e-mail
info.ptpl@tiscali.it

APPALTI
CONVEGNI
FORUM
G.U.R.I. - G.U.U.E. - B.U.R.L.
LINK
NEWS PUBBLICATE:
1-aggiornam. pregressi
2-Corte dei Conti
3-
dite la vostra ...
4-dottrina e contributi
5-funzione pubblica
6-giurisprudenza
7-modulistica
8-news
9-normativa
10-note, circolari e comunicati
11-quesiti & pareri
12-utilità
- - -
DOSSIER
:
13-
ABBAINO
14-
ABUSI EDILIZI
15-
AFFIDAMENTO IN HOUSE
16-AGIBILITA'
17-APPALTI
18-ARIA
19-ASCENSORE
20-ASL + ARPA
21-ATTI AMMINISTRATIVI
22-ATTI AMMINISTRATIVI (impugnazione-legittimazione)
23-ATTIVITA' COMMERCIALE IN LOCALI ABUSIVI
24-AVCP
25-BOSCO
26-BOX
27-CAMBIO DESTINAZIONE D'USO (con o senza opere)
28-CANNE FUMARIE e/o COMIGNOLI
29-CARTELLI STRADALI
30-CERTIFICATO DESTINAZIONE URBANISTICA
31-CERIFICAZIONE ENERGETICA e F.E.R.
32
-COMPETENZE GESTIONALI
33
-COMPETENZE PROFESSIONALI - PROGETTUALI
34-CONDIZIONATORE D'ARIA
35-CONDOMINIO
36-CONSIGLIERI COMUNALI
37-CONTRIBUTO DI COSTRUZIONE
38-CONTRIBUTO DI COSTRUZIONE (gratuità per oo.pp. e/o private di interesse pubblico)
39-CONTRIBUTO DI COSTRUZIONE (prescrizione termine dare/avere)
40-CONTRIBUTO DI COSTRUZIONE (rateizzato e/o ritardato versamento)
41-DEBITI FUORI BILANCIO
42-DEFINIZIONI INTERVENTI EDILIZI
43-DIA e SCIA
44-DIAP
45-DISTANZA dagli ALLEVAMENTI ANIMALI
46-DISTANZA dai CONFINI
47-DISTANZA dai CORSI D'ACQUA
48-DISTANZA dalla FERROVIA

49-DISTANZA dalle PARETI FINESTRATE
50-DURC
51-EDICOLA FUNERARIA
52-EDIFICIO UNIFAMILIARE
53-ESPROPRIAZIONE
54-INCARICHI LEGALI e/o RESISTENZA IN GIUDIZIO
55-INCARICHI PROFESSIONALI E PROGETTUALI
56-INCENTIVO PROGETTAZIONE
57-INDUSTRIA INSALUBRE
58L.R. 12/2005
59-L.R. 23/1997
60-LEGGE CASA LOMBARDIA
61-LOTTO INTERCLUSO
62-MAPPE e/o SCHEDE CATASTALI (valore probatorio o meno)
63-MOBBING
64-MURO DI CINTA/RECINZIONE, DI CONTENIMENTO/SOSTEGNO, ECC.
65-OPERE PRECARIE
66-PARERE DI REGOLARITA' TECNICA, CONTABILE E DI LEGITTIMITA'
67-PERGOLATO e/o GAZEBO e/o BERCEAU
68-PERMESSO DI COSTRUIRE (annullamento e/o impugnazione)
69-PERMESSO DI COSTRUIRE (decadenza)
70-PERMESSO DI COSTRUIRE (deroga)
71-PERMESSO DI COSTRUIRE (legittimazione richiesta titolo)
72-PERMESSO DI COSTRUIRE (parere commissione edilizia)
73-PERMESSO DI COSTRUIRE (prescrizioni)
74-PERMESSO DI COSTRUIRE (proroga)
75-PERMESSO DI COSTRUIRE (verifica in istruttoria dei limiti privatistici al rilascio)
76
-
PERMESSO DI COSTRUIRE (volturazione)
77-
PERTINENZE EDILIZIE ED URBANISTICHE
78-PIANI PIANIFICATORI ED ATTUATIVI
79-PIANI PIANIFICATORI ED ATTUATIVI (aree a standard)
80-PISCINE
81-PUBBLICO IMPIEGO
82-RIFIUTI E BONIFICHE
83-
RINNOVO/PROROGA CONTRATTI
84-RUDERI
85-
RUMORE
86-SAGOMA EDIFICIO
87-SANATORIA GIURISPRUDENZIALE E NON (abusi edilizi)
88-SCOMPUTO OO.UU.
89-SEGRETARI COMUNALI
90-SIC-ZPS - VAS - VIA
91-SICUREZZA SUL LAVORO
92
-
SILOS
93-SINDACATI & ARAN
94-SOPPALCO
95-SOTTOTETTI
96-SUAP
97-SUE
98-STRADA PUBBLICA o PRIVATA o PRIVATA DI USO PUBBLICO
99-
TELEFONIA MOBILE
100-TENDE DA SOLE
101-TINTEGGIATURA FACCIATE ESTERNE
102-TRIBUTI LOCALI
103-VERANDA
104-VINCOLO CIMITERIALE
105-VINCOLO IDROGEOLOGICO
106-VINCOLO PAESAGGISTICO + ESAME IMPATTO PAESISTICO + VINCOLO MONUMENTALE
107-VINCOLO STRADALE
108-VOLUMI TECNICI

109-ZONA AGRICOLA

NORMATIVA:
dt.finanze.it
entilocali.leggiditalia.it

leggiditaliaprofessionale.it

simone.it

SITI REGIONALI
STAMPA
 
C.A.P.
Codice Avviamento Postale

link 1 - link 2
CONIUGATORE VERBI
COSTO DI COSTRUZIONE
(ag
g. indice istat):

link 1-BG - link 2-MI
link 3-CR
DIZIONARI
indici ISTAT:
link 1 - link 2-BG
link 3-MI

interessi legali:
link 1
MAPPE CITTA':
link 1 - link 2 - link 3
link 4 - link 5
METEO
1 - PAGINE bianche
2 - PAGINE gialle
PREZZI:
osservatorio prezzi e tariffe

prodotti petroliferi
link 1
- link 2
PUBBLICO IMPIEGO:
1 - il portale pubblico per il lavoro
2
- mobilità
 

DOSSIER

Alcuni files sono in formato Acrobat (pdf): se non riesci a leggerli, scarica gratuitamente il programma Acrobat Reader (clicca sull'icona a fianco riportata).  -      segnala un errore nei links                                                                                

dossier DISTANZA DAI CONFINI
anno 2013

EDILIZIA PRIVATA: In tema di distanze nelle costruzioni, qualora gli strumenti urbanistici stabiliscano determinate distanze dal confine e nulla aggiungano sulla possibilità di costruire “in aderenza” od “in appoggio”, la preclusione di dette facoltà non consente l’operatività del principio della prevenzione; nel caso in cui, invece, tali facoltà siano previste, si versa in ipotesi del tutto analoga a quella disciplinata dagli artt. 873 e segg. del c.c., con la conseguenza che è consentito al preveniente costruire sul confine, ponendo il vicino, che intenda a sua volta edificare, nell'alternativa di chiedere la comunione del muro e di costruire in aderenza, ovvero di arretrare la sua costruzione sino a rispettare la maggiore intera distanza imposta dallo strumento urbanistico.
Di qui la funzione e la rilevanza della deroga, diretta a consentire l'esercizio delle predette facoltà che, diversamente, sarebbero precluse dalla regola ordinaria sulle distanze dal confine e tra fabbricati.
In definitiva, laddove il regolamento edilizio locale disponga la distanza minima dai confini con espressa ammissibilità dell'edificazione in aderenza, tale previsione deve essere intesa nel senso di fare salvo il principio della prevenzione previsto dagli art. 873 e 875 c.c., secondo i quali il proprietario che costruisce per primo ha la facoltà di scelta fra costruire alla distanza regolamentare ed erigere il proprio fabbricato sul confine, ponendo così il vicino che voglia a sua volta edificare nell'alternativa di chiedere la comunione del muro e costruire in aderenza oppure di arretrare la sua costruzione fino a rispettare la maggior distanza imposta dal regolamento locale.

In tema di distanze nelle costruzioni, qualora gli strumenti urbanistici stabiliscano determinate distanze dal confine e nulla aggiungano sulla possibilità di costruire “in aderenza” od “in appoggio”, la preclusione di dette facoltà non consente l’operatività del principio della prevenzione; nel caso in cui, invece, tali facoltà siano previste, si versa in ipotesi del tutto analoga a quella disciplinata dagli artt. 873 e segg. del c.c., con la conseguenza che è consentito al preveniente costruire sul confine, ponendo il vicino, che intenda a sua volta edificare, nell'alternativa di chiedere la comunione del muro e di costruire in aderenza, ovvero di arretrare la sua costruzione sino a rispettare la maggiore intera distanza imposta dallo strumento urbanistico (Corte di Cassazione, sez. II civile – 12/10/2012 n. 17472). Di qui la funzione e la rilevanza della deroga, diretta a consentire l'esercizio delle predette facoltà che, diversamente, sarebbero precluse dalla regola ordinaria sulle distanze dal confine e tra fabbricati.
In definitiva, laddove il regolamento edilizio locale disponga la distanza minima dai confini con espressa ammissibilità dell'edificazione in aderenza, tale previsione deve essere intesa nel senso di fare salvo il principio della prevenzione previsto dagli art. 873 e 875 c.c., secondo i quali il proprietario che costruisce per primo ha la facoltà di scelta fra costruire alla distanza regolamentare ed erigere il proprio fabbricato sul confine, ponendo così il vicino che voglia a sua volta edificare nell'alternativa di chiedere la comunione del muro e costruire in aderenza oppure di arretrare la sua costruzione fino a rispettare la maggior distanza imposta dal regolamento locale (TAR Puglia Lecce, sez. III – 05/05/2011 n. 806) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 29.01.2013 n. 102 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa Sezione ha già avuto modo di rilevare che:
a) “la verifica circa il mancato rispetto della distanza dal confine di proprietà private non costituisce incombente istruttorio, atteso che le stazioni radio base, per le loro caratteristiche strutturali, non paiono equiparabili alle costruzioni ex art. 873 del codice civile, e che, di conseguenza, l’onere di contestazione sullo specifico profilo incombe sul proprietario privato eventualmente leso”, quest’ultimo risultando l’unico legittimato attivo a proporre la relativa azione;
b) in merito al rapporto tra i criteri di localizzazione e gli standard urbanistici, la giurisprudenza costituzionale ha statuito che “la genericità ed eterogeneità delle categorie di aree e di edifici rispetto a cui il vincolo di distanza minima viene previsto, configurano non già un quadro di prescrizioni o standard urbanistici, bensì un potere amministrativo in contrasto con il principio di legalità sostanziale e tale da poter pregiudicare l’interesse, protetto dalla legislazione nazionale, alla realizzazione delle reti di telecomunicazione”.
---------------
In tema di distanze nelle costruzioni, qualora gli strumenti urbanistici stabiliscano determinate distanze dal confine e nulla aggiungano sulla possibilità di costruire “in aderenza” o “in appoggio”, la preclusione di dette facoltà non consente l’operatività del principio della prevenzione; nel caso in cui, invece, tali facoltà siano previste, si versa in ipotesi del tutto analoga a quella disciplinata dall’articolo 873 c.c. e segg., con la conseguenza che è consentito al preveniente costruire sul confine, ponendo il vicino, che intenda a sua volta edificare, nell’alternativa di chiedere la comunione del muro e di costruire in aderenza (eventualmente esercitando le opzioni previste dall’articolo 875 c.c. e articolo 877 c.c., comma 2), ovvero di arretrare la sua costruzione sino a rispettare la maggiore intera distanza imposta dallo strumento urbanistico.
Di qui la funzione e la rilevanza della deroga, diretta a consentire l’esercizio delle predette facoltà che, diversamente, sarebbero precluse dalla regola ordinaria sulle distanze dal confine e tra fabbricati.

Con il terzo, quarto e quinto motivo –anche questi da esaminare congiuntamente, in quanto incentrati sulla violazione delle medesime disposizioni– la società ricorrente ha dedotto che le caratteristiche costruttive e dimensionali dello shelter (si tratta della cabina adibita al contenimento degli apparati di trasmissione e ricezione dei segnali telefonici) e la distanza di tale pertinenza dal vicino magazzino non sarebbero ostative alla legittima realizzazione della stazione radio-base (cfr. pag. 9); che non vi sarebbe violazione della disciplina delle distanze alla luce dell’assenza di intersoggettività (“vale a dire dalla diversa proprietà dei due edifici”, cfr. pag. 10); che, infine, le norme sul rispetto delle distanze non sarebbero “automaticamente né analogicamente applicabili agli impianti di telefonìa cellulare che hanno peculiarità e caratteristiche costruttive tali da imporne una separata valutazione” (cfr. pag. 12).
Sul punto, il Comune di Cesano Maderno ha replicato che l’art. 9 del D.M. 1444/1968 per i nuovi edifici stabilisce che “è prescritta in tutti i casi la distanza minima assoluta di m. 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti” (cfr. pag. 12).
Anche tali motivi meritano accoglimento, per tre diverse ragioni.
In primo luogo, la Sezione (cfr. ordinanza TAR Lombardia–Milano, sez. I, 06.12.2012, n. 1681), ha già avuto modo di rilevare che:
a) “la verifica circa il mancato rispetto della distanza dal confine di proprietà private non costituisce incombente istruttorio, atteso che le stazioni radio base, per le loro caratteristiche strutturali, non paiono equiparabili alle costruzioni ex art. 873 del codice civile, e che, di conseguenza, l’onere di contestazione sullo specifico profilo incombe sul proprietario privato eventualmente leso”, quest’ultimo risultando l’unico legittimato attivo a proporre la relativa azione (Corte di Cassazione, sez. II, 11.01.2006, n. 213);
b) in merito al rapporto tra i criteri di localizzazione e gli standard urbanistici, la giurisprudenza costituzionale ha statuito che “la genericità ed eterogeneità delle categorie di aree e di edifici rispetto a cui il vincolo di distanza minima viene previsto, configurano non già un quadro di prescrizioni o standard urbanistici, bensì un potere amministrativo in contrasto con il principio di legalità sostanziale e tale da poter pregiudicare l’interesse, protetto dalla legislazione nazionale, alla realizzazione delle reti di telecomunicazione” (cfr. Corte Costituzionale, 07.10.2003, n. 307).
In seconda battuta, osserva il Collegio che l’art. 40 del regolamento edilizio, pur fissando il rispetto di una distanza minima di 10 metri tra le costruzioni, ha nondimeno previsto che “i privati possono convenzionare tra loro la costruzione in aderenza, a confine”.
Trova, pertanto, applicazione il principio, di recente ribadito dalla Corte di Cassazione, secondo cui “in tema di distanze nelle costruzioni, qualora gli strumenti urbanistici stabiliscano determinate distanze dal confine e nulla aggiungano sulla possibilità di costruire “in aderenza” o “in appoggio”, la preclusione di dette facoltà non consente l’operatività del principio della prevenzione; nel caso in cui, invece, tali facoltà siano previste, si versa in ipotesi del tutto analoga a quella disciplinata dall’articolo 873 c.c. e segg., con la conseguenza che è consentito al preveniente costruire sul confine, ponendo il vicino, che intenda a sua volta edificare, nell’alternativa di chiedere la comunione del muro e di costruire in aderenza (eventualmente esercitando le opzioni previste dall’articolo 875 c.c. e articolo 877 c.c., comma 2), ovvero di arretrare la sua costruzione sino a rispettare la maggiore intera distanza imposta dallo strumento urbanistico (Cass. nn. 8465/2010, 11899/2002, 13286/2000 e 12103/1998). Di qui la funzione e la rilevanza della deroga, diretta a consentire l’esercizio delle predette facoltà che, diversamente, sarebbero precluse dalla regola ordinaria sulle distanze dal confine e tra fabbricati” (cfr. Corte di Cassazione, sez. II, 12.10.2012, n. 17472) (TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 16.01.2013 n. 141 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Mentre il preveniente deve attenersi, nella prosecuzione in altezza del fabbricato, della scelta operata originariamente, di guisa che ogni parte dell’immobile risulti conforme al criterio di prevenzione adottato sulla base di esso, a ciò non può frapporre ostacoli il confinante (prevenuto) che, se a sua volta abbia costruito in aderenza fino all’altezza inizialmente raggiunta dal preveniente, ha diritto di sopraelevare soltanto sul confine, ovvero a distanza da questo (e, quindi, dalla eventuale sopraelevazione del preveniente) pari a quella globale minima di legge o dei regolamenti.
---------------
Mentre quando gli strumenti urbanistici locali fissino senza alternativa le distanze delle costruzioni dal confine, salva soltanto la possibilità di costruzione in aderenza, non può farsi luogo all’applicazione del principio di prevenzione, quando, al contrario, essi prevedono, riguardo ad edifici preesistenti, la facoltà di costruire in deroga alle prescrizioni contenute nel piano regolatore sulle distanze, si versa in ipotesi del tutto analoga a quella disciplinata dall’art. 873 c.c., “con la conseguenza che è consentito al preveniente costruire sul confine, ponendo il vicino, che intenda a sua volta edificare, nell'alternativa di chiedere la comunione del muro e di costruire in aderenza ovvero di arretrare la sua costruzione sino a rispettare la maggiore intera distanza imposta dallo strumento urbanistico.

