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71-PATRIMONIO
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dossier ABUSI EDILIZI
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novembre 2014

EDILIZIA PRIVATAIn presenza di manufatti abusivi non sanati né condonati, gli interventi ulteriori (sia pure riconducibili, nella loro oggettività, alle categorie della manutenzione straordinaria, del restauro e/o risanamento conservativo, della ristrutturazione, della realizzazione di opere costituenti pertinenze urbanistiche) ripetono le caratteristiche di illegittimità dell'opera principale alla quale ineriscono strutturalmente, sicché non può ammettersi la prosecuzione dei lavori abusivi a completamento di opere che, fino al momento di eventuali sanatorie, devono ritenersi comunque abusive, con conseguente obbligo del Comune di ordinarne la demolizione .
In siffatte evenienze la misura repressiva costituisce atto dovuto, che non può essere evitata nell'assunto che per le opere realizzate non fosse necessario il permesso di costruire o che avessero natura pertinenziale; ciò perché, in caso di prosecuzione dei lavori di un immobile già oggetto di domanda di condono, vale il diverso principio in forza del quale è la prosecuzione in sé dei lavori ad essere preclusa, senza che sia possibile distinguere tra opere pertinenziali e non, tra opere soggette al permesso di costruire ed opere realizzabili con segnalazione certificata di inizio attività.

Ma a rilevare ancora qui con valore dirimente, è il principio, dal Collegio pienamente condiviso, secondo cui in presenza di manufatti abusivi non sanati né condonati, gli interventi ulteriori (sia pure riconducibili, nella loro oggettività, alle categorie della manutenzione straordinaria, del restauro e/o risanamento conservativo, della ristrutturazione, della realizzazione di opere costituenti pertinenze urbanistiche) ripetono le caratteristiche di illegittimità dell'opera principale alla quale ineriscono strutturalmente, sicché non può ammettersi la prosecuzione dei lavori abusivi a completamento di opere che, fino al momento di eventuali sanatorie, devono ritenersi comunque abusive, con conseguente obbligo del Comune di ordinarne la demolizione (TAR Campania, Napoli, Sez. VI, 29.10.2013 n. 4817; 05.06.2013 n. 2910; 02.05.2012 n. 2006; 11.05.2011 n. 2624; 25.02.2011 n. 1218; 03.12.2010 n. 26788; Cass. Penale, Sezione III, 24.10.2008 n. 45070).
In siffatte evenienze la misura repressiva costituisce atto dovuto, che non può essere evitata nell'assunto che per le opere realizzate non fosse necessario il permesso di costruire o che avessero natura pertinenziale; ciò perché, in caso di prosecuzione dei lavori di un immobile già oggetto di domanda di condono, vale il diverso principio in forza del quale è la prosecuzione in sé dei lavori ad essere preclusa, senza che sia possibile distinguere tra opere pertinenziali e non, tra opere soggette al permesso di costruire ed opere realizzabili con segnalazione certificata di inizio attività (cfr. TAR Campania, Napoli, Sez. VI, 11.12.2012 n. 5084, 02.05.2012 n. 2006, 11.05.2011 n. 2626; Sez. VII, 14.01.2011 n. 160)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 14.11.2014 n. 5899 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In caso di ordine di demolizione non è richiesta una specifica motivazione che dia conto della valutazione delle ragioni di interesse pubblico alla demolizione o della comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, in quanto il presupposto per l'adozione dell'ordine de quo è costituito esclusivamente dalla constatata esecuzione dell'opera in difformità dal titolo abilitativo o in sua assenza, con la conseguenza che il provvedimento, ove ricorrano i predetti requisiti, è sufficientemente motivato con la descrizione delle opere abusive e il richiamo alla loro accertata abusività.
---------------
E’ inoltre priva di riscontro probatorio la risalenza dei manufatti al periodo antecedente all’entrata in vigore della L. 06.08.1967 n. 765 che, come noto, ha esteso all’intero territorio comunale l’obbligo di munirsi di titolo abilitativo ad edificare, con ciò innovando l’art. 31 della L. 17.08.1942 n. 1150 (c.d. legge urbanistica) che, in precedenza, circoscriveva tale obbligo esclusivamente agli immobili situati nei centri urbani.

Si aggiunga che, nel caso specifico, l’ordine demolitorio si giustifica anche in ragione della natura vincolata dell’area interessata dalle costruzioni abusive.
Com'è noto nelle zone soggette a vincoli di cui al D.Lgs. n. 42/2004 ogni intervento non rientrante tra quelli di cui all'art. 149 deve essere preceduto da specifica autorizzazione paesaggistica e, in assenza di quest'ultima, le opere senza titolo devono essere ridotte in pristino ai sensi dell'art. 167 dello stesso decreto legislativo.
Allo stesso modo l'art. 27 del D.P.R. n. 380/2001 prevede che "il dirigente o il responsabile, quando accerti l'inizio o l'esecuzione di opere eseguite senza titolo su aree assoggettate, da leggi statali, regionali o da altre norme urbanistiche vigenti o adottate, a vincolo di inedificabilità, o destinate ad opere e spazi pubblici ovvero ad interventi di edilizia residenziale pubblica di cui alla legge 18.04.1962, n. 167 , e successive modificazioni ed integrazioni, nonché in tutti i casi di difformità dalle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici, provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi".
Nel caso di specie è incontestata la presenza del vincolo paesaggistico sull'area in questione così come l'insussistenza di un titolo per le opere realizzate e, pertanto, correttamente ne è stata ordinata demolizione con riduzione in pristino dello stato dei luoghi, ai sensi dell’art. 27 del D.P.R. n. 380/2001 e dell’art. 167 del D.Lgs. n. 42/2004.
Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza, peraltro, in caso di ordine di demolizione non è richiesta una specifica motivazione che dia conto della valutazione delle ragioni di interesse pubblico alla demolizione o della comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, in quanto il presupposto per l'adozione dell'ordine de quo è costituito esclusivamente dalla constatata esecuzione dell'opera in difformità dal titolo abilitativo o in sua assenza, con la conseguenza che il provvedimento, ove ricorrano i predetti requisiti, è sufficientemente motivato con la descrizione delle opere abusive e il richiamo alla loro accertata abusività (cfr. TAR Puglia, Lecce, 04.02.2012 n. 227; TAR Campania, Napoli, VIII, 09.02.2012 n. 693).
E’ inoltre priva di riscontro probatorio la risalenza dei manufatti al periodo antecedente all’entrata in vigore della L. 06.08.1967 n. 765 che, come noto, ha esteso all’intero territorio comunale l’obbligo di munirsi di titolo abilitativo ad edificare, con ciò innovando l’art. 31 della L. 17.08.1942 n. 1150 (c.d. legge urbanistica) che, in precedenza, circoscriveva tale obbligo esclusivamente agli immobili situati nei centri urbani
(TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 14.11.2014 n. 5899 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ottobre 2014

EDILIZIA PRIVATAL’autorizzazione paesistica, la quale è preordinata a garantire un armonioso sviluppo della zona protetta che si vuole tutelare per la particolarità ed unicità della sua bellezza, costituisce atto autonomo e presupposto del permesso di costruire, i cui lavori è onere della parte provare nella loro legittimità sulla base di precisi e persuasivi indizi.
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La produzione di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio non può assurgere al rango di prova, seppure presuntiva, sull'epoca di anteriore realizzazione dell'abuso edilizio-paesaggistico rispetto al vincolo apposto, in assenza di minimi riscontri documentali o di altri elementi di prova eventualmente anche indiziari ma concordanti.
Pertanto, in applicazione del principio generale di cui all'art. 2697 c.c., chi realizza interventi ritenuti abusivi, su immobili esistenti, è tenuto a dimostrare rigorosamente, se intende evitare le misure repressive di legge, lo stato della preesistenza, posto che, in tali casi, solo il privato dispone, ed è normalmente in grado di esibire, la documentazione idonea al fine di fornire utili elementi di valutazione quali fotografie con data certa dell'immobile, estratti delle planimetri catastali, il progetto originario e i suoi allegati, e quant’altro di utile.
Di conseguenza, va ritenuto sufficientemente motivato il provvedimento che, a fronte di un abuso edilizio-paesaggistico, ne ordina la demolizione con richiamo al verbale di sopralluogo dei tecnici comunali dato che, com'è noto, il provvedimento sanzionatorio in materia edilizia ha natura del tutto vincolata giacché è conseguente ad un accertamento tecnico della consistenza delle opere abusive realizzate.
Infatti, il verbale redatto e sottoscritto dagli agenti e dai tecnici del comune a seguito di sopralluogo, attestante l'esistenza di manufatti abusivi, costituisce atto pubblico, fidefaciente fino a querela di falso, ai sensi dell'art. 2700 c.c., delle circostanze di fatto in esse accertate, sia relativamente allo stato di fatto e sia rispetto allo status quo ante.
In punto di diritto va invece osservato come l’autorizzazione paesistica, la quale è preordinata a garantire un armonioso sviluppo della zona protetta che si vuole tutelare per la particolarità ed unicità della sua bellezza, costituisca atto autonomo e presupposto del permesso di costruire, i cui lavori è onere della parte provare nella loro legittimità sulla base di precisi e persuasivi indizi.
La giurisprudenza di questo Consiglio è concorde nell’affermare che la produzione di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio non può assurgere al rango di prova, seppure presuntiva, sull'epoca di anteriore realizzazione dell'abuso edilizio-paesaggistico rispetto al vincolo apposto, in assenza di minimi riscontri documentali o di altri elementi di prova eventualmente anche indiziari ma concordanti (Cons. St., sez. VI, 05.08.2013, 4075; Sez. IV, 14.02.2012, n. 703; Sez. V, 06.06.2001, n. 3067).
Pertanto, in applicazione del principio generale di cui all'art. 2697 c.c., chi realizza interventi ritenuti abusivi, su immobili esistenti, è tenuto a dimostrare rigorosamente, se intende evitare le misure repressive di legge, lo stato della preesistenza, posto che, in tali casi, solo il privato dispone, ed è normalmente in grado di esibire, la documentazione idonea al fine di fornire utili elementi di valutazione quali fotografie con data certa dell'immobile, estratti delle planimetri catastali, il progetto originario e i suoi allegati, e quant’altro di utile.
Di conseguenza, va ritenuto sufficientemente motivato il provvedimento che, a fronte di un abuso edilizio-paesaggistico, ne ordina la demolizione con richiamo al verbale di sopralluogo dei tecnici comunali dato che, com'è noto, il provvedimento sanzionatorio in materia edilizia ha natura del tutto vincolata giacché è conseguente ad un accertamento tecnico della consistenza delle opere abusive realizzate.
Infatti, il verbale redatto e sottoscritto dagli agenti e dai tecnici del comune a seguito di sopralluogo, attestante l'esistenza di manufatti abusivi, costituisce atto pubblico, fidefaciente fino a querela di falso, ai sensi dell'art. 2700 c.c., delle circostanze di fatto in esse accertate, sia relativamente allo stato di fatto e sia rispetto allo status quo ante.
Ciò comporta che in questa sede, tanto l’atto impugnato in primo grado quanto la sentenza criticata, si configurino esenti dalle censure mosse, in particolare da quelle di difetto di istruttoria e di motivazione perché, nella mancanza di allegazioni idonee a smentire i presupposti di fatto dell'ordinanza e in assenza della querela di falso, erroneamente le ricorrenti pretendono, con inammissibile inversione dell'onere della prova, che sia l'Amministrazione a provare giudizialmente i fatti posti a base della sua azione (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 03.10.2014 n. 4957 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

settembre 2014

EDILIZIA PRIVATA: Compatibilità paesaggistica e compatibilità edilizia. Autonomia dei procedimenti. Connessione. Sussiste.
Il procedimento per il rilascio del permesso di costruire e quello per il nulla osta di compatibilità paesaggistica dell’intervento, sebbene procedimenti ontologicamente e logicamente distinti, avendo a oggetto la tutela di beni diversi ed essendo articolati sulla base di competenze diverse, sono strettamente connessi tra di loro.
2.2. Qualora la competente Soprintendenza non rilasci il nulla osta paesaggistico, il diniego di permesso di costruire pronunciato dall'amministrazione comunale è un atto dovuto e ben può essere adottato con il semplice richiamo al diniego di nulla osta paesaggistico.
2. Con il secondo motivo di appello vengono reiterati tutti i motivi aggiunti diretti avverso il diniego di permesso di costruire successivo al diniego di nulla osta paesaggistico dal competente ufficio del Comune introdotti in primo grado, che la sentenza non li avrebbe compiutamente esaminati.
I motivi devono poi essere disattesi nell’ordine che segue.
2.1. In conseguenza delle considerazioni che precedono circa la ritenuta legittimità del provvedimento della Soprintendenza deve esser respinto il terzo motivo con cui si assume l’illegittimità del diniego del Comune che sarebbe derivata dall’illegittimità del diniego del nulla osta della Soprintendenza.
Come è noto, il procedimento per il rilascio del permesso di costruire e quello per il nulla osta di compatibilità paesaggistica dell’intervento, sebbene procedimenti ontologicamente e logicamente distinti, avendo a oggetto la tutela di beni diversi ed essendo articolati sulla base di competenze diverse, sono strettamente connessi tra di loro (cfr. ex multis CdS sez. VI, n. 6878/2011, CdS sez. IV, 4312/2012, CdS sez. IV n. 2513/2013).
In definitiva dunque il diniego di permesso di costruire pronunciato dal Comune era un atto dovuto e ben poteva essere adottato con il semplice richiamo al diniego di nulla osta paesaggistico
(massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 22.09.2014 n. 4759 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

giugno 2014

EDILIZIA PRIVATA - VARI: Qualora l’acquirente o il conduttore dell’immobile riscontri difformità edilizie dalle norme del DPR 380/2011, anche non emerse da eventuali precedenti verifiche, deve farne denuncia al Comune entro un anno dalla constatazione, a pena di decadenza dal diritto di risarcimento per danno da parte del committente o del proprietario.
Incombendo all'acquirente (attore) la prova circa la tempestività della denuncia dei vizi della "cosa" comprata, deve ritenersi che i termini di decadenza previsti per legge -nella fattispecie- risultino superati.
Più nello specifico come noto l’art. 1495 c.c. prevede che: "il compratore decade dal diritto alla garanzia se non denunzia i vizi al venditore entro otto giorni dalla scoperta” … “azione che si prescrive, in ogni caso, in un anno dalla consegna”.
Inoltre l’art. 134 del D.P.R. 380/2001, che deroga alla disciplina codicistica in caso di riscontrate violazioni del relativo Testo Unico sull’Edilizia, così stabilisce in punto di “irregolarità rilevate dall’acquirente o dal conduttore”: "1. Qualora l’acquirente o il conduttore dell’immobile riscontra difformità dalle norme del presente testo, anche non emerse da eventuali precedenti verifiche, deve farne denuncia al Comune entro un anno dalla constatazione, a pena di decadenza dal diritto di risarcimento per danno da parte del committente o del proprietario.”.
L’onere di provare la tempestività della denuncia incombe sugli attori e, nel caso di specie, tale onere non è stato assolto, anzi sono stati invece forniti elementi di prova rilevanti e suggestivi della consapevolezza in capo agli stessi delle altezze o comunque della conoscenza della situazione di fatto e giuridica del bene: "in tema di garanzia per i vizi della cosa venduta, eccepita dal venditore la tardività della denuncia rispetto alla data di consegna della merce, incombe sull’acquirente, trattandosi di condizione necessaria per l’esercizio dell’azione, l’onere della prova di aver denunziato i vizi nel termine di legge ex. art. 1495 c.c.” (Cassazione Civile, Sez. II, 14.05.2008 n. 12130).
Gli attori, conseguentemente, debbono essere comunque dichiarati decaduti dall’azione di garanzia per vizio e difetto della cosa compravenduta, dal momento che dall’atto d’acquisto (18.04.2005) sino alla notifica dell’atto di citazione (26.10.2011) sono trascorsi oltre cinque anni e non vi è stata né la trasmissione della denuncia del vizio entro otto giorni dalla scoperta, né l’avvio della lite entro l’anno successivo o -comunque- una denuncia di condizioni antigieniche entro un anno dalla consegna dell’immobile presso il Comune ex. art. 134 DPR 380/2001

Gli acquirenti convenivano in giudizio i venditori per chiedere, in via principale, la risoluzione e/o l’annullamento del contratto di compravendita stipulato in data 18.04.2005 con i convenuti per aver loro alienato un immobile sito nel comune di Carate Brianza in Via … inidoneo all’uso abitativo in quanto carente dei requisiti di igienicità e di abitabilità richiesti da regolamenti locali e dalle norme di legge statali e la loro condanna al risarcimento di tutti gli asseriti danni patiti e patiendi meglio indicati in atti.
...
Deducono gli attori che, dopo aver abitato nel suddetto appartamento, decidevano di darlo in locazione con contratto registrato in data 08.03.2011 ad un cittadino extracomunitario, che richiedeva loro il certificato di agibilità per ottenere la domanda di rinnovo del permesso di soggiorno.
A seguito dell’avvio delle pratiche in comune, accertavano che l’immobile era privo dei requisiti di igiene e di idoneità abitativa, avendo altezze interne inferiori a quelle previste dai regolamenti locali e presentando macchie di umidità.
Conseguentemente adivano il Tribunale chiedendo, in via principale, la risoluzione del contratto di compravendita avente ad oggetto un bene inidoneo alla destinazione economica sociale cui sarebbe deputato non possedendo i requisiti igienico-sanitari e, in via subordinata, l’annullamento del contratto per dolo deducendo che i convenuti fossero a conoscenza della carenza dei requisiti igienico-sanitari, avendoli sottaciuti in sede di stipula del rogito.
Orbene, alla luce dei documenti e delle risultanze testimoniali acquisite, reputa il Tribunale che gli attori non abbiano provato di aver denunciato tempestivamente gli asseriti vizi dell’immobile e, comunque, la fondatezza delle pretese.
La particolarità, infatti, di questa vicenda è che gli attori hanno contestato l’asserita difformità dell’immobile (da quando dichiarato in sede di trattativa o comunque in sede di stipula del rogito) ben sei anni dopo la data del rogito stesso, solo allorquando il cittadino di nazionalità extracomunitaria, al quale avevano locato l’appartamento, aveva chiesto loro di avere il certificato di idoneità abitativa ed igienica necessario per il rinnovo del permesso di soggiorno.
A seguito dell’avvio delle pratiche amministrative, il Comune di Carate Brianza dichiarava l’alloggio antigenico “per la presenza di tracce di umidità con formazione di lievi muffe nonché per l’altezza del locale adibito a camera da letto (m. 2,46) e per quella dei locali adibiti a soggiorno e cucina (altezza pari a m. 2,50)” inferiore rispetto a quanto oggi previsto dai nuovi regolamenti d’igiene regionali, che impongono un’altezza minima di 2,70 metri.
Alla luce delle dichiarazione rese dai testimoni, pur non essendo state del tutto precise ed univoche, complessivamente valutate ed interpretate secondo criteri di logica e regole di comune esperienza, può ritenersi che gli attori fossero invero a conoscenza dell’altezza dei locali già nella fase di trattative o comunque certamente in sede di rogito.
...
Alla luce di quanto sopra, incombendo agli attori la prova circa la tempestività della denuncia deve ritenersi che i termini di decadenza previsti per legge risultino superati.
Più nello specifico come noto l’art. 1495 c.c. prevede che: "il compratore decade dal diritto alla garanzia se non denunzia i vizi al venditore entro otto giorni dalla scoperta” … “azione che si prescrive, in ogni caso, in un anno dalla consegna”. Inoltre l’art. 134 del D.P.R. 380/2001, che deroga alla disciplina codicistica in caso di riscontrate violazioni del relativo Testo Unico sull’Edilizia, così stabilisce in punto di “irregolarità rilevate dall’acquirente o dal conduttore”: "1. Qualora l’acquirente o il conduttore dell’immobile riscontra difformità dalle norme del presente testo, anche non emerse da eventuali precedenti verifiche, deve farne denuncia al Comune entro un anno dalla constatazione, a pena di decadenza dal diritto di risarcimento per danno da parte del committente o del proprietario.”.
L’onere di provare la tempestività della denuncia incombe sugli attori e, nel caso di specie, tale onere non è stato assolto, anzi –come sopra evidenziato– sono stati invece forniti elementi di prova rilevanti e suggestivi della consapevolezza in capo agli stessi delle altezze o comunque della conoscenza della situazione di fatto e giuridica del bene (di cui si affronterà nel prosieguo): "in tema di garanzia per i vizi della cosa venduta, eccepita dal venditore la tardività della denuncia rispetto alla data di consegna della merce, incombe sull’acquirente, trattandosi di condizione necessaria per l’esercizio dell’azione, l’onere della prova di aver denunziato i vizi nel termine di legge ex. art. 1495 c.c.” (Cassazione Civile, Sez. II, 14.05.2008 n. 12130).
Gli attori, conseguentemente, debbono essere comunque dichiarati decaduti dall’azione di garanzia per vizio e difetto della cosa compravenduta, dal momento che dall’atto d’acquisto (18.04.2005) sino alla notifica dell’atto di citazione (26.10.2011) sono trascorsi oltre cinque anni e non vi è stata né la trasmissione della denuncia del vizio entro otto giorni dalla scoperta, né l’avvio della lite entro l’anno successivo o -comunque- una denuncia di condizioni antigieniche entro un anno dalla consegna dell’immobile presso il Comune di Carate Brianza ex. art. 134 DPR 380/2001 (
TRIBUNALE di Monza, Sez. distaccata di Desio - Sez. civile, con la sentenza 03.06.2014 n. 1706).

maggio 2014

EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: Parere in merito alla tutela dell’affidamento del privato nel caso di abuso edilizio molto datato nel tempo e mai contestato (Regione Emilia Romagna, parere 12.05.2014 n. 201593 di prot.).

febbraio 2014

EDILIZIA PRIVATA: M. Greco, La controversa ammissibilità a sanatoria edilizia degli immobili abusivi in aree vincolate in territorio siciliano (06.02.2014 - link a www.lexambiente.it).

gennaio 2014

EDILIZIA PRIVATAE’ principio pacifico in giurisprudenza che la mancata impugnazione dell'atto presupposto, non avente natura normativa, e quindi non disapplicabile, rende il ricorso inammissibile.
Nella fattispecie in esame la parte ricorrente ha impugnato l’ordine di demolizione dell’opera abusiva, ma non ha impugnato l'atto presupposto costituito dall’ordinanza con la quale il Comune ha rigettato l’istanza di accertamento di conformità presentata dai ricorrenti il 29.05.2009 ex art. 13 L. 47/1985, ordinando “l’immediata sospensione dei lavori e la messa in pristino delle opere abusivamente realizzate non suscettibili di sanatoria ai sensi dell’art. 13 L. 47/1985.
La mancata impugnazione dell’indicato atto di diniego ha fatto si che lo stesso divenisse inoppugnabile, con la conseguente inammissibilità del ricorso proposto esclusivamente per avversare il successivo ordine di demolizione, tenuto conto da un lato che l'impugnazione dell'ordinanza demolitoria non può costituire il pretesto per proporre censure volte a far valere vizi di un provvedimento presupposto non impugnato, e dall’altro che nessuna utilità sarebbe ritraibile dall'accoglimento di quelle censure, stante la perdurante efficacia dell’atto presupposto, reso intangibile dalla mancata tempestiva impugnazione.

E’ principio pacifico in giurisprudenza che la mancata impugnazione dell'atto presupposto, non avente natura normativa, e quindi non disapplicabile, rende il ricorso inammissibile (cfr. TAR Palermo sez. II 08.10.2013 n. 1755; TAR Campania, Salerno, sez. I, 08.01.2013, n. 30; TAR Campania, Napoli, sez. III, 11.09.2007, n. 7481; Consiglio Stato , sez. V, 10.01.2007, n. 40).
Nella fattispecie in esame la parte ricorrente ha impugnato l’ordine di demolizione dell’opera abusiva, ma non ha impugnato l'atto presupposto costituito dall’ordinanza n. 67 dell’08.06.2009, con la quale il Comune di Roccalumera ha rigettato l’istanza di accertamento di conformità presentata dai ricorrenti il 29.05.2009 ex art. 13 L. 47/1985, ordinando “l’immediata sospensione dei lavori e la messa in pristino delle opere abusivamente realizzate non suscettibili di sanatoria ai sensi dell’art. 13 L. 47/1985”.
La mancata impugnazione dell’indicato atto di diniego ha fatto si che lo stesso divenisse inoppugnabile, con la conseguente inammissibilità del ricorso proposto esclusivamente per avversare il successivo ordine di demolizione, tenuto conto da un lato che l'impugnazione dell'ordinanza demolitoria non può costituire il pretesto per proporre censure volte a far valere vizi di un provvedimento presupposto non impugnato, e dall’altro che nessuna utilità sarebbe ritraibile dall'accoglimento di quelle censure, stante la perdurante efficacia dell’atto presupposto, reso intangibile dalla mancata tempestiva impugnazione (ex multis TAR Toscana Firenze, sez. II, 06.07.2010, n. 2317).
Ciò posto, è evidente che il ricorso introduttivo del presente giudizio deve essere dichiarato inammissibile per omessa impugnazione del provvedimento n. 67 del 08.06.2009, effettivamente adottato ed effettivamente lesivo dell'interesse vantato dai ricorrenti alla conservazione dell'immobile in Roccalumera Via ... (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 31.01.2014 n. 290 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPer giurisprudenza costante, in considerazione della natura vincolata del potere di repressione degli abusi edilizi, l’omessa comunicazione di avvio del procedimento non invalida l’ordinanza di demolizione.
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La creazione di un deposito di materiali inerti in area agricola integra un abusivo mutamento della destinazione del terreno, comportando una trasformazione permanente del suolo inedificato, assoggettata a concessione edilizia

A questi fini va affermata l’infondatezza del ricorso per le seguenti ragioni:
- per giurisprudenza costante, in considerazione della natura vincolata del potere di repressione degli abusi edilizi, l’omessa comunicazione di avvio del procedimento non invalida l’ordinanza di demolizione (Cons. Stato, sez. IV, 26.09.2008 , n. 4659; TAR Puglia Lecce, sez. III, 20.09.2008, n. 2651);
- la creazione di un deposito di materiali inerti in area agricola integra un abusivo mutamento della destinazione del terreno, comportando una trasformazione permanente del suolo inedificato, assoggettata a concessione edilizia (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 29.01.2014 n. 303 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Parere in merito alla possibilità di sanare urbanisticamente un manufatto utilizzando la volumetria di un altro manufatto non più esistente - Comune di Tuscania (Regione Lazio, parere 27.01.2014 n. 155045 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: Campeggio, ‘casa mobile’ ancorabile al suolo se per un periodo provvisorio.
In un campeggio la struttura mobile agganciata al suolo deve ritenersi abusiva soltanto quando l’aggancio non è temporaneo.
Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 24.01.2014 n. 3572, annullando un’ordinanza del tribunale di Lucca che disponeva il sequestro preventivo di case mobili perché allacciate alle reti idriche, elettriche e fognarie.
La norma
Spiega la Corte che ai sensi dell’articolo 3, comma 1, lettera e), n. 5), del Dpr n. 380 del 2001, <<il reato di costruzione edilizia abusiva è configurabile anche nell’ipotesi di installazione di case mobili aventi una destinazione duratura per soddisfare esigenze abitative>>.
L’assenza di fumus
Tuttavia <<l’ordinanza impugnata -si legge nella sentenza- non dà conto delle modalità di ancoraggio delle case mobili al suolo, omettendo, in particolare, di specificare se tale ancoraggio abbia carattere temporaneo>>. E questa è <<un’omissione decisiva ai fini della sussistenza del fumus del reato>>, perché la temporaneità dell’ancoraggio è espressamente ritenuta determinante dalla legge regionale della Toscana n. 42 del 2000.
In particolare, l’articolo 29, comma 2, prevede che <<è consentita, in non più del 40% delle piazzole di un campeggio … l’installazione di strutture temporaneamente ancorate al suolo per l’intero periodo di permanenza del campeggio nell’area autorizzata>>.
L’allacciamento alla rete non prova l’abusivismo
Mentre il fatto che le case mobili siano allacciate alle reti dei servizi non è di per sé sufficiente a ritenere configurabile il fumus dei reati contestati, <<perché tale allacciamento ben potrebbe avere anch’esso carattere temporaneo>>
(tratto da www.diritto24.ilsole24ore.com).

EDILIZIA PRIVATA: Quanto all’ordine di demolizione conseguente –e contestuale- al rigetto dell’istanza di condono, secondo consolidata impostazione i provvedimenti repressivi degli abusi edilizi non devono essere preceduti dal suddetto avviso, trattandosi di provvedimenti tipici e vincolati emessi all'esito di un mero accertamento tecnico della consistenza delle opere realizzate e del carattere abusivo delle medesime.
È poi stato precisato che la violazione dell'obbligo di comunicazione dell'avvio del procedimento non costituisce un motivo idoneo a determinare l'annullabilità dei provvedimenti sanzionatori in materia di abusi edilizi, in quanto è palese, attesa l'assenza di qualsivoglia titolo abilitativo all'edificazione, che il contenuto dispositivo del provvedimento "non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato", sicché sussiste la condizione prevista dall'art. 21-octies, comma 2, della L. n. 241 del 1990 per determinare la non annullabilità del provvedimento impugnato.

Eguale sorte tocca al secondo mezzo, con cui i ricorrenti denunciano l’omessa comunicazione di avvio del procedimento.
Al riguardo si deve evidenziare, innanzitutto, che tale comunicazione on era necessaria in relazione alla natura del procedimento di condono, che inizia ad istanza di parte.
Peraltro, gli interessati hanno potuto interloquire con l’Amministrazione a seguito del preavviso di diniego loro indirizzato ai sensi dell’art. 10-bis L. 241/1990, cui essi hanno contro dedotto con nota del 16.06.2010, di cui dà atto, non smentito, l’atto impugnato.
Quanto all’ordine di demolizione conseguente –e contestuale- al rigetto dell’istanza di condono, secondo consolidata impostazione i provvedimenti repressivi degli abusi edilizi non devono essere preceduti dal suddetto avviso, trattandosi di provvedimenti tipici e vincolati emessi all'esito di un mero accertamento tecnico della consistenza delle opere realizzate e del carattere abusivo delle medesime (Cons. Stato, sez. IV, 30.03.2000, n. 1814; TAR Campania, sez. IV, 28.03.2001, n. 1404, 14.06.2002, n. 3499, 12.02.2003, n. 797).
È poi stato precisato che la violazione dell'obbligo di comunicazione dell'avvio del procedimento non costituisce un motivo idoneo a determinare l'annullabilità dei provvedimenti sanzionatori in materia di abusi edilizi, in quanto è palese, attesa l'assenza di qualsivoglia titolo abilitativo all'edificazione, che il contenuto dispositivo del provvedimento "non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato", sicché sussiste la condizione prevista dall'art. 21-octies, comma 2, della L. n. 241 del 1990 per determinare la non annullabilità del provvedimento impugnato (Consiglio di stato, sez. IV, 15.05.2009, n. 3029) (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 24.01.2014 n. 629 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Per costante orientamento:
- in primo luogo, l'art. 27, d.P.R. n. 380 del 2001 riconosce all'Amministrazione Comunale un generale potere di vigilanza e controllo su tutte le attività urbanistico-edilizie del territorio, ivi comprese quelle riguardanti immobili sottoposti a vincolo storico-artistico;
- in secondo luogo, «presupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con l'accertamento dell'abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso stesso, che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell'assetto urbanistico violato, e alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi»;
- in terzo luogo, gli atti di repressione degli abusi edilizi hanno natura urgente e strettamente vincolata (essendo dovuti a cagione dell’insussistenza del titolo per l’avvenuta trasformazione del territorio), con la conseguenza che, ai fini della loro adozione, secondo l’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, non sono richiesti apporti partecipativi del soggetto destinatario;
- in ultimo, l’avvenuta presentazione, in data successiva all’ordinanza di demolizione, dell’istanza di accertamento di conformità ai sensi dell’art. 36 D.P.R. n. 380/2001, quest’ultima non determina l’effetto sospensivo del procedimento sanzionatorio, previsto espressamente dal legislatore solo in caso di presentazione della domanda di sanatoria edilizia straordinaria (cd. condono, ex art. 44 l. 47/1985, norma richiamata dalla l. n. 724/1994 e l. n. 32672003), e non dispiega alcuna rilevanza ai fini dello scrutinio di legittimità del provvedimento demolitorio.

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Alla stregua del proprio costante orientamento, il Tribunale osserva:
- in primo luogo, che l'art. 27, d.P.R. n. 380 del 2001 riconosce all'Amministrazione Comunale un generale potere di vigilanza e controllo su tutte le attività urbanistico-edilizie del territorio, ivi comprese quelle riguardanti immobili sottoposti a vincolo storico-artistico;
- in secondo luogo, che «presupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con l'accertamento dell'abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso stesso, che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell'assetto urbanistico violato, e alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi» (cfr., ex multis, TAR Campania, Napoli, sez. VI, 26.09.2012 n. 3951);
- in terzo luogo, che neppure è fondata la censura inerente l’omessa comunicazione dell’avvio del procedimento: gli atti di repressione degli abusi edilizi hanno natura urgente e strettamente vincolata (essendo dovuti a cagione dell’insussistenza del titolo per l’avvenuta trasformazione del territorio), con la conseguenza che, ai fini della loro adozione, secondo l’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, non sono richiesti apporti partecipativi del soggetto destinatario (cfr. ex multis, TAR Campania, Napoli, sez. VIII, 23.02.2011 n. 1048);
- in ultimo, in relazione all’avvenuta presentazione il 30.06.2009, in data successiva all’ordinanza di demolizione, dell’istanza di accertamento di conformità ai sensi dell’art. 36 D.P.R. n. 380/2001, che quest’ultima non determina l’effetto sospensivo del procedimento sanzionatorio, previsto espressamente dal legislatore solo in caso di presentazione della domanda di sanatoria edilizia straordinaria (cd. condono, ex art. 44 l. 47/1985, norma richiamata dalla l. n. 724/1994 e l. n. 32672003), e non dispiega alcuna rilevanza ai fini dello scrutinio di legittimità del provvedimento demolitorio, ciò non senza evidenziare altresì che, allo stato degli atti, sull’istanza in parola dovrebbe essersi formato il silenzio rigetto di cui all’art. 13 l. 47/1985 (ora art. 36 D.P.R. n. 380/2001) e non risulta esservi stata la relativa impugnazione
(TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 24.01.2014 n. 611 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il privato sanzionato con l'ordine di demolizione per la costruzione di un'opera edilizia abusiva non può invocare l'applicazione a suo favore della disposizione oggi contenuta nell'art. 34 comma 2, d.P.R. n. 380 del 2001 se non fornisce seria ed idonea dimostrazione del pregiudizio stesso sulla struttura e sull'utilizzazione del bene residuo (con la precisazione che l'applicazione della sanzione pecuniaria è innescata da un'istanza presentata a tal fine dall'interessato e non già da una verifica tecnica di cui la parte pubblica non può venire ragionevolmente gravata, essendo proprio la parte privata, autrice dell'opera e del progetto, ad essere a conoscenza di come esso è stato eseguito e di quali danni potrebbero prodursi, a seguito di demolizione, in pregiudizio della parte conforme).
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Alla stregua del proprio consolidato orientamento dal quale non vi è motivo di discostarsi, va ribadito:
- in primo luogo, che «l'art. 27, d.P.R. n. 380 del 2001 riconosce all'Amministrazione Comunale un generale potere di vigilanza e controllo su tutte le attività urbanistico-edilizie del territorio, ivi comprese quelle riguardanti immobili sottoposti a vincolo storico-artistico
»;
- in secondo luogo, che «presupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con l'accertamento dell'abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso stesso, che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell'assetto urbanistico violato, e alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi»;
- in terzo luogo, che gli atti di repressione degli abusi edilizi hanno natura urgente e strettamente vincolata (essendo dovuti a cagione dell’insussistenza del titolo per l’avvenuta trasformazione del territorio), con la conseguenza che, ai fini della loro adozione, secondo l’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, non sono richiesti apporti partecipativi del soggetto destinatario;
Infine, in relazione all’omessa considerazione dell’istanza di accertamento di conformità ai sensi dell’art. 36 D.P.R. n. 380/2001, va osservato che quest’ultima non determina l’effetto sospensivo del procedimento sanzionatorio, previsto espressamente dal legislatore esclusivamente in caso di presentazione della domanda di condono (art. 44 l. 47/1985, norma richiamata dalla l. n. 724/1994 e l. n. 32672003), e non dispiega alcuna rilevanza ai fini dello scrutinio di legittimità del provvedimento demolitorio, ciò non senza evidenziare altresì che, allo stato degli atti, sull’istanza in parola dovrebbe essersi formato il silenzio rigetto di cui all’art. 13 l. 47/1985 (ora art. 36 D.P.R. n. 380/2001) e non risulta esservi stata la relativa impugnazione.

E' noto -e costituisce jus receptum nella giurisprudenza amministrativa- che la mera constatazione di opere edilizie poste in essere in difetto del prescritto atto autorizzativo costituisce presupposto sufficiente per l’emanazione del provvedimento sanzionatorio il quale, nel caso di specie, versandosi in ipotesi di nuovi volumi e superfici in area territoriale vincolata, non avrebbe potuto che essere –diversamente da quanto opinato dalla difesa di parte ricorrente che invoca l’irrogazione della sanzione pecuniaria– che l’ordine di demolizione e/o di riduzione in pristino.
In tal senso è, del resto, univocamente orientata la giurisprudenza di questo Tribunale: “il privato sanzionato con l'ordine di demolizione per la costruzione di un'opera edilizia abusiva non può invocare l'applicazione a suo favore della disposizione oggi contenuta nell'art. 34 comma 2, d.P.R. n. 380 del 2001 se non fornisce seria ed idonea dimostrazione del pregiudizio stesso sulla struttura e sull'utilizzazione del bene residuo (con la precisazione che l'applicazione della sanzione pecuniaria è innescata da un'istanza presentata a tal fine dall'interessato e non già da una verifica tecnica di cui la parte pubblica non può venire ragionevolmente gravata, essendo proprio la parte privata, autrice dell'opera e del progetto, ad essere a conoscenza di come esso è stato eseguito e di quali danni potrebbero prodursi, a seguito di demolizione, in pregiudizio della parte conforme)” (TAR Campania, Napoli, sez. II, 22.11.2013, n.5317).
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Alla stregua del proprio consolidato orientamento dal quale non vi è motivo di discostarsi, va ribadito:
- in primo luogo, che «l'art. 27, d.P.R. n. 380 del 2001 riconosce all'Amministrazione Comunale un generale potere di vigilanza e controllo su tutte le attività urbanistico-edilizie del territorio, ivi comprese quelle riguardanti immobili sottoposti a vincolo storico-artistico
»;
- in secondo luogo, che «presupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con l'accertamento dell'abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso stesso, che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell'assetto urbanistico violato, e alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi» (cfr., ex multis, TAR Campania, Napoli, sez. VI, 26.09.2012 n. 3951);
- in terzo luogo, neppure è fondata la censura inerente l’omessa comunicazione dell’avvio del procedimento: gli atti di repressione degli abusi edilizi hanno natura urgente e strettamente vincolata (essendo dovuti a cagione dell’insussistenza del titolo per l’avvenuta trasformazione del territorio), con la conseguenza che, ai fini della loro adozione, secondo l’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, non sono richiesti apporti partecipativi del soggetto destinatario (cfr. ex multis, TAR Campania, Napoli, sez. VIII, 23.02.2011 n. 1048);
- in quarto luogo, va evidenziato che nessun rilievo può assumere, nello scrutinio di legittimità dell’atto impugnato, il mancato richiamo alla memoria presentata in data anteriore (22.05.2006) all’emanazione della sanzione demolitoria (27.07.2006), attesa la non concludenza degli argomenti rispetto alla imperiosa necessità di reprimere la situazione antigiuridica determinatasi a seguito dell’intervento abusivo posto in essere da parte ricorrente (cfr. TAR Campania, Napoli, sez. VI, 17.12.2007 n.16283).
Infine, in relazione all’omessa considerazione dell’istanza di accertamento di conformità ai sensi dell’art. 36 D.P.R. n. 380/2001, presentata in data 21.07.2006, va osservato che quest’ultima non determina l’effetto sospensivo del procedimento sanzionatorio, previsto espressamente dal legislatore esclusivamente in caso di presentazione della domanda di condono (art. 44 l. 47/1985, norma richiamata dalla l. n. 724/1994 e l. n. 32672003), e non dispiega alcuna rilevanza ai fini dello scrutinio di legittimità del provvedimento demolitorio, ciò non senza evidenziare altresì che, allo stato degli atti, sull’istanza in parola dovrebbe essersi formato il silenzio rigetto di cui all’art. 13 l. 47/1985 (ora art. 36 D.P.R. n. 380/2001) e non risulta esservi stata la relativa impugnazione
(TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 24.01.2014 n. 606 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il decorso del tempo, oltre a produrre effetti che l’ordinamento riconosce e consacra dando vita a istituti ampiamente disciplinati in ogni settore del diritto, ivi compreso l’ordinamento amministrativo dello Stato, determina l’esigenza di rafforzare l’impalcatura motivazionale di un provvedimento di natura repressiva perché esige l’efficace rappresentazione del rinnovato interesse dell’amministrazione procedente a rimuovere situazione antigiuridiche.
Nel caso in esame l’ordine demolitorio è intervenuto a notevole distanza di tempo dalla costruzione del fabbricato (circa 50 anni), quindi in una situazione di consolidato affidamento del privato sulla legittimità del proprio operato, e si regge esclusivamente sul richiamo al carattere abusivo del manufatto senza che l’amministrazione abbia dato compiutamente conto delle ragioni di pubblico interesse che depongono per il ripristino dello stato dei luoghi nonché per il sacrificio della posizione giuridica soggettiva e dell’affidamento del deducente.

... per l'annullamento dell’ordinanza di demolizione n. 34 del 01.07.2013 emessa dal Comune di San Prisco.
...
Considerato che il gravame è fondato per le ragioni di seguito illustrate:
- ha pregio la censura che attiene alla violazione dell’art. 21-nonies della L. 07.08.1990 n. 241 e del principio del legittimo affidamento, avendo l’amministrazione proceduto ad intimare la demolizione del manufatto eseguito prima del 1967 (come indicato nel provvedimento demolitorio) senza tenere conto del notevole lasso di tempo trascorso dalla sua realizzazione;
- in proposito, si rammenta che il decorso del tempo, oltre a produrre effetti che l’ordinamento riconosce e consacra dando vita a istituti ampiamente disciplinati in ogni settore del diritto, ivi compreso l’ordinamento amministrativo dello Stato, determina l’esigenza di rafforzare l’impalcatura motivazionale di un provvedimento di natura repressiva perché esige l’efficace rappresentazione del rinnovato interesse dell’amministrazione procedente a rimuovere situazione antigiuridiche;
- nel caso in esame l’ordine demolitorio è intervenuto a notevole distanza di tempo dalla costruzione del fabbricato (circa 50 anni), quindi in una situazione di consolidato affidamento del privato sulla legittimità del proprio operato, e si regge esclusivamente sul richiamo al carattere abusivo del manufatto senza che l’amministrazione abbia dato compiutamente conto delle ragioni di pubblico interesse che depongono per il ripristino dello stato dei luoghi nonché per il sacrificio della posizione giuridica soggettiva e dell’affidamento del deducente;
- coglie altresì nel segno il profilo di illegittimità di eccesso di potere per contraddittorietà dell’azione amministrativa, dal momento che lo stesso Comune ha in passato rilasciato titoli abilitativi concernenti il medesimo stabile di cui, con l’atto impugnato, viene contestata l’abusiva realizzazione (concessione n. 33 del 22.09.1988 e n. 9 del 28.02.1990 per modifica di destinazione d’uso; concessione n. 8 del 18.02.2000 per lavori di ristrutturazione di un locale deposito, cambio di destinazione d’uso e costruzione di un sottotetto sovrastante).
Conclusivamente, ribadite le svolte considerazioni e con assorbimento degli ulteriori motivi di diritto, il ricorso deve essere accolto con conseguente annullamento del provvedimento impugnato e condanna del Comune al pagamento delle spese processuali nella misura indicata in dispositivo (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 24.01.2014 n. 603 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La natura del provvedimento di demolizione comporta che sia superflua e non dovuta una puntuale motivazione sull’interesse pubblico alla demolizione, sull’effettivo danno all’ambiente o al paesaggio (o, ancora, sulla proporzionalità in relazione al sacrificio imposto al privato); è, infatti, sufficiente evidenziare la violazione del regime vincolistico e l’avvenuta costruzione in assenza del titolo abilitativo, ciò che nel caso di specie è avvenuto.
In altri termini, nel modello legale di riferimento non vi è spazio per apprezzamenti discrezionali, atteso che l’esercizio del potere repressivo mediante applicazione della misura ripristinatoria costituisce atto dovuto, per il quale è "in re ipsa" l’interesse pubblico alla sua rimozione né costituisce onere del Comune verificare la sanabilità delle opere in sede di vigilanza sull'attività edilizia: l’atto può ritenersi sufficientemente motivato per effetto della stessa descrizione dell’abuso accertato, presupposto giustificativo necessario e sufficiente a fondare la spedizione della misura sanzionatoria.

Va, a tal riguardo, ribadito che la natura del provvedimento di demolizione comporta che sia superflua e non dovuta una puntuale motivazione sull’interesse pubblico alla demolizione, sull’effettivo danno all’ambiente o al paesaggio (o, ancora, sulla proporzionalità in relazione al sacrificio imposto al privato); è, infatti, sufficiente evidenziare la violazione del regime vincolistico e l’avvenuta costruzione in assenza del titolo abilitativo, ciò che nel caso di specie è avvenuto (cfr., ex multis, TAR Campania Napoli, sez. VI n. 9718 del 04.08.2008 e n. 3588 dell’11.07.2013).
In altri termini, nel modello legale di riferimento non vi è spazio per apprezzamenti discrezionali, atteso che l’esercizio del potere repressivo mediante applicazione della misura ripristinatoria costituisce atto dovuto, per il quale è "in re ipsa" l’interesse pubblico alla sua rimozione (cfr. TAR Campania Napoli, sez. VI, 26.08.2010, n. 17240) né costituisce onere del Comune verificare la sanabilità delle opere in sede di vigilanza sull'attività edilizia (TAR Campania, Sez. IV, 24.09.2002, n. 5556; TAR Lazio, sez. II-ter, 21.06.999, n. 1540): l’atto può ritenersi sufficientemente motivato per effetto della stessa descrizione dell’abuso accertato, presupposto giustificativo necessario e sufficiente a fondare la spedizione della misura sanzionatoria (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 24.01.2014 n. 591 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il vincolo di inedificabilità connesso alla presenza di testimonianze archeologiche non è astrattamente qualificabile come assoluto, riguardando soltanto le costruzioni che, in qualsiasi modo, snaturano o, comunque, danneggiano i reperti fissi al suolo o affioranti, non potendo trovare applicazione per tutte quelle altre costruzioni che non determinano sul fatto pregiudizio e che, con la debita approvazione ex art. 18 l. n. 1089 del 1939, gli aventi diritto sull'immobile sono in grado di eseguire, a meno che non debba ritenersi che, in concreto, l'interesse archeologico non rimanga circoscritto ad alcuni resti presenti nell'area, ma si correli al luogo nel suo complesso, quale sede di una pluralità di reperti tale da testimoniare uno specifico assetto storico di insediamento.
Giova, inoltre, aggiungere che, secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, anche in tale ultima evenienza (di un’estensione del vincolo all’intero territorio con conseguente inedificabilità assoluta dell’area), trovano applicazione i principi di cui alla l. n. 47 del 1985, cui fa rinvio l'art. 39 l. n. 724 del 1994, secondo cui i vincoli di inedificabilità assoluta risultano preclusivi del condono, se apposti prima dell'esecuzione delle opere, fermo restando che -dovendo la funzione amministrativa essere esercitata secondo la normativa vigente alla data del relativo esercizio- detti vincoli sono comunque rilevanti, ma come vincoli a carattere relativo, richiedenti apposita e concreta valutazione, da parte dell'Autorità preposta, circa la compatibilità dell'opera realizzata con i valori tutelati.

Deve, anzitutto, rilevarsi che il vincolo di inedificabilità connesso alla presenza di testimonianze archeologiche non è astrattamente qualificabile come assoluto, riguardando soltanto le costruzioni che, in qualsiasi modo, snaturano o, comunque, danneggiano i reperti fissi al suolo o affioranti, non potendo trovare applicazione per tutte quelle altre costruzioni che non determinano sul fatto pregiudizio e che, con la debita approvazione ex art. 18 l. n. 1089 del 1939, gli aventi diritto sull'immobile sono in grado di eseguire, a meno che non debba ritenersi che, in concreto, l'interesse archeologico non rimanga circoscritto ad alcuni resti presenti nell'area, ma si correli al luogo nel suo complesso, quale sede di una pluralità di reperti tale da testimoniare uno specifico assetto storico di insediamento (cfr. Cassazione civile sez. I, 29.05.2003 n. 8593; TAR Napoli Campania sez. II, 08.05.2009, n. 2466)
Giova, inoltre, aggiungere che, secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale (cfr. ex plurimis, Cons. Stato, VI, 05.04.2012, n. 2018; 09.03.2011, n. 1476; 07.01.2008, n. 22), anche in tale ultima evenienza (di un’estensione del vincolo all’intero territorio con conseguente inedificabilità assoluta dell’area), trovano applicazione i principi di cui alla l. n. 47 del 1985, cui fa rinvio l'art. 39 l. n. 724 del 1994, secondo cui i vincoli di inedificabilità assoluta risultano preclusivi del condono, se apposti prima dell'esecuzione delle opere, fermo restando che -dovendo la funzione amministrativa essere esercitata secondo la normativa vigente alla data del relativo esercizio- detti vincoli sono comunque rilevanti, ma come vincoli a carattere relativo, richiedenti apposita e concreta valutazione, da parte dell'Autorità preposta, circa la compatibilità dell'opera realizzata con i valori tutelati (cfr. artt. 32 e 33 l. n. 47 del 1985 e, per il principio, Cons. Stato, VI, 09.03.2011, n. 1476; VI, 07.01.2008, n. 22; 05.12.2007, n. 6177, 02.11.2007, n. 5669; V, 04.11.1997, n. 1228) (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 24.01.2014 n. 585 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La possibilità di non procedere alla rimozione delle parti abusive quando ciò sia di pregiudizio alle parti legittime costituisce solo un’eventualità della fase esecutiva, subordinata alla circostanza dell’impossibilità del ripristino dello stato dei luoghi.
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Presupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con l’accertamento dell'abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso stesso, che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell'assetto urbanistico violato, e alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi.
Quanto alla mancata indicazione dell’estensione dell’area da confiscare, costante giurisprudenza amministrativa, da cui il collegio non ha motivo di discostarsi, ritiene che non costituisca un vizio di legittimità dell’ordinanza di demolizione in quanto, fermi gli effetti acquisitivi operanti direttamente ex lege, siffatta specificazione ben può essere operata nella successiva sede dell’(eventuale) accertamento dell’inottemperanza all’ingiunzione a demolire, come da art. 31, comma 4, del d.P.R. 380 del 2001 che riproduce i contenuti dell’art. 7 della l. 47 del 1985.

Quanto all’asserita impossibilità tecnica di demolire il manufatto abusivamente realizzato, in disparte la considerazione che tale impossibilità non risulta in alcun modo dimotrata, essa –secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza anche di questa sezione- non incide sulla legittimità del provvedimento sanzionatorio.
Infatti, “la possibilità di non procedere alla rimozione delle parti abusive quando ciò sia di pregiudizio alle parti legittime costituisce solo un’eventualità della fase esecutiva, subordinata alla circostanza dell’impossibilità del ripristino dello stato dei luoghi” (cfr., tra le molte, TAR Campania, Napoli, questa sesta sezione 08.04.2011, n. 2039 e 15.07.2010 , n. 16807; n. 1973 del 14.04.2010; Salerno, sez. II, 13.04.2011, n. 702).
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In ordine al dedotto difetto di motivazione, peraltro non ravvisabile dalla piana lettura del provvedimento in questione, và rilevato che, come costantemente affermato dalla giurisprudenza di questo Tribunale, che questo Collegio condivide, “…presupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con l’accertamento dell'abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso stesso, che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell'assetto urbanistico violato, e alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi” (fra molte, TAR Campania Napoli, sez. VII, 08.04.2011, n. 1999).
Quanto alla mancata indicazione dell’estensione dell’area da confiscare, costante giurisprudenza amministrativa, da cui il collegio non ha motivo di discostarsi, ritiene che non costituisca un vizio di legittimità dell’ordinanza di demolizione in quanto, fermi gli effetti acquisitivi operanti direttamente ex lege, siffatta specificazione ben può essere operata nella successiva sede dell’(eventuale) accertamento dell’inottemperanza all’ingiunzione a demolire, come da art. 31, comma 4, del d.P.R. 380 del 2001 che riproduce i contenuti dell’art. 7 della l. 47 del 1985 (cfr. Tar Campania, questa sesta sezione, sentenza n. 3194 del 16.06.2011; 11.05.2011, n. 2624; Tar Lazio, Roma, sez. I, 07.03.2011, n. 2031; Tar Puglia, Lecce, sez. III, 09.12. 2010, n. 2809)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 24.01.2014 n. 542 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: I provvedimenti repressivo-ripristinatori perdono la propria efficacia in conseguenza della presentazione di un’istanza di sanatoria.
Ed invero, il riesame dell’abusività degli interventi eseguiti, provocato dalla domanda di accertamento di conformità, comporta la formazione di un nuovo provvedimento, esplicito o implicito, di accoglimento o di rigetto, che vale comunque a superare la precedente ingiunzione a demolire, per modo che, anche nell’ipotesi di rigetto dell’istanza, l’amministrazione comunale è obbligata ad adottare ex novo la misura sanzionatoria, con l’assegnazione in tal caso di un ulteriore termine per adempiere.
Pertanto, essendo stata avanzata, nella specie, successivamente all’emissione dell’ordinanza di demolizione ed alla proposizione del ricorso introduttivo e dei relativi motivi aggiunti, domanda di sanatoria degli abusi edilizi contestati, è da considerarsi venuto meno, in capo alla ricorrente, l’interesse –anche quanto alle opere non spontaneamente rimosse– ad ottenere l’annullamento giurisdizionale degli impugnati provvedimenti repressivo-ripristinatori, resi ormai irreversibilmente inefficaci e ineseguibili.
Come sopra accennato, il rigetto delle rassegnate istanze di accertamento di conformità non esime, comunque, l’amministrazione comunale dall’obbligo di riattivare il procedimento sanzionatorio sulla base dell’acclarata insanabilità del manufatto, oltre che, prima ancora, di valutarne il permanere dei presupposti alla luce della parziale ottemperanza alle ingiunzioni di demolizione n. 6 del 23.02.2012 e n. 40 del 14.09.2012 e del connesso mutamento dello stato dei luoghi, concentrandosi, al momento, l’interesse ex art. 100 cod. proc. civ. dell’istante sulla contestazione del diniego (tacitamente) oppostole.

In proposito, il Collegio ritiene di dover aderire al consolidato orientamento giurisprudenziale, secondo cui i provvedimenti repressivo-ripristinatori perdono la propria efficacia in conseguenza della presentazione di un’istanza di sanatoria (cfr., ex multis, TAR Campania, Napoli, sez. VI, 05.03.2008, n. 1108; sez. VII, 21.03.2008, n. 1472; 07.05.2008, n. 3501; sez. IV, 13.05.2008, n. 4257; 29.05.2008, n. 5176 e n. 5183; sez. VII, 05.06.2008, n. 5243; sez. IV, 26.07.2007, n. 7071; 15.09.2008, n. 10133; sez. III, 01.10.2008, n. 12315; 07.11.2008, n. 19352; sez. VII, 04.12.2008, n. 20973; 03.03.2009, n. 1211; TAR Sicilia, Palermo, sez. III, 31.01.2007, n. 259; 05.03.2007, n. 723; 26.06.2007, n. 1704; Catania, sez. I, 18.12.2007, n. 1990; TAR Puglia, Lecce, sez. III, 21.02.2009, n. 258; TAR Piemonte, Torino, sez. I, 30.10.2008, n. 2721; TAR Lazio, Roma, sez. I, 18.07.2008, n. 6954; sez. II, 15.09.2008, n. 8306; TAR Sicilia, Catania, sez. I, 21.07.2010, n. 3200).
Ed invero, il riesame dell’abusività degli interventi eseguiti, provocato dalla domanda di accertamento di conformità, comporta la formazione di un nuovo provvedimento, esplicito o implicito, di accoglimento o di rigetto, che vale comunque a superare la precedente ingiunzione a demolire, per modo che, anche nell’ipotesi di rigetto dell’istanza, l’amministrazione comunale è obbligata ad adottare ex novo la misura sanzionatoria, con l’assegnazione in tal caso di un ulteriore termine per adempiere.
Pertanto, essendo stata avanzata, nella specie, successivamente all’emissione dell’ordinanza di demolizione ed alla proposizione del ricorso introduttivo e dei relativi motivi aggiunti, domanda di sanatoria degli abusi edilizi contestati, è da considerarsi venuto meno, in capo alla ricorrente, l’interesse –anche quanto alle opere non spontaneamente rimosse– ad ottenere l’annullamento giurisdizionale degli impugnati provvedimenti repressivo-ripristinatori, resi ormai irreversibilmente inefficaci e ineseguibili.
Come sopra accennato, il rigetto delle rassegnate istanze di accertamento di conformità non esime, comunque, l’amministrazione comunale dall’obbligo di riattivare il procedimento sanzionatorio sulla base dell’acclarata insanabilità del manufatto, oltre che, prima ancora, di valutarne il permanere dei presupposti alla luce della parziale ottemperanza alle ingiunzioni di demolizione n. 6 del 23.02.2012 e n. 40 del 14.09.2012 e del connesso mutamento dello stato dei luoghi, concentrandosi, al momento, l’interesse ex art. 100 cod. proc. civ. dell’istante sulla contestazione del diniego (tacitamente) oppostole (cfr., ex multis, Cons. Stato, sez. VI, 12.11.2008, n. 5646; 07.05.2009, n. 2833; TAR Puglia, Lecce, sez. I, 04.06.2008, n. 1649; 06.05.2009, n. 907; TAR Campania, Napoli, sez. VI, 09.01.2008, n. 37; sez. IV, 07.02.2008, n. 628; sez. VI, 05.03.2008, n. 1121; 18.03.2008, n. 1399; sez. VII, 07.05.2008, n. 3501; sez. IV, 13.05.2008, n. 4257; 29.05.2008, n. 5176 e n. 5183; sez. VII, 05.06.2008, n. 5243; Salerno, sez. II, 16.06.2008, n. 1940; Napoli, sez. IV, 15.09.2008, n. 10133; sez. VI, 16.09.2008, n. 10220; sez. III, 01.10.2008, n. 12315; sez. VI, 22.10.2008, n. 17688; 06.11.2008, n. 19285; sez. IV, 07.11.2008, n. 19352; sez. VII, 03.03.2009, n. 1211; Salerno, sez. II, 09.04.2009, n. 1408; Napoli, sez. VI, 22.04.2009, n. 2097; sez. III, 29.04.2009, n. 2220; 30.04.2009, n. 2252; sez. VII, 05.06.2009, n. 3105; sez. III, 08.06.2009, n. 3150; 18.06.2009, n. 3354; sez. VII, 09.07.2009, n. 3829; sez. IV, 03.08.2009, n. 4628; sez. III, 11.09.2009, n. 4918; sez. IV, 19.10.2010, n. 20262; sez. VII, 10.03.2011, n. 1401; TAR Lazio, Roma, sez. I, 02.12.2010, n. 35024; sez. II, 05.09.2008, n. 8089; 03.07.2009, n. 6453; 07.09.2010, n. 32129; 13.10.2010, n. 32799; 13.12.2010, n. 36294; 22.12.2010, n. 38234; TAR Toscana, Firenze, sez. III, 13.05.2008, n. 1454; 09.04.2009, n. 605; TAR Piemonte, Torino, sez. I, 30.10.2008, n. 2721; TAR Calabria, Catanzaro, sez. II, 07.11.2008, n. 1482) (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 24.01.2014 n. 541 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La vincolatezza del provvedimento di demolizione comporta che sia superflua e non dovuta una puntuale motivazione sull’interesse pubblico alla demolizione, sull’effettivo danno all’ambiente o al paesaggio (o, ancora, sulla proporzionalità in relazione al sacrificio imposto al privato); è, infatti, sufficiente evidenziare la violazione del regime vincolistico e l’avvenuta costruzione in assenza del titolo abilitativo, ciò che nel caso di specie è avvenuto.
La descritta vincolatezza del provvedimento rende recessivo l’obbligo di comunicare l’avvio del procedimento ai sensi dell’art. 7 L. 241/1990; tale obbligo, infatti, non si applica ai provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, considerato il loro carattere doveroso.
La mancata indicazione del responsabile del procedimento non integra alcuna ragione di illegittimità del provvedimento costituendo una mera irregolarità a cui la stessa L. 241/1990 pone rimedio radicando la relativa responsabilità in capo al dirigente.

È infondata anche la terza censura con cui si lamenta la insufficienza della motivazione circa le ragioni che avrebbero giustificato la demolizione.
Va ribadito, in proposito, che la vincolatezza del provvedimento di demolizione comporta che sia superflua e non dovuta una puntuale motivazione sull’interesse pubblico alla demolizione, sull’effettivo danno all’ambiente o al paesaggio (o, ancora, sulla proporzionalità in relazione al sacrificio imposto al privato); è, infatti, sufficiente evidenziare la violazione del regime vincolistico e l’avvenuta costruzione in assenza del titolo abilitativo, ciò che nel caso di specie è avvenuto (cfr., ex multis, TAR Campania Napoli, sez. VI n. 9718 del 04.08.2008 e n. 3588 dell’11.07.2013).
Infine in merito alla quarta censura, relativa al mancato rispetto delle cd. garanzie procedimentali di cui alla L. 241/1990 e, in particolare, all’omesso avviso di avvio del procedimento, va ribadito che la descritta vincolatezza del provvedimento rende recessivo l’obbligo di comunicare l’avvio del procedimento ai sensi dell’art. 7 L. 241/1990; tale obbligo, infatti, non si applica ai provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, considerato il loro carattere doveroso (cfr., art. 21-octies L. 241/1990 e, in giurisprudenza, ex multis, TAR Campania, VI sez., n. 3706/2012; Consiglio Stato sez. V, 19.09.2008, n. 4530; TAR Napoli Campania sez. IV, 02.12.2008, n. 20794 e Tar Campania, Napoli, sez. IV, 16.06.2000 n. 2147).
Va aggiunto che la mancata indicazione del responsabile del procedimento, pure lamentata da parte ricorrente, non integra alcuna ragione di illegittimità del provvedimento costituendo una mera irregolarità a cui la stessa L. 241/1990 pone rimedio radicando la relativa responsabilità in capo al dirigente (art. 5, co. 2, L. 241/1990) (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 24.01.2014 n. 512 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Con la sentenza n. 20 del 1999, l’Adunanza plenaria di questo Consiglio di Stato, dopo aver passato in rassegna i contrastanti orientamenti all’epoca emersi in sede giurisprudenziale, ha rilevato come il vincolo paesaggistico su un’area, ancorché sopravvenuto all’intervento edilizio, non possa restare senza conseguenze sul piano giuridico, con la conseguenza che deve ritenersi sussistente l’onere procedimentale di acquisire il prescritto parere dell’autorità preposta alla tutela del vincolo in ordine alla assentibilità della domanda di sanatoria, a prescindere dall'epoca d'introduzione del vincolo, tale valutazione essendo funzionale all’esigenza di vagliare l'attuale compatibilità dei manufatti realizzati abusivamente con lo speciale regime di tutela del bene compendiato nel vincolo.
L’appello è infondato e va respinto.
La causa ripropone la vexata quaestio della disciplina giuridica applicabile alle aree gravate da un regime vincolistico, sul piano della tutela dei valori paesaggistici, sopravvenuto rispetto all’ intervento edilizio, già eseguito ed oggetto di domanda di sanatoria.
La questione pone due distinte problematiche interpretative:
a) se la sopravvenienza del vincolo imponga, nel procedimento di sanatoria non ancora concluso, il coinvolgimento dell’Autorità preposta alla tutela del vincolo stesso;
b) se detta Autorità, in presenza di un vincolo sopravvenuto a contenuto assolutamente preclusivo dell’intervento, sia tenuta a far valere semplicemente il carattere ostativo del nuovo regime vincolistico ovvero se debba compiere una valutazione più ampia e articolata, che tenga conto della compatibilità in concreto dell’intervento già realizzato in rapporto al vincolo sopravvenuto.
Il giudice di primo grado ha ritenuto, in via assorbente, che nel caso qui dato, in cui l’area è stata ricompresa nel Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, ed assoggettata conseguentemente alle relative prescrizioni, in epoca successiva alla edificazione del fabbricato da sanare (avvenuta nel 1982), non ci fosse spazio per lo stesso intervento dell’Ente parco, e ciò in quanto la reintroduzione (ad opera dell’art. 32, comma 43, d.l. cit.) dell’obbligo di interpellare l’autorità preposta alla tutela del vincolo anche nel caso di sopravvenuta imposizione del vincolo non troverebbe applicazione nelle ipotesi di domande di sanatoria già presentate ( ai sensi del comma 43-bis dello stesso art. 32 d.l. n. 269/2003).
La soluzione del Tar non appare tuttavia condivisibile sul piano motivazionale.
In particolare, non convince la tesi secondo cui la soluzione del caso concreto, in ordine al coinvolgimento o meno dell’autorità preposta alla tutela del vincolo nel procedimento di sanatoria edilizia, possa fondarsi sulla scelta della normativa da applicare ratione temporis.
In disparte il rilievo che anche l’applicazione della regola tempus regit actum avrebbe imposto di fare riferimento, a regolazione della fattispecie, all’art. 32 della legge n. 47 del 1985 nella sua originaria formulazione (e non in quella successivamente modificata dalla legge n. 662 del 1996), posto che nel caso qui in esame l’abuso edilizio risale al 1982 e la domanda di condono risulta presentata nel 1986, il Collegio rileva, in ogni caso, che anche in base alla pregressa disciplina della legge sul condono era controversa la rilevanza dei vincoli sopravvenuti nei procedimenti di sanatoria edilizia.
Con la già richiamata sentenza n. 20 del 1999, l’Adunanza plenaria di questo Consiglio di Stato, dopo aver passato in rassegna i contrastanti orientamenti all’epoca emersi in sede giurisprudenziale, ha rilevato come il vincolo paesaggistico su un’area, ancorché sopravvenuto all’intervento edilizio, non possa restare senza conseguenze sul piano giuridico, con la conseguenza che deve ritenersi sussistente l’onere procedimentale di acquisire il prescritto parere dell’autorità preposta alla tutela del vincolo in ordine alla assentibilità della domanda di sanatoria, a prescindere dall'epoca d'introduzione del vincolo, tale valutazione essendo funzionale all’esigenza di vagliare l'attuale compatibilità dei manufatti realizzati abusivamente con lo speciale regime di tutela del bene compendiato nel vincolo.
Il Collegio ritiene che non vi siano ragioni per discostarsi da tale condivisibile orientamento anche nella fattispecie in esame in cui le particolari ragioni di tutela paesaggistica consistono nella disciplina speciale adottata per l’area in oggetto dall’Ente parco.
Non par dubbio, infatti, che anche nel caso di specie, in cui l’area ove si trova l’immobile oggetto di domanda di sanatoria è assoggettata alle particolari prescrizioni del Piano del parco adottato nel 2010, l’Ente appellante avrebbe dovuto essere coinvolto (contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale di primo grado) nel procedimento di sanatoria dell’abuso edilizio, ai fini del rilascio del prescritto parere. Non si vede, infatti, come un provvedimento di sanatoria di un immobile che ricade in un’area rientrante nei confini di un Parco nazionale possa prescindere, nel momento in cui viene reso, dal previo pare dell’Ente preposto alla tutela dell’area sottoposta alle speciali prescrizioni di tutela.
Per questa parte va pertanto riformata, nella sola motivazione, la sentenza impugnata, laddove in particolare la stessa ha ravvisato la insussistenza, nella fattispecie data, dello stesso potere dell’Ente parco di rilasciare il prescritto parere (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 17.01.2014 n. 231 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il carattere permanente degli abusi edilizi comporta che il decorso del tempo non spieghi alcuna efficacia sanante nei confronti degli abusi stessi: in ragione del principio di legalità, infatti, la sanatoria degli abusi può avere luogo solo nei casi previsti dalla legge e nessuna disposizione di legge attribuisce al decorso del tempo un rilievo ostativo all'emanazione dei dovuti atti repressivi, la cui mancata emanazione, al contrario, implica a seconda dei casi responsabilità penali, disciplinari e contabili.
Pertanto, nel caso di specie, il decorso di un lungo lasso di tempo non può aver ingenerato nell’appellante alcun “ragionevole affidamento” in merito alla permanenza delle opere abusive di cui è causa.
Analogamente il Collegio ritiene che l’assenza di una previa comparazione dell’interesse pubblico sotteso alla demolizione con quello del privato non può viziare il provvedimento comunale impugnato.
Tali assunti risultano, peraltro, confermati da una consolidata giurisprudenza, da cui il Collegio non ravvisa ragioni per discostarsi, secondo cui “il provvedimento di repressione degli abusi edilizi costituisce atto dovuto della Pubblica amministrazione, riconducibile ad esercizio di potere vincolato, in mera dipendenza dall'accertamento dell'abuso e della riconducibilità del medesimo ad una delle fattispecie di illecito previste dalla legge; ciò comporta che il provvedimento sanzionatorio non richiede una particolare motivazione, essendo sufficiente la mera rappresentazione del carattere illecito dell'opera realizzata, né è necessaria una previa comparazione dell'interesse pubblico alla repressione dell'abuso, che è in re ipsa, con l'interesse del privato proprietario del manufatto; e ciò anche se l'intervento repressivo avvenga a distanza di tempo dalla commissione dell'abuso, ove il medesimo non sia stato oggetto di sanatoria in base agli interventi legislativi succedutisi nel tempo”.

