientro all'ente d'origine non è un diritto dei lavoratori. Il dlgs attuativo della delega Madia chiarisce uno degli aspetti più controversi della materia.
Il personale a suo tempo trasferito dagli enti locali alle società partecipate potrà tornare alle dipendenze dell'amministrazione pubblica.
Il decreto legislativo attuativo della legge 124/2015 in tema di riordino delle società pubbliche contribuisce a chiarire uno degli aspetti più controversi delle partecipazioni locali: la cosiddetta «clausola di rientro» del personale locale, trasferito alle società a seguito di esternalizzazioni di servizi.
In moltissimi casi nei contratti di servizio tra enti locali e società è stata inserita la clausola che ha previsto, appunto, la possibilità per l'ente locale di riassumere nei propri ruoli i dipendenti trasferiti, nel caso di reinternalizzazione dei servizi o, comunque, di cessazione delle attività delle società.
Non poche sezioni regionali della Corte dei conti hanno considerato legittime queste clausole contrattuali, nonostante esse non fossero previste da nessuna fonte normativa.
Resta il dato che, comunque, la presenza di clausole di tale genere, di fonte solo negoziale, lasciano in piedi il rischio che si tratti di esternalizzazioni solo elusive dei vincoli di spesa del personale, di fatto aggirati mediante un'apparente cessazione del rapporto di lavoro tra ente locale e dipendente trasferito alla società, che in realtà nasconde nella sostanza un semplice distacco di personale che garantisce al personale comunale trasferito il successivo rientro nei ruoli comunali, laddove la società o l'ente dovesse successivamente essere soppresso.
Lo schema di decreto legislativo chiarisce, indirettamente, l'illegittimità di tali clausole dei contratti di servizio. Non avendo, infatti, natura di interpretazione autentica, introduce per la prima volta nell'ordinamento la possibilità della reinternalizzazione dei rapporti di lavoro, possibilità negata a fonti di natura contrattuale, dal momento che solo la legge, ai sensi dell'articolo 97 della Costituzione, può regolare il reclutamento dei dipendenti pubblici.
Oltre tutto, lo schema di decreto legislativo non prevede un diritto soggettivo assoluto dei dipendenti delle società a suo tempo trasferiti ad esse dai comuni. Questa possibilità viene introdotta, in considerazione della circostanza che a suo tempo i dipendenti interessati vennero reclutati per concorso.
Tuttavia, le reinternalizzazioni, a riprova dell'assenza di un vero e proprio «diritto di rientro» (oggetto, invece, spesso dei contratti di servizio) potranno avere corso «solo nei limiti delle necessità di ricambio di personale all'interno dell'amministrazione interessata», e a condizione che ciascuna amministrazione «valuti» la possibilità di reinternalizzare i dipendenti a suo tempo trasferiti, rinunciando così a reclutamenti tramite concorsi, ma comunque nel rispetto dei vincoli normativi posti alla spesa di personale ed alla percentuale di turnover (articolo ItaliaOggi del 27.01.2016).

ATTI AMMINISTRATIVILa trasparenza non è più una palla al piede
Addio alla scheda informativa relativa ai procedimenti amministrativi che si sarebbe dovuta produrre automaticamente, in applicazione dell'articolo 23 del dlgs 33/2013.

Lo schema di decreto legislativo di riforma della normativa sulla trasparenza amministrativa modifica in modo radicale ed estesissimo il dlgs 33/2013, nel tentativo di renderlo di più semplice utilizzo, eliminando gli eccessi di burocrazia incautamente introdotti tre anni fa, per effetto dei quali la trasparenza, per quanto migliorata, per le p.a. è sostanzialmente una palla al piede burocratica.
L'articolo 23 del dlgs 33/2013 era una tra le norme più discutibili e le maggiori fonti di lavoro oggettivamente di utilità solo formalistica. La norma attualmente obbliga le pubbliche amministrazioni a pubblicare e aggiornare ogni sei mesi, in distinte partizioni della sezione «amministrazione trasparente», gli elenchi dei provvedimenti adottati dagli organi di indirizzo politico e dai dirigenti, con particolare riferimento ai provvedimenti finali dei procedimenti di autorizzazione o concessione; scelta del contraente per l'affidamento di lavori, forniture e servizi; concorsi e prove selettive per l'assunzione del personale e progressioni di carriera; accordi stipulati dall'amministrazione con soggetti privati o con altre amministrazioni pubbliche. Tutti dati e informazioni già oggetto di altre pubblicazioni, così da creare un'inutile ridondanza, doppioni, e lavoro improduttivo.
La previsione più velleitaria dell'articolo 23 del dlgs 33/2013 è il comma 2, ai sensi del quale «per ciascuno dei provvedimenti compresi negli elenchi di cui al comma 1 sono pubblicati il contenuto, l'oggetto, la eventuale spesa prevista e gli estremi relativi ai principali documenti contenuti nel fascicolo relativo al procedimento. La pubblicazione avviene nella forma di una scheda sintetica, prodotta automaticamente in sede di formazione del documento che contiene l'atto».
Si confermano le duplicazioni delle informazioni già presenti in altre parti dei siti «amministrazione trasparente» e, soprattutto, si pretende il miracolo informatico della produzione automatica della scheda contenente i dati richiesti. Miracolo che, ovviamente, nessun ente è riuscito a produrre, sicché la conseguenza è stata un'immane produzione di data entry fine a se stessa.
Il governo, con lo schema di decreto legislativo, prende atto del fallimento della disposizione in esame e dispone l'abolizione del comma 2 dell'articolo 23.
Ma, anche il comma 1 viene radicalmente modificato. Infatti, non sarà più necessario pubblicare e aggiornare semestralmente gli elenchi dei provvedimenti in materia di autorizzazione e concessione e di concorsi, visto che i dati sono tutti comunque reperibili mediante altri canali.
Per quanto riguarda i dati relativi agli appalti, di fatto basterà il collegamento ipertestuale alle pagine della «sezione amministrazione trasparente» che già contengono i dati richiesti.
Infine, in merito alla fattispecie degli «accordi stipulati dall'amministrazione con soggetti privati o con altre amministrazioni pubbliche», che ha creato moltissima confusione in quanto non risultava chiaro quali fossero tali accordi (convenzioni? appalti? ecc.), lo schema di decreto legislativo precisa che si tratta esclusivamente di quelli previsti dagli articoli 11 e 15 della legge 241/1990.
Si tratta, quindi, o degli accordi integrativi o sostitutivi del provvedimenti amministrativi (articolo 11), oppure delle convenzioni per la gestione di attività comuni tra amministrazioni o tra queste e privati (articolo 15) (articolo ItaliaOggi del 27.01.2016).

APPALTICriteri base per gli appalti verdi. Standard minimi di gara. E bonus dalle stazioni appaltanti. In Gazzetta il decreto con i paletti ambientali. Capacità ecologica degli appaltatori ai raggi X.
Un appalto può essere definito «verde» dalla p.a. se include almeno i criteri di base. Le stazioni appaltanti però sono invitate a utilizzare anche i criteri premiali quando aggiudicano la gara con il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa. Tra i criteri ambientali minimi di base c'è quello della selezione dei candidati. Secondo questo criterio l'appaltatore deve dimostrare la propria capacità di applicare misure di gestione ambientale, conformemente alle normative vigenti.

Queste le novità contenute nel dm 24.12.2015 del ministero dell'ambiente (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 21.01.2015 n. 16) con il quale vengono adottati i criteri ambientali minimi (Cam) per l'affidamento di servizi di progettazione e lavori per la nuova costruzione, ristrutturazione e manutenzione di edifici e per la gestione dei cantieri della pubblica amministrazione.
Vengono forniti i criteri minimi sia per gruppi di edifici che per singoli edifici. Tra le specifiche tecniche dei gruppi di edifici è da segnalare l'inserimento naturalistico paesaggistico, la sistemazione delle aree verde e il mantenimento della permeabilità dei suoli. Tra le specifiche tecniche del singolo edificio è stata inserita la prestazione energetica (nei nuovi progetti l'indice di prestazione energetica globale deve essere uguale ad A2), l'approvvigionamento energetico, il risparmio idrico, l'illuminazione naturale ecc..
Inoltre vengono illustrate le specifiche tecniche dei componenti edilizi come calcestruzzi, laterizi, prodotti in legno ecc., di cui vengono per esempio specificate la quantità che bisogna riciclare. Nelle specifiche tecniche del cantiere vengono esplicitati i criteri da seguire nelle demolizioni, per i materiali usati in cantiere, per gli scavi ecc..
Infine vengono definiti i criteri minimi premiali come il miglioramento prestazionale del progetto, l'uso di materiali rinnovabili, la distanza di approvvigionamento dei prodotti da costruzione e il miglioramento delle prestazioni ambientali dell'edificio (articolo ItaliaOggi del 27.01.2016).

AMBIENTE-ECOLOGIAScarti, 30 kg in proprio.
Dal 02.02.2016 le imprese agricole di cui all'articolo 2135 del codice civile, nonché i barbieri e parrucchieri, gli istituti di bellezza e tatuaggio e piercing, che producono rifiuti pericolosi, compresi quelli aventi codice Cer 18.01.03, relativi ad aghi, siringhe e oggetti taglienti usati, possono trasportarli, in conto proprio, per una quantità massima fino a 30 kg al giorno, a un impianto che effettua operazioni autorizzate di smaltimento.

Lo prevede l'art. 69 della legge n. 221/2015 (cosiddetto collegato ambiente) che entrerà in vigore il 02.02.2016.
L'obbligo di registrazione nel registro di carico e scarico dei rifiuti e l'obbligo di comunicazione al catasto dei rifiuti tramite Mud, si intendono assolti attraverso la compilazione e conservazione, in ordine cronologico, dei formulari di trasporto (articolo ItaliaOggi del 27.01.2016).

EDILIZIA PRIVATA - LAVORI PUBBLICI: Dal 22/1 ecovalutazioni Via e Vas più trasparenti.
Dal 22.01.2016 sono scattati nuovi indirizzi metodologici dei provvedimenti di valutazione d'impatto ambientale. Con una maggiore chiarezza ed esaustività delle prescrizioni contenute nei provvedimenti di valutazione ambientale di competenza statale anche al fine di superare le principali criticità riscontrate nella fase di attuazione del proponente e nella fase di verifica dell'ottemperanza delle prescrizioni da parte dell'ente di controllo.

Queste le novità contenute nel decreto del ministero dell'ambiente del 24.12.2015 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 16 del 21 gennaio) sugli indirizzi metodologici per la predisposizione dei quadri prescrittivi nei provvedimenti di valutazione ambientale di competenza statale.
Vista la particolare rilevanza e complessità degli argomenti oggetto dei provvedimenti di valutazione ambientale gli «indirizzi» sono finalizzati a uniformare i contenuti dei quadri prescrittivi nell'ambito dei pareri espressi. Tanto che sono strumenti a disposizione della commissione tecnica per la verifica dell'impatto ambientale Via e Vas, della direzione generale per le autorizzazioni e le valutazioni ambientali del ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, della direzione generale belle arti e paesaggio e della direzione generale archeologia del ministero per i beni e le attività culturali e del turismo un atto di indirizzo. Allo stesso tempo gli «indirizzi» forniscono ai soggetti proponenti l'opera o l'intervento un quadro di riferimento certo ed esplicito per l'attuazione delle prescrizioni dei provvedimenti di valutazione dell'impatto ambientale.
I nuovi indirizzi, in caso di procedura coordinata Via (valutazione impatto ambientale) e Aia (autorizzazione integrata ambientale) servono per coordinare i quadri prescrittivi anche al fine di evitare sovrapposizioni, duplicazioni o incoerenze tra le prescrizioni relative alla valutazione dell'impatto ambientale e quelle relative all'autorizzazione integrata ambientale (articolo ItaliaOggi del 27.01.2016).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Aree agricole contaminate, la regione aiuta la bonifica.
In arrivo le regole dopo ben dieci anni per la bonifica dei siti inquinati delle aree agricole. Gli eventuali vincoli e/o restrizioni all'utilizzo del suolo individuati all'esito della valutazione di rischio devono essere riportati nel certificato di destinazione urbanistica. La regione, sulla base di apposito programma che individua le priorità di intervento e le risorse disponibili, può finanziare, in tutto o in parte, le attività di bonifica, fatta salva la ripetizione delle somme impiegate e relativi interessi nei confronti del responsabile della contaminazione. I criteri di priorità definiti dalla regione sono resi pubblici sui siti internet istituzionali.

Questo è quanto si legge nella bozza del provvedimento del ministero dell'ambiente (emanata di concerto con ministero salute e politiche agricole) che attua l'art. 241 del dlgs n. 252/2006 in merito alla bonifica dei siti contaminati delle aree agricole.
Dopo un'attesa di dieci anni la conferenza unificata del 17.12.2015 ha dato il via al dlgs recante «regolamento relativo agli interventi di bonifica, ripristino ambientale e di messa in sicurezza, d'emergenza, operativa e permanente, delle aree destinate alla produzione agricola e all'allevamento» ai sensi dell'art. 241 del decreto legislativo 03.04.2006 n. 152.
«Se all'esito della valutazione del rischio le concentrazioni (di contaminazione) riscontrate nel suolo sono compatibili con l'ordinamento colturale effettivo e potenziale o con il tipo di allevamento su di esso praticato, è presentata alla regione e, nel caso di aree ricadenti nel perimetro dei siti di interesse nazionale, al ministero dell'ambiente un'istanza di conclusione del procedimento, corredata della documentazione tecnica inerenti la valutazione di rischio. Entro i 60 giorni successivi alla presentazione dell'istanza, l'amministrazione competente può richiedere l'effettuazione di ulteriori controlli oppure dichiarare concluso il procedimento
» (articolo ItaliaOggi del 27.01.2016).

EDILIZIA PRIVATASilenzio-assenso anche per i nullaosta ambientali.
Basta meline in conferenza di servizi. Le riunioni tra amministrazioni per l’autorizzazione di opere e interventi sul territorio dovranno svolgersi in tempi certi, privilegiando lo scambio di documenti via mail e senza più poteri di veto, magari azionabili semplicemente ritardando all’infinito il rilascio di un parere indispensabile a un progetto. Incluse le valutazioni di impatto ambientale, che ora ricadono nel perimetro del silenzio-assenso.

La nascita di una conferenza di servizi semplificata, senza riunioni fisiche, da concludere entro 60 giorni per gli interventi minori; l’introduzione del silenzio-assenso per le opere sottoposte a Via e per i nullaosta paesaggistici, insieme all’inversione dell’onere di ricorso al Consiglio dei ministri, in caso di dissenso da parte di un ente di tutela sono le misure più innovative contenute nel decreto destinato a rivoluzionare l’assetto delle conferenze dei servizi, all’interno del pacchetto dei provvedimenti di riforma della Pa.
Introdotte dalla legge 241/1990 con l’obiettivo di evitare paralisi burocratiche, le conferenze di servizi si sono invece rivelate nel tempo la sede principe per bloccare i piccoli e grandi progetti invisi a questa o a quella amministrazione, attraverso gli escamotage più vari: assenze, veti, ritardi, assunzione di provvedimenti in autotutela capaci di annullare le decisioni già assunte. Negli ultimi 25 anni si sono succeduti infiniti tentativi di cambiare le cose accelerando le decisioni, ora si punta alla stretta finale.
Per raccogliere i pareri e assumere le decisioni sugli interventi minori andrà in scena una conferenza di servizi semplificata. Da svolgere in modalità «asincrona». Cioè senza la presenza fisica dei rappresentanti delle amministrazioni coinvolte attorno a un tavolo. Ma con scambio di documenti via mail.
La conferenza deve essere indetta entro cinque giorni dalla ricezione della domanda e deve concludersi in tempi certi. E stretti. Ai partecipanti vengono assegnati 60 giorni (termine perentorio) per fornire il proprio parere. Il termine sale a 90 giorni per gli enti di tutela ambientale, paesaggistica o culturale. La mancata pronuncia entro questa scadenza viene considerata alla stregua di un assenso incondizionato. Poi ci sono cinque giorni per chiudere, con una decisione, positiva o negativa, basata sulle «posizioni prevalenti». Se non ci sono vincoli fanno in tutto 70 giorni, invece dei 105 precedenti, senza contare i 30 giorni iniziali prima di indire la conferenza, che ora non ci sono più.
Per progetti più complessi , o in caso di di flop della conferenza semplificata, scatta la conferenza «simultanea», in cui però la presenza contemporanea dei vari rappresentanti alle riunioni può essere assicurata anche per via telematica. Anche qui la conclusione del procedimento deve avvenire entro 60 giorni dalla prima riunione.
Ciascun ente potrà farsi rappresentare da un unico soggetto. Soprattutto, però, cambierà il modo in cui lo Stato partecipa alla conferenza. Le amministrazioni non potranno partecipare in modo autonomo ma avranno un rappresentante unico. In caso di disaccordo, le altre amministrazioni potranno formalizzare il loro parere negativo ma non potranno incidere sulla volontà del rappresentante unico, salvo richiedere un intervento in autotutela.
Forte semplificazione anche per i progetti da sottoporre a Via. In questi casi si procede con una sola conferenza di servizi da svolgere però sempre in forma simultanea. E non con due procedimenti paralleli come accaduto finora. Ma la maggiore novità è che anche per le opere sottoposte a Via d’ora in avanti si applicheranno le condizioni previste dalla nuova conferenza di servizi. Inclusa la presunzione di silenzio-assenso nel caso in cui il rappresentante del ministero dell’ Ambiente non abbia partecipato alla riunione e non abbia espresso posizione o non abbia motivato il dissenso. Resta ferma la disciplina per le opere sottoposte a Via statale e per le opere strategiche della legge obiettivo
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Moduli e sportelli unificati per segnalazioni più facili.
Si devono attendere ancora uno o più decreti legislativi per conoscere esattamente le attività economiche soggette ad una di queste tre procedure(o regimi amministrativi): Scia, autorizzazione espressa, silenzio-assenso (ovvero autorizzazione con possibilità di silenzio-assenso).
Sono tutte attività definite regolamentate perché il loro avvio è subordinato al possesso di requisiti personali dell’imprenditore e/o di requisiti per l’accesso al mercato dell’impresa.
Attività libere
Questa operazione di classificazione produrrà indirettamente un importantissimo risultato: tutte le attività non comprese si intendono libere e per il loro avvio basterà una comunicazione. Ci sarà da definire il destinatario di dove è ubicata la sede e l’azienda?
La bozza di decreto legislativo di attuazione dell’articolo 5 della legge 124/2015 si limita per ora a fornire maggiori certezze circa gli adempimenti a carico di chi avvia un’attività soggetta a Scia.
Alcune delle novità introducono, anche in modo indiretto, integrazioni e correzioni alle disposizioni sulla Scia contenute negli articoli 19 e 21 della legge 241/1990 da ultimo modificata con l’articolo 6 della stessa legge 124/2015.
Certo, dopo ben sette modifiche in cinque anni dei due articoli chi professionalmente si occupa di Scia si sta chiedendo se questo sarà l’ultimo ritocco almeno per qualche anno.
Bando a documenti superflui
Il primo obiettivo del decreto è quello di mettere a disposizione del cittadino tutte le informazioni necessarie ed eliminare i documenti superflui.
Sui siti delle Pa destinatarie della Scia dovranno essere pubblicati i moduli unificati relativi alle attività economiche, come già attuato per la richiesta dei titoli edilizi, e come previsto dall’Agenda della semplificazione (articolo 24 legge 114/2014).
Poiché solo una parte del contenuto dei moduli può essere unificato a livello nazionale causa diversità normative nelle Regioni e nei Comuni, viene imposto alle Pa di inserire nel sito, per ciascuna categoria di attività:
- situazioni, qualità personali e fatti che devono essere autocertificati da chi compila la Scia;
- le attestazioni di competenza dei tecnici abilitati;
- le dichiarazioni di conformità sul possesso dei requisiti rilasciate a chi si rivolge alle Agenzie per le imprese, strutture private autorizzate dal Ministero dello Sviluppo Economico ma oggi presenti in poche province.
Per evitare ingiustificate richieste di dati e documenti da parte degli enti questi devono specificare per ciascuno le norme che li prevedono.
Nuovo sportello
Ogni Pa deve indicare il proprio “sportello di interlocuzione unica” dove saranno trattati anche i procedimenti “connessi” che competono ad enti diversi da quello dove è ubicato lo sportello. L’interrogativo è immediato: quale relazione vi è tra questo sportello (Siu?) e il Suap?
Viene inoltre regolamentato il caso in cui per avviare una attività occorre più di una Scia: può essere presentata una unica Scia che comprende tutte le documentazioni ma ogni Pa controllerà i documenti di competenza.
L’attività può essere iniziata dalla data di presentazione della Scia unica. Se al controllo risulta carente dei requisiti l’ente che ha ricevuto la Scia, se ritiene possibile regolarizzarla, prescrive le misure al segnalante, ma sospende l’attività solo se le dichiarazioni sono false o l’attività incide su interessi sensibili come ambiente e beni culturali. Con un’agevolazione rispetto alle più rigide regole in vigore
(articolo Il Sole 24 Ore del 26.01.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA - SICUREZZA LAVORO - VARINorme retroattive. Depenalizzazione per il passato. Decreto pubblicato in G.U. In vigore dal 6 febbraio.
Sanzione amministrativa retroattiva: si applica anche ai reati depenalizzati dal decreto legislativo approvato dal governo il 15.01.2016 e non ancora giudicati.

La norma transitoria del decreto legislativo di depenalizzazione (dlgs 15.01.2016, n. 8, pubblicato in G.U. n. 17 del 22.01.2016 insieme con il dlgs 15.01.2016, n. 7 in materia di abrogazione di reati) prevede, infatti, l'applicabilità delle sanzioni amministrative alle violazioni anteriormente commesse. E se il fatto è stato punito con sentenza penale, questa viene revocata e ne cessano gli effetti.
Per i procedimenti pendenti, quindi, si assisterà a un passaggio di fascicoli dalle procure e dai tribunali alle autorità amministrative competenti a irrogare la sanzione.
Ma vediamo il dettaglio dell'operazione.
Si prenda un reato depenalizzato commesso anteriormente alla (futura) data di entrata in vigore del decreto in commento (per esempio, una guida senza patente o un omesso versamento di ritenute da parte del datore di lavoro o un'omessa verifica della clientela ai fini antiriciclaggio).
Ci si chiede che sorte abbia questo reato.
Può capitare che non sia pendente nessun procedimento penale oppure che lo stesso sia pendente oppure che sempre il medesimo procedimento penale sia già stato definito con una sentenza irrevocabile.
Prima ipotesi: nessun procedimento pendente. In questo caso il fatto verrà accertato e sanzionato dall'autorità amministrativa con l'applicazione della sanzione amministrativa. La norma transitoria del decreto legislativo, infatti, prevede che le disposizioni che sostituiscono sanzioni penali con sanzioni amministrative si applichino anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto stesso. Lo stesso vale l'altro decreto legislativo di trasformazione di reati in illeciti civili (per esempio, l'ingiuria) approvato dal governo insieme al decreto in commento.
Attenzione, senza la norma transitoria sarebbe stato un completo colpo di spugna. Senza la norma transitoria a un reato depenalizzato non si potrebbe più applicare la sanzione penale (abolita) e non si potrebbe applicare retroattivamente la sanzione amministrativa.
Va notato che la legge delega 67/2014 non indicava espressamente la previsione di una norma transitoria. Il governo l'ha inserita per evitare vuoti di tutela oltre che una vistosa disparità di trattamento tra chi ha commesso il fatto durante la vigenza della norma penale (e destinato, senza nessuna norma transitoria, a non avere nessuna sanzione) e chi ha commesso il fatto dopo la depenalizzazione (e destinatario di una sanzione amministrativa).
Seconda ipotesi: procedimento pendente già definito, prima dell'entrata in vigore della depenalizzazione, con sentenza di condanna o decreto irrevocabili. In questo caso, il giudice dell'esecuzione revoca la sentenza o il decreto, dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato e adotta i provvedimenti conseguenti. Cioè il giudice dell'esecuzione revoca la condanna e vengono meno gli effetti penali della stessa. La condanna per un reato depenalizzato, quindi, non conta più, per esempio, per una eventuale recidiva, per la sospensione condizionale, per la concessione di benefici di legge, non è causa ostativa per eventuali concorsi pubblici, autorizzazioni o licenze ecc..
Terza ipotesi: procedimento pendente presso l'autorità giudiziaria e non ancora definito. In questo caso i fascicoli dovranno essere trasmessi (dalle procure o dai tribunali, a seconda dello stato del procedimenti) all'autorità amministrativa competente entro 90 giorni. A meno che non sia già decorso il termine di prescrizione del reato. A quel punto l'autorità amministrativa (prefettura, comune, ministeri a seconda della singola normativa) inizia il procedimento per applicare la sanzione pecuniaria amministrativa.
C'è, infine, una norma di chiusura sulla quantificazione della sanzione.
Ai fatti commessi prima della data di entrata in vigore del decreto legislativo (06.02.2016) non può essere applicata una sanzione amministrativa pecuniaria per un importo superiore al massimo della pena originariamente inflitta per il reato. Si prenda la guida senza patente, che verrà punita con la sanzione amministrativa fino a 30 mila euro, ma per i fatti anteriori non si potrà andare oltre i 9.032 euro (attuale articolo 116, comma 15, codice della strada). Inoltre ai fatti anteriori non si applicano le sanzioni amministrative accessorie introdotte dal presente decreto, salvo che le stesse sostituiscano corrispondenti pene accessorie  (articolo ItaliaOggi del 26.01.2016).

CONSIGLIERI COMUNALI - PUBBLICO IMPIEGOAmministratori, conti di vetro. Sanzionato chi non rende pubblici i propri patrimoni. RIFORMA MADIA/ Lo prevede lo schema di decreto sulla trasparenza nella p.a..
Sanzionati gli amministratori locali che non rendono pubblica la propria situazione patrimoniale. Pubblicazione degli atti semplificata nei piccoli comuni e negli organi e collegi professionali. Chiunque avrà diritto di accedere ai dati detenuti dalla p.a. anche ulteriori rispetto a quelli da essa pubblicati.

Sono tra le novità dello schema di decreto legislativo attuativo della legge 124/2015 dedicato alla modifica della normativa anticorruzione specificamente riguardante la trasparenza (dlgs 33/2013), approvato il 20 gennaio scorso dal consiglio dei ministri, che corregge alcuni dei difetti più evidenti della normativa vigente.
Accesso. In particolare, si amplia il diritto di accesso a dati e documenti, secondo modalità più realmente aderenti al freedom of information act: l'accesso civico, non legato a un interesse collegato direttamente ai dati e ai documenti, non riguarderà più solo i dati oggetto di pubblicazione nella sezione «amministrazione trasparente» dei portali delle varie amministrazioni pubbliche.
Chiunque, infatti, avrà diritto di accedere ai dati detenuti dalla p.a. anche ulteriori rispetto a quelli oggetto di pubblicazione, purché si rispettino i limiti relativi alla tutela di interessi pubblici e privati giuridicamente rilevanti e la disciplina della privacy.
Il diritto di accesso così ampliato non incontrerà alcuna limitazione quanto alla legittimazione soggettiva del richiedente e le domande non dovranno essere motivate e trasmesse d'ufficio alla struttura competente. Qualora l'accesso si riferisca a dati pubblicati su «amministrazione trasparente» l'istanza può essere altresì presentata al responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza.
Le p.a. dovranno rispondere non oltre 30 giorni dalla presentazione dell'istanza, trasmettendo al richiedente i dati richiesti, ovvero, nel caso in cui l'istanza abbia a oggetto dati di pubblicazione obbligatoria, pubblicando sul sito il dato. Decorsi inutilmente 30 giorni dalla richiesta, questa si intende respinta. L'Autorità nazionale anticorruzione, sentito il garante per la protezione dei dati personali nel caso in cui siano coinvolti dati personali, con propria delibera adottata, previa consultazione pubblica, in conformità con i principi di proporzionalità e di semplificazione, può identificare i dati, le informazioni e i documenti oggetto di pubblicazione obbligatoria ai sensi della disciplina vigente per i quali la pubblicazione in forma integrale è sostituita con quella di informazioni riassuntive, elaborate per aggregazione.
Meno adempimenti. Uno dei problemi maggiormente rilevanti posti dal dlgs 33/2013, in particolare alle amministrazioni di più ridotte dimensioni, consiste nell'eccesso di adempimenti di pubblicazione dei dati.
Il caricamento e l'aggiornamento della sezione «amministrazione trasparente» richiede davvero troppo tempo ed energie sottratte allo svolgimento delle concrete attività.
Il governo ha preso atto di questo e prevede una serie di correttivi, avvalendosi dell'apporto dell'Anac. Questa, attraverso il Piano nazionale anticorruzione potrà introdurre modalità semplificate per i comuni con popolazione inferiore a 15.000 abitanti e per gli organi e collegi professionali.
Non solo: si rivoluziona il contenuto dell'articolo 9 del dlgs 33/2013 in modo che alle varie p.a. sia risparmiato l'onere di duplicare l'imputazione dei dati. Laddove, infatti, esistano già banche dati pubbliche centralizzate (come, per esempio, PerlaPA per il personale) alle quali gli enti debbano versare dati coerenti con quelli imposti dal dlgs 33/2013, basterà che le amministrazioni titolari di queste banche dati li rendano pubblici perché vi sia l'adempimento.
Il dlgs attuativo spazza via anche la velleitaria disposizione contenuta nell'articolo 23 del dlgs 33/2013, che imponeva di duplicare i contenuti dei provvedimenti amministrativi.
Dirigenti. La riforma amplia l'obbligo in capo ai dirigenti pubblici di comunicare gli emolumenti complessivi percepiti a carico della finanza pubblica, anche per verificare il rispetto del tetto massimo dei 240 mila euro annui: la p.a. di appartenenza pubblica sul proprio sito istituzionale l'ammontare complessivo dei suddetti emolumenti per ciascun dirigente.
Sanzioni per gli amministratori. Si modifica il comma 3 dell'articolo 47, che sanziona gli amministratori locali intenzionati a non rendere pubblica la propria situazione patrimoniale. La riforma attribuisce all'Anac la competenza a irrogare le sanzioni.
Dirigenti apicali. Lo schema di decreto legislativo anticipa la sostituzione dei segretari comunali con i dirigenti apicali, che vengono espressamente menzionati nel nuovo testo dell'articolo 1, comma 7, della legge 190/2012, anch'essa oggetto di alcune modifiche, tendenti ad ampliare i poteri dell'Anac e la responsabilità dei dirigenti e dei singoli dipendenti nell'attuazione della disciplina anticorruzione (articolo ItaliaOggi del 26.01.2016).

PUBBLICO IMPIEGO - SEGRETARI COMUNALI: Anticorruzione in mano al dirigente apicale.
Anticorruzione in mano al «dirigente apicale» negli enti locali. Lo schema di decreto legislativo attuativo della riforma Madia in tema di trasparenza e anticorruzione anticipa i tempi dell'abolizione della figura del segretario comunale e si porta avanti col lavoro.
Si prevede, infatti, la modifica del testo dell'articolo 1, comma 7, della legge 190/2014 il cui contenuto novellato sarà il seguente: «L'organo di indirizzo individua, di norma tra i dirigenti in servizio, il Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza, disponendo le eventuali modifiche organizzative necessarie per assicurare funzioni e poteri idonei per lo svolgimento dell'incarico con piena autonomia ed effettività. Negli enti locali, il responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza è individuato, di norma, nel segretario o nel dirigente apicale, salva diversa e motivata determinazione».
Le novità del testo sono due.
In primo luogo, si riunisce in un'unica norma la regolazione della nomina sia del responsabile della corruzione, sia di quello della trasparenza, specificando che tale responsabilità coincide con un incarico unico. Lo schema di decreto legislativo, allo scopo di non lasciare l'incarico anticorruzione una semplice onorificenza, di fatto impone alle amministrazioni di creare strutture amministrative al servizio del responsabile per rendere effettive le sue competenze.
Resta il problema dell'autonomia: pur enunciata dalla legge, è evidente che la provenienza dell'incarico dall'organo di indirizzo politico inficia di molto i margini di autonomia del responsabile.
La seconda novità riguarda gli enti locali: il testo ancora una volta dispone che ex lege (non occorre alcun provvedimento formale) il responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza è il segretario, ma fa emergere la new entri del «dirigente apicale»: cioè quella figura che dovrebbe sostituire i segretari comunali.
La particolarità consiste nel fatto che la riforma dell'anticorruzione e trasparenza dovrebbe vedere la luce definitiva entro maggio-giugno, quando ancora non dovrebbe nemmeno essere partito l'iter per l'approvazione del dlgs attuativo della legge 124/2015 relativo alla riforma della dirigenza, ove si prevede la sostituzione dei segretari comunali con il dirigente apicale.
Insomma, il governo, tanto per essere chiaro sulla sorte dei segretari, intende accelerare i tempi e dare da subito ingresso al dirigente apicale, anche nelle more del completamento della riforma della dirigenza (articolo ItaliaOggi del 26.01.2016).

EDILIZIA PRIVATALombardia, altri canoni di efficienza. Per l'ape.
Aggiornate le norme per l'efficienza energetica degli edifici della regione Lombardia e il rilascio dell'Ape. Tra le più importanti novità vi è l'esclusione dall'obbligo di allegazione dell'Ape per i provvedimenti giudiziali relativi trasferimenti immobiliari conseguenti a procedure esecutive o concorsuali. Inoltre costituisce un inadempimento del certificatore l'assenza dell'indicazione degli interventi migliorativi nell'apposita sezione dell'Ape.

È con il decreto regionale Lombardia n. 224/2016 che viene chiarita la corretta applicazione, del decreto del 30/07/2015 n. 6480 in alcuni ambiti, per l'efficienza energetica degli edifici e per il relativo Ape.
L'indicazione degli interventi migliorativi può essere omessa solo qualora il certificatore dichiarerà, in caso di edifici di classe A3 e A4, che ulteriori interventi migliorativi non sarebbero convenienti in termini di costi/benefici. Il libretto d'impianto dovrà essere unito all'Ape destinato all'acquirente dell'edificio e non necessariamente allegato all'atto di compravendita.
La dichiarazione di conformità del certificatore che, con la nuova veste funge anche da dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà con cui il professionista dichiara che la copia cartacea è conforme al file depositato nel catasto energetico edifici regionale. Il decreto specifica più dettagliatamente i requisiti degli impianti di illuminazione, i requisiti di trasmissione termica dei serramenti e dell'involucro opaco con isolamento in intercapedine o dall'interno, in caso di riqualificazione energetica.
Inoltre contiene le disposizioni normative relative alla sostituzione del generatore di calore, all'installazione di pompe di calore di potenza inferiore a 15 kW e di impianti alimentati a biomassa e all'obbligo di integrazione delle fonti energetiche rinnovabili. Il decreto contiene anche le disposizioni a cui attenersi nel caso di ampliamento volumetrico (articolo ItaliaOggi del 26.01.2016).

