e-mail
info.ptpl@tiscali.it

APPALTI
CONVEGNI
FORUM
G.U.R.I. - G.U.U.E. - B.U.R.L.
LINK

NEWS PUBBLICATE:
1-aggiornam. pregressi
2-Corte dei Conti
3-
dite la vostra ...
4-dottrina e contributi
5-funzione pubblica
6-giurisprudenza
7-modulistica
8-news
9-normativa
10-note, circolari e comunicati
11-quesiti & pareri
12-utilità
- - -
DOSSIER
:
13-
ABBAINO
14-
ABUSI EDILIZI
15-
AFFIDAMENTO IN HOUSE
16-AGIBILITA'
17-AMIANTO
18-ANAC (già AVCP)
19
-APPALTI
20-ARIA
21-ASCENSORE
22-ASL + ARPA
23-ATTI AMMINISTRATIVI
24-ATTI AMMINISTRATIVI (accesso esposto e/o permesso di costruire e/o atti di P.G.)
25-ATTI AMMINISTRATIVI (impugnazione-legittimazione)
26-ATTIVITA' COMMERCIALE IN LOCALI ABUSIVI
27-BARRIERE ARCHITETTONICHE
28-BOSCO
29-BOX
30-CAMBIO DESTINAZIONE D'USO (con o senza opere)
31-CANCELLO, BARRIERA, INFERRIATA, RINGHIERA in ferro
32-CANNE FUMARIE e/o COMIGNOLI
33-CARTELLI STRADALI
34-CERTIFICATO DESTINAZIONE URBANISTICA
35-CERIFICAZIONE ENERGETICA e F.E.R.
36
-COMPETENZE GESTIONALI
37
-COMPETENZE PROFESSIONALI - PROGETTUALI
38-CONDIZIONATORE D'ARIA
39-CONDOMINIO
40-CONSIGLIERI COMUNALI
41-CONTRIBUTO DI COSTRUZIONE
42-CONTRIBUTO DI COSTRUZIONE (gratuità per oo.pp. e/o private di interesse pubblico)
43-CONTRIBUTO DI COSTRUZIONE (prescrizione termine dare/avere e legittimazione alla restituzione)
44-CONTRIBUTO DI COSTRUZIONE (rateizzato e/o ritardato versamento)
45-DEBITI FUORI BILANCIO
46-DEFINIZIONI INTERVENTI EDILIZI
47-DIA e SCIA
48-DIAP
49-DISTANZA dagli ALLEVAMENTI ANIMALI
50-DISTANZA dai CONFINI
51-DISTANZA dai CORSI D'ACQUA - DEMANIO MARITTIMO/LACUALE
52-DISTANZA dalla FERROVIA

53-DISTANZA dalle PARETI FINESTRATE
54-DURC
55-EDICOLA FUNERARIA
56-EDIFICIO UNIFAMILIARE
57-ESPROPRIAZIONE
58-GESTIONE ASSOCIATA FUNZIONI COMUNALI
59-INCARICHI LEGALI e/o RESISTENZA IN GIUDIZIO
60-INCARICHI PROFESSIONALI E PROGETTUALI
61-INCENTIVO PROGETTAZIONE
62-INDUSTRIA INSALUBRE
63-L.R. 12/2005
64-L.R. 23/1997
65-LEGGE CASA LOMBARDIA
66-LICENZA EDILIZIA (necessità)
67-LOTTO EDIFICABILE - ASSERVIMENTO AREA - CESSIONE CUBATURA
68-LOTTO INTERCLUSO
69-MAPPE e/o SCHEDE CATASTALI (valore probatorio o meno)
70-MOBBING
71-MURO DI CINTA/RECINZIONE, DI CONTENIMENTO/SOSTEGNO, ECC.
72-OPERE PRECARIE
73-PARERE DI REGOLARITA' TECNICA, CONTABILE E DI LEGITTIMITA'
74-PATRIMONIO
75-PERGOLATO e/o GAZEBO e/o BERCEAU
76-PERMESSO DI COSTRUIRE (annullamento e/o impugnazione)
77-PERMESSO DI COSTRUIRE (decadenza)
78-PERMESSO DI COSTRUIRE (deroga)
79-PERMESSO DI COSTRUIRE (legittimazione richiesta titolo)
80-PERMESSO DI COSTRUIRE (parere commissione edilizia)
81-PERMESSO DI COSTRUIRE (prescrizioni)
82-PERMESSO DI COSTRUIRE (proroga)
83-PERMESSO DI COSTRUIRE (verifica in istruttoria dei limiti privatistici al rilascio)
84
-
PERMESSO DI COSTRUIRE (volturazione)
85-
PERTINENZE EDILIZIE ED URBANISTICHE
86-PIANI PIANIFICATORI ED ATTUATIVI
87-PIANI PIANIFICATORI ED ATTUATIVI (aree a standard)
88-PISCINE
89-PUBBLICO IMPIEGO
90-PUBBLICO IMPIEGO (quota annuale iscrizione ordine professionale)
91-RIFIUTI E BONIFICHE
92-
RINNOVO/PROROGA CONTRATTI
93-RUDERI
94-
RUMORE
95-SAGOMA EDIFICIO
96-SANATORIA GIURISPRUDENZIALE E NON (abusi edilizi)
97-SCOMPUTO OO.UU.
98-SEGRETARI COMUNALI
99-SIC-ZPS - VAS - VIA
100-SICUREZZA SUL LAVORO
101
-
SILOS
102-SINDACATI & ARAN
103-SOPPALCO
104-SOTTOTETTI
105-SUAP
106-SUE
107-STRADA PUBBLICA o PRIVATA o PRIVATA DI USO PUBBLICO
108-
TELEFONIA MOBILE
109-TENDE DA SOLE
110-TINTEGGIATURA FACCIATE ESTERNE
111-TRIBUTI LOCALI
112-VERANDA
113-VINCOLO CIMITERIALE
114-VINCOLO IDROGEOLOGICO
115-VINCOLO PAESAGGISTICO + ESAME IMPATTO PAESISTICO + VINCOLO MONUMENTALE
116-VINCOLO STRADALE
117-VOLUMI TECNICI / IMPIANTI TECNOLOGICI

118-ZONA AGRICOLA

NORMATIVA:
def.finanze.it
entilocali.leggiditalia.it

leggiditaliaprofessionale.it

simone.it

SITI REGIONALI
STAMPA
 
C.A.P.
Codice Avviamento Postale

link 1 - link 2
CONIUGATORE VERBI
COSTO DI COSTRUZIONE
(ag
g. indice istat):

link ISTAT
DIZIONARI
indici ISTAT:
link 1 - link 2

interessi legali:
link 1
MAPPE CITTA':
link 1 - link 2 - link 3
link 4 - link 5
METEO
1 - PAGINE bianche
2 - PAGINE gialle
P.E.C. (indirizzi):
delle PP.AA.
delle IMPRESE e PROFESSIONISTI
PREZZI:
osservatorio prezzi e tariffe

prodotti petroliferi
link 1
- link 2
PUBBLICO IMPIEGO:
1 - il portale pubblico per il lavoro
2
- mobilità
 
 
 

In questa home-page sono presenti oltre all'ultimo aggiornamento, che inizia appena qui sotto, anche i seguenti aggiornamenti pregressi:
 
    AGGIORNAMENTO AL 19.06.2015
AGGIORNAMENTO AL 13.06.2015 AGGIORNAMENTO AL 05.06.2015 AGGIORNAMENTO AL 29.05.2015
AGGIORNAMENTO AL 22.05.2015 AGGIORNAMENTO AL 14.05.2015 AGGIORNAMENTO AL 05.05.2015

AGGIORNAMENTO AL 26.06.2015

IN EVIDENZA

SICUREZZA LAVORO: Sulle responsabilità del dirigente e del sindaco in materia di sicurezza sul posto di lavoro.
A norma dell'art. 2, lett. b), d.lgs. n. 81/2008
<Nelle pubbliche amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30.03.2001, n. 165, per datore di lavoro si intende il dirigente al quale spettano i poteri di gestione, ovvero il funzionario non avente qualifica dirigenziale, nei soli casi in cui quest'ultimo sia preposto ad un ufficio avente autonomia gestionale, individuato dall'organo di vertice delle singole amministrazioni tenendo conto dell'ubicazione e dell'ambito funzionale degli uffici nei quali viene svolta l'attività, e dotato di autonomi poteri decisionali e di spesa. In caso di omessa individuazione, o di individuazione non conforme ai criteri sopra indicati, il datore di lavoro coincide con l'organo di vertice medesimo>.
L'individuazione del dirigente (o del funzionario) cui attribuire la qualifica di datore di lavoro è demandata alla pubblica amministrazione, la quale vi provvede con l'attribuzione della qualità e il conferimento dei relativi poteri di autonomia gestionale, non potendo tale qualifica essere attribuita implicitamente ad un dirigente o funzionario solo perché preposti ad articolazioni della pubblica amministrazione che hanno competenze nel settore specifico.
Nelle pubbliche amministrazioni, in altre parole, l'attribuzione della qualità di datore di lavoro a persona diversa dall'organo di vertice non può che essere espressa, anche perché comporta i poteri di gestione in tema di sicurezza. Sono gli organi di direzione politica che devono procedere all'individuazione, tenendo conto dell'ubicazione e dell'ambito funzionale degli uffici, non essendo per tale ragione possibile una scelta non espressa e non accompagnata dal conferimento di poteri di gestione alla persona fisica. La conseguenza della mancata indicazione è la conservazione in capo all'organo di direzione politica della qualità di datore di lavoro. 
Con la precisazione che
agli organi di direzione politica del Comune  (Sindaco e Giunta Comunale) sono attribuiti in via originaria anche i poteri di sovrintendere alle scelte di gestione e direzione amministrativa, con il conferimento di tutti i poteri conseguenti. Anche il potere di individuare il datore di lavoro conferma che all'organo di direzione politica compete un potere originario.
Occorre coordinare la disciplina sopra indicata con
le regole inerenti ai compiti datoriali non delegabili, tra i quali rientra l'obbligo di stilare il documento di valutazione dei rischi a norma dell'art. 17 d.lgs. n. 81/2008, la cui inadeguata elaborazione costituisce, appunto, il presupposto sul quale si è fondata l'affermazione di responsabilità del Sindaco.
Diversi sono, infatti, gli effetti dell'individuazione del dirigente pubblico al quale viene conferita la qualifica di datore di lavoro rispetto alla delega di funzioni datoriali disciplinata dall'art. 16 d.lgs. n. 81/2008.
L'atto di individuazione è correlato alla specialità della disciplina dettata per le pubbliche amministrazioni, alle quali non si applicano i criteri di imputazione della responsabilità per cosiddetta colpa di organizzazione individuati dal d.lgs. 08.06.2001, n. 231 e dall'art. 30 d.lgs. n. 81/2008; tale specialità impone di chiarire che al soggetto così individuato competono tutte le funzioni datoriali, senza distinzione tra funzioni delegabili e non delegabili, in ragione della qualifica di datore di lavoro che tale soggetto viene ad assumere.

In tema di norme per la prevenzione degli infortuni, la normativa vigente esclude, in altre parole, che si possa ascrivere al Sindaco, anche se di un Comune di modeste dimensioni, quale organo politico, ogni violazione di specifiche norme antinfortunistiche, quando risulti individuato il dirigente con qualifica di datore di lavoro in correlazione all'ubicazione ed all'ambito funzionale del singolo ufficio.
Sussisterà responsabilità per il Sindaco solo se risulti che questi, essendo a conoscenza della situazione antigiuridica inerente alla sicurezza dei locali e degli edifici in uso all'Ente territoriale, abbia omesso di intervenire, con i suoi autonomi poteri, per porvi rimedio; tanto si desume dalla regola dettata dall'art. 18, comma 3, d.lgs. n. 81/2008, in base alla quale <Gli obblighi relativi agli interventi strutturali e di manutenzione necessari per assicurare, ai sensi del presente decreto legislativo, la sicurezza dei locali e degli edifici assegnati in uso a pubbliche amministrazioni o a pubblici uffici, ivi comprese le istituzioni scolastiche ed educative, restano a carico dell'amministrazione tenuta, per effetto di norme o convenzioni, alla loro fornitura e manutenzione. In tale caso gli obblighi previsti dal presente decreto legislativo, relativamente ai predetti interventi, si intendono assolti, da parte dei dirigenti o funzionari preposti agli uffici interessati, con la richiesta del loro adempimento all'amministrazione competente o al soggetto che ne ha l'obbligo giuridico>.
Quindi
nelle pubbliche amministrazioni, nel cui novero rientrano ovviamente gli enti locali, la qualifica di datore di lavoro -ai fini della normativa sulla sicurezza e salute nei luoghi di lavoro-, con tutte le conseguenze che tale qualifica comporta, è riconosciuta al dirigente dotato di poteri di gestione e titolare di autonomi poteri decisionali anche in materia di spesa, tenuto conto peraltro della ripartizione di funzioni indicata dall'Ordinamento degli enti locali (art. 107 d.lgs. 18.08.2000, n. 267), che conferisce ai dirigenti amministrativi autonomi poteri di organizzazione delle risorse.

---------------
RITENUTO IN FATTO
1. La Corte di Appello di Milano, con sentenza del 28/01/2014, ha confermato la pronuncia emessa in data 19/07/2012 dal Giudice dell'Udienza Preliminare presso il Tribunale di Busto Arsizio, che aveva dichiarato B.A.M., in qualità di Sindaco del Comune di Caronno Pertusella (VA), responsabile del delitto di lesioni personali gravi ai danni del messo comunale B.A..
2. Il giudice di primo grado aveva così ricostruito l'infortunio: A.B., addetto all'Ufficio 'Messi e Notificazioni', il giorno dell'infortunio avrebbe dovuto archiviare alcuni documenti, da collocare sulla sommità degli armadi, ormai incapienti, ad un'altezza superiore a due metri da terra; aveva, quindi, utilizzato una scala in dotazione all'Ufficio; si trattava di una scala portatile in alluminio a due tronchi, che il B. non aveva, però, potuto aprire in considerazione dell'esiguità dello spazio intercorrente tra gli armadi e le scrivanie e che aveva, dunque, appoggiato chiusa all'armadio; salito sulla scala, questa era scivolata lateralmente facendo così cadere il lavoratore di schiena.
3. A.M.B. propone ricorso per cassazione lamentando omessa motivazione con specifico riferimento al motivo di appello relativo all'errata interpretazione ed applicazione dell'art. 2 lett. b), d.Lgs. 09.04.2008, n. 81, nonché inosservanza o erronea applicazione della medesima norma.
Le doglianze sviluppate nel ricorso si incentrano, sostanzialmente, sull'unico punto della decisione in cui si è affermata la qualifica di <datore di lavoro> dell'imputata laddove, secondo la ricorrente, la costituzione presso il Comune di Caronne Pertusella, con delibera n. 158 del 13.05.2003, dell'Organo Collegiale dei Datori di Lavoro, avrebbe dovuto esonerare il Sindaco da responsabilità penale in materia di salute e sicurezza sul luogo di lavoro, dovendosi riconoscere a tale Organo Collegiale la qualifica di datore di lavoro nell'ambito dell'Amministrazione Comunale.
La sentenza impugnata, si assume, avrebbe del tutto omesso dì prendere in esame tale motivo di gravame, limitandosi a richiamare la sentenza di primo grado che, tuttavia, non aveva affrontato la questione.
La corretta applicazione dell'art. 2, lett. b), d.Lgs. n. 81/2008, secondo la ricorrente, avrebbe imposto di ritenere che, una volta individuato il soggetto al quale attribuire la qualifica di datore di lavoro, il Sindaco avrebbe dovuto andare esente da responsabilità in materia antinfortunistica, avendo il giudice di appello errato nell'ascrivere l'elemento soggettivo del reato a soggetto diverso dal datore di lavoro, da individuare invece nell'Organo Collegiale dei Datori di Lavoro, che aveva incaricato la società di consulenza M.A.S. s.r.l. di redigere il documento di valutazione dei rischi.
4. In data 11.05.2015 la ricorrente ha depositato memoria difensiva sviluppando i motivi di ricorso.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato.
2. Occorre ricordare che,
a norma dell'art. 2, lett. b), d.lgs. n. 81/2008, per datore di lavoro si intende <il soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l'assetto dell'organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria atti vita, ha la responsabilità dell'organizzazione stessa o dell'unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa. Nelle pubbliche amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30.03.2001, n. 165, per datore di lavoro si intende il dirigente al quale spettano i poteri di gestione, ovvero il funzionario non avente qualifica dirigenziale, nei soli casi in cui quest'ultimo sia preposto ad un ufficio avente autonomia gestionale, individuato dall'organo di vertice delle singole amministrazioni tenendo conto dell'ubicazione e dell'ambito funzionale degli uffici nei quali viene svolta l'attività, e dotato di autonomi poteri decisionali e di spesa. In caso di omessa individuazione, o di individuazione non conforme ai criteri sopra indicati, il datore di lavoro coincide con l'organo di vertice medesimo>.
2.1. In tale disposizione sono confluite le soluzioni adottate da parte della  giurisprudenza nella vigenza della precedente normativa, meno esaustiva di quella attuale, laddove si era specificata la necessità di un atto espresso di individuazione del dirigente o del funzionario quale datore di lavoro, altrimenti rimanendo quella posizione in capo al vertice politico dell'Ente pubblico.
Si era, in altre parole, riconosciuto carattere costitutivo all'atto dell'organo di vertice dell'Ente che attribuisse ad altri la qualità di datore di lavoro, data la natura originaria della posizione datoriale del dirigente, individuato in quanto tale dalla legge.
2.2. Coronario di tali affermazioni di principio, oggi positivizzate nel testo normativo, è che
l'individuazione del dirigente (o del funzionario) cui attribuire la qualifica di datore di lavoro è demandata alla pubblica amministrazione, la quale vi provvede con l'attribuzione della qualità e il conferimento dei relativi poteri di autonomia gestionale, non potendo tale qualifica essere attribuita implicitamente ad un dirigente o funzionario solo perché preposti ad articolazioni della pubblica amministrazione che hanno competenze nel settore specifico.
Nelle pubbliche amministrazioni, in altre parole, l'attribuzione della qualità di datore di lavoro a persona diversa dall'organo di vertice non può che essere espressa, anche perché comporta i poteri di gestione in tema di sicurezza. Sono gli organi di direzione politica che devono procedere all'individuazione, tenendo conto dell'ubicazione e dell'ambito funzionale degli uffici, non essendo per tale ragione possibile una scelta non espressa e non accompagnata dal conferimento di poteri di gestione alla persona fisica. La conseguenza della mancata indicazione è la conservazione in capo all'organo di direzione politica della qualità di datore di lavoro. 
Con la precisazione che
agli organi di direzione politica del Comune  (Sindaco e Giunta Comunale) sono attribuiti in via originaria anche i poteri di sovrintendere alle scelte di gestione e direzione amministrativa, con il conferimento di tutti i poteri conseguenti. Anche il potere di individuare il datore di lavoro conferma che all'organo di direzione politica compete un potere originario (in tal senso soprattutto, Sez. 4, n. 38840 del 22/06/2005, Ioriatti, Rv. 232418).
3. Premesso che in relazione al punto della decisione concernente la riconducibilità dell'evento all'inadeguata elaborazione del D.U.V.R.I. non è stata svolta alcuna censura, occorre coordinare la disciplina sopra indicata con
le regole inerenti ai compiti datoriali non delegabili, tra i quali rientra l'obbligo di stilare il documento di valutazione dei rischi a norma dell'art. 17 d.lgs. n. 81/2008, la cui inadeguata elaborazione costituisce, appunto, il presupposto sul quale si è fondata l'affermazione di responsabilità del Sindaco A.M.B..
Diversi sono, infatti, gli effetti dell'individuazione del dirigente pubblico al quale viene conferita la qualifica di datore di lavoro rispetto alla delega di funzioni datoriali disciplinata dall'art. 16 d.lgs. n. 81/2008.
L'atto di individuazione è correlato alla specialità della disciplina dettata per le pubbliche amministrazioni, alle quali non si applicano i criteri di imputazione della responsabilità per cosiddetta colpa di organizzazione individuati dal d.lgs. 08.06.2001, n. 231 e dall'art. 30 d.lgs. n. 81/2008; tale specialità impone di chiarire che al soggetto così individuato competono tutte le funzioni datoriali, senza distinzione tra funzioni delegabili e non delegabili, in ragione della qualifica di datore di lavoro che tale soggetto viene ad assumere.

3.1.
In tema di norme per la prevenzione degli infortuni, la normativa vigente esclude, in altre parole, che si possa ascrivere al Sindaco, anche se di un Comune di modeste dimensioni, quale organo politico, ogni violazione di specifiche norme antinfortunistiche, quando risulti individuato il dirigente con qualifica di datore di lavoro in correlazione all'ubicazione ed all'ambito funzionale del singolo ufficio.
3.2.
Sussisterà responsabilità per il Sindaco solo se risulti che questi, essendo a conoscenza della situazione antigiuridica inerente alla sicurezza dei locali e degli edifici in uso all'Ente territoriale, abbia omesso di intervenire, con i suoi autonomi poteri, per porvi rimedio; tanto si desume dalla regola dettata dall'art. 18, comma 3, d.lgs. n. 81/2008, in base alla quale <Gli obblighi relativi agli interventi strutturali e di manutenzione necessari per assicurare, ai sensi del presente decreto legislativo, la sicurezza dei locali e degli edifici assegnati in uso a pubbliche amministrazioni o a pubblici uffici, ivi comprese le istituzioni scolastiche ed educative, restano a carico dell'amministrazione tenuta, per effetto di norme o convenzioni, alla loro fornitura e manutenzione. In tale caso gli obblighi previsti dal presente decreto legislativo, relativamente ai predetti interventi, si intendono assolti, da parte dei dirigenti o funzionari preposti agli uffici interessati, con la richiesta del loro adempimento all'amministrazione competente o al soggetto che ne ha l'obbligo giuridico>.
3.3. Quindi
nelle pubbliche amministrazioni, nel cui novero rientrano ovviamente gli enti locali, la qualifica di datore di lavoro -ai fini della normativa sulla sicurezza e salute nei luoghi di lavoro-, con tutte le conseguenze che tale qualifica comporta, è riconosciuta al dirigente dotato di poteri di gestione e titolare di autonomi poteri decisionali anche in materia di spesa, tenuto conto peraltro della ripartizione di funzioni indicata dall'Ordinamento degli enti locali (art. 107 d.lgs. 18.08.2000, n. 267), che conferisce ai dirigenti amministrativi autonomi poteri di organizzazione delle risorse.
4. Esaminando il caso concreto, nella sentenza di primo grado si era dato atto che il Sindaco, con decreto del 14.09.2006, dunque in epoca ampiamente antecedente l'infortunio, avesse nominato un Direttore Generale con compiti di presidenza delle riunioni dei datori di lavoro comunali e di formulazione della proposta per il Piano Esecutivo di Gestione (PEG), che è lo strumento con il quale viene attribuito il potere di spesa annuo ai datori di lavoro, conferendogli <la direzione ed il coordinamento dell'organo dei Datori di Lavoro>; il Tribunale aveva accertato, altresì, che il Sindaco aveva nominato un Responsabile del settore amministrativo di cui faceva parte l'Ufficio <Messi e Notificazioni> e che, a norma dell'art. 17 del Regolamento Comunale sull'ordinamento degli uffici e dei servizi, fra le competenze di tale figura rientravano le <funzioni proprie del datore di lavoro in relazione al decreto- i legge. n. 626/1994 e successive modifiche, in relazione al proprio settore>.
Quanto ai poteri di spesa, nella sentenza si legge che la previsione di spesa per i datori di lavoro era stata approvata con delibera della Giunta comunale n. 49 del 18.03.2008, che aveva attribuito la somma di euro 18.000,00 all'Organo collegiale dei Datori di Lavoro, composto da tutti i Responsabili di settore, coordinati dal Direttore Generale.
Nell'esaminare la posizione del Direttore Generale, il Tribunale aveva ritenuto che le funzioni proprie del datore di lavoro fossero state conferite ai singoli Responsabili di Settore e che i poteri di spesa fossero subordinati ad approvazione della Giunta Comunale e a delibera del Collegio dei Datori.
4.1.
Si era, tuttavia, affermata la responsabilità del Sindaco in relazione all'omessa redazione di un adeguato documento di valutazione dei rischi, causalmente correlata all'infortunio occorso al dipendente comunale, sul presupposto che l'attività prevista dall'art. 17 d.lgs. n. 81/2008 non fosse delegabile e che, per tale ragione, dell'incompleta redazione di tale documento dovesse, in ogni caso, rispondere l'organo di vertice dell'Ente.
4.2.
Nella sentenza impugnata la doglianza concernente l'esonero da responsabilità penale del Sindaco in materia antinfortunistica, contrariamente a quanto dedotto nel ricorso, è stata espressamente presa in considerazione nell'elenco dei motivi di appello (ove si richiama la delibera n. 158 del 13.05.2003 con la quale era stato individuato l'Organo Collegiale dei Datori di Lavoro, che aveva a sua volta emanato la delibera n. 105 del 12.04.2005 per conferire l'incarico di Responsabile del Servizio di prevenzione) e, successivamente, laddove si è rimarcato che l'imputata in prima persona avesse affidato alla società di consulenza M. l'incarico di stilare il documento di valutazione dei rischi, implicitamente negando fondamento all'assunto difensivo secondo il quale si sarebbe dovuto individuare nell'Organo Collegiale dei funzionari apicali il datore di lavoro ai sensi dell'art. 2, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 81/2008.
4.3. A tale conclusione la Corte territoriale è pervenuta ribadendo che
l'attività di redazione del documento di valutazione dei rischi fosse compito non delegabile, come peraltro confermato dal pacifico dato che fosse stato il Sindaco B. ad affidare alla società M. il relativo incarico, richiamando anche il disposto dell'art. 33 (rectius 31), comma 5, d.lgs. n. 81/2008, a mente del quale il datore di lavoro che <ricorra a persone o servizi esterni non e' per questo esonerato dalla propria responsabilità in materia>.
5.
Non vi è, dunque, dubbio che nel caso concreto gli organi di vertice dell'amministrazione comunale (Sindaco e Giunta Comunale) avessero individuato i dirigenti ai quali attribuire la qualifica di datore di lavoro, secondo quanto si legge nella sentenza di primo grado, ritenendo tuttavia entrambi i giudici di merito che l'attività la cui omissione aveva nel caso concreto contribuito al verificarsi dell'infortunio, ossia l'omessa redazione di un adeguato e completo documento di valutazione dei rischi, non fosse delegabile e fosse, per tale motivo, conservata in capo all'organo di direzione politica la posizione di garanzia inerente a detta attività.
5.1.
Si tratta di motivazione erronea in diritto, non potendo l'imputata B. considerarsi <datore di lavoro> ai sensi del decreto n. 81/2008 e non essendo applicabile alle pubbliche amministrazioni che abbiano proceduto all'individuazione del dirigente a norma dell'art. 2, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 81/2008, secondo quanto si è detto, la regola che limita la delegabilità di taluni obblighi propri del datore di lavoro (art. 17 d.lgs. n. 81/2008).
5.2. Tuttavia,
tale errore di diritto non inficia la correttezza della decisione, ed è quindi emendabile ai sensi dell'art. 619, comma 1, cod. proc. pen., in quanto dalla pronuncia impugnata emerge come pacifico il dato che il Sindaco avesse in prima persona provveduto all'adempimento dell'obbligo di redazione del D.U.V.R.I., incaricando una società di consulenza, da tale dato risultando evidente che non avesse inteso conferire ad altri la relativa posizione di garanzia (Corte di Cassazione, Sez. IV penale, sentenza 27.05.2015 n. 22415).

EDILIZIA PRIVATA: Minori distanze per risparmio energetico: non esiste un "diritto" alla deroga.
Il TAR Abruzzo-Pescara,
interviene in materia di deroga alla normativa sulle distanze tra costruzioni affermando che l'applicazione della normativa speciale in materia di risparmio energetico non è ^automatica^ e che invece spetta al Comune valutare se esista la possibilità di ottenere i medesimi risultati energetici senza gravare sulle posizioni giuridiche di chi subisce la maggiore altezza e/o i minori distacchi.
Nella fattispecie l'A.C. aveva contestato delle irregolarità nella realizzazione di una palazzina residenziale.
Il privato proprietario aveva proposto istanza di accertamento di conformità invocando, quanto alle distanze, la normativa in materia di risparmio energetico (D.lgs. 102/2014 già D.lgs. 115/2008), sostenendo di avere con la richiesta di sanatoria proposto soluzioni tecniche idonee (pacchetti termici) ad eliminare le difformità in particolare relativamente all’altezza dell’edificio e all’aggetto dei balconi.
Il Comune aveva ritenuto che le soluzioni prospettate rappresentassero "un espediente o accorgimento fuorviante, o modo fittizio di far apparire l'altezza e la distanza rientranti nelle norme" nel tentativo di superare quanto contestato nell'ordinanza di demolizione.
Pronunciandosi su ordine di demolizione e diniego di sanatoria, il TAR Abruzzo ha statuito che poiché la norma (art. 11 D.Lgs. 102/2014) introduce una valutazione di tipo tecnico in ordine alla verifica di tale presupposto, essa esclude che sussista un “diritto” alla deroga.
Il che a dire:
• che la deroga ai parametri di altezza e distanze non costituisce l’automatica conseguenza di una scelta del costruttore di cui il Comune debba limitarsi a prendere atto;
• che l'applicazione della norma è invece la conseguenza di una valutazione effettuata dall’amministrazione in ordine al carattere necessario della soluzione prescelta, e quindi rispetto alla possibilità di ottenere i medesimi risultati energetici senza gravare sulle posizioni giuridiche di chi subisce la maggiore altezza e/o i minori distacchi;
• che il Comune non può assentire una deroga alle distanze laddove il maggiore spessore dei muri perimetrali possa essere “recuperato” verso l’interno, e perciò non necessariamente verso le proprietà altrui;
• che analoga considerazione può farsi per l’altezza complessiva dell’edificio, anch’essa in linea di principio comunque contenibile nell’ambito dei parametri vigenti.

Il che evidenzia l’incompatibilità della richiesta di deroga, che implica una valutazione tecnico-discrezionale, con il procedimento finalizzato ad attribuire un titolo postumo sulla base di un mero “accertamento di conformità”.
In conclusione: l’applicazione dei pacchetti termici ad una struttura ormai realizzata, con caratteristiche essenziali già acquisite, giustifica il rigetto della domanda di sanatoria sulla scorta della disciplina speciale, vera l’estraneità della suddetta disciplina al procedimento ex art. 36 t.u. ed. (commento tratto da http://studiospallino.blogspot.it - TAR Abruzzo-Pescara, sentenza 14.05.2015 n. 206 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
---------------
MASSIMA
2 – Quanto al merito, vanno preliminarmente esaminati i motivi aggiunti.
L’art. 11, co. 1. d.lgs. 115/2008, su cui essenzialmente si basa la domanda di sanatoria, è stato abrogato dall’art. 19, co. 1, lett. a), D.lgs. 04.07.2014, n. 102 (entrato in vigore il 19.07.2014). Tale circostanza, rilevata dal Comune, è tuttavia ininfluente alla luce dell’art. 36 t.u. ed., secondo cui gli interessati “possono ottenere il permesso in sanatoria se l'intervento risulti conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dello stesso, sia al momento della presentazione della domanda”.
Stabilito che la norma era all’epoca ancora in vigore, va evidenziato che,
ai fini delle previste deroghe, la stessa richiede che le maggiori dimensioni di muri e solai siano necessari “ad ottenere una riduzione minima…”, e perciò, introducendo una valutazione di tipo tecnico in ordine alla verifica di tale presupposto, esclude che sussista un “diritto” alla deroga, come invece sembrano in vario modo supporre i ricorrenti.
Deve infatti ritenersi che
la deroga ai parametri di altezza e distanze non costituisca l’automatica conseguenza di una scelta del costruttore di cui il Comune debba limitarsi a prendere atto, risultando della norma in parola che essa è invece la conseguenza di una valutazione effettuata dall’amministrazione in ordine al carattere necessario della soluzione prescelta, e quindi rispetto alla possibilità di ottenere i medesimi risultati energetici senza gravare sulle posizioni giuridiche di chi subisce la maggiore altezza e/o i minori distacchi.
Non sembra, cioè, che il Comune possa assentire una deroga alle distanze laddove il maggiore spessore dei muri perimetrali possa essere “recuperato” verso l’interno, e perciò non necessariamente verso le proprietà altrui. Analoga considerazione può farsi per l’altezza complessiva dell’edificio, anch’essa in linea di principio comunque contenibile nell’ambito dei parametri vigenti.
Il che evidenzia l’incompatibilità della richiesta di deroga, che implica una valutazione tecnico-discrezionale, con il procedimento finalizzato ad attribuire un titolo postumo sulla base di un mero “accertamento di conformità”, come del resto confermato dal dato normativo secondo cui la deroga è consentita “nell'ambito delle pertinenti procedure di rilascio dei titoli abitativi di cui al titolo II del D.P.R. 06.06.2001, n. 380”, e quindi non nel procedimento di cui all’art. 36 (inserito nel titolo IV).
L’applicazione dei pacchetti termici ad una struttura ormai realizzata, con caratteristiche essenziali già acquisite, giustifica perciò le conclusioni del provvedimento, che ha in buona sostanza ritenuto l’estraneità della suddetta disciplina al procedimento ex art. 36 t.u. ed., e quindi irrilevante l’applicazione dei pacchetti termici sul calcolo dell’altezza del fabbricato e dell’aggetto dei balconi.
Poiché la domanda di sanatoria era (tranne un punto, su cui infra) pressoché interamente incentrata sulle pretese conseguenze derivanti dall’applicazione dei pacchetti termici (cfr. la relazione tecnico-illustrativa, doc. 3 produzioni comunali 12.01.2015), la rilevata carenza dei presupposti di per sé consolida il diniego riguardo ai punti 2) e 3) della pag. 3 della appena citata relazione. Ne consegue il rigetto del secondo motivo aggiunto.
In ordine al motivo con cui si deduce la mancata considerazione delle memorie presentate nel corso del procedimento di sanatoria, va osservato che la ragione sostanziale del diniego consiste nella ritenuta inapplicabilità alla fattispecie della invocata deroga, sicché è irrilevante il percorso interpretativo attraverso cui il Comune è pervenuto ad una conclusione che il Collegio considera corretta. Deve perciò escludersi che le osservazioni presentate in ordine al punto determinassero particolari oneri motivazionali.
Parte ricorrente effettua ulteriori considerazioni richiamando le conclusioni emergenti dalla relazione tecnica allegata ai motivi aggiunti, in cui si evidenzia tra l’altro l’alterazione del profilo naturale del lotto in conseguenza dei lavori eseguiti sui lotti circostanti (la circostanza è confermata dalle relazioni della Polizia Municipale, quale quella in data 08.11.2013, doc. 3 produzioni comunali 30.06.2014: “… le quote di riferimento relative alla pendenza del terreno sono state modificate a seguito delle opere di sbancamento eseguite per la realizzazione della strada di accesso e degli edifici circostanti”). Le circostanze suddette –che avrebbero influito sulle quote della costruzione ed interferito sulla misurazione dell’altezza- sono tuttavia estranee all’oggetto della sanatoria, che sul punto dell’altezza riguardava, come già osservato, esclusivamente l’accesso alle deroghe di cui all’art. 11 d.lgs. 115/2008.
L’ultima parte dei motivi aggiunti (pagg. 13 e seg.) presuppone che “la parte sub 3) dell’ordinanza demolitoria, nel silenzio del diniego, è stata risolta”, il che tuttavia non è, visto che il provvedimento impugnato ribadisce esplicitamente “le motivazioni espresse nell'avviso ed in particolare: 1. La misura dell’aggetto dei balconi superiore a mt. 1,60 (limite prescritto dalle NTA) rimane irregolare…; 2. La distanza dai confini della scalinata realizzata in aderenza al muro non di proprietà lato ovest rimane irregolare benché disegnata in parte come aiuola (perché in sostanza l'aiuola verrà a svolgere la medesima funzione di rampa d'accesso)”, rispetto alle quali non è stata comunque dedotta alcuna censura atta ad evidenziarne l’illegittimità.
Ne deriva il consolidamento del diniego anche riguardo a tali capi.
I motivi aggiunti vanno in conclusione rigettati.

SINDACATI & ARAN

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Province e EE.LL. - Assunzioni e mobilità secondo la Sezione Autonomie della Corte dei Conti (CGIL-FP di Bergamo, nota 22.06.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Oggetto: risorse destinabili alla contrattazione collettiva (ARAN, nota 18.06.2015 n. 19932 di prot.)

NOTE, CIRCOLARI E E COMUNICATI

AMBIENTE-ECOLOGIA: Oggetto: Rifiuti – chiarimenti sulle nuove modalità di classificazione (ANCE di Bergamo, circolare 19.06.2015 n. 142).

LAVORI PUBBLICI: Oggetto: Costo della manodopera in edilizia – D.M. 29.04.2015 Efficacia (ANCE di Bergamo, circolare 19.06.2015 n. 141).

APPALTI - EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Durc on-line – Circolare Ministero del Lavoro n. 19/2015 (ANCE di Bergamo, circolare 19.06.2015 n. 139).

APPALTI - EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Procedure DURC on-line  (COMMISSIONE NAZIONALE PARITETICA PER LE CASSE EDILI, nota 19.06.2015 - link a www.cnce.it).
---------------
Si forniscono di seguito alcuni primi chiarimenti operativi per le Casse Edili alla luce della pubblicazione del D.M. 30.01.2015 che, come noto, ha dato attuazione all'art. 4 del D.L. n. 34/2014, recante importanti novità in tema di semplificazione del Durc.
Tali chiarimenti, anche alla luce della circolare del Ministero del Lavoro, contenente alcune prime istruzioni e pubblicata nei giorni scorsi, anticipano il documento contenente le Regole per le Casse Edili che sarà a breve approvato dal Comitato della bilateralità.

SEGRETARI COMUNALI: Oggetto: convenzioni per l'ufficio di segreteria e criteri direttivi per l'assegnazione del segretario (Ministero dell'Interno, Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali, Albo Nazionale dei Segretari Comunali e Provinciali, nota 18.06.2015 n. 3782 di prot.)

SEGRETARI COMUNALI: Oggetto: Art. 31 del CCNL del 16.05.2001. Anzianità di servizio (Ministero dell'Interno, Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali, Albo Nazionale dei Segretari Comunali e Provinciali, nota 18.06.2015 n. 3782 di prot.)

AMBIENTE-ECOLOGIA: Regolamento per lo svolgimento dei controlli a campione sulla veridicità delle dichiarazioni sostitutive di certificazione e di atto di notorietà ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica del 28.12.2000, n. 445, rese ai fini dell’iscrizione all’Albo nazionale gestori ambientali (Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Albo Nazionale Gestori Ambientali, deliberazione 22.04.2015 n. 1 di prot.).

CORTE DEI CONTI

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGONei Comuni «blocco» del personale. Gli effetti della delibera della Corte dei conti sulla «corsia preferenziale» dalle Province.
Assunzioni. Impossibile la mobilità fra municipi prima del totale riassorbimento degli ex provinciali - Verifica nazionale anche per gli «infungibili».

Nessuno lo chiama blocco alle assunzioni. Ma quale altro nome dare all’impossibilità degli enti locali di avvalersi nel 2015 di forza lavoro?
Il comma 424 della legge 190/2014 ha fornito una rivisitazione forzata delle modalità assunzionali dei Comuni, nell’obiettivo di garantire il totale riassorbimento dei dipendenti in soprannumero delle Province. Ora che la sezione Autonomie della Corte dei conti, con la
deliberazione 16.06.2015 n. 19, si è allineata alla Funzione pubblica, sancendo il divieto anche della mobilità volontaria, i margini per azioni sul personale si sono ridotti all’osso.
La disposizione normativa ha imposto agli enti locali di destinare la capacità assunzionale, per gli anni 2015 e 2016, ai dipendenti collocati in sovrannumero da parte delle Province e delle Città metropolitane. Poiché la mobilità volontaria, tra enti con limitazioni alle assunzioni, è ormai da un decennio considerata “neutra” ai fini del turn-over, l’obbligo della legge di stabilità sembrava non riferirsi agli spostamenti di dipendenti da un’amministrazione all’altra.
La Funzione Pubblica, nella circolare 1/2015, ha ritenuto però che non fosse più possibile bandire nuovi avvisi di mobilità o che gli stessi fossero, almeno, destinati ai soli dipendenti degli enti di area vasta. E questo fino a quando non sarà “implementato” il portale della domanda e dell’offerta per favorire la ricollocazione.
Al di là della difficoltà di trovare una definizione giuridica al concetto di «implementazione» per individuare una data certa, il sito destinato ad accogliere i dati è partito molto lentamente, tanto che solo il 57% dei Comuni ha inserito le informazioni relative alla dotazione organica e alla capacità assunzionale. Manca all’appello, oltre al comune di Roma e di Firenze, anche il 70% degli enti regionali. Le cose, vanno quindi, molto per le lunghe.
Nel frattempo agli enti locali rimangono a questo punto poche possibilità di azione. Quella prevista e “obbligata” dal legislatore è l’assunzione dei vincitori collocati nelle proprie graduatorie vigenti al 01.01.2015. Non è, invece, possibile alcuno scorrimento di graduatorie (idonei), sia di quelle presenti nell’ente sia di quelle di altre amministrazioni. Addio, quindi, al tanto voluto ricambio generazionale voluto dal Dl 90/2014.
La Corte dei conti, sezione Autonomie, ha inoltre “vietato” le procedure di mobilità volontaria almeno fino a quando non vi sarà la totale ricollocazione dei dipendenti degli enti di area vasta; nel frattempo, si potranno approvare solamente bandi riservati a questi lavoratori.
Nel ricordare che il comma 424 fa sempre riferimento alla totalità delle Province e non solo a quella competente per singolo territorio, viene indicata nella deliberazione 19/2015 un’unica eccezione assunzionale; quella per le figure infungibili, per le quali però è posto in capo ai singoli enti di verificare l’inesistenza di queste professionalità nelle province. Come questa verifica possa avvenire su base nazionale senza il portale della mobilità a pieno regime rimane un mistero.
Anche se il decreto legge enti locali, pubblicato finalmente sulla «Gazzetta Ufficiale» di venerdì (è il decreto 78/2015), ha chiarito la possibilità di utilizzo dei cosiddetti “resti” assunzionali, rimangono in sospeso due questioni. La prima: qual è la capacità assunzionale vincolata ai dipendenti in soprannumero? Solo quella derivante dalle cessazioni degli anni 2014 e 2015 o anche quella generata in anni precedenti? L’altro aspetto sottoposto alla sezione Autonomie riguardava la possibilità di trasformare a tempo pieno, i contratti di lavoro dei dipendenti assunti a tempo parziale. Ma su questi dubbi, per ora, è silenzio
(articolo Il Sole 24 Ore del 22.06.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Blocco totale delle assunzioni e ricollocazione prioritaria del personale delle Province.
1) “
per gli anni 2015 e 2016 la facoltà di attingere alle graduatorie di concorsi pubblici approvati da altri enti locali, astrattamente riconosciuta dall’art. 4, comma 3-ter del decreto legge 31.08.2013, n. 101, convertito dalla legge 30.10.2013, n. 125, è preclusa fino alla completa ricollocazione del personale soprannumerario senza alcuna limitazione geografica”;
2) “
per il 2015 ed il 2016 agli enti locali è consentito indire bandi di procedure di mobilità riservate esclusivamente al personale soprannumerario degli enti di area vasta. A conclusione del processo di ricollocazione del personale soprannumerario destinatario dei processi di mobilità, è ammissibile indire le ordinarie procedure di mobilità volontaria”;
3) “
se l’Ente che deve utilizzare le risorse finanziarie destinate ad assunzioni a tempo indeterminato, deve coprire un posto di organico per il quale è prevista una specifica e legalmente qualificata professionalità attestata, ove contemplato dalla legge, da titoli di studio precisamente individuati e che tale assunzione è necessaria per garantire l’espletamento di un servizio essenziale, alle cui prestazioni la predetta professionalità è strettamente e direttamente funzionale, non potrà ricollocare in quella posizione unità soprannumerarie sprovviste di tale requisiti.
Sussistendo tali condizioni e constatata l’inesistenza di tali professionalità tra le unità soprannumerarie da ricollocare, l’ente potrà procedere ad assumere nei modi ordinari. Tale ricerca va riferita non al solo personale della Provincia di appartenenza, ma a tutto il personale delle Province interessate alla ricollocazione, individuato ai sensi del comma 422 dell’art. 1 della legge 190/2014
”.
4) “
la capacità di assunzioni a tempo indeterminato dei vincitori di concorso pubblico collocato nelle graduatorie dell’ente” si esaurisce con l’utilizzazione delle risorse corrispondenti “ad una spesa pari al 60 per cento (80 per cento nel 2016) di quella relativa al personale di ruolo cessato nell’anno precedente”; le ulteriori risorse corrispondenti al complemento a cento delle ricordate percentuali è destinabile unicamente alle assunzioni per ricollocazione.
Non è ammessa una promiscua utilizzazione di queste ultime risorse destinandone parte alle predette assunzioni da graduatorie
”.
5) “
nell’applicazione delle disposizioni che vincolano le risorse destinate alle assunzioni a tempo indeterminato per la parte relativa alla ricollocazione del personale soprannumerario delle province vanno considerate tutte le unità da ricollocare e non solo quelle della provincia nella cui circoscrizione territoriale ricade l’ente che deve fare le assunzioni”.
6) “
il parametro derogatorio, previsto dal comma 424, relativo alla non computabilità delle spese del personale ricollocato nel tetto di spesa ex comma 557 dell'art. 1 della legge n. 296/2006, deve intendersi esteso anche all'analoga disposizione contenuta nel successivo comma 562 relativo agli enti non soggetti al rispetto del patto di stabilità interno”;
7) “
se il posto da coprire sia infungibile intendendosi tale, un posto per il quale è prevista una professionalità legalmente qualificata, eventualmente attestata, da titoli di studio precisamente individuati e che tale assunzione è necessaria per garantire l’espletamento di un servizio essenziale, alle cui prestazioni la predetta professionalità è strettamente e direttamente funzionale, non potrà ricollocare in quella posizione unità soprannumerarie sprovviste di tale requisiti.
E se questa dovesse essere l’unica esigenza di organico da soddisfare nell’arco del biennio considerato dalla norma, una volta constatata l’inesistenza di tali professionalità tra le unità soprannumerarie da ricollocare, l’ente potrà procedere ad assumere nei modi ordinari. Tale ricerca va riferita non al solo personale della Provincia di appartenenza, ma a tutto il personale delle Province interessate alla ricollocazione come individuati ai sensi del comma 422 dell’art. 1 della legge 190/2014
”.
---------------
PREMESSO
1. Per le questioni poste dalla Sezione regionale di controllo Lombardia, con le deliberazioni n. 120/2015/QMIG e n. 135/2015/QMIG, all’esito della relazione, l’adunanza della Sezione ha deciso approfondimenti istruttori, per cui la trattazione è stata rinviata a nuova data; le altre vengono trattate e decise.
Le questioni poste vertono tutte sulla corretta interpretazione ed applicazione di quanto dispone l’art. 1, comma 424, della legge 23.12.2014, n. 190, legge di stabilità per il 2015, che così recita: “Le regioni e gli enti locali, per gli anni 2015 e 2016, destinano le risorse per le assunzioni a tempo indeterminato, nelle percentuali stabilite dalla normativa vigente, all'immissione nei ruoli dei vincitori di concorso pubblico collocati nelle proprie graduatorie vigenti o approvate alla data di entrata in vigore della presente legge e alla ricollocazione nei propri ruoli delle unità soprannumerarie destinatarie dei processi di mobilità. Esclusivamente per le finalità di ricollocazione del personale in mobilità le regioni e gli enti locali destinano, altresì, la restante percentuale della spesa relativa al personale di ruolo cessato negli anni 2014 e 2015, salva la completa ricollocazione del personale soprannumerario. Fermi restando i vincoli del patto di stabilità interno e la sostenibilità finanziaria e di bilancio dell'ente, le spese per il personale ricollocato secondo il presente comma non si calcolano, al fine del rispetto del tetto di spesa di cui al comma 557 dell'articolo 1 della legge 27.12.2006, n. 296. Il numero delle unità di personale ricollocato o ricollocabile è comunicato al Ministro per gli affari regionali e le autonomie, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione e al Ministro dell'economia e delle finanze nell'ambito delle procedure di cui all'accordo previsto dall'articolo 1, comma 91, della legge 07.04.2014, n. 56. Le assunzioni effettuate in violazione del presente comma sono nulle.”
La Sezione regionale di controllo per la Lombardia ha rassegnato con la deliberazione del 24.02.2015 n. 85/2015/QMIG cinque quesiti posti dal Comune di Botticino (BS) e con la deliberazione del 04.03.2015, n. 87/2015/QMIG ha deferito una delle due questioni sollevate dal comune di Borgo Virgilio (MN).
La Sezione regionale per il Piemonte ha deferito con la deliberazione del 04.03.2015 n. 26/2015/QMIG tre questioni proposte dal comune di Omegna (VCO).
Per consentire una più agevole lettura delle analisi svolte e delle soluzioni interpretative adottate i quesiti saranno esaminati in sequenza completando, per ognuno di essi, esposizione della questione e relativa soluzione.
Complessivamente, considerate le questioni sulle quali, come si dirà in seguito, non vi è luogo a deliberare, saranno esaminati sette temi interpretativi.
Occorre ancora premettere che le questioni che si vanno a trattare sono già state iscritte all’ordine del giorno dell’adunanza del 09.04.2015; in detta occasione è stato deciso di soprassedere momentaneamente alla decisione delle questioni di massima in quanto si era considerato che essendo in corso di predisposizione da parte del Ministro per la semplificazione e la pubblica Amministrazione il decreto ministeriale per la determinazione dei criteri relativi alle procedure di mobilità previsto dall’art. 1, comma 423, della già ricordata legge di stabilità, la materia dei quesiti poteva essere interessata dalle emanande disposizioni ministeriali.
L’esigenza di rendere l’ausilio interpretativo richiesto dagli enti, perdurando la mancata adozione dei surricordati atti, ha fatto propendere per la trattazione dei quesiti nell’odierna adunanza.
Prima di esaminare le varie questioni e le correlate soluzioni interpretative occorre fare una puntualizzazione di metodo e cioè che l’esame delle questioni poste, per quello che qui interessa, è limitato a quelle le cui difficoltà interpretative, sotto il profilo letterale, sistematico e logico, sono direttamente ed esclusivamente connesse al contenuto dispositivo dell’art. 1, comma 424, della legge n. 190/2014 e cioè ai nuovi e specifici limiti imposti per gli anni 2015 e 2016 alle assunzioni a tempo indeterminato negli enti locali; ulteriori istituti concernenti altre facoltà e modalità assunzionali degli enti interessati, anche se ipoteticamente ed indirettamente influenzate dalla predetta disciplina normativa, restano fuori dal perimetro delle questioni di massima.
L’esame dei quesiti verrà condotto secondo il filo logico dell’individuazione di un principio di diritto che, sia pure nel peculiare contesto della fattispecie, sia finalizzato a cogliere la portata generale e la ratio dei vincoli introdotti dalla norma. Ciò anche a ragione della elevata complessità ed articolazione della disciplina in materia di personale, i cui molteplici istituti hanno proprie e diversificate regole applicative tra le quali parametri per la quantificazione della spesa e vincoli particolari.
Venendo allo specifico tema normativo in questione, sempre sul piano generale va considerato che con l’art. 1, comma 424 della legge 190/2014 (legge di stabilità 2015) è stata introdotta una disciplina particolare delle assunzioni a tempo indeterminato, derogatoria, per gli anni 2015 e 2016 di quella generale; eventuali assunzioni effettuate in difformità da dette disposizioni, sono colpite da nullità di diritto (“le assunzioni effettuate in violazioni del presente comma sono nulle” comma 424, ultimo periodo).
Peraltro tale particolarità della disciplina non va intesa alla stessa stregua del carattere della specialità tipico della configurazione delle antinomie giuridiche; per queste, infatti, il fondamento derogatorio risiede in una diversa, sostanziale e strutturale esigenza di eccezione alla norma generale: nel comma 424 la finalità derogatoria concretamente riferibile alla priorità della ricollocazione, discende dalla specifica e temporanea esigenza di riassorbimento del personale soprannumerario. Soddisfatta tale esigenza è la stessa norma che contempla, implicitamente, la riespansione della disciplina ordinaria: “salva la completa ricollocazione del personale soprannumerario”.
Il merito della problematica risiede nel fatto che, all’esito del suddetto riordino, l’art. 1, comma 421, della legge di stabilità ha disposto che le dotazioni organiche delle città metropolitane e delle province sono commisurate alla spesa del personale di ruolo alla data di entrata in vigore della legge 07.04.2014, n. 56, ridotta, rispettivamente, del 30 e del 50 per cento; del 30 per cento per le province con territorio interamente montano e confinanti con Paesi stranieri secondo quanto previsto dall’art. 1, comma 3, della richiamata legge 56/2014. Effetto di tale riduzione è l’emersione di personale soprannumerario da ricollocare presso le regioni e gli enti locali utilizzando le risorse indicate dalla norma.
Al di fuori degli aspetti esegetici, sembra opportuno considerare che l’espressa limitazione temporale ai due esercizi prima ricordati, potrebbe risultare disallineata rispetto al concreto conseguimento dell’obiettivo di ricollocazione. Tuttavia, tenuto conto del tenore letterale delle disposizioni in esame, i vincoli da essa posti, salvo ulteriori interventi normativi che ne dovessero estendere gli effetti, non sembra possano dispiegare efficacia ultrattiva rispetto all’arco temporale definito.
CONSIDERATO
2. Questioni rimesse dalla Sezione regionale di controllo per la Lombardia con deliberazione 24.02.2015, n. 85/2015/QMIG.
Il Sindaco del comune di Botticino (BS), con nota n. 353 del 12.01.2015, ha formulato una richiesta di parere alla Sezione regionale che verte su diversi profili interpretativi in materia di assunzione di personale da parte degli enti locali a seguito dell’entrata in vigore dell’art. 1, comma 424, della legge di stabilità 2015. Di seguito si illustrano i quesiti posti, la posizione della sezione remittente e la soluzione deliberata.
2.1. Primo quesito.
Il divieto di attingere dalle graduatorie di concorsi pubblici approvate da altri enti locali per il biennio 2015/2016, è limitato solo alla permanenza di personale soprannumerario della provincia di appartenenza oppure permane comunque per il biennio considerato?
Il quesito in esame, nasce da una deduzione interpretativa fatta dal Comune di Botticino che lo ha formulato. In sostanza l’Ente muove dalla constatazione che l’art. 1, comma 424, della legge di stabilità, nell’imporre che le uniche assunzioni a tempo indeterminato possibili per gli anni 2015 e 2016 sono quelle dei vincitori di concorsi collocati in proprie graduatorie oppure il personale soprannumerario destinatario dei processi di mobilità, fa venir meno la facoltà di attingere alle graduatorie di concorsi pubblici approvati da altri enti locali.
Tale facoltà è astrattamente riconosciuta dall’art. 4, comma 3-ter del decreto legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito dalla legge 30.10.2013, n. 125. Ciò premesso l’ente chiede di conoscere se tale vincolo possa considerarsi limitato al permanere di personale soprannumerario, oppure produca necessariamente i suoi effetti per i due esercizi 2015 e 2016 a prescindere dall’esistenza o meno del personale soprannumerario.
La Sezione remittente argomenta che “la novella in esame appare introdurre una lex specialis valevole per i soli anni 2015 e 2016” che integra un regime derogatorio alla disciplina generale che regola le facoltà assunzionali -soprattutto per i profili dei vincoli assunzionali- finalizzato a destinare tutte le risorse disponibili per le assunzioni a tempo indeterminato alla realizzazione di due obiettivi: l'immissione in ruolo di tutti i vincitori di concorso pubblico collocati nelle graduatorie dell'Ente e la ricollocazione nei propri ruoli delle unità soprannumerarie destinatarie dei processi di mobilità.
Una volta venute meno le ragioni che giustificano la deroga troveranno nuovamente applicazione le disposizioni della disciplina ordinaria ivi compresa quella di cui all’art. 4, comma 3-ter del decreto legge 31.08.2013, n. 101, convertito dalla legge 30.10.2013, n. 125.
Sul punto è condivisibile l’interpretazione della Sezione remittente così come la precisazione circa l’ambito di operatività della disposizione che non va inteso limitato alla sola ricollocazione del personale soprannumerario della provincia di appartenenza, ma alla completa ricollocazione del personale soprannumerario senza alcuna limitazione geografica.
In questo senso sono, anche, gli indirizzi emanati con circolare n. 1 del 30.01.2015 del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione e del Ministro per gli affari regionali e le autonomie, registrata dalla Corte dei conti in data 20.02.2015 la quale, al riguardo, prevede che “qualora l'osservatorio nazionale rilevi che il bacino del personale da ricollocare è completamente assorbito, vengono adottati appositi atti per ripristinare le ordinarie facoltà di assunzione alle amministrazioni interessate”.
Conclusivamente il quesito posto trova soluzione nel ritenere che per gli anni 2015 e 2016 la facoltà di attingere alle graduatorie di concorsi pubblici approvati da altri enti locali, astrattamente riconosciuta dall’art. 4, comma 3-ter, del decreto legge 31.08.2013, n. 101, convertito dalla legge 30.10.2013, n. 125, è preclusa fino alla completa ricollocazione del personale soprannumerario senza alcuna limitazione geografica.
2.2. Secondo quesito.
Nel biennio 2015/2016 è possibile, attraverso l’istituto della mobilità, assumere personale proveniente da enti diversi da quello inserito tra i soprannumerari della provincia sulla base di una graduatoria di merito?
Va, innanzitutto, chiarito che nell’illustrazione delle ragioni del quesito come formulato dall’ente, oltre all’aspetto principale dello stesso che è quello dell’esperibilità, o meno, dell’ordinaria mobilità in presenza del nuovo vincolo, si fa anche riferimento alla concreta difficoltà di poterlo rispettare.
L’osservanza della norma, infatti, imporrebbe di limitare la procedura di mobilità ai soli dipendenti soprannumerari delle province interessate dal riordino (ciò che presupporrebbe l’esclusione dalla procedura di altri dipendenti non interessati dalla ricollocazione), da cui la domanda: se il nuovo, transitorio, regime per le assunzioni a tempo indeterminato escluda l’attivazione delle procedura per la mobilità volontaria ex art. 30 d.lgs. 165/2001.
La Sezione remittente, sul punto, ritiene che nel quesito posto siano sovrapposti due profili tematici che, invece, vanno tenuti distinti: il primo, relativo ai vincoli imposti dal comma 424 alle facoltà di assunzioni a tempo indeterminato a valere sulle risorse a ciò destinate per gli anni 2015 e 2016; il secondo, concernente la possibilità di continuare a fare ricorso, anche per detto biennio, all’istituto della mobilità esterna fra enti che risulta finanziariamente neutra.
Fatta questa premessa, la Sezione remittente considera che il vincolo di attingere dal personale soprannumerario sia limitato solo alle assunzioni e non ai trasferimenti diretti di personale a seguito delle procedure di mobilità. Ciò perché la copertura di un posto in organico con il trasferimento da altro ente per mobilità è consentito, ai sensi dell’art. 1, comma 47, della legge 311/2014, in quanto finanziariamente neutro.
In sostanza poiché tale assunzione non va imputata alla quota di assunzione normativamente prevista (calcolata sulla base dei risparmi di spesa realizzati rispetto al precedente esercizio per pensionamento, decesso ed altre cause) la stessa non incide sull’ammontare delle disponibilità che il comma 424 destina ai surricordati scopi.
E la non imputazione alle nuove assunzioni deriva dal fatto che la cessazione dall’ente cedente non è considerata alla stessa stregua di un pensionamento e, quindi, per il medesimo ente cedente non è un risparmio di spesa da utilizzare per il calcolo di nuove quote di assunzioni; ossia l’ente che assume il dipendente non lo computa nelle quote assunzionali in quanto l’ente che lo ha ceduto non potrà ricoprire quel posto in organico, considerandolo un risparmio di spesa.
Situazione questa che, secondo la Sezione lombarda, non ricorre per il personale soprannumerario delle province, in quanto le corrispondenti dotazioni organiche sono state ridotte, quindi le assunzioni di questo personale non possono che essere imputate alle nuove disponibilità finanziarie. La Sezione remittente ritiene, quindi, che la riserva in favore dei dipendenti sovrannumerari delle province non sia pregiudicata dalle assunzioni a seguito delle ordinarie procedure di mobilità che restano, quindi, consentite.
Tale tesi non può essere condivisa.
A ciò ostano due ragioni: la prima, di metodo logico interpretativo; la seconda, di carattere sostanziale.
Per il primo profilo, deve considerarsi che l’assunto metodologico già considerato nell’affrontare il primo quesito, e cioè che il comma 424 detta una disciplina particolare temporaneamente derogatoria, ha valore, per così dire, conformativo di tutte le necessità esegetiche che riguardano l’attuazione di quella disposizione. Nel risolvere il precedente quesito si è considerato che la sospensione della facoltà di attingere alle graduatorie di altri enti, normalmente consentita in base alle vigenti disposizioni, è giustificata dalle prioritarie finalità di conservazione delle posizioni lavorative dei dipendenti soprannumerari degli enti interessati dal riordino di cui alla legge n. 56/2014.
La stessa motivazione sorregge anche la derogabilità, limitata temporalmente, alle altre disposizioni che consentono di ricoprire posti vacanti in organico mediante passaggio diretto dei dipendenti in servizio presso altre amministrazioni che ne facciano richiesta (c.d. mobilità volontaria). Le ragioni di questa deroga hanno, però, come anticipato, anche un fondamento sostanziale che si va ad illustrare.
Per fare ciò è opportuno partire dai principi contenuti in alcune statuizioni del D.P.C.M. 20.12.2014, registrato alla Corte dei conti l’11.03.2015, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n. 78 del 3 aprile, che disciplina i criteri di utilizzo e le modalità di gestione delle risorse del fondo destinato al miglioramento dell’allocazione del personale presso le pubbliche amministrazioni in esito ai processi di mobilità di cui ai commi 1 e 2 dell’art. 30 del d.lgs. 165/2001.
In detto provvedimento si considera che, in via ordinaria, la mobilità si svolge, nel limite dei posti disponibili nella dotazione organica, con le risorse finanziarie che le amministrazioni pubbliche hanno nella disponibilità dei loro bilanci, nel rispetto della disciplina prevista per la mobilità da finanziare con le risorse per le assunzioni (fattispecie, tra quelle di mobilità elencate nel provvedimento, caratterizzata dal fatto che, si precisa nel DPCM, si svolge tra amministrazioni delle quali almeno una non è soggetta a limitazioni delle assunzioni) e per la mobilità per la quale ricorrano le condizioni di neutralità per la finanza pubblica.
Nel caso di specie ricorre quest’ultima ipotesi per la quale la regola finanziaria che ne governa l’applicazione è che le risorse da spendere per ricoprire un posto in organico attraverso la procedura di mobilità volontaria, sono costituite da quelle non computabili sull’ammontare delle disponibilità finanziarie da destinare alle assunzioni (queste ultime per il 2015 ed il 2016 sono individuate dall’art. 3, comma 5, del decreto legge 24.06.1990, n. 90 convertito, con modificazioni, dalla legge 11.08.2014, n. 114).
In pratica l’assunzione per mobilità non riduce le facoltà assunzionali dell’ente in quanto queste facoltà che hanno il loro parametro finanziario nelle risorse risparmiate nel precedente esercizio, restano integre mentre la nuova assunzione nell’aggregato finanziario complessivo del comparto rimane compensata dall’impossibilità di coprire il posto rimasto vacante nell’ente di provenienza.
Tuttavia bisogna tenere conto del fatto che l’art. 1, comma 424, oltre a destinare le risorse appena ricordate e cioè una quota proporzionale dei risparmi di spesa realizzati rispetto all’anno di riferimento, vincola anche le rimanenti disponibilità commisurate ai medesimi risparmi di spesa, solo per l’applicazione dei processi di mobilità per il ricollocamento del personale soprannumerario di cui all’art. 1, comma 424, della legge n. 190/2014.
Non solo. Il legislatore ha anche stabilito –ed è questo il punto più rilevante- che le spese per il personale ricollocato secondo il comma 424 in esame, non si calcolano al fine del rispetto del tetto di spesa di cui all’art. 557 dell’art. 1, della legge 27.12.2006, n. 296, fermo restando il rispetto del patto di stabilità e la sostenibilità finanziaria che diventano i limiti sostanziali invalicabili. E’ noto che dalle componenti del predetto tetto, come statuito anche nelle linee guida per la relazione alla Sezione regionale di controllo della Corte dei conti (art. 1, commi 166 e ss. L. 266/2005) dell’organo di revisione contabile del Comune (da ultimo: Delibera Sez. autonomie n. 18/2013/SEZAUT/INPR), non sono escluse le spese per il personale assunto per mobilità.
Ora, se lo stesso comma 424 prevede, come appena ricordato, che le ulteriori risorse impiegate per le ricollocazioni non rilevano ai fini del tetto di spesa, fermi restando gli altri due limiti invalicabili (Patto di stabilità interno e sostenibilità), sarebbe incongruo far salva una quota di questo tetto e, conseguentemente, una porzione di detti limiti, per il personale assunto per mobilità volontaria, che non ha la priorità riconosciuta, invece, dal comma 423 dell’art. 1 della legge 190/2014, alla ricollocazione del personale soprannumerario secondo le modalità del comma 424.
E’ conseguenziale, quindi, che anche questi spazi assunzionali debbano essere disponibili per il ricollocamento delle unità soprannumerarie e fino al completo ricollocamento dello stesso personale al termine del quale non vi sono ostacoli all’attivazione di tali procedure di mobilità. In altri termini, vero è che in astratto l’art. 1, comma 424, della legge di stabilità non innova nella disciplina della mobilità volontaria per cui, sempre in linea teorica, non sembrerebbero sussistere ostacoli alla sua operatività, ma la priorità della ricollocazione del personale “destinatario delle procedure di mobilità” secondo le previsioni del comma 424, non è compatibile con la operatività, per il limitato arco temporale dei due esercizi 2015 e 2016, delle disposizioni di mobilità volontaria, salvo la completa ricollocazione del personale soprannumerario. Anche in questo caso è opportuno richiamare la ricordata circolare n. 1/2015 che nell’evidenziare i “divieti e gli effetti derivanti dai commi 424 e 425 per le amministrazioni pubbliche” precisa che non sono consentite procedure di mobilità.
Per dette ragioni deve ritenersi che per il 2015 ed il 2016 agli enti locali è consentito indire bandi di procedure di mobilità riservate esclusivamente al personale soprannumerario degli enti di area vasta. A conclusione del processo di ricollocazione del personale soprannumerario destinatario dei processi di mobilità, è ammissibile indire le ordinarie procedure di mobilità volontaria.
2.3. Terzo quesito.
Se nell’ambito del personale soprannumerario della provincia non sono presenti profili professionali adeguati alla coperture dei posti per i quali si ricerca la risorsa umana, è possibile ritenere l’ente locale svincolato dagli obblighi contenuti nel comma 424?
In ordine al quesito appena riassunto il Comune chiede se sia possibile ritenere l’ente locale svincolato dagli obblighi contenuti nel comma 424 nel caso in cui, nell’ambito del personale soprannumerario della provincia, non siano presenti profili professionali adeguati alla copertura dei posti per i quali si ricerca la risorsa umana.
La Sezione remittente ritiene che la sanzione di nullità comminata dal comma 424 in esame, per assunzioni a tempo indeterminato fatte senza l’osservanza dei vincoli ivi imposti, comprovi la esclusività di tale disciplina e, quindi, l’impossibilità di procedere ad utilizzare le risorse assunzionali a tempo indeterminato al di fuori dei casi considerati.
Sull’argomento oggetto del quesito vengono in evidenza due disposizioni della disciplina legislativa concernente la mobilità: la prima, l'art. 30, comma 1, del d.lgs. n. 165/2001, in base al quale le amministrazioni possono ricoprire i posti vacanti in organico mediante passaggio diretto di dipendenti appartenenti a una qualifica corrispondente e in servizio presso altre amministrazioni; la seconda, il comma 1-bis, dello stesso art. 30, in base al quale, “l’amministrazione di destinazione provvede alla riqualificazione dei dipendenti….eventualmente avvalendosi, ove sia necessario predisporre percorsi specifici o settoriali di formazione, della Scuola nazionale dell’amministrazione”.
In sostanza in base alla legge deve esserci una corrispondenza tra qualifica professionale acquisita nell’ente cedente e professionalità necessaria ai compiti da assolvere nell’ente di entrata. Se non c’è corrispondenza o equivalenza di professionalità, resta la possibilità di riqualificazione. In base a questi presupposti, l’unico ostacolo all’immissione negli organici dell’ente ricevente è la totale carenza dei requisiti soggettivi di professionalità richiesti in base alla legge e alla contrattazione collettiva nazionale per ricoprire il posto in organico disponibile.
D’altra parte, va anche considerato che la ricollocazione non può operare se non garantendo alle unità ricollocate la posizione giuridica ed economica in godimento, almeno con riferimento al trattamento fondamentale e accessorio, come stabilito dall’art. 1, comma 96, lett. a) della legge n. 56/2014 per il personale trasferito a seguito di trasferimento delle funzioni.
Oltre a queste considerazioni rilevanti sul piano giuridico-formale, a risolvere il quesito posto concorrono anche ragioni di ordine sostanziale. Tali sono quelle che si pongono qualora sia ravvisata la sussistenza dell’assoluta ed ineludibile necessità per il Comune che deve assumere l’unità di specifica e legalmente qualificata professionalità, di dover garantire l’espletamento di un servizio essenziale alle cui prestazioni la predetta professionalità è strettamente funzionale.
Sotto questo profilo si oppongono due esigenze: da una parte, la conformità dell’azione amministrativa alle norme che disciplinano, nei limiti più volte ripetuti, le assunzioni a tempo indeterminato negli enti locali per il 2015 ed il 2016 secondo le previsioni dell’art. 1, comma 424, della legge di stabilità; dall’altra l’obbligo di garantire l’esercizio dei servizi essenziali che presidiano interessi pubblici direttamente tutelati anche a livello costituzionale. Tali esigenze costituiscono implicito limite alla prescritta ricollocazione del personale soprannumerario laddove tra questo non sia presente la professionalità richiesta dal Comune.
Infatti la presenza delle descritte condizioni eccezionali che caratterizzano le esigenze dell’ente che ha bisogno di risorse con particolari professionalità, fa venir meno la finalità derogatoria delle disposizioni del comma 424 che, come si è ricordato nella premessa, è concretamente riferibile alla priorità della specifica e temporanea esigenza della ricollocazione del personale soprannumerario degli enti destinatari del riordino ex lege n. 56/2014.
Conclusivamente al quesito posto va data la seguente soluzione: se l’ente deve coprire un posto di organico per il quale è prevista una specifica e legalmente qualificata professionalità, eventualmente attestata da titoli di studio precisamente individuati –in quanto tale assunzione è necessaria per garantire l’espletamento di un servizio essenziale, alle cui prestazioni la predetta professionalità è strettamente e direttamente funzionale- non potrà ricollocare in quella posizione unità soprannumerarie sprovviste di tale requisiti. E se questa dovesse essere l’unica esigenza di organico da soddisfare nell’arco del biennio considerato dalla norma, una volta constatata l’inesistenza di tali professionalità tra le unità soprannumerarie da ricollocare, l’ente potrà procedere ad assumere nei modi ordinari. Tale ricerca va riferita non al solo personale della Provincia di appartenenza, ma a tutto il personale delle Province interessate alla ricollocazione come individuato ai sensi del comma 422 dell’art. 1 della legge 190/2014.
2.4. Quarto quesito.
A quale limite di spese destinate alle assunzioni a tempo indeterminato fanno riferimento i primi due capoversi del comma 424 prevedendo la medesima disposizione fattispecie diverse?
Il quesito appena rubricato prospetta difficoltà interpretative relative alla precisa individuazione dell’ammontare delle disponibilità finanziarie destinabili alle assunzioni a tempo indeterminato a seconda che si proceda ad un’assunzione dei vincitori collocati in graduatoria o ad una ricollocazione.
Al riguardo va precisato che il legislatore ha indicato le risorse da destinare alle assunzioni a tempo indeterminato per il 2015 ed il 2016 per le regioni e gli enti locali, individuando due plafond: uno, indistintamente, utilizzabile per le assunzioni da graduatorie approvate e per la ricollocazione delle unità soprannumerarie, l’altro, solo per la predetta ricollocazione. Il primo, è quello quantificato in termini percentuali dei risparmi di spesa destinabili a nuove assunzioni negli esercizi 2015 (60% della spesa del personale di ruolo cessato nell’anno precedente) e 2016 (80% dello stesso parametro) secondo le disposizioni di cui all’art. 3, comma 5 del D.L. 90/2014; il secondo corrispondente al complemento a 100 delle medesime percentuali (40% per il 2015, 20% per il 2016).
Precisa ancora il legislatore che le sole spese per le assunzioni a tempo indeterminato finalizzate alla ricollocazione non rilevano al fine del rispetto del tetto di spesa di cui al comma 557 dell’art. 1 della legge 27.12.2006, n. 296, fermi restando i vincoli del patto di stabilità interno e la sostenibilità finanziaria e di bilancio dell’ente.
Conclusivamente va precisato che la capacità di assunzioni a tempo indeterminato dei vincitori di concorso pubblico collocato nelle graduatorie dell’ente” si esaurisce con l’utilizzazione delle risorse corrispondenti “ad una spesa pari al 60 per cento (80 per cento nel 2016) di quella relativa al personale di ruolo cessato nell’anno precedente”; le ulteriori risorse corrispondenti al complemento a cento delle ricordate percentuali sono destinabili unicamente alle assunzioni per ricollocazione. Non è ammessa una promiscua utilizzazione di queste ultime risorse destinandone parte alle predette assunzioni da graduatorie.
2.5. Quinto quesito.
Nell’osservanza del vincolo introdotto dal comma 424 con riferimento al personale soprannumerario destinatario dei processi di mobilità, tale deve intendersi esclusivamente il personale della Provincia nella cui circoscrizione territoriale ricade l’ente che deve assumere oppure il personale delle Province che la funzione pubblica provvederà ad indicare e quindi di altre Province?
Secondo il giudizio della Sezione remittente dal dato normativo di riferimento non pare ricavarsi alcun indice dal quale poter inferire che il singolo ente possa fare riferimento al solo personale della Provincia di appartenenza, facendo, di contro, propendere per la soluzione opposta la ratio stessa dell’intervento normativo in esame.
Sul punto, già nella risposta al quesito numero uno sono state fatte le relative considerazioni secondo le quali è stato precisato che l’ambito di operatività della disposizione (comma 424 dell’art. 1 della legge 190/2014) non va inteso limitato alla sola ricollocazione del personale soprannumerario della provincia di appartenenza, ma alla completa ricollocazione del personale soprannumerario senza alcuna limitazione geografica.
In questo senso, del resto, va pure ribadito, sono gli indirizzi emanati con la circolare n. 1 del 30.01.2015 del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione e dei Ministro per gli affari regionali e le autonomie sopra richiamata, che, al riguardo, prevede che "qualora l'osservatorio nazionale rilevi che il bacino del personale da ricollocare è completamente assorbito, vengono adottati appositi atti per ripristinare le ordinarie facoltà di assunzione alle amministrazioni interessate".
Al quesito posto, concordemente alla tesi della Sezione remittente, va data soluzione precisando che nell’applicazione delle disposizioni che vincolano le risorse destinate alle assunzioni a tempo indeterminato per la parte relativa alla ricollocazione del personale sovrannumerario delle province vanno considerate tutte le unità da ricollocare e non solo quelle della provincia nella cui circoscrizione territoriale ricade l’ente che deve fare le assunzioni.
3. Questione rimessa dalla Sezione regionale di controllo per la Lombardia con la deliberazione 04.03.2015, n. 87/2015/QMIG.
Il Sindaco del Comune di Borgo Virgilio (MN), istituito a seguito di fusione approvata dalla Regione Lombardia con L.R. 9/2014, con nota del 13.02.2015, ha avanzato alla Sezione due quesiti di cui solo il seguente è stato rimesso alla Sezione delle autonomie:
3.1 Quesito unico.
E’ possibile applicare il parametro derogatorio, previsto dal comma 424 della legge di stabilità 2015, relativo alla non computabilità delle spese del personale ricollocato relativamente al solo comma 557 dell'art. 1 della legge n. 296/2006, anche all'analoga disposizione contenuta nel successivo comma 562 relativo agli enti non soggetti al rispetto del patto di stabilità?
In ordine alla questione appena riassunta è condivisibile la tesi della Sezione remittente. Detta Sezione nel valutare l’estensibilità, o meno, del parametro derogatorio previsto dal comma 424, relativo alla non computabilità nel tetto di spesa ex comma 557, anche al tetto valido per gli enti considerati dal successivo comma 562 ritiene che una lettura in chiave sistematica della deroga in esame non possa che portare –nei limiti ivi precisati- ad una risposta positiva.
Giustamente annota, ancora, la Sezione lombarda, non ammettere una tale interpretazione estensiva sembrerebbe, infatti, comportare una sterilizzazione, proprio per gli enti di minore dimensione, dell'effettività dell'intervento in esame e potrebbe frustrare la ratio di salvaguardia dei livelli occupazionali, che, come argomentato nella richiamata deliberazione n. 85/2015/QMIG, appare fortemente connotare il provvedimento in esame.
Conclusivamente si può affermare che il parametro derogatorio, previsto dal comma 424, relativo alla non computabilità delle spese del personale ricollocato nel tetto di spesa ex comma 557 dell'art. 1 della legge n. 296/06, possa intendersi esteso anche all'analoga disposizione contenuta nel successivo comma 562 relativo agli enti non soggetti al rispetto del patto di stabilità interno.
4. Questioni rimesse dalla Sezione regionale di controllo per il Piemonte con la deliberazione 04.03.2015 n. 26/2015/SRCPIE/QMIG.
Il Sindaco del Comune di Comune di Omegna (VCO), con nota del 06.03.2015, ha posto alla Sezione i seguenti quesiti in ordine all’applicazione del comma 424 dell’art. 1 della legge di stabilità 2015:
Primo quesito.
E’ possibile effettuare assunzioni a tempo determinato, nel rispetto dei requisiti previsti dalla legge?
Secondo quesito.
E’ possibile conferire un incarico dirigenziale ai sensi dell’art. 110, comma 1, del TUEL?
Nella premessa metodologica alla presente disamina delle questioni di massima poste, si è precisato che l’esame delle questioni è limitato alle difficoltà interpretative, sotto il profilo letterale, sistematico e logico, direttamente ed esclusivamente connesse al tenore dell’art. 1, comma 424, della legge 190/2014; altri istituti concernenti altre facoltà assunzionali degli enti interessati, anche se indirettamente rilevanti nell’ambito del lavoro esegetico, restano fuori dal perimetro della questione di massima.
La ragione di questa delimitazione dell’ambito esegetico risiede nel fatto che il comma 424 contiene solo un espresso regime derogatorio a specifiche norme che regolano la fattispecie dei limiti e dei vincoli alle assunzioni a tempo indeterminato. Ciò comporta che la pronuncia di orientamenti interpretativi su altre disposizioni non toccate da alcuna novella legislativa esorbita dalla stessa funzione nomofilattica, attesa la diversità della disciplina e delle fattispecie considerate. Tali fattispecie, estranee alle disposizioni contenute nell’art. 1, comma 424 della legge 190/2014, restano confermate nella loro peculiare disciplina normativa anche per quello che attiene ai relativi vincoli previsti dalle leggi.
Gli specifici quesiti in argomento che si ricordano: il primo, teso a conoscere se sia possibile effettuare assunzioni a tempo determinato, nel rispetto dei requisiti previsti dalla legge; il secondo, se sia possibile conferire un incarico dirigenziale ai sensi dell’art. 110, comma 1, del TUEL esorbitano, dunque, secondo i criteri appena enunciati, dal tema delle difficoltà interpretative ed applicative del comma 424; sugli stessi, quindi, non vi è luogo a deliberare.
Terzo quesito.
E’ possibile effettuare assunzioni tramite mobilità volontaria di personale in entrata per la copertura di posti infungibili che non è possibile coprire mediante concorso?
Per quel che riguarda il quesito appena riassunto la Sezione remittente si esprime negativamente argomentando che una tale assunzione comunque sottrarrebbe un posto dell’organico alle possibilità di ricollocazione. Il punto specifico dell’esperibilità della mobilità volontaria è stato analizzato nel secondo quesito e in quella sede sono state illustrate le ragioni che conducono a ritenere non esperibile la mobilità volontaria; al riguardo si ritiene di confermare le argomentazioni già svolte che, in sostanza, contengono quelle espresse dalla Sezione del Piemonte.
Tuttavia esigenze di coerenza impongono di puntualizzare che laddove l’infungibilità integri le specifiche ed eccezionali condizioni già esplicitate nella risposta al terzo quesito della Sezione regionale di controllo della Lombardia, che qui integralmente si richiamano, la mobilità volontaria così finalizzata sia esperibile.
In relazione a quanto considerato deve essere premesso che la condizione di infungibilità che assume rilevanza ai fini della derogabilità ai vincoli imposti dall’art. 1, comma 424, della legge 190/2014 è quella che presuppone il ricorrere dei seguenti requisiti: a) che per il posto da ricoprire sia prevista una specifica e legalmente qualificata professionalità, eventualmente attestata, da titoli di studio precisamente individuati; b) l’assunzione deve essere necessaria per garantire l’espletamento di un servizio essenziale, alle cui prestazioni la predetta professionalità è strettamente e direttamente funzionale.
Sussistendo le descritte condizioni e constatata l’inesistenza di tali professionalità tra le unità soprannumerarie da ricollocare, l’ente potrà procedere ad assumere anche con la procedura della mobilità volontaria. La suddetta ricerca va riferita non al solo personale della Provincia di appartenenza, ma a tutto il personale delle Province interessate alla ricollocazione, individuato ai sensi del comma 422 dell’art. 1 della legge 190/2014.
P.Q.M.
La Sezione delle autonomie della Corte dei conti, sulle questioni interpretative poste dalla Sezione regionale di controllo per il Piemonte con la deliberazione n. 26/2015/QMIG e dalla Sezione regionale di controllo per la Lombardia con le deliberazioni n. 85/2015/QMIG e n. 87/2015/QMIG, pronuncia i seguenti principi di diritto:
1) “
per gli anni 2015 e 2016 la facoltà di attingere alle graduatorie di concorsi pubblici approvati da altri enti locali, astrattamente riconosciuta dall’art. 4, comma 3-ter del decreto legge 31.08.2013, n. 101, convertito dalla legge 30.10.2013, n. 125, è preclusa fino alla completa ricollocazione del personale soprannumerario senza alcuna limitazione geografica”;
2) “
per il 2015 ed il 2016 agli enti locali è consentito indire bandi di procedure di mobilità riservate esclusivamente al personale soprannumerario degli enti di area vasta. A conclusione del processo di ricollocazione del personale soprannumerario destinatario dei processi di mobilità, è ammissibile indire le ordinarie procedure di mobilità volontaria”;
3) “
se l’Ente che deve utilizzare le risorse finanziarie destinate ad assunzioni a tempo indeterminato, deve coprire un posto di organico per il quale è prevista una specifica e legalmente qualificata professionalità attestata, ove contemplato dalla legge, da titoli di studio precisamente individuati e che tale assunzione è necessaria per garantire l’espletamento di un servizio essenziale, alle cui prestazioni la predetta professionalità è strettamente e direttamente funzionale, non potrà ricollocare in quella posizione unità soprannumerarie sprovviste di tale requisiti.
Sussistendo tali condizioni e constatata l’inesistenza di tali professionalità tra le unità soprannumerarie da ricollocare, l’ente potrà procedere ad assumere nei modi ordinari. Tale ricerca va riferita non al solo personale della Provincia di appartenenza, ma a tutto il personale delle Province interessate alla ricollocazione, individuato ai sensi del comma 422 dell’art. 1 della legge 190/2014
”.
4) “
la capacità di assunzioni a tempo indeterminato dei vincitori di concorso pubblico collocato nelle graduatorie dell’ente” si esaurisce con l’utilizzazione delle risorse corrispondenti “ad una spesa pari al 60 per cento (80 per cento nel 2016) di quella relativa al personale di ruolo cessato nell’anno precedente”; le ulteriori risorse corrispondenti al complemento a cento delle ricordate percentuali è destinabile unicamente alle assunzioni per ricollocazione.
Non è ammessa una promiscua utilizzazione di queste ultime risorse destinandone parte alle predette assunzioni da graduatorie
”.
5) “
nell’applicazione delle disposizioni che vincolano le risorse destinate alle assunzioni a tempo indeterminato per la parte relativa alla ricollocazione del personale soprannumerario delle province vanno considerate tutte le unità da ricollocare e non solo quelle della provincia nella cui circoscrizione territoriale ricade l’ente che deve fare le assunzioni”.
6) “
il parametro derogatorio, previsto dal comma 424, relativo alla non computabilità delle spese del personale ricollocato nel tetto di spesa ex comma 557 dell'art. 1 della legge n. 296/2006, deve intendersi esteso anche all'analoga disposizione contenuta nel successivo comma 562 relativo agli enti non soggetti al rispetto del patto di stabilità interno”;
7) “
se il posto da coprire sia infungibile intendendosi tale, un posto per il quale è prevista una professionalità legalmente qualificata, eventualmente attestata, da titoli di studio precisamente individuati e che tale assunzione è necessaria per garantire l’espletamento di un servizio essenziale, alle cui prestazioni la predetta professionalità è strettamente e direttamente funzionale, non potrà ricollocare in quella posizione unità soprannumerarie sprovviste di tale requisiti.
E se questa dovesse essere l’unica esigenza di organico da soddisfare nell’arco del biennio considerato dalla norma, una volta constatata l’inesistenza di tali professionalità tra le unità soprannumerarie da ricollocare, l’ente potrà procedere ad assumere nei modi ordinari. Tale ricerca va riferita non al solo personale della Provincia di appartenenza, ma a tutto il personale delle Province interessate alla ricollocazione come individuati ai sensi del comma 422 dell’art. 1 della legge 190/2014
”.
Non vi è luogo a deliberare per il primo ed il secondo quesito rubricati al punto 4 della parte motiva e che si riassumono: il primo, teso a conoscere se sia possibile effettuare assunzioni a tempo determinato, nel rispetto dei requisiti previsti dalla legge; il secondo, se sia possibile conferire un incarico dirigenziale ai sensi dell’art. 110, comma 1, del TUEL (Corte dei Conti, Sez. Autonomie, deliberazione 16.06.2015 n. 19).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOLa Sezione ritiene che il recupero da parte della Pubblica Amministrazione di somme indebitamente erogate in eccesso ai propri dipendenti debba riguardare gli importi computati al netto, per le ragioni che si passano ad esporre.
Le ritenute fiscali previdenziali ed assistenziali non sono ripetibili dai dipendenti, in quanto trattasi di somme che non sono mai entrate nella sfera patrimoniale di disponibilità di questi ultimi, secondo la prevalente giurisprudenza amministrativa e di legittimità.
La Sezione raccomanda la conseguente regolarizzazione dei rapporti con gli Enti interessati alla materia previdenziale, assicurativa e fiscale, anche ai fini della trasparenza dei relativi conti.
Vero è che, in caso di indebita erogazione di denaro al pubblico dipendente, la buona fede di quest’ultimo non preclude la ripetizione degli emolumenti erroneamente corrisposti - attesa la sussistenza in capo all’Ente di un vero e proprio diritto soggettivo a contenuto patrimoniale.
Il recupero si atteggia come comportamento doveroso, privo di valenza provvedimentale che discende direttamente dall’art. 2033 cod. civ. non rinunciabile, in quanto correlato al perseguimento delle finalità di pubblico interesse alle quali sono istituzionalmente destinate le somme indebitamente erogate.
In conclusione,
la ripetizione dell’indebito ai sensi dell’art. 2033, c.c., è sì un diritto-dovere della Pubblica Amministrazione, ma che va esercitato ed adempiuto sulla base del netto percepito dal pubblico dipendente.

