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In questa home-page sono presenti oltre all'ultimo aggiornamento, che inizia appena qui sotto, anche i seguenti aggiornamenti pregressi:
 
  AGGIORNAMENTO AL 04.04.2014 AGGIORNAMENTO AL 26.03.2014
AGGIORNAMENTO AL 22.03.2014 AGGIORNAMENTO AL 18.03.2014 AGGIORNAMENTO ALL'11.03.2014
AGGIORNAMENTO AL 06.03.2014 AGGIORNAMENTO AL 25.02.2014 AGGIORNAMENTO AL 17.02.2014
AGGIORNAMENTO AL 03.02.2014 AGGIORNAMENTO AL 30.01.2014 AGGIORNAMENTO AL 21.01.2014
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AGGIORNAMENTO AL 14.04.2014

IN EVIDENZA

ATTI AMMINISTRATIVI: I pareri, previsti per l'adozione delle deliberazioni comunali (prima ex art. 53 della legge 08.06.1990, n. 142, e poi ex art. 49 del D.Lgs. 18.08.2000,n. 256), non costituiscono requisiti di legittimità delle deliberazioni cui si riferiscono, in quanto sono preordinati all'individuazione sul piano formale, nei funzionari che li formulano, della responsabilità eventualmente in solido con i componenti degli organi politici in via amministrativa e contabile, così che la loro eventuale mancanza costituisce una mera irregolarità che non incide sulla legittimità e la validità delle deliberazioni stesse.
D’altra parte è appena il caso di rilevare che la mancanza potrebbe tutt’al più rilevare sotto il profilo della carenza istruttoria del provvedimento ovvero sulla corretta formazione della volontà dell’amministrazione.

La Sezione al riguardo rinvia al consolidato indirizzo giurisprudenziale a mente del quale i pareri, previsti per l'adozione delle deliberazioni comunali (prima ex art. 53 della legge 08.06.1990, n. 142, e poi ex art. 49 del D.Lgs. 18.08.2000,n. 256), non costituiscono requisiti di legittimità delle deliberazioni cui si riferiscono, in quanto sono preordinati all'individuazione sul piano formale, nei funzionari che li formulano, della responsabilità eventualmente in solido con i componenti degli organi politici in via amministrativa e contabile, così che la loro eventuale mancanza costituisce una mera irregolarità che non incide sulla legittimità e la validità delle deliberazioni stesse (cfr. Cons. St., sez. V, 21.08.2009, n. 5012; sez. IV, 22.06.2008, n. 3888).
D’altra parte è appena il caso di rilevare che la mancanza potrebbe tutt’al più rilevare sotto il profilo della carenza istruttoria del provvedimento ovvero sulla corretta formazione della volontà dell’amministrazione, profili cui l’appellante con il motivo in esame non ha fatto riferimento e che in ogni caso la sentenza ha escluso con motivazione convincente, pertinente ed adeguata, diversamente da quanto approssimativamente affermato dall’appellante
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 08.04.2014 n. 1663 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAE’ principio pacifico in giurisprudenza che la mancata impugnazione dell'atto presupposto, non avente natura normativa, e quindi non disapplicabile, rende il ricorso inammissibile.
Nella fattispecie in esame la parte ricorrente ha impugnato l’ordine di demolizione dell’opera abusiva, ma non ha impugnato l'atto presupposto costituito dall’ordinanza con la quale il Comune ha rigettato l’istanza di accertamento di conformità presentata dai ricorrenti il 29.05.2009 ex art. 13 L. 47/1985, ordinando “l’immediata sospensione dei lavori e la messa in pristino delle opere abusivamente realizzate non suscettibili di sanatoria ai sensi dell’art. 13 L. 47/1985.
La mancata impugnazione dell’indicato atto di diniego ha fatto si che lo stesso divenisse inoppugnabile, con la conseguente inammissibilità del ricorso proposto esclusivamente per avversare il successivo ordine di demolizione, tenuto conto da un lato che l'impugnazione dell'ordinanza demolitoria non può costituire il pretesto per proporre censure volte a far valere vizi di un provvedimento presupposto non impugnato, e dall’altro che nessuna utilità sarebbe ritraibile dall'accoglimento di quelle censure, stante la perdurante efficacia dell’atto presupposto, reso intangibile dalla mancata tempestiva impugnazione.

E’ principio pacifico in giurisprudenza che la mancata impugnazione dell'atto presupposto, non avente natura normativa, e quindi non disapplicabile, rende il ricorso inammissibile (cfr. TAR Palermo sez. II 08.10.2013 n. 1755; TAR Campania, Salerno, sez. I, 08.01.2013, n. 30; TAR Campania, Napoli, sez. III, 11.09.2007, n. 7481; Consiglio Stato , sez. V, 10.01.2007, n. 40).
Nella fattispecie in esame la parte ricorrente ha impugnato l’ordine di demolizione dell’opera abusiva, ma non ha impugnato l'atto presupposto costituito dall’ordinanza n. 67 dell’08.06.2009, con la quale il Comune di Roccalumera ha rigettato l’istanza di accertamento di conformità presentata dai ricorrenti il 29.05.2009 ex art. 13 L. 47/1985, ordinando “l’immediata sospensione dei lavori e la messa in pristino delle opere abusivamente realizzate non suscettibili di sanatoria ai sensi dell’art. 13 L. 47/1985”.
La mancata impugnazione dell’indicato atto di diniego ha fatto si che lo stesso divenisse inoppugnabile, con la conseguente inammissibilità del ricorso proposto esclusivamente per avversare il successivo ordine di demolizione, tenuto conto da un lato che l'impugnazione dell'ordinanza demolitoria non può costituire il pretesto per proporre censure volte a far valere vizi di un provvedimento presupposto non impugnato, e dall’altro che nessuna utilità sarebbe ritraibile dall'accoglimento di quelle censure, stante la perdurante efficacia dell’atto presupposto, reso intangibile dalla mancata tempestiva impugnazione (ex multis TAR Toscana Firenze, sez. II, 06.07.2010, n. 2317).
Ciò posto, è evidente che il ricorso introduttivo del presente giudizio deve essere dichiarato inammissibile per omessa impugnazione del provvedimento n. 67 del 08.06.2009, effettivamente adottato ed effettivamente lesivo dell'interesse vantato dai ricorrenti alla conservazione dell'immobile in Roccalumera Via ... (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 31.01.2014 n. 290 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

NOVITA' NEL SITO

Inserito il nuovo bottone: dossier SILOS.

DIPARTIMENTO FUNZIONE PUBBLICA

PUBBLICO IMPIEGO: A supporto delle pubbliche amministrazioni il Dipartimento della funzione pubblica ha predisposto un modello per la segnalazione degli illeciti, ai sensi dell'art. 54-bis del d.lgs n. 165 del 2001.
MODELLO PER LA SEGNALAZIONE DI CONDOTTE ILLECITE (c.d. whistleblower).
I dipendenti e i collaboratori che intendono segnalare situazioni di illecito (fatti di corruzione ed altri reati contro la pubblica amministrazione, fatti di supposto danno erariale o altri illeciti amministrativi) di cui sono venuti a conoscenza nell’amministrazione debbono utilizzare questo modello.
Si rammenta che l’ordinamento tutela i dipendenti che effettuano la segnalazione di illecito. In particolare, la legge e il Piano Nazionale Anticorruzione (P.N.A.) prevedono che:
• l’amministrazione ha l’obbligo di predisporre dei sistemi di tutela della riservatezza circa l’identità del segnalante;
• l’identità del segnalante deve essere protetta in ogni contesto successivo alla segnalazione. Nel procedimento disciplinare, l’identità del segnalante non può essere rivelata senza il suo consenso, a meno che la sua conoscenza non sia assolutamente indispensabile per la difesa dell’incolpato;
• la denuncia è sottratta all’accesso previsto dagli articoli 22 ss. della legge 07.08.1990, n. 241;
• il denunciante che ritiene di essere stato discriminato nel lavoro a causa della denuncia, può segnalare (anche attraverso il sindacato) all’Ispettorato della funzione pubblica i fatti di discriminazione.
Per ulteriori approfondimenti, è possibile consultare il P.N.A. (07.04.2014).

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

LAVORI PUBBLICI: Oggetto: Ministero del Lavoro – DURC subappaltatore - Nota n. 37 del 31/03/2014 (ANCE Bergamo, circolare 11.04.2014 n. 81).

AMBIENTE-ECOLOGIA: OGGETTO: Bruciatura di residui vegetali provenienti da attività agricola (Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali - CORPO FORESTALE DELLO STATO - Comando Provinciale Avellino, nota 08.04.2014 n. 3673 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA - VARI: Acquisto delle mappe catastali online - Attivato il nuovo servizio di vendita sul sistema telematico Sister (Agenzia delle Entrate, comunicato stampa 08.04.2014).

ENTI LOCALI: Oggetto: Legge Delrio - "Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni dei comuni" (Ministero dell'Interno, Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali, nota 04.04.2014 n. 4019 di prot.).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Oggetto: DICHIARAZIONE “O.R.SO.” PER GLI IMPIANTI DI TRATTAMENTO RIFIUTI - Rifiuti gestiti nell’anno 2014 (ANCE Bergamo, circolare 04.04.2014 n. 79).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Oggetto: Pagamento del diritto annuale di iscrizione al SISTRI, all’Albo Nazionale Gestori Ambientali e per le imprese che recuperano rifiuti in procedura semplificata (ANCE Bergamo, circolare 04.04.2014 n. 78).

LAVORI PUBBLICI: Oggetto: richiesta di parere circa l'acquisizione del DURC da parte della stazione appaltante al subappaltatore dopo il termine dei lavori (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nota 31.03.2014 n. 6402 di prot.).

TRIBUTIOggetto: Tassa sui rifiuti (TARI). Acconto. Quesito (Ministero dell'Economia e delle Finanze, Dipartimento delle Finanze, nota 24.03.2014 n. 5648 di prot.).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Oggetto: Mobilità volontaria ex art. 30 del D.Lgs. 165/2001. Circolare (Prefettura di Napoli, nota 16.01.2014 n. 3403 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: R.R. 21.11.2011, n. 5 "Attuazione della legge regionale 02.02.2012, n. 5 (Norme in materia di valutazione di impatto ambientale): conferimento di competenze ai Comuni lombardi (Regione Lombardia, Direzione Generale Ambiente, Energia e Reti - Sviluppo Sostenibile e Valutazioni Ambientali, nota 28.02.2012 n. 4262 di prot.).

CORTE DEI CONTI

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOFondo incentivante, la libertà di calcolo non convince.
La Corte dei conti Lombardia lascia libertà di calcolo sui vincoli di finanza pubblica applicati al fondo incentivante, ma le perplessità aumentano. La questione nasce dalla disposizione del comma 2-bis art. 9 del dl n. 78/2010 che, oltre a prevedere un tetto all'ammontare complessivo delle risorse annualmente destinate al trattamento accessorio del personale, ancorato all'anno 2010, stabilisce che tale importo «è comunque automaticamente ridotto in misura proporzionale alla riduzione del personale in servizio».
Ragioneria generale dello stato, Aran e magistratura contabile si sono pronunciate più volte sulla questione, contribuendo a chiarirne la portata applicativa con riferimento sia alle specifiche risorse da assoggettare al prescritto contenimento, sia alle modalità con cui calcolarne la riduzione proporzionale alla cessazione del personale. Ma i contrasti interpretativi non sono mancati.

Il recente parere 17.03.2014 n. 116 della Sezione regionale di controllo della Corte dei conti della Lombardia, uscita nei giorni scorsi, ha reso ancora più incerto il quadro applicativo.
La sezione, aderendo al consolidato indirizzo interpretativo enunciato dalla Ragioneria generale dello stato con la circolare n. 12 del 15.04.2011, ha ritenuto legittimo procedere alla riduzione del fondo destinato alla remunerazione del trattamento accessorio del personale sulla base del confronto tra il valore medio delle unità di personale presenti nell'anno di riferimento rispetto al valore medio relativo all'anno 2010. Ma, contestualmente, ha considerato ammissibile anche il diverso criterio proposto dalla Conferenza delle regioni secondo cui «nel calcolo dell'entità annuale di riduzione delle risorse si dovrà tener conto della data di cessazione del personale fuoriuscito, operando pertanto una riduzione in termini di rateo».
A giudizio del collegio difatti, entrambe le modalità di calcolo appaiono idonee, in conformità alla lettera della norma, ad assicurare l'automatismo e la proporzionalità della riduzione, rapportando l'entità del fondo, complessivamente considerata in tutte le componenti, al numero dei dipendenti cessati. La differenza in termini di quantificazione delle risorse, però, è cospicua, se si considera che con il secondo sistema di calcolo eventuali cessazioni intervenute nell'ultimo periodo dell'anno riducono solo pro rata le relative spettanze.
Tale ultimo criterio, come al riguardo affermato dalla Corte dei conti sezione di controllo per l'Emilia Romagna nel parere reso con la deliberazione n. 223/2013, «appare maggiormente equo rispetto al sistema della media dei dipendenti in servizio, in quanto tiene conto della data di effettiva cessazione delle singole unità di personale e, conseguentemente, del diritto maturato da queste ultime all'attribuzione del trattamento accessorio per il periodo di permanenza in servizio», ma ha lo svantaggio di rendere più complessi i calcoli richiesti.
Secondo l'interpretazione della sezione lombarda, dunque, ogni singolo ente è libero di scegliere, nell'esercizio della propria discrezionalità amministrativa, quale delle due metodologie di computo utilizzare per determinare la decurtazione del fondo. Va viceversa escluso, conclude la Corte, che la riduzione possa essere parametrata in via esclusiva al trattamento effettivamente corrisposto ai singoli dipendenti cessati dal servizio, posto che «l'applicazione della norma di legge deve avvenire, in ogni caso, sulla base di un criterio generale e univoco che, come tale, non può essere rapportato a specifiche situazioni di fatto a seconda dell'esito più o meno favorevole che ne possa scaturire».
Per quanto suggestiva, la tesi dei giudici lombardi non pare tuttavia pienamente convincente, poiché trascura il fatto che il tetto di spesa imposto dal legislatore è riferito al fondo per il trattamento accessorio costituito annualmente dalle amministrazioni e non all'insieme delle remunerazioni accessorie da corrispondere ai dipendenti.
Pertanto, sembra più lineare la tesi della Ragioneria generale dello stato secondo cui le cessazioni intervenute in corso d'anno rilevano interamente ai fini della determinazione della semisomma del personale in servizio, che costituirà la base di calcolo su cui applicare la riduzione relativa al personale cessato (articolo ItaliaOggi del 04.04.2014).

LAVORI PUBBLICI: E' illegittima la disposizione commissariale di approvazione di una transazione con l'impresa esecutrice dei lavori d'intervento su di uno stato d'emergenza, poiché il provvedimento risulta carente nell'impianto motivazionale, non essendo sufficientemente esplicitate le ragioni di convenienza ed opportunità della transazione, e poiché l'accordo transattivo ha ad oggetto pretese economiche vantate dall'impresa esecutrice dei lavori al di fuori della procedura e al di là dei termini previsti dal D.Lgs. n. 163/2006, pretese dalle quali l'impresa risulta decaduta, non avendole essa fatte valere in sede di riserve.
Le riserve consistono nelle annotazioni sul registro della contabilità da parte dell’appaltatore, riferite a contestazioni o problemi insorti nel corso dell’esecuzione dei lavori o al termine degli stessi, da formularsi in modo specifico e contenenti, a pena di inammissibilità, la precisa quantificazione della pretesa di carattere patrimoniale.
L’onere della riserva a carico dell’appaltatore deve intendersi a carattere generale, poiché non è limitato alle pretese che traggono origine dal rilevamento e dalla registrazione dei lavori eseguiti, ma include, altresì, le richieste di ulteriori compensi ed indennizzi concernenti prestazioni o fatti dannosi connessi con l’esecuzione dei lavori.
La mancata tempestiva iscrizione di riserva relativa a qualsivoglia maggior costo asseritamente sostenuto dall’impresa esecutrice dell’appalto di opera pubblica comporta la decadenza dell’appaltatore dal diritto al pagamento per i maggiori costi delle opere eseguite.
Infatti, nell’appalto di opere pubbliche, l’onere della riserva a carico dell’appaltatore è preordinato a consentire all’Amministrazione committente di essere informata di ogni situazione suscettibile di turbare il regolare svolgimento del contratto e d’incidere sul costo complessivo dell’opera, anche aggravandolo; l’onere della riserva ha, infatti, la sua ragion d’essere nella tutela della P.A., la quale deve poter valutare, in ogni momento, l’opportunità del mantenimento ovvero del recesso dal rapporto di appalto in relazione al perseguimento dei fini d’interesse pubblico.
Coerentemente, la ratio della procedura di accordo bonario di cui all’art. 240 del D.Lgs. n. 163/2006 è quella di evitare che le controversie in materia di appalti rappresentino, per le Amministrazioni, gravose sopravvenienze passive e veri e propri debiti fuori bilancio sommersi. In funzione di ciò e per tenere sotto controllo la spesa pubblica, il legislatore ha imposto l’obbligatorietà della procedura per il tentativo di accordo bonario, laddove l’Amministrazione riconosca l’eventualità di una possibile ammissibilità e fondatezza delle riserve sollevate.
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Ai sensi dell’art. 239 del D.Lgs. n. 163/2006, la transazione (disciplinata dall’art. 1954 c.c.) risulta mezzo ordinario e generale di risoluzione delle controversie relative a diritti soggettivi scaturenti dall’esecuzione dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, ovviamente nel presupposto dell’esistenza dei requisiti (civilistici) della res litigiosa, della disponibilità dei diritti oggetto della transazione, delle reciproche concessioni delle parti nell’accordo transattivo.
Inoltre, nell’ambito specifico degli appalti pubblici, occorre, altresì, considerare le garanzie apprestabili all’interesse pubblico quando l’Amministrazione si accinga alla stipula di un accordo transattivo e, a tal proposito, si evidenzia la necessità che, nell’ambito del procedimento volto alla stipula di un accordo transattivo da parte della P.A., sia adeguatamente rappresentato il quadro problematico del contenzioso in essere o potenziale, nonché lo scenario dei rischi che esso comporta e l’adeguatezza -anche sotto un profilo di proporzionalità– della soluzione proposta od accettata in sede transattiva, sulla scorta della ritenuta fondatezza di una ancor più ampia pretesa della controparte.
Correlativamente, momento essenziale della transazione è costituito, dal punto di vista dell’Amministrazione pubblica, dall’impianto motivazionale che si pone a suo fondamento.
Infatti, mentre nell’ambito dei rapporti tra privati sono irrilevanti i motivi di convenienza che inducono le parti ad addivenire all’accordo transattivo, diversa è la posizione dell’Amministrazione pubblica, la quale ha il dovere di enunciare, nel relativo provvedimento e a pena d’invalidità dell’atto, le ragioni di fatto e di diritto in base alle quali è possibile soddisfare l’interesse pubblico attraverso il ricorso alla transazione, ossia più precisamente: la consistenza delle questioni giuridiche controverse, la sussistenza dei presupposti per procedere alla definizione transattiva e i rischi connessi al contenzioso e quindi la convenienza ed opportunità della transazione.
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L’impianto motivazionale della disposizione commissariale in esame appare, in relazione a quanto sopra evidenziato, carente sotto diversi profili, non risultando sufficientemente esplicitate le ragioni di convenienza ed opportunità della transazione.

Infatti, e soprattutto, risulta mancare il presupposto della res litigiosa, posto che l’accordo transattivo in esame ha ad oggetto pretese economiche vantate dall’impresa esecutrice dei lavori al di fuori della procedura e al di là dei termini previsti dal D.Lgs. n. 163/2006. Da tali pretese, l’impresa esecutrice dei lavori risulta decaduta, non avendole essa fatte valere in sede di riserve, come emerge anche dal contenuto nel verbale sottoscritto in data 22.02.2011 nell’”incontro per l’esame delle riserve avanzate dall’impresa appaltatrice dei lavori”.
Sotto questo profilo, appare del pari censurabile il riferimento contenuto testualmente nel provvedimento in esame alla “definitiva e totale tacitazione e soddisfazione delle pretese avanzate mediante l’iscrizione in contabilità di n. 8 riserve”, riserve da cui l’impresa risulta ormai decaduta.
Sulla base delle sopra esposte considerazioni, il Collegio ritiene che il provvedimento in esame sia illegittimo, risultando assorbita la questione riguardante la copertura finanziaria dello stesso.

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Passando all’esame della seconda questione (motivazione del provvedimento e legittimità del procedimento di transazione) che ha formato oggetto di contraddittorio con l’Amministrazione, il Collegio osserva quanto segue.
Com’è noto, l’art. 240 del D.Lgs. 12.04.2006, n. 163 prevede la procedura di accordo bonario, qualora, a seguito dell’iscrizione di riserve sui documenti contabili, l’importo economico dell’opera possa variare in misura sostanziale e in ogni caso non inferiore al dieci per cento dell’importo contrattuale.
Al fine di precisare la questione e valutare la legittimità del procedimento seguito dal Commissario Straordinario è opportuno rilevare che
le riserve consistono nelle annotazioni sul registro della contabilità da parte dell’appaltatore, riferite a contestazioni o problemi insorti nel corso dell’esecuzione dei lavori o al termine degli stessi, da formularsi in modo specifico e contenenti, a pena di inammissibilità, la precisa quantificazione della pretesa di carattere patrimoniale.
L’onere della riserva a carico dell’appaltatore deve intendersi a carattere generale, poiché non è limitato alle pretese che traggono origine dal rilevamento e dalla registrazione dei lavori eseguiti, ma include, altresì, le richieste di ulteriori compensi ed indennizzi concernenti prestazioni o fatti dannosi connessi con l’esecuzione dei lavori (in tal senso, Cass. n. 23670/2006).
La mancata tempestiva iscrizione di riserva relativa a qualsivoglia maggior costo asseritamente sostenuto dall’impresa esecutrice dell’appalto di opera pubblica comporta la decadenza dell’appaltatore dal diritto al pagamento per i maggiori costi delle opere eseguite (Cass. nn. 203/2001 e 13440/2003).
Infatti, nell’appalto di opere pubbliche, l’onere della riserva a carico dell’appaltatore è preordinato a consentire all’Amministrazione committente di essere informata di ogni situazione suscettibile di turbare il regolare svolgimento del contratto e d’incidere sul costo complessivo dell’opera, anche aggravandolo (Cass. n. 2395/1989); l’onere della riserva ha, infatti, la sua ragion d’essere nella tutela della P.A., la quale deve poter valutare, in ogni momento, l’opportunità del mantenimento ovvero del recesso dal rapporto di appalto in relazione al perseguimento dei fini d’interesse pubblico (tra le altre, Cass. nn. 13500/2004, 13399/1999, 6911/1982).
Coerentemente, la ratio della procedura di accordo bonario di cui all’art. 240 del D.Lgs. n. 163/2006 è quella di evitare che le controversie in materia di appalti rappresentino, per le Amministrazioni, gravose sopravvenienze passive e veri e propri debiti fuori bilancio sommersi. In funzione di ciò e per tenere sotto controllo la spesa pubblica, il legislatore ha imposto l’obbligatorietà della procedura per il tentativo di accordo bonario, laddove l’Amministrazione riconosca l’eventualità di una possibile ammissibilità e fondatezza delle riserve sollevate.
E proprio per questa ragione, lo stesso contratto di appalto concluso fra il Commissario delegato ed ICOSE s.p.a. prevedeva che eventuali controversie fossero risolte per il tramite della procedura di accordo bonario.
Nel caso di specie, dall’istruttoria effettuata risulta che sono state iscritte complessivamente n. 8 riserve dall’impresa esecutrice nei registri di contabilità n. 1 e n. 2, negli stati di avanzamento n. 1 e n. 2, nonché nello stato finale dei lavori, incentrate sulla pretesa al riconoscimento e alla liquidazione degli oneri conseguenti a maggiori lavorazioni che si sarebbero rese necessarie per “garantire la geometria progettuale e la verticalità del diaframma”.
Dai documenti acquisiti dalla Sezione si evince che tali riserve risultano rigettate nella relazione riservata del Direttore dei lavori del 18.10.2010, nella relazione riservata del RUP del 05.07.2011, nonché nella relazione e certificato di collaudo del 09.12.2010 poiché sono state ritenute infondate.
In sede istruttoria l’Amministrazione ha precisato che la transazione in esame afferisce, invece, alla definizione di tre distinte ed autonome “richieste” formulate dalla stessa impresa esecutrice che non avrebbero formato oggetto di riserva: il riconoscimento di un importo per maggiori oneri non previsti e derivati dalle difficoltà riscontrate nell’esecuzione dei lavori per imprevisti geologici verificatisi nell’ultimo tratto dell’opera; il riconoscimento di un importo a compenso della lavorazione aggiuntiva di lieve entità richiesta dal Collaudatore dei lavori; la disapplicazione della penale prevista dal Collaudatore in corso d’opera nel proprio certificato di collaudo in data 09.12.2010 per il ritardo sul termine di ultimazione dei lavori.
Dall’esame della disposizione commissariale n. 44 del 12.04.2012, oggetto di controllo in questa sede, risulta il riconoscimento all’impresa ICOSE s.p.a. della somma omnicomprensiva di euro 118.443,08 oltre IVA “a definitiva e totale tacitazione e soddisfazione delle pretese avanzate mediante l’iscrizione in contabilità di n. 8 riserve” e la “definizione di ogni rapporto contrattuale conseguente l’affidamento e l’esecuzione dei lavori di messa in sicurezza della falda sottostante l’area dell’ex stabilimento “Ecolibarna” mediante la stipula con l’impresa ICOSE s.p.a. di apposito atto transattivo che forma parte integrante del provvedimento".
Com’è noto,
ai sensi dell’art. 239 del D.Lgs. n. 163/2006, la transazione (disciplinata dall’art. 1954 c.c.) risulta mezzo ordinario e generale di risoluzione delle controversie relative a diritti soggettivi scaturenti dall’esecuzione dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, ovviamente nel presupposto dell’esistenza dei requisiti (civilistici) della res litigiosa, della disponibilità dei diritti oggetto della transazione, delle reciproche concessioni delle parti nell’accordo transattivo.
Inoltre, nell’ambito specifico degli appalti pubblici, occorre, altresì, considerare le garanzie apprestabili all’interesse pubblico quando l’Amministrazione si accinga alla stipula di un accordo transattivo e, a tal proposito, si evidenzia la necessità che, nell’ambito del procedimento volto alla stipula di un accordo transattivo da parte della P.A., sia adeguatamente rappresentato il quadro problematico del contenzioso in essere o potenziale, nonché lo scenario dei rischi che esso comporta e l’adeguatezza -anche sotto un profilo di proporzionalità– della soluzione proposta od accettata in sede transattiva, sulla scorta della ritenuta fondatezza di una ancor più ampia pretesa della controparte.
Correlativamente, momento essenziale della transazione è costituito, dal punto di vista dell’Amministrazione pubblica, dall’impianto motivazionale che si pone a suo fondamento.
Infatti, mentre nell’ambito dei rapporti tra privati sono irrilevanti i motivi di convenienza che inducono le parti ad addivenire all’accordo transattivo, diversa è la posizione dell’Amministrazione pubblica, la quale ha il dovere di enunciare, nel relativo provvedimento e a pena d’invalidità dell’atto, le ragioni di fatto e di diritto in base alle quali è possibile soddisfare l’interesse pubblico attraverso il ricorso alla transazione, ossia più precisamente: la consistenza delle questioni giuridiche controverse, la sussistenza dei presupposti per procedere alla definizione transattiva e i rischi connessi al contenzioso e quindi la convenienza ed opportunità della transazione.

Con riferimento al caso di specie, il Collegio osserva che
l’impianto motivazionale della disposizione commissariale in esame appare, in relazione a quanto sopra evidenziato, carente sotto diversi profili, non risultando sufficientemente esplicitate le ragioni di convenienza ed opportunità della transazione.
Infatti, e soprattutto, risulta mancare il presupposto della res litigiosa, posto che l’accordo transattivo in esame ha ad oggetto pretese economiche vantate dall’impresa esecutrice dei lavori al di fuori della procedura e al di là dei termini previsti dal D.Lgs. n. 163/2006. Da tali pretese, l’impresa esecutrice dei lavori risulta decaduta, non avendole essa fatte valere in sede di riserve, come emerge anche dal contenuto nel verbale sottoscritto in data 22.02.2011 nell’”incontro per l’esame delle riserve avanzate dall’impresa appaltatrice dei lavori”.
Sotto questo profilo, appare del pari censurabile il riferimento contenuto testualmente nel provvedimento in esame alla “definitiva e totale tacitazione e soddisfazione delle pretese avanzate mediante l’iscrizione in contabilità di n. 8 riserve”, riserve da cui l’impresa risulta ormai decaduta.
Sulla base delle sopra esposte considerazioni, il Collegio ritiene che il provvedimento in esame sia illegittimo, risultando assorbita la questione riguardante la copertura finanziaria dello stesso
(Corte dei Conti, Sez. controllo Piemonte, parere 18.05.2012 n. 165).

GIURISPRUDENZA

APPALTI SERVIZILa partecipazione agli appalti pubblici, siano essi per forniture o servizi o forniture, sono ormai disciplinati da puntuali disposizioni normative anche comunitarie, che sono volte chiaramente alla chiarezza e trasparenza delle procedure, alla par condicio, alla tutela della concorrenza, al favor partecipationis, alla tassatività delle cause di esclusione, al soccorso istruttorio laddove non si tramuti nell’integrazione sostanziale o nella modifica dell’offerta, all’inammissibilità di clausole ultra legem che in pratica si risolvono in meri appesantimenti formali e burocratici, all’approccio interpretativo rivolto a valorizzare il contenuto effettivo dell’offerta, e quindi quelle disposizioni sono poste proprio al fine precipuo di assicurare che l’esito della gara venga a premiare in effetti la migliore offerta economica e tecnica, alla luce della corrispondenza degli aspetti formali con quelli sostanziali, dei requisiti di partecipazione con la verifica dei documenti prodotti a supporto, e quindi salve le dichiarazioni non corrispondenti al vero.
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Quanto alla figura del responsabile tecnico, qui all’esame, a prescindere dall’oggetto dell’appalto, si richiedeva la dichiarazione ex art. 38 per il direttore tecnico e la stessa è stata effettuata ed era quindi di per sé sufficiente ai fini della partecipazione, posto che identico adempimento non era previsto dal bando anche per il responsabile tecnico, e tale figura non può nel caso di specie ritenersi di certo assimilabile a quella del direttore tecnico, per di più in via interpretativa, se si ha riguardo soprattutto ai compiti in concreto affidati allo stesso nell’azienda e non particolarmente incisivi.

L’appello è fondato e la sentenza impugnata va pertanto riformata con il rigetto del ricorso di primo grado.
I giudici di primo grado si sono soffermati essenzialmente su due censure sollevate dalla ricorrente SIPRO, volte all’esclusione dell’Istituto di Vigilanza di Viterbo aggiudicatario dalla procedura di affidamento, e ritenute fondate.
In particolare il thema decidendum ha avuto ad oggetto la mancata dichiarazione del responsabile tecnico dell’Istituto di Vigilanza attestante il possesso dei requisiti generali ex art. 38 D.Lvo n. 136/2006 e la carenza del requisito della regolarità fiscale e contributiva alla data di scadenza per la presentazione delle offerte.
Si premette che la partecipazione agli appalti pubblici, siano essi per forniture o servizi o forniture, sono ormai disciplinati da puntuali disposizioni normative anche comunitarie, che sono volte chiaramente alla chiarezza e trasparenza delle procedure, alla par condicio, alla tutela della concorrenza, al favor partecipationis, alla tassatività delle cause di esclusione, al soccorso istruttorio laddove non si tramuti nell’integrazione sostanziale o nella modifica dell’offerta, all’inammissibilità di clausole ultra legem che in pratica si risolvono in meri appesantimenti formali e burocratici, all’approccio interpretativo rivolto a valorizzare il contenuto effettivo dell’offerta, e quindi quelle disposizioni sono poste proprio al fine precipuo di assicurare che l’esito della gara venga a premiare in effetti la migliore offerta economica e tecnica, alla luce della corrispondenza degli aspetti formali con quelli sostanziali, dei requisiti di partecipazione con la verifica dei documenti prodotti a supporto, e quindi salve le dichiarazioni non corrispondenti al vero.
In tali sensi depone ormai, sia in generale che nello specifico, la più recente giurisprudenza (da ultimo Sezione III nn. 4370/2013 e 1487/2014; Adunanza Plenaria n. 9/2014) e la stessa normativa (cfr. art. 4 del D.L. n. 70/2011, convertito in legge n. 106/2011, e art. 4 del D.L. n. 34/2014).
Orbene, a ben leggere, nella fattispecie non si evidenziano violazioni o carenze sia sul piano formale che sostanziale tali da vanificare il risultato finale della selezione e quindi non si condividono le sia pure estese argomentazioni svolte dal giudice di prime cure.
Quanto alla figura del responsabile tecnico, qui all’esame, a prescindere dall’oggetto dell’appalto, si richiedeva la dichiarazione ex art. 38 per il direttore tecnico e la stessa è stata effettuata ed era quindi di per sé sufficiente ai fini della partecipazione, posto che identico adempimento non era previsto dal bando anche per il responsabile tecnico, e tale figura non può nel caso di specie ritenersi di certo assimilabile a quella del direttore tecnico, per di più in via interpretativa, se si ha riguardo soprattutto ai compiti in concreto affidati allo stesso nell’azienda e non particolarmente incisivi.
In proposito pertanto non rilevano neppure la dedotta mancata chiarezza del bando e la sua più o meno corretta interpretazione, asseriti errori scusabili, ipotetici soccorsi istruttori, la successiva prova del possesso del requisito ovvero la stessa richiamata sentenza n. 4328/2013 che concerne diversa fattispecie in cui peraltro l’organigramma aziendale non prevedeva il direttore tecnico bensì il responsabile tecnico (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 10.04.2014 n. 1744 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALILe competenze professionali degli agrotecnici in materia di opere di trasformazione e miglioramento fondiario non comprendono interventi di sistemazione forestale, rimboschimento o difesa del suolo.
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Non può essere considerata arbitraria e, quindi, illegittima la differenziazione tra agronomi e periti agrari da una parte e agrotecnici dall’altro che ammette solo i primi alla presentazione di domande e progetti concernenti interventi di gestione selvicolturale, microinterventi idraulico forestali o per il controllo di fenomeni di dissesto del suolo o di canalizzazione e regimazione delle acque.
La competenza degli agrotecnici resta essenzialmente connotata dal riferimento alla gestione economica e aziendale dei processi produttivi agricoli.
Quindi la indubbia esistenza di aree comuni tra le due professionalità non giunge a comprendere anche la realizzazione di progetti di sistemazione forestale, rimboschimento o difesa del suolo e governo delle acque, non rilevando ai fini della distinzione qualitativa degli interventi la dimensione degli stessi.

Il Collegio Interprovinciale degli Agrotecnici e degli Agrotecnici Laureati di Oristano, Cagliari, Carbonia/Iglesias, Medio Campidano, e e il Collegio Interprovinciale degli Agrotecnici e degli Agrotecnici Laureati di Sassari, Nuoro, Olbia/Tempio, Ogliastra, hanno agito in giudizio con ricorso dinanzi al TAR della Sardegna per l’annullamento della “Nota esplicativa” del bando per l’ammissione ai finanziamenti di cui al P.S.R. (Programma di Sviluppo Rurale) 2007-2013 – Asse 2 – Misura 226 dedicata alla “Ricostituzione del potenziale forestale e interventi preventivi”, nella parte in cui detta Nota individua quali «liberi professionisti che possono essere abilitati alla compilazione telematica delle domande di aiuto e di pagamento per la Misura 226» solo gli iscritti all’Ordine Dottori Agronomi e Forestali e all’Ordine degli Ingegneri, ed esclude, conseguentemente, le categorie professionali rappresentate dai Collegi ricorrenti.
Il TAR, con sentenza n. 43/2013, respingeva il ricorso affermando la legittimità della nota impugnata che è adeguatamente motivata e conforme al bando e non viola le norme che disciplinano l’attività professionale degli agrotecnici né le loro competenze rivolte prevalentemente agli aspetti economici e gestionali dell’azienda agraria a differenza di quelle degli agronomi rivolte a valorizzare i processi produttivi dell’azienda agraria.
...
L’appello è infondato.
6.1. – Il Collegio, dopo il necessario approfondimento sulla base dei motivi di appello, conferma l’orientamento già espresso da questa Sezione nel corso del giudizio di primo grado con la ordinanza n. 3572 del 04.07.2012, secondo il quale le competenze professionali degli agrotecnici in materia di opere di trasformazione e miglioramento fondiario non comprendono interventi di sistemazione forestale, rimboschimento o difesa del suolo quali quelli in questione.
6.2. – La questione centrale proposta dai motivi di appello riguarda la interpretazione della modifica aggiuntiva introdotta -nell’art. 11, comma 1, lett. c, della legge n. 251/1986 che definisce le competenze professionali degli agrotecnici- dall’art. 26, comma 7-ter, della legge n. 31/2008 e concernente l’attribuzione della competenza relativa alla progettazione e costruzione di opere di trasformazione e miglioramento fondiario.
6.3. Preliminarmente si deve osservare che, contrariamente a quanto sostenuto nell’appello, la norma nel testo modificato è interamente riportata al punto 8.1. della sentenza impugnata e quindi è stata da essa pienamente considerata.
6.4. – Nel merito è dirimente l’esame testuale di questa norma che non conferma l’interpretazione sostenuta dagli appellanti. Dopo la modifica aggiuntiva la citata lettera c) dell’art. 11 prevede: “c) l’assistenza tecnico-economica agli organismi cooperativi ed alle piccole e medie aziende, compresa la progettazione e direzione di piani colturali aziendali ed interaziendali, anche ai fini della concessione dei mutui fondiari, nonché le opere di trasformazione e miglioramento fondiario”.
L’aggiunta in questione recata dalla legge n. 31/2008 riguarda le parole dopo “nonché”. Se si fa la dovuta attenzione ai nessi sintattici e alle virgole è evidente che l’espressione introdotta da “nonché” è dipendente dalla parola “compresa”, che a sua volta specifica la precisa competenza attribuita dalla lettera c): “l’assistenza tecnico-economica agli organismi cooperativi ed alle piccole e medie aziende”; in ogni caso la proposizione introdotta da “nonché” non ha alcuna relazione sintattica con le parole progettazione e direzione che sono esclusivamente e certamente riferite solo ai “piani colturali aziendali ed interaziendali”, in riferimento ai quali tali parole hanno un diverso e coerente significato, avendo i piani colturali una prevalente valenza tecnico-economica nell’ambito della conduzione della Azienda agricola. E’ invece non corretta la connessione operata dagli appellanti -estrapolando liberamente e impropriamente le parole contenute nella disposizione- tra le parole “progettazione e direzione” e le parole “opere di trasformazione e miglioramento fondiario”.
6.5. – In base alla ricostruzione sopra riportata è dunque evidente che la competenza attribuita più di recente ai professionisti iscritti all’albo degli agrotecnici è una specificazione dell’assistenza tecnico-economica alle aziende agrarie e non estende oltre i limiti dell’assistenza tecnico-economica l’ambito riconosciuto a questa professionalità.
6.6. – Nello stesso senso va interpretata la disposizione del DM del Ministro dell’Interno 05.08.2011 (fonte non legislativa e dunque meramente attuativa dell’art. 11 della legge 251 più volte citata) che abilita l’agrotecnico iscritto all’albo a svolgere le attività di prevenzione degli incendi ed il rilascio dei relativi certificati e dunque a svolgere i relativi compiti in quanto connessi all’ amministrazione e gestione dell’azienda agricola .
6.7. Resta dunque pienamente valida e confermata dalla esegesi normativa della modifica apportata all’art. 11 più volte citato, la differenziazione ai fini del presente giudizio tra agrotecnici e periti agrari a cui è invece attribuita l’attività di progettazione relativa alle medesime opere di trasformazione e miglioramento fondiario e non l’assistenza tecnico economica. Non vi è quindi contraddizione tra la sentenza impugnata in questo giudizio e la diversa pronuncia adottata dallo stesso TAR nello stesso giorno con la sentenza n. 44/2013, che ha invece ammesso i periti agrari all’attività di progettazione per le medesime opere.
6.8. – Non contraddicono questa impostazione i pareri del Consiglio di Stato citati dall’appellante e segnatamente il più recente n. 4335 del 24.10.2012, ampiamente citato nell’appello, che riguarda l’equiparazione a vari fini tra i titoli di studio di agrotecnico e perito agrario. Lo stesso parere è chiarissimo nell’affermare che l’accesso di entrambi i titoli di studio all’esame di abilitazione per l’esercizio di entrambe le professioni non smentisce ma conferma che le aree professionali restano diverse, ma che la specificità professionale “è sufficientemente salvaguardata proprio dall’esame di abilitazione”.
6.9. – I restanti argomenti contenuti nell’appello quali la violazione della riserva di legge statale in materia di professioni o delle regole della concorrenza sono da respingere in quanto meramente consequenziali alla errata interpretazione delle norme di legge statale assunta dagli appellanti, che va nel senso di attribuire agli agrotecnici una autonoma e piena competenza alla progettazione di opere di trasformazione e miglioramento e non solo ai profili di assistenza tecnico-economica relativi a tali attività.
6.10. – In conclusione, debitamente approfonditi tutti i motivi di appello, non può essere considerata arbitraria e quindi illegittima la differenziazione tra agronomi e periti agrari da una parte e agrotecnici dall’altro che ammette solo i primi alla presentazione di domande e progetti concernenti interventi di gestione selvicolturale, microinterventi idraulico forestali o per il controllo di fenomeni di dissesto del suolo o di canalizzazione e regimazione delle acque. Le argomentazioni svolte confermano che la competenza degli agrotecnici resta essenzialmente connotata dal riferimento alla gestione economica e aziendale dei processi produttivi agricoli. Quindi la indubbia esistenza di aree comuni tra le due professionalità non giunge a comprendere anche la realizzazione di progetti di sistemazione forestale, rimboschimento o difesa del suolo e governo delle acque, non rilevando ai fini della distinzione qualitativa degli interventi la dimensione degli stessi (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 10.04.2014 n. 1738 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI La scelta operata dall’amministrazione appaltante in una procedura di aggiudicazione con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa dei criteri di valutazione delle offerte, ivi compreso il peso da attribuire a tali singoli elementi e agli eventuali sub–criteri e sub–pesi, specificamente indicati nella lex specialis, è espressione dell’ampia discrezionalità che la legge le ha attribuito per meglio perseguire l’interesse pubblico, così che tale scelta sfugge al sindacato di legittimità allorquando non sia macroscopicamente illogica, irragionevole ed irrazionale ed i criteri siano trasparenti ed intellegibili, consentendo ai concorrenti di calibrare la propria offerta.
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E’ stato più volte ribadito che in attuazione dei principi di legalità e buon andamento, imparzialità, par condicio e trasparenza le commissioni di gara non possono in alcun modo introdurre ulteriori elementi di valutazione rispetto a quelli indicati nella lex specialis ovvero modificare quelli in essa contenuti, precisandosi che l’obbligo della fissazione dei criteri e dei sub–criteri di valutazione, con i rispettivi punteggi, nella lex specialis si giustifica nell’esigenza di ridurre gli apprezzamenti soggettivi delle commissioni giudicatrici, garantendo in tal modo l’imparzialità delle loro valutazione e la tutela della par condicio.
Nelle gare pubbliche può parlarsi di nuovo ed autonomo criterio di valutazione dei progetti, surrettiziamente introdotto dalla commissione di gara, solo quando il parametro di giudizio utilizzato nella valutazione delle offerte tecniche ha una sua autonomia rispetto a quelli indicati nella lex specialis, ma non anche nei casi in cui l’apprezzamento positivo o negativo di una determinata caratteristica progettuale sia strettamente consequenziale all’applicazione dei parametri di valutazione previsti nel bando.

Secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, dal quale non vi è motivo per discostarsi, la scelta operata dall’amministrazione appaltante in una procedura di aggiudicazione con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa dei criteri di valutazione delle offerte, ivi compreso il peso da attribuire a tali singoli elementi e agli eventuali sub–criteri e sub–pesi, specificamente indicati nella lex specialis, è espressione dell’ampia discrezionalità che la legge le ha attribuito per meglio perseguire l’interesse pubblico, così che tale scelta sfugge al sindacato di legittimità allorquando non sia macroscopicamente illogica, irragionevole ed irrazionale ed i criteri siano trasparenti ed intellegibili, consentendo ai concorrenti di calibrare la propria offerta (Cons. Stato, sez. V, 10.01.2013, n. 88).
E’ stato più volte ribadito che in attuazione dei principi di legalità e buon andamento, imparzialità, par condicio e trasparenza le commissioni di gara non possono in alcun modo introdurre ulteriori elementi di valutazione rispetto a quelli indicati nella lex specialis ovvero modificare quelli in essa contenuti (Cons. Stato, sez. V, 29.11.2011, n. 6306), precisandosi che l’obbligo della fissazione dei criteri e dei sub–criteri di valutazione, con i rispettivi punteggi, nella lex specialis si giustifica nell’esigenza di ridurre gli apprezzamenti soggettivi delle commissioni giudicatrici, garantendo in tal modo l’imparzialità delle loro valutazione e la tutela della par condicio (Cons. Stato, sez. V, 07.01.2013, n. 7; 15.05.2013, n. 2625) e che nelle gare pubbliche può parlarsi di nuovo ed autonomo criterio di valutazione dei progetti, surrettiziamente introdotto dalla commissione di gara, solo quando il parametro di giudizio utilizzato nella valutazione delle offerte tecniche ha una sua autonomia rispetto a quelli indicati nella lex specialis, ma non anche nei casi in cui l’apprezzamento positivo o negativo di una determinata caratteristica progettuale sia strettamente consequenziale all’applicazione dei parametri di valutazione previsti nel bando (Cons. Stato, sez. V, 18.02.2013, n. 967) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 08.04.2014 n. 1668 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVILa domanda di accesso deve riferirsi a specifici documenti e non può comportare la necessità di un’attività di elaborazione di dati da parte del soggetto destinatario della richiesta, così che è inammissibile l’istanza di accesso avente ad oggetto l’acquisizione di dati, notizie ed informazioni e non di documenti, l’oggetto del diritto di accesso essendo proprio i soli documenti esistenti e non anche quelli inesistenti e mai formati.
Inoltre, l’ostensione degli atti non può costituire uno strumento di controllo generalizzato sull’operato della pubblica amministrazione nei cui confronti l’accesso viene esercitato, e l’onere della prova anche dell’esistenza dei documenti, rispetto ai quali si esercita il diritto di accesso, incombe sulla parte che agisce in giudizio, non potendo imporsi all’amministrazione la prova del fatto negativo della non detenzione dei documenti.

Occorre ricordare che, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, dal quale non vi è motivo di discostarsi, la domanda di accesso deve riferirsi a specifici documenti e non può comportare la necessità di un’attività di elaborazione di dati da parte del soggetto destinatario della richiesta (ex multis Cons. St., sez. III, 21.10.2013, n. 5099; sez. IV, 13.06.2013, n. 3267; sez. VI, 20.05.2004, n. 3271; 10.04.2003, n. 1925), così che è inammissibile l’istanza di accesso avente ad oggetto l’acquisizione di dati, notizie ed informazioni e non di documenti, l’oggetto del diritto di accesso essendo proprio i soli documenti esistenti e non anche quelli inesistenti e mai formati (Cons. St., sez. V, 20.11.2013, n. 5483); inoltre, l’ostensione degli atti non può costituire uno strumento di controllo generalizzato sull’operato della pubblica amministrazione nei cui confronti l’accesso viene esercitato (Cons. St., sez. VI, 20.11.2013, n. 5515; sez. IV, 29.04.2002, n. 2283; sez. VI, 17.03.2000, n. 1414), e l’onere della prova anche dell’esistenza dei documenti, rispetto ai quali si esercita il diritto di accesso, incombe sulla parte che agisce in giudizio, non potendo imporsi all’amministrazione la prova del fatto negativo della non detenzione dei documenti (Cons. St., sez. V, 15.07.2013, n. 3779)
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 08.04.2014 n. 1663 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTISussistere la giurisdizione amministrativa in merito all’impugnazione del DURC sulla base della considerazione che tale atto -interno alla fase procedimentale di verifica dei requisiti di ammissione dichiarati dal partecipante ad una gara e, quindi, impugnabile non già autonomamente, ma unitamente al provvedimento conclusivo della fase stessa- inerisce al procedimento amministrativo di aggiudicazione di un appalto.
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Il requisito della regolarità contributiva, necessario per la partecipazione alle gare pubbliche, è stato sempre pacificamente inteso che dovesse sussistere al momento della presentazione della domanda di ammissione alla procedura: ora, invece, deve ritenersi che il predetto requisito deve sussistere al momento di scadenza del termine quindicennale assegnato dall’Ente previdenziale per la regolarizzazione della posizione contributiva.

Considerato:
- che, preliminarmente, il Collegio ritiene di aderire all’orientamento espresso, da ultimo, da TAR Lecce 07.11.2013 n. 2258 che ha ritenuto sussistere la giurisdizione amministrativa in merito all’impugnazione del DURC sulla base della considerazione che tale atto -interno alla fase procedimentale di verifica dei requisiti di ammissione dichiarati dal partecipante ad una gara e, quindi, impugnabile non già autonomamente, ma unitamente al provvedimento conclusivo della fase stessa- inerisce al procedimento amministrativo di aggiudicazione di un appalto (SS.UU. 09.02.2011 n. 3169; CdS, V, 11.05.2009 n. 2874);
- che l'art. 31, VIII comma, del DL n. 69 del 2012, entrato in vigore il 22.06.2013, prevede che in caso di mancanza dei requisiti per il rilascio del documento unico di regolarità contributiva (che le stazioni appaltanti debbono acquisire d’ufficio, attraverso strumenti informatici, ai fini della verifica della dichiarazione sostitutiva relativa al requisito di cui all’art. 38, I comma, lett. “i” del codice dei contratti: cfr. il precedente IV comma) “gli Enti preposti al rilascio, prima dell'emissione del DURC….invitano l'interessato……a regolarizzare la propria posizione entro un termine non superiore a quindici giorni, indicando analiticamente le cause della irregolarità”;
- che, dunque, la citata disposizione -che stabilisce che gli enti previdenziali deputati all’emanazione del DURC debbono attivare un procedimento di regolarizzazione mediante il quale i concorrenti ad una procedura concorsuale che fossero privi del requisito della regolarità contributiva possono sanare la loro posizione prima dell’emissione di un documento di irregolarità– ha modificato (per incompatibilità) la prescrizione dell’art. 38 del DLgs n. 163/2006 laddove il requisito della regolarità contributiva, necessario per la partecipazione alle gare pubbliche, è stato pacificamente inteso che deve sussistere al momento della presentazione della domanda di ammissione alla procedura: dovendosi ora, invece, ritenere che il predetto requisito deve sussistere al momento di scadenza del termine quindicennale assegnato dall’Ente previdenziale per la regolarizzazione della posizione contributiva;
- che, ciò stante, il DURC n. 27382646 emanato dall’INPS il 09.12.2013 è illegittimo per errore di fatto qualora si riferisca al debito di € 2.354,00 (saldato l’11.11.2013, contestualmente alla presentazione dell’offerta) ed è illegittimo per violazione dell’art. 31 del DL n. 69/2013 qualora si riferisca al debito di € 646,00 (peraltro pagato spontaneamente dall’interessata il 29.11.2013) e va, comunque, annullato;
- che va conseguentemente annullato, per illegittimità derivata, il provvedimento di esclusione dell’odierna ricorrente, in quanto trae giustificazione e fondamento esclusivamente dal DURC testé riscontrato illegittimo;
- che, peraltro, il ricorso è fondato anche alla stregua del secondo motivo di gravame con cui viene denunciata la violazione del combinato disposto dagli artt. 38, I comma, lett. “i” e II comma del DLgs n. 163/2006 (che escludono i soggetti “che hanno commesso violazioni gravi, definitivamente accertate, alle norme in materia di contributi previdenziali e assistenziali, secondo la legislazione italiana”, intendendosi “gravi le violazioni ostative al rilascio del documento unico di regolarità contributiva di cui all’articolo 2, comma 2, del decreto-legge 25.09.2002, n. 210, convertito, con modificazioni, dalla legge 22.11.2002, n. 266”) e 8, III comma, del DM 24.10.2007 (che, relativo alle “cause non ostative al rilascio del DURC” prevede che “non si considera grave lo scostamento inferiore o pari al 5% tra le somme dovute e quelle versate con riferimento a ciascun periodo di paga o di contribuzione….fermo restando l'obbligo di versamento del predetto importo entro i trenta giorni successivi al rilascio del DURC”): ebbene, atteso che l’omesso pagamento di € 646,00 si riferiva al mese di settembre 2013 (relativamente al quale la società ricorrente avrebbe dovuto corrispondere € 16.599,00, mentre aveva aveva pagato € 15.953,00: cfr. il mod. F24 e la dichiarazione asseverata 28.03.2014, in atti), è “ictu oculi” evidente che lo scostamento tra il dovuto ed il versato è inferiore alla soglia del 5%: con la conseguenza che l’INPS era tenuta a rilasciare un DURC di regolarità contributiva;
- che, dunque, per le suesposte considerazioni il ricorso è fondato e va accolto (TAR Veneto, Sez. I, sentenza 08.04.2014 n. 486 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Gare, 15 giorni in più per i contributi Inps. Tar Veneto. Appalti e Durc.
Le imprese possono partecipare con meno affanni a gare di appalto, perché possono regolarizzare la loro posizione contributiva entro 15 giorni da quando gli enti previdenziali deputati all'emanazione del Durc attivano il procedimento di regolarizzazione.
Lo sottolinea il TAR Veneto, Sez. I, con la sentenza 08.04.2014 n. 486, ricordando che le stazioni appaltanti devono acquisire d'ufficio il Durc. Tale acquisizione, sottolineano i giudici, avviene attraverso strumenti informatici, ed è volta ad una verifica della dichiarazione sostitutiva relativa al requisito dell'articolo 38, comma 1, lettera i del Codice dei contratti (assenza di violazioni gravi, definitivamente accertate, alle norme in materia di contributi previdenziali e assistenziali).
L'acquisizione di ufficio è prevista dall'articolo 31, comma 8 del Dl 21.06.2013, n. 69, entrato in vigore il 22.06.2013: ma qualora i requisiti di regolarità manchino, non va adottato un provvedimento negativo, bensì si deve invitare l'interessato a regolarizzare la propria posizione. Tale regolarizzazione deve avvenire entro un termine non superiore a quindici giorni, e deve corrispondere alle cause dell'irregolarità che l'ente pubblico deve analiticamente indicare.
La situazione è quindi così riassumibile: la legge sugli appalti (articolo 38, decreto legislativo n. 163 del 2006) risulta modificata dall'articolo 31 del Dl 69/2013, norma che ha spostato la data limite per il requisito della regolarità contributiva, che passa dal momento della presentazione della domanda di ammissione alla gara, al momento di scadenza del termine di quindici giorni assegnato dall'ente previdenziale all'impresa interessata per la regolarizzazione della posizione contributiva. Ciò significa che il requisito della regolarità contributiva, necessario per la partecipazione alle gare pubbliche, non deve più intendersi come necessariamente sussistente al momento della presentazione della domanda di ammissione alla procedura (o alla scadenza del termine per presentare la domanda previsto dal bando), ma deve sussistere al momento di scadenza del termine di quindici giorni assegnato dall'ente previdenziale per la regolarizzazione della posizione contributiva. La materia è in continua evoluzione, in quanto il Dl 34/2014, entrato in vigore il 21.03.2014 ed in attesa di conversione, prevede ulteriori semplificazioni.
In particolare, chiunque abbia interesse può verificare la regolarità contributiva nei confronti di Inps, Inail e Casse edili con una interrogazione che richiede solo il codice fiscale del soggetto. Soprattutto un decreto interministeriale da emanarsi entro maggio 2014 definirà i requisiti di regolarità. Tali requisiti riguarderanno ad esempio i pagamenti scaduti sino all'ultimo giorno del secondo mese antecedente a quello in cui la verifica è effettuata, a condizione che sia scaduto anche il termine di presentazione delle relative denunce retributive.
L'interrogazione telematica, che è in vigore dal già dal 21.03.2014, soddisfa l'obbligo di verifica della sussistenza del requisito di ordine generale di cui all'articolo 38, comma 1, lettera i), del Dlgs 12.04.2006, n. 163 (assenza di violazioni gravi), superando la Banca dati nazionale dei contratti pubblici, istituita presso l'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici
(articolo Il Sole 24 Ore del 10.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Quando sia accertato il superamento della soglia di normale tollerabilità delle immissioni (nella fattispecie, di fumi), si versa in una situazione di illiceità che, evidentemente, esclude il ricorso al giudizio di bilanciamento e quindi all’indennizzo, e introduce il diverso tema della inibitoria delle immissioni e dell’eventuale risarcimento del danno.
1. – Il ricorso deve essere accolto.
1.1. – Con il primo motivo la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 844, 2043, 1032 cod. civ., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ..
Si contesta, sotto plurimi profili, l’interpretazione e l’applicazione della norma che disciplina le immissioni, alla luce dei consolidati principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità sul tema (sono citate, ex plurimis, Cass., sez. Ili, sentenza n. 4963 del 2001; Cass., sezioni unite, sentenza n. 10186 del 1998).
In particolare, la ricorrente censura la sentenza d’appello nella parte in cui, dopo aver accertato l’intollerabilità delle immissioni, ha operato la comparazione tra le opposte esigenze della proprietà e della produzione, e, all’interno di tale giudizio, ha tenuto conto della “inammissibile soluzione alternativa” consistente nell’obbligare l’attrice a prestare il consenso alla installazione della canna fumaria –dunque alla costituzione di una servitù– o a subire le immissioni.
Sono, inoltre, contestate il rigetto della domanda di risarcimento del danno alla salute e la decisione in punto di spese.
1.2. – In ossequio al disposto dell’art. 366-bis cod. proc. civ., applicabile ratione temporis, la ricorrente formula un complesso quesito di diritto, riassumibile nei seguenti termini: “se, in caso di intollerabilità di immissioni, tanto costituisca, per chi le subisce, lesione dei suoi diritti, sia personali che della salute, beni primari rispetto ad ogni altro bene pure tutelato in Costituzione”, con la conseguenza che “siffatta intollerabilità non possa comportare una valutazione del contemperamento delle esigenze fra quelle del proprietario di un bene che subisce le immissioni intollerabili con quelle relative alla esigenza della produzione che, anzi, va inibita”, e con l’ulteriore conseguenza che “per ovviare all’eliminazione delle immissioni, colui che le subisce non debba sopportare un ulteriore pati, dato dal fatto di dover subire una deminutio della sua proprietà, quale quella data dalla apposizione di una canna fumaria, che costituisce una vera e propria servitù”; e inoltre, “[se], accertata la natura di immissioni intollerabili, le stesse, di per sé sole, comportano un danno alla salute, come tale suscettibile di risarcimento, anche in via equitativa”; e infine, “[se], là dove venga comunque accertata la ragione della domanda, poi disattesa per altre motivazioni, debba essere disposta la compensazione delle spese”.
2. – La doglianza è fondata con riguardo alla erronea applicazione dell’art. 844 cod. civ., in quanto il giudice d’appello ha proceduto al contemperamento delle opposte esigenze delle parti dopo aver accertato l’intollerabilità delle immissioni, che concretizzano una situazione di illecito extracontrattuale.
2.1. –
L’art. 844, secondo comma, cod. civ. prevede il giudizio di comparazione a fronte di accertate immissioni ai limiti della normale tollerabilità: in tal caso, il legislatore consente di imporre al proprietario l’obbligo di sopportare le immissioni, ove ciò sia funzionale alle esigenze della produzione, eventualmente previa corresponsione di indennizzo.
Si tratta di un tipico giudizio di bilanciamento, affidato al giudice del caso concreto, a partire da una situazione in cui nessuna delle contrapposte esigenze prevale sull’altra, azzerandola.
Viceversa, quando sia accertato il superamento della soglia di normale tollerabilità delle immissioni, si versa in una situazione di illiceità che, evidentemente, esclude il ricorso al giudizio di bilanciamento e quindi all’indennizzo, e introduce il diverso tema della inibitoria delle immissioni e dell’eventuale risarcimento del danno
(ex plurimis, Cass., sez. II, sentenza n. 939 del 2011; Cass., sez. III, sentenza n. 5844 del 2007; Cass., sez. 25820 del 2009).
2.2. – Nel caso in esame, la Corte d’appello ha ritenuto di poter effettuare il giudizio di bilanciamento, pur in presenza dell’accertamento di immissioni intollerabili, ed ha inoltre giudicato pretestuosa l’opposizione della ricorrente alla installazione della canna fumaria, che era stata individuata, nel corso dell’istruttoria, come unico rimedio per evitare le immissioni consentendo, al contempo, la prosecuzione dell’attività commerciale della convenuta.
La sentenza d’appello ha dunque affermato, sia pure indirettamente, che il proprietario il quale lamenti –a ragione- il superamento della normale tollerabilità delle immissioni provenienti dal fondo del vicino è tenuto a prestare il consenso alla costituzione di servitù, ove necessaria alla eliminazione dell’inconveniente, in caso contrario rimanendo assoggettato alle immissioni.
Si tratta, all’evidenza, di una affermazione carente di qualsiasi supporto normativo.
3. – L’accoglimento della censura riguardante l’erronea applicazione dell’art. 844 cod. civ., e la conseguente la cassazione della sentenza impugnata sul punto, determina l’assorbimento delle ulteriori censure proposte dalla ricorrente.
Con il secondo motivo di ricorso, infatti, sono denunciati i limiti motivazionali della sentenza d’appello in riferimento al medesimo profilo già prospettato come violazione dell’art. 844 cod. civ..
Quanto alle restanti censure contenute nel primo motivo di ricorso, va osservato che sia la violazione dell’art. 1032 cod. civ. in tema di servitù coattive, sia la violazione dell’art. 2043 cod. civ. in tema di risarcimento danni da illecito aquiliano, non presentano autonomia rispetto alla questione principale, sulla quale il giudice del rinvio dovrà pronunciarsi, e rimangono pertanto impregiudicate (Corte di Cassazione, Sez. II, sentenza 07.04.2014 n. 8094 - link a http://renatodisa.com).

CONSIGLIERI COMUNALIIl consigliere comunale e provinciale è legittimato ad esercitare tutte le azioni connesse al proprio ius ad officium, ma certamente non può esercitare un controllo generalizzato, con funzione paragiurisdizionale, sulla vita dell’ente locale in nome di un astratto principio di legalità, promuovendo così un’inammissibile azione popolare di tipo oggettivo.
Egli, nell’impugnare gli atti dell’ente, non deve avere solo una posizione qualificata dalle vigenti disposizioni, quale in effetti ha, per la delicatezza delle sue funzioni, nell’ordinamento degli enti locali (art. 43 T.U.E.L.), ma anche differenziata, una posizione, cioè, che gli consenta di ritrarre un’utilità dall’impugnativa in termini di rimozione di un impedimento o di un apprezzabile vantaggio all’esercizio del proprio ufficio e all’espletamento del mandato.
Solo la lesione diretta ed immediata del diritto all’ufficio del consigliere comunale o provinciale può fare sorgere, quindi, la legitimatio ad agendum o l’interesse personale al ricorso al fine del ripristino della situazione sostanziale lesa, attraverso la rimozione della situazione antigiuridica affidata all’organo giurisdizionale.

La censura relativa al difetto di interesse, ciò premesso, è fondata sotto un duplice e concorrente profilo.
Il ricorrente in prime cure, consigliere provinciale della Provincia di Genova, lamenta infatti che sussisterebbe il suo qualificato interesse di consigliere, che ha subìto lo scioglimento e il conseguente commissariamento dell’ente, ad agire affinché tale scioglimento e commissariamento avvengano nel rispetto del principio di legalità (p. 12 della memoria di costituzione in appello).
In altri termini –si afferma nell’atto di costituzione dell’odierno appellato– l’interesse dell’esponente non sussiste in ragione della possibilità di tornare a ricoprire la carica di consigliere provinciale di Genova, ma nell’affermare l’applicazione al caso della Provincia di Genova del legittimo procedimento di commissariamento” (p. 12 della memoria di costituzione in appello).
È evidente che una simile astratta aspirazione al ripristino della legalità violata non può integrare quel concreto interesse ad agire che deve sorreggere la domanda (art. 100 c.p.c.), poiché nessuna utilità, nemmeno di carattere morale, il ricorrente, nella sua qualità di consigliere provinciale, potrebbe ritrarre dall’accoglimento del ricorso, rimanendo comunque provvedimenti intangibili sia lo scioglimento e il commissariamento dell’ente.
Il consigliere comunale e provinciale è legittimato ad esercitare tutte le azioni connesse al proprio ius ad officium, ma certamente non può esercitare un controllo generalizzato, con funzione paragiurisdizionale, sulla vita dell’ente locale in nome di un astratto principio di legalità, promuovendo così un’inammissibile azione popolare di tipo oggettivo.
Egli, nell’impugnare gli atti dell’ente, non deve avere solo una posizione qualificata dalle vigenti disposizioni, quale in effetti ha, per la delicatezza delle sue funzioni, nell’ordinamento degli enti locali (art. 43 T.U.E.L.), ma anche differenziata, una posizione, cioè, che gli consenta di ritrarre un’utilità dall’impugnativa in termini di rimozione di un impedimento o di un apprezzabile vantaggio all’esercizio del proprio ufficio e all’espletamento del mandato.
Solo la lesione diretta ed immediata del diritto all’ufficio del consigliere comunale o provinciale può fare sorgere, quindi, la legitimatio ad agendum o l’interesse personale al ricorso al fine del ripristino della situazione sostanziale lesa, attraverso la rimozione della situazione antigiuridica affidata all’organo giurisdizionale.
Nulla di tutto questo può verificarsi nel caso di specie, poiché, per ammissione stessa dell’odierno appellato, il commissariamento dell’ente, seppur sulla base di un diverso presupposto normativo, rimarrebbe fermo, con conseguente cessazione definitiva della sua carica di consigliere.
Se così è, dunque, il ricorso di prime cure, nel censurare lo scioglimento del Consiglio e il commissariamento dell’ente, era sin dal principio inammissibile per difetto di interesse in capo all’odierno appellato (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 07.04.2014 n. 1643 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

VARIIl notaio non può delegare l'attività. Sanzioni disciplinari. I collaboratori non sono responsabili della preparazione degli atti.
Pienamente legittima la sanzione disciplinare inflitta al notaio che deleghi ai propri collaboratori le attività preparatorie e successive ad assicurare la certezza degli effetti tipici dell'atto notarile. L'irregolarità va ravvisata anche se il notaio eccepisca che si tratti di atti che rientrino nella routine.
Questo il principio affermato dalla Corte di Cassazione, III Sez. civile, con la sentenza 04.04.2014 n. 8036.
A carico di un notaio di Savona, coinvolto in un procedimento penale promosso dalla Procura della Repubblica di Savona in relazione ai reati di riciclaggio e ad altri connessi, veniva disposta la misura cautelare interdittiva della sospensione per otto mesi dall'esercizio della professione, successivamente revocata.
Nel corso delle indagini era emersa una organizzazione dei lavoro da parte del notaio incompatibile con l'articolo 47, secondo comma della legge notarile in quanto «caratterizzata da un amplissimo ricorso alla delega a favore dei suoi numerosi collaboratori con conseguente elusione del carattere personale della prestazione professionale».
La Corte d'appello di Genova, con ordinanza del 03.04.2013, accoglieva il reclamo del notaio.
Da qui il ricorso del Consiglio notarile distrettuale di Savona -accolto dalla Corte- articolato in tre motivi, cui il notaio resisteva con controricorso introducendo altresì un ricorso incidentale condizionato affidato a due motivi e un ricorso incidentale basato su di un unico motivo, cui il ricorrente principale ha resistito a sua volta con controricorso.
Nel dispositivo della Cassazione si legge che «deve ribadirsi che il notaio è tenuto a svolgere personalmente tutte le funzioni ad esso attribuite dall'ordinamento, in riferimento al ricevimento degli atti notarili, e con specifico riguardo alle indagine relativa alle individuazione delle volontà delle parti, dalla fase delle attività preparatorie a quella delle attività successive al compimento degli atti, senza possibilità di delegare integralmente ai suoi collaboratori dette attività, e senza alcuna distinzione tra atti "routinari" e atti "non routinari". Conseguentemente, in sede di rinvio, occorrerà procedere a un nuovo esame della controversia onde accertare le effettive modalità con le quali il notaio ... ha svolto le sue funzioni professionali, con specifico riferimento agli atti cosiddetti "routinario seriali"».
Nel dispositivo, in merito all'assegnazione da parte del notaio delle attività preparatorie ai collaboratori, vengono citate le sentenze della Corte di cassazione 18.03.2008 n. 7274, 30.11.2006 n. 25487 e e 31.07.2012 n. 13617
(articolo Il Sole 24 Ore del 05.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).
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I doveri del notaio di audizione delle parti, di informazione delle stesse, di imparzialità ed equidistanza tra di esse vanno adempiuti dal professionista sia prima che dopo la stesura dell’atto da leggere alle parti, con la conseguenza che deve escludersi che il notaio possa sistematicamente delegare le suddette attività preparatorie ai propri collaboratori, senza incorrere in responsabilità disciplinare, e che in tema di responsabilità disciplinari a carico di notai costituisce illecito deontologico il comportamento del professionista il quale proceda al mero accertamento della volontà delle parti ed alla direzione nella compilazione dell’atto, ma ometta di interessarsi delle attività preparatorie e successive necessarie ad assicurare la serietà e la certezza degli effetti tipici dell’atto e del risultato pratico perseguito, trattandosi di violazione prevista dall’art. 138 della L.N. come sostituito dall’art. 22 del D.LGS. 01.08.2006 n. 249.
Pertanto deve ribadirsi che il notaio è tenuto a svolgere personalmente tutte le funzioni ad esso attribuite dall’ordinamento in riferimento al ricevimento degli atti notarili e con specifico riguardo alle indagine relativa alle individuazione delle volontà delle parti, dalla fase delle attività preparatorie a quella delle attività successive al compimento degli atti, senza possibilità di delegare integralmente ai suoi collaboratori dette attività, e senza alcuna distinzione tra atti “routinari” ed atti non “routinari”; conseguentemente in sede di rinvio occorrerà procedere ad un nuovo esame della controversia in conformità dell’enunciato principio di diritto onde accertare le effettive modalità con le quali il notaio V. ha svolto le sue funzioni professionali con specifico riferimento agli atti cosiddetti “routinari” o seriali.