EDILIZIA PRIVATA: Vecchi immobili ancora senza garanzie antirumore. Nessun obbligo di certificazione dei decibel. Acustica. Regole e parametri ad hoc soltanto in sette Regioni.
A distanza di oltre vent’anni dalla legge sull’inquinamento acustico, il quadro normativo antirumore è ancora incompleto. Ma non mancano Regioni e persino singoli Comuni, che in assenza di regole nazionali, hanno varato leggi che rendono di fatto obbligatoria la certificazione acustica dell’edificio in caso di compravendita o di locazione.
La legge 447/1995, con l’articolo 3, comma 1, lettera a), ha previsto la determinazione dei requisiti acustici passivi degli edifici attraverso un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, poi approvato nel 1997. La stessa legge prevedeva anche un secondo decreto che avrebbe fornito l’indicazione dei criteri per la progettazione, l’esecuzione e la ristrutturazione delle costruzioni edilizie ai fini della tutela dall’inquinamento acustico. Questo secondo provvedimento non è stato mai promulgato (e difficilmente lo sarà) per evidenti limiti tecnici operativi a formulare queste prescrizioni in modo standard.
Ciò nonostante il Dpcm 05.12.1997 è considerato, e numerose sentenze lo confermano, pienamente cogente e a livello regionale non vi sono indicazioni di tipo costruttivo.
Finora c’è solo un tentativo del Comune di Bologna, che nel suo regolamento edilizio in vigore dal 2008, propone alcune soluzioni di stratigrafie standard che dovrebbero garantire il rispetto dei limiti (ma il condizionale è d’obbligo poiché la tecnica di calcolo, in realtà, è molto complessa e cambia da caso a caso per cui è difficile fornire indicazioni standard).
I valori limite
Nel decreto sono contenuti limiti differenziati per tipologia di costruzione: dalle residenze all’albergo, dalla scuola all’ospedale, dall’ufficio al negozio. Fanno eccezione gli edifici a destinazione esclusivamente produttiva (ma se in un capannone produttivo vi è anche solo un ufficio, quel vano è soggetto ai limiti di legge).
I valori contenuti nel Dpcm sono da applicarsi sia sugli edifici con autorizzazione concessa a partire dalla entrata in vigore del decreto (nel febbraio 1998) che sugli edifici oggetto di ristrutturazione, come ben specificato dal Consiglio superiore dei lavori pubblici durante l’adunanza del 26.06.2014.
Il Consiglio ha ribadito che le disposizioni del Dpcm «devono essere applicate anche in caso di ristrutturazioni di edifici esistenti che prevedano il rifacimento anche parziale di impianti tecnologici e/o di partizioni orizzontali o verticali (solai, coperture, pareti divisorie, ecc.) e/o delle chiusure esterne dell’edificio (esclusa la sola tinteggiatura delle facciate), oppure la suddivisione di unità immobiliari interne all’edificio».
Anche il ministero dell’Ambiente si è espresso in questo senso (circolare prot. n. 3632/Siar/98 del 01.09.1998).
Le norme regionali
Anche a livello regionale sette Regioni si sono espresse: Calabria, Marche, Sardegna, Lombardia, Umbria, Friuli Venezia Giulia e Puglia. In Sardegna, Lombardia e Friuli si precisa che il progetto deve essere redatto da un «tecnico in acustica» ai sensi della legge 447/1995; in Sardegna e Lombardia, oltre a Umbria e Puglia, si specifica che il decreto del 1997 si applica anche alle ristrutturazioni (questa è una precisazione ridondante).
Solo in Calabria e nelle Marche, oltre a quanto specificato in tutte le altre Regioni, si prevede anche l’obbligatorietà del certificato acustico che attesti i valori di isolamento in opera (come prevede il Dpcm 05.12.1997) da allegare all’atto di acquisto o al contratto di locazione.
In più, la certificazione acustica ottenuta mediante collaudo in opera deve essere ripetuta ogni 10 anni in caso di locazione o di rivendita
(articolo Il Sole 24 Ore del 25.01.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTI: Appalti, diventano obbligatori i «criteri ambientali minimi». Gare. Le novità operative con l’entrata in vigore della legge 221/2015.
Le regole per la gestione degli appalti nel rispetto dell’ambiente diventano vincolanti per le amministrazioni aggiudicatrici, che devono applicare misure specifiche nella definizione dei capitolati, dei requisiti di partecipazione e dei criteri di valutazione delle offerte.
La legge 221/2015 codifica le disposizioni che danno attuazione ai principi del green public procurement, dopo una lunga fase di sperimentazione avviata con la legge 296/2006 e con i decreti attuativi dei criteri ambientali minimi (Cam), rafforzata dal 2011 dall’entrata in vigore dell’articolo 281 del Dpr 207/2010 che ha reso obbligatoria per le stazioni appaltanti l’analisi dell’impatto ambientale degli appalti e la loro gestione tenendo conto di soluzioni per la riduzione di emissioni e rifiuti.
Le nuove norme sono anzitutto (articolo 16) finalizzate a sostenere il miglioramento qualitativo dell’organizzazione degli operatori economici in chiave ambientale, premiando il possesso della certificazione Emas con la riduzione del 30% della cauzione provvisoria (con un’integrazione delle norme esistenti nell’articolo 75 del Codice dei contratti che già prevedevano la riduzione del 50% per il possesso della certificazione di qualità).
La legge 221/2015 amplia il quadro degli elementi che possono essere utilizzati nella valutazione delle offerte analizzate con il metodo dell’offerta economicamente più vantaggiosa, stabilito dall’articolo 83 del Codice, permettendo alle stazioni appaltanti di utilizzare, quali possibili criteri per la parte tecnico-qualitativa delle proposte:
a) il possesso di un marchio di qualità ecologica (Ecolabel) su almeno il 30% dei servizi o beni oggetto della fornitura;
b) soluzioni organizzative o metodologiche che consentano un uso più efficace delle risorse o lo sviluppo di dinamiche economiche che promuovano ambiente e occupazione, mediante riduzione di emissioni inquinanti o contenimento di uso delle risorse energetiche;
c) soluzioni che definiscano la compensazione delle emissioni di gas serra.
Le amministrazioni devono specificare nel bando i dati che devono essere fornite dagli operatori economici per dimostrare le loro capacità rispetto ai nuovi criteri, rapportandoli al ciclo di vita dei servizi, delle forniture o dei lavori.
Ulteriore novità è l’obbligatorio utilizzo dei criteri ambientali minimi, definiti dal ministero dell’Ambiente: questi elementi devono essere utilizzati nella definizione almeno delle specifiche tecniche e prestazionali esplicitate nel capitolato speciale, potendo l’amministrazione utilizzarli anche per i requisiti di partecipazione (con riferimento specifico alla capacità tecnico-professionale) e per i criteri di valutazione delle offerte per tutti gli appalti che abbiano ad oggetto elementi disciplinati dagli stessi Cam. L’obbligo è riferito all’intero dimensionamento dell’appalto per gli appalti di fornitura di lampade e a led, di apparecchiature elettroniche per l’ufficio e di servizi energetici per gli edifici.
L’obbligo è riferito invece ad almeno il 50% del dimensionamento per gli appalti aventi ad oggetto i servizi di pulizia, di ristorazione collettiva, di gestione del verde pubblico e di gestione dei rifiuti urbani, oltre alle forniture di toner, di carta da fotocopie, di prodotti tessili e di arredi per l’ufficio
(articolo Il Sole 24 Ore del 25.01.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Trasparenza. Accesso civico, l’interessato può opporsi in 10 giorni.
L’accesso civico diventa strumento di conoscenza estesa per i cittadini, ma le amministrazioni devono pubblicare con modalità di maggior dettaglio molte informazioni e documenti.

Lo schema di decreto legislativo sulla trasparenza e sull’anticorruzione amplia la portata dell’attuale quadro normativo, fornendo tuttavia alcune specificazioni sull’ambito di applicazione soggettiva del Dlgs 33/2013, esplicitando tra i soggetti pubblici tenuti gli ordini e i collegi professionali, le fondazioni e le associazioni partecipate che abbiano le caratteristiche di organismi di diritto pubblico, ma sottraendo le società quotate partecipate dalle Pa.
Lo schema di decreto delinea in capo all’Autorità nazionale anticorruzione un significativo potere di semplificazione in ordine agli obblighi di pubblicazione per gli enti locali di minori dimensioni o, comunque, per amministrazioni pubbliche con assetto organizzativo limitato.
Le nuove norme introducono una gestione rivoluzionaria dell’accesso ai documenti e alle informazioni da parte dei cittadini, con la riformulazione dell’articolo 5 del Dlgs 33/2013, stabilendo che allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche e di promuovere la partecipazione al dibattito pubblico, chiunque ha diritto di accedere ai dati detenuti dalle pubbliche amministrazioni, ulteriori rispetto a quelli oggetto di pubblicazione in base al decreto, nel rispetto dei limiti relativi alla tutela di interessi pubblici e privati giuridicamente rilevanti.
L’esercizio del nuovo accesso civico non è sottoposto ad alcuna limitazione quanto alla legittimazione soggettiva del richiedente, il quale deve presentare un’istanza che identifica chiaramente i dati richiesti, ma che non richiede motivazione.
L’amministrazione cui è indirizzata la richiesta di accesso, se individua soggetti controinteressati, è tenuta a dar loro comunicazione e questi possono presentare motivata opposizione entro 10 giorni.
L’amministrazione deve trasmettere tempestivamente i dati richiesti o pubblicare il documento per il quale è previsto un obbligo dal Dlgs 33/2013, ma se non lo fa entro 30 giorni dalla richiesta, questa si intende respinta. In caso di diniego esplicito o per silenzio, il richiedente può presentare ricorso al Tar. L’accesso civico è tuttavia negato quando la conoscenza dei dati possa recare un pregiudizio a rilevanti interessi nazionali (sicurezza pubblica, difesa, eccetera) oppure possa incidere sulla tutela di uno di particolari interessi privati, tra i quali spiccano la protezione dei dati personali, la libertà e la segretezza della corrispondenza, oltre agli interessi economici e commerciali di una persona fisica o giuridica.
L’accesso civico è contemperato da una serie di limiti, che le nuove norme esplicitano riformulando l’articolo 7 del Dlgs 33/2013, mentre permane la disciplina del diritto di accesso ai documenti stabilita dalla legge 241/1990, delineandosi una distinzione particolare.
Lo schema di decreto apporta molte modifiche agli obblighi specifici di pubblicazione di dati e documenti (recependo anche quelli recentemente introdotti dalla legge di stabilità 2016 per gli incarichi nelle partecipate), ma interviene anche sulla legge 190/2012.
Le nuove disposizioni ridelineano il processo formativo del piano nazionale anticorruzione e stabiliscono per gli enti locali di minori dimensioni la possibilità di predisporre il proprio in forma aggregata. In questo quadro il ruolo del responsabile della prevenzione della corruzione è rafforzato, riconducendolo nei Comuni alla figura del segretario o del dirigente apicale
(articolo Il Sole 24 Ore del 25.01.2016 - tratto da
http://rstampa.pubblica.istruzione.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA - SICUREZZA LAVORO - VARI: Illeciti depenalizzati: fedina pulita e portafoglio vuoto. Dopo i dlgs approvati il 15 gennaio, sanzioni salate e procedura amministrativa o civile.
La depenalizzazione imbocca due strade, che portano la prima davanti a un funzionario amministrativo e la seconda davanti al giudice civile. Molti reati cambiano pelle e si trasformano alcuni in illeciti amministrativi e altri, invece, in illeciti civili.
La manovra attuata con la riforma approvata dal governo il 15 gennaio scorso è doppia. Da un lato, abbiamo la depenalizzazione classica con subentro di sanzioni amministrative (quindi abbiamo sempre una p.a. che punisce, ma senza intaccare la libertà personale e, comunque, fuori dal circuito delle aule penali); dall'altro lato assistiamo a una manovra da gambero: un passo indietro delle autorità penali, per lasciare (criticamente si potrebbe dire: abbandonare) il campo e la vittima a farsi le proprie ragioni in una causa civile per ottenere il risarcimento del danno, salvo, poi, fare un mezzo passo avanti e incassare (o tentare di incassare) una aggiuntiva sanzione punitiva, disposta dal giudice civile a favore dello stato.
I due decreti legislativi (il n. 7 e il n. 8, pubblicati sulla G.U. n. 17 del 22/01/2016) in commento si possono considerare da più punti di vista, ma hanno un tratto in comune: alleggerire il carico di lavoro delle procure e dei tribunali.
A parte questo e, con un occhio agli effetti della riforma, il responsabile scansa condanne ed effetti penali, ma, se viene beccato dalla p.a. (titolata a irrogare la subentrata sanzione amministrativa) oppure se viene condannato a risarcire il danno e a pagare l'aggiuntiva sanzione per il nuovo illecito civile, non è detto che sia un bene, perché la sanzione amministrativa o l'importo del danno, aumentato della sanzione civile, rischia di essere pesante sul portafoglio.
Se però la condotta illecita non emerge (perché la p.a. non la scopre o perché la vittima non promuove un'azione civile), per il responsabile sarà un colpo di spugna.
D'altra parte il successo della deterrenza di una reazione sanzionatoria (penale, amministrativa o civile) dipende dalla effettività della reazione e cioè dal rapporto tra illeciti commessi e illeciti sanzionati. Anche per le sanzioni amministrative e civili, il sistema avrà successo se riuscirà a reagire (e a dare tutela alla collettività e alla vittima) in tutte o quasi tutte le volte, che verrà commesso un illecito. Anzi è proprio questo un argomento a favore delle riforme: il sistema penale non ce la fa e certi illeciti rimangono solo sulla carta, la persona offesa non ne ha alcun beneficio e, anche quando si arriva a una condanna a pena pecuniaria, lo stato, con spese sproporzionate per irrogare la sanzione e organizzare la riscossione, riesce a incassare solo 6/7 euro su 100.
Tanto vale, è la filosofia dei due procedimenti, ottenere almeno un risultato economico: spendere meno risorse per indagini e processi penali; tanto vale scommettere sul fatto che l'autorità amministrativa sarà più efficiente e che il cittadino abbia voglia e soldi per iniziare una causa civile, scommettendo ancora una volta sull'efficienza della giustizia civile.
Certo per misurare l'effettività di una riforma (anzi due) bisognerà attendere un lasso di tempo per potere computare un primo bilancio. Nell'immediato, e senza dover aspettare, ci sono comunque effetti oggettivi. Sono effetti favorevoli ai responsabili coinvolti in procedimenti penali, che traggono vantaggio dalla depenalizzazione (è già un beneficio) e che forse in futuro subiranno una sanzione amministrativa oppure una causa per danni più sanzione civile punitiva.
La sanzione (derubricata) viene rinviata e il responsabile (non solo profitta del rinvio) ma ha già subito un tornaconto nel fatto che non ci saranno conseguenze sul piano dell'onorabilità (la fedina penale non viene toccata: è come prendere una multa per avere parcheggiato in sosta vietata), non si subiranno indagini e processi penali. Per i procedimenti pendenti ci sono effetti sfavorevoli per le vittime: magari avevano la sicurezza che qualcosa si era mosso o che, addirittura, per esempio, il procedimento aveva già prodotto una rinvio a giudizio e ora cade tutto e bisogna, se si vuole ottenere qualcosa, ricominciare da capo.
C'è, poi, dal lavoro da fare per le procure e i tribunali penali: bisogna fare il passaggio di consegne all'autorità amministrativa e comunque chiudere i procedimenti per reati derubricati in sanzioni civili. È l'ultimo atto da compiere (per il sistema penale), anche se ci vorrà un bel po' di tempo, ma lo si farà sapendo che non c'è più un flusso di procedimenti in entrata.
Nell'immediato, per i reati depenalizzati in illeciti amministrativi, le autorità amministrative dovranno gestire (dedicando risorse e personale) il flusso in entrata sia delle pendenze di procure e tribunali sia organizzare l'accertamento e la repressione di fatti commessi dopo la riforma.
Sempre nell'immediato, se la riforma dei reati trasformati in illecito civile avesse followers, ci sarebbe da lavorare per chi ha un ruolo nella soluzione delle controversie civili (avvocati, tribunali civili, organismi di mediazione, ecc.).
Come saranno puniti i reati. Le nuove sanzioni amministrative si articolano in tre fasce:
- da 5.000 a 10.000 euro per i reati puniti con la multa o l'ammenda non superiore nel massimo a euro 5.000;
- da 5.000 a 30.000 euro per i reati puniti con la multa o l'ammenda non superiore nel massimo a 20.000 euro;
- da 10.000 a 50.000 euro per i reati puniti con la multa o l'ammenda superiore nel massimo a 20.000 euro.
In genere si tratta di sanzioni più alte delle precedenti penali. Tuttavia, ai fatti commessi prima della data di entrata in vigore del dlgs non può essere applicata una sanzione amministrativa pecuniaria per un importo superiore al massimo della pena originariamente inflitta per il reato. Il procedimento è regolato dalla legge del 1981 n. 689, e quindi la sanzione viene irrogata con una ordinanza ingiunzione. Per i ricorsi contro le ordinanze si applica il dlgs 150/2011.
I procedimenti pendenti. Le sanzioni amministrative sono retroattive: si applicano anche ai reati commessi prima dell'entrata in vigore del dlgs e non ancora giudicati con sentenza definitiva. Tre le ipotesi. La prima è che non sia pendente nessun procedimento. In questo caso il fatto verrà accertato e sanzionato dall'autorità amministrativa con l'applicazione della sanzione amministrativa.
Se il procedimento pendente è già stato definito, prima dell'entrata in vigore della depenalizzazione, con sentenza di condanna o decreto irrevocabili, il giudice dell'esecuzione revoca la sentenza o il decreto, dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato e vengono meno gli effetti penali della stessa.
Se, invece, il procedimento è pendente presso l'autorità giudiziaria e non ancora definito, i fascicoli dovranno essere trasmessi all'autorità amministrativa competente entro 90 giorni. A meno che non sia già decorso il termine di prescrizione del reato. A quel punto l'autorità amministrativa inizia il procedimento per applicare la sanzione pecuniaria amministrativa.
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Derubricazione ma non per tutti i reati.
Sono depenalizzati e scontano una sanzione amministrativa tutte le violazioni (attualmente reato) per le quali è prevista la sola pena della multa o dell'ammenda. Non sono depenalizzati i reati previsti dal codice penale, tranne alcune eccezioni e quelli previsti in alcune leggi speciali, che riguardano settori particolarmente delicati: edilizia e urbanistica, ambiente, territorio e paesaggio, alimenti e bevande, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, sicurezza pubblica, giochi d'azzardo e scommesse, armi ed esplosivi, elezioni e finanziamento ai partiti, proprietà intellettuale e industriale. Del codice penale sono depenalizzati gli atti osceni (527), pubblicazioni e spettacoli osceni (528), rifiuto di prestazione d'opera in caso di tumulto (652), abuso della credulità popolare (668), turpiloquio (726).
Anche i reati in materia di immigrazione, allo stato, non sono depenalizzati.
Sono depenalizzati tre reati in materia antiriciclaggio previsti dall'art. 55 dlgs 231/2007: contravvenzioni agli obblighi di identificazione della clientela da parte di intermediari, professionisti e revisori, l'omessa o tardiva o incompleta registrazione di tutta la documentazione e di tutte le informazioni, per i 10 anni previsti dalla legge, sulle operazioni (art. 36)e le omesse comunicazioni di cui sono obbligati agenti di cambio, ai mediatori creditizi e agli agenti in attività finanziaria (art. 36).
Sono depenalizzati l'impedito controllo dell'attività di revisione legale, prevista dall'art. 29 dlgs 39/2010 e l'omesso versamento delle ritenute da parte del datore di lavoro, per un importo non superiore a euro 10.000 annui. Più sanzioni amministrative anche per il noleggio di falsi audio, video (in violazione del diritto d'autore) e il reato di guida senza patente (art. 116, comma 15, codice della strada (dlgs 285/92).
Altre fattispecie depenalizzate riguardano l'installazione o l'esercizio di impianti di distribuzione automatica di carburanti per uso di autotrazione in mancanza di concessione e l'inosservanza delle prescrizioni dell'autorizzazione per la coltivazione di piante da cui estrarre sostanze stupefacenti.
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Ristoro al cittadino e allo stato. Se la vittima ottiene il risarcimento in sede civile, il giudice tiene conto anche dell'Erario.
Illecito civile con strascico punitivo dello stato. Il decreto legislativo sulla abrogazione di reati e introduzione di illeciti con sanzioni pecuniarie civili, approvato dal governo il 15.01.2016, introduce un istituto ibrido.
C'è un fatto, che è valutato negativamente dalla legge, ma il rimprovero al trasgressore scatta solo se il privato prende l'iniziativa di chiedere i danni in un processo civile. E fin qui nulla di diverso da quanti capita in una normale richiesta danno. Per i reati depenalizzati, c'è una coda. Se arriva una condanna al risarcimento del danno, allora lo stato torna in pista: il giudice civile, che ha liquidato il danno, deve anche ricordarsi dell'Erario e condannare il responsabile a pagare una sanzione a favore delle casse pubbliche.
In sostanza la vittima è padrona di decidere se fare o non fare la causa al trasgressore, cosicché l'interesse pubblico a sanzionare una certa condotta è subordinato all'iniziativa del privato.
Con la conseguenza che se il privato non fa nulla, allo stesso modo lo stato non muoverà un dito.
La sorte dei reati depenalizzati si valuterà a consuntivo. Da subito, però, la vittima perderà la possibilità di attivare una tutela pubblica (quella penale): nel confronto con l'aggressore la vittima non potrà contare sul fatto che lo stato, attivato ad esempio da una querela, disponga dei mezzi e della forza pubblica a sua difesa. Anzi è la persona offesa che farà da apripista alla tutela di un interesse pubblico.
Quindi l'interesse offeso dal reato depenalizzato è pubblico (tanto che la sanzione è incamerata dallo stato), ma non a tal punto da giustificare l'utilizzo della magistratura penale per le indagini e la repressione. Vediamo a quali reati si applica questo cambio dei connotati.
Un primo gruppo di illeciti è punito con la sanzione pecuniaria civile da 100 a 8.000 euro (che si aggiunge al risarcimento del danno).
Si tratta dell'ingiuria, anche con il mezzo informatico o telematico: la commette chi offende l'onore o il decoro di una persona presente, o mediante comunicazione telegrafica, telefonica, informatica o telematica, o con scritti o disegni, diretti alla persona offesa. Si tratta anche della sottrazione di cosa comune, commessa da un comproprietario, socio o coerede che, per procurare a sé o ad altri un profitto, si impossessa della cosa comune sottraendola a chi la detiene, salvo che il fatto sia commesso su cose fungibili e il valore di esse non ecceda la quota spettante al suo autore. Di questo primo gruppo fanno anche parte il danneggiamento di cose mobili o immobili e l'appropriazione di cose smarrite o ricevute per errore o caso fortuito.
Un secondo gruppo di illeciti civili è punito con una più grave sanzione pecuniaria, da 200 a 12.000 euro. Si tratta di falsità nelle scritture private, dell'abuso di un foglio firmato in bianco, della distruzione di una scrittura privata vera, dell'ingiuria, mediante nell'attribuzione di un fatto determinato o commessa in presenza di più persone.
Gli illeciti di falso nelle scritture private saranno sanzionati anche quando riguardano un documento informatico privato con efficacia probatoria.
Applicazione. Le nuove disposizioni sulle sanzioni pecuniarie civili del decreto si applicano anche ai fatti commessi anteriormente alla data della sua entrata in vigore, salvo che il procedimento penale sia stato definito con sentenza o con decreto divenuti irrevocabili.
Così il decreto legislativo, che però apre molti problemi pratici con riferimento alle violazioni commesse anteriormente alla entrata in vigore del decreto legislativo in commento. Il decreto non chiarisce le modalità attraverso le quali il giudizio penale in corso sia dichiarato estinto e, se del caso, convertito in un procedimento civile per il risarcimento e le sanzioni civili. Potrebbe infine essere disciplinata anche l'ipotesi residuale di giudizi civili per azioni risarcitorie in corso, riferite a reati già definiti con sentenza irrevocabile.
Si aggiunge, però, che, i problemi della norma transitoria riguardano le sole sanzioni da pagare allo stato. Nei limiti del termine di prescrizione, l'interessato potrà sempre iniziare una causa civile per ottenere il risarcimento del danno, a prescindere dal fatto che possano o meno applicarsi le sanzioni pecuniarie civili.
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Per la sanzione pecuniaria civile non è ammessa copertura assicurativa.
Le sanzioni pecuniarie civili saranno applicate dal giudice competente a conoscere dell'azione di risarcimento del danno. Il giudice deciderà, d'ufficio, sull'applicazione della sanzione al termine del giudizio, se accoglierà la domanda di risarcimento proposta dalla persona offesa.
I lavori preparatori ricordano che l'azione di risarcimento può essere accolta anche nel caso in cui la condotta sia colposa: in tale ipotesi non è applicabile la sanzione punitiva civile. La sanzione pecuniaria civile non può essere applicata nemmeno quando il processo è iniziato senza che si abbia la certezza che il responsabile abbia avuto effettiva conoscenza del procedimento.
Al procedimento, anche ai fini della irrogazione della sanzione pecuniaria civile, si applicano le disposizioni del codice di procedura civile, in quanto compatibili. Questo porterà a qualche problema applicativo, ad esempio per il regime delle prove.
Nel giudizio civile il giudice può dare ragione a una parte se l'altra non contesta i fatti o su basi presuntive: ci si chiede se questo sarà sufficiente anche a giustificare una sanzione pubblicistica (sostitutiva di quella penale) e forse meritevole di un più alto grado di garanzie per l'incolpato.
Cosa cambia. Rispetto alla normativa mandata in soffitta cambiano molte cose. In particolare prima si poteva andare dalla polizia e sporgere querela e, poi, chiedere i danni nel procedimento penale. Venendo a mancare il canale della tutela penale, la vittima non può più sporgere querela o denuncia, ma deve iniziare una causa civile. Nella causa civile dovrà dare prova del danno e dovrà provare i fatti posti a base della domanda.
Se il fatto è di poco conto, magari la persona offesa sarà portata a lasciar perdere, disincentivata da costi e tempi della giustizia civile.
Se così sarà il responsabile la farà franca.
A chi vanno i soldi. Mettiamo che il privato si attivi e che, per un fatto doloso, si arriva alla condanna al risarcimento del danno e al pagamento della sanzione pecuniaria.
I soldi della sanzione civile vanno all'Erario pubblico. La relazione illustrativa riferisce che il governo, tra le diverse opzioni possibili (destinazione dei proventi allo stato, destinazione dei proventi alla persona offesa dall'illecito, destinazione dei proventi in parte allo stato e in parte alla persona offesa), ha optato per la destinazione pubblicistica, in considerazione della funzione generale preventiva e compensative a sottesa alla minaccia della sanzione pecuniaria civile nonché della vocazione pubblicistica di quest'ultima.
Sarà un decreto del ministro della giustizia da emanarsi entro sei mesi dall'entrata in vigore del decreto legislativo a stabilire termini e modalità per il pagamento della sanzione pecuniaria civile.
Il giudice civile potrà disporre, in relazione alle condizioni economiche del condannato, che il pagamento della sanzione pecuniaria civile sia effettuato in rate mensili (non inferiori a 50 euro) da due a otto. In ogni caso, il condannato può estinguere la sanzione civile pecuniaria in una unica soluzione in qualsiasi momento.
Per il pagamento della sanzione pecuniaria civile non è ammessa la copertura assicurativa. Anche se nei dossier parlamentari, relativi ai lavori preparatori, si osserva che non sono previste misure sanzionatorie per chi contravvenga a tale divieto, né a carico dei singoli né a carico di assicurazioni. L'obbligo di pagamento delle sanzioni punitive civile, al contrario di quello al risarcimento del danno, non si trasmette agli eredi.
Chi paga. Obbligato a pagare allo stato la sanzione pecuniaria è la persona condannata al risarcimento del danno per fatto doloso.
Se il fatto è commesso da più persone, ciascuna di esse è obbligata a pagare la sanzione pecuniaria civile, che non si suddivide.
Quanto si paga. La forbice è molto ampia. Per un gruppo di illeciti (ingiuria, sottrazioni di cose, danneggiamenti) si va da 100 a 8 mila euro. Per i fatti relativi alle scritture private false, all'ingiuria aggravata si va da 200 euro a 12 mila euro.
Il giudice avrà un ampio potere discrezionale, ma dovrà attenersi ad alcuni parametri generali. Dovrà tenere conto di: gravità della violazione; reiterazione dell'illecito; arricchimento del soggetto responsabile; opera svolta dall'agente per l'eliminazione o attenuazione delle conseguenze dell'illecito; personalità dell'agente; condizioni economiche dell'agente.
Si ha reiterazione quando l'illecito civile sia compiuto entro quattro anni dalla commissione di un'altra violazione sottoposta a sanzione pecuniaria civile, che sia della stessa indole e che sia stata accertata con provvedimento esecutivo.
Per poter contestare la reiterazione si consulterà (una volta varato) registro automatizzato in cui siano iscritti i provvedimenti di applicazione delle sanzioni pecuniarie civile: sul punto si attende un decreto del ministro della giustizia (articolo ItaliaOggi Sette del 25.01.2016).

PUBBLICO IMPIEGO: False presenze, la flagranza legittima il licenziamento. Le novità contro i «furbetti» negli enti pubblici al test dello Statuto dei lavoratori.
Le nuove norme appena varate per combattere i «furbetti del cartellino» potrebbero essere vanificate dallo Statuto dei lavoratori, laddove la fragranza di reato sarà scoperta con l'utilizzo di sistemi di video sorveglianza il cui utilizzo è disciplinato dall'articolo 4 dello Statuto, recentemente riscritto dal Jobs act.
Partiamo dai provvedimenti approvati. Con uno degli schemi di decreto legislativo per la riforma della p.a., il governo interviene direttamente sul procedimento disciplinare applicabile al caso della «falsa attestazione della presenza in servizio», meglio nota alle cronache come i «furbetti del cartellino». Cos'è cambiato rispetto all'attuale regime, che peraltro resta in vigore per tutte la altre fattispecie rilevanti a livello disciplinare? Molto. Modificando l'art. 55 del dlgs 30.03.2001 n. 165 il procedimento disciplinare definisce l'iter da seguire per giungere al licenziamento del dipendente colto in flagranza.
I punti cardine del provvedimento sono diversi. Eccoli nello specifico. In primo luogo, risponderanno disciplinarmente oltre all'autore del comportamento illecito anche coloro che hanno agevolato con condotte omissive o attive la perpetuazione della violazione. Una volta accertata la violazione, il responsabile della struttura ha l'obbligo di sospendere il lavoratore entro le 48 ore successive.
L'eventuale vizio «formale» consistente nel mancato rispetto del termine non comporta la decadenza dell'azione disciplinare. Vi sarà invece, la responsabilità, anche disciplinare, del dipendente che ha cagionato tale vizio procedurale.
Il procedimento disciplinare dovrà esaurirsi nel termine dei 30 giorni. Laddove vi siano i presupposti per il riconoscimento di danni ulteriori, si potrà procedere alla deduzione di essi e successivamente all'azione di responsabilità nei confronti dell'ex dipendente che dovrà rimborsare allo Stato i danni ulteriori, come la reputazione e l'immagine derivanti dalla sua condotta illecita. Viene introdotta l'omissione di atti d'ufficio: il responsabile di servizio competente che non procede ove necessario al procedimento disciplinare nei confronti del dipendente colto in fragranza, sarà responsabile del reato di «omissione di atti d'ufficio».
Per la fattispecie di «falsa attestazione della presenza in servizio» accertata «in flagranza» ovvero «mediante strumenti di sorveglianza o di registrazione degli accessi o della presenza», vi sarà una procedura più snella, più veloce, obbligatoria, foriera di responsabilità anche risarcitoria, e ciò anche per coloro che abbiano agevolato con la loro condotta attiva od omissiva, la perpetuazione del comportamento fraudolento.
Ci saranno sicuramente temi giuridici da affrontare prima di poterne apprezzare gli effetti e le tenute della nuova norma: l'introduzione del concetto «penalistico» della flagranza, la fruibilità delle registrazioni come prove processuali e altro ancora.
Se da un punto di vista dell'efficacia giuridica dovremo aspettare gli esiti degli eventuali contenziosi, possiamo comunque affermare che sotto il profilo della deterrenza, lo schema di decreto ha certamente un efficace impatto.
L'introduzione dell'obbligatorietà dell'azione disciplinare, unitamente alla denuncia dei fatti al pubblico ministero per l'esercizio della relativa azione penale e la segnalazione alla Corte dei conti per l'eventuale azione di responsabilità per danni all'immagine della pubblica amministrazione, hanno decisamente il loro peso.
E ancora, è stata introdotta una norma in assenza della quale vi sarebbe stata la vanificazione dell'intero impianto normativo: la previsione dell'esonero dalla responsabilità erariale del dirigente in caso di annullamento del licenziamento da parte del giudice adito dal dipendente.
In tal senso, infatti, non si può nascondere il fatto che gran parte dei procedimenti disciplinari nella pubblica amministrazione non sono partiti o non si sono conclusi con sanzioni proprio perché i dirigenti o i responsabili del servizio temevamo di essere sottoposti al giudizio della Corte dei conti per i danni conseguenti ad un giudizio di illegittimità del licenziamento.
Questo tema è strettamente collegato al più ampio dibattito circa l'applicazione del rinnovato art. 18 dello Statuto dei lavoratori e delle tutele crescenti anche nell'ambito della pubblica amministrazione e, più in generale al dibattito circa la «certezza» del diritto e, soprattutto, alla certezza della «pena».
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Modalità di controllo scriminante.
Il meccanismo attraverso il quale si giunge ad accertare il comportamento illecito del dipendente, alla luce delle norme attuali, diventa una discriminante fondamentale per l'efficacia dei provvedimenti appena approvati.
La formulazione della norma introduce il concetto di flagranza, principio di derivazione penalistica ed afferente alla perpetuazione di reati.
Chiarito che la fattispecie tipica di flagranza si realizza allorquando il dipendente viene colto in modo diretto e attuale nell'atto di violare la normativa, il tema si deve spostare alla verifica da «remoto».
Tale verifica, come sappiamo, avviene attraverso l'utilizzo normalmente di sistemi di video sorveglianza il cui utilizzo è disciplinato dall'art. 4 dello Statuto dei lavoratori che, peraltro, è stato recentemente ritrascritto ad opera di uno dei decreti del Jobs act.
Ed è proprio in questa materia che potremmo avere, nonostante tutto, ciò che è stato detto delle risultanze processuali e giudiziali di segno opposto rispetto alla necessità dell'allontanamento dei «furbetti».
Non sarebbe il primo caso che, nonostante amplia documentazione mediatica e mediaticamente spesa circa l'evidente comportamento illecito di lavoratori (esempio: lavoratori che rubano dalle valigie dei passeggeri, lavoratori che timbrano e se ne vanno, lavoratori che durante la malattia vanno a fare corse e maratone, e così via), la verità processuale non consente la dichiarazione di legittimità del licenziamento.
Ciò perché, ad esempio, le prove raccolte non possono trovare ingresso all'interno del processo magari perché raccolte in violazione della normativa vigente.
Strettamente collegato a tale aspetto vi è poi la considerazione di natura organizzativa, gestionale ed economica circa i costi derivanti dalla applicazione di controlli come quelli del «caso di Sanremo».
Questo esempio pone in luce come il tempo necessario a definire il procedimento disciplinare sia in realtà quasi irrilevante rispetto ai due anni che l'autorità giudiziaria ha impiegato per raccogliere le informazioni: non vi è chi non possa vedere lo squilibrio e l'insostenibilità di un simile sistema.
Allora il tema passa dalla velocità o meno del procedimento alla semplificazione delle modalità di reperimento delle informazioni volte ad accertare il compimento di atti illeciti da parte dei lavoratori sul luogo di lavoro.
In questo tema entrano in gioco i sindacati e la volontà vera e reale di tentare di arginare tali fenomeni. Sotto questo profilo, ad avviso di chi scrive, una differenza tra «pubblico» e «privato» c'è: i dipendenti della pubblica amministrazione sono pagati con denaro pubblico e pertanto forse una qualche eccezione anche dal punto di vista del «controllo della prestazione» si potrebbe immaginare (articolo ItaliaOggi Sette del 25.01.2016 - tratto da http://rstampa.pubblica.istruzione.it).

TRIBUTIImu, agevolazioni su misura. Riduzioni per immobili in comodato e canone concordato. Le misure della legge di Stabilità. Vincoli per i comuni sugli aumenti delle tariffe.
I titolari degli immobili dati in comodato d'uso gratuito a parenti in linea retta destinati ad abitazione principale pagano Imu e Tasi in misura ridotta.

L'articolo 1 della legge di Stabilità 2016 (208/2015) abolisce il potere di assimilazione dei comuni e prevede una riduzione del 50% della base imponibile. Trattamento agevolato anche per gli immobili locati a canone concordato, per i quali è concessa una riduzione per entrambi i tributi del 25%.
Mani legate invece per i comuni, ai quali viene sottratto per il 2016 il potere di aumentare aliquote e a tariffe limitatamente alle entrate tributarie, con l'unica eccezione rappresentata dalla tassa rifiuti. Non sono soggetti a questo vincolo gli enti che sono in stato di predissesto o dissesto.
Comodato gratuito. I fabbricati dati in comodato a parenti in linea retta entro il primo grado (padre/figlio) non possono più essere assimilati con regolamento comunale all'abitazione principale. È stato infatti abrogato il comma 2 dell'articolo 13 del dl 201/2011, laddove prevedeva che le amministrazioni comunali potessero assimilare alle prime case le unità immobiliari concesse in comodato gratuito dal titolare ai parenti in linea retta entro il primo grado. L'agevolazione, però, operava limitatamente alla quota di rendita risultante in catasto non eccedente il valore di 500 euro o se il comodatario faceva parte di un nucleo familiare con un Isee non superiore a 15 mila euro annui.
L'articolo 1, comma 10, della legge di Stabilità, dunque, sottrae ai comuni il potere regolamentare di assimilare i suddetti immobili alle prime case e introduce una nuova tipologia di agevolazione che produce effetti sia per la Tasi sia per l'Imu. I beneficiari possono fruire di una riduzione della base imponibile Imu, che è la stessa dell'imposta sui servizi indivisibili, nella misura del 50%, purché sussistano le condizioni richieste dalla norma. Nello specifico, il comodante deve avere la residenza anagrafica e la dimora nel comune in cui è ubicato l'immobile concesso in comodato. Oltre all'immobile concesso in comodato, può essere titolare di un altro immobile nello stesso comune, che deve essere utilizzato come propria abitazione principale, purché non si tratti di un fabbricato di pregio, classificato nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9 (immobili di lusso, ville e castelli). Quest'ultimo requisito è imposto anche per l'unità immobiliare data in comodato. Dalla formulazione letterale della norma emerge che i vincoli sono molto stringenti.
Si discute in questi giorni sul limite di legge che porta a escludere il beneficio qualora il comodante possieda un altro immobile o comunque una quota di possesso e viene auspicato un intervento ministeriale per superare questa previsione. In realtà la disposizione, pur essendo quantomeno discutibile, è piuttosto chiara e non è consentito andare oltre il suo tenore letterale. Le disposizioni di legge che prevedono agevolazioni, secondo l'insegnamento della Cassazione, sono di stretta interpretazione. Quindi, neppure al Ministero dell'economia è consentito fornire interpretazioni estensive o arbitrarie. Il possesso di altri immobili, e in questa nozione rientrano non solo i fabbricati, ma anche le aree edificabili e i terreni agricoli, al di là dell'uso cui sono destinati, anche in presenza di una piccola quota di possesso (per esempio, il 10% di un'area edificabile) è di impedimento a potere godere del trattamento agevolato.
Il comodante, inoltre, è tenuto a indicare nella dichiarazione Imu il possesso dei requisiti anche in capo al comodatario e deve registrare il contratto.
Francamente questo adempimento risulta eccessivo. Sarebbe stato sufficiente richiedere una scrittura privata autenticata, per assicurare la certezza della data di decorrenza del contratto e, per l'effetto, dell'agevolazione fiscale. La registrazione del contratto di comodato, tra l'altro, pone a carico del contribuente degli oneri. Infatti, il titolare dell'immobile è obbligato a versare al fisco l'imposta fissa di registro che ammonta a 200 euro.
Immobili a canone concordato. Trattamento agevolato anche per gli immobili locati a canone concordato. I commi 53 e 54 della legge di Stabilità dispongono uno sconto del 25% sia per l'Imu che per la Tasi. Entrambe le disposizioni citate richiamano la legge 431/1998, che contiene la disciplina delle locazioni e del rilascio degli immobili adibiti a uso abitativo. A prescindere dal fatto che i comuni prevedano per questi fabbricati un'aliquota ordinaria o agevolata, una volta calcolate le imposte, va versato solo il 75% del loro ammontare.
Aliquote e tariffe 2016. L'articolo 1, comma 26, della legge di Stabilità 2016 (208/2015) non consente di introdurre nuovi tributi, per esempio l'imposta di soggiorno o l'addizionale comunale Irpef, se già non istituiti con regolamento comunale negli anni precedenti. È previsto il blocco dei tributi, che impedisce aumenti di aliquote e tariffe e delle addizionali per il 2016, a prescindere dal momento in cui siano state adottate le relative delibere. Non rientra nel blocco solo la Tari, il cui gettito serve a coprire integralmente il costo del servizio di smaltimento rifiuti. Possono deliberare gli aumenti di aliquote e tariffe solo gli enti locali che deliberato il predissesto o il dissesto.
In ordine agli effetti del blocco, in passato si è espressa la Corte dei conti, sostenendo che è preclusa, per l'appunto, anche l'istituzione di nuovi tributi (imposta di scopo, imposta di soggiorno, imposta di sbarco, addizionale Irpef). La ratio legis è quella di impedire l'introduzione di nuovi balzelli per evitare un aumento dell'imposizione a livello locale. Peraltro, non solo è impossibile ritoccare in aumento aliquote o tariffe, ma è anche escluso che possano essere aboliti benefici già deliberati dagli enti (riduzioni di aliquote, detrazioni), che comunque inciderebbero sul carico fiscale e darebbero luogo a un innalzamento della tassazione.
Questi vincoli, però, non producono effetti per le entrate che hanno natura patrimoniale o extratributaria. Al riguardo, dubbi e incertezze sono emerse sulle entrate che devono sottostare al divieto imposto dalla legge e questo dipende anche dalla loro controversa natura. Tuttavia, va ricordato che il canone per l'occupazione di spazi e aree pubbliche (Cosap) ha natura patrimoniale. In questo senso si è espressa la Corte costituzionale con la sentenza 64/2008. Sono entrate patrimoniali anche il canone idrico e il canone depurazione.
Non è ammesso l'aumento delle tariffe, invece, per il canone installazione mezzi pubblicitari (Cimp) che, nonostante la trasformazione da imposta a canone eventualmente operata dall'amministrazione comunale, mantiene la sua natura tributaria. La qualificazione giuridica di entrata fiscale è stata riconosciuta al Cimp sempre dalla Consulta. Soggiace al blocco anche il diritto sulle pubbliche affissioni (articolo ItaliaOggi Sette del 25.01.2016).