Il motivo è infondato.
Osserva il Collegio che, in base ad una consolidata giurisprudenza, da cui il Collegio medesimo non ravvisa ragioni per discostarsi, il carattere permanente degli abusi edilizi comporta che il decorso del tempo non spieghi alcuna efficacia sanante nei confronti degli abusi stessi (ex multis: Cons. di Stato, Sez. IV, 28.12.2012, n. 6702): in ragione del principio di legalità, infatti, la sanatoria degli abusi può avere luogo solo nei casi previsti dalla legge e nessuna disposizione di legge attribuisce al decorso del tempo un rilievo ostativo all'emanazione dei dovuti atti repressivi, la cui mancata emanazione, al contrario, implica a seconda dei casi responsabilità penali, disciplinari e contabili.
Pertanto, nel caso di specie, il decorso di un lungo lasso di tempo non può aver ingenerato nell’appellante alcun “ragionevole affidamento” in merito alla permanenza delle opere abusive di cui è causa.
Analogamente il Collegio ritiene che l’assenza di una previa comparazione dell’interesse pubblico sotteso alla demolizione con quello del privato non può viziare il provvedimento comunale impugnato.
Tali assunti risultano, peraltro, confermati da una consolidata giurisprudenza, da cui il Collegio non ravvisa ragioni per discostarsi, secondo cui “il provvedimento di repressione degli abusi edilizi costituisce atto dovuto della Pubblica amministrazione, riconducibile ad esercizio di potere vincolato, in mera dipendenza dall'accertamento dell'abuso e della riconducibilità del medesimo ad una delle fattispecie di illecito previste dalla legge; ciò comporta che il provvedimento sanzionatorio non richiede una particolare motivazione, essendo sufficiente la mera rappresentazione del carattere illecito dell'opera realizzata, né è necessaria una previa comparazione dell'interesse pubblico alla repressione dell'abuso, che è in re ipsa, con l'interesse del privato proprietario del manufatto; e ciò anche se l'intervento repressivo avvenga a distanza di tempo dalla commissione dell'abuso, ove il medesimo non sia stato oggetto di sanatoria in base agli interventi legislativi succedutisi nel tempo” (Cons. di Stato, Sez. IV, 20.07.2011, n. 4403).
Per quanto concerne l’ulteriore censura presentata dall’appellante con la memoria del 14.11.2013 -relativa alla circostanza che la giurisprudenza di questo Consiglio di Stato escluderebbe la necessità della previa concessione edilizia per interventi analoghi a quello di cui è causa- il Collegio osserva che tale censura risulta inammissibile, in quanto presentata in violazione del primo comma dell’art. 104 c.p.a., a norma del quale “nel giudizio di appello non possono essere prodotte nuove domande […] né nuove eccezioni non rilevabili d’ufficio”.
Peraltro, anche prescindendo dal suesposto rilievo, il Collegio osserva che detta censura risulta comunque infondata.
La risalente giurisprudenza di questo Consiglio di Stato citata dell’appellante, infatti, è stata superata dai successivi orientamenti giurisprudenziali del medesimo Consiglio, peraltro condivisi dal Collegio, secondo cui “i tralicci e le antenne di rilevanti dimensioni debbono essere valutate come strutture edilizie soggette a permesso di costruire […]” (Cons. di Stato, Sez. VI, 08.10.2008, n. 4910).
Orbene, nel caso di specie, trattandosi -come emerge dalle schede tecniche in atti- di una struttura di circa 12 metri d’altezza, quest’ultima non può non essere considerata di “rilevanti dimensioni” e, quindi, come tale avrebbe dovuto essere autorizzata tramite permesso di costruire, con la conseguenza che risulta corretta, anche sotto questo profilo, l’impugnata ordinanza di demolizione emessa dal Comune di Sarnonico (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 17.01.2014 n. 225 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La presentazione della domanda di rilascio di concessione in sanatoria per abusi edilizi impone al Comune la sua disamina e l'adozione dei provvedimenti conseguenti, così che gli atti repressivi dell'abuso, adottati in precedenza, perdono efficacia, con conseguente improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, in quanto il riesame dell'abusività dell'opera provocato dalla domanda di sanatoria comporta la formazione ex se di un nuovo provvedimento che, se di rigetto, supera il precedente provvedimento sanzionatorio e deve essere nuovamente impugnato.
Tanto premesso, questa Sezione ritiene di doversi conformare al consolidato indirizzo giurisprudenziale, secondo il quale la presentazione della domanda di rilascio di concessione in sanatoria per abusi edilizi impone al Comune la sua disamina e l'adozione dei provvedimenti conseguenti, così che gli atti repressivi dell'abuso, adottati in precedenza, perdono efficacia, con conseguente improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, in quanto il riesame dell'abusività dell'opera provocato dalla domanda di sanatoria comporta la formazione ex se di un nuovo provvedimento che, se di rigetto, supera il precedente provvedimento sanzionatorio e deve essere nuovamente impugnato (Cons. Stato, sez. IV, 16.04.2012, n. 2185; 16.09.2011, n. 5228; 12.05.2010, n. 2844) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 17.01.2014 n. 172 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’art. 3 d.p.r. 06.06.2001, n. 380 nel definire gli interventi edilizi, annovera nella categoria di “nuova costruzione” le strutture la cui realizzazione comporti la trasformazione edilizia e urbanistica del territorio, categoria specificata dall’elaborazione giurisprudenziale in senso sia strutturale (con valorizzazione dello stabile ancoraggio al suolo), sia funzionale (con accento sulla idoneità alla soddisfazione di esigenze non meramente temporanee).
Nella fattispecie in esame, i manufatti considerati (ndr: manufatti non ancorati al suolo, e precisamente da serra costituita da intelaiatura metallica coperta in materiale plastico, struttura metallica scoperta, ovvero in struttura metallica in “adiacenza” al fabbricato in muratura oggetto del diniego di condono, con copertura in telo plastico e gabbia metallica con copertura in telo) non assumono nessuna delle caratteristiche proprie delle “costruzioni”: non sono, infatti, infissi al suolo, ma solamente appoggiati o aderenti alle opere in muratura; sono destinati ad assolvere funzioni non ben definite, ornamentali ovvero di supporto all’attività agricola, in ogni caso non specificate negli atti impugnati in primo grado: la circostanza, enfatizzata in giudizio dall’Amministrazione, che tali manufatti esistano fin dal 2009 non costituisce elemento per dedurne la non temporaneità dell’utilizzo, sia perché le ordinanze di demolizione si basano su accertamenti svolti nello stesso anno, sia perché tale elemento deve essere dedotto da elementi strutturali e funzionali delle caratteristiche costruttive dell’opera considerata, che nella fattispecie non depongono in tal senso.
Gli interventi considerati, che sfuggono alla definizione edilizia viceversa loro impressa dall’Amministrazione, ove la loro permanenza sia giudicata incompatibile con interessi pubblici espressi sul territorio, ad esempio sotto l’aspetto del decoro dell’abitato, devono quindi essere valutati dall’Amministrazione sotto aspetti diversi, che ne valorizzino la facile amovibilità, ma non possono essere oggetto di provvedimenti propri della repressione degli abusi edilizi, poiché non costituiscono “costruzioni”, nel senso sopra precisato.
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E' illegittimo il diniego di proroga, richiesta dagli interessati per ottemperare alla demolizione delle opere il cui condono è stato legittimamente rifiutato dall’Amministrazione, poiché le circostanze rappresentate nelle istanze non sono state adeguatamente valutate dall’Amministrazione (la quale ha fondato il diniego sulla non eccezionalità dei manufatti e delle conseguenti operazioni di demolizione).
Le ragioni dei ricorrenti in primo grado, infatti, non si esaurivano nella complessità delle operazioni, ma erano anche attinenti alla vicenda giudiziale sopra tratteggiata, con particolare riferimento alla necessità di attendere la decisione del Consiglio di Stato sul giudizio cautelare avverso le sentenze del 2009 di reiezione del condono, all’epoca non ancora proposto.
Su tali aspetti la risposta dell’Amministrazione è stata del tutto silente.

I) Le vicende portate all’attenzione del Tar, i provvedimenti che la riguardano e le sentenze impugnate sono del tutto simili, ed è pertanto opportuno disporre la riunione degli appelli, al fine di un’unica decisione.
Le ordinanze di demolizione (nn. 43, 44 e 45 del febbraio 2010) sono relative ad opere abusive per le quali il Comune di Desio aveva negato la sanatoria edilizia, e sono state emanate dopo che il Tar aveva respinto i ricorsi proposti dagli interessati per talune opere, con sentenze del 20.02.2009 la cui efficacia è stata confermata dal Consiglio di Stato con ordinanze del 29.07.2010.
Con ordinanze cautelari del 26.05.2010 il Tar ha respinto le domande di sospensiva per le opere già oggetto di diniego di condono, e l’ha accolta per gli interventi edilizi diversi da questi, in quanto non soggetti ad obbligo di titolo edilizio. I ricorrenti chiedevano quindi al Comune la proroga del termine per ottemperare all’ordine di demolizione, ma, con i provvedimenti oggetto dei ricorsi di primo grado, l’Amministrazione ha opposto un diniego, procedendo poi all’accertamento dell’inottemperanza all’ordine.
II) Le sentenze impugnate hanno respinto i ricorsi relativamente all’ingiunzione di demolizione delle opere già ritenute dalle precedenti sentenze insuscettibili di condono per mancanza di prova del loro completamento entro il 31.03.2003, mentre l’ha accolto per i restanti manufatti, per la cui realizzazione non ha ritenuto necessario il previo titolo edilizio (punti n. 5 e da 7 a 11 dell’ingiunzione n. 45 del 09.02.2010; punti da 3 a 6 dell’ingiunzione n. 44 del 07.02.2010, interventi ricondotti dal Tar a semplici pergolati formati da intelaiatura metallica scoperta; punti 2 e 3 dell’ingiunzione n. 43 del 09.02.2010, consistenti in una struttura metallica realizzata in adiacenza al fabbricato in muratura e in una gabbia metallica con copertura in telo), in quanto strutture precarie e semplicemente appoggiate al suolo, come tali facilmente amovibili.
Il Tar ha poi accolto i motivi aggiunti ai ricorsi, volti a contestare il diniego di proroga per le operazioni di demolizione, rilevando che la richiesta avanzata dagli interessati era ragionevole e motivata dalle ordinanze cautelari di parziale accoglimento e dall’intenzione, da questi rappresentata, di proporre appello avverso le sentenze del 2009, sopra ricordate, mentre la risposta del Comune si limitava a confermare il termine di legge per ottemperare. Di conseguenza, il primo giudice ha annullato anche gli atti successivi all’accertamento dell’inottemperanza, tenuto anche conto che la superficie da acquisire al patrimonio comunale risultava determinata mediante il computo anche delle opere per le quali era stata concessa la misura cautelare con le ordinanze del 26.05.2010.
...
Gli appelli sono infondati.
a) Con riguardo alla natura delle opere, va ricordato che l’ambito del presente giudizio riguarda quelle diverse dagli interventi edilizi per i quali il Comune aveva negato, con provvedimenti ritenuti legittimi dal Tar, il condono edilizio chiesto dagli interessati.
Tali opere consistono in manufatti non ancorati al suolo, e precisamente da serra costituita da intelaiatura metallica coperta in materiale plastico (punto n. 5 dell’ingiunzione al ricorrente Cocciolo), struttura metallica scoperta (nn. da 7 a 11 dell’ingiunzione al ricorrente Cocciolo, nn. da 3 a 6 dell’ingiunzione al ricorrente Sansone), ovvero in struttura metallica in “adiacenza” al fabbricato in muratura oggetto del diniego di condono, con copertura in telo plastico e gabbia metallica con copertura in telo (nn. 2 e 3 dell’ingiunzione al ricorrente Cristoforo).
Come è confermato dalla documentazione, anche fotografica, versata in atti, trattasi di opere non definibili intermini di “costruzioni”, non solo e non tanto perché facilmente amovibili, ma anche perché non qualificabili come strutture edilizie.
L’art. 3 d.p.r. 06.06.2001, n. 380 nel definire gli interventi edilizi, annovera nella categoria di “nuova costruzione” le strutture la cui realizzazione comporti la trasformazione edilizia e urbanistica del territorio, categoria specificata dall’elaborazione giurisprudenziale in senso sia strutturale (con valorizzazione dello stabile ancoraggio al suolo), sia funzionale (con accento sulla idoneità alla soddisfazione di esigenze non meramente temporanee).
Nella fattispecie in esame, i manufatti considerati non assumono nessuna delle caratteristiche proprie delle “costruzioni”: non sono, infatti, infissi al suolo, ma solamente appoggiati o aderenti alle opere in muratura; sono destinati ad assolvere funzioni non ben definite, ornamentali ovvero di supporto all’attività agricola, in ogni caso non specificate negli atti impugnati in primo grado: la circostanza, enfatizzata in giudizio dall’Amministrazione, che tali manufatti esistano fin dal 2009 non costituisce elemento per dedurne la non temporaneità dell’utilizzo, sia perché le ordinanze di demolizione si basano su accertamenti svolti nello stesso anno, sia perché tale elemento deve essere dedotto da elementi strutturali e funzionali delle caratteristiche costruttive dell’opera considerata, che nella fattispecie non depongono in tal senso.
Gli interventi considerati, che sfuggono alla definizione edilizia viceversa loro impressa dall’Amministrazione, ove la loro permanenza sia giudicata incompatibile con interessi pubblici espressi sul territorio, ad esempio sotto l’aspetto del decoro dell’abitato, devono quindi essere valutati dall’Amministrazione sotto aspetti diversi, che ne valorizzino la facile amovibilità, ma non possono essere oggetto di provvedimenti propri della repressione degli abusi edilizi, poiché non costituiscono “costruzioni”, nel senso sopra precisato.
b) Con riguardo al diniego di proroga, richiesta dagli interessati per ottemperare alla demolizione delle opere il cui condono è stato legittimamente rifiutato dall’Amministrazione, la sentenza impugnata merita conferma, poiché le circostanze rappresentate nelle istanze non sono state adeguatamente valutate dall’Amministrazione (la quale ha fondato il diniego sulla non eccezionalità dei manufatti e delle conseguenti operazioni di demolizione).
Le ragioni dei ricorrenti in primo grado, infatti, non si esaurivano nella complessità delle operazioni, ma erano anche attinenti alla vicenda giudiziale sopra tratteggiata, con particolare riferimento alla necessità di attendere la decisione del Consiglio di Stato sul giudizio cautelare avverso le sentenze del 2009 di reiezione del condono, all’epoca non ancora proposto.
Su tali aspetti la risposta dell’Amministrazione è stata del tutto silente (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 16.01.2014 n. 149 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: M. Grisanti, L'istanza di permesso a sanatoria non sospende l'efficacia dell'ordinanza di demolizione (commento a TAR Campania, NA, sentenza 23.12.2013 n. 6024) (09.01.2014 - link a www.lexambiente.it).

dicembre 2013

EDILIZIA PRIVATAL'effetto sospensivo della presentazione della domanda di accertamento di conformità opera esclusivamente entro il lasso di tempo previsto dalla legge per la conclusione del procedimento di sanatoria edilizia o per il formarsi del silenzio-diniego (art. 13, L. n. 47/1985; hodie art. 36, T.U. di cui al D.P.R. n. 380 del 2001).
Decorso questo termine, è onere della parte agire tempestivamente in giudizio per avversare le negative determinazioni o l’inerzia serbata dall’Amministrazione; in mancanza di che, il rigetto (espresso o tacito), diventa inoppugnabile e rende nuovamente operativa l'ingiunzione di demolizione senza che l'Amministrazione debba necessariamente rideterminarsi in proposito.
Il provvedimento demolitorio impugnato resta, dunque, valido ed efficace a fronte o del diniego esplicito oppure del silenzio serbato dall’Amministrazione (e non opposto dall’interessato) sulla domanda di sanatoria edilizia.
Più in particolare, l'avvenuta presentazione di un'istanza di accertamento di conformità non rende invalida l'ordinanza di demolizione ma la pone, in forza della pendenza del procedimento di sanatoria, in uno stato di momentanea quiescenza con la conseguenza che, in caso di accoglimento della domanda di sanatoria, l'ordinanza demolitoria viene travolta dalla successiva contraria e positiva determinazione dell'Amministrazione (con conseguente sopravvenuta carenza di interesse alla decisione sul ricorso); mentre in caso di rigetto -anche silenzioso- dell'istanza stessa, la pregressa ordinanza di demolizione riprende efficacia, decorrendo, peraltro, il termine di 90 giorni per far luogo alla demolizione , dalla comunicazione del provvedimento con il quale è stata respinta la domanda di conservazione

La Sezione ha già avuto modo di chiarire che l'effetto sospensivo della presentazione della domanda di accertamento di conformità opera esclusivamente entro il lasso di tempo previsto dalla legge per la conclusione del procedimento di sanatoria edilizia o per il formarsi del silenzio-diniego (art. 13, L. n. 47/1985; hodie art. 36, T.U. di cui al D.P.R. n. 380 del 2001).
Decorso questo termine, è onere della parte agire tempestivamente in giudizio per avversare le negative determinazioni o l’inerzia serbata dall’Amministrazione; in mancanza di che, il rigetto (espresso o tacito), diventa inoppugnabile e rende nuovamente operativa l'ingiunzione di demolizione senza che l'Amministrazione debba necessariamente rideterminarsi in proposito.
Il provvedimento demolitorio impugnato resta, dunque, valido ed efficace a fronte o del diniego esplicito oppure del silenzio serbato dall’Amministrazione (e non opposto dall’interessato) sulla domanda di sanatoria edilizia (Tar Lazio, sez. II-ter, sent. n. 6911/2013).
Più in particolare, l'avvenuta presentazione di un'istanza di accertamento di conformità non rende invalida l'ordinanza di demolizione ma la pone, in forza della pendenza del procedimento di sanatoria, in uno stato di momentanea quiescenza con la conseguenza che, in caso di accoglimento della domanda di sanatoria, l'ordinanza demolitoria viene travolta dalla successiva contraria e positiva determinazione dell'Amministrazione (con conseguente sopravvenuta carenza di interesse alla decisione sul ricorso); mentre in caso di rigetto -anche silenzioso- dell'istanza stessa, la pregressa ordinanza di demolizione riprende efficacia, decorrendo, peraltro, il termine di 90 giorni per far luogo alla demolizione, dalla comunicazione del provvedimento con il quale è stata respinta la domanda di conservazione (ex plurimis, TAR Napoli Campania sez. III, 15.01.2013 n. 301) (TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, sentenza 30.12.2013 n. 11171 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn linea di massima, trattandosi di interventi di restauro e risanamento conservativo (art. 31, lett. c, L. n. 458 del 1978) gli stessi sconterebbero l’autorizzazione amministrativa e non la concessione edilizia.
E nel caso di tali opere "abusive" l’Amministrazione comunale dovrebbe infliggere, a fronte della riscontrata violazione (id est, assenza di autorizzazione) soltanto una sanzione pecuniaria (ex art. 10 della L. n. 47 del 1985).
Tuttavia, sussiste un'eccezione alla regola laddove l'ambito è vincolato dal punto di vista paesaggistico. Invero, l’art. 10, c. 3, della legge n. 47 del 1985 statuisce che: “Quando le opere realizzate senza autorizzazione consistono in interventi di restauro e di risanamento conservativo, di cui alla lettera c) del primo comma dell'art. 31 della legge 05.08.1978, n. 457, eseguiti su immobili comunque vincolati da leggi statali e regionali nonché dalle altre norme urbanistiche vigenti, l'autorità competente a vigilare sull'osservanza del vincolo, salva l'applicazione di altre misure e sanzioni previste da norme vigenti, può ordinare la restituzione in pristino a cura e spese del contravventore ....“.
In tal senso depone anche il Regolamento comunale di Ponza il cui art. 6, evocato dalle stesse ricorrenti, assoggetta a mera autorizzazione “le opere costituenti pertinenze od impianti tecnologici al servizio di edifici già esistenti purché non sottoposti a vincoli ...”.
Acclarato, dunque, che le opere realizzate dalle ricorrenti ricadono in zona sottoposta a vincolo per le quali:
- l’art. 10, c. 3, della L. n. 47 del 1985 prevede la demolizione in funzione della “restituzione in pristino” dei luoghi;
- l’art. 6 del Regolamento comunale di Ponza esclude –ratione temporis- il regime semplificato dell’autorizzazione,
ne consegue che il provvedimento impugnato (di demolizione) resiste alle rubricate censure ed il ricorso, perciò, s’appalesa infondato.

Parte ricorrente sostiene che le opere de quibus scontino l’autorizzazione amministrativa e non la concessione edilizia, trattandosi di interventi di restauro e risanamento conservativo (art. 31, lett. c, L. n. 458 del 1978).
A fronte del regime permissivo meno rigoroso, l’Amministrazione comunale, dunque, avrebbe dovuto infliggere, a fronte della riscontrata violazione (id est, assenza di autorizzazione) soltanto una sanzione pecuniaria (ex art. 10 della L. n. 47 del 1985).
Ancor più, ove considerato l’art. 6 del regolamento comunale di Ponza (v. relazione tecnica allegata alla domanda di sanatoria) secondo cui rientrano tra gli interventi di restauro e risanamento conservativo, soggetti a mera autorizzazione (e non a concessione edilizia), “le opere costituenti pertinenze o impianti tecnologici al servizio di edifici già esistenti ... ossia: opere accessorie ... ascensori, cantine, autorimesse private, rampe ecc., sistemazioni interne, scale sicurezza ecc.; 2)... volumi tecnici ...”.
Poiché nel caso di specie si tratta della “collocazione all’interno del cortile di una cisterna idrica, creazione di un’area per parcheggio privato scoperto, servito da una scala di collegamento”, le opere in questione dovrebbero scontare, ai sensi dell’art. 31, lett. c), della L. n. 458 del 1978 e dell’art. 6 del regolamento comunale di Ponza, l’autorizzazione comunale e non la concessione edilizia.
Il Collegio, pur condividendo la tesi che si tratti di opere astrattamente riconducibili alla categoria del ”restauro e risanamento conservativo”, non condivide, tuttavia, le conclusioni che parte ricorrente ne trae.
La zona in cui ricadono le opere de quibus risulta, infatti, soggetta a vincolo ambientale.
Tale circostanza (vincolo ambientale) risulta inequivocabilmente dall’esame della documentazione versata in atti (v. parere datato 14.09.1995, rilasciato ai sensi dell’art. 32 della L. n. 47 del 1985 dalla Regione Lazio -Assessorato urbanistica, Assetto del Territorio, Tutela Ambientale–, per il completamento funzionale del manufatto su cui insistono le opere abusive).
Ebbene, l’art. 10, c. 3, della citata legge n. 47 del 1985 statuisce che: “Quando le opere realizzate senza autorizzazione consistono in interventi di restauro e di risanamento conservativo, di cui alla lettera c) del primo comma dell'art. 31 della legge 05.08.1978, n. 457, eseguiti su immobili comunque vincolati da leggi statali e regionali nonché dalle altre norme urbanistiche vigenti, l'autorità competente a vigilare sull'osservanza del vincolo, salva l'applicazione di altre misure e sanzioni previste da norme vigenti, può ordinare la restituzione in pristino a cura e spese del contravventore ....“.
In tal senso depone anche il Regolamento comunale di Ponza il cui art. 6, evocato dalle stesse ricorrenti, assoggetta a mera autorizzazione “le opere costituenti pertinenze od impianti tecnologici al servizio di edifici già esistenti purché non sottoposti a vincoli ...”.
Acclarato, dunque, che le opere realizzate dalle ricorrenti ricadono in zona sottoposta a vincolo per le quali:
- l’art. 10, c. 3, della L. n. 47 del 1985 prevede la demolizione in funzione della “restituzione in pristino” dei luoghi;
- l’art. 6 del Regolamento comunale di Ponza esclude –ratione temporis- il regime semplificato dell’autorizzazione,
ne consegue che il provvedimento impugnato resiste alle rubricate censure ed il ricorso, perciò, s’appalesa infondato
(TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, sentenza 30.12.2013 n. 11171 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'effetto sospensivo della presentazione della domanda di accertamento di conformità opera esclusivamente entro il lasso di tempo previsto dalla legge per la conclusione del procedimento di sanatoria edilizia o per il formarsi del silenzio-diniego (art. 13, L. n. 47/1985).
La validità (ovvero l'efficacia) dell'ordine di demolizione di una costruzione abusiva non risulta, perciò, pregiudicata dalla presentazione di un'istanza di sanatoria ai sensi dell'art. 13, L. 47 del 1985 (ora art. 36 del D.P.R. n. 380 del 2001 T.U. Edilizia), posto che nel sistema non è rinvenibile una previsione dalla quale possa desumersi un tale effetto; sicché, se, da un lato, la presentazione della domanda di sanatoria attraverso l'istituto dell'accertamento di conformità determina inevitabilmente un arresto dell'efficacia dell'ordine di demolizione (all'evidente fine di evitare, in caso di accoglimento dell'istanza, la demolizione di un'opera astrattamente suscettibile di sanatoria), dall'altro occorre ritenere che l'efficacia dell'atto sanzionatorio sia soltanto sospesa, cioè che l'atto sia posto in uno stato di temporanea quiescenza.
All'esito del procedimento di sanatoria, in caso di accoglimento dell'istanza, l'ordine di demolizione rimarrà privo di effetti in ragione del sopravvenuto venir meno dell'originario carattere abusivo dell'opera realizzata.
Di contro, in caso di rigetto dell'istanza, l'ordine di demolizione riacquista la sua efficacia.

Il Collegio –in adesione all’orientamento della Sezione- premette che l'effetto sospensivo della presentazione della domanda di accertamento di conformità opera esclusivamente entro il lasso di tempo previsto dalla legge per la conclusione del procedimento di sanatoria edilizia o per il formarsi del silenzio-diniego (art. 13, L. n. 47/1985).
La validità (ovvero l'efficacia) dell'ordine di demolizione di una costruzione abusiva non risulta, perciò, pregiudicata dalla presentazione di un'istanza di sanatoria ai sensi dell'art. 13, L. 47 del 1985 (ora art. 36 del D.P.R. n. 380 del 2001 T.U. Edilizia), posto che nel sistema non è rinvenibile una previsione dalla quale possa desumersi un tale effetto; sicché, se, da un lato, la presentazione della domanda di sanatoria attraverso l'istituto dell'accertamento di conformità determina inevitabilmente un arresto dell'efficacia dell'ordine di demolizione (all'evidente fine di evitare, in caso di accoglimento dell'istanza, la demolizione di un'opera astrattamente suscettibile di sanatoria), dall'altro occorre ritenere che l'efficacia dell'atto sanzionatorio sia soltanto sospesa, cioè che l'atto sia posto in uno stato di temporanea quiescenza.
All'esito del procedimento di sanatoria, in caso di accoglimento dell'istanza, l'ordine di demolizione rimarrà privo di effetti in ragione del sopravvenuto venir meno dell'originario carattere abusivo dell'opera realizzata.
Di contro, in caso di rigetto dell'istanza, l'ordine di demolizione riacquista la sua efficacia
(TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, sentenza 30.12.2013 n. 11166 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’art. 31, comma 1, lettera c), della L. 05.08.1978, n. 457 qualifica come interventi di restauro e di risanamento conservativo, quelli rivolti a conservare l'organismo edilizio e ad assicurarne la funzionalità mediante un insieme sistematico di opere che, nel rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell'organismo stesso, ne consentano destinazioni d'uso con essi compatibili.
Ai sensi della richiamata disposizione tali interventi comprendono il consolidamento, il ripristino e il rinnovo degli elementi costitutivi dell'edificio, l'inserimento degli elementi accessori e degli impianti richiesti dalle esigenze dell'uso nonché l'eliminazione degli elementi estranei all'organismo edilizio.
Interpretando le disposizioni ora trascritte, la giurisprudenza del Consiglio di Stato ha da tempo chiarito che possono qualificarsi come interventi di restauro e risanamento conservativo quegli interventi sistematici i quali, pur con rinnovo di elementi costitutivi dell’edificio preesistente, ne conservano tipologia, forma e struttura.
Per contro, rientrano nella nozione di ristrutturazione edilizia le opere rivolte a creare un organismo in tutto o in parte diverso da quello oggetto di intervento.
Infatti la finalità specifica degli interventi di risanamento e restauro –che è appunto quella di rinnovare l’edificio in modo sistematico e globale- va perseguita nel rispetto dei suoi elementi essenziali dal punto di vista tipologico, formale e strutturale.

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Il manufatto realizzato dalla ricorrente ha, rispetto al fabbricato esistente, sia una cubatura diversa, notevolmente più ampia, stante la realizzazione di una “tromba piano garage in cemento armato di mt. 30 x 4 e 40 x 2,70 di altezza circa” funzionale al collegamento del piano terra al garage sottostante, che una sagoma diversa a cagione della realizzazione di cordoli perimetrali tra la gronda ed il colmo del tetto.
Sicché, tali opere necessitavano della concessione edilizia (ora permesso di costruire) e, conseguentemente, è legittimo l'ordine di demolizione (in assenza del titolo edilizio abilitativo).
L’affermazione, infine, per cui non sarebbe possibile l’abbattimento delle opere di cui all’ordinanza di demolizione impugnata a cagione del “pericolo di crollo di restanti parti regolari dell’edificio” s’appalesa del tutto apodittica non essendo stata, dalla ricorrente, meglio supportata e comprovata sul piano tecnico e scientifico.

Reputa il Collegio che l'impugnato ordine di demolizione deve senz'altro reputarsi legittimo, essendo stato emesso all'esito dell'accertata insussistenza della concessione edilizia (oggi, permesso di costruire).
L’art. 31, comma 1, lettera c), della L. 05.08.1978, n. 457, nel testo all’epoca vigente, qualifica come interventi di restauro e di risanamento conservativo, quelli rivolti a conservare l'organismo edilizio e ad assicurarne la funzionalità mediante un insieme sistematico di opere che, nel rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell'organismo stesso, ne consentano destinazioni d'uso con essi compatibili.
Ai sensi della richiamata disposizione tali interventi comprendono il consolidamento, il ripristino e il rinnovo degli elementi costitutivi dell'edificio, l'inserimento degli elementi accessori e degli impianti richiesti dalle esigenze dell'uso nonché l'eliminazione degli elementi estranei all'organismo edilizio.
Interpretando le disposizioni ora trascritte, la giurisprudenza del Consiglio di Stato ha da tempo chiarito che possono qualificarsi come interventi di restauro e risanamento conservativo quegli interventi sistematici i quali, pur con rinnovo di elementi costitutivi dell’edificio preesistente, ne conservano tipologia, forma e struttura (cfr. per tutte V Sez. n. 5273 del 2007).
Per contro, rientrano nella nozione di ristrutturazione edilizia le opere rivolte a creare un organismo in tutto o in parte diverso da quello oggetto di intervento.
Infatti la finalità specifica degli interventi di risanamento e restauro –che è appunto quella di rinnovare l’edificio in modo sistematico e globale- va perseguita nel rispetto dei suoi elementi essenziali dal punto di vista tipologico, formale e strutturale.
Ciò premesso, nel caso all’esame è acclarato –in base ai documenti versati nel corso del giudizio- che il manufatto realizzato dalla ricorrente ha, rispetto al fabbricato esistente, sia una cubatura diversa, notevolmente più ampia, stante la realizzazione di una “tromba piano garage in cemento armato di mt. 30 x 4 e 40 x 2,70 di altezza circa” funzionale al collegamento del piano terra al garage sottostante, che una sagoma diversa a cagione della realizzazione di cordoli perimetrali tra la gronda ed il colmo del tetto.
E che si tratti di opere diverse da quelle esistenti è comprovato dal fatto che di esse non è stata fatta menzione nella domanda di condono edilizio presentata dalla ricorrente ai sensi dell’art. 39 della L. n. 724 del 1994; omissione che l’interessata imputa al proprio, implausibile, convincimento che si trattasse di opere assoggettabili a denuncia di inizio attività (vedi perizia di parte par. 4).
L’affermazione, infine, per cui non sarebbe possibile l’abbattimento delle opere di cui all’ordinanza di demolizione impugnata a cagione del “pericolo di crollo di restanti parti regolari dell’edificio” (v. perizia di parte, pag. 4) s’appalesa del tutto apodittica non essendo stata, dalla ricorrente, meglio supportata e comprovata sul piano tecnico e scientifico
(TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, sentenza 30.12.2013 n. 11166 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'ordinanza di demolizione per effetto della presentazione della nuova domanda di condono ha perso, in parte qua, la propria efficacia lesiva con conseguente improcedibilità del ricorso.
Invero, ad una pronuncia di improcedibilità del ricorso deve pervenirsi ove, in sede di decisione di un ricorso proposto avverso ordini di demolizione, risulti successivamente presentata domanda per conseguire il condono edilizio; ciò in quanto in presenza dell'esercizio della facoltà straordinaria prevista dalla legge il provvedimento repressivo perde efficacia in quanto deve essere sostituito o dal permesso di costruire in sanatoria o da un nuovo procedimento sanzionatorio, essendo l'Amministrazione tenuta, in quest'ultimo caso, in base a quanto previsto dall'art. 40 comma 1, L. n. 47 del 1985, al completo riesame della fattispecie, con conseguente traslazione e differimento dell'interesse ad impugnare verso il futuro provvedimento che, eventualmente, respinga la domanda medesima, disponendo nuovamente la demolizione dell'opera edilizia ritenuta abusiva.

L’ordinanza di demolizione aveva contestato al ricorrente anche l’esecuzione di opere interne all’appartamento collegato alla veranda.
Per queste opere (unitamente ad altre successivamente realizzate e che hanno comportato una ristrutturazione dell’immobile), il ricorrente ha dichiarato di avere presentato nuova istanza di condono edilizio ai sensi della legge 24.11.2003, n. 326 sulla quale gli uffici capitolini sono in procinto di pronunciarsi (in atti è stata depositata la nuova domanda di condono del 10.09.2003).
Ebbene, l'ordinanza di demolizione per effetto della presentazione della nuova domanda di condono ha perso, in parte qua, la propria efficacia lesiva con conseguente improcedibilità del ricorso (cfr. Cons. Stato Sez. V 21/11/2006 n. 6789; Tar Lazio Roma Sez. II 04/05/2007 n. 3837; Tar Campania Napoli Sez. IV 03/05/2007 n. 4657; Tar Lombardia Milano Sez. II 06/10/2009 n. 4762).
La giurisprudenza amministrativa ha, infatti, chiarito che ad una pronuncia di improcedibilità del ricorso deve pervenirsi ove, in sede di decisione di un ricorso proposto avverso ordini di demolizione, risulti successivamente presentata domanda per conseguire il condono edilizio; ciò in quanto in presenza dell'esercizio della facoltà straordinaria prevista dalla legge il provvedimento repressivo perde efficacia in quanto deve essere sostituito o dal permesso di costruire in sanatoria o da un nuovo procedimento sanzionatorio, essendo l'Amministrazione tenuta, in quest'ultimo caso, in base a quanto previsto dall'art. 40, comma 1, L. n. 47 del 1985, al completo riesame della fattispecie, con conseguente traslazione e differimento dell'interesse ad impugnare verso il futuro provvedimento che, eventualmente, respinga la domanda medesima, disponendo nuovamente la demolizione dell'opera edilizia ritenuta abusiva (v. Tar Campania, Napoli, 07/03/2013 n. 1310 e 03/04/2013 n. 1708) (TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, sentenza 30.12.2013 n. 11164 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’art. 35, comma 12, della l. 28.02.1985, n. 47 e succ. modifiche, prevede che la domanda di sanatoria si intende accolta decorso il termine di 24 mesi dalla presentazione della domanda o, per le opere costruite su area vincolata, decorso il termine di 24 mesi dalla emissione del parere previsto dal primo comma dell’art. 32 della stessa legge.
Quanto alla necessità di acquisire il suddetto parere anche per opere realizzate prima della imposizione del vincolo, l’Adunanza Plenaria, con la decisione n. 20 del 22.07.1999 in ordine alla portata dell’art. 32, ha precisato che “in mancanza di indicazioni univoche desumibili dal dato normativo ad essa debba darsi soluzione alla stregua dei principi generali in materia di azione amministrativa, tenuto conto della valenza attribuita dall’ordinamento agli interessi coinvolti nell’applicazione della disposizione legislativa di cui si tratta”, concludendo nel senso che poiché la ratio che sottende l’art. 32, è la cura del pubblico interesse che “ha come sua qualità essenziale la legalità…ne consegue che la pubblica amministrazione, sulla quale a norma dell’art. 97 Cost. incombe più pressante l’obbligo di osservare la legge, deve necessariamente tener conto, nel momento in cui provvede, della norma vigente e delle qualificazioni giuridiche che essa impone. La disposizione di portata generale di cui all’art. 32, comma 1, relativa ai vincoli che appongono limiti alla edificazione, non reca alcuna deroga a questi principi, cosicché essa deve interpretarsi nel senso che l’obbligo di pronuncia da parte dell’Autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste in relazione alla esistenza del vincolo al momento in cui deve essere valutata la domanda di sanatoria, a prescindere dall’epoca di introduzione del vincolo. E appare altresì evidente che tale valutazione corrisponde alla esigenza di vagliare l’attuale compatibilità con il vincolo dei manufatti realizzati abusivamente”.
Alla stregua dell’interpretazione dell’Adunanza Plenaria citata va riconosciuto l’obbligo dell’amministrazione di tener conto ai fini del rilascio della concessione in sanatoria di tutti i vincoli esistenti al momento dell’esame della domanda.

L’appello è fondato e va accolto.
Il TAR ha ritenuto che sull’istanza di sanatoria si sarebbe formato il c.d. “silenzio-assenso”, essendo decorso il termine di 24 mesi previsto dall’art. 35, comma 12, della l. n. 431 del 1985 e perché il vincolo di area golenale sarebbe stato imposto in epoca successiva alla realizzazione dell’opera abusiva e, quindi, ininfluente ai fini del condono (“…l’opera abusiva è stata realizzata prima dell’imposizione del vincolo ai sensi della l. n. 431 del 1985 (legge Galasso). L’art. 32 della l. n. 47 del 1985, infatti è stato interpretato dall’art. 2, comma 44, della legge n. 662 del 1996 (legge finanziaria 1997), nel senso che il parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo, anche quello imposto dal decreto legge 27.06.1985 n. 312, convertito in legge 431 del 1985, non va acquisito qualora l’opera abusiva sia stata realizzata anteriormente al vincolo stesso, come nel caso in esame”).
Il percorso logico giuridico del giudice di primo grado non può essere condiviso.
L’art. 35, comma 12, della l. 28.02.1985, n. 47 e succ. modifiche, prevede che la domanda di sanatoria si intende accolta decorso il termine di 24 mesi dalla presentazione della domanda o, per le opere costruite su area vincolata, decorso il termine di 24 mesi dalla emissione del parere previsto dal primo comma dell’art. 32 della stessa legge.
Quanto alla necessità di acquisire il suddetto parere anche per opere realizzate prima della imposizione del vincolo, l’Adunanza Plenaria, con la decisione n. 20 del 22.07.1999 in ordine alla portata dell’art. 32 (in termini fra le tante, Sez. V, n. 3234 del 2013; 5553 del 2012), ha precisato che “in mancanza di indicazioni univoche desumibili dal dato normativo ad essa debba darsi soluzione alla stregua dei principi generali in materia di azione amministrativa, tenuto conto della valenza attribuita dall’ordinamento agli interessi coinvolti nell’applicazione della disposizione legislativa di cui si tratta”, concludendo nel senso che poiché la ratio che sottende l’art. 32, è la cura del pubblico interesse che “ha come sua qualità essenziale la legalità…ne consegue che la pubblica amministrazione, sulla quale a norma dell’art. 97 Cost. incombe più pressante l’obbligo di osservare la legge, deve necessariamente tener conto, nel momento in cui provvede, della norma vigente e delle qualificazioni giuridiche che essa impone. La disposizione di portata generale di cui all’art. 32, comma 1, relativa ai vincoli che appongono limiti alla edificazione, non reca alcuna deroga a questi principi, cosicché essa deve interpretarsi nel senso che l’obbligo di pronuncia da parte dell’Autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste in relazione alla esistenza del vincolo al momento in cui deve essere valutata la domanda di sanatoria, a prescindere dall’epoca di introduzione del vincolo. E appare altresì evidente che tale valutazione corrisponde alla esigenza di vagliare l’attuale compatibilità con il vincolo dei manufatti realizzati abusivamente”.
Alla stregua dell’interpretazione dell’Adunanza Plenaria citata va riconosciuto l’obbligo dell’amministrazione di tener conto ai fini del rilascio della concessione in sanatoria di tutti i vincoli esistenti al momento dell’esame della domanda.
Conseguentemente, nella fattispecie in esame, non può ritenersi formato il silenzio assenso di cui all’art. 35 della l. n. 47 del 1985, atteso che il termine di 24 mesi non poteva decorrere dalla presentazione dell’istanza ma dalla acquisizione del parere di cui al combinato disposto del primo e del terzo comma dell’art. 32 della stessa legge, essendo la zona soggetta a vincolo paesaggistico imposto dalla l. n. 431 del 1985 (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 27.12.2013 n. 6281 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn presenza d'istanza di sanatoria edilizia, l'Amministrazione non può adottare provvedimenti repressivi atteso che la definizione del procedimento di adeguamento o di sanatoria assume rilievo pregiudiziale rispetto alla disposizione delle misure sanzionatorie, pena la violazione del principio di economicità e coerenza dell'azione amministrativa.
Di conseguenza, va dichiarata l'illegittimità del provvedimento che dispone la demolizione dei manufatti abusivi, adottato senza che prima l'Amministrazione abbia provveduto, neanche incidentalmente, sulle istanze di adeguamento e di sanatoria.

Al riguardo, va confermato il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui “in presenza d'istanza di sanatoria edilizia, l'Amministrazione non può adottare provvedimenti repressivi atteso che la definizione del procedimento di adeguamento o di sanatoria assume rilievo pregiudiziale rispetto alla disposizione delle misure sanzionatorie, pena la violazione del principio di economicità e coerenza dell'azione amministrativa; di conseguenza, va dichiarata l'illegittimità del provvedimento che dispone la demolizione dei manufatti abusivi, adottato senza che prima l'Amministrazione abbia provveduto, neanche incidentalmente, sulle istanze di adeguamento e di sanatoria” (da ultimo, TAR Lecce, sez. III, 19.06.2013, n. 1426, TAR Napoli, sez. IV, 04.07.2013, n. 3439) (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 13.12.2013 n. 1347 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa presentazione dell'istanza di sanatoria successivamente all'impugnazione dell'ordinanza di demolizione produce l'effetto di rendere inefficace tale ultimo provvedimento e, quindi, improcedibile l'impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse.
E ciò in quanto il riesame dell'abusività dell'opera provocato dall'istanza di sanatoria, sia pure al fine di verificare l'eventuale sanabilità di quanto costruito, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento (di accoglimento o di rigetto) che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa, dal momento che, in caso di diniego del richiesto accertamento di conformità l'Amministrazione dovrebbe emettere una nuova ordinanza di demolizione, con fissazione di nuovi termini per ottemperarvi.

In particolare, la presentazione dell'istanza di sanatoria successivamente all'impugnazione dell'ordinanza di demolizione produce l'effetto di rendere inefficace tale ultimo provvedimento e, quindi, improcedibile l'impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse; e ciò in quanto il riesame dell'abusività dell'opera provocato dall'istanza di sanatoria, sia pure al fine di verificare l'eventuale sanabilità di quanto costruito, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento (di accoglimento o di rigetto) che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa, dal momento che, in caso di diniego del richiesto accertamento di conformità l'Amministrazione dovrebbe emettere una nuova ordinanza di demolizione, con fissazione di nuovi termini per ottemperarvi (TAR Piemonte, sez. II, 24.09.2013, n. 1033; TAR Piemonte, sez. I, 12.07.2013, n. 880) (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 13.12.2013 n. 1343 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAE' necessario distinguere due diverse evenienze:
a) se si è in presenza di opere realizzate in eccedenza o difformità rispetto alla d.i.a. presentata, le stesse possono essere fatte oggetto in ogni tempo, da parte dell’Amministrazione, di ordine si sospensione e di ripristino;
b) se invece le opere realizzate sono conformi alla denuncia presentata e sono state realizzate senza che l’Amministrazione si sia attivata nei termini per vietare la prosecuzione dell’attività e disporre la rimozione degli effetti, allora l’emanazione dei provvedimenti di rimessa in pristino deve essere necessariamente preceduta dall’adozione di un atto di autotutela, nel rispetto della garanzie sostanziali e procedimentali che assistono lo stesso, finalizzato alla eliminazione del titolo formatosi implicitamente con il decorso del termine di legge dalla presentazione della d.i.a. senza interventi inibitori.

... per l'annullamento del provvedimento del Comune di Monteriggioni Ordinanza n. 116 del 16.12.2010 notificata il 12.1.2011 con il quale è stata ordinata la demolizione delle seguenti opere realizzate nella superficie di terreno sita in Comune di Monteriggioni ed identificata al C.T. di detto comune al foglio n. 89 par.lle 1451, 1440,1457: Manufatto costituito da una gettata di cemento (o platea di cemento) delle dimensioni di m. 10 x 3 sulla quale è infissa e si eleva una struttura in ferro in forma di L che sorregge, ad una altezza dal suolo variabile dai m. 1,80 ai m. 2,00 una copertura in lamiera e plastica ondulina di pari dimensioni;
...
Con il secondo e terzo mezzo, che possono essere fatti oggetto di congiunta trattazione, parte ricorrente censura l’operato dell’Amministrazione, evidenziando che questa non poteva emettere l’ordinanza di demolizione, in presenza di titoli edilizi acquisiti con la presentazione delle varie d.i.a., senza prima procedere all’annullamento in autotutela dei titoli assentiti.
Le censure sono fondate.
Come la Sezione ha avuto più volte modo di evidenziare, è necessario distinguere due diverse evenienze:
a) se si è in presenza di opere realizzate in eccedenza o difformità rispetto alla d.i.a. presentata, le stesse possono essere fatte oggetto in ogni tempo, da parte dell’Amministrazione, di ordine si sospensione e di ripristino (in termini la sentenza della Sezione n. 806 del 2013, punto 16 della motivazione);
b) se invece le opere realizzate sono conformi alla denuncia presentata e sono state realizzate senza che l’Amministrazione si sia attivata nei termini per vietare la prosecuzione dell’attività e disporre la rimozione degli effetti, allora l’emanazione dei provvedimenti di rimessa in pristino (come quello gravato) deve essere necessariamente preceduta dall’adozione di un atto di autotutela, nel rispetto della garanzie sostanziali e procedimentali che assistono lo stesso, finalizzato alla eliminazione del titolo formatosi implicitamente con il decorso del termine di legge dalla presentazione della d.i.a. senza interventi inibitori (in termini le sentenze della Sezione n. 430 del 2009 e n. 1636 del 2013).
Nella specie l’Amministrazione non ha seguito la prima strada: infatti l’ordinanza gravata non motiva in alcun modo in punto di difformità tra opere denunziate e opere realizzate, cioè circa la difformità della platea di cemento realizzata rispetto alla soletta di cemento di cui alla d.i.a. del 2007 e non fornisce quindi la necessaria dimostrazione che gli interventi edilizi realizzati risultino diversi da quelli di cui alle d.i.a. presentate.
Né l’Amministrazione segue la seconda strada, perché l’ordine di demolizione qui gravato non risulta preceduto dalla procedura di autotutela volta a superare i titoli edilizi formatosi a fronte delle d.i.a. presentate e non inibite dall’Amministrazione nei termini di legge (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 12.12.2013 n. 1717 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il Collegio non ha motivo di dissentire dal consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa che ha ulteriormente ribadito nella decisione di ricorsi riguardanti il condono di abusi edilizi ricadenti sotto la disciplina della n. 724 del 1994, che riguardo alle opere realizzate in zone soggette a vincolo non trova applicazione l'ipotesi del silenzio-assenso sulla domanda di condono, operando diversamente il disposto degli artt. 32 e 33 della legge n. 47 del 1985 che ammette il condono stesso solo ove le opere abusivamente realizzate non siano in contrasto con i vincoli gravanti sull’area interessata dall’abuso, assoggettandolo così al parere favorevole dell’Autorità preposta alla tutela del vincolo.
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Il parere della C.E.I. riportato nel provvedimento impugnato, lungi dall’essere di stile è, seppure succintamente, adeguatamente motivato sulle ragioni che ostano alla condonabilità laddove evidenzia “che il manufatto costituisce danno ambientale per l’eterogeneità dei materiali e le sue caratteristiche volumetriche che mal si inseriscono in un contesto paesaggistico collinare di elevato valore ambientale paesaggistico”.
Si tratta di un giudizio di disvalore che si basa sulla valutazione concreta delle caratteristiche costruttive dell’intervento edilizio.
Anche se può accadere –e di fatto spesso accade– che la connotazione relativa ai materiali utilizzati accomuni una vasta gamma di interventi abusivi, tanto che la motivazione adottata dall’autorità preposta alla tutela del vincolo si presenti spesso “stereotipata” per un gran numero di casi, siffatta circostanza trova giustificazione proprio nel fatto che i medesimi elementi pregiudizievoli del paesaggio sono, in effetti, riscontrabili in numerosi casi esaminati.
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La necessità di una motivazione più penetrante ed esaustiva si manifesta ineludibile proprio in caso di parere favorevole (piuttosto che di parere negativo) reso per modifiche del territorio che sono potenzialmente in conflitto con i vincoli di protezione ambientale che il relativo decreto impositivo del vincolo intende tutelare.
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L’eventuale esistenza di altri abusi eventualmente condonati pur avendo alterato l’originaria cornice ambientale per la quale è stato imposto il vincolo, non giustifica la tolleranza di ulteriori offese ai valori ambientali e quindi l’adozione di un (ulteriore) atto illegittimo.

Quanto al primo motivo il Collegio non ha motivo di dissentire dal consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa che ha ulteriormente ribadito nella decisione di ricorsi riguardanti il condono di abusi edilizi ricadenti sotto la disciplina della n. 724 del 1994, che riguardo alle opere realizzate in zone soggette a vincolo non trova applicazione l'ipotesi del silenzio-assenso sulla domanda di condono, operando diversamente il disposto degli artt. 32 e 33 della legge n. 47 del 1985 che ammette il condono stesso solo ove le opere abusivamente realizzate non siano in contrasto con i vincoli gravanti sull’area interessata dall’abuso, assoggettandolo così al parere favorevole dell’Autorità preposta alla tutela del vincolo (cfr. ex multis, TAR Puglia Bari, sez. II, 22.03.2011 n. 448; Consiglio Stato, Sez. IV, 22.07.2010 n. 4823).
Relativamente al secondo motivo, va detto che il parere della C.E.I. riportato nel provvedimento impugnato, lungi dall’essere di stile è, seppure succintamente, adeguatamente motivato sulle ragioni che ostano alla condonabilità laddove evidenzia “che il manufatto costituisce danno ambientale per l’eterogeneità dei materiali e le sue caratteristiche volumetriche che mal si inseriscono in un contesto paesaggistico collinare di elevato valore ambientale paesaggistico”. Si tratta di un giudizio di disvalore che si basa sulla valutazione concreta delle caratteristiche costruttive dell’intervento edilizio. Anche se può accadere –e di fatto spesso accade– che la connotazione relativa ai materiali utilizzati accomuni una vasta gamma di interventi abusivi, tanto che la motivazione adottata dall’autorità preposta alla tutela del vincolo si presenti spesso “stereotipata” per un gran numero di casi, siffatta circostanza trova giustificazione proprio nel fatto che i medesimi elementi pregiudizievoli del paesaggio sono, in effetti, riscontrabili in numerosi casi esaminati (cfr., ex plurimis, TAR Toscana, III, 18.01.2010 n. 43; TAR Toscana, III, 27.11.2006 n. 6052; TAR Toscana, I, 05.10.2006 n. 4228; TAR Toscana, III, 26.02.2002 n. 420).
In concreto parte ricorrente propugna una tesi interpretativa delle norme che regolano il procedimento relativo all’espressione del parere di compatibilità paesaggistica richiesto che si basa sull’inversione dell’obbligo di motivazione da parte dell’Autorità competente in caso di parere negativo. In realtà la necessità di una motivazione più penetrante ed esaustiva si manifesta ineludibile proprio in caso di parere favorevole reso per modifiche del territorio che sono potenzialmente in conflitto con i vincoli di protezione ambientale che il relativo decreto impositivo del vincolo intende tutelare (sul punto si richiamano: Cons. Stato, sez. VI, 09.03.2011, n. 1476; TAR Puglia - Bari, sez. III, 14.01.2011, n. 69; TAR Toscana, sez. III, 14.05.2010, n. 1473; Cons. Stato, sez. V, 07.09.2009, n. 5232; TAR Toscana, sez. III, 29.01.2009, n. 118; TAR Toscana, sez. III, 27.11.2006, n. 6052).
Quanto sopra rilevato esclude la fondatezza anche dei profili attinenti alla disparità di trattamento genericamente dedotta con riguardo ad un altro abuso asseritamente qualificato analogo.
Si può aggiungere per completezza che l’eventuale esistenza di altri abusi eventualmente condonati pur avendo alterato l’originaria cornice ambientale per la quale è stato imposto il vincolo, non giustifica la tolleranza di ulteriori offese ai valori ambientali e quindi l’adozione di un (ulteriore) atto illegittimo (cfr. TAR Toscana, III, n. 1952 del 2001 e n. 450 del 2012) (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 12.12.2013 n. 1712 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATACon riferimento ai citati fabbricati presuntivamente abusivi, il ricorrente ha allegato un elemento presuntivo dotato di sufficiente consistenza di fronte (nella fattispecie, apposita perizia redatta da un architetto, nella quale si attesta che, in base ai materiali utilizzati e ad alcuni particolari costruttivi, gli edifici in muratura risalgono a circa 80-100 anni addietro e che la tettoia sia sicuramente risalente a ben oltre il 1967) al quale sarebbe spettato all’amministrazione resistente offrire una prova contraria atta a dimostrare che le opere fossero state edificate successivamente al 1967.
In assenza di tale prova contraria, o anche di un analogo e contrario elemento di prova, deve quindi darsi per appurata la preesistenza delle opere al 1967, senza possibili spazi per un’indagine istruttoria da parte di questo TAR.
Né può conferirsi rilevanza a quanto il Comune accenna nella memoria depositata in giudizio il 30.06.2012, secondo cui, anche ammettendo la preesistenza di uno dei due fabbricati in muratura al 1967, sarebbero stati successivamente realizzati degli ampliamenti non consentiti: con tale argomentazione, infatti, l’amministrazione tenta un’inammissibile integrazione postuma della motivazione dell’atto impugnato, aggiungendo un elemento (quello, appunto, del successivo ampliamento non assentito) che non ha formato oggetto di confronto procedimentale tra le parti e rispetto al quale è, pertanto, prematura la trattazione nella presente sede giurisdizionale. Deve infatti ribadirsi, sul solco della giurisprudenza amministrativa, anche di questo TAR, che la motivazione deve sempre precedere e non seguire l’atto amministrativo, a tutela del buon andamento amministrativo e dell'esigenza di delimitazione del controllo giudiziario.
L’impugnata ordinanza di demolizione, pertanto, va annullata nella parte in cui si è riferita ai due corpi di fabbrica in muratura ed alla tettoia, in quanto opere esistenti già prima dell’entrata in vigore della legge n. 765 del 1967 e quindi, all’epoca, edificabili liberamente perché ubicate al di fuori del centro abitato (in base all’allora vigente art. 31, comma 1, della legge n. 1150 del 1942), con assorbimento, per questa parte, degli ulteriori motivi.
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Il tempo trascorso dall’edificazione è tale, nella sua oggettiva consistenza, da consolidare in capo al proprietario –peraltro ignaro della natura abusiva dell’opera– una legittima aspettativa in ordine all’insussistenza di alcuna ragione di pubblico interesse alla rimozione del manufatto: a fronte di tale situazione, allora, il provvedimento gravato (ordine di demolizione) si mostra carente lungo il profilo della motivazione, in quanto non ha esplicitato le ragioni di pubblico interesse –evidentemente diverse dal mero ripristino della legalità– che conducevano, nella specie, al sacrificio della posizione consolidata in capo al privato proprietario.

Il ricorso è fondato, limitatamente all’impugnazione dell’ordinanza di demolizione.
Con riguardo ai due corpi di fabbrica in muratura ed alla tettoia, invero, il ricorrente ha allegato un valido principio di prova in ordine alla loro preesistenza rispetto all’entrata in vigore della legge n. 765 del 1967.
Egli ha infatti depositato apposita perizia redatta dall’architetto R.S. (doc. n. 19), nella quale si attesta che, in base ai materiali utilizzati e ad alcuni particolari costruttivi, gli edifici in muratura risalgono a circa 80-100 anni addietro e che la tettoia sia sicuramente risalente a ben oltre il 1967. In contrario l’amministrazione non ha portato alcun elemento rilevante, essendosi limitata ad allegare la non verosimiglianza dell’assunto avuto riguardo, unicamente, alla documentazione fotografica allegata al verbale di sopralluogo. Quest’ultimo, peraltro, non contiene alcun elemento utile a ricostruire il periodo di edificazione delle opere: in tale occasione, infatti, il geometra comunale si è limitato a rilevare la presenza delle opere e ad effettuare riprese fotografiche dei luoghi, senza prendere posizione sul problema qui rilevante.
Il Comune, nelle proprie difese, si è poi riferito ad alcuni rilievi aerofotogrammetrici eseguiti dalla Regione Piemonte nel 1980 dai quali emergerebbe che, a quel tempo, esisteva solo uno dei due corpi di fabbrica in muratura ma non anche gli altri: ma l’assunto è contestato dalla controparte la quale ha evidenziato (non irragionevolmente) che l’altro corpo di fabbrica, date le sue ridotte dimensioni, non sarebbe visibile nell’aerofotogrammetria in quanto nascosto dall’edificio più grande (la Cascina “La Generala”) costruito in aderenza. Insomma, si hanno solo supposizioni tali da non assurgere ad elementi di prova e tali, soprattutto, da non poter revocare in dubbio le conclusioni cui è giunto il perito di parte.
Deve quindi concludersi che, con riferimento ai citati fabbricati, il ricorrente ha allegato un elemento presuntivo dotato di sufficiente consistenza di fronte al quale sarebbe spettato all’amministrazione resistente offrire una prova contraria atta a dimostrare che le opere fossero state edificate successivamente al 1967. In assenza di tale prova contraria, o anche di un analogo e contrario elemento di prova, deve quindi darsi per appurata la preesistenza delle opere al 1967, senza possibili spazi per un’indagine istruttoria da parte di questo TAR (cfr., analogamente, TAR Piemonte, sez. II, sent. n. 809 del 2012).
Né può conferirsi rilevanza a quanto il Comune accenna nella memoria depositata in giudizio il 30.06.2012, secondo cui, anche ammettendo la preesistenza di uno dei due fabbricati in muratura al 1967, sarebbero stati successivamente realizzati degli ampliamenti non consentiti: con tale argomentazione, infatti, l’amministrazione tenta un’inammissibile integrazione postuma della motivazione dell’atto impugnato, aggiungendo un elemento (quello, appunto, del successivo ampliamento non assentito) che non ha formato oggetto di confronto procedimentale tra le parti e rispetto al quale è, pertanto, prematura la trattazione nella presente sede giurisdizionale. Deve infatti ribadirsi, sul solco della giurisprudenza amministrativa, anche di questo TAR, che la motivazione deve sempre precedere e non seguire l’atto amministrativo, a tutela del buon andamento amministrativo e dell'esigenza di delimitazione del controllo giudiziario (cfr., recente, TAR Piemonte, sez. I, n. 430 del 2013, e sez. II, nn. 276, 453 e 664 del 2013).
L’impugnata ordinanza di demolizione, pertanto, va annullata nella parte in cui si è riferita ai due corpi di fabbrica in muratura ed alla tettoia, in quanto opere esistenti già prima dell’entrata in vigore della legge n. 765 del 1967 e quindi, all’epoca, edificabili liberamente perché ubicate al di fuori del centro abitato (in base all’allora vigente art. 31, comma 1, della legge n. 1150 del 1942), con assorbimento, per questa parte, degli ulteriori motivi.
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Il ricorso, peraltro, è fondato anche con riferimento al corpo di fabbrica in lamiera.
Nonostante sia qui pacifico che l’opera sia stata edificata in epoca successiva al 1967 (è infatti la stessa perizia Sapei che conferma tale dato temporale), è tuttavia anche pacifico che essa sia risalente ad almeno 25-30 anni addietro rispetto all’accertamento compiuto dall’amministrazione. Si tratta, infatti, della conclusione cui è giunto il perito di parte, in ciò non più smentito dalle controdeduzioni dell’amministrazione.
Il tempo trascorso dall’edificazione è tale, nella sua oggettiva consistenza, da consolidare in capo al proprietario –peraltro ignaro della natura abusiva dell’opera– una legittima aspettativa in ordine all’insussistenza di alcuna ragione di pubblico interesse alla rimozione del manufatto (cfr., per precedenti analoghi della Sezione, TAR Piemonte, sez. II, sentt. nn. 967, 1142 e 1355 del 2012): a fronte di tale situazione, allora, il provvedimento gravato si mostra carente lungo il profilo della motivazione, in quanto non ha esplicitato le ragioni di pubblico interesse –evidentemente diverse dal mero ripristino della legalità– che conducevano, nella specie, al sacrificio della posizione consolidata in capo al privato proprietario
(TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 12.12.2013 n. 1324 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

novembre 2013

EDILIZIA PRIVATA: Immobile viziato.
Domanda
Vorrei sapere se, nel caso in cui le informazioni fornite in un'asta immobiliare siano gravemente incomplete e omettano di indicare l'esistenza di abusi edilizi non sanabili, l'aggiudicatario può far valere la garanzia per i vizi.
Risposta
La risposta è affermativa ed è stata ribadita da una recentissima pronuncia della Suprema corte (n. 23140/2013). In caso di procedura esecutiva e di aggiudicazione di un'immobile all'asta, la sanatoria non è concessa in via automatica, ma è subordinata all'esistenza delle condizioni di legge affinché l'aggiudicatario possa presentare la necessaria istanza di sanatoria nei 120 giorni successivi all'aggiudicazione, termine tassativo e decorrente dalla data in cui al soggetto aggiudicatario è notificato il decreto di trasferimento, non già dalla anteriore data di deposito presso la cancelleria.
Può costituire oggetto di vendita forzata anche un immobile viziato da abusi non sanabili, ma ciò deve essere dichiarato nel bando di vendita. In caso contrario, ci si troverebbe di fronte alla vendita di «una cosa per un'altra», nel qual caso non opera più l'esclusione dell'aggiudicatario, ex art. 2922 c.c., dalla garanzia per vizi.
In passato, la Cassazione (sent. n. 11018/94) aveva già osservato che all'esclusione da garanzia ex art. 2922 c.c. resta estranea l'ipotesi che la cosa appartenga a un genere del tutto diverso da quello indicato nell'ordinanza di aggiudicazione o manchi delle particolari qualità necessarie per assolvere alla sua naturale funzione economico–sociale, ma anche se risulta del tutto compromessa la destinazione all'uso indicato nell'ordinanza che abbia costituito situazione determinante per l'offerta all'acquisto (articolo ItaliaOggi Sette del 25.11.2013).

EDILIZIA PRIVATA: M. Grisanti, Sanzioni amministrative in edilizia. Clamorosa topica del Consiglio di Stato (commento a Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 24.10.2013 n. 5158).
Di questi tempi (…) quando si verte in tema di sanzioni amministrative è sempre bene iniziare a precisare.
Il caso portato all’attenzione dei Giudici di Palazzo Spada era bene che non fosse nemmeno sorto, tanto che è finito peggio!
La vicenda riguarda l’elevazione di una sanzione pecuniaria amministrativa di £ 426.762.000 relativa ad opere realizzate (udite udite!) in “parziale difformità” dalla licenza comunale n. 4 rilasciata dal Sindaco di Napoli nell’anno 1949 che autorizzava la costruzione di un edificio residenziale condominiale.
La mia meraviglia non sta nel fatto che il provvedimento comunale riguarda una licenza del 1949, ma che il Comune abbia proceduto a comminare una sanzione amministrativa per una fattispecie di illecito –la parziale difformità– che è stata introdotta dal legislatore statale soltanto nel 1977 con la c.d. Legge Bucalossi.
Ma quando le cose nascono male, non possono che finire peggio! (... continua) (18.11.2013 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: La presentazione della domanda di accertamento di conformità ex art. 13 l. 28.02.1985, n. 47 impedisce l'esecuzione dell'ingiunzione di demolizione ed impone al Comune il previo esame della domanda di sanatoria, con la necessità, in caso di rigetto (espresso o tacito, ex art. 13, comma 2, l. n. 47 del 1985), dell'adozione di una nuova misura demolitoria.
Da ciò consegue che, nel caso in cui il ricorso sia stato proposto o contestualmente o dopo la presentazione della predetta istanza, esso è inammissibile per carenza di interesse ab origine.

Assume rilievo dirimente la presentazione di istanza di sanatoria ai sensi dell’art. 13 della l.n. 47/1985, ora trasfuso nell’art. 36 d.P.R. n. 380/2001, avvenuta in data 2.12.1998, prot. n. 59096, quindi in data antecedente al ricorso, siccome depositato l’11.12.1998.
Infatti, secondo un cospicuo indirizzo giurisprudenziale, al quale il Collegio intende aderire, "la presentazione della domanda di accertamento di conformità ex art. 13 l. 28.02.1985, n. 47 impedisce l'esecuzione dell'ingiunzione di demolizione ed impone al Comune il previo esame della domanda di sanatoria, con la necessità, in caso di rigetto (espresso o tacito, ex art. 13, comma 2, l. n. 47 del 1985), dell'adozione di una nuova misura demolitoria. Da ciò consegue che, nel caso in cui il ricorso sia stato proposto o contestualmente o dopo la presentazione della predetta istanza, esso è inammissibile per carenza di interesse ab origine" (cfr. TAR Campania, Napoli, Sez. I, 18.05.2006, n. 4743) (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 15.11.2013 n. 2274 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La presentazione dell'istanza di sanatoria di costruzione abusiva in epoca successiva all'adozione dell'ordinanza di demolizione ha automatico effetto caducante sull'ordinanza di demolizione, rendendola inefficace, con l'effetto quindi di rendere improcedibile l'impugnazione contro l'atto sanzionatorio per sopravvenuta carenza di interesse, posto che il riesame dell'abusività dell'opera, provocato dall'istanza, sia pure al fine di verificarne l'eventuale sanabilità, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, esplicito o implicito (di accoglimento o di rigetto), che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa.
Così pedissequamente si afferma, con specifico riferimento alla presentazione della domanda di condono ai sensi della l. n. 326 del 2003 successivamente all'impugnazione dell'ordinanza di demolizione che essa "produce l'effetto di rendere improcedibile, per sopravvenuta carenza di interesse, l'impugnazione stessa. Invero, il riesame dell'abusività dell'opera al fine di verificarne l'eventuale sanabilità -provocato dall'istanza degli interessati- comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, esplicito (di accoglimento o di rigetto), che vale, comunque, a superare il provvedimento impugnato".

Secondo cospicuo orientamento della giurisprudenza, al quale il Collegio intende aderire, infatti, "La presentazione dell'istanza di sanatoria di costruzione abusiva in epoca successiva all'adozione dell'ordinanza di demolizione ha automatico effetto caducante sull'ordinanza di demolizione, rendendola inefficace, con l'effetto quindi di rendere improcedibile l'impugnazione contro l'atto sanzionatorio per sopravvenuta carenza di interesse, posto che il riesame dell'abusività dell'opera, provocato dall'istanza, sia pure al fine di verificarne l'eventuale sanabilità, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, esplicito o implicito (di accoglimento o di rigetto), che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa" (cfr. Tar Napoli, Sez. IV, n. 1542 del 03.04.2012).
Così pedissequamente si afferma, con specifico riferimento alla presentazione della domanda di condono ai sensi della l. n. 326 del 2003 successivamente all'impugnazione dell'ordinanza di demolizione, come avvenuto nel caso di specie, che essa "produce l'effetto di rendere improcedibile, per sopravvenuta carenza di interesse, l'impugnazione stessa. Invero, il riesame dell'abusività dell'opera al fine di verificarne l'eventuale sanabilità -provocato dall'istanza degli interessati- comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, esplicito (di accoglimento o di rigetto), che vale, comunque, a superare il provvedimento impugnato" (cfr. Tar Napoli, Sez. VI, 09.05.2013, n. 2417) (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 15.11.2013 n. 2272 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La previsione normativa di cui all'art. 34, comma secondo, D.P.R. n. 380 del 2001 (T.U. Edilizia) deve essere interpretata -in conformità alla natura di illecito posto in essere ed alla sua valenza derogatoria rispetto alla regola generale posta dal primo comma- nel senso che si applica la sanzione pecuniaria soltanto nel caso in cui sia oggettivamente impossibile procedere alla demolizione.
Deve, pertanto, risultare in maniera inequivoca che la demolizione, per le sue conseguenze materiali, inciderebbe sulla stabilità dell'edificio nel suo complesso. Né in tale contesto, pertanto, possono assumere rilievo aspetti relativi alla eccessiva onerosità dell'intervento.
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In materia di abusivismo edilizio l'art. 34 d.p.r. 06.06.2001, n. 380 (T.U. Edilizia) deve essere interpretata nel senso che si applica la sanzione pecuniaria soltanto nel caso in cui sia "oggettivamente impossibile" procedere alla demolizione del manufatto abusivo.
Deve, pertanto, risultare in maniera inequivoca che la demolizione, per le sue conseguenze materiali, inciderebbe sulla stabilità dell'edificio nel suo complesso.
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Questo Collegio è a conoscenza di quell’orientamento giurisprudenziale diretto ad affermare come l’interesse pubblico alla demolizione non necessiti di una specifica motivazione, rilevando il carattere “dovuto” dei provvedimenti sanzionatori.
Detto orientamento, tuttavia, deve considerarsi recessivo rispetto alla particolarità della fattispecie in esame, laddove si era accertato come l’abuso fosse da circoscrivere ad un periodo così antecedente nel tempo; laddove l’Amministrazione comunale aveva accertato, seppur implicitamente, la legittimità del manufatto originario.
Tutto queste circostanze avrebbero dovuto determinare l’Amministrazione nel valutare se sussistessero reali ed effettivi motivi per reprimere l’abuso, ragioni di interesse pubblico che evidentemente non avrebbero potuto essere individuate nell’esigenza di preservare la salubrità dei luoghi, esigenza quest’ultima tutelata dall’emanazione dell’Ordinanza n. 4 del 04/05/2011 diretta all’esecuzione delle opere necessarie alla messa in sicurezza dei luoghi.
Sul punto è possibile applicare quell’orientamento diretto a sancire che “Nel sistema sanzionatorio delineato dall'art. 13 L. 06.08.1967, n. 765, la scelta della sanzione (demolizione o sanzione pecuniaria) di volta in volta applicabile è di regola sottratta ad una valutazione del pubblico interesse; tale principio subisce però un'attenuazione:
a) nell'ipotesi in cui l'attività privata, anche se formalmente in contrasto con l'art. 13, perché priva dell'autorizzazione, risulta comunque conforme allo strumento di pianificazione territoriale comunale e,
b) nell'ipotesi in cui l'inerzia del comune di fronte all'abuso perpetrato si sia protratta per un notevole lasso di tempo: in entrambi questi casi non si può infatti dubitare della prevalenza di principi generali di natura diversa da quelli fissati dall'art. 13, con conseguente obbligo per il sindaco di motivare sul pubblico interesse alla demolizione.