APPALTI: Gare, certificazione dei requisiti da parte dell'impresa ausiliaria senza "clausole di stile".
I contratti di avvalimento devono riportare in maniera dettagliata quali sono i compiti che l’impresa ausiliaria deve svolgere; in sostanza il contratto deve essere veritiero in ogni sua parte e non deve essere uno strumento generico che si limiti a “prestare” la certificazione posseduta all’appaltatore solo per partecipare alla gara.
L'avvalimento ''pratico'': l'importanza della sentenza del TAR Lombardia.
Il TAR Lombardia-MIlano, Sez. III, con la sentenza 04.04.2014 n. 898, conferma un orientamento giurisprudenziale consolidato: l’avvalimento deve essere reale e non formale, non deve essere in sostanza uno strumento che si limiti a prestare la certificazione posseduta , assumendo impegni molto generici.
Prima di procedere all’analisi della sentenza del TAR lombardo va evidenziato che tra gli strumenti di derivazione comunitaria ha fatto il suo debutto nel Codice degli Appalti contenuto nel D.Lgs. 163/2006, il principio dell’avvalimento.
Con tale istituto è riconosciuto a qualsiasi operatore economico, che intende partecipare ad una gara d’appalto, di comprovare il possesso dei requisiti economici, finanziari e tecnici, facendo riferimento alla capacità di altri soggetti.
In pratica, si tratta di un vero e proprio prestito, di un’azienda a favore di un’altra che intende partecipare ad una gara, dei requisiti economici necessari.
Specifica l’articolo 49, del Codice dei Contratti Pubblici che “Il concorrente, singolo o consorziato (…) in relazione ad una specifica gara di lavori, servizi, forniture può soddisfare la richiesta relativa al possesso dei requisiti di carattere economico, finanziario, tecnico, organizzativo, ovvero di attestazione della certificazione SOA avvalendosi dei requisiti di un altro soggetto o dell’attestazione SOA di altro soggetto”.
Sull’argomento va evidenziato che anche l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici ha diramato la determina n. 2 del 01.08.2012 , pubblicata sulla G.U. n. 185 del 09.08.2012, avente ad oggetto “L’avvalimento nelle procedure di gara” dove ha fornito importanti chiarimenti dopo alcune modifiche legislative sia all’articolo 49 del Codice dei Contratti Pubblici, che detta i criteri dell’istituto dell’avvalimento , sia dopo importanti sentenze giurisprudenziali sull’argomento che hanno creato qualche problema applicativo per i soggetti interessati.
Il caso
La società ricorrente , nel caso in esame si trattava di una cooperativa, in qualità di seconda classificata, ha impugnanto l’aggiudicazione con la quale la stazione appaltante ha aggiudicato ad una SRL il servizio di elaborazione grafica, stampa e spedizione delle fatture; uno dei motivi, certamente il principale, dell’impugnazione riguarda l’inammissibilità del contratto di avvalimento presentato dalla ditta aggiudicataria.
L’analisi del TAR: le ragioni della società ricorrente I giudici di prime cure ritengono il ricorso della cooperativa fondato.
Le dichiarazioni di avvalimento presentate dalla SRL si limitano ad affermare che l’impresa ausiliaria si obbliga a fornire all’impresa concorrente i requisiti come richiesti dalla stazione appaltante per l’esecuzione del contratto.
Tuttavia, continuano i giudici del TAR nell’analisi, ai sensi dell’art. 88, del DPR n. 207 del 2010 ( Regolamento di esecuzione ed attuazione del decreto legislativo 12.04.2006, n. 163, recante «Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE») per la qualificazione in gara, il contratto di cui all'articolo 49, comma 2, lettera f), del citato Codice deve riportare in modo compiuto, esplicito ed esauriente:
- a) l’oggetto: le risorse e i mezzi prestati in modo determinato e specifico;
- b) la durata;
- c) ogni altro utile elemento ai fini dell'avvalimento.
I giudici di prime cure chiariscono che l'art. 88 del Regolamento svolge una funzione integrativa rispetto a quanto prescritto dall'art. 49 del Codice dei Contratti Pubblici e si applica a tutti i contratti soggetti alla disciplina del Codice stesso.
Le imprese devono prestare maggiore attenzione al contratto di avvalimento Il TAR evidenzia che la norma che regolamenta l’istituto dell’avvalimento svolge la funzione di distinguere l’avvalimento fittizio da quello reale, in quanto la dichiarazione generica è sintomo dell’inesistenza di un impegno effettivo a mettere a disposizione i requisiti necessari per lo svolgimento del servizio; le imprese sono, pertanto, chiamate a prestare la massima attenzione quando presentano domande di partecipazione a gare, utilizzando contratti di avvalimento.
La giurisprudenza amministrativa ha, infatti, chiarito che “l'avvalimento, così come configurato dalla legge, deve essere reale e non formale, nel senso che non può considerarsi sufficiente 'prestare' la certificazione posseduta assumendo impegni assolutamente generici, giacché in questo modo verrebbe meno la stessa essenza dell'istituto, finalizzato non già ad arricchire la capacità tecnica ed economica del concorrente, bensì a consentire a soggetti che ne siano sprovvisti di concorrere alla gara ricorrendo ai requisiti di altri soggetti , garantendo l'affidabilità dei lavori, dei servizi o delle forniture appaltati”.
La conseguenza di tale orientamento giurisprudenziale consolidato è che i contratti di avvalimento “generici” presentati in sede di gara, che si limitino a ripetere la dizione generica contenuta nell’art. 49 del Codice dei Contratti Pubblici, sono inidonei a svolgere la loro funzione mancando del tutto l'autentica messa a disposizione di risorse, mezzi o di altro elemento necessario.
Le conclusioni
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia accoglie il ricorso della cooperativa ; condanna, inoltre, la stazione appaltante al pagamento delle spese processuali alla ricorrente che liquida in euro 3.000,00 oltre IVA e CPA come per legge (commento tratto da www.ipsoa.it - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Non è illegittima l’ammissione alla gara del raggruppamento aggiudicatario, la cui mandante –ad avviso della ricorrente– difetterebbe del requisito della «capacità tecnica» di cui all’art. 4, punto 6), del bando (“…avere gestito per un periodo continuativo della durata minima di dodici mesi, almeno un impianto sportivo, pubblico o privato, analogo a quello per la cui gestione si chiede di concorrere …”), per avere essa sì dichiarato di volere beneficiare dell’«avvalimento» –indicando quale ausiliaria la capogruppo dell’a.t.i.– ma senza al contempo rispettare le inderogabili formalità di cui all’art. 49 del Codice dei contratti pubblici, tanto più che il bando prevedeva espressamente che ciascuna associata dovesse essere in possesso dei requisiti prescritti.
In realtà –osserva il Collegio– va precisato che:
a) l’istituto dell’«avvalimento» è stato introdotto nel nostro ordinamento in attuazione della disciplina comunitaria (l’art. 47, comma 2, della direttiva n. 2004/18/CE del 31.03.2004 prevede che “un operatore economico può, se del caso e per un determinato appalto, fare affidamento sulle capacità di altri soggetti, a prescindere dalla natura giuridica dei suoi legami con questi ultimi. In tal caso deve dimostrare alla amministrazione aggiudicatrice che disporrà dei mezzi necessari, ad esempio mediante presentazione dell’impegno a tal fine di questi soggetti”) ed è preordinato a favorire la più ampia partecipazione alle gare, consentendo agli operatori che ne siano privi di concorrere grazie all’impiego dei requisiti di terzi, previa dimostrazione dell’effettiva disponibilità di mezzi e risorse altrui;
b) l’«avvalimento», in quanto istituto di carattere generale, è da ritenere operativo anche nelle concessioni di servizi e anche se il bando di gara non ne preveda espressamente l’utilizzo;
c) esso è altresì ammesso nell’àmbito delle associazioni temporanee di imprese, sia nella forma del c.d. avvalimento interno sia nella forma del c.d. avvalimento esterno;
d) quando l’impresa ausiliaria è una componente della medesima a.t.i., gli atti richiesti dall’art. 49 del Codice dei contratti pubblici, per riguardare profili e condizioni che sono già patrimonio della gara e per innestarsi in un’aggregazione di soggetti che sommano le loro competenze tecnico-operative per un fine comune, si riducono all’impegno della ditta avvalsa –nei confronti della stazione appaltante e della ditta avvalente– a mettere a disposizione i mezzi e le risorse di cui quest’ultima è carente, così che l’Amministrazione può valutare se mediante l’avvalimento il concorrente sia in condizione davvero equivalente a quella di un concorrente autosufficiente nel possesso dei requisiti di partecipazione alla gara.
Ne consegue che, a fronte delle formali e coincidenti dichiarazioni, con valore di vero e proprio impegno giuridico perché provenienti dai legali rappresentanti, rese in sede di gara dall’ausiliaria (con funzione di capogruppo dell’a.t.i.) e dall’ausiliata (con funzione di mandante dell’a.t.i.), risultano essenzialmente assolte le formalità richieste per l’avvalimento, ed in particolare emerge come la mandataria abbia assunto l’obbligo di fornire alla mandante i mezzi e le risorse di cui questa è carente sotto il profilo della «capacità tecnica» e che si sia in tal senso obbligata anche nei confronti dell’Amministrazione; né, per quanto detto, osta a tutto ciò il silenzio del bando o la prevista necessità che ciascun componente del raggruppamento avesse il possesso dei requisiti di ammissione alla gara, stante la diretta operatività dell’istituto dell’«avvalimento».

Il ricorso è infondato.
Non si presenta illegittima l’ammissione alla gara del raggruppamento aggiudicatario, la cui mandante –ad avviso della ricorrente– difetterebbe del requisito della «capacità tecnica» di cui all’art. 4, punto 6), del bando (“…avere gestito per un periodo continuativo della durata minima di dodici mesi, almeno un impianto sportivo, pubblico o privato, analogo a quello per la cui gestione si chiede di concorrere …”), per avere essa sì dichiarato di volere beneficiare dell’«avvalimento» –indicando quale ausiliaria la capogruppo dell’a.t.i.– ma senza al contempo rispettare le inderogabili formalità di cui all’art. 49 del Codice dei contratti pubblici, tanto più che il bando prevedeva espressamente che ciascuna associata dovesse essere in possesso dei requisiti prescritti.
In realtà –osserva il Collegio– va precisato che:
a) l’istituto dell’«avvalimento» è stato introdotto nel nostro ordinamento in attuazione della disciplina comunitaria (l’art. 47, comma 2, della direttiva n. 2004/18/CE del 31.03.2004 prevede che “un operatore economico può, se del caso e per un determinato appalto, fare affidamento sulle capacità di altri soggetti, a prescindere dalla natura giuridica dei suoi legami con questi ultimi. In tal caso deve dimostrare alla amministrazione aggiudicatrice che disporrà dei mezzi necessari, ad esempio mediante presentazione dell’impegno a tal fine di questi soggetti”) ed è preordinato a favorire la più ampia partecipazione alle gare, consentendo agli operatori che ne siano privi di concorrere grazie all’impiego dei requisiti di terzi, previa dimostrazione dell’effettiva disponibilità di mezzi e risorse altrui;
b) l’«avvalimento», in quanto istituto di carattere generale, è da ritenere operativo anche nelle concessioni di servizi e anche se il bando di gara non ne preveda espressamente l’utilizzo (v. TAR Lazio, Sez. II, 08.06.2012 n. 5221);
c) esso è altresì ammesso nell’àmbito delle associazioni temporanee di imprese, sia nella forma del c.d. avvalimento interno sia nella forma del c.d. avvalimento esterno (v. Cons. Stato, Sez. VI, 29.12.2010 n. 9577);
d) quando l’impresa ausiliaria è una componente della medesima a.t.i., gli atti richiesti dall’art. 49 del Codice dei contratti pubblici, per riguardare profili e condizioni che sono già patrimonio della gara e per innestarsi in un’aggregazione di soggetti che sommano le loro competenze tecnico-operative per un fine comune, si riducono all’impegno della ditta avvalsa –nei confronti della stazione appaltante e della ditta avvalente– a mettere a disposizione i mezzi e le risorse di cui quest’ultima è carente, così che l’Amministrazione può valutare se mediante l’avvalimento il concorrente sia in condizione davvero equivalente a quella di un concorrente autosufficiente nel possesso dei requisiti di partecipazione alla gara.
Ne consegue che, a fronte delle formali e coincidenti dichiarazioni, con valore di vero e proprio impegno giuridico perché provenienti dai legali rappresentanti, rese in sede di gara dall’ausiliaria (con funzione di capogruppo dell’a.t.i.) e dall’ausiliata (con funzione di mandante dell’a.t.i.), risultano essenzialmente assolte le formalità richieste per l’avvalimento, ed in particolare emerge come la mandataria abbia assunto l’obbligo di fornire alla mandante i mezzi e le risorse di cui questa è carente sotto il profilo della «capacità tecnica» e che si sia in tal senso obbligata anche nei confronti dell’Amministrazione; né, per quanto detto, osta a tutto ciò il silenzio del bando o la prevista necessità che ciascun componente del raggruppamento avesse il possesso dei requisiti di ammissione alla gara, stante la diretta operatività dell’istituto dell’«avvalimento»
(TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. I, sentenza 04.04.2014 n. 377 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI SERVIZI: Alle concessioni di servizi non si estende la disciplina sull’anomalia delle offerte negli appalti pubblici e, in assenza di diverse previsioni della lex specialis della gara, rientra nella discrezionalità della stazione appaltante procedere all’approfondimento di proposte negoziali che, per la loro palese abnormità, dovessero dar luogo a giustificati sospetti di incongruità.
E’ priva di fondamento, infine, la doglianza imperniata sull’incongruità dell’offerta del raggruppamento aggiudicatario perché –a dire della ricorrente– rivelatrice di una gestione in significativa perdita e perciò causa di una probabile interruzione del servizio prima della scadenza naturale del rapporto concessorio.
Premesso che alle concessioni di servizi non si estende la disciplina sull’anomalia delle offerte negli appalti pubblici (v., tra le altre, TAR Toscana, Sez. I, 19.03.2013 n. 425) e che, in assenza di diverse previsioni della lex specialis della gara, rientra nella discrezionalità della stazione appaltante procedere all’approfondimento di proposte negoziali che, per la loro palese abnormità, dovessero dar luogo a giustificati sospetti di incongruità, il Collegio ritiene che la scelta nella circostanza operata dall’ente non si manifesti erronea né irragionevole.
Ed invero la precisazione contenuta nell’offerta tecnico-qualitativa del raggruppamento aggiudicatario (“…Tra gli allegati alla presente relazione è contenuto un business plan. Si segnala che, onde evitare di rendere nota la nostra offerta economica prima dell’apertura della relativa busta, il budget riporta il valore totale, privo di qualunque ribasso. Ad offerta economica nota il business plan, con l’inserimento della stessa, assumerà comunque valori congrui e da noi sostenibili, considerato che nella valutazione complessiva si considerano sì gli oneri di gestione, ma anche l’importanza di poter sviluppare l’attività delle associazioni dell’ATI …”) reca elementi che rendono astrattamente verosimile la sostenibilità dell’impegno finanziario grazie alle molteplici modalità di impiego dell’impianto e al ritorno economico che ciò consente, in esito quindi ad una valutazione dei presupposti del provvedere che, stante l’ampio margine di autonomo apprezzamento riservato all’ente concedente, non si presenta palesemente illogica o travisata, a fronte della tipologia di attività di che trattasi e delle effettive possibilità di utilizzo della struttura sportiva; il che, del resto, trova anche conforto nell’inesistenza di oneri fiscali produttivi di aggravi e nella ripartizione dei costi del personale tra le altre attività dell’aggiudicataria, così oltretutto riducendosi le voci negative addotte dalla ricorrente per denunciare l’intollerabilità delle spese che graverebbero sul concessionario della gestione dell’impianto comunale
(TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. I, sentenza 04.04.2014 n. 377 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' illegittima l'inibizione ovvero l'ordinanza di demolizione di opere volte alla sostituzione -tal quale- di una recinzione esistente da tempo ancorché a distanza inferiore a mt. 3 dal confine stradale.
L’articolo 26 del d.p.r. 16.12.1992, n. 495, che costituisce il regolamento di attuazione del codice della strada, posto dall’amministrazione alla base dei provvedimenti impugnati, pur prevedendo il necessario rispetto di una distanza non inferiore a m. 3 dal confine stradale per le recinzioni di altezza superiore a m. 1 dal terreno, precisa, al comma nono, che tali prescrizioni non si applicano alle opere preesistenti.
Nel caso in esame è incontestato che la recinzione è risalente nel tempo e che l’intervento in parola non è diretto a costruirne una nuova, con caratteristiche diverse rispetto a quella preesistente, bensì ad effettuare una manutenzione mediante la sostituzione della rete e dei pali in legno mantenendone, tuttavia, tutte le caratteristiche sia per quanto riguarda la tipologia (pali distanziati tra loro e rete metallica plastificata di maglie flessibili, senza modifica del passo carrabile) sia per quanto riguarda la collocazione.
Conseguentemente non possono trovare applicazione i commi settimo ed ottavo del citato articolo 26, bensì il comma nono, in quanto la recinzione è preesistente e sono state semplicemente sostituiti i pali e la rete metallica evidentemente usurati dal tempo.
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Non può ritenersi insito un pericolo nella esistenza di una recinzione, senza il rispetto dei m. 3 dal confine stradale, in quanto il legislatore ha proprio ritenuto di salvaguardarle, se preesistenti rispetto all’entrata in vigore del regolamento di attuazione del codice della strada.

... per l'annullamento:
● quanto al ricorso introduttivo:
   - del provvedimento del comune di Cesena del 26/3/2012 PGN 19155 di annullamento della pratica 528/SCIA/2011 avente per oggetto una recinzione;
● quanto ai primi motivi aggiunti:
   - del provvedimento del comune di Cesena prot. 0089417/72/EA/NC del 17.12.2012 di demolizione;
● quanto ai secondi motivi aggiunti:
   - del provvedimento del comune di Cesena del 30/12/2013, P.G. 99793 di rettifica ed annullamento parziale della pratica 528/SCIA/2011 avente per oggetto una recinzione;
   - del provvedimento del comune di Cesena del 30/12/2013, P.G. 99794 di rettifica dell’ingiunzione di demolizione prot. 0089417/72/EA/NC del 17.12.2012
...
In linea di fatto va osservato che la recinzione, oggetto del presente giudizio, è costituita da pali in legno e da una rete metallica posti in essere in sostituzione di una pre-esistente recinzione del tutto analoga e risalente nel tempo e collocata nella medesima posizione.
3. Ciò premesso il ricorso è fondato.
L’articolo 26 del d.p.r. 16.12.1992, n. 495, che costituisce il regolamento di attuazione del codice della strada, posto dall’amministrazione alla base dei provvedimenti impugnati, pur prevedendo il necessario rispetto di una distanza non inferiore a m. 3 dal confine stradale per le recinzioni di altezza superiore a m. 1 dal terreno, precisa, al comma nono, che tali prescrizioni non si applicano alle opere preesistenti.
Nel caso in esame è incontestato che la recinzione è risalente nel tempo e che l’intervento in parola non è diretto a costruirne una nuova, con caratteristiche diverse rispetto a quella preesistente, bensì ad effettuare una manutenzione mediante la sostituzione della rete e dei pali in legno mantenendone, tuttavia, tutte le caratteristiche sia per quanto riguarda la tipologia (pali distanziati tra loro e rete metallica plastificata di maglie flessibili, senza modifica del passo carrabile) sia per quanto riguarda la collocazione.
Conseguentemente non possono trovare applicazione i commi settimo ed ottavo del citato articolo 26, bensì il comma nono, in quanto la recinzione è preesistente e sono state semplicemente sostituiti i pali e la rete metallica evidentemente usurati dal tempo.
4. Né risultano indicate nel provvedimento impugnato concrete ragioni di pericolo tali da giustificare l’annullamento in autotutela del titolo edilizio (SCIA) già perfezionato.
4.1. Non può, infatti, ritenersi insito un pericolo nella esistenza di una recinzione, senza il rispetto dei m. 3 dal confine stradale, in quanto il legislatore ha proprio ritenuto di salvaguardarle, se preesistenti rispetto all’entrata in vigore del regolamento di attuazione del codice della strada.
4.2. Era, pertanto, necessario motivare con riferimento a circostanze specifiche e concrete per giustificare l’affermazione dell’esistenza di un pericolo per la pubblica incolumità tali da non consentire l’applicazione dell’articolo 26 del codice della strada che, invece, come sopra precisato, ha inteso salvaguardare le recinzioni preesistenti alla sua entrata in vigore.
5. Per tali ragioni il ricorso va accolto e, per l’effetto, vanno annullati tutti gli atti impugnati con il ricorso introduttivo e con i motivi aggiunti di ricorso (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. I, sentenza 04.04.2014 n. 372 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAGrava sull'amministrazione l'obbligo di effettuare una sia pur non approfondita istruttoria per verificare la sussistenza di tutte le condizioni che realizzano un qualificato collegamento soggettivo tra chi propone l'istanza e il bene oggetto dell'autorizzazione.
In sostanza, essendo possibile che un determinato intervento edilizio, pur se astrattamente conforme alle norme urbanistico-edilizie, si ponga in contrasto con diritti reali o con altre facoltà di terzi, l’Amministrazione in sede di rilascio del titolo autorizzatorio edilizio, è tenuta a verificare l'esistenza, in capo al richiedente, di un idoneo titolo di godimento sull'area in questione.
Attività istruttoria rivolta non già a risolvere i conflitti tra le parti private in ordine all'assetto dominicale dell'area stessa, bensì ad accertare il requisito della legittimazione soggettiva del richiedente, sia per la notevole incidenza della concessione edilizia sugli interessi pubblici e privati coinvolti, sia per evitare il grave contenzioso che deriverebbe dall'incauto rilascio di quest'ultima a soggetti non idoneamente legittimati.

L'art. 27 del D.P.R. 380/2001 demanda al dirigente o al responsabile del competente ufficio comunale la vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia nel territorio comunale per assicurarne la rispondenza alle norme di legge e ed ai titoli abilitativi.
E, come si è ripetutamente affermato in giurisprudenza “grava sull'amministrazione l'obbligo di effettuare una sia pur non approfondita istruttoria per verificare la sussistenza di tutte le condizioni che realizzano un qualificato collegamento soggettivo tra chi propone l'istanza e il bene oggetto dell'autorizzazione. In sostanza, essendo possibile che un determinato intervento edilizio, pur se astrattamente conforme alle norme urbanistico-edilizie, si ponga in contrasto con diritti reali o con altre facoltà di terzi, l’Amministrazione in sede di rilascio del titolo autorizzatorio edilizio, è tenuta a verificare l'esistenza, in capo al richiedente, di un idoneo titolo di godimento sull'area in questione”. Attività istruttoria rivolta non già a risolvere i conflitti tra le parti private in ordine all'assetto dominicale dell'area stessa, bensì ad accertare il requisito della legittimazione soggettiva del richiedente, sia per la notevole incidenza della concessione edilizia sugli interessi pubblici e privati coinvolti, sia per evitare il grave contenzioso che deriverebbe dall'incauto rilascio di quest'ultima a soggetti non idoneamente legittimati.
In applicazione di questi principi, deve rilevarsi che il Comune di fronte ad un atto notarile che afferma la proprietà non ha l'onere di verificare se l'area oggetto d'intervento sia gravata da altri vincoli (nella specie: demaniali), anche al fine di non aggravare oltremodo il procedimento autorizzativo (TAR Basilicata, sentenza 03.04.2014 n. 236 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Sulla possibilità per il legale rappresentante di una società di rendere una dichiarazione sostitutiva relativa a fatti e circostanze riconducibili ad altri soggetti.
La previsione secondo cui è consentito al legale rappresentante di rendere una dichiarazione sostitutiva relativa a fatti e circostanze riconducibili ad altri soggetti rinviene un puntuale conforto normativo nell'ambito della previsione di cui al c. 2 dell'art. 47 del d.P.R. 28.12.2000, n. 446, secondo cui la dichiarazione, resa nell'interesse proprio del dichiarante può riguardare anche stati, qualità personali e fatti relativi ad altri soggetti di cui egli abbia diretta conoscenza. Pertanto, nel caso di specie, il legale rappresentante della società, poteva rendere, alla luce della norma richiamata, la dichiarazione relativa agli altri tre soggetti muniti di rappresentanza.
I concorrenti che omettano la dichiarazione di cui all'art. 38, c. 1, lett. c), d.lgs. 12.04.2006, n. 163, relativamente agli amministratori delle società partecipanti al procedimento di fusione o incorporazione, possono essere esclusi dalla gare solo se il bando espliciti tale onere di dichiarazione e la conseguente causa di esclusione; in caso contrario, l'esclusione può essere disposta solo ove vi sia la prova che gli amministratori per i quali è stata omessa la dichiarazione hanno pregiudizi penali (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 01.04.2014 n. 1563 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

EDILIZIA PRIVATALa finalità del certificato di agibilità è quella di attestare la sussistenza delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico degli edifici e degli impianti negli stessi installati, consentendo la concreta utilizzabilità del bene immobile in condizione di sicurezza da parte dell’uomo.
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Il trascorrere del termine di cui all'art. 25, T.U. Edilizia, in presenza di una domanda completa della documentazione prevista dalla medesima norma e in assenza, di contro, di una richiesta istruttoria formulata dall'Amministrazione nell'ambito della prescritta modalità procedimentale, fa sì che si sia maturato il silenzio-assenso.
Ne discende che in tali casi l'Amministrazione mantiene certamente la facoltà di provvedere favorevolmente con un provvedimento espresso che sia di maggior tutela per il privato; laddove ove ritenga di dover procedere negativamente, non può che provvedere secondo i principi dell'esercizio dell'autotutela, posti a garanzia dei principi di certezza dell'ordinamento e del buon andamento della amministrazione.
In altri termini, l’Autorità comunale non può validamente denegare il rilascio in epoca posteriore alla formazione del silenzio-assenso, se non avviando un procedimento di secondo grado volto a revocare il provvedimento formatosi per silentium.

Il ricorso è fondato.
Osserva anzitutto il Collegio che la finalità del certificato di agibilità è quella di attestare la sussistenza delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico degli edifici e degli impianti negli stessi installati, consentendo la concreta utilizzabilità del bene immobile in condizione di sicurezza da parte dell’uomo.
Va poi detto che nel caso in esame non è in discussione il rilascio della licenza per sala giuochi –avvenuto sin dal marzo 2007– ma piuttosto la possibilità per il ricorrente di svolgere l’attività in difetto –come ritenuto dal comune- del certificato di agibilità.
Sotto quest’ultimo profilo va peraltro rilevato che il ricorrente, in data 02.01.2007, aveva presentato completa domanda -acquisita al protocollo comunale in data 02.01.2007, n. 74- per il rilascio del certificato di agibilità, senza tuttavia ottenere alcun riscontro da parte dell’autorità comunale.
Anzi, va rimarcato che a seguito del decorso del termine di cui al comma 3 dell’art. 25 del TU Edilizia, il comune aveva autorizzato l’affittuaria all’esercizio della sala giuochi, ritenendo sia pur per implicito maturatosi il silenzio-assenso.
A tal proposito la giurisprudenza ha avuto modo di precisare che “il trascorrere del termine di cui all'art. 25, T.U. Edilizia, in presenza di una domanda completa della documentazione prevista dalla medesima norma e in assenza, di contro, di una richiesta istruttoria formulata dall'Amministrazione nell'ambito della prescritta modalità procedimentale, fa sì che si sia maturato il silenzio-assenso” (TAR Lazio, sez. II, 03/07/2013, n. 6580).
Ne discende che in tali casi l'Amministrazione mantiene certamente la facoltà di provvedere favorevolmente con un provvedimento espresso che sia di maggior tutela per il privato; laddove ove ritenga di dover procedere negativamente, non può che provvedere secondo i principi dell'esercizio dell'autotutela, posti a garanzia dei principi di certezza dell'ordinamento e del buon andamento della amministrazione.
In altri termini l’Autorità comunale non avrebbe potuto validamente denegare il rilascio in epoca posteriore alla formazione del silenzio-assenso, se non avviando –cosa che non ha fatto- un procedimento di secondo grado volto a revocare il provvedimento formatosi per silentium (TAR Lazio-Latina, sentenza 01.04.2014 n. 274 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVIIn ambito amministrativo per ordinanze si intendono tutti quegli atti che creano obblighi o divieti ed in sostanza impongono ordini.
Segnatamente, le ordinanze di necessità ed urgenza sono statuizioni straordinarie adottate nei casi espressamente previsti dalla legge, espressione di un potere amministrativo “extra ordinem”, al fine di fronteggiare situazioni di urgente necessità (in materia di ordine e sicurezza pubblica nonché di sanità ed igiene pubblica), là dove, all'uopo si rivelino inutili gli strumenti ordinari posti a disposizione dal legislatore.
In ordine ai limiti, entro i quali può essere esercitato il potere in questione, la recente giurisprudenza amministrativa ha, in più occasioni, rimarcato che la possibilità concessa all’amministrazione di adottare provvedimenti, in deroga alla disciplina di legge, impone il rigido rispetto di alcuni adempimenti a garanzia dell’operato della stessa pubblica amministrazione. Tra questi l’obbligo di munire i provvedimenti in questione di una motivazione adeguata: …”in grado di far comprendere le ragioni del provvedimento e di adottare il provvedimento all’esito di una istruttoria congrua”.
Ne consegue che il ricorso al potere extra ordinem può essere esercitato dall’amministrazione previa adeguata istruttoria e con l’espressa indicazione delle ragioni di necessità ed urgenza che lo giustificano.

... per l'annullamento dell'ordinanza n. 266/X/A del 03.12.2007 a mezzo della quale il responsabile del servizio ambiente, protezione civile e viabilità del Comune di Terracina ordinava al ricorrente la eliminazione di ogni causa di pericolo per la salute pubblica derivante dal "barbecue" posto all'area gratinata di pertinenza dell'immobile di proprietà.
...
Il ricorso è fondato e meritevole di accoglimento.
Anzitutto, come esposto nei motivi del ricorso, il provvedimento è viziato da eccesso di potere per sviamento, nonché da difetto di motivazione.
Osserva, preliminarmente, il Collegio che in ambito amministrativo per ordinanze si intendono tutti quegli atti che creano obblighi o divieti ed in sostanza impongono ordini. Segnatamente, le ordinanze di necessità ed urgenza sono statuizioni straordinarie adottate nei casi espressamente previsti dalla legge, espressione di un potere amministrativo “extra ordinem”, al fine di fronteggiare situazioni di urgente necessità (in materia di ordine e sicurezza pubblica nonché di sanità ed igiene pubblica), là dove, all'uopo si rivelino inutili gli strumenti ordinari posti a disposizione dal legislatore.
In ordine ai limiti, entro i quali può essere esercitato il potere in questione, la recente giurisprudenza amministrativa ha, in più occasioni, rimarcato che la possibilità concessa all’amministrazione di adottare provvedimenti, in deroga alla disciplina di legge, impone il rigido rispetto di alcuni adempimenti a garanzia dell’operato della stessa pubblica amministrazione. Tra questi l’obbligo di munire i provvedimenti in questione di una motivazione adeguata: …”in grado di far comprendere le ragioni del provvedimento e di adottare il provvedimento all’esito di una istruttoria congrua” (cfr. Tar Lazio, sez. III-quater, 15.09.2006, n. 8614).
Ne consegue che il ricorso al potere extra ordinem può essere esercitato dall’amministrazione previa adeguata istruttoria e con l’espressa indicazione delle ragioni di necessità ed urgenza che lo giustificano.
Nella specie, in ragione della documentazione prodotta in atti, sembra inequivocabilmente evincersi come il provvedimento qui impugnato, pur rivestendo formalmente le sembianze di una ordinanza contingibile ed urgente al fine di salvaguardare la salute dei cittadini, non è accompagnato dai requisiti necessari che caratterizzano indefettibilmente tali atti eccezionali, assumendo viceversa le caratteristiche di un ordinario provvedimento assunto all’esito di una situazione che non rivestiva ragionevolmente i caratteri eccezionali ed imprevedibili.
Nel caso di specie, in disparte la questione sulla competenza del Comune di Terracina ad adottare atti di pertinenza dell’autorità sanitaria, l’ordinanza impugnata non appare congruamente motivata là dove pone in correlazione l’utilizzo del barbecue e l’allegato pericolo per l’igiene pubblica.
Per le svolte considerazioni, l’ordinanza impugnata merita di essere annullata (TAR Lazio-Latina, sentenza 01.04.2014 n. 272 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’adozione del provvedimento di annullamento d’ufficio presuppone, unitamente al riscontro dell’originaria illegittimità dell’atto, la valutazione della rispondenza della sua rimozione a un interesse pubblico non solo attuale e concreto, ma anche prevalente rispetto ad altri interessi militanti in favore della sua conservazione, e, tra questi, in particolare, rispetto all’interesse del privato che ha riposto affidamento nella legittimità e stabilità dell’atto medesimo, tanto più quando un simile affidamento si sia consolidato per effetto del decorso di un rilevante arco temporale.
Di qui la necessità che l’amministrazione espliciti in sede motivazionale la compiuta valutazione comparativa tra interessi confliggenti; impegno motivazionale tanto più intenso, quanto maggiore sia l’arco temporale trascorso dall’adozione dell’atto da annullare e solido appaia, pertanto, l’affidamento ingenerato nel privato.
Invero, il provvedimento di annullamento di ufficio di un permesso di costruire, quale atto discrezionale, deve essere adeguatamente motivato in ordine all’esistenza dell’interesse pubblico, specifico e concreto, che giustifica il ricorso all’autotutela anche in ordine alla prevalenza del predetto interesse pubblico su quello antagonista del privato.
Anche nell’ipotesi di annullamento di un permesso di costruire va, cioè, riconosciuta piena operatività ai principi generali che condizionano il legittimo esercizio del potere di autotutela. Potere che è espressione della discrezionalità dell’amministrazione e che, nell’adozione di un provvedimento espresso, postula la valutazione di elementi ulteriori rispetto al mero ripristino della legalità violata. In omaggio all’orientamento tradizionale che trova il suo fondamento nei valori di rango costituzionale di buon andamento e di imparzialità dell’azione amministrativa, è, infatti, doveroso rimettere la verifica di legittimità dell’atto di autotutela ad un apprezzamento concreto, condotto sulla base dell’effettiva e specifica situazione creatasi a seguito del rilascio dell’atto autorizzativo.
Siffatto approdo giurisprudenziale rinviene un espresso aggancio normativo nell’art. 21-nonies, comma 1, della l. n. 241/1990, in base al quale “il provvedimento amministrativo illegittimo ai sensi dell'articolo 21-octies può essere annullato d'ufficio, sussistendone le ragioni di interesse pubblico, entro un termine ragionevole e tenendo conto degli interessi dei destinatari e dei controinteressati, dall'organo che lo ha emanato, ovvero da altro organo previsto dalla legge”.
Si conferma, quindi, la natura tipicamente discrezionale dell'atto di ritiro, il quale deve essere espressione di una congrua valutazione comparativa degli interessi in conflitto, da effettuare entro un lasso di tempo ragionevole e da riportare nel corredo motivazionale.

Del pari fondato è il profilo di censura a tenore del quale il Comune di Santa Maria Capua Vetere non avrebbe fornito un’adeguata motivazione circa la prevalenza dell’interesse pubblico al ritiro dell’emesso titolo abilitativo edilizio rispetto all’affidamento privato nella sua conservazione, consolidatosi nell’arco temporale trascorso tra il suo rilascio e la sua rimozione in autotutela.
In proposito, occorre premettere che l’adozione del provvedimento di annullamento d’ufficio presuppone, unitamente al riscontro dell’originaria illegittimità dell’atto, la valutazione della rispondenza della sua rimozione a un interesse pubblico non solo attuale e concreto, ma anche prevalente rispetto ad altri interessi militanti in favore della sua conservazione, e, tra questi, in particolare, rispetto all’interesse del privato che ha riposto affidamento nella legittimità e stabilità dell’atto medesimo, tanto più quando un simile affidamento si sia consolidato per effetto del decorso di un rilevante arco temporale. Di qui la necessità che l’amministrazione espliciti in sede motivazionale la compiuta valutazione comparativa tra interessi confliggenti; impegno motivazionale tanto più intenso, quanto maggiore sia l’arco temporale trascorso dall’adozione dell’atto da annullare e solido appaia, pertanto, l’affidamento ingenerato nel privato.
Venendo, dunque, alla fattispecie in esame, secondo un costante orientamento giurisprudenziale (Cons. Stato, sez. V, 12.11.2003, n. 7218; sez. IV, 31.10.2006, n. 6465; TAR Campania, Napoli, sez. VII, 22.06.2007, n. 6238; sez. III, 11.09.2007, n. 7483; sez. VIII, 30.07.2008, n. 9586; 01.10.2008, n. 12321; 07.12.2009, n. 8597; TAR Sicilia, Palermo, sez. III, 19.01.2007, n. 170; sez. II, 08.06.2007, n. 1652; TAR Liguria, sez. I, 11.12.2007, n. 2050; TAR Basilicata, sez. I, 19.01.2008, n. 15), il provvedimento di annullamento di ufficio di un permesso di costruire, quale atto discrezionale, deve essere adeguatamente motivato in ordine all’esistenza dell’interesse pubblico, specifico e concreto, che giustifica il ricorso all’autotutela anche in ordine alla prevalenza del predetto interesse pubblico su quello antagonista del privato.
Anche nell’ipotesi di annullamento di un permesso di costruire va, cioè, riconosciuta piena operatività ai principi generali che condizionano il legittimo esercizio del potere di autotutela. Potere che è espressione della discrezionalità dell’amministrazione e che, nell’adozione di un provvedimento espresso, postula la valutazione di elementi ulteriori rispetto al mero ripristino della legalità violata. In omaggio all’orientamento tradizionale che trova il suo fondamento nei valori di rango costituzionale di buon andamento e di imparzialità dell’azione amministrativa, è, infatti, doveroso rimettere la verifica di legittimità dell’atto di autotutela ad un apprezzamento concreto, condotto sulla base dell’effettiva e specifica situazione creatasi a seguito del rilascio dell’atto autorizzativo.
Siffatto approdo giurisprudenziale rinviene un espresso aggancio normativo nell’art. 21-nonies, comma 1, della l. n. 241/1990, in base al quale “il provvedimento amministrativo illegittimo ai sensi dell'articolo 21-octies può essere annullato d'ufficio, sussistendone le ragioni di interesse pubblico, entro un termine ragionevole e tenendo conto degli interessi dei destinatari e dei controinteressati, dall'organo che lo ha emanato, ovvero da altro organo previsto dalla legge”.
Si conferma, quindi, la natura tipicamente discrezionale dell'atto di ritiro, il quale deve essere espressione di una congrua valutazione comparativa degli interessi in conflitto, da effettuare entro un lasso di tempo ragionevole e da riportare nel corredo motivazionale (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 31.03.2014 n. 1880 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTILa verifica delle offerte anomale nei pubblici appalti (disciplinata dagli artt. 87 e 88, d.lgs. n. 163 del 2006) consiste nel riscontro di serietà, credibilità e sostenibilità sotto il profilo economico finanziario, dell'offerta formulata dall'impresa, attraverso valutazioni di natura tecnica, fondate su un'istruttoria adeguata.
La ratio dell'istituto è quella di evitare che l'appalto sia aggiudicato a prezzi eccessivamente bassi, tali da non garantire la qualità nell'esecuzione del contratto oggetto di affidamento.
Le valutazioni compiute dall'Amministrazione, in sede di riscontro dell'anomalia delle offerte, costituiscono espressione di un potere di natura tecnico-discrezionale, sindacabile in sede giurisdizionale nelle sole ipotesi in cui le valutazione siano manifestamente illogiche o fondate su insufficiente motivazione, errori di fatto o insufficiente istruttoria.

Nemmeno convince il rilievo attinente all’incongruità delle spese generali, nei limiti dei quali soffre il sindacato di questo giudice.
Come da costante riflessione giurisprudenziale, infatti, “La verifica delle offerte anomale nei pubblici appalti (disciplinata dagli artt. 87 e 88, d.lgs. n. 163 del 2006) consiste nel riscontro di serietà, credibilità e sostenibilità sotto il profilo economico finanziario, dell'offerta formulata dall'impresa, attraverso valutazioni di natura tecnica, fondate su un'istruttoria adeguata. La ratio dell'istituto è quella di evitare che l'appalto sia aggiudicato a prezzi eccessivamente bassi, tali da non garantire la qualità nell'esecuzione del contratto oggetto di affidamento. Le valutazioni compiute dall'Amministrazione, in sede di riscontro dell'anomalia delle offerte, costituiscono espressione di un potere di natura tecnico-discrezionale, sindacabile in sede giurisdizionale nelle sole ipotesi in cui le valutazione siano manifestamente illogiche o fondate su insufficiente motivazione, errori di fatto o insufficiente istruttoria” (cfr. TAR Trento Trentino Alto Adige, sez. I, 04.12.2013, n. 396).
Orbene, con le deduzioni in esame parte ricorrente esprime perplessità sull’attendibilità delle giustificazioni rese sul punto dall’offerente, connesse alla gestione di altri due impianti e alla consolidata esperienza nel settore, senza tuttavia contraddire le circostanze di fatto poste a base del contestato giudizio e comunque riferendosi ad una specifica voce di costo.
I rilievi sollevati non sono tali pertanto da inficiare il giudizio di anomalia espresso dalla commissione di gara secondo la sua “natura globale e sintetica” (cfr. TAR Napoli Campania sez. I, 03.12.2013, n. 5483) (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 31.03.2014 n. 651 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATADeve richiamarsi l’indirizzo giurisprudenziale che esclude la rilevanza urbanistica dei cd. volumi tecnici, tali dovendo ritenersi i “piccoli volumi accessori, con funzioni serventi all'allocazione di impianti e dispositivi tecnologici, quali vani caldaie, vani frigorifero o vani scale”, inidonei a soddisfare alcuna finalità residenziale, “completamente privi di una propria autonomia funzionale, anche potenziale, in quanto destinati a contenere impianti serventi di una costruzione principale, per esigenze tecnico-funzionali della costruzione stessa”.
Deve osservarsi, a tale riguardo, che l’intervento de quo, come già evidenziato, non contempla alcun incremento volumetrico.
Quanto al locale in muratura avente una superficie di mq. 9,12, infatti, ne viene prevista l’integrale chiusura, in modo da renderlo un volume tecnico inaccessibile, mentre quanto all’ampliamento del fabbricato esistente, avente una superficie coperta di mq. 12,08, ne viene prevista la destinazione a centrale termica, ovvero all’alloggiamento di impianti tecnologici a servizio del fabbricato.
Al riguardo, premesso che la suddetta connotazione funzionale del manufatto de quo era chiaramente indicata nella relazione tecnica allegata alla domanda di sanatoria e nelle note tecniche prodotte dalla parte in risconto al preavviso di diniego ex art. 10-bis l. n. 241/1990, deve richiamarsi l’indirizzo giurisprudenziale che esclude la rilevanza urbanistica dei cd. volumi tecnici, tali dovendo ritenersi (cfr. TAR per la Sicilia, Palermo, Sez. III, 13.08.2013, n. 1619) i “piccoli volumi accessori, con funzioni serventi all'allocazione di impianti e dispositivi tecnologici, quali vani caldaie, vani frigorifero o vani scale”, inidonei a soddisfare alcuna finalità residenziale, “completamente privi di una propria autonomia funzionale, anche potenziale, in quanto destinati a contenere impianti serventi di una costruzione principale, per esigenze tecnico-funzionali della costruzione stessa” (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 31.03.2014 n. 645 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl Tribunale non ignora l’indirizzo giurisprudenziale secondo cui “il divieto di incremento dei volumi esistenti, imposto ai fini di tutela del paesaggio, preclude qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico ed altro tipo di volume, siano essi interrati o meno” e “il vigente art. 167, comma 4, del Codice dei beni culturali e del paesaggio (d.lgs. n. 42 del 2004) preclude il rilascio di autorizzazioni in sanatoria, quando siano stati realizzati volumi di qualsiasi natura (anche "interrati'), pur quando ai fini urbanistici-edilizi non andrebbero ravvisati volumi in senso tecnico”, “in quanto la disciplina di tutela prevista dal Codice dei beni culturali e del paesaggio si estende anche alle opere interrate che non risultino immediatamente percepibili all'occhio umano”.
Né potrebbe apparire contraddittoria la diversa qualificazione -ai fini paesaggistici ed edilizio-urbanistici- delle opere in discorso, avendo la giurisprudenza affermato che “mentre ai fini edilizi un nuovo volume può non essere considerato rilevante e non essere oggetto di computo fra le volumetrie assentibili (ad esempio, perché ritenuto volume tecnico), ai fini paesaggistici invece può assumere comunque una rilevanza e determinare una possibile alterazione dello stato dei luoghi: alterazione che le previsioni di tutela intendono impedire, vietandone comunque la realizzazione (anche se interrato)”.
Tuttavia, questo Tribunale ha aderito recentemente ad un diverso orientamento, cui si intende dare continuità, incentrato sui seguenti rilievi:
- l'art. 167 d.lgs. 42/2004 non esclude affatto che il volume tecnico, rispetto alla nozione di volume edilizio, possa ricevere, in considerazione della peculiare destinazione funzionale, una valutazione differenziata, caso per caso, suscettibile di concludersi con l'autorizzazione paesaggistica postuma, qualora in concreto il manufatto non presenti elementi incompatibili o comunque di estraneità con il paesaggio nel quale è destinato a collocarsi;
- al riguardo, la circolare del Segretario generale n. 33 del 26.06.2009, nel dettare talune linee interpretative ed operative ai fini dell'autorizzazione paesaggistica postuma, ai sensi del menzionato art. 167 d.lgs. 42/2004, chiarisce che "per volumi s'intende qualsiasi manufatto costituito da parti chiuse emergente dal terreno o dalla sagoma di un fabbricato preesistente indipendentemente dalla destinazione d'uso del manufatto", per poi precisare: "ad esclusione dei volumi tecnici". Benché la circolare sia espressione di un potere ministeriale di mero indirizzo interno, privo di efficacia precettiva autonoma e non vincolante per i giudici, essa è tuttavia un chiaro indizio di come la stessa amministrazione competente abbia sposato una soluzione interpretativa della norma in esame che ragionevolmente tiene conto delle peculiari caratteristiche dei volumi tecnici.
Consegue quindi, dai rilievi svolti, che la connotazione tecnica dei volumi contestati dal Comune intimato ne consente la sottoposizione al vaglio di compatibilità paesaggistica postuma, onde apprezzarne in concreto l’incidenza sul paesaggio e l’eventuale sanabilità.

Ugualmente insufficiente, al fine di giustificare l’impugnato provvedimento reiettivo, è il rilievo secondo cui, ricadendo l’area nella perimetrazione del Parco dei Monti Picentini, ai sensi dell’art. 146 comma 4 d.lvo n. 42/2004 l’autorizzazione paesaggistica non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, degli interventi.
Il Tribunale non ignora l’indirizzo giurisprudenziale (cfr., tra le tante, Consiglio di Stato, Sez. VI, 05.08.2013, n. 4079) secondo cui “il divieto di incremento dei volumi esistenti, imposto ai fini di tutela del paesaggio, preclude qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico ed altro tipo di volume, siano essi interrati o meno” e “il vigente art. 167, comma 4, del Codice dei beni culturali e del paesaggio (d.lgs. n. 42 del 2004) preclude il rilascio di autorizzazioni in sanatoria, quando siano stati realizzati volumi di qualsiasi natura (anche "interrati'), pur quando ai fini urbanistici-edilizi non andrebbero ravvisati volumi in senso tecnico (Sez. VI, 20.06.2012, n. 3578)”, “in quanto la disciplina di tutela prevista dal Codice dei beni culturali e del paesaggio si estende anche alle opere interrate che non risultino immediatamente percepibili all'occhio umano”.
Sulla scorta di tali principi giurisprudenziali, sia il manufatto avente una superficie di mq. 9,12, sia l’ampliamento del fabbricato, avente una superficie di mq. 12,08, pur essendo qualificabili (ai fini edilizi) volumi tecnici, sarebbero sottratti alla possibilità di sanatoria, incorrendo nel divieto di cui all’art. 167, comma 4, d.lvo n. 42/2004.
Deve inoltre aggiungersi, sul punto, che, a differenza di quanto sostenuto in ricorso, l’istanza di sanatoria non prevede l’interramento del manufatto avente una superficie di mq. 9, affermando anzi (cfr. la relazione tecnico-descrittiva) che esso emerge dal piano di campagna per m. 1,40, mentre nulla viene detto in essa in ordine all’ampliamento di mq. 12.
Né potrebbe apparire contraddittoria la diversa qualificazione -ai fini paesaggistici ed edilizio-urbanistici- delle opere in discorso, avendo la giurisprudenza affermato (cfr. Consiglio di Stato, Sez. VI, 02.09.2013, n. 4348) che “mentre ai fini edilizi un nuovo volume può non essere considerato rilevante e non essere oggetto di computo fra le volumetrie assentibili (ad esempio, perché ritenuto volume tecnico), ai fini paesaggistici invece può assumere comunque una rilevanza e determinare una possibile alterazione dello stato dei luoghi: alterazione che le previsioni di tutela intendono impedire, vietandone comunque la realizzazione (anche se interrato)”.
Tuttavia, questo Tribunale (cfr. Sez. I, n. 1540 del 15.07.2013) ha aderito recentemente ad un diverso orientamento, cui si intende dare continuità, incentrato sui seguenti rilievi:
- l'art. 167 d.lgs. 42/2004 non esclude affatto che il volume tecnico, rispetto alla nozione di volume edilizio, possa ricevere, in considerazione della peculiare destinazione funzionale, una valutazione differenziata, caso per caso, suscettibile di concludersi con l'autorizzazione paesaggistica postuma, qualora in concreto il manufatto non presenti elementi incompatibili o comunque di estraneità con il paesaggio nel quale è destinato a collocarsi;
- al riguardo, la circolare del Segretario generale n. 33 del 26.06.2009, nel dettare talune linee interpretative ed operative ai fini dell'autorizzazione paesaggistica postuma, ai sensi del menzionato art. 167 d.lgs. 42/2004, chiarisce che "per volumi s'intende qualsiasi manufatto costituito da parti chiuse emergente dal terreno o dalla sagoma di un fabbricato preesistente indipendentemente dalla destinazione d'uso del manufatto", per poi precisare: "ad esclusione dei volumi tecnici". Benché la circolare sia espressione di un potere ministeriale di mero indirizzo interno, privo di efficacia precettiva autonoma e non vincolante per i giudici, essa è tuttavia un chiaro indizio di come la stessa amministrazione competente abbia sposato una soluzione interpretativa della norma in esame che ragionevolmente tiene conto delle peculiari caratteristiche dei volumi tecnici.
Consegue quindi, dai rilievi svolti, che la connotazione tecnica dei volumi contestati dal Comune intimato ne consente la sottoposizione al vaglio di compatibilità paesaggistica postuma, onde apprezzarne in concreto l’incidenza sul paesaggio e l’eventuale sanabilità (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 31.03.2014 n. 645 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: Enti locali: il dirigente non ha potere di rappresentanza processuale in assenza di una norma che lo preveda.
Nel nuovo sistema istituzionale e costituzionale degli enti locali, lo statuto –ed anche il regolamento, ma soltanto se lo statuto contenga un espresso rinvio, in materia, alla normativa regolamentare– può legittimamente affidare la rappresentanza a stare in giudizio ai dirigenti, nell’ambito dei rispettivi settori di competenza, quale espressione del potere gestionale loro proprio, ovvero a esponenti apicali della struttura burocratico–amministrativa dell’ente, fermo restando che, ove una specifica previsione statutaria (o, alle condizioni di cui sopra, regolamentare) non sussista, resta ferma l’esclusiva titolarità del potere di rappresentanza processuale dell’ente medesimo prevista dalla legge, ai sensi dell’art. 50 del D.Lgs. 18.08.2000, n. 267.
5. Secondo l’insegnamento delle sezioni unite di questa corte riguardo ai comuni (Cass. Sez. un. 16.06.2005 n. 12868; conformi tutte le successive, tra le quali, di recente e con riferimento al Comune di Benevento, v. Cass. 22.03.2012 n. 4556), ma che deve trovare applicazione anche riguardo alle province per l’identità delle norme applicabili, insegnamento che il collegio condivide e al quale nel ricorso (che lo ignora) non sono mosse critiche, nel nuovo sistema istituzionale e costituzionale degli enti locali, lo statuto –ed anche il regolamento, ma soltanto se lo statuto contenga un espresso rinvio, in materia, alla normativa regolamentare– può legittimamente affidare la rappresentanza a stare in giudizio ai dirigenti, nell’ambito dei rispettivi settori di competenza, quale espressione del potere gestionale loro proprio, ovvero a esponenti apicali della struttura burocratico–amministrativa dell’ente, fermo restando che, ove una specifica previsione statutaria (o, alle condizioni di cui sopra, regolamentare) non sussista, resta ferma l’esclusiva titolarità del potere di rappresentanza processuale dell’ente medesimo prevista dalla legge, ai sensi dell’art. 50 del D.Lgs. 18.08.2000, n. 267. Nella sentenza citata si osserva poi –e ciò rileva in relazione ai richiami dell’ente alla legge n. 265 del 2001;
- che l’art. 27 del d.lgs. 30.03.2001, n. 165, contenente norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche, prevede che le amministrazioni non statali, nell’esercizio della propria potestà statutaria e regolamentare, adeguino ai principi dell’art. 4 e del presente capo i propri ordinamenti, tenendo conto delle relative peculiarità; e che tra i principi richiamati in tale disposizione è ricompreso quello di cui all’art. 16, il quale, dando continuità a disposizioni già contenute nel d.lgs. n. 29 del 1993, nel disciplinare le funzioni dei dirigenti di uffici dirigenziali generali, alla lett. f) del primo comma attribuisce agli stessi il potere di promuovere e resistere alle liti, nonché quello di conciliare e di transigere –così attribuendo a detti dirigenti la legittimazione processuale attiva e passiva nelle controversie riguardanti il settore dell’amministrazione cui sono preposti– e che tale disposizione, ai sensi dell’art. 13 dello stesso decr. legisl., si applica direttamente soltanto per i dirigenti di uffici dirigenziali generali delle amministrazioni statali, anche a ordinamento autonomo: ne deriva che con il richiamato art. 27 il legislatore ha inteso affidare all’autonomia degli enti locali la materia in ragione degli elementi di differenziazione di detti enti rispetto all’amministrazione statale.
6. Nel caso in esame, l’ente non indica la norma statutaria –né quella regolamentare autorizzata dallo statuto– che attribuirebbe al dirigente, che rilasciò la procura, la rappresentanza legale esterna della provincia. La mera affermazione contenuta nel ricorso, che il dirigente “astrattamente ben può essere abilitato dallo statuto o da regolamento alla rappresentanza legale giudiziale”, in sé condivisibile (quanto al regolamento, con il limite sopra indicato), non giustifica la deduzione o la presunzione dell’esistenza in punto di fatto della necessaria previsione statutaria ed eventualmente regolamentare, e comportava, per l’ente, l’onere di indicare la disposizione statutaria (ed eventualmente anche quella regolamentare) richiesta dalle norme di legge invocate.
Ora, l’articolo 44 dallo Statuto della Provincia di Benevento, che demanda ai regolamenti l’attribuzione ai dirigenti “di responsabilità gestionali connesse alla realizzazione degli obiettivi e degli indirizzi di politica organizzativa deliberati dagli organi politico amministrativi”, non contiene alcun espresso rinvio, in materia di rappresentanza esterna dei dirigenti, alla normativa regolamentare. Né un qualsiasi accenno alla rappresentanza giudiziale dell’ente si rinviene nel richiamato art. 49 dello stesso statuto, dove si fa riferimento agli obiettivi determinati dagli organi politici dell’ente, al buon andamento degli uffici, all’economicità, efficacia, efficienza della gestione amministrativa, agli atti di gestione del personale, e all’irrogazione delle sanzioni per le contravvenzioni ai regolamenti provinciali.
Del resto, e per quel che può valere in assenza di un espresso rinvio statutario, neppure l’ente indica il regolamento provinciale che al supposto e non specificato rinvio avrebbe dato attuazione, limitandosi ad affermare genericamente che un non meglio precisato regolamento “dell’ordinamento e degli uffici” avrebbe affidato la responsabilità “anche negoziale e processuale verso l’esterno” per tutti gli atti del contenzioso al dirigente del settore legale dell’avvocatura provinciale.
A queste carenze del ricorso non supplisce poi il richiamo al diritto vivente, che nella materia in esame s’identifica con la già citata pronuncia delle Sezioni unite di questa corte (Corte di Cassazione, Sez. I, sentenza 28.03.2014 n. 7402 - link a http://renatodisa.com).

EDILIZIA PRIVATA: Sopraelevare corrisponde a realizzare una nuova costruzione. Rispetto delle distanze legali.
In tema di rispetto delle distanze legali tra costruzioni, la sopraelevazione di un edificio preesistente, determinando un incremento della volumetria del fabbricato, è qualificabile come nuova costruzione, con la conseguenza che ad essa è applicabile la normativa vigente al momento della modifica e non opera il criterio della prevenzione se riferito alle costruzioni originarie, in quanto sostituito dal principio della priorità temporale correlata al momento della sopraelevazione.
1. Con il primo motivo il ricorrente ha censurato la sentenza impugnata assumendo l’insufficiente valutazione della stessa sul punto decisivo della controversia relativo alla ravvisata inapplicabilità, nella specie, del principio della prevenzione, sul presupposto del ritenuto accertamento che la ricostruzione della nuova opera in sopraelevazione non era stata realizzata sulla stessa area di sedime in cui insisteva la costruzione precedente. Quale (così qualificato) ipotetico quesito (non richiesto per i motivi proposti a mente dell’art. 360 n. 5 c.p.c.), il ricorrente ha chiesto a questa Corte di precisare se:
a) a fronte delle deduzioni su riportate svolte negli atti del giudizio di appello (in citazione ed in conclusionale), facenti riferimento a diverse circostanze probatorie favorevoli alle tesi del ricorrente,
b) presenti agli atti del giudizio ed ivi precisate (addirittura, anche con accertamento in sede penale di quella circostanza),
c) su quello che lo stesso giudicante ha ritenuto essere il punto decisivo per l’accoglibilità o meno delle argomentazioni difensive, possa ritenersi compiutamente svolta e motivata l’attività processuale valutativa degli elementi decisori della causa, così come presenti agli atti e richiamati dalla difesa, da parte della sentenza n, 866/2007, qui impugnata, o se, viceversa, questa non risulti viziata per omesso esame di quegli elementi decisivi, presenti ed evidenziati.
2. Con il secondo motivo il ricorrente ha dedotto un ulteriore, ancorché in via subordinata, vizio di insufficiente valutazione circa il medesimo punto decisivo della controversia, reiterando lo stesso “ipotetico” quesito di diritto formulato con riguardo alla prima doglianza.
3. I due motivi –esaminabili congiuntamente siccome riferiti alla stessa doglianza– sono destituiti di fondamento e vanno respinti.
In primo luogo, occorre evidenziare che, a supporto delle due richiamate censure, pur facendosi con esse valere dei vizi di motivazione (e di ciò dimostra consapevolezza lo stesso ricorrente ponendo in equivoco riferimento al vizio contemplato dall’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., il cui oggetto riguarda il solo “iter” argomentativo della decisione impugnata), risultano formulati –ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. (“ratione temporis” applicabile nella fattispecie)– due quesiti di diritto, oltretutto qualificati come “ipotetici”, nel mentre, diversamente da quanto ritenuto dalla difesa del P., sarebbe stato necessario –per concorde giurisprudenza di questa Corte– provvedere all’illustrazione, ancorché libera da rigidità formali, della esposizione chiara e sintetica del fatto controverso –in relazione al quale la motivazione si assumeva omessa o contraddittoria– ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza rendeva inidonea la motivazione stessa a giustificare la decisione.
In ogni caso le dedotte doglianze motivazionali risultano assolutamente generiche ed apodittiche, attenendo, peraltro, ad un accertamento di fatto (quello della mancata ricostruzione dell’opera in sopraelevazione sulla stessa area di sedime occupata dal manufatto precedente) congruamente motivato dalla Corte territoriale al fine di farne conseguire l’inapplicabilità dei principio della prevenzione.
Ed infatti la Corte veneta –sulla base di motivazione sufficientemente logica ed adeguata, in quanto supportata anche dai riscontri documentali acquisiti (come, ad es., il progetto di ampliamento e sopraelevazione presentato da ricorrente prima dell’inizio dei lavori in funzione dell’ottenimento della relativa concessione) e dalle univoche risultanze della c.t.u. esperita (dalle quali era emerso che, poiché i fabbricati delle parti erano frontistanti, nell’esecuzione della sopraelevazione del suo immobile il P. avrebbe dovuto rispettare le distanze legali da quello della M. anche per la parte che si elevava al di sopra dell’altro edificio, ancorché non prospettante direttamente su di esso)– ha rilevato che, in effetti, il P. aveva edificato una “nuova costruzione”, ragion per cui –nella fattispecie– andava rispettata la prescritta distanza minima tra fabbricati, la quale, perciò, avrebbe dovuto essere osservata per l’intera sua altezza e, quindi, non soltanto per la parte dell’edificio che fronteggiava la parete di quello confinante, ma anche per la parte sopraelevata.
Del resto, è pacifico nella giurisprudenza di questa Corte (v., ad es., Cass. n. 6809 del 2000 e Cass. n. 21059) che la sopraelevazione, anche se di ridotte dimensioni, comporta sempre un aumento della volumetria e della superficie di ingombro e va, pertanto, considerata a tutti gli effetti, e, quindi, anche per la disciplina delle distanze, come nuova costruzione (per la distinzione, in generale, tra le definizioni di “ristrutturazione” e di “nuova costruzione”, v., anche, Cass. n. 9637 del 2006 e Cass., S.U., n. 21578 del 2011, ord.).
Deve, in conclusione, trovare conferma in questa sede il principio (già affermato, da ultimo, anche da Cass., S.U., n. 74 del 2011) secondo cui, in tema di rispetto delle distanze legali tra costruzioni, la sopraelevazione di un edificio preesistente, determinando un incremento della volumetria del fabbricato, è qualificabile come nuova costruzione, con la conseguenza che ad essa è applicabile la normativa vigente al momento della modifica e non opera il criterio della prevenzione se riferito alle costruzioni originarie, in quanto sostituito dal principio della priorità temporale correlata al momento della sopraelevazione.
4. In definitiva, alla stregua delle ragioni complessivamente esposte, il ricorso deve essere integralmente rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate nei sensi di cui in dispositivo, sulla scorta dei nuovi parametri previsti per il giudizio di legittimità dal D.M. Giustizia 20.07.2012, n. 140 (applicabile nel caso di specie in virtù dell’art. 41 dello stesso D.M.: cfr. Cass., S.U., n. 17405 del 2012) (Corte di Cassazione, Sez. II, sentenza 27.03.2014 n. 7291 - link a http://renatodisa.com).

APPALTIGare, nel contrasto tra prezzo e ribasso prevale la volontà. Consiglio di Stato. Appalti.
La III Sez.
del Consiglio di Stato, con sentenza 27.03.2014 n. 1487, ha confermato una sentenza del Tar Liguria in materia di gare d'appalto.
Il ricorso traeva origine da un errore di redazione della componente economica del l'offerta da parte del l'aggiudicataria, laddove a fronte di un prezzo indicato in cifre e in lettere veniva indicata una percentuale di ribasso (7,25%) più alta rispetto a quella effettivamente risultante dalla differenza tra il prezzo offerto e la base d'asta (6,39%).
In una prima fase la stazione appaltante ha ritenuto che, tra due indicazioni contraddittorie, dovesse prevalere quella più favorevole all'Amministrazione e, pertanto, ha proceduto all'aggiudicazione provvisoria con un ribasso pari al 7,25 %, cui corrispondeva, pertanto, un prezzo sensibilmente più basso rispetto a quello indicato in cifre e in lettere nell'offerta.
In seguito, su istanza dell'aggiudicataria provvisoria, la stazione appaltante provvedeva alla rettifica del prezzo di aggiudicazione, ritenendo accoglibili le motivazioni espresse da quest'ultima laddove veniva chiaramente specificato che il prezzo offerto costituiva la somma esatta delle 6 voci componenti dell'offerta e che, pertanto, sussistevano criteri oggettivi per ritenere che il ribasso percentuale indicato fosse il frutto di un mero errore di calcolo, senza ricorrere ad integrazioni dell'offerta. Questo anche in applicazione del principio civilistico dell'interpretazione dei contratti secondo buona fede espresso dall'articolo 1366 del Codice civile.
Confermando la sentenza di primo grado, il Consiglio di Stato ha affermato il principio secondo cui «le offerte di gara, intese come atto negoziale, sono suscettibili di essere interpretate alla ricerca della effettiva volontà del dichiarante; con la conseguenza, fra l'altro, che tale attività interpretativa può consistere anche nella individuazione e nella rettifica di eventuali errori di scritturazione e di calcolo. A condizione, s'intende, che alla rettifica si possa pervenire con ragionevole certezza, e, comunque, senza attingere a fonti di conoscenza estranee all'offerta medesima né a dichiarazioni integrative o rettificative dell'offerente, che non sono ammesse», non potendosi qualificare come tale l'istanza di autotutela da parte dell'aggiudicataria provvisoria.
Devono dunque essere escluse dalle gare le offerte ambigue e incerte solo a condizione che «l'ambiguità dell'offerta non sia superabile mediante gli opportuni strumenti interpretativi».
In merito a una seconda contestazione, il Consiglio di Stato ha sottolineato il principio secondo cui le norme sul controllo dell'anomalia delle offerte «hanno lo scopo di tutelare la concorrenza e dunque di evitare che gli enti appaltanti possano eluderla eliminando le offerte migliori sotto il pretesto del l'anomalia. Solo indirettamente e in via di fatto la verifica del l'anomalia tutela l'interessa del secondo graduato a vedere escluso il primo». Pertanto, sarà più rigorosa la necessità di analitica motivazione qualora un'offerta venga considerata anomala, rispetto all'ipotesi contraria, nella quale invece l'Amministrazione consideri valida l'offerta obiettivamente risultata più vantaggiosa.
Il concorrente collocatosi secondo in graduatoria non può lamentare l'anomalia di un'offerta poco migliore della propria, laddove un basso differenziale tra le due offerte può essere considerato ulteriore riprova della non anomalia dell'offerta risultata aggiudicataria. Infatti, per essere considerato anomalo, il prezzo offerto deve essere «talmente fuori mercato, da rendere macroscopicamente errata la decisione dell'Istituto di accettarlo come congruo», circostanza che, qualora dovesse ricorrere, finirebbe per travolgere anche l'offerta qualificatasi seconda (in quanto non troppo dissimile), con conseguente venir meno dell'interesse a sollevare l'eccezione.
Professore ordinario di Diritto pubblico comparato all'Università Bocconi di Milano (articolo Il Sole 24 Ore del 04.04.2014).