AMBIENTE-ECOLOGIARifiuti, autocompost allargato. Attività estesa ai residui di provenienza non domestica. In vigore dal 02.02.2016 le nuove eco-regole previste dalla legge 221/2015.
Dal 02.02.2016 entrano a far parte dell'Ordinamento giuridico le attese e nuove norme ambientali previste dall'oramai noto «Green Economy» in materia, tra le altre, di gestione dei rifiuti, tutela delle acque, appalti pubblici verdi.

Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 18.01.2016 (n. 13) della legge 28.12.2015 n. 221 recante «Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell'uso eccessivo di risorse naturali» è infatti scattato il periodo di vacatio legis che porterà all'entrata in vigore delle nuove eco-regole alla suddetta data, sebbene l'effettiva efficacia di alcune norme in materia di rifiuti potrebbe slittare al 2017.
Gestione dei rifiuti. Le novità interessano il tracciamento dei residui, la gestione di particolari categorie di residui e la conduzione di alcune operazioni (si veda l'anticipazione su ItaliaOggi Sette del 04/01/2016). Tra le norme in materia di tracciamento che appaiono svolgere la loro efficacia fin dall'entrata in vigore del «Green Economy» vi sono quelle semplificative (assolvimento obblighi di tenuta registri, Mud e Sistri tramite conservazione formulari di trasporto) che attraverso la rivisitazione del dl 201/2011 vengono confermate (alla luce della nuova disciplina su tracciamento telematico) per il comparto benessere ed allargate (dal punto di vista oggettivo) a tutti i rifiuti pericolosi e (da quello soggettivo) agli imprenditori agricoli.
Meno evidente è invece il termine di efficacia delle nuove regole, parimenti semplificative, per la tenuta dei formulari di trasporto da parte delle imprese agricole e per quella dei registri di carico/scarico da parte dei manutentori d'impianti idrici che con la novella del dlgs 152/2006 sono delegabili a terzi.
La nuova legge modifica infatti sul punto gli articoli 190 e 193 del dlgs 152/2006, senza tuttavia specificare quale delle loro ultime due versioni, ossia se quella precedente alla riformulazione effettuatane dal dlgs 205/2010 (da osservare, in base al c.d. «regime transitorio Sistri», fino al prossimo 31.12.2016) oppure quella riscritta da quest'ultimo (efficace solo a partire dal 01.01.2017, in virtù delle stesse norme transitorie).
Nel silenzio del Legislatore, salvi suoi successivi interventi di chiarimento e/o interpretazione, il principio della successione di leggi nel tempo appare suggerire che la novella apportata dal Green economy incide sulla versione degli articoli 190 e 193 del dlgs 152/2006 come modificati (ratione temporis) dal suddetto dlgs 205/2010 (in vigore già dal 31.10.2013) ma la cui efficacia è stata come accennato congelata (ad opera del dl 210/2015, c.d. «Milleproroghe 2016») fino al 31.12.2016.
Stessa considerazione sembra poter essere effettuata sulla stretta operata dal Green economy in relazione alla gestione dei rifiuti metallici ferrosi e non ferrosi, che con la modifica dell'articolo 188 del dlgs 152/2006 (anch'esso modificato dal citato dlgs 205/2010, con parallelo slittamento di efficacia) dovrà essere dai produttori essere affidata unicamente a professionisti.
Efficacia contestuale all'entrata in vigore del Green Economy appare invece investire le disposizioni in materia di terre e rocce da scavo (che non riguarderanno i materiali lapidei e litolidi provenienti da attività dell'industria estrattiva) e le mini sanzioni inserite nell'articolo 255 del dlgs 152/2006 per l'abbandono di «piccolissimi» rifiuti (quali i prodotti da fumo, scontrini, fazzoletti di carta, gomme da masticare) sul suolo, nelle acque e negli scarichi.
Efficaci sempre dal febbraio 2016 saranno le disposizioni sull'allargamento dell'autocompostaggio ai residui di provenienza non domestica (con parallela riduzione, come per l'utenza domestica, della tariffa rifiuti) e quelle semplificatorie sul compostaggio effettuato da terzi, nonché quelle che (novellando il dlgs 36/2003) riformulano la disciplina sul conferimento in discarica di rifiuti (con una stretta sulle deroghe all'obbligo di preventivo trattamento e l'abolizione definitivo del divieto di avviare a tale smaltimento rifiuti con «Pci» superiore a 13mila kJ/kg).
Sempre dall'entrata in vigore del Green Economy il tributo speciale per il deposito in discarica dei rifiuti solidi (cd. «eco-tassa») previsto dalla legge 549/1995 (recante norme di razionalizzazione delle finanza pubblica) sarà esteso ai rifiuti inviati agli impianti di incenerimento senza recupero energetico.
Efficacia dal 02.02.2016 anche per le norme che consentono il riutilizzo come ammendanti e fertilizzanti dei rifiuti in plastica compostabile certificata Uni En 13432:2002, compresi i prodotti sanitari assorbenti non provenienti da ospedali e assimilati, previo (se necessario) processo di sanificazione novità che arrivano con la modifica del dlgs 75/2010 nella parte in cui indica i rifiuti urbani impiegabili previo trattamento come materiali da aggiungere al suolo per conservarne o migliorarne le caratteristiche.
Tutela delle acque. Mediante la modifica dell'articolo 101 del dlgs 152/2006 il Green Economy assimila fin da subito alle acque reflue domestiche ai fini dello scarico in pubblica fognatura quelle di vegetazione da frantoi oleari, purché generate da olive prodotte in regione da aziende site in terreni ostativi a smaltimento tramite fertirrigazione e irrigazione, previo trattamento per assicurare il rispetto di valori limite locali e salvo bando del Gestore locale per criticità del sistema di depurazione.
Stretta da febbraio 2016 sulla responsabilità per il trasporto su acque di beni a potenziale inquinante, laddove con la modifica della legge 979/1982 in materia di difesa del mare si dispone invece l'obbligo per il proprietario del carico di munirsi di idonea polizza assicurativa per la copertura integrale dei rischi anche potenziali.
Appalti pubblici verdi. Attraverso la modifica dell'attuale Codice appalti (dlgs 163/2006, destinato nel medio periodo ad essere sostituito dai nuovi provvedimenti di adeguamento alle ultime norme Ue in materie di approvvigionamento delle p.a.), la nuova legge 221/2015 spinge fin da subito sull'acquisto di beni e servizi verdi da parte degli uffici pubblici, da un lato rendendo più appetibile per le imprese che li offrono la partecipazione alle gare, dall'altro rafforzando gli eco-criteri che le stazioni appaltanti dovranno osservare per la scelta dei loro fornitori.
Sotto il primo profilo sono previsti sconti (fino al 30%) sulle cauzioni da fornire in sede di partecipazione a gare pubbliche per le imprese fornite di certificazione Emas (il marchio comunitario che garantisce la qualità ambientale dell'azienda), Ecolabel (che garantisce i prodotti offerti) o Iso di settore.
Sotto il secondo profilo viene invece sancito (in primo luogo) che, in caso di utilizzo del criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa, il bando di gara debba prevedere tra i criteri di valutazione (per i beni quanto per i servizi) oltre quelli già previsti (caratteristiche ambientali e contenimento di consumi energetici e risorse ambientali) anche: il possesso del marchio Ecolabel per almeno il 30% dei prodotti; la considerazione dell'intero ciclo di vita del bene o del servizi; la compensazione delle emissioni di gas serra dell'azienda calcolate secondo raccomandazione 2013/179/Ue.
Ancora, viene trasformata da discrezione in vero e proprio obbligo per la p.a. il fondare gli appalti sui criteri ambientali elaborati (ed elaborandi) dal Minambiente in relazione a specifiche categorie di prodotti sulla base del dm 11.04.2008 (come recentemente aggiornato dm 25.07.2011), prodotti tra cui attualmente figurano: lampade; servizi energetici per edifici; attrezzature elettriche ed elettroniche d'ufficio; carta per copia; ristorazione collettiva; servizi di igiene e pulizia; prodotti tessili ed arredi d'ufficio; servizi di gestione di rifiuti urbani e verde pubblico; cartucce e toner per stampanti (articolo ItaliaOggi Sette del 25.01.2016).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA - SICUREZZA LAVORO - VARIDepenalizzazione dal 6 febbraio. Dalle omesse ritenute all’ostacolo ai revisori: 40 reati fuori dal penale.
Sanzioni. In «Gazzetta Ufficiale» i decreti sull’operazione: misure applicabili anche ai processi in corso.

Pacchetto depenalizzazione al via dal 6 febbraio. I due decreti legislativi, numeri 7 e 8 (il primo sull'abrogazione di reati e sostituzione con sanzioni civili, il secondo con la depenalizzazione vera e propria), sono stati pubblicati sulla «Gazzetta Ufficiale» n. 17 con la data del 22 gennaio.
Così tra 15 giorni un nutrito numero, circa una quarantina, di reati (tra cui le omesse ritenute entro i 10 mila euro, l’ostacolo ai revisori, la coltivazione di stupefacenti per fini terapeutici, le ingiurie) non dovrà più essere oggetto dell’attenzione delle Procure per essere invece dirottato a vario titolo sul versante amministrativo.
Merita però una particolare attenzione la fase transitoria: per quanto riguarda la depenalizzazione, si prevede che la sostituzione di sanzioni penali con misure amministrative si applica anche alle violazioni commesse anteriormente al 6 febbraio, sempre che il procedimento penale non sia stato definito con sentenza o con decreto divenuti irrevocabili. Se i procedimenti penali per i reati depenalizzati sono stati definiti, prima del 6 febbraio, con sentenza di condanna o decreto irrevocabili, il giudice dell’esecuzione è tenuto a revocare la sentenza o il decreto, dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato.
Inoltre, ai fatti commessi prima della data di entrata in vigore del presente decreto non può essere applicata una sanzione amministrativa pecuniaria per un importo superiore al massimo della pena originariamente inflitta per il reato; a questi fatti non si applicano le sanzioni amministrative accessorie introdotte dal decreto, a meno che le stesse sostituiscano corrispondenti pene accessorie.
L’autorità giudiziaria, entro il prossimo 6 maggio, dispone la trasmissione all’autorità amministrativa competente, a seconda dell’illecito oggetto di contestazione, degli atti dei procedimenti penali relativi ai reati trasformati in illeciti amministrativi. Salvo che il reato risulti prescritto o estinto per altra causa alla medesima data.
Se l’azione penale non è stata ancora esercitata, la trasmissione degli atti è disposta direttamente dal pubblico ministero che, in caso di procedimento già iscritto, annota la trasmissione nel registro delle notizie di reato. Se il reato risulta estinto per qualsiasi causa, il pubblico ministero richiede l’archiviazione; la richiesta ed il decreto del giudice che la accoglie possono avere ad oggetto anche elenchi cumulativi di procedimenti.
Se l’azione penale è stata esercitata, il giudice pronuncia sentenza inappellabile perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, disponendo la trasmissione degli atti. Quando è stata pronunciata sentenza di condanna, il giudice dell’impugnazione, nel dichiarare che il fatto non è previsto dalla legge come reato, decide sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che riguardano interessi civili.
L’autorità amministrativa notifica gli estremi della violazione agli interessati; entro 90 giorni è possibile l’ammissione al pagamento in misura ridotta, pari alla metà della sanzione, oltre alle spese del procedimento.
Per quanto riguarda invece il secondo decreto, diverso è il meccanismo: prevede sì la cancellazione di alcuni reati, ma aggiunge alla sanzione amministrativa il risarcimento del danno. La persona offesa potrà ricorrere al giudice civile per il risanamento del danno; il magistrato, accordato l’indennizzo, per alcuni illeciti stabilirà anche una sanzione pecuniaria che sarà incassata dall’erario dello Stato.
Con decreto del ministro della Giustizia, di concerto col Mef, saranno stabiliti termini e modalità per il pagamento della sanzione pecuniaria civile e forme per la riscossione dell’importo. Il giudice può disporre, in relazione alle condizioni economiche del condannato, che il pagamento della sanzione pecuniaria civile sia effettuato in rate mensili da 2 a 8. Ogni rata non può essere inferiore a 50 euro. Il condannato può estinguere la sanzione civile pecuniaria in ogni momento, mediante un unico pagamento. Per il pagamento della sanzione pecuniaria civile non è ammessa alcuna forma di copertura assicurativa
(articolo Il Sole 24 Ore del 23.01.2016).

PUBBLICO IMPIEGO: In azienda spiate à gogo. Obbligo di segnalazione a tutti i livelli. La pdl sul «whistleblowing» imporrà la revisione dei modelli 231.
Segnalare in modo circostanziato gli illeciti che, in buona fede, si ritiene siano stati compiuti in azienda sarà obbligatorio. Non solo per il management, ossia coloro che svolgono funzioni di rappresentanza, amministrazione o direzione della società, ma anche per i dipendenti e i collaboratori.
L'identità dell'autore della soffiata dovrà rimanere segreta, al pari dell'informazione rivelata. E sarà vietato qualunque atto discriminatorio, diretto o indiretto, nei confronti del segnalante, salvo il caso in cui i soggetti accusati debbano difendersi dai reati di diffamazione o calunnia. Chi discriminerà l'autore delle soffiate andrà incontro a sanzioni disciplinari.

Così cambieranno i modelli organizzativi 231, finalizzati alla prevenzione dei reati nelle aziende, se la proposta di legge sul «whisteblowing», approvata giovedì in prima lettura dalla camera (si veda ItaliaOggi di ieri e di giovedì 21 gennaio) sarà confermata anche al senato.
La proposta (Atto Camera n. 3365), presentata dal Movimento 5 Stelle (prima firmataria l'onorevole Francesca Businarolo) e poi recepita in commissione dal Pd, introduce nel nostro ordinamento l'istituto di origine anglosassone del «whisteblowing», sperimentato con successo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Nazioni dove è assicurata massima tutela a chi segnala gli illeciti compiuti in ambito lavorativo.
L'istituto, concepito inizialmente in ambito pubblicistico come deterrente per la commissione dei più frequenti reati contro la pubblica amministrazione (corruzione, concussione, peculato), è stato potenziato nel corso dell'esame parlamentare non solo incrementando i poteri dell'Anac, (l'Autorità anticorruzione) a cui spetterà vigilare che l'autore della soffiata non subisca discriminazioni, ma anche, come detto, estendendo le tutele anche al privato.
In entrambi i settori potranno godere delle protezioni previste per i «whistleblower» non solo i dipendenti, ma anche i collaboratori che a vario titolo lavorano per l'amministrazione o per l'azienda.
Per quanto riguarda gli statali, la denuncia potrà essere fatta al responsabile della prevenzione della corruzione dell'ente di appartenenza, all'Anac, all'autorità giudiziaria o alla Corte dei conti. In caso di atti discriminatori l'Anac potrà applicare all'autore della condotta una sanzione amministrativa pecuniaria, da 5.000 a 30.000 euro.
Nel settore privato, invece, l'adozione di misure discriminatorie nei confronti dei soggetti che effettuano le segnalazioni potrà essere denunciata all'Ispettorato nazionale del lavoro dallo stesso «whistleblower» o dai sindacati. Così recita la proposta di legge che introduce modifiche ad hoc al dlgs n. 231/2001.
Il provvedimento prevede la nullità del licenziamento ritorsivo o discriminatorio operato nei confronti dell'autore della segnalazione. Saranno nulli gli atti di demansionamento contro il lavoratore. Quando vi siano elementi che facciano pensare a un licenziamento di natura ritorsiva, spetterà al datore di lavoro l'onere di provare la legittimità del comportamento dell'azienda (articolo ItaliaOggi del 23.01.2016).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: Procedimenti. Tempi dimezzati su richiesta.
Dimezzamento dell'iter dei procedimenti amministrativi su richiesta. Per usufruire della riduzione dei tempi fino al 50%, ciascun ente locale potrà individuare ogni anno, entro il 31 gennaio, gli insediamenti produttivi, le opere di interesse generale, le infrastrutture strategiche o le attività imprenditoriali suscettibili di produrre effetti positivi sull'economia e chiedere alla presidenza del consiglio il dimezzamento dei termini dei relativi procedimenti.

Entro il 28 febbraio palazzo Chigi potrà completare l'elenco di progetti da accelerare ed entro il 31 marzo tutti gli interventi ammessi a godere della corsia preferenziali saranno individuati con dpcm.
Il dlgs sull'accelerazione e la semplificazione dei procedimenti amministrativi, approvato in via preliminare dal governo nel consiglio dei ministri di mercoledì, chiama in causa gli enti locali che avranno un ruolo attivo nella individuazione dei progetti da velocizzare. Non solo. In caso di mancato rispetto dei termini, assegna al sindaco o al presidente di regione un ruolo attivo per sveltire le pratiche.
La presidenza del consiglio, previa deliberazione del consiglio dei ministri, potrà infatti delegare agli amministratori locali l'esercizio del potere sostitutivo per velocizzare i procedimenti su insediamenti produttivi, opere e attività imprenditoriali di interesse esclusivo, o prevalente, della regione, del comune o della città metropolitana.
Come detto, la riduzione dei tempi potrà arrivare fino al 50% e potrà essere prevista in riferimento ai singoli procedimenti oppure al complesso dei procedimenti necessari per la realizzazione dell'intervento, anche successivi all'eventuale svolgimento della conferenza dei servizi. Nel caso in cui il termine sia già parzialmente decorso, la riduzione, si legge nel decreto, opererà con riferimento al periodo successivo.
Per l'esercizio del potere sostitutivo sia palazzo Chigi che gli enti locali potranno avvalersi di personale in possesso di elevate competenze tecniche, ma senza ulteriori oneri per il bilancio dello stato (articolo ItaliaOggi del 23.01.2016).

EDILIZIA PRIVATA: Scia allo sportello unico. E un modello standard di segnalazione. Il Consiglio dei ministri vara il dlgs con la nuova disciplina di inizio attività.
Sportello unico per la Scia; modello unico standardizzato; rinvio a successivi decreti per l'individuazione dei singoli procedimenti sottoposti a Scia, silenzio-assenso e autorizzazione; per tutti gli altri procedimenti basterà la sola comunicazione.

È quanto prevede lo schema di decreto attuativo della riforma della p.a. approvato dall'ultimo Consiglio dei ministri che ridisegna, semplificandola, la disciplina sulla Scia (segnalazione certificata di inizio attività).
In realtà il decreto rinvia a successivi decreti l'individuazione dei procedimenti che saranno oggetto di Scia o di silenzio assenso e di quelli per i quali sarà necessaria l'espressa autorizzazione. A parte questi procedimenti per tutti quelli non previsti nei decreti si applicherà il principio generale per cui «ciò che non è espressamente disciplinato è soggetto a comunicazione».
Il decreto prevede che dovrà essere l'amministrazione destinataria della Scia a informare il privato, attraverso la pubblicazione sul proprio sito, di un modello unificato (uguale sul tutto il territorio) previsto dal decreto 90/2014. Se nel modulo non sono indicati i documenti da produrre a corredo dell'istanza, l'amministrazione dovrà specificarli in relazione alla «specificità del caso».
In particolare si stabilisce che per ogni procedimento deve essere chiarito l'elenco degli stati, qualità personali e fatti che possono essere oggetto della dichiarazione sostitutiva, di certificazione o di atto di notorietà e le asseverazioni e attestazione dei tecnici abilitati o le dichiarazioni di conformità dell'agenzia delle imprese (in tutti i casi deve poi essere citata la fonte normativa dell'obbligo concernente la produzione dei documenti).
Dovrà poi essere indicato sempre sul sito quale sia lo «sportello di interlocuzione unica» (lo «sportello unico»), anche in caso di procedimenti connessi di competenza di altre amministrazioni o di articolazioni territoriali della stessa amministrazione. L'Amministrazione può anche istituire più sportelli unici ma solo per consentire al cittadino una pluralità di accessi sul territorio. La mancata individuazione dello sportello unico (ma anche la richiesta di documenti che non andavano richiesti) determina grave inadempimento ai doveri di ufficio, perseguibile disciplinarmente.
Nei casi di procedimenti connessi il termine per la convocazione della conferenza dei servizi (che dovrà esprimersi la massimo entro 60 giorni, come prevede l'altro decreto attuativo) decorre dalla data di presentazione della Scia allo sportello unico dell'amministrazione. Prova di ciò dovrà essere data con il rilascio da parte dell'ufficio competente della ricevuta di avvenuta presentazione e di completezza della documentazione stessa. Se invece la Scia viene inviata per posta o per e-mail il termine per convocare la conferenza dei servizi decorre dalla ricezione della documentazione.
Possibile anche la presentazione di una segnalazione unica se per certe attività si richiedono più Scia; in questo caso l'attività può essere iniziata dalla data di presentazione della segnalazione unica, mentre le amministrazioni coinvolte dovranno controllare i requisiti e, se chiederanno l'adozione di misure queste dovranno essere adottate entro 30 giorni. La sospensione delle attività potrà essere motivata soltanto da pericoli per la tutela dell'interesse pubblico, della salute, dell'ambiente, del paesaggio e dei beni culturali, della sicurezza e della difesa nazionale (per le attività edilizie può essere disposta «solo in presenza di attività non veritiere», oltre che per il pericolo nei casi elencati in precedenza).
Per le attività edilizie, se necessarie autorizzazioni espresse, si indice la conferenza dei servizi e l'inizio dell'attività rimane subordinato al rilascio delle autorizzazioni. Se l'attività edilizia è soggetta a Scia il decreto chiarisce che è sempre unica e sostituisce tutte le altre segnalazioni, asseverazioni, comunicazioni e notifiche (articolo ItaliaOggi del 23.01.2016).

EDILIZIA PRIVATASportello Scia per le imprese. Autorizzazioni in due mesi e stop ai cantieri solo per false dichiarazioni.
La semplificazione della Scia, ovvero la segnalazione certificata di inizio attività, una delle procedure più utilizzate dalle imprese o nell’edilizia, impone alle amministrazioni non solo di dare risposte in tempi certi ma di garantire ai privati uno “sportello unico” cui rivolgersi.
Anche nei casi in cui le pratiche da mettere insieme fossero più d’una. Una volta presentata la Scia, l’amministrazione che la riceve valuta se sono necessari pareri di altre amministrazioni e nel caso convoca entro 5 giorni una Conferenza dei servizi in via telematica, che dovrà chiudersi entro 60 giorni. In più l’amministrazione deve pubblicare sul proprio sito il modulo unificato e standardizzato con le indicazioni di ulteriori documenti richiesti.
Lo “sportello unico” cui si fa riferimento nella bozza del decreto di attuazione della delega approvato ieri in primo esame dal Cdm potrebbe farci ricordare il vecchio “sportello unico per le attività produttive” (Suap) ma in veste rafforzata. Non averlo costituisce grave inadempienza che fa scattare le procedure disciplinari. E anche l’eventuale richiesta al cittadino o impresa di documenti ulteriori rispetto a quelli previsti sarà considerata inadempienza sanzionabile sotto il profilo disciplinare. Per il privato che, presentata la Scia, apre il suo cantiere, arriva poi la certezza che la sospensione delle attività può arrivargli solo in casi gravi, come le attestazioni non veritiere e casi di pericolo per l’interesse pubblico mentre se gli errori sono solo formali arriva solo la richiesta di correzione.
Ieri la ministra Marianna Madia ha confermato che questo decreto rappresenta solo il «primo passo» per la semplificazione della Scia. Il secondo, previsto nei prossimi mesi, arriverà con la presentazione di una sorta di “catalogo dei procedimenti” per i quali serve una Scia, oppure un’autorizzazione espressa oppure ancora quelli che potranno procedere con il silenzio-assenso. Quello che, in pratica, dovrebbe diventare il passepartout per le imprese che vogliono avviare una attività con la certezza del quadro autorizzatorio richiesto.
Il decreto Scia va letto insieme con quello di semplificazione della Conferenza servizi, che come si diceva non potrà durare più di 60 giorni, viaggerà d’ora in poi in via telematica con la regola del silenzio-assenso e con un rappresentante unico per oggi amministrazione coinvolta. «Nel peggiore dei casi più sfortunato una conferenza dei servizi potrà avere una durata massima di 5 mesi» ha spiegato ieri Matteo Renzi in conferenza stampa per poi aggiungere: «vorrei essere di nuovo sindaco per vedere in funzione queste nuove regole».
Contro le decisioni assunte da una conferenza dei servizi nel limite massimo di 10 giorni possono esprimere un dissenso le amministrazioni preposte a interessi sensibili (tutela ambiente, tutela paesaggistico-territoriale o storico-artistico, o della salute o della pubblica incolumità) e lo faranno presentando un’opposizione alla presidenza del Consiglio dove, se non riesce a comporre la questione proposta da un ministro competente entro 15 giorni, si delibera direttamente in un Cdm cui possono partecipare i presidenti delle Regioni o delle province autonome interessate. In quest’ultimo caso la durata massima di una conferenza dei servizi versione Madia potrebbe arrivare, appunto, a 5 mesi prima della chiusura.
Ieri il premier ha anche posto molta enfasi sulla terza azione di semplificazione introdotta con un regolamento che punta a dimezzare i tempi per le autorizzazioni di grandi opere o grandi insediamenti ad elevato impatto economico e occupazionale ricorrendo ai poteri sostitutivi della presidenza del Consiglio.
Marianna Madia ha assicurato che l’intera attuazione della delega sarà garantita «entro la legislatura» e che con i decreti approvati mercoledì è stato dato il via a metà delle norme necessarie: «Provvedimenti scritti con grande serietà e che hanno tutti una cogenza, sono previste sanzioni per assicurare che queste misure non resteranno sulla carta».
È il caso del testo unico sulle partecipate. A vigilare sulla razionalizzazione, con poteri ispettivi e sostitutivi fino al commissariamento, sarà una unità di monitoraggio attivata al Mef. Le amministrazioni controllanti dovranno fare una ricognizione delle partecipazioni e, entro il primo anno, eliminare quelle non necessarie, con più amministratori che dipendenti, che fatturano per 3 anni meno di un milione o che risultino in sovrapposizione con altri servizi. Tagli anche alle poltrone: la regola è l’amministratore unico ma si potrà mantenere un Cda con 3 o 5 componenti, e arriva una disciplina sulle crisi d’impresa. I
n fase di prima applicazione si indicheranno le partecipate escluse dalla nuova regulation oltre alle quotate e quelle che hanno emesso titoli entro dicembre. «Noi ci siamo dati come termine il 31 dicembre di quest’anno, ma immaginiamo già nei prossimi 90 giorni di poter portare un elenco delle aziende che avranno subito l’applicazione delle norme e quindi un primo elenco delle aziende chiuse» ha detto ieri il sottosegretario alla Funzione pubblica, Angelo Rughetti, intervistato da Radio 24
(articolo Il Sole 24 Ore del 22.01.2016).

PUBBLICO IMPIEGOAssenteisti licenziati in 30 giorni. Procedura straordinaria per chi è colto in flagranza o scoperto con strumenti di registrazione.
Pubblico impiego. Lo schema di decreto approvato dal Consiglio dei ministri sulle misure per contrastare chi bara sulle presenze al lavoro.

Lo schema di decreto legislativo sul licenziamento disciplinare presenta aspetti di significativa novità rispetto alla disciplina vigente, che pure non manca di specifiche disposizioni volte a reprimere condotte abusive da parte dei lavoratori pubblici sul rispetto dell'orario di lavoro.
Già il Dlgs 150/2009 era, infatti, intervenuto in materia al fine di sanzionare tali comportamenti, introducendo nel Testo unico sul lavoro pubblico come specifica ipotesi di licenziamento senza preavviso la «falsa attestazione della presenza in servizio, mediante l'alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente» (articolo 55-quater, lettera a), del Dlgs 165/2001) e prevedendo in tale ipotesi anche l'applicazione di sanzioni penali (articolo 55-quinquies, comma 1, del medesimo Testo unico).
Tali previsioni non hanno però adeguatamente fronteggiato la diffusione di fenomeni di assenteismo e pertanto, nel quadro di una generale revisione della disciplina dei procedimenti e delle sanzioni disciplinari prevista dalla legge delega sul pubblico impiego 124/2015 (articolo 17, comma 1, lettera s), si è colta l'occasione, anche sull'onda di eclatanti fatti di cronaca, per misure maggiormente incisive e idonee a dare effettività alle norme sanzionatorie.
Il legislatore, innanzitutto, specifica, estendendone l'ambito, il comportamento che integra gli estremi della falsa attestazione in servizio, da ravvisarsi in «qualunque modalità fraudolenta posta in essere, anche avvalendosi di terzi, per far risultare il dipendente in servizio o trarre in inganno l'amministrazione presso la quale il dipendente presta servizio circa il rispetto dell'orario di lavoro».
L'aspetto sul quale maggiormente si interviene è quello relativo alla previsione di un procedimento disciplinare “speciale”, in quanto derogatorio rispetto a quello ordinario previsto dall'articolo 55-bis del Dlgs 165/2001.
Presupposto per l'attivazione di tale procedimento è che la falsa attestazione della presenza sia accertata «in flagranza ovvero mediante strumenti di sorveglianza o di registrazione degli accessi o delle presenze».
Se non sussiste tale presupposto, e quindi se la falsa attestazione della presenza sia rilevata al di fuori dei due casi sopra indicati, si applicheranno le norme del procedimento disciplinare ordinario.
Il procedimento disciplinare speciale è anticipato dall'applicazione della sospensione cautelare senza stipendio, che deve essere disposta entro 48 ore dalla conoscenza della notizia.
Anche in questo caso sono evidenti i profili di specialità della sospensione cautelare prevista dallo schema di decreto rispetto a quella contemplata dai contratti collettivi dei diversi comparti: si tratta di una sospensione obbligatoria, priva di un termine finale di durata, non retribuita.
Contestualmente al provvedimento di sospensione, il responsabile della struttura deve trasmettere gli atti all'ufficio per i procedimenti disciplinari, che dovrà avviare immediatamente il procedimento e concluderlo entro trenta giorni dalla ricezione degli atti o dal momento in cui è venuto a conoscenza dei fatti.
Nell'ambito di tale procedimento non si fa menzione né dell'audizione del lavoratore né di termini a difesa, dai quali tuttavia non sarà possibile prescindere non potendosi ammettere, in linea di principio, una compressione delle esigenze difensive che anche nei casi di flagranza o di rilevamento mediante strumenti di sorveglianza o di registrazione delle presenze debbono poter essere rispettate e consentite.
L'accelerazione dei termini di attivazione e di chiusura del procedimento, quindi, se da un lato può costituire un'apprezzabile misura che consente di dare una risposta effettiva ed efficace a comportamenti intollerabili, non può relegare il lavoratore a un ruolo di mero soggetto passivo, senza alcuna voce in capitolo né ai fini dell'applicazione della sospensione né ai fini dell'irrogazione della sanzione del licenziamento prevista per questa tipologia di inadempimento.
Dovrà essere, quindi, consentito in ogni caso al medesimo, onde evitare l'illegittimità del procedimento disciplinare, di essere ascoltato a sua difesa o produrre scritti difensivi in termini compatibili con la chiusura del procedimento.
  
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Azione di responsabilità per il danno d’immagine. I controlli. La segnalazione alla Corte dei conti: risarcimento almeno pari a sei mensilità.
Nella nuova disciplina del licenziamento disciplinare per i pubblici dipendenti la previsione di una tempistica più veloce rispetto a quella prescritta per il procedimento disciplinare ordinario consente di intervenire con maggiore efficacia rispetto a situazioni in cui risulti manifesta, a causa della flagranza del comportamento o della rilevazione attraverso strumenti obiettivi, la sussistenza della condotta illecita del lavoratore che abbia attestato falsamente la propria presenza in servizio.
A fianco di tali misure, ve ne sono altre approvate nel decreto legislativo che consentono non solo una maggiore deterrenza rispetto a tali comportamenti, ma anche l'assunzione di più adeguate responsabilità da parte di chi svolge ruoli dirigenziali e l'applicazione di misure sanzionatorie nei confronti di chi favorisca in qualche modo i comportamenti elusivi del rispetto dell'orario di lavoro.
È ampiamente riscontrato, infatti, che comportamenti di questo genere spesso attecchiscano laddove non vi sia un adeguato controllo da parte degli organi preposti e la complicità, anche solo silente, da parte dei colleghi.
Sotto il profilo della deterrenza, il decreto, oltre a confermare la sanzione del licenziamento, già peraltro contemplata per questa tipologia di condotte dal decreto legislativo 165/2001, modificato dal Dlgs 150/2009, prevede che, entro 15 giorni dall'avvio del procedimento disciplinare (e quindi quando ancora non sia scaduto il termine dei trenta giorni previsto a chiusura del procedimento), debba essere effettuata la denuncia dei fatti al Pubblico ministero in sede penale e la segnalazione alla Procura regionale della Corte dei conti.
Anche in quest'ultimo caso è prevista una tempistica definita per l'esercizio dell'azione di responsabilità da parte della procura della Corte dei conti per il risarcimento del danno all'immagine, subito dall'ente di appartenenza del lavoratore per i comportamenti illeciti di cui quest'ultimo si sia reso colpevole, da determinarsi sulla base di una liquidazione equitativa comunque in misura non inferiore a sei mensilità dell'ultimo stipendio oltre a interessi e spese di giustizia.
Non meno incisive sono le misure disposte dal decreto per rendere effettivo il controllo da parte del dirigente sulle condotte di falsa attestazione della presenza assunte dai dipendenti e la conseguente attivazione del procedimento disciplinare.
Ove, infatti, il dirigente (o il responsabile del servizio competente negli enti privi di dirigenza), in presenza di tali fatti, ometta di avviare l'azione disciplinare e di segnalare gli addebiti all'ufficio per i procedimenti disciplinari si espone alla sanzione del licenziamento.
Il dirigente è punibile con la medesima sanzione anche nell'ipotesi in cui non abbia adottato il provvedimento della sospensione cautelare nei confronti del dipendente colto in flagrante o la cui falsa attestazione sia rilevata dagli strumenti di sorveglianza o di registrazione delle presenze.
Tali condotte sono state altresì qualificate dal decreto come omissione di atti d'ufficio e in quanto tali riconducibili a quelle previste dall'articolo 328 del Codice penale.
Nella versione finale del decreto non è stata più inserita la previsione di un esonero della responsabilità del dirigente in caso di annullamento del licenziamento da parte del giudice adito dal dipendente: misura che avrebbe potuto consentire di superare uno degli ostacoli più avvertiti dalla dirigenza per l'esercizio dell'azione disciplinare e cioè il rischio di dover rispondere dei danni erariali connessi alle conseguenze derivanti dall'annullamento della sanzione espulsiva.
Inoltre, chiunque abbia «agevolato con la propria condotta attiva o omissiva la condotta fraudolenta» risponde della violazione commessa, e dunque è passibile di sanzioni disciplinari.
La previsione di tali possibili sanzioni (cui si aggiungono quelle già introdotte dal Dlgs 150/2009 per chi non collabora con il titolare dell'azione disciplinare o rende al medesimo dichiarazioni false e reticenti) dovrebbe quindi consentire di contrastare le condotte, spesso assunte per un malinteso concetto di solidarietà tra colleghi, che hanno agevolato la diffusione di pratiche assenteiste
(articolo Il Sole 24 Ore del 22.01.2016).