Nel ricorso di cui all’RG 1069/11 è fondato, in particolare, il primo motivo e, ciò, nella parte in cui si rileva la violazione dell’art. 34 sopra citato, risultando dirimente sul punto l’accertamento della circostanza in base alla quale si rileva come si sia in presenza di un intero fabbricato (quello preesistente) che è del tutto autonomo e distinto dalla nuova costruzione, in proprietà della ricorrente e realizzata sulla base dell’autorizzazione del 1961 sopra ricordata.
Si consideri, ancora, come l’Amministrazione non abbia dimostrato la pregiudizialità della demolizione rispetto alla parte del fabbricato autorizzato, presupposto quest’ultimo anch’esso indispensabile al fine di applicare la sanzione pecuniaria in luogo della demolizione.
In considerazione di quanto sopra precisato è possibile applicare quell’orientamento giurisprudenziale (per tutti si veda Cons. Stato Sez. VI, 09.04.2013, n. 1912) che ha sancito che “La previsione normativa di cui all'art. 34, comma secondo, D.P.R. n. 380 del 2001 (T.U. Edilizia) deve essere interpretata -in conformità alla natura di illecito posto in essere ed alla sua valenza derogatoria rispetto alla regola generale posta dal primo comma- nel senso che si applica la sanzione pecuniaria soltanto nel caso in cui sia oggettivamente impossibile procedere alla demolizione. Deve, pertanto, risultare in maniera inequivoca che la demolizione, per le sue conseguenze materiali, inciderebbe sulla stabilità dell'edificio nel suo complesso. Né in tale contesto, pertanto, possono assumere rilievo aspetti relativi alla eccessiva onerosità dell'intervento”.
Un’analoga pronuncia (Cons. Stato Sez. VI, 09.04.2013, n. 1912) ha sancito che “In materia di abusivismo edilizio l'art. 34 d.p.r. 06.06.2001, n. 380 (T.U. Edilizia) deve essere interpretata nel senso che si applica la sanzione pecuniaria soltanto nel caso in cui sia "oggettivamente impossibile" procedere alla demolizione del manufatto abusivo. Deve, pertanto, risultare in maniera inequivoca che la demolizione, per le sue conseguenze materiali, inciderebbe sulla stabilità dell'edificio nel suo complesso (Riforma della sentenza del Tar Emilia Romagna, sez. I, 28.11.2012, n. 733)”.
Ne consegue come, in applicazione dei principi sopra richiamati l’Amministrazione comunale abbia applicato i principi di cui all’art. 34 citato in una fattispecie del tutto esorbitante e differente rispetto a quella disciplinata dalla stessa disposizione.
Il ricorso di cui all’RG 1069/11 può, pertanto, essere accolto limitatamente a quanto sopra affermato.
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Questo Collegio è a conoscenza di quell’orientamento giurisprudenziale diretto ad affermare come l’interesse pubblico alla demolizione non necessiti di una specifica motivazione, rilevando il carattere “dovuto” dei provvedimenti sanzionatori.
Detto orientamento, tuttavia, deve considerarsi recessivo rispetto alla particolarità della fattispecie in esame, laddove si era accertato come l’abuso fosse da circoscrivere ad un periodo così antecedente nel tempo; laddove l’Amministrazione comunale aveva accertato, seppur implicitamente, la legittimità del manufatto originario.
Tutto queste circostanze avrebbero dovuto determinare l’Amministrazione nel valutare se sussistessero reali ed effettivi motivi per reprimere l’abuso, ragioni di interesse pubblico che evidentemente non avrebbero potuto essere individuate nell’esigenza di preservare la salubrità dei luoghi, esigenza quest’ultima tutelata dall’emanazione dell’Ordinanza n. 4 del 04/05/2011 diretta all’esecuzione delle opere necessarie alla messa in sicurezza dei luoghi.
Sul punto è possibile applicare quell’orientamento (TAR Sicilia Catania Sez. I Sent., 06.09.2007, n. 1399) diretto a sancire che “Nel sistema sanzionatorio delineato dall'art. 13 L. 06.08.1967, n. 765, la scelta della sanzione (demolizione o sanzione pecuniaria) di volta in volta applicabile è di regola sottratta ad una valutazione del pubblico interesse; tale principio subisce però un'attenuazione:
a) nell'ipotesi in cui l'attività privata, anche se formalmente in contrasto con l'art. 13, perché priva dell'autorizzazione, risulta comunque conforme allo strumento di pianificazione territoriale comunale e,
b) nell'ipotesi in cui l'inerzia del comune di fronte all'abuso perpetrato si sia protratta per un notevole lasso di tempo: in entrambi questi casi non si può infatti dubitare della prevalenza di principi generali di natura diversa da quelli fissati dall'art. 13, con conseguente obbligo per il sindaco di motivare sul pubblico interesse alla demolizione (Consiglio Stato a.plen., 19.05.1983, n. 12)
(TAR Veneto, Sez. II, sentenza 13.11.2013 n. 1268 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl provvedimento di repressione degli abusi edilizi costituisce un atto dovuto in mera dipendenza dall’accertamento della relativa realizzazione e dalla riconducibilità del medesimo ad una delle fattispecie d’illecito previste dalla legge; circostanza, questa, implicante che il provvedimento sanzionatorio non richieda particolare motivazione, essendo sufficiente la rappresentazione del carattere illecito dell’opera realizzata, né previa espressa comparazione tra l’interesse pubblico alla rimozione dell’opera, che è in re ipsa, e quello privato alla relativa conservazione, e ciò anche se l’intervento repressivo avvenga a distanza di tempo dalla commissione dell’abuso.  
Quanto alla riproposta (con il sesto motivo) censura di carenza di motivazione, in ordine alla sussistenza di un interesse pubblico attuale alla rimozione dell’abuso, a distanza di molto tempo dalla relativa realizzazione, questo Collegio non reputa vi siano ragioni per discostarsi dalla giurisprudenza dominante anche di questa Sezione (cfr. Cons. Stato, sez. IV, sent. 20.07.2011 n. 443; sez. VI, sent. 11.05.2011 n. 2781; sez. V, sent. 27.04.2011 n 2526), secondo cui il provvedimento di repressione degli abusi edilizi costituisce un atto dovuto in mera dipendenza dall’accertamento della relativa realizzazione e dalla riconducibilità del medesimo ad una delle fattispecie d’illecito previste dalla legge; circostanza, questa, implicante che il provvedimento sanzionatorio non richieda particolare motivazione, essendo sufficiente la rappresentazione del carattere illecito dell’opera realizzata, né previa espressa comparazione tra l’interesse pubblico alla rimozione dell’opera, che è in re ipsa, e quello privato alla relativa conservazione, e ciò anche se l’intervento repressivo avvenga a distanza di tempo dalla commissione dell’abuso
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 11.11.2013 n. 5368 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn relazione all’art. 12, legge n. 47/1985 (ora, art. 34, d.P.R. n. 380/2001), la valutazione sulla reale fattibilità, pratica e giuridica, della demolizione deve essere effettuata al momento dell’irrogazione della sanzione, in quanto la tesi che vuol differita al procedimento di esecuzione d’ufficio la valutazione di tale fattibilità finisce col tradursi nell’illogico assunto che sia legittimo ingiungere al privato un’attività demolitoria che l’amministrazione stessa potrebbe a posteriori avvedersi non esserle possibile eseguire d’ufficio in via sostitutiva.
Inoltre, in materia di applicabilità dell'art. 12, legge n. 47/1985, la previsione di cui al comma secondo di detta norma non può considerarsi limitata ai soli casi in cui sia stata riscontrata una parziale difformità rispetto ad un previo e già rilasciato titolo abilitativo a costruire, in quanto la norma deve trovare applicazione anche quando la costruzione sia avvenuta in assenza di concessione edilizia, essendo costituito il presupposto per l'applicazione della disciplina sanzionatoria pecuniaria in questione, in luogo di quella reale, dalla salvaguardia della staticità della parte non abusiva del manufatto e non anche dalla circostanza che l'abuso sia caratterizzato da una parziale difformità rispetto ad un previo rilascio concessorio.

La giurisprudenza formatasi in relazione all’art. 12, legge n. 47/1985 (ora, art. 34, d.P.R. n. 380/2001), dopo alcune oscillazioni, si è attestata sull’orientamento, che questo collegio condivide, secondo cui la valutazione sulla reale fattibilità, pratica e giuridica, della demolizione debba essere effettuata al momento dell’irrogazione della sanzione, in quanto la tesi che vuol differita al procedimento di esecuzione d’ufficio la valutazione di tale fattibilità finisce col tradursi nell’illogico assunto che sia legittimo ingiungere al privato un’attività demolitoria che l’amministrazione stessa potrebbe a posteriori avvedersi non esserle possibile eseguire d’ufficio in via sostitutiva.
Osserva, inoltre, il collegio, alla stregua della più attenta giurisprudenza formatasi in materia di applicabilità dell'art. 12, legge n. 47/1985, che la previsione di cui al comma secondo di detta norma non può considerarsi limitata ai soli casi in cui sia stata riscontrata una parziale difformità rispetto ad un previo e già rilasciato titolo abilitativo a costruire, in quanto la norma deve trovare applicazione anche quando la costruzione sia avvenuta in assenza di concessione edilizia, essendo costituito il presupposto per l'applicazione della disciplina sanzionatoria pecuniaria in questione, in luogo di quella reale, dalla salvaguardia della staticità della parte non abusiva del manufatto e non anche dalla circostanza che l'abuso sia caratterizzato da una parziale difformità rispetto ad un previo rilascio concessorio (cfr. Cons. Stato, sez. IV, sent. 29.09.2011 n. 5412, e sez. V, sent. 11.05.2007 n. 2339)
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 11.11.2013 n. 5368 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'ordinanza di acquisizione gratuita al patrimonio comunale di un'opera abusiva si configura quale atto dovuto, privo di discrezionalità, subordinato al solo accertamento dell'inottemperanza d'ingiunzione di demolizione e al decorso del termine di legge, che ne costituiscono i presupposti. Ne consegue che, ai fini della sua adozione, una volta avveratisi i suddetti presupposti, non incombe alla p.a. un peculiare obbligo di motivazione in ordine alla misura della acquisizione.
E’, infatti, incontroverso in giurisprudenza l’orientamento, secondo il quale l'ordinanza di acquisizione gratuita al patrimonio comunale di un'opera abusiva si configura quale atto dovuto, privo di discrezionalità, subordinato al solo accertamento dell'inottemperanza d'ingiunzione di demolizione e al decorso del termine di legge, che ne costituiscono i presupposti. Ne consegue che, ai fini della sua adozione, una volta avveratisi i suddetti presupposti, non incombe alla p.a. un peculiare obbligo di motivazione in ordine alla misura della acquisizione (per tutte Consiglio di Stato, V, 27.04.2012, n. 2450; TAR Campania Napoli, II, 21.06.2013, n. 3203) (TAR Sicilia-Palermo, Sez. III, sentenza 08.11.2013 n. 2065 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ai fini del conseguimento del condono edilizio è stato osservato che:
- la nozione di ultimazione delle opere cui occorre fare riferimento coincide con l'esecuzione del rustico -da intendersi come muratura priva di rifinitura- e da non confondere con lo scheletro, le pareti esterne non potendo considerarsi come mere rifiniture;
- l'esecuzione del c.d. rustico è riferita al completamento di tutte le strutture essenziali, tra le quali vanno annoverate le tamponature esterne, che determinano l'isolamento dell'immobile dalle intemperie e configurano l'opera nella sua fondamentale volumetria;
- la mancanza di tamponature esterne e la presenza di semplici tavole sovrapposte finalizzate a proteggere l'immobile da incursioni estranee non determina il completamento della copertura;
- la semplice installazione di lamiere, che non consente una precisa individuazione del volume e non esclude la possibile modificazione dell'opera non può configurare una copertura definitiva e stabile del fabbricato abusivo.
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E' onere del richiedente il condono edilizio provare che l'opera sia stata completata entro la data utile fissata della legge, non essendo a tal fine sufficiente la sola dichiarazione sostitutiva dell'atto notorio, che deve essere supportata da ulteriori riscontri documentali, eventualmente indiziari, purché altamente probanti, specificandosi che la prova del completamento dell'edificio entro la data prevista dalla legge può essere validamente fornita attraverso la produzione della documentazione, munita di data certa, delle fatture e delle bolle di accompagnamento dei materiali necessari per la realizzazione dell'opera.

Va rilevato che:
- il D.L. 30.09.2003, art. 32, comma 25, convertito nella L. 24.11.2003, n. 326 -condono edilizio del 2003- consente la sanabilità delle "opere abusive che risultino ultimate entro il 31.03.2003", rinviando alla previsioni normative di cui alla legge n. 47 del 1985 per i profili di disciplina generale dell'istituto;
- in particolare, per quanto qui interessa, la L. n. 47, all'art. 31, comma 2, stabilisce che "si intendono ultimati gli edifici nei quali sia stato eseguito il rustico e completata la copertura".
- a sua volta la definizione di "rustico" non può prescindere, secondo la costante giurisprudenza ordinaria ed amministrativa, dall'intervenuto completamento di tutte le strutture essenziali, tra le quali anche le "tamponature esterne";
- tale interpretazione -come ha evidenziato la Corte costituzionale nella sentenza 27.02.2009 n. 54- è rafforzata dalla circolare del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti 7 dicembre 2005 n. 2699, che riconosce, sulla base della giurisprudenza in materia, "che l'esecuzione del rustico implica la tamponatura dell'edificio stesso, con conseguente non sanabilità di quelle opere ove manchino in tutto o in parte i muri di tamponamento".
Ancora, è stato osservato che:
- la nozione di ultimazione delle opere cui occorre fare riferimento coincide con l'esecuzione del rustico -da intendersi come muratura priva di rifinitura- e da non confondere con lo scheletro, le pareti esterne non potendo considerarsi come mere rifiniture (cfr. TAR Campania sez. IV, 07.09.2012 n. 3803);
- l'esecuzione del c.d. rustico è riferita al completamento di tutte le strutture essenziali, tra le quali vanno annoverate le tamponature esterne, che determinano l'isolamento dell'immobile dalle intemperie e configurano l'opera nella sua fondamentale volumetria (cfr. TAR Salerno, sez. II, 13.10.2006 n. 1745);
- la mancanza di tamponature esterne e la presenza di semplici tavole sovrapposte finalizzate a proteggere l'immobile da incursioni estranee non determina il completamento della copertura (cfr. Cassazione penale, sez. III, 02.12.2008 n. 8064);
- la semplice installazione di lamiere, che non consente una precisa individuazione del volume e non esclude la possibile modificazione dell'opera non può configurare una copertura definitiva e stabile del fabbricato abusivo (cfr. TAR Piemonte, I, 13.09.2007 n. 2925, TAR Liguria, Sez. 1, 19.03.2010 n. 1206).
Sotto altro profilo, va rilevato (cfr. Cons. St., Sez. V, 03.06.2013 n. 3034; Sez. IV, 06.06.2001 n. 3067; Sez. V, 14.03.2007 n. 1249) che è onere del richiedente il condono edilizio provare che l'opera sia stata completata entro la data utile fissata della legge, non essendo a tal fine sufficiente la sola dichiarazione sostitutiva dell'atto notorio, che deve essere supportata da ulteriori riscontri documentali, eventualmente indiziari, purché altamente probanti, specificandosi che la prova del completamento dell'edificio entro la data prevista dalla legge può essere validamente fornita attraverso la produzione della documentazione, munita di data certa, delle fatture e delle bolle di accompagnamento dei materiali necessari per la realizzazione dell'opera.
Con riguardo alla fattispecie all’esame, non solo non è stata fornita alcuna prova del completamento del rustico del primo piano entro la data del 31.03.2003, ma proprio dal verbale di sopralluogo della Polizia municipale del 22.09.2004, al quale si richiama parte ricorrente, emerge che -a tale data, successiva a quella limite del 31.03.2003- erano stati eseguito il solo scheletro e non risultavano ancora realizzati i tamponamenti laterali (TAR Puglia-Bari, Sez. III, sentenza 08.11.2013 n. 1521 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAVincoli. Il Codice della navigazione. Resta reato costruire su aree demaniali.
Costruire una casa con vista mare a meno di trenta metri dal bagnasciuga, senza il nulla osta dell'autorità marittima, è un reato.

La Corte di Cassazione, Sez. III penale, con la sentenza 05.11.2013 n. 44644, bacchetta i giudici di merito che avevano assolto un'intera famiglia dall'accusa di aver realizzato una costruzione abusiva a Modica in Sicilia.
Il Gip aveva chiesto un decreto di condanna per gli amanti del mare che avevano superato la zona off limits dei trenta metri, piazzando nell'area demaniale una casa mobile circondata da un muro senza curarsi di ottenere il nulla osta del Capo dipartimento. Più indulgente il tribunale, che considerava l'azione ormai depenalizzata per effetto delle modifiche apportate alle norme di riferimento.
Per il giudice di merito a cancellare il reato sarebbe stata l'introduzione del Dlgs 96/2005, il quale, nel modificare l'articolo 1161 del codice della navigazione, cancellava ogni riferimento all'articolo 55 dello stesso codice che prevede l'obbligo del nulla osta in caso di «esecuzione di nuove opere entro una zona di trenta metri dal demanio marittimo o dal ciglio dei terreni elevati sul mare».
L'azione contestata agli imputati non poteva dunque più ricadere nel raggio d'azione dell'articolo 1161 dello stesso codice, che usa la mano pesante con chi occupa senza titolo le aree di proprietà del demanio, punendoli con l'arresto fino a sei mesi o con l'ammenda fino a 516 euro. Un verdetto impugnato dai procuratori dei tribunali di Modica e di Catania, che smontano la tesi dei giudici di primo grado. Secondo i Pg il mancato riferimento al codice della navigazione non va letto come una lancia spezzata in favore degli abusivi, che renderebbe "veniale" l'abuso, ma al contrario come un irrigidimento in caso di trasgressione.
L'articolo 19 del Dlgs 96/2005 nella nuova formulazione sostituisce le parole «non osserva le disposizioni di cui agli articoli 55, 714 e 716» con «non osserva i vincoli cui è assoggettata la proprietà privata nelle zone prossime al demanio marittimo o agli aereoporti». Scopo della modifica -spiega la Cassazione- non è quello di depenalizzare la violazione, ma di rafforzare la tutela dei vincoli posti a difesa delle aree in prossimità del mare e degli aereoporti.
«La novella -si legge nella sentenza- ha sostituito l'individuazione di specifici vincoli indicati nella precedente formulazione con la più amplia previsione di qualsiasi vincolo a tutela del demanio». Una protezione più vasta che include anche tutti gli obblighi già imposti dal codice della navigazione: primo tra tutti il nulla osta preventivo, di cui si può fare a meno solo quando le nuove costruzioni sono indicate in piani regolatori o di ampliamento che hanno già ottenuto l'ok dell'autorità. L'articolo 1161 anche dopo il restyling conserva tutta la sua forza deterrente nel sanzionare anche chi impedisce l'uso pubblico delle aree demaniali o fa innovazioni non autorizzate (articolo Il Sole 24 Ore del 06.11.2013).

EDILIZIA PRIVATA - PUBBLICO IMPIEGO: Polizia giudiziaria. Guardie volontarie WWF.
Alle Guardie volontarie del WWF non può essere attribuita la qualifica di agenti di polizia giudiziaria (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 04.11.2013 n. 44426 - tratto da www.lexambiente.it).

ottobre 2013

EDILIZIA PRIVATA: B. De Rosa, L’abuso edilizio minore - L’abuso edilizio minore di cui all’art. 34 del D.P.R. 380/2001. L’applicazione della sanzione pecuniaria non sana l’abuso: effetti penali, civili e urbanistici (Consulente Immobiliare n. 939/2013).

EDILIZIA PRIVATA: Sulla demolizione di opera abusiva realizzata sul demanio marittimo.
Appare prima facie destituita di fondamento l’eccezione dedotta dalla difesa comunale in ordine ad un presunto difetto di giurisdizione del giudice adito, in quanto la domanda sarebbe diretta ad ottenere l’accertamento della proprietà privata dell’area e conseguentemente apparterrebbe alla giurisdizione ordinaria.
La prospettazione proposta appare invero ardita, oltre che smentita da consolidata giurisprudenza.
Oggetto del contendere è la legittimità di un ordine di rimozione di opere reputate abusive ed asseritamente realizzate su demanio marittimo; la causa petendi consiste pertanto nella legittimità di un provvedimento amministrativo, reputato lesivo della sfera giuridica del titolare dei beni in capo al quale, rispetto all’esercizio del predetto potere, sussiste un interesse legittimo oppositivo. La contestazione in merito alla natura dell’area assume all’evidenza carattere incidentale rispetto alla questione principale della legittimità o meno dell’ordine posto in essere dalla p.a..
Così rettamente ricostruito l’oggetto del contendere, assume rilievo dirimente il noto principio a mente del quale va riconosciuta la giurisdizione del giudice amministrativo per le ipotesi in cui non venga in contestazione principale l'appartenenza dell'area; in altri termini, in tutte le ipotesi in cui la controversia risulti incentrata sul contestato esercizio del potere e/o sulla violazione delle norme che disciplinano il procedimento amministrativo e non direttamente sulla stessa situazione proprietaria ben può il giudice amministrativo conoscere in via incidentale di questioni inerenti diritti soggettivi.
Peraltro, nel caso de quo, oltre a mancare qualsiasi domanda di accertamento, la contestazione riguarda in via diretta lo scorretto esercizio del potere, in specie sotto i tradizionali profili della violazione di norme e di figure sintomatiche di eccesso di potere, specie per difetto di motivazione ed istruttoria sui presupposti del potere, tra cui la natura dell’area demaniale la cui contestazione avviene invero proprio in merito alla carenza degli accertamenti istruttori e della conseguente esplicazione motivazionale delle ragioni poste a sostegno del provvedimento lesivo.
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E' illegittimo l'ordine di sgombero di un'area che si ritiene appartenere al demanio marittimo ove non preceduto dall'effettuazione dello speciale procedimento di delimitazione previsto dall'art. 32 Cod. Nav., che assume carattere indispensabile nel caso in cui ricorra un'oggettiva incertezza, da superare mediante un formale contraddittorio sull'esatta posizione dei confini, non assumendo alcuna rilevanza in proposito il richiamo effettuato alla determinazione catastale, la quale non può essere equiparata alla determinazione ex art. 32 Cod. Nav., ed in ogni caso non è sufficiente di per sé ad attribuire natura demaniale ad un'area.

... per l'annullamento decreto 12 del 10.07.2012 recante ingiunzione di rimozione opere abusive realizzate su sedime demaniale marittimo.
...
Con il gravame introduttivo del giudizio l’odierna parte ricorrente, quale proprietaria dell’immobile interessato e titolare dell’azienda ivi operante, impugnava il provvedimento di cui in epigrafe, avente ad oggetto ordine di rimozione di opere abusive asseritamente realizzate su demanio marittimo. Nel ricostruire in fatto e nei documenti la vicenda, avverso l’atto impugnato parte ricorrente muoveva le seguenti censure:
- violazione degli artt. 822 c.c. e 28 cod. nav., eccesso di potere per travisamento, errore di presupposto e difetto di istruttoria, in quanto l’area non appartiene al demanio marittimo essendo sul punto insufficiente la prova fornita con le risultanze catastali;
- analoghi vizi sotto altro profilo, dovendo in caso di dubbio comunque procedere preliminarmente, rispetto all’ordine di rimozione, alla demarcazione ex art. 32 cod. nav.;
- violazione dell’art. 3 l. 241/1990 per difetto di motivazione, anche a fronte degli esiti negativi per la p.a. del processo penale in cui è stata reputata indimostrata la natura demaniale dell’area de qua.
L’amministrazione intimata si costituiva in giudizio e, replicando punto per punto, chiedeva la declaratoria di inammissibilità per difetto di giurisdizione ed il rigetto del gravame.
Con ordinanza n. 345/2012 veniva accolta la domanda di misura cautelare e quindi sospesa l’esecuzione del provvedimento, nonché fissata udienza di discussione del merito per il giorno 10.10.2013, all’esito della quale la causa passava in decisione.
Preliminarmente, appare prima facie destituita di fondamento l’eccezione dedotta dalla difesa comunale in ordine ad un presunto difetto di giurisdizione del giudice adito, in quanto la domanda sarebbe diretta ad ottenere l’accertamento della proprietà privata dell’area e conseguentemente apparterrebbe alla giurisdizione ordinaria.
La prospettazione proposta appare invero ardita, oltre che smentita da consolidata giurisprudenza. Oggetto del contendere è la legittimità di un ordine di rimozione di opere reputate abusive ed asseritamente realizzate su demanio marittimo; la causa petendi consiste pertanto nella legittimità di un provvedimento amministrativo, reputato lesivo della sfera giuridica del titolare dei beni in capo al quale, rispetto all’esercizio del predetto potere, sussiste un interesse legittimo oppositivo. La contestazione in merito alla natura dell’area assume all’evidenza carattere incidentale rispetto alla questione principale della legittimità o meno dell’ordine posto in essere dalla p.a..
Così rettamente ricostruito l’oggetto del contendere, assume rilievo dirimente il noto principio a mente del quale va riconosciuta la giurisdizione del giudice amministrativo per le ipotesi in cui non venga in contestazione principale l'appartenenza dell'area; in altri termini, in tutte le ipotesi in cui la controversia risulti incentrata sul contestato esercizio del potere e/o sulla violazione delle norme che disciplinano il procedimento amministrativo e non direttamente sulla stessa situazione proprietaria ben può il giudice amministrativo conoscere in via incidentale di questioni inerenti diritti soggettivi (cfr. ora art. 8 cod. proc. amm.; per un caso analogo cfr. ad es. Cass. civ. sez. unite n. 27181 del 28.12.2007 e Tar Calabria n. 398/2010).
Peraltro, nel caso de quo, oltre a mancare qualsiasi domanda di accertamento, la contestazione riguarda in via diretta lo scorretto esercizio del potere, in specie sotto i tradizionali profili della violazione di norme e di figure sintomatiche di eccesso di potere, specie per difetto di motivazione ed istruttoria sui presupposti del potere, tra cui la natura dell’area demaniale la cui contestazione avviene invero proprio in merito alla carenza degli accertamenti istruttori e della conseguente esplicazione motivazionale delle ragioni poste a sostegno del provvedimento lesivo.
Nel merito il ricorso appare prima facie fondato, alla luce delle medesime considerazioni già evidenziate in sede cautelare con conseguente applicabilità dell’art. 74 cod. proc. amm., sotto l’assorbente profilo del difetto di istruttoria e di motivazione in ordine ai presupposti del potere esercitato.
Infatti, se per un verso, come già riconosciuto (cfr. docc. nn. 11 ss. di parte ricorrente) dal giudice penale (e neppure minimamente valutato in sede amministrativa), la p.a. ha fondato l’esercizio del potere su di un elemento presupposto non adeguatamente dimostrato, per un altro e connesso verso nessuna autonoma ed adeguata attività istruttoria risulta essere stata svolta prima dell’emanazione del provvedimento, neppure dopo le puntuali e contrarie considerazioni svolte dal giudice penale ovvero in contestazione delle osservazioni formulate dalla parte interessata.
Invero, il provvedimento impugnato appare gravemente carente nei termini dedotti, in quanto pur prendendo atto dell’esito negativo del versante penale, ha automaticamente ed inspiegabilmente svoltato sul versante amministrativo senza spendere alcuna parola ulteriore in merito alle ragioni che hanno spinto a perseguire la parallela strada in totale spregio di quanto emerso, fra l’altro, in sede penale.
In tale contesto di gravi carenze istruttorie e motivazionali, va altresì richiamato, anche a fini di indicazione circa la corretta strada da percorrere per l’esercizio del potere in questione, il condiviso e consolidato orientamento a mente del quale è illegittimo l'ordine di sgombero di un'area che si ritiene appartenere al demanio marittimo ove non preceduto dall'effettuazione dello speciale procedimento di delimitazione previsto dall'art. 32 Cod. Nav., che assume carattere indispensabile nel caso in cui ricorra un'oggettiva incertezza, da superare mediante un formale contraddittorio sull'esatta posizione dei confini, non assumendo alcuna rilevanza in proposito il richiamo effettuato alla determinazione catastale, la quale non può essere equiparata alla determinazione ex art. 32 Cod. Nav., ed in ogni caso non è sufficiente di per sé ad attribuire natura demaniale ad un'area (cfr. ex multis Tar Calabria n. 398/2010, Tar Lazio n. 13654/2010 e Consiglio Stato, sez. VI, 21.09.2006, n. 5567).
Nel caso di specie, oltre ad emergere una palese situazione di incertezza, anche a fronte degli esiti dei pregressi tentativi in sede penale, la p.a. non ha svolto alcun accertamento autonomo, né in termini di delimitazione né altrimenti.
Alla luce delle considerazioni che precedono, all’accoglimento del gravame consegue l’annullamento dell’atto impugnato (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 30.10.2013 n. 1255 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sia il diniego di condono rispetto ad opere per legge non suscettibili di sanatoria, sia gli interventi repressivi degli abusi edilizi, sono espressione di un potere dell'amministrazione di natura vincolata e non discrezionale, che in quanto tale non è soggetto ad eccesso di potere, ma soltanto ad eventuali vizi di violazione di legge o di incompetenza.
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Per le opere abusive realizzate in area soggetta a vincolo d’inedificabilità assoluta non si può realizzare il silenzio-assenso che contrasterebbe con la previsione del legislatore che ha posto con l’art. 33 della l.n. 47/1985 un vincolo assoluto d’inedificabilità.

Infatti sia il diniego di condono rispetto ad opere per legge non suscettibili di sanatoria, sia gli interventi repressivi degli abusi edilizi, sono espressione di un potere dell'amministrazione di natura vincolata e non discrezionale, che in quanto tale non è soggetto ad eccesso di potere, ma soltanto ad eventuali vizi di violazione di legge o di incompetenza (in materia di ordini di demolizione, cfr. TAR Campania Salerno, sez. I, 06.12.2011, n. 1926; TAR Sicilia Catania, sez. I, 20.09.2010, n. 3763).
L’ultimo motivo, nel quale si afferma la violazione dell’art. 35, XII c., L. n. 47/1985 è infondato secondo una costante giurisprudenza che è pacifica nel ritenere che per le opere abusive realizzate in area soggetta a vincolo d’inedificabilità assoluta non si può realizzare il silenzio-assenso che contrasterebbe con la previsione del legislatore che ha posto con l’art. 33 della l.n. 47/1985 un vincolo assoluto d’inedificabilità (da ultimo Tar Umbria Pg. N. 463/2013)
(TAR Liguria, Sez. I, sentenza 30.10.2013 n. 1252 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nell’ipotesi in cui il parere negativo al rilascio della sanatoria sia stato adottato in seguito allo svolgimento di un accertamento in concreto, per valutare la compatibilità del manufatto con il provvedimento di vincolo, e nella motivazione dell'atto siano state puntualmente indicate le ragioni per le quali la conservazione dell'intervento (conseguente al rilascio della sanatoria) sia da ritenersi incompatibile con i valori tutelati, non è, infatti, consentito al giudice amministrativo di sostituirsi all’autorità preposta alla tutela del vincolo nella potestà discrezionale di giudizio sulla compatibilità paesaggistica degli interventi edilizi medesimi, come statuito dalla costante giurisprudenza.
Nell’ipotesi in cui (come nel caso di specie) il parere negativo al rilascio della sanatoria sia stato adottato in seguito allo svolgimento di un accertamento in concreto, per valutare la compatibilità del manufatto con il provvedimento di vincolo, e nella motivazione dell'atto siano state puntualmente indicate le ragioni per le quali la conservazione dell'intervento (conseguente al rilascio della sanatoria) sia da ritenersi incompatibile con i valori tutelati, non è, infatti, consentito al giudice amministrativo di sostituirsi all’autorità preposta alla tutela del vincolo nella potestà discrezionale di giudizio sulla compatibilità paesaggistica degli interventi edilizi medesimi, come statuito dalla costante giurisprudenza (cfr., fra le tante, Cons. Stato, sez. VI, 07.10.2008, n. 4823) (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 22.10.2013 n. 2340 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’ordinanza di demolizione, con assegnazione del termine di novanta giorni per la sua esecuzione, deve essere notificata sia al responsabile dell’abuso sia al proprietario. Se entro questo spazio temporale l’opera non viene demolita dal responsabile dell’abuso, può essere adottato il provvedimento di acquisizione.
Ne consegue che la notificazione dell’ordinanza di demolizione, con assegnazione del predetto termine, pur non costituendo requisito di validità dell’ordinanza stessa, rappresenta requisito di validità del successivo provvedimento di acquisizione.
Più chiaramente, il termine di novanta giorni deve essere concesso sia al responsabile dell’abuso sia al proprietario, al fine di permettere a quest’ultimo di assumere tutte le iniziative necessarie per eseguire l’ordine.

L’art. 31 del d.P.R. n. 380 del 2001 prevede, tra l’altro, che:
- il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale, accertata l’esecuzione di interventi in assenza di permesso di costruire, «ingiunge al proprietario e al responsabile dell’abuso» la rimozione o la demolizione, indicando nel provvedimento l’area che viene acquisita di diritto, ai sensi del successivo comma 3 (comma 2);
- se il «responsabile dell'abuso» non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi «nel termine di novanta giorni dall'ingiunzione», il bene e l’area di sedime, nonché quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio del Comune; si specifica che l’area acquisita non può comunque essere superiore a dieci volte la complessiva superficie utile abusivamente costruita (comma 3);
- l’accertamento dell’inottemperanza alla ingiunzione a demolire, nel termine di cui al precedente comma 3, «previa notifica all’interessato», costituisce titolo per l’immissione nel possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari, che deve essere eseguita gratuitamente.
Da quanto esposto risulta che l’ordinanza di demolizione, con assegnazione del termine di novanta giorni per la sua esecuzione, deve essere notificata sia al responsabile dell’abuso sia al proprietario. Se entro questo spazio temporale l’opera non viene demolita dal responsabile dell’abuso, può essere adottato il provvedimento di acquisizione.
Ne consegue che la notificazione dell’ordinanza di demolizione, con assegnazione del predetto termine, pur non costituendo requisito di validità dell’ordinanza stessa, rappresenta requisito di validità del successivo provvedimento di acquisizione.
Più chiaramente, il termine di novanta giorni deve essere concesso sia al responsabile dell’abuso sia al proprietario, al fine di permettere a quest’ultimo di assumere tutte le iniziative necessarie per eseguire l’ordine (cfr. sulla rilevanza del termine in questione, da ultimo, Consiglio di Stato, Sez. VI - sentenza 04.10.2013 n. 4913) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 22.10.2013 n. 2335 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Se da una parte non va escluso l’onere per il proprietario di provare la realizzazione delle opere prima del 01.09.1967, dall’altra va posta però in capo al Comune -che adotta l’ordine di demolizione- un minimo onere probatorio della propria pretesa, soprattutto quando è decorso ormai molto tempo dall’edificazione, al punto che neppure l’Amministrazione è in grado di datare la stessa con sufficiente approssimazione.
In altri termini, il Comune non può limitarsi ad affermare in maniera apodittica e senza idoneo supporto probatorio, che l’attività costruttiva è stata svolta dopo il 1967.

La Sezione richiama sul punto la diffusa giurisprudenza che, se da una parte non esclude l’onere per il proprietario di provare la realizzazione delle opere prima del 01.09.1967, dall’altra pone però in capo al Comune che adotta l’ordine di demolizione un minimo onere probatorio della propria pretesa, soprattutto quando è decorso ormai molto tempo dall’edificazione, al punto che neppure l’Amministrazione è in grado di datare la stessa con sufficiente approssimazione.
In altri termini, il Comune non può limitarsi ad affermare in maniera apodittica e senza idoneo supporto probatorio, che l’attività costruttiva è stata svolta dopo il 1967 (cfr. sul punto, TAR Lombardia, Milano, sez. IV, 07.02.2013, n. 373; TAR Campania, Napoli, sez. III, 15.01.2013, n. 290 e TAR Umbria, 10.05.2013, n. 281) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 22.10.2013 n. 2332 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Se è pur vero che l’impianto in questione è stato oggetto di autorizzazione unica provinciale ai sensi dell’art. 12 del D.Lgs. 387/2003 (decreto attuativo di una direttiva comunitaria sulla promozione delle fonti rinnovabili per la produzione di energia elettrica) e che tale autorizzazione riguarda anche gli aspetti urbanistici ed edilizi, per cui “assorbe” altresì l’eventuale permesso di costruire (cfr. l’art. 12 citato, commi 3° e 4° ed il doc. 4 della ricorrente, copia dell’autorizzazione unica), deve escludersi che il Comune ove insiste l’impianto abbia per ciò solo perduto il proprio potere generale di vigilanza e controllo sull’attività urbanistica ed edilizia, di cui all’art. 27 del DPR 380/2001 (Testo Unico sull’edilizia).
Il potere di vigilanza di cui al citato art. 27, comma 1°, deve intendersi come potere di carattere generale, riguardante l’intera attività edilizia sul territorio, anche se –come nel caso di specie– il titolo abilitativo è stato rilasciato, in forza di una speciale disposizione di legge, da altra Pubblica Amministrazione.
Naturalmente –e si perdoni l’ovvietà– l’attività di vigilanza del Comune sui titoli rilasciati da un soggetto terzo implica il rigoroso rispetto dei criteri di logicità, proporzionalità, completezza ed adeguatezza dell’istruttoria, che devono in ogni caso caratterizzare l’azione amministrativa ai sensi dell’art. 1 della legge 241/1990.

Nel primo motivo di ricorso si denuncia l’incompetenza del Comune ad adottare un’ordinanza come quella di cui è causa, in quanto l’opera in questione (centrale idroelettrica), è stata oggetto di autorizzazione unica provinciale, ai sensi del D.Lgs. 387/2003, sicché soltanto la Provincia e non il Comune potrebbe effettuare verifiche sulla eventuale difformità dell’impianto rispetto al progetto assentito ed adottare di conseguenza i necessari provvedimenti sanzionatori.
Il mezzo, per quanto possa apparire suggestivo, è però infondato.
Infatti, se è pur vero che l’impianto in questione è stato oggetto di autorizzazione unica provinciale ai sensi dell’art. 12 del D.Lgs. 387/2003 (decreto attuativo di una direttiva comunitaria sulla promozione delle fonti rinnovabili per la produzione di energia elettrica) e che tale autorizzazione riguarda anche gli aspetti urbanistici ed edilizi, per cui “assorbe” altresì l’eventuale permesso di costruire (cfr. l’art. 12 citato, commi 3° e 4° ed il doc. 4 della ricorrente, copia dell’autorizzazione unica), deve escludersi che il Comune ove insiste l’impianto abbia per ciò solo perduto il proprio potere generale di vigilanza e controllo sull’attività urbanistica ed edilizia, di cui all’art. 27 del DPR 380/2001 (Testo Unico sull’edilizia).
Il potere di vigilanza di cui al citato art. 27, comma 1°, deve intendersi come potere di carattere generale, riguardante l’intera attività edilizia sul territorio, anche se –come nel caso di specie– il titolo abilitativo è stato rilasciato, in forza di una speciale disposizione di legge, da altra Pubblica Amministrazione.
Naturalmente –e si perdoni l’ovvietà– l’attività di vigilanza del Comune sui titoli rilasciati da un soggetto terzo implica il rigoroso rispetto dei criteri di logicità, proporzionalità, completezza ed adeguatezza dell’istruttoria, che devono in ogni caso caratterizzare l’azione amministrativa ai sensi dell’art. 1 della legge 241/1990 (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 22.10.2013 n. 2331 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato e, quindi, non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione.
Non può ammettersi alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il tempo non può avere legittimato, né l’interessato può dolersi del fatto che l’amministrazione non abbia emanato in data antecedente i dovuti atti repressivi.
In particolare, si è affermato che nel caso di abusi edilizi vi è «un soggetto che pone in essere un comportamento contrastante con le prescrizioni dell’ordinamento, che confida nell’omissione dei controlli o comunque nella persistente inerzia dell’amministrazione nell’esercizio del potere di vigilanza». In questi caso il «fattore tempo non agisce qui in sinergia con l’apparente legittimità dell’azione amministrativa favorevole, a tutela di un’aspettativa conforme alle statuizioni amministrative pregresse».

La giurisprudenza di questo Consiglio, cui la Sezione aderisce, è costante nel ritenere che «l’ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato e, quindi, non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione. Non può ammettersi alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il tempo non può avere legittimato, né l’interessato può dolersi del fatto che l’amministrazione non abbia emanato in data antecedente i dovuti atti repressivi» (Cons. Stato, sez. VI, 31.05.2013, n. 3010; 11.05.2011, n. 2781).
In particolare, si è affermato che nel caso di abusi edilizi vi è «un soggetto che pone in essere un comportamento contrastante con le prescrizioni dell’ordinamento, che confida nell’omissione dei controlli o comunque nella persistente inerzia dell’amministrazione nell’esercizio del potere di vigilanza». In questi caso il «fattore tempo non agisce qui in sinergia con l’apparente legittimità dell’azione amministrativa favorevole, a tutela di un’aspettativa conforme alle statuizioni amministrative pregresse» (Cons. Stato, sez. VI, n. 3010 del 2013; sez. IV, 04.05.2012, n. 2592).
Nella fattispecie in esame, l’amministrazione ha descritto le opere realizzate indicando le ragioni della loro abusività. La motivazione posta a base del provvedimento sanzionatorio è, pertanto, esente dai vizi denunciati, non dovendo essere esternate le ragioni di pubblico interesse che giustificherebbero l’applicazione della sanzione in esame.
Né si dovrebbe pervenire ad un risultato diverso in ragione della particolare “provenienza” della denunzia dell’illecito, in quanto rientra negli ordinari meccanismi procedimentali e processuali di identificazione delle posizioni legittimanti che il terzo denunciante sia portatore di un proprio interesse senza che ciò imponga l’adozione di motivazioni più pregnanti da parte dell’amministrazione. La circostanza, poi, che il Tar abbia disposto un’istruttoria, in ragione del suo generico contenuto, non ha alcuna rilevanza ai fini della presente decisione
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 21.10.2013 n. 5088 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’art. 34 del dPR 06.06.2001, n. 380 prevede che, in caso di opere eseguite in parziale difformità dal permesso di costruire, l’ordine di demolizione non può essere adottato nel caso in cui il ripristino dello stato dei luoghi non possa avvenire senza pregiudizio della parte eseguita in conformità.
La norma non contempla, quale requisito di legittimità del provvedimento, anche l’incidenza di sopravvenienze di fatto o di diritto sulla esecuzione concreta dell’ordine di demolizione. Qualora, infatti, l’amministrazione accerti in concreto che non sia possibile detta esecuzione, per tali sopravvenienze, adotterà i provvedimenti consequenziali che tengano conto della situazione attuale.

L’art. 34 del decreto del Presidente della Repubblica, 06.06.2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia) prevede che, in caso di opere eseguite in parziale difformità dal permesso di costruire, l’ordine di demolizione non può essere adottato nel caso in cui il ripristino dello stato dei luoghi non possa avvenire senza pregiudizio della parte eseguita in conformità. La norma non contempla, quale requisito di legittimità del provvedimento, anche l’incidenza di sopravvenienze di fatto o di diritto sulla esecuzione concreta dell’ordine di demolizione. Qualora, infatti, l’amministrazione accerti in concreto che non sia possibile detta esecuzione, per tali sopravvenienze, adotterà i provvedimenti consequenziali che tengano conto della situazione attuale (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 21.10.2013 n. 5088 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Beni Ambientali. Sequestro preventivo intervento abusivo in zona vincolata.
Con riferimento agli interventi abusivi eseguiti in zona sottoposta a vincoli, ai fini della legittimità del provvedimento di sequestro preventivo rileva la sola esistenza di una struttura abusiva che integra il requisito dell'attualità del pericolo, indipendentemente all'essere l'edificazione illecita ultimata o meno, in quanto il rischio di offesa al territorio ed all’equilibrio ambientale, a prescindere dall’effettivo danno al paesaggio, perdura in stretta connessione all'utilizzazione della costruzione ultimata (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 15.10.2013 n. 42363 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Agenzia delle Entrate - richiesta di pagamento per le stime rese ai sensi del D.P.R. 380/2001 - legittimità richiesta compenso e riflessi contabili – semplici riflessioni in merito (13.10.2013 - link a http://ufficiotecnico2012.blogspot.it).

EDILIZIA PRIVATAImmobili abusivi, sì all'asta. Ma la regolarizzazione può avvenire solo con doppia conformità. Cassazione. La vendita può avvenire e chi acquista avrà l'onere di procedere a sanatoria entro 120 giorni
IL PROBLEMA/ Necessario avvisare i possibili acquirenti In caso contrario c'è spazio per chiedere l'annullamento
Anche un immobile abusivo può essere trasferito, qualora vi sia una procedura di vendita forzata per debiti (espropriazione immobiliare).

Lo sottolinea la Corte di Cassazione con la sentenza 11.10.2013 n. 23140, precisando che chi compra all'asta avrà l'onere di provvedere alla sanatoria entro 120 giorni dal decreto di aggiudicazione.
Il caso esaminato riguardava un appartamento posto all'asta per soddisfare i creditori, bene che, per una migliore liquidazione, era stato suddiviso in più unità. Secondo i debitori, la vendita all'asta era nulla, perché le norme urbanistiche non consentivano tale frazionamento, ma la Cassazione ha escluso che il frazionamento incidesse sulla possibilità di trasferire il bene.
La norma applicabile è l'articolo 46 del Testo unico edilizia (Dpr 380/2001), che definisce “nulli” tutti i trasferimenti aventi a oggetto immobili abusivi costruiti dopo il 17.03.1985. Questo limite alla commercializzazione si somma alle sanzioni amministrative (demolizione) e penali (multa, reclusione), ma presuppone un trasferimento di tipo commerciale. Per tale motivo la nullità del trasferimento non opera quando vi è una vendita attraverso un'asta giudiziaria, cioè quando si trasferisce il bene nell'ambito di una procedura esecutiva.
Poiché occorre soddisfare le esigenze dei creditori, il bene diventa commercializzabile e spetterà poi all'acquirente chiedere, entro 120 giorni dal decreto di assegnazione, la sanatoria (comma 5, articolo 46). Sanatoria che sarà rilasciata secondo le norme vigenti all'epoca dell'asta (non secondo le norme dei vari condoni) e quindi solo se vi è una doppia conformità (articolo 38 del Dpr 380/2001).
Chi ha perso l'immobile a causa dei debiti, non può quindi eccepire nulla, perché l'immobile sarà dichiarato abusivo nel bando di vendita giudiziaria, e come tale valutato in perizia.
Se nel bando non vi è questa precisazione circa l'abusività dell'immobile, l'alienazione tramite asta giudiziaria può generare un errore essenziale sulla qualità del bene (aliud pro alio: una cosa per l'altra), con possibilità, per l'ignaro acquirente all'asta, di chiedere l'annullamento della vendita. Tutto ciò, peraltro, non interessa il debitore che ha perso il bene, il quale può avere voce in capitolo solo in tema di formazione dei lotti da vendere (qualora una vendita sia illogica e per tale motivo possa essere meno vantaggiosa). Ma se il giudice dell'esecuzione ritiene di vendere in modo frazionato un bene che urbanisticamente non può essere diviso in più unità (ad esempio, un albergo venduto in più parti), il venditore non può intervenire.
In sintesi, in caso di vendita all'asta disposta per soddisfare i creditori, il bene immobile è stimato e offerto secondo le sue caratteristiche, cui si aggiunge quella di una sanabilità relativa. Se nel bando e nella perizia che lo precede viene specificata l'irregolarità urbanistica, l'acquirente non può eccepire nulla e nemmeno il debitore può interloquire (articolo Il Sole 24 Ore del 12.10.2013).

EDILIZIA PRIVATA: La presentazione di una domanda di sanatoria determina per l’amministrazione l'onere di un provvedimento di reiezione o di accoglimento dell'istanza stessa cui deve far seguito l'eventuale adozione di ulteriori provvedimenti sanzionatori, che il Comune è tenuto ad emanare con atti a contenuto vincolato una volta che si sia verificato che non sussistono le condizioni per la sanatoria delle opere abusive.
Ciò comporta che, dopo la presentazione della domanda di sanatoria ai sensi dell'art. 36, d.P.R. 06.06.2001 n. 380, le procedure per l'esecuzione di una sanzione amministrativa (a maggior ragione la potestà di emanare la sanzione stessa) devono ritenersi sospese in attesa della determinazione dell'Amministrazione sulla domanda di sanatoria.

Deve quindi ritenersi violato il principio generale secondo cui “la presentazione di una domanda di sanatoria determina per l’amministrazione l'onere di un provvedimento di reiezione o di accoglimento dell'istanza stessa cui deve far seguito l'eventuale adozione di ulteriori provvedimenti sanzionatori, che il Comune è tenuto ad emanare con atti a contenuto vincolato una volta che si sia verificato che non sussistono le condizioni per la sanatoria delle opere abusive; ciò comporta che, dopo la presentazione della domanda di sanatoria ai sensi dell'art. 36, d.P.R. 06.06.2001 n. 380, le procedure per l'esecuzione di una sanzione amministrativa (a maggior ragione la potestà di emanare la sanzione stessa) devono ritenersi sospese in attesa della determinazione dell'Amministrazione sulla domanda di sanatoria" (Consiglio di Stato IV Sezione 15.06.2012 n. 3534; Consiglio di Stato, Sezione IV, 26.01.2009 n. 437, TAR Lazio, Roma, sez. I, 01.04.2005 n. 2381, TAR Lazio, Roma, sez. I, 02.12.2010 n. 35024) (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 10.10.2013 n. 4542 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’ordine di demolizione, in quanto atto dovuto e dal contenuto rigidamente vincolato, presupponente un mero accertamento tecnico sulla consistenza delle opere realizzate e sul carattere non assentito delle medesime, non richiede la previa comunicazione di avvio del procedimento.
La Sezione si è di recente pronunciata negli stessi sensi, escludendo l’obbligatorietà della comunicazione di avvio del procedimento preordinato all’adozione dell’ordinanza di demolizione, stante il contenuto vincolato del provvedimento e l’inutilità della partecipazione del destinatario.
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L’unico presupposto dell’ordinanza di demolizione è l’accertata abusività delle opere, la loro descrizione e l’indicazione del perché del loro carattere abusivo, senza alcuna necessità di ulteriore motivazione.
L’ordinanza di demolizione è pertanto sufficientemente motivata con la descrizione delle opere abusive e delle ragioni dell’abusività, non occorrendo ulteriore sviluppo motivazionale.

Infondati sono i motivi primo e terzo con cui si deduce violazione dell’art. 7, della L. n. 241/1990 per omessa comunicazione di avvio del procedimento repressivo dell’abuso, nonché dell’art. 3, stessa legge per motivazione generica erronea e fuorviante.
Rammenta al riguardo il Collegio, quanto alla prima censura che per giurisprudenza costante l’ordine di demolizione, in quanto atto dovuto e dal contenuto rigidamente vincolato, presupponente un mero accertamento tecnico sulla consistenza delle opere realizzate e sul carattere non assentito delle medesime, non richiede la previa comunicazione di avvio del procedimento (TAR Liguria, Sez. I, 22.04.2011, n. 666; TAR Campania–Napoli, Sez. IV, 10.08.2008, n. 9710; TAR Umbria, 05.06.2007, n. 499; TAR Campania–Napoli, Sez. IV, 17.01.2007, n. 357).
La Sezione si è di recente pronunciata negli stessi sensi, escludendo l’obbligatorietà della comunicazione di avvio del procedimento preordinato all’adozione dell’ordinanza di demolizione, stante il contenuto vincolato del provvedimento e l’inutilità della partecipazione del destinatario (TAR Campania–Napoli, Sez. III, 09.07.2012, n. 3302) più di recente ribadendo tale posizione (TAR Campania Napoli, Sez. III, sentenza 03.04.2013, n. 1729; TAR Campania–Napoli, Sez. III, 22.02.2013 n. 1069)
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Infondata è anche la seconda censura concernente le dedotte suindicate carenze motivazionali.
In disparte il rilievo che l’ordinanza impugnata motiva adeguatamente l’abusività delle opere de quibus in quanto “prive di permesso di costruire”, la doglianza è, comunque infondata in diritto poiché contraddetta da pacifica giurisprudenza che predica che l’unico presupposto dell’ordinanza di demolizione è l’accertata abusività delle opere, la loro descrizione e l’indicazione del perché del loro carattere abusivo, senza alcuna necessità di ulteriore motivazione. L’ordinanza di demolizione è pertanto sufficientemente motivata con la descrizione delle opere abusive e delle ragioni dell’abusività, non occorrendo ulteriore sviluppo motivazionale: TAR Lazio, Sez. I, 08.06.2011, n. 5082.
Anche la Sezione ha sposato siffatta opzione interpretativa (TAR Campania–Napoli, Sez. III, 09.07.2012, n. 3302) ribadendola più di recente (TAR Campania–Napoli, III Sez. 15.01.2013. n. 301; TAR Campania Napoli, III Sez. 28.01.2013, n. 651)
(TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 10.10.2013 n. 4533 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’opera contestata al privato, consistita, si ripete, nella realizzazione di una strada di accesso all’abitazione e di un piazzale di parcheggio con poderosi sbancamenti di roccia, costituisce, sotto il profilo edilizio, un intervento di nuova costruzione ai sensi dell’art. 3, lett. f), D.P.R. n. 380/2001, soggetto a permesso di costruire, sanzionabile, in mancanza di titolo abilitativo, con l’ordine di ripristino ai sensi dell’art. 31 D.P.R. n. 380/2001.
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La sanzione amministrativa irrogata nel caso di specie ha funzione non afflittiva (come le sanzioni penali) ma ripristinatoria dell’ordine urbanistico violato ed ha natura non personale ma reale, sicché segue oggettivamente la cosa abusiva e il suo rapporto proprietario indipendentemente dall’addebitabilità della condotta abusiva su di essa realizzata, con la conseguenza che la misura repressiva è applicabile nei confronti del proprietario attuale dell’immobile anche se estraneo all’abuso stesso.
Costituisce eccezione alla regola la sola ipotesi della non applicabilità al proprietario dell’ulteriore sanzione dell’acquisizione gratuita da parte del Comune, in conseguenza dell’inottemperanza all’ordine di demolizione. Tale ipotesi si verifica però solo qualora, “risulti in modo inequivocabile la completa estraneità del proprietario al compimento dell’opera abusiva o che, essendone egli venuto a conoscenza, si sia adoperato per impedirla con gli strumenti offertigli dall’ordinamento”.
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Quanto alla lamentata inesatta individuazione dell'area di sedime attinta dalle opere abusive in questione, tale elemento non costituisce causa di illegittimità dell'ingiunzione a demolire, concernendo indicazioni riferibili al successivo atto di accertamento dell'inottemperanza e di acquisizione gratuita al patrimonio comunale.
Il collegamento dell’acquisizione gratuita non direttamente al mancato ripristino entro il termine di 90 giorni previsto dalla legge, bensì al mancato rispetto della scansione temporale degli adempimenti fissata nell’ordine di demolizione, oltre che ragionevole, dovendo i lavori di ripristino essere previamente autorizzati, è posto al fine di favorire il ricorrente nel tempestivo adempimento dell’ordine di ripristino, e ciò nell’ottica di una leale collaborazione tra amministrazione e cittadino, con la conseguenza che egli non ha ragione di lamentarsi di tale specifica determinazione.

Osservato che:
- dall’esame della documentazione depositata in giudizio dalle parti, in modo particolare dal verbale del Corpo Forestale, dalla rilevazione tecnica effettuata dal professionista incaricato dal Comune e dalle fotografie, emerge come l’abuso contestato a N.B. riguardi la difformità dell’intervento di escavazione e sbancamento effettuato rispetto a quanto previsto come necessario per tutelare la pubblica incolumità dall’amministrazione comunale, ovvero la realizzazione di lavori estranei rispetto all’intervento approvato dal Comune di Soave e relativo alla messa in sicurezza delle sede stradale;
- detto intervento di maggiori dimensioni e quindi di maggior impatto negativo per l’area tutelata è consistito, in particolare, nella realizzazione di una nuova strada di accesso alla proprietà e nella creazione di un’area di sosta a monte dell’abitazione, opere queste che vanno a diretto vantaggio del proprietario dell’area, Nello Busacchi; con la conseguenza che quest’ultimo non può dirsi estraneo ai maggiori interventi eseguiti e che, quanto meno per tali difformità, ne è stata correttamente accertata la responsabilità in qualità di proprietario che si è avvantaggiato di tali lavori;
- tali considerazioni non risultano inficiate dalla responsabilità, da accertare in capo all’amministrazione comunale, circa la legittimità dei lavori specificatamente previsti per la messa in sicurezza della strada;
- in particolare, l’opera contestata al privato, consistita, si ripete, nella realizzazione di una strada di accesso all’abitazione e di un piazzale di parcheggio con poderosi sbancamenti di roccia, costituisce, sotto il profilo edilizio, un intervento di nuova costruzione ai sensi dell’art. 3, lett. f), D.P.R. n. 380/2001, soggetto a permesso di costruire, sanzionabile, in mancanza di titolo abilitativo, con l’ordine di ripristino ai sensi dell’art. 31 D.P.R. n. 380/2001;
- pertanto, i denunciati vizi di eccesso di potere per travisamento dei fatti, carenza dei presupposti, sviamento di potere e conflitto d’interesse, non sono predicabili nei confronti del provvedimento sanzionatorio impugnato, attesa la sua vincolatezza, una volta stabilito che l’intervento di sbancamento è stato eseguito, all’interno della proprietà dell’attuale ricorrente, in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, senza alcun titolo abilitativo e senza previa autorizzazione paesaggistica;
- peraltro, la sanzione amministrativa irrogata nel caso di specie ha funzione non afflittiva (come le sanzioni penali) ma ripristinatoria dell’ordine urbanistico violato ed ha natura non personale ma reale, sicché segue oggettivamente la cosa abusiva e il suo rapporto proprietario indipendentemente dall’addebitabilità della condotta abusiva su di essa realizzata, con la conseguenza che la misura repressiva è applicabile nei confronti del proprietario attuale dell’immobile anche se estraneo all’abuso stesso. Costituisce eccezione alla regola la sola ipotesi della non applicabilità al proprietario dell’ulteriore sanzione dell’acquisizione gratuita da parte del Comune, in conseguenza dell’inottemperanza all’ordine di demolizione. Tale ipotesi si verifica però solo qualora, “risulti in modo inequivocabile la completa estraneità del proprietario al compimento dell’opera abusiva o che, essendone egli venuto a conoscenza, si sia adoperato per impedirla con gli strumenti offertigli dall’ordinamento” (Corte Cost. n. 345/1991).
Viceversa, nel caso di specie, come già detto, dagli atti depositati ed in particolare, dal verbale del Corpo Forestale in atti, risulta come l’attuale ricorrente non possa non aver contribuito alla realizzazione delle opere abusive oggetto di sanzione, essendo stata contestualmente realizzata una nuova strada di accesso alla sua proprietà ed una nuova piazzola di sosta (opere che, evidentemente, non possono essere state commissionate dall’amministrazione comunale);
- quanto alla lamentata inesatta individuazione dell'area di sedime attinta dalle opere abusive in questione, tale elemento non costituisce causa di illegittimità dell'ingiunzione a demolire, concernendo indicazioni riferibili al successivo atto di accertamento dell'inottemperanza e di acquisizione gratuita al patrimonio comunale;
- il collegamento dell’acquisizione gratuita non direttamente al mancato ripristino entro il termine di novanta giorni previsto dalla legge, bensì al mancato rispetto della scansione temporale degli adempimenti fissata nell’ordine di demolizione (denunciato con il sesto motivo), oltre che ragionevole, dovendo i lavori di ripristino essere previamente autorizzati, è posto al fine di favorire il ricorrente nel tempestivo adempimento dell’ordine di ripristino, e ciò nell’ottica di una leale collaborazione tra amministrazione e cittadino, con la conseguenza che egli non ha ragione di lamentarsi di tale specifica determinazione (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 10.10.2013 n. 1155 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICAI camper allacciati alla fognatura portano lottizzazione abusiva
L'EVOLUZIONE/ In base alla legge 98/2013 roulotte e case mobili possono essere ancorate al suolo purché destinate al turismo, anche stanziale.

Un campeggio può esser considerato destinato ad esigenze temporanee di turisti, ma se si trasforma in un villaggio diventa una lottizzazione abusiva.
Questo è l'orientamento della Corte di Cassazione penale, sentenza 08.10.2013 n. 41479, resa nei confronti di un intervento in provincia di Latina.
La materia è in divenire, perché la legge 09.08.2013 n. 98 accorda un trattamento di favore a roulotte, camper, case mobili e imbarcazioni che siano utilizzate come abitazioni.
La norma del 2013 consente il temporaneo ancoraggio al suolo, purché le strutture siano collocate in spazi ricettivi all'aperto, siano conformi alle norme regionali di settore (turistico) e siano destinate alla sosta e al soggiorno dei turisti. In sintesi, il legislatore del 2013 consente di fare a meno delle ruote, ammettendo l'ancoraggio al suolo, e appare permissivo verso tutte quelle iniziative che hanno una durata coerente al turismo, anche di tipo molto stanziale.
La sentenza della Cassazione distingue tuttavia tra gli insediamenti residenziali e quelli turistici, sulla base di dimensioni quantitative e della tipologia delle strutture. Nel caso specifico si discuteva di oltre 300 piazzole occupate da strutture fisse con allacci e scarichi, cucinini, recinzioni, intelaiature in ferro: anche quando c'erano roulotte, i timoni erano tagliati e le ruote mancanti o sgonfie.
Sulla base di tali elementi, e di una nozione di turista come colui che viaggia e soggiorna in località diverse dalla sua residenza abituale per un periodo di tempo limitato, per piacere o affari, i giudici penali hanno bollato l'intervento come abusivo, superando la normativa sul turismo (Dlgs 79/2011), che ammette nei campeggi anche mobilhome, maxicaravan, autocaravan e anche unità abitative fisse, mentre la legge regionale del Lazio (59/1985) prevede che vi possano essere abbonamenti alle strutture per periodo prolungati, non superiori ad un anno, richiedibili entro la fine dell'anno precedente.
La differenza tra turismo e residenze stabili, sottolineano i giudici, non è tanto nella tipologia, bensì nell'urbanizzazione che è indotta da insediamenti non precari. Di sicuro la precarietà va esclusa se, come e' accaduto a Latina, le roulotte avevano inferriate alle finestre, termosifoni ed erano inglobate in strutture in legno (articolo Il Sole 24 Ore del 09.10.2013).

EDILIZIA PRIVATAE' illegittima l'ordinanza di demolizione circa la costruzione di una scala esterna in c.a. delle dimensioni di ml 1,20 di larghezza e ml 4,20 di lunghezza, che insiste su area pubblica di proprietà comunale, realizzata in forza di un titolo edilizio formatosi per silenzio-assenso.
Se l'opera realizzata non poteva comunque essere assentita, nel caso di specie l’ordine di demolizione della scala avrebbe dovuto essere preceduto da un procedimento in autotutela (con le correlate garanzie partecipative per il privato interessato) diretto all’annullamento d’ufficio del titolo edilizio tacitamente formatosi.
Al contrario, l’Amministrazione comunale, senza fare previo, necessario ricorso al potere di annullamento d’ufficio, si è avvalsa direttamente dei poteri repressivi e sanzionatori previsti dall’art. 35 d.P.R. 06.06.2001, n. 380.
Ne discende l’illegittimità dell’ordine di demolizione impugnato in primo grado per difetto di un atto presupposto.

Viene in decisione l’appello con il quale G.G. chiede la riforma della sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Basilicata che, in primo grado, in accoglimento del ricorso proposto da V.M.G., ha annullato l’ordinanza 23.04.2010, n. 2408, con la quale il Comune di Baragiano (PZ) ha ordinato la demolizione di una “scala esterna in c.a. delle dimensioni di ml 1,20 di larghezza e ml 4,20 di lunghezza, che insiste su area pubblica di proprietà comunale, di accesso alla unità abitativa in via Immacolata Concezione di proprietà dei coniugi signori G.A. e V.M.G.”.
...
Risulta chiaramente dagli atti di causa (cfr. in particolare la nota dell’Ufficio di Polizia Municipale del Comune di Baragiano prot. n. 9 P.M:/08 del 17.01.2008) che la scala in contestazione è stata realizzata sulla base di uno straordinario silenzio-assenso comunale formatosi ai sensi dell’art. 14, ottavo comma, della legge 14.05.1981, n. 219 (conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 19.03.1981, n. 75, recante ulteriori interventi in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici del novembre 1980 e del febbraio 1981. Provvedimenti organici per la ricostruzione e lo sviluppo dei territori colpiti).
Non si tratta, quindi, di un’opera abusiva, ma di un intervento edilizio assentito così legittimato.
È evidente, allora, che l’ordine di demolizione della scala avrebbe dovuto essere preceduto da un procedimento in autotutela (con le correlate garanzie partecipative per il privato interessato) diretto all’annullamento d’ufficio del titolo edilizio tacitamente formatosi.
Al contrario, l’Amministrazione comunale, senza fare previo, necessario ricorso al potere di annullamento d’ufficio, si è avvalsa direttamente dei poteri repressivi e sanzionatori previsti dall’art. 35 d.P.R. 06.06.2001, n. 380. Ne discende l’illegittimità dell’ordine di demolizione impugnato in primo grado per difetto di un atto presupposto.
L’appello, pertanto, deve essere respinto (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 08.10.2013 n. 4946 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: BENI CULTURALI E AMBIENTALI - Complesso monumentale lasciato in stato di abbandono.
DIRITTO URBANISTICO - Degrado di monumenti per mancanza di manutenzione ordinaria - Responsabilità degli enti pubblici - Configurabilità.
PUBBLICA AMMINISTRAZIONE - Omissione d'atti d'ufficio - Responsabilità del sindaco e dei dirigente - Fattispecie: violazioni in area sottoposta a specifici vincoli e Ordinanza di rigetto di istanza di archiviazione - Artt. 328, 677 e 733 c.p..

Rispondono ai sensi degli artt. 677 e 733 c.p. dei danneggiamenti strutturali e dei pericoli di crollo che siano stati immediatamente e direttamente causati dalla mancanza di manutenzione ordinaria, l'ente pubblico proprietario del complesso monumentale lasciato in stato di abbandono, al degrado e alla vandalizzazione altrui e altresì tutti coloro che erano tenuti alla conservazione ed alla vigilanza del medesimo bene culturale.
Inoltre, si configura sul sindaco o sul dirigente in suo luogo delegato, la responsabilità ex art. 328 c.p. per avere omesso ogni intervento necessario a scongiurare conclamati pericoli di crollo anche attraverso l'esercizio dei poteri di ordinanza di cui all'art. 54 t.u. enti locali.
Nella specie sul sito oggetto di contestazione gravavano specifici vincoli storico monumentale, paesaggistico, idrogeologico, di inedificabilità assoluta, e di altra natura, per cui gli enti preposti sono tenuti alla manutenzione e conservazione e tutela del bene, nelle persone dei rispettivi responsabili pro tempore (da individuarsi ogni volta in base alla funzione), rispondendo delle violazione di detti vincoli, sia di quelle cagionate direttamente attraverso l'omissioni della cura manutentiva del bene, sia di quelle riconducibili alle condotte arbitrarie di terzi, ma favorite significativamente dal mancato esercizio della doverosa vigilanza.
BENI CULTURALI E AMBIENTALI - Sito vincolato - Abusi edilizi - Conferimento di rifiuti - Totale omissione di vigilanza - Inerzia degli Enti preposti in concorso - Caratteri dell'acquiescenza - Art. 169 e 181, c.1 e 1-bis, D.lgs. n. 42/2004 - Artt. 838 c.c., Artt. 328, 677 e 733 c.p. - Art. 9 Cost. - Art. 44 dpr n. 380/2001.
Le condotte di violazione dei vincoli monumentale e paesaggistico i danneggiamenti strutturali, gli abusi edilizi compiuti all'interno del sito vincolato, ai sensi dell'art. 169 e dell'art. 181, comma 1 e 1-bis, del Decreto legislativo n. 42/2004, sono in concreto riconducibili alla responsabilità immediata e diretta degli enti pubblici proprietari o tenuti alla conservazione e alla tutela.
Pertanto i medesimi enti, relativamente ai danni da mancanza di manutenzione o a violazioni di vincoli anche se compiute da terzi attraverso abusi edilizi, conferimenti incontrollati di rifiuti ecc., risponderanno a titolo di concorso laddove la loro inerzia -di fronte a simili scempi- abbia assunto in concreto i caratteri dell'acquiescenza.
In conclusione, l'abbandono impietoso di un monumento, costituisce un aperto dispregio dell'obbligo giuridico (art. 9 Cost.) di natura generale di gestione del bene di interesse pubblico secondo i criteri del buon padre di famiglia (TRIBUNALE di Palermo, Sez. G.I.P., ordinanza 08.10.2013 - tratto da www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il proprietario dell’area, «fino a prova contraria», deve ritenersi corresponsabile dell’abuso edilizio.
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L’ordinanza di demolizione, con assegnazione del termine di novanta giorni per la sua esecuzione, deve essere notificata sia al responsabile dell’abuso sia al proprietario. Se entro questo spazio temporale l’opera non viene demolita dal responsabile dell’abuso, può essere adottato il provvedimento di acquisizione.
Ne consegue che la notificazione dell’ordinanza di demolizione, con assegnazione del predetto termine, pur non costituendo requisito di validità dell’ordinanza stessa, rappresenta requisito di validità del successivo provvedimento di acquisizione.
Più chiaramente, il termine di novanta giorni deve essere concesso sia al responsabile dell’abuso sia al proprietario, al fine di permettere a quest’ultimo di assumere tutte le iniziative necessarie per eseguire l’ordine.