PUBBLICO IMPIEGO: Un comandante di Polizia municipale cita in giudizio il Comune presso cui prestava servizio, chiedendo la disapplicazione e la declaratoria di illegittimità del provvedimento del Sindaco che trasferiva il Comandante dal settore della Polizia municipale al settore servizi all’utenza.
1. - Con il primo motivo il ricorrente denuncia "omessa e/o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo della controversia; falsa rappresentazione della realtà; decisione difforme alla giurisprudenza della Corte di Cassazione sul tema dell'equivalenza delle mansioni".
Dopo aver esposto la distinta disciplina in materia di equivalenza di mansioni nel lavoro pubblico contrattualizzato e nel lavoro privato, il ricorrente critica l'opinione secondo cui nel primo le garanzie del lavoratore in materia potrebbero essere affidate esclusivamente alla contrattazione collettiva, che peraltro non esclude, ma all'opposto consente ed impone, una valutazione delle professionalità insite nelle varie mansioni, così come poi stabilito dall'art. 62 del d.lgs n. 150/2009 secondo cui il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni equivalenti nell'ambito dell'area di inquadramento e non più con riferimento alle mansioni considerate equivalenti nell'ambito della classificazione professionale prevista dai contratti collettivi.
Pur esponendo che la novella non ha recato, per quanto qui rileva, significativi mutamenti, il ricorrente ritiene necessario, ai fini di una corretta interpretazione della disciplina delle mansioni equivalenti nell'ambito del pubblico impiego, far riferimento agli strumenti individuati in materia per il lavoro privato, ed in particolare alla tutela della specifica preparazione tecnico professionale del dipendente, così come emergenti dalla contrattazione collettiva (e nella specie dall'Allegato A del c.c.n.l. del 31.03.1999).
Il motivo è infondato per tre ordini di considerazioni:
- la prima è che
a partire dalla nota sentenza resa a sezioni unite da questa Corte (Cass. sez. un. n. 8740/2008), è pacifico nella giurisprudenza di legittimità che in materia di pubblico impiego contrattualizzzato non si applica l'art. 2103 c.c., essendo la materia disciplinata compiutamente dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 -nel testo anteriore alla novella recata dal D.Lgs. n. 150 del 2009, art. 62, comma 1, inapplicabile ratione temporis al caso in esame- che assegna rilievo, per le esigenze di duttilità del servizio e di buon andamento della p.a., solo al criterio dell'equivalenza formale con riferimento alla classificazione prevista in astratto dai contratti collettivi, indipendentemente dalla professionalità in concreto acquisita, senza che possa quindi aversi riguardo alla citata norma codicistica ed alla relativa elaborazione dottrinaria e giurisprudenziale che ne mette in rilievo la tutela del c.d. bagaglio professionale del lavoratore, e senza che il giudice possa sindacare in concreto la natura equivalente della mansione (Cass. n. 17396/2011; Cass. n. 18283/2010; Cass. sez.un. n. 8740/2008);
- la seconda è che risulta incontestatamente dalla sentenza impugnata che l'incarico conferito dal Comune al P. aveva durata sino al 31.03.2003, già scaduto al tempo della contestata assegnazione ad altro incarico, termine assolutamente legittimo giusta l'art. 9 del c.c.n.l. 31.03.1999, che prevede per il conferimento degli incarichi relativi all'area delle posizioni organizzative (apicali) un periodo massimo non superiore a 5 anni (solo) eventualmente rinnovabile;
- la terza è che nella specie non risulta essersi verificata alcuna violazione al principio dell'equivalenza formale in riferimento alla classificazione prevista dal contratto collettivo (c.c.n.l. 31.03.1999 invocato, che prevede che tutte le mansioni appartenenti alla medesima area sono esigibili, art. 3, comma 2), essendo stata accertata la sostanziale equivalenza delle nuove mansioni di responsabile del servizio di polizia amministrativa, compreso nella medesima area professionale apicale (categoria D) di cui all'allegato A) del c.c.n.l. menzionato), circostanza questa che non forma oggetto di specifica censura da parte dell'odierno ricorrente.
2.- Con il secondo motivo il ricorrente denuncia "omessa e/o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo della controversia; falsa rappresentazione della realtà; error in procedendo et iudicando; violazione dell'ari 112 c.p.c. - Revoca dell'incarico di responsabile del Corpo di Polizia Municipale".
Lamenta che la Corte di merito risolse il caso in esame richiamando semplicemente la giurisprudenza di legittimità formatasi dopo la sentenza n. 23760/2004, secondo cui il sistema normativo del lavoro pubblico dirigenziale negli enti locali (trasfuso da ultimo nell'arti. 109 del D.Lgs. n. 267 del 2000) esclude la configurabilità di un diritto soggettivo a conservare in ogni caso determinate tipologie di incarico dirigenziale. Deduce che la complessa disciplina aveva subito importanti mutamenti sia ad opera del legislatore (da ultimo col d.lgs n. 150/2009), sia della Corte costituzionale (sentenze nn. 103 e 104 del 2007, n. 161/2008, n. 351/2008 e n. 81/2010). Lamenta che l'art. 21 del d.lgs n. 165/01 stabilisce che l'incarico dirigenziale possa essere revocato solo quando emerga una evidente responsabilità del dirigente nel raggiungimento degli obiettivi o per inosservanza delle direttive imputabili al dirigente.
Che i medesimi principi dovevano applicarsi anche al comandante della Polizia Municipale anche laddove non abbia, come nel caso di specie, la qualifica dirigenziale, svolgendo in fatto funzioni apicali.
Il motivo è infondato.
Deve infatti innanzitutto rilevarsi che nessuno sviluppo argomentativo ha nel ricorso la pur denunciata violazione dell'art. 112 c.p.c. (salvo l'accenno, del tutto irrilevante, che nella specie non si era avuto trasferimento ma mutamento delle mansioni, posto che, al di là di sporadiche inesattezze terminologiche, la sentenza impugnata ha correttamente esaminato la questione sottopostale della legittimità o meno del mutamento di mansioni).
Per il resto deve rimarcarsi che
la questione della revoca degli incarichi dirigenziali non può trovare applicazione nella specie, non semplicemente perché l'incarico de quo era pacificamente scaduto, ma anche e soprattutto perché il ricorrente non rivestiva la qualifica di dirigente, svolgendo unicamente funzioni apicali quale funzionario titolare di posizioni organizzative, ex artt. 8 e seguenti del c.c.n.l. del 31.03.1999 enti locali.
Deve infine rilevarsi che la disciplina legislativa per il resto invocata, innanzitutto riguarda i dirigenti e non il funzionario titolare di posizione apicale nei Comuni; la citata giurisprudenza costituzionale, poi, riguarda i dirigenti pubblici di vertice, o di livello generale, e con riferimento allo spoyls System, di cui dapprima alla legge 15.07.2002, n. 145 e quindi alla L. 24.11.2006, n. 286,
avendo affermato, per tale categoria di dirigenti, la necessità di separazione tra l'attività amministrativa e quella politica in base al principio di continuità dell'azione amministrativa che è strettamente correlato a quello di buon andamento dell'azione stessa e ritenendo pertanto necessario che la revoca delle funzioni legittimamente conferite ai dirigenti apicali sia conseguenza soltanto di un'accertata responsabilità, all'esito di un procedimento di garanzia puntualmente disciplinato.
3.- Con il terzo motivo il ricorrente denuncia "omessa e/o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo della controversia; falsa rappresentazione della realtà. L'incompatibilità ambientale". Lamenta che l'incompatibilità ambientale, prevista quale causa di trasferimento dall'art. 32 d.P.R. n. 3/1957, era istituto espunto dall'ordinamento per effetto dell'art. 72 del d.lgs n. 165/2001.
Il motivo è infondato.
Nella specie, infatti, non si tratta (come del resto ammesso dal ricorrente nella precedente censura) di trasferimento ma di legittimo esercizio dello ius variandi, come previsto dal c.c.n.l. 31.03.1999 invocato (art. 3, comma 2: "Ai sensi dell'art. 56 del D.Lgs. n. 29 del 1993, come modificato dal D.Lgs. n. 80 del 1998, tutte le mansioni ascrivibili a ciascuna categoria, in quanto professionalmente equivalenti, sono esigibili. L'assegnazione di mansioni equivalenti costituisce atto di esercizio del potere determinativo dell'oggetto del contratto di lavoro").
L'art. 8, comma 1, del medesimo c.c.n.l. nel definire l'area "posizioni organizzative" (categoria D), per quanto ora detto professionalmente equivalenti, stabilisce che "Gli enti istituiscono posizioni di lavoro che richiedono, con assunzione diretta di elevata responsabilità di prodotto e di risultato: a) lo svolgimento di funzioni di direzione di unità organizzative di particolare complessità, caratterizzate da elevato grado di autonomia gestionale e organizzativa; b) lo svolgimento di attività con contenuti di alta professionalità e specializzazione correlate a diplomi di laurea e/o di scuole universitarie e/o alla iscrizione ad albi professionali; c) lo svolgimento di attività di staff e/o di studio, ricerca, ispettive, di vigilanza e controllo caratterizzate da elevate autonomia ed esperienza".
Tra tali mansioni rientra certamente la responsabilità del servizio di polizia amministrativa affidato al P., essendo comunque inapplicabile in materia di pubblico impiego l'art. 2103 c.c. ed il correlato concetto di tutela della professionalità acquisita (Cass. 05.08.2010 n. 18283) (Corte di Cassazione, Sez. lavoro, sentenza 26.03.2014 n. 7106 - link a www.avvocatocassazionista.it).

EDILIZIA PRIVATAE' vero che l’art. 22, comma 7, del DPR n. 380 del 2001 riconosce all’interessato la facoltà di richiedere il permesso di costruire anche per interventi edilizi sottoposti a s.c.i.a., ma si tratta di previsione che non appare costituire un principio della materia (perché attiene a profilo meramente procedimentale che non cambia la natura dell’intervento edilizio e la sua qualificazione giuridica), con l’effetto che essa non è applicabile in Regione Toscana, stante la diversa scelta effettuata dal legislatore regionale, che all’art. 83, comma 4, della legge regionale n. 1 del 2005 stabilisce che “per le opere e gli interventi sottoposti a s.c.i.a. ai sensi dell’art. 79 non può essere presentata domanda di permesso a costruire”.
Con il primo mezzo parte ricorrente si duole di quel passaggio della motivazione del gravato provvedimento di rigetto nel quale l’Amministrazione evidenzia che “la procedura attivata risulta impropria”, perché, parlando l’istante di <ristrutturazione edilizia>, avrebbe dovuto presentare una s.c.i.a. e non una domanda di permesso di costruire; parte ricorrente censura ciò evocando l’art. 22, comma 7, del DPR n. 380 del 2001.
La censura è infondata.
Rileva in primo luogo il Collegio che il passaggio motivazionale censurato non assume affatto centralità nel sorreggere il gravato diniego di permesso di costruire, che è piuttosto fondato sulla tematica della assenza dei requisiti per ricostruire gli immobili diruti, come ristrutturazione edilizia, profilo contestato dalla società ricorrente con il secondo motivo di ricorso.
In ogni caso, in punto di diritto, la tesi di parte ricorrente non convince; è vero infatti che l’art. 22, comma 7, del DPR n. 380 del 2001 riconosce all’interessato la facoltà di richiedere il permesso di costruire anche per interventi edilizi sottoposti a s.c.i.a., ma si tratta di previsione che non appare costituire un principio della materia (perché attiene a profilo meramente procedimentale che non cambia la natura dell’intervento edilizio e la sua qualificazione giuridica), con l’effetto che essa non è applicabile in Regione Toscana, stante la diversa scelta effettuata dal legislatore regionale, che all’art. 83, comma 4, della legge regionale n. 1 del 2005 stabilisce che “per le opere e gli interventi sottoposti a s.c.i.a. ai sensi dell’art. 79 non può essere presentata domanda di permesso a costruire” (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 21.03.2014 n. 567 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

LAVORI PUBBLICI - EDILIZIA PRIVATA: Appalto: vizi opera; rapporti committente, direttore lavori, impresa.
Appalto pubblico – gravi difetti – responsabilità dell’impresa, del direttore dei lavori – esclusione.
Appalto pubblico, rifacimento manto impermeabilizzante di un edificio – infiltrazioni – gravi difetti (art. 1669 c.c.) – responsabilità dell’impresa, del direttore dei lavori – esclusione.
OPERATIVITA’ DELLA GARANZIA DELL’APPALTATORE.
Nella sentenza il Giudice aderisce all’orientamento giurisprudenziale, secondo il quale “l’art. 1669 c.c. pone a carico dell’appaltatore costruttore una presunzione di colpa iuris tantum, la quale può essere vinta dallo stesso con la dimostrazione della responsabilità esclusiva e non meramente concorrente del committente o di altro soggetto intervenuto nell’opera di costruzione ovvero di cause sopravvenute.”
RESPONSABILITA’ EX ART. 1669 C.C. – NATURA EXTRACONTRATTUALE – APPALTO DI OPERE PUBBLICHE – ATTIVITA’ DELL’APPALTATORE RIGIDAMENTE VINCOLATA – ESECUZIONE CAPITOLATO DI APPALTO – GRAVI DIFETTI – ESCLUSIONE RESPONSABILITA’ APPALTATORE.
Per il Tribunale, stante “il costante orientamento giurisprudenziale univoco nell’affermare la natura extracontrattuale della responsabilità di cui all’art. 1669 c.c., non v’è dubbio che la stessa possa essere imputata sia all’appaltatore dei lavori, sia al direttore dei lavori, con la conseguente loro responsabilità solidale nei confronti del committente”.
Nel caso di specie, ritiene il Tribunale che è da “escludere la responsabilità della società” appaltatrice “in ordine ai lamentati danni, potendosi ritenere gli accertati vizi costruttivi esclusivamente ascrivibili ad una errata scelta progettuale, – (…) , rispetto alla quale alcuna autonomia decisionale, tale da consentirle di procedere diversamente, poteva riconoscersi alla società appaltatrice”.
ESCLUSIONE RESPONSABILITA’ DEL DIRETTORE DEI LAVORI
Deve escludersi anche la responsabilità” del progettista e direttore dei lavori, “poiché la scelta progettuale che ha pregiudicato la corretta realizzazione dei lavori fu previamente concordata tra il progettista e l’ufficio tecnico dell’ente appaltante, onde contenere la spesa da sostenere”.
In tema di responsabilità professionale del progettista, non costituisce inadempimento l’irrealizzabilità, a regola d’arte, del progetto commissionato, quando l’irrealizzabilità stessa non sia conseguenza di errori (commessi dal professionista nella formazione dell’elaborato) tali da renderlo inidoneo ad essere attuato, ma sia dovuta a richieste e istruzioni consapevoli del committente medesimo.” (
TRIBUNALE di Nola, Sez. II civile, sentenza 18.03.2014 - tratto da e link a www.iussit.com).

TRIBUTIAddizionale Irpef, termini fissi. Comuni, tempo fino al via libera al bilancio preventivo. Il Tar Sicilia sulle scadenze perentorie a cui sono sottoposte le delibere degli enti locali.
La deliberazione in materia di addizionale comunale all'Irpef deve essere adottata dal consiglio comunale entro il termine per l'approvazione del bilancio di previsione. In caso contrario, infatti, è illegittima.

A seguito del ricorso presentato dal ministero dell'economia e delle finanze, la I Sez. del TAR Sicilia-Palermo con la sentenza 17.03.2014 n. 770, ha annullato la deliberazione di un comune siciliano che aveva adottato l'aumento dell'aliquota dell'addizionale comunale all'Irpef dallo 0,2 % allo 0,8% il 09.12.2013, dopo, quindi, la scadenza del termine del 30 novembre per l'approvazione del bilancio di previsione stabilito per l'anno 2013.
La decisione in questione si inserisce in un ciclo di sentenze avviato dai giudici calabresi che hanno condotto tutte alle stesse conclusioni. Alla prima, la sentenza n. 366 dello scorso 6 marzo, relativa a una delibera sulle aliquote dell'Imu, sono infatti seguite ben quattro decisioni del Tar Calabria, sede di Catanzaro (sentenze n. 470, 471, 472, 473 tutte del 21.03.2014), con le quali sono state annullate le deliberazioni comunali proprio in materia di addizionale Irpef.
Anche in questo caso i giudici siciliani hanno ripercorso l'esegesi delle norme: l'art. 52, comma secondo, del dlgs 446/1997, che stabilisce che i regolamenti sono approvati con deliberazione del comune non oltre il termine di approvazione del bilancio di previsione e non hanno effetto prima del 1° gennaio dell'anno successivo; l'art. 1, comma 169, della legge 296/2006, che prescrive che «gli enti locali deliberano le tariffe e le aliquote relative ai tributi di loro competenza entro la data fissata da norme statali per la deliberazione del bilancio di previsione. Le deliberazioni, anche se approvate successivamente all'inizio dell'esercizio purché entro il termine indicato, hanno effetto dal 1° gennaio dell'anno di riferimento. In caso di mancata approvazione entro il termine stabilito, le tariffe e le aliquote si intendono prorogate di anno in anno».
È evidente, quindi, la perentorietà del termine in questione, visto che in caso di mancata approvazione entro tale data le tariffe e le aliquote si intendono prorogate di anno in anno. Tutto ruota, dunque, attorno al termine di approvazione del bilancio di previsione che ogni anno, a causa delle continue manovre finanziarie varate dal governo, subisce degli slittamenti anche abbastanza incongrui.
E così per l'anno 2013 il termine è stato differito prima al 30.09.2013, dall'art. 10, comma 4-quater, lettera b), numero 1), del 35/2013 e, poi, al 30.11.2013 dall'art. 8 del dl 102/2013 convertito dalla legge 28.10.2013, n. 124. L'esame delle norme ha portato i giudici ad affermare inequivocabilmente che ogni deliberazione adottata dopo il 30 novembre deve ritenersi illegittima. E così è stato nel caso sottoposto al loro esame visto che la delibera che ha aumentato l'aliquota per l'addizionale comunale Irpef dallo 0,20 allo 0,80%, è stata adottata il 09.12.2013, e cioè dopo la scadenza del termine per l'approvazione del bilancio di previsione. Da ciò deriva che l'aumento dell'aliquota non può assolutamente valere per l'anno di imposta 2013, per il quale si intende prorogata l'aliquota stabilita per il 2012.
Occorre far notare, però, che i giudici siciliani, a differenza di quelli calabresi, hanno annullato solo in parte la delibera. Infatti, nel richiamare l'art. 34, comma 1, lett. e), c.p.a., hanno disposto l'annullamento del provvedimento impugnato nei limiti dell'interesse prospettato, cosicché l'efficacia della delibera viene meno solo con riferimento all'anno di imposta 2013 (per il quale si intende prorogata l'aliquota fissata per il 2012), e conserva invece piena efficacia a decorrere dal 01.01.2014.
Si deve, infine, rilevare come anche in questo caso il ricorso sia stato azionato dal ministero dell'economia e delle finanze, che a norma dell'art. 52, comma 4, del dlgs 446/1997, può impugnare i regolamenti sulle entrate tributarie per vizi di legittimità avanti gli organi di giustizia amministrativa.
Il punto era stato oggetto di particolare approfondimento da parte dei giudici calabresi che avevano inquadrato questo particolare istituto tra i casi di legittimazione straordinaria, giacché la possibilità di impugnare gli atti degli enti locali in materia di tributi, attribuita al ministero dalla norma, prescinde dall'esistenza di una lesione di una situazione giuridica tutelabile in capo a esso, che determini l'insorgere di un interesse personale, concreto e attuale all'impugnazione. L'attribuzione della legittimazione straordinaria, infatti, viene prevista dal legislatore esclusivamente in funzione e a tutela degli interessi pubblici (articolo ItaliaOggi dell'08.04.2014).

EDILIZIA PRIVATA: La Consulta ha statuito che "In materia di distanze tra fabbricati, sono principi inderogabili della legislazione statale sul governo del territorio (ai sensi degli artt. 873 Cod. civ. e 9 D.M. 02.04.1968 n. 1444, applicativo dell'art. 41-quinquies L. 17.08.1942 n. 1150, introdotto dall'art. 17 L. 06.08.1967 n. 765) quelli secondo i quali la distanza minima è determinata dalla legge statale, in sede locale (entro limiti di ragionevolezza) si possono solo fissare limiti maggiori e le deroghe locali devono essere previste in strumenti urbanistici funzionali ad un assetto complessivo ed unitario di determinate zone del territorio e non ai rapporti tra vicini isolatamente considerati. Pertanto, è incostituzionale, per violazione dei detti principi, l'art. 50, comma 8, lett. c), L. reg. Veneto 23.04.2004 n. 11, che disciplina le distanze solo in funzione degli interessi privati, autorizzando il confinante a costruire a distanza inferiore a quella prescritta, salva la distanza dal confine, quando un fabbricato finitimo già esistente sia stato posto, rispetto al medesimo confine, a distanza inferiore dai limiti in atto vigenti, pur se legittimamente all'epoca dell'edificazione".
Pertanto, la possibilità di costruire sul confine è consentita soltanto se vi è la possibilità di costruire in aderenza rispetto ad un fabbricato già edificato e non laddove il fabbricato già esistente non sia stato costruito sul confine, ma discosto da esso, ma dall’esame documentale si apprezza che i box in questione verrebbero realizzati in aderenza alla rete metallica che separa le due proprietà.
Al suddetto precetto soggiacciono anche le costruzioni destinate a ricovero per autovetture, come ha già avuto modo di chiarire questo Consiglio, precisando che persino: “La tettoia di dimensioni sufficienti al parcheggio di un'autovettura, pur avendo pareti laterali a graticcio, va considerata alla stregua di una costruzione col conseguente obbligo di osservanza delle distanze legali ai sensi dell'art. 873 Cod. civ., in quanto essa è idonea a creare intercapedini pregiudizievoli alla sicurezza e alla salubrità del godimento della proprietà”.

Quanto alla lamentata erroneità della sentenza di primo grado circa la non corretta esegesi della disciplina delle distanze che avrebbe condotto il TAR all’erroneo annullamento nei limiti sopra indicati della concessione edilizia 14.11.1996, n. 43/96 e dell’art. 45.9 del regolamento edilizio del comune di Rho, non può convenirsi con le tesi proposte in entrambi i gravami.
Appare, infatti, corretta la ricostruzione giuridica offerta dal TAR per la Lombardia, che ha rilevato il contrasto insanabile tra il citato art. 45.9 del regolamento edilizio e l’art. 873 c.c., la cui portata precettiva è stata chiaramente indicata da Corte cost., 16.06.2005, n. 232: “In materia di distanze tra fabbricati, sono principi inderogabili della legislazione statale sul governo del territorio (ai sensi degli artt. 873 Cod. civ. e 9 D.M. 02.04.1968 n. 1444, applicativo dell'art. 41-quinquies L. 17.08.1942 n. 1150, introdotto dall'art. 17 L. 06.08.1967 n. 765) quelli secondo i quali la distanza minima è determinata dalla legge statale, in sede locale (entro limiti di ragionevolezza) si possono solo fissare limiti maggiori e le deroghe locali devono essere previste in strumenti urbanistici funzionali ad un assetto complessivo ed unitario di determinate zone del territorio e non ai rapporti tra vicini isolatamente considerati; pertanto, è incostituzionale, per violazione dei detti principi, l'art. 50, comma 8, lett. c), L. reg. Veneto 23.04.2004 n. 11, che disciplina le distanze solo in funzione degli interessi privati, autorizzando il confinante a costruire a distanza inferiore a quella prescritta, salva la distanza dal confine, quando un fabbricato finitimo già esistente sia stato posto, rispetto al medesimo confine, a distanza inferiore dai limiti in atto vigenti, pur se legittimamente all'epoca dell'edificazione”.
Pertanto, la possibilità di costruire sul confine è consentita soltanto se vi è la possibilità di costruire in aderenza rispetto ad un fabbricato già edificato e non laddove il fabbricato già esistente non sia stato costruito sul confine, ma discosto da esso (Cons. St., Sez. V, 27.04.2012, n. 2458; Id., 13.01.2004, n. 46), ma dall’esame documentale si apprezza che i box in questione verrebbero realizzati in aderenza alla rete metallica che separa le due proprietà.
Al suddetto precetto soggiacciono anche le costruzioni destinate a ricovero per autovetture, come ha già avuto modo di chiarire questo Consiglio, precisando che persino: “La tettoia di dimensioni sufficienti al parcheggio di un'autovettura, pur avendo pareti laterali a graticcio, va considerata alla stregua di una costruzione col conseguente obbligo di osservanza delle distanze legali ai sensi dell'art. 873 Cod. civ., in quanto essa è idonea a creare intercapedini pregiudizievoli alla sicurezza e alla salubrità del godimento della proprietà” (Cons. St., Sez. II, 10.11.2004, n. 3523)
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 13.03.2014 n. 1272 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In tema di distanze legali, integra la nozione di volume tecnico, non computabile nella volumetria della costruzione e irrilevante ai fini del calcolo delle distanze legali, soltanto l'opera edilizia priva di autonomia funzionale, anche potenziale, in quanto destinata a contenere impianti serventi di una costruzione principale per esigenze tecnico-funzionali della costruzione medesima.
E tale non può considerarsi il balcone che non si connoti per una mera funzionalità decorativa: “Ai fini del computo delle distanze assumono rilievo tutti gli elementi costruttivi, anche accessori, qualunque ne sia la funzione, aventi i caratteri della solidità, della stabilità e della immobilizzazione, salvo che non si tratti di sporti e di aggetti di modeste dimensioni con funzione meramente decorativa e di rifinitura, tali da potersi definire di entità trascurabile rispetto all'interesse tutelato dalla norma riguardata nel suo triplice aspetto della sicurezza, della salubrità e dell'igiene”.

Neanche coglie nel segno l’appello dell’amministrazione comunale nella parte in cui sostiene che nel computo delle distanze non potrebbero calcolarsi i balconi.
Milita in senso contrario l’orientamento consolidato del Consiglio di Stato, secondo il quale: “In tema di distanze legali, integra la nozione di volume tecnico, non computabile nella volumetria della costruzione e irrilevante ai fini del calcolo delle distanze legali, soltanto l'opera edilizia priva di autonomia funzionale, anche potenziale, in quanto destinata a contenere impianti serventi di una costruzione principale per esigenze tecnico-funzionali della costruzione medesima” (Cons. St., Sez. IV, 15.01.2013, n. 223) e tale non può considerarsi il balcone che non si connoti per una mera funzionalità decorativa: “Ai fini del computo delle distanze assumono rilievo tutti gli elementi costruttivi, anche accessori, qualunque ne sia la funzione, aventi i caratteri della solidità, della stabilità e della immobilizzazione, salvo che non si tratti di sporti e di aggetti di modeste dimensioni con funzione meramente decorativa e di rifinitura, tali da potersi definire di entità trascurabile rispetto all'interesse tutelato dalla norma riguardata nel suo triplice aspetto della sicurezza, della salubrità e dell'igiene” (Cons. St., Sez. IV, 02.11.2010, n. 7731; Id., 14.10.1998, n. 1467)
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 13.03.2014 n. 1272 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La locuzione "aree pertinenziali esterne", riferita dall'art. 9 L. 24.03.1989 n. 122 alla possibilità di costruire parcheggi da destinare a pertinenza delle singole unità immobiliari, anche in deroga agli strumenti urbanistici ed ai regolamenti edilizi vigenti, non presuppone una relazione di pertinenzialità "materiale", evocante un rapporto di immediata contiguità fisica tra il fabbricato principale e l'area esterna asservita (sottostante, interna o esterna), ma fa piuttosto riferimento ad una nozione giuridica di pertinenzialità tra ciascun singolo posto auto ed una specifica unità immobiliare, nel senso di creare fra essi un nesso di inscindibilità in forza del quale di essi non possa più disporsi separatamente, potendo quindi anche non preesistere all'intervento ed essere creato solo in un momento successivo alla realizzazione del parcheggio.
Nella fattispecie una simile situazione non appare rinvenibile, atteso che esistono già una pluralità di box a servizio del fabbricato degli originari controinteressati, sicché quell’esigenza di fornire ogni unità immobiliare di un posto auto, che giustifica la deroga alla disciplina sulle distanze, non può rinvenirsi.

In relazione alla portata derogatoria dell’art. 9, l. n. 122/1989, che a giudizio degli originari controinteressati non sarebbe stata tenuta nel dovuto conto dal primo Giudice, non può convenirsi con quanto dedotto, perché la norma citata stabilisce che: “I proprietari di immobili possono realizzare nel sottosuolo degli stessi ovvero nei locali siti al piano terreno dei fabbricati parcheggi da destinare a pertinenza delle singole unità immobiliari, anche in deroga agli strumenti urbanistici ed ai regolamenti edilizi vigenti. Tali parcheggi possono essere realizzati, ad uso esclusivo dei residenti, anche nel sottosuolo di aree pertinenziali esterne al fabbricato, purché non in contrasto con i piani urbani del traffico, tenuto conto dell'uso della superficie sovrastante e compatibilmente con la tutela dei corpi idrici”.
Si tratta di una disposizione che prevede una deroga alla disciplina sulle distanze solo in ragione della stretta pertinenzialità che deve avvincere i parcheggi in questione alle singole unità immobiliari.
Pertinenzialità che, se non deve avere uno stretto legame materiale, deve però caratterizzarsi per uno stretto legame giuridico (Cons. St., Sez. IV, 30.06.2005, n. 3456; Id. Sez. VI, 17.02.2003, n. 844), come già precisato da Cons. St., Sez. IV, 31.03.2010, n. 1842: “La locuzione "aree pertinenziali esterne", riferita dall'art. 9 L. 24.03.1989 n. 122 alla possibilità di costruire parcheggi da destinare a pertinenza delle singole unità immobiliari, anche in deroga agli strumenti urbanistici ed ai regolamenti edilizi vigenti, non presuppone una relazione di pertinenzialità "materiale", evocante un rapporto di immediata contiguità fisica tra il fabbricato principale e l'area esterna asservita (sottostante, interna o esterna), ma fa piuttosto riferimento ad una nozione giuridica di pertinenzialità tra ciascun singolo posto auto ed una specifica unità immobiliare, nel senso di creare fra essi un nesso di inscindibilità in forza del quale di essi non possa più disporsi separatamente, potendo quindi anche non preesistere all'intervento ed essere creato solo in un momento successivo alla realizzazione del parcheggio”.
Nella fattispecie una simile situazione non appare rinvenibile, atteso che esistono già una pluralità di box a servizio del fabbricato degli originari controinteressati, sicché quell’esigenza di fornire ogni unità immobiliare di un posto auto, che giustifica la deroga alla disciplina sulle distanze, non può rinvenirsi
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 13.03.2014 n. 1272 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVILite non tempestiva, il difensore paga il cliente. Responsabilità professionale e liquidazione del danno.
Mancata introduzione tempestiva della lite e risarcimento del danno ex art. 2043 c.c.: il legale risponde del pregiudizio provocato al cliente, al quale spetteranno gli interessi e la rivalutazione monetaria effettuata dal giudice sulla base di criteri determinati.

È quanto si legge nella sentenza 10.03.2014 n. 6347, nella quale i giudici della III Sez. civile della Corte di Cassazione sono stati chiamati a intervenire per dirimere un caso di responsabilità professionale e liquidazione del danno.
La vicenda aveva ad oggetto un sinistro stradale nel quale era stato coinvolto un uomo, che, per ottenere il relativo risarcimento, aveva conferito mandato a un difensore, il quale, tuttavia, «nulla aveva fatto per adempiere il mandato ricevuto»: convenuto in giudizio per rispondere di inadempimento contrattuale e relativi danni (consistenti «nella perduta possibilità di ottenere dal preteso responsabile del sinistro il dovuto risarcimento»), il legale sollevava anche l'eccezione di prescrizione non accolta in primo grado.
Il giudizio, interrottosi a causa del decesso del legale, veniva successivamente riassunto dall'attore nei confronti degli eredi del convenuto, contro i quali l'uomo ricorreva con ben otto motivi di censura lamentando soprattutto la violazione di legge ed il vizio di motivazione in merito al risarcimento del danno: «in tema di crediti aquiliani, si legge, infatti, in sentenza, spettano al danneggiato sia la rivalutazione monetaria sia gli interessi dal giorno del fatto» cosa che il tribunale aveva trascurato.
A parere dei giudici di legittimità, accogliendo l'accusa in parte qua, liquidare un danno da lesione del credito ha natura di obbligazione di valore il cui ritardato adempimento viene disciplinato dai principi della inapplicabilità degli artt. 1277 e 1224 c.c.; monetizzazione «attraverso la rivalutazione monetaria che va disposta anche d'ufficio, in quanto la rivalutazione non rappresenta un accessorio del credito, ma costituisce una componente intrinseca del danno» e risarcimento per l'ulteriore pregiudizio «rappresentato dalla perduta possibilità di disporre tempestivamente della somma dovuta, investirla e ricavarne un lucro finanziario» (articolo ItaliaOggi Sette del 07.04.2014).

TRIBUTIImmobili rurali a maglie strette. Lo sono solo quelli delle categorie catastali A/6 e D/10. La Cassazione torna a occuparsi delle caratteristiche per beneficiare delle esenzioni Ici.
L'immobile che non sia accatastato specificatamente con la categoria catastale A/6 o D/10 non può definirsi a livello tributario «rurale», con la conseguenza che il proprietario, anche se conduce un'impresa di agriturismo, non è esente per tale bene ai fini Ici, non rientrando questa fattispecie nel trattamento esonerativo previsto dall'art. 23, comma 1-bis, del dlgs 207 del 30.12.2008.

Questa è la massima che si può trarre dalla recentissima sentenza 05.03.2014 n. 5167 della Corte di Cassazione, che riprende un concetto giuridico già espresso dalla stessa Corte e consolidato dalla successiva giurisprudenza.
Può essere utile approfondire la questione, data la relativa frequenza con cui essa viene ad essere riproposta dai comuni nell'ambito di atti di accertamento emessi ai fini dell'imposta comunale sugli immobili, che benché abolita ormai da qualche anno, continua dar luogo a contenzioso innanzi alla commissioni tributarie territoriali.
Ripercorriamo sinteticamente il tema della ruralità degli immobili e i suoi rapporti con l'Ici.
In tema di Imposta comunale sugli immobili (Ici), l'immobile che sia stato iscritto nel catasto fabbricati come rurale, con l'attribuzione della relativa categoria (A/6 o D/10), in conseguenza della riconosciuta ricorrenza dei requisiti previsti dal dl n. 557 del 1993, art. 9, conv. con legge n. 133 del 1994, e successive modificazioni, non è soggetto all'imposta ai sensi del combinato disposto del dl n. 207 del 2008, art. 23, comma 1-bis, convertito con modificazioni dalla legge n. 14 del 2009, e del dlgs n. 504 del 1992, art. 2, comma 1, lett. a).
L'attribuzione di una diversa categoria catastale, impone al contribuente di richiedere al catasto il classamento nelle categorie catastali previste dall'art. 9 dl 557/1993 cennato, e cioè A/6 oppure D/10; in mancanza di tale inquadramento, il comune accertatore può legittimamente emettere gli avvisi di accertamento, recuperando l'imposta evasa o versata in misura minore a quella dovuta.
Allo stesso modo se il comune reputasse illegittimo il classamento nelle categorie dei fabbricati rurali, ritenendolo suggerito da ragioni elusive o evasive dell'imposta, cioè giudicando che la ruralità degli immobili così accatastati sia in realtà soltanto fittizia, può impugnare il classamento alle categorie A/6 o D/10 ottenuto dal contribuente istante, avendo ovviamente l'onere di dimostrare le proprie specifiche ragioni.
La Corte di cassazione con alcune sentenze prese a sezioni unite (sentenze nn. 18565-18566 del 21/8/2009) ha ritenuto, fornendo un'interpretazione autentica e perciò retroattiva dell'art. 23 comma 1-bis, che l'attribuzione della categoria catastale sia rilevante ai fini del trattamento esonerativo degli immobili rurali ai fini Ici.
La massima indicata da tale sentenze e da quelle successive, riportata nella sentenza n. 5167/2014 della Cassazione in commento, così argomenta: «In tema di Ici, per la dimostrazione della ruralità dei fabbricati, ai fini del trattamento esonerativo, è rilevante l'oggettiva classificazione catastale con attribuzione della relativa categoria (A/6 o D/10), per cui l'immobile che sia stato iscritto come «rurale», in conseguenza della riconosciuta ricorrenza dei requisiti previsti dal dl 30.12.1993, n. 557, art. 9, conv. in legge 26.02.1994, n. 133) non è soggetto all'imposta, ai sensi del dl 30.12.2008, n. 207, art. 23, comma 1-bis (conv. in legge 27.02.2009, n. 14) e del dlgs 30.12.1992, n. 504, art. 2, comma 1, lett. A. (vedi Cass. sez. un. n. 18565 del 2009; Cass. sez. trib. n. 19872 del 2012; Cass. sez. trib. n. 20001 del 2011).
Va specificato che, al di fuori di tale ipotesi, la prova del carattere rurale dell'immobile deve essere fornita dal contribuente e non può essere presentata in modo generico o astratto. Intendiamo in questo caso riferirci al fatto che il contribuente può comunque sostenere che la ruralità dell'immobile si possa desumere attraverso la dimostrazione effettiva dei requisiti dell'immobile in esame, ricorrendo le caratteristiche indicate dallo stesso art. 9, nel comma 3 lettere a), c), d,) e) del dl 557/1993; ciò in quanto esse concretamente ricorrano.
A ben vedere, anche se la sentenza in commento non entra in questo ulteriore tema, dalla lettura dell'art. 9 dl 557/1993 si evincerebbe che le caratteristiche indicate da tale articolo, che sono ben specifiche e tassative ed identificano i fabbricati rurali asserviti all'attività agricola, possano essere sufficienti a costituire idonea prova ai fini della ruralità degli immobili e quindi, in base al ricordato art. 23, comma 1-bis, dell'esenzione da Ici di tali cespiti.
Fra queste caratteristiche si ritrovano quegli elementi fisici, economici ed oggettivi tendenti, che se provati idoneamente dal contribuente, valgono a dimostrare il carattere strumentale di tali beni all'attività agricola o agrituristica e pertanto capaci di integrare la fattispecie esonerativa ai fini dell'Ici Peraltro, giova sottolineare a conclusione, che secondo il comma 2, lett. e), dell'art. 9, le abitazioni censite nella categoria A/1 e A/8 o quelle di lusso, non possono comunque essere considerate rurali (articolo ItaliaOggi del 04.04.2014).

TRIBUTIAree edificabili, salve Ici e Imu. Imposte dovute anche se il valore è ridotto da vincoli. Inversione di rotta della Corte di cassazione rispetto a pronunce precedenti e di merito.
Un'area è edificabile anche se è soggetta a vincoli o a particolari destinazioni urbanistiche. L'area è comunque soggetta al pagamento dell'Ici e dell'Imu, anche se la presenza di vincoli ne riduce il valore di mercato.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza 05.03.2014 n. 5161.
La posizione assunta dai giudici di legittimità non è in linea con alcune pronunce che hanno invece affermato un principio del tutto diverso. È, infatti, una questione controversa e dibattuta da tempo quella che riguarda l'assoggettabilità all'imposta municipale delle aree vincolate, anche nella giurisprudenza di merito.
Con quest'ultima sentenza ha chiarito che l'edificabilità «non può essere esclusa dalla ricorrenza di vincoli o destinazioni urbanistiche che condizionino, in concreto, l'edificabilità del suolo, giacché tali limiti, incidendo sulle facoltà dominicali connesse alla possibilità di trasformazione urbanistico edilizia del suolo medesimo, ne presuppongono la vocazione edificatoria». Quindi, la presenza dei vincoli non fa venir meno il regime fiscale proprio dei suoli edificabili, ma ha un'incidenza solo sul loro valore venale e sulla base imponibile.
I precedenti. Sulla tassabilità delle aree vincolate ci sono due precedenti tra di loro contrastanti. Con la sentenza 25672/2008 la Cassazione aveva affermato che se il piano regolatore generale del comune prevede che un'area sia destinata a verde pubblico attrezzato, questa prescrizione urbanistica impedisce al privato di poter edificare. Dunque, l'area non è soggetta al pagamento dell'Ici anche se l'edificabilità risulta dallo strumento urbanistico. Mentre con la sentenza 19131/2007 aveva sostenuto che l'Ici fosse dovuta su un'area edificabile sottoposta a vincolo urbanistico e destinata a essere espropriata: quello che conta è il valore di mercato dell'immobile nel momento in cui è soggetto a imposizione. Con questa decisione, tra l'altro, i giudici avevano precisato che l'Ici non ricollega il presupposto dell'imposta all'idoneità del bene a produrre reddito o alla sua attitudine a incrementare il proprio valore. Il valore dell'immobile assume rilievo solo per determinare la misura dell'imposta. L'area deve essere considerata edificabile anche se qualificata «standard» e vincolata a esproprio.
L'orientamento non è uniforme neppure nella giurisprudenza di merito. Secondo la Commissione tributaria regionale di Milano (sent. 71/2013) un'area compresa in una zona destinata dal piano regolatore generale a verde pubblico attrezzato non è soggetta al pagamento dell'Ici. Il vincolo di destinazione non consente di dichiarare l'area edificabile poiché al contribuente viene impedito di operare qualsiasi trasformazione del bene. Per il giudice d'appello lo strumento urbanistico destina l'area a spazio pubblico per parco, giochi e sport, rendendo palese il vincolo di utilizzo meramente pubblicistico con la conseguente inedificabilità.
Le norme. Per definire gli aspetti controversi della nozione di area edificabile, il legislatore è intervenuto due volte con norme di interpretazione autentica. L'Ici è dovuta se l'area è inserita in un Piano regolatore generale adottato dal consiglio comunale, ma non approvato dalla regione. L'articolo 36, comma 2, del decreto-legge legge 223/2006 ha precisato che un'area sia da considerare fabbricabile se utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico generale deliberato dal comune, indipendentemente dall'approvazione della regione e dall'adozione di strumenti attuativi. La qualificazione vale non solo per l'Ici, ma anche per le imposte erariali, dirette e indirette.
E questa è una norma di interpretazione autentica con effetti retroattivi (si veda Corte di cassazione, sent. 25506 del 30/11/2006 e Ctr Lazio, sent. 238 del 03/10/ 2006). La retroattività di questa disposizione, però, non è stata riconosciuta dalla Commissione tributaria regionale di Bologna (sent. 79/2008). In effetti, che non fosse necessario un piano di lottizzazione per il pagamento dell'Ici, era già stato disposto dall'articolo 11-quaterdecies, comma 16 del collegato alla Finanziaria 2006 (l. 248/2005). Non a caso nella circolare 28/2006 l'agenzia delle Entrate ha precisato che con la norma del decreto Bersani (articolo 36) è stato esteso alle imposte sui redditi, all'Iva e al registro, il concetto di area edificabile contenuto nell'articolo 11-quaterdecies, il cui ambito applicativo era prima riservato alla sola imposta comunale sugli immobili.
Ormai è chiaro che un'area è edificabile ed è soggetta all'imposta quando è inserita nel piano regolatore generale, anche se non approvato. Inoltre, il tributo è dovuto anche se la potenzialità edificatoria è solo parziale. Quello che rileva è il valore di mercato che avrebbe l'immobile in un'ipotetica vendita (in questo senso si è espressa la Commissione tributaria di secondo grado di Bolzano, prima sezione, con la sent. 32 del 09/01/2007).
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Si attenua la potenzialità di edificazione.
Per la Cassazione la presenza di vincoli riduce il valore di mercato delle aree edificabili. La potenzialità di edificazione tanto più è attenuata quanto maggiori sono le incertezze sulla effettiva possibilità di utilizzare il suolo a scopo edificatorio.
Al riguardo, il Ministero delle finanze, con la risoluzione n. 209/E del 17/10/1997, ha affermato che «sul mercato il valore dell'area è man mano decrescente a seconda che si tratti di area per la quale è stata rilasciata la concessione edilizia, di area priva di concessione ma compresa in un piano particolareggiato, di area compresa soltanto in un piano regolatore generale». Ciò ha rilevanza, naturalmente, sulla quantificazione del valore. Per quanto riguarda il valore di un'area edificabile ai fini Ici e Imu, i criteri sono quelli fissati dall'articolo 5 del dlgs 504/1992.
La norma prevede che occorre fare riferimento a zona territoriale di ubicazione dell'area, indice di edificabilità, destinazione d'uso consentita, oneri per eventuali lavori di adattamento del terreno necessari per la costruzione e, infine, ai prezzi medi rilevati sul mercato di aree aventi le stesse caratteristiche (articolo ItaliaOggi Sette del 07.04.2014).

EDILIZIA PRIVATAA prescindere dalle caratteristiche costruttive e di impiego dei silos (ndr: n. 8 silos che la ditta utilizza per lo stoccaggio e la distribuzione del mangime, consistenti in manufatti in vetroresina, poggianti su platea in calcestruzzo, addossati alle stalle e messi in comunicazione con queste attraverso nastri trasportatori per consentire l’alimentazione del bestiame), essi rappresentano, complessivamente intesi, una considerevole trasformazione del territorio, essendo strettamente e funzionalmente ancorati all’edificio cui accedono, poggiando su una platea di calcestruzzo (come confermato in occasione dell’istanza di condono successivamente presentata ed anche dalla difesa istante in occasione della presentazione del terzo gravame, avverso il diniego di condono dei medesimi silos), comportando all’evidenza un intervento di trasformazione del territorio urbanisticamente rilevante e quindi soggetto a permesso di costruire, in quanto opere sicuramente eccedenti la manutenzione ordinaria.
Rientrano invero nella nozione giuridica di costruzione, costituente modifica del territorio comunale per la quale occorre il permesso di costruire, tutti quei manufatti che, non necessariamente infissi al suolo e pur semplicemente aderenti a questo, alterino lo stato dei luoghi in modo stabile, non irrilevante e non meramente occasionale, come nella specie, ove trattasi di silos prefabbricati, poggianti su platea di calcestruzzo e collegati alle stalle da sistemi di trasporto del mangime.
Né è possibile ricondurre i silos ad impianti tecnologici, non essendo destinati ad ospitare alcun impianto di natura tecnologica, non potendo quindi essere esclusi, quale volume tecnico, dall'obbligo del rilascio del permesso di costruire, né a mere pertinenze, che per essere tali, ai fini dell'applicazione delle regole che governano l'attività edilizia, debbono essere privi di autonomia rispetto ad altra costruzione, circostanza non sussistente nel caso di specie vista la funzione dei silos, impiegati per lo stoccaggio, oltre alla distribuzione, del mangime per gli animali.

Resta quindi da esaminare la vicenda relativa agli otto silos che la ditta utilizza per lo stoccaggio e la distribuzione del mangime, consistenti in manufatti in vetroresina, poggianti su platea in calcestruzzo, addossati alle stalle e messi in comunicazione con queste attraverso nastri trasportatori per consentire l’alimentazione del bestiame.
Il diniego di sanatoria opposto per tali opere (dato atto che successivamente per i medesimi abusi è stata presentata istanza di condono, nuovamente denegata dal Comune, a sua volta oggetto del terzo ricorso indicato in epigrafe) è stato formulato dall’amministrazione sulla base della ritenuta necessità, per tale tipologia di opere, del permesso di costruire, trattandosi di interventi di trasformazione del territorio, peraltro soggetto a tutela, come tali comunque inibite sulla base della già contestata disposizione di cui all’art. 85 n.t.a., che per la sottozona E2/B non consente interventi eccedenti la manutenzione ordinaria.
Di conseguenza, non sussistendo il requisito della cd. doppia conformità, la sanatoria è stata denegata.
La difesa istante con i terzi motivi aggiunti ha contestato il presupposto su cui si fonda il diniego della sanatoria, riconducendo i silos ad opere precarie, amovibili, pertinenziali rispetto alle stalle e comunque assimilabili agli impianti tecnologici al servizio della produzione, come tali non assoggettabili a permesso di costruire e quindi non ricadenti nel divieto di cui all’art. 85 n.t.a. e comunque alla sanzione demolitoria.
Ancora una volta, considerate le ragioni per le quali non è stata concessa la sanatoria, la difesa istante ha rinnovato le doglianze già dedotte con il ricorso n. 2773/2002 avverso l’art. 85 delle n.t.a. ed ai limiti con esso introdotti per eventuali interventi edificatori, eccedenti la manutenzione ordinaria, in area agricola E2/B.
L’esatta configurazione della natura dei silos assume quindi rilevanza ai fini della possibilità della loro sanatoria, con riguardo al requisito della doppia conformità, ed al contempo per l’eventuale irrogazione della sanzione, diversa dalla demolizione, per l’abuso non sanato.
Ribadita l’infondatezza delle censure dedotte avverso l’art. 85 n.t.a., considerata la già rilevata specificità delle prescrizioni adottate al fine di tutelare l’ambito particolare protetto, inibendo per l’esistente ulteriori interventi, coerentemente con il generale divieto di nuovi insediamenti, ritiene il Collegio che non sia rinvenibile nei silos la pretesa natura di opere precarie e/o pertinenziali, sebbene teoricamente amovibili, prive di autonoma utilizzabilità ed inidonee ad alterare lo stato dei luoghi in ragione delle loro modeste dimensioni.
Invero, a prescindere dalle caratteristiche costruttive e di impiego dei silos, essi rappresentano, complessivamente intesi (trattasi di otto strutture su basamento in calcestruzzo), una considerevole trasformazione del territorio, essendo strettamente e funzionalmente ancorati all’edificio cui accedono, poggiando su una platea di calcestruzzo (come confermato in occasione dell’istanza di condono successivamente presentata ed anche dalla difesa istante in occasione della presentazione del terzo gravame, avverso il diniego di condono dei medesimi silos), comportando all’evidenza un intervento di trasformazione del territorio urbanisticamente rilevante e quindi soggetto a permesso di costruire, in quanto opere sicuramente eccedenti la manutenzione ordinaria.
Rientrano invero nella nozione giuridica di costruzione, costituente modifica del territorio comunale per la quale occorre il permesso di costruire, tutti quei manufatti che, non necessariamente infissi al suolo e pur semplicemente aderenti a questo, alterino lo stato dei luoghi in modo stabile, non irrilevante e non meramente occasionale, come nella specie, ove trattasi di silos prefabbricati, poggianti su platea di calcestruzzo e collegati alle stalle da sistemi di trasporto del mangime.
Né è possibile ricondurre i silos ad impianti tecnologici, non essendo destinati ad ospitare alcun impianto di natura tecnologica, non potendo quindi essere esclusi, quale volume tecnico, dall'obbligo del rilascio del permesso di costruire, né a mere pertinenze, che per essere tali, ai fini dell'applicazione delle regole che governano l'attività edilizia, debbono essere privi di autonomia rispetto ad altra costruzione, circostanza non sussistente nel caso di specie vista la funzione dei silos, impiegati per lo stoccaggio, oltre alla distribuzione, del mangime per gli animali.
In conclusione, per quanto riguarda specificamente i silos va ritenuta l’infondatezza dei motivi aggiunti, trattandosi di opere che necessitavano del permesso di costruire, che hanno dato luogo ad interventi eccedenti la manutenzione ordinaria, come tali inibite dall’art. 85 n.t.a. e sanzionabili con la demolizione e rimessione in pristino.
Pertanto, riassumendo, con riguardo al ricorso n.r.g. 2773/2002, i terzi motivi aggiunti vanno in parte dichiarati improcedibili per quanto attiene all’ordinanza di sospensione ed alle opere già rimosse e/o riconosciute come già autorizzate dall’amministrazione; vanno accolti limitatamente all’imposta sanzione demolitoria per guanto riguarda i camini; infine, vanno respinti per quanto riguarda la mancata sanatoria dei silos.
Tenuto conto dell’esito della controversia e della tutela cautelare immediatamente concessa con riguardo alle ordinanze impugnate, qui annullate, non si ritiene sussistano i presupposti per l’accoglimento dell’istanza risarcitoria, così come formulata in occasione della proposizione del ricorso principale (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 05.03.2014 n. 281 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Una scala esterna scoperta non incide sulla volumetria ma rileva ai fini della distanza dai confini.
Esclusione dei balconi dal computo delle distanze.
Vero è che il vano scale e in particolare, a maggior ragione, una rampa di scala scoperta non incide sulla volumetria, trattandosi, di un volume c.d. tecnico, ma altre conseguenze può avere la stessa struttura sul diverso versante della normativa dettata per le distanze dai confini.
Invero, nel calcolo della distanza minima fra costruzioni posta dall’art. 873 codice civile o da norme regolamentari di esso integrative (come nel caso di specie) deve tenersi conto anche delle strutture accessorie di un fabbricato come la scala esterna in muratura anche scoperta, se ed in quanto presenta connotati di consistenza e stabilità.
A deporre nel senso della computabilità del manufatto in parola nella misurazione delle distanze dai confini, induce la non irrilevante considerazione sulle finalità sottese al rispetto della normativa sui distacchi dal confine e in generale delle disposizioni, di tipo inderogabile recate dal D.M. n. 1444 del 1968, volte, com’è noto, ad assicurare le necessarie condizioni di salubrità sotto il profilo igienico-sanitarie, mediante l’eliminazione di perniciose intercapedini.
A fronte, perciò, del contenuto “pubblicistico” della disciplina all’uopo dettata e del carattere inderogabile della stessa, deve ritenersi non tollerabile la presenza di una parte sia pure di modesta entità di un opus edilizio che va ad insistere in maniera permanente su uno spazio territoriale che deve libero da qualsiasi ingombro.

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L’esclusione dei balconi dal computo delle distanze, deve avvenire in ragione di un criterio interpretativo sottolineato da un preciso orientamento giurisprudenziale secondo cui il balcone aggettante può essere ricompreso nel computo della distanza dal confine solo nel caso in cui una norma di piano lo preveda espressamente e tale ultima circostanza nella specie non è rinvenibile, posto che le NTA di Piano del Comune non lo prevede.
Inoltre, non si rinvengono elementi tali da far ritenere che la maggiore profondità dei balconi sia idonea ad evidenziare una sorta di ampliamento della consistenza del fabbricato, giacché se si versasse in tale ultima ipotesi, sicuramente le sporgenze andrebbero computate ai fini del rispetto delle distanze.

Viene poi in rilievo la questione relativa alla lamentata violazione da parte degli originari ricorrenti di primo grado della distanza dal confine del lotto costruito, in relazione ad rampa di scala che aggetterebbe ad una distanza inferiore ai 5 metri e a dei balconi che pure sopravanzano il fabbricato
Sul punto le osservazioni del primo giudice in ordine alla sussistenza del vizio dedotto dai sigg.ri Ciavarella, Sollazzo e Magaraggia con riferimento alla scala meritano condivisone mentre si ritiene debbano essere disattesi i rilievi mossi dallo stesso giudicante a carico dei balconi
L’art. 10 delle NTA prevede un’area di distacco dal confine pari a 5 mt. e l’art. 6 delle stesse norme tecniche di attuazione stabilisce che le aree di distacco sono inedificabili.
Come riferito peraltro dagli stessi appellanti in tale area di distacco viene a posizionarsi sia pure solo per una parte una scala che partendo in area coperta dell’edificio dei sigg.ri Losurdo-Dipede si prolunga, sino ad invadere l’area inedificabile per circa 40 cm (il dato per il vero non è pacifico, e oscilla, come pare di capire, tra i 30 e i 50 cm).
Ora, vero è che il vano scale e in particolare, a maggior ragione, una rampa di scala scoperta non incide sulla volumetria, trattandosi, di un volume c.d. tecnico (Cons. Stato Sez. IV 07.07.2008 n. 3381), ma altre conseguenze può avere la stessa struttura sul diverso versante della normativa dettata per le distanze dai confini.
Invero, nel calcolo della distanza minima fra costruzioni posta dall’art. 873 codice civile o da norme regolamentari di esso integrative (come nel caso di specie) deve tenersi conto anche delle strutture accessorie di un fabbricato come la scala esterna in muratura anche scoperta, se ed in quanto presenta connotati di consistenza e stabilità (Cassazione civile Sez. II 30/01/2007 n. 1966; Tar Basilicata 19/09/2013 n. 574).
A deporre nel senso della computabilità del manufatto in parola nella misurazione delle distanze dai confini, induce la non irrilevante considerazione sulle finalità sottese al rispetto della normativa sui distacchi dal confine e in generale delle disposizioni, di tipo inderogabile recate dal D.M. n. 1444 del 1968, volte, com’è noto, ad assicurare le necessarie condizioni di salubrità sotto il profilo igienico-sanitarie, mediante l’eliminazione di perniciose intercapedini.
A fronte, perciò, del contenuto “pubblicistico” della disciplina all’uopo dettata e del carattere inderogabile della stessa, deve ritenersi non tollerabile la presenza di una parte sia pure di modesta entità di un opus edilizio che va ad insistere in maniera permanente su uno spazio territoriale che deve libero da qualsiasi ingombro.
A diversa conclusione invece si deve pervenire in ordine alla questione dei balconi, senza che per il vero si possa accedere alla tesi pure propugnata dagli appellanti dell’assimilabilità e/o equiparabilità tra la scala scoperta e i balconi in questione in quanto tra le due “strutture” vi è diversità di tipologia e di consistenza e, conseguentemente, diversi sono gli effetti derivanti dalla loro presenza in ordine al rispetto del parametro edilizio in discussione
In realtà l’esclusione dei balconi dal computo delle distanze, nella specie deve avvenire in ragione di un criterio interpretativo sottolineato da un preciso orientamento giurisprudenziale secondo cui il balcone aggettante può essere ricompreso nel computo della distanza dal confine solo nel caso in cui una norma di piano lo preveda espressamente e tale ultima circostanza nella specie non è rinvenibile, posto che le NTA di Piano del Comune di Cellamare non lo prevede.
Va peraltro pure dato atto che nella vicenda all’esame non si rinvengono elementi tali da far ritenere che la maggiore profondità dei balconi sia idonea ad evidenziare una sorta di ampliamento della consistenza del fabbricato, giacché se si versasse in tale ultima ipotesi, sicuramente le sporgenze andrebbero computate ai fini del rispetto delle distanze ( Cons. Stato Sez. IV 17/05/2012 n.2847).
Con colgono nel segno, infine, le critiche formulate da parte appellante alla statuizione del primo giudice circa la sussistenza del vizio di violazione delle disposizioni recate dal D.M. n. 1444/1968 in ordine alla distanza minima da osservarsi tra pareti finestrate di edifici prospicienti.
Invero, rilevato che la scala costituisce, come già sopra evidenziato, struttura o corpo aggettante da considerarsi ai fini del computo della distanza, quest’ultima con riferimento al parametro edilizio posto dalla norma di cui all’art. 9 del citato Decreto risulta inferiore ai previsti 10 metri, limite minimo da ritenersi inderogabile, fermo restando che la disposizione statale in rassegna si rivela sovraordinata ad altra norma regolamentare locale che fissi una diversa, minore distanza (ex multis, Cons. Stato Sez. IV 17/05/2012 n. 2847) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 04.03.2014 n. 1000 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

CONDOMINIOCanne fumarie, pochi vincoli. È consentita l'installazione sul muro perimetrale. La Cassazione: il manufatto non è equiparabile a una costruzione, ma a un accessorio.
Il singolo condomino può utilizzare il muro condominiale per installare una canna fumaria anche ove la stessa venga collocata a ridosso del terrazzo di proprietà di un altro condomino, poiché detto manufatto non è equiparabile a una costruzione, ma costituisce un semplice accessorio di un impianto, non essendo quindi sottoposto alla disciplina legale sulla distanza delle costruzioni previste.

È il principio espresso dalla Corte di Cassazione, Sez. II civile, nella sentenza 03.03.2014 n. 4936.
Il fatto. Un condomino del piano terra chiedeva all'assemblea di poter installare sul muro perimetrale dell'edificio una canna fumaria necessaria per l'evacuazione dei fumi del camino collocato all'interno del suo appartamento. L'assemblea, dopo aver valutato la situazione, autorizzava con due diverse delibere l'installazione e, in entrambe le riunioni, il verbale veniva sottoscritto da tutti i condomini presenti. Il condomino del piano terra procedeva quindi all'esecuzione dell'opera, che veniva realizzata in conformità alle prescrizioni del regolamento edilizio comunale. Successivamente, però, il proprietario dell'attico, che aveva prestato il consenso sottoscrivendo i verbali assembleari, cambiava opinione e si rivolgeva all'autorità giudiziaria, sostenendo che la canna fumaria impediva il suo diritto di veduta dal parapetto del terrazzo di sua esclusiva pertinenza.
Il tribunale però riteneva l'installazione della canna fumaria legittima. Rigettato in primo grado, il ricorso veniva accolto dalla Corte d'appello, che ordinava al condomino del piano terra di demolire la canna fumaria di sfogo del camino realizzato nell'appartamento di sua proprietà, condannandolo al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio. Per i giudici di secondo grado anche la canna fumaria poteva, infatti, essere fatta rientrare nella categoria delle costruzioni e quindi doveva rispettare le distanze legali. Del resto dal contratto di compravendita, osservava la Corte d'appello, risultava che il terrazzo davanti al quale era stata collocata la canna fumaria fosse di proprietà esclusiva del proprietario dell'attico. Ragion per cui quest'ultimo aveva diritto di fruirne e di esercitare la veduta, diretta e obliqua, come previsto dalla normativa in materia di distanze legali fra costruzioni. Contro tale decisione il condomino del piano terra ricorreva in Cassazione, ritenendo errata la sentenza d'appello nella parte in cui aveva applicato la disciplina generale delle distanze anziché le norme speciali in tema di condominio che consentono al singolo condomino di realizzare opere sulle parti comuni. In ogni caso il ricorrente obiettava pure che il terrazzo era connaturale alla struttura di copertura dell'edificio ed era quindi di natura condominiale.
La decisione della Suprema corte. La Cassazione ha quindi confermato la legittimità dell'installazione della canna fumaria in questione sulla base di un articolato ragionamento. In primo luogo i giudici hanno confermato come la terrazza a livello, quale accessorio rispetto all'alloggio posto allo stesso piano, prevalga su quella di copertura dell'appartamento sottostante e, se dal titolo non risulti il contrario, la terrazza medesima debba ritenersi appartenente al proprietario dell'attico, di cui strutturalmente e funzionalmente è parte.
Confermata la proprietà esclusiva del terrazzo, la Corte ha concentrato la propria attenzione sul rapporto intercorrente tra le norme generali in tema di distanze e la disciplina del condominio. In particolare la Cassazione ha precisato come ciascun condomino abbia il diritto di utilizzare la parete perimetrale dell'edificio, avente natura condominiale, per l'apposizione della canna fumaria, anche senza alcuna autorizzazione da parte degli altri condomini, purché, come nel caso in esame, si rispettino i limiti previsti dalla legge, cioè non si alteri la destinazione del muro e non si impedisca agli altri partecipanti di farne ugualmente uso, a nulla rilevando la disciplina sulla distanza delle costruzioni dalle vedute.
In altre parole, se sono stati rispettati i limiti sopra detti previsti dalla normativa condominiale, deve ritenersi legittima l'opera che sia stata realizzata in violazione delle norme dettate per regolare i rapporti tra proprietà esclusive, distinte e contigue. Del resto, come conclude la Cassazione, la canna fumaria (che è un tubo in metallo) non è una costruzione, ma un semplice accessorio di un impianto, e quindi la sua installazione sul muro perimetrale deve sempre ritenersi consentita, a meno che la stessa abbia dimensioni del tutto abnormi e superiori alla media (articolo ItaliaOggi Sette del 07.04.2014).

ATTI AMMINISTRATIVILa motivazione deve sempre precedere e non seguire l'atto amministrativo, a tutela oltre che del buon andamento e dell'esigenza di delimitazione del controllo giudiziario, degli stessi principi di parità delle parti e giusto processo (art. 2 c.p.a.) e di pienezza della tutela secondo il diritto Europeo (art. 1 c.p.a.), i quali convergono nella centralità della motivazione quale presidio del diritto costituzionale di difesa.
Deve infatti ribadirsi, sul solco della giurisprudenza amministrativa, che la motivazione deve sempre precedere e non seguire l'atto amministrativo, a tutela oltre che del buon andamento e dell'esigenza di delimitazione del controllo giudiziario, degli stessi principi di parità delle parti e giusto processo (art. 2 c.p.a.) e di pienezza della tutela secondo il diritto Europeo (art. 1 c.p.a.), i quali convergono nella centralità della motivazione quale presidio del diritto costituzionale di difesa (cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 20.08.2013, n. 4194; TAR Piemonte, sez. II, n. 664 del 2013) (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 31.01.2014 n. 304 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa Giurisprudenza ha affermato che la produzione di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio non può assurgere al rango di prova, seppure presuntiva, sull'epoca di realizzazione dell'abuso, ai fini dell'esenzione ratione temporis dalla necessità di un titolo edilizio, quantomeno se trattasi dell'unica prova offerta in assenza di minimi riscontri documentali o di altri elementi di prova eventualmente anche indiziari.
Il primo motivo di ricorso è in parte infondato: la ricorrente non ha fornito la piena prova (nella sua integrale disponibilità) circa la risalenza al 1940 (come affermato) degli interventi edilizi contestati dal Comune (in particolare, soppalco e scala di collegamento).
Infatti, la perizia giurata prodotta dalla ricorrente si limita ad affermare genericamente che l’epoca di costruzione dell’immobile anteriore al 1940, attesa la tipologia costruttiva dello stesso (in muratura), ma non specifica che ciò sia riferito anche al soppalco ed alla scala di collegamento.
Né particolare rilievo può assegnarsi all’atto notorio della stessa ricorrente e prossimo alla data del verbale di sopralluogo.
In proposito, la Giurisprudenza ha affermato che la produzione di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio non può assurgere al rango di prova, seppure presuntiva, sull'epoca di realizzazione dell'abuso, ai fini dell'esenzione ratione temporis dalla necessità di un titolo edilizio, quantomeno se trattasi dell'unica prova offerta in assenza di minimi riscontri documentali o di altri elementi di prova eventualmente anche indiziari (TAR Lombardia, sez. II di Milano, 13/11/2013 n. 2513) (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 31.01.2014 n. 300 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa presentazione di domanda di sanatoria rende illegittima la irrogazione della sanzione demolitoria senza che l'Amministrazione Comunale si sia preventivamente pronunciata sull'istanza.
Infatti, la presentazione di istanza di condono sospende fino all'esito della stessa l'avvio dei poteri repressivi comunali, stante l'incompatibilità del loro esercizio sia con la ratio della norma primaria (volta a consentire il recupero dell'attività edilizia posta in essere), che con i principi di lealtà, coerenza, efficienza ed economicità dell'azione amministrativa, i quali impongono la previa definizione del procedimento di condono, prima di assumere iniziative le cui finalità potrebbero essere vanificate dall'esito della richiesta del condono edilizio.

Per costante giurisprudenza amministrativa la presentazione di domanda di sanatoria rende illegittima la irrogazione della sanzione demolitoria senza che l'Amministrazione Comunale si sia preventivamente pronunciata sull'istanza.
Infatti la presentazione di istanza di condono sospende fino all'esito della stessa l'avvio dei poteri repressivi comunali, stante l'incompatibilità del loro esercizio sia con la ratio della norma primaria (volta a consentire il recupero dell'attività edilizia posta in essere), che con i principi di lealtà, coerenza, efficienza ed economicità dell'azione amministrativa, i quali impongono la previa definizione del procedimento di condono, prima di assumere iniziative le cui finalità potrebbero essere vanificate dall'esito della richiesta del condono edilizio (per tutte, TAR Sicilia, sez. I di Catania, 28/10/2013 n. 2565) (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 31.01.2014 n. 297 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'esercizio del potere repressivo degli abusi edilizi costituisce manifestazione di attività amministrativa doverosa, con la conseguenza che i relativi provvedimenti, quali l'ordinanza di demolizione, costituiscono atti vincolati per la cui adozione non è necessario l'invio della comunicazione di avvio del procedimento, non essendovi spazio per momenti partecipativi del destinatario dell'atto.
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Se ai fini dell’adozione dell'ingiunzione di demolizione è sufficiente che vi sia una precisa individuazione dell'immobile interessato dagli interventi abusivi e una compiuta descrizione degli stessi, la successiva ordinanza di acquisizione al patrimonio comunale deve contenere l'esatta individuazione catastale e delimitazione dell'area di sedime.

Con il quarto motivo il ricorrente lamenta omessa comunicazione di avvio del procedimento.
La censura è infondata; fin di recente la Giurisprudenza ha ribadito che l'esercizio del potere repressivo degli abusi edilizi costituisce manifestazione di attività amministrativa doverosa, con la conseguenza che i relativi provvedimenti, quali l'ordinanza di demolizione, costituiscono atti vincolati per la cui adozione non è necessario l'invio della comunicazione di avvio del procedimento, non essendovi spazio per momenti partecipativi del destinatario dell'atto (Consiglio di Stato, sez. II 26.06.2013 n. 649).
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Con ulteriore motivo il ricorrente afferma che il Comune non chiarisce se intende acquisire solo le opere materialmente abusive o anche l'area di sedime, rispetto all'abuso accertato.
Il ricorso per motivi aggiunti è fondato.
Se ai fini dell’adozione dell'ingiunzione di demolizione è sufficiente che vi sia una precisa individuazione dell'immobile interessato dagli interventi abusivi e una compiuta descrizione degli stessi, la successiva ordinanza di acquisizione al patrimonio comunale deve contenere l'esatta individuazione catastale e delimitazione dell'area di sedime.
Ma l’ordinanza impugnata risulta sul punto generica, come lamentato dal ricorrente.
Ne consegue la fondatezza del ricorso per motivi aggiunti, ed il suo accoglimento, previo assorbimento degli ulteriori profili di censura
(TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 31.01.2014 n. 296 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATACome ripetutamente affermato dalla giurisprudenza in materia di condono edilizio, l’opera realizzata, per essere considerata “ultimata”, deve essere idonea alle funzioni a cui la stessa è destinata e deve, quindi, presentare tutti gli elementi essenziali alla sua destinazione d’uso.
Ne consegue che, in mancanza del completamento funzionale del manufatto che non presenti gli elementi essenziali alla sua destinazione d’uso, nessun silenzio-assenso può ritenersi formato.
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Come affermato dalla giurisprudenza, il Comune, in ossequio al principio di buona amministrazione, può rilasciare un titolo edilizio condizionato qualora il progetto o le opere presentino elementi ostativi alla loro approvazione di modesta rilevanza e tali da poter essere individuati e corretti attraverso la modifica del progetto stesso o delle opere.

Il ricorso è infondato.
L’art. 31, primo comma, legge n. 47/1985 stabilisce che l’istanza di sanatoria può essere avanzata nel caso in cui le opere siano state ultimate.
Ai sensi del successivo secondo comma, l’ultimazione delle opere, nel caso di edifici già esistenti e di opere interne agli edifici, ricorre allorquando le opere stesse “siano state completate funzionalmente”.
Come ripetutamente affermato dalla giurisprudenza (cfr., fra le altre, Tar Venezia, II, n. 3633/2008, Cons. St., V, n. 2120/2007, Tar Torino, I, n. 1762/2007, Cons. St., V, n. 7021/2002), l’opera realizzata, per essere considerata “ultimata”, deve essere idonea alle funzioni a cui la stessa è destinata e deve, quindi, presentare tutti gli elementi essenziali alla sua destinazione d’uso.
Ne consegue che, in mancanza del completamento funzionale del manufatto che non presenti gli elementi essenziali alla sua destinazione d’uso, nessun silenzio-assenso può ritenersi formato (sul punto cfr. Cons. St., V, n. 2120/2007).
Tanto precisato, il Comune di Spadafora avrebbe potuto e dovuto negare il titolo in sanatoria per la parte di scantinato destinato a negozio, in quanto questa parte dell’immobile non presentava gli elementi essenziali alla sua destinazione d’uso e, pertanto, doveva ritenersi non completata funzionalmente alla data di proposizione della domanda.
Il Comune ha, invece, ritenuto di assentire la richiesta di concessione in sanatoria, imponendo però l’adeguamento funzionale di questa parte dell’immobile alla sua destinazione ad esercizio commerciale.
Come affermato dalla giurisprudenza (sul punto cfr., fra le altre, Tar Trentino-Alto Adige n. 204/2011), il Comune, in ossequio al principio di buona amministrazione, può rilasciare un titolo edilizio condizionato qualora il progetto o le opere presentino elementi ostativi alla loro approvazione di modesta rilevanza e tali da poter essere individuati e corretti attraverso la modifica del progetto stesso o delle opere.
Nel caso in esame, il Comune di Spadafora, a tutto beneficio degli interessati, ha ritenuto di fare uso di tale facoltà, invece di negare la concessione in sanatoria per la parte di immobile destinato ad esercizio commerciale (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 14.01.2014 n. 5 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAVenendo in rilievo un annullamento in autotutela sorretto da valutazioni logico-giuridiche, e non da valutazioni di ordine tecnico-edilizio, non risultava necessario acquisire il previo parere della Commissione Edilizia.
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Come affermato dalla giurisprudenza, quando l’illegittimità del titolo edilizio dipende dall’erronea rappresentazione della realtà in capo all’amministrazione procedente causata dal comportamento del richiedente (non importa se doloso o colposo), l’interesse pubblico concreto ed attuale all’annullamento dell'atto può ritenersi sussistente “in re ipsa”, non opponendosi a ciò posizioni di interesse del privato degne di particolare tutela.