ATTI AMMINISTRATIVIRiordinata la disciplina dell’accesso ai dati Pa. Decreto. Anticorruzione.
Tra i decreti approvati da Palazzo Chigi nell’ambito della delega Pa ce n’è anche uno dedicato al «riordino della disciplina riguardante il diritto di accesso civico e gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni» che modifica molte delle disposizioni contenute nel decreto legislativo 33 del 2013.
In particolare, l’Autorità nazionale anticorruzione, sentito il Garante per la privacy nel caso in cui siano coinvolti dati personali, può «identificare i dati, le informazioni e i documenti oggetto di pubblicazione obbligatoria» (prevedendo modalità semplificate per i Comuni con popolazione inferiore a 15mila abitanti e per gli organi e collegi professionali).
Con riferimento al cosiddetto “accesso civico”, chiunque, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo e di promuovere la partecipazione al dibattito pubblico, ha diritto di verificare i dati detenuti dalle pubbliche amministrazioni, le quali devono rispondere ad eventuali richieste «tempestivamente, e comunque non oltre 30 giorni dalla presentazione dell’istanza», salvo il silenzio-diniego.
Rifiuto che è necessario per evitare un pregiudizio rilevante, verosimile e specifico alla sicurezza nazionale, alla difesa, alle relazioni internazionali, alla stabilità finanziaria ed economica dello Stato, alla conduzione di indagini penali ovvero al segreto di Stato.
Sempre nell’ottica della trasparenza l’agenzia per l'Italia digitale è chiamata a gestire un sito internet denominato “Soldi pubblici” per consentire l’accesso ai dati dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni. Il decreto stabilisce poi obblighi generalizzati di pubblicazione relativi ai contratti pubblici di lavori, servizi e forniture.
Altri interventi riguardano poi la legge n. 190 del 2012 e il Piano nazionale anticorruzione che avrà durata triennale e costituirà atto di indirizzo per le pubbliche amministrazioni per individuare i principali rischi di corruzione e le misure di contrasto.
Si riconoscono infine all’Autorità nazionale anticorruzione maggiori poteri ispettivi, di richiesta di notizie, informazioni e documenti, nonché di rimozione di comportamenti contrastanti con i piani e le regole sulla trasparenza citati
 (articolo Il Sole 24 Ore del 22.01.2016).

PUBBLICO IMPIEGONei modelli 231 l’obbligo di segnalazione. Ddl «Whistleblowing». Il disegno di legge approvato ieri dalla Camera passa al Senato - Per le imprese private vincolo di «report» per tutti i dipendenti, nel settore pubblico niente premi ma tutele più estese.
Nessun incentivo, ma garanzie piene. La Camera ha approvato ieri, con una larga maggioranza, che comprende anche il Movimento 5 Stelle (promotore del provvedimento, peraltro), il disegno di legge (Atto Camera n. 3365) che rafforza in chiave anticorruzione la tutela di chi segnala illeciti. Ferocemente contraria invece Forza Italia.
Lo spiega Francesco Paolo Sisto che contesta «una barbarie giuridica che introduce negli ambienti di lavoro, pubblici e privati, un clima invivibile di accusa segreta. La differenziazione tra segnalazione, denuncia e delazione è speciosa; il risultato, alla fine, è uno solo: un meccanismo di sospetto diffuso, un “un contro l’altro armati” che non produrrà alcun effetto sul denunciante, ma sarà catastrofico per chi è denunciato, anche se ingiustamente».
La nuova legge, che ora passa al Senato, integra e amplia l’attuale disciplina prevista dalla legge Severino: da un lato infatti rafforza la norma già in vigore per gli impiegati pubblici, comprendendo gli enti pubblici economici e gli enti di diritto privato sotto controllo pubblico, dall’altro allarga la tutela al settore privato, inserendo specifici obblighi a carico delle società nei modelli organizzativi previsti dalla 231.
Per quanto riguarda il perimetro pubblico, la segnalazione di condotte illecite di cui il dipendente è venuto a conoscenza nello svolgimento del proprio lavoro può essere fatta al responsabile della prevenzione della corruzione oppure direttamente all’Anac (l’Autorità anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone), alla magistratura ordinaria o anche a quella contabile.
La segnalazione deve essere fatta in buona fede e il disegno di legge precisa che la buona fede esiste quando la segnalazione è circostanziata, corroborata cioè da elementi non palesemente infondati, ed è stata fatta «nella ragionevole convinzione, fondata su elementi di fatto, che la condotta illecita segnalata si sia verificata». La buona fede è invece sicuramente esclusa quando il dipendente ha agito con colpa grave.
La versione del testo approvata ieri mattina esclude quel riconoscimento di «forme di premialità» che era stata inserita inizialmente dalla commissione Giustizia quando la segnalazione si è rivelata fondata.
Previsione che molto aveva fatto discutere soprattutto per gli eventuali utilizzi strumentali e spregiudicati cui si sarebbe esposta. Cancellata la previsione, è stato però rafforzato l’impianto delle tutele che esclude qualsiasi ritorsione sul dipendente, escludendo che possa essere demansionato, licenziato, trasferito oppure infine, con norma di chiusura, sottoposto a qualsiasi misura organizzativa con effetti negativi. L'ente che ha adottato la misura discriminatoria rischia, al netto di ogni altro profilo di responsabilità, una sanzione da parte dell’Anac da 5mila a 30mila euro.
È vietato rivelare l’identità del whistleblower, ma non sono ammesse segnalazioni anonime. Il segreto sul nome, in caso di processo penale, non può comunque protrarsi oltre la chiusura delle indagini preliminari.
Nell’ambito invece di un eventuale procedimento disciplinare, il dipendente può rivelare la propria identità solo quando questa è indispensabile per difesa dell’incolpato.
Sul versante delle imprese private, la chiave di volta è rappresentata dai modelli organizzativi previsti dal decreto 231 del 2001. Viene infatti previsto, tra i contenuti del modello, l’obbligo a carico sia dei vertici sia dei semplici dipendenti sia dei collaboratori «di presentare a tutela dell’integrità dell’ente segnalazioni circostanziate di condotte illecite che in buona fede, sulla base della ragionevole convinzione fondata su elementi di fatto, ritengano si siano verificate». Condotte, si specifica, rilevanti per il decreto (che contiene un’ampia lista dei reati presupposto)
(articolo Il Sole 24 Ore del 22.01.2016).

PUBBLICO IMPIEGOSegnalatori di illeciti tutelati. Ok camera.
Segnalatore di illeciti («whistleblower») tutelato: il dipendente che avviserà, infatti, di reati o irregolarità verificatisi in ambito lavorativo non potrà subire ritorsioni, come il trasferimento ad altro incarico. E la protezione varrà sia nel settore pubblico (pure per collaboratori e consulenti, e per chi opera in aziende che forniscono beni e servizi alla p.a.), sia in quello privato.

Sono i contenuti della proposta di legge (
Atto Camera n. 3365) che ieri ha ottenuto il primo via libera dall'aula della camera, con 281 sì, 71 no e 18 astenuti ed è passata all'esame dei senatori (si veda anche ItaliaOggi di ieri).
L'iniziativa del M5s (in seguito modificata, nelle commissioni di Montecitorio, dal Pd) ricalca l'esperienza sperimentata con successo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna del «whistleblowing» (che letteralmente significa «soffiatore nel fischietto»), rivisitata e forte di un ampliamento del perimetro tracciato dalla cosiddetta legge Severino (190/2012), attraverso il conferimento di un ruolo rilevante all'Autorità nazionale anticorruzione (Anac) guidata da Raffaele Cantone.
Nel dettaglio, la norma prevede che il dipendente che, in buona fede, comunicherà ai responsabili anticorruzione, all'Authority o ai magistrati ordinari e contabili episodi di illeciti di cui ha avuto contezza non potrà essere sanzionato, né demansionato, o licenziato, trasferito o sottoposto ad altre misure ritorsive; qualora, invece, subisca «atti discriminatori» l'Anac applicherà al responsabile di tali azioni una sanzione pecuniaria amministrativa fino a 30.000 euro.
Protetta l'identità del «whistleblower» (ma la segretezza, in caso di processo penale, non potrà protrarsi oltre la chiusura delle indagini preliminari), però non saranno ammesse segnalazioni anonime. Nessuna tutela, tuttavia, se l'informatore è stato condannato in sede penale (anche in primo grado) per calunnia, diffamazione o altri reati commessi con la denuncia. Anzi, costerà caro trasmettere rapporti errati, o infamanti sull'operato dei propri colleghi, o responsabili poiché, se verrà accertata l'infondatezza della segnalazione, oppure la mancanza di buona fede, scatterà il procedimento disciplinare a carico del falso «whistleblower». Che rischierà pure il licenziamento in tronco (articolo ItaliaOggi del 22.01.2016).

PUBBLICO IMPIEGO: Tempi stretti sui furbetti. Procedimento disciplinare entro 30 giorni. Lo schema di decreto legislativo sui dipendenti pubblici infedeli.
Sospensione cautelare entro 48 ore dalla conoscenza del fatto e procedimento disciplinare da avviare immediatamente e concludere entro 30 giorni.

Il decreto legislativo approvato mercoledì scorso dal Governo per sanzionare più efficacemente e velocemente i dipendenti pubblici infedeli che attestino falsamente la loro presenza in giudizio modifica, per la fattispecie, in maniera drastica il procedimento disciplinare.
False attestazioni. Il decreto introduce un nuovo comma 1-bis all'articolo 55-quater del dlgs 165/2001 allo scopo di precisare meglio e, soprattutto, di estendere la fattispecie delle false attestazioni della presenza in servizio. Dunque, costituisce falsa attestazione «qualunque modalità fraudolenta posta in essere, anche avvalendosi di terzi, per far risultare il dipendente in servizio o tranne in inganno l'amministrazione presso la quale il dipendente presta servizio circa il rispetto dell'orario di lavoro».
La questione, quindi, non riguarda solo la timbratura di inizio e fine orario, ma anche la presenza in servizio durante l'orario. La norma, quindi, si estende a qualsiasi tipo di allontanamento dal servizio, non supportato dalle corrette giustificazioni normativamente e contrattualmente previste. La responsabilità non solo ricade su chi attesta falsamente la propria presenza, ma anche nei riguardi di chiunque favorisca, collaborando o omettendo di impedire l'azione fraudolenta.
Sospensione cautelare. Non licenziamento entro 48 ore, ma sospensione cautelare entro 48 ore, come era del resto inevitabile: il licenziamento non può che conseguire al procedimento disciplinare. La sospensione deve essere disposta laddove l'assenza fraudolenta sia accertata in flagranza, oppure provata da strumenti di sorveglianza o registrazione degli accessi e non sarà necessaria la preventiva audizione del dipendente sospeso.
Il provvedimento, dunque, viene adottato «inaudita altera parte», ma dovrà essere motivato e, appunto, emesso entro 48 ore, a seconda da chi conosca per primo l'evento, alternativamente dal responsabile della struttura di appartenenza del dipendente, o dall'ufficio per i procedimenti disciplinari. Le 48 ore decorrono dal momento della conoscenza dell'evento: si pone, però, il problema di come comprovare il momento in cui i soggetti competenti alla sospensione acquisiscono la conoscenza piena del fatto.
In ogni caso, si tratta di un termine ordinatorio: laddove la sospensione sia disposta oltre il termine, infatti, non si verifica né la decadenza dall'azione disciplinare, né l'inefficacia della sospensione cautelare tardiva. Il testo fa salva la responsabilità del dipendente che adotti con ritardo la sospensione, senza precisare di che genere di responsabilità si tratti.
Procedimento disciplinare. Il punto maggiormente delicato della riforma riguarda l'azione disciplinare. Laddove la sospensione cautelare sia adottata dal responsabile della struttura, questo deve trasmetterla all'ufficio dei procedimenti disciplinari, perché avvii il procedimento. Ricevuti gli atti, l'ufficio avvia «immediatamente» il procedimento: ma, l'avverbio «immediatamente» non aiuta certo a comprendere entro che termini l'azione debba partire.
Inoltre, la riforma stabilisce che il procedimento debba concludersi entro 30 giorni. Ma, non sono fissati termini per l'esposizione delle difese del dipendente, garanzia fondamentale ed imprescindibile. Poiché la riforma non deroga espressamente alle disposizioni su durata e fasi del procedimento disciplinare dettate dall'articolo 55-bis del dlgs 165/2001, potrebbero aprirsi infiniti e incerti contenziosi sulle questioni procedurali (articolo ItaliaOggi del 22.01.2016).

ENTI LOCALI - VARI: Un'identità digitale per dialogare con la p.a..
Un'identità digitale, attraverso cui accedere e utilizzare i servizi erogati in rete dalle pubbliche amministrazioni, e al domicilio digitale (Spid), in collegamento con l'anagrafe della popolazione residente. Spid sarà l'identificativo con cui un cittadino si farà riconoscere dalla pubblica amministrazione, mentre il domicilio digitale sarà l'indirizzo on line al quale potrà essere raggiunto dalle pubbliche amministrazioni.

Lo prevede un decreto legislativo recante norme di attuazione dell'articolo 1 della legge 07.08.2015, n. 124 (riforma Madia), che modifica e integra il codice dell'amministrazione digitale (Cad) di cui al decreto legislativo 07.03.2005, n. 82.
Il governo ha anche approvato sempre in via preliminare e sempre in attuazione della riforma Madia un dlgs che consente di presentare presso un unico ufficio, anche in via telematica, un unico modulo standard e valido in tutto il paese di segnalazione certificata di inizio attività (Scia).
Disco verde pure a uno schema di dlgs il quale, accanto o in alternativa a procedure ordinarie (Conferenza dei servizi, silenzio assenso), consente a comuni e regioni di individuare, con cadenza annuale, investimenti strategici di grande rilevanza finanziaria e forte impatto occupazionale per i quali richiedere alla presidenza del Consiglio dei ministri una procedura accelerata.
Oltre allo schema di dlgs con le norme in materia di riorganizzazione, razionalizzazione e semplificazione della disciplina concernente le autorità portuali (si veda ItaliaOggi di ieri) e a quello di razionalizzazione delle funzioni di polizia e assorbimento del Corpo forestale dello stato nei carabinieri, il consiglio dei ministri ha approvato il decreto di revisione e semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione pubblica e trasparenza. Al di fuori della riforma Madia, via libera allo schema di decreto di attuazione della direttiva in merito ai contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili residenziali e modifiche alla disciplina degli agenti in attività finanziaria e dei mediatori creditizi (anticipato su Italiaoggi di ieri).
Infine le nomine. Ok al collocamento fuori ruolo del ministro plenipotenziario Maria Angela Zappia per lo svolgimento dell'incarico di consigliere diplomatico del presidente del Consiglio dei ministri, nonché del ministro plenipotenziario Vincenzo Schioppa Narrante per lo svolgimento dell'incarico di segretario generale dell'Istituto universitario europeo (articolo ItaliaOggi del 22.01.2016).

ENTI LOCALI: Le partecipate potranno fallire. Vietato soccorrere le società strutturalmente in perdita. RIFORMA P.A./ Il dlgs di riforma spazza via ogni dubbio. Necessario un piano di rilancio.
Le partecipate potranno fallire. Cade il tabù dell'intangibilità dei carrozzoni pubblici che ora, se mal gestiti, saranno inequivocabilmente soggetti alle norme in materia di fallimento, concordato preventivo e amministrazione delle grandi imprese in crisi. I giudici, finora piuttosto divisi sul tema, non potranno più trovare scuse per negare il fallimento.
Le società con i conti in rosso non potranno continuare a drenare risorse agli enti soci perché il ripianamento delle perdite, anche se attuato con aumento di capitale o trasferimento di partecipazioni, non sarà più la via maestra per continuare a mantenersi in linea di galleggiamento.
Servirà un piano di ristrutturazione aziendale da cui emergano «concrete prospettive di recupero». Anche perché gli enti soci avranno le mani legate, non potendo effettuare aumenti di capitale, trasferimenti straordinari, aperture di credito, né rilasciare garanzie a favore delle partecipate che abbiano registrato perdite per tre esercizi consecutivi. La regola non varrà però per le quotate. La fallibilità delle partecipate costituisce il clou del dlgs varato in prima lettura dal consiglio dei ministri di mercoledì sera, assieme ad altri dieci provvedimenti tutti attuativi della riforma della p.a. voluta dal ministro Marianna Madia.
L'obiettivo è ridurre drasticamente la galassia delle oltre 7.700 società, disboscando i rami secchi a cominciare dalle «scatole vuote», ossia quelle società che per più di tre anni consecutivi non abbiano depositato il bilancio né compiuto atti di gestione. Entro un anno dalla riforma, esse verranno cancellate d'ufficio dal registro delle imprese.
Ogni anno ciascun ente pubblico dovrà effettuare un monitoraggio dell'andamento delle società di cui detiene partecipazioni (dirette o indirette). Qualora vengano rilevate anomalie dovrà scattare la razionalizzazione, da attuarsi mediante fusione, liquidazione o cessione. Per esempio, i tagli saranno obbligatori in presenza di società prive di dipendenti (o con più amministratori che dipendenti) o che abbiano registrato nel triennio un fatturato medio inferiore al milione di euro, o ancora dopo quattro bilanci chiusi in perdita su cinque esercizi (ma la regola non varrà per le società che gestiscono servizi di interesse generale).
Per le partecipate degli enti locali si prevedono regole ad hoc in caso di risultato di esercizio negativo. Le amministrazioni locali dovranno accantonare in un apposito fondo vincolato un importo pari alla perdita che non sia stata immediatamente ripianata. L'accantonamento dovrà avvenire in misura proporzionale alla quota di partecipazione e in pratica costituirà una zavorra che gli enti locali controllanti dovranno accollarsi in caso di perdita. Le somme torneranno disponibili solo quando le perdite verranno ripianate (articolo ItaliaOggi del 22.01.2016).

ATTI AMMINISTRATIVI: La conferenza dei servizi si fa in tre. Decisioni in 60 giorni. Conferenza di servizi razionalizzata sì, ma la semplificazione vera appare lontana.
Il decreto legislativo di riordino dell'istituto della conferenza di servizi, parte integrante del pacchetto di 11 dlgs approvati dal governo mercoledì notte, potrà anche riuscire nell'intento di abbreviare di molto procedimenti che in alcuni casi duravano anni, ma l'opera di razionalizzazione sarà talmente improba che il risultato, nonostante la sua potenziale efficacia, meriterà ulteriori interventi semplificatori.
Vi saranno solo tre tipi di conferenza di servizio. La prima è la conferenza «istruttoria», attivabile sia dall'amministrazione procedente, sia su iniziativa del privato interessato. Essa ha lo scopo di realizzare un esame contestuale di vari interessi pubblici coinvolti in uno o più procedimenti amministrativi connessi e si svolge in forma semplificata asincrona, o con altre modalità definite dall'amministrazione procedente. Lo scopo di questa conferenza non è decidere, ma acquisire elementi per decidere.
La seconda conferenza è quella «decisoria». Deve essere indetta quando la decisione positiva sia subordinata all'acquisizione di pareri, intese, nulla osta o altri atti di assenso comunque denominati, resi da amministrazioni diverse o anche da gestori di beni o servizi pubblici. Può anche essere indetta su richiesta del privato interessato se la propria attività risulti subordinata a più atti di assenso della pubblica amministrazione.
La conferenza «preliminare» potrà essere indetta dall'amministrazione competente nel caso di progetti di particolare complessità, riguardanti insediamenti produttivi, su richiesta motivata dell'interessato. Nel caso in cui si debbano realizzare opere pubbliche e di interesse pubblico, questo tipo di conferenza si esprime sui progetti preliminari, per indicare le condizioni necessarie per ottenere gli assensi necessari in fase di progetto definitivo.
Forma semplificata. È indetta entro cinque giorni dall'avvio d'ufficio o su istanza del procedimento. Le amministrazioni convocate possono chiedere integrazioni documentali o chiarimenti entro il termine fissato dall'amministrazione procedente, che comunque non può superare i 20 giorni; la richiesta di integrazione o chiarimenti né sospende, né interrompe i termini procedurali.
Entro 60 giorni dall'indizione, le amministrazioni coinvolte dovranno rendere alla procedente le proprie decisioni. È una conferenza «asincrona» perché le amministrazioni esprimono in sede autonoma le proprie decisioni; ma la p.a. procedente può indire una conferenza «sincrona», cioè con la partecipazione simultanea alla riunione delle amministrazioni (articolo ItaliaOggi del 22.01.2016).

ENTI LOCALI: Fusioni in libertà. Niente forzature per i comuni. Fornaro e Borghi (Pd) sconfessano la pdl Lodolini.
Sulla fusione obbligatoria dei comuni sotto i 5.000 abitanti il Pd sconfessa se stesso.

A prendere le distanze dalla proposta di legge Atto Camera n. 3420 (depositata alla camera da una ventina di onorevoli dem con in testa il deputato marchigiano Emanuele Lodolini) anticipata su ItaliaOggi del 15 gennaio, sono due parlamentari piemontesi: Federico Fornaro, esponente della sinistra Pd e componente della Bicamerale per il federalismo fiscale, ed Enrico Borghi, presidente dell'Uncem.
Entrambi parlano apertamente di una «iniziativa individuale che non rientra nel solco del processo di riforma avviato con la legge Delrio e con la riforma costituzionale». La proposta di legge individua nella soglia demografica di 5.000 abitanti la popolazione minima affinché un comune possa esistere autonomamente. E obbliga chi ne ha meno a fondersi entro due anni, pena l'intervento d'imperio delle regioni, costrette anche loro ad accorpare i comuni se non vorranno perdere il 50% dei trasferimenti.
Secondo i deputati proponenti, la ricetta individuata sarebbe l'unica per far decollare le fusioni che, in questi anni, «nonostante i cospicui incentivi e i contributi previsti da leggi statali» sono state pochissime. E la soglia di 5.000 abitanti sarebbe la «dimensione ottimale» per garantire servizi efficienti e ottimizzazione delle risorse. Ma i due deputati piemontesi non la pensano allo stesso modo. «La proposta», dicono, «non risponde ad un approccio corretto per dare efficienza al sistema delle autonomie locali. «Non servono imposizioni dall'alto o forzature».
Franca Biglio, presidente dell'Anpci, prende atto ma resta cauta. «Alle parole», dice, «devono seguire i fatti perché finora tutte le norme prodotte da questo governo, dalla legge Delrio alle centrali uniche, dall'assoggettamento degli enti sotto i mille abitanti agli obiettivi contabili all'esclusione di Anpci dalla Stato-città dimostrano un'unicità di pensiero che va nella direzione di escludere i sindaci dei piccoli comuni» (articolo ItaliaOggi del 22.01.2016).

APPALTI: Incentivi per gli appalti verdi. Cauzioni ridotte e obbligo per la p.a. di consumi sostenibili. Pubblicato in G.U. il Collegato ambientale che promuove misure di green economy.
Agevolazioni per le imprese con certificazioni ambientali Emas e Ecolabel che partecipano alle gare pubbliche; sconti sull'importo delle garanzie fideiussorie richieste nei bandi di gara e valutazioni premiali in sede di offerta.

Sono queste alcune delle novità principali derivanti dall'avvenuta pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale (n. 13 del 18.01.2016) della legge 28.12.2015, n. 221 recante «Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell'uso eccessivo di risorse naturali» (il cosiddetto collegato Ambiente).
Il testo contiene alcune novità (e ulteriori modifiche al codice dei contratti pubblici) che, in particolare, mirano a introdurre i cosiddetti «appalti verdi» attraverso un incentivo per gli operatori economici che partecipano ad appalti pubblici e sono muniti di attestazione Emas (che certifica la qualità ambientale dell'organizzazione aziendale) o di marchio Ecolabel (che certifica la qualità ecologica di «prodotti», comprensivi di beni e servizi).
Il beneficio previsto dalla legge 221 consiste in una riduzione del 30% per i possessori di registrazioni Emas; del 20% per i possessori della certificazione Uni En Iso 14001, o del marchio Ecolabel, della «cauzione» a corredo dell'offerta prevista dall'articolo 75, comma 7, del Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture.
Lo stesso articolo introduce la compensazione delle emissioni di gas serra associate alle attività dell'azienda calcolate secondo i metodi che saranno stabiliti in base alla raccomandazione della commissione europea 2013/179/Ue concernente le prestazioni ambientali dei prodotti e delle organizzazioni. Per promuovere l'adozione dei sistemi Emas ed Ecolabel si dispone che nella formulazione delle graduatorie costituisca elemento di preferenza la registrazione Emas delle organizzazioni pubbliche e private e la richiesta di contributi per l'ottenimento della certificazione Ecolabel di prodotti e servizi, per l'assegnazione di contributi, agevolazioni e finanziamenti in materia ambientale.
La legge stabilisce, inoltre, come procedere all'applicazione dei «criteri ambientali minimi» negli appalti pubblici per le forniture e negli affidamenti di servizi: si prevede l'obbligo, per gli appalti di forniture di beni e di servizi, di prevedere nei relativi bandi e documenti di gara l'inserimento almeno delle specifiche tecniche e delle clausole contrattuali contenute nei «Criteri ambientali minimi (Cam)», ai sensi del piano d'azione per la sostenibilità ambientale dei consumi nel settore della pubblica amministrazione, per l'acquisto di servizi energetici per gli edifici, di attrezzature per l'ufficio e di lampade.
Tale obbligo si applica, per almeno il 50% del valore delle forniture, dei lavori o dei servizi oggetto delle gare d'appalto, anche ad altre categorie di beni e servizi: affidamento del servizio di gestione dei rifiuti urbani; forniture di cartucce e toner; affidamento del servizio di gestione del verde pubblico; carta per copie; ristorazione collettiva; prodotti tessili; arredo per l'ufficio e affidamento del servizio di pulizia e fornitura di prodotti per l'igiene.
La legge affida un ulteriore compito all'Osservatorio dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, ossia monitorare l'applicazione dei criteri ambientali minimi. (modifica l'articolo 7 del Codice dei contratti) e dispone che i bandi-tipo contengono indicazioni per l'integrazione dei criteri ambientali minimi di cui ai decreti attuativi del piano d'azione per la sostenibilità ambientale dei consumi nel settore della pubblica amministrazione (modifica l'articolo 64 del Codice dei contratti) (articolo ItaliaOggi del 22.01.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTI: Gare Ue, formulario unico. Obbligatorio dal 18.04.2016.
Formulario unico per partecipare alle gare di appalto di livello comunitario obbligatorio dal 18 aprile prossimo.

È quanto deriva dal regolamento di esecuzione Ue) 2016/7 della Commissione Ue del 05.01.2016 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea L 3 del 06.01.2016), che contiene il modello di formulario per il documento di gara unico europeo.
Il documento, che rappresenta uno degli strumenti previsti a livello Ue per semplificare la partecipazione alle gare pubbliche, è previsto dall'articolo 59 della direttiva 2014/24, e consiste in una dichiarazione formale predisposta dall' operatore economico rispetto a quanto previsto dagli atti di gara.
In particolare, si riferisce alle dichiarazioni di non trovarsi in una delle situazioni nelle quali gli operatori economici devono o possono essere esclusi, di soddisfare i pertinenti criteri di selezione e di rispettare, se del caso, le norme e i criteri oggettivi fissati al fine di limitare il numero di candidati qualificati da invitare a partecipare. Il documento, che dovrà essere utilizzato dal 18 aprile, è finalizzato a ridurre gli oneri amministrativi derivanti dalla necessità di produrre un considerevole numero di certificati o altri documenti relativi ai criteri di esclusione e di selezione.
Tale documento deve contenere le informazioni indicate chiaramente e in anticipo dalle amministrazioni aggiudicatrici e dagli enti aggiudicatori nell'avviso di indizione di gara e il regolamento consente agli operatori economici di riutilizzare le informazioni fornite in un DgUe già utilizzato in una procedura di appalto precedente, purché siano ancora valide e pertinenti. Il documento dovrà essere prodotto solo in forma elettronica come prevede l'articolo 59, paragrafo 2, secondo comma, della direttiva 2014/24/Ue; l'applicazione di tale disposizione può comunque essere rinviata fino al 18.04.2018.
Pertanto, le due versioni del DgUe, elettronica e su carta, possono coesistere al più tardi fino al 18.04.2018. Se più operatori economici compartecipano alla procedura di appalto sotto forma di raggruppamento, comprese le associazioni temporanee, dovrà essere presentato per ciascuno degli operatori economici partecipanti un DgUe distinto con le informazioni richieste; DgUe distinti saranno presentati anche nel caso in cui l'operatore economico faccia affidamento sulle capacità di uno o più soggetti (articolo ItaliaOggi del 22.01.2016).

GIURISPRUDENZA

EDILIZIA PRIVATA: Oneri aggiuntivi per mitigare in fase di ristrutturazione. Giurisprudenza. Anche a carichi urbanistici invariati.
I problemi del rumore possono generare aggravi economici nelle ristrutturazioni edilizie: lo sottolinea il Consiglio di Stato, IV Sez., con la sentenza 29.10.2015 n. 4950, favorevole al Comune di Torino in una controversia sul regime di onerosità di un titolo edilizio.
Si discuteva in particolare della ristrutturazione di un edificio risalente all’inizio del 900, inizialmente suddiviso in 34 unità immobiliari su quattro piani, con destinazione commerciale e residenziale, del quale si prevedeva la completa demolizione e ricostruzione con sagoma diversa, con nove piani ma nei limiti della superficie lorda di pavimento preesistente. Le unità immobiliari venivano ridotte da 34 a 24 e sarebbero stati realizzati oltre 20 posti auto nel sottosuolo.
Un intervento del genere, nella logica del carico urbanistico, avrebbe dovuto escludere oneri aggiuntivi perché sia il parametro dei residenti che quello della superficie presentavano una contrazione. Il Comune tuttavia ha preteso il pagamento di oneri aggiuntivi per la riduzione dell’impatto acustico, sottolineando che sarebbe stato necessario stendere, in prossimità dell’intervento, asfalto fonoassorbente. Secondo le misurazioni dell’ente locale, l’insediamento avrebbe consentito l’utilizzo di residenze in cui si superava il limite di rumore derivante dal traffico veicolare.
L’impresa riteneva di non pagare, invocando il principio secondo il quale gli oneri di urbanizzazione, dal 1977 in poi (legge n. 10), rispondono all’esigenza di dotare il tessuto edilizio di adeguati servizi (rete viaria, fognature eccetera), utilizzando il parametro del “carico urbanistico”. Il Comune invece insisteva nella pretesa economica, invocando i sopravvenuti standard di benessere regolati da norme successive all’epoca di costruzione, ed in particolare la normativa sul contenimento del rumore (legge n. 447/1995).
Secondo i giudici, quest’ultima tesi è quella legittima, anche se la ristrutturazione riguardava un edificio ultracentenario che non generava un appesantimento dell’urbanizzazione nei parametri dei servizi pubblici coinvolti (cioè sotto l’aspetto delle opere di urbanizzazione). Il Consiglio di Stato sottolinea infatti le differenti finalità tra gli oneri di urbanizzazione e le norme sulla mitigazione acustica (legge n. 447/1995, Lr Piemonte n. 52/2000 e regolamento del Comune di Torino n. 318/2006), sicché anche una ristrutturazione che diminuisca il carico urbanistico può restare soggetta ai necessari adeguamenti sotto l’aspetto acustico. Di conseguenza, la ristrutturazione va assoggettata ai più elevati standard richiesti da norme sopravvenute.
Nel caso specifico, il Comune ha legittimamente richiesto il pagamento di circa 26mila euro per ovviare al problema del superamento dei limiti acustici, tramite l’utilizzo sulla viabilità pubblica di asfalto fonoassorbente. Quindi, anche se la pianificazione urbanistica vale solo per il futuro e recepisce tutte le preesistenze (Consiglio di Stato, sentenza n. 1052/2007), ciò non esclude che le norme relative a standard qualitativi tecnologici ed ambientali siano di immediata applicazione: ciò, del resto, allo stesso modo in cui anche gli impianti vanno adeguati agli standard sopravvenuti
(articolo Il Sole 24 Ore del 25.01.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: Un premio al legale in gamba. Il giudice può decidere di aumentare la parcella. La decisione del tribunale di Verona in sede di definizione delle spese di lite.
Il giudice aumenta al parcella all'avvocato bravo.

La III Sez. civile del TRIBUNALE di Verona ha emesso la sentenza 29.10.2015 che tende a qualificare la professione legale: il giudice, applicando l'art. 4, comma 8, dm n. 55/2014, ha aumentato il compenso dell'avvocato vincitore, riconoscendone quindi le sue capacità nell'espletamento dell'ufficio legale.
Il giudice veronese, regolamentando le spese di lite, sosteneva che andavano poste a carico dell'attrice opponente in applicazione dei principio della soccombenza. Alla liquidazione delle somme spettanti a titolo di compenso si procedeva sulla base del dm 55/2014.
In particolare, secondo il giudice, il compenso per le fasi di studio ed introduttiva poteva essere determinato assumendo a riferimento i valori medi di liquidazione, mentre quello per la fase istruttoria e per la fase decisionale andava quantificato in una somma pari ai corrispondenti valori medi di liquidazione, ridotti del 30 % alla luce della considerazione che la prima è consistita nella sola partecipazione a due udienze, mentre nella fase decisionale parte convenuta ha ripreso le medesime argomentazioni che avevano già svolto in precedenza.
Inoltre nel caso di specie, risultava possibile applicare l'art. 4, comma 8, del dm n. 55/2014, potendo qualificarsi la difesa della convenuta opposta come «manifestamente fondata», secondo l'espressione utilizzata da tale norma.
La norma in esame ha quindi previsto un'ipotesi di soccombenza qualificata, riconoscibile ex officio dal giudice, avente «la duplice finalità non solo di «scoraggiare pretestuose resistenze processuali» ma soprattutto di valorizzare, premiandola, l'abilità tecnica dell'avvocato che, attraverso le proprie difese, sia riuscito a far emergere che la prestazione del suo assistito era chiaramente e pienamente fondata nonostante le difese avversarie» (così testualmente il richiamato parere del Consiglio di stato e in termini pressoché identici la relazione ministeriale al dm 55/2014).
Tale disposizione secondo il giudice scaligero viene in rilievo nei casi in cui il difensore di una parte riesca a far emergere la fondatezza nel merito dei propri assunti e, specularmente, l'infondatezza degli assunti di controparte, senza dover ricorrere a prove costituende e quindi solo grazie ai proprio apporto argomentativo.
Volendo esemplificare si può pensare ai casi in cui la causa risulti di pronta soluzione sulla base di prove documentali di facile intelligibilità ovvero perché involge questioni giuridiche relativamente semplici o ancora perché non vi è stata contestazione dei fatti rilevanti ai fini della decisione (articolo ItaliaOggi Sette del 25.01.2016).

AGGIORNAMENTO AL 22.01.2016

UTILITA'

EDILIZIA PRIVATA - VARI: Bonus edilizi, le novità 2016.
La legge di Stabilità 2016 (legge 28.12.2015, n. 208) ha prorogato fino al 31.12.2016 le detrazioni «potenziate» per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio e per quelli finalizzati al risparmio energetico (con la novità dei dispositivi per il controllo remoto degli impianti di riscaldamento e per i contribuenti «no tax area»).
Stesso prolungamento di un anno anche per il «bonus arredi», riconosciuto a chi acquista mobili e grandi elettrodomestici destinati a immobili oggetto di lavori di ristrutturazione, a fianco del quale è stato introdotto un nuovo «bonus mobili», riservato alle giovani coppie che comprano (e arredano) l'abitazione principale.
Il panorama delle detrazioni fiscali per risparmio energetico, ristrutturazioni e arredi, dopo la manovra, presenta normative e casistiche articolate e riconducibili ai temi che verranno illustrati di seguito: (... segue) (articolo ItaliaOggi Sette del 18.01.2016).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 3 del 22.01.2015, "Integrazione delle disposizioni in merito alla disciplina per l’efficienza energetica degli edifici approvate con decreto 6480 del 30.07.2015" (decreto D.U.O. 18.01.2016 n. 224).

LAVORI PUBBLICI - PATRIMONIO: G.U. 21.01.2016 n. 16 "Adozione dei criteri ambientali minimi per l’affidamento di servizi di progettazione e lavori per la nuova costruzione, ristrutturazione e manutenzione di edifici per la gestione dei cantieri della pubblica amministrazione e criteri ambientali minimi per le forniture di ausili per l’incontinenza" (Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, decreto 24.12.2015).

EDILIZIA PRIVATA - LAVORI PUBBLICI: G.U. 21.01.2016 n. 16 "Indirizzi metodologici per la predisposizione dei quadri prescrittivi nei provvedimenti di valutazione ambientale di competenza statale" (Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, decreto 24.12.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA - APPALTI - ENTI LOCALI: G.U. 20.01.2016 n. 15, suppl. ord. n. 1, "Ripubblicazione del testo della legge 28.12.2015, n. 208, recante: «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)», corredato delle relative note (Legge pubblicata nel supplemento ordinario n. 70 alla Gazzetta Ufficiale - Serie generale - n. 302 del 30.12.2015)".

APPALTI - AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA - ESPROPRIAZIONE: G.U. 18.01.2016 n. 13 "Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali" (Legge 28.12.2015 n. 221).
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Si legga, al riguardo, anche: Dossier del Servizio Studi sull’A.S. n. 1676-A - Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell'uso eccessivo di risorse naturali (ottobre 2015, n. 237).

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

VARI: Oggetto: Variazione del tasso di interesse legale (ANCE di Bergamo, circolare 15.01.2016 n. 13).

APPALTI: Oggetto: Decreto-Legge “Milleproroghe”: le disposizioni inerenti gli appalti pubblici (ANCE di Bergamo, circolare 15.01.2016 n. 12).

APPALTI: Oggetto: Nuove soglie comunitarie per gli appalti pubblici dal 01.01.2016 (ANCE di Bergamo, circolare 15.01.2016 n. 11).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Oggetto: Modello Unico di Dichiarazione ambientale – scadenza del 30.04.2016 - Servizio di ANCE Bergamo per la compilazione e presentazione del MUD (ANCE di Bergamo, circolare 15.01.2016 n. 10).

AMBIENTE-ECOLOGIA - APPALTI - EDILIZIA PRIVATA - ENTI LOCALI: Oggetto: Legge di stabilità 2016 – n. 208 del 28.12.2015 - Principali misure di natura fiscale (ANCE di Bergamo, circolare 15.01.2016 n. 9).