---------------
Con nota indicata in epigrafe, non inoltrata a questa Sezione tramite il C.A.L., il Sindaco del Comune di Tarquinia ha formulato richiesta di parere in materia di recupero di emolumenti indebitamente erogati ai propri dipendenti appartenenti al Corpo di Polizia Locale, in quanto risultati non dovuti all’esito di una verifica effettuata dal MEF (Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato-Ispettorato generale di Finanza) sul periodo 2004-2008, per chiedere se il recupero di quanto indebitamente percepito dai dipendenti vada effettuato al lordo o al netto delle trattenute previdenziali, assicurative e fiscali.
...
Quanto agli specifici termini del quesito ermeneutico, il Sindaco del Comune di Tarquinia ha preliminarmente esposto che, nell’anno 2009, il Comune è stato sottoposto ad una verifica da parte del MEF il quale, in relazione al periodo 2004-2008, ha rilevato una non corretta applicazione cumulativa dei benefici di cui agli articoli 22 e 24 del CCNL del 14.09.2009 al personale turnista appartenente al Corpo di Polizia Municipale.
Vi è stato, com’è noto, nella prassi amministrativa e giurisprudenziale, un acceso dibattito circa la cumulabilità -per tali turnisti- degli aumenti retributivi di cui all’art. 22, comma 5, del citato CCNL che, a compensazione del disagio correlato all’articolazione dell’orario in turni, prevede una “indennità di turno” (consistente nella maggiorazione della retribuzione mensile del personale “turnista”, con fissazione di specifiche percentuali per il lavoro turnario cadente nelle festività,) con i benefici di cui all’art. 24 che, a compensazione della maggior penosità del lavoro festivo, riconosce comunque una “maggiorazione oraria del 50%” per il lavoro festivo anche infrasettimanale ed un “riposo compensativo”.
Quest’ultimo riposo è previsto come cumulativo rispetto alla maggiorazione retributiva, per chi lavora nel giorno di riposo: 24, comma 1; oppure come alternativo ad essa, in base alla scelta espressa da chi lavora in giorno festivo infrasettimanale: 24, comma 2, del CCNL del 14/09/2009.
L’orario lavorativo dei Vigili Urbani, per legittima scelta discrezionale del Comune di Tarquinia (Consiglio di Stato n. 3047/06; n. 3691/06 e n. 3696/06), si è sempre articolato turnariamente su sette giorni, comprese le festività anche infrasettimanali e, nel periodo in questione (2004-2008), si è sempre riconosciuta la cumulabilità dei menzionati istituti (art. 22 e art. 24), in adeguamento alla prevalente giurisprudenza di legittimità e di merito.
Il MEF, per converso, condividendo il contrario orientamento dell’ARAN e del Dipartimento della Funzione Pubblica-UPPA (parere n. 4/08 del 15.01.2008) ha ritenuto -all’esito dell’ispezione- non riconoscibili ai turnisti della Polizia Municipale di Tarquinia i benefici di cui all’art. 24, comma 2, del CCNL.
A ciò si è adeguato il Comune di Tarquinia dal 2008, con provvedimento del Segretario Generale n. 19172 del 09.07.2008, che ha dettato conformi direttive ermeneutiche ed applicative ed è stato poi confermato da un parere del Ministero dell’Interno, che il Comune ha dovuto richiedere, stante lo stato di perdurante agitazione dei Vigili Urbani.
Ciò nonostante, le organizzazioni sindacali di categoria ed i lavoratori turnisti hanno continuato ad invocare l’applicazione delle sentenze favorevoli emanate dalle S.U. della Cassazione sull’argomento, richiedendo soluzioni in sede di contrattazione decentrata integrativa e proponendo accordi conciliativi, ma il Comune ha tenuto fermo il proprio diniego, ricordando anche la sussistenza del divieto di estensione analogica delle decisioni giurisprudenziali favorevoli passate in giudicato, emanate in materia di personale delle amministrazioni pubbliche, di cui all’art. 1, comma 132, della L. n. 311 del 30.12.2004 e s.m.i., confermato e prorogato dall’art. 1, comma 6, del D.L. 30.12.2008, n. 207.
All’esito dei tentativi obbligatori di conciliazione avviati dai lavoratori per continuare a fruire della normativa di favore, respinti dal Comune, sono stati rigettati anche i relativi ricorsi proposti dai dipendenti al Giudice del Lavoro di Civitavecchia.
Nel frattempo, tuttavia, per quanto riconosciuto ai lavoratori turnisti nel pregresso periodo 2004-2008, oggetto di ispezione da parte del MEF, il 30.05.2011 è intervenuta, su delega della Procura contabile operante presso la Sezione giurisdizionale per il Lazio, la Guardia di Finanza, che ha richiesto al Comune i prospetti di tutte le giornate lavorative festive infrasettimanali non lavorate o recuperate in via compensativa in errata applicazione dell’art. 24.
Il Comune le ha fornite, effettuando il computo del loro valore complessivo al lordo delle ritenute previdenziali, assistenziali e fiscali. Di conseguenza il MEF ha sollecitato il Comune di Tarquinia a procedere al recupero delle somme indebitamente erogate ai propri dipendenti, i quali hanno invano invocato soluzioni conciliative alternative, almeno in parte, al recupero monetario.
Il Comune non ha potuto dunque avallare tali proposte alternative, a causa della ferma opposizione del medesimo MEF che, con nota n. 78496 dell’08.10.2014, ha rammentato la doverosità e l’irrinunziabilità del recupero dell’indebito da parte delle PP.AA. secondo il Consiglio di Stato ed ha espressamente invitato l’Ente ad avviare le procedure di recupero, eventualmente anche coattivo.
Il Comune di Tarquinia ha pertanto inviato le relative diffide e messe in mora, nonostante sussistessero -a parere dell’Ente- difficoltà connesse all’aggravio di spese legali ed ai rischi di soccombenza correlati alle procedure esecutive di ripetizione degli indebiti.
Ciò posto, e riferito che diversi interessati hanno proposto istanze di rateizzazione, il Sindaco di Tarquinia chiede di conoscere se il recupero da parte della Pubblica Amministrazione di somme indebitamente erogate ai dipendenti debba riguardare gli importi considerato al lordo delle ritenute previdenziali, assicurative e fiscali, oppure se le somme in questione debbano essere richieste al netto delle ritenute operate dall’Ente all’atto del pagamento dell’indebito e quindi mai entrate nella sfera patrimoniale personale degli interessati.
La Sezione, senza ovviamente fare osservazioni, peraltro non richieste, circa il merito della questione relativa alla debenza o meno di detti benefici contrattuali, ritiene che il recupero da parte della Pubblica Amministrazione di somme indebitamente erogate in eccesso ai propri dipendenti debba riguardare gli importi computati al netto, per le ragioni che si passano ad esporre.
Le ritenute fiscali previdenziali ed assistenziali non sono ripetibili dai dipendenti, in quanto trattasi di somme che non sono mai entrate nella sfera patrimoniale di disponibilità di questi ultimi, secondo la prevalente giurisprudenza amministrativa (Consiglio di Stato, sez. III, 04.07.2011 n.3984, sez. VI, 02.03.2009, n. 1164, Tar Lombardia n. 2789/2014, Tar Umbria n. 559/2013, Tar Lazio, n. 2661/2013) e di legittimità (Cassazione, sentenza n. 1464 del 2012 e n. 18584 del 2008).
La Sezione raccomanda la conseguente regolarizzazione dei rapporti con gli Enti interessati alla materia previdenziale, assicurativa e fiscale, anche ai fini della trasparenza dei relativi conti.
Vero è che, in caso di indebita erogazione di denaro al pubblico dipendente, la buona fede di quest’ultimo non preclude la ripetizione degli emolumenti erroneamente corrisposti - attesa la sussistenza in capo all’Ente di un vero e proprio diritto soggettivo a contenuto patrimoniale (Corte conti, Sezione Regionale di controllo Lombardia, deliberazione n. 65/2010/PAR).
Il recupero si atteggia come comportamento doveroso, privo di valenza provvedimentale che discende direttamente dall’art. 2033 cod. civ. (Consiglio di Stato sez. IV n. 2203/2004. Sez. VI n. 1045/2002) non rinunciabile, in quanto correlato al perseguimento delle finalità di pubblico interesse alle quali sono istituzionalmente destinate le somme indebitamente erogate.
In conclusione,
la ripetizione dell’indebito ai sensi dell’art. 2033, c.c., è sì un diritto-dovere della Pubblica Amministrazione, ma che va esercitato ed adempiuto sulla base del netto percepito dal pubblico dipendente (Corte dei Conti, Sez. controllo Lazio, parere 15.06.2015 n. 125).

GIURISPRUDENZA

ENTI LOCALI - VARI: Stop alle multe da autovelox: le verifiche per cittadini e polizia. Dopo la Consulta. Cosa cercare sul verbale, la segnaletica e i termini.
Che ne sarà delle multe da autovelox? E che possono fare le decine di migliaia di cittadini con un pagamento o un ricorso pendente?
Dopo la sentenza 18.06.2015 n. 113 della Corte costituzionale (si vedano i servizi pubblicati sul Sole 24 Ore di ieri) che ha dato uno stop agli apparecchi non sottoposti a controlli periodici -di norma quelli in uso alle pattuglie- che ne garantiscano l’esatto funzionamento occorre qualche “istruzione per l’uso”.
Prima di tutto per i cittadini destinatari delle sanzioni per violazione dei limiti di velocità. E in secondo luogo anche per le forze dell’ordine che utilizzano le “macchinette” incriminate.
Per i multati la prima mossa è quella di verificare la legittimità di rilevazione dell’infrazione: va fatto, quindi, un controllo di natura formale. Il verbale, in assenza di contestazione immediata, deve essere notificato entro 90 giorni, pena l’estinzione della violazione. Inoltre, secondo una sentenza del Tribunale di Piacenza datata 8 giugno 2013, i verbali per eccesso di velocità dovrebbero contenere espressa menzione della presenza a distanza regolamentare della segnaletica di preavviso. La segnalazione preventiva del controllo, sia esso mobile (con tele laser) o con apparecchiature fisse automatiche, è sempre verificabile dal presunto trasgressore perché deve essere ben visibile e avvistabile dal conducente.
È poi chiaro che il problema della “taratura” (cioè il controllo) dei misuratori è destinato a riverberarsi sui ricorsi: in assenza di taratura periodica, il verbale dovrà essere archiviato. Abbiamo già rilevato ieri che -di norma- gli autovelox automatici sono controllati (quindi niente ricorso) mentre latitano le verifiche per quelli mobili utilizzati dalle forze dell’ordine o delle polizie locali. Quindi, per vedere se l’apparecchio utilizzato è stato sottoposto a verifica occorre cercare sul verbale se era o no presente una pattuglia. Se c’era, in qualche caso il verbale scioglie comunque i dubbi perché attesta il controllo dello strumento. Altre volte occorre invece chiedere al corpo di polizia.
Passando agli obblighi delle forze dell’ordine che si trovano a rilevare e sanzionare gli eccessi di velocità, il primo è quello di predisporre e controllare sia la segnaletica relativa al limite di velocità, sia quella di preavviso della postazione di controllo (posizionata in maniera ben visibile) e rispettare le previste distanze, in modo che il conducente possa adeguare la velocità del veicolo; la preventiva informazione mediante segnaletica costituisce un requisito di legittimità della contestazione (Cassazione civile n. 14514/2009).
A seguito della sentenza della Consulta n. 113, in assenza di una normativa generale, gli organi di polizia che utilizzano le apparecchiature devono procedere a una verifica degli autovelox almeno annuale sulla base di quanto stabilito dai diversi decreti di omologazione, che rimandano al manuale di istruzioni fornito dalle aziende produttrici.
Sarà di conseguenza opportuno tenere un registro dei controlli effettuati periodicamente sull’apparecchiatura, con particolare cura in riferimento alla manutenzione e taratura; riportare sul verbale di violazione la data di taratura sarebbe il massimo della trasparenza dell’azione amministrativa, oltre a evitare una nutrita serie di richieste di informazioni sull’efficienza dei misuratori e ricorsi contro i verbali.
Ma l’intervento della Corte costituzionale, può avere anche risvolti di maggior portata. Infatti, scorrendo la motivazione della sentenza, emerge con chiarezza che un’interpretazione costituzionalmente corretta dell’articolo 45 del Codice della strada postula una normativa, seppure di secondo grado, uniforme per tutte le apparecchiature finalizzate al delicato compito di verificare la velocità di percorrenza dei veicoli.
Affidarsi ai manuali di istruzione, modellati evidentemente su esigenze di produzione, sembra abbastanza riduttivo. Per fugare ogni dubbio, sarebbe auspicabile un intervento normativo
(articolo Il Sole 24 Ore del 20.06.2015).

ENTI LOCALI - VARI: Tutti gli autovelox vanno tarati. Anche se utilizzati alla presenza di una pattuglia. La Corte costituzionale ha bocciato parte dell'art. 45 del codice della strada.
Tutti i misuratori elettronici della velocità dei veicoli devono essere sottoposti a verifica di funzionalità o taratura periodica. Anche se gli strumenti vengono utilizzati con la presenza della pattuglia.

Lo ha chiarito definitivamente la Corte costituzionale con la sentenza 18.06.2015 n. 113 che dichiara la parziale illegittimità dell'art. 45 del codice stradale.
Un automobilista incorso nei rigori dell'autovelox, convinto sostenitore della necessità della taratura e delle verifiche periodiche degli strumenti di controllo del traffico, ha incassato una serie di sconfitte arrivando con le doglianze fino ai giudici del Palazzaccio che hanno finalmente accolto le sue indicazioni.
Secondo i giudici di merito nessuna normativa richiede espressamente l'obbligatorietà della taratura periodica degli strumenti autovelox.
In pratica ai vigili elettronici non si applica la legge 273/1991 poiché tale normativa riguarda soltanto i controlli metrologici effettuati su apparecchi di misura di tempo, distanza e massa. In sostanza la materia dei misuratori di velocità trova già una propria disciplina oltre che nell'art. 45 del codice stradale anche nel dm 29.10.1997 il quale dispone che gli organi di polizia stradale interessati all'uso delle apparecchiature per l'accertamento dell'osservanza dei limiti di velocità sono tenuti a rispettare le modalità di installazione e di impiego previste nei manuali d'uso, escludendosi, perciò, la necessità di un controllo periodico finalizzato alla taratura dello strumento di misura se ciò non è espressamente richiesto dal costruttore nel manuale d'uso ovvero nel decreto di approvazione.
A parere degli Ermellini questa interpretazione è di dubbia legittimità costituzionale perché finisce per avallare un risultato incredibile. «Quello per cui una bilancia di un mercato rionale è soggetta a verifica periodica della taratura, nel mentre non lo è una complessa apparecchiatura, come quella per la verifica della velocità, che svolge un accertamento irripetibile e fonte di gravi conseguenze per il cittadino».
La Corte costituzionale ha accolto questa interpretazione. Non è ragionevole pensare che uno strumento elettronico per il controllo della velocità possa essere utilizzato a distanza di anni senza alcun controllo tecnico di conformità, specifica la sentenza. A prescindere dall'uso in modalità automatica o con la presenza della pattuglia.
Qualsiasi strumento di misura, prosegue il collegio, è soggetto a variazioni delle sue caratteristiche e quindi a variazioni dei valori misurati per naturale invecchiamento e usura dei componenti elettronici e meccanici.
In buona sostanza il controllo di conformità degli strumenti autovelox deve essere costante durante tutto l'arco temporale di impiego dei misuratori. L'omologazione e la taratura periodica dei misuratori di velocità sono pertanto fondamentali per la certezza degli accertamenti e dei rapporti giuridici conseguenti (articolo ItaliaOggi del 19.06.2015).

EDILIZIA PRIVATAIn tema di ordine di demolizione di opere edilizie abusive, non occorre la comunicazione di avvio del procedimento ai sensi dell'art. 7 L. 07.08.1990 n. 241, trattandosi di atto dovuto e rigorosamente vincolato, con riferimento al quale non sono richiesti apporti partecipativi del destinatario, tenendo presente che ciò che appare necessario è che al privato sia data la possibilità di partecipare a quelle attività di rilevamento fattuale che preludono alla valutazione circa l'adozione dell'ordine in parola.
---------------
La sanzione della gratuita acquisizione al patrimonio comunale della struttura edilizia abusivamente realizzata e della relativa area di sedime, contemplata dall'art. 7, terzo comma, L. 28.02.1985 n. 47, presuppone che l'intero organismo edilizio sia abusivo e non è applicabile nel caso in cui l'abuso riguardi solo una parte dello stesso.
Pertanto, in detta ipotesi, l'acquisizione gratuita si verifica nei limiti delle parti abusive, con esclusione delle altre parti dell'immobile e dell'area non interessate dall'abuso.

9. L’appello principale è fondato nella misura in cui evidenzia l’erroneità della sentenza di primo grado che ha rilevato una lesione del diritto di partecipazione procedimentale dei destinatari del provvedimento impugnato che non risulta sussistente, né rilevante.
Occorre, al riguardo, rammentare l’orientamento di questo Consiglio (Cons. St., Sez. V, 09.09.2013, n. 4470; Id., Sez. II, 19.03.2008, n. 3702; Id., Sez. IV, 01.10.2007, n. 5049) secondo il quale: “In tema di ordine di demolizione di opere edilizie abusive, non occorre la comunicazione di avvio del procedimento ai sensi dell'art. 7 L. 07.08.1990 n. 241, trattandosi di atto dovuto e rigorosamente vincolato, con riferimento al quale non sono richiesti apporti partecipativi del destinatario, tenendo presente che ciò che appare necessario è che al privato sia data la possibilità di partecipare a quelle attività di rilevamento fattuale che preludono alla valutazione circa l'adozione dell'ordine in parola”.
---------------
10. L’appello incidentale proposto degli originari ricorrenti è in parte inammissibile ed in parte fondato. Sotto il primo profilo deve rilevarsi che il generico richiamo ivi contenuto ai motivi non esaminati dal primo giudice non è sufficiente a devolverne la cognizione al giudice d’appello, essendo invece necessaria una loro puntuale rappresentazione, sicché in questa parte l’appello incidentale è inammissibile.
L’unica doglianza non esaminata dal TAR, che può essere conosciuta dall’odierno giudicante è, quindi, quella relativa alla denunciata illegittimità del provvedimento impugnato nella parte in cui dispone di acquisire al patrimonio del comune l’intero immobile e l’area di sedime.
La censura in questione deve ritenersi fondata: infatti, la sanzione della gratuita acquisizione al patrimonio comunale della struttura edilizia abusivamente realizzata e della relativa area di sedime, contemplata dall'art. 7 terzo comma L. 28.02.1985 n. 47, presuppone che l'intero organismo edilizio sia abusivo e non è applicabile nel caso in cui l'abuso riguardi solo una parte dello stesso; pertanto, in detta ipotesi, l'acquisizione gratuita si verifica nei limiti delle parti abusive, con esclusione delle altre parti dell'immobile e dell'area non interessate dall'abuso (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 17.06.2015 n. 3051 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAi sensi dell’art. 16, comma 1, del T.U. n. 380 del 2001, “il rilascio del permesso di costruire comporta la corresponsione di un contributo commisurato all’incidenza degli oneri di urbanizzazione nonché al costo di costruzione”.
Questo significa che il pagamento degli oneri contributivi rappresenta il contenuto di un’obbligazione accessoria, posta a carico di chi abbia (già) ottenuto un titolo edilizio. Una volta adempiuto al pagamento, al privato istante non resta quindi che procedere al ritiro materiale della medesima (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 13.05.2014 n. 2434, secondo cui l’obbligazione sorge con il rilascio del titolo ampliativo ed è a tale momento che occorre avere riguardo per la determinazione dell’entità del contributo).
---------------
A ciò si aggiunga che, com’è noto, a seguito delle innovazioni apportate dall’art. 5, comma 2, lett. a), n. 3, del d.l. 13.05.2011 n. 70, convertito in legge 12.07.2011 n. 106, in omaggio alla regola generale di semplificazione amministrativa codificata nell’art. 20 della legge 07.08.1990 n. 241, è stato espressamente esteso al procedimento di rilascio del permesso di costruire il regime del silenzio-assenso, fatte salve le deroghe previste in ipotesi di vincoli ambientali, paesaggistici e culturali.
Sicché, una volta inutilmente decorso il termine per la definizione del procedimento di rilascio del titolo edilizio, pari a 90 o 100 giorni (ossia 60 giorni per la conclusione dell’istruttoria più 30 o, in caso di preavviso di rigetto, 40 giorni per la determinazione finale), senza che sia stato opposto motivato diniego, salvo eventuali sospensioni dovute a modifiche progettuali od interruzioni dovute ad integrazioni documentali, sulla domanda di permesso di costruire deve intendersi formato il titolo abilitativo tacito, ai sensi dell’art. 20, comma 8, T.U. 06.06.2001 n. 380.
Ed allora, anche a non volersi attribuire alla nota 18.03.2013 n. 12556 (con cui il ricorrente è stato invitato a pagare gli oneri concessori) valore e significato di provvedimento di rilascio del titolo in conformità alla domanda avanzata, è evidente che al 19.11.2014 –data di adozione del provvedimento di rigetto– era ampiamente decorso il termine di formazione del silenzio-assenso, decorrente dal 06.06.2014 –data di presentazione delle integrazioni progettuali–, non risultando in atti né l’esistenza di vincoli ambientali, paesaggistici e culturali sull’area, né l’adozione di una “motivata risoluzione del responsabile del procedimento” di particolare complessità dell’affare, ai fini del raddoppio dei termini ex comma 7.
Va pertanto dichiarato illegittimo l’atto con cui il comune ha negato il rilascio del titolo edilizio dopo la sua formazione tacita, potendo, in tale ipotesi, essere adottato soltanto un provvedimento di ritiro in autotutela, ove sussistano gli altri presupposti richiesti per l’adozione di atti di secondo grado, da accertarsi con le stesse forme e con le stesse modalità procedimentali previste per l’adozione dell’atto da annullare.

... per l'annullamento:
- della nota 16.05.2014 n. 23161, con cui il comune di Corigliano Calabro ha disposto la sospensione interlocutoria del procedimento amministrativo volto all’ottenimento di un permesso di costruire per la realizzazione di un edificio a destinazione mista, residenziale e commerciale, in contrada San Francesco
- del provvedimento 19.11.2014 n. 54974, recante il rigetto della domanda di permesso di costruire;
...    
Col ricorso introduttivo del giudizio, la ditta istante impugna, per violazione di legge ed eccesso di potere, la nota 16.05.2014 n. 23161, con cui il comune di Corigliano Calabro, in seguito ad una diffida inoltrata dal proprietario di una porzione di terreno limitrofa che lamentava una questione di confini, ha disposto la sospensione interlocutoria del procedimento amministrativo volto all’ottenimento di un permesso di costruire per la realizzazione di un edificio a destinazione mista, residenziale e commerciale, in contrada San Francesco.
Il comune intimato si è costituito per resistere.
...
Sulla base di tale premesse, parte ricorrente sostiene per un verso che, al momento del provvedimento di diniego, il procedimento edilizio si era oramai positivamente concluso con la comunicazione ed il pagamento degli importi dovuti per oneri concessori e, per altro verso, che non sussiste dubbio circa la natura di lotto intercluso del proprio fondo, avendo ciò costituito oggetto di un parere favorevole della regione Calabria, reso su precisa richiesta del comune.
Tanto esposto, occorre precisare che, ai sensi dell’art. 16, comma 1, del T.U. n. 380 del 2001, “il rilascio del permesso di costruire comporta la corresponsione di un contributo commisurato all’incidenza degli oneri di urbanizzazione nonché al costo di costruzione”.
Questo significa che il pagamento degli oneri contributivi rappresenta il contenuto di un’obbligazione accessoria, posta a carico di chi abbia (già) ottenuto un titolo edilizio. Una volta adempiuto al pagamento, al privato istante non resta quindi che procedere al ritiro materiale della medesima (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 13.05.2014 n. 2434, secondo cui l’obbligazione sorge con il rilascio del titolo ampliativo ed è a tale momento che occorre avere riguardo per la determinazione dell’entità del contributo).
A ciò si aggiunga che, com’è noto, a seguito delle innovazioni apportate dall’art. 5, comma 2, lett. a), n. 3, del d.l. 13.05.2011 n. 70, convertito in legge 12.07.2011 n. 106, in omaggio alla regola generale di semplificazione amministrativa codificata nell’art. 20 della legge 07.08.1990 n. 241, è stato espressamente esteso al procedimento di rilascio del permesso di costruire il regime del silenzio-assenso, fatte salve le deroghe previste in ipotesi di vincoli ambientali, paesaggistici e culturali.
Sicché, una volta inutilmente decorso il termine per la definizione del procedimento di rilascio del titolo edilizio, pari a 90 o 100 giorni (ossia 60 giorni per la conclusione dell’istruttoria più 30 o, in caso di preavviso di rigetto, 40 giorni per la determinazione finale), senza che sia stato opposto motivato diniego, salvo eventuali sospensioni dovute a modifiche progettuali od interruzioni dovute ad integrazioni documentali, sulla domanda di permesso di costruire deve intendersi formato il titolo abilitativo tacito, ai sensi dell’art. 20, comma 8, T.U. 06.06.2001 n. 380 (cfr. TAR Campania, Napoli, Sez. VIII, 29.05.2014 n. 2972).
Ed allora, anche a non volersi attribuire alla nota 18.03.2013 n. 12556 (con cui il ricorrente è stato invitato a pagare gli oneri concessori) valore e significato di provvedimento di rilascio del titolo in conformità alla domanda avanzata, è evidente che al 19.11.2014 –data di adozione del provvedimento di rigetto– era ampiamente decorso il termine di formazione del silenzio-assenso, decorrente dal 06.06.2014 –data di presentazione delle integrazioni progettuali–, non risultando in atti né l’esistenza di vincoli ambientali, paesaggistici e culturali sull’area, né l’adozione di una “motivata risoluzione del responsabile del procedimento” di particolare complessità dell’affare, ai fini del raddoppio dei termini ex comma 7.
Va pertanto dichiarato illegittimo l’atto con cui il comune ha negato il rilascio del titolo edilizio dopo la sua formazione tacita, potendo, in tale ipotesi, essere adottato soltanto un provvedimento di ritiro in autotutela, ove sussistano gli altri presupposti richiesti per l’adozione di atti di secondo grado (cfr. TAR Campania, Napoli, Sez. VIII, 29.05.2014 n. 2972; TAR Sicilia, Catania, 07.04.2005 n. 572), da accertarsi con le stesse forme e con le stesse modalità procedimentali previste per l’adozione dell’atto da annullare (cfr. TAR Calabria, Reggio Calabria, 06.04.2000 n. 304) (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 17.06.2015 n. 1095 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Gare, niente tempi minimi sulle certificazioni di qualità. Consiglio di Stato. Contrario al Codice appalti richiedere il possesso «lungo» dei requisiti.
In tema di requisiti di partecipazione alle gare, è illegittima la lex specialis che, a garanzia del servizio, chieda alle imprese concorrenti un tempo minimo nel possesso delle certificazioni di qualità poiché tale clausola non è prevista nelle cause di esclusione fissate dal Codice degli appalti pubblici (Dlgs n. 163/2006).
L’ha chiarito il Consiglio di Stato nella sentenza 15.06.2015 n. 2957, depositata dalla V Sez..
I giudici hanno accolto il ricorso di una società contro la revoca di un appalto comunale per il servizio di raccolta integrata dei rifiuti. L’impresa, già aggiudicataria in via definitiva, aveva perso la gara -prima aperta solo a due aziende e poi annullata dal Comune per un futuro confronto concorrenziale- per non aver dimostrato il possesso da oltre un triennio della certificazione di qualità riguardo agli standard del «sistema di gestione ambientale» (Uni En Iso 14001:2004) come richiesto dal bando.
Per la ricorrente, la revoca è nulla poiché la clausola su tali atti non rientra nei dettami sulla «tassatività delle cause di esclusione» fissati dal Codice appalti (comma 1-bis, articolo 46) per cui, in particolare, si è esclusi «in caso di mancato adempimento alle prescrizioni previste dal presente Codice e dal regolamento e da altre disposizioni di legge vigenti, nonché nei casi di incertezza assoluta sul contenuto o sulla provenienza dell’offerta, per difetto di sottoscrizione o di altri elementi essenziali ovvero in caso di non integrità del plico contenente l’offerta o la domanda di partecipazione o altre irregolarità relative alla chiusura dei plichi, tali da far ritenere, secondo le circostanze concrete, che sia stato violato il principio di segretezza delle offerte».
Accogliendo il ricorso, il collegio ha spiegato che «attraverso questa previsione è stato introdotto un requisito speciale e, conseguentemente, una causa di esclusione dalla gara in caso di sua mancanza, non conforme al principio di tassatività sancito dall’articolo 46, comma 1-bis, del Codice dei contratti pubblici».
Si è poi rilevato come tale clausola sia stata ammessa per «individuare concorrenti che abbiano dato prova di aver operato da tempo come soggetti pienamente idonei e ben organizzati» (Consiglio di Stato, sentenza n. 4759/2008) ma solo perché non era ancora in vigore il principio di “tassatività” introdotto nel Codice appalti nel 2011 dal cosiddetto “decreto sviluppo” (comma 2, lettera d, articolo 4, Dl n. 70/2011, convertito in legge n. 106/2011).
Nella sentenza si è quindi affermato che ormai «la previsione di un periodo temporale non risponde ad effettive esigenze dell’amministrazione di garanzia di qualità del servizio, poiché le stesse sono comunque assicurate dal possesso della certificazione in sé».
Nel caso di specie, all’azienda è stato riconosciuto il danno da mancato utile poiché «immediatamente e direttamente conseguente ex articolo 1223 Codice civile all’ingiusta perdita del contratto a sua volta derivato dall’illegittimo annullamento dell’aggiudicazione». Per la liquidazione, in assenza di «puntuali indicazioni» sull’utile netto non conseguito, si sono definiti i criteri in base ai quali la Pa debitrice dovrà proporla entro un termine (comma 4, articolo 34, Dlgs n. 104/2010, Codice processo amministrativo, «condanna sui criteri»)
(articolo Il Sole 24 Ore del 24.06.2015).

ATTI AMMINISTRATIVIL’art. 21-septies della legge 241/1990 prevede che “è nullo il provvedimento che manca degli elementi essenziali”.
In assenza di una esplicita indicazione legislativa degli elementi essenziali del provvedimento può aderirsi a quella giurisprudenza secondo cui “L'atto amministrativo nullo è quello addirittura privo degli elementi di identificazione strutturale. Gli elementi essenziali cui fa riferimento l'art. 21-septies sopra citato sono la forma, il destinatario, la volontà, l'oggetto”.
La mancata indicazione della data costituisce, pertanto, al più un’irregolarità, mentre il luogo di emissione dell’atto coincide con la sede dell’ufficio che l’ha emanato e risulta, pertanto, ex tabulas.

Il ricorso è fondato per le ragioni appresso enunciate.
Non sussiste alcun profilo di nullità dell’atto.
L’invocato art. 21-septies della legge generale sul procedimento prevede che “è nullo il provvedimento che manca degli elementi essenziali”.
In assenza di una esplicita indicazione legislativa degli elementi essenziali del provvedimento può aderirsi a quella giurisprudenza secondo cui “L'atto amministrativo nullo è quello addirittura privo degli elementi di identificazione strutturale. Gli elementi essenziali cui fa riferimento l'art. 21-septies sopra citato sono la forma, il destinatario, la volontà, l'oggetto” (così, Tar Lazio – Sez. II, 05.01.2011 n. 40, richiamato, da ultimo, da TAR Campania, Napoli, sez. 3, sent. 08/01/2015 n. 1205).
La mancata indicazione della data costituisce, pertanto, al più un’irregolarità, mentre il luogo di emissione dell’atto coincide con la sede dell’ufficio che l’ha emanato e risulta, pertanto, ex tabulas (TAR Puglia-Bari, Sez. III, sentenza 15.06.2015 n. 868 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: COMPENSI AVVOCATI/ Onorario: è credito di valuta, non valore. Lo dice un'ordinanza.
Nel caso in cui si crei una controversia tra l'avvocato ed il cliente per il compenso dovuto al primo, il cliente sarà ritenuto in mora dopo la liquidazione del debito in seguito all'ordinanza di conclusione del procedimento ex art. 28, legge 13.06.1942 n. 794.
Gli interessi decorreranno, nei limiti della somma liquidata dal giudice, da quella data.

Lo hanno affermato i giudici della VI Sez. civile della Corte di Cassazione con l'ordinanza 04.06.2015 n. 11587.
In caso di onorari professionali, quello dell'avvocato è un credito di valuta e non di valore, poiché ha ad oggetto una somma di denaro.
Pertanto, è stato osservato dagli Ermellini, la sopravvenuta svalutazione monetaria non consente una rivalutazione d'ufficio di esso, occorrendo una domanda del creditore di riconoscimento del maggior danno nei limiti previsti dall'art. 1224, secondo comma, cod. civ. e il soddisfacimento del relativo onere probatorio, ed essendo applicabile l'art. 429 cod. proc. civ., come modificato dalla legge n. 533/1973, solo quando l'opera dell'avvocato si configuri come attività continuativa e coordinata tipica dei cosiddetti rapporti di «parasubordinazione».
I giudici di piazza Cavour hanno osservato, inoltre, come secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale in tema di liquidazione di diritti ed onorari di avvocato e procuratore a carico del cliente, la disposizione comune alle tre tariffe forensi (civile, penale e stragiudiziale contenuta nel dm 14.02.1992, n. 238) prevede che gli interessi di mora decorrano dal terzo mese successivo all'invio della parcella, tuttavia quando insorge controversia tra l'avvocato ed il cliente circa il compenso per prestazioni professionali, il debitore non può essere ritenuto in mora prima della liquidazione del debito, che avviene con l'ordinanza che conclude il procedimento della L. 13.06.1942, n. 794, ex art. 28, sicché è da quella data - e nei limiti di quanto liquidato dal giudice, e non da prima, che va riportata la decorrenza degli interessi (si vedano: Cass. n. 2431 del 2011; I1777del 2005, 5240 del 1999, 13586/1991, 5004 del 1993 3995 del 1988) (articolo ItaliaOggi Sette del 22.06.2015
- tratto da www.centrostudicni.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: COMPENSI AVVOCATI/ Corte di cassazione. Gli importi liquidati a misura di decreto.
Per la liquidazione dell'onorario dell'avvocato, il valore della controversia che ha per oggetto l'opposizione a decreto ingiuntivo, deve essere determinato con riferimento all'importo del decreto opposto.

Lo hanno affermato i giudici della II Sez. civile della Corte di Cassazione con la sentenza 03.06.2015 n. 11454.
È stato, poi, evidenziato che la somma risultante dal decreto non dovrà sommarsi a quella chiesta dagli opponenti in restituzione di quanto versato per la provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo, né, tantomeno, a quella precedentemente versata sempre in esecuzione del medesimo decreto.
I giudici di piazza Cavour sono stati chiamati ad esprimersi su un caso che vedeva una controversia relativa al pagamento degli onorari richiesti da un avvocato per l'attività svolta. Il cliente si opponeva avverso il decreto ingiuntivo emesso nei suoi confronti, munito di provvisoria esecuzione, ed otteneva l'accoglimento della domanda e la restituzione delle somme versate.
I giudici di merito hanno infatti ritenuto che, in base al tenore letterale della quietanza emessa dall'avvocato, risultava che egli avesse già ricevuto il pagamento della prestazione eseguita solo parzialmente. L'avvocato impugnava la pronuncia con ricorso in Cassazione, denunciando, oltre ad infondati vizi procedurali, l'omessa o contraddittoria motivazione in ordine all'estensione della quietanza di pagamento a tutte le prestazioni effettuate e la violazione dei criteri ermeneutici a tal fine applicati dai giudici di merito.
Secondo gli Ermellini il primo profilo di doglianza risultava inammissibile per la mancata formulazione del momento di sintesi con indicazione del fatto controverso e del quesito di diritto, mentre in merito all'interpretazione delle convenzioni intervenute tra le parti, la Corte di legittimità affermava che la sentenza impugnata aveva opportunamente considerato le espressioni letterali usate, traendone l'univocità della dichiarazione del creditore ed escludendo qualsiasi dubbio in ordine al fatto che la somma indicata fosse stata corrisposta e riscossa a titolo di saldo finale delle prestazioni effettivamente realizzate (articolo ItaliaOggi Sette del 22.06.2015
- tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sulla proroga del rapporto concessorio di impianto pubblicitario.
Il Collegio ritiene che nel caso di specie vi sia stata una proroga consensuale di fatto del rapporto concessorio, attraverso:
- il pagamento annuale dell’imposta di pubblicità,
- la prescritta dichiarazione di cui all’articolo 8 del d.lgs. n. 507 del 1993 e
- il correlativo comportamento tacito da parte del Comune (cfr. l’articolo 8 del d.lgs. n. 507 del 1993: “La dichiarazione della pubblicità annuale ha effetto anche per gli anni successivi, purché non si verifichino modificazioni degli elementi dichiarati cui consegua un diverso ammontare dell'imposta dovuta; tale pubblicità si intende prorogata con il pagamento della relativa imposta effettuato entro il 31 gennaio dell'anno di riferimento, sempre che non venga presentata denuncia di cessazione entro il medesimo termine”).

... per l'annullamento della nota prot. n. 35653 del 24.07.2014, con la quale il Dirigente del Settore 4° Programmazione Urbanistica del Comune di Lanciano ha comunicato alla società ricorrente il non accoglimento dell'istanza volta ad ottenere la voltura delle concessioni per gli impianti pubblicitari acquistate dalla soc. Vinciguerra Pubblicità ed il nulla osta per la sostituzione di tali impianti.
...
1.- Con il ricorso in epigrafe, la società ricorrente ha impugnato il provvedimento con il quale il Comune di Lanciano (Ch) ha rigettato l’istanza di voltura di alcune concessioni all’istallazione e mantenimento di impianti pubblicitari, presentata e acquisita agli atti in data 31.05.2014.
Secondo la motivazione del provvedimento impugnato, le concessioni non potevano essere volturate in favore dell’avente causa in quanto erano decadute per mancato rinnovo alla scadenza (che sarebbe fissata in 3 anni ai sensi dell’articolo 53, comma 6, del d.p.r. n. 595 del 1992, e la richiesta di rinnovo deve essere presentata 60 giorni prima ex articolo 7.7 del piano generale comunale degli impianti pubblicitari).
Il ricorrente evidenzia che, dopo aver acquisito il relativo ramo d’azienda dal precedente concessionario in data 23.07.2008, ha provveduto regolarmente al pagamento dell’imposta di pubblicità, alle dichiarazioni annuali e alle manutenzioni, senza che l’Amministrazione abbia mai eccepito la sopravvenuta estinzione del titolo concessorio.
Il Comune resistente, nel costituirsi, ha ribadito che il ricorrente non potrebbe aspirare alla voltura, essendo scaduto il termine di durata massima, ma potrebbe semmai richiedere nuove concessioni, al ricorrere dei presupposti.
2.- All’udienza del 14.05.2015 la causa è passata in decisione.
Il ricorso è fondato.
Conformemente a quanto già deciso con la sentenza n. 88 del 2015 di questo Tribunale in una controversia analoga tra la ricorrente ed il Comune di Vasto, il Collegio ritiene che nel caso di specie vi sia stata una proroga consensuale di fatto del rapporto concessorio, attraverso il pagamento annuale dell’imposta di pubblicità, la prescritta dichiarazione di cui all’articolo 8 del d.lgs. n. 507 del 1993 e il correlativo comportamento tacito da parte del Comune (cfr. l’articolo 8 del d.lgs. n. 507 del 1993: “La dichiarazione della pubblicità annuale ha effetto anche per gli anni successivi, purché non si verifichino modificazioni degli elementi dichiarati cui consegua un diverso ammontare dell'imposta dovuta; tale pubblicità si intende prorogata con il pagamento della relativa imposta effettuato entro il 31 gennaio dell'anno di riferimento, sempre che non venga presentata denuncia di cessazione entro il medesimo termine”).
Né il diniego di accoglimento della proroga ha i requisiti di sostanza e di forma di una motivata revoca espressa (cfr. Tar Pescara, sentenza n. 88 del 2015) (TAR Abruzzo-Pescara, sentenza 28.05.2015 n. 232 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

EDILIZIA PRIVATA: G. Giustiniani e A.S. Pavesi, “I permessi edilizi alla luce delle recenti novità normative” (Politecnico di Milano - Scuola di Ingegneria Edile Architettura – Laurea Magistrale in Gestione del Costruito – Strumenti e Tecniche di Progettazione sul Costruito - A.A. 2014/2015) (26.06.2015).
---------------
SOMMARIO:
IL GOVERNO DEL TERRITORIO: - l’oggetto; - le competenze legislative e le funzioni amministrative.
L’URBANISTICA: - il sistema tradizionale della pianificazione urbanistica; - il piano regolatore generale, contenuto; - il piano regolatore generale, gli standard urbanistici.
L’EDILIZIA: - il regolamento edilizi; - i titoli abilitativi all’attività edilizia, profilo storico; - i titoli abilitativi all’attività edilizia, la disciplina oggi: (i) le attività completamente libere; (ii) la comunicazione di inizio lavori per attività libere; (iii) la segnalazione certificata di inizio attività; (iv) la denuncia di inizio attività in alternativa al permesso di costruire; (v) il permesso di costruire; (vi) il permesso di costruire in deroga; (vii) il permesso di costruire convenzionato; (viii) gli interventi di conservazione; (ix) i cambi di destinazione d’uso; - il piano regolatore generale “adottato”, l’attività edilizia e le misure di salvaguardia; - il certificato di agibilità.
LA REGIONE LOMBARDIA: - i nuovi modelli di pianificazione generale, il piano di governo del territorio («PGT») della Regione Lombardia; - le definizioni degli interventi edilizi; - la sentenza della Corte Costituzionale 21.11.2011, n. 309; - i titoli abilitativi e i procedimenti amministrativi i cambi di destinazione d’uso; - il PGT della Regione Lombardia, attività edilizia, misure di salvaguardia e perdita di efficacia dei piani regolatori generali; - il certificato di agibilità.
LA BIBLIOGRAFIA: - i testi consigliati.

VARI: A. Casotti e M.R. Gheido, Lavoro a tempo parziale: scompaiono le tre tipologie (25.06.2015 - tratto da www.ipsoa.it).

PUBBLICO IMPIEGO: P. Rausei, Jobs Act: il congedo parentale cambia, per ora soltanto nel 2015 (25.06.2015 - tratto da www.ispoa.it).

EDILIZIA PRIVATA: R. D'Isa, Lo stillicidio, lo scolo ed il diritto sulle acque esistenti nel fondo (23.06.2015 - tratto da http://renatodisa.com).
---------------
Sommario
A) Lo stillicidio – pag. 1
B) Le acque – pag. 12
1) diritto sulle acque esistenti nel fondo – pag. 12
2) apertura di nuove sorgenti e altre opere – pag. 14
3) conciliazione di opposti interessi – pag. 19
4) scolo delle acque – pag. 22
5) consorzi per regolare il deflusso delle acque – pag. 32

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

APPALTI - ENTI LOCALI - VARI: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 26 del 26.06.2015, "Interventi regionali per la prevenzione e il contrasto della criminalità organizzata e per la promozione della cultura della legalità" (L.R. 24.06.2015 n. 17).

AMBIENTE-ECOLOGIA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 26 del 25.06.2015, "Approvazione dello schema del protocollo d’intesa per l’adesione dei Comuni al macroagglomerato di livello regionale per gli adempimenti di mappatura acustica di cui al decreto legislativo 194/2005 «Attuazione della direttiva 2002/49/CE relativa alla determinazione e alla gestione del rumore ambientale»" (deliberazione G.R. 19.06.2015 n. 3735).

VARI: G.U. 24.06.2015 n. 14 "Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’articolo 1, comma 7, della legge 10.12.2014, n. 183" (D.Lgs. 15.06.2015 n. 81).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: G.U. 24.06.2015 n. 14 "Misure per la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro, in attuazione dell’articolo 1, commi 8 e 9, della legge 10.12.2014, n. 183" (D.Lgs. 15.06.2015 n. 80).

PATRIMONIO: B.U.R. Lombardia n. 26 del 23.06.2015 "Definizione dei criteri regionali per l’assenso ai programmi di alienazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica predisposti ai sensi del decreto interministeriale 24.02.2015 (art. 1, c. 1)" (deliberazione G.R. 19.06.2015 n. 3737).

EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia n. 26 del 23.06.2015 "Quinto aggiornamento 2015 dell’elenco degli enti locali idonei all’esercizio delle funzioni paesaggistiche (l.r. 12/2005, art. 80)" (decreto D.G. 18.06.2015 n. 5044).

EDILIZIA PRIVATA: G.U.R.S. 19.06.2015 n. 25 "Applicazione dell’art. 31, D.P.R. 06.06.2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia), come integrato dall’art. 17, lettera q-bis del decreto legge 12.09.2014, n. 133, convertito con modificazioni dalla legge 11.11.2014, n. 164. Sanzioni conseguenti alla inottemperanza all’ordinanza di demolizione di opere abusivamente eseguite" (Regione Sicilia, Assessorato del Territorio e dell'Ambiente, circolare 28.05.2015 n. 3).
---------------
La circolare offre spunti di riflessione che possono valere per tutte le regioni (e non solo in ambito siciliano) sulla scorta di quanto espresso da parte del C.G.A.R.S., parere 15.04.2015 n. 322, siccome ampiamente anticipato con l'AGGIORNAMENTO AL 22.05.2015.

A.N.AC. (già AUTORITA' VIGILANZA CONTRATTI PUBBLICI)

LAVORI PUBBLICIAppalti, costi per la sicurezza nell’offerta. Lavori pubblici. I chiarimenti dell’Anac sugli interventi di valore superiore ai 150mila euro.
Gli operatori economici che concorrono in una gara di appalto per lavori pubblici devono specificare nell’offerta i costi della sicurezza aziendali, mentre le stazioni appaltanti devono specificare questo elemento nel disciplinare.
L’Autorità nazionale anticorruzione, con il comunicato del Presidente del 27.05.2015 ha fornito alcune importanti precisazioni alle stazioni appaltanti in ordine al bando-tipo numero 2/2014, che le amministrazioni devono obbligatoriamente utilizzare per le gare per appalti di lavori pubblici di valore superiore ai 150mila euro, indette con il criterio del prezzo più basso.
L’Anac ha chiarito che anche nelle procedure per l’affidamento di lavori pubblici i concorrenti devono specificare nell’offerta economica i costi della sicurezza aziendali, analogamente a quanto previsto per gli appalti di beni e servizi, con estensione applicativa di quanto stabilito dall’articolo 87, comma 4, Dlgs. 163/2006, aderendo all’interpretazione del Consiglio di Stato, che nella decisione dell’adunanza plenaria n. 3 del 20.03.2015 ha ritenuto che l’obbligo di procedere a tale indicazione, pur se non dettato expressis verbis dal legislatore, si ricavi in modo univoco da un’interpretazione sistematica delle norme regolatrici della materia date sia nel Codice dei contratti che nel Testo unico sulla sicurezza sul lavoro.
Dato che nel bando-tipo tale aspetto non era stato regolamentato, l’Anac specifica che al fine di garantire l’osservanza del principio di diritto espresso ed evitare di generare un errato affidamento dei concorrenti in ordine all’assenza dell’obbligo, le stazioni appaltanti sono tenute a prevedere nei bandi di gara l’obbligo degli operatori economici di indicare espressamente nell’offerta gli oneri di sicurezza aziendali.
L’Anac precisa che deve essere inserita una specifica frase al punto 1 del paragrafo 17.1 del bando-tipo n. 2/2014 e che analoga formulazione deve essere contenuta nel modello di dichiarazione di offerta economica allegato al bando. Per le procedure in corso l’Anac suggerisce alle stazioni appaltanti di inserire un chiarimento al bando nel profilo del committente, in cui specificare ai concorrente l’obbligo di indicazione dei costi della sicurezza aziendali.
Il bando-tipo per gli appalti di lavori presentava anche un altro problema, essendo stato definito prima dell’assestamento del quadro normativo e interpretativo in materia di nuovo soccorso istruttorio.
L’Anac evidenzia come le cause di esclusione dalla procedura di gara individuate nel bando-tipo n. 2/2014 siano regolarizzabili nei modi e nei limiti chiariti nella determinazione n. 1/2015, con conseguente possibilità di procedere all’esclusione del concorrente solo dopo l’infruttuosa richiesta di regolarizzazione da parte della stazione appaltante.
Per le clausole del bando relative all’esercizio del potere di soccorso istruttorio, il bando per i lavori pubblici può essere integrato con le formulazioni proposte dall’Autorità nello schema per i beni e servizi sottoposto a consultazione il 18 maggio
(articolo Il Sole 24 Ore del 23.06.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

QUESITI & PARERI

APPALTI - ATTI AMMINISTRATIVI: Le comunicazioni con le imprese.
DOMANDA:
Premesso che la PA è tenuta ad intraprendere rapporti con le imprese mediante l'utilizzo della PEC, con il presente quesito si desiderano richiedere delucidazioni in merito alle seguenti problematiche:
1- L'invio di documentazioni ed istanze in formato cartaceo direttamente mediante servizio postale o allo sportello del protocollo è ancora possibile, se si fino a quale data?
2- Qualora l'invio cartaceo fosse possibile e la ditta ometta di indicare la sua PEC, l'ente può mediante regolamento o disposizioni dirigenziali dichiarare irricevibile l'istanza con archiviazione diretta della stessa?
3- Qualora una mail pec inviata all'indirizzo indicato dalla ditta o reperibile sul sito www.inipec.gov.it non venga consegnata con indicazione "avviso di mancata consegna", condizione non addebitabile a problemi informatici ma a causa del mancato pagamento del rinnovo dell'indirizzo mail, quale validità può essere attribuita alla pec inviata dall'Ente? Ci sono differenze tra quest'ultimo caso e l'eventuale mancata consegna per casella piena? E quali rimedi sono esperibili qualora non sia reperibile un valido indirizzo pec?
RISPOSTA:
A norma dell’art. 5-bis, comma 1, del Codice dell’Amministrazione Digitale “la presentazione di istanze, dichiarazioni, dati e lo scambio di informazioni e documenti, anche a fini statistici, tra le imprese e le amministrazioni pubbliche avviene esclusivamente utilizzando le tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Con le medesime modalità le amministrazioni pubbliche adottano e comunicano atti e provvedimenti amministrativi nei confronti delle imprese”.
Tale disposizione è pienamente vigente e, pertanto, non è più possibile utilizzare la modalità cartacea per le comunicazioni tra l’Ente e le imprese. La presenza –su INI-PEC– di indirizzi di posta elettronica certificata non attivi, errati o comunque inutilizzati dall’impresa titolare che, lasciando la propria casella in condizione di non poter ricevere i messaggi PEC, di fatto impedisce il buon fine della comunicazione, rappresenta un limite dello strumento.
La mancata consegna della PEC per mancato rinnovo dell’indirizzo corrisponde alla raccomandata tornata al mittente per irreperibilità. Diversamente, l’impossibilità di consegnare il messaggio dovuta al raggiungimento della capienza massima della casella di posta della società, seppur dovuta alla mancanza di diligenza di quest’ultima nel liberare lo spazio sufficiente sulla casella per consentire la ricezione dei messaggi, non permette l’effettivo perfezionamento della ricezione del messaggio in quanto il mittente non riceve la conferma del recapito dello stesso.
In tali casi, al fine di avere la certezza circa l’effettivo recapito delle comunicazioni, si consiglia di provvedere con le tradizionali modalità analogiche (link a www.ancirisponde.ancitel.it).

CONSIGLIERI COMUNALI: OSSERVATORIO VIMINALE/ Legittimo il sindaco se la spa è in liquidazione. Il primo cittadino-dipendente non ha poteri di rappresentanza. Incompatibilità ristrette.
Può sussistere una causa di incompatibilità ex art. 63, comma 1, n. 2, del dlgs 18.08.2000, n. 267, nei confronti del sindaco di un ente, il quale è dipendente con poteri di rappresentanza di una spa, società a capitale misto pubblico-privato per la gestione dell'approvvigionamento e la fornitura all'ingrosso dell'acqua ad uso potabile ai comuni del territorio della regione, tra cui è compreso l'ente in questione?
Può configurarsi la responsabilità del segretario comunale e dell'organo deliberativo dell'ente laddove, qualora dovesse ritenersi effettivamente esistente tale preclusione, il Consiglio comunale non avesse dato avvio al procedimento di contestazione ai sensi dell'art. 69 del citato dlgs. n. 267/2000?

Di fatto, nel caso di specie, il sindaco del comune è dipendente della spa ma, allo stato attuale, non ricopre ruoli o incarichi di rappresentanza o di coordinamento. Inoltre la società in questione è stata posta in liquidazione e ha fatto istanza all'organo giurisdizionale competente per essere ammessa al concordato preventivo.
La questione va esaminata alla luce dell'art. 63, comma 1, n. 2 del dlgs 267/2000, che prevede l'incompatibilità alla carica di sindaco di «colui che come titolare, amministratore e dipendente con poteri di rappresentanza e di coordinamento, ha parte direttamente o indirettamente in servizi, somministrazioni o appalti nell'interesse del comune».
In proposito, la consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione ha chiarito come la norma sia volta ad evitare il pericolo di deviazioni nell'esercizio del mandato da parte degli eletti e il conflitto, anche solo potenziale, che la medesima persona sarebbe chiamata a dirimere se dovesse scegliere tra l'interesse che deve tutelare in quanto amministratore dell'ente che gestisce il servizio e l' interesse che deve tutelare in quanto amministratore del comune che di quel servizio fruisce.
La Suprema corte ha più volte affermato che l'art. 63 citato, nello stabilire la causa di «incompatibilità di interessi» («non può ricoprire la carica») ivi prevista e rilevante nella fattispecie, richiede, ai fini della sua sussistenza, una duplice, concorrente condizione: la prima di natura soggettiva, la seconda di natura oggettiva.
Sul piano soggettivo, «è necessario che il soggetto, in ipotesi incompatibile all'esercizio della carica elettiva, rivesta la qualità di «titolare» (ad es., di impresa individuale), o «di amministratore» (ad es., di società di persone o di capitali: cfr. il n. 1 del medesimo comma ove si parla più ampiamente, sia pure ad altri fini, di «amministratore di ente, istituto o azienda»), ovvero di «dipendente con poteri di rappresentanza o di coordinamento» (cfr. Cass. civile, sent. n. 11959 dell'08.08.2003, Sez. I, ord. n. 550 del 16.01.2004).
Dal punto di vista oggettivo, l'amministratore locale, «rivestito di una delle predette qualità», può considerarsi incompatibile, in quanto «abbia parte» in appalti e/o in servizi, nell'interesse del comune.
L'espressione «avere parte» è qui usata per indicare una contrapposizione tra l'interesse particolare del soggetto, in ipotesi incompatibile, e l'interesse del comune, istituzionalmente generale, quindi una situazione di potenziale conflitto rispetto all' esercizio imparziale della carica elettiva.
Atteso che il sindaco non riveste alcuna delle qualità indicate dalla norma nell'ambito della società per azioni, peraltro in liquidazione, è ragionevole ritenere che, nella fattispecie, non sussista la prospettata situazione ostativa all'esercizio del mandato elettivo (articolo ItaliaOggi del 19.06.2015).