Il Consiglio di Stato ha avuto più volte occasione di affermare che il proprietario dell’area, «fino a prova contraria», deve ritenersi corresponsabile dell’abuso (da ultimo, Cons. Stato, sez. IV, 26.02.2013, n. 1179).
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L’art. 31 del d.p.r. n. 380 del 2001 (disposizioni analoghe sono contenute nell’art. 15 della legge regionale n. 15 del 2008) prevede, tra l’altro, che:
- il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale, accertata l’esecuzione di interventi in assenza di permesso di costruire, «ingiunge al proprietario e al responsabile dell’abuso» la rimozione o la demolizione, indicando nel provvedimento l’area che viene acquisita di diritto, ai sensi del successivo comma 3 (comma 2);
- se il «responsabile dell'abuso» non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi «nel termine di novanta giorni dall'ingiunzione», il bene e l’area di sedime, nonché quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio del Comune; si specifica che l’area acquisita non può comunque essere superiore a dieci volte la complessiva superficie utile abusivamente costruita (comma 3);
- l’accertamento dell’inottemperanza alla ingiunzione a demolire, nel termine di cui al precedente comma 3, «previa notifica all’interessato», costituisce titolo per l’immissione nel possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari, che deve essere eseguita gratuitamente.
Da quanto esposto risulta che l’ordinanza di demolizione, con assegnazione del termine di novanta giorni per la sua esecuzione, deve essere notificata sia al responsabile dell’abuso sia al proprietario. Se entro questo spazio temporale l’opera non viene demolita dal responsabile dell’abuso, può essere adottato il provvedimento di acquisizione.
Ne consegue che la notificazione dell’ordinanza di demolizione, con assegnazione del predetto termine, pur non costituendo requisito di validità dell’ordinanza stessa, rappresenta requisito di validità del successivo provvedimento di acquisizione.
Più chiaramente, il termine di novanta giorni deve essere concesso sia al responsabile dell’abuso sia al proprietario, al fine di permettere a quest’ultimo di assumere tutte le iniziative necessarie per eseguire l’ordine
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 04.10.2013 n. 4913 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' illegittima l'ordinanza di demolizione di un'opera pertinenziale (tettoia a protezione di una pompa di irrigazione) realizzata senza licenza edilizia negli anni ’50 al di fuori del centro abitato, tanto più che il comune era sprovvisto di disciplina urbanistica.
La doglianza non può essere condivisa.
Vero è, infatti, che nella vigenza dell’art. 7 del D.L. n. 9/1982 (e della L. n. 10/1977) la realizzazione di opere pertinenziali o di impianti tecnologici in aree sottoposte a vincolo paesaggistico necessitava comunque di specifica concessione edilizia, come dedotto dall’amministrazione appellante.
Tuttavia, nella specie, è del tutto ragionevole ritenere che le opere oggetto dell’ordinanza per cui è causa (ossia la platea in cemento armato, delimitata su tre lati da un muretto con funzione di contenimento della scarpata e la sovrastante tettoia), siano state edificate in contestualità o comunque in un momento prossimo alla installazione della pompa irrigua e, quindi, negli anni cinquanta, nella vigenza della L. n. 1550/1942.
Invero, del fatto che la pompa de qua sia in loco sin dal 1950, si ha contezza dall’analisi dell’atto di costituzione di servitù a rogito Notaio Francesco Tei in data 01.06.1950, rep. n. 4209/1946 e, segnatamente, dalla parte dedicata alla descrizione della servitù, in cui si riferisce della sua già avvenuta installazione “su piazzuola di cemento”.
Dalla natura delle opere in esame emerge, poi, che le stesse hanno oggettivamente lo scopo di proteggere lo strumento irriguo dalla caduta di materiale dalla scarpata e dagli agenti atmosferici, sicché, in assenza di prova contraria, non può che ritenersi che le stesse siano state realizzate, proprio per soddisfare detta esigenza, in contestualità o comunque in un momento prossimo alla installazione della pompa e non già a distanza di oltre venti o, ancor più, anni.
Del resto, il Comune di Perugia non ha fornito alcun elemento per far emergere il contrario, neppure a fronte delle allegazioni del privato in corso di causa, mancando così la prova che il presunto abuso sia stato perpetrato nella vigenza dell’invocato art. 7 del D.L. 9/1982 (e della L. 10/1977).
Pertanto, a prescindere dalla natura pertinenziale o meno delle opere e dalla loro qualificazione come volume tecnico, correttamente il primo giudice ha accolto il ricorso proposto dalla Signora R. sul presupposto che l’opera contestata fosse stata realizzata “in uno con l’installazione della pompa”, avvenuta “quantomeno dal primo giugno 1950”, allorquando la disciplina invocata dal Comune appellante non era ancora stata approvata, essendo viceversa vigente la L. 1150/1942 .
Ed ai sensi di detta legge, è appena il caso di evidenziarlo, non occorreva uno specifico titolo edilizio (in allora licenza edilizia) per la realizzazione di manufatti (come quelli per cui è causa) al di fuori dei centri abitati.
L’appello principale proposto dal Comune di Perugia si appalesa quindi privo di fondamento e, come tale, da respingere (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 03.10.2013 n. 4889 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn linea di principio, l’onere della prova circa la data di realizzazione di un immobile abusivo spetta a chi ha commesso l'abuso: secondo il principio generale previsto dall'art. 2697 del codice civile, infatti, “Chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento”, e con riguardo alla realizzazione di opere in tempo utile per poter fruire del condono, ad esempio, si è affermato che è onere del privato fornire la prova sulla data di ultimazione dell'abuso, in quanto la pubblica amministrazione non può di solito materialmente accertare quale fosse la situazione dell'intero suo territorio alla data prevista dalla legge, mentre il privato è normalmente in grado di esibire idonea documentazione comprovante la conclusione dell’opera.
E’ stato altresì sottolineato che tale onere può ritenersi a sufficienza soddisfatto solo quando le prove addotte risultano obiettivamente inconfutabili sulla base di atti e documenti che, da soli o unitamente ad altri elementi probatori, offrono la ragionevole certezza dell'epoca di realizzazione del manufatto, mentre la semplice produzione di una dichiarazione sostitutiva non può in alcun modo assurgere al rango di prova.
E’ stato inoltre puntualizzato che, nel processo civile, alle dichiarazioni sostitutive dell’atto di notorietà deve negarsi qualsiasi rilevanza, sia pure indiziaria, qualora costituiscano l’unico elemento esibito in giudizio al fine di provare un elemento costitutivo dell'azione o dell'eccezione atteso che la parte non può derivare elementi di prova a proprio favore –ai fini del soddisfacimento dell'onere di cui all'art. 2697 c.c.– da proprie dichiarazioni non asseverate da terzi.
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Gli illeciti in materia urbanistica, edilizia e paesistica, ove consistano nella realizzazione di opere senza le prescritte concessioni e autorizzazioni, hanno carattere di illeciti permanenti, che si protraggono nel tempo e vengono meno solo con il cessare della situazione di illiceità, vale a dire con il conseguimento delle prescritte autorizzazioni: pertanto il potere amministrativo repressivo può essere esercitato senza limiti di tempo e senza necessità di motivazione in ordine al ritardo nell'esercizio del potere.
In altri termini, l'autorità non emana un atto "a distanza di tempo" dall'abuso, ma reprime una situazione antigiuridica ancora sussistente.

Come esplicitato nella recente pronuncia della Sezione 18/05/2012 n. 838, in linea di principio l’onere della prova circa la data di realizzazione di un immobile abusivo spetta a chi ha commesso l'abuso (Consiglio di Stato, sez. IV – 31/01/2012 n. 478): secondo il principio generale previsto dall'art. 2697 del codice civile, infatti, “Chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento”, e con riguardo alla realizzazione di opere in tempo utile per poter fruire del condono, ad esempio, si è affermato che è onere del privato fornire la prova sulla data di ultimazione dell'abuso, in quanto la pubblica amministrazione non può di solito materialmente accertare quale fosse la situazione dell'intero suo territorio alla data prevista dalla legge, mentre il privato è normalmente in grado di esibire idonea documentazione comprovante la conclusione dell’opera (Consiglio di Stato, sez. IV – 27/11/2010 n. 8298; si veda anche TAR Campania Napoli, sez. VIII – 02/07/2010 n. 16569; TAR Lombardia Brescia, sez. I – 08/04/2010 n. 1506).
E’ stato altresì sottolineato che tale onere può ritenersi a sufficienza soddisfatto solo quando le prove addotte risultano obiettivamente inconfutabili sulla base di atti e documenti che, da soli o unitamente ad altri elementi probatori, offrono la ragionevole certezza dell'epoca di realizzazione del manufatto, mentre la semplice produzione di una dichiarazione sostitutiva non può in alcun modo assurgere al rango di prova (TAR Liguria, sez. I – 08/03/2012 n. 367). E’ stato inoltre puntualizzato che, nel processo civile, alle dichiarazioni sostitutive dell’atto di notorietà deve negarsi qualsiasi rilevanza, sia pure indiziaria, qualora costituiscano l’unico elemento esibito in giudizio al fine di provare un elemento costitutivo dell'azione o dell'eccezione atteso che la parte non può derivare elementi di prova a proprio favore –ai fini del soddisfacimento dell'onere di cui all'art. 2697 c.c.– da proprie dichiarazioni non asseverate da terzi (TAR Lombardia Milano, sez. II – 24/02/2012 n. 617).
Nel caso di specie, il ricorrente ha allegato la dichiarazione sostitutiva di un altro soggetto senza accompagnarla con riscontri probatori di data certa, mentre al contrario l’interveniente ha fornito elementi i quali lasciano presumere che la costruzione risalga ad epoca ben più recente: dall’esame della fotografia allegata si notano materiali di costruzione il cui utilizzo in epoca remota non appare plausibile (cfr. foto doc. 1), e inoltre nell’estratto aerofotogrammetrico del 1985 e nell’estratto del P.R.G. del 1955 detto manufatto non compare. Il quadro fattuale vede dunque la prevalenza di dati incompatibili con la tesi propugnata dal Sig. Sangalli circa l’ultimazione delle opere in data anteriore al 1967.
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... il Collegio richiama il consolidato orientamento ai sensi del quale gli illeciti in materia urbanistica, edilizia e paesistica, ove consistano nella realizzazione di opere senza le prescritte concessioni e autorizzazioni, hanno carattere di illeciti permanenti, che si protraggono nel tempo e vengono meno solo con il cessare della situazione di illiceità, vale a dire con il conseguimento delle prescritte autorizzazioni: pertanto il potere amministrativo repressivo può essere esercitato senza limiti di tempo e senza necessità di motivazione in ordine al ritardo nell'esercizio del potere. In altri termini, l'autorità non emana un atto "a distanza di tempo" dall'abuso, ma reprime una situazione antigiuridica ancora sussistente (cfr. sentenze sez. I – 21/05/2012 n. 848; 16/01/2012 n. 59 e la giurisprudenza ivi richiamata).
Peraltro nel caso di specie non necessita diffondersi sull’indirizzo minoritario che valorizza il lungo lasso di tempo trascorso dalla commissione dell'abuso e il protrarsi dell'inerzia dell'amministrazione preposta alla vigilanza (che potrebbero ingenerare un affidamento del privato) dato che la dedotta ampia soluzione di continuità temporale è sfornita di prova (cfr. supra par. 1)
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 02.10.2013 n. 814 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn caso di mancata presentazione dell’istanza di permesso di costruire in sanatoria ex art. 36 DPR n. 380/2001 entro 90 giorni dalla notificazione dell’ordinanza di demolizione e/o in caso di inottemperanza a tale provvedimento sempre entro il termine perentorio di 90 giorni, si verifica automaticamente ope legis l’effetto ablatorio dell’acquisizione gratuita dell’immobile abusivo al patrimonio comunale, in quanto la notifica dell’accertamento formale dell’inottemperanza si configura solo quale titolo necessario per l’immissione in possesso e per al trascrizione nei registri immobiliari.
Inoltre, anche l’annullamento dell’ordinanza di demolizione da parte del Giudice Amministrativo non incide sul trasferimento della proprietà dell’immobile, già verificatosi in favore del Comune, mentre l’effetto ripristinatorio della restituzione al proprietario dell’immobile, se non è stata presentata entro 90 giorni l’istanza di permesso di costruire in sanatoria ex art. 36 DPR n. 380/2001, può verificarsi soltanto nel caso di annullamento giurisdizionale del provvedimento di demolizione, ottenuto non soltanto sotto il profilo formale, ma sotto il profilo sostanziale, cioè quando non è stata violata alcuna norma in materia di edilizia e/o urbanistica.
Pertanto, anche l’esercizio del potere di autotutela dell’annullamento dell’ordinanza di demolizione non risulta ostativo al già avvenuto trasferimento della proprietà al patrimonio comunale, in quanto, come sopra detto, nonostante l’impugnazione giurisdizionale del predetto provvedimento di demolizione, va sempre presentata, entro 90 giorni, l’istanza di permesso di costruire in sanatoria ex art. 36 DPR n. 380/2001.

In via preliminare, va rilevato che, in caso di mancata presentazione dell’istanza di permesso di costruire in sanatoria ex art. 36 DPR n. 380/2001 entro 90 giorni dalla notificazione dell’ordinanza di demolizione e/o in caso di inottemperanza a tale provvedimento sempre entro il termine perentorio di 90 giorni, si verifica automaticamente ope legis l’effetto ablatorio dell’acquisizione gratuita dell’immobile abusivo al patrimonio comunale, in quanto la notifica dell’accertamento formale dell’inottemperanza si configura solo quale titolo necessario per l’immissione in possesso e per al trascrizione nei registri immobiliari.
Al riguardo, va richiamata la recente Sentenza Cass. Pen. Sez. III n. 14868 del 18.04.2012, con la quale viene pure puntualizzato che anche l’annullamento dell’ordinanza di demolizione da parte del Giudice Amministrativo non incide sul trasferimento della proprietà dell’immobile, già verificatosi in favore del Comune, mentre l’effetto ripristinatorio della restituzione al proprietario dell’immobile, se non è stata presentata entro 90 giorni l’istanza di permesso di costruire in sanatoria ex art. 36 DPR n. 380/2001, può verificarsi soltanto nel caso di annullamento giurisdizionale del provvedimento di demolizione, ottenuto non soltanto sotto il profilo formale, ma sotto il profilo sostanziale, cioè quando non è stata violata alcuna norma in materia di edilizia e/o urbanistica.
Pertanto, anche l’esercizio del potere di autotutela dell’annullamento dell’ordinanza di demolizione non risulta ostativo al già avvenuto trasferimento della proprietà al patrimonio comunale, in quanto, come sopra detto, nonostante l’impugnazione giurisdizionale del predetto provvedimento di demolizione, va sempre presentata, entro 90 giorni, l’istanza di permesso di costruire in sanatoria ex art. 36 DPR n. 380/2001
(TAR Basilicata, sentenza 02.10.2013 n. 576 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAi sensi dell’art. 37 DPR n. 380/2001, può essere emanata soltanto la sanzione pecuniaria “pari al doppio dell’aumento del valore venale dell’immobile conseguente alla realizzazione degli interventi” abusivi “e comunque in misura non inferiore a 516,00 €”, ma non la sanzione della demolizione.
Infatti, in caso di interventi edilizi, soggetti a SCIA e non a permesso di costruire, risulta comunque necessaria la presentazione della relativa istanza di sanatoria ex art. 37 DPR n. 380/2001, per la regolarizzazione di tali abusi minori, ma tale domanda di sanatoria può essere presentata fino alla materiale esecuzione dell’eventuale sanzione di demolizione, irrogata dal Comune, a prescindere dall’impugnazione giurisdizionale entro il termine decadenziale di 60 giorni ex art. 29 Cod. Proc. Amm. dell’eventuale provvedimento di demolizione.

Parimenti, la divisione interna del fabbricato rurale di cui è causa, difforme dalla concessione edilizia in sanatoria del 15.05.2000, risulta assoggettata a SCIA e non a permesso di costruire.
Conseguentemente, deve ritenersi che, nella specie, il trasferimento al patrimonio comunale non si è verificato atteso che, tenuto conto del principio, secondo cui spetta al Giudice Amministrativo qualificare la fattispecie, oggetto del giudizio, e di interpretare il potere esercitato dall’Amministrazione, prescindendo dalle parole e/o termini usati sia dai soggetti privati che dall’Amministrazione, va sottolineato che, ai sensi dell’art. 37 DPR n. 380/2001, può essere emanata soltanto la sanzione pecuniaria “pari al doppio dell’aumento del valore venale dell’immobile conseguente alla realizzazione degli interventi” abusivi “e comunque in misura non inferiore a 516,00 €”, ma non la sanzione della demolizione.
Infatti, in caso di interventi edilizi, soggetti a SCIA e non a permesso di costruire, risulta comunque necessaria la presentazione della relativa istanza di sanatoria ex art. 37 DPR n. 380/2001, per la regolarizzazione di tali abusi minori, ma tale domanda di sanatoria può essere presentata fino alla materiale esecuzione dell’eventuale sanzione di demolizione, irrogata dal Comune, a prescindere dall’impugnazione giurisdizionale entro il termine decadenziale di 60 giorni ex art. 29 Cod. Proc. Amm. dell’eventuale provvedimento di demolizione
(TAR Basilicata, sentenza 02.10.2013 n. 576 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn caso di interventi edilizi eseguiti in parziale difformità, l’ingiunzione di demolizione costituisce la prima ed obbligatoria fase del procedimento repressivo, in quanto la sanzione demolitoria ha natura di diffida e presuppone solo un giudizio di tipo analitico-ricognitivo dell’abuso commesso, mentre la sostituzione della demolizione con la sanzione pecuniaria prevista dall’art. 34, comma 2, DPR n. 380/2001, può essere adottata soltanto in un secondo momento, cioè quando il soggetto privato non ha ottemperato spontaneamente alla demolizione ed il Comune ha accertato che la demolizione non può avvenire senza pregiudizio della parte eseguita in conformità.
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La disposizione di cui al comma 2-ter dell’art. 34 DPR n. 380/2001 (introdotto dall’art. 5, comma 2, lett. a, n. 5, D.L. n. 70/20011 conv. nella L. n. 106/2011), secondo cui “non si ha parziale difformità del titolo abilitativo in presenza di violazioni di altezza, distacchi, cubatura o superficie coperta che non eccedano per singola unità immobiliare il 2% delle misure progettuali”, non è sempre applicabile atteso che tale eccedenza nella misura massima del 2% non può comunque violare i parametri urbanistici stabiliti dagli strumenti urbanistici, come il rapporto di superficie massima coperta del lotto edificabile.

Secondo questo Tribunale (cfr. per es. TAR Basilicata Sentenze n. 340 del 27.06.2008 e n. 779 del 14.09.2005) “in caso di interventi edilizi eseguiti in parziale difformità, l’ingiunzione di demolizione costituisce la prima ed obbligatoria fase del procedimento repressivo, in quanto la sanzione demolitoria ha natura di diffida e presuppone solo un giudizio di tipo analitico-ricognitivo dell’abuso commesso”, mentre la sostituzione della demolizione con la sanzione pecuniaria prevista dall’art. 34, comma 2, DPR n. 380/2001, può essere adottata “soltanto in un secondo momento, cioè quando il soggetto privato non ha ottemperato spontaneamente alla demolizione” ed il Comune ha accertato che “la demolizione non può avvenire senza pregiudizio della parte eseguita in conformità”.
Pertanto, il Comune di Matera dovrà ordinare la demolizione di 2,11 mq. di superficie occupata in più dall’edificio di cui è causa, al fine di ripristinare il citato parametro urbanistico della superficie coperta di 1/5 dell’area del lotto, e soltanto, se la demolizione non può essere eseguita senza danneggiare restanti 331,60 mq. di superficie coperta, può essere sostituita con la sanzione pecuniaria di cui all’art. 34, comma 2, DPR n. 380/2001.
Mentre, nella specie, non può trovare applicazione il comma 2-ter dell’art. 34 DPR n. 380/2001 (introdotto dall’art. 5, comma 2, lett. a, n. 5, D.L. n. 70/20011 conv. nella L. n. 106/2011), il quale prevede che “non si ha parziale difformità del titolo abilitativo in presenza di violazioni di altezza, distacchi, cubatura o superficie coperta che non eccedano per singola unità immobiliare il 2% delle misure progettuali”, atteso che tale eccedenza nella misura massima del 2% non può comunque violare i parametri urbanistici stabiliti dagli strumenti urbanistici, come il rapporto di superficie massima coperta del lotto edificabile
(TAR Basilicata, sentenza 02.10.2013 n. 574 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

settembre 2013

EDILIZIA PRIVATAL’autore di un abuso edilizio, che abbia prestato acquiescenza al diniego di concessione di costruzione in sanatoria, decade dalla possibilità di rimettere in discussione l’abuso accertato in sede di impugnazione dell’ordine di demolizione, atteso che quest’ultimo rinviene nel diniego di sanatoria il suo presupposto.
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L’ingiunzione di demolizione, che ha a proprio presupposto il diniego di condono e la realizzazione di un’opera in assenza di concessione, non trova ostacolo nell’avvenuto versamento di acconti per un condono poi denegato né tanto meno nel rilascio di autorizzazioni commerciali che nulla hanno a che vedere con la regolarità delle strutture edilizie, le quali richiedono un titolo autonomo.

In giurisprudenza, per l’affermazione del nesso di presupposizione, esistente tra i due provvedimenti in questione, si tengano presenti le seguenti massime: “L’autore di un abuso edilizio, che abbia prestato acquiescenza al diniego di concessione di costruzione in sanatoria, decade dalla possibilità di rimettere in discussione l’abuso accertato in sede di impugnazione dell’ordine di demolizione, atteso che quest’ultimo rinviene nel diniego di sanatoria il suo presupposto” (TAR Puglia–Bari – Sez. II, 05.01.2011, n. 8); “L’ingiunzione di demolizione, che ha a proprio presupposto il diniego di condono e la realizzazione di un’opera in assenza di concessione, non trova ostacolo nell’avvenuto versamento di acconti per un condono poi denegato né tanto meno nel rilascio di autorizzazioni commerciali che nulla hanno a che vedere con la regolarità delle strutture edilizie, le quali richiedono un titolo autonomo” (TAR Lombardia–Milano – Sez. II, 15.02.2007, n. 267) (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 27.09.2013 n. 1994 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATARisulta incontestato, in fatto, che gli abusi oggetto di controversia rimontino a modifiche all’originario fabbricato risalenti ad oltre cinquanta anni prima della adozione delle contestate misure demolitorie.
Orbene, alla luce di tale peculiare circostanza di fatto, il Collegio è dell’avviso che il proprietario sanzionato avesse maturato un legittimo affidamento sulla regolarità dell'immobile, e che la prolungatissima inerzia dell'Amministrazione avesse determinato la ragionevole presunzione che eventuali irregolarità sarebbero state ormai tollerate, rendendosi, per tal via, fondata la doglianza di difetto di motivazione, mossa sul rilievo di fondo che nella fattispecie la sanzione inflitta avrebbe potuto essere adottata solo sulla base di un interesse pubblico specifico e concreto, idoneo a giustificare l'intervento dell'Amministrazione su un assetto da lungo tempo ormai consolidato, motivazione di cui non vi è traccia nel provvedimento impugnato.
Sul punto, vale ripetere principi da ultimo elaborati e riassunti, in fattispecie non dissimile, da Cons. Stato, in base ai quali la regola di fondo in subiecta materia è senz'altro quella che il potere repressivo delle violazioni in materia edilizia, non essendo in quanto tale sottoposto a termini di decadenza né di prescrizione, sia esercitabile in ogni tempo (anche in ragione del carattere permanente degli illeciti edilizi, o per lo meno dei loro effetti).
Esiste, dunque, un consistente quanto notorio indirizzo giurisprudenziale nel senso che "i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia sono atti vincolati che non richiedono una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico che si intendono tutelare, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, non potendosi ammettere l'esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può legittimare".
La giurisprudenza del Consiglio di Stato ha tradizionalmente posto l'accento, invero, sulla non configurabilità di un affidamento alla conservazione di una situazione di fatto abusiva in forza di una legittimazione fondata sul tempo, puntualizzando che "... vale il principio dell'inesauribilità del potere amministrativo di vigilanza e controllo e della sanzionabilità del comportamento illecito dei privati, qualunque sia l'entità dell'infrazione e il lasso temporale trascorso, salve le ipotesi di dolosa preordinazione o di abuso".
E anche di recente è stato ricordato che "la giurisprudenza è costante nel ritenere che l'ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato e non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di questo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione; non vi è un affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il mero decorso del tempo non sana, e l'interessato non può dolersi del fatto che l'Amministrazione non abbia emanato in data antecedente i dovuti atti repressivi".
Il criterio dell'indifferenza dell'epoca di commissione dell'abuso non può essere però applicato con un meccanicismo indiscriminato ed illimitato. Quando, infatti, la costruzione in rilievo sia munita di un titolo edificatorio (venendo in questione delle semplici difformità dal medesimo), e siano passati svariati decenni dalla commissione della presunta violazione, la sottoposizione dei privati cittadini a procedimento sanzionatorio scuote per ciò stesso il valore della certezza delle situazioni giuridiche. Tanto più sono destinate a sorgere delle criticità, inoltre, quando l'azione sanzionatoria dell'Amministrazione si indirizzi, come nella specie, nei confronti di semplici aventi causa dal responsabile della presunta violazione (o, addirittura, di acquirenti dai suddetti aventi causa), i quali fino a prova contraria hanno acquistato i rispettivi immobili, a suo tempo, ad un prezzo di mercato ragguagliato alla loro consistenza oggettiva.
L'attivazione del potere repressivo a tale distanza di tempo rende, fra l'altro, oltremodo difficoltoso l'esercizio del diritto di difesa da parte degli attuale proprietari, e, soprattutto, improba ogni iniziativa di rivalsa, da parte loro, nei riguardi degli effettivi responsabili dell'abuso.
In siffatti casi estremi non si può non notare, dunque, che l'onere della motivazione dell'iniziativa sanzionatoria si impone quale contrappeso proprio alla mancanza di termini di prescrizione/decadenza per l'esercizio del potere repressivo.
L'esistenza, in casi eccezionali, di possibili deroghe al principio esposto è del resto a sua volta acquisita al panorama giurisprudenziale.
In particolare, il Consiglio di Stato ha avuto modo di osservare che "rappresenta, invero, orientamento consolidato in giurisprudenza quello secondo il quale, pur confermandosi che l'ingiunzione demolitoria, come atto dovuto in presenza della constatata realizzazione dell'opera senza titolo abilitativo (o in totale difformità da esso), è in linea di principio sufficientemente motivata con l'affermazione dell'accertata abusività dell'opera, si fa salva l'ipotesi in cui, per il lungo lasso di tempo trascorso dalla commissione dell'abuso ed il protrarsi dell'inerzia dell'Amministrazione preposta alla vigilanza, si sia ingenerata una posizione di affidamento nel privato. Ipotesi, in relazione alla quale si ravvisa un onere di congrua motivazione che indichi, avuto riguardo anche all'entità ed alla tipologia dell'abuso, il pubblico interesse -evidentemente diverso da quello al ripristino della legalità- idoneo a giustificare il sacrificio del contrapposto interesse privato".
Analogamente, altro pronunciamento ha espresso la necessità che il potere sanzionatorio della P.A. venisse esercitato in ragionevole collegamento logico e causale con la situazione illegittima da rimuovere e con l'interesse pubblico alla sua eliminazione.
Poco prima, inoltre, l'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, pur osservando che, nella dinamica del sistema sanzionatorio delineato dall'art. 13 l. 06.08.1967 n. 765, la constatazione dell'abusività dell'opera assurgeva a elemento di per sé solo già idoneo a condizionarne la concreta operatività, senza necessità di alcuna ulteriore attività di intermediazione amministrativa volta ad apprezzare altri aspetti della vicenda, aveva avvertito che tale principio poteva però subire un'attenuazione, oltre che nelle ipotesi in cui l'attività privata, per quanto priva di autorizzazione, risultasse comunque conforme allo strumento di pianificazione territoriale comunale, anche nel caso in cui l'inerzia dell'Amministrazione dinanzi all'abuso edilizio fosse durata "un lasso di tempo molto rilevante".
Un onere di motivazione si può quindi eccezionalmente configurare ove il decorso di un lasso di tempo davvero notevole (nella specie, oltre 50 anni) fra la realizzazione dell'opera irregolare, ma munita pur sempre di un formale titolo, e l'adozione della misura repressiva, abbia ingenerato un solido affidamento in capo al cittadino (specialmente, ma non necessariamente, ove si tratti di un terzo acquirente).
E tale onere di motivazione non potrebbe non chiamare in causa, tra gli altri elementi da considerare, anche la condizione di possibile buona fede dei soggetti che si vorrebbero in ipotesi sanzionare, né potrebbe andar disgiunto da una verifica circa gli eventuali indebiti vantaggi che questi avrebbero ritratto dall'illecito.

Vale, nel merito, osservare come risulti incontestato, in fatto, che gli abusi oggetto di controversia rimontino a modifiche all’originario fabbricato risalenti ad oltre cinquanta anni prima della adozione delle contestate misure demolitorie.
Orbene, alla luce di tale peculiare circostanza di fatto, il Collegio è dell’avviso che il proprietario sanzionato avesse maturato un legittimo affidamento sulla regolarità dell'immobile, e che la prolungatissima inerzia dell'Amministrazione avesse determinato la ragionevole presunzione che eventuali irregolarità sarebbero state ormai tollerate, rendendosi, per tal via, fondata la doglianza di difetto di motivazione, mossa sul rilievo di fondo che nella fattispecie la sanzione inflitta avrebbe potuto essere adottata solo sulla base di un interesse pubblico specifico e concreto, idoneo a giustificare l'intervento dell'Amministrazione su un assetto da lungo tempo ormai consolidato, motivazione di cui non vi è traccia nel provvedimento impugnato.
Sul punto, vale ripetere principi da ultimo elaborati e riassunti, in fattispecie non dissimile, da Cons. Stato, sez. V, 15.07.2013, n. 3847, in base ai quali la regola di fondo in subiecta materia è senz'altro quella che il potere repressivo delle violazioni in materia edilizia, non essendo in quanto tale sottoposto a termini di decadenza né di prescrizione, sia esercitabile in ogni tempo (anche in ragione del carattere permanente degli illeciti edilizi, o per lo meno dei loro effetti).
Esiste, dunque, un consistente quanto notorio indirizzo giurisprudenziale nel senso che "i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia sono atti vincolati che non richiedono una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico che si intendono tutelare, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, non potendosi ammettere l'esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può legittimare" (C.d.S., VI, 05.04.2012, n. 2038).
La giurisprudenza del Consiglio di Stato ha tradizionalmente posto l'accento, invero, sulla non configurabilità di un affidamento alla conservazione di una situazione di fatto abusiva in forza di una legittimazione fondata sul tempo (cfr. da ultimo C.d.S., IV, 31/08/2010, n. 3955; V, 27/04/2011, n. 2497; VI, 11/05/2011, n. 2781; I, 30/06/2011, n. 4160), puntualizzando che "... vale il principio dell'inesauribilità del potere amministrativo di vigilanza e controllo e della sanzionabilità del comportamento illecito dei privati, qualunque sia l'entità dell'infrazione e il lasso temporale trascorso, salve le ipotesi di dolosa preordinazione o di abuso" (IV, 04.05.2012, n. 2592).
E anche di recente è stato ricordato che "la giurisprudenza è costante nel ritenere che l'ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato e non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di questo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione; non vi è un affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il mero decorso del tempo non sana, e l'interessato non può dolersi del fatto che l'Amministrazione non abbia emanato in data antecedente i dovuti atti repressivi (es. Cons. Stato, VI, 11.05.2011, n. 2781)" (VI, 28.01.2013, n. 496).
Il criterio dell'indifferenza dell'epoca di commissione dell'abuso non può essere però applicato con un meccanicismo indiscriminato ed illimitato. Quando, infatti, la costruzione in rilievo sia munita di un titolo edificatorio (venendo in questione delle semplici difformità dal medesimo), e siano passati svariati decenni dalla commissione della presunta violazione, la sottoposizione dei privati cittadini a procedimento sanzionatorio scuote per ciò stesso il valore della certezza delle situazioni giuridiche. Tanto più sono destinate a sorgere delle criticità, inoltre, quando l'azione sanzionatoria dell'Amministrazione si indirizzi, come nella specie, nei confronti di semplici aventi causa dal responsabile della presunta violazione (o, addirittura, di acquirenti dai suddetti aventi causa), i quali fino a prova contraria hanno acquistato i rispettivi immobili, a suo tempo, ad un prezzo di mercato ragguagliato alla loro consistenza oggettiva.
L'attivazione del potere repressivo a tale distanza di tempo rende, fra l'altro, oltremodo difficoltoso l'esercizio del diritto di difesa da parte degli attuale proprietari, e, soprattutto, improba ogni iniziativa di rivalsa, da parte loro, nei riguardi degli effettivi responsabili dell'abuso.
In siffatti casi estremi non si può non notare, dunque, che l'onere della motivazione dell'iniziativa sanzionatoria si impone quale contrappeso proprio alla mancanza di termini di prescrizione/decadenza per l'esercizio del potere repressivo.
L'esistenza, in casi eccezionali, di possibili deroghe al principio esposto è del resto a sua volta acquisita al panorama giurisprudenziale.
In particolare, con la decisione 29.05.2006 n. 3270, il Consiglio di Stato ha avuto modo di osservare che "rappresenta, invero, orientamento consolidato in giurisprudenza quello secondo il quale, pur confermandosi che l'ingiunzione demolitoria, come atto dovuto in presenza della constatata realizzazione dell'opera senza titolo abilitativo (o in totale difformità da esso), è in linea di principio sufficientemente motivata con l'affermazione dell'accertata abusività dell'opera, si fa salva l'ipotesi in cui, per il lungo lasso di tempo trascorso dalla commissione dell'abuso ed il protrarsi dell'inerzia dell'Amministrazione preposta alla vigilanza, si sia ingenerata una posizione di affidamento nel privato. Ipotesi, in relazione alla quale si ravvisa un onere di congrua motivazione che indichi, avuto riguardo anche all'entità ed alla tipologia dell'abuso, il pubblico interesse -evidentemente diverso da quello al ripristino della legalità- idoneo a giustificare il sacrificio del contrapposto interesse privato (cfr. Cons. Stato, V, 25.06.2002 n. 3443; C.G.A.R.S. 23.04.2001 n. 183; Cons. Stato, V, 19.03.1999 n. 286; id., 11.02.1999 n. 143; id., 14.10.1998 n. 1483; id., 12.03.1996 n. 247; Cons. Stato sez. IV, 03.02.1996 n. 95)." (così C.d.S., V, n. 3270/2006 cit.).
Nello stesso ordine di idee anche altre decisioni possono essere richiamate: Sez. V, 30.05.2006, n. 3283; VI, 24.02.1994, n. 192; IV, 27.02.1989, n. 127.
Analogamente, Cons. Stato, Sez. V, 29.10.1985, n. 353, ha espresso la necessità che il potere sanzionatorio della P.A. venisse esercitato in ragionevole collegamento logico e causale con la situazione illegittima da rimuovere e con l'interesse pubblico alla sua eliminazione.
Poco prima, inoltre, l'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato 19.05.1983, n. 12, pur osservando che, nella dinamica del sistema sanzionatorio delineato dall'art. 13 l. 06.08.1967 n. 765, la constatazione dell'abusività dell'opera assurgeva a elemento di per sé solo già idoneo a condizionarne la concreta operatività, senza necessità di alcuna ulteriore attività di intermediazione amministrativa volta ad apprezzare altri aspetti della vicenda, aveva avvertito che tale principio poteva però subire un'attenuazione, oltre che nelle ipotesi in cui l'attività privata, per quanto priva di autorizzazione, risultasse comunque conforme allo strumento di pianificazione territoriale comunale, anche nel caso in cui l'inerzia dell'Amministrazione dinanzi all'abuso edilizio fosse durata "un lasso di tempo molto rilevante".
Un onere di motivazione si può quindi eccezionalmente configurare ove il decorso di un lasso di tempo davvero notevole (nella specie, oltre 50 anni) fra la realizzazione dell'opera irregolare, ma munita pur sempre di un formale titolo, e l'adozione della misura repressiva, abbia ingenerato un solido affidamento in capo al cittadino (specialmente, ma non necessariamente, ove si tratti di un terzo acquirente).
E tale onere di motivazione non potrebbe non chiamare in causa, tra gli altri elementi da considerare, anche la condizione di possibile buona fede dei soggetti che si vorrebbero in ipotesi sanzionare, né potrebbe andar disgiunto da una verifica circa gli eventuali indebiti vantaggi che questi avrebbero ritratto dall'illecito.
Alla luce degli esposti principi, da cui il Collegio non ravvisa ragione per discostarsi, il ricorso deve essere, con assorbimento di ogni altro dei dedotti profili, accolto, posto che il provvedimento impugnato, che merita per tal via di essere annullato, non ha dato conto delle ragioni di attualità, concretezza e specificità del pubblico interesse che giustificasse il ripristino della violata legalità pur in presenza di un consistente affidamento rinveniente dal decorso di un notevole lasso di tempo dalla contestazione degli abusi, non accompagnato da alcuna iniziativa ispettiva (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 27.09.2013 n. 1987 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVIL'esercizio del potere repressivo degli abusi edilizi costituisce manifestazione di attività amministrativa doverosa, con la conseguenza che i relativi provvedimenti, quali l'ordinanza di demolizione, costituiscono atti vincolati per la cui adozione non è necessario l'invio della comunicazione di avvio del procedimento, non essendovi spazio per momenti partecipativi del destinatario dell'atto.
Parimenti destituito di fondamento è l’ultimo motivo di doglianza, alla luce del principio, che costituisce jus receptum, per cui l'esercizio del potere repressivo degli abusi edilizi costituisce manifestazione di attività amministrativa doverosa, con la conseguenza che i relativi provvedimenti, quali l'ordinanza di demolizione, costituiscono atti vincolati per la cui adozione non è necessario l'invio della comunicazione di avvio del procedimento, non essendovi spazio per momenti partecipativi del destinatario dell'atto (in termini, da ultimo, Cons. Stato, sez. VI, 24.05.2013, n. 2873) (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 27.09.2013 n. 1981 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La presentazione di un'istanza di sanatoria (nel caso di specie, ex art. 32 d.l. n. 269/2003), per un’opera edilizia già oggetto di provvedimento sanzionatorio, determina l'improcedibilità del gravame proposto nei confronti di quest’ultimo, in quanto il ricorrente non può avere alcun interesse a coltivare un gravame concernente misure che —all'esito del procedimento di sanatoria— dovranno essere sostituite con un nuovo provvedimento sanzionatorio ovvero dal titolo edilizio rilasciato in sanatoria.
... per l'annullamento:
> quanto al ricorso introduttivo: - dell’ordinanza n. 2830 del 30.06.2003 con cui il Comune di Livigno ha ingiunto alla ricorrente di demolire la tettoia in profilati metallici, con copertura in telo di p.v.c., a pianta rettangolare, delle dimensioni di circa 25 metri per 8 metri, con falda unica inclinata ed altezza variabile dai 3 ai 4 metri, realizzata sul terreno accatastato ai mappali nn. 528, 529 e 530, foglio 20 del Comune citato; e con richiesta di risarcimento del danno ex art. 35 co. 1 d.lgs. n. 80/19978;
> quanto ai motivi aggiunti: - per l’annullamento del provvedimento di rigetto della domanda di condono emesso il 05.06.2008.
...
Iniziando dal ricorso introduttivo va rammentato che, per diffuso orientamento giurisprudenziale, cui la Sezione aderisce, la presentazione di un'istanza di sanatoria (nel caso di specie, ex art. 32 d.l. n. 269/2003), per un’opera edilizia già oggetto di provvedimento sanzionatorio, determina l'improcedibilità del gravame proposto nei confronti di quest’ultimo, in quanto il ricorrente non può avere alcun interesse a coltivare un gravame concernente misure che —all'esito del procedimento di sanatoria— dovranno essere sostituite con un nuovo provvedimento sanzionatorio ovvero dal titolo edilizio rilasciato in sanatoria (cfr. Consiglio Stato, sez. VI, 07.05.2009, n. 2833; TAR Lombardia, Milano, II, 08/02/2012, n. 441) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 26.09.2013 n. 2210 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico concreto ed attuale alla rimozione delle opere abusivamente realizzate, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, non potendo neppure ammettersi l'esistenza di un affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, non solo non incolpevole, ma che il decorso del tempo giammai potrebbe legittimare.
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La mancata o inesatta indicazione dell’area di sedime da acquisire nell'ipotesi di inottemperanza all'ordine di demolizione, secondo un condivisibile indirizzo giurisprudenziale, non costituisce causa di illegittimità dell'ingiunzione a demolire, concernendo indicazioni riferibili al successivo ed autonomo atto di accertamento dell'inottemperanza e di acquisizione gratuita al patrimonio comunale.
Il contenuto essenziale dell'ingiunzione di demolizione va, pertanto, individuato in relazione alla funzione tipica del provvedimento, che è quella di prescrivere la rimozione delle opere abusive, sicché, ai fini della legittimità dell'atto in parola, è necessaria e sufficiente l'analitica indicazione delle opere abusivamente realizzate, in modo da consentire al destinatario della sanzione di rimuoverle spontaneamente.

Anche il terzo motivo segue la medesima sorte dei precedenti, atteso che l’ordinanza chiariva in modo non equivoco quali fossero i presupposti della disposta demolizione, richiamando sia il contenuto pregnante dell’autorizzazione in sanatoria, ormai scaduta, sia le caratteristiche dell’opera, con specifico riguardo alle sue dimensioni, che, infine, il carattere vincolato dell’area di ubicazione.
Ciò, senza trascurare che, secondo consolidato orientamento giurisprudenziale, l'ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico concreto ed attuale alla rimozione delle opere abusivamente realizzate, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, non potendo neppure ammettersi l'esistenza di un affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, non solo non incolpevole, ma che il decorso del tempo giammai potrebbe legittimare (cfr., ex multis, Consiglio Stato, V Sezione, 11.01.2011, n. 79; Consiglio Stato, IV Sezione, 31.08.2010 n. 3955; TAR Campania, Napoli, Sez. VIII, Sent. 24.07.2013, n. 3851; TAR Campania, Napoli, VII Sezione, 14.01.2011, n. 160).
Risulta infondato anche l’ultimo motivo del ricorso introduttivo, poiché la mancata o inesatta indicazione dell’area di sedime da acquisire nell'ipotesi di inottemperanza all'ordine di demolizione, secondo un condivisibile indirizzo giurisprudenziale, non costituisce causa di illegittimità dell'ingiunzione a demolire, concernendo indicazioni riferibili al successivo ed autonomo atto di accertamento dell'inottemperanza e di acquisizione gratuita al patrimonio comunale (cfr. Consiglio di Stato, IV Sezione, 26.09.2008, n. 4659; TAR Campania, Napoli, Sez. VIII, Sent. 24.07.2013, n. 3851; id., 04.04.2012 n. 1601; TAR Puglia Lecce Sez. III, Sent., 02.05.2012, n. 757; TAR Puglia, Lecce, sez. III, 28.07.2011, n. 1461; 24.03.2011, n. 518 e 09.12.2010, n. 2809; nello stesso senso, TAR Piemonte, Torino, sez. I, 24.03.2010, n. 1577).
Il contenuto essenziale dell'ingiunzione di demolizione va, pertanto, individuato in relazione alla funzione tipica del provvedimento, che è quella di prescrivere la rimozione delle opere abusive, sicché, ai fini della legittimità dell'atto in parola, è necessaria e sufficiente l'analitica indicazione delle opere abusivamente realizzate, in modo da consentire al destinatario della sanzione di rimuoverle spontaneamente (TAR Puglia Lecce Sez. III, Sent., 02.05.2012, n. 757; TAR Lazio Roma, sez. I, 09.02.2010, n. 1785).
Nel caso di specie, nel provvedimento di demolizione l’opera da rimuovere è stata adeguatamente individuata, sia per ubicazione, sia per consistenza, senza trascurare che l'univoco riferimento all'esistenza di un’autorizzazione temporanea a suo tempo richiesta dallo stesso istante pone il medesimo destinatario nelle condizioni di non avere dubbi di sorta né sull'oggetto dell'ingiunzione, né sulle conseguenze di un'eventuale inottemperanza
(TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 26.09.2013 n. 2210 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa presentazione dell'istanza di sanatoria successivamente all'impugnazione dell'ordinanza di demolizione produce l'effetto di rendere inefficace tale ultimo provvedimento e, quindi, improcedibile l'impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse.
Il riesame dell'abusività dell'opera provocato dall’istanza di sanatoria, sia pure al fine di verificare l'eventuale sanabilità di quanto costruito, ex se comporta infatti la necessaria formazione di un nuovo provvedimento (di accoglimento o di rigetto) che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa, dal momento che, in caso di diniego del richiesto accertamento di conformità, l’amministrazione dovrebbe emettere una nuova ordinanza di demolizione, con fissazione di nuovi termini per ottemperarvi.

Come ritenuto da un consistente filone giurisprudenziale (cfr., ex multis, Cons. Stato, sez. IV, n. 5228 del 2011), già fatto proprio anche da questa Sezione (cfr. sentt. n. 813 del 2012 e n. 758 del 2013), la presentazione dell'istanza di sanatoria successivamente all'impugnazione dell'ordinanza di demolizione produce l'effetto di rendere inefficace tale ultimo provvedimento e, quindi, improcedibile l'impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse. Il riesame dell'abusività dell'opera provocato dall’istanza di sanatoria, sia pure al fine di verificare l'eventuale sanabilità di quanto costruito, ex se comporta infatti la necessaria formazione di un nuovo provvedimento (di accoglimento o di rigetto) che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa, dal momento che, in caso di diniego del richiesto accertamento di conformità, l’amministrazione dovrebbe emettere una nuova ordinanza di demolizione, con fissazione di nuovi termini per ottemperarvi.
Di conseguenza, come correttamente argomentato da entrambe le parti, il presente gravame va dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 24.09.2013 n. 1033 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’ORDINE DI DEMOLIZIONE ‘‘SOPRAVVIVE’’ AL PROVVEDIMENTO DI ACQUISIZIONE GRATUITA AL PATRIMONIO COMUNALE IN MANCANZA DI DECISIONI COMUNALI INCOMPATIBILI.
L’acquisizione del bene al patrimonio comunale, conseguente all’inerzia del privato rispetto all’ingiunzione di demolizione delle opere, non fa venire meno l’efficacia dell’ordine impartito dal giudice penale e, avuto riguardo al D.P.R. 06.06.2001, n. 380, art. 31, comma 9, tale ordine deve essere eseguito ove non siano assunte da parte delle autorità comunali decisioni che, prevalendo un interesse pubblico diverso, risultino incompatibili con l’ordine di demolizione e impongano di revocarlo.
La questione giuridica oggetto di esame da parte della Suprema Corte verte, ancora una volta, sul tema dell’ordine di demolizione del manufatto abusivo impartito dal giudice con la sentenza di condanna irrevocabile, stavolta riferito alla questione della sua ‘‘sopravvivenza’’ nel caso in cui intervenga, medio tempore, un provvedimento di acquisizione gratuita al patrimonio comunale.
La vicenda processuale trae origine dall’ordinanza con cui il Tribunale, quale giudice dell’esecuzione, aveva respinto la richiesta di revoca dell’ordine di demolizione contenuto nella sentenza di condanna irrevocabile per il reato previsto dal D.P.R. 06.06.2001, n. 380, art. 44. Avverso tale decisione proponeva ricorso il condannato, in sintesi lamentando l’errata applicazione di legge ex art. 606, lett. b), c.p.p., per avere il Tribunale omesso di considerare che l’avvenuta acquisizione del bene al patrimonio comunale inibisce l’esecuzione dell’ordine demolitorio impartito in sede penale, risultando prevalenti gli interessi pubblici e potendosi procedere alla demolizione solo in presenza di una palese rinuncia dell’ente territoriale a far valere le proprie prerogative.
La tesi non ha però convinto i Supremi giudici, che, nell’affermare l’importante principio di cui in massima, hanno dichiarato inammissibile il ricorso, così richiamando una giurisprudenza di legittimità già da tempo esistente sul tema secondo cui l’ordine di demolizione delle opere abusive risponde alla finalità di ripristinare la legalità violata e di rimuovere gli effetti negativi della violazione rispetto ai beni tutelati dalla norma penale (Cass. pen., sez. III, 23.01.2007, n. 1904, in CED Cass., n. 235645).
Contrariamente a quanto esposto in ricorso, dunque, secondo la Cassazione, non si ravvisavano in atti determinazioni dell’ente pubblico che individuassero per il bene destinazioni specifiche sorrette da pubblico e prevalente interesse, con la conseguenza che non vi era alcuna ragione per annullare il provvedimento impugnato (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 23.09.2013 n. 39115 - tratto da Urbanistica e appalti n. 12/2013).

EDILIZIA PRIVATA: ACQUISIZIONE GRATUITA AL PATRIMONIO COMUNALE ED IDENTIFICAZIONE DELL’AVENTE DIRITTO ALLA RESTITUZIONE DELL’OPERA SEQUESTRATA.
In materia edilizia, qualora debba procedersi alla restituzione di un manufatto abusivo per il venire meno dell’efficacia del sequestro (probatorio o preventivo), dovendo la restituzione essere effettuata a favore di chi ‘‘ne abbia il diritto’’, è necessario accertare se si sia verificata l’acquisizione del bene al patrimonio del Comune, quale effetto di diritto dell’inottemperanza, nel termine di giorni 90 dalla notificazione, all’ingiunzione a demolire emessa dal dirigente o responsabile del competente ufficio tecnico ai sensi del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 31 (già L. n. 47 del 1985, art. 7).
Il tema oggetto di attenzione da parte della Suprema Corte con la sentenza in esame è quello relativo alla corretta individuazione del soggetto avente diritto alla restituzione dell’immobile abusivamente sequestrato nel caso in cui si accerti che si sia verificata l’acquisizione gratuita dell’immobile al patrimonio comunale.
La vicenda processuale segue alla sentenza con cui il Tribunale dichiarava non doversi procedere nei confronti di S.R., in relazione ad abusi edilizi, per intervenuta prescrizione dei reati contestati. La difesa del S., successivamente, avanzava specifica istanza rivolta ad ottenere la restituzione del manufatto oggetto del procedimento, previa declaratoria di inefficacia del sequestro probatorio a suo tempo adottato ed il Tribunale disponeva la restituzione dell’immobile in favore dell’amministrazione comunale, tenuto conto dell’inottemperanza all’ordine comunale di demolizione.
Lo stesso Tribunale, poi, quale giudice dell’esecuzione, con ordinanza rigettava l’opposizione proposta dall’interessato ai sensi dell’art. 667 c.p.p., comma 4, rilevando che le motivazioni addotte a sostegno della stessa attenevano esclusivamente al merito della vicenda ormai coperto dal giudicato. Avverso tale ordinanza hanno proposto ricorso per cassazione i difensori del S., i quali hanno eccepito, per quanto di interesse in questa sede, la illegittimità del provvedimento del Tribunale «che non avrebbe potuto ordinare la demolizione del manufatto abusivo, riparando alla omissione intervenuta in sede di cognizione, perché tale attività non rientra tra le competenze specifiche e tassativamente individuate del giudice dell’esecuzione».
La Corte ha ritenuto infondato il ricorso e, nell’affermare il principio di cui in massima, ha ricordato che tutte le volte in cui l’amministrazione comunale abbia ingiunto la demolizione e questa non sia stata eseguita dal responsabile dell’abuso nel termine di 90 giorni dalla notifica, l’acquisizione avviene a titolo originario ed ‘‘ope legis’’, per il solo decorso del tempo, con il conseguente carattere meramente dichiarativo del successivo provvedimento amministrativo, che è atto dovuto, privo di qualsiasi contenuto discrezionale.
Ove venga accertata l’intervenuta acquisizione, conseguentemente, il manufatto abusivo va restituito non già al privato committente, quand’anche egli sia ancora in possesso del bene, bensì all’ente comunale ormai divenuto proprietario a tutti gli effetti e titolare dello ius possidendi (Cass. pen., sez. III, 01.12.1995, n. 3572, in CED Cass., n. 203107) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 23.09.2013 n. 39109 - tratto da Urbanistica e appalti n. 12/2013).

EDILIZIA PRIVATA: Demolizione ordinata dal giudice ed ambito di applicazione.
La demolizione ordinata dal giudice non riguarda soltanto l’immobile oggetto del procedimento che ha dato vita al titolo esecutivo, ma anche ogni altro intervento eseguito successivamente che, per la sua accessorietà all'opera abusiva, renda ineseguibile l'ordine medesimo, non potendo consentirsi che un qualunque intervento additivo, abusivamente realizzato, possa in qualche modo ostacolare l'integrale attuazione dell'ordine giudiziale di demolizione dell'opera cui accede e, quindi, impedire la completa restitutio in integrum dello stato dei luoghi disposta dal giudice con sentenza definitiva, poiché, se così non fosse, si finirebbe per incentivare le più diverse forme di abusivismo, funzionali ad impedire o a ritardare a tempo indefinito la demolizione di opere in precedenza illegalmente realizzate (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 20.09.2013 n. 38947 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Opere abusive - Estinzione dei reati per prescrizione - Ordine giudiziale di demolizione dell'opera - Effetti - Integrale attuazione - Fattispecie.
La demolizione ordinata dal giudice non riguarda soltanto l'immobile oggetto del procedimento che ha dato vita al titolo esecutivo, ma anche ogni altro intervento eseguito successivamente che, per la sua accessorietà all'opera abusiva, renda ineseguibile l'ordine medesimo, non potendo consentirsi che un qualunque intervento additivo, abusivamente realizzato, possa in qualche modo ostacolare l'integrale attuazione dell'ordine giudiziale di demolizione dell'opera cui accede e, quindi, impedire la completa restitutio in integrum dello stato dei luoghi disposta dal giudice con sentenza definitiva, poiché, se così non fosse, si finirebbe per incentivare le più diverse forme di abusivismo, funzionali ad impedire o a ritardare a tempo indefinito la demolizione di opere in precedenza illegalmente realizzate (Cass. Sez. III n. 21797, 31/05/2011; Sez. III n. 2872, 22/01/2009. Conf. Sez. III n. 16349, 10/04/2002; Sez. III n. 10348, 13/03/2001).
Nella specie, l'intervento abusivo realizzato in zona sottoposta a vincolo idrogeologico e paesaggistico, difettava del requisito della condonabilità, l'opera nel suo complesso era oggetto dell'ordine di demolizione impartito, a nulla rilevando la circostanza che, per le opere abusivamente aggiunte in sopraelevazione, sia stato revocato l'ordine di demolizione in conseguenza dell'estinzione dei reati per prescrizione, non avendo tale evenienza determinato alcuna modificazione delle condizioni del manufatto, che era ed è ancora abusivo nella sua interezza (Corte di Cassazione, Sez. III penale, ordinanza 20.09.2013 n. 38947 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: LA DONAZIONE DEL MANUFATTO ABUSIVO NON NE BLOCCA LA DEMOLIZIONE.
Al fine di escludere l’esecuzione della demolizione, nessun rilievo può attribuirsi all’atto di donazione in favore di un terzo stipulato in epoca successiva alla condanna, ciò in quanto il donatario riceve il bene nelle condizioni giuridiche e gravato dai vincoli che al momento del perfezionamento dell’atto insistono sul bene per le condotte del donante; ne consegue che è nell’ambito dei rapporti fra donante e donatario che potranno essere fatti valere eventuali danni ed eventuali pretese dei privati, non sussistendo alcuna preclusione a che il donante debba dare corso all’obbligo impostogli dall’autorità giudiziaria anteriormente all’atto di liberalità, obbligo che continua a gravare su di lui anche nella ipotesi che il bene sia stato acquisito da altro soggetto.
La Corte di Cassazione si sofferma, con la sentenza in esame, ad analizzare una interessante questione giuridica afferente alle possibili conseguenze, in senso ostativo, derivanti da un atto di liberalità eseguito a favore di un terzo, ma avente ad oggetto un immobile soggetto ad ordine di demolizione.
La vicenda processuale trae origine da un’ordinanza del Tribunale di rigetto di un’istanza di revoca o sospensione dell’ordine di demolizione emesso dal pubblico ministero al fine di dare esecuzione a quanto disposto con una sentenza del medesimo Tribunale, divenuta irrevocabile. Avverso tale decisione il condannato proponeva ricorso per cassazione, censurandola, per quanto qui d’interesse, per l’errata applicazione di legge ai sensi dell’art. 606, lett. b), c.p.p. per essere stata disposta le demolizione di un manufatto non più nella disponibilità del ricorrente, che ne aveva fatto donazione al figlio.
La tesi è stata respinta dalla Corte di Cassazione che, sul punto, nell’affermare il principio di cui in massima, ha per la prima volta risolto una questione nuova, facendo, tuttavia, coerente applicazione di un principio giurisprudenziale secondo cui l’obbligo di eseguire la demolizione permane in capo al condannato, ad esempio, anche successivamente all’acquisizione del bene al patrimonio comunale (si veda per tutte: Cass. pen., sez. III, 23.01.2007, n. 1904, in CED Cass., n. 235645) (
Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 20.09.2013 n. 38941 - tratto da Urbanistica e appalti n. 12/2013).

EDILIZIA PRIVATA: Il riempimento con terreno di un volume interrato (ndr: abusivo) non può essere equiparato ad una “rimozione”, e men che meno ad una demolizione o ad un ripristino dello stato dei luoghi.
Inoltre, occorre considerare che il riempimento del volume con terreno non determina affatto l’inutilizzabilità definitiva dell’opera: i ricorrenti ben potrebbero, in futuro, rimuovere il terreno e recuperare la possibilità di utilizzo del volume; ed è per questo che occorre la demolizione vera e propria dell’abuso.

Il ricorso non è fondato e va respinto per i motivi di seguito precisati.
Come accertato dalla CTU, l’abuso non è stato demolito ma semplicemente “riempito” di terreno, approfittando della circostanza che si tratta di un volume interrato. Orbene, non può assolutamente condividersi la tesi di parte ricorrente, secondo cui il riempimento del volume con terreno sarebbe equivalente alla rimozione dell’abuso, perché renderebbe il volume inutilizzabile.
Ciò, in primo luogo, perché il d.P.R. n. 380/2001 prevede la sanzione della “rimozione”, o della “demolizione”, o del “ripristino dello stato dei luoghi” (art. 31). Sono termini che intendono, con tutta evidenza, l’eliminazione dell’opera abusiva, ed esigono che lo stato dei luoghi debba tornare com’era prima della realizzazione dell’abuso. Il riempimento con terreno di un volume interrato non può essere equiparato ad una “rimozione”, e men che meno ad una demolizione o ad un ripristino dello stato dei luoghi. Inoltre, occorre considerare che il riempimento del volume con terreno non determina affatto l’inutilizzabilità definitiva dell’opera: i ricorrenti ben potrebbero, in futuro, rimuovere il terreno e recuperare la possibilità di utilizzo del volume; ed è per questo che occorre la demolizione vera e propria dell’abuso.
Sul punto, occorre anche disporre la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, per le determinazioni di competenza. Infatti, il verificatore, nella relazione depositata in data 04.07.2012, ha affermato che “il villino risulta rimosso e lo stato dei luoghi ripristinato”, affermazione che, come successivamente accertato, non risponde a verità (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 18.09.2013 n. 4345 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’ordinanza di demolizione è illegittima se adottata dopo la presentazione della domanda di condono atteso che l'Amministrazione comunale, prima di ordinare la demolizione delle opere eseguite, avrebbe dovuto esaminare detta domanda.
Tale orientamento, tuttavia, non si applica nei casi in cui manchino, in modo evidente, i presupposti per l’ammissibilità della domanda medesima. Infatti l’obbligo di riesaminare l’abusività delle opere provocato dalla domanda di condono ha senso solo in presenza di un intervento astrattamente sanabile, ossia quando per effetto della formazione di un nuovo provvedimento esplicito (di accoglimento o di diniego), da qualificare come atto non meramente confermativo, risulterebbe definitivamente vanificata l’operatività dell’impugnato provvedimento demolitorio.

Il ricorso non può essere accolto neanche per quanto concerne l’ordine di demolizione degli abusi per i quali erano state presentate le due istanze di condono.
Infatti, è ben vero che, per costante giurisprudenza, l’ordinanza di demolizione è illegittima se adottata dopo la presentazione della domanda di condono atteso che l'Amministrazione comunale, prima di ordinare la demolizione delle opere eseguite, avrebbe dovuto esaminare detta domanda. Tale orientamento, tuttavia, non si applica nei casi in cui manchino, in modo evidente, i presupposti per l’ammissibilità della domanda medesima. Infatti l’obbligo di riesaminare l’abusività delle opere provocato dalla domanda di condono ha senso solo in presenza di un intervento astrattamente sanabile, ossia quando per effetto della formazione di un nuovo provvedimento esplicito (di accoglimento o di diniego), da qualificare come atto non meramente confermativo, risulterebbe definitivamente vanificata l’operatività dell’impugnato provvedimento demolitorio (TAR Campania Salerno, Sez. II, 03.05.2005, n. 745).
Nel caso di specie, l’Azienda Ospedaliera proprietaria del suolo su cui gli abusi sono stati realizzati ha espresso parere contrario al rilascio del permesso di costruire in sanatoria, sicché le istanze in questione sono evidentemente non accoglibili.
D’altronde, nel caso di specie, le istanze di condono possono ritenersi respinte. Infatti, secondo un condivisibile orientamento giurisprudenziale, il preavviso ex art. 10-bis l. 241/1990 può considerarsi come atto esso stesso definitivo di rigetto dell’istanza, qualora non abbia fatto seguito, in tempi ragionevoli, l'emanazione di alcun provvedimento formale sull'istanza presentata (CdS, VI, 3554/11).
Inoltre, successivamente all’adozione del preavviso di diniego, si dà atto –nella nota prot. 2012 0450552 del 31.05.2012– che le osservazioni prodotte da parte ricorrente ai sensi dell’art. 10-bis l. 241/1990 non sono state considerate idonee a superare i motivi del diniego (d’altronde, in presenza di un’opposizione da parte del proprietario del suolo, non si vede come la decisione di respingere l’istanza di condono avrebbe potuto essere rimessa in discussione).
In conclusione, le istanze di condono sono palesemente destinate ad essere respinte, sicché non si ritiene di poter annullare l’ordinanza di demolizione, neanche relativamente agli abusi per i quali le predette istanze erano state presentate (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 18.09.2013 n. 4345 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Rilascio del permesso di costruire in sanatoria - Attività vincolata della P.A. - Reati contravvenzionali previsti dalle norme urbanistiche - Declaratoria di estinzione - Giudice penale potere-dovere di verifica della legittimità - Effetti - Inesistenza dei presupposti di fatto e di diritto dell'estinzione del reato - Art. 36 e 45 T.U.E. n. 380/2001 - Art. 5 L. 20.3.1865, n. 2248, all. E).
Gli artt. 36 e 45 del T.U. n. 380/2001 vanno interpretati in stretta connessione ai fini della declaratoria di estinzione dei "reati contravvenzionali previsti dalle norme urbanistiche vigenti" e il giudice penale, pertanto, ha il potere-dovere di verificare la legittimità del titolo edilizio rilasciato "in sanatoria" e di accertare che l'opera realizzata sia conforme alla normativa urbanistica.
In mancanza di tale conformità, infatti, non si produce l'estinzione dei reati ed il mancato effetto estintivo non si ricollega ad una valutazione di illegittimità del provvedimento della P.A. cui consegua la disapplicazione dello stesso ex art. 5 della legge 20.03.1865, n. 2248, all. E), bensì alla effettuata verifica della inesistenza dei presupposti di fatto e di diritto dell'estinzione del reato in sede di esercizio del doveroso sindacato della legittimità del fatto estintivo incidente sulla fattispecie tipica penale (vedi Cass., Sez. III: 30.05.2000, Marinaro; 07.03.1997, n. 2256, Tessari e altro; 24.05.1996, Buratti e altro).
Ai fini del corretto esercizio di tale controllo deve ricordarsi che si pone quale presupposto indispensabile, per il rilascio del permesso di costruire in sanatoria ex art. 36 del T.U. n. 380/2001, la necessità che l'intervento sia "conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dello stesso, sia al momento della presentazione della domanda".
Inoltre, il rilascio del provvedimento sanante consegue ad un'attività vincolata della P.A., consistente nell'applicazione alla fattispecie concreta di previsioni legislative ed urbanistiche a formulazione compiuta e non elastica, che non lasciano all'Amministrazione medesima spazi per valutazioni di ordine discrezionale (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 17.09.2013 n. 38004 - tratto da www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Condono edilizio: quando il vincolo paesaggistico è "insuperabile''.
Non è possibile il rilascio del condono edilizio ex legge n. 326/2003, su zone sottoposte a vincolo paesaggistico, qualora sussistano congiuntamente queste due condizioni ostative: a) il vincolo di in edificabilità sia preesistente all'esecuzione delle opere abusive; b) le opere realizzate in assenza o in difformità del titolo abilitativo non siano conformi alle norme e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici. In tal caso l'incondonabilita' non e' superabile nemmeno con il parere positivo dell'autorità preposta alla tutela del vincolo.
La questione posta all’attenzione del Consiglio di Stato riguarda la legittimità del rigetto dell’istanza di condono edilizio, presentata ai sensi dell’art. 32, del d.l. n.269/2003 convertito in legge n. 326/2003, per abusi insistenti in zona sottoposta a vincolo paesaggistico preesistente e non conformi alle norme ed alle prescrizioni urbanistiche.
Il Consiglio di Stato, Sez. IV, con una serie di sentenze di pari data (17.09.2013) aventi analoga motivazione (sent. n. 4587, 4592, 4593, 4594, 4595, 4597, 4598, 4599, 4601), ha ribadito l’indirizzo giurisprudenziale secondo cui non è possibile il rilascio del condono edilizio ex legge n. 326/2003, su zone sottoposte a determinati vincoli di inedificabilità relativa, tra cui i vincoli paesaggistici, qualora sussistano congiuntamente queste due condizioni ostative:
- a) il vincolo di in edificabilità sia preesistente all’esecuzione delle opere abusive;
- b) le opere realizzate in assenza o in difformità del titolo abilitativo non siano conformi alle norme e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici.
In tal caso l’incondonabilità non è superabile nemmeno con il parere positivo dell’autorità preposta alla tutela del vincolo (che nel caso in questione era stato reso).
In presenza di queste condizioni non si può nemmeno fare riferimento, al fine di conseguire la sanatoria, alla disciplina del primo condono edilizio di cui alla legge n. 47/1985, in gran parte richiamata nei condoni edilizi successivi di cui alle leggi n. 724/1994 e n. 326/2003.
Nel regime previsto dalla legge n. 47/1985, difatti, la sanatoria delle opere abusive realizzate su aree sottoposte vincoli di edificabilità relativa, quali quelli di carattere paesaggistico, è preclusa solo nel caso di parere negativo dell’autorità preposta alla tutela del vincolo stesso.
La legge n. 326/2003 che ha introdotto il c.d. terzo condono, però, pur collocandosi sull’impianto generale della legge n. 47/1985, disciplina in maniera più restrittiva le ipotesi in cui sussistano determinati vincoli di inedificabilità relativa (tra cui quelli a protezione dei beni paesistici), precludendo la sanatoria delle opere abusive sulla base della anteriorità del vincolo e della difformità dalla normativa o dagli strumenti urbanistici, senza la previsione procedimentale di alcun parere dell’autorità ad esso preposta, con ciò collocando gli abusi nella categoria delle opere non suscettibili di sanatoria.
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Esito
Conferma TAR Puglia Lecce, Sez. III n. 736/2009
Precedenti giurisprudenziali
Cons. Stato Sez. VI, 29.04.2013, n. 2343; TAR Campania Napoli Sez. IV, 03.01.2013, n. 90; Cons. Stato Sez. IV, 19.05.2010, n. 3174; Cons. Stato Sez. IV, 18.06.2009, n. 4020; Cons. di Stato, sez. IV, 10.08.2007, n. 4396
Riferimenti normativi
Art. 32, comma 27, lett. d), del d.l. n.269/2003 convertito in legge n. 326/2003; art. 33 della legge n. 47/1985 (commento tratto da www.ispoa.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 17.09.2013 n. 4587 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Anche ai fini del rilascio della sanatoria di cui al decreto legge n. 269 del 2003, non è ostativo il fatto che gli abusi insistano su suolo pubblico: la sanatoria è anzi possibile anche in questi casi se l’ente interessato sia disponibile ad alienare ovvero a concedere la porzione di suolo interessata in diritto di superficie all’interessato.
La giurisprudenza ha condivisibilmente evidenziato che la sanatoria è ammissibile anche laddove il procedimento per la cessione dell’area non risulti essere già istruito al momento della presentazione della domanda di condono, ed anzi la norma prende in considerazione l’eventualità in cui l’interessato presenti la richiesta di disponibilità dell’area demaniale dopo aver già presentato l’istanza di condono, cosicché in tal caso la definizione dell’alienazione del terreno diventa pregiudiziale rispetto alla definizione del procedimento di sanatoria.

Come è noto, l’art. 32, quinto comma, della legge n. 47 del 1985 (cui rinvia l’art. 32 del decreto legge n. 269 del 2003) stabilisce che per le opere eseguite da terzi su aree di proprietà di enti pubblici territoriali, in assenza di un titolo che abiliti al godimento del suolo, il rilascio della sanatoria edilizia è subordinato alla disponibilità dell’ente proprietario a concedere onerosamente, alle condizioni previste dalle leggi statali o regionali vigenti, l’uso del suolo su cui insiste la costruzione. Tale disponibilità deve essere espressa dall’ente locale proprietario entro il termine di 180 giorni dalla richiesta, limitatamente alla superficie occupata dalle costruzioni oggetto della sanatoria e alle pertinenze strettamente necessarie, con un massimo di tre volte rispetto all’area coperta dal fabbricato.
Dalla norma richiamata discende che, anche ai fini del rilascio della sanatoria di cui al decreto legge n. 269 del 2003, non è ostativo il fatto che gli abusi insistano su suolo pubblico: la sanatoria è anzi possibile anche in questi casi se l’ente interessato sia disponibile ad alienare ovvero a concedere la porzione di suolo interessata in diritto di superficie all’interessato.
La giurisprudenza ha condivisibilmente evidenziato che la sanatoria è ammissibile anche laddove il procedimento per la cessione dell’area non risulti essere già istruito al momento della presentazione della domanda di condono, ed anzi la norma prende in considerazione l’eventualità in cui l’interessato presenti la richiesta di disponibilità dell’area demaniale dopo aver già presentato l’istanza di condono, cosicché in tal caso la definizione dell’alienazione del terreno diventa pregiudiziale rispetto alla definizione del procedimento di sanatoria (cfr. TAR Puglia, Bari, sez. III, 03.12.2008 n. 2770).
Con tale premessa, deve giudicarsi illegittima l’inerzia del Comune di Moncalieri, che non ha concluso l’iter di rilascio del condono edilizio richiesto dagli odierni ricorrenti e non ha, allo stesso tempo, concluso il procedimento per l’alienazione del terreno demaniale sul quale insistono le opere abusive (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 16.09.2013 n. 1032 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’ordinanza di demolizione di opere abusive é un atto dovuto a carattere vincolato, che costituisce esercizio dei poteri-doveri di vigilanza sull’attività edilizia spettanti all’autorità preposta al governo del territorio.
Sicché, il provvedimento con il quale si ingiunge doverosamente la demolizione di opere abusive, quale atto vincolato, fondato sull’accertamento del carattere abusivo delle opere non richiede una motivazione particolarmente stringente, una volta che siano state esattamente individuate le opere edilizie e ne sia stata evidenziata l’accertata abusività.
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Ai sensi dell’art. 31, secondo e terzo comma, del d.P.R. n. 380/2001, l’individuazione dell’area di sedime e dell’area necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive, area che viene acquisita di diritto gratuitamente al patrimonio indisponibile del Comune al verificarsi dell’inottemperanza all’ordine di demolizione, attiene al contenuto minimo necessario dell’ordinanza di demolizione medesima, la cui pretermissione è suscettibile di determinarne l’illegittimità.