ENTI LOCALI - VARIOggetto: pagamento delle sanzioni amministrative pecuniarie per violazione delle norme del Codice della Strada, mediante bonifico bancario e strumenti elettronici di pagamento (Ministero dell'Interno, nota 14.01.2016 n. 300/A/227/16/127/34 di prot.).

SICUREZZA LAVORO: Oggetto: le modifiche apportate dal D.Lgs. 151/2015 al Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro D.Lgs. 81/2008 (Consiglio Nazionale degli Ingegneri, circolare 11.01.2016 n. 649).

APPALTI: Oggetto: Testo approvato dalla Camera dei Deputati per l’invio al Senato - Delega appalti (AC 3194-A) (Rete Professioni Tecniche, circolare 22.12.2015 n. 40/2015).

INCARICHI PROFESSIONALI: Oggetto: Chiarimenti sui titoli di accesso all'esame di stato per la sez. A dell'albo degli Ingegneri (Ministero dell'Istruzione, dell'università e della ricerca, nota 21.12.2015 n. 23591 di prot.).

AMBIENTE-ECOLOGIADirettiva per disciplinare la conduzione dei procedimenti di rilascio, riesame e aggiornamento dei provvedimenti di autorizzazione integrata ambientale di competenza del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare (Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, direttiva 16.12.2015 n. 274 di prot.).

A.N.AC. (già AUTORITA' VIGILANZA CONTRATTI PUBBLICI)

APPALTI: Via libera Anac ai mini-acquisti nei Comuni medio-piccoli. Fino a 40mila euro.
Via libera dall’Autorità anticorruzione ai mini-acquisti «non centralizzati» anche nei Comuni sotto i 10mila abitanti, quando le somme in gioco non superano i 40mila euro.
Lo comunica lo stesso presidente dell’Anac, Raffaele Cantone
(comunicato del Presidente 08.01.2016), che in questo modo chiude il cerchio dopo che il comma 501 della legge di stabilità ha risolto il “corto-circuito” dei piccoli acquisti.
Soggette a un continuo tira e molla fatto di proroghe e correttivi, infatti, le regole sulla centralizzazione degli acquisti, che vietano alle amministrazioni di operare in autonomia nel reperimento di beni e servizi e impongono di rivolgersi ai vari soggetti aggregatori previsti dalla norma, avevano escluso i mini-acquisti solo negli enti con più di 10mila abitanti.
Questa situazione, effetto probabilmente più del caos prodotto dai continui correttivi che di una reale scelta strategica, aveva quindi determinato il blocco, negli ultimi mesi del 2015 non coperti dalle proroghe precedenti, degli acquisti fino a 40mila euro nei Comuni fino a 10mila abitanti, cioè in 7.712 enti su 8mila.
In base a queste regole, infatti, l’Anac non poteva rilasciare il codice identificativo gara (Cig), condizione essenziale perché l’operazione sia legittima. Ora, chiarisce l’Autorità, la macchina dei Cig può ripartire, in attesa del prossimo cambio di regole
 (articolo Il Sole 24 Ore del 13.01.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTI: Appalti, Cig per gli enti sotto i 10 mila abitanti. L'Anac dà l'ok al rilascio del codice identificativo gara.
Via libera al rilascio del codice identificativo gara (Cig) per i comuni con meno di 10 mila abitanti che intendono affidare contratti di importo fino a 40 mila euro.

È quanto chiarisce l'Autorità nazionale anticorruzione (comunicato del Presidente 08.01.2016) rettificando il comunicato del presidente Raffaele Cantone del 10.11.2015 nel quale aveva esplicitato come l'Anac non potesse rilasciare il Cig ai comuni con meno di 10 mila abitanti per acquisiti fino a 40 mila euro.
La precisazione si è resa necessaria a seguito delle modifiche introdotte dall'art. 1, comma 501, della legge 28.12.2015, n. 208 (legge di stabilità per il 2016) che consente ai comuni con popolazione inferiore ai 10 mila abitanti di procedere, senza ricorrere alle centrali di committenza, alla stipula dei contratti di importo fino a 40 mila euro. In particolare la legge di stabilità prevede che «all'articolo 23-ter, comma 3, del decreto legge 24.06.2014, n. 90, convertito, con modificazioni, con legge 11.08.2014, n. 114, sono apportate le seguenti modificazioni: b) le parole «con popolazione superiore a 10 mila abitanti» sono soppresse».
Fino all'approvazione della legge 208 per questi comuni era invece vietata la possibilità di procedere ad acquisti autonomi per importi inferiori a 40 mila euro, anche se il divieto era stato più volte differito fino ad arrivare all'entrata in vigore a novembre 2015. In presenza del divieto l'Anac per rendere effettivo l'obbligo di ricorso alla centrale di committenza, aveva affermato che, anche in base a quanto stabilito del comma 3-bis dell'articolo 33 del codice dei contratti pubblici, non avrebbe rilasciato il codice identificativo gara ai comuni con meno di 10 mila abitanti che avessero avuto intenzione (a quel punto violando la legge) di esperire procedure di affidamento per acquisiti fino a 40 mila senza rivolgersi a un soggetto aggregatore della domanda.
Arriva quindi adesso la rettifica del presidente Anac che, per la sopraggiunta modifica normativa, corregge il comunicato di novembre chiarendo che, dal 1° gennaio scorso, l'Autorità provvede a rilasciare il Cig a tutti i comuni che procedono all'acquisto di lavori servizi e forniture di importo inferiore a 40 mila euro a decorrere dal 01.01.2016.
La precisazione rileva anche perché è la legge stessa a precisare che il mancato rilascio del codice identificativo di gara, comporta (o meglio, avrebbe comportato, in caso di violazione dell'obbligo), quale sanzione accessoria espressamente prevista dalla legge n. 136/2010 in tema di lotta alla criminalità organizzata, la nullità assoluta dei contratti stipulati per violazione della disposizioni sulla tracciabilità dei flussi finanziari (articolo ItaliaOggi del 13.01.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

QUESITI & PARERI

CONSIGLIERI COMUNALI: OSSERVATORIO VIMINALE/ Gruppi liberi dai partiti. Non sono configurabili come organi delle liste. Non è ammissibile alcuna interferenza sul loro funzionamento.
È legittima la diffida, operata dai presentatori di una lista civica nei confronti di due dei tre consiglieri eletti nell'ambito della medesima lista, a utilizzare le corrispondenti prerogative, in materia di costituzione di gruppi e commissioni consiliari?

In linea generale, l'esistenza dei gruppi consiliari non è espressamente prevista dalla legge, ma si desume implicitamente da quelle disposizioni normative che contemplano diritti e prerogative in capo ai gruppi o ai capigruppo (art. 38, comma 3, art. 39, comma 4, e art. 125 del decreto legislativo n. 267/2000).
I mutamenti che possono sopravvenire all'interno delle forze politiche presenti in consiglio comunale per effetto di dissociazioni dall'originario gruppo di appartenenza, comportanti la costituzione di nuovi gruppi consiliari, ovvero l'adesione a diversi gruppi esistenti, sono ammissibili.
Tuttavia, sono i singoli enti locali, nell'ambito della propria potestà di organizzazione, i titolari della competenza a dettare norme, statutarie e regolamentari, nella materia, nell'ambito dell'autonomia organizzativa dei consigli, riconosciuta dal citato art. 38 del citato Tuel.
Tali mutamenti modificano i rapporti tra le forze politiche presenti in consiglio, incidendo sul numero dei gruppi ovvero sulla consistenza numerica degli stessi, e ciò non può non influire sulla composizione delle commissioni consiliari che deve, pertanto, adeguarsi ai nuovi assetti. Del resto, la possibilità di transitare da un gruppo ad altro, o di costituire nuovi gruppi non potrebbe non essere finalizzata alla formazione delle commissioni consiliari, che, come è noto, non sono componenti indispensabili della struttura organizzativa, bensì organi strumentali dei consigli, alle quali, una volta istituite deve partecipare almeno un rappresentante di ciascun gruppo.
Nella fattispecie, lo statuto comunale, prevedendo la facoltà di istituire le commissioni consiliari, dispone l'obbligo del rispetto del criterio proporzionale, assicurando, correttamente, la presenza di almeno un rappresentante per ogni gruppo. Il regolamento disciplina i gruppi, prevedendo che i consiglieri eletti nella medesima lista formino, di regola, un gruppo consiliare, anche unipersonale. I nuovi gruppi sono ammessi solo se costituiti da almeno due consiglieri, mentre il consigliere che nel corso del mandato rimanga da solo nel gruppo precostituito, mantiene le prerogative. La fonte regolamentare non contiene, invece, specifiche disposizioni che prevedano l'ipotesi della espulsione di un consigliere dal proprio gruppo di appartenenza originario, fatta salva, piuttosto, la previsione di potersi distaccare dal gruppo originario.
Pertanto, il rapporto tra il candidato eletto ed il partito di appartenenza «non esercita influenza giuridicamente rilevabile, attesa la mancanza di rapporto di mandato e la assoluta autonomia politica dei rappresentanti del consiglio comunale e degli organi collegiali in generale rispetto alla lista o partito che li ha candidati» (Tar Puglia, sez. di Bari sentenza n. 506/ 2005).
Peraltro, con la stessa sentenza il Tar Puglia ha affermato che nel nostro sistema legislativo la «lista» è lo strumento a disposizione dei cittadini per presentare all'elettorato i propri candidati ed esaurisce la sua funzione giuridica al momento delle elezioni che si concludono con la proclamazione degli eletti, atto anteriore e del tutto autonomo rispetto alla convalida. Ne consegue che all'interno del consiglio i gruppi non sono configurabili quali organi dei partiti e, pertanto, non sembra sussistere in capo a questi ultimi una potestà direttamente vincolante sia per un membro del gruppo di riferimento, sia per gli organi assembleari dell'ente.
Il Tar Lazio, con sentenza n. 16240/2004, ha precisato che i gruppi consiliari rappresentano, per un verso, la proiezione dei partiti all'interno delle assemblee, e, per altro verso, costituiscono parte dell'ordinamento assembleare, in quanto articolazioni interne di un organo istituzionale; «è dunque possibile distinguere due piani di attività dei gruppi: uno, più strettamente politico, che concerne il rapporto del singolo gruppo con il partito politico di riferimento, l'altro, gravitante nell'ambito pubblicistico, in relazione al quale i gruppi costituiscono strumenti necessari per lo svolgimento delle funzioni proprie degli organi assembleari, contribuendo ad assicurare l'elaborazione di proposte e il confronto dialettico tra le diverse posizioni politiche e programmatiche
».
Pertanto, qualora, come nel caso di specie, non sussistano disposizioni regolamentari che disciplinino i rapporti tra il partito (o lista) di riferimento dei consiglieri e i gruppi costituiti, non appare possibile alcuna interferenza dei primi nei riguardi dei secondi. Spetta, infatti, al consiglio comunale la valutazione dell'opportunità di indicare anche le ipotesi in argomento, al fine di assicurare il regolare funzionamento dei gruppi e l'ordinato svolgimento delle funzioni proprie dell'assemblea consiliare (articolo ItaliaOggi del 15.01.2016).

PUBBLICO IMPIEGO: La valutazione del personale in comando.
DOMANDA:
Questo ente capofila del Distretto sociosanitario comprendente 24 comuni è sede del NUP (Nuovo Ufficio di Piano) la cui responsabilità è stata attribuita al Responsabile del Settore Socio Educativo di questo comune.
Le competenze relative al Servizio Integrato di Accesso (SIA) per tutti i comuni del Distretto, che opera in staff al NUP, sono svolte da un’Assistente Sociale che, essendo dipendente di uno dei 24 comuni del Distretto, è stata distaccata a tempo pieno presso questo ente capofila.
In considerazione della posizione di responsabilità rivestita a livello sovracomunale, questo comune ha attribuito alla medesima una posizione organizzativa (in precedenza attribuita dal comune di appartenenza). Gli obiettivi alla stessa attribuiti sulla base della programmazione decisa dal Comitato di Distretto (di cui fanno parte i Sindaci dei 24 comuni) sono stati ricompresi nel PEG-PDO del Settore Socio Educativo ed approvati nell’ambito del PEG PDO di questo comune.
Come per le altre PO si vorrebbe sottoporre la succitata Responsabile a valutazione da parte del Nucleo di Valutazione di questo ente.
Si chiede se la procedura individuata può ritenersi corretta o, diversamente, quale potrebbe essere una soluzione organizzativa più idonea.
RISPOSTA:
La questione relativa alle modalità di valutazione del personale in comando o distacco presso un altro ente, con riferimento ai parametri degli obiettivi individuali e comportamenti organizzativi, attiene agli aspetti organizzativi che ogni datore di lavoro dovrebbe affrontare e risolvere nell'ambito della fase attuativa dei criteri definiti in sede di contrattazione decentrata.
Le prestazioni e i risultati del personale in posizione di comando (o distacco) dovrebbero essere oggetto di valutazione sulla base di una specifica relazione illustrativa formulata dal dirigente dell'ente presso il quale il lavoratore ha prestato servizio nell'anno di riferimento; a tal fine lo stesso dirigente dovrebbe essere opportunamente informato sulle regole definite dalla contrattazione decentrata dell'ente di formale appartenenza del lavoratore, anche per la elaborazione della stessa scheda di valutazione utilizzata per tutti gli altri dipendenti.
Infatti, solo il dirigente che in concreto utilizza le prestazioni del lavoratore può disporre delle conoscenze necessarie per poterle anche valutare, anche se l'ente di appartenenza del personale in distacco potrebbe prevedere e richiedere un momento di verifica della relazione e della scheda di valutazione predisposta dal dirigente dell'ente utilizzatore, al fine di evitare ingiustificate disparità di trattamento.
Le predette indicazioni trovano sostanziale conferma nell’art. 19 del CCNL del 22/01/2004 che sancisce esplicitamente il diritto del personale comandato o distaccato a partecipare alla valutazione per l’attribuzione della progressione economica presso l’ente di appartenenza.
Nel caso concreto l'ente utilizzatore è il Distretto sociosanitario (costituito da 24 comuni), al cui interno è situato il Nuovo Ufficio di Piano. Poiché il Distretto non ha un Nucleo di valutazione ma soltanto un Comitato di Distretto responsabile della programmazione, la valutazione della responsabile del NUP è stata correttamente rimessa al Nucleo dell'ente capofila, che valuterà il conseguimento degli obiettivi alla stessa attribuiti sulla base della programmazione decisa dal Comitato di Distretto.
La valutazione così operata potrà essere sottoposta anche ad un ulteriore verifica da parte del comune di appartenenza, presso cui la dipendente già rivestiva una posizione organizzativa (link a www.ancirisponde.ancitel.it).

PUBBLICO IMPIEGO: La trattenuta per i ritardi.
DOMANDA:
In data 17/12/2015 l'ufficio personale comunicava al sottoscritto che un dipendente dell'Ufficio Tecnico ha accumulato nel C.A. n. 171,38 ore di ritardi.
In ragione di quanto sopra si chiede quale sia la procedura per la contestazione di tale comportamento ed il recupero delle somme percepite a seguito del lavoro non svolto.
RISPOSTA:
Il CCNL dei dipendenti EE.LL. prevede espressamente il recupero contabile con trattenuta stipendiale del lavoro non prestato mensilmente, e non recuperato con maggiori prestazioni nel mese immediatamente successivo, entro il secondo mese successivo a quello della mancata prestazione, a cura del settore personale.
L’Ufficio competente deve provvedere immediatamente a tale recupero, nel primo mese utile, e il responsabile preposto dovrà richiamare il dipendente al rispetto dell’orario, come da codice disciplinare espressamente previsto dal CCNL. Il proseguire in tale comportamento comporterà ovviamente l’avvio di un procedimento disciplinare. La trattenuta dovrà essere completa, comprensiva anche di oneri diretti e indiretti (le assenze superano il mese convenzionalmente pari a 152 ore).
La trattenuta dovrà essere scaglionata, non potendo superare i limiti di legge mensili, ma verrà disposta mensilmente in mensilità contigue, sino ad esaurimento del debito. Il tempo non lavorato nei mesi da gennaio in poi, se non recuperato in soluzione unica mese per mese, nel mese immediatamente successivo, sarà oggetto di trattenuta nel mese seguente (link a www.ancirisponde.ancitel.it).

NEWS

PUBBLICO IMPIEGOAssenteisti, sospensione rapida. Contestabile anche il danno di immagine - Per i dirigenti reato coprire i dipendenti.
Consiglio dei ministri/1. La stretta con la riforma della Pa: stop entro 48 ore e procedimento disciplinare chiuso in 30 giorni.

Sospensione cautelare senza stipendio e contraddittorio entro 48 ore da quando viene accertata la falsa attestazione della presenza in servizio. Immediato avvio del procedimento disciplinare, che dovrà concludersi entro 30 giorni. La condotta della «falsa attestazione» sul luogo di lavoro rileverà anche davanti alla Corte dei conti, con l’introduzione, ed è una novità: l’azione di responsabilità «per danno d’immagine» della Pa nei confronti del dipendente assenteista (che se condannato dai magistrati contabili dovrà corrispondere all’erario minimo sei mensilità di stipendio, oltre interessi e spese di giustizia).
Si irrobustiscono pure le sanzioni nei confronti dei dirigenti responsabili del “travet” infedele: l’eventuale inerzia costituirà fattispecie disciplinare punibile con il licenziamento e in aggiunta, ed è un’altra novità, il loro comportamento sarà qualificato come «omissione d’atti di ufficio».
La bozza in ingresso in Consiglio dei ministri, ieri notte, del Dlgs con il primo giro di vite contro i “furbetti” del cartellino conferma la linea dura annunciata dal governo: rispetto a oggi, viene definita espressamente la fattispecie della «falsa attestazione della presenza in servizio»: cioè qualsiasi modalità fraudolenta posta in essere, anche da terzi, per far risultare il dipendente in servizio e così trarre in inganno l’amministrazione.
«La tecnica legislativa utilizzata è piuttosto ampia dal punto di vista oggettivo e soggettivo -spiega Sandro Mainardi, ordinario di diritto del Lavoro all’università di Bologna- in quanto vengono ricomprese sia le condotte dirette che quelle indirette (ingannevoli) di frodi riferite non solo alla totale assenza dal servizio ma anche alle porzioni di orario di lavoro all’interno della giornata lavorativa. Inoltre, a conferma dell’inasprimento disciplinare, è licenziabile non solo chi commette la frode, ma anche chi la favorisce con condotte attive od omissive, comprese, forse, anche quelle di chi, pur a conoscenza dei fatti, non li ha riferiti all’amministrazione».
La bozza di Dlgs conferma che l’accertamento della falsa presenza in ufficio può avvenire in flagranza o mediante strumenti di sorveglianza e registrazione di accessi e presenze. La sospensione è disposta dal dirigente responsabile o dall’Upd (Ufficio procedimenti disciplinari), se ne viene a conoscenza per primo.
Oltre al procedimento disciplinare “velocizzato”, la condotta “assenteista” può essere anche fonte di responsabilità penale (scatta la denuncia) e, come detto, erariale: qui la Corte dei conti è tenuta a dedurre l’interessato per danno d’immagine entro tre mesi dalla conclusione della procedura di licenziamento (l’azione di responsabilità è esercitata entro i 120 giorni successivi alla denuncia, senza possibilità di proroga). L’ammontare del danno d’immagine risarcibile è rimesso alla valutazione del magistrato «anche in relazione alla rilevanza del fatto per i mezzi d’informazione» e comunque l’eventuale condanna non può essere inferiore a sei mensilità di retribuzione.
Le nuove norme rafforzano pure la stretta sul dirigente responsabile dell’ufficio dell’assenteista. Oltre a prevedere che la mancata sospensione cautelare e la mancata attivazione del procedimento disciplinare (tramite segnalazione all’Upd) possono essere causa di licenziamento per lo stesso dirigente, il legislatore definisce la condotta espressamente come «omissione di atti di ufficio».
«Si evoca, così, la fattispecie di reato dell’articolo 328, comma 2, del Codice penale -aggiunge Mainardi- sottolineando che gli obblighi del dirigente in questo ambito corrispondono, più che ad una prerogativa del datore di lavoro, a una vera e propria “funzione pubblica” di un pubblico ufficiale»
(articolo Il Sole 24 Ore del 21.01.2016).

PUBBLICO IMPIEGO: Stretta sui furbetti del cartellino. Sospesi entro 48 ore anche i complici. Dirigenti a rischio. L'attuazione della delega Madia parte dal dlgs sui licenziamenti disciplinari degli statali.
Sospensione dal lavoro senza stipendio entro 48 ore per gli statali «furbetti del cartellino» scoperti ad attestare il falso sulla propria presenza in ufficio. Rischierà il posto non solo chi altera i sistemi di rilevamento delle presenze o invia falsi certificati medici, ma anche chi si avvale dell'aiuto di terzi per risultare in servizio.
Quindi per esempio chi si fa timbrare il cartellino dal collega. In questo caso sia lo statale assenteista sia il «complice» risponderanno entrambi di falsa attestazione. E rischierà il posto anche il dirigente responsabile che dovrebbe sospendere dal servizio l'assenteista e non lo fa o non avvia il relativo procedimento disciplinare.

Parte dai licenziamenti l'attuazione della legge delega Madia sulla riforma della p.a. (legge n. 124/2015) che aveva chiesto al governo di accelerare e rendere certi i tempi dell'azione disciplinare.
L'esecutivo lo ha fatto con un dlgs che modifica l'attuale normativa, ossia il T.u. del pubblico impiego (dlgs n. 165/2001) nel testo novellato dalla legge Brunetta (dlgs n. 150/2009), con disposizioni ad hoc per introdurre un giro di vite sulla falsa attestazione delle presenze, tema divenuto assai sensibile dopo lo scandalo al comune di Sanremo che ha portato all'arresto di 35 dipendenti e all'avvio di indagini su altri 195.
Presupposto per l'irrogazione della sanzione sarà esattamente quanto avvenuto nel comune ligure: l'accertamento della violazione in flagranza o attraverso strumenti di sorveglianza o di registrazione degli accessi. Situazioni, spiega la relazione di accompagnamento al decreto, «che consentono una immediata e presumibilmente certa contestazione al dipendente».
In questo caso scatterà l'immediata sospensione dal lavoro senza obbligo di preventiva audizione dell'interessato. La sospensione sarà irrogata dal dirigente responsabile della struttura di appartenenza del dipendente con provvedimento motivato e in tempi strettissimi: immediatamente o entro 48 ore dal momento in cui il dirigente è venuto a conoscenza della violazione. Ma il mancato rispetto di questa tempistica sprint non comporterà la decadenza dell'azione disciplinare né l'inefficacia dell'azione cautelare. Una volta ricevuti gli atti, l'ufficio competente per i procedimenti disciplinari dovrà portare a termine l'iter entro 30 giorni. Quindi vengono più che dimezzati gli attuali tempi che prevedono la chiusura del procedimento in 60/120 giorni. E la sospensione cautelare consentirà di anticipare gli effetti del licenziamento.
Entro 15 giorni dall'avvio del procedimento disciplinare, la notizia della violazione dovrà pervenire sul tavolo del pubblico ministero penale e della competente procura regionale della Corte dei conti. I magistrati contabili, se ci sono gli estremi per il danno all'immagine, dovranno emettere l'invito a dedurre entro tre mesi dalla conclusione della procedura di licenziamento per assenteismo. L'ammontare del danno risarcibile sarà rimesso alla valutazione equitativa del giudice che dovrà tener conto anche della rilevanza che il caso di assenteismo ha avuto sui media. In ogni caso la condanna non potrà essere inferiore a sei mensilità di stipendio del dipendente colpevole.
Come detto, la stretta sull'assenteismo coinvolgerà anche i dirigenti (e i responsabili di servizio negli enti privi di qualifica dirigenziale). L'omessa comunicazione della violazione all'ufficio procedimenti disciplinari, l'omessa attivazione del procedimento e l'omessa sospensione cautelare costituiranno fattispecie disciplinari punibili anch'esse con il licenziamento, integrando gli estremi del reato di omissione d'atti d'ufficio (art. 328 cp).
Il governo rivendica il carattere innovativo del decreto che «permetterà di superare la complessità della situazione attuale in cui, nonostante le sanzioni disciplinari e la responsabilità dei dipendenti pubblici, previste dagli articoli 67-73 del dlgs 150/2009, continuano a verificarsi casi di false attestazioni di presenze da parte dei pubblici dipendenti». Ma i sindacati non ci stanno e parlano di provvedimento demagogico.
«Renzi si è inventato un percorso ripetitivo che, di fatto, avrà l'unico merito di portare la sua firma. E questo per ingraziarsi l'opinione pubblica italiana», ha dichiarato il segretario generale della Confsal, Marco Paolo Nigi. «Voglio ribadire che siamo a favore del licenziamento degli assenteisti. Del resto, chi non va a lavorare dimostra che non ne ha bisogno. Allo stesso modo, però, vogliamo che sia riconosciuto il merito a chi il merito ce l'ha, così come vogliamo che i procedimenti per il licenziamento, seppur veloci, non si traducano in processi sommari e arbitrari».
«I fannulloni vanno cacciati, perché chi truffa la pubblica amministrazione truffa i cittadini», hanno osservato in una nota i deputati del Movimento 5 stelle in commissione lavoro della camera. Ma è inaccettabile, proseguono, «che anche stavolta, nel riformare la p.a., si parta da una norma sui licenziamenti, così come era accaduto con il Jobs act e l'articolo 18. Il governo sfrutta ogni occasione per precarizzare e colpire i diritti» (articolo ItaliaOggi del 21.01.2016).

PUBBLICO IMPIEGOChi denuncia casi di corruzione non dovrà temere ritorsioni.
Tutelato chi denuncia casi di corruzione nella pubblica amministrazione, ma anche nel settore privato. Il dipendente statale che denuncia in buona fede al responsabile della prevenzione della corruzione del proprio ente ovvero all'Anac, all'autorità giudiziaria o alla Corte dei conti le condotte illecite o di abuso di cui sia venuto a conoscenza in ragione del suo rapporto di lavoro non può essere, per motivi collegati alla segnalazione, soggetto a sanzioni, licenziato o sottoposto a misure discriminatorie. E la stessa tutela l'avranno i collaboratori e i consulenti.
A prevederlo la proposta di legge (Atto Camera n. 3365) che introduce nel nostro ordinamento l'istituto anglosassone del «whistleblowing» (ossia la tutela per chi segnala reati o irregolarità nell'interesse pubblico) che andrà oggi al voto della camera dei deputati.
Il provvedimento, che ha avuto come prima firmataria l'onorevole Francesca Businarolo del M5s, e che nel corso dell'iter parlamentare ha esteso il suo raggio di applicazione anche al settore privato, vieta di rivelare l'identità del segnalante a meno che ciò non sia indispensabile per la difesa dell'incolpato. Non si prevede, in ogni caso, la possibilità di segnalazioni in forma anonima.
Sono previste sanzioni severe in caso di discriminazioni nei confronti dell'autore della «soffiata». L'Anac potrà applicare all'autore della condotta discriminatoria una sanzione amministrativa pecuniaria, da 5.000 a 30.000 euro. Il «whistleblower» non potrà godere dello scudo previsto dalla proposta di legge nei casi in cui sia accertata, anche con sentenza di primo grado, la responsabilità penale del segnalante per i reati di calunnia o diffamazione.
Per quanto riguarda il lavoro privato, viene modificato il decreto legislativo n. 231/2001, sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche e delle società. I modelli organizzativi adottati dalle società dovranno garantire la riservatezza dell'identità del «whistleblower» e il divieto di atti di ritorsione o discriminatori, diretti o indiretti, nei confronti del segnalante per motivi collegati, direttamente o indirettamente, alla segnalazione.
È inoltre previsto che l'adozione di misure discriminatorie nei confronti dei soggetti che effettuano le segnalazioni possa essere denunciata all'Ispettorato nazionale del lavoro (articolo ItaliaOggi del 21.01.2016).

APPALTI: Un solo documento per l'appalto. Per le gare Ue basta certificati, arriva la prova preliminare. In Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea il formulario per l'autocertificazione dell'impresa.
Semplificata la partecipazione delle imprese agli appalti europei grazie al documento di gara unico europeo. Il Dgue (documento unico europeo) consisterà in un'autodichiarazione dell'operatore economico che fornirà una prova documentale preliminare in sostituzione dei certificati rilasciati da autorità pubbliche o terzi.

È con il regolamento di esecuzione Ue 2016/7 del 05.01.2016 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea n. L3/16 IT del 06.01.2016) che la commissione Ue ha adottato il modello di formulario relativo al documento unico europeo per le procedure di appalto cui i paesi membri dovranno attenersi.
Il Dgue dovrebbe concorrere a un'ulteriore semplificazione a vantaggio sia degli operatori economici sia delle amministrazioni aggiudicatrici e degli enti aggiudicatori anche sostituendo le variegate e differenti forme di autocertificazione nazionali con un modello di formulario stabilito a livello europeo. Questa soluzione dovrebbe contribuire altresì a ridurre i problemi connessi alla formulazione precisa delle dichiarazioni formali e delle dichiarazioni di consenso nonché le problematiche legate alla lingua, poiché il modello di formulario sarà disponibile in tutte le lingue ufficiali.
Il Dgue dovrebbe così favorire una maggiore partecipazione transfrontaliera alle procedure di appalto pubblico. Il Dgue consisterà in una dichiarazione formale da parte dell'operatore economico i soddisfare i pertinenti criteri di selezione e di non trovarsi in una delle situazioni per le quali gli stessi dovranno o potranno essere esclusi. Il Dgue entrerà in vigore dal momento dell'adozione delle misure nazionali di attuazione della direttiva 2014/24/Ue, e al più tardi a decorrere dal 18.04.2016. Il modello allegato n. 2 al regolamento 2016/7 sarà il riferimento per tutti gli Stati membri. Dal 18.04.2016 il Dgue sarà fornito esclusivamente in forma elettronica, in ottemperanza all'articolo 59, paragrafo 2, secondo comma, della direttiva 2014/24/Ue.
Il Dgue potrà essere utilizzato sia nell'offerta nelle procedure aperte, sia nella richiesta di partecipazione alle procedure ristrette, nelle procedure competitive con negoziazione, nei dialoghi competitivi o nei partenariati per l'innovazione. Quanto alle procedure negoziate, in una nota alle istruzioni allegate al regolamento, la presentazione del Dgue, si legge, sarebbe invece pienamente giustificato e dovrebbe essere richiesto «nei casi contraddistinti dalla possibile partecipazione di più di un partecipante e dall'assenza di urgenza o di caratteristiche peculiari della transazione».
L'operatore economico potrà essere escluso dalla procedura di appalto o essere perseguito a norma del diritto nazionale se si sarà reso gravemente colpevole di false dichiarazioni nel compilare il Dgue o, in generale, nel fornire le informazioni richieste per verificare l'assenza di motivi di esclusione o il rispetto dei criteri di selezione, ovvero se non avrà trasmesso tali informazioni o non sarà stato in grado di presentare i documenti complementari (articolo ItaliaOggi del 20.01.2016).

INCARICHI PROFESSIONALI: Albo ingegneri. Miur: architetti non ammessi.
L'accesso agli esami di stato per l'iscrizione all'Albo degli ingegneri non è possibile per i possessori di diploma di laurea in architettura del vecchio ordinamento.

Il chiarimento è arrivato dal Ministero dell'istruzione (nota 21.12.2015 n. 23591 di prot.) in risposta a una richiesta arrivata dal Consiglio nazionale degli ingegneri.
Il Cni aveva, infatti, informato il ministro Stefania Giannini del fatto che, a causa di una errata interpretazione di una nota dello stesso Miur del 2012, gli ordini provinciali della categoria professionale stessero ricevendo numerose richieste, prontamente respinte, di iscrizione da parte dei laureati in architettura del vecchio ordinamento, illegittimamente ammessi dalle università a sostenere l'esame di stato.
A seguito del chiarimento, quindi, gli atenei non potranno più ammettere a sostenere l'esame di stato i laureati in architettura del vecchio ordinamento. «Ringraziamo il Miur per aver posto fine a questo equivoco increscioso.
Ora
», ha spiegato il presidente del Cni Armando Zambrano, «sarà necessario vigilare sulla corretta applicazione della normativa» (articolo ItaliaOggi del 20.01.2016).

AMBIENTE-ECOLOGIA - APPALTI: Obbligo di appalti «verdi» per gli acquisti della Pa. Collegato ambientale. In «Gazzetta Ufficiale» la nuova legge.
Sulla Gazzetta ufficiale n. 13 di ieri, 18 gennaio, è stata pubblicata la legge che promuove misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo delle risorse naturali.
È il cosiddetto “Collegato ambientale” (si veda Il Sole 24 Ore del 23, 24 e 27.12.2015) che entrerà in vigore il prossimo 2 febbraio, compresa la sanzione da 30 a 150 euro per abbandono di rifiuti di piccolissime dimensioni («scontrini, fazzoletti di carta e gomme da masticare») sul suolo, nelle acque, nelle caditoie e negli scarichi.
La sanzione si raddoppia per mozziconi di prodotti da fumo. E’ un affievolimento sanzionatorio rispetto al generale divieto di abbandono di rifiuti già previsto dall’articolo 255 del “Codice ambientale”. Cambia l’articolo 514 del Codice di procedura civile; non sono più pignorabili gli animali di affezione o da compagnia tenuti presso la casa del debitore o negli altri luoghi a lui appartenenti, senza fini produttivi, alimentari o commerciali, nonché gli animali impiegati a fini terapeutici o di assistenza del debitore, del coniuge, del convivente o dei figli.
Tra le numerose altre disposizioni si ricordano:
- proroga al 31.12.2016 del termine (scaduto il 31.12.2008) entro il quale le Regioni devono redigere il Piano di tutela delle acque in base al decreto legislativo 152/2006;
- i contratti di fiume concorrono alla definizione e all’attuazione delle pianificazione e tutela delle risorse idriche, unitamente alla salvaguardia dal rischio idraulico;
- nell’affidamento di un appalto si aggiunge il possesso del marchio Ecolabel in misura pari o superiore al 30% del valore delle forniture o prestazioni oggetto del contratto;
- se il Sindaco non ravvisa criticità, le acque reflue di vegetazione dei frantoi oleari sono assimilate alle reflue domestiche per scarico in pubblica fognatura;
- le regole che rendono obbligatorio il ricorso ai cosiddetti “appalti verdi” (Gpp-Green public procurement) di beni e servizi capaci di specifiche prestazioni ambientali previste da appositi decreti (recanti i Cam - Criteri ambientali minimi) molti dei quali già emanati e altri in procinto di esserlo. Mercato che vale 50 miliardi di euro;
35 milioni di euro per il programma sperimentale di mobilità sostenibile casa-scuola e casa-lavoro.
Sono anche individuate misure per favorire l’istituzione nelle scuole del mobility manager che avrà il compito di organizzare e coordinare gli spostamenti casa-scuola-casa del personale scolastico e degli alunni. Saranno incentivate iniziative degli enti locali su mobilità sostenibile. Un decreto definirà programma, modalità e criteri per presentare i progetti;
- la semplificazione data dalla modifica agli articoli 104 e 109, decreto 152/2006 la quale prevede che se, nelle autorizzazioni allo scarico in mare di acque da ricerca di idrocarburi e alla movimentazione dei fondali marini per la posa di cavi e condotte, occorre la Via (Valutazione di impatto ambientale) tali autorizzazioni sono concesse dalla stessa Autorità competente al rilascio della Via;
- con una modifica al decreto 152/2006, per raffinerie e centrali termiche sopra i 300 MW, l’Istituto superiore di sanità o organismi ed enti competenti può prevedere una valutazione di impatto sanitario da svolgere nell’ambito della Via
(articolo Il Sole 24 Ore del 19.01.2016).

VARI: Multe ridotte, pagare non basta. Bisogna verificare che l'accredito sia avvenuto in tempo. Il rischio è quello di non essere ammessi al beneficio dello sconto entro i 5 o 60 giorni.
Il cittadino che becca una multa si dovrà fare carico di tutto. Cioè non basterà pagare tempestivamente, ma si dovrà anche controllare che l'accredito alla pubblica amministrazione sia avvenuto entro i termini previsti per poter godere della riduzione. Il rischio è infatti di vanificare lo sforzo e non essere ammessi al beneficio dello sconto previsto per chi paga entro 5 giorni o al massimo entro 60. Ma attenzione ai timbri postali e a tutti gli avvisi contenuti nei verbali per non incorrere in ulteriori sanzioni e perdite di tempo. Specialmente in materia di data di notifica e obbligo di delazione dei dati del conducente per la decurtazione di punteggio.