Gli art. 2.04 e 19 n.t.a. del piano regolatore generale, nello stabilire le distanze tra costruzioni, ammettono interventi ampliativi, anche tramite sopraelevazione, sugli edifici esistenti in contrasto con dette distanze, purché nel rispetto delle norme del codice civile.
In effetti, il provvedimento di annullamento d’ufficio, riguardante immobili preesistenti non rispettosi delle distanze introdotte dalla normativa urbanistica, è motivato sulla violazione dell’art. 873 c.c. in materia di distanza tra edifici .
Considera, tuttavia, il Collegio che la corretta applicazione dei principi civilistici in materia di distanza tra edifici, richiamati dalle norme tecniche di attuazione del piano regolatore, involga anche quello di prevenzione, data la circostanza (non contestata) che l’edificio che il ricorrente intende sopraelevare preesiste rispetto a quello del vicino, costruito ad una distanza inferiore a tre metri.
Detto principio, in caso di sopraelevazione, comporta che “mentre il preveniente deve attenersi, nella prosecuzione in altezza del fabbricato, della scelta operata originariamente, di guisa che ogni parte dell’immobile risulti conforme al criterio di prevenzione adottato sulla base di esso, a ciò non può frapporre ostacoli il confinante (prevenuto) che, se a sua volta abbia costruito in aderenza fino all’altezza inizialmente raggiunta dal preveniente, ha diritto di sopraelevare soltanto sul confine, ovvero a distanza da questo (e, quindi, dalla eventuale sopraelevazione del preveniente) pari a quella globale minima di legge o dei regolamenti” (Cass. civ. Sez. III, 27.08.1990, n. 8849).
La possibilità, nella specie, di fare applicazione di detto principio trova conferma nel consolidato orientamento per cui, mentre quando gli strumenti urbanistici locali fissino senza alternativa le distanze delle costruzioni dal confine, salva soltanto la possibilità di costruzione in aderenza, non può farsi luogo all’applicazione del principio di prevenzione, quando, al contrario, essi prevedono, riguardo ad edifici preesistenti, la facoltà di costruire in deroga alle prescrizioni contenute nel piano regolatore sulle distanze, si versa in ipotesi del tutto analoga a quella disciplinata dall’art. 873 c.c., “con la conseguenza che è consentito al preveniente costruire sul confine, ponendo il vicino, che intenda a sua volta edificare, nell'alternativa di chiedere la comunione del muro e di costruire in aderenza ovvero di arretrare la sua costruzione sino a rispettare la maggiore intera distanza imposta dallo strumento urbanistico (Cassazione civile, sez. II, 09.04.2010, n. 8465)” (Cons. St. Sez. IV, 09.05.2011, n. 2749; analogamente, Cons. St. Sez. IV, 31.03.2009, n. 1998).
Dalle suesposte considerazioni discende la fondatezza dell’appello in punto di erronea applicazione dell’art. 873 c.c., richiamato dalle n.t.a., non essendosi tenuto conto della prevenzione (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 10.01.2013 n. 53 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2012

EDILIZIA PRIVATA: E. Boscariol, Le distanze in edilizia (Il Tecnico Legale n. 17/2012).

EDILIZIA PRIVATAAi fini dell’osservanza delle norme in materia di distanze legali stabilite dall’art. 873 c.c. o da norme regolamentari integrative, la nozione di costruzione comprende qualsiasi opera non completamente interrata avente i caratteri della solidità e immobilizzazione rispetto al suolo, con la conseguenza, particolarmente aderente al caso di specie, che: “Un garage totalmente interrato può essere legittimamente realizzato senza rispettare la distanza di tre metri dal confine stabilita dall’art. 873 del codice civile, in quanto tale norma fa riferimento alle sole costruzioni che, erette sopra il suolo, ne sporgano stabilmente, con esclusione quindi dei manufatti completamente interrati”.
Ai sensi dell’art. 9 l. 24.03.1989 n. 122 (come modificato dall’art. 37 l. 07.12.1999 n. 472) la realizzazione di un parcheggio pertinenziale può essere effettuata –fatti salvi i vincoli previsti dalla legislazione in materia paesaggistica ed ambientale– anche in deroga agli strumenti urbanistici e ai regolamenti edilizi vigenti, comprese le distanze previste dal p.r.g. o da altre fonti normative.

Al riguardo, rileva il Tribunale che, in considerazione del carattere interrato delle erigende autorimesse, rispetto al piano di calpestio, diviene applicabile il consolidato principio, di marca giurisprudenziale, secondo cui: “Ai fini dell’osservanza delle norme in materia di distanze legali stabilite dall’art. 873 c.c. o da norme regolamentari integrative, la nozione di costruzione comprende qualsiasi opera non completamente interrata avente i caratteri della solidità e immobilizzazione rispetto al suolo” (Cassazione civile – Sez. II – 18.02.2011, n. 4008), con la conseguenza, particolarmente aderente al caso di specie, che: “Un garage totalmente interrato può essere legittimamente realizzato senza rispettare la distanza di tre metri dal confine stabilita dall’art. 873 del codice civile, in quanto tale norma fa riferimento alle sole costruzioni che, erette sopra il suolo, ne sporgano stabilmente, con esclusione quindi dei manufatti completamente interrati” (TAR Abruzzo Pescara – Sez. I – 05.03.2009, n. 134).
Si consideri, per di più, che, sempre secondo la giurisprudenza: “Ai sensi dell’art. 9 l. 24.03.1989 n. 122 (come modificato dall’art. 37 l. 07.12.1999 n. 472) la realizzazione di un parcheggio pertinenziale può essere effettuata –fatti salvi i vincoli previsti dalla legislazione in materia paesaggistica ed ambientale– anche in deroga agli strumenti urbanistici e ai regolamenti edilizi vigenti, comprese le distanze previste dal p.r.g. o da altre fonti normative” (TAR Puglia Lecce – Sez. III, 21.11.2007, n. 3932) (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 17.10.2012 n. 1868 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa costruzione di una tettoia deve rispettare le distanze legali?
La realizzazione di una struttura metallica con tettoia sul muro di confine, anche se priva di pareti di chiusura, è da considerarsi a tutti gli effetti una costruzione ai fini della distanza dal confine.

Questo è quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, Sez. IV, con sentenza 02.10.2012 n. 16776 nel rispetto delle distanze tra edifici, ai sensi dell’art. 873 del Codice Civile, che impone la misura di almeno 3 metri come distanza legale.
Il caso riguarda la realizzazione di una tettoia da parte di un circolo di tennis e il proprietario del terreno confinante il quale, presentato ricorso in Cassazione, chiede la rimozione della stessa e il risarcimento per i danni provocati dalla costruzione sul proprio muro confinante.
La risposta della Cassazione è positiva: la tettoia in questione è da considerarsi una costruzione avendo i caratteri della stabilità, consistenza ed immobilizzazione al suolo e, in quanto tale, deve rispettare le norme del codice sulle distanze minime.
Gli ermellini, dopo il rigetto di primo e secondo grado, accolgono il ricorso del proprietario del fondo: sia per il risarcimento del danno che per la rimozione della tettoia (link a www.acca.it).

EDILIZIA PRIVATA: Distanza minima dal confine di zona.
Le distanze prescritte (art. 873, c.c.) nell'interesse privato fra gli edifici, nonché fra questi ed i confini, sono derogabili con il consenso fra vicini, ma non lo sono le distanze prescritte nella disciplina (a valenza eminentemente pubblicistica e, quindi, inderogabile) urbanistica e nel piano urbanistico (nella fattispecie in esame: art. 13, regolamento di attuazione), a tutela dell'interesse pubblico ad una progettazione urbanistica sistematicamente ordinata, a meno che la deroga non sia esplicitamente prevista dalla legge, ai sensi dell’art. 38, comma 1, legge urbanistica provinciale, applicabile solamente alle zone di espansione e come tale (norma che sancisce un'eccezione) non estensibile per analogia alle zone di riempimento.
Per giurisprudenza consolidata della Cassazione civile (cfr. sent. n. 12966/2006), le distanze prescritte (art. 873, c.c.) nell'interesse privato fra gli edifici, nonché fra questi ed i confini, sono derogabili con il consenso fra vicini, ma non lo sono le distanze prescritte nella disciplina (a valenza eminentemente pubblicistica e, quindi, inderogabile) urbanistica e nel piano urbanistico (nella fattispecie in esame: art. 13, regolamento di attuazione), a tutela dell'interesse pubblico ad una progettazione urbanistica sistematicamente ordinata, a meno che la deroga non sia esplicitamente prevista dalla legge, ai sensi dell’art. 38, comma 1, legge urbanistica provinciale, applicabile solamente alle zone di espansione e come tale (norma che sancisce un'eccezione) non estensibile per analogia alle zone di riempimento (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 24.09.2012 n. 5064 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl muro medesimo, assolvendo a mere finalità di recinzione e non eccedendo i 3 metri (ma, anzi, essendo di altezza considerevolmente inferiore a tale misura), non può essere configurato quale “costruzione” al fine della disciplina regolamentare ex art. 9, comma 2, del D.M. 1444/1968.
Per quanto attiene alla dedotta violazione dell’art. 29-bis delle N.T.A. del P.R.G., già illustrata in primo grado e riproposta in appello, va evidenziato che il Della Giovampaola afferma che il muro costruito dal Comune al fine di delimitare l’area dove è sta realizzata la stazione ecologica dista dal confine della proprietà del medesimo appellante ricorrente soltanto m. 1,5 e non già m. 5.
Come emerso in sede di giudizio di primo grado, ad una determinata distanza da tale muro sono in effetti i cassonetti di raccolta dei rifiuti.
L’art. 29-bis delle N.T.A., che ha per oggetto “Attrezzature e servizi speciali a gestione pubblica e privata (S4),” prevede che “in tali aree possono insediarsi, su iniziativa pubblica, privata o mista, attività di servizio (compresa la commercializzazione) per il deposito, il trattamento ed il trasporto di rifiuto liquidi e solidi.”, con contestuale obbligo per gli edifici ivi realizzati, sia per servizi che per le residenze di servizio per il gestore o il custode dell’attività insediata, di articolarsi in due piani al massimo, di avere un’altezza massima di m. 12, di avere una copertura a capanna, a padiglione, o piana, di collocarsi ad una distanza dai confini di zona e di proprietà privata di m. 5, di rispettare la distanza dalle strade prevista dal Codice della Strada e –da ultimo– di estendersi per una superficie territoriale coperta massima del 40%.
Come rettamente rilevato da giudice di primo grado, la surriportata disciplina di piano contempla distanze dai confini e dalla proprietà previste che ragionevolmente non possono che riferirsi alle costruzioni e non già ai muri di cinta, quale è -per l’appunto- quello la cui realizzazione è segnatamente contestata da Della Giovampaola.
In tal senso, deve pertanto concludersi che la realizzazione del muro medesimo è comunque conforme a quanto disposto dall’art. 878 cod. civ., in forza del quale –per l’appunto– “il muro di cinta e ogni altro muro isolato che non abbia un’altezza superiore ai tre metri non è considerato per il computo della distanza indicata dall’articolo 873” dello stesso codice: e, poiché il muro di cui trattasi è alto soltanto m. 1,20, ne consegue l’irrilevanza, nell’economia della presente causa, di tutta la giurisprudenza della Corte di Cassazione che il medesimo Della Giovampaola cita a preteso conforto delle proprie tesi.
Va anche respinto il motivo d’appello con il quale il Della Giovampaola afferma che “il muro funzionale alla stazione ecologica” sarebbe stato realizzato a distanza minore di dieci metri dal capannone di proprietà del ricorrente stesso (posto a sette metri dal detto muro), così violando la distanza tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti prevista in dieci metri dall’art. 9, comma 2, del D.M. n. 1444 del 1968: e ciò in quanto il muro medesimo, assolvendo a mere finalità di recinzione e non eccedendo i 3 metri (ma, anzi, essendo di altezza considerevolmente inferiore a tale misura), non può essere configurato quale “costruzione” al fine della disciplina regolamentare testé richiamata (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 04.09.2012 n. 4672 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Legittimità diniego concessione edilizia ad una distanza dal confine inferiore a ml. 5,00.
E’ legittimo il diniego del rilascio di una concessione edilizia per costruzione di un fabbricato localizzato ad una distanza dal confine inferiore a ml. 5, ossia alla distanza minima prescritta dalla normativa urbanistica comunale, notoriamente inderogabile anche per accordo tra le parti (cfr., tra le tante Cass. Civ., Sez. II, 09.04.2010, n. 8465), non potendo operare in tale ipotesi la disciplina civilistica generale (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 10.08.2012 n. 4555 - tratto da www.lexambiente.it - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA-PRIVATAL'aver realizzato senza titolo abilitativo la pensilina sulla porta-finestra e il contiguo pergolato/gazebo non è sanzionabile quali opere abusive poiché entrambe le opere, invero, appaiono riconducibili agli “elementi di arredo delle aree pertinenziali degli edifici” di cui all’art. 6, comma 2, lett. e), del d.P.R. n. 380 del 2001, con la conseguenza che sarebbe stata necessaria solo la previa comunicazione di inizio dei lavori, sanzionabile –in caso di inerzia– con una mera sanzione pecuniaria (v. comma 7), non certamente con la qualificazione delle relative opere come abusive.
---------------
I pergolati/gazebo con struttura leggera di legno articolata in quattro colonne e sovrastante copertura, se aperta su tutti i lati e di modeste dimensioni, fungono da mero arredo per spazi esterni e non creano superfici utili o volumetria, sicché restano, per definizione, insensibili alle norme urbanistiche che definiscono le distanze minime dai confini di proprietà, in ossequio a regole generali rispetto alle quali cedono eventuali differenti criteri interpretativi elaborati in sede locale.
In conclusione, si presenta illegittimo l’ordine di rimozione della pensilina e del pergolato/gazebo, per trattarsi di interventi ascrivibili alla fattispecie di cui all’art. 6, comma 2, lett. e), del d.P.R. n. 380 del 2001, e per non avere l’Amministrazione comunale motivato la misura con profili ostativi correttamente riconducibili alla disciplina di piano locale o alla normativa di settore applicabile all’attività edilizia.