EDILIZIA PRIVATAOggetto: Contributo di costruzione in relazione a interventi comprensivi di recupero abitativo di sottotetto esistente. Parere (Regione Lombardia, Direzione Generale Territorio, Urbanistica e Difesa del suolo, nota 04.06.2015 n. 5604 di prot. - tratto da www.ordinearchitettipavia.it).

NEWS

APPALTI - EDILIZIA PRIVATA: Durc interno in recupero. L'Inps accelera sulle pratiche in sospeso. Le contromisure dell'istituto a ridosso dell'avvio della procedura online.
Colpo di acceleratore dell'Inps sul Durc interno. Per non arrivare impreparati all'appuntamento del 1° luglio con il Durc online (e soprattutto con situazioni in sospeso), infatti, l'istituto raccomanda agli uffici territoriali di affrettare la soluzione delle pratiche relative alle note di rettifica, mediante un veloce riscontro delle segnalazioni di imprese e consulenti pervenute tramite il cassetto previdenziale.

Lo spiega l'INPS nel messaggio n. 4277/2015.
Aziende interessate. Le note di rettifica sono state inviate alle aziende che hanno fruito d'incentivi senza essere in regola con le norme sul Durc interno. L'invio ha interessato le aziende attive a maggio 2015 che presentavano irregolarità, ancora sussistenti, da gennaio 2008.
I preavvisi sono stati spediti via Pec ai consulenti, dando loro 45 giorni di tempo per il ripristino della regolarità aziendale; in mancanza, le imprese dovranno restituire i benefici fruiti maggiorati di sanzioni.
La spedizione. Le operazioni di spedizione dei preavvisi di irregolarità, come ha precisato l'Istituto di previdenza nel precedente msg 3454/2015, sono avvenute nel corso del mese di maggio, e interessano le imprese che hanno fruito di benefici normativi e contributivi soggetti alla verifica della regolarità della posizione aziendale (il cosiddetto Durc interno). Ai datori di lavoro risultati regolari al controllo, invece, il sistema segnala la sussistenza di regolarità contributiva con la generazione di semaforo verde in relazione ai mesi di maggio, giugno, luglio e agosto 2015.
Il preavviso di irregolarità viene inviato tramite Pec all'intermediario delegato; nel caso in cui l'Inps non disponga dell'indirizzo Pec, il preavviso viene inviato all'indirizzo Pec del datore di lavoro o, in mancanza, del suo titolare/legale rappresentante; in mancanza di indirizzo Pec, la comunicazione viene spedita all'azienda con raccomandata. In futuro, il preavviso sarà prima spedito all'indirizzo Pec del datore di lavoro e, solo in mancanza dei predetti indirizzi, all'indirizzo Pec dell'intermediario delegato. Per tale motivo, i datori di lavoro sono pregati di aggiornare gli indirizzi Pec nell'anagrafica aziendale.
Contatti. È di tutta evidenza, si legge nella nota di ieri, che la gestione dei «Contatti» del cassetto previdenziale aziende, con particolare riferimento alla voce «Durc interno (regolarità contributiva)», deve essere tempestiva, in particolare per tutti quei casi in cui la comunicazione pervenuta dall'azienda/intermediario non fosse esaustiva per la definizione dell'irregolarità, completa nel contenuto e prodotta entro la scadenza dei termini utili per la regolarizzazione.
Pertanto, l'ufficio centrale raccomanda di adottare ogni soluzione organizzativa e metodologica idonea a favorire la predisposizione dei puntuali riscontri alle segnalazioni afferenti al Durc interno pervenute, attraverso il cassetto previdenziale entro i termini di regolarizzazione fissati nelle citate Pec (45 gg. dalla ricezione della Pec).
Durc online. Dal 1° luglio sarà operativo il Durc online che consentirà di ottenere, in tempo reale, il documento unico di regolarità contributiva che, peraltro, avrà validità di 120 giorni per tutte le finalità (compresi i lavori privati dell'edilizia, per i quali la validità oggi è di 90 giorni), come stabilito dal decreto ministeriale pubblicato sulla G.U. del 1° giugno (articolo ItaliaOggi del 24.06.2015).

VARI: Part-time, extra orario senza Ccnl. Rifiuto opponibile per ragioni familiari, di salute o per altra occupazione.
Jobs act. Il lavoro supplementare, per singole giornate o periodi più lunghi, può essere richiesto a prescindere dall’assenso del lavoratore.

Il codice dei contratti, nella versione disponibile a oggi, apporta poche ma significative modifiche alla disciplina del part-time. Dal giorno successivo alla pubblicazione -probabilmente oggi- del decreto sulla «Gazzetta Ufficiale», cambiano alcune regole per il lavoro supplementare, cioè il periodo svolto in aggiunta rispetto all’orario ridotto eventualmente concordato tra le parti.
La riforma conferma la regola generale secondo cui il lavoro supplementare può essere richiesto dal datore di lavoro, nel rispetto dei limiti e delle condizioni fissate dai contratti collettivi (di qualsiasi livello), anche senza il consenso del lavoratore.
Questa regola viene tuttavia innovata in più parti. In primo luogo, si precisa che la richiesta può riguardare non solo singole giornate, ma anche settimane o mesi. Inoltre viene regolamenta l’ipotesi di assenza di una disciplina collettiva. In queste situazioni, il datore di lavoro può comunque chiedere al dipendente di svolgere una prestazione aggiuntiva rispetto all’orario ridotto, in misura variabile fino al 25% delle ore di lavoro settimanale concordate (nella normativa precedente, in assenza di disciplina collettiva il ricorso al lavoro supplementare era ammesso solo previo consenso del lavoratore).
Pur non essendo richiesto il consenso individuale, il lavoratore può comunque rifiutare di svolgere il lavoro supplementare in alcune situazioni specifiche: se dimostra l’esistenza di comprovate esigenze lavorative (per esempio un’altra occupazione), di salute, familiari oppure di formazione professionale.
Le ore di lavoro supplementare devono essere compensate con una una maggiorazione retributiva, pari al 15% della retribuzione globale di fatto normalmente spettante al lavoratore su base oraria (nella base di computo rientrano anche gli istituti retributivi indiretti e differiti).
La legge conferma, inoltre, che nel part-time è consentito lo svolgimento di lavoro straordinario e rientrano in questa nozione le ore svolte oltre l’orario normale pieno applicabile al rapporto di lavoro.
Un’altra innovazione importante riguarda la disciplina delle clausole elastiche. Si tratta di quegli accordi, sottoscritti dal lavoratore, che consentono al datore di lavoro di cambiare l’orario del dipendente, allungando la sua durata oppure spostando la collocazione della prestazione.
Una prima innovazione è di carattere lessicale: la precedente disciplina distingueva tra clausole “elastiche” e “flessibili”, quella attuale accorpa tutte le fattispecie nella definizione di clausole “elastiche”. Tali clausole sono sempre negoziate a livello individuale, devono essere stipulate in forma scritta e devono rispettare gli eventuali limiti previsti dai contratti collettivi di qualsiasi livello applicabili al rapporto.
La vecchia disciplina non consentiva la firma delle clausole in assenza di regole collettive; la nuova, invece, consente di stipulare le clausole elastiche anche nei casi in cui non esiste un contratto collettivo. In questo caso le clausole possono essere sottoscritte (nel rispetto di alcuni limiti fissati dalla legge) dalle parti presso le commissioni di certificazione, con facoltà del lavoratore di farsi assistere da un rappresentante dell’associazione sindacale cui aderisce (oppure un avvocato o da un consulente del lavoro).
Una volta sottoscritta la clausola elastica, il datore di lavoro non deve chiedere ogni volta il consenso del dipendente per allungare o spostare la prestazione, ma deve rispettare un termine di preavviso minimo di due giorni lavorativi e deve riconoscere specifiche compensazioni (maggiorazioni economiche o riposi), nella misura ovvero nelle forme determinate eventualmente dai contratti collettivi.
Il datore di lavoro che utilizza le clausole elastiche, come per il lavoro supplementare, deve compensare il lavoro aggiuntivo svolto con una maggiorazione del 15%, calcolata con i criteri già visti per il lavoro supplementare. Innovazioni importanti riguardano anche il diritto alla priorità per la trasformazione in part-time per i parenti di persone affette da patologie oncologiche e la possibilità di convertire il congedo parentale in part-time per un periodo corrispondente
(articolo Il Sole 24 Ore del 24.06.2015).

EDILIZIA PRIVATA: Immobili, da ottobre in vigore il nuovo Ape. Ok della Conferenza unificata al dm dello Sviluppo economico. L'attestato vale 10 anni. Controlli sul 2%.
Dal 1° ottobre entrerà in vigore il nuovo attestato unico di prestazione energetica degli edifici. L'Ape avrà una durata temporale massima di dieci anni a partire dal suo rilascio e sarà aggiornato a ogni intervento di ristrutturazione o riqualificazione che riguardi elementi edilizi o termici tali da modificare la classe energetica dell'edificio.
L'Ape dovrà essere redatta da un soggetto abilitato che dovrà effettuare almeno un sopralluogo presso l'edificio o l'unità immobiliare, oggetto di attestazione, al fine di reperire e verificare i dati necessari alla sua predisposizione. Le regioni e le province autonome al fine di effettuare i controlli della qualità degli attestati di prestazione energetica redatti dai certificatori energetici dovranno definire piani e procedure di controllo che consentiranno di analizzare almeno il 2% degli attestati depositati territorialmente ogni anno solare.

Queste le novità contenute nel testo definitivo del ministero dello Sviluppo economico recante «Linee guida nazionali per la certificazione energetica degli edifici» che ha ottenuto il via libera definitivo della conferenza unificata lo scorso 18 giugno.
Contenuti Ape. Il nuovo attestato di prestazione energetica dovrà riportare obbligatoriamente la prestazione energetica globale dell'edificio sia in termini di energia primaria totale che di energia primaria non rinnovabile, attraverso i rispettivi indici. Inoltre dovrà essere indicata la classe energetica, determinata attraverso l'indice di prestazione energetica globale dell'edificio (espresso in energia primaria non rinnovabile), la qualità energetica del fabbricato, ossia la capacità di contenere i consumi energetici per il riscaldamento e il raffrescamento (attraverso gli indici di prestazione termica utile per la climatizzazione invernale ed estiva dell'edificio) e i valori di riferimento (come i requisiti minimi di efficienza energetica vigenti). L'Ape dovrà contenere i consumi energetici non solo per il riscaldamento invernale ma anche per le attività di rinfrescamento estivo e dovrà riportare l'emissione di anidride carbonica e l'energia esportata.
Locazione e vendita. Verrà introdotto uno schema di annuncio di vendita e di locazione contenente informazioni uniformi sulla qualità energetica degli edifici. Per fornire un quadro completo dell'immobile in tale schema saranno riportati anche gli indici di prestazione energetica parziali, come quello riferito all'involucro, quello globale e la relativa classe energetica corrispondente. Inoltre verranno inseriti simboli grafici, come degli emoticon, per facilitare la comprensione ai non tecnici.
Classe energetica. Le classi energetiche passano da sette a dieci, dalla A4 (la migliore) alla G (la peggiore). È confermata la validità di 10 anni dell'Ape .
Sanzioni per il certificatore energetico. Il decreto richiama esplicitamente l'articolo 15 del dlgs 192/2005, relativo alle sanzioni a carico del certificatore (multa da 700 a 4.200 euro per un ape non corretto), del direttore dei lavori (multa da 1.000 a 6.000 per la mancata presentazione dell'ape al comune), del costruttore/proprietario (multa da 3.000 a 18.000 euro in caso di mancata redazione dell'ape per edifici nuovi, ristrutturati, messi in vendita o in affitto).
Sistema informativo sugli attestati di prestazione energetica. L'Enea, sentite le regioni, entro 90 giorni dall'entrata in vigore del decreto, cioè dal gennaio 2016, dovrà realizzare la banca dati nazionale degli attestati contenente i dati relativi agli attestati. L'alimentazione del Siape avverrà annualmente, entro il 31 marzo (articolo ItaliaOggi del 23.06.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Comuni, premi replicabili con verifica. Enti locali. Le nuove istruzioni Aran sull’utilizzo dei fondi per la contrattazione decentrata.
I fondi integrativi per “premiare” la produttività dei dipendenti di Comuni e Province devono essere legati a progetti che richiedono il «concreto, diretto e prevalente apporto del personale dell’ente», possono essere riconosciuti solo a consuntivo, dopo aver misurato «l’effettivo conseguimento degli obiettivi ai quali l’aumento è stato correlato» e non possono essere confermati automaticamente per gli anni successivi.
Con la nota 18.06.2015 n. 19932 di prot. firmata dal suo presidente Sergio Gasparrini l’Aran, l’agenzia negoziale che rappresenta le amministrazioni nella contrattazione nazionale (congelata dal 2010 dal blocco che giusto oggi torna sotto l’esame dei giudici costituzionali), affronta il tema caldissimo dei fondi per i contratti decentrati, e in particolare dei premi previsti dall’articolo 15, comma 5, del contratto del 01.04.1999 che regola gli incentivi al personale per «l’attivazione di nuovi servizi» o «l’incremento di quelli esistenti».
L’argomento è tornato al centro del dibattito perché rappresenta uno dei tanti capitoli del caso-Roma, aperto dopo che lo scorso anno la Ragioneria ha giudicato illegittimi i premi riconosciuti al personale nel 2008-2013. Il problema, però, è più generale, come dimostra il tentativo di “sanatoria” degli integrativi illegittimi scritto sempre l’anno scorso in un decreto (articolo 4 del Dl 16/2014) chiamato «salva-Roma ter» ma in realtà indirizzato a tante amministrazioni come Vicenza, Firenze, Siena, Reggio Calabria e altri Comuni colpiti dalla bocciatura degli integrativi da parte degli ispettori della Ragioneria generale.
Le istruzioni dell’Aran provano insomma a rimettere ordine in una materia evidentemente sfuggita di mano al sistema dei controlli. Rispetto alle prime indicazioni, vecchie ormai di oltre dieci anni, il nuovo documento introduce anche importanti elementi di flessibilità, in particolare sulla possibilità di replicare gli incentivi negli anni successivi alla loro introduzione.
Il problema è spinoso, e deriva dal fatto che il servizio è «innovativo» solo quando nasce, per cui sulla base di un’interpretazione rigida delle regole non potrebbe produrre la replica dei premi quando viene confermato. L’Aran ribadisce che le risorse integrative non possono essere «automaticamente stabilizzate», ma possono essere replicate di anno in anno dopo aver verificato l’effettivo svolgimento del servizio e del «concreto e prevalente impegno» del personale che questo comporta. Per esempio, l’ampliamento della fascia oraria di apertura di un servizio è «immediatamente verificabile» misurando la presenza di utenti negli orari ampliati, e quindi l’impegno del personale.
In ogni caso queste risorse aggiuntive rimangono variabili, quindi non possono finanziare istituti stabili come la progressione economica o gli incarichi di posizione organizzativa. A differenza del passato, però, si permette di pagare per questa via anche voci diverse dalla produttività come i turni, quando questi siano collegati all’aumento del servizio.
L’esperienza recente mostra comunque che il nodo è rappresentato dai controlli, da attivare prima che arrivino gli ispettori della Ragioneria a certificare che le regole sono state sforate. Proprio da qui è nato il problema sfociato nel «salva-contratti», che ha provato a bloccare i recuperi individuali (cioè sulle buste paga dei diretti interessati) negli enti in linea con il Patto di stabilità e i vincoli complessivi di spesa di personale.
Questa norma, con la sua zoppicante formulazione, è però già stata “superata” dai giudici di merito, che in più di un’occasione hanno deciso il taglio compensativo direttamente sugli stipendi anziché sui fondi dell’ente: e le circolari promesse dal Governo per chiarire il ginepraio non sono mai arrivate.
---------------
le novità
01 REPLICA
I fondi per la produttività non possono essere consolidati automaticamente, ma possono essere confermati di anno in anno previa verifica dell’effettivo svolgimento del servizio
02 TURNI
I fondi integrativi possono essere usati anche per voci diverse dalla produttività, per esempio per i turni, se questi sono collegati direttamente all’incremento del servizio. Non possono però finanziare istituti stabili
03 PROGRAMMAZIONE
L’utilizzo dei fondi va disciplinato negli ordinari strumenti di programmazione
(articolo Il Sole 24 Ore del 23.06.2015).

ENTI LOCALI - VARI: Parcheggi e strisce blu, via libera alle multe per i «ritardatari». Codice della strada. Nuove indicazioni del ministero.
La sosta sulle strisce blu è «regolamentata» quando il pagamento è previsto solo in determinate fasce orarie, per alcuni giorni della settimana (per esempio quelli feriali) o per determinate categorie di veicoli.
Quando ci sono questi parametri, scritti appunto in un regolamento comunale, si può affibbiare la multa da 25 euro agli automobilisti che lasciano la macchina anche oltre il tempo dal pagamento.

Le nuove indicazioni arrivano dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che nella nota 06.05.2015 n. 2074 di prot. modifica le istruzioni sulla sosta a pagamento e le sanzioni per chi sfora, tema al centro da anni di uno sterminato dibattito interpretativo che rappresenta un esempio di scuola del caotico mondo delle regole italiane.
Tutto nasce dal fatto che le multe per chi tiene l’auto per troppo tempo (rispetto a quanto ha pagato) sulle strisce blu sono previste dal Codice della strada «se si tratta di sosta limitata o regolamentata» (articolo 7, comma 15 del Dlgs 285/1992). Di qui la domanda capitale: quando la sosta è «regolamentata»?
Un parere del 2010, elaborato dallo stesso ministero, aveva negato che tale fosse quella sulle strisce blu comunali, e di conseguenza aveva bloccato la possibilità di sanzionare i ritardi sulla base del Codice della Strada.
In senso contrario si era espresso, sette anni prima, il ministero dell’Interno, ma poi gli orientamenti erano stati coordinati convergendo sulla tesi dei Trasporti. Sul punto è nato, come spesso capita, un florido contenzioso, che oltre a un’ampia squadra di giudici di pace aveva impegnato tutti i livelli di giudizio, su su fino alla Cassazione. In questo quadro, il comportamento di chi paga un’ora di sosta e poi lascia l’auto parcheggiata per più tempo si configura come un’inadempienza contrattuale, che il Comune non può iscrivere a ruolo secondo le vie ordinarie.
Il problema aveva ovviamente scatenato le proteste dei sindaci, che dopo un incontro con il Governo nel marzo 2014 erano riusciti a strappare un orientamento diverso contenuto in una nuova “fonte” normativa: un comunicato. Naturalmente questo strumento, figlio di un compromesso fra le richieste degli amministratori e la resistenza ministeriale, non è bastato a orientare in senso univoco le Prefetture.
Il Comune di Lecce, allora, è tornato alla carica, ed è riuscito a ottenere la nuova nota ministeriale che delinea il concetto di «sosta regolamentata» e la conseguente applicazione della multa da 25 euro (per chi parcheggia senza pagare nulla la sanzione parte invece da 41 euro, come prevede l’articolo 157, comma 8).
La battaglia interpretativa si chiude qui? Difficile, come riconosce lo stesso sindaco di Lecce, il vicepresidente Anci Paolo Perrone: «Trattare questi casi come inadempienza contrattuale significa di fatto rendere impossibile la riscossione delle somme -sostiene-; la nota ministeriale è importante, ma serve un chiarimento normativo e speriamo nel ministro Delrio». Quasi scontata è, sull’altro fronte, una nuova ondata di battaglie legali
(articolo Il Sole 24 Ore del 23.06.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti, è stretta sui controlli. Obbligo di iscrizione per i trasportatori in conto proprio. Le indicazioni arrivano dal Comitato nazionale dell'Albo. Verifiche sulle autodichiarazioni.
Obbligo di iscrizione all'Albo gestori ambientali per tutti i trasportatori «in conto proprio» (in genere, piccole imprese che producono miniquantità di rifiuti che trasportano da soli, senza ricorrere a terzi professionisti) di rifiuti speciali, anche se assimilati agli urbani, e avvio di controlli sistematici sulle autodichiarazioni rese da tutte le categorie di operatori tenuti all'adesione al registro.

I chiarimenti, insieme all'inaugurazione di una nuova generale campagna di controlli, arrivano direttamente dal Comitato nazionale dell'Albo, che con due differenti atti (circolare e delibera) prosegue nell'attuazione del nuovo regolamento dell'Albo previsto dal dm Ambiente 03.06.2014 n. 120 (che sostituisce lo storico dm n. 406/1998).
Trasporto in conto proprio. Con la nota 29.05.2015 n. 437 di prot. il Comitato nazionale ha chiarito come tutti i trasportatori dei propri rifiuti speciali debbano iscriversi all'Albo, anche nel caso in cui detti residui siano stati assimilati agli urbani.
A fondamento della precisazione il Comitato nazionale richiama l'articolo 212, comma 8, del Dlgs 152/2006, a mente del quale «I produttori iniziali di rifiuti non pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti, nonché i produttori iniziali di rifiuti pericolosi che effettuano operazioni di raccolta e trasporto dei propri rifiuti pericolosi in quantità non eccedenti trenta chilogrammi o trenta litri al giorno ( ) sono iscritti in un'apposita sezione dell'Albo in base alla presentazione di una comunicazione».
E sul punto la nuova circolare 437/2015 sottolinea come la citata disposizione del Codice ambientale non faccia nessuna distinzione tra rifiuti speciali e rifiuti speciali assimilati agli urbani, non prevedendo di conseguenza nessuna deroga per questi ultimi. Di conseguenza, precisa la circolare, detti soggetti devono iscriversi all'Albo nella relativa ed apposita categoria, coincidente con la «2-bis» prevista dal dm Ambiente 03.06.2014 n. 120.
A titolo di completezza, si ricorda invece che i «trasportatori in conto proprio» di differenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi devono invece iscriversi all'Albo gestori nella diversa categoria «5». Sempre in relazione ai rifiuti speciali pericolosi, si ricorda altresì come non tutti i trasportatori in conto proprio soggiacciono però all'obbligo di aderire anche al nuovo sistema di tracciamento telematico dei residui.
Dall'obbligo appaiono infatti esonerati i citati trasportatori di piccoli quantitativi, laddove nelle istruzioni pubblicate sul portale internet ufficiale del Sistri (www.sistri.it), nella pagina «soggetti obbligati», sotto la voce «Trasportatori in conto proprio di rifiuti pericolosi» sono indicati esclusivamente «le imprese che trasportano rifiuti pericolosi da loro stessi prodotti iscritte all'Albo nazionale gestori ambientali in categoria 5», dunque, non quelle identificate nella citata categoria 2-bis.
Controlli su autocertificazioni. Con la deliberazione 22.04.2015 n. 1 di prot. (diramata nei primi giorni di giugno) il Comitato nazionale ha dettato le istruzioni che le Sezioni locali dovranno seguire per effettuare controlli a campione sulle autocertificazioni rese da tutti gli operatori ai sensi degli articoli 46 (dichiarazioni sostitutive di certificazioni) e 47 (dichiarazioni sostitutive dell'atto di notorietà) del Dpr 445/2000 al fine dell'iscrizione all'Albo gestori.
Detti controlli dovranno essere effettuati dagli Uffici dell'Albo (anche mediante confronto tra i dati dichiarati e quelli in possesso delle Amministrazioni certificanti) con cadenza almeno trimestrale su ognuna delle dieci categorie d'iscrizione previste dal dm 120/2014. Per ogni categoria i controlli sulle dichiarazioni sostitutive interesseranno almeno il 10% delle domande di iscrizione e variazioni ed il 30% delle istanze di rinnovo.
Errori sanabili ed imprecisioni non costituenti falsità saranno riparabili mediante dichiarazioni integrative, gli altri perseguibili ai sensi del citato dpr 445/2000. Obbligati all'iscrizione all'Albo sono i soggetti che svolgono attività di raccolta, trasporto, commercio ed intermediazione di rifiuti, nonché bonifica dei siti e dei beni contenenti amianto.
Per la stretta rilevanza che potranno avere sia in sede di controlli che, dal punto di vista più generale, in relazione alla legittimità delle attività gestorie, si ritiene utile ad avviso dello scrivente segnalare agli operatori la necessità di verificare i propri titoli abilitativi alla luce delle nuove regole sulla classificazione dei rifiuti in vigore dallo scorso 01.06.2015.
Da tale data, infatti, la corretta identificazione dei rifiuti (soprattutto in relazione alla sussistenza o meno delle loro pericolosità) deve essere condotta in base alle norme previste dalla decisione 2014/995/Ue e dal regolamento Ue n. 1357/2014, recanti rispettivamente il neo Elenco Ue dei rifiuti e i rinnovati criteri di attribuzione delle caratteristiche di pericolo ai residui.
Detti provvedimenti, in quanto self executing, sono direttamente applicabili sul territorio degli stati membri e prevalgono sulle attuali e analoghe regole nazionali previste rispettivamente dagli allegati D e I al Titolo I della Parte IV del dlgs 152/2006, regole ancora in attesa di essere allineate a quelle comunitarie mediante un decreto ricognitivo allo studio del minambiente (articolo ItaliaOggi Sette del 22.06.2015).

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATA: Climatizzatori domestici liberalizzati fino a 12 kW. Ma sono possibili restrizioni locali e serve comunque il libretto impianto.
Impianti. Il decreto Sblocca Italia qualifica come «edilizia libera» le installazioni minori.

Nessuna autorizzazione, di base. Per sistemare in casa un condizionatore fisso, nella stragrande maggioranza dei casi, non serve alcun particolare via libera amministrativo. Soprattutto dopo le precisazioni introdotte dal decreto Sblocca Italia (Dl 133/2014 convertito dalla legge 164/2014), che ha esteso il raggio d’azione dell’edilizia libera e semplificato così l’installazione degli apparecchi per il raffrescamento.
Possono essere infatti eseguiti senza alcun titolo abilitativo gli interventi di manutenzione ordinaria, tra i quali è espressamente inclusa l’installazione «delle pompe di calore aria-aria di potenza termica utile nominale inferiore a 12 kW» (articolo 6, comma 1, lett. a), Dpr 380/2001, il Testo unico dell’edilizia). Di fatto, un’ampia fascia in cui ricade la quasi totalità dei climatizzatori residenziali: entro una tale potenza –spiegano gli operatori– sono infatti ricompresi multisplit fino a cinque attacchi.
La legge fa comunque salve le prescrizioni degli strumenti urbanistici comunali, e il rispetto «delle norme antisismiche, di sicurezza, antincendio, igienico-sanitarie, di quelle relative all’efficienza energetica, nonché delle disposizioni contenute nel Codice dei beni culturali e del paesaggio».
«Nel proprio regolamento edilizio, il Comune potrebbe ad esempio prevedere norme specifiche sulle facciate, richiedendo una comunicazione preventiva e una successiva all’intervento, che comporta la sistemazione di una unità esterna», spiega Alberto Bonino, direttore del laboratorio Agefis. «Una prescrizione tanto più probabile per gli edifici all’interno del centro storico, dove può esser necessaria una comunicazione di inizio lavori asseverata da un tecnico (Cila)».
Occorre perciò sempre verificare, presso lo Sportello unico edilizia o l’ufficio tecnico della città, i regolamenti comunali e gli altri provvedimenti emanati dagli enti locali.
Se l’intervento viene eseguito in una zona sottoposta a vincolo paesaggistico-ambientale o con un particolare valore storico-artistico, in particolare, c’è bisogno dell’autorizzazione paesaggistica o della Soprintendenza. «Fuori dai casi particolari e dall’edilizia libera, l’installazione di un condizionatore, in quanto integrazione di impianti tecnologici e quindi opera di innovazione, ricadrebbe nella manutenzione straordinaria, per la quale è richiesta la Cila», aggiunge Bonino.
Il condominio
Il regolamento condominiale di tipo contrattuale può disciplinare o vietare qualsiasi modifica dell’estetica dell’edificio, anche sulle parti di proprietà esclusiva. Una volta verificata l’assenza di questi paletti o divieti, l’installazione non deve in ogni caso pregiudicare il decoro architettonico o la sicurezza dell’edificio, né impedire l’uso della cosa comune da parte degli altri condomini (articoli 1102, 1122 del Codice civile).
Entro i limiti di legge, è dunque legittimo installare il corpo esterno sul piano di calpestio del balcone o sulla facciata dello stabile: meglio se un apparecchio di piccole dimensioni, che non stravolga l’armonia della facciata stessa e magari si inserisca in essa, per colore e posizione, quasi a scomparire (Cassazione, sentenza 12343/2003).
Prima di installare il climatizzatore, se ne deve dare notizia all’amministratore (in base al nuovo articolo 1122 del Codice civile). Quest’ultimo riferisce in assemblea. In ogni caso l’assemblea non può vietare le installazioni che sono già consentite da leggi e regolamenti.
L’installazione
Quando l’intervento è libero da titoli abilitativi, e si vuol fruire del bonus fiscale del 50% sulle ristrutturazioni (pompa di calore utilizzabile anche ai fini del riscaldamento, a integrazione dell’impianto già esistente), è importante conservare la dichiarazione sostitutiva in cui si indica la data di inizio lavori e si attesta che gli interventi realizzati rientrano tra quelli agevolabili(si veda anche l’articolo accanto).
L’installazione dev’essere realizzata da un tecnico qualificato, munito del “patentino frigoristi” (la certificazione può essere verificata sul sito www.fgas.it), a cui spetta compilare anche il libretto d’impianto: sorta di carta d’identità che dal 15 ottobre scorso (Dm 10.02. 2014) è obbligatoria anche per i climatizzatori fissi.
Al di sotto dei 12 kW la legge non prescrive però la verifica dell’impianto (da effettuare, fino a 100 kW, ogni quattro anni) e la relativa compilazione del rapporto di controllo sull’efficienza energetica (a cura del manutentore). Le sanzioni per chi non rispetta gli obblighi vanno comunque da 500 a 3mila euro (Dlgs 192/2005).
Ma resta sempre opportuno verificare la normativa regionale: in Lombardia, ad esempio, per gli impianti sotto i 12 kW non serve avere un libretto, mentre Veneto o Emilia Romagna hanno predisposto proprie modalità di compilazione specifiche
(articolo Il Sole 24 Ore del 22.06.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO - TRIBUTI: Enti locali, pagano i precari. Niente assunzioni nei comuni in ritardo nei pagamenti. Il dl (n. 78) arriva in G.U. Salta il rinnovo dei contratti a termine nelle città metropolitane.
Dead-line al 15 giugno per il riaccertamento straordinario dei residui.

È questa la data indicata dal testo ufficiale del decreto «enti locali» (D.L. 19.06.2015 n. 78) finalmente atterrato sulla Gazzetta Ufficiale n. 140 di ieri. Non c'è stata, quindi, l'ulteriore mini-proroga per tenere conto del ritardo nella pubblicazione del provvedimento.
Nella versione «bollinata» del provvedimento, inoltre, è saltato il via libera alle assunzioni a tempo determinato nei comuni che nel 2014 hanno sforato i tempi di pagamento dei fornitori e negli enti di area vasta che lo scorso anno hanno non hanno rispettato il Patto di stabilità interno.
Sul riaccertamento straordinario, dunque, è ora legge l'attesa proroga del termine scaduto lo scorso 30 aprile dal dlgs 118/2011 per la ripulitura dei dati contabili propedeutica all'avvio della nuova contabilità. Non c'è stato, però, l'aggiornamento della nuova scadenza, che rimane quella «già scaduta» al 15 giugno indicata nelle bozze circolate nelle scorse settimane. Non c'è stata, quindi, l'ulteriore mini-proroga al 30 giugno da taluno ventilata negli ultimi giorni per tenere conto del ritardo nella pubblicazione del dl.
La norma si premura anche di sterilizzare la procedure di commissariamento già avviate dalle Prefetture nei confronti degli enti ritardatari, ma precisa che, fino a quando l'operazione di verifica dei crediti e dei debiti pregressi non sarà completata, le quote libere e destinate del risultato di amministrazione non potranno essere utilizzate.
Nella versione finale del testo sono saltate anche le deroghe al blocco delle assunzioni per consentire le assunzioni stagionali negli enti che hanno impiegato in media più di 90 giorni per pagare le fatture (in alcune bozze il blocco si applicava al 50%), nonché il rinnovo dei contratti a termine nelle province e nelle città metropolitane non in regola con i vincoli di finanza pubblica. Per gli enti di area vasta, inoltre, il limite alle sanzioni per lo sforamento del Patto 2014 sale dal 2 al 3% delle entrate correnti registrate nell'ultimo consuntivo.
I tempi lunghi della pubblicazione hanno portato anche allo stralcio della norma che disponeva il rinvio a dicembre della scadenza per il versamento dell'acconto Imu per i proprietari dei terreni agricoli colpiti dalla Xylella in Puglia.
Confermate, invece, le zone franche per le piccole imprese dell'Emilia-Romagna localizzate nelle aree colpite dal terremoto del 2012 e dall'alluvione del 2014, anche se rimane il dubbio sulla portata dell'esenzione per i tributi locali, che con infelice formulazione viene riferita alle imposte municipali proprie, per cui bisognerà capire se comprende anche la Tasi, oltre che l'Imu.
Infine, per definire il riparto del fondo Tasi (si veda l'altro pezzo in pagina), è stato imposto un passaggio preliminare in Conferenza stato-città e autonomie locali (articolo ItaliaOggi del 20.06.2015 - tratto da www.centrostudicni.it)

APPALTI: Doppio tetto per ridurre le stazioni appaltanti. Più poteri all'Anac.
Doppio tetto per le stazioni appaltanti. Con l'obiettivo di ridurle dalle attuali 36 mila a circa 200. Per gli affidamenti di importo superiore alle soglie di rilevanza comunitaria (5,2 milioni per i lavori e 200 mila euro per gli appalti di servizi e forniture) sarà comunque richiesto un livello di aggregazione almeno regionale (o di provincia autonoma).
Mentre, per gli affidamenti di importo superiore a 100 mila euro ma inferiore alle medesime soglie di rilevanza comunitaria, i comuni non capoluogo di provincia saranno obbligati a mettersi insieme dando vita a modelli di aggregazione subprovinciali «definendo a tal fine ambiti ottimali territorialmente omogenei e garantendo la tutela dei diritti delle minoranze linguistiche».

Così prevede l'emendamento del M5S al ddl delega sulla riforma degli appalti che ha ricevuto ieri l'ok in prima lettura dal senato. La modifica è stata introdotta dall'aula di palazzo Madama, che ha arricchito in modo significativo l'impianto originario del provvedimento, aggiungendovi ulteriori criteri di delega.
Tra questi si segnalano il rafforzamento dei poteri dell'Autorità nazionale anticorruzione, presieduta da Raffaele Cantone, che potrà arrivare a bloccare le gare in corso (si veda ItaliaOggi del 18 giugno). Senza dimenticare l'istituzione dell'Albo dei commissari di gara presso l'Anac, obbligatorio per tutte le stazioni appaltanti con scelta dei commissari a sorteggio.
Positive le valutazioni delle categorie professionali interessate dal provvedimento. A cominciare da Inarcassa, la cassa di previdenza degli ingegneri e degli architetti. «La riforma accoglie molte delle osservazioni che la Fondazione ha indicato come priorità nel corso dell'audizione in Commissione Lavori Pubblici, tra cui il miglioramento delle condizioni di accesso al mercato dei servizi di architettura e di ingegneria ai giovani professionisti, la radicale limitazione all'appalto integrato, il riferimento alla promozione della qualità architettonica e a quella tecnica», ha commentato Andrea Tomasi, presidente della Fondazione.
«Il nostro plauso», ha proseguito, «va in particolare alle nuove regole in materia di progettazione che, promuovendo la qualità architettonica e tecnico-funzionale, restituiscono centralità alla fase progettuale e decretano lo stop all'affidamento dei servizi di ingegneria e architettura e di tutti i servizi di natura tecnica con il criterio del prezzo più basso o massimo ribasso d'asta». Per il passaggio alla camera, Tomasi ha auspicato un intervento netto sui compiti dei dipendenti pubblici, dei liberi professionisti e delle società di ingegneria, un tema questo «cruciale», ma purtroppo ancora irrisolto.
Per Armando Zambrano, coordinatore della Rete delle Professioni Tecniche (Rpt), nonché presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (Cni), la riforma avrebbe potuto affrontare in modo più significativo il tema dell'accorpamento delle stazioni appaltanti. Ma soprattutto avrebbe potuto prendere in considerazione un tema di grande rilievo per la p.a. ma troppo spesso trascurato quale quello della progettazione interna alle p.a..
Proprio quella, che, secondo la stessa ricerca del Centro Studi Cni, determina, «attraverso un numero spropositato di varianti, il maggior incremento dei costi rispetto a quelli definiti in fase di aggiudicazione
» (articolo ItaliaOggi del 20.06.2015).

APPALTI - EDILIZIA PRIVATA: Durc online, accesso limitato. Solo i consulenti sono da subito abilitati alle verifiche. In una nota della Cnce le regole operative del nuovo sistema in partenza il 1° luglio.
Conto alla rovescia per il Durc online. Dal 1° luglio il documento di regolarità contributiva sarà consultabile e stampabile da internet, accedendo all'apposito sistema raggiungibile dai portali di Inps e Inail, inserendo il codice fiscale dell'impresa che si intende verificare. I consulenti del lavoro, nonostante siano dei soggetti delegati, sono immediatamente abilitati all'effettuazione delle verifiche. Per gli altri casi, invece, il sistema di gestione con delega resta per il momento sospeso.
Lo precisa, tra l'altro, la commissione nazionale paritetica per le casse edili (Cnce) nella nota 19.06.2015 in cui anticipa le regole operative che saranno a breve approvate dal comitato per la bilateralità.
Il Durc online. Dal 1° luglio, dunque, si potrà verificare in tempo reale se un'impresa o lavoratore autonomo è in regola coi contributi e adempimenti nei confronti di Inps, Inail e cassa edili, quest'ultima soltanto per le aziende dell'edilizia ossia quelle che hanno il codice statistico contributivo, Csc, dell'edilizia.
Consulenti in campo. La nota della Cnce spiega che i soggetti abilitati alla verifica, dal 1° luglio, potranno accedere al sistema Durc online attraverso i portali Inps e Inail inserendo il codice fiscale dell'impresa interessata. I soggetti abilitati alla verifica, precisa la Cnce, sono i «soggetti delegati», ossia chiunque abbia interesse alla verifica, oltre a banche e intermediari finanziari previa delega.
Quest'ultima, in particolare, deve essere comunicata agli istituti (Inps o Inail) dal soggetto delegante e conservata dal soggetto delegato. Per il momento, tuttavia, il sistema di delega è sospeso sino a nuove implementazioni informatiche, salvo che in relazione ai soggetti delegati di cui alla legge n. 12/1979 (primi fra tutti i consulenti del lavoro) i quali, invece, sono immediatamente abilitati all'effettuazione delle verifiche.
La richiesta del Durc online. Il nuovo sistema consente, dai portali Inps e Inail (funzione «Consulta regolarità»), la verifica dell'esistenza di un Durc positivo e in corso di validità (120 giorni dalla prima richiesta), nonché la visualizzazione e acquisizione in formato Pdf (funzione «Visualizza il documento»).
Se risulta una precedente richiesta per la quale è in corso un'istruttoria da parte degli istituti e delle casse edili, il sistema comunicherà tale informazione e, pertanto, per ottenere il Durc bisognerà attendere l'esito di tale istruttoria. Se, invece, non c'è già un Durc in corso di validità né un'istruttoria in corso, il portale procede a interrogare le Banche dati nazionali di Inps, Inail e, se coinvolte, delle casse edili per l'emissione dell'esito della verifica e, quindi, del Durc.
Imprese edili. Nel caso la verifica riguardi un'azienda edile, il sistema interroga la banca dati nazionale delle imprese irregolari (Bni), gestita dalla Cnce, la quale risponderà in due modi:
a) impresa regolare: quando l'impresa risulta iscritta nell'anagrafica presente in Bni senza avere in carico segnalazione di irregolarità da parte delle casse edili; in tal caso, la pratica è chiusa e la risposta della Bni è di via libera all'emissione del Durc, cosa che avverrà se l'impresa risulterà regolare anche per Inps e Inail;
b) pratica in istruttoria: quando l'impresa non risulterà iscritta nell'anagrafica Bni o saranno state segnalate irregolarità da parte di una o più casse edili. In tal caso, la cassa edile coinvolta invierà via Pec al soggetto in verifica l'invito alla regolarizzazione da effettuare entro i successivi 15 giorni. Se dopo 28 giorni dalla richiesta del Durc la fase istruttoria ancora non risulta chiusa, la Bni procederà alla chiusura «d'ufficio» segnalando l'impresa come «irregolare» con debito pari a zero (articolo ItaliaOggi del 20.06.2015).

APPALTI: Riforma degli appalti, sì del Senato. Più poteri all’Anac, alt a deroghe e varianti, semplificazione - Delrio: primo passo di una vera svolta.
Primo semaforo verde per la riforma appalti. Il Senato ieri mattina ha approvato in prima lettura, con 184 sì, due no e 42 astensioni, il disegno di legge delega  (Atto Senato n. 1678) che recepisce le direttive europee in materia di contratti pubblici.
Si completa, così, con un voto a larga maggioranza, un lavoro durato sei mesi, cui hanno partecipato da vicino anche le opposizioni. Il testo è stato incardinato lo scorso gennaio presso la commissione Lavori pubblici di Palazzo Madama. E, adesso, deve ancora compiere due passaggi importanti: il vaglio della Camera per la seconda lettura e l’attuazione attraverso il decreto delegato, al quale stanno già lavorando i tecnici del Governo. Per il ministero delle Infrastrutture Delrio «è il primo passo di una svolta vera per i lavori pubblici». Mentre per il viceministro Riccardo Nencini che ha seguito più da vicino il disegno di legge si tratta «di una legge che potenzia trasparenza e vigilanza».
Il testo esce radicalmente rivisitato rispetto al Ddl presentato dall’esecutivo. È entrato con 14 criteri di delega ed è uscito arrivando a quota 53. Un lavoro di aggiunte e limature condotto dal relatore Stefano Esposito (Pd), che è andato avanti fino a ieri, quando sono state portate le ultime correzioni pesanti. «Consegniamo alla Camera una legge che unisce legalità e sviluppo del mercato», ha sottolineato.
Tra le correzioni di ieri spicca il taglio delle stazioni appaltanti che oggi, secondo le stime più accreditate, sono almeno 36mila. Vengono introdotti due tetti: sopra i 100mila euro i Comuni non capoluogo dovranno aggregarsi per fare le gare, mentre sopra le soglie comunitarie (5,2 milioni per i lavori e 200mila euro per servizi e forniture) dovranno passare da centrali di committenza unificate a livello regionale o di provincia autonoma.
La seconda novità di giornata riguarda il passaggio che impone alle concessionarie (autostradali e non) di mandare in gara tutti i lavori, i servizi e le forniture relativi alla loro gestione. Adesso sono obbligati a mettere sul mercato una quota del 60%. L’emendamento votato dall’Aula prevede alcune eccezioni: le nuove regole non valgono sotto i 150mila euro, nei casi di project financing e per «le concessioni in essere affidate con procedure di gara ad evidenza pubblica secondo il diritto dell’Ue».
La terza novità è relativa alle autostrade. La regola generale è che non ci saranno proroghe d’ufficio per le concessioni in essere, con una eccezione: sono escluse le società nelle quali il controllo sia appannaggio di soggetti pubblici. Una formulazione che consentirà un prolungamento senza gara per Autovie venete e Autobrennero. Arriva anche una forte stretta sull’in house. Viene istituito, presso l’Anac, un elenco di enti controllati da pubbliche amministrazioni ai quali sarà possibile affidare i contratti senza gara.
Guardando alle novità approvate nelle scorse settimane, il cuore della riforma è l’estensione e il rafforzamento dei poteri affidati all’Anac guidata da Raffaele Cantone. Un passaggio in cui non è difficile intravedere il riflesso delle tante inchieste sulla corruzione che hanno attraversato il mondo degli appalti negli ultimi mesi: dal sistema Incalza-Perotti scoperchiato dalla procura di Firenze allo scandalo Mafia Capitale.
Con la riforma, Cantone sarà dotato di poteri di intervento cautelari (possibilità di bloccare in corsa gare irregolari) e potrà chiedere alle stazioni appaltanti di annullare le gare in odore di corruzione prima di attivare i commissariamenti, mentre il rispetto degli atti di indirizzo al mercato (bandi-tipo, linee guida, pareri) diventerà vincolante per amministrazioni e imprese.
In questa chiave va anche letta la nascita di un albo nazionale dei commissari di gara e il divieto espresso di prevedere scorciatoie normative, bypassando o semplificando le gare, per la realizzazione di grandi eventi. Le deroghe potranno essere ammesse soltanto in risposta a fenomeni di calamità naturale. Dunque, niente nuovi casi Expo (con circa 90 deroghe).
Per frenare la deriva dei tempi infiniti dei cantieri arriva la stretta sulle varianti da cui passa l’aumento dei costi in due casi su tre nelle grandi opere, con la possibilità di rescindere il contratto oltre certe soglie di importo. Anche le infrastrutture dovranno adeguarsi a costi standard. Con progetti definiti prima di arrivare al cantiere. La delega investe sulla valorizzazione della fase progettuale, vietando le aggiudicazioni al massimo ribasso e limitando la possibilità di affidare insieme progetto e lavori solo a casi di particolare rilievo tecnologico.
Inoltre le grandi opere dovranno essere capaci di guadagnarsi il consenso sul campo («débat public»). Mentre le imprese saranno valutate anche sulla base della reputazione guadagnata in cantiere (rispetto dei tempi e bassa vocazione al contenzioso) legata al rating di legalità
(articolo Il Sole 24 Ore del 19.06.2015).

EDILIZIA PRIVATA: Attestati energetici, obbligo dal 1° ottobre. Immobili. Il rinvio nelle linee guida approvate dalla Conferenza unificata.
L’obbligo di compilare l’attestato di prestazione energetica degli edifici in base alle nuove linee guida scatterà il 1° ottobre prossimo.
Lo ha deciso ieri la Conferenza unificata, che dopo un lungo lavoro di confronto e limatura ha dato il via libera definitivo allo schema di decreto sulle modalità per la certificazione in edilizia, in attuazione della direttiva 2010/31/Ue e degli schemi di relazione tecnica di progetto.
L’ultima data proposta dal ministero dello Sviluppo economico era il 1° agosto: alla fine, però, si è preferito accogliere almeno in parte la richiesta avanzata dalle Regioni, con la motivazione di consentire ai tecnici abilitati al rilascio dell’Ape di prendere confidenza con i nuovi software. Il decreto, comunque, dovrà essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale entro il 28 giugno, pena la mancata chiusura della procedura di infrazione aperta dall’Ue a carico dell’Italia e l’impossibilità per il nostro Paese di utilizzare i fondi strutturali della programmazione 2014-2020.
Stessa situazione vale anche per il parallelo decreto sui requisiti minimi di efficienza energetica per gli immobili, che ha avuto il «via libera» della Conferenza il 25 marzo, ma che non è ancora stato pubblicato. Anche per questo, l’entrata in vigore (fissata al 1° luglio) potrebbe slittare a inizio ottobre.
Sotto l’aspetto pratico, la grande novità in arrivo con le linee guida varate ieri, è che da ottobre tutte le Regioni (con l’eccezione delle Province autonome) utilizzeranno uno stesso sistema per classificare la performance energetica dell’edificio. E questo nonostante, sulla carta, la clausola di cedevolezza lasci comunque liberi i territori di agire con propri sistemi locali a patto di aver recepito con atti propri la direttiva comunitaria.
«Alla fine ha prevalso una scelta di omogeneità –commentano dallo Sviluppo economico– che va nella direzione di offrire ai proprietari di casa e agli acquirenti un’unica scala di confronto, comparabile, in tutta Italia»
(articolo Il Sole 24 Ore del 19.06.2015).

EDILIZIA PRIVATA: Efficienza energetica doc. Progettisti obbligati alla relazione tecnica. IMMOBILI/ Le regole del MiSe entrano in vigore dal primo agosto.
Il progettista o i progettisti, nell'ambito delle rispettive competenze edili, impiantistiche termotecniche, elettriche e illuminotecniche, dovranno inserire i calcoli nella relazione tecnica di progetto attestante la rispondenza alle prescrizioni per il contenimento del consumo di energia degli edifici, che il proprietario dell'edificio, o chi ne ha titolo, deve depositare presso le amministrazioni competenti, in doppia copia, contestualmente alla dichiarazione di inizio dei lavori complessivi o degli specifici interventi proposti, o alla domanda di concessione edilizia.

Queste le istruzioni contenute nel nuovo decreto MiSe in materia di efficienza energetica degli edifici che ha ottenuto ieri il via libera della conferenza unificata.
Il provvedimento fornisce al progettista le indicazioni per compilare la relazione tecnica di progetto attestante la rispondenza alle prescrizioni per il contenimento del consumo di energia degli edifici e dei relativi impianti termici. L'entrata in vigore di questo decreto è stata fissata al 01.08.2015.
Nello specifico il decreto tecnico fornisce ai progettisti una bussola sui dati (e come) da inserire relativamente a elementi edili, termotecnici, illuminotecnici; e come poi debbano eseguire i calcoli e le verifiche. In modo da redigere poi la relazione tecnica di progetto che attesta l'effettiva rispondenza alle prescrizioni per il contenimento del consumo di energia degli edifici e dei relativi impianti termici.
Il decreto sulla relazione tecnica è un adempimento previsto dal dlgs 19.08.2005 (articolo 8 comma 1), cioè sul decreto che recepisce la direttiva 2010/31/Ue sulle prestazioni energetiche degli edifici. La relazione del progettista, non è dovuta in caso di sostituzione di generatori di calore dell'impianto di climatizzazione avente potenza limitata, inferiore alla soglia prevista dall'articolo 5, comma 2, lettera g), del dm n. 37/2008.
Inoltre, in caso di edifici di nuova costruzione o soggetti a ristrutturazione importante, nell'ambito della relazione dovrà essere effettuata una valutazione della fattibilità tecnica, ambientale ed economica per l'inserimento di sistemi alternativi ad alta efficienza, tra i quali sistemi di fornitura di energia rinnovabile, cogenerazione, teleriscaldamento e teleraffrescamento (articolo ItaliaOggi del 19.06.2015).

APPALTINuove regole per gli appalti. In house precluso ai concessionari. No al massimo ribasso. Il senato ha dato il primo ok al ddl di riforma. Fondo per la progettazione negli enti.
Vietati gli affidamenti in house nel settore delle concessioni autostradali, divieto per il contraente generale di svolgere la direzione dei lavori. Fondo per la progettazione degli enti locali. Albo dei commissari di gara scelti dall'Autorità nazionale anticorruzione. Eliminazione del prezzo più basso nella scelta dei progettisti, affidamento dei lavori sulla base del progetto esecutivo, riduzione del numero delle stazioni appaltanti, revisione del sistema di qualificazione delle imprese e introduzione dei criteri reputazionali.

Sono questi alcuni dei punti di maggiore rilievo del disegno di legge delega (Atto Senato n. 1678) approvato ieri dall'aula del senato con 184 voti favorevoli, due contrari e 42 astensioni. Adesso il testo passa all'esame della camera, che dovrebbe vararlo entro breve in modo da uscire con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale entro la pausa estiva.
Uno dei nodi di maggiore rilievo politico definito ieri dall'aula riguarda la disciplina degli appalti dei concessionari. La norma varata ieri prevede che per tutti i concessionari che non sono stati scelti con gara europea scatta l'obbligo di affidare a terzi lavori, forniture e servizi, senza più la possibilità di ricorrere a società in house. soltanto per le nuove concessionarie scelte con gara sarà possibile utilizzare società in house partecipate al 100%.
Il provvedimento chiarisce anche che la scelta dei commissari di gara spetterà all'Anac che dovrà fornire direttamente i nominativi alle stazioni appaltanti che non potranno scegliere neanche a sorteggio. È stato poi introdotto un fondo rotativo per finanziare le progettazioni degli enti locali così da superare i vincoli di natura contabile che speso non consentono di finanziare un progetto senza la completa copertura dell'opera.
Confermate le norme che vietano il massimo ribasso come criterio di aggiudicazione dei servizi di ingegneria e architettura e le limitazione all'utilizzo dell'appalto integrato, che sarà ammesso soltanto in presenza del 70% di lavori complessi.
I contenuti del provvedimento sono stati commentati a caldo nel convegno organizzato dall'Oice, l'associazione delle società di ingegneria, sulla riforma degli appalti pubblici tenutosi all'Ara Pacis di Roma. Riccardo Nencini, viceministro alle infrastrutture, ha affermato: «Non ricordo una legge delega così dettagliata che sia stata approvata sostanzialmente all'unanimità, a parte l'astensione del Movimento cinque stelle. Se avessimo avuto queste norme approvate, oggi la scalata a Mafia capitale sarebbe stata molto più difficile. La scrittura dei decreti è quasi obbligata e non consentirà elusioni da parte del governo e genericità sulle norme attuative.» Molto soddisfatto anche il ministro delle infrastrutture, Graziano Delrio, secondo cui «si tratta di una svolta vera nel nostro sistema dei lavori pubblici, che porta semplificazione, legalità e certezza nella esecuzione».
Esulta anche il relatore del provvedimento Stefano Esposito: «È per me motivo di rallegramento che su un tema così diviso non ci sia stato un voto contrario in aula. È un fatto positivo e politicamente rilevante, così come la sintonia con il governo. Adesso la responsabilità più importante spetta al governo affinché non ci siano interpretazioni che tendano a dare rilievo ai micro interessi. Si andrà alla riduzione a 200 stazioni appaltanti, si imporranno le gare ai concessionari non scelti in gara mettendo la parola fine all'in house e liberando almeno 800 milioni di lavori ogni anno, si valorizza molto la centralità del progetto con il divieto di massimo ribasso nelle gare di progettazione»
Per Michele Corradino, consigliere Anac, «è essenziale andare verso un'accurata programmazione e progettazione per evitare varianti e riserve; per parte nostra ci impegneremo a svolgere l'importante ruolo che la legge ci assegna». L'avvocato Antonella Manzione, capo ufficio legislativo della presidenza del consiglio ha evidenziato come si tratti di «una delega molto dettagliata e che nella sua attuazione occorrerà rispettare il divieto di goldplating (ossia l'introduzione, in sede di recepimento di direttive europee, di adempimenti ed oneri ulteriori rispetto a quelli definiti dal regolatore comunitario) andando verso un codice snello e semplificato rispetto ad oggi
» (articolo ItaliaOggi del 19.06.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Poliziotti provinciali in stallo. Tempi lunghi per il trasferimento presso i vigili urbani. Il decreto enti locali (oggi in G.U.) non prevede soluzioni sulla gestione del personale.
Tempi lunghi per il trasferimento degli appartenenti alla polizia provinciale presso i corpi di polizia municipale e finanziamenti troppo esigui per il subentro delle regioni nella gestione dei servizi per il lavoro.

Le bozze del «decreto enti locali», atteso oggi in Gazzetta Ufficiale (sarà il
D.L. 19.06.2015 n. 78), non lasciano intravedere nessuna soluzione realmente efficace e, comunque, rapida alla situazione delicatissima della gestione del personale delle province.
Polizia provinciale. Le indicazioni del decreto enti locali sulla polizia provinciale nella sostanza aggiungono ben poco al regime vigente. Si prevede che il personale dei corpi di polizia provinciale transiti «nei ruoli degli enti locali per lo svolgimento delle funzioni di polizia municipale».
L'unico elemento di «novità» della disposizione consisterebbe, tuttavia, nella specificazione normativa che i dipendenti dei corpi di polizia provinciale non sono «bloccati» nel prestare servizio presso le province, in attesa dell'impalpabile riforma delle forze di polizia. Il decreto, dunque, in questo modo corregge l'interpretazione fornita dalla circolare 1/2015, secondo la quale, invece, i circa 3 mila dipendenti delle polizie provinciali non avrebbero potuto partecipare alle procedure di mobilità.
Tuttavia, il testo delle bozze di decreto enti locali lascia fermo quanto previsto dall'articolo 1, comma 89, della legge 190/2014. Dunque, il trasferimento dei componenti della polizia provinciale dovrebbe essere comunque subordinato alle leggi con cui le regioni riordineranno le funzioni. Sicché, i tempi per giungere ai trasferimenti si rivelano estremamente lunghi, considerando l'inerzia delle regioni, che si trascina da mesi.
La bozza di decreto, ancora, stabilisce che finché i comuni non abbiano integralmente assorbito i dipendenti dei corpi di polizia provinciale, non potranno assumere, a pena di nullità «personale con qualsivoglia tipologia contrattuale per lo svolgimento di funzioni di polizia locale, fatta eccezione per le esigenze di carattere stagionale come disciplinate dalle vigenti disposizioni». Ma, l'articolo 1, comma 424, della legge 190 era già chiaro nel disciplinare ciò.
Poco innovativa anche la previsione, che nei testi circolati appare e scompare, secondo la quale il transito del personale dei corpi di polizia provinciale potrebbe avvenire sì nei limiti della dotazione organica e della programmazione triennale dei fabbisogni, ma «in deroga alle vigenti disposizioni in materia di limitazioni alle spese ed alle assunzioni di personale, garantendo comunque il rispetto del patto di stabilità interno nell'esercizio di riferimento e la sostenibilità di bilancio».
Di fatto, si estende la deroga ai tetti di spesa, già comunque normata dal comma 424 della legge 190/2014.
Servizi per il lavoro. Le bozze di decreto cercano di superare le censure che la Ue muoverebbe all'attuazione del comma 429 della legge 190/2014. Esso prevede l'utilizzo dell'anticipazione di 60 milioni del fondo di rotazione per la formazione professionale gestito dal ministero del lavoro a valere sul Fondo sociale europeo, giustificata solo per il pagamento degli stipendi del personale provinciale addetto ai centri per l'impiego. Non è un caso che nessuna regione abbia fatto richiesta di utilizzare tali fondi.
La soluzione di ripiego è allora giustificare l'impiego dei fondi europei allo scopo di garantire il livello essenziale delle prestazioni in materia di servizi e politiche del lavoro. A tale scopo, le regioni dovrebbero stipulare con lo stato una convenzione, per effetto della quale il ministero del lavoro metterebbe a disposizione 70 milioni in misura proporzionale al numero dei lavoratori direttamente impiegati nei servizi per il lavori, come anticipazione del fondo di rotazione per la formazione professionale.
Tuttavia, c'è da osservare che i 140 milioni in due anni non coprono il fabbisogno complessivo della spesa del personale provinciale addetto ai servizi per il lavoro, per il quale la spesa è di circa 250 milioni, cui sono da aggiungere altri 570 milioni circa per il funzionamento dei servizi. Le regioni, dunque, dovrebbero addossarsi una spesa di circa 630 milioni complessivi annui.
Come, poi, 70 milioni, non aggiuntivi alla spesa complessiva possano assicurare il rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni che nemmeno la spesa attuale complessiva dei servizi per il lavoro, una delle più basse d'Europa, è tutto da dimostrare (articolo ItaliaOggi del 19.06.2015).

GIURISPRUDENZA

APPALTI SERVIZILa nuova direttiva 2014/24/UE sull'in house non può ritenersi self-executing.
La sesta sezione del Consiglio di Stato stabilisce, nella sentenza in commento, che
il criterio da utilizzare per tracciare il perimetro del concetto di ente pubblico non è sempre uguale a sé stesso, ma muta a seconda dell'istituto o del regime normativo che deve essere applicato e della ratio ad esso sottesa. Su questo tema, pertanto, giudici di Palazzo Spada chiariscono che sulla nozione di ente pubblico ai fini della verifica del requisito del controllo analogo nell'ambito dell'istituto dell'in house.
La nuova direttiva 2014/24/UE, nonostante il suo contenuto in alcune parti dettagliato, non può ritenersi self-executing in quanto è ancora in corso il termine previsto per la sua attuazione da parte dello Stato.
----------------

Il criterio da utilizzare per tracciare il perimetro del concetto di ente pubblico non è sempre uguale a sé stesso, ma muta a seconda dell'istituto o del regime normativo che deve essere applicato e della ratio ad esso sottesa. Occorre, in altri termini, di volta in volta domandarsi quale sia la funzione di un certo istituto, quale sia la ratio di un determinato regime "amministrativo" previsto dal legislatore, per poi verificare, tenendo conto delle caratteristiche sostanziali del soggetto della cui natura si controverte, se quella funzione o quella ratio richiedono l'inclusione di quell'ente nel campo di applicazione della disciplina pubblicistica.
Ne consegue è che è del tutto normale, per così dire "fisiologico", che ciò che a certi fini costituisce un ente pubblico, possa non esserlo ad altri fini, rispetto all'applicazione di altri istituti che danno rilievo a diversi dati funzionali o sostanziali. Emblematica, in tal senso, è la figura dell'organismo di diritto pubblico, che è equiparato sì all'ente pubblico quando aggiudica contratti (ed è sottoposto alla disciplina amministrativa dell'evidenza pubblica), rimanendo, però, di regola, nello svolgimento di altre attività, un soggetto che tendenzialmente opera secondo il diritto privato.
Pertanto, nel caso di specie, appurato che la nozione di ente pubblico cui si deve fare riferimento è funzionale e cangiante, allora, la circostanza che talvolta le Università private siano state ritenute enti pubblici dalla giurisprudenza (e trattate come tali ai fini della giurisdizione sulle controversie in materia di impiego o della giurisdizione della Corte dei conti) non è di per sé sufficiente per ritenere che lo siano sempre.
Non è di per sé sufficiente per ritenere che lo siano, per quanto più interessa in questa sede, anche quando si tratta di verificare la condizione, rilevante per configurare un rapporto in house, della partecipazione pubblica totalitaria. La nozione di ente pubblico che viene in rilievo ai fini della verifica del requisito del controllo analogo nell'ambito dell'istituto dell'in house è particolarmente rigorosa e restrittiva, dovendosi escludere la possibilità di equiparare all'ente pubblico qualsiasi soggetto che, a prescindere dai poteri, dai fini e dalla struttura organizzativa, operi grazie a capitali privati. E questo è certamente il caso delle Università private.
L'art. 12, lett. c), della nuova direttiva 2014/24/UE ammette l'in house nonostante l'assenza della partecipazione pubblica totalitaria ritenendo l'istituto compatibile con "forme di partecipazione di capitali privati, che non comportano controllo o potere di veto, prescritte dalle disposizioni legislative nazionali, in conformità dei trattati, che non esercitano un'influenza determinante sulla persona giuridica controllata".
L'in house aperto ai privati previsto dal cit. articolo della nuova direttiva 2014/24/UE rappresenta non un obbligo, ma una facoltà della quale il legislatore nazionale potrebbe legittimamente anche decidere di non avvalersi, scegliendo di attuare un livello di tutela della concorrenza ancor più elevato rispetto a quello prescritto a livello comunitario.
Peraltro, in forza dell'art. 12 della nuova direttiva appalti, le "forme di partecipazione di capitali privati" devono essere "prescritte dalle disposizioni legislative nazionali, in conformità dei trattati". Le previsioni contenute nella direttiva 2014/24/UE, comunque, non assumano rilievo nel presente giudizio. Deve escludersi che la nuova direttiva, nonostante il suo contenuto in alcune parti dettagliato, possa ritenersi self-executing per la dirimente considerazione che è ancora in corso il termine previsto per la sua attuazione da parte dello Stato.
Non si può, quindi, ritenere che la mera pubblicazione della direttiva determini, prima che sia scaduto il termine per il suo recepimento, il superamento automatico e immediato di una disciplina preesistente di derivazione comunitaria (commento tratto da www.documentazione.ancitel.it - Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 26.05.2015 n. 2660 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Più costi d'impresa per tenersi l'appalto. L'azienda può ridursi l'utile se l'offerta è anomala.
L'azienda ben può ridursi l'utile «in corsa» pur di non perdere l'appalto. In caso di offerta anomala, infatti, l'impresa che ha partecipato alla gara ben può introdurre un costo a suo carico nella proposta economica avanzata alla stazione appaltante: l'importante è che resti invariato il prezzo finale dell'opera o dei servizi.

È quanto emerge dalla sentenza 13.05.2015 n. 755, pubblicata dalla I Sez. del TAR Sardegna.
Totale fisso
Niente da fare per la società concorrente: non riesce a fare revocare l'aggiudicazione dell'appalto alla rivale: la gara è stata bandita dall'agenzia regionale per la protezione ambientale per il servizio di monitoraggio delle acque di transizione e doveva essere attribuita con il criterio del prezzo più basso. Non c'è violazione della par condicio né distorsione della concorrenza. Tanto meno eccesso di potere da parte dell'amministrazione.
E ciò perché non è affatto detto che nel procedimento di verifica dell'offerta anomala il concorrente non possa modificare la sua proposta economica: può invece senz'altro modificare la voci di costo; esattamente come accade nel nostro caso: nella gara la società introduce nella proposta altre analisi di laboratorio a suo carico, che evidentemente non aveva considerato, il tutto a danno del suo ritorno economico, perché il totale dell'offerta non cambia.
Né si può ritenere che via sia stato uno stravolgimento totale delle voci di costo.
Questione di qualificazione
Bocciata anche l'ulteriore censura del competitor sull'esternalizzazione delle attività: l'esclusione dalla gara, infatti, scatta soltanto quando il concorrente interessato risulta privo in proprio della qualificazione per le lavorazioni che ha dichiarato di voler subappaltare, mentre negli altri casi scaturiscono soltanto conseguenze nella fase esecutiva, con l'impossibilità di ricorrere concretamente al subappalto.
Insomma: ha fatto bene la stazione appaltante a chiudere con un giudizio di congruità il procedimento di verifica della congruità dell'offerta da parte dell'azienda che si è aggiudicata la gara. All'impresa perdente non resta che pagare le spese di giudizio (articolo ItaliaOggi del 25.06.2015 -
tratto da www.centrostudicni.it)

TRIBUTI: P.a. causa di forza maggiore. Se ritarda i pagamenti, niente sanzioni ai creditori. Una sentenza della Ctr Torino sugli effetti dei comportamenti degli uffici pubblici.
Il contribuente non può essere sanzionato per il versamento tardivo di imposte e tasse se riesce a provare che la violazione è stata commessa per il ritardato pagamento dei suoi crediti da parte della pubblica amministrazione. Il deprecabile comportamento dell'amministrazione pubblica lo esonera dal pagamento delle sanzioni fiscali, poiché ciò può determinare un'assenza temporanea di liquidità che dà luogo alla violazione per causa di forza maggiore.

L'importante principio è stato affermato dalla commissione tributaria regionale di Torino, Sez. XXXIV, con la sentenza 13.05.2015 n. 526.
Per i giudici d'appello, purtroppo, «i ritardi nei pagamenti da parte della p.a. costituiscono una deprecabile ed incontestabile realtà a livello generale». Pertanto, considerato che la morosità della p.a. è stata documentata e provata dalla società contribuente, il ritardo nel pagamento delle imposte è giustificato dall'assenza temporanea di liquidità dipendente da «causa di forza maggiore», che porta a escludere l'irrogazione della sanzioni.
Si fa sempre più strada nella giurisprudenza la tesi che i contribuenti non devono essere sanzionati se si è in presenza di determinate situazioni che ostacolano il corretto adempimento degli obblighi tributari. Per esempio, la Commissione tributaria provinciale di Milano (sentenza 313/2008) ha stabilito che la malattia può dar luogo a una causa di forza maggiore, poiché impedisce il regolare svolgimento di un'attività lavorativa e può determinare difficoltà economiche e di liquidità.
E l'interessato non è sanzionabile se riesce a provare che non ha presentato la dichiarazione dei redditi e non ha pagato nei termini. Del resto l'articolo 6 del decreto legislativo 472/1997, che disciplina le cause di non punibilità, esonera dal pagamento delle sanzioni se la violazione viene commessa per «forza maggiore».
La norma però non chiarisce quando ricorre questa circostanza. Secondo la giurisprudenza costituiscono cause di esclusione delle sanzioni le difficoltà economiche momentanee, che possono dipendere da vari fattori: ritardi nei pagamenti dei crediti delle imprese da parte dell'amministrazione pubblica, mancanza momentanea di liquidità dovuta alla crisi economica, stato di malattia che impedisce il normale svolgimento dell'attività professionale o imprenditoriale.
Anche la commissione tributaria provinciale di Lodi, seconda sezione, con la sentenza n. 145/2014, ha stabilito che le sanzioni irrogate al contribuente vanno annullate «per difetto di colpa» dipendente dalle condizioni di salute di un familiare, che creano «un comprensibile disinteresse verso obblighi fiscali e tributari» (articolo ItaliaOggi Sette del 22.06.2015).

EDILIZIA PRIVATA - VARI: Bonifico in ritardo, paga la banca. Se la richiesta è chiara, non è imputabile al cliente il mancato uso di termini tecnici.
Credito. Il caso della società che aveva disposto un pagamento rilevante con la data di valuta nello stesso giorno di esecuzione.
Il ritardo nell’esecuzione di un bonifico chiesto con valuta coincidente per il disponente e per il beneficiario è addebitabile alla banca che riceve l’ordine, se l’istituto omette l’inserimento dei codici previsti dalle specifiche tecniche contenute nella guida pubblicata dalla Banca d’Italia. In particolare, non è attribuibile al cliente la mancata indicazione della locuzione «valuta compensata», siccome costituisce linguaggio bancario che non può pretendersi conosciuto dallo stesso.
Sono le conclusioni cui perviene con l'articolata sentenza 08.04.2015 n. 4351 il TRIBUNALE di Milano.
La controversia vedeva contrapposte una società e due banche per i danni derivanti dal ritardo di un giorno di valuta nell’esecuzione di un bonifico dell’importo di oltre 3 milioni di euro.
La richiesta del cliente
Nel caso sottoposto alla decisione del tribunale meneghino, come emerge dalla documentazione istruttoria, la società attrice aveva preannunciato con una comunicazione del 13.03.2013 l’esecuzione di una serie di Bir (bonifico di importo rilevante). Dopodiché, il 17 giugno aveva disposto il bonifico in questione indicando chiaramente la medesima data sia quale valuta per l’ordinante sia quale valuta per il beneficiario.
Ciò nonostante il bonifico era stato eseguito presso la banca beneficiaria (quale tesoriera di un ente pubblico locale) con valuta del 18.03.2013 e cioè del giorno successivo all’ordine impartito.
La banca principale -cioè quella da cui era “partito” il bonifico- imperniava la propria difesa sulla circostanza della corretta richiesta alla banca beneficiaria di pari valuta, come indicato nell’ordine di bonifico. Chiamava quindi in causa la banca beneficiaria, domandando in via subordinata un concorso di colpa con la società ordinante, “colpevole” di non aver evidenziato la perentorietà del termine di scadenza e di aver atteso imprudentemente l’ultimo giorno utile per effettuare il versamento.
La banca beneficiaria ha eccepito invece l’esclusiva responsabilità della banca principale che non aveva osservato le specifiche tecniche della Banca d’Italia del dicembre 2006 con riguardo agli ordini di bonifico con «valuta compensata», ossia quei bonifici nei quali si attribuisce all’addebitamento e all’accreditamento la valuta del giorno in cui si dà corso all’operazione.
Dall’esame istruttorio, il giudice rileva che nella transazione la banca ordinante aveva omesso di indicare proprio i codici necessari a ottenere la «valuta compensata», diversamente dalla procedura consueta di valuta al beneficiario riportata al giorno lavorativo successivo. Peraltro, la stessa banca disponente si era mostrata edotta del fatto che, all’epoca di causa, la prassi bancaria era nel senso che «la banca accreditata era obbligata a riconoscere la stessa valuta del giorno dell’esecuzione alla banca di addebito, ma non era vincolata ad accreditare il proprio cliente con la medesima valuta», prassi venuta meno soltanto in seguito alle successive direttive europee sui servizi di pagamento.
L’indicazione nell’«ordine»
Ad avviso del tribunale, era onere della banca principale adottare quelle modalità che, nel rispetto dei codici interni al sistema bancario, avrebbero consentito di garantire identità di data valuta tra ordinante e beneficiario. E questo perché:
- la banca era a conoscenza della necessità di “bonificare” l’importo con valuta fissa;
- una volta appurato che il cliente ha dato indicato indicazioni chiare circa la data di valuta al beneficiario, non gli si può imputare di avere omesso indicazioni tecniche, quali la dizione «valuta compensata»: si tratta, infatti, di un’espressione che non può pretendersi fosse linguaggio conosciuto dal cliente.
Il che, tra l’altro, esclude ogni responsabilità della banca terza chiamata in causa
(articolo Il Sole 24 Ore del 22.06.2015).