Che non sia facile districarsi tra il traffico e la burocrazia stradale lo ha evidenziato implicitamente anche il ministero dell'interno con la circolare del 14.01.2016 (si veda ItaliaOggi del 16/01/2016) dedicata al pagamento elettronico delle multe.
Siccome per la pubblica amministrazione è necessario individuare delle linee di confine chiare, a parere dell'organo di coordinamento dei servizi di polizia stradale occorre che l'argine temporale utile a garantire l'efficacia liberatoria del pagamento scontato o ridotto delle sanzioni sia un dato certo, indipendente dai meccanismi bancari o da questioni non controllabili. Poco importa se questo rischia di diventare un boomerang per il diligente autista alle prese con lo spiacevole contenuto della busta verde recapitata dal portalettere. O reperita tra mille difficoltà allo sportello postale dove ritirare una raccomandata, specialmente con delega, è diventata una impresa coraggiosa, al limite dell'impossibile.
Dunque recuperata la multa e pagata la stessa con i diffusi sistemi elettronici non è finita. I cinque giorni che garantiscono l'efficacia dello sconto del 30% a parere del Viminale saranno rispettati solo se la valuta del pagamento tempestivo sarà disponibile entro quel termine anche sul conto della polizia stradale. Non basterà dunque aver effettuato il bonifico entro 5 giorni. Occorrerà verificare con la propria banca la data della valuta per non correre il rischio di vedersi recapitare a casa, a distanza di qualche tempo, una salata richiesta di integrazione.
Stesso discorso in caso di pagamento ridotto del verbale, entro 60 giorni. Se il trasgressore, come spesso accade, si approssimerà a effettuare il pagamento allo spirare del termine dei 60 giorni (che non sono due mesi) il rischio è di vedersi raddoppiare l'importo della multa. Ovvero di aver effettuato un pagamento tempestivo, magari entro la scadenza, con accredito della valuta in ritardo di qualche ora.
In buona sostanza alla pubblica amministrazione in questo caso non interessa se l'automobilista ha effettuato il pagamento liberatorio in tempo. Serve che lo stesso controlli attentamente anche la data dell'accredito perché solo quel dato mette al riparo da richieste di conguaglio.
Ma non è finita. Per capire da quale momento decorrono i 5 giorni per essere ammessi allo sconto del 30% occorre comprendere bene che una cosa è il ritiro materiale della multa dal portalettere (in questo caso decorrono dal giorno successivo a quello della consegna), una cosa è il ritiro successivo in posta (in questo caso decorrono dal giorno successivo al ritiro effettivo). Purché non siano intercorsi oltre 10 giorni dal deposito. In questo caso infatti la notifica si da per avvenuta il decimo giorno.
Quindi se un automobilista ritira la multa dopo due settimane di ferie non ha più diritto al pagamento con lo sconto perché la notifica si deve considerare avvenuta il decimo giorno dal deposito. Attenzione infine all'invito alla comunicazione tempestiva dei dati dell'effettivo conducente per la decurtazione di punteggio. Chi non dichiara nulla non rischia punti e patente ma attiverà inevitabilmente un ulteriore verbale molto salato che spesso giunge inaspettato all'automobilista convinto di aver già concluso positivamente tutto il procedimento sanzionatorio con il pagamento del primo verbale.
La questione assume spesso toni drammatici in caso di multe seriali. Ovvero di automobilisti che incappano in numerosi autovelox ripetuti senza saperlo (articolo ItaliaOggi del 19.01.2016).

APPALTIAcquisti, la delega appalti «taglia» le convenzioni. Centralizzazione. I criteri per i Comuni non capoluogo.
La delega per il recepimento delle direttive comunitarie sugli appalti appena approvata in via definitiva dal Senato (Atto Senato 1678-B) ridisegna il sistema delle centrali di committenza, puntando sulla qualificazione e sull'ulteriore razionalizzazione per i Comuni non capoluogo.
La lettera dd) dell'articolo 1 della legge-delega prefigura una riorganizzazione degli organismi deputati a gestire le macro-acquisizioni di beni, servizi e lavori su base locale, attualmente strutturata sui quattro modelli aggregativi individuati dall’articolo 33, comma 3-bis, del Codice dei contratti pubblici: le unioni di Comuni (se esistenti), le stazioni uniche appaltati (Sua) presso le Province, i soggetti aggregatori (Consip e centrali di committenza regionali), e gli accordi tra gli stessi comuni non capoluogo (in base a convenzioni ex articolo 30 del Tuel).
Nella delega per questi enti è stabilito l'obbligo di ricorrere a forme di aggregazione o centralizzazione delle committenze, a livello di Unione dei comuni, ove esistenti, o ricorrendo ad «altro soggetto aggregatore secondo la normativa vigente».
La previsione sembra ridurre le opzioni per le amministrazioni comunali non capoluogo a due sole soluzioni.
Nel caso del ricorso all'Unione, i Comuni dovrebbero ricondurre ad essa le loro gare di maggior rilievo, potendo peraltro rimettere a questi soggetti una gestione più organica delle strategie di area vasta o di distretto (come già si sta sperimentando in Emilia-Romagna).
Nel caso di ricorso ai soggetti aggregatori, le linee di referenza più immediate sono riferibili a quelli regionali e alle Città metropolitane comprese nell'elenco predisposto dall'Anac, secondo una prospettiva di rafforzamento già delineata dal legislatore, a partire dall'articolo 9 della legge 89/2014, e rafforzata recentemente con una serie di significative previsioni contenute nella legge 208/2015 (legge di stabilità 2016).
I criteri definiti dalla legge delega non sembrano lasciare spazio per gli accordi tra Comuni non capoluogo (sulla base di convenzioni per la gestione associata della funzione acquisti) nel frattempo sviluppati in molti contesti, non necessariamente con riferimento a ambiti territoriali corrispondenti alle Unioni (anzi, in molti casi inferiori). Questo determinerebbe un esaurimento di queste esperienze nell'arco di pochi mesi, posta l'entrata in vigore del nuovo codice a metà aprile.
Il disegno che sarò sviluppato nelle nuove disposizioni regolatrici dell'attività contrattuale può tuttavia salvaguardare queste esperienze (in molti casi già operative e efficienti), riportando i modelli aggregativi su base convenzionale ad un primo livello di qualificazione per assurgere al ruolo di «soggetti aggregatori».
Sempre al decreto legislativo spetta la definizione di eventuali margini di operatività dei singoli Comuni non capoluogo, attualmente garantiti dalla possibilità di utilizzo del mercato elettronico e delle piattaforme telematiche, oltre che dal ricorso all'affidamento diretto entro 40mila euro per acquisti di servizi, beni e lavori mediante procedure tradizionali
(articolo Il Sole 24 Ore del 18.01.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTI: Appalti con più trasparenza e meno oneri burocratici. Le novità contenute nella legge delega per l'attuazione alle direttive europee del 2014.
Le parole d'ordine sono procedure semplificate e tempi certi di gara e di realizzazione delle opere. E un occhio di favore deve essere riservato alle piccole e medie imprese e ai subappaltatori. Questo anche mediante una maggiore diffusione di informazioni, utilizzando gli strumenti della rete per le gare telematiche e per la pubblicazione degli avvisi: appalti, dunque, semplici, digitalizzati, senza inutili complicazioni burocratiche.

È quanto prevede la legge delega per la riforma degli appalti pubblici (Atto Senato 1678-B), approvata definitivamente dal Senato, che rivoluziona l'attuale dlgs 163/2006 e che tocca anche il processo amministrativo sugli appalti. Si vuole più qualità dell'opera pubblica, meno varianti in corso d'opera che fanno aumentare i costi, più sicurezza per i subappaltatori e più centrali di committenza. Ma andiamo per ordine.
Gli appalti pubblici in affanno. La delega vuole intervenire in un quadro caratterizzato da una sistemica inefficienza. Consideriamo infatti i tempi attuali di realizzazione degli appalti. Secondo il Rapporto 2014 del dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica, i tempi di attuazione di opere che valgono meno di 100 mila euro sono di poco inferiori a 3 anni, mentre superano i 14 anni per i progetti dal valore di oltre 100 milioni di euro; la progettazione degli interventi complessivamente presenta durate medie variabili tra 2 e 6 anni, la fase di aggiudicazione dei lavori oscilla tra 5 e 16 mesi circa, mentre i tempi medi di realizzazione lavori variano tra 5 mesi ad oltre 7 anni.
I tempi della fase di progettazione sommati a quelli dell'affidamento risultano pari o superiori a quelli della sola realizzazione. E la situazione è peggiorata rispetto alla precedente indagine del 2011: i tempi medi di attuazione registrano un aumento di piccola entità (da 4,4 a 4,5 anni). Il peggioramento risulta particolarmente evidente per le opere di maggiore dimensione economica (sopra i 100 milioni di euro), dove l'incremento dei tempi è superiore al 30%.
La complessiva lunghezza deriva da carenze nelle progettazioni degli interventi, nella complessità degli iter autorizzativi e nell'incertezza nei circuiti finanziari, aggravata dalla necessità di rispettare il patto di stabilità interno, nella debolezza della governance del progetto da parte del soggetto attuatore.
Attuazione della delega. Per porre mano a questa situazione, sfruttando il pretesto di direttive europee da attuare, il governo viene delegato a adottare un decreto legislativo per il recepimento di alcune direttive europee e per il riordino complessivo della disciplina sui contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture. Il termine per l'adozione della delega è il 18.04.2016.
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Pubblicazione on-line del resoconto finanziario.
Centrali di committenza e pubblicazione dei bilanci sono gli strumenti della spending review.
La delega prevede istituti tipici di contenimento della spesa come la previsione dell'obbligo per le stazioni appaltanti di pubblicare nel proprio sito internet il resoconto finanziario al termine dell'esecuzione del contratto e come le forme di centralizzazione delle committenze e di riduzione del numero delle stazioni appaltanti, effettuate sulla base del sistema di qualificazione, con possibilità, a seconda del grado di qualificazione conseguito, di gestire contratti di maggiore complessità, salvaguardando l'esigenza di garantire la suddivisione in lotti nel rispetto della normativa dell'Unione europea.
Viene fatto salvo l'obbligo, per i comuni non capoluogo di provincia, di ricorrere a forme di aggregazione o centralizzazione delle committenze e anche a livello di unione dei comuni o ricorrendo ad altro soggetto aggregatore.
Flessibilità. La delega recepisce gli strumenti di flessibilità previsti dalle direttive per le procedure e gli strumenti a disposizione delle amministrazioni aggiudicatrici, a cui è attribuita maggiore discrezionalità nella scelta delle soluzioni più adeguate. In tale ambito, vanno considerate le nuove procedure disciplinate dalle direttive tra le quali la procedura competitiva con negoziazione, del partenariato per l'innovazione cui le amministrazioni possono far ricorso nel caso in cui abbiano un'esigenza di prodotti, servizi o lavori innovativi che non può essere soddisfatta acquistando prodotti, servizi o lavori disponibili sul mercato.
Deroghe. Pur in un quadro di semplificazione normativa, si vieta espressamente l'affidamento di contratti attraverso procedure derogatorie rispetto a quelle ordinarie fatta eccezione per le urgenze di protezione civile.
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Documenti, si può integrare in seguito.
Lenzuolata di semplificazioni per le imprese: meno oneri documentali e possibilità di integrare i documenti mancanti. La gara è fatta per valutare le offerte, non per un salto a ostacoli tra cavilli e formalismi. Vediamo il dettaglio delle semplificazioni in arrivo.
Meno carta. La delega prevede la riduzione degli oneri documentali ed economici a carico dei soggetti partecipanti, con attribuzione a questi ultimi della possibilità di integrazione documentale non onerosa di qualsiasi elemento di natura formale della domanda, purché non attenga agli elementi oggetto di valutazioni sul merito dell'offerta.
Anche le stazioni appaltanti dovranno avere la vita più facile con procedure semplificate per la verifica dei requisiti generali di qualificazione delle imprese, costantemente aggiornati.
Questo si otterrà con l'accesso a un'unica banca dati centralizzata gestita dal ministero delle infrastrutture e dei trasporti e con la revisione e semplificazione dell'attuale sistema AVCpass.
La legge delega configura un sistema con due banche dati di riferimento: una banca dati centralizzata, risultante dall'unificazione presso l'Anac di tutte le banche dati del settore, e una banca dati centralizzata presso il Mit, che sembra avere come funzione principale quella di consentire l'aggiornamento e la verifica dei requisiti generali di qualificazione.
Documento unico di gara. Sempre per ridurre gli oneri documentali, per i partecipanti alle gare sarà possibile utilizzare il documento di gara unico europeo (Dgue) o analogo documento predisposto dal ministero delle infrastrutture e dei trasporti (Mit) per l'autocertificazione del possesso dei requisiti di partecipazione alle gare.
Avvisi: porte aperte all'informatica. La legge delega richiede la revisione del sistema di pubblicità degli avvisi e dei bandi di gara, in modo che avvenga principalmente tramite strumenti di pubblicità di tipo informatico.
È prevista prevedendo la definizione di indirizzi generali da parte del ministero delle infrastrutture e dei trasporti, d'intesa con l'Anac, al fine di garantire adeguati livelli di trasparenza e di conoscibilità prevedendo, in ogni caso, la pubblicazione su un'unica piattaforma digitale presso l'Anac di tutti i bandi di gara.
Requisiti di capacità economica e finanziaria. La riforma prevede la riformulazione dei requisiti di capacità economico finanziaria, tecnica, compresa quella organizzativa, e professionale che gli operatori economici devono possedere per partecipare alle procedure di gara, tenendo presente l'interesse pubblico ad avere il più ampio numero di potenziali partecipanti.
Questi requisiti di capacità devono essere attinenti e proporzionati all'oggetto dell'appalto, i potenziali partecipanti devono essere scelti dalle stazioni appaltanti nel rispetto dei principi di trasparenza e rotazione tenendo presente l'interesse pubblico a favorire l'accesso delle micro, piccole e medie imprese.
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Le varianti? Solo se è necessario.
Varianti solo quando è necessario e criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa come regola. La gara serve a garantire il miglior rapporto qualità/prezzo e a selezionare l'operatore più affidabile. Vediamo come leggendo i principi della legge delega.
Trasparenza. Nell'esercizio della delega dovranno essere individuati espressamente i casi nei quali, in via eccezionale, è possibile ricorrere alla procedura negoziata senza precedente pubblicazione di un bando di gara.
Deve essere assicurata comunque la trasparenza degli atti ed il rispetto della regolarità contributiva, fiscale e patrimoniale dell'impresa appaltatrice.
Deve essere reso obbligatorio il ricorso a conti dedicati per le imprese aggiudicatrici di appalti pubblici attraverso i quali regolare tutti i flussi finanziari dei pagamenti verso tutti i prestatori d'opera e di lavoro e verso tutte le imprese che entrano a vario titolo in rapporto con l'impresa aggiudicatrice in relazione agli appalti assegnati.
Inoltre si deve disegnare un sistema di penalità e premialità per la denuncia obbligatoria delle richieste estorsive e corruttive da parte delle imprese titolari di appalti pubblici e di servizi, comprese le imprese subappaltatrici e le imprese fornitrici di materiali, opere e servizi. Specifiche sanzioni dovranno essere irrogate in caso di omessa o tardiva denuncia Deve essere garantita la piena accessibilità e la trasparenza degli atti progettuali, anche in via telematica, al fine di consentire un'adeguata ponderazione dell'offerta da parte dei concorrenti.
Varianti. La legge delega vuole ridurre il ricorso a variazioni progettuali in corso d'opera, che molto spesso fanno lievitare i costi.
In proposito di dovrà distinguere le variazioni sostanziali e quelle non sostanziali. Le misure di contenimento delle varianti dovranno applicarsi, in particolare, alla fase di esecuzione dei lavori.
Proprio per arginare il pericolo di varianti «facili», ogni variazione in corso d'opera dovrà essere adeguatamente, motivata, giustificata unicamente da condizioni impreviste e imprevedibili e debitamente autorizzata dal Rup (responsabile unico del procedimento).
Inoltre dovrà essere sempre assicurata la possibilità, per l'amministrazione committente, di procedere alla risoluzione del contratto quando le variazioni superino determinate soglie rispetto all'importo originario, e dovrà al contempo essere garantita la qualità progettuale e la responsabilità del progettista in caso di errori di progettazione.
Offerta più vantaggiosa. La delega prevede l'utilizzo, per l'aggiudicazione degli appalti pubblici e delle concessioni, del criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa (Oepv), misurata sul «miglior rapporto qualità/prezzo».
Si preferisce tale criterio di aggiudicazione (rispetto a quello del prezzo più basso) limitando i casi e delle soglie di importo entro le quali è consentito il ricorso al solo criterio di aggiudicazione del prezzo o del costo, inteso come criterio del prezzo più basso o del massimo ribasso d'asta.
Il criterio della legge delega precisa che il «miglior rapporto qualità/prezzo» è determinato seguendo un approccio costo/efficacia, quale il costo del ciclo di vita e sottolinea che il «miglior rapporto qualità/prezzo» va valutato con criteri oggettivi sulla base degli aspetti qualitativi, ambientali o sociali connessi all'oggetto dell'appalto pubblico o del contratto di concessione; regolazione espressa dei criteri, delle caratteristiche tecniche e prestazionali nel rispetto dei principi di trasparenza, di non discriminazione e di parità di trattamento.
Il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa sarà l'unico utilizzabile per l'aggiudicazione dei contratti pubblici relativi ai servizi sociali e di ristorazione ospedaliera, assistenziale e scolastica, escludendo in ogni caso l'applicazione del solo criterio di aggiudicazione del prezzo o del costo, inteso come criterio del prezzo più basso o del massimo ribasso d'asta. Lo stesso vale anche per l'aggiudicazione dei contratti pubblici di servizi ad alta intensità di manodopera, definiti come quelli nei quali il costo della manodopera è pari almeno al 50% dell'importo totale del contratto.
Offerte anomale. Il decreto delegato dovrà definire le modalità di individuazione ed esclusione delle offerte anomale, con particolare riguardo ad appalti di valore inferiore alle soglie di rilevanza europea. È prevista l'indicazione di modalità, che rendano non predeterminabili i parametri di riferimento per il calcolo dell'offerta anomala.
Partenariato. Il decreto delegato dovrà dedicarsi alla razionalizzazione ed all'estensione delle forme di partenariato pubblico-privato e alla riduzione dei tempi procedurali delle forme di attraverso la predisposizione di studi di fattibilità.
La razionalizzazione delle forme di partenariato pubblico privato toccherà con specifico riguardo la finanza di progetto e la locazione finanziaria di opere pubbliche o di pubblica utilità: strumenti che saranno incentivati mediante il ricorso a mezzi finanziari innovativi e specifici ed il supporto tecnico alle stazioni appaltanti, garantendo la trasparenza e la pubblicità degli atti.
Avvalimento. Si prevede la revisione della disciplina vigente in materia di avvalimento, imponendo che il contratto di avvalimento indichi nel dettaglio le risorse e i mezzi prestati, con particolare riguardo ai casi in cui l'oggetto di avvalimento sia costituito da certificazioni di qualità o certificati attestanti il possesso di adeguata organizzazione imprenditoriale ai fini della partecipazione alla gara.
Si vuole, nel contempo, rafforzare gli strumenti di verifica circa l'effettivo possesso dei requisiti e delle risorse oggetto di avvalimento da parte dell'impresa ausiliaria; l'effettivo impiego delle risorse medesime nell'esecuzione dell'appalto, al fine di escludere la possibilità di ricorso all'avvalimento a cascata.
Non potranno, comunque, essere oggetto di avvalimento il possesso della qualificazione e dell'esperienza tecnica e professionale necessarie per eseguire le prestazioni da affidare.
Rotazione. Si prevede l'individuazione, in tema di procedure di affidamento, di modalità volte a garantire i livelli minimi di concorrenzialità, trasparenza, rotazione, e parità di trattamento richiesti dalla normativa europea anche tramite la sperimentazione di procedure e sistemi informatici già adoperati per aste telematiche.
Gare telematiche. La delega prevede la promozione di modalità e strumenti telematici e di procedure interamente telematiche d'acquisto, garantendo il soddisfacimento dell'obiettivo del miglior rapporto qualità/prezzo piuttosto che l'indicazione di uno specifico prodotto.
Appalti sotto soglia. Si deve riscrivere la disciplina applicabile ai contratti pubblici di lavori, servizi e forniture eseguiti in economia e di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria. Gli importi delle soglie dei contratti pubblici di rilevanza comunitaria sono pari a: 134.000 euro o 207.000 euro (a seconda del tipo di servizio e dell'amministrazione aggiudicatrice) per gli appalti pubblici di forniture e di servizi; 5.186.000 euro per gli appalti di lavori pubblici e per le concessioni di lavori pubblici. La disciplina dovrà essere ispirata a criteri di massima semplificazione e rapidità dei procedimenti, salvaguardando i principi di trasparenza e imparzialità della gara.
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Processo sugli appalti ancora più rapido: l'opera pubblica non può attendere i tempi della giustizia. Il processo sarà più rapido.
La delega impone la scritture di norme per alla razionalizzazione dei metodi di risoluzione delle controversie alternativi al rimedio giurisdizionale, anche in materia di esecuzione del contratto. Questo significa la disciplina del ricorso alle procedure arbitrali e riduzione dei costi a esse connessi.
Si prevede, dunque, che il legislatore delegato emani disposizioni volte a escludere il ricorso a procedure diverse da quelle amministrate (si tratta dell'arbitrato celebrato sotto l'egida di un'istituzione in genere una camera arbitrale che ne regola diversi aspetti); e a garantire la trasparenza, la celerità e l'economicità e assicurare il possesso dei requisiti di integrità, imparzialità e responsabilità degli arbitri e degli eventuali ausiliari.
Deve essere garantita l'efficacia e la speditezza delle procedure di aggiudicazione ed esecuzione dei contratti relativi ad appalti pubblici di lavori. Si deve poi, prevedere, nel rispetto della pienezza della tutela giurisdizionale, che, già nella fase cautelare, il giudice tenga conto delle conseguenze del suo giudizio sui contratti,
Sempre in merito di processo amministrativo, al legislatore delegato si affida il compito di revisionare e razionalizzare il rito abbreviato per i giudizi sugli appalti anche mediante l'introduzione di un rito speciale in camera di consiglio che consente l'immediata risoluzione del contenzioso relativo all'impugnazione dei provvedimenti di esclusione dalla gara o di ammissione alla gara per carenza dei requisiti di partecipazione.
Per evitare lungaggini o strumentalizzazioni sarà introdotta la previsione della preclusione della contestazione di vizi attinenti alla fase di esclusione dalla gara o ammissione alla gara nel successivo svolgimento della procedura di gara e in sede di impugnazione dei successivi provvedimenti di valutazione delle offerte e di aggiudicazione, provvisoria e definitiva.
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Facilitazioni per le pmi.
Togliere le pmi dall'angolo e aprire le porte degli appalti pubblici, garantendo anche da spiacevoli imprevisti nei pagamenti, quando prendono lavori in subappalto.
Queste le finalità della legge delega, che indica tra i principi il miglioramento dell'accesso al mercato dei contratti pubblici attraverso, innanzi tutto, il divieto di aggregazione artificiosa degli appalti, prevedendo in particolare che la dimensione degli appalti e il conseguente valore delle gare e dei lotti in cui queste risultino eventualmente suddivise siano adeguati al fine di garantire l'effettiva possibilità di partecipazione da parte delle micro, piccole e medie imprese.
Una novità assoluta è l'introduzione di misure premiali per gli appaltatori e i concessionari che coinvolgano i predetti soggetti nelle procedure di gara e, nell'esecuzione dei contratti. Inoltre la mancata suddivisione in lotti dovrà essere oggetto di specifico obbligo di motivazione.
Subappalto. Si prescrive l'introduzione, per i contratti di lavori servizi e forniture di una disciplina specifica per il subappalto. Nel dettaglio, il concorrente dovrà indicare in sede di offerta le parti del contratto di lavori che intende subappaltare; in casi specifici una terna di nominativi di subappaltatori per ogni tipologia di attività, prevista in progetto; dimostrare l'assenza in capo ai subappaltatori indicati di motivi di esclusione e di sostituire i subappaltatori relativamente ai quali apposita verifica abbia dimostrato la sussistenza di tali motivi.
La stazione appaltante avrà l'obbligo di procedere al pagamento diretto dei subappaltatori in caso di inadempimento da parte dell'appaltatore o anche su richiesta del subappaltatore, e se la natura del contratto lo consente, per i servizi, le forniture o i lavori forniti. Se il subappaltatore è una microimpresa o una piccola impresa, il decreto legislativo dovrà indicare espressamente le ipotesi in cui la stazione appaltante procederà al pagamento diretto
(articolo ItaliaOggi Sette del 18.01.2016).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Aia, modifiche sotto controllo. Interventi rilevanti sugli impianti solo con espressa licenza. Le indicazioni della direttiva 274/2015 sull'autorizzazione integrata ambientale.
Le modifiche a impianti sottoposti ad Autorizzazione integrata ambientale che comportano emissione di nuove sostanze pertinenti e significative sono da considerarsi «rilevanti» e necessitano dunque di un preventivo e rinnovato titolo «Aia» per poter essere legittimamente realizzate dai gestori degli stabilimenti.

Questa una delle indicazioni che arrivano con la direttiva Minambiente 16.12.2015 n. 274 recante la disciplina dei procedimenti di rilascio, riesame e aggiornamento dei provvedimenti Aia di competenza statale.
Il provvedimento, pubblicato sul sito del Dicastero il 29.12.2015, sebbene finalizzato a fornire indirizzi alle strutture pubbliche interessate dalla procedura amministrativa, reca nel suo allegato 5 dei «Criteri speditivi per individuare alcune modifiche sostanziali Aia» che appaiono rilevanti anche per le imprese tenute a osservare le stringenti regole in materia dettate dal dlgs 152/2006 (c.d. Codice ambientale).
Contesto: gli adempimenti sottesi alle modifiche. Ex articolo 5, comma 1, Parte II del dlgs 152/2006 costituiscono «modifiche» di impianti le variazioni (anche di caratteristiche, funzionamento o potenziamento) che possano produrre effetti sull'ambiente (lettera l); tali modifiche sono altresì «sostanziali» (ex successiva lettera l-bis) qualora producano effetti negativi e significativi sull'ambiente, oppure, riguardando attività soggette a valori soglia ex allegato VIII del Codice, comportino incrementi anche di una delle grandezze previste, pari o superiore ai valori stessi.
La realizzazione di modifiche sostanziali è subordinata, ex articolo 29-quattuordecies del dlgs 152/2006, all'ottenimento di una nuova autorizzazione integrata ambientale. La realizzazione di modifiche non sostanziali, è invece subordinata (ex articolo 29-nonies citato) alla presentazione di preventiva comunicazione alle Autorità competenti, e solo decorsi 60 giorni dalla stessa (senza rilievi da parte dell'Ente) è possibile realizzarle.
Le indicazioni Minambiente. A evidenziare il confine tra modifiche sostanziali e non sostanziali (e dunque quello tra i due diversi regimi di adempimenti) concorrono per le Aia di competenza statale (ma con valore, ad avviso dello scrivente, anche per quelle sub istruttoria regionale vertendo sui principi generali della disciplina autorizzatoria) le indicazioni della citata direttiva 16 Minambiente 274/2015.
L'allegato 5 al provvedimento del Dicastero appare fornire innanzitutto chiarimenti sulle due fattispecie di modifiche espressamente definite come «sostanziali» dall'articolo 5, comma 1, lettera l-bis) del dlgs 152/2006: in relazione a quelle che determinano effetti negativi significativi sull'ambiente, si sottolinea infatti come in mancanza di parametri normativi per la determinazione di tali caratteristiche, la decisione sia rimessa all'Autorità competente; in relazione a quelle che comportano variazioni di grandezze oggetto di soglia, si evidenzia come l'incremento da valutare ai fini della sostanzialità della modifica sia da calcolarsi a partire dalla capacità produttiva autorizzata dal provvedimento di «Aia iniziale» e sia costituito dalla sommatoria del valore oggetto dell'istanza e dei valori di tutti gli eventuali ulteriori interventi non sostanziali già realizzati dall'applicazione della suddetta autorizzazione.
Ancora, dalla nuova direttiva Minambiente appare emergere come siano altresì da considerarsi «sostanziali»: le modifiche soggette a valutazione di impatto ambientale in base allo stesso dlgs 152/2006, sia in relazione ad attività rientranti nel citato allegato XII sia ad altre attività soggette alla medesima Aia in quanto in quanto svolte in unità tecnicamente connesse; le modifiche che comportano l'emissione di nuove sostanze pertinenti significative.
In base alla stessa direttiva 16 Minambiente 274/2015 possono invece generalmente considerarsi non sostanziali le modifiche (evidentemente diverse da quelle articolo 5, comma 1, lettera l-bis, citato) che, se realizzate, consentano comunque di condurre le attività sottese nel rispetto del previgente quadro prescrittivo Aia (con particolar riferimento ai valori limite autorizzati) e che non coincidono con la realizzazione di nuove unità (ossia, dispositivi e sistemi destinati a svolgere specifiche attività in modo autonomo) o l'integrale sostituzione di unità preesistenti, anche se comportanti un incremento della capacità produttiva delle istallazioni, così come delle quantità di materie prime lavorate o delle emissioni in flusso di massa.
Da inquadrare invece come interventi, diversi da mere modifiche, che necessitano invece ex dlgs 152/2006 di un vero e proprio «riesame» dell'autorizzazione (attraverso relativa istruttoria) appaiono essere in base allo stesso provvedimento Minambiente: gli interventi volti a incidere sulle unità nei termini sopra citati; l'emergere di nuovi elementi istruttori che rendono necessaria la rivisitazione del quadro autorizzativo o modifiche al piano di monitoraggio e controllo (in relazione a queste ultime se, previo carteggio con l'Ispra, esse non siano state considerate soluzioni alternative quantomeno equivalenti a quelle originarie).
Infine, appaiono essere fuori dal campo delle modifiche e del riesame gli interventi: finalizzati ad adeguare le prestazioni dell'installazione alle prescrizioni Aia; quelle che non hanno alcune effetto sull'ambiente; quelle che non riguardano l'installazione ex articolo 5, ma solo le unità non connesse tecnicamente (sia dal punto di vista impiantistico che gestionale) all'impianto Aia.
Regime sanzionatorio. A presidiare il rispetto delle norme sul regime autorizzatorio «Aia», lo ricordiamo, è l'articolo 29-quattuordecies del Codice ambientale, ai sensi del quale: la realizzazione di modifiche sostanziali in assenza di autorizzazione: è punita con arresto fino a un anno o l'ammenda fino a 26 mila euro; l'attuazione di modifiche non sostanziali senza preventiva comunicazione o senza rispetto dei termini previsti dalla sua notifica con la sanzione amministrativa fino a 15 mila euro; l'attività condotta senza autorizzazione o senza osservarne le prescrizioni, rispettivamente (per i casi più gravi), con l'arresto fino a due anni unitamente all'ammenda fino a 52 mila euro e con l'ammenda fino a 26 mila euro.
La disciplina Aia in generale. Dall'11.04.2014 la nuova disciplina sull'autorizzazione integrata ambientale, che condiziona (sottoponendolo a un unico titolo abilitativo) l'esercizio delle attività industriale a elevata potenzialità inquinante al rispetto dei più alti standard di tutela ambientale, è rappresentata dalla Parte II del dlgs 152/2006 come riformulata dal dlgs 46/2014.
Operando dal punto di vista autorizzatorio una distinzione tra stabilimenti sottoposti a competenza regionale e nazionale (questi ultimi elencati nell'allegato XII), con la riscrittura del generale allegato VIII alla stessa Parte Seconda del «Codice ambientale» il nuovo dlgs 46/2014 ha sensibilmente allargato il campo di applicazione dell'Aia, ricomprendendovi, tra le altre, numerose attività relative alla gestione di rifiuti prima escluse (si veda ItaliaOggi Sette del 16/06/2014) (articolo ItaliaOggi Sette del 18.01.2016).

ATTI AMMINISTRATIVIDepenalizzazione, iter a più vie. Atti d’ufficio all’autorità amministrativa e al giudice civile su istanza dei danneggiati.
Giustizia. Dopo il taglio ai reati possibile la revoca per le condanne - Il Governo: rivedremo le sanzioni sull’ostacolo ai revisori.

Le disposizioni sulla depenalizzazione dei due decreti legislativi approvati venerdì dal Consiglio dei ministri prevedono regole procedurali differenti a seconda che le violazioni penali siano trasformate in illeciti amministrativi (reati sanzionati con la sola pena dell’ammenda o della multa o modifica di alcuni reati del Codice penale) ovvero vengano abrogate (reati a tutela della fede pubblica, onore e patrimonio) con istituzione di sanzioni pecuniarie civili, fermo il diritto al risarcimento del danno.
Reati con ammenda/multa. Le norme hanno effetto retroattivo ma, a seconda dei casi e, in particolare, se la violazione sia stata già oggetto (o meno) di un procedimento penale potranno verificarsi situazioni differenti.
Violazioni future. Per le violazioni commesse dall’entrata in vigore del decreto, ovvero scoperte in futuro ma relative a periodi per i quali esse costituivano ancora reato, gli accertatori non devono inviare la comunicazione di notizia di reato in Procura, ma seguire le regole previste dalla legge 689/1981.
Sarà necessario procedere alla formale contestazione della violazione, all’invio del verbale all’autorità amministrativa competente (che cambia in base alla tipologia di violazione), a rendere edotto il trasgressore della possibilità di trasmettere scritti difensivi o essere ascoltato personalmente, alla facoltà di estinguere la violazione con pagamento in misura ridotta.
Procedimento in corso. L’autorità giudiziaria, entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto, deve disporre la trasmissione all’autorità amministrativa competente degli atti dei procedimenti penali relativi ai reati trasformati in illeciti amministrativi, salvo che il reato risulti prescritto o estinto per altra causa.
Azione penale non esercitata. Nell’ipotesi in cui i verificatori abbiano inviato già la notizia di reato ma l’azione penale non sia stata ancora esercitata, la trasmissione degli atti è disposta dal Pm che, in caso di procedimento già iscritto, annota la trasmissione nel registro delle notizie di reato. Se il reato è estinto per qualsiasi causa, il Pm richiede l’archiviazione.
Azione penale esercitata. Nel caso di azione penale già esercitata, il giudice pronuncia sentenza inappellabile di assoluzione perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, disponendo la trasmissione degli atti all’autorità amministrativa competente.
Condanna. Se i procedimenti penali sono stati definiti prima dell’entrata in vigore del decreto, con sentenza di condanna o decreto irrevocabili, il giudice dell’esecuzione revoca la sentenza o il decreto, dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato e adotta i provvedimenti conseguenti.
Reati su onore e patrimonio. La sanzione pecuniaria viene applicata dal giudice competente a conoscere dell’azione di risarcimento del danno, al termine del giudizio solo nel caso in cui accolga la domanda di risarcimento proposta dalla persona offesa. Le sanzioni pecuniarie civili si applicano anche ai fatti commessi anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto, salvo che il procedimento penale sia stato definito con sentenza irrevocabile di condanna.
In quest’ultima ipotesi il giudice dell’esecuzione revoca la sentenza o il decreto, dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato e adotta i provvedimenti conseguenti. Nel caso di procedimenti penali in corso per uno dei vari reati abrogati non sono previsti obblighi di trasmissione degli atti dal giudice penale a quello competente per la nuova sanzione civile.
Ne consegue che: per il principio del favor rei nei confronti dell’indagato/imputato va dichiarata l’archiviazione/assoluzione; la (nuova) sanzione civile potrà esser applicata dal giudice solo se la parte danneggiata decida di agire in sede civile per ottenere il risarcimento del danno, non essendo prevista la trasmissione d’ufficio degli atti dal giudice penale o dalla Procura a quello civile competente all’irrogazione della nuova sanzione.
L’indicazione. Il Governo prova a spegnere sul nascere, poi, le polemiche sulla depenalizzazione (con riduzione delle sanzioni - si veda Il Sole 24 Ore di ieri) della condotta del manager che ostacola i revisori accese dal Movimento Cinque Stelle.
L’ufficio legislativo della Giustizia ha, infatti, precisato che «c’è la disponibilità a ricalibrare la sanzione», specificando che il perimetro in cui si è mosso l’esecutivo era contenuto nella delega. In questo caso, però, emerge la disponibilità ad adeguare le sanzioni ferma restando la trasformazione in illecito amministrativo
(articolo Il Sole 24 Ore del 17.01.2016).

PUBBLICO IMPIEGO: Renzi: fannulloni nella Pa licenziati in 48 ore. La riforma. Mercoledì il sì alle norme in Consiglio dei ministri - Sanzionabile anche il dirigente se non si attiva.
L’obbligo, in 48 ore, di far scattare la sospensione di incarico e stipendio. E di aprire, nello stesso arco di tempo, il procedimento disciplinare la cui sanzione è il licenziamento del dipendente pubblico “infedele”.
Matteo Renzi userà il pugno di ferro contro i dipendenti pubblici fannulloni, come anticipato ieri dal Sole-24 Ore, e annuncia l’arrivo di un mini-pacchetto di norme che approderà mercoledì, in un Consiglio dei ministri convocato in notturna, insieme con i primi decreti attuativi della riforma Madia. Chi timbra e poi scappa dall’ufficio è un «truffatore», ha spiegato il premier intervistato al Tg5, e danneggia «la credibilità della stragrande maggioranza dei dipendenti pubblici che lavorano bene».
«Abbiamo visto cose pazzesche -ha poi aggiunto Renzi- come a Sanremo, dove c’era chi timbrava in mutande e anche in queste ore si vedono queste immagini». Da qui il giro di vite, «e se il dirigente non procede, rischia lui stesso di andare a casa», ha concluso il capo del Governo.
Si accelera quindi nel riordino della disciplina dei procedimenti disciplinari, che a questo punto escono dal nuovo testo unico sul lavoro pubblico atteso per l’estate, visto che la delega prevede tempi più lunghi. Le disposizioni in corso di stesura da parte dei tecnici di palazzo Vidoni introdurrebbero un tempo certo (48 ore, appunto) per sospendere da lavoro e retribuzione il dipendente colto in flagranza di illecito disciplinare (e con prove certe - per esempio, c’è la ripresa della telecamera della falsa attestazione della presenza in servizio). Entro lo stesso arco di tempo dovrà partire il procedimento che porta al licenziamento (oggi l’iter prevede una durata di 60 giorni ma si superano i 100 effettivi - si lavora anche per ridurre al minimo questo periodo).
Ma nel mirino ci sarà pure il dirigente responsabile dell’impiegato infedele: se non si attiva, risponde direttamente lui con una sanzione disciplinare. Oggi non sempre l’azione disciplinare viene portata a termine: su 7mila procedimenti aperti ogni anno quelli che si chiudono con l’interruzione del rapporto di lavoro sono poco più di 200, di cui un centinaio per assenteismo, secondo le statistiche di Funzione pubblica.
Come detto, queste norme verrebbero anticipate a mercoledì. In un secondo tempo, con il nuovo testo unico previsto dalla delega si completerà la stretta sulle regole disciplinari e le modalità di licenziamento. Si sta studiando una tipizzazione puntuale direttamente nella legge di quelle fattispecie particolarmente gravi (per esempio, la presentazione di falsi certificati medici) che fanno scattare subito il procedimento che porta al licenziamento.
L’ipotesi delle tipizzazioni legali dei comportamenti più eclatanti passerebbe per un rafforzamento della riforma Brunetta (legge 15 e Dlgs 150 del 2009), dettagliando in modo più preciso i singoli casi. Verrebbe comunque lasciata la facoltà alle parti, attraverso la contrattazione, di poter integrare queste ipotesi e di specificare anche i casi in cui scatterebbero solo sanzioni conservative (e non il licenziamento). La negoziazione avrebbe però un paletto: non potrebbe superare la legge, e quindi annacquare la disciplina più rigorosa introdotta dalla fonte primaria.
L’ulteriore semplificazione dei procedimenti disciplinari passerebbe, poi, per l’accentramento in capo all’Ufficio per i procedimenti disciplinari (l’Upd, già presente in tutte le strutture) degli atti per irrogare sanzioni superiori al rimprovero scritto, prevedendo termini perentori di inizio e fine procedimento. Al responsabile della struttura (cioè al singolo dirigente) rimarrebbe la competenza solo per il rimprovero verbale e scritto. Il responsabile dell’ufficio in cui opera il dipendente “infedele” manterrebbe invece la funzione della segnalazione entro un certo termine.
Si starebbe pensando, anche, di consentire in caso di annullamento da parte della magistratura della procedura di recesso per meri vizi procedurali o di forma, di poter reiterare una seconda volta il procedimento disciplinare (rimettendolo in termini l’amministrazione) per mandare via, a questo punto senza più ostacoli, il dipendente reo di comportamenti palesemente negligenti. Infine sulle visite fiscali resta in campo l’ipotesi di una regulation rafforzata in capo all’Inps e non più alle Asl
(articolo Il Sole 24 Ore del 16.01.2016).