Nel merito, ritiene il Collegio che, relativamente alla pensilina e al pergolato/gazebo, vada innanzi tutto accertato se e in quali limiti l’invocata disciplina di cui all’art. 6 del d.P.R. n. 380 del 2001, nel testo risultante dalle modifiche apportate dal decreto-legge n. 40 del 2010 e dalla relativa legge di conversione (n. 73/2010), interviene a regolare la fattispecie oggetto della controversia.
Secondo la ricorrente, infatti, per doversi ascrivere le opere in esame alla categoria dell’«attività edilizia libera» ivi prevista –ed in particolare all’àmbito degli “elementi di arredo delle aree pertinenziali degli edifici” [comma 2, lett. e)]–, insussistenti sarebbero le irregolarità che le sono state addebitate. Secondo l’Amministrazione comunale, invece, la necessità di un titolo abilitativo scaturirebbe dal disposto dell’art. 2 del Regolamento edilizio comunale, non travolto in parte qua dalla sopraggiunta normativa statale, ed abusivo in ogni caso risulterebbe il pergolato/gazebo perché lesivo del limite di distanza dal confine di proprietà condominiale.
Va premesso che, pur sottraendo al previo titolo abilitativo l’esecuzione di vari interventi edilizi, l’art. 6 del d.P.R. n. 380 del 2001 stabilisce tuttavia che ciò avvenga “fatte salve le prescrizioni degli strumenti urbanistici comunali, e comunque nel rispetto delle altre normative di settore aventi incidenza sulla disciplina dell’attività edilizia e, in particolare, delle norme antisismiche, di sicurezza, antincendio, igienico-sanitarie, di quelle relative all’efficienza energetica nonché delle disposizioni contenute nel codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 …”.
La giurisprudenza ne ha desunto che a, fronte di una generale individuazione di tipologie di opere ritenute tendenzialmente prive di impatto sull’assetto territoriale, il legislatore statale sia stato consapevole di non poter operare scelte di carattere assoluto, e quindi di dover far salva, da un lato, la normativa di settore che abbia rilevanza nell’àmbito dell’attività edilizia, e di dover lasciare integro, dall’altro lato, il potere di governo del territorio di spettanza delle Amministrazioni comunali, sicché –ad es.– anche per tali opere va rispettata la destinazione urbanistica prevista in ogni comparto dallo strumento di piano e risulta quindi preclusa la loro realizzazione in caso di incompatibilità con il regime d’uso della corrispondente area (v. Cass. pen., Sez. III, 27.04.2011 n. 19316; TAR Puglia, Bari, Sez. III, 13.01.2012 n. 184; TAR Veneto, Sez. II, 30.09.2010 n. 5244).
Naturalmente, per non vanificare la parziale liberalizzazione introdotta dalla normativa statale, le prescrizioni degli strumenti urbanistici comunali di cui occorre tenere conto sono solo quelle che attengono ai presupposti e alle modalità di realizzazione dell’attività edilizia, non quelle che si limitano a prevedere il rilascio di appositi titoli abilitativi senza accompagnare il precetto con vincoli di carattere sostanziale.
Ciò posto, appare fondata la doglianza con cui la ricorrente lamenta che le sia stato addebitato di avere realizzato senza titolo abilitativo la pensilina sulla porta-finestra e il contiguo pergolato/gazebo. Entrambe le opere, invero, appaiono riconducibili agli “elementi di arredo delle aree pertinenziali degli edifici” di cui all’art. 6, comma 2, lett. e), del d.P.R. n. 380 del 2001, con la conseguenza che sarebbe stata necessaria solo la previa comunicazione di inizio dei lavori, sanzionabile –in caso di inerzia– con una mera sanzione pecuniaria (v. comma 7), non certamente con la qualificazione delle relative opere come abusive.
Non è invece applicabile nella fattispecie l’invocato (dall’Amministrazione) art. 2 del Regolamento edilizio comunale (“Chiunque intenda, nell’ambito del territorio comunale, eseguire nuove costruzioni, ampliare, modificare o demolire quelle esistenti, ovvero procedere all’esecuzione di opere di urbanizzazione del territorio, deve chiedere apposita autorizzazione al Sindaco e deve sottostare alle prescrizioni procedurali e tecniche del presente regolamento. In particolare, sono soggette ad autorizzazione: … p) costruzione o trasformazione di vetrine, collocamento di insegne, mostre, cartelli od affissi pubblicitari o indicatori, lumi, memorie, monumenti, costruzioni di tettoie, di pensiline, cabine balneari, verande all’esterno degli edifici o tende anche provvisorie sporgenti su luoghi pubblici, aperti o prospettanti luoghi pubblici; q) esecuzione di manutenzione straordinaria qualora comporti modificazioni delle strutture o dell’aspetto esterno degli edifici ivi compresi rivestimenti, decorazioni e colorazioni; …”), per trattarsi di normativa locale che, in ragione del mero richiamo ad un obbligo di carattere procedimentale –svincolato da previsioni di carattere sostanziale–, cede di fronte alla prevalente disciplina statale in tema di liberalizzazione dell’attività edilizia minore.
Quanto al pergolato/gazebo, in verità, l’Amministrazione comunale ha altresì rilevato l’inosservanza della distanza dai confini di proprietà condominiale, limite nella fattispecie riferito alla regolamentazione contenuta nel piano particolareggiato di iniziativa pubblica “Quaderna”; la stessa ricorrente, da parte sua, si è detta consapevole di tale disciplina nel comparto di che trattasi, ma ne esclude l’applicabilità ai pergolati e nega altresì che il vincolo valga per i confini di proprietà condominiale.
In effetti, i pergolati/gazebo con struttura leggera di legno articolata in quattro colonne e sovrastante copertura, se aperta su tutti i lati e di modeste dimensioni, fungono da mero arredo per spazi esterni e non creano superfici utili o volumetria (v., tra le altre, TAR Lombardia, Brescia, Sez. II, 07.04.2011 n. 526), sicché restano, per definizione, insensibili alle norme urbanistiche che definiscono le distanze minime dai confini di proprietà, in ossequio a regole generali rispetto alle quali cedono eventuali differenti criteri interpretativi elaborati in sede locale. Dal che l’erroneità dell’assunto dell’Amministrazione.
In conclusione, si presenta illegittimo l’ordine di rimozione della pensilina e del pergolato/gazebo, per trattarsi di interventi ascrivibili alla fattispecie di cui all’art. 6, comma 2, lett. e), del d.P.R. n. 380 del 2001, e per non avere l’Amministrazione comunale motivato la misura con profili ostativi correttamente riconducibili alla disciplina di piano locale o alla normativa di settore applicabile all’attività edilizia (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. I, sentenza 29.06.2012 n. 464 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Ai fini del calcolo delle distanze devono essere computate scale, terrazze, corpi avanzati ed opere di contenimento.
2. Nozione di opera interrata.
3. Calcolo della cubatura. Inclusione nel caso di opere non completamente interrate.

1. In tema di distanze legali tra edifici o dal confine, mentre non sono a tal fine computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano funzione meramente ornamentale, di finitura od accessoria di limitata entità, come le mensole, le lesene, i cornicioni, le grondaie e simili, invece, rientrano nel concetto civilistico di costruzioni, le parti dell'edificio, quali scale, terrazze e corpi avanzati (c.d. aggettanti) che, se pur non corrispondono a volumi abitativi coperti, sono destinate ad estendere ed ampliare la consistenza del fabbricato.
Lo stesso può dirsi per le opere di contenimento, che, comunque progettate in relazione alla situazione dei luoghi ed alla soluzione esteticamente ritenuta più confacente dal committente, hanno una struttura che deve essere idonea per consistenza e modalità costruttive ad assolvere alla funzione di contenimento ed una funzione, che non è quella di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, ma essenzialmente di sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso (1).
2. Al fine di individuare se un manufatto sia o meno interrato, va fatto riferimento al livello naturale del terreno, con la conseguenza che la sporgenza di un manufatto dal suolo va riscontrata con riferimento al piano di campagna, cioè al livello naturale del terreno, e non al livello eventualmente inferiore cui si trovi un finitimo edificio realizzato con abbassamento di quel piano (2).
3. Ai sensi dell'art. 9 della l. 24.03.1989 n. 122, la realizzazione di autorimesse e parcheggi è soggetta alla disciplina urbanistica dettata per le ordinarie nuove costruzioni fuori terra, se non effettuata totalmente al di sotto del piano di campagna naturale (3).
---------------
(1) Cfr. Cons. Stato, sez. IV, 30.06.2005, n. 3539.
V. anche Cassazione civile, sez. II, 17.06.2011, n. 13389, secondo cui, "ai fini dell'osservanza delle norme sulle distanze legali di origine codicistica o prescritte dagli strumenti urbanistici in funzione integrativa della disciplina privatistica, la nozione di costruzione non si identifica con quella di edificio ma si estende a qualsiasi manufatto non completamente interrato che abbia i caratteri della solidità, stabilità, ed immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio, incorporazione o collegamento fisso ad un corpo di fabbrica preesistente o contestualmente realizzato, indipendentemente dal livello di posa e di elevazione dell'opera.
La giurisprudenza civile di merito, altrettanto condivisibilmente, ad avviso del Collegio ha poi fatto presente che ai fini del rispetto delle distanze fra costruzioni, non rileva il materiale utilizzato per la fabbrica, richiedendosi soltanto una durevolezza dell'opera comunemente riconoscibile anche alle opere in legno o ferro od altri materiali leggeri, purché infissi al suolo non transitoriamente.
Ne consegue la permanente vigenza dell’insegnamento della Corte di legittimità secondo il quale "costituisce costruzione, agli effetti della disciplina del c.c. sulle distanze legali, ogni manufatto che, per struttura e destinazione, ha carattere di stabilità e permanenza (nella specie il manufatto, con finestra, era coperto da tettoia formata da travi con soprastanti lamiere, ed era destinato a fienile, magazzino e pollaio). "(Cassazione civile, sez. II, 24.05.1997, n. 4639).
(2) Cfr. Cons. Stato, sez. V, 06.12.2010, n. 8547 ed in passato Cons. Stato, sez. V, 21.10.1991, n. 1231, secondo la quale soltanto "i locali costruiti al di sotto dell'originario piano di campagna non sono infatti computabili ai fini dell'applicazione degli standards urbanistici e non concernono al computo della volumetria.".
(3) Cfr. Cons. Stato, sez. IV, 27.11.2010, n. 8260
(massima tratta da www.regione-piemonte.it -
Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 17.05.2012 n. 2847 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In tema di distanze legali tra edifici o dal confine, mentre non sono a tal fine computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano funzione meramente ornamentale, di finitura od accessoria di limitata entità, come le mensole, le lesene, i cornicioni, le grondaie e simili, invece, rientrano nel concetto civilistico di costruzioni, le parti dell'edificio, quali scale, terrazze e corpi avanzati (c.d. aggettanti) che, se pur non corrispondono a volumi abitativi coperti, sono destinate ad estendere ed ampliare la consistenza del fabbricato.
Lo stesso può dirsi per le opere di contenimento che, comunque progettate in relazione alla situazione dei luoghi ed alla soluzione esteticamente ritenuta più confacente dal committente, hanno una struttura che deve essere idonea per consistenza e modalità costruttive ad assolvere alla funzione di contenimento ed una funzione, che non è quella di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, ma essenzialmente di sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso.
Opere tali da dovere essere riguardate, sotto il profilo edilizio, come opere dotate di una propria specificità ed autonomia, in una accezione che comprende tutte le caratteristiche proprie dei fabbricati, donde l'obbligo di rispetto di tutti gli indici costruttivi prescritti dallo strumento urbanistico e, in particolare, delle distanze dal confine privato.
---------------
Ai fini dell'osservanza delle norme sulle distanze legali di origine codicistica o prescritte dagli strumenti urbanistici in funzione integrativa della disciplina privatistica, la nozione di costruzione non si identifica con quella di edificio ma si estende a qualsiasi manufatto non completamente interrato che abbia i caratteri della solidità, stabilità, ed immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio, incorporazione o collegamento fisso ad un corpo di fabbrica preesistente o contestualmente realizzato, indipendentemente dal livello di posa e di elevazione dell'opera.
Ai fini del rispetto delle distanze fra costruzioni non rileva il materiale utilizzato per la fabbrica, richiedendosi soltanto una durevolezza dell'opera comunemente riconoscibile anche alle opere in legno o ferro od altri materiali leggeri, purché infissi al suolo non transitoriamente.
---------------
Costituisce costruzione, agli effetti della disciplina del c.c. sulle distanze legali, ogni manufatto che, per struttura e destinazione, ha carattere di stabilità e permanenza (nella specie il manufatto, con finestra, era coperto da tettoia formata da travi con soprastanti lamiere, ed era destinato a fienile, magazzino e pollaio).
---------------
Analoga nozione estensiva del concetto di “fabbricato” è stata dettata dalla Corte di Cassazione ai fini dell'art. 907 c.c., diretto a preservare l'esercizio delle vedute da ogni eventuale ostacolo con carattere di stabilità, in quanto la nozione di costruzione è comprensiva non solo dei manufatti in calce e mattoni, ma di qualsiasi opera che, indipendentemente dalla forma e dal materiale con cui è stata realizzata, determini un ostacolo del genere (nella specie, il giudice del merito aveva ritenuto che costituisse costruzione nel senso anzidetto una veranda che ostacolava la veduta dal balcone e dalla finestra sovrastanti, anche se ottenuta mediante la posa in opera, su correntini infissi nel muro, di lastre di fibrocemento facilmente asportabili, in quanto bullonate a tali correntini. La C.S., nell'enunciare il precisato principio di diritto, ha confermato tale decisione).