Il ricorso è infondato.
Con il provvedimento impugnato il Sindaco di Portopalo ha annullato la concessione edilizia sulla base di plurime motivazioni, fra cui quella secondo cui il titolo edilizio era stato richiesto in data 18.04.1991 dai coniugi Roccasalva sebbene gli stessi non fossero esclusivi proprietari dell’area interessata dall’intervento, avendo trasferito la particella n. 457 del foglio di mappa n. 36 a Paolino Greco e Gioacchino Greco con atto di compravendita in data 19.12.1990.
La ricorrente afferma che l’ingegnere Paolino Greco aveva implicitamente assentito la richiesta di concessione edilizia nella sua qualità di progettista dell’opera, ma tale conclusione non può comunque valere per l’altro comproprietario della citata particella n. 457.
Avuto riguardo alla previsione di cui all’art. 36 legge regionale n. 71/1978, secondo cui la concessione edilizia deve essere richiesta dal proprietario o da chiunque ne abbia titolo, il Sindaco ha quindi correttamente provveduto all’annullamento in autotutela del titolo previamente assentito.
Venendo in rilievo un annullamento in autotutela sorretto da valutazioni logico-giuridiche, e non da valutazioni di ordine tecnico-edilizio, non risultava necessario acquisire il previo parere della Commissione Edilizia (per tutte, cfr. Tar Milano, II, n. 4493/2009).
Inoltre, come affermato dalla giurisprudenza (sul punto cfr. Tar Milano, II, n. 841/2013), quando l’illegittimità del titolo edilizio dipende dall’erronea rappresentazione della realtà in capo all’amministrazione procedente causata dal comportamento del richiedente (non importa se doloso o colposo), l’interesse pubblico concreto ed attuale all’annullamento dell'atto può ritenersi sussistente “in re ipsa”, non opponendosi a ciò posizioni di interesse del privato degne di particolare tutela (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 14.01.2014 n. 1 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Secondo quanto dispone l'art. 17, primo comma, della L. n. 1150/1942, il piano particolareggiato, decorso il termine stabilito per l'esecuzione, diventa inefficace relativamente alla parte in cui non ha avuto attuazione, rimanendo, però, fermo, a tempo indeterminato, l'obbligo di osservare, nella costruzione di nuovi edifici e nella modificazione di quelli esistenti, gli allineamenti e le prescrizioni di zona stabiliti dal piano stesso.
E’ infondato il primo motivo con il quale si sostiene la violazione degli artt. 16 e 17 della L. n. 1150/1942 e dell’art. 20 della L.Reg. 11/2004, nella parte in cui si asserisce che risulterebbe decaduto il vincolo alla trasformabilità degli edifici monumentali dettato dall’art. 9 delle NTA del Piano Particolareggiato.
L’esame dell’art. 9 sopra citato consente di ritenere come il contenuto di detta disposizione non sia diretto ad apporre un vincolo così come asserito da parte ricorrente e, ciò, considerando come detta norma si limiti a sancire un divieto di realizzare determinate tipologie di interventi, escludendo l’ammissibilità di una qualunque forma di alterazione della loro configurazione esterna o interna.
E’ allora possibile evincere il venire in essere di una norma diretta ad introdurre una prescrizione, idonea a disciplinare le modalità di realizzazione degli interventi ammissibili su quella peculiare tipologia di edifici.
Chiarito che la disposizione sopra citata sia diretta a introdurre una “prescrizione” e non un vincolo si può ritenere applicabile quel costante orientamento giurisprudenziale (si veda per tutti Consiglio di Stato Sez. IV, Sent. n. 6170 del 04-12-2007) nella parte in cui ha sancito che “secondo quanto dispone l'art. 17, primo comma, della L. n. 1150/1942, il piano particolareggiato, decorso il termine stabilito per l'esecuzione, diventa inefficace relativamente alla parte in cui non ha avuto attuazione, rimanendo, però, fermo, a tempo indeterminato, l'obbligo di osservare, nella costruzione di nuovi edifici e nella modificazione di quelli esistenti, gli allineamenti e le prescrizioni di zona stabiliti dal piano stesso".
Ne consegue che le prescrizioni relative agli interventi da realizzare, in quanto riconducibili al restauro e al risanamento conservativo, dovevano considerarsi pienamente vigenti al momento in cui gli interventi venivano realizzati, circostanza quest’ultima che consente di ritenere corretta la motivazione di rigetto espressa sul punto dall’Amministrazione
(TAR Veneto, Sez. II, sentenza 30.01.2014 n. 119 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il tratto differenziale tra "ristrutturazione" e "restauro e risanamento conservativo" è notoriamente da individuarsi nella presenza, o meno, di modifiche strutturali incidenti sulla sagoma e sul volume dell'edificio, ovvero nella presenza o meno di un incremento del complessivo carico urbanistico derivante dall'edificio.
Si è, infatti, precisato che “gli interventi edilizi che alterano, anche sotto il profilo della distribuzione interna, l'originaria consistenza fisica di un immobile e comportano l'inserimento di nuovi impianti e la modifica e ridistribuzione dei volumi, non si configurano né come manutenzione straordinaria, né come restauro o risanamento conservativo, ma rientrano nell'ambito della ristrutturazione edilizia”.

Ciò premesso risulta comunque dirimente constatare che la realizzazione delle opere di cui si tratta ha effettivamente mutato sia la configurazione esterna che quella interna dell’edificio, ricavando peraltro anche un nuovo vano abitabile e incrementando il volume in precedenza esistente.
Le caratteristiche di dette opere non consente una qualificazione delle stesse nella categoria del “restauro, del risanamento o del consolidamento statico o di bonifica igienica” e, ciò, considerando come il tratto differenziale tra "ristrutturazione" e "restauro e risanamento conservativo" è notoriamente da individuarsi nella presenza, o meno, di modifiche strutturali incidenti sulla sagoma e sul volume dell'edificio, ovvero nella presenza o meno di un incremento del complessivo carico urbanistico derivante dall'edificio (TAR Emilia-Romagna Bologna Sez. I, 23.10.2013, n. 649).
Si è, infatti, precisato che “gli interventi edilizi che alterano, anche sotto il profilo della distribuzione interna, l'originaria consistenza fisica di un immobile e comportano l'inserimento di nuovi impianti e la modifica e ridistribuzione dei volumi, non si configurano né come manutenzione straordinaria, né come restauro o risanamento conservativo, ma rientrano nell'ambito della ristrutturazione edilizia (in questo senso si veda TAR Lazio Roma Sez. I quater, 05.04.2013, n. 3506)
(TAR Veneto, Sez. II, sentenza 30.01.2014 n. 119 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nel procedimento di rilascio della concessione edilizia in sanatoria, il parere della Commissione edilizia comunale, deve essere considerato facoltativo e, ciò, in mancanza di un’espressa previsione normativa.
Deve essere rigettato anche il terzo motivo, considerando dirimente constatare come parte ricorrente non abbia indicato in ragione di quale disposizione urbanistica, o locale, il parere della Commissione edilizia sarebbe risultato necessario nel procedimento di condono di cui si tratta.
Va, infatti, ricordato che per un recente orientamento (Cons. Stato Sez. IV, 09.05.2013, n. 2513) nel procedimento di rilascio della concessione edilizia in sanatoria, il parere della Commissione edilizia comunale, deve essere considerato facoltativo e, ciò, in mancanza di un’espressa previsione normativa
(TAR Veneto, Sez. II, sentenza 30.01.2014 n. 119 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANell'ambito di accertamento postumo della compatibilità paesaggistica, la Soprintendenza ha illegittimamente sovrapposto il proprio sindacato a quello favorevolmente esercitato dall’autorità comunale, addentrandosi in valutazioni di tipo propriamente urbanistico-edilizio e trascurando un apprezzamento in concreto relativo all’effettiva compatibilità dell’intervento con il vincolo paesaggistico.
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L’art. 167 d.lgs. 42/2004 non esclude affatto che il volume tecnico, rispetto alla nozione di volume edilizio, possa ricevere, in considerazione della peculiare destinazione funzionale, una valutazione differenziata, caso per caso, suscettibile di concludersi con l’autorizzazione paesaggistica postuma, qualora in concreto il manufatto non presenti elementi incompatibili o comunque di estraneità con il paesaggio nel quale è destinato a collocarsi; non è un caso che, proprio in tema di autorizzazione paesaggistica in sanatoria, l’ipotesi del volume tecnico riceva dallo stesso ministero resistente una considerazione differenziata rispetto alla disciplina generale relativa ai volumi edilizi.
Al riguardo, la circolare del Segretario generale n. 33 del 26.06.2009, nel dettare talune linee interpretative ed operative ai fini dell’autorizzazione paesaggistica postuma, ai sensi del menzionato art. 167 d.lgs. 42/2004, chiarisce che “per volumi s’intende qualsiasi manufatto costituito da parti chiuse emergente dal terreno o dalla sagoma di un fabbricato preesistente indipendentemente dalla destinazione d’uso del manufatto”, per poi precisare: “ad esclusione dei volumi tecnici”.
Benché la circolare sia espressione di un potere ministeriale di mero indirizzo interno, privo di efficacia precettiva autonoma e non vincolante per i giudici, essa è tuttavia un chiaro indizio di come la stessa amministrazione competente abbia sposato una soluzione interpretativa della norma in esame che ragionevolmente tiene conto delle peculiari caratteristiche dei volumi tecnici.

... per l'annullamento:
1.- del provvedimento prot. n. 35692 del 19.12.02012 con cui la Soprintendenza ha adottato parere negativo relativamente all'accertamento postumo di compatibilità paesaggistica per le opere realizzate nel Comune di Pisciotta in difetto di autorizzazione paesaggistica;
2.- della determina n. 79 del 31.12.2012, con la quale il comune di Pisciotta determina “di non concedere, per la realizzazione delle opere previste nel progetto anzidetto, il prescritto provvedimento ai sensi e per gli effetti dell’art. 167, commi 4 e 5, d.lgs. 42/2004, in conformità al parere espresso dalla Soprintendenza per i BAP di Salerno e Avellino”.
...
Considerato che:
- nel caso in esame, la Soprintendenza, in relazione al tipo d’intervento effettuato, ha sovrapposto il proprio sindacato a quello favorevolmente esercitato dall’autorità comunale, addentrandosi in valutazioni di tipo propriamente urbanistico-edilizio e trascurando un apprezzamento in concreto relativo all’effettiva compatibilità dell’intervento con il vincolo paesaggistico (Tar Campania, Salerno, sez. I, 01.10.2012, n. 1737).
- L’art. 167 d.lgs. 42/2004 non esclude affatto che il volume tecnico, rispetto alla nozione di volume edilizio, possa ricevere, in considerazione della peculiare destinazione funzionale, una valutazione differenziata, caso per caso, suscettibile di concludersi con l’autorizzazione paesaggistica postuma, qualora in concreto il manufatto non presenti elementi incompatibili o comunque di estraneità con il paesaggio nel quale è destinato a collocarsi; non è un caso che, proprio in tema di autorizzazione paesaggistica in sanatoria, l’ipotesi del volume tecnico riceva dallo stesso ministero resistente una considerazione differenziata rispetto alla disciplina generale relativa ai volumi edilizi.
- Al riguardo, la circolare del Segretario generale n. 33 del 26.06.2009, nel dettare talune linee interpretative ed operative ai fini dell’autorizzazione paesaggistica postuma, ai sensi del menzionato art. 167 d.lgs. 42/2004, chiarisce che “per volumi s’intende qualsiasi manufatto costituito da parti chiuse emergente dal terreno o dalla sagoma di un fabbricato preesistente indipendentemente dalla destinazione d’uso del manufatto”, per poi precisare: “ad esclusione dei volumi tecnici”.
Benché la circolare sia espressione di un potere ministeriale di mero indirizzo interno, privo di efficacia precettiva autonoma e non vincolante per i giudici, essa è tuttavia un chiaro indizio di come la stessa amministrazione competente abbia sposato una soluzione interpretativa della norma in esame che ragionevolmente tiene conto delle peculiari caratteristiche dei volumi tecnici.
- Il manufatto contestato realizza in concreto un volume tecnico, di carattere pertinenziale e destinato esclusivamente ad impianti tecnologici (legnaia, serbatoio idrico con connesso autoclave); appare invero irrilevante la circostanza che i locali tecnici ospitanti la non siano immediatamente contigui alla casa di abitazione ma da essa separati; questo dato è tuttavia scarsamente significativo dal punto di vista paesaggistico e, peraltro, non è decisivo per fare venire meno il carattere di pertinenza dell’opera all’abitazione principale.
Per quanto sopra, con rilievo di carattere assorbente, il ricorso merita accoglimento. Ne consegue l’annullamento degli atti della Soprintendenza, sopra impugnati.
Appare comunque equo compensare le spese in relazione alla natura della controversia ed all’incerta esatta interpretazione dell’art. 167 d.lgs. 42/2004 in merito ai volumi tecnici (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 15.07.2013 n. 1540 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: La progettazione delle opere di viabilità, non strettamente connesse ai singoli fabbricati, è di pertinenza degli ingegneri.
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E' illegittimo l'affidamento del progetto ad un architetto in violazione delle norme che individuano le competenze degli ingegneri e degli architetti, in particolare delle prescrizioni che impediscono a quest’ultimi di progettare opere di urbanizzazione primaria (opere viarie).

... per l’annullamento, previa sospensiva:
1 - della deliberazione del Consiglio Comunale n. 22 dell’08.08.2012 non notificata, di “Approvazione progetto definitivo e approvazione variante urbanistica ai sensi dell’art. 19 DPR 327/2001 per intervento “Strada alternativa via Calarossano via Parata Grande”;
2 - della deliberazione del Consiglio Comunale n. 33 del 04.12.2012, mai notificata, avente ad oggetto: Strada alternativa di collegamento via Calarossano - via Parata Grande, compreso di percorso pedonale temporaneo per accesso alle abitazioni isolate. Progetto definitivo in variante al PdF. Adottato con DCC n. 22 dell’08.08.2012 ai sensi dell’art. 19 DPR 327/2001. Ratifica approvazione definitiva;
...
Con un primo motivo di diritto i ricorrenti, nel prospettare la violazione degli articoli 51, 52, 53 e 54 del R.D. 23.10.1925, n. 2537 argomentano l’illegittimità di tutti gli atti impugnati ed, in particolare, degli atti di approvazione e ratifica dei progetti nonché di conferimento dell’incarico, versandosi in ipotesi di progettazione di un’opera viaria pubblica di indubbia rilevanza, costituente infrastruttura primaria non riconducibile alla competenza dell’architetto; la fondatezza del motivo travolgerebbe conseguentemente e in via derivata tutti gli altri atti connessi.
Il motivo è fondato e va accolto sulla base di quanto già anticipato in sede cautelare.
Il regolamento di cui al R.D. 23.10.1925, n. 2537, adottato in esecuzione della legge 24.06.1923, n. 1395, disciplina le competenze dell’ingegnere e dell’architetto.
L’articolo 51 riconduce a quella degli ingegneri la progettazione e conduzione dei lavori per “estrarre ed utilizzare i materiali direttamente od indirettamente occorrenti per le costruzioni e per le industrie, dei lavori relativi alle vie ed ai mezzi di trasporto di deflusso e di comunicazione, alle costruzioni di ogni specie, alle macchine ed agli impianti industriali, nonché, in generale, alle applicazioni della fisica, i rilievi geometrici e le operazioni di estimo”. In tale previsione sono incluse le costruzioni per opere stradali ed igienico-sanitarie (acquedotti, fognature, impianti di depurazione), gli impianti elettrici, le opere idrauliche e le opere di edilizia civile riconducibili alle “costruzioni di ogni specie”.
Per l’articolo 52 rientrano nella competenza comune, di ingegneri ed architetti, le “opere di edilizia civile”. Il secondo comma di detta norma poi, riconduce alla competenza degli architetti le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico e di restauro ed il ripristino degli edifici di interesse storico-artistico.
Le citate norme sono state pacificamente interpretate (Tar Venezia Veneto sez. I 08.07.2011, n. 1153; in termini anche: Tar Lecce Puglia sez. III, 18.04.2012, n. 708) nel senso che la progettazione delle opere di viabilità, non strettamente connesse ai singoli fabbricati, sia di pertinenza degli ingegneri (Consiglio Stato, sez. V, 06.04.1998, n. 416; sez. IV, 19.02.1990, n. 92).
Tale tesi accolta in sede cautelare, va qui confermata ed anche rispetto agli argomenti addotti dal comune con l’atto di costituzione e con la memoria conclusiva. Il resistente, richiamata la predisposizione del progetto preliminare da parte dall’ufficio comunale, oppone innanzitutto la rilevanza della competenza per “opere di edilizia civile”, competenza comune ad entrambe le figure professionali, nella quale dovrebbe esser sicuramente incluso l’intervento progettato, interessante una struttura che, tra l’altro, utilizzerebbe il tracciato della viabilità esistente per la realizzazione di un percorso pedonale di accesso ai fabbricati presenti in zona.
Siffatta indicazione non può esser condivisa, deponendo in senso contrario gli atti versati dallo stesso comune dai quali emerge che la progettazione riguarda una struttura di trasporto, deflusso e comunicazione, quindi un’opera di rilevante importanza perché tesa ad eliminare lo stato di pericolo e gli inconvenienti, conseguenti allo sgrottamento dell’ambito sottostante la strada comunale Calarossano, elencati nella relazione tecnica predisposta dal progettista, quali:
- l’isolamento di circa quindici nuclei familiari, comprese due attività turistico-ricettive, irraggiungibili in caso di emergenza sanitaria;
- l’impossibilità di accesso all’area dell’eliporto, in caso di emergenza sanitaria;
- l’impossibilità di accesso al cimitero comunale, con conseguenze igienico-sanitarie in caso di decesso;
- l’impossibilità di raggiungere le aree destinate all’approvvigionamento delle merci, del gas g.p.l. e del carburante;
- l’impossibilità di provvedere alla raccolta dei r.s.u..
Per un secondo aspetto ha quindi contrastato il motivo in esame:
- depositando copia del titolo di studio del progettista (Laurea Specialistica in Architettura Classe N. 4/S Architettura ed Ingegneria Edile) nonché l’allegato 2 tabella di Corrispondenza tra le Classi di laurea relative al D.M. 270/2004 e le Classi di laurea relative al D.M. 509/1999;
- argomentando che la Classe di Laurea Specialistica 4/S Architettura ed ingegneria edile di cui al D.M. 509/1999 corrisponde, attualmente alla Classe di Laurea Magistrale LM - 4 Architettura e ingegneria edile-architettura con l’ovvia conseguenza per la quale gli architetti che hanno conseguito il titolo posseduto dal progettista incaricato sono abilitati alla progettazione di cui alle norme in esame, anche di quelle viarie.
Anche siffatta tesi non può esser condivisa dovendosi ad essa opporre, in via risolutiva, come dette indicazioni rilevano sul piano delle condizioni fissate per il conseguimento del titolo di studio quindi di accesso alle distinte professioni, nel mentre la disciplina invocata dai ricorrenti, diversamente, annette rilievo alla natura delle attività professionali svolte e che sostanziano i contenuti della competenza presupposta ai fini dell’applicazione delle menzionate norme regolamentari.
In definitiva il progetto è stato illegittimamente affidato ad un professionista in violazione delle norme che individuano le competenze degli ingegneri e degli architetti, in particolare delle prescrizioni che impediscono a quest’ultimi di progettare opere di urbanizzazione primaria (opere viarie).
La fondatezza del motivo in esame travolge, anche in via derivata ed assorbente rispetto ad ogni altra censura, tutti gli atti della procedura, esito questo al quale concorre anche la fondatezza della dedotta violazione dell’articolo 11 del d.P.R. 08.06.2001, n. 327, motivo che resiste alle contrarie indicazioni perché:
- la pubblicazione all’albo pretorio della comunicazione dell’avvio del procedimento per l’apposizione del vincolo preordinato all’espropriazione, non può surrogare un adempimento che riguarda personalmente ed individualmente i soggetti interessati;
- le allegazioni relative alle comunicazioni personali interessanti i ricorrenti M. Bosco e B. Gargiulo, certificano solo la spedizione non ricavandosi, dagli avvisi di ricevimento prodotti, alcuna “firma per esteso del ricevente” idonea a certificare la ricezione.
Il ricorso va quindi accolto con l’annullamento della determina di affidamento dell’incarico, delle delibere consiliari di approvazione e ratifica della approvazione definitiva nonché dei decreti di occupazione d’urgenza (TAR Lazio-Latina, sentenza  12.07.2013 n. 608 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAGli interventi edilizi che alterano, anche sotto il profilo della distribuzione interna, l'originaria consistenza fisica di un immobile e comportano l'inserimento di nuovi impianti e la modifica e ridistribuzione dei volumi, non si configurano né come manutenzione straordinaria, né come restauro o risanamento conservativo, ma rientrano nell'ambito della ristrutturazione edilizia.
Secondo l'orientamento della giurisprudenza, condiviso dal Collegio, gli interventi edilizi che alterano, anche sotto il profilo della distribuzione interna, l'originaria consistenza fisica di un immobile e comportano l'inserimento di nuovi impianti e la modifica e ridistribuzione dei volumi, non si configurano né come manutenzione straordinaria, né come restauro o risanamento conservativo, ma rientrano nell'ambito della ristrutturazione edilizia (cfr. da ultimo TAR Lombardia, Brescia, II, 02.03.2012, n. 355).
Tanto premesso, secondo l'orientamento della giurisprudenza condiviso dal Collegio, l'intervento de quo è stato legittimamente sanzionato a termini dell'art. 31 (e non dell'art. 33) del D.P.R. n. 380/2001, che qualifica come "interventi eseguiti in totale difformità dal permesso di costruire quelli che comportano la realizzazione di un organismo edilizio integralmente diverso per caratteristiche tipologiche, planovolumetriche o di utilizzazione da quello oggetto del permesso stesso, ovvero l'esecuzione di volumi edilizi oltre i limiti indicati nel progetto e tali da costituire un organismo edilizio o parte di esso con specifica rilevanza ed autonomamente utilizzabile", sanzionando con la rimozione o la demolizione -e, in caso di inottemperanza, con l'acquisizione di diritto del bene alla mano pubblica- "l'esecuzione di interventi in assenza di permesso, in totale difformità dal medesimo, ovvero con variazioni essenziali, determinate ai sensi dell'art. 32"
(TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 05.04.2013 n. 3506 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Per consolidata regola giurisprudenziale, ampiamente condivisa da questo TAR, i provvedimenti repressivi degli abusi edilizi non devono essere preceduti dal suddetto avviso trattandosi di provvedimenti tipici e vincolati emessi all'esito di un mero accertamento tecnico della consistenza delle opere realizzate e del carattere abusivo delle medesime.
Anche da ultimo il Consiglio di Stato ha affermato che nei procedimenti preordinati all’emanazione di ordinanze di demolizione di opere edili abusive non trova applicazione l’obbligo di comunicare l’avvio dell’iter procedimentale, in ragione della natura vincolata del potere repressivo esercitato, che rende di per sé inconfigurabile quale che sia apporto partecipativo, come peraltro previsto dall’ipotesi legislativa recata dall’art. 21-octies della stessa legge n. 241/1990, come introdotto dall’art. 14 della legge 11.02.2005 n. 15.

Le censure sono destituite di fondamento.
In particolare:
a). Va, innanzitutto, disatteso il primo motivo, in quanto per consolidata regola giurisprudenziale, ampiamente condivisa da questo TAR, i provvedimenti repressivi degli abusi edilizi non devono essere preceduti dal suddetto avviso trattandosi di provvedimenti tipici e vincolati emessi all'esito di un mero accertamento tecnico della consistenza delle opere realizzate e del carattere abusivo delle medesime (Cons. Stato, sez. IV, 30.03.2000, n. 1814; TAR Campania, sez. IV, 28.03.2001, n. 1404, 14.06.2002, n. 3499, 12.02.2003, n. 797).
Anche da ultimo il Consiglio di Stato ha affermato che nei procedimenti preordinati all’emanazione di ordinanze di demolizione di opere edili abusive non trova applicazione l’obbligo di comunicare l’avvio dell’iter procedimentale, in ragione della natura vincolata del potere repressivo esercitato, che rende di per sé inconfigurabile quale che sia apporto partecipativo, come peraltro previsto dall’ipotesi legislativa recata dall’art. 21-octies della stessa legge n. 241/1990, come introdotto dall’art. 14 della legge 11.02.2005 n. 15 (cfr., Consiglio di Stato, Sez. IV - sentenza 04.02.2013 n. 666)
(TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 05.04.2013 n. 3506 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: A seguito della decisione dell'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (29.07.2011, n. 15), la dichiarazione di inizio attività -oggi sostituita dalla segnalazione certificata di inizio attività (s.c.i.a.) per effetto dell'entrata in vigore del D.L. 31.05.2010 n. 78- non dà vita ad una fattispecie provvedimentale di assenso tacito, bensì "riflette un atto del privato volto a comunicare l'intenzione di intraprendere un'attività direttamente ammessa dalla legge".
Con riferimento sia alle d.i.a. di cui alla normativa di settore (con particolare riferimento all'edilizia) sia al modello generale di cui all'art. 19 legge 241/1990, la giurisprudenza ritiene che presupposti indefettibili perché una d.i.a. possa essere produttiva di effetti siano la completezza e la veridicità delle dichiarazioni contenute nell'autocertificazione. Infatti, il decorso del termine di trenta giorni non può avere alcun effetto di legittimazione dell'intervento, rispetto ad una dichiarazione inesatta o incompleta, con la conseguenza che l'Amministrazione ha la facoltà ed il potere di inibire l'attività o di sospendere i lavori.
Nella fattispecie per cui è causa, ritiene il Collegio che la d.i.a. in esame non possa dirsi "perfezionata", ostandovi appunto la carenza della documentazione richiesta e, comunque, dei presupposti di operatività della d.i.a. stessa, con conseguente mantenimento in capo al Comune del potere inibitorio di cui agli artt. 23 D.P.R. 380/2001 e 19 L. 241/1990 al fine del ripristino della legalità violata.
Con la precisazione doverosa che più di potere inibitorio in senso tecnico, si è al cospetto di un potere di "verifica della non formazione della d.i.a.", con conseguente ordine di ripristino dello stato dei luoghi, ove in qualche misura alterato.

Le censure sono destituite di fondamento.
In particolare:
...
b). in data 16.05.2007 è stato effettuato un primo sopralluogo nel corso del quale sono state accertate difformità nel fabbricato A (di progetto fabbricato B) come da grafico allegato alla relazione del 29.05.2007, n. 153/UT.
La DIA è stata presentata -soltanto– in data 29.02.2008; e con nota del 12.03.2008 la PA ha subordinato l’esecuzione dei lavori alla produzione di specifica documentazione a cui, però, la ricorrente non ha ottemperato.
Giova evidenziare come la denuncia di inizio attività in esame, secondo la documentazione depositata in atti, risulta dunque carente sotto diversi profili.
A seguito della decisione dell'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (29.07.2011, n. 15), la dichiarazione di inizio attività -oggi sostituita dalla segnalazione certificata di inizio attività (s.c.i.a.) per effetto dell'entrata in vigore del D.L. 31.05.2010 n. 78- non dà vita ad una fattispecie provvedimentale di assenso tacito, bensì "riflette un atto del privato volto a comunicare l'intenzione di intraprendere un'attività direttamente ammessa dalla legge".
Con riferimento sia alle d.i.a. di cui alla normativa di settore (con particolare riferimento all'edilizia) sia al modello generale di cui all'art. 19 legge 241/1990, la giurisprudenza ritiene che presupposti indefettibili perché una d.i.a. possa essere produttiva di effetti siano la completezza e la veridicità delle dichiarazioni contenute nell'autocertificazione (ex multis TAR Lombardia Milano II 09.12.2008 n. 5737; TAR Emilia Romagna-Bologna sez. II 17.07.2006 n. 142; Consiglio di Stato sez. IV 24.05.2010, n. 3263; TAR Lazio-Roma sez. I 02.12.2010, n. 35023). Infatti, il decorso del termine di trenta giorni non può avere alcun effetto di legittimazione dell'intervento, rispetto ad una dichiarazione inesatta o incompleta, con la conseguenza che l'Amministrazione ha la facoltà ed il potere di inibire l'attività o di sospendere i lavori.
Nella fattispecie per cui è causa, ritiene il Collegio che la d.i.a. in esame non possa dirsi "perfezionata", ostandovi appunto la carenza della documentazione richiesta e, comunque, dei presupposti di operatività della d.i.a. stessa, con conseguente mantenimento in capo al Comune del potere inibitorio di cui agli artt. 23 D.P.R. 380/2001 e 19 L. 241/1990 al fine del ripristino della legalità violata.
Con la precisazione doverosa che più di potere inibitorio in senso tecnico, si è al cospetto di un potere di "verifica della non formazione della d.i.a.", con conseguente ordine di ripristino dello stato dei luoghi, ove in qualche misura alterato
(TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 05.04.2013 n. 3506 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: L'art. 30, t.u. dell'edilizia 06.06.2001, n. 380, nel disciplinare la lottizzazione abusiva, distingue due diverse ipotesi di lottizzazione abusiva a scopo edificatorio:
● la prima, cd. lottizzazione materiale o reale, ricorre quando vengono iniziate opere che comportino trasformazione urbanistica od edilizia dei terreni stessi in violazione delle prescrizioni degli strumenti urbanistici, vigenti o adottati, o comunque stabilite dalle leggi statali o regionali o senza la prescritta autorizzazione;
● la seconda, lottizzazione cd. formale, negoziale ovvero cartolare, ricorre quando tale trasformazione viene predisposta con il frazionamento e la vendita, o atti equivalenti, del terreno in lotti che per le loro caratteristiche, quali la dimensione in relazione alla natura del terreno e alla sua destinazione secondo gli strumenti urbanistici, il numero, l'ubicazione o la eventuale previsione di opere di urbanizzazione ed in rapporto ad elementi riferiti agli acquirenti, denuncino in modo non equivoco la destinazione a scopo edificatorio.
Alla luce dell'art. 30, comma 1, d.P.R. 06.06.2001 n. 380, integra un'ipotesi di lottizzazione abusiva qualsiasi tipo di opere in concreto idonee a stravolgere l'assetto del territorio preesistente, a realizzare un nuovo insediamento abitativo e, quindi, in ultima analisi, a determinare sia un concreto ostacolo alla futura attività di programmazione, sia un carico urbanistico che necessita adeguamento degli standards.

Le censure sono destituite di fondamento.
In particolare:
...
c). infine, nella fattispecie ricorre l’ipotesi di cui all’art. 30 DPR 380/2001.
L'art. 30, t.u. dell'edilizia 06.06.2001, n. 380, nel disciplinare la lottizzazione abusiva, distingue due diverse ipotesi di lottizzazione abusiva a scopo edificatorio: la prima, cd. lottizzazione materiale o reale, ricorre quando vengono iniziate opere che comportino trasformazione urbanistica od edilizia dei terreni stessi in violazione delle prescrizioni degli strumenti urbanistici, vigenti o adottati, o comunque stabilite dalle leggi statali o regionali o senza la prescritta autorizzazione; la seconda, lottizzazione cd. formale, negoziale ovvero cartolare, ricorre quando tale trasformazione viene predisposta con il frazionamento e la vendita, o atti equivalenti, del terreno in lotti che per le loro caratteristiche, quali la dimensione in relazione alla natura del terreno e alla sua destinazione secondo gli strumenti urbanistici, il numero, l'ubicazione o la eventuale previsione di opere di urbanizzazione ed in rapporto ad elementi riferiti agli acquirenti, denuncino in modo non equivoco la destinazione a scopo edificatorio.
Alla luce dell'art. 30, comma 1, d.P.R. 06.06.2001 n. 380, integra un'ipotesi di lottizzazione abusiva qualsiasi tipo di opere in concreto idonee a stravolgere l'assetto del territorio preesistente, a realizzare un nuovo insediamento abitativo e, quindi, in ultima analisi, a determinare sia un concreto ostacolo alla futura attività di programmazione, sia un carico urbanistico che necessita adeguamento degli standards (come l’ipotesi che ne occupa)
(TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 05.04.2013 n. 3506 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANell'accertamento postumo della compatibilità paesaggistica, è illegittimo il parere negativo espresso dalla Soprintendenza laddove è fondato unicamente su dedotte carenze documentali e, quindi, è mancato “un apprezzamento concreto relativo alla compatibilità dell’intervento con il vincolo paesaggistico".
Infatti, il parere negativo dell’Amministrazione competente deve essere supportato dalla considerazione, e dalla dimostrazione dei relativi elementi fattuali a sostegno, per cui la sanatoria dell’opera vincolata comprometterebbe irrimediabilmente, e in rilevante misura, gli interessi che il vincolo mira a tutelare. senza che possa ritenersi sufficiente, all’uopo, la mera affermazione dell’esistenza del vincolo, ovvero il richiamo all’incompletezza della documentazione trasmessa.
Deve infatti essere spiegato per quale ragione, materiale e specifica, le opere per le quali si sta chiedendo la sanatoria siano incompatibili con il vincolo.
Nel caso di specie, il parere della Soprintendenza si caratterizza per contenuto generico e motivazione apparente, limitandosi a ritenere l’incompatibilità per le sole ragioni, di natura formale–documentale.
La motivazione, poi, dev’essere ancora più accurata quando, come nel caso di specie, gli interventi non autorizzati riguardino la sola sistemazione esterna di un fabbricato, eseguita con tecniche e materiali tendenti al “fedele recupero dell’identità dell’immobile” nel contesto ambientale d’appartenenza, e quindi possano essere considerati, nonostante il diverso avviso della Soprintendenza, anch’essi (come gli altri, ritenuti invece ammissibili), “di modesta entità”.

... per l’annullamento del provvedimento della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Salerno ed Avellino, prot. n. 15425 class. 34.19.10/67.11 in data 31.05.2012, nella parte in cui contiene parere contrario “all’accertamento di compatibilità relativamente a tutte le opere che, comunque, hanno interessato l’aspetto esteriore del fabbricato, ivi inclusi i corpi di scala esterni”;
...
In sostanza, il parere negativo espresso dall’Amministrazione nel provvedimento gravato s’è fondato unicamente su dedotte carenze documentali, laddove è mancato “un apprezzamento concreto relativo alla compatibilità dell’intervento con il vincolo paesaggistico” (TAR Sicilia Catania – Sez. I – 07.07.2010, n. 2846).
Il ricorso è quindi fondato, sotto il profilo della mancanza di ragioni per le quali l’opera è ritenuta incompatibile.
Infatti, il parere negativo dell’Amministrazione competente deve essere supportato dalla considerazione, e dalla dimostrazione dei relativi elementi fattuali a sostegno, per cui la sanatoria dell’opera vincolata comprometterebbe irrimediabilmente, e in rilevante misura, gli interessi che il vincolo mira a tutelare. senza che possa ritenersi sufficiente, all’uopo, la mera affermazione dell’esistenza del vincolo, ovvero il richiamo all’incompletezza della documentazione trasmessa.
Deve infatti essere spiegato per quale ragione, materiale e specifica, le opere per le quali si sta chiedendo la sanatoria siano incompatibili con il vincolo.
Nel caso di specie, il parere della Soprintendenza si caratterizza per contenuto generico e motivazione apparente, limitandosi a ritenere l’incompatibilità per le sole ragioni, di natura formale–documentale, esposte in precedenza.
La motivazione, poi, dev’essere ancora più accurata quando, come nel caso di specie, gli interventi non autorizzati riguardino la sola sistemazione esterna di un fabbricato, eseguita con tecniche e materiali tendenti al “fedele recupero dell’identità dell’immobile” nel contesto ambientale d’appartenenza, e quindi possano essere considerati, nonostante il diverso avviso della Soprintendenza, anch’essi (come gli altri, ritenuti invece ammissibili), “di modesta entità”.
Per l’affermazione di principi analoghi, cfr. la sentenza del TAR Puglia Lecce – Sez. I – del 13.04.2011, n. 669.
In conclusione il ricorso deve essere accolto, e le spese di giudizio possono essere compensate, sussistendone giusti motivi (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 01.10.2012 n. 1737 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

dite la vostra ... RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: R. Lasca, TUTTI* I DIPENDENTI PUBBLICI CONTRATTUALIZZATI DEVONO "SMARCARE" (USANDO IL BADGE o ALTRO) LA PROPRIA PRESENZA AL LAVORO (*con la sola eccezione dei Docenti delle scuole statali)! - Commento ipercritico, ma motivato, a TAR Campania Napoli sez. V sent. n. 1045/2014 (03.04.2014).

SINDACATI

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Enti Locali - La riduzione della spesa di personale (CGIL-FP di Bergamo, nota 07.04.2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: La "valorizzazione del merito" ed i "progetti fuori orario" (CGIL-FP di Bergamo, nota 04.04.2014).

PUBBLICO IMPIEGO: Il foglio dei lavoratori della Funzione Pubblica (CGIL-FP di Bergamo, marzo 2014).

UTILITA'

CONDOMINIORiforma del condominio: dopo lo straordinario successo della prima edizione, ecco la nuova guida di BibLus-net (aggiornata alle nuove norme).
La Legge 220/2012 (Riforma del Condominio), entrata in vigore il 18.06.2013, ha sancito una svolta storica nella disciplina relativa al condominio:sono stati ridefiniti i compiti e i requisiti dell’amministratore di condominio, rivisti i quorum deliberativi, introdotte importanti novità come l’obbligo del conto corrente e il decreto ingiuntivo per condomini morosi.
A meno di un anno dalla sua entrata in vigore, la Riforma del Condominio ha già subito importanti correzioni.
Stiamo parlando del Decreto Legge 145/2013 (cosiddetto Decreto Destinazione Italia). Con la conversione in legge del provvedimento, infatti, diventano operative alcune misure e alcune correzioni non prive di importanza per gli operatori.
Il Decreto Destinazione Italia, infatti, prevede:
● l’emanazione di un apposito Regolamento del Ministero della Giustizia che stabilisca i requisiti necessari per esercitare l’attività di formazione degli amministratori, nonché i criteri, i contenuti e le modalità di svolgimento dei relativi corsi di formazione iniziale e periodica;
l’obbligo di inserire nel Registro di anagrafe condominiale i dati relativi alle condizioni di sicurezza solo delle parti comuni dell’edificio, tralasciando quelle private;
la possibilità di istituire il fondo speciale per i lavori di manutenzione straordinaria ed innovazioni anche in relazione ai vari stati di avanzamento eventualmente previsti nel contratto;
la maggioranza degli intervenuti ed almeno la metà dei millesimi per l’irrogazione della sanzione per le infrazioni al regolamento condominiale.
Precisiamo che, in fase di conversione, è stato soppresso il comma che escludeva i lavori per il contenimento energetico dagli interventi di innovazione assoggettati alle maggioranze condominiali. Pertanto, tali interventi rientrano ancora tra le innovazioni che possono essere adottate con il voto favorevole del 50%+1 degli intervenuti all’assemblea e di almeno 500 millesimi di proprietà.
Alla luce di queste novità, la redazione propone la seconda edizione della “Guida alla Riforma del Condominio, un grande successo editoriale di BibLus-net, già apprezzato da migliaia di professionisti, cittadini.
La guida è divisa in quattro sezioni (dedicate all’amministratore, alla gestione delle parti comuni, al regolamento e all’assemblea, al bilancio e alle spese) e contiene tavole sinottiche, norme coordinate e utili tabelle di confronto.
Ricordiamo che ACCA mette gratuitamente a disposizione Condo Free, il servizio che consente agli amministratori di condominio di creare uno spazio gratuito sul web per gestire le proprie attività e comunicare in modo più semplice e veloce con i propri condòmini (10.04.2014 - link a www.acca.it).

EDILIZIA PRIVATANuovo libretto di impianto e nuovi rapporti di controllo, ecco i modelli PDF direttamente compilabili, con note esplicative e help contestuali.
Il D.M. 10.02.2014, in attuazione di quanto previsto dal D.P.R. 74/2013, contiene i nuovi modelli di libretto di impianto e di rapporto di controllo da utilizzare per tutti gli impianti termici di climatizzazione e produzione di acqua calda sanitaria dal primo giugno 2014 (V. art. “Libretto dell’impianto e rapporto di efficienza energetica, ecco i nuovi modelli”).
Libretto di impianto
Il Decreto rende operative le disposizioni del comma 5, dell’art. 7, del D.P.R. 74/2013, il quale stabilisce che gli impianti termici per la climatizzazione e l'acqua calda sanitaria devono essere muniti di un "Libretto di impianto per la climatizzazione".
A partire dal primo giugno 2014, tutti gli impianti termici devono essere dotati del nuovo libretto.
Ricordiamo che, secondo il D.P.R. 74/2013, un impianto termico è definito come un impianto tecnologico destinato ai servizi di climatizzazione invernale e/o climatizzazione estiva e/o produzione di acqua calda sanitaria, indipendentemente dal vettore energetico utilizzato. Non sono considerati impianti termici i sistemi dedicati esclusivamente alla produzione di acqua calda sanitaria al servizio di singole unità immobiliari ad uso residenziale e assimilate.
Quindi il nuovo libretto si applica, ad esempio, ai tradizionali impianti termici di climatizzazione invernale (caldaie), agli impianti termici adibiti alla climatizzazione estiva (i condizionatori d’aria) e agli scambiatori di calore e agli impianti di cogenerazione adibiti al riscaldamento degli ambienti.
Rapporto di efficienza energetica
Dal primo giugno 2014, in occasione dei controlli periodici e di eventuale manutenzione, i tecnici dovranno compilare i nuovi modelli di rapporti di controllo nei seguenti casi:
impianti termici di climatizzazione invernale di potenza utile nominale maggiore di 10 kW, con o senza produzione di acqua calda sanitaria;
impianti termici di climatizzazione estiva di potenza utile nominale maggiore di 12 kW, con o senza produzione di acqua calda sanitaria.
I modelli di rapporto di controllo sono relativi a:
- Gruppi termici
- Gruppi frigo
- Scambiatori
- Cogeneratori
In allegato proponiamo il nuovo libretto e i rapporti di controllo direttamente compilabili in formato PDF e stampabili, completi di note esplicative ed help contestuali (10.04.2014 - link a www.acca.it).

EDILIZIA PRIVATA - VARIDa oggi mappe catastali acquistabili direttamente on-line. Ecco costi e modalità operative.
Da oggi le mappe catastali possono essere acquistate direttamente online, senza recarsi in ufficio.
Il nuovo servizio è disponibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate per gli utenti già abbonati alla piattaforma Sister che potranno richiedere le mappe relative a tutte le province italiane, fatta eccezione per Trento e Bolzano.
L’acquisto online ha gli stessi costi applicati alle riproduzioni delle mappe in formato digitale rilasciate presso gli Uffici (Provvedimento del 19.03.2003 Agenzia del Territorio).
In allegato, oltre al Comunicato dell’Agenzia delle Entrate, proponiamo un documento di sintesi con la descrizione di Sister (funzionamento e costi) e i costi di acquisto delle mappe, sia per privati e che per PA (10.04.2014 - link a www.acca.it).

PUBBLICO IMPIEGO - VARICome prevenire i rischi legati all’uso del videoterminale. Dal SUVA l’opuscolo con i consigli da seguire.
I lavoratori che utilizzano abitualmente il videoterminale possono essere esposti a disturbi che interessano l’apparato muscolo-scheletrico, comportando un abbassamento della vista e un affaticamento mentale.
Osservando alcune semplici regole è possibile prevenire molti disturbi.
Al fine di rendere la postazione di lavoro confortevole e prevenire i rischi per chi lavora al videoterminale, il SUVA svizzero ha pubblicato l’opuscolo “Nove consigli per lavorare comodi, in cui fornisce i rimedi per lavorare in tutta comodità:
- Evitare riflessi e abbagliamenti
- Regolare la sedia
- Regolare l’altezza del tavolo
- Posizionare schermo, tastiera, documenti
- Regolare l’altezza dello schermo
- Mantenere la distanza
- Indossare occhiali per PC
- Fare movimento e pause regolari
- Lavorare comodi con il notebook
Il documento è utilizzabile dai lavoratori per operare in tutta sicurezza e dai datori di lavoro per formare e informare correttamente il personale e sistemare adeguatamente le postazioni di lavoro (10.04.2014 - link a www.acca.it).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

EDILIZIA PRIVATA - ENTI LOCALI - VARI: B.U.R. Lombardia, supplemento n. 15 dell'11.04.2014, "Legge regionale 19.02.2014, n. 11 «Impresa Lombardia: per la libertà di impresa, il lavoro e la competitività», pubblicata sul BURL n. 8, supplemento del 20.02.2014" (avviso di rettifica).

EDILIZIA PRIVATA: G.U. 09.04.2014 n. 83 "Modifiche ed integrazioni al decreto 24.05.2002, recante norme di prevenzione incendi per la progettazione, costruzione ed esercizio degli impianti di distribuzione stradale di gas naturale per autotrazione" (Ministero dell'Interno, decreto 31.03.2014).

EDILIZIA PRIVATA: G.U. 09.04.2014 n. 83 "Modifiche ed integrazioni all’allegato A al decreto del Presidente della Repubblica 24.10.2003, n. 340, recante la disciplina per la sicurezza degli impianti di distribuzione stradale di G.P.L. per autotrazione" (Ministero dell'Interno, decreto 31.03.2014).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 15 del 09.04.2014, "Deliberazione Giunta regionale 20.12.2013 - n. X/1193 «Disposizioni attuative finalizzate alla valutazione delle istanze per l’autorizzazione all’apertura o alla modificazione delle grandi strutture di vendita conseguenti alla d.c.r. 12.11.2013 n. X/187 ‘Nuove linee per lo sviluppo delle imprese del settore commerciale’», pubblicata sul BURL n. 53, Serie Ordinaria del 31.12.2013" (avviso di rettifica).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 15 dell'08.04.2014, "Secondo aggiornamento 2014 dell’elenco degli enti locali idonei all’esercizio delle funzioni paesaggistiche (l.r. 12/2005, art. 80)" (decreto D.S. 04.04.2014 n. 2894).

EDILIZIA PRIVATA: G.U. 07.04.2014 n. 81 "Regolamento concernente l’individuazione delle modalità in base alle quali si tiene conto del rating di legalità attribuito alle imprese ai fini della concessione di finanziamenti da parte delle pubbliche amministrazioni e di accesso al credito bancario, ai sensi dell’articolo 5-ter, comma 1, del decreto-legge 24.01.2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24.03.2012, n. 27" (Ministero dell'Economia e delle Finanze, decreto 20.02.2014 n. 57).

ENTI LOCALI: G.U. 07.04.2014 n. 81 "Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni" (Legge 07.04.2014 n. 56).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 15 del 07.04.2014, "Pubblicazione ai sensi dell’articolo 5 del regolamento regionale 21.01.2001, n. 1, dell’elenco dei tecnici competenti in acustica ambientale riconosciuti dalla Regione Lombardia alla data del 31.03.2014, in attuazione dell’articolo 2, commi 6 e 7, della legge 26.10.1995, n. 447 e della deliberazione di Giunta regionale 06.08.2012, n. IX/3935" (comunicato regionale 02.04.2014 n. 45).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

PUBBLICO IMPIEGO: B. Consales, Concorsi pubblici: legittimo l’accesso in aula, durante la prova orale, ai candidati che non l’abbiano ancora sostenuta (10.04.2014 - link a www.diritto.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: G. Fasano, Il principio del previo esperimento della mobilità alla luce della recente pronuncia del Consiglio di Stato del 17.01.2014 n. 178 (08.04.2014 - link a www.diritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: B. Antoci, Usucapione speciale per la piccola proprietà rurale ex art. 1159-bis del Codice Civile (07.04.2014 - tratto da www.diritto.it).

EDILIZIA PRIVATA - VARI: M. Fumagalli, Garanzie in favore di soggetti privati (Legge 02.08.2004 n. 210 e Decreto Legislativo n. 122/2005 – tutela dei diritti patrimoniali degli acquirenti di immobili da costruire) (07.04.2014 - link a www.diritto.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: G. Fasano, Il pubblico concorso deve accertare la professionalità del candidato, non il possesso di requisiti formali (Tar Lombardia, sez. IV, 27.02.2014 n. 549) (07.04.2014 - link a www.diritto.it).

APPALTI SERVIZI: C. Volpe, L’affidamento in house di servizi pubblici locali e strumentali: origine ed evoluzione più recente dell’istituto alla luce della normativa e della giurisprudenza europea e nazionale (07.04.2014 - tratto da www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: M. G. Fumarola, Ritardi nella conclusione del procedimento amministrativo e responsabilità della P.A. (24.03.2014 - link a www.filodiritto.com).

PUBBLICO IMPIEGO: P. M. Zerman, Il mobbing tra responsabilità amministrativo-contabile e illecito disciplinare (marzo 2014 - tratto da www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: R. Caponigro, IL TEMPO COME BENE DELLA VITA.
1. Premessa – 2. Il tempo nell’azione amministrativa – 2.1 La durata del procedimento – 2.2 L’attività amministrativa obbligatoria – 2.3 La responsabilità pubblica da mero ritardo – 3. Il tempo nel processo amministrativo – 3.1 Il tempo come misura del danno e l’esigenza di tempestività del giudizio – 3.2 Il rilievo del tempo nell’interesse al ricorso – 3.3 Il dominus del ricorso ed i tempi del processo - 4. Conclusioni (18.02.2014 - tratto da www.giustizia-amministrativa.it).

QUESITI & PARERI

CONSIGLIERI COMUNALI: OSSERVATORIO VIMINALE/ Vicesindaco a costo zero. Non è dovuta alcuna indennità di funzione. Il trattamento economico da corrispondere al vicario del primo cittadino.
Al vicesindaco spetta tuttora l'indennità di funzione nella misura del 15% rispetto a quella già prevista per il sindaco, come disposto dal dm n. 119/2000, alla luce delle nuove disposizioni recate dall'art.16, comma 17, del dl 13 agosto 2011, n, 138, convertito nella legge 14 settembre 2011, n. 148, che ha previsto, nei comuni fino a 1.000 abitanti, la presenza dei soli consiglieri comunali?

In merito il ministero dell'interno ha evidenziato la necessità, per i comuni con popolazione inferiore ai 1.000 abitanti, di nominare il vicesindaco tra i consiglieri eletti, al fine dell'esercizio delle indefettibili funzioni sostitutive che l'art. 53 del Tuel assegna a tale figura.
Solo a tale fine, la figura del vicesindaco viene disegnata nell'ambito dei consiglieri comunali eletti, rimanendo estranea ai compiti di amministrazione spettanti alla giunta, in tali enti soppressa, salvo entrare nella pienezza delle funzioni nel momento in cui si verifica la vacanza della carica dell'organo di vertice.
In proposito, il Consiglio di stato (Sez. I, par. n. 501 del 14.6.2001) ha specificato che il vicesindaco, da un punto di vista funzionale «è il vicario del sindaco, cioè l'organo persona-fisica stabilmente destinato a esercitare le funzioni del titolare in ogni caso di mancanza, assenza o impedimento» e, nel caso di rimozione, decadenza o decesso del sindaco, la sostituzione ha un carattere stabile, fino a nuove elezioni.
In ordine all'indennità di funzione spettante al vicesindaco dell'ente in questione, si richiamano le disposizioni recate dall'art. 16, comma 18, del citato dl 138/2011, ove si stabilisce che ai consiglieri dei comuni con popolazione fino a 1.000 abitanti non sono applicabili le previsioni di cui all'art. 82 del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267.
Considerate le finalità del citato dl 138/2011, convertito nella legge 148/2011, volte al contenimento della spesa pubblica, si ritiene che all'amministratore che espleta le funzioni del vicesindaco non sia dovuta la corresponsione di alcuna indennità di funzione (articolo ItaliaOggi dell'11.04.2014).

CONSIGLIERI COMUNALI: OSSERVATORIO VIMINALE/ Mozione di sfiducia.
Qual è la modalità di formalizzazione della mozione di sfiducia presentata nei confronti del sindaco, ai sensi dell'art. 52 del Tuel?
Il legislatore, nel delineare l'istituto della mozione di sfiducia, ha indicato i requisiti e le condizioni che ne consentono l'esame da parte del consiglio comunale, dettando una specifica tempistica del procedimento.
In particolare, la mozione deve essere messa in discussione non prima di dieci giorni e non oltre trenta dalla sua presentazione, con chiaro intento di cristallizzare il suo svolgimento entro un arco temporale limitato.
Una lettura coerente del dettato normativo implica che la presentazione e, quindi, la sottoscrizione da parte del prescritto quorum di consiglieri, debba avvenire se non contestualmente, in un arco temporale ragionevolmente breve, utile anche al fine di consentire a ciascun sottoscrittore di avere una cognizione precisa dell'identità (e, quindi, dell'appartenenza politica) degli altri firmatari, per una valutazione compiuta della propria adesione all'iniziativa in questione.
Nel caso di specie, si ritiene che non possa essere validamente ammessa una mozione di sfiducia sottoscritta dagli interessati consiglieri comunali, nel corso di undici mesi, fino al raggiungimento del numero di amministratori richiesto dall'art. 52 citato. Il documento configura, quindi, un'iniziativa politica, e con ciò esaurisce i propri poteri, alla quale non possono essere riconosciuti i caratteri della mozione di sfiducia, essendo sottoscritto da quattro consiglieri (anziché dai due quinti come prescritto dal richiamato art. 52 del Tuel) (articolo ItaliaOggi dell'11.04.2014).

PUBBLICO IMPIEGO: Retribuzione mansioni superiori.
Domanda
Sono un dipendente di un ente pubblico e da un anno svolgo mansioni superiori rispetto alla mia qualifica di appartenenza. Vorrei sapere se ho diritto alla relativa retribuzione anche in assenza di un esplicito provvedimento di conferimento.
Risposta
La Cassazione - Sezione Lavoro, con sentenza n. 796 del 16.01.2014, ha stabilito che il diritto a percepire una retribuzione, commisurata alle mansioni effettivamente svolte, non è condizionato all'esistenza di un provvedimento del superiore gerarchico che disponga l'assegnazione.
Anche nel pubblico impiego è applicabile l'art. 36 della Costituzione nella parte in cui attribuisce al lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato.
È fondamentale che le mansioni superiori assegnate siano state svolte, sotto il profilo quantitativo e qualitativo, nella loro pienezza e che, in relazione all'attività spiegata, siano stati esercitati i poteri e assunte le responsabilità correlate alle mansioni superiori.
L'obbligo di integrare il trattamento economico del dipendente, nella misura della quantità del lavoro effettivamente prestato, prescinde dalla eventuale irregolarità dell'atto o dall'assegnazione o meno dell'impiegato a mansioni superiori.
Il mantenere l'impiegato a mansioni superiori, oltre i limiti stabiliti dalla legge, determina una mera illegalità che non priva il dipendente della tutela collegata al rapporto di lavoro.
Il cattivo uso di assegnazione di mansioni superiori comporta la responsabilità disciplinare, patrimoniale ed eventualmente penale del dirigente, ma non vale a giustificare in alcun modo la lesione di un diritto di rilevanza costituzionale.
Le sole ipotesi nelle quali può essere disconosciuto il diritto alla retribuzione superiore sono circoscritte ai casi in cui, l'espletamento di mansioni superiori, sia avvenuto all'insaputa o contro la volontà dell'ente oppure allorquando sia il frutto della fraudolenta collusione tra dipendente e dirigente (articolo ItaliaOggi Sette del 07.04.2014).

APPALTI: Gare telematiche.
Domanda
In qualità di Amministrazione aggiudicatrice, vorremmo sapere se, nelle gare gestite in via telematica, le dichiarazioni e le offerte sottoscritte con la firma digitale devono essere accompagnate da una copia del documento di identità.
Risposta
Il Consiglio di Stato con sentenza n. 4676/2013 ha precisato che l'apposizione della firma digitale, nelle gare gestite in forma telematica, «è di per sé idonea a soddisfare i requisiti dichiarativi di cui al comma 3 dell'articolo 38 del dpr 445 del 2000, anche in assenza dell'allegazione in atti di copia del documento di identità del dichiarante».
In linea di principio le dichiarazioni rese, ai sensi degli articoli 38 e 47 del dpr 445 del 2000, attraverso l'apposizione di una firma digitale, non esonerano il dichiarante dall'onere di allegare copia di un proprio documento di identità.
Tuttavia la gara in questione è stata interamente gestita in forma telematica e l'articolo 77, comma 6, lettera b, del dlgs 163/2006 stabilisce che «le offerte presentate per via elettronica possono essere effettuate solo utilizzando la firma elettronica digitale come definita e disciplinata dal decreto legislativo 07.03.2005, n. 82».
Il comma 1 dell'articolo 65 del dlgs 82 del 2005 precisa che le istanze e le dichiarazioni, presentate alle pubbliche amministrazioni per via telematica, sono valide se sottoscritte mediante la firma digitale il cui certificato è rilasciato da un certificatore accreditato. La norma di riferimento non subordina in alcun modo il riconoscimento di tale validità alla condizione che l'apposizione della firma digitale sia accompagnata dalla copia del documento di identità (articolo ItaliaOggi Sette del 07.04.2014).

ATTI AMMINISTRATIVIOSSERVATORIO VIMINALE/ Le delibere vanno online. Obbligo di pubblicità anche per le determine. L'albo pretorio è stato ormai soppiantato dal sito web istituzionale.
La pubblicazione online delle delibere di giunta comunale e delle determinazioni adottate dai responsabili di settore ha valore di pubblicità legale dei provvedimenti e degli atti amministrativi alla stregua della pubblicazione nell'albo pretorio?

L'art. 32, comma 1, della legge 28.06.2009, n. 69, recante norme per l'eliminazione degli sprechi relativi al mantenimento di documenti in forma cartacea, dispone che «gli obblighi di pubblicazione di atti e provvedimenti amministrativi aventi effetto di pubblicità legale si intendono assolti con la pubblicazione nei propri siti informatici da parte delle amministrazioni e degli enti pubblici obbligati; il successivo comma 5 prevede, altresì, che a decorrere dall'01.01.2011 le pubblicità effettuate in forma cartacea non hanno effetto di pubblicità legale».
La disposizione in parola ha implicitamente modificato l'art. 124 del decreto legislativo n. 267/2000 nella parte in cui disponeva che la pubblicazione avvenisse «mediante affissione all'albo pretorio nella sede dell'ente», sostituita dalla pubblicazione sul sito istituzionale dell'ente, fermo restando il termine di 15 giorni consecutivi, salvo specifiche disposizioni di legge. Il legislatore è successivamente intervenuto con l'articolo 9, comma 5-bis, del dl n. 179, del 18.10.2012, convertito dalla legge n. 221, del 17.12.2012, sostituendo espressamente le parole «affissione», contenute nel citato articolo 124, con «pubblicazione». Pertanto, lo strumento informatico ha sostituito il tradizionale albo pretorio, rimanendo inalterati, sotto la nuova forma, gli obblighi di pubblicazione.
Il decreto legislativo n. 33, del 14.03.2013, disponendo il riordino della disciplina degli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione delle informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni ha, peraltro, rafforzato l'esigenza di pubblicità degli atti.
In merito il Consiglio di stato, con la sentenza n.1370 del 15.03.2006, ha stabilito che «la pubblicazione all'albo pretorio del comune è prescritta dall'art. 124, T.u. n. 267/2000 per tutte le deliberazioni del comune e della provincia ed essa riguarda non solo le deliberazioni degli organi di governo (consiglio e giunta municipale) ma anche le determinazioni dirigenziali».
Anche il Tar Campania, sezione I, con sentenza n. 03090/2012 del 28.06.2012 ha ritenuto che la pubblicazione all'albo pretorio del comune è prescritta per tutte le deliberazioni del comune e della provincia ed essa riguarda non solo le deliberazioni degli organi di governo (consiglio e giunta municipale), ma anche le determinazioni dirigenziali, esprimendo la parola «deliberazione» «ab antiquo» sia risoluzioni adottate da organi collegiali che da organi monocratici con l'intento di rendere pubblici tutti gli atti degli enti locali di esercizio del potere deliberativo, indipendentemente dalla natura collegiale o meno dell'organo emanante; secondo il citato Tribunale amministrativo la pubblicazione, nel caso in cui non si richieda una notifica individuale, vale di per sé ad integrare la piena conoscenza del provvedimento e il termine per impugnare le relative determinazioni decorre al più tardi dall'ultimo giorno della relativa pubblicazione.
L'inclusione delle determinazioni tra gli atti soggetti all'obbligo di pubblicazione è stata sostenuta anche dall'ente nazionale per la digitalizzazione della pubblica amministrazione - Digit Pa, nelle «Linee guida per i siti web della pubblica amministrazione» e in particolare nel «Vademecum sulle modalità di pubblicazione dei documenti nell'albo on-line», predisposto sulla base della direttiva n. 8 del 26.11.2009 del ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione.
In particolare, «per gli enti locali l'attività dell'albo consiste nella pubblicazione di tutti quegli atti sui quali viene apposto il referto di pubblicazione, includendo tra tali atti le deliberazioni ed altri provvedimenti comunali tra cui anche le determinazioni in argomento». Tali linee guida si aggiungono a quelle, adottate con deliberazione in data 19.04.2007, «in materia di trattamento dei dati personali per finalità di pubblicazione e diffusione di atti e documenti di enti locali» che, al punto 6, dedicano appositi chiarimenti sulla «pubblicità assicurata mediante pubblicazione all'albo pretorio».
Pertanto le deliberazioni dell'ente, ivi comprese quelle di giunta, e le determinazioni devono essere rese leggibili integralmente nei termini di legge; qualora emergano esigenze di riservatezza, gli atti devono essere pubblicati con i limiti prescritti dall'articolo 4 del citato decreto legislativo n. 33, del 14.03.2013 e con gli accorgimenti individuati dal Garante per la protezione dei dati personali (articolo ItaliaOggi del 04.04.2014 - tratto da www.centroctsudicni.it).

EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Rilascio di autorizzazione paesaggistica in area contigua ai Parchi - Risposta a quesito (Regione Emilia Romagna, nota 21.10.2011 n. 256409 di prot.).

NEWS

ENTI LOCALI - VARI: Una moneta lombarda. Piattaforma Ict per gli scambi tra imprese. La giunta Maroni ha dato l'ok. In futuro estensione a p.a. e persone fisiche.
La Lombardia si fa la sua moneta. Per il momento sarà solo virtuale (anzi «complementare») e limitata agli scambi di beni e servizi tra imprese. Ma in futuro potrebbe essere estesa alla pubblica amministrazione e alle persone fisiche (dipendenti, consumatori, cittadini nei rapporti con la p.a.).

Il nuovo conio non troverà posto nel portafogli ma sarà digitale e verrà organizzato sul modello del «barter» (baratto): le imprese aderenti al network potranno scambiarsi beni e servizi utilizzando come mezzo di pagamento la moneta complementare.
I crediti e i debiti originati dalle transazioni saranno registrati e gestiti da una comune piattaforma Ict del tutto analoga a quelle dei conti correnti bancari online. Sulla scia di diversi esempi analoghi a livello europeo (Francia, Germania, Gran Bretagna), la regione Lombardia intende combattere il credit crunch che sta strozzando soprattutto le pmi.
L'avvio della moneta lombarda (che per il momento non ha ancora un nome) è stato deciso ieri dalla giunta, in attuazione della l.r. 19.02.2014 n. 11, nota come «Impresa Lombardia», il provvedimento di semplificazione e agevolazione fiscale fortemente voluto dall'assessore regionale alle attività produttive, ricerca e innovazione, Mario Melazzini. «Abbiamo voluto inserire la moneta complementare all'interno del testo normativo perché crediamo possa contribuire al rilancio dell'economia lombarda attraverso la compensazione locale per lo scambio di beni e servizi», ha spiegato Melazzini a ItaliaOggi.
Quattro i vantaggi del nuovo sistema:
- le imprese potranno acquistare e vendere anche in un momento di grave crisi di liquidità;
- gli scambi potranno avvenire senza circolazione di moneta e le imprese avranno meno bisogno di capitale circolante;
- i cittadini/consumatori, quando saranno coinvolti nel barter trading, potranno maturare crediti in moneta complementare, vedendo così incrementare il loro potere di acquisto;
- il carattere locale del circuito canalizzerà le spese sul territorio, favorendo lo sviluppo locale.
Tuttavia è ancora presto per considerare realtà la nuova moneta lombarda. Prima bisognerà scegliere il partner privato che dovrà gestire la piattaforma di compensazione e istituire gli organi regionali che dovranno sovrintendere all'iniziativa. Ma con l'ok di ieri, la giunta guidata da Roberto Maroni dà il via alla sperimentazione che sarà gestita e monitorata da Finlombarda, nonché finanziata con i risparmi della spending review 2013.
Per partecipare alla selezione i privati (non solo imprese individuali e società, ma anche raggruppamenti temporanei di imprese o consorzi) dovranno far pervenire una proposta preliminare di progetto descrivendo il modello operativo che hanno in mente per realizzare la moneta complementare (articolo ItaliaOggi del 12.04.2014).

TRIBUTI: Tari, acconti senza delibere. I comuni stabiliscono il quantum in base agli importi 2013. I chiarimenti del dipartimento delle finanze sul pagamento della nuova tassa rifiuti.
Ammessi gli acconti della nuova tassa rifiuti anche se i comuni non hanno ancora approvato i regolamenti e determinato le tariffe. Possono, infatti, riscuotere la Tari in acconto calcolando gli importi in base a quanto pagato dai contribuenti l'anno precedente. Il tutto, nonostante manchi una norma ad hoc che attribuisca espressamente questo potere.

Lo ha chiarito il dipartimento delle finanze del Ministero dell'economia, con la
nota 24.03.2014 n. 5648 di prot..
Secondo il dipartimento delle finanze non serve un'apposita disposizione legislativa per riscuotere gli acconti Tari. Gli importi possono essere calcolati in base a quanto corrisposto dai contribuenti nel 2013. Del resto, il comma 688 della legge di Stabilità (legge 147/2013) attribuisce ai comuni la piena facoltà di stabilire liberamente le scadenze, «prevedendo come unico limite il rispetto della previsione di un numero minimo di due rate semestrali».
Le amministrazioni locali possono fare questa scelta nell'ambito del proprio potere regolamentare. Dunque, è possibile incassare gli acconti anche se non sono stati ancora adottati regolamenti e delibere tariffarie e non è stato approvato il bilancio di previsione.
Per quanto concerne le modalità di riscossione, va posto in rilievo che nei giorni scorsi (si veda ItaliaOggi del 10.04.2014) è stato approvato un emendamento, in sede di conversione del dl sulla finanza locale (16/2014), che consente di versare la Tari tramite bollettino di conto corrente postale. In alternativa, è possibile pagare con F24 o tramite i servizi elettronici di incasso e interbancari. Il comune può fissare numero delle rate e scadenze per il versamento. La legge impone, però, che tassa rifiuti e imposta sui servizi indivisibili vengano pagate in momenti diversi. Inoltre, va assicurato ai contribuenti il versamento in almeno due rate a scadenza semestrale. Fermo restando che gli interessati possono pagare in un'unica soluzione entro il 16 giugno di ciascun anno.
Va ricordato, poi, che mentre le attività di accertamento e riscossione della Tasi possono essere affidate solo con gara, le amministrazioni locali possono delegare la gestione dell'accertamento e riscossione della Tari ai soggetti che hanno svolto queste attività nel corso del 2013.
Lo prevede l'articolo 1 del dl sulla finanza locale che ha sostituito il comma 691 della legge di Stabilità (legge 147/2013), il quale consentiva ai concessionari la gestione di entrambi i tributi senza fare ricorso alle procedure a evidenza pubblica, purché avessero già svolto l'accertamento e la riscossione dell'Imu e della Tares. Il legislatore a distanza di poco tempo ha rivisto le proprie posizioni e ha limitato gli affidamenti senza gara solo alla tassa rifiuti e alla tariffa puntuale (articolo ItaliaOggi dell'11.04.2014).

ENTI LOCALI: Province senza consigli. Anzi no. Non è chiaro se gli organi decadono subito o a giugno. DDL DELRIO/ A creare confusione due norme contraddittorie e alcuni odg della camera.
Il primo caos della riforma delle province è già in atto e riguarda la permanenza in carica dei consigli provinciali.
La legge 56/2014, nota come riforma Delrio, determina infatti incertezza assoluta rispetto alla fine dei consigli provinciali. Il problema sorge per la contraddizione in termini o, comunque, l'estrema incertezza del significato dei commi 79 e 82 dell'articolo unico della legge.
Il comma 79, lettera a), stabilisce che le elezioni dei nuovi consigli provinciali dovranno essere indette entro il 30 settembre 2014 per le province i cui organi scadono per fine mandato nel 2014. Il comma 82 dispone che, proprio nel caso previsto dall'articolo 79, lettera a) «il presidente della provincia in carica alla data di entrata in vigore della presente legge ovvero, qualora la provincia sia commissariata, il commissario, assumendo anche le funzioni del consiglio provinciale» restano in carica a titolo gratuito per l'ordinaria amministrazione.
Se il presidente della provincia in carica alla data di entrata in vigore della legge assume le funzioni del consiglio, dovrebbe risultare inevitabile concludere che i consigli siano da considerare decaduti ex lege dal giorno dell'entrata in vigore della legge 56/2014.
Tuttavia, questa interpretazione, che oggettivamente appare l'unica corretta e convincente, è stata oggetto di critica da parte di molti. Alla camera sono stati approvati alcuni ordini del giorno, secondo i quali per l'interpretazione maggiormente rispettosa della Costituzione e del diritto dell'eletto a esercitare il proprio mandato richieda di dare rilievo alla previsione contenuta nel comma 79, lettera, quando afferma che le elezioni provinciali sono da indire per le province «i cui organi scadono per fine mandato»: il riferimento alla fine del mandato starebbe a indicare che, visto che ai sensi dell'articolo 51 del dlgs 267/2000 il mandato dura 5 anni, i consigli resterebbero in carica fino al compimento del quinto anno dalla proclamazione delle elezioni del 2009.
Dunque, fino a giugno prossimo. È evidente che gli ordini del giorno approvati dalla camera, che invitano il governo a tenere conto di questa sorta di interpretazione autentica spuria non hanno particolare pregio. Anche ad ammettere che basti riferirsi al mandato elettorale per ritenere che i consigli restino in funzione fino a giugno, il dato letterale del comma 82 è chiarissimo: i presidenti delle province assumono da subito, dall'entrata in vigore della legge, le funzioni dei consigli.
L'interpretazione politica data dalla camera, allora, conduce a due conseguenze entrambe difficili da accettare sul piano della correttezza giuridica. La prima, è la convivenza, fino a giugno, di due organi, il presidente ed il consiglio, che esercitano il medesimo potere; solo la tolleranza e il rispetto istituzionale reciproco potrebbe evitare tra essi conflitti di competenza, senza mettere al riparo, però, dal rischio del vizio di legittimità di ogni provvedimento adottato. La seconda, è considerare che un ordine del giorno, per quanto seguito da ulteriori atti del governo, possa avere la forza di disapplicare una norma di legge, tanto da tenere quiescente la competenza dei presidenti della provincia ad esercitare i poteri del consiglio, pur affidata loro dalla legge, fino a giugno.
Probabilmente, il problema interpretativo non avrà troppe conseguenze pratiche, visto che occorrerebbe una lesione degli interessi di qualcuno derivante dall'operato dei consigli da qui a giugno, perché possa evidenziarsi di fronte a un Tar l'illegittimità delle decisioni eventualmente adottate dai consigli stessi. Ma il problema non è da sottovalutare. Se restano in piedi i consigli fino a giugno, restano anche per altri due mesi i costi connessi.
C'è anche la questione dei gettoni di presenza. Il comma 84 impone la gratuità delle cariche. Ma è una norma manifestamente rivolta alle nuove cariche delle province già riformate. Infatti, dispone: «Gli incarichi di presidente della provincia, di consigliere provinciale e di componente dell'assemblea dei sindaci sono esercitati a titolo gratuito». Il riferimento ai componenti dell'assemblea dei sindaci fa capire che la legge 56/2014 considera gratuiti solo i nuovi organi. Per quelli «uscenti» in realtà non v'è una regola precisa. Solo e sempre in via di interpretazione si può sostenere che i consiglieri provinciali uscenti debbano svolgere le proprie attività a titolo gratuito, come si prevede espressamente per presidente ed assessori nell'articolo 82 (articolo ItaliaOggi dell'11.04.2014).