ATTI AMMINISTRATIVI: Depenalizzato l’«ostacolo» ai revisori. Stop al penale per i manager che frenano i controlli e per le violazioni sulle comunicazioni antiriciclaggio.
Consiglio dei ministri. Via libera del Governo ai due decreti legislativi che tagliano 41 reati: stralciate le disposizioni sull’immigrazione clandestina.

Alla fine, a ridosso della scadenza della delega, arriva al traguardo il pacchetto depenalizzazione. Il Consiglio dei ministri di ieri ha approvato definitivamente i due decreti legislativi che permetteranno il taglio di alcune decine di reati (Il Sole 24 Ore ne ha censiti 41, riportati nella tabella pubblicata sotto). Superato lo scoglio del reato di clandestinità, che, almeno per ora, rimane nel perimetro penale, la riunione di ieri non ha prodotto sorprese.
Resta così confermata la depenalizzazione sia del mancato rispetto delle prescrizioni collegate all’autorizzazione alla coltivazione di cannabis per finalità terapeutiche sia la guida senza patente sia l’omesso versamento di ritenute nel limite dei 10.000 euro. Oltre che per la clandestinità alla fine la delega non è stata esercitata anche per la condotta di disturbo con rumori della quiete. Sul versante dell’antiriciclaggio non sono perseguibili penalmente gli inadempimenti relativi all’omessa identificazione e all’omessa registrazione, con la conseguenza, però, di sostituire a una misura pecuniaria penale (la multa fino a 13.000 euro) una sanzione amministrativa che può toccare nei casi più gravi i 30.000 euro.
Effetto che, in realtà, riguarda anche altre condotte ed è coerente con la volontà dell’intera operazione che è dichiaratamente quella di attribuire maggiore forza deterrente a una certa misura amministrativa rispetto a un’incerta, soprattutto per il rischio prescrizione, sanzione penale. Certo, in alcuni, casi la frattura tra vecchio e nuovo e assai profonda.
Prendiamo, per esempio, il caso dell’aborto clandestino o comunque del mancato rispetto delle disposizioni della legge 194/1978: a carico della donna sinora era prevista una multa sì, ma puramente simbolica, 51 euro; con la depenalizzazione la condotta è invece colpita con una sanzione che può arrivare a 10.000 euro. Opposto invece l’impatto depenalizzazione per il manager che ostacola i revisori: sinora era prevista un’ammenda fino a 75.000 euro, mentre dopo la depenalizzazione la sanzione pecuniaria amministrativa può essere anche solo di 10.000 (50.000 nel massimo).
In termini generali, si applica una sanzione amministrativa pecuniaria ad alcuni reati previsti dal Codice e a tutti i reati che sono contenuti in leggi speciali e puniti con la sola misura della multa o dell’ammenda:
- da 5.000 a 10.000 euro per i reati puniti con la multa o con l’ammenda non superiore nel massimo a 5.000;
- da 5.000 euro 30.000 per i reati puniti con la multa o con l’ammenda non superiore nel massimo a 20.000;
- da 10.000 a 50.000 euro per i reati puniti con la multa o con l’ammenda superiore nel massimo a 20.000.
Rimangono dentro il sistema penale, e quindi esclusi dal provvedimento, i reati che pur prevedendo la sola pena della multa o dell’ammenda attengono alla normativa sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, ambiente, territorio e paesaggio, sicurezza pubblica, giochi d’azzardo e scommesse, armi, elezioni e finanziamento ai partiti.
Con un secondo decreto si prevede di sostituire la sanzione penale con la sanzione pecuniaria civile, associata al risarcimento del danno alla parte offesa. Quest’ultima potrà così ricorrere al giudice civile per il risanamento del danno. Il magistrato, accordato l’indennizzo, per alcuni illeciti stabilirà anche una sanzione pecuniaria che sarà incassata dall’Erario.
Il catalogo degli illeciti civili comprende l’ingiuria, il furto del bene da parte di chi ne è comproprietario e quindi in danno degli altri comproprietari, l’appropriazione di cose smarrite: per questo gruppo la sanzione va da 100 a 8.000 euro. Raddoppia invece la sanzione civile per gli illeciti relativi all’uso di scritture private falsificate o la distruzione di scritture private
(articolo Il Sole 24 Ore del 16.01.2016).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: Rocce scavo più gestibili.
Più semplice gestire le rocce da scavo. Il consiglio dei ministri ha dato via libera al secondo esame preliminare di un dpr che semplifica la disciplina di gestione delle terre e rocce da scavo.

Il provvedimento assorbe in un testo unico tutte le disposizioni vigenti sulla gestione e l'utilizzo di questi sottoprodotti, sul deposito temporaneo delle terre e rocce da scavo qualificate come rifiuti e sulla loro gestione nei siti oggetto di bonifica.
Rispetto al primo esame, il testo è stato integrato e modificato sia a seguito della consultazione pubblica rivolta a cittadini, associazioni e stakeholders del settore, che dal 19 novembre al 19 dicembre scorso hanno potuto presentare sul sito del ministero dell'ambiente proposte di modifica, sia sulla base del parere della Conferenza unificata. Tra le novità introdotte:
• l'allineamento della normativa italiana a quella Ue e il raccordo, in termini normativi, con le procedure di valutazione di impatto ambientale;
• i soggetti che operano nel settore delle terre e rocce da scavo non saranno più obbligati ad attendere la preventiva approvazione del piano di utilizzo delle terre e rocce da parte delle autorità competenti;
• fin dalla fase di predisposizione del piano di utilizzo delle terre e rocce da scavo, i soggetti che le utilizzano possano interagire con le Agenzie regionali e provinciali di protezione ambientale per le verifiche tecniche, anticipando lo svolgimento dei controlli di legge;
• arrivano procedure più veloci per attestare che le terre e rocce da scavo soddisfano i requisiti stabiliti dalle norme Ue e nazionali per essere qualificate come sottoprodotti e non come rifiuti;
• si prevede il rafforzamento del sistema dei controlli e una disciplina più dettagliata ed efficace per il deposito intermedio delle terre e rocce da scavo qualificate come sottoprodotti;
• si dettano tempi certi alle Arpa e Appa per svolgere le attività di analisi (articolo ItaliaOggi del 16.01.2016).

ENTI LOCALI - VARI: Multe, con l'home banking vale la data di accredito.
Nella definizione dei verbali per le violazioni del codice della strada, qualora il trasgressore si avvalga dell'home banking o altri analoghi strumenti elettronici, il pagamento della sanzione pecuniaria si intende eseguito alla data di accredito dell'importo sul conto dell'ente cui appartiene l'organo accertatore.

L'importante chiarimento è stato fornito dal Ministero dell'Interno con la nota 14.01.2016 n. 300/A/227/16/127/34 di prot..
Ai sensi dell'art. 201 del codice della strada il trasgressore, nei casi consentiti, può pagare la sanzione amministrativa entro 60 giorni dalla contestazione o notificazione. L'importo è ridotto del 30% se il pagamento è effettuato entro cinque giorni. Il trasgressore può corrispondere la somma presso l'ufficio dal quale dipende l'agente accertatore oppure mediante versamento sul conto corrente postale o bancario oppure per mezzo di strumenti di pagamento elettronico.
La corretta individuazione della data di avvenuto pagamento assume grande importanza nella definizione del procedimento sanzionatorio. Infatti, l'art. 206 del codice della strada dispone che, se il pagamento non è avvenuto nei termini, si procede alla riscossione coattiva con la formazione dei ruoli.
Il problema si pone per i pagamenti effettuati tramite l'home banking, che prevedono l'intermediazione di soggetti autorizzati dalla Banca d'Italia a prestare attività di pagamento, e, in generale, per tutte le tipologie di accreditamento che variano in funzione della data e dell'ora in cui è stato impartito l'ordine al prestatore di servizi. E il chiarimento ufficiale è arrivato con la circolare del 14.01.2016 del ministero dell'interno, che ha acquisto al riguardo il parere del ministero dell'economia e delle finanze.
In sostanza, secondo il Viminale, mentre i pagamenti in contanti o tramite conto corrente postale si intendono eseguiti nella stessa data in cui è stato effettuato il versamento, i pagamenti tramite conto corrente e bonifico bancario o altri strumenti elettronici si intendono eseguiti, con effetto liberatorio per il debitore, nella data di accredito dell'importo sul conto dell'organo accertatore (articolo ItaliaOggi del 16.01.2016).

APPALTI: È legge la riforma degli appalti Cantone: una sfida per tutti. Il sì del Senato. Legalità ed efficienza, codice «leggero».
Il Senato ha approvato la legge delega sulla riforma degli appalti che introduce un codice «leggero», premi alle imprese efficienti e nuove regole sulla legalità: decreti attuativi entro il 18 aprile.
Raffaele Cantone, presidente Anac: «Sarà una sfida per tutti».
Mai più appalti in deroga (se non per calamità naturali), stop alle varianti che fanno esplodere i costi delle grandi opere, imprese valutate sulla base della reputazione conquistata in cantiere o nello svolgimento dei servizi, freno ai ricorsi che bloccano le opere e monopolizzano le aule dei Tar, spinta all’innovazione con un forte impulso all’uso del Bim, software di progettazione che consente di anticipare gli imprevisti durante i lavori. E soprattutto una drastica semplificazione normativa abbinata alla scelta di mettere al centro del nuovo sistema l’Autorità Anticorruzione guidata da Raffaele Cantone, che avrà il doppio compito di scrivere le regole flessibili («soft law») incaricate di calare nella realtà del mercato il nuovo impianto normativo e indirizzare amministrazioni, imprese e professionisti con atti finalmente vincolanti.

In una brutale sintesi è quello che promette la legge delega
(Atto Senato 1678-B) per la riforma degli appalti approvata ieri a larga maggioranza dal Senato (con il sì di Forza Italia e voto contrario dei Cinque Stelle che invece in prima lettura avevano optato per l’astensione). Una promessa da mantenere in fretta, attraverso il decreto legislativo chiamato ad attuare i principi contenuti nella delega (forte di ben 72 criteri direttivi) in norme cogenti. Il decreto deve essere approvato entro il 18 aprile, data in cui scade il termine per recepire le tre direttive europee (23, 24 e 25/2014) che hanno dato il la alla riforma e che il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio ha ribadito di voler rispettare.
«Da oggi il Paese ha una legge che consente trasparenza, efficacia e legalità nelle opere pubbliche -ha twittato il ministro- Governo, Parlamento, Anac, imprese, insieme per questa importantissima e innovativa riforma. Ora tempi rapidi per la sua attuazione in norme semplici». A scrivere materialmente il decreto, che non dovrebbe superare la misura di 120-150 articoli, rispetto agli oltre 600 attuali, sarà la commissione di 19 esperti nominata da Delrio lo scorso settembre. La guida Antonella Manzione, capo del Dipartimento affari giuridici di Palazzo Chigi. Qualche bozza circola già, ma si tratta di documenti preparatori, già a prima vista ancora largamente incompleti.
La delega approvata ieri mette in moto la seconda riforma degli appalti nel giro degli ultimi venti anni. A innescare la prima, con la legge Merloni del 1994 poi ampiamente rimaneggiata e sfociata nel codice del 2006 fu Tangentopoli. Anche oggi, le inchieste che negli ultimi mesi hanno attraversato il mondo dei lavori pubblici - dall’Expo commissariato a Mafia capitale, fino all’ultimo capitolo degli appalti Anas - hanno lasciato il segno. «La corruzione è uno dei motivi principali che hanno impedito la corretta esecuzione delle opere pubbliche in Italia -ha spiegato in Parlamento Delrio-. Questo codice sarà una ricetta efficace».
Non è un caso allora la scelta di far girare il sistema intorno ai (tanti) nuovi compiti dell’Anticorruzione. Con la riforma che contribuirà a scrivere attraverso la «soft law» attuativa del nuovo codice, Cantone sarà dotato di poteri di intervento cautelari (possibilità di bloccare in corsa gare irregolari), mentre il rispetto degli atti di indirizzo al mercato (bandi-tipo, linee guida, pareri) diventerà vincolante per amministrazioni e imprese.
In questa chiave va anche letta la nascita di un albo nazionale dei commissari di gara e il divieto di prevedere scorciatoie normative, bypassando o semplificando le gare, per la realizzazione di grandi eventi. Le deroghe alle procedure ordinarie (90 quelle concesse per la realizzazione dell’Expo) potranno essere ammesse soltanto in risposta a emergenze di Protezione civile. All’Anac spetterà anche il compito di qualificare le stazioni appaltanti, che saranno abilitate a gestire i bandi per fasce di importo in base al grado di organizzazione e competenza.
Per frenare la deriva dei tempi infiniti dei cantieri arriva la stretta sulle varianti da cui passa l’aumento dei costi in due casi su tre nelle grandi opere, con la possibilità di rescindere il contratto oltre certe soglie di importo. Anche qui è prevista una tagliola di Cantone, che potrà sanzionare le Pa inadempienti sugli obblighi di comunicazione.
Importante anche la scelta di valutare le imprese sulla base di un rating di reputazione che terrà conto del comportamento tenuto nei contratti precedenti. Chi dimostrerà di saper rispettare tempi e costi, evitando la prassi del contenzioso per alzare il prezzo in corso d’opera sarà premiato. Per gli altri potrà scattare invece il cartellino rosso. Un modo per allinearsi agli standard anglosassoni dove conta molto come viene eseguito il contratto e non -come finora accaduto in Italia- se sono state (spesso solo) formalmente rispettate le complicatissime procedure dettate dal codice
 (articolo Il Sole 24 Ore del 15.01.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - VARI: Le biciclette non possono ancora andare contromano. Parere trasporti.
Le biciclette non possono ancora circolare contromano. Neppure se il comune ha installato un pannello integrativo derogando specificamente al senso unico di marcia.

Lo ha ribadito il Ministero dei Trasporti con il parere n. 4635/2015.
Localmente la creatività delle singole amministrazioni ha dato vita a percorsi originali poco coerenti con i principi della sicurezza stradale. Una delle ipotesi più comuni riguarda la realizzazione di un tracciato ciclabile sulla carreggiata stradale, con senso di marcia contrario a quello consentito ai veicoli a motore.
È evidente che in questa ipotesi si crea un potenziale conflitto tra conducenti antagonisti e tra segnali stradali. Da una parte infatti, specifica il ministero, con l'apposizione del segnale di senso unico si comunica alla generalità degli utenti che tutta la strada è a disposizione per i veicoli orientati correttamente.
Dall'altra si confida nella larghezza della corsia di marcia e nel fatto che i veicoli mantengano il margine destro della strada. L'unica alternativa praticabile per permettere alle biciclette di circolare in esclusiva in senso contrario a quello di marcia secondo il ministero consiste nell'istituire una direzione obbligatoria per i veicoli a motore.
In pratica in questo modo l'utente stradale non ha a disposizione tutta la corsia di marcia ma deve tenere la destra rigorosa. E le biciclette possono teoricamente circolare in deroga in senso contrario senza rischiare incidenti (articolo ItaliaOggi del 15.01.2016).

ENTI LOCALIIl Pd vuole tagliare 5.700 comuni. Municipi sotto i 5.000 abitanti obbligati a fondersi. Alla camera spunta una proposta di legge choc. Mini enti sul piede di guerra.
Dagli incentivi alle minacce, dall'associazionismo spontaneo alle fusioni forzose. Non ci sarà scampo per i piccoli comuni, perché per poter esistere un municipio dovrà avere almeno 5.000 abitanti. Chi ne ha meno dovrà fondersi, altrimenti ci penseranno le regioni a intervenire d'imperio per accorpare i comuni.
E se non lo faranno, i governatori rischieranno il taglio dei trasferimenti. Fantascienza? Nient'affatto.

La «soluzione finale» per i mini enti è scritta nero su bianco in una proposta di legge (Atto Camera n. 3420) del Partito democratico (primo firmatario il deputato Emanuele Lodolini) presentata a metà novembre e già assegnata alla commissione affari costituzionali della camera. La tempistica dà da pensare e rivela un atteggiamento quantomeno poco uniforme all'interno del Pd in materia di enti locali.
Fallito l'associazionismo forzoso delle funzioni (come testimoniato dall'ennesimo rinvio dell'obbligo, questa volta al 31.12.2016, disposto dall'ultimo decreto milleproroghe), proprio mentre in parlamento si discuteva di come superare questo modello coercitivo favorendo invece processi di aggregazione dal basso, sulla base di ambiti ottimali anche su base provinciale (come proposto dall'Anci, ma la soluzione non convince molti piccoli comuni), e mentre la legge di stabilità 2016 raddoppiava i contributi per le unioni e le fusioni «spontanee», incentivandole anche con una deroga su misura al tetto del turnover, tra le fila del Pd si pensava a una ricetta molto più «spicciola».
Anche perché, ammettono i 20 deputati proponenti, «nonostante i cospicui incentivi e i contributi previsti da leggi statali» le fusioni sono state pochissime. Meglio, dunque, usare la forza.
Via con un tratto di penna 5.652 comuni, il 70% del totale dei municipi italiani, che, se la proposta di legge diventasse realtà, avrebbero due anni di tempo per fondersi con altri enti fino a raggiungere la soglia minima di 5.000 abitanti. Sarebbe questa, secondo i 20 deputati Pd, l'unica via «per ridurre la frammentarietà dei comuni italiani e favorire il raggiungimento di dimensioni più adeguate, atte a consentire un netto miglioramento della qualità e dell'efficacia dei servizi offerti ai cittadini». Perché secondo Lodolini & C. la fascia demografica tra 5.000 e 10.000 abitanti sarebbe la «dimensione ottimale» per un comune, quella che consente il mantenimento di una dimensione a misura d'uomo coniugandola con servizi efficienti e ottimizzazione delle risorse.
Non solo. Le fusioni sarebbero «ineludibili», si legge nella relazione di accompagnamento alla proposta, perché servirebbero a fronteggiare il rischio di un neocentralismo regionale. Dopo la riforma delle province, l'eccessiva frammentazione amministrativa in piccoli comuni finirebbe per ricondurre in capo alle regioni le funzioni un tempo prerogativa degli enti intermedi. Quindi per mantenerle nell'ambito comunale, via alle fusioni di massa. Chi non si unirà «spontaneamente» entro 24 mesi, sarà accorpato d'imperio dalle regioni, ma a quel punto perderà il diritto a godere di tutti i benefici previsti dalla legge per le fusioni. E se, nei successivi due anni, i governatori non avranno disciplinato con legge regionale gli accorpamenti forzosi, per le regioni scatterà il taglio ai trasferimenti erariali: meno 50% dei contributi non destinati a finanziare sanità e trasporto pubblico locale. Insomma, ce n'è un po' per tutti.
Ma i proponenti si difendono: due anni sono un periodo di tempo congruo per avviare le fusioni «autonomamente, dal basso e secondo criteri di omogeneità, rispettosi delle caratteristiche fisiche dei territori e delle tradizioni». Franca Biglio, presidente dell'Anpci, l'Associazione nazionale dei piccoli comuni italiani, non ci sta. E, quali che siano le chance della Pdl di vedere la luce, annuncia battaglia. «Convocheremo subito il direttivo per decidere il da farsi. Una cosa è certa: non staremo con le mani in mano», annuncia a ItaliaOggi.
«Questa proposta di legge è pura fantascienza», prosegue, «perché la Costituzione parla chiaro e non si può invocarla solo quando fa comodo. La Costituzione parla di referendum, di partecipazione popolare per decidere gli accorpamenti. Pensare di modificare il Tuel, introducendo la soglia minima di 5.000 abitanti, è un attacco all'autonomia decisionale, gestionale e organizzativa, garantita dalla Carta a tutti i comuni. Tutti, nessuno escluso» (articolo ItaliaOggi del 15.01.2016).

APPALTI: Taglio alle stazioni appaltanti. Abolito l'incentivo per la progettazione interna alla p.a.. Dal senato arriva il via libera definitivo alla legge delega per la riforma degli appalti.
Riduzione del numero delle stazioni appaltanti e loro qualificazione in un sistema gestito da Anac; abolizione dell'incentivo del 2% per la progettazione interna alle amministrazioni; riallocazione delle funzioni della pubblica amministrazione verso la programmazione e il controllo.

È quanto prevede per il settore pubblico la legge delega sugli appalti pubblici e sulle concessioni (Atto Senato 1678-B) approvata ieri mattina a palazzo Madama con 170 voti favorevoli, 30 contrari e 40 astenuti.
Il provvedimento, che adesso dovrà essere attuato con uno o due decreti delegati (si veda ItaliaOggi del 14.01.2016), nel dettare le linee direttrici per il recepimento delle direttive europee e per la riforma del codice dei contratti pubblici, delinea, fra le altre cose, un profondo «restyling» del ruolo e delle funzioni delle pubbliche amministrazioni.
La legge, anche per questo come per altre materie, assegna all'Autorità nazionale anticorruzione un ruolo fondamentale nell'attuazione di questo indirizzo di rinnovamento del mondo delle stazioni appaltanti partendo dalla considerazione che queste ultime devono in primo luogo aggregarsi.
A tale riguardo la legge delega prevede, da un lato, l'obbligo per i comuni non capoluogo di provincia di ricorrere a centrali di committenza e ad altre forme di aggregazione a livello comunale o ricorrendo ad altri soggetti aggregatori della domanda e, dall'altro, un indirizzo generale alla riduzione del numero delle stazioni appaltanti.
Sotto quest'ultimo profilo la legge chiama in causa l'Autorità anticorruzione che dovrà gestire un apposito sistema di qualificazione delle amministrazioni che bandiscono le gare, valutandone «l'effettiva capacità tecnica e organizzativa sulla base di parametri oggettivi». In altre parole, la riduzione delle stazioni appaltanti sarà effettuata sulla base del sistema di qualificazione gestito da Anac e, proprio in relazione al «grado di qualificazione conseguito», sarà possibile garantire alle amministrazioni di gestire «contratti di maggiore complessità».
La legge prevede poi che sia rinsaldato il rapporto fra stazioni appaltanti e a tale proposito stabilisce che l'Anac si attivi per promuovere «lo sviluppo delle migliori pratiche» e la «facilitazione allo scambio di informazioni fra stazioni appaltanti e di vigilanza».
Dall'altra parte le stazioni appaltanti potranno contare su alcuni strumenti molto importanti che l'Autorità presieduta da Raffaele Cantone dovrà porre in essere a supporto delle stazioni appaltanti. Infatti a fianco delle ormai tradizionali linee guida e atti di indirizzo, l'Anac sarà chiamata a emanare «bandi-tipo e contratti-tipo e altri strumenti di regolazione flessibile», con efficacia vincolante.
L'obiettivo ultimo è anche quello di assicurare a tutti gli operatori del settore una omogeneità procedurale che riduca al massimo la perversa prassi dei bandi «su misura», anche se questo dipenderà molto da come verranno impostati i decreti delegati (o il decreto delegato, vedi ItaliaOggi del 13.01.2016), soprattutto in tema di definizione dei requisiti minimi di accesso alle gare, aspetto considerato fondamentale anche dal formulario sul documento di gara unico europeo.
La parte più rilevante della legge, almeno con riguardo al ruolo delle pubbliche amministrazioni, è quella che stabilisce la riallocazione delle funzioni delle pubbliche amministrazioni verso attività di programmazione (supportata da accurati studi di fattibilità) e controllo (per esempio con la pubblicazione sul sito web del «resoconto finanziario al termine dell'esecuzione del contratto» e l'esclusione dell'applicazione degli incentivi alla progettazione interna della p.a..
In particolare, si prevede come criterio direttivo che venga destinata una somma non superiore al 2% dell'importo posto a base di gara alle attività tecniche svolte dai dipendenti pubblici relativamente alle fasi della programmazione degli investimenti, della predisposizione dei bandi, del controllo delle relative procedure, dell'esecuzione dei contratti pubblici, della direzione dei lavori e dei collaudi.
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Ora voce al governo. Decreto entro aprile.
Ora la palla torna al governo. L'esecutivo ha tempo fino al 18 aprile per recepire le direttive europee e fino al «31 luglio» per varare il nuovo Codice degli appalti e delle concessioni, in base alla legge delega approvata definitivamente ieri.
L'intenzione dell'esecutivo sarebbe però quella di adottare entro il 18 aprile un «unico decreto legislativo» che contenga il recepimento delle direttive, il riordino del codice degli appalti e anche le linee guida di carattere generale proposte dall'Anac in chiave «soft low» (si veda quanto anticipato su ItaliaOggi del 13 gennaio scorso). La legge delega prevede più trasparenza e pubblicità nelle gare, più controlli con un forte ruolo di vigilanza affidato all'Anac e un freno al ricorso alle varianti in corso d'opera che sinora hanno consentito di far lievitare a dismisura il costo dei lavori.
Confermato anche il «superamento» della legge obiettivo, un termine che, ha avuto modo di spiegare il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, deriverebbe dalla necessità di «non travolgere interventi per i quali siano sorti obblighi giuridicamente vincolanti». Critico il M5S secondo cui la dizione «giuridicamente vincolanti» rischia di ostacolare l'effettivo stop della «fallimentare legge» voluta da Silvio Berlusconi (articolo ItaliaOggi del 15.01.2016).

APPALTI: Per tutti i comuni acquisti in autonomia sotto i 40 mila euro.
Facoltà per tutti i comuni di procedere in autonomia sotto la soglia dei 40.000 euro. Facoltà di derogare alle convenzioni Consip o delle centrali di committenza regionali quando il bene, o il servizio, offerto non sia idoneo a soddisfare i fabbisogni dell'amministrazione. Facoltà di bypassare il MePa fino a 1.000 euro.

Sono queste le principali novità in materia di acquisti degli enti locali previste dalla legge di stabilità 2016 (legge 208/2015). Tutte, pur confermando la generale tendenza alla centralizzazione, puntano a rendere l'obbligo meno rigido per le commesse di importo modesto o quando vi siano esigenze particolari non standardizzabili.
In questa direzione si muove innanzitutto il comma 501, che estende a tutti i comuni la possibilità di effettuare acquisti in via autonoma sotto la soglia dei 40.000 euro. In precedenza, la deroga era consentita ai soli municipi con popolazione superiore a 10.000 abitanti.
Restano ferme, peraltro, le norme che impongono di fare ricorso alle convenzioni Consip e a quelle stipulate dalla centrali di committenza regionali. Per quanto riguarda gli enti locali, tuttavia, tale obbligo riguarda solo le fattispecie previste dall'art. 9, comma 3, del dl 66/2014 (che prevede l'individuazione ogni anno di categorie di beni e servizi e relative soglie di valore al superamento delle quali è comunque obbligatorio ricorrere a Consip o ad altri soggetti aggregatori), dall'art. 1, comma 512, della stessa legge 208 (per i beni e servizi informatici) e dall'art. 1, comma 7, del dl 95/2012 (per le categorie merceologiche energia elettrica, gas, carburanti rete e carburanti extra rete, combustibili per riscaldamento, telefonia fissa e telefonia mobile).
Rispetto a quest'ultima norma, peraltro, sempre la legge 208 ha previsto, al comma 494, la possibilità di derogare alle convenzioni se si spuntano corrispettivi inferiori almeno del 10% per telefonia fissa e mobile e del 3% per carburanti extra rete, carburanti rete, energia elettrica, gas e combustibili per il riscaldamento. I contratti stipulati in deroga devono essere inviati all'Anac.
Inoltre, il comma 510 ha previsto un'altra possibilità di dribblare le convenzioni, allorché il bene, o il servizio, da esse offerto non sia idoneo al soddisfacimento dello specifico fabbisogno dell'amministrazione per mancanza di caratteristiche essenziali. A tal fine, occorre un'apposita autorizzazione specificamente motivata resa dall'organo di vertice amministrativo (non è chiaro se ci si riferisca al segretario o direttore generale, ovvero, secondo altre letture, alla giunta) e trasmessa alla Corte dei conti.
Si può ritenere, tuttavia, che l'autorizzazione non sia necessaria se l'acquisto riguarda categorie merceologiche che non sono presenti nelle convenzioni. Negli altri casi, occorrerà motivare il provvedimento confrontando in modo tecnicamente rigoroso le caratteristiche essenziali dei beni o servizi oggetto della convenzione e le caratteristiche essenziali dei beni, o servizi, necessari per soddisfare il fabbisogno dell'ente.
Infine, ricordiamo che il comma 450 della legge 296/2006 impone di fare ricorso al MePa, ma a seguito della modifica introdotta dal comma 502 della legge 208 solo per acquisti sopra i 1.000 euro. Trattandosi di un acquisto autonomo, anche in tal caso sembra necessaria l'autorizzazione, salvo il caso di assenza di convenzioni idonee (articolo ItaliaOggi del 15.01.2016).

ATTI AMMINISTRATIVI: Autotutela e silenzio, procedimenti rivisti. Numerose le modifiche contenute nella delega p.a..
La legge n. 124/2015 contenente «deleghe al governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche» (c.d. legge Madia) persegue l'obiettivo ambizioso di riorganizzare profondamente le strutture e le funzioni delle p.a., in tutte le loro articolazioni.
La legge prevede una serie di norme di immediata applicazione, ma contiene anche numerose deleghe legislative al governo ad adottare vari decreti legislativi. In questo disegno riformatore si collocano specifici interventi diretti a modificare, in alcuni aspetti, la disciplina generale del procedimento e dell'atto amministrativo, racchiusa nella legge n. 241/1990.
Anche per la modifica della legge n. 241/1990 gli strumenti normativi utilizzati risultano diversificati. Importanti innovazioni contenute nella legge n. 124/2015 sono state immediatamente operanti e in vigore dal 28.08.2015. Si tratta dell'art. 3 (che ha introdotto il nuovo art. 17-bis, riguardante il «silenzio tra pubbliche amministrazioni») e dell'art. 6 (relativo, letteralmente, all'autotutela, ma riguardante nello specifico gli istituti della Scia, dell'annullamento e della sospensione d'ufficio).
Per materie ritenute di elevata difficoltà la tecnica utilizzata è quella della delega al governo. Così avviene all'art. 2, in tema di conferenza dei servizi, all'art. 4 relativo all'introduzione di norme per la semplificazione e l'accelerazione dei procedimenti amministrativi e all'art. 5 con il quale si delega il governo a procedere a una precisa individuazione dei procedimenti oggetto di Scia o di silenzio assenso, ai sensi degli articoli 19 e 20 della legge n. 241/1990, nonché di quelli per i quali è necessaria l'autorizzazione espressa.
Alcuni di tali decreti legislativi dovrebbero essere oggetto di un primo esame nel consiglio dei ministri che si terrà in data odierna, dove si prevede che approderà un pacchetto contenente una decina di decreti attuativi della riforma Madia. Obiettivo dichiarato è quello di semplificare e rendere più chiari gli adempimenti richiesti ai cittadini e accelerare le procedure amministrative al fine di sostenere la crescita economica.
Gli schemi di ciascun decreto legislativo saranno successivamente trasmessi alle camere per l'espressione dei pareri delle commissioni parlamentari competenti per materia e per i profili finanziari e della commissione parlamentare per la semplificazione, che si pronunciano nel termine di 60 giorni dalla data di trasmissione, decorso il quale il decreto legislativo può essere comunque adottato (articolo ItaliaOggi del 15.01.2016).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Contratti decentrati, rispuntano i vincoli. Li prevede la manovra in attesa dei decreti Madia.
Non si sono ancora sopiti i contrasti tra Ragioneria generale dello stato e Corte dei conti, su come dovesse essere interpretata la disposizione che «consolidava» per il 2015 le riduzioni da apportare al fondo per il trattamento accessorio per il personale dipendente degli enti pubblici, che già sono stati reintrodotti, con la legge di Stabilità, nuovi vincoli alla contrattazione decentrata.

È il comma 236 della legge di stabilità 2016 a intervenire sul punto. In attesa dei decreti attuativi della legge n. 124 del 07.08.2015 (c.d. riforma della p.a. «Madia»), a decorrere dal 01.01.2016, si prevede che l'ammontare complessivo delle risorse destinate annualmente al trattamento accessorio del personale, anche di livello dirigenziale, di ciascuna delle amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 2, del dlgs n. 165/2001 (e successive modificazioni e integrazioni) non può superare il corrispondente importo determinato per l'anno 2015 ed è, comunque, automaticamente ridotto in misura proporzionale alla riduzione del personale in servizio, tenendo conto del personale assumibile ai sensi della normativa vigente.
Il limite da non superare, pertanto, sia per il fondo per il salario accessorio dei dipendenti che per quello inerente la retribuzione di posizione e di risultato dei dirigenti, è rappresentato dall'importo costituito, per le stesse finalità, nell'anno 2015.
Il precitato comma ha reintrodotto anche la riduzione proporzionale al personale cessato. Riprendono vigore, quindi, i metodi, entrambi riconosciuti come validi dalla Corte dei conti, per il calcolo della decurtazione: quello della riduzione «per rateo» e quello della «media mediata».
Resta di difficile interpretazione l'ultima parte del comma in esame, laddove mitiga questa riduzione in considerazione del personale «assumibile».
Non si dovrà tener conto delle cessazioni, se queste saranno state effettivamente sostituite, oppure si potrà considerare il personale astrattamente reclutabile? Sicuramente non mancheranno interventi chiarificatori, ci si auspica, possibilmente, uniformi (articolo ItaliaOggi del 15.01.2016).

PUBBLICO IMPIEGO - VARI: Mail, no a controlli indiscriminati. Si può superare la segretezza se è vietato l’uso personale della posta aziendale.
Privacy e lavoro. Per la Corte dei diritti dell’uomo deve essere esclusa la legittimità di indagini massive.

La rilevanza mediatica della sentenza con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto legittimi i controlli del datore di lavoro sulle e-mail aziendali è molto superiore rispetto ai risvolti pratici che la decisione potrà avere nel nostro ordinamento.
La pronuncia, infatti, non legittima affatto controlli indiscriminati sulla posta dei dipendenti ma si limita a ribadire principi già ampiamente vigenti nel nostro ordinamento e codificati nelle linee guida elaborate sin dal 2007 del Garante Privacy e nello Statuto dei lavoratori (modificato di recente nel Jobs Act).
Ma andiamo con ordine, cercando di riepilogare innanzitutto cosa dice la sentenza. La Corte ha riconosciuto l’applicabilità nei confronti delle comunicazioni via e-mail delle tutele previste dalla Convenzione dei diritti dell’uomo per tutto quanto concerne la riservatezza della vita privata; è stata ammessa, tuttavia, la possibilità di superare questa tutela rinforzata, in presenza di alcune condizioni molto stringenti.
La prima condizione è che l’utilizzo per scopi personali dello strumento informatico fornito dall’azienda sia espressamente vietato dal datore di lavoro. Questo elemento è essenziale in quanto -come ribadito anche dalle linee guida del Garante privacy italiano- se esiste una “aspettativa di segretezza” delle comunicazioni veicolate dal dipendente con la posta aziendale, nessun controllo da parte del datore di lavoro è lecito.
La seconda condizione individuata dalla sentenza riguarda la proporzionalità del controllo. È da escludere -secondo i giudici di Strasburgo, ma anche secondo le norme e le prassi vigenti in Italia- la legittimità di controlli massivi, attivati in assenza di un motivo specifico o comunque eseguiti in maniera troppo estesa rispetto alle finalità che si perseguono.
Questi concetti sono pienamente compatibili con le regole che governano nel nostro Paese la questione: tali controlli sono legittimi (e i relativi risultati possono essere utilizzati a fini disciplinari) solo a condizione che gli strumenti informatici non siano coperti da un’aspettativa di segretezza (il Garante privacy ritiene che si debba rimuovere tale aspettativa mediante apposite policy aziendali), e all’ulteriore condizione che le indagini siano effettuate in maniera lecita e proporzionata.
Il Jobs Act non ha modificato tale impostazione e, anzi, ha introdotto (nell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori) una tutela ulteriore per i dipendenti, stabilendo che i dati acquisiti tramite i controlli a distanza sono utilizzabili ai fini disciplinari solo se è stata data comunicazione scritta, mediante l’informativa prevista dall’articolo 13 del Codice privacy, della modalità con cui saranno trattati i dati personali. Inoltre, la sentenza di Strasburgo esamina solo il tema della legittimità del controllo, mentre nulla dice in merito alla congruità della sanzione comminata al lavoratore (il licenziamento) che ha dato origine alla controversia.
La sentenza, quindi, non è destinata a rivoluzionare le regole esistenti; la sua rilevanza mediatica può, tuttavia, avere l’effetto positivo di sensibilizzare l’attenzione verso un tema troppo spesso sottovalutato. Le aziende dovrebbero trarre spunto dalla pronuncia per verificare l’adeguatezza delle proprie policy rispetto agli standard richiesti dalla normativa, verificando prima di ogni cosa se sono state adottate linee guida che affermano in maniera chiara il divieto di utilizzo degli strumenti aziendali per scopi personali.
I lavoratori dovrebbero invece prendere coscienza del fatto che tutti gli strumenti informatici aziendali possono teoricamente essere controllati dal datore di lavoro (nei limiti sopra descritti), e che questo rischio si può evitare mediante piccoli e semplici accorgimenti (ad esempio, l’apertura di una casella di posta personale per tutte le comunicazioni extra lavorative)
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.01.2016).