Rileva in proposito il Collegio che, per condivisa giurisprudenza di questo Consiglio di Stato, “in tema di distanze legali tra edifici o dal confine, mentre non sono a tal fine computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano funzione meramente ornamentale, di finitura od accessoria di limitata entità, come le mensole, le lesene, i cornicioni, le grondaie e simili, invece, rientrano nel concetto civilistico di costruzioni, le parti dell'edificio, quali scale, terrazze e corpi avanzati (c.d. aggettanti) che, se pur non corrispondono a volumi abitativi coperti, sono destinate ad estendere ed ampliare la consistenza del fabbricato.
Lo stesso può dirsi per le opere di contenimento, quali indubbiamente si configurano quelle di cui al caso di specie che, comunque progettate in relazione alla situazione dei luoghi ed alla soluzione esteticamente ritenuta più confacente dal committente, hanno una struttura che deve essere idonea per consistenza e modalità costruttive ad assolvere alla funzione di contenimento ed una funzione, che non è quella di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, ma essenzialmente di sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso.
Opere tali da dovere essere riguardate, sotto il profilo edilizio, come opere dotate di una propria specificità ed autonomia, in una accezione che comprende tutte le caratteristiche proprie dei fabbricati, donde l'obbligo di rispetto di tutti gli indici costruttivi prescritti dallo strumento urbanistico e, in particolare, delle distanze dal confine privato
” (Consiglio Stato, sez. IV, 30.06.2005, n. 3539)
In modo pressoché simmetrico, la giurisprudenza civile di legittimità ha ancora di recente condivisibilmente affermato che “ai fini dell'osservanza delle norme sulle distanze legali di origine codicistica o prescritte dagli strumenti urbanistici in funzione integrativa della disciplina privatistica, la nozione di costruzione non si identifica con quella di edificio ma si estende a qualsiasi manufatto non completamente interrato che abbia i caratteri della solidità, stabilità, ed immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio, incorporazione o collegamento fisso ad un corpo di fabbrica preesistente o contestualmente realizzato, indipendentemente dal livello di posa e di elevazione dell'opera” (Cassazione civile, sez. II, 17.06.2011, n. 13389).
La giurisprudenza civile di merito, altrettanto condivisibilmente, ad avviso del Collegio ha poi fatto presente che ai fini del rispetto delle distanze fra costruzioni non rileva il materiale utilizzato per la fabbrica, richiedendosi soltanto una durevolezza dell'opera comunemente riconoscibile anche alle opere in legno o ferro od altri materiali leggeri, purché infissi al suolo non transitoriamente.
Ne consegue la permanente vigenza dell’insegnamento della Corte di legittimità secondo il quale “costituisce costruzione, agli effetti della disciplina del c.c. sulle distanze legali, ogni manufatto che, per struttura e destinazione, ha carattere di stabilità e permanenza (Nella specie il manufatto, con finestra, era coperto da tettoia formata da travi con soprastanti lamiere, ed era destinato a fienile, magazzino e pollaio)“ (Cassazione civile, sez. II, 24.05.1997, n. 4639).
Per completezza –tenuto conto dei profili sollevati dall’appellato nella propria memoria di replica- si evidenzia che analoga nozione estensiva del concetto di “fabbricato” è stata dettata dalla Corte di Cassazione ai fini dell'art. 907 c.c., diretto a preservare l'esercizio delle vedute da ogni eventuale ostacolo con carattere di stabilità, “in quanto la nozione di costruzione è comprensiva non solo dei manufatti in calce e mattoni, ma di qualsiasi opera che, indipendentemente dalla forma e dal materiale con cui è stata realizzata, determini un ostacolo del genere. (Nella specie, il giudice del merito aveva ritenuto che costituisse costruzione nel senso anzidetto una veranda che ostacolava la veduta dal balcone e dalla finestra sovrastanti, anche se ottenuta mediante la posa in opera, su correntini infissi nel muro, di lastre di fibrocemento facilmente asportabili, in quanto bullonate a tali correntini. La C.S., nell'enunciare il precisato principio di diritto, ha confermato tale decisione)” (Cassazione civile, sez. II, 21.10.1980, n. 5652)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 17.05.2012 n. 2847 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Serre, inapplicabili le norme sulle distanze per gli edifici.
I dati normativi convergono nel disporre che le serre non debbano essere qualificate come costruzioni. Pertanto, nel caso di specie avrebbe dovuto essere applicata non la distanza per le edificazioni ma quella prevista per la piantagione degli alberi, misurata, per le ragioni esposte, a partire dalla sede di occupazione dell’autostrada.
La corte amministrativa pugliese ha esaminato le disposizioni relative alla violazione sostanziale delle norme in materia di distanze delle costruzione e delle piantagioni dalla sede autostradale.
Il disposto dell’art. 9 L. 729/1961, prevede che “Lungo i tracciati delle autostrade e i relativi accessi, previsti sulla base dei progetti regolarmente approvati, è vietato costruire, ricostruire o ampliare edifici o manufatti di qualsiasi specie a distanza inferiore a metri 25 dal limite della zona di occupazione dell’autostrada stessa. La distanza è ridotta a metri 10 per gli alberi da piantare”.
La lettura della norma chiarisce quindi expressis verbis, innanzitutto, che la distanza va misurata a partire dalla zona di occupazione dell’autostrada, e non dal confine della proprietà autostradale; pertanto il parere negativo espresso dalla società Autostrade, sulla cui base è stata negata dal Comune la sanatoria, risulta viziato nella parte in cui quantifica la distanza minima delle opere dal confine autostradale, riportando la misura di m. 1,50.
Ma deve anche rilevarsi che, nel caso di specie, non è applicabile, come sostenuto dalla ricorrente, la distanza prevista per le costruzioni.
A tale conclusione conducono infatti sia il disposto del decreto del Ministro dei lavori pubblici del 16.12.1987, secondo cui la costruzione di serre smontabili in fregio all’autostrada non costituisce edificazione, sia la disciplina dell’art. 59 l.r. 1/2005, secondo cui “le serre e i loro annessi non sono da considerarsi costruzioni, indipendentemente dai materiali usati per la loro realizzazione e dai sistemi di ancoraggi”.
I dati normativi convergono dunque nel disporre che le serre non debbano essere qualificate come costruzioni e, pertanto, nel caso di specie avrebbe dovuto essere applicata non la distanza per le edificazioni ma quella prevista per la piantagione degli alberi, misurata, per le ragioni esposte, a partire dalla sede di occupazione dell’autostrada (commento tratto da www.ipsoa.it - TAR Puglia-Bari, Sez. III, sentenza 05.04.2012 n. 682 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2011

EDILIZIA PRIVATA: Creazione di un dislivello mediante accumulo di terra - Modifica dell’andamento naturale del terreno -Alterazione dello scolo naturale delle acque - Nuova costruzione - Assoggettamento alle norme sulle distanze.
La creazione di un dislivello, mediante accumulo di terra, che non trova riscontro in un preesistente stato del luogo, comporta una rilevante modifica dell’andamento naturale del terreno e altera il naturale scolo delle acque, assumendo, quale non esigua modifica dell’andamento naturale del terreno, le caratteristiche di nuova costruzione (Cass., II, 21/05/1997, n. 4511; Cons. Stato, V, 12/04/2005, n. 1619), come tale assoggettata alle norme sulle distanze (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 15.07.2011 n. 1203 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATADebbono ritenersi costruzioni, ai fini dell’art. 873 c.c., anche il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell’uomo per accentuare il naturale dislivello esistente tra i fondi.
Per costante giurisprudenza debbono ritenersi costruzioni, ai fini dell’art. 873 c.c., anche il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell’uomo per accentuare –come nel caso di specie– il naturale dislivello esistente tra i fondi (Cass., II, 22.01.2010, n. 1217; id., 10.01.2006, n. 145; id., 15.06.2001, n. 8144; TAR Marche, I, 10.02.2009, n. 18).
Né può ritenersi che, in ragione dell’art. 16 delle N.T.A. del P.R.G. del comune di Sanremo, le norme sulle distante stabilite dal piano si applichino soltanto alle costruzioni aventi la consistenza di veri e propri edifici.
La parola fabbricato deve infatti intendersi non già secondo l’uso comune, bensì secondo il significato proprio della parola, significato che, in materia di proprietà fondiaria e di distanze nelle costruzioni, è quello risultante dall’opera nomofilattica della Suprema Corte, più sopra richiamata.
Donde l’illegittimità del permesso di costruire in sanatoria 30.06.2006, nella parte in cui ha inteso legittimare l’innalzamento del terrapieno e del muro a confine dei due fondi oltre il naturale dislivello preesistente, in contrasto con la norma di P.R.G. relativa alla zona agricola E1a, che fissa in 5 metri dal confine la distanza minima per le nuove costruzioni (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 11.07.2011 n. 1087 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'esonero dal rispetto delle distanze legali previsto dall'articolo 879, comma 2, c.c. per le costruzioni a confine con piazze e vie pubbliche, va riferito anche alle costruzioni a confine delle strade di proprietà privata gravate da servitù pubbliche di passaggio, giacché il carattere pubblico della strada, rilevante ai fini dell'applicazione della norma citata, attiene più che alla proprietà del bene, piuttosto all'uso concreto di esso da parte della collettività.
La giurisprudenza della Cassazione più recente ha ritenuto che “L'esonero dal rispetto delle distanze legali previsto dall'articolo 879, comma 2, c.c. per le costruzioni a confine con piazze e vie pubbliche, va riferito anche alle costruzioni a confine delle strade di proprietà privata gravate da servitù pubbliche di passaggio, giacché il carattere pubblico della strada, rilevante ai fini dell'applicazione della norma citata, attiene più che alla proprietà del bene, piuttosto all'uso concreto di esso da parte della collettività” (Cass. civ., sez. II, 05.03.2008, n. 6006).
La strada in questione, come risulta dalla trascrizione per vendita, è una strada interpoderale a servizio dei lotti e come tale deve essere ritenersi soggetta alle normative sulle distanze legali,ribadite con riferimento alle strade interpoderali dalle stesse N.T.A. (art. 119)
(TAR Puglia-Lecce, Sez. I, sentenza 15.06.2011 n. 1059 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: M. Lavatelli, Le distanze tra i fabbricati e dai confini in materia edilizia (nota 05.06.2010 - tratto da www.cameramministrativacomo.it).

EDILIZIA PRIVATA: Permesso di costruire per la realizzazione di una canna fumaria. Mancato rispetto delle distanze di cui all’art. 6, commi 15 e 17, del D.P.R. n. 1391 del 1970.
E’ illegittimo un permesso di costruire per la realizzazione di una canna fumaria (nella specie utilizzata per l’attività di panetteria), rilasciato in violazione delle distanze di cui all’art. 6, commi 15 e 17, del D.P.R. 22.12.1970 n. 1391, secondo cui: "Le bocche dei camini devono risultare più alte di almeno un metro rispetto al colmo dei tetti, ai parapetti ed a qualunque altro ostacolo o struttura distante meno di 10 metri"; né può avere rilevanza, ai fini della legittimità del permesso di costruire, il fatto che il proprietario dell’immobile posto a distanza inferiore a quella legale abbia prestato il proprio consenso alla realizzazione del manufatto, atteso che le suddette disposizioni hanno finalità diverse da quelle in materia di rispetto delle distanze tra le costruzioni, essendo previste a tutela del superiore interesse della protezione dall’inquinamento e, quindi, le norme in questione sono da ritenere inderogabili (massima tratta da www.regione.piemonte.it - TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 12.05.2011 n. 718 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: I regolamenti locali richiamati dall'art. 873 del c.c. (come ad esempio i piani regolatori) –i quali stabiliscono una distanza maggiore di tre metri per le costruzioni sui fondi finitimi– attribuiscono a ciascun proprietario un diritto soggettivo perfetto al rispetto della maggiore distanza, il quale è tutelabile, in caso di inosservanza, sia con la riduzione in pristino sia con il risarcimento del danno.
Si tratta di disposizioni integrative delle norme del codice civile che hanno carattere assoluto e non derogabile dai privati in quanto volte a salvaguardare sia l’interesse della collettività locale ad un migliore assetto dell'agglomerato urbano sia l’aspirazione dei singoli a fruire di un distacco congruo dalle proprietà limitrofe: esse dunque tendono a regolare i rapporti tra residenti su fondi finitimi in modo equo e fanno sorgere a favore del soggetto danneggiato da una nuova costruzione il diritto di chiedere la riduzione in pristino ai sensi dell’art. 872 del c.c..

Secondo la giurisprudenza i regolamenti locali richiamati dall'art. 873 del c.c. (come ad esempio i piani regolatori) –i quali stabiliscono una distanza maggiore di tre metri per le costruzioni sui fondi finitimi– attribuiscono a ciascun proprietario un diritto soggettivo perfetto al rispetto della maggiore distanza, il quale è tutelabile, in caso di inosservanza, sia con la riduzione in pristino sia con il risarcimento del danno (Corte di Cassazione, sez. II civile – 06/12/1984 n. 6402; sez. unite civili – 18/06/1985 n. 3659).
Si tratta di disposizioni integrative delle norme del codice civile che hanno carattere assoluto e non derogabile dai privati (Corte di Cassazione, sez. II civile – 09/06/1999 n. 5666), in quanto volte a salvaguardare sia l’interesse della collettività locale ad un migliore assetto dell'agglomerato urbano sia l’aspirazione dei singoli a fruire di un distacco congruo dalle proprietà limitrofe: esse dunque tendono a regolare i rapporti tra residenti su fondi finitimi in modo equo e fanno sorgere a favore del soggetto danneggiato da una nuova costruzione il diritto di chiedere la riduzione in pristino ai sensi dell’art. 872 del c.c. (Corte di Cassazione, sez. II civile – 10/04/2001 n. 10471).
E’ stato altresì rilevato che l’applicazione della sanzione della riduzione in pristino, richiesta dal vicino danneggiato dalla costruzione realizzata a distanza non legale, consegue ipso iure alla violazione della norma, la quale non lascia al giudice alcun margine di apprezzamento in ordine ai pregiudizi prodotti dalla sua inosservanza (Corte di Cassazione, sez. II civile – 11/01/2006 n. 213)
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 16.02.2011 n. 304 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn tema di distanze legali il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi "costruzione" agli effetti della disciplina di cui all'art. 873 c.c. per la parte che adempie alla sua specifica funzione, e, quindi, dalle fondamenta al livello del fondo superiore, qualunque sia l'altezza della parete naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento; la parte del muro che si innalza oltre il piano del fondo sovrastante, invece, in quanto priva della funzione di conservazione dello stato dei luoghi, è soggetta alla disciplina giuridica propria delle sue oggettive caratteristiche di costruzione in senso tecnico giuridico, ed alla medesima disciplina devono ritenersi soggetti, perché costruzioni nel senso sopra specificato, il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell'uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente.
Per giurisprudenza ormai consolidata, in tema di distanze legali il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi "costruzione" agli effetti della disciplina di cui all'art. 873 c.c. per la parte che adempie alla sua specifica funzione, e, quindi, dalle fondamenta al livello del fondo superiore, qualunque sia l'altezza della parete naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento; la parte del muro che si innalza oltre il piano del fondo sovrastante, invece, in quanto priva della funzione di conservazione dello stato dei luoghi, è soggetta alla disciplina giuridica propria delle sue oggettive caratteristiche di costruzione in senso tecnico giuridico, ed alla medesima disciplina devono ritenersi soggetti, perché costruzioni nel senso sopra specificato, il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell'uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente (cfr., ex multis, Cass. Civ., sez. II, 10.01.2006, n. 145; Cons. St., Sez. IV, 24.04.2009, n. 2579; Cons. St, Sez. V, 28.06.2000, n. 3637)
(TAR Veneto, Sez. II, sentenza 01.02.2011 n. 185 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn tema di distanze fra costruzioni o di queste con i confini vige il regime della c.d. "doppia tutela", per cui il soggetto che assume di essere stato danneggiato dalla violazione delle norme in materia è titolare, da un lato, del diritto soggettivo al risarcimento del danno o alla riduzione in pristino nei confronti dell'autore dell'attività edilizia illecita (con competenza del G.O.) e, dall'altra, dell'interesse legittimo alla rimozione del provvedimento invalido dell'amministrazione, quando tale attività sia stata autorizzata, consentita, permessa (conosciuto dal G.A.).
La controversia derivante dalla impugnazione di un permesso di costruire da parte del vicino che lamenti la violazione delle distanze legali costituisce una disputa non già tra privati ma tra privato e pubblica amministrazione, nella quale la posizione del primo si atteggia a interesse legittimo, con conseguente spettanza della giurisdizione (anche e certamente) al giudice amministrativo.