ENTI LOCALI: Dubbi sull'aumento gratuito delle poltrone nei mini enti.
Aumentano i posti da consigliere e da assessore, ma non è ammesso un euro di spesa in più.

Può essere sintetizzato in questi termini il senso delle novità introdotte dalla legge Delrio in merito alla composizione degli organi di governo nei piccoli comuni. Tuttavia, il modo in cui l'obiettivo politico è stato tradotto in norma pone alcune perplessità interpretative.
La nuova legge ha modificato la composizione dei consigli e delle giunte nei comuni fino a 10.000 abitanti, cancellando i tagli previsti dal dl 138/2011. La riforma, però, è stata pensata a costo zero. Si prevede, quindi, che i comuni interessati debbano rideterminare con propri atti le indennità degli amministratori al fine di assicurare l'invarianza della relativa spesa in rapporto alla legislazione vigente, previa specifica attestazione dei revisori dei conti.
A tale proposito, l'Anci, nella nota diffusa per fare il punto sulla composizione delle liste elettorali alla luce delle modifiche introdotte la scorsa settimana, segnala che sarà emanata una circolare del ministro dell'interno che chiarirà come le indennità a favore dei consiglieri debbano essere proporzionalmente ridotte al fine di garantire che, a fronte dell'aumento del numero dei consiglieri stessi, non ci siano oneri aggiuntivi.
Il principale dubbio che si pone è se il richiamo alla «legislazione vigente» sia da intendersi riferito al citato dl 138, ovvero alla normativa in vigore nel momento in cui gli organi oggetto di rinnovo sono stati formati. In molti casi, infatti, i consigli e le giunte uscenti si sono insediati prima del dl 138 e quindi hanno la composizione prevista dalla normativa previgente. Per esempio, in un comune sotto i 3.000 abitanti che andrà a elezioni il prossimo mese di maggio, di norma il numero di consiglieri uscenti è pari a 12, contro i 6 previsti dal dl 138 e i 10 di cui alla legge Delrio.
Secondo la lettura che ci pare più corretta (e che la circolare del Viminale dovrebbe confermare), i 10 consiglieri che saranno eletti dovranno ricevere gli stessi emolumenti che avrebbero ricevuto i 6 consiglieri previsti dal dl 138.
In questa prospettiva, l'invarianza dei costi non può che essere riferita ai compensi previsti dalla legge (art. 82 del Tuel e relativo dm 119/2000), a prescindere dalle scelte degli uscenti e dei nuovi eletti: in pratica, l'invarianza è da ritenersi riferita al costo teorico e non a quello effettivo. In alcuni casi, ciò potrebbe portare a maggiori spese rispetto a quelle attuali (articolo ItaliaOggi dell'11.04.2014).

ENTI LOCALI: Nessuno sconto sulle unioni obbligatorie.
Cambia nuovamente la disciplina delle forme associative attraverso cui i piccoli comuni devono esercitare le proprie funzioni fondamentali.

La 56/2014, infatti, ha introdotto numerose novità in materia, lasciando invariate le scadenze per adempiere: entro il 30.06.2014, quindi, i comuni con meno di 5.000 abitanti (3.000 se montani) dovranno cedere altre tre funzioni (oltre alle tre già dimesse entro il 31.12.2012), mentre entro la fine dell'anno in corso l'intero core business dovrà essere attribuito alle unioni o gestito mediante convenzioni.
La prima novità riguarda proprio i modelli organizzativi disponibili: la legge 56, infatti, ha cancellato l'unione cosiddetta speciale, prevista dall'art. 16, commi 1-13, del dl 138/2011, cui i comuni fino a 1.000 abitanti potevano conferire la totalità delle proprie funzioni e servizi. Rispetto alle unioni ex art. 32 del Tuel, invece, è stato eliminato il riferimento, ai fini della determinazione del numero massimo dei consiglieri, a quello previsto per i comuni con popolazione pari a quella complessiva dell'ente.
È stata rivista la soglia demografica minima, che rimane fissata in 10.000 abitanti, ma che ora vale anche per le convenzioni, oltre che per le unioni. Fanno eccezione le unioni già costituite, alle quali tale limite non si applica. Per i comuni appartenenti o appartenuti a comunità montane, la soglia è 3.000 abitanti, ma le eventuali unioni devono essere formate da almeno tre comuni. Restano salve, tuttavia, le eventuali deroghe previste a livello regionale. In ogni caso, alle unioni composte da comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti si applicano le disposizioni normative previste per i piccoli comuni.
Vi sono poi una serie di disposizioni di carattere organizzativo, volte ad agevolare il funzionamento delle unioni. Non sempre è chiaro se esse siano vincolanti o meramente facoltative. In particolare, è previsto che il presidente dell'unione si avvalga del segretario di un comune senza nuovi o maggiori oneri (qui sembra esservi un obbligo) e che possa nominare un funzionario, fra quelli in servizio nell'unione o nei comuni associati, assegnando al medesimo le funzioni di responsabile per l'anticorruzione e la trasparenza (sembra un mera facoltà). Le funzioni di competenza dell'organo di valutazione e di controllo di gestione possono essere attribuite dal presidente sulla base di un apposito regolamento approvato dall'unione, mentre quelle dell'organo di revisione, per le unioni formate da comuni che complessivamente non superano 10.000 abitanti, possono essere svolte da un unico revisore e, per le unioni che superano tale limite, da un collegio di revisori (anche qui, non sembra esservi un obbligo).
Qualora all'unione sia conferita la funzione «protezione civile», a essa spetta l'approvazione e l'aggiornamento dei piani di emergenza nonché le connesse attività di prevenzione e approvvigionamento, mentre i sindaci restano titolari delle funzioni di cui all'art. 15, comma 3, della legge 225/1992. In caso di conferimento all'unione della polizia municipale, le funzioni spettanti al sindaco ex art. 2 della legge 65/1986 sono svolte dal presidente e i compiti di polizia giudiziaria spettanti ai vigili vengono estesi all'intero territorio dell'unione stessa. Infine, le risorse per il personale già quantificate sulla base di accordi decentrati e destinate nel precedente anno a finanziare istituti contrattuali collettivi ulteriori rispetto al trattamento economico fondamentale confluiscono nelle corrispondenti risorse dell'unione.
Viene confermato, infine, che l'intero percorso di costruzione delle forme associative non deve comportare costi della politica aggiuntivi: tutte le cariche delle unioni, quindi, sono esercitate a titolo gratuito (articolo ItaliaOggi dell'11.04.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Raee, fondi per enti e imprese. Finanziati gli interventi ultimati e quelli da effettuare. Scadrà il 7 maggio il bando 2014 con gli incentivi per lo smaltimento dei rifiuti elettrici.
Scadrà il 07.05.2014 il bando 2014 relativo al Programma per l'erogazione di contributi per il potenziamento e l'adeguamento dei Centri di raccolta dei Raee (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche).
Il bando è emanato nell'ambito dell'Accordo di programma del 28.03.2012 (e successive modificazioni e integrazioni) fra l'Associazione nazionale comuni italiani (Anci) e il Centro di coordinamento Raee (Cdc-Raee), che ha previsto la costituzione di un apposito Fondo denominato «Fondo 5 Euro/tonnellata premiata», finalizzato alla realizzazione, allo sviluppo e all'adeguamento dei Centri di raccolta dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche.
Il programma opera su tutto il territorio nazionale.
Contributi agli enti che hanno sottoscritto l'accordo di programma
Potranno fare richiesta dei contributi unicamente i comuni, le aziende o gli altri enti sottoscrittori registrati e iscritti al portale del Cdc Raee in forza delle convenzioni in essere stipulate ai sensi dell'Accordo di Programma Anci-Cdc Raee, che, al 18.03.2014, risultino aver iscritto almeno un centro di raccolta al Cdc Raee stesso.
Contributi per interventi già ultimati
Una prima misura del bando finanzia la realizzazione di opere presso il Centro di raccolta e/o l'acquisto di beni per l'operatività del Centro di raccolta, già effettuati retroattivamente fino al 18.03.2013. In questo caso, il contributo sarà pari all'85% del costo totale dell'intervento, fino a un importo massimo pari a 20 mila euro.
Contributi per interventi da effettuare
Il bando finanzia anche la realizzazione di opere presso il Cdr e/o l'acquisto di beni per l'operatività del Cdr che non siano già stati effettuati al 18.03.2014. Tali interventi dovranno essere ultimati entro 180 giorni dalla comunicazione di concessione del contributo. In questo caso, il contributo sarà pari all'85% del costo totale dell'intervento, fino a un importo massimo pari a 25 mila euro.
Contributi per interventi innovativi
La terza e ultima misura finanzia la realizzazione di sistemi per la raccolta continuativa dei Raee domestici sul territorio. Per esempio, sono finanziabili sistemi innovativi per il ritiro domiciliare, per la raccolta puntuale dei Raee presso scuole, centri commerciali, punti vendita della distribuzione, luoghi ad alta frequentazione, uffici ovvero «centri di raccolta mobili» e soluzioni simili.
Tali sistemi di intercettazione dei Raee potranno essere integrativi del Cdr, o sostitutivi dello stesso laddove nel territorio del comune conferente non sia attivo alcun Cdr e non dovranno essere stati già attivati al 18.03.2014. In questo caso, il contributo sarà pari all'85% del costo totale dell'intervento, fino a un importo massimo pari a 20 mila euro.
Domande entro il 07.05.2014
Il modello di domanda e gli allegati, da compilarsi esclusivamente on-line, sono disponibili nell'area riservata ai Sottoscrittori del portale del Cdc Raee www.cdcraee.it. I termini per la presentazione della domanda scadono alle ore 17.00 del 07.05.2014, data oltre il quale il sistema telematico viene disattivato (articolo ItaliaOggi dell'11.04.2014).

ENTI LOCALI: Ancora tagli per i revisori locali. Un solo guardiano dei conti nelle unioni sotto i 10 mila. La sorpresa è nel ddl Delrio. Ma una vera spending review è impossibile senza controlli forti.
Il 3 aprile è stato approvato definitivamente dalla camera dei deputati il ddl Delrio (legge n. 56/2014) che, per ora, è passato all'opinione pubblica con il messaggio dell'abolizione delle province, per le quali non si voterà più.
Un segnale decisamente importante se si osserva che al vertice dell'attuale governo ci sono due ex sindaci, esponenti di primo piano nel panorama degli enti locali.
Ma non è l'unico segnale: tra le maglie dell'unico articolo del provvedimento si trova una «piccola» novità al comma 110 lett. c), una facoltà (non un obbligo), che –non è difficile immaginare– troverà subito d'accordo gli amministratori locali interessati e che prevede che «possono essere svolte dalle unioni di comuni in forma associata anche per i comuni che le costituiscono le funzioni dell'organo di revisione: per le unioni formate da comuni che complessivamente non superano 10.000 abitanti, sono svolte da un unico revisore e, per le unioni che superano tale limite, da un collegio di revisori».
Traduzione: un altro consistente taglio alle funzioni di controllo negli enti locali. Ma non si tratta solo di un problema di numero di incarichi disponibili, che comunque verranno pesantemente falcidiati, anche per l'abolizione delle province. Il problema vero è che in questa, come in altre precedenti disposizioni, si legge fin troppo facilmente l'allergia della politica verso un sistema di controlli qualificato e indipendente, senza che si vedano all'orizzonte terapie adeguate.
La nostra categoria, che è tutto tranne che una corporazione, ha ottenuto quasi miracolosamente la possibilità di assumere incarichi senza il condizionamento della nomina da parte dei controllati: oggi il revisore viene nominato per estrazione a sorte fuori dalla logica dello spoils system e non soggiace più al ricatto del mancato rinnovo, tanto sa già che farà un solo mandato. Non ha più remore a esercitare le proprie funzioni in piena indipendenza, anche se tacciato di terrorismo verso politici resistenti a qualsiasi bilancio.
Attenzione però: i miracoli sono iniziati e terminati con l'estrazione a sorte. Anzi, pare che il legislatore, per giusto contrappeso, abbia deciso di trasformare la categoria in una sorta di jukebox che funziona con un solo gettone per tutta la durata del mandato, ed ha così dato corso alla stagione delle grandi riforme nell'esercizio del controllo interno ed esterno dimenticando che i compensi sono fermi ad un decreto di nove anni fa, che quasi nessun ente rispetta.
Ecco quindi che, con lo stesso compenso, i revisori degli enti locali sono stati obbligati a compilare i questionari della Corte dei conti (i più fortunati ricorderanno l'anno in cui hanno dovuto inviare tre volte gli stessi dati, in word, in excel, via web), a dare parere su qualsiasi regolamento come sulle relazioni semestrali del sindaco, a certificare da ultimo le relazioni di fine mandato, magari dopo avere essi stessi fornito agli enti copia dei questionari inviati per consentirne il reperimento dei dati necessari. In realtà non è nemmeno lo stesso compenso: nel frattempo il dl 78/2010 ha introdotto il taglio del 10%, trattando i revisori come costi della politica, con la benedizione della Corte.
Fin troppo chiara la logica, che trova in evidente e stabile simbiosi politica e burocrazia: gravare il controllore di sempre maggiori responsabilità e, soprattutto, di una quantità enorme di lavoro. Fin troppo chiara l'aspettativa: il revisore desideroso di fare correttamente e sino in fondo il proprio lavoro, sommerso dalla mole di carte che gli riversano addosso, sarà così tanto occupato da ridurre da solo al minimo i «danni» del possibile controllo.
Ma è questa la logica corretta? È questo ciò che serve perché la pubblica amministrazione contribuisca a risolvere la profonda crisi economica del nostro paese? Interessanti e suggestivi i discorsi sulla spending review e sul taglio di enti e partecipate inutili: ma da quanti anni se ne sta parlando senza che accada niente?
Non occorre piuttosto che la politica dimostri il giusto rispetto per le persone cui affida il ruolo di controllore, passando anche –ma non solo– dai compensi, che devono essere adeguati alla capacità e alla professionalità messe in campo, e non anche ai legami personali e fiduciari?
Serve che la politica prenda finalmente atto di quale risorsa possa essere la funzione di revisione, che deve pretendere sia svolta in modo serio, corretto e indipendente: una risorsa da sola in grado di portare risultati più concreti ed efficaci di qualsiasi manovra di spending review, la più equa delle manovre finanziarie. A volerla.
Per questo occorre estendere immediatamente la procedura di estrazione a sorte a tutti i revisori di nomina pubblica in tutti gli organismi partecipati non solo dagli enti locali ma da qualsiasi pubblica amministrazione (articolo ItaliaOggi dell'11.04.2014).

PUBBLICO IMPIEGO: Pensionamenti anticipati: le ferie vanno conteggiate. Previdenza. Computabili gli istituti a fruizione obbligatoria.
In attesa di indicazioni ufficiali dell'Inps e dei competenti ministeri, la Funzione Pubblica –in riscontro a un quesito posto da un'amministrazione– fornisce ulteriori elementi sui periodi da considerare per evitare l'applicazione delle penalità previste nei pensionamenti anticipati con età anagrafiche inferiori a 62 anni.

Dal 2014 il pensionamento indipendente dall'età anagrafica è stato innalzato a 41 anni e 6 mesi per le donne (un anno in più per gli uomini). Tuttavia, qualora l'accesso alla pensione dovesse avvenire prima le quote di pensione retributive subirebbero una riduzione dell'1% per ogni anno di anticipo e del 2% per ogni ulteriore anno rispetto ai 60 anni.
La norma, inserita nel Milleproroghe 2012, è stata oggetto di diversi interventi normativi (Dl 101/2013 e L. 147/2013) volti ad ampliare la platea della tipologia di servizio e di periodo utili affinché le riduzioni non trovassero applicazione. Quelli considerati "utili" sono la prestazione effettiva di lavoro, l'astensione obbligatoria per maternità, l'assolvimento degli obblighi di leva, i periodi d'infortunio, di malattia e di Cigo, nonché i giorni fruiti per la donazione di sangue e di emocomponenti, i congedi parentali di maternità e paternità previsti dal relativo testo unico e i congedi e i permessi di cui all'articolo 33 della legge 104/1992.
L'Inps, con il messaggio 219/2013, ritiene utili anche i «periodi lavorativi riscattati» finalizzati alla costituzione di rendita vitalizia. La nota è indirizzata anche al Mef e al Lavoro unitamente all'Inps. Secondo il Dicastero, l'elencazione dei periodi sopra citati ha carattere tassativo. Nel concetto di prestazione effettiva di lavoro sembra potersi ritenere compreso l'insieme di tutti i periodi effettivamente lavorati, includendo solo gli istituti esplicitamente citati nella norma. Fanno eccezione le ferie, in quanto istituto a fruizione obbligatoria per il lavoratore.
Secondo la Funzione pubblica rimangono esclusi dal concetto giuridico di prestazione effettiva i periodi che si collocano al di fuori del rapporto di lavoro in quanto la disposizione fa espresso riferimento ai periodi d'astensione, la quale presuppone l'esistenza del rapporto lavorativo, nonché i periodi di anzianità maturati in virtù di norme speciali che accordano particolari benefici. In altri termini, una maternità verificatasi al di fuori del rapporto di lavoro e richiesta in accredito figurativo ai sensi dell'articolo 25 del Dlgs 151/2001 farebbe scattare la penalità.
Parimenti il servizio militare reso quando il lavoratore non risultava assicurato in alcun attività. La nota 58039/2013 prosegue affermando che sembrano esclusi dal computo dei periodi da conteggiare come «prestazione effettiva di lavoro» tutti quei periodi inerenti la fruizione di istituti facoltativi per il dipendente non espressamente menzionati come, ad esempio, la licenza matrimoniale, il congedo per cure termali, l'astensione dal lavoro per giorni di sciopero, nonché i periodi riscattati non connessi ad attività effettivamente resa come quelli relativi ai periodi di studio
(articolo Il Sole 24 Ore del 10.04.2014).

ENTI LOCALI - VARI: Ticket, linea dura. Solo penali (no multe) a chi sfora. Il ministro Lupi smentisce i comuni al senato.
Sulla questione della sosta a pagamento oltre al tempo consentito spetta ai comuni adeguarsi all'interpretazione ministeriale che non prevede multe ma solo penali. Mentre gli armadietti porta autovelox utilizzati come deterrente devono essere rimossi perché pericolosi e inutili dal punto di vista della prevenzione.

Lo ha chiarito martedì scorso (08.04.2014) il ministro dei trasporti Maurizio Lupi alla commissione lavori pubblici del senato (cfr. Legislatura 17ª - 8ª Commissione permanente - resoconto sommario 08.04.2014 n. 76 dell'8^ commissione permanente -LAVORI PUBBLICI, COMUNICAZIONI- del Senato della Repubblica).
La questione della sosta con il ticket scaduto e degli armadietti porta autovelox non sembra trovare una definitiva soluzione. In particolare per quanto riguarda la questione della sosta nelle zone blu oltre al periodo consentito dopo una serie di incontri tra i rappresentanti dei comuni e il ministero l'Anci ha diramato il 28 marzo scorso una nota operativa che di fatto ribadisce l'applicazione del codice della strada per i conducenti negligenti. Ovvero 41 euro di multa per chi non espone alcun biglietto o tagliando di sosta e 25 euro di sanzione per chi lo espone scaduto.
Di fatto quindi questa indicazione ha avvalorato la pratica operativa in uso nella generalità dei comuni italiani. Se il ticket è scaduto scatta una multa stradale. E se del caso anche il recupero della tariffa non versata. La presa di posizione del ministro è di diverso sapore. In merito alla questione della disciplina della sosta a pagamento negli spazi delimitati dalle strisce blu, specifica infatti Lupi, «si è tenuta recentemente una riunione tra il ministero delle infrastrutture e dei trasporti, il ministero dell'interno e l'Anci nella quale il governo ha ribadito la sua posizione. Chi sosta negli spazi in questione oltre il tempo per il quale ha pagato, deve versare soltanto la differenza per il tempo di sosta ulteriore, più una eventuale penalità se prevista dai regolamenti comunali».
Anche sugli armadietti porta autovelox il ministro ribadisce la sua posizione. I finti autovelox sono irregolari e illegittimi e pertanto devono essere rimossi dalle strade. Le multe, conclude il portavoce governativo, «dovrebbero avere una finalità deterrente e non costituire un mezzo surrettizio con il quale i comuni incrementano le proprie entrate» (articolo ItaliaOggi del 10.04.2014).

ENTI LOCALI - VARI: La sanzione al semaforo non coinvolge l'Rc auto.
Chi passa davanti a un autovelox automatico o transita abusivamente in un varco che presidia una zona a traffico limitato può incorrere anche nella multa per mancata copertura assicurativa. Ma questo tipo di accertamento non può ancora essere correlato letteralmente a un passaggio abusivo con il semaforo rosso.

Lo ha messo nero su bianco il Ministero dei Trasporti con il parere 27.02.2014 n. 988 di prot..
Con la legge di stabilità 2012 sono state apportate delle modifiche nell'articolo 193 del codice della strada che ora ammette a chiare lettere l'accertamento della mancata copertura assicurativa dei veicoli anche mediante il raffronto dei dati delle compagnie assicuratrici con le risultanze delle multe per eccesso di velocità e transito vietato accertate con dispositivi automatici.
In pratica è proprio il rinvio letterale solo alle lettere e, f e g del comma 1-bis dell'art. 201 del codice stradale che ha indotto una società a richiedere chiarimenti sulla possibilità di effettuare accertamenti sulla copertura assicurativa prendendo come riferimento le multe automatiche al passaggio con il semaforo rosso (lett. b e g-bis). A parere del ministero dei trasporti letteralmente questa possibilità non è ancora ricompresa nel codice. Solo i riscontri delle apparecchiature omologate per il controllo della velocità e degli accessi vietati dei veicoli al momento possono essere utilizzati per sanzionare la mancata copertura assicurativa. I trasgressori all'obbligo di arrestarsi con il rosso possono tirare un respiro di sollievo.
Questo tipo di violazione al momento non può comportare anche il controllo delle polizze assicurative. Ma è evidente che si tratta di una interpretazione letterale riferita a una novella mal coordinata con il contenuto del codice della strada. Nessuna disposizione normativa impedisce infatti alla polizia stradale di effettuare accertamenti a seguito di qualsiasi tipologia di verbale. E se ai vigili risulterà la carenza della copertura Rc auto di quel dato veicolo (multato in quella determinata occasione) partirà comunque un invito a fornire chiarimenti alla polizia con multe salate in caso di omessa comunicazione (articolo ItaliaOggi del 10.04.2014).

APPALTI: Appalti centralizzati nella p.a.. Vanno usate le centrali Consip, regionali o metropolitane. DEF 2014/ Stretta sui costi delle Authority. 1,7 mld per gli affitti a canone concordato.
Riduzione del numero delle stazioni appaltanti con maggiore utilizzo di Consip e centrali di committenza regionali; stretta sui costi delle autorità indipendenti, che potrebbero essere anche eliminate; fondo per i progetti greenfield realizzati con capitali privati; maggiore coinvolgimento della finanza di progetto nelle grandi infrastrutture; standardizzazione delle gare con bandi e procedure tipo; accorpamento degli appalti con l'aumento del valore dei bandi; 1,7 miliardi per il disagio abitativo.

Sono questi alcuni degli obiettivi che si pone il Def presentato ieri dal governo per quel che riguarda infrastrutture e spending review.
Sul piano della revisione della spesa il Def punta l'accento sulla riduzione degli stanziamenti per beni e servizi, giudicati «attualmente molto consistenti». Il presupposto è che la spesa pubblica sia cresciuta anche in ragione della moltitudine di stazioni appaltanti (si stima che siano 30.000 in tutta Italia): da qui l'obiettivo di rilanciare le centrali di committenza, operazione che trova un chiaro riscontro anche nella nuova direttiva europea sugli appalti pubblici (la 24/2014), che rafforza la centralizzazione della committenza. Si punterà quindi ancora di più sulla Consip, ma anche sulle centrali di committenza regionale (ad esempio con la Sua stazione unica appaltante a livello regionale che potrebbe diventare un obbligo per tutte le amministrazioni) e sulle centrali di committenza a livello di città metropolitane.
Un altro fronte riguarda poi le autorità indipendenti per le quali l'obiettivo è quello di rivederne i costi (insieme a quelli delle camere di commercio), oltre a procedere comunque a un «attento esame delle loro funzioni con la prospettiva di una sostanziale riduzione o eliminazione».
Per il settore delle infrastrutture emerge con estrema chiarezza un obiettivo che da tempo rappresenta un punto cardine dell'azione del governo (si pensi anche al governo Monti): la necessità di coinvolgere i privati nella realizzazione delle grandi infrastrutture, partendo intanto da una operazione di chiarezza normativa.
Si legge infatti nel documento che occorrerà scorporare dal codice dei contratti pubblici la disciplina sul partenariato pubblico privato (Ppp), facendone un corpus normativo ad hoc con «poche, chiare e stabili regole». Da molto tempo si sostiene infatti che la commistione, già all'epoca della Merloni-ter (legge 415/1998), delle norme sul «promotore» con quelle sugli appalti pubblici abbia in sostanza rallentato lo sviluppo di questo strumento e ne abbia limitato l'impiego rispetto a modelli, come quelli anglosassoni, ben più flessibili.
L'operazione di chiarezza normativa ha poi anche lo scopo di favorire l'ingresso di capitali stranieri nelle operazioni di project financing già avviate che adesso sono nella fase gestione; si pensa infatti che in tale modo si potrebbero avviare nuovi progetti da parte di operatori industriali nazionali. Si prevede inoltre di istituire un fondo nazionale per la progettazione di opere in Ppp (si tratterebbe di un Fondo equity per progetti greenfield).
L'avvio di progetti di questo tipo sconta spesso la mancanza di risorse da investire per la primissima fase di avvio quando la committenza pubblica non riesce a supportare la messa a punto di adeguati e approfonditi studi di fattibilità. Così facendo invece si potrebbe consentire alle amministrazioni di definire progetti di qualità sul piano sia della sostenibilità economico-finanziaria, sia della maturazione tecnica. Va poi risolto, si legge nel Def, anche un gap di informazione e pubblicizzazione delle opportunità offerte al privato: in tale senso si dovrà agire per una maggiore trasparenza del flusso di informazioni ed per un monitoraggio degli interventi.
Per ridare efficienza alla spesa pubblica il documento individua anche la strada di un aumento del valore dei singoli bandi di gara, in ciò contraddicendo, apparentemente, la direttiva appalti pubblici n. 24/2014 che invece punta sulla suddivisione in lotti a tutela delle piccole e medie imprese. Si dovrebbero quindi accorpare gli appalti «effettuandoli su pacchetti di progetti con caratteristiche simili e non su singole opere». Anche in questa parte del Def si riprende il discorso della creazione di una stazione unica di gestione con competenze specifiche, servente anche ad altre singole amministrazioni.
In coerenza con quanto prevede lo stesso codice dei contratti, si richiama l'esigenza di creare uno standard unificato per i bandi, le procedure e i contratti. È infatti l'articolo 64, comma 4-bis, del codice dei contratti pubblici a stabilire che i bandi di gara sono predisposti dalle stazioni appaltanti sulla base di modelli (bandi tipo) approvati dall'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, previo parere del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.
Per gli interventi relativi al contenimento del disagio abitativo ci si limita a citare il complesso di interventi per 1 miliardo e 741 milioni di euro avviato con il decreto del «piano-casa» e ad enunciare l'obiettivo dell'ampliamento dell'offerta di alloggi popolari e dello sviluppo dell'edilizia residenziale sociale (articolo ItaliaOggi del 09.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

PUBBLICO IMPIEGO: Contratti bloccati fino al 2020. Il governo ha già previsto l'indennità per gli statali. DEF 2014/ Il settore pubblico si avvia a tagliare il traguardo di 10 anni senza aumenti.
Contratti bloccati per gli statali fino al 2020. La nuova stangata è contenuta tra le previsioni del Def, che mette nel conto una risalita della spesa per le retribuzioni dei circa 3 milioni di dipendenti pubblici solo a partire dal 2018 e per uno 0,3% annuo. Si tratta, e su questo il documento entrato ieri al consiglio dei ministri è chiarissimo, del valore dell'indennità di vacanza contrattuale che si conta debba scattare per l'intero triennio 2018-2020.
L'indennità è prevista dalla legge quando non si rinnovano i salari neanche per adeguarli all'inflazione. “Nel quadro a legislazione vigente, la spesa per redditi da lavoro dipendente delle amministrazioni pubbliche è stimata diminuire dello 0,7% circa per il 2014, per poi stabilizzarsi nel triennio successivo e crescere dello 0,3% nel 2018”, si legge nel documento, “per effetto dell'attribuzione dell'indennità di vacanza contrattuale riferita al triennio contrattuale 2018-2020”.
Insomma, se la formulazione sarà confermata, gli stipendi dei travet resteranno ancora per un bel po' bloccati: alla fine, se non ci saranno modifiche nei prossimi anni, il settore pubblico non avrà avuto aumenti per un intero decennio. Il blocco dei contratti pubblici è un'arma a cui l'ex ministro dell'economia Giulio Tremonti ha fatto ricorso nel 2009 per ridurre in modo certo la spesa pubblica: ogni punto percentuale di aumento della massa salariale infatti vale all'incirca un miliardo di euro annuo.
Tenere fermi i salari è uno strumento di facile attivazione, visto che il datore di lavoro è lo stesso stato, e di certo risultato, giacché i fattori azionabili sono noti. E' il motivo per cui nessun governo ha saputo rinunciarvi, da quando la crisi si è fatta incalzante e lo sguardo della commissione europea severo. E' stato l'esecutivo di Mario Monti a prevedere la proroga del blocco del contratto fino al 2014. In sede di trattativa con i sindacati si è poi passati a concedere uno spiraglio per il rinnovo solo normativo per il successivo triennio. Ora la conferma che non è al momento possibile mettere in cassa fondi per pagare gli aumenti agli statali addirittura per i prossimi due trienni.
Risulta così profetica la dichiarazione rilasciata qualche giorno fa, in sede di audizione in parlamento sulle linee programmatiche del suo dicastero, dal ministero della pubblica amministrazione e della semplificazione, Marianna Madia: “Gli 80 euro in più al mese di detrazioni salariali valgono come un contratto rinnovato”. Un'affermazione che aveva messo in allarme i sindacati, con Cgil, Cisl e Uil che all'unisono avevano detto: “Così non si va avanti, i contratti vanno rinnovati”.
Spiega il concetto Antonio Foccillo, segretario confederale Uil e profondo conoscitore delle dinamiche del pubblico impiego: “Se il documento finale del Def dovesse contenere questa previsione per tutti i sindacati sarebbe inaccettabile, significherebbe sommare il blocco dei salari individuali, di tutti i contratti nazionali e di secondo livello fino almeno 2018. Un risultato boomerang, si penalizzerebbe proprio quella classe di redditi medio-bassi che il governo dice di voler aiutare” (articolo ItaliaOggi del 09.04.2014).

EDILIZIA PRIVATA - VARI: Catasto, dati online.
Mappe catastali acquistabili online. Gli utenti abbonati alla piattaforma web «Sister» non dovranno più recarsi presso gli uffici. Le mappe, eccezion fatta per Trento e Bolzano, saranno disponibili per via telematica.

Lo ha reso noto l'Agenzia delle entrate che, col
comunicato stampa 08.04.2014 pubblicato ieri sul sito, ha evidenziato che «la procedura avrà gli stessi costi delle riproduzioni in formato digitale presso gli uffici».
Oltre ad acquistare le mappe catastali, sarà possibile anche consultare le banche dati per effettuare visure, ricerche catastali e ispezioni ipotecarie. Il sistema, inoltre, potrà essere utilizzato anche per effettuare aggiornamenti delle banche dati catastali e di pubblicità immobiliare.
Le Entrate hanno, inoltre, specificato che «per coloro che ancora non sono abbonati, la procedura di iscrizione a «Sister» potrà essere effettuata direttamente in via telematica con firma digitale al costo di 200 euro a titolo di rimborso spese e 30 euro per ogni password di accesso richiesta» (articolo ItaliaOggi del 09.04.2014).

APPALTI: Appalti, bandi di gara ancora sui quotidiani. Lo chiarisce una circolare della Funzione pubblica.
Confermato l'obbligo di pubblicazione dei bandi e degli avvisi di gara sui quotidiani; obbligatoria anche la pubblicazione delle informazioni in caso di procedura senza bando di gara; destinatari dell'obbligo anche gli enti di diritto privato che svolgono attività di pubblico interesse.

È quanto afferma la circolare 14.02.2014 n. 1/2014 dell'ex ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, Giuseppe D'Alia, in materia di applicazione delle regole di trasparenza di cui alla legge 190/2012 (anticorruzione) e del dlgs 33/2013.
L'atto ministeriale, anche in relazione al Piano nazionale anticorruzione approvato dalla Civit l'11 settembre 2013, in particolare fornisce chiarimenti anche con riguardo agli obblighi di trasparenza relativi per le procedure di scelta del contraente per l'affidamento di lavori, forniture e servizi.
La circolare richiama in primo luogo il contenuto dell'articolo 32, comma 1, della legge 190/2012 che prevede in capo alle stazioni appaltanti l'obbligo di pubblicare nei propri siti web istituzionali: la struttura proponente; l'oggetto del bando; l'elenco degli operatori invitati a presentare offerte; l'aggiudicatario; l'importo di aggiudicazione; i tempi di completamento dell'opera, servizio o fornitura; l'importo delle somme liquidate.
Non solo: entro il 31 gennaio di ogni anno le stazioni appaltanti devono pubblicare queste informazioni, relativamente all'anno precedente, in tabelle riassuntive rese liberamente scaricabili in un formato digitale standard aperto che consenta anche all'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di effettuare gli opportuni controlli (eventualmente trasmettendo alla Corte dei conti l'elenco di chi non abbia adempiuto).
Successivamente si chiarisce che «restano fermi gli obblighi di pubblicità legale derivanti dal Codice dei contratti pubblici», facendo intendere che ad essi si aggiungono quelli aventi natura di «pubblicità-notizia» relativi alla pubblicità sui siti web delle stazioni appaltanti. La circolare inoltre richiama espressamente l'articolo 37 del dlgs 33/2013 che, a sua volta, richiama l'applicazione degli obblighi di pubblicità legale (sulla Gazzetta Ufficiale e sui quotidiani) di cui agli articoli 63, 65, 66, 122, 124 e 223 del codice dei contratti pubblici e anche con riferimento alla pubblicazione della determina a contrarre, quando si procede con procedura negoziata senza bando di gara. Tutte queste disposizioni, dice la circolare, «devono ritenersi estese anche agli enti di diritto privato che svolgono attività di pubblico interesse che possono essere assimilate alle pubbliche amministrazioni».
La circolare chiarisce, inoltre, che fra i destinatari degli obblighi di pubblicità e trasparenza rientrano gli enti di diritto privato che svolgono attività di pubblico interesse, cioè: a) gli enti che svolgono attività di pubblico interesse in virtù di un rapporto di controllo che determina l'applicazione totale delle regole di trasparenza; b) gli enti che svolgono attività di pubblico interesse in virtù di un rapporto di partecipazione minoritaria per i quali le regole di trasparenza si dovranno applicare limitatamente alle attività di pubblico interesse svolte.
Non rileva quindi la loro formale veste giuridica, bensì il fatto che siano parte di un rapporto concessorio o autorizzatorio e che gestiscano risorse pubbliche (articolo ItaliaOggi del 09.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTIUn premio al rating di legalità. Più punti negli appalti e corsia preferenziale sui mutui. Con due anni di ritardo in G.U. il dm che agevola le imprese in regola con la giustizia.
Preferenza in graduatoria, attribuzione di punteggio aggiuntivo, riserva di quota delle risorse finanziarie allocate. Saranno questi (o almeno uno di questi) i premi riservati nell'ambito degli appalti alle imprese che hanno conseguito il rating di legalità, ovvero una sorta di voto attribuito alle imprese con oltre 2 milioni di fatturato dall'Antitrust, analizzando una serie di informazioni quali tracciabilità dei pagamenti, fedina penale pulita dell'imprenditore, adesione ai codici etici, rispetto delle norme sulla responsabilità amministrativa d'impresa.

A oltre due anni dalla previsione contenuta nel dl 1/2012 (e sarebbero dovuti passare solo 90 giorni) sulla G.U. n. 81 di ieri è stato pubblicato il decreto del Ministero dell'economia e delle finanze 20.02.2014, n. 57 «Regolamento concernente l'individuazione delle modalità in base alle quali si tiene conto del rating di legalità attribuito alle imprese ai fini della concessione di finanziamenti da parte delle pubbliche amministrazioni e di accesso al credito bancario, ai sensi dell'articolo 5-ter, comma 1, del decreto-legge 24.01.2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24.03.2012, n. 27».
Le nuove regole, in vigore da oggi, prevedono anche che le banche tengano conto della presenza del rating di legalità attribuito alla impresa nel processo di istruttoria ai fini di una riduzione dei tempi e dei costi per la concessione di finanziamenti. Le banche considerano il rating di legalità tra le variabili utilizzate per la valutazione di accesso al credito dell'impresa e ne tengono conto nella determinazione delle condizioni economiche di erogazione. Agli istituti bancari toccherà trasmettere annualmente alla Banca d'Italia, entro il 30 aprile, una dettagliata relazione sui casi in cui il rating di legalità non abbia influito sui tempi e sui costi di istruttoria o sulle condizioni economiche di erogazione, illustrandone le ragioni.
Le motivazioni per cui del rating non si è tenuto conto dovranno inoltre essere rese pubbliche dalle banche attraverso il proprio sito internet. Tornando agli adempimenti delle pubbliche amministrazioni, queste in sede di predisposizione dei provvedimenti di concessione di finanziamenti alle imprese, dovranno appunto tenere conto del rating di legalità a esse attribuito. Ci saranno meno carte da produrre, da parte delle aziende, e come visto un premio che potrà variare in considerazione della natura, dell'entità e della finalità del finanziamento, nonché dei destinatari e della procedura prevista per l'erogazione. I premi potranno essere graduati in ragione del punteggio conseguito in sede di attribuzione del rating. Le amministrazioni concedenti dovranno dare applicazione alle disposizioni del decreto entro 120 giorni a partire da oggi.
Va ricordato che la chiave di volta del sistema è l'iscrizione delle imprese, su base volontaria, a un elenco tenuto dall'Antitrust che è in sostanza la Bibbia del rating di legalità. Questo è l'elenco che le amministrazioni che concedono finanziamenti dovranno consultare per verificare se le imprese che si ammantano del rating ne siano realmente ancora in possesso.
Peraltro, è obbligo delle stesse imprese comunicare all'amministrazione l'eventuale revoca o sospensione del rating che fosse disposta nei suoi confronti nel periodo intercorrente tra la data di richiesta del finanziamento e la data dell'erogazione del contributo (articolo ItaliaOggi dell'08.04.2014 - tratto da www.centroctsudicni.it).

PATRIMONIOEdilizia, il Miur non può tacere. Deve tirare fuori la mappatura delle 41.483 strutture. Il Tar Lazio condanna il ministero a fare chiarezza entro 60 giorni. Non serve un regolamento.
Sessanta giorni. Entro due mesi la scuola italiana deve diventare una casa di vetro, almeno per la sicurezza degli edifici: il conto alla rovescia è iniziato con la sentenza n. 3014/2014 del Tar Lazio che ha accolto il ricorso di Cittadinanzattiva, ordinando al ministero dell'istruzione pubblicare i dati dell'anagrafe dell'edilizia scolastica e quelli della mappatura degli elementi non strutturali di tutti i 41.483 fabbricati italiani frequentati da docenti e studenti.
Ed è grazie alla riforma Severino che è divenuta realtà l'operazione-trasparenza voluta dalla onlus di partecipazione civica: la domanda di accesso civico inizialmente bocciata dal Miur, ma ora ritenuta legittima dai giudici, è stata infatti introdotta dall'articolo 5 del decreto legislativo 33/2013, vale a dire uno dei provvedimenti delegati della legge 190/2012.
Sono molte le carte che il Ministero dovrà tirare fuori sulla sicurezza degli edifici scolastici: si tratta in particolare delle certificazioni di agibilità statica, di adeguamento sismico, igienico-sanitario, prevenzione incendi; senza dimenticare la mappatura delle barriere architettoniche, la presenza di bagni per disabili, l'elenco degli interventi effettuati e da realizzare relativi alla rimozione di amianto e la presenza o meno del documento di valutazione dei rischi e del piano di evacuazione.
Le informazioni disponibili finora, infatti, riguardano solo 33 mila edifici, peraltro aggregati per regioni. Non colgono nel segno le difese dell'amministrazione: anzitutto l'articolo 7 della legge 23/1996 stabilisce in modo chiaro che è attribuita al Miur la «responsabilità della costituzione e dell'aggiornamento periodico della banca dati sebbene ciò debba avvenire con la collaborazione degli enti locali interessati», vale a dire regioni, comuni, province.
Ma soprattutto non ha senso per il ministero eccepire che Cittadinanzattiva, piuttosto che un'altra onlus, non abbiano il diritto ad accedere alle banche dati e che comunque prima di aprire le porte ai privati che vogliono ficcare il naso servirebbe una regolamentazione da parte dell'amministrazione stessa: è stato il decreto sviluppo 2.0 (dl 179/2012) a chiarire che sussiste un obbligo generalizzato di pubblicazione esteso a tutti i database pubblici, con la sola eccezione dell'anagrafe tributaria.
Nessun dubbio, dunque, può sussistere sull'esclusiva legittimazione passiva in capo al ministero dell'istruzione a provvedere sull'istanza di accesso civico a dati e informazioni relativi all'anagrafe dell'edilizia scolastica. Né si può convenire sulla necessaria adozione di un regolamento ad hoc preventivo all'accesso civico perché equivarrebbe ad applicare un'interpretazione che di fatto abroga l'articolo 5 del decreto legislativo 33/2013: si finirebbe per riconoscere ai singoli enti la possibilità di differire nel tempo l'efficacia di una disposizione fondamentale per l'attuazione del principio di trasparenza nei rapporti con le pubbliche amministrazioni. Il tutto in assenza di una espressa norma (articolo ItaliaOggi dell'08.04.2014 - tratto da www.centroctsudicni.it).

ENTI LOCALI: Dal 6 giugno la Pa pagherà solo fatture in formato digitale. I prospetti su carta emessi prima sono accettati fino al 6 settembre. Documenti elettronici. La scadenza spartiacque.
Il 6 giugno sarà il vero momento dello stop: niente più carta nelle operazioni tra fornitori e pubblica amministazione: in quella data scatterrà infatti l'obbligo della fattura elettronica verso la Pa senza ulteriori «trascinamenti in avanti» della possibilità di utilizzo del supporto fisico. In questi mesi, dunque, entra nel vivo la messa punto del meccanismo e del passaggio da una modalità a un'altra.
In questo quadro uno dei problemi più delicati da affrontare è il trattamento delle fatture che verranno emesse a ridosso del 6 giugno: l'articolo 1, comma 210, della legge 244/2007 –a dire il vero in modo non del tutto chiaro– stabilisce infatti che le pubbliche amministrazioni «a decorrere dal termine di tre mesi dell'entrata in vigore del regolamento di attuazione dell'obbligo, non possono accettare le fatture emesse o trasmesse in forma cartacea né possono procedere al pagamento, nemmeno parziale, sino all'invio in forma elettronica».
L'interpretazione di questa regola (che prevede una forma di «regime transitorio») è arrivata con la circolare 1 del 31.03.2014 e ora è più semplice comprendere il funzionamento della norma e gli effetti che derivano per imprese e amministrazioni.
Quando e come scatta il divieto di invio della fattura in modalità cartacea e quando scatta il divieto di pagamento? Questa è la domanda a cui la circolare ha dato una risposta netta e condivisibile e da questa risposta scaturiscono gli esempi riprodotti qui a destra.
La decorrenza del divieto
Il 06.06.2014 scatta l'obbligo di emettere le fatture in modalità elettronica verso i ministeri e le loro ripartizioni, le agenzie fiscali e gli enti e le casse di previdenza (circa 18.000 uffici). Questo obbligo disciplinato in dettaglio dal Dm 55/2013 prevede l'invio della fattura con un determinato formato (XML con sottoscrizione digitale) tramite il Sistema di interscambio (Sdi), sistema istituito da Sogei sotto la vigilanza dell'agenzia delle Entrate.
Da questa data e verso gli enti prima elencati non sarà più possibile inviare fatture cartacee e, se inviate in questa forma, il destinatario non potrà gestirle né pagarle fino a che non gli venga spedita in modalità elettronica con le regole sopra indicate.
Il legislatore, però, ha considerato un adeguato termine transitorio di tre mesi che consente agli uffici di gestire tutte le fatture che sono state emesse prima dell'entrata in vigore dell'obbligo (vale a dire prima del 06.06.2014). Pertanto, come chiarisce la citata circolare, se il fornitore emette la fattura prima del 06.06.2014, l'ente che la riceve può continuare per un periodo di 3 mesi – dal 6 giugno al 06.09.2014) a trattarla secondo le precedenti modalità e quindi la potrà correttamente liquidare e pagare senza incorrere nel divieto.
Le conseguenze
Una prima domanda che sorge è dunque questa: se la procedura di liquidazione e pagamento non si conclude nei tre mesi che succede? A questa domanda si deve rispondere che la gestione può proseguire anche dopo i tre mesi, e questo a prescindere dal fatto che le nuove regole imposte dal Dlgs 192/2012 (che modificano il Dlgs 231/2002), prevedono che l'ente paghi, in via ordinaria, entro 30 giorni. In effetti, come chiarisce la
circolare 31.03.2014 n. 1, sarebbe un aggravio per il fornitore e un danno per l'ente, prevedere che allo scadere del termine di tre mesi il fornitore sia costretto a emettere una fattura elettronica in sostituzione di quella cartacea. Quindi l'ente continuerà la gestione della fatturazione senza alcun aggravio della procedura sulla base della fattura cartacea precedentemente inviata.
Una situazione diversa è il caso in cui il fornitore abbia inviato la fattura con modalità cartacea prima del 6 giugno, ma la stessa venga in tutto o in parte rifiutata dall'ente destinatario per ragioni di merito relative alla cessione di beni o alla prestazione realizzata. In questo caso, l'ente potrebbe, dopo il 06.06.2014, chiedere al fornitore di emettere una nota di variazione che rettifichi in tutto o in parte la fattura precedentemente inviata. In questo caso il fornitore (essendo spirato il termine del 06.06.2014) dovrà emettere la nota di variazione seguendo le procedure previste dal Dm 55/2013. Pertanto dovrà utilizzare il Sdi e dovrà emettere la fattura in modalità elettronica.
Ovviamente si specifica che, in base alle regole previste dalla legge 244/2007, il fornitore e la Pa, emettendo l'uno le fatture in modalità elettronica e ricevendo l'altro con le stesse modalità, saranno costretti entrambi a gestire la fattura in modo elettronico e, cosa più importante, saranno costretti a conservare il documento solo in modalità elettronica secondo le disposizioni del Codice dell'amministrazione digitale (Dlgs 82/2005), secondo le relative regole tecniche e secondo il Dm 23.01.2004
(articolo Il Sole 24 Ore dell'08.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTIAppalti, no al prezzo più basso. Incentivata aggiudicazione con offerta più vantaggiosa. La direttiva 2014/24/Ue. Tre i criteri per la valutazione: qualità, organizzazione, servizi.
Possibile aggiudicare appalti a prezzo fisso; incentivata l'aggiudicazione dell'appalto con l'offerta economicamente più vantaggiosa sotto forma di rapporto prezzo/qualità; le offerte dovranno prendere in considerazione anche i costi derivanti dall'intero «ciclo di vita» del progetto; più flessibilità procedurale; meno limiti alla procedura negoziata; riforma della disciplina dell'avvalimento con sostituzione dell'impresa ausiliaria.

Sono alcune delle novità previste nella direttiva 2014/24/Ue del Parlamento europeo e del consiglio, del 26.02.2014, sugli appalti pubblici che abroga la direttiva 2004/18/Ce (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea serie L94 del 28.03.2014) (si veda anche ItaliaOggi Sette del 31/03/2014).
Il recepimento. La direttiva entrerà in vigore il 18 aprile e quindi a partire da quella data gli stati membri avranno tempo fino al 18.04.2016 per completare il recepimento, modulando le modifiche a seconda che si tratti di disposizioni a recepimento obbligatorio o a recepimento facoltativo, per le quali spetta allo stato membro un'ampia discrezionalità attuativa.
L'operazione sarà alquanto complessa in Italia dove esiste già un farraginoso e più volte modificato codice dei contratti pubblici (di recente, in parlamento si è parlato di una rivisitazione completa proprio in occasione del recepimento) e un ancora più articolato regolamento attuativo.
Aggiudicazione dell'appalto. Una delle più rilevanti novità riguarda la disciplina della fase di aggiudicazione dell'appalto contenuta negli articoli 67 e 68 della direttiva, fino a oggi basata sulla dicotomia prezzo più basso-offerta economicamente più vantaggiosa e sulla equivalenza dei due criteri (tanto che i tentativi italiani di limitare l'uno a favore dell'altro sono stati anche oggetto di procedure di infrazione).
Il testo finale del provvedimento fa saltare l'attuale equivalenza, esprimendo un netto favore per il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa (Oepv). Si afferma, infatti, che «le amministrazioni aggiudicatrici procedono all'aggiudicazione degli appalti sulla base dell'offerta economicamente più vantaggiosa», che in pratica è l'unico criterio oggetto di disciplina dettagliata (si prevede un'unica e residuale eccezione per aggiudicare solo sul prezzo al comma 5 dell'articolo 67). L'offerta economicamente più vantaggiosa dovrà essere individuata sulla base del prezzo/costo non in senso assoluto, ma come costo/efficacia potendo anche assumere le caratteristiche del miglior rapporto qualità/prezzo.
Con queste indicazioni appare evidente il rafforzamento delle tecniche di analisi «multicriterio» e parallelamente l'esigenza di un rafforzamento delle capacità valutative delle amministrazioni, chiamate a esaminare offerte più complesse e articolate. Le offerte inoltre dovranno prendere in considerazione anche il cosiddetto «costo del ciclo di vita» dell'intervento e ulteriori elementi attinenti gli aspetti ambientali e sociali connessi all'appalto.
Tre i macro criteri per la valutazione: qualità (pregio tecnico, caratteristiche estetiche e funzionali, accessibilità, progettazione adeguata per tutti gli utenti ecc.); organizzazione (qualifiche ed esperienza del personale), servizi post vendita. Sarà inoltre possibile, in fase di recepimento, stabilire che il prezzo non possa essere utilizzato nell'Oepv con l'effetto di aggiudicare anche soltanto sulla base di elementi qualitativi, a prezzo fisso; si potrà inoltre stabilire che il criterio del prezzo più basso sia vietato, o limitato ad alcuni «tipi di appalto».
Avvalimento. Notevoli le modifiche anche per la disciplina dell'avvalimento, di cui peraltro la direttiva ribadisce il carattere di utilizzo generalizzato. Di particolare interesse è la previsione sui requisiti professionali e sui titoli di studio: si stabilisce che chi presta un requisito professionale (per esempio l'esperienza professionale), o un titolo di studio, deve poi anche svolgere la prestazione.
Si ribadisce anche la legittimità dell'avvalimento interno ai raggruppamenti di concorrenti e si precisa che in caso di avvalimento sui requisiti economico-finanziari l'amministrazione possa chiedere la responsabilità solidale di entrambe le imprese (ausiliata e ausiliaria).
Si prevede inoltre che la stazione appaltante imponga la sostituzione dell'impresa ausiliaria che non dimostri il possesso dei requisiti, o che incorra in una causa di esclusione, con un'altra impresa, senza quindi che scatti una esclusione automatica per carenza di requisiti (articolo ItaliaOggi Sette del 07.04.2014 - tratto da www.centroctsudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAInquinamento, stretta sui big. Autorizzazione ambientale d'obbligo per più industrie. Gli effetti del dlgs 46/2014: sanzioni elevate per inosservanza delle prescrizioni Via.
Sempre più industrie dovranno ottenere, per poter esercitare la propria attività, l'«autorizzazione integrata ambientale», ossia la licenza a inquinare (meglio nota come «Aia»), rilasciata solo a seguito di una complessa procedura che impone il rispetto dei più alti standard di tutela dell'ecosistema in relazione a tutte le matrici verdi coinvolte.

Ad allargare il campo di applicazione della disciplina di ispirazione comunitaria (cd. «Ippc» – acronimo di «Integrated pollution prevention and control») è il nuovo dlgs 46/2014 (pubblicato sul S.o. n. 27 alla G.U. 27.03.2014 n. 72 e in vigore dall'11.04.2014) che nel riformulare le relative norme recate dal dlgs 152/2006 ne rivede anche apparato sanzionatorio e rapporti con la procedura di valutazione ambientale, ritoccando le regole sugli impianti di incenerimento rifiuti.
L'autorizzazione integrata ambientale. L'allargamento delle installazioni soggette ad Aia interesserà il settore energetico (entrano gli impianti di combustione con potenza termica pari o superiore a 50 Mw, quelli per raffinazione di petrolio e gas, per gassificazione o liquefazione di combustibili con potenza sopra i 20 Mw), della lavorazione di metalli (ora anche non ferrosi), dei prodotti minerari (includendo cemento, calce viva e ossido di magnesio), della fabbricazione ingente di altri comuni beni (come la produzione superiore a 600 m3 al giorno di determinati pannelli a base di legno).
Il nuovo dlgs chiarisce però che l'Aia, una volta ottenuta, sostituirà seccamente tutte le altre ordinarie autorizzazioni a inquinare (previste dall'allegato IX alla parte II del dlgs 152/2006. Ossia: emissioni in atmosfera; scarichi; gestione rifiuti; smaltimento apparecchi contenenti Pcb-Pct; utilizzo fanghi derivanti da depurazione in agricoltura) e che, in relazione agli impianti di gestione dei rifiuti, l'autorizzazione integrata costituirà sia licenza di realizzazione della struttura sia di primo esercizio della stessa.
Le relative sanzioni. Il nuovo dlgs 46/2014 ribilancia l'apparato sanzionatorio previsto dal Dlgs 152/2006, per cui l'esercizio di modifiche sostanziali senza rinnovata autorizzazione sarà paragonato alla conduzione senza Aia, ma la violazione di altre prescrizioni che non comportano effetti sull'ambiente sarà punita con mere sanzioni amministrative. L'applicazione delle «sanzioni Aia» escluderà comunque quelle previste dalle specifiche discipline di settore in relazione a violazioni autorizzatorie.
La (connessa) Valutazione di impatto ambientale. La «Via» dovrà essere effettuata in tutti i casi di «temuti» effetti negativi e significativi per l'ambiente. Ma nei casi previsti dalla Legge (articolo 10 del dlgs 152/2006: progetti sottoposti a valutazione statale e ricadenti sotto l'allegato XII alla parte seconda, dello stesso «Codice ambientale») la «Via» avrà piena valenza sostitutiva (e prescrittiva) dell'«Aia», e le condizioni di esercizio da essa stabilite dovranno essere attuate, rinnovate, monitorate e sanzionate ai sensi della disciplina sull'autorizzazione integrata.
L'incenerimento rifiuti. Il dlgs 46/2014 rinnova, collocandole direttamente nel dlgs 152/2006, le norme sugli impianti di incenerimento e coincenerimento dei rifiuti (sia soggetti ad Aia che non) alle quali gli impianti esistenti dovranno adeguarsi entro il 10.01.2016. Sulla falsariga del precedente provvedimento in materia (il Dlgs 133/2005, abrogato dal 01.01.2016) la nuova disciplina detta regole su procedure di consegna e ricezione rifiuti (imponendo ora il rispetto del regolamento 1013/2006 sul trasporto transfrontaliero), limiti all'incenerimento di determinate sostanze (oli usati contenenti rilevanti quantitativi di Pcb/Pct) e alle emissioni in atmosfera (ora più restitutivi), allo scarico nelle acque, alla gestione di incidenti e inconvenienti (con una descrizione più analitica delle condotte da osservare e con l'obbligo di prender subito le misure per limitare le conseguenze ambientali) (articolo ItaliaOggi Sette del 07.04.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIAPiccoli elettrodomestici usati, il ritiro è gratuito
Scatta il 12.04.2014 l'obbligo per i grandi distributori di «Aee» di effettuare, oltre al tradizionale «one on one», il ritiro gratuito «one on zero» delle piccolissime apparecchiature elettriche ed elettroniche a fine vita, ossia senza che il soggetto conferente abbia l'onere di acquistarne una nuova.

L'obbligo è sancito dal dlgs 14.03.2014, n. 49 (S.o. n. 30 alla G.U. 28.03.2014 n. 73) e riguarda i distributori con superficie di vendita di Aee al dettaglio di almeno 400 mq, in relazione ai Raee di dimensioni esterne inferiori a 25 cm provenienti da nuclei domestici e conferiti dagli utilizzatori finali.
L'obbligo di ritiro gratuito interessa sin da subito anche i Raee generalmente assimilati ai domestici per natura e quantità, compresi quelli costituiti da apparecchiature che (secondo il nuovo decreto legislativo) «potrebbero essere usati sia dai nuclei domestici che da utilizzatori diversi» (c.d. Raee «dual use»: «doppio uso») e quelli espressamente ricondotti ex lege alla prima categoria (come i pannelli fotovoltaici installati in impianti con potenza inferiore ai 10kw).
Oltre a introdurre l'obbligo di ritiro «one on zero» il dlgs 49/2014 sancisce gradualmente sia l'estensione della «disciplina Raee» a tutti gli apparecchi a fine vita (entro il 2018) sia l'innalzamento del tasso di raccolta differenziata degli stessi rifiuti (da portare a nuovo regime entro il 2019).
Alle nuove eco-regole sui Raee dettate dal dlgs 49/2014 si aggiungono quelle in vigore già dallo scorso 30 marzo in forza del dlgs 27/2014 sulla restrizione della commercializzazione di nuove Aee contenenti sostanze pericolose (piombo, mercurio, cadmio, cromo esavalente, bifenili polibromurati, eteri di bifenile polibromurato), regole che si applicano «secondo la logica della «categoria aperta» a tutti i beni rientranti nella definizione di apparecchiatura elettrica ed elettronica (con alcune eccezioni, tra cui i pannelli fotovoltaici installati da professionisti).
Con l'entrata in vigore dei nuovi decreti legislativi su produzione di Aee e gestione dei relativi rifiuti viene riformulato il quadro normativo nazionale di riferimento, che vede lo storico dlgs 151/2005 (tradizionale provvedimento madre di riferimento in materia) restare in vita unicamente in relazione agli articoli da cui dipendono alcuni decreti ministeriali attuativi ancora necessari, nelle more dei nuovi, a garantire il corretto funzionamento dell'intera filiera dei Raee (articolo ItaliaOggi Sette del 07.04.2014).

ENTI LOCALIUnioni di Comuni: per i revisori rischio ingorgo.
Le nuove norme «Delrio» concedono la possibilità di esercitare le funzioni dell'organo di revisione anche per i Comuni associati con un revisore unico per unioni di Comuni che complessivamente non superano i 10mila abitanti e con un collegio in caso diverso.

La norma (comma 110 dell'articolo 1 del disegno di legge, «Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni») non specifica se le nuove disposizioni riguardano le unioni a cui i Comuni minori devono affidare le funzioni fondamentali, ai sensi dell'articolo 14, comma 28, del Dl 78/2010, oppure tutte le unioni ex articolo 32 del Tuel.
Il comma 3-bis dell'articolo 234 del Dlgs 267/2000 già dispone che il collegio dei revisori nelle unioni che esercitano in forma associata tutte le funzioni fondamentali dei Comuni che ne fanno parte svolga le medesime funzioni anche per i Comuni associati.
Le soluzioni interpretative del comma 110 sono le seguenti due:
- la norma del disegno di legge appena approvato in via definitiva riguarda le unioni ex articolo 14, comma 28, del Dl 78/2010 ed in tal caso il comma 110 modifica, senza richiamarlo, l'articolo 234 comma 3 bis del Tuel prevedendo per le unioni con minore popolazione il revisore unico e per le altre il collegio;
- in alternativa, la norma riguarda invece tutte le unioni anche quelle che associano solo alcuni servizi lasciando in capo ai Comuni importanti funzioni che richiedono un supporto continuo e costante dell'organo di revisione.
Mentre nella prima ipotesi restano in capo ai Comuni funzioni del tutto limitate e per l'organo di revisione dell'unione l'accollo del controllo dei Comuni associati potrebbe essere operativamente possibile, nella seconda non viene ridotta l'attività che il revisore deve dedicare ad ogni singolo Comune.
Se l'interpretazione giusta è la seconda, non può essere ragionevolmente condivisa perché, di fatto, potrebbe rendere impossibile esercitare il controllo per una pluralità a volte troppo vasta di enti.
Le attuali funzioni dei revisori richiedono pareri obbligatori sui principali atti fondamentali del Consiglio, relazioni, attestazioni e verifiche che impegnano in modo continuo il revisore.
In alcuni periodi si accavallano adempimenti (vedi scadenza del prossimo 30 aprile per bilancio e rendiconto) che rendono impossibile operare oltre un certo numero di enti.
Occorre tenere conto che alle 369 unioni esistenti partecipano 1.981 Comuni, in media sei Comuni per unione.
Ci sono unioni partecipate da oltre 15 enti e in tal caso è umanamente impossibile svolgere le funzioni richieste entro gli stretti termini che alcune di queste richiedono.
La seconda ipotesi interpretativa è inoltre in netto contrasto con il limite all'affidamento degli incarichi disposto dall'articolo 238 del Dlgs 267/2000. Tale norma indica, fra l'altro, che ciascun revisore non può assumere più di quattro incarichi in Comuni con popolazione inferiore a 5mila abitanti.
A questo punto è auspicabile per rendere la norma applicabile, senza snaturare l'importante funzione di revisione negli enti locali, chiarire in via interpretativa che dovrà essere applicata solo nelle unioni che esercitano in forma associata tutte le funzioni fondamentali dei Comuni. Se questo chiarimento non sarà possibile occorre urgentemente un provvedimento normativo di modifica del comma 110 e di coordinamento con gli articoli 234, comma 3-bis, e 238 del Tuel
(articolo Il Sole 24 Ore del 07.04.2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOSanatoria più larga per gli integrativi. Dl Salva Roma/2. Condono per le somme già versate ai dipendenti se in regola con il Patto di stabilità.
Le pubbliche amministrazioni possono tirare un sospiro di sollievo: le forzature volte a garantire ai dipendenti benefits, che spesso travalicavano i confini incerti posti alla contrattazione decentrata, sembrano trovare una soluzione politica in sede di conversione del decreto salva-Roma.
Da dove nasce il problema? Il contratto collettivo del 1999, ispirandosi al privato, aveva ridisegnato le regole per la costituzione del fondo per le risorse decentrate e per il relativo utilizzo, affidando ai Comuni e alle Regioni un certo spazio di discrezionalità.
L'incertezza applicativa sui limiti della norma e l'abbondanza di risorse a quel tempo disponibili, hanno spinto gli enti locali ad adottare comportamenti, non sempre virtuosi, che garantissero la pace sociale. Questo, quantomeno, è il risultato che emerge dall'attività di controllo della Ragioneria dello Stato e dalle Procure della Corte dei conti. Ora le risorse scarseggiano e gli esiti dei verbali ispettivi imporrebbero recuperi significativi sui dipendenti, i cui stipendi risentono già di cinque anni di blocco del contratto collettivo e dei premi incentivanti.
In questo contesto ha trovato la sua genesi una soluzione che mette d'accordo tutti: politici, dirigenti, dipendenti e organizzazioni sindacali. La conversione del decreto salva-Roma (il Dl n. 16/2014) prevede, di fatto, un "condono tombale" di tutti gli atti di costituzione e di utilizzo del fondo, in qualunque maniera adottati entro il termine per l'adeguamento alla riforma Brunetta. L'emendamento chiarisce che sono salvi gli effetti passati, presenti e futuri degli atti sottoscritti entro il predetto termine e applicati o in corso di applicazione alla data di entrata in vigore della legge di conversione.
Le uniche condizioni richieste riguardano il rispetto del patto di stabilità, delle norme in materia di spese ed assunzione di personale e quelle previste dall'articolo 9 del Dl n. 78/2010 (riduzione dei fondi, contenimento del lavoro flessibile, ecc.). Ovviamente gli atti non devono aver comportato il riconoscimento giudiziale della responsabilità erariale. Purtroppo, il legislatore dimentica di precisare in quale momento questi requisiti devono essere verificati.
Gli enti non virtuosi non potranno accedere alla "sanatoria" e, quindi, dovranno rateizzare sui fondi degli anni successivi le risorse indebitamente inserite in un numero massimo di anni corrispondente a quelli nei quali il vincolo finanziario è stato superato. Se, però, hanno rispettato il patto di stabilità, possono compensare con i risparmi derivanti da piani di riorganizzazione.
Novità positive anche per gli Lsu. Nel testo attuale, la norma consente alle amministrazioni, il pagamento dei compensi senza sanzioni, ai lavoratori coinvolti in iniziative di politica attiva del lavoro negli anni 2011-2013
(articolo Il Sole 24 Ore del 07.04.2014).

ENTI LOCALI: Pa verso lo «spesometro» ma la platea potrebbe ridursi. Lotta all'evasione. Da comunicare i dati relativi al 2014.
Dal 2014 arriva lo spesometro anche per gli enti locali. Infatti dovranno comunicare telematicamente all'agenzia delle Entrate le cessioni di beni e prestazioni di servizi, resi e ricevuti, rilevanti Iva.
La comunicazione dovrà essere fatta entro il mese di aprile 2015, ma non riguarderà le operazioni documentate da fattura elettronica, disciplinata dall'articolo 1, commi da 209 a 214, legge 244/2007. Per gli anni 2012 e 2013, invece, gli enti locali (come lo Stato, le Regioni e gli altri organismi di diritto pubblico) sono stati esclusi grazie al provvedimento del direttore dell'agenzia delle Entrate del 05.11.2013.
L'adempimento, limitato alle attività commerciali, appare giustificato considerando che gli enti locali sono soggetti passivi come i privati, ma comporta diverse criticità operative, anche per l'inadeguato quadro normativo e di prassi in materia di gestione Iva negli enti pubblici. Già è arduo individuare compiutamente le attività commerciali degli enti locali, visto lo scarso contributo fornito dalla ormai datata circolare 18 del 1976 del ministero delle Finanze. Poi, si riscontrano comportamenti fiscali eterogenei da parte degli enti. Ad esempio, i servizi sociali «esenti» sono considerati da alcuni Comuni come fuori campo, perché inerenti attività «istituzionali».
Dal punto di vista del gettito Iva nulla cambia, ma il diverso trattamento fiscale ha conseguenze sulla comunicazione dei dati. Vi è poi il problema relativo alle fatture "promiscue", che molti enti non registrano neppure rinunciando al diritto alla detrazione e che, invece, dovrebbero essere segnalate.
Inoltre, molte operazioni attive di modesta entità rivolte ai consumatori finali sono trattate come corrispettivi, con segnalazione che avverrà per importi (si ritiene unitari) superiori a 3.600 euro. Non tutte però hanno i requisiti previsti dall'articolo 22 del Dpr 633/1972, che consente di non emettere fattura. L'interpretazione letterale delle disposizioni ne imporrebbe comunque la fatturazione e la comunicazione, con notevoli complicazioni considerando che le fatture emesse, essendo di modesto importo (inferiori a 300 euro), potrebbero essere registrate in forma cumulativa, facendo perdere allo spesometro quelle potenzialità di incrocio dati che giustificherebbero un appesantimento delle procedure interne di simile portata.
L'incertezza della normativa si accompagna all'inadeguatezza dei sistemi informativi, visto che la contabilità Iva è tenuta nell'ambito dei sistemi integrati di contabilità finanziaria "adattandola" alle esigenze di quest'ultima e rendendo difficile una corretta estrapolazione dei dati. Il mancato adeguamento dei programmi, sin dalla fase del caricamento dati 2014, renderà certamente difficile, se non impossibile, procedere nei termini previsti per lo spesometro.
La platea dei soggetti obbligati a inviare lo spesometro potrebbe ridursi, per effetto delle disposizioni che escludono le operazioni documentate da fattura elettronica e che consentono di fatto la sostituzione dello spesometro con l'invio telematico giornaliero di tutti i dati Iva (articolo 50-bis del Dl 69/2013). Tuttavia, sia la fatturazione elettronica per gli enti locali (pur già possibile in via facoltativa in base al Dm 55/2013), sia l'invio telematico giornaliero dei dati all'agenzia delle Entrate appaiono di improbabile attuazione nel breve periodo. Di conseguenza, è quanto mai opportuno adeguarsi per tempo, in modo da non dover attendere una nuova proroga che, visto il consolidarsi dell'adempimento, questa volta potrebbe non arrivare
(articolo Il Sole 24 Ore del 07.04.2014).

CONDOMINIOCondomìni green entro il 2016. Contatori intelligenti misureranno il consumo di calore. CONSIGLIO DEI MINISTRI/ Approvato lo schema di dlgs sull'efficienza energetica.
Contatori intelligenti per misurare il consumo di calore nei condomini da installare obbligatoriamente entro il 31.12.2016; diagnosi energetica dei siti produttivi delle grandi imprese da parte di soggetti certificati entro il 05.12.2015 e da ripetere ogni 4 anni, con lo stesso obbligo anche per le imprese cosiddette «energivore»; piano settennale 2014-2020 per la riqualificazione degli edifici della pubblica amministrazione centrale.