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATA: Sindaci con i condomini scippati del parcheggio.
Il Comune non può far finta di niente se i condomini si sentono «scippati» del loro parcheggio. L'ente locale deve emettere un provvedimento ad hoc in cui spiega se è compatibile o meno con le norme urbanistiche il progetto di trasformare in posteggio pubblico l'area dove i condomini lasciano da sempre le loro auto in sosta in virtù di un diritto d'uso. E ciò grazie alla legge Severino, che ha rafforzato gli obblighi di trasparenza dell'amministrazione escludendo che gli uffici possano serbare il silenzio in materia.

È quanto emerge dalla sentenza 05.02.2015 n. 852, pubblicata dalla Sez. III del TAR Campania-Napoli.
L'imprenditore che vuole aprire il parcheggio garantisce che rispetterà il diritto dei condomini a posteggiare nell'area. Ma non è questo il punto. L'amministrazione rilascia titoli abilitativi per il compimento di una determinata attività o per la realizzazione di una determinata con salvezza dei diritti dei terzi.
E dunque il provvedimento dell'amministrazione non può entrare nel merito di questioni civilistiche come la sussistenza della servitù in favore dei condomini. Nella Scia, però, nulla si dice sulla destinazione dell'area, mentre in passato il Comune ha bocciato un analogo progetto nella stessa area per incompatibilità della destinazione con le norme urbanistiche.
Ecco allora che i proprietari degli appartamenti diffidano lo sportello unico delle attività produttive a spiegare, stavolta in modo esplicito grazie alla legge 190/2012, perché adesso l'area può essere trasformata in posteggio pubblico. L'amministrazione paga le spese (articolo ItaliaOggi Sette del 22.06.2015).
---------------
MASSIMA
Il ricorso è solo in parte fondato e va accolto per quanto di ragione.
Gli istanti agiscono per far dichiarare l’illegittimità dell’inerzia del Comune di Torre Annunziata nell’esercizio di verifica e controllo sulla s.c.i.a. presentata dal signor G.B.G. in data 29.03.2011 avente ad oggetto l’attività di parcheggio pubblico a pagamento, nonché l’illegittimità del silenzio serbato sull’atto di diffida notificata allo stesso Comune in data 20.03.2014, al fine di sollecitare l’esercizio del detto potere di verifica e controllo, ritenendo lo svolgimento della cennata attività incompatibile con la servitù di passaggio nella loro titolarità, in quanto condomini del Parco Fusco sito al Corso Umberto I, n. 47/E (ex n. 61), per essere tale servitù attiva loro riconosciuta dai titoli d’acquisto dei singoli cespiti (cfr. copia dei rogiti notarili in atti).
Il Collegio osserva preliminarmente che,
a seguito della novella dell’art. 19 l.241/1990, avvenuta mediante l’aggiunta, ad opera del d.l. 138/2011, del comma 6-ter, il rimedio offerto dall’ordinamento a tutela delle ragioni del terzo rispetto ad una s.c.i.a., dalla quale detto terzo assuma di essere stato leso e che, però, si è consolidata per il mancato esercizio del potere inibitorio nel termine di legge (pari a 60 giorni dalla presentazione della segnalazione ai sensi del comma 3 dell’art. 19 l. n. 241/1990), è rappresentato dallo speciale procedimento di cui all’art. 31 c.p.a. (TAR Venezia, sez. II, 15.02.2013, n.230, Id., 12.04.2012 n. 519), con il quale il terzo, dopo aver sollecitato (come è avvenuto, nella vicenda in esame, con la diffida del 20.03.2014) l’esercizio del generale potere di vigilanza e di repressione degli illeciti ed eventualmente, nei limiti di cui all’art. 21-quinquies e all’art. 21-nonies della l.241/1990, del potere di autotutela, può richiedere che il giudice amministrativo sanzioni l’illegittimità dell’inerzia dell’Amministrazione.
Ciò comporta, ad avviso del Tribunale, l’affermazione, nella delineata fattispecie, del dovere dell’Amministrazione di dar corso al procedimento in presenza di una diffida del tenore di quella presentata dagli odierni ricorrenti, i quali hanno prospettato all’Autorità la lesione della loro sfera giuridica in relazione alla s.c.i.a. presentata dal B.G. 2011, e del correlativo dovere di concludere detto procedimento con un provvedimento espresso (dovere, quest’ultimo, divenuto particolarmente cogente in ragione della novella del 1° comma dell’art. 2 della l. 241/1990 ad opera della l. 190/2012).
Mette conto di precisare, tuttavia, i contenuti ai quali può avere riguardo il potere di vigilanza in parola o rectius di individuare il perimetro in cui esso può svolgersi, dal momento che l’estensione della servitù di passaggio e dell’asserito diritto d’uso, nonché le concrete modalità di godimento degli stessi, da parte dei predetti condomini, sull’area in proprietà degli eredi F. e condotta in locazione dal signor B.G., costituiscono aspetti di esclusivo rilievo civilistico e non possono costituire oggetto di accertamento e di intervento da parte dell’Amministrazione.
Quest’ultima, infatti, procede al rilascio dei titoli abilitativi per il compimento di una determinata attività o per la realizzazione di una determinata con salvezza dei diritti dei terzi
(peraltro, nel caso di specie, il signor B.G. ha dichiarato, all’atto della presentazione della s.c.i.a., di salvaguardare il “diritto di passaggio e di sosta a favore dei condomini del fabbricato sito al Corso Umberto I n. 47/6, già n. 61”; cfr. copia nella produzione dei ricorrenti, pag. 1).
In definitiva,
l’esercizio del potere di vigilanza (ed eventualmente del potere repressivo) da parte del Comune di Torre Annunziata, il cui esercizio è invocato dagli istanti, non può che riguardare, pertanto, il solo eventuale contrasto –questo, sì, rilevante sotto il profilo amministrativo– tra l’adibizione dell’area in questione all’attività di parcheggio e la destinazione urbanistico-edilizia dell’area, anche con riguardo a precedenti titoli rilasciati dall’Amministrazione involgenti il godimento di detta area (nel caso di specie, la licenza edilizia del 1973) e in considerazione del fatto che la medesima attività in relazione alla medesima area non era stata assentita nel 2006 (cfr. copia della determinazione n. 56 del 04.08.2006 di diniego della d.i.a. per attività di rimessa di veicoli nell’area a cielo aperto).
Alla luce dei rilievi esposti,
il ricorso va, pertanto, accolto limitatamente alla declaratoria dell’obbligo del Comune di Torre Annunziata di avviare il procedimento volto a verificare, mediante il compimento delle opportune attività istruttoria, la legittimità della situazione determinatasi a seguito della presentazione della s.c.i.a. da parte del B.G. per lo svolgimento dell’attività di parcheggio pubblico all’aperto sull’area, rispetto alla quale i ricorrenti godono di un diritto d’uso e di passaggio in virtù dei titoli di acquisto dei diversi cespiti immobiliari, nonché l’obbligo di concludere detto procedimento mediante l’adozione di un atto espresso, il quale –qualora assuma contenuto negativo rispetto alle aspettative dei ricorrenti– dovrà illustrare specificamente le ragioni della diversità della determinazione assunta, seppure in forma tacita (in ragione del mancato esercizio del potere inibitorio nella vicenda attualmente sottoposta all’esame del Collegio), sulla s.c.i.a. presentata dal sig. B.G. in data 29.03.2011 rispetto a quanto avvenuto con riguardo all’analoga s.c.i.a. presentata da altro soggetto, M.G., nel 2006 (cfr. i riferimenti contenuti nella citata determinazione n. 56/2006).

AGGIORNAMENTO AL 19.06.2015 (ore 17,20)

IN EVIDENZA

EDILIZIA PRIVATA: E' illegittima la commistione dell’attività a tutela del paesaggio e quella della trattazione delle pratiche edilizie.
Il Comune ha provveduto all’istituzione del Servizio Autorizzazioni Paesaggistiche nell’ambito del Coordinamento Edilizia Privata: il che però non è sufficiente, perché è necessaria una distinzione formale tra uffici, non basta una distinzione di attività.
Infatti ai sensi dell’art. 146, comma 6, del Codice dei beni culturali e del paesaggio gli enti delegatari (come il Comune) del potere di autorizzazione paesaggistica debbono disporre “di strutture in grado di assicurare un adeguato livello di competenze tecnico-scientifiche nonché di garantire la differenziazione tra attività di tutela paesaggistica ed esercizio di funzioni amministrative in materia urbanistico-edilizia”.
Non è sufficiente dunque rilevare che stando agli ordini di servizio (n. 47/2011 del 01.06.2011) e dalla nota interna (07.06.2011) nessuno degli istruttori paesaggisti svolge, né ha svolto prima, attività istruttorie urbanistico-edilizie.
La doverosa distinzione organizzativa, infatti, riflette la distinzione sostanziale tra la funzione di tutela del paesaggio e quella di governo del territorio o urbanistica: è una distinzione che ha base nell’art. 9 Cost. [e oggi è confermata dall’art. 117, secondo comma, lett. s), Cost.] e che è rimarcata dalla costante giurisprudenza specie costituzionale (a muovere da Corte cost., 24.07.1972, n. 141 e, ad es., a Corte cost., 23.11.2011, n. 309): la separazione organizzativa a livello comunale è voluta dalla legge ad adeguata prevenzione della possibile commistione in capo al Comune delle due competenze e a evitare che la valutazione urbanistica possa incidere sull’autonomia di quella, superiore e delegata, paesaggistica (non a caso l’art. 146, comma 4, prevede che “l'autorizzazione paesaggistica costituisce atto autonomo e presupposto rispetto al permesso di costruire o agli altri titoli legittimanti l'intervento urbanistico-edilizio”; cfr. anche art. 45, comma 2; art. 143, comma 4, lett. a), comma 5 e comma 9; art. 145, spec. commi 3, 4 e 5; art. 146, commi 5 e 6; art. 155, comma 2-bis; art. 159, comma 6): la quale ultima deve essere organizzativamente posta, nel Comune, in condizione di non subire incidenze gerarchiche o condizionamenti di sorta.
In relazione alla differenziazione imposta dall’art. 146, comma 6, d.lgs. n. 42 del 2004, va assicurata sia la sussistenza di un adeguato livello tecnico-scientifico sia la separazione organizzativa suddetta.

6. Va però precisata la fondatezza anche della censura d’appello che lamenta l’illegittimità della commistione dell’attività a tutela del paesaggio e quella della trattazione delle pratiche edilizie: il Comune di Verona ha provveduto all’istituzione del Servizio Autorizzazioni Paesaggistiche nell’ambito del Coordinamento Edilizia Privata: il che però non è sufficiente, perché è necessaria una distinzione formale tra uffici, non basta una distinzione di attività.
Infatti ai sensi dell’art. 146, comma 6, del Codice dei beni culturali e del paesaggio gli enti delegatari (come il Comune) del potere di autorizzazione paesaggistica debbono disporre “di strutture in grado di assicurare un adeguato livello di competenze tecnico-scientifiche nonché di garantire la differenziazione tra attività di tutela paesaggistica ed esercizio di funzioni amministrative in materia urbanistico-edilizia”.
Non è sufficiente dunque rilevare che stando agli ordini di servizio (n. 47/2011 del 01.06.2011) e dalla nota interna (07.06.2011) nessuno degli istruttori paesaggisti svolge, né ha svolto prima, attività istruttorie urbanistico-edilizie. La doverosa distinzione organizzativa, infatti, riflette la distinzione sostanziale tra la funzione di tutela del paesaggio e quella di governo del territorio o urbanistica: è una distinzione che ha base nell’art. 9 Cost. [e oggi è confermata dall’art. 117, secondo comma, lett. s), Cost.] e che è rimarcata dalla costante giurisprudenza specie costituzionale (a muovere da Corte cost., 24.07.1972, n. 141 e, ad es., a Corte cost., 23.11.2011, n. 309): la separazione organizzativa a livello comunale è voluta dalla legge ad adeguata prevenzione della possibile commistione in capo al Comune delle due competenze e a evitare che la valutazione urbanistica possa incidere sull’autonomia di quella, superiore e delegata, paesaggistica (non a caso l’art. 146, comma 4, prevede che “l'autorizzazione paesaggistica costituisce atto autonomo e presupposto rispetto al permesso di costruire o agli altri titoli legittimanti l'intervento urbanistico-edilizio”; cfr. anche art. 45, comma 2; art. 143, comma 4, lett. a), comma 5 e comma 9; art. 145, spec. commi 3, 4 e 5; art. 146, commi 5 e 6; art. 155, comma 2-bis; art. 159, comma 6): la quale ultima deve essere organizzativamente posta, nel Comune, in condizione di non subire incidenze gerarchiche o condizionamenti di sorta.
In relazione alla differenziazione imposta dall’art. 146, comma 6, d.lgs. n. 42 del 2004, va assicurata sia la sussistenza di un adeguato livello tecnico-scientifico sia la separazione organizzativa suddetta
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 05.06.2015 n. 2784 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa giurisprudenza amministrativa è orientata a ritenere che la tutela del paesaggio è principio fondamentale della Costituzione (art. 9) ed ha carattere di preminenza rispetto agli altri beni giuridici che vengono in rilievo nella difesa del territorio, di tal che anche le previsioni degli strumenti urbanistici devono necessariamente coordinarsi con quelle sottese alla difesa paesaggistica.
La difesa del paesaggio si attua eminentemente a mezzo di misure di tipo conservativo, nel senso che la miglior tutela di un territorio qualificato sul piano paesaggistico è quella che garantisce la conservazione dei suoi tratti naturalistici, impedendo o riducendo al massimo quelle trasformazioni pressoché irreversibili del territorio propedeutiche all’attività edilizia. Tali esigenze di tipo conservativo devono naturalmente contemperarsi, senza tuttavia mai recedere completamente, con quelle connesse allo sviluppo edilizio del territorio che sia consentito dalla disciplina urbanistica nonché con le aspettative dei proprietari dei terreni che mirano legittimamente a sfruttarne le potenzialità edificatorie.
E’ proprio in relazione al difficile equilibrio tra tali contrapposti interessi che l’autorità preposta alla tutela del vincolo paesaggistico deve trovare, nei casi in cui la disciplina urbanistica consenta l’esercizio dello ius aedificandi, il giusto contemperamento nel rilasciare o denegare il necessario assenso al formarsi del titolo autorizzatorio secondo il modello procedimentale delineato nell’art. 146 del d.lgs. 42 del 2004 (che come è noto attribuisce oggi al Ministero dei beni e delle attività culturali, per il tramite delle locali Soprintendenze, un ruolo di cogestione attiva del vincolo paesaggistico, con la titolarità di penetranti poteri valutativi di merito).
Si tratta di valutazioni spesso connotate da elementi tecnico-discrezionali non sindacabili in sede giurisdizionale, se non per illogicità manifesta, per palese incongruità o inadeguatezza del provvedimento in rapporto alle sue finalità di protezione del territorio vincolato, ad evitare inammissibili sovrapposizioni del giudicante in ambiti che la legge ha voluto riservare alla amministrazione titolare del potere.
---------------
Con l’entrata in vigore, a regime (dal 01.01.2010), dell’art. 146 sulla disciplina autorizzatoria prevista dal Codice dei beni culturali e del paesaggio (d.lgs. 22.01.2004 n. 42), la Soprintendenza si è ritrovata ad esercitare, non più un sindacato di mera legittimità (come previsto dall’art. 159 d.lgs. n. 42/2004 nel regime transitorio vigente fino al 31.12.2009) sull’atto autorizzatorio di base adottato dalla Regione o dall’ente subdelegato, con il correlativo potere di annullamento ad estrema difesa del vincolo, ma una valutazione di “merito amministrativo”, espressione dei nuovi poteri di cogestione del vincolo paesaggistico (art. 146 d.lgs. 42/2004).
Pertanto, nel nuovo quadro normativo si giustifica una diversa e più penetrante valutazione, da parte della Soprintendenza, della compatibilità dell’intervento edilizio progettato con i valori paesaggistici compendiati nella richiamata disciplina vincolistica.
Come è stato adeguatamente osservato dalla giurisprudenza di merito, il parere in questione si caratterizza per l’esercizio di elevati margini di discrezionalità, volti ad esprimere un giudizio di valore su elementi per lo più estetici (ovvero la bellezza di un determinato contesto paesaggistico) che, inevitabilmente, subiscono la soggettività e la sensibilità del valutatore.
Di conseguenza, per evitare che il giudizio di compatibilità paesaggistica si trasformi nell’esercizio di un insindacabile arbitrio, risulta necessario fornire la più ampia e circostanziata motivazione, enunciando sia le premesse, che l’iter logico seguito nel percorso valutativo che si conclude con il giudizio finale.
In sostanza, neppure il parere della Soprintendenza sfugge all’onere motivazionale sancito dall’art. 3 l. n. 241/1990.
---------------
L’autorità preposta alla tutela del vincolo, oltre ad una puntuale individuazione del disvalore dell’opera con il contesto paesistico, è tenuta, in un’ottica di leale collaborazione a precisare “quale tipo di accorgimento tecnico o, al limite, di modifica progettuale” potrebbe far conseguire all’interessata l’autorizzazione paesaggistica, tenuto conto che l’area non è sottoposta a vincolo di inedificabilità, che l’intervento ha il pregio di proporre il recupero di un immobile ammalorato dal tempo e che “la tutela del preminente valore del paesaggio non deve necessariamente coincidere con la sua statica salvaguardia, ma richiede al contrario interventi improntati a fattiva collaborazione delle autorità preposte alla tutela paesaggistica, funzionali a conformare le iniziative edilizie al rispetto dei valori estetici e naturalistici insiti nel bene paesaggio”.

5.- Il ricorso è fondato nei sensi e nei limiti di cui in motivazione.
5.a.- E’ controversa nel presente giudizio la legittimità della prescrizione apposta dall’Amministrazione comunale nel provvedimento di autorizzazione paesaggistica, relativa all’istanza di condono edilizio prot. 4375 del 30.06.1986, afferente all’immobile sito in Palinuro, Via Indipendenza n. 60.
Più specificamente, l’Amministrazione comunale ha rilasciato l’autorizzazione paesaggistica ex art. 146 d.lgs. 22.01.2004 n. 42 ordinando al richiedente, in conformità al parere espresso dalla Soprintendenza per i BAP di Salerno ed Avellino, “di demolire l’ultimo livello mansardato che, sia per pendenza della falda che per altezza totale si pone come elemento dissonante nel contesto, di cui altera significativamente l’immagine”.
5.b.- Parte ricorrente ha impugnato sia il provvedimento del Comune di Centola chiedendone l’annullamento, nella parte in cui si limita a recepire acriticamente il parere negativo della Soprintendenza, sia quest’ultimo provvedimento, chiedendone l’annullamento per difetto di istruttoria e carenza di motivazione che, ad avviso del Collegio, colgono nel segno.
6.- Gioverà ricordare che la giurisprudenza amministrativa è orientata a ritenere che la tutela del paesaggio è principio fondamentale della Costituzione (art. 9) ed ha carattere di preminenza rispetto agli altri beni giuridici che vengono in rilievo nella difesa del territorio, di tal che anche le previsioni degli strumenti urbanistici devono necessariamente coordinarsi con quelle sottese alla difesa paesaggistica.
La difesa del paesaggio si attua eminentemente a mezzo di misure di tipo conservativo, nel senso che la miglior tutela di un territorio qualificato sul piano paesaggistico è quella che garantisce la conservazione dei suoi tratti naturalistici, impedendo o riducendo al massimo quelle trasformazioni pressoché irreversibili del territorio propedeutiche all’attività edilizia. Tali esigenze di tipo conservativo devono naturalmente contemperarsi, senza tuttavia mai recedere completamente, con quelle connesse allo sviluppo edilizio del territorio che sia consentito dalla disciplina urbanistica nonché con le aspettative dei proprietari dei terreni che mirano legittimamente a sfruttarne le potenzialità edificatorie.
E’ proprio in relazione al difficile equilibrio tra tali contrapposti interessi che l’autorità preposta alla tutela del vincolo paesaggistico deve trovare, nei casi in cui la disciplina urbanistica consenta l’esercizio dello ius aedificandi, il giusto contemperamento nel rilasciare o denegare il necessario assenso al formarsi del titolo autorizzatorio secondo il modello procedimentale delineato nell’art. 146 del d.lgs. 42 del 2004 (che come è noto attribuisce oggi al Ministero dei beni e delle attività culturali, per il tramite delle locali Soprintendenze, un ruolo di cogestione attiva del vincolo paesaggistico, con la titolarità di penetranti poteri valutativi di merito).
Si tratta di valutazioni spesso connotate da elementi tecnico-discrezionali non sindacabili in sede giurisdizionale, se non per illogicità manifesta, per palese incongruità o inadeguatezza del provvedimento in rapporto alle sue finalità di protezione del territorio vincolato, ad evitare inammissibili sovrapposizioni del giudicante in ambiti che la legge ha voluto riservare alla amministrazione titolare del potere.
6.a.- Gioverà ancora ricordare che, con l’entrata in vigore, a regime (dal 01.01.2010), dell’art. 146 sulla disciplina autorizzatoria prevista dal Codice dei beni culturali e del paesaggio (d.lgs. 22.01.2004 n. 42), la Soprintendenza si è ritrovata ad esercitare, non più un sindacato di mera legittimità (come previsto dall’art. 159 d.lgs. n. 42/2004 nel regime transitorio vigente fino al 31.12.2009) sull’atto autorizzatorio di base adottato dalla Regione o dall’ente subdelegato, con il correlativo potere di annullamento ad estrema difesa del vincolo (su cui Cons. Stato, Ad. plen., 14.12.2001, n. 9), ma una valutazione di “merito amministrativo”, espressione dei nuovi poteri di cogestione del vincolo paesaggistico (art. 146 d.lgs. 42/2004).
Pertanto, nel nuovo quadro normativo si giustifica una diversa e più penetrante valutazione, da parte della Soprintendenza, della compatibilità dell’intervento edilizio progettato con i valori paesaggistici compendiati nella richiamata disciplina vincolistica.
6.b.- Come è stato adeguatamente osservato dalla giurisprudenza di merito, il parere in questione si caratterizza per l’esercizio di elevati margini di discrezionalità, volti ad esprimere un giudizio di valore su elementi per lo più estetici (ovvero la bellezza di un determinato contesto paesaggistico) che, inevitabilmente, subiscono la soggettività e la sensibilità del valutatore.
Di conseguenza, per evitare che il giudizio di compatibilità paesaggistica si trasformi nell’esercizio di un insindacabile arbitrio, risulta necessario fornire la più ampia e circostanziata motivazione, enunciando sia le premesse, che l’iter logico seguito nel percorso valutativo che si conclude con il giudizio finale.
In sostanza, neppure il parere della Soprintendenza sfugge all’onere motivazionale sancito dall’art. 3 l. n. 241/1990.
6.c.- Trasponendo le menzionate acquisizioni giurisprudenziali al caso in esame, deve convenirsi che non appare agevolmente perspicuo il riferimento –contenuto nel sottostante parere della Soprintendenza ed acriticamente recepito dal Comune- alla asserita alterazione dell’immagine del contesto edificato da parte del piano mansardato dell’immobile, asseritamente rimasto immodificato rispetto all’originario impianto architettonico ed alla relativa altezza.
Nell’immobile in esame, le difformità oggetto di condono afferiscono, quanto al piano mansardato, al cambio di destinazione d’uso del piano sottotetto da deposito a sottotetto abitabile
L’immobile esistente su via Indipendenza è stato assentito nel passato verosimilmente in conformità alla vigente disciplina urbanistica e gli abusi realizzati ed oggetto di condono, non hanno alterato l’impianto plano altimetrico.
Quanto all’asserita dissonanza del piano mansardato “per altezza totale”, rispetto al contesto edificato, non appaiono peregrine le osservazioni di parte ricorrente che si duole della mancata considerazione (e della contestuale assenza di motivazione) rispetto agli edifici viciniori, dal momento che lo stesso sarebbe superato in altezza sia dall’hotel “La Conchiglia”, sia dall’Albergo “Santa Caterina”.
6.d.- Parimenti carente di motivazione deve stimarsi l’atto della Soprintendenza nella parte in cui l’interessato lamenta la mancanza di un apprezzamento concreto relativo alla compatibilità dell’immobile in questione con il vincolo paesaggistico.
Ed infatti, anche a voler prescindere dalla percezione estetica che dello stesso possa trarsi nell’attualità, in relazione alle condizioni di degrado in cui versa l’immobile, non appaiono infondate le censure con le quali l’interessato evidenzia che il contrasto, rilevato dalla Soprintendenza, dell’immobile con le bellezze paesaggistiche dei luoghi, genericamente individuate “in un quadro naturale di incomparabile bellezza godibile dalla costruenda strada per Marina di Camerota e in parte, verso il confine con il Comune di Pisciotta, dalla nuova strada Pisciotta Palinuro”, neppure persuade il Collegio in considerazione del fatto che –come riferito dall’interessato e non adeguatamente contestato- l’immobile trovasi nel centro abitato di Palinuro, fuori del percorso stradale richiamato.
6.e.- Fermo quanto sopra evidenziato, occorre aggiungere che, l’autorità preposta alla tutela del vincolo, oltre ad una puntuale individuazione del disvalore dell’opera con il contesto paesistico, è tenuta, in un’ottica di leale collaborazione a precisare “quale tipo di accorgimento tecnico o, al limite, di modifica progettuale” potrebbe far conseguire all’interessata l’autorizzazione paesaggistica, tenuto conto che l’area non è sottoposta a vincolo di inedificabilità, che l’intervento ha il pregio di proporre il recupero di un immobile ammalorato dal tempo e che “la tutela del preminente valore del paesaggio non deve necessariamente coincidere con la sua statica salvaguardia, ma richiede al contrario interventi improntati a fattiva collaborazione delle autorità preposte alla tutela paesaggistica, funzionali a conformare le iniziative edilizie al rispetto dei valori estetici e naturalistici insiti nel bene paesaggio” (Cons. St. Sez. V n. 1418/2014).
In conclusione il rilevato vizio motivazionale sussiste e ridonda a vizio di legittimità del provvedimento comunale, per cui il ricorso è fondato e va accolto, nei limiti dell’interesse del ricorrente (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 04.06.2015 n. 1261 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTISpetta al RUP stilare la relazione di valutazione dell’anomalia dell’offerta da trasmettere alla commissione di gara, la quale provvederà all’aggiudicazione provvisoria dei lavori.
---------------
In base all’Adunanza Plenaria n. 36 del 29.11.2012, anche nel regime anteriore all'entrata in vigore dell'art. 121 d.P.R. 05.10.2010 n. 207, è attribuita al responsabile del procedimento facoltà di scegliere, a seconda delle specifiche esigenze di approfondimento richieste dalla verifica, se procedere personalmente ovvero affidare le relative valutazioni alla commissione aggiudicatrice.
Con la conseguenza che è legittima la verifica di anomalia dell'offerta eseguita, anziché dalla commissione aggiudicatrice, direttamente dal responsabile unico del procedimento avvalendosi degli uffici e organismi tecnici della stazione appaltante.
---------------
La scelta di far espletare la verifica dell’anomalia alla commissione di gara o ad apposita commissione ex articolo 88, comma 1-bis, del d.lgs. n. 163 del 2006 è rimessa alla piena discrezionalità del RUP al quale è affidata ai sensi dell’articolo 10 del d.lgs. n. 163 del 2006 “la gestione integrale della procedura di gara, svolgendo il ruolo di fornire alla stazione appaltante ogni elemento informativo idoneo a una corretta e consapevole formazione della volontà contrattuale dell’amministrazione committente”.

8.- E’ infondata e va respinta la censura di incompetenza del RUP ad effettuare la verifica dell’anomalia.
Come rilevato nella sentenza impugnata, il ruolo del RUP nella verifica dell’anomalia dell’offerta deriva dalla delibera del consiglio di amministrazione del CREAF del 04.11.2010 -tardivamente impugnata con i motivi aggiunti– che stabilisce testualmente <il RUP si attiva per richiedere all’impresa le giustificazioni dei prezzi offerti…il RUP verificherà la congruità dell’offerta alla luce della documentazione pervenuta..>, espressioni queste che lasciano poco spazio a dubbi sul ruolo assegnato al RUP nella suddetta procedura.
Sempre al RUP spetta, poi, stilare la relazione di valutazione dell’anomalia dell’offerta da trasmettere alla commissione di gara, la quale provvederà all’aggiudicazione provvisoria dei lavori.
Le operazioni di gara si sono svolte in aderenza a tali prescrizioni e della complessa attività istruttoria si dà conto nel verbale della commissione n. 94 del 21.03.2011.
Ne consegue l’infondatezza della censura.
8.1- Ugualmente infondata la censura di violazione dell’articolo 121 del d.p.r. n. 207 del 2010, atteso che, come correttamente evidenziato nella sentenza impugnata, tale regolamento non era applicabile ratione temporis.
Infatti, il d.p.r. n. 207 del 2010 è entrato in vigore il 10.12.2011, dopo 180 giorni dalla pubblicazione sulla G.U. avvenuta il 09.06.2011, sicché in base al combinato disposto dei commi 2 e 3 dell’articolo 253 del d.lgs. n. 163 del 2006, la fattispecie ricadeva nella disciplina del d.p.r. n. 554 del 1999 (il Regolamento in materia di lavori pubblici) il cui articolo 89, comma 4, con riferimento a lavori di importo inferiore al controvalore in euro di 5.000.000 di DSP, nei quali rientra l’appalto in questione del valore di euro 2.548.000.000, attribuiva la verifica della congruità delle offerte che presentassero carattere anormalmente basso, al responsabile del procedimento.
8.2- D’altro canto, in base all’Adunanza Plenaria n. 36 del 29.11.2012, anche nel regime anteriore all'entrata in vigore dell'art. 121 d.P.R. 05.10.2010 n. 207, è attribuita al responsabile del procedimento facoltà di scegliere, a seconda delle specifiche esigenze di approfondimento richieste dalla verifica, se procedere personalmente ovvero affidare le relative valutazioni alla commissione aggiudicatrice. Con la conseguenza che è legittima la verifica di anomalia dell'offerta eseguita, anziché dalla commissione aggiudicatrice, direttamente dal responsabile unico del procedimento avvalendosi degli uffici e organismi tecnici della stazione appaltante.
In conclusione, la scelta di far espletare la verifica dell’anomalia alla commissione di gara o ad apposita commissione ex articolo 88, comma 1-bis, del d.lgs. n. 163 del 2006 è rimessa alla piena discrezionalità del RUP al quale è affidata ai sensi dell’articolo 10 del d.lgs. n. 163 del 2006 “la gestione integrale della procedura di gara, svolgendo il ruolo di fornire alla stazione appaltante ogni elemento informativo idoneo a una corretta e consapevole formazione della volontà contrattuale dell’amministrazione committente”.
8.2- Per le stesse ragioni su evidenziate è infondata è anche la censurata incompatibilità del RUP per potenziale conflitto di interessi.
Poiché è la legge ad attribuire al RUP il ruolo centrale nella verifica dell’anomalia dell’offerta, un potenziale conflitto di interessi è escluso a monte, non avendo il legislatore ravvisato l’incompatibilità del RUP -soggetto interno all’amministrazione– rispetto alla verifica dell’anomalia dell’offerta.
D’altra parte la verifica della congruità dell’offerta anomala e della sostenibilità della commessa è finalizzata alla tutela dell’amministrazione appaltante e, quindi, coerentemente è affidata al responsabile del procedimento, salve difficoltà tecniche di valutazione che ne consiglino l’affidamento ad una commissione appositamente costituita.
Situazione che, come detto, non ricorre nel caso in esame.
8.3- Infondate sono anche le censure dedotte avverso il giudizio di inaffidabilità dell’offerta espresso dal RUP.
Il procedimento di verifica dell’anomalia risulta, infatti, corretto sia formalmente che nella sostanza.
Esso è stato caratterizzato da una approfondita indagine voce per voce, con richieste di giustificazioni e audizioni dell’interessata e risulta adeguatamente motivato e supportato da specifici riferimenti ad elementi di dubbia congruità evidenziati anche nella sentenza impugnata.
D’altra parte essendo la valutazione di congruità dell’offerta un apprezzamento tecnico–discrezionale, essa è sindacabile solamente per manifesta irragionevolezza o travisamento dei fatti, che nella specie non risultano provati ma contestati con mere affermazioni inidonee a costituire elemento probatorio adeguato (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 03.06.2015 n. 2727 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: A tenore dell’art. 30, comma 3, del d.l. n. 69/2013, “salva diversa disciplina regionale, previa comunicazione del soggetto interessato, sono prorogati di due anni i termini di inizio e di ultimazione dei lavori di cui all'articolo 15 del decreto del Presidente della Repubblica del 06.06.2001, n. 380, come indicati nei titoli abilitativi rilasciati o comunque formatisi antecedentemente all'entrata in vigore del presente decreto purché i suddetti termini non siano già decorsi al momento della comunicazione dell'interessato e sempre che i titoli abilitativi non risultino in contrasto, al momento della comunicazione dell'interessato, con nuovi strumenti urbanistici approvati o adottati”.
La disposizione sopra richiamata contempla una proroga dei termini di inizio e di ultimazione dei lavori correnti ed assentiti con titoli abilitativi edilizi emessi o comunque formatisi prima della sua entrata in vigore (in data 22.06.2013).
Si tratta di una proroga ‘speciale’, legata alla peculiare fase congiunturale di crisi del settore edilizio, ai fini della quale, a differenza di quella ‘ordinaria’ ex art. 15 del d.p.r. n. 380/2001, l’interessato non deve presentare alcuna apposita istanza né fornire alcuna giustificazione né attendere un provvedimento di concessione.
Per ottenere il differimento in parola, è, infatti, sufficiente presentare una comunicazione, purché, al momento della stessa, i termini di inizio e di ultimazione dei lavori non siano ancora decorsi e i titoli abilitativi emessi non siano in contrasto con nuovi strumenti urbanistici approvati o adottati.
E’ evidente, dunque, che –come plausibilmente sostenuto da parte ricorrente– il citato art. 30, comma 3, del d.l. n. 69/2013, con riguardo ai termini di inizio e di ultimazione dei lavori correnti ed assentiti con titoli abilitativi edilizi emessi o comunque formatisi prima della sua entrata in vigore, ha introdotto una proroga operante in via automatica, in conseguenza della mera comunicazione all’uopo presentata dall’interessato, senza subordinarla al verificarsi di particolari circostanze (quali factum principis o vis maior) e senza statuire distinzioni tra lavori anteriormente non differiti e lavori anteriormente già differiti ai sensi dell’art. 15 del d.p.r. n. 380/2001.
E ciò, sia alla luce del tenore letterale della norma (“sono prorogati di due anni i termini di inizio e di ultimazione dei lavori”), laddove non figura espressamente e non è, quindi, inferibile alcuna limitazione simile (‘ubi lex non distinguit, nec nos distinguere debemus’), sia alla luce della ratio ad essa sottesa, che è quella di agevolare il completamento delle attività di cantiere avviate e, più in generale, di favorire il rilancio economico del settore edilizio.

7. Venendo ora a scrutinare il ricorso nel merito, esso si rivela fondato per le ragioni illustrate in appresso.
8. Innanzitutto, giova rammentare che, a tenore dell’art. 30, comma 3, del d.l. n. 69/2013, “salva diversa disciplina regionale, previa comunicazione del soggetto interessato, sono prorogati di due anni i termini di inizio e di ultimazione dei lavori di cui all'articolo 15 del decreto del Presidente della Repubblica del 06.06.2001, n. 380, come indicati nei titoli abilitativi rilasciati o comunque formatisi antecedentemente all'entrata in vigore del presente decreto purché i suddetti termini non siano già decorsi al momento della comunicazione dell'interessato e sempre che i titoli abilitativi non risultino in contrasto, al momento della comunicazione dell'interessato, con nuovi strumenti urbanistici approvati o adottati”.
9. La disposizione sopra richiamata contempla una proroga dei termini di inizio e di ultimazione dei lavori correnti ed assentiti con titoli abilitativi edilizi emessi o comunque formatisi prima della sua entrata in vigore (in data 22.06.2013).
Si tratta di una proroga ‘speciale’, legata alla peculiare fase congiunturale di crisi del settore edilizio, ai fini della quale, a differenza di quella ‘ordinaria’ ex art. 15 del d.p.r. n. 380/2001, l’interessato non deve presentare alcuna apposita istanza né fornire alcuna giustificazione né attendere un provvedimento di concessione.
Per ottenere il differimento in parola, è, infatti, sufficiente presentare una comunicazione, purché, al momento della stessa, i termini di inizio e di ultimazione dei lavori non siano ancora decorsi e i titoli abilitativi emessi non siano in contrasto con nuovi strumenti urbanistici approvati o adottati.
E’ evidente, dunque, che –come plausibilmente sostenuto da parte ricorrente– il citato art. 30, comma 3, del d.l. n. 69/2013, con riguardo ai termini di inizio e di ultimazione dei lavori correnti ed assentiti con titoli abilitativi edilizi emessi o comunque formatisi prima della sua entrata in vigore, ha introdotto una proroga operante in via automatica, in conseguenza della mera comunicazione all’uopo presentata dall’interessato, senza subordinarla al verificarsi di particolari circostanze (quali factum principis o vis maior) e senza statuire distinzioni tra lavori anteriormente non differiti e lavori anteriormente già differiti ai sensi dell’art. 15 del d.p.r. n. 380/2001.
E ciò, sia alla luce del tenore letterale della norma (“sono prorogati di due anni i termini di inizio e di ultimazione dei lavori”), laddove non figura espressamente e non è, quindi, inferibile alcuna limitazione simile (‘ubi lex non distinguit, nec nos distinguere debemus’), sia alla luce della ratio ad essa sottesa, che è quella di agevolare il completamento delle attività di cantiere avviate e, più in generale, di favorire il rilancio economico del settore edilizio.
10. Alla luce delle considerazioni svolte, deve ritenersi che il Comune di Benevento, sull’erroneo presupposto della improrogabilità del termine di ultimazione dei lavori (già differito al 06.11.2013) ai sensi dell’art. 30, comma 3, del d.l. n. 69/2013, illegittimamente abbia dichiarato la decadenza dall’assegnazione del lotto n. 7 del comparto D del del p.i.p. Olivola e irrogato la sanzione pecuniaria di € 52.670,00.
Pertanto, il ricorso in epigrafe va accolto, con conseguente annullamento dell’impugnata determinazione dirigenziale n. 6 del 27.03.2014
(TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 19.05.2015 n. 2788 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

UTILITA'

EDILIZIA PRIVATA: E. Mori, Distanze per costruzioni, alberi, luci, vedute (2005 - tratto da www.mori.bz.it).

SINDACATI

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: EE.LL. - La ricostruzione del fondo del salario accessorio e le economie di gestione ex art. 5 DPR 333/1990 (CGIL-FP di Bergamo, nota 15.06.2015).

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

COMPETENZE PROGETTUALI: OGGETTO: forestazione; competenze professionali degli Agrotecnici e degli Agrotecnici laureati. Legge 11.08.2014 n. 116, art. 1-bis comma 16 (COLLEGIO INTERPROVINCIALE DEGLI AGROTECNICI E DEGLI AGROTECNICI LAUREATI di Brescia, Bergamo, Como, Sondrio, Lecco, nota 26.05.2015).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: G.U. 19.06.2015 n. 140, suppl. ord. n. 32/L, "Disposizioni urgenti in materia di enti territoriali" (D.L. 19.06.2015 n. 78).

URBANISTICA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 25 del 16.06.2015, "Commissari ad acta per il completamento della procedura di approvazione dei PGT di cui all’art. 25-bis, comma 3, della l.r. 11.03.2005, n. 12 «Legge per il governo del territorio» - Estensione dei termini assegnati con d.g.r. 26.02.2015 n. X/3195" (deliberazione G.R. 12.06.2015 n. 3714).

PATRIMONIO: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 25 del 15.06.2015, "Approvazione della manifestazione di interesse per gli interventi di recupero e riqualificazione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, in attuazione dell’art. 4 della legge n. 80/2014, ai sensi della d.g.r. 14.05.2015, n. 3577" (decreto D.U.O. 11.06.2015 n. 4832).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 25 del 15.06.2015, "Approvazione dei modelli dei documenti per la predisposizione della gara e di una convenzione tipo per l’attivazione di servizi di rimozione e smaltimento dell’amianto in matrice compatta proveniente da utenze domestiche nel territorio dei comuni della Lombardia ai sensi dell’art. 30 della l.r. 08.07.2014 n.19 ad integrazione della d.g.r. X 73494 del 30.04.2015" (decreto D.U.O. 03.06.2015 n. 4253).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

AMBIENTE-ECOLOGIA: L. Ramacci, Ambiente in genere. Prime osservazioni sull'introduzione dei delitti contro l'ambiente nel codice penale e le altre disposizioni della legge 22.05.2015 n. 68 (06.06.2015 - link a www.lexambiente.it).

APPALTI: L. Dell'Osta, La pubblicità degli avvisi d’asta sui quotidiani e la discrezionalità del giudice dell’esecuzione (art. 490 c.p.c.) - NOTA A TAR EMILIA ROMAGNA, SEZ. I, SENTENZA 26.02.2015 N. 175 (Rassegna Avvocatura dello Stato n. 1/2015).
---------------
SOMMARIO: 1. Introduzione. Il caso - 2. Le questioni di diritto all’esame del Tar - 3. La decisione. 3.1. L’esclusione della giurisdizione del giudice amministrativo - 3.2. L’interesse ad agire - 3.3. La giurisdizione del giudice ordinario - 4. Conclusioni - 5. La sentenza.

CORTE DEI CONTI

INCARICHI PROFESSIONALI: Ai fini del legittimo conferimento degli incarichi esterni il ricorso a procedure comparative adeguatamente pubblicizzate non può essere derogato con affidamento diretto per incarichi al di sotto di una determinata soglia monetaria di spesa. L’eventuale difforme previsione regolamentare dell’ente deve essere oggetto di disapplicazione.
Con l’atto di conferimento di incarico esterno il funzionario che impegna la spesa deve accertare preventivamente che il programma dei pagamenti sia compatibile con i relativi stanziamenti di bilancio e con le regole di finanza pubblica.
---------------
La giurisprudenza contabile ha già affermato che ”
l’accertamento dell’illegittimità per il mancato rispetto di uno o più dei requisiti di legge (talora verificabile nei limiti di sindacabilità di scelte discrezionali) comporta da un lato l’obbligo di rimuovere, ove possibile, l’atto con un provvedimento di secondo grado e dall’altro la responsabilità del soggetto che lo ha posto in essere”.
---------------

I presupposti di legittimità per il ricorso ad incarichi di collaborazione sono specificamente enucleati dall’art. 7 del d.lgs. 30.03.2001, n. 165.
I citati presupposti costituiscono la codificazione di quanto ampiamente affermato dalla giurisprudenza contabile in ordine al conferimento di atti riferiti all’estesa tipologia di spese soggette a controllo da parte della Sezione (le consulenze, gli studi, le ricerche, le spese per relazioni, rappresentanza, mostre, convegni, pubblicità).
In particolare,
la disciplina vigente prevede che:
   a)
l'oggetto della prestazione deve corrispondere alle competenze attribuite dall'ordinamento all'amministrazione conferente, ad obiettivi e progetti specifici e determinati e deve risultare coerente con le esigenze di funzionalità dell'amministrazione conferente; è stato in proposito chiarito che: “il requisito della corrispondenza della prestazione alla competenza attribuita dall’ordinamento all’amministrazione conferente è determinato dal poter ricorrere a contratti di collaborazione autonoma solo con riferimento alle attività istituzionali stabilite dalla legge”;
   b)
l'amministrazione deve avere preliminarmente accertato l’impossibilità oggettiva di utilizzare le risorse umane disponibili al suo interno.
Al proposito va rammentato che in base ai principi generali di organizzazione amministrativa gli enti pubblici devono di norma svolgere i compiti istituzionali avvalendosi di proprio personale. Tale regola trae il suo fondamento dal principio costituzionale di buon andamento della pubblica amministrazione e il conferimento degli incarichi di consulenza a professionisti esterni alla P.A. si pone come eccezione in presenza di speciali e peculiari condizioni.
D’altro canto il legislatore ha ormai da ben oltre un decennio previsto in linea generale l’eccezionalità del ricorso a collaborazioni esterne condizionandolo all’assenza di personale idoneo (art. 7, co. 6, d.lgs. n. 165/2001), ribadendo più volte tale regola e la necessità di fornire adeguata motivazione in caso di ricorso all’esterno dell’amministrazione;

   c)
la prestazione deve essere di natura temporanea e altamente qualificata e deve soddisfare esigenze straordinarie ed eccezionali; non è ammesso il rinnovo; l'eventuale proroga dell'incarico originario è consentita, in via eccezionale, al solo fine di completare il progetto e per ritardi non imputabili al collaboratore, ferma restando la misura del compenso pattuito in sede di affidamento dell'incarico;
   d)
devono essere preventivamente determinati durata, luogo, oggetto e compenso della collaborazione;
   e)
deve sussistere il requisito della “comprovata specializzazione anche universitaria”: le amministrazioni, per esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio, possono conferire incarichi individuali (con contratti di lavoro autonomo professionale, occasionale o di collaborazione coordinata e continuativa) a esperti muniti di tale requisito.
Si prescinde dal requisito della comprovata specializzazione universitaria in caso di stipulazione di contratti di collaborazione di natura occasionale o coordinata e continuativa per attività che debbano essere svolte da professionisti iscritti in ordini o albi o con soggetti che operino nel campo dell'arte, dello spettacolo, dei mestieri artigianali o dell’attività informatica nonché a supporto dell’attività didattica e di ricerca, per i servizi di orientamento, compreso il collocamento, e di certificazione dei contratti di lavoro di cui al d.lgs. 10.09.2003, n. 276, purché senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, ferma restando la necessità di accertare la maturata esperienza nel settore;

Va inoltre aggiunto, sotto un profilo generale, che
in caso di conferimento di un incarico di studio o di consulenza occorre altresì osservare i limiti di spesa introdotti dall’art. 6, co. 7, d.l. 78/2010 convertito con legge. n. 122/2010 e s.m.i. (salve particolari ipotesi: es. la copertura della spesa mediante finanziamenti aggiuntivi e specifici trasferiti da altri soggetti pubblici o privati);
inoltre in sede di assunzione dell’impegno di spesa il funzionario, ai sensi dell’art. 9, co. 1, lett. a), n. 2, d.l. n. 78/2009 convertito dalla legge n. 102/2009, ha l'obbligo di accertare preventivamente che il programma dei pagamenti sia compatibile con i relativi stanziamenti di bilancio e con le regole di finanza pubblica, salvo incorrere, in caso di inosservanza di tale obbligo, in responsabilità disciplinare ed amministrativa.
---------------
L’obbligo di seguire procedure comparative per il conferimento degli incarichi di collaborazione è puntualmente declinato nel comma 6-bis del richiamato art. 7 D.Lgs. n. 165/2001. Tale obbligo è considerato dalla giurisprudenza amministrativa un adempimento essenziale per la legittima attribuzione di incarichi di collaborazione; in proposito è stato affermato che “il conferimento di incarichi di collaborazione esterna da parte delle P.A. deve avvenire previo esperimento di procedure para-selettive e non già in base alla sola valutazione di idoneità del prescelto”
.
Tale obbligo deve ritenersi generalizzato, in ossequio ai principi generali di trasparenza, pubblicità e massima partecipazione: la giurisprudenza amministrativa ha poi ricordato che “
l'affidamento di incarichi di consulenza e/o di collaborazione da conferire a soggetti esterni alla Pubblica amministrazione non può prescindere dal preventivo svolgimento di una selezione comparativa adeguatamente pubblicizzata” ed ancora: “qualsivoglia pubblica amministrazione può legittimamente conferire ad un professionista esterno un incarico di collaborazione, di consulenza, di studio, di ricerca o quant’altro, mediante qualunque tipologia di lavoro autonomo, continuativo o anche occasionale, solo a seguito dell’espletamento di una procedura comparativa previamente disciplinata ed adottata e adeguatamente pubblicizzata, derivandone in caso di omissione l’illegittimità dell’affidamento della prestazione del servizio".
Anche a livello centrale la magistratura contabile ha avuto modo di statuire che: “
il comma 6-bis dell’art. 7 del d.lgs. n. 165/2001, prevedendo l’obbligo per le amministrazioni di disciplinare e rendere pubbliche le procedure comparative per il conferimento di incarichi di collaborazione, ha in concreto posto la necessità dell’espletamento della procedura concorsuale, nella considerazione che un simile modus operandi, implicando il rispetto di precisi adempimenti procedurali e moduli operativi, concorra a rendere l’operato dell’Amministrazione conforme ai parametri di efficienza, efficacia, economicità e trasparenza, costituzionalmente tutelati ex art. 97”.
Pertanto,
il ricorso a procedure comparative adeguatamente pubblicizzate può essere derogato con affidamento diretto nei limitati casi individuati dalla giurisprudenza:
a) procedura comparativa andata deserta;
b) unicità della prestazione sotto il profilo soggettivo;
c) assoluta urgenza determinata dalla imprevedibile necessità della consulenza in relazione ad un termine prefissato o ad un evento eccezionale, ricordando che la “particolare urgenza” deve essere “connessa alla realizzazione dell’attività discendente dall’incarico”
.
In conseguenza di quanto detto dunque, come ripetutamente chiarito dalla giurisprudenza contabile,
non può ritenersi legittima la previsione di affidamenti di incarichi senza procedura comparativa al di sotto di una soglia individuata in valore monetario (o di un numero massimo di ore della prestazione richiesta al collaboratore), poiché “la materia è del tutto estranea a quella degli appalti di lavori, di beni o servizi, pertanto non può farsi ricorso neppure per analogia a detti criteri”, in particolare agli affidamenti in economia.
In proposito va rilevato il fatto che in passato questa Sezione ha già avuto modo di affermare, esaminando un regolamento comunale che prevedeva l’osservanza di una procedura comparativa, resa pubblica con pubblicazione all’albo pretorio, solo per incarichi eccedenti una determinata soglia monetaria, che una siffatta disciplina “non risulta conforme a quanto prevede l’art. 7, comma 6-bis, del D.lgs. n. 165/2001, come introdotto dall’art. 32 D.L. 223/2006 e relativa legge di conversione, a mente del quale “
Le amministrazioni pubbliche disciplinano e rendono pubbliche, secondo i propri ordinamenti, procedure comparative per il conferimento degli incarichi di collaborazione”, senza lasciare spazio all’introduzione di soglie di valore al di sotto delle quali le procedure comparative non sono necessarie o non sono rese pubbliche.”
La sezione piemontese puntualizzava altresì “
Va aggiunto che si è posto il problema del se e in quali limiti sia consentito l’affidamento diretto dell’incarico senza ricorrere a procedure concorsuali, in taluni casi facendo riferimento ai limiti previsti nel codice degli appalti pubblici. La materia, peraltro, è del tutto estranea a quella degli appalti di lavori, di beni o servizi, cui, quindi, non può farsi ricorso neppure per analogia. Va quindi ribadito che il ricorso a procedure concorsuali deve essere generalizzato, salve circostanze del tutto particolari ed eccezionali (quali, ad es., la procedura concorsuale andata deserta, l’unicità della prestazione sotto il profilo soggettivo, l’assoluta urgenza determinata dalla imprevedibile necessità della consulenza in relazione ad un termine prefissato o ad un evento eccezionale, ecc.)”.
In proposito occorre evidenziare quindi che
non risulta compatibile con il vigente quadro normativo la disciplina prevista dal regolamento dell’ente camerale del 11.07.2008 (art. 7, lett. b), peraltro non oggetto di approvazione con deliberazione collegiale di questa Sezione, secondo cui sarebbe possibile procedere ad affidamenti senza procedura di comparazione per incarico di ammontare sino ad € 5.000,00, oltre IVA ed eventuali oneri obbligatori. Conseguentemente l’ente camerale avrebbe dovuto correttamente, previa disapplicazione della citata previsione regolamentare, provvedere ad individuare l’incaricato a seguito di procedura comparativa pubblica, in conformità con l’art. 7, comma 6-bis, d.lgs. n. 165/2001.

---------------
  
I. L’art. 1, comma 173, della legge 23.12.2005, n. 266, ha previsto che gli atti di spesa relativi ai precedenti commi 9, 10, 56 e 57 di importo complessivo superiore a cinquemila euro devono essere trasmessi alla competente sezione della Corte dei conti per l'esercizio del controllo successivo sulla gestione.
La finalità di tale previsione normativa è riconducibile all’accertamento, di tipo collaborativo, da parte della Corte, dell’idoneità dell’attività amministrativa posta in essere dagli enti controllati a raggiungere determinati risultati, attraverso una verifica della sua efficacia, efficienza ed economicità, che non può comunque prescindere da un riscontro della conformità della stessa a norme giuridiche.
La giurisprudenza contabile ha già affermato che ”
l’accertamento dell’illegittimità per il mancato rispetto di uno o più dei requisiti di legge (talora verificabile nei limiti di sindacabilità di scelte discrezionali) comporta da un lato l’obbligo di rimuovere, ove possibile, l’atto con un provvedimento di secondo grado e dall’altro la responsabilità del soggetto che lo ha posto in essere” (Sez. reg. contr. Lombardia, n. 244/2008).
Preliminarmente alla verifica di conformità alla legge dell’incarico conferito dalla Camera di Commercio occorre rammentare che
i presupposti di legittimità per il ricorso ad incarichi di collaborazione sono specificamente enucleati dall’art. 7 del d.lgs. 30.03.2001, n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche).
I citati presupposti costituiscono la codificazione di quanto ampiamente affermato dalla giurisprudenza contabile in ordine al conferimento di atti riferiti all’estesa tipologia di spese soggette a controllo da parte della Sezione (le consulenze, gli studi, le ricerche, le spese per relazioni, rappresentanza, mostre, convegni, pubblicità), in tal senso, si richiama il parere 25.10.2013 n. 362 di questa Sezione.
In particolare,
la disciplina vigente prevede che:
a)
l'oggetto della prestazione deve corrispondere alle competenze attribuite dall'ordinamento all'amministrazione conferente, ad obiettivi e progetti specifici e determinati e deve risultare coerente con le esigenze di funzionalità dell'amministrazione conferente; è stato in proposito chiarito che: “il requisito della corrispondenza della prestazione alla competenza attribuita dall’ordinamento all’amministrazione conferente è determinato dal poter ricorrere a contratti di collaborazione autonoma solo con riferimento alle attività istituzionali stabilite dalla legge (Sez. contr. Reg. Lombardia,
parere 11.02.2009 n. 37, nonché Sez. Reg. Lombardia, n. 244/2008);
b)
l'amministrazione deve avere preliminarmente accertato l’impossibilità oggettiva di utilizzare le risorse umane disponibili al suo interno.
Al proposito va rammentato che in base ai principi generali di organizzazione amministrativa gli enti pubblici devono di norma svolgere i compiti istituzionali avvalendosi di proprio personale. Tale regola trae il suo fondamento dal principio costituzionale di buon andamento della pubblica amministrazione e il conferimento degli incarichi di consulenza a professionisti esterni alla P.A. si pone come eccezione in presenza di speciali e peculiari condizioni.
D’altro canto il legislatore ha ormai da ben oltre un decennio previsto in linea generale l’eccezionalità del ricorso a collaborazioni esterne condizionandolo all’assenza di personale idoneo (art. 7, co. 6, d.lgs. n. 165/2001), ribadendo più volte tale regola e la necessità di fornire adeguata motivazione in caso di ricorso all’esterno dell’amministrazione;

c)
la prestazione deve essere di natura temporanea e altamente qualificata e deve soddisfare esigenze straordinarie ed eccezionali; non è ammesso il rinnovo; l'eventuale proroga dell'incarico originario è consentita, in via eccezionale, al solo fine di completare il progetto e per ritardi non imputabili al collaboratore, ferma restando la misura del compenso pattuito in sede di affidamento dell'incarico;
d)
devono essere preventivamente determinati durata, luogo, oggetto e compenso della collaborazione;
e)
deve sussistere il requisito della “comprovata specializzazione anche universitaria”: le amministrazioni, per esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio, possono conferire incarichi individuali (con contratti di lavoro autonomo professionale, occasionale o di collaborazione coordinata e continuativa) a esperti muniti di tale requisito.
Si prescinde dal requisito della comprovata specializzazione universitaria in caso di stipulazione di contratti di collaborazione di natura occasionale o coordinata e continuativa per attività che debbano essere svolte da professionisti iscritti in ordini o albi o con soggetti che operino nel campo dell'arte, dello spettacolo, dei mestieri artigianali o dell’attività informatica nonché a supporto dell’attività didattica e di ricerca, per i servizi di orientamento, compreso il collocamento, e di certificazione dei contratti di lavoro di cui al d.lgs. 10.09.2003, n. 276, purché senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, ferma restando la necessità di accertare la maturata esperienza nel settore;

Va inoltre aggiunto, sotto un profilo generale, che
in caso di conferimento di un incarico di studio o di consulenza occorre altresì osservare i limiti di spesa introdotti dall’art. 6, co. 7, d.l. 78/2010 convertito con legge. n. 122/2010 e s.m.i. (salve particolari ipotesi: es. la copertura della spesa mediante finanziamenti aggiuntivi e specifici trasferiti da altri soggetti pubblici o privati, cfr. sez. contr. Piemonte parere 25.10.2013 n. 362); inoltre in sede di assunzione dell’impegno di spesa il funzionario, ai sensi dell’art. 9, co. 1, lett. a), n. 2, d.l. n. 78/2009 convertito dalla legge n. 102/2009, ha l'obbligo di accertare preventivamente che il programma dei pagamenti sia compatibile con i relativi stanziamenti di bilancio e con le regole di finanza pubblica, salvo incorrere, in caso di inosservanza di tale obbligo, in responsabilità disciplinare ed amministrativa.
  
II. Esaurita questa breve ricognizione dei presupposti di legittimità per il conferimento dell’incarico occorre evidenziare che all’esito dei chiarimenti forniti con la nota pervenuta il 24.04.2015, solo con riferimento ad alcuni aspetti oggetto di rilievo risultano essere state fornite indicazioni o chiarimenti atti a giustificare sotto un profilo di regolarità e legittimità l’operato dell’amministrazione.
In particolare è stata fornita puntuale indicazione circa l’avvenuta pubblicazione dell’incarico conferito sul sito web dell’amministrazione e circa il rispetto dei limiti di spesa fissati dall’art. 6, co. 7, d.l. 78/2010. Non adeguate risultano invece le giustificazioni inerenti l’affidamento dell’incarico in via diretta e l’accertamento preventivo della compatibilità con i vincoli finanziari del programma di spesa.
1. In primo luogo va rilevato che
l’obbligo di seguire procedure comparative per il conferimento degli incarichi di collaborazione è puntualmente declinato nel comma 6-bis del richiamato art. 7 D.Lgs. n. 165/2001. Tale obbligo è considerato dalla giurisprudenza amministrativa un adempimento essenziale per la legittima attribuzione di incarichi di collaborazione; in proposito è stato affermato che “il conferimento di incarichi di collaborazione esterna da parte delle P.A. deve avvenire previo esperimento di procedure para-selettive e non già in base alla sola valutazione di idoneità del prescelto (TAR Puglia n. 494 del 19.02.2007).
Tale obbligo deve ritenersi generalizzato, in ossequio ai principi generali di trasparenza, pubblicità e massima partecipazione: la giurisprudenza amministrativa ha poi ricordato che “l'affidamento di incarichi di consulenza e/o di collaborazione da conferire a soggetti esterni alla Pubblica amministrazione non può prescindere dal preventivo svolgimento di una selezione comparativa adeguatamente pubblicizzata” (Cons. St., 28.05.2010, n. 3405) ed ancora: “qualsivoglia pubblica amministrazione può legittimamente conferire ad un professionista esterno un incarico di collaborazione, di consulenza, di studio, di ricerca o quant’altro, mediante qualunque tipologia di lavoro autonomo, continuativo o anche occasionale, solo a seguito dell’espletamento di una procedura comparativa previamente disciplinata ed adottata e adeguatamente pubblicizzata, derivandone in caso di omissione l’illegittimità dell’affidamento della prestazione del servizio” (TAR Piemonte, 29.09.2008 n. 2106; cfr. Corte Conti sez. reg. contr. Lombardia,
parere 11.02.2009 n. 37; parere 27.11.2012 n. 509 che ribadiscono i principi in questione).
Anche a livello centrale la magistratura contabile ha avuto modo di statuire che: “
il comma 6-bis dell’art. 7 del d.lgs. n. 165/2001, prevedendo l’obbligo per le amministrazioni di disciplinare e rendere pubbliche le procedure comparative per il conferimento di incarichi di collaborazione, ha in concreto posto la necessità dell’espletamento della procedura concorsuale, nella considerazione che un simile modus operandi, implicando il rispetto di precisi adempimenti procedurali e moduli operativi, concorra a rendere l’operato dell’Amministrazione conforme ai parametri di efficienza, efficacia, economicità e trasparenza, costituzionalmente tutelati ex art. 97” (Corte Conti, sez. centrale controllo prev. legittimità Stato, 02.10.2012, n. 23; analogamente la stessa sezione delibera 26.10.2011, n. 21).
Pertanto,
il ricorso a procedure comparative adeguatamente pubblicizzate può essere derogato con affidamento diretto nei limitati casi individuati dalla giurisprudenza:
a) procedura comparativa andata deserta;
b) unicità della prestazione sotto il profilo soggettivo;
c) assoluta urgenza determinata dalla imprevedibile necessità della consulenza in relazione ad un termine prefissato o ad un evento eccezionale, ricordando che la “particolare urgenza” deve essere “connessa alla realizzazione dell’attività discendente dall’incarico
(ex plurimis, parere 14.03.2012 n. 67 Sez. Contr. Lombardia).
In conseguenza di quanto detto dunque, come ripetutamente chiarito dalla giurisprudenza contabile,
non può ritenersi legittima la previsione di affidamenti di incarichi senza procedura comparativa al di sotto di una soglia individuata in valore monetario (o di un numero massimo di ore della prestazione richiesta al collaboratore), poiché “la materia è del tutto estranea a quella degli appalti di lavori, di beni o servizi, pertanto non può farsi ricorso neppure per analogia a detti criteri”, in particolare agli affidamenti in economia (Corte Conti, Sez. contr. Reg. Lombardia,
parere 11.02.2009 n. 37; Sez. contr. Prov. Trento, n. 2/2010 e n. 8/2010; cfr le recenti Sez. contr. reg. Piemonte parere 25.10.2013 n. 362; parere 19.12.2013 n. 421).
In proposito va rilevato il fatto che in passato questa Sezione (
parere 20.12.2012 n. 5) ha già avuto modo di affermare, esaminando un regolamento comunale che prevedeva l’osservanza di una procedura comparativa, resa pubblica con pubblicazione all’albo pretorio, solo per incarichi eccedenti una determinata soglia monetaria, che una siffatta disciplina “non risulta conforme a quanto prevede l’art. 7, comma 6-bis, del D.lgs. n. 165/2001, come introdotto dall’art. 32 D.L. 223/2006 e relativa legge di conversione, a mente del quale “Le amministrazioni pubbliche disciplinano e rendono pubbliche, secondo i propri ordinamenti, procedure comparative per il conferimento degli incarichi di collaborazione”, senza lasciare spazio all’introduzione di soglie di valore al di sotto delle quali le procedure comparative non sono necessarie o non sono rese pubbliche.”
La sezione piemontese puntualizzava altresì “
Va aggiunto che si è posto il problema del se e in quali limiti sia consentito l’affidamento diretto dell’incarico senza ricorrere a procedure concorsuali, in taluni casi facendo riferimento ai limiti previsti nel codice degli appalti pubblici. La materia, peraltro, è del tutto estranea a quella degli appalti di lavori, di beni o servizi, cui, quindi, non può farsi ricorso neppure per analogia. Va quindi ribadito che il ricorso a procedure concorsuali deve essere generalizzato, salve circostanze del tutto particolari ed eccezionali (quali, ad es., la procedura concorsuale andata deserta, l’unicità della prestazione sotto il profilo soggettivo, l’assoluta urgenza determinata dalla imprevedibile necessità della consulenza in relazione ad un termine prefissato o ad un evento eccezionale, ecc.) (cfr. Sez. Lombardia Del. n. 379 del 26.06.2009)” (cfr. di recente sez. controllo Piemonte, parere 11.04.2014 n. 11).
In proposito occorre evidenziare quindi che
non risulta compatibile con il vigente quadro normativo la disciplina prevista dal regolamento dell’ente camerale del 11.07.2008 (art. 7, lett. b), peraltro non oggetto di approvazione con deliberazione collegiale di questa Sezione, secondo cui sarebbe possibile procedere ad affidamenti senza procedura di comparazione per incarico di ammontare sino ad € 5.000,00, oltre IVA ed eventuali oneri obbligatori. Conseguentemente l’ente camerale avrebbe dovuto correttamente, previa disapplicazione della citata previsione regolamentare, provvedere ad individuare l’incaricato a seguito di procedura comparativa pubblica, in conformità con l’art. 7, comma 6-bis, d.lgs. n. 165/2001.
In coerenza con quanto detto l’ente camerale nel conformarsi alla presente pronuncia dovrà, tra l’altro, procedere per il futuro alla immediata disapplicazione della citata disposizione regolamentare, fermo restando la doverosità di una modifica al testo regolamentare nella parte oggetto del segnalato contrasto con la disciplina legislativa come puntualmente interpretata dalla giurisprudenza contabile (cfr. Corte conti, sez. reg. contr., 11.04.2014, n. 76).
  
III. In secondo luogo l’atto di affidamento dell’incarico di consulenza è altresì in contrasto con il dettato normativo anche sotto il profilo della mancata verifica che il pagamento sia compatibile con i vincoli finanziari.
Al riguardo va richiamata
la previsione di cui all’art. 9, co. 1, lett. a), n. 2, d.l. n. 78/2009 convertito dalla l. n. 102/2009, che pone in capo al funzionario che impegna una spesa l'obbligo di accertare preventivamente che il programma dei pagamenti sia compatibile con i relativi stanziamenti di bilancio e con le regole di finanza pubblica.
Si tratta di obbligo preventivo posto direttamente in capo al funzionario o dirigente che effettua l’impegno, di qualunque servizio o settore esso sia e che va fatto a prescindere dalle modalità di finanziamento della spesa, essendo funzionale innanzitutto ad una verifica di cassa circa l’effettiva sostenibilità del pagamento nei termini contrattualmente previsti e alla conformità dello stesso con il complesso dei vincoli vigenti.
Conseguentemente sotto tale profilo non è adeguata la risposta della Camera di Commercio che sul punto si è limitata ad affermare che in sede di bilancio di previsione sarebbero state stanziate risorse sufficienti risultando una somma di € 20.000,00, risultando assicurata unicamente la capienza del capitolo di bilancio.
La suddetta verifica preventiva è infatti essenzialmente un controllo inerente la cassa finalizzato ad assicurare l’effettività del pagamento nei tempi stabiliti, da effettuarsi operativamente mediante una programmazione dei flussi di cassa ed un successivo monitoraggio nel corso dell’anno delle disponibilità liquide, onde scongiurare ritardi anche con riferimento alle previsioni contenute nel d.lgs. n. 231/2002, modificato dal d.lgs. n. 192/2012, in tema di lotta al ritardo nei pagamenti delle transazioni commerciali.
Va infine rammentato che secondo l’espressa previsione di legge
in caso di inosservanza di tale obbligo, quale misura organizzativa per garantire il tempestivo pagamento delle somme dovute, il soggetto inadempiente può incorrere in responsabilità disciplinare ed amministrativa. L’atto di incarico dunque non risulta conforme al dettato normativo anche sotto tale profilo.
Alle rilevate irregolarità consegue l’obbligo della Camera di Commercio di conformare la propria azione amministrativa in materia di affidamento di incarichi alla legge e di dare tempestivo riscontro alla Sezione delle iniziative assunte
(Corte dei Conti, Sez. controllo Piemonte, parere 08.06.2015 n. 98).