Per ius receptum, l’ordinanza di demolizione di opere abusive é un atto dovuto a carattere vincolato, che costituisce esercizio dei poteri-doveri di vigilanza sull’attività edilizia spettanti all’autorità preposta al governo del territorio.
Per tale ragione, é da condividersi il principio giurisprudenziale in virtù del quale il provvedimento con il quale si ingiunge doverosamente la demolizione di opere abusive, quale atto vincolato, fondato sull’accertamento del carattere abusivo delle opere non richiede una motivazione particolarmente stringente, una volta che siano state esattamente individuate le opere edilizie e ne sia stata evidenziata l’accertata abusività.
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Analogamente è a dirsi quanto alla mancata individuazione dell’area di sedime e dell’area necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive, da acquisire in caso di inottemperanza all’ordine di demolizione, ai sensi dell’art. 31, terzo comma, del d.P.R. n. 380/2001.
Ed infatti, ai sensi dell’art. 31, secondo e terzo comma, del d.P.R. n. 380/2001, l’individuazione dell’area di sedime e dell’area necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive, area che viene acquisita di diritto gratuitamente al patrimonio indisponibile del Comune al verificarsi dell’inottemperanza all’ordine di demolizione, attiene al contenuto minimo necessario dell’ordinanza di demolizione medesima, la cui pretermissione è suscettibile di determinarne l’illegittimità
(TAR Marche, sentenza 13.09.2013 n. 634 - link a www.giustizia-amministrativa).

URBANISTICA: Lottizzazione abusiva e rilevanza penale della condotta.
Le diverse modalità con le quali la lottizzazione abusiva può essere attuata inquadrano la contravvenzione come reato a forma libera, permanente e progressivo nell’evento, del quale è inoltre pacifica la natura di reato di pericolo, cosicché la sua lesività non può ritenersi confinata nella sola trasformazione effettiva del territorio ma deve, al contrario, essere riferita alla potenzialità di tale trasformazione intesa come il pericolo di una urbanizzazione non prevista o diversa da quella programmata.
La condotta posta in essere assume pertanto rilevanza penale con il compimento di qualsiasi atto che, obiettivamente valutato, risulti funzionalmente diretto alla illegittima lottizzazione
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 12.09.2013 n. 37383 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: La presentazione dell'istanza di sanatoria di costruzione abusiva in epoca successiva all'adozione dell'ordinanza di demolizione ha automatico effetto caducante sull'ordinanza di demolizione, rendendola inefficace, con l'effetto quindi di rendere improcedibile l'impugnazione contro l'atto sanzionatorio per sopravvenuta carenza di interesse, posto che il riesame dell'abusività dell'opera, provocato dall'istanza, sia pure al fine di verificarne l'eventuale sanabilità, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, esplicito o implicito (di accoglimento o di rigetto), che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa.
Così pedissequamente si afferma, con specifico riferimento alla presentazione della domanda di condono ai sensi della l. n. 326 del 2003 successivamente all'impugnazione dell'ordinanza di demolizione, come avvenuto nel caso di specie, che essa “produce l'effetto di rendere improcedibile, per sopravvenuta carenza di interesse, l'impugnazione stessa. Invero, il riesame dell'abusività dell'opera al fine di verificarne l'eventuale sanabilità -provocato dall'istanza degli interessati- comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, esplicito (di accoglimento o di rigetto), che vale, comunque, a superare il provvedimento impugnato”.

Il ricorso n. 3031 del 2002, proposto avverso l’ordinanza di demolizione meglio distinta in epigrafe, è da dichiarare improcedibile. Parte resistente, infatti, eccepisce la improcedibilità del gravame, alla quale il ricorrente non si oppone, valorizzando la presentazione dell’istanza di condono prot. n. 57142 del 15.11.2004, quindi in data successiva alla proposizione del gravame.
Secondo dominante orientamento della giurisprudenza, infatti, “La presentazione dell'istanza di sanatoria di costruzione abusiva in epoca successiva all'adozione dell'ordinanza di demolizione ha automatico effetto caducante sull'ordinanza di demolizione, rendendola inefficace, con l'effetto quindi di rendere improcedibile l'impugnazione contro l'atto sanzionatorio per sopravvenuta carenza di interesse, posto che il riesame dell'abusività dell'opera, provocato dall'istanza, sia pure al fine di verificarne l'eventuale sanabilità, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, esplicito o implicito (di accoglimento o di rigetto), che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa” (cfr. Tar Napoli, Sez. IV, n. 1542 del 03.04.2012).
Così pedissequamente si afferma, con specifico riferimento alla presentazione della domanda di condono ai sensi della l. n. 326 del 2003 successivamente all'impugnazione dell'ordinanza di demolizione, come avvenuto nel caso di specie, che essa “produce l'effetto di rendere improcedibile, per sopravvenuta carenza di interesse, l'impugnazione stessa. Invero, il riesame dell'abusività dell'opera al fine di verificarne l'eventuale sanabilità -provocato dall'istanza degli interessati- comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, esplicito (di accoglimento o di rigetto), che vale, comunque, a superare il provvedimento impugnato” (cfr. Tar Napoli, Sez. VI, 09.05.2013, n. 2417).
Il ricorso n. 3031/02 è quindi da dichiarare improcedibile per sopravventa carenza di interesse
(TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 12.09.2013 n. 1866 - link a www.giustizia-amministrativa).

EDILIZIA PRIVATA: DIFFERENZE FRA VIOLAZIONE DI NORME IN MATERIA DI DISTANZE E DI NORME URBANISTICHE.
La realizzazione di opere edilizie abusive è fonte di responsabilità risarcitoria verso il proprietario del fondo limitrofo sia per il deprezzamento commerciale del bene, sia per la limitazione del suo godimento in termini di amenità.
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Va fatta distinzione tra violazioni in materia di distanze e altre violazioni della normativa urbanistica, affermando che la realizzazione di opere in violazione di norme recepite negli strumenti urbanistici locali (diverse da quelle in materia di distanze) non comporta un immediato e contestuale danno per i vicini, il cui diritto al risarcimento presuppone l’accertamento di un nesso causale tra la violazione contestata e l’effettivo pregiudizio subito; la prova di tale pregiudizio deve essere fornita dall’interessato in modo preciso con riferimento alla sussistenza del danno ed all’entità dello stesso.
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Il diritto a conservare la gradevolezza dell’abitare del proprietario nella sua casa non si arresta a ciò che si trova all’interno della stessa, ma si espande a tutto il luogo circostante la cui amenità , può essere compromessa dalla realizzazione, da parte del vicino, di un manufatto difforme da quanto consentito dalla normativa urbanistica.

La controversia concerne l’esecuzione di opere edili su terreno confinante, in totale difformità della concessione edilizia e in violazione della destinazione urbanistica a verde agricolo.
La Corte territoriale accoglie la domanda risarcitoria avanzata dal proprietario del fondo finitimo, peraltro misura ridotta rispetto all’originaria portata, di contro, respingendo la tesi dell’autore dell’edificazione abusiva, secondo il quale era l’immobile delle controparti a essere illegittimo. Osserva la Corte d’Appello, a tale ultimo proposito, che le norme tecniche del locale strumento urbanistico consentivano, in quell’area, la costruzione di fabbricati residenziali concentrati in piccolo nucleo.
Di contro, contrastava con le prescrizioni urbanistiche la costruzione realizzata dall’originario convenuto, costituita da un capannone destinato a centro commerciale per l’edilizia, appunto distonico con la destinazione urbanistica agricola dell’area che con gli standard urbanistici  vigenti, che consentivano una costruzione del volume complessivo di 219 metri cubi, a fronte dei 10.242 metri cubi realizzati. Significativamente, la Corte di merito osserva che la realizzazione di opere in violazione di norme di edilizia o di tutela ambientale è fonte di responsabilità risarcitoria tanto in relazione al minore valore del bene quanto in relazione alla lesione dei godimento del bene in termini di diminuzione di amenità e comodità.
La Cassazione -nel rigettare il ricorso proposto dall’originario convenuto- afferma in limine alle doglianze da questi reiterate, per le quali il danno era, di contro, subito dallo stesso a causa dell’assunta abusività dell’immobile delle originarie attrici (per vero, sanata da tempo) che è pur vero che sussiste giurisprudenza della stessa Cassazione per la quale il danno subito da un immobile costruito abusivamente «ancor prima che ingiusto, è inesistente, in quanto il bene abusivo non è suscettibile di essere scambiato sul mercato» (Cass. civ. 21.02.2011, n. 4206), ma si tratta d’insegnamenti che -pur riferiti a contenziosi relativi a pretese di indennizzi in materia espropriativa (Cass. 14.12.2007, n. 26260)- ben potrebbero essere calati nella realtà di una controversia fra privati, laddove sorgano questioni risarcitorie, a condizione, come di contro qui si è verificato, che l’immobile della parte attrice ‘‘abusivo’’ non è.
Infatti, l’immobile era stato oggetto di sanatoria, quindi da ritenersi conforme alle norme urbanistiche e, in quanto tale, destinatario di un danno meritevole di risarcimento. Un immobile sanato non è più caratterizzato da quell’incommerciabilità propria  degli immobili abusivi, né l’originaria abusività, ormai non più sussistente, potrebbe pregiudicare il diritto al risarcimento per il diminuito valore commerciale.
Ancora, la Cassazione rimarca (con riferimento all’immobile delle originarie attrici, resistenti in Cassazione) che le concessioni edilizie e quelle in sanatoria sono provvedimenti amministrativi non tecnicamente equipollenti al condono, il quale -a differenza della sanatoria- rende possibile sanare anche interventi non permessi dalla normativa vigente.
In diritto, la Corte richiama la propria costante giurisprudenza per la quale la realizzazione di opere in violazione di norme edilizie è fonte di responsabilità risarcitoria verso il proprietario del fondo limitrofo sia per il deprezzamento commerciale del bene, sia per la limitazione del suo godimento in termini di amenità. Ciò è conforme alla giurisprudenza della Corte che opera una distinzione tra violazioni in materia di distanze e altre violazioni della normativa urbanistica, affermando che la realizzazione di opere in violazione di norme recepite negli strumenti urbanistici locali (diverse da quelle in materia di distanze) non comporta un immediato e contestuale danno per i vicini il cui diritto al risarcimento presuppone l’accertamento di un nesso causale tra la violazione contestata e l’effettivo pregiudizio subito; la prova di tale pregiudizio deve essere fornita dall’interessato in modo preciso con riferimento alla sussistenza del danno ed all’entità dello stesso (in termini,  Cass. civ., 23.02.1999, n. 1513; Cass. civ., 12.06.2001, n. 7909; Cass. civ., 07.03.2002, n. 3341; Cass. civ., 01.12.2010, n. 24387; Cass. Civ., 27.03.2013, n. 7752).
Il diritto a conservare la gradevolezza dell’abitare del proprietario nella sua casa non si arresta a ciò che si trova all’interno della stessa, ma si espande a tutto il luogo circostante la cui amenità, secondo la valutazione di merito della Corte, è stata compromessa dalla realizzazione, da parte del vicino di un capannone di dimensioni esorbitanti rispetto a quanto consentito dalla normativa urbanistica (Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza 11.09.2013 n. 20849 - tratto da Urbanistica e appalti n. 11/2013).

EDILIZIA PRIVATA: Il mancato rispetto delle distanze legali impedisce il rilascio del condono edilizio?
Il mancato rispetto delle distanze legali tra costruzioni non è ostativo al rilascio del condono edilizio. Il condono edilizio attiene al rapporto pubblicistico tra il comune e il richiedente, nel senso che viene sanata la violazione delle disposizioni di carattere urbanistico-edilizio nei (soli) rapporti tra l'amministrazione e il richiedente. Resta salva la possibilità dei proprietari limitrofi di far valere il diritto al rispetto delle distanze davanti al giudice ordinario, a tutela del diritto di proprietà.

Il Consiglio di Stato si esprime sul tema dell’accoglibilità della domanda di condono edilizio nel caso in cui l’immobile non rispetti le distanze legali tra costruzioni, per concludere nel senso che il mancato rispetto delle distanze legali non è ostativo al rilascio del condono edilizio.
Secondo la pronuncia in esame il condono edilizio attiene al rapporto pubblicistico tra il comune e il richiedente, nel senso che seguito del condono viene sanata la violazione delle disposizioni di carattere urbanistico-edilizio nei (soli) rapporti tra l'amministrazione e il richiedente.
Non sono però incisi i rapporti tra il richiedente e i terzi i cui diritti siano lesi dall’edificazione, non estinguendosi il diritto del proprietario confinante al rispetto delle distanze previste, che può essere fatto valere innanzi all’autorità giurisdizionale competente.
Eventuali controversie vanno, difatti, risolte in sede civile, su iniziativa del proprietario che vi abbia interesse.
Questa impostazione trova conferma nell'articolo 39, comma 2, l. 23.12.1994, n. 724, nel testo modificato dall’articolo 37, comma 2, l. 23.12.1996, n. 662, secondo cui “il rilascio della concessione o autorizzazione in sanatoria non comporta limitazione ai diritti dei terzi”.
Al riguardo è significativo che il testo originario della medesima disposizione aveva disposto in senso contrario, prevedendo l’incondonabilità delle “opere edilizie che creano limitazioni di tipo urbanistico alle proprietà finitime, a meno che queste ultime non siano conformi e compatibili sia con lo strumento urbanistico approvato che con quello adottato, e che siano state realizzate su parti comuni”. L’intervenuta modifica normativa sul punto implica quindi l’esclusione della natura ostativa di eventuali limitazioni alle proprietà finitime, tra cui la violazione delle distanze legali.
In altri termini, la circostanza che l’immobile sia posto a distanza dal confine inferiore a quella minima prevista dalla disciplina regolamentare edilizia non impedisce il condono, restando salva la possibilità dei proprietari limitrofi di far valere il diritto al rispetto delle distanze davanti al giudice ordinario, a tutela del diritto di proprietà.
Pur in presenza di un provvedimento di condono, infatti, il proprietario del fondo contiguo, leso dalla violazione delle norme urbanistiche o delle distanze legali, ha comunque il diritto di chiedere ed ottenere l'abbattimento o la riduzione a distanza legale della costruzione.
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Esiti del ricorso
Riforma TAR Puglia Lecce, Sez. III, n. 1258/2011
Precedenti giurisprudenziali:
TAR Marche Ancona Sez. I, 17.06.2009, n. 568; Cons. St., sez. IV, 10.12.2007, n. 6332; Cons. St., sez. IV, 30.12.2006, n. 8262; TAR Puglia Lecce Sez. III, 12.06.2009, n. 1474; Cass. civ., sez. II, 06.02.2009, n. 30131; Cass. civ., sez. II, 26.09.2005, n. 18728
Riferimenti normativi
Art. 39, comma 2, l. 23.12.1994, n. 724 (commento tratto da www.ipsoa.it - Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 11.09.2013 n. 4494 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’art. 34 del d.p.r. 06.06.2001, n. 380 prevede, al primo comma, che «gli interventi e le opere realizzati in parziale difformità dal permesso di costruire sono rimossi o demoliti a cura e spese dei responsabili dell’abuso» entro il termine congruo fissato dalla relativa ordinanza del dirigente o del responsabile dell’ufficio, con l’aggiunta che «decorso tale termine sono rimossi o demoliti a cura del Comune e a spese dei medesimi responsabili dell’abuso». Il secondo comma dispone che «quando la demolizione non può avvenire senza pregiudizio della parte eseguita in conformità, il dirigente o il responsabile dell'ufficio applica una sanzione pari al doppio del costo di produzione, (…), della parte dell’opera realizzata in difformità dal permesso di costruire, se ad uso residenziale, e pari al doppio del valore venale, determinato a cura della agenzia del territorio, per le opere adibite ad usi diversi da quello residenziale».
Il Consiglio di Stato ha già avuto modo di affermare che la norma, da ultimo riportata, «deve essere interpretata –in conformità alla natura di illecito posto in essere e alla sua valenza derogatoria rispetto alla regola generale posta dal primo comma– nel senso che si applica la sanzione pecuniaria soltanto nel caso in cui sia “oggettivamente impossibile” procedere alla demolizione». Ne consegue che deve «risultare in maniera inequivoca che la demolizione, per le sue conseguenze materiali, inciderebbe sulla stabilità dell’edificio nel suo complesso».

In relazione al terzo aspetto, l’art. 34 del d.p.r. 06.06.2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia), prevede, al primo comma, che «gli interventi e le opere realizzati in parziale difformità dal permesso di costruire sono rimossi o demoliti a cura e spese dei responsabili dell’abuso» entro il termine congruo fissato dalla relativa ordinanza del dirigente o del responsabile dell’ufficio, con l’aggiunta che «decorso tale termine sono rimossi o demoliti a cura del Comune e a spese dei medesimi responsabili dell’abuso». Il secondo comma dispone che «quando la demolizione non può avvenire senza pregiudizio della parte eseguita in conformità, il dirigente o il responsabile dell'ufficio applica una sanzione pari al doppio del costo di produzione, (…), della parte dell’opera realizzata in difformità dal permesso di costruire, se ad uso residenziale, e pari al doppio del valore venale, determinato a cura della agenzia del territorio, per le opere adibite ad usi diversi da quello residenziale».
Il Consiglio di Stato ha già avuto modo di affermare che la norma, da ultimo riportata, «deve essere interpretata –in conformità alla natura di illecito posto in essere e alla sua valenza derogatoria rispetto alla regola generale posta dal primo comma– nel senso che si applica la sanzione pecuniaria soltanto nel caso in cui sia “oggettivamente impossibile” procedere alla demolizione». Ne consegue che deve «risultare in maniera inequivoca che la demolizione, per le sue conseguenze materiali, inciderebbe sulla stabilità dell’edificio nel suo complesso» (Cons. Stato, sez. VI, 09.04.2013, n. 1912; sez. V, 29.11.2012, n. 6071; sez. V, 05.09.2011, n. 4982).
Nel caso in esame, risulta ancora una volta dalla sola descrizione delle opere che la demolizione delle stesse non inciderebbe sulla stabilità dell’edificio. Ne consegue che si giustifica l’irrogazione della sanzione demolitoria e l’illegittimità della previsione che consente di applicare in concreto la sanzione pecuniaria nella fase attuativa dell’ordine di ripristino
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 11.09.2013 n. 4493 - link a www.giustizia-amministrativa).

EDILIZIA PRIVATAL’art. 32 della L. 47/1985 dispone che “il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria per opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo è subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso”.
Il predetto ‘parere’ ha natura e funzioni identiche all’autorizzazione paesaggistica ex art. 7 l. 29.06.1939, n. 1497, per essere entrambi gli atti il presupposto legittimante la trasformazione urbanistico-edilizia della zona protetta, sicché, per il regime pregresso dell’autorizzazione paesaggistica, restava fermo il potere ministeriale di annullamento del parere favorevole alla sanatoria di un manufatto realizzato in zona vincolata, in quanto strumento affidato dall’ordinamento allo Stato, come estrema difesa del paesaggio, valore costituzionale primario, e tale equiparazione operava anche per le autorizzazioni paesaggistiche disciplinate dagli artt. 151 d.lgs. 29.10.1999, n. 490, e 159 d.lgs. n. 42 del 2004, e per il parere previsto dall’art. 146 del d.lgs. n. 42 del 2004.
In altri termini, la subordinazione del rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria, per le opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo paesaggistico, “al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso”, di cui all’art. 32 l. n. 47 del 1985, ha implicato un rinvio ‘mobile’ alla disciplina del procedimento di gestione del vincolo paesaggistico, costituente una fase procedimentale indispensabile per la positiva conclusione del procedimento di condono (salva la possibilità dell’indizione di una conferenza di servizi, secondo la previsione del comma 4 del citato art. 32, introdotto dall’art. 32, comma 43, d.l. 30.09.2003, n. 269, convertito dalla legge 24.11.2003, n. 326, in sede di c.d. terzo condono edilizio, con la precisazione che l’esclusione dell’applicabilità della novella “concernente l’applicazione delle leggi 28.02.1985, n. 47, e 23.12.1994, n. 724, (…) alle domande già presentate ai sensi delle predette leggi”, disposta nel successivo comma 43-bis, deve ritenersi riferita alla disciplina sostanziale del condono, e non anche agli aspetti procedimentali, soggetti al principio tempus regit actum, come già più volte ha chiarito questa Sezione).

Procedendo alla ricostruzione della disciplina normativa vigente in materia di condono edilizio concernente opere eseguite su immobili sottoposte a vincolo, la disciplina rilevante è contenuta negli artt. 31 ss. l. n. 47 del 1985.
In particolare, l’art. 32 della medesima legge dispone che “il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria per opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo è subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso”.
Secondo ormai il consolidato orientamento giurisprudenziale di questo Consiglio di Stato, il predetto ‘parere’ ha natura e funzioni identiche all’autorizzazione paesaggistica ex art. 7 l. 29.06.1939, n. 1497, per essere entrambi gli atti il presupposto legittimante la trasformazione urbanistico-edilizia della zona protetta, sicché, per il regime pregresso dell’autorizzazione paesaggistica, restava fermo il potere ministeriale di annullamento del parere favorevole alla sanatoria di un manufatto realizzato in zona vincolata, in quanto strumento affidato dall’ordinamento allo Stato, come estrema difesa del paesaggio, valore costituzionale primario (v. sul punto, ex plurimis, Cons. St., sez. VI, 15.03.2007, n. 1255), e tale equiparazione operava anche per le autorizzazioni paesaggistiche disciplinate dagli artt. 151 d.lgs. 29.10.1999, n. 490, e 159 d.lgs. n. 42 del 2004, e per il parere previsto dall’art. 146 del d.lgs. n. 42 del 2004 (v. Cons. St., sez. VI, 04.12.2012, n. 6216; Cons. St., sez. VI, 20.12.2012, n. 6585).
In altri termini, la subordinazione del rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria, per le opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo paesaggistico, “al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso”, di cui all’art. 32 l. n. 47 del 1985, ha implicato un rinvio ‘mobile’ alla disciplina del procedimento di gestione del vincolo paesaggistico, costituente una fase procedimentale indispensabile per la positiva conclusione del procedimento di condono (salva la possibilità dell’indizione di una conferenza di servizi, secondo la previsione del comma 4 del citato art. 32, introdotto dall’art. 32, comma 43, d.l. 30.09.2003, n. 269, convertito dalla legge 24.11.2003, n. 326, in sede di c.d. terzo condono edilizio, con la precisazione che l’esclusione dell’applicabilità della novella “concernente l’applicazione delle leggi 28.02.1985, n. 47, e 23.12.1994, n. 724, (…) alle domande già presentate ai sensi delle predette leggi”, disposta nel successivo comma 43-bis, deve ritenersi riferita alla disciplina sostanziale del condono, e non anche agli aspetti procedimentali, soggetti al principio tempus regit actum, come già più volte ha chiarito questa Sezione) (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 11.09.2013 n. 4492 - link a www.giustizia-amministrativa).

EDILIZIA PRIVATACirca la censura con la quale l’appellante lamenta la mancata adozione dell’avviso di avvio del procedimento a monte dell’ordinanza di demolizione, occorre ribadire che la partecipazione procedimentale dell’interessato deve essere assicurata o attraverso l’invio della comunicazione di avvio del procedimento o attraverso un suo effettivo coinvolgimento nell’attività istruttoria che caratterizza la tipologia procedimentale in questione.
Nel caso in questione l’adozione dell’ordine di demolizione è subordinato all’accertamento del carattere abusivo delle opere, desumibile sulla base di accertamenti tecnici.
Pertanto, ciò che appare necessario è che al privato sia data la possibilità di partecipare a quelle attività di rilevamento fattuale che preludono alla valutazione circa l’adozione dell’ordine di demolizione. Il contraddittorio sulle prime esclude che l’attività istruttoria dell’amministrazione si sottragga al contraddittorio con l’amministrato e che quest’ultimo, avvisato di fatto dell’avvio dell’iter procedimentale, possa utilizzare tutte le altre facoltà di accesso infraprocedimentale, di impulso istruttorio, di dialettica per iscritto, che gli consentono di tutelare la propria posizione di interesse legittimo.
Del resto, accertato l’abuso, la disciplina dell’art. 14, l. 47/1985, impone l’adozione dell’ordine di demolizione.

Circa la censura con la quale l’appellante lamenta la mancata adozione dell’avviso di avvio del procedimento a monte dell’ordinanza di demolizione, occorre ribadire che la partecipazione procedimentale dell’interessato deve essere assicurata o attraverso l’invio della comunicazione di avvio del procedimento o attraverso un suo effettivo coinvolgimento nell’attività istruttoria che caratterizza la tipologia procedimentale in questione. Nel caso in questione l’adozione dell’ordine di demolizione è subordinato all’accertamento del carattere abusivo delle opere, desumibile sulla base di accertamenti tecnici.
Pertanto, ciò che appare necessario è che al privato sia data la possibilità di partecipare a quelle attività di rilevamento fattuale che preludono alla valutazione circa l’adozione dell’ordine di demolizione. Il contraddittorio sulle prime esclude che l’attività istruttoria dell’amministrazione si sottragga al contraddittorio con l’amministrato e che quest’ultimo, avvisato di fatto dell’avvio dell’iter procedimentale, possa utilizzare tutte le altre facoltà di accesso infraprocedimentale, di impulso istruttorio, di dialettica per iscritto, che gli consentono di tutelare la propria posizione di interesse legittimo.
Del resto, accertato l’abuso, la disciplina dell’art. 14, l. 47/1985, impone l’adozione dell’ordine di demolizione (cfr. Cons. St., Sez. IV, 12.04.2011, n. 2266) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 09.09.2013 n. 4470 - link a www.giustizia-amministrativa).

EDILIZIA PRIVATA: Opere parzialmente difformi dal permesso di costruire: come si calcola la sanzione?
Alle opere realizzate in parziale difformità dal permesso di costruire si applica una sanzione pecuniaria nel caso in cui la demolizione non possa avvenire senza pregiudizio della parte eseguita in conformità. In caso di abusi su immobili non aventi destinazione residenziale, la determinazione del valore venale, ai fini della quantificazione della sanzione pecuniaria, deve avere ad oggetto l’intero manufatto interessato dall’abuso e non soltanto la parte dell’opera realizzata in difformità (come invece per gli immobili adibiti ad uso residenziale).

Gli interventi e le opere realizzati in parziale difformità dal permesso di costruire sono soggetti a demolizione, salvo il caso in cui risulti che la demolizione non può avvenire senza pregiudizio della parte eseguita in conformità.
In quest’ultima ipotesi si applica una sanzione pecuniaria “pari al doppio del costo di produzione, stabilito in base alla legge 27.07.1978, n. 392, della parte dell'opera realizzata in difformità dal permesso di costruire, se ad uso residenziale, e pari al doppio del valore venale, determinato a cura della agenzia del territorio, per le opere adibite ad usi diversi da quello residenziale” (art. 34, comma 2, del d.P.R. n. 380/2001)
Nel caso in questione è contestata l’entità della sanzione pecuniaria comminata per la difformità al permesso di costruire di un capannone industriale.
In particolare, la sanzione sarebbe stata calcolata computando tutta l’area del capannone e non solo quella contrastante con lo strumento urbanistico.
Il TAR milanese ha ritenuto legittima la quantificazione della sanzione indicando che in caso di abusi su immobili non aventi destinazione residenziale, quale quello in esame, la determinazione della sanzione pecuniaria deve avvenire avendo riguardo non soltanto alle parti ritenute abusive ma alla superficie complessiva dell'edificio dove gli abusi sono stati realizzati
Ciò in base ad una un'applicazione della disciplina contenuta nel testo unico dell'edilizia connotata da criteri di razionalità e, soprattutto, aderente alla ratio sanzionatoria espressa dalla normativa primaria e regionale.
Dal testo del riportato art. 34, comma 2, del d.P.R. n. 380/2001 si evince che l'elemento su cui si applica la sanzione e a cui fa riferimento il legislatore non è limitato al solo segmento spaziale modificato, atteso che la norma non si riferisce alla modificazione planivolumetrica, ma si riferisce ai diversi concetti di opere o interventi, con palese riferimento alle tipologie edilizie previste nello stesso d.P.R. n. 380/2001 all'art. 3.
È, pertanto, corretto riferire la nozione di parte dell'opera realizzata in difformità dal permesso ad un ambito diverso, ossia all'intero manufatto, separatamente individuabile all'interno dell'intervento dove gli abusi insistono, e che da questi ultimi è inciso e modificato, e non al solo incremento dimensionale determinatosi.
La determinazione del valore venale deve quindi avere ad oggetto l’intero manufatto interessato dall’abuso e non soltanto la parte dell’opera realizzata in difformità (com’è, invece, per gli immobili adibiti ad uso residenziale).
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LA DECISIONE IN SINTESI
Esito
Accoglie il ricorso
Precedenti giurisprudenziali
Cons. di Stato, Sez. IV, Sent. 30.07.2012 n. 4304
Riferimenti normativi
Artt. 3 e 9, lett. f), della legge 28.01.1977 n. 10 (commento tratto da www.ispoa.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 08.09.2013 n. 2178 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Laddove una o più opere edilizie siano state realizzate su area demaniale (nel caso, demanio marittimo), il conseguente ordine di demolizione è adottato dal Comune anche in applicazione degli art. 54 e 1161 c. nav. e, quindi per la tutela degli interessi demaniali, cosicché, sotto questo profilo, non ha nemmeno rilevanza la minore o maggiore consistenza dell’abuso.
Preliminarmente, peraltro, va analizzata la censura d’incompetenza del tecnico del Comune di Vibonati, a licenziare l’ordinanza gravata, espressa dal ricorrente sub 4), in quanto evidentemente preclusiva, ove fondata, all’esame d’ogni altra questione, nel merito.
La stessa non ha pregio, giusta l’orientamento giurisprudenziale, compendiato nella massima che segue: “Laddove una o più opere edilizie siano state realizzate su area demaniale (nel caso, demanio marittimo), il conseguente ordine di demolizione è adottato dal Comune anche in applicazione degli art. 54 e 1161 c. nav. e, quindi per la tutela degli interessi demaniali, cosicché, sotto questo profilo, non ha nemmeno rilevanza la minore o maggiore consistenza dell’abuso” (TAR Emilia Romagna–Bologna – Sez. II, 03.06.2008, n. 2144)
(TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 06.09.2013 n. 1820 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il Tribunale ritiene che l’adozione dell’ordinanza di demolizione impugnata dovesse essere necessariamente preceduta dall’annullamento, in autotutela, del titolo edilizio, silentemente formatosi in relazione alla suddetta denunzia d’inizio d’attività, in assenza dell’esercizio, da parte del Comune, del potere inibitorio, nel termine previsto dalla legge.
Per tale soluzione, cfr. la massima che segue: “E` legittimo l’ordine di demolizione di un’opera edilizia, adottato (ai sensi dell’art 35, comma 1, d.lgs. n. 380/2001) da un ente locale a tutela del patrimonio pubblico, avendo preliminarmente annullato, in autotutela, gli effetti della d.i.a., sulla quale si è impropriamente formato il silenzio-assenso a causa dell’assenza del presupposto della disponibilità dell’area: anche dopo il decorso del termine di trenta giorni previsto per la verifica dei presupposti e requisiti di legge, infatti, l’amministrazione non perde i propri poteri di autotutela, né nel senso di poteri di vigilanza e sanzionatori, né nel senso di poteri di espressione dell’esercizio di una attività di secondo grado estrinsecantesi nell’annullamento d’ufficio e nella revoca (art. 35, comma 3, d.lgs. 380/2001)”.
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Ritiene il Tribunale che, prima di sanzionare con la demolizione l’edificazione delle opere descritte in epigrafe, il Comune avrebbe dovuto necessariamente eliminare l’ostacolo giuridico (rispetto all’ordine di demolizione) costituito dall’avvenuto consolidamento del titolo edilizio “per silentium”, e per fare ciò (trattandosi di provvedimento di secondo grado, incidente su un provvedimento ampliativo della sfera giuridica del ricorrente) avrebbe dovuto inderogabilmente rispettare le garanzie partecipative, previste dall’art. 7 della l. 241/1990, onde porre l’interessato in condizione d’interloquire al riguardo (in primis, evidentemente, proprio circa l’asserita –dal medesimo– non demanialità dell’area, oggetto d’intervento).
In senso conforme a quello sopra prospettato s’è espressa, del resto, la massima seguente: “Un esplicito riconoscimento della natura provvedimentale della d.i.a. è stato fornito dal legislatore, che ha modificato l’art. 19 l. n. 241 del 1990 (con l’art. 3 d. l. 14.03.2005 n. 35, conv. dalla l. 14.05.2005 n. 80), prevedendo in relazione alla d.i.a. il potere dell’amministrazione competente di assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli art. 21-quinquies e 21-nonies; pertanto, una volta formatosi il titolo edilizio della d.i.a., l’intervento dell’amministrazione può essere giustificato soltanto nell’ambito di in procedimento di secondo grado di annullamento o revoca d’ufficio, ai sensi degli art. 21-quinquies e 21-nonies l. n. 241 del 1990, previo avviso di avvio di procedimento all’interessato e previa confutazione, ove ne sussistano i presupposti, delle ragioni dallo stesso eventualmente presentate nell’ambito della partecipazione al procedimento”.

Carattere dirimente, con assorbimento d’ogni altra doglianza, riveste la considerazione della censura sub 2), nell’ambito della quale il ricorrente ha denunziato quanto segue: “Ciò che, ad ogni modo, più propriamente rileva è che le opere di specie sono state realizzate in forza di d.i.a. acquisita al protocollo comunale in data 26.04.1997 al n. 3588, decorso il termine di legge senza che il responsabile del competente ufficio comunale abbia notificato l’ordine di non effettuare l’intervento”.
In presenza, infatti, della documentazione, prodotta da parte ricorrente, comprovante il deposito della d.i.a. in oggetto; tenuto conto del decorso di oltre nove mesi tra la data di deposito della suddetta denunzia e l’ordinanza di demolizione gravata; considerato, infine, che nessun chiarimento è stato fornito, dall’Ufficio Tecnico Comunale (nonostante l’ordine istruttorio impartito dal Collegio) circa “la relazione, intercorrente tra le opere realizzate e quelle, di cui alla d.i.a. presentata nel 2007”, tale eventualmente da corroborare l’ipotesi di una discordanza tra le opere in questione (dovendosi di conseguenza accettare, per il principio di non contestazione, l’affermazione di parte ricorrente, circa l’identità delle stesse); il Tribunale ritiene che l’adozione dell’ordinanza di demolizione impugnata dovesse essere necessariamente preceduta dall’annullamento, in autotutela, del titolo edilizio, silentemente formatosi in relazione alla suddetta denunzia d’inizio d’attività, in assenza dell’esercizio, da parte del Comune di Vibonati, del potere inibitorio, nel termine previsto dalla legge.
Per tale soluzione, cfr. la massima che segue: “E` legittimo l’ordine di demolizione di un’opera edilizia, adottato (ai sensi dell’art 35, comma 1, d.lgs. n. 380/2001) da un ente locale a tutela del patrimonio pubblico, avendo preliminarmente annullato, in autotutela, gli effetti della d.i.a., sulla quale si è impropriamente formato il silenzio assenso a causa dell’assenza del presupposto della disponibilità dell’area: anche dopo il decorso del termine di trenta giorni previsto per la verifica dei presupposti e requisiti di legge, infatti, l’amministrazione non perde i propri poteri di autotutela, né nel senso di poteri di vigilanza e sanzionatori, né nel senso di poteri di espressione dell’esercizio di una attività di secondo grado estrinsecantesi nell’annullamento d’ufficio e nella revoca (art. 35, comma 3, d.lgs. 380/2001)” (TAR Lombardia–Brescia – Sez. II, 03.09.2012, n. 1495).
Fermo restando, quindi, che anche nella specie l’Amministrazione conservava intatti, pur dopo il decorso del termine di legge per inibire l’intervento in questione (a seguito della presentazione della d.i.a.), i propri poteri di agire in autotutela, trattandosi di edificazione in area, qualificata come demaniale (in disparte ogni contestazione di parte ricorrente al riguardo) (rispetto alla quale tipologia di opere s’è affermato: “L’art. 35, d.P.R. 06.06.2001 n. 380, che disciplina gli “interventi abusivi realizzati su suoli di proprietà dello Stato o di enti pubblici”, dispone che qualora sia accertata la realizzazione di interventi in assenza di permesso di costruire o di denuncia di inizio attività, ovvero in totale o parziale difformità dai medesimo, su suoli del demanio o del patrimonio dello Stato o di enti pubblici, debba essere ordinata al responsabile dell’abuso la demolizione ed il ripristino dello stato dei luoghi. Tale disciplina, differente rispetto a quella ordinaria dettata dall’art. 31 del t. u. dell’edilizia e che non prevede l’irrogazione di sanzioni pecuniarie, trova la sua giustificazione nella peculiare gravità della condotta sanzionata, che riguarda la costruzione di opere abusive su suoli pubblici” – TAR Abruzzo–Pescara – Sez. I, 14.01.2010, n. 23), ritiene il Tribunale che peraltro, prima di sanzionare con la demolizione l’edificazione delle opere descritte in epigrafe, il Comune avrebbe dovuto necessariamente eliminare l’ostacolo giuridico (rispetto all’ordine di demolizione) costituito dall’avvenuto consolidamento del titolo edilizio “per silentium”, e per fare ciò (trattandosi di provvedimento di secondo grado, incidente su un provvedimento ampliativo della sfera giuridica del ricorrente) avrebbe dovuto inderogabilmente rispettare le garanzie partecipative, previste dall’art. 7 della l. 241/1990, onde porre l’interessato in condizione d’interloquire al riguardo (in primis, evidentemente, proprio circa l’asserita –dal medesimo– non demanialità dell’area, oggetto d’intervento).
In senso conforme a quello sopra prospettato s’è espressa, del resto, la massima seguente: “Un esplicito riconoscimento della natura provvedimentale della d.i.a. è stato fornito dal legislatore, che ha modificato l’art. 19 l. n. 241 del 1990 (con l’art. 3 d. l. 14.03.2005 n. 35, conv. dalla l. 14.05.2005 n. 80), prevedendo in relazione alla d.i.a. il potere dell’amministrazione competente di assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli art. 21-quinquies e 21-nonies; pertanto, una volta formatosi il titolo edilizio della d.i.a., l’intervento dell’amministrazione può essere giustificato soltanto nell’ambito di in procedimento di secondo grado di annullamento o revoca d’ufficio, ai sensi degli art. 21-quinquies e 21-nonies l. n. 241 del 1990, previo avviso di avvio di procedimento all’interessato e previa confutazione, ove ne sussistano i presupposti, delle ragioni dallo stesso eventualmente presentate nell’ambito della partecipazione al procedimento” (TAR Lazio–Roma – Sez. II, 02.02.2010, n. 1408)
(TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 06.09.2013 n. 1820 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

agosto 2013

EDILIZIA PRIVATA: M. Grisanti, CONDONO EDILIZIO e CONCESSIONI A SANATORIA NULLE - (commento alla sentenza n. 3845/2013 del Consiglio di Stato, depositata il 15.07.2013) (13.08.2013 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il provvedimento abilitativo tacito costituito per effetto del silenzio-assenso si può formare soltanto se la domanda presentata possiede i presupposti per essere accolta, perché il difetto di taluno dei presupposti sostanziali per poter accedere al condono impedisce che possa avviarsi il procedimento disciplinato dall'art. 35 della legge n. 47/1985 in cui il decorso del tempo è coelemento costitutivo della fattispecie autorizzativa.
Al riguardo, infatti, è stato puntualmente osservato che:
a) in linea generale il tacito accoglimento della domanda di condono si differenzia dalla decisione esplicita solo per l'aspetto formale;
b) conseguentemente il silenzio-assenso non si perfeziona per il solo fatto dell'inutile decorso del termine perentorio a far data dalla presentazione della domanda di sanatoria e del pagamento dell'oblazione, se non sopravviene la risposta del comune, occorrendo altresì l'acquisizione della prova, da parte del comune medesimo, della ricorrenza dei requisiti soggettivi ed oggettivi stabiliti dalle specifiche disposizioni di settore, da verificarsi all'interno del relativo procedimento;
c) la domanda di condono deve, pertanto, essere corredata dalla prescritta documentazione indicata dalla legge essendo la produzione di tale documentazione indispensabile proprio al fine del riscontro dei requisiti soggettivi ed oggettivi;
d) in particolare, sul piano oggettivo, la formazione del silenzio–assenso richiede quale presupposto essenziale, oltre al completo pagamento delle somme dovute a titolo di oblazione, che siano stati integralmente dimostrati gli ulteriori requisiti sostanziali relativi al tempo di ultimazione dei lavori, all'ubicazione, alla consistenza delle opere e ad ogni altro elemento rilevante affinché possano essere utilmente esercitati i poteri di verifica dell'amministrazione comunale;
e) del pari, sotto il profilo soggettivo, deve essere dimostrata la legittimazione attiva del richiedente il condono.

Secondo il prevalente orientamento giurisprudenziale, condiviso dal Collegio (cfr. TAR Campania, Napoli, sez. II, 06.02.2012, n. 585), il provvedimento abilitativo tacito costituito per effetto del silenzio-assenso si può formare soltanto se la domanda presentata possiede i presupposti per essere accolta, perché il difetto di taluno dei presupposti sostanziali per poter accedere al condono impedisce che possa avviarsi il procedimento disciplinato dall'art. 35 della legge n. 47/1985 in cui il decorso del tempo è coelemento costitutivo della fattispecie autorizzativa (ex multis, cfr. TAR Calabria Catanzaro, sez. I, 18.09.2012, n. 951; TAR Puglia, Bari, sez. III, 19.04.2012, n. 743).
Al riguardo, infatti, è stato puntualmente osservato che:
a) in linea generale il tacito accoglimento della domanda di condono si differenzia dalla decisione esplicita solo per l'aspetto formale;
b) conseguentemente il silenzio-assenso non si perfeziona per il solo fatto dell'inutile decorso del termine perentorio a far data dalla presentazione della domanda di sanatoria e del pagamento dell'oblazione, se non sopravviene la risposta del comune, occorrendo altresì l'acquisizione della prova, da parte del comune medesimo, della ricorrenza dei requisiti soggettivi ed oggettivi stabiliti dalle specifiche disposizioni di settore, da verificarsi all'interno del relativo procedimento;
c) la domanda di condono deve, pertanto, essere corredata dalla prescritta documentazione indicata dalla legge essendo la produzione di tale documentazione indispensabile proprio al fine del riscontro dei requisiti soggettivi ed oggettivi;
d) in particolare, sul piano oggettivo, la formazione del silenzio–assenso richiede quale presupposto essenziale, oltre al completo pagamento delle somme dovute a titolo di oblazione, che siano stati integralmente dimostrati gli ulteriori requisiti sostanziali relativi al tempo di ultimazione dei lavori, all'ubicazione, alla consistenza delle opere e ad ogni altro elemento rilevante affinché possano essere utilmente esercitati i poteri di verifica dell'amministrazione comunale;
e) del pari, sotto il profilo soggettivo, deve essere dimostrata la legittimazione attiva del richiedente il condono (in tal senso, da ultimo, C.d.S., sez. V, 08.11.2011, n. 5894) (TAR Basilicata, sentenza 03.08.2013 n. 488 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

luglio 2013

EDILIZIA PRIVATA: E’ opinione del Collegio che l'alternativa sanzione pecuniaria, di cui al secondo comma dell’art. 33 DPR 380/2001, sia prevista non in ragione delle condizioni dei responsabili dell'abuso e/o proprietari, ovvero della gravosità e/o onerosità degli interventi di rimessione in pristino, bensì unicamente per l'ipotesi di pregiudizio alla statica della parte legittima dell’edificio che, per effetto della demolizione di quella abusiva, potrebbe determinarsi.
Va in proposito precisato che eventuali problemi di statica vanno valutati nel momento in cui i lavori di ripristino sono ultimati e che, quindi, l’autore dell’abuso non può invocare, al fine di ottenere l’applicazione della misura pecuniaria, la necessità di demolire anche parti non abusive qualora ciò sia necessario a rendere l’edificio conforme agli strumenti urbanistico-edilizi vigenti e qualora tali parti possano poi essere ripristinate senza pregiudizio per la statica dell’immobile.

In base al primo comma dell’art. 33 del TUE, colui che realizza interventi di ristrutturazione edilizia in totale difformità dal permesso di costruire rilasciato, è tenuto a rimuoverli o demolirli e, in ogni caso, a rendere gli edifici sui cui gli interventi stessi sono stati realizzati conformi alle prescrizioni degli strumenti urbanistico-edilizi, e ciò entro un congruo termine stabilito dal dirigente o dal responsabile del competente ufficio comunale con propria ordinanza.
Aggiunge poi il comma secondo dello stesso articolo che “qualora, sulla base di motivato accertamento dell'ufficio tecnico comunale, il ripristino dello stato dei luoghi non sia possibile, il dirigente o il responsabile dell'ufficio irroga una sanzione pecuniaria pari al doppio dell'aumento di valore dell'immobile, conseguente alla realizzazione delle opere”.
E’ opinione del Collegio che l'alternativa sanzione pecuniaria, di cui al secondo comma dell’art. 33 cit., sia prevista non in ragione delle condizioni dei responsabili dell'abuso e/o proprietari, ovvero della gravosità e/o onerosità degli interventi di rimessione in pristino, bensì unicamente per l'ipotesi di pregiudizio alla statica della parte legittima dell’edificio che, per effetto della demolizione di quella abusiva, potrebbe determinarsi (cfr. TAR Lazio Roma, sez. sez. I, 04.03.2009 n. 2248).
Va in proposito precisato che eventuali problemi di statica vanno valutati nel momento in cui i lavori di ripristino sono ultimati e che, quindi, l’autore dell’abuso non può invocare, al fine di ottenere l’applicazione della misura pecuniaria, la necessità di demolire anche parti non abusive qualora ciò sia necessario a rendere l’edificio conforme agli strumenti urbanistico-edilizi vigenti e qualora tali parti possano poi essere ripristinate senza pregiudizio per la statica dell’immobile.
Ciò premesso va osservato che, nel caso concreto, è vero che la rimessa in pristino dell’edificio potrebbe richiedere la demolizione dell’intero tetto, ma è anche vero che una volta accorciati i muri perimetrali (l’abuso infatti consiste nella realizzazione di muri perimetrali di lunghezza maggiore rispetto a quella assentita) il tetto potrà essere agevolmente ricostruito, e che, una volta fatto ciò, nessun problema di statica si porrebbe.
Non hanno rilievo poi la circostanze che l’abuso realizzato non avrebbe incidenze paesaggistiche e che, comunque, questo sarebbe di lieve entità.
L’applicazione della misura ripristinatoria di cui al primo comma dell’art. 33 non richiede infatti che l’abuso abbia incidenza paesaggistica. Inoltre, l’abuso nel concerto realizzato, per stessa ammissione di parte ricorrente, supera il margine di tollerabilità (pari al 2 per cento delle misure progettuali) stabilito dall’art. 34, ultimo comma, del TUE, introdotto dall'art. 5, comma 2, lett. a), n. 5), del d.l. 13.05.2011, n. 70; sicché esso non può considerarsi irrilevante.
Neppure ha rilievo la circostanza che nel provvedimento impugnato sia stato richiamato l’art. 31 del TUE in luogo dell’art. 33 e che, in un passaggio, lo stesso provvedimento qualifichi l’intervento realizzato quale intervento di nuova costruzione.
Va invero osservato che dalla lettura complessiva del provvedimento si può agevolmente inferire che il Comune intimato ha correttamente descritto l’abuso realizzato senza incorrere in alcun travisamento dei fatti; e che la sanzione applicata, per le ragioni sopra illustrate, è quella corretta in relazione alla fattispecie concreta (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 26.07.2013 n. 1986 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato alla constatata abusività che non richiede alcuna specifica valutazione delle ragioni d'interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati e neppure una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale alla demolizione, non essendo configurabile alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di illecito permanente, che il tempo non può legittimare in via di fatto.
Infatti, non solo è noto l’orientamento giurisprudenziale assolutamente prevalente in tema di repressione di abusi, (cfr. Consiglio di Stato sez. IV, 28.12.2012, n. 6702; TAR Lombardia Milano, sez. II, 19.02.2009, n. 1318) nel senso che l’ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato alla constatata abusività che non richiede alcuna specifica valutazione delle ragioni d'interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati e neppure una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale alla demolizione, non essendo configurabile alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di illecito permanente, che il tempo non può legittimare in via di fatto, ma è anche inesatto sostenere che l’amministrazione è rimasta inerte di fronte alla condotta commissiva del responsabile dell’abuso, avendo al contrario immediatamente adottato il provvedimento sanzionatorio che ha generato il contenzioso di cui si è dato conto al precedente punto 2.2. (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 19.07.2013 n. 1924 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Quando il proprietario dell’area non sia il responsabile dell’abuso il provvedimento repressivo non può costituire titolo per l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell’area di sedime sulla quale insiste il bene.
L’estraneità del proprietario agli abusi edilizi commessi sul bene da un soggetto che ne abbia la piena ed esclusiva disponibilità non implica, pertanto, l’illegittimità dell’ordinanza di demolizione o di riduzione in pristino dello stato dei luoghi, emessa nei suoi confronti, ma solo l’inidoneità del provvedimento repressivo a costituire titolo per l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell’area di sedime sulla quale insiste il bene.
L’acquisizione gratuita dell’area non è, infatti, una misura strumentale, per consentire al Comune di eseguire la demolizione, né una sanzione accessoria di questa, ma costituisce una sanzione autonoma che consegue all’inottemperanza all’ingiunzione.
Ne discende che l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale si riferisce esclusivamente al responsabile dell’abuso, non potendo operare nella sfera giuridica di altri soggetti e, in particolare, nei confronti del proprietario dell’area quando risulti, in modo inequivocabile, la sua completa estraneità al compimento dell’opera abusiva o che, essendone egli venuto a conoscenza, si sia adoperato per impedirlo con gli strumenti offerti dall’ordinamento.

Fondato è invece il terzo motivo, con cui la ricorrente deduce la violazione dell’art. 31 del DPR 380/2001 in relazione all’acquisizione dell’area al patrimonio comunale nei confronti dei proprietari non responsabili degli abusi per cui è causa, che non ne avevano la disponibilità.
E’ infatti pacifico (cfr. per tutte Cons. Stato, VI, 04.03.2013, n. 1268; id. Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 05.04.2013, n. 1886) il principio che quando il proprietario dell’area non sia il responsabile dell’abuso, ciò che nella specie non è controverso tra le parti, il provvedimento repressivo non può costituire titolo per l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell’area di sedime sulla quale insiste il bene.
L’estraneità del proprietario agli abusi edilizi commessi sul bene da un soggetto che ne abbia la piena ed esclusiva disponibilità non implica, pertanto, come sostiene parte ricorrente, l’illegittimità dell’ordinanza di demolizione o di riduzione in pristino dello stato dei luoghi, emessa nei suoi confronti, ma solo l’inidoneità del provvedimento repressivo a costituire titolo per l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell’area di sedime sulla quale insiste il bene.
L’acquisizione gratuita dell’area non è, infatti, una misura strumentale, per consentire al Comune di eseguire la demolizione, né una sanzione accessoria di questa, ma costituisce una sanzione autonoma che consegue all’inottemperanza all’ingiunzione.
Ne discende che l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale si riferisce esclusivamente al responsabile dell’abuso, non potendo operare nella sfera giuridica di altri soggetti e, in particolare, nei confronti del proprietario dell’area quando risulti, in modo inequivocabile, la sua completa estraneità al compimento dell’opera abusiva o che, essendone egli venuto a conoscenza, si sia adoperato per impedirlo con gli strumenti offerti dall’ordinamento
(TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 19.07.2013 n. 1924 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'erronea indicazione del mappale su cui insiste una delle opere abusive, contenuta nel verbale di accertamento dell'inottemperanza all'ordine di demolire le opere abusive di cui all'art. 7 l. 28.02.1985 n. 47, costituisce non già un semplice errore materiale, ma un vizio del procedimento che travolge il provvedimento con il quale sia stata disposta l'acquisizione al patrimonio comunale dell'area interessata.
Ai fini dell'atto di accertamento di inottemperanza all'ingiunzione a demolire necessita individuare specificatamente la costruzione abusiva con l'indicazione dei dati catastali e di quelli presenti nella conservatoria dei registri immobiliari, anche con riferimento agli effetti sull'acquisizione delle aree; ne risulta che il menzionato contrasto nell’indicazione delle aree sussistente tra i suddetti provvedimenti inficia irrimediabilmente il provvedimento di acquisizione per vizio del procedimento.

Il collegio ritiene di accogliere tale censura, confermando l’ordinanza cautelare succitata in precedenza emessa dalla sezione seconda di questo Tribunale e riportandosi al consistente orientamento della giurisprudenza amministrativa per il quale l'erronea indicazione del mappale su cui insiste una delle opere abusive, contenuta nel verbale di accertamento dell'inottemperanza all'ordine di demolire le opere abusive di cui all'art. 7 l. 28.02.1985 n. 47, costituisce non già un semplice errore materiale, ma un vizio del procedimento che travolge il provvedimento con il quale sia stata disposta l'acquisizione al patrimonio comunale dell'area interessata (cfr. TAR Lombardia, Brescia, 09.03.1993, n. 196).
Ed invero, ai sensi dell'art. 7, comma 4, della legge 28.02.1985 n. 47, ai fini dell'atto di accertamento di inottemperanza all'ingiunzione a demolire necessita individuare specificatamente la costruzione abusiva con l'indicazione dei dati catastali e di quelli presenti nella conservatoria dei registri immobiliari, anche con riferimento agli effetti sull'acquisizione delle aree (cfr. Cons. Stato, sez. II, 05.02.1997, n. 1219); ne risulta che il menzionato contrasto nell’indicazione delle aree sussistente tra i suddetti provvedimenti inficia irrimediabilmente il provvedimento di acquisizione per vizio del procedimento (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 18.07.2013 n. 1897 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In tema di reati edilizi, l'ordine di demolizione di cui all'art. 31, comma 9, d.P.R. 06.06.2001 n. 380 è una sanzione amministrativa di tipo ablatorio, accessoria rispetto alla condanna principale, che costituisce esplicitazione di un potere sanzionatorio, non residuale o sostitutivo ma svincolato rispetto a quelli dell'autorità amministrativa, attribuito dalla legge al giudice penale.
Il relativo provvedimento, pertanto, al pari delle altri statuizioni della sentenza, una volta che questa sia passata in giudicato, è assoggettato all'esecuzione nelle forme previste dagli art. 655 e ss. c.p.p., onde l'organo promotore dell'esecuzione va identificato nel p.m..

La giurisprudenza spiega che “in tema di reati edilizi, l'ordine di demolizione di cui all'art. 31, comma 9, d.P.R. 06.06.2001 n. 380 è una sanzione amministrativa di tipo ablatorio, accessoria rispetto alla condanna principale, che costituisce esplicitazione di un potere sanzionatorio, non residuale o sostitutivo ma svincolato rispetto a quelli dell'autorità amministrativa, attribuito dalla legge al giudice penale. Il relativo provvedimento, pertanto, al pari delle altri statuizioni della sentenza, una volta che questa sia passata in giudicato, è assoggettato all'esecuzione nelle forme previste dagli art. 655 e ss. c.p.p., onde l'organo promotore dell'esecuzione va identificato nel p.m.” (Cassazione penale sez. III 28.04.2010 n. 32952)
(TAR Lazio-Latina, sentenza 17.07.2013 n. 646 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il verbale con cui si accerta l’inottemperanza all’ordine di demolizione è un mero atto procedimentale avente contenuto conoscitivo e di accertamento di un fatto storico, di per sé inidoneo a ledere situazioni giuridiche.
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Il fatto che il verbale sottoscritto da dipendenti incaricati, di accertamento dell’inottemperanza, sia, in sé, mero atto endoprocedimentale della P.A., privo di efficacia esterna, fino a che non venga emanata la determinazione finale della P.A., comporta, tra l’altro, che la presenza alle operazioni di accertamento dell’inottemperanza all’ordine di demolire, di cui viene formato verbale, non fa decorrere il termine per impugnare il successivo provvedimento terminale, dal quale soltanto conseguono effetti esterni.
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La presentazione di un’istanza di accertamento di conformità o sanatoria ex art. 13 della l. n. 47/1985 ed ora art. 36 del d.P.R. n. 380/2001, a fronte di un provvedimento di demolizione precedentemente emesso, fa venir meno l’efficacia dell’ordine repressivo, dovendo quest’ultimo venir sostituito o dalla concessione in sanatoria, o, in caso di diniego della stessa, da un nuovo provvedimento sanzionatorio.
Ciò, giacché il riesame dell’abusività dell’opera, onde verificarne l’eventuale sanabilità, comporta la (necessaria) formazione di un nuovo provvedimento, che va a superare l’ordine di demolizione originariamente adottato dalla P.A..
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Il
verbale di accertamento dell'inottemperanza all'ordinanza di demolizione conserva la sua natura di mero atto endoprocedimentale e di accertamento di un fatto storico, non impugnabile in quanto di per sé non lesivo, mentre l’unico effetto che consegue alla perdita di efficacia dell’ingiunzione a demolire è la necessaria inidoneità del verbale stesso a costituire il presupposto dei successivi atti della sequenza procedimentale prevista dall’art. 31 del d.P.R. n. 380/2001.
Considerato, infatti, che per consolidata giurisprudenza (cfr. ex multis, C.G.A.R.S., Sez. giurisd., 12.11.2008, n. 930; TAR Puglia, Bari, Sez. III, 16.02.2006, n. 538; TAR Campania, Napoli, Sez. II, 14.12.2012, n. 5202), il verbale con cui si accerta l’inottemperanza all’ordine di demolizione è un mero atto procedimentale avente contenuto conoscitivo e di accertamento di un fatto storico, di per sé inidoneo a ledere situazioni giuridiche;
Osservato, sul punto, che il fatto che il verbale sottoscritto da dipendenti incaricati, di accertamento dell’inottemperanza, sia, in sé, mero atto endoprocedimentale della P.A., privo di efficacia esterna, fino a che non venga emanata la determinazione finale della P.A. (cfr. TAR Trentino Alto Adige, Trento, 02.06.1999 n. 200; TAR Sicilia, Catania, 18.11.1999, n. 2393), comporta, tra l’altro, che la presenza alle operazioni di accertamento dell’inottemperanza all’ordine di demolire, di cui viene formato verbale, non fa decorrere il termine per impugnare il successivo provvedimento terminale, dal quale soltanto conseguono effetti esterni (cfr. TAR Friuli Venezia Giulia, 25.03.2002, n. 124);
Considerato che la contraria tesi sostenuta dal ricorrente –basata sull’assunto per cui il verbale di accertamento dell’inottemperanza costituirebbe, nel caso di specie, il vero provvedimento, avendo l’ordine di demolizione che ne integra il presupposto perso efficaci – non può essere accolta, per le seguenti ragioni:
   - alla luce della giurisprudenza prevalente (cfr., ex plurimis, TAR Puglia, Bari, Sez. II, 11.04.2012, n. 705; TAR Lombardia, Milano. Sez. IV, 08.09.2010, n. 5159), cui ha aderito anche questa Sezione (cfr., ex plurimis, TAR Lazio, Latina, 06.02.2002, n. 67), la presentazione di un’istanza di accertamento di conformità o sanatoria ex art. 13 della l. n. 47/1985 ed ora art. 36 del d.P.R. n. 380/2001, a fronte di un provvedimento di demolizione precedentemente emesso, fa venir meno l’efficacia dell’ordine repressivo, dovendo quest’ultimo venir sostituito o dalla concessione in sanatoria, o, in caso di diniego della stessa, da un nuovo provvedimento sanzionatorio. Ciò, giacché il riesame dell’abusività dell’opera, onde verificarne l’eventuale sanabilità, comporta la (necessaria) formazione di un nuovo provvedimento, che va a superare l’ordine di demolizione originariamente adottato dalla P.A. (TAR Lazio, Latina, Sez. I, 15.10.2012, n. 762);
   - nel caso di specie, ciò è indubbiamente avvenuto, avendo il sig. Angelè presentato al Comune di Sabaudia, in data 01.07.2005, istanza di sanatoria ex art. 36 del d.P.R. n. 380/2001 per le opere già oggetto dell’ordinanza di demolizione n. 08 del 09.05.2005, collocate sul terreno distinto in catasto al fg. n. 119, part. n. 578, con il corollario del venire meno dell’efficacia dell’ordinanza de qua in data ben anteriore al verbale di accertamento della sua inottemperanza, impugnato in questa sede;
   - quanto si è più sopra illustrato, tuttavia, non vale a mutare il verbale gravato in un provvedimento impugnabile –come preteso dal ricorrente– poiché tale verbale conserva la sua natura di mero atto endoprocedimentale e di accertamento di un fatto storico, non impugnabile in quanto di per sé non lesivo, mentre l’unico effetto che consegue alla perdita di efficacia dell’ingiunzione a demolire è la necessaria inidoneità del verbale stesso a costituire il presupposto dei successivi atti della sequenza procedimentale prevista dall’art. 31 del d.P.R. n. 380/2001 e dall’art. 15 della l.r. n. 15/2008 (atto di acquisizione al patrimonio comunale del manufatto e dell’area di sedime; irrogazione della sanzione pecuniaria ex art. 15 cit.): atti che, dunque, allo stato, laddove venissero emanati, sarebbero di per sé illegittimi;
   - non potrebbe opporsi che la sanatoria è stata rigettata dalla P.A. (che ha contestualmente ingiunto nuovamente la demolizione), sia perché tale rigetto è stato annullato da questa Sezione con sentenza n. 538 del 04.07.2012, sia perché, casomai, la P.A. avrebbe dovuto accertare l’inottemperanza alla nuova ingiunzione a demolire (TAR Lazio-Latina, sentenza 17.07.2013 n. 639 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'autore di un abuso edilizio, che abbia prestato acquiescenza al diniego di concessione di costruzione in sanatoria, decade dalla possibilità di rimettere in discussione l'abuso accertato in sede di impugnazione dell'ordine di demolizione, atteso che quest'ultimo rinviene nel diniego di sanatoria il suo presupposto.
L'autore di un abuso edilizio, che abbia prestato acquiescenza al diniego di concessione di costruzione in sanatoria, decade dalla possibilità di rimettere in discussione l'abuso accertato in sede di impugnazione dell'ordine di demolizione, atteso che quest'ultimo rinviene nel diniego di sanatoria il suo presupposto (TAR Piemonte, Sez. I, 04.09.2009 n. 2253, C.S. Sez. V 17.09.2008 n. 4446, C.S., Sez. V, 28.12.2007 n. 6715) (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 16.07.2013 n. 1874 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sanzioni degli abusi edili: motivazione tanto più rigorosa quanto e maggiore il tempo trascorso.
La p.a. ha l’onere, in via eccezionale, di motivare l’adozione di una misura repressiva in materia edilizia quando il decorso di un lasso di tempo notevole fra la realizzazione dell'opera irregolare, ma munita pur sempre di un formale titolo, e l'adozione della misura repressiva abbia ingenerato un solido affidamento in capo al cittadino (specialmente ove si tratti di un terzo acquirente).Tale onere deve considerare anche la condizione di buona fede dei soggetti da sanzionare e gli eventuali indebiti vantaggi che questi avrebbero ricavato dall’illecito.

Il Consiglio di Stato si pronuncia ancora una volta sullo spinoso problema degli effetti del passaggio del tempo sull’applicabilità delle sanzioni per abusi edilizi
La questione generale, più volte dibattuta, è se il passaggio di un notevole lasso di tempo dalla commissione dell’abuso, con la possibile creazione di un affidamento da parte del privato, renda l’abuso stesso non più sanzionabile o, comunque, comporti un onere di motivazione a carico della p.a. sull’esistenza di un interesse pubblico attuale all’adozione della misura sanziontoria.
Nel caso di specie era stata inflitta una sanzione pecuniaria per opere realizzate in difformità dalla licenza edilizia circa mezzo secolo prima.
Il giudice di appello rileva come la regola di fondo è quella che il potere repressivo in materia edilizia non è sottoposto a termini di decadenza né di prescrizione, ed è quindi esercitabile in ogni tempo (anche in ragione del carattere permanente degli illeciti edilizi o per lo meno dei loro effetti).
Dà quindi atto dell’esistenza di un consistente indirizzo giurisprudenziale che esclude che l'interessato possa dolersi del fatto che l'Amministrazione non abbia emanato in data antecedente i dovuti atti repressivi. I provvedimenti sanzionatori in materia edilizia sono atti vincolati che non richiedono una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico che si intendono tutelare, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, non potendosi ammettere l'esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può legittimare.
La pronuncia in esame aggiunge però che il criterio di indifferenza dell’epoca di commissione dell’abuso non può essere applicato in modo meccanico e illimitato ma si configurano delle eccezioni in cui l’applicazione della sanzione deve essere motivata sulla base di un interesse pubblico specifico e concreto, idoneo a giustificare l’intervento dell’Amministrazione su un assetto da lungo tempo consolidato
Vengono in rilievo le ipotesi in cui la costruzione sia munita di un titolo edificatorio (trattandosi di semplici difformità dal medesimo), siano passati svariati decenni dalla commissione della violazione e la sanzione si indirizza nei confronti non dei responsabili degli abusi ma di successivi proprietari, i quali fino a prova contraria hanno acquistato gli rispettivi immobili ad un prezzo di mercato ragguagliato alla loro consistenza oggettiva.
In questi casi la motivazione si impone quale contrappeso alla mancanza di termini di prescrizione e decadenza per l’esercizio del potere repressivo.
Un onere di motivazione si configura quindi eccezionalmente ove il decorso di un lasso di tempo notevole fra la realizzazione dell'opera irregolare, ma munita pur sempre di un formale titolo, e l'adozione della misura repressiva, abbia ingenerato un solido affidamento in capo al cittadino (specialmente ove si tratti di un terzo acquirente).
Tale onere deve considerare, tra gli altri elementi, anche la condizione di possibile buona fede dei soggetti che si vorrebbero sanzionare, né può andar disgiunto da una verifica circa gli eventuali indebiti vantaggi che questi avrebbero ritratto dall’illecito.
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Esito del ricorso
Conferma sent. TAR Campania–Napoli, Sez. IV, n. 3426/2000,
Precedenti giurisprudenziali
Per l’irrilevanza del passaggio del tempo in materia di sanzioni edilizie: Cons. Stato Sez. VI, 28.04.2013, n. 496; Sez. IV, 04.05.2012, n. 2592; Sez. IV, 16.04.2012, n. 2185; Sez. VI, 05.04.2012, n. 2038; Sez. VI, 27.03.2012, n. 1813; Sez. VI, 27.03.2012, n. 1793; Sez. IV, 27.10.2011, n. 5758, Sez. VI, 11.05.2011, n. 2781; Sez. IV, 31.08.2010, n. 3955; Sez. V, 27.04.2011, n. 2497; Sez. VI, 11.05.2011, n. 2781; Sez. I, 30.06.2011, n. 4160.
Per la rilevanza del passaggio del tempo in materia di sanzioni edilizie: Cons. Stato Sez. IV, 02.10.2012, n. 5183; Sez. V, 09.02.2010, n. 628 Sez. V, 29.05.2006 n. 3270; Sez. V, 25.06.2002 n. 3443; C.G.A.R.S. 23.04.2001 n. 183; Cons. Stato, Sez. V, 19.03.1999 n. 286; Sez. V, 11.02.1999 n. 143; Sez. V, 14.10.1998 n. 1483; Sez. V, 12.03.1996 n. 247; sez. IV, 03.1996 n. 95
Riferimenti normativi
Art. 12 legge n. 47 del 1985 (commento tratto da www.ispoa.it - Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 15.07.2013 n. 3847 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In pendenza del procedimento di sanatoria, il ricorso giurisdizionale avverso l’ordinanza di demolizione è improcedibile, atteso che, se la domanda di sanatoria viene favorevolmente definita, l’ingiunzione di demolizione perde efficacia, mentre, se viene respinta, l’Amministrazione dovrà necessariamente procedere, con autonomo procedimento, al riesame dell’intera fattispecie ed emanare un nuovo provvedimento sanzionatorio con assegnazione in tal caso di un nuovo termine per eseguirlo, con la conseguenza, anche in quest’ultimo caso, dell’inefficacia del precedente provvedimento demolitorio.
Invero, come la giurisprudenza ha pure posto in luce, non appare coerente con i principi dell’ordinamento e di quelli di logicità e razionalità consentire, senza la previa valutazione della domanda di sanatoria dell’abuso, la distruzione di un bene di valenza economica che potrebbe, in caso di conformità del manufatto alle previsioni urbanistico-edilizie, essere assentito dopo la sua distruzione.
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In materia edilizia l’attività sanzionatoria è vincolata e non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di questo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione, non potendo ammettersi l'esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il tempo non può mai legittimare.
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Il comma 2 dell’art. 31 del D.P.R. n. 380/2001 prevedente la sanzione demolitoria-ripristinatoria -a differenza del successivo comma 3 che indica il solo responsabile dell’abuso a riguardo dell’acquisizione dei beni abusivi al patrimonio comunale se non portati al pristino stato– individua anche il proprietario come destinatario e legittimato passivo del provvedimento di demolizione anche se non autore dell’abuso edilizio commesso nella sua proprietà.
Al riguardo, dunque, la legittimazione passiva del proprietario è prevista espressamente dal suddetto comma 2 dell’art. 31 del D.P.R. n. 380/2001 che trova, evidentemente, la sua ratio nell’attenzione che il proprietario, proprio in forza del suo diritto dominicale, ha (o può e/o deve avere) di ciò che avviene nella sua proprietà e nella consapevolezza avuta di ciò che prende dal suo dante causa, per cui pure ad esso è imposto l’obbligo di ripristino dello stato dei luoghi con l’eliminazione dell’abuso edilizio, fatti salvi i rapporti interni con il responsabile dell’abuso in ordine al risarcimento dei danni e al rimborso delle spese sostenute.
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Discorso diverso va fatto per il provvedimento di acquisizione dei manufatti abusivi e della relativa area di sedime al patrimonio comunale nelle ipotesi di mancata demolizione ad opera dell’autore dell’illecito o del proprietario.
In proposito l’art. 31 del D.P.R. n. 380/2001, al comma 3, dispone la menzionata acquisizione “se il responsabile dell’abuso non provvede alla demolizione” ed, al comma 5, stabilisce che “L’opera acquisita è demolita" a cura del Comune ed a spese “dei responsabili dell’abuso”, salvo che non si decida di conservarla se non contrasti con gli interessi urbanistici o ambientali; e, dunque, al riguardo viene richiamato il solo responsabile dell’abuso e non anche il proprietario.
E, come ricorda la ricorrente, la Corte Costituzionale ha posto in luce che l'acquisizione in parola non è “una misura strumentale, per consentire al Comune di eseguire la demolizione, né una sanzione accessoria di questa, ma costituisce una sanzione autonoma che consegue all'inottemperanza all'ingiunzione, abilitando poi il sindaco (recte: Comune) ad una scelta fra la demolizione di ufficio e la conservazione del bene, definitivamente già acquisito, in presenza di prevalenti interessi pubblici”; che “Da quanto precede deve dedursi che, essendo l'acquisizione gratuita una sanzione prevista per il caso dell'inottemperanza all'ingiunzione di demolire, essa, come risulta dalla stessa formulazione del terzo comma dell'art. 7 della legge in questione (ora art. 31 del D.P.R. n. 380/2001), si riferisce esclusivamente al responsabile dell'abuso, non potendo di certo operare (come avviene talvolta per la confisca, quando questa costituisce misura accessoria di altra sanzione o misura strumentale diretta ad impedire l'ulteriore produzione dell'illecito o l'utilizzazione dei proventi di questo) nella sfera di altri soggetti e, in particolare, nei confronti del proprietario dell'area quando risulti, in modo inequivocabile, la sua completa estraneità al compimento dell'opera abusiva o che, essendone egli venuto a conoscenza, si sia adoperato per impedirlo con gli strumenti offertigli dall'ordinamento”; e che “Di conseguenza appare evidente che, qualora non ricorrano i presupposti per l'acquisizione gratuita del bene, come nel caso in cui l'area sia di proprietà del terzo, la funzione ripristinatoria dell'interesse pubblico violato dall'abuso, sia pur ristretta alla sola possibilità della demolizione, rimane affidata al potere-dovere degli organi comunali di darvi esecuzione d'ufficio. E ciò senza che a tal fine necessiti la preventiva acquisizione dell'area che, se di proprietà del terzo estraneo all'abuso, deve rimanere nella titolarità di questi, anche dopo eseguita d'ufficio la demolizione.”