APPALTI: Più trasparenza negli appalti. Gare digitalizzate, ribassi attenuati, Anac rafforzata. Oggi il senato dà il via libera definitivo alla delega che prevede la riforma del Codice.
Più trasparenza negli appalti pubblici e lotta alla corruzione con il rafforzamento dei poteri dell'Anac; abrogata la legge obiettivo, insieme all'attuale codice dei contratti –che andrà riformato– e al suo regolamento attuativo, sostituito da linee guida approvate con decreto ministeriale; gli appalti saranno aggiudicati valutando il migliore rapporto qualità/prezzo e non si potrà utilizzare il prezzo più basso per i servizi intellettuali; la Pubblica amministrazione sarà indirizzata sulle funzioni di programmazione e controllo e si avvierà un profondo processo di digitalizzazione delle procedure di appalto.

Sono questi alcuni dei punti dei 73 criteri direttivi contenuti nel disegno di legge delega sugli appalti di recepimento delle direttive su appalti e concessioni e di riforma del codice degli appalti pubblici (Atto Senato 1678-B) che sarà approvato definitivamente oggi dal Senato, dopo l'emissione del parere della Commissione bilancio.
La commissione aveva infatti eccepito alcuni profili di criticità dal punto di vista della copertura finanziaria, ma alla fine ha reso un parere non ostativo con alcune raccomandazioni indirizzate, nei fatti, al legislatore delegato al fine di evitare impatti sulla finanza pubblica derivanti, ad esempio, dalla riforma della garanzia globale di esecuzione o dell'applicazioni di sanzioni per il ritardo nelle comunicazioni delle varianti all'Anac, l'Authority anticorruzione.
L'articolato è lo stesso di quello varato dalla Camera e quindi viene a sua volta confermata la duplice strada per attuare la delega: un decreto unico entro aprile 2016 (di recepimento e di riforma del codice), o due decreti delegati, uno per attuare le direttive Ue entro il 18.04.2016 e un altro per riformare il codice dei contratti pubblici, riordinando tutta la materia, entro il 31.07.2016).
Fra le diverse e numerose novità del testo, che introduce anche il cosiddetto débat public per la gestione del consenso per le grandi infrastrutture, va citata la norma che prevede una riallocazione delle funzioni delle pubbliche amministrazioni verso attività di programmazione (supportata da accurati studi di fattibilità) e controllo e l'esclusione dell'applicazione degli incentivi alla progettazione interna della p.a..
In particolare viene destinata una somma non superiore al 2% dell'importo posto a base di gara alle attività tecniche svolte dai dipendenti pubblici relativamente alle fasi della programmazione degli investimenti, della predisposizione dei bandi, del controllo delle relative procedure, dell'esecuzione dei contratti pubblici, della direzione dei lavori e dei collaudi.
Importante è anche la modifica della disciplina dell'appalto integrato che dovrà essere limitato nella sua applicazione e non utilizzabile mettendo a base di gara il progetto preliminare. L'appalto integrato sul progetto definitivo andrà limitato prevedendo il ricorso a tale tipo di appalto in relazione al contenuto innovativo o tecnologico delle opere oggetto dell'appalto o della concessione e in rapporto al valore complessivo dei lavori.
Per quel che riguarda la disciplina delle concessioni, il testo prevede l'obbligo di affidamento a terzi, senza ricorso a società in house, per una percentuale pari all'80% (con il restante 20% in house) non solo dei lavori ma anche dei servizi e delle forniture. È previsto il progressivo uso di metodi e strumenti elettronici specifici, quali quelli di modellazione elettronica e informativa per l'edilizia e le infrastrutture (lett. oo); viene pertanto favorito l'utilizzo delle tecnologie Bim (Building information modeling).
Per l'affidamento dei servizi di ingegneria e architettura e di tutti i servizi di natura tecnica, si prevede l'utilizzo del criterio di aggiudicazione dell'offerta economicamente più vantaggiosa e l'esclusione del prezzo più basso che, per gli altri appalti sarà comunque molto limitato. Fondamentale il rafforzamento delle funzioni dell'Anac che dovrà gestire anche l'albo delle stazioni appaltanti. L'Autorità presieduta da Raffaele Cantone in particolare avrà «anche poteri di controllo, raccomandazione, intervento cautelare e sanzionatorio, nonché di adozione di atti di indirizzo quali linee guida, bandi-tipo, contratti-tipo ed altri strumenti di regolamentazione flessibile, anche dotati di efficacia vincolante».
Non verranno ammesse procedure in deroga al codice dei contratti pubblici, fatta eccezione per «singole fattispecie connesse a particolari esigenze collegate a situazioni emergenziali. Sarà rivista complessivamente la disciplina delle garanzie e si prevede l'abrogazione delle disposizioni in materia di sistema di garanzia globale di esecuzione (performance bond) e per gli appalti in corso la sospensione dell'applicazione delle medesime disposizioni.
Prevista anche la piena accessibilità, visibilità e trasparenza, anche in via telematica agli atti progettuali; ciò allo scopo di consentire un'adeguata ponderazione dell'offerta da parte dei concorrenti, nonché tutele per i subappaltatori, con il pagamento diretto da parte della stazione appaltante. L'istituto del soccorso istruttorio (per la sanatoria di irregolarità nel corso della gara) dovrà essere sempre possibile sulle irregolarità formali, ma senza applicazione di sanzioni (articolo ItaliaOggi del 14.01.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

VARI: Addio bollettino. Si paga da luglio con la bolletta. CANONE RAI/ Comunicato con l'Agenzia entrate.
Niente più bollettino Rai da pagare entro il 31 gennaio: il canone verrà addebitato nella bolletta elettrica della casa di residenza a partire dal prossimo mese di luglio, a prescindere dalla persona a cui è intestata.

Lo hanno ricordato ieri l'Agenzia delle entrate e la Rai con un comunicato congiunto (si veda quanto anticipato su ItaliaOggi di ieri).
Il canone, si spiega nella nota, per effetto della legge di Stabilità 2016 (208/2015) è dovuto una sola volta, per ogni famiglia o per gruppo di persone residenti nella stessa casa. Per tutte le altre abitazioni non ci sarà inoltre alcun addebito.
In virtù dell'addebito nella bolletta elettrica, inoltre, scompare anche il rischio di dimenticare il versamento e di incappare nelle sanzioni per il ritardato pagamento. L'importo per il 2016 è stato ridotto a 100 euro, diviso in rate e comincerà ad essere integrato appunto nella bolletta elettrica di luglio. Per qualunque dubbio o chiarimento è sempre possibile consultare il sito www.canone.rai.it.
Per permettere a tutti di conoscere le nuove regole, su tutti i canali della Rai viene inoltre trasmesso a partire da ieri uno spot che illustra le modalità della nuova normativa. La Rai sta inoltre lavorando per attivare nei prossimi giorni un Numero Verde gratuito con cui spiegare ai cittadini tutti i dubbi sul nuovo canone (articolo ItaliaOggi del 14.01.2016).

APPALTI: Riforma appalti al traguardo: oggi l’ok del Senato. Contratti pubblici. Delrio: stagione nuova.
La riforma degli appalti diventa realtà.
A oltre un anno dalla presentazione in Parlamento arriverà probabilmente già stamattina in Senato il via libera definitivo alla delega che punta a rivoluzionare i contratti pubblici
(Atto Senato 1678-B). Un sistema che muove 101 miliardi all'anno (dati Anac 2015) e che nei mesi scorsi è stato più volte al centro delle attenzioni della magistratura, con le inchieste sull'Expo, il Mose e Mafia Capitale, solo per citare i casi più noti. «Gli appalti valgono il 15% del Pil -ha sottolineato il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio- questa riforma apre una nuova stagione per l’economia e la credibilità del Paese».
Ieri l’Aula del Senato ha avviato la discussione sul provvedimento (che raccoglie consensi anche all'opposizione), con qualche fibrillazione, anche legata al caso Quarto, con il Movimento Cinque Stelle che in prima lettura aveva deciso per l'astensione. Oggi invece sono previsti il parere (non ostativo) della commissione Bilancio e le votazioni (ma non si attendono ulteriori modifiche) sul testo tornato dalla Camera con oltre 40 correzioni rispetto a quello licenziato dal Senato a luglio 2015.
Un lavoro che ha arricchito un testo già molto articolato e ha portato a oltre 70 i criteri cui dovrà attenersi il Governo nell’attuare la delega. Senza peraltro poter contare su tempi lunghi. Il termine per recepire le tre direttive Ue che hanno dato il via all'operazione (23, 24 e 25/2014) scade il 18 aprile. Un traguardo che come ha ribadito ieri Delrio, il governo ha intenzione di rispettare, varando in un colpo solo il decreto destinato a recepire le direttive e a mandare in pensione il vecchio codice del 2006.
Il passaggio alla Camera non ha stravolto il cuore della riforma, che resta ancorato al ruolo centrale e a tutta una serie di nuovi poteri affidati all’Autorità Anticorruzione di Raffaele Cantone. Dal compito di qualificare le stazioni appaltanti alla tenuta di un albo dei commissari di gara. Gli atti dell’Autorità (delibere, bandi-tipo) diventeranno vincolanti. Senza contare che spetterà proprio all’Anac mettere a punto le linee guida di attuazione del nuovo codice, che poi saranno approvate con un decreto di Porta Pia.
«Questi nuovi poteri non sostituiranno i poteri di regolazione del ministero che restano -ha sottolineato Delrio-. Ma la corruzione è uno dei fattori che ha impedito di più la corretta esecuzione dei lavori e questo codice, semplificato, risponde in modo efficace all’esigenza di combattere il fenomeno».
Addio allora alle deroghe, paletti più severi sulle varianti e contratti secretati, recupero del ruolo centrale della progettazione, cancellazione del massimo ribasso, rating di reputazione per le imprese, superamento della legge obiettivo. «Questo testo -ha sottolineato Stefano Esposito, relatore e “padre” del provvedimento- cambierà radicalmente gli appalti in Italia: è una delle riforme principali per il Paese»
(articolo Il Sole 24 Ore del 13.01.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

PUBBLICO IMPIEGO - VARI: Controllabile la mail «aziendale». Il dipendente aveva usato a fini personali l’account creato per servizio clienti. Corte diritti dell’uomo. Possibile un’ingerenza di portata limitata - Il lavoratore era poi stato licenziato.
Il controllo della posta elettronica aziendale da parte del datore di lavoro è sì un’ingerenza nel diritto alla vita privata, ma è compatibile con la Convenzione dei diritti dell’uomo se di portata limitata.
È la Corte europea a scriverlo nella sentenza 12.02.2016 nel caso Barbulescu contro Romania. A rivolgersi a Strasburgo un cittadino rumeno, dipendente di una società privata che, su richiesta del datore di lavoro, aveva creato un account per rispondere ai quesiti dei clienti. Era sorta una controversia perché il datore di lavoro sosteneva che l’indirizzo mail era stato usato per fini personali. Di qui il licenziamento e poi, dopo i procedimenti dinanzi ai giudici nazionali, l’approdo a Strasburgo su ricorso del lavoratore.
Prima di tutto, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riconosciuto che le mail rientrano nel diritto alla corrispondenza e, quindi, sono tutelate dall’articolo 8 della Convenzione che assicura il diritto al rispetto della vita privata, nella quale sono incluse telefonate e mail anche dagli uffici. Inoltre, a meno che non sia avvertito del contrario, il lavoratore ha una ragionevole aspettativa alla tutela della propria privacy tanto più che, nel caso di specie, non è stato chiarito se il datore di lavoro avesse avvisato il dipendente del controllo sulla posta elettronica e, quindi, sul trattamento dei dati.
Detto questo, però, la Corte valuta la proporzionalità dell’ingerenza, distinguendo tra l’account personale e quello aziendale. Nel caso arrivato a Strasburgo, l’account era stato attivato su richiesta dell’azienda ed è indiscutibile che il lavoratore sapesse che era proibito utilizzare computer e risorse aziendali per fini personali. Un elemento che fa propendere la Corte europea verso la legittimità dell’ingerenza nella vita privata del dipendente, tanto più che il datore di lavoro ha il diritto di verificare l’adempimento dei compiti professionali durante l’orario lavorativo.
Non solo: il datore di lavoro era entrato nell’account del lavoratore credendo che vi fossero comunicazioni con i clienti. Un elemento decisivo, per la Corte, che dà anche rilievo al fatto che l’azienda non ha controllato altri dati o documenti contenuti nel computer del dipendente. Segno della ragionevolezza e della proporzionalità dell’ingerenza. Inoltre, il lavoratore ha potuto rivolgersi ai giudici nazionali per verificare un’eventuale violazione della privacy e non ha spiegato perché ha utilizzato l’account aziendale per fini personali.
Per escludere, poi, la violazione della Convenzione, la Corte considera che durante il procedimento giurisdizionale nazionale sono stati utilizzati diversi accorgimenti per non svelare l’identità delle persone con cui il dipendente si era scambiato mail e il contenuto dei messaggi è stato diffuso in modo limitato, solo per dimostrare che non si trattava di attività professionali, senza che lo stesso contenuto sia stato determinante per il licenziamento. Di qui la conclusione di un giusto bilanciamento tra i diversi diritti in gioco
 (articolo Il Sole 24 Ore del 13.01.2016).

APPALTI: Commissari di gara a sorteggio. Procedure digitalizzate. E limiti al prezzo più basso. APPALTI/ Già pronta la bozza di decreto attuativo della delega (ormai in dirittura).
Commissari di gara scelti a sorteggio dopo la scadenza del termine per le offerte. Sempre con sorteggio si individueranno i metodi per la determinazione dell'anomalia delle offerte, al fine di evitare che queste siano calibrate per guidare la gara. Digitalizzazione delle procedure di appalto. Obbligatori entro il 2017 i metodi e gli strumenti di modellazione elettronica e informativa per l'edilizia e le infrastrutture. Forti limitazioni al prezzo più basso. Affidabili a terzi le attività di «committenza ausiliaria». Confermato il rinvio della normativa di dettaglio alle linee guida del ministero e dell'Anac, soprattutto per i contratti di rilievo nazionale.

E' quanto prevede la prima bozza del decreto attuativo del disegno di legge delega appalti messa a punto dalla Commissione ministeriale presieduta da Antonella Manzione, capo ufficio legislativo della presidenza del Consiglio che ha iniziato a lavorare ben prima della approvazione finale del disegno di legge delega che è approdato ieri in Aula e rispetto al quale dovrebbe arrivare oggi il parere della Commissione bilancio.
Se il disegno di legge delega è ormai consolidato e difficilmente verrà modificato (Atto Senato 1678-B), ben diverso è il discorso per la bozza della commissione ministeriale, un primo elaborato con molte norme «vuote» e qualche testo alternativo (ad esempio sulle centrali di committenza). L'articolato disciplina le procedure per gli appalti pubblici aventi per oggetto l'acquisizione di servizi, forniture, lavori e opere, per i concorsi pubblici di progettazione e per le concessioni affidati sia nei settori ordinari che in quelli speciali (acqua, energia e trasporti) e al suo interno sono state inserite le disposizioni delle direttive europee del 2014 (n. 23, 24 e 25) e i riferimenti alle norme del codice dei contratti pubblici che ad esse si sovrappongono, oltre a diversi criteri di delega del disegno di legge.
La disciplina è applicabile ai contratti di rilevanza comunitaria, mentre per i contratti di rilievo nazionale viene recepita la norma di delega del disegno di legge relativa che richiama al rispetto dei principi (del Trattato e generali) di economicità, efficacia, tempestività, massima semplificazione e rapidità dei procedimenti, non discriminazione, parità di trattamento, proporzionalità, tutela della concorrenza, pubblicità e trasparenza. Per quanto non previsto nel decreto e per i contratti sotto soglia la bozza prevede un rinvio alle linee guida emanate dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e dall'Autorità nazionale anticorruzione che sostituiranno l'attuale regolamento del Codice dei contratti pubblici (dpr 207/2010).
La presidenza del Consiglio manterrà una stretta vigilanza su tutta l'operazione di recepimento delle regole europee: viene infatti prevista una «Cabina di regia» con il compito di proporre atti di indirizzo per l'applicazione della normativa, effettuare una ricognizione sullo stato di attuazione del decreto e sulle difficoltà riscontrate dalle stazioni appaltanti nella fase di applicazione. Nella bozza viene dato forte impulso viene alla digitalizzazione delle procedure di appalto attraverso linee guida del Mit e dell'Anac, che dovranno prevedere anche l'interconnessione delle Pubbliche Amministrazioni per l'interoperabilità dei dati.
In attuazione dei criteri di delega si punterà molto anche sulla pubblicità e sul costante aggiornamento sul sito web della stazione appaltante degli atti di programmazione e delle procedure di affidamento. Si prevede che i commissari di gara, da individuare, come dice la delega, fra soggetti iscritti in un albo tenuto dall'Autorità nazionale anticorruzione vengano scelti tramite sorteggio dopo la scadenza del termine per l'invio delle offerte e il presidente della commissione sarà scelto fra i commissari sorteggiati. Sempre con sorteggio si individueranno i metodi per la determinazione dell'anomalia delle offerte, al fine di evitare che queste siano calibrate per guidare la gara.
Saranno affidabili a terzi le attività di supporto e di «committenza ausiliarie» fra cui la consulenza sullo svolgimento o sulla progettazione delle procedure di appalto e la preparazione delle procedure di appalto in nome e per conto della stazione appaltante interessata, oltre alla gestione delle procedure. Per le iniziative in project finance si prevede l'inserimento dei due criteri di delega previsti dal disegno di legge, il recepimento dei contenuti delle norme europee e dei criteri Eurostat (trasferimento del rischio operativo) e si aggiunge che l'Anac provvederà a garantire alle amministrazioni aggiudicatrici o agli enti aggiudicatori «il supporto tecnico necessario».
Una forte spinta viene data all'applicazione obbligatoria di metodi e strumenti telematici di modellazione elettronica e informativa per l'edilizia e le infrastrutture (Bim, Building information modeling), obbligatori a partire da sei mesi dall'entrata in vigore del decreto delegato. Viene recepita l'indicazione del disegno di legge e delle direttive europee a favore dell'utilizzo del criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa come migliore rapporto qualità/prezzo (obbligatorio ed esclusivo per i servizi intellettuali), con contestuale limitazione dell'aggiudicazione al prezzo più basso (articolo ItaliaOggi del 13.01.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

VARI: Canone Tv Nessun bollettino. Scadenze.
Sul canone Rai bollettini di gennaio in soffitta. Nessuna corsa a sanare eventuali situazioni di morosità per i contribuenti che hanno sempre pagato l'abbonamento alla televisione ma non sono intestatari della bolletta della luce.

Il canone Rai in bolletta è un capitolo che si aprirà a luglio e solo allora si darà il via alle procedure d'incasso del dovuto all'erario. Fino a quel momento, secondo gli esperti, nessun attacco di panico per i contribuenti iper diligenti e che non vogliono avere problemi con il fisco. Sarà necessario aspettare il decreto attuativo che darà forma e contenuto alle disposizioni della legge di stabilità (legge 208/2015).
La norma, infatti, stabilisce che il pagamento del canone avviene in dieci rate mensili addebitate sulle fatture emesse dall'impresa elettrica. Non prevedendo al momento alcun metodo alternativo al pagamento.
La disposizione però rinvia al decreto del ministero dello sviluppo economico e delle altre autorità da emanare entro marzo 2016 in cui saranno definiti termini e modalità della disciplina.
Inoltre sul sito della Rai al link http://www.abbonamenti.rai.it/Ordinari/faq.aspx  si trovano le risposte alle domande frequenti degli utenti.
Al quesito «riceverò il bollettino di pagamento» si risponde così: «No, il primo addebito nella fattura elettrica avverrà con la prima bolletta successiva al 01.07.2016».
Chi vuole specificare di non detenere la televisione, indicando quindi un altro contribuente come detentore dell'abbonamento, dovrà attendere il modello di dichiarazione emanato dall'Agenzia delle entrate.
Sarà infatti la banca dati dell'Agenzia a dover fare un primo censimento tra le famiglie anagrafiche italiane.
Mentre la procedura di rinnovo del canone non riguarda gli apparecchi a cui si applica il canone Rai speciale cioè gli esercizi pubblici. Per essi si continuerà con le procedure standard (articolo ItaliaOggi del 13.01.2016).

GIURISPRUDENZA

VARITruffa al Bancomat? La banca è responsabile. Ininfluente se il Pin è digitato in presenza di sconosciuti. Cassazione. L’istituto «paga» i mancati controlli anche se il cliente non blocca la carta.
La banca deve garantire la sicurezza del servizio bancomat per le manomissioni di terzi, anche quando il titolare della carta non la blocca immediatamente e non fa attenzione a nascondere il Pin quando lo digita.

La Corte di Cassazione - Sez. I civile, con la sentenza 19.01.2016 n. 806, ribalta un doppio verdetto sfavorevole al ricorrente, riconoscendo la fondatezza dei suoi motivi.
Il correntista della banca aveva tentato di eseguire un prelievo bancomat ma l’apparecchio, dopo aver trattenuto la carta, aveva visualizzato la scritta «carta illeggibile» seguita da «sportello fuori servizio». Un inconveniente che il cliente aveva segnalato al vicedirettore della filiale, che lo aveva invitato a passare il giorno dopo; consiglio seguito, senza però rientrare in possesso della carta, che non era stata trovata.
Trascorsi un paio di giorni il correntista si era accorto che dal suo conto erano stati prelevati circa 7mila euro, un “salasso” del quale aveva messo al corrente per iscritto il funzionario, aspettando però ancora 24 ore prima di denunciare il tutto all’autorità giudiziaria.
Per il Tribunale e per la Corte d’appello, il cliente è il solo responsabile di quanto accaduto. Lo “sprovveduto” correntista era stato vittima di una truffa da parte di uno sconosciuto che aveva prima manomesso il bancomat, poi si era avvicinato al ricorrente in difficoltà e con la scusa di aiutarlo aveva memorizzato il codice. Per i giudici di merito, a fronte di un comportamento così poco accorto -aggravato dal mancato blocco della carta- la banca non aveva colpe.
Di parere diverso la Cassazione, secondo la quale l’istituto di credito è venuto meno al suo dovere di diligenza professionale (articolo 1176, secondo comma, del Codice civile). Il vice direttore che ha raccolto la denuncia sul cattivo funzionamento del bancomat, invece di mettersi in allarme per la sottrazione della carta da parte dello sportello, ha rimandato il controllo al giorno successivo. Presenta profili di colpevolezza anche l’omessa verifica, attraverso il circuito delle telecamere, della manomissione del dispositivo da parte di terzi. Elementi che la Corte d’appello non doveva sottovalutare.
La Cassazione ricorda che in una caso come quello esaminato, a fronte di un’esplicita richiesta della parte, i giudici dovevano verificare che l’istituto bancario avesse adottato tutte le misure idonee a garantire la sicurezza. Per la Suprema Corte, «la diligenza posta a carico del professionista ha natura tecnica e deve essere valutata tenendo conto dei rischi tipici della sfera professionale di riferimento e assumendo quindi come parametro la figura dell’accorto banchiere».
Il Codice civile non precisa la misura della diligenza nelle obbligazioni relative all’esercizio di un’attività professionale: la valutazione, di carattere tecnico, va commisurata alla natura dell’attività e, in particolare, all’obbligo di custodia di uno strumento che è esposto al pubblico ed eroga denaro. La Corte d’appello dovrà ora tenere conto non solo di ciò che l’istituto non ha fatto, come il mancato esame delle telecamere, ma anche di ciò che ha fatto sbagliando, come l’ambigua indicazione di tornare il giorno dopo senza consigliare l’immediato blocco della carta.
Inoltre, la Corte aveva trascurato del tutto la questione di prelievo di molto superiore al plafond contrattuale: 7mila euro a fronte dei 2.500 consentiti
(articolo Il Sole 24 Ore del 20.01.2016).
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MASSIMA
Ai fini della valutazione della responsabilità contrattuale della banca per il caso di utilizzazione illecita da parte di terzi di carta bancomat trattenuta dallo sportello automatico, non può essere omessa, a fronte di un’esplicita richiesta della parte, la verifica dell’adozione da parte dell’istituto bancario delle misure idonee a garantire la sicurezza del servizio da eventuali manomissioni, nonostante l’intempestività della denuncia dell’avvenuta sottrazione da parte del cliente e le contrarie previsioni regolamentari; infatti, la diligenza posta a carico del professionista ha natura tecnica e deve essere valutata tenendo conto dei rischi tipici della sfera professionale di riferimento ed assumendo quindi come parametro la figura dell’accorto banchiere (tratta da http://renatodisa.com).

SEGRETARI COMUNALI: Segretari enti locali. Concorsi Pa, no estensione deroghe.
I segretari dei Comuni e delle Province che si sono trasferiti in altre amministrazioni per processi di mobilità conclusi entro il 2004 non possono ottenere l’aggancio alla dirigenza, com’è stato previsto in seguito dall’articolo 1, comma 49, della Finanziaria per il 2005.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione a Sezz. unite civili, nella sentenza 19.01.2016 n. 784, che in questo modo chiude un contenzioso molto ricco sia davanti ai giudici di merito sia davanti a quelli di legittimità.
Il principio-guida, sottolinea la Cassazione, è quello dell’accesso per concorso alla Pa, che non permette interpretazioni estensive delle eventuali deroghe (articolo Il Sole 24 Ore del 20.01.2016).
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64. In conclusione, in continuità con i tre precedenti di legittimità prima richiamati, deve affermarsi, il seguente principio di diritto: "
il comma 49 dell'art. 1 della legge 311 del 2004 non si applica alle procedure di mobilità dei segretari comunali e provinciali già concluse alla data di entrata in vigore di tale legge".

VARIIl comodato non vale per l’acquirente. Beni immobili. In caso di compravendita la situazione non è opponibile in quanto diritto personale di godimento.
In caso di compravendita di un bene immobile concesso in comodato, questa situazione non è “opponibile” all’acquirente, nel senso che questi può pretendere che il comodatario cessi immediatamente il godimento del bene e attribuisca all’acquirente la piena disponibilità della cosa concessa in comodato.
È quanto deciso dalla Corte di Cassazione, Sez. III civile, nella sentenza 18.01.2016 n. 664.
Ai sensi dell’articolo 1803 del codice civile, il comodato è il contratto in forza del quale una parte (il comodante) consegna all’altra (il comodatario) una cosa mobile o immobile allo scopo di consentire a quest’ultima di servirsene per un tempo o per un uso determinato, con l’obbligo di restituire la stessa cosa ricevuta.
In altri termini, il comodatario è titolare di diritto personale di godimento, con la conseguenza che si tratta di un diritto non opponibile all’avente causa del comodante nella titolarità del bene di cui il comodatario ha il godimento.
Il comodato è un contratto a titolo gratuito, nel senso che il comodatario non deve al comodante alcun corrispettivo per il godimento del bene oggetto del comodato. Il comodatario è comunque tenuto a custodire e a conservare con la diligenza del buon padre di famiglia il bene che gli è concesso in comodato: il comodatario può dunque utilizzarlo per l’uso stabilito nel contratto o per l’uso derivante dalla natura del bene stesso.
Il comodatario deve far restituzione della cosa concessagli in comodato entro il termine convenuto nel contratto; mancando un’indicazione espressa di questo termine, il bene va riconsegnato una volta che il comodatario se ne sia servito in conformità al contratto di comodato.
La legge comunque consente al comodante di domandare la restituzione della cosa concessa in utilizzo al comodatario anche prima dalla scadenza pattuita: infatti, qualora sopravvenga un urgente e imprevisto bisogno del comodante durante il decorso del termine convenuto o prima che il comodatario abbia cessato di servirsi della cosa, il comodante può pretendere la restituzione immediata della cosa concessa in comodato. Ancora, quando il comodato sia stato stipulato senza determinazione di durata, la legge impone al comodatario la restituzione a semplice richiesta del comodante.
A causa della menzionata sua natura di diritto personale di godimento, il diritto del comodatario non è dotato delle tipica caratteristica dei diritti reali, e cioè quella consistente nell’imprimersi sul bene che è oggetto del diritto per “seguirlo” in qualunque situazione esso si venga a trovare: ad esempio, se un dato bene sia gravato da un diritto di servitù o da un diritto di usufrutto, l’alienazione di quel bene non pregiudica l’esercizio di quella servitù o di quell’usufrutto, in quanto si tratta di diritti che, essendo impressi sul bene, si impongono a qualsiasi terzo che diventi titolare di quel bene.
Pertanto, se venga alienata una cosa che sia concessa in comodato, il comodatario non può far valere il proprio diritto verso il nuovo proprietario: questi può dunque pretendere che il comodatario cessi il suo utilizzo del bene e metta il nuovo proprietario nella condizione di poter pienamente disporre del bene in questione.
Né al comodato è applicabile l’articolo 1599 del codice civile che permette l’opponibilità all’acquirente della locazione di data certa anteriore alla compravendita: secondo la sentenza in commento, le norme della locazione non si rendono infatti applicabili al comodato
(articolo Il Sole 24 Ore del 19.01.2016).
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1.1. Il motivo è infondato.
Il contratto di comodato di un bene stipulato dall'alienante di esso in epoca anteriore al suo trasferimento non è opponibile all'acquirente del bene stesso, atteso che le disposizioni dell'art. 1599 c.c. non sono estensibili, per il loro carattere eccezionale, a rapporti diversi dalla locazione (Cass. 15.05.1991, n. 5454).
L'acquirente a titolo particolare della cosa data in precedenza dal venditore in comodato non può, quindi, risentire alcun pregiudizio dall'esistenza di tale comodato e ha, pertanto, il diritto di far cessare, in qualsiasi momento, a suo libito, il godimento del bene da parte del comodatario e di ottenere la piena disponibilità della cosa (Cass. 17.10.1992, n. 11424; Cass. 07.09.1966, n. 2343; Cass. 27.01.1964, n. 195; Cass. 13.09.1963, n. 2502).
Risulta evidente che l'inopponibilità all'acquirente del contratto di comodato stipulato prima della vendita dall'alienante e l'illegittimità dell'occupazione da parte del comodatario si pongono su piani diversi.
Pertanto, alla luce dei principi sopra ricordati, correttamente e senza incorrere in contraddizioni motivazionali, la Corte di merito, nel determinare l'inizio dell'occupazione illegittima del bene da parte del Comune, ai fini del risarcimento dei danni, ha correttamente fatto riferimento al momento in cui, con lettera ricevuta dall'Amministrazione comunale in data 22.12.2004, il Co. ha manifestato la sua volontà di disporre del bene acquistato, in quanto sola dalla predetta data l'occupazione del bene in questione da parte del Comune è diventata illegittima, in quanto effettuata invito domino.
Va peraltro rimarcato che la Corte di merito, contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti, non considera la predetta lettera inviata all'Amministrazione Comunale come atto di messa in mora, ma esclusivamente come atto di manifestazione al comodatario della volontà dell'acquirente di voler disporre liberamente del bene.

PUBBLICO IMPIEGO: Grava sul lavoratore assente per malattia l’onere di dimostrare la compatibilità del lavoro nelle more svolto presso terzi con l’infermità denunciata, e la sua inidoneità a pregiudicare il recupero delle normali energie psico­fisiche (onere probatorio rimasto nella specie non assolto), le relative valutazioni sono riservate al giudice del merito.
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I motivi, e segnatamente il secondo, sono parimenti inammissibili laddove mirano, ancora, ad un diverso apprezzamento dei fatti, in particolare circa la particolarità della patologia sofferta e la sua compatibilità con lo svolgimento di attività lavorativa non pesante. Essi sono poi infondati laddove non considerano che
sarebbe stato onere del lavoratore dimostrare la compatibilità dell'attività lavorativa svolta in favore di terzi con l'infermità determinante l'assenza dai lavoro con l'Associazione datrice di lavoro e col recupero delle energie lavorative (ex aliis, Cass. n. 4237/2015, Cass. 19.12.2000 n.15916).
Deve infine evidenziarsi l'inconferenza della giurisprudenza citata (in particolare Cass. n. 6375/2011), inerente lo svolgimento, da parte del lavoratore assente per malattia, dei normali atti della vita quotidiana con espressa esclusione dell'attività lavorativa presso terzi.
Parimenti inconferente risulta il richiamo alla sentenza n. 4237/2015 di questa Corte, contenuto nella memoria ex art. 378 c.p.c., che, oltre a ribadire che
grava sul lavoratore assente per malattia l'onere di dimostrare la compatibilità del lavoro nelle more svolto presso terzi con l'infermità denunciata, e la sua inidoneità a pregiudicare il recupero delle normali energie psicofisiche (onere probatorio rimasto nella specie non assolto), ha ribadito che le relative valutazioni sono riservate al giudice del merito (Cass. 19.12.2000, n. 15916 cit.; Cass. 13.04.1999, n. 3647), riguardando peraltro il caso di lavoratore infortunato e non ammalato (laddove solo la malattia comporta, in via generale, una impossibilità di attendere all'attività lavorativa), ove era pacifico che l'attività lavorativa svolta durante la malattia presso terzi non avesse pregiudicato la sua guarigione (massima tratta da http://renatodisa.com - Corte di Cassazione, Sez. lavoro, sentenza 15.01.2016 n. 586).

CONSIGLIERI COMUNALIL’obbligo di astensione va verificato, in primo luogo, in relazione alla natura degli atti a carattere generale oggetto di deliberazione da parte dell’organo assembleare.
Secondo il chiaro dettato normativo di cui all’ultimo periodo del comma 2 art. 78 D.Lgs. 267/2000, l'obbligo di astensione non si applica ai provvedimenti normativi o di carattere generale, quali i piani urbanistici, se non nei casi in cui sussista una correlazione immediata e diretta fra il contenuto della deliberazione e specifici interessi dell'amministratore o di parenti o affini fino al quarto grado.

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Nel merito il ricorso non merita accoglimento per le considerazioni che seguono.
Quanto alla contestata violazione dell’art. 78 D.Lgs. 267/2000, ritiene il Collegio di poter condividere le argomentazioni ex adversis profuse dalla difesa del Comune resistente.
Nel caso in esame si ritiene che non sussistevano in specie ragioni oggettive per un obbligo di astensione dei consiglieri votanti nominalmente indicati nell’atto introduttivo.
Ed invero, l’obbligo di astensione va verificato, in primo luogo, in relazione alla natura degli atti a carattere generale oggetto di deliberazione da parte dell’organo assembleare. Secondo il chiaro dettato normativo di cui all’ultimo periodo del comma 2 art. 78 D.Lgs. 267/2000, l'obbligo di astensione non si applica ai provvedimenti normativi o di carattere generale, quali i piani urbanistici, se non nei casi in cui sussista una correlazione immediata e diretta fra il contenuto della deliberazione e specifici interessi dell'amministratore o di parenti o affini fino al quarto grado.
Nel caso in esame non è revocabile in dubbio la natura del regolamento impugnato, avente certamente carattere generale in quanto conforma per tutto il territorio comunale le modalità di concessione del suolo pubblico e la tipologia degli arredi urbani collocabili sulle stesse aree.
I ricorrenti, tuttavia, non riescono a comprovare la sussistenza dell’ulteriore elemento previsto dalla norma appena richiamata, in presenza del quale scatta anche per gli atti di tal natura l’obbligo di astensione. In particolare, non è comprovata la sussistenza di una correlazione “immediata e diretta” tra il contenuto della delibera e gli specifici interessi del singolo consigliere o dei rispettivi parenti o affini entro il quarto grado.
Ed invero, come evidenziato dalla difesa del Comune resistente, nel ricorso, lungi dall’aver individuato quell’interesse specifico ed in correlazione immediata e diretta con l’approvando regolamento, i ricorrenti forniscono solo le indicazioni dei rapporti di parentele o affinità dei consiglieri ritenuti in presunta posizione di conflitto di interessi.
Si osserva, per altro, che la natura del provvedimento impugnato incide in modo omogeneo sull’intero territorio comunale quanto alle modalità concrete di occupazione di suolo pubblico da parte di esercenti attività commerciali (TAR Sicilia-Palermo, Sez. I, sentenza 15.01.2016 n. 118 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Le associazioni di volontariato possono partecipare alle gare di appalto.
Alla luce della direttiva CE n. 18/2004 e della giurisprudenza della Corte di Giustizia (CGE 23.12.2009, causa C-305/08) la nozione comunitaria di imprenditore non presuppone la coesistenza dello scopo di lucro dell'impresa, per cui l'assenza di fine di lucro non è di per sé ostativa della partecipazione ad appalti pubblici.
Quanto, in particolare, alle associazioni di volontariato, ad esse non è precluso partecipare agli appalti, ove si consideri che la legge quadro sul volontariato, nell'elencare le entrate di tali associazioni, menziona anche le entrate derivanti da attività commerciali o produttive svolte a latere, con ciò riconoscendo la capacità di svolgere attività di impresa.
Esse possono essere ammesse alle gare pubbliche quali "imprese sociali", a cui il d.lgs. 24.03.2006 n. 155 ha riconosciuto la legittimazione ad esercitare in via stabile e principale un'attività economica organizzata per la produzione e lo scambio di beni o di servizi di utilità sociale, diretta a realizzare finalità d'interesse generale, anche se non lucrativa.
Pertanto appare ormai pacifico che l'assenza di scopo di lucro non sia elemento idoneo ad escludere,