Costituisce principio consolidato e pacifico che in tema di distanze fra costruzioni o di queste con i confini vige il regime della c.d. "doppia tutela", per cui il soggetto che assume di essere stato danneggiato dalla violazione delle norme in materia è titolare, da un lato, del diritto soggettivo al risarcimento del danno o alla riduzione in pristino nei confronti dell'autore dell'attività edilizia illecita (con competenza del G.O.) e, dall'altra, dell'interesse legittimo alla rimozione del provvedimento invalido dell'amministrazione, quando tale attività sia stata autorizzata, consentita, permessa (conosciuto dal G.A.).
Il privato, che si ritiene danneggiato da un'attività edilizia autorizzata, che ha violato le norme in tema di distanza fra costruzioni o di queste con i confini, ha diritto alla c.d. "doppia tutela" che si caratterizza per essere concorrente ma separata per le diverse posizioni giuridiche di diritto soggettivo e interesse.
Pertanto per tali controversie la giurisdizione spetta al giudice amministrativo, qualora si tratti di impugnazione del relativo provvedimento per l'annullamento di quest'ultimo, poiché in tal caso si fa valere una posizione di interesse legittimo, mentre spetta al giudice ordinario, qualora venga richiesto il risarcimento del danno, ovvero alla rimozione dell'opera (in tal caso infatti è implicita una richiesta di disapplicazione dell'atto medesimo) (in tal senso, tra tante, si veda Consiglio Stato, sez. V, 24.10.1996 , n. 1273).
La controversia derivante dalla impugnazione di un permesso di costruire da parte del vicino che lamenti la violazione delle distanze legali costituisce una disputa non già tra privati ma tra privato e pubblica amministrazione, nella quale la posizione del primo si atteggia a interesse legittimo, con conseguente spettanza della giurisdizione (anche e certamente) al giudice amministrativo (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 28.01.2011 n. 678 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2010

EDILIZIA PRIVATA: In tema di distanze nelle costruzioni, qualora gli strumenti urbanistici stabiliscano determinate distanze dal confine e nulla aggiungano sulla possibilità di costruire «in aderenza» od «in appoggio», la preclusione di dette facoltà non consente l'operatività del principio della prevenzione.
In tema di distanze nelle costruzioni, qualora gli strumenti urbanistici stabiliscano determinate distanze dal confine e nulla aggiungano sulla possibilità di costruire «in aderenza» od «in appoggio», la preclusione di dette facoltà non consente l'operatività del principio della prevenzione (Cassazione civile, sez. II, 09.04.2010, n. 8465 ) (Consiglio di Stato, Sez. IV, ordinanza 06.11.2010 n. 5046 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Quando il muro divisorio è comune “la distanza va calcolata dalla parete esterna del muro più vicina ai manufatti, per l'assorbente e decisiva considerazione che, in tal ipotesi, il confine tra il fondo di proprietà esclusiva in cui si trovano le opere per le quali è prescritta la distanza e quello di proprietà aliena, è costituito dal detto muro e non dalla sua linea mediana, perché l'intero muro, essendo indiviso, si considera anche altrui rispetto al proprietario del fondo nel quale sono state sistemate le opere in questione.
La Giurisprudenza ha avuto occasione di osservare che quando il muro divisorio è comune “la distanza va calcolata dalla parete esterna del muro più vicina ai manufatti, per l'assorbente e decisiva considerazione che, in tal ipotesi, il confine tra il fondo di proprietà esclusiva in cui si trovano le opere per le quali è prescritta la distanza e quello di proprietà aliena, è costituito dal detto muro e non dalla sua linea mediana, perché l'intero muro, essendo indiviso, si considera anche altrui rispetto al proprietario del fondo nel quale sono state sistemate le opere in questione (Cassazione civile, sez. II, 10.03.1987, n. 2479)”.
Per cui, quand’anche il muro si ritenesse comune, in ogni caso la erigenda costruzione avrebbe dovuto arretrarsi di 5 mt. rispetto la parete esterna del muro, senza considerarne lo spessore, atteso che nell’ipotesi di muro comune, giustamente osserva la giurisprudenza, l’intero muro, in quanto in proprietà indivisa, dev’essere considerato alieno rispetto al proprietario del fondo che deve costruire
(C.G.A.R.S., sentenza 04.11.2010 n. 1369 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAi fini della osservanza delle norme sulle distanze dal confine, il terrapieno ed il muro di contenimento, che producono un dislivello o aumentano quello già esistente per la natura dei luoghi, costituiscono nuove costruzioni, idonee a incidere sulla osservanza delle norme in tema di distanze dal confine.
Ai fini della osservanza delle norme sulle distanze dal confine, il terrapieno ed il muro di contenimento, che hanno prodotto un dislivello oppure hanno aumentato quello già esistente per la natura dei luoghi, costituiscono nuove costruzioni.
Viene considerata una costruzione, rilevante ai fini delle distanze legali, anche un terrapieno, se creato artificialmente al di sopra del livello medio del piano di campagna originario.

Costituisce orientamento consolidato che, ai fini della osservanza delle norme sulle distanze dal confine, il terrapieno ed il muro di contenimento, che producono un dislivello o aumentano quello già esistente per la natura dei luoghi, costituiscono nuove costruzioni, idonee a incidere sulla osservanza delle norme in tema di distanze dal confine (così, Consiglio Stato, Sez. IV, 24.04.2009, n. 2579; Consiglio Stato, Sez. V, 28.06.2000, n. 3637).
Ai fini della osservanza delle norme sulle distanze dal confine, il terrapieno ed il muro di contenimento, che hanno prodotto un dislivello oppure hanno aumentato quello già esistente per la natura dei luoghi, costituiscono nuove costruzioni (Cons. Stato, Sez. IV, 24.04.2009, n. 2579).
In genere, viene considerata una costruzione, rilevante ai fini delle distanze legali, anche un terrapieno, se creato artificialmente al di sopra del livello medio del piano di campagna originario (così Cassazione civile, Sez. II, 11.11.2003, n. 1695; Consiglio Stato, Sez. V, 26.06.2000, n. 3637; anche Cassazione Sez. II, 15.06.2001, n. 8144, secondo cui, ai fini della applicazione delle distanze legali, il muro di sostegno costituisce costruzione)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 02.11.2010 n. 7731 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl piano casa del Veneto consente di derogare alle distanze dai confini.
Ad avviso di questo giudice, l’art. 873, nella seconda parte, in cui stabilisce che “nei regolamenti locali può essere stabilita una distanza maggiore”, determina la natura parzialmente dispositiva della previsione contenuta nella prima parte, ma non comporta, atteso il suo tenore letterale, un rinvio formale ai regolamenti locali, i quali non completano dunque la norma di legge e non ne acquistano comunque la forza.
Inoltre, anche se non si volesse accedere senz’altro a tale impostazione, bisogna osservare che tra i “regolamenti locali”, i quali concorrono a disciplinare la materia delle distanze, devono essere incluse tutte le disposizioni conferenti non statali e, dunque, anche quelle di fonte regionale (conf. Cass. 10.05.2004, n. 8848).
Di tali “regolamenti locali”, pertanto, fanno parte anche le norme, di cui alla l.r. 14/2009, le quali consentono gli ampliamenti in deroga a tutti i regolamenti comunali, e dunque anche a quelli sulle distanze: che poi tali norme di legge regionale, sempre intese come “regolamenti locali”, prevalgano sul regolamenti comunali non sembra dubbio, atteso il grado superiore di quelle.
Infine, non si può mancare di osservare come la soluzione adottata dal Comune di Rosolina tenda a comprimere l’efficacia di una disciplina di legge in una materia, come il governo del territorio, dove la potestà legislativa è affidata alle regioni, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, di competenza statale, tra i quali non pare tuttavia rientrare il disposto di cui all’art. 873 c.c.: sicché non vi è ragione di ritenere che specifiche previsioni, contenute in un regolamento comunale in materia edilizia, possano limitare la forza espansiva della disciplina di cui alla l.r. 14/2009 (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 21.10.2010 n. 5694 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
---------------
A commento della succitata sentenza si leggano i seguenti contributi:
2-
La Cassazione aveva già detto 30 anni fa che la distanza di 10 metri tra pareti finestrate implica che ciascun confinante deve stare a 5 metri dal confine (link a http://venetoius.myblog.it);
1- Secondo il TAR il piano casa del Veneto consente di derogare alle distanze dai confini. Ma è cosa buona? (link a http://venetoius.myblog.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sul recupero del sottotetto in Lombardia con innalzamento di quota in merito: alla distanza minima dai confini di proprietà, al rispetto della distanza di mt. 10,00 tra pareti finestrate di cui anche abusiva, alla nozione di sottotetto utile da recuperare in deroga ex L.R. 12/2005.
Occorre precisare in primo luogo che la qualificazione del recupero del sottotetto come ristrutturazione non è idonea da sola a rendere automaticamente possibile la sopraelevazione dell’edificio.
La ristrutturazione è una categoria di interventi edilizi che si può ripartire in due sottogruppi: da un lato la ristrutturazione pesante di cui all’art. 10, comma 1, lett. c), del DPR 380/2001 (ossia quella che conduce a un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e comporta aumento di unità immobiliari o modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti, delle superfici) e dall’altro la ristrutturazione leggera (definita per residualità).
La ristrutturazione pesante equivale nella sostanza a una nuova costruzione che si aggiunge a una costruzione esistente. In questo quadro la scelta del legislatore regionale di definire il recupero del sottotetto come ristrutturazione non ha contenuto innovativo ma si limita a utilizzare il concetto di ristrutturazione pesante già presente nella normativa statale.
Il problema diventa allora fino a che punto la ristrutturazione pesante abbia regole diverse dalla nuova edificazione su area libera. In negativo, ovvero sotto il profilo sanzionatorio, non vi è nessuna differenza, in quanto l’art. 33, comma 6-bis, e l’art. 34, comma 2-bis, del DPR 380/2001 prevedono anche in questo caso l’applicazione di misure ripristinatorie o in subordine pecuniarie come negli abusi edilizi maggiori. In positivo, ovvero per quanto riguarda i diritti edificatori, dipende dal grado di resistenza delle norme che devono essere derogate.
Relativamente alla distanza dai confini si può ritenere che il recupero del sottotetto comportante sopraelevazione possa avvenire in deroga alle previsioni stabilite negli strumenti urbanistici comunali.
In via generale la giurisprudenza (v. Cass. civ. Sez. II 11.06.2008 n. 15527; Cass. civ. Sez. II 12.01.2005 n. 400; Cass. civ. Sez. II 27.05.2003 n. 8420; Cass. civ. Sez. II 08.01.2001 n. 200) si attiene alla seguente regola:
(a) la sopraelevazione, comportando nuovo volume, richiede sempre il rispetto della distanza dai confini indipendentemente dal fatto che in origine vi sia stata prevenzione nei confronti del proprietario confinante;
(b) tuttavia la normativa comunale può stabilire se e a quali condizioni sia ammessa la costruzione senza arretramento.
Nel caso del sottotetto è direttamente il legislatore regionale che pone la disciplina, sovrapponendosi alle scelte dei singoli comuni, con un chiaro favore per la realizzabilità di questo tipo di interventi.
L’art. 64, comma 1, della LR 12/2005 consente modificazioni delle altezze di colmo e di gronda e delle linee di pendenza delle falde (con il solo limite dell’altezza massima di zona) senza alcun riferimento all’arretramento dei muri esterni in relazione alla distanza dai confini.
L’art. 64, comma 2, della LR 12/2005 precisa ulteriormente che il recupero del sottotetto è ammesso anche in deroga ai limiti e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici comunali, ad eccezione del reperimento di spazi per parcheggi pertinenziali.
La finalità che emerge da queste norme è di far prevalere su ogni diversa valutazione comunale l’interesse all’insediamento di nuova volumetria residenziale in continuità con le costruzioni sottostanti. Vi è quindi incompatibilità logica con il vincolo della distanza minima dai confini, che potrebbe compromettere l’utilità del recupero del sottotetto e alterare in modo disarmonico la sagoma degli edifici.
Poiché il legislatore regionale si è sostituito ai comuni in una materia nella disponibilità dei comuni stessi non vi sono altre ragioni che si oppongano alla possibilità di sopraelevare lungo il perimetro dell’edificio esistente.
La situazione cambia però radicalmente quando la sopraelevazione si collochi di fronte a pareti finestrate. In questo caso la distanza minima di 10 metri prevista (al di fuori della zona A) dall’art. 9, comma 1, n. 2, del DM 1444/1968 costituisce un ostacolo insuperabile.
La giurisprudenza ha chiarito che questa norma per la sua genesi (è stata adottata ex art. 41-quinquies, comma 8, della legge 17.08.1942 n. 1150, come introdotto dall’art. 17 della 06.08.1967 n. 765) e per la sua funzione igienico-sanitaria (evitare intercapedini malsane) costituisce un principio inderogabile della materia.
In particolare si tratta di una norma che prevale sia sulla potestà legislativa regionale, in quanto integra la disciplina privatistica delle distanze (v. C.Cost. 16.06.2005 n. 232), sia sulla potestà regolamentare e pianificatoria dei comuni, in quanto deriva da una fonte normativa statale sovraordinata (v. Cass. civ. Sez. II 31.10.2006 n. 23495), sia infine sull’autonomia negoziale dei privati, in quanto tutela interessi pubblici che per la loro natura igienico-sanitaria non sono nella disponibilità delle parti (v. CS Sez. IV 12.06.2007 n. 3094).
Si può aggiungere che un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 64 della LR 12/2005 impedisce di leggervi una deroga estesa anche all’art. 9 del DM 1444/1968.
La Corte Costituzionale nella sentenza n. 232/2005 afferma al punto 4 che le normative locali (regionali o comunali) possono prevedere distanze inferiori alla misura minima, però fissa precisi limiti (“le deroghe, per essere legittime, devono attenere agli assetti urbanistici e quindi al governo del territorio e non ai rapporti tra vicini isolatamente considerati in funzione degli interessi privati dei proprietari dei fondi finitimi”).
Se ne deduce che l’introduzione di deroghe è consentita solo nell’ambito della pianificazione urbanistica, come nell’ipotesi espressamente prevista dall’art. 9 comma 3 del DM 1444/1968, che riguarda edifici tra loro omogenei perché inseriti in un piano particolareggiato o in un piano di lottizzazione (per una fattispecie relativa al centro storico v. TAR Brescia Sez. I 29.09.2009 n. 1712).
Di conseguenza non è possibile per la legge regionale (e nemmeno per gli strumenti urbanistici comunali) intervenire nei rapporti tra i privati autorizzando in via generale la sopraelevazione in deroga alla distanza minima dalle pareti finestrate: la deroga può essere inserita unicamente in una previsione normativa dedicata a una situazione urbanistica particolare in una precisa zona del territorio.
In questo modo si ottiene una ragionevole garanzia circa il fatto che gli interessi pubblici coinvolti (e specificamente quelli di natura igienico-sanitaria) siano stati in concreto valutati e tutelati mediante soluzioni planivolumetriche adeguate.
Estendendo questa linea argomentativa si può sostenere che la deroga alla distanza minima dalle pareti finestrate diventa ammissibile quando non vi siano in concreto pericoli di peggioramento delle condizioni igienico-sanitarie all’interno delle abitazioni servite dalle finestre.
Questa situazione può verificarsi in fattispecie particolari, ad esempio quando il muro da sopraelevare non si trovi esattamente in corrispondenza della parete finestrata (v. TAR Brescia Sez. I 03.07.2008 n. 788).
Nel caso in esame i ricorrenti con le due DIA in variante (v. sopra ai punti 4 e 7) hanno cercato di limitare la sopraelevazione nella porzione del muro di confine che fronteggia il cavedio con la parete finestrata, tuttavia non è stato dimostrato che attraverso queste modifiche il progetto lasci del tutto immutata la condizione dei locali che ricevono luce e aria dalle finestre. In realtà per raggiungere questo obiettivo sarebbe necessario garantire alle finestre una fascia di rispetto (intesa come volume vuoto) di ampiezza tale da rendere neutre le sopraelevazioni ai lati.
Si osserva che il vincolo della distanza minima dalle pareti finestrate è efficace anche quando la presenza delle finestre sia abusiva. L’interesse pubblico di natura igienico-sanitaria che vieta la formazione di intercapedini malsane vale infatti in qualunque situazione, indipendentemente dalla regolarità della costruzione, in quanto non si colloca soltanto sul piano urbanistico ma coinvolge anche la tutela della salute.
È quindi necessario ottenere prima la rimozione dell’abuso: l’eliminazione delle finestre abusive determina di conseguenza anche la fuoriuscita dalla fattispecie di cui all’art. 9 del DM 1444/1968. Nel caso in esame i ricorrenti sostengono che il cavedio, in corrispondenza del primo piano, sarebbe stato realizzato abusivamente in luogo di un ripostiglio senza finestre. Peraltro la licenza edilizia relativa a questi lavori è del 1965 e quindi l’altezza del cavedio e la presenza delle relative finestre sono ormai elementi consolidati anche sotto il profilo giuridico.
L’art. 63, comma 1-bis, della LR 12/2005 definisce il sottotetto come il volume sovrastante l'ultimo piano degli edifici dei quali sia stato eseguito il rustico e completata la copertura.
La norma non richiede che lo spazio sia praticabile e non indica la volumetria o l’altezza minima che distinguono il sottotetto dalle semplici intercapedini. In considerazione del favore legislativo per gli interventi di recupero è preferibile aderire a un’interpretazione estensiva della nozione di sottotetto, qualificando come tale qualsiasi volume non del tutto irrilevante che sia compreso tra il solaio e le falde del tetto e abbia la funzione di tenere separati questi elementi architettonici. La soglia di rilevanza può variare a seconda della morfologia dell’edificio.
Nel caso in esame l’altezza di 0,91 metri (media tra il valore minimo di 0,60 metri e quello massimo di 1,22 metri) si può considerare idonea a definire un vero e proprio locale con autonome seppure limitate funzionalità (ad esempio soffitta o ripostiglio).
Non è quindi corretto parlare di mera intercapedine, concetto da riservare agli spazi marginali.
In via generale è compito del responsabile del procedimento assicurare la completezza della documentazione ai sensi dell’art. 38, comma 5, della LR 12/2005 prima del rilascio del permesso di costruire.
L’omissione di questi controlli non garantisce al privato l’esenzione dall’onere di produzione ma impone all’amministrazione di fissare un termine per la regolarizzazione della pratica edilizia prima della conclusione dei lavori.
Solo nel caso in cui il supplemento istruttorio finalizzato alla regolarizzazione non abbia dato alcun esito l’amministrazione è legittimata a considerare inesistente la certificazione dell’invalidità e ad annullare in autotutela il permesso di costruire nella parte in cui prevede la deroga alla distanza minima dai confini (oppure integralmente se la deroga alla distanza non è scindibile dal resto del progetto)
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 27.08.2010 n. 3240 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl diritto di ottenere la riduzione in pristino di un immobile costruito senza il rispetto delle distanze legali non si estingue per il decorso del tempo ma subisce gli effetti dell'usucapione, in quanto quest’ultimo istituto può dar luogo all'acquisto di un contrario (e prevalente) diritto a mantenere la costruzione a distanza inferiore a quella legale.
La giurisprudenza equipara l'azione per il rispetto delle distanze legali a una negatoria servitutis (v. Cass. civ. Sez. II 21.10.2009 n. 22348) e precisa che il diritto di ottenere la riduzione in pristino di un immobile costruito senza il rispetto delle distanze legali non si estingue per il decorso del tempo ma subisce gli effetti dell'usucapione, in quanto quest’ultimo istituto può dar luogo all'acquisto di un contrario (e prevalente) diritto a mantenere la costruzione a distanza inferiore a quella legale (v. Cass. civ. Sez. II 07.09.2009 n. 19289).
Dunque da una parte non vi è un affidamento tutelabile dei destinatari della concessione, che hanno fuorviato il Comune, ma dall’altra non vi è più un affidamento tutelabile del terzo.
A questo punto solo un autonomo e attuale interesse pubblico potrebbe sostenere l’annullamento d’ufficio, ma tale interesse evidentemente non può essere costituito dal mero ripristino delle distanze minime dal confine, dove vengono in rilievo norme integrative del codice civile (v. Cass. civ. Sez. II 10.01.2006 n. 145) che tutelano primariamente la proprietà confinante. Quando i rapporti tra i privati a proposito dei confini hanno stabilmente assunto una diversa sistemazione è preclusa all’amministrazione la possibilità di intervenire per il ripristino della legalità.
Sarebbero necessari altri interessi pubblici (ad esempio di natura igienico-sanitaria o collegati alla sicurezza collettiva) ma di questi non è fornita alcuna puntuale dimostrazione
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 14.05.2010 n. 1733 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa Corte di Cassazione ha in epoca più recente confermato il suo orientamento che porta ad escludere che dal concetto di costruzione, rilevante ai fini dell’assoggettamento al regime delle distanze, rientrino opere non creative di volumetria, affermando che integra costruzione un manufatto che, quantunque privo di pareti, realizzi una determinata volumetria. E una scala posta all’esterno dell’edificio non dà luogo affatto ad una volumetria.
Una scala in ferro per l’accesso ad un terrazzo è proprio una pertinenza e, come tale, soggetta ad autorizzazione.
La recinzione di un edificio, non essendo suscettibile di valutazione autonoma, costituisce pertinenza del medesimo e, come tale, è soggetta a autorizzazione e non già a concessione edilizia.