Sono le azioni principali dello schema di decreto legislativo approvato ieri dal consiglio dei ministri che attua la direttiva europea 2012/27/Ue finalizzata all'aumento dell'efficienza energetica e che modifica le direttive 2009/125/Ce e 2010/30/Ue e abroga le direttive 2004/8/Ce e 2006/32/Ce.
«Il governo mette a disposizione quasi 800 milioni di euro dal 2014 al 2020 per promuovere l'efficienza energetica», ha dichiarato il ministro per lo sviluppo economico, Federica Guidi, «Inoltre, sono previste iniziative che mirano ad accrescere la consapevolezza dei consumi energetici tra le famiglie».
In dettaglio, per avviare l'attuazione del programma vengono stanziati 30 milioni per gli anni 2014-2015 (5 milioni di euro per il 2014 e 25 milioni di euro per il 2015) a valere sul fondo presso la Cassa conguaglio per il settore elettrico. Per gli anni seguenti fino al 2020, il fondo potrà essere integrato fino a 25 milioni di euro l'anno. Inoltre, è previsto il ricorso fino al 30 milioni di euro l'anno per il periodo 2015-2020 a valere sulla quota dei proventi annui delle «Trading emission», le aste delle quote di emissione di CO2.
Il dlgs prevede per la misurazione individuale del consumo di calore nei condomini l'obbligo per le imprese di fornitura del servizio entro il 31.12.2016 di installare contatori intelligenti, individuali in ogni appartamento o in corrispondenza di ciascun radiatore per contabilizzare il calore individuale, con deroga per chi usufruisce del teleriscaldamento. In materia di riqualificazione energetica degli edifici della p.a., la norma licenziata dal governo di Matteo Renzi prevede la stesura di un apposito piano 2014-2020, con scadenza annuale al 30 novembre, che detterà il programma di interventi. A redigerlo saranno i ministeri dell'ambiente, infrastrutture, sviluppo economico, con l'Agenzia del demanio, coordinati da una cabina di regia, con il supporto dell'Enea e del Gse che assicureranno la raccolta dati e il monitoraggio necessario per verificare lo stato di attuazione del programma.
Il dlgs parla anche di una serie di misure di efficientamento riservate alle imprese. Le grandi imprese dovranno eseguire una diagnosi energetica per i loro siti produttivi entro il 05.12.2015 da parte di soggetti certificati sulla base della norma Uni 11352 oppure Uni 11339 e successivamente la dovranno rinnovare ogni quattro anni. Chi ha già l'Iso 50001 (sistema di certificazione energetica del sistema) o la En Iso 1400 (certificazione ambientale) non è obbligato a fare la diagnosi energetica. Le imprese «energivore» (ad elevato consumo di energia) sono tenute a eseguire la diagnosi indipendentemente dalla dimensione. Obblighi anche per le pmi per le quali sono previsti finanziamenti regionali attraverso bandi specifici di cofinanziamento degli audit (valutazioni) o per le certificazioni. Il ministero dello sviluppo economico cofinanzierà i bandi regionali per favorire l'accesso alle certificazioni di sistema.
Il provvedimento del governo detta norme anche in materia di diagnosi energetiche e sistemi di gestione dell'energia (art. 8), misurazione e fatturazione dei consumi energetici (art. 9) e promuove misure per l'efficienza nella fornitura dell'energia. Inoltre, detta l'obbligo per le società di distributore di gas e elettricità di nuovi contatori intelligenti e bollette più trasparenti entro 12 mesi dall'entrata in vigore del presente decreto. Entro 24 mesi per i contatori del teleriscaldamento. Il dlgs promuove il ruolo delle Esco (Energy service company), società che effettuano interventi finalizzati a migliorare l'efficienza energetica assumendosi il rischio dell'iniziativa e liberando il cliente finale da ogni onere organizzativo e di investimento. I risparmi economici ottenuti vengono condivisi fra la Esco e il cliente finale con diverse tipologie di accordo commerciale.
Il governo di Matteo Renzi ha imboccato la via della «green economy» in materia di riqualificazione energetica. Entro il 2020, a partire dal 2014, ogni anno dovrà essere riqualificato almeno il 3% annuo della superficie utile, climatizzata, degli edifici pubblici delle sole amministrazioni centrali. Anche gli immobili dei privati, compresi quelli ad uso industriale, dovranno essere resi più efficienti energeticamente, cioè dovranno consumare meno energia e tendere a un basso impatto sul fronte delle emissioni di Co2. Sono previste sanzioni per chi non adempirà agli obblighi entro il 2020.
L'obiettivo del provvedimento del governo è triplice e conforme a quello stabilito da Bruxelles con la direttiva Ue: aumentare l'efficienza energetica degli immobili per contribuire a ridurre del 20% l'emissione di gas serra; tagliare del 20% il consumo dell'energia da fonti tradizionali e incentivare del 20% l'utilizzo di quella da fonti rinnovabili. Inoltre, il decreto detta norme anche per rimuovere gli ostacoli sul mercato dell'energia e per superare le carenze del mercato che frenano l'efficienza nella fornitura e negli usi finali dell'energia. La riduzione dei consumi di energia al 2020 era già stata fissata dal piano per la strategia energetica nazionale (Sen), che viene aggiornato dal dlgs appena licenziato dal governo (articolo ItaliaOggi del 05.04.2014 - tratto da www.centroctsudicni.it).

EDILIZIA PRIVATAScia impotente sull'urbanistica. Non può affermare il rispetto norme.
Il privato, in occasione della presentazione della Scia per l'apertura di un negozio o di un esercizio pubblico, non può dichiarare di aver rispettato i presupposti tecnici previsti dalla legge, ovvero il rispetto delle norme edilizie e di quelle urbanistiche. Ciò in quanto le dichiarazioni sostitutive di certificazione o di atti di notorietà di cui agli artt. 46 e 47, previste dal dpr 445 del 2000, ed espressamente richiamate dall'articolo 19 della legge 241/1990 che ha introdotto la segnalazione certificata di inizio attività, possono riguardare soltanto gli stati, qualità personali o fatti «che siano a diretta conoscenza dell'interessato».

Lo ha stabilito il TRIBUNALE di Rovigo nel disporre, con provvedimento del Gip 447/2013 l'archiviazione del procedimento avviato dal comune che aveva rilevato una dichiarazione mendace e, pertanto, aveva inoltrato il tutto alla competente procura.
Secondo il giudice, non si può esigere che l'indagato, consapevolmente, attesti la conformità dei locali ai regolamenti comunali in materia edilizia e igienico-sanitaria; perché ciò richiede una specifica competenza professionale che, evidentemente il futuro imprenditore non può avere. Peraltro, la procura nel richiedere al Gip l'archiviazione del procedimento, ha anche sollevato questioni con riferimento alla prassi adottata dalla maggior parte dei comuni, su input delle regioni, di inserire all'interno della modulistica apposite caselline da barrare nei moduli prestampati.
Secondo il giudice, la norma prescrittiva contenuta nell'articolo 19 della legge 241/1990 punisce colui il quale correda la Scia con la certificazione non veritiera. Ma non può essere, invece, punito, perché la fattispecie non è prevista dalla norma, colui il quale si limita a barrare una casellina in una modulistica all'uopo predisposta. Ciò in forza del principio generale di tassatività, ovvero il divieto di applicazione analogica di una disposizione incriminatrice (articolo ItaliaOggi del 04.04.2014 - tratto da www.centroctsudicni.it).

ENTI LOCALIPiù democrazia nei mini enti. Fino a 10.000 abitanti aumentano assessori e consiglieri. DDL DELRIO/ La camera ha dato il via libera definitivo in tempo per le elezioni del 25/5.
Sotto i 1.000 abitanti, torna la giunta. Fino a 3.000, i sindaci potranno svolgere un terzo mandato consecutivo. Fino a 10.000, aumentano i posti da consigliere e assessore.

Con l'approvazione definitiva del disegno di legge «Delrio», che ieri a ottenuto l'ultimo via libera dalla camera, le novità sulla governance dei piccoli comuni inserite durante l'iter parlamentare si applicheranno già agli organi che si formeranno a seguito delle prossime elezioni amministrative, in calendario il 25 maggio.
Per i comuni con popolazione fino a 3.000 abitanti, il consiglio comunale sarà composto da dieci membri, oltre al sindaco, mentre gli assessori potranno essere al massimo due. Ricordiamo che, in base alla normativa attuale (risultante dalle modifiche introdotte dal dl 138/2011,) i comuni più piccoli erano suddivisi in due fasce: fino a 1.000 abitanti, oltre al primo cittadino, si prevedevano solo sei consiglieri e nessun assessore, con conseguente eliminazione delle giunte (il sindaco, al limite, poteva delegare funzioni a non più di due consiglieri), mentre da 1.001 e 3.000 abitanti, oltre ai sei membri del consiglio, erano ammessi massimo due assessori.
Per i comuni con popolazione superiore a 3.000 e fino a 10.000 abitanti, invece, il consiglio sarà composto, oltre che dal sindaco, da 12 membri e il numero massimo di assessori è stabilito in quattro. Finora, sotto i 5.000 abitanti, erano previsti sette consiglieri e tre assessori, che salivano, rispettivamente, a dieci e a quattro nella fascia compresa fra 3.001 e 10.000 abitanti. A regime, la modifica vale, complessivamente, circa 24.000 poltrone in più, anche se, per amministratori che (quando va bene) portano a casa qualche centinaio di euro al mese, sarebbe più corretto parlare di «seggiole» (spesso scomode).
La riforma, inoltre, dovrà essere a costo zero, visto che la nuova disciplina impone «l'invarianza della spesa in rapporto alla legislazione vigente» (con tanto di attestazione da parte dei revisori dei conti). È vero che quest'ultima, di fatto, si è applicata in pochi casi, essendo stata approvata quando gli organi dei circa 3.500 piccoli comuni che fra poco più di un mese saranno rinnovati erano già in carica. I veri risparmi attesi dalla precedente sforbiciata, insomma, si sarebbero realizzati dopo la ormai imminente scadenza elettorale. I numeri in ballo, però sono assai modesti, non solo se confrontati con i saldi di finanza pubblica, ma anche con i costi di organi come i consigli regionali o le camere.
Un'altra novità molto attesa riguarda l'esclusione del divieto di terzo mandato consecutivo per i sindaci dei comuni con meno di 3.000 abitanti. I primi cittadini uscenti che hanno già alle spalle due consiliature, quindi, potranno ricandidarsi ancora una volta, prima di doversi obbligatoriamente fermare almeno per un giro. Le modifiche richiamate arrivano a pochi giorni dal termine per la convocazione dei comizi elettorali, quando le liste di candidati da presentare erano già in una fase avanzata di definizione. Ora, in molti casi, potrebbero riaprirsi nuovi scenari che fino ad oggi erano preclusi.
In ogni caso, occorrerà tenere conto anche di un'altra novità: nelle giunte dei comuni con popolazione superiore a 3.000 abitanti, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40%, con arrotondamento aritmetico. Ancora una volta, quello che non si riesce fare a livello centrale viene attuato a livello locale (articolo ItaliaOggi del 04.04.2014).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGODalle province in regione con gli stessi stipendi. Un luogo comune da sfatare. Anche perché il Ccnl è lo stesso.
Il trasferimento dei dipendenti delle province alle regioni non comporterebbe un incremento degli stipendi e dei costi del personale.

Il problema della destinazione dei dipendenti provinciali è uno tra quelli più rilevanti, connessi al complicato disegno di svuotamento e successiva abolizione delle province. Una tra le alternative possibili (licenziamento, trasferimento ad altri enti) è il loro passaggio alle regioni, possibile in base all'attuale testo dell'articolo 1, comma 96, del ddl Delrio.
Tuttavia, in molti (compreso l'allora ministro della funzione pubblica Patroni Griffi) sostengono che il passaggio dei dipendenti provinciali ai ranghi regionali comporterebbe un aumento della spesa pubblica, poiché il costo medio del personale delle regioni è di circa il 23% superiore al costo medio del personale delle province.
Tale assunto è, però, infondato. Esso, in primo luogo, suscita l'impressione che nelle regioni si applichi un contratto collettivo differente da quello delle regioni. Ma non è così: a entrambi gli enti si applica la contrattazione collettiva nazionale del comparto regioni-autonomie locali. Il maggior costo del personale regionale non discende dall'applicazione di un contratto diverso, ma dalla presenza di un maggior numero di dirigenti e funzionari di elevato livello retributivo; a ciò si affianca l'elevatissimo numero di concorsi interni e progressioni orizzontali (cioè aumenti di stipendio) effettuati a partire dal 2001 da parte delle regioni, che hanno appunto portato verso l'alto le categorie giuridiche e stipendiali. In ogni caso, il pericolo di incremento dei costi non sussiste, per due ragioni.
In primo luogo è operante il congelamento delle retribuzioni individuali e dei fondi della contrattazione decentrata, disposto dall'articolo 9, commi 1 e 2-bis, del dl 78/2010, convertito in legge 122/2010, i cui effetti sono stati prorogati almeno fino al 31.12.2014 dal dpr 122/2013 e dalla legge 147/2013. Il comma 1 del citato articolo 9 del dl 78/2010 stabilisce che il trattamento economico complessivo dei singoli dipendenti, anche di qualifica dirigenziale, ivi compreso il trattamento accessorio non può superare, in ogni caso, il trattamento ordinariamente spettante per l'anno 2010.
La disposizione, dunque, impedisce radicalmente non solo alle regioni, ma a qualsiasi amministrazione dovesse acquisire personale provinciale, di assegnare un trattamento economico superiore a quello in godimento alle dipendenze delle soppresse province. Per altro, per un incremento del trattamento economico occorrerebbe necessariamente o un concorso pubblico con riserva di posti per accedere a una categoria maggiore (progressione di carriera), o una progressione orizzontale (incremento stipendiale): ma entrambi gli istituti sono congelati dal comma 21 sempre dell'articolo 9 citato. Il cui comma 2-bis fa divieto alle amministrazioni di aumentare la dotazione finanziaria dei fondi per la contrattazione decentrata, rispetto al 2010.
In secondo luogo, l'articolo 1, comma 95, lettera a), del ddl di riforma delle province contiene una norma espressa di salvaguardia: «Il personale trasferito mantiene la posizione giuridica ed economica, con riferimento alle voci del trattamento economico fondamentale e accessorio, in godimento all'atto del trasferimento, nonché l'anzianità di servizio maturata». Dunque, i trattamenti economici restano congelati anche per espressa volontà del legislatore, che estende il congelamento anche agli emolumenti legati alla performance (articolo ItaliaOggi del 04.04.2014).

ENTI LOCALIPer aggregare i piccoli enti si scommette sulle fusioni.
Per aggregare i piccoli comuni, si torna a scommettere sulle fusioni: agli incentivi di carattere finanziario previsti dall'ultima legge di stabilità, il ddl «Delrio», approvato ieri in via definitiva, aggiunge rilevanti meccanismi di semplificazione amministrativa.

La fusione come antidoto alla «polverizzazione» dei comuni è un evergreen della legislazione italiana, con alti e bassi a seconda delle sensibilità politiche e del contesto socio-economico. Malgrado la spinta impressa dalla legge 142/1990, le fusioni finora portate a termine sono assai poche.
Negli ultimi anni, pero, visti i magri risultati prodotti dall'associazionismo (unioni e convenzioni), si è registrato un interesse crescente per tale istituto: allo scorso mese di gennaio, sono state approvate già 26 fusioni, che hanno portato alla soppressione di ben 62 comuni, e altre sono in itinere (il 13 aprile, per esempio, si terrà un referendum per l'accorpamento di cinque comuni nell'altro Orvietano).
Il merito va anche agli incentivi finanziari previsti dall'art. 20 del dl 95/2012 (in base al quale, per dieci anni, viene erogato un contributo straordinario pari al 20% dei trasferimenti statali attribuiti nel 2010 ai comuni estinti) e ulteriormente potenziati dalla legge 147/2013 (che ha destinato ai comuni istituiti a seguito di fusione un ulteriore contributo annuo di 30 milioni fino al 2016). A questi, si aggiungono inoltre le premialità previste a livello regionale. Il ddl Delrio oltre a introdurre una nuova forma di fusione «per incorporazione», prevede anche incentivi di ordine procedurale/organizzativo e burocratico per le fusioni più tradizionali.
Per esempio, sotto il primo profilo si dispone che tutti gli atti normativi, i piani, i regolamenti, gli strumenti urbanistici e i bilanci dei comuni coinvolti nella fusione restano in vigore, con riferimento agli ambiti territoriali e alla relativa popolazione, fino a che non siano approvati quelli del nuovo ente. Ancora, i comuni risultanti da fusione, ove istituiscano municipi, potranno mantenere per un mandato tributi e tariffe differenziati per ciascuno dei territori degli enti preesistenti e potranno conservare i margini di indebitamento disponibili anche in caso di superamento, a livello complessivo, del tetto massimo consentito.
I comuni nati da fusione avranno priorità nella distribuzione dei fondi relativi al Programma 6000 campanili e nell'assegnazione dei bonus del Patto regionale verticale (articolo ItaliaOggi del 04.04.2014).

APPALTIAppalti, ampliata la platea dei soggetti tenuti a dichiarare i requisiti morali.
Con recente atto di segnalazione 12.03.2014 n. 1/2014, l'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici torna ad occuparsi nuovamente delle dichiarazioni ex art. 38, comma 1, lett. b), c) ed m-ter) del dlgs n. 163/2006 e smi, al riguardo proponendo specifiche modificazioni normative al governo nell'ambito dei poteri che le sono ordinariamente attribuiti dallo stesso Codice dei contratti.
L'occasione di intervento è data dall'Adunanza plenaria del Consiglio di stato che, con arresto n. 23 del 16/10/2013, ha precisato che l'esigenza di accertare la sussistenza dei requisiti di idoneità morale esiste -ma unicamente in caso di espressa previsione del bando- anche con riferimento ad institori e procuratori (dotati, tra gli altri, di poteri relativi alla partecipazione alle gare per l'affidamento di appalti pubblici) assimilabili agli amministratori muniti di potere di rappresentanza. Si tratta, in altri termini, di quei soggetti che nelle società spesso assumono un ruolo centrale nell'organizzazione aziendale, muniti di poteri decisionali di particolare ampiezza, tali da potersi ritenere analoghi a quelli che lo statuto assegna agli amministratori.
In proposito, nel caso di bando generico sul punto, l'esclusione potrà essere disposta soltanto in caso di effettiva mancanza del requisito e non invece in caso di omessa autodichiarazione, laddove il requisito sussista.
Ma la posizione del Consiglio di stato assumerebbe -a detta dell'Avcp- profili di notevole incertezza, lasciando ampi margini di discrezionalità alla stazione appaltante, con conseguente rischio di confusione e possibile disparità di trattamento.
Quanto detto non solo per le distinte deleghe che potrebbero essere state conferite all'interno delle varie società/operatori economici partecipanti alle procedure di gara -di fatto rendendo incerto il buon esito di ogni successiva attività di verifica- ma anche perché, in ogni caso, la stazione appaltante dovrebbe decidere sin dal momento di predisposizione del bando di gara se prevedere o meno l'obbligatorietà della dichiarazione, con il rischio di assistere ad un ulteriore livello di disomogeneità ravvisabile, questa volta, nelle scelte che potrebbero diversamente assumere le amministrazioni.
In tale direzione, l'interessante atto di segnalazione in commento, propone una modifica normativa in virtù della quale il legale rappresentante dell'operatore economico potrebbe rendere la dichiarazione per quanto a propria conoscenza -al pari, ad esempio, a quanto il bando di gara già può prevedere in relazione ai cessati dalla carica- e facendo leva su preventive dichiarazioni degli indicati soggetti le quali, addirittura, in un prossimo futuro, potrebbero essere utilizzate nel sistema AvcPass.
In altri termini nella dichiarazione del solo legale rappresentante potrebbero essere racchiuse tutte le ulteriori dichiarazioni che fossero richieste nel bando.
Il pur pregevole tentativo di razionalizzazione proposto rischia, tuttavia, di confondersi e sovrapporsi con le distinte problematiche che il legislatore nazionale si troverà a dover risolvere in sede di attuazione della nuova direttiva Parlamento europeo e Consiglio 26/02/2014 n. 2014/24/Ue (Guue del 28/03/2014) che abroga la Direttiva 2004/18/Ce sulla cui scorta era stato redatto il Codice dei contratti pubblici.
Potremmo, infatti, affermare, senza tema di smentita, che la proposta dell'Avcp vada proprio nella direzione della Direttiva richiamata in quanto anche quest'ultima prevede, all'art. 59, un Documento di gara unico europeo (Dgue) consistente «in un'autodichiarazione aggiornata come prova documentale preliminare in sostituzione dei certificati rilasciati da autorità pubbliche o terzi in cui si conferma che l'operatore economico in questione soddisfa» le condizioni di cui allo stesso richiamato articolo e fra le quali si rinviene il richiamo all'assenza di condanne definitive relativamente alle fattispecie elencate al precedente articolo 57.
Di fatto, pertanto, l'Avcp suggerisce correttamente modifiche normative improntate ad una semplificazione che è proprio la stessa comunità europea a richiedere oggi, con maggiore e rinnovata forza.
Se, dunque, è evidente che il proposto intervento normativo potrebbe, da un lato, servire a risolvere le criticità connesse alle modalità tramite cui dimostrare la sussistenza dei requisiti richiesti ai soggetti facenti parte degli operatori economici, è tuttavia palese che altre rilevanti problematiche permarrebbero con riferimento ai soggetti tenuti alle dichiarazioni.
L'art. 57 della richiamata Direttiva prevede, infatti, che «l'obbligo di escludere un operatore economico si applica anche nel caso in cui la persona condannata definitivamente è un membro del consiglio di amministrazione, di direzione o di vigilanza di tale operatore economico o è una persona ivi avente poteri di rappresentanza, di decisione o di controllo».
È evidente, pertanto, che la nuova previsione -se non debitamente e coerentemente recepita- rischia di rendere nuovamente incerto il confine dei soggetti tenuti a dichiarare, forse rendendo necessaria una netta inversione di tendenza, che ponga il problema sotto distinta ottica.
Se, infatti, è naturale che il tentativo dell'Avcp sia quello di ridurre e semplificare gli adempimenti, mediante utilizzo di modelli omnicomprensivi e tramite dichiarazioni effettuate per conto di altri soggetti, il reale e definitivo superamento di ogni problematica potrà esservi unicamente con il definitivo temperamento di tutti i formalismi, in nome di un necessario confronto sulla effettiva realtà dei fatti (articolo ItaliaOggi del 04.04.2014).

ENTI LOCALI: Dal 2015 le Province si svuotano. Sì alla legge Delrio: diventano assemblee di sindaci con meno poteri ma non si cancellano.
La cartina dell'Italia cambia faccia. Ma non troppo. Le province scendono dalle attuali 107 a 97, perdono gran parte dei loro poteri e diventano assemblee di sindaci senza indennità. Le altre 10 si trasformano in altrettante città metropolitane (sempre di secondo livello e non retribuite) e acquistano voce in capitolo su trasporti, comunicazione e sviluppo economico.

Sono gli effetti più immediati della legge Delrio che è stata approvata ieri in via definitiva dalla Camera e che farà sentire compiutamente i suoi effetti solo a partire dal 2015. Fanno eccezione la proroga dei commissari e dei presidenti in scadenza e l'aumento (senza oneri aggiuntivi) di oltre 23mila poltrone locali che scattano subito.
Avviato con Enrico Letta premier e Graziano Delrio ministro degli Affari regionali, il riordino degli enti di area vasta è giunto in porto dopo che il primo è stato sostituito da Matteo Renzi e il secondo è diventato sottosegretario. Il risultato si è visto. Il nuovo imprimatur politico ha consentito a un Ddl fermo ai box parlamentari da circa tre mesi di incassare, nel giro di una settimana, prima l'ok di Palazzo Madama e poi quello di Montecitorio. Il secondo dei quali si è rivelato quasi una formalità: il testo è passato con 260 voti a favore, 158 contrari e 7 astenuti, senza modifiche e senza fiducia.
Soddisfatti per il risultato Delrio che ha parlato di «una riforma vera» e la nuova responsabile degli Affari regionali, Maria Carmela Lanzetta, che ha annunciato di voler «creare un tavolo di attuazione con Regioni e autonomie locali per affrontare insieme e gestire nel miglior modo possibile tutti i passaggi previsti dalla legge». Di diverso avviso l'opposizione. Con il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta, che l'ha definito «un golpe».
Rinviando agli altri articoli in pagina l'approfondimento sui possibili risparmi, qui proviamo a ricordare i capisaldi dell'articolato. Nel prorogare fino a fine 2014 i 52 presidenti (con relative giunte) che sarebbero tornati al voto in primavera e i 21 commissari che sarebbero scaduti il 30 giugno, in entrambi i casi a titolo gratuito, la legge cambia i connotati alle amministrazioni provinciali. Da un lato, stabilisce che avranno la gestione dell'edilizia scolastica e la semplice pianificazione su trasporti, ambiente e mobilità; dall'altro le trasforma in enti di secondo livello senza indennità e imperniati su tre organi: il presidente, che sarà il sindaco del comune capoluogo; l'assemblea dei sindaci, che raggrupperà tutti i primi cittadini del circondario; il consiglio provinciale, che sarà formato da 10 a 16 membri (a seconda della popolazione) scelti tra gli amministratori municipali del territorio oppure tra i consiglieri provinciali uscenti.
Il passaggio di consegne tra vecchie e nuove province avverrà dal 01.01.2015. Anche se in 13 casi verrà differito. In quattro di questi (Caserta, Imperia, L'Aquila e Viterbo) bisognerà aspettare la primavera 2015 quando scadranno i vecchi organi mentre nelle restanti nove (Campobasso, Lucca, Macerata, Mantova, Pavia, Ravenna, Reggio Calabria, Treviso e Vercelli) ci vorrà il 2016. E sempre nel 2016 le città metropolitane diventeranno 10. Le prime nove (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli) partiranno già a inizio 2015; Reggio Calabria si aggiungerà solo verso la fine dell'anno seguente. A meno che nel frattempo l'esecutivo non decida davvero di dare seguito all'ordine del giorno approvato ieri a Montecitorio che lo impegna ripristinare le norme eliminate al Senato che portavano il loro numero complessivo a 21.
A prescindere da quante saranno realmente, le città metropolitane avranno dei compiti più pesanti rispetto alle province. Si occuperanno infatti della pianificazione territoriale generale –incluse le strutture di comunicazione, le reti di servizi e delle infrastrutture–, dell'organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito metropolitano, della viabilità e mobilità e dello sviluppo economico.
Un'altra differenza riguarderà gli organi. Saranno sì di secondo livello e a titolo gratuito ma il sindaco metropolitano potrà eventualmente essere eletto dai cittadini. Solo se lo statuto lo vorrà e lo Stato approverà la relativa legge elettorale
(articolo Il Sole 24 Ore del 04.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI:  Sì alla legge Delrio: diventano assemblee di sindaci con meno poteri ma non si cancellano. Dal 2015 le Province si svuotano.
La cartina dell'Italia cambia faccia. Ma non troppo. Le province scendono dalle attuali 107 a 97, perdono gran parte dei loro poteri e diventano assemblee di sindaci senza indennità. Le altre 10 si trasformano in altrettante città metropolitane (sempre di secondo livello e non retribuite) e acquistano voce in capitolo su trasporti, comunicazione e sviluppo economico.
Sono gli effetti più immediati della legge Delrio che è stata approvata ieri in via definitiva dalla Camera e che farà sentire compiutamente i suoi effetti solo a partire dal 2015. Fanno eccezione la proroga dei commissari e dei presidenti in scadenza e l'aumento (senza oneri aggiuntivi) di oltre 23mila poltrone locali che scattano subito.
Avviato con Enrico Letta premier e Graziano Delrio ministro degli Affari regionali, il riordino degli enti di area vasta è giunto in porto dopo che il primo è stato sostituito da Matteo Renzi e il secondo è diventato sottosegretario. Il risultato si è visto. Il nuovo imprimatur politico ha consentito a un Ddl fermo ai box parlamentari da circa tre mesi di incassare, nel giro di una settimana, prima l'ok di Palazzo Madama e poi quello di Montecitorio. Il secondo dei quali si è rivelato quasi una formalità: il testo è passato con 260 voti a favore, 158 contrari e 7 astenuti, senza modifiche e senza fiducia.
Soddisfatti per il risultato Delrio che ha parlato di «una riforma vera» e la nuova responsabile degli Affari regionali, Maria Carmela Lanzetta, che ha annunciato di voler «creare un tavolo di attuazione con Regioni e autonomie locali per affrontare insieme e gestire nel miglior modo possibile tutti i passaggi previsti dalla legge». Di diverso avviso l'opposizione. Con il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta, che l'ha definito «un golpe».
Rinviando agli altri articoli in pagina l'approfondimento sui possibili risparmi, qui proviamo a ricordare i capisaldi dell'articolato. Nel prorogare fino a fine 2014 i 52 presidenti (con relative giunte) che sarebbero tornati al voto in primavera e i 21 commissari che sarebbero scaduti il 30 giugno, in entrambi i casi a titolo gratuito, la legge cambia i connotati alle amministrazioni provinciali. Da un lato, stabilisce che avranno la gestione dell'edilizia scolastica e la semplice pianificazione su trasporti, ambiente e mobilità; dall'altro le trasforma in enti di secondo livello senza indennità e imperniati su tre organi: il presidente, che sarà il sindaco del comune capoluogo; l'assemblea dei sindaci, che raggrupperà tutti i primi cittadini del circondario; il consiglio provinciale, che sarà formato da 10 a 16 membri (a seconda della popolazione) scelti tra gli amministratori municipali del territorio oppure tra i consiglieri provinciali uscenti.
Il passaggio di consegne tra vecchie e nuove province avverrà dal 01.01.2015. Anche se in 13 casi verrà differito. In quattro di questi (Caserta, Imperia, L'Aquila e Viterbo) bisognerà aspettare la primavera 2015 quando scadranno i vecchi organi mentre nelle restanti nove (Campobasso, Lucca, Macerata, Mantova, Pavia, Ravenna, Reggio Calabria, Treviso e Vercelli) ci vorrà il 2016. E sempre nel 2016 le città metropolitane diventeranno 10. Le prime nove (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli) partiranno già a inizio 2015; Reggio Calabria si aggiungerà solo verso la fine dell'anno seguente. A meno che nel frattempo l'esecutivo non decida davvero di dare seguito all'ordine del giorno approvato ieri a Montecitorio che lo impegna ripristinare le norme eliminate al Senato che portavano il loro numero complessivo a 21.
A prescindere da quante saranno realmente, le città metropolitane avranno dei compiti più pesanti rispetto alle province. Si occuperanno infatti della pianificazione territoriale generale –incluse le strutture di comunicazione, le reti di servizi e delle infrastrutture–, dell'organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito metropolitano, della viabilità e mobilità e dello sviluppo economico. Un'altra differenza riguarderà gli organi. Saranno sì di secondo livello e a titolo gratuito ma il sindaco metropolitano potrà eventualmente essere eletto dai cittadini. Solo se lo statuto lo vorrà e lo Stato approverà la relativa legge elettorale
(articolo Il Sole 24 Ore del 04.04.2014).

INCARICHI PROFESSIONALIAvvocati, sono in vigore da oggi i nuovi parametri. Pubblicato in Gazzetta il decreto con i valori aggiornati.
In vigore da oggi i nuovi parametri forensi. Il decreto 10.03.2014, n. 55 del ministero della giustizia (regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense) è stato infatti pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 77 di ieri e avrà decorrenza praticamente immediata.
Si prevede quindi almeno un raddoppio dei compensi degli avvocati liquidati dal giudice, rispetto al vecchio dm 140/2012. Per una causa di valore pari a 15 mila euro, se seguita dall'inizio alla fine, l'avvocato verrà liquidato con 4.835 euro anziché 2.100 euro, ovvero il 130,2% in più (si veda ItaliaOggi del 14 marzo scorso).
Il nuovo decreto, inoltre, incentiva la conciliazione giudiziale, prevedendo, in questo caso, un aumento fino a un quarto del compenso liquidato dal giudice rispetto a quello liquidabile per la fase decisionale. Mentre costituisce elemento di valutazione negativa, in sede di liquidazione giudiziale del compenso, l'adozione di condotte abusive tali da ostacolare la definizione dei procedimenti in tempi ragionevoli. Il compenso dell'avvocato sarà liquidato per fasi, generalmente quattro per quanto riguarda l'attività giudiziale.
La fase di studio della controversia, che prevede l'esame e lo studio degli atti a seguito della consultazione con il cliente, le ispezioni dei luoghi, la ricerca dei documenti e la conseguente relazione o parere, scritti oppure orali, al cliente, precedenti la costituzione in giudizio. La fase introduttiva del giudizio, che consiste negli atti introduttivi e di costituzione in giudizio e il relativo esame. Si procede con la fase istruttoria, con le richieste di prova, le memorie illustrative o di precisazione o integrazione delle domande o dei motivi di impugnazione.
E infine la fase decisionale, che consiste, tra l'altro, nelle precisazioni delle conclusioni e nell'esame di quelle delle altre parti (articolo ItaliaOggi del 03.04.2014).

ENTI LOCALI - VARISemafori, multa annullata con giallo sotto 4 secondi.
Non vale la multa per passaggio di un incrocio con il semaforo rosso se la durata del giallo è inferiore a quattro secondi in centro abitato e a cinque fuori città. Ma possono essere stabiliti anche tempi diversi dagli specialisti della regolazione semaforica perché il codice della strada non si esprime dettagliatamente in proposito.

Lo ha evidenziato il sottosegretario dell'economia e delle finanze Enrico Zanetti, martedì 1° aprile alla Camera in risposta alla interrogazione a risposta orale 3-00674 di Simone Baldelli (Fi).
La questione della durata della luce gialla dei semafori assume rilievo quando sugli incroci vengono posizionati i controllori automatici del semaforo. Ovvero per evitare che l'automobilista passi con il rosso a sua insaputa perché tratto in inganno dall'eccessiva brevità della fase intermedia di colore giallo. L'art. 41 del codice della strada dispone, infatti, che durante il periodo di accensione della luce gialla l'automobilista non possa oltrepassare la linea di arresto, a meno che egli non si trovi così prossimo al momento dell'accensione da non potersi più arrestare in condizione di sicurezza.
«Nel codice stradale non è indicato un tempo di accensione di questa lanterna», ha spiegato Zanetti, «tuttavia i tempi del giallo non possono essere scelti arbitrariamente dai comuni o dagli installatori ma occorre fare riferimento a puntuali regole tecniche che in pratica evidenziano tempi di tre, quattro o cinque secondi minimo, a seconda delle condizioni di traffico e delle caratteristiche dell'incrocio». «Nella pratica», ha proseguito il sottosegretario, «vengono generalmente adottati tempi minimi di quattro secondi in ambito urbano e di cinque secondi in ambito extraurbano e in presenza di particolari condizioni geometriche. Questi tempi sono considerati tempi minimi e, quindi, possono sempre essere adeguatamente incrementati sulla scorta di apposita relazione dei tecnici abilitati alla regolazione semaforica».
Particolarmente importante per la definizione del tempo della luce gialla è la valutazione del tipo di veicoli circolanti sull'incrocio. Con la presenza del traffico pesante non si può scendere sotto ai quattro secondi (articolo ItaliaOggi del 03.04.2014).

INCARICHI PROFESSIONALIAvvocati, da oggi parcella più ricca. Per una causa di 15mila euro di valore aumento superiore al 130%. Professioni. Pubblicati in «Gazzetta» i nuovi parametri per la determinazione giudiziale dei compensi.
In vigore da oggi i nuovi parametri forensi. Un passo fondamentale e assai atteso dagli avvocati nel caso di liquidazione delle spese in giudizio oppure quando manca l'accordo tra cliente e legale o anche quando il compenso non è stato determinato in forma scritta.
È stato infatti pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» n. 77 del 2 aprile il testo del decreto del ministero della Giustizia 55 del 10 marzo che provvede all'aggiornamento degli importi applicati dall'estate del 2012.
Allora, con il decreto 140, vennero fissati importi da subito contestati dall'avvocatura che avviò una lente operazione di ricucitura con via Arenula per arrivare a una nuova formulazione che il Cnf (che molto si è speso per arrivare a questo testo) sottolinea come assai migliorativo. Tanto da pubblicare sul suo sito istituzionale una tabella che, per una causa di valore medio (15mila euro), segnala un aumento medio delle parcelle nell'ordine del 130%, da 2.100 a 4.835 euro: è l'effetto dei rincari previsti un po' per tutte le fasi di giudizio, da quella di studio a quella decisionale, passando per quelle di introduzione e di trattazione.
Esulta, ma con una punta di amarezza, anche Nicola Marino, presidente dell'Oua: «Si conclude, così, l'iter di un provvedimento atteso troppo a lungo dagli avvocati italiani. Un piccolo passo in avanti per un'avvocatura soffocata da mille problemi. Un primo e concreto gesto positivo del nuovo ministro Orlando. Ora, la partita vera è quella dei tavoli sulla modernizzazione e il rilancio della professione forense oggetto di discussione le scorse settimane con il Guardasigilli». Tra le novità principali dell'ultima ora, sottolinea il Cnf, la soppressione della norma che riduceva di un 30% i compensi agli avvocati che assistono in regime di patrocinio a spese dello Stato.
Per la liquidazione del compenso, spiega il decreto, si tiene conto delle caratteristiche, dell'urgenza e del valore dell'attività prestata, dell'importanza, della natura, della difficoltà e del valore dell'affare, delle condizioni soggettive del cliente, dei risultati conseguiti, del numero e della complessità delle questioni giuridiche e di fatto trattate. Per quanto riguarda la determinazione delle difficoltà della causa si tiene particolare conto dei contrasti giurisprudenziali, e della quantità e del contenuto della corrispondenza che risulta essere stato necessario intrattenere.
Il giudice tiene conto dei valori medi indicati nelle tabelle allegate al testo (i più ricorrenti esempi sono pubblicati a lato) che, in applicazione dei parametri generali, possono essere aumentati, di regola, fino all'80% o diminuiti fino al 50 per cento. Per la fase istruttoria l'aumento è di regola fino al 100% e la diminuzione di regola fino al 70 per cento. Oltre al compenso e al rimborso delle spese documentate in relazione alle singole prestazioni, all'avvocato è dovuta -in ogni caso e anche in caso di determinazione contrattuale- una somma per rimborso spese forfettarie di regola nella misura del 15% del compenso totale per la prestazione.
Nell'ipotesi di conciliazione giudiziale o transazione della controversia, la liquidazione del compenso è di regola aumentata fino a un quarto rispetto a quello altrimenti liquidabile per la fase decisionale, fermo quanto maturato per l'attività precedentemente svolta.
Costituisce elemento di valutazione negativa, in sede di liquidazione giudiziale del compenso, l'adozione di condotte tali da ostacolare la definizione dei procedimenti in tempi ragionevoli. Il compenso da liquidare giudizialmente a carico del soccombente può essere aumentato fino a un terzo rispetto a quello altrimenti liquidabile quando le difese della parte vittoriosa sono risultate manifestamente fondate
(articolo Il Sole 24 Ore del 03.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTIConcessioni trasparenti e con durata limitata. Con l'attuazione sarà possibile proporre correttivi in corso di gara. Appalti. Pubblicate sulla Gazzetta Ue le nuove direttive europee su lavori e servizi.
Le direttive dell'Unione europea n. 23, 24 e 25 pubblicate nei giorni scorsi trasformano il sistema degli appalti e delle concessioni per valori superiori alle soglie, delineando un nuovo quadro di riferimento normativo, che dovrà essere recepito nelle legislazioni dei singoli Stati membri entro la metà di aprile del 2016.
Le maggiori novità riguardano le concessioni che, per la prima volta, nell'ordinamento comunitario vengono ad avere una disciplina specifica, traduttiva dei consolidati principi di affidamento.
Nell'articolo 2 si evidenzia come l'aggiudicazione di una concessione di lavori o di servizi comporti il trasferimento al concessionario di un rischio operativo legato alla gestione dei lavori o dei servizi, comprendente un rischio sul lato della domanda o sul lato dell'offerta, o entrambi.
La parte del rischio trasferita al concessionario comporta una reale esposizione alle fluttuazioni del mercato tale per cui ogni potenziale perdita stimata subita dal concessionario non sia puramente nominale o trascurabile.
Gli affidamenti in house
Sono, tuttavia, esclusi dalla nuova disciplina che viene prevista nelle direttive comunitarie pubblicate in Gazzetta Ufficiale gli affidamenti in house (articolo 17) e lo specifico settore dei servizi idrici (articolo 12).
La direttiva stabilisce anche che le concessioni devono avere una durata limitata (articolo 18), stimata dall'amministrazione aggiudicatrice o dall'ente aggiudicatore in funzione dei lavori o servizi richiesti al concessionario.
Per le concessioni ultraquinquennali, la durata massima della concessione non supera il periodo di tempo in cui si può ragionevolmente prevedere che il concessionario recuperi gli investimenti effettuati nell'esecuzione dei lavori o dei servizi, insieme con un ritorno sul capitale investito tenuto conto degli investimenti necessari per conseguire gli obiettivi contrattuali specifici.
Sotto il profilo procedurale, il principio di pubblicità è tradotto in disposizioni che evidenziano la necessità di un bando di concessione (articolo 31, commi 1-3), ma per la prima volta viene a essere configurata anche la possibilità di utilizzare la procedura negoziata in alcuni casi (articolo 31, comma 4).
Le amministrazioni devono, peraltro, adottare misure per prevenire la corruzione nelle procedure di affidamento (articolo 35), a fini di massima garanzia della trasparenza e della correttezza della procedura.
Nella gestione della gara risulta particolarmente innovativa la possibilità, per gli operatori economici concorrenti, di presentare proposte migliorative e innovative che possono condurre l'ente affidante a rimodulare i criteri di aggiudicazione (articolo 40).
I moduli di relazione
La direttiva appalti rivoluziona, invece, i moduli di relazione, stabilendo che la gestione delle comunicazioni di gara avvenga, in via ordinaria, con modalità elettroniche (articolo 22), ma anche introducendo procedure collaborative, come i partenariati per l'innovazione (articolo 31), che permettono alle stazioni appaltanti di sollecitare gli operatori economici a fornire risposte (in termini di beni, servizi, lavori) più rispondenti alle loro effettive esigenze.
L'attenzione per le procedure elettroniche prevede, poi, una disposizione che sembra "ricalcata" sul Mepa, configurando da parte delle amministrazioni la possibilità di utilizzo di cataloghi elettronici (articolo 36), così come vengono a essere riconosciute e disciplinate in via comunitaria le centrali di committenza (articolo 37)
(articolo Il Sole 24 Ore del 03.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALIFattura elettronica, inizio soft. Documenti cartacei pregressi saranno comunque pagati. Circolare del Mef sull'avvio previsto per giugno. Il rifiuto del Sdi non blocca l'emissione.
Le fatture cartacee emesse nei confronti delle pubbliche amministrazioni prima della decorrenza dell'obbligo di fatturazione elettronica saranno comunque pagate senza che sia necessario riemettere il documento in formato digitale. Inoltre, nel caso in cui il sistema di interscambio notifichi al fornitore il messaggio di mancata consegna della fattura elettronica, questa deve comunque considerarsi emessa.

Questi, nell'ottica delle imprese, i chiarimenti principali contenuti nella circolare 31.03.2014 n. 1, emanata congiuntamente dai dipartimenti delle finanze e della funzione pubblica in relazione alle disposizioni concernenti l'obbligo della fatturazione elettronica delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi nei confronti delle amministrazioni pubbliche, introdotto dalla legge n. 244/2007 e attuato dal regolamento n. 55/2013.
Anagrafiche delle amministrazioni
La circolare ricorda che le amministrazioni destinatarie di fatture elettroniche devono inserire l'anagrafica dei propri uffici abilitati alla ricezione delle fatture nell'Indice delle pubbliche amministrazioni (Ipa), il quale provvede ad attribuire un codice univoco ad ogni ufficio e a renderlo pubblico nel proprio sito internet. Il codice è essenziale: se manca, la fattura viene rifiutata dal sistema di interscambio.
Di conseguenza, l'art. 6, comma 5 del regolamento prevede che l'inserimento sia completato tre mesi prima del termine dal quale decorre l'obbligo della fatturazione elettronica, in modo tale da favorire gli interventi di adeguamento dei sistemi gestionali sia delle amministrazioni che dei fornitori. Tale previsione, chiarisce la circolare, si applica a tutte le amministrazioni nei cui confronti è fatto obbligo di fatturazione elettronica, comprese quelle per le quali non è ancora stabilita la decorrenza.
A questo proposito, si ricorda che, in un'ottica di gradualità, il regolamento prevede l'obbligo a decorrere dal 06.06.2014 per le fatture emesse nei confronti dei ministeri, delle agenzie fiscali e degli enti nazionali di previdenza e assistenza inclusi nell'elenco Istat, mentre per gli altri enti pubblici la decorrenza è 06.06.2015 (incluse le amministrazioni locali, come prevede un decreto in via di emanazione).
Data di emissione della fattura elettronica
L'art. 2, comma 4, del regolamento stabilisce che la fattura elettronica si considera trasmessa per via elettronica, ai sensi dell'art. 21 del dpr 633/1972, e ricevuta dalle amministrazioni destinatarie, solo a fronte del rilascio della ricevuta di consegna da parte del sistema di interscambio.
Pur rilevando la conformità della disposizione con la norma fiscale dell'art. 21, comma 1, del dpr 633/1972, la circolare reputa opportuno individuare disgiuntamente le condizioni alle quali la fattura elettronica può ritenersi emessa dal fornitore e ricevuta dal destinatario, in considerazione della particolarità, nel caso in esame, della frapposizione, fra i due soggetti, del sistema di interscambio gestito dall'agenzia delle entrate.
In particolare, la circolare precisa che, per quanto riguarda il fornitore, la fattura può considerarsi emessa ai sensi della normativa fiscale (quindi agli effetti del rispetto del termine previsto dalla legge Iva) anche nel caso in cui il sistema notifichi all'emittente un messaggio di mancata consegna del documento.
Pagamenti nella fase transitoria
Ai sensi del comma 6 dell'art. 6 del regolamento, trascorsi tre mesi dalla data di decorrenza dell'obbligo della fattura elettronica, le pubbliche amministrazioni non possono procedere ad alcun pagamento, neppure parziale, sino all'invio delle fatture in formato elettronico.
È stato più volte segnalato da ItaliaOggi (da ultimo, il 14 febbraio scorso) che questa disposizione, letteralmente, avrebbe potuto portare al blocco dei pagamenti delle fatture cartacee emesse prima della decorrenza dell'obbligo di adottare la fattura elettronica. Riconoscendo fondata la questione, la circolare chiarisce che, ferma restando la necessità di rispettare i termini di pagamento previsti dalla legge, qualora la pubblica amministrazione, allo scadere del termine di tre mesi (ad esempio, alla data del 06.09.2014, per il primo gruppo di obbligati), non avesse ancora pagato una fattura legittimamente emessa in forma cartacea anteriormente alla decorrenza dell'obbligo di fatturazione elettronica (ossia entro il 05.06.2014), l'amministrazione dovrà senz'altro portare a termine il procedimento e provvedere al pagamento.
In pratica, viene esclusa l'applicazione della norma del regolamento, che aggraverebbe inutilmente il procedimento e pretenderebbe l'emissione di una nuova fattura, non consentita dalla legge fiscale (articolo ItaliaOggi del 02.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTIGare, sì all'avvalimento plurimo. Le indicazioni dell'autorità di vigilanza in gazzetta.
È illegittimo il divieto di avvalersi di più imprese ausiliarie per dimostrare i requisiti di partecipazione alle gare di appalto di lavori; le amministrazioni possono ammettere l'utilizzo delle qualifiche di più operatori economici per una stessa categoria di lavori; per lavori specifici si potrà però anche prevedere una limitazione del numero degli operatori, ma con adeguata motivazione.
È quanto afferma l'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici nelle indicazioni alle stazioni appaltanti sul tema dell'avvalimento, pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale n. 75 del 31.03.2014.
Le indicazioni vengono fornite alla luce della sentenza della Corte di giustizia europea del 10.10.2013, che ha sancito l'incompatibilità comunitaria (con gli artt. 47, paragrafo 2 e 48, paragrafo 3, della direttiva 2004/18) dell'art. 49, comma 6, del Codice che vieta in via generale agli operatori economici che partecipano ad una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico di lavori di avvalersi per la stessa categoria di qualificazione delle capacità di più imprese.
Per l'Autorità, quindi, applicando il dettato della sentenza europea, deve essere ammessa, in sede di gara, la possibilità che il concorrente, mediante avvalimento, utilizzi cumulativamente, per il raggiungimento della classifica richiesta dal bando gara, più attestati di qualificazione per ciascuna categoria.
Se però si è in presenza di un appalto di lavori per i quali è necessaria una capacità specifica, l'Autorità prescrive che la stazione appaltante ha comunque il potere di «esigere che il livello minimo della capacità in questione sia raggiunto da un operatore economico unico o, eventualmente, facendo riferimento a un numero limitato di operatori economici». Tale possibilità –che, se esercitata, deve essere adeguatamente motivata– viene legittimata in relazione al principio generale, previsto dal Codice dei contratti pubblici, di garantire la bontà della prestazione da eseguire.
È poi necessario, dice l'Autorità, che la stazione appaltante indichi chiaramente nel bando o nella lettera di invito qual è il livello minimo di capacità richieste in termini di classifica minima che deve essere posseduta dall'operatore o dagli operatori economici di cui si intenda cumulare le capacità per il raggiungimento della classifica richiesta nel bando di gara (articolo ItaliaOggi del 02.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAMicro-elettronica: rottamazione gratuita dal 12 aprile. Grandi distributori obbligati al ritiro anche se il cliente non acquista nulla. Rifiuti. In Gazzetta il decreto sulla raccolta dei Raee.
Sabato 12 aprile entrano in vigore le nuove regole sulla gestione dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee).
È quanto prevede il Dlgs 49/2014 pubblicato sulla Gazzetta ufficiale 73/2014, che attua la direttiva 2012/19/Ue.
Dal 12 aprile sarà quindi quasi del tutto abrogato il Dlgs 151/2005. Il nuovo testo estende e chiarisce il campo di applicazione; aumenta gli obiettivi di raccolta, recupero e riutilizzo; argina le spedizioni all'estero; conferma il mantenimento dell'obbligo di responsabilità finanziaria del produttore di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Aee) a partire dal centro di raccolta, nonché la possibilità per il produttore di Aee di indicare l'ecocontributo sul prezzo di vendita di un'apparecchiatura.
Il nuovo Dlgs, però, non risolve alcuni nodi come la gestione dei pannelli fotovoltaici (sul quale Anie, è già pronta a intervenire con opportuni correttivi) e rinvia a futuri decreti altri problemi come l'avvio prioritario dei Raee ai centri di preparazione per il riutilizzo, previa separazione da quelli destinati a trattamento. Infatti, occorre, aspettare il Dm di cui all'articolo 180-bis, comma 2, Dlgs 152/2006 ("Codice ambientale"), un primo passo contro le derive interpretative che investono molte tipologie di rifiuti.
Campo di applicazione
Fino al 14.08.2018 vige un periodo transitorio e il decreto si applica alle (Aee) indicate nell'allegato I (si aggiungono, tra poche altre, i pannelli fotovoltaici, ma restano molto simili a quelle finora previste dal Dlgs 151/2005), con qualche esclusione (come il materiale bellico e le lampade a incandescenza). Dal 15.08.2018, invece, il campo di applicazione diventa a regime e la disciplina si applica a tutte le Aee (classificate nelle sei categorie dell'allegato III), con poche esclusioni (ad esempio, i dispositivi medici se infetti). Tutto, però, potrebbe cambiare ancora perché il campo di applicazione sarà riesaminato dalla Commissione Ue entro il 14.08.2015.
Obiettivi
La raccolta entro il 01.01.2019 dovrà raggiungere il 65%/anno delle Aee immesse sul mercato nei tre anni precedenti oppure l'85% dei Raee prodotti in Italia (16 chili/abitante). Per recupero, riciclaggio e preparazione per il riutilizzo gli obiettivi variano in base alle categorie di Raee e ai periodi tra il 50 e l'85%. I venditori di Aee online devono garantire ai propri clienti la possibilità di consegnare i Raee in punti di raccolta resi disponibili gratuitamente.
Per le consegne presso i punti vendita, prosegue l'"uno contro uno" (ritiro gratuito di un Raee domestico da parte del distributore in caso di acquisto di un'Aee equivalente) e, per i piccolissimi Raee domestici con dimensioni esterne inferiori a 25 cm (è il caso dei telefonini) si aggiunge il ritiro "uno contro zero" (ritiro gratuito da parte del distributore anche senza l'acquisto del nuovo).
Il ritiro è obbligatorio per le superfici di vendita di Aee al dettaglio di almeno 400 metri quadri e facoltativo per le aree minori. Tale ritiro è semplificato perché il decreto esclude espressamente i "punti di raccolta" dall'autorizzazione. Tali "punti" possono essere all'interno del negozio o "in prossimità immediata".
Inoltre, poiché i distributori non sono produttori dei Raee ma solo detentori, non sono soggetti ai registri di carico e scarico. Invece, il trasporto verso gli impianti o le ecopiazzole dovrà sempre essere assistito dal formulario e i distributori dovranno conservarne apposita copia per cinque anni. Un futuro decreto indicherà le semplificazioni per lo "stoccaggio" nei negozi e per il trasporto dei Raee verso gli impianti (iscrizione all'Albo gestori, formulario e registro dei trasportatori). Forse potrà occuparsi anche di meglio identificare il concetto di "prossimità immediata" dei punti di raccolta rispetto ai punti vendita. Fin da subito, con appositi contenitori, i negozianti devono separare i Raee di illuminazione dagli altri.
Contro l'emorragia di materiali e risorse procurata dai Raee esportati abusivamente come Aee usate, l'allegato VI al decreto individua i requisiti minimi che il possessore deve dimostrare; in difetto, si presume si tratti di un tentativo di traffico illecito di rifiuti
(articolo Il Sole 24 Ore dell'01.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

SICUREZZA LAVORO: L'appaltante valuta i rischi interferenze. Sicurezza. Interpello.
Il datore di lavoro committente, in caso di affidamento di lavori, servizi e forniture, ai fini della redazione del documento unico di valutazione dei rischi da interferenze (Duvri), deve attenersi strettamente alla documentazione che l'impresa esecutrice è tenuta consegnare.
Con l'interpello 27.03.2014 n. 3/2014 il ministero del Lavoro ricorda che l'articolo 26 del Dlgs 81/2008 prevede che il committente debba verificare l'idoneità tecnico professionale delle imprese appaltatrici o dei lavoratori autonomi, secondo le modalità stabilite per decreto ministeriale (non ancora emanato). Fino all'emanazione di questo decreto la verifica è eseguita tramite acquisizione del certificato di iscrizione alla Camera di commercio, nonché l'acquisizione dell'autocertificazione dell'impresa appaltatrice o dei lavoratori autonomi sul possesso dei requisiti tecnico-professionali.
Più nello specifico della materia della sicurezza, il datore di lavoro committente non può chiedere copia del Duvri, atteso che la redazione di questo documento, da allegare al contratto di appalto o d'opera è un obbligo, nei casi previsti, che incombe esclusivamente sul datore di lavoro committente, il quale può, eventualmente, chiedere documenti e informazioni ai fini della sua elaborazione.
Con l'interpello 27.03.2014 n. 7/2014 viene chiarito che nel caso di appalto pubblico o privato, in presenza di un'associazione temporanea di imprese (Ati), le singole imprese non eseguono direttamente alcun lavoro oggetto dell'appalto. Occorre pertanto individuare l'impresa che si configura quale affidataria, pur se la titolarità del contratto di appalto permane in capo all'Ati.
Viceversa, una società consortile che si sia costituita dopo l'aggiudicazione dell'appalto, quale unico soggetto che esegue i lavori e che gestisce i rapporti con terzi, assume su di sé i rapporti che scaturiscono dall'esecuzione dei lavori. In tal caso è destinataria degli obblighi dell'impresa affidataria di cui all'articolo 97 del Testo unico
(articolo Il Sole 24 Ore dell'01.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATADistanze, rebus sui tre metri. Regolamenti e norme urbanistiche prevalgono sul Codice civile. Vicinato. Chi vuole costruire accanto a edifici o finestre altrui deve prima conoscere le discipline locali.
La questione delle "distanze" è centrale anche in condominio e viene spesso usata per bloccare iniziative edilizie interne o esterne. Il legislatore, del resto, ha inserito le norme sul condominio nel libro "della proprietà", alla quale possono essere posti vincoli al suo godimento da norme di natura amministrativa e civile e dalla stessa autodeterminazione del proprietario.
Il diritto di proprietà, infatti, costituito dal potere assoluto sulla cosa, ha il suo principale limite della funzione sociale, che è prevista dallo stesso articolo 42 della Costituzione.
Così non possono essere modificate le destinazioni d'uso di singole unità immobiliari, se il regolamento edilizio del Comune le vieti, e debbono essere rispettate le distanze legali tra le costruzioni in base all'articolo 873 e seguenti del Codice civile, anche se in relazione alle esigenze primarie di un condomino, come ha affermato la Cassazione (sentenza del 18.03.2010, n. 6546).
L'articolo 873 del Codice civile ha lo scopo di evitare che opere murarie producano situazioni dannose, pericolose e anti igieniche tra edifici.
La distanza legale tra manufatti dello stesso fabbricato, per esempio, appunto, un condominio, deve essere computata tra gli «sporti» (cioè le sporgenze architettoniche) che hanno le minori dimensioni, mentre la distanza tra differenti stabili va misurata dai punti di massima sporgenza.
Proprio in tema di condominio, si deve ricordare che la normativa sulle distanze legali si applica, purché sia compatibile con la disciplina dell'utilizzo e del godimento delle parti comuni dell'edificio, prevista dall'articolo 1102 del Codice civile; nel caso di contrasto tra le due differenti norme, prevale quella speciale del condominio, che determina l'inapplicabilità di quella sulle distanze legali (Cassazione, sentenza 4936/2014). Così, certamente non è vincolante l'articolo 873 del Codice civile nel caso di un condominio che deliberi d'installare un ascensore, considerato che l'impianto si deve considerare indispensabile per una reale abitabilità delle unità immobiliari dal medesimo servite (Cassazione, sentenza del 03.08.2012, n. 14096). A meno, naturalmente, che non sia vietato per altre ragioni.
È necessario, peraltro, verificare che le clausole contrattuali del regolamento di condominio, non costituiscano un limite all'applicabilità dell'articolo 1102 del Codice civile, in forza del quale ciascun condomino può utilizzare le parti comuni del condominio, purché non ne impedisca il pari uso anche a un singolo condomino, non alteri il decoro architettonico, non pregiudichi la stabilità dell'edificio e, appunto, non violi la normativa in tema di distanze legali.
All'articolo 873 del Codice civile è correlato l'articolo 907, il cui scopo, con il divieto posto di fabbricare a distanza inferiore a tre metri dalla veduta del vicino, è quella di assicurare al titolare del diritto di veduta sufficiente aria e luce consentendogli l'esercizio di inspectio e prospectio, cioè possibilità di veduta sul fondo del vicino: l'accertamento e la valutazione della idoneità della costruzione a non ostacolare la fruizione di tale possibilità richiedono al giudice una motivazione congrua e adeguata (come spiega la Cassazione con la sentenza 4847/2012)
Il principio è stato recentemente confermato dalla Cassazione con la sentenza del 23.03.2012, n. 2741 (si veda l'articolo qui a fianco) che ha ritenuto che non sia violato il disposto inerente alle distanze legali, quando sulla parete comune sia installata una canna fumaria, considerato che questa non costituisce una costruzione, ma un semplice accessorio di un impianto
(articolo Il Sole 24 Ore dell'01.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

CONDOMINIOLa canna fumaria è bloccata dal decoro architettonico. Impianti. Disposizioni speciali.
Le normative sulle distanze (articolo 907 del Codice Civile) non possono essere invocate per impedire l'installazione di una canna fumaria in condominio. Anche se alterano "la veduta" che si può godere da un alloggio o un terrazzo.
A definire, con chiarezza, la questione sono due pronunce successive della Corte di Cassazione: la sentenza 23.02.2012 n. 2741 e la sentenza 20.01.2014 n. 4936.
Innanzitutto, come ha stabilito la prima sentenza, la canna fumaria non deve essere ritenuta alla stregua di una costruzione vera e propria. Ma solo come un semplice accessorio di un impianto. Per questa ragione, dunque, questo tipo di manufatto non è soggetto a quanto prescritto dall'articolo 907 del Codice civile, che fissa a 3 metri la distanza minima dal fondo del vicino.
In secondo luogo perché, sempre con la pronuncia 2741, la Cassazione ha ribadito la liceità –per qualunque condomino ne abbia necessità– di installare una canna fumaria in aderenza al muro condominiale o a ridosso del lastrico. L'importante è rispettare quando previsto dall'articolo 1102 del Codice civile: ovvero non alterare la destinazione d'uso dello spazio comune, non impedire l'utilizzo (nel caso specifico del lastrico o della parete condominiale) ad altri condomini, non pregiudicare il decoro architettonico dell'immobile.
Infine perché, con la recente sentenza 4936, la Cassazione ha chiarito che qualsiasi recriminazione sul rispetto delle distanze in condominio si scontra con le disposizioni del regolamento comune del fabbricato, che devono essere considerate prevalenti.
Riassumendo perciò il contenuti e gli effetti delle due sentenze, il quadro appare chiaro. Per installare una canna fumaria in condominio (il caso classico, alla base peraltro della pronuncia 2741, è quello di una pizzeria o un esercizio commerciale, collocato al piano terreno di un fabbricato e che ha necessità di un sistema per l'evacuazione dei fumi) occorre fare i conti con il regolamento condominiale. Se questo non pone ostacoli, è possibile procedere, nonostante l'eventuale opposizione da parte di condomini che temono un danno sulle vedute e invocano le norme sulle distanze fra proprietà.
Ovviamente la canna fumaria può essere realizzata solo nel rispetto del decoro architettonico della facciata e del diritto di tutti i condomini di fruire del muro del fabbricato. Inoltre, è bene sempre tenere presente che è necessario anche rispettare le norme in materia di immissioni intollerabili (articolo 844 dal Codice civile): i fumi emessi non devono infatti risultare nocivi alla salute e pregiudicare i diritti di proprietari e inquilini del palazzo.
Restano una perplessità sul merito della sentenza 2741/2012: il fatto di considerare la canna fumaria un semplice accessorio contrasta con la stessa giurisprudenza della Corte che, proprio sulle distanze legali, ha chiarito come debba intendersi per costruzione qualsiasi opera abbia i caratteri della solidità, stabilità e immobilizzazione rispetto al suolo (sentenza n. 8691 del 26.06.2000), quindi sul tema c'è da aspettarsi una sentenza delle Sezioni unite
(articolo Il Sole 24 Ore dell'01.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

VARICatasto. Planimetrie e visure ipotecarie gratis online.
Visure ipocatastali e planimetrie gratis online da ieri, per tutti i contribuenti iscritti e abilitati ai servizi telematici dell'agenzia delle Entrate, Entratel e Fisconline.
In precedenza si potevano vedere solo i dati relativi a classificazione e rendita catastale (la cosiddetta visura catastale), ora saranno accessibili anche la mappa con la particella terreni, la planimetria del fabbricato e la visura ipotecaria.
La procedura è attiva per gli immobili (a eccezione delle Province autonome di Trento e Bolzano e, per le visure ipotecarie, delle zone dove vige il sistema tavolare) dei quali i contribuenti risultano titolari, anche in parte, del diritto di proprietà o di altri diritti reali di godimento. Le nuove possibilità sono previste dal provvedimento del direttore dell'Agenzia del 4 marzo.
Sempre in un'ottica di semplificazione si inserisce l'invio telematico, con il modello unico informatico, degli atti alle Conservatorie dei registri immobiliari che viene adesso esteso anche a tutti i pubblici ufficiali e agli agenti della riscossione, oltre che ai notai. Questa seconda novità è contenuta nel provvedimento del direttore delle Entrate del 10.03.2014
(articolo Il Sole 24 Ore dell'01.04.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAElettronica rottamata gratis. I rifiuti piccoli si possono consegnare al punto vendita. Dal 12 aprile in vigore le nuove regole sui Raee, che ora aprono anche al fotovoltaico.
Consegna gratuita presso i punti vendita dei Raee (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) di piccole dimensioni (inferiori a 25 cm), senza alcun obbligo di acquisto da parte del consumatore. Ingresso del fotovoltaico tra i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche. Nuovi obblighi per chi vende a distanza.

Questo alcune delle importanti novità contenute nel decreto legislativo 04.03.2014, n. 27 (pubblicato, sulla Gazzetta Ufficiale n. 62 del 15.03.2014), che entreranno in vigore il prossimo 12 aprile.
Il decreto, che dà attuazione alla direttiva 2011/65/Ue, detta la disciplina riguardante la restrizione dell'uso di sostanze pericolose nelle apparecchiature elettriche ed elettroniche al fine di contribuire alla tutela della salute umana e dell'ambiente, compresi il recupero e lo smaltimento ecologicamente corretti dei rifiuti di Raee. In base alle disposizioni dettate dal nuovo decreto tutte le apparecchiature elettriche ed elettroniche immesse sul mercato, compresi gli elettrodomestici, non dovranno contenere più dello 0,1% di piombo, mercurio, cadmio, cromo esavalente, bifenili polibromurati, eteri di difenile polibromurato.
Le funzioni di vigilanza e di controllo sono affidate al ministero dello sviluppo economico e al ministero dell'ambiente, che si avvalgono delle camere di commercio, della guardia di finanza e dell'Ispra. Le sanzioni previste all'art. 21 saranno irrogate dalla camera di commercio territorialmente competente. Gli apparecchi a cui si applicano questi divieti sono quelli riportati nell'allegato I, e precisamente: grandi e piccoli elettrodomestici, apparecchiature informatiche e per telecomunicazioni, apparecchiature di consumo, apparecchiature di illuminazione, strumenti elettrici ed elettronici, giocattoli e apparecchiature per il tempo libero e per lo sport, dispositivi medici, strumenti di monitoraggio e controllo, compresi gli strumenti di monitoraggio e controllo industriali e distributori automatici (articolo ItaliaOggi dell'01.04.2014).

ENTI LOCALI: Revisore unico o collegio? È caos sui controlli nelle unioni.
Il ddl Delrio cambia nuovamente le regole sulla composizione dell'organo di revisione economico-finanziaria nei comuni di minori dimensioni demografiche. Ma lo fa con una norma assai poco chiara, che pone molti dubbi interpretativi.
Si tratta della disciplina in precedenza contenuta nell'art. 23, poi confluita nel comma 110 del maxi-emendamento approvato al Senato. Esso elenca una serie di attività che «possono essere svolte dalle unioni di comuni in forma associata anche per i comuni che le costituiscono». Fra queste, alla lett. c), si trovano «le funzioni dell'organo di revisione», le quali «per le unioni formate da comuni che complessivamente non superano 10.000 abitanti, sono svolte da un unico revisore e, per le unioni che superano tale limite, da un collegio di revisori».
Un primo problema riguarda la portata di tale previsione: essa comporta per gli enti interessati una mera facoltà (come sembrerebbe confermano dall'utilizzo del verbo «possono» nell'incipit) o un obbligo (come pare dedursi dall'espressione «le funzioni sono svolte»)?
Per districarsi, è necessario fare un passo indietro e valutare cosa dispone la legislazione vigente. A tal fine, occorre fare riferimento all'art. 234 del Tuel, come modificato, da ultimo, dal dl 174/2012. In base al comma 3, in generale, nei comuni con popolazione inferiore a 15.000 abitanti e nelle unioni di comuni è previsto un unico revisore. Solo nelle unioni che esercitano in forma associata tutte le funzioni fondamentali dei comuni che ne fanno parte, il comma 3-bis impone di formare un collegio composto da tre membri, che però sono chiamati a svolgere le medesime funzioni anche per i comuni che fanno parte dell'unione.
Cosa cambierà con la nuova norma? Se la leggiamo come un obbligo, se ne dovrebbe dedurre che per tutte le unioni fino a 10.000 abitanti (anche se svolgono tutte le funzioni fondamentali) e per tutti i comuni che ne faranno parte, il revisore dovrà essere unico (nel senso di un solo revisore sia per l'unione che per i comuni). In pratica, il ddl Delrio abrogherebbe implicitamente la disciplina vigente.
Se, invece, si ritiene che la novella introduca una mera facoltà, il quadro si complica: in pratica, i comuni aderenti a una unione sotto i 10.000 abitanti che non svolge tutte le funzioni fondamentali potrebbero optare fra due alternative: 1) mantenere un revisore per il proprio ente, cui si aggiungerebbe il revisore dell'unione (normativa vigente); 2) designare un unico revisore sia per il proprio ente sia per l'unione (ddl Delrio). Solo per le unioni che svolgono la totalità delle funzioni fondamentali, vi sarebbe ancora la possibilità di conservare il collegio.
Per fugare i dubbi, occorrerebbe modificare la norma in itinere, ma ormai non pare esserci più il tempo per farlo. Sarà, fondamentale, quindi, agire prontamente in via interpretativa, per evitare che si generi una situazione di caos (articolo ItaliaOggi dell'01.04.2014).

PUBBLICO IMPIEGOAssenze per malattia nuova certificazione.
Con la registrazione alla Corte dei Conti, avvenuta in data 19.03.2014, della circolare 17.02.2014 n. 2/2014 firmata dall'allora ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione D'Alia, possono trovare piena applicazione le nuove disposizioni in materia di assenze dal servizio per l'effettuazione di visite, terapie, prestazioni specialistiche od esami diagnostici introdotte dall'articolo 4, comma 16-bis, del decreto legge 101/2013.
Le nuove disposizioni, finalizzate nelle intenzioni del legislatore a contrastare il fenomeno dell'assenteismo nel pubblico impiego, introducono una diversa modalità di giustificazione nel caso in cui l'assenza dal servizio sia richiesta per l'espletamento di visite mediche, terapie, prestazioni specialistiche od esami diagnostici, rispetto a quella richiesta nel caso di assenza per malattia protratta per un periodo superiore a dieci giorni, e in ogni caso, dopo il secondo evento di malattia nell'anno solare.
Per queste ultime la richiesta di assentarsi dal servizio deve essere giustificata esclusivamente mediante certificazione medica rilasciata da una struttura sanitaria pubblica e da un medico convenzionato con il servizio sanitario nazionale.
Per le assenze dal servizio dovute all'espletamento di visite mediche, terapie, prestazioni specialistiche od esami diagnostico, le richieste di permessi previste dal contratto scuola in vigore (permessi brevi di cui all'articolo 16 del contratto) e autorizzate dal dirigente scolastico devono essere invece giustificate, per effetto appunto delle modifiche introdotte appunto dal citato articolo 4, comma 16 bis, del decreto legge 101/2013, mediante la presentazione di attestazione di presenza, anche in ordine all'orario, rilasciata dal medico o dalla struttura, anche privati, che hanno svolto la visita o la prestazione o trasmesse da questi ultimi mediante posta elettronica.
Dall'attestazione di presenza debbono risultare la qualifica e la sottoscrizione del soggetto che la redige, l'indicazione del medico e/o della struttura presso cui si è svolta la visita o la prestazione, il giorno, l'orario di entrata e di uscita del dipendente dalla struttura sanitaria erogante la prestazione.
Importante infine la precisazione, contenuta nella circolare n. 2, in merito alla natura dell'attestazione di presenza.
Poiché non di tratta di un certificato di malattia l'attestazione non deve recare l'indicazione della diagnosi né indicare il tipo di prestazione somministrata (articolo ItaliaOggi dell'01.04.2014).