Al riguardo il consolidato orientamento giurisprudenziale, anche di questo Tribunale, ha avuto modo di affermare che in pendenza del procedimento di sanatoria, il ricorso giurisdizionale avverso l’ordinanza di demolizione è improcedibile, atteso che, se la domanda di sanatoria viene favorevolmente definita, l’ingiunzione di demolizione perde efficacia, mentre, se viene respinta, l’Amministrazione dovrà necessariamente procedere, con autonomo procedimento, al riesame dell’intera fattispecie ed emanare un nuovo provvedimento sanzionatorio con assegnazione in tal caso di un nuovo termine per eseguirlo, con la conseguenza, anche in quest’ultimo caso, dell’inefficacia del precedente provvedimento demolitorio (Cfr. Cons. di Stato – Sez. IV –03/12/2010 n. 8502; TAR Piemonte-TO – Sez. I – 07/04/2011 n. 358; TAR Liguria Genova - sez. I - 28.01.2011 n. 169; TAR Lazio Roma - sez. II - 22.12.2010 n. 38234; TAR Campania Napoli - sez. VI - 25.10.2010 n. 21366; TAR Lombardia Milano - sez. IV – 08.09.2010 n. 5159; TAR Campania – SA – 22/02/2011 n. 350).
Invero, come la giurisprudenza ha pure posto in luce, non appare coerente con i principi dell’ordinamento e di quelli di logicità e razionalità consentire, senza la previa valutazione della domanda di sanatoria dell’abuso, la distruzione di un bene di valenza economica che potrebbe, in caso di conformità del manufatto alle previsioni urbanistico-edilizie, essere assentito dopo la sua distruzione.
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Al riguardo è sufficiente ricordare che la giurisprudenza, condivisa da questo Tribunale, ha avuto modo di affermare che in materia edilizia l’attività sanzionatoria è vincolata e non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di questo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione, non potendo ammettersi l'esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il tempo non può mai legittimare (ex multis: Cons. di Stato - sez. VI – 04/03/2013 n. 1268).
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Si deve osservare che il comma 2 dell’art. 31 del D.P.R. n. 380/2001 prevedente la sanzione demolitoria-ripristinatoria -a differenza del successivo comma 3 che indica il solo responsabile dell’abuso a riguardo dell’acquisizione dei beni abusivi al patrimonio comunale se non portati al pristino stato– individua anche il proprietario come destinatario e legittimato passivo del provvedimento di demolizione anche se non autore dell’abuso edilizio commesso nella sua proprietà.
Al riguardo, dunque, la legittimazione passiva del proprietario è prevista espressamente dal suddetto comma 2 dell’art. 31 del D.P.R. n. 380/2001 che trova, evidentemente, la sua ratio nell’attenzione che il proprietario, proprio in forza del suo diritto dominicale, ha (o può e/o deve avere) di ciò che avviene nella sua proprietà e nella consapevolezza avuta di ciò che prende dal suo dante causa, per cui pure ad esso è imposto l’obbligo di ripristino dello stato dei luoghi con l’eliminazione dell’abuso edilizio, fatti salvi i rapporti interni con il responsabile dell’abuso in ordine al risarcimento dei danni e al rimborso delle spese sostenute (Cfr. anche TAR Campania – NA – Sez. VII – 13/02/2013 n. 873; id. 22/3/2012 n. 1445; id. Sez. VI – 05/03/2012 n. 1099; id. TAR Calabria – CZ – Sez. I – 12/04/2012 n. 369)
Discorso diverso va fatto per il provvedimento di acquisizione dei manufatti abusivi e della relativa area di sedime al patrimonio comunale nelle ipotesi di mancata demolizione ad opera dell’autore dell’illecito o del proprietario.
In proposito l’art. 31 del D.P.R. n. 380/2001, al comma 3, come innanzi si è accennato, dispone la menzionata acquisizione “se il responsabile dell’abuso non provvede alla demolizione” ed, al comma 5, stabilisce che “L’opera acquisita è demolita" a cura del Comune ed a spese “dei responsabili dell’abuso”, salvo che non si decida di conservarla se non contrasti con gli interessi urbanistici o ambientali; e, dunque, al riguardo viene richiamato il solo responsabile dell’abuso e non anche il proprietario.
E, come ricorda la ricorrente, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 345/1991, ha posto in luce che l'acquisizione in parola non è “una misura strumentale, per consentire al Comune di eseguire la demolizione, né una sanzione accessoria di questa, ma costituisce una sanzione autonoma che consegue all'inottemperanza all'ingiunzione, abilitando poi il sindaco (recte: Comune) ad una scelta fra la demolizione di ufficio e la conservazione del bene, definitivamente già acquisito, in presenza di prevalenti interessi pubblici”; che “Da quanto precede deve dedursi che, essendo l'acquisizione gratuita una sanzione prevista per il caso dell'inottemperanza all'ingiunzione di demolire, essa, come risulta dalla stessa formulazione del terzo comma dell'art. 7 della legge in questione (ora art. 31 del D.P.R. n. 380/2001), si riferisce esclusivamente al responsabile dell'abuso, non potendo di certo operare (come avviene talvolta per la confisca, quando questa costituisce misura accessoria di altra sanzione o misura strumentale diretta ad impedire l'ulteriore produzione dell'illecito o l'utilizzazione dei proventi di questo) nella sfera di altri soggetti e, in particolare, nei confronti del proprietario dell'area quando risulti, in modo inequivocabile, la sua completa estraneità al compimento dell'opera abusiva o che, essendone egli venuto a conoscenza, si sia adoperato per impedirlo con gli strumenti offertigli dall'ordinamento”; e che “Di conseguenza appare evidente che, qualora non ricorrano i presupposti per l'acquisizione gratuita del bene, come nel caso in cui l'area sia di proprietà del terzo, la funzione ripristinatoria dell'interesse pubblico violato dall'abuso, sia pur ristretta alla sola possibilità della demolizione, rimane affidata al potere-dovere degli organi comunali di darvi esecuzione d'ufficio. E ciò senza che a tal fine necessiti la preventiva acquisizione dell'area che, se di proprietà del terzo estraneo all'abuso, deve rimanere nella titolarità di questi, anche dopo eseguita d'ufficio la demolizione.”
Alla luce, dunque, dei suesposti parametri legislativi e giurisprudenziali, nel caso in esame, nel quale la ricorrente non risulta autrice dell’abuso perché presumibilmente risalente al suo dante causa e pertanto senza possibilità di opporvisi e nel quale essa è comproprietaria e pertanto non avente la piena disponibilità dei beni, il motivo di gravame esaminato appare fondato nella parte volto avverso il provvedimento di acquisizione dei manufatti al patrimonio comunale, ferma restando la sanzione della demolizione da eseguirsi a cura di parte ovvero, provenendo questa da provvedimento autoritativo con valenza esecutoria, d’ufficio ed a spese della parte privata (Cfr. anche TAR Sicilia – PA – Sez. III – 21/01/2013 n. 153; id. Campania - NA – Sez. II – 26/05/2004 n. 8998)
(TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 15.07.2013 n. 1592 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La presentazione della domanda di sanatoria dell’abuso successivamente alla impugnazione dell'ordinanza di demolizione -o alla notifica del provvedimento di irrogazione delle altre sanzioni per gli abusi edilizi- rende inefficaci i precedenti atti sanzionatori.
Sul piano procedimentale il comune è tenuto, innanzi tutto, a esaminare ed eventualmente a respingere la domanda di sanatoria dovendo effettuare, comunque, una nuova valutazione della situazione, mentre dal punto di vista processuale, la documentata presentazione di detta istanza comporta la improcedibilità del ricorso per carenza di interesse avverso i provvedimenti repressivi.
L'istanza di sanatoria, infatti, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento esplicito o implicito (di accoglimento o di rigetto), che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa.
L’interesse del responsabile dell’abuso si sposta dall'annullamento del provvedimento sanzionatorio già adottato, all'eventuale annullamento del provvedimento (esplicito o implicito) di rigetto.

Il ricorso, con il quale è stata impugnata l’ordinanza di demolizione del manufatto descritto in epigrafe, è improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse a seguito della presentazione della istanza di accertamento di conformità per le opere di cui alla predetta ordinanza di demolizione, allegata agli atti di altro ricorso fissato nella medesima udienza.
E’, infatti, orientamento consolidato di questo Tribunale quello in forza del quale la presentazione della domanda di sanatoria dell’abuso successivamente alla impugnazione dell'ordinanza di demolizione -o alla notifica del provvedimento di irrogazione delle altre sanzioni per gli abusi edilizi- rende inefficaci i precedenti atti sanzionatori (v. anche Consiglio di Stato sez. V 31.10.2012 n. 5553 , sez. V, 08.06.2011, n. 3460; sez. V, 29.12.2009, n. 8935; sez. II, 11.07.2007, n. 624/2005, cui si rinvia in forza del combinato disposto degli artt. 74, co. 1, e 88, co. 2, lett. d), c.p.a.).
Sul piano procedimentale il comune è tenuto, innanzi tutto, a esaminare ed eventualmente a respingere la domanda di sanatoria, come avvenuto nel caso sub judice, dovendo effettuare, comunque, una nuova valutazione della situazione, mentre dal punto di vista processuale, la documentata presentazione di detta istanza comporta la improcedibilità del ricorso per carenza di interesse avverso i provvedimenti repressivi (Così, Consiglio di Stato sez. V, 31.10.2012, n. 5553).
L'istanza di sanatoria, infatti, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento esplicito o implicito (di accoglimento o di rigetto), che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa (cfr. ex multis TAR Campania Salerno, sez. I, 22.02.2011, n. 350 e TAR Campania Napoli, sez. VII, 10.03.2011, n. 1401).
L’interesse del responsabile dell’abuso si sposta dall'annullamento del provvedimento sanzionatorio già adottato, all'eventuale annullamento del provvedimento (esplicito o implicito) di rigetto (TAR Sicilia, Catania, Sez. II, 16.03.1991, n. 67, Palermo, Sez. II, 27.03.2002, n. 826; TAR Campania, Sez. IV, 24.09.2002, n. 5559, 22.02.2003, n. 1310) (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 15.07.2013 n. 1579 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Va rilasciato il permesso in sanatoria in caso di interventi funzionali all'adeguamento della struttura ed all'abbattimento delle barriere architettoniche.
Il ricorso è fondato per i motivi e nei termini di cui appresso.
Il provvedimento impugnato motiva il diniego di accertamento di conformità delle opere eseguite dalla società ricorrente sul presupposto che dette opere abbiano comportato aumenti di volumetria o di superficie utile, così configurandosi come interventi di ristrutturazione edilizia non consentiti nella zona 2 di Tutela del P.U.T. approvato con legge regionale 35/1987.
Tale presupposto, tuttavia, appare erroneo con riguardo alle opere eseguite per l’adeguamento della struttura alle prescrizioni di cui al dm 236/1989, volte a garantire l'accessibilità, l'adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata e agevolata, in attuazione della legge n. 13 del 1989.
Tra i principali interventi per le quali il Comune rileva la creazione di nuova volumetria vi sono:
1) l’ampliamento e modifica del corpo scala (v. punto 1.a), 2.f), 3.h))
2) la modifica delle aree di sbarco dell’ascensore (v. punto 1.c, 2.e).
La giurisprudenza, a tale riguardo, ha evidenziato che l'art. 7 legge n. 13 del 1989 qualifica quale interventi di manutenzione straordinaria quelli finalizzati all'abbattimento delle barriere architettoniche anche laddove consistenti in manufatti (comportanti pertanto una volumetria seppure qualificabile come "volume tecnico") che alterano la sagoma dell'edificio.
Da ciò ha tratto l’inevitabile conseguenza che, a maggiore ragione, devono ritenersi ricompresi fra gli interventi assentibili, ai sensi della richiamata norma di favore, gli interventi determinanti al più un aumento di superficie -e non di volume- volti comunque all'adeguamento funzionale del manufatto, ovvero a rendere lo stesso munito di accesso carrabile (TAR Napoli Sez. VII, n. 3618 - 26.07.2012).
La ricorrente, peraltro, aveva avuto modo di contestare la correttezza dei rilievi fatti dal Comune con proprie osservazioni alle quali i sottoscrittori del provvedimento hanno replicato insistendo sulla ascrivibilità delle opere al regime di ristrutturazione edilizia non consentita nella zona, omettendo altresì di motivare in ordine all’asserita preesistenza delle superfici recuperate a seguito dello spostamento della scala.
Vanno, pertanto, accolte le censure di violazione di legge, erroneità dei presupposti e difetto di istruttoria con riguardo al diniego di accertamento di conformità degli interventi funzionali all’adeguamento della struttura ed all’abbattimento delle barriere architettoniche (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 15.07.2013 n. 1575 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPer le opere ultimate anteriormente all'01.09.1967, per le quali era richiesto -ai sensi dell’art. 31 L. n. 1150/1942 il rilascio della licenza di costruzione, i soggetti interessati possono ottenere il permesso in sanatoria, previo pagamento della somma determinata a titolo di oblazione ex art. 34 L. n. 47/1985.
Considerato che:
- le opere oggetto di richiesta di sanatoria risalgono, come asserisce il ricorrente, al 1958, affermazione mai smentita dall’amministrazione comunale ed anzi da questa implicitamente confermata con il provvedimento favorevole n. 120/1998;
- le stesse sono ubicate fuori dal centro abitato, nell’ambito di un comune all’epoca privo di strumento urbanistico di pianificazione; a quel tempo non era ancora esistente alcun vincolo paesistico, introdotto con decreto ministeriale del 02.11.1968, contenente la dichiarazione di notevole interesse pubblico del sito, ai sensi della L. 1497/1939;
- le opere stesse pertanto non necessitavano di alcuna licenza o concessione sia per l’aspetto urbanistico-edilizio sia per quello paesaggistico.
Ne consegue che, per il fabbricato eseguito, non era richiesto il rilascio della concessione edilizia in sanatoria di cui all’art. 32 l. n. 47/1985.
Quand’anche le opere in questione, siano da considerarsi non pienamente conformi, trova applicazione l’art. 31, comma 5, L. n. 47/1985, secondo cui “per le opere ultimate anteriormente al 01.09.1967 per le quali era richiesto, ai sensi dell’art. 31, comma 1, L. n. 1150 del 1942 e dei regolamenti edilizi comunali, il rilascio della licenza di costruzione, i soggetti interessati conseguono la concessione in sanatoria previo pagamento, a titolo di oblazione, della somma determinata a norma dell’art. 34 della L. n. 47/1985” (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 15.07.2013 n. 1571 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn presenza di opere che implichino una stabile (benché non irreversibile) trasformazione del territorio, preordinata a soddisfare esigenze non precarie, è necessario il rilascio di un idoneo titolo edilizio.
Qualora l'entità del deposito dei materiali e la stabilità dell'utilizzazione dell'area emergano con una certa evidenza, è da ritenersi realizzata una trasformazione permanente dell'assetto edilizio del territorio, necessitante di concessione edilizia.
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La sussistenza da lungo tempo dell’opera abusiva non esclude certamente il potere di controllo e di repressione del comune in materia urbanistico-edilizia, perché l'esercizio di tale potere non è soggetto a prescrizione o decadenza.
Ne consegue che l'accertamento dell'illecito amministrativo e l'applicazione della relativa sanzione possono intervenire anche a notevole distanza di tempo dalla commissione dell'abuso, senza che il ritardo nell'adozione della sanzione comporti sanatoria o il sorgere di affidamenti o situazioni consolidate.
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L'ordine di demolizione costituisce atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né infine una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale alla demolizione, non potendo neppure ammettersi l’esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il tempo non può giammai legittimare, a maggiori ragione laddove l'abuso ricada in zona soggetta a vincola paesaggistica.

Va innanzitutto respinto il rilievo secondo il quale l’attività di deposito avviata sul fondo cui al foglio 9 mappale n. 421 non necessiterebbe di alcun titolo abilitativo, non integrando causa di trasformazione dello stato dei luoghi.
L'affermazione urta in via di fatto con le emergenze dei verbali di sopralluogo prodotti in giudizio che illustrano come il sedime sia occupato da:
- otto container colmi di traversine;
- due rimorchi altrettanto colmi;
- altre traversine accatastate sul terreno, per 17 m di lunghezza, 9 m di larghezza e circa 3 m di altezza quindi con un volume di 450 mc.
L’argomentazione contrasta, inoltre, in punto di diritto, con il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo il quale -in presenza di opere che implichino una stabile (benché non irreversibile) trasformazione del territorio, preordinata a soddisfare esigenze non precarie- è necessario il rilascio di un idoneo titolo edilizio (cfr., ex multis, Cons. St. sez. IV, 24.07.2012, n. 4214).
Sul punto la giurisprudenza amministrativa ha costantemente affermato che, qualora l'entità del deposito dei materiali e la stabilità dell'utilizzazione dell'area emergano con una certa evidenza, è da ritenersi realizzata una trasformazione permanente dell'assetto edilizio del territorio, necessitante di concessione edilizia (TAR Milano sez. IV, 20.12.2011, n. 3307 e sez. II, 11.03.2011, n. 583).
Nel caso di specie, in considerazione dell'entità del deposito di materiali e mezzi d'opera, del relativo ingombro (evincibile dalla documentazione fotografica in atti) e della stabilità dell’utilizzazione dell'area come deposito (l'amministrazione ha, difatti, constatato la posa di materiale inerte già con verbale del 17.11.2008), è da ritenersi certamente realizzata una trasformazione permanente dell'assetto edilizio del territorio, necessitante del rilascio di permesso di costruire ai sensi dell'art. 3, lett. e7), d.P.R. n. 380/2001 (che fa riferimento alle ipotesi di “realizzazione di depositi di merci o di materiali” e di “realizzazione di impianti per attività produttive all'aperto ove comportino l'esecuzione di lavori cui consegua la trasformazione permanente del suolo in edificato”).
In replica ad un’ulteriore contestazione contenuta in ricorso si osserva che la sussistenza da lungo tempo dell’opera abusiva non esclude certamente il potere di controllo e di repressione del comune in materia urbanistico-edilizia, perché l'esercizio di tale potere non è soggetto a prescrizione o decadenza. Ne consegue che l'accertamento dell'illecito amministrativo e l'applicazione della relativa sanzione possono intervenire anche a notevole distanza di tempo dalla commissione dell'abuso, senza che il ritardo nell'adozione della sanzione comporti sanatoria o il sorgere di affidamenti o situazioni consolidate (TAR Milano sez. II, 17.06.2008, n. 2045 e 11.03.2011, n. 583).
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L'ordine di demolizione, infatti, costituisce atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né infine una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale alla demolizione, non potendo neppure ammettersi l’esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il tempo non può giammai legittimare, a maggiori ragione laddove l'abuso ricada in zona soggetta a vincola paesaggistica (cfr. TAR Liguria sez. I, 29.01.2013, n. 217; TAR Napoli sez. II, 12.03.2013, n. 1410 e sez. III, 08.03.2013, n. 1374) (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 12.07.2013 n. 891 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Destinatari dell'obbligo di esposizione del cartello di cantiere.
La violazione dell'obbligo di esporre il cartello indicante gli estremi del titolo abilitativo, qualora prescritto dal regolamento edilizio o dal titolo medesimo, già sanzionata sotto la vigenza dell'ormai abrogata legge 47/1985, è tuttora punita dall'art. 44, lettera a), del d.P.R. 380/2001 in ragione del rapporto di continuità normativa intercorrente tra le diverse disposizioni.
I destinatari dell'obbligo vanno individuati nel titolare del permesso di costruire, nel committente, nel costruttore e nel direttore dei lavori (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 11.07.2013 n. 29730 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Giudice amministrativo ed ordine di demolizione.
Anche la sospensiva da parte del giudice amministrativo del silenzio rigetto sull'istanza di concessione in sanatoria non produce effetti automatici sul potere dovere del giudice penale di disporre ed attuare l’ordine di demolizione, atteso che in tal caso occorre accertare, anche con riferimento alle argomentazioni svolte nel ricorso proposto al giudice amministrativo se il provvedimento cautelare di sospensione sia stato emesso per la sussistenza di vizi formali o sostanziali dell'atto impugnato o se derivi da carenza di motivazione senza incidenza sulla concedibilità o meno della richiesta concessione in sanatoria (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 08.07.2013 n. 28955 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Manufatto abusivo - Esecuzione dell'ordine di demolizione - Condono edilizio - Presentazione di domanda - Presupposti.
In sede di esecuzione dell'ordine di demolizione del manufatto abusivo, disposto con la sentenza di condanna ai sensi dell'art. 7 L. n. 47 del 1985, il giudice, al fine di pronunciarsi sulla sospensione dell’esecuzione per avvenuta presentazione di domanda di condono edilizio, deve accertare l'esistenza delle seguenti condizioni:
1) la riferibilità della domanda di condono edilizio all'immobile di cui in sentenza;
2) la proposizione dell'istanza da parte di soggetto legittimato;
3) la procedibilità e proponibilità della domanda, con riferimento alla documentazione richiesta;
4) l'insussistenza di cause di non condonabilità assoluta dell'opera;
5) l'eventuale avvenuta emissione di una concessione in sanatoria tacita per congruità dell'obiezione ed assenza di cause ostative;
6) la attuale pendenza dell'istanza di condono;
7) la non adozione di un provvedimento da parte della P.A. contrastante con l'ordine di demolizione (Cass. pen. sez. 4 n. 15210 del 05.03.2008).
Ordine di demolizione o di riduzione in pristino - Rilascio del permesso in sanatoria - Effetti - Giudice dell'esecuzione - Poteri.
L'ordine di demolizione o di riduzione in pristino debba intendersi emesso allo stato degli atti, tanto che anche il giudice dell'esecuzione deve verificare il permanere della compatibilità degli ordini in questione con atti amministrativi.
E' altrettanto indubitabile, però, che neppure il rilascio del permesso in sanatoria determini automaticamente la revoca dell'ordine di demolizione o di riduzione in pristino, dovendo il giudice, comunque, accertare la legittimità sostanziale del titolo sotto il profilo della sua conformità alla legge ed eventualmente disapplicarlo ove siano insussistenti i presupposti per la sua emanazione. A maggior ragione, in caso di mera presentazione di un'istanza di condono o, comunque, di una richiesta di sanatoria, il G.E. deve accertare che, secondo una ragionevole previsione, l'istanza possa essere accolta in tempi brevi.
Ordine di demolizione - Richiesta di permesso in sanatoria - Pendenza di un procedimento davanti al TAR - Verifiche per la sospensione - Giudice amministrativo.
La sospensiva da parte del giudice amministrativo del silenzio rigetto sull'istanza di concessione in sanatoria non produce effetti automatici sul potere dovere del giudice penale di disporre ed attuare l'ordine di demolizione, atteso che in tal caso occorre accertare, anche con riferimento alle argomentazioni svolte nel ricorso proposto al giudice amministrativo se il provvedimento cautelare di sospensione sia stato emesso per la sussistenza di vizi formali o sostanziali dell'atto impugnato o se derivi da carenza di motivazione senza incidenza sulla concedibilità o meno della richiesta concessione in sanatoria.
Pertanto, la pendenza di un procedimento davanti al TAR o la mera presentazione del ricorso non determina automaticamente la sospensione dell'ordine di demolizione, occorrendo accertare che sussista la ragionevole previsione di un suo accoglimento (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 08.07.2013 n. 28955 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATAL’esercizio del potere repressivo degli abusi edilizi costituisce manifestazione di attività amministrativa doverosa, con la conseguenza che i relativi provvedimenti, quali l’ordinanza di demolizione, costituiscono atti vincolati per la cui adozione non è necessario l’invio della comunicazione di avvio del procedimento, non essendovi spazio per momenti partecipativi del destinatario dell’atto.
Preliminarmente, quanto all’omessa comunicazione dell’avvio del procedimento, si osserva che la giurisprudenza del Consiglio di Stato, da cui non vi è ragione di discostarsi, ritiene che l’esercizio del potere repressivo degli abusi edilizi costituisce manifestazione di attività amministrativa doverosa, con la conseguenza che i relativi provvedimenti, quali l’ordinanza di demolizione, costituiscono atti vincolati per la cui adozione non è necessario l’invio della comunicazione di avvio del procedimento, non essendovi spazio per momenti partecipativi del destinatario dell’atto (tra gli altri, Cons. Stato, VI, 31.05.2013 n. 3010; IV, 10.08.2011, n. 4764; IV, 20.07.2011, n. 4403; VI, 24.09.2010, n. 7129) (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 08.07.2013 n. 930 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANell'impugnazione di un'ordinanza di ripristino non sono configurabili controinteressati nei confronti dei quali sia necessario instaurare un contraddittorio, anche nel caso in cui sia palese la posizione di vantaggio che scaturirebbe per il terzo dall'esecuzione della misura repressiva ed anche quando il terzo avesse provveduto a segnalare all'Amministrazione l'illecito edilizio da altri commesso.
Ne consegue che il titolare di un interesse di mero fatto volto a contrastare il ricorso principale, se non assume la veste di controinteressato in senso formale e sostanziale, può rivestire quella succedanea che legittima l'intervento ad opponendum.
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Non sussiste alcun dubbio sulla natura solo ordinatoria del termine di 45 giorni previsto dall'art. 27, comma 3, del D.P.R. n. 380/2001 e sul dato che "il suo superamento non impedisce l'emissione del provvedimento di demolizione, costituente atto vincolato e necessitato" che, per l'appunto in quanto vincolato e necessitato, anche ove assunto senza esser stato preceduto dall'ordine di sospensione dei lavori, che contiene di per sé ed in sé anche l'avviso di avvio del procedimento sanzionatorio, peraltro qui espressamente dato, non richiede avvisi di sorta.
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La valutazione circa la possibilità di dar corso alla misura ripristinatoria e la conseguente scelta tra demolizione d’ufficio o irrogazione della sanzione pecuniaria di cui all’art. 34 del D.P.R. n. 380/2001 costituisce un’eventualità della fase esecutiva, successiva alla disposta ingiunzione di riduzione in pristino.

Secondo il condivisibile orientamento della giurisprudenza, nell'impugnazione di un'ordinanza di ripristino non sono configurabili controinteressati nei confronti dei quali sia necessario instaurare un contraddittorio, anche nel caso in cui sia palese la posizione di vantaggio che scaturirebbe per il terzo dall'esecuzione della misura repressiva ed anche quando il terzo avesse provveduto a segnalare all'Amministrazione l'illecito edilizio da altri commesso (cfr. Consiglio di Stato, IV, 06.06.2011, n. 3380).
Ne consegue che il titolare di un interesse di mero fatto volto a contrastare il ricorso principale, se non assume la veste di controinteressato in senso formale e sostanziale, può rivestire quella succedanea che legittima l'intervento ad opponendum , come è avvenuto nel caso di specie (cfr. Consiglio di Stato, IV, 06.06.2011, n. 3380; Cons. giust. amm. Sicilia, 07.09.2012, n. 750).
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Anche il secondo motivo di ricorso deve essere disatteso poiché secondo la consolidata giurisprudenza, condivisa dal Collegio, non sussiste alcun dubbio sulla natura solo ordinatoria del termine di 45 giorni previsto dall'art. 27, comma 3, del D.P.R. n. 380/2001 e sul dato che "il suo superamento non impedisce l'emissione del provvedimento di demolizione, costituente atto vincolato e necessitato" (cfr. Tar Lazio, Roma, I, 18.10.2012, n. 8644) che, per l'appunto in quanto vincolato e necessitato, anche ove assunto senza esser stato preceduto dall'ordine di sospensione dei lavori, che contiene di per sé ed in sé anche l'avviso di avvio del procedimento sanzionatorio, peraltro qui espressamente dato, non richiede avvisi di sorta (cfr. Consiglio di Stato, V, 07.04.2011, n. 2159; Consiglio di Stato, IV, 05.03.2010, n. 1277; Tar Campania, Napoli, VI, 23.10.2012, n. 4207).
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Va, peraltro, evidenziato che secondo l’orientamento della giurisprudenza, condiviso dal Collegio, la valutazione circa la possibilità di dar corso alla misura ripristinatoria e la conseguente scelta tra demolizione d’ufficio o irrogazione della sanzione pecuniaria di cui all’art. 34 del D.P.R. n. 380/2001 costituisce un’eventualità della fase esecutiva, successiva alla disposta ingiunzione di riduzione in pristino (cfr. Tar Campania, Napoli, III, 10.05.2010, n. 3418)
(TAR Umbria, sentenza 02.07.2013 n. 359 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: C. Lamberti, Demolizione di opere parzialmente difformi e pregiudizio alle parti conformi (Urbanistica e appalti n. 7/2013 - tratto da www.ispoa.it).

giugno 2013

EDILIZIA PRIVATA: N. D'Angelo, Abusi edilizi e falsità dei tecnici (L'Ufficio Tecnico n. 6/2013).

EDILIZIA PRIVATA: L’urbanistica sovrintende al razionale sfruttamento antropico del territorio e trova nella disciplina edilizia la sua attuazione concreta; per questo, l’urbanistica mira ad asservire l’attività edilizia pubblica e privata ad atti di programmazione generale tendenti a tracciare le coordinate fondamentali per un uso razionale e sapiente del territorio, ai fini di preservarlo per il futuro, con un’attenzione verso diversi interessi, tutti inevitabilmente coinvolti nell’attività edilizia, assistiti di volta in volta da legislazioni di settore orientate alla loro specifica salvaguardia (economia, salute, paesaggio, ambiente).
Il paesaggio attiene invece alla preservazione di valori estetici, storici, culturali, i quali sono difesi con la previsione di vincoli conformativi, diretti ed indiretti, che ne limitano in concreto le possibilità di intervento, normalmente ammesse su altri beni non rilevanti per questi profili.
Ciò spiega perché non è possibile estendere automaticamente la disciplina urbanistico-edilizia ai bene paesaggistici, ossia a beni particolari ad “uso controllato".
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Nonostante gli elementi specifici e propri che coinvolgono l’interesse paesaggistico, l’osservanza delle regole ermeneutiche che impongono una rigorosa interpretazione letterale dell’art. 167 d.lgs. 42/2004 non esclude affatto che il volume tecnico, rispetto alla nozione di volume edilizio, possa ricevere, in considerazione della peculiare destinazione funzionale, una valutazione differenziata, caso per caso, suscettibile di concludersi con l’autorizzazione paesaggistica postuma, qualora in concreto il manufatto non presenti elementi incompatibili o comunque di estraneità con il paesaggio nel quale è destinato a collocarsi.
A questa soluzione il Collegio perviene sulla base di un’attenta indagine sul concetto di volume tecnico.
E’ tale l’opera edilizia priva di autonomia funzionale, anche potenziale, perché destinata a contenere impianti al servizio di una costruzione principale, destinati esclusivamente a soddisfare esigenze tecniche e funzionali dell’abitazione e che non possono essere ubicati all’interno di questa.
Tre sono i parametri utili per identificare la nozione di volume tecnico:
- il primo, di tipo funzionale, secondo cui l’opera che costituisce volume tecnico deve assumere un rapporto di strumentalità necessaria rispetto alla costruzione principale perché ne consente un migliore e più efficiente utilizzo;
- il secondo ed il terzo di tipo strutturale, nel senso che, da un lato, la collocazione esterna del volume tecnico appare l’unica soluzione praticabile per impossibilità di ricorrere a soluzioni progettuali diverse e, dall’altro, deve esistere un rapporto di necessaria proporzionalità tra volume tecnico e costruzione principale.
Nella nozione di volume tecnico non rientrano, ad esempio, le soffitte, gli stenditoio chiusi e quelli di sgombero, i piani di copertura qualora, impropriamente considerati sottotetti, costituiscano in realtà mansarde perché dotate di rilevante altezza media rispetto al piano di gronda. Devono invece considerarsi gli impianti serventi connessi a condotte idrica, termica o all’ascensore.
Il Collegio è dell’avviso che il concetto di volume tecnico sia rilevante non solo per gli aspetti urbanistici ed edilizi ma anche ai fini della valutazione paesaggistica, tanto da sottrarlo, in sede di accertamento postumo in sanatoria, alla preclusione fissata dall’art. 167, comma 4, lett. a), d.lgs. 42/2004. Questo perché l’attributo “tecnico”, finisce per connotare l’opera di un suo contenuto strumentale e funzionale tipico, tale da condizionarne anche la disciplina di riferimento.
Non è un caso che, proprio in tema di autorizzazione paesaggistica in sanatoria, l’ipotesi del volume tecnico riceva dallo stesso ministero resistente una considerazione differenziata rispetto alla disciplina generale relativa ai volumi edilizi. Al riguardo, la circolare del Segretario generale n. 33 del 26.06.2009, nel dettare talune linee interpretative ed operative ai fini dell’autorizzazione paesaggistica postuma, ai sensi del più volte menzionato art. 167 d.lgs. 42/2004, chiarisce che “per volumi s’intende qualsiasi manufatto costituito da parti chiuse emergente dal terreno o dalla sagoma di un fabbricato preesistente indipendentemente dalla destinazione d’uso del manufatto", per poi precisare: “ad esclusione dei volumi tecnici”.
Benché la circolare sia espressione di un potere di mero indirizzo interno, privo di efficacia precettiva autonoma e non vincolante per i giudici, essa è tuttavia un chiaro indizio di come la stessa amministrazione competente abbia sposato una soluzione interpretativa che ragionevolmente tiene conto delle peculiari caratteristiche dei volumi tecnici.
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L’esistenza di un vincolo paesaggistico esclude la formazione del silenzio-assenso sulle domande per il rilascio di titoli edilizi in sanatoria.
Se il parere non è espresso nel termine previsto, si verifica un’ipotesi di silenzio-rifiuto o silenzio-inadempimento, perché sussiste sempre l'obbligo dell'ente locale di provvedere espressamente nel termine fissato dalla normativa sopra menzionata.
Prima di affrontare i diversi motivi di censura, il Collegio ritiene opportuno fornire un chiarimento sull’esatta portata applicativa della normativa di legge dedicata all’autorizzazione paesaggistica in sanatoria.
Appurata la sussistenza di questo elemento di fatto, è necessario a questo punto chiarire se anche i volumi tecnici, al pari delle altre opere, soggiacciono alla regola posta dall’art. 167, comma 4, lett. a), d.lgs. 42/2004, secondo cui l'autorizzazione paesaggistica in sanatoria è consentita, tra l'altro, "per i lavori, realizzati in assenza o difformità dall'autorizzazione paesaggistica, che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati"; ovvero se la particolare destinazione funzionale che caratterizza i predetti volumi tecnici, finisca per sottrarli dal regime restrittivo posto dal menzionato art. 167.
Il tema è complesso, tanto da essere oggetto di pronunce giurisdizionali tra di loro contrastanti.
Secondo un primo orientamento, infatti, la giurisprudenza amministrativa si è espressa nel senso che la nozione di volume tecnico, in virtù della sua specifica destinazione, non è assimilabile a quella di volume, il cui aumento in eccesso rispetto a quanto legittimamente realizzabile impedisce la compatibilità paesaggistica (cfr. TAR Puglia, Bari, sez. III, 13.01.2013, n. 35; TAR Campania, Napoli, Sez. VII, 04.11.2009, n. 6827; Sez. IV, 21.09.2010, n. 17491; TAR Emilia, Parma, 15.09.2010, n. 435).
Secondo altro orientamento, invece, se è vero che la nozione di volume tecnico assuma in sé una connotazione funzionale e strutturale del manufatto, tuttavia tale nozione non può che essere limitata alla disciplina urbanistica ed edilizia; ne deriva che la stessa non sarebbe in grado di derogare ai principi riduttivi posti in materia di tutela del paesaggio (TAR Campania, Salerno, sez. I, 11.10.2011, n. 1642; TAR Campania, Napoli, sez. IV, 17.02.2010, n. 963).
Per risolvere la questione, è essenziale, ad avviso del Collegio chiarire quale sia la relazione tra la materia urbanistica e quella del paesaggio.
L’urbanistica sovrintende al razionale sfruttamento antropico del territorio e trova nella disciplina edilizia la sua attuazione concreta; per questo, l’urbanistica mira ad asservire l’attività edilizia pubblica e privata ad atti di programmazione generale tendenti a tracciare le coordinate fondamentali per un uso razionale e sapiente del territorio, ai fini di preservarlo per il futuro, con un’attenzione verso diversi interessi, tutti inevitabilmente coinvolti nell’attività edilizia, assistiti di volta in volta da legislazioni di settore orientate alla loro specifica salvaguardia (economia, salute, paesaggio, ambiente).
Il paesaggio attiene invece alla preservazione di valori estetici, storici, culturali, i quali sono difesi con la previsione di vincoli conformativi, diretti ed indiretti, che ne limitano in concreto le possibilità di intervento, normalmente ammesse su altri beni non rilevanti per questi profili.
Ciò spiega perché non è possibile estendere automaticamente la disciplina urbanistico-edilizia ai bene paesaggistici, ossia a beni particolari ad “uso controllato".
Per la soluzione della questione, ad avviso del Collegio, se è vero che occorre avere ben presente la diversità degli interessi tutelati in ambito urbanistico ed in quella paesaggistico, diversità che induce a distinguere e a non sovrapporre le relative normative, non si può tuttavia ignorare che sia la disciplina in materia urbanistico-edilizio sia quella concernente il paesaggio hanno riguardo alla cura, per profili differenti ma tra loro complementari, di uno stesso elemento che consiste nel territorio. Se così è, si rafforza la prospettiva che vede i due profili interferire e condizionarsi a vicenda.
La saldatura tra i due aspetti è d’altronde confermata da un importante concetto, quello di “governo del territorio”, introdotto dalla legge costituzionale del 18.10.2001, n. 3 che ha modificato il titolo V della Costituzione. Il governo del territorio è nozione inclusiva del complesso delle discipline che individuano e graduano gli interessi in base ai quali possono essere regolati gli interventi ammissibili sul territorio, risorsa per definizione limitata (Corte Cost., 28.06.2004, n. 196). Con questo concetto, la materia urbanistica evolve verso una nozione più ampia che coinvolge tutto ciò che attiene all’uso del territorio ed alla localizzazione di impianti ed attività (Corte Cost. 07.10.2003, n. 307).
E’ sempre più evidente ora che, in pratica, aspetti dapprima relegati in ambito urbanistico ed edilizio, incrocino la tutela del paesaggio e, per questo, finiscano per condizionare la lettura delle relative discipline.
Alla luce delle considerazioni appena svolte, occorre ora analizzare la specifica normativa prevista in tema di autorizzazione paesaggistica in sanatoria.
La strutturale e funzionale separazione degli interessi pubblici coinvolti giustifica, a livello sistematico, la diversità della stessa disciplina ordinaria in tema di autorizzazione paesaggistica che l'art. 146, comma 4, d.lgs. 42/2004 configura come atto "autonomo" e "presupposto" rispetto al permesso di costruire o agli altri titoli legittimanti l'intervento urbanistico-edilizio; questi non possono essere rilasciati in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, degli interventi edilizi effettuati senza titolo, salvi i casi richiamati dall’art. 167, commi 4 e 5, d.lgs. 42/2004.
Riguardo a questi ultimi, l'art. 167, comma 4, lett. a), d.lgs. 42/2004 chiarisce che “l'autorità amministrativa competente accerta la compatibilità paesaggistica, secondo le procedure di cui al comma 5”, tra gli altri, “per i lavori, realizzati in assenza o difformità dall'autorizzazione paesaggistica, che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati”. Il fondamento della menzionata disposizione è di consentire, in deroga al già indicato divieto generale, l'autorizzazione paesaggistica postuma esclusivamente per i c.d. abusi minori, ossia quelli che non producano aumento di “superfici utili”, “volumi” ovvero “aumento di quelli legittimamente realizzati”.
Il Collegio, per questo, non condivide la posizione di recente assunta dal Tar Sicilia, Palermo, (Sez. I) che, con ordinanza collegiale n. 802 del 10.04.2013, ha rimesso alla Corte di giustizia dell'Unione europea la questione pregiudiziale relativamente alla circostanza se l’art. 17 della Carta dei diritti fondamentali dell’U.E. ed il principio di proporzionalità come principio generale del diritto dell’U.E., ostino all’applicazione di una normativa nazionale che -come il più volte citato art. 167, comma 4, lett. a), d.lgs. 42/2004- esclude la possibilità dell’autorizzazione paesaggistica in sanatoria per tutti gli interventi edilizi comportanti incremento di superfici e volumi, indipendentemente dall’accertamento in concreto della compatibilità di tali interventi ai valori di tutela paesaggistica dello specifico sito considerato.
L’ordinanza in argomento, per quanto operi un’ardita ed apprezzabile operazione ermeneutica, con l’aggancio del diritto di proprietà e della tutela del paesaggio ai diritti fondamentali dell’Unione europea, trascura tuttavia l’evidente profilo sanzionatorio-punitivo contenuto nella previsione di cui al menzionato art. 167, comma 4, profilo che, ancorché vada a scapito della facoltà edificatorie connesse al diritto di proprietà, non può che costituire una prerogativa intangibile del legislatore nazionale, in ossequio alla salvaguardia del bene paesaggio, peraltro, assistito da previsione di rango costituzionale.
In altri termini, il legislatore italiano, in coerenza con l’accentuato profilo costituzionale dell’interesse pubblico alla preservazione del paesaggio, ha volutamente differenziato la disciplina in materia di accertamento postumo di conformità degli interventi effettuati in assenza o in difformità dal titolo edilizio, a seconda che il bene da tutelare sia l’ordinato assetto del territorio sotto i profili urbanistici ed edilizi ovvero la tutela del paesaggio; la conformità in sanatoria è sempre possibile nel primo caso, anche qualora sia presente un incremento dei volumi o delle superfici (art. 36 d.p.r. 380/2001), mentre risulta inammissibile nel secondo caso, qualora vi sia da presidiare il paesaggio.
Questa scelta del legislatore nazionale non sembra censurabile per contrasto ai principi costituzionali della ragionevolezza e della parità di trattamento è per quelli dell’ordinamento comunitario, perché la necessità di preservare al massimo livello il paesaggio impone una soluzione legislativa che, nei confronti degli interventi edilizi sine titulo, abbia carattere fortemente dissuasivo se non punitivo-sanzionatorio.
Il diverso approccio del legislatore, più pragmatico e disponibile nel caso di attività edilizia senza titolo od in difformità da questo, rispetto ai casi di attività edilizia prive di nulla osta paesaggistico trova, peraltro, una chiara spiegazione anche sotto il profilo logico giuridico. Ed invero, per quanto riguarda l’attività edilizia senza titolo o in difformità da questo, l’amministrazione locale non ha che da svolgere un controllo di conformità tra la singola costruzione abusiva e le previsioni contenute nei piani di programmazione e nella regolamentazione edilizia comunale (regolamento edilizio e norme tecniche di attuazione); simile riscontro postumo è invece inimmaginabile in tema di paesaggio, per il quale l’amministrazione competente deve svolgere un giudizio che non si riduce ad un riscontro deduttivo di conformità ma implica una valutazione di merito, sugli aspetti anche estetici, valutazione che potrebbe essere irrimediabilmente compromessa nel momento in cui il nuovo volume è già venuto ad esistenza.
E’ per questa ragione che –contrariamente a quanto sostenuto anche in giurisprudenza, (in particolare, TAR Umbria, 29.11.2011, n. 388 che pure ha escluso la sanabilità dei volumi tecnici) secondo cui le nozioni di "volume" e di "superficie utile" sono estranee alla tutela paesaggistica, che farebbe perno, piuttosto, sulla "percettibilità visiva"– si è dell’avviso, invece, che tali nozioni siano comunque rilevanti ai fini della tutela paesaggistica; esse tuttavia ricevono, rispetto ad una valutazione di ambito meramente urbanistico-edilizio, una considerazione diversa che prescinde dal concetto di “carico urbanistico” per coinvolgere aspetti eminentemente estetici e percettivi.
Orbene, nonostante gli elementi specifici e propri che coinvolgono l’interesse paesaggistico, l’osservanza delle regole ermeneutiche che impongono una rigorosa interpretazione letterale dell’art. 167 d.lgs. 42/2004 non esclude affatto che il volume tecnico, rispetto alla nozione di volume edilizio, possa ricevere, in considerazione della peculiare destinazione funzionale, una valutazione differenziata, caso per caso, suscettibile di concludersi con l’autorizzazione paesaggistica postuma, qualora in concreto il manufatto non presenti elementi incompatibili o comunque di estraneità con il paesaggio nel quale è destinato a collocarsi.
A questa soluzione il Collegio perviene sulla base di un’attenta indagine sul concetto di volume tecnico.
E’ tale l’opera edilizia priva di autonomia funzionale, anche potenziale, perché destinata a contenere impianti al servizio di una costruzione principale, destinati esclusivamente a soddisfare esigenze tecniche e funzionali dell’abitazione e che non possono essere ubicati all’interno di questa (Corte Cass. Sez. II civ. 03.02.2011, n. 2566; Cons. Stato, sez. IV, 04.05.2010, n. 2565).
Tre sono i parametri utili per identificare la nozione di volume tecnico:
- il primo, di tipo funzionale, secondo cui l’opera che costituisce volume tecnico deve assumere un rapporto di strumentalità necessaria rispetto alla costruzione principale perché ne consente un migliore e più efficiente utilizzo;
- il secondo ed il terzo di tipo strutturale, nel senso che, da un lato, la collocazione esterna del volume tecnico appare l’unica soluzione praticabile per impossibilità di ricorrere a soluzioni progettuali diverse e, dall’altro, deve esistere un rapporto di necessaria proporzionalità tra volume tecnico e costruzione principale (TAR Campania, Napoli, sez. III, 09.11.2010, n. 23699; sez. IV, 10.05.2010, n. 3433).
Nella nozione di volume tecnico non rientrano, ad esempio, le soffitte, gli stenditoio chiusi e quelli di sgombero, i piani di copertura qualora, impropriamente considerati sottotetti, costituiscano in realtà mansarde perché dotate di rilevante altezza media rispetto al piano di gronda (Cons. Stato, sez. IV, 28.01.2011, n. 687). Devono invece considerarsi gli impianti serventi connessi a condotte idrica, termica o all’ascensore.
Il Collegio è dell’avviso che il concetto di volume tecnico sia rilevante non solo per gli aspetti urbanistici ed edilizi ma anche ai fini della valutazione paesaggistica, tanto da sottrarlo, in sede di accertamento postumo in sanatoria, alla preclusione fissata dall’art. 167, comma 4, lett. a), d.lgs. 42/2004. Questo perché l’attributo “tecnico”, finisce per connotare l’opera di un suo contenuto strumentale e funzionale tipico, tale da condizionarne anche la disciplina di riferimento.
Non è un caso che, proprio in tema di autorizzazione paesaggistica in sanatoria, l’ipotesi del volume tecnico riceva dallo stesso ministero resistente una considerazione differenziata rispetto alla disciplina generale relativa ai volumi edilizi. Al riguardo, la circolare del Segretario generale n. 33 del 26.06.2009, nel dettare talune linee interpretative ed operative ai fini dell’autorizzazione paesaggistica postuma, ai sensi del più volte menzionato art. 167 d.lgs. 42/2004, chiarisce che “per volumi s’intende qualsiasi manufatto costituito da parti chiuse emergente dal terreno o dalla sagoma di un fabbricato preesistente indipendentemente dalla destinazione d’uso del manufatto", per poi precisare: “ad esclusione dei volumi tecnici”.
Benché la circolare sia espressione di un potere di mero indirizzo interno, privo di efficacia precettiva autonoma e non vincolante per i giudici, essa è tuttavia un chiaro indizio di come la stessa amministrazione competente abbia sposato una soluzione interpretativa che ragionevolmente tiene conto delle peculiari caratteristiche dei volumi tecnici.
Su queste premesse di carattere metodologico possono ora essere affrontate le singole censure proposte dalla ricorrente.
Infondato è il primo motivo di ricorso, con il quale parte ricorrente deduce la tardività del provvedimento impugnato perché adottato dopo il termine, pari a novanta giorni, previsto dagli articoli 167, comma 5, e 181, commi 1-ter e 1-quater, d.lgs. 42/2004.
Secondo pacifico orientamento della giurisprudenza, al quale il Collegio aderisce, l’esistenza di un vincolo paesaggistico esclude la formazione del silenzio-assenso sulle domande per il rilascio di titoli edilizi in sanatoria (Cons. Stato, sez. IV, 31.03.2009, n. 2024).
Se il parere non è espresso nel termine previsto, si verifica un’ipotesi di silenzio-rifiuto o silenzio-inadempimento, perché sussiste sempre l'obbligo dell'ente locale di provvedere espressamente nel termine fissato dalla normativa sopra menzionata (TAR Calabria, Catanzaro, sez. II, 14.01.2009, n. 10; TAR Toscana, Firenze, sez. III, 06.02.2008).
Irrilevante, nel caso in esame, si pone la violazione dell’art. 7 L. n. 241/1990, oggetto del secondo motivo di ricorso, atteso che la Soprintendenza, benché abbia in effetti omesso la comunicazione dell’avvio del procedimento, ha tuttavia garantito nella sostanza il contraddittorio e la partecipazione procedimentale alla ricorrente. Quest’ultima ha infatti ricevuto, in attuazione dell’art. 10-bis L. n. 241/1990, la comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento della domanda, di cui alla nota prot. n. 29804/2012; ciò ha in definitiva consentito alla ricorrente di produrre ulteriori elementi istruttori prima della fase decisoria.
Fondati, invece, sono il terzo, il quarto ed il quinto motivo di censura che -per ragioni di connessione argomentativa- possono ricevere trattazione congiunta.
Con gli stessi parte ricorrente censura, sotto diversi profili, la violazione degli articoli 167, comma 4, e 181, commi 1-ter e 1-quater, d.lgs. 42/2004, nonché l’eccesso di potere per sviamento, carenza d’istruttoria, dei presupposti ed irragionevolezza. Si duole infine della violazione dell’art. 12, punto 4, NTA del Piano territoriale paesistico “Cilento costiero", con i connessi profili di eccesso di potere per difetto assoluto di motivazione, carenza d’istruttoria, illogicità, irrazionalità.
Parte ricorrente sostiene, in sintesi, che nessuno degli interventi edilizi svolti sia in grado di creare una volumetria aggiuntiva o una superficie utile, calcolabili a fini residenziali, trattandosi di volumi tecnici e quindi estranei al perimetro tracciato dagli artt. 146 e 167 del d.lgs. 42 del 2004, il codice dei beni culturali.
Sebbene la circostanza sia messa in dubbio dalla Soprintendenza, il Collegio è dell’avviso che effettivamente il manufatto contestato realizzi un volume tecnico, di carattere pertinenziale e destinato esclusivamente ad impianti tecnologici. Il dato è, infatti, difficilmente contestabile essendo suffragato sia dall’esito del sopralluogo effettuato dall’Ufficio tecnico comunale (prot. n. 3882 del 07.05.2012) sia dalla documentazione fotografica, allegata agli atti della causa, che ha costituito uno dei supporti istruttori alla richiesta di accertamento di conformità. Il manufatto è destinato al ricovero di due serbatoi di acqua con autoclave ed attrezzi vari da giardino.
Sotto questo profilo non si rinviene la carenza documentale lamentata dalla Soprintendenza, atteso che le integrazioni documentali richieste sono state fornite all’organo di controllo in allegato alla nota di trasmissione degli atti disposta dall’amministrazione comunale.
In linea con la giurisprudenza amministrativa ormai prevalente, ove la documentazione sia incompleta, la Soprintendenza ha il potere/dovere di chiederne l’integrazione, non potendosi limitare ad annullare l’atto sottoposto al suo controllo (ex multis, Cons. Stato, sez. VI, 03.05.2011, n. 2611).
Nel caso di specie appare rilevante la circostanza che le opere oggetto di sanatoria edilizia e paesaggistica consistono in una volumetria invero modesta, inferiore a 25 metri cubi, per una superficie complessiva di circa 11 metri quadri. Il manufatto, come sopra chiarito, è destinato al ricovero di impianti idrici, include la pavimentazione della relativa parte sovrastante, con conseguente incremento della preesistente area già utilizzata come terrazzo, sulla quale è stata installata un’inferriata di delimitazione del bordo.
In altri termini, gli interventi edilizi sopra indicati non hanno creato volumetria né superficie utili e calcolabili a fini residenziali ed, inoltre, non sono individuabili ad occhio nudo dalla visione del prospetto della collina sulla quale insistono.
Va inoltre considerato che la cubatura del manufatto non supera il 20% del volume del fabbricato principale (come da certificato UTC, acquisito agli atti della causa), del quale costituisce pertinenza, come chiarito dal disposto di cui all’art. 3, comma 5, lett. e.6) d.p.r. n. 380/2001.
Infine, ai sensi dell’art. 12, punto 4, NTA del Piano territoriale Paesistico “Cilento Costiero”, nella zona CIRA (Conservazione integrale e riqualificazione ambientale), sottozona 3, la Soprintendenza medesima, con l’impugnato parere del 27.11.2012, ammette anche interventi di ristrutturazione edilizia integrale con eventuale adeguamento igienico e funzionale una tantum, nel rispetto del limite di incremento di volumetria del 10%, con possibilità di arrotondare a 6 metri quadri i valori inferiori a tale soglia e fino ad un massimo assoluto di 16 metri quadri di superficie utile.
Il volume tecnico realizzato risponde alle dimensioni massime consentite, anche in considerazione della circostanza che la fattispecie in esame non realizza una ristrutturazione edilizia, bensì il meno invasivo intervento di manutenzione straordinaria (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 25.06.2013 n. 1429 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In materia di abusivismo edilizio, la presentazione dell’istanza di accertamento di conformità, ai sensi dell’art. 36 del d. P. R. n. 380 del 2001, successivamente all’impugnazione dell’ordine di demolizione produce l’effetto di rendere improcedibile l’impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse; invero, il riesame dell’abusività dell’opera provocato dall’'istanza di sanatoria determina la necessaria formazione di un nuovo provvedimento di accoglimento o di rigetto che vale comunque a rendere inefficace il provvedimento sanzionatorio oggetto dell’originario ricorso.
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La presentazione dell’istanza di sanatoria successivamente all’impugnazione dell’ordinanza di demolizione produce l’effetto di rendere inefficace tale provvedimento e, quindi, improcedibile l’impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse, atteso che a seguito dell’istanza di sanatoria l’ordinanza di demolizione deve essere sostituita o dalla concessione in sanatoria o da un nuovo provvedimento sanzionatorio; più precisamente, la presentazione dell’istanza di sanatoria per opere edilizie già oggetto di provvedimenti sanzionatori determina l’improcedibilità del ricorso proposto nei confronti di quest’ultimi e ciò in quanto la ricorrente non può avere alcun interesse a coltivare un gravame concernente misure che –all’esito del procedimento di sanatoria– dovranno essere sostituite con un nuovo provvedimento sanzionatorio ovvero dal titolo edilizio rilasciato in sanatoria; invero, posto che la presentazione dell’istanza di sanatoria dell’abuso edilizio produce in capo all’amministrazione l’obbligo di avviare e concludere il relativo procedimento con provvedimento espresso e motivato, la determinazione amministrativa, in caso di contenuto favorevole al privato, avrà come effetto l’integrale soddisfacimento delle sue pretese con conseguente cessazione della materia del contendere del ricorso giurisdizionale avverso la demolizione dell’opera, mentre, in caso di rigetto della domanda, la lesione della sfera giuridica del richiedente originerà da questo nuovo provvedimento e dalla rinnovata misura sanzionatoria che a tale atto dovrà necessariamente seguire, con conseguente improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse.

Rileva il Tribunale come il ricorso, per effetto della presentazione delle due domande di sanatoria, precisate in narrativa, sia divenuto improcedibile, per sopravvenuta carenza d’interesse, giusta il pacifico indirizzo giurisprudenziale compendiato, ex multis, nelle massime seguenti:
- “In materia di abusivismo edilizio, la presentazione dell’istanza di accertamento di conformità, ai sensi dell’art. 36 del d. P. R. n. 380 del 2001, successivamente all’impugnazione dell’ordine di demolizione produce l’effetto di rendere improcedibile l’impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse; invero, il riesame dell’abusività dell’opera provocato dall’'istanza di sanatoria determina la necessaria formazione di un nuovo provvedimento di accoglimento o di rigetto che vale comunque a rendere inefficace il provvedimento sanzionatorio oggetto dell’originario ricorso” (Consiglio di Stato – Sez. I – 27.12.2012, n. 4921);
- “La presentazione dell’istanza di sanatoria successivamente all’impugnazione dell’ordinanza di demolizione produce l’effetto di rendere inefficace tale provvedimento e, quindi, improcedibile l’impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse, atteso che a seguito dell’istanza di sanatoria l’ordinanza di demolizione deve essere sostituita o dalla concessione in sanatoria o da un nuovo provvedimento sanzionatorio; più precisamente, la presentazione dell’istanza di sanatoria per opere edilizie già oggetto di provvedimenti sanzionatori determina l’improcedibilità del ricorso proposto nei confronti di quest’ultimi e ciò in quanto la ricorrente non può avere alcun interesse a coltivare un gravame concernente misure che –all’esito del procedimento di sanatoria– dovranno essere sostituite con un nuovo provvedimento sanzionatorio ovvero dal titolo edilizio rilasciato in sanatoria; invero, posto che la presentazione dell’istanza di sanatoria dell’abuso edilizio produce in capo all’amministrazione l’obbligo di avviare e concludere il relativo procedimento con provvedimento espresso e motivato, la determinazione amministrativa, in caso di contenuto favorevole al privato, avrà come effetto l’integrale soddisfacimento delle sue pretese con conseguente cessazione della materia del contendere del ricorso giurisdizionale avverso la demolizione dell’opera, mentre, in caso di rigetto della domanda, la lesione della sfera giuridica del richiedente originerà da questo nuovo provvedimento e dalla rinnovata misura sanzionatoria che a tale atto dovrà necessariamente seguire, con conseguente improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse” (TAR Campania–Salerno – Sez. II, 19.10.2012, n. 1902) (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 21.06.2013 n. 1384 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’articolo 82 del DPR n. 616/1977 (di poi la normativa di cui all’art. 151 del D.Lgs. n. 490/1999 ed oggi quella contenuta nel D.Lgs. n. 42/2004) configura un sistema complesso di tutela del paesaggio, implicante l’intervento sia della Regione che dello Stato, in cui la concorrenza dei poteri è disciplinata dal principio di leale cooperazione.
Con specifico riferimento ai poteri della Regione (o dell’ente subdelegato), va rilevato che la funzione dell’autorizzazione è quella di verifica della compatibilità dell’opera edilizia che si intende realizzare con l’esigenza di conservazione dei valori paesistici protetti dal vincolo.
E’ stato, infatti, evidenziato che quest’ultimo contiene un accertamento circa l’esistenza di valori paesistici oggettivamente non derogabile e che è compito dell’autorizzazione accertare in concreto la compatibilità dell’intervento con il mantenimento e l’integrità dei richiamati valori.
Difatti, il paesaggio è un valore costituzionale primario e, pertanto, l’autorità amministrativa non deve svolgere una ponderazione comparativa tra un interesse primario ed un interesse secondario, ma unicamente operare un giudizio in concreto circa il rispetto da parte dell’intervento progettato delle esigenze connesse alla tutela del paesaggio stesso.
La determinazione dell’ente locale deve, dunque, essere motivata anche quando abbia contenuto positivo, favorevole al richiedente.
Tale principio, già consolidato in giurisprudenza in relazione alla peculiare natura dell’atto ed alla rilevanza degli interessi coinvolti, trova oggi espresso fondamento normativo nell’articolo 3 della legge n. 241/1990, secondo il quale ogni provvedimento amministrativo, di contenuto sia negativo che positivo, deve essere motivato, recando l’indicazione dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione in relazione alle risultanze dell’istruttoria.
Quanto, poi, al contenuto di tale motivazione, la giurisprudenza è ferma nel ritenere, ai fini della congruità e sufficienza della stessa, che debba esservi l’indicazione della ricostruzione dell’iter logico seguito, in ordine alle ragioni di compatibilità effettive che –in riferimento agli specifici valori paesistici dei luoghi- possano consentire tutti i progettati lavori, considerati nella loro globalità e non esclusivamente in semplici episodi di dettaglio.
E’, dunque, necessario motivare l’autorizzazione in modo tale che emerga l’apprezzamento di tutte le rilevanti circostanze di fatto e la non manifesta irragionevolezza della scelta effettuata sulla prevalenza di un valore in conflitto con quello tutelato in via primaria, non potendo l’autorità amministrativa limitarsi ad affermazioni apodittiche e dovendosi pure riferire non all’entità atomisticamente valutata del singolo intervento, ma al complesso strutturalmente individuato che deriva dalla sovrapposizione con quello preesistente.
Occorre, quindi, esternare adeguatamente l’avvenuto apprezzamento comparativo, da un lato, del contenuto del vincolo e, dall’altro, di tutte le rilevanti circostanze di fatto relative al manufatto ed al suo inserimento nel contesto protetto, in modo da giustificare la scelta di dare prevalenza all’interesse del privato rispetto a quello tutelato in via primaria attraverso l’imposizione del vincolo.
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Le considerazioni sopra svolte valgono anche per il procedimento di condono edilizio di opere realizzate su aree sottoposte a vincolo, per il quale l’articolo 32 della legge n. 47/1985 dispone che “il rilascio della concessione o dell’autorizzazione in sanatoria … è subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso”.
Invero, la giurisprudenza ha avuto modo di chiarire che il suddetto parere ha natura e funzioni identiche alla autorizzazione paesaggistica, in quanto entrambi gli atti costituiscono il presupposto per l’assentimento del titolo che legittima la trasformazione urbanistico edilizia della zona protetta; con la conseguenza che anche in tale caso è applicabile il potere ministeriale di annullamento del provvedimento.