La concessione edilizia (oggi, permesso di costruire) legittima l’attività edilizia nell’ordinamento pubblicistico, disciplinando i rapporti tra Comune e concessionario, “ma non attribuisce a quest’ultimo diritti soggettivi verso i terzi, i quali possono agire innanzi al giudice ordinario per ottenere la rimozione o modificazione dell’opera lesiva di diritti scaturenti da rapporti privatistici” (Consiglio di Stato, sez. V, 20.12.1993 n. 1341; Cass. Civ., 21.02.1983 n. 1311).
Non può certo equipararsi un costruendo edificio complessivamente considerato e comprensivo anche della sporgenza–scala ad una mera scala che venga collocata su un preesistente edificio per arrivare a sostenere che la scala uti singula, per sé sola, debba essere posta a distanza di metri tre dal confine, come se detta scala sostanziasse un edificio in muratura.
La statuizione della Corte inerisce, invero, all’ “edificio” (dal latino aedes, casa) comprensivo della scala e stabilisce che la di esso distanza va misurata partendo dalla scala che non costituisca una sporgenza meramente decorativa ma strutturale. Ma una scala da sola, realizzata dopo la costruzione dell’edificio preesistente e semplicemente appoggiata ad esso, è ictu oculi elemento ontologicamente diverso da un edifico da realizzare ex novo e comprensivo di una scala. Ed è elemento, la scala, da sola, di consistenza e aggravio urbanistico enormemente inferiore rispetto ad un edificio, cui acceda anche una scala/sporgenza.
Irragionevolmente, dunque, il ricorrente equipara ed assimila un “edificio”, cioè una casa, più una scala, ad una semplice scala. Trattasi, intuitivamente, di insiemi diversi, non di diversi elementi di un unico insieme.
In tale ottica appare condivisibile l’osservazione di cui alla memoria del controinteressato, circa le caratteristiche dalla scala de qua, come struttura estremamente leggera e non in muratura.
Suffraga la tesi espressa dal Collegio, la giurisprudenza civile di legittimità che intravede la ratio dell’art. 873 nello scongiurare la formazione di intercapedini dannose alla sicurezza e alla salubrità dei fondi, esentando dal relativo regime delle distanza minime, opere inidonee, per struttura e consistenza, a formare intercapedini nocive inglobando aria luce (Cass. Civ., II, 08.09.1986, n. 5467).
La Cassazione ha quindi correttamente ritenuto soggetta all’obbligo di rispetto della distanza minima di cui all’art. 873 c.c. ogni opera edilizia fuori terra avente un’apprezzabile consistenza, escludendo da siffatto regime un scala esterna scoperta.
Va segnalato che la Corte di Cassazione ha in epoca più recente confermato il suo orientamento che porta ad escludere che dal concetto di costruzione, rilevante ai fini dell’assoggettamento al regime delle distanze, rientrino opere non creative di volumetria, affermando che integra costruzione un manufatto che, quantunque privo di pareti, realizzi una determinata volumetria: Cass. Civ.Sez. II, 21.12.1999, n. 14379. E una scala posta all’esterno dell’edificio non dà luogo affatto ad una volumetria.
Del resto, come correttamente osserva la difesa del controinteressato nella memoria in data 08.02.2008, le stesse NTA del Comune di Valperga includono nei manufatti soggetti alla disciplina sulle distanze, i bow-windows, le verande, gli spazi porticati e i “vani semiaperti di scale” (art. 7, punto 4, lett. b) Piano Regolatore Generale del Comune di Valperga, Norme Tecniche di Attuazione, doc. 6 produz. controint.) conseguendone che una scala che non presenti al suo interno una superficie vuota, un vano, non può essere ragionevolmente assoggettata al rispetto delle distanze tra costruzioni, non costituendo, per le ragioni già dette, una costruzione.
Non è poi così pacifico in giurisprudenza l’assunto che una scala sia assoggettata a concessione e non ad autorizzazione. In contrario basti segnalare, proprio con riguardo ad una scala collegante un giardino e un terrazzo, TAR Campania–Napoli, sez. III, 05.10.1988, n. 240, ad avviso del quale detta scala in ferro costituisce “se non pertinenza, un’opera di manutenzione straordinaria soggetta ad autorizzazione e non a concessione edilizia”. Ancor più netta è TAR Campania–Napoli, sez. I, 25.07.1990, n. 467, secondo la quale una scala in ferro per l’accesso ad un terrazzo è proprio una pertinenza, come tale soggetta ad autorizzazione.
Il Tribunale partenopeo recentissimamente ha ribadito il proprio orientamento, affermando che una ringhiera protettiva e “una scala in ferro per l’accesso ad un terrazzo si configurano come pertinenze di un immobile, sicché la loro installazione non è soggetta al preventivo rilascio della concessione edilizia, bensì al regime autorizzatorio” (TAR Campania–Napoli, Sez. VII, 20.11.2007, n. 14443) ex art. 4 della L. n. 94/1982 (c.d. Legge Nicolazzi, pure invocata dalla decisione del Consiglio di Stato su cui infra).
Ritiene il Collegio di dover aderire al rassegnato indirizzo, sante il ridotto aggravio edilizio di una scala, quale quella per cui è causa, costituita da “piccola carpenteria metallica” com’è incontroverso e non comportante affatto una impattante alterazione urbanistica.
Relativamente, poi, alla recinzione, la conclusione medesima, cui il Collegio opina di dover pervenire nel caso che ne occupa, è suffragata da maggiori supporti giurisprudenziali e, prima ancora, legislativi. Con ciò, senza, peraltro, rinnegare i propri precedenti invocati dal ricorrente, di cui alle sentenze 09.06.1994, n. 293, 212/1997 e 236/1997, le quali appaiono, all’evidenza, non propriamente calzanti nella soluzione del caso di specie.
Orbene, già il Consiglio di Stato, in materia di recinzioni, ha chiaramente statuito che “la recinzione di un edificio, non essendo suscettibile di valutazione autonoma, costituisce pertinenza del medesimo e, come tale, è soggetta a autorizzazione e non già a concessione edilizia” (Consiglio di Stato, Sez. II, 13.11.1991, n. 358/1991 – Ministero dei Lavori Pubblici, in Il Cons. di Stato, 1993, I, 145). Massima già espressa con Cons. di Stato, Sez. II, 13.06.1990, n. 566/1990 – Comune di Gallarate, in Il Cons. di Stato, 1990, I, 1162, che ha affermato che “la recinzione in muratura di un fabbricato non costituisce opera edilizia soggetta a concessione, essendo per essa richiesta una semplice autorizzazione, ai sensi dell’art. 7 D.L. 23.1.1982 n. 9 convertito dalla L 25.03.1982, n. 94”. Addirittura secondo il Giudice Amministrativo d’appello è soggetta a mera autorizzazione una recinzione interamente in muratura e interessante un intero fabbricato.
Non va sottaciuto, sul punto, come meglio si dirà appresso, che la recinzione di cui è controversia è una modestissima opera, lunga appena m. 3,90 e poggiante su n muretto di soli 50 cm.
Vale la pena ora confrontarsi con i precedenti di questo TAR, invocati dal ricorrente,e in particolare con TAR Piemonte, n. 293/1994, secondo cui la realizzazione di una recinzione relativa d un’area di notevole ampiezza, costituita da un basamento in muratura di m. 0,50 con sovrastante rete metallica alta m. 1,50 importa una modificazione tale dell’assetto del territorio da rendere necessaria una concessione edilizia.
Ebbene, il Collegio reputa doveroso calare siffatta affermazione di principio, nella fattispecie di causa, che si connota per la peculiarità rappresentata dalla modestia della recinzione contestata, la quale è lunga solo m. 3,90 e quindi non può ad essa estendersi quanto questo Tribunale ha sancito con la pronuncia citata, che aveva ad oggetto “una recinzione relativa ad un’aera di notevole ampiezza”. In quel caso l’opera recintava, appunto, un terreno notevolmente ampio, in rapporto al quale certamente costituisce modificazione dell’assetto del territorio un intervento costituente un muro anche non alto (di soli m. 0,50) sormontato da una rete metallica alta m. 1,50. Tale muro con sovrastante recinzione, se riguardato in una prospettiva di insieme, rapportata a un’area notevolmente ampia con lo stesso recintata, chiaramente fa emergere una considerevole modificazione del territorio, la quale non può non richiedere la concessione edilizia.
All’evidenza, il caso che ci occupa si differenza non poco da quello appena delineato, stante l’assoluta modestia della recinzione in questione, lunga solo m. 3,90.
Non è luogo quindi a farsi questione di applicazione alla fattispecie di cui è causa, di una decisione resa a proposito di un’opera notevolmente impattante, siccome estesa a tutta l’area, notevolmente ampia, che veniva in quel caso recintata.
Né vale invocare, come fa il ricorrente, nel motivo in analisi, il presunto contrasto con l’art. 56 della L.Reg. Piemonte n. 56/1977, posto che tale norma, alla lettera g), assoggetta ad autorizzazione e non a concessione “le opere costituenti pertinenze”. E non v’ha dubbio che una recinzione ed anche una scala metallica posta chiaramente a servizio dell’immobile abitativo, integrino una pertinenza, come pure evidenziato nelle citate decisioni del TAR Campania.
Ma ad avviso del Collegio milita a favore della tesi della non necessità della concessione in sanatoria e della sufficienza della mera autorizzazione, un dirimente dato normativo.
Traendo spunto da quanto adombra il controinteressato nella memoria di costituzione, secondo la quale la recinzione sarebbe stata sottoposta ex D.L. 154/1996 alla mera autorizzazione “comunale soggetta al regime del silenzio–assenso in attuazione dell’art. 19 della l.n. 241/1990” (pag. 5 memoria 02.11.1999) (in realtà più correttamente avrebbe dovuto parlare di D.I.A. in attuazione dell’art. 19 l.cit.) ricorda il Collegio che all’epoca dei fatti di causa e del rilascio dell’impugnato titolo concessorio in sanatoria era vigente l’art. 4 della L. 04.12.1993, n. 493, di conversione del D.L. 05.10.1993, n. 398, articolo poi sostituito dall’art. 2, comma 60, della L. 23.12.1996, n. 662 (Legge finanziaria per il 1997), norma recate la nuova disciplina delle procedure per il rilascio della concessione edilizia e partorita con il conclamato intento di semplificare dette procedure apprestando altresì significativi di strumenti di tutela del privato a fronte dell’inerzia della P.A.
Orbene, il comma 7 dell’art. 4 della l. n. 493/1993 assoggettava a mera denuncia di inizio di attività una serie di interventi edilizi minori, annoverando alla lettera c), proprio “recinzioni, muri di cinta e cancellate”. Ora va anche soggiunto che siffatta riconduzione delle opere de quibus al regime semplificato, rectius liberalizzato della D.I.A., metteva capo ad una facoltà del privato, posto che i successivi commi 8 e 10 della norma espressamente subordinavano ad una serie di condizioni “la facoltà di denuncia di attività ai sensi del comma 7”. Il che vuol dire che il privato poteva sempre optare per il tradizionale istituto dell’autorizzazione, in luogo di quello semplificato della D.I.A..
Ne consegue che il controinteressato, avendo presentato istanza tesa ad ottenere il titolo edilizio in sanatoria, benché impropriamente richiesto sub specie di concessione, ha evidentemente inteso non avvalersi della procedura semplificata. Ma è chiaro che in tale ipotesi l’intervento consistente nella recinzione non poteva essere ricondotto e assoggettato alla concessione edilizia, atteso che il legislatore lo aveva derubricato, includendolo tra quelli per i quali il privato aveva facoltà di presentare una semplice D.I.A., con il risultato che, ove, come nel la specie, il privato non optasse per la D.I.A., i relativi interventi dovevano ritenersi assoggettati a mera autorizzazione e non più a concessione.
Tale conclusione, che ad avviso del Collegio si impone con caratteri di evidenza, è inoltre supportata dal disposto del comma 13 della norma in analisi, in forza del quale “l’esecuzione di opere in assenza della o in difformità della denuncia di cui al comma 7 comporta la sanzione pecuniaria pari al doppio dell’aumento del valore venale dell’immobile conseguente alla realizzazione delle opere stesse”, conseguenza che è la spia che il legislatore escludeva gli interventi in questione dal regime della concessione edilizia, sanzionandone l’esecuzione in assenza del titolo tacito, con la sanzione prevista per le opere eseguite in assenza di autorizzazione e non con quella apprestata dall’ordinamento per le opere eseguite in assenza di concessione edilizia, che è la sanzione reale demolitoria
(TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 25.03.2010 n. 505 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Un muro di contenimento tra due fondi posti a differenti livelli, ove il dislivello sia stato creato artificialmente, è da considerarsi costruzione a tutti gli effetti e come tale soggetta agli obblighi delle distanze previste dall’art. 873 Cc, e dalle eventuali disposizioni integrative.
Un muro di contenimento tra due fondi posti a differenti livelli, ove il dislivello sia stato creato artificialmente, è da considerarsi costruzione a tutti gli effetti e come tale soggetta agli obblighi delle distanze previste dall’art. 873 Cc, e dalle eventuali disposizioni integrative (v. Cass. 4511/1997, 4196/1987), principio dal quale non può che derivare tale assoggettamento, anche nell’ipotesi di accentuazione del preesistente livello naturale, per la parte eccedente quello preesistente (Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza 22.01.2010 n. 1217).