SEGRETARI COMUNALINel caso di convenzione di segreteria fra comuni tutti privi di personale con qualifica dirigenziale, è possibile attribuire al segretario comunale, ai sensi del citato art. 10, comma 2-bis, del d.l. n. 90/2014, quota dei diritti di rogito, a prescindere dalla fascia professionale in cui è inquadrato, in concreto, il segretario preposto.
La norma, infatti,
prevede e distingue due ipotesi legittimanti l’erogazione di quota dei proventi. La prima, quella dei segretari preposti a comuni privi di personale con qualifica dirigenziale, fattispecie in cui non ritiene rilevante la fascia professionale in cui è inquadrato il segretario preposto. La seconda, quella dei segretari che non hanno qualifica dirigenziale, in cui àncora l’attribuzione di quota dei diritti di rogito allo status professionale del segretario preposto, prescindendo dalla classe demografica del comune di assegnazione.
---------------
Il Sindaco del comune di Canneto Pavese, con nota del 03.03.2015, ha formulato una richiesta di parere avente ad oggetto l’attribuzione dei diritti di rogito al segretario comunale.
L’istanza precisa che presso il Comune presta servizio un segretario comunale, di fascia C, in convezione con i comuni di Castana e Montescano. Al medesimo è stato attribuito il c.d. galleggiamento al fine di equiparare la retribuzione di posizione a quella del personale incaricato della più elevata posizione organizzativa, trattandosi di ente privo di dirigenti.
Il Comune istante chiede se, alla luce delle recenti normative, possano essere riconosciuti al segretario i diritti di rogito, rispettando il limite del quinto dello stipendio in godimento.
...
L’art. 10 del d.l. n. 90/2014, convertito con legge n. 114/2014, ha riformato la materia della corresponsione di diritti di rogito ai segretari comunali.
Il primo comma della disposizione abroga l’art. 41, comma 4, della legge n. 312/1908, che attribuiva ai segretari comunali e provinciali, che rogavano predeterminati atti (indicati ai numeri 1, 2, 3, 4 e 5 della tabella D allegata alla legge n. 604/1962), per conto dell’ente presso cui prestavano servizio, una quota del provento, spettante al comune o alla provincia, ai sensi dell'art. 30, comma 2, della legge n. 734/1973 (in misura pari al 75 per cento e fino ad un massimo di un terzo dello stipendio in godimento).
Il secondo comma dell’art. 10 del ridetto d.l. n. 90/2014 riformula il citato art. 30, secondo comma, della legge n. 734/1973, statuendo che “il provento annuale dei diritti di segreteria è attribuito integralmente al comune o alla provincia”.
Il comma 2-bis, oggetto dei dubbi posti dal comune istante, precisa, tuttavia, che “negli enti locali privi di dipendenti con qualifica dirigenziale, e comunque a tutti i segretari comunali che non hanno qualifica dirigenziale, una quota del provento annuale spettante al comune ai sensi dell'articolo 30, secondo comma, della legge 15.11.1973, n. 734, come sostituito dal comma 2 del presente articolo, per gli atti di cui ai numeri 1, 2, 3, 4 e 5 della tabella D allegata alla legge 08.06.1962, n. 604, e successive modificazioni, è attribuita al segretario comunale rogante, in misura non superiore a un quinto dello stipendio in godimento”.
Il comma 2-ter, infine, risolve problemi di diritto intertemporale, precisando che “le norme di cui al presente articolo non si applicano per le quote già maturate alla data di entrata in vigore del presente decreto”.
La norma si inserisce in un contesto di razionalizzazione dei compensi accessori attribuiti al personale che presta servizio presso le pubbliche amministrazioni, sia in regime di diritto privato che di diritto pubblico, che permea parte del decreto legge n. 90/2014, convertito con legge n. 114/2014.
Circa la materia dei diritti di rogito ai segretari comunali e provinciali, la legge, dopo averne sancito la confluenza nel bilancio dell’ente di riferimento (commi 1 e 2), permette l’attribuzione di una quota del provento annuale previsto dall’art. 30, comma 2, della legge n. 734/1973, come modificato dallo stesso decreto legge n. 90/2014, in misura non superiore al quinto dello stipendio in godimento e per i soli segretari che prestano servizio in “enti locali privi di dipendenti con qualifica dirigenziale”, e comunque per quelli che “non hanno qualifica dirigenziale”.
Rinviando, per gli aspetti generali di analisi della nuova disciplina, alla deliberazione della Sezione n. 297/2014/PAR, si evidenzia come, nel
parere 29.10.2014 n. 275, la Sezione ha già messo in luce che, alla luce della formulazione letterale della norma, nel caso di convenzione di segreteria fra comuni tutti privi di personale con qualifica dirigenziale, è possibile attribuire, ai sensi del citato art. 10, comma 2-bis, del d.l. n. 90/2014, quota dei diritti di rogito, a prescindere dalla fascia professionale in cui è inquadrato, in concreto, il segretario preposto.
La norma, infatti, prevede e distingue due ipotesi legittimanti l’erogazione di quota dei proventi. La prima, quella dei segretari preposti a comuni privi di personale con qualifica dirigenziale, fattispecie in cui non ritiene rilevante la fascia professionale in cui è inquadrato il segretario preposto. La seconda, quella dei segretari che non hanno qualifica dirigenziale, in cui àncora l’attribuzione di quota dei diritti di rogito allo status professionale del segretario preposto, prescindendo dalla classe demografica del comune di assegnazione.
Nella fattispecie sottoposta all’odierno esame della Sezione (segretario di fascia professionale non equiparata a quella dirigenziale, che presta servizio, a mezzo convenzione, in comuni privi di dirigenti) non rileva l’istituto del “galleggiamento” previsto dall’art. 41, comma 5, del CCNL di comparto, stipulato il 16.05.2001, in base al quale l’indennità di posizione del segretario non deve essere “inferiore a quella stabilita per la posizione dirigenziale più elevata nell’ente in base al contratto collettivo dell’area della dirigenza o, in assenza di dirigenti, a quello del personale incaricato della più elevata posizione organizzativa”.
Nel caso in esame, infatti, il segretario comunale usufruisce di un’indennità parametrata a quella del funzionario incaricato della più elevata posizione organizzativa, non a quella dirigenziale, trattandosi di enti privi di dirigenti.
Appare pertanto ammissibile l’attribuzione, nei limiti previsti dalla legge, di quota parte dei diritti di rogito.
Analogo orientamento, in fattispecie similare, è stato assunto dalle Sezioni regionali per la Sicilia (deliberazione n. 194/2014/PAR) e per il Lazio (deliberazione n. 21/2015/PAR).
Non rileva, nel caso sottoposto all’odierno esame, la differente situazione del segretario collocato in fascia non equiparata a quella dirigenziale, che, prestando la sua opera in comuni aventi dirigenti in servizio, fruisce di un’indennità di posizione equiparata a quella del dirigente avente il trattamento economico più elevato in base al contratto collettivo (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 05.05.2015 n. 189).

APPALTI SERVIZIIl Collegio ritiene che la misura di cui all'art. 8, comma 8, lett. a), del d.l. 66/2014 (ndr: riduzione unilaterale del corrispettivo contrattuale del 5%) non sia applicabile ai contratti aventi ad oggetto il servizio di igiene urbana finanziati a tariffa.
Vale precisare che per eventuali altre prestazioni, eventualmente acquistate in concreto con il medesimo contratto e remunerate mediante l'erogazione di un corrispettivo diversamente convenuto fra le parti, l'esercizio di tale facoltà rimane impregiudicato e rimesso a quelle valutazioni discrezionali dell'amministrazione, che ordinariamente devono precedere la scelta di applicare la riduzione unilaterale autorizzata dalla norma esaminata.
Al riguardo,
è bene richiamare l'attenzione sull'impatto che la misura può avere in termini di riduzione della controprestazione acquistata e di eventuale recesso anticipato dell'altro contraente, conseguenze che richiedono l'accurata ponderazione caso per caso, in base ai contenuti dei singoli atti negoziali di acquisto di beni e servizi, della possibilità effettiva di rinegoziare un nuovo equilibrio sinallagmatico secondo canoni di convenienza economica e senza pregiudicare l'interesse pubblico da soddisfare.
Rientra, in altre parole, nella discrezionalità e responsabilità dell'amministrazione valutare “ex ante” la sostenibilità giuridica e la praticabilità concreta dell'operazione, onde neutralizzare i rischi di effetti indesiderati e sul piano finanziario contrastanti con gli stessi obiettivi cui la misura è finalizzata.
---------------
Con la nota citata in epigrafe, prodotta espressamente ai sensi dell’art. 7, comma 8, della legge 05.06.2003, n. 131, il Sindaco del Comune di Sant’Oreste, per il tramite del Consiglio delle Autonomie locali del Lazio (CAL - Lazio), ha chiesto di conoscere il parere della Sezione in ordine all’applicabilità dell’art. 8, comma 8, lett. a), del d.l. 24.04.2014, n. 66, convertito con modificazioni dalla legge 23.06.2014, n. 89, ai contratti concernenti il “settore dell’igiene urbana ed ambientale.
La riduzione unilaterale del 5% del corrispettivo pattuito, con facoltà di rinegoziare il contenuto contrattuale, contemplata dalla predetta norma quale misura specifica di concorso al perseguimento degli obiettivi programmati di riduzione della spesa di beni e servizi di cui ai commi 4-7, riguarderebbe -secondo quanto esplicitato in atti– il contratto in fase di stipula per l’affidamento, previa aggiudicazione definitiva perfezionatasi in data 03.06.2014, del “servizio di igiene urbana, servizi accessori e fornitura di attrezzature e materiali d’uso per la raccolta differenziata” in territorio comunale.
L’istante espone, a sostegno dei dubbi espressi, talune argomentazioni avanzate in dottrina e tendenti ad escludere i detti contratti dall’ambito applicativo della norma in argomento.
...
Nel merito, il Collegio ritiene che per risolvere la prospettata questione, in punto di diritto ed impregiudicata ogni valutazione rientrante nella discrezionalità dell’Amministrazione richiedente, non si possa prescindere dal rilevare come
la riduzione del corrispettivo contrattuale prevista dall’art. 8, comma 8 lett. a), del d.l. 66/2014 costituisca misura discrezionale, per tabulas finalizzata al conseguimento di obiettivi macroeconomici di abbattimento della spesa corrente e, specificamente, della componente individuata dalla stessa norma al comma 4 come destinata agli acquisti di beni e servizi, con conseguente recupero di maggiori margini di manovra finanziaria pubblica.
Si tratta di obiettivi cogenti anche per gli Enti Locali che sono chiamati a concorrervi pro-quota nella misura e con modalità all'uopo legislativamente fissate.
Ed in effetti, il successivo art. 47 configura un meccanismo preciso di riduzione delle risorse pubbliche destinabili alla copertura della spesa corrente dei detti Enti, che opera in modo differenziato in relazione alle peculiarità dei rispettivi rapporti finanziari con lo Stato e che per i Comuni si sostanzia in minori erogazioni a carico del fondo di solidarietà comunale.
In tale ambito, si inquadrano i tagli inerenti agli interventi sulla spesa corrente comunale per acquisti di beni e servizi, qualificati come risparmi di spesa non già per il bilancio del singolo ente interessato, bensì in una più ampia prospettiva di sostenibilità dei conti pubblici consolidati e quantificati in misura proporzionale alla spesa media sostenuta nell’ultimo triennio relativamente a voci classificate secondo i codici SIOPE elencati in apposita Tabella A, annessa al decreto legge ed ivi espressamente richiamata. Con le stesse modalità è specularmente individuata, ex art. 47, comma 9, la riduzione delle erogazioni spettanti a carico del fondo di solidarietà comunale.
L' elencazione delle voci di cui alla citata Tabella A è da ritenersi tassativa proprio perché finalizzata a concretizzare gli obblighi di compartecipazione dei singoli Comuni al conseguimento degli indicati obiettivi generali di finanza pubblica (in senso parzialmente contrario, cfr. Sez. regionale di controllo Lombardia deliberazione 24/2015/PAR). Si tratta, infatti, di un parametro normativo di calcolo che, ad avviso del Collegio, risponde a quelle esigenze di certezza alle quali vanno fisiologicamente improntati i rapporti finanziari fra Stato ed Enti Locali nel sistema di finanza pubblica allargata, anche per garantire la regolarità della pianificazione di bilancio rimessa all’autonomia comunale, esigenze che rimarrebbero frustrate ove il parametro stesso fosse considerato meramente indicativo.
In proposito, peraltro,
non si può omettere di osservare come, dagli ambiti di spesa in relazione ai quali individuare gli obiettivi obbligatori di risparmio ricadenti sui singoli Comuni sia stato espunto, per scelta legislativa operata in sede di conversione del d.l. 66/2014, proprio quello concernente i contratti di servizio per smaltimento rifiuti, contrassegnato dal codice SIOPE S1303, e come, perciò, tale voce di spesa non possa concorrere in alcun modo a determinare la base di calcolo delle riduzioni proporzionali di cui trattasi.
Ciò posto, occorre chiedersi se tali ambiti di spesa segnino con la stessa tassatività anche il perimetro dell'azione di contenimento contemplata dall'art. 8, comma 4, e così pure il limite dell'autorizzazione, strumentalmente ad essa correlata in modo espresso, ad esercitare la facoltà unilaterale di riduzione dell’importo contrattuale di cui al comma 8, lett. a), riconosciuta al contraente pubblico in deroga ai principi civilistici in tema di accordo, per finalità di salvaguardia degli equilibri di finanza pubblica.
Sul punto, il Collegio ritiene sussistenti argomentazioni di ordine letterale e sistematico che portano ad escludere tale ulteriore valenza dell’elencazione delle spese sopra richiamata.
Depone in questa direzione innanzitutto la lettera del comma 4, per la quale la riduzione della spesa di beni e servizi è testualmente riferibile ad “ogni settore”.
Sembrerebbe, poi, di difficile riconduzione a logica coerenza -in un contesto caratterizzato dal riconoscimento espresso di autonomia degli Enti interessati nella scelta di misure alternative di riduzione della spesa corrente (art. 47, comma 12)- ipotizzare preclusioni, a monte ed in astratto, proprio delle iniziative di risparmio autorizzate per indirizzare l’azione di contenimento nell'ambito degli acquisti di beni e servizi, cui il legislatore ha inteso riservare prioritaria attenzione per riqualificare la spesa corrente.
Per quanto sopra detto,
si ritiene non sostenibile la tesi per la quale l'esclusione dei contratti di appalto del servizio di igiene urbana dal novero di quelli per i quali è esercitabile la facoltà unilaterale di abbattimento dell’importo contrattuale deriverebbe indirettamente dalla sola mancata menzione dei medesimi nella tabella A di cui all’art. 47, comma 9, lett. a), primo alinea.
A tale conclusione si può, peraltro, pervenire per considerazioni diverse che attengono alla configurazione astratta della misura in termini di idoneità al conseguimento degli obiettivi di risparmio, come delineati dalle norme in esame.
Così concepita, infatti,
la misura per sua natura si attaglia ai contratti di tipo sinallagmatico caratterizzati dallo scambio tra la prestazione richiesta al contraente privato ed il pagamento, da parte del contraente pubblico, di un prezzo la cui riduzione sottende un minore esborso a carico del bilancio.
Solo con riguardo a questi contratti, tra l'altro, è possibile ipotizzare la rinegoziazione “iure privatorum” del contenuto contrattuale, con contrazione della controprestazione, contemplata espressamente dalla norma all’esame a fronte dell’esercizio della facoltà di riduzione del prezzo originariamente pattuito, anche con riferimento a contratti già in corso di esecuzione e limitatamente alla loro durata residua.
Esula da questo schema, viceversa, il servizio di igiene urbana che, secondo la pertinente normativa di settore, è obbligatoriamente finanziato con apposite entrate tariffarie, strutturalmente determinate sulla base della pianificazione analitica dei costi del servizio dedotta nel contratto di affidamento e di regolazione dei rapporti con il soggetto gerente.
L’abbattimento dell’importo contrattuale in queste fattispecie, pertanto, si rivelerebbe finanziariamente neutro per i conti pubblici in quanto dovrebbe essere compensato da una riduzione di corrispondente valore della tariffa gravante sui cittadini destinatari del servizio, effetto diverso dal risparmio di spesa di cui trattasi.
Esso, poi, non sarebbe non altrimenti conseguibile se non mediante la previa rideterminazione del piano economico-finanziario del servizio, alla quale la ridefinizione del regime tariffario, varata dall’ente interessato nell’esercizio di poteri pubblicistici, è strettamente correlata.

E ciò ne evidenzia la difficile compatibilità sul piano giuridico con la salvaguardia dell’originario affidamento, mantenendo l'erogazione di un servizio con caratteristiche corrispondenti a quelle convenute e senza esiti contenziosi.
Per le esposte ragioni,
il Collegio ritiene che la misura di cui all'art. 8, comma 8, lett. a), non sia applicabile ai contratti aventi ad oggetto il servizio di igiene urbana finanziati a tariffa, ferme comunque le esigenze di razionalizzazione dei costi a beneficio dell'utenza di cui l'ente locale è responsabilmente tenuto a farsi carico.
Vale precisare che per eventuali altre prestazioni, eventualmente acquistate in concreto con il medesimo contratto e remunerate mediante l'erogazione di un corrispettivo diversamente convenuto fra le parti, l'esercizio di tale facoltà rimane impregiudicato e rimesso a quelle valutazioni discrezionali dell'amministrazione, che ordinariamente devono precedere la scelta di applicare la riduzione unilaterale autorizzata dalla norma esaminata.
Al riguardo,
è bene richiamare l'attenzione sull'impatto che la misura può avere in termini di riduzione della controprestazione acquistata e di eventuale recesso anticipato dell'altro contraente, conseguenze che richiedono l'accurata ponderazione caso per caso, in base ai contenuti dei singoli atti negoziali di acquisto di beni e servizi, della possibilità effettiva di rinegoziare un nuovo equilibrio sinallagmatico secondo canoni di convenienza economica e senza pregiudicare l'interesse pubblico da soddisfare.
Rientra, in altre parole, nella discrezionalità e responsabilità dell'amministrazione valutare “ex ante” la sostenibilità giuridica e la praticabilità concreta dell'operazione, onde neutralizzare i rischi di effetti indesiderati e sul piano finanziario contrastanti con gli stessi obiettivi cui la misura è finalizzata (Corte dei Conti, Sez. controllo Lazio, parere 14.04.2015 n. 48).

INCARICHI PROFESSIONALICon parere 11.02.2009 n. 37 la Sezione ha stabilito alcuni criteri omogenei per l’esame dei regolamenti trasmessi dai Comuni in materia di affidamento degli incarichi di collaborazione e delle consulenze.
Nell’autodeterminare le linee guida per la propria attività, la Sezione ha richiamato i propri precedenti pareri ed ha individuato i seguenti principi:
1)
la disciplina dettata dall’art. 3, commi da 54 a 57, della legge n. 244 del 2007 stabilisce l’obbligo di normazione regolamentare di limiti, criteri e modalità di affidamento degli incarichi di collaborazione, studio e ricerca, nonché di consulenza, a soggetti estranei all’amministrazione; la competenza ad adottare i regolamenti degli uffici e dei servizi appartiene alla Giunta, nel rispetto dei criteri generali stabiliti dal Consiglio (art. 48, terzo comma, e art. 42, secondo comma, lett. a, del T.U.E.L.);
2)
l’art. 46 del decreto legge n. 112 del 2008, convertito dalla legge n. 133 del 2008, ha unificato gli incarichi di collaborazione ad alto contenuto professionale e gli incarichi di studio e consulenza (riconducendoli all’interno della tipologia generale di collaborazione autonoma), tutti caratterizzati dal grado di specifica professionalità richiesta (in particolare, questi presupposti distinguono dette ipotesi dalle collaborazioni “normali”, il cui uso è vietato per lo svolgimento delle funzioni ordinarie dell’ente);
3)
quanto alla locuzione “particolare e comprovata specializzazione universitaria”, questa Sezione ha già chiarito che con essa si intende il possesso di conoscenze specialistiche equiparabile a quello che si otterrebbe con un percorso formativo di tipo universitario, basato su conoscenze specifiche inerenti il tipo di attività professionale oggetto dell’incarico; la specializzazione richiesta, per essere “comprovata”, deve essere poi fatta oggetto di specifico accertamento in concreto condotto sull’esame di documentati curricula; e ciò perché il mero possesso formale di titoli non sempre è sufficiente a comprovare l’acquisizione delle richieste capacità professionali (ma v. ora anche l’art. 11, commi 1, 2 e 4, del decreto legge n. 90 del 2014, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 114 del 2014);
4)
il nuovo testo dell’art. 7 del decreto legislativo n. 165 del 2001 (testo unico del pubblico impiego, da ora innanzi TUPI) richiede, come presupposti di legittimità, tutti i requisiti già ritenuti dalla giurisprudenza contabile necessari per il ricorso ad incarichi di collaborazione o di studio; in particolare, quello della corrispondenza della prestazione alla competenza attribuita dall’ordinamento all’amministrazione conferente comporta che si possa ricorrere a contratti di collaborazione solo con riferimento alle attività istituzionali stabilite dalla legge, oltre che previste dal programma approvato dal Consiglio ai sensi dell’art. 42 del decreto legislativo n. 267 del 2000;
5)
il comma 3 dell’art. 46 del decreto legge n. 112 del 2008 ha eliminato l’obbligo di individuare nel regolamento il livello massimo di spesa sostenibile, prevedendo invece la fissazione del limite massimo annuale nel bilancio preventivo; è pertanto necessario accertare, in sede di conferimento, l’esistenza di un apposito stanziamento di spesa ed il rispetto del suo limite;
6)
quanto all’oggetto delle collaborazioni autonome, si richiamano inoltre le considerazioni contenute nel punto 6 del
parere 11.03.2008 n. 37 di questa Sezione sull’inapplicabilità della disciplina a materia già autonomamente regolamentata e sulla distinzione tra incarico professionale ed appalto di servizi;
7)
il conferimento dell’incarico deve essere preceduto da procedure selettive di natura concorsuale, adeguatamente pubblicizzate; in proposito si è posto il problema della possibilità ed eventualmente dei limiti sussistenti all’affidamento diretto dell’incarico; in taluni casi, le amministrazioni fanno riferimento ai limiti previsti nel Codice dei contratti pubblici (decreto legislativo n. 163 del 2006), tuttavia, la materia è estranea a quella degli appalti di lavori, di beni o servizi e, pertanto, non può farsi ricorso a detti criteri: deve invece affermarsi che il ricorso a procedure concorsuali deve essere generalizzato e che può prescindersi da esso solo in circostanze del tutto particolari, come per esempio: a) procedura concorsuale andata deserta, b) unicità della prestazione sotto il profilo soggettivo, c) assoluta urgenza determinata dalla imprevedibile necessità della consulenza in relazione ad un termine prefissato o ad un evento eccezionale;
8)
l’atto di incarico deve contenere tutti gli elementi costitutivi ed identificativi previsti per i contratti della Pubblica Amministrazione, in particolare: l’oggetto della prestazione, la durata, la modalità di determinazione del corrispettivo, i termini di pagamento, le verifiche del raggiungimento del risultato (indispensabile in ipotesi di proroga o rinnovo);
9)
in ogni caso, tutti i presupposti che legittimano il ricorso alla collaborazione debbono trovare adeguata motivazione nelle delibere o determinazioni di incarico;
10)
nel regolamento deve essere espressamente precisato che le società partecipate debbono osservare i principi e gli obblighi fissati in materia per gli enti cui appartengono, nonché i criteri per il controllo dell’ente locale sulla relativa osservanza.

---------------
1.- L’art. 3 della legge 24.12.2007, n. 244, come modificato dall’art. 46, comma 3, decreto legge 25.06.2008, n. 112, e dalla relativa legge di conversione –nel dettare le regole alle quali gli enti locali debbono conformarsi per il conferimento di incarichi di collaborazione, di studio e di ricerca, nonché di consulenza, a soggetti estranei all’amministrazione– al comma 56 stabilisce quanto segue: “
con il regolamento di cui all'articolo 89 del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267, sono fissati, in conformità a quanto stabilito dalle disposizioni vigenti, i limiti, i criteri e le modalità per l'affidamento di incarichi di collaborazione autonoma, che si applicano a tutte le tipologie di prestazioni. La violazione delle disposizioni regolamentari richiamate costituisce illecito disciplinare e determina responsabilità erariale. Il limite massimo della spesa annua per incarichi di collaborazione è fissato nel bilancio preventivo degli enti territoriali”. Il successivo comma 57, poi, sancisce che “le disposizioni regolamentari di cui al comma 56 sono trasmesse, per estratto, alla sezione regionale di controllo della Corte dei conti entro trenta giorni dalla loro adozione”.
Questa Sezione ha individuato, con il
parere 11.03.2008 n. 37 e parere 06.11.2008 n. 224, i criteri interpretativi della normativa al fine di stabilire, nell’esame dei regolamenti pervenuti, parametri di verifica uniformi, nonché l’alveo giuridico in cui si colloca la funzione di controllo.
2.- Al riguardo, necessario punto di partenza è la considerazione di quella funzione delle Sezioni regionali della Corte dei conti rispetto agli enti locali che si sostanzia nell’esercizio di un controllo di natura “collaborativa”, nell'ambito del quale il legislatore, come ha riconosciuto la Corte costituzionale, è libero di assegnare qualsiasi competenza, purché vi sia un fondamento costituzionale rinvenibile in una lettura adeguatrice delle norme originariamente dettate per lo Stato, quali gli artt. 100, 81, 97 primo comma e 28 della Costituzione (cfr. le sentenze della Corte costituzionale nn. 179 del 2007 e 60 del 2013).
In questo quadro, l’obbligo di trasmissione alla Corte dei conti di atti e documenti, da parte degli enti locali, non può essere fine a se stesso, ma deve essere finalizzato allo svolgimento di specifiche funzioni, come messo in luce dalla Sezione in più occasioni (per tutte, la deliberazione n. 11 del 26.10.2006).
La trasmissione dei regolamenti deve ritenersi pertanto strumentale al loro esame e ad un’eventuale pronuncia della Sezione regionale. Questa forma di controllo, in particolare, è ascrivibile alla categoria del riesame di legalità e regolarità, dovendosi assumere a parametro delle disposizioni regolamentari lo statuto dell’ente, i limiti normativi di settore (in particolare l’art. 7 del decreto legislativo n. 165 del 2001 e l’art. 110 del decreto legislativo n. 267 del 2000), oltre ad ogni altra disposizione legislativa che contenga indicazioni, anche di natura finanziaria, riferite a questa materia (v. ancora la sentenza, prima richiamata, n. 60 del 2013).
Fissati i parametri di raffronto, occorre verificare quali siano gli effetti del controllo.
Al riguardo va ricordato che la Corte costituzionale, ricostruendo il quadro complessivo dell’attività di controllo della Corte dei conti nei confronti degli enti locali, ha ritenuto ascrivibili al riesame di legalità e regolarità le verifiche previste dall’art. 1, commi 166 e seguenti, della legge n. 166 del 2005; alla stessa maniera, come s’è prima visto, deve esser qualificato anche il controllo ex art. 3, comma 57, della legge n. 244 del 2007, che ha la caratteristica –in una prospettiva non più statica (come era il tradizionale controllo di legalità), ma dinamica– di finalizzare il confronto tra fattispecie e parametro normativo all’adozione di misure correttive (cfr. ancora la sentenza n. 60 del 2013).
Lo strumento per raggiungere siffatto risultato può essere individuato nell’applicazione dell’iter procedurale dettato dall’art. 1, comma 168, della legge n. 266 del 2005 (ora abrogato dall’art. 3 comma, 1-bis, del decreto legge n. 174 del 2012, convertito con legge n. 213 del 2013 e sostituito dal nuovo art. 148-bis del TUEL, introdotto dall’art. 3 del citato decreto legge n. 174 del 2012), norma che prevede specifiche pronunce da indirizzare all’ente controllato (cui spetta l’adozione delle necessarie misure correttive), nonché la vigilanza sull’effettiva adozione delle misure stesse (in tal senso, per tutte, v. la deliberazione di questa Sezione n. 294/2013/REG).
Con
parere 11.02.2009 n. 37 la Sezione ha stabilito alcuni criteri omogenei per l’esame dei regolamenti trasmessi dai Comuni in materia di affidamento degli incarichi di collaborazione e delle consulenze.
Nell’autodeterminare le linee guida per la propria attività, la Sezione ha richiamato i propri precedenti  
parere 11.03.2008 n. 37 e parere 06.11.2008 n. 224 ed ha individuato i seguenti principi:
1)
la disciplina dettata dall’art. 3, commi da 54 a 57, della legge n. 244 del 2007 stabilisce l’obbligo di normazione regolamentare di limiti, criteri e modalità di affidamento degli incarichi di collaborazione, studio e ricerca, nonché di consulenza, a soggetti estranei all’amministrazione; la competenza ad adottare i regolamenti degli uffici e dei servizi appartiene alla Giunta, nel rispetto dei criteri generali stabiliti dal Consiglio (art. 48, terzo comma, e art. 42, secondo comma, lett. a, del T.U.E.L.);
2)
l’art. 46 del decreto legge n. 112 del 2008, convertito dalla legge n. 133 del 2008, ha unificato gli incarichi di collaborazione ad alto contenuto professionale e gli incarichi di studio e consulenza (riconducendoli all’interno della tipologia generale di collaborazione autonoma), tutti caratterizzati dal grado di specifica professionalità richiesta (in particolare, questi presupposti distinguono dette ipotesi dalle collaborazioni “normali”, il cui uso è vietato per lo svolgimento delle funzioni ordinarie dell’ente);
3)
quanto alla locuzione “particolare e comprovata specializzazione universitaria”, questa Sezione ha già chiarito, con il
parere 12.05.2008 n. 28 e parere 12.05.2008 n. 29, che con essa si intende il possesso di conoscenze specialistiche equiparabile a quello che si otterrebbe con un percorso formativo di tipo universitario, basato su conoscenze specifiche inerenti il tipo di attività professionale oggetto dell’incarico; la specializzazione richiesta, per essere “comprovata”, deve essere poi fatta oggetto di specifico accertamento in concreto condotto sull’esame di documentati curricula; e ciò perché il mero possesso formale di titoli non sempre è sufficiente a comprovare l’acquisizione delle richieste capacità professionali (ma v. ora anche l’art. 11, commi 1, 2 e 4, del decreto legge n. 90 del 2014, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 114 del 2014);
4)
il nuovo testo dell’art. 7 del decreto legislativo n. 165 del 2001 (testo unico del pubblico impiego, da ora innanzi TUPI) richiede, come presupposti di legittimità, tutti i requisiti già ritenuti dalla giurisprudenza contabile necessari per il ricorso ad incarichi di collaborazione o di studio; in particolare, quello della corrispondenza della prestazione alla competenza attribuita dall’ordinamento all’amministrazione conferente comporta che si possa ricorrere a contratti di collaborazione solo con riferimento alle attività istituzionali stabilite dalla legge, oltre che previste dal programma approvato dal Consiglio ai sensi dell’art. 42 del decreto legislativo n. 267 del 2000;
5)
il comma 3 dell’art. 46 del decreto legge n. 112 del 2008 ha eliminato l’obbligo di individuare nel regolamento il livello massimo di spesa sostenibile, prevedendo invece la fissazione del limite massimo annuale nel bilancio preventivo; è pertanto necessario accertare, in sede di conferimento, l’esistenza di un apposito stanziamento di spesa ed il rispetto del suo limite;
6)
quanto all’oggetto delle collaborazioni autonome, si richiamano inoltre le considerazioni contenute nel punto 6 del
parere 11.03.2008 n. 37 di questa Sezione sull’inapplicabilità della disciplina a materia già autonomamente regolamentata e sulla distinzione tra incarico professionale ed appalto di servizi;
7)
il conferimento dell’incarico deve essere preceduto da procedure selettive di natura concorsuale, adeguatamente pubblicizzate; in proposito si è posto il problema della possibilità ed eventualmente dei limiti sussistenti all’affidamento diretto dell’incarico; in taluni casi, le amministrazioni fanno riferimento ai limiti previsti nel Codice dei contratti pubblici (decreto legislativo n. 163 del 2006), tuttavia, la materia è estranea a quella degli appalti di lavori, di beni o servizi e, pertanto, non può farsi ricorso a detti criteri: deve invece affermarsi che il ricorso a procedure concorsuali deve essere generalizzato e che può prescindersi da esso solo in circostanze del tutto particolari, come per esempio: a) procedura concorsuale andata deserta, b) unicità della prestazione sotto il profilo soggettivo, c) assoluta urgenza determinata dalla imprevedibile necessità della consulenza in relazione ad un termine prefissato o ad un evento eccezionale;
8)
l’atto di incarico deve contenere tutti gli elementi costitutivi ed identificativi previsti per i contratti della Pubblica Amministrazione, in particolare: l’oggetto della prestazione, la durata, la modalità di determinazione del corrispettivo, i termini di pagamento, le verifiche del raggiungimento del risultato (indispensabile in ipotesi di proroga o rinnovo);
9)
in ogni caso, tutti i presupposti che legittimano il ricorso alla collaborazione debbono trovare adeguata motivazione nelle delibere o determinazioni di incarico;
10)
nel regolamento deve essere espressamente precisato che le società partecipate debbono osservare i principi e gli obblighi fissati in materia per gli enti cui appartengono, nonché i criteri per il controllo dell’ente locale sulla relativa osservanza.
3.- Con specifico riferimento alla previsione regolamentare esaminata nella presente deliberazione –il cui oggetto è definito dal deferimento disposto, di modo che resta impregiudicata ogni valutazione su altre disposizioni del medesimo regolamento ovvero su modifiche dello stesso medio tempore o successivamente intervenute– si deve rilevare che detta previsione si pone in contrasto con disposizioni sia costituzionali sia legislative.
3.1.- In primo luogo, al riguardo, la Sezione ricorda che l’art. 36, primo comma, della Costituzione stabilisce, con norma ritenuta direttamente precettiva ed imperativa nei rapporti fra le parti, che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa” (v., fra le molte, Corte di Cassazione, sezione lavoro, 17.01.2011, n. 896; 04.12.2013, n. 27138).
Nell’ambito dei rapporti di impiego, è dunque la prestazione dell’attività lavorativa, di per sé considerata, a fondare il diritto alla retribuzione, tanto che questa è dovuta anche laddove difetti una valida fattispecie contrattuale regolatrice dell’attività prestata, come espressamente previsto dall’art. 2126 del codice civile (secondo cui “la nullità o l'annullamento del contratto di lavoro non produce effetto per il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione, salvo che la nullità derivi dall'illiceità dell'oggetto o della causa”).
Al di fuori delle speciali normative legislative dettate per il c.d. “terzo settore” (v. in generale l’art. 2, commi 1 e 2, della legge n. 266 del 1991, che s’informa però ad un precipuo fine solidaristico non applicabile di per sé alla sfera dell’organizzazione amministrativa), dunque, la mera prestazione dell’attività legislativa impone, in ogni caso, l’erogazione del relativo compenso.
A ciò il regolamento dell’ente –quale fonte di autoorganizzazione, nell’ambito dell’autonomia, anche costituzionale, garantita all’ente– non può dunque derogare (esponendo peraltro l’ente, così facendo, al rischio d’esser convenuto ex post in giudizio dal prestatore di lavoro che chieda la dovuta retribuzione, in virtù del richiamato quadro normativo).
3.2.- In secondo luogo, un analogo contrasto con la disciplina legislativa vigente emerge con riferimento a quel carattere fiduciario, che, secondo l’ente, permetterebbe il conferimento diretto dell’incarico senza l'esperimento di procedure di selezione (art. 9, comma 2).
Atteso che l’art. 7, comma 6-bis, del T.U.P.I. è espressione dei principi costituzionali di buon andamento e di imparzialità delle amministrazioni pubbliche –attraverso, appunto, la previsione della procedura concorsuale o comunque comparativa per l’affidamento di tali incarichi– se ne deve dedurre che, ferma restando la sua applicazione da parte di ogni soggetto pubblico destinatario della norma, vengano rimessi ai relativi ordinamenti le sole modalità delle procedure comparative medesime: la doverosa osservanza della norma primaria non consente, quindi, alcuna deroga, in riferimento al carattere fiduciario della prestazione, da parte degli ordinamenti delle singole amministrazioni tenute all’osservanza della disciplina dell’art. 7 T.U.P.I. (salvo, in generale, i casi prima visti).
Diversamente opinando, invero, si consentirebbe agli enti pubblici in questione di stabilire ad libitum, attraverso i propri statuti e regolamenti, categorie che, per quantità o qualità dell’incarico, sono sottratte alle procedure concorsuali, così svuotando di contenuto, tra l’altro, la stessa norma sul controllo (v. la deliberazione n. 294/2013/REG di questa Sezione) (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 30.03.2015 n. 150).

PATRIMONIO: L’obbligo gravante sulle amministrazioni statali di avvalersi, per le proprie esigenze istituzionali, prioritariamente, di immobili di proprietà pubblica; l’assenza di oneri a carico del Comune (che rimane proprietario dell’immobile) e la presenza di un interesse pubblico, per ragioni di sicurezza, al mantenimento sul territorio di una caserma della Guardia di Finanza, induce la Sezione a ritenere legittima la stipulazione di un contratto di comodato gratuito (articoli 1803 e seguenti del Codice civile), a tempo determinato, per l’allocazione di una caserma della Guardia di Finanza in un immobile appartenente al patrimonio di un Comune.
In conformità all’art. 1808 del Codice civile, le spese per l’uso dell’immobile dovranno essere a carico dello Stato al quale competono, in via esclusiva, ai sensi dell’art. 117, co. 2, lett. h), Cost., gli oneri finanziari in materia di ordine pubblico e sicurezza.

---------------
Con la nota indicata, il Sindaco del Comune di Bitonto chiede di conoscere il parere di questa Sezione sulla possibilità di concedere a titolo gratuito alla Guardia di Finanza, con contratto di comodato e per un periodo di tempo determinato, una porzione di immobile appartenente al patrimonio del Comune per l’allocazione della relativa caserma.
L’ente ha specificato che tale porzione di immobile (il resto dell’immobile è adibito a sede del Corpo di Polizia municipale e ad Archivio comunale) è attualmente utilizzata dalla Guardia di Finanza in virtù di un contratto di locazione, stipulato nel 2003 per anni 6, tacitamente rinnovato ai sensi dell’art. 28 della legge n. 392/1978 (la scadenza è quindi prevista nel 2015), con canone annuo pari ad euro 13.999,92.
Il Comune ha evidenziato nella richiesta di parere che l’Amministrazione finanziaria ha posto come condizione per il mantenimento del suddetto presidio la stipulazione di un contratto di comodato, con eliminazione di ogni costo a titolo di canone locativo e che il mantenimento della caserma nel territorio comunale è di fondamentale importanza in relazione ai fenomeni di criminalità esistenti nel territorio stesso.
...
La questione posta dal Comune di Bitonto, in estrema sintesi, riguarda la possibilità di concedere gratuitamente alla Guardia di Finanza, a tempo determinato, previa stipulazione di un contratto di comodato gratuito, una parte di un immobile appartenente al patrimonio dell’ente per la allocazione della relativa caserma. Come già indicato in occasione della verifica della ammissibilità oggettiva del quesito proposto, considerato che la Corte dei conti non può esprimersi, neanche in via preventiva, su specifiche fattispecie, la questione sottoposta sarà affrontata solo in termini generali.
Questa Sezione esprimerà, quindi, il proprio avviso in merito al quesito proposto limitatamente ai principi e alle regole che l’ente potrà considerare, nell’esercizio della propria discrezionalità, per assumere le determinazioni di competenza.
Ciò premesso, occorre delineare, almeno brevemente, la disciplina vigente in materia di gestione del patrimonio immobiliare del Comune, con particolare riferimento alle modalità di utilizzazione del patrimonio e alla possibilità e alle modalità di utilizzazione dello stesso patrimonio per l’allocazione di presidi territoriali delle forze dell’ordine (es. Guardia di Finanza, Carabinieri, ecc.).
La gestione del patrimonio immobiliare pubblico è stata oggetto negli ultimi anni di numerosi interventi legislativi. Tali interventi sono stati tutti finalizzati a promuovere procedimenti di dismissione o valorizzazione. Analoga attenzione è stata riservata dal legislatore, sempre negli ultimi anni, al diverso tema della riduzione dei contratti di locazione passiva o almeno dei relativi canoni a carico di amministrazioni pubbliche.
In proposito, si evidenzia che, recentemente (Sez. contr. Lombardia parere 12.11.2014 n. 285),
è stato chiarito che la riduzione dei canoni, corrisposti dalle amministrazioni pubbliche per la locazione di immobili ad uso istituzionale, imposta dall’art. 3, co. 4, del D.L. n. 95/2012, trova applicazione, in assenza di contraria disposizione di legge, anche rispetto a contratti stipulati con enti territoriali (es. Comuni) proprietari.
Sul tema della gestione del patrimonio immobiliare e dei contratti di locazione attiva e passiva stipulati da amministrazioni pubbliche, la Corte dei conti, in numerose occasioni, tra l’altro, ha specificato che
la deroga al principio generale di redditività del bene pubblico può essere giustificata dalla assenza di scopo di lucro della attività svolta dal soggetto destinatario di tali beni (Sez. contr. Veneto
parere 05.10.2012 n. 716; Sez. contr. Lombardia parere 13.06.2011 n. 349 e parere 06.05.2014 n. 172).
Questa Sezione in passato (parere 25.07.2008 n. 23), proprio al Comune odierno richiedente, ha avuto modo di specificare che
la concessione in comodato di beni appartenenti al patrimonio disponibile del Comune ad altra amministrazione pubblica, per l’allocazione di uffici destinati alla erogazione diretta di servizi a favore della comunità insediata nel territorio, non è pregiudizievole per le finanze dell’ente, sia perché la proprietà del bene rimane all’ente, sia perché l’operazione è finalizzata alla tutela dell’interesse pubblico della comunità locale alla fruizione di un servizio, avvantaggiata dal mantenimento sul territorio degli uffici relativi.
Ancora prima,
in relazione alla questione della legittimità di costituire, a titolo gratuito, un diritto di superficie su un terreno comunale per la realizzazione di una caserma della Guardia di Finanza, questa Sezione (parere 11.10.2006 n. 3) aveva espresso un orientamento favorevole, sia per l’assenza di depauperamento del patrimonio comunale (anche dopo la costituzione di un diritto di superficie, il suolo rimane di proprietà comunale), sia per il preminente interesse pubblico ravvisabile nella sicurezza dei cittadini.
Non costituisce ostacolo ad analoga conclusione nel caso di specie l’orientamento espresso, ai sensi dell’art. 6, co. 4, del D.L. 174/2012, dalla Sezione delle Autonomie con la
deliberazione 09.06.2014 n. 16.
La Sezione delle Autonomie, con tale deliberazione, con riferimento alla diversa ipotesi di un contributo, a carico del bilancio comunale, per il pagamento ad un privato del canone di locazione della sede della stazione dell’Arma dei Carabinieri, pur considerando quanto disposto dall’art. 39 della legge n. 3/2003 e dall’art. 1, co. 439, della legge n. 296/2006, ha espresso l’avviso che
tale pagamento non è legittimo in quanto la materia dell’ordine pubblico e della sicurezza risulta intestata (art. 117, co. 2, lett. h), Cost.), in via esclusiva, allo Stato al quale spettano i relativi oneri finanziari.
Tra le motivazioni che hanno indotto la Sezione delle Autonomie a pervenire a tale conclusione
vi è l’obbligo per le amministrazioni statali, in base al combinato disposto di cui all’art. 2, co. 222, della legge 296/2006 e ai decreti legge n. 98/2011 e n. 201/2011, prima di reperire sul mercato immobili di proprietà privata, di accertare mediante l’Agenzia del Demanio l’esistenza di immobili di proprietà dello Stato (ma anche degli enti locali), idonei all’utilizzo richiesto.
Tutto ciò premesso,
l’obbligo gravante sulle amministrazioni statali di avvalersi, per le proprie esigenze istituzionali, prioritariamente, di immobili di proprietà pubblica; l’assenza di oneri a carico del Comune (che rimane proprietario dell’immobile) e la presenza di un interesse pubblico, per ragioni di sicurezza, al mantenimento sul territorio di una caserma della Guardia di Finanza, induce la Sezione a ritenere legittima la stipulazione di un contratto di comodato gratuito (articoli 1803 e seguenti del Codice civile), a tempo determinato, per l’allocazione di una caserma della Guardia di Finanza in un immobile appartenente al patrimonio di un Comune.
In conformità all’art. 1808 del Codice civile, le spese per l’uso dell’immobile dovranno essere a carico dello Stato al quale, come evidenziato dalla Sezione delle Autonomie nella citata
deliberazione 09.06.2014 n. 16, competono, in via esclusiva, ai sensi dell’art. 117, co. 2, lett. h), Cost., gli oneri finanziari in materia di ordine pubblico e sicurezza (Corte dei Conti, Sez. controllo Puglia, parere 15.12.2014 n. 216).

PATRIMONIOAllo stato attuale, la riduzione dei canoni corrisposti dalle amministrazioni pubbliche per la locazione di immobili a uso istituzionale, imposta dall’art. 3, comma 4, del decreto legge n. 95/2012, trova applicazione, in assenza di una contraria disposizione di legge, anche rispetto a contratti stipulati con enti territoriali proprietari, per i quali rimane salvo il diritto di recesso.
---------------
Con la note sopra citate, il sindaco del comune di Broni (PV), richiede un parere sulla corretta interpretazione dell’art. 3, comma 4, del decreto legge 06.07.2005, n. 95, convertito dalla legge 07.08.2005, n. 35 concernente la riduzione del canone dei contratti di locazione di immobili a uso istituzionale stipulati dalle Amministrazioni centrali.
Si premette, a tal fine, che la Prefettura di Pavia, con distinte comunicazioni del 6 e del 27.08.2014 ha informato il comune di Broni che i canoni dei contratti di locazione delle caserme dei Vigili e del fuoco e dei Carabinieri, immobili di proprietà comunale, devono essere ridotti nella misura del 15 per cento di quanto attualmente corrisposto in applicazione della disposizione di legge sopra richiamata.
Si riferisce al riguardo che la riduzione del canone di locazione comporterebbe una conseguente diminuzione delle entrate previste dal bilancio comunale, contraddicendo la ratio della cosiddetta spending review, che non sembrerebbe contemplare la riduzione della spesa pubblica a danno di un'altra articolazione della pubblica amministrazione.
Cita, in tal senso, il Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri del 05.07.2012, ad oggetto: "Disposizioni urgenti per la riduzione della spesa pubblica", che, al punto D, in materia di razionalizzazione del patrimonio pubblico e riduzione dei costi per le locazioni passive, opera una netta distinzione fra gli immobili di proprietà di enti locali (per i quali, peraltro, deve esistere una condizione di reciprocità) e gli immobili, invece di proprietà di terzi, per i quali, e solo in quest'ultima ipotesi, sembrerebbe trovare applicazione la riduzione del canone in misura pari al 15 per cento.
...
L’art. 3, comma 4, del decreto legge 06.07.2012, n. 95, convertito dalla legge 07.08.2012, n. 35 dispone che “
ai fini del contenimento della spesa pubblica, con riferimento ai contratti di locazione passiva aventi ad oggetto immobili a uso istituzionale stipulati dalle Amministrazioni centrali, come individuate dall'Istituto nazionale di statistica ai sensi dell'articolo 1, comma 3, della legge 31.12.2009, n. 196, nonché dalle Autorità indipendenti ivi inclusa la Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob) i canoni di locazione sono ridotti a decorrere dal 01.07.2014 della misura del 15 per cento di quanto attualmente corrisposto”.
La decorrenza del termine per la riduzione della misura del canone, originariamente fissata al 01.01.2015, è stata anticipata al 01.07.2014 per effetto delle modifica apportata dall’art. 24 del decreto legge 26.04.2014, n. 66, convertito dalla legge 23.06.2014, n. 89.
Lo stesso art. 3, comma 4, stabilisce quindi che “
la riduzione del canone di locazione si inserisce automaticamente nei contratti in corso ai sensi dell'articolo 1339 c.c., anche in deroga alle eventuali clausole difformi apposte dalle parti, salvo il diritto di recesso del locatore”.
Ne risulta sancita una riduzione ex lege degli importi dovuti dalle amministrazioni pubbliche centrali per canoni di locazione di immobili adibiti ad uso istituzionale, che si inserisce nel più ampio contesto di una serie di misure dirette al contenimento dei costi per locazioni passive a carico dei bilanci pubblici, previste dall’art. 3 del decreto legge n. 95/2012 ai successivi commi 5 e 6.
Il comma 7, nel testo riscritto dal citato decreto legge n. 66/2014, stabilisce poi che “
le previsioni cui ai commi da 4 a 6 si applicano altresì alle altre amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30.03.2001, n. 165, in quanto compatibili” con una conseguente estensione dell’ambito di applicazione soggettiva delle predette misure.
L’interpretazione letterale della disposizione sopra richiamata che impone la riduzione dei canoni, riferendosi genericamente ai contratti di locazione passiva stipulati dalle amministrazioni centrali, senza fornire ulteriori precisazioni, porta ad affermare che la riduzione in parola debba essere disposta anche nell’ipotesi di locazioni stipulate con altre amministrazioni pubbliche, anche territoriali, proprietarie dell’immobile locato.
Si deve ritenere, infatti, che se la legge avesse voluto escludere queste ultime dall’applicazione della disposizione in esame lo avrebbe fatto in modo espresso, non diversamente da quanto stabilito dall’art. 1, comma 478, della legge 23.12.2005, n. 266 che, dettato dalle medesime esigenze di contenimento della spesa pubblica per locazioni passive, circoscriveva la riduzione del canone ai soli “contratti di locazione stipulati dalle amministrazioni dello Stato per proprie esigenze allocative con proprietari privati” .
Né tale supposta esclusione a favore del locatore pubblico risulta ricavabile in via interpretativa dai principi generali che regolano l’attività delle amministrazioni pubbliche.
Com’è noto le amministrazione pubbliche possono agire anche nelle forme del diritto privato e concludere contratti che, per quanto non diversamente disposto dalla legge, sono soggetti alla disciplina dettata dal codice civile e della legislazione privatistica.
La legge statale, come si è fatto cenno, è più volte intervenuta a regolare la materia delle locazioni della P.A., introducendo a favore del conduttore pubblico, come nel caso in esame, una serie di eccezioni alla disciplina codicistica, giustificate essenzialmente dall’esigenza di contenimento della spesa pubblica.
Analoghe eccezioni non sono viceversa ravvisabili a favore del locatore pubblico, per il quale, in particolare, non è dato rintracciare, nel vigente quadro normativo, una disposizione che lo escluda dalla riduzione richiesta dall’art. 3, comma 4, del decreto legge n. 95/2012.
Ne consegue, pertanto, che quest’ultimo disposto, a prescindere da ogni giudizio di legittimità costituzionale che non compete a questa Sezione in sede consultiva, debba trovare applicazione generalizzata nei confronti di tutti i locatori, quale che sia la natura pubblica o privata di questi.
Per la medesima ragione,
il locatore pubblico, che subisce la riduzione del canone, può esercitare il diritto di recesso dal contratto come espressamente consentito dalla stessa disposizione di legge.
Alla luce delle predette considerazioni si deve quindi concludere che,
allo stato attuale, la riduzione dei canoni corrisposti dalle amministrazioni pubbliche per la locazione di immobili a uso istituzionale, imposta dall’art. 3, comma 4, del decreto legge n. 95/2012, trova applicazione, in assenza di una contraria disposizione di legge, anche rispetto a contratti stipulati con enti territoriali proprietari, per i quali rimane salvo il diritto di recesso (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 12.11.2014 n. 285).

QUESITI & PARERI

LAVORI PUBBLICI: L'armonizzazione contabile e il leasing finanziario.
DOMANDA:
Nel 2012 il Comune ha stipulato locazione finanziaria a seguito di procedura ad evidenza pubblica per la realizzazione di un nuovo polo scolastico, impegnandosi con l'intermediario finanziario al pagamento di un canone periodico a fronte del godimento del bene del quale acquisirà la proprietà al termine del periodo contrattuale. Alla consegna dell'opera la società di leasing comincerà ad incassare i canoni.
L'opera che doveva concludersi entro il 2014, per diverse problematiche non si concluderà prima di agosto 2015. L'operazione era stata impostata in base al c.d. metodo patrimoniale che, dando priorità agli aspetti giuridico-formali attinenti alla titolarità del bene in capo al soggetto finanziatore, determinava l'iscrizione delle spese per i canoni comprensive di quota capitale e quota interessi tra le spese correnti e l'iscrizione del bene nel conto del patrimonio dell'ente al momento dell'esercizio dell'opzione di riscatto.
In questo caso l'operazione non produceva effetti sui limiti di indebitamento ed incideva ai fini del patto di stabilità sul saldo di parte corrente per la quota impegnata annualmente per i canoni. Nel nuovo sistema di contabilità armonizzata, invece, il principio di competenza finanziaria potenziata impone la prevalenza della sostanza sulla forma e la considerazione del leasing finanziario come operazione di indebitamento per cui il debito va rilavato in bilancio per l'intero importo del finanziamento da iscrivere tra le accensioni di prestito con inevitabili conseguenze sul patto di stabilità.
Secondo il principio contabile 3.25 dell'allegato 4/2 al D.Lgs. 118/2011 il leasing finanziario ....è registrato secondo il metodo finanziario al fine di rilevare sostanzialmente che l'Ente si sta indebitando per acquisire un bene. Al momento della consegna del bene oggetto del contratto, si rileva il debito pari all'importo oggetto di finanziamento, da iscrivere tra le accensioni di prestiti, e si registra l'acquisizione del bene tra le spese di investimento.
Da ciò si evince l'incidenza oltre che sul limite di indebitamento, anche sul patto di stabilità per l'intero importo del debito. E' corretta questa interpretazione?
L'ultima parte del principio contabile 3.25 di cui sopra, recita ......I principi di cui al presente paragrafo si applicano a decorrere dal 01.01.2015, alle nuove operazioni di leasing.
In merito a quest'ultimo punto, poiché il Comune ha stipulato il contratto di leasing e il contratto di appalto nel 2012, può escludersi che venga considerata come nuova operazione di leasing, con la possibilità che, pur imputando in bilancio il valore dell'immobile acquisito in leasing finanziario per l'intero valore del bene, incida ai fini del patto di stabilità solo per la quota di canone annuo, ferma restando l'incidenza sulla capacità di indebitamento?
RISPOSTA:
Il quesito ha correttamente impostato la problematica del leasing finanziario secondo i nuovi principi rivenienti dall’ armonizzazione contabile. In sostanza e sinteticamente il leasing finanziario è registrato con le stesse scritture utilizzate per gli investimenti finanziati da indebitamento, con l’importo del finanziamento pari al valore attuale dei pagamenti dovuti per il leasing.
Pertanto i canoni periodici sono registrati distinguendo la parte interessi, da imputare tra le spese correnti, dalla parte capitale da imputare ai rimborsi prestiti.
Poiché nella parte conclusiva del Principio 3.25 viene stabilito che l’applicazione dello stesso, come sopra riportato, è riferita alle operazioni di leasing stipulate dopo l’01/01/2015 appare corretta l’interpretazione fornita nell’ ultima parte del quesito (link a www.ancirisponde.ancitel.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: L'ordinanza sindacale di ripristino ambientale.
DOMANDA:
Dovendo questo Comune eseguire in danno di un privato un'ordinanza sindacale di ripristino ambientale ai sensi del D.Lgs. n. 152/2006 avente ad oggetto lavori finalizzati alla rimozione dei rifiuti e all'esecuzione delle opere connesse, nel rispetto delle previsioni dell'art. 192, comma 3, di importo quantificabile in circa 600.000 euro, si prospetta la seguente soluzione interpretativa.
I lavori non sono qualificabili come lavori pubblici in quanto non si tratta di un'opera pubblica ai sensi del D.Lgs. n. 267/2000 e 163/2006 e dunque afferenti la spesa in conto capitale, ma come opere da inserire nella parte corrente della spesa, seppure essendo lavori, in quanto spese necessarie per l'esecuzione di un provvedimento vincolato ex lege ai sensi del D.Lgs. n. 152/2006 e privi della caratteristica di "lavoro pubblico" atteso che il D.Lgs. 152/2006 art. 192, comma 3, pone l'obbligo ripristinatorio a carico del comune solo nel caso di mancato adempimento del privato (come nel caso di specie).
Se è vera questa tesi, a quali obblighi di segnalazione il Comune è sottoposto, esempio comunicazioni ANAC, Osservatorio Regionale, ecc.?
RISPOSTA:
Laddove viene constatato un abbandono di rifiuti, l’art. 192, comma 3, del D.Lgs. 152/2006 Testo unico ambientale, prevede che, fatte salve le sanzioni comminabili dagli artt. 255 e 256 dello stesso testo, il responsabile dell’abbandono, se individuato, in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali di godimento dell’area su cui è avvenuto l’abbandono, ai quali sia imputabile la violazione sia a titolo di dolo che di colpa, debbano provvedere alla rimozione dei rifiuti inviandoli allo smaltimento o al recupero, nonché al ripristino dello stato dei luoghi.
Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale l’ente locale procederà all’esecuzione in danno ai soggetti obbligati, con il recupero delle somme anticipate per le operazioni.
Prima di procedere all’emissione dell’ordinanza ai sensi dell’art. 192 del T.U.A., è necessario inviare formale comunicazione dell’avvio del procedimento ai soggetti destinatari del provvedimento, quindi al proprietario dell’area (o titolare di diritti reali o personali di godimento), dovendosi ritenere obbligatorie, nella materia specifica, le regole degli artt. 7 e 21-octies della Legge 241/1990 (TAR Lombardia Milano sez. IV 02.09.2009 n. 4598).
Se non si è individuato l’autore materiale della violazione, per gli altri soggetti (proprietario ecc.) indicati dall’art. 192 T.U.A. l’obbligo di provvedere nasce solo se a questi ultimi la violazione possa essere imputata a titolo di dolo o colpa. Sarà quindi necessario, sulla base di accertamenti esperibili dagli organi di controllo, capire se il proprietario, che non abbia abbandonato egli stesso il rifiuto, abbia almeno concorso materialmente o moralmente con l’autore della violazione (Cass. Pen. Sez. III 14.05.2007 n.16957).
La norma prefigura un'ordinanza di sgombero a carattere sanzionatorio, di cui è riprova il fatto che per la sua applicazione a carico dei soggetti obbligati in solido, è necessaria l'imputazione agli stessi a titolo di dolo o colpa del comportamento tenuto in violazione dei divieti di legge. In caso di inottemperanza, le opere di recupero ambientale sono eseguite dalla p.a. previa imputazione nella spesa corrente, potendo poi rivalersi sul soggetto responsabile, con recupero delle spese anticipate, anche mediante ingiunzione amministrativa, ex R.D. 14.04.1910, n. 639, oppure mediante il sistema di riscossione mediante concessionario (se ancora vigente nel Comune) o Equitalia s.p.a..
Chiunque non ottempera all'ordinanza del Sindaco, di cui all'articolo 192, comma 3, è punito (oltre che con sanzione pecuniaria) con la pena dell'arresto fino ad un anno, pertanto l’Ente Municipale deve procedere alla segnalazione di notizia di reato. I lavori di rimozione dei rifiuti e di ripristino dello stato dei luoghi non sono qualificabili come lavori pubblici.
I lavori pubblici sono infatti l’attività finalizzata alla realizzazione dell’opera pubblica, che è caratterizzata da tre elementi: - natura pubblica del soggetto che realizza l’opera (elemento soggettivo); - natura immobiliare dell’opera da realizzare (elemento oggettivo); - finalità perseguita dall’amministrazione, ossia destinazione ad una pubblica funzione o ad un pubblico servizio o, più in generale, ad un pubblico fine (elemento teleologico).
Nel caso di cui all'art. 192 TUA, l'ente non realizza una nuova opera, da destinare ad una pubblica funzione o ad un pubblico servizio, ma si limita a ripristinare lo status quo ante di luoghi che potrebbe anche essere di proprietà privata (per cui il pubblico fine è solo indiretto).
Inoltre lo fa soltanto in qualità di sostituto del soggetto che sarebbe giuridicamente tenuto, e nei cui confronti agirà per il recupero delle somme anticipate. Pertanto non si ritiene che abbia particolari obblighi di segnalazione (link a www.ancirisponde.ancitel.it).

CONSIGLIERI COMUNALI: Azienda pubblica di servizi alla persona. Nomina componenti Consiglio di Amministrazione.
Per quanto concerne la nomina dei componenti del Consiglio di Amministrazione di un'Azienda pubblica di servizi alla persona, si ritiene che le ipotesi di inconferibilità e incompatibilità di cui agli articoli 7 e 11 del d.lgs. 39/2013 siano riferibili ai soli componenti nominati dal Sindaco, nei casi in cui le norme prevedono espressamente che l'incarico sia conferito da un'amministrazione locale.
Qualora le norme rivestano carattere generale, quale la previsione di cui all'articolo 11, comma 3, lett. c), si ritiene trovino applicazione con riferimento a tutti i soggetti interessati, destinatari dell'incarico/carica, ponendo in risalto le singole soggettive condizioni, a prescindere dal fatto che esista, o meno, un soggetto deputato alla nomina.

L'Ente ha sottoposto allo scrivente Servizio alcune problematiche concernenti la nomina dei componenti il consiglio di amministrazione nell'ambito di due Aziende pubbliche di servizi alla persona.
In particolare, premesso che in entrambe le Aziende i componenti del consiglio di amministrazione sono nominati dal sindaco e da altri soggetti privati quali la parrocchia e i successori in linea diretta del fondatore, si è chiesto di conoscere se le norme vigenti in materia di incompatibilità e inconferibilità (l. 190/2012 e decreto attuativo 39/2013) si applichino solo alle nomine di competenza del sindaco o anche alle altre fattispecie. Analogo quesito è rivolto anche con riferimento alle cause di incompatibilità contemplate all'art. 7 della l.r. 19/2003.
Inoltre si è posta la questione, in considerazione della gratuità della carica in argomento, relativa alla legittimità della nomina di persona collocata in quiescenza, qualora effettuata per un solo anno, e del soggetto competente a rilevare la necessità di porre tale limite temporale (Sindaco che procede alla nomina o la stessa Azienda).
In via preliminare, si rappresenta che le osservazioni che seguono sono formulate in via collaborativa, non competendo allo scrivente Ufficio esprimersi in ordine ai contenuti di norme statali, l'interpretazione delle quali resta attribuita agli uffici ministeriali a ciò deputati e, come nel caso delle norme di cui al d.lgs. 39/2013, all'Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) la quale, in base a quanto stabilito nel provvedimento del 14 gennaio 2015, «svolge un'attività consultiva in ordine ai problemi interpretativi e applicativi posti dalla legge n. 190/2012 e dai relativi decreti di attuazione», mediante la predisposizione di pareri od orientamenti sulle istanze presentate «da pubbliche amministrazioni ed enti di diritto privato in controllo pubblico».
Si osserva, a tal proposito, che l'ANAC
[1] ha precisato che le aziende pubbliche di servizi, dotate di personalità giuridica di diritto pubblico ai sensi dell'art. 6 del d.lgs. n. 207 del 2001, sono da considerarsi a tutti gli effetti ricomprese nell'ambito di applicazione della legge n. 190 del 2012.
Premesso un tanto, si evidenzia che la disciplina vigente, nello specifico il d.lgs. 39/2013, attuativo della legge 190/2012, enuclea ipotesi tassative e inderogabili che determinano la preclusione, permanente o temporanea, a conferire, nelle amministrazioni pubbliche, gli incarichi o le cariche contemplati nel medesimo decreto, a soggetti che versino in determinate condizioni (inconferibilità).
Parimenti il d.lgs. 39/2013 impone l'obbligo, per il soggetto cui viene conferito l'incarico/carica di scegliere, a pena di decadenza, tra la permanenza nell'incarico/carica medesimo e l'assunzione e lo svolgimento di incarichi e cariche contemplati dal decreto medesimo (incompatibilità), al verificarsi delle indicate fattispecie.
Nella fattispecie in esame, si ritiene che le ipotesi di inconferibilità e incompatibilità di cui agli artt. 7 e 11 del d.lgs. 39/2013 siano riferibili ai soli componenti nominati dal Sindaco, nei casi in cui le norme prevedono espressamente che l'incarico sia conferito da un'amministrazione locale. Qualora le norme rivestano carattere generale, quale la previsione di cui all'articolo 11, comma 3, lettera c), si ritiene trovino applicazione con riferimento a tutti i soggetti interessati, destinatari dell'incarico/carica, ponendo in risalto le singole soggettive condizioni, a prescindere dal fatto che esista, o meno, un soggetto deputato alla nomina.
Le ipotesi di incompatibilità previste dall'art. 7 della l.r. 19/2003
[2] hanno carattere generale e operano indipendentemente dal soggetto dal quale proviene la nomina, quindi, nei casi prospettati, si applicano anche nei confronti dei componenti del consiglio di amministrazione che, in attuazione delle norme statutarie delle rispettive aziende, sono nominati dalla parrocchia o dai successori del fondatore.
Per quanto concerne altresì la nomina, nel Consiglio di amministrazione dell'Azienda, di soggetto collocato in quiescenza, si rappresenta quanto segue.
L'articolo 5, comma 9, del decreto-legge n. 95 del 2012, come modificato dall'articolo 6 del decreto-legge 24.06.2014, n. 90, introduce il divieto, per le pubbliche amministrazioni, di conferire alcune tipologie di incarico (o attribuire determinate cariche) a dipendenti collocati in quiescenza.
La circolare n. 6/2014 del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione ha sottolineato che la richiamata disciplina ha lo scopo di vietare, oltre al conferimento di alcune fattispecie di incarichi, anche l'assunzione di cariche di governo, che consentono di svolgere ruoli rilevanti al vertice delle amministrazioni pubbliche.
Tra tali cariche -si è precisato- sono da annoverare quelle che comportano effettivamente poteri di governo, quali quelle di presidente, amministratore o componente del consiglio di amministrazione ed il divieto opera anche nel caso in cui la nomina sia preceduta dalla designazione da parte di un soggetto diverso dall'amministrazione nominante.
Dopo aver puntualmente definito l'ambito di applicazione oggettivo della nuova disciplina, il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione ha comunque rimarcato che la stessa contempla un'eccezione ai divieti imposti, prevedendo che incarichi e collaborazioni sono ad ogni buon conto consentiti a titolo gratuito
[3], con rimborso delle spese documentate, per una durata non superiore a un anno, non prorogabile né rinnovabile.
Si ritiene pertanto che l'articolo 5, comma 9, del decreto-legge citato, ponendo il divieto di cui trattasi con riferimento alle pubbliche amministrazioni, sia applicabile alla fattispecie delle nomine effettuate dal Sindaco e non nel caso dei rappresentanti nominati dalla parrocchia e dai successori del fondatore.
---------------
[1] Cfr. FAQ in materia di Anticorruzione, consultabile sul sito: www.anticorruzione.it.
[2] L'art. 22, comma 1, del d.lgs. 39/2013 stabilisce peraltro che le disposizioni del medesimo decreto recano norme di attuazione degli articoli 54 e 97 della Costituzione e prevalgono sulle diverse disposizioni di legge regionale, in materia di inconferibilità e incompatibilità di incarichi presso le pubbliche amministrazioni, gli enti pubblici e presso gli enti privati in controllo pubblico.
[3] Cfr. art. 6, comma 1, del d.l. 90/2014
(16.06.2015 - link a www.regione.fvg.it).

CONSIGLIERI COMUNALI: OSSERVATORIO VIMINALE/ Assessori, tetto a cinque. Necessario adeguarsi al parametro di legge. Nomina del sesto componente in un ente con oltre 11.600 abitanti.
Quesito
In un comune con popolazione superiore a 11.600 abitanti, è possibile nominare un sesto assessore –esterno e senza indennità– in forza della persistenza dell'articolo 47 del Tuoel n. 267/00?
Risposta
Nel caso di specie il Comune ha rinnovato i propri organi alle elezioni del 2014 ed ha proceduto all'elezione di 16 consiglieri come previsto dall'articolo 2, comma 184, della legge n. 191/2009 (legge finanziaria 2010) che ha ridotto del 20% la consistenza di tutti i consigli comunali.
Il citato art. 2, al comma 185, ha ridotto, per tutti i comuni, il numero massimo degli assessori ad un quarto dei consiglieri; inoltre, l'art. 11, comma 7, della legge n. 265/1999, confluito nell'art. 47 del Tuoel n. 267/2000, aveva modificato la disciplina dettata dalla legge n. 142/1990 in tema di composizione delle giunte, demandando allo statuto la determinazione del numero degli assessori sulla base di un nuovo sistema di calcolo ancorato all'entità numerica dei consiglieri, piuttosto che alla fascia demografica di appartenenza dell'ente locale, come previsto in precedenza.
Tali disposizioni sono state inoltre integrate dalla disciplina «transitoria» prevista dal comma 8, di immediata applicazione fino all'adozione di una specifica norma statutaria; inoltre, i nuovi parametri indicati dal comma 5 del richiamato art. 47, si sostituivano automaticamente alle disposizioni statutarie esistenti.
Nella fattispecie in esame, l'ente locale giustifica il mancato adeguamento statutario alla vigente normativa in materia di composizione della Giunta, adducendo che la norma finanziaria di riduzione del numero di assessori e l'articolo 47 del Tuoel opererebbero su piani diversi non incompatibili. In particolare, sostiene l'applicabilità del citato art. 47 in quanto la norma ivi contenuta non sarebbe stata espressamente abrogata nei termini previsti dall'art. 1, comma 4, del medesimo decreto legislativo. Il mancato adeguamento alle riduzioni disposte «dalla legge finanziaria» sarebbe, infatti, giustificato dalla lettera dell'articolo 4, comma 1, del Tuoel il quale dispone che le deroghe al citato decreto legislativo n. 267/2000 possono essere introdotte, ai sensi dell'art. 128 della Costituzione, solo mediante espressa modificazione delle sue disposizioni.
Tuttavia, le successive modificazioni, in particolare quelle di cui all'articolo 2, comma 185, della legge n. 191/2009, sono immediatamente precettive sia nell'accertata carenza della modifica espressa del Tuoel che in assenza dell'adeguamento statutario da parte dell'ente interessato.
In merito, con la circolare ministeriale n. 2379 del 16/02/2012, è stato chiarito che la determinazione numerica degli assessori rientra nella materia «organi di governo» dei comuni, rimessa, ai sensi dell'art. 117, comma 2, lett. p), della Costituzione, alla potestà legislativa esclusiva dello Stato; pertanto le disposizioni statutarie, allorché incompatibili con intervenute modifiche normative, non trovano applicazione anche in relazione a quanto disposto dall'art. 1, comma 3, del decreto legislativo n. 267/2000, per il quale «l'entrata in vigore di nuove leggi che enunciano espressamente i principi che costituiscono limite inderogabile per l'autonomia normativa dei comuni e delle province abroga le norme statutarie con essi incompatibili. I consigli comunali e provinciali adeguano gli statuti entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore delle leggi suddette».
Pertanto, considerato che il dl 25/01/2010, n. 2, convertito con modificazioni nella legge 26/03/2010, n. 42 ha previsto che «le disposizioni di cui all'articolo 2, comma 185, della citata legge n. 191 del 2009, come modificato dal presente articolo, si applicano a decorrere dal 2010, e per tutti gli anni a seguire, ai singoli enti per i quali ha luogo il primo rinnovo del rispettivo consiglio, con efficacia dalla data del medesimo rinnovo», la norma statutaria del Comune in questione, che prevede un numero massimo di sei assessori, non può essere applicata, rendendosi necessario l'adeguamento al parametro di legge (articolo ItaliaOggi del 12.06.2015).

CONSIGLIERI COMUNALI: Composizione dei gruppi consiliari.
La materia dei gruppi consiliari, ai sensi dell'art. 38, comma 2, del D.Lgs. 267/2000, è disciplinata dal regolamento sul funzionamento del consiglio comunale 'nel quadro dei principi stabiliti dallo statuto'.
Le problematiche relative alla costituzione e funzionamento dei gruppi consiliari devono, pertanto, essere valutate alla stregua delle specifiche norme statutarie e regolamentari di cui l'ente si è dotato.
Se l'atto statutario o regolamentare comunale ha previsto un numero minimo di componenti un gruppo consiliare, il consigliere non potrà costituire un gruppo formato da un solo componente a meno che non si tratti del gruppo misto che può essere costituito anche da un solo amministratore.