Orbene, ritiene il Tribunale che legittimamente l’autorità ministeriale ha rilevato, ponendolo a base del disposto annullamento, il difetto di motivazione dell’autorizzazione paesaggistica rilasciata dall’autorità comunale.
L’articolo 82 del DPR n. 616/1977 (di poi la normativa di cui all’art. 151 del D.Lgs. n. 490/1999 ed oggi quella contenuta nel D.Lgs. n. 42/2004) configura un sistema complesso di tutela del paesaggio, implicante l’intervento sia della Regione che dello Stato, in cui la concorrenza dei poteri è disciplinata dal principio di leale cooperazione (Corte Cost., sent. N. 359/1995, n. 151/1986, n. 302/1988).
Con specifico riferimento ai poteri della Regione (o dell’ente subdelegato), va rilevato che la funzione dell’autorizzazione è quella di verifica della compatibilità dell’opera edilizia che si intende realizzare con l’esigenza di conservazione dei valori paesistici protetti dal vincolo.
E’ stato, infatti, evidenziato (cfr. Cons. Stato, VI, 14.11.1991, n. 828; VI, 25.09.1995, n. 963) che quest’ultimo contiene un accertamento circa l’esistenza di valori paesistici oggettivamente non derogabile e che è compito dell’autorizzazione accertare in concreto la compatibilità dell’intervento con il mantenimento e l’integrità dei richiamati valori.
Difatti, il paesaggio è un valore costituzionale primario e, pertanto, l’autorità amministrativa non deve svolgere una ponderazione comparativa tra un interesse primario ed un interesse secondario, ma unicamente operare un giudizio in concreto circa il rispetto da parte dell’intervento progettato delle esigenze connesse alla tutela del paesaggio stesso.
La determinazione dell’ente locale deve, dunque, essere motivata anche quando abbia contenuto positivo, favorevole al richiedente.
Tale principio, già consolidato in giurisprudenza in relazione alla peculiare natura dell’atto ed alla rilevanza degli interessi coinvolti (cfr. Cons. Stato, VI, 15.12.1981, n. 751; 19.05.1981, n. 221; IV, 18.11.1980, n. 1104), trova oggi espresso fondamento normativo nell’articolo 3 della legge n. 241/1990, secondo il quale ogni provvedimento amministrativo, di contenuto sia negativo che positivo, deve essere motivato, recando l’indicazione dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione in relazione alle risultanze dell’istruttoria.
Quanto, poi, al contenuto di tale motivazione, la giurisprudenza è ferma nel ritenere, ai fini della congruità e sufficienza della stessa, che debba esservi l’indicazione della ricostruzione dell’iter logico seguito, in ordine alle ragioni di compatibilità effettive che –in riferimento agli specifici valori paesistici dei luoghi- possano consentire tutti i progettati lavori, considerati nella loro globalità e non esclusivamente in semplici episodi di dettaglio (cfr. Cons. Stato, VI, 05.07.1990, n. 692; 14.11.1991, n. 828; 25.09.1993, n. 963; 20.06.1995, n. 952).
E’, dunque, necessario motivare l’autorizzazione in modo tale che emerga l’apprezzamento di tutte le rilevanti circostanze di fatto e la non manifesta irragionevolezza della scelta effettuata sulla prevalenza di un valore in conflitto con quello tutelato in via primaria (cfr. Cons. Stato, VI, 04.06.2004, n. 3495), non potendo l’autorità amministrativa limitarsi ad affermazioni apodittiche e dovendosi pure riferire non all’entità atomisticamente valutata del singolo intervento, ma al complesso strutturalmente individuato che deriva dalla sovrapposizione con quello preesistente (cfr. Cons. Stato, VI, 03.03.2004, n. 1060; 14.05.2004, n. 3116).
Occorre, quindi, esternare adeguatamente l’avvenuto apprezzamento comparativo, da un lato, del contenuto del vincolo e, dall’altro, di tutte le rilevanti circostanze di fatto relative al manufatto ed al suo inserimento nel contesto protetto, in modo da giustificare la scelta di dare prevalenza all’interesse del privato rispetto a quello tutelato in via primaria attraverso l’imposizione del vincolo (cfr. Cons. Stato, VI, 21.02.2007, n. 924).
Le considerazioni sopra svolte valgono anche per il procedimento di condono edilizio di opere realizzate su aree sottoposte a vincolo, per il quale l’articolo 32 della legge n. 47/1985 dispone che “il rilascio della concessione o dell’autorizzazione in sanatoria … è subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso”.
Invero, la giurisprudenza (cfr. Cons. Stato, VI, 28.01.1998, n. 114) ha avuto modo di chiarire che il suddetto parere ha natura e funzioni identiche alla autorizzazione paesaggistica, in quanto entrambi gli atti costituiscono il presupposto per l’assentimento del titolo che legittima la trasformazione urbanistico edilizia della zona protetta; con la conseguenza che anche in tale caso è applicabile il potere ministeriale di annullamento del provvedimento (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 21.06.2013 n. 1380 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’art. 32 legge n. 47 del 1985, nell’introdurre la possibilità di condonare opere abusive realizzate prima del 01.10.1983 su aree sottoposte al vincolo, subordina il rilascio della concessione edilizia al parere dell’Amministrazione preposta alla tutela del vincolo stesso.
Tale parere ha natura giuridica di condizione ostativa e di presupposto indefettibile per la concessione edilizia in sanatoria e comporta la verifica della compatibilità dell’intervento con gli interessi paesaggistici e ambientali dell’area sottoposta a tutela.
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In materia di tutela delle bellezze panoramiche, l’esistenza di una anteriore lesione arrecata alla zona non rappresenta, da sola, un motivo sufficiente a dispensare dalla verifica riguardante la realizzabilità o la sanabilità di un’opera; anzi, l’eventuale danno progressivo produce la necessità di una indagine ancora più accurata, per scongiurare un maggiore, più grave e definitivo turbamento dei valori tipici dei luoghi: la situazione di compromissione della bellezza naturale da parte di preesistenti realizzazioni, anziché impedire, maggiormente richiede, quindi, che ulteriori costruzioni non deturpino irreversibilmente l’ambiente protetto.
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A prescindere dal momento di introduzione del vincolo stesso, ai fini del parere di cui all’art. 32 della legge 47 del 1985 rileva la data di valutazione della domanda di sanatoria, e non quella di costruzione dell’immobile.
Deve escludersi una disparità di trattamento sotto il profilo che per edifici insistenti nella medesima zona la Soprintendenza avrebbe autorizzato la sanatoria e altri sarebbero stati condonati. Infatti, per giurisprudenza costante, il vizio considerato non viene in evidenza in tutti i casi in cui non risulti dimostrata l’assoluta identità di situazioni, e comunque la legittimità dell’operato della pubblica Amministrazione non può essere inficiata dall’eventuale illegittimità compiuta in altra situazione.
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I provvedimenti sanzionatori in materia edilizia sono atti vincolati che non richiedono una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico che si intendono tutelare, né una comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, non potendo ammettersi l’esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può legittimare.
La legislazione di settore esclude che si formi un legittimo affidamento, quando è realizzato un immobile abusivo e l’Amministrazione non esercita il suo potere-dovere di emanare l’ordine di demolizione, in quanto il decorso del tempo dalla data dell’abuso –per il principio di legalità– può avere rilievo giuridico solo quando la normativa ammetta in via eccezionale il condono di quanto illecitamente realizzato
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L’art. 32 legge n. 47 del 1985, nell’introdurre la possibilità di condonare opere abusive realizzate prima del 01.10.1983 su aree sottoposte al vincolo, subordina il rilascio della concessione edilizia al parere dell’Amministrazione preposta alla tutela del vincolo stesso.
Come ha osservato il Consiglio di Stato nel parere reso dalla seconda sezione nell’adunanza del 09.03.2011, n. 2404/2011, sul ricorso straordinario proposto da alcuni proprietari di immobili siti nella stessa zona del Comune di Ardea interessata dalla vicenda in esame, tale parere ha natura giuridica di condizione ostativa e di presupposto indefettibile per la concessione edilizia in sanatoria e comporta la verifica della compatibilità dell’intervento con gli interessi paesaggistici e ambientali dell’area sottoposta a tutela.
Nel caso di specie, il Comune di Ardea ha valutato che l’edificio in esame “fa parte di una serie dì costruzioni, realizzate tra la spiaggia e il lungomare, le quali compromettono sia l’accessibilità che la fruizione del panorama marino”. Esso ha inoltre rilevato che tali edifici costituiscono un “grave danno paesaggistico in quanto alterano le caratteristiche morfologiche e naturali del luogo, facendogli perdere la propria identità fisica. L’impatto della realizzazione edilizia, nel contesto disturbante di diffusa fabbricazione, ha carattere invasivo tanto da determinare la compromissione non solo della percezione paesaggistica da parte della collettività, ma anche lo stravolgimento dell’armonia e naturale bellezza del paesaggio e dell’ambiente circostante”.
L’ente locale ha quindi valutato le caratteristiche morfologiche e paesaggistiche dell’area tutelata ed ha considerato che l’edificio in questione contribuisce ad alterare proprio quelle caratteristiche meritevoli di salvaguardia.
Tale modo di agire dell’amministrazione è conforme ai principi più volte affermati dalla giurisprudenza, secondo la quale, in materia di tutela delle bellezze panoramiche, l’esistenza di una anteriore lesione arrecata alla zona non rappresenta, da sola, un motivo sufficiente a dispensare dalla verifica riguardante la realizzabilità o la sanabilità di un’opera; anzi, l’eventuale danno progressivo produce la necessità di una indagine ancora più accurata, per scongiurare un maggiore, più grave e definitivo turbamento dei valori tipici dei luoghi (cfr. per tutte, Cons. Stato, sez. VI, 27.09.2002, n. 4971): la situazione di compromissione della bellezza naturale da parte di preesistenti realizzazioni, anziché impedire, maggiormente richiede, quindi, che ulteriori costruzioni non deturpino irreversibilmente l’ambiente protetto.
Nella fattispecie in esame il Comune, in particolare, ha provveduto a sanzionare la maggior parte degli edifici che versano nelle medesime condizioni giuridiche di quello di proprietà dei ricorrenti e si propone dichiaratamente di ripristinare in maniera generale ed organica il naturale contesto ambientale e paesaggistico, ripristino che appare, dalla documentazione versata in atti, concretamente attuabile.
Il motivo di ricorso, riproposto in appello, che fa perno sulla diffusa edificazione che ha interessato l’area, con gli effetti invasivi e deturpanti evidenziati dal Comune, non ha quindi pregio.
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L’art. 7 della legge n. 1497 del 1939 imponeva già la necessità, per gli interventi da effettuarsi in zone paesaggisticamente vincolate, del previo assenso, che nella specie non solo non è stato emanato, ma non è stato neppure chiesto. Non è, quindi, la generale legge sull’edificazione che doveva costituire il parametro per l’azione dell’Amministrazione nel rispondere all’istanza dell’interessata, ma la particolare disciplina relativa alla tutela delle aree riconosciute di pregio paesaggistico, vale a dire, trattandosi di condono, l’art. 32 della legge n. 47 del 1985, che postula lo specifico assenso da parte dell’autorità competente, preposta alla difesa del vincolo.
In primo luogo l’intervento edilizio è stato realizzato, per esplicita ammissione contenuta nella istanza di condono, nel 1976 e quindi dopo l’apposizione, con decreto ministeriale 22.10.1954, del vincolo ai sensi dell’allora vigente legge 29.06.1939 n. 1497; in ogni caso, è pacifico l’orientamento di questo Consiglio, secondo cui, a prescindere dal momento di introduzione del vincolo stesso, ai fini del parere di cui all’art. 32 della legge 47 del 1985 rileva la data di valutazione della domanda di sanatoria, e non quella di costruzione dell’immobile (per tutte, Cons. St., Ad. plen., 07.06.1999, n. 20 e Sez. VI, 11.12.2001, n. 6210).
Deve, poi, escludersi, una disparità di trattamento sotto il profilo che per edifici insistenti nella medesima zona la Soprintendenza avrebbe autorizzato la sanatoria e altri sarebbero stati condonati. Infatti, per giurisprudenza costante, il vizio considerato non viene in evidenza in tutti i casi in cui non risulti dimostrata l’assoluta identità di situazioni, e comunque la legittimità dell’operato della pubblica Amministrazione non può essere inficiata dall’eventuale illegittimità compiuta in altra situazione (per tutte Consiglio Stato, Sez. VI, 22.11.2010, n. 8117).
Quanto alla censura relativa all’omessa considerazione del lungo tempo intercorso dalla realizzazione dell’immobile, e del conseguente consolidamento dell’interesse dei privati proprietari, va considerato che:
- i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia sono atti vincolati che non richiedono una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico che si intendono tutelare, né una comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, non potendo ammettersi l’esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può legittimare (v., per tutte, Cons. Stato, Sez. V, 11.01.2011, n. 79);
- la legislazione di settore esclude che si formi un legittimo affidamento, quando è realizzato un immobile abusivo e l’Amministrazione non esercita il suo potere-dovere di emanare l’ordine di demolizione, in quanto il decorso del tempo dalla data dell’abuso –per il principio di legalità– può avere rilievo giuridico solo quando la normativa ammetta in via eccezionale il condono di quanto illecitamente realizzato;
- nella specie, poiché le ragioni del diniego e della conseguente ingiunzione di demolizione sono state ampiamente e sufficientemente esplicitate nella necessità di provvedere al recupero ambientale del territorio compromesso, e dei valori ambientali che vi si devono esprimere, non rileva esaminare la correttezza dell’ulteriore ed autonoma ragione posta a base del diniego, relativa al mancato rilascio del nulla osta previsto dall’art. 55 del codice della navigazione, che gli appellanti, con ulteriore mezzo del gravame, affermano sia stata rilasciata: trattasi, infatti, di motivazione ultronea per provvedimenti che, come si è rilevato, si sorreggono su diverse e legittime motivazioni
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 20.06.2013 n. 3367 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sospensione condizionale della pena e termine per adempiere all'obbligo di demolizione.
Il termine per adempiere all'obbligo di demolizione del manufatto abusivo, cui sia stato subordinato il beneficio della sospensione condizionale della pena, nel caso in cui il giudice abbia omesso di provvedere alla sua indicazione deve essere individuato in giorni novanta dal passaggio in giudicato della sentenza, termine corrispondente a quello previsto dall'art. 31, d.P.R. 06.06.2001, n. 380 (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 13.06.2013 n. 25930 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Legittimità ordinanza demolizione di una serie di manufatti localizzati in un impianto di lavorazione inerti.
L'aggiunta di una vasca completamente interrata per lo stoccaggio degli inerti, di un nastro trasportatore per l'alimentazione dell'impianto e di una vasca per il lavaggio degli automezzi in posizione differente dalla precedente, all’interno di un impianto di lavorazione inerti, si collocano concettualmente al di fuori del concetto di manutenzione straordinaria.
Tale nozione, già data dall’art. 31, comma 1, lettera b), della l. 05.08.1978 n. 457, è ora espressa dall’art. 3, comma 1, lettera b), del d.P.R. n. 380 del 2011 e comprende “le opere e le modifiche necessarie per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici, nonché per realizzare ed integrare i servizi igienico-sanitari e tecnologici, sempre che non alterino i volumi e le superfici delle singole unità immobiliari e non comportino modifiche delle destinazioni di uso”.
La giurisprudenza interpreta tale nozione nel senso di imporre la necessaria esistenza di un duplice ordine di limiti, uno di carattere funzionale, costituito dalla necessità che i lavori siano diretti alla mera sostituzione o al puro rinnovo di parti dell'edificio, e l'altro di carattere strutturale, consistente nella proibizione di alterare i volumi e le superfici delle singole unità immobiliari o di mutare la loro destinazione (tratto da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 13.06.2013 n. 3270 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Delibera consiliare dichiarativa dell'esistenza di prevalenti interessi pubblici rispetto al ripristino dell'assetto urbanistico violato.
La situazione particolare che viene a determinarsi in conseguenza della deliberazione comunale, sottraendo l'opera abusiva la suo normale destino, che è la demolizione, presuppone che la valutazione effettuata dall'amministrazione comunale sia estremamente rigorosa e, oltre a rispettare le condizioni indicate dalla giurisprudenza appena richiamata, deve essere puntualmente riferita al singolo manufatto, il quale va precisamente individuato, dando atto delle specifiche esigenze che giustificano la scelta, dovendosi escludere che possano assumere rilievo determinazioni di carattere generale riguardanti, ad esempio, più edifici o fondate su valutazioni di carattere generale (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 12.06.2013 n. 25824 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’onere motivazionale che grava in capo alla p.a. rinviene la sua giusta misura nell’esigenza che il destinatario del provvedimento sia messo in grado di percepire quali siano le ragioni che hanno portato al diniego dell’istanza proposta.
Pertanto, se non risulta sufficiente il generico richiamo alla norma di legge, è consentito adoperare una motivazione che, sia pure in modo sintetico ovvero attraverso un meccanismo motivazionale che utilizza il rinvio per relationem al contenuto di atti endoprocedimentali, esterni le ragioni che ostano all’accoglimento dell’istanza (di sanatoria), così da consentire al privato di valutare l’opportunità di un’eventuale reazione giurisdizionale.
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E' legittimo il diniego della concessione in sanatoria di opere eseguite senza titolo abilitante, qualora le stesse non risultino conformi tanto alla normativa urbanistica vigente al momento della loro realizzazione quanto a quella vigente al momento della domanda di sanatoria.
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L’attività sanzionatoria della P.A. sull’attività edilizia abusiva è connotata dal carattere vincolato e non discrezionale. Infatti il giudizio di difformità dell’intervento edilizio rispetto al titolo abilitativo rilasciato, che costituisce il presupposto dell’irrogazione delle sanzioni , non è affatto connotato da discrezionalità tecnica, ma integra un mero accertamento di fatto. Pertanto , il giudice può verificare la correttezza di tale attività accertativa svolta dalla P.A., non diversamente da quanto avviene allorché controlla l’esattezza di accertamenti tecnici condotti dalla P.A. in altri contesti.
L'ordine di demolizione di opere edilizie abusive è atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione, non potendo ammettersi l'esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può mai legittimare. Del resto, un eventuale affidamento a favore dell’amministrato potrebbe solo sorgere all’indomani della conoscenza che l’amministrazione abbia dell’esistenza del manufatto, rispetto alla quale mantenga una colpevole inerzia e non come nel caso di specie dove l’intervento repressivo è stato disposto dopo pochi giorni il diniego di sanatoria.

Quanto alle residue censure le stesse appaiono tutte infondate. Ed infatti, corretta è la pronuncia gravata nella parte in cui esclude che il diniego di sanatoria sia inficiato da un difetto motivazionale. Appare evidente che l’onere motivazionale che grava in capo alla p.a. rinviene la sua giusta misura nell’esigenza che il destinatario del provvedimento sia messo in grado di percepire quali siano le ragioni che hanno portato al diniego dell’istanza proposta (Cons. St., Sez. II, 24.05.2006, n. 7681; Id. 05.02.1997, n. 336).
Pertanto, se non risulta sufficiente il generico richiamo alla norma di legge (Cons. St., Sez. V, 04.04.2006, n. 1750), è consentito adoperare una motivazione che sia pure in modo sintetico ovvero attraverso un meccanismo motivazionale che utilizza il rinvio per relationem al contenuto di atti endoprocedimentali, come nella fattispecie, esterni le ragioni che ostano all’accoglimento dell’istanza, così da consentire al privato di valutare l’opportunità di un’eventuale reazione giurisdizionale.
Nel caso in esame, quindi, il rinvio alla relazione del responsabile del procedimento e della Commissione edilizia, unitamente alla contrarietà derivante dalla circostanza che l’opera sananda comportava un incremento volumetrico non consentito, anche perché non riconducibile nell’ambito dell’ipotesi di adeguamento igienico-sanitario, risulta soddisfare il precetto contenuto nell’art. 3, l. n. 241/1990.
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In ordine alla seconda censura, appare condivisibile la premessa giuridica da cui parte, e rispetto alla quale non si registra alcuna difformità con la sentenza gravata, circa la necessità della conformità del manufatto oggetto di sanatoria con la disciplina urbanistica vigente al momento della realizzazione dell’opera, con quella vigente al momento della presentazione dell’istanza e con quella al tempo dell’adozione del provvedimento.
Non condivisibile, è invece, la conclusione raggiunta dall’appellante circa il soddisfacimento della regola in esame da parte della richiesta dell’interessato. Infatti, la giurisprudenza di questo Consiglio ha da tempo chiarito che ai sensi dell'art. 13 L. 28.02.1985 n. 47, è legittimo il diniego della concessione in sanatoria di opere eseguite senza titolo abilitante, qualora le stesse non risultino conformi tanto alla normativa urbanistica vigente al momento della loro realizzazione quanto a quella vigente al momento della domanda di sanatoria (Cons. St., sez. IV, 26.04.2006, n. 2306; sez. IV, n. 6474 del 2006; sez. V, n. 1126 del 2009; sez. V, 17.09.2012, n. 4914).
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Infine, quanto all’ultima delle censure in esame, incentrata sulla presunta illegittimità dell’ordine di demolizione per difetto di motivazione, appare sufficiente richiamare il consolidato orientamento di questo Consiglio in merito alla natura vincolata dell’ordine di demolizione: “L’attività sanzionatoria della P.A. sull’attività edilizia abusiva è connotata dal carattere vincolato e non discrezionale. Infatti il giudizio di difformità dell’intervento edilizio rispetto al titolo abilitativo rilasciato, che costituisce il presupposto dell’irrogazione delle sanzioni , non è affatto connotato da discrezionalità tecnica, ma integra un mero accertamento di fatto. Pertanto , il giudice può verificare la correttezza di tale attività accertativa svolta dalla P.A., non diversamente da quanto avviene allorché controlla l’esattezza di accertamenti tecnici condotti dalla P.A. in altri contesti” (Cons. St., Sez. IV, 17.05.2010, n. 3126), per escludere la sussistenza del supposto vizio motivazionale atteso che: “L'ordine di demolizione di opere edilizie abusive è atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione, non potendo ammettersi l'esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può mai legittimare” (Cons. St., Sez. V, 11.01.2011, n. 79).
Del resto, un eventuale affidamento a favore dell’amministrato potrebbe solo sorgere all’indomani della conoscenza che l’amministrazione abbia dell’esistenza del manufatto, rispetto alla quale mantenga una colpevole inerzia e non come nel caso di specie dove l’intervento repressivo è stato disposto dopo pochi giorni il diniego di sanatoria (cfr. Cons. Stato, sez. V, n. 5523 del 2012; VI, n. 7129 del 2010)
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 11.06.2013 n. 3235 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è sufficientemente motivata con riferimento all'oggettivo riscontro dell'abusività delle opere ed alla sicura assoggettabilità di queste al regime concessorio, non essendo necessario, in tal caso, alcun ulteriore obbligo motivazionale, come il riferimento ad eventuali ragioni di interesse pubblico.
Anche il terzo motivo d’appello deve essere respinto, poiché, per nota e consolidata giurisprudenza, l'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è sufficientemente motivata con riferimento all'oggettivo riscontro dell'abusività delle opere ed alla sicura assoggettabilità di queste al regime concessorio, non essendo necessario, in tal caso, alcun ulteriore obbligo motivazionale, come il riferimento ad eventuali ragioni di interesse pubblico (cfr., anche Consiglio di Stato, sez. V, 11.01.2011, n. 79 e Consiglio di Stato, sez. VI, 24.09.2010, n. 7129) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 11.06.2013 n. 3221 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Pacifica e datata giurisprudenza pone in rilievo il carattere permanente dell’illecito edilizio ed evidenzia come l’interesse pubblico alla repressione dell’abuso risieda nella stessa natura del provvedimento repressivo, essendo, come suol dirsi, “in re ipsa”.
L’applicazione dei due principi preclude che possano aver rilievo, rispettivamente, il lungo lasso di tempo trascorso tra l’epoca dell’abuso e la data del provvedimento repressivo e, sul fronte della posizione incisa, che detto arco temporale obblighi l’Amministrazione a valutare un eventuale affidamento ingeneratosi nel responsabile dell’abuso.
A quest’ultimo riguardo deve peraltro osservarsi che l’affidamento può assumere rilevanza, originando la necessità di un più intenso onere di motivazione, solo in presenza di atti o comportamenti dell’amministrazione dai quali esso possa effettivamente ed attendibilmente trarre fonte.

Il gravame evidenzia in materia principi che da tempo sono stati messi in rilievo da pacifica e datata giurisprudenza e che pongono in rilievo anzitutto il carattere permanente dell’illecito edilizio (cfr. ex multis, Cons. di Stato, sez. V, n. 2544/2000) ed evidenziano come l’interesse pubblico alla repressione dell’abuso risieda nella stessa natura del provvedimento repressivo, essendo, come suol dirsi, “in re ipsa” (v., fra le numerose, Cons. di Stato, sez. V, n. 104/1985).
L’applicazione dei due principi preclude che possano aver rilievo, rispettivamente, il lungo lasso di tempo trascorso tra l’epoca dell’abuso e la data del provvedimento repressivo e, sul fronte della posizione incisa, che detto arco temporale obblighi l’Amministrazione a valutare un eventuale affidamento ingeneratosi nel responsabile dell’abuso. A quest’ultimo riguardo deve peraltro osservarsi che l’affidamento può assumere rilevanza, originando la necessità di un più intenso onere di motivazione, solo in presenza di atti o comportamenti dell’amministrazione dai quali esso possa effettivamente ed attendibilmente trarre fonte.
Ma tali elementi non è dato nella fattispecie reperire; anzi, considerate, da un lato, l’epoca cui risale il titolo edilizio non osservato e nel contempo la mancata presentazione di alcuna istanza di condono o sanatoria dell’abuso, possono semmai individuarsi indici di una volontà di persistenza nella situazione di illegalità (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 10.06.2013 n. 3183 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sequestro preventivo di opera ultimata e criteri di valutazione.
Il sequestro preventivo di cose pertinenti a reato edilizio può essere adottato anche su un'opera ultimata, se la libera disponibilità di essa possa concretamente pregiudicare gli interessi attinenti alla gestione del territorio ed incidere sui carico urbanistico, il pregiudizio del quale va valutato avendo riguardo agli indici di consistenza dell'insediamento edilizio, del numero dei nuclei familiari, della dotazione minima degli spazi pubblici per abitare, nonché della domanda di strutture e di opere collettive.
Spetta dunque al giudice stabilire in particolare la reale compromissione degli interessi attinenti al territorio ed ogni altro dato utile a stabilire in che misura, sulla base degli indici menzionati, il godimento e la disponibilità attuale della cosa da parte dell‘indagato o di terzi possa implicare una effettiva ulteriore lesione del bene giuridico protetto, ovvero se l'attuale disponibilità del manufatto costituisca un elemento neutro sotto il profilo della offensività (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 06.06.2013 n. 24852 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATALa presentazione della domanda di sanatoria dell’abuso -successivamente alla impugnazione dell'ordinanza di demolizione o alla notifica del provvedimento di irrogazione delle altre sanzioni per gli abusi edilizi- rende inefficaci i precedenti atti sanzionatori.
Sul piano procedimentale il comune è tenuto, innanzi tutto, a esaminare ed eventualmente a respingere la domanda di sanatoria, effettuando, comunque, una nuova valutazione della situazione, mentre dal punto di vista processuale, la documentata presentazione di detta istanza comporta la improcedibilità del ricorso per carenza di interesse avverso i provvedimenti repressivi.
L’esercizio della facoltà di regolarizzare la propria posizione da parte del privato impedisce, dunque, l'esercizio del potere repressivo dell'amministrazione, in quanto quest’ultima dovrà rideterminarsi in ordine alla sanzione, ma solo dopo il riesame dell’abusività dell’opera ai fini della verifica della sua sanabilità.
L'istanza di sanatoria, infatti, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento esplicito o implicito (di accoglimento o di rigetto), che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa.
L’interesse del responsabile dell’abuso si sposta dall'annullamento del provvedimento sanzionatorio già adottato, all'eventuale annullamento del provvedimento (esplicito o implicito) di rigetto.

E’ orientamento consolidato di questo Tribunale quello in forza del quale la presentazione della domanda di sanatoria dell’abuso -successivamente alla impugnazione dell'ordinanza di demolizione o alla notifica del provvedimento di irrogazione delle altre sanzioni per gli abusi edilizi- rende inefficaci i precedenti atti sanzionatori (v. anche Consiglio di Stato sez. V 31.10.2012 n. 5553 , sez. V, 08.06.2011, n. 3460; sez. V, 29.12.2009, n. 8935; sez. II, 11.07.2007, n. 624/05, cui si rinvia in forza del combinato disposto degli artt. 74, co. 1, e 88, co. 2, lett. d), c.p.a.).
Sul piano procedimentale il comune è tenuto, innanzi tutto, a esaminare ed eventualmente a respingere la domanda di sanatoria, effettuando, comunque, una nuova valutazione della situazione, mentre dal punto di vista processuale, la documentata presentazione di detta istanza comporta la improcedibilità del ricorso per carenza di interesse avverso i provvedimenti repressivi (Così, Consiglio di Stato sez. V, 31.10.2012, n. 5553).
L’esercizio della facoltà di regolarizzare la propria posizione da parte del privato impedisce, dunque, l'esercizio del potere repressivo dell'amministrazione, in quanto quest’ultima dovrà rideterminarsi in ordine alla sanzione, ma solo dopo il riesame dell’abusività dell’opera ai fini della verifica della sua sanabilità.
L'istanza di sanatoria, infatti, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento esplicito o implicito (di accoglimento o di rigetto), che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa (cfr. ex multis TAR Campania Salerno, sez. I, 22.02.2011 , n. 350 e TAR Campania Napoli, sez. VII, 10.03.2011, n. 1401).
L’interesse del responsabile dell’abuso si sposta dall'annullamento del provvedimento sanzionatorio già adottato, all'eventuale annullamento del provvedimento (esplicito o implicito) di rigetto (TAR Sicilia, Catania, Sez. II, 16.03.1991, n. 67, Palermo, Sez. II, 27.03.2002, n. 826; TAR Campania, Sez. IV, 24.09.2002, n. 5559, 22.02.2003, n. 1310) (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 04.06.2013 n. 1231 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA - PUBBLICO IMPIEGOUffici tecnici. Abusi edilizi. La denuncia è obbligata.
Il responsabile di un ufficio tecnico ha l'obbligo di denunziare all'autorità giudiziaria gli abusi edilizi da lui stesso riscontrati nel corso di sopralluogo effettuato insieme al comandante della polizia municipale.
L'elemento soggettivo del reato di omissione di denuncia consiste nella consapevolezza e volontarietà dell'omissione della denuncia allorché si sia verificato il presupposto da cui deriva l'obbligo di informare l'autorità giudiziaria, ovvero la conoscenza, da parte del pubblico ufficiale, del fatto costituente reato a causa e nell'esercizio delle sue funzioni.
È irrilevante che il pubblico ufficiale ritenga che l'informativa della «notitia criminis» di cui sia venuto a conoscenza, competa ad altro pubblico ufficiale ovvero supponga che l'informativa medesima sia stata da questi già fornita.

Questo è quanto afferma la Corte di Cassazione, Sez. VI penale, con la sentenza 03.06.2013 n. 23956 (articolo ItaliaOggi del 06.06.2013).

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G.C. è imputato del reato di cui all'art. 361 c.p. per avere, in qualità di geometra dell'Ufficio Tecnico del Comune di (omissis), omesso di denunciare senza ritardo alla Autorità Giudiziaria l'abuso edilizio da lui stesso riscontrato nel corso di sopralluogo effettuato insieme al comandante della Polizia Municipale in data 02.02.2009 presso la proprietà di T.D..
A Z.D. è contestato lo stesso reato per avere, in qualità di responsabile dell'Ufficio Tecnico del Comune di (OMISSIS), omesso di denunciare senza ritardo alla Autorità Giudiziaria l'abuso edilizio di cui era venuto a conoscenza a seguito della ricezione di rapporto di servizio redatto dalla Polizia locale in data 03.12.2009.
Il GUP di Pavia, dopo avere premesso che doveva ritenersi pacifico in punto di fatto che alla segnalazione dell'abuso edilizio ed alla sua constatazione era seguita la totale inerzia degli organi competenti, ha rilevato che tale condotta aveva rilievo penale unicamente a carico degli agenti e degli ufficiali di polizia giudiziaria, in quanto la disposizione di cui all'art. 27, comma 4, DPR 380/2001 costituirebbe norma speciale rispetto all'art. 361 c.p.. In base a tale interpretazione sistematica dall'obbligo di denuncia sarebbero esonerati i dirigenti dell'Ufficio Tecnico e ciò comporterebbe anche una razionalizzazione del sistema, evitando onerose duplicazioni di comunicazioni di reato.
Si tratta di una erronea interpretazione delle disposizioni di legge in questione.
In primo luogo nessun rapporto di specialità sussiste tra le due disposizioni, posto che soltanto l'art. 361 c.p. è norma penale incriminatrice a differenza dell'art. 27 DPR 380/2001, per la cui violazione non è prevista alcuna sanzione penale.
In secondo luogo si tratta di norme con differenti ambiti di applicazione: da un lato la norma penale ha maggiore estensione, rivolgendosi in generale al pubblico ufficiale come soggetto attivo a differenza della norma amministrativa, che limita la propria sfera ai soli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria; dall'altro l'art. 361 c.p. circoscrive l'oggetto dell'obbligo di denuncia ai soli reati, mentre il citato art. 27 estende l'obbligo a tutti gli altri casi di presunta violazione urbanistico - edilizia, anche quando non rivestono carattere penale.
Ne deriva che tra le due disposizioni non intercorre un rapporto di specialità, ma al più di complementarietà, trattandosi di norme che prevedono diversi doveri di comunicazione alla Autorità Giudiziaria nell'ottica di un più accurato controllo dell'assetto urbanistico-edilizio del territorio.
A parte il fatto che l'interpretazione del GUP di Pavia rischia chiaramente di determinare inerzia ed omissioni di denunce nei Comuni privi di corpi di Polizia Municipale, allorquando i dirigenti degli Uffici Tecnici vengano comunque a conoscenza di abusi edilizi penalmente sanzionati, oltre in via più generale a determinare un concreto pericolo di diffusione di inaccettabili prassi di scarico reciproco di responsabilità, come avvenuto nel caso di specie.
Va, infine, ricordato che l'elemento soggettivo del reato di omissione di denuncia consiste nella consapevolezza e volontarietà dell'omissione della denuncia allorché si sia verificato il presupposto da cui deriva l'obbligo di informare l'autorità giudiziaria, ovvero la conoscenza, da parte del pubblico ufficiale, del fatto costituente reato a causa e nell’esercizio delle sue funzioni.
È, invece, estraneo alla nozione del dolo di omissione il motivo che induca il soggetto, su cui grava l'obbligo di informazione, ad astenersene; sicché è irrilevante che il pubblico ufficiale ritenga che l'informativa della "notitia criminis" di cui sia venuto a conoscenza, competa ad altro pubblico ufficiale ovvero supponga che l'informativa medesima sia stata da questi già fornita.
Infatti, l'errore in cui il soggetto possa incorrere, al riguardo, non esclude la volontarietà dell'omissione, ma concerne semmai la sua legittimità ed è, pertanto, penalmente inscusabile (Sez. 6, Sentenza n. 1407 del 05/11/1998, Rv. 212551, Pirari; sez. 6, sentenza n. 9701 del 23.09.1996, RV 206014, Gobbi).

EDILIZIA PRIVATANiente condono per lavori in negozio oltre i termini.
Niente condono edilizio e certificato di agibilità per la bottega se i lavori non sono conclusi entro il termine stabilito dalla legge: decisivo il sopralluogo dei tecnici del comune che rilevano come all'immobile manchino ancora le finiture. Non può tuttavia essere il sindaco, come livello politico dell'amministrazione, a far chiudere l'esercizio dell'artigiano.

È quanto emerge dalla sentenza 03.06.2013 n. 3034, pubblicata dalla V Sez. del Consiglio di stato.
- Tempo massimo. Ai fini del condono edilizio, ricordano i giudici, l'opera da assoggettare è identificabile se l'immobile risulta già eseguito, sia pure al rustico in tutte le sue strutture essenziali, fra le quali devono essere comprese le tamponature che sono necessarie per stabilire la relativa volumetria e la sagoma esterna.
In questo caso sono i tecnici del comune a inchiodare l'artigiano che ha chiesto il colpo di spugna fuori tempo massimo: per dimostrare il completamento dell'edificio entro la data prevista dalla legge, in alternativa alla dichiarazione sostitutiva dell'atto notorio, l'operatore economico avrebbe dovuto produrre documentazione con data certa, per esempio le fatture e le bolle di accompagnamento dei materiali necessari per la realizzazione dell'opera. Ma non lo ha fatto e trova ingresso il ricorso dell'ente locale.
- Urgenza esclusa. Sbaglia ancora il Tar quando sostiene che il comune abbia torto nel negare all'immobile il documento che attesta l'abitabilità-agibilità: il rilascio del certificato risulta, infatti, condizionato non soltanto alla salubrità degli ambienti, ma anche alla conformità edilizia dell'opera. E l'artigiano non ha presentato la documentazione prescritta dall'articolo 4 del dpr 425/1994, necessaria anche nel caso di condono edilizio.
L'errore dell'amministrazione sta invece nel provvedimento che chiude l'esercizio, laddove l'ordinanza del sindaco può essere emessa unicamente per situazioni contingibili e urgenti che comportano rischi per la collettività. E non è il caso della bottega (mezza) abusiva (articolo ItaliaOggi del 31.07.2013).

EDILIZIA PRIVATA: L'edilizia diventa trasparente. Accesso civico per i permessi di costruire e gli abusi.
Il nuovo strumento introdotto dal dlgs 33/2013 comporta anche la diffusione online.
Accesso civico per i permessi di costruire e per gli abusi edilizi: tutte informazioni che devono andare anche online. Il nuovo strumento di trasparenza per la pubblica amministrazione (introdotto dal D.Lgs. 14.03.2013 n. 33) comporta sia l'obbligo di diffusione dei dati in rete, sia, in caso di dimenticanza dell'ufficio pubblico, la pubblicazione dei dati a richiesta di chiunque.
Deve, comunque, trattarsi di dati per cui una norma prevede l'obbligo di pubblicazione. E questo restringe di molto le possibilità di accesso civico. In ogni caso, l'accesso civico impone di fare una ricognizione di tutte le specifiche disposizioni in cui è previsto un obbligo di pubblicazione. Attenzione, però, al fatto che una volta reperita una disposizione che contiene un obbligo di pubblicazione, bisogna raccordare questa disposizione con lo stesso decreto legislativo 33/2013, che prevede limiti generali (articolo 4) e specifici alla diffusione, e anche con le specifiche disposizioni di legge che vietano la diffusione. Anche questo restringe il campo di applicazione dell'accesso civico, che serve, in sostanza, per sopperire a dimenticanze e per sanzionare il funzionario negligente.
La regola di partenza è, comunque, la possibilità di diffondere attraverso internet documenti, informazioni e dati per cui la legge prevede l'obbligo di pubblicazione, con la eccezione dei dati sensibili e dei dati giudiziari (articolo 4, comma 1). Su questo punto sono due le novità: la prima riguarda la dichiarazione formale dell'abilitazione a pubblicare in rete le informazioni a diffusione obbligatoria; la seconda novità riguarda l'estensione del divieto di diffusione a tutti a dati sensibili e giudiziari. Quest'ultimo divieto era previsto per i dati sanitari dall'articolo 22 del codice della privacy; ora l'articolo 4 del decreto 33/2013 consente la diffusione dei dati attraverso siti istituzionali dell'ente pubblico solo in caso di obbligo di pubblicazione dei dati personali diversi dai dati sensibili e dai dati giudiziari.
Quindi, l'obbligo di pubblicazione significa anche diffusione online, salvo eccezioni. Tra le deroghe più importanti c'è il divieto di pubblicazione dei dati identificativi delle persone fisiche destinatarie di benefici economici, qualora da tali dati sia possibile ricavare informazioni relative allo stato di salute ovvero alla situazione di disagio economico-sociale degli interessati (art. 26). Come si può notare chi riceve un sussidio sociale non deve essere nominato nell'atto da pubblicare; inoltre devono essere omessi non solo dati sensibili e giudiziari, ma anche dati ordinari, se descrivono uno stato di disagio sociale (livello culturale, economico, curriculum scolastico ecc.).
Il decreto 33/2013 si occupa, poi, del caso in cui la pubblica amministrazione ometta la pubblicazione, nonostante sia obbligatoria. A questo proposito scatta l'accesso civico. Accesso, che in effetti, vuole rimediare alla negligenza dell'amministrazione, ma che riguarda solo atti e informazioni a pubblicazione obbligatoria. Per gli altri atti rimane sempre la possibilità di acceso ai sensi dell'articolo 22 della legge 241/1990.
Ad esempio si può prendere l'articolo 10 del Testo unico per l'edilizia (dpr 380/2001), in cui si legge che «dell'avvenuto rilascio del permesso di costruire è data notizia al pubblico mediante affissione all'albo pretorio». Oppure si può richiamare l'articolo 31, sempre del Testo unico per l'edilizia, che prescrive la pubblicazione mensile dei dati relativi agli immobili e alle opere realizzati abusivamente e delle relative ordinanze di sospensione. In caso di omissione scatta il diritto di accesso civico e, quindi, l'obbligo di pubblicazione tardiva.
È chiaro che chi chiede l'accesso civico deve avere notizia dell'atto non diffuso e non può fare richiesta esplorative (alla ricerca di eventuali atti di cui sia stata omessa la pubblicazione). L'obiettivo di chi fa l'istanza sarà, dunque, di poter ottenere la conoscenza generalizzata dell'atto e di attivare le sanzioni disciplinari contro il funzionario pubblico che ha violato l'obbligo di trasparenza (articolo ItaliaOggi Sette del 03.06.2013 - tratto da www.ecostampa.it).

maggio 2013

EDILIZIA PRIVATAE' legittima un’ordinanza di rimozione, comunicata al destinatario, senza che sia materialmente allegato il verbale di accertamento della violazione, ancorché esso contenga l’esplicitazione della motivazione sottesa all'irrogazione della sanzione, poiché il concetto di disponibilità di cui all'art. 3 L. n. 241/1990 non comporta che l'atto amministrativo richiamato “per relationem” debba essere unito a pena d'illegittimità al provvedimento che lo evoca, essendo invece sufficiente che l'atto sia reso disponibile a norma della stessa legge, cioè che esso possa essere acquisito utilizzando il procedimento di accesso ai documenti amministrativi.
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Il provvedimento demolitorio di abusi edilizi costituisce atto doveroso e vincolato nel contenuto, per cui la sua adozione non abbisogna di essere preceduta dall'avviso di avvio del relativo procedimento.
Anche l’omessa indicazione del responsabile del procedimento non integra un vizio di illegittimità dell’atto, ma una mera irregolarità, dovendosi considerare responsabile del procedimento il funzionario preposto alla struttura amministrativa, da cui promana l’atto.

Sotto un primo profilo la ricorrente lamenta il difetto di motivazione del provvedimento impugnato, il quale farebbe un mero riferimento ad un precedente verbale di sopralluogo, redatto in data 06.07.1996.
Il motivo è infondato poiché, per giurisprudenza pacifica, è legittima un’ordinanza di rimozione, comunicata al destinatario, senza che sia materialmente allegato il verbale di accertamento della violazione, ancorché esso contenga l’esplicitazione della motivazione sottesa all'irrogazione della sanzione, poiché il concetto di disponibilità di cui all'art. 3 L. n. 241/1990 non comporta che l'atto amministrativo richiamato “per relationem” debba essere unito a pena d'illegittimità al provvedimento che lo evoca, essendo invece sufficiente che l'atto sia reso disponibile a norma della stessa legge, cioè che esso possa essere acquisito utilizzando il procedimento di accesso ai documenti amministrativi (TAR Campania, Napoli, Sez. IV 16.12.2011 n. 5912).
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Con un ulteriore argomento la ricorrente deduce la violazione dell’art. 7 L. n. 241/1990, in conseguenza della mancata comunicazione di avvio del procedimento.
La censura è infondata poiché, per giurisprudenza unanime, il provvedimento demolitorio di abusi edilizi costituisce atto doveroso e vincolato nel contenuto, per cui la sua adozione non abbisogna di essere preceduta dall'avviso di avvio del relativo procedimento (TAR Campania, Napoli, Sez. VII 11.01.2013 n. 255).
Anche l’omessa indicazione del responsabile del procedimento non integra un vizio di illegittimità dell’atto, ma una mera irregolarità, dovendosi considerare responsabile del procedimento il funzionario preposto alla struttura amministrativa, da cui promana l’atto
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 29.05.2013 n. 1412 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANon è ammissibile il rilascio di una concessione in sanatoria, ex art. 13 L. n. 47 del 1985 (ora art. 36 D.P.R. n. 380 del 2001, che si riferisce agli interventi “realizzati” in assenza di permesso di costruire, o in difformità da esso), relativa soltanto a parte degli interventi abusivi realizzati, ovvero parziale, o subordinata alla esecuzione di opere, atteso che ciò contrasta ontologicamente con gli elementi essenziali dell'accertamento di conformità, i quali presuppongono la già avvenuta esecuzione delle opere e la loro integrale conformità alla disciplina urbanistica.
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Le opere di sistemazione esterna strumentali ad un edificio principale abusivo ripetono le caratteristiche di illegittimità dall'opera principale alla quale ineriscono, sicché –attesa la loro unitarietà funzionale, attestata anche dalla presentazione di un’unica istanza di sanatoria– non sono autonomamente sanabili se, rispetto all’edificio principale, difetta il requisito della doppia conformità.
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L'obbligo di esame ai sensi dell'art. 10, comma 1, lett. b), l. n. 241 del 1990 delle memorie procedimentali presentate dal privato non impone un'analitica confutazione in merito ad ogni argomento utilizzato dalle parti stesse, essendo sufficiente un iter motivazionale che renda nella sostanza percepibile la ragione del mancato adeguamento dell'azione amministrativa alle deduzioni difensive del privato stesso.
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La presentazione di un’istanza di accertamento di conformità condiziona al più l’efficacia della precedente ordinanza di demolizione, ma non può giammai -per il principio tempus regit actum- costituire parametro della sua legittimità (viepiù se non impugnata, come nel caso di specie), sicché l'amministrazione è tenuta a mandare ad esecuzione l’ordine di demolizione non appena abbia rigettato tale domanda.
Più precisamente, la presentazione dell’istanza di accertamento di conformità determina un arresto dell’efficacia della misura ripristinatoria, nel senso che questa è soltanto sospesa, determinandosi uno stato di temporanea quiescenza dell’atto, all’evidente fine di evitare, in caso di accoglimento dell’istanza, la demolizione di un’opera che, pur realizzata in assenza o difformità dal permesso di costruire, è conforme alla strumentazione urbanistica vigente.
Ne consegue che, in caso di accoglimento della domanda di sanatoria, l’ordine di demolizione viene inevitabilmente meno per il venir meno del suo presupposto, vale a dire del carattere abusivo dell’opera realizzata, in ragione dell’accertata conformità dell’intervento alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dello stesso sia al momento della presentazione della domanda.
In caso di rigetto, invece, il provvedimento sanzionatorio a suo tempo adottato riacquista la sua efficacia –che non era definitivamente cessata ma solo sospesa in attesa della conclusione del nuovo iter procedimentale– con la sola specificazione che il termine concesso per l’esecuzione spontanea della demolizione decorre dal momento in cui il diniego perviene a conoscenza dell’interessato, che non può rimanere pregiudicato dall’avere esercitato una facoltà di legge e deve, pertanto, poter usufruire dell’intero termine a lui assegnato per adeguarsi all’ordine, evitando così le conseguenze negative connesse alla mancata esecuzione dello stesso.

Quanto al primo motivo si osserva che, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, dal quale il collegio non vede motivo per discostarsi, non è ammissibile il rilascio di una concessione in sanatoria, ex art. 13 L. n. 47 del 1985 (ora art. 36 D.P.R. n. 380 del 2001, che si riferisce agli interventi “realizzati” in assenza di permesso di costruire, o in difformità da esso), relativa soltanto a parte degli interventi abusivi realizzati, ovvero parziale, o subordinata alla esecuzione di opere, atteso che ciò contrasta ontologicamente con gli elementi essenziali dell'accertamento di conformità, i quali presuppongono la già avvenuta esecuzione delle opere e la loro integrale conformità alla disciplina urbanistica (Cass. Pen., III, 14.06.2007, n. 23129).
Quanto all’estensione del diniego impugnato anche ad opere (percorso di accesso, cancello, recinzione, muri di fascia e scavo per la piscina) che non fanno volume né superficie, è dirimente il rilievo che le opere di sistemazione esterna strumentali ad un edificio principale abusivo ripetono le caratteristiche di illegittimità dall'opera principale alla quale ineriscono (in tal senso cfr. TAR Toscana, III, 12.06.2012, n. 1124; id., 11.01.2012, n. 25), sicché –attesa la loro unitarietà funzionale, attestata anche dalla presentazione di un’unica istanza di sanatoria– non sono autonomamente sanabili se, rispetto all’edificio principale, difetta il requisito della doppia conformità.
Quanto al secondo motivo, è sufficiente richiamare il costante orientamento della giurisprudenza, secondo il quale l'obbligo di esame ai sensi dell'art. 10, comma 1, lett. b), l. n. 241 del 1990 delle memorie procedimentali presentate dal privato non impone un'analitica confutazione in merito ad ogni argomento utilizzato dalle parti stesse, essendo sufficiente un iter motivazionale che renda nella sostanza percepibile la ragione del mancato adeguamento dell'azione amministrativa alle deduzioni difensive del privato stesso (cfr., per tutte, Cons. di St., VI, 11.3.2010, n. 1439).
Il ricorso per motivi aggiunti è invece inammissibile per difetto di interesse, attesa l’inoppugnabilità della precedente provvedimento di ingiunzione della demolizione delle medesime opere abusive 04.05.2007, n. 50 prot. 20907, espressamente richiamata nel preambolo dell’atto impugnato.
Difatti, la presentazione di un’istanza di accertamento di conformità condiziona al più l’efficacia della precedente ordinanza di demolizione, ma non può giammai -per il principio tempus regit actum- costituire parametro della sua legittimità (viepiù se non impugnata, come nel caso di specie), sicché l'amministrazione è tenuta a mandare ad esecuzione l’ordine di demolizione non appena abbia rigettato tale domanda (così TAR Lazio, I, 09.07.2012, n. 6197; TAR Liguria, I, 11.07.2011, n. 1084).
Più precisamente, la presentazione dell’istanza di accertamento di conformità determina un arresto dell’efficacia della misura ripristinatoria, nel senso che questa è soltanto sospesa, determinandosi uno stato di temporanea quiescenza dell’atto, all’evidente fine di evitare, in caso di accoglimento dell’istanza, la demolizione di un’opera che, pur realizzata in assenza o difformità dal permesso di costruire, è conforme alla strumentazione urbanistica vigente (cfr., tra le tante, TAR Campania, II Sezione, 04.02.2005, n. 816 e 13.07.2004, n. 10128).
Ne consegue che, in caso di accoglimento della domanda di sanatoria, l’ordine di demolizione viene inevitabilmente meno per il venir meno del suo presupposto, vale a dire del carattere abusivo dell’opera realizzata, in ragione dell’accertata conformità dell’intervento alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dello stesso sia al momento della presentazione della domanda.
In caso di rigetto, invece, il provvedimento sanzionatorio a suo tempo adottato riacquista la sua efficacia –che non era definitivamente cessata ma solo sospesa in attesa della conclusione del nuovo iter procedimentale– con la sola specificazione che il termine concesso per l’esecuzione spontanea della demolizione decorre dal momento in cui il diniego perviene a conoscenza dell’interessato, che non può rimanere pregiudicato dall’avere esercitato una facoltà di legge e deve, pertanto, poter usufruire dell’intero termine a lui assegnato per adeguarsi all’ordine, evitando così le conseguenze negative connesse alla mancata esecuzione dello stesso (così TAR Campania-Napoli, II, 02.03.2010, n. 1259; TAR Liguria, I, 05.02.2011, n. 226) (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 29.05.2013 n. 848 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: INEFFICACIA SANANTE DEL DECORSO DEL TEMPO NEI CONFRONTI DELL’ABUSO EDILIZIO.
Il decorso del tempo non svolge alcuna efficacia sanante nei confronti dell’abuso edilizio, che ha carattere permanente e può quindi essere perseguito senza limiti di tempo.
Il proprietario di un albergo propone ricorso al TAR avverso il provvedimento con il quale il Comune gli ha ingiunto di procedere alla demolizione di due interventi edilizi realizzati senza il previo titolo abilitativo e consistenti, il primo, nel frazionamento con un tramezzo in muratura del pianoterra in due unità con diversa destinazione funzionale e, il secondo, nella realizzazione di una galleria di collegamento fra l’albergo e un immobile adiacente. Afferma che ambedue gli interventi sanzionati sono risalenti nel tempo, perché effettuati almeno 50 anni fa.
Contesta quindi l’omessa valutazione da parte dell’Amministrazione comunale dell’interesse pubblico sotteso alla demolizione, dell’affidamento in lui ingenerato dal trascorrere degli anni e dell’inerzia del Comune nell’esercizio del potere repressivo. Il Tribunale dichiara infondata la censura.
Premette di aderire all’orientamento giurisprudenziale (Cons. Stato, sez. VI, 11.05.2001, n. 2781) per il quale il decorso del tempo non spiega alcuna efficacia sanante nei confronti dell’abuso edilizio, che ha carattere permanente e può essere perseguito senza limiti di tempo. Però, al tempo stesso, dà atto che è diffuso in giurisprudenza un orientamento contrario (Cons. Stato, sez. IV, 12.04.2011, n. 2266) per il quale, specie in presenza di abusi di minore gravità, l’Amministrazione è obbligata a valutare la sussistenza di un preminente interesse pubblico alla demolizione, ponendolo a confronto con l’affidamento maturato in capo all’autore dell’abuso. Dichiara di non condividere tale conclusione.
Riconosce che il principio di tutela dell’affidamento, operante anche nel diritto comunitario, trova fondamento costituzionale nell’esigenza di proteggere la sicurezza giuridica dei rapporti maturati in base alla legge, ed in tali limiti costituisce, siccome anche di recente chiarito dal giudice delle leggi (Corte cost., nn. 271 del 2011, 15 del 2012 e 78 del 2012), un elemento fondamentale dello Stato di diritto. Esso affonda dunque le radici non già nel consolidamento di uno stato di fatto contrario al diritto, ma nella costituzione di una posizione giuridica di favore tutelata dall’ordinamento, la cui vanificazione è tollerabile solo in presenza di prevalenti interessi costituzionali.
Sotto tale profilo, l’affidamento può nascere solo dalla legge o, comunque, radicarsi in ragione dell’azione amministrativa svolta in base alla legge, ma nel caso al suo esame nessuno di detti presupposti sussiste. D’altro canto l’inerzia dell’Amministrazione nel perseguire l’abuso non equivale a tolleranza ma al limite potrebbe, atteso il dovere degli uffici competenti di attivarsi ove ravvisino l’illecito e ove ciò fosse previsto dalla legge, comportare il mero decorso di un termine prescrizionale, ma il legislatore non ha inteso introdurre un termine, in assenza del quale si espande il principio generale secondo cui il potere amministrativo non si consuma per effetto del tempo.
Aggiunge che, a fronte di un illecito permanente, non si vede neppure quale interesse pubblico ulteriore rispetto al ripristino della legalità dovrebbe venire apprezzato dall’Amministrazione, atteso che compito di quest’ultima è ricondurre in pristino lo stato dei luoghi, rimuovendo l’illegale alterazione dell’assetto urbanistico del territorio. Conclude nel senso che l’affidamento è legittimo se nasce nella legalità, e non a seguito di pretese tolleranze in sé contrarie al diritto (tratto da Urbanistica e appalti n. 8-9/2013 - TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 27.05.2013 n. 5277 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La circostanza che l'immobile abusivamente realizzato sia sottoposto a sequestro penale non osta all'adozione dell'ordine di demolizione, dal momento che è possibile motivatamente domandare all'autorità giudiziaria il dissequestro dell'immobile proprio al fine di ottemperare al predetto ordine.
Pertanto è legittima l'ingiunzione a demolire emessa in pendenza di sequestro penale sul manufatto abusivo, dal momento che è onere del responsabile motivatamente domandare all'autorità giudiziaria il dissequestro dell'immobile e, pertanto, qualora il soggetto obbligato neppure dimostri di aver richiesto il dissequestro del bene allo scopo di demolirlo, non può successivamente far valere il fatto del sequestro quale causa di forza maggiore impeditiva della demolizione.

Sul punto, il Collegio osserva che <La circostanza che l'immobile abusivamente realizzato sia sottoposto a sequestro penale non osta all'adozione dell'ordine di demolizione, dal momento che è possibile motivatamente domandare all'autorità giudiziaria il dissequestro dell'immobile proprio al fine di ottemperare al predetto ordine> (cfr., TAR Salerno Campania sez. II, 24.04.2012, n. 802).
Pertanto è legittima l'ingiunzione a demolire emessa in pendenza di sequestro penale sul manufatto abusivo, dal momento che è onere del responsabile motivatamente domandare all'autorità giudiziaria il dissequestro dell'immobile e, pertanto, qualora il soggetto obbligato neppure dimostri di aver richiesto il dissequestro del bene allo scopo di demolirlo, non può successivamente far valere il fatto del sequestro quale causa di forza maggiore impeditiva della demolizione (TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 27.05.2013 n. 5274 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: S. Deliperi, Il residence non può essere una villa privata (interessante pronuncia del Tribunale penale di Reggio Emilia in materia di abusivismo edilizio in conseguenza della violazione del vincolo di destinazione alberghiera ...) (27.05.2013 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA Permesso di costruire - Annullamento in autotutela poi annullato in giudizio: chi decide sulla restituzione dell'oblazione?
Applicando alla controversia sottoposta alla sua cognizione principi già elaborati in caso di domanda di restituzione dell’oblazione corrisposta per la sanatoria di un immobile abusivo, la Suprema Corte pone un limite alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in ipotesi di controversia attinente ad un provvedimento di annullamento in autotutela del permesso di costruzione, a sua volta successivamente annullato in sede giurisdizionale.
L’interpretazione costituzionalmente orientata, alla luce dell’art. 103, primo comma, della Costituzione, il quale richiede che la P.A. abbia agito nella veste di autorità, dell’art. 38 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, al pari di quella del D.lgs. 31.03.1998, n. 80, art. 34, comma 1, che ha devoluto alla giurisdizione esclusiva del Giudice amministrativo le controversie aventi per oggetto l’attività delle amministrazioni pubbliche e dei soggetti alle stesse equiparati in materia di urbanistica ed edilizia (come sostituito dalla legge 21.07.2000, n. 205, art. 7, lett. b), e quale risulta dalla declaratoria della sua parziale illegittimità costituzionale con sentenza n. 281/2004), non consente di ricomprendere nella giurisdizione esclusiva attribuita al Giudice amministrativo in tema di sanzione pecuniaria le controversie nelle quali, essendo assente ogni profilo riconducibile all’esercizio dei poteri autoritativi, le parti vengono a porsi in una posizione sostanzialmente paritaria.
In particolare, mentre rientrano nella giurisdizione esclusiva quelle concernenti la regolarità del procedimento di sanatoria dell’abuso edilizio, e quelle aventi ad oggetto il diritto dell’interessato a giovarsi del procedimento ex art. 38 citato ed a ottenere il rimborso delle somme di cui risulta creditore a seguito della determinazione definitiva dell’importo della sanzione pecuniaria da parte del dirigente dell’ufficio competente, diversamente deve essere affermato quanto alle somme versate, nel caso in cui sia divenuta definitiva la sentenza di annullamento del provvedimento in autotutela, che annullava il permesso di costruzione, e sul quale ultimo si fondava il procedimento di cui all’art. 38 T.U. n. 380/2001 e la conseguente sanzione pecuniaria irrogata.
In tale ipotesi, infatti, l’atto di irrogazione della sanzione è sine causa, sia pure non originaria ma sopravvenuta, e quindi nullo, con la conseguenza che l’interessato ha diritto di ripetere a titolo di indebito la somma versata.
Tuttavia, alla parte che agisce per la restituzione dell’indebito si contrappone una pubblica amministrazione che, esaurito il procedimento sanzionatorio di cui al citato art. 38, non è qualificata in ordine ai tempi ed ai modi del pagamento delle somme richieste da alcun residuo potere, che valga a ricomprendere la controversia relativa al diritto alla restituzione nella materia attribuita alla giurisdizione esclusiva del Giudice amministrativo soltanto in ragione dell’originario esercizio rispetto ad essa di una attività discrezionale dell’amministrazione, coinvolgente anche i diritti soggettivi dell’interessato.
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La decisione in sintesi
● Esito del ricorso:
- Cassa con rinvio, Consiglio di Stato, sentenza 15.12.2011, n. 6613
● I precedenti giurisprudenziali:
- Cassazione civile, Sez. Un, sentenza 31.05.2011, n. 11965
- Cassazione civile, Sez. Un, sentenza 15.12.2008, n. 29291
- Corte costituzionale, sentenza 28.07.2004, n. 281
● Riferimenti normativi:
- Cod. Civ. art. 2033 Cost.
- art. 103 Cost. art. 111
- D.P.R. 06/06/2001 num. 380
- art. 38 D.lgs. 31/03/1998 num. 80 art. 34
(Corte di Cassazione civile, sentenza 24.05.2013 n. 12899 - tratto da www.ispoa.it).

EDILIZIA PRIVATA: RILASCIO DELLA SANATORIA EDILIZIA ED ESCLUSIONE DELL’AUTOMATICA CADUCAZIONE DELL’ORDINE DI DEMOLIZIONE.
Ai fini della revoca o sospensione dell’ordine di demolizione delle opere abusive (D.P.R. n. 380 del 2001, art. 31), il rilascio della concessione in sanatoria non comporta l’automatica caducazione dell’ordine di demolizione impartito nella sentenza di condanna per il reato edilizio, avendo il giudice dell’esecuzione il dovere di controllare la legittimità della concessione sotto il profilo della sussistenza dei presupposti per la sua emanazione nonché dei requisiti di forma e di sostanza richiesti dalla legge per il corretto esercizio del potere di rilascio, per preservare il principio di disapplicazione dell’atto amministrativo illegittimo, necessario per garantire efficacemente l’interesse protetto.
S’inserisce in un consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità la decisione oggetto di esame da parte della Suprema Corte, vertente sugli effetti caducatori o meno del rilascio della sanatoria edilizia rispetto all’ordine di demolizione emesso in sede di merito.
La vicenda processuale segue all’ordinanza con cui la Corte d’appello aveva respinto l’istanza di revoca dell’ordine di demolizione dell’opera abusiva emesso ex D.P.R. n. 380 del 2001, art. 31, comma 9, con sentenza del Tribunale, che aveva condannato gli imputati, tra l’altro, per il reato di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b), per sopraelevazione, in assenza di titoli abilitativi, di due piani di un fabbricato preesistente, pronuncia che era stata successivamente confermata dalla Corte d’appello con sentenza irrevocabile.
Gli istanti avevano chiesto la revoca adducendo di avere conseguito per il fabbricato abusivo il permesso di costruire in sanatoria. La Corte aveva rilevato che il permesso suddetto era stato emesso ai sensi del D.L. n. 269 del 2003 (conv. in L. n. 326 del 2003), laddove sia la sentenza di primo sia la sentenza di secondo grado avevano espressamente escluso la condonabilità dell’opera in base a tale normativa, poiché non era stata completata nel rustico e nella copertura entro il 31.03.2003 (oltre a superare i limiti di volumetria previsti, che non potevano oltrepassare 750 m3).
L’ordinanza rilevava che tale statuizione era divenuta irrevocabile, e quindi non più discutibile in sede esecutiva, ed era comunque anche condivisibile essendo l’ultimazione entro il 31.03.2003 presupposto del condono edilizio (D.L. n. 269 del 2003, art. 32, comma 25, convertito in L. n. 326 del 2003) e risultando dalle fotografie in atti che i due piani rialzati alla data dell’accertamento erano ancora privi della muratura esterna di tamponatura; di conseguenza la Corte ha ritenuto di dover disapplicare il permesso di costruire in quanto illegittimo e ha ordinato l’esecuzione della demolizione delle opere oggetto della sentenza della Corte d’appello.
Contro l’ordinanza di rigetto proponevano ricorso per cassazione gli imputati, sostenendo -per quanto qui di interesse- che il giudice dell’esecuzione, mancando un accertamento sulla legittimità del condono, non avrebbe potuto disapplicare l’atto amministrativo: il rilascio di concessione sanante per condono edilizio dopo il passaggio in giudicato della sentenza di condanna può comportare l’inapplicabilità e la revoca dell’ordine di demolizione, sempre revocabile se incompatibile con atti amministrativi.
La Corte di legittimità ha, tuttavia, respinto il ricorso, affermando il principio di cui in massima, così inserendosi sulla scia di quella giurisprudenza di legittimità che, come anticipato, sostiene che l’ordine di demolizione del manufatto abusivo, impartito con la sentenza di condanna, non è caducato in modo automatico dal rilascio del permesso di costruire in sanatoria (v., da ultimo, tra le tante: Cass. pen., sez. III, 16.11.2010, n. 40475, in CED Cass., n. 249306) (tratto da Urbanistica e appalti n. 8-9/2013 - Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 22.05.2013 n. 21962).

EDILIZIA PRIVATA: AL COMUNE SPETTA LA QUALITA' DI PARTE OFFESA NEI PROCEDIMENTI PENALI RELATIVI A VIOLAZIONI URBANISTICO-EDILIZIE.
Nei procedimenti per violazioni urbanistico-edilizie compete all’ente comunale la qualifica di parte offesa stante il diritto di ogni ente pubblico al riconoscimento, al rispetto e all’inviolabilità della propria posizione funzionale, così come del diritto alla realizzazione e alla conservazione di un ordinato sviluppo di un predeterminato assetto urbanistico, che sono compromessi dagli illeciti urbanistici.
Il tema, di regola non adeguatamente approfondito in giurisprudenza, oggetto di attenzione da parte della Corte Suprema nella decisione in esame verte sulla possibile attribuzione all’ente locale (Comune) della qualità di persone offesa nell’ambito di un procedimento penale iscritto per violazioni urbanistico-edilizie.
La vicenda processuale segue al decreto con cui il GIP del Tribunale ha disposto l’archiviazione di un procedimento nei confronti di C.M. e altri tre soggetti. Contro il decreto ha presentato ricorso il difensore del comune di A., esponendo che il Comune aveva depositato presso la Procura della Repubblica presso il Tribunale una memoria ex art. 121 c.p.p. in relazione al procedimento penale a carico degli indagati, per il reato di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b), chiedendo ex art. 408 c.p.p., di essere informato in caso di archiviazione.
Successivamente, l’avvocatura comunale, chiedendo informazioni sull’esito del procedimento, otteneva le copie del fascicolo da cui risultava che precedentemente il P.M. aveva chiesto l’archiviazione, disposta con il decreto impugnato, senza dare notizia al Comune ex art. 408, comma 2, c.p.p. in violazione del principio del contraddittorio, con conseguente nullità del provvedimento ex art. 178, lett. c), c.p.p..
La tesi difensiva è stata accolta dalla Cassazione che, nell’affermare il principio di cui in massima, ha fatto coerente applicazione di un orientamento giurisprudenziale che, oltre a riconoscere la qualità di persona offesa per i reati urbanistico-edilizi, riconosce anche come legittima la costituzione di parte civile del Comune nel cui territorio insiste l’opera, atteso che nell’ente locale è identificabile una situazione di interesse personale e differenziato distinto dall’interesse diffuso all’osservanza delle norme urbanistiche comune alla generalità dei cittadini, discendendo in tal caso il danno dall’offesa al bene specifico individuato proprio nel territorio il cui assetto urbanistico viene ad essere pregiudicato dall’intervento abusivo (v., sul punto: Cass. pen., sez. III, 09.08.2002, n. 29667, in CED Cass., n. 222116; Id., sez. III, 15.07.2005, n. 26121, in CED Cass., n. 231952) (tratto da Urbanistica e appalti n. 8-9/2013 - Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 22.05.2013 n. 21937).

EDILIZIA PRIVATA: Soggetto destinatario dell'ordinanza di demolizione e acquisizione di opere abusive.
E' legittima l’ordinanza di demolizione e di acquisizione di opere edilizie abusive effettuata nei soli confronti del responsabile dell’abuso e non del comproprietario dell'immobile, poiché anche sul piano letterale la norma si riferisce esclusivamente all’uno, e non all’altro, per l’evidente ragione di ancorare l’attività riparatoria in primo luogo all’effettivo autore dell'illecito (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 22.05.2013 n. 21926 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse concreto ed attuale alla demolizione, non potendo neppure ammettersi l'esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo trascorso dalla realizzazione giammai può legittimare.
A ciò va aggiunto che -in linea generale- l'ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse concreto ed attuale alla demolizione, non potendo neppure ammettersi l'esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo trascorso dalla realizzazione giammai può legittimare (cfr. ex multis TAR Piemonte sez. II, 28.02.2013, n. 271; TAR Catanzaro sez. I, 22.02.2013, n. 183; TAR Lazio sez. I, 11.03.2013, n. 2518) (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 22.05.2013 n. 620 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl provvedimento repressivo dell'abuso edilizio non necessita di altra motivazione che non sia un'adeguata descrizione dell'illecito nei suoi estremi materiali; e ciò anche quando l’atto sanzionatorio sia adottato a notevole distanza temporale dal momento di realizzazione dell’abuso: trattasi infatti di illecito permanente che preserva l’interesse dell’autorità ed il suo il potere-dovere di intervenire per reprimerlo.
Pertanto, la motivazione dell’atto impugnato, nella quale viene ampiamente illustrata la consistenza delle circostanze materiali che danno luogo all’abuso, appare del tutto adeguata.

Rimane da scrutinare il quarto motivo con il quale l’interessata sostiene che, in considerazione del lungo lasso temporale intercorso fra il momento di realizzazione del manufatto abusivo ed il momento di emissione dell’ordine demolitorio, l’Amministrazione avrebbe dovuto provvedere a motivare adeguatamente il provvedimento impugnato, dando atto delle ragioni che l’hanno indotta sacrificare l’affidamento ormai cristallizzato in capo al privato.
Anche questa doglianza è infondata atteso che, per pacifica giurisprudenza, il provvedimento repressivo dell'abuso edilizio non necessita di altra motivazione che non sia un'adeguata descrizione dell'illecito nei suoi estremi materiali; e ciò anche quando l’atto sanzionatorio sia adottato a notevole distanza temporale dal momento di realizzazione dell’abuso: trattasi infatti di illecito permanente che preserva l’interesse dell’autorità ed il suo il potere-dovere di intervenire per reprimerlo (cfr. ex multis TAR Campania Napoli, sez. VIII, 01.10.2012 n. 4005).
Pertanto, la motivazione dell’atto impugnato, nella quale viene ampiamente illustrata la consistenza delle circostanze materiali che danno luogo all’abuso, appare del tutto adeguata
(TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 17.05.2013 n. 1308 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Soggetto destinatario dell'ordinanza di demolizione e acquisizione di opere abusive.
E' legittima l’ordinanza di demolizione e di acquisizione di opere edilizie abusive effettuata nei soli confronti del responsabile dell’abuso e non del comproprietario dell'immobile, poiché anche sul piano letterale la norma si riferisce esclusivamente all’uno, e non all’altro, per l’evidente ragione di ancorare l’attività riparatoria in primo luogo all’effettivo autore dell'illecito (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 22.05.2013 n. 21926 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Per emanare l'ordine di demolizione non è necessaria la comunicazione di avvio del procedimento ex art. 7 l. n. 241 del 1990, trattandosi di atto dovuto e rigorosamente vincolato, con riferimento al quale non sono richiesti apporti partecipativi del destinatario.
Né, per lo stesso motivo, si richiede una specifica motivazione che dia conto della valutazione delle ragioni di interesse pubblico alla demolizione o della comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati: il presupposto per l’adozione dell’ordine di demolizione è costituito, infatti, esclusivamente dalla constatata esecuzione dell’opera in totale difformità o in assenza del titolo abilitativo, con la conseguenza che il provvedimento, ove ricorrano i predetti requisiti, è sufficientemente motivato con l’affermazione dell’accertata abusività dell’opera, essendo in re ipsa l’interesse pubblico alla sua rimozione.

Ciò premesso il Collegio, con riferimento ai motivi di ricorso che per la loro correlazione possono essere trattati congiuntamente, deve rilevare che l’ordinanza impugnata, emanata in esito al sopralluogo compiuto nel gennaio 2011, costituisce atto dovuto e vincolato e contiene il mero ordine di ripristino dello stato dei luoghi e ha quindi natura di diffida a demolire.
Per tale ordine di demolizione, quindi, non è necessaria la comunicazione di avvio del procedimento ex art. 7 l. n. 241 del 1990, trattandosi di atto dovuto e rigorosamente vincolato, con riferimento al quale non sono richiesti apporti partecipativi del destinatario.
Né, per lo stesso motivo, si richiede una specifica motivazione che dia conto della valutazione delle ragioni di interesse pubblico alla demolizione o della comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati: il presupposto per l’adozione dell’ordine di demolizione è costituito, infatti, esclusivamente dalla constatata esecuzione dell’opera in totale difformità o in assenza del titolo abilitativo, con la conseguenza che il provvedimento, ove ricorrano i predetti requisiti, è sufficientemente motivato con l’affermazione dell’accertata abusività dell’opera, essendo in re ipsa l’interesse pubblico alla sua rimozione (Tar Lazio Roma, I, 13.06.2012, n. 5370; Consiglio di Stato, IV, 18.09.2012, n. 4945; Tar Puglia Lecce, III, 28.09.2012 n. 1621) (TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 20.05.2013 n. 1163 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il novero dei soggetti legittimati al rilascio del titolo in sanatoria risulta più ampio rispetto a quanto concerne il rilascio dell'ordinario titolo abilitativo edilizio, laddove secondo il prevalente orientamento della giurisprudenza, occorre la titolarità del diritto di proprietà, ovvero di altro diritto reale o anche obbligatorio a condizione del riconoscimento della disponibilità giuridica e materiale del bene nonché della relativa potestà edificatoria.
Il regime, infatti, della concessione edilizia è del tutto diversificato, quanto a presupposti ed elementi propri, da quello della sanatoria. L'affermazione è consapevolmente recepita da parte della giurisprudenza in riferimento alla sanatoria impropria di cui all'art. art. 13 della legge n. 47/1985 secondo cui la dichiarazione di conformità disciplinata dalla norma prevede che la sanatoria ivi disciplinata sia accordata al "responsabile dell'abuso"; la norma, quindi, a differenza di quanto previsto dall'art. 4 della legge n. 10 del 1977 non trova applicazione solo in presenza di una domanda avanzata dal proprietario o da altro titolare di diritto reale in quanto l'abuso sia al medesimo ascrivibile, ma anche in presenza della domanda avanzata da colui che, dell'abuso, è comunque responsabile in quanto, sanato l'abuso, non potrebbe essere più chiamato a rispondere sul piano sanzionatorio penale e/o amministrativo.
Se quindi il collegamento con la proprietà o altro diritto reale si attenua già in sede di legittimazione alla sanatoria impropria oggi disciplinata dall'art. 36 t.u. edilizia approvato con d.p.r. 06.06.2001 n. 380, ciò non può non valere anche in riferimento alla sanatoria propria di cui alla l. 724/1994 (II condono edilizio) la quale, presupponendo un abuso di tipo sostanziale e non già formale, ben può riferirsi -come è paradigmatico dell'illecito- anche ad un collegamento non soggettivamente qualificato. Anche la più recente giurisprudenza del Consiglio di Stato ritiene che ai sensi dell'art. 31, l. 28.02.1985 n. 47 -secondo cui possono richiedere il condono "i soggetti che abbiano interesse"- legittimato a richiedere la concessione edilizia in sanatoria sia anche il promissario acquirente di un terreno, avuto riguardo all'esperibilità della tutela in forma specifica ex art. 2932, cod. civ.
Tale disciplina non risulta mutata nel regime introdotto con l'art. 39 della l. 724/1994, non emergendo restrizioni rispetto al criterio legittimante di cui al citato art. 31 l. 47/1985.
Va pertanto affermato che "legittimati all'istanza di condono edilizio ex l. 724/1994 sono oltre coloro che hanno titolo a richiedere la concessione edilizia/permesso di costruire, anche il promissario acquirente o il conduttore e più in generale tutti coloro che vi abbiano interesse, senza il necessario consenso ed anche, al limite, contro la volontà del proprietario del bene”.
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Poiché “il rilascio del certificato di abitabilità di un fabbricato, conseguente al condono edilizio può legittimamente avvenire in deroga solo a norme regolamentari, e non anche quando siano carenti condizioni di salubrità richieste invece da fonti normative di livello primario, in quanto la disciplina del condono edilizio, per il suo carattere di eccezionalità e derogatorio, non è suscettibile di interpretazioni estensive e, soprattutto, tali da incidere sul fondamentale principio della tutela della salute, con evidenti riflessi sul piano della legittimità costituzionale, considerato anche che le deficienze igienico sanitarie riscontrate dai competenti uffici della U.s.l. integrano la violazione di prescrizioni poste a tutela della salubrità degli ambienti adibiti ad abitazione da fonti normative di carattere primario, quali gli artt. 218 e 221, t.u. leggi sanitarie 27.07.1934 n. 1265" spetterà quindi all’Autorità sanitaria competente in sede di istruttoria per il rilascio dell’abitabilità valutare se effettivamente nella specie le altezze dei fabbricati siano tali da impedire l’utilizzazione del bene come abitazione.