EDILIZIA PRIVATA: Applicazione P.R.G.C. in tema di distanze.
Viene richiesto parere al Servizio scrivente in ordine all’interpretazione ed all’applicazione di situazioni –talora presenti nei Piani Regolatori Generali dei Comuni piemontesi– in tema di distanze.
Si tratta di stabilire quale sia la distanza dal confine di proprietà da mantenere nel caso di ampliamenti e nuove costruzioni, nel silenzio della norma sul punto, ed in presenza di disposizioni che disciplinano solamente il cd. indice di visuale libera richiamando poi quanto stabilito dal Codice Civile.
Il Comune elenca quindi una serie di casi e chiede al servizio di consulenza di valutare la correttezza delle soluzioni proposte (Regione Piemonte, parere n. 18/2010 - link a www.regione.piemonte.it).

EDILIZIA PRIVATA: P.R.G. del Comune. Applicazione norme di attuazione in assenza di disposizioni normative nazionali e regionali.
Vengono chiesti quattro distinti pareri su specifiche questioni in materia edilizia.
1- Con il primo quesito il Comune segnala che “in passato è stato permesso il recupero di strutture adibite a fienili o altro in zona centro storico, purché chiuse su tre lati (così veniva detto verbalmente); le norme del piano riportano: “nel centro storico è concessa la ristrutturazione edilizia di tipo A per l’utilizzazione per fini abitativi delle strutture tecniche originariamente destinate al servizio agricolo, con l’esclusione delle tettoie, quando tali strutture tecniche siano sostanzialmente incorporate nel nucleo abitativo preesistente”.
Il Comune chiede di sapere “in che cosa differisce una struttura tecnica da portico” e se “la chiusura su tre lati è conditio sine qua non”.
Segnala, altresì, il Comune che “spesso ci si è trovati di fronte a fabbricati accatastati in un modo (esempio in classe A4), generalmente prima di una compravendita, e in realtà si tratta di fabbricati utilizzati come fienile o magazzini e non si trova in Comune un’adeguata pratica di cambio di destinazione d’uso”.
A tal proposito, chiede il Comune di sapere “come occorre comportarsi in tali casi, se occorre prendere atto della pratica di accatastamento oppure richiedere una pratica di cambio di destinazione d’uso”.
2- Il Comune richiedente segnala che le norme di P.R.G.C. recitano: “Non sarà ammessa in alcun caso la realizzazione di recinzioni cieche per nuove delimitazioni fondiarie” e “In tutte le zone indicate dal Piano regolatore generale le recinzioni verso le vie pubbliche e gli spazi pubblici ad uso pubblico e le vie private debbono essere “a giorno” e non superare l’altezza massima di mt. 2. Esse dovranno essere costruite nella parte fuori terra da uno zoccolo in muratura di mattoni o in calcestruzzo di altezza non superiore a mt. 0,50 dal suolo, sormontato da rete metallica o da cancellata metallica, tali da consentire il massimo di visibilità trasversale. Possono essere concesse autorizzazioni in deroga, a quanto prescritto in caso di restauro e completamento di recinzioni esistenti o muri divisori esistenti, quando non si abbiano, ad esclusivo giudizio della Commissione Edilizia, a riscontrare ragioni negative da carattere tecnico ed estetico”.
Chiede, dunque, il Comune di sapere se “una recinzione costituita da un muro alto 1,60 mt. con delle vedute a semiluna, situata sul confine tra una zona compromessa e aree agricole possa essere di danno a diritti di terzi”.
3- Con il terzo quesito, il Comune chiede di sapere se “è possibile la realizzazione di una scala per accedere ad un edificio a confine con una piazza pubblica o queste vengono considerate alla stregua di strade pubbliche e come tale anche una semplice scala deve arretrare di x metri”.
4- Con il quarto quesito, il Comune chiede di sapere se “nel caso di oneri pagati per una ristrutturazione che successivamente, per vari motivi, non si vuole più eseguire, l’Ente Comunale è tenuto a restituire la somma versata per il rilascio degli oneri” (Regione Piemonte, parere n. 2/2010 - link a www.regione.piemonte.it).

anno 2009

EDILIZIA PRIVATA: Manufatto - Volume tecnologico - Creazione di volume - Stabilità - Disciplina distanze dal confine - Ordine di rimozione - Legittimità.
Un manufatto, anche se destinato a coprire un cassone per deposito rifiuti, non si può qualificare come impianto tecnologico se ha una dimensione tale da creare volume utilizzabile ad altro scopo e risulta stabilmente affisso al suolo e, in quanto struttura rilevante dal punto di vista edilizio, si applica la disciplina delle distanze dal confine, risultando legittimamente adottato l'ordine di rimozione dello stesso (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 21.12.2009 n. 5739 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA - LAVORI PUBBLICILegittimità alla deroga alle prescrizioni del P.R.G. vigente che impongono il rispetto delle distanze di confine.
E’ chiesto parere in merito alla legittimità della previsione e della realizzazione di un’opera pubblica in deroga alle prescrizioni del P.R.G.C. che impongono il rispetto della distanza di mt. 5 dal confine (Regione Piemonte, parere n. 125/2009 - link a www.regione.piemonte.it).

EDILIZIA PRIVATALe norme sulle distanze tra le costruzioni o tra queste ed i terreni confinanti, contenute nel Codice Civile (come quelle contenute per es. negli artt. 873, 905, 906 e 907 C.C.), sono derogabili (per usucapione o mediante convenzione, la quale in tali casi costituisce un vero e proprio diritto di servitù, in quanto arreca una menomazione per l’immobile che avrebbe diritto alla distanza legale), in quanto la predetta normativa del Codice Civile ha lo scopo di tutelare i reciproci diritti soggettivi dei singoli proprietari e/o i rapporti intersoggettivi di vicinato (per es. l’art. 873 C.C. mira unicamente ad evitare la creazione di intercapedini antigieniche e pericolose.
Mentre le norme sulle distanze tra le costruzioni o tra queste ed i terreni confinanti, contenute negli strumenti urbanistici e/o nei Regolamenti Edilizi comunali, poiché trascendono l’interesse meramente privatistico, in quanto hanno la funzione di tutelare l’interesse pubblico alla realizzazione di un determinato assetto urbanistico prefigurato, non possono essere derogate (le apposite convenzioni sono invalide anche nei rapporti interni tra i proprietari confinanti) e la loro violazione comporta la facoltà del vicino di chiedere la riduzione in pristino.

Secondo pacifico orientamento giurisprudenziale (cfr. con riferimento all’art. 905 C.C. Cass. Civ. Sez. II Sent. n. 4605 del 14.07.1981; con riferimento all’art. 873 C.C. cfr. Cass. Civ. Sez. II Sent. n. 19449 del 28.09.2004; Cass. Civ. Sez. II Sent. n. 2117 del 04.02.2004; Cass. Civ. Sez. II Sent. n. 12984 del 23.11.1999; Cass. Civ. Sez. II Sent. n. 8260 del 13.08.1990; Cass. Civ. Sez. II Sent. n. 5711 del 27.06.1987; Cass. Civ. Sez. II Sent. n. 4737 del 27.05.1987; Cass. Civ. Sez. II Sent. n. 2331 del 30.03.1983; Cass. Civ. Sez. II Sent. n. 5117 del 05.10.1982; Cass. Civ. Sez. II Sent. n. 287 del 12.01.1980; Cass. Civ. Sez. II Sent. n. 60 del 05.01.1980), che questo Tribunale condivide (cfr. TAR Basilicata Sent. n. 519 del 04.09.2007):
1) le norme sulle distanze tra le costruzioni o tra queste ed i terreni confinanti, contenute nel Codice Civile (come quelle contenute per es. negli artt. 873, 905, 906 e 907 C.C.), sono derogabili (per usucapione o mediante convenzione, la quale in tali casi costituisce un vero e proprio diritto di servitù, in quanto arreca una menomazione per l’immobile che avrebbe diritto alla distanza legale), in quanto la predetta normativa del Codice Civile ha lo scopo di tutelare i reciproci diritti soggettivi dei singoli proprietari e/o i rapporti intersoggettivi di vicinato (per es. l’art. 873 C.C. mira unicamente ad evitare la creazione di intercapedini antigieniche e pericolose; mentre l’art. 905 C.C. ha la finalità di proteggere la riservatezza del proprietario frontistante, la quale ai sensi del 3° comma dello stesso art. 905 viene meno se tra i due fondi vi è una via pubblica o soggetta ad uso pubblico);
2) mentre le norme sulle distanze tra le costruzioni o tra queste ed i terreni confinanti, contenute negli strumenti urbanistici e/o nei Regolamenti Edilizi comunali, poiché trascendono l’interesse meramente privatistico, in quanto hanno la funzione di tutelare l’interesse pubblico alla realizzazione di un determinato assetto urbanistico prefigurato, non possono essere derogate (le apposite convenzioni sono invalide anche nei rapporti interni tra i proprietari confinanti) e la loro violazione comporta la facoltà del vicino di chiedere la riduzione in pristino
(TAR Basilicata, sentenza 17.11.2009 n. 766 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAUna piscina è, di fatto, una cisterna di acqua: una cisterna-vasca a cielo aperto, che si differenzia dalle cisterne-deposito soltanto per la destinazione al nuoto, per gli abbellimenti, la impermeabilizzazione e le attrezzature idriche connesse, ma che concettualmente null'altro è se non un contenitore di acqua.
L'art. 889 c.c. nel disciplinare la distanza da osservare nella costruzione di determinate opere (pozzi, cisterne, fosse, tubi) presso il confine, tiene conto della loro potenziale attitudine ad arrecare danno alla proprietà contigua stabilendo per esse una presunzione assoluta di pericolosità. Tra dette opere non rientrano i contenitori interrati, prefabbricati o realizzati in loco (nella specie: serbatoio di eternit) a tenuta impermeabile con la funzione di contenere le infiltrazioni e i travasamenti nel fondo finitimo, in quanto per tali contenitori non soccorre la presunzione assoluta di pericolosità, ed è, pertanto, necessario accertare in concreto, sulla base delle loro specifiche caratteristiche (struttura e composizione del materiale, distanza dal confine), se abbiano o meno attitudine a cagionare danno.

L'elencazione di cui all'art. 889 c.civile è tassativa. Sennonché, senza utilizzare in alcun modo l'analogia, una piscina è, di fatto, una cisterna di acqua: una cisterna-vasca a cielo aperto, che si differenzia dalle cisterne-deposito soltanto per la destinazione al nuoto, per gli abbellimenti, la impermeabilizzazione e le attrezzature idriche connesse, ma che concettualmente null'altro è se non un contenitore di acqua.
Le disposizioni di cui agli art. 889 e 891 c.c. si riferiscono a fattispecie del tutto diverse tra loro, in considerazione della specificità sia della natura delle opere in esse rispettivamente previste, sia della "ratio" cui ciascuna è informata. Infatti, la prescrizione di cui all'art. 889 c.c. (distanze per pozzi, cisterne, fossi e tubi) mira ad evitare il pericolo di infiltrazioni a danno del fondo del vicino (nei cui confronti prevede una presunzione assoluta di danno), allorché le opere in essa indicate siano eseguite a distanza inferiore di due metri dal confine, mentre la norma di cui all'art. 891 c.c. (distanze tra i canali, i fossi ed il confine) è ispirata all'esigenza di scongiurare il pericolo di franamento che tali opere possono cagionare nei confronti del fondo del vicino (Cassazione civile, sez. II, 19.06.1995, n. 6928).
Dunque l'art. 889 mira a prevenire le infiltrazioni; ma va ricordato che la giurisprudenza ha escluso la presunzione di pericolo per i contenitori in metallo o cemento prefabbricato, ed anche per quelli costruiti in loco purché in maniera impermeabile.
L'art. 889 c.c. nel disciplinare la distanza da osservare nella costruzione di determinate opere (pozzi, cisterne, fosse, tubi) presso il confine, tiene conto della loro potenziale attitudine ad arrecare danno alla proprietà contigua stabilendo per esse una presunzione assoluta di pericolosità. Tra dette opere non rientrano i contenitori interrati, prefabbricati o realizzati in loco (nella specie: serbatoio di eternit) a tenuta impermeabile con la funzione di contenere le infiltrazioni e i travasamenti nel fondo finitimo, in quanto per tali contenitori non soccorre la presunzione assoluta di pericolosità, ed è, pertanto, necessario accertare in concreto, sulla base delle loro specifiche caratteristiche (struttura e composizione del materiale, distanza dal confine), se abbiano o meno attitudine a cagionare danno (Cassazione civile, sez. II, 08.04.1986, n. 2436).
Nel caso di specie la CTU ha accertato che trattasi di piscina prefabbricata con pareti in pannelli di acciaio, rivestiti con uno strato di poliestere al silicone. L'insieme dei pannelli e contrafforti reggispinta è ancorato ad una soletta perimetrale. L'impermeabilizzazione è assicurata da un rivestimento in telo PVC saldato a caldo. Le esondazioni sono prevenute mediante scarichi di troppo pieno.
Il CTU ha poi chiarito che pericoli di infiltrazioni potrebbero derivare soltanto dall'abbandono prolungato del manufatto, mentre un suo normale utilizzo non dà motivo di temere infiltrazioni.
Quindi, seguendo la convincente giurisprudenza sopra citata, l'ambito di applicazione dell'art. 889 c.civ. va ridotto alle cisterne e vasche non impermeabili, e va escluso in ipotesi come quella di cui si discute, nella quale si è in presenza di una vasca con struttura in metallo impermeabilizzata, e dotata di opportuni scarichi (Corte d'Appello di Firenze, Sez. I civile, sentenza 19.06.2009 n. 814).