GIURISPRUDENZA

EDILIZIA PRIVATA: L'esistenza del vincolo va valutata al momento della domanda di condono, a prescindere dall'epoca della sua introduzione e, quindi, anche per le opere eseguite anteriormente all'apposizione del vincolo stesso, avendo cura di precisare che i vincoli di inedificabilità sopravvenuti alla realizzazione dell'intervento edilizio non operano quali fattori di preclusione assoluta al condono, ma costituiscono vincoli relativi ai sensi dell'art. 32 della l. n. 47 del 1985, che impongono un apprezzamento concreto di compatibilità.
Quindi, anche se il vincolo paesaggistico è successivo all’abuso edilizio del quale si chiede il condono, "Al fine del rilascio di concessione in sanatoria in zona soggetta a vincolo paesaggistico, il nulla osta ex art. 32 l. n. 47/1985 deve tener conto di tutti i vincoli esistenti sull'area sulla base della normativa vigente e, quindi, sia dei vincoli originari che di quelli sopravvenuti rispetto all'epoca dell'abuso e delle qualificazioni giuridiche che la stessa vincolistica impone, al fine di garantire la compatibilità dei manufatti con la più recente valutazione dell'interesse pubblico generale al corretto utilizzo del territorio”.
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Il provvedimento di diniego di condono edilizio costituisce espressione di potere vincolato rispetto ai presupposti normativi richiesti e dei quali deve farsi applicazione, con la conseguenza che in ordine al medesimo non possono venire in rilievo profili di eccesso di potere quali la disparità di trattamento, propri dell'esercizio del potere discrezionale, atteso altresì che il rilascio del condono registratosi in analoghi casi di abusi non condonabili, e quindi suscettibili di annullamento giurisdizionale o amministrativo, non può ex se legittimare la pretesa a identico trattamento.
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Ai sensi dell'art. 35, l. 28.02.1985 n. 47, in relazione al disposto dell'art. 32, in caso di istanza di condono edilizio per opere abusive realizzate su aree sottoposte a vincolo (nella specie, paesistico), il silenzio-assenso dell'Amministrazione Comunale si forma con il decorso di ventiquattro mesi dall'emanazione del parere dell'autorità preposta alla tutela del vincolo stesso, soltanto se tale parere ha contenuto favorevole all'istante (nel caso di specie, non risulta acquisito il parere dell'autorità preposta alla tutela del vincolo, sicché non poteva ritenersi formato l'invocato silenzio assenso sulla domanda di condono)".

I ricorsi non sono fondati.
Non è anzitutto fondato il primo motivo che afferma la violazione dell’articolo 32 della legge n. 47/1985, sul presupposto, che l’abuso sarebbe stato posto in essere in epoca antecedente all’apposizione del vincolo paesaggistico.
La giurisprudenza amministrativa è ormai pacifica nell’affermare che “L'esistenza del vincolo va valutata al momento della domanda di condono, a prescindere dall'epoca della sua introduzione e, quindi, anche per le opere eseguite anteriormente all'apposizione del vincolo stesso, avendo cura di precisare che i vincoli di inedificabilità sopravvenuti alla realizzazione dell'intervento edilizio non operano quali fattori di preclusione assoluta al condono, ma costituiscono vincoli relativi ai sensi dell'art. 32 della l. n. 47 del 1985, che impongono un apprezzamento concreto di compatibilità" (CdS IV 04.05.2012 n. 2576)
Quindi, anche se il vincolo paesaggistico è successivo all’abuso edilizio del quale si chiede il condono, "Al fine del rilascio di concessione in sanatoria in zona soggetta a vincolo paesaggistico, il nulla osta ex art. 32 l. n. 47/1985 deve tener conto di tutti i vincoli esistenti sull'area sulla base della normativa vigente e, quindi, sia dei vincoli originari che di quelli sopravvenuti rispetto all'epoca dell'abuso e delle qualificazioni giuridiche che la stessa vincolistica impone, al fine di garantire la compatibilità dei manufatti con la più recente valutazione dell'interesse pubblico generale al corretto utilizzo del territorio” (Tar Campania Na VI , 31.08.2011 n. 4253).
Nel caso di specie il PTCP, strumento urbanistico che ha introdotto il vincolo paesaggistico ha una precettività immediata che impone all’amministrazione di verificare la compatibilità del richiesto condono con la tutela impressa alla zona dal PTCP.
I piani territoriali paesistici infatti, sono strumenti di disciplina di uso e valorizzazione dei territori assoggettati a vincoli paesaggistici che, in attuazione del principio fondamentale di cui all'art. 9 cost., prevalgono sui piani regolatori generali e sugli altri strumenti urbanistici, ai sensi dell'art. 150, comma 2, d.lgs. n. 490 del 1999 e possono certamente imporre limitazioni di carattere generale, ovvero puntuali prescrizioni, con efficacia immediatamente precettiva a carico dei proprietari, quando siano ravvisate ragioni di tutela dei valori paesaggistici, di cui i piani stessi debbono articolare la disciplina (CdS VI 23.02.2011 n. 1114 ).
Quanto alle censure di eccesso di potere che contestano la motivazione, la disparità di trattamento e il travisamento dei fatti, anch’esse non sono fondate ed hanno già trovato precedenti giurisprudenziali in senso contrario alle tesi di parte ricorrente.
Quanto alla supposta disparità di trattamento per avere l’amministrazione intimata valutato favorevolmente altre domande di condono nella zona ove insiste il manufatto del ricorrente è giurisprudenza consolidata la massima secondo la quale “Il provvedimento di diniego di condono edilizio costituisce espressione di potere vincolato rispetto ai presupposti normativi richiesti e dei quali deve farsi applicazione, con la conseguenza che in ordine al medesimo non possono venire in rilievo profili di eccesso di potere quali la disparità di trattamento, propri dell'esercizio del potere discrezionale, atteso altresì che il rilascio del condono registratosi in analoghi casi di abusi non condonabili, e quindi suscettibili di annullamento giurisdizionale o amministrativo, non può ex se legittimare la pretesa a identico trattamento” (CdS IV 24.02.2011 n. 1235; Tar Sardegna Ca II 13.01.2012 n. 18).
Inoltre la motivazione del provvedimento di diniego di condono appare al Collegio chiara e idonea a corroborare il parere negativo sulla domanda di condono edilizio.
Il manufatto realizzato, infatti, è costituito da due rimorchi compenetrati insieme, poggianti su sostegni metallici e blocchi cementizi grezzi. Afferma ancora il provvedimento che l’insieme appare la risultante di un abnorme accostamento di elementi diversi.
Infine si afferma che “il manufatto crea squilibrio in rapporto con il contesto ambientale”.
Contrariamente a quanto affermato dalla difesa del ricorrente l’ulteriore aggiunta secondo la quale, “ se non si fosse in sede di condono edilizio, l’opera non sarebbe assentibile” vuole soltanto significare che trattandosi di area di pregio paesaggistico l’opera non sarebbe comunque stata ammissibile.
E’ infine non fondato anche l’unico motivo autonomo di censura rivolto contro il provvedimento di demolizione, nel quale si lamenta, da un lato il tempo trascorso tra la presentazione della domanda di condono e il provvedimento di demolizione, e, dall’altro, l’assenza di una motivazione specifica sulle ragioni dell’ordine di ripristino.
Per giurisprudenza pacifica, “Ai sensi dell'art. 35, l. 28.02.1985 n. 47, in relazione al disposto dell'art. 32, in caso di istanza di condono edilizio per opere abusive realizzate su aree sottoposte a vincolo (nella specie, paesistico), il silenzio-assenso dell'Amministrazione Comunale si forma con il decorso di ventiquattro mesi dall'emanazione del parere dell'autorità preposta alla tutela del vincolo stesso, soltanto se tale parere ha contenuto favorevole all'istante (nel caso di specie, non risulta acquisito il parere dell'autorità preposta alla tutela del vincolo, sicché non poteva ritenersi formato l'invocato silenzio assenso sulla domanda di condono)" (Tar Campania NA III 05.05.2011 n. 2499; Lomb. Bs I 08.07.2010 n. 2459) (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 08.06.2012 n. 785 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La giurisprudenza amministrativa -sempre in ossequio ai principi di celerità, economicità ed efficacia del procedimento amministrativo- ha da tempo ammesso l'istituto del titolo concessorio condizionato, con la precisazione che l’apposizione di una condizione è legittima quando incide su aspetti legati alla realizzazione dell'intervento costruttivo, sia da un punto di vista tecnico che strutturale, e se ciò trova un fondamento, diretto o indiretto, in una norma di legge o regolamento.
Non è invece ammessa la possibilità di apporre condizioni al titolo abilitativo estranee alla fase di realizzazione dell'intervento edilizio.
In proposito, è stato anche condivisibilmente osservato:
- che in base al principio di buona amministrazione, quando un progetto edilizio presenta elementi ostativi alla sua approvazione di modesta rilevanza e tali da poter essere individuati e corretti o attraverso la modifica del progetto o il meccanismo della concessione condizionata, il sindaco non deve negare il titolo richiesto ma deve invitare l’interessato a modificare il progetto o rilasciare la concessione sub condicione, “in tal modo tutelando sia l'interesse pubblico al pieno rispetto della normativa urbanistica, sia l'interesse privato alla rapidità ed efficienza della pubblica amministrazione”;
- che, “se alla semplice alternativa approvare/non approvare si aggiunge, infatti, anche la possibilità di approvare con prescrizioni, si ampliano i poteri conformativi dell'Amministrazione che ha la possibilità in questo modo di modellare meglio la propria decisione alle particolarità del caso di specie”;
- che la violazione delle prescrizioni ha l'effetto di privare di titolo ciò che è stato realizzato sulla base del provvedimento cui era apposta la condizione non rispettata.

Le argomentazioni della ricorrente sono principalmente rivolte avverso la prescrizione contenuta nella più volte ricordata concessione edilizia n. 103 rilasciata nell’anno 2005 e che, come già visto nella parte in fatto, aveva autorizzato l’intervento edilizio “condizionatamente” al rispetto della già ricordata prescrizione relativa alla “larghezza di m. 5,00 della viabilità esistente”.
L’interessata assume che detta prescrizione sarebbe illegittima e che non sarebbe giustificata da alcuna norma urbanistica.
In linea generale, occorre rammentare che la giurisprudenza amministrativa -sempre in ossequio ai principi di celerità, economicità ed efficacia del procedimento amministrativo- ha da tempo ammesso l'istituto del titolo concessorio condizionato (cfr., C.d.S., sez. V, 17.07.2004, n. 5127; sez. IV, 06.10.2010, n. 7344), con la precisazione che l’apposizione di una condizione è legittima quando incide su aspetti legati alla realizzazione dell'intervento costruttivo, sia da un punto di vista tecnico che strutturale, e se ciò trova un fondamento, diretto o indiretto, in una norma di legge o regolamento (cfr. TAR Lombardia, Milano, sez. IV, 10.09.2010, 5655).
Non è invece ammessa la possibilità di apporre condizioni al titolo abilitativo estranee alla fase di realizzazione dell'intervento edilizio (cfr., TAR Abruzzo, 08.02.2007, n. 153).
In proposito, è stato anche condivisibilmente osservato:
- che in base al principio di buona amministrazione, quando un progetto edilizio presenta elementi ostativi alla sua approvazione di modesta rilevanza e tali da poter essere individuati e corretti o attraverso la modifica del progetto o il meccanismo della concessione condizionata, il sindaco non deve negare il titolo richiesto ma deve invitare l’interessato a modificare il progetto o rilasciare la concessione sub condicione, “in tal modo tutelando sia l'interesse pubblico al pieno rispetto della normativa urbanistica, sia l'interesse privato alla rapidità ed efficienza della pubblica amministrazione” (cfr. TAR Sicilia, Catania, sez. I, 25.10.2006, n. 1960);
- che, “se alla semplice alternativa approvare/non approvare si aggiunge, infatti, anche la possibilità di approvare con prescrizioni, si ampliano i poteri conformativi dell'Amministrazione che ha la possibilità in questo modo di modellare meglio la propria decisione alle particolarità del caso di specie” (cfr., TAR Lombardia, Brescia, sez. I, 17.06.2010, n. 232);
- che la violazione delle prescrizioni ha l'effetto di privare di titolo ciò che è stato realizzato sulla base del provvedimento cui era apposta la condizione non rispettata (cfr., TAR Lombardia, Brescia, sez. I, 02.11.2010, n. 4520) (TRGA Trentino Alto Adige-Trento, sentenza 27.07.2011 n. 204 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn materia di accertamento postumo della compatibilità paesaggistica, il parere della Soprintendenza deve essere formulato espressamente, attesa l’inapplicabilità dell’istituto del silenzio-assenso giusta gli artt. 16, comma 3, e 17, comma 2, l. n. 241 del 1990: il contrasto tra la previsione legislativa, contenuta negli artt. 167 e 181, di un termine perentorio per determinarsi sull’autorizzazione ambientale e quella, contenuta negli artt. 16, comma 3, e 17, comma 2 cit., che non consente, in subiecta materia, la formazione dell'assenso a seguito dell'inutile decorso del tempo va risolto, in un'ottica di necessaria graduazione dei relativi precetti, privilegiando il secondo, in quanto norma dotata di valenza speciale ed esaustiva.
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Il parere negativo dell'Amministrazione competente deve essere supportato dalla considerazione, e dalla dimostrazione dei relativi elementi fattuali a sostegno, per cui la sanatoria dell'opera vincolata comprometterebbe irrimediabilmente, e in rilevante misura, gli interessi che il vincolo mira a tutelare senza che possa ritenersi sufficiente, all’uopo, la mera affermazione che le opere realizzate recano un grave pregiudizio al bene oggetto di tutela.
Deve infatti essere spiegato per quale ragione, materiale e specifica, le opere per le quali si sta chiedendo la sanatoria siano incompatibili con il vincolo.
Nel caso di specie, il parere della Soprintendenza si caratterizza per contenuto generico e motivazione apparente, limitandosi a ritenere l’incompatibilità “in quanto si pongono in contrasto con l’ambito paesaggistico in cui prospettano”.
La motivazione poi deve essere ancora più accurata quando, come nel caso in esame, l’intervento riguarda il rifacimento di uno stradone interpoderale e quindi può essere considerato di modesta entità.

... per l'annullamento:
- della nota MBAC - SBAP - LE prot. 0018673 in data 11.11.2009 del Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Lecce Brindisi e Taranto - Lecce, a firma del Soprintendente ad interim, avente ad oggetto "Comune: Salve (LE) Località: Masseria Profichi Progetto: per accertamento conformità paesaggistica Ditta: Pallone Salvatore Parere di compatibilità paesaggistica espresso secondo la procedura prevista dall'art. 181 e 167 del D.Lgs. n. 42 del 22/1/2004 e successive modificazioni ed integrazioni";
- della nota prot. 11263 in data 30.11.2009 a firma del Dirigente U.T.C. del Comune di Salve di trasmissione della predetta nota ministeriale.
...
Il ricorso è fondato.
1. Con il primo motivo il ricorrente deduce l’illegittimità del provvedimento impugnato perché intervenuto oltre il termine perentorio di novanta giorni previsto dagli artt. 167, comma 5, e 181, comma 1-quater d.lgs. 42/2004.
Il motivo è infondato perché il parere della Soprintendenza deve essere formulato espressamente, attesa l’inapplicabilità dell’istituto del silenzio-assenso giusta gli artt. 16, comma 3, e 17, comma 2, l. n. 241 del 1990: il contrasto tra la previsione legislativa, contenuta negli artt. 167 e 181, di un termine perentorio per determinarsi sull’autorizzazione ambientale e quella, contenuta negli artt. 16, comma 3, e 17, comma 2 cit., che non consente, in subiecta materia, la formazione dell'assenso a seguito dell'inutile decorso del tempo va risolto, in un'ottica di necessaria graduazione dei relativi precetti, privilegiando il secondo, in quanto norma dotata di valenza speciale ed esaustiva.
2. Il ricorso è fondato sotto il profilo della mancanza di ragioni per le quali l’opera è ritenuta incompatibile.
Infatti, il parere negativo dell'Amministrazione competente deve essere supportato dalla considerazione, e dalla dimostrazione dei relativi elementi fattuali a sostegno, per cui la sanatoria dell'opera vincolata comprometterebbe irrimediabilmente, e in rilevante misura, gli interessi che il vincolo mira a tutelare senza che possa ritenersi sufficiente, all’uopo, la mera affermazione che le opere realizzate recano un grave pregiudizio al bene oggetto di tutela. Deve infatti essere spiegato per quale ragione, materiale e specifica, le opere per le quali si sta chiedendo la sanatoria siano incompatibili con il vincolo.
Nel caso di specie, il parere della Soprintendenza si caratterizza per contenuto generico e motivazione apparente, limitandosi a ritenere l’incompatibilità “in quanto si pongono in contrasto con l’ambito paesaggistico in cui prospettano”.
La motivazione poi deve essere ancora più accurata quando, come nel caso in esame, l’intervento riguarda il rifacimento di uno stradone interpoderale e quindi può essere considerato di modesta entità (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 13.04.2011 n. 669 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Vi è una straripante giurisprudenza dei Tribunali amministrativi nel senso che l’ordine di demolizione non debba essere preceduto dalla comunicazione d’avvio.
Infatti, “l'ordine di demolizione di opere edilizie abusive non deve essere preceduto dall'avviso ex art. 7 della L. n. 241/1990, trattandosi di un atto dovuto, che viene emesso quale sanzione per l’accertamento della inosservanza di disposizioni urbanistiche secondo un procedimento di natura vincolata precisamente tipizzato dal legislatore e conseguente disciplinato rigidamente dalla legge”.

Vi è, infatti, una straripante giurisprudenza dei Tribunali amministrativi nel senso che l’ordine di demolizione non debba essere preceduto dalla comunicazione d’avvio.
Infatti, “l'ordine di demolizione di opere edilizie abusive non deve essere preceduto dall'avviso ex art. 7 della L. n. 241/1990, trattandosi di un atto dovuto, che viene emesso quale sanzione per l’accertamento della inosservanza di disposizioni urbanistiche secondo un procedimento di natura vincolata precisamente tipizzato dal legislatore e conseguente disciplinato rigidamente dalla legge” (Tar Campania, Napoli, sez. IV, 10.12.2007, n. 15871) (nello stesso senso cfr. anche Cons. Stato, sez. IV, 26.09.2008, n. 4659, secondo cui “gli atti sanzionatori in materia edilizia -attesa la loro natura rigidamente vincolata- non risultano viziati ove non siano stati preceduti dalla comunicazione d’avvio del procedimento”)
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 02.11.2010 n. 4520 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La giurisprudenza amministrativa ha ammesso da tempo l’istituto del provvedimento (di solito, abilitativo) condizionato.
La giurisprudenza, spinta da una prassi degli organi amministrativi che è sempre stata molto propensa all’utilizzo di provvedimento di approvazione condizionati ad alcune prescrizioni introdotte dall’amministrazione, ha finito per riconoscere la legittimità di tale tipo di provvedimenti che semplifica la procedura (se non fosse possibile approvare con condizioni occorrerebbe infatti: 1) respingere spiegando i punti del progetto che devono essere rivisti, 2) ripresentare il progetto, 3) riapprovare il progetto emendato; e tutto ciò sarebbe oggi anche in contrasto con la regola generale sul divieto di aggravamento del procedimento amministrativo di cui all’art 1, co. 2, l. 241/1990) ed in realtà consente di esercitare meglio quella potestà conformativa cui il ricorrente ritiene che la Regione abbia abdicato con il provvedimento impugnato.
Se alla semplice alternativa approvare/non approvare si aggiunge, infatti, anche la possibilità di approvare con prescrizioni, si ampliano i poteri conformativi dell’amministrazione che ha la possibilità in questo modo di modellare meglio la propria decisione alle particolarità del caso di specie.
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La sistematica del provvedimento condizionato è, però, complessa ed è stata soltanto abbozzata in dottrina proprio perché figura nata in realtà nella pratica e poco apprezzata dalla letteratura giuridica.
In ogni caso sia che la prescrizione incida sulla legittimità del provvedimento cui è apposta, sia che essa attenga alla efficacia della stessa (come si dovrebbe ricavare dall’art. 1353 c.c.), la violazione delle prescrizioni, però, avrà sempre e solo l’effetto di privare di titolo ciò che è stato realizzato sulla base del provvedimento cui era apposta la condizione non rispettata, ma non potrà mai invalidare retroattivamente altro provvedimento amministrativo (nel caso in esame, la licenza del 1965 con cui era stato costruito il garage) privando di titolo ciò che era stato edificato legittimamente.

In linea generale, occorre dire –infatti- che la giurisprudenza amministrativa ha ammesso da tempo l’istituto del provvedimento (di solito, abilitativo) condizionato, a fronte delle perplessità che vennero espresse in anni risalenti dalla dottrina giuridica che costruiva l’atto amministrativo all’interno della teoria generale degli atti giuridici (che, com’è noto, era modellata su quella positiva del negozio giuridico di diritto tedesco), e che quindi si era posta il problema della possibilità di introdurre elementi accidentali nell’atto amministrativo.
La giurisprudenza, spinta da una prassi degli organi amministrativi che è sempre stata molto propensa all’utilizzo di provvedimento di approvazione condizionati ad alcune prescrizioni introdotte dall’amministrazione, ha finito per riconoscere la legittimità di tale tipo di provvedimenti che semplifica la procedura (se non fosse possibile approvare con condizioni occorrerebbe infatti: 1) respingere spiegando i punti del progetto che devono essere rivisti, 2) ripresentare il progetto, 3) riapprovare il progetto emendato; e tutto ciò sarebbe oggi anche in contrasto con la regola generale sul divieto di aggravamento del procedimento amministrativo di cui all’art 1, co. 2, l. 241/1990) ed in realtà consente di esercitare meglio quella potestà conformativa cui il ricorrente ritiene che la Regione abbia abdicato con il provvedimento impugnato.
Se alla semplice alternativa approvare/non approvare si aggiunge, infatti, anche la possibilità di approvare con prescrizioni, si ampliano i poteri conformativi dell’amministrazione che ha la possibilità in questo modo di modellare meglio la propria decisione alle particolarità del caso di specie.
La sistematica del provvedimento condizionato è, però, complessa ed è stata soltanto abbozzata in dottrina proprio perché figura nata in realtà nella pratica e poco apprezzata dalla letteratura giuridica.
In ogni caso sia che la prescrizione incida sulla legittimità del provvedimento cui è apposta, sia che essa attenga alla efficacia della stessa (come si dovrebbe ricavare dall’art. 1353 c.c.), la violazione delle prescrizioni, però, avrà sempre e solo l’effetto di privare di titolo ciò che è stato realizzato sulla base del provvedimento cui era apposta la condizione non rispettata, ma non potrà mai invalidare retroattivamente altro provvedimento amministrativo (nel caso in esame, la licenza del 1965 con cui era stato costruito il garage) privando di titolo ciò che era stato edificato legittimamente
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 02.11.2010 n. 4520 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALICon l’introduzione dell’art. 3 del D.Lgs. n. 29 del 1993, si è affermata in modo inequivoco la competenza generale dei dirigenti in ordine agli atti di gestione, nella cui categoria rientra quello impugnato.
Difatti, «rispetto alla generalizzata applicazione riduttiva delle disposizioni dell’art. 51 della legge n. 142/1990, (…) il decreto legislativo n. 29/1993 (che pur ribadisce criteri e principi organizzativi già presenti nella legge n. 142, la cui attuazione era stata però demandata dalla legge alla valutazione autonoma dei singoli Enti) ha introdotto, con l’art. 3, una regola generale, immediatamente vincolante per tutte le amministrazioni pubbliche, che pone disposizioni delle quali non si può ignorare l’obbligatorietà. Tali disposizioni, costituendo principi ai sensi dell’art. 128 Cost. [nel testo vigente fino al 07.11.2001], da un lato fungono dunque da limiti alla autonomia normativa dei Comuni e delle Province (che devono conformare i rispettivi ordinamenti a detti principi, verificando le proprie disposizioni statutarie e regolamentari al fine di verificarne la compatibilità con le richiamate disposizioni di legge e di espungere dall’ordinamento locale quelle che risultano viziate per illegittimità sopravvenuta) e dall’altro sono immediatamente attributive delle competenze di cui si tratta ed hanno effetto abrogativo delle disposizioni statutarie e regolamentari dei Comuni con le stesse contrastanti».
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La previsione di cui all’art. 7 della legge 28.02.1985 n. 47 deve essere reinterpretata a seguito delle innovazioni introdotte dalla legge n. 142 dell’08.06.1990 e dall’art. 3 del d.lgs. 03.02.1993 n. 29, sì da giungere alla conclusione per cui il provvedimento oggetto di odierna impugnazione, in quanto atto di vigilanza sul territorio, è destinato a ricadere tra gli atti di gestione rimessi, come tali, alla competenza dirigenziale

Come già affermato in precedenza da questa Sezione, “con l’introduzione dell’art. 3 del D.Lgs. n. 29 del 1993, si è affermata in modo inequivoco la competenza generale dei dirigenti in ordine agli atti di gestione, nella cui categoria rientra quello impugnato. Difatti, «rispetto alla generalizzata applicazione riduttiva delle disposizioni dell’art. 51 della legge n. 142/1990, (…) il decreto legislativo n. 29/1993 (che pur ribadisce criteri e principi organizzativi già presenti nella legge n. 142, la cui attuazione era stata però demandata dalla legge alla valutazione autonoma dei singoli Enti) ha introdotto, con l’art. 3, una regola generale, immediatamente vincolante per tutte le amministrazioni pubbliche, che pone disposizioni delle quali non si può ignorare l’obbligatorietà. Tali disposizioni, costituendo principi ai sensi dell’art. 128 Cost. [nel testo vigente fino al 07.11.2001], da un lato fungono dunque da limiti alla autonomia normativa dei Comuni e delle Province (che devono conformare i rispettivi ordinamenti a detti principi, verificando le proprie disposizioni statutarie e regolamentari al fine di verificarne la compatibilità con le richiamate disposizioni di legge e di espungere dall’ordinamento locale quelle che risultano viziate per illegittimità sopravvenuta) e dall’altro sono immediatamente attributive delle competenze di cui si tratta ed hanno effetto abrogativo delle disposizioni statutarie e regolamentari dei Comuni con le stesse contrastanti»” (TAR Lombardia, Milano, IV, 23.12.2009, n. 6182; 26.02.2010, n. 472).
Ritiene, pertanto, il Collegio di dovere ribadire la validità del suesposto orientamento giurisprudenziale, incline a ritenere che la previsione di cui all’art. 7 della legge 28.02.1985 n. 47 debba essere reinterpretata a seguito delle innovazioni introdotte dalla legge n. 142 dell’08.06.1990 e dall’art. 3 del d.lgs. 03.02.1993 n. 29, sì da giungere alla conclusione per cui il provvedimento oggetto di odierna impugnazione, in quanto atto di vigilanza sul territorio, è destinato a ricadere tra gli atti di gestione rimessi, come tali, alla competenza dirigenziale (cfr. in tal senso Consiglio di Stato, Sez. IV, Sent. n. 2024 del 31.03.2009; TAR Lazio, sez. II, 19.09.1994, n. 1052, TAR Lazio, 19.04.1994 n. 488; TAR Lazio, 01.04.1996 n. 621; 08.11.2007 n. 11059; TAR Calabria Catanzaro, sez. II, 23.07.2008, n. 1061; TAR Campania Napoli, sez. VI, 24.09.2009, n. 5071) (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 17.05.2010 n. 1532 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa d.i.a. non è uno strumento di liberalizzazione dell’attività, come da molti sostenuto, ma rappresenta una semplificazione procedimentale, che consente al privato di conseguire un titolo abilitativo a seguito del decorso di un termine (30 giorni) dalla presentazione della denuncia; la liberalizzazione di determinate attività economiche è cosa diversa e presuppone che non sia necessaria la formazione di un titolo abilitativo.
Nel caso della d.i.a., con il decorso del termine si forma una autorizzazione implicita di natura provvedimentale, che può essere contestata dal terzo entro l’ordinario termine di decadenza di sessanta giorni, decorrenti dalla comunicazione al terzo del perfezionamento della d.i.a. o dall’avvenuta conoscenza del consenso (implicito) all’intervento oggetto di d.i.a..
Il ricorso avverso il titolo abilitativo formatosi a seguito di d.i.a. ha, quindi, ad oggetto non il mancato esercizio dei poteri sanzionatori o di autotutela dell’amministrazione, ma direttamente l’assentibilità, o meno, dell’intervento.
Un sostegno in favore della diretta impugnazione della d.i.a.. è stato fornito dal legislatore, che ha modificato l’art. 19, della legge n. 241/1990 (con l’art. 3 del D.L. 14.03.2005 n. 35, convertito dalla L. 14.05.2005 n. 80), prevedendo in relazione alla d.i.a.. il potere dell'amministrazione competente di assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli articoli 21-quinquies e 21-nonies. Se è ammesso l’annullamento di ufficio, parimenti, e tanto più, deve essere consentita l’azione di annullamento davanti al giudice amministrativo.
Tale disposizione, pur non essendo temporalmente applicabile alla fattispecie in esame, può essere letta come riconoscimento da parte del legislatore della natura provvedimentale del titolo abilitativo che si forma in seguito ad una d.i.a..
Nello stesso senso sembrerebbe essersi orientato il legislatore già in precedenza: nel T.U. edilizia l'applicabilità degli artt. 38 (interventi eseguiti in base a permesso annullato) e 39 (annullamento del permesso di costruire da parte della Regione) è stata estesa anche agli interventi di cui all'art. 22, comma 3, assoggettati a d.i.a..
Resta fermo che la tutela del terzo controinteressato rispetto ad una d.i.a. non può essere certo costretta negli angusti limiti dell’eventuale esercizio del potere di autotutela da parte della p.a..
Come per qualsiasi atto amministrativo illegittimo, mentre il potere di autotutela dell’amministrazione è subordinato a determinati limiti, oggi codificati dall’art. 21-nonies della legge n. 241/1990, alcun limite incontra l’intervento del giudice, diretto solamente ad accertare l’illegittimità dell’atto, e in questo caso del titolo abilitativo formatosi in seguito a d.i.a..
In caso di ricorso avverso la d.i.a. la decisione del giudice non può che travolgere l’assenso (implicito) comunale e gli effetti dell’attività illegittima, che costituiscono il contenuto reale della lite.
Del resto, l’esercizio del potere (anche in via implicita) con effetti favorevoli per il diretto interessato non può mai compromettere diritti e interessi dei terzi e la previsione della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo (art. 19, comma 5, legge n. 241/1990) conferma la piena sindacabilità della d.i.a. e dei suoi effetti da parte del giudice.
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Il T.U. edilizia (d.P.R. n. 380/2001) prevede quali titoli abilitativi in materia edilizia il permesso di costruire e la d.i.a. e stabilisce anche che il confine tra i due titoli non sia fisso: le Regioni possono ampliare o ridurre l'ambito applicativo dei due titoli abilitativi, ferme restando le sanzioni penali (art. 22, comma 4) ed è comunque fatta salva la facoltà dell'interessato di chiedere il rilascio di permesso di costruire per la realizzazione degli interventi assoggettati a d.i.a. (art. 22, comma 7).
Ciò significa che si tratta di titoli abilitativi di analoga natura, che si diversificano per il procedimento da seguire e comporta anche che sarebbe irragionevole, oltre che lesivo dell’effettività della tutela giurisdizionale, ritenere che il terzo controinteressato incontri limiti diversi a seconda del tipo di titolo abilitativo, che può dipendere da una scelta della parte o da una diversa normativa regionale.
E’, invece, preferibile ritenere che il formarsi di un determinato titolo abilitativo, o di un altro, non comporti alcun cambiamento sotto il profilo della tutela del terzo e del conseguente intervento del giudice, in alcun modo limitato dalla decadenza del potere di intervento dell’amministrazione.
In definitiva, in caso di intervento assentito a seguito di d.i.a., è ammissibile il ricorso proposto direttamente avverso il titolo abilitativo formatosi per il decorso del termine di trenta giorni, entro cui l’amministrazione può impedire gli effetti della d.i.a..
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Si è già detto che il termine per impugnare la d.i.a. decorre dalla comunicazione al terzo del perfezionamento della d.i.a. o dall’avvenuta conoscenza del consenso (implicito) all’intervento oggetto di d.i.a..
In caso di d.i.a edilizia, infatti, il titolo abilitativo si forma decorsi trenta giorni dalla presentazione della d.i.a. per effetto del mancato esercizio dei poteri dell’amministrazione (art. 23, commi 1 e 6, d.P.R. n. 380/2001 e artt. 10 e 11 della L.R. Emilia Romagna n. 31/2002).
Nel caso di specie, tuttavia, si trattava di intervento ricadente in zona paesaggisticamente vincolata e il termine di trenta giorni decorre dal rilascio dell’autorizzazione paesaggistica ed ove tale atto non sia favorevole, la denuncia è priva di effetti (art. 22, comma 3, d.P.R. n. 380/2001).
Il Tar ha fatto applicazione dell’art. 10, comma 4, della L.R. n. 31/2002, secondo cui il termine di trenta giorni decorre dal rilascio dell’autorizzazione ovvero dall’eventuale decorso del termine per l’esercizio del poteri di annullamento dell’autorizzazione paesaggistica.
La disposizione non è chiara e deve essere letta, in conformità con la richiamata norma del T.U. edilizia, nel senso che per il decorso del termine deve essere stata rilasciata l’autorizzazione paesaggistica e che l’eventuale annullamento di questa rende priva di effetti la d.i.a..

La tutela dei terzi, che si oppongono ad intervento edilizio assentito a seguito di d.i.a., ha sempre presentato profili teorici problematici.
Secondo un orientamento, la d.i.a costituisce un atto soggettivamente ed oggettivamente privato che, in presenza di determinate condizioni e all’esito di una fattispecie a formazione complessa, attribuisce al privato una legittimazione ex lege allo svolgimento di una determinata attività, che sarebbe così liberalizzata.
Colui che si oppone all'intervento autorizzato tramite d.i.a., una volta decorso il termine senza l'esercizio del potere inibitorio, e nella persistenza del generale potere repressivo degli abusi edilizi, sarebbe legittimato a chiedere al Comune di porre in essere i provvedimenti sanzionatori previsti, facendo ricorso, in caso di inerzia, alla procedura del silenzio-rifiuto, che pertanto non potrebbe avere come riferimento il potere inibitorio dell'Amministrazione -essendo decorso il relativo termine, con la conseguenza che il giudice non potrebbe costringere l'Amministrazione a esercitare un potere da cui è decaduta- bensì il generale potere sanzionatorio (Cons. Stato, IV, 22.07.2005, n. 3916).
Secondo altre tesi, la d.i.a. si tradurrebbe direttamente nell'autorizzazione implicita all'effettuazione dell'attività in virtù di una valutazione legale tipica, con la conseguenza che i terzi potrebbero agire innanzi al giudice per chiedere l'adempimento delle prestazioni che la p.a. avrebbe omesso di svolgere (TAR Lombardia, Brescia, 01.06.2001, n. 397), o l'annullamento della determinazione formatasi in forma tacita (in tal senso: implicitamente, Cons. Stato, VI, 10.06.2003 n. 3265 e, espressamente, V, 20.01.2003 n. 172; TAR Veneto, sez. II, 20.06.2003, n. 3405) o comunque per contestare la realizzabilità dell'intervento (Cons. Stato, VI, 16.03.2005 n. 1093).
Secondo ulteriore orientamento il terzo sarebbe legittimato (entro il termine di decadenza) all'instaurazione di un giudizio di cognizione, tendente ad ottenere l'accertamento della insussistenza dei requisiti e dei presupposti previsti dalla legge per la legittima intrapresa dei lavori a seguito di d.i.a. (TAR Liguria; I, 22.01.2003 n. 113 e TAR Abruzzo, Sez. Pescara, 23.01.2003 n. 197).
Il Collegio ritiene che il ricorso proposto direttamente avverso il titolo abilitativo formatosi a seguito di d.i.a. sia ammissibile.
La d.i.a. non è uno strumento di liberalizzazione dell’attività, come da molti sostenuto, ma rappresenta una semplificazione procedimentale, che consente al privato di conseguire un titolo abilitativo a seguito del decorso di un termine (30 giorni) dalla presentazione della denuncia; la liberalizzazione di determinate attività economiche è cosa diversa e presuppone che non sia necessaria la formazione di un titolo abilitativo.
Nel caso della d.i.a., con il decorso del termine si forma una autorizzazione implicita di natura provvedimentale, che può essere contestata dal terzo entro l’ordinario termine di decadenza di sessanta giorni, decorrenti dalla comunicazione al terzo del perfezionamento della d.i.a. o dall’avvenuta conoscenza del consenso (implicito) all’intervento oggetto di d.i.a..
Il ricorso avverso il titolo abilitativo formatosi a seguito di d.i.a. ha, quindi, ad oggetto non il mancato esercizio dei poteri sanzionatori o di autotutela dell’amministrazione, ma direttamente l’assentibilità, o meno, dell’intervento.
Un sostegno in favore della diretta impugnazione della d.i.a.. è stato fornito dal legislatore, che ha modificato l’art. 19, della legge n. 241/1990 (con l’art. 3 del D.L. 14.03.2005 n. 35, convertito dalla L. 14.05.2005 n. 80), prevedendo in relazione alla d.i.a.. il potere dell'amministrazione competente di assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli articoli 21-quinquies e 21-nonies. Se è ammesso l’annullamento di ufficio, parimenti, e tanto più, deve essere consentita l’azione di annullamento davanti al giudice amministrativo.
Tale disposizione, pur non essendo temporalmente applicabile alla fattispecie in esame, può essere letta come riconoscimento da parte del legislatore della natura provvedimentale del titolo abilitativo che si forma in seguito ad una d.i.a..
Nello stesso senso sembrerebbe essersi orientato il legislatore già in precedenza: nel T.U. edilizia l'applicabilità degli artt. 38 (interventi eseguiti in base a permesso annullato) e 39 (annullamento del permesso di costruire da parte della Regione) è stata estesa anche agli interventi di cui all'art. 22, comma 3, assoggettati a d.i.a..
Resta fermo che la tutela del terzo controinteressato rispetto ad una d.i.a. non può essere certo costretta negli angusti limiti dell’eventuale esercizio del potere di autotutela da parte della p.a..
Come per qualsiasi atto amministrativo illegittimo, mentre il potere di autotutela dell’amministrazione è subordinato a determinati limiti, oggi codificati dall’art. 21-nonies della legge n. 241/1990, alcun limite incontra l’intervento del giudice, diretto solamente ad accertare l’illegittimità dell’atto, e in questo caso del titolo abilitativo formatosi in seguito a d.i.a..
In caso di ricorso avverso la d.i.a. la decisione del giudice non può che travolgere l’assenso (implicito) comunale e gli effetti dell’attività illegittima, che costituiscono il contenuto reale della lite.
Del resto, l’esercizio del potere (anche in via implicita) con effetti favorevoli per il diretto interessato non può mai compromettere diritti e interessi dei terzi e la previsione della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo (art. 19, comma 5, legge n. 241/1990) conferma la piena sindacabilità della d.i.a. e dei suoi effetti da parte del giudice.
Peraltro, queste considerazioni, valide per tutti gli interventi assoggettati a d.i.a., sono ancor di più riferibili alla d.i.a. edilizia, oggetto della presente controversia.
Il T.U. edilizia (d.P.R. n. 380/2001) prevede quali titoli abilitativi in materia edilizia il permesso di costruire e la d.i.a. e stabilisce anche che il confine tra i due titoli non sia fisso: le Regioni possono ampliare o ridurre l'ambito applicativo dei due titoli abilitativi, ferme restando le sanzioni penali (art. 22, comma 4) ed è comunque fatta salva la facoltà dell'interessato di chiedere il rilascio di permesso di costruire per la realizzazione degli interventi assoggettati a d.i.a. (art. 22, comma 7).
Ciò significa che si tratta di titoli abilitativi di analoga natura, che si diversificano per il procedimento da seguire e comporta anche che sarebbe irragionevole, oltre che lesivo dell’effettività della tutela giurisdizionale, ritenere che il terzo controinteressato incontri limiti diversi a seconda del tipo di titolo abilitativo, che può dipendere da una scelta della parte o da una diversa normativa regionale.
E’, invece, preferibile ritenere che il formarsi di un determinato titolo abilitativo, o di un altro, non comporti alcun cambiamento sotto il profilo della tutela del terzo e del conseguente intervento del giudice, in alcun modo limitato dalla decadenza del potere di intervento dell’amministrazione.
In definitiva, in caso di intervento assentito a seguito di d.i.a., è ammissibile il ricorso proposto direttamente avverso il titolo abilitativo formatosi per il decorso del termine di trenta giorni, entro cui l’amministrazione può impedire gli effetti della d.i.a..
Chiarita l’ammissibilità del ricorso proposto in primo grado, deve essere verificata la tempestività dello stesso, tenuto conto delle censure mosse con il secondo motivo di appello.
Si è già detto che il termine per impugnare la d.i.a. decorre dalla comunicazione al terzo del perfezionamento della d.i.a. o dall’avvenuta conoscenza del consenso (implicito) all’intervento oggetto di d.i.a..
In caso di d.i.a edilizia, infatti, il titolo abilitativo si forma decorsi trenta giorni dalla presentazione della d.i.a. per effetto del mancato esercizio dei poteri dell’amministrazione (art. 23, commi 1 e 6, d.P.R. n. 380/2001 e artt. 10 e 11 della L.R. Emilia Romagna n. 31/2002).
Nel caso di specie, tuttavia, si trattava di intervento ricadente in zona paesaggisticamente vincolata e il termine di trenta giorni decorre dal rilascio dell’autorizzazione paesaggistica ed ove tale atto non sia favorevole, la denuncia è priva di effetti (art. 22, comma 3, d.P.R. n. 380/2001).
Il Tar ha fatto applicazione dell’art. 10, comma 4, della L.R. n. 31/2002, secondo cui il termine di trenta giorni decorre dal rilascio dell’autorizzazione ovvero dall’eventuale decorso del termine per l’esercizio del poteri di annullamento dell’autorizzazione paesaggistica.
La disposizione non è chiara e deve essere letta, in conformità con la richiamata norma del T.U. edilizia, nel senso che per il decorso del termine deve essere stata rilasciata l’autorizzazione paesaggistica e che l’eventuale annullamento di questa rende priva di effetti la d.i.a..
Ciò premesso, nel caso di specie, il termine per contestare la d.i.a. ha iniziato a decorrere alla scadenza del termine di 30 giorni decorrenti dal rilascio dell’autorizzazione paesaggistica (03/05/2004) e l’annullamento di tale autorizzazione da parte della Soprintendenza ha sospeso tale termine ma solo fino alla ordinanza cautelare di questa Sezione che in data 05/11/2004 ha sospeso l’atto della Soprintendenza.
Essendo pacifica la conoscenza della d.i.a. da parte della ricorrente di primo grado, che ha anche impugnato l’autorizzazione paesaggistica, il ricorso avverso la d.i.a., notificato in data 28/12/2004 è tardivo (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 05.04.2007 n. 1550 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl Comune non può assentire una concessione edilizia subordinatamente all’impegno del privato a rinunciare alla proposizione di azioni risarcitoria nei confronti del Comune, in quanto tale condizione non è volta a perseguire alcun interesse pubblico riconducibile alla materia urbanistico-edilizia e si pone in contrasto con il principio di tipicità dei provvedimenti amministrativi.
Tale condizione si rivela, infatti, preordinata al perseguimento di interessi estranei a quelli sottesi al potere esercitato, volto a garantire lo svolgimento dell’attività edificatoria nel rispetto delle norme che la disciplinano ed in vista di una corretta ed equilibrata trasformazione del territorio, ed, esulando dall’ambito teleologico appena delineato, si propone di evitare i riflessi risarcitori eventualmente derivanti da una pregressa attività dell’Amministrazione: in tal modo subordinando l’efficacia della concessione rilasciata al perseguimento di scopi estranei al relativo schema tipologico.
Il Comune, invero, non può in via generale apporre condizioni, sia sospensive che risolutive, alla concessione edilizia, salvi i casi espressamente previsti dalla legge, stante la natura di accertamento costitutivo a carattere non negoziale di detto provvedimento.
Tale condizione, peraltro, non inficia in toto la concessione assentita, dal momento che l’invalidità di una condizione apposta all’atto amministrativo comporta la invalidità totale dell’atto stesso solo qualora il contenuto della condizione abbia costituito il motivo essenziale della dichiarazione di volontà, la quale presumibilmente non vi sarebbe stata senza di quella (“vitiatur et vitiat”); ma la nullità e l’invalidità totale dell’atto amministrativo, a cagione dell’invalidità della condizione, non può certamente prodursi quando si tratti di atti dovuti (nei quali cioè non vi sia discrezionalità nell’an) e quando l’autorità amministrativa, che si determina per il provvedimento, dovrà dare ad esso il contenuto predeterminato dalle fonti normative, in assenza di discrezionalità nel quid.
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La nullità della condizione in questione non può non travolgere per assenza di causa anche la successiva rinuncia formulata dal privato, il quale, nella particolare posizione in cui lo stesso trovava (attendeva, dopo la proposizione con esito favorevole di ben tre ricorsi, da oltre quindici anni il rilascio di un dovuto titolo concessorio), era nell’impossibilità di contrastare tale pretesa se non a pena di iniziare un nuovo contenzioso.

Quanto alla circostanza che il Comune aveva condizionato il rilascio della concessione edilizia alla specifica rinuncia da parte dell’interessato alla richiesta di risarcimento dei danni, che l’istante aveva accettato, va subito evidenziato che tale condizione apposta alla concessione edilizia deve ritenersi nulla, in quanto contraria a norme imperative.
Va in merito evidenziato che –come già chiarito dalla giurispru-denza amministrativa (TAR Campania, sez. Salerno, II, 16.01.2007, n. 28)– il Comune non può assentire una concessione edilizia subordinatamente all’impegno del privato a rinunciare alla proposizione di azioni risarcitoria nei confronti del Comune, in quanto tale condizione non è volta a perseguire alcun interesse pubblico riconducibile alla materia urbanistico-edilizia e si pone in contrasto con il principio di tipicità dei provvedimenti amministrativi.
Tale condizione si rivela, infatti, preordinata al perseguimento di interessi estranei a quelli sottesi al potere esercitato, volto a garantire lo svolgimento dell’attività edificatoria nel rispetto delle norme che la disciplinano ed in vista di una corretta ed equilibrata trasformazione del territorio, ed, esulando dall’ambito teleologico appena delineato, si propone di evitare i riflessi risarcitori eventualmente derivanti da una pregressa attività dell’Amministrazione: in tal modo subordinando l’efficacia della concessione rilasciata al perseguimento di scopi estranei al relativo schema tipologico. Il Comune, invero, non può in via generale apporre condizioni, sia sospensive che risolutive, alla concessione edilizia, salvi i casi espressamente previsti dalla legge, stante la natura di accertamento costitutivo a carattere non negoziale di detto provvedimento (Cons. St., sez. V, 24.03.2001, n. 1702).
Tale condizione, peraltro, non inficia in toto la concessione assentita, dal momento che l’invalidità di una condizione apposta all’atto amministrativo comporta la invalidità totale dell’atto stesso solo qualora il contenuto della condizione abbia costituito il motivo essenziale della dichiarazione di volontà, la quale presumibilmente non vi sarebbe stata senza di quella (“vitiatur et vitiat”); ma la nullità e l’invalidità totale dell’atto amministrativo, a cagione dell’invalidità della condizione, non può certamente prodursi quando si tratti -come nel caso di specie- di atti dovuti (nei quali cioè non vi sia discrezionalità nell’an) e quando l’autorità amministrativa, che si determina per il provvedimento, dovrà dare ad esso il contenuto predeterminato dalle fonti normative, in assenza di discrezionalità nel quid (cfr. TAR Liguria, 25.10.1979, n. 381).
Così precisata l’irrilevanza della predetta condizione apposta nella concessione assentita, va in aggiunta anche rilevato che alcuna conseguenza può farsi derivare dalla successiva accettazione del privato della predetta condizione.
Va, invero, innanzi tutto chiarito che la nullità della condizione in questione non può non travolgere per assenza di causa anche la successiva rinuncia formulata dal privato, il quale, nella particolare posizione in cui lo stesso trovava (attendeva, dopo la proposizione con esito favorevole di ben tre ricorsi, da oltre quindici anni il rilascio di un dovuto titolo concessorio), era nell’impossibilità di contrastare tale pretesa se non a pena di iniziare un nuovo contenzioso.
Inoltre, va in punto di fatto precisato che –come sopra esposto in narrativa– il privato il 17.04.2001 aveva inviato l’atto di rinuncia alla pretesa risarcitoria, subordinata, però, alla condizione sospensiva che entro il 31.12.2001 fossero “emanati e comunicati tutti gli atti necessari alla definitiva formalizzazione della licenza” e fosse consentito “l’immediato inizio dei lavori” ed alla condizione risolutiva che gli atti amministrativi concessori assentiti non fossero stati successivamente “per qualsiasi motivo revocati, annullati o vengano comunque a perdere efficacia per fatto a me non imputabile”.
Premesso che non possono esservi dubbi sulla possibilità di apporre ad un atto di rinuncia tali condizioni, in quanto le dichiarazioni di remissione del debito di cui all’art. 1236 c.c. e le rinunce ben possono essere condizionate, poiché l’Amministrazione, come sembra pacifico tra le parti, non aveva comunicato alcunché entro il 31.12.2001 sembra evidente che la predetta condizione sospensiva posta all’atto di rinuncia del privato non si era verificata. Inoltre, si era verificata anche la predetta condizione risolutiva, dal momento che, come meglio si chiarirà in seguito, era illegittimo il successivo diniego di proroga del termine per l’ultimazione dei lavori.
Né può ipotizzarsi che sul punto fosse intervenuto tra le parti un atto transattivo, attesa, a tacer d’altro, l’incapacità del dirigente comunale a disporre del diritto a rilasciare o meno una concessione edilizia (art. 1966 cod. civ.)
(TAR Abruzzo-Pescara, sentenza 08.02.2007 n. 153 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAE'illegittimo il diniego di concessione edilizia, per carenza documentale senza che l'Amministrazione abbia preventivamente invitato il richiedente la predetta concessione ad integrare la documentazione ritenuta carente, in quanto la carenza documentale può giustificare la richiesta istruttoria dell'Amministrazione volta al completamento della documentazione, ma non il diniego di concessione edilizia.
Ciò perché l'invito al completamento della documentazione è funzionale al perseguimento di uno specifico interesse pubblico, il quale esige una pronunzia sul merito della domanda di concessione edilizia, anziché sui soli requisiti formali della stessa, per cui allorquando sia stato assolto da parte dell'interessato un onere minimo di documentazione, per l'inizio dell'esame della richiesta di concessione edilizia, l'Amministrazione, prima di pronunciarsi sulla richiesta medesima, è tenuta a chiedere le eventuali necessarie integrazioni documentali.
A maggior ragione allorquando la C.E. sia stata rilasciata, nel qual caso prima di procedere all'annullamento della stessa il comune deve indicare agli interessati gli elementi progettuali o esecutivi difformi dalle prescrizioni urbanistiche vigenti per provvedere alle modifiche necessarie.
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Qualora il progetto edilizio presenti dubbi interpretativi, ai fini della sua conformità alla legislazione urbanistica, l'amministrazione comunale -in conformità dei principi di buona amministrazione- può legittimamente imporre sotto forma di condizione la soluzione tecnica conforme a tali norme, senza poter semplicemente denegare il rilascio della C.E..
Infatti, in base al principio di buona amministrazione, ove un progetto edilizio presenti elementi ostativi, peraltro di modesta rilevanza e tali da poter essere individuati e corretti o attraverso la modifica del progetto o il meccanismo della concessione condizionata, il sindaco non deve negare la C.E. richiesta, ma od invitare il committente a modificare in conformità il progetto o rilasciare "sub condicione" la concessione, in tal modo tutelando sia l'interesse pubblico al pieno rispetto della normativa urbanistica, sia l'interesse privato alla rapidità ed efficienza della pubblica amministrazione.
Con specifico riferimento alla necessità di migliorare taluni aspetti tecnici (precisamente igienico-sanitari) di un'opera, secondo la giurisprudenza il comune deve rilasciare la concessione stessa e prescrivere come semplice condizione per l'inizio dei lavori la progettazione di una variante in corso d'opera che attui i miglioramenti tecnici ritenuti necessari, anziché rigettare l'istanza di C.E..

Ebbene, la giurisprudenza, con orientamento che il collegio condivide pienamente e riafferma in questa sede, ha avuto occasione di porre il principio secondo il quale è illegittimo il diniego di concessione edilizia, per carenza documentale senza che l'Amministrazione abbia preventivamente invitato il richiedente la predetta concessione ad integrare la documentazione ritenuta carente, in quanto la carenza documentale può giustificare la richiesta istruttoria dell'Amministrazione volta al completamento della documentazione, ma non il diniego di concessione edilizia; ciò perché l'invito al completamento della documentazione è funzionale al perseguimento di uno specifico interesse pubblico, il quale esige una pronunzia sul merito della domanda di concessione edilizia, anziché sui soli requisiti formali della stessa, per cui allorquando sia stato assolto da parte dell'interessato un onere minimo di documentazione, per l'inizio dell'esame della richiesta di concessione edilizia, l'Amministrazione, prima di pronunciarsi sulla richiesta medesima, è tenuta a chiedere le eventuali necessarie integrazioni documentali (in termini TAR LAZIO-ROMA, Sez. II-bis, 10.05.2004, n. 4098; Consiglio Stato, sez. V, 23.03.1991, n. 328).
A maggior ragione allorquando la C.E. sia stata rilasciata, nel qual caso prima di procedere all'annullamento della stessa il comune deve indicare agli interessati gli elementi progettuali o esecutivi difformi dalle prescrizioni urbanistiche vigenti per provvedere alle modifiche necessarie (Consiglio Stato, sez. V, 17.12.1990, n. 884).
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Passando alla terza questione, la giurisprudenza ha espresso l’orientamento, assolutamente condivisibile, secondo il quale qualora il progetto edilizio presenti dubbi interpretativi, ai fini della sua conformità alla legislazione urbanistica, l'amministrazione comunale -in conformità dei principi di buona amministrazione- può legittimamente imporre sotto forma di condizione la soluzione tecnica conforme a tali norme, senza poter semplicemente denegare il rilascio della C.E.; infatti, in base al principio di buona amministrazione, ove un progetto edilizio presenti elementi ostativi, peraltro di modesta rilevanza e tali da poter essere individuati e corretti o attraverso la modifica del progetto o il meccanismo della concessione condizionata, il sindaco non deve negare la C.E. richiesta, ma od invitare il committente a modificare in conformità il progetto o rilasciare "sub condicione" la concessione, in tal modo tutelando sia l'interesse pubblico al pieno rispetto della normativa urbanistica, sia l'interesse privato alla rapidità ed efficienza della pubblica amministrazione (in termini, TAR Emilia Romagna Bologna, 29.08.1984, n. 325).
Con specifico riferimento alla necessità di migliorare taluni aspetti tecnici (precisamente igienico-sanitari) di un'opera, secondo la giurisprudenza il comune deve rilasciare la concessione stessa e prescrivere come semplice condizione per l'inizio dei lavori la progettazione di una variante in corso d'opera che attui i miglioramenti tecnici ritenuti necessari, anziché rigettare l'istanza di C.E. (in termini TAR Emilia Romagna Bologna, sez. I, 23.10.1991, n. 379)
(TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 25.10.2006 n. 1960 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il provvedimento di annullamento o di revoca di una concessione edilizia, costituendo attività discrezionale della pubblica amministrazione, deve essere congruamente motivato in ordine alla specifica esigenza dell’eliminazione di un pregiudizio attuale ad un pubblico bene.
Il mero richiamo a norme secondarie, che si assumono violate e all’interesse pubblico che si assume sacrificato, non costituiscono sufficiente motivazione a fronte dell’interesse del privato.

Il Collegio procede quindi ad esaminare la seconda parte del secondo motivo di ricorso, con la quale il ricorrente lamenta che il Comune non abbia in alcun modo motivato circa l’interesse pubblico ulteriore rispetto l’interesse del ricorrente, previa comparazione tra le due situazioni, e ravvisa fondata la doglianza.
Basta leggere l’atto di ritiro impugnato per avvedersi che manca del tutto la motivazione circa l’interesse pubblico concreto ed attuale ulteriore rispetto al mero ripristino della legalità violata.
Con sentenza n. 1103 del 01.07.2003 questa stessa Sezione ha avuto modo di affermare che “il provvedimento di annullamento o di revoca di una concessione edilizia, costituendo attività discrezionale della pubblica amministrazione, deve essere congruamente motivato in ordine alla  specifica esigenza dell’eliminazione di un  pregiudizio attuale ad un pubblico bene…. Il mero richiamo a norme secondarie, che si assumono violate e all’interesse pubblico che si assume sacrificato, non costituiscono sufficiente motivazione a fronte dell’interesse del privato…..”.
Il principio posto dalla Sezione va riaffermato: anche nel caso in questione è mancata la valutazione dell’interesse privato che si andava a sacrificare con l’atto di ritiro impugnato, ed è del pari mancata la necessaria motivazione specifica circa l’interesse pubblico concreto ed attuale ulteriore rispetto a quello al mero ripristino della legalità (che si assume violata).
Ne consegue l’illegittimità anche sotto tale profilo dell’atto di annullamento impugnato, che viene quindi annullato
(TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 25.10.2006 n. 1960 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICADeve considerarsi illegittimo un diniego di concessione edilizia, fondato sulla carenza di un piano attuativo pur prescritto dal piano regolatore, qualora l'area interessata dal progetto risulti urbanizzata e l’Amministrazione denegante abbia omesso di valutare in modo rigoroso l’incidenza del nuovo insediamento, oggetto della richiesta di assenso, sulla situazione generale del comprensorio o, in altri termini, allorquando non si sia adeguatamente tenuto conto dello stato delle urbanizzazioni già esistenti nella zona di futura insistenza dell’edificazione, né siano state congruamente evidenziate le concrete, ulteriori esigenze di urbanizzazione indotte dalla nuova costruzione.
Ormai da oltre un decennio la giurisprudenza amministrativa si è assestata nell’opinione che debba considerarsi illegittimo un diniego di concessione edilizia, fondato sulla carenza di un piano attuativo pur prescritto dal piano regolatore, qualora l'area interessata dal progetto risulti urbanizzata e l’Amministrazione denegante abbia omesso di valutare in modo rigoroso l’incidenza del nuovo insediamento, oggetto della richiesta di assenso, sulla situazione generale del comprensorio o, in altri termini, allorquando non si sia adeguatamente tenuto conto dello stato delle urbanizzazioni già esistenti nella zona di futura insistenza dell’edificazione, né siano state congruamente evidenziate le concrete, ulteriori esigenze di urbanizzazione indotte dalla nuova costruzione (Cons. St., ad. plen., 20.05.1980, n. 18; sez. V, 16.06.1990, n. 538; sez. V, 13.11.1990, n. 776; sez. V, 06.04.1991, n. 446; ad. plen., 06.10.1992, n. 12)
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 17.07.2004 n. 5127 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sulla possibilità di subordinare l'assenso edilizio a prescrizioni.
L’amministrazione pubblica, la cui giustificazione ontologica va ricercata nella prestazione di varie attività di “servizio pubblico” rese ai cittadini, non può limitarsi ad un esame distaccato e meccanico delle istanze indirizzatele dagli amministrati, procurando di accogliere soltanto quelle che ex origine si presentino esattamente corrispondenti ai formanti normativi rilevanti per la singola fattispecie e, di contro, respingendo quelle che manifestino qualunque difformità, anche di minima entità, rispetto a detti parametri.
Sulla P.A. incombe invece un preciso dovere di collaborazione con i cittadini al fine di contribuire a realizzarne, nei margini consentiti dall’ordinamento giuridico, le legittime aspettative.

È infondata anche la terza doglianza.
Si sostiene che il Comune di Roma non avrebbe potuto rilasciare una concessione edilizia condizionata ad una modifica del progetto, peraltro mai richiesta dalle Gorgosalice, consistente nell’eliminazione della porzione di lotto ricadente nel perimetro del P.d.Z..
Le ragioni della ritenuta impossibilità giuridica di subordinare l’assenso edilizio in parola allo stralcio dei 138 mq. in questione non sono affatto condivisibili.
Militano piuttosto a favore della conclusione esattamente contraria i principi di buon andamento e di leale collaborazione.
L’amministrazione pubblica, la cui giustificazione ontologica va ricercata nella prestazione di varie attività di “servizio pubblico” rese ai cittadini (Cons. St., ad. plen., 30.03.2000, n. 1, ord.), non può limitarsi ad un esame distaccato e meccanico delle istanze indirizzatele dagli amministrati, procurando di accogliere soltanto quelle che ex origine si presentino esattamente corrispondenti ai formanti normativi rilevanti per la singola fattispecie e, di contro, respingendo quelle che manifestino qualunque difformità, anche di minima entità, rispetto a detti parametri.
Sulla P.A. incombe invece un preciso dovere di collaborazione con i cittadini al fine di contribuire a realizzarne, nei margini consentiti dall’ordinamento giuridico, le legittime aspettative.
Chiaramente non si è ispirata a questi principi la condotta del Comune di Roma che, una volta preso atto dell’insistenza di un’irrisoria parte dell’area del progetto presentato dalle Gorgosalice in una zona non edificabile, ha rigettato in toto la richiesta.
È opinione del Collegio che la circostanza avrebbe dovuto indurre l’amministrazione appellante a prediligere un ben diverso stile gestorio: in primo luogo il Comune di Roma avrebbe dovuto verificare se effettivamente la modesta porzione di terreno in questione fosse stata computata dalle ricorrenti ai fini volumetrici ed altresì se essa incidesse sul calcolo degli standard previsti nel progetto (circostanze che le Gorgosalice negano e sulle quali l’ente civico non ha controdedotto).
In caso di esito negativo di questa preliminare verifica, nulla avrebbe impedito al Comune di Roma di rilasciare l’assenso richiesto, epurandolo d’ufficio del piccolo “ritaglio” in parola (siccome, del resto, prospettato in sede istruttoria, giusta il rapporto dell’Ufficio, prot. n. 29587 del 23.05.1994); nell’ipotesi contraria, prima di optare per la radicale e recisa bocciatura dell’istanza, il Comune avrebbe potuto e dovuto sollecitare le richiedenti a proporre diverse soluzioni progettuali che tenessero conto dell’esigenza di eliminare la parte rientrante nel P.d.Z. di Torre Spaccata Ovest
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 17.07.2004 n. 5127 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’installazione di silos, ancorati al terreno ed all’edificio esistente, configura un intervento implicante trasformazione urbanistica qualificabile come nuova costruzione, come tale soggetta a concessione edilizia.
- che per quanto riguarda gli ulteriori motivi aggiunti, depositati in data 06.11.2003 avverso i provvedimenti indicati in epigrafe, è necessario svolgere, anche alla luce dei chiarimenti forniti dalla stessa difesa comunale nella memoria del 15.11.2003, le seguenti considerazioni:
a) con riguardo all’impugnata ordinanza di sospensione lavori, attesa l’intervenuta decorrenza dei termini di legge relativi alla durata degli effetti del provvedimento, non sussiste più interesse al suo annullamento;
b) con riguardo al provvedimento del 07.08.2003 di diniego sanatoria dei silos, preso atto delle ragioni addotte dall’amministrazione a fondamento del diniego, nonché a fondamento del conseguente ordine di demolizione degli stessi contenuto nell’ordinanza n. 45/2003, parimenti impugnata, e ritenuto, conformemente all’orientamento già espresso in merito dalla Sezione –cfr. sentenza n. 2414/2002, conforme C.d.S., Sez. V, n. 343/2001- che l’installazione di silos, ancorati al terreno ed all’edificio esistente, configuri un intervento implicante trasformazione urbanistica qualificabile come nuova costruzione, come tale soggetta a concessione edilizia; nonché la sussistenza del rilevato contrasto con la previsione contenuta nell’art. 85 delle N.T.A., nella versione novellata a seguito della variante introdotta in virtù della delibera consiliare n. 37/2003, che non consente per gli allevamenti zootecnici già esistenti in zona E interventi eccedenti l’ordinaria manutenzione (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 21.11.2003 n. 5840 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATASono assoggettate a concessione non le sole attività di edificazione “ma tutte quelle consistenti nella modificazione dello stato materiale e della conformazione del suolo per adattarlo ad un impiego diverso da quello che gli è proprio, in relazione alla sua condizione naturale e alla sua qualificazione giuridica”.
E' soggetta a concessione da parte del Sindaco ogni attività che comporti la trasformazione del territorio attraverso l’esecuzione di opere comunque attinenti agli aspetti urbanistici ed edilizi, quando il mutamento o l’alterazione abbiano un rilievo ambientale, estetico o funzionale.
Necessita di concessione il manufatto che, pur se non infisso nel suolo ma soltanto aderente in modo stabile ad esso, è destinato ad una utilizzazione perdurante nel tempo.
Produce dunque trasformazione urbanistica ogni intervento che alteri in modo rilevante e duraturo lo stato del territorio, anche in relazione alla sua qualificazione giuridica, a nulla rilevando l’eventuale precarietà strutturale del manufatto in quanto non si traduca in suo uso per fini contingenti e specifici.

Il motivo è infondato.
In materia questo Consiglio ha chiarito che sono assoggettate a concessione non le sole attività di edificazione “ma tutte quelle consistenti nella modificazione dello stato materiale e della conformazione del suolo per adattarlo ad un impiego diverso da quello che gli è proprio, in relazione alla sua condizione naturale e alla sua qualificazione giuridica” (C.D.S., Sez. V, 01.03.1993, n. 319) e, inoltre che “è soggetta a concessione da parte del Sindaco ogni attività che comporti la trasformazione del territorio attraverso l’esecuzione di opere comunque attinenti agli aspetti urbanistici ed edilizi, quando il mutamento o l’alterazione abbiano un rilievo ambientale, estetico o funzionale” (C.D.S., Sez. V, 23.01.1991, n. 64), venendo infine precisato che “Necessita di concessione il manufatto che, pur se non infisso nel suolo ma soltanto aderente in modo stabile ad esso, è destinato ad una utilizzazione perdurante nel tempo” (C.D.S., Sez. V, 24.02.1996).
Produce dunque trasformazione urbanistica ogni intervento che alteri in modo rilevante e duraturo lo stato del territorio, anche in relazione alla sua qualificazione giuridica, a nulla rilevando l’eventuale precarietà strutturale del manufatto in quanto non si traduca in suo uso per fini contingenti e specifici (cfr. anche Sez. V, 20.12.1999, n. 2125)
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 31.01.2001 n. 343 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVINell'interpretazione dell'atto amministrativo non ci si può fermare al "nomen iuris" assegnato dall'organo che lo ha adottato, ma si deve tenere conto del suo contenuto e delle norme di riferimento: inoltre l'identificazione del contenuto dell'atto deve essere effettuato in relazione al potere che la p.a. ha inteso esercitare, risultando così legittima l'interpretazione coerente con il comportamento complessivo tenuto da essa amministrazione alla stregua del principio fissato dall'art. 1362 comma 2, c.c., e comunque l'interpretazione deve privilegiare la legittimità del provvedimento ovvero la sua utilità secondo il criterio di conservazione degli atti amministrativi.
Il motivo è infondato.
Sulla identificazione degli atti amministrativi questo Consiglio ha chiarito che “nell'interpretazione dell'atto amministrativo non ci si può fermare al "nomen iuris" assegnato dall'organo che lo ha adottato, ma si deve tenere conto del suo contenuto e delle norme di riferimento: inoltre l'identificazione del contenuto dell'atto deve essere effettuato in relazione al potere che la p.a. ha inteso esercitare, risultando così legittima l'interpretazione coerente con il comportamento complessivo tenuto da essa amministrazione alla stregua del principio fissato dall'art. 1362 comma 2, c.c., e comunque l'interpretazione deve privilegiare la legittimità del provvedimento ovvero la sua utilità secondo il criterio di conservazione degli atti amministrativi” (Sez. IV, 31.05.1999, n. 925).
Nel caso in esame la iscrizione dei provvedimenti impugnati nel quadro di un procedimento di vigilanza sull’attività urbanistico-edilizia ed il loro contenuto sanzionatorio emergono con evidenza dalla fattispecie rilevata nei provvedimenti stessi, riferita a manufatti abusivi, dall’espresso richiamo alla legge n. 47 del 1985, dal contenuto e dalla sequenza degli ordini impartiti, dal riferimento al previo sopralluogo tecnico, noto al ricorrente
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 31.01.2001 n. 343 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AGGIORNAMENTO AL 04.04.2014

L'INTERROGATIVO DELLA SETTIMANA: è già operativa la procedura della "agibilità attestata" dal direttore dei lavori o, qualora non nominato, da un professionista abilitato, alternativa alla procedura ordinaria laddove è l'U.T.C. a rilasciarla con atto formale ??