Invero la giurisprudenza ha chiarito che: “Il novero dei soggetti legittimati al rilascio del titolo in sanatoria risulta […] più ampio rispetto a quanto concerne il rilascio dell'ordinario titolo abilitativo edilizio, laddove secondo il prevalente orientamento della giurisprudenza, occorre la titolarità del diritto di proprietà, ovvero di altro diritto reale o anche obbligatorio a condizione del riconoscimento della disponibilità giuridica e materiale del bene nonché della relativa potestà edificatoria" (Consiglio di Stato V 28.05.2001 n. 2881, TAR Emilia Romagna Bologna 21.02.2007 n. 53, TAR Lombardia Milano sez II 31.03.2010 n. 842) […].
Il regime, infatti, della concessione edilizia è del tutto diversificato, quanto a presupposti ed elementi propri, da quello della sanatoria. L'affermazione è consapevolmente recepita da parte della giurisprudenza (TAR Campania Napoli sez VIII 14.01.2011, n. 196) in riferimento alla sanatoria impropria di cui all'art. art. 13 della legge n. 47/1985 secondo cui la dichiarazione di conformità disciplinata dalla norma prevede che la sanatoria ivi disciplinata sia accordata al "responsabile dell'abuso"; la norma, quindi, a differenza di quanto previsto dall'art. 4 della legge n. 10 del 1977 non trova applicazione solo in presenza di una domanda avanzata dal proprietario o da altro titolare di diritto reale in quanto l'abuso sia al medesimo ascrivibile, ma anche in presenza della domanda avanzata da colui che, dell'abuso, è comunque responsabile in quanto, sanato l'abuso, non potrebbe essere più chiamato a rispondere sul piano sanzionatorio penale e/o amministrativo.
Se quindi il collegamento con la proprietà o altro diritto reale si attenua già in sede di legittimazione alla sanatoria impropria oggi disciplinata dall'art. 36 t.u. edilizia approvato con d.p.r. 06.06.2001 n. 380, ciò non può non valere anche in riferimento alla sanatoria propria di cui alla l. 724/1994 (II condono edilizio) la quale, presupponendo un abuso di tipo sostanziale e non già formale, ben può riferirsi -come è paradigmatico dell'illecito- anche ad un collegamento non soggettivamente qualificato. Anche la più recente giurisprudenza del Consiglio di Stato (sez. IV, 27.10.2009, n. 6545) ritiene che ai sensi dell'art. 31, l. 28.02.1985 n. 47 -secondo cui possono richiedere il condono "i soggetti che abbiano interesse"- legittimato a richiedere la concessione edilizia in sanatoria sia anche il promissario acquirente di un terreno, avuto riguardo all'esperibilità della tutela in forma specifica ex art. 2932, cod. civ.
Tale disciplina non risulta mutata nel regime introdotto con l'art. 39 della l. 724/1994, non emergendo restrizioni rispetto al criterio legittimante di cui al citato art. 31 l. 47/1985.
Va pertanto affermato che "legittimati all'istanza di condono edilizio ex l. 724/1994 sono oltre coloro che hanno titolo a richiedere la concessione edilizia/permesso di costruire, anche il promissario acquirente o il conduttore (Corte di Appello Firenze sez II 04.05.2010 n. 594) e più in generale tutti coloro che vi abbiano interesse, senza il necessario consenso ed anche, al limite, contro la volontà del proprietario del bene” (cfr. TAR Bari Puglia 09.07.2011 n. 1057).
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In proposito il Collegio deve rilevare che il condono edilizio è finalizzato alla definizione degli illeciti edilizi che nella specie sono relativi alle opere funzionali al cambio di destinazione d’uso di due stenditoi in civili abitazioni.
Con il rilascio del permesso di costruire in sanatoria, dunque, si sono sanate esclusivamente le opere edilizie, mentre l’utilizzazione degli immobili come civili abitazioni (come del resto risulta nelle condizioni generali in calce al provvedimento impugnato) è soggetto al rilascio del certificato di agibilità.
Poiché “il rilascio del certificato di abitabilità di un fabbricato, conseguente al condono edilizio può legittimamente avvenire in deroga solo a norme regolamentari, e non anche quando siano carenti condizioni di salubrità richieste invece da fonti normative di livello primario, in quanto la disciplina del condono edilizio, per il suo carattere di eccezionalità e derogatorio, non è suscettibile di interpretazioni estensive e, soprattutto, tali da incidere sul fondamentale principio della tutela della salute, con evidenti riflessi sul piano della legittimità costituzionale, considerato anche che le deficienze igienico sanitarie riscontrate dai competenti uffici della U.s.l. integrano la violazione di prescrizioni poste a tutela della salubrità degli ambienti adibiti ad abitazione da fonti normative di carattere primario, quali gli artt. 218 e 221, t.u. leggi sanitarie 27.07.1934 n. 1265" (cfr. Consiglio di Stato 03.05.2011 n. 2620) spetterà quindi all’Autorità sanitaria competente in sede di istruttoria per il rilascio dell’abitabilità valutare se effettivamente nella specie le altezze dei fabbricati siano tali da impedire l’utilizzazione del bene come abitazione
(TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 20.05.2013 n. 1162 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: LIMITI VOLUMETRICI E DIFFORMITA' TOTALE DELL’ORGANISMO EDILIZIO.
Al fine di qualificare un intervento edilizio come eseguito in difformità totale dal titolo abilitativo (art. 31, D.P.R. n. 380/2001), perché si abbia rilevanza penale del fatto, si deve trattare di un ‘‘organismo edilizio’’ integralmente diverso o di volumi tali da costituire un ‘‘organismo edilizio con specifica rilevanza ed autonomamente utilizzabile’’ (fattispecie in cui la Corte ha escluso che un aumento volumetrico di 7 mc. portasse alla sussistenza di un organismo diverso rispetto a quello, di 344 mc., per il quale era stato legittimamente richiesto, con DIA, il risanamento statico).
Di particolare rilievo il tema oggetto di esame da parte dei Giudici della Corte di Cassazione che si soffermano ad analizzare la questione della rilevanza penale degli interventi eseguiti in difformità totale dal titolo abilitativo.
La vicenda processuale vedeva i ricorrenti accusati della violazione del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b), per avere realizzato un ampliamento di locale preesistente pari a mt. 1,60 x 4,80, con altezza di circa m. 3,60, in totale difformità della DIA presentata (finalizzata alla esecuzione di lavori di adeguamento statico-strutturale) ed in assenza di permesso di costruire.
L’accusa iniziale, più ampia, a seguito di assoluzione in primo grado, è stata circoscritta al solo ampliamento volumetrico. Contro la sentenza di condanna proponevano ricorso per cassazione gli imputati, sostenendo l’irrilevanza penale del fatto, trovando applicazione il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, comma 2-bis, trattandosi di aumento volumetrico pari a 7 mc. di piccolissime dimensioni.
La tesi, ben proposta, è stata ritenuta fondata dagli Ermellini che hanno optato però per l’annullamento della sentenza di merito per intervenuta estinzione del reato a seguito del maturarsi del termine di prescrizione. In particolare, richiamando una giurisprudenza di legittimità formatasi sotto la vigenza della L. n. 47/1985, la Corte ha ritenuto alquanto generica l’affermazione dei giudici di appello di essere al cospetto di un organismo diverso posto che, al di là del fatto naturalistico in sé che un volume di 7 mc. dia luogo ad una diversità, è stato già detto (Cass. pen., sez. III, 14.07.1997, n. 6875, in CED Cass., n. 208434) che, perché la cosa abbia rilevanza penale, si deve trattare di un «"organismo edilizio’’ integralmente diverso ‘‘o di volumi tali’’ da costituire un ‘‘organismo edilizio con specifica rilevanza ed autonomamente utilizzabile’’» (tratto da Urbanistica e appalti n. 8-9/2013 - Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 15.05.2013 n. 20895).

EDILIZIA PRIVATA: Legittimità ordinanza del Sindaco per demolizione di opere abusive su strada pubblica.
E’ legittima l’ordinanza del Sindaco per la demolizione di opere abusive su strada pubblica e il ripristino dei luoghi.
La circostanza che il Comune non sia intervenuto tempestivamente nell’assumere iniziative per il ripristino della viabilità interrotta o nel provvedere alla demolizione delle opere abusive realizzate in loco, non solo non può ribaltare la presunzione iuris tantum di uso pubblico della strada discendente dalla sua iscrizione nell’elenco delle strade pubbliche, ma, secondo i consolidati principi elaborati dalla giurisprudenza, non è in grado di assumere alcun significato nella vicenda in esame, i cui elementi significativi sono l’esistenza di una strada vicinale iscritta come tale nell’elenco delle strade comunali, l’uso da parte della collettività uti cives, la concreta idoneità della strada a soddisfare esigenze di generale interesse per il collegamento con la pubblica via del santuario dell’acqua nera e l’interruzione e trasformazione da parte del ricorrente, proprietario di suolo confinante, a mezzo la realizzazione sull’area stradale di opere edilizie abusive (massima tratta da www.lexambiente.it - 
Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 14.05.2013 n. 2611 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Responsabilità del muratore o operaio per l'abuso edilizio.
L'esecutore dei lavori, anche se muratore od operaio, ben può rispondere -in applicazione degli ordinari criteri del concorso di persona ex art. 110 cod. pen. ed anche a titolo di colpa quanto alla consapevolezza dell'abusività dei lavori- delle contravvenzioni di cui all'art. 44, lett. b) e c), del T.U. n. 380/2001, qualora sia accertata la sua materiale collaborazione alla realizzazione.
Per la sussistenza dell’elemento soggettivo è sufficiente, quindi, che il comportamento illecito sia derivato da imperizia, imprudenza o negligenza (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 13.05.2013 n. 20383 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Prescrizione del reato urbanistico ed onere probatorio.
In tema di decorrenza della data di prescrizione del reato edilizio e di spostamento di essa ad una data diversa da quella dell'accertamento -fermo restando l'onere incombente sull'accusa di fornire la prova dell'inizio della decorrenza del termine in oggetto- non è sufficiente la semplice e diversa affermazione da parte dell’imputato per ritenere che il reato si sia realmente estinto per prescrizione, o quanto meno per ritenere incerta la data con conseguente ricorso al principio “in dubio pro reo".
Invero, in base alla regola iuris secondo la quale chiunque affermi un fatto o una circostanza determinati è tenuto a darne prova, è preciso onere dell'imputato che voglia avvalersi della invocata causa estintiva, in contrasto o in aggiunta a quanto già risulta in proposito dagli atti di causa, quello di allegare gli elementi in suo possesso, dei quali è il solo a potere concretamente disporre, onde determinare la data di inizio del decorso del termine di prescrizione.
In assenza di una prova siffatta non può che valere la diversa data prospettata dall'accusa e coincidente con la data di accertamento della condotta illecita (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 13.05.2013 n. 20381 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Abuso edilizio e conseguenze dannose per il proprietario dell’immobile confinante.
L'abuso edilizio può integrare un fatto potenzialmente produttivo di conseguenze dannose per il proprietario dell’immobile confinante, sia per i problemi statici e di sicurezza sia poiché un aumento di volumetria dell’immobile limitrofo è idoneo a comportare una diminuzione di amenità del luogo a causa dell'aumento della rumorosità e di ogni altro fenomeno collegato alla possibilità di maggiore utilizzazione ed all'incremento abitativo per la destinazione residenziale (fattispecie relativa ad incremento di volumetria residenziale di vani sottotetto) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 13.05.2013 n. 20378 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: A fronte di un’istanza tesa all’esercizio dei suoi poteri repressivi in materia edilizia, l’inerzia del Comune consente all’interessato di ricorrere avverso il suo silenzio.
Contrariamente a quanto ritenuto dal Tar, nella specie è rilevabile un’inerzia in senso tecnico dell’amministrazione comunale, dato che la stessa avrebbe dovuto ultimare il procedimento sanzionatorio avviato, adottando, a seguito dell’emanazione dell’ingiunzione di demolizione, i provvedimenti e gli atti materiali ulteriori, diretti a darvi piena attuazione.
Infatti, al dovere di concludere il procedimento, previsto dall’art. 2, comma 1, l. n. 241/1990, si accompagna l’art. 21-quater della legge medesima, il quale dispone che “i provvedimenti amministrativi efficaci sono eseguiti immediatamente”, sicché l’applicazione congiunta delle due disposizioni configura, in esplicazione del principio di esecutorietà dei provvedimenti amministrativi –ossia, della loro idoneità ad essere eseguiti, direttamente e coattivamente, dall’amministrazione senza necessità di precostituire un titolo esecutivo giudiziale– un potere-dovere dell’amministrazione di portare ad effettiva attuazione i propri provvedimenti emessi al termine del procedimento.
Ovviamente, il sopra richiamato art. 21-quater va interpretato in connessione con le disposizioni del testo unico n. 380 del 2001 sull’obbligo di eseguire l’ordinanza di demolizione entro il termine di novanta giorni successivi alla sua notifica, decorso il quale l’amministrazione ha lo specifico dovere di emanare gli atti conseguenti e di porre in essere –a spese dell’inadempiente– l’attività materiale di adeguamento dello stato di fatto a quello di diritto.
Ne deriva che a fronte di un’istanza tesa all’esercizio dei suoi poteri repressivi in materia edilizia, l’inerzia del Comune consente all’interessato di ricorrere avverso il suo silenzio (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 10.05.2013 n. 2565 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Illegittimità mantenimento annuale delle strutture funzionali all'attività estiva di balneazione.
E’ illegittimo il mantenimento annuale delle strutture funzionali all'attività estiva di balneazione nel caso in cui tali strutture rimangano “montate” oltre il periodo estivo, infatti, l'esistenza di una autorizzazione che attesti la compatibilità ambientale e paesaggistica delle opere in questione per il solo periodo estivo non comporta necessariamente che tale compatibilità sussista anche per il periodo invernale.
La limitazione temporale dell'autorizzazione al solo periodo estivo risulta, infatti, frutto di un complessivo bilanciamento fra gli interessi dei privati e quelli pubblici connessi con la necessità di tutela del paesaggio garantita dall'art. 9 della Costituzione, che ha trovato il suo punto di equilibrio proprio nella limitata incidenza temporale del manufatto sull’ambiente circostante (massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 10.05.2013 n. 2564 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Per quanto riguarda la censura relativa alla mancata sospensione del procedimento volto a reprime l’abuso edilizio in pendenza della domanda di condono presentata ai sensi dell’art. 32, comma 25, del decreto legge n. 269 del 2003, la sospensione non opera quale effetto automatico connesso alla presentazione della domanda di condono, poiché tale effetto risulta subordinato all’“astratta sanabilità” delle opere abusivamente eseguite a norma dell’art. 32, comma 27, del citato decreto legge.
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In sede di rilascio della concessione in sanatoria per opere ricadenti in zone sottoposte a vincolo […] l’esistenza del vincolo (stesso) va valutata al momento in cui deve essere presa in considerazione la domanda di condono, a prescindere dall’epoca della sua introduzione e, quindi, anche per le opere eseguite anteriormente all’apposizione del vincolo in questione.

Il Collegio rileva, infine, per quanto riguarda la censura relativa alla mancata sospensione del procedimento volto a reprime l’abuso edilizio in pendenza della domanda di condono presentata dall’appellante ai sensi dell’art. 32, comma 25, del decreto legge n. 269 del 2003, che la sospensione non opera quale effetto automatico connesso alla presentazione della domanda di condono, poiché tale effetto risulta subordinato, come correttamente rilevato dal giudice di primo grado, all’“astratta sanabilità” delle opere abusivamente eseguite a norma dell’art. 32, comma 27, del citato decreto legge (Cons. di Stato, Sez. V, 03.08.2004, n. 5412).
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La consolidata giurisprudenza in questa materia dispone, infatti, che “in sede di rilascio della concessione in sanatoria per opere ricadenti in zone sottoposte a vincolo […] l’esistenza del vincolo (stesso) va valutata al momento in cui deve essere presa in considerazione la domanda di condono, a prescindere dall’epoca della sua introduzione e, quindi, anche per le opere eseguite anteriormente all’apposizione del vincolo in questione” (Cons. di Stato, Sez. IV, 29.11.2012, n. 6882)
(Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 10.05.2013 n. 2541 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La giurisprudenza di questo Consiglio di Stato ha costantemente affermato, quanto all’oggetto della valutazione paesaggistica nel contesto del procedimento di condono edilizio, che il detto parere «ha natura e funzioni identiche all’autorizzazione paesaggistica ex art. 7 della legge 29.06.1939 n. 1497, per essere entrambi gli atti il presupposto legittimante la trasformazione urbanistico edilizia della zona protetta, sicché resta fermo il potere ministeriale di annullamento del parere favorevole alla sanatoria di un manufatto realizzato in zona vincolata, in quanto strumento affidato dall’ordinamento allo Stato, come estrema difesa del paesaggio, valore costituzionale primario».
La giurisprudenza di questo Consiglio di Stato afferma anche che il potere di annullamento dell’autorizzazione paesaggistica da parte della Soprintendenza, che esprime non un potere di controllo, bensì una manifestazione di cogestione del vincolo data dalla legge a sua estrema difesa, se non comporta un riesame di merito delle valutazioni dell’ente competente, nondimeno impone la valutazione dell’atto di base anche in tutti i profili che possono rappresentare, nelle varie manifestazioni, un eccesso di potere. Tra queste, rileva in particolare il difetto di motivazione, che si ha quando l’ente che rilascia l’atto di base non abbia adempiuto al suo obbligo di motivare in maniera adeguata in ordine alla compatibilità paesaggistica dell’opera. In questo caso gli organi ministeriali annullano l’atto locale per difetto di motivazione e possono indicare –anche per evidenziare il vizio di eccesso di potere– le ragioni di merito che concludono per la non compatibilità dell’intervento edilizio con i valori tutelati.

In relazione alla disciplina dell’autorizzazione paesaggistica, alla sua durata e ai controlli sui di essa effettuabili, la legge 29.06.1939, n. 1497 (Protezione delle bellezze naturali) prevedeva che i proprietari, possessori o detentori, a qualsiasi titolo, di immobili vincolati, ai sensi delle previsioni contenute nella stessa legge, avrebbero dovuto ottenere una apposita autorizzazione dalle autorità competenti per i lavori che intendessero eseguire. Il potere di annullamento ministeriale fu poi disciplinato, a seguito del riordino delle competenze tra Stato e regioni, dall’art. 82 d.P.R. 24.07.1977, n. 616, come modificato dall’art. 1 d.l. 27.06.1985, n. 312, come convertito dalla l. 08.08.1985, n. 431.
Il decreto legislativo 29.10.1999, n. 490 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali, a norma dell’articolo 1 della legge 08.10.1997, n. 352), applicabile ratione temporis, ha formalmente abrogato, sostanzialmente riordinandola, la legge n. 1497 del 1939, ribadendo all’art. 151 la necessità, in presenza di immobili vincolati, del rilascio dell’autorizzazione ad effettuare lavori, con potere ministeriale di annullare l’autorizzazione rilasciata in sede regionale o locale.
La materia è stata poi regolata dal decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio). In particolare, l’art. 159 prevede un regime transitorio operante –in sostanziale continuità della fattispecie normativa rispetto alle citate discipline precedenti– fino al 31.12.2009.
In relazione al c.d. condono edilizio, o sanatoria straordinaria, la disciplina rilevante è, mediante rinvio anche per i condoni edilizi successivi a quello del 1985 (l. 23.12.1994, n. 724; d.l. 30.09.2003 n. 269, conv. dalla l. 24.11.2003, n. 326) contenuta negli artt. 31 e seguenti della legge 28.02.1985, n. 47 (Norme in materia di controllo dell'attività urbanistico-edilizia, sanzioni, recupero e sanatoria delle opere edilizie). In particolare, l’art. 32 dispone che «il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria per opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo», quale è quello in esame, «è subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso».
La giurisprudenza di questo Consiglio di Stato ha costantemente affermato, quanto all’oggetto della valutazione paesaggistica nel contesto del procedimento di condono edilizio, che il detto parere «ha natura e funzioni identiche all’autorizzazione paesaggistica ex art. 7 della legge 29.06.1939 n. 1497, per essere entrambi gli atti il presupposto legittimante la trasformazione urbanistico edilizia della zona protetta, sicché resta fermo il potere ministeriale di annullamento del parere favorevole alla sanatoria di un manufatto realizzato in zona vincolata, in quanto strumento affidato dall’ordinamento allo Stato, come estrema difesa del paesaggio, valore costituzionale primario» (es. Cons. Stato, VI, 15.03.2007, n. 1255).
La giurisprudenza di questo Consiglio di Stato afferma anche che il potere di annullamento dell’autorizzazione paesaggistica da parte della Soprintendenza, che esprime non un potere di controllo, bensì una manifestazione di cogestione del vincolo data dalla legge a sua estrema difesa, (cfr. per tutte Cons. Stato, Ad. plen., 14.02.2001, n. 9) se non comporta un riesame di merito delle valutazioni dell’ente competente, nondimeno impone la valutazione dell’atto di base anche in tutti i profili che possono rappresentare, nelle varie manifestazioni, un eccesso di potere. Tra queste, rileva in particolare il difetto di motivazione, che si ha quando l’ente che rilascia l’atto di base non abbia adempiuto al suo obbligo di motivare in maniera adeguata in ordine alla compatibilità paesaggistica dell’opera. In questo caso gli organi ministeriali annullano l’atto locale per difetto di motivazione e possono indicare –anche per evidenziare il vizio di eccesso di potere– le ragioni di merito che concludono per la non compatibilità dell’intervento edilizio con i valori tutelati (tra gli altri, Cons. Stato, VI, 20.12.2012, n. 6585; Cons. Stato, VI, 18.01.2012, n. 173; VI, 28.12.2011, n. 6885; VI, 21.09.2011, n. 5292) (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 10.05.2013 n. 2535 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nell'attività repressiva in tema di opere edilizie abusive non è necessaria la previa comunicazione dell' avvio procedimentale di cui all'art. 7 l. 241/1990, trattandosi di atto dovuto e rigorosamente vincolato; sicché l'ordinanza di demolizione è sufficientemente motivata con l'affermazione dell'accertata abusività dell'opera edilizia e, proprio in quanto atto vincolato, l'ordinanza medesima non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione.
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Avuto riguardo alla natura tipicamente vincolata dell’ordine di demolizione in esame, l’impugnato provvedimento non necessitava di una particolare motivazione, diversa da quella consistente nell’indicazione del tipo di abuso realizzato dal ricorrente, e delle norme da lui violate.
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La giurisprudenza prevalente considera che la valutazione in ordine alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione vada effettuata sulla scorta dei seguenti due parametri: natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione.
Di conseguenza, si ritengono esenti dal regime del permesso di costruire solo le recinzioni che non configurino un'opera edilizia permanente, bensì manufatti di precaria installazione e di immediata asportazione (quali ad esempio recinzioni in rete metalliche, sorretta da paletti di ferro o di legno e senza muretto di sostegno), in quanto entro tali limiti la posa in essere di una recinzione rientra tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo ius excludendi alios o, comunque, la delimitazione delle singole proprietà.
Viceversa, è necessario il permesso di costruire, quando la recinzione costituisca opera di carattere permanente, incidendo in modo durevole e non precario sull'assetto edilizio del territorio, come ad esempio se è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica.

Si legge nell’impugnato provvedimento che i ricorrenti hanno realizzato “… una recinzione in c.a. dell’altezza fuori terra di mt. 3,50 circa, dal livello della strada privata che fronteggia l’area, con tre accessi chiusi da un portone in ferro. Sul lato della recinzione … è stato realizzato un muro di contenimento in c.a. dell’altezza variabile tra mt 3,00 e mt. 5,00 con una lunghezza di mt. 38 circa”.
Tale essendo la ricostruzione in fatto operata dall’amministrazione, e considerato altresì che l’impugnato provvedimento dà conto che “trattasi di opere realizzate in assenza di permesso di costruire”, occorre ora stabilire se tale impianto motivazionale soddisfa il relativo obbligo di cui all’art. 3 l. n. 241/1990.
A tal riguardo, premette il Collegio che, per condivisa giurisprudenza amministrativa, “nell'attività repressiva in tema di opere edilizie abusive non è necessaria la previa comunicazione dell' avvio procedimentale di cui all'art. 7 l. 241/1990, trattandosi di atto dovuto e rigorosamente vincolato; sicché l'ordinanza di demolizione è sufficientemente motivata con l'affermazione dell'accertata abusività dell'opera edilizia e, proprio in quanto atto vincolato, l'ordinanza medesima non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione” (TAR Campania, Salerno, II, 28.11.2012, n. 2161. In senso confermativo, cfr. altresì, ex multis, TAR Campania, Napoli, III, 04.12.2012, n. 4913; TAR Friuli Venezia Giulia, I, 20.12.2012, n. 498; TAR Lazio, II, 05.09.2012, n. 7570; TAR Liguria, I, 24.07.2012, n. 1073; TAR Sardegna, II, 23.07.2012, n. 747).
Tanto chiarito, e venendo ora al caso di specie, reputa il Collegio che, avuto riguardo alla natura tipicamente vincolata dell’ordine di demolizione in esame, l’impugnato provvedimento non necessitava di una particolare motivazione, diversa da quella consistente nell’indicazione del tipo di abuso realizzato dal ricorrente, e delle norme da lui violate. E poiché l’impugnata ordinanza reca compiute indicazioni in entrambi i sensi or ora menzionati, essa si sottrae senz’altro alle censure lamentate in parte qua dal ricorrente.
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Con il secondo motivo di ricorso, deducono i ricorrenti l’illegittimità dell’impugnato provvedimento, in quanto assunto sul falso presupposto dell’assenza di permesso di costruire. A tal riguardo, deducono i ricorrenti che la presentazione, in data 15.06.2006, di denuncia di inizio di attività, sia sufficiente a ritenere integrata la sussistenza di regolare titolo edilizio.
L’assunto è infondato.
La giurisprudenza prevalente, cui il Collegio aderisce, considera che la valutazione in ordine alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione vada effettuata sulla scorta dei seguenti due parametri: natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione (TAR Lazio Roma, sez. II, 03.07.2007, n. 5968; TAR Puglia Lecce, sez. I, 23.09.2003, n. 6196).
Di conseguenza, si ritengono esenti dal regime del permesso di costruire solo le recinzioni che non configurino un'opera edilizia permanente, bensì manufatti di precaria installazione e di immediata asportazione (quali ad esempio recinzioni in rete metalliche, sorretta da paletti di ferro o di legno e senza muretto di sostegno), in quanto entro tali limiti la posa in essere di una recinzione rientra tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo ius excludendi alios o, comunque, la delimitazione delle singole proprietà (TAR Campania Napoli, sez. VII, 04.07.2007, n. 6458; TAR Campania Napoli, sez. IV, 08.05.2007, n. 4821; TAR Emilia Romagna, sez. II, 26.01.2007, n. 82; TAR Veneto Venezia, sez. II, 07.03.2006, n. 533).
Viceversa, è necessario il permesso di costruire, quando la recinzione costituisca opera di carattere permanente, incidendo in modo durevole e non precario sull'assetto edilizio del territorio, come ad esempio se è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica (TAR Campania, Napoli, IV, 03.04.2012, n. 1542; TAR Basilicata Potenza, 19.09.2003, n. 897) o da opera muraria (Cassazione penale , sez. III, 13.12.2007, n. 4755).
Ciò chiarito, e venendo ora al caso di specie, si legge nell’impugnato provvedimento che l’abuso in esame consiste in una recinzione in c.a. dell’altezza fuori terra di mt. 3,50 circa, con tre accessi chiusi da un portone in ferro. Inoltre, sul lato della recinzione è stato realizzato un muro di contenimento in c.a. dell’altezza variabile tra mt. 3,00 e mt. 5,00, con una lunghezza di mt. 38 circa.
Avuto riguardo a tale descrizione delle opere in esame, è pertanto di tutta evidenza che i ricorrenti hanno realizzato non già una struttura precaria, ma un’opera che, per natura e dimensioni, può senz’altro definirsi permanente, incidendo in maniera durevole sull’assetto del territorio.
Ne discende che i ricorrenti avrebbero dovuto premunirsi di permesso di costruire, non essendo sufficiente una mera denuncia di inizio attività. E poiché essi non hanno in tal senso operato, del tutto legittimamente l’amministrazione ha ordinato la demolizione delle opere da loro abusivamente realizzate
(TAR Puglia-Bari, Sez. III, sentenza 10.05.2013 n. 714 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'esercizio del potere repressivo degli abusi edilizi costituisce attività vincolata della p.a. con la conseguenza che i relativi provvedimenti, quali l'ordinanza di demolizione, costituiscono atti vincolati per la cui adozione non è necessario l'invio di comunicazione di avvio del procedimento, non essendovi spazio per momenti partecipativi del destinatario dell'atto, né essendo necessario acquisire il parere di organi, quali la Commissione edilizia integrata.
Va infine esaminato il quarto motivo di gravame, con il quale i ricorrenti si dolgono della mancata acquisizione del parere della commissione edilizia comunale.
Il motivo è infondato.
Costituisce approdo giurisprudenziale del tutto condiviso quello secondo cui: “l'esercizio del potere repressivo degli abusi edilizi costituisce attività vincolata della p.a. con la conseguenza che i relativi provvedimenti, quali l'ordinanza di demolizione, costituiscono atti vincolati per la cui adozione non è necessario l'invio di comunicazione di avvio del procedimento, non essendovi spazio per momenti partecipativi del destinatario dell'atto, né essendo necessario acquisire il parere di organi, quali la Commissione edilizia integrata” (C.d.S, V, 09.06.2012, n. 3337).
Alla luce di tale orientamento giurisprudenziale, deve pertanto ritenersi del tutto irrilevante, nel caso di specie, l’acquisizione di pareri di organismi tecnici, venendo in rilievo un potere a contenuto tipicamente vincolato, che postula unicamente l’accertamento dell’abuso. E poiché non v’è dubbio, alla luce delle considerazioni sopra esposte, che abuso vi è stato, tale circostanza rende di per sé legittima, sotto questo profilo, l’emanato ordine di demolizione
(TAR Puglia-Bari, Sez. III, sentenza 10.05.2013 n. 714 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Lottizzazione: confisca e posizione dell'erede.
Un erede subentra nella stessa posizione di fatto e di diritto del suo dante causa, per cui non può far valere una posizione di terzo estraneo in buona fede rispetto alla commissione del reato (fattispecie relativa ad opposizione all'esecuzione con la quale si chiedeva la revoca della confisca di terreni oggetto di lottizzazione abusiva) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 09.05.2013 n. 19959 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Circa la possibilità di condonare fabbricati abusivi, soccorre il disposto dell’art. 31, comma 2, della l. n. 47/1985 (richiamato dall’art. 39 della l. n. 724/1994), in base al quale “si intendono ultimati gli edifici nei quali sia stato eseguito il rustico e completata la copertura, ovvero, quanto alle opere interne agli edifici già esistenti e a quelle non destinate alla residenza, quando esse siano state completate funzionalmente”.
A livello giurisprudenziale, sono state tracciate le seguenti coordinate ermeneutico-applicative:
- innanzitutto, la costruzione condonabile deve essere completata a rustico, ossia in tutte le sue strutture essenziali, mediante realizzazione delle tamponature e della copertura, in quanto determinanti per stabilire la relativa volumetria e la sagoma esterna, restando, invece, irrilevanti le opere di rifinitura, quali, ad es., la pavimentazione e gli infissi;
- il rustico deve essere completato, in particolare, nelle tamponature esterne, necessarie a realizzare in concreto i volumi individuabili ed esattamente calcolabili, indipendentemente dai materiali utilizzati; tamponature esterne che assolvono, quindi, la funzione di isolamento dell'immobile dalle intemperie e configurano l'opera nella sua fondamentale volumetria;
- quanto alla copertura –essenziale, al pari delle tamponature esterne–, essa deve intendersi come qualsiasi chiusura superiore, anche non avente carattere di stabilità e definitività, idonea a consentire l'individuazione del volume dell'edificio e ad impedirne la maggiorazione.
Dalla superiore rassegna normativa e giurisprudenziale si evince che, per aversi ultimazione delle opere abusive suscettibile di condono edilizio, è indispensabile l’avvenuta realizzazione del rustico, consistente, segnatamente, nell’esecuzione delle tamponature esterne (muri perimetrali) e della copertura (senza necessità di rifiniture) così da ottenere un volume integrante nuova costruzione.
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Nell'ambito del condono edilizio, va esclusa la formazione del silenzio-assenso nelle ipotesi di domanda rivelatasi dolosamente infedele per la portata delle omissioni o delle inesattezze in essa riscontrate.
Il titolo abilitativo tacito può, dunque, formarsi, per effetto del silenzio-assenso, soltanto se la domanda di definizione dell’illecito edilizio presentata possegga i requisiti soggettivi e oggettivi per essere accolta, in quanto la mancanza di taluno di questi impedisce in radice che possa avviarsi il procedimento di sanatoria, in cui il decorso del tempo è mero coelemento costitutivo della fattispecie autorizzativa: affinché sia abbia silenzio assenso, occorre, cioè, che l’iter amministrativo sia stato avviato da un'istanza conforme al modello legale previsto dalla norma che regola il procedimento di condono.
La mancata definizione dell’illecito edilizio da parte dell’amministrazione comunale entro il termine perentorio all’uopo prefissato non determina, cioè, ope legis, la regolarizzazione tacita dell'abuso, qualora manchino i presupposti di fatto e di diritto normativamente richiesti, tra cui, segnatamente, quello del completamento delle opere abusive entro la data del 31.12.1993, ovvero qualora la domanda di condono –con specifico riferimento a quest’ultimo presupposto essenziale– rappresenti la realtà, attraverso omissioni o inesattezze rilevanti, in maniera dolosamente infedele.

Sul piano normativo, soccorre il disposto dell’art. 31, comma 2, della l. n. 47/1985 (richiamato dall’art. 39 della l. n. 724/1994), in base al quale “si intendono ultimati gli edifici nei quali sia stato eseguito il rustico e completata la copertura, ovvero, quanto alle opere interne agli edifici già esistenti e a quelle non destinate alla residenza, quando esse siano state completate funzionalmente”.
A livello giurisprudenziale, sono state tracciate le seguenti coordinate ermeneutico-applicative:
- innanzitutto, la costruzione condonabile deve essere completata a rustico, ossia in tutte le sue strutture essenziali, mediante realizzazione delle tamponature e della copertura (TAR Campania, Salerno, sez. II, 09.01.2007, n. 3), in quanto determinanti per stabilire la relativa volumetria e la sagoma esterna (TAR Lazio, Roma, sez. II, 14.09.2005, n. 7000; TAR Puglia, Lecce, sez. III, 18.10.2006, n. 4973), restando, invece, irrilevanti le opere di rifinitura (Cons. Stato, sez. IV, 26.01.2009, n. 393; TAR Puglia, Lecce, sez. I, 14.05.2004, n. 2917), quali, ad es., la pavimentazione e gli infissi (TAR Umbria, Perugia, 06.11.2008, n. 702);
- il rustico deve essere completato, in particolare, nelle tamponature esterne (TAR Sicilia, Palermo, sez. III, 04.07.2007, n. 1739; cfr. Cass. pen., sez. III, 29.05.2007, n. 28515), necessarie a realizzare in concreto i volumi individuabili ed esattamente calcolabili, indipendentemente dai materiali utilizzati (TAR Puglia, Lecce, sez. III, 08.04.2005, n. 1982); tamponature esterne che assolvono, quindi, la funzione di isolamento dell'immobile dalle intemperie e configurano l'opera nella sua fondamentale volumetria (TAR Calabria, Reggio Calabria, 09.12.2002, n. 1955; TAR Campania, Salerno, sez. II, 13.10.2006, n. 1745);
- quanto alla copertura –essenziale, al pari delle tamponature esterne–, essa deve intendersi come qualsiasi chiusura superiore, anche non avente carattere di stabilità e definitività, idonea a consentire l'individuazione del volume dell'edificio e ad impedirne la maggiorazione (TAR Sardegna, Cagliari, 14.10.2003, n. 1212).
Dalla superiore rassegna normativa e giurisprudenziale si evince che, per aversi ultimazione delle opere abusive suscettibile di condono edilizio, è indispensabile l’avvenuta realizzazione del rustico, consistente, segnatamente, nell’esecuzione delle tamponature esterne (muri perimetrali) e della copertura (senza necessità di rifiniture) così da ottenere un volume integrante nuova costruzione.
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Al riguardo, il citato art. 39 subordina, innanzitutto, al comma 1, la consentita sanatoria delle opere abusive al relativo completamento entro la data del 31.12.1993.
Stabilisce, altresì, al comma 4, cit., che il pagamento dell’oblazione e degli oneri concessori, la presentazione della documentazione a corredo della domanda di condono (prescritta dall’art. 35, commi 3 e 5, della l. n. 47/1985) e della denuncia in catasto, nonché “il decorso del termine di un anno e di due anni per i comuni con più di 500.000 abitanti dalla data di entrata in vigore della presente legge senza l’adozione di un provvedimento negativo del comune” “equivale a concessione o ad autorizzazione edilizia in sanatoria”. Ma precisa, nel contempo, che “se nei termini previsti l’oblazione dovuta non è stata interamente corrisposta o è stata determinata in modo non veritiero e palesemente doloso, le costruzioni realizzate senza licenza o concessione edilizia sono assoggettate alle sanzioni richiamate agli artt. 40 e 45 della l. 28.02.1985, n. 47”.
Analogamente a tali previsioni, l’art. 35 della l. n. 47/1985 (richiamato dall’art. 39 della l. n. 724/1994) stabilisce, al comma 18, che, "fermo il disposto del primo comma dell'art. 40 … decorso il termine perentorio di ventiquattro mesi dalla presentazione della domanda, quest'ultima si intende accolta ove l'interessato provveda al pagamento di tutte le somme eventualmente dovute a conguaglio ed alla presentazione all'ufficio tecnico erariale della documentazione necessaria all'accatastamento"; mentre il successivo art. 40 precisa, al comma 1, che, “se nel termine prescritto non viene presentata la domanda … per opere abusive realizzate in totale difformità o in assenza della licenza o concessione, ovvero se la domanda presentata, per la rilevanza delle omissioni o delle inesattezze riscontrate, deve ritenersi dolosamente infedele, gli autori di dette opere abusive non sanate sono soggetti alle sanzioni di cui al capo I” e che “le stesse sanzioni si applicano, se, presentata la domanda, non viene effettuata l’oblazione dovuta”.
La disciplina dianzi riportata prevede che la domanda di condono si intende accolta, in presenza delle seguenti condizioni:
- ultimazione delle opere abusive entro il 31.12.1993;
- decorso del termine perentorio prefissato per una pronuncia espressa dell’amministrazione comunale;
- pagamento dell’oblazione e degli oneri concessori dovuti;
- produzione della documentazione richiesta;
- denuncia in catasto dell’immobile abusivo.
In omaggio al principio ‘fraus omnia corrumpit’, esclude, poi, la formazione del silenzio-assenso nelle ipotesi di domanda rivelatasi dolosamente infedele per la portata delle omissioni o delle inesattezze in essa riscontrate (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 22.07.2010, n. 4823; TAR Campania, Napoli, sez. III, 25.10.2010, n. 21436; TAR Puglia, Bari, sez. II, 18.11.2011, n. 1762; TAR Puglia, Lecce, sez. III, 12.09.2012, n. 1517).
Il titolo abilitativo tacito può, dunque, formarsi, per effetto del silenzio-assenso, soltanto se la domanda di definizione dell’illecito edilizio presentata possegga i requisiti soggettivi e oggettivi per essere accolta, in quanto la mancanza di taluno di questi impedisce in radice che possa avviarsi il procedimento di sanatoria, in cui il decorso del tempo è mero coelemento costitutivo della fattispecie autorizzativa: affinché sia abbia silenzio assenso, occorre, cioè, che l’iter amministrativo sia stato avviato da un'istanza conforme al modello legale previsto dalla norma che regola il procedimento di condono.
Secondo il legislatore, la mancata definizione dell’illecito edilizio da parte dell’amministrazione comunale entro il termine perentorio all’uopo prefissato non determina, cioè, ope legis, la regolarizzazione tacita dell'abuso, qualora manchino i presupposti di fatto e di diritto normativamente richiesti, tra cui, segnatamente, quello del completamento delle opere abusive entro la data del 31.12.1993, ovvero qualora la domanda di condono –con specifico riferimento a quest’ultimo presupposto essenziale– rappresenti la realtà, attraverso omissioni o inesattezze rilevanti, in maniera dolosamente infedele (cfr. Cons. Stato, sez. V, 12.07.2004, n. 5039; TAR Campania, Napoli, sez. II, 15.02.2006, n. 2124; Salerno, sez. II, 13.07.2009, n. 3990; Napoli, sez. VIII, 14.07.2011, n. 3849; sez. II, 06.02.2012, n. 585; TAR Veneto, Venezia, sez. II, 27.05.2009, n. 1627; TAR Calabria, Catanzaro, sez. I, 18.09.2012, n. 951; TAR Puglia, Lecce, sez. III, 12.04.2012, n. 625; Bari, sez. III, 19.04.2012, n. 743)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 09.05.2013 n. 2408 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'ordinanza di demolizione, per la sua natura di atto urgente dovuto e rigorosamente vincolato, non implicante valutazioni discrezionali, ma risolventesi in meri accertamenti tecnici, fondato, cioè, su un presupposto di fatto rientrante nella sfera di controllo dell’interessata, non richiede apporti partecipativi di quest’ultima, la quale, in relazione alla disciplina tipizzata dei procedimenti repressivi, contemplante la preventiva contestazione dell'abuso, ai fini del ripristino di sua iniziativa dell'originario assetto dei luoghi, è stata, in ogni caso, posta in condizione di interloquire con l'amministrazione prima di ogni definitiva statuizione di rimozione d'ufficio delle opere abusive.
Non può, infine, accreditarsi il secondo motivo di ricorso, concernente l’omessa comunicazione di avvio del procedimento repressivo-ripristinatorio concluso con l’ordinanza n. 10 del 18.02.2008.
Il provvedimento gravato, per la sua natura di atto urgente dovuto e rigorosamente vincolato, non implicante valutazioni discrezionali, ma risolventesi in meri accertamenti tecnici, fondato, cioè, su un presupposto di fatto rientrante nella sfera di controllo dell’interessata, non richiedeva, infatti, apporti partecipativi di quest’ultima, la quale, in relazione alla disciplina tipizzata dei procedimenti repressivi, contemplante la preventiva contestazione dell'abuso, ai fini del ripristino di sua iniziativa dell'originario assetto dei luoghi, è stata, in ogni caso, posta in condizione di interloquire con l'amministrazione prima di ogni definitiva statuizione di rimozione d'ufficio delle opere abusive (cfr., ex multis, Cons. Stato, sez. VI, 03.03.2007, n. 1021; sez. IV, 01.10.2007, n. 5050; TAR Lazio, Roma, sez. II, 03.07.2007, n. 5968; TAR Campania, Napoli, sez. IV, 17.01.2007, n. 357; sez. VI, 08.02.2007, n. 961; sez. IV, 22.03.2007, n. 2725; sez. VII, 09.05.2007, n. 4859; 08.06.2007, n. 6038; Salerno, sez. II, 13.08.2007, n. 900; Napoli, sez. IV, 06.11.2007, n. 10676; 06.011.2007, n. 10679; sez. VII, 12.12.2007, n. 16226; sez. IV, 17.12.2007, n. 16316; sez. VII, 28.12.2007, n. 16550; sez. IV, 24.01.2008, n. 367; 21.03.2008, n. 1460; sez. VII, 21.03.2008, n. 1474; 04.04.2008, n. 1883; sez. III, 16.04.2008, n. 2207; sez. IV, 18.04.2008, n. 2344; sez. VI 18.06.2008, n. 5973; TAR Umbria, Perugia, 26.01.2007, n. 44; TAR Trentino Alto Adige, Bolzano, 08.02.2007, n. 52; TAR Molise, Campobasso, 20.03.2007, n. 178; TAR Sardegna, Cagliari, sez. I, 20.04.2007, n. 709; sez. VII, 09.05.2007, n. 4859; TAR Basilicata, Potenza, sez. I, 16.02.2008, n. 33; TAR Veneto, Venezia, sez. II, 26.02.2008, n. 454; 13.03.2008, n. 605; TAR Puglia, Lecce, sez. III, 20.09.2008, n. 2651)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 09.05.2013 n. 2405 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’adozione dell’ordine di demolizione di opere abusive non deve essere preceduta né dalla comunicazione di avvio del procedimento, attesa la situazione di urgenza in cui intervengono tali provvedimenti e data la loro natura strettamente vincolata, né dalla comunicazione di cui all’art. 10-bis della legge n. 241/1990, trattandosi di procedimenti d’ufficio.
In merito alla rappresentazione della sussistenza dei presupposti di cui all’art. 31 del d.p.r. 06.06.2001 n. 380, per l’irrogazione della sanzione demolitoria, è sufficiente che l’amministrazione deduca la natura abusiva delle opere realizzate, nel caso di specie specificamente indicata nel provvedimento impugnato.
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L’esistenza di un sequestro giudiziario di edifici abusivamente realizzati e delle relative aree di insistenza non costituisce un’oggettiva condizione di impossibilità di adempimento all’ingiunzione di demolizione, dovendo il soggetto onerato procedere a richiedere il dissequestro all’autorità competente, iniziativa che non risulta mai adottata nel caso in esame.

Quanto al ricorso introduttivo, se ne deve dichiarare l’infondatezza; innanzitutto, secondo costante giurisprudenza, anche di questa Sezione, l’adozione dell’ordine di demolizione di opere abusive non deve essere preceduta né dalla comunicazione di avvio del procedimento, attesa la situazione di urgenza in cui intervengono tali provvedimenti e data la loro natura strettamente vincolata (da ultimo Consiglio di Stato sez. VI 29.11.2012 n. 6071; TAR Campania Napoli sez. II 04.02.2013 n. 700), né dalla comunicazione di cui all’art. 10 bis della legge n. 241/1990, trattandosi di procedimenti d’ufficio.
Quanto alla carenza di motivazione, va rilevato che, in merito alla rappresentazione della sussistenza dei presupposti di cui all’art. 31 del d.p.r. 06.06.2001 n. 380, per l’irrogazione della sanzione demolitoria, è sufficiente che l’amministrazione deduca la natura abusiva delle opere realizzate, nel caso di specie specificamente indicata nel provvedimento impugnato (Consiglio di Stato sez. VI 28.01.2013 n. 496; TAR Napoli Campania sez. VII 08.02.2013 n. 826).
Riguardo al terzo motivo, osserva il Collegio che non potrebbe giammai consentirsi all’amministrazione di non adottare ordini di demolizione relativi ad opere accertate come abusive, nel caso di specie per carenza di titolo abilitativo, dal momento, in assenza di un’istanza ai sensi dell’art. 36 del d.p.r. 06.06.001 n. 380, la contrarietà alla disciplina urbanistica consiste tout court nella mancanza del titolo edilizio abilitativo fin dal momento dell’edificazione.
Quanto alla mancata valutazione da parte del Comune di Aversa della possibilità di applicare sanzioni alternative, argomento dedotto con la quarta censura, rileva il Collegio che, nel caso in esame, la demolizione ha riguardato immobili realizzati in assenza del permesso di costruire, come tali ricadenti nella fattispecie di cui all’art. 31 del d.p.r. 06.06.2001 n. 380 che non ammette soluzioni alternative alla demolizione.
Nemmeno meritevole di accoglimento è l’ultima censura, dal momento che i manufatti da demolire sono stati adeguatamente identificati, aggiungendosi a tale rilievo che, in ogni caso, un più puntuale accertamento è richiesto nell’eventuale fase di acquisizione dei beni al patrimonio indisponibile comunale (TAR Napoli Campania sez. III 15.01.2013 n. 294; TAR Napoli Campania sez. III 20.11.2012 n. 4647).
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Rileva il Collegio che l’esistenza di un sequestro giudiziario di edifici abusivamente realizzati e delle relative aree di insistenza non costituisce un’oggettiva condizione di impossibilità di adempimento all’ingiunzione di demolizione, dovendo il soggetto onerato procedere a richiedere il dissequestro all’autorità competente, iniziativa che non risulta mai adottata nel caso in esame (TAR Campania Napoli, sez. VII 10.05.2012 n. 2175; TAR Campania, Napoli, VII, 01.09.2011, n. 4259; TAR Campania, Napoli, Sezione II, 30.10.2006, n. 9243; TAR Campania, Napoli, Sezione IV, 04.02.2003, n. 614) (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 09.05.2013 n. 2386 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In materia di esecuzione di sanzioni amministrative per abusi edilizi, la sussistenza di un sequestro penale sul manufatto abusivo non può affatto costituire, per il responsabile, un’esimente per l’inosservanza dell’ordine di demolizione del manufatto medesimo, ben potendo –ed anzi dovendo- l’interessato farsi parte attiva per chiedere alla competente A.G. la revoca del sequestro al fine di dare esecuzione all’ordine suddetto.
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L’acquisizione gratuita delle opere abusive e dell'area di sedime sono atti dovuti, consequenziali, connessi e conseguenti all’inottemperanza che non richiedono particolare ed ulteriore motivazione.
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Nell'ambito di un procedimento amministrativo per la demolizione di opere abusive, non è necessaria la rinnovazione dell'ingiunzione originaria a fronte della domanda di accertamento in conformità; in quanto nessuna norma prevede il venir meno dell'efficacia dell'ordine di demolizione.
In assenza di un’esplicita norma di legge, per poter affermare l’inefficacia sopravvenuta delle ordinanze sul piano procedimentale sarebbe stato necessario un provvedimento, anche parzialmente, favorevole sull’istanza di sanatoria. In caso contrario il riesame negativo circa l'abusività dell'opera, che è provocato dall'istanza di sanatoria, se porta alla formazione di un provvedimento di rigetto, non dà luogo ad alcuna modificazione sostanziale della preesistente realtà giuridica e quindi costituisce un tipico atto conformativo del precedente provvedimento sanzionatorio.

Come già ricordato in sede cautelare, in materia di esecuzione di sanzioni amministrative per abusi edilizi, la sussistenza di un sequestro penale sul manufatto abusivo non può affatto costituire, per il responsabile, un’esimente per l’inosservanza dell’ordine di demolizione del manufatto medesimo, ben potendo –ed anzi dovendo- l’interessato farsi parte attiva per chiedere alla competente A.G. la revoca del sequestro al fine di dare esecuzione all’ordine suddetto (cfr. Consiglio Stato, sez. IV, 20.01.2010, n. 299).
L'argomentazione della società appellante avrebbe potuto trovare legittimo ingresso in questa sede solo in presenza di un esplicito rifiuto dell'autorità giudiziaria sull’istanza di dissequestro a fini demolitori dell'interessato.
Né occorreva alcuna specificazione nel provvedimento circa le attività necessarie per consentire all'autore dell'abuso di rispettare l’ordine di demolizione dell’autorità, e di evitare quindi le conseguenze della sua attività illecita.
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L’acquisizione gratuita delle opere abusive e dell'area di sedime sono atti dovuti, consequenziali, connessi e conseguenti all’inottemperanza che non richiedono particolare ed ulteriore motivazione (cfr. Consiglio Stato, sez. V, 24.03.2011, n. 1793).
In conseguenza, del tutto inconferente è la presunta incoerenza del provvedimento con i precedenti ordini di demolizione, dato che l’art. 31 del DPR 06/06/2001 n. 380 struttura l’acquisizione come effetto automatico della mancata ottemperanza all'ordine di demolizione (…sono acquisiti di diritto …).
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La doglianza non merita adesione.
L’appellante, infatti, non oppone nulla di concreto al rilievo del TAR per cui “…l’ordinanza impugnata è stata emanata solo dopo la conclusione del procedimento di condono edilizio avviato con istanza della società in data 13.01.1995 e culminato in un diniego datato 05.04.2004. Ciò significa che il procedimento finalizzato a conseguire la sanatoria dell’abuso edilizio non ha subito alcuna interferenza a causa del parallelo procedimento di repressione dell’abuso ma ha seguito il proprio iter in tutta autonomia giovandosi della naturale sospensione divisata in casi di concomitante esercizio delle potestà di settore.”
Nell'ambito di un procedimento amministrativo per la demolizione di opere abusive, non è dunque necessaria la rinnovazione dell'ingiunzione originaria a fronte della domanda di accertamento in conformità; in quanto nessuna norma prevede il venir meno dell'efficacia dell'ordine di demolizione (cfr. Consiglio Stato sez. V 09.05.2006 n. 2562).
In assenza di un’esplicita norma di legge, per poter affermare l’inefficacia sopravvenuta delle ordinanze sul piano procedimentale sarebbe stato necessario un provvedimento, anche parzialmente, favorevole sull’istanza di sanatoria. In caso contrario il riesame negativo circa l'abusività dell'opera, che è provocato dall'istanza di sanatoria, se porta alla formazione di un provvedimento di rigetto, non dà luogo ad alcuna modificazione sostanziale della preesistente realtà giuridica e quindi costituisce un tipico atto conformativo del precedente provvedimento sanzionatorio.
Come tale, non costituiva un fatto idoneo a rendere inefficace il provvedimento sanzionatorio originario
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 08.05.2013 n. 2484 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Circa il fatto che l'Agenzia del territorio (ora Agenzia delle Entrate) richiede al comune il riconoscimento di una somma di denaro a titolo di "rimborso dei costi sostenuti per lo svolgimento delle attività richieste", in forza del dettato di cui all'art. 64 del d.lgs. n. 300/1999 (comma 3-bis), per rendere la richiesta perizia ex art. 37, comma 4, dpr 380/2001.
Il comune non è d'accordo a riconoscere tale somma, chiede lumi alla Corte per non incappare in una spesa illegittima e la stessa risponde picche (... Con specifico riferimento ai quesiti posti, gli stessi devono ritenersi inammissibili, in quanto, oltre ad afferire a materia esulante dal concetto di contabilità, risultano altresì diretti alla risoluzione di un contrasto tra enti, con conseguente trasformazione dell’attività consultiva della Corte in una funzione latamente arbitrale).

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Il comune istante espone di non potere, ai sensi della normativa edilizia vigente, comminare le sanzioni pecuniarie urbanistiche senza aver preliminarmente acquisito agli atti la perizia redatta dall'Agenzia del Territorio (ora Agenzia dell'Entrate) circa la determinazione dell'eventuale incremento di valore dell'immobile conseguente alla realizzazione delle opere edilizie abusive oggetto di sanatoria.
Al riguardo, l'Agenzia delle Entrate, per rendere al comune la perizia richiesta, imporrebbe la sottoscrizione di un "accordo di collaborazione per attività di valutazione immobiliare" la cui sottoscrizione, però, comporta il riconoscimento alla stessa Agenzia di una somma di denaro a titolo di "rimborso dei costi sostenuti per lo svolgimento delle attività richieste", e ciò in forza del dettato di cui all'art. 64 del d.lgs 30.07.1999, n. 300 (nello specifico il comma 3-bis).
Il comune evidenzia altresì che -in forza delle casistiche di sanatoria che si possono presentare al vaglio dell'ufficio tecnico comunale ex art. 37, comma 4, di cui sopra- verosimilmente si avrebbe una percentuale maggioritaria di sanatorie per le quale non si verifica alcun incremento di valore dell'immobile conseguente alle opere abusive eseguite ed oggetto di sanatoria talché la sanzione amministrativa da comminare sarebbe quantificabile nel minimo di legge pari a € 516,00.
Tanto premesso, il comune richiede:
i. se sia pertinente la norma di legge invocata dall'Agenzia delle Entrate, per il caso di specie, circa la richiesta di somma di denaro a titolo di "rimborso dei costi sostenuti per lo svolgimento delle attività richieste";
ii. comunque, se sia legittimo -da parte del comune- il riconoscimento all'Agenzia delle Entrate della somma di denaro che sarà richiesta; in caso affermativo ai quesiti precedenti:
   iii. se la spesa da sostenere, nei confronti dell'Agenzia delle Entrate, potrà/dovrà avvenire a consuntivo e solamente a seguito della produzione in atti delle necessarie pezze (sic) giustificative;
   iv. se sia legittimo recuperare la spesa sostenuta, nei confronti dell'Agenzia delle entrate, addebitando al richiedente la sanatoria edilizia unitamente alla sanzione pecuniaria di cui sopra.
...
Con riferimento alla verifica del profilo oggettivo di ammissibilità del quesito, occorre rammentare che la richiesta di parere è formulata ai sensi dell’articolo 7, comma 8, della legge 05.06.2003, n. 131, recante “Disposizioni per l’adeguamento dell’ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18.10.2001, n. 3”.
La disposizione contenuta nell’art. 7, comma 8, della legge 131/2003 deve essere raccordata con il precedente comma 7, norma che attribuisce alla Corte dei conti la funzione di verificare il rispetto degli equilibri di bilancio, il perseguimento degli obiettivi posti da leggi statali e regionali di principio e di programma, la sana gestione finanziaria degli enti locali.
Lo svolgimento delle funzioni è qualificato dallo stesso legislatore come una forma di controllo collaborativo.
Il raccordo tra le due disposizioni opera nel senso che il comma 8 prevede forme di collaborazione ulteriori rispetto a quelle del precedente comma che, lungi dal conferire alle Sezioni regionali di controllo un generale ruolo di consulenza, la limitano alla sola contabilità pubblica. Preliminare all’ulteriore procedibilità del parere è quindi la ricomprensione del parere tra quelli attribuibili per materia alle Sezioni regionali di controllo.
Le Sezioni riunite della Corte dei conti, intervenute con una pronuncia in sede di coordinamento della finanza pubblica ai sensi dell’art. 17, comma 31, del decreto legge 01.07.2009, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 03.08.2009, n. 102, hanno al riguardo precisato che detto concetto non si estende sino a ricomprendere la totalità dell’azione amministrativa che presenti riflessi di natura finanziaria, ma deve intendersi limitato al “sistema di principi e di norme che regolano l’attività finanziaria e patrimoniale dello Stato e degli Enti pubblici”, sia pure “in una visione dinamica dell’accezione che sposta l’angolo visuale dal tradizionale contesto della gestione del bilancio a quello inerente ai relativi equilibri”.
Con specifico riferimento ai quesiti posti, gli stessi devono ritenersi inammissibili, in quanto, oltre ad afferire a materia esulante dal concetto di contabilità come sopra descritto, risultano altresì diretti alla risoluzione di un contrasto tra enti, con conseguente trasformazione dell’attività consultiva della Corte in una funzione latamente arbitrale (cfr nei termini la Sezione con deliberazione 18.03.2013, n. 95)
(Corte dei Conti, Sez. controllo Lombardia, parere 08.05.2013 n. 201).

EDILIZIA PRIVATA: Beni Ambientali. Vincolo paesistico sopravvenuto assoluto e relativo.
Quanto ai vincoli paesistici di inedificabilità assoluta, questo Consiglio di Stato ha più volte chiarito che se è vero che alla stregua dell’art. 33 l. n. 47 del 1985 il vincolo di inedificabilità assoluta non può operare in modo retroattivo, tuttavia non si può considerare inesistente per il solo fatto che sia sopravvenuto all’edificazione (ciò che paradossalmente porterebbe a ritenere senz’altro sanabili gli interventi, i quali pertanto fruirebbero di un regime più favorevole di quello riservato agli abusi interessati da vincoli sopravvenuti di inedificabilità relativa).
Pertanto, se il vincolo di inedificabilità assoluto sopravvenuto non può considerarsi sic et simpliciter inesistente, ne discende che gli va applicato lo stesso regime della previsione generale dell’art. 32, comma 1, della stessa legge n. 47 del 1985, che subordina il rilascio della concessione in sanatoria per opere su aree sottoposte a vincolo al parere favorevole dell’autorità preposta alla tutela del vincolo medesimo (massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 06.05.2013 n. 2409 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAOrdine di demolizione e morte del reo.
L'ordine, disposto con sentenza di condanna per reato edilizio, non si estingue per la morte del reo sopravvenuta alla irrevocabilità della sentenza, a motivo della sua natura di sanzione amministrativa accessoria (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 03.05.2013 n. 19077 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Deve dichiararsi improcedibile il ricorso avverso l’ordine di demolizione, allorquando risulti presentata una domanda di sanatoria per le opere oggetto di ingiunzione. E ciò in quanto l'esercizio della facoltà di regolarizzare la propria posizione da parte del privato rende inefficace l’ordine di demolizione e determina, sotto l'aspetto processuale, la sopravvenuta carenza di interesse all'annullamento dell'atto sanzionatorio in relazione al quale è stata prodotta la suddetta domanda di sanatoria.
Il provvedimento repressivo, infatti, deve essere sostituito o dal permesso di costruire in sanatoria o da un nuovo procedimento sanzionatorio, essendo l'Amministrazione tenuta, in quest'ultimo caso, al completo riesame della fattispecie, con conseguente traslazione e differimento dell'interesse ad impugnare verso il futuro provvedimento che, eventualmente, respinga la domanda medesima, disponendo nuovamente la demolizione dell'opera edilizia ritenuta abusiva ricorso va pertanto dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse.

I ricorrenti impugnano il provvedimento in epigrafe gravato, datato 26.6.1996, con il quale il Comune ha ordinato la demolizione di una serie di opere realizzate su mappali n. 60/b, 68, 57/b, 70, 72/b 349, 71/b, Fg. n. 5 di loro proprietà.
I ricorrenti hanno tuttavia successivamente presentato una domanda in sanatoria, ex art. 13 L. n. 47/1985, di cui non riferiscono l’esito.
Secondo un diffuso orientamento, cui la sezione intende dare continuità, deve dichiararsi improcedibile il ricorso avverso l’ordine di demolizione, allorquando risulti presentata una domanda di sanatoria per le opere oggetto di ingiunzione. E ciò in quanto l'esercizio della facoltà di regolarizzare la propria posizione da parte del privato rende inefficace l’ordine di demolizione e determina, sotto l'aspetto processuale, la sopravvenuta carenza di interesse all'annullamento dell'atto sanzionatorio in relazione al quale è stata prodotta la suddetta domanda di sanatoria.
Il provvedimento repressivo, infatti, deve essere sostituito o dal permesso di costruire in sanatoria o da un nuovo procedimento sanzionatorio, essendo l'Amministrazione tenuta, in quest'ultimo caso, al completo riesame della fattispecie, con conseguente traslazione e differimento dell'interesse ad impugnare verso il futuro provvedimento che, eventualmente, respinga la domanda medesima, disponendo nuovamente la demolizione dell'opera edilizia ritenuta abusiva (C.S., Sez. VI, 07.05.2009 n. 2833) ricorso va pertanto dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 03.05.2013 n. 1145 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Dal punto di vista giuridico, per ottenere il condono edilizio in caso di mutamento di destinazione d'uso di un fabbricato è sufficiente, in base al combinato disposto degli art. 4, comma 1, e 18, comma 1 e 5, l. 28.01.1977 n. 10 e dell'art. 31, comma 2, l. 28.2.1985 n. 47, che quest'ultimo venga funzionalmente completato, ossia che, pur se le attività costruttive siano ancora in corso, il fabbricato sia comunque già fornito delle opere indispensabili a renderne effettivamente possibile un uso diverso da quello a suo tempo assentito, come nel caso in cui un sottotetto, trasformato in abitazione, venga dotato di luci e vedute e degli impianti di servizio (gas, luce, acqua, telefono, impianti fognari, ecc.), cioè di opere del tutto incompatibili con l'originaria destinazione d'uso e invece necessarie per rendere i locali idonei all’uso abitativo, e ciò per l'evidente ragione di non incorrere nell'eventuale disparità di trattamento, che potrebbe scaturire tra le ipotesi di nuova costruzione totalmente abusiva, per la cui sanabilità bastano l'esecuzione del rustico ed il completamento della copertura, ed i casi di opere interne con mutamento di destinazione d'uso, per le quali è appunto sufficiente il completamento funzionale.
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Nelle controversie in materia edilizia ricade sul privato richiedente l'onere della prova in ordine all'ultimazione delle opere abusive in data utile per fruire del condono.

Venendo al merito, il Collegio è chiamato a decidere se alla predetta data del 31.12.1993, avesse o meno già avuto luogo la trasformazione dei sottotetti in superficie residenziale, e pertanto se i medesimi fossero divenuti, da semplicemente “agibili”, anche “abitabili”.
In via di fatto, la documentazione fotografica allegata dalla ricorrente a corredo delle domande di sanatoria conferma le affermazioni della resistente, secondo cui le opere erano prive di ripartizione interna, pavimentazione, e servizi igienici.
Dal punto di vista giuridico, per ottenere il condono edilizio in caso di mutamento di destinazione d'uso di un fabbricato è sufficiente, in base al combinato disposto degli art. 4, comma 1, e 18, comma 1 e 5, l. 28.01.1977 n. 10 e dell'art. 31, comma 2, l. 28.2.1985 n. 47, che quest'ultimo venga funzionalmente completato, ossia che, pur se le attività costruttive siano ancora in corso, il fabbricato sia comunque già fornito delle opere indispensabili a renderne effettivamente possibile un uso diverso da quello a suo tempo assentito, come nel caso in cui un sottotetto, trasformato in abitazione, venga dotato di luci e vedute e degli impianti di servizio (gas, luce, acqua, telefono, impianti fognari, ecc.), cioè di opere del tutto incompatibili con l'originaria destinazione d'uso e invece necessarie per rendere i locali idonei all’uso abitativo, e ciò per l'evidente ragione di non incorrere nell'eventuale disparità di trattamento, che potrebbe scaturire tra le ipotesi di nuova costruzione totalmente abusiva, per la cui sanabilità bastano l'esecuzione del rustico ed il completamento della copertura, ed i casi di opere interne con mutamento di destinazione d'uso, per le quali è appunto sufficiente il completamento funzionale (C.S., Sez. V, 14.07.1995 n. 1071).
Nel caso di specie, la ricorrente si limita tuttavia a documentare che le predette trasformazioni erano in essere alla data di presentazione delle domande di sanatoria, e pertanto al 01.03.1995, ben oltre il termine del 31.12.1993 previsto dalla legge, laddove, in base a giurisprudenza costante, nelle controversie in materia edilizia ricade sul privato richiedente l'onere della prova in ordine all'ultimazione delle opere abusive in data utile per fruire del condono (C.S., Sez. IV, 27.12.2011 n. 6861).
Ciò che risulta agli atti del procedimento è invece solo la mera esistenza dei sottotetti, agibili ma non abitabili, all’08.06.1993, data di rilascio del certificato di abitabilità (riferito all’edificio, ma con esclusione dei sottotetti), senza che i medesimi fossero anche dotati delle predette opere indispensabili a renderne effettivamente possibile l’uso abitativo
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 03.05.2013 n. 1144 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’intervento eseguito su un’opera abusiva non può qualificarsi come manutenzione o ristrutturazione perché questi ultimi interventi, come si desume chiaramente dalle definizioni offerte dall’art. 3 d.P.R. n. 380/2001, presuppongono la preesistenza di un organismo edilizio regolare.
Invece, in presenza di manufatti abusivi non sanati né condonati, gli interventi ulteriori (anche nelle ipotesi in cui siano riconducibili, nella loro oggettività, alle categorie della manutenzione, del restauro e/ del risanamento conservativo, della ristrutturazione, della realizzazione di opere costituenti pertinenze urbanistiche) ripetono le caratteristiche di illegittimità dell'opera principale alla quale ineriscono strutturalmente, sicché l’ordinamento non può ammettere la prosecuzione di lavori abusivi.

In proposito, il Collegio osserva che l’intervento eseguito su un’opera abusiva non può qualificarsi come manutenzione o ristrutturazione perché questi ultimi interventi, come si desume chiaramente dalle definizioni offerte dall’art. 3 d.P.R. n. 380/2001, presuppongono la preesistenza di un organismo edilizio regolare.
Invece, in presenza di manufatti abusivi non sanati né condonati, gli interventi ulteriori (anche nelle ipotesi in cui siano riconducibili, nella loro oggettività, alle categorie della manutenzione, del restauro e/ del risanamento conservativo, della ristrutturazione, della realizzazione di opere costituenti pertinenze urbanistiche) ripetono le caratteristiche di illegittimità dell'opera principale alla quale ineriscono strutturalmente, sicché l’ordinamento non può ammettere la prosecuzione di lavori abusivi (cfr. TAR Piemonte, sez. I, 11.12.2012 n. 1320)
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 03.05.2013 n. 1138 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' illegittimo il permesso di costruire in sanatoria contenente prescrizioni; esso si pone, infatti, in palese contrasto con l'art. 36, d.P.R. 06.06.2001 n. 380 poiché postulerebbe non già la cd. doppia conformità delle opere abusive pretesa dalla disposizione in parola, ma una sorta di conformità ex post, condizionata all'esecuzione delle prescrizioni e quindi non esistente al tempo della presentazione della domanda di sanatoria, ma, eventualmente, solo alla data futura ed incerta in cui la richiedente avrebbe ottemperato alle prescrizioni.
È, infine, infondato e va rigettato anche il terzo ed ultimo motivo di gravame, con cui il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 3 della l. n. 241/1990 e l'eccesso di potere per difetto assoluto di motivazione e di istruttoria, perché l’Amministrazione non ha impartito prescrizioni, come l’arretramento del fabbricato rispetto alla fascia di rispetto cimiteriale, attesa la ridotta incidenza (mt. 1,00) rispetto alla stessa.
L’infondatezza della censura si deve alla natura stessa del titolo edilizio richiesto, che essendo da reputare “illegittimo il permesso di costruire in sanatoria contenente prescrizioni; esso si pone, infatti, in palese contrasto con l'art. 36, d.P.R. 06.06.2001 n. 380 poiché postulerebbe non già la cd. doppia conformità delle opere abusive pretesa dalla disposizione in parola, ma una sorta di conformità ex post, condizionata all'esecuzione delle prescrizioni e quindi non esistente al tempo della presentazione della domanda di sanatoria, ma, eventualmente, solo alla data futura ed incerta in cui la richiedente avrebbe ottemperato alle prescrizioni” (cfr. TAR Latina Lazio sez. I, 20.12.2012, n. 1004)
(TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 02.05.2013 n. 1034 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La presentazione dell'istanza di sanatoria produce l'effetto di rendere inefficace l'ordinanza di demolizione atteso che a seguito dell'istanza di sanatoria l'ordinanza di demolizione deve essere sostituita o dalla sanatoria edilizia o da un nuovo provvedimento sanzionatorio.
Va accolto, invece, il gravame integrativo, proposto avverso l’atto che accerta l’inottemperanza all’ordinanza di demolizione del capannone prot. n. 28748 del 02.04.2004, in quanto, come denunciato col primo mezzo, avente rilievo assorbente di ogni altra censura, la presentazione dell'istanza di sanatoria produce l'effetto di rendere inefficace l'ordinanza di demolizione atteso che a seguito dell'istanza di sanatoria l'ordinanza di demolizione deve essere sostituita o dalla sanatoria edilizia o da un nuovo provvedimento sanzionatorio (ex multis, Consiglio di Stato sez. I, 27.12.2012, n. 4921).
E’ appena il caso di osservare che parte ricorrente allega a tale gravame relazione tecnica dalla quale risulterebbe che il manufatto in oggetto non sarebbe più insistente nella fascia di rispetto cimiteriale dopo il suo ridimensionamento a metri 100,00 dalla data di approvazione del PRG adeguato al PUT, risalente al 27/12/2006. Tale sopravvenienza non è in grado di inficiare la legittimità del diniego impugnato in sede introduttiva, trattandosi di una disciplina urbanistica introdotta soltanto successivamente ai riferimenti temporali rispetto ai quali è richiesta la cosiddetta doppia conformità ai fini del rilascio del titolo sanante ex art. 36 d.p.r. n. 380/2001
(TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 02.05.2013 n. 1034 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La presentazione di un’istanza di sanatoria ex art. 36 dpr 380/2001, successivamente alla impugnazione dell’ordinanza di demolizione, produce l’effetto di rendere improcedibile l’impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse, in quanto il riesame dell’abusività dell’opera, sia pure al fine di verificarne la eventuale sanabilità, provocato dall’istanza di sanatoria, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, esplicito od implicito (di accoglimento o di rigetto), che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell’impugnativa.
La presentazione di un’istanza di sanatoria ex art. 36 dpr 380/2001 successivamente alla impugnazione dell’ordinanza di demolizione produce l’effetto di rendere improcedibile l’impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse, in quanto il riesame dell’abusività dell’opera, sia pure al fine di verificarne la eventuale sanabilità, provocato dall’istanza di sanatoria, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, esplicito od implicito (di accoglimento o di rigetto), che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell’impugnativa (TAR Campania Napoli,sez IV, 28.10.2011 n. 5052; TAR Lazio Roma sez. II, 14.11.2011 n. 8825) (TAR Campania-Salerno, Sez. II,
sentenza 02.05.2013 n. 1033