EDILIZIA PRIVATAAi fini dell'osservanza delle norme sulle distanze dal confine, il terrapieno ed il muro di contenimento che hanno prodotto un dislivello oppure hanno aumentato quello già esistente per natura dei luoghi costituiscono costruzioni.
Si richiama l'indirizzo di questo Consiglio che ha avuto modo di osservare come ai fini dell'osservanza delle norme sulle distanze dal confine, il terrapieno ed il muro di contenimento che hanno prodotto un dislivello oppure hanno aumentato quello già esistente per natura dei luoghi costituiscono costruzioni (Cons. St., sez. V, 12.04.2005, n. 1619; id., n. 2000, n. 3637; Cass. civ., sez. II, 01.03.1995, n. 2342; id., 28.11.1991, n. 12763) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 24.04.2009 n. 2579 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Muro di sostegno e distanze.
La circostanza che una concessione limiti l’altezza di un muro a tre metri non elide affatto la sua natura di costruzione ed impone in ogni caso il rispetto dei cinque metri dal confine (TAR Abruzzo-Aquila, sez. I, sentenza 10.03.2009 n. 140 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2008

EDILIZIA PRIVATA: Quesito 2 - Sul carattere integrativo o meno dell'art. 873 del c.c. riguardo alle disposizioni del piano regolatore che stabiliscono una determinata distanza delle costruzioni dal confine del fondo (Geometra Orobico n. 5/2008).

EDILIZIA PRIVATAIn tema di distanze legali, solo il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi "costruzione" agli effetti della disciplina delle distanze per la parte che adempie alla sua specifica funzione, e, quindi, dalle fondamenta al livello del fondo superiore, qualunque sia l'altezza della parete naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento; la parte del muro che si innalza oltre il piano del fondo sovrastante, invece, in quanto priva della funzione di conservazione dello stato dei luoghi, è soggetta alla disciplina giuridica propria delle sue oggettive caratteristiche di costruzione in senso tecnico giuridico, ed alla medesima disciplina devono ritenersi soggetti, perché costruzioni nel senso sopra specificato, il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell'uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente.
I requisiti essenziali del muro di cinta, che a norma dell'art. 878 c.c. non va considerato nel computo delle distanze legali, sono costituiti dall'isolamento delle facce, l'altezza non superiore a metri 3, la sua destinazione alla demarcazione della linea di confine e alla separazione e chiusura della proprietà; mentre quando non si è in presenza di un dislivello naturale, ma si tratta di un dislivello di origine artificiale deve essere considerato costruzione in senso tecnico-giuridico il muro che assolve in modo permanente e definitivo anche alla funzione di contenimento di un terrapieno creato dall'opera dell'uomo.

L’intervento assentito con l’impugnato permesso di costruire consiste nella realizzazione di un terrapieno artificiale con mura di tamponamento, necessario per portare “a livello” della strada il terreno adiacente all’immobile degli appellanti e consentire così la creazione di un parcheggio scoperto e di un muretto che lo delimita.
Tale intervento costituisce una “nuova costruzione” e non può essere qualificato come manutenzione straordinaria (semplice sistemazione di spazi aperti comportante modifica alle quote dei terreni), come affermato dagli appellanti e ritenuto dal Comune (cfr., Cons. Stato, V, n. 1835/1999).
La giurisprudenza è pacifica nel ritenere che in tema di distanze legali, solo il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi "costruzione" agli effetti della disciplina delle distanze per la parte che adempie alla sua specifica funzione, e, quindi, dalle fondamenta al livello del fondo superiore, qualunque sia l'altezza della parete naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento; la parte del muro che si innalza oltre il piano del fondo sovrastante, invece, in quanto priva della funzione di conservazione dello stato dei luoghi, è soggetta alla disciplina giuridica propria delle sue oggettive caratteristiche di costruzione in senso tecnico giuridico, ed alla medesima disciplina devono ritenersi soggetti, perché costruzioni nel senso sopra specificato, il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell'uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente (Cass. civ, II, n. 145/2006; n. 243/1992; n. 12763/1991; Cons. Stato, n. 5213/2007).
E’ stato anche precisato che i requisiti essenziali del muro di cinta, che a norma dell'art. 878 c.c. non va considerato nel computo delle distanze legali, sono costituiti dall'isolamento delle facce, l'altezza non superiore a metri 3, la sua destinazione alla demarcazione della linea di confine e alla separazione e chiusura della proprietà; mentre quando non si è in presenza di un dislivello naturale, ma si tratta di un dislivello di origine artificiale deve essere considerato costruzione in senso tecnico-giuridico il muro che assolve in modo permanente e definitivo anche alla funzione di contenimento di un terrapieno creato dall'opera dell'uomo (Cass. civ., II, n. 8144/2001)
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 13.06.2008 n. 2954- link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Distanze dal muro di cinta e valutazione delle scelte estetiche.
Il muro di cinta di altezza non superiore ai tre metri, pur essendo una costruzione in senso materiale, non è considerato tale ai fini delle distanze legali per la sua mancanza di autonomia strutturale, costituendo una semplice protezione del fondo: per il computo delle distanze tra costruzioni vanno quindi presi in considerazione gli edifici che si trovano rispettivamente al di qua e al di là del muro di cinta, come se questo non esistesse, per cui la distanza di legge va computata tra l’edificio preesistente e la nuova costruzione ovvero ampliata. Ne consegue, nello specifico, che la distanza minima da rispettare tra i porticati ed il confine non è quella stabilita dall’art. 873 c.c., ma quella tra sagoma limite e confine.
Dal momento che il Giudice amministrativo non può sindacare il merito delle scelte estetico-funzionali dell’amministrazione se non nei limiti della illogicità, quando si discute di concreti valori estetico-tipologici riservati all’amministrazione medesima, è sufficiente appurare che le norme edilizie in vigore ammettono l’intervento di interesse con le caratteristiche morfologiche e strutturali desumibili anche dalla documentazione fotografica agli atti processuali
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 05.03.2008 n. 931 - link a www.altalex.com).

anno 2007

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATASussiste la praticabilità, sotto il profilo edilizio, di una deroga ex art. 14 del DPR 380/2001 circa la realizzazione di una barriera antirumore a distanza non regolamentare dal confine.
Pur essendo stata abbandonata l’originaria qualificazione della barriera antirumore come recinzione, sostituita da quella più appropriata di nuova edificazione, non è stato correttamente impostato il problema dei presupposti per la deroga ex art. 14 del DPR 380/2001, in relazione non più all’altezza ma alla distanza dal confine.
La tesi della ricorrente secondo cui su questo punto avrebbe dovuto pronunciarsi il consiglio comunale è condivisibile, in quanto la predetta norma collega la deroga all’esame dello stesso organo avente competenza sul PRG, introducendo un’ipotesi di variante singolare. A questo aspetto formale si aggiunge quello più importante di diritto sostanziale che riguarda la possibilità di definire la barriera antirumore come opera di interesse pubblico.
Per inciso si osserva che se la prospettazione della ricorrente fosse palesemente infondata il Comune avrebbe potuto evitare di sottoporre la questione della deroga al consiglio comunale, in quanto gli uffici preposti alla materia edilizia possono fare da filtro nei confronti delle istanze che non hanno alcuna possibilità di essere accolte.
Nel caso in esame, tuttavia, l’opera per cui è chiesta la deroga svolge una funzione del tutto coerente con l’interesse pubblico al rispetto dei limiti di rumorosità vigenti nella zona. Si tratta di un obiettivo fissato direttamente dalla legge che il Comune ha ribadito attraverso due ordinanze rimettendo la soluzione tecnica alla stessa ricorrente senza individuare in astratto una specifica modalità di abbattimento delle immissioni sonore.
In sostanza, la posizione del Comune può essere divisa in due parti. Nelle premesse il Comune (come si è visto sopra al punto 9) effettua un corretto bilanciamento degli interessi coinvolti, in quanto non utilizza il problema dell’inquinamento acustico per espellere un’attività produttiva da una zona dove la stessa è insediata da molto tempo. Passando alle conclusioni, tuttavia, il Comune ritiene che la presenza di un interesse privato escluda quello pubblico, e in questo modo incorre in un vizio logico perché abbandona la proporzione tra il fine (abbattimento della rumorosità) e il mezzo (limiti all’attività dei privati).
È quindi necessario cancellare la decisione negativa del Comune e affermare coerentemente con le premesse la praticabilità sotto il profilo edilizio di una deroga ex art. 14 del DPR 380/2001
(TAR Lombardia-Brescia, sentenza 26.06.2007 n. 578 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2004

EDILIZIA PRIVATAUna costruzione può essere realizzata sul confine del vicino limitatamente all’altezza del preesistente muro di fabbrica, mentre una volta superata tale altezza debbono essere rispettate le distanze previste tra le costruzioni dalla disciplina urbanistica.
Come correttamente evidenziato dal TAR, il ricorrente stava realizzando una costruzione che era solo in parziale aderenza con quanto costruito in precedenza dal Sig. Greco, con superamento in altezza del muro di confine, con la conseguenza che parte della nuova costruzione era stata edificata ad una distanza di circa 5 metri dalla preesistente parete finestrata del confinante, mentre il limite minimo in questi casi era stabilito in 10 metri dalla locale normativa urbanistica.
L’appellante non contesta detta situazione di fatto ma sostiene che essendoci un muro di confine tra i due fabbricati non occorreva rispettare alcuna distanza per la nuova costruzione.
Occorre invece tener presente che una costruzione può essere realizzata sul confine del vicino limitatamente all’altezza del preesistente muro di fabbrica, mentre una volta superata tale altezza debbono essere rispettate le distanze previste tra le costruzioni dalla disciplina urbanistica (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 29.11.2004 n. 7746 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'articolo 878 del codice civile si riferisce soltanto ad un muro che abbia entrambe le facce isolate dalle altre costruzioni e non racchiuda, quindi, uno spazio coperto con una propria volumetria come nel caso in esame e, pertanto, le norme tecniche di attuazione di un Comune non sono autorizzate a modificare la definizione codicistica.
Il ricorrente, in qualità di proprietario confinante, ha impugnato la concessione edilizia in epigrafe indicata, nonché l'articolo 27, commi 4° e 5°, delle NTA della variante al PRG, sulla quale si fonda il rilascio del suddetto provvedimento, con il quale la controinteressata è stata autorizzata a costruire un fabbricato ad uso autorimessa, di altezza di circa m. 3, da porsi sul confine di proprietà per un fronte di m. 4, deducendone l’illegittimità sotto vari profili.
Si è costituito in giudizio il Comune intimato che ha chiesto il rigetto del ricorso.
Non si sono costituiti in giudizio né la provincia di Ferrara né la controinteressata.
L'istanza cautelare è stata accolta con ordinanza n. 399 del 25.06.2003 e la causa è stata trattenuta in decisione all'udienza del 18.03.2004.
Il ricorso è fondato con specifico riferimento alle censure di violazione degli articoli 873 e 878 del codice civile e di eccesso di potere per irragionevolezza e falso presupposto di diritto.
Già in un'analoga controversia promossa dall'odierno ricorrente avverso un'altra simile costruzione da realizzare sempre sul confine di proprietà da parte di un altro confinante, sul lato nord, questo Tribunale Amministrativo Regionale, con sentenza n. 2770 del 31.12.2003, ha rilevato uno specifico contrasto tra l'articolo 27, comma quinto, delle predette norme tecniche di attuazione rispetto agli articoli suddetti del codice civile.
Infatti, la citata disposizione comunale dispone che "nelle zone residenziali è possibile, anche in deroga alle distanze fissate dall'articolo 12 delle presenti norme, l'edificazione sul confine di proprietà di edifici, privi di pareti finestrate, di altezza esterna, intesa come massimo ingombro, inferiore a metri tre, senza necessità di convenzione tra confinanti, intendendo tali edifici come muri di cinta, ai sensi del codice civile".
Invero, come già precisato dalla suddetta sentenza, l'articolo 878 del codice civile si riferisce soltanto ad un muro che abbia entrambe le facce isolate dalle altre costruzioni e non racchiuda, quindi, uno spazio coperto con una propria volumetria come nel caso in esame e, pertanto, le norme tecniche di attuazione di un Comune non sono autorizzate a modificare la definizione codicistica.
Del resto la strumentazione urbanistica del Comune intimato, per regola generale, all'articolo 12, lettera c, dispone che gli interventi di nuove costruzioni debbano osservare una distanza minima di 5 metri dai confini di proprietà, riducibile a metri 3 soltanto con apposita convenzione tra confinanti, con ciò escludendo l'applicazione diretta del criterio civilistico della prevenzione, di cui all’articolo 873 del codice civile, che non può indirettamente essere reintrodotto attraverso un'illogica ed illegittima equiparazione di una vera e propria costruzione, a tutti gli effetti, ad un muro privo di volumetria coperta (TAR Emilia Romagna, sez. II, sent. n. 2770 del 31.12.2003).
Per tali ragioni, di carattere assorbente rispetto alle ulteriori censure dedotte, il ricorso va accolto, e per l’effetto, si conferma l’annullamento dell'articolo 27, comma 5°, delle NTA della variante al PRG del comune di Poggiorenatico (FE), ivi comprese, in parte qua, le deliberazioni di adozione e di approvazione meglio indicate in epigrafe (già pronunciato con la citata sentenza del TAR Emilia Romagna, sez. II, sent. n. 2770 del 31.12.2003), nonché, per illegittimità derivata, la concessione edilizia impugnata n. C034/2002 rilasciata a Masina Margherita (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 08.04.2004 n. 509 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2002

EDILIZIA PRIVATAPARERE IN MERITO QUESITI RELATIVI AL RISPETTO DELLE DISTANZE NELLA EDIFICAZIONE IN AREA ASSOGGETTATA A PIANO DI LOTTIZZAZIONE E ALL'AMMISSIBILITA' DELLA RICOSTRUZIONE DI FABBRICATI PARZIALMENTE DEMOLITI.
Quesiti posti a questa Provincia dal Comune di SANT’AGATA FELTRIA con nota prot. n. 3094 del 23.05.2002, che qui di seguito si riporta:
"Quesito n. 1:
Il Comune di Sant'Agata Feltria ha ricevuto una richiesta di concessione edilizia per la costruzione di un fabbricato artigianale all'interno di una zona artigianale di tipo "D" soggetta a redazione di piano di lottizzazione.
Il richiedente, proprietario di n. 2 lotti contigui, intende costruire il fabbricato di cui sopra a confine dei lotti seppure il piano di lottizzazione preveda una distanza dai confini di ml. 5,00 e l'art. 13, comma 1, lett. p) del R.E.C. precisa che si intende come confine anche la linea di separazione che definisce i diversi lotti.
Si precisa che all'interno dell'area sono stati ricavati n. 10 lotti di cui 7 lotti di proprietà del Comune di Sant'Agata Feltria, poi alienati, e 4 lotti di proprietà privata.
Inoltre la convenzione del piano di lottizzazione prevede che questa possa essere realizzata per successivi stralci funzionali dove l'attuale stralcio abbia per oggetto i lotti di proprietà comunale; mentre i proprietari privati nel caso in cui procedessero all'esecuzione dei successivi stralci si obbligano a riconoscere al Comune di Sant'Agata Feltria la quota parte delle spese sostenute per la realizzazione delle opere di urbanizzazione.
Il richiedente intende realizzare il fabbricato sul lotto facente parte del primo stralcio a confine con il lotto che dovrà fare parte degli stralci successivi.
Considerato quanto sopra, si invita l'ufficio competente dell'Amministrazione Provinciale di esprimere un proprio parere sulla questione.
Quesito n. 2:
Il Comune di Sant'Agata Feltria ha ricevuto richiesta per la ricostruzione di 2 fabbricati rurali ora parzialmente demoliti dei quali rimane in un caso le murature per l'altezza di circa ml. 1,00 (ricadente in zona edilizia C6 di espansione non lottizzata) mentre nell'altro caso sono presenti porzioni di muratura esterna che in alcune parti di presume abbiano un'altezza fino alla gronda ( ricadente in zona agricola). Si richiede:
- Se i proprietari abbiano comunque diritto di ricostruire il fabbricato ora parzialmente demolito;
- Quale documentazione eventualmente può essere inoltrata a comprovare la consistenza del fabbricato (documentazione fotografica, planimetrie catastali, vecchi progetti edilizi…..).
Considerato quanto sopra, si invita l'ufficio competente dell'Amministrazione Provinciale di esprimere un proprio parere sulla questione." (Provincia di Pesaro-Urbino, parere 05.12.2002 - link a www.provincia.ps.it).