Il Comune chiede di conoscere un parere in merito alla composizione dei gruppi consiliari. In particolare, riferisce che un consigliere, unico componente eletto di una lista che -unitamente ad altre due- appoggiava il candidato sindaco non eletto, vorrebbe costituire un gruppo consiliare a sé, formato da un solo componente e desidera sapere se ciò sia possibile.
La materia dei gruppi consiliari, ai sensi dell'articolo 38, comma 2, del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267, è disciplinata dal regolamento sul funzionamento del consiglio comunale 'nel quadro dei principi stabiliti dallo statuto', essendo riconosciuta ai consigli piena autonomia funzionale e organizzativa. Pertanto, le problematiche relative alla costituzione e funzionamento dei gruppi consiliari devono essere valutate alla stregua delle specifiche norme statutarie e regolamentari di cui l'ente si è dotato.
In relazione alla questione posta, rileva il contenuto dell'articolo 27, comma 1, dello statuto comunale il quale recita: 'I consiglieri si costituiscono in gruppi composti, a norma di regolamento, da almeno due componenti -tranne che nei casi di un candidato alla carica di sindaco risultato eletto come consigliere, collegato ad una lista di candidati che non esprime alcun altro consigliere- e ne danno relativa comunicazione al Presidente del Consiglio comunale in forma scritta nel corso della prima adunanza del nuovo Consiglio comunale'.
Alla luce della norma statutaria si ritiene di dover fornire risposta negativa al quesito posto: infatti, la previsione dell'esistenza di un gruppo formato da un solo componente sussiste nel solo caso di candidato alla carica di sindaco, eletto come consigliere, collegato ad una lista che non abbia espresso alcun altro consigliere. Diversa è la situazione in cui versa il soggetto in esame, per la quale la norma statutaria pone il numero minimo di due consiglieri al fine della costituzione di un gruppo consiliare.
Resta, tuttavia, ferma la possibilità, per il consigliere in oggetto, di entrare a far parte del gruppo misto o di costituirlo, se non esistente, atteso che per lo stesso non è ammessa la fissazione di un limite numerico minimo.
Si osserva, al riguardo, che mentre la possibilità per l'ente locale di prevedere un numero minimo di componenti un gruppo consiliare rientra nell'autonomia allo stesso riconosciuta dall'articolo 38, comma 2, TUEL, a diversa logica soggiace invece il gruppo misto: si tratta, infatti, di un gruppo consiliare con carattere residuale, nel quale confluiscono i consiglieri, anche di diverso orientamento, che non si riconoscono negli altri gruppi costituiti, o che non possono costituire un proprio gruppo per mancanza delle condizioni previste dallo statuto o dal regolamento per il funzionamento del consiglio, e la cui costituzione non può essere subordinata alla presenza di un numero minimo di componenti
(12.06.2015 - link a www.regione.fvg.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Pareri negativi di regolarità tecnica e contabile. Conseguenze.
Se la Giunta o il Consiglio deliberano pur in presenza di un parere di regolarità tecnica e contabile con esito negativo, devono indicare nella deliberazione i motivi della scelta della quale assumono tutta la responsabilità.
Il Comune chiede di conoscere un parere in merito a quali conseguenze si verificano, in capo ai responsabili dei servizi, in caso di emissione, da parte loro, di pareri di regolarità tecnica e contabile sfavorevoli.
Più in particolare, riferisce che il consiglio comunale ha approvato lo schema di convenzione tra il Comune e una Jus-Comunella 'volta alla gestione di beni immobili contesi finalizzata alla messa in sicurezza ed all'attuazione di interventi di manutenzione straordinaria ed ordinaria'; la relativa deliberazione reca i pareri sfavorevoli di regolarità tecnica e contabile.
Atteso che alla convenzione già stipulata, consistente in una sorta di 'convenzione quadro', devono fare seguito ulteriori convenzioni attuative della stessa, in relazione ai singoli immobili, l'Ente desidera sapere se sui pareri di regolarità tecnica e contabile, che devono essere rilasciati in relazione alle proposte di deliberazione di approvazione degli schemi di convenzione attuativa, si rifletta il contenuto negativo dei pareri precedentemente espressi, anche in relazione all'eventuale responsabilità che verrebbe a gravare sui responsabili dei servizi deputati al loro rilascio.
In subordine, con riferimento alla questione concernente il riparto di competenze tra gli organi comunali, l'Ente chiede se le deliberazioni con cui si devono approvare gli schemi di convenzione attuativa siano di competenza del consiglio comunale o della giunta.
Sentito il Servizio finanza locale, si esprimono le seguenti considerazioni.
L'articolo 49 del decreto legislativo 18.08.2000, n. 267 (TUEL), al comma 1, prevede che: 'Su ogni proposta di deliberazione sottoposta alla Giunta e al Consiglio che non sia mero atto di indirizzo deve essere richiesto il parere, in ordine alla sola regolarità tecnica, del responsabile del servizio interessato e, qualora comporti riflessi diretti o indiretti sulla situazione economico-finanziaria o sul patrimonio dell'ente, del responsabile di ragioneria in ordine alla regolarità contabile. I pareri sono inseriti nella deliberazione'.
Il comma 4 del medesimo articolo dispone, poi, che: 'Ove la Giunta o il Consiglio non intendano conformarsi ai pareri di cui al presente articolo, devono darne adeguata motivazione nel testo della deliberazione'.
[1]
Infine, si consideri il disposto di cui al comma 3 dell'articolo 49 TUEL, ai sensi del quale il responsabile del servizio interessato e/o quello di ragioneria 'rispondono in via amministrativa e contabile dei pareri espressi'. La norma, ponendo delle specifiche responsabilità in capo ai responsabili dei servizi interessati per l'attività svolta, presuppone che la stessa sia ad essi imputabile, nel senso che il contenuto dei pareri, favorevole o contrario che esso sia, deve basarsi su motivazioni tecnico/contabili a prescindere dalle valutazioni politiche.
Con riferimento specifico al parere di regolarità contabile, l'Osservatorio per la finanza e la contabilità degli enti locali, istituito presso il Ministero dell'Interno, nell'adottare i principi contabili degli enti locali,
[2] ha stabilito che 'Il parere di regolarità contabile è obbligatorio e può essere favorevole o non favorevole; in quest'ultimo caso deve essere indicata una idonea motivazione. Se la Giunta o il Consiglio deliberano pur in presenza di un parere di regolarità contabile con esito negativo, devono indicare nella deliberazione i motivi della scelta della quale assumono tutta la responsabilità'. [3] [4]
Con riferimento al caso di specie, in relazione alle proposte di deliberazione di approvazione degli schemi di convenzione attuativa, si ritiene che i responsabili degli uffici dovranno esprimere il proprio parere di regolarità, il contenuto del quale pare non debba essere in ogni caso condizionato da quello espresso in precedenza. Non può escludersi, infatti, l'ipotesi che il contenuto di una singola convenzione attuativa sia tale da far ritenere superate le ragioni che avevano portato all'espressione di pareri sfavorevoli in relazione alla cd 'convenzione madre'.
Tuttavia, si ritiene che, nell'invarianza delle condizioni che avevano condotto all'emanazione di un parere sfavorevole, quest'ultimo dovrà essere ripetuto anche in occasione delle successive proposte di deliberazione.
Quanto alla responsabilità eventualmente gravante sui responsabili degli uffici tenuti ad esprimere i pareri, si ribadisce quanto sopra già affermato secondo cui se l'organo politico delibera in presenza di un parere sfavorevole, sarà lo stesso ad assumersene tutte le responsabilità.
[5]
Passando a trattare della seconda questione posta, inerente l'individuazione dell'organo competente all'approvazione dello schema delle convenzioni attuative, si osserva che l'articolo 48, comma 2, del D.Lgs. 267/2000 stabilisce che 'la giunta compie tutti gli atti rientranti ai sensi dell'articolo 107, commi 1 e 2, nelle funzioni degli organi di governo, che non siano riservati dalla legge al consiglio [...]'.
Trattandosi di convenzioni attuative di decisioni precedentemente assunte dall'organo consiliare, quale organo di indirizzo e di controllo politico-amministrativo, si ritiene che, in via generale, le stesse possano essere adottate dall'organo giuntale. Tuttavia non può escludersi, atteso il variegato contenuto delle stesse, che si debbano assumere deliberazioni afferenti l'approvazione di convenzioni attuative i cui contenuti potrebbero rientrare in determinate voci di cui all'articolo 42 TUEL, con conseguente competenza del consiglio comunale alla loro assunzione.
---------------
[1] Si segnala che l'articolo citato è stato così sostituito dall'articolo 3, comma 1, lett. b), del D.L. 10.10.2012, n. 174, convertito, con modificazioni, dalla legge 07.12.2012, n. 213. In particolare, per ciò che rileva in questa sede, si osserva che la novella ha inserito il comma 4, non presente nella versione originaria dell'articolo 49 TUEL.
[2] 'Finalità e postulati dei principi contabili degli enti locali', Testo approvato dall'Osservatorio il 12.03.2008.
[3] Si tratta del punto 73 del Principio contabile n 2.
[4] Al riguardo si riportano le considerazioni di certa dottrina (L. Oliveri, 'I pareri contrari non si riverberano solo sugli organi di governo politico - Delibere, responsabilità a 360 gradi', in Italia Oggi, del 22.03.2013, pag. 34) la quale ha rilevato come: 'L'articolo 49 citato non lo afferma espressamente, ma dovrebbe risultare chiaro che le controdeduzioni di giunta e consiglio dovrebbero essere simmetriche a quelle dei pareri e, dunque, riguardare gli aspetti tecnici e contabili. È facile, tuttavia, immaginare che organi politico-amministrativi cadano nella tentazione di esprimere il loro diverso avviso rispetto ai pareri, basandosi su ragioni non tecniche ma «politiche» di opportunità'.
[5] In questo senso si veda il parere dell'Osservatorio per la finanza e la contabilità degli enti locali, del 05-06.06.2003, il quale, benché risalente a data antecedente la nuova formulazione dell'articolo 49 TUEL, afferma che 'il parere è obbligatorio e può essere favorevole o non favorevole; in quest'ultimo caso deve essere indicata anche una idonea motivazione. Tuttavia, pur essendo un atto procedimentale obbligatorio che va inserito nella deliberazione, il parere di regolarità contabile non è vincolante, per cui si potrebbe verificare il caso in cui la Giunta o il Consiglio deliberino in presenza di un parere sfavorevole, assumendosene tutte le responsabilità. Così si è espresso anche il Consiglio di Stato, Sezione Quinta, con sentenza n. 680 del 25.05.1998'
(09.06.2015 - link a www.regione.fvg.it).

PATRIMONIOOpere protettive in corrispondenza dei cavalcavia autostradali: spettanza degli oneri manutentivi (parere 09.04.2015 n. 172688/89 di prot. - Rassegna Avvocatura dello Stato n. 1/2015).

PATRIMONIOSulla gestione del demanio marittimo (parere 27.02.2015 n. 100167/196 di prot. - Rassegna Avvocatura dello Stato n. 1/2015).

URBANISTICAApplicabilità di misure di salvaguardia di assetto idrogeologico in mancanza di approvazione di una generale attività di pianificazione (parere 24.02.2015 n. 93026 di prot. - Rassegna Avvocatura dello Stato n. 1/2015).

CONSIGLIERI COMUNALI: L’obbligo di pubblicazione dei dati patrimoniali da parte dei componenti degli organi di indirizzo politico delle p.A. (parere 20.02.2015 n. 86746 di prot. - Rassegna Avvocatura dello Stato n. 1/2015).

ATTI AMMINISTRATIVIOnere di pagamento del contributo unificato in caso di soccombenza reciproca nel giudizio (parere 12.02.2015 n. 70211 di prot. - Rassegna Avvocatura dello Stato n. 1/2015).

APPALTI FORNITURE: DL 95/2012 e acquisto di carburanti.
Per l'approvvigionamento dei beni appartenenti alle categorie contemplate dall'articolo 1, comma 7 del DL 95/2012, in alternativa all'utilizzo delle convenzioni Consip gli enti locali possono:
- svolgere proprie autonome procedure, nel rispetto della normativa vigente, utilizzando i sistemi telematici di negoziazione resi disponibili da Consip o da centrali di committenza regionali (attualmente non presenti in Regione);
- esperire autonome procedure ad evidenza pubblica in cui i corrispettivi siano inferiori a quelli previsti dalle convenzioni Consip attualmente disponibili, sottoponendo tali contratti alla condizione risolutiva prescritta dalla legge.

Il Comune chiede di conoscere se l'obbligo di aderire ad una convenzione Consip per l'acquisto di carburanti sussista anche qualora sia documentabile l'antieconomicità dell'utilizzo di detto strumento, atteso che il distributore più vicino, del gestore convenzionato, risulta ubicato a parecchi chilometri dalla sede comunale e, conseguentemente, il rifornimento comporterebbe spese di carburante e per il personale conducente tali da rendere maggiormente competitivo un qualsiasi distributore posto in prossimità della sede dell'ente instante.
Sentito il Servizio provveditorato e servizi generali di questa Direzione centrale e premesso che lo scrivente Ufficio si esprime unicamente in termini generali relativamente all'applicazione di norme, si formulano le seguenti osservazioni.
Come già esplicitato dallo scrivente Ufficio nel parere prot. 1077, dd. 14.01.2013, cui si rimanda, l'art. 1, comma 7, del D.L. 95/2012, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 07.08.2012, n. 135, stabilisce una disciplina speciale per l'approvvigionamento per le pubbliche amministrazioni di beni, quali energia elettrica, gas, carburanti, combustibili per riscaldamento e telefonia.
Tale comma 7
[1], infatti, prevede che la fornitura dei predetti beni avvenga utilizzando le convenzioni o gli accordi quadro messi a disposizione da Consip o da centrali di committenza regionali ovvero attraverso proprie autonome procedure, nel rispetto della normativa vigente, utilizzando i sistemi telematici di negoziazione resi disponibili dai soggetti sopra indicati.
In alternativa, sussiste la possibilità di procedere ad affidamenti che conseguano ad approvvigionamenti da altre centrali di committenza o a procedure ad evidenza pubblica i cui corrispettivi siano inferiori (e, quindi, migliorativi) rispetto a quelli delle convenzioni e degli accordi quadro messi a disposizione da Consip e dalle centrali regionali di committenza. In tale caso, i contratti devono essere sottoposti a condizione risolutiva, con possibilità di adeguamento da parte del contraente, per il caso in cui intervengano convenzioni Consip o delle centrali regionali di committenza che prevedano condizioni economiche di maggiore vantaggio.
L'art. 1, comma 8, del D.L. 95/2012 stabilisce che sono nulli, costituiscono illecito disciplinare e sono causa di responsabilità amministrativa i contratti stipulati in violazione di quanto previsto dal comma 7.
In conclusione, per l'approvvigionamento dei beni appartenenti alle categorie contemplate dalla norma, in alternativa all'utilizzo delle convenzioni Consip gli enti possono:
- svolgere proprie autonome procedure, nel rispetto della normativa vigente, utilizzando i sistemi telematici di negoziazione resi disponibili da Consip o da centrali di committenza regionali (attualmente non presenti in Regione);
- esperire autonome procedure ad evidenza pubblica in cui i corrispettivi siano inferiori a quelli previsti dalle convenzioni Consip attualmente disponibili, sottoponendo tali contratti alla condizione risolutiva prescritta dalla legge.
---------------
[1] Come da ultimo modificato dall'art. 1, comma 151, della l. 228/2012 (Legge di stabilità)
(28.01.2013 - link a www.regione.fvg.it).

APPALTI FORNITURE: Acquisti in economia di energia elettrica e gas.
Per l'approvvigionamento delle categorie di beni contemplate dall'art. 1, comma 7, del D.L. 95/2012 (energia elettrica, gas, carburanti, combustibili per riscaldamento e telefonia), gli enti possono esperire autonome procedure ad evidenza pubblica in cui i corrispettivi siano inferiori a quelli previsti dalle convenzioni Consip attualmente disponibili, sottoponendo tali contratti alla condizione risolutiva prescritta dalla legge.
Non pare, però, possibile utilizzare in tali circostanze le procedure in economia in quanto, ai sensi dell'art. 125 del D.Lgs. 163/2006, le stesse, individuate nell'amministrazione diretta e nel cottimo fiduciario, prevedono modalità semplificate di affidamento rispetto alle procedure ad evidenza pubblica richieste dalla legge.

L'Ente afferma di avere recentemente affidato ad una ditta la fornitura di gas naturale e di energia elettrica per un anno, per un importo inferiore a 40.000 euro, in base al proprio regolamento per gli acquisti in economia e dopo avere constatato che la ditta aveva applicato un 'ribasso unico maggiore rispetto ai prezzi fissati dalla Convenzione Consip'.
Con riferimento a quanto previsto dall'art. 1, commi 7 e 8, del decreto legge 06.07.2012, n. 95
[1], l'Ente chiede di sapere se la procedura utilizzata possa ritenersi corretta.
Sentito il Servizio provveditorato e servizi generali di questa Direzione centrale e premesso che questo Ufficio può solo esprimere considerazioni di ordine generale in merito all'applicazione delle norme, si formulano le seguenti osservazioni.
L'art. 1, comma 7, del D.L. 95/2012 stabilisce una disciplina speciale per l'approvvigionamento per le pubbliche amministrazioni di beni, quali energia elettrica, gas, carburanti, combustibili per riscaldamento e telefonia.
Ivi si richiede che la fornitura di tali beni avvenga utilizzando le convenzioni o gli accordi quadro messi a disposizione da Consip o da centrali di committenza regionali ovvero attraverso proprie autonome procedure, nel rispetto della normativa vigente, utilizzando i sistemi telematici di negoziazione resi disponibili dai soggetti sopra indicati.
La legge di conversione ha introdotto, come alternativa, la possibilità di procedere ad affidamenti che conseguano ad approvvigionamenti da altre centrali di committenza o a procedure ad evidenza pubblica i cui corrispettivi siano inferiori (e, quindi, migliorativi) rispetto a quelli delle convenzioni e degli accordi quadro messi a disposizione da Consip e dalle centrali regionali di committenza. In tale caso, i contratti dovranno essere sottoposti a condizione risolutiva, con possibilità di adeguamento da parte del contraente, per il caso in cui intervengano convenzioni Consip o delle centrali regionali di committenza che prevedano condizioni economiche di maggiore vantaggio.
L'art. 1, comma 8, del D.L. 95/2012 stabilisce che sono nulli, costituiscono illecito disciplinare e sono causa di responsabilità amministrativa i contratti stipulati in violazione di quanto previsto dal comma 7.
Per l'approvvigionamento delle categorie di beni contemplate dalla norma, gli enti possono, perciò, esperire autonome procedure ad evidenza pubblica
[2] in cui i corrispettivi siano inferiori a quelli previsti dalle convenzioni Consip attualmente disponibili, sottoponendo tali contratti alla condizione risolutiva prescritta dalla legge.
Per quanto riguarda la possibilità di utilizzare le procedure in economia per gli acquisti di tali categorie di beni, anche se con il beneficio di condizioni migliorative rispetto a quelle offerte dalle convenzioni di cui all'art. 1, comma 7, del D.L. 95/2012, si osserva che, ai sensi dell'art. 125 del decreto legislativo 12.04.2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici), tali procedure, individuate nell'amministrazione diretta e nel cottimo fiduciario
[3], prevedono modalità semplificate di affidamento rispetto alle procedure ad evidenza pubblica.
Infatti, il cottimo fiduciario di cui al citato art. 125, 'procedura negoziata in cui le acquisizioni avvengono mediante affidamenti a terzi' (comma 4), nel caso di forniture o servizi di importo pari o superiore a quarantamila euro, deve avvenire nel 'rispetto dei principi di trasparenza, rotazione, parità di trattamento, previa consultazione di almeno cinque operatori economici' (comma 11, primo periodo).
Come rilevato dalla giurisprudenza, «Siamo quindi in presenza di una procedura negoziata la quale, pur procedimentalizzata, non richiede tuttavia il necessario rispetto dello specifico assetto disciplinare predisposto dal Codice dei contratti pubblici per le procedure aperte e ristrette, com'è peraltro reso evidente dal richiamo al rispetto dei 'principi', cioè dei contenuti valoristici sostanziali della trasparenza, parità di trattamento ecc. senza tuttavia il necessario ossequio di tutti i passaggi procedurali in cui tali principi si inverano nelle procedure concorsuali ordinarie.»
[4].
Si ritiene che tali considerazioni valgano tanto più nell'ipotesi di cottimo fiduciario diretto, prevista dall'ultimo periodo del comma 11 dell'art. 125 del Codice dei contratti, secondo cui 'Per servizi o forniture inferiori a quarantamila euro, è consentito l'affidamento diretto da parte del responsabile del procedimento'.
Atteso che, allo stato, si sono rinvenute solamente pronunce che sottolineano la diversità delle regole alla base delle procedure in economia rispetto a quelle ad evidenza pubblica e, quindi, la non assimilabilità tra le stesse
[5], si ritiene che l'applicabilità delle norme sugli acquisti in economia in relazione alle categorie merceologiche in esame potrebbe essere sostenuta soltanto nel caso in cui fosse fatta propria dal legislatore o dalla giurisprudenza una interpretazione estensiva del concetto di 'procedure ad evidenza pubblica', di cui all'art. 1, comma 7, del D.L. 95/2011.
---------------
[1] Convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 07.08.2012, n. 135.
[2] L'evidenza pubblica è un procedimento caratterizzato da una sequenza di fasi volte, da una parte, a garantire la legittima e corretta formazione della volontà contrattuale pubblica e, dall'altra, attraverso la trasparenza delle fasi (e in particolare di quella relativa alla scelta del contraente) ad assicurare la concorrenzialità della procedura.
Secondo la ripartizione classica, le procedure ad evidenza pubblica si compongono di cinque fasi: determinazione a contrarre, scelta del contraente, aggiudicazione, stipulazione ed approvazione del contratto (v. 'Manuale di diritto amministrativo', Elio Casetta, 2001, Giuffrè, pagg. 517 e ss. e 'Manuale di diritto amministrativo', Francesco Caringella, 2011, Dike, pagg. 1385-1386).
La procedura dell'evidenza pubblica prevede particolari modalità di scelta del contraente, funzionalizzate al perseguimento dell'obiettivo della trasparenza, l'individuazione della modalità selettiva è effettuata con il bando che costituisce la lex specialis della procedura: le più rilevanti forme selettive contemplate dal codice dei contratti pubblici sono le procedure aperte, le procedure ristrette (entrambe utilizzabili in via generale) e le procedure negoziate (che possono avere luogo in ipotesi eccezionali e residuali).
[3] Il cottimo fiduciario, la procedura che nel caso in esame riveste maggiore interesse, si sostanzia nel fatto che l'ufficio competente stabilisce direttamente, sotto la sua responsabilità, accordi con ditte di fiducia, senza che necessiti esperire una gara per la scelta del cottimista e senza che occorra per il perfezionamento del contratto la sua approvazione (v. 'servizi e forniture in economia nel codice dei contatti', Dauno F.G. Trebastoni, relazione presentata al convegno su 'La gestione delle forniture alla luce del nuovo codice degli appalti', organizzato a S. Alessio Siculo (Me) il 27.10.2006, dall'Associazione Regionale Economi Provveditorati Siciliani).
[4] Così, TAR Toscana, Firenze, sez. I, 11.09.2008, n. 1989 e 04.05.2012, n. 868.
[5] V. Tar Bari Puglia, 05.10.2009, n. 2348; Tar Toscana Firenze, sez. I, 22.12.2009, n. 3988, ove si afferma che: 'Non sono applicabili alle procedure in economia e, in particolare, al cottimo fiduciario, le norme del Codice dei contratti pubblici. Il cottimo fiduciario è una procedura negoziata la quale, ancorché procedimentalizzata, non esige l'osservanza di tutte le regole tipiche dell'evidenza pubblica'.
Sussistono opinioni dottrinali che sembrano, invece, ammettere l'inclusione all'interno degli affidamenti ad evidenza pubblica anche delle procedure negoziate, come quella del cottimo fiduciario, se attuate nel rispetto concreto dei principi di trasparenza e pubblicità.
L'Anci, nel parere dd. 13.12.2012, ha ritenuto che anche una procedura negoziata, quale quella del cottimo fiduciario, possa essere considerata ad evidenza pubblica, purché per essa sia prevista la pubblicazione del bando di gara, con esclusione pertanto dei casi di affidamento diretto.
Secondo alcuni autori, inoltre, il 'cottimo fiduciario' fa parte del sistema in economia solo nominalmente: per sostanza giuridica esso sarebbe integralmente un pubblico appalto (nel senso comunitario del termine), di valore inferiore alla soglia comunitaria, come tale affidabile in modalità semplificata, purché nel rispetto dei principio di trasparenza (cfr. 'Le procedure in economia', Alessandro Massari, 2012, Maggioli Editore, pag. 25)
(14.01.2013 - link a www.regione.fvg.it).

NEWS

APPALTI: Appalti, ok dal Senato alla legge delega. Tutte le novità.
Pagamento diretto dei subappaltatori, divieto di attribuire compiti di responsabilità dei lavori al contraente generale, dibattito pubblico sulle grandi opere di impatto ambientale.

Con 184 sì, due no e 42 astensioni, l'Aula del Senato ha approvato il disegno di legge per la riforma degli appalti, recante delega al Governo per l'attuazione della direttiva 2014/23/UE sull'aggiudicazione dei contratti di concessione, della direttiva 2014/24/UE sugli appalti pubblici e che abroga la direttiva 2004/18/CE e della direttiva 2014/25/UE sulle procedure d'appalto degli enti erogatori nei settori dell'acqua, dell'energia, dei trasporti e dei servizi postali e che abroga la direttiva 2004/17/CE.
Il ddl (Atto Senato n. 1678), che ora passa all'esame della Camera, era stato licenziato il 3 giugno scorso dalla commissione Lavori pubblici di Palazzo Madama, con parecchie modifiche rispetto al testo iniziale. (continua ...) (18.06.2015 - link a www.casaeclima.com).

APPALTI: Appalti pubblici senza deroghe. Non si ripeteranno più casi come quelli di Expo e del G8. Atteso per oggi l'ok in prima lettura del ddl delega che recepisce le direttive europee.
Mai più deroghe per appalti pubblici. Rafforzati ulteriormente i poteri di Anac che potrà anche bloccare gare in corso. Divieto di affidamento della direzione lavori al contraente generale. Limiti all'appalto integrato. Commissari di gara scelti da un albo gestito dall'Anac. Qualificazione sui criteri reputazionali delle imprese.

Sono questi alcuni dei contenuti del testo del disegno di legge delega (Atto Senato n. 1678) per il recepimento delle nuove direttive appalti pubblici e per la riforma del codice dei contratti pubblici che il senato sta discutendo con l'obiettivo di arrivare oggi all'ok in prima lettura.
Il provvedimento, che è molto diverso da quello approvato dal governo a fine agosto 2014, contiene più di sessanta criteri di delega, messi a punto in commissione lavori pubblici, che guideranno entro binari molto stretti il lavoro del legislatore delegato. La principale novità del testo del senato, di cui sono relatori Stefano Esposito e Lionello Pagnoncelli, è l'espresso divieto di deroghe alle procedure che verranno inserite nel nuovo codice appalti.
In sostanza esperienze come il G8, l'Expo 2015 e i Grandi eventi di qualche anno fa non potranno più ripetersi. In particolare, il senato ha chiarito che le uniche possibilità di eccezione (e quindi di affidamenti in deroga) saranno contemplate soltanto in ragione di urgenze determinate da calamità naturali, ma sempre con una adeguata pubblicità degli affidamenti disposti in regime di emergenza.
Un altro elemento portante del disegno di legge delega è costituito dal rafforzamento dei poteri dell'Autorità nazionale anticorruzione che potrà emanare provvedimenti vincolanti, procedere all'annullamento della gara in caso di problemi legati a reati contro la pubblica amministrazione, predisporre linee guida e contratti tipo utilizzabili dalle stazioni appaltanti.
Altre rilevanti novità sono quelle legate all'istituzione di un albo dei commissari di gara presso l'Anac, obbligatorio per tutte le stazioni appaltanti con scelta dei commissari a sorteggio e la qualificazione degli operatori economici anche attraverso l'introduzione di criteri reputazionali che, al di là dei diversi parametri di capacità tecnica e economica, andranno a vedere anche come si è comportato l'operatore economico nel recente passato.
Altro punto molto «caldo» anche alla luce degli scandali degli ultimi mesi e dell'insuccesso della legge Obiettivo è il tema degli affidamenti a contraente generale con la previsione del divieto di affidamento della direzione lavori al contraente generale e la creazione di un albo nazionale dei responsabili dei lavori, dei direttori dei lavori e dei collaudatori dei lavori affidati al contraente generale, gestito dal ministero delle infrastrutture che segnalerà alle amministrazioni una rosa di candidati (almeno il triplo) da scegliere poi con sorteggio pubblico.
Dal testo emerge poi una particolare attenzione alla fase progettuale, con una sostanziale limitazione dell'appalto integrato che sarà utilizzabile per opere in cui vi sia una presenza di lavori o componenti caratterizzati da notevole contenuto innovativo o tecnologico, superiore al 70% del valore dell'appalto; inoltre la delega prevede che in via generale si appalti con a base di gara il progetto esecutivo.
Una particolare attenzione viene poi riservata alla necessità di scegliere l'affidatario sulla base della qualità dell'offerta: gli appalti dovranno infatti essere aggiudicati con il criterio dell'Oepv (offerta economicamente più vantaggiosa), che rappresenterà la regola generale e il legislatore delegato dovrà definire in quali residuali casi si potrà utilizzare il prezzo più basso.
Per le concessioni di servizi pubblici e di lavori pubblici (comprese quelle autostradali) non affidate con gara dovrebbe essere previsto l'obbligo di gara per gli affidamenti a terzi di lavori, forniture e servizi connessi alla concessione.
Si danno indicazioni anche in relazione all'accesso alle gare da parte delle piccole e medie imprese (ribadito il divieto di mega lotti) e miglioramento delle condizioni di accesso al mercato dei servizi di architettura e ingegneria e degli altri servizi professionali dell'area tecnica, per i piccoli e medi operatori economici e per i giovani professionisti, anche tramite divieto di aggregazione artificiosa degli appalti (articolo ItaliaOggi del 18.06.2015).

PUBBLICO IMPIEGOPaternità, congedi sdoppiati.
Genitori più tutelati negli studi professionali. Il rinnovo del Ccnl, infatti, introduce la facoltà ai lavoratori dipendenti di fruire il congedo parentale a ore per l'assistenza dei propri figli e disciplina i due nuovi congedi di «paternità» a favore, cioè, soltanto dei papà: uno obbligatorio, l'altro facoltativo.
Tutela della maternità e della paternità.
Il nuovo Ccnl modifica in parte la vigente disciplina in materia di tutela della maternità. In via di principio, la lavoratrice è tenuta a presentare al datore di lavoro il certificato di gravidanza, rilasciato in tre copie, due delle quali vanno appunto prodotte (dalla lavoratrice) la prima al datore di lavoro e la seconda all'istituto assicuratore (Inps). Nel certificato sono riportate le seguenti informazioni:
a) le generalità della lavoratrice (sulla base delle dichiarazioni della lavoratrice, che ne risponde della veridicità);
b) l'indicazione del datore di lavoro e della sede dove l'interessata presta il proprio lavoro, delle mansioni alle quali è addetta (sulla base delle dichiarazioni della lavoratrice, che ne risponde della veridicità);
c) il mese di gestazione alla data della visita;
d) la data presunta del parto.
Al rilascio del certificato medico sono abilitati gli ufficiali sanitari, i medici condotti, i medici Inps e quelli del servizio sanitario nazionale; tuttavia, qualora i certificati siano redatti da altri medici, diversi da quelli menzionati, datore di lavoro o Inps (che ne ricevono copia), possono accettarli ugualmente o richiedere la regolarizzazione alla lavoratrice. Il datore di lavoro è tenuto a rilasciare alla lavoratrice la ricevuta dei certificati e di ogni altra documentazione prodotta dalla lavoratrice stessa. Il datore di lavoro è altresì tenuto a conservare le predette certificazioni a disposizione della direzione territoriali del lavoro e dell'Inps per tutto il periodo in cui la lavoratrice è soggetta alla tutela della legge.
Una volta partorito, la lavoratrice è tenuta a presentare entro 30 (trenta) giorni il relativo certificato attestante la data del parto.
I nuovi congedi per i papà. Due le nuove opportunità di congedo per i neo-papà, una obbligatoria e l'altra facoltativa (si veda tabella). In primo luogo, il padre lavoratore dipendente, entro i 5 (cinque) mesi dalla nascita del figlio, ha l'obbligo di astenersi dal lavoro per un periodo di 1 (un) giorno. Tale congedo obbligatorio di 1 (un giorno) è fruibile dal padre anche durante il congedo di maternità della madre lavoratrice, in aggiunta a esso. Il giorno di congedo obbligatorio è riconosciuto anche al padre che fruisce del congedo di paternità (ai sensi dell'art. 28 del dlgs n. 151/2001), ossia in caso di morte o di grave infermità della madre ovvero di abbandono, nonché in caso di affidamento esclusivo al padre.
In secondo luogo, il padre lavoratore dipendente, entro i 5 (cinque) mesi dalla nascita del figlio, può astenersi per un ulteriore periodo di 1 (uno) o 2 (due) giorni, anche continuativi, previo accordo con la madre e in sua sostituzione in relazione al periodo di astensione obbligatoria spettante a quest'ultima. In relazione a entrambi i predetti congedi il padre comunica in forma scritta al datore di lavoro i giorni in cui intende fruirne, con un anticipo non minore di quindici giorni, ove possibile in relazione all'evento nascita, sulla base della data presunta del parto.
La forma scritta della comunicazione può essere sostituita dall'utilizzo, ove presente, del sistema informativo aziendale per la richiesta e la gestione delle assenze. Il datore di lavoro comunica all'Inps le giornate di congedo fruite, attraverso i canali telematici messi a disposizione dall'Istituto medesimo. Nel caso di congedo facoltativo, il padre lavoratore allega alla richiesta una dichiarazione della madre di non fruizione del congedo di maternità a lei spettante per un numero di giorni equivalente a quello fruito dal padre, con conseguente riduzione del congedo medesimo. La predetta documentazione dovrà essere trasmessa anche al datore di lavoro della madre. Attenzione; i due nuovi congedi non possono essere frazionati a ore.
---------------
Occhio di riguardo per i genitori.
Il rinnovo del Ccnl disciplina la possibilità per i lavoratori di fruire del congedo parentale a ore. In particolare, ai fini di conciliare i tempi di lavoro e quelli familiari, dà attuazione alla disposizione di cui al dlgs n. 151/2001 (Tu maternità) per la definizione delle modalità di fruizione del congedo parentale in modalità a ore, indistintamente per i lavoratori a tempo pieno o parziale, osservando la seguente procedura:
• la volontà (del lavoratore) di avvalersi del congedo in ossequio alla predetta articolazione oraria dovrà essere comunicata al datore di lavoro con almeno 15 giorni di preavviso, indicando il numero di mesi congedo parentale (spettante ai sensi del citato dlgs n. 151/2001) che intende usufruire, nonché l'arco temporale entro il quale le ore di congedo saranno fruite (inizio e fine), le programmazione mensile delle ore di congedo che andrà concordata con il datore di lavoro, compatibilmente con le esigenze organizzative;
• non sono comunque ammissibili richieste che prevedano l'effettuazione di prestazioni lavorative inferiori a 4 ore giornaliere;
• il calcolo dell'indennità economica prevista dalla legge e da erogare per ogni ora di congedo viene effettuato prendendo come base di computo il divisore mensile contrattuale di 170 ore;
• la possibilità di convertire uno o più mesi di congedo parentale a ore è ammessa anche a più riprese, fino a esaurimento del periodo massimo riconosciuto dalla legge;
• il congedo a ore è cumulabile, anche nell'ambito della stessa giornata, con altri riposi e permessi previsti dalla legge o dal Ccnl;
• sono fatti salvi gli obblighi di legge a carico del lavoratore con riferimento all'apposita istanza di congedo parentale che lo stesso deve presentare all'Inps.
- Permessi e congedi retribuiti. A tutti i dipendenti sono concessi permessi e/o congedi familiari retribuiti nelle misure e per le motivazioni di seguito indicate:
a) giorni 15 (quindici) di calendario per contrarre matrimonio, con decorrenza dal terzo giorno antecedente la celebrazione del matrimonio stesso;
b) giorni 3 (tre) lavorativi per natalità e lutti familiari fino al terzo grado di parentela. In tali casi il godimento dovrà avvenire entro 7 (sette) giorni dell'evento.
Ai fini del riconoscimento dei diritti su esposti il lavoratore ha l'obbligo di esibire al datore di lavoro regolare documentazione. Durante tali periodi il lavoratore è considerato a ogni effetto in attività di servizio, conservando il diritto alla retribuzione normalmente percepita.
- Congedi per eventi e cause familiari retribuiti. La lavoratrice e il lavoratore, nel caso di grave infermità documentata del coniuge o di un parente entro il secondo grado o del convivente, purché la convivenza risulti da certificazione anagrafica, potranno usufruire di 3 (tre) giorni di permesso lavorativi all'anno.
In alternativa ai 3 (tre) giorni, potranno concordare con il datore di lavoro modalità di orario di prestazione lavorativa diverse, anche per periodi superiori ai tre giorni. Lo svolgimento della prestazione dovrà comunque comportare una riduzione di orario complessivamente non inferiore ai giorni di permesso che vengono sostituiti.
La richiesta dovrà essere fatta con lettera scritta indicando: l'evento che dà titolo al congedo e i giorni in cui si intende usufruirne, fermo restando che il godimento dovrà avvenire entro 7 (sette) giorni dalla data dell'evento o dell'accertamento dell'insorgenza della grave infermità o necessità (articolo ItaliaOggi Sette del 15.06.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIAScarti vegetali, riutilizzo ampio. Sufficiente il rispetto delle norme per i sottoprodotti. Dal Minambiente le indicazioni per gestire sfalci e potature fuori dal regime dei rifiuti.
È la disciplina sui sottoprodotti prevista dal Codice ambientale la chiave universale per poter gestire fuori dal regime dei rifiuti i residui di potatura derivanti da attività di manutenzione del verde.

Con la nota 27.05.2015 n. 6038 di prot. il Minambiente chiarisce come l'istituto previsto dall'articolo 184-bis del dlgs 152/2006, di portata generale, possa essere invocato (dimostrandone il ricorre dei presupposti) sia per la gestione dei residui vegetali provenienti da attività agricola e forestale sia per quella degli scarti derivanti dalle altre aree verdi che non rientrano tra le deroghe specifiche al regime dei rifiuti riservate dall'articolo 185 dello stesso decreto legislativo ai primi.
La disciplina generale sui sottoprodotti. In base all'articolo 184-bis, comma 1, del Codice ambientale è infatti un sottoprodotto, e non rifiuto, qualsiasi sostanza od oggetto che soddisfi contemporaneamente tutte le seguenti condizioni: è originato da un processo di produzione, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la sua produzione; è certo il suo riutilizzo, nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione, da parte del produttore o di terzi; il residuo può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale; l'ulteriore utilizzo è legale, ossia ha ad oggetto beni che soddisfano i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell'ambiente e non comporta impatti complessivi negativi sull'ambiente o la salute umana.
Con la nota 6038/2015 il Minambiente sottolinea innanzitutto come tale disciplina possa essere dunque applicata a tutti i materiali vegetali, compresi i residui derivanti dalla manutenzione del verde.
Nello specifico il dicastero chiarisce altresì come la condizione della provenienza del residuo da un processo produttivo richiesta dal citato articolo 184-bis sia da considerarsi in una accezione ampia, richiamando in tale contesto la sentenza del Consiglio di stato 06.08.2013 n. 4151 che non ne relega (infatti) il significato allo stretto processo di fabbricazione.
L'Ufficio richiama però l'attenzione sulla necessità di rispettare comunque le specifiche norme di settore previste per il riutilizzo dei residui (come quelle in materia di combustibili, in caso di destinazione degli scarti alla valorizzazione energetica).
Le deroghe del dlgs 152/2006 per i residui agricoli. In base all'articolo 185, comma 1, lettera f), del Codice ambientale non rientrano nel campo di applicazione della disciplina sui rifiuti da esso prevista «paglia, sfalci e potature, nonché altro materiale agricolo o forestale naturale non pericoloso utilizzati in agricoltura, nella selvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa mediante processi o metodi che non danneggiano l'ambiente né mettono in pericolo la salute umana».
Con la nota 6038/2015 il ministero dell'ambiente conferma la propria interpretazione espressa con il precedente e omonimo atto 8890/2011, ricordando come i residui oggetto di tale specifica deroga siano esclusivamente quelli identificabili per provenienza dalle suddette attività agricole o forestali. Per invocare tale deroga, sottolinea il Dicastero, è dunque sempre necessario dimostrare (tra le altre condizioni previste dal citato articolo 185, comma 1, lettera f), del dlgs 152/2006) la sussistenza di tale particolare origine dei residui verdi.
Diversamente, avvisa l'Ufficio, per gestire gli stessi scarti vegetali fuori dal regime dei rifiuti si dovrà (sempre sussistendone le condizioni) ricorrere al più generale istituto dei sottoprodotti previsto dall'articolo 184-bis del Codice ambientale.
Il regime dei rifiuti. A chiusura della nuova nota 6038/2015 il ministero dell'ambiente ricorda infine come la mancanza della prova delle condizioni che permettano di ricorrere ai due illustrati istituti ex articolo 184-bis e 185 del dlgs 152/2006 comporta la necessità di qualificare e di conseguenza gestire i residui vegetali come rifiuti, classificandoli (in base alla provenienza) come urbani o speciali.
In base all'articolo 184, comma 2, lettera e), del Codice ambientale, sono infatti urbani «i rifiuti vegetali provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi e aree cimiteriali», laddove in base al comma 3, lettera a) dello stesso articolo sono invece speciali «i rifiuti da attività agricole e agro-industriali, ai sensi e per gli effetti dell'articolo 2135 C.c.» (articolo ItaliaOggi Sette del 15.06.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIAEcoreati al test del Codice ambiente. Con le nuove disposizioni detenzione fino a sei anni se si contamina il terreno.
La legge 68/2015. Le pene vanno coordinate con le infrazioni già previste dal decreto a tutela del paesaggio.

Quattro nuovi reati contro l’ambiente sono scattati dal 29 maggio scorso, data di entrata in vigore della legge 68/2015 che dà un giro di vite agli inquinatori, per i quali sono previste pene più severe. In particolare, il legislatore ha introdotto diverse nuove fattispecie di reato.
Tra queste le principali sono: l’inquinamento ambientale, il disastro ambientale, il traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività e l’impedimento al controllo ed ha rivisto alcuni reati già disciplinati dal Codice dell’ambiente (Dlgs 152/2006) quali, ad esempio, l’omessa bonifica.
Il nuovo titolo del Codice penale relativo ai delitti contro l’ambiente, dunque, da un lato, integra la disciplina penale, dall’altro, integra altresì il diritto ambientale sostanziale.
I termini e i casi considerati dalla legge 68 devono allora essere coordinati con quelli considerati dalla norma ambientale sostanziale.
Si pensi, ad esempio, ai delitti di inquinamento ambientale e di disastro ambientale (articoli 452-bis e 452-quater del codice penale). Il Codice dell’ambiente contiene già una definizione di «inquinamento» introdotta dalla disciplina sull’Aia e sulla tutela delle acque, mentre per le bonifiche (Parte IV, Titolo V) il medesimo decreto fornisce una diversa definizione di «contaminazione». Con il che sorge spontaneo domandarsi se il reato di inquinamento ambientale debba essere letto esclusivamente con riferimento alle definizioni ambientali ovvero possa avere una portata più ampia e generale.
Invero, l’articolo 452-bis riconduce il concetto di inquinamento ad una compromissione o un deterioramento significativo e misurabile di acqua, aria, suolo, sottosuolo, ecosistema, biodiversità, flora o fauna, che sembrerebbero trarre ispirazione più dalla disciplina sul danno ambientale di cui alla Parte VI del Dlgs 152, che dalle specifiche definizioni normative contenute nel medesimo decreto.
Le differenze
Viene naturale domandarsi se ogni ipotesi di danno ambientale costituisca anche una ipotesi penalmente rilevante di inquinamento ambientale, ovvero se tra le due fattispecie -danno e inquinamento- esistano differenze. La norma ambientale richiede che l’inquinamento sia causato abusivamente, ma invero anche il danno ambientale presuppone un comportamento illegittimo.
Discorso analogo vale anche per il concetto di disastro ambientale, ossia l’alterazione irreversibile di un ecosistema ovvero l’alterazione il cui ripristino sarebbe eccessivamente oneroso ovvero causa di pericolo e offesa alla pubblica incolumità. Anche in questo caso, il concetto di disastro ambientale non trova una propria definizione nel Codice dell’ambiente, ma è la norma penale ad inquadrare la fattispecie sostanziale.
Il disastro ambientale, dunque, dovrebbe rappresentare un qualcosa di più del semplice inquinamento. Mentre l’inquinamento, infatti, per quanto abusivo potrebbe anche essere ripristinato e corretto, il disastro parrebbe rappresentare una compromissione definitiva e particolarmente grave dell’ambiente.
È bene osservare che entrambe le fattispecie criminali possono essere imputate sia a titolo di dolo (ossia azioni volontarie poste in essere dagli inquinatori), sia a titolo di colpa (articolo 452-quinquies).
Una menzione merita anche il nuovo delitto di traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività di cui all’articolo 452-sexies. Il legislatore ha basato la fattispecie penale sui materiali ad alta radioattività e non -si badi bene- sui rifiuti (espressamente definiti ed inquadrati dal Codice dell’ambiente) ampliando così la casistica del traffico e abbandono.
Non a caso, la norma penale sanziona anche coloro che illegittimamente cedono, acquistano, importano o esportano i materiali radioattivi, configurandosi così un reato di pericolo. Una ulteriore fattispecie di reato introdotta dalla legge 68/2015 è l’impedimento del controllo ambientale (ma anche sui luoghi di lavoro) da parte delle autorità. Questa fattispecie è idonea ad includere i possibili artifici che ostacolino o impediscano le verifiche ambientali.
Aggravanti e attenuanti
Le nuove disposizioni ambientali, inoltre, introducono anche ipotesi di aggravanti dei delitti ovvero di riduzioni della pena in caso di ravvedimento operoso, laddove sia evitato un ulteriore aggravamento della situazione ambientale ovvero nel caso in cui si provveda alla bonifica o ripristino dello stato dei luoghi.
Infine, per i delitti sopra indicati, la legge 68 introduce anche la confisca dei proventi del reato ovvero dei beni utilizzati per commettere il reato. Unica eccezione, il caso in cui i beni siano di soggetti terzi estranei. Si pensi, ad esempio, ad aree o siti di terzi in cui sono abusivamente sversate sostanze inquinanti.
L’introduzione di nuovi reati ambientali e di pene più severe, porta necessariamente gli operatori a dover agire con maggiori cautele e attenzioni verso l’ambiente
---------------
L’omessa bonifica amplia il perimetro. I soggetti. Rischi nei casi di accollo.
I reati ambientali introdotti dalla legge 68/2015 sono destinati ad impattare anche sulla gestione dei siti contaminati. Estendendo le responsabilità penali ai privati terzi che hanno sottoscritto accordi per la bonifica dei suoli.
Infatti, il legislatore ha introdotto uno specifico reato per omessa bonifica (articolo 452-terdecies del Codice penale) che si affianca e integra il reato disciplinato dall’articolo 257 del Codice dell’ambiente (Dlgs 152/2006) relativo ai siti contaminati (ossia rivolto a colui che inquina e non bonifica). In più, entrambe le fattispecie fanno salve le ipotesi di reati più gravi, che -proprio in considerazione dell’ampiezza dei termini ambientali utilizzati dalla nuova legge- potrebbero trovare applicazione anche rispetto ai casi di contaminazione di suoli e acque di falda.
Il reato di omessa bonifica scatta per colui che è obbligato per legge oppure perché ha ricevuto un ordine dal giudice o dalla pubblica amministrazione a bonificare e che non adempie.
A voler ben vedere, questa ipotesi di reato coincide sostanzialmente con quella prevista dal Codice dell’ambiente che all’articolo 257, punisce colui che, avendo causato una contaminazione (superamento delle Concentrazioni soglia di rischio - Csr), non provvede alla bonifica.
Chi causa la contaminazione, infatti, è anche colui che è obbligato per legge a bonificare (Consiglio di Stato, Adunanza plenaria n. 21/2013 e Corte di Giustizia europea C-534/13 del 05.03.2015).
Proprio in considerazione di ciò, secondo la giurisprudenza consolidata, la pubblica amministrazione può legittimamente ordinare la bonifica solo al soggetto responsabile che è -ancora una volta- il soggetto obbligato per legge.
Ciò porterebbe a ritenere che entrambe le ipotesi di reato contemplino nella sostanza la stessa fattispecie, con conseguente dubbio applicativo.
Da una prima lettura, resterebbe -come possibile differenza tra i due reati- solo il caso di ordine dell’autorità giudiziaria emesso nei confronti di un soggetto privato, che pur non responsabile della contaminazione, abbia contrattualmente assunto l’obbligo a bonificare un sito contaminato, ripartendo così gli oneri di bonifica tra i privati diversamente rispetto alle responsabilità stabilite dalla legge. Per questo motivo una particolare attenzione, dunque, dovrà essere posta agli accordi privati che regolano gli adempimenti di bonifica.
In particolare, qualora un soggetto non responsabile assuma contrattualmente l’impegno a bonificare in sostituzione dell’inquinatore, ricorrendo l’ipotesi di inadempimento a questo obbligo e di condanna ad adempiere da parte del giudice civile, egli potrebbe anche ricadere nell’ipotesi di reato di omessa bonifica previsto dalla nuova legge se non ottempera alla sentenza civile eventualmente intervenuta rispetto all’inadempimento contrattuale.
La nuova formulazione dell’articolo 257 del Codice ambiente prevede come causa di non punibilità l’osservanza dei progetti di bonifica approvati dagli enti. Questa norma di favore, tuttavia, si applica solo rispetto alle contravvenzioni, cioè al reato di cui allo stesso articolo 257, ma non anche al nuovo reato introdotto dall’articolo 452-bis, con un difetto di coordinamento tra i due testi
(articolo Il Sole 24 Ore del 15.06.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOCanale «blindato» per gli ex provinciali. Personale. La spinta alle ricollocazioni.
Consentire ai Comuni di assumere il personale collocato in mobilità obbligatoria dalle Province, anche se non hanno rispettato il Patto di stabilità e i tempi medi dei pagamenti; permettere il recupero, per finanziare nuove assunzioni, dei risparmi derivanti dalle cessazioni non sostituite dell’ultimo triennio; escludere dal rispetto dei tempi medi dei pagamenti quelli effettuati utilizzando le risorse trasferite allo scopo dalla normativa, ivi comprese le risorse aggiuntive stanziate a questo fine dallo stesso decreto; trasferire il personale delle polizie provinciali negli organici delle polizie municipali.
Sembrano essere queste le principali novità per il personale degli enti locali contenute nel Dl approvato giovedì dal Governo.
La logica ispiratrice è, con tutta evidenza, quella di rendere meno rigidi alcuni vincoli dettati alle assunzioni di personale, soprattutto per rendere più facile l’assorbimento dei dipendenti collocati in mobilità obbligatoria dalle Province. Anche se si deve subito precisare che non vi è alcuno stravolgimento delle disposizioni dettate dalla legge di stabilità.
Niente sanzioni
Nella direzione di rendere più facile l’assunzione dei dipendenti in mobilità obbligatoria delle Province vanno molte delle misure contenute nel provvedimento. In primo luogo, quella che consente di derogare al divieto di effettuare assunzioni di personale agli enti che non hanno rispettato nell’anno precedente il Patto di stabilità e/o non hanno effettuato entro i termini la relativa certificazione.
Ed ancora la stessa deroga è prevista per le amministrazioni che hanno superato i tempi medi di pagamento previsti dal Dl 66/2014. Da sottolineare che questa deroga non si estende alle amministrazioni che hanno superato il tetto di spesa del personale.
Sostanzialmente si muove nella stessa direzione anche la correzione che viene operata delle indicazioni dettate dalla sezione autonomie della Corte dei Conti nel parere n. 27/2014. Interpretando in senso restrittivo le previsioni del Dl 90/2014 questa pronuncia aveva stabilito che i risparmi derivanti da cessazioni di personale non sostituito negli anni precedenti possono essere destinati a finanziare nuove assunzioni a tempo indeterminato solamente a decorrere dal 2014.
 L’intervento legislativo consente invece questo recupero per il triennio precedente senza fissare un anno a partire dal quale esso può essere disposto. Per questa ragione l’effetto è che i risparmi derivanti dalle cessazioni del 2012, se non sono stati già utilizzati per finanziare nuove assunzioni, possono essere destinati a tale scopo nel 2015; si deve ritenere entro il tetto vigente nello stesso anno, cioè il 40%.
Comandi e distacchi
I dipendenti degli enti di area vasta, se in comando o in distacco presso un’altra Pa allo scorso 31 dicembre, sono -con il loro consenso ed entro i tetti di spesa per le nuove assunzioni- trasferiti tout court alle dipendenze delle amministrazioni che li utilizzano. Di grande rilievo il trasferimento dei vigili provinciali alle dipendenze dei Comuni, anche in deroga ai vincoli di spesa del personale e delle assunzioni, nonché del rispetto dei tempi di pagamento. Questi passaggi sono soggetti al rispetto del patto di stabilità nell’esercizio in cui essi avvengono e alla sostenibilità di bilancio.
Sono esclusi dal calcolo dei tempi di pagamento, ai fini dell’applicazione della sanzione del divieto di effettuare assunzioni per le amministrazioni inadempienti, quelli che sono stati effettuati attingendo alle risorse all’uopo trasferite dallo Stato. Si deve infine sottolineare che con questo provvedimento vengono messi 2 miliardi a disposizione delle regioni e 650 milioni dei Comuni per dare corso ai pagamenti di fatture ai privati
(articolo Il Sole 24 Ore del 15.06.2015 - tratto da http://rstampa.pubblica.istruzione.it).

PUBBLICO IMPIEGODECRETO ENTI LOCALI/ Alle regioni i dipendenti provinciali dei servizi per il lavoro. Ora si ricomincia ad assumere. Concorsi per le scuole. Contratti a tempo prolungati.
Negli enti locali si ricomincia ad assumere. I comuni potranno effettuare concorsi per il personale della scuola, mentre province e città metropolitane potranno prorogare i tempi determinati anche se hanno sforato il patto di Stabilità. I dipendenti provinciali in comando o distacco presso altre p.a. vi si potranno trasferire definitivamente. I dipendenti delle province addetti ai servizi per il lavoro saranno invece trasferiti alle regioni e non alla nascente Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal).

È l'effetto dell'incrocio di norme tra il decreto enti locali e lo schema di dlgs sulle politiche del lavoro approvati giovedì scorso dal consiglio dei ministri (si veda ItaliaOggi di ieri).
Assunzioni negli enti locali. Il dl enti locali permette alle province e alle città metropolitane di prorogare i contratti di lavoro a tempo determinato, anche se abbiano violato il patto di stabilità. La proroga dei direttori generali sarà consentita alle sole città metropolitane. Allo scopo, poi, di favore i processi di mobilità del personale provinciale in sovrannumero, il decreto consentirà ai comuni di assumere tale personale anche nel caso di mancato rispetto dei tempi di pagamento e violazione dei termini per l'invio della connessa certificazione. Inoltre, si dà modo ai dipendenti provinciali in comando o distacco presso altre pubbliche amministrazioni di trasferirsi definitivamente presso di esse, se lo consentano i limiti di spesa e di dotazioni organiche.
Fondamentale è la modifica all'articolo 3, comma 5, del dl 90/2014, convertito in legge 114/2014, che chiarisce come il cumulo triennale delle risorse non spese per le assunzioni sia da considerare riferito al triennio precedente l'anno in corso e non a quello futuro, smentendo le opinabili interpretazioni contrarie fornite dalla Corte dei conti.
Ancora, il decreto consente ai comuni di effettuare concorsi per assunzioni a tempo indeterminato, nonostante il blocco imposto dal comma 424 della legge 190/2014, per acquisire personale dotato di particolari abilitazioni o titoli di studio abilitanti riguardanti l'organizzazione dei servizi educativi e scolastici, nel caso le graduatorie vigenti siano esaurite e si accerti che tra il personale soprannumerario delle province manchino tali figure. Il decreto esplicita ciò che era, comunque, già chiaro: i comuni potranno effettuare assunzioni a tempo determinato di agenti di polizia municipale per esigenze stagionali.
Servizi per il lavoro. A sorpresa, il Governo nell'approvare lo schema di uno dei decreti legislativi attuativi della legge 183/2014 (Jobs act), quello dedicato alle politiche del lavoro, smentisce tutte le ipotesi da mesi concernenti il destino dei 7.500 dipendenti provinciali operanti nei centri per l'impiego. Sin qui, si dava per scontato che detti lavoratori provinciali sarebbero transitati nei ranghi dell'agenzia. Tanto è vero che la circolare interministeriale di Funzione pubblica e Ministero degli affari regionali 1/2015 aveva ipotizzato di sottrarre i dipendenti provinciali dei servizi per il lavoro alle procedure di mobilità generali, per destinarli ad un trasferimento «dedicato» verso l'agenzia.
Niente di tutto ciò, almeno stando allo schema del decreto approvato giovedì dal Governo, che ora deve affrontare l'iter parlamentare. L'Anapal nascerà con appena 400 dipendenti, che transiteranno dai ruoli del Ministero del lavoro e di Italia lavoro e non svolgerà le funzioni di erogazione diretta dei servizi ai disoccupati, attraverso sportelli territoriali. Lo schema di decreto, infatti, prevede all'articolo 11 che a questo penseranno direttamente le regioni e le province autonome, attraverso loro uffici, da denominare centri per l'impiego, come quelli oggi operanti presso le province.
I rapporti tra Ministero del lavoro e regioni, per garantire i livelli essenziali delle prestazioni ai disoccupati saranno regolati da convenzioni. L'effetto finale, dunque, è passare il blocco dei servizi per il lavoro dalle province alle regioni. Il problema è che il tutto viene stabilito senza applicare le regole della legge Delrio, ai sensi della quale il trasferimento di funzioni e personale delle province verso altri enti avrebbe dovuto essere effettuato traslando le relative risorse e finanziamenti.
Lo schema di decreto legislativo, invece, si limita a confermare quanto già stabilito nel «decreto enti locali»: a seguito delle convenzioni tra regioni e Ministero del lavoro, lo Stato coprirà i costi del personale dei servizi per il lavoro per soli 70 milioni l'anno nel 2015 e nel 2016.
Si tratta di un decimo del costo complessivo dei servizi, pari a circa 700 milioni, che, di conseguenza, dovrebbe essere coperto dalle regioni. Il che rischia di impantanare la riforma, visto che le regioni non hanno intenzione di assumersi questa spesa. Sicché, l'occupazione dei 7.500 lavoratori delle province interessati viene ad essere messa seriamente a rischio (articolo ItaliaOggi del 13.06.2015).

APPALTIUn limite all'in house per lavori e servizi pubblici. Gli emendamenti dei relatori al disegno di legge sugli appalti. Sarà da martedì in aula al senato.
Limitazione dell'obbligo per i concessionari di affidare a terzi lavori, forniture e servizi con conseguente limitazione dell'in house per le concessioni di lavori e servizi pubblici.

È questo il punto di maggiore rilievo da cui ripartirà, martedì prossimo in Aula al Senato, l'esame del disegno di legge delega sugli appalti pubblici approvato la scorsa settimana dalla commissione lavori pubblici (Atto Senato n. 1678).
In Aula sono stati presentati circa 200 emendamenti ma saranno quelli dei relatori ad avere le maggiori chance di passare, tant'è che con tutta probabilità mercoledì prossimo il Senato potrebbe varare il testo in via definitiva e trasmetterlo alla Camera.
Sulla materia dei concessionari di lavori pubblici e di servizi pubblici e in particolare sulla norma introdotta nel testo varato dalla Commissione di merito che obbliga i nuovi concessionari e quelli attuali (con una moratoria di 12 mesi) a affidare servizi, forniture e lavori a terzi, si sta focalizzando l'attenzione anche in ragione delle evidenti ricadute sull'apertura del mercato. Infatti i relatori hanno proposto di escludere dall'obbligo le concessioni affidate con la formula della finanza di progetto (il cosiddetto PPP, partenariato pubblico-privato).
Su questo emendamento la Commissione bilancio si è però espressa in forma di contrarietà esprimendo perplessità sull'impatto della norma (sulla quale peraltro sono stati presentati subemendamenti tesi a rendere applicabile l'obbligo soltanto alle vecchie concessioni non affidate con gara europea).
Altro punto sul quale la Commissione bilancio si è espressa con un parere di semplice contrarietà attiene alle proposte di limitazione dell'attività della Consip; si osserva infatti che esse pur nell'impossibilità di una quantificazione puntuale dei minori risparmi, potrebbero comportare effetti finanziari se approvati in assenza di idonea clausola di invarianza.
I relatori hanno anche proposto un emendamento sulla disciplina del contraente generale nel senso di rendere effettivo il divieto di svolgimento della direzione lavori da parte del general contractor anche per le «procedure di appalto già bandite alla data di entrata in vigore della legge, incluse quelle già espletate per le quali la stazione appaltante non abbia ancora proceduto alla stipulazione del contratto con il soggetto aggiudicatario».
Un altro emendamento, sempre sulla materia delle concessioni, è finalizzato a circoscrivere l'applicazione della norma ai contratti di importo superiore a 150 mila euro. Altro punto oggetto di proposte dei relatori è la materia dei poteri affidati all'Anac e su questo colpisce l'attribuzione al Presidente dell'Authority Infine un importante intervento dei relatori, come modifica alla disposizione sulla cosiddetta «valorizzazione della fase progettuale» riguarda gli affidamenti di servizi di ingegneria e architettura, per i quali si afferma che deve ritenersi escluso il ricorso al solo criterio di aggiudicazione del prezzo.
Attualmente la normativa regolamentare contenuta nel dpr 207/2010 già prescrive l'obbligo di utilizzare il solo criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa, ma la norma viene spesso disattesa (articolo ItaliaOggi del 13.06.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO - SEGRETARI COMUNALIÈ allarme sui dirigenti apicali. Dalla sostituzione dei segretari aumento della spesa. Il presidente della Corte dei conti, Squitieri, nella sua audizione sulla riforma p.a..
Allarme della Corte dei conti sugli effetti della riforma della dirigenza pubblica nei riguardi degli enti locali.

Nel corso dell'audizione alla camera tenuta il 3 giugno dal presidente della Corte, Pasquale Squitieri, la magistratura contabile ha espresso preoccupazione per l'eventuale aumento della spesa derivanti dall'obbligo, previsto dall'attuale articolo 9, lettera b), numero 4), del disegno di legge di riforma della p.a., di tutti i comuni di dotarsi di un dirigente «apicale» a cui affidare, anche in forma associata, le funzioni sostanzialmente oggi attribuite ai segretari comunali.
È uno degli aspetti maggiormente delicati della riforma.
Si intende abolire, senza in effetti aver mai spiegato esattamente a quale scopo, i segretari comunali e far confluire tale figura nel ruolo unico della dirigenza locale. Ma, al contempo, la riforma, senza dare all'ordinamento locale l'occhio di specifica attenzione che merita, apre il problema della direzione amministrativa in particolare dei piccoli comuni.
La Corte dei conti osserva che l'attuale testo del disegno di legge delega all'attenzione della Camera «ha trasformato in obbligo la facoltà per i comuni di minori dimensioni di nominare un dirigente apicale, imponendo, peraltro, al fine di evitare maggior oneri finanziari, l'esercizio in via associata di tale funzione». Tutti i comuni, dunque, dovranno dotarsi del dirigente generale. Ma, aggiunge la magistratura contabile «andrebbe considerato che –come evidenziano i dati del conto annuale 2013– oltre il 57% dei comuni (4.597 su un totale di 8.015) è privo sia di dirigenti, che di segretario comunale, trattandosi di enti che, se con popolazione inferiore ai 500 abitanti, hanno una media di soli tre dipendenti».
Insomma, per la maggioranza dei comuni italiani, la previsione di una figura dirigenziale al vertice dell'amministrazione rischia di incrementare la spesa. Occorre ricordare che nell'attuale regime, nella gran parte degli enti di piccole dimensioni di cui parla la Corte dei conti i segretari comunali in servizio appartengono alla classe C: non sono, cioè, inquadrati come dirigenti. Ed hanno, di conseguenza, un trattamento economico mediamente meno alto di quello previsto per le qualifiche dirigenziali.
Per questa ragione, secondo la Corte dei conti «appare difficile ipotizzare la neutralità finanziaria della nuova previsione, tenuto anche conto delle difficoltà di una gestione associata della predetta funzione in enti non necessariamente contigui». La presenza del dirigente apicale comporta il forte rischio di incrementi di spesa, anche perché tale funzione, secondo la Corte, «e anche l'eventuale incarico congiunto comportano l'attribuzione di trattamenti economici superiori, pur se si intenda conferire i nuovi compiti a dirigenti già in servizio».
C'è, poi, un ulteriore aspetto che la Corte dei conti non ha considerato, di natura organizzativa. Negli enti locali privi di dirigenza, le funzioni dirigenziali possono essere distribuite tra i funzionari di più elevato livello, ai sensi dell'articolo 109, comma 2, del dlgs 267/2000. Ma, se è presente un dirigente, le funzioni dirigenziali non possono essere assegnate ai funzionari e vanno concentrate tutte in quell'unica figura. Il che comporta ovvi scompensi nella gestione, dovuta all'effetto «collo di bottiglia» determinato dalla concentrazione di tutte le responsabilità operative e decisionali di natura amministrativa su un'unica figura (articolo ItaliaOggi del 12.06.2015).

GIURISPRUDENZA

AMBIENTE-ECOLOGIA: E' legittima l'ordinanza comunale adottata nei confronti dell'ANAS in ordine alla rimozione dei rifiuti abbandonati a latere della S.S..
L'ordinanza qui gravata trova adeguato fondamento nell’art. 14 del Codice della Strada -richiamato nelle premesse del provvedimento, il quale reca la firma oltre che del Commissario prefettizio anche del Responsabile del Settore Ambiente e manutenzione- in quanto i rifiuti urbani, di cui si ordina la rimozione all’ANAS, risultano collocati lungo il percorso extraurbano della Strada Statale n. 19;
Si tenga presente che:
- la norma dell’art. 14 della Codice della Strada, intitolato “poteri e compiti degli enti proprietari delle strade”, e per essi dei concessionari, dispone che detti proprietari e concessionari, “allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione”, debbano provvedere (lett. a) “alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi”;
- “anche sotto un profilo di sicurezza stradale e di efficiente operatività del servizio di raccolta rifiuti una diversa interpretazione non trova apprezzabili riscontri, perché sarebbe, con tutta evidenza, illogico imporre al Comune il dovere di rimuovere i rifiuti abbandonati su strada e sue pertinenze, di proprietà di soggetto terzo, poiché la relativa attività comporterebbe l’occupazione della carreggiata con mezzi pesanti per la raccolta e il trasporto dei rifiuti, nonché il transito di operatori ecologici per le altre attività proprie della raccolta rifiuti, che sono oggettivamente incompatibili, o comunque interferenti, con il normale flusso della circolazione stradale”; sicché “è soltanto l’ente proprietario o gestore della strada che […] può razionalmente ed efficacemente programmare ed attuare in sicurezza la pulizia della strada e delle sue pertinenze, poiché solo essi possono programmare e gestire tutte le misure e le cautele idonee a garantire la sicurezza della circolazione e degli operatori addetti alle pulizie”;
- la citata giurisprudenza, condivisa dal Collegio, ritiene l’art. 14 della Codice della Strada norma speciale di settore che, per sua natura, non può ritenersi derogata se non da altra norma speciale che espressamente la privi della sua efficacia, ovvero disponga diversamente per ipotesi individuate, laddove il d.lgs. n. 152/2006 non contiene previsioni specifiche in materia di sicurezza stradale;
- non può, pertanto, rilevare la giurisprudenza relativa a ordinanze di rimozione di rifiuti urbani da luoghi diversi dalla sede stradale e sue pertinenze;
- l’art. 14 del codice della strada, citato, inoltre, prescinde da qualsivoglia accertamento in contraddittorio del dolo o della colpa, avendo quale finalità prevalente ed espressa quella di garantire “la sicurezza e la fluidità della circolazione” (co. 1) ed è incontestata la circostanza che "i rifiuti, trovandosi lungo il percorso stradale, possano costituire pericolo alla sicurezza e fluidità della circolazione”.

... per l'annullamento dell'ordinanza n. 28/2015 relativa alla rimozione e allo smaltimento dei rifiuti lungo il percorso extraurbano della strada statale 19;
...
Considerato che l’ordinanza qui gravata trova adeguato fondamento nell’art. 14 del Codice della Strada -richiamato nelle premesse del provvedimento, il quale reca la firma oltre che del Commissario prefettizio anche del Responsabile del Settore Ambiente e manutenzione- in quanto i rifiuti urbani, di cui si ordina la rimozione all’ANAS, risultano collocati lungo il percorso extraurbano della Strada Statale n. 19;
Considerato altresì che:
- la norma dell’art. 14 della Codice della Strada, intitolato “poteri e compiti degli enti proprietari delle strade”, e per essi dei concessionari, dispone che detti proprietari e concessionari, “allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione”, debbano provvedere (lett. a) “alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi”;
- “anche sotto un profilo di sicurezza stradale e di efficiente operatività del servizio di raccolta rifiuti una diversa interpretazione non trova apprezzabili riscontri, perché sarebbe, con tutta evidenza, illogico imporre al Comune il dovere di rimuovere i rifiuti abbandonati su strada e sue pertinenze, di proprietà di soggetto terzo, poiché la relativa attività comporterebbe l’occupazione della carreggiata con mezzi pesanti per la raccolta e il trasporto dei rifiuti, nonché il transito di operatori ecologici per le altre attività proprie della raccolta rifiuti, che sono oggettivamente incompatibili, o comunque interferenti, con il normale flusso della circolazione stradale”; sicché “è soltanto l’ente proprietario o gestore della strada che […] può razionalmente ed efficacemente programmare ed attuare in sicurezza la pulizia della strada e delle sue pertinenze, poiché solo essi possono programmare e gestire tutte le misure e le cautele idonee a garantire la sicurezza della circolazione e degli operatori addetti alle pulizie” (Cons. di Stato, IV, sent. n. 2677/2011, che conferma TAR Lazio, sent. n. 7027/2009, TAR Napoli, sent. n. 7428/2006 e TAR Basilicata n. 441/2010);
- la citata giurisprudenza, condivisa dal Collegio, ritiene l’art. 14 della Codice della Strada norma speciale di settore che, per sua natura, non può ritenersi derogata se non da altra norma speciale che espressamente la privi della sua efficacia, ovvero disponga diversamente per ipotesi individuate, laddove il d.lgs. n. 152/2006 non contiene previsioni specifiche in materia di sicurezza stradale;
- non può, pertanto, rilevare la giurisprudenza relativa a ordinanze di rimozione di rifiuti urbani da luoghi diversi dalla sede stradale e sue pertinenze;
- l’art. 14 del codice della strada, citato, inoltre, prescinde da qualsivoglia accertamento in contraddittorio del dolo o della colpa, avendo quale finalità prevalente ed espressa quella di garantire “la sicurezza e la fluidità della circolazione” (co. 1) ed è incontestata la circostanza che "i rifiuti, trovandosi lungo il percorso stradale, possano costituire pericolo alla sicurezza e fluidità della circolazione” (TAR Salerno, II, sent. n. 330/2013);
Ritenuto, alla luce delle sopra esposte osservazioni, che il ricorso è infondato (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 17.06.2015 n. 1373 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa realizzazione di lavori abusivi tali da comportare utilizzabilità, a fini residenziali, di un volume inutilizzabile secondo i titoli edilizi rilasciati e, dunque, da imprimere a tutta la superficie utile una destinazione urbanistica differente da quella assentita, giustifica il procedimento di calcolo della sanzione pecuniaria basato sull’integrale volume della predetta superficie.
In tal senso, invero, a norma dell’art. 34, comma 2, D.P.R. n. 380 del 2001, la sanzione va calcolata sulla parte dell’opera realizzata in difformità dal permesso di costruire e quindi, nella descritta ipotesi, su tutta la superficie (nella specie costituita da un sottotetto).