     Vediamo di ricostruire l'istituto della agibilità dal punto di vista normativo.
     Esso è disciplinato dal D.P.R. n. 380/2001, art. 25, commi da 1 a 5, laddove possono verificarsi
due ipotesi (semplificando al massimo il ragionamento, diamo per completa l'istanza di agibilità -presentata al protocollo- di tutta la documentazione obbligatoria e dettata dalla norma e, quindi, senza la necessità di sospensione dei termini per la richiesta -da parte del responsabile del procedimento amministrativo- della documentazione mancante):
1) l'U.T.C. rilascia il certificato di agibilità entro 30 gg. dalla data di ricevimento dell'istanza (cfr. comma 3), con o senza sopralluogo di verifica in loco;
2) trascorso inutilmente il termine di 30 gg. di cui al comma 3, l’agibilità si intende attestata nel caso sia stato rilasciato il parere dell’ASL di cui all’articolo 5, comma 3, lettera a). In caso di autodichiarazione, il termine per la formazione del silenzio-assenso è di 60 gg.. E' necessario, comunque, che l'U.T.C. concluda l'avviato procedimento amministrativo col rilascio del provvedimento formale che sarà titolato (per esempio) quale "CERTIFICATO DI AGIBILITA' ATTESTATA PER SILENZIO-ASSENSO (art. 25, comma 4, D.P.R. n. 380/2001)".
     V'è da precisare che, allo stato, la Regione Lombardia non ha normato l'istituto de quo avvalendosi della potestà normativa concorrente sulla materia (cfr. art. 117 della Costituzione) e, quindi, la procedura è quella statale siccome normata/disciplinata dal ricordato art. 25, commi da 1 a 5.
     Tuttavia, a decorrere dal 22.06.2013 sussiste una
terza ipotesi laddove il D.L. 21.06.2013 n. 69, convertito con modificazioni dalla Legge 09.08.2013 n. 98, ha introdotto all'art. 25 del D.P.R. n. 380/2001 i nuovi commi 5-bis e 5-ter che, per comodità di lettura, di seguito sono testualmente riproposti: "5-bis. Ove l'interessato non proponga domanda ai sensi del comma 1, fermo restando l'obbligo di presentazione della documentazione di cui al comma 3, lettere a), b) e d), del presente articolo, e all'articolo 5, comma 3, lettera a), presenta la dichiarazione del direttore dei lavori o, qualora non nominato, di un professionista abilitato, con la quale si attesta la conformità dell'opera al progetto presentato e la sua agibilità, corredata dalla seguente documentazione:
a) richiesta di accatastamento dell'edificio che lo sportello unico provvede a trasmettere al catasto;
b) dichiarazione dell'impresa installatrice che attesta la conformità degli impianti installati negli edifici alle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità, risparmio energetico valutate secondo la normativa vigente.
5-ter. Le Regioni a statuto ordinario
disciplinano con legge le modalità per l'attuazione delle disposizioni di cui al comma 5-bis e per l'effettuazione dei controlli.".
     Quindi, dal 22.06.2013 v'è un'altra possibilità/modalità (facoltà, e non un obbligo da parte del cittadino) cui pervenire all'attestazione dell'agibilità di un fabbricato, è ciò ad opera non dell'U.T.C. ma da parte del direttore dei lavori ovvero, qualora non nominato, da parte di un professionista abilitato. Detto altrimenti, lo Stato ha previsto una
seconda modalità operativa la quale risulta "di semplificazione, acceleratoria ed in tempo reale" per conseguire l'agibilità (laddove necessaria) contro i tempi "biblici" che caratterizzano la P.A. circa il rilascio materiale del "pezzo di carta".
     Ma questa
terza ipotesi (che potrebbe verificarsi) -come già detto- è una possibilità in più, rispetto alle due ipotesi citate in premessa. In altri termini, lo Stato ha previsto la messa a disposizione del soggetto interessato -laddove abbia intenzione di avvalersene- di una seconda (ed aggiuntiva/alternativa) modalità operativa per conseguire l'agibilità di un fabbricato, la cui perseguibilità/applicazione/attuazione è tuttavia subordinata, per espressa previsione normativa statale, all'emanazione di una legge regionale che disciplini le "modalità per l'attuazione delle disposizioni di cui al comma 5-bis e per l'effettuazione dei controlli" (cfr. comma 5-ter).
     Ora, che il disposto del comma 5-bis sia subordinato al facere di quanto prevede il comma 5-ter ci sembra chiaro, evidente, senza equivoci di sorta. Se ciò non bastasse, soccorre l'art. 12 delle "DISPOSIZIONI SULLA LEGGE IN GENERALE o disposizioni preliminari al codice civile (preleggi)" il quale così recita: "
Art. 12 Interpretazione della legge - Nell'applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore.". Ebbene, se prendiamo un vocabolario a caso -per esempio quello autorevole dell'enciclopedia Treccani.it- il termine "attuazione" significa "L’attuare e l’attuarsi, realizzazione: l’a. del progetto di riforma; progetto di difficile a.; mettere in a., portare ad a., realizzare" e per lo stesso termine inserito nella locuzione "per l'attuazione delle disposizioni" la stessa è sinonimo di "attuativo" il cui significato è "Che dà attuazione a qualche cosa (si dice, per es., di una legge regionale che dà attuazione a una legge nazionale)".
     Tuttavia, da un veloce sondaggio condotto qua e là taluni (Uffici Tecnici Comunali, professionisti tecnici/avvocati) non la pensano così ovverosia propendono per l'immediata operatività del comma 5-bis, anche se la regione non ha ancora legiferato sulla materia, e precisamente:
1) per il sol fatto che la norma statale statuisce tale seconda modalità operativa in forza dello status che il D.P.R. n. 380/2001 ricopre ovverosia di "testo unico che contiene i principi fondamentali e generali e le disposizioni per la disciplina dell'attività edilizia" (cfr. art. 1, comma 1);
oppure
2) perché l'art. 2, comma 3, del D.P.R. n. 380/2001 così dispone: "3. Le disposizioni, anche di dettaglio, del presente testo unico, attuative dei principi di riordino in esso contenuti, operano direttamente nei riguardi delle regioni a statuto ordinario, fino a quando esse non si adeguano ai principi medesimi.";
oppure
3) per il fatto che nell'ordinamento già esiste una norma similare di semplificazione e cioè quella di cui all'art. 10, comma 1, lett. a), del D.P.R. 07.09.2010 n. 160 (Regolamento per la semplificazione ed il riordino della disciplina sullo sportello unico per le attività produttive, ai sensi dell'articolo 38, comma 3, del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008) il quale così recita: "Art. 10. Chiusura dei lavori e collaudo
1. Il soggetto interessato comunica al SUAP l'ultimazione dei lavori, trasmettendo:
   a)
la dichiarazione del direttore dei lavori con la quale si attesta la conformità dell'opera al progetto presentato e la sua agibilità, ove l'interessato non proponga domanda ai sensi dell'articolo 25 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al d.P.R. 06.06.2001, n. 380;
   b) nei casi previsti dalla normativa vigente, il certificato di collaudo effettuato da un professionista abilitato;
".
     Noi, ovviamente per le motivazioni sopra esposte, non siamo d'accordo
e saremo ben lieti di pubblicare qui le tesi opposte/contrarie che ci dovessero pervenire. Comunque, a chi sostiene che l’art. 5-bis sia immediatamente applicabile ci permettiamo rappresentare, nell'ordine di cui sopra, quanto segue:
1) che il D.P.R. n. 380/2001 sia un
 "testo unico che contiene i principi fondamentali e generali e le disposizioni per la disciplina dell'attività edilizia" non v’è dubbio, per esplicita definizione legislativa. Tuttavia, la norma statale va applicata per come è stata scritta e per quanto dispone;
2) certamente che “Le disposizioni, anche di dettaglio, del testo unico, attuative dei principi di riordino in esso contenuti, operano direttamente nei riguardi delle regioni a statuto ordinario, fino a quando esse non si adeguano ai principi medesimi”. E tale principio vale per l’intero D.P.R. n. 380/2001 laddove, ovviamente, la regione non abbia legiferato sulla materia in maniera differente e concorrente siccome previsto dalla Costituzione. Ma l’art. 5-bis (norma di dettaglio), diversamente dal restante articolato del testo unico, è attuabile –per espressa previsione del Legislatore- solo dopo che “le Regioni a statuto ordinario abbiano disciplinato con legge le modalità –appunto- per l'attuazione delle disposizioni di cui al comma 5-bis e per l'effettuazione dei controlli”;
3) che nell’ordinamento esista già una norma similare “di semplificazione, acceleratoria ed in tempo reale” è vero, ma il D.P.R. n. 160/2010 disciplina il “S.U.A.P. quale unico soggetto pubblico di riferimento territoriale per tutti i procedimenti che abbiano ad oggetto l'esercizio di attività produttive e di prestazione di servizi, e quelli relativi alle azioni di localizzazione, realizzazione, trasformazione, ristrutturazione o riconversione, ampliamento o trasferimento, nonché cessazione o riattivazione delle suddette attività, ivi compresi quelli di cui al decreto legislativo 26.03.2010, n. 59” e, quindi (tra l'altro non applicabile –per esempio- con riferimento a fabbricati residenziali), non può accettarsi il ragionamento che siccome tale norma di semplificazione esiste per gli immobili produttivi allora anche il comma 5-bis è immediatamente operante per tutti gli altri tipi di destinazione di immobili (oggetto di richiesta di agibilità).
E’ il caso di evidenziare –ancora una volta- come nella fattispecie di cui al D.P.R. n. 160/2010 la norma statale sia cogente, di immediata operatività, al di là della possibilità –e nelle more- che il legislatore regionale voglia disciplinare in maniera differente la materia, mentre il comma 5-ter (dell’art. 25 del D.P.R. n. 380/2001) non pone nell'immediata operatività il disposto di cui al comma 5-bis, per la motivazione già ampiamente rimarcata più sopra, poiché il legislatore nazionale così ha voluto, scrivendolo nero su bianco.
     Si osservi, da ultimo, che con la disposizione del comma 5-bis lo Stato ha previsto un'ulteriore possibilità/modalità "di semplificazione, acceleratoria ed in tempo reale" per conseguire l'agibilità (subordinata tuttavia, come già detto, all'emanazione di una normativa regionale di attuazione) e se la regione non dovesse legiferare non è che l'interessato non possa conseguire l'agibilità di un fabbricato ma, semplicemente, potrà/dovrà conseguirla con la procedura di cui all'art. 25, commi da 1 a 5.  
     Comunque, non siamo i soli a pensarla così poiché anche il Consiglio Nazionale del Notariato è del nostro avviso. Invero, nello
studio 13.12.2013 n. 893-2013/C al punto 8.4 (pag. 52, terzultimo comma) si legge quanto segue: "La norma in commento prevede, anche, che le Regioni a statuto ordinario disciplinino, con legge, le modalità per l'attuazione della procedura alternativa di dichiarazione dell’agibilità e per l'effettuazione dei controlli; deve, pertanto, ritenersi la disciplina in oggetto non ancora operativa, e ciò sino a che la Regione non detterà la disciplina di dettaglio (in particolare la Regione dovrà fissare, con propria legge, le modalità di redazione, formazione e rilascio della dichiarazione del direttore lavori o del professionista abilitato, le modalità di presentazione e, soprattutto, le modalità, le tipologie, i termini per i controlli da effettuarsi a cura dei Comuni).".

QUINDI??

     Quindi, a nostro (e non solo) modesto parere, fintantoché la Regione Lombardia non avrà legiferato in conformità al disposto di cui al comma 5-ter la procedura "acceleratoria ed in tempo reale" di cui al comma 5-bis NON E' APPLICABILE.
     E se così non fosse, allora, qualcuno ci deve spiegare in maniera semplice, chiara, argomentata e convincente (e cioè, non con le stereotipate formule dottrinali apodittiche) perché il legislatore nazionale ha scritto la norma "A" e, pur tuttavia, la si deve leggere ed interpretare come "B".
     Nella malaugurata ipotesi che ciò si verificasse, saremo i primi firmatari della petizione popolare per l'abrogazione della Legge "Basaglia": riaprendo i manicomi lì ci faremo ben volentieri ospitare (chi scrive qui) a spese dello Stato, poiché il cervello è ormai "skizzato" nell'interpretare giornalmente norme di ogni genere, alla faccia della tanto sbandierata semplificazione normativa, e non abbiamo più soldi per curare i malanni alla salute che altri ci cagionano nell'adempimento quotidiano e diligente dei nostri doveri d'ufficio di pubblici dipendenti ...
04.04.2014 - LA SEGRETERIA PTPL
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Per la cronaca, hanno già legiferato in merito al comma 5-ter le seguenti Regioni:
► Liguria con L.R. 23.12.2013 n. 40 (cfr. art. 18, comma 6). Ed il Comune di Genova, per esempio, ha dato attuazione alla L.R. con propria determinazione 07.02.2014 n. 118.
► Puglia col D.D.L. n. 1/2014 del 13.02.2014 (in attesa di pubblicazione sul B.U.R.P.) - Sull'argomento si legga un primo commento: La Puglia promuove la semplificazione in materia edilizia (28.03.2014 - link a http://tecnici24.ilsole24ore.com).

SINDACATI

PUBBLICO IMPIEGO: Malattia in caso di visite, terapie e prestazioni specialistiche: ovvero quando le circolari diventano legge (CGIL-FP di Bergamo, nota 01.04.2014).

DIPARTIMENTO FUNZIONE PUBBLICA

PUBBLICO IMPIEGO: Oggetto: decreto-legge n. 101 del 31.08.2013, convertito in legge n. 125 del 30.10.2013 - "Disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni" - art. 4, comma 16-bis - assenze per visite, terapie, prestazioni specialistiche ed esami diagnostici (circolare 17.02.2014 n. 2/2014).

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

ENTI LOCALI: Oggetto: Decreto 03.04.2013, n. 55, in tema di fatturazione elettronica - Circolare interpretativa (MEF e DFP, circolare 31.03.2014 n. 1).
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Fatturazione elettronica per le Pa: i chiarimenti per l’avvio del regime.
Le amministrazioni sono tenute a inserire nell’archivio “Ipa” l’anagrafica dei propri uffici deputati alla ricezione dei documenti e comunicare ai fornitori i relativi codici (03.04.2014 - link a www.fiscooggi.it).

EDILIZIA PRIVATAOggetto: PIT Regione Toscana - Interpretazione dell'art. 143, comma 4, lett. a), del codice dei beni culturali e del paesaggio reso dal Prof. Carlo Marzuoli - Parere dell'Ufficio Legislativo (MIBACT Veneto, circolare 27.03.2014 n. 20/2014).

PATRIMONIO: OGGETTO: Dismissione del patrimonio immobiliare pubblico - Art. 11-quinquies del decreto-legge 30.09.2005, n. 203, convertito, con modificazioni, con legge 02.12.2005, n. 248 (MIBACT Veneto, circolare 27.03.2014 n. 19/2014).

APPALTI - EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: D.L. n. 34/2014 - Disposizioni per il rilancio dell’occupazione – G.U. n. 66/2014 - Contratto a termine, apprendistato, Durc, Contratti di solidarietà (ANCE Bergamo, circolare 21.03.2014 n. 73).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

EDILIZIA PRIVATA: G. Rizzi,  I DIRITTI EDIFICATORI IL LORO RICONOSCIMENTO E LA LORO CIRCOLAZIONE (11.03.2014 - tratto da http://notairizzitrentin.it)

EDILIZIA PRIVATA: G. Rizzi, LA NORMATIVA IN MATERIA DI SICUREZZA DEGLI IMPIANTI: RIFLESSI SULL’ATTIVITA’ NOTARILE.
Sommario - 1. L’abrogazione dell’art. 13 del D.M. 37/2008; 2. Il ruolo del Notaio; 3. Modalità operative; 4. Gli atti traslativi a titolo oneroso; 5. La donazione e gli atti traslativi a titolo gratuito; 6. Gli atti senza effetti traslativi; 7. Il Preliminare; 8. La locazione; 9. Le esclusioni oggettive; 10. Le parti condominiali; 11. La dichiarazione di conformità; 12. La valutazione della conformità degli impianti; 13. L’obbligo di adeguamento di impianti non conformi (16.01.2014 - tratto da http://notairizzitrentin.it)

EDILIZIA PRIVATA: G. Rizzi, LA NORMATIVA IN MATERIA DI CONFORMITA’ DEI DATI CATASTALI (D.L. 78/2010).
Sommario - 1. La norma - 2. Lo scopo - 3. Gli atti - 4. Il presupposto oggettivo - 5. I requisiti formali degli atti interessati - 6. La nullità - 7. La conformità “soggettiva” – Ruolo del Notaio (16.01.2014 - tratto da http://notairizzitrentin.it)

APPALTI: M. Atelli, Prestazioni extracontratto e riconoscimento debiti fuori bilancio - Secondo i giudici di Palazzo Spada i requisiti dell’utilitas e dell’arricchimento sono facilmente riscontrabili attraverso l’esame del pregresso comportamento dell’amministrazione (Diritto e Pratica Amministrativa n. 1/2014).

ATTI AMMINISTRATIVI: U. Izzo, Il provvedimento amministrativo adottato dopo il decorso del termine per la conclusione del procedimento - Il Consiglio di Stato ha avuto modo di pronunciarsi, ancora una volta, sul mancato rispetto dei termini per la conclusione del procedimento (Diritto e Pratica Amministrativa n. 1/2014).

EDILIZIA PRIVATA: La disciplina nazionale dell’attività edilizia - Guida operativa 2013.
Sommario:
1. Premessa;
2. Lo sportello unico per l’edilizia (SUE);
3. l’attività edilizia libera; 3.1. L’attività edilizia totalmente libera; 3.2. L’attività edilizia libera previa comunicazione inizio lavori;
4. L’attività edilizia soggetta a permesso di costruire; 4.1. Caratteristiche del permesso di costruire; 4.2. Efficacia temporale del permesso di costruire; 4.3. Onerosità del permesso di costruire; 4.4. Procedimento per il rilascio del permesso di costruire;
5. L’attività edilizia soggetta a S.C.I.A. o a super-D.I.A.; 5.1. L’ambito applicativo della S.C.I.A.; 5.2 L’ambito applicativo della super-D.I.A.; 5.3. La disciplina applicabile alla S.C.I.A. ed alla super-D.I.A.; 5.4. La S.C.I.A. e la super-D.I.A. e l’incidenza sulla commerciabilità dei fabbricati;
6. La demolizione e successiva ricostruzione;
7. La sanatoria ex lege delle difformità marginali;
8. L’agibilità; 8.1. La funzione del certificato di agibilità; 8.2. Il procedimento di rilascio del certificato di agibilità; 8.3. La dichiarazione di agibilità “parziale”; 8.4. La dichiarazione “alternativa” di conformità ed agibilità; 8.5. Il certificato di agibilità e riflessi sulla circolazione immobiliare;
9. Il piano nazionale per le città; 10. Il piano casa (Consiglio Nazionale del Notariato, studio 13.12.2013 n. 893-2013/C).

EDILIZIA PRIVATA: G. Rizzi, IL NUOVO TESTO UNICO SULL'EDILIZIA - RIFLESSI SULL'ATTIVITA' NOTARILE (14.06.2013 - tratto da www.notarlex.it).

EDILIZIA PRIVATA: I riflessi sull’attività notarile delle nuove norme sulle certificazioni amministrative introdotte dall’art. 15 della legge 12.11.2011 n. 183.
Sommario:
1. Premessa;
2. Le novità introdotte dalla legge 11.11.2011 n. 183;
3. L’esigenza di semplificazione alla base del Testo Unico sulla documentazione amministrativa: le dichiarazioni sostitutive di certificazione e le dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà;
4. La cd. decertificazione;
5. I certificati amministrativi e il notaio; 5.1. Le certificazioni nei rapporti con il notaio; 5.2. I certificati da presentare ad organi della Pubblica Amministrazione;
6. L’imposta di bollo sulle certificazioni (Consiglio Nazionale del Notariato, studio 16.02.2012 n. 21-2012/C).

EDILIZIA PRIVATA: La disciplina sull’edilizia residenziale convenzionata dopo il Decreto sullo Sviluppo 2011.
Sommario:
1. Premessa;
2. La Convenzione “P.E.E.P.”;
3. La modifica delle convenzioni P.E.E.P. già stipulate; 3.1 La convenzione per la “trasformazione” del diritto di superficie in piena proprietà (art. 31, c. 45, legge 448/1998); 3.2 La convenzione per la sostituzione della convenzione già stipulata (art. 31, c. 46, legge 448/1998); 3.3 La convenzione per la rimozione dei vincoli relativi alla determinazione del prezzo e/o del canone di locazione (art. 31, c. 49-bis, legge 448/1998); 3.4 La trasformazione del diritto di superficie in piena proprietà e la contestuale eliminazione degli altri vincoli discendenti dalla originaria convenzione P.E.E.P.;
4. Alienazione di alloggi realizzati su aree P.E.E.P.; 4.1 Alloggi acquisiti in proprietà; 4.2 Alloggi acquisiti in proprietà superficiaria;
5. La Convenzione “Bucalossi” (Consiglio Nazionale del Notariato, studio 20.10.2011 n. 521-2011/C).

AUTORITA' VIGILANZA CONTRATTI PUBBLICI

APPALTI: Regolamento unico in materia di esercizio del potere sanzionatorio da parte dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture di cui all’art 8, comma 4, del D.Lgs. 12.04.2006, n. 163 (regolamento 27.03.2014 - link a www.autoritalavoripubblici.it).

APPALTI: Linee@vcp: al via la rivista on-line dell’Autorità.
Pubblicato il primo numero di Linee@vcp, la rivista on-line dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, alla quale si può accedere gratuitamente collegandosi direttamente all’indirizzo www.lineeavcp.it o dal sito istituzionale dell’Avcp.
La nuova pubblicazione digitale si propone agli operatori del settore come una finestra di approfondimento sui temi del mercato degli appalti pubblici. La rivista è organizzata in apposite sezioni dedicate all’analisi ed al commento della normativa e della giurisprudenza di settore, con uno speciale focus sugli atti dell’Avcp, una sezione eBook ed una News.
All’interno di Linee@vcp trovano spazio anche due Osservatori tematici, dedicati alle Direttive Comunitarie ed alle norme in tema di legalità ed anticorruzione. Nell’area riservata ai servizi di documentazione, la biblioteca dell’Autorità mette a disposizione l’indice cronologico dei sommari dei migliori periodici del settore e il collegamento al catalogo bibliografico online.
Punta di diamante della rivista è il Codex@vcp, un motore di ricerca attraverso il quale si potrà effettuare ricerche gratuite non solo sul codice dei contratti, sul regolamento e su altre norme complementari, ma anche e soprattutto sugli atti dell’Avcp (determinazioni, deliberazioni, pareri di precontenzioso, ecc.) (24.03.2014 - link a www.

APPALTI: Indicazioni alle Stazioni Appaltanti in materia di Avvalimento a seguito della Sentenza della Corte di Giustizia Europea del 10.10.2013 nella Causa C-94/12 (comunicato 20.03.2014 del Presidente - www.avcp.it).

APPALTI: Disposizioni in materia di costo del lavoro negli appalti pubblici di cui all’art. 82, comma 3-bis del d.lgs. 12.04.2006, n. 163 - Segnalazione ai sensi dell’art. 6, comma 7, lettera f), del d.lgs. 12.04.2006, n. 163 (atto di segnalazione 19.03.2014 n. 2 - link a www.autoritalavoripubblici.it).

INCENTIVO PROGETTAZIONE: La disciplina regolamentare, art. 7, comma 1, del D.P.R. 21.12.1999, n. 554 e s.m. stabilisce che il Responsabile Unico del Procedimento (RUP) venga nominato “per ogni singolo intervento previsto dal programma triennale dei lavori pubblici, per le fasi della progettazione, dell’affidamento e dell’esecuzione”.
Essendo, ai sensi dell’art. 14, comma 6, della legge 11.02.1994, n. 109 e s.m., l’approvazione di uno studio di fattibilità o del progetto preliminare requisito indispensabile per l’inserimento dell’intervento nell’elenco annuale (per lavori di importo superiore a 100.000 euro a seguito dell’ultima modifica della legge quadro), la nomina del responsabile del procedimento è sicuramente precedente alla formazione di detto elenco.
Deve inoltre ritenersi che la responsabilità connessa all’incarico di responsabile del procedimento debba considerarsi imputata ad un solo soggetto, che comunque può avvalersi delle professionalità interne alla stazione appaltante.
La disposizione del pagamento dell’intero incentivo, pari all’1,5% dei lavori da eseguire, al solo responsabile del procedimento, mentre parte delle prestazioni professionali sono svolte da tecnici esterni, non è conforme all’art. 18 della legge 11.02.1994, n. 109 e s.m., il quale prevede la ripartizione del fondo incentivante per la progettazione, con modalità e criteri stabiliti da un regolamento predisposto dall’Amministrazione, effettuata sulla base delle “responsabilità professionali connesse alle specifiche prestazioni da svolgere” (deliberazione 17.02.2004 n. 31 - link a www.autoritalavoripubblici.it).

UTILITA'

SICUREZZA LAVOROSicurezza sui luoghi di lavoro e testo unico sulla sicurezza, ecco i chiarimenti del Ministero ai nuovi Interpelli.
Tecnici, imprese e datori di lavoro che hanno necessità di chiarimenti interpretativi ed indicazioni sull’applicazione della normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro, possono formulare quesiti da rivolgere alla Commissione per gli Interpelli del Ministero del Lavoro.
Il 27.03.2014 il Ministero ha pubblicato le risposte a 9 quesiti riguardanti la sicurezza sul lavoro.
Interpello 1 – Sicurezza negli istituti di istruzione e università
Risposta ai quesiti del CNI sugli obblighi degli studenti, sui criteri di identificazione del datore di lavoro nelle scuole cattoliche, sull’identificazione degli enti bilaterali e organismi paritetici e sull’obbligo di informazione e formazione nel caso di docente non dipendente chiamato d’urgenza.
Interpello 2 - Coordinatore per la progettazione nei lavori privati
Risposta ai quesiti in merito alla designazione del coordinatore per la progettazione nei lavori privati in caso di presenza di più imprese.
Interpello 3 - Documenti che l’impresa appaltatrice è obbligata a consegnare al Committente
La Commissione chiarisce, in risposta all’interpello, che è sufficiente la consegna del Certificato di iscrizione alla Camera di Commercio e l’autocertificazione dell’impresa appaltatrice e dei lavoratori autonomi, in riferimento al possesso dei requisiti di idoneità tecnico-professionale
Interpello 4 – Disposizioni tecniche per le strutture nelle attività di ferrotranvieri
Risposta ai quesiti in riferimento alla predisposizione di locali di riposo e refezione e degli spogliatoi e armadi per il personale autoferrotranviere, in applicazione al Decreto Lgs. 81/2008.
Interpello 5 – Collaborazione del medico competente con il datore di lavoro
La Commissione chiarisce che il medico competente, al fine di redigere un corretto ed attento protocollo sanitario, deve avere conoscenza dei rischi e quindi collaborare con il servizio di prevenzione e protezione alla valutazione dei rischi.
Interpello 6 – Norme per l’individuazione delle particolari esigenze connesse al servizio del VV.F.
In risposta al quesito viene chiarito che le disposizioni presenti nell’art. 3 del Decreto Lgs. 81/2008 sono applicate nel corso di operazioni ed attività condotte dal Corpo dei Vigili del fuoco e a tutte le tipologie di rischio, tenendo conto delle effettive particolari esigenze connesse al servizio espletato e alla tutela della salute e sicurezza del personale.
Interpello 7 – Individuazione dell’impresa affidataria nel caso di società consortile per l’esecuzione unitaria dei lavori
La Commissione, in risposta all’interpello avanzato dall’ANCE, chiarisce che la società consortile, costituita dopo l’aggiudicazione dell’appalto, assume la gestione totale dei lavori e, tra l’altro, il potere di subappaltare parte dell’opera.
Interpello 8 – Obbligo di redazione del DVR per i volontari
La commissione ritiene che il regime applicabile per i volontari sia quello previsto per i lavoratori autonomi (art. 21 del D.Lgs. 81/2008).
Interpello 9 – Applicabilità della sanzione per mancata vidimazione del registro infortuni
Secondo la Commissione, il datore di lavoro è tenuto a redigere il registro infortuni e a vidimarlo presso l’ASL. La mancata tenuta o vidimazione del registro infortuni comporta per il datore di lavoro la sanzione amministrativa prevista dall’art. 89, comma 3, del D.lgs. 626/1994 (03.04.2014 - link a www.acca.it).

VARIDati catastali e ipotecari online gratis per tutti i contribuenti, ecco come registrarsi a Fisconline.
Dal 31.03.2014 sono accessibili in maniera gratuita le banche dati ipotecaria e catastale dell’Agenzia delle Entrate.
I contribuenti iscritti ai canali Entratel o Fisconline possono consultare tutti i dati relativi ai propri immobili e verificare la planimetria, la rendita, la classe, la categoria catastale, etc.
Il nuovo servizio è previsto dal Provvedimento 31224/2014 della stessa Agenzia delle Entrate, che attua il D.L 16/2012 sulle semplificazioni fiscali (V. art. “Visure catastali on-line, ecco come farle direttamente sul sito dell’Agenzia delle Entrate”).
In particolare, inserendo il codice fiscale del soggetto intestatario, è possibile recuperare tutte le informazioni su:
- dati anagrafici del soggetto intestatario dell’immobile
- identificativi catastali degli immobili intestati al soggetto
- dati riguardanti la titolarità e la relativa quota di diritto
- rendita catastale e ubicazione per gli immobili censiti al Catasto fabbricati
- redditi dominicale e agrario per gli immobili censiti al Catasto terreni
La procedura è attiva per gli immobili presenti su tutto il territorio nazionale (ad eccezione delle Province autonome di Trento e Bolzano e, per le visure ipotecarie, delle zone dove vige il sistema tavolare) dei quali i contribuenti risultano titolari, anche in parte, del diritto di proprietà o di altri diritti reali di godimento.
Le informazioni catastali potranno essere consultate gratuitamente anche presso gli sportelli catastali decentrati, in questo caso non solo per le persone fisiche.
Per accedere ai servizi, quindi, è necessario essere abilitati a Entratel o Fisconline.
Chiunque può iscriversi a Fisconline e consultare le banche dati; in allegato proponiamo una rapida guida, tratta dal sito dell’Agenzia delle Entrate, che sintetizza i passaggi per l’iscrizione e riporta un diagramma di flusso con le operazioni da eseguire (03.04.2014 - link a www.acca.it).

SICUREZZA LAVOROSicurezza sui cantieri edili, tutto quello che c’è da sapere grazie al “Quaderno di cantiere”.
Alla luce dei recenti sviluppi normativi è stato aggiornato il “Quaderno di cantiere – verifica preventiva e periodica del rispetto delle norme riguardanti la sicurezza e la salute dei lavoratori”, a cura del Dipartimento di Prevenzione U.O. Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro della Provincia Autonoma di Trento.
La pubblicazione ha l’obiettivo di contribuire alla diffusione della cultura della sicurezza nel settore edile e di offrire un valido strumento a quanti sono impegnati nei processi di prevenzione, grazie a tabelle, schede di sintesi e riferimenti normativi.
Questi gli argomenti trattati dalla guida:
- Direttiva cantieri
- Documentazione da tenere in cantiere
- Idoneità tecnico professionale
- Valutazione del rischio (Servizio di Prevenzione e Protezione, informazione e formazione ai lavoratori, sorveglianza sanitaria, medico competente, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza)
- Viabilità nei cantieri
- Lavori in sotterraneo (scavi e armature, rivestimento degli scavi, ventilazione, difesa contro le polveri, illuminazione, impiego degli esplosivi)
- Impianto elettrico (realizzazione dell’impianto, quadri elettrici, grado di protezione linee elettriche di cantiere, generatori, impianto di protezione contro le scariche atmosferiche, messa a terra)
- Opere provvisionali (ponteggi, PiMUS, utilizzo dei ponteggi fissi, ponti su cavalletti, impalcati di servizio)
- Lavoro in quota
- Attrezzature di lavoro (seghe circolari, macchine escavazione e movimento terra, betoniere, cesoie e piegaferri, benne miscelatrici, perforatrici per micropali, autobetoniere)
- Armature provvisorie
- Apparecchi di sollevamento
- Demolizioni
- Dispositivi di protezione individuale
- Igiene del lavoro
Una sezione apposita è dedicata all’apparato sanzionatorio, in cui è proposto un diagramma di flusso con tutte le verifiche e gli adempimenti e le sanzioni in caso di inadempimento (27.03.2014 - link a www.acca.it).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 14 del 04.04.2014, "Modifiche alla legge regionale 21.11.2011, n. 17 (Partecipazione della Regione Lombardia alla formazione e attuazione del diritto dell’Unione europea). Legge comunitaria regionale 2014 (Legge europea regionale 2014) - Disposizioni per l’adempimento degli obblighi della Regione Lombardia derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea: attuazione della Direttiva 2005/36/CE, della Direttiva 2006/123/CE, della Direttiva 2011/92/UE, della Direttiva 2009/147/CE, della Direttiva 2011/36/UE e della Direttiva 2011/93/UE" (L.R. 03.04.2014 n. 14).
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Di particolare interesse si leggano:
Art. 11 - (Attività agrituristica. Modifiche agli articoli 153 e 154 della legge regionale 05.12.2008, n. 31 «Testo unico delle leggi regionali in materia di agricoltura, foreste, pesca e sviluppo rurale»)
Art. 12 - (Disposizioni in materia di assoggettabilità alla procedura di valutazione di impatto ambientale ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 3, della direttiva 2011/92/UE. Modifiche alla legge regionale 02.02.2010, n. 5 «Norme in materia di valutazione di impatto ambientale»)

INCARICHI PROFESSIONALI: G.U. 02.04.2014 n. 77 "Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense, ai sensi dell’articolo 13, comma 6, della legge 31.12.2012, n. 247" (Ministero della Giustizia, decreto 10.03.2014 n. 55).

PATRIMONIO: G.U. 31.03.2014 n. 75 "Procedure per la gestione delle attività di messa in sicurezza e salvaguardia del patrimonio culturale in caso di emergenze derivanti da calamità naturali" (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, direttiva 12.12.2013).

APPALTI SERVIZI: G.U.U.E. 28.03.2014 n. L 94 "DIRETTIVA 2014/25/UE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 26.02.2014 sulle procedure d’appalto degli enti erogatori nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti e dei servizi postali e che abroga la direttiva 2004/17/CE".

APPALTI: G.U.U.E. 28.03.2014 n. L 94 "DIRETTIVA 2014/24/UE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 26.02.2014 sugli appalti pubblici e che abroga la direttiva 2004/18/CE".

APPALTI: G.U.U.E. 28.03.2014 n. L 94 "DIRETTIVA 2014/23/UE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 26.02.2014 sull’aggiudicazione dei contratti di concessione".

AMBIENTE-ECOLOGIA: G.U. 28.03.2014 n. 73, suppl. ord. n. 30/L, "Attuazione della direttiva 2012/19/UE sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE)" (D.Lgs. 14.03.2014 n. 49).

LAVORI PUBBLICI - PATRIMONIO: G.U. 28.03.2014 n. 73 "Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per Expo 2015" (D.L. 28.03.2014 n. 47).
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Di particolare interesse, si leggano:
Art. 3. - Misure per la alienazione del patrimonio residenziale pubblico
Art. 4. - Piano di recupero di immobili e alloggi di edilizia residenziale pubblica
Art. 5. - Lotta all’occupazione abusiva di immobili
Art. 8. - Riscatto a termine dell’alloggio sociale
Art. 10. - Edilizia residenziale sociale
Art. 12. - Disposizioni urgenti in materia di qualificazione degli esecutori dei lavori pubblici

AMBIENTE-ECOLOGIA: G.U. 27.03.2014 n. 72 "Attuazione della direttiva 2010/75/UE relativa alle emissioni industriali (prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento)" (D.Lgs. 04.03.2014 n. 46).

APPALTI: G.U.U.E. 25.03.2014 n. L 89 "Informazione concernente l'entrata in vigore del protocollo che modifica l'accordo sugli appalti pubblici".
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APPALTI: G.U.U.E. 07.03.2014 n. L 68 "DECISIONE DEL CONSIGLIO del 02.12.2013 relativa alla conclusione del protocollo che modifica l’accordo sugli appalti pubblici".

CORTE DEI CONTI

INCENTIVO PROGETTAZIONESi ritiene opportuno riportare di seguito alcuni dei principali limiti alla potestà regolamentare dell’ente in materia, già individuati nelle precedenti deliberazioni della Sezione:
- L’erogazione a favore dei soli dipendenti espletanti gli incarichi tassativamente indicati dalla norma (responsabile del procedimento, incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, e loro collaboratori), riferiti all’aggiudicazione ed esecuzione “di un’opera o un lavoro” (non, pertanto, per un appalto di fornitura di beni o di servizi). La norma non presuppone, tuttavia, ai fini della legittima erogazione, il necessario espletamento interno di una o più attività (per esempio, la progettazione) purché il regolamento ripartisca gli incentivi in maniera conforme alle responsabilità attribuite e devolva in economia la quota relativa agli incarichi conferiti a professionisti esterni.
- L’ammontare complessivo degli incentivi non superiore al due per cento dell’importo a base di gara. Di conseguenza, la somma concretamente prevista dal regolamento interno può essere stabilita in misura percentuale inferiore.

- La necessità di ancorare il fondo incentivante alla base di gara (non all’importo oggetto del contratto, né a quello risultante dallo stato finale dei lavori). Si deduce che non appare ammissibile la previsione e l’erogazione di alcun compenso nel caso in cui l’iter dell’opera o del lavoro non sia giunto, quantomeno, alla fase della pubblicazione del bando o della spedizione delle lettere d’invito. Quanto detto non esclude che, in sede di regolamento interno, al fine di ancorare l’erogazione dell’incentivo a più stringenti presupposti, l’amministrazione possa prevedere la corresponsione solo subordinatamente all’aggiudicazione dell’opera.
- La puntuale ripartizione del fondo incentivante tra gli incarichi attribuibili (responsabile del procedimento, progettista, direttore dei lavori, collaudatori, nonché loro collaboratori), secondo percentuali rimesse alla discrezionalità dell’amministrazione, da mantenere, tuttavia, entro i binari della logicità, congruenza e ragionevolezza.
- La devoluzione in economia delle quote del fondo incentivante corrispondenti a prestazioni non svolte dai dipendenti, ma affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione: obbligo che impone di prevedere analiticamente nel regolamento interno, e graduare, le percentuali spettanti per ogni incarico espletabile dal personale, in maniera tale da permettere, nel caso in cui alcune prestazioni siano affidate a professionisti esterni, la predetta devoluzione.
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Qualora l’ente locale abbia deciso di affidare al proprio personale interno un incarico rientrante tra quelli espressamente previsti è tenuto a corrispondere l’incentivo, nel rispetto delle prescrizioni e secondo le modalità stabilite dalla norma stessa.
Si suppone, in particolare, che l’ente, laddove abbia assunto in un proprio regolamento interno le modalità ed i criteri per la ripartizione degli incentivi precedentemente stabiliti in sede di contrattazione decentrata, non possa esimersi dal dare applicazione alle proprie disposizioni interne, nei termini corrispondenti agli impegni contrattualmente assunti con il personale dipendente, entro i limiti fissati dalla legge.
La natura eccezionale dell’art. 92, comma 5, del codice dei contratti pubblici. impedisce viceversa che l’incentivo alla progettazione possa essere riconosciuto per qualunque lavoro di manutenzione ordinaria/straordinaria su beni dell’ente locale, ma solo per lavori di realizzazione di un’opera pubblica alla cui base vi sia una necessaria attività di progettazione, come fatto palese dalla lettera della legge.
Si devono pertanto escludere dall’ambito di applicazione della norma tutti quei lavori manutentivi per la cui realizzazione non è necessaria l’attività progettuale richiamata negli articoli 90, 91 e 92 del decreto legislativo n. 163/2006.
Invero, “
l’art. 92 presuppone l’attività di progettazione nelle varie fasi come finalizzata alla costruzione dell’intera opera pubblica progettata. Quanto espresso pare escludere dal novero delle attività retribuibili con l’incentivo in questione i lavori di manutenzione ordinaria, peraltro finanziati con risorse di parte corrente del bilancio. Lo stesso può concludersi in riferimento ai lavori in economia, siano essi connessi o meno ad eventi imprevedibili”.
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Con la nota sopra citata, a firma del Sindaco del comune di Desio (MB), si richiede un parere sull’applicazione dell’art. 92, comma 5, del decreto legislativo 12.04.2006, n. 163 relativo all’attribuzione del c.d. incentivo per la progettazione a favore dei dipendenti dell’ente.
Con la stessa nota si rappresenta che la disposizione citata:
- non prevede espressamente l’obbligatorietà della corresponsione degli incentivi da parte dell’ente;
- utilizza, oltre al termine “opera”, anche il termine “lavoro” senza chiarire se tra i progetti incentivabili possa ricomprendersi la manutenzione ordinaria delle strade e degli altri edifici pubblici.
Si chiede pertanto:
1. se sia obbligatorio da parte dell’ente riconoscere l’incentivo per la progettazione, direzione lavori e collaudo di opera pubblica o lavoro, in presenza di apposito regolamento comunale in materia;
2. se i lavori di manutenzione ordinaria sul patrimonio stradale e sugli altri edifici pubblici rientrino nell’applicazione della normativa in materia di incentivi per i quali è legittimo riconoscere l’incentivo al personale che abbia espletato le attività di cui all’art. 93 del medesimo decreto.
...
I quesiti proposti richiedono di precisare la portata applicativa dell’art. 92, comma 5, del decreto legislativo 12.04.2006, n. 163 (c.d. codice dei contratti pubblici) con particolare riferimento alle condizioni necessarie per riconoscere al personale interno dell’ente i c.d. “incentivi di progettazione”.
La Sezione ritiene di dover confermare in materia il proprio consolidato orientamento, condiviso anche da altre Sezioni regionali di controllo, richiamando le considerazioni svolte nei numerosi precedenti pareri resi su identiche questioni (si considerino, tra le ultime, il parere 08.10.2012 n. 425; parere 06.03.2013 n. 72;
parere 27.09.2013 n. 391; parere 15.10.2013 n. 442).
Il citato art. 92, comma 5, del codice dei contratti pubblici stabilisce che “una somma non superiore al due per cento dell'importo posto a base di gara di un'opera o di un lavoro, comprensiva anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell’amministrazione, a valere direttamente sugli stanziamenti di cui all'articolo 93, comma 7, è ripartita, per ogni singola opera o lavoro, con le modalità e i criteri previsti in sede di contrattazione decentrata e assunti in un regolamento adottato dall'amministrazione, tra il responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori. La percentuale effettiva, nel limite massimo del due per cento, è stabilita dal regolamento in rapporto all'entità e alla complessità dell'opera da realizzare. La ripartizione tiene conto delle responsabilità professionali connesse alle specifiche prestazioni da svolgere. La corresponsione dell'incentivo è disposta dal dirigente preposto alla struttura competente, previo accertamento positivo delle specifiche attività svolte dai predetti dipendenti; limitatamente alle attività di progettazione, l'incentivo corrisposto al singolo dipendente non può superare l'importo del rispettivo trattamento economico complessivo annuo lordo; le quote parti dell'incentivo corrispondenti a prestazioni non svolte dai medesimi dipendenti, in quanto affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione medesima, ovvero prive del predetto accertamento, costituiscono economie. I soggetti di cui all'articolo 32, comma 1, lettere b) e c), possono adottare con proprio provvedimento analoghi criteri”.
Tale disposizione si colloca nell’ambito della disciplina dell’affidamento degli incarichi tecnico–professionali, definita dallo stesso codice dei contratti pubblici (artt. 10, 84, 90, 112, 120 e 130) e informata al principio generale secondo il quale gli incarichi in parola possono essere conferiti a soggetti esterni al plesso amministrativo solo se non si disponga di professionalità adeguate nel proprio organico e tale carenza non sia altrimenti risolvibile con strumenti flessibili di gestione delle risorse umane.
La norma risponde pertanto alla duplice finalità di preservare le finanze pubbliche, evitando più onerosi affidamenti esterni, nonché di valorizzare, al contempo, la professionalità del personale interno delle amministrazioni pubbliche.
La previsione di un compenso a favore dei dipendenti assegnatari di incarichi di progettazione, in deroga al generale principio di onnicomprensività della retribuzione del personale alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche fissata dai contratti collettivi, fa dell’art. 92, comma 5, del decreto legislativo n. 163/2006, una disposizione eccezionale di stretta interpretazione e, come tale, non suscettibile di applicazione analogica.
La stessa norma affida ai regolamenti delle amministrazioni aggiudicatrici la recezione dei criteri e delle modalità di attribuzione degli incentivi definiti in sede di contrattazione decentrata, nel rispetto di ben determinati limiti di legge.
Si ritiene opportuno riportare di seguito alcuni dei principali limiti alla potestà regolamentare dell’ente in materia, già individuati nelle precedenti deliberazioni della Sezione:
- L’erogazione a favore dei soli dipendenti espletanti gli incarichi tassativamente indicati dalla norma (responsabile del procedimento, incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, e loro collaboratori), riferiti all’aggiudicazione ed esecuzione “di un’opera o un lavoro” (non, pertanto, per un appalto di fornitura di beni o di servizi). La norma non presuppone, tuttavia, ai fini della legittima erogazione, il necessario espletamento interno di una o più attività (per esempio, la progettazione) purché il regolamento ripartisca gli incentivi in maniera conforme alle responsabilità attribuite e devolva in economia la quota relativa agli incarichi conferiti a professionisti esterni.
- L’ammontare complessivo degli incentivi non superiore al due per cento dell’importo a base di gara. Di conseguenza, la somma concretamente prevista dal regolamento interno può essere stabilita in misura percentuale inferiore.

- La necessità di ancorare il fondo incentivante alla base di gara (non all’importo oggetto del contratto, né a quello risultante dallo stato finale dei lavori). Si deduce che non appare ammissibile la previsione e l’erogazione di alcun compenso nel caso in cui l’iter dell’opera o del lavoro non sia giunto, quantomeno, alla fase della pubblicazione del bando o della spedizione delle lettere d’invito (cfr., per esempio, l’art. 2, comma 3, del DM Infrastrutture n. 84 del 17/03/2008). Quanto detto non esclude che, in sede di regolamento interno, al fine di ancorare l’erogazione dell’incentivo a più stringenti presupposti, l’amministrazione possa prevedere la corresponsione solo subordinatamente all’aggiudicazione dell’opera.
- La puntuale ripartizione del fondo incentivante tra gli incarichi attribuibili (responsabile del procedimento, progettista, direttore dei lavori, collaudatori, nonché loro collaboratori), secondo percentuali rimesse alla discrezionalità dell’amministrazione, da mantenere, tuttavia, entro i binari della logicità, congruenza e ragionevolezza.
- La devoluzione in economia delle quote del fondo incentivante corrispondenti a prestazioni non svolte dai dipendenti, ma affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione: obbligo che impone di prevedere analiticamente nel regolamento interno, e graduare, le percentuali spettanti per ogni incarico espletabile dal personale, in maniera tale da permettere, nel caso in cui alcune prestazioni siano affidate a professionisti esterni, la predetta devoluzione.

Nel quadro delle predette coordinate normative e interpretative possono trovare soluzione i quesiti proposti.
Si può quindi ritenere, muovendo dalla formulazione letterale e dalla finalità della norma in esame, che
qualora l’ente locale abbia deciso di affidare al proprio personale interno un incarico rientrante tra quelli espressamente previsti sia tenuto a corrispondere l’incentivo, nel rispetto delle prescrizioni e secondo le modalità stabilite dalla norma stessa.
Si suppone, in particolare, che
l’ente, laddove abbia assunto in un proprio regolamento interno le modalità ed i criteri per la ripartizione degli incentivi precedentemente stabiliti in sede di contrattazione decentrata, non possa esimersi dal dare applicazione alle proprie disposizioni interne, nei termini corrispondenti agli impegni contrattualmente assunti con il personale dipendente, entro i limiti fissati dalla legge.
La natura eccezionale dell’art. 92, comma 5, del codice dei contratti pubblici, sopra illustrata, passando al secondo quesito proposto, impedisce viceversa che l’incentivo alla progettazione possa essere riconosciuto per qualunque lavoro di manutenzione ordinaria/straordinaria su beni dell’ente locale, ma solo per lavori di realizzazione di un’opera pubblica alla cui base vi sia una necessaria attività di progettazione, come fatto palese dalla lettera della legge.
Si devono pertanto escludere dall’ambito di applicazione della norma tutti quei lavori manutentivi per la cui realizzazione non è necessaria l’attività progettuale richiamata negli articoli 90, 91 e 92 del decreto legislativo n. 163/2006.

Tale approdo interpretativo è, ormai, consolidato nell’ambito della giurisprudenza contabile: sul punto si richiama la pronuncia resa dalla Sezione regionale di controllo per la Toscana con la deliberazione n. 15 del 19.03.2013 (già richiamata dal
parere 15.10.2013 n. 442 di questa Sezione), secondo cui “l’art. 92 presuppone l’attività di progettazione nelle varie fasi come finalizzata alla costruzione dell’intera opera pubblica progettata. Quanto espresso pare escludere dal novero delle attività retribuibili con l’incentivo in questione i lavori di manutenzione ordinaria, peraltro finanziati con risorse di parte corrente del bilancio. Lo stesso può concludersi in riferimento ai lavori in economia, siano essi connessi o meno ad eventi imprevedibili” (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 26.03.2014 n. 135).

INCENTIVO PROGETTAZIONE: L’incentivo alla progettazione non può venire riconosciuto per qualunque lavoro di manutenzione ordinaria/straordinaria su beni dell’ente locale ma solo per lavori di realizzazione di un’opera pubblica alla cui base vi sia una necessaria attività di progettazione.
Esulano, dunque, tutti quei lavori manutentivi per la cui realizzazione non è necessaria l’attività progettuale richiamata negli articoli 90, 91 e 92 del d.lgs. n. 163/2006.
Al contrario, l’incentivo si ritiene erogabile qualora nel corso dell'esecuzione di un'opera pubblica o lavoro si renda necessario redigere, da parte del personale dipendente dall’Ente, una perizia di variante e suppletiva con incremento dell'importo dei lavori affidati, rientrante negli ambiti consentiti dalla norma vigente, con esclusione delle varianti determinate da errori di progettazione, con la specificazione che l’incentivo stesso deve essere correlato all’importo della perizia di variante.
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Ciò che rileva ai fini della riconoscibilità del diritto al compenso incentivante non è tanto il nomen juris attribuito all’atto di pianificazione, quanto il suo contenuto specifico intimamente connesso alla realizzazione di un’opera pubblica, ovvero a quel quid pluris di progettualità interna, rispetto ad un mero atto di pianificazione generale (piano regolatore o variante generale) che costituisce, al contrario, diretta espressione dell’attività istituzionale dell’ente per la quale al dipendente è già corrisposta la retribuzione ordinariamente spettante.

Ciò posto,
è da escludere che questo possa estendersi agli studi di fattibilità: l’articolo 92, comma 5, in esame, fa espresso riferimento al “responsabile del procedimento” ed agli “incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori”, il successivo comma 6 ai dipendenti chi abbiano redatto un “atto di pianificazione” come sopra individuato.
Tali studi, infatti, non costituiscono attività di progettazione quanto piuttosto di programmazione, così come desumibile dall’articolo 128 cod. contr. laddove lo studio di fattibilità viene identificato come strumento propedeutico all’elaborazione del programma triennale dei lavori pubblici, con l’espressa funzione di individuare “i lavori strumentali al soddisfacimento dei predetti bisogni”, indicare “le caratteristiche funzionali, tecniche, gestionali ed economico-finanziarie degli stessi” ed analizzare lo “stato di fatto di ogni intervento nelle sue eventuali componenti storico-artistiche, architettoniche, paesaggistiche, e nelle sue componenti di sostenibilità ambientale, socio-economiche, amministrative e tecniche”.

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Lo studio di fattibilità si colloca in una fase diversa da quella di progettazione, rispetto ad essa prodromica e necessaria, ma distinta per contenuti e per funzione.
Esso, infatti, difettando del livello di approfondimento tecnico documentale che caratterizza la progettazione, è finalizzato a consentire un’avveduta e consapevole programmazione della futura azione dell’ente in materia di lavori pubblici, andando oltre gli aspetti tecnici per comprendere anche valutazioni di carattere economico finanziario, amministrativo, gestionale, sociale (con riguardo all’individuazione dei “bisogni” dell’ente).

Di contro, come previsto dall’articolo 93 cod. contr.,
l’attività di progettazione, rilevante ai fini del comma 5 dell’articolo 92, “si articola, nel rispetto dei vincoli esistenti, preventivamente accertati, laddove possibile fin dal documento preliminare, e dei limiti di spesa prestabiliti, secondo tre livelli di successivi approfondimenti tecnici, in preliminare, definitiva ed esecutiva, in modo da assicurare:
a) la qualità dell'opera e la rispondenza alle finalità relative;
b) la conformità alle norme ambientali e urbanistiche;
c) il soddisfacimento dei requisiti essenziali, definiti dal quadro normativo nazionale e comunitario”.

Il diverso livello di approfondimento dell’attività progettuale rispetto agli studi di fattibilità trova poi compiuta espressione nei successivi commi 3, 4 e 5 che dettano, ai sensi del comma 2, le prescrizioni (distinte per ciascun livello di progettazione) relative agli elaborati descrittivi e grafici di norma necessarie per ritenere i progetti adeguatamente sviluppati.
La distinzione tra le due fasi –studio di fattibilità e progettazione vera e propria– trova inoltre conferma nell’articolo 128, comma 6, decreto 163/2006 (“L'inclusione di un lavoro nell'elenco annuale è subordinata, per i lavori di importo inferiore a 1.000.000 di euro, alla previa approvazione almeno di uno studio di fattibilità e, per i lavori di importo pari o superiore a 1.000.000 di euro, alla previa approvazione almeno della progettazione preliminare, redatta ai sensi dell'articolo 93”).
Si consideri, infine, che
l’articolo 14 del DPR n. 207/2010 (regolamento esecutivo del cod. contr.) prevede la possibilità di porre lo studio di fattibilità a base di gara solo in casi (il dialogo competitivo di cui all’art. 58 cod. contr. e il project financing di cui all’art. 153) in cui l’elaborazione progettuale è affidata a soggetti esterni alla PA, circostanza che esclude di per sé la concessione degli incentivi di cui all’articolo 92, comma 5, decreto n. 163/2006.
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Il sindaco del comune di Rivalba, con nota del 20.02.2014, chiedeva all’adita Sezione l’espressione di un parere in ordine alla corretta interpretazione dell’articolo 92, commi 5 e 7, del decreto legislativo n. 163/2006, con riguardo alle fasi progettuali da includere nella ripartizione dell’incentivo.
In particolare, il Sindaco del comune di Rivalba interrogava la Sezione in ordine alla riconducibilità di uno studio di fattibilità, ove previsto come necessario dalla procedura, tra le fasi di progettazione per le quali si possa riconoscere il compenso incentivante di cui all’articolo 92, comma 5, del codice dei contratti.
...
La questione all’esame della Sezione concerne la riconducibilità di uno studio di fattibilità, ove previsto come necessario dalla procedura, tra le fasi di progettazione per le quali si possa riconoscere il compenso incentivante di cui all’articolo 92, comma 5, del codice dei contratti.
Com’è noto, ai sensi dell’articolo 92 (titolato “Corrispettivi, incentivi per la progettazione e fondi a disposizione delle stazioni appaltanti”), comma 5, prima parte, decreto 163/2006, “una somma non superiore al due per cento dell'importo posto a base di gara di un'opera o di un lavoro, comprensiva anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell'amministrazione, a valere direttamente sugli stanziamenti di cui all'articolo 93, comma 7, è ripartita, per ogni singola opera o lavoro, con le modalità e i criteri previsti in sede di contrattazione decentrata e assunti in un regolamento adottato dall'amministrazione, tra il responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori. La percentuale effettiva, nel limite massimo del due per cento, è stabilita dal regolamento in rapporto all'entità e alla complessità dell'opera da realizzare. La ripartizione tiene conto delle responsabilità professionali connesse alle specifiche prestazioni da svolgere”.
La norma riportata è stata oggetto di numerose pronunce della Corte (cfr., fra le altre, Sezione Autonomie delibera 13.11.2009 n. 16/2009, Sezione Veneto parere 26.07.2011 n. 337, Sezione Lombardia parere 06.03.2012 n. 57
e parere 30.05.2012 n. 259 e parere 06.03.2013 n. 72; inoltre, parere 30.08.2012 n. 290 di questa Sezione), segnalandosi da ultimo il parere 16.01.2014 n. 8 di questa stessa Sezione.
La giurisprudenza citata, dopo aver ricordato la preferenza per l’attività di progettazione svolta all’interno dell’amministrazione ed il principio di onnicomprensività della retribuzione del pubblico dipendente, ha rilevato come l’art. 92, comma 5, del d.lgs. 163/2006 deroghi ai principi di onnicomprensività e determinazione contrattuale della retribuzione del dipendente pubblico e, come tale, costituisca un’eccezione di stretta interpretazione per la quale sussiste il divieto di analogia posto dall’art. 12 delle diposizioni preliminari al codice civile (in tal senso Sezione Campania, parere 07.05.2008 n. 7/2008
; Sezione Umbria, parere 09.07.2013 n. 119; Sezione Marche, parere 04.10.2013 n. 67).
Come evincibile dalla lettera del comma, la legge pone alcuni limiti per l’attribuzione del predetto incentivo, rimettendone la disciplina concreta (“criteri e modalità”) ad un regolamento interno assunto previa contrattazione decentrata.
I punti fermi che il regolamento interno deve rispettare (sull’impossibilità da parte del regolamento di derogare a quanto previsto dalla legge o di attribuire compensi non previsti, si rimanda al parere 30.05.2012 n. 259 della Sezione Lombardia) paiono essere i seguenti:
- erogazione ai soli dipendenti espletanti gli incarichi tassativamente indicati dalla norma (responsabile del procedimento, incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, e loro collaboratori), riferiti all’aggiudicazione ed esecuzione “di un’opera o un lavoro” (non, pertanto, per un appalto di fornitura di beni o di servizi);
- ammontare complessivo non superiore al due per cento dell’importo a base di gara. Di conseguenza la somma concretamente prevista dal regolamento interno può essere stabilita in misura percentuale inferiore;
- ancoramento del fondo incentivante alla base di gara (non all’importo oggetto del contratto, né a quello risultante dallo stato finale dei lavori). Si deduce che non appare ammissibile la previsione e l’erogazione di alcun compenso nel caso in cui l’iter dell’opera o del lavoro non sia giunto, quantomeno, alla fase della pubblicazione del bando o della spedizione delle lettere d’invito
(cfr., per esempio, l’art. 2, comma 3, del DM Infrastrutture n. 84 del 17/03/2008). Quanto detto non esclude che, in sede di regolamento interno, al fine di ancorare l’erogazione dell’incentivo a più stringenti presupposti, l’amministrazione possa prevedere la corresponsione solo subordinatamente all’aggiudicazione dell’opera;
- puntuale ripartizione del fondo incentivante tra gli incarichi attribuibili (responsabile del procedimento, progettista, direttore dei lavori, collaudatori, nonché loro collaboratori), secondo percentuali rimesse alla discrezionalità dell’amministrazione, da mantenere, tuttavia, entro i binari della logicità, congruenza e ragionevolezza (cfr. Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, deliberazione 13.12.2007 n. 315
, deliberazione 22.06.2005 n. 70, deliberazione 19.05.2004 n. 97-bis);
- devoluzione in economia delle quote del fondo incentivante corrispondenti a prestazioni non svolte dai dipendenti, ma affidate a personale esterno all'organico dell'amministrazione. Obbligo che impone di prevedere analiticamente nel regolamento interno, e graduare, le percentuali spettanti per ogni incarico espletabile dal personale, in maniera tale da permettere, nel caso in cui alcune prestazioni siano affidate a professionisti esterni, la predetta devoluzione (si rinvia alle Deliberazioni dell’Autorità di vigilanza: deliberazione 13.12.2007 n. 315, deliberazione 08.04.2009 n. 35, deliberazione 07.05.2008 n. 18 e deliberazione 02.05.2001 n. 150).
Pertanto,
l’incentivo alla progettazione non può venire riconosciuto per qualunque lavoro di manutenzione ordinaria/straordinaria su beni dell’ente locale ma solo per lavori di realizzazione di un’opera pubblica alla cui base vi sia una necessaria attività di progettazione.
Esulano, dunque, tutti quei lavori manutentivi per la cui realizzazione non è necessaria l’attività progettuale richiamata negli articoli 90, 91 e 92 del d.lgs. n. 163/2006.
Al contrario, l’incentivo si ritiene erogabile qualora nel corso dell'esecuzione di un'opera pubblica o lavoro si renda necessario redigere, da parte del personale dipendente dall’Ente, una perizia di variante e suppletiva con incremento dell'importo dei lavori affidati, rientrante negli ambiti consentiti dalla norma vigente, con esclusione delle varianti determinate da errori di progettazione, con la specificazione che l’incentivo stesso deve essere correlato all’importo della perizia di variante.

Inoltre, come è stato messo in luce dal parere 13.11.2012 n. 293 della Sezione regionale di Controllo per la Toscana, “
l’art. 90 del D.lgs. n. 163/2006 sia alla rubrica che al c. 1, fa riferimento esclusivamente ai lavori pubblici, e l’art. 92, c. 1, presuppone l’attività di progettazione nelle varie fasi come finalizzata alla costruzione dell’opera pubblica progettata. A fortiori, lo stesso comma 6 dell’art. 92 prevede che l’incentivo alla progettazione venga ripartito tra i dipendenti dell’amministrazione aggiudicatrice che lo abbiano redatto e, dunque, è di palmare evidenza come il riferimento normativo e la conseguente voluntas legis sia ascrivibile solo alla materia dei lavori pubblici, presupponendosi una procedura ad evidenza pubblica finalizzata alla realizzazione di un’opera di pubblico interesse”.
Anche con riferimento all’incentivo previsto dal successivo comma 6, stante la sedes materiae della norma sugli incentivi alla progettazione (Codice degli appalti), nonché la ratio della disposizione (contenere i costi connessi alla progettazione delle opere pubbliche valorizzando le professionalità interne alla pubblica amministrazione), “
la norma àncora chiaramente il riconoscimento del diritto ad ottenere il compenso incentivante alla circostanza che la redazione dell’atto di pianificazione, riferita ad opere pubbliche e non ad atti di pianificazione del territorio, sia avvenuta all’interno dell’Ente. Qualora sia avvenuta all’esterno non è idonea a far sorgere il diritto di alcun compenso in capo ai dipendenti degli Uffici tecnici dell’Ente” (in termini, Sezione contr. Piemonte deliberazione cit.; cfr. altresì Sezione contr. Lombardia, parere 30.05.2012 n. 259; parere 06.03.2012 n. 57; Sezione contr. Puglia, parere 16.01.2012 n. 1; Sezione contr. Toscana, parere 18.10.2011 n. 213).
Pertanto,
ciò che rileva ai fini della riconoscibilità del diritto al compenso incentivante non è tanto il nomen juris attribuito all’atto di pianificazione, quanto il suo contenuto specifico intimamente connesso alla realizzazione di un’opera pubblica, ovvero a quel quid pluris di progettualità interna, rispetto ad un mero atto di pianificazione generale (piano regolatore o variante generale) che costituisce, al contrario, diretta espressione dell’attività istituzionale dell’ente per la quale al dipendente è già corrisposta la retribuzione ordinariamente spettante.
Ciò posto, anche tenuto conto della sopra ricordata tassatività delle fattispecie fondanti il diritto all’incentivo,
è da escludere che questo possa estendersi agli studi di fattibilità: l’articolo 92, comma 5, in esame, fa espresso riferimento al “responsabile del procedimento” ed agli “incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori”, il successivo comma 6 ai dipendenti chi abbiano redatto un “atto di pianificazione” come sopra individuato.
Tali studi, infatti, non costituiscono attività di progettazione quanto piuttosto di programmazione, così come desumibile dall’articolo 128 cod. contr. laddove lo studio di fattibilità viene identificato come strumento propedeutico all’elaborazione del programma triennale dei lavori pubblici, con l’espressa funzione di individuare “i lavori strumentali al soddisfacimento dei predetti bisogni”, indicare “le caratteristiche funzionali, tecniche, gestionali ed economico-finanziarie degli stessi” ed analizzare lo “stato di fatto di ogni intervento nelle sue eventuali componenti storico-artistiche, architettoniche, paesaggistiche, e nelle sue componenti di sostenibilità ambientale, socio-economiche, amministrative e tecniche”.

Ciò posto, come ricordato dalla Corte dei Conti, Sezione Veneto, con il parere 02.12.2009 n. 209,
lo studio di fattibilità si colloca in una fase diversa da quella di progettazione, rispetto ad essa prodromica e necessaria, ma distinta per contenuti e per funzione.
Esso, infatti, difettando del livello di approfondimento tecnico documentale che caratterizza la progettazione, è finalizzato a consentire un’avveduta e consapevole programmazione della futura azione dell’ente in materia di lavori pubblici, andando oltre gli aspetti tecnici per comprendere anche valutazioni di carattere economico finanziario, amministrativo, gestionale, sociale (con riguardo all’individuazione dei “bisogni” dell’ente).

Di contro, come previsto dall’articolo 93 cod. contr.,
l’attività di progettazione, rilevante ai fini del comma 5 dell’articolo 92, “si articola, nel rispetto dei vincoli esistenti, preventivamente accertati, laddove possibile fin dal documento preliminare, e dei limiti di spesa prestabiliti, secondo tre livelli di successivi approfondimenti tecnici, in preliminare, definitiva ed esecutiva, in modo da assicurare:
a) la qualità dell'opera e la rispondenza alle finalità relative;
b) la conformità alle norme ambientali e urbanistiche;
c) il soddisfacimento dei requisiti essenziali, definiti dal quadro normativo nazionale e comunitario
”.

Il diverso livello di approfondimento dell’attività progettuale rispetto agli studi di fattibilità trova poi compiuta espressione nei successivi commi 3, 4 e 5 che dettano, ai sensi del comma 2, le prescrizioni (distinte per ciascun livello di progettazione) relative agli elaborati descrittivi e grafici di norma necessarie per ritenere i progetti adeguatamente sviluppati.
La distinzione tra le due fasi –studio di fattibilità e progettazione vera e propria– trova inoltre conferma nell’articolo 128, comma 6, decreto 163/2006 (“L'inclusione di un lavoro nell'elenco annuale è subordinata, per i lavori di importo inferiore a 1.000.000 di euro, alla previa approvazione almeno di uno studio di fattibilità e, per i lavori di importo pari o superiore a 1.000.000 di euro, alla previa approvazione almeno della progettazione preliminare, redatta ai sensi dell'articolo 93”).
Si consideri, infine, che
l’articolo 14 del DPR n. 207/2010 (regolamento esecutivo del cod. contr.) prevede la possibilità di porre lo studio di fattibilità a base di gara solo in casi (il dialogo competitivo di cui all’art. 58 cod. contr. e il project financing di cui all’art. 153) in cui l’elaborazione progettuale è affidata a soggetti esterni alla PA, circostanza che esclude di per sé la concessione degli incentivi di cui all’articolo 92, comma 5, decreto n. 163/2006 (Corte dei Conti, Sez. controllo Piemonte, parere 17.03.2014 n. 44).

INCENTIVO PROGETTAZIONE: La norma dell’art. 92, comma 5, del D.Lgs. 163/2006 prevede un incentivo al personale dipendente dell’ente impegnato in attività collegate ad un appalto di opere, in via di eccezione rispetto al principio di onnicomprensività del trattamento economico dei dipendenti pubblici.
L’eccezionalità della previsione richiede particolare rigore nella disciplina di dettaglio in quanto la corresponsione è subordinata ai seguenti limiti, presupposti e modalità:
a. LIMITE PERCENTUALE MASSIMO COMPLESSIVO E COMPUTO NEL QUADRO ECONOMICO.
L’importo complessivo destinato ad incentivare il personale non può essere superiore al 2% dell’importo posto a base di gara di un’opera o di un lavoro (quindi sono escluse dalla base di calcolo le somme per accantonamenti, imprevisti, acquisizioni ed espropri di immobili, IVA, mentre sono inclusi, tra l’altro, gli oneri per la sicurezza pur se non sono assoggettabili a ribasso).
La percentuale comprende anche gli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell’amministrazione e grava direttamente sugli stanziamenti previsti per la realizzazione dei singoli lavori.
Essa va individuata, quindi, nel quadro economico dell’intervento, transitando nel c.d. fondo salario accessorio;

b. DIVIETO DI ESTENSIONE DELL’INCENTIVO AGLI APPALTI DI FORNITURA E SERVIZI.
La norma del comma 5, art. 92, ponendo riferimento espresso ai concetti di “opera” e “lavoro”, esclude la possibilità di corrispondere l’incentivo agli appalti pubblici diversi da quelli di lavori, i cui connotati sono definiti a livello normativo dall’art. 3, commi 7 e 8, del Codice dei contratti pubblici;
c. RILEVANZA TECNICA DEI LAVORI E DELLE OPERE.
Il regolamento comunale dovrebbe fissare una soglia minima di complessità tecnica (in termini di entità dell’importo e/o di complessità dei lavori e delle opere), come per esempio nel caso di taluni lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria, al di sotto della quale non è prevista la corresponsione di alcun incentivo in quanto non è richiesta un’attività di progettazione, quale richiamata negli artt. 90, 91 e 92 del D.Lgs 163/2006;
d. NECESSARIO RAGGIUNGIMENTO DELLA FASE DI PUBBLICAZIONE DEL BANDO DI GARA O DI SPEDIZIONE DEGLI INVITI.
La norma, nello stabilire il limite percentuale massimo dell’incentivo in funzione dell’importo posto a base di gara, se da una parte non intende subordinare la spettanza dell’incentivo per le attività espletate nella fase di progettazione all’esito della fase di affidamento o di esecuzione dell’appalto, dall’altra richiede da parte dell’amministrazione che sia stata almeno avviata la procedura di ricerca del contraente.
Non influirebbero nella spettanza dell’incentivo eventuali interruzioni del procedimento di appalto, salvo il caso che l’interruzione del procedimento dipenda da errori nell’espletamento delle attività incentivate;

e. NECESSARIA PREDETERMINAZIONE DEI CRITERI DI RIPARTIZIONE DELL’INCENTIVO.
Modalità e criteri di ripartizione devono essere previsti in sede di contrattazione decentrata e assunti in un regolamento adottato dall’Amministrazione, ovvero, per gli enti locali, della Giunta comunale ai sensi dell’art. 48, comma 3, del D.Lgs. 267/2000.
In assenza del regolamento (e della precedente contrattazione decentrata), la corresponsione è illecita e determina danno erariale;

f. CRITERI DI (PRE)DETERMINAZIONE DELLA PERCENTUALE EFFETTIVA COMPLESSIVA.
La percentuale complessiva effettiva (inferiore a quella massima) delle somme destinate