... per la riforma della sentenza del TAR Veneto, Sezione II, n. 1355/2009, resa tra le parti, concernente irrogazione sanzione pecuniaria alternativa alla demolizione.
...
Conformemente a quanto eccepito dal comune resistente, il primo motivo di gravame va dichiarato inammissibile, stante il divieto di “nova” in appello, sancito dall’art. 104 del codice del processo amministrativo.
Ed invero, in primo grado, la ricorrente aveva lamentato, per quanto qui rileva (secondo motivo, lett. c), che “All’interno (del sottotetto) le altezze vanno da un minimo di 1,40/1,70 mt. a livello d’imposta della falda del tetto ad un massimo nella parte centrale di mt. 3,30 (all. sez. dimostrativa). La sua utilizzazione rimane come precedentemente quale accessorio (ripostigli, lavanderia e stenditoio) del resto in conformità ai progetti approvati.
L’ufficio invece e in modo contradditorio, ritenendo la superficie del sottotetto utilizzabile sia pur come accessorio in forza della variante urbanistica di cui alla DOC n. 21/2006 assoggettava il sottotetto integralmente alla sanzione degli abusi non sanabili. Ma se anche l’aumento volumetrico derivato dalla sopraelevazione ha permesso l’utilizzazione del sottotetto, l’ordinanza tuttavia sanzionava l’intero volume, come se si fosse trattato di un abuso non sanabile. Il tutto in violazione della variante urbanistica di cui alla Doc. 21/2006 che invece riconosceva in via di sanatoria quel volume.
La variante riconosceva dunque il volume non computato urbanisticamente in sede di rilascio del permesso di costruire, e ne consentiva perciò la sua utilizzazione. Residuava il sopralzo tecnico di 0,77 cm secondo l’ordinanza, di cm 0,55 per la ricorrente, salva l’ulteriore riduzione ex L.R. 21/1996, soggetta alla sanzione alternativa. Solo questa porzione al massimo è assoggettabile a sanzione, contrariamente a quanto sancito dall’ordinanza impugnata che va dunque annullata e intanto sospesa
”.
In appello è stato, invece, dedotto che la sanzione pecuniaria avrebbe dovuto essere commisurata alla superficie realizzata in esubero rispetto a quella assentita. E poiché nel caso di specie l’abuso non ha comportato alcun incremento di superficie, essendosi sostanziato unicamente in una maggiore altezza, non avrebbe potuto essere applicata alcuna sanzione.
E’ evidente, quindi, la diversità di causa petendi.
Il secondo motivo non merita accoglimento.
Ed invero, indipendentemente dalla circostanza che i titoli edilizi rilasciati consentissero l’esecuzione di un sottotetto con un’altezza, dalla quota del pavimento all’imposta di falda, superiore a 60 cm., come sostiene l’appellante, ciò che ai fini di causa ha carattere assorbente, è che i detti titoli non consentivano l’accesso al sottotetto dai piani sottostanti, come emerge incontrovertibilmente dal fatto che l’istanza di sanatoria della L., datata 20/07/2006, aveva ad oggetto anche “la realizzazione di vani accessori ai sottostanti appartamenti, mediante utilizzo del sottotetto”.
I lavori abusivamente realizzati hanno, dunque comportato, l’utilizzabilità, a fini residenziali, di un volume inutilizzabile secondo i titoli edilizi rilasciati. In altre parole, attraverso i lavori abusivamente eseguiti si è impressa a tutto il sottotetto una destinazione urbanistica differente da quella assentita.
Il che giustifica il procedimento di calcolo della sanzione pecuniaria basato sull’integrale volume del sottotetto, atteso che, ai sensi dell’art. 34, comma 2, del D.P.R. 06/06/2001, n. 380, la sanzione va calcolata sulla “parte dell'opera realizzata in difformità dal permesso di costruire” e quindi, nella specie, giusta quanto poc’anzi rilevato, su tutto il sottotetto.
L’appello va, in definitiva, respinto (massima tratta da http://renatodisa.com - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 16.06.2015 n. 2980 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Giova ricordare l’art. 36 del d.P.R. 06.06.2001 n. 380, ai sensi del quale “in caso di interventi realizzati in assenza di permesso di costruire, (…)il responsabile dell'abuso, o l'attuale proprietario dell'immobile, possono ottenere il permesso in sanatoria se l'intervento risulti conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dello stesso, sia al momento della presentazione della domanda”.
La disposizione de qua dunque, nel dettare i presupposti soggettivi e oggettivi necessari per ottenere il beneficio della sanatoria, evoca tra i soggetti legittimati, oltre al proprietario dell’immobile abusivo, anche il responsabile dell’abuso, ossia colui il quale è legato da una relazione di fatto, e non di diritto, all'immobile.
La giurisprudenza, intervenendo sul punto, ha chiarito che la platea degli aventi diritto non è affatto circoscritta a chi vanti una situazione giuridica d'appartenenza sull'opus, essendo estesa, oltre al responsabile dell'abuso, a tutti coloro i quali abbiano un interesse qualificato alla sanatoria.
E questo interesse coincide con quello pubblico alla celere regolarizzazione degli immobili insistenti sul territorio per mettere fine a situazioni di illiceità amministrativa, suscettibili di essere riparate, ai sensi dell'art. 36, comma 2, d.P.R. 06.06.2001, n. 380, mediante il pagamento del contributo di costruzione in misura doppia da destinarsi all'adeguamento dell'assetto urbano.
---------------
Deve ritenersi che la mancata dimostrazione del diritto di proprietà su tutte le particelle su cui l’opera grava non rappresenta una valida causa ostativa al rilascio della sanatoria, atteso che la posizione di responsabili dell'abuso rivestita dai ricorrenti costituisce, in forza del chiaro disposto normativo di cui all’art. 36 d.P.R. 06.06.2001, n. 380, titolo ex se necessario e sufficiente a legittimare la presentazione del richiesto titolo edilizio in sanatoria.

... per l'annullamento della nota prot. n. 3952 notificata il 20.10.2014, con la quale il Comune di Longobardi ha comunicato il diniego del permesso di costruire ed ha, altresì, adottato tutti i provvedimenti di competenza successivi previsti per la repressione dell’abuso, nonché della relazione istruttoria n. prot. 2834 del 09.07.2014 del Responsabile del procedimento, nonché di ogni atto comunque connesso, presupposto e consequenziale al provvedimento impugnato.
...
5. - La soluzione del caso in esame non può prescindere dal richiamo all’art. 36 del d.P.R. 06.06.2001 n. 380, ai sensi del quale “in caso di interventi realizzati in assenza di permesso di costruire, (…)il responsabile dell'abuso, o l'attuale proprietario dell'immobile, possono ottenere il permesso in sanatoria se l'intervento risulti conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dello stesso, sia al momento della presentazione della domanda”.
La disposizione de qua dunque, nel dettare i presupposti soggettivi e oggettivi necessari per ottenere il beneficio della sanatoria, evoca tra i soggetti legittimati, oltre al proprietario dell’immobile abusivo, anche il responsabile dell’abuso, ossia colui il quale è legato da una relazione di fatto, e non di diritto, all'immobile.
La giurisprudenza, intervenendo sul punto, ha chiarito che la platea degli aventi diritto non è affatto circoscritta a chi vanti una situazione giuridica d'appartenenza sull'opus, essendo estesa, oltre al responsabile dell'abuso, a tutti coloro i quali abbiano un interesse qualificato alla sanatoria (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 11.06.2013, n. 3220; Cons. Stato, Sez. VI, 27.06.2008, n. 3282).
E questo interesse coincide con quello pubblico alla celere regolarizzazione degli immobili insistenti sul territorio per mettere fine a situazioni di illiceità amministrativa, suscettibili di essere riparate, ai sensi dell'art. 36, comma 2, d.P.R. 06.06.2001, n. 380, mediante il pagamento del contributo di costruzione in misura doppia da destinarsi all'adeguamento dell'assetto urbano (TAR Liguria, Sez. I, 28.05.2014, n. 800).
Ciò ricordato, va evidenziato che il Comune di Longobardi ha adottato il provvedimento di diniego del permesso di costruire in sanatoria sull’assunto della mancata dimostrazione, da parte dei ricorrenti, del diritto di proprietà di una porzione di fondo sul quale insiste la res abusiva.
Nondimeno, sulla base di quanto sinora illustrato, deve ritenersi che la mancata dimostrazione del diritto di proprietà su tutte le particelle su cui l’opera grava non rappresenta una valida causa ostativa al rilascio della sanatoria, atteso che la posizione di responsabili dell'abuso rivestita dai ricorrenti costituisce, in forza del chiaro disposto normativo di cui all’art. 36 d.P.R. 06.06.2001, n. 380, titolo ex se necessario e sufficiente a legittimare la presentazione del richiesto titolo edilizio in sanatoria.
Il ricorso deve essere accolto, con conseguente annullamento dei provvedimenti impugnati (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 16.06.2015 n. 1090 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

LAVORI PUBBLICI: Costruzioni senza confini. Illegittimo imporre la sede in Italia alle Soa. La Corte Ue ha bocciato la normativa sulle società di attestazione.
È illegittimo dal punto di vista comunitario imporre di avere la sede legale in Italia per svolgere l'attività di attestazione delle imprese di costruzione.
È quanto afferma la Corte di giustizia europea con la sentenza 16.06.2015 (causa C-593/13) rispetto ad una vicenda che ha avuto ad oggetto la disciplina italiana sull'accreditamento delle società organismo di attestazione (Soa) che svolgono da 15 anni la funzione, pubblica, di qualificazione delle imprese di costruzioni rilasciando gli appositi attestati.
Era accaduto che tre società del Gruppo Rina avevano contestato in Consiglio di stato (e quest'ultimo aveva rimesso la questione pregiudiziale agli organi comunitari) la legittimità della normativa italiana in forza della quale la sede legale di una società organismo di attestazione (Soa) deve essere ubicata nel territorio italiano.
Il governo italiano aveva invece confermato la legittimità comunitaria della norma italiana sostenendo che l'attività svolta dalle Soa, traducendosi in esercizio di un potere pubblico, doveva ritenersi estranea all'ambito di applicazione della direttiva e del Trattato.
La Corte di giustizia con la sentenza resa nota ieri, boccia la normativa italiana partendo dal fatto che i servizi di attestazione rientrano nell'ambito di applicazione della «direttiva servizi» e che le Soa sono imprese a scopo di lucro che esercitano le loro attività in condizioni di concorrenza e che non dispongono di alcun potere decisionale connesso all'esercizio di poteri pubblici.
In antitesi con quanto da sempre si afferma nel nostro ordinamento, la Corte sostiene che le attività di attestazione delle Soa non configurano una partecipazione diretta e specifica all'esercizio di poteri pubblici.
Pertanto imporre che la sede legale del prestatore di servizi sia ubicata nel territorio nazionale limita la libertà di quest'ultimo e lo obbliga ad avere il suo stabilimento principale nel territorio nazionale.
In materia di libertà di stabilimento, la direttiva elenca infatti una serie di requisiti vietati tra cui figurano quelli riguardanti l'ubicazione della sede legale), i quali non possono essere giustificati. Infatti, la direttiva non consente agli Stati membri di giustificare il mantenimento di tali requisiti nelle loro normative nazionali.
D'altro canto se si ammettesse, dice la Corte, un comportamento vietato dalla direttiva ciò priverebbe quest'ultima di ogni effetto utile e pregiudicherebbe, in definitiva, l'armonizzazione da essa operata (articolo ItaliaOggi del 17.06.2015).

COMPETENZE PROGETTUALI: Regioni fuori dalle competenze. Accolto dal Cds i ricorso degli agrotecnici.
Le regioni non possono intervenire in materia di competenze professionali degli iscritti all'albo.

A stabilirlo, la sentenza 15.06.2015 n. 2944 del Consiglio di Stato - Sez. III, che i ricorrenti, agrotecnici e medici veterinari, definiscono storica perché impone agli organismi territoriali di non intervenire in materia di competenze professionali. La vicenda prende origine dall'applicazione della Misura 114 «Consulenza aziendale» del Psr 2007-2013 in tutte le regioni italiane, e in particolare da una delibera dell'Emilia Romagna che obbligava i liberi professionisti che volessero operare nell'ambito della Consulenza aziendale a dimostrare requisiti ulteriori all'iscrizione nell'albo professionale (pregressa esperienza nel settore, aggiornamento specifico,) al pari di qualsiasi altro soggetto che avesse due anni di esperienza professionale.
Contro la delibera erano intervenuti i due ordini professionali facendo ricorso ai giudici amministrativi che già in primo grado avevano giudicato illegittima la delibera. A quella decisione aveva fatto ricorso la regione davanti al consiglio di stato che ha respinto l'appello specificando che è la stessa istituzione degli albi, e quindi la relativa iscrizione, a garantire «il grado di professionalità e di competenza. Tantomeno la regione può, con proprie valutazioni di merito volte a dequotare i criteri e le modalità di iscrizione all'albo professionale, sostituirsi al valore abilitante dell'iscrizione stessa agli effetti del titolo allo svolgimento delle attività riservate ai soli soggetti inseriti nell'albo professionale».
Questa sentenza hanno commentato i ricorrenti sarà dunque «utilissima nell'orientare le regioni nella definizione delle regole sulla nuova Consulenza aziendale del Psr 2014-2020 ed in tutti quei contenziosi che vedono le regioni imporre ai liberi professionisti iscritti negli albi, per svolgere determinate attività previste negli ordinamenti professionali, l'illegittimo possesso di ulteriori requisiti» (articolo ItaliaOggi del 18.06.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATAÈ principio costantemente ribadito, tanto dalla legislazione in materia (v. D.M. 12.02.1971, voce n. 35, e D.M. 23.12.1976, voce n. 31, nonché, soprattutto e da ultimo, D.M. 05.09.1994, lett. C), n. 1) quanto dalla giurisprudenza amministrativa, che gli allevamenti degli animali, qualunque sia la loro consistenza numerica, sono inclusi tra le lavorazioni insalubri di prima classe in considerazione dei cattivi odori, rumori, rifiuti liquidi o solidi che essi comportano.
Inequivocabile è, sul punto, il principio affermato da questo Consiglio, sez. V, 04.09.2013, n. 4409.
Ma valga anche al riguardo richiamare quanto questo Consiglio ha di recente stabilito, che, disattendendo la tesi dell’appellante secondo cui l’allevamento di animali –si trattava, nel caso di specie, proprio di stalla ospitante meno di venti bovini– potrebbe essere oggetto di catalogazione come industria insalubre solo ove abbia caratteristiche, appunto, industriali per la quantità dei capi e per il ciclo produttivo al quale essi sono sottoposti, ha chiarito che, in generale, l’allevamento di animali è considerato dal T.U.LL.SS. come industria insalubre di prima classe e, quindi, deve essere comunque isolato nelle campagne e tenuto lontano da abitazioni.
Né deve trarre in inganno l’espressione “industria”, al quale fa riferimento il T.U.LL.SS., essendo ben noto che, nel linguaggio legislativo degli anni ’30 del secolo scorso, il termine “industrie”, in aderenza, del resto, alla sua radice etimologica latina, significasse semplicemente “attività”, non necessariamente contraddistinta, come invece vorrebbe l’appellante, da modalità intensive od organizzative di sfruttamento tali da integrarne il carattere industriale.
La premessa maggiore dalla quale muovono sia i provvedimenti comunali che la sentenza del TAR –la qualificazione dell’attività in parola come industria insalubre di prima classe– è dunque corretta e, anzi, necessaria alla luce del dato normativo.
Ne discendono, pertanto, due rilevanti conseguenze.
La prima è che il provvedimento comunale nessuna dimostrazione doveva dare, come invece vorrebbe l’appellante, delle esalazioni nocive o delle conseguenze pregiudizievoli per la salute pubblica, posto che la qualificazione come industria insalubre di prima classe era in re ipsa, nella stessa attività di allevamento esercitata dal ricorrente.
La seconda è che nessun affidamento il ricorrente poteva riporre nell’esercizio di simile industria, così predefinita dalla legge e per il principio ignorantia legis non excusat, all’interno di un centro abitato, quale la frazione di Mergnano San Savino e, comunque e anche se non in origine o ab immemorabili, è divenuta incontestabilmente nel tempo.
È anzi fuori discussione, come ha chiarito la costante giurisprudenza di questo Consiglio, che ai sensi del più volte richiamato art. 216 del r.d. 1265/1934 il sindaco, titolare di una ampia potestà sulla tollerabilità o meno delle industrie insalubri, può esercitarla «in qualsivoglia tempo e, quindi, anche in epoca successiva all’attivazione dell’impianto industriale».
E così, si è anche chiarito, nel caso in cui si accerti che una stalla sia mancante della concimaia e dell’allaccio con una fogna pubblica, legittimamente l’amministrazione comunale ordina l’eliminazione della stalla e lo sgombero degli animali ivi tenuti.

... per la riforma della sentenza del TAR MARCHE-ANCONA: SEZIONE I n. 626/2014, resa tra le parti, concernente la dismissione della stalla per l’allevamento dei bovini – classificazione di industria insalubre
...   
1. L’odierno appellante, A.R., è titolare di una impresa agricola che esercita l’attività di allevamento di animali, tra i quali bovini e bufale da latte, oltre all’attività di coltivazione di cereali, girasoli, foraggi e altri seminativi, nella frazione di Megnano San Savino del Comune di Camerino.
2. Egli ha impugnato avanti al TAR Marche, chiedendone, previa sospensione, l’annullamento, la deliberazione della Giunta Comunale di Camerino n. 111 del 06.06.2013, avente ad oggetto “Classificazione industria insalubre ai sensi dell’art. 216 del T.U.LL.SS. e del D.M. 05/09/1994 – Azienda Agricola R. Loc. Mergnano San Savino – Stalla per allevamento bovini”, la quale ha dato atto che:
a) l’attività di stalla esercitata dal ricorrente dovesse qualificarsi come insalubre di prima classe, ai sensi delle citate disposizioni;
b) il parere dell’ASUR, favorevole al mantenimento della stalla ma con talune prescrizioni, non era stato rispettato;
c) era quanto meno dubbia la sussistenza dei requisiti igienico-sanitari affinché la stalla permanesse, nello stato in cui si trova, all’interno dell’abitato della località Mergnano San Savino;
d) il Sindaco, in virtù dell’art. 217 del r.d. 1265/1934, quale massima autorità responsabile della salvaguardia della sanità e dell’igiene pubblica locale, avrebbe provveduto ad emanare gli atti necessari ad eliminare, ove ne ricorressero i requisiti, la situazione di rischio per l’igiene e per la salute pubblica.
...
15. L’analisi della sentenza e delle sue presunte lacune, invece, è contenuta nel secondo motivo di appello (p. 10 e ss. del ricorso), motivo però, per le ragioni, anche esse in sintesi esposte, che si diranno, del tutto infondato.
15.1. L’appellante, con tale secondo motivo, sottopone a serrata critica i diversi –e stringati– passaggi motivazionali della sentenza, con dovizia di pregevoli argomentazioni e con corredo di precedenti giurisprudenziali che, tuttavia, non sembrano al Collegio convincentemente suffragare il suo assunto.
15.2. Un primo decisivo punto, entrando nel merito delle censure e nel vivo della materia, è quello inerente alla classificazione dell’attività, svolta dall’appellante, quale industria insalubre di prima classe ai sensi dell’art. 216 del r.d. 1265/1934 e del D.M. 05.09.1994, classificazione che costituisce il presupposto delle due ordinanze sindacali e dei connessi provvedimenti contestati in primo grado.
15.3. Il sig. R. contesta fermamente tale presupposto che sarebbe stato, a suo avviso, affermato dal Comune senza una verifica in concreto della sua attività, in fondo modesta perché relativa all’allevamento di sedici bovini (pp. 14-15 del ricorso), e delle sue eventuali conseguenze nocive per la popolazione in termini di vapori, gas o altre esalazioni insalubri o di scoli, rifiuti solidi o liquidi (pp. 16-17 del ricorso).
16. Ma l’assunto dell’appellante è destituito di fondamento.
16.1. È principio costantemente ribadito, tanto dalla legislazione in materia (v. D.M. 12.02.1971, voce n. 35, e D.M. 23.12.1976, voce n. 31, nonché, soprattutto e da ultimo, D.M. 05.09.1994, lett. C), n. 1) quanto dalla giurisprudenza amministrativa, che gli allevamenti degli animali, qualunque sia la loro consistenza numerica, sono inclusi tra le lavorazioni insalubri di prima classe in considerazione dei cattivi odori, rumori, rifiuti liquidi o solidi che essi comportano.
16.2. Inequivocabile è, sul punto, il principio affermato da questo Consiglio, sez. V, 04.09.2013, n. 4409.
16.3. Ma valga anche al riguardo richiamare quanto questo Consiglio ha di recente stabilito nella sentenza della Sezione V, 27.12.2013, n. 6264, che, disattendendo la tesi dell’appellante secondo cui l’allevamento di animali –si trattava, nel caso di specie, proprio di stalla ospitante meno di venti bovini– potrebbe essere oggetto di catalogazione come industria insalubre solo ove abbia caratteristiche, appunto, industriali per la quantità dei capi e per il ciclo produttivo al quale essi sono sottoposti, ha chiarito che, in generale, l’allevamento di animali è considerato dal T.U.LL.SS. come industria insalubre di prima classe e, quindi, deve essere comunque isolato nelle campagne e tenuto lontano da abitazioni.
16.4. Né deve trarre in inganno l’espressione “industria”, al quale fa riferimento il T.U.LL.SS., essendo ben noto che, nel linguaggio legislativo degli anni ’30 del secolo scorso, il termine “industrie”, in aderenza, del resto, alla sua radice etimologica latina, significasse semplicemente “attività”, non necessariamente contraddistinta, come invece vorrebbe l’appellante (p. 15 del ricorso), da modalità intensive od organizzative di sfruttamento tali da integrarne il carattere industriale.
16.5. La premessa maggiore dalla quale muovono sia i provvedimenti comunali che la sentenza del TAR –la qualificazione dell’attività in parola come industria insalubre di prima classe– è dunque corretta e, anzi, necessaria alla luce del dato normativo.
17. Ne discendono, pertanto, due rilevanti conseguenze.
17.1. La prima è che il provvedimento comunale nessuna dimostrazione doveva dare, come invece vorrebbe l’appellante (pp. 16-17 del ricorso), delle esalazioni nocive o delle conseguenze pregiudizievoli per la salute pubblica, posto che la qualificazione come industria insalubre di prima classe era in re ipsa, nella stessa attività di allevamento esercitata dal ricorrente.
17.2. La seconda è che nessun affidamento il ricorrente poteva riporre nell’esercizio di simile industria, così predefinita dalla legge e per il principio ignorantia legis non excusat, all’interno di un centro abitato, quale la frazione di Mergnano San Savino e, comunque e anche se non in origine o ab immemorabili, è divenuta incontestabilmente nel tempo.
17.3. È anzi fuori discussione, come ha chiarito la costante giurisprudenza di questo Consiglio, che ai sensi del più volte richiamato art. 216 del r.d. 1265/1934 il sindaco, titolare di una ampia potestà sulla tollerabilità o meno delle industrie insalubri, può esercitarla «in qualsivoglia tempo e, quindi, anche in epoca successiva all’attivazione dell’impianto industriale» (Cons. St., sez. V, 15.02.2001, n. 766).
17.4. E così, si è anche chiarito, nel caso in cui si accerti che una stalla sia mancante della concimaia e dell’allaccio con una fogna pubblica, legittimamente l’amministrazione comunale ordina l’eliminazione della stalla e lo sgombero degli animali ivi tenuti (Cons. Giust. Amm. Sic., 05.12.1984, n. 170) (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 12.06.2015 n. 2900 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La denuncia di inizio attività non è un provvedimento amministrativo tacito, bensì un atto privato dell'avvio di un'attività che trova la sua legittimità direttamente nella legge.
Dunque, non è corretto affermare che, decorsi trenta giorni dalla segnalazione certificata di inizio attività, si sia formato un provvedimento tacito di assenso all’attività edilizia programmata.
Piuttosto, presentata la segnalazione certificata di inizio attività, l’amministrazione ha trenta giorni di tempo per intervenire al fine di inibire l’intervento edilizio per il quale manchi una delle condizioni previste dalla legge.
Il termine in questione deve ritenersi riferito all’adozione del provvedimento inibitorio, e non alla sua notificazione.

7. - Il motivo, nel suo complesso, è infondato.
7.1. - Innanzitutto, va ricordato che la denuncia di inizio attività non è un provvedimento amministrativo tacito, bensì un atto privato dell'avvio di un'attività che trova la sua legittimità direttamente nella legge (Cons. Stato, Ad. Plen., 29.07.2011, n. 15).
Dunque, non è corretto affermare che, decorsi trenta giorni dalla segnalazione certificata di inizio attività, si sia formato un provvedimento tacito di assenso all’attività edilizia programmata.
Piuttosto, presentata la segnalazione certificata di inizio attività, l’amministrazione ha trenta giorni di tempo per intervenire al fine di inibire l’intervento edilizio per il quale manchi una delle condizioni previste dalla legge.
Il termine in questione deve ritenersi riferito all’adozione del provvedimento inibitorio, e non alla sua notificazione (TAR Lombardia–Milano, Sez. II, 04.04.2012, n. 990; TAR Puglia–Lecce, Sez. I, 15.01.2009, n. 54).
Nel caso di specie, il provvedimento, adottato il 19.03.2015, è tempestivo in considerazione della data di presentazione della segnalazione certificata di inizio attività, e cioè il 18.02.2015 (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 11.06.2015 n. 1066 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione di una piscina non può essere intesa, sotto il profilo urbanistico ed edilizio, quale pertinenza.
La nozione di pertinenza urbanistica ha peculiarità sue proprie, che la differenziano da quella civilistica, di cui all'art. 817 c.c., dal momento che il manufatto deve essere non solo preordinato ad un'oggettiva esigenza dell'edificio principale e funzionalmente inserito al suo servizio, ma anche sfornito di autonomo valore di mercato e dotato comunque di un volume modesto rispetto all'edificio principale, in modo da evitare il cd. carico urbanistico, sicché gli interventi che, pur essendo accessori a quello principale, incidono con tutta evidenza sull'assetto edilizio preesistente determinando un aumento del carico urbanistico, devono ritenersi sottoposti a permesso di costruire.
Occorre quindi distinguere il concetto di pertinenza previsto dal diritto civile di cui all'art. 817 c.c., dal più ristretto concetto di pertinenza inteso in senso urbanistico, che non trova applicazione in relazione a quelle costruzioni che, pur potendo essere qualificate come beni pertinenziali secondo la normativa privatistica, assumono tuttavia una funzione autonoma rispetto ad altra costruzione, con conseguente loro assoggettamento al regime del permesso di costruire (TAR Puglia–Bari, Sez. III, 26.01.2012, n. 245, che ha appunto escluso che l'intervento di realizzazione di una piscina potesse essere coessenziale ad un bene principale e quindi potesse essere considerata pertinenza ai fini urbanistici).
In ogni caso, per quanto concerne la realizzazione di una piscina, è decisiva l'osservazione in forza della quale la piscina comporta, in ogni caso, una durevole trasformazione del territorio.
L’intervento edilizio in questione -tenendo peraltro conto che la piscina oggetto della segnalazione di inizio attività, pur composta da pennelli prefabbricati, ha la rilevante dimensione di quasi mq. 150– necessitava, quindi, del permesso di costruire.

7.2. - L’Accordo sancito in data 16.01.2003 dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, recepito dalla Regione Calabria con Deliberazione della Giunta regionale del 12.12.2007, n. 770, non pone norme urbanistiche ed edilizie relative all’edificazione delle piscine, bensì disciplina gli aspetti igienico-sanitari per la costruzione, la manutenzione e la vigilanza delle piscine ad uso natatorio.
Tale atto, dunque, non riveste alcun rilievo nel caso in esame, sicché l’eventuale errore dell’amministrazione comunale nella catalogazione della piscina progettata dalla ricorrente in una delle categorie da esso previste appare privo di rilievo.
7.3. - Correttamente il Comune di Rossano ha ritenuto che l’intervento edilizio di cui si controverte non potesse essere realizzato in forza della sola segnalazione certificata di inizio attività, giacché la realizzanda piscina non può essere intesa, sotto il profilo urbanistico ed edilizio, quale pertinenza.
Occorre ricordare, innanzitutto, che la nozione di pertinenza urbanistica ha peculiarità sue proprie, che la differenziano da quella civilistica, di cui all'art. 817 c.c., dal momento che il manufatto deve essere non solo preordinato ad un'oggettiva esigenza dell'edificio principale e funzionalmente inserito al suo servizio, ma anche sfornito di autonomo valore di mercato e dotato comunque di un volume modesto rispetto all'edificio principale, in modo da evitare il cd. carico urbanistico, sicché gli interventi che, pur essendo accessori a quello principale, incidono con tutta evidenza sull'assetto edilizio preesistente determinando un aumento del carico urbanistico, devono ritenersi sottoposti a permesso di costruire.
Occorre quindi distinguere il concetto di pertinenza previsto dal diritto civile di cui all'art. 817 c.c., dal più ristretto concetto di pertinenza inteso in senso urbanistico, che non trova applicazione in relazione a quelle costruzioni che, pur potendo essere qualificate come beni pertinenziali secondo la normativa privatistica, assumono tuttavia una funzione autonoma rispetto ad altra costruzione, con conseguente loro assoggettamento al regime del permesso di costruire (TAR Puglia–Bari, Sez. III, 26.01.2012, n. 245, che ha appunto escluso che l'intervento di realizzazione di una piscina potesse essere coessenziale ad un bene principale e quindi potesse essere considerata pertinenza ai fini urbanistici).
In ogni caso, per quanto concerne la realizzazione di una piscina, è decisiva l'osservazione in forza della quale la piscina comporta, in ogni caso, una durevole trasformazione del territorio (TAR Campania–Napoli, Sez. VII, 21.04.2009, n. 2088; cfr. anche TAR Campana, Sez. VI, 07.01.2014, n. 1).
L’intervento edilizio in questione -tenendo peraltro conto che la piscina oggetto della segnalazione di inizio attività, pur composta da pennelli prefabbricati, ha la rilevante dimensione di quasi mq. 150– necessitava, quindi, del permesso di costruire (cfr. anche Cass. Pen., sez. III 19.03.2014 n. 19444) (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 11.06.2015 n. 1066 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Quanto alla “sanatoria giurisprudenziale”, si tratta non di un autonomo istituto giuridico liberamente utilizzabile dall’amministrazione comunale quasi fosse una normale via di ordinaria gestione degli interventi sul territorio (una sorta di pagamento di un onere concessorio particolarmente rilevante, ma pur comunque ordinariamente legittimante) ma di un mero effetto eccezionale a fronte di quello che comunque è e resta un abuso edilizio, per di più ammesso solo da una parte della giurisprudenza: che deroga alla tassatività dell’accertamento di conformità dell’art. 36 d.P.R. n. 380 del 2001 e la cui ragione viene di solito ricercata nell’eccessività, rispetto all’interesse alla tutela dell’ordine urbanistico sostanziale, dell’imporre la demolizione (o l’acquisizione gratuita) di un’opera che è senza titolo ma che è al contempo conforme alla disciplina urbanistica e dunque avrebbe potuto essere autorizzata su regolare istanza: la finalità è di evitare un’inutile dissipazione di mezzi e risorse.
L’effetto però non è affatto pacifico, perché rischia di negare il non casuale rigore dell’art. 36, che –con la sua regola della doppia conformità urbanistica– è lo strumento previsto dalla legge per la titolazione postuma di manufatti realizzati senza previo titolo.

Va a questo punto considerato quanto alla, evocata dall’amministrazione, “sanatoria giurisprudenziale”, che si tratta non di un autonomo istituto giuridico liberamente utilizzabile dall’amministrazione comunale quasi fosse una normale via di ordinaria gestione degli interventi sul territorio (una sorta di pagamento di un onere concessorio particolarmente rilevante, ma pur comunque ordinariamente legittimante) ma di un mero effetto eccezionale a fronte di quello che comunque è e resta un abuso edilizio, per di più ammesso solo da una parte della giurisprudenza: che deroga alla tassatività dell’accertamento di conformità dell’art. 36 d.P.R. n. 380 del 2001 e la cui ragione viene di solito ricercata nell’eccessività, rispetto all’interesse alla tutela dell’ordine urbanistico sostanziale, dell’imporre la demolizione (o l’acquisizione gratuita) di un’opera che è senza titolo ma che è al contempo conforme alla disciplina urbanistica e dunque avrebbe potuto essere autorizzata su regolare istanza: la finalità è di evitare un’inutile dissipazione di mezzi e risorse (tra varie, Cons. Stato, V, 06.07.2012, n. 3961).
L’effetto però non è affatto pacifico, perché rischia di negare il non casuale rigore dell’art. 36, che –con la sua regola della doppia conformità urbanistica– è lo strumento previsto dalla legge per la titolazione postuma di manufatti realizzati senza previo titolo
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 05.06.2015 n. 2784 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICA: In materia urbanistica costituiscono vincoli soggetti a decadenza solo quelli preordinati all'espropriazione o che comportino l'inedificazione, e che dunque svuotino il contenuto del diritto di proprietà incidendo sul godimento del bene, tanto da renderlo inutilizzabile rispetto alla sua destinazione naturale, ovvero diminuendone in modo significativo il suo valore di scambio.
Tali non sono, tra gli altri, le previsioni di un piano regolatore che destinano un’area a verde pubblico attrezzato, trattandosi di vincoli conformativi della proprietà, in quanto inquadrabili nella zonizzazione dell'intero territorio comunale o di parte di esso, che incidono su una generalità di beni, in funzione della destinazione dell'intera zona in cui questi ricadono.
---------------
La giurisprudenza di questo Consiglio ha già risolto favorevolmente la questione relativa alla possibilità di far coesistere la destinazione a verde pubblico di un’area con quella di realizzarvi nel sottosuolo parcheggi pertinenziali.
Nell’occasione, la richiamata coesistenza è stata ammessa stante l’evidente inidoneità della destinazione a parcheggio del sottosuolo a sottrarre l’area sovrastante alle sue finalità di interesse pubblico.
Ma è altresì evidente che –per le medesime ragioni– la richiamata compatibilità resti ammessa solo a condizione che la realizzazione dei parcheggi interrati non sottragga né in tutto, né in parte aree tipicamente destinate, sul soprasuolo, a verde attrezzato.
Si tratta esattamente della situazione che si riscontra nel caso in esame, in cui la realizzazione delle rampe d’accesso nel soprasuolo è idonea a sottrarre porzioni apprezzabili di superficie alla destinazione tipica di Piano (anche in considerazione dell’estensione non rilevante dell’area).
In siffatte ipotesi, la coesistenza fra il vincolo conformativo e la realizzazione dei parcheggi interrati può infatti essere ammessa, ma solo a condizione che la realizzazione dei secondi non alteri la piena estensione del primo, neppure in modo parziale e neppure per la realizzazione degli interventi accessori e strumentali i quali dovranno in via di principio trovare collocazione esternamente all’area.

7. Deve essere ora esaminato il quarto motivo di ricorso con cui si è chiesta la riforma della sentenza in epigrafe per la parte in cui i primi Giudici hanno respinto il motivo di ricorso relativo all’illegittimità della D.I.A. del 2008 in quanto –inter alia- ammetteva la realizzazione di una rampa di accesso all’immobile andando ad incidere su un’area destinata a verde attrezzato sulla base di un vincolo non decaduto.
7.1. Il motivo non può trovare accoglimento.
7.1.1. Ora, va premesso che la sentenza in epigrafe è certamente meritevole di conferma per la parte in cui afferma che la destinazione a ‘Verde attrezzato’ impressa all’area per cui è causa dalla pertinente disciplina di piano, atteso il suo carattere conformativo, non è soggetta a decadenza.
Al riguardo ci si limita a richiamare il consolidato –e qui condiviso– indirizzo secondo cui in materia urbanistica costituiscono vincoli soggetti a decadenza solo quelli preordinati all'espropriazione o che comportino l'inedificazione, e che dunque svuotino il contenuto del diritto di proprietà incidendo sul godimento del bene, tanto da renderlo inutilizzabile rispetto alla sua destinazione naturale, ovvero diminuendone in modo significativo il suo valore di scambio. Tali non sono, tra gli altri, le previsioni di un piano regolatore che destinano un’area a verde pubblico attrezzato, trattandosi di vincoli conformativi della proprietà, in quanto inquadrabili nella zonizzazione dell'intero territorio comunale o di parte di esso, che incidono su una generalità di beni, in funzione della destinazione dell'intera zona in cui questi ricadono (in tal senso –ex multis-: Cons. Stato, IV, 06.05.2013, n. 2432; id., IV, 23.04.2013, n. 2254; id., IV, 29.11.2012, n. 6094).
7.1.2. Neppure può essere condivisa la tesi dell’appellante secondo cui, anche ad ammettere la persistenza del richiamato vincolo conformativo, sarebbe comunque consentita la realizzazione, nell’ambito di aree destinate a ‘verde attrezzato’, di rampe destinate all’accesso a parcheggi interrati.
La giurisprudenza di questo Consiglio ha già risolto favorevolmente la questione relativa alla possibilità di far coesistere la destinazione a verde pubblico di un’area con quella di realizzarvi nel sottosuolo parcheggi pertinenziali (in tal senso, Cons. Stato, VI, 19.10.2006, n. 6256).
Nell’occasione, la richiamata coesistenza è stata ammessa stante l’evidente inidoneità della destinazione a parcheggio del sottosuolo a sottrarre l’area sovrastante alle sue finalità di interesse pubblico.
Ma è altresì evidente che –per le medesime ragioni– la richiamata compatibilità resti ammessa solo a condizione che la realizzazione dei parcheggi interrati non sottragga né in tutto, né in parte aree tipicamente destinate, sul soprasuolo, a verde attrezzato.
Si tratta esattamente della situazione che si riscontra nel caso in esame, in cui la realizzazione delle rampe d’accesso nel soprasuolo è idonea a sottrarre porzioni apprezzabili di superficie alla destinazione tipica di Piano (anche in considerazione dell’estensione non rilevante dell’area).
In siffatte ipotesi, la coesistenza fra il vincolo conformativo e la realizzazione dei parcheggi interrati può infatti essere ammessa, ma solo a condizione che la realizzazione dei secondi non alteri la piena estensione del primo, neppure in modo parziale e neppure per la realizzazione degli interventi accessori e strumentali i quali dovranno in via di principio trovare collocazione esternamente all’area.
Né a conclusioni diverse da quelle appena delineate può giungersi in relazione al contenuto della delibera consiliare n. 32 del 2005, pure richiamata dagli appellanti a sostegno delle proprie tesi.
A tacere d’altro, si osserva che la delibera in questione ha sancito la richiamata compatibilità/coesistenza (e ha dettato prescrizioni per la realizzazione delle rampe d’accesso), ma non sembra aver affermato il principio secondo cui la superficie destinata alle rampe possa essere sottratta a quella destinata alla fruizione del verde pubblico attrezzato
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 05.06.2015 n. 2769 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’argomento introdotto dalla ricorrente nella memoria conclusiva per cui il regolamento edilizio del 1924 del Comune sarebbe da ritenersi abrogato, ovvero invalido e non più applicabile una volta entrata in vigore la L. n. 1150/1942 (che, all’art. 31, limitava la necessità della licenza edilizia all’attività edificatoria svolta all’interno dei centri abitati e nelle zone di espansione previste dai piani), è da ritenersi infondato.
La previsione di una pianificazione e di un controllo obbligatori limitata ai centri abitati, certamente non impediva ai Comuni di estendere all’intero territorio comunale (anticipando il contenuto della L. n. 765 del 1967) il potere di pianificazione e controllo dell’attività edilizia, con il conseguente obbligo di licenza.
Si veda inoltre l’art. 31, comma 5, della l. n. 47/1985 a conferma della possibilità, anche prima della l. n. 765/1967, di richiedere, da parte dei comuni dotati di regolamenti edilizi “ad hoc”, la licenza edilizia non solo per le costruzioni da realizzare entro il perimetro dei centri abitati.

Con il presente gravame la ricorrente impugna il provvedimento indicato in epigrafe, di diniego del rilascio del permesso di costruire in sanatoria, relativo alla ristrutturazione e all’ampliamento di una concimaia mediante innalzamento delle pareti laterali e realizzazione della copertura.
A fondamento del diniego il Comune di Verona ha opposto, principalmente, che l’intervento non può essere qualificato come “manutenzione straordinaria” bensì, deve essere considerato come “nuova costruzione”, avendo ad oggetto un manufatto privo di titolo edilizio.
Infatti, sostiene il Comune, l’indicazione di manufatto esistente nella cartografia EIRA del 1961 non sarebbe sufficiente a legittimare la costruzione, in quanto, nel Comune di Verona il nulla osta per la realizzazione di nuove costruzioni era richiesto già dal Regolamento Edilizio del 02.10.1924; inoltre, il manufatto ricade in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, con conseguente impossibilità di sanare nuovi volumi.
A sostegno del gravame la ricorrente ha dedotto che il manufatto esisteva sin dal 1961 e pertanto, per la sua realizzazione non era richiesto alcun titolo edilizio; mentre, il Regolamento Edilizio del Comune di Verona non poteva essere applicato alla fattispecie, in quanto il mappale interessato dalla costruzione alla data del 02.10.1924 non faceva parte del Comune di Verona, bensì del Comune di Avesa, aggregato al Comune di Verona nel 1927.
Quindi, la ricorrente ha dedotto che l’intervento non poteva essere qualificato come di nuova costruzione bensì di manutenzione straordinaria di un manufatto preesistente.
Si è costituito il Comune di Verona per resistere al gravame.
In vista dell’udienza di discussione le parti hanno depositato memorie conclusive e di replica.
All’udienza del 21.05.2015 il ricorso è stato trattenuto in decisione.
Il ricorso è infondato.
E’ pacifico che la concimaia in questione sia stata realizzata nella prima metà degli anni “60, dunque in epoca anteriore al 1967, al di fuori del centro abitato, sotto il vigore della legge n. 1150/1942 che, nella sua formulazione originaria, prescriveva l'obbligo della licenza edilizia solo nell'ambito dei centri abitati e ove esistesse il piano regolatore comunale.
Tuttavia, come rilevato dall’amministrazione nella motivazione del provvedimento impugnato, in quell’epoca era in vigore il Regolamento Edilizio del Comune di Verona del 1924 che, già da allora, prescriveva la preventiva autorizzazione del Sindaco per la realizzazione di qualsiasi opera edilizia nel territorio comunale (e dunque non solo all’interno del centro abitato).
Risulta poi totalmente irrilevante che il Comune di Avesa sia stato aggregato al Comune di Verona nel 1927, non essendo né dedotto né dimostrato che il manufatto sia stato realizzato tra il 1924 e il 1927.
Infine l’argomento introdotto dalla ricorrente nella memoria conclusiva per cui il regolamento edilizio del Comune di Verona sarebbe da ritenersi abrogato, ovvero invalido e non più applicabile una volta entrata in vigore la L. n. 1150/1942 (che, all’art. 31, limitava la necessità della licenza edilizia all’attività edificatoria svolta all’interno dei centri abitati e nelle zone di espansione previste dai piani), è da ritenersi inammissibile in quanto non proposto nella forma dei motivi aggiunti di cui all’art. 43 del c.p.a., come eccepito dalla difesa del Comune di Verona nella memoria di replica.
In ogni caso, tale argomento è infondato.
Infatti, la previsione di una pianificazione e di un controllo obbligatori limitata ai centri abitati, certamente non impediva ai Comuni di estendere all’intero territorio comunale (anticipando il contenuto della L. n. 765 del 1967) il potere di pianificazione e controllo dell’attività edilizia, con il conseguente obbligo di licenza.
Si veda inoltre l’art. 31, comma 5, della l. n. 47/1985 a conferma della possibilità, anche prima della l. n. 765/1967, di richiedere, da parte dei comuni dotati di regolamenti edilizi “ad hoc”, la licenza edilizia non solo per le costruzioni da realizzare entro il perimetro dei centri abitati (cfr. TAR Veneto, II sez., 30.01.2014 n. 121; Cons. St. VI, 05.01.2015, n. 13).
E’ pertanto evidente che l’intervento di manutenzione straordinaria in questione non poteva essere assentito avendo ad oggetto un manufatto privo di titolo edilizio.
Il ricorso deve, pertanto, essere respinto (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 05.06.2015 n. 642 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Sui requisiti soggetti dei membri della commissione di gara.
L'art. 84 del d.lgs. 163/2006, laddove ha previsto che i commissari siano selezionati tra gli esperti "nello specifico settore cui si riferisce l'oggetto del contratto", deve essere inteso nel senso che è “la commissione nel suo complesso a dover garantire il possesso delle conoscenze tecniche globalmente occorrenti nella singola fattispecie”.
Correlativamente, è stato reputato che la costituzione di una commissione di cinque membri a presenza maggioritaria di tecnici esperti sia invece coerente con le regole di carattere generale in tema di commissioni giudicatrici di procedure concorsuali che sono state messe a fuoco dalla giurisprudenza a salvaguardia delle superiori esigenze di buon andamento, imparzialità e trasparenza.
E si è pertanto respinta la tesi secondo cui, anche in caso di maggioranza della commissione pacificamente composta da tecnici, vi sarebbe illegittimità della costituzione per il mero fatto il relativo collegio non è composto in via "esclusiva" da esperti "nello specifico settore cui si riferisce l’oggetto del contratto”, sul presupposto che così andrebbe interpretato l’art. 84 del Codice dei contratti pubblici: una interpretazione tanto radicale del precetto non risponde, peraltro, all’elaborazione giurisprudenziale cui la norma si riallaccia né al più ampio principio di cui la stessa è espressione, che portano a ritenere indispensabile, sì, ma di regola anche sufficiente, che i tecnici dello specifico settore rappresentino la maggioranza (e non addirittura la totalità) dei componenti della commissione.

Superate le eccezioni di carattere preliminare, si può entrare nel merito del ricorso, partendo dai motivi di impugnazione concernenti la composizione della commissione giudicatrice in quanto articolati in via principale dalla ricorrente.
Sul punto la P.C. spa ha formulato le seguenti doglianze: violazione dell’art. 84 comma 2 del d.lgs. n. 163 del 2006 per non essere stata la commissione composta da “esperti nello specifico settore cui si riferisce l’oggetto dell’appalto”; violazione dell’art. 84, comma 8, del d.lgs. n. 163 del 2006 per essere stati nominati quali commissari (fatta eccezione per il Presidente) soggetti diversi dai funzionari della stazione appaltante, senza previo accertamento della carenza in organico presso la stessa di adeguate professionalità in grado di espletare l’incarico, così da evitare il ricorso ad esperti esterni; violazione dell’art. 84, comma 4, del d.lgs. n. 163 del 2006 (i commissari diversi dal presidente non devono aver svolto o svolgere alcuna funzione o incarico relativamente al contratto del cui affidamento si tratta) per essere stato nominato tra i commissari l’Ing. L.Dell’A., funzionario tecnico del Provveditorato Interregionale alle OO.PP. per la Puglia e Basilicata, ente quest’ultimo che ha provveduto, in relazione all’opera per cui è causa, alla verifica della progettazione definitiva ed esecutiva, emettendo il Rapporto di Verifica Finale n. 1 del 06.05.2014.
Tutte le censure appena esposte ad avviso del collegio vanno disattese.
Invero, quanto all’ultimo aspetto evidenziato, l’Autorità Portuale di Taranto costituendosi in giudizio ha dimostrato (mediante produzione in giudizio del Rapporto di Verifica citato) che l’Ing. Dell’A., benché Funzionario Tecnico del provveditorato, non si è occupato della verifica della progettazione definitiva ed esecutiva dell’opera per cui è causa, essendo del tutto estraneo al gruppo di verifica (c.d. “Unità di Verifica Progetti”, costituita dagli Ing. N., M. e R.) che ha compiuto tale attività redigendo il conseguente Rapporto di Verifica, sicché nessuna incompatibilità ex art. 84, comma 4, del d.lgs. 163 del 2006 può ritenersi sussistente nel caso in esame.
Quanto, invece, alla nomina nell’ambito della commissione giudicatrice di soggetti esterni all’Autorità Portuale, l’infondatezza della censura trova conferma nell’art. 120, comma 4, del DPR 207 del 2010 che riconosce la generale possibilità di scegliere commissari esterni alla stazione appaltante nel caso di lavori di importo superiore a 25 milioni di euro nei quali le componenti architettonica e/o strutturale e/o impiantistica siano non usuali e di particolare rilevanza, ipotesi configurabile nel caso in esame, come correttamente evidenziato nell’atto di nomina della commissione di cui si discute.
Quanto, infine, alle contestazioni inerenti la scelta dei commissari e più specificamente alle loro qualifiche e conoscenze, la ricorrente ha nell’atto introduttivo formulato doglianze puntuali in relazione alla Dott.ssa B.A. e all’Arch. M.R.A., mettendo in discussione le loro competenze.
In particolare la Piacentini Costruzioni spa ha sostenuto che la dott.ssa A. non sarebbe munita della necessaria professionalità in quanto laureata in giurisprudenza e priva di conoscenze ed esperienze tecniche in ordine al settore oggetto dell’appalto; la Dott.ssa An., invece, benché architetto, ad avviso della ricorrente non potrebbe qualificarsi come esperto ai fini della valutazione delle offerte della procedura per cui è causa, in quanto reca nel proprio curriculum incarichi pregressi estranei alle specifiche tecniche ingegneristiche rilevanti nell’appalto in esame.
Tale censura non può, tuttavia, essere condivisa alla luce dei consolidati e condivisibili principi affermati dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato in materia di composizione delle commissioni giudicatrici: l'art. 84 del d.lgs. 163/2006, laddove ha previsto che i commissari siano selezionati tra gli esperti "nello specifico settore cui si riferisce l'oggetto del contratto", deve essere inteso nel senso che è “la commissione nel suo complesso a dover garantire il possesso delle conoscenze tecniche globalmente occorrenti nella singola fattispecie” (C.d.S., sentenza sez. V del 28.05.2012, n. 3124; sentenza sez. V del 16.01.2015, n. 92; sentenza sez. VI, del 10.06.2013, n. 3203). “I casi noti in cui questo Consiglio ha riscontrato la presenza del vizio che viene qui dedotto erano caratterizzati dalla prevalenza, nelle singole commissioni, di elementi sprovvisti di competenze tecniche specifiche (C.d.S., sentenza sez. VI, 25.07.1994, n. 1261), ad esempio per il fatto che quattro componenti del collegio su cinque erano privi di diploma di laurea (C.d.S., sentenza sez. V, 17.03.2009, n. 6297), oppure in quanto il personale amministrativo predominava su quello tecnico (C.d.S., sentenza sez. V, n. 5100 del 2008), o comunque quest’ultimo costituiva una netta minoranza (C.d.S., sentenza sez. V, 09.06.2003, n. 3242)” (Consiglio di Stato, sentenza n. 1824 del 09.04.2015).
Correlativamente, è stato reputato che la costituzione di una commissione di cinque membri a presenza maggioritaria di tecnici esperti sia invece coerente con le regole di carattere generale in tema di commissioni giudicatrici di procedure concorsuali che sono state messe a fuoco dalla giurisprudenza a salvaguardia delle superiori esigenze di buon andamento, imparzialità e trasparenza (C.d.S., sentenza sez. V, 26.04.2005, n. 1902).
E si è pertanto respinta la tesi secondo cui, anche in caso di maggioranza della commissione pacificamente composta da tecnici, vi sarebbe illegittimità della costituzione per il mero fatto il relativo collegio non è composto in via "esclusiva" da esperti "nello specifico settore cui si riferisce l’oggetto del contratto”, sul presupposto che così andrebbe interpretato l’art. 84 del Codice dei contratti pubblici: una interpretazione tanto radicale del precetto non risponde, peraltro, all’elaborazione giurisprudenziale cui la norma si riallaccia né al più ampio principio di cui la stessa è espressione, che portano a ritenere indispensabile, sì, ma di regola anche sufficiente, che i tecnici dello specifico settore rappresentino la maggioranza (e non addirittura la totalità) dei componenti della commissione (C.d.S., Sez. V, 20.12.2011, n. 6701).
Nel caso in esame, quindi, essendo pacifico che dei cinque componenti la commissione giudicatrice quattro erano tecnici (un architetto e tre ingegneri) e uno solo (la Dott.ssa A.) risultava laureato in giurisprudenza deve ritenersi che i principi suesposti concernenti la legittima composizione del collegio siano stati rispettati.
Peraltro, la Dott.ssa A., benché membro "non tecnico" in quanto, appunto, dotato di laurea in giurisprudenza, risulta attualmente “dirigente della Divisione n. 5 presso il Ministero delle Infrastrutture, con l’incarico di coordinamento dell’assetto del territorio. Programmi e progetti europei di sviluppo spaziale ed urbano” e reca tra le esperienze maturate in passato quella di redazione di “convenzioni PON”, “gestione di programmi di iniziativa territoriale, transnazionale, trasfrontaliera, interregionale”, “redazione di un programma innovativo porti e stazioni”, sicché non se ne può certamente affermare la totale estraneità rispetto alle competenze necessarie ai fini della procedura per cui è causa, implicando la stessa, in primo luogo, l’utilizzazione di cognizioni giuridiche ai fini del corretto svolgimento delle operazioni valutative e, in secondo luogo aspetti di carattere gestionale ed organizzativo (si pensi all’organizzazione del cantiere, voce che costituisce oggetto di specifica valutazione nell’ipotesi in discussione) nel cui ambito la Dott.ssa A. ha sicuramente potuto offrire un utile apporto, a maggior ragione tenuto conto del fatto che il lavoro oggetto dell’appalto rientra proprio tra le azioni PON “Reti e mobilità 2007/2013” ed è stato finanziato anche da fondi europei, con conseguente necessità da parte dei commissari di conoscere i profili e le normative connesse a tali gare.
Quanto, invece, alla Dott.ssa An., innanzitutto non se ne può affermare il profilo “non tecnico” essendo la stessa laureata in architettura; né si può ritenere, come sostiene invece la ricorrente, che tale commissario non sia “esperto” nel settore oggetto della gara d’appalto per il fatto che tra le esperienze dallo stesso maturate non rientrerebbero mansioni specificamente attinenti alle tecniche ingegneristiche coinvolte nell’appalto per cui è causa.
Invero, dal curriculum della professionista in esame emerge che la Dott.ssa An., laureata in architettura, si è specializzata dopo la laurea in “progettazione architettonica assistita dal computer” e in “architettura antisismica e protezione civile” e reca tra le proprie attività di ricerca quella dello studio dei “siti archeologici ed infrastrutture”; inoltre ha curato il coordinamento delle monografie riguardanti proprio i “quaderni del PON Reti e mobilità 2007/2013”, nel cui ambito si colloca l’iniziativa oggetto dell’appalto.
Essa si è altresì occupata, presso il Ministero dei Trasporti, di progettazione preliminare, direzione lavori, collaudo ed ha svolto mansioni di responsabile del procedimento e membro di altre commissioni, sicché non sussistono dubbi in ordine al fatto che la stessa possa ritenersi dotata delle competenze necessarie per valutare le offerte per cui è causa.
Né possono condividersi le argomentazioni di parte ricorrente secondo cui la necessità di particolare conoscenze in capo ai commissari deriverebbe nel caso in esame dalla complessità dell’appalto, atteso che pur riguardando la gara in esame un intervento di sicura complessità (interventi di dragaggio di sedimenti in area Molo Polisettoriale per la realizzazione di un primo lotto della cassa di colmata funzionale all’ampliamento del V sporgente del Porto di Taranto), va tuttavia evidenziato che alle società concorrenti non è stato chiesto di effettuare l’intera progettazione dell’opera ma solo di determinare, in relazione al progetto definitivo dettagliato già posto a base di gara, “le modalità tecnico realizzative del tratto a mare della struttura di confinamento della cassa di colmata” e “gli interventi migliorativi volti a limitare i lavori necessari al completamento della cassa di colmata ai fini del suo utilizzo finali”, aspetti sui quali una commissione formata prevalentemente da ingegneri e da un architetto è sicuramente in grado di esprimere il proprio giudizio in modo adeguato e corretto.
Pertanto, ad avviso del collegio, la censura di illegittima composizione della commissione per mancato inserimento nella stessa di esperti "nello specifico settore cui si riferisce l'oggetto del contratto" deve essere disattesa, tenuto conto della prevalenza nel collegio di ingegneri (tre su cinque), del fatto che dei due componenti contestati dalla ricorrente solo uno (la Dott.ssa A.) gode di una laurea “non tecnica” (in giurisprudenza) mentre l’altra (la Dott.ssa An.) è, invece, un architetto e, in ogni caso, delle considerazioni suesposte circa la capacità tecnica e la competenza giuridico-amministrativa in tema di gare anche di questi ultimi due commissari, i cui profili hanno quindi sicuramente completato il patrimonio di cognizioni della commissione nel suo insieme, rendendola pienamente idonea alla complessa attività valutativa da compiere (TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 04.06.2015 n. 1854 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICAIn generale la lottizzazione abusiva si ravvisa in tutti i casi in cui venga posta in essere “qualsiasi attività che oggettivamente comporti anche solo il pericolo di una urbanizzazione non prevista o diversa da quella programmata”.
Nell’ambito di tale assai ampio concetto, si ravvisa poi una lottizzazione abusiva materiale quando vengano realizzate opere senza titolo le quali trascendano, anche per la loro maggiore importanza, l’abuso isolato; si ravvisa invece lottizzazione cartolare, o negoziale, quando, pur in mancanza di opere ricorrano i casi del “frazionamento e della vendita in lotti di un'area, quando essi per dimensioni, per natura del terreno e per numero evidenzino la loro destinazione a scopo edificatorio”.

6. Ciò premesso, è anzitutto infondato il primo motivo di ricorso, che nega in radice l’esistenza della contestata lottizzazione, nella forma definita di lottizzazione “cartolare” (ricorso, p. 12 § 3 c).
In proposito, è sufficiente osservare che in generale la lottizzazione abusiva si ravvisa in tutti i casi in cui venga posta in essere “qualsiasi attività che oggettivamente comporti anche solo il pericolo di una urbanizzazione non prevista o diversa da quella programmata”.
Nell’ambito di tale assai ampio concetto, si ravvisa poi una lottizzazione abusiva materiale quando vengano realizzate opere senza titolo le quali trascendano, anche per la loro maggiore importanza, l’abuso isolato; si ravvisa invece lottizzazione cartolare, o negoziale, quando, pur in mancanza di opere ricorrano i casi del “frazionamento e della vendita in lotti di un'area, quando essi per dimensioni, per natura del terreno e per numero evidenzino la loro destinazione a scopo edificatorio” (per tutto ciò, molto puntualmente, la recente C.d.S. sez. IV 19.06.2014 n.3115)
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 04.06.2015 n. 802 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: In termini generali, il mero fatto che un abuso perduri da lungo tempo non priva, di per sé, l’amministrazione del potere di intervenire per sanzionarlo.
11. Infondato è ancora il quinto motivo, fondato sulla presunta tolleranza dell’abuso da parte del Comune. In termini generali, infatti, il mero fatto che un abuso perduri da lungo tempo non priva, di per sé, l’amministrazione del potere di intervenire per sanzionarlo: così per tutte, da ultimo, C.d.S. sez. V 07.08.2014 n. 4213.
E’ poi appena il caso di ricordare che la sentenza di questo TAR sez. I 28.04.2014 n. 448, citata a proprio favore dal ricorrente (memoria 18.04.2015 p. 4 rigo dodicesimo), appare in realtà non esattamente pertinente, poiché decide un caso in cui non era accertata l’esistenza stessa dell’abuso
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 04.06.2015 n. 802 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

INCARICHI PROFESSIONALINiente albo? Niente parcella. Iscrizione necessaria per la redazione di un parere. Cassazione: l'avvocato sia abilitato al patrocinio presso le magistrature superiori.
Redigere un parere circa l'opportunità di promuovere un giudizio d'impugnazione prevede che per la remunerazione di tale attività è necessaria, in ogni caso, l'iscrizione nell'apposito albo degli avvocati abilitati al patrocinio presso le magistrature superiori.

Ad affermarlo sono stati i giudici della II Sez. civile della Corte di Cassazione con la sentenza 03.06.2015 n. 11446.
I giudici di piazza Cavour, hanno altresì osservato che in caso di mancata iscrizione si avrà nullità assoluta del rapporto tra professionista e cliente, pertanto l'avvocato non sarà legittimato a richiedere l'azione per il pagamento della retribuzione.
Già la stessa Cassazione in tema di onorari di avvocato e procuratore, ha avuto modo di precisare che la redazione di un parere scritto sull'opportunità di promuovere il giudizio di impugnazione deve essere ricompresa nella «voce» di studio della controversia e consultazioni con il cliente e non può pertanto essere liquidata separatamente quale prestazione stragiudiziale (si veda: Cass. 17/05/1991, n. 5579).
Pertanto, per la remunerazione dell'attività di «redazione del parere preventivo», oggetto del caso in esame, nel segno del 1° comma dell'art. 2231 c.c. nulla potrà competere all'avvocato (si veda: Cass. 12/10/2007, n. 21495, secondo cui l'esecuzione di una prestazione d'opera professionale di natura intellettuale effettuata da chi non sia iscritto nell'apposito albo previsto dalla legge, dà luogo, ai sensi degli articoli 1418 e 2231 c.c., a nullità assoluta del rapporto tra professionista e cliente, privando il contratto di qualsiasi effetto; pertanto, il professionista non iscritto in detti albi non ha alcuna azione per il pagamento della retribuzione, nemmeno quella sussidiaria di arricchimento senza causa).
Il caso sul quale gli Ermellini sono stati chiamati ad esprimersi vedeva un avvocato citare in giudizio il suo cliente per aver ricevuto il mandato di redigere ricorso al Consiglio di stato, e al contempo di predisporre un «parere preventivo diretto ad illustrare i margini di successo del proponendo appello».
L'avvocato, sebbene non fosse abilitato al patrocinio presso le magistrature superiori, garantiva comunque la difesa al suo assistito chiarendo di essere in contatto con diversi studi legali specializzati nel settore, che avrebbero potuto sottoscrivere l'atto da lui predisposto (articolo ItaliaOggi Sette del 15.06.2015).

ENTI LOCALI: Bar, licenza sospesa per schiamazzi.
Il bar della movida chiude una settimana perché gli schiamazzi non fanno dormire i residenti. Licenza sospesa nella località di vacanze al di là delle responsabilità del gestore: la folla in strada crea pericoli all'ordine pubblico e alla circolazione stradale. Con la recidiva lo stop è di dieci giorni.
È legittima la sospensione della licenza decisa dalla questura in base all'art. 100 del Tulps: l'assembramento di giovani in strada crea pericoli all'ordine pubblico e alla circolazione dei veicoli. E ciò al di là della responsabilità del gestore. Se il problema non si risolve il secondo stop all'esercizio pubblico è più lungo: dieci giorni invece che una settimana.

È quanto emerge dalla sentenza 01.06.2015 n. 843, pubblicata dalla II Sez. del TAR Toscana.
Tempi duri per il locale finito sotto la lente della questura. Decine di giovani fra le undici e l'una del mattino prendono d'assolto il bar, troppo piccolo per contenerli tutti: i giovani sciamano in strada fra grida e sghignazzi, per la gioia dei condomini circostanti.
Ecco allora che scatta lo stop della questura con la sospensione della licenza di somministrare alimenti e bevande a carico del bar: il provvedimento risulta motivato in modo adeguato dal momento che i giovani, stazionando in strada, complicano anche il passaggio di eventuali ambulanze, oltre a rallentare il traffico dei veicoli normali, creando «disagio e pericolo».
Nessun dubbio: la questura ha il potere di chiudere il bar quando si configurano rischi «concreti e attuali» per la collettività. Al titolare non resta che pagare le spese di giudizio (articolo ItaliaOggi del 17.06.2015).

EDILIZIA PRIVATA: Nulla osta paesaggistici, diniego motivato senza strafare.
Il diniego di nulla osta paesaggistico può ritenersi sufficientemente motivato laddove siano indicate le ragioni assunte a fondamento della valutazione di compatibilità dell'intervento edilizio con le esigenze di tutela paesistica poste a base del relativo vincolo.

Lo hanno ribadito i giudici della I Sez. del TAR Toscana, con la sentenza 21.05.2015 n. 815.
I giudici amministrativi toscani hanno evidenziato che si dovrà, pertanto, considerare soddisfacente anche una motivazione scarna e sintetica da parte dell'Amministrazione, purché idonea a rivelare gli estremi logici della ritenuta incompatibilità.
In questi casi la Soprintendenza sarà chiamata a manifestare semplicemente la piana applicazione del disposto di cui all'art. 146, comma 8, dlgs n. 42/2004, in forza del quale il Soprintendente rende il proprio parere «limitatamente alla compatibilità paesaggistica del progettato intervento nel suo complesso e alla conformità dello stesso alle disposizioni contenute nel piano paesaggistico [ ]».
Per regola generale, non è poi ravvisabile a carico dell'amministrazione alcun obbligo di indicare, in una logica comparativa degli interessi in gioco, prescrizioni tese a rendere l'intervento compatibile con la bellezza d'insieme tutelata, la cui protezione risponde ad un fondamentale interesse pubblico normalmente prevalente su quello privato, anche per la rilevanza costituzionale che il primo presenta.
I giudici fiorentini hanno poi evidenziato come le scelte effettuate dall'amministrazione nell'adozione degli strumenti urbanistici costituiscano apprezzamenti di merito tendenzialmente sottratti al sindacato di legittimità, salvo che non siano inficiate da errori di fatto o da abnormi illogicità.
Evidenziando che esse non richiedono una motivazione puntuale e mirata, essendo sufficiente l'indicazione dei profili generali e dei criteri di fondo che sorreggono le determinazioni assunte, salvo che queste incidano su zone territorialmente circoscritte ledendo le legittime aspettative di soggetti le cui posizioni appaiano meritevoli di specifica considerazione, e che tradizionalmente vengono fatte dipendere dal superamento degli standard minimi di cui al dm 02.04.1968, ovvero dalla lesione dell'affidamento qualificato del privato derivante da convenzioni di lottizzazione o accordi di diritto privato intercorsi con il Comune, dall'esistenza di giudicati di annullamento di concessioni edilizie o di silenzio rifiuto su una domanda di concessione, dalla modificazione in zona agricola della destinazione di un'area limitata, interclusa da fondi edificati in modo non abusivo (articolo ItaliaOggi Sette del 15.06.2015).

APPALTIIl prezzo è parte dell'offerta. È una scelta insindacabile dell'impresa concorrente. APPALTI/ Sentenza del Tar Abruzzo sulle gare decise in base al costo più basso.
In caso di appalto da aggiudicarsi con il criterio del prezzo più basso determinato mediante offerta a prezzi unitari, questi ultimi sono frutto di scelte insindacabili delle imprese concorrenti, fissi e immutabili, e pertanto l'indicazione dei prezzi unitari costituisce un elemento essenziale dell'offerta.

Lo hanno sottolineato i giudici della I Sez. del TAR Abruzzo-L'Aquila, con la sentenza 21.05.2015 n. 413.
I giudici amministrativi de L'Aquila hanno altresì ribadito, in ossequio anche a un consolidato orientamento che nel caso di appalto «a corpo», nel quale il corrispettivo è determinato in una somma fissa e invariabile, ciò che costituisce elemento fondamentale dell'offerta economica è solo il prezzo finale offerto, mentre il richiamo ai prezzi unitari e ai calcoli contenuti nel computo metrico estimativo ha valore di semplice traccia indicativa delle modalità di formazione del prezzo globale, che è destinata a restare fuori dal contenuto essenziale dell'offerta e quindi del contratto che si andrà a stipulare, e ciò trova conferma nell'art. 53, comma 4, del dlgs 163/2006, il quale prevede che: «per le prestazioni a corpo il prezzo convenuto non può essere modificato sulla base della verifica della quantità o della qualità della prestazione».
Circa, poi, il vantaggio competitivo che sarebbe attribuito all'impresa alla quale sia consentito l'utilizzo di prezziari non più in vigore, i giudici hanno osservato come l'indicazione di prezzi diversi rispetto a quelli contenuti nel prezziario ufficiale rappresenti l'effetto naturale dell'offerta al ribasso, il quale, applicato alle singole voci del prezziario, determina il ribasso sull'importo complessivo base di gara e, pertanto, «l'eventuale indicazione di prezzi diversi, difformi dal prezziario regionale (che ha funzione di garanzia della congruità dei prezzi posti a base di gara e adeguato supporto per le eventuali valutazioni di anomalia) connota solo una fattispecie di sospetta anomalia il cui effetto non è già (né può essere) l'automatica esclusione, bensì l'attivazione eventuale del procedimento di verifica in contraddittorio» (Tar L'Aquila, sentenza 02.11.2011, n. 508) (articolo ItaliaOggi Sette del 15.06.2015).

APPALTI FORNITURE E SERVIZI: La spending non impone di rinegoziare i contratti.
La spending review non legittima l'ente a rinegoziare i vecchi contratti senza gara. L'obbligo di bandire una gara rispettando i principi europei della libera concorrenza prevale anche sulla prospettiva di risparmi di spesa e benefici organizzativi per l'amministrazione
Non c'è spending review che tenga. L'amministrazione non può continuare ad assicurarsi il servizio in appalto rinegoziando i vecchi contratti senza gara, anche di fronte alla prospettiva di risparmi di spesa e benefici organizzativi interni: bisogna sempre rispettare i principi europei della concorrenza, garantendo un libero confronto fra le imprese nell'accesso alla procedure pubbliche.
No all'affidamento diretto e perfino alla procedura negoziata con bando: serve la gara con i criteri dell'offerta economicamente più vantaggiosa. La stazione appaltante non risulta giustificata dalla necessità di dover provvedere in attesa che sia indetta una gara europea.

È quanto emerge dalla sentenza 21.05.2015 n. 398, pubblicata dalla I Sez. del TAR Abruzzo-L'Aquila.
Differimento illegittimo. Due Asl si fondono e la nuova azienda sanitaria locale deve risolvere il problema della fornitura di sistemi diagnostici: decide per la via più breve dell'affidamento diretto, motivando la scelta con la necessità di verificare il fabbisogno del territorio e dare poi il via alla gara, garantendo nel frattempo i servizi di assistenza indispensabili.
Si tratterebbe dunque di differimenti solo «tecnici» dei contratti ereditati dalle Asl sciolte e per fare il punto della situazione e bandire «procedure competitive economicamente vantaggiose per l'azienda e per la collettività». E ciò per «omogeneizzare i prodotti, allineare i prezzi e aggiornare i macchinari», come emerge dalla delibera.
La procedura intrapresa, tuttavia, viola norme nazionali ed europee: trova ingresso il ricorso del concorrente. Già la proroga e il rinnovo senza gara sono contrarie ai principi di trasparenza e imparzialità dell'amministrazione. Ma in questo caso l'Asl dà vita di fatto a un nuovo contratto unico che scaturisce dalla proroga dei vecchi rapporti in essere.
Non serve giustificarsi con la spending review laddove l'affidamento diretto consentirebbe con vantaggi definiti «di importanza cruciale e irrinunciabile». Mai le esigenze di contenimento della spesa pubblica, concludono i giudici, possono consentire la distorsione delle regole della libera concorrenza (articolo ItaliaOggi del 18.06.2015).
---------------
MASSIMA
Il ricorso –relativamente allo scrutinio di legittimità della delibera oggetto di impugnativa- si manifesta fondato.
E’ noto che il rinnovo dei contratti pubblici ex art. 6, comma 2, ultimo periodo della legge 24.12.1993 determinò una situazione di contrasto con l’ordinamento comunitario, atteso che tale norma, ammettendo il rinnovo tacito dei contratti per la fornitura di beni e servizi della pubblica amministrazione delle pubbliche amministrazioni, determinò l’apertura di una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese, recata dal parere motivato della Commissione europea n. 2003 del 16.12.2003, chiusasi a seguito dell’abrogazione della norma in parola ad opera dell’art. 23 della legge 18.04.2005.
Più di recente una norma non dissimile (art. 1 d.l. 95/2012, come modificato in sede di conversione dalla legge n. 135/2012) , consentendo la proroga dei rapporti di fornitura mediante il raddoppio delle quantità ovvero degli importi massimi complessivi delle convenzioni Consip in corso, è stata direttamente disapplicata dai giudici amministrativi perché in frontale violazione del diritto comunitario (cfr. questo Tar, 05.06.2014 n. 515, Consiglio di Stato, sez. III, 30.01.2014, nn. 1486 e 1793, 515, TAR Sardegna, sez. I , 08.05.2013, n. 361).
Tornando al disposto dell’art. 23 della legge 18.04.2005, ogni deroga al divieto ivi introdotto di prorogare i contratti aveva una portata meramente transitoria, trattandosi di proroga per periodi max semestrali, riferita ai soli residui –ed ormai da tempo esauriti- contratti che sarebbero scaduti entro sei mesi dalla sua entrata in vigore (novembre 2005, per l’appunto). In questo senso, neanche la lettura della norma offerta dalla ricorrente appare convincente, laddove –senza considerare il contesto transitorio sopra evidenziato- si sarebbe quantomeno “tollerato”, nella vicenda in esame, un intervento prorogatorio dell’ASL basato su tale disposizione, purché non superiore a sei mesi.
Piuttosto,
il rinnovo a regime del contratto (e non solo quindi la mera proroga) risulta introdotto con l’art. 57, comma 2, lett. b, del d.leg.vo 163/2006, come interpretato dalla giurisprudenza in conformità al disposto dell’art. 31, comma 1, n. 4, lett. b), della direttiva 18/2004, così consentendosi per l’appunto il rinnovo espresso, a condizione però che detta possibilità sia prevista ab origine negli atti di gara da cui è scaturito il contratto scaduto od in scadenza e l’importo totale previsto per la prosecuzione del rapporto sia indicato nella lex specialis, fatta salva adeguata motivazione sul punto, ma sempre che tale possibilità sia esercitata entro tre anni dalla stipula del contratto iniziale.

EDILIZIA PRIVATA: Ristrutturazione con modifica dei prospetti e necessità di permesso di costruire.
Anche le recenti modifiche introdotte, non hanno prodotto novità per quanto riguarda quelle opere edilizie che comportino modifica dei prospetti. Il concetto di prospetto, infatti, non va confuso con quello di sagoma.
Per sagoma deve intendersi la conformazione planovolumetrica della costruzione ed il suo perimetro, considerato in senso verticale ed orizzontale, così che solo le aperture che non prevedano superfici sporgenti vanno escluse dalla nozione stessa di sagoma. La modifica di prospetti attiene alla facciata dell'edificio, per cui non va confusa e compresa nel concetto di sagoma, che indica la forma della costruzione complessivamente intesa, ovvero il contorno che assume l'edificio.
I prospetti, in altri termini, costituiscono un quid pluris rispetto alla sagoma, attenendo all'aspetto esterno, e quindi al profilo estetico-architettonico dell'edificio. La chiusura di preesistenti finestre e la loro apertura in altre parti, l'apertura di balconi in luogo di finestre, così come l'allargamento del portone di ingresso, essendo relativi al prospetto, non afferiscono al concetto di sagoma.
Pertanto un intervento di ristrutturazione edilizia, che ha visto una parziale demolizione e successiva ricostruzione del manufatto, mantenendo le medesime dimensioni di quello preesistente (e quindi la sua sagoma), ma comportando lo spostamento di una finestra dal lato est -dove veniva chiusa- al lato nord -dove veniva aperta- (e quindi modifica dei prospetti) necessitava di permesso di costruire, ai sensi dell'articolo 10, comma 1, lettera c), d.P.R. 06.06.2001, n. 380.

3. Il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, comma 1, lett. d) (modificato dal D.Lgs. n. 301 del 2002), com'è noto, definisce ristrutturazione edilizia gli interventi rivolti a trasformare i manufatti attraverso un insieme sistematico di opere che possono condurre ad un organismo in tutto o in parte diverso dal precedente.
Tali interventi possono comportare il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio e la eliminazione, la modifica, l'inserimento di nuovi elementi o impianti (cfr. questa sez. 3, n. 834 del 04.12.2008 dep. il 13.01.2009).
Orbene, va evidenziato che opere come quelle di cui all'odierno decidere non hanno visto modificato il loro regime autorizzatorio in virtù dei recenti e plurimi interventi normativi che pure hanno interessato negli ultimi mesi la disciplina urbanistica.
Va ricordato, infatti, che dal 21.08.2013 è in vigore la legge 09.08.2013, n. 98 di conversione del decreto "del fare" (D.L. 21.06.2013, n. 69), che ha introdotto in materia numerose novità, quali: 1) l'eliminazione del vincolo della sagoma come prescrizione necessaria ai fini dell'inquadramento degli interventi di demolizione e ricostruzione nella categoria edilizia della ristrutturazione edilizia; 2) la previsione nell'ambito della categoria della ristrutturazione edilizia anche degli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti, purché si possa accertarne la preesistente consistenza; 3) fatti salvi alcuni casi, l'estensione della SCIA agli interventi di ristrutturazione edilizia nonché delle cd. "varianti minori" ai permessi di costruire in caso di modifica della sagoma.
La nuova definizione di ristrutturazione edilizia semplifica, dunque, le procedure di rilascio del titolo abilitativo edilizio, poiché consente di effettuare i lavori con la segnalazione certificata inizio attività anche nei casi in cui la ristrutturazione edilizia comporti la modifica la sagoma dell'edificio preesistente, purché l'intervento non sia sottoposto a vincolo dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22.01.2004, n. 42, e successive modificazioni.
Negli interventi di ristrutturazione edilizia, dunque, il legislatore pone particolare attenzione sulla consistenza volumetrica o alla superficie dell'edificio demolito e consente invece la sua ricostruzione con sagoma diversa dalla precedente. La modifica di quest'ultima, in altri termini, con la sola eccezione degli immobili sottoposti a vincolo dei beni culturali e del paesaggio, non assume più rilevanza ai fini della individuazione del permesso di costruire come titolo abilitativo necessario per l'intervento di ristrutturazione edilizia.
E' poi intervenuto il decreto-legge n. 133 del 12.09.2014 (il cosiddetto "sblocca Italia") convertito con la legge 11.11.2014, n. 164, recante "Misure urgenti per l'apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l'emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività' produttive", che ha previsto, tra l'altro, che tra gli interventi di manutenzione straordinaria, vengono ora ricompresi anche quelli volti al frazionamento o accorpamento di unità immobiliari con esecuzione di opere anche se comportanti la variazione delle superfici delle singole unità immobiliari nonché del carico urbanistico purché non sia modificata la volumetria complessiva degli edifici e si mantenga l'originaria destinazione d'uso.
4. Tuttavia, come si diceva, anche le modifiche introdotte, non hanno prodotto novità per quanto riguarda quelle opere edilizie che, come nel caso che ci occupa, comportino modifica dei prospetti.
Il concetto di prospetto, infatti, non va confuso con quello di sagoma. Questa Corte di legittimità ha in più occasioni sottolineato come per sagoma debba intendersi la conformazione planivolumetrica della costruzione ed il suo perimetro, considerato in senso verticale ed orizzontale, così che solo le aperture che non prevedano superfici sporgenti vanno escluse dalla nozione stessa di sagoma (cfr questa sez. 3, n. 19034 del 18.3.2004 , Calzoni, rv. 228624).
Coerentemente con quanto afferma sul punto anche la giurisprudenza amministrativa (cfr. TAR Puglia, Bari, sez. 3, 22.07.2004, n. 3210) la modifica di prospetti attiene alla facciata dell'edificio, per cui non va confusa e compresa nel concetto di sagoma, che indica la forma della costruzione complessivamente intesa, ovvero il contorno che assume l'edificio.
I prospetti, in altri termini, costituiscono un quid pluris rispetto alla sagoma, attenendo all'aspetto esterno, e quindi al profilo estetico-architettonico dell'edificio.
La chiusura di preesistenti finestre e la loro apertura in altre parti, l'apertura di balconi in luogo di finestre, così come l'allargamento del portone di ingresso, essendo relativi al prospetto, non afferiscono al concetto di sagoma.
Pertanto un intervento di ristrutturazione edilizia come quello del 410 caso che ci occupa, che ha visto una parziale demolizione e successiva ricostruzione del manufatto, mantenendo le medesime dimensioni di quello preesistente (e quindi la sua sagoma), ma comportando lo spostamento di una finestra dal lato est -dove veniva chiusa- al lato nord -dove veniva aperta- (e quindi modifica dei prospetti) necessitava di permesso di costruire, ai sensi dell'articolo 10, comma 1, lettera c), d.P.R. 06.06.2001, n. 380
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 20.05.2015 n. 20846 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Realizzazione tettoia di copertura.
Integra il reato previsto dall'art. 44, lett. b), del d.P.R. n. 380 del 2001 la realizzazione, senza il preventivo rilascio del permesso di costruire, di una tettoia di copertura che, non rientrando nella nozione tecnico-giuridica di pertinenza per la mancanza di una propria individualità fisica e strutturale, costituisce parte integrante dell'edificio sul quale viene realizzata.
Ciò in quanto, in urbanistica, il concetto di pertinenza ha caratteristiche sue proprie, diverse da quelle definite dal codice civile, riferendosi ad un'opera autonoma dotata di una propria individualità, in rapporto funzionale con l'edificio principale, laddove la parte dell'edificio stesso appartiene senza autonomia alla sua struttura.

3. Il ricorso è manifestamente infondato.
Con riguardo al primo motivo, la Corte di merito -pronunciandosi sulla medesima doglianza qui riproposta- ha evidenziato con argomento adeguato e privo di censure logiche che la tettoia realizzata non poteva affatto esser qualificata quale mera pertinenza edilizia; ciò alla luce delle rilevanti dimensioni (circa 200 mq.) e del carattere del manufatto stesso, che «costituisce, all'evidenza, una forma di ampliamento del fabbricato cui inerisce» (il ristorante).
In sintesi, non un "servizio", ma una "integrazione" della costruzione principale, parte di esso quale elemento che attiene all'essenza dell'immobile.
In tal modo, dunque, la sentenza ha fatto buon governo del principio, più volte affermato in sede di legittimità, secondo cui integra il reato previsto dall'art. 44, lett. b), del d.P.R. n. 380 del 2001 la realizzazione, senza il preventivo rilascio del permesso di costruire, di una tettoia di copertura che, non rientrando nella nozione tecnico-giuridica di pertinenza per la mancanza di una propria individualità fisica e strutturale, costituisce parte integrante dell'edificio sul quale viene realizzata (Sez. 3, n. 42330 del 26/06/2014, Salanitro, Rv. 257290; Sez. 3, n. 21351 del 06/05/2010, Savino, Rv. 247628; Sez. 3, n. 40843 dell'11/10/2005, Daniele, Rv. 232363); ciò in quanto, in urbanistica, il concetto di pertinenza ha caratteristiche sue proprie, diverse da quelle definite dal codice civile, riferendosi ad un'opera autonoma dotata di una propria individualità, in rapporto funzionale con l'edificio principale, laddove la parte dell'edificio stesso appartiene senza autonomia alla sua struttura (Sez. 3, n. 17083 del 07/04/2006, Miranda, Rv. 234193).
Il motivo, pertanto, non può essere accolto
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 19.05.2015 n. 20544 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Beni Ambientali. Bosco ed efficacia del vincolo indipendentemente dalla qualificazione dell'area da parte degli strumenti urbanistici.
La definizione legislativa di "bosco" si applica ai fini dell'individuazione dei territori coperti da boschi di cui all'articolo 142, lett. g), d.lgs. 22.01.2004, n. 42.
I limiti di applicabilità all'applicazione del vincolo, previsti in via del tutto eccezionale dall'art. 142, comma 2, d.lgs. 42 del 2004, dimostrano "a contrariis" che, una volta accertata la natura boschiva di un'area, esso produce effetti indipendentemente da eventuali diverse definizioni ad essa date dagli strumenti urbanistici comunali e comporta l'ineludibile obbligo di presentare all'amministrazione competente il progetto degli interventi che si intendano intraprendere affinché l'area non venga distrutta o vi siano introdotte modificazioni che possano recar pregiudizio ai valori paesaggistici oggetto di protezione (art. 146, commi 1 e 2, d.lgs. n. 42 del 2004).

6.9. Limitandoci per ora alle questioni che attengono alla sussistenza del reato (e dunque alla esistenza del  vincolo violato), è necessario ricordare che la  definizione legislativa di "bosco" «si applica ai fini dell'individuazione dei territori coperti da boschi di cui all'articolo 146, comma 1, lettera g), del decreto legislativo 29.10.1999, n. 490» (oggi art. 142, lett. g, d.lgs. 22.01.2004, n. 42).
6.10. I limiti di applicabilità all'applicazione del vincolo, previsti in via del tutto eccezionale dall'art. 142, comma 2, d.lgs. 42 del 2004, dimostrano "a contrariis" che, una volta accertata la natura boschiva di un'area, esso produce effetti indipendentemente da eventuali diverse definizioni ad essa date dagli strumenti urbanistici comunali e comporta l'ineludibile obbligo di presentare all'amministrazione competente il progetto degli interventi che si intendano intraprendere affinché l'area non venga distrutta o vi siano introdotte modificazioni che possano recar pregiudizio ai valori paesaggistici oggetto di protezione (art. 146, commi 1 e 2, d.lgs. n. 42 del 2004).
6.11. Il fatto che il PRG del Comune di Pelago classificasse la zona come "area ad attrezzature" ricompresa all'interno del perimetro del centro abitato non vale ad escluderne la natura boschiva (e dunque la sussistenza del vincolo) se, come già detto, sussistevano i requisiti di fatto per classificarla come tale.
6.12. Né rileva il fatto che l'area fosse compresa all'interno del perimetro del centro abitato poiché tale circostanza legittima l'esclusione del vincolo nei soli casi tassativamente ed eccezionalmente previsti dal già citato art. 142, comma 2, d.lgs. n. 42 del 2004, nessuno dei quali ricorre nel caso di specie e comunque mai nemmeno dedotti nei giudizi di merito.
6.13. Non ha nemmeno importanza stabilire se i lavori disposti con D.I.A. dovessero essere o meno autorizzati con permesso di costruire; quel che rileva, perché possa dirsi insussistente il reato di cui all'art. 181, comma 1, d.lgs. 42 del 2004, è che l'intervento, oltre quelli che l'art. 149, stesso d.lgs., già sottrae alla necessità dell'autorizzazione, sia di tale minima consistenza da non avere nemmeno in astratto l'attitudine a ledere i valori paesaggistici protetti
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 12.05.2015 n. 19533 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATAL'ingiustificata inottemperanza all'ordine di demolizione dell'opera abusiva ed alla rimessione in pristino dello stato dei luoghi (entro 90 giorni dalla notifica dell'ingiunzione a demolire emessa dall'Autorità amministrativa) determina l'automatica acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell'opera e dell'area pertinente, indipendentemente dalla notifica all'interessato dell'accertamento formale dell'inottemperanza.
Ed invero, questa notifica -prevista dall'art. 31, comma 4, DPR 380/2001- costituisce soltanto titolo necessario per l'immissione in possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari, e deve esser disposta allorquando, pur dopo il trasferimento di proprietà, il responsabile dell'abuso non voglia spogliarsi del bene.

4. Il ricorso è manifestamente infondato.
Con riguardo al primo motivo, si osserva che l'art. 31, d.P.R. n. 380 del 2001 prevede -con riguardo alle opere realizzate in assenza di permesso di costruire o in totale difformità, ovvero con variazioni essenziali- un'articolata disciplina volta alla demolizione delle stesse; in particolare, l'autorità comunale ingiunge al proprietario ed al responsabile dell'abuso la rimozione o la demolizione dell'intervento; viene quindi concesso un termine di 90 giorni per adempiere, decorso inutilmente il quale il bene e l'area di semine vengono acquisiti di diritto, e gratuitamente, al patrimonio del Comune; l'opera acquisita   infine demolita con apposita ordinanza, salvo che con deliberazione consiliare "non si dichiari l'esistenza di prevalenti interessi pubblici e sempre che l'opera non contrasti con rilevanti interessi urbanistici ed ambientali".
Lo stesso art. 31, inoltre, stabilisce che per le opere abusive di cui al medesimo articolo, il Giudice, con la sentenza di condanna per il reato di cui all'art. 44, ordina la demolizione delle opere stesse se non sia stata altrimenti eseguita.
Questo complessivo dato normativo è prevalentemente interpretato nel senso che l'ingiustificata inottemperanza all'ordine di demolizione dell'opera abusiva ed alla rimessione in pristino dello stato dei luoghi (entro novanta giorni dalla notifica dell'ingiunzione a demolire emessa dall'Autorità amministrativa) determina l'automatica acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell'opera e dell'area pertinente, indipendentemente dalla notifica all'interessato dell'accertamento formale dell'inottemperanza (Sez. 3, n. 45705 del 26/10/2011, Perticaroli, Rv. 251321; Sez. 3, n. 22237 del 22/04/2010, Gotti, Rv. 247653; Sez. 3, n. 39075 del 21/05/2009, Bifulco, Rv. 244891; Sez. 3, n. 1819 del 02/10/2008, dep. 19/01/2009, Ercoli, Rv. 242254); ed invero, questa notifica -prevista dall'art. 31, comma 4, cit.- costituisce soltanto titolo necessario per l'immissione in possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari, e deve esser disposta allorquando, pur dopo il trasferimento di proprietà, il responsabile dell'abuso non voglia spogliarsi del bene.
L'effetto ablatorio, quindi, si verifica ope legis, alla scadenza del termine fissato per ottemperare all'ingiunzione di demolire, e senza che lo stesso debba esser previsto nella pronuncia di condanna; proprio come avvenuto nel caso di specie, atteso che il Comune di Milazzo ha emesso un'ordinanza ingiunzione di demolizione in data 14/10/2008, rimasta del tutto inattuata e poi indicata nel provvedimento qui impugnato (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 24.04.2015 n. 17134).

EDILIZIA PRIVATA: Come è noto, nel sistema del T.U. edilizia 06.06.2001 n. 380, in forza dell’art. 22, sono realizzabili mediante SCIA quattro categorie di interventi: le prime tre, che qui non interessano riguardano le varianti a permesso di costruire (comma 2 e 2-bis), le ristrutturazioni (comma 3, lettera a) e le nuove costruzioni, in buona sostanza, già dettagliatamente disciplinate da un piano di livello superiore (comma 3, lettere b e c). Vi è poi la quarta categoria, che si definisce per differenza: esclude a valle gli interventi liberi di cui all’art. 6 e a monte gli interventi per cui, in base all’art. 10, serve il permesso di costruire (comma 1).
---------------
Andando ad esaminare il citato art. 10, l’intervento per cui è causa (tamponamento pareti laterali di tre tettoie e, quindi, nella loro trasformazione in capannoni) non sarebbe assentibile con SCIA, ma richiederebbe il permesso di costruire, comportando quanto meno un aumento di volumetria.
---------------
Resta da considerare che lo stesso art. 22, al comma 4, consente alla legge regionale di ampliare o restringere il campo di applicazione della SCIA.
In Lombardia, dispone in proposito l’art. 41 della l. 11.03.2005 n. 12, modificato proprio dopo l’introduzione della SCIA, che nella parte rilevante recita: “Ferma restando l’applicabilità della segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) nei casi e nei termini previsti dall’articolo 19 della legge 241/1990 e dall’articolo 5, comma 2, lettera c), del d.l. 70/2011, chi ha titolo per presentare istanza di permesso di costruire ha facoltà, alternativamente e per gli stessi interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia, di inoltrare al comune denuncia di inizio attività, salvo quanto disposto dall'articolo 52, comma 3-bis”.
La norma, la cui lettera è non chiarissima, è stata, com’è noto, interpretata dagli uffici regionali, sulla scorta di conformi istruzioni ministeriali (comunicato 08.10.2010 della D.G. Territorio), che la SCIA continua ad applicarsi ai soli interventi edilizi minori, ovvero alle sole ristrutturazioni cd. leggere, ovvero non rientranti, come nella specie, nella previsione dell’art. 10 T.U..
---------------
La ricorrente, che è titolare in Ospitaletto, alla locale via ..., di un complesso produttivo formato da vari edifici (ricorso, p. 2 § 1, fatti pacifici in causa), ha presentato a quel Comune, al fine di procedere al cd. tamponamento, ovvero alla chiusura con pareti laterali, di tre tettoie comprese nel perimetro del proprio stabilimento, una prima DIA 25.02.2014 (doc. 12 Comune, copia di essa), a fronte della quale ha ricevuto l’inibitoria di cui al provvedimento del 21.03.2014 (doc. 15 Comune, copia di essa).
Ha allora da un lato richiesto l’annullamento d’ufficio di tale inibitoria, e se lo è visto negare (doc. 3 ricorrente, copia provvedimento); dall’altro ha presentato, in data 23.04.2014, una SCIA per lo stesso intervento (doc. 19 Comune, copia di essa e memoria Comune 27.06.2014 p. 5 ultime tre righe), ed ha ricevuto una nuova inibitoria 16.05.2014 (doc. 1 ricorrente, copia di essa).
Nel ricorso principale, come si desume dal contenuto dei motivi dedotti, la ricorrente impugna in sostanza la sola inibitoria 16.05.2014, motivata unicamente con l’esistenza sulle tettoie in questione di un “vincolo unilaterale di concessione precaria che garantisce al Comune…il diritto di richiedere la demolizione delle velette [nome tecnico delle tettoie in parola]…per motivi legati a nuova viabilità…in forza dell’impegnativa [testuale] registrata il 27.12.1979 a Brescia …” e ivi trascritta nei registri immobiliari” (doc. 1 ricorrente, cit.).
A sostegno, ha dedotto cinque censure, corrispondenti in ordine logico ai seguenti tre motivi:
- con il primo di essi, corrispondente alla censura quarta a p. 8 dell’atto, deduce violazione dell’art. 7 della l. 07.08.1990 n. 241, per omissione dell’avviso di inizio del procedimento;
- con il secondo motivo, corrispondente alle censure prima e quinta alle pp. 5 e 9 dell’atto, deduce violazione del principio di tipicità dell’atto amministrativo, non essendo, in sostanza, il vincolo descritto previsto dalla legge;
- con il terzo motivo, corrispondente alla censura terza a p. 7 dell’atto, deduce eccesso di potere per difetto di motivazione, in quanto il vincolo, a tutto voler concedere, sarebbe stato posto a servizio di una viabilità allo stato da tempo realizzata, e comunque non sarebbe stato pregiudicato dalla richiesta modifica delle pensiline esistenti, che sarebbero rimaste pur sempre amovibili, come nel loro assetto precedente.
Ha resistito il Comune, con memoria 27.06.2014, ed ha chiesto la reiezione del ricorso.
Questo Tribunale, con ordinanza 04.07.2014 n. 471, ha sospeso tale provvedimento, ritenendo tale “impegnativa” in sostanza priva di efficacia, ma facendo salvi ulteriori provvedimenti dell’amministrazione relativi ad altri profili di legittimità dell’opera in questione.
Il Comune ha adottato quindi il provvedimento (doc. 11 ricorrente, copia di esso) impugnato con i motivi aggiunti, motivato con riguardo all’importanza dell’intervento consistente nella chiusura delle tettoie in questione e quindi nella loro trasformazione in capannoni e ritenuto non realizzabile con semplice SCIA.
...
... per (A – ricorso principale) l’annullamento, previa sospensiva:
- del provvedimento 16.05.2014 prot. n. 9682, conosciuto in data imprecisata, con il quale il Dirigente dell’area tecnica del Comune di Ospitaletto ha disposto nei confronti della ricorrente Aran R.E. S.r.l. il divieto di prosecuzione dell’attività di cui alla segnalazione certificata di inizio attività – SCIA edilizia 23.04.2014 prot. n. 8058;
- del provvedimento 21.03.2014 prot. n. 5617, conosciuto in data imprecisata, con il quale il Dirigente dell’area tecnica del Comune di Ospitaletto ha disposto nei confronti della medesima ricorrente il divieto di dare inizio all’attività di cui alla dichiarazione di inizio attività – DIA edilizia 25.02.2014 prot. n. 3712;
- del provvedimento 16.04.2014 prot. n. 7654, conosciuto in data imprecisata, con il quale il Dirigente dell’area tecnica del Comune di Ospitaletto ha denegato l’annullamento in autotutela del predetto provvedimento 21.03.2014 prot. n. 5617;
...
4. Infondato è poi il secondo motivo, dovendosi condividere quanto evidenziato dall’amministrazione sia nel provvedimento, sia nelle proprie difese. L’intervento per cui è causa, che in sostanza porterebbe a trasformare alcune tettoie in altrettanti capannoni chiusi, non è infatti, nei termini che ora si illustreranno, fra quelli realizzabili con semplice SCIA.
5. Come è noto, nel sistema del T.U. edilizia 06.06.2001 n. 380, in forza dell’art. 22, sono realizzabili mediante SCIA quattro categorie di interventi: le prime tre, che qui non interessano riguardano le varianti a permesso di costruire (comma 2 e 2-bis), le ristrutturazioni (comma 3, lettera a) e le nuove costruzioni, in buona sostanza, già dettagliatamente disciplinate da un piano di livello superiore (comma 3, lettere b e c). Vi è poi la quarta categoria, che si definisce per differenza: esclude a valle gli interventi liberi di cui all’art. 6 e a monte gli interventi per cui, in base all’art. 10, serve il permesso di costruire (comma 1).
6. Andando ad esaminare il citato art. 10, l’intervento per cui è causa non sarebbe assentibile con SCIA, ma richiederebbe il permesso di costruire, comportando quanto meno –come correttamente rilevato dal Comune (memoria 29.08.2014 p. 9)- un aumento di volumetria, come ritenuto da TAR Abruzzo L’Aquila 07.03.2008 n. 123 in un caso analogo.
7. Resta da considerare che lo stesso art. 22, al comma 4, consente alla legge regionale di ampliare o restringere il campo di applicazione della SCIA. In Lombardia, dispone in proposito l’art. 41 della l. 11.03.2005 n. 12, modificato proprio dopo l’introduzione della SCIA, che nella parte rilevante recita: “Ferma restando l’applicabilità della segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) nei casi e nei termini previsti dall’articolo 19 della legge 241/1990 e dall’articolo 5, comma 2, lettera c), del d.l. 70/2011, chi ha titolo per presentare istanza di permesso di costruire ha facoltà, alternativamente e per gli stessi interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia, di inoltrare al comune denuncia di inizio attività, salvo quanto disposto dall'articolo 52, comma 3-bis”.
8. La norma, la cui lettera è non chiarissima, è stata, com’è noto, interpretata dagli uffici regionali, sulla scorta di conformi istruzioni ministeriali (comunicato 08.10.2010 della D.G. Territorio), che la SCIA continua ad applicarsi ai soli interventi edilizi minori, ovvero, per quanto qui interessa, alle sole ristrutturazioni cd. leggere, ovvero non rientranti, come nella specie, nella previsione dell’art. 10 T.U..
9. Da quanto sin qui esposto, risulta che l’intervento non era e non è assentibile con lo strumento della SCIA invocato dalla ricorrente: vanno quindi respinte, per difetto del requisito del danno ingiusto, tutte le domande risarcitorie proposte (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 19.02.2015 n. 321 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAVa osservato che l’eventuale erroneità dell’indicazione di una fonte normativa, non vizia di per sé l’atto che la rechi, qualora il provvedimento risulti comunque conforme al superiore paradigma normativo.
Questo è il caso che ricorre nella fattispecie, giacché il divieto di edificare in aree gravate da vincolo cimiteriale è contenuto anche nell’art. 338, primo comma, del R.D. n. 1265/1934, vigente ratione temporis (“I cimiteri debbono essere collocati alla distanza di almeno duecento metri dai centri abitati. E' vietato di costruire intorno agli stessi nuovi edifici e ampliare quelli preesistenti entro il raggio di duecento metri”) e del pari, correttamente, richiamato nel ridetto parere dell’Ufficiale sanitario.
---------------
La possibilità di deroga al vincolo cimiteriale, consistendo in una previsione eccezionale rispetto al generale divieto di edificazione, deve ritenersi ammessa soltanto al fine di conseguire un interesse superindividuale, come la costruzione di un'opera pubblica o l'attuazione di un intervento urbanistico (oppure nel caso di fabbricati già esistenti o in corso di costruzione, purché iniziati prima del 31.10.1956, così l’art. 2 della L. n. 983/1957).
Analoga deroga all’ampiezza della fascia di rispetto non potrebbe invece disporsi per soddisfare interessi privati finalizzati al mantenimento di una costruzione abusivamente realizzata in spregio al vincolo.
---------------
Il Consiglio di Stato ha chiarito come non sia meritevole di scrutinio favorevole la censura con la quale si sia sostenuta la tesi della inapplicabilità dei vincoli cimiteriali per le opere realizzate al di fuori dei centri abitati (come avvenuto nel caso in esame).
Si è osservato, difatti, che le disposizioni di cui all'art. 338 del R.D. n. 1265/1934, e successive modificazioni, sono rivolte a disciplinare, da una parte, l'attività costruttiva dei cimiteri da parte del Comune, che deve scegliere aree distanti almeno duecento metri dai centri abitati, e, dall'altra, l'attività costruttiva del privato (una volta realizzato il cimitero) che non può costruire intorno al cimitero entro il raggio di duecento metri.
Di conseguenza il riferimento ai "centri abitati" di cui al suddetto articolo, rileva unicamente per la realizzazione e l'ampliamento dei cimiteri da parte del Comune e non per l'attività costruttiva del privato, che deve comunque rispettare le prescritte distanze dal cimitero anche se la costruzione dovesse essere edificata fuori dai centri abitati.
---------------
Infine, è decisivo osservare che il Consiglio di Stato ha pure affermato che, stante il vincolo assoluto di inedificabilità all'interno della fascia di rispetto cimiteriale posto dall'art. 338 del T.U. n. 1265/1934, in tale fascia non è possibile applicare la sanatoria degli abusi, essendo consentita in essa solo il recupero del patrimonio edilizio e non anche gli interventi di trasformazione in senso residenziale di organismi edilizi già esistenti.

CONSIDERATO:
1. – Queste Sezioni Riunite ritengono, condividendo l’avviso espresso dall’ULL, che il ricorso sia infondato. Ed invero, non merita accoglimento il primo motivo.
Al riguardo va innanzitutto precisato che la menzione all’art. 57 del D.P.R. n. 803/1975 era contenuta nel parere dell’Ufficiale sanitario (ossia in un atto endoprocedimentale), mentre differente era la motivazione del provvedimento impugnato che, senza citare una specifica fonte normativa, fondava il rigetto sulla insistenza del fabbricato abusivo in una zona sottoposta a vincolo cimiteriale.
Tanto precisato, va osservato che l’eventuale erroneità dell’indicazione di una fonte normativa, non vizia di per sé l’atto che la rechi, qualora il provvedimento risulti comunque conforme al superiore paradigma normativo.
Questo è il caso che ricorre nella fattispecie, giacché il divieto di edificare in aree gravate da vincolo cimiteriale è contenuto anche nell’art. 338, primo comma, del R.D. n. 1265/1934, vigente ratione temporis (“I cimiteri debbono essere collocati alla distanza di almeno duecento metri dai centri abitati. E' vietato di costruire intorno agli stessi nuovi edifici e ampliare quelli preesistenti entro il raggio di duecento metri”) e del pari, correttamente, richiamato nel ridetto parere dell’Ufficiale sanitario. D’altra parte che il manufatto abusivo ricada entro la sunnominata fascia di rispetto non è circostanza contestata.
Ancorché le superiori considerazioni siano dirimenti ai fini del rigetto della censura, nondimeno occorre soggiungere che l'art. 57 del D.P.R. n. 285/1990, invocato dalla ricorrente, sanciva, al comma 3 (fino all’abrogazione disposta dall’art. 28, comma 2, della L. 01.08.2002, n. 166), il divieto generale di costruire, entro la fascia di rispetto, nuovi edifici o di ampliare quelli preesistenti e che soltanto il comma 4 della disposizione (ugualmente abrogato) consentiva, limitatamente alle ipotesi di ampliamento dei cimiteri esistenti e ricorrendo altre condizioni, la possibilità di ridurre la distanza da detti cimiteri a non meno di 100 metri dai centri abitati: al caso in esame si applicava tuttavia il comma 3 dell’art. 57 e non il quarto (o, comunque, la ricorrente non ha offerto elementi per ritenere che dovesse farsi applicazione del quarto comma).
2. – Infondato è anche il secondo mezzo di gravame. Difatti, non sussiste il difetto di motivazione denunciato dalla ricorrente.
La possibilità di deroga alla quale accenna la signora A., consistendo in una previsione eccezionale rispetto al generale divieto di edificazione, deve ritenersi ammessa soltanto al fine di conseguire un interesse superindividuale, come la costruzione di un'opera pubblica o l'attuazione di un intervento urbanistico (oppure nel caso di fabbricati già esistenti o in corso di costruzione, purché iniziati prima del 31.10.1956, così l’art. 2 della L. n. 983/1957); analoga deroga all’ampiezza della fascia di rispetto non potrebbe invece disporsi per soddisfare interessi privati finalizzati al mantenimento di una costruzione abusivamente realizzata in spregio al vincolo, peraltro ben conosciuto dalla ricorrente (nel provvedimento di rigetto dell’istanza di revoca si dà infatti conto della circostanza che il Comune di Mascalucia, in data 26.11.1980, rilasciò alla signora A. un certificato dal quale risultava che il terreno, interessato dal fabbricato abusivo, ricadeva in zona di vincolo cimiteriale e che esso era inedificabile secondo lo strumento urbanistico vigente).
La signora A. nemmeno ha poi offerto un principio di prova della risalenza della costruzione, o almeno del suo inizio, a un’epoca antecedente al 31.10.1956 (anzi, nel modulo di condono la ricorrente indicò il periodo dal 30.01.1977 al 01.10.1983 quale epoca di ultimazione dell’abuso in parola).
In ogni caso l’art. 338 del R.D. n. 1265/1934 contempla una facoltà di deroga, riservata alla discrezionalità del Prefetto e del Consiglio comunale, con la conseguenza che una specifica motivazione sul punto diviene necessaria, attivandosi per l’appunto un potere eccezionale, soltanto nel caso in cui dette Autorità abbiano scelto di derogare alla distanza di 200 mt. e non anche quando difettino esigenze pubblicistiche di rango almeno pari a quelle poste alla base del vincolo medesimo (come invece preteso dalla ricorrente allo scopo di salvaguardare la sua costruzione abusiva).
3. – Nemmeno il terzo motivo è suscettibile di accoglimento, avendo il Consiglio di Stato (sez. V, n. 1593 del 29.03.2006) chiarito come non sia meritevole di scrutinio favorevole la censura con la quale si sia sostenuta la tesi della inapplicabilità dei vincoli cimiteriali per le opere realizzate al di fuori dei centri abitati (come avvenuto nel caso in esame).
Si è osservato, difatti, che le disposizioni di cui all'art. 338 del R.D. n. 1265/1934, e successive modificazioni, sono rivolte a disciplinare, da una parte, l'attività costruttiva dei cimiteri da parte del Comune, che deve scegliere aree distanti almeno duecento metri dai centri abitati, e, dall'altra, l'attività costruttiva del privato (una volta realizzato il cimitero) che non può costruire intorno al cimitero entro il raggio di duecento metri.
Di conseguenza il riferimento ai "centri abitati" di cui al suddetto articolo, rileva unicamente per la realizzazione e l'ampliamento dei cimiteri da parte del Comune e non per l'attività costruttiva del privato, che deve comunque rispettare le prescritte distanze dal cimitero anche se la costruzione dovesse essere edificata fuori dai centri abitati.
4. - Infine, e conclusivamente, ai fini del rigetto del ricorso in esame, è decisivo osservare che il Consiglio di Stato ha pure affermato che, stante il vincolo assoluto di inedificabilità all'interno della fascia di rispetto cimiteriale posto dall'art. 338 del T.U. n. 1265/1934, in tale fascia non è possibile applicare la sanatoria degli abusi, essendo consentita in essa solo il recupero del patrimonio edilizio e non anche gli interventi di trasformazione in senso residenziale di organismi edilizi già esistenti (Cons. Stato, sez. V, n. 4256 dell’08.09.2008) (C.G.A.R.S., parere 21.07.2014 n. 719 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATATrattandosi di opere edilizie abusive ed avendo la violazione delle norme edilizie natura di illecito permanente, l’amministrazione, nell’esercitare il potere repressivo, è tenuta ad applicare la disciplina in vigore al momento dell’adozione del provvedimento.
Essendo peraltro pacifico che, in ragione della natura, non propriamente sanzionatoria bensì ripristinatoria della legalità oggettiva violata dall’abuso, del provvedimento che ingiunge la demolizione di un’opera abusiva, il principio dell’irretroattività delle sanzioni amministrative previsto dalla L. n. 689/1981 non sia applicabile alle misure repressive degli abusi edilizi.
---------------
Nel caso in esame trova dunque piena e coerente applicazione l’attuale art. 35 del D.P.R. n. 380/2001 che disciplina gli interventi abusivi realizzati su suoli di proprietà dello Stato o di enti pubblici, e dispone che qualora sia accertata la realizzazione di interventi in assenza di permesso di costruire o di denuncia di inizio attività, ovvero in totale o parziale difformità dai medesimi, su suoli del demanio o del patrimonio dello Stato o di enti pubblici, debba essere ordinata al responsabile dell'abuso la demolizione ed il ripristino dello stato dei luoghi.
Tale disciplina, differente rispetto a quella ordinaria dettata dall'art. 31 del t.u. dell'edilizia e che non prevede l'irrogazione di sanzioni pecuniarie, trova la sua giustificazione nella peculiare gravità della condotta sanzionata, che riguarda la costruzione di opere abusive su suoli pubblici.
---------------
Anche ammettendo che la costruzione (ndr: abusiva) sia stata realizzata prima del 1967, era in vigore il Regolamento Edilizio del Comune del 1929, che già da allora prescriveva la preventiva autorizzazione del Podestà per la realizzazione di qualsiasi opera edilizia nel territorio comunale.
Né può fondatamente sostenersi che tale regolamento fosse divenuto illegittimo e non più applicabile una volta entrata in vigore la L. n. 1150/1942, che, all’art. 31, limitava la necessità della licenza edilizia all’attività edificatoria svolta all’interno dei centri abitati e nelle zone di espansione previste dai piani.
Infatti, la previsione di una pianificazione e di un controllo obbligatori limitata ai centri abitati, certamente non impediva ai Comuni di estendere all’intero territorio comunale (anticipando il contenuto della L. n. 765 del 1967) il potere di pianificazione e controllo dell’attività edilizia, con il conseguente obbligo di licenza, trattandosi di una tipica prerogativa ad essi spettante.

4. Con il secondo motivo il ricorrente oppone la violazione dell’art. 31 della L. n. 1150/1942, in quanto le opere in questione erano state realizzate in epoca anteriore al 1967 e, pertanto, le stesse non necessitavano di alcun titolo edificatorio, atteso che l'art. 31 della legge n. 1150/1942, nella sua formulazione originaria, prescriveva l'obbligo della licenza edilizia solo nell'ambito dei centri abitati e ove esistesse il piano regolatore comunale.
In ogni caso, secondo il ricorrente, la legge dell’epoca del compimento dell’abuso ipotizzava il pagamento di una mera sanzione pecuniaria.
4.1. Le tesi proposte sono destituite di fondamento, dal momento che anche ammettendo che la costruzione sia stata realizzata prima del 1967, era in vigore il Regolamento Edilizio del Comune di Venezia del 1929, che già da allora (come rilevato dall’amministrazione nel corso del procedimento), prescriveva la preventiva autorizzazione del Podestà per la realizzazione di qualsiasi opera edilizia nel territorio comunale.
4.1.2. Né può fondatamente sostenersi che tale regolamento fosse divenuto illegittimo e non più applicabile una volta entrata in vigore la L. n. 1150/1942, che, all’art. 31, limitava la necessità della licenza edilizia all’attività edificatoria svolta all’interno dei centri abitati e nelle zone di espansione previste dai piani.
Infatti, la previsione di una pianificazione e di un controllo obbligatori limitata ai centri abitati, certamente non impediva ai Comuni di estendere all’intero territorio comunale (anticipando il contenuto della L. n. 765 del 1967) il potere di pianificazione e controllo dell’attività edilizia, con il conseguente obbligo di licenza, trattandosi di una tipica prerogativa ad essi spettante.
4.2. Inoltre, non va dimenticato che le opere abusive in questione (bilancione da pesca, capanno attrezzi e pontile) insistono su suolo appartenente al demanio marittimo, e che, nel periodo ante 1967 in cui secondo il ricorrente sarebbero state realizzate le opere in questione, la necessità di un ulteriore titolo abilitativo era prevista dal Codice della Navigazione (del 1942) dove, all'art. 55, si prevedeva che “l'esecuzione di nuove opere entro una zona di trenta metri dal demanio marittimo o dal ciglio dei terreni elevati sul mare è sottoposta all'autorizzazione del capo del compartimento”.
Anche di tale autorizzazione dell’autorità marittima competente non v’è traccia alcuna nella documentazione depositata.
Né tale titolo può ritenersi insito nelle varie concessioni lagunari di volta in volta rilasciate dal Magistrato delle Acque, le quali attribuiscono ai vari titolari succedutisi solo un titolo di disponibilità temporanea delle opere in questione, senza interferire sul diverso piano della regolarità urbanistico-edilizia delle stesse (cfr. TAR Veneto: 11.12.2013 n. 1395; 28.11.2013 n. 1333).
4.3. Ne consegue che, trattandosi di opere edilizie abusive ed avendo la violazione delle norme edilizie natura di illecito permanente, l’amministrazione, nell’esercitare il potere repressivo, è tenuta ad applicare la disciplina in vigore al momento dell’adozione del provvedimento. Essendo peraltro pacifico che, in ragione della natura, non propriamente sanzionatoria bensì ripristinatoria della legalità oggettiva violata dall’abuso, del provvedimento che ingiunge la demolizione di un’opera abusiva, il principio dell’irretroattività delle sanzioni amministrative previsto dalla L. n. 689/1981 non sia applicabile alle misure repressive degli abusi edilizi.
4.3.2. Nel caso in esame trova dunque piena e coerente applicazione l’attuale art. 35 del D.P.R. n. 380/2001 che disciplina gli interventi abusivi realizzati su suoli di proprietà dello Stato o di enti pubblici, e dispone che qualora sia accertata la realizzazione di interventi in assenza di permesso di costruire o di denuncia di inizio attività, ovvero in totale o parziale difformità dai medesimi, su suoli del demanio o del patrimonio dello Stato o di enti pubblici, debba essere ordinata al responsabile dell'abuso la demolizione ed il ripristino dello stato dei luoghi. Tale disciplina, differente rispetto a quella ordinaria dettata dall'art. 31 del t.u. dell'edilizia e che non prevede l'irrogazione di sanzioni pecuniarie, trova la sua giustificazione nella peculiare gravità della condotta sanzionata, che riguarda la costruzione di opere abusive su suoli pubblici (cfr. TAR Abruzzo-Pescara - Sez. I, 14.01.2010, n. 23) (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 30.01.2014 n. 121 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Costituisce acquisizione giurisprudenziale consolidata che l’oggettiva disponibilità dell’area sulla quale sono stati rinvenuti i manufatti eseguiti in assenza di titolo edilizio e di autorizzazione paesaggistica, costituisca condizione sufficiente per individuare il destinatario dell’ordine di ripristino.
In casi analoghi, la giurisprudenza ha, infatti, chiarito come sia sufficiente ad individuare il legittimato passivo dell’ordine di demolizione dell’immobile abusivamente realizzato sul demanio, o nella relativa fascia di rispetto, la qualità di utilizzatore dell’immobile medesimo, senza necessità di accertare non solo chi ha realizzato l’abuso, ma nemmeno il proprietario dell’area o del manufatto.
Detto orientamento è condiviso da questa sezione, atteso che la disponibilità dell’immobile consente all’interessato di porre fine alla situazione antigiuridica.

5. Con il terzo, il quinto ed il sesto motivo di gravame il ricorrente contesta sotto vari profili il provvedimento poiché rivolto, non nei confronti dell’originario costruttore delle opere, bensì dell’attuale titolare, privo di legittimazione passiva in quanto non responsabile dell’abuso.
Tale argomento è privo di fondamento giuridico.
Infatti, costituisce acquisizione giurisprudenziale consolidata che l’oggettiva disponibilità dell’area sulla quale sono stati rinvenuti i manufatti eseguiti in assenza di titolo edilizio e di autorizzazione paesaggistica, costituisca condizione sufficiente per individuare il destinatario dell’ordine di ripristino.
In casi analoghi, la giurisprudenza (TAR Emilia Romagna, Bologna, 20.03.2003, n. 259; C. Si, 18.11.1998, n. 662) ha, infatti, chiarito come sia sufficiente ad individuare il legittimato passivo dell’ordine di demolizione dell’immobile abusivamente realizzato sul demanio, o nella relativa fascia di rispetto, la qualità di utilizzatore dell’immobile medesimo, senza necessità di accertare non solo chi ha realizzato l’abuso, ma nemmeno il proprietario dell’area o del manufatto.
Detto orientamento è condiviso da questa sezione (si vedano tra le ultime la già citata n. 1333/2013 e la n. 222/2013 aventi ad oggetto casi analoghi), atteso che la disponibilità dell’immobile consente all’interessato di porre fine alla situazione antigiuridica.
Pertanto, nel caso di specie, legittimamente, in applicazione del disposto di cui all’art. 35 D.P.R. 380/2001, è stata imposta al ricorrente la demolizione delle opere abusive in oggetto, eseguite su area demaniale (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 30.01.2014 n. 121 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AGGIORNAMENTO AL 13.06.2015

QUOTA ANNUALE DI ISCRIZIONE ALL'ALBO/ORDINE PROFESSIONALE:
perché la Corte dei Conti non si pronuncia??

     Nell'ambito dell'AGGIORNAMENTO AL 14.05.2015 davamo conto di un'ampia rassegna pareristica/giurisprudenziale sul tema in oggetto a seguito della tanto rumorosa (a detta di pochi intimi e per il "nulla") sentenza 16.04.2015 n. 7776 della Sez. lavoro della Corte di Cassazione.
     Ebbene, ad oggi abbiamo contezza di un primo (non) pronunciamento della Corte dei Conti, dopo la suddetta sortita della Suprema Corte, che di seguito riportiamo:

PUBBLICO IMPIEGOSulla questione circa  la rimborsabilità, a carico dell’amministrazione comunale, delle spese relative al contributo di iscrizione all’albo professionale del dipendente professionista, la richiesta va dichiara inammissibile poiché  “la questione prospettata –concernente l’individuazione del soggetto (avvocato o amministrazione locale) sul quale dovrebbero gravare le spese per l’iscrizione all’albo degli avvocati (art. 3 del r.d.l. 27.11.1933, n. 1578)– solo indirettamente potrebbe ricondursi alla materia della contabilità pubblica, presupponendo la risoluzione di una questione di stretta interpretazione normativa, che esorbita (…) dal perimetro che delinea l’ambito della competenza consultiva della Sezione”.
---------------
La questione proposta dal Comune di Massa e Cozzile concerne la rimborsabilità, a carico dell’amministrazione comunale, delle spese relative al contributo di iscrizione all’albo professionale del dipendente professionista.
L’ente evidenzia, nella richiesta, un contrasto interpretativo tra questa Sezione (
parere 22.04.2008 n. 11), sfavorevole ad un’imputazione all’ente pubblico della spesa di cui si discute, e una recente sentenza della Cass., Sez. lavoro, n. 7776/2015, che impone all’ente pubblico il pagamento degli oneri di iscrizione agli albi professionali.
...
Il punto va risolto facendo riferimento alla deliberazione 13.01.2011 n. 1 delle Sezioni Riunite -in sede di controllo- della Corte dei Conti  che, pronunciandosi su questione di massima in ordine ad un quesito analogo a quello sottoposto all’odierno esame, ha affermato: “
la questione prospettata –concernente l’individuazione del soggetto (avvocato o amministrazione locale) sul quale dovrebbero gravare le spese per l’iscrizione all’albo degli avvocati (art. 3 del r.d.l. 27.11.1933, n. 1578)– solo indirettamente potrebbe ricondursi alla materia della contabilità pubblica, presupponendo la risoluzione di una questione di stretta interpretazione normativa, che esorbita (…) dal perimetro che delinea l’ambito della competenza consultiva della Sezione”.
Ne è conseguita una pronuncia di inammissibilità oggettiva che, pur riferita alla sola rimborsabilità dell’iscrizione all’albo del dipendente avvocato, esprime un principio di diritto valevole per tutte le fattispecie analoghe.
A tale principio si è già successivamente uniformata questa Sezione con parere 26.05.2011 n. 98, (così superando il proprio precedente
parere 22.04.2008 n. 11, richiamata dal richiedente, che pronunciava invece nel merito, avendo risolto positivamente la questione preliminare dell’ammissibilità), nonché altre Sezioni regionali di controllo, tra cui Puglia (delib. nn. 14/2013 e 91/2012), Veneto (delib. n. 181/2013) e Lombardia (parere 23.10.2012 n. 442 e parere 12.01.2012 n. 2).
La Sezione conclude pertanto nel senso della inammissibilità della richiesta in esame (Corte dei Conti, Sez. controllo Toscana, parere 08.06.2015 n. 162).

     Certo che tale motivazione, per non pronunciarsi, è semplicemente stupefacente laddove ogni anno, in sede di controllo del conto consuntivo, si spulciano voci di spesa anche di poche decine di euro onde verificare se alcune siano legittimamente annoverabili, per esempio, nelle spese di rappresentanza degli amministratori locali.
     Ed il fatto di pagare al proprio dipendente la quota annuale di iscrizione all'albo/ordine professionale (e stiamo parlando di 200/250 € l'anno ... dipende dalla singola sede provinciale) ed avere la certezza se ciò sia legittimo -o meno- evidentemente non è degno di attenzione preventiva col rischio (tutt'altro che remoto) di cagionare danno erariale ... allora, volenti o nolenti, bisognerà attendere che arrivi la Procura regionale della Corte dei Conti per dirci come stanno le cose ...
     Nell'attesa, abbiamo trovato altri pareri sull'argomento proposti a seguire.
13.06.2015 - LA SEGRETERIA PTPL

PUBBLICO IMPIEGOLa richiesta di parere (in merito all’ammissibilità o meno del pagamento, da parte del Comune, della quota annuale di iscrizione all’elenco speciale annesso all’albo degli avvocati per il proprio dipendente incaricato dell’avvocatura comunale) deve essere dichiarata inammissibile in quanto la questione prospettata solo indirettamente potrebbe ricondursi alla materia della “contabilità pubblica”, presupponendo la risoluzione di una questione di stretta interpretazione normativa, che esorbita, per le ragioni sopra dette, dal perimetro che delinea l’ambito della competenza consultiva della Sezione.
---------------
Con la nota indicata in epigrafe il Sindaco del Comune di Suzzara (MN) ha chiesto alla Sezione un parere in merito all’ammissibilità o meno del pagamento, da parte del Comune, della quota annuale di iscrizione all’elenco speciale annesso all’albo degli avvocati per il proprio dipendente incaricato dell’avvocatura comunale.
Nel formulare i predetto quesito, il Sindaco afferma che l’ente ha preso visione del precedente parere su identica questione già rilasciato da questa Sezione con deliberazione n. 655/2009/PAR e chiede conferma di tale orientamento anche a seguito di diverso avviso espresso da altri plessi giurisdizionali (Consiglio di Stato e Tribunale di Potenza).
...
Con specifico riferimento alla richiesta oggetto della presente pronuncia, la Sezione osserva che la stessa è inammissibile sul piano oggettivo.
La questione risulta essere stata affrontata in più occasioni dalla Corte dei conti, sia da parte delle Sezioni regionali di controllo nell’esercizio della funzione consultiva (Sez. Emilia-Romagna,
parere 28.04.2009 n. 10; Sez. Toscana, parere 22.04.2008 n. 11; Sez. Basilicata, deliberazione 15.06.2007 n. 12; Sez. Piemonte, parere 29.03.2007 n. 2; Sez. Sardegna, parere 19.01.2007 n. 1), sia da parte della Sezione Autonomie in sede di coordinamento (nota n. 6935/C21 del 07.06.2007).
Tali pronunce sono state univoche nell’escludere che della spesa della quota d’iscrizione all’albo professionale del dipendente possa essere gravato l’ente di appartenenza.
Questo Collegio, con il richiamato parere 22.09.2009 n. 655, ha ritenuto in precedenza di condividere tale orientamento ed
ha concluso che, con riferimento specifico al quesito posto, si dovesse ritenere esclusa per l’ente locale la possibilità “di procedere, per i propri dipendenti avvocati, al pagamento (o al rimborso) della quota annuale d’iscrizione nell’elenco speciale annesso all’albo degli avvocati, nonché delle tasse d’iscrizione all’albo speciale degli avvocati ammessi al patrocinio avanti alla Corte Suprema di Cassazione e alle altre Giurisdizioni Superiori”.
Successivamente a tale pronuncia, con deliberazione 26.10.2010 n. 722/2010/PAR, la Sezione regionale di controllo per le Marche, in occasione dell’esame di un parere sulla medesima questione, ha sospeso la pronuncia e ha rimesso gli atti al Presidente della Corte dei conti per le determinazioni di competenza ai sensi dell’art. 17, comma 31, del decreto-legge 01.07.2009, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, il quale, a sua volta ha deferito alle Sezioni riunite una questione di massima di particolare rilevanza del seguente tenore:
a) se rientri nel concetto di contabilità pubblica di cui all’art. 7, comma 8, della legge 05.06.2003, n. 131 e quindi se sia ammissibile la richiesta di parere concernente il quesito relativo alle spese per l’iscrizione all’albo degli avvocati (art. 3, r.d.l. 27.11.1933, n. 1578);
b) se rientri, ex art. 7, comma 8, della legge citata n. 131 del 2003, nella competenza della Sezione regionale di controllo esprimere avviso in merito a quesiti riferiti a casi concreti limitatamente ai profili di stretta interpretazione normativa;
c) se, in caso di ammissibilità del quesito, le spese relative all’iscrizione alla sezione speciale dell’albo degli avvocati, finalizzate all’esclusivo patrocinio a vantaggio dell’amministrazione, debbano essere poste a carico del privato oppure, secondo quanto ritenuto dalla Corte di cassazione (Cass. Lavoro n. 3928/2007), delle amministrazioni locali.
Con deliberazione 13.01.2011 n. 1/CONTR/11 le Sezioni Riunite della Corte dei conti hanno affermato al riguardo che: “La questione è agevolmente risolvibile alla luce della recente pronuncia di queste stesse Sezioni riunite n. 54/CONTR/10 del 17.11.2010, che ha chiarito l’ambito oggettivo delle pronunce di orientamento generale di competenza di questa Corte relative al coordinamento della finanza pubblica, laddove vengano prospettate, in sede di richiesta di parere delle Sezioni regionali di controllo, questioni in materia di contabilità pubblica".
Al riguardo, nella citata pronuncia, si è affermato che l’espressione “in materia di contabilità pubblica” non può comportare una estensione dell’attività consultiva “a tutti i settori dell’azione amministrativa”, ma va delimitata ai profili che “risultino connessi alle modalità di utilizzo delle risorse pubbliche, nel quadro di specifici obiettivi di contenimento della spesa sanciti dai principi di coordinamento della finanza pubblica […] in grado di ripercuotersi direttamente sulla sana gestione finanziaria dell’ente e sui pertinenti equilibri di bilancio”.
Sulla base di questa premessa affermata nella deliberazione n. 54/CONTR/10 del 17.11.2010, che attiene alle condizioni di ammissibilità dei quesiti –intervenuta peraltro successivamente all’avvenuto deferimento della questione da parte della Sezione di controllo remittente–,
deve ritenersi che la questione sia inammissibile per carenza delle caratteristiche indicate nella citata deliberazione, in quanto, come d’altro canto la stessa Sezione riconosce (pag. 6), la questione prospettata –concernente l’individuazione del soggetto (avvocato o amministrazione locale) sul quale dovrebbero gravare le spese per l’iscrizione all’albo degli avvocati (art. 3 del r.d.l. 27.11.1933, n. 1578)– solo indirettamente potrebbe ricondursi alla materia della “contabilità pubblica”, presupponendo la risoluzione di una questione di stretta interpretazione normativa, che esorbita, per le ragioni sopra dette, dal perimetro che delinea l’ambito della competenza consultiva della Sezione.
Se ne deve concludere che la questione sottoposta all’esame di queste Sezioni riunite è inammissibile e, pertanto, gli atti vanno restituiti alla Sezione di controllo remittente.
Pertanto, in osservanza al disposto dell’art. 17, comma 31, secondo periodo, del decreto-legge 01.07.2009, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 03.08.2009, n. 102, a mente del quale “Tutte le sezioni regionali di controllo si conformano alle pronunce di orientamento generale adottate dalle Sezioni Riunite”, e recependo le conclusioni della sopra riportata deliberazione SSRR n. 1/CONTR/11 del 13.01.2011,
la richiesta di parere proveniente dal Sindaco del Comune di Suzzara (MN) deve essere dichiarata inammissibile (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 12.01.2012 n. 2).

PUBBLICO IMPIEGODeve ritenersi che la questione sia inammissibile (…) in quanto la questione prospettata –concernente l’individuazione del soggetto sul quale dovrebbero gravare le spese per l’iscrizione all’albo– solo indirettamente potrebbe ricondursi alla materia della contabilità pubblica, presupponendo la risoluzione di una questione di stretta interpretazione normativa, che esorbita, per le ragioni sopra dette, dal perimetro che delinea l’ambito delle competenze consultive della Sezione.
---------------
Il Consiglio delle autonomie locali ha inoltrato alla Sezione, con nota in data 13.05.2011 prot. n. 8243/1.13.9, una richiesta di parere formulata dal Sindaco del comune di Campi Bisenzio, in cui l’ente chiede se sia legittimo accogliere la domanda di alcuni dipendenti tesa ad ottenere il rimborso della spesa sostenuta per l’iscrizione all’albo professionale, nonché la domanda tesa ad ottenere il rimborso della spesa sostenuta per ottenere il rilascio della carta di qualificazione del conducente (CQC).
...
In merito alla richiesta di legittimità del rimborso di quanto versato per l’iscrizione all’albo professionale, questa (deliberazione n. 11/2008) ed altre sezioni (Emilia Romagna 10/2009, Basilicata 14/2009, Campania 97/2010, Lombardia 673/2010) si sono espresse con esiti diversi in tema di ammissibilità oggettiva della domanda.
A dirimere la questione sono intervenute le Sezioni Riunite della Corte dei conti, coinvolte con una richiesta di pronunciarsi su questione di massima ai sensi dell’art. 17, comma 31, della L. 102/2009, di conversione del D.L. 78/2009.
La deliberazione 13.01.2011 n. 1, in risposta ad un quesito proposto sulla medesima questione oggetto del parere in argomento, recita <<l’espressione “in materia di contabilità pubblica” non può comportare un’estensione dell’attività consultiva a tutti i settori dell’azione amministrativa, ma va delimitata ai profili che risultino connessi alle modalità di utilizzo delle risorse pubbliche, nel quadro di specifici obiettivi di contenimento della spesa sanciti dai principi di coordinamento della finanza pubblica –espressione della potestà legislativa concorrente di cui all’art. 117, comma 3, della Costituzione– contenuti nelle leggi finanziarie, in grado di ripercuotersi direttamente sulla sana gestione finanziaria dell’Ente e sui pertinenti equilibri di bilancio.
Sulla base di questa premessa (…), deve ritenersi che la questione sia inammissibile (…) in quanto la questione prospettata –concernente l’individuazione del soggetto sul quale dovrebbero gravare le spese per l’iscrizione all’albo– solo indirettamente potrebbe ricondursi alla materia della contabilità pubblica, presupponendo la risoluzione di una questione di stretta interpretazione normativa, che esorbita, per le ragioni sopra dette, dal perimetro che delinea l’ambito delle competenze consultive della Sezione
>>.
Per le esposte ragioni,
la richiesta deve ritenersi inammissibile da un punto di vista oggettivo (Corte dei Conti, Sez. controllo Toscana, parere 26.05.2011 n. 98).

PUBBLICO IMPIEGOSi deve ritenere esclusa la “possibilità per la Provincia di procedere, per i propri dipendenti avvocati, al pagamento (o al rimborso) della quota annuale d’iscrizione nell’elenco speciale annesso all’albo degli avvocati, nonché delle tasse d’iscrizione all’albo speciale degli avvocati ammessi al patrocinio avanti alla Corte Suprema di Cassazione e alle altre Giurisdizioni Superiori”.
---------------
Con la nota indicata in epigrafe il Presidente della Provincia di Mantova ha chiesto alla Sezione di rendere apposito parere in ordine “alla possibilità per la Provincia di procedere, per i propri dipendenti avvocati, al pagamento (o al rimborso) della quota annuale d’iscrizione nell’elenco speciale annesso all’albo degli avvocati, nonché delle tasse d’iscrizione all’albo speciale degli avvocati ammessi al patrocinio avanti alla Corte Suprema di Cassazione e alle altre Giurisdizioni Superiori
...
La questione risulta essere stata affrontata in più occasioni dalla Corte dei conti, sia da parte delle Sezioni regionali di controllo nell’esercizio della funzione consultiva (Sez. Emilia-Romagna,
parere 28.04.2009 n. 10; Sez. Toscana, parere 22.04.2008 n. 11; Sez. Basilicata, deliberazione 15.06.2007 n. 12; Sez. Piemonte, parere 29.03.2007 n. 2; Sez. Sardegna, parere 19.01.2007 n. 1), sia da parte della Sezione Autonomie in sede di coordinamento (nota n. 6935/C21 del 07.06.2007).
Tali pronunce sono state univoche nell’escludere che della spesa della quota d’iscrizione all’albo professionale del dipendente possa essere gravato l’ente di appartenenza.
Questo Collegio ritiene di condividere tale orientamento e di poter esprimere al riguardo le seguenti considerazioni.

In primo luogo va precisato che
la questione acquista rilievo solo nella misura in cui l’iscrizione all’albo professionale (in questo caso l’albo degli avvocati) costituisca requisito necessario per lo svolgimento dell’attività del dipendente. Ove l’iscrizione, se mai consentita dalle diverse normative vigenti, fosse da imputarsi alla libera scelta del dipendente, dovrebbe ritenersi ovviamente a suo carico il pagamento della relativa tassa d’iscrizione.
Rientrano in tale ipotesi anche i casi in cui l’accesso al rapporto di pubblico impiego abbia presupposto, quale titolo, il conseguimento dell’abilitazione all’esercizio della professione, non risultando poi necessaria l’iscrizione al relativo albo per lo svolgimento dell’attività del dipendente.
La questione si pone, dunque, per le fattispecie in cui i dipendenti debbano essere iscritti all’albo avvocati, in quanto requisito necessario per l’esercizio delle funzioni (di consulenza, rappresentanza e patrocinio legale) che svolgono per l’ente.
In questi casi,
deve ritenersi che l’iscrizione all’albo professionale, anche se necessaria per lo svolgimento dell’attività svolta dal dipendente per l’ente, non sia effettuata nell’esclusivo interesse dell’ente stesso-datore di lavoro.
Da un lato, infatti, è vero che il rapporto che s’instaura tra il dipendente avvocato e l’ente di appartenenza è di tipo esclusivo, nel senso che il dipendente svolge la propria attività professionale solo in rappresentanza e in favore dell’ente; ciò potrebbe indurre a ritenere che conseguentemente spetti all’ente sostenere la spesa della quota d’iscrizione all’albo professionale del dipendente, proprio perché presupposto di un’attività di quest’ultimo che va ad esclusivo vantaggio dell’ente stesso.
Dall’altro lato, tuttavia, v’è da considerare che il rapporto di lavoro in questione è caratterizzato da un’attività di alta specializzazione e professionalità, che, a differenza di altri rapporti di lavoro pubblico, è remunerata al dipendente avvocato, oltre che con la retribuzione base, anche tramite la corresponsione delle cosiddette “propine”. In quest’ottica, il mantenimento dell’iscrizione del dipendente all’ordine professionale deve ritenersi rimesso alla sua responsabilità, comportando esso vari obblighi, tra cui anche quello di provvedere agli adempimenti legati al pagamento della quota annuale d’iscrizione al proprio albo professionale, adempimenti che, appunto in quanto attengono a profili strettamente connessi con la professionalità del soggetto iscritto, arrecano benefici diretti nella sua sfera d’interessi.

Alle suesposte considerazioni si aggiunge anche la constatazione che
gli strumenti di contrattazione collettiva non prevedono alcun onere specifico in tal senso a carico dell’amministrazione.
Pertanto,
deve ritenersi che, in assenza di espresse disposizioni normative sul punto, debba prevalere la scrupolosa osservanza dei vigenti criteri di contenimento della spesa complessiva per il personale, diretta e indiretta, entro i vincoli di finanza pubblica (art. 1, comma 1, lett. b, del D.Lgs. 30.03.2001, n. 165), ed il principio in base al quale “l’attribuzione di trattamenti economici può avvenire esclusivamente mediante contratti collettivi e, alle condizioni previste, mediante contratti individuali (art. 2, comma 3, del D.Lgs. 30.03.2001, n. 165).
Conclusivamente, con riferimento specifico al quesito posto,
si deve ritenere esclusa la “possibilità per la Provincia di procedere, per i propri dipendenti avvocati, al pagamento (o al rimborso) della quota annuale d’iscrizione nell’elenco speciale annesso all’albo degli avvocati, nonché delle tasse d’iscrizione all’albo speciale degli avvocati ammessi al patrocinio avanti alla Corte Suprema di Cassazione e alle altre Giurisdizioni Superiori (Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 22.09.2009 n. 655).

CONVEGNI

EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICA: L'Associazione Nazionale Consulenti Tecnici di Ufficio organizza per sabato 20.06.2015 - ore 14,30, nell'ambito di EXPO 2015, un seminario gratuito dal titolo “Risorsa territorio, sviluppo sostenibile e giustizia”.
Per maggiori dettagli e per iscriversi cliccare qui.

UTILITA'

EDILIZIA PRIVATA: Maggiorazione costo di costruzione di cui all’art. 16, comma 3, del D.P.R. n. 380/2001 a’ sensi dell’art. 5, comma 10, della L.R. 28.11.2014 n. 31.
---------------
Per quei comuni che non avessero ancora provveduto a deliberare, ecco un fac-simile di testo liberamente modificabile.

SINDACATI

PUBBLICO IMPIEGO: ASSEGNI AL NUCLEO FAMILIARE - A chi e quanto spetta? (CGIL di Bergamo, CGIL materiali giugno 2015 - n. 3).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

ENTI LOCALI: G.U. 12.06.2015 n. 134 "Aggiornamento degli allegati al decreto legislativo 23.06.2011, n. 118, relativo alle disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 05.05.2009, n. 42" (Ministero dell'Economia e delle Finanze, decreto 20.05.2015).

ENTI LOCALI: G.U. 10.06.2015 n. 132, suppl. ord. n. 27, "Adozione delle note metodologiche e dei fabbisogni standard per ciascun comune delle regioni a Statuto ordinario, relativi alle funzioni di istruzione pubblica, nel campo della viabilità e dei trasporti, di gestione del territorio e dell’ambiente e nel settore sociale" (D.P.C.M. 27.03.2015: volume I - volume II).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 24 del 10.06.2015, "Pubblicazione ai sensi dell’articolo 5 del regolamento regionale 21.01.2001, n. 1, dell’elenco dei tecnici competenti in acustica ambientale riconosciuti dalla Regione Lombardia alla data del 31.05.2015, in attuazione dell’articolo 2, commi 6 e 7, della legge 26.10.1995, n. 447 e della deliberazione di Giunta regionale 06.08.2012, n. IX/3935" (comunicato regionale 05.06.2015 n. 83).

AMBIENTE-ECOLOGIA: G.U. 05.06.2015 n. 128 "Metodi di valutazione delle stazioni di misurazione della qualità dell’aria di cui all’articolo 6 del decreto legislativo 13.08.2010 n. 155" (Ministero dell'Ambiente e ella Tutela del Territorio e del Mare, decreto 05.05.2015).

CORTE DEI CONTI

ENTI LOCALI - SEGRETARI COMUNALI: Segretari di rigore. C'è l'obbligo di presa in servizio. PROVINCE/ Il ministero dell'interno applica la legge.
Province obbligate a prendere in servizio, e remunerare, i segretari provinciali, anche se sono impossibilitate ad assumere qualsiasi dipendente, debbono tagliare della metà i costi del personale e sono letteralmente strangolate dalla legge 190/2014, come ha certificato la Corte dei conti, Sez. Autonomie, con deliberazione 11.05.2015 n. 17/2015.
Succede a Cuneo, dove il ministero dell'interno, applicando rigorosamente la norma, ha inviato d'ufficio un segretario alla provincia, per coprire la sede liberatasi lo scorso novembre a seguito del pensionamento del precedente titolare.
Il presidente della provincia di Cuneo aveva ritenuto di poter fare a meno della nomina di un nuovo segretario, lasciando che a svolgere la connessa attività fosse il vice segretario, sul presupposto che il disegno di legge di riforma della p.a. all'attenzione della camera prevede l'abolizione dei segretari e la loro confluenza nel ruolo unico della dirigenza locale.
Un malinteso modo di concepire le riforme, anticipate nella loro attuazione prima ancora che entrino in vigore e che rivela i rischi che stanno dietro un sistema che attribuisce eccessivo peso alle scelte discrezionali e sostanzialmente immotivate della politica, che il disegno di legge delega rende praticamente libera di incaricare i dirigenti.
Più comprensibile e giustificata l'altra motivazione che aveva spinto il presidente della provincia di Cuneo a non attivare la procedura per sostituire il segretario: evitare di accollarsi il costo di un dirigente (circa 115 mila euro lordi), mentre la normativa obbliga a fare a meno di metà del personale, vieta di effettuare assunzioni e impone pesantissime limitazioni alle spese correnti, con influenze estremamente negative sui servizi.
Appare oggettivamente paradossale che enti come le province, in predicato di andare tutti in dissesto a causa delle manovre finanziarie insostenibili, alle quali è vietato da tre anni di effettuare qualsiasi assunzione, debbano ciò nonostante assumersi la spesa per il segretario. Il ministero dell'interno ha certamente adempiuto alla legge che considera il segretario obbligatorio.
Tuttavia, la tempestività dell'intervento lascia da pensare, considerando che le sedi vacanti nei comuni sono migliaia. Ma, soprattutto, se per un verso è ineccepibile comunque la copertura delle sedi di segreteria delle province, è certo incomprensibile gravare la spesa corrente di questi enti di ulteriori pesi.
Sarebbe certamente molto più corretto e logico che lo stato, che preleva forzosamente alle province 2,9 miliardi di euro di spese correnti (diverranno 4,9 a regime nel 2017), dovendo coprire le sedi di segreteria provinciali (mentre restano scoperte migliaia di sedi di comuni che ne hanno molto più bisogno) si accollasse la relativa spesa (articolo ItaliaOggi del 05.06.2015).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

AMBIENTE-ECOLOGIA: S. Rosolen, Nuovi delitti, nuovi reati presupposto 231 e nuovi meccanismi estintivi in campo ambientale (09.06.2015 - tratto da www.ambientediritto.it).

PUBBLICO IMPIEGO: L. Sergio, La delega delle funzioni dirigenziali nel settore degli enti locali (08.06.2015 - link a www.studiocataldi.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA