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dossier RIFIUTI E BONIFICHE

per approfondimenti vedi anche:
SISTRI (Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti)

giugno 2017

AMBIENTE-ECOLOGIA: Sulla responsabilità dell’inquinamento riguardante l’area “ex polveriera Montedison”.
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Inquinamento – Rifiuti – Rimozione e ripristino stato dei luoghi – Soggetto obbligato – Individuazione – Criterio.
La fonte dell'obbligo di procedere alla messa in sicurezza e all'eventuale bonifica del sito inquinato si identifica nella responsabilità dell'autore dell'inquinamento, che quindi va puntualmente e precisamente individuato da parte dell’Autorità amministrativa, sulla base di un rigoroso accertamento anche in caso di vicende societarie complesse (1).
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   (1) Ha ricordato il Tar che la Direttiva 2004/35/CE all’art. 2 definisce come “operatore”, cui si connette la responsabilità per danno ambientale (cfr. 2° e 18° Considerando) “qualsiasi persona fisica o giuridica, sia essa pubblica o privata, che esercita o controlla un'attività professionale”.
Pur volendo far riferimento –in via teorica ed astratta– ad una nozione ampia di operatore economico (rilevante ai fini dell’internalizzazione dei costi ambientali), nel caso all’esame del Tribunale sono del tutto assenti un’analisi e un accertamento in concreto del ruolo effettivamente svolto dalla ricorrente con specifico riferimento al ramo industriale interessato e ritenuto ‘responsabile’ della condotta inquinante (Tar Lazio, sez. II-bis, 21.03.2016, n. 3441), tenuto conto della complessa articolazione, anche nel tempo, del Gruppo Montedison.
Ha aggiunto il Tar che l'inquadramento della contaminazione come situazione permanente non esime dall’individuazione del soggetto responsabile, rilevando quel concetto ai fini dell'applicazione delle procedure amministrative di bonifica più recentemente introdotte nel nostro ordinamento anche a contaminazioni storiche, con conseguente applicazione dei relativi limiti tabellari o di rischio e delle relative fasi procedurali.
Il Tar ha infine ricordato che nell'ipotesi di mancata individuazione del responsabile, o di mancata esecuzione degli interventi in esame da parte sua –e sempreché non provvedano spontaneamente né il proprietario del sito, né altri soggetti interessati–, le opere di recupero ambientale devono essere eseguite dall'Amministrazione competente (art. 250, d.lgs. 03.04.2006, n. 152), che potrà poi rivalersi sul proprietario del sito, nei limiti del valore dell'area bonificata, anche esercitando, ove la rivalsa non vada a buon fine, le garanzie gravanti sul terreno oggetto dei medesimi interventi (art. 253, d.lgs. n. 152 del 2006) (TAR Lombardia-Milano, Sez. III, sentenza 13.06.2017 n. 1326 - commento tratto da e link a www.giustizia-amministrativa.it).
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MASSIMA
V.2) Così sinteticamente ricostruito il contenuto essenziale del provvedimento il Collegio osserva che l’istruttoria operata dal Comune, che si riverbera nell’articolato motivazionale, si presenta carente e non supportata da circostanze attuali.
L’attività istruttoria svolta dal Comune si fonda, infatti, da un lato, su elementi antecedenti all’ordinanza n. 76/2004, oggetto di annullamento, dall’altro su circostanze subprocedimentali successive dalle quali non trapela, in generale, alcuna attività volta ad individuare il soggetto responsabile dell’inquinamento e, nello specifico, alcun accertamento conducente e conclusivo per ritenere tale la ricorrente. Anzi, dall’attività compiuta parrebbe emergere l’intenzione del Comune di eseguire in proprio le opere di bonifica, per il tramite della propria società Ta. STU s.p.a.
Va ancora evidenziato che gli ultimi atti compiuti risalgono agli anni 2006/2007.
Da allora –per quasi dieci anni– non risulta, né dall’atto impugnato né dalla produzione documentale versata in atti, che il Comune abbia svolto alcuna attività di indagine ulteriore. Neppure si dà conto della permanente esistenza in vita della società Ta. STU spa (soggetto obbligato alla bonifica, unitamente al Comune, secondo l’ordinanza n. 76/2004), dell’avvenuta presentazione del progetto definitivo da parte di tale società né di ulteriori elementi rilevanti occorsi in tale lungo lasso di tempo.
Va osservato, innanzi tutto, che non risulta che la ricorrente sia mai stata proprietaria dell’area (ceduta al Comune nel 2002) né, tanto meno, che abbia svolto alcun tipo di attività sui terreni in questione.
Ciò posto, l’individuazione del soggetto responsabile è avvenuta sulla base di una indimostrata successione della ricorrente “a titolo universale” dal soggetto che, fino agli anni ’70, ha svolto l’attività inquinante.
Deve rammentarsi che il Comune nel 2002 ha acquistato l’area in questione dalla società Co.In.Im. srl, avente causa della società In.Ed. srl, già “Se.Im.Mo. spa” (per effetto del trasferimento della proprietà nel 1999) la quale a sua volta ne era divenuta proprietaria per conferimento (ciò è quanto si ricava dal contratto di compravendita tra il Comune e la società Co. srl).
Il Comune, nei propri atti difensivi, fa riferimento –a sostegno dell’assunto circa la successione di Ed. spa– ad una visura camerale relativa a Mo. srl da cui risultano, a partire dal 1999, i trasferimenti d’azienda, le fusioni, le scissioni e i subentri coinvolgenti le seguenti società: Ge.Ge.Im. srl, Im.Gr. srl, Società Im.As. spa, Ac. srl, Ce. srl, ICI Im.Co.In. srl, Ed.Tr.Se. srl, e, infine, con atto di fusione per incorporazione nell’aprile 2012, Ed.spa.
A fronte di tale complessità dei rapporti societari, sopra sinteticamente evidenziati (con indicazioni peraltro difformi tra quanto riportato nel provvedimento impugnato e quanto risulta dal documento prodotto in giudizio), che prendono l’avvio da una precisa società del più articolato “Gruppo Mo.”, l’individuazione di Ed. spa quale successore “a titolo universale”, che sarebbe, secondo l’atto impugnato, “soggetto giuridico succeduto a Mo. spa, Co.In.Im. srl e Mo. srl”, appare affermazione indimostrata, priva di alcuna evidenza documentale, né in sede procedimentale né in sede processuale.
Invero né è stata dimostrata –in modo rigoroso– l’effettiva qualificazione di avente causa della ricorrente dal soggetto responsabile dell’inquinamento (e quindi di successore a titolo universale), essendosi il Comune limitato ad una sommaria descrizione delle presunte successioni societarie di un gruppo che, in realtà, nel corso di oltre un cinquantennio, risulta essere stato oggetto di modificazioni complesse e articolate, composto da molteplici società svolgenti attività tra loro differenti. Né è stata dimostrata la responsabilità dell’inquinamento dell’area in questione da parte del ritenuto avente causa della ricorrente, considerato che, come già rilevato, l’individuazione nella società Co. srl del soggetto responsabile, effettuata con l’ordinanza n. 76/2004 (fondata sul titolo contrattuale), è stata ritenuta da questo Tribunale non corretta e non risulta che, in sede di nuovo procedimento, siano stati effettuati accertamenti ai fini dell’individuazione di una responsabilità ad altro titolo della predetta società, asserita dante causa della ricorrente.
La Direttiva 2004/35/CE all’art. 2 definisce come “operatore”, cui si connette la responsabilità per danno ambientale (cfr. 2° e 18° Considerando) qualsiasi persona fisica o giuridica, sia essa pubblica o privata, che esercita o controlla un'attività professionale”.
Pur volendo far riferimento –in via teorica ed astratta– ad una nozione ampia di operatore economico (rilevante ai fini dell’internalizzazione dei costi ambientali),
nel caso di specie sono del tutto assenti un’analisi e un accertamento in concreto del ruolo effettivamente svolto dalla ricorrente con specifico riferimento al ramo industriale interessato e ritenuto ‘responsabile’ della condotta inquinante (cfr. in termini Tar Lazio–Roma sez. II-bis 21.03.2016, n. 3441), tenuto conto della complessa articolazione, anche nel tempo, del Gruppo Mo..
L'inquadramento della contaminazione come situazione permanente, cui fa riferimento il Comune nel provvedimento impugnato, non esime dall’individuazione del soggetto responsabile, rilevando quel concetto ai fini dell'applicazione delle procedure amministrative di bonifica più recentemente introdotte nel nostro ordinamento anche a contaminazioni storiche, con conseguente applicazione dei relativi limiti tabellari o di rischio e delle relative fasi procedurali.
Le norme di cui agli artt. 242 e segg. del d.lgs. n. 152/2006 vanno interpretate nel senso che l'obbligo di adottare le misure dirette a fronteggiare la situazione di inquinamento incombe su colui che di tale situazione sia responsabile per avervi dato causa (cfr. Corte di Giustizia sentenza 04.03.2015, n. C-534/15, Fipa Group).
La fonte dell'obbligo di procedere alla messa in sicurezza e all'eventuale bonifica del sito inquinato si identifica, cioè, nella responsabilità dell'autore dell'inquinamento, che quindi va puntualmente e precisamente individuato da parte dell’Autorità amministrativa, sulla base di un rigoroso accertamento (Tar Milano sez. IV 13.10.2016, n. 1860; Consiglio di Stato, sez. V, 14.04.2016, n. 1509).
Nell'ipotesi di mancata individuazione del responsabile, o di mancata esecuzione degli interventi in esame da parte sua –e sempreché non provvedano spontaneamente né il proprietario del sito, né altri soggetti interessati–, le opere di recupero ambientale devono essere eseguite dall'Amministrazione competente (art. 250), che potrà poi rivalersi sul proprietario del sito, nei limiti del valore dell'area bonificata, anche esercitando, ove la rivalsa non vada a buon fine, le garanzie gravanti sul terreno oggetto dei medesimi interventi (art. 253) (cfr. Cons. Stato sez. V 09.07.2015 n. 3449; Ad. Plen. n. 21/2013).
Tale disciplina rende priva di rilevanza la questione posta dalla ricorrente circa la permanenza dell’efficacia dell’ordinanza n. 76/2004 nella parte in cui il Comune imponeva a sé stesso gli obblighi di bonifica. A questi l’Amministrazione è tenuta comunque, nell’ipotesi sopra indicata, in forza di legge.
Sotto altro profilo, ma concorrente ai fini della fondatezza del lamentato vizio di carenza istruttoria, va rilevato che l’affermazione contenuta nel provvedimento impugnato circa “l’accertata contaminazione del sito” si fonda, tenuto conto della documentazione offerta, sulla relazione di ARPA di cui si è preso atto nella conferenza di servizi del 16.04.2006 che, tuttavia, ha evidenziato che “i valori analitici riscontrati nei campioni prelevati in contraddittorio corrispondono a quelli rilevati dal laboratorio di parte e non si riscontrano superamenti ai valori limite stabiliti dal DM 471/1999 per i siti ad uso verde pubblico, privato e residenziale”.
Nel corso del lungo periodo intercorso tra quegli accertamenti e il provvedimento impugnato non risulta che siano stati compiuti ulteriori analisi, anche alla luce della normativa sopravvenuta.
Per le ragioni che precedono il ricorso per motivi aggiunti, in relazione ai profili esaminati e assorbite le ulteriori censure, merita accoglimento e per l’effetto va disposto l’annullamento dell’ordinanza del 30.03.2016.

AMBIENTE-ECOLOGIANon è configurabile in forma omissiva il reato di cui all'art. 256, comma secondo, d.lgs. n. 152 del 2006, nei confronti del proprietario di un terreno sul quale terzi abbiano abbandonato o depositato rifiuti in modo incontrollato, anche nel caso in cui non si attivi per la rimozione dei rifiuti, poiché tale responsabilità sussiste solo in presenza di un obbligo giuridico di impedire la realizzazione o il mantenimento dell'evento lesivo, che il proprietario può assumere solo ove compia atti di gestione o movimentazione dei rifiuti.
Nella fattispecie, il rapporto di coniugio non attribuisce il dovere di impedire che il coniuge reati e certamente non costituisce il coniuge custode o responsabile delle azioni dell'altro. Sicché tale rapporto non espande gli obblighi che (non) gravano sul proprietario dell'area.

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1.1 coniugi Gi.An. e Vi.Pa. ricorrono per l'annullamento della sentenza del 18/12/2015 del Tribunale di Brindisi che li ha condannati alla pena, condizionalmente sospesa, di 2.100,00 euro di ammenda per il reato di cui agli artt. 110, cod. pen., 256, commi 1 e 2, d.lgs. n. 152 del 2006, loro ascritto per aver, senza autorizzazione, raccolto, smaltito e stoccato rifiuti speciali non pericolosi, costituiti da pezzi di fili elettrici, terra e roccia da scavo, rifiuti legnosi, rifiuti ferrosi, plastica e gomma. Il fatto è contestato come accertato in Ceglie Messapica il 19/02/2014.
1.1. Con il primo motivo, deducendo che il (solo) An., titolare di impresa esercente attività edile, aveva momentaneamente depositato alcuni materiali ed attrezzature della propria ditta e che i cumuli di pietre erano null'altro che il prodotto di lavori agricoli di spietramento del terreno (circostanze oggetto della testimonianza resa dal figlio Ma., del tutto negletta), eccepiscono l'inosservanza e l'erronea applicazione degli artt. 192, cod. proc. pen., e 256, d.lgs. n. 152 del 2006 nonché vizio di motivazione contraddittoria ed illogica in ordine alla definizione di rifiuto dei beni sopra indicati e omessa valutazione di elementi di prova favorevoli all'imputato.
1.2. Con il secondo motivo eccepiscono, con riferimento alla posizione della Pa., la violazione del principio di colpevolezza e di responsabilità personale essendo la condanna basata sul presupposto della comproprietà del fondo e della 'culpa in vigilando'.
...
5. E' invece fondato il secondo motivo.
5.1. Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, non è configurabile in forma omissiva il reato di cui all'art. 256, comma secondo, d.lgs. n. 152 del 2006, nei confronti del proprietario di un terreno sul quale terzi abbiano abbandonato o depositato rifiuti in modo incontrollato, anche nel caso in cui non si attivi per la rimozione dei rifiuti, poiché tale responsabilità sussiste solo in presenza di un obbligo giuridico di impedire la realizzazione o il mantenimento dell'evento lesivo, che il proprietario può assumere solo ove compia atti di gestione o movimentazione dei rifiuti (Sez. 3, n. 50997 del 07/10/2015, Cucinella, Rv. 266030; Sez. 3, n. 40528 del 10/06/2014, Cantoni, Rv. 260754; Sez. 3, n. 49327 del 12/11/2013, Merlet, Rv. 257294).
5.2. Il rapporto di coniugio non attribuisce il dovere di impedire che il coniuge reati e certamente non costituisce il coniuge custode o responsabile delle azioni dell'altro. Sicché tale rapporto non espande gli obblighi che (non) gravano sul proprietario dell'area.
5.3. Ne consegue che, essendo queste le uniche ragioni della condanna della Pa., nei suoi confronti la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio per non aver commesso il fatto (Corte di cassazione, Sez. III penale, sentenza 09.06.2017 n. 28704).

aprile 2017

AMBIENTE-ECOLOGIA - TRIBUTIMinambiente in fuorigioco sui rifiuti. Tar Lazio.
È illegittimo il silenzio inadempimento ventennale del Ministero dell'ambiente in materia di assimilazione dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani.

Il TAR Lazio-Roma - Sez. II-bis, con sentenza 13.04.2017 n. 4611, ha obbligato il ministero dell'ambiente ad adottare, entro un termine massimo di 120 giorni (dall'emissione sentenza), il decreto ministeriale atteso ormai dal lontano 1997 (ovvero dall'anno dell'entrata in vigore del cosiddetto «decreto Ronchi»).
Il fatto in concreto. Il dicastero del Ministero dell'ambiente, il Ministero dello sviluppo economico e il Comune di Reggio Emilia venivano chiamati in causa da un'azienda bolognese (operante nel settore rifiuti, attiva soprattutto sul fronte della raccolta e avvio a riciclo della carta da macero) che lamentava di essere gravemente danneggiata, in termini di ingiusta sottrazione di risorse e beni al mercato privato e di elevato versamento Tari, dalla eccessiva assimilazione dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani effettuata dalle amministrazioni comunali, a causa della mancanza di una regolamentazione ministeriale (prevista dall'articolo 195 del dlgs 152/2006, e prima ancora dall'articolo 18, 2° comma, lettera d, dlgs 5/1997 c.d. decreto Ronchi).
Il Tar Lazio ha accolto il ricorso sostenendo che «il Ministero dell'ambiente, pur tenuto ad adottare la regolamentazione suddetta, risulta non aver ancora completato l'iter relativo, avendo soltanto avviato le attività propedeutiche all'adozione del decreto in questione».
Cosa che «rende illegittima l'inerzia tenuta dallo stesso» e, per questo motivo, dovrà adottare «di concerto con il ministro dello Sviluppo economico il decreto che fissi i criteri per l'assimilabilità dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani, nel termine di giorni 120» dalla data della sentenza.
Per la metà di agosto prossimo e dopo vent'anni di attesa, il regolamento potrebbe finalmente essere emanato (articolo ItaliaOggi del 28.04.2017).

marzo 2017

AMBIENTE-ECOLOGIA: Esclusione dell’obbligo del curatore fallimentare di smaltire i rifiuti su immobile di proprietà del fallito.
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Inquinamento – Rifiuti – Rimozione e ripristino stato dei luoghi – Ingiunzione – Indirizzata al curatore fallimentare – Esclusione.
Il curatore fallimentare non è custode degli immobili di proprietà del fallito, con la conseguenza che non è assoggettabile agli obblighi previsti dall'art. 192, comma 4, d.lgs. 03.04.2006, n. 152 (1).
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   (1) Il Tar ha richiamato precedenti del giudice di appello (sez. V, 30.06.2014, n. 3274; 16.06.2009, n. 3885; 12.06.2009, n. 3765) secondo cui “il fallimento non può essere reputato un subentrante, ossia un successore, dell’impresa sottoposta alla procedura fallimentare. La società dichiarata fallita, invero, conserva la propria soggettività giuridica e rimane titolare del proprio patrimonio…e correlativamente il fallimento non acquista la titolarità dei suoi beni ma ne è solo un amministratore con facoltà di disposizione, laddove quest’ultima riposa non sulla titolarità dei relativi diritti ma, a guisa di legittimazione straordinaria, sul munuspubblico rivestito dagli organi della procedura (art. 31, r.d. 16.03.1942, n. 267: Il curatore ha l’amministrazione del patrimonio fallimentare e compie tutte le operazioni della procedura sotto la vigilanza del giudice delegato e del comitato dei creditori, nell’ambito delle funzioni ad esso attribuite)”.
E’ stato aggiunto dal Consiglio di Stato che “il fatto che alla curatela sia affidata l’amministrazione del patrimonio del fallito, per fini conservativi predisposti alla liquidazione dell’attivo ed alla soddisfazione paritetica dei creditori, non comporta affatto che sul curatore incomba l’adempimento di obblighi facenti carico originariamente all’imprenditore, ancorché relativi a rapporti tuttavia pendenti all’inizio della procedura concorsuale. Al curatore competono gli adempimenti che la legge (sia esso il r.d. n. 267 del 1942, siano esse leggi speciali) gli attribuisce e tra essi non è ravvisabile alcun obbligo generale di subentro nelle situazioni giuridiche passive di cui era onerato il fallito…poiché in linea generale, come ricordato, il curatore, nell’espletamento della pubblica funzione non si pone come successore o sostituto necessario del fallito, su di lui non incombono gli obblighi del fallito inadempiuti volontariamente o per colpa, né di quelli che lo stesso non sia stato in grado di adempiere a causa dell’inizio della procedura concorsuale…”.
Conclusivamente “nei confronti del Fallimento non è ravvisabile un fenomeno di successione, il quale solo potrebbe far scattare il meccanismo estensivo, previsto dall’art. 192, comma 4, d.lgs. 03.04.2006, n. 152” (secondo cui “Qualora la responsabilità del fatto illecito sia imputabile ad amministratori o rappresentanti di persona giuridica ai sensi e per gli effetti del comma 3, sono tenuti in solido la persona giuridica ed i soggetti che siano subentrati nei diritti della persona stessa, secondo le previsioni del decreto legislativo 08.06.2001, n. 231, in materia di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni) della legittimazione passiva che l’articolo stesso pone in prima battuta a carico del responsabile e del proprietario versante in dolo o in colpa” (TRGA Trentino Alto Adige-Trento, sentenza 20.03.2017 n. 93 - commento tratto da e link a www.giustizia-amministrativa.it).
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MASSIMA
1. Le questioni sottoposte al vaglio del Collegio investono precipuamente la posizione della curatela fallimentare in riferimento ai beni del fallito -acquisiti dalla procedura- direttamente definibili rifiuti o comunque contenenti fattori di inquinamento ambientale tali da richiedere, secondo la normativa di settore, un intervento di bonifica.
2. Su tale delicato problema, involgente non solo la disamina della normativa (in primis contenuta nel d.lgs. n. 152/2016) di derivazione comunitaria che disciplina la messa in sicurezza, la bonifica ed il ripristino ambientale, ma anche l’analisi della legge fallimentare (r.d. n. 267/1942) e dei correlati doveri posti a carico del curatore, non sussiste un’univoca interpretazione giurisprudenziale.
3.
La questione è stata tuttavia affrontata in termini sistematici dal Consiglio di Stato (sez. V, 30.06.2014 n. 3274; 16.06.2009, n. 3885; 12.06.2009, n. 3765) che, in accoglimento dell’appello promosso da una curatela (non autorizzata alla prosecuzione dell’attività della società fallita) avverso ordinanze sindacali imponenti la rimozione, l’avvio a recupero o smaltimento di rifiuti ed il ripristino dello stato dei luoghi, ne ha escluso la legittimazione passiva, atteso che “il fallimento non può essere reputato un subentrante, ossia un successore, dell’impresa sottoposta alla procedura fallimentare. La società dichiarata fallita, invero, conserva la propria soggettività giuridica e rimane titolare del proprio patrimonio…e correlativamente il fallimento non acquista la titolarità dei suoi beni ma ne è solo un amministratore con facoltà di disposizione, laddove quest’ultima riposa non sulla titolarità dei relativi diritti ma, a guisa di legittimazione straordinaria, sul munus pubblico rivestito dagli organi della procedura (art. 31 R.D. n. 267/1942: Il curatore ha l’amministrazione del patrimonio fallimentare e compie tutte le operazioni della procedura sotto la vigilanza del giudice delegato e del comitato dei creditori, nell’ambito delle funzioni ad esso attribuite)”.
In specifico, nella medesima pronuncia viene affermato quanto segue: “
il fatto che alla curatela sia affidata l’amministrazione del patrimonio del fallito, per fini conservativi predisposti alla liquidazione dell’attivo ed alla soddisfazione paritetica dei creditori, non comporta affatto che sul curatore incomba l’adempimento di obblighi facenti carico originariamente all’imprenditore, ancorché relativi a rapporti tuttavia pendenti all’inizio della procedura concorsuale. Al curatore competono gli adempimenti che la legge (sia esso il R.D. 16.03.1942 n. 267, siano esse leggi speciali) gli attribuisce e tra essi non è ravvisabile alcun obbligo generale di subentro nelle situazioni giuridiche passive di cui era onerato il fallito…poiché in linea generale, come ricordato, il curatore, nell’espletamento della pubblica funzione non si pone come successore o sostituto necessario del fallito, su di lui non incombono gli obblighi del fallito inadempiuti volontariamente o per colpa, né di quelli che lo stesso non sia stato in grado di adempiere a causa dell’inizio della procedura concorsuale… ”. E conclusivamente: “Per quanto esposto, dunque, nei confronti del Fallimento non è ravvisabile un fenomeno di successione, il quale solo potrebbe far scattare il meccanismo estensivo, previsto dall’art. 194, comma 4, d.lgs. cit.” (da intendersi d.lgs. n. 152/2006), della legittimazione passiva che l’articolo stesso pone in prima battuta a carico del responsabile e del proprietario versante in dolo o in colpa”.
3.1. Detto insegnamento è stato ripreso in termini del tutto condivisi in diverse pronunce del giudice di prime cure (cfr. Tar Campania Napoli n. 5203/2014; Tar Puglia Lecce n. 504/2014; Tar Toscana n. 774 e 118/2014).
4.
In precedenza (cfr. Cons. di Stato, sez. V, n. 3885/2009 e n. 4328/2003) il giudice d’appello aveva riscontrato che il potere del curatore di disporre dei beni fallimentari non comporta necessariamente il dovere di adottare particolari comportamenti attivi finalizzati alla tutela sanitaria degli immobili richiedenti, per la presenza di fattori inquinanti, la bonifica, e che la curatela fallimentare non subentra negli obblighi più strettamente correlati alla responsabilità dell’imprenditore, a meno che non vi sia una prosecuzione nell’attività, da ciò conseguendo “che non può accettarsi che la legittimazione passiva sia del curatore (poiché ciò, inoltre, determinerebbe un sovvertimento del principio di matrice comunitaria del “chi inquina paga” scaricando i costi sui creditori che non presentano alcun collegamento con l’inquinamento)”, nel mentre l’affermazione del predetto principio “consiste, in definitiva nell’imputazione dei costi ambientali …al soggetto che ha causato la compromissione ecologica illecita”, rammentando infine che “nel caso di mancata individuazione del responsabile, o nell’assenza di interventi volontari, le opere di bonifica saranno realizzate dalle Amministrazioni competenti (art. 250 d.lgs. n. 152/2006) salvo, a fronte delle spese sostenute, l’esistenza di un privilegio speciale immobiliare sul fondo, a tutela del credito per la bonifica e la qualificazione degli interventi relativi come onere reale sul fondo stesso, destinato a trasmettersi unitamente alla proprietà del terreno (art. 253)”.
5. Orbene: in stretta relazione al surriferito insegnamento, che condivide, il Collegio annota aggiuntivamente che, nella fattispecie in esame, da un lato è del tutto pacifico che la curatela ricorrente non sia stata autorizzata all’esercizio provvisorio ai sensi dell’art. 104 della legge fallimentare, e dall’altro, come si evince dalla documentazione versata in causa (doc. 11 fasc. ricorrente), che la custodia del compendio immobiliare -tra cui rientra il capannone sito in p.ed. 1214/1- risulta affidata ex art. 32 L.F., fin dal momento della redazione dell’inventario, al legale rappresentante della società fallita (An.Ce.), nei cui esclusivi confronti le prime ordinanze contingibili e urgenti adottate dell’autorità sindacale erano state in effetti rivolte.
6. Sulla scorta di quanto precede, attesa la ricostruzione sistematica del rapporto intercorrente fra la legislazione fallimentare (e del ruolo assunto nell’ambito della stessa dal curatore) e quella dettata dal legislatore in materia di tutela ambientale dai rifiuti, nonché le appena viste connotazioni che caratterizzano la procedura fallimentare in esame, le ragioni sostenute dalla ricorrente con i primi motivi dovrebbero trovare pacifico accoglimento.
7. Tuttavia, oltre al citato insegnamento deve riscontrarsi la sussistenza di un orientamento giurisprudenziale diverso,
secondo cui sussisterebbe la legittimazione passiva della curatela fallimentare, rispetto agli obblighi connessi alla bonifica di inquinamenti ambientali, non solo nel caso di autorizzazione all’esercizio provvisorio, ma anche nelle ipotesi di univoca, autonoma e chiara responsabilità del curatore nell’abbandono dei rifiuti (cfr. Tar Lombardia Brescia 09.01.2017 n. 38; Tar Toscana sez. II 19.03.2010 n. 700): detto orientamento ha trovato poi particolare applicazione nella materia dell’inquinamento derivato dalla presenza di amianto nei beni acquisiti dalla curatela, e nello sviluppo di questo filone va annoverata la pronuncia del Tar Friuli Venezia Giulia n. 441/2015 (conforme Tar Lombardia Brescia n. 669/2016), citata nell’ordinanza sindacale qui impugnata.
8. In base al ragionamento seguito in tali ultime pronunce “
l’eternit diviene pericoloso per la salute pubblica solo a certe condizioni, il che implica una continua evoluzione della situazione e quindi anche il passaggio delle responsabilità fra cedente e cessionario dei beni immobili in cui sia presente l’amianto”, di talché “la continua sorveglianza imposta dalla legge e il fatto che l’amianto divenga pericoloso per l’ambiente e la salute solo a certe condizioni consentono di scindere le responsabilità e obbligano passivamente il soggetto che detiene il bene nel momento in cui si verificano le condizioni per l’applicazione della normativa speciale”: in forza di quanto precede, nelle menzionate sentenze il giudice di prime cure è giunto ad affermare la legittimazione passiva del curatore fallimentare (“detentore attuale”) negli obblighi di sanificazione del sito inquinato.
9.
Il Collegio, a seguito del necessario riesame e approfondimento proprio della fase di merito, non ritiene condivisibile tale orientamento, e comunque non lo ritiene suscettibile di applicazione al caso di specie.
10. Sotto un primo profilo, infatti,
l’affermazione di tale principio condurrebbe ad affermare la legittimazione passiva della curatela oltre i limiti che contraddistinguono l’assolvimento del munus pubblico che la connota, individuato –come sopra visto- nella gestione dei beni del fallito sotto la vigilanza e direzione degli organi fallimentari, in primis del giudice delegato, ma solo ai fini della liquidazione del patrimonio secondo le regole stabilite dalla legge fallimentare volte alla soddisfazione paritetica dei creditori, e per il resto obnubilerebbe l’effettiva applicazione del principio di derivazione comunitaria del “chi inquina paga”, in quanto prescinderebbe dall’individuazione dell’effettivo responsabile dell’inquinamento.
11. In secondo luogo
non appare persuasiva l’affermazione secondo cui l’amianto, sostanza insidiosa anche per quel che riguarda la sua precisa identificazione ed individuazione nell’ambito di edifici variamente compositi, non costituisce di per sé un rifiuto ma lo diventa solo a seguito del superamento di determinati livelli di concentrazione nella struttura che lo contiene, posto che l’art. 2, co. 1 lett. c, della legge 27.03.1992 n. 257/1992 (“Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto”) nella definizione di rifiuto ricomprende “qualsiasi sostanza o qualsiasi oggetto contenente amianto che abbia perso la sua destinazione d’uso e che possa disperdere fibre d’amianto nell’ambiente in concentrazioni superiori a quelle ammesse dall’art. 3”, con ciò dovendosi ritenere che fin dall’origine della struttura contenente amianto sussista la pericolosità idonea alla qualificazione dello stesso come rifiuto.
11.1 Nella fattispecie in esame la copertura del capannone preesiste ovviamente al fallimento della società Ce.Pr. s.a.s, e quest’ultima è da presumersi, in assenza di qualsivoglia elemento contrario, soggetto costruttore ed a lungo utilizzatore (oltre che proprietario e come visto custode nella persona di Ce.An.) dell’edificio e della sua copertura, nonché a conoscenza -nelle persone del legale rappresentante e dei soci- dell’effettiva composizione della struttura dell’edificio e dei materiali impiegati, ivi compreso l’amianto, il che rileva anche in ordine al necessario riscontro dell’individuazione del soggetto responsabile dell’inquinamento (“chi inquina paga”) e dell’accertamento del profilo soggettivo del dolo o della colpa nel comportamento commissivo o omissivo.
12. Infine, pur volendo aderire al predetto orientamento, deve osservarsi che non appare sufficiente rilevare come il mero accertamento dell’avvenuto superamento dei limiti di amianto tabellarmente consentiti sia stato effettuato in data successiva alla dichiarazione di fallimento, intervenuta nell’anno 2011, per poter validamente escludere che, nel corso dei pochi anni intercorsi, e non già prima, i limiti di tollerabilità fossero ecceduti: è proprio la contestuale affermazione, pure rinvenibile nell’orientamento da ultimo citato, secondo cui l’autonoma responsabilità del curatore andrebbe accertata secondo criteri di univocità e chiarezza, ad inficiare ulteriormente, qui sotto il profilo del difetto di motivazione, i presupposti dell’ordinanza impugnata.
12.1 Questa, infatti, sul punto in esame si limita a richiamare l’accertamento dell’indice di degrado operato dagli uffici dell’Azienda provinciale per i servizi sanitari, intervenuto in data successiva alla dichiarazione di fallimento, senza tuttavia che le amministrazioni interessate, in primis il Comune, abbiano condotto -in vista dell’emissione dell’ordinanza assunta nei confronti della curatela- alcuna indagine in ordine alla datazione dell’edificio e della sua copertura, nonché agli effetti del tempo trascorso dalla realizzazione sulla concentrazione dell’amianto poi computata.
13.
In conclusione, per le suesposte ragioni, l’orientamento giurisprudenziale da ultimo citato, posto alla base dell’ordinanza sindacale impugnata, per un verso non appare condivisibile e, sotto altro profilo, si rileva inapplicabile alla fattispecie in esame, dovendosi contrariamente aderire al qui condiviso e surriferito insegnamento proveniente dal giudice d’appello, ed alla conseguente affermazione, per la materia de qua, del difetto di legittimazione passiva della curatela fallimentare.
14. Il ricorso merita dunque accoglimento, essendo precipuamente fondati il primo motivo e la prima parte del secondo, con assorbimento delle ulteriori censure dedotte nel gravame, da ciò conseguendo l’annullamento dell’ordinanza impugnata.
15. Per quanto riguarda la posizione sostanziale e processuale rivestita dal pure convenuto Ministero dell’interno, appare condivisibile quanto sostenuto nella memoria della difesa erariale, secondo cui l’ordinanza impugnata rientra, per la materia de qua (art. 32 TU delle leggi regionali sull’ordinamento dei Comuni della Regione autonoma Trentino- Alto Adige), nelle competenze proprie del Sindaco quale rappresentante dell’ente comunale, e non nella qualità di ufficiale di governo (cfr. in termini Cons. di Stato, sez. V, 25.02.2016 n. 765), e da ciò deriva l’estromissione del Ministero dal presente giudizio.

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: Il fresato d’asfalto è da considerarsi sottoprodotto laddove utilizzato in quantità ragionevoli e non eccessive quale materiale di continuo impiego per alimentare un impianto di produzione di asfalto, non rientrando –quindi– nella classificazione impeditiva del c.d. piano provinciale dei rifiuti, che può considerare il fresato d’asfalto come rifiuto solo laddove collocato in quantità tali da determinare la formazione di una vera e propria discarica.
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Il parere favorevole di Valutazione Ambientale Strategica reso dalla conferenza di servizi in sede di adozione del progetto edilizio di ampliamento edificatorio produttivo con formazione di impianti di produzione di asfalto e calcestruzzo in variante al piano urbanistico generale con la procedura dello Sportello Unico-SUAP, laddove anche ricognitivo di tutti i pareri ambientali istruttori favorevoli resi dai vari enti coinvolti nel procedimento (ASL, ARPA, Vigili del Fuoco etc.) costituisce un vincolo procedimentale per il consiglio comunale chiamato ad assumere la delibera finale di approvazione del progetto stesso, impedendo la possibilità di un legittimo diniego di approvazione finale.
La Valutazione Ambientale Strategica è fase procedurale complessa che deve precedere l’approvazione del progetto edilizio in variante tramite la procedura di Sportello Unico SUAP, per cui le valutazioni istruttorie che vengono compiute nella fase istruttoria ed il giudizio ambientale positivo finale reso dall’autorità competente consumano per questi aspetti il potere di valutazione discrezionale assegnato al consiglio comunale, in ciò innovando radicalmente rispetto alla risalente giurisprudenza che riteneva permanesse ampia e totale discrezionalità in capo al Consiglio Comunale per l’approvazione o meno dei procedimenti di Sportello Unico nella fase finale, questa giurisprudenza –invero– si riferisce a casistiche relative a procedimenti anteriori all’entrata in vigore della normativa in tema di Valutazione Ambientale Strategica, in cui il giudizio ambientale veniva reso dal Consiglio Comunale solo nella fase finale del procedimento.
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L’illegittimo ed illecito arresto di un procedimento di approvazione di un progetto di ampliamento produttivo in variante al piano regolatore generale motivato solo per ragioni di tipo politico, ossia per un ripensamento insorto nell’amministrazione comunale nella fase finale approvativa in relazione a manifestazioni pubbliche di segno contrario provenienti da un comitato ambientalista nell’imminenza del rinnovo elettorale delle cariche comunali, determina l’annullamento giudiziale dell’atto di diniego e l’obbligo di risarcimento del danno per l’ingiusto blocco all’ampliamento dell’attività produttiva.
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Il tecnico comunale estensore –quale autorità competente VAS– di un motivato parere favorevole ambientale rispetto al progetto di ampliamento produttivo mediante le procedure di Sportello Unico SUAP incorre nel vizio di eccesso di potere per contraddittorietà manifesta laddove sottoscriva solo in seguito ma a breve distanza temporale nella fase finale del procedimento, dopo l’adozione del SUAP da parte del Consiglio Comunale, una relazione esprimente parere negativo ambientale ed urbanistico rispetto al medesimo intervento nonché redigendo bozza di delibera di diniego poi illegittimamente approvata dal Consiglio Comunale.
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Laddove, annullato dal giudice amministrativo, il diniego di ampliamento produttivo mediante la procedura di Sportello Unico SUAP sopravvenga una condizione di difficoltà economica dell’imprenditore proponente, tale da condurlo alla presentazione di una proposta di concordato liquidatorio, viene meno il presupposto legale (ossia l’esistenza di una impresa attiva che necessità di spazi ulteriori per il ciclo produttivo) che giustifichi il rilascio del permesso edilizio richiesto tramite la procedura SUAP, per cui deve essere rigettato il ricorso per ottemperanza proposto dal liquidatore giudiziale della società in concordato preventivo.
Pur sopravvenuta la condizione di liquidazione concordataria dell’impresa che impedisce il rilascio del permesso edilizio in variante in ottemperanza della sentenza del giudice amministrativo che abbia annullato il diniego opposto dal consiglio comunale, l’amministrazione comunale è comunque tenuta a risarcire all’imprenditore (e nel caso alla procedura liquidatoria concordataria gestita dal Tribunale Fallimentare) tutti i danni subiti per diniego ingiustamente ed illegittimamente provocati.
Il risarcimento dei danni conseguenti ad illegittimo diniego di approvazione di progetto edilizio in variante al piano regolatore comunale mediante la procedura SUAP deve comprendere:
   a) il ristoro di tutte le spese vive sopportate, compreso le spese per progetti e consulenze varie;
   b) la differenza di valore immobiliare tra l’area destinata ad uso produttivo (come sarebbe stato nel caso di approvazione del SUAP) e l’area rimasta nella destinazione agricola;
   c) i mancati utili conseguenti all’illecito impedimento all’avvio dell’iniziativa imprenditoriale, anche in relazione al possibile fatturato venuto meno ed agli appalti non conseguiti, con applicazione –rispetto al totale determinato- di parametri riduttivi equitativi riferiti alla c.d. “perdita di chanche” (nel caso l’amministrazione comunale di Arcore è stata condannata a pagare 600.000,00 € complessivi al Tribunale Fallimentare di Bergamo).
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... per la riforma della sentenza 09.04.2015 n. 898 del TAR per la LOMBARDIA – Sede di MILANO - SEZIONE II, resa tra le parti, concernente archiviazione di domanda di Suap. Risarcimento dei danni.
...
1. Con la sentenza n. 898 del 09.04.2015, il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Seconda), pronunciando sul ricorso proposto dalla società Do. f.lli s.a.s. (d’ora in poi Do.) in liquidazione e in concordato preventivo, dichiarava inammissibile la domanda per ottenere l’ottemperanza al giudicato formatosi a seguito della sentenza n. 2182 del 10.08.2012, confermata dal Consiglio di Stato con sentenza n. 4151 del 21.05.2013, e in parte dichiarava irricevibile e in parte respingeva la domanda di annullamento proposta avverso la deliberazione del Consiglio comunale di Arcore n. 3 del 03.02.2014, e contro il nuovo Piano di governo del territorio del Comune, approvato con deliberazione di C.C. n. 18 del 27.05.2013, ed il nuovo Piano di coordinamento della Provincia di Monza e Brianza, approvato con deliberazione di C.P. n. 16 del 10.7.2013; il Tar respingeva, inoltre, la domanda di condanna del Comune di Arcore al risarcimento dei danni.
1.1. La predetta sentenza esponeva in fatto quanto segue.
La società Do. f.lli s.a.s., operante nel campo dell’estrazione di materiali inerti naturali e della fornitura di calcestruzzi nel settore dei lavori pubblici, era proprietaria di un impianto di produzione di asfalto e di produzione di calcestruzzo, sito nel territorio del Comune di Vimercate. A seguito dell’approvazione del progetto per la realizzazione dell’Autostrada Pedemontana, il cui tracciato interseca il predetto impianto, la stessa società ha dovuto avviare un iter per lo spostamento di quest’ultimo, acquisendo una nuova area in Comune di Arcore, destinata a zona agricola.
In data 03.08.2009, ha presentato istanza per la realizzazione del nuovo insediamento produttivo ed il Comune, con deliberazione n. 200 del 09.12.2009, valutata l’assenza di zone adeguate per il complesso produttivo in base allo strumento urbanistico, ha giudicato procedibile l’istanza ai sensi dell’art. 5 del DPR n. 447 del 1998, ai fini della variazione dello strumento urbanistico. Il progetto veniva sottoposto alla procedura di VAS che, dopo l’acquisizione dei pareri favorevoli delle autorità coinvolte in materia ambientale, sanitaria e di sicurezza, si concludeva con provvedimento favorevole del 14.05.2010 circa la compatibilità ambientale del SUAP a condizione del rispetto delle prescrizioni ed indicazioni del parere motivato.
Per l’autorizzazione all’esercizio dell’impianto e dell’attività, la Provincia Monza e Brianza giudicava non necessario l’espletamento della procedura di V.I.A. regionale. Il Sindaco, con nota 11.12.2009, nel comunicare all’impresa il buon esito della prima conferenza di servizi per la valutazione strategica ambientale del SUAP, la invitava a provvedere al versamento in conto anticipazione degli oneri di urbanizzazione per euro 150.000. La Conferenza di servizi si concludeva il 25.01.2011 con valutazione positiva del progetto per la realizzazione del nuovo insediamento industriale, con varie prescrizioni.
La Provincia di Monza e Brianza, con nota del 27.01.2011, nel dare atto del parere favorevole espresso dal proprio rappresentante in sede di conferenza di servizi, segnalava, tuttavia, sotto il profilo ambientale, l’incompatibilità dell’attività di trattamento di rifiuti con il Piano provinciale dei rifiuti e, considerato che il progetto comprendeva l’attività di fresa d’asfalto, da considerarsi alla stregua di un rifiuto, diffidava, in quanto titolare della funzione ambientale, il Comune di Arcore dall’autorizzare tale attività. Il Comune di Arcore, con deliberazione n. 35 del 21.07.2011, richiamando il contenuto della Relazione allegata alla delibera, respingeva l’istanza.
La società Do. ha impugnato dinanzi a questo TAR l’atto negativo comunale nonché il parere parzialmente negativo espresso dalla Provincia Monza e Brianza nella parte in cui ritiene incompatibile con il PPGR il progetto di impianto per l’impiego di fresato di asfalto. Il TAR, con sentenza n. 2182 del 10.08.2012, ha accolto il ricorso. La sentenza è stata confermata dal Consiglio di Stato in sede di giudizio di appello (sent. n. 4151 del 06.08.2013). La ricorrente, in data 17.09.2013, ha protocollato una nota con cui ha chiesto al Comune di Arcore di dare esecuzione alla pronuncia del TAR, ormai passata in giudicato. L’amministrazione ha dato riscontro all’istanza con nota del 30.09.2013.
In tale atto, l’Amministrazione comunica che, per dare nuovo impulso al procedimento di SUAP, sarebbe stato necessario che la ricorrente avesse provveduto al deposito di un nuovo atto unilaterale d’obbligo e di una nuova bozza di convenzione; precisando che, siccome la stessa ricorrente aveva nel frattempo presentato al Tribunale di Bergamo istanza per l’ammissione alla procedura di concordato preventivo, tali atti avrebbero dovuto essere preventivamente autorizzati dagli organi della procedura. A questa nota, ha fatto seguito la deliberazione di Consiglio Comunale n. 3 del 03.02.2014, con cui il Comune di Arcore ha deciso di archiviare definitivamente la procedura di SUAP avviata dalla ricorrente….
”.
2. Avverso la prefata sentenza la Do. F.lli s.a.s. in liquidazione ed in concordato preventivo ha proposto appello dinanzi a questo Consiglio di Stato, chiedendone l’annullamento e l’integrale riforma.
...
1. Viene alla decisione del Collegio l’ultimo segmento della causa suindicata che vede opposta l’appellante Do. F.lli s.a.s. in liquidazione ed in concordato preventivo alle amministrazioni intimate.
1.1. Preliminarmente il Collegio fa presente che a mente del combinato disposto degli artt. artt. 91, 92 e 101, co. 1, c.p.a., farà esclusivo riferimento ai mezzi di gravame posti a sostegno dei ricorsi in appello, senza tenere conto di ulteriori censure sviluppate nelle memorie difensive successivamente depositate, in quanto intempestive, violative del principio di tassatività dei mezzi di impugnazione e della natura puramente illustrativa delle comparse conclusionali (cfr. ex plurimis Cons. Stato Sez. V, n. 5865 del 2015); del pari, in via preliminare, si osserva che la causa appare sufficientemente istruita per cui non appare necessario disporre alcun incombente istruttorio.
1.2. Come rilevato nella parte in fatto del presente elaborato, mercé la sentenza non definitiva n. 5158/2015 è stata esclusa la fondatezza di tutti i primi quattro motivi di appello diretti a censurare la prefata sentenza del Tar n. 898/15 nella parte in cui questa aveva dichiarato inammissibile la domanda per ottenere l’ottemperanza al giudicato ed aveva dichiarato in parte irricevibile ed in parte infondata (respingendola) la domanda di annullamento dei nuovi atti pianificatori medio tempore emessi dalle amministrazioni intimate.
1.2. La sentenza non definitiva n. 5158/2015 ha invece parzialmente accolto il quinto motivo di appello, ha indicato i “versanti” di danno risarcibile, escludendo immediatamente invece la debenza del risarcimento richiesto con riguardo ad alcune “voci” di danno, pur causalmente ricollegabili al “primo” diniego, ed ha disposto una consulenza tecnica su tale aspetto da determinarsi.
1.3. Va quindi premesso che costituiscono statuizioni rigiudicate quelle contenute nella sentenza non definitiva n. 5158/2015 mediante le quali la Sezione ha perimetrato quali fossero i profili di danno risarcibili: tutti gli argomenti critici volti a rimettere in discussione gli approdi ivi raggiunti (si veda in proposito la prima parte della memoria depositata in data 13.12.2016 dalla appellante società Do. f.lli s.a.s.) sono pertanto inammissibili.
1.4. Posto però che entrambe le parti processuali hanno insistentemente tentato (in ultimo con le memorie depositate successivamente al deposito della relazione di consulenza tecnica ed in sede di discussione alla odierna pubblica udienza) di rimettere in discussione profili contenziosi già decisi con statuizione rigiudicata, si ritiene in proposito di specificare che:
   a) la più volte citata sentenza non definitiva n. 5158/2015 ha espressamente affermato che “in tale situazione, pertanto, permane la illegittimità delle ragioni ostative poste a base dello stesso e, dunque, la violazione del legittimo affidamento maturatosi in capo al privato.
I contenuti del giudicato e le argomentazioni poste a sostegno dello stesso –come sopra diffusamente richiamate– rivelano, pertanto, in assenza di una rinnovata valutazione sulle ragioni del primo diniego da parte del soggetto titolare della potestà pianificatoria, la sussistenza di profili di responsabilità in capo al Comune
”;
   a1) consegue da ciò che tutti gli argomenti dell’Amministrazione comunale tesi a dimostrare che (a cagione della mancata disponibilità pregressa degli impianti di Vimercate) tale affidamento non sussistesse, e tutti gli argomenti critici tesi a dimostrare che giammai l’appellante avrebbe potuto ottenere il bene della vita e che, pertanto, nessun risarcimento era dovuto, possono rilevare in punto (unicamente) di quantificazione dell’importo risarcitorio, ma non possono incidere sulla attribuibilità del medesimo e ove a ciò finalizzati devono essere dichiarati inammissibili;
   b) la società Do. F.lli s.a.s. ha eccepito l’integrale inammissibilità di tali argomenti critici (in quanto “nuovi” ed impingenti sull’an della realizzabilità dell’intervento, il che integrava cosa giudicata) ma -nei limiti prima indicati– la eccezione non è accoglibile in quanto:
      I) è ben vero che il comune avrebbe potuto prospettare dette “difficoltà realizzative dell’intervento” –prospettandole quali cause ostative alla realizzazione del medesimo in sede di rieffusione del potere- perché, come è noto, la sentenza demolitoria non le precludeva di ripronunciarsi su tutti gli aspetti della controversa vicenda una seconda volta (tra le tante, (Cons. Stato, Sez. IV, 06.10.2014, n. 4987);
      II) ciò non ha fatto, e quindi in chiave di dimostrazione della inassentibilità dell’intervento edificatorio auspicato dalla società Do. F.lli s.a.s. v’è una preclusione;
      III) pur tuttavia, la detta preclusione non impedisce al comune comunque di dedurre dette circostanze, che assumono rilievo in sede (ormai, soltanto) di quantificazione del risarcimento, laddove esse –in tali limiti- possono essere liberamente apprezzate dal giudice (come meglio si vedrà di qui a poco, allorché si chiarirà che la pretesa della società Do. ha mera consistenza di chance);
   c) quanto alla insistita contestazione da parte del Comune di Arcore (anche in sede di discussione all’odierna udienza pubblica) dell’affidamento ingeneratosi sulla società, per rilevarne la inammissibilità in quanto impingente su una tematica coperta dal giudicato è sufficiente riportare due brevi stralci della più volte menzionata sentenza non definitiva che così ha statuito:” gli argomenti portati a sostegno della determinazione reiettiva risultano illegittimi e non sufficienti a fondare il disposto rigetto. Ciò in considerazione della loro inidoneità a superare le risultanze del procedimento fino a quel momento svolto (favorevoli ad una conclusione positiva dello stesso) e ponendosi, dunque, con le stesse in ingiustificata contraddizione, con lesione del legittimo e rilevante affidamento in proposito maturatosi in capo al privato.”; “ln tale situazione, pertanto, permane la illegittimità delle ragioni ostative poste a base dello stesso e, dunque, la violazione del legittimo affidamento maturatosi in capo al privato.”;
   d) di converso, (e con più specifico riferimento agli argomenti prospettati dalla società Do. F.lli s.a.s. e ribaditi in sede di discussione all’odierna udienza pubblica) la medesima sentenza non definitiva n. 5158/2015 ha espressamente affermato che:
      I) “il maggior onere finanziario (maggior costo) per la realizzazione del complesso produttivo non è dovuto”;
      II) “neppure deve essere risarcito il danno finanziario per crisi di liquidità connessa ai maggiori costi di approvvigionamento dell’appalto”;
      III) “dagli atti di causa non emerge la prova della sussistenza di un nesso causale tra tale pretesa voce di danno, la sottoposizione di Do. a procedura di concordato preventivo ed il diniego a suo tempo opposto dal Comune di Arcore;”
   d1) consegue da ciò che non sono ammissibili le argomentazioni della parte privata nella parte in cui tentano di sollecitare un ulteriore giudizio su tali profili che, infatti, non verranno dal Collegio esaminati, in quanto coperti dal giudicato “interno” formatosi.
2. Ciò premesso, la relazione del Ctu nominato ha fornito partita risposta ai quattro quesiti descritti nella sentenza non definitiva n. 5158/2015, in particolare evidenziando che:
   a) quanto alle spese sostenute dalla originaria ricorrente (primo quesito), esse potevano essere così individuate:
      I) per le spese ed i costi di procedura, non recuperabili, è stato quantificato un importo “certo” pari ad Euro 326.343,55 e presumibile, pari ad Euro 339.021,69 (pag. 24 CTU);
      II) per ciò che concerneva l’acquisto del terreno ove avrebbe dovuto erigersi l’impianto, tenuto presente che il medesimo fu acquistato per un importo pari ad Euro 298.000//00 e che la servitù in favore del detto fondo fu acquistata successivamente (nel 2009) per un importo pari ad Euro 85.000//00 è stato computato il valore attuale, sia considerandolo agricolo (€ 152.664,00) che edificabile (€ 1.1272.200,00) con l’avvertenza che non sussistevano atti programmatori tali da fare desumere che lo stesso avesse assunto caratteristica di area edificabile con destinazione produttiva (pag. 25 dell’elaborato di Ctu); inoltre, il valore è stato distinto, facendo riferimento sia all’ipotesi di alienazione con recupero della servitù, che nell’ipotesi di alienazione senza recupero della servitù (e ciò sia con riferimento al valore del suolo quale edificabile, che con riguardo al valore del suolo quale agricolo); il computo finale contenuto nell’elaborato di verificazione è stato pertanto pari (nell’ipotesi di terreno agricolo) ad una minusvalenza di € 230.336,00 (corrispondente ad € 145.336,00 qual diminuzione del fondo, ed € 85.000,00 corrispondenti alla servitù ove considerata irrecuperabile) ovvero di € 145.336,00 (scomputati € 85.000,00 corrispondenti alla servitù ove considerata recuperabile); mentre, nell’ipotesi di terreno considerato edificabile sarebbe stata riscontrabile una plusvalenza pari ad € 889.200,00 (laddove il valore di € 85.000,00 corrispondente alla servitù venisse considerato irrecuperabile) ovvero pari ad € 974.200,00 (laddove il valore di € 85.000,00 corrispondente alla servitù venisse considerato recuperabile);
   b) quanto al secondo quesito -con il quale, in sostanza si chiedeva di quantificare con riferimento al periodo dal 21.07.2011 al 24.05.2013 (id est: la voce di “danno” discendente dagli acquisti di asfalto che la originaria ricorrente era stata costretta a sostenere (rispetto ai risparmi che ne sarebbero discesi laddove l’impianto fosse stato autorizzato e la stessa avesse ivi potuto produrre in proprio l’asfalto) e quella discendente dalla mancata vendita del surplus di asfalto eventualmente prodotto- la relazione ha esaminato la questione alle pagg. 25-43 dell’elaborato, pervenendo ad una quantificazione valoriale pari ad euro 216.900,00, quanto al maggior costo subito per l’acquisto dell’asfalto che essa era stata costretta ad effettuare (piuttosto che produrlo in proprio), e pari ad euro 313.000 quanto ai guadagni che essa avrebbe potuto ritrarre dalla vendita dell’asfalto: tale dato è stato calcolato previa sottrazione dell’arco temporale di nove mesi (quantificato quale arco temporale necessario per ottenere la variante) e, quindi, calcolando 13 mesi di attività effettiva;
   c) quanto al terzo quesito con il quale, in sostanza si chiedeva di quantificare con riferimento al periodo dal 21.07.2011 al 24.05.2013, la voce di “danno” (in termini di mancato guadagno) derivante dalla presumibile vendita di calcestruzzo prodotto nell’impianto medesimo, la relazione ha esaminato la questione alle pagg. 43-47 dell’elaborato, pervenendo ad una determinazione secondo cui il mancato margine sarebbe ricompreso tra Euro 699.400,00 (e quindi 16,14 € per metro cubo facendo riferimento ad un volume di attività “normale” per la società Do., pari a 40.000 metri cubi annui) ed Euro 1.213.729,16 (e quindi 17,23 € per metro cubo facendo riferimento ad un volume di attività “ideale” per la società Do., pari a 65.000 metri cubi annui);
   d) quanto infine al quarto quesito, la relazione del Ctu la relazione ha esposto i dati raccolti alle pagg. 47-49 dell’elaborato ed ha fatto presente che nel 2009 l’impianto di Vimercate della Co. srl (e da questa acquistato nel 2006 dalla società Ca. s.r.l.) venne venduto ad una società libica (l’impianto venne poi smantellato nel 2010), per cui a partire da tale data di avvenuta cessione, nel 2009 l’appellante non poteva vantare alcun rapporto negoziale privilegiato con il detto impianto,
2.1. Con nota allegata alla relazione e versata in atti, l’Ing. Ba. ha proposto una serie di osservazioni alle conclusioni del C.t.u., in particolare deducendo che:
   a) già nell’agosto 2009 (epoca in cui venne depositata l’istanza al Comune di Arcore) la società appellante non era più proprietaria degli impianti ubicati in Vimercate (nel 2006 l’azienda Cantù aveva ceduto i rami di azienda per la produzione del conglomerato bituminoso ed il calcestruzzo alla Co., come peraltro colto dal C.t.u. al paragrafo 3.2. della relazione) l’affermazione contenuta al paragrafo 3.1.1., pag 10, della relazione, ove si sosteneva che l’appellante utilizzava, nel periodo di interesse, impianti di proprietà in Vimercate, era in contraddizione con il paragrafo 3.2. della relazione di consulenza tecnica;
   b) la tesi esposta a pag. 10 della relazione, secondo la quale il progetto di Arcore era finalizzato ad una strategia di integrazione verticale dell’appellante, era apodittica e sfornita di evidenze probatorie;
   c) quanto al paragrafo 4.1. della relazione, non erano documentati il merito e la congruità delle spese di progettazione sostenute;
   d) quanto al paragrafo 4.2.1. della relazione, la Conferenza di servizi si tenne il 25.01.2011 ma a quella data il progetto non era cantierabile: i tempi di realizzazione del progetto, quindi, erano ben superiori ai sette mesi stimati dalla relazione di consulenza tecnica;
   e) ciò anche considerato che il progetto era sprovvisto di alcune autorizzazioni indispensabili a realizzare e mettere in esercizio l’impianto.
3. Ciò premesso, ritiene il Collegio che il punto di partenza dal quale occorre muovere è quello per cui, -come accertato nella sentenza parziale regiudicata n. 5158/2015- “i contenuti del giudicato e le argomentazioni poste a sostegno dello stesso –come sopra diffusamente richiamate– rivelano, pertanto, in assenza di una rinnovata valutazione sulle ragioni del primo diniego da parte del soggetto titolare della potestà pianificatoria, la sussistenza di profili di responsabilità in capo al Comune.
La illegittimità dei motivi di reiezione della variante lasciano, dunque, supporre (ripetesi, in assenza di rinnovata valutazione su di essi) che il bene della vita sperato da Do. sarebbe stato conseguito, non ostandovi le ragioni concretamente espresse nella delibera n. 35/2011, in ragione della loro illegittimità ed in considerazione delle risultanze del procedimento SUAP così come fino a quel momento svoltosi
.”.
3.1. Risultano pertanto incontrovertibili due circostanze:
   a) l’an della responsabilità del comune;
   b) la necessità di pervenire ad una valutazione di tipo equitativo fondata sul dato probabilistico del “presumibile” conseguimento da parte dell’appellante del bene della vita cui essa aspirava.
3.2. Sulla scorta di tale considerazione, è anzitutto inaccoglibile la pretesa della società Do. di vedersi liquidati, per intero, i valori determinati nella relazione di consulenza.
3.3. La impostazione della sentenza non definitiva n. 5158/2015 non è stata questa (argomentando diversamente non vi sarebbe logica nella minuta ed analitica strutturazione dei quesiti n. 2 e n. 3 disposta dalla sentenza medesima) e l’esito della consulenza non consente neppure di ritenere plausibile la pretesa della società Do..
3.4. Invero, dalla analitica relazione del C.T.U., e dalle difese del comune, emerge, quale dato incontrovertibile che, ferma la illegittimità del diniego opposto dal comune (così, si ripete, la sentenza suddetta: “il Comune di Arcore ha illegittimamente denegato, con la prima delibera di Consiglio Comunale n. 35/2011, l’approvazione della variante urbanistica SUAP richiesta dalla Do.”) comunque il progetto presentato non era “completo” (nel senso di munito di tutte le autorizzazioni provenienti da tutti gli Enti deputati a rilasciarli) e soprattutto le caratteristiche dell’impianto progettato, e delle opere ancora da eseguirsi (ed autorizzazioni da conseguire) non possono indurre a ritenere certa la costruzione del medesimo.
3.5. Alla stregua delle superiori considerazioni, tenuto conto del disposto dell’art. 1226 del codice civile, pacificamente applicabile alla quantificazione risarcitoria resa dal Giudice amministrativo, tenuto conto che nulla può imputarsi a parte appellante in termini di concorso colposo ex art. 1227 c.c. (peraltro il Comune non ha neppure formulato tale domanda, si veda Cassazione civile, sez. III, 27/07/2015, n. 15750) e considerata la circostanza che l’impresa che aspirava a realizzare l’impianto è stata posta in liquidazione non a cagione delle vicissitudini relative all’impianto per cui è causa, il Collegio ritiene di ravvisare una chance di realizzazione dell’impianto (pari alla misura del 50% di probabilità: vedasi Consiglio di Stato, sez. V, 25/02/2016, n. 762 Consiglio di Stato, sez. V, 30/06/2015, n. 3249) e tale argomento ricomprende ed assorbe tutte le considerazioni (ed i dubbi) dell’amministrazione comunale in ordine alla tempistica di realizzazione dell’impianto ed all’an della realizzabilità del medesimo.
3.5.1. Invero sulla circostanza che non era certa la realizzazione effettiva dell’impianto, non pare potersi controvertere; si è già chiarito che tali argomenti dedotti dal comune non possono essere esplorati in chiave preclusiva della concedibilità del risarcimento; la tesi della società secondo la quale trattandosi di procedimento demandato alla valutazione in sede di Suap il Comune ha artatamente enfatizzato i possibili ostacoli alla realizzabilità dell’impianto, (sintetizzati nell’ultima pagine delle osservazioni alla relazione del Ctu redatte dall’Ingegnere Ba. e datata 20.05.2016) è apoditttica ed indimostrata: tali elementi concorrono a far quantificare nella misura di una chance del 50% la posizione della società.
3.6. Quanto ai restanti argomenti critici, una volta quantificata nei termini di cui sopra la consistenza della posizione della ditta Do., il Collegio ritiene che nessuna delle minuziose critiche che investono l’elaborato di Ctu sia accoglibile, essendo stata in detta sede vagliata dal Ctu ogni perplessità prospettata dalle contrapposte parti processuali, e ritenendosi l’approdo raggiunto dal Ctu –che il Collegio condivide e fa proprio- compito, completo, ed immune da contraddizioni.
4. Alla stregua delle superiori considerazioni, il Comune deve essere condannato a corrispondere in favore della società odierna appellata un risarcimento che coincide con le somme che via via si elencano:
   a) quanto al quesito n. 1:
      I) considerato il terreno quale agricolo (questione, questa sulla quale non residua dubbio alcuno) una somma pari ad Euro 145.336,00 in considerazione della circostanza che la servitù acquistata non appare irrecuperabile in alcun modo: a tale cifra va sommata quella pari ad Euro 107. 671, 97 (spese non recuperabili) per un totale di Euro 243.007,97, dato, questo, cui va sommato il costo di progettazione degli impianti (Euro 211.311,00 cui vanno sommati Euro 7.360,50 per un parziale pari ad Euro 218.671,50).
4.1. Il Comune, quindi, dovrà versare alla Società la cifra di Euro 461.679,47.
4.2. A tale somma, va aggiunta una percentuale delle cifre quantificate dal Ctu in risposta ai quesiti nn. 2 e 3.
4.2.1. Si rammenta, in proposito, che dette cifre erano state così determinate:
   a) quanto al quesito n. 2 (valutazione del Ctu di cui alla pag. 43 dell’elaborato di consulenza tecnica):
      I) Euro 216.900,00 a titolo di maggiore costo;
      II) Euro 313.300,00 a titolo di mancato guadagno;
   b) quanto al quesito n. 3, (valutazione minimale del Ctu di cui alla pag. 43 dell’elaborato di consulenza tecnica), il mancato margine era stato quantificato nella misura di € 699.400,00.
4.2.2. Ora, appare evidente che a fronte di una possibilità realizzativa indicata nel 50% risulti viepiù ipotetica la effettiva conseguibilità delle somme in ultimo indicate, posto che su di esse incide innanzitutto un dato incerto, rappresentato dall’effettivo rispetto della tempistica di conseguimento delle autorizzazioni, ed altresì un dato se possibile ancor più aleatorio, rappresentato dalla sussistenza di una attività produttiva ed a regime ininterrotta, senza flessioni ascrivibili a guasti, malfunzionamenti, senza cali di alcun genere della domanda, di forniture etc.
E’ noto, che per parte della giurisprudenza, addirittura, non sarebbe mai consentita, alcuna liquidazione del c.d. “interesse positivo” nell’ipotesi di chance (ex aliis Consiglio di Stato, sez. VI, 01/02/2013, n. 633).
4.2.3. Ritiene il Collegio che, bilanciate in sede di valutazione equitativa ex art. 1226 cc tutte queste circostanze –e tenuto conto anche del fatto che la domanda originaria della ditta appellante conteneva una non irrilevante imprecisione in quanto se è vero che la stessa aveva una qualche disponibilità dell’impianto di Vimercate, con conseguente possibilità di godere di condizioni favorevoli, non ne era proprietaria- la percentuale delle somme indicate in risposta ai quesiti nn. 2 e 3 del Ctu vada determinata nella misura del 10% dei valori in essi indicati.
4.2.4. Alla cifra concernente le “spese” ed il deprezzamento dell’immobile, e pari ad Euro 461.679,47 si dovranno sommare pertanto le seguenti voci:
- Euro 21.690,00 (il 10% di Euro 216.900,00); Euro 31.300,00 (il 10% di Euro 313.300,00); Euro 69.940,00 (il 10% di Euro 699.400,00) il che conduce ad una somma parziale pari ad Euro 122.930,00 che, sommata ad Euro 461.679,47 porta alla cifra finale da liquidare, che è quindi pari ad Euro 584.609,47.
Sul quantum di danno accertato per la perdita di chance, trattandosi di un debito di valore, spetta anche la rivalutazione monetaria da calcolarsi sino alla pubblicazione della presente sentenza. A decorrere da tale momento, in conseguenza della liquidazione giudiziale, il debito di valore si trasforma in debito di valuta e spettano quindi solo gli interessi nella misura legale sino all'effettivo soddisfo (Consiglio Stato, sez. VI, 23.07.2009 n. 4628).
5. Conclusivamente, in parziale accoglimento dell’appello, ed in parziale riforma della sentenza appellata, il ricorso di primo grado deve essere parzialmente accolto, e pertanto il comune di Arcore deve essere condannato al pagamento in favore della parte appellante della somma complessiva di Euro € 584.609,47, oltre ad accessori come sopra indicati.
5.1. Le questioni appena vagliate esauriscono la vicenda sottoposta alla Sezione, essendo stati toccati tutti gli aspetti rilevanti a norma dell’art. 112 c.p.c., in aderenza al principio sostanziale di corrispondenza tra il chiesto e pronunciato (come chiarito dalla giurisprudenza costante, tra le tante, per le affermazioni più risalenti, Cassazione civile, sez. II, 22.03.1995 n. 3260 e, per quelle più recenti, Cassazione civile, sez. V, 16.05.2012 n. 7663).
5.2. Gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione di tipo diverso.
6. Deve procedersi alla liquidazione del compenso complessivo (onorario e spese) spettante al consulente tecnico d'ufficio, che ne ha fatto espressa richiesta con due apposite note, rispettivamente in data 05.09.2016 e 18.01.2017 rimettendone la determinazione all'apprezzamento del giudice: in particolare, è stata richiesta la liquidazione di euro 445,00 a titolo di spese, e di Euro 22.200,00 complessivi (ivi calcolando anche l’importo di Euro 6.000,00 anticipato e posto provvisoriamente posto a carico dell’appellante nella sentenza non definitiva n. 5158 del 12.11.2015) di cui 14.400,00 in favore dalla CTU prof. Ar., e 7.800,00 in favore del collaboratore di questa, Prof. Pi..
L’importo residuo da liquidare, quindi, sarebbe pari ad Euro 16.200,00.
6.1. Tenuto conto anche della complessità dell’accertamento ritiene il Collegio che esso possa essere complessivamente contenuto (ivi comprese le spese, cioè) nella misura di Euro ventimila (€ 20.000,00) il che, detratto l’anticipo già erogato, implica che debbano corrispondersi restanti Euro 14.000,00.
6.2.. L'onorario spettante al consulente tecnico d'ufficio e le spese da questi sostenute da intendersi comprensivo dell'anticipo pari a Euro 6.000,00 provvisoriamente posto a carico dell’appellante nella sentenza non definitiva n. 5158 del 12.11.2015 sono poste definitivamente a carico del Comune di Arcore.
6.3. La complessità delle questioni trattate e la reciproca, parziale, soccombenza costituiscono ad avviso della Sezione ragioni idonee a giustificare tutte le spese del doppio grado di giudizio, ivi comprese (ad esclusione di quelle relative alla consulenza tecnica, liquidate come sopra).
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, richiamata la propria precedente sentenza non definitiva n. 5158 del 12.11.2015 così provvede:
   a) accoglie parzialmente l’appello, ed in parziale riforma della impugnata sentenza condanna il comune di Arcore appellato a corrispondere alla appellante società Do. F.lli sas in liquidazione ed in concordato preventivo la somma di Euro 584.609,47 siccome determinata in motivazione, oltre ad accessori come determinati in motivazione;
   b) liquida in favore del consulente tecnico d'ufficio, Prof. An.Ma.Ar. l'importo complessivo di Euro 20.000,00 (comprensivo dell'anticipo pari a Euro 6.000,00, fissato nella sentenza non definitiva n. 5158 del 12.11.2015) di cui Euro. 19.555,00 a titolo di onorario ed Euro 445,00 a titolo di spese ponendolo a carico del Comune di Arcore;
   c) compensa interamente tra le parti le spese del doppio grado di giudizio (ad esclusione di quelle concernenti la consulenza tecnica che restano a carico del comune) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 01.03.2017 n. 943 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

febbraio 2017

AMBIENTE-ECOLOGIA: RIFIUTI - Attività di gestione (trasporto e raccolta) di rifiuti non pericolosi - Mancanza di autorizzazione - Esclusione della occasionalità - Reato istantaneo - Fattispecie - Art. 256 d.lgs. n. 152/2006 - Giurisprudenza.
Ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 256, comma primo, del d.lgs. 03.04.2006, n. 152, trattandosi di illecito istantaneo, è sufficiente anche una sola condotta integrante una delle ipotesi alternative previste dalla norma, purché costituisca un'attività di gestione di rifiuti e non sia assolutamente occasionale (Cass., Sez. 3, n. 8193 dell'11.02.2016, Revello; nei medesimi termini, quanto al trasporto di rifiuti senza autorizzazione, e quindi nell'ottica della sufficienza, per integrare il reato, anche di un unico trasporto, tra le altre, Sez. 3, n. 02/10/2014, Cristinzio; Sez. 3, n. 45306 del 17/10/2013, Carlino; Sez. 3, n. 21655 del 13/04/2010, Hrustic).
Nella specie, ai ricorrenti veniva contestato di aver effettuato, in due distinte occasioni, un'attività di gestione (trasporto e raccolta) di rifiuti non pericolosi in difetto della prescritta autorizzazione (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 07.02.2017 n. 5611 - link a www.ambientediritto.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: RIFIUTI - Nozione di rifiuto e limiti alla qualificazione in sottoprodotto - Rigorosi presupposti di legge - Onere probatorio - Fattispecie: segatura e truciolati di legno - Artt. 183, 184-bis d.lgs. n. 152/2006 - Giurisprudenza.
Ai sensi dell'art. 183, comma 1, lett. a), d.lgs. n. 152 del 2006, è rifiuto qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l'intenzione o abbia l'obbligo dì disfarsi; esattamente quel che accade con gli scarti di produzione, salva la possibilità della diversa qualificazione in sottoprodotto, ai sensi dell'art. 184-bis, d.lgs. n. 152 del 2006, ricorrendone i rigorosi presupposti di legge.
Sicché, in genere la segatura ed i truciolati sono da considerarsi scarti delle lavorazioni del legno e hanno la natura di rifiuto, salvi i casi in cui il citato onere probatorio in senso contrario (Cass., Sez. 3, n. 51422 del 06/11/2014, D'Itri; Sez. 3, n. 37208 del 09/04/2013, Cartolano; Sez. 3, n. 48809 del 28/11/2012, Solimeno; Sez. 3, n. 18743 del 19/10/2011, Rosati). A prescindere dal "valore" economico o commerciale di questo, specie nell'ottica di chi in tal modo ne entra in possesso a seguito di un accordo di natura privatistica.
RIFIUTI - Cessione onerosa di rifiuti - Insufficiente per escludere la natura di rifiuto - Ininfluenza del "valore" economico o commerciale del rifiuto.
La circostanza che un rifiuto sia ceduto ad altra società dietro pagamento di denaro regolarmente fatturato non risulta sufficiente per escludere la natura di rifiuto, che, una volta acquisita in forza di elementi positivi (oggetto di cui il detentore si disfi, abbia l'intenzione o l'obbligo di disfarsi, quale residuo di produzione) e negativi (assenza dei requisiti di sottoprodotto, ai sensi dell'art. 184-bis d.lgs. n. 152/2006), non vien certo perduta in ragione di un mero accordo con terzi ostensibile all'autorità (oppure creato proprio a tal fine), come se il negozio giuridico riguardasse l'oggetto stesso della produzione e non -come in effetti- proprio un rifiuto (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 06.02.2017 n. 5442 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

settembre 2016

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALISebbene l'art. 107 d.lgs. n. 267/2000 attribuisca l'attività di gestione ai dirigenti, compete al sindaco l'emanazione dell'ordinanza di rimozione, recupero e smaltimento dei rifiuti e di ripristino dello stato dei luoghi, in virtù del carattere di specialità riconosciuto all'art. 192 d.lgs. n. 152/2006, da cui la stessa è disciplinata.
Altresì, nel caso di Unione di Comuni, deve ritenersi che i Sindaci mantengano le competenze loro attribuite dalla norma speciale, dal momento che dette Unioni operano l’unificazione a livello degli uffici ovvero degli organi di gestione amministrativa o tecnica-operativa, ma non determinano alcun trasferimento di poteri degli organi di indirizzo politico (v. art. 32 d.lgs. n. 267/2000).

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- Visto l'art. 192 del codice dell'ambiente, ove dispone che: "1. L'abbandono e il deposito incontrollati di rifiuti sul suolo e nel suolo sono vietati.
2. E' altresì vietata l'immissione di rifiuti di qualsiasi genere, allo stato solido o liquido, nelle acque superficiali e sotterranee.
3. Fatta salva l'applicazione della sanzioni di cui agli articoli 255 e 256, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 è tenuto a procedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate
”;
- Visto l’art. 107, comma 4, T.U. enti locali ove precisa che “le attribuzioni dei dirigenti, in applicazione del principio di cui all’art. 1, co. 4, possono essere derogate soltanto espressamente e ad opera di specifiche disposizioni legislative”, ciò che è avvenuto a seguito dell’entrata in vigore del citato art. 192, c. 3;
- Atteso che, alla luce delle disposizioni sopra richiamate e conformemente alla giurisprudenza maggioritaria, condivisa dal Collegio, "sebbene l'art. 107 d.lgs. n. 267/2000 attribuisca l'attività di gestione ai dirigenti, compete al sindaco l'emanazione dell'ordinanza di rimozione, recupero e smaltimento dei rifiuti e di ripristino dello stato dei luoghi, in virtù del carattere di specialità riconosciuto all'art. 192 d.lgs. n. 152/2006, da cui la stessa è disciplinata" (C.S., Sez. V, 29.08.2012, n. 4635; Sez. V, 12.06.2009, n. 3765; Sez. V, 10.03.2009, n. 1296, Sez. V 25.08.2008, n. 4061, TAR Lazio, Sez. II, 01.02.2013 n. 1142; TAR Campania, Salerno, Sez. I, 17.09.2012 n. 1644; TAR Lombardia, Brescia, Sez. I, 09.06.2011, n. 867; TAR Emilia Romagna-Bologna - Sez. II, 26.01.2011, n. 61; Consiglio Stato - Sez. V, 25.08.2008, n. 4061);
- Ritenuto, inoltre, che anche in caso di Unione di Comuni, deve ritenersi che i Sindaci mantengano le competenze loro attribuite dalla norma speciale, dal momento che dette Unioni operano l’unificazione a livello degli uffici ovvero degli organi di gestione amministrativa o tecnica-operativa, ma non determinano alcun trasferimento di poteri degli organi di indirizzo politico (v. art. 32 d.lgs. n. 267/2000);
- Considerando, pertanto, fondata l’assorbente censura di incompetenza con conseguente annullamento del provvedimento impugnato e rimessione all’organo competente per gli ulteriori provvedimenti (TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 06.09.2016 n. 255 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

aprile 2016

AMBIENTE-ECOLOGIA: In materia di ordine di rimozione e smaltimento rifiuti abbandonati su area privata, il Collegio ritiene di non avere ragione per discostarsi dall’orientamento consolidato secondo cui il legislatore delegato ha inteso rafforzare e promuovere le esigenze di un'effettiva partecipazione allo specifico procedimento dei potenziali destinatari del provvedimento conclusivo.
Di conseguenza, la preventiva, formale comunicazione dell'avvio del procedimento costituisce un adempimento indispensabile al fine dell'effettiva instaurazione di un contraddittorio procedimentale con gli interessati e -diversamente da quanto ha affermato il TAR- non si può applicare il temperamento che l’art. 21-octies della legge n. 241 del 1990 apporta alla regola generale dell’art. 7 della stessa legge.

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... per la riforma della sentenza del TAR Puglia – sede staccata di Lecce, Sezione I n. 3210/2015, resa tra le parti, concernente ordine di rimozione e smaltimento rifiuti abbandonati su area privata.
...
Il primo motivo dell’appello è fondato.
Viene in questione il citato comma 3 dell’art. 192 del decreto legislativo n. 152 del 2006, il quale stabilisce: “Fatta salva l'applicazione della sanzioni di cui agli articoli 255 e 256, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 è tenuto a procedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate”.
Il Collegio ritiene di non avere ragione per discostarsi dall’orientamento consolidato (cfr. per tutte Cons. Stato, sez. V, 25.08.2008, n. 4061; Id., sez. II, parere 21.06.2013, n. 2916; Id., sez. V, 22.02.2016, n. 705), secondo cui, in materia, il legislatore delegato ha inteso rafforzare e promuovere le esigenze di un'effettiva partecipazione allo specifico procedimento dei potenziali destinatari del provvedimento conclusivo. Di conseguenza, la preventiva, formale comunicazione dell'avvio del procedimento costituisce un adempimento indispensabile al fine dell'effettiva instaurazione di un contraddittorio procedimentale con gli interessati e -diversamente da quanto ha affermato il TAR- non si può applicare il temperamento che l’art. 21-octies della legge n. 241 del 1990 apporta alla regola generale dell’art. 7 della stessa legge.
Nel caso di specie, è indiscusso che l’avviso di avvio del procedimento non sia stato comunicato alla parte destinataria dell’ordinanza sindacale, che ha visto leso il proprio diritto alla partecipazione procedimentale.
Da ciò l’illegittimità del provvedimento impugnato, con assorbimento dei motivi ulteriori dell’appello, tenuto conto dei principi elaborati dall’Adunanza plenaria di questo Consiglio di Stato con la sentenza 27.04.2015, n. 5.
Dalle considerazioni che precedono discende che, come già detto, l’appello è fondato e va pertanto accolto. In riforma della sentenza di primo grado, ne segue l’accoglimento del ricorso introduttivo con annullamento dell’atto impugnato e rimessione degli atti all’Autorità amministrativa, che provvederà anche tenendo conto dei principi affermati dall’Adunanza plenaria di questo Consiglio di Stato (con le ordinanze n. 21 del 25.09.2013 e n. 25 del 13.11.2013), dalla Corte di giustizia dell’Unione europea (con la sentenza 04.03.2015 in causa C-534/13) e dalla sezione V del Consiglio di Stato (con la sentenza 25.02.2015, n. 933).
Le questioni appena vagliate esauriscono la vicenda sottoposta alla Sezione, essendo stati toccati tutti gli aspetti rilevanti a norma dell’art. 112 c.p.c., in aderenza al principio sostanziale di corrispondenza tra il chiesto e pronunciato (come chiarito dalla giurisprudenza costante: fra le tante, per le affermazioni più risalenti, Cass. civ., sez. II, 22.03.1995, n. 3260, e, per quelle più recenti, Cass. civ., sez. V, 16.05.2012, n. 7663).
Gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a condurre a una conclusione di segno diverso (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 01.04.2016 n. 1301 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

febbraio 2016

AMBIENTE-ECOLOGIA: L'ordine di bonifica trasmesso agli eredi.
Nel caso di ordine di bonifica di un sito inquinato, l'obbligo ripristinatorio è trasmissibile agli eredi.

Lo ha precisato il Consiglio di Stato, Sez. V con la sentenza 25.02.2016 n. 765 .
Nel caso in esame dei proprietari di terreni avevano chiesto al Tar per la Lombardia l'annullamento dell'ordinanza del sindaco del Comune di Cerro al Lambro nella parte in cui si ordinava loro la messa in sicurezza, la bonifica e il ripristino ambientale della località denominata «Cascina Gazzera», ai sensi degli artt. 14 e 17 del dlgs 22/1997.
Il primo giudice aveva accolto il ricorso rilevando che per quanto concerneva i fenomeni di inquinamento sino al 1979, gli stessi non potevano essere imputabili ai ricorrenti, atteso che i terreni interessati non risultavano essere di loro proprietà, ma del defunto padre.
Per quanto riguarda gli eventi successivi, invece, il comune di Cerro al Lambro non aveva fornito la prova della «causazione dei fenomeni» in questione da parte di questi ultimi che lo avrebbero, invece, concesso in locazione ad una società.
Con appello il Comune di Cerro al Lambro aveva rivendicato la legittimità del suo provvedimento.
I giudici di Palazzo Spada accolgono la tesi.
Essi riconoscono, innanzi tutto, come i casi di inquinamento contestati nell'arco di oltre trent'anni siano da ricondurre agli odierni proprietari, che «in alcun modo hanno impedito lo sversamento dei rifiuti sui loro suoli, né hanno provveduto alla rimozione degli stessi, non attivandosi per impedire che l'attività di devastazione delle aree oggetto dell'ordinanza impugnata proseguisse nel corso degli anni». E non vi è dubbio, a questo proposito, che l'obbligo ripristinatorio sia trasmissibile agli eredi, trattandosi di obblighi di natura patrimoniale (cfr. Cons. St., sez. II, 06.03.2013, n. 2417).
Per quanto concerne, poi, l'ordine di bonifica del sito inquinato, è irrilevante la circostanza che sia intervenuto un contratto di locazione, atteso che va riconosciuta sia la responsabilità del proprietario di un terreno sul quale siano depositati rifiuti, ai sensi dell'art. 14, comma 3, del dlgs 05.02.1997 n. 22, nel caso in cui il terreno sia oggetto di un rapporto di locazione, sia la responsabilità di qualunque soggetto che si trovi con l'area interessata in un rapporto, anche di mero fatto, tale da consentirgli «di esercitare una funzione di protezione e custodia finalizzata ad evitare che l'area medesima possa essere adibita a discarica abusiva di rifiuti nocivi per la salvaguardia dell'ambiente» (articolo ItaliaOggi Sette del 14.03.2016).

AMBIENTE-ECOLOGIA: La giurisprudenza di questo Consiglio ha precisato che l’obbligo ripristinatorio ambientale (in termini di bonifica) è trasmissibile agli eredi, trattandosi di obblighi di natura patrimoniale.
Quanto agli obblighi di bonifica posto che è accertata anche all’indomani dell’acquisizione in proprietà del bene da parte degli odierni appellati l’attività di sversamento di rifiuti nel fondo in questione, da un lato, è irrilevante la circostanza che sia intervenuto un contratto di locazione tra la società I... e Fr.Da., atteso che la giurisprudenza è ferma nel riconoscere sia la responsabilità del proprietario di un terreno sul quale siano depositati rifiuti, ai sensi del D.Lgs. n. 22/1997, art. 14, comma 3, nel caso in cui il terreno sia oggetto di un rapporto di locazione, sia la responsabilità di qualunque soggetto che si trovi con l'area interessata in un rapporto, anche di mero fatto, tale da consentirgli -e per ciò stesso imporgli- di esercitare una funzione di protezione e custodia finalizzata ad evitare che l'area medesima possa essere adibita a discarica abusiva di rifiuti nocivi per la salvaguardia dell'ambiente. Pertanto, sia il proprietario locante, che colui che conduce in locazione possono risultare responsabili per l’inquinamento dei suoli.
Dall’altro, deve rinvenirsi una responsabilità in proprio in capo agli aventi causa di Fr.Da., poiché il requisito della colpa postulato dall’art. 14, d.lgs. 22/1997, ben può consistere proprio nell'omissione degli accorgimenti e delle cautele che l'ordinaria diligenza suggerisce per realizzare un'efficace custodia e protezione dell'area, così impedendo che possano essere in essa indebitamente depositati rifiuti nocivi.
Nella fattispecie, infatti, gli atti amministrativi acquisiti al fascicolo di causa danno atto del verificarsi dei fenomeni di inquinamento nell’arco di oltre trent’anni e della loro riconducibilità agli odierni appellati ed al loro dante causa, che in alcun modo hanno impedito lo sversamento dei rifiuti sui loro suoli, né hanno provveduto alla rimozione degli stessi, non attivandosi per impedire che l’attività di devastazione delle aree oggetto dell’ordinanza impugnata proseguisse nel corso degli anni.

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... per la riforma della sentenza del TAR LOMBARDIA–MILANO, SEZIONE I, n. 5443/2004, resa tra le parti, concernente bonifica località e ripristino ambientale.
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9. Sono fondate, invece, le doglianze con la quale l’amministrazione sostiene la legittimità dell’ordinanza impugnata contenente l’obbligo di rimozione dei rifiuti e di bonifica in capo agli odierni appellati.
Va precisato che la pronuncia della Corte di Giustizia, 04.03.2015, C-534/13 non contiene principi di diritto utili ai fini della decisione della presente controversia. Infatti, non solo si pronuncia su una disciplina europea, ratione temporis, non applicabile alla controversia in esame, ma in ogni caso giunge a conclusioni non esportabili alla vicenda de qua, dal momento che esclude l’addebitabilità in capo al proprietario degli obblighi di bonifica e di ripristino discendenti dalla mera qualifica di titolare di un diritto reale sul bene.
Esclude, quindi, la compatibilità comunitaria di una disciplina nazionale che preveda una responsabilità oggettiva discendente dalla mera qualifica di titolare di un diritto reale sul bene.
9.1. Appare opportuno, inoltre, precisare che questa Sezione in altro contenzioso proposto da I.. S.r.l. per ottenere la caducazione dell’ordinanza impugnata anche dagli odierni appellati ha escluso con la pronuncia n. 5305/2014, la ricorrenza delle censure di legittimità ivi denunciate.
Sempre questa Sezione con sentenza n. 1026/2009, ha respinto il ricorso proposto dagli odierni appellati avverso l’ordinanza n. 8/1997 del Sindaco del comune di Cerro al Lambro con la quale venivano disposti obblighi per la bonifica ambientale delle aree di proprietà di quest’ultimi sui mappali n. 57 e 59 del foglio 10 del comune di Cerro al Lambro, prossime a quelle oggetto dell’ordinanza impugnata con il ricorso di prime cure, così riformando la sentenza del TAR Lombardia n. 760/2000.
9.2. Tanto premesso va chiarito che nella fattispecie in esame, contrariamente a quanto affermato dal primo giudice, sono ravvisabili elementi di imputazione in capo agli originari ricorrenti degli obblighi di bonifica e di ripristino discendenti dal loro comportamento colposo.
Innanzitutto, è utile precisare che la giurisprudenza di questo Consiglio ha precisato che l’obbligo ripristinatorio è trasmissibile agli eredi, trattandosi di obblighi di natura patrimoniale (cfr. Cons. St., Sez. II, 06.03.2013, n. 2417).
Quanto, invece, agli obblighi di bonifica posto che è accertata anche all’indomani dell’acquisizione in proprietà del bene da parte degli odierni appellati l’attività di sversamento di rifiuti nel fondo in questione, da un lato, è irrilevante la circostanza che sia intervenuto un contratto di locazione tra la società I... e Fr.Da., atteso che la giurisprudenza è ferma nel riconoscere sia la responsabilità del proprietario di un terreno sul quale siano depositati rifiuti, ai sensi del D.Lgs. n. 22/1997, art. 14, comma 3, nel caso in cui il terreno sia oggetto di un rapporto di locazione (cfr. Cass. civ. Sez. III, 22.03.2011, n. 6525), sia la responsabilità di qualunque soggetto che si trovi con l'area interessata in un rapporto, anche di mero fatto, tale da consentirgli -e per ciò stesso imporgli- di esercitare una funzione di protezione e custodia finalizzata ad evitare che l'area medesima possa essere adibita a discarica abusiva di rifiuti nocivi per la salvaguardia dell'ambiente. Pertanto, sia il proprietario locante, che colui che conduce in locazione possono risultare responsabili per l’inquinamento dei suoli.
Dall’altro, deve rinvenirsi una responsabilità in proprio in capo agli aventi causa di Fr.Da., poiché il requisito della colpa postulato dall’art. 14, d.lgs. 22/1997, ben può consistere proprio nell'omissione degli accorgimenti e delle cautele che l'ordinaria diligenza suggerisce per realizzare un'efficace custodia e protezione dell'area, così impedendo che possano essere in essa indebitamente depositati rifiuti nocivi (cfr. Cass., Sez. Un., 25.02.2009, n. 4472; Cons. Stato Sez. V, 16.07.2010, n. 4614).
Nella fattispecie, infatti, gli atti amministrativi acquisiti al fascicolo di causa danno atto del verificarsi dei fenomeni di inquinamento nell’arco di oltre trent’anni e della loro riconducibilità agli odierni appellati ed al loro dante causa, che in alcun modo hanno impedito lo sversamento dei rifiuti sui loro suoli, né hanno provveduto alla rimozione degli stessi, non attivandosi per impedire che l’attività di devastazione delle aree oggetto dell’ordinanza impugnata proseguisse nel corso degli anni.
10. L’odierno appello deve, quindi, essere accolto con ciò che ne consegue in termini di riforma della sentenza impugnata e di reiezione del ricorso di primo grado (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 25.02.2016 n. 765 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: La giurisprudenza ha quasi costantemente affermato che gli interventi di riparazione, di messa in sicurezza, di bonifica e di ripristino gravano esclusivamente sul responsabile della contaminazione, cioè sul soggetto al quale sia imputabile, almeno sotto il profilo oggettivo, l'inquinamento (art. 244, comma 2, d.lgs. n. 152 del 2006); se il responsabile non sia individuabile o non provveda (e non provveda spontaneamente il proprietario del sito o altro soggetto interessato), gli interventi che risultassero necessari sono adottati dall'Amministrazione competente (art. 244, comma 4, d.lgs. cit.); le spese sostenute per effettuare tali interventi possono essere recuperate, sulla base di un motivato provvedimento (che giustifichi tra l'altro l'impossibilità di accertare l'identità del soggetto responsabile ovvero che giustifichi l'impossibilità di esercitare azioni di rivalsa nei confronti del medesimo soggetto ovvero la loro infruttuosità), agendo in rivalsa verso il proprietario.
Per completezza va aggiunto che gli art. 244, 245 e 253 d.lgs. n. 152 del 2006 vanno interpretati nel senso che, in caso di accertata contaminazione di un sito e d’impossibilità di individuarne il soggetto responsabile o di impossibilità di ottenere da quest'ultimo interventi di riparazione, il Ministero dell'ambiente non può imporre al proprietario non responsabile, che ha solo una responsabilità patrimoniale limitata al valore del sito dopo l'esecuzione degli interventi di bonifica, l'esecuzione delle misure di sicurezza d'emergenza e di bonifica.
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E' il responsabile dell'inquinamento il soggetto sul quale gravano, ai sensi dell'art. 242 d.lgs. n. 152 del 2006, gli obblighi di messa in sicurezza, bonifica e ripristino ambientale a seguito della constatazione di uno stato di contaminazione, mentre il proprietario non responsabile è gravato solo di una specifica obbligazione di "facere" che riguarda, però, soltanto l'adozione delle misure di prevenzione.
Per completezza va aggiunto che in tema di bonifica e ripristino ambientale di un terreno inquinato ai sensi dell'art. 242, comma 2 e seguenti, del d.lgs. n. 152 del 2006, nel caso di affitto del bene a terzi anche il proprietario resta responsabile allorché sia a conoscenza della pericolosità dell'attività svolta e dello stato d’inquinamento del sito, essendo ciò sufficiente a far sorgere un obbligo di attivarsi al fine di eliminare, nel più breve tempo possibile ed anche in assenza di intervento dell'autore dell'inquinamento, lo stato di contaminazione.
La rimozione dei rifiuti viene ordinata nell’atto gravato solo in via eventuale quando a seguito dell’indagine risulti che è stata proprio la presenza dei rifiuti a causare la contaminazione.

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... per l'annullamento:
- dell'ordinanza prot. n. 20428/15 dd 3.7.2015, notificata in data 07.07.2015 con cui è stato intimato al ricorrente, quale legale rappresentante del Consorzio per lo sviluppo industriale del Comune di Montalcone, in sede di accertamento del superamento dei limiti delle CSC (Concentrazioni Soglia di Contaminazione) Idrocarburi, di attivarsi secondo quanto stabilito dall'art. 242 del D.lgs. 152/2006 ovvero, qualora ne ricorrano i presupposti ai sensi dell'art. 249 del decreto medesimo;
- di presentare inoltre nel termine di giorni 30 dalla data di notifica dell'ordinanza il piano di caratterizzazione a Provincia, Regione, Comune, ARPA F.V.G. - Dipartimento di Gorizia ed A.s.s. n. 2 "Bassa Friulana Isontina",
...
1. Viene in esame il ricorso del Consorzio per lo sviluppo industriale del Comune di Monfalcone avverso il provvedimento della Provincia di Gorizia del 03.07.2015 con cui si ordina al consorzio, quale corresponsabile della potenziale contaminazione in un’area in cui è stato accertato il superamento del parametro per quanto riguarda gli idrocarburi, di attivarsi ai sensi dell’articolo 242 del decreto legislativo 152 del 2006 e di presentare un piano di caratterizzazione; si ordina altresì di rimuovere i rifiuti qualora per la loro natura possano aver causato la contaminazione del suolo.
2. Conviene prendere le mosse dall’atto impugnato, il quale si rivolge alla lettera a) al Consorzio terme romane e alla lettera b) al Consorzio per lo sviluppo industriale odierno ricorrente, considerandolo “corresponsabile della potenziale contaminazione limitatamente alla porzione di area in cui si è accertata la presenza di un deposito di materiali/rifiuti sul suolo nel corso del sopralluogo del mese di marzo 2014”.
Segue l’ordine di attivarsi ex art. 242 del d.lgs. 152 del 2006 ovvero qualora ne ricorrano i presupposti ex art. 249 e nel termine di 30 giorni di presentare un piano di caratterizzazione. Si aggiunge infine che le indagini dovranno essere eseguite anche “a seguito della rimozione dei rifiuti, qualora la natura degli stessi possa aver causato la contaminazione del suolo”.
3. Va innanzi tutto riprodotto l’art. 242 citato nelle parti che interessano: "Art. 242
1. Al verificarsi di un evento che sia potenzialmente in grado di contaminare il sito, il responsabile dell'inquinamento mette in opera entro ventiquattro ore le misure necessarie di prevenzione e ne dà immediata comunicazione ai sensi e con le modalità di cui all'articolo 304, comma 2. La medesima procedura si applica all'atto di individuazione di contaminazioni storiche che possano ancora comportare rischi di aggravamento della situazione di contaminazione.
2. Il responsabile dell'inquinamento, attuate le necessarie misure di prevenzione, svolge, nelle zone interessate dalla contaminazione, un'indagine preliminare sui parametri oggetto dell'inquinamento e, ove accerti che il livello delle concentrazioni soglia di contaminazione (CSC) non sia stato superato, provvede al ripristino della zona contaminata, dandone notizia, con apposita autocertificazione, al comune ed alla provincia competenti per territorio entro quarantotto ore dalla comunicazione. L'autocertificazione conclude il procedimento di notifica di cui al presente articolo, ferme restando le attività di verifica e di controllo da parte dell'autorità competente da effettuarsi nei successivi quindici giorni. Nel caso in cui l'inquinamento non sia riconducibile ad un singolo evento, i parametri da valutare devono essere individuati, caso per caso, sulla base della storia del sito e delle attività ivi svolte nel tempo.
OMISSIS
8. I criteri per la selezione e l'esecuzione degli interventi di bonifica e ripristino ambientale, di messa in sicurezza operativa o permanente, nonché per l'individuazione delle migliori tecniche di intervento a costi sostenibili (B.A.T.N.E.E.C. - Best Available Technology Not Entailing Excessive Costs) ai sensi delle normative comunitarie sono riportati nell'Allegato 3 alla parte quarta del presente decreto,
9. La messa in sicurezza operativa, riguardante i siti contaminati [con attività in esercizio], garantisce una adeguata sicurezza sanitaria ed ambientale ed impedisce un'ulteriore propagazione dei contaminanti. I progetti di messa in sicurezza operativa sono accompagnati da accurati piani di monitoraggio dell'efficacia delle misure adottate ed indicano se all'atto della cessazione dell'attività si renderà necessario un intervento di bonifica o un intervento di messa in sicurezza permanente. Possono essere altresì autorizzati interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e di messa in sicurezza degli impianti e delle reti tecnologiche, purché non compromettano la possibilità di effettuare o completare gli interventi di bonifica che siano condotti adottando appropriate misure di prevenzione dei rischi.
10. Nel caso di caratterizzazione, bonifica, messa in sicurezza e ripristino ambientale di siti con attività in esercizio, la regione, fatto salvo l'obbligo di garantire la tutela della salute pubblica e dell'ambiente, in sede di approvazione del progetto assicura che i suddetti interventi siano articolati in modo tale da risultare compatibili con la prosecuzione della attività.
11. Nel caso di eventi avvenuti anteriormente all'entrata in vigore della parte quarta del presente decreto che si manifestino successivamente a tale data in assenza di rischio immediato per l'ambiente e per la salute pubblica, il soggetto interessato comunica alla regione, alla provincia e al comune competenti l'esistenza di una potenziale contaminazione unitamente al piano di caratterizzazione del sito, al fine di determinarne l'entità e l'estensione con riferimento ai parametri indicati nelle CSC ed applica le procedure di cui ai commi 4 e seguenti.
12. Le indagini ed attività istruttorie sono svolte dalla provincia, che si avvale della competenza tecnica dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente e si coordina con le altre amministrazioni.
13. La procedura di approvazione della caratterizzazione e del progetto di bonifica si svolge in Conferenza di servizi convocata dalla regione e costituita dalle amministrazioni ordinariamente competenti a rilasciare i permessi, autorizzazioni e concessioni per la realizzazione degli interventi compresi nel piano e nel progetto. La relativa documentazione è inviata ai componenti della conferenza di servizi almeno venti giorni prima della data fissata per la discussione e, in caso di decisione a maggioranza, la delibera di adozione deve fornire una adeguata ed analitica motivazione rispetto alle opinioni dissenzienti espresse nel corso della conferenza. Compete alla provincia rilasciare la certificazione di avvenuta bonifica. Qualora la provincia non provveda a rilasciare tale certificazione entro trenta giorni dal ricevimento della delibera di adozione, al rilascio provvede la regione.
OMISSIS
"
4. Va osservato che il riprodotto articolo di legge fa riferimento, al comma 12, alla necessità per la provincia di coordinarsi con le altre pubbliche amministrazioni, tra cui nel caso anche il Consorzio industriale proprietario dell’area.
La giurisprudenza ha quasi costantemente affermato che gli interventi di riparazione, di messa in sicurezza, di bonifica e di ripristino gravano esclusivamente sul responsabile della contaminazione, cioè sul soggetto al quale sia imputabile, almeno sotto il profilo oggettivo, l'inquinamento (art. 244, comma 2, d.lgs. n. 152 del 2006); se il responsabile non sia individuabile o non provveda (e non provveda spontaneamente il proprietario del sito o altro soggetto interessato), gli interventi che risultassero necessari sono adottati dall'Amministrazione competente (art. 244, comma 4, d.lgs. cit.); le spese sostenute per effettuare tali interventi possono essere recuperate, sulla base di un motivato provvedimento (che giustifichi tra l'altro l'impossibilità di accertare l'identità del soggetto responsabile ovvero che giustifichi l'impossibilità di esercitare azioni di rivalsa nei confronti del medesimo soggetto ovvero la loro infruttuosità), agendo in rivalsa verso il proprietario (TAR L'Aquila, (Abruzzo), sez. I, 03/07/2014, n. 577; TAR Friuli-Venezia Giulia, sez. I, 05/05/2014, n. 183).
5. Per completezza va aggiunto che gli art. 244, 245 e 253 d.lgs. n. 152 del 2006 vanno interpretati nel senso che, in caso di accertata contaminazione di un sito e d’impossibilità di individuarne il soggetto responsabile o di impossibilità di ottenere da quest'ultimo interventi di riparazione, il Ministero dell'ambiente non può imporre al proprietario non responsabile, che ha solo una responsabilità patrimoniale limitata al valore del sito dopo l'esecuzione degli interventi di bonifica, l'esecuzione delle misure di sicurezza d'emergenza e di bonifica (Consiglio di Stato ad. plen., 25/09/2013, n. 21).
6. Ne discende che sulla questione, ad avviso di questo Collegio, risulta decisiva la considerazione che la bonifica di un sito potenzialmente inquinante è una fattispecie diversa e distinta dal deposito di rifiuti, indipendentemente dalla causa.
Nell’atto impugnato non si parla affatto di responsabilità a titolo penale del Consorzio ricorrente, ma semplicemente di responsabilità a titolo di proprietario ancorché incolpevole; del resto si ordina al consorzio di procedere al piano di caratterizzazione, che costituisce un’indagine preliminare allo stesso accertamento della tipologia di rifiuti e di inquinamento.
7. Che l’inquinamento poi vi fosse non è lecito dubitare, visto che i parametri per quanto riguarda gli idrocarburi non risultano rispettati a seguito dell’ispezione avvenuta nel 2014, con l’intervento dell’ARPA regionale.
8. In sostanza, l’ordinanza si basa su due elementi non messi in discussione nel ricorso: il primo è che il consorzio industriale è e resta proprietario dell’area in questione, anche se non ne ha avuto in ogni momento la disponibilità. Il secondo elemento è che nel corso di un accertamento avvenuto ad opera di una struttura pubblica nel 2014 si è accertato il superamento di alcuni parametri di legge per quanto riguarda gli idrocarburi.
L’ordine impugnato in sostanza chiede solo un piano di caratterizzazione ed eventuali interventi ex articolo 242 del decreto legislativo 152 del 2006, limitatamente all’area in cui è stata accertata la presenza di un deposito di materiali o rifiuti nel corso del sopralluogo del marzo 2014 e solo nella misura che compete al proprietario incolpevole.
9. Invero, è il responsabile dell'inquinamento il soggetto sul quale gravano, ai sensi dell'art. 242 d.lgs. n. 152 del 2006, gli obblighi di messa in sicurezza, bonifica e ripristino ambientale a seguito della constatazione di uno stato di contaminazione, mentre il proprietario non responsabile è gravato solo di una specifica obbligazione di "facere" che riguarda, però, soltanto l'adozione delle misure di prevenzione (TAR Milano, (Lombardia), sez. IV, 13/01/2014, n. 108).
10. Per completezza va aggiunto che in tema di bonifica e ripristino ambientale di un terreno inquinato ai sensi dell'art. 242, comma 2 e seguenti, del d.lgs. n. 152 del 2006, nel caso di affitto del bene a terzi anche il proprietario resta responsabile allorché sia a conoscenza della pericolosità dell'attività svolta e dello stato d’inquinamento del sito, essendo ciò sufficiente a far sorgere un obbligo di attivarsi al fine di eliminare, nel più breve tempo possibile ed anche in assenza di intervento dell'autore dell'inquinamento, lo stato di contaminazione (TAR Venezia, (Veneto), sez. III, 28/10/2014, n. 1346).
11. La rimozione dei rifiuti viene ordinata nell’atto gravato solo in via eventuale quando a seguito dell’indagine risulti che è stata proprio la presenza dei rifiuti a causare la contaminazione.
12. Si tratta in sostanza per il Consorzio ricorrente di attuare tutte e sole le misure di prevenzione previste dall’articolo 242, quelle cioè poste a carico del proprietario indipendentemente da una sua responsabilità.
13. Tutte le disquisizioni contenute sia nel ricorso sia nelle memorie difensive relative alla mancanza di comunicazione tra i due enti pubblici risultano irrilevanti ai fini dell’esame della legittimità dell’atto impugnato. Quest’ultimo, come ripetuto più volte, trova la sua legittimità in due fatti obiettivi: l’accertamento di un inquinamento superiore ai limiti di legge avvenuto nel 2014 e la circostanza che l’area in cui tale versamento è avvenuto è di proprietà del consorzio ricorrente.
14. Ogni altro aspetto risulta importante per quanto riguarda le conseguenze penali o di responsabilità, ma non ai fini di valutare la legittimità dell’atto impugnato, che risulta pertanto immune dai vizi sollevati.
15. Il ricorso va quindi rigettato: di conseguenza non si può accogliere la domanda di risarcimento dei danni, tra l’altro formulata in modo del tutto generico (TAR Friuli Venezia Giulia, sentenza 24.02.2016 n. 54 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Se un soggetto -anche, come nel caso di specie, mero "detentore" di rifiuti- appresta una serie di condotte finalizzate alla gestione di rifiuti, mediante preliminare raccolta, raggruppamento, trasporto e vendita di rifiuti, pur non esercitando in forma imprenditoriale, pone in essere una "attività" di gestione di rifiuti per la quale occorre preliminarmente ottenere i necessari titoli abilitativi.
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3.
In ordine alla pretesa irrilevanza penale della condotta in ragione della occasionalità, va ribadito che, trattandosi di illecito istantaneo, ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 256, comma 1, lett. a), d.lgs. 152 del 2006, è sufficiente anche una sola condotta integrante una delle ipotesi alternative tipizzate dalla fattispecie penale (Sez. 3, n. 8979 del 02/10/2014, dep. 2015, Cristinzio, Rv. 262514; Sez. 3, n. 45306 del 17/10/2013, Carlino, Rv. 257631; Sez. 3, n. 24428 del 25/05/2011, D'Andrea, Rv. 250674; Sez. 3, n. 21655 del 13/ 04/2010, Hrustic, Rv. 247605), purché costituisca una "attività" e non sia assolutamente occasionale.
3.1.
La natura occasionale delle condotte di gestione di rifiuti è strettamente legata alla qualificazione della fattispecie penale in termini di reato comune o proprio, e, di conseguenza, alla dimensione delle attività di gestione. L'art. 256, comma 1, d.lgs. 152 del 2006, infatti, punisce "chiunque" effettua una attività di "raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti" in mancanza delle autorizzazioni, iscrizioni o comunicazioni prescritte dagli artt. 208-216.
Innanzitutto,
l'utilizzazione dell'espressione "chiunque" a proposito del reato di esercizio abusivo di attività di gestione di rifiuti indizia una qualificazione dell'illecito in termini di reato comune, atteso che, al contrario, nel reato di abbandono o deposito incontrollato di rifiuti disciplinato dal successivo comma 2 (che rinvia al solo trattamento sanzionatorio del primo comma, non già al precetto), i soggetti attivi sono espressamente indicati come i "titolari di imprese" ed i "responsabili di enti"; in tal senso, del resto, depone altresì la soppressione, ad opera dell'art. 7, comma 6, d.lgs. 08.11.1997, n. 389, dell'inciso, riferito all'appartenenza dei rifiuti oggetto di abusiva gestione, "prodotti da terzi", contenuto nel previgente art. 51 d.lgs. 22 del 1997 (successivamente trasfuso nell'art. 256 T.U. amb.) (nella vigenza della precedente norma, già Sez. 3, n. 21925 del 06/06/2002, Saba; di recente, Sez. 3, n. 29992 del 24/06/2014, Lazzaro).
Tuttavia, si è sostenuto, in dottrina, che il pronome "chiunque" non è riferibile ad un agente indefinito, essendo in realtà il destinatario della norma penale soltanto il soggetto che abbia l'obbligo di sottoporsi al controllo della P.A., individuabile mediante il richiamo alle norme autorizzatorie di cui agli artt. 208-216 T.U. amb.; in altri termini, soltanto i soggetti che esercitano l'attività di gestione in forma imprenditoriale possono (e devono) dotarsi dei titoli abilitativi.
In tal senso, a corroborare la qualifica di reato proprio della fattispecie penale in oggetto, si è, dunque, evidenziata la necessità, per l'integrazione della tipicità, dei requisiti di organizzazione e professionalità dell'attività di gestione; e se ne è tratta conferma dal principio secondo cui "In materia di rifiuti, il soggetto privato, non titolare di una attività di impresa o responsabile di un ente, che abbandoni in modo incontrollato un proprio rifiuto e che, a tal fine, lo trasporti occasionalmente nel luogo ove lo stesso verrà abbandonato, risponde solo dell'illecito amministrativo di cui all'art. 255 del D.Lgs. n. 152 del 2006 per l'abbandono e non anche del reato di trasporto abusivo previsto dall'art. 256, comma primo, del D.Lgs. cit., in quanto il trasporto costituisce solo la fase preliminare e preparatoria rispetto alla condotta finale di abbandono, nella quale rimane assorbito" (Sez. 3, n. 41352 del 10/06/2014, Parpaiola).
La tesi, tuttavia, a parere di questo Collegio, dimostra più di quanto la norma incriminatrice consenta.
Invero,
se l'uso del pronome "chiunque" rappresenta un mero indizio della qualificazione in termini di reato comune, e la costruzione della fattispecie incriminatrice secondo la consueta 'tecnica ingiunzionale' -mediante penalizzazione di condotte poste in essere in assenza di provvedimenti amministrativi autorizzatori, alla stregua di un modello di tutela penale 'condizionato', e non 'puro'- individua i soggetti destinatari degli obblighi delineati dagli artt. 208-216 T.U. annb., nondimeno qualificare la fattispecie quale reato proprio rischia di determinare un'inversione metodologica nell'ermeneusi proposta. Ed anche il richiamo al principio di diritto espresso da Sez. 3, n. 41352 del 10/06/2014, Parpaiola, non appare del tutto conferente, in quanto la pronuncia richiamata esclude la rilevanza penale del trasporto abusivo in quanto del tutto occasionale, perché esclusivamente propedeutico e strumentale ad un abbandono dei rifiuti (sanzionato in via amministrativa dall'art. 255 T.U. amb.).
Quanto al soggetto attivo del reato, va chiarito che l'uso normativo del pronome indefinito "chiunque" va interpretato alla luce della tecnica di tutela 'relativa' adottata dal legislatore, secondo il modello 'ingiunzionale': in altri termini, l'agente può essere "chiunque" eserciti abusivamente una delle attività di gestione indicate, in via alternativa, nell'art. 256 cit. (fattispecie a condotte alternative), anche se non costituito formalmente in veste imprenditoriale; ciò che rileva, dunque, per assumere la veste di agente del reato non è una qualifica soggettiva (una forma imprenditoriale, necessaria, ad esempio, per l'iscrizione all'Albo nazionale dei gestori ambientali), bensì la concreta attività posta in essere.
In tal senso, si è espressa altresì la giurisprudenza più recente che ha affrontato il profilo della rilevanza penale dell'attività "ambulante" di raccolta e trasporto, secondo cui "la condotta sanzionata dal D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 1, è riferibile a chiunque svolga, in assenza del prescritto titolo abilitativo, una attività rientrante tra quelle assentibili ai sensi degli art. 208, 209, 210, 211, 212, 214, 215 e 226 del medesimo Decreto, svolta anche di fatto o in modo secondario o consequenziale all'esercizio di una attività primaria diversa che richieda, per il suo esercizio, uno dei titoli abilitativi indicati e che non sia caratterizzata da assoluta occasionalità"
(Sez. 3, n. 29992 del 24/06/2014, Lazzaro; Sez. 3, n. 269 del 10/12/2014, dep. 2015, Seferovic).
Appare, dunque, improprio, e frutto di un'inversione metodologica, qualificare la fattispecie di cui all'art. 256, comma 1, T.U. amb. come reato proprio, il cui soggetto attivo può essere individuato soltanto nei soggetti operanti in forme imprenditoriali, in quanto legittimati all'iscrizione nell'Albo nazionale gestori ambientali.
Sarebbe sufficiente essere privi -come normalmente si rileva- della qualifica soggettiva asseritamente richiesta dalla norma per sottrarsi all'applicazione della fattispecie incriminatrice. Non è la astratta qualifica soggettiva, bensì la condotta concretamente posta in essere di gestione abusiva di rifiuti a rilevare ai fini dell'applicabilità della fattispecie in oggetto, che può essere "svolta anche di fatto o in modo secondario"
(Sez. 3, n. 29992 del 24/06/2014, Lazzaro), purché in assenza di uno dei titoli abilitativi, e che non sia caratterizzata da assoluta occasionalità.
Del resto,
che l'attività imprenditoriale possa essere esercitata, anche solo di fatto, in forma anche individuale implica che non è la forma giuridica rivestita, bensì l'attività concretamente posta in essere ad assumere rilievo ai fini dell'obbligo di autorizzazione (art. 212 T.U. amb.), e, di conseguenza, ai fini dell'individuazione del soggetto attivo del reato.
Peraltro,
la rilevanza della "assoluta occasionalità" ai fini dell'esclusione della tipicità deriva non già da una arbitraria delimitazione interpretativa della norma, bensì dal tenore della fattispecie penale, che, punendo la "attività" di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione, concentra il disvalore d'azione su un complesso di azioni, che, dunque, non può coincidere con la condotta assolutamente occasionale (in tal senso, già Sez. 3, n. 5031 del 17/01/2012, Granata, non massimata, secondo cui "con il termine "attività" deve intendersi ogni condotta che non sia caratterizzata da assoluta occasionalità, mentre la norma non richiede ulteriori requisiti di carattere soggettivo o oggettivo perché sia integrata la fattispecie criminosa. Si tratta, infatti, di reato comune, in quanto può essere commesso da "chiunque", e non di reato proprio, sicché non occorrono i requisiti della professionalità della condotta ovvero di un'organizzazione imprenditoriale della stessa" (sez. 3, 28.10.2009 n. 79 del 2010, Guglielmo, RV 245709) (sez. 3, 15.01.2008 n. 7462, Cozzoli, RV 239011) ).
È dunque la descrizione normativa ad escludere dall'area di rilevanza penale le condotte di assoluta occasionalità (si pensi alla dismissione, da parte di un privato, di quanto contenuto in un proprio locale cantina).
Al contrario, proprio il pronome "chiunque" impone di includere nella portata applicativa della norma incriminatrice anche il "detentore" del rifiuto, ovvero "il produttore dei rifiuti o la persona fisica o giuridica che ne è in possesso" (secondo la norma definitoria generale di cui all'art. 183, comma 1, lett. h), T.U. amb.), allorquando l'attività di raccolta, trasporto, commercio, ecc., sia caratterizzata non da assoluta occasionalità.
Al riguardo, giova rilevare che la norma definitoria generale in materia di rifiuti (art. 183, comma 1, lett. f), g), h), i), I), T.U. amb.) distingue tra "produttore di rifiuti" ("il soggetto la cui attività produce rifiuti e il soggetto al quale sia giuridicamente riferibile detta produzione"), "produttore del prodotto" ("qualsiasi persona fisica o giuridica che professionalmente sviluppi, fabbrichi, trasformi, tratti, venda o importi prodotti"), "detentore" ("il produttore dei rifiuti o la persona fisica o giuridica che ne è in possesso"), "commerciante" ("qualsiasi impresa che agisce in qualità di committente, al fine di acquistare e successivamente vendere rifiuti") e "intermediario" ("qualsiasi impresa che dispone il recupero o lo smaltimento dei rifiuti per conto di terzi").
Ebbene, il carattere imprenditoriale dell'attività viene richiesto soltanto per i "commercianti" e gli "intermediari" ("qualsiasi impresa"), mentre la professionalità dell'attività è requisito indispensabile per la categoria del "produttore del prodotto" ("professionalmente"); al contrario, per il "produttore di rifiuti" e per il "detentore" -che espressamente comprende anche la nozione di produttore di rifiuti- non è richiesto alcun requisito ulteriore, né di imprenditorialità, né di professionalità.

Da tale considerazione deriva che
il pronome indefinito "chiunque" contenuto nella fattispecie di cui all'art. 256, comma 1, T.U. amb., fa riferimento a tutte le categorie indicate nella norma definitoria generale, e quindi anche al "detentore", senza che al riguardo possano essere introdotte surrettizie limitazioni interpretative fondate sui requisiti -non espressamente richiesti- di imprenditorialità e/o di professionalità; ciò che assume rilievo, ai fini dell'individuazione dell'autore del reato, è l'attività concretamente svolta di gestione di rifiuti, che, al di fuori dell'ipotesi di assoluta occasionalità, integra la tipicità del reato di gestione abusiva allorquando svolta in assenza di autorizzazione.
In tal senso, del resto, depone altresì, come osservato in precedenza, la soppressione, ad opera dell'art. 7, comma 6, d.lgs. 08.11.1997, n. 389, dell'inciso, riferito all'appartenenza dei rifiuti oggetto di abusiva gestione, "prodotti da terzi", contenuto nel previgente art. 51 d.lgs. 22 del 1997 (successivamente trasfuso nell'art. 256 T.U. amb.)
(nella vigenza della precedente norma, già Sez. 3, n. 21925 del 06/06/2002, Saba; di recente, Sez. 3, n. 29992 del 24/06/2014, Lazzaro).
Pertanto,
l'assoluta occasionalità non può essere desunta esclusivamente dalla natura giuridica del soggetto agente (privato, imprenditore, ecc.), dovendo invece ritenersi non integrata in presenza di una serie di indici dai quali poter desumere un minimum di organizzazione che escluda la natura esclusivamente solipsistica della condotta (ad es., dato ponderale dei rifiuti oggetto di gestione, necessità di un veicolo adeguato e funzionale al trasporto di rifiuti, fine di profitto perseguito).
In altri termini, se un soggetto -anche, come nel caso di specie, mero "detentore" di rifiuti- appresta una serie di condotte finalizzate alla gestione di rifiuti, mediante preliminare raccolta, raggruppamento, trasporto e vendita di rifiuti, pur non esercitando in forma imprenditoriale, pone in essere una "attività" di gestione di rifiuti per la quale occorre preliminarmente ottenere i necessari titoli abilitativi.

Evidentemente il profilo della assoluta occasionalità sarà oggetto precipuo della valutazione di fatto rimessa al giudice del merito, e dunque questione essenzialmente probatoria, e, ove congruamente motivata, non sarà suscettibile di censura in sede di legittimità.
3.2. Nel caso di specie, e limitandosi alle condotte che risultano contestate nell'imputazione, risulta che il trasporto ed il conseguente commercio di rifiuti ferrosi siano stati effettuati in tre distinte occasioni; tali condotte, lungi dall'essere connotate da assoluta occasionalità, denotano un minimum di organizzazione, atteso che la raccolta di ben 932 kg. di rifiuti metallici implica una preliminare fase di raggruppamento e cernita dei soli metalli, il trasporto di un tale consistente quantitativo di rifiuti necessita di un apposito veicolo, adeguato e funzionale al contenimento degli stessi, ed il commercio è evidentemente finalizzato all'ottenimento di un profitto.
Peraltro, anche il richiamo, contenuto nella sentenza impugnata, alla norma derogatoria di cui all'art. 193, comma 5, d.lgs. 152 del 2006 (come riformulato dall'art. 16, commi 1 e 2, d.lgs. 03.12.2010, n. 205) appare non conferente, in quanto, oltre a superare di oltre nove volte il limite massimo dei trasporti 'in deroga' (100 kg. all'anno), essa riguarda l'applicabilità della disciplina sulla tracciabilità dei rifiuti al gestore del servizio pubblico di raccolta ed al produttore di rifiuti, ferma restando l'illiceità del trasporto e del commercio dei rifiuti in assenza delle prescritte autorizzazioni, iscrizioni o comunicazioni di cui agli artt. 208-216 T.U. amb. (Corte di Cassazione, Sez. III Penale, sentenza 11.02.2016 n. 5716).

AMBIENTE-ECOLOGIAVegetali, combustione rischiosa. Bruciare i residui senza regole precise è gestione illecita. I chiarimenti della Corte di cassazione sull'utilizzo dei materiali agricoli o forestali.
Integra il vero e proprio reato di gestione illecita di rifiuti l'abbruciamento di residui agricoli o forestali senza l'osservanza di tutte le specifiche condizioni dettate in materia dal Codice ambientale.

A chiarire i confini della complessa e più volte novellata disciplina ex dlgs 152/2006 sull'utilizzo dei materiali vegetali è la sentenza 10.02.2016 n. 5504 della Corte di Cassazione, Sez. III penale.
Il contesto normativo. La pronuncia del giudice di legittimità verte sulle attuali norme del dlgs 152/2006 che consentono l'abbruciamento degli scarti vegetali fuori dal regime dei rifiuti (comma 6-bis dell'articolo 182, introdotto nel 2014) e il loro rapporto sia con il reato di combustione illecita di residui (articolo 256-bis, introdotto nel 2013 e riformulato nel 2014) che con la più generale disciplina sulla gestione illecita degli stessi (articolo 256).
Ai sensi dell'articolo 182 del dlgs 152/2006, lo ricordiamo, non costituiscono attività di gestione rifiuti, ma normali pratiche agricole, l'abbruciamento in piccoli cumuli e quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro dei materiali vegetali ex articolo 185, comma 1, lettera f (ossia: paglia, sfalci e potature, altro materiale agricolo o forestale naturale non pericoloso) effettuato nel luogo di produzione e finalizzato al loro reimpiego come concimanti o ammendanti; la combustione (aggiunge la disposizione in parola) è vietata nei periodi «di rischio» dichiarati da regioni, comuni e altre amministrazioni competenti in materia ambientale.
Il principio di diritto. Con la sentenza 5504/2016 la Cassazione ha chiarito che l'attività di abbruciamento dei materiali in questione effettuata in difetto di una delle suddette condizioni integra pienamente il reato di gestione di rifiuti non autorizzata ex articolo 256, comma 1, lettera a), dello Codice ambientale.
Dal tenore della sentenza, vertente sullo smaltimento tramite combustione di ingenti cumuli di residui da trebbiatura di riso, appare emergere un parziale mutamento rispetto all'orientamento configurato dalla precedente pronuncia 76/2015 (sul punto richiamata) con cui la stessa Corte aveva invece ritenuto applicabili le sanzioni amministrative dettate dagli enti territoriali in caso di violazione dei temporanei e citati divieti locali di abbruciamento.
Le novità in arrivo. Fulcro su cui ruota la deroga al regime dei rifiuti accordata ai residui vegetali è la più generale disposizione ex citato articolo 185, comma 1, lettera f), del dlgs 152/2006 che esclude dalla severa disciplina «paglia, sfalci e potature, nonché altro materiale agricolo o forestale naturale non pericoloso utilizzati in agricoltura, nella selvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa mediante processi o metodi che non danneggiano l'ambiente né mettono in pericolo la salute umana».
Sulla disposizione in parola promette di incidere radicalmente, riducendo ulteriormente il campo di applicazione della disciplina sui rifiuti, il ddl recante norme semplificatorie per il settore agricolo approvato dalla camera il 16.02.2016. In base al provvedimento in itinere tra i materiali vegetali esclusi (purché destinati al riutilizzo) dalle norme sui rifiuti vi saranno infatti anche quelli provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi ed aree cimiteriali.
In base allo stesso disegno di legge, ora di nuovo all'esame del senato, il riutilizzo dei residui vegetali tutti (agricoli e non) potrà altresì avvenire fuori dal luogo di produzione, e anche mediante cessione a terzi (articolo ItaliaOggi Sette del 07.03.2016).
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MASSIMA
3. Quanto al secondo motivo, posto che il fuoco fu appiccato dall'imputato, proprietario dell'azienda (recintata) ed unica persona presente al momento dell'arrivo dei Vigili del fuoco (l'intervento era stato richiesto da un terzo), il tribunale ha ritenuto che l'attività di incenerimento in questione andasse senz'altro considerata come attività di smaltimento dei rifiuti, essendo volta a eliminare (impropriamente) degli scarti, peraltro di quantità significativa, tanto che il fatto storico era ampiamente sussumibile nella fattispecie astratta descritta dalla norma incriminatrice, non potendosi ritenere che, nel caso in esame, i residui vegetali bruciati fossero dei sottoprodotti. Infatti la condotta di bruciare tali materiali denotava la chiara intenzione del detentore di disfarsene (secondo la nozione di cui all'articolo 183 decreto legislativo 152 del 2006).
Pur essendo possibile che in altre occasioni il ricorrente avesse fatto diverso uso di tali materiali (spargendoli nei campi come concime, senza bruciarli preventivamente), nel caso in esame egli aveva invece inteso smaltirli (illecitamente). Il tribunale ha, tra l'altro, osservato che, secondo quanto riferito dall'imputato e dal teste Baretta, il cumulo era stato formato in ottobre per essere utilizzato non appena i terreni fossero liberi, prima della semina, verso maggio giugno.
Tale assunto non è stato tuttavia ritenuto (e motivatamente) coerente con il periodo dei fatti in esame (agosto-settembre): il periodo della semina era già infatti ampiamente decorso e i residui vegetali non erano stati utilizzati nei campi (bensì smaltiti mediante combustione).
Infine, il tribunale ha escluso che l'abbruciamento in questione fosse penalmente irrilevante ai sensi dell'articolo 185, lettera f), decreto legislativo 152 del 2006 in quanto tale norma, ai fini dell'esclusione dal campo di applicazione della disciplina dei rifiuti, richiede, tra l'altro, che i residui vegetali siano destinati al reimpiego in agricoltura, circostanza esclusa nel caso concreto dal fatto, già in precedenza evidenziato, che il periodo della concimazione della semina era già ampiamente decorso) e che i metodi di utilizzo non danneggino l'ambiente e non mettano in pericolo la salute umana (ed il rispetto di tale requisito è escluso posto che la combustione è avvenuta nei pressi di un edificio ed in periodo in cui l'accensione dei fuochi era vietata sul territorio regionale); nel caso in esame, viceversa, la destinazione era proprio quella dello smaltimento (lo stesso imputato aveva dichiarato infatti che la pula andava sparsa sui terreni come concime senza essere previamente bruciata).
3.1. Il ricorrente insiste, con il motivo di ricorso, sulla natura di sottoprodotto della pula di riso.
Sul punto, il Procuratore generale ha opportunamente segnalato gli approdi cui è giunta la giurisprudenza di legittimità che, in materia di gestione dei rifiuti, è ferma nel ritenere che,
ai fini della qualificazione come sottoprodotto di sostanze e materiali, incombe sull'interessato l'onere di fornire la prova che un determinato materiale sia destinato con certezza ed effettività, e non come mera eventualità, ad un ulteriore utilizzo (Sez. 3, n. 3202 del 02/10/2014, dep. 2015, Giaccari, Rv. 262129).
Questo perché l'art. 184-bis digs. n. 152 del 2006, definendo come sottoprodotto qualsiasi sostanza od oggetto che soddisfi "tutte" le condizioni dettagliatamente indicate nella disposizione normativa (art. 184-bis) alle lettere a), b), c) e d), sottrae il regime dei sottoprodotti a quello dei rifiuti, introducendo una disciplina avente natura eccezionale e derogatoria rispetto a quella ordinaria, con la conseguenza che spetta a colui che voglia farla valere di fornire la prova della sussistenza di tutte le condizioni, che dunque devono sussistere congiuntamente, previste per la sua operatività.
Nel caso di specie, non solo il ricorrente non ha fornito la prova certa che la sostanza (pula di riso) fosse utilizzata "nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione, da parte del produttore o di terzi" (art. 184-ter, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 152 del 2006) ma il Giudice del merito, con congrua motivazione, ha evidenziato l'esistenza della prova contraria in quanto il periodo della semina era già ampiamente decorso e i residui vegetali non erano stati utilizzati nei campi (in altre occasioni il ricorrente ne aveva fatto un diverso uso spargendo la sostanza nei campi come concime), né tali residui potevano essere successivamente utilizzati perché la condotta di bruciarli denotava, di fatto, la chiara intenzione del detentore di disfarsene, trattandoli non come sottoprodotto ma come rifiuto (secondo la nozione di cui all'articolo 183, comma 1, lettera a), d.lgs. n. 152 del 2006), attraverso lo smaltimento di essi mediante combustione.
3.2. Sul condivisibile rilievo che trattasi di questione rilevabile d'ufficio nel  giudizio di cassazione, in quanto anch'essa concernente lo ius superveniens, il Procuratore Generale ha correttamente osservato che i fatti, così come ricostruiti nella sentenza impugnata, inducono a ritenere non sussistenti nel caso di specie le ulteriori condizioni di esclusione dalla disciplina dei rifiuti previste dall'articolo 182, comma 6-bis, d.lgs. n. 152 del 2006 introdotto dall'art.14, comma 8, lettera b) decreto-legge 24.06.2014, n. 91, convertito, con modificazioni, dalla legge 11.08.2014, n. 116, svolgendo in proposito due considerazioni:
a) che nella stessa sentenza impugnata si dà atto che i pompieri, sopraggiunti sul posto, rinvenivano all'interno dell'azienda un cumulo di circa 80 m 3 di pula di riso che stava bruciando, per cui era stato superato il limite di 3 metri steri per ettaro che l'articolo 182, comma 6-bis, fissa per la irrilevanza penale del fatto, e
h) perché la stessa sentenza dà atto che nel periodo interessato l'accensione dei fuochi era vietata sul territorio regionale.
3.3. La disposizione richiamata (articolo 182, comma 6-bis) stabilisce che "le attività di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro dei materiali vegetali di cui all'articolo 185, comma 1, lettera f), effettuate nel luogo di produzione, costituiscono normali pratiche agricole consentite per il reimpiego dei materiali come sostanze concimanti o ammendanti, e non attività di gestione dei rifiuti. Nei periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati dalle regioni, la combustione di residui vegetali agricoli e forestali è sempre vietata. I comuni e le altre amministrazioni competenti in materia ambientale hanno la facoltà di sospendere, differire o vietare la combustione del materiale di cui al presente comma all'aperto in tutti i casi in cui sussistono condizioni meteorologiche, climatiche o ambientali sfavorevoli e in tutti i casi in cui da tale attività possano derivare rischi per la pubblica e privata incolumità e per la salute umana, con particolare riferimento al rispetto dei livelli annuali delle polveri sottili (PM10)".
Si tratta, con tutta evidenza, di una disciplina in deroga che ha ad oggetto i materiali vegetali di cui all'articolo 185, comma 1, lettera f), d.lgs. n. 152 del 2006 (richiamato dal nuovo comma 6-bis dell'art. 182) ossia: "(...) paglia, sfalci e potature, nonché altro materiale agricolo o forestale naturale non pericoloso utilizzati in agricoltura, nella selvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa mediante processi o metodi che  non danneggiano l'ambiente né mettono in pericolo la salute umana".
Le attività di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro dei materiali vegetali, di cui all'art. 185, comma 1, lettera f), effettuate nel luogo di produzione, sono, quindi, sottratte, dalla disciplina sui rifiuti, poiché sono considerate (costituiscono) normali pratiche agricole consentite per il reimpiego dei materiali come sostanze concimanti o ammendanti, e non costituiscono più attività di gestione di rifiuti.
Quindi il loro "raggruppamento" ed "abbruciannento", se eseguito nel rispetto delle condizioni imposte dal comma 6-bis dell'art. 182, non costituisce attività di gestione di rifiuti, e conseguentemente non può integrare alcun illecito previsto dalla normativa di riferimento, per la fondamentale ragione che, a condizioni esatte, le sostanze non rientrano ope legis nel novero dei rifiuti (Sez. 3, n. 47663 del 08/10/2014, De Santis, non mass.).
Infatti,
letta "in controluce", la disposizione stabilisce che costituisce invece attività di gestione di rifiuti, esulando dalle normali pratiche agricole, ogni attività di raggruppamento e abbruciamento dei materiali vegetali di cui all'articolo 185, comma 1, lettera f), eseguita fuori dal luogo di produzione o, se eseguita nel luogo di produzione, per una finalità diversa dal reimpiego dei materiali come sostanze concimanti o ammendanti; ovvero che sia eseguita nel luogo di produzione, per il reimpiego dei materiali come sostanze concimanti o ammendanti, ma in cumuli non piccoli o, se in cumuli piccoli, in quantità giornaliere superiori a tre metri steri per ettaro.
Da ciò si ricava che
la disposizione ex art. 182, comma 6-bis, va coordinata con la disciplina, che già conteneva in nuce il medesimo principio, di cui all'art. 185, comma 1, lett. f), TUA il quale dispone che gli stessi materiali non rientrano nel campo di applicazione della normativa sui rifiuti qualora siano "utilizzati in agricoltura, nella selvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa mediante processi o metodi che non danneggiano l'ambiente né mettono in pericolo la salute umana", richiedendosi pertanto un reimpiego finalisticamente orientato ("come sostanze concimanti o ammendanti" e quindi l'utilizzazione in agricoltura che è realisticamente fattibile se le attività sono eseguite nei luoghi di produzione), nonché richiedendo processi o metodi ambientalmente salubri e non pericolosi (interessi, entrambi, compromessi da incendi indiscriminati di enormi quantità di materiali, non controllabili), e in tal senso spiegandosi, cioè nell'intima connessione esistente tra l'art. 182, comma 6-bis, TUA e l'art. 185, comma 1, lett. f), TUA, il secondo periodo inserito nella prima norma, apparentemente sganciato dalla disciplina di deroga dettata dalla prima parte della medesima disposizione ex 182, comma 6-bis, TUA secondo cui "nei periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati dalle regioni, la combustione di residui vegetali agricoli e forestali è sempre vietata. I comuni e le altre amministrazioni competenti in materia ambientale hanno la facoltà di sospendere, differire o vietare la combustione del materiale di cui al presente comma all'aperto in tutti i casi in cui sussistono condizioni meteorologiche, climatiche o ambientali sfavorevoli e in tutti i casi in cui da tale attività possano derivare rischi per la pubblica e privata incolumità e per la salute umana, con particolare riferimento al rispetto dei livelli annuali delle polveri sottili (PM10)".
Pur nell'oggettiva difficoltà interpretativa, originata da interventi normativi, in materia, cronologicamente stratificati e sistematicamente non omogenei,
deve ritenersi che -quando il materiale (non pericoloso) di cui all'art. 185, comma 1, lett. f), TUA viene bruciato al di fuori delle condizioni previste dall'art. 182, comma 6-bis, primo e secondo periodo, TUA e, quindi, quando mancano le condizioni richieste per l'esclusione dell'abbruciamento dalle attività di gestione di rifiuti- è configurabile, contrariamente all'approdo cui è giunta in parte qua una precedente decisione (Sez. 3, n. 76 del 07/10/2014, dep. 2015, Urcioli, in motiv.), il reato di cui all'art. 256, comma 1, lett. a), TUA relativo alle attività di gestione di rifiuti non autorizzate e non invece la disciplina sanzionatoria di cui all'art. 256-bis TUE, in conformità all'approdo cui è giunta in parte qua la richiamata pronuncia di questa Sezione (Sez. 3, n. 76 del 07/10/2014, cit., in motiv.), in virtù della clausola di riserva espressa nel secondo periodo del comma 6 dell'art. 256-bis TUE secondo il quale "fermo restando quanto previsto dall'articolo 182, comma 6-bis, le disposizioni del presente articolo (ossia dell'art. 256-bis) non si applicano all'abbruciamento di materiale agricolo o forestale naturale, anche derivato da verde pubblico o privato".
3.4. Nel caso di specie, il ricorrente ha ampiamente superato (bruciando circa 80 metri cubi di pula di riso) il limite di 3 metri steri per ettaro, che la norma fissa per la irrilevanza penale del fatto (come noto, un metro stero rappresenta l'unità di volume apparente, cioè comprendente il materiale vegetale e gli spazi vuoti, che corrisponde ad una catasta delle dimensioni di 1 metro x 1 metro x 1 metro), avendo inoltre svolto l'attività di abbruciamento nel periodo in cui, come emerge dal testo della sentenza impugnata, l'accensione dei fuochi era vietata sul territorio regionale.
Peraltro, allo stesso modo che per la disciplina dei sottoprodotti, va chiarito che, siccome l'art. 182, comma 6-bis, TUE è da considerarsi norma che deroga alla disciplina ordinaria dei rifiuti, introducendo una regolamentazione avente natura eccezionale, l'onere della prova circa la sussistenza delle condizioni di legge per la sua applicazione deve essere assolto da colui che la deroga invoca.
Ne consegue l'infondatezza anche del secondo motivo.

gennaio 2016

AMBIENTE-ECOLOGIAMerita condivisione la censura prospettata nel primo motivo di ricorso, incentrata sulla violazione dell’art. 7 l. 241/1990, posto che non si rinvengono nella normativa di settore e nella fattispecie concreta in esame ragioni per sottrarre il procedimento preordinato all'emanazione dell'ordinanza di rimozione e smaltimento dei rifiuti, ai sensi dell'art. 192, d.lgs. 03.04.2006 n. 152 del 2006, alla disciplina comune sulla comunicazione di avvio del procedimento ex art. 7 e ss., l. 07.08.1990, n. 241, trattandosi di un adempimento obbligatorio, la cui mancanza determina l’illegittimità dell’atto non preceduto dallo stesso.
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Il terzo comma dell'art. 192 dlgs 152/2006 prescrive che l’autore della condotta di abbandono incontrollato di rifiuti “è tenuto a procedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate”.
La disposizione testé riportata viene costantemente intesa dal giudice amministrativo nel senso che essa impone, da un lato, la sussistenza dell’elemento oggettivo del dolo o della colpa, e, dall'altro, l'accertamento “in contraddittorio” con i soggetti interessati, ciò in coerenza con il complessivo assetto normativo del Codice dell’Ambiente, tutto incentrato su una rigorosa tipicità dell'illecito ambientale e nel quale non v'è spazio alcuno per ipotesi di responsabilità oggettiva, di tal che, in base al d.lgs. n. 152/2006, “la P.A. non può imporre ai privati che non abbiano alcuna responsabilità, né diretta, né indiretta sull'origine del fenomeno contestato, ma che vengano individuati solo quali proprietari o gestori o addirittura in ragione della mera collocazione geografica del bene, l'obbligo di bonifica di rimozione e smaltimento di rifiuti ed, in generale, della riduzione al pristino stato dei luoghi che è posto unicamente in capo al responsabile dell'inquinamento, che le Autorità amministrative hanno l'onere di ricercare ed individuare. Ai fini della responsabilità in questione è perciò necessario che sussista e sia provata, attraverso l'esperimento di adeguata istruttoria, l'esistenza di un nesso di causalità fra l'azione o l'omissione ed il superamento —o pericolo concreto ed attuale di superamento— dei limiti di contaminazione, senza che possa venire in rilievo una sorta di responsabilità oggettiva facente capo al proprietario o al possessore dell'immobile, meramente in ragione di tale qualità”.
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... per l'annullamento dell’ordinanza n. 23 del 11/05/2015, ai sensi dell’art. 192 d.lgs. n. 152/2006 con la quale veniva ordinato al Genio Civile di Napoli ed al Consorzio Generale di Bacino ricorrente di provvedere…alla rimozione del materiale abbandonato (canne fumarie in Eternit) nel Regio Lagno (Alveo Troncito) alla località Migliano del Comune di Lauro e allo smaltimento di esso mediante ditte aventi opportune autorizzazioni;
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Il ricorso è fondato sotto diversi profili e va, pertanto, accolto
In primo luogo, merita condivisione la censura prospettata nel primo motivo di ricorso, incentrata sulla violazione dell’art. 7 l. 241/1990, posto che non si rinvengono nella normativa di settore e nella fattispecie concreta in esame ragioni per sottrarre il procedimento preordinato all'emanazione dell'ordinanza di rimozione e smaltimento dei rifiuti, ai sensi dell'art. 192, d.lgs. 03.04.2006 n. 152 del 2006, alla disciplina comune sulla comunicazione di avvio del procedimento ex art. 7 e ss., l. 07.08.1990, n. 241, trattandosi di un adempimento obbligatorio, la cui mancanza determina l’illegittimità dell’atto non preceduto dallo stesso (TAR Potenza, sez. I, 26/08/2014 n. 561)
Quanto gli altri motivi di ricorso, il Collegio osserva che correttamente la difesa del Consorzio ricorrente si duole del fatto che il Comune di Lauro, nell’emanare l’ordinanza impugnata, non ha tenuto conto dei presupposti legislativamente individuati per l’esercizio del potere repressivo di cui all’art. 192 d.lgs. n. 152/2006 (Codice dell’Ambiente), così come interpretati dal prevalente orientamento dei giudici amministrativi.
Invero, il terzo comma del citato art. 192 prescrive che l’autore della condotta di abbandono incontrollato di rifiuti “è tenuto a procedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate”.
La disposizione testé riportata viene costantemente intesa dal giudice amministrativo nel senso che essa impone, da un lato, la sussistenza dell’elemento oggettivo del dolo o della colpa, e, dall'altro, l'accertamento “in contraddittorio” con i soggetti interessati, ciò in coerenza con il complessivo assetto normativo del Codice dell’Ambiente, tutto incentrato su una rigorosa tipicità dell'illecito ambientale e nel quale non v'è spazio alcuno per ipotesi di responsabilità oggettiva, di tal che, in base al d.lgs. n. 152/2006, “la P.A. non può imporre ai privati che non abbiano alcuna responsabilità, né diretta, né indiretta sull'origine del fenomeno contestato, ma che vengano individuati solo quali proprietari o gestori o addirittura in ragione della mera collocazione geografica del bene, l'obbligo di bonifica di rimozione e smaltimento di rifiuti ed, in generale, della riduzione al pristino stato dei luoghi che è posto unicamente in capo al responsabile dell'inquinamento, che le Autorità amministrative hanno l'onere di ricercare ed individuare. Ai fini della responsabilità in questione è perciò necessario che sussista e sia provata, attraverso l'esperimento di adeguata istruttoria, l'esistenza di un nesso di causalità fra l'azione o l'omissione ed il superamento —o pericolo concreto ed attuale di superamento— dei limiti di contaminazione, senza che possa venire in rilievo una sorta di responsabilità oggettiva facente capo al proprietario o al possessore dell'immobile, meramente in ragione di tale qualità” (TAR Salerno, II, 04/02/2015 n. 232; TAR Lecce, I, 12/01/2015 n. 108; Id., 09/10/2014 n. 2452; TAR Potenza, sez. I. 26/08/2014, n. 561; Cons. Stato, sez. V, 17/07/2014 n. 3786).
Nel caso di specie, nessun riferimento è contenuto nell’atto impugnato circa lo svolgimento di accertamenti volti ad individuare il responsabile o i responsabili della condotta sanzionata e circa l’instaurazione del contraddittorio con i soggetti proprietari o detentori del fondo, né alcuna prova è stata offerta al riguardo dal Comune di Lauro, peraltro non costituitosi in giudizio. Al contrario, il Consorzio ricorrente, unitamente al Genio Civile di Napoli, pure esso evocato in giudizio, ma non costituitosi, viene considerato tout court, senza indagine e interlocuzione alcuna, -e perciò in maniera del tutto illegittima- soggetto responsabile “per l’abbandono e deposito incontrollato di rifiuti speciali e non”.
Infine –e il rilievo vale a sancire la fondatezza anche dell’ultimo motivo di gravame- neppure il Consorzio ricorrente può ritenersi attualmente investito dell’obbligo di custodia e manutenzione dell’Alveo Troncito, sito in località Migliano nel Comune di Lauro, non avendo la Regione Campania ancora provveduto alla formale consegna di detta opera idrica ai sensi della l.r. 4/2003 (cfr. sentenza TRAP presso la Corte di Appello di Napoli n. 110 del 16 maggio–15.07.2011).
Alla luce dei rilievi esposti, il gravame va, pertanto, disatteso (TAR Campania-Napoli, Sez. I, sentenza 29.01.2016 n. 581 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: RIFIUTI - Attività di gestione - Mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione - Configurabilità del reato - Artt.208, 209, 210, 211, 212, 214, 215, 216, 256 e 266, D.Lgs. n.152/2006.
Il reato di cui all'art. 256, comma primo, del D.Lgs. 03.04.2006 n. 152, che sanziona le attività di gestione compiute in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione di cui agli artt. 208, 209, 210, 211, 212, 214, 215 e 216 del medesimo D.Lgs. è configurabile nei confronti di chiunque svolga tali attività anche di fatto o in modo secondario o consequenziale all'esercizio di una attività primaria diversa che richieda, per il suo esercizio, uno dei titoli abilitativi indicati e non sia caratterizzata da assoluta occasionalità, salva l'applicabilità della deroga di cui al comma quinto dell'art. 266 del D.Lgs. 152 del 2006, per la cui operatività occorre che il soggetto sia in possesso del titolo abilitativo per l'esercizio di attività commerciale in forma ambulante ai sensi del D.Lgs. 31.03.1998, n. 114 e che si tratti di rifiuti che formano oggetto del suo commercio (Cass. Sez. 3, n. 269 del 10/12/2014 - dep. 08/01/2015, P.M. in proc. Seferovic; Sez. 3, n. 29992 del 24/06/2014 - dep. 09/07/2014, P.M. in proc. Lazzaro).
RIFIUTI - Trasporto non autorizzato di rifiuti - Condotta occasionale - Configurabilità del reato.
Il reato di trasporto non autorizzato di rifiuti si configuri anche in presenza di una condotta occasionale, in ciò differenziandosi dall'art. 260 D.Lgs. 03.04.2006, n. 152, che sanziona la continuità della attività illecita (Cass. Sez. 3, n. 24428 del 25/05/2011 - dep. 17/06/2011, D'Andrea).
RIFIUTI - Gestione dei rifiuti - Presupposto della inapplicabilità del regime ordinario - Onere probatorio incombente in capo a chi invoca.
In tema di rifiuti, non va nemmeno dimenticato che il presupposto della inapplicabilità del regime ordinario di gestione dei rifiuti e della contestuale applicabilità del regime giuridico più favorevole andrebbe provato da chi lo invoca, in quanto trattasi di disciplina avente natura eccezionale e derogatoria rispetto a quella ordinaria (giurisprudenza costante: v., sull'onere probatorio incombente in capo a chi invoca l'applicabilità di una disciplina in deroga nella materia della gestione dei rifiuti, da ultimo, Sez. 3, n. 16078 del 10/03/2015 - dep. 17/04/2015, Fortunato) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 20.01.2016 n. 2230 - link a www.ambientediritto.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Abbandono di rifiuti lungo la strada.
L’art. 14 del codice della strada prescinde da qualsivoglia accertamento in contraddittorio del dolo o della colpa, avendo quale finalità prevalente ed espressa quella di garantire “la sicurezza e la fluidità della circolazione” (co. 1) ed è incontestata la circostanza che i rifiuti, trovandosi lungo il percorso stradale, "possano costituire pericolo alla sicurezza e fluidità della circolazione”.
Sicché, è legittima l'ordinanza sindacale che ha ordinato all’ANAS s.p.a. la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti lungo il percorso extraurbano della Strada Statale n. ...7, previa caratterizzazione degli stessi, secondo la normativa vigente in materia, ripristinando lo stato dei luoghi e le matrici ambientali, ove necessario, entro il termine di gg. 30 dalla notifica.

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... per l'annullamento dell’ordinanza n. 21 del 29.09.2015 con cui il sindaco del comune di Cassano Irpino ha ordinato alla ricorrente di procedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi dell'area su cui risulta abbandonato materiale inquinante e precisamente nel sottopaggio in corrispondenza del km 329+350 della strada SS. 7 in località Acquaviva;
...
Premesso che:
- con ordinanza n. 21 del 29.09.2015, prot. n. 3749, il Sindaco del Comune di Cassano Irpino ha ordinato all’ANAS s.p.a. la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti lungo il percorso extraurbano della Strada Statale n. 7, al Km 329+350, previa caratterizzazione degli stessi, secondo la normativa vigente in materia, ripristinando lo stato dei luoghi e le matrici ambientali, ove necessario, entro il termine di gg. 30 dalla notifica;
- con ricorso notificato il 19.11.2015 e depositato il successivo 27 novembre, l’ANAS chiedeva l’annullamento di tale ordine, per i seguenti motivi:
- violazione e falsa applicazione dell'art. 192, co. 3, d.lgs. n. 152/2006, ed in particolare della direttiva 2004/35 CEE con particolare riferimento al principio “chi inquina paga”, inesistenza del presupposto e difetto di motivazione, non essendo di per sé sufficiente il dato non controverso della proprietà dell’area interessata dall’abbandono di materiale di rifiuto anche particolarmente dannoso;
Considerato che il provvedimento qui gravato può trovare adeguato fondamento nell’art. 14 del Codice della Strada –come giustamente eccepito dalla difesa della parte resistente– ed a cui può attingere comunque l’ordinanza contingibile ed urgente disposta dal Sindaco del Comune di Cassano Irpino per la semplice ed essenziale evenienza legata al fatto che i rifiuti in contestazione, di cui si ordina la rimozione all’ANAS, risultano collocati lungo il percorso extraurbano della Strada Statale n.  (dato in concreto affatto smentito dal ricorrente);
Considerato altresì che:
- la norma dell’art. 14 della Codice della Strada, intitolato “poteri e compiti degli enti proprietari delle strade”, e per essi dei concessionari, dispone che detti proprietari e concessionari, “allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione”, debbano provvedere (lett. a) “alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi”;
- “anche sotto un profilo di sicurezza stradale e di efficiente operatività del servizio di raccolta rifiuti una diversa interpretazione non trova apprezzabili riscontri, perché sarebbe, con tutta evidenza, illogico imporre al Comune il dovere di rimuovere i rifiuti abbandonati su strada e sue pertinenze, di proprietà di soggetto terzo, poiché la relativa attività comporterebbe l’occupazione della carreggiata con mezzi pesanti per la raccolta e il trasporto dei rifiuti, nonché il transito di operatori ecologici per le altre attività proprie della raccolta rifiuti, che sono oggettivamente incompatibili, o comunque interferenti, con il normale flusso della circolazione stradale”; sicché “è soltanto l’ente proprietario o gestore della strada che […] può razionalmente ed efficacemente programmare ed attuare in sicurezza la pulizia della strada e delle sue pertinenze, poiché solo essi possono programmare e gestire tutte le misure e le cautele idonee a garantire la sicurezza della circolazione e degli operatori addetti alle pulizie” (Cons. di Stato, IV, sent. n. 2677/2011, che conferma TAR Lazio, sent. n. 7027/2009, TAR Napoli, sent. n. 7428/2006 e TAR Basilicata n. 441/2010);
- la citata giurisprudenza, condivisa dal Collegio, ritiene l’art. 14 della Codice della Strada norma speciale di settore che, per sua natura, non può ritenersi derogata se non da altra norma speciale che espressamente la privi della sua efficacia, ovvero disponga diversamente per ipotesi individuate, laddove il d.lgs. n. 152/2006 non contiene previsioni specifiche in materia di sicurezza stradale;
- non può, pertanto, rilevare la giurisprudenza relativa a ordinanze di rimozione di rifiuti urbani da luoghi diversi dalla sede stradale e sue pertinenze;
- l’art. 14 del codice della strada, citato, inoltre, prescinde da qualsivoglia accertamento in contraddittorio del dolo o della colpa, avendo quale finalità prevalente ed espressa quella di garantire “la sicurezza e la fluidità della circolazione” (co. 1) ed è incontestata la circostanza che i rifiuti, trovandosi lungo il percorso stradale, "possano costituire pericolo alla sicurezza e fluidità della circolazione” (TAR Salerno, II, sent. n. 330/2013, n. 1373/2015 e TAR Puglia Sede d Bari, Sez. III, n. 65 del 2015);
Ritenuto, alla luce delle sopra esposte osservazioni, che il ricorso è infondato (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 15.01.2016 n. 51 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAIn materia di gestione e smaltimento dei rifiuti, il proprietario del sito ove i rifiuti son stati illecitamente depositati, o a fine di abbandono o a fine di smaltimento, non risponde, per la sola ragione della sua qualifica dominicale rispetto al terreno o comunque al sito in questione, dei reati dì realizzazione e gestione di discarica non autorizzata commessi da terzi, anche nel caso in cui non si attivi per la rimozione dei rifiuti stessi, in quanto tale responsabilità sussiste solo in presenza di un obbligo giuridico di impedire l'evento lesivo, il che potrebbe verificarsi solo nell'ipotesi, che non risulta essere stata riscontrata nel presente caso, in cui il proprietario abbia compiuto autonomi atti di gestione o di movimentazione dei rifiuti.
In assenza, pertanto, di un obbligo giuridico di impedire l'evento ed in assenza di alcuna prova in ordine alla sua cooperazione nella determinazione dello stesso (cooperazione che, peraltro, potrebbe, in linea di principio, realizzarsi anche laddove vi sia in capo al proprietario del terreno la consapevolezza di aver ceduto la disponibilità di quello ad un terzo acciocché costui vi realizzi una discarica abusiva), nessuna responsabilità può essere attribuita al titolare del terreno che ometta di vigilare sulle condotte, tanto più se abusive dal punto di vista civilistico, di chi, in assenza di un valido titolo ovvero sulla base di un titolo finalizzato ad un uso non illecito della cosa, abbia la materiale disponibilità del terreno in questione.
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Oggetto del sequestro preventivo di cui all'art. 321, comma 1, cod. proc. pen. può ben essere qualsiasi bene -a chiunque appartenente e, quindi, anche a persona estranea al reato- purché esso sia, sebbene indirettamente, collegato al reato e, ove lasciato in libera disponibilità, idoneo a costituire pericolo di aggravamento o di protrazione delle conseguenze del reato ovvero di agevolazione della commissione di ulteriori fatti penalmente rilevanti.

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Il ricorso, con le precisazioni che saranno di seguito svolte, è, comunque, infondato e, pertanto, lo stesso deve essere rigettato.
Rileva, infatti, il Collegio come il ragionamento svolto dal Tribunale del riesame sia -ancorché solo in parte ed in modo tale da non pregiudicarne, data la perspicuità delle restanti argomentazioni, la correttezza del dispositivo- erroneo e illogico.
Invero, erra il Tribunale di Roma nell'attribuire a carico della Casentini, in quanto proprietaria del fabbricato e del terreno ove è stato rinvenuto un deposito incontrollato di rifiuti, pericolosi e non pericolosi, una posizione definita di responsabilità rispetto alla condotta criminosa ivi in corso di realizzazione.
Invero, questa Corte ha precisato in più occasioni che in materia di gestione e smaltimento dei rifiuti, il proprietario del sito ove i rifiuti son stati illecitamente depositati, o a fine di abbandono o a fine di smaltimento, non risponde, per la sola ragione della sua qualifica dominicale rispetto al terreno o comunque al sito in questione, dei reati dì realizzazione e gestione di discarica non autorizzata commessi da terzi, anche nel caso in cui non si attivi per la rimozione dei rifiuti stessi, in quanto tale responsabilità sussiste solo in presenza di un obbligo giuridico di impedire l'evento lesivo, il che potrebbe verificarsi solo nell'ipotesi, che non risulta essere stata riscontrata nel presente caso a carico della Ca., in cui il proprietario abbia compiuto autonomi atti di gestione o di movimentazione dei rifiuti (Corte di cassazione Sezione III penale, 01.10.2014, n. 40528; idem Sezione III penale, 19.12.2013, n. 49327).
In assenza, pertanto, di un obbligo giuridico di impedire l'evento ed in assenza di alcuna prova in ordine alla sua cooperazione nella determinazione dello stesso (cooperazione che, peraltro, potrebbe, in linea di principio, realizzarsi anche laddove vi sia in capo al proprietario del terreno la consapevolezza di aver ceduto la disponibilità di quello ad un terzo acciocché costui vi realizzi una discarica abusiva), nessuna responsabilità può essere attribuita al titolare del terreno che ometta di vigilare sulle condotte, tanto più se abusive dal punto di vista civilistico, di chi, in assenza di un valido titolo ovvero sulla base di un titolo finalizzato ad un uso non illecito della cosa, abbia la materiale disponibilità del terreno in questione.
Del tutto illogico è il rilievo svolto dal Tribunale del riesame nella parte in cui ravvisa un titolo di responsabilità a carico della Ca. nel fatto che questa non abbia formalizzato in base ad un titolo negoziale la situazione possessoria del terreno in favore del Ma.; al riguardo infatti non può non rilevarsi che l'eventuale assenza di un valido titolo che legittimi il possesso del terzo costituirebbe, semmai, elemento scriminante rispetto alla condotta del proprietario del terreno, il quale non avrebbe neppure cooperato col terzo tramite la messa a disposizione dell'area da questo destinata alla realizzazione della discarica.
Rileva, tuttavia, questa Corte che la fallacia sul punto del ragionamento del Tribunale del riesame non è comunque fattore idoneo a privare per il resto di legittimità l'ordinanza impugnata.
Questa, infatti, si fonda essenzialmente non sulla esigenza di assicurare i futuri effetti della eventualmente disponenda confisca del terreno ai sensi dell'art. 240 cod. pen. (il che presupporrebbe l'esistenza di elementi tali da consentire la ravvisabilità nella condotta ipotizzata a carico del titolare del bene sequestrato dei profili dell'illecito penale), ma sul fine di sottrarre il terreno ove in maniera indiscussa è in corso di realizzazione la attività illecita oggetto della provvisoria imputazione mossa alla ricorrente ed a tale Ma.Mo., possessore del terreno de quo, alla libera disponibilità di quest'ultimo onde rimuovere il pericolo che il reato in provvisoria contestazione possa protrarsi o, comunque, essere portato a conseguenze ulteriori.
Tanto riscontrato, va, perciò, ribadito, come questa Corte ha in passato puntualizzato, che oggetto del sequestro preventivo di cui all'art. 321, comma 1, cod. proc. pen. può ben essere qualsiasi bene -a chiunque appartenente e, quindi, anche a persona estranea al reato- purché esso sia, sebbene indirettamente, collegato al reato e, ove lasciato in libera disponibilità, idoneo a costituire pericolo di aggravamento o di protrazione delle conseguenze del reato ovvero di agevolazione della commissione di ulteriori fatti penalmente rilevanti (Corte di cassazione, Sezione V penale, 24.03.2010, n. 11287; idem Sezione IV penale, 12.08.2009, n. 32964).
Ricorrendo le predette condizioni nel caso in esame la ordinanza del Tribunale di Roma va ritenuta, fatta la precisazione di cui alla parte iniziale della presente sentenza, pienamente legittima ed il ricorso proposto dalla Casentini avverso si essa deve essere rigettato, con le derivanti conseguenze, precisate in dispositivo, in tema di regolamento delle spese processuali a carico della medesima (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 14.01.2016 n. 1158).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALI: Spetta al Sindaco e non al dirigente ordinare la rimozione dei rifiuti abbandonati sul territorio.
Per pacifica giurisprudenza, l’art. 192, comma 3, del D.lgs. n. 152/2006, è una disposizione speciale sopravvenuta rispetto all'art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000, ed attribuisce espressamente al Sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma 2.
La disposizione sopravvenuta prevale sul disposto dell’art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000.
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1. Con l’ordinanza n. 12 del 15.03.2007, il Responsabile del Settore Vigilanza del Comune di Rivello ha intimato all’Anas -ai sensi dell’art. 14, comma 3, D.Lgs. n. 22 del 1997- di procedere entro 30 giorni dalla notifica di tale ordinanza alla rimozione dei rifiuti abusivamente abbandonati in una zona limitrofa alla strada statale n. 585 «Fondovalle del Noce», tra il km. 25,500 ed il km. 25,600, avente una superficie di circa 100 mq., con lo smaltimento a propria cura e spese, esibendo poi al Comune la prova dell’avvenuto smaltimento;
2. Con il ricorso di primo grado, proposto al TAR per la Basilicata, la s.p.a. ANAS ha impugnato l’ordinanza n. 12 del 15.03.2007, deducendo la violazione degli artt. 7, comma 2, lett. d), 13, 14, comma 3, 21, 49, comma 2, e 58, comma 3, D.Lgs. n. 22/1997, e degli artt. 192 e 198 D.Lgs. n. 152/2006 (per insussistenza del dolo o della colpa), degli artt. 3, 7 e 8 L. n. 241/1990, nonché il proprio difetto di legittimazione passiva, l’incompetenza del Dirigente comunale in luogo del Sindaco, ed eccesso di potere per difetto di istruttoria, travisamento dei fatti, insussistenza dei presupposti.
Il Comune di Rivello si è costituito in giudizio ed ha sostenuto l’inammissibilità del ricorso, per mancata impugnazione della presupposta nota del Comando della Stazione dei Carabinieri di Lagonegro n. 1464 del 26.02.2007, recante la segnalazione della presenza dei rifiuti e per la mancata notifica del ricorso al medesimo Comando.
Il Comune, in subordine, ha chiesto che il ricorso sia respinto, perché infondato.
3. Con la sentenza n. 488 del 29.06.2007, il Tar, prescindendo dalle eccezioni di inammissibilità, ha respinto il ricorso, rilevandone l’infondatezza.
4. Con l’appello in esame, notificato l’08.10.2007, la s.p.a. Anas ha impugnato la sentenza del TAR, riproponendo le censure respinte in primo grado.
Il Comune di Rivello si è costituito in giudizio ed ha ribadito le eccezioni di inammissibilità già formulate in primo grado, chiedendo comunque la reiezione dell’appello.
5, La Sezione ritiene che vadano respinte le eccezioni di inammissibilità del ricorso di primo grado, riproposte in questa sede dal Comune di Rivello, poiché il verbale del Comando della Stazione dei Carabinieri di Lagonegro n. 1464 del 26.02.2007 costituisce null’altro che la denuncia che ha attivato l’esercizio del potere comunale: esso, quale atto meramente istruttorio e di informazione dei fatti accaduti, non ha un carattere autonomamente lesivo della sfera giuridica dell’appellante.
6. Passando all’esame delle censure formulate in primo grado e riproposte con l’atto d’appello, ritiene la Sezione che risulta fondata la censura con cui è stata dedotta l’incompetenza del Responsabile del Settore Vigilanza.
Per la pacifica giurisprudenza di questa Sezione, l’art. 192, comma 3, del D.lgs. n. 152/2006, è una disposizione speciale sopravvenuta rispetto all'art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000, ed attribuisce espressamente al Sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma 2.
La disposizione sopravvenuta prevale sul disposto dell’art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000 (Cons. Stato, V, 29.08.2012, n. 4635; id., 12.06.2009, n. 3765; id., 10.03.2009, n. 1296; id., 25.08.2008, n. 4061).
7. La fondatezza della censura di incompetenza comporta l’assorbimento delle altre censure formulate dall’appellante, sicché in questa sede diventa irrilevante l’esame degli aspetti della legittimità sostanziale del provvedimento impugnato in primo grado.
8. Per le ragioni che precedono, in accoglimento dell’appello, il ricorso di primo grado va accolto, con il conseguente annullamento dell’atto impugnato n. 12 del 15.03.2007, salvi gli ulteriori provvedimenti del Comune di Rivello (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 11.01.2016 n. 57 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAIn merito agli obblighi dei curatori la giurisprudenza ha chiarito che, fatta salva la eventualità di univoca, autonoma e chiara responsabilità del curatore fallimentare sull’abbandono dei rifiuti, la curatela fallimentare non può essere destinataria, a titolo di responsabilità di posizione, di ordinanze sindacali dirette alla tutela dell’ambiente, per effetto del precedente comportamento omissivo o commissivo dell’impresa fallita, non subentrando tale curatela negli obblighi più strettamente correlati alla responsabilità del fallito e non sussistendo, per tal via, alcun dovere del curatore di adottare particolari comportamenti attivi, finalizzati alla tutela sanitaria degli immobili destinati alla bonifica da fattori inquinanti.
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... per l'annullamento del provvedimento del Direttore della Divisione Agro-Alimentare della Provincia di Pavia prot. n. 24058 dell’08.04.2014 (Anno 2014 Titolo 009 Classe 011 Fasc. 19) notificato in data 17.04.2014, nella parte in cui richiede ai Curatori fallimentari, in qualità di legali rappresentanti della fallita F.lli B. S.p.a, la presentazione di un piano per il ripristino dell’area oggetto dell’impianto di recupero rifiuti, sito in Via ... n. 2 Vigevano, entro sessanta giorni della notifica del provvedimento; - nonché di tutti gli atti presupposti, connessi e consequenziali.
...
2. Il ricorso è fondato.
Dall’esame degli atti risulta che il provvedimento impugnato contiene un espresso obbligo per i curatori fallimentari di presentazione di un piano per il ripristino dell'area oggetto dell'impianto di recupero rifiuti. Non si tratta quindi di un mero atto di conoscenza ed è irrilevante il fatto che l’obbligo sorga ex lege o per provvedimento dell’amministrazione.
In secondo luogo non è contestato che i suddetti curatori non erano stati autorizzati all’esercizio provvisorio dell’impresa e non l’hanno comunque esercitata.
In merito agli obblighi dei curatori la giurisprudenza ha chiarito che, fatta salva la eventualità di univoca, autonoma e chiara responsabilità del curatore fallimentare sull’abbandono dei rifiuti, la curatela fallimentare non può essere destinataria, a titolo di responsabilità di posizione, di ordinanze sindacali dirette alla tutela dell’ambiente, per effetto del precedente comportamento omissivo o commissivo dell’impresa fallita, non subentrando tale curatela negli obblighi più strettamente correlati alla responsabilità del fallito e non sussistendo, per tal via, alcun dovere del curatore di adottare particolari comportamenti attivi, finalizzati alla tutela sanitaria degli immobili destinati alla bonifica da fattori inquinanti (TAR Campania, Salerno, Sez. I, 18.10.2010, n. 11823; TAR Toscana, Sez. II, 08.01.2010, n. 8; TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 05.08.2013 n. 2062; TAR Veneto, Sez. III, sentenza 04.12.2012 n. 1498).
In definitiva quindi il ricorso va accolto con annullamento degli atti impugnati (TAR Lombardia-Milano, Sez. III, sentenza 05.01.2016 n. 1 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

dicembre 2015

AMBIENTE-ECOLOGIADal disposto dell’art. 192 del d.lgs. n. 152/2006 si ricava il principio secondo cui vi deve essere necessaria imputabilità a titolo di dolo o colpa del proprietario dell'area, per configurare un suo obbligo a provvedere allo smaltimento dei rifiuti ivi abbandonati, precisando, inoltre, che l'ordine di rimozione può essere adottato esclusivamente in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo.
E’ stato, in particolare, affermato che:
- “L'art. 14 del D.Lvo. 05/02/1997, n. 22, oggi sostituito dall'art. 192, co. 3, del D.Lvo. 03/04/2006, n. 152 ("Norme in materia ambientale") prevede la corresponsabilità solidale del proprietario o del titolare di diritti personali o reali di godimento sull'area ove sono stati abusivamente abbandonati o depositati rifiuti, con il conseguente suo obbligo di provvedere allo smaltimento ed al ripristino, solo in quanto la violazione sia imputabile anche a quei soggetti a titolo di dolo o colpa”;
- “L'art. 192, d.lgs. n. 152/2006 dispone che l'obbligo di procedere alla rimozione dei rifiuti può gravare, in solido con il responsabile, anche a carico del proprietario del sito e del titolare di diritti reali o personali di godimento relativi ad esso, solo se tale violazione sia anche a loro imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai preposti al controllo”;
- “In tema di abbandono di rifiuti, ai sensi dell'art. 192 del D.L.vo n. 152 del 2006, il proprietario dell'area è tenuto a provvedere allo smaltimento solo a condizione che ne sia dimostrata almeno la corresponsabilità con gli autori dell'illecito abbandono di rifiuti, per aver posto in essere un comportamento, omissivo o commissivo, a titolo doloso o colposo”.
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Riguardo, invece, alla carenza di motivazione, si ritiene che, dall’esame del corpo del provvedimento, risulti assolutamente immotivato l’ordine di esecuzione della rimozione nei confronti della ricorrente per la sua mera qualità di proprietaria dell’area, senza un previo accertamento della sua responsabilità per l’abbandono dei rifiuti.
Deve, inoltre, ricordarsi che tale orientamento risulta, altresì, supportato dalla nota sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 04.03.2015, causa C-534/2013, che si è pronunciata sulla questione pregiudiziale sollevata dal Consiglio di Stato, in Adunanza plenaria, con le ordinanze 25.09.2013, n. 21 e 13.11.2013, n. 25 con riferimento agli obblighi del proprietario incolpevole in ordine alla messa in sicurezza e alla bonifica di un sito inquinato.
Sposando l’orientamento maggioritario della giurisprudenza amministrativa, ritenuto conforme all’ordinamento comunitario e, in particolare, al principio “chi inquina paga” sancito dell’art. 191 TFUE, il Giudice europeo ha confermato che, qualora il proprietario di un’area inquinata non sia anche l’autore della contaminazione, non è tenuto ad adottare le misure di messa in sicurezza d’emergenza e di bonifica della stessa.
L’applicazione del regime di responsabilità istituito dalla Direttiva UE 2004/35 sul danno ambientale ha, invero, come suo ineludibile presupposto essenziale l’individuazione di un soggetto che possa essere qualificato come responsabile della contaminazione, dovendo, dunque, l’Amministrazione accertare il nesso di causalità che esiste tra l’attività svolta dall’operatore e il danno ambientale contestato.
Nel caso in cui il proprietario risulti incolpevole sarà, quindi, tenuto al mero rimborso delle spese relative agli interventi realizzati d’ufficio dall’Autorità competente, nel limite del valore di mercato del sito determinato dopo l’esecuzione di tali interventi e solo nell’ipotesi in cui non sia stata nel frattempo accertata la responsabilità di altri soggetti o se risulti impossibile rivalersi nei confronti dei medesimi.
Tali principi devono, senza alcun dubbio, ricevere applicazione anche nell’ipotesi di abbandono di rifiuti.
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Con il presente ricorso la società istante ha impugnato il provvedimento indicato in epigrafe, con il quale il Direttore dell’Area Gestione, Territorio e Ambiente del comune intimato, rilevata a seguito di sopralluogo compiuto dalla Polizia Locale la presenza di materiali vari e macerie lungo il tratto di strada sterrata che congiunge la via Pirandello con la via Adda, ne ha ordinato alla società istante la rimozione, il recupero o lo smaltimento entro 60 giorni, ai sensi dell’art. 192 del d.lgs. n. 152/2006, nella sua qualità di proprietaria dell’area.
A sostegno del proprio gravame l’istante ha dedotto la violazione degli artt. 7 e 8 della legge n. 241/1990, dell’art. 192 del d.lgs. n. 152/2006, oltre che l’eccesso di potere per carenza dei presupposti di fatto, difetto di istruttoria e di motivazione, ingiustizia manifesta e contraddittorietà.
Successivamente l’istante ha prodotto una memoria a sostegno delle proprie conclusioni.
Alla pubblica udienza del 26.11.2015 il ricorso è stato trattenuto in decisione.
Il ricorso è fondato.
Il collegio ritiene, invero, che l’ordine che il Comune intimato ha emesso nei confronti della ricorrente si ponga in contrasto con il disposto dell’art. 192 del d.lgs. n. 152/2006 e che non sia sorretto da adeguata motivazione.
In ordine al primo profilo di censura, infatti, ai sensi della norma succitata: “1. L'abbandono e il deposito incontrollati di rifiuti sul suolo e nel suolo sono vietati.
2. È altresì vietata l'immissione di rifiuti di qualsiasi genere, allo stato solido o liquido, nelle acque superficiali e sotterranee.
3. Fatta salva l'applicazione delle sanzioni di cui agli articoli 255 e 256, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 è tenuto a procedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate…
”.
In proposito, la costante giurisprudenza ha affermato che dal disposto dell’art. 192 del d.lgs. n. 152/2006 si ricava il principio secondo cui vi deve essere necessaria imputabilità a titolo di dolo o colpa del proprietario dell'area, per configurare un suo obbligo a provvedere allo smaltimento dei rifiuti ivi abbandonati, precisando, inoltre, che l'ordine di rimozione può essere adottato esclusivamente in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo.
E’ stato, in particolare, affermato che:
- “L'art. 14 del D.Lvo. 05/02/1997, n. 22, oggi sostituito dall'art. 192, co. 3, del D.Lvo. 03/04/2006, n. 152 ("Norme in materia ambientale") prevede la corresponsabilità solidale del proprietario o del titolare di diritti personali o reali di godimento sull'area ove sono stati abusivamente abbandonati o depositati rifiuti, con il conseguente suo obbligo di provvedere allo smaltimento ed al ripristino, solo in quanto la violazione sia imputabile anche a quei soggetti a titolo di dolo o colpa” (Cons. Stato, sez. IV, 13.01.2010, n. 84);
- “L'art. 192, d.lgs. n. 152/2006 dispone che l'obbligo di procedere alla rimozione dei rifiuti può gravare, in solido con il responsabile, anche a carico del proprietario del sito e del titolare di diritti reali o personali di godimento relativi ad esso, solo se tale violazione sia anche a loro imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai preposti al controllo” (Cons. Stato, sez. V, 25 giugno 2010, n. 4073);
- “In tema di abbandono di rifiuti, ai sensi dell'art. 192 del D.L.vo n. 152 del 2006, il proprietario dell'area è tenuto a provvedere allo smaltimento solo a condizione che ne sia dimostrata almeno la corresponsabilità con gli autori dell'illecito abbandono di rifiuti, per aver posto in essere un comportamento, omissivo o commissivo, a titolo doloso o colposo” (Cons. Stato, sez. V, 20.08.2012, n. 4635).
Riguardo, invece, alla carenza di motivazione, si ritiene che, dall’esame del corpo del provvedimento, risulti assolutamente immotivato l’ordine di esecuzione della rimozione nei confronti della ricorrente per la sua mera qualità di proprietaria dell’area, senza un previo accertamento della sua responsabilità per l’abbandono dei rifiuti.
Deve, inoltre, ricordarsi che tale orientamento risulta, altresì, supportato dalla nota sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 04.03.2015, causa C-534/2013, che si è pronunciata sulla questione pregiudiziale sollevata dal Consiglio di Stato, in Adunanza plenaria, con le ordinanze 25.09.2013, n. 21 e 13.11.2013, n. 25 con riferimento agli obblighi del proprietario incolpevole in ordine alla messa in sicurezza e alla bonifica di un sito inquinato.
Sposando l’orientamento maggioritario della giurisprudenza amministrativa, ritenuto conforme all’ordinamento comunitario e, in particolare, al principio “chi inquina paga” sancito dell’art. 191 TFUE, il Giudice europeo ha confermato che, qualora il proprietario di un’area inquinata non sia anche l’autore della contaminazione, non è tenuto ad adottare le misure di messa in sicurezza d’emergenza e di bonifica della stessa.
L’applicazione del regime di responsabilità istituito dalla Direttiva UE 2004/35 sul danno ambientale ha, invero, come suo ineludibile presupposto essenziale l’individuazione di un soggetto che possa essere qualificato come responsabile della contaminazione, dovendo, dunque, l’Amministrazione accertare il nesso di causalità che esiste tra l’attività svolta dall’operatore e il danno ambientale contestato.
Nel caso in cui il proprietario risulti incolpevole sarà, quindi, tenuto al mero rimborso delle spese relative agli interventi realizzati d’ufficio dall’Autorità competente, nel limite del valore di mercato del sito determinato dopo l’esecuzione di tali interventi e solo nell’ipotesi in cui non sia stata nel frattempo accertata la responsabilità di altri soggetti o se risulti impossibile rivalersi nei confronti dei medesimi.
Tali principi devono, senza alcun dubbio, ricevere applicazione anche nell’ipotesi di abbandono di rifiuti.
Alla luce delle suesposte considerazioni, il ricorso va accolto e, per l’effetto, va disposto l’annullamento del provvedimento impugnato (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 30.12.2015 n. 2867 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Trasporto e terzo estraneo al reato.
L'art. 259 del d.lgs. n. 152 del 2006 deve essere interpretata nel senso che, al fine di evitare la confisca obbligatoria del mezzo di trasporto utilizzato per la gestione abusiva dei rifiuti, incombe al terzo estraneo al reato che ne sia il proprietario l'onere di provare la sua buona fede, ovvero che l'uso illecito del mezzo gli era ignoto e non era collegabile ad un suo comportamento negligente.
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4. - I ricorsi delle imputate sono inammissibili. Con essi ci si limita, infatti, a formulare generiche e indimostrate asserzioni circa un preteso errore di destinazione nel quale le stesse sarebbero incorse nel condurre l'autocarro con i rifiuti e Circa una sostanziale mancanza di riprovazione sociale del comportamento tenuto nel contesto del campo nomadi nel quale esse vivono.
E ciò, a fronte della dettagliata e coerente motivazione della sentenza impugnata, nella quale si dà, oltretutto conto delle insanabili contraddizioni tra le giustificazioni dei fatti fornite dalle imputate e da un ulteriore testimone sentito.
Con il ricorso non si contestano, del resto, la materialità del fatto e la mancanza di qualsivoglia titolo abitativo per il trasporto dei rifiuti, i quali consistevano perlopiù in rottami ed erano abusivamente condotti presso una ditta specializzata nell'acquisto del ferro.
5. - È invece fondato il ricorso del pubblico ministero, con cui si lamenta l'erronea applicazione dell'art. 259 del d.lgs. n. 152 del 2006. Tale disposizione deve, infatti, essere interpretata nel senso che,
al fine di evitare la confisca obbligatoria del mezzo di trasporto utilizzato per la gestione abusiva dei rifiuti, incombe al terzo estraneo al reato che ne sia il proprietario l'onere di provare la sua buona fede, ovvero che l'uso illecito del mezzo gli era ignoto e non era collegabile ad un suo comportamento negligente (ex plurimis, sez. 3, 16.01.2015, n. 18515, rv. 263772; sez. 3, 17.01.2013, n. 9579, rv. 254749).
Il Tribunale non ha fatto corretta applicazione di tale principio, perché ha proceduto alla restituzione del mezzo al terzo proprietario sul rilievo della mancanza in atti di elementi da cui desumere un suo coinvolgimento materiale o psicologico nel reato, così sostanzialmente sottraendo quest'ultimo all'onere di provare positivamente la sua buona fede (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 29.12.2015 n. 51001 - tratto da www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: Il reato previsto dall'art. 256, comma primo, d.lgs. 03.04.2006, n. 152 (attività di gestione di rifiuti non autorizzata), è ascrivibile al titolare dell'impresa anche sotto il profilo della omessa vigilanza sull'operato dei dipendenti che hanno posto in essere la condotta vietata.
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1. Il ricorso è inammissibile.
Occorre preliminarmente osservare, con riferimento al primo motivo di ricorso, che le censure formulate nell'atto di impugnazione fanno quasi esclusivamente riferimento ad una condotta di abbandono di rifiuti che non è, tuttavia, quella contestata nel caso in esame, avendo l'imputazione espressamente ad oggetto le attività di raccolta e stoccaggio di rifiuti, evidentemente in assenza di titolo abilitativo.
L'art. 183, comma 1, lett. o), d.lgs. 152/2006 descrive la raccolta come «il prelievo dei rifiuti, compresi la cernita preliminare e il deposito preliminare alla raccolta, ivi compresa la gestione dei centri di raccolta di cui alla lettera "mm", ai fini del loro trasporto in un impianto di trattamento». La successiva lettera aa) definisce inoltre lo stoccaggio come «le attività di smaltimento consistenti nelle operazioni di deposito preliminare di rifiuti di cui al punto D15 dell'allegato B alla parte quarta del presente decreto, nonché le attività di recupero consistenti nelle operazioni di messa in riserva di rifiuti di cui al punto R13 dell'allegato C alla medesima parte quarta».
Il punto D15 dell'allegato B alla parte quarta riguarda il «deposito preliminare prima di una delle operazioni di cui ai punti da D1 a D14 (escluso il deposito temporaneo, prima della raccolta, nel luogo in cui sono prodotti)».
Le operazioni cui si riferisce l'allegato B sono quelle di smaltimento, definito dalla lettera z) dell'art. 183 d.lgs. 152/2006 come «qualsiasi operazione diversa dal recupero anche quando l'operazione ha come conseguenza secondaria il recupero di sostanze o di energia. L'Allegato B alla parte IV del presente decreto riporta un elenco non esaustivo delle operazioni di smaltimento».
Tra le operazioni descritte nell'allegato B figura, al punto D1, il «deposito sul o nel suolo» che, sulla base di quanto riportato in sentenza, sembra essere quella rilevante nel caso di specie.
2. Risulta infatti dalla decisione impugnata che,
all'atto dell'accertamento da parte della polizia giudiziaria presso l'area di cava nella disponibilità della società del ricorrente, il 02/07/2009, venivano sorpresi due operai intenti a «vagliare» «qualche centinaio di metri cubi» di «materiale composto da terre e rocce e rifiuti provenienti da demolizione stradali ed edili di varia natura (pezzi di cemento, pezzi di asfalto, altre demolizioni, mattoni)».
Ad un successivo sopralluogo del 10/07/2009 erano state realizzate «7 trincee sul fondo di cava, sia sulla porzione di area destinata esclusivamente all'attività di cava, sia sulla porzione destinata all'attività di recupero rifiuti».
Sempre da quanto specificato in sentenza, emerge che tale attività aveva come finalità la «ricomposizione mediante riempimento» della cava ad attività ormai cessata.
Sulla base di quanto verificato in fatto dal Tribunale, dunque, appare corretto il riferimento, effettuato nell'imputazione, alle attività di gestione in esso indicate, mentre del tutto inconferenti risultano i richiami del ricorrente ad attività di abbandono mai contestata.
3. Risulta parimenti rilevato in fatto dal giudice del merito che dette attività erano svolte, quanto meno in parte, sulla zona di cava nella quale non era autorizzata l'attività di recupero (peraltro diversa da quelle accertate dalla polizia giudiziaria) e che l'area oggetto dell'intervento era accessibile ai soli dipendenti della società ed, infatti, tali erano coloro che vennero trovati sul posto.
L'attività di gestione illecita veniva dunque svolta nella sede operativa della società, indicata anche nel capo di imputazione ed era certamente obbligo del legale rappresentante della società medesima, in assenza di particolari assetti societari o specifiche deleghe di funzioni, prendere cognizione della violazione di specifici obblighi di legge da parte dei dipendenti, considerando anche che egli avrebbe beneficiato dei vantaggi conseguiti dalla società dall'inosservanza delle specifiche disposizioni in materia di rifiuti.
Va peraltro ricordato, a tale proposito, che
la responsabilità per la attività di gestione non autorizzata non attiene necessariamente al profilo della consapevolezza e volontarietà della condotta, potendo scaturire da comportamenti che violino i doveri di diligenza per la mancata adozione di tutte le misure necessarie per evitare illeciti nella predetta gestione e che legittimamente si richiedono ai soggetti preposti alla direzione dell'azienda (Sez. 3, n. 47432 del 05/11/2003, Bellesini ed altri, Rv. 226868. Conf. Sez. 3, n. 19332 del 11/03/2009, Soria, non massimata; Sez. 3, n. 23971 del 25/05/2011, Graniero, Rv. 250485. Vedi anche Cass. Sez. 3, n. 45932 del 03/05/2013, Manti, non massimata; Sez. 3 n. 15989 del 14/03/2007, Minella, non massimata).
4. Va pertanto ribadito che
il reato previsto dall'art. 256, comma primo, d.lgs. 03.04.2006, n. 152 (attività di gestione di rifiuti non autorizzata), è ascrivibile al titolare dell'impresa anche sotto il profilo della omessa vigilanza sull'operato dei dipendenti che hanno posto in essere la condotta vietata (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 16.12.2015 n. 49591).

AMBIENTE-ECOLOGIARifiuti non pericolosi, ok al trasporto degli ambulanti.
L'attività di raccolta e trasporto dei rifiuti non pericolosi prodotti da terzi, effettuata in forma ambulante, non integra il reato di gestione non autorizzata dei rifiuti, ma solo a condizione, da un lato, che il soggetto sia in possesso del titolo abilitativo per l'esercizio di attività commerciale in forma ambulante e, dall'altro, che si tratti di rifiuti che formavano oggetto del suo commercio. Presupposto necessario, pertanto, è che i rifiuti in oggetto non siano pericolosi.

Questo è il principio espresso dalla Corte di Cassazione, III Sez. penale, con la sentenza 11.12.2015 n. 48952.
L'attività di trasporto di rifiuti non pericolosi prodotti da terzi, effettuata da soggetti abilitati allo svolgimento dell'attività in forma ambulante, non prevede l'iscrizione all'albo dei gestori dei rifiuti, con conseguente esclusione della configurabilità del reato d'illecito trasporto, purché sussistano alcune condizioni: in primo luogo, tale attività deve essere effettuata previo conseguimento del titolo abilitativo attraverso l'iscrizione alla camera di commercio e i successivi adempimenti amministrativi.
In secondo luogo, si richiede che il soggetto che la esercita tratti solo rifiuti che formano oggetto del suo commercio, con la conseguenza che deve essere oggetto di adeguata verifica il settore merceologico entro il quale il commerciante è abilitato a operare, così come la riconducibilità del rifiuto trasportato all'attività autorizzata.
In pratica, la deroga prevista dall'articolo 266, 2° comma, dlgs 152/2006 opera se ricorrono due condizioni: che il soggetto sia in possesso del titolo abilitativo per l'esercizio dell'attività commerciale in forma ambulante e che si tratti di rifiuti che formano oggetto del suo commercio.
Senza le condizioni indicate, l'attività condotta in mancanza delle autorizzazioni, iscrizioni o comunicazioni ambientali previste dallo stesso dlgs 152/2006, integra il reato di «gestione di rifiuti non autorizzata» (articolo 256, comma 1, dlgs 152/2006) purché posta in essere da soggetto titolare d'impresa (articolo ItaliaOggi del 24.12.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Attività di raccolta e trasporto dei rifiuti non pericolosi prodotti da terzi.
L'attività di raccolta e trasporto dei rifiuti non pericolosi prodotti da terzi, effettuata in forma ambulante, non integra il reato di gestione non autorizzata dei rifiuti, ma solo a condizione, da un lato, che il soggetto sia in possesso del titolo abilitativo per l'esercizio di attività commerciale in forma ambulante e, dall'altro, che si tratti di rifiuti che formavano oggetto del suo commercio; presupposto necessario, pertanto, è che i rifiuti in oggetto non siano pericolosi.
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5. Da quanto precede, infine, deriva la palese infondatezza del ricorso anche nella parte relativa alla necessità dell'iscrizione nell'albo nazionale dei gestori ambientali; questione che -come correttamente afferma la Corte, in uno con il primo Giudice- non ha ragion d'essere a fronte di rifiuti pericolosi, di certo non commercializzabili in forza dell'autorizzazione di cui il Co. è in possesso.
Ed invero, ed anche a prescindere dalla richiamata applicabilità al caso di specie della sola L. n. 210 del 2008, questa Corte ha più volte affermato -come ricorda lo stesso ricorrente- che
l'attività di raccolta e trasporto dei rifiuti non pericolosi prodotti da terzi, effettuata in forma ambulante, non integra il reato di gestione non autorizzata dei rifiuti, ma solo a condizione, da un lato, che il soggetto sia in possesso del titolo abilitativo per l'esercizio di attività commerciale in forma ambulante e, dall'altro, che si tratti di rifiuti che formavano oggetto del suo commercio (Sez. 3, n. 20249 del 07/04/2009, Pizzimenti, Rv. 243627; conf. Sez. 3, n. 39774 del 02/05/2013, Calvaruso e altro, Rv. 257590); presupposto necessario, pertanto, è che i rifiuti in oggetto non siano pericolosi, a differenza di quanto accertato nel caso di specie con motivazione immune da censure anche sotto questo profilo (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 11.12.2015 n. 48952 - tratto da www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIACompete alla compagnia aerea di appartenenza la rimozione e smaltimento dei rottami del velivolo precipitato a terra.
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Il comma 3 dell’art. 192 del D.Lgs. n. 152 del 2006, stabilisce che “Fatta salva l'applicazione delle sanzioni di cui agli articoli 255 e 256, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 è tenuto a procedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo”.
Al riguardo non pare rilevare nel caso di specie l’ampio dibattito giurisprudenziale (e dottrinale) riguardante le condizioni in presenza delle quali possa ritenersi sussistente la responsabilità anche del proprietario del terreno -che sorge esclusivamente in relazione ad un atteggiamento doloso o colposo- con particolare riguardo al suo comportamento meramente omissivo.
Dibattito che –quanto meno a livello extra penale– non appare ancora definitivamente assestato impingendo i temi generali della cd. causalità omissiva.
In effetti, nel particolare caso in esame, rileva la peculiarità della vicenda, e soprattutto dell’evento, che fa ritenere insussistente il nesso causale tra la condotta del proprietario dei terreni sul quale il velivolo è precipitato (nella specie: il Comune) e il danno.
Il clamore del fatto -una sciagura che ha colpito un aereo passeggeri– le modalità degli eventi -lo spargimento di rottami tipici come parti di fusoliera, di carrelli, di timoni di coda e di parti interne– l’assoluta inevitabilità dell’evento, esclude che i proprietari delle aree interessate potessero essere coinvolti nella responsabilità riguardante lo “spargimento dei rifiuti”; così come appare del tutto pleonastica la comunicazione di avvio del procedimento di rimozione onde attivare il contraddittorio tra le parti, visto che la responsabilità non poteva che risalire alla Società proprietaria dell’aeromobile.
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Va disatteso il quarto motivo, inerente la “vetustà” dei rifiuti, l’inerzia delle amministrazioni coinvolte ed il lungo tempo trascorso dai fatti, che avrebbero reso i rottami aerei res derelictae usucapite dai proprietari dei terreni.
La giurisprudenza di questo Consiglio ha da sempre affermato che l’inquinamento dà luogo a una situazione di carattere permanente al pari dell’abuso edilizio, che perdura fino a che non ne siano rimosse le cause e i parametri ambientali non siano riportati entro i limiti normativamente accettabili; da tale presupposto la giurisprudenza ha fatto derivare l’applicazione della legge ratione temporis vigente per far cessare i perduranti effetti della condotta omissiva ai fini della bonifica (nei casi citati l’art. 17 del d.lgs. n. 22 del 1997), anche indipendentemente dal momento in cui siano avvenuti i fatti origine dell’inquinamento.

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Oggetto della presente controversia è l’intimazione a carico dell’Alitalia Linee Aeree Italiane s.p.a., attualmente in amministrazione straordinaria, a rimuovere e smaltire i rottami del velivolo del tipo Dc9 precipitato nel territorio comunale di Sarroch, area del Monte Conca d’Oru, il 14.09.1979, mentre percorreva la rotta tra Alghero e Cagliari.
Tale velivolo apparteneva alla Aero Trasporti Italiani s.p.a., meglio conosciuta come A.T.I., incorporata 15 anni dopo nell’Alitalia Linee Aeree Italiane.
Con riguardo all’elemento di contestazione contenuto nel secondo motivo di appello e relativo all’assenza di responsabilità dell’Alitalia quale successore universale di A.T.I., non si può che richiamare l’art. 192, co. 4, del D.Lgs. n. 152 del 2006, secondo il quale “Qualora la responsabilità del fatto illecito sia imputabile ad amministratori o rappresentanti di persona giuridica ai sensi e per gli effetti del comma 3, sono tenuti in solido la persona giuridica ed i soggetti che siano subentrati nei diritti della persona stessa, secondo le previsioni del decreto legislativo 08.06.2001, n. 231, in materia di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni”.
Con ciò si sgombra il campo dal rilievo rappresentato dall’appellante, cui hanno fatto e fanno capo i rapporti giuridici attivi e passivi della Società incorporata, rapporti che in questo caso non attengono a sanzioni amministrative, le quali sono notoriamente intrasmissibili agli eredi, ma concernono la responsabilità conseguente ad un evidente danno ambientale causato dalla Società dante causa; le sanzioni amministrative menzionate dal provvedimento amministrativo in origine impugnato concernono infatti la mancata ed attuale inesecuzione dell’ordinanza di rimozione dei rottami.
Devono poi essere ritenuti infondati i motivi primo e terzo con cui l’appellante si duole, da un lato, dell’assenza di un accertamento della responsabilità in capo ai proprietari delle aree interessate dallo spargimento dei rottami e, dall’altro, dell’omessa comunicazione di avvio del procedimento ai fini di provocare il contraddittorio tra le parti coinvolte.
Il comma 3 dell’art. 192 del D.Lgs. n. 152 del 2006, stabilisce che “Fatta salva l'applicazione delle sanzioni di cui agli articoli 255 e 256, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 è tenuto a procedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo”.
Al riguardo non pare rilevare nel caso di specie l’ampio dibattito giurisprudenziale (e dottrinale) riguardante le condizioni in presenza delle quali possa ritenersi sussistente la responsabilità anche del proprietario del terreno -che sorge esclusivamente in relazione ad un atteggiamento doloso o colposo- con particolare riguardo al suo comportamento meramente omissivo.
Dibattito che –quanto meno a livello extra penale– non appare ancora definitivamente assestato impingendo i temi generali della cd. causalità omissiva.
In effetti, nel particolare caso in esame, rileva la peculiarità della vicenda, e soprattutto dell’evento, che fa ritenere insussistente il nesso causale tra la condotta del proprietario dei terreni sul quale il velivolo è precipitato (nella specie: il Comune) e il danno.
Il clamore del fatto -una sciagura che ha colpito un aereo passeggeri– le modalità degli eventi -lo spargimento di rottami tipici come parti di fusoliera, di carrelli, di timoni di coda e di parti interne– l’assoluta inevitabilità dell’evento, esclude che i proprietari delle aree interessate potessero essere coinvolti nella responsabilità riguardante lo “spargimento dei rifiuti”; così come appare del tutto pleonastica la comunicazione di avvio del procedimento di rimozione onde attivare il contraddittorio tra le parti, visto che la responsabilità non poteva che risalire alla Società proprietaria dell’aeromobile.
Infine va disatteso il quarto motivo, inerente la “vetustà” dei rifiuti, l’inerzia delle amministrazioni coinvolte ed il lungo tempo trascorso dai fatti, che avrebbero reso i rottami aerei res derelictae usucapite dai proprietari dei terreni.
La giurisprudenza di questo Consiglio ha da sempre affermato che l’inquinamento dà luogo a una situazione di carattere permanente al pari dell’abuso edilizio, che perdura fino a che non ne siano rimosse le cause e i parametri ambientali non siano riportati entro i limiti normativamente accettabili (Cons. Stato, VI, 05.03.2015 n. 1109; id., 23.06.2014, n. 3165; id., 09.10.2007, n. 5283); da tale presupposto la giurisprudenza ha fatto derivare l’applicazione della legge ratione temporis vigente per far cessare i perduranti effetti della condotta omissiva ai fini della bonifica (nei casi citati l’art. 17 del d.lgs. n. 22 del 1997), anche indipendentemente dal momento in cui siano avvenuti i fatti origine dell’inquinamento.
Il ricorso, pertanto, va respinto (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 11.12.2015 n. 5662 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: In materia di bonifica di siti inquinati, l'art. 240, D.Lgs. 03.04.2006, n. 152, si ispira al principio comunitario del "chi inquina, paga" secondo cui l'obbligo di adottare le misure, sia urgenti che definitive, idonee a fronteggiare la situazione di inquinamento, è a carico unicamente di colui che di tale situazione sia responsabile, per avervi dato causa a titolo di dolo o colpa.
Tale obbligo, pertanto, non può essere accollato al proprietario incolpevole, ove manchi ogni sua responsabilità, sicché la Pubblica Amministrazione non può ordinare ai privati che non abbiano alcuna responsabilità diretta sull'origine del fenomeno contestato, ma che vengano individuati solo quali proprietari del bene, lo svolgimento delle attività di recupero e di risanamento.
Tanto la disciplina di cui al d.lgs. n. 22/1997 (in particolare, l’art. 17, comma 2), quanto quella introdotta dal d.lgs. n. 152/2006 (ed in particolare, gli artt. 240 e segg.), si ispirano al principio secondo cui l’obbligo di adottare le misure, sia urgenti che definitive, idonee a fronteggiare la situazione di inquinamento, è a carico unicamente di colui che di tale situazione sia responsabile, per avervi dato causa a titolo di dolo o colpa: l’obbligo di bonifica o di messa in sicurezza non può essere invece addossato al proprietario incolpevole, ove manchi ogni sua responsabilità.
L’Amministrazione non può, perciò, imporre ai privati che non abbiano alcuna responsabilità diretta sull’origine del fenomeno contestato, ma che vengano individuati solo quali proprietari del bene, lo svolgimento delle attività di recupero e di risanamento (così, nel vigore della precedente disciplina). L’enunciato è conforme al principio “chi inquina, paga”, cui si ispira la normativa comunitaria (cfr. art. 174, ex art. 130/R, del Trattato CE), la quale impone al soggetto che fa correre un rischio di inquinamento di sostenere i costi della prevenzione o della riparazione.
Tale impostazione, sancita dal d.lgs. n. 22/1997, risulta, come detto, confermata e specificata dagli artt. 240 e segg. del d.lgs. n. 152/2006 (cd. Codice Ambiente), dai quali si desume l’addossamento dell’obbligo di effettuare gli interventi di recupero ambientale, anche di carattere emergenziale, al responsabile dell’inquinamento, che potrebbe benissimo non coincidere con il proprietario ovvero il gestore dell’area interessata.
Va precisato, in argomento, che il principio “chi inquina, paga” vale, altresì, per le misure di messa in sicurezza d’emergenza, alle quali si riferiscono le Conferenze di Servizi per cui è causa, secondo la definizione che delle misure stesse è fornita dall’art. 240, comma 1, lett. m), del d.lgs. n. 152 cit. (ogni intervento immediato od a breve termine, da mettere in opera nelle condizioni di emergenza di cui alla lett. t) in caso di eventi di contaminazione repentini di qualsiasi natura, atto a contenere la diffusione delle sorgenti primarie di contaminazione, impedirne il contatto con altre matrici presenti nel sito ed a rimuoverle, in attesa di eventuali ulteriori interventi di bonifica o di messa in sicurezza operativa o permanente). Infatti, anche l’adozione delle misure di messa in sicurezza d’emergenza è addossata dalla normativa in discorso al soggetto responsabile dell’inquinamento (cfr. art. 242 del d.lgs. n. 152 cit.).
Si deve sottolineare che a carico del proprietario dell’area inquinata, che non sia altresì qualificabile come responsabile dell’inquinamento, non incombe alcun obbligo di porre in essere gli interventi in parola, ma solo la facoltà di eseguirli per mantenere l’area interessata libera da pesi.
Dal combinato disposto degli artt. 244, 250 e 253 del Codice ambiente si ricava infatti che, nell’ipotesi di mancata esecuzione degli interventi ambientali in esame da parte del responsabile dell’inquinamento, ovvero di mancata individuazione dello stesso –e sempreché non provvedano né il proprietario del sito, né altri soggetti interessati– le opere di recupero ambientale sono eseguite dalla P.A. competente, che potrà rivalersi sul soggetto responsabile nei limiti del valore dell’area bonificata, anche esercitando, ove la rivalsa non vada a buon fine, le garanzie gravanti sul terreno oggetti dei medesimi interventi.
Del resto, l’obbligo di procedere alla bonifica dell’area non potrebbe neanche essere desunto, come preteso dagli atti impugnati, dall’applicazione della previsione dell’art. 2051 c.c. (che regolamenta la responsabilità civile del custode); a prescindere da ogni considerazione relativa all’aspetto temporale della problematica (che richiederebbe l’accertamento della qualità di custode dell’area al momento dell’inquinamento e non in un periodo di tempo di molto successivo, come avvenuto nel caso di specie), deve, infatti, rilevarsi come si tratti di un criterio che si presenta in contraddizione con i precisi criteri di imputazione degli obblighi di bonifica previsti dagli artt. 240 e ss. e 252-bis, 2° comma, del d.lgs. 03.04.2006, n. 152.
In buona sostanza, si tratta pertanto di una disciplina esaustiva della problematica che non può certo essere integrata dalla sovrapposizione di principi (come quello previsto dall’art. 2051 c.c.) desunti da diversa normativa e che determinerebbero la sostanziale alterazione di un contenuto normativo improntato a ben diversi principi.

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L’impostazione seguita dalla Sezione è poi stata pienamente confermata, sotto il profilo del diritto interno, dall’ordinanza 25.09.2013 n. 21 dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato che ha così concluso: <<emerge, quindi, come l'orientamento interpretativo di gran lunga prevalente escluda la possibilità per l'Amministrazione nazionale di imporre al proprietario non responsabile della contaminazione misure di messa in sicurezza d'emergenza o di bonifica del sito inquinato. A tale indirizzo, l'Adunanza Plenaria ritiene di dover dare continuità, in quanto esso, alla luce delle considerazioni già svolte, esprime l’unica interpretazione compatibile con il tenore letterale delle disposizioni in esame>>.
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Il primo motivo di ricorso è fondato e deve pertanto essere accolto.
La problematica è già stata affrontata dalla Sezione con numerose decisioni (TAR Toscana, sez. II, 11.05.2010 n. 1397 e 1398, 19.10.2012 n. 1659, 1664 e 1666), spesso rese con riferimento al S.I.N. di Massa-Carrara e che possono essere richiamate anche in funzione motivazionale della presente decisione: <<come questa Sezione ha più volte avuto modo di affermare (cfr., ex multis, TAR Toscana, Sez. II, 17.04.2009, n. 665; id., 06.05.2009, n. 762), tanto la disciplina di cui al d.lgs. n. 22/1997 (in particolare, l’art. 17, comma 2), quanto quella introdotta dal d.lgs. n. 152/2006 (ed in particolare, gli artt. 240 e segg.), si ispirano al principio secondo cui l’obbligo di adottare le misure, sia urgenti che definitive, idonee a fronteggiare la situazione di inquinamento, è a carico unicamente di colui che di tale situazione sia responsabile, per avervi dato causa a titolo di dolo o colpa: l’obbligo di bonifica o di messa in sicurezza non può essere invece addossato al proprietario incolpevole, ove manchi ogni sua responsabilità (cfr., nello stesso senso, TAR Sicilia, Catania, Sez. I, 26.07.2007, n. 1254).
L’Amministrazione non può, perciò, imporre ai privati che non abbiano alcuna responsabilità diretta sull’origine del fenomeno contestato, ma che vengano individuati solo quali proprietari del bene, lo svolgimento delle attività di recupero e di risanamento (così, nel vigore della precedente disciplina, TAR Veneto, Sez. II, 02.02.2002, n. 320). L’enunciato è conforme al principio “chi inquina, paga”, cui si ispira la normativa comunitaria (cfr. art. 174, ex art. 130/R, del Trattato CE), la quale impone al soggetto che fa correre un rischio di inquinamento di sostenere i costi della prevenzione o della riparazione.
Tale impostazione, sancita dal d.lgs. n. 22/1997, risulta, come detto, confermata e specificata dagli artt. 240 e segg. del d.lgs. n. 152/2006 (cd. Codice Ambiente), dai quali si desume l’addossamento dell’obbligo di effettuare gli interventi di recupero ambientale, anche di carattere emergenziale, al responsabile dell’inquinamento, che potrebbe benissimo non coincidere con il proprietario ovvero il gestore dell’area interessata (TAR Toscana, Sez. II, n. 665/2009, cit.).
Va precisato, in argomento, che il principio “chi inquina, paga” vale, altresì, per le misure di messa in sicurezza d’emergenza, alle quali si riferiscono le Conferenze di Servizi per cui è causa, secondo la definizione che delle misure stesse è fornita dall’art. 240, comma 1, lett. m), del d.lgs. n. 152 cit. (ogni intervento immediato od a breve termine, da mettere in opera nelle condizioni di emergenza di cui alla lett. t) in caso di eventi di contaminazione repentini di qualsiasi natura, atto a contenere la diffusione delle sorgenti primarie di contaminazione, impedirne il contatto con altre matrici presenti nel sito ed a rimuoverle, in attesa di eventuali ulteriori interventi di bonifica o di messa in sicurezza operativa o permanente). Infatti, anche l’adozione delle misure di messa in sicurezza d’emergenza è addossata dalla normativa in discorso al soggetto responsabile dell’inquinamento (cfr. art. 242 del d.lgs. n. 152 cit.).
Si deve sottolineare che a carico del proprietario dell’area inquinata, che non sia altresì qualificabile come responsabile dell’inquinamento, non incombe alcun obbligo di porre in essere gli interventi in parola, ma solo la facoltà di eseguirli per mantenere l’area interessata libera da pesi.
Dal combinato disposto degli artt. 244, 250 e 253 del Codice ambiente si ricava infatti che, nell’ipotesi di mancata esecuzione degli interventi ambientali in esame da parte del responsabile dell’inquinamento, ovvero di mancata individuazione dello stesso –e sempreché non provvedano né il proprietario del sito, né altri soggetti interessati– le opere di recupero ambientale sono eseguite dalla P.A. competente, che potrà rivalersi sul soggetto responsabile nei limiti del valore dell’area bonificata, anche esercitando, ove la rivalsa non vada a buon fine, le garanzie gravanti sul terreno oggetti dei medesimi interventi (TAR Lombardia, Milano, Sez. II, 10.07.2007, n. 5355; TAR Toscana, Sez. II, 17.09.2009, n. 1448)……Del resto, l’obbligo di procedere alla bonifica dell’area non potrebbe neanche essere desunto, come preteso dagli atti impugnati, dall’applicazione della previsione dell’art. 2051 c.c. (che regolamenta la responsabilità civile del custode); a prescindere da ogni considerazione relativa all’aspetto temporale della problematica (che richiederebbe l’accertamento della qualità di custode dell’area al momento dell’inquinamento e non in un periodo di tempo di molto successivo, come avvenuto nel caso di specie), deve, infatti, rilevarsi come si tratti di un criterio che si presenta in contraddizione con i precisi criteri di imputazione degli obblighi di bonifica previsti dagli artt. 240 e ss. e 252-bis, 2° comma, del d.lgs. 03.04.2006, n. 152.
In buona sostanza, si tratta pertanto di una disciplina esaustiva della problematica che non può certo essere integrata dalla sovrapposizione di principi (come quello previsto dall’art. 2051 c.c.) desunti da diversa normativa e che determinerebbero la sostanziale alterazione di un contenuto normativo improntato a ben diversi principi
>> (TAR Toscana, sez. II, 19.10.2012 n. 1659, 1664 e 1666).
L’impostazione seguita dalla Sezione è poi stata pienamente confermata, sotto il profilo del diritto interno, dall’ordinanza 25.09.2013 n. 21 dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato (resa proprio sugli appelli proposti sulle sentenze 19.10.2012 n. 1659, 1664 e 1666 della Sezione), che ha così concluso: <<emerge, quindi, come l'orientamento interpretativo di gran lunga prevalente escluda la possibilità per l'Amministrazione nazionale di imporre al proprietario non responsabile della contaminazione misure di messa in sicurezza d'emergenza o di bonifica del sito inquinato. A tale indirizzo, l'Adunanza Plenaria ritiene di dover dare continuità, in quanto esso, alla luce delle considerazioni già svolte, esprime l’unica interpretazione compatibile con il tenore letterale delle disposizioni in esame>>.
Sotto il profilo del diritto comunitario, la soluzione è poi stata confermata da Corte giust. UE, sez. III, 04.03.2015 n. 534 (resa sul rinvio pregiudiziale operato da Cons. Stato, ad plen. ord. 25.09.2013 n. 21) che ha rilevato come <<l’articolo 191, paragrafo 2, TFUE non p(ossa) essere invocato dalle autorità competenti in materia ambientale per imporre misure di prevenzione e riparazione in assenza di un fondamento giuridico nazionale>> (punto n. 41 della motivazione) e ricapitolato, sulla base della propria precedente giurisprudenza, le condizioni di applicabilità della direttiva 21.04.2004, n. 2004/35/CE (direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale); in particolare le condizioni di applicabilità della dir. 21.04.2004, n. 2004/35/CE sono state individuate:
a) nel fatto che l’<<evento o … incidente>> fonte di inquinamento si sia verificato il 30.04.2007 o successivamente (punto n. 44 della motivazione);
b) nella possibilità, al fine del riconoscimento della responsabilità oggettiva, di riportare l’autore dell’inquinamento alla tipologia di operatore ed alle lavorazioni previste dall’Allegato III alla direttiva (punto n. 53);
c) nel riconoscimento (in aggiunta o in sostituzione dell’elemento riportato alla lettera precedente, in questo caso con riferimento alla responsabilità da dolo o colpa) della sussistenza di un nesso causale tra le attività svolte e l’inquinamento (punti 54 e ss. della motivazione).
Nel caso di specie, dalla documentazione in atti non si evince alcun accertamento istruttorio volto a determinare la sussistenza dei presupposti soggettivi per l’imposizione, a carico dell’odierna ricorrente, degli obblighi di messa in sicurezza; in particolare, né nelle conferenze di servizi che hanno preceduto l’emanazione dell’atto impugnato, né nel decreto direttoriale impugnato si rinviene alcun approfondimento istruttorio volto ad accertare un comportamento dell’odierna ricorrente, che possa aver dato luogo all’inquinamento dell’area; dai pochi elementi valutati dalla conferenza di servizi istruttoria emergono anzi circostanze fattuali (svolgimento di attività di concessionaria di autoveicoli e, successivamente, di stoccaggio sull’area; mancanza di contaminazione del terreno sottostante) che portano a ritenere assai improbabile che l’inquinamento da tetracloroetilene della falda acquifera possa derivare dalle attività svolte dalla ricorrente, essendo piuttosto probabile che derivi da altre attività svolte nell’area industriale in questione.
Per quello che riguarda l’applicabilità della dir. 21.04.2004, n. 2004/35/CE, non è poi stato svolto alcun accertamento in proposito e non sussiste alcun elemento che possa portare a ritenere sussistenti i tre requisiti della responsabilità richiamati da Corte giust. UE, sez. III, 04.03.2015 n. 534.
In definitiva, il ricorso deve pertanto essere accolto e deve essere disposto l’annullamento degli atti impugnati
(TAR Toscana, Sez. II, sentenza 09.12.2015 n. 1676 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

novembre 2015

AMBIENTE-ECOLOGIACome rilevato dalla dominante giurisprudenza amministrativa, per l'adozione di provvedimenti contingibili ed urgenti a tutela della pubblica incolumità non occorre il rispetto delle regole procedimentali poste a presidio della partecipazione del privato, ex art. 7 della legge n. 241 del 1990, essendo queste incompatibili con l'urgenza del provvedere, anche in ragione della perdurante attualità dello stato di pericolo, che si aggrava (come per l’odierna fattispecie) con il trascorrere del tempo; di fatto la comunicazione di avvio del procedimento nelle ordinanze contingibili ed urgenti adottate dal Sindaco non può che essere di pregiudizio per l'urgenza del provvedere.
Né può sostenersi che l’urgenza del provvedere fosse esclusa per il lungo lasso di tempo trascorso dal momento in cui è stato constatato l’accumulo abusivo dei rifiuti in questione, atteso che l'assoluta imprevedibilità della situazione da affrontare non è un presupposto indefettibile per l'adozione delle ordinanze sindacali extra ordinem e che il protrarsi della situazione di pericolo non rende, di per sé, illegittima l'ordinanza, dal momento che in determinate situazioni il trascorrere del tempo non elimina da sé il pericolo, ma può, invece, aggravarlo, pur con la precisazione che la situazione di pericolo deve essere attuale rispetto al momento dell'adozione del provvedimento.
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Il Collegio manifesta adesione all’orientamento, più volte confermato anche da recenti pronunce di questo stesso TAR, in base al quale l’ordine di rimozione dei rifiuti presenti sul fondo può essere rivolto al proprietario solo quando ne sia dimostrata almeno la corresponsabilità con gli autori dell’illecito, per avere cioè posto in essere un comportamento, omissivo o commissivo a titolo doloso o colposo, dovendosi escludere che la normativa configuri un’ipotesi legale di responsabilità oggettiva.
Il giudice di appello ha confermato tale orientamento sia con riferimento alla precedente disciplina che al disposto di cui all’art. 192 del d.lgs. 152/2006.
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La mancata esecuzione del piano che la società stessa aveva dichiarato di volere osservare ha determinato un aggravamento dell’inquinamento del sito, atteso il carattere di progressivo peggioramento della situazione per il quale, anche ai fini dell’art. 192 del d.lgs. n. 152/2006, la relativa responsabilità non può che appuntarsi sulla società inadempiente, almeno per il segmento temporale che si estende dall’assunzione dell’obbligo di smaltimento fino all’adozione dell’ordinanza gravata.
Vero è poi che l’art. 245 del d.lgs. n. 152/2006 riconosce al proprietario o ad altro soggetto interessato, nel caso di mancata individuazione del responsabile dell’inquinamento “la facoltà di intervenire in qualunque momento volontariamente per la realizzazione degli interventi dì bonifica necessari nell'ambito del sito in proprietà o disponibilità”, senza che ciò determini l’assunzione del relativo obbligo; sennonché, nel caso di specie, la ... s.r.l. non si è limitata ad avviare interventi di bonifica poi arrestandosi, ma ha assunto formalmente l’impegno nei confronti dell’Amministrazione di eseguire un completo piano di smaltimento.
In sostanza, indipendentemente dall’attribuzione della responsabilità dell’iniziale sversamento di rifiuti tessili, l’inadempimento della società agli obblighi di smaltimento assunti ha prodotto un aggravamento della situazione ambientale, atteso che l’Amministrazione, anche tenendo conto degli obblighi assunti dalla ricorrente, non ha più provveduto direttamente alla bonifica, avendo maturato un affidamento sul completamento della bonifica maturato per effetto di quanto dichiarato nel tempo dalla stessa ... s.r.l..

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... per l'annullamento dell'ordinanza n. 13 del 05.06.2014 emessa dal Sindaco del Comune di Pozzilli prot. n. 2947/2014, avente ad oggetto lo sgombero dai rifiuti dell’area di proprietà della ricorrente, nonché di ogni atto presupposto, connesso e/o conseguente;
...
Passando al merito del ricorso, con il primo motivo, che può essere scrutinato insieme all’ottavo, la ... s.r.l. lamenta la mancata comunicazione di avvio del procedimento amministrativo ex art. 7 l. n. 241/1990; l’eccesso di potere per difetto di motivazione, nonché la carenza istruttoria, l’illogicità manifesta e il travisamento dei presupposti.
La ... s.r.l., in sostanza, rileva che il procedimento che ha condotto all’adozione dell’ordinanza gravata non sarebbe stato preceduto dalla comunicazione di avvio del procedimento, nonostante il provvedimento sia stato emesso all’esito di un iter lungo e tortuoso iniziato nel 2001, allorché l’Amministrazione comunale si era rivolta al Ministero dell’Ambiente per ottenere un finanziamento per procedere all’opera per cui è causa, di modo che non ricorrerebbero i presupposti che avrebbero consentito di omettere l’avviso, tenuto anche conto che il proprio contributo sarebbe stato determinante sull’esito del procedimento.
L’eccezione non coglie nel segno.
Come rilevato dalla dominante giurisprudenza amministrativa, per l'adozione di provvedimenti contingibili ed urgenti a tutela della pubblica incolumità non occorre il rispetto delle regole procedimentali poste a presidio della partecipazione del privato, ex art. 7 della legge n. 241 del 1990, essendo queste incompatibili con l'urgenza del provvedere, anche in ragione della perdurante attualità dello stato di pericolo, che si aggrava (come per l’odierna fattispecie) con il trascorrere del tempo; di fatto la comunicazione di avvio del procedimento nelle ordinanze contingibili ed urgenti adottate dal Sindaco non può che essere di pregiudizio per l'urgenza del provvedere (cfr. TAR Lazio, sez. II, 02.12.2014, n. 12136; Cons. Stato, sez. V, 01.12.2014, n. 5919).
Né può sostenersi che l’urgenza del provvedere fosse esclusa per il lungo lasso di tempo trascorso dal momento in cui è stato constatato l’accumulo abusivo dei rifiuti in questione, atteso che l'assoluta imprevedibilità della situazione da affrontare non è un presupposto indefettibile per l'adozione delle ordinanze sindacali extra ordinem e che il protrarsi della situazione di pericolo non rende, di per sé, illegittima l'ordinanza, dal momento che in determinate situazioni il trascorrere del tempo non elimina da sé il pericolo, ma può, invece, aggravarlo, pur con la precisazione che la situazione di pericolo deve essere attuale rispetto al momento dell'adozione del provvedimento (così, da ultimo, Cons. Stato, sez. V, sent. 04.02.2015, n. 533).
Nel caso di specie già dalla relazione dell’ARPA Molise dell’08.11.2004 risultava una situazione di grave compromissione del sito connotata da caratteri di progressivo peggioramento, atteso che la presenza di balle di indumenti esposti all’umidità e alle intemperie, avevano reso l’ambiente propizio per la nidificazione di uccelli e ratti, creando così condizioni di degrado crescente che avrebbero con il trascorrere del tempo necessariamente compromesso la salubrità dell’area, giustificando l’adozione dell’ordinanza gravata.
Sussisteva quindi l’urgenza di provvedere che ha giustificato l’adozione dell’ordinanza impugnata senza comunicare previamente l’avvio del procedimento, come affermato nel preambolo della medesima ordinanza e ciò nonostante l’ampio lasso di tempo trascorso dall’inizio dell’abusivo deposito dei rifiuti e indipendentemente dal fatto che il Comune abbia, o meno, tenuto un comportamento inerte fino a quel momento.
Peraltro, l’ordinanza è stata preceduta da ripetuti solleciti da parte dell’Amministrazione comunale con i quali la società è stata invitata a riavviare le operazioni di bonifica del sito e da un incontro svoltosi il 27.03.2014 in esito al quale la ... s.r.l. ha manifestato l’intendimento, cui non risulta sia stato dato alcun seguito, di elaborare un nuovo piano di smaltimento.
Ne consegue che prima dell’adozione del provvedimento gravato, l’Amministrazione ha instaurato una fitta interlocuzione con la società ricorrente che ha potuto in contraddittorio far valere le proprie ragioni, sempre tuttavia confermando la volontà di proseguire direttamente l’attività di risanamento del sito e senza richiedere l’intervento dell’Amministrazione resistente, se non nei limiti dell’interposizione di “buoni uffici” per il conseguimento di finanziamenti regionali o statali.
Con i motivi dal secondo al settimo, parte ricorrente censura il provvedimento comunale, lamentando, nella sostanza, che l’onere di ripristino sia stato posto a carico della ... s.r.l. sul semplice presupposto di essere la proprietaria dell’area e dei capannoni, in violazione del principio “chi inquina paga”, già sancito dalla disciplina di cui al d.lgs. n. 22/1997 e confermato dal TU Ambiente (d.lgs. n. 152/2006), in base al quale l’obbligo di bonifica dell’area inquinata incombe sul soggetto che, con il proprio comportamento, ha colpevolmente determinato lo smaltimento illecito di rifiuti.
In altre parole l’obbligo di rimozione dei rifiuti può essere accollato unicamente al responsabile dell’illecito, ovvero a colui che con il proprio atteggiamento doloso o colposo abbia causato l’inquinamento, ma, nel caso di specie, nessuna colpa potrebbe essere imputata alla ... s.r.l., essendo incontestato, prosegue la ricorrente, che il deposito illecito dei rifiuti sia stato realizzato dall’impresa affittuaria dell’area, in seguito posta in stato di liquidazione e il cui rappresentante legale si è reso irreperibile.
Anzi, la ricorrente afferma di aver segnalato immediatamente l’abusivo accumulo, rendendo possibile l’avvio del procedimento penale che ha condotto poi al sequestro e, quindi, all’interruzione dell’illecito, svolgendo un’attività di sorveglianza sul conduttore a cui non sarebbe stata nemmeno tenuta, specialmente dopo aver accertato che il conduttore era effettivamente abilitato al trattamento dei rifiuti tessili poi abbandonati.
L’eccezione non coglie nel segno.
Il Collegio preliminarmente manifesta adesione all’orientamento, più volte confermato anche da recenti pronunce di questo stesso TAR, in base al quale l’ordine di rimozione dei rifiuti presenti sul fondo può essere rivolto al proprietario solo quando ne sia dimostrata almeno la corresponsabilità con gli autori dell’illecito, per avere cioè posto in essere un comportamento, omissivo o commissivo a titolo doloso o colposo, dovendosi escludere che la normativa configuri un’ipotesi legale di responsabilità oggettiva (così tra le ultime TAR Molise, 07.08.2014, n. 489; TAR Molise, 07.07.2014, n. 425; con riferimento al d.lgs. n. 22/1997 cfr. Cons. Stato, sez. V, 25.01.2005, n. 136. Il giudice di appello ha confermato tale orientamento sia con riferimento alla precedente disciplina che al disposto di cui all’art. 192 del d.lgs. 152/2006; cfr. Cons. Stato, V, 25.08.2008, n. 4061; id. 19.03.2009, n. 1612).
La conferma di tale consolidato principio non giova alla ricorrente nel caso di specie, atteso che essa censura il provvedimento impugnato, asserendo di non aver alcuna responsabilità per l’illecito accumulo di rifiuti nell’area, ma incentrando le proprie censure sul momento in cui i rifiuti in questione sono stati illecitamente ammassati nei capannoni e nell’area circostante, laddove, nel caso di specie, l’ordinanza impugnata impone alla ... s.r.l. di provvedere allo smaltimento, non già invocando la responsabilità della società per la condotta originaria, ma per non aver ottemperato al piano di rimozione che la stessa si era impegnata ad osservare nei confronti del Comune.
Agli atti, infatti, è depositata la nota del 15.05.2012 (prot. in entrata n. 2701), con cui la ... s.r.l., per il tramite del proprio amministratore unico, ha comunicato al Comune di Pozzilli di aver iniziato le operazioni di bonifica del sito già dall’anno 2006 e di aver sostenuto spese per un ammontare di 128.000 euro; con la stessa nota la società ha anche espressamente dichiarato al Comune che: “è Ns. intenzione proseguire con tale smaltimento, nonostante la crisi che imperversa il nostro settore da ormai vari anni”, precisando tuttavia di aver sospeso l’attività durante i mesi invernali e che la bonifica sarebbe ripresa a partire dal mese di giugno 2012, senza che tale impegno venisse poi effettivamente adempiuto.
Tale nota, come confermano anche i toni concilianti ivi utilizzati, indica chiaramente che la ... s.r.l. aveva assunto l’obbligo di compiere le attività di smaltimento necessarie alla bonifica del sito, come confermato anche nell’incontro del 27.03.2014 (oggetto del verbale depositato in atti), all’esito del quale, per un verso, la società si è impegnata a predisporre un (nuovo) piano di smaltimento per lo smaltimento dei rifiuti e, per altro verso, l’Amministrazione comunale ha dichiarato che si sarebbe attivata per proporre tutte le istanze possibili secondo la legislazione vigente per ottenere un finanziamento, prefigurando un rapporto di cooperazione che prevedeva comunque un’allocazione di compiti in cui quello assegnato alla società consisteva nel provvedere direttamente al ripristino dello status quo ante del sito.
Ed è l’inadempimento a tale obbligo volontariamente assunto che è richiamato nella motivazione (invero assai stringata) dell’impugnata ordinanza, con cui l’Amministrazione richiama a supporto della propria determinazione proprio la mancata attuazione da parte della ... s.r.l. del piano di smaltimento, con una valutazione che non pare irrazionale, atteso che a prescindere dall’imputazione della responsabilità per l’iniziale illecito deposito dei rifiuti, l’impresa stessa dichiarava nella nota del 15.05.2012 di aver avviato fin dal 2006 l’attività di bonifica del sito e che intendeva completarla, ingenerando nell’Amministrazione il convincimento che la bonifica sarebbe stata realizzata integralmente ad opera e a spese dalla società ricorrente (salvi eventuali finanziamenti).
In altre parole, ritiene il Collegio, che con la nota del 15.05.2012 con cui ha confermato l’esistenza di un piano per lo smaltimento dei rifiuti ammassati nell’area di sua proprietà, la società ricorrente ha finito per sollevare il Comune da eventuali obblighi di compiere direttamente l’intervento di bonifica, con ciò accollandosi una responsabilità diretta al ripristino dello status quo ante.
Deve quindi ritenersi che dopo la diffida ricevuta dalla Regione nel 2005, la società abbia deciso di provvedere autonomamente alla bonifica, assumendo anche il relativo impegno nei confronti delle Amministrazioni, come sembra confermare la circostanza che non risultano dopo il 2005 comunicazioni con cui la ... s.r.l. abbia diffidato l’Amministrazione a provvedere allo smaltimento.
Per contro, la mancata esecuzione del piano che la società stessa aveva dichiarato di volere osservare ha, invece, determinato un aggravamento dell’inquinamento del sito, atteso il carattere di progressivo peggioramento della situazione per il quale, anche ai fini dell’art. 192 del d.lgs. n. 152/2006, la relativa responsabilità non può che appuntarsi sulla società inadempiente, almeno per il segmento temporale che si estende dall’assunzione dell’obbligo di smaltimento fino all’adozione dell’ordinanza gravata.
Vero è poi che l’art. 245 del d.lgs. n. 152/2006 riconosce al proprietario o ad altro soggetto interessato, nel caso di mancata individuazione del responsabile dell’inquinamento “la facoltà di intervenire in qualunque momento volontariamente per la realizzazione degli interventi dì bonifica necessari nell'ambito del sito in proprietà o disponibilità”, senza che ciò determini l’assunzione del relativo obbligo; sennonché, nel caso di specie, la ... s.r.l. non si è limitata ad avviare interventi di bonifica poi arrestandosi, ma ha assunto formalmente l’impegno nei confronti dell’Amministrazione di eseguire un completo piano di smaltimento.
In sostanza, indipendentemente dall’attribuzione della responsabilità dell’iniziale sversamento di rifiuti tessili, l’inadempimento della società agli obblighi di smaltimento assunti ha prodotto un aggravamento della situazione ambientale, atteso che l’Amministrazione, anche tenendo conto degli obblighi assunti dalla ricorrente, non ha più provveduto direttamente alla bonifica, avendo maturato un affidamento sul completamento della bonifica maturato per effetto di quanto dichiarato nel tempo dalla stessa ... s.r.l..
In definitiva il ricorso è infondato e deve pertanto essere respinto (TAR Molise, sentenza 06.11.2015 n. 426 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Sull'illegittima raccolta e trasporto di rifiuti (rottami metallici) in forma ambulante.
La condotta sanzionata dal d.lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 1, è riferibile a chiunque svolga, in assenza del prescritto titolo abilitativo, una attività rientrante tra quelle assentibili ai sensi del citato d.lgs., artt. 208, 209, 210, 211, 212, 214, 215 e 216, svolta anche di fatto o in modo secondario o consequenziale all'esercizio di una attività primaria diversa che richieda, per il suo esercizio, uno dei titoli abilitativi indicati e che non sia caratterizzata da assoluta occasionalità.
La deroga prevista dal d.lgs. n. 152 del 2006, art. 266, comma 5, per l'attività di raccolta e trasporto dei rifiuti prodotti da terzi, effettuata in forma ambulante opera qualora ricorra la duplice condizione che il soggetto sia in possesso del titolo abilitativo per l'esercizio di attività commerciale in forma ambulante ai sensi del d.lgs. 31.03.1998, n. 114, e che si tratti di rifiuti che formano oggetto del suo commercio.

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RITENUTO IN FATTO
1. - Con ordinanza del 05.05.2015, il Tribunale di Chieti ha rigettato l'appello proposto dall'indagato avverso l'ordinanza del Gip dello stesso Tribunale del 03.04.2015, con la quale era stata rigettata l'istanza di revoca del sequestro preventivo di un autocarro disposto nei confronti del predetto, in ordine al reato di cui all'art. 256, comma 1, del d.lgs. n. 152 del 2006.
2. - Avverso l'ordinanza l'indagato ha proposto personalmente ricorso per cassazione, deducendo, con unico motivo di doglianza, l'erronea applicazione della disposizione incriminatrice, perché non si sarebbe considerato che egli svolgeva un'attività di robivecchi, non rientrante nella gestione dei rifiuti, ma nel commercio ambulante, per il quale lo stesso indagato aveva regolare autorizzazione.
In ogni caso, la licenza di commercio ambulante non sarebbe coniugata al peso trasportato e il sequestro del mezzo sarebbe comunque illegittimo, in mancanza di prova della sua intrinseca pericolosità.
Con memoria depositata in prossimità della camera di consiglio davanti a questa Corte, il difensore dell'indagato ha ribadito quanto già rilevato nel ricorso.
CONSIDERATO IN DIRITTO
3. - Il ricorso è inammissibile, perché basato su rilievi manifestamente infondati.
Il Tribunale ha evidenziato che l'attività concretamente svolta dal ricorrente non è quella di robivecchi, che resterebbe sottratta alla disciplina generale dei rifiuti, avendone il legislatore considerato la minima pericolosità per la salute e per l'ambiente, ma quella di trasporto abusivo di rifiuti, trattandosi di ben una tonnellata di rottami metallici di variegata natura, assolutamente inutilizzabili -come risulta dai rilievi svolti e dalle fotografie scattate dalla polizia giudiziaria- in mancanza della prescritta autorizzazione.
Nel caso in esame, dunque, il Tribunale ha correttamente desunto la configurabilità di una vera e propria gestione abusiva di rifiuti dalla tipologia dei materiali e dall'elevato quantitativo degli stessi.
Deve perciò richiamarsi integralmente la consolidata giurisprudenza di questa Corte (ex plurimis, sez. 3, 24.06.2014, n. 29992, rv. 260266), secondo cui:
- «la condotta sanzionata dal d.lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 1, è riferibile a chiunque svolga, in assenza del prescritto titolo abilitativo, una attività rientrante tra quelle assentibili ai sensi del citato d.lgs., artt. 208, 209, 210, 211, 212, 214, 215 e 216, svolta anche di fatto o in modo secondario o consequenziale all'esercizio di una attività primaria diversa che richieda, per il suo esercizio, uno dei titoli abilitativi indicati e che non sia caratterizzata da assoluta occasionalità»;
- «la deroga prevista dal d.lgs. n. 152 del 2006, art. 266, comma 5, per l'attività di raccolta e trasporto dei rifiuti prodotti da terzi, effettuata in forma ambulante opera qualora ricorra la duplice condizione che il soggetto sia in possesso del titolo abilitativo per l'esercizio di attività commerciale in forma ambulante ai sensi del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 114, e che si tratti di rifiuti che formano oggetto del suo commercio».
Quanto, poi, alla motivazione circa il periculum in mora, deve rilevarsi che -contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente- la stessa è superflua, trattandosi di sequestro preventivo preordinato alla confisca obbligatoria del mezzo di trasporto, ai sensi dell'art. 260-ter, comma 5, del d.lgs. n. 152 del 2006 (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 04.11.2015 n. 44471).

AMBIENTE-ECOLOGIA: RIFIUTI - Attività di gestione di rifiuti non autorizzata - Raccolta e trasporto di rifiuti in forma ambulante - Artt. 256, 260 e 266 D.Lgs. 152/2006.
DIRITTO PROCESSUALE PENALE - Motivazione circa il periculum in mora - Esclusione - Sequestro preventivo preordinato alla confisca obbligatoria.

La condotta sanzionata dal d.lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 1, è riferibile a chiunque svolga, in assenza del prescritto titolo abilitativo, una attività rientrante tra quelle assentibili ai sensi del citato d.lgs., artt. 208, 209, 210, 211, 212, 214, 215 e 216, svolta anche di fatto o in modo secondario o consequenziale all'esercizio di una attività primaria diversa che richieda, per il suo esercizio, uno dei titoli abilitativi indicati e che non sia caratterizzata da assoluta occasionalità (Cass., sez. 3, 24/06/2014, n. 29992); la deroga prevista dal d.lgs. n. 152 del 2006, art. 266, comma 5, per l'attività di raccolta e trasporto dei rifiuti prodotti da terzi, effettuata in forma ambulante opera qualora ricorra la duplice condizione che il soggetto sia in possesso del titolo abilitativo per l'esercizio di attività commerciale in forma ambulante ai sensi del d.lgs. 31.03.1998, n. 114, e che si tratti di rifiuti che formano oggetto del suo commercio.
In merito alla motivazione circa il periculum in mora, la stessa è superflua, trattandosi di sequestro preventivo preordinato alla confisca obbligatoria del mezzo di trasporto, ai sensi dell'art. 260-ter, comma 5, del d.lgs. n. 152 del 2006.
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Nota di commento
REATI AMBIENTALI – Attività di gestione di rifiuti non autorizzata – Raccolta e trasporto di rifiuti in forma ambulante – Artt. 256, 266 D.Lgs. 152/2006.
Il caso
Il Tribunale di Chieti rigettava l’appello cautelare avanzato da C.V. –indagato per il reato di cui all’art. 256 comma I D.L.vo 152/2006– avverso l’ordinanza con cui il Giudice per le indagini preliminari dello stesso Tribunale aveva a sua volta rigettato l’istanza di revoca del sequestro preventivo di un autocarro.
Avverso tale decisione ricorreva per Cassazione l’indagato, deducendo un unico motivo di gravame afferente l’erronea applicazione della disposizione incriminatrice oggetto di contestazione, lamentando come il Tribunale non aveva considerato che egli svolgeva attività di robivecchi, non rientrante nell’alveo della gestione di rifiuti ma in quella di commercio ambulante per il quale aveva regolare autorizzazione.
Il discrimine tra la raccolta ed il trasporto di rifiuti in forma ambulante e la gestione di rifiuti non autorizzata
I Giudici della Terza Sezione della Suprema Corte hanno ritenuto corretta la valutazione sulla cui scorta il Tribunale è addivenuto al rigetto dell’appello cautelare, ritenendo configurata l’ipotesi di reato di gestione abusiva di rifiuti: in effetti l’attività concretamente svolta dal ricorrente non è quella, come asserito nel motivo di doglianza, di robivecchi –che, effettivamente, resterebbe sottratta alla disciplina generale dei rifiuti stante la sua minima pericolosità per la salute e per l’ambiente– ma quella di trasporto abusivo di rifiuti, trattandosi addirittura di una tonnellata di rottami metallici di variegata natura, assolutamente inutilizzabili in mancanza della prescritta autorizzazione.
Sul punto, la Corte Regolatrice ha richiamato la consolidata giurisprudenza di legittimità, secondo cui la condotta sanzionata dal d.lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 1, è riferibile a chiunque svolga, in assenza del prescritto titolo abilitativo, una attività rientrante tra quelle assentibili ai sensi del citato d.lgs., artt. 208, 209, 210, 211, 212, 214, 215 e 216, svolta anche di fatto o in modo secondario o consequenziale all’esercizio di una attività primaria diversa che richieda, per il suo esercizio, uno dei titoli abilitativi indicati e che non sia caratterizzata da occasionalità.
La deroga prevista dal d.lgs. n. 152 del 2006, art. 266, comma 5, per l’attività di raccolta e trasporto dei rifiuti prodotti da terzi, effettuata in forma ambulante opera qualora ricorra la duplice condizione che il soggetto sia in possesso del titolo abilitativo per l’esercizio di attività commerciale in forma ambulante ai sensi del d.lgs. 31.03.1998, n. 114, e che si tratti di rifiuti che formano oggetto del suo commercio (ex plurimis, Cass. Pen., Sez. III, 24/06/2014, n. 29992, rv. 260266) (Corte di Cassazione, Sez. III, sentenza 04.11.2015 n. 44471 - link a www.ambientediritto.it).

ottobre 2015

AMBIENTE-ECOLOGIA: Recupero rifiuti con la qualifica. La Cassazione: la p.a. deve verificare.
La procedura di rinnovo dell'attività di recupero dei rifiuti non può essere considerata come una mera formalità e presuppone comunque la verifica, da parte dell'amministrazione competente della sussistenza dei requisiti e presupposti richiesti dalla legge per l'esercizio di tale attività. Pertanto in sede di rinnovo della comunicazione per l'esercizio dell'attività di recupero di rifiuti l'inosservanza delle prescrizioni disposte dalla Provincia configura il reato di gestione illecita di rifiuti.

Questo è il principio espresso dalla Corte di Cassazione, Sez. III penale, con la sentenza 23.10.2015 n. 41049.
Deve affermarsi il principio secondo il quale ai sensi dell'art. 216 del dlgs n. 252 del 2006 l'amministrazione provinciale è tenuta a effettuare, anche in sede di rinnovo della comunicazione la medesima verifica e sussistenza dei requisiti richiesti dalla legge in sede di prima comunicazione. Il 5 comma dell'articolo 216 del dlgs n. 252 del 2006 stabilisce che la comunicazione deve essere rinnovata ogni cinque anni e comunque in caso di modifica sostanziale delle operazioni di recupero.
Il quarto comma dello stesso articolo statuisce che la provincia, qualora accerti il mancato rispetto delle norme tecniche e delle condizioni richieste, dispone, con provvedimento motivato, il divieto di inizio ovvero di prosecuzione dell'attività, salvo che l'interessato non provveda a conformare alla normativa vigente detta attività e i suoi effetti entro il termine e secondo le prescrizioni stabiliti dall'amministrazione. Il potere dell'amministrazione provinciale di imporre specifiche prescrizioni è dunque previsto dalla legge e nulla esclude che possa essere esercitato anche in sede di rinnovo della comunicazione.
Invero la procedura di rinnovo di rinnovo dell'attività di recupero dei rifiuti non può essere considerata come una mera formalità e presuppone comunque la verifica, da parte dell'amministrazione competente, della sussistenza dei requisiti e presupposti richiesti dalla legge per l'esercizio di tale attività (articolo ItaliaOggi del 06.11.2015).
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MASSIMA
3. Considerati dunque i dati fattuali evidenziati nel provvedimento impugnato e sulla base degli altri elementi ricavabili dal ricorso, unici atti a disposizione del Collegio, deve escludersi la sussistenza della dedotta violazione di legge.
L'art. 216 d.lgs. 152/2006 stabilisce, al comma 5, che la comunicazione per l'esercizio di attività di recupero di rifiuti deve essere rinnovata ogni cinque anni e, comunque, in caso di modifica sostanziale delle operazioni di recupero.
Il comma 4 della medesima disposizione specifica, inoltre, che nel caso in cui venga accertato il mancato rispetto delle norme tecniche e delle condizioni di cui al comma 1, la provincia dispone, con provvedimento motivato, il divieto di inizio ovvero di prosecuzione dell'attività, salvo che l'interessato non provveda a conformare alla normativa vigente detta attività ed i suoi effetti entro il termine e secondo le prescrizioni stabiliti dall'amministrazione.
Il potere dell'amministrazione provinciale di imporre specifiche prescrizioni è dunque previsto dalla legge e nulla esclude che possa essere esercitato anche in sede di rinnovo della comunicazione.
Invero la procedura di rinnovo non può essere considerata come una mera formalità e presuppone comunque la verifica, da parte dell'amministrazione competente, della sussistenza dei requisiti e presupposti richiesti dalla legge per l'esercizio dell'attività di recupero, verifica che il comma 3 dell'art. 216 impone, stabilendo che sia effettuata d'ufficio sulla base della relazione che lo stesso comma prevede debba essere allegata alla comunicazione di inizio di attività.
Ne consegue che, in presenza di provvedimenti inibitori emessi dall'amministrazione, l'inizio o la prosecuzione dell'attività di recupero deve ritenersi effettuata in assenza di valido titolo abilitativo, configurandosi il reato di illecita gestione di cui all'art. 256 d.lgs. 152/2006, poiché il procedimento finalizzato al conseguimento del titolo non può ritenersi completato.
4. Deve conseguentemente affermarsi il principio secondo il quale
ai sensi dell'art. 216 d.lgs. 152/2006 l'amministrazione provinciale è chiamata ad effettuare, anche in relazione al rinnovo della comunicazione di cui al comma 5 la medesima verifica della sussistenza dei requisiti e delle condizioni richieste dalla legge in sede di prima comunicazione e l'espletamento dell'attività in presenza di provvedimento di divieto di inizio o di prosecuzione, emesso ai sensi del comma 4, deve ritenersi effettuato in assenza di comunicazione e sanzionabile ai sensi dell'art. 256, comma 1, d.lgs. 152/2006.

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti elettrici più facili da smaltire.
Semplificato lo svolgimento delle attività di ritiro gratuito da parte dei distributori di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) di piccolissime dimensioni. Tale semplificazione si applica ai distributori obbligati a effettuare il ritiro secondo il criterio dell'uno contro zero, ma anche a quei distributori che, pur non essendo obbligati a farlo (perché la loro superficie di vendita è inferiore a 400 mq o perché effettuano solo vendite a distanza) decidano spontaneamente di adottare tale criterio di ritiro gratuito.

Il consiglio di stato con il parere 06.10.2015 n. 2750 ha dato l'ok allo schema di decreto ministeriale recante «Modalità semplificate per lo svolgimento delle attività di ritiro gratuito da parte dei distributori di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) di piccolissime dimensioni, nonché requisiti tecnici per lo svolgimento del deposito preliminare alla raccolta».
Viene ribadito, inoltre, che il ritiro secondo il criterio dell'uno contro zero ha a oggetto soltanto Raee di piccolissime dimensioni provenienti dai nuclei domestici, conformemente a quanto previsto dall'articolo 11 del dlgs n. 49 del 2014.
L'art. 4 del dm prevede due principi fondamentali in materia di ritiro secondo il criterio dell'uno contro zero: la gratuità e l'informazione all'utilizzatore finale. I distributori devono garantire il rispetto di tali principi, e in particolare, con riferimento al secondo, hanno l'obbligo di informare gli utilizzatori finali della gratuità del ritiro, e promuovere campagne informative al fine di incentivarlo.
Vengono definite le procedure per il conferimento dei Raee di piccolissime dimensioni da parte degli utilizzatori finali e disciplina i requisiti tecnici per allestire il luogo di ritiro all'interno dei locali del punto vendita del distributore o in prossimità immediata di essi, determinandone in maniera precisa le caratteristiche.
Si tratta di uno o più contenitori che il distributore mette a disposizione dell'utilizzatore finale, e che sono facilmente accessibili e individuabili, riparati da agenti atmosferici, tali da tutelare la salute e la sicurezza di colui che conferisce i Raee e impedire che soggetti terzi possano asportare quanto conferito.
Conformemente a quanto previsto dall'articolo 11, comma 3, dlgs n. 49 del 2014 (che aveva riguardo solo al regime transitorio) si prevede una raccolta separata dei Raee d'illuminazione e di quelli pericolosi dagli altri Raee conferiti (articolo ItaliaOggi del 28.10.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA - ATTI AMMINISTRATIVI: Rifiuti, accessibili a pochi i formulari identificativi.
Non sono accessibili a chiunque ne faccia richiesta i formulari di identificazione dei rifiuti, di cui all'articolo 193 del dlgs. n. 152 del 2006 (codice dell'ambiente), compilati dal produttore, controfirmati dal trasportatore e dal destinatario. In quanto l'acquisizione di informazioni sulla tracciabilità dei rifiuti da parte di un'impresa possono essere rilevanti per motivi concorrenziali e per acquisire dati commerciali riguardanti la società concorrente e non per la tutela dell'integrità della matrice ambientale.

Questo è l'importante principio espresso dal Consiglio di Stato -Sez. III- con la sentenza 05.10.2015 n. 4636 e sentenza 05.10.2015 n. 4637 sull'accesso ai documenti ambientali.
L'accesso ai documenti ambientali (art. 5, dlgs 195 /2005) è possibile solo per gli che concernono esclusivamente lo stato dell'ambiente (aria, sottosuolo, siti naturali ecc.) e i fattori che possono incidere sullo stato dell'ambiente (sostanze, energie, rumore, radiazioni, emissioni), sulla salute e sulla sicurezza umana, con l'esclusione di tutti i fatti e i documenti che non abbiano un rilievo ambientale.
L'art. 5 del dlgs 195/2005 prevede anche le ipotesi di esclusione dell'accesso all'informazione ambientale, che, fra l'altro, può essere negato nei casi di richieste manifestamente irragionevoli avuto riguardo alle finalità di garantire il diritto d'accesso all'informazione ambientale (lett. b del primo comma), ovvero espresse in termini eccessivamente generici.
In base alla predetta disciplina, sebbene l'accesso all'informazione ambientale possa essere esercitato da chiunque, senza la necessità di dimostrare uno specifico interesse, ciò non toglie che la richiesta di accesso non possa essere formulata in termini eccessivamente generici e debba essere specificamente formulata con riferimento alle matrici ambientali ovvero ai fattori o alle misure di cui ai numeri 2 e 3 dell'articolo 2 del dlgs 195/2005.
In conseguenza di quanto fotografato, l'istanza di accesso, pur se astrattamente riguardante un'informazione ambientale, non esime il richiedente dal dimostrare che l'interesse che intende far valere è un interesse ambientale, come qualificato dal dlgs 195/2005, ed è volto quindi alla tutela dell'integrità della matrice ambientale, non potendo l'ordinamento ammettere che di un diritto nato con specifiche determinate finalità si faccia uso per scopi diversi di tipo economico patrimoniale.
Nel caso di specie i formulari dei quali si è chiesto l'accesso attengono al trasporto dei rifiuti sanitari, i quali se non correttamente smaltiti possono arrecare pregiudizi all'ambiente (articolo ItaliaOggi del 25.11.2015).
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MASSIMA
4.- Al riguardo, si deve ricordare che l’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 195 del 2005, ha previsto un accesso facilitato (rispetto a quello disciplinato dall’art. 22 della legge n. 241 del 1990) per le informazioni “ambientali”, al fine di assicurare, per la rilevanza della materia, la maggiore trasparenza possibile dei relativi dati.
L’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 195 del 2005 prevede, quindi, un regime di pubblicità tendenzialmente integrale delle informazioni di carattere ambientale, sia per ciò che concerne la legittimazione attiva, con un ampliamento dei soggetti legittimati all’accesso, e sia per il profilo oggettivo, prevedendosi un’area di accessibilità alle informazioni ambientali svincolata dai più restrittivi presupposti dettati in via generale dagli artt. 22 e segg. della legge n. 241 del 1990.
4.1.- Ai sensi dell’art. 2 del d.lgs. n. 195 del 2005,
per informazione ambientale si intende qualsiasi informazione disponibile in forma scritta, visiva, sonora, elettronica od in qualunque altra forma materiale concernente:
1) lo stato degli elementi dell'ambiente, quali l'aria, l'atmosfera, l'acqua, il suolo, il territorio, i siti naturali, le zone costiere e marine, la diversità biologica ed i suoi elementi costitutivi e le interazioni tra questi elementi;
2) fattori quali le sostanze, l'energia, il rumore, le radiazioni o i rifiuti, anche quelli radioattivi, le emissioni, gli scarichi ed altri rilasci nell'ambiente, che incidono o possono incidere sugli elementi dell'ambiente, individuati al numero 1);
3) le misure, anche amministrative, quali le politiche, le disposizioni legislative, i piani, i programmi, gli accordi ambientali e ogni altro atto, anche di natura amministrativa, nonché le attività che incidono o possono incidere sugli elementi e sui fattori dell'ambiente di cui ai numeri 1) e 2), e le misure o le attività finalizzate a proteggere i suddetti elementi.

4.2.-
Le informazioni cui fa riferimento la citata normativa riguardante l’accesso concernono quindi esclusivamente lo stato dell’ambiente (aria, sottosuolo, siti naturali etc.) ed i fattori che possono incidere sullo stato dell’ambiente (sostanze, energie, rumore, radiazioni, emissioni), sulla salute e sulla sicurezza umana, con l’esclusione di tutti i fatti ed i documenti che non abbiano un rilievo ambientale.
4.3.- L’art. 5 del d.lgs. n. 195 del 2005 prevede anche le ipotesi di esclusione dell’accesso all’informazione ambientale, che, fra l’altro, può essere negato nei casi di richieste manifestamente irragionevoli avuto riguardo alle finalità di garantire il diritto d'accesso all'informazione ambientale (lett. b del primo comma), ovvero espresse in termini eccessivamente generici.
5.- In base alla predetta disciplina,
sebbene l’accesso all'informazione ambientale possa essere esercitato da chiunque, senza la necessità di dimostrare uno specifico interesse, ciò non toglie che la richiesta di accesso non possa essere formulata in termini eccessivamente generici (Consiglio di Stato, Sez. VI, 16.02.2011, n. 996) e debba essere specificamente formulata con riferimento alle matrici ambientali ovvero ai fattori o alle misure di cui ai numeri 2 e 3 del citato articolo 2 del d.lgs. n. 195 del 2005 (Consiglio di Stato, sez. IV, 20.05.2014, n. 2557).
In conseguenza,
l'istanza di accesso, pur se astrattamente riguardante un'informazione ambientale, non esime il richiedente dal dimostrare che l'interesse che intende far valere è un interesse ambientale, come qualificato dal d.lgs. n. 195 del 2005, ed è volto quindi alla tutela dell’integrità della matrice ambientale, non potendo l'ordinamento ammettere che di un diritto nato con specifiche determinate finalità si faccia uso per scopi diversi di tipo economico patrimoniale (Consiglio di Stato, Sez. V, 15.10.2009 n. 6339).
6.- Considerato che, nella fattispecie, la domanda di accesso formulata dall’appellante non si fonda su una preoccupazione circa lo stato di matrici ambientali ma è volta all’acquisizione di informazioni che possono essere rilevanti per l’impresa per motivi concorrenziali e per acquisire dati commerciali riguardanti la concorrente,
si deve ritenere corretto il diniego all’accesso formulato dall’Amministrazione resistente e ritenuto legittimo dal TAR per l’Abruzzo con la sentenza appellata.
Sebbene, infatti, i formulari dei quali si è chiesto l’accesso attengono al trasporto di rifiuti sanitari, che se non correttamente smaltiti possono arrecare pregiudizi all’ambiente, non per questo si può ammettere che il diritto di accesso disciplinato per il perseguimento di finalità ambientali possa essere utilizzato per finalità del tutto diverse (economico-patrimoniali) e con un inutile aggravio dell’attività dell’Amministrazione.

AMBIENTE-ECOLOGIARaee, semplificazioni allargate. Corsia preferenziale per imprese già abilitate al trasporto. Dall'Albo gestori i criteri per estendere l'attività al ritiro alleggerito dei tecno-rifiuti.
Accesso agevolato per le imprese già autorizzate dall'Albo gestori ambientali a raccolta e trasporto professionale di rifiuti alle analoghe attività di gestione semplificata dei Raee provenienti da circuiti di vendita e riparazione delle apparecchiature elettriche ed elettroniche (c.d. Aee).

La novità arriva con la deliberazione 16.09.2015 n. 2 di prot. del Comitato nazionale dell'Albo (integrata con deliberazione 15.10.2015 n. 3 di prot.) che detta i criteri operativi per estendere, tramite richiesta alla Sezione regionale o provinciale di competenza, le proprie autorizzazioni ex categoria 4 (raccolta e trasporto di rifiuti speciali non pericolosi) e 5 (speciali pericolosi) del dm 120/2014 a quella ex 3-bis (Raee ritirati da distributori di nuove Aee, installatori, e centri di assistenza), la quale consente una tenuta semplificata dei documenti di tracciamento dei rifiuti.
Le novità dall'Albo gestori ambientali. Alla base della nuova deliberazione del Comitato nazionale dell'Albo due disposizioni, ossia: l'articolo 212, comma 7, del dlgs 152/2006 per il quale enti e imprese già autorizzate a raccolta e trasporto dei rifiuti pericolosi sono esonerate (a condizione di immutata classe di appartenenza) dall'obbligo di iscrizione per le analoghe attività sui non pericolosi; l'articolo 8, comma 2, del dm Ambiente 120/2014 (il nuovo regolamento dell'Albo), per il quale le iscrizioni nelle citate categorie 4 e 5 consentono (sempre a immutate condizioni) sia l'esercizio delle attività di cui alla categoria 2-bis (auto-trasporto dei propri rifiuti) sia quelle ex 3-bis.
A chiarimento della prima disposizione e in attuazione della seconda intervengono le nuove regole dell'Albo. Due le novità di rilevo: l'iscrizione alla categoria 4 (rifiuti non pericolosi) che consente, tra le altre (previa compatibilità tecnica e richiesta di estensione alla 2-bis), il trasporto anche dei rifiuti pericolosi di propria produzione iniziale in quantità non eccedenti 30 chilogrammi o 30 litri al giorno (ex art. 212, comma 8, dlgs 152/2006); l'iscrizione a una delle due categorie 4 e 5 che consente (previa richiesta di estensione alla categoria 3-bis) anche il trasporto in regime semplificato dei Raee (pericolosi e non pericolosi) ritirati dal circuito Aee nel rispetto delle regole (e dei limiti) stabiliti dal dm 65/2010.
L'allargamento dell'autorizzazione alla gestione semplificata Raee, precisa la nuova delibera dell'Albo, è consentita nei seguenti termini: le imprese abilitate al trasporto rifiuti per conto terzi possono svolgere le analoghe attività in nome e per conto dei distributori di Aee; le imprese munite di soli veicoli per uso proprio possono invece essere abilitate al trasporto semplificato dei Raee di cui esse stesse risultino essere detentrici in quanto distributori, installatori o gestori di centri di assistenza Aee.
Alle imprese già iscritte nelle citate categorie 4 e 5 in linea con i parametri richiesti dall'Albo è consentito fin da subito richiedere l'allargamento (sia alla 2-bis che alla 3-bis) utilizzando il modello «b» allegato alla nuova delibera.
Il regime semplificato per i Raee. Il dm 65/2010 richiamato dalla delibera 2/2015 prevede (in attuazione del dlgs 151/2005) per distributori, installatori, gestori di centri di assistenza Aee (e trasportatori terzi dei rifiuti, di cui i primi eventualmente si avvalgono) di utilizzare, nel rispetto di determinate condizioni tecniche, un regime burocratico light per condurre le (rispettive) attività di raccolta e trasporto Raee (sia domestici che professionali) di cui hanno la detenzione in ragione della propria attività.
Regime che consiste in: iscrizione semplificata all'Albo gestori (tramite mera comunicazione e senza obbligo di presentare garanzie finanziarie); tenuta di uno «schedario di carico e scarico» e di un «documento di trasporto» (in luogo dei più onerosi registri e formulario ex dlgs 152/2006). Successivamente al dm 65/2010, è bene ricordarlo, è intervenuto il dlgs 49/2014 di riformulazione della speciale disciplina sulla gestione dei Raee.
Nel sostituire pressoché integralmente il dlgs 151/2005, il dlgs 49/2014 ha da un lato confermato alcune disposizioni dell'uscente regime (come l'obbligo per i distributori di ritiro gratuito «uno contro uno» delle Aee conferite dai consumatori all'acquisto di equivalenti beni e la possibilità di gestione semplificata ex dm 65/2010) e dall'altro introdotto rilevanti novità che incidono sugli adempimenti cui sono chiamati gli stessi operatori del settore.
In base al riformulato quadro normativo, sono infatti inquadrati come «distributori» (con i sottesi e citati obblighi): tutti coloro che rendono disponibili sul mercato e per qualsiasi uso delle Aee (dunque, anche gli installatori e gestori di centri di assistenza che nell'ambito della propria attività forniscono tali beni, per esempio come ricambi); tutti i soggetti che forniscono Aee utilizzando tecniche di vendita a distanza tramite internet (c.d. «e-commerce»).
Appare da ultimo utile ricordare come i distributori di Aee che importano o immettono comunque dall'estero nuovi beni sul mercato nazionale rientrano, ai sensi del citato dlgs 49/2014, nella più gravosa categoria di «produttori», con i conseguenti e più ampi oneri (previsti dallo stesso provvedimento) di istituzione e finanziamento del sistema di gestione dei relativi Raee.
Alla luce di tale rinnovato orizzonte, i criteri dell'Albo che consentono di allargare la portata dei titoli autorizzativi alle attività di gestione semplificata dei Raee appaiono dunque essere di rilevante interesse sia per le imprese di trasporto rifiuti sia per gli stessi distributori di nuove Aee, laddove per i primi potrebbero prospettarsi nuovi mercati, per i secondi un incremento (con i benefici economici dati dalla concorrenza) del novero di aziende cui rivolgersi per la gestione dei Raee.
Ritiro Raee nell'e-commerce. In relazione ai distributori di Aee, alcune criticità sono tuttavia state rilevate in relazione agli operatori del settore «e-commerce», come risulta da un'indagine presentata lo scorso 14.10.2015 da Remedia (fra i principali sistemi collettivi italiani non profit per la gestione ecosostenibile anche dei tecno-rifiuti) e Netcomm (il consorzio del commercio elettronico italiano).
 Oltre a evidenziare una carenza sotto il profilo dell'obbligo di informativa all'utenza del sistema di ritiro «one on one» (si veda ItaliaOggi Sette del 19/10/2015), lo studio mette in luce alcuni nodi della filiera (rappresentante il 13% del mercato online nazionale di Aee) proprio nel ritiro e trasporto dei Raee. Per adempiere agli obblighi del «one on one» i distributori online di Aee possono ricorrere sia a un sistema auto-organizzato (c.d. «make», gestendo a tutto tondo ritiro, raggruppamento e successivo trasporto dei Raee a centri di trattamento), sia affidarsi (totalmente o parzialmente) a soggetti esterni.
In tale contesto, le prime problematiche riguardano le modalità di ritiro dei Raee presso l'utenza, laddove nell'opzione di consegna a domicilio delle nuove Aee occorre necessariamente prevedere la presa in carico di quelle usate da parte trasportatori autorizzati nei termini più sopra citati (condizione che spesso può rendere necessario l'intervento successivo e differito di un soggetto diverso dall'ordinario corriere che ha effettuato la consegna del nuovo bene).
Criticità possono altresì presentare le differenti modalità di consegna del nuovo e ritiro del vecchio presso luoghi presidiati, come uffici postali e negozi convenzionati, in vista del successivo e necessario trasporto (autorizzato) verso gli impianti di trattamento; in tale ambito le soluzioni preferibili appaino essere quelle di ricorrere a punti «pick and pay» gestiti direttamente dagli stessi distributori (in regola con i sottesi e citati adempimenti) o ricorrere alla convenzione con supermercati, nella maggior parte dei casi già forniti di un proprio sistema di prima gestione Raee (articolo ItaliaOggi Sette del 26.10.2015).

settembre 2015

AMBIENTE-ECOLOGIA: Ciascun rifiuto ha una gestione. Focus su toner, Raee, pile, parti di veicoli e vegetali. Precisazioni da Minambiente, Arpa e Corte di cassazione su regole per specifici residui.
Dalla gestione dei toner aziendali esauriti alla raccolta in aree urbane di residui vegetali, passando per il commercio di oggetti in disuso ad alto potenziale d'impatto ambientale.

Arrivano da Ministero dell'ambiente, Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana e Corte di cassazione gli ultimi chiarimenti in merito alle norme che disciplinano particolari categorie di rifiuti.
Toner esauriti. Affinché un'azienda sia esonerata dagli oneri imposti dal Codice ambientale per la gestione dei toner esauriti delle proprie stampanti occorre che essa affidi a terzi tramite regolare contratto l'intero ciclo della manutenzione delle apparecchiature, dalla sostituzione delle cartucce al loro ritiro e trasporto, senza procedere a deposito in loco. Diversamente, essa azienda soggiace agli obblighi formali e sostanziali previsti dal dlgs 152/2006 in funzione delle attività poste in essere su tali rifiuti speciali e alla natura pericolosa o meno degli stessi, obblighi che possono andare dal tracciamento dei residui tramite scritture ambientali al rispetto delle regole sul loro deposito (anche se effettuato con i noti «ecobox»).
È quanto si evince dalla nota 30.06.2015 n. 7692 di prot. elaborata dal Minambiente in risposta a un quesito sulla portata dell'articolo 266, comma 4, del citato decreto, a mente del quale: «I rifiuti provenienti da attività di manutenzione ( ) si considerano prodotti presso la sede o il domicilio del soggetto che svolge tali attività», norma che consente dunque in via di principio al titolare delle apparecchiature da cui detti rifiuti derivano di spostare su terzi i citati oneri ambientali.
Al riguardo il dicastero indica come le condizioni per invocare l'applicazione della norma siano: l'esistenza di un valido contratto stipulato tra committente e terzo manutentore; l'essere l'attività commissionata svolta esclusivamente e interamente dai tecnici dall'impresa di manutenzione; il comprendere tale attività sia il mantenimento delle stampanti (sostituzione delle cartucce compresa) che il contestuale trasporto dei rifiuti coincidenti con i toner esauriti verso la destinazione di trattamento. Rispettate tali condizioni, chiarisce il dicastero, nella documentazione per il trasporto dei rifiuti dovrà dunque essere indicato quale produttore l'impresa di manutenzione, evidenziando nelle note il luogo in cui si è svolta fisicamente l'attività.
È utile in tale contesto ricordare come alla luce della riformulata definizione di «produttore di rifiuto» ex dlgs 152/2006 in vigore dallo scorso luglio (e in base alla quale è tale anche «il soggetto al quale sia giuridicamente riferibile detta produzione») sia altresì diventata condizione necessaria per evitare di concorrere nell'eventuale reato di gestione illecita di rifiuti posta in essere dal soggetto affidatario della manutenzione la verifica da parte dell'azienda committente sia sulla sussistenza in capo a quest'ultimo delle necessarie autorizzazioni ambientali che sul buon fine della destinazione finale dei residui.
Commercio ambulante. Batterie usate, apparecchiature elettriche ed elettroniche non funzionanti, parti meccaniche di veicoli così come oggetti in disuso anche presumibilmente contenenti sostanze pericolose non possono essere raccolti e trasportati dai cosiddetti «robivecchi» senza onorare gli obblighi previsti dal Codice ambientale.
Con la sentenza 17.08.2015 n. 34917 la Corte di Cassazione, Sez. III penale ha, infatti, precisato come per tali materiali non valga il regime derogatorio previsto dall'articolo 266, comma 5, del dlgs 152/2006, in base al quale: «Le disposizioni di cui agli articoli 189, 190, 193 e 212 (obblighi di denuncia annuale rifiuti, tenuta dei registri di carico/scarico, formulario di trasporto, iscrizione all'Albo gestori ambientali, ndr) non si applicano alle attività di raccolta e trasporto di rifiuti effettuate dai soggetti abilitati allo svolgimento delle attività medesime in forma ambulante, limitatamente ai rifiuti che formano oggetto del loro commercio».
Il giudice di legittimità ha sottolineato come tale deroga sia infatti giustificata dalla valutazione di minor pericolosità per la salute e per l'ambiente operata dal legislatore in relazione alle attività in parola e non può dunque essere applicata alla gestione di materiali (come i citati) oggetto di puntuale disciplina. Per questi, specifica la Corte, non solo vanno osservate le regole direttamente richiamate dall'articolo 266, comma 5, del dlgs 152/2006, ma anche tutte le altre disposizioni dettate dalle speciali norme di settore (come il dlgs 49/2014 sui Raee, il dlgs 188/2008 sulle pile, quelle dello stesso Codice ambientale sui rifiuti pericolosi e quelle sui veicoli fuori uso previste dal dlgs 152/2006 unitamente al dlgs 209/2003). Dalla sentenza della Suprema corte appare altresì evincibile come tali oggetti non possano dunque essere eventualmente offerti in vendita tal quali dagli stessi soggetti tramite bancarelle o banchi dei propri negozi.
L'abilitazione di cui parla il citato articolo 266, comma 5, del dlgs 152/2006 è, infatti, quella prevista dal dlgs 114/1998 che ammette il commercio ambulante esclusivamente nell'ambito del commercio al dettaglio, ossia indirizzato ai consumatori, i quali (essendo diversi dai professionisti) non dispongono della necessaria autorizzazione al trattamento dei rifiuti.
Residui naturali da eventi atmosferici. Nelle aree urbane, sia pubbliche che private, è possibile gestire fuori dal regime dei rifiuti la raccolta di legno e altri residui naturali generati da particolari eventi di origine non antropica.
È l'Agenzia regionale per protezione ambientale della Toscana con un comunicato pubblicato il 27.08.2015 sul proprio portale internet a dare alcuni utili chiarimenti sul regime di favore introdotto nel 2014 nell'articolo 183, comma 1, lettera n), del Codice ambientale, nel tenore del quale «Non costituiscono attività di gestione dei rifiuti le operazioni di prelievo, raggruppamento, cernita e deposito preliminari alla raccolta di materiali o sostanze naturali derivanti da eventi atmosferici o meteorici, ivi incluse mareggiate e piene, anche ove frammisti ad altri materiali di origine antropica effettuate, nel tempo tecnico strettamente necessario, presso il medesimo sito nel quale detti eventi li hanno depositati».
L'Arpa ha individuato quali condizioni per l'applicazione dell'istituto in parola le seguenti: deposito mono-materiale dei residui naturali identificati tramite la preliminare cernita (separato dunque da quello degli eventuali materiali di origine antropica, che restano rifiuti, e identificabile quale deposito temporaneo ex dlgs 152/2006); rispetto della tempistica prevista dal Codice ambientale, eventualmente declinata dagli Enti pubblici di competenza per determinate fattispecie (come l'organizzazione per la rimozione dei materiali depositatisi su spiagge a causa di mareggiate o prima dell'inizio della stagione balneare). Non è contemplata, ricorda infine l'Arpa, la possibilità di abbruciamento di tali residui legnosi in situ.
Ciò evidentemente, in quanto le descritte disposizioni derogatorie ex articolo 183, comma 1, lettera n) del Codice ambientale si pongono come regime fondato su presupposti (si pensi alla possibile presenza di materiale antropico nei residui) e scopi (di ripristino dei luoghi interessati dai fenomeni atmosferici) diversi rispetto a quelli sottesi alle apparentemente analoghe regole di favore per gli scarti vegetali previste dalle altre disposizioni del dlgs 152/2006.
Le ipotesi di deroga previste dall'articolo 185 del dlgs 152/2006 per la gestione dei residui verdi da aree agricole e forestali, così come quelle per la combustione degli analoghi scarti vegetali ex articoli 182, comma 6-bis, e 256-bis dello stesso Codice sono infatti giustificate dalla natura a monte esclusivamente naturale dei materiali e dalla finalità del loro riutilizzo nello stesso ambito produttivo (articolo ItaliaOggi Sette del 14.09.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALI: Nella concreta gestione la parola al dirigente.
Nel caso in cui l'oggetto del provvedimento amministrativo riguardi la concreta gestione e organizzazione di un servizio pubblico, disciplinato da atti normativi di vario livello, la competenza spetta agli organi dirigenziali e non al Sindaco.

È quanto hanno stabilito i giudici della II Sez. del TAR Sardegna con la sentenza 11.09.2015 n. 1018.
Si pensi, a mo' di esempio, al caso in cui il provvedimento riguarda la regolazione delle modalità di conferimento dei rifiuti solidi urbani, in una specifica e circoscritta zona del territorio comunale.
Infatti, la materia oggetto degli atti impugnati posti all'attenzione dei giudici amministrativi sardi, riguardava proprio un particolare profilo di organizzazione e gestione del servizio di ritiro e conferimento dei rifiuti solidi urbani comunali.
I giudici cagliaritani, nel caso specifico, hanno osservato come l'art. 107 del Tuel riservi alla competenza dei dirigenti l'intera gestione amministrativa dei comuni, con un'ampia formula secondo la quale «spettano ai dirigenti tutti i compiti, compresa l'adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l'amministrazione verso l'esterno, non ricompresi espressamente dalla legge o dallo statuto tra le funzioni di indirizzo e controllo politico-amministrativo degli organi di governo dell'ente o non rientranti tra le funzioni del segretario o del direttore generale, di cui rispettivamente agli articoli 97 e 108».
E', poi, la medesima norma a individuare una sorta di limite nelle disposizioni di legge o di statuto che individuano le competenze degli organi di indirizzo politico; limite, che costituisce la traduzione in termini più specifici del principio di distinzione tra gestione, da un lato, e indirizzo e controllo dall'altro.
Si osserva, inoltre, che l'art. 54 del Testo unico degli enti locali, subordina il potere di ordinanza del sindaco a diversi presupposti, tra i quali (tipicamente) la necessità e l'urgenza «di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l'incolumità pubblica e la sicurezza urbana» (articolo ItaliaOggi Sette del 12.10.2015).

agosto 2015

AMBIENTE-ECOLOGIAStop al commercio ambulante dei Raee.
Non è ammesso il commercio ambulante dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee). Non possono essere oggetto dell'autorizzazione al commercio ambulante di cui all'articolo 266, 5° comma, del dlgs n. 152 del 2006 le tipologie di rifiuti che per la loro peculiarità sono autonomamente disciplinate.

Questo è quanto si legge nella sentenza 17.08.2015 n. 34917 della Corte di Cassazione, Sez. III penale.
La deroga prevista dall'articolo 266, 5° comma, del dlgs n. 152 del 2006 per l'attività di raccolta e trasporto di rifiuti da parte dei terzi, effettuata in forma ambulante, opera qualora ricorra la duplice condizione che il soggetto sia in possesso del titolo abilitativo per l'esercizio di attività di commercio ambulante (dlgs 31.03.1998 n. 114) e dall'altro che si tratti di rifiuti oggetto del suo commercio.
La disciplina derogatoria in esame non può prescindere dal contenuto letterale del 5° comma dell'articolo 266 del dlgs n. 152 del 2006 e precisamente dall'ultima parte della disposizione, laddove l'esonero dall'osservanza della disciplina generale è chiaramente circoscritta ai soli rifiuti che formano oggetto del commercio del soggetto abilitato, con la conseguenza che la verifica del settore merceologico entro il quale il commerciante è abilitato ad operare deve essere oggetto di adeguata verifica, così come la riconducibilità del rifiuto trasportato all'attività autorizzata.
La deroga è giustificata dalla valutazione di minor pericolosità per la salute e per l'ambiente operata dal legislatore con riguardo ad un attività che poteva ricondursi a quella dei «robivecchi», dovendosi nel contempo escludere che la disciplina in esame possa essere utilizzata per legittimare attività diverse che richiedono, invece il rispetto delle disposizioni di carattere generale.
Dall'ordinanza impugnata risultava che l'oggetto dell'autorizzazione al commercio di cui disponeva l'indagato era «commercio su aree pubbliche itinerante di metalli, carta, cartone nonché elettrodomestici usati e ricambi usati di elettrodomestici» mentre il mezzo risultava trasportare materiale ferroso.
Deve pertanto escludersi la possibilità della raccolta del trasporto e del commercio in forma ambulante dei rifiuti pericolosi, anch'essi oggetto di attenzione da parte del legislatore (articolo ItaliaOggi del 03.09.2015).
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massima
RITENUTO IN FATTO
1. Il Tribunale di Messina, con ordinanza del 30/04/2015 ha accolto la richiesta di riesame presentata nell'interesse di D. Di C., annullando il decreto di sequestro preventivo emesso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Patti in data 08/04/2015 e concernente un autocarro ed il suo contenuto (materiale ferroso, parti meccaniche di autovetture, 2 batterie per camion, 1 batteria per auto, elettrodomestici in disuso, cavi in acciaio, travi in ferro, per un peso approssimativo di kg 300), ipotizzandosi il reato di cui all'art. 256, comma 1, lettere a) e b), d.lgs. 152/2006.
Avverso tale pronuncia propone ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Messina.
2. Con un unico motivo di ricorso rileva che erroneamente i giudici del riesame avrebbero riconosciuto la legittimazione ad impugnare dell'indagato sul presupposto che, pur essendo il mezzo intestato alla moglie, egli avrebbe avuto interesse alla restituzione trattandosi di mezzo adibito all'esercizio dell'attività.
Altrettanto errata sarebbe stata, inoltre, la valutazione sulla insussistenza del fumus del reato, avendo il Tribunale ritenuto applicabile la deroga di cui all'art. 266, comma 5, d.lgs. 152/2006 relativa alle attività di raccolta e trasporto di rifiuti effettuate in forma ambulante, essendo l'indagato fornito di licenza rilasciata dal comune di Palermo per l'esercizio del commercio ambulante sul territorio comunale con esclusione di alcune piazze e che i giudici del riesame  avrebbero ritenuto valida anche in altri territori, diversi da quello di residenza, sulla base di una circolare interpretativa dell'art. 1 della legge regionale 18/1995 emanata dall'assessorato regionale delle attività produttive, dimenticando, tuttavia, che l'art. 2, comma 8, della legge medesima subordina tale estensione territoriale della validità della licenza al nulla osta dei comuni ove l'attività viene svolta.
Osserva, inoltre, che, diversamente da quanto asserito dai giudici del riesame, il mezzo sequestrato trasportava anche rifiuti pericolosi, quali le batterie e le parti di autoveicoli.
Insiste, pertanto, per l'accoglimento del ricorso.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è fondato nei termini di seguito specificati.
Risulta dal ricorso e dal provvedimento impugnato che l'indagato era stato sorpreso dalla polizia giudiziaria mentre, unitamente al figlio, trasportava i rifiuti indicati in precedenza con un autocarro intestato alla moglie ed essendo in possesso di una dichiarazione di inizio attività per il commercio al dettaglio ambulante e di una autorizzazione del comune di Palermo per il commercio itinerante nel settore non alimentare.
Precisa il Tribunale che, dalla visura camerale versata in atti risulta che oggetto dell'attività è il «commercio su aree pubbliche itinerante di rottami metallici, carta, cartone, nonché di elettrodomestici usati e ricambi usati per elettrodomestici».
2. Affrontando preliminarmente la questione concernente la legittimazione alla proposizione del riesame in capo all'indagato, in quanto non proprietario del mezzo sequestrato, i giudici del riesame hanno ritenuto determinante il fatto che il predetto, nonostante l'autocarro fosse formalmente intestato alla moglie, era da lui utilizzato nell'esercizio della sua attività.
La decisione, sul punto, non merita le censure formulate dal Pubblico Ministero ricorrente, atteso che, secondo quanto verificato dai giudici del riesame, l'indagato avrebbe avuto interesse alla restituzione del mezzo, solo formalmente intestato alla moglie e da lui utilizzato per l'esercizio dell'attività.
Una tale evenienza, accertata in fatto, evidenzia, invero, quella relazione con il bene sequestrato che sostiene la pretesa dell'indagato non proprietario del bene in sequestro alla cessazione del vincolo richiesta dalla giurisprudenza di questa Corte menzionata anche nel provvedimento impugnato e nel ricorso (cfr. Sez. 1, n. 15998 del 28/02/2014, Pascale, Rv. 259601; Sez. 1, n. 7292 del 12/12/2013 (dep. 2014), Lesto, Rv. 259412; Sez. 6, n. 11496 del 21/10/2013 (dep. 2014), Castellaccio, Rv. 262612 ed altre prec. conf., sebbene si rinvenga un diverso indirizzo, che ritiene l'indagato sempre legittimato al riesame indipendentemente dal fatto che i beni siano sottratti alla sua disponibilità o a quella di terzi, segnalato con la Rel. n. 57/14 del 22.10.2014 dell'Ufficio del massimario e del ruolo).
Né risulta pertinente il richiamo, operato dal ricorrente, ad altra decisione di questa Sezione, concernente un caso analogo (Sez. 3, n. 32816 del 24/04/2013, Di C., non massimata) in quanto, in quel caso, richiamato il principio di diritto appena ricordato, si è esclusa la legittimazione dell'indagato perché aveva evidenziato soltanto di avere utilizzato il mezzo sequestrato per il trasporto di materiale ferroso e che l'autocarro apparteneva "ad un terzo soggetto estraneo al reato, il quale verrebbe gravemente pregiudicato" dal vincolo reale sul mezzo.
Quanto rilevato nel caso in esame dal Tribunale, dunque, risulta sufficiente per giustificare la legittimazione dell'indagato, impregiudicata restando, peraltro, la posizione del terzo proprietario sia per ciò che concerne l'eventuale corresponsabilità nella violazione sia per le conseguenze ulteriori, quali la confisca obbligatoria (cfr. Sez. 3, n. 46012 del 04/11/2008, Castellano, Rv. 241771).
3. Ciò posto, va invece rilevata la fondatezza dell'ulteriore censura concernente l'operatività, nella fattispecie, della deroga prevista dall'art. 266, comma 5, d.lgs. 152/2006.
Sul tema questa Corte si è ripetutamente espressa, giungendo alla conclusione che
la condotta sanzionata dall'art. 256, comma 1, d.lgs. 152/2006 è riferibile a chiunque svolga, in assenza del prescritto titolo abilitativo, una attività rientrante tra quelle assentibili ai sensi degli articoli 208, 209, 210, 211, 212, 214, 215 e 216 del medesimo decreto, svolta anche di fatto o in modo secondario o consequenziale all'esercizio di una attività primaria diversa che richieda, per il suo esercizio, uno dei titoli abilitativi indicati e che non sia caratterizzata da assoluta occasionalità ed, inoltre, che la deroga prevista dall'art. 266, comma 5, d.lgs. 152/2006 per l'attività di raccolta e trasporto dei rifiuti prodotti da terzi, effettuata in forma ambulante opera qualora ricorra la duplice condizione che il soggetto sia in possesso del titolo abilitativo per l'esercizio di attività commerciale in forma ambulante ai sensi del d.lgs. 31.03.1998, n. 114 e, dall'altro, che si tratti di rifiuti che formano oggetto del suo commercio (Sez. 3, n. 29992 del 24/06/2014, P.M. in proc. Lazzaro, Rv. 260266, cui si rinvia per i richiami ai precedenti. Conf. Sez. 3, n. 269 del 10/12/2014 (dep. 2015), P.M. in proc. Seferovic, Rv. 261959).
In quella occasione si è in particolare rilevato, richiamando precedenti arresti, che, tenendo presente quanto stabilito dal d.lgs. 114/1998, deve farsi in primo luogo riferimento alla definizione, contenuta nell'art. 4, comma 1, lett. b) di «commercio al dettaglio», descritto come «l'attività svolta da chiunque professionalmente acquista merci in nome e per conto proprio e le rivende, su aree private in sede fissa o mediante altre forme di distribuzione, direttamente al consumatore finale» e che la disciplina astrattamente applicabile è quella regolata dal Titolo X, relativo al commercio al dettaglio su aree pubbliche, queste ultime definite, dall'art. 27, comma 1, lett. b), come «le strade, i canali, le piazze, comprese quelle di proprietà privata gravate da servitù di pubblico passaggio ed ogni altra area di qualunque natura destinata ad uso pubblico».
L'attività commerciale esercitabile è, inoltre, quella indicata dall'art. 18, comma 1, lett. b) e, cioè, quella che può essere svolta «su qualsiasi area purché in forma itinerante» e soggetta all'autorizzazione di cui al successivo comma 4, rilasciata, in base alla normativa emanata dalla Regione, dal Comune nel quale il richiedente, persona fisica o giuridica, intende avviare l'attività.
Veniva ulteriormente chiarito che il raccordo tra le disposizioni in tema di commercio e l'art. 266, comma 5, d.lgs. 152/2006, considerato il tenore letterale delle prime, è reso particolarmente arduo, pur evidenziando che ciò non autorizza una forzata estensione dell'ambito di operatività della disciplina dettata dal d.lgs. 114/1998, che risulta compiutamente definita, né di quella dell'art. 266, comma 5, che, riguardando la materia dei rifiuti, richiede una lettura orientata all'osservanza dei principi generali comunitari e nazionali e, prevedendo un esclusione dal regime generale dei rifiuti, impone sicuramente un'applicazione restrittiva.
Si puntualizzava, inoltre, che l'applicazione della disciplina derogatoria in esame non può prescindere dal contenuto letterale dell'art. 266, comma 5, e, segnatamente, dell'ultima parte della disposizione, laddove l'esonero dall'osservanza della disciplina generale è chiaramente circoscritta ai soli rifiuti che formano oggetto del commercio del soggetto abilitato, con la conseguenza che la verifica del settore merceologico entro il quale il commerciante è abilitato ad operare deve essere oggetto di adeguata verifica, così come la riconducibilità del rifiuto trasportato all'attività autorizzata.
Si osservava, poi, che la deroga è giustificata dalla valutazione di minor pericolosità per la salute e per l'ambiente operata dal legislatore con riguardo ad una attività che poteva pacificamente ricondursi a quella dei c.d. robivecchi, dovendosi nel contempo escludere che la disciplina in esame possa essere utilizzata per legittimare attività diverse che richiedono, invece, il rispetto delle disposizioni di carattere generale.
4. Ciò posto, emerge in primo luogo dall'ordinanza impugnata che
l'oggetto dell'autorizzazione al commercio di cui disponeva l'indagato era, come si è già detto, il «commercio su aree pubbliche itinerante di rottami metallici, carta, cartone, nonché di elettrodomestici usati e ricambi usati per elettrodomestici», mentre il mezzo risultava trasportare, sempre secondo quanto descritto nell'ordinanza, materiale ferroso, parti meccaniche di autovetture, batterie per camion e per auto, elettrodomestici in disuso, cavi in acciaio, travi in ferro.
Dalla semplice descrizione di quanto trasportato emerge chiaramente la solo parziale coincidenza con l'oggetto dell'autorizzazione e ciò per quanto concerne i «rottami metallici», mentre altri rifiuti trasportati rientrano in categorie specifiche ed autonomamente disciplinate.
Gli «elettrodomestici in disuso», che non possono quindi considerarsi come «usati», sono infatti compresi tra i rifiuti elettrici ed elettronici (RAEE) disciplinati dal d.lgs. 14.03.2014, n. 49, mentre le parti meccaniche di autovetture sono specificamente considerate dalle disposizioni riguardanti i veicoli fuori uso (art. 231 d.lgs. 152/2006 e d.lgs. 209/202003) e pile, accumulatori e relativi rifiuti sottostanno alle disposizioni contenute nel d.lgs. 188/2008.
Pare evidente, avuto riguardo alle finalità perseguite con la deroga di cui all'art. 266, comma 5, d.lgs. 152/2006 che tali categorie particolari di rifiuti, che vengono separatamente considerate dal legislatore per la loro particolarità, possano rientrare tra quelli considerati ai fini della deroga medesima, se non altro perché la loro gestione risulta disciplinata in ragione della particolarità del rifiuto, prevedendosi, ad esempio, specifiche disposizioni per la raccolta ed il trasporto, cosicché deve escludersi che tali tipologie di rifiuti possano essere raccolte, trasportate e commercializzate in forma ambulante in deroga, quindi, non soltanto alle disposizioni di cui agli artt. 189, 190, 193 e 212 del d.lgs. 152/2006 ma anche ad altre disposizioni appositamente dettate per categorie particolari di rifiuti.
5. Deve conseguentemente affermarsi che
la deroga di cui al comma quinto dell'art. 266 del d.lgs. 152/2006, per la cui operatività occorre che il soggetto sia in possesso del titolo abilitativo per l'esercizio di attività commerciale in forma ambulante ai sensi del d.lgs. 31.03.1998, n. 114 e che si tratti di rifiuti che formano oggetto del suo commercio non opera con riferimento a categorie di rifiuti che, per la loro peculiarità, sono autonomamente disciplinate.
6. Parimenti, come correttamente si è osservato in ricorso, deve escludersi la possibilità della raccolta del trasporto e del commercio in forma ambulante dei rifiuti pericolosi, anch'essi oggetto di particolare attenzione da parte del legislatore.
Ne consegue che, avuto riguardo alla natura dei rifiuti trasportati, risulta errata la valutazione di piena compatibilità con l'oggetto del titolo abilitativo effettuata dai giudici del riesame. Ciò indipendentemente dalla pericolosità o meno del rifiuto che dipende, in ogni caso, secondo quanto stabilito, dall'art. 184 d.lgs. 152/2006, dalla mera presenza delle caratteristiche di cui all'allegato I della Parte Quarta del presente decreto e che, nel caso in esame, sarebbe stata comunque documentata, secondo quanto affermato in ricorso, dal verbale di sequestro e compiutamente contestata nell'incolpazione provvisoria e che, avuto riguardo alla natura sommaria del procedimento incidentale, non avrebbe dovuto comunque essere provata come invece ritenuto nell'ordinanza impugnata.

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: Stretta sui residui in betoniera. Il calcestruzzo in esubero è considerato tra i rifiuti. La Cassazione esclude dai sottoprodotti le forniture in eccesso respinte dal cliente.
Anche il materiale in esubero che resta nelle betoniere dopo una fornitura di calcestruzzo costituisce, al pari di quello proveniente dalle successive operazioni di lavaggio dei mezzi di trasporto, rifiuto ai sensi del Codice ambientale.

Questo il principio di diritto veicolato dalla sentenza 06.08.2015 n. 34284 della Corte di Cassazione - Sez. fer. penale, pronuncia con la quale il giudice di legittimità ha negato la qualifica di sottoprodotto al suddetto «calcestruzzo in esubero», lasciandolo nel novero dei rifiuti con i connessi oneri gestori a carico dei relativi produttori e detentori.
Alla base della sentenza le attività di gestione effettuate da un impianto di produzione di calcestruzzo sul materiale residuo riportato dalle proprie betoniere in sede all'esito della consegna del relativo carico perché ritenuto dal cliente in eccesso.
Per la Corte di cassazione le operazioni di trattamento (tra cui separazione, essicazione e frantumazione delle componenti) dei residui finalizzati al loro riutilizzo costituisce infatti attività di gestione dei rifiuti, non ricorrendo tutte le condizioni per inquadrarli nella diversa disciplina derogatoria riservata ai sottoprodotti dal dlgs 152/2006.
Il contesto normativo. In base al Codice ambientale sono infatti considerati sottoprodotti (e dunque non soggetti agli stringenti adempimenti dei rifiuti) unicamente le sostanze e gli oggetti che soddisfano (alla luce dell'ultima novella introdotta dal dlgs 205/2010) tutte le condizioni generali ex articolo 184-bis, comma 1, del dlgs 152/2006 o che rispetta i particolari criteri stabiliti (ex successivo articolo 184-bis, comma 2, dello stesso Codice sulla base delle predette condizioni) da parte del legislatore per specifiche categorie di residui (tra cui, a oggi, non figura il calcestruzzo).
In base alle suddette condizioni generali del dlgs 152/2006 (e sulle quali è fondata la ricognizione in questione della corte di Cassazione) sono sottoprodotti solo i residui: originati da un processo di produzione, di cui costituiscono parte integrante, e il cui scopo primario non è la loro produzione; il cui riutilizzo è certo, nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione, da parte del produttore o di terzi; ancora, il cui riutilizzo è diretto, senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale; infine, il cui utilizzo è legale, ossia ha a oggetto beni che soddisfano i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell'ambiente senza comportare su di essi impatti complessivi negativi.
Le condizioni ex dlgs 152/2006: il processo produttivo. La nuova sentenza 34284/2015 rileva innanzitutto che detto «calcestruzzo in esubero» non è un output «secondario» del processo di produzione (come chiesto dall'articolo 184-bis, comma 1, del dlgs 152/2006), ma «primario», per cui a monte non è tecnicamente un «sottoprodotto», ma un prodotto.
A farlo diventare poi rifiuto, suggerisce la sentenza, può in primis essere (come nella fattispecie in esame) la condotta del cliente-destinatario che, entratone nella (seppur temporanea) materiale disponibilità all'atto della consegna della fornitura totale, lo lascia alla conclusione della stessa al trasportatore ritenendolo «in eccesso» rispetto alle proprie necessità, così manifestando la propria intenzione di non volerne più disporne, dunque di volersene disfare (integrando quindi la previsione ex articolo 183, comma 1, lettera a), del Codice ambientale, in base al quale è rifiuto «qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l'intenzione o abbia l'obbligo di disfarsi»).
In tema si ricorda la precedente sentenza 42338/2013 della stessa Corte (richiamata dalla nuova pronuncia in analisi) con cui si è esclusa dal regime dei sottoprodotti i (successivi) residui da lavaggio delle betoniere in quanto sostanze che non sono (come richiesto invece del citato 184-bis, comma 1, del Codice ambientale) parte «integrante» del processo produttivo che vi è a monte.
La certezza del riutilizzo. In base alla nuova sentenza 34284/2015 il calcestruzzo in esubero non era nella fattispecie altresì qualificabile come sottoprodotto poiché mancava la certezza dell'effettivo riutilizzo ai sensi dello stesso articolo 184-bis dlgs 152/2006, essendo la sua destinazione decisa solo successivamente al trattamento e in base alle concrete esigenze dell'azienda o alle richieste dei clienti.
È utile altresì ricordare come pregressa e consolidata giurisprudenza della stessa Corte abbia più ampiamente affermato come tale «certezza» sia configurata solo dalla prova dell'assenza della volontà del disfarsi dei residui, unitamente a quella della destinazione al riutilizzo e della preventiva individuazione e definizione del reimpiego (sentenza 41839/2008).
Il trattamento. Con la sentenza 34284/2015 il giudice di legittimità appare escludere infine la qualifica di sottoprodotto per il calcestruzzo residuo anche sotto il profilo tecnico del citato trattamento cui è stato sottoposto, al quale evidentemente non si riconosce la valenza di «normale pratica industriale».
La Cassazione sottolinea infatti come, nella fattispecie analizzata, il calcestruzzo in esubero che rientrava nello stabilimento non sembrava mantenere la stessa natura di quello prodotto, necessitando di un trattamento specifico per il suo riutilizzo.
Anche in relazione alla circostanza del caso, merita ricordare come dalla stessa Corte siano stati con pregresse sentenze identificati come «diversi» (dalla normale pratica industriale) i trattamenti che comportano trasformazioni radicali, tali da far perdere ai residui la loro identità in funzione del successivo reimpiego (sentenza 17453/2012), così come quelli che non costituiscono parte integrante del processo di produzione (20886/2013) (articolo ItaliaOggi Sette del 28.09.2015).

luglio 2015

AMBIENTE-ECOLOGIA: La Corte di Giustizia, conformante al principio <<chi inquina paga>>, ha stabilito che l’obbligo di riparazione incombe agli operatori solo in misura corrispondente al loro contributo al verificarsi dell’inquinamento o al rischio di inquinamento.
L’articolo 239 del Testo Unico dell’Ambiente nel formulare i principi generali in materia di rifiuti e di bonifiche dei siti contaminati -applicabili anche alla procedura semplificata qui in questione in ragione della superficie coinvolta inferiore a 1000 metri quadrati- richiama i principi e le norme comunitarie con particolare riferimento al principio <chi inquina paga>, ora contenuto anche dall’articolo 3-ter del TUA.
Il cardine di tale principio consiste nell’imputazione dei costi ambientali al soggetto che ha causato la compromissione ecologica, così come affermato dalla Corte di Giustizia nell’ordinanza 09.03.2010 nelle cause riunite C-478/08 e C. 479/08 (<<conformemente al principio “chi inquina paga”, l’obbligo di riparazione incombe agli operatori solo in misura corrispondente al loro contributo al verificarsi dell’inquinamento o al rischio di inquinamento>>).
In conformità a tale principio, gli articoli 242, comma 1, e 244, comma 2, del TUA stabiliscono che, riscontrato un fenomeno di potenziale contaminazione di un sito, gli interventi di caratterizzazione, messa in sicurezza (d’emergenza o definitiva), di bonifica e di ripristino ambientale possono essere imposti dalla pubblica amministrazione solamente ai soggetti “responsabili dell’inquinamento”, quindi ai soggetti che abbiano in tutto o in parte generato la contaminazione tramite un proprio comportamento commissivo od omissivo, legato all’inquinamento da un preciso nesso di causalità.
L’articolo 244 del TUA è inequivoco nell’affermare che, individuato un fenomeno di contaminazione, devono essere svolte le “opportune indagini volte ad identificare il responsabile dell’evento di superamento”.
Coerentemente con il suddetto principio del “chi inquina paga” l’allegato 4 pone gli obblighi di caratterizzazione, analisi rischio e di bonifica e messa in sicurezza in capo al soggetto “responsabile”.
Nessun dubbio sussiste in conseguenza sul fatto che il soggetto obbligato alla caratterizzazione, all’analisi di rischio e alla bonifica o alla messa in sicurezza debba essere l’autore del comportamento che ha causato la contaminazione, che è concettualmente distinto dagli altri possibili soggetti coinvolti o interessati e segnatamente dal proprietario delle aree contaminate.
E’ quindi necessario un rigoroso accertamento al fine di individuare il responsabile dell’inquinamento, nonché del nesso di causalità che lega il comportamento del responsabile all’effetto consistente nella contaminazione.
Tale accertamento presuppone una adeguata istruttoria non essendo configurabile una sorta di responsabilità oggettiva facente capo al proprietario o al possessore dell’immobile in ragione di tale sola qualità.
Il che implica la ricerca di prove certe e inequivoche, non potendo l’accertamento basarsi su mere presunzioni.

8.- I ricorrenti assumono che la sentenza gravata ed anche gli atti impugnati in primo grado non avrebbero chiarito il titolo di coinvolgimento di essi ricorrenti nella procedura di analisi del rischio sito specifica; che sarebbe stato loro addebitato l’onere esclusivamente perché proprietari del sito inquinato; che tale comportamento contravverrebbe ai principi desumibili dal codice dell’ambiente ed al principio comunitario del “chi inquina paga”, ultimamente confermato dalla Corte di Giustizia della UE con la pronuncia del 04.03.2015, in concausa C – 534/13.
La censura è fondata.
8.1- L’articolo 239 del Testo Unico dell’Ambiente nel formulare i principi generali in materia di rifiuti e di bonifiche dei siti contaminati -applicabili anche alla procedura semplificata qui in questione in ragione della superficie coinvolta inferiore a 1000 metri quadrati- richiama i principi e le norme comunitarie con particolare riferimento al principio <chi inquina paga>, ora contenuto anche dall’articolo 3-ter del TUA.
Il cardine di tale principio consiste nell’imputazione dei costi ambientali al soggetto che ha causato la compromissione ecologica, così come affermato dalla Corte di Giustizia nell’ordinanza 09.03.2010 nelle cause riunite C-478/08 e C. 479/08 (<<conformemente al principio “chi inquina paga”, l’obbligo di riparazione incombe agli operatori solo in misura corrispondente al loro contributo al verificarsi dell’inquinamento o al rischio di inquinamento>>). (Nello stesso senso anche la sentenza della Corte di Giustizia 24.06.2008, causa C. 188/07, Comune di Mesquer).
8.2- In conformità a tale principio, gli articoli 242, comma 1, e 244, comma 2, del TUA stabiliscono che, riscontrato un fenomeno di potenziale contaminazione di un sito, gli interventi di caratterizzazione, messa in sicurezza (d’emergenza o definitiva), di bonifica e di ripristino ambientale possono essere imposti dalla pubblica amministrazione solamente ai soggetti “responsabili dell’inquinamento”, quindi ai soggetti che abbiano in tutto o in parte generato la contaminazione tramite un proprio comportamento commissivo od omissivo, legato all’inquinamento da un preciso nesso di causalità.
L’articolo 244 del TUA è inequivoco nell’affermare che, individuato un fenomeno di contaminazione, devono essere svolte le “opportune indagini volte ad identificare il responsabile dell’evento di superamento”.
Coerentemente con il suddetto principio del “chi inquina paga” l’allegato 4 pone gli obblighi di caratterizzazione, analisi rischio e di bonifica e messa in sicurezza in capo al soggetto “responsabile”.
8.3- Nessun dubbio sussiste in conseguenza sul fatto che il soggetto obbligato alla caratterizzazione, all’analisi di rischio e alla bonifica o alla messa in sicurezza debba essere l’autore del comportamento che ha causato la contaminazione, che è concettualmente distinto dagli altri possibili soggetti coinvolti o interessati e segnatamente dal proprietario delle aree contaminate (cfr. tra le tante, Cons. Stato, sez. VI, 18.04.2011, n. 2376).
8.4- E’ quindi necessario un rigoroso accertamento al fine di individuare il responsabile dell’inquinamento, nonché del nesso di causalità che lega il comportamento del responsabile all’effetto consistente nella contaminazione.
Tale accertamento presuppone una adeguata istruttoria non essendo configurabile una sorta di responsabilità oggettiva facente capo al proprietario o al possessore dell’immobile in ragione di tale sola qualità.
Il che implica la ricerca di prove certe e inequivoche, non potendo l’accertamento basarsi su mere presunzioni (cfr., Cons. Stato, sez. VI, 09.01.2013, n. 56; 05.09.2005, n. 4525).
8.5- Fermo tanto, appare indubbia la illegittimità del provvedimento impugnato e la erroneità del percorso motivazionale della sentenza impugnata che si è attestata sulle posizioni dell’amministrazione, atteso che:
   a) la sentenza fonda la responsabilità degli appellanti sulla base di un unico dato, ovvero il fatto che “nell’anno 2000, i proprietari dell’immobile…al fine di impedire l’ulteriore aggravamento del livello di inquinamento, hanno sostituito il serbatoio del gasolio”.
Invero, il serbatoio non fu sostituito ma solamente su di esso furono eseguiti in via cautelativa interventi di vetrificazione, ma la circostanza è comunque irrilevante non essendo riferibile agli appellanti che hanno acquistato la proprietà del bene anni dopo e non può costituire altra prova se non quella di un buon grado di diligenza in capo agli originari proprietari a fronte di un rinvenuto sversamento di idrocarburi nell’area.
   b) ove poi, a tale dato fosse attribuita la valenza di elemento presuntivo, non sarebbe ugualmente sufficiente a fondare la responsabilità dei ricorrenti che al tempo nessun rapporto avevano con l’immobile.
8.6- Peraltro, tale dato e gli altri sui quali il TAR fonda la prova per presunzioni sono privi dei caratteri (gravità, precisione e concordanza) richiesti dal codice civile nella prova per presunzioni, atteso che:
   a) la presenza di contaminante è stata rinvenuta nell’area sovrastante, a monte dei serbatoi di “Casa del Sole” e del locale commerciale “Ristorante Pavia” (cfr. indagini riassunte nella relazione dell’08.02.2010);
   b) la Conferenza di servizi all’uopo convocata aveva ritenuto di disporre indagini integrative “volte alla possibile esclusione delle cisterne del Condominio Casa del Sole e del Ristorante Pavia dalle probabili fonti primarie”;
   c) è stato appurato che i due serbatoi dell’Hotel Astoria e il serbatoio della Casa del Sole non erano a tenuta, mentre il serbatoio del Ristorante Pavia era a tenuta e che l’affioramento del liquido oleoso, riconducibile, presumibilmente, a gasolio, era sulla parte a monte del Ristorante Pavia e che la parte di monte del serbatoio della “Casa del Sole” era risultato contaminato, mentre il campione di valle è risultato solamente con superamenti di CSC.
A fronte di tali elementi, non può condividersi la conclusione cui perviene il TAR “con ciò non potendo escludere che anche tale serbatoio, assieme a quelli ubicati a monte di esso abbia dato luogo a sversamenti di idrocarburi dal suo interno”, atteso che non è sorretta dalle risultanze istruttorie che si pongono in termini dubitativi quanto al coinvolgimento del Ristorante Pavia.
8.7- Anche la relazione dell’ARPA dell’11.07.2012, richiamata in sentenza, non integra un elemento certo da cui desumere la imputabilità al Ristorante Pavia dell’inquinamento.
A parte che detta relazione non è nemmeno richiamata nel provvedimento impugnato, essa riguarda l’indagine relativa al serbatoio interrato a servizio dell’edificio “Casa del Sole” ed in relazione al medesimo, l’ARPA ha concluso di “non poter escludere che anche tale serbatoio assieme a quelli ubicati a monte di esso abbia dato luogo in passato a sversamenti di idrocarburi dal suo interno”.
Invero, dalla richiamata relazione dell’accertamento dell’ARPA che si esprime in termini perplessi e dubitativi non può farsi derivare, come ha fatto il TAR, un elemento di certezza del coinvolgimento del Ristorante Pavia nel fenomeno di inquinamento da idrocarburi.
8.8- La sentenza trascura poi la fondamentale circostanza che gli appellanti non erano proprietari del suddetto immobile al momento dell’adozione del provvedimento impugnato, né nell’anno 2000, quando si sono verificati i primi fenomeni di affioramento di carburante, e che negli anni successivi non hanno avuto la disponibilità dell’azienda avendola affittata a terzi.
Quanto all‘applicazione dei principi civilistici in base ai quali incombe al proprietario la responsabilità per i danni che il bene locato dovesse arrecare ai terzi, trattasi di principi che possono trovare applicazione in via sussidiaria, dovendo darsi prevalenza al principio di rango comunitario sulla responsabilità da inquinamento in base al quale “chi inquina, paga” e sempre che sussista un comportamento colpevole (a titolo di dolo o colpa) del proprietario il quale, avendo acquisito consapevolezza dell’inquinamento non abbia preteso dal conduttore responsabile le necessarie opere di bonifica (cfr. Cass. civ. III, n. 6525 del 2011).
In tal senso è anche la univoca giurisprudenza dei TAR e del Consiglio di Stato che ha affrontato la questione sulla responsabilità da inquinamento ambientale nel caso di immobile condotto in locazione da terzi (cfr. Cons. Stato, sez. V, n. 3274 del 2014; sez. IV, n. 8501 del 2010; sez. III, n. 4328 del 2003).
9.- Assume, invero, la Regione che la circostanza che i ricorrenti non fossero più proprietari del ristorante al momento della notifica del provvedimento sarebbe irrilevante, atteso che essi non sarebbero stati coinvolti nella qualità di proprietari ma di responsabili dell’inquinamento e che le vicende proprietarie non sarebbero state comunicate all’amministrazione regionale, nel mentre gli appellanti avrebbero partecipato alle conferenze di servizi tenutesi nel 2012 e nel 2013, senza mai accennare alla cessione della proprietà medio tempore intervenuta e che, comunque alla data dei fatti essi erano proprietari del ristorante.
Tale prospettazione, peraltro contraddittoria, incentrata sulle disposizioni di cui agli articoli 1575 e 1576 del codice civile, in base ai quali spetterebbe al proprietario il controllo e la manutenzione della cisterna, non è idonea, come già detto, a contestare il principio di origine comunitaria del “chi inquina paga” che prescindendo dall’esistenza di un rapporto giuridico qualificato con la cosa che ha prodotto il danno, privilegia la responsabilità di chi ha procurato di fatto il danno.
Ne consegue che la responsabilità del proprietario è ipotizzabile solamente nel caso di comportamento colpevole, nel mentre ai sensi degli articoli 1575 e 1576 del codice civile, il conduttore è custode della cosa locata e grava su di esso l’onere di mantenere la cosa locata in buono stato e di segnalare al proprietario ogni fatto che possa procurare danni, non potendosi di conseguenza presumere la responsabilità in base ad un’asserita e indimostrata culpa in vigilando del proprietario.
Nella ricerca del responsabile è quindi rilevante la circostanza che il ristorante fosse stato dato per lungo tempo in locazione, in particolare dal 1997 al 2004 e dal mese di novembre 2005 al 30.04.2007, essendo evidente che ove fossero state accertate inadempienze in tale periodo e lo sversamento di carburante dalla cisterna, sarebbe stato responsabile il gestore dell’azienda che, avendone la disponibilità, avrebbe dovuto prontamente evitare il danno ed informarne tempestivamente il proprietario.
10.- Per mera completezza, va ritenuta fondata anche la censura di erroneità della sentenza gravata nella parte in cui non ha annullato la condanna in via solidale degli appellanti all’esecuzione dell’attività di verifica, la quale in limine avrebbe dovuto essere imputata in ragione delle singole percentuali di responsabilità.
La Corte di Giustizia conformante al principio <<chi inquina paga>>, ha stabilito nella citata pronuncia del 04.03.2015, in concausa C–534/13 che l’obbligo di riparazione incombe agli operatori solo in misura corrispondente al loro contributo al verificarsi dell’inquinamento o al rischio di inquinamento.
Non può, quindi, condividersi l’opposta tesi dell’amministrazione che ritiene la responsabilità solidale più confacente alla tutela del pubblico interesse finalizzato a garantire un celere intervento di messa in sicurezza del bene e lascia impregiudicata l’azione di regresso nei confronti degli altri obbligati, atteso che non possono trovare ingresso, in ragione della specialità della materia, i principi civilistici in materia di concorso nella causazione del danno che impongono l’obbligo della solidarietà risarcitoria (art. 2055 cod. civ.).
Per le ragioni esposte l’appello deve essere accolto (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 30.07.2015 n. 3756 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - CONDOMINIO: Cassonetti solo in cortile se c’è il «porta a porta». Raccolta rifiuti. Tar Piemonte.
I cassonetti vanno messi nei cortili condominiali nel caso di raccolta di rifiuti “porta a porta”.
Il TAR Piemonte, Sez. I, con la sentenza 10.07.2015 n. 1169 ha ritenuto che i condòmini sono tenuti a posizionare i cassonetti della raccolta differenziata all’interno dei cortili quando in ambito cittadino siano attuati i sistemi di raccolta differenziata “porta a porta”.
Il condominio ricorrente aveva impugnato l’atto con cui il gestore del servizio pubblico di raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti urbani del Comune di Torino, aveva imposto al condominio di procedere alla collocazione dei cassonetti della raccolta differenziata all’interno del cortile condominiale, con l’obbligo di esporli sulla pubblica via nelle aree e nei giorni stabiliti dal gestore. A parere del condominio l’internalizzazione dei rifiuti non costituirebbe un principio di carattere generale, e in ogni caso ne consentirebbe la derogabilità in presenza di specifici presupposti .
Il Tar non ha condiviso l’argomentazione, ritenendo che il regolamento comunale di gestione dei rifiuti urbani prevedesse la collocazione dei cassonetti sul suolo pubblico salvo che non fossero attuati in ambito cittadino sistemi di raccolta differenziata “porta a porta”, nel qual caso scatterebbe il diverso principio secondo cui i proprietari privati hanno l’obbligo di posizionare i cassonetti della raccolta differenziata all’interno degli spazi pertinenziali di proprietà e di esporli su suolo pubblico nei giorni e nelle ore di raccolta stabiliti dal gestore del servizio pubblico.
Pertanto, avendo il Comune di Torino introdotto già da tempo il sistema di raccolta differenziata “porta a porta” in ambito cittadino, estendendolo gradualmente nel corso del tempo alle diverse zone cittadine, il principio generale applicabile risultava quello della collocazione dei cassonetti all’interno degli spazi pertinenziali di proprietà privata.
Il Tar, pur riconoscendo che la circolare del presidente della giunta regionale n. 3 del 25.07.2005 ammetteva delle deroghe nel caso in cui l’internalizzazione dei cassonetti poteva costituire intralcio o ostacolo al passaggio nelle stesse pertinenze dei fabbricati o dare luogo a problemi igienici, ha ritenuto che nel caso di specie il gestore non aveva imposto al condominio una precisa collocazione dei cassonetti, ma i suoi dipendenti si erano limitati ad individuare quella collocazione come la più confacente.
In altre parole, il contenuto dell’imposizione del gestore era limitato all’obbligo del condominio di collocare i cassonetti all’interno del cortile condominiale. Restava in facoltà del condominio proporre al gestore una diversa collocazione dei cassonetti all’interno del cortile condominiale che arrecasse minor pregiudizio alle ragioni dei condomini e che nel contempo fosse tecnicamente attuabile senza pregiudizio per l’efficace gestione del servizio pubblico di raccolta dei rifiuti urbani.
La circostanza poi che l’internalizzazione dei cassonetti avrebbe sottratto dei posti già adibiti a parcheggio, a parere del Tribunale era irrilevante, trattandosi di meri interessi privati destinati a recedere a fronte dell’interesse pubblico alla corretta realizzazione del sistema di raccolta dei rifiuti “porta a porta
(articolo Il Sole 24 Ore del 29.12.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIALa sezione condivide l'impostazione del TAR secondo cui le norme di cui agli artt. 242 e segg. del d.lgs. n. 152/2006 vanno interpretate nel senso che l'obbligo di adottare le misure dirette a fronteggiare la situazione di inquinamento incombe su colui che di tale situazione sia responsabile per avervi dato causa.
La fonte dell'obbligo di procedere alla messa in sicurezza e all'eventuale bonifica del sito inquinato si identifica, cioè, nella responsabilità dell'autore dell'inquinamento, sicché al proprietario non responsabile di quest’ultimo -e in questo senso «incolpevole»- non è addossabile alcun obbligo di bonificare o di mettere in sicurezza.
Invero, l'Adunanza plenaria di questo Consiglio ha enunciato i seguenti principi:
"Gli art. 244, 245 e 253 d.lgs. n. 152 del 2006 vanno interpretati nel senso che, in caso di accertata contaminazione di un sito, e di impossibilità di individuarne il soggetto responsabile o di ottenere da quest'ultimo interventi di riparazione, l’Amministrazione non può imporre al proprietario non responsabile, che ha solo una responsabilità patrimoniale limitata al valore del sito dopo il compimento degli interventi di bonifica, l'esecuzione delle misure di sicurezza d'emergenza e di bonifica.
Ai sensi dell'art. 242 del d.lgs. n. 152/2006, infatti, è il responsabile dell'inquinamento il soggetto sul quale gravano gli obblighi di messa in sicurezza, bonifica e ripristino ambientale in presenza di uno stato di contaminazione.
Il proprietario non responsabile è gravato di una specifica obbligazione di «facere», che riguarda l'adozione delle misure di prevenzione ex art. 242, comma 1 (che sono quelle da intraprendere «entro ventiquattro ore», al verificarsi di un evento potenzialmente in grado di contaminare il sito). A carico del proprietario dell'area che non sia altresì qualificabile come responsabile dell'inquinamento, non incombe alcun ulteriore obbligo di «facere»; in particolare, egli non è tenuto a porre in essere gli interventi di messa in sicurezza d'emergenza e di bonifica, ma ha solo la facoltà di eseguirli, per mantenere l'area libera da pesi (art. 245).
Pertanto, nell'ipotesi di mancata individuazione del responsabile, o di mancata esecuzione degli interventi in esame da parte sua –e sempreché non provvedano spontaneamente né il proprietario del sito, né altri soggetti interessati–, le opere di recupero ambientale devono essere eseguite dall'Amministrazione competente (art. 250), che potrà poi rivalersi sul proprietario del sito, nei limiti del valore dell'area bonificata, anche esercitando, ove la rivalsa non vada a buon fine, le garanzie gravanti sul terreno oggetto dei medesimi interventi (art. 253).
L’Adunanza plenaria, infine, con la stessa pronuncia ha rimesso alla Corte di giustizia dell'Unione europea la questione pregiudiziale tesa a stabilire se ostassero alla normativa nazionale così delineata i principi dell'Unione europea in materia ambientale sanciti dall'art. 191, par. 2, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea e dalla direttiva 2004/35/Ce del 21.04.2004 (in particolare, il principio «chi inquina paga», il principio di precauzione, il principio dell'azione preventiva, il principio, della correzione, in via prioritaria, alla fonte, dei danni causati all'ambiente)".

6a Il primo Giudice ha rilevato che le norme di cui agli artt. 242 e segg. del d.lgs. n. 152/2006 vanno interpretate nel senso che l'obbligo di adottare le misure dirette a fronteggiare la situazione di inquinamento incombe su colui che di tale situazione sia responsabile per avervi dato causa.
La fonte dell'obbligo di procedere alla messa in sicurezza e all'eventuale bonifica del sito inquinato si identifica, cioè, nella responsabilità dell'autore dell'inquinamento, sicché al proprietario non responsabile di quest’ultimo -e in questo senso «incolpevole»- non è addossabile alcun obbligo di bonificare o di mettere in sicurezza.
6b La Sezione condivide questa impostazione, attesa la sua conformità agli orientamenti della Adunanza plenaria di questo Consiglio, che con la decisione del 25.09.2013, n. 21, ha enunciato, invero, i seguenti principi.
Gli art. 244, 245 e 253 d.lgs. n. 152 del 2006 vanno interpretati nel senso che, in caso di accertata contaminazione di un sito, e di impossibilità di individuarne il soggetto responsabile o di ottenere da quest'ultimo interventi di riparazione, l’Amministrazione non può imporre al proprietario non responsabile, che ha solo una responsabilità patrimoniale limitata al valore del sito dopo il compimento degli interventi di bonifica, l'esecuzione delle misure di sicurezza d'emergenza e di bonifica.
Ai sensi dell'art. 242 del d.lgs. n. 152/2006, infatti, è il responsabile dell'inquinamento il soggetto sul quale gravano gli obblighi di messa in sicurezza, bonifica e ripristino ambientale in presenza di uno stato di contaminazione.
Il proprietario non responsabile è gravato di una specifica obbligazione di «facere», che riguarda l'adozione delle misure di prevenzione ex art. 242, comma 1 (che sono quelle da intraprendere «entro ventiquattro ore», al verificarsi di un evento potenzialmente in grado di contaminare il sito). A carico del proprietario dell'area che non sia altresì qualificabile come responsabile dell'inquinamento, non incombe alcun ulteriore obbligo di «facere»; in particolare, egli non è tenuto a porre in essere gli interventi di messa in sicurezza d'emergenza e di bonifica, ma ha solo la facoltà di eseguirli, per mantenere l'area libera da pesi (art. 245).
Pertanto, nell'ipotesi di mancata individuazione del responsabile, o di mancata esecuzione degli interventi in esame da parte sua –e sempreché non provvedano spontaneamente né il proprietario del sito, né altri soggetti interessati–, le opere di recupero ambientale devono essere eseguite dall'Amministrazione competente (art. 250), che potrà poi rivalersi sul proprietario del sito, nei limiti del valore dell'area bonificata, anche esercitando, ove la rivalsa non vada a buon fine, le garanzie gravanti sul terreno oggetto dei medesimi interventi (art. 253).
L’Adunanza plenaria, infine, con la stessa pronuncia ha rimesso alla Corte di giustizia dell'Unione europea la questione pregiudiziale tesa a stabilire se ostassero alla normativa nazionale così delineata i principi dell'Unione europea in materia ambientale sanciti dall'art. 191, par. 2, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea e dalla direttiva 2004/35/Ce del 21.04.2004 (in particolare, il principio «chi inquina paga», il principio di precauzione, il principio dell'azione preventiva, il principio, della correzione, in via prioritaria, alla fonte, dei danni causati all'ambiente).
La Corte di Giustizia, con la sentenza della Sez. III 04.03.2015, n. 534, si è pronunciata in senso negativo, rilevando che la disciplina comunitaria non osta ad una normativa nazionale dai contenuti sopra sintetizzati.
6c La Corte di Giustizia nell’occasione ha puntualizzato che il principio «chi inquina paga», con il corollario dell’immunità del proprietario incolpevole, varrebbe solo a partire dall’aprile del 2007, dovendo farsi riferimento per il periodo anteriore ai contenuti del diritto nazionale.
Da ciò le Amministrazioni parti in causa hanno tratto allora l’illazione che la soc. M. potrebbe ben essere reputata responsabile per i fatti anteriori al 2007.
A tanto l’originaria ricorrente ha però stato esattamente obiettato che:
- il rilievo avrebbe richiesto la proposizione di un rituale motivo d’appello avverso la sentenza in epigrafe, condizione che non è stata soddisfatta;
- il provvedimento amministrativo impugnato (e, di riflesso, la presente controversia) riguarda, in ogni caso, solo la determinazione dell’aggravamento del cd «inquinamento storico», che è stato accertato solo in epoca posteriore (a partire dal 2010).
E’ pertanto irrilevante verificare se il diritto nazionale, anche prima dell’entrata in vigore del d.lgs. n. 152/2006, abbia richiesto per l’imposizione degli interventi di messa in sicurezza, bonifica e ripristino ambientale l’esistenza di un nesso causale con la condotta del destinatario
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 09.07.2015 n. 3449 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: Rifiuti. Materiali provenienti da demolizioni.
I materiali provenienti da demolizioni rientrano nel novero dei rifiuti in quanto oggettivamente destinati all'abbandono, l'eventuale recupero è condizionato a precisi adempimenti, in mancanza dei quali detti materiali vanno considerati, comunque, cose di cui il detentore ha l'intenzione di disfarsi; l'eventuale assoggettamento di detti materiali a disposizioni più favorevoli che derogano alla disciplina ordinaria implica la dimostrazione, da parte di chi le invoca, della sussistenza di tutti i presupposti previsti dalla legge.
4. Ciò posto, deve rilevarsi anche come il Tribunale abbia chiaramente evidenziato che le allegazioni difensive risultavano meramente assertive, non fornendo alcun concreto elemento a sostegno dell'affermazione di una diversa natura e destinazione dei materiali rinvenuti sull'area in sequestro ed erano contraddette dalle risultanze investigative poste in evidenza.
Altrettanto avviene nel ricorso sottoposto all'attenzione di questa Corte, dove si continua a negare la natura di rifiuto dei materiali suddetti e la loro destinazione ad una successiva utilizzazione.
Tali argomentazioni, tuttavia, oltre a porsi nuovamente in contrasto con dati fattuali evidenziati dai giudici del riesame e non suscettibili di valutazione in questa sede di legittimità, si basano su affermazioni inconferenti e giuridicamente errate.
5. Va infatti rilevato come, ai fini della configurabilità del reato ipotizzato, non sia affatto necessario l'espletamento di una consulenza tecnica per accertare la natura e la composizione dei rifiuti né, tanto meno, la loro pesatura per verificarne la quantità esatta, quando, come nel caso di specie, tali dati siano verificabili attraverso l'esame diretto.
Invero l'art. 184, comma 3, lett. b), d.lgs. 152/2006 definisce come rifiuti speciali quelli derivanti dalle attività di demolizione e costruzione, nonché i rifiuti che derivano dalle attività di scavo, fermo restando quanto disposto dall'articolo 184-bis in materia di sottoprodotti (v. Sez. 3, n. 3202 del 02/10/2014 (dep. 2015), Giaccari, Rv. 262128; Sez. 3, n. 17823 del 17/01/2012, Celano, Rv. 252617; Sez. 3, n. 37280 del 12/06/2008, Picchioni, Rv. 241088; Sez. 3, n. 33882 del 15/06/2006, RM. in proc. Barbati ed altri, Rv. 235114).
Dunque, le caratteristiche del rifiuto e la sua classificazione, considerata la natura, non necessitano, di regola, di particolari verifiche o analisi, essendone immediatamente rilevabile la provenienza e trattandosi di materiali del quale solitamente ci si disfa, salvo destinarli a successivi impieghi che vanno, però, dimostrati, cosa che non è avvenuta nel caso in esame.
6. I ricorrenti si riferiscono infatti, in un primo momento, del tutto incidentalmente, ad una non meglio specificata «temporaneità del deposito» che i giudici del riesame avrebbero omesso di considerare, per poi affermare che i materiali sarebbero classificabili come sottoprodotti.
Tali circostanze risultano, però, platealmente smentite da un dato fattuale inequivocabile posto in evidenza dai giudici del riesame laddove si evidenzia, nell'ordinanza impugnata, che i rifiuti risultavano livellati ed accumulati sul posto nel corso degli anni, verosimilmente mediante l'ausilio di mezzi meccanici.
Una simile evenienza è, da sola, chiaramente sintomatica della definitiva collocazione dei rifiuti sull'area sequestrata.
Inoltre, tanto il deposito temporaneo (se a quello definito dall'art. 183 comma 1, lett. bb), d.lgs. 152/2006 intendono riferirsi i ricorrenti) quanto i sottoprodotti, necessitano di specifici requisiti chiaramente indicati dalla legge, la cui sussistenza deve essere dimostrata da chi invoca l'applicazione di tali disposizioni che derogano alla disciplina generale sui rifiuti (v. Sez. 3, n. 17453 del 17/04/2012, Busè, Rv. 252385; Sez. 3, n. 16727 del 13/04/2011, Spinello, non massimata; Sez. 3, n. 41836 del 30/09/2008, Castellano, Rv. 241504, in tema di sottoprodotti; Sez. 3, n. 15680 del 03/03/2010, Abbatino, non massimata; Sez. 3, n. 21587 del 17/03/2004, Marucci, non massimata; Sez. 3, n. 30647de1 15/06/2004, Dell'Angelo, non massimata, in tema di deposito temporaneo e, con riferimento alle terre e rocce da scavo, Sez. 3, n. 35138 del 18/06/2009, Bastone Rv. 244784; Sez. 3, n. 37280 del 12/06/2008, Picchioni, Rv. 241087; Sez. 3, n. 9794 del 29/11/2006 (dep. 2007), Montigiani, non massimata sul punto) e, nel caso in esame, tale dimostrazione manca del tutto.
In ogni caso, difetterebbero, quanto meno, secondo quanto accertato in fatto nell'ambito della limitata cognizione attribuita ai giudici del riesame, la raccolta dei rifiuti nel luogo della produzione con riferimento al deposito temporaneo (atteso che gli stessi ricorrenti affermano, a pag. 6 del ricorso, che i materiali provenivano da «attività di escavazione compiuta su fondi limitrofi di loro proprietà») e, per ciò che riguarda i sottoprodotti, l'origine da un «processo di produzione», di cui costituiscono parte integrante.
7. Deve conseguentemente affermarsi il
principio secondo il quale i materiali provenienti da demolizioni rientrano nel novero dei rifiuti in quanto oggettivamente destinati all'abbandono, l'eventuale recupero è condizionato a precisi adempimenti, in mancanza dei quali detti materiali vanno considerati, comunque, cose di cui il detentore ha l'intenzione di disfarsi; l'eventuale assoggettamento di detti materiali a disposizioni più favorevoli che derogano alla disciplina ordinaria implica la dimostrazione, da parte di chi lo invoca, della sussistenza di tutti i presupposti previsti dalla legge
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 08.07.2015 n. 29084 - tratto da www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Nozione di disfarsi.
Certamente indice rivelatore dell'intenzione di disfarsi -ove essa non si sia sostanziata, in modo di per sé incompatibile con un altro diverso atteggiamento della volontà, in un abbandono da parte del detentore e nella conseguente perdita di ogni possibilità di suo controllo su detti beni- potrà essere, oltre alla tipologia di essi, la modalità con la quale i detti materiali sono depositati.
E', infatti, di tutta evidenza che un deposito di materiali che già hanno esaurito la loro utilità principale secondo modalità che non fanno ritenere che gli stessi siano più suscettibili di fornirne una ulteriore, lascia legittimamente presumere all'interprete che di questi il detentore si sia in tal modo disfatto ovvero abbia l'intenzione di disfarsene.
Col primo motivo di impugnazione il ricorrente deduce la erroneità della qualificazione di rifiuto attribuita dal giudice di prime cure ai materiali rinvenuti dagli agenti della Polizia municipale di Olevano Romano su di un terreno nella disponibilità del ricorrente.
Giova, prima di esaminare la correttezza o meno della qualificazione operata dal Tribunale di Tivoli, rilevare che, secondo quanto riportato in fatto nella sentenza impugnata, il materiale in questione (costituito da: cabine telefoniche rimosse, pali telefonici in metallo anch'essi rimossi dal loro originario luogo di impianto, fili e cabine elettriche, bombole di gas esaurite, pedane di legno, ferraglia, pneumatici in disuso, fresatura d'asfalto, bidoni di catrame, parti di veicoli in disuso, corrugati plastici e materiale bituminoso vario) appariva abbandonato in modo incontrollato sul terreno senza alcun accorgimento volto ad evitare la contaminazione del suolo.
Tanto premesso rileva la Corte che del concetto di rifiuto il legislatore ha dettato, all'art. 183, comma 1, lett. a), del dlgs n. 152 del 2006, una precisa definizione normativa, affermando che deve intendersi per rifiuto qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l'intenzione o l'obbligo di disfarsi.
Trattasi, perciò, di una definizione che non si caratterizza per la individuazione di elementi intrinseci di determinati oggetti o sostanze che, se presenti, ne determinano la attribuzione della qualificazione di rifiuto, quanto, piuttosto, di una definizione di tipo funzionale, essendo rifiuto tutto ciò di cui il detentore si sia disfatto ovvero intenda disfarsi o sia obbligato a farlo.
E' di tutta evidenza che, in assenza di previsioni normative che prevedano, appunto, in determinati casi e con riferimento a determinate sostanze uno specifico obbligo in capo al detentore in ordine al loro smaltimento, prevedendone eventualmente anche le modalità di effettuazione, sarà compito del'interprete, in relazione alla generalità delle altre sostanze od oggetti, evidenziare se nella condotta del detentore di esse sia riscontrabile, in atto od in potenza, il concetto del "disfarsene" in ragione del quale è legittimo attribuire ai predetti beni la nozione di rifiuto.
Certamente indice rivelatore di tale intenzione -ove essa non si sia sostanziata, in modo di per sé incompatibile con un altro diverso atteggiamento della volontà, in un abbandono da parte del detentore e nella conseguente perdita di ogni possibilità di suo controllo su detti beni- potrà essere, oltre alla tipologia di essi, la modalità con la quale i detti materiali sono depositati.
E', infatti, di tutta evidenza che un deposito di materiali che già hanno esaurito la loro utilità principale secondo modalità che non fanno ritenere che gli stessi siano più suscettibili di fornirne una ulteriore, lascia legittimamente presumere all'interprete che di questi il detentore si sia in tal modo disfatto ovvero abbia l'intenzione di disfarsene.
Nel caso in esame il Tribunale di Tivoli del tutto legittimamente ha ritenuto che i beni sopra descritti, abbandonati alla rinfusa ed in stato di degrado progressivamente ingravescente, fossero stati lasciati dall'odierno ricorrente con la chiara intenzione di disfarsene e non, come invece sostenuto dal Da., per disporre di essi per un successivo riutilizzo.
D'altra parte la natura stessa di buona parte dei predetti beni è tale da non consentirne, se non a seguito di un articolato processo di ricondizionamento, certamente non in atto al momento dell'intervento della Polizia municipale descritto nella impugnata sentenza, un successivo riutilizzo
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 08.07.2015 n. 29069 - tratto da www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti illeciti, sì alle fototrappole.
Il comune può utilizzare alcune fototrappole in zone periferiche e di campagna per contrastare alcuni fenomeni molto diffusi di scarico illecito di rifiuti ma la sua concreta attuazione richiede l'adozione di particolari cautele ed attenzioni per i connessi aspetti di tutela della privacy e della riservatezza della collettività coinvolta.
È consigliabile che il relativo progetto, prima della sua approvazione venga sottoposto a una verifica preliminare di ammissibilità da parte dell'autorità garante per la protezione dei dati personali.
Il progetto comunale, contenente le linee amministrative e operative dell'iniziativa, andrà approvato anche dall'organo collegiale esecutivo e demandato per la relativa esecuzione, con eventuale assegnazione delle risorse finanziarie necessarie (ulteriori videocamere, cartellonistica ecc.), al dirigente responsabile del servizio di polizia comunale o del dirigente cui risultano organizzativamente assegnate le relative funzioni in sede locale.

Questa è la risposta 02.07.2015 fornita dall'Anci su un quesito posto da un comune sui sistemi di videosorveglianza.
A mente delle prescrizioni dettate dal garante nel corso degli anni (ultimo dell'08.04.2010), sottolinea l'Anci i soggetti pubblici, in qualità di titolari del trattamento (articolo 4, comma 1, lettera f), del codice della privacy), possono trattare dati personali nel rispetto del principio di finalità, perseguendo scopi determinati, espliciti e legittimi soltanto per lo svolgimento delle proprie funzioni istituzionali.
Ciò vale ovviamente anche in relazione a rilevazioni di immagini mediante sistemi di videosorveglianza. Anche per i soggetti pubblici sussiste l'obbligo di fornire previamente l'informativa agli interessati.
Nel caso di specie, però, il garante ha previsto particolari disposizioni a favore dei trattamenti effettuati dagli organi di polizia, che in alcuni casi affrancano in tutto o in parte dalle ordinarie forme di informativa, le cui modalità sono puntualmente chiarite e descritte nel richiamato provvedimento dell'08.04.2010, con particolare riferimento ai punti 3 e 5, oltre che agli allegati (modelli di informativa su supporto che indichino l'attivazione anche in orario notturno e possibile registrazione con sistemi simbolici o riassuntivi) (articolo ItaliaOggi del 04.07.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Il sistema di videosorveglianza.
DOMANDA:
Il comune intende utilizzare alcune fototrappole (strumenti utilizzati soprattutto da cacciatori e polizia provinciale e che effettuano fotografie in sequenza molto rapida al passaggio davanti al loro raggio di azione) in zone periferiche e di campagna per contrastare alcuni fenomeni molto diffusi di scarico illecito di rifiuti.
Che accorgimenti occorre adottare? Occorre effettuare una programmazione da comunicare ad enti sovraordinati? Occorre installare della segnaletica a tutela della privacy o si possono effettuare accertamenti a sorpresa?
Il Comune intenderebbe utilizzarle, soprattutto di notte, senza segnalamento, travisate (sono grandi quanto una cassetta postale ordinaria) ed a rotazione (sono 4) in varie zone della città in modo da non dare punti di riferimento e scoraggiare lo scarico abusivo.
Occorre adottare qualche atto dirigenziale o dell'organo politico? Ci sono differenziazioni di tutela ove si utilizzino di notte in aperta campagna o nella mattina presso i cassonetti ovvero presso discariche abusive?
RISPOSTA:
L’iniziativa ipotizzata dal proponente del quesito è da ritenere non preclusa all’ente locale interessato, ma la sua concreta attuazione richiede l’adozione di particolari cautele ed attenzioni per i connessi aspetti di tutela della privacy e della riservatezza della collettività coinvolta.
A tal specifico proposito, salvo quanto in prosieguo si dirà sulla concreta organizzazione (amministrativa e logistica) dell’intervento, è consigliabile che il relativo progetto, prima della sua approvazione venga sottoposto ad una verifica preliminare di ammissibilità da parte dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali (artt. 17 e 154, comma 1, lettera c), del Codice della Privacy approvato con il D.Lgs. n. 196/2003).
L’iniziativa ipotizzata, infatti, concerne un progetto, nei termini e con le modalità sopra descritte, per finalità di sicurezza urbana tramite un preesistente sistema locale di videosorveglianza, da incrementare per gli scopi specifici.
In particolare, il sistema di sorveglianza, come pensato dal proponente, dovrebbe dispiegare la sua azione prolungata durante l’intera frazione notturna (o gran parte) della giornata.
Il progetto, come si accennava, è sicuramente esperibile, ma non potrà sottrarsi al rispetto delle (specifiche) prescrizioni in materia di informativa di cui all’art. 13 del citato Codice Privacy.
A mente delle prescrizioni dettate dal Garante nel corso degli anni (ultimo del 08.04.2010), i soggetti pubblici, in qualità di titolari del trattamento (art. 4, comma 1, lett. f), del Codice), possono trattare dati personali nel rispetto del principio di finalità, perseguendo scopi determinati, espliciti e legittimi (art. 11, comma 1, lett. b), del Codice), soltanto per lo svolgimento delle proprie funzioni istituzionali. Ciò vale ovviamente anche in relazione a rilevazioni di immagini mediante sistemi di videosorveglianza (art. 18, comma 2, del Codice).
Anche per i soggetti pubblici sussiste l'obbligo di fornire previamente l'informativa agli interessati (art. 13 del Codice).
Nel caso di specie, però, il Garante ha previsto particolari disposizioni a favore dei trattamenti effettuati dagli organi di polizia, che in alcuni casi affrancano in tutto o in parte dalle ordinarie forme di informativa, le cui modalità sono puntualmente chiarite e descritte nel richiamato provvedimento del 2010, che si invita a consultare, con particolare riferimento ai punti 3 e 5, oltre che agli allegati (modelli di informativa su supporto che indichino l’attivazione anche in orario notturno e possibile registrazione con sistemi simbolici o riassuntivi).
Il progetto comunale, contenente le linee amministrative e operative dell’iniziativa, andrà approvato dall’organo collegiale esecutivo e demandato per la relativa esecuzione, con eventuale assegnazione delle risorse finanziarie necessarie (ulteriori videocamere, cartellonistica, ecc.), al dirigente responsabile del servizio di Polizia Comunale o del dirigente cui risultano organizzativamente assegnate le relative funzioni in sede locale (link a www.ancirisponde.ancitel.it).

giugno 2015

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: Interventi di bonifica dei siti contaminati da eseguirsi ai sensi della parte IV - Titolo V del Dlgs 152/2006 all'interno del perimetro del SIR "Chieti Scalo" istituito con DGR 121/2011- Richiesta modalità procedurale per l'acquisizione di parere e autorizzazione paesaggistica ex art. 146 del Dlgs 42/2004 (ente sub delegato). Riscontro (Regione Abruzzo, nota 19.06.2015 n. 162248 prot.).
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Si fa seguito alla richiesta prot. 22819 del 30.04.2015 n. 20961 del 12.05.2012, in relazione a due distinti quesiti, miranti a far luce sulla corretta procedura per il rilascio dell'autorizzazione paesaggistica ex art. 146 del Dlgs 42/2004 nonché sui casi di esclusione previsti all'art. 149 dello stesso decreto. (...continua).

AMBIENTE-ECOLOGIA: E' legittima l'ordinanza comunale adottata nei confronti dell'ANAS in ordine alla rimozione dei rifiuti abbandonati a latere della S.S..
L'ordinanza qui gravata trova adeguato fondamento nell’art. 14 del Codice della Strada -richiamato nelle premesse del provvedimento, il quale reca la firma oltre che del Commissario prefettizio anche del Responsabile del Settore Ambiente e manutenzione- in quanto i rifiuti urbani, di cui si ordina la rimozione all’ANAS, risultano collocati lungo il percorso extraurbano della Strada Statale n. 19;
Si tenga presente che:
- la norma dell’art. 14 della Codice della Strada, intitolato “poteri e compiti degli enti proprietari delle strade”, e per essi dei concessionari, dispone che detti proprietari e concessionari, “allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione”, debbano provvedere (lett. a) “alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi”;
- “anche sotto un profilo di sicurezza stradale e di efficiente operatività del servizio di raccolta rifiuti una diversa interpretazione non trova apprezzabili riscontri, perché sarebbe, con tutta evidenza, illogico imporre al Comune il dovere di rimuovere i rifiuti abbandonati su strada e sue pertinenze, di proprietà di soggetto terzo, poiché la relativa attività comporterebbe l’occupazione della carreggiata con mezzi pesanti per la raccolta e il trasporto dei rifiuti, nonché il transito di operatori ecologici per le altre attività proprie della raccolta rifiuti, che sono oggettivamente incompatibili, o comunque interferenti, con il normale flusso della circolazione stradale”; sicché “è soltanto l’ente proprietario o gestore della strada che […] può razionalmente ed efficacemente programmare ed attuare in sicurezza la pulizia della strada e delle sue pertinenze, poiché solo essi possono programmare e gestire tutte le misure e le cautele idonee a garantire la sicurezza della circolazione e degli operatori addetti alle pulizie”;
- la citata giurisprudenza, condivisa dal Collegio, ritiene l’art. 14 della Codice della Strada norma speciale di settore che, per sua natura, non può ritenersi derogata se non da altra norma speciale che espressamente la privi della sua efficacia, ovvero disponga diversamente per ipotesi individuate, laddove il d.lgs. n. 152/2006 non contiene previsioni specifiche in materia di sicurezza stradale;
- non può, pertanto, rilevare la giurisprudenza relativa a ordinanze di rimozione di rifiuti urbani da luoghi diversi dalla sede stradale e sue pertinenze;
- l’art. 14 del codice della strada, citato, inoltre, prescinde da qualsivoglia accertamento in contraddittorio del dolo o della colpa, avendo quale finalità prevalente ed espressa quella di garantire “la sicurezza e la fluidità della circolazione” (co. 1) ed è incontestata la circostanza che "i rifiuti, trovandosi lungo il percorso stradale, possano costituire pericolo alla sicurezza e fluidità della circolazione”.

... per l'annullamento dell'ordinanza n. 28/2015 relativa alla rimozione e allo smaltimento dei rifiuti lungo il percorso extraurbano della strada statale 19;
...
Considerato che l’ordinanza qui gravata trova adeguato fondamento nell’art. 14 del Codice della Strada -richiamato nelle premesse del provvedimento, il quale reca la firma oltre che del Commissario prefettizio anche del Responsabile del Settore Ambiente e manutenzione- in quanto i rifiuti urbani, di cui si ordina la rimozione all’ANAS, risultano collocati lungo il percorso extraurbano della Strada Statale n. 19;
Considerato altresì che:
- la norma dell’art. 14 della Codice della Strada, intitolato “poteri e compiti degli enti proprietari delle strade”, e per essi dei concessionari, dispone che detti proprietari e concessionari, “allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione”, debbano provvedere (lett. a) “alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi”;
- “anche sotto un profilo di sicurezza stradale e di efficiente operatività del servizio di raccolta rifiuti una diversa interpretazione non trova apprezzabili riscontri, perché sarebbe, con tutta evidenza, illogico imporre al Comune il dovere di rimuovere i rifiuti abbandonati su strada e sue pertinenze, di proprietà di soggetto terzo, poiché la relativa attività comporterebbe l’occupazione della carreggiata con mezzi pesanti per la raccolta e il trasporto dei rifiuti, nonché il transito di operatori ecologici per le altre attività proprie della raccolta rifiuti, che sono oggettivamente incompatibili, o comunque interferenti, con il normale flusso della circolazione stradale”; sicché “è soltanto l’ente proprietario o gestore della strada che […] può razionalmente ed efficacemente programmare ed attuare in sicurezza la pulizia della strada e delle sue pertinenze, poiché solo essi possono programmare e gestire tutte le misure e le cautele idonee a garantire la sicurezza della circolazione e degli operatori addetti alle pulizie” (Cons. di Stato, IV, sent. n. 2677/2011, che conferma TAR Lazio, sent. n. 7027/2009, TAR Napoli, sent. n. 7428/2006 e TAR Basilicata n. 441/2010);
- la citata giurisprudenza, condivisa dal Collegio, ritiene l’art. 14 della Codice della Strada norma speciale di settore che, per sua natura, non può ritenersi derogata se non da altra norma speciale che espressamente la privi della sua efficacia, ovvero disponga diversamente per ipotesi individuate, laddove il d.lgs. n. 152/2006 non contiene previsioni specifiche in materia di sicurezza stradale;
- non può, pertanto, rilevare la giurisprudenza relativa a ordinanze di rimozione di rifiuti urbani da luoghi diversi dalla sede stradale e sue pertinenze;
- l’art. 14 del codice della strada, citato, inoltre, prescinde da qualsivoglia accertamento in contraddittorio del dolo o della colpa, avendo quale finalità prevalente ed espressa quella di garantire “la sicurezza e la fluidità della circolazione” (co. 1) ed è incontestata la circostanza che "i rifiuti, trovandosi lungo il percorso stradale, possano costituire pericolo alla sicurezza e fluidità della circolazione” (TAR Salerno, II, sent. n. 330/2013);
Ritenuto, alla luce delle sopra esposte osservazioni, che il ricorso è infondato (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 17.06.2015 n. 1373 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: L'ordinanza sindacale di ripristino ambientale.
DOMANDA:
Dovendo questo Comune eseguire in danno di un privato un'ordinanza sindacale di ripristino ambientale ai sensi del D.Lgs. n. 152/2006 avente ad oggetto lavori finalizzati alla rimozione dei rifiuti e all'esecuzione delle opere connesse, nel rispetto delle previsioni dell'art. 192, comma 3, di importo quantificabile in circa 600.000 euro, si prospetta la seguente soluzione interpretativa.
I lavori non sono qualificabili come lavori pubblici in quanto non si tratta di un'opera pubblica ai sensi del D.Lgs. n. 267/2000 e 163/2006 e dunque afferenti la spesa in conto capitale, ma come opere da inserire nella parte corrente della spesa, seppure essendo lavori, in quanto spese necessarie per l'esecuzione di un provvedimento vincolato ex lege ai sensi del D.Lgs. n. 152/2006 e privi della caratteristica di "lavoro pubblico" atteso che il D.Lgs. 152/2006 art. 192, comma 3, pone l'obbligo ripristinatorio a carico del comune solo nel caso di mancato adempimento del privato (come nel caso di specie).
Se è vera questa tesi, a quali obblighi di segnalazione il Comune è sottoposto, esempio comunicazioni ANAC, Osservatorio Regionale, ecc.?
RISPOSTA:
Laddove viene constatato un abbandono di rifiuti, l’art. 192, comma 3, del D.Lgs. 152/2006 Testo unico ambientale, prevede che, fatte salve le sanzioni comminabili dagli artt. 255 e 256 dello stesso testo, il responsabile dell’abbandono, se individuato, in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali di godimento dell’area su cui è avvenuto l’abbandono, ai quali sia imputabile la violazione sia a titolo di dolo che di colpa, debbano provvedere alla rimozione dei rifiuti inviandoli allo smaltimento o al recupero, nonché al ripristino dello stato dei luoghi.
Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale l’ente locale procederà all’esecuzione in danno ai soggetti obbligati, con il recupero delle somme anticipate per le operazioni.
Prima di procedere all’emissione dell’ordinanza ai sensi dell’art. 192 del T.U.A., è necessario inviare formale comunicazione dell’avvio del procedimento ai soggetti destinatari del provvedimento, quindi al proprietario dell’area (o titolare di diritti reali o personali di godimento), dovendosi ritenere obbligatorie, nella materia specifica, le regole degli artt. 7 e 21-octies della Legge 241/1990 (TAR Lombardia Milano sez. IV 02.09.2009 n. 4598).
Se non si è individuato l’autore materiale della violazione, per gli altri soggetti (proprietario ecc.) indicati dall’art. 192 T.U.A. l’obbligo di provvedere nasce solo se a questi ultimi la violazione possa essere imputata a titolo di dolo o colpa. Sarà quindi necessario, sulla base di accertamenti esperibili dagli organi di controllo, capire se il proprietario, che non abbia abbandonato egli stesso il rifiuto, abbia almeno concorso materialmente o moralmente con l’autore della violazione (Cass. Pen. Sez. III 14.05.2007 n. 16957).
La norma prefigura un'ordinanza di sgombero a carattere sanzionatorio, di cui è riprova il fatto che per la sua applicazione a carico dei soggetti obbligati in solido, è necessaria l'imputazione agli stessi a titolo di dolo o colpa del comportamento tenuto in violazione dei divieti di legge. In caso di inottemperanza, le opere di recupero ambientale sono eseguite dalla p.a. previa imputazione nella spesa corrente, potendo poi rivalersi sul soggetto responsabile, con recupero delle spese anticipate, anche mediante ingiunzione amministrativa, ex R.D. 14.04.1910, n. 639, oppure mediante il sistema di riscossione mediante concessionario (se ancora vigente nel Comune) o Equitalia s.p.a..
Chiunque non ottempera all'ordinanza del Sindaco, di cui all'articolo 192, comma 3, è punito (oltre che con sanzione pecuniaria) con la pena dell'arresto fino ad un anno, pertanto l’Ente Municipale deve procedere alla segnalazione di notizia di reato. I lavori di rimozione dei rifiuti e di ripristino dello stato dei luoghi non sono qualificabili come lavori pubblici.
I lavori pubblici sono infatti l’attività finalizzata alla realizzazione dell’opera pubblica, che è caratterizzata da tre elementi: - natura pubblica del soggetto che realizza l’opera (elemento soggettivo); - natura immobiliare dell’opera da realizzare (elemento oggettivo); - finalità perseguita dall’amministrazione, ossia destinazione ad una pubblica funzione o ad un pubblico servizio o, più in generale, ad un pubblico fine (elemento teleologico).
Nel caso di cui all'art. 192 TUA, l'ente non realizza una nuova opera, da destinare ad una pubblica funzione o ad un pubblico servizio, ma si limita a ripristinare lo status quo ante di luoghi che potrebbe anche essere di proprietà privata (per cui il pubblico fine è solo indiretto).
Inoltre lo fa soltanto in qualità di sostituto del soggetto che sarebbe giuridicamente tenuto, e nei cui confronti agirà per il recupero delle somme anticipate. Pertanto non si ritiene che abbia particolari obblighi di segnalazione (link a www.ancirisponde.ancitel.it).

aprile 2015

AMBIENTE-ECOLOGIA: Quesito: curatela fallimentare e bonifica dei rifiuti.
Un quesito riguarda la curatela fallimentare:
può essere destinataria di ordinanze sindacali dirette alla bonifica di siti inquinati, per effetto del precedente comportamento commissivo od omissivo dell'impresa fallita?
Secondo l'Esperto
No; infatti, il curatore non sostituisce il fallito, atteso che la procedura fallimentare ha uno scopo liquidativo e non già amministrativo o continuativo dell'impresa fallita. Quando è il fallito ad aver prodotto i rifiuti e cagionato un danno all'ambiente, non viene meno il suo obbligo di ripristino verso la collettività, anche se il relativo smaltimento deve attuarsi (in mancanza di altri soggetti individuabili che abbiano dolosamente o colposamente concorso nell'evento, come statuito dalla normativa di settore) con l'insinuazione al passivo fallimentare del credito sorto in capo alla P.A., che anticipa le relative spese. Ciò trova eccezioni, nei seguenti casi:
- a carico del curatore stesso emergano condotte imputabili nell'abbandono dei rifiuti e nell'inquinamento dei siti di cui trattasi, circostanze queste ultime ex se escluse quando il fatto si sia verificato in epoca antecedente all'apertura della procedura fallimentare;
- il Tribunale Fallimentare competente abbia ritenuto di autorizzare il Curatore all'esercizio provvisorio, al sensi dell'art. 90 L.F., ipotesi che consentirebbe di superare le finalità solo liquidatorie delle operazioni affidate al Curatore, visto che in questo caso quest'ultimo assumerebbe veste di titolare dell'attività di impresa, continuando a realizzare l'attività precedentemente svolta, anche per le operazioni potenzialmente inquinanti.
D'altro lato, è proprio il richiamo alla disciplina del fallimento e della successione nei contratti a dimostrare che la curatela fallimentare non subentra negli obblighi più strettamente correlati alla responsabilità dell'imprenditore fallito, non potendosi invocare l'art. 1576 c.c., poiché l'obbligo di mantenimento della cosa locata in buono stato riguarda, comunque, i soli rapporti tra conduttore e locatore e non si riverbera, direttamente, sui doveri del curatore stabiliti da altre disposizioni dirette ad altro scopo (03.04.2015 - link a www.insic.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Violare il «blocco» è abusivismo. Trasporto rifiuti. La Cassazione equipara sospensione dall’Albo e omessa iscrizione.
I trasportatori di rifiuti devono essere autorizzati dall’Albo gestori ambientali che, dopo oltre vent’anni di attività, è ora disciplinato dal Dm 120/2014. In difetto, anche se i rifiuti sono trasportati da chi li produce (come le imprese edili), scatta il reato di gestione illecita di rifiuti, con pesanti sanzioni penali previste dal Codice ambientale (Dlgs 152/2006). L’iscrizione all’Albo è requisito per svolgere le attività di raccolta e trasporto rifiuti ed è titolo per esercitarle.
Alla mancata iscrizione, la Corte di Cassazione (III Sez. penale, sentenza 09.04.2015 n. 14273) equipara la sospensione dell’iscrizione: per il periodo della sua durata fa venir meno l’efficacia del titolo.
Dunque, il trasporto deve ritenersi non autorizzato: non conta la mancanza fisica dell’iscrizione, ma gli effetti autorizzatori ad essa connessi, che sono sospesi (e dunque mancanti) per tutta la durata del provvedimento.
Per scoprire le violazioni è determinante il controllo su strada. A questi fini, sui veicoli occorre avere il formulario di identificazione del trasporto e copia del provvedimento di iscrizione all’Albo, con gli estremi identificativi degli automezzi che possono operare e i rifiuti che questi possono trasportare. I rifiuti sono individuati col Cer (Codice europeo dei rifiuti) presente nell’Elenco indicato nella parte quarta, allegato D, Dlgs 152/2006.
Il formulario non è richiesto per il trasporto dei rifiuti urbani effettuato dal gestore del servizio pubblico per il tratto dal cassonetto all’impianto indicato nell’atto di concessione. Ma, se l’impianti è fuori dal territorio comunale, sul mezzo deve esserci copia di tale atto di concessione.
L’Albo è operativo dal 1994 ed è è articolato in un Comitato nazionale (presso il ministero dell’Ambiente) e in Sezioni territoriali (presso le Camere di commercio dei capoluoghi di regione e di provincia autonoma). Il Comitato deve fare in modo che le norme siano applicate dappertutto in modo uniforme e decide sui ricorsi dalle imprese contro le delibere delle Sezioni. I rapporti tra Albo e imprese sono telematici. Sul sito www.albogestoririfiuti.it, per ogni impresa, si hanno: dati anagrafici, categorie e classi di iscrizione, tipologie dei rifiuti gestiti e i relativi codici dell’Elenco, numeri di targa dei veicoli.
Il passaggio alle regole attuali è stato reso più morbido da una serie di deliberazioni del Comitato. Si sono poi aggiunte le più recenti: le n. 2, 3 e 4 del 03.09.2014, con la modulistica per l’iscrizione all’Albo, rispettivamente con procedura ordinaria e semplificata (anche per il rinnovo dell’iscrizione);
la n. 5 del 03.09.2014, sulle variazioni dell’iscrizione all’Albo della dotazione dei veicoli;
la n. 6 del 09.09.2014, col modello di attestazione dell’idoneità dei veicoli; la n. 7 del 25.11.2014, sulle variazioni che prevedono il trasferimento dell’iscrizione ad altro soggetto giuridico; la n. 8 del 25.11.2014, che introduce il foglio notizie per l’iscrizione all’Albo, con procedura ordinaria, nelle categorie 1, 4 e 5; la n. 1 del 22.05.2015, sui controlli a campione sulle dichiarazioni sostitutive di certificazione e di atto notorio ai sensi del Dpr 445/2000 rese ai fini dell’iscrizione all’Albo; le n. 2 del 16.09.2015 e n. 3 del 15.10.2015, sull’accorpamento delle categorie di iscrizione; la n. 4 del 18.12.2015, sull’iscrizione di aziende speciali, consorzi di comuni e società di gestione dei servizi pubblici; la n. 1 del 10.02.2016, sulla gestione telematica delle domande e delle comunicazioni tra Albo e impresa (si veda l’articolo a fianco)
(articolo Il Sole 24 Ore del 05.04.2016).
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MASSIMA
3.11 ricorso è fondato.
4. La vicenda storica è chiara e non oggetto di contestazione.
4.1. Il Be. è titolare di un'impresa individuale che esercita attività di gestione, raccolta e trasporto di rifiuti speciali non pericolosi, ed è iscritta all'Albo nazionale dei gestori ambientali. L'iscrizione è stata però sospesa con decorrenza dal 13/02/2013 perché il Be. aveva provveduto a regolarizzare la domanda di aggiornamento dell'iscrizione senza apporvi le necessarie marche da bollo.
La circostanza era emersa nel corso di un controllo su strada del 21/05/2014 all'esito del quale la Polizia Municipale aveva provveduto a sequestrare l'autocarro con provvedimento convalidato e reiterato dal Gip ma annullato con l'ordinanza impugnata.
4.2. Secondo i giudici del riesame la sospensione dell'iscrizione all'Albo non equivale alla sua assenza e non può integrare gli estremi del reato ipotizzato che si consumerebbe -affermano- solo in assenza dell'autorizzazione, non quando l'autorizzazione esiste ma è solo sospesa.
5. Il rilievo non è fondato.
5.1. L'art. 256, comma 1, d.lgs. 152 del 2006 sanziona, tra le altre, la condotta di chi effettua un'attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti
«in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione (...) di cui all'art. 212».
5.2. L'iscrizione all'Albo nazionale dei gestori ambientali è requisito per lo svolgimento delle attività di raccolta e trasporto dei rifiuti e costituisce titolo per l'esercizio di tali attività (art. 210, commi 5 e 6, d.lgs. 152 del 2006).
5.3. La sospensione dell'iscrizione comporta il venir meno, per tutto il periodo della durata, dell'efficacia del titolo necessario per poter esercitare le attività per le quali l'impresa è stata iscritta.
5.4. Sicché lo svolgimento "medio tempore" dell'attività (in questo caso) di trasporto di rifiuti deve ritenersi effettuato in mancanza di autorizzazione, dovendosi aver riguardo, a tal fine, non alla mancanza fisica dell'iscrizione, bensì agli effetti autorizzatori connessi all'iscrizione, sospesi (e dunque mancanti) per tutta la durata del relativo provvedimento.

5.5. Tale interpretazione non è mai stata messa in discussione da questa Suprema Corte che si è solo interrogata se il mancato o ritardato pagamento del diritto annuale di iscrizione all'albo operi automaticamente oppure necessiti l'adozione di uno specifico provvedimento (per la necessità di un apposito provvedimento di sospensione, Sez. 3, n. 9490 del 29/01/2009, Scocca, Rv. 243113; per l'automatismo della sospensione, Sez. 3, n. 26923 del 04/05/2004, Baglio, Rv. 229454; Sez. 3, n. 24467 del 15/07/2007, Bertagna, Rv. 236887).
5.6. La specifica questione non rileva in questo procedimento poiché la condotta è stata tenuta in epoca successiva alla adozione della deliberazione di sospensione dell'iscrizione.
5.7. Non hanno rilievo, in questa sede, le considerazioni difensive in ordine alla effettiva conoscenza del provvedimento di sospensione e alle ragioni per le quali il Belletti non aveva provveduto a regolarizzare la domanda, trattandosi di questioni che esulano dalla cognizione devoluta a questa Suprema Corte.
5.8. Ne consegue che il provvedimento impugnato deve essere annullato senza rinvio, con conseguente ripristino dell'efficacia del decreto del Gip.

gennaio 2015

AMBIENTE-ECOLOGIAL’obbligo di adottare le misure, tanto urgenti, quanto definitive, idonee a fronteggiare la situazione di inquinamento incombe solo sul soggetto responsabile dell’inquinamento medesimo, che sia individuato come tale per avervi dato causa.
Le norme citate individuano nella responsabilità dell'autore dell'inquinamento, a titolo di dolo o di colpa, la fonte dell'obbligo a provvedere alla messa in sicurezza e all'eventuale bonifica del sito inquinato.
Da ciò la giurisprudenza, cui aderisce il Tribunale, deduce che l’obbligo di bonificare o di mettere in sicurezza un sito non grava automaticamente sul soggetto incolpevole, che ha avuto la gestione dell’area risultata poi inquinata, o sul proprietario parimenti incolpevole, fermo restando che quest’ultimo può spontaneamente intraprendere le operazioni di ripristino, secondo il richiamato meccanismo dell’art. 245 del d.l.vo 2006 n. 152.
Ne consegue che l'amministrazione non può imporre lo svolgimento di attività di recupero e di risanamento ai privati che non hanno responsabilità diretta sull'origine del fenomeno contestato e che vengono individuati solo in quanto proprietari del bene o soggetti che ne hanno avuto la disponibilità, come nel caso in esame, per effetto di rapporti contrattuali o di altro tipo.
L'enunciato è d'altronde conforme al principio cui si ispira la legislazione comunitaria "chi inquina paga" (art. 174, ex art. 130/R, Trattato CE) che impone a colui che con la sua attività genera un rischio di inquinamento o a chi provoca un inquinamento di sostenere i costi della prevenzione o della riparazione.
A carico del proprietario dell'area inquinata o di chi ne abbia la disponibilità ma non sia responsabile della contaminazione non grava alcun obbligo di porre in essere gli interventi ambientali in argomento, ma solo la facoltà di eseguirli, al fine di evitare l'espropriazione del terreno interessato gravato da onere reale per le spese sostenute per gli interventi di recupero ambientale, assistite da privilegio speciale immobiliare ex art. 253 del d.l.vo n. 152/2006.
La normativa citata prevede, infatti, che, in caso di mancata esecuzione degli interventi in argomento da parte del responsabile dell'inquinamento ovvero in caso di mancata individuazione del predetto, le opere di recupero ambientale vanno eseguite dall'amministrazione competente, la quale potrà rivalersi sul soggetto responsabile, nei limiti del valore dell'area bonificata, anche esercitando, nel caso in cui la rivalsa non vada a buon fine, le garanzie gravanti sul terreno oggetto dei suddetti interventi.
Insomma, l’amministrazione non può imporre a chi ha la disponibilità di un’area inquinata o al proprietario dell’area stessa, che non sia anche l'autore dell'inquinamento, l'obbligo di porre in essere le misure di messa in sicurezza di emergenza e bonifica, di cui al d.l.vo n. 152/2006, in quanto gli effetti a carico del proprietario incolpevole restano limitati a quanto espressamente previsto dal successivo art. 253 in tema di oneri reali e privilegio speciale immobiliare.
Le disposizioni contenute nel Titolo V della Parte IV, del d.lgs. n. 152/2006 (artt. da 239 a 253) operano, infatti, una chiara e netta distinzione tra la figura del responsabile dell'inquinamento e quella del proprietario del sito, che non abbia causato o concorso a causare la contaminazione.

Le censure sono fondate.
In ordine alle procedure di bonifica dei siti inquinati, l’art. 242 del d.l.vo n. 152/2006, ai primi tre commi, dispone che: “1. Al verificarsi di un evento che sia potenzialmente in grado di contaminare il sito, il responsabile dell'inquinamento mette in opera entro ventiquattro ore le misure necessarie di prevenzione e ne dà immediata comunicazione ai sensi e con le modalità di cui all'articolo 304, comma 2. La medesima procedura si applica all'atto di individuazione di contaminazioni storiche che possano ancora comportare rischi di aggravamento della situazione di contaminazione.
2. Il responsabile dell'inquinamento, attuate le necessarie misure di prevenzione, svolge, nelle zone interessate dalla contaminazione, un'indagine preliminare sui parametri oggetto dell'inquinamento e, ove accerti che il livello delle concentrazioni soglia di contaminazione (CSC) non sia stato superato, provvede al ripristino della zona contaminata, dandone notizia, con apposita autocertificazione, al comune ed alla provincia competenti per territorio entro quarantotto ore dalla comunicazione. L'autocertificazione conclude il procedimento di notifica di cui al presente articolo, ferme restando le attività di verifica e di controllo da parte dell'autorità competente da effettuarsi nei successivi quindici giorni. Nel caso in cui l'inquinamento non sia riconducibile ad un singolo evento, i parametri da valutare devono essere individuati, caso per caso, sulla base della storia del sito e delle attività ivi svolte nel tempo.
3. Qualora l'indagine preliminare di cui al comma 2 accerti l'avvenuto superamento delle CSC anche per un solo parametro, il responsabile dell'inquinamento ne dà immediata notizia al comune ed alle province competenti per territorio con la descrizione delle misure di prevenzione e di messa in sicurezza di emergenza adottate. Nei successivi trenta giorni, presenta alle predette amministrazioni, nonché alla regione territorialmente competente il piano di caratterizzazione con i requisiti di cui all'Allegato 2 alla parte quarta del presente decreto. Entro i trenta giorni successivi la regione, convocata la conferenza di servizi, autorizza il piano di caratterizzazione con eventuali prescrizioni integrative. L'autorizzazione regionale costituisce assenso per tutte le opere connesse alla caratterizzazione, sostituendosi ad ogni altra autorizzazione, concessione, concerto, intesa, nulla osta da parte della pubblica amministrazione
”.
Il successivo art. 250 precisa, inoltre, che "qualora i soggetti responsabili della contaminazione non provvedano direttamente agli adempimenti disposti dal presente titolo ovvero non siano individuabili e non provvedano né il proprietario del sito né altri soggetti interessati, le procedure e gli interventi di cui all'articolo 242 sono realizzati d'ufficio dal comune territorialmente competente e, ove questo non provveda, dalla regione, secondo l'ordine di priorità fissato dal piano regionale per la bonifica delle aree inquinate, avvalendosi anche di altri soggetti pubblici o privati, individuati ad esito di apposite procedure ad evidenza pubblica. Al fine di anticipare le somme per i predetti interventi le regioni possono istituire appositi fondi nell'ambito delle proprie disponibilità di bilancio”.
Del resto, l’art. 192 del medesimo d.l.vo, nel disciplinare il divieto di abbandono di rifiuti, precisa che “1. L'abbandono e il deposito incontrollati di rifiuti sul suolo e nel suolo sono vietati.
2. È altresì vietata l'immissione di rifiuti di qualsiasi genere, allo stato solido o liquido, nelle acque superficiali e sotterranee.
3. Fatta salva l'applicazione delle sanzioni di cui agli articoli 255 e 256, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 è tenuto a procedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate.
4. Qualora la responsabilità del fatto illecito sia imputabile ad amministratori o rappresentanti di persona giuridica ai sensi e per gli effetti del comma 3, sono tenuti in solido la persona giuridica ed i soggetti che siano subentrati nei diritti della persona stessa, secondo le previsioni del decreto legislativo 08.06.2001, n. 231, in materia di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni
”.
In argomento il Tribunale ha già chiarito che il combinato disposto delle disposizioni appena citate rende evidente che l’obbligo di adottare le misure, tanto urgenti, quanto definitive, idonee a fronteggiare la situazione di inquinamento incombe solo sul soggetto responsabile dell’inquinamento medesimo, che sia individuato come tale per avervi dato causa (cfr. TAR Lombardia Milano, sez. IV, 26.08.2014, n. 2253; TAR Lombardia Milano, sez. IV, 08.07.2014, n. 1768; TAR Lombardia Milano, sez. IV, 30.05.2014, n. 1373; TAR Lombardia Milano, sez. IV, 13.01.2014, n. 108; TAR Lombardia Milano, sez. IV, 31.01.2012, n. 332).
Le norme citate individuano nella responsabilità dell'autore dell'inquinamento, a titolo di dolo o di colpa, la fonte dell'obbligo a provvedere alla messa in sicurezza e all'eventuale bonifica del sito inquinato.
Da ciò la giurisprudenza, cui aderisce il Tribunale, deduce che l’obbligo di bonificare o di mettere in sicurezza un sito non grava automaticamente sul soggetto incolpevole, che ha avuto la gestione dell’area risultata poi inquinata, o sul proprietario parimenti incolpevole, fermo restando che quest’ultimo può spontaneamente intraprendere le operazioni di ripristino, secondo il richiamato meccanismo dell’art. 245 del d.l.vo 2006 n. 152 (cfr., oltre alla giurisprudenza già richiamata, anche TAR Toscana, sez. II, 06.05.2009, n. 762).
Ne consegue che l'amministrazione non può imporre lo svolgimento di attività di recupero e di risanamento ai privati che non hanno responsabilità diretta sull'origine del fenomeno contestato e che vengono individuati solo in quanto proprietari del bene o soggetti che ne hanno avuto la disponibilità, come nel caso in esame, per effetto di rapporti contrattuali o di altro tipo.
L'enunciato è d'altronde conforme al principio cui si ispira la legislazione comunitaria "chi inquina paga" (art. 174, ex art. 130/R, Trattato CE) che impone a colui che con la sua attività genera un rischio di inquinamento o a chi provoca un inquinamento di sostenere i costi della prevenzione o della riparazione.
A carico del proprietario dell'area inquinata o di chi ne abbia la disponibilità ma non sia responsabile della contaminazione non grava alcun obbligo di porre in essere gli interventi ambientali in argomento, ma solo la facoltà di eseguirli, al fine di evitare l'espropriazione del terreno interessato gravato da onere reale per le spese sostenute per gli interventi di recupero ambientale, assistite da privilegio speciale immobiliare ex art. 253 del d.l.vo n. 152/2006.
La normativa citata prevede, infatti, che, in caso di mancata esecuzione degli interventi in argomento da parte del responsabile dell'inquinamento ovvero in caso di mancata individuazione del predetto, le opere di recupero ambientale vanno eseguite dall'amministrazione competente, la quale potrà rivalersi sul soggetto responsabile, nei limiti del valore dell'area bonificata, anche esercitando, nel caso in cui la rivalsa non vada a buon fine, le garanzie gravanti sul terreno oggetto dei suddetti interventi.
Insomma, l’amministrazione non può imporre a chi ha la disponibilità di un’area inquinata o al proprietario dell’area stessa, che non sia anche l'autore dell'inquinamento, l'obbligo di porre in essere le misure di messa in sicurezza di emergenza e bonifica, di cui al d.l.vo n. 152/2006, in quanto gli effetti a carico del proprietario incolpevole restano limitati a quanto espressamente previsto dal successivo art. 253 in tema di oneri reali e privilegio speciale immobiliare.
Le disposizioni contenute nel Titolo V della Parte IV, del d.lgs. n. 152/2006 (artt. da 239 a 253) operano, infatti, una chiara e netta distinzione tra la figura del responsabile dell'inquinamento e quella del proprietario del sito, che non abbia causato o concorso a causare la contaminazione (cfr. Consiglio di Stato, Adunanza Plenaria, 13.11.2013, n. 25 e Consiglio di Stato, Adunanza Plenaria, ordinanza, 25.09.2013, n. 21) (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 09.01.2015 n. 24 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

dicembre 2014

AMBIENTE-ECOLOGIA: La tracciabilità dei rifiuti.
DOMANDA:
Alla luce della recente normativa inerente all’obbligo di utilizzo del sistema SISTRI, una Piattaforma Ecologica, gestita in proprio dal Comune ed autorizzata dalla Provincia, in cui vengono conferiti anche rifiuti urbani pericolosi è obbligata a mantenere l’iscrizione al SISTRI?
In caso di risposta affermativa, il numero dei dipendenti, che determina l’eventuale esclusione dall’obbligo d’iscrizione, deve essere calcolato, nel caso specifico di un Comune, in base al numero totale dei dipendenti oppure devono essere conteggiati solo i dipendenti direttamente coinvolti nella gestione della Piattaforma (operatori ecologici impiegati in Piattaforma - istruttore amministrativo Servizio Ecologia).
RISPOSTA:
Va premesso che il nuovo Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) risulta istituito, ai sensi dell’articolo 189 del D.leg.vo n. 152/2006 e dell’articolo 14-bis del decreto-legge n. 78/2009 conv. con modificazioni, dalla legge n. 102 del 2009, con decreto del Ministero dell’ambiente 17.12.2009, al fine di rendere digitali le tradizionali scritture ambientali (registro di carico e scarico, formulario e Mud) attraverso dispositivi elettronici.
In sostanza si tratta di un sistema che si colloca nel più ampio quadro di innovazione e modernizzazione della Pubblica Amministrazione per permettere l'informatizzazione dell'intera filiera dei rifiuti speciali a livello nazionale e dei rifiuti urbani per la Regione Campania. Ciò premesso si osserva che, come rilevato anche dall’ANCI Lombardia, “tutti gli enti locali (regioni, province, comuni), qualora producano rifiuti pericolosi sono quindi tenuti ad iscriversi al SISTRI, come produttori di rifiuti pericolosi, secondo la tempistica di cui all’articolo 1, comma 1, lettere a) e b), del DM 17.12.2009. Gli stessi soggetti, qualora titolari di autorizzazioni di impianti di recupero/smaltimento di rifiuti urbani sono, altresì, obbligati ad iscriversi al SISTRI, ai sensi dell’articolo 1, comma 1, lettera a), dello stesso decreto, nella categoria recuperatori/smaltitori. I centri di raccolta che operano ai sensi del DM 08.04.2008 sono esentati dall’obbligo di iscrizione. I comuni non sono, invece, tenuti ad iscriversi al SISTRI come produttori di rifiuti urbani. Solo i comuni della regione Campania devono, ai sensi dell’articolo 2 del citato DM 17.12.2009, iscriversi al SISTRI, come produttori di rifiuti urbani”.
La stessa Anci Lombardia ha quindi rilevato che risulta “sicuramente più opportuno e più facile avviare SISTRI ponendo in capo anche al soggetto giuridico gestore della piattaforma ecologica, a tutti gli effetti considerata unità locale, l’obbligatorietà della iscrizione al SISTRI con tutti gli adempimenti conseguenti” e ciò in quanto “…..così facendo, si raggiungerebbero facilmente molti degli obiettivi di SISTRI con una netta semplificazione dei processi e delle modalità operative che nessuno esclude possano essere ulteriormente approfonditi ed eventualmente migliorati in successive fasi”.
Per quanto attiene il numero dei dipendenti che determina l’eventuale esenzione dall’obbligo di iscrizione si osserva infine che l’art. 1 del cit. DM fa riferimento in generale ai “dipendenti” di enti o imprese produttori di rifiuti senza alcuna ulteriore specificazione o deroga onde si è dell’avviso che una interpretazione che ne limiti l’applicazione ai soli impiegati nella gestione della piattaforma non trovi un sicuro fondamento normativo (link a www.ancirisponde.ancitel.it).

novembre 2014

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALI1. Competenza all'adozione dell'ordinanza di rimozione rifiuti ex art. 192, comma 3 del Codice dell’Ambiente.
La competenza all'adozione dell'ordinanza ex art. 192, comma 3, del Codice dell’Ambiente -secondo il quale “chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2” (abbandono e deposito incontrollato di rifiuti) “è tenuto a procedere alla rimozione, all’avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull’area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo”- spetta al sindaco e non al dirigente dell’ente locale.
2. Sulla necessità che l'ordinanza ex art. 192, comma 3 del Codice dell’Ambiente sia proceduta da comunicazione di avvio procedimento.
L'ordinanza ex art. 192, comma 3, del Codice dell’Ambiente deve essere proceduta da comunicazione di avvio procedimento poiché, nella materia de qua, tale comunicazione si configura come un adempimento indispensabile al fine dell’effettiva instaurazione di un contraddittorio procedimentale con gli interessati, atteso che, secondo la disposizione di legge, l’ordine di rimozione può essere adottato esclusivamente “in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo” .

E’ controversa la legittimità del provvedimento con cui il Sindaco di Lavagna ha ordinato alla Società ricorrente di rimuovere i rifiuti pericolosi (materiale inerte contenente amianto) casualmente rinvenuti all’interno di un’intercapedine sottostante la passeggiata comunale.
L’Amministrazione procedente ha fatto proprie le valutazioni del personale comunale che, all’esito di un sopralluogo, aveva ricondotto la presenza dei rifiuti alla Società concessionaria del limitrofo tratto di arenile, collegato all’intercapedine da una scalinata.
Al momento del sopralluogo, peraltro, l’accesso all’intercapedine era precluso da un muro di mattoni che, a giudizio del personale comunale, sarebbe stato recentemente edificato proprio allo scopo di occultare la presenza del materiale pericoloso.
Le censure di legittimità dedotte dalla parte ricorrente, nel contesto di sei motivi di ricorso, possono essere suddivise in due gruppi: quelle del primo gruppo, tese a denunciare la sussistenza di vizi prevalentemente formali, sono accomunate dalla contestazione inerente alla natura del rimedio azionato dall’Amministrazione; gli altri tre motivi di ricorso contengono rilievi intesi ad escludere ogni responsabilità del privato in relazione al deposito dei rifiuti pericolosi che formano oggetto del provvedimento impugnato.
In via preliminare, deve provvedersi all’esatta qualificazione del provvedimento impugnato, attesa la contraddittorietà delle indicazioni emergenti dalla lettera del medesimo che, nelle premesse, richiama sia il potere sindacale di emanare ordinanze contingibili e urgenti in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale (art. 50, comma 5, d.lgs. n. 267/2000 – t.u. enti locali) sia il potere di ordinare la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti ex art. 192 del d.lgs. n. 152/2006 (codice dell’ambiente).
Evidenti ragioni di carattere logico precludono la possibilità di qualificare il provvedimento come una sorta di atto complesso, ossia come “ordinario” provvedimento volto alla rimozione di rifiuti e, al contempo, come rimedio extra ordinem per fronteggiare un’eccezionale esigenza di tutela della salute pubblica.
Si tratta, d’altronde, di due poteri ripristinatori ontologicamente diversi, il primo dei quali presuppone l’accertamento della responsabilità dei soggetti che hanno abbandonato i rifiuti e il secondo, che prescinde da tale accertamento, muove da una situazione di pericolo per la salute pubblica (cfr. TAR Piemonte, sez. II, 09.02.2012, n. 172).
Nonostante l’esplicito richiamo contenuto nelle premesse, l’atto in questione non può essere considerato, come pretenderebbe parte ricorrente, una ordinanza contingibile e urgente ex art. 50, comma 5, t.u. enti locali, facendo difetto nella fattispecie i presupposti fondamentali richiesti per l’esercizio del relativo potere, vale a dire l’esistenza di una situazione di eccezionalità, non fronteggiabile con gli strumenti giuridici ordinari previsti dall’ordinamento, e il mancato accertamento di specifiche responsabilità in ordine all’abbandono dei rifiuti.
In accordo con la difesa dell’Amministrazione, deve ritenersi, invece, che il provvedimento in questione vada qualificato come ordinanza ex art. 192, comma 3, codice dell’ambiente, secondo il quale “chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2” (abbandono e deposito incontrollato di rifiuti) “è tenuto a procedere alla rimozione, all’avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull’area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all’esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate”.
L’Amministrazione procedente, infatti, si è limitata ad una sintetica ricostruzione dei fatti e ad affermare, richiamando la relazione del sopralluogo effettuato dal proprio personale, la responsabilità dell’odierna ricorrente, senza tuttavia menzionare particolari situazioni di pericolo per la sanità e l’igiene pubblica che, in ipotesi, avrebbero imposto l’utilizzo di rimedi extra ordinem né rendere conto dell’espletamento di alcuna attività istruttoria volta all’individuazione dei pericoli suddetti.
Le conclusioni che precedono comportano la reiezione della censura dedotta con il primo motivo di ricorso, concernente l’improprio utilizzo del potere di ordinanza ex art. 50, comma 5, t.u. enti locali.
E’ destituito di fondamento anche il terzo motivo di ricorso, relativo alla titolarità del potere esercitato nella fattispecie: l’art. 192, comma 3, del d.lgs. n. 152/2006, infatti, è una norma speciale sopravvenuta rispetto all’art. 107, comma 5, del d.lgs. n. 267/2000, cosicché la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie per la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti abbandonati spetta al sindaco e non al dirigente dell’ente locale (Cons. Stato, sez. V, 25.08.2008, n. 4061).
E’ fondato e meritevole di accoglimento, invece, il secondo motivo di ricorso, con cui viene denunciata l’illegittimità dell’atto per mancata comunicazione di avvio del procedimento, genericamente (e inesattamente) giustificata dall’Amministrazione con riferimento a pretese ragioni di celerità connesse alla tutela della “sicurezza pubblica”.
Come precisato dal Consiglio di Stato con la citata decisione n. 4061 del 2008, infatti, la preventiva, formale comunicazione dell’avvio del procedimento si configura, nella materia de qua, come “un adempimento indispensabile al fine dell’effettiva instaurazione di un contraddittorio procedimentale con gli interessati”, atteso che l’ordine di rimozione può essere adottato esclusivamente “in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo” (cfr. anche TAR Lombardia, Milano, sez. IV, 02.09.2009, n. 4598).
La difesa comunale afferma che l’omissione dell’adempimento in parola sarebbe stata imposta dalla necessità di provvedere con assoluta urgenza, a causa della pericolosità del materiale da rimuovere, ma tale assunto è smentito, di fatto, dalla tempistica dello specifico procedimento, atteso che l’ordinanza di rimozione è stata adottata a distanza di quasi due mesi dalla relazione di sopralluogo nella quale si riferiva con certezza la presenza di amianto.
Inoltre, non può ritenersi che, nel caso in esame, la comunicazione di avvio del procedimento avrebbe rappresentato l’adempimento di un obbligo meramente formale in quanto, alla luce dei rilievi formulati nel ricorso circa l’assenza di responsabilità per l’abbandono dei rifiuti, non si può certo ritenere a priori che l’apporto procedimentale del privato non sarebbe stato idoneo ad influire sull’esito del procedimento.
Non può trovare applicazione, pertanto, il disposto dell’art. 21-octies, comma 2, della legge n. 241/1990.
Le considerazioni che precedono sono sufficienti a fondare la diagnosi di fondatezza del ricorso, a prescindere dal vaglio dei rilievi formulati con i residui tre motivi di gravame che richiederebbe accertamenti istruttori complessi e tempi non brevi.
La presente pronuncia, d’altronde, risulta pienamente satisfattiva dell’interesse azionato da parte ricorrente in quanto, essendo già intervenuta la rimozione dei rifiuti ad opera del Comune, deve escludersi la possibilità di riedizione dell’attività amministrativa che ha condotto all’adozione del provvedimento illegittimo
(massima tratta da www.ricerca-amministrativa.it - TAR Liguria, Sez. II, sentenza 21.11.2014 n. 1698 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: G.U. 11.11.2014 n. 262  "Disposizioni urgenti di correzione a recenti norme in materia di bonifica e messa in sicurezza di siti contaminati e misure finanziarie relative ad enti territoriali" (D.L. 11.11.2014 n. 165).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA - LAVORI PUBBLICI - PATRIMONIO: G.U. 11.11.2014 n. 262, suppl. ord. n. 85/L, "Testo del decreto-legge 12.09.2014, n. 133, coordinato con la legge di conversione 11.11.2014, n. 164, recante: «Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive»".
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Di particolare interesse si leggano:
Art. 2 (Semplificazioni procedurali per le infrastrutture strategiche affidate in concessione)
Art. 4 (Misure di semplificazione per le opere incompiute segnalate dagli Enti locali e misure finanziarie a favore degli Enti territoriali)
Art. 6 (Agevolazioni per la realizzazione di reti di comunicazione elettronica a banda ultralarga e norme di semplificazione per le procedure di scavo e di posa aerea dei cavi, nonché per la realizzazione delle reti di comunicazioni elettroniche)
Art. 6-ter (Disposizioni per l’infrastrutturazione degli edifici con impianti di comunicazione elettronica)
Art. 7 (Norme in materia di gestione di risorse idriche. Modifiche urgenti al decreto legislativo 03.04.2006, n. 152, per il superamento delle procedure di infrazione 2014/2059, 2004/2034 e 2009/2034, sentenze C-565-0 del 19.07.2012 e C-85-13 del 10.04.2014; norme di accelerazione degli interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico e per l’adeguamento dei sistemi di collettamento, fognatura e depurazione degli agglomerati urbani; finanziamento di opere urgenti di sistemazione idraulica dei corsi d’acqua nelle aree metropolitane interessate da fenomeni di esondazione e alluvione)
Art. 8 (Disciplina semplificata del deposito preliminare alla raccolta e della cessazione della qualifica di rifiuto delle terre e rocce da scavo che non soddisfano i requisiti per la qualifica di sottoprodotto. Disciplina della gestione delle terre e rocce da scavo con presenza di materiali di riporto e delle procedure di bonifica di aree con presenza di materiali di riporto)
Art. 9 (Interventi di estrema urgenza in materia di vincolo idrogeologico, di normativa antisismica e di messa in sicurezza degli edifici scolastici e dell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica - AFAM)
Art. 13 (Misure a favore dei project bond)
Art. 14 (Disposizioni in materia di standard tecnici)
Art. 16-bis (Disciplina degli accessi su strade affidate alla gestione della società ANAS Spa)
Art. 17 (Semplificazioni ed altre misure in materia edilizia)
Art. 17-bis (Regolamento unico edilizio)
Art. 21 (Misure per l’incentivazione degli investimenti in abitazioni in locazione)
Art. 22 (Conto termico)
Art. 22-bis (Interventi sulle tariffe incentivanti dell’elettricità prodotta da impianti fotovoltaici)
Art. 24 (Misure di agevolazione della partecipazione delle comunità locali in materia di tutela e valorizzazione del territorio)
Art. 25 (Misure urgenti di semplificazione amministrativa e di accelerazione delle procedure in materia di patrimonio culturale)
Art. 26 (Misure urgenti per la valorizzazione degli immobili demaniali inutilizzati)
Art. 31 (Misure per la riqualificazione degli esercizi alberghieri)
Art. 34 (Modifiche al decreto legislativo 12.04.2006, n. 163, per la semplificazione delle procedure in materia di bonifica e messa in sicurezza di siti contaminati. Misure urgenti per la realizzazione di opere lineari realizzate nel corso di attività di messa in sicurezza e di bonifica)
Art. 35 (Misure urgenti per la realizzazione su scala nazionale di un sistema adeguato e integrato di gestione dei rifiuti urbani e per conseguire gli obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio. Misure urgenti per la gestione e per la tracciabilità dei rifiuti nonché per il recupero dei beni in polietilene)
Art. 38 (Misure per la valorizzazione delle risorse energetiche nazionali)
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Per una migliore comprensione della ratio sottesa ai vari articoli si leggano anche:
● Camera dei Deputati, dossier 27.10.2014
● Senato della Repubblica, dossier ottobre 2014
● Senato della Repubblica, dossier novembre 2014

ottobre 2014

AMBIENTE-ECOLOGIA: Quali sono le nuove regole della classificazione dei rifiuti ai sensi della legge n. 116/2014? (27.10.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: RAEE: è obbligatoria l'iscrizione al centro di coordinamento? (27.10.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Albo Gestori Ambientali: come avviene l'iscrizione alla categoria 3-bis? (20.10.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Quale comunicazione deve presentare l'impresa che intende iscriversi alla categoria 2-bis dell'Albo ai sensi del D.M. n. 120/2014? (13.10.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Cosa prevede il collegato ambientale alla legge di stabilità 2014? (13.10.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Responsabilità raccolta rifiuti.
Domanda
Il titolare di un'impresa di raccolta dei rifiuti può essere coinvolto nelle responsabilità dei propri dipendenti?
Risposta
La Corte di cassazione, sezione terza penale, con la sentenza del 15.11.2013, numero 45932, ha affermato che il reato di cui all'articolo 256, del decreto legislativo 03.04.2006, numero 152, ha natura contravvenzionale, che si integra mediante semplice colpa.
Ne consegue, per la Suprema corte che esso è ascrivibile anche al titolare dell'impresa sotto il profilo dell'omessa vigilanza sull'operato dei dipendenti che hanno posto in essere la condotta vietata. Inoltre la Corte di cassazione, sezione terza penale, con la sentenza del 25.05.2011, numero 23971, ha precisato che l'articolo 178 del citato decreto legislativo 03.04.2006, numero 152, «ha puntualmente ribadito il principio di “responsabilizzazione e di cooperazione di tutti i soggetti coinvolti nella produzione, nella distribuzione, nell'utilizzo e nel consumo di beni da cui originano rifiuti”».
E la Corte di cassazione, sezione terza penale, con la sentenza del 28.02.2013, numero 13739, ha affermato che «il reato di gestione di rifiuti non autorizzata è ascrivibile al titolare dell'impresa anche sotto il profilo dell'omessa vigilanza dei dipendenti che hanno posto in essere la condotta vietata» e aggiunge che «la responsabilizzazione e la cooperazione di tutti i soggetti coinvolti, a qualsiasi titolo, nel ciclo di gestione non soltanto dei rifiuti è ribadita dal dlgs 15 del 2006, art. 178 il quale... stabilisce che “la gestione dei rifiuti è effettuata conformemente (..) ai principi di responsabilizzazione e di cooperazione di tutti i soggetti coinvolti”».
E il Tribunale amministrativo regionale della Toscana (Tar), sezione seconda, con la sentenza del 05.10.2011, numero 1443, ebbe a puntualizzare che «è ipotizzabile a carico del produttore dei rifiuti un titolo di responsabilità concorsuale omissiva nella condotta commissiva dell'autore dell'abbandono, in ragione della violazione colposa degli obblighi di sorveglianza nascenti dalla posizione qualificata di garanzia». Confronta, pure, al riguardo, la sentenza della Corte di cassazione, sezione terza penale, del 02.07.2010, numero 37194 (articolo ItaliaOggi Sette del 13.10.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Come deve essere inteso il divieto di miscelazione all'indomani della legge n. 116/2014? (06.10.2014 - link a www.ambientelegale.it).

settembre 2014

AMBIENTE-ECOLOGIA: RAEE: quali sono gli obblighi del produttore riguardo al marchio? (29.09.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: Nel Decreto sblocca Italia si dispongono novità in materia di gestione delle terre e rocce da scavo?
Il DECRETO-LEGGE 12.09.2014, n. 133 recante “Misure urgenti per l'apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l'emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle cattività produttive” (G.U. n. 212 del 12.09.2014) all’art. 8 prevede “Disciplina semplificata del deposito preliminare alla raccolta e della cessazione della qualifica di rifiuto delle terre e rocce da scavo che non soddisfano i requisiti per la qualifica di sottoprodotto. Disciplina della gestione delle terre e rocce da scavo con presenza di materiali di riporto e delle procedure di bonifica di aree con presenza di materiali di riporto”.
Nel medesimo si dispone che al fine di rendere più agevole la realizzazione degli interventi che comportano la gestione delle terre e rocce da scavo, con decreto del Presidente della Repubblica, saranno adottate entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, le disposizioni di riordino e di semplificazione della materia secondo i seguenti principi e criteri direttivi:
a) coordinamento formale e sostanziale delle disposizioni vigenti, apportando le modifiche necessarie per garantire la coerenza giuridica, logica e sistematica della normativa e per adeguare, aggiornare e semplificare il linguaggio normativo;
b) indicazione esplicita delle norme abrogate, fatta salva l'applicazione dell'articolo 15 delle disposizioni sulla legge in generale premesse al codice civile;
c) proporzionalità della disciplina all'entità degli interventi da realizzare;
d) divieto di introdurre livelli di regolazione superiori a quelli minimi previsti dall'ordinamento europeo ed, in particolare, dalla direttiva 2008/98/UE (22.09.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: I rifiuti sanitari possono essere sottoposti indistintamente a processo di sterilizzazione?
I rifiuti sanitari sono attualmente disciplinati dalla normativa speciale contenuta nel D.P.R. del 15.07.2003, n. 254 “Regolamento recante disciplina della gestione dei rifiuti sanitari a norma dell'articolo 24 della legge 31.07.2002, n. 179”.
All’art. 2, lett. m), del citato regolamento si definisce “sterilizzazione”: “l’abbattimento della carica microbica tale da garantire un S.A.L. (Sterility Assurance Level) non inferiore a 10-6. E si precisa che la stessa deve effettuarsi “secondo le norme UNI 10384/94, parte prima, mediante procedimento che comprenda anche la triturazione e l'essiccamento ai fini della non riconoscibilità e maggiore efficacia del trattamento, nonché della diminuzione di volume e di peso dei rifiuti stessi”.
Viene, inoltre stabilito, che possono essere sterilizzati unicamente i rifiuti sanitari pericolosi a solo rischio infettivo. L'efficacia della sterilizzazione viene verificata secondo quanto indicato nell'Allegato III del predetto regolamento.
La sterilizzazione dei rifiuti sanitari a rischio infettivo risulta essere una facoltà esercitabile ai fini della semplificazione delle modalità di gestione dei rifiuti stessi.
All’art. 10 del regolamento, inoltre, si precisa che “i rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo devono essere smaltiti mediante termodistruzione in impianti autorizzati ai sensi del decreto legislativo 05.02.1997, n. 22, con le modalità di cui ai commi 2 e 3”.
All’art. 11 - Smaltimento dei rifiuti sanitari sterilizzati – si prevede che “i rifiuti sanitari sterilizzati possano essere avviati in impianti di produzione di CDR o direttamente utilizzati come mezzo per produrre energia; oppure smaltiti in impianti di incenerimento di rifiuti urbani o in impianti di incenerimento di rifiuti speciali alle stesse condizioni economiche adottate per i rifiuti urbani” (15.09.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Si può ritenere corretta la prassi in base alla quale in tema di tracciabilità cartacea gli operatori effettuano la registrazione di carico dopo l'invio a recupero/smaltimento del rifiuto?
Ai sensi dell’art. 190 1-quater (così come introdotto dall'art. 11, comma 12-bis, legge n. 125 del 2013) nel registro di carico e scarico devono essere annotate le informazioni sulle caratteristiche qualitative e quantitative dei rifiuti prodotti o soggetti alle diverse attività di trattamento disciplinate dalla Parte quarta del TUA.
Tali annotazioni, nello specifico, devono essere effettuate:
a) per gli enti e le imprese produttori iniziali, entro dieci giorni lavorativi dalla produzione e dallo scarico;
b) per gli enti e le imprese che effettuano operazioni di preparazione per il riutilizzo, entro dieci giorni lavorativi dalla presa in carico dei rifiuti e dallo scarico dei rifiuti originati da detta attività;
c) per gli enti e le imprese che effettuano operazioni di trattamento, entro due giorni lavorativi dalla presa in carico e dalla conclusione dell'operazione di trattamento;
d) per gli intermediari e i commercianti, almeno due giorni lavorativi prima dell'avvio dell'operazione ed entro dieci giorni lavorativi dalla conclusione dell'operazione.
Ebbene, dalla normativa in analisi, non si evince alcuna prescrizione ad effettuare il carico sul registro prima dell’inizio del trasporto, come invece si riscontra per i rifiuti pericolosi gestiti con il SISTRI, in ordine ai quali il carico deve essere obbligatoriamente annotato prima dell’inizio dell’operazione di trasporto del rifiuto .
Ciò ha, quindi, sollecitato l’instaurazione di una prassi in base alla quale le società si avvalgono dei 10 gg. di tempo per fare il carico, attendendo l'accettazione del rifiuto a destinazione e la verifica del peso a destinazione finale, potendo così riportare lo stesso dato sia nell’operazione di carico che in quella di scarico, atteso che non vi è alcun divieto espresso dalla norma che inibisca il produttore dal tardare volontariamente a caricare i rifiuti prodotti, posticipando tale annotazione a viaggio avvenuto e nello specifico al momento in cui conosce il peso a destinazione.
Tale prassi, tuttavia, presenta delle criticità.
Vero è, infatti, che nella delicata (e spesso maggiormente controllata) fase del trasporto, il produttore risulterebbe –secondo tale modalità di compilazione- sprovvisto di qualsivoglia annotazione che attesti la qualità, la quantità e le altre caratteristiche del proprio rifiuto.
Ciò determina che in caso di manomissione da parte del trasportatore del FIR o –ancor più grave– manomissione del carico dei rifiuti avviato al trasporto e di eventuali controlli, il produttore non avrebbe la documentazione idonea a comprovare il proprio (buon) operato, con un evidente svantaggio negli strumenti procedurali e processuali volti a dimostrare la propria buona fede (08.09.2014 - link a www.ambientelegale.it).

luglio 2014

AMBIENTE-ECOLOGIA: Come è classificato il reato di deposito incontrollato di rifiuti?
Quando il deposito dei rifiuti manca dei requisiti per essere qualificato come temporaneo, e non è configurabile né un deposito preliminare, realizzato in vista di successive operazioni di smaltimento, né una messa in riserva, realizzato in vista di successive operazioni di recupero, si ha un deposito incontrollato o abbandono di rifiuti che non prelude ad alcuna operazione di smaltimento o recupero.
Per “deposito incontrollato” si intende, infatti, un accumulo di rifiuti sul sito. Si differenzia dall’abbandono per l’inesistenza dell’elemento dell’occasionalità. L’abbandono viene ripetuto sistematicamente e in modo permanente.
A tal proposito, la Cassazione
[1] ha ritenuto che il reato di deposito incontrollato di rifiuti sia un reato di pericolo. L'offesa al bene giuridico protetto, quindi, consiste in un nocumento potenziale dello stesso, che viene soltanto minacciato, e può parlarsi di “pericolo” quando, secondo un giudizio ex ante e secondo la migliore scienza ed esperienza, appare probabile che dalla condotta consegua l'evento lesivo.
Già precedentemente si era affermato che in tema di deposito incontrollato di rifiuti la fattispecie penale costituiva reato di pericolo, per la cui configurazione non occorre il concreto accertamento della effettiva esistenza di un nocumento, sia pure potenziale, per l’ambiente
[2].
I reati di pericolo, infatti, configurano una estensione e rafforzamento della tutela penale. La minaccia della pena è connessa all’esposizione a pericolo di un bene al fine di creare un deterrente maggiore (28.07.2014 - link a www.ambientelegale.it).
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[1] Cass. Sez. III, 23.05.2012, n. 19435. Ma già Cassazione, 23.04.2010, n. 15680
[2] Cassazione, 23.04.2010, n. 15680

AMBIENTE-ECOLOGIASe un'azienda effettua un trasporto di rifiuti e il destinatario respinge il carico, cosa dovrà scrivere l'azienda nel formulario per giustificare il trasporto della quantità respinta?
Una lettura combinata dell’art. 193 del D.Lgs. 152/2006 e della Circolare n. Gab/Dec/812/98 lascia intendere che, qualora parte del carico sia stato respinto, il motivo del parziale respingimento vada specificato nel formulario. Il destinatario dei rifiuti deve, infatti, indicare se il carico è stato accettato o respinto e, salvo il caso in cui sia stato respinto per intero, precisare la quantità di rifiuti ricevuta, corredata da data, ora e firma.
Il trasportatore dovrà registrare, nei tempi stabiliti per legge (almeno entro dieci giorni lavorativi dalla effettuazione del trasporto, ai sensi dell’ art. 190, comma 1, lett. b), del D.Lgs. 152/2006), il movimento effettuato, riportando il peso realmente riscontrato all’arrivo dal destinatario. In virtù della necessità di attuare una reciproca integrazione tra registro di carico e scarico e formulario, si dovrà riportare nella voce “annotazioni” del registro, la notizia della parziale accettazione del carico e delle relative motivazioni addotte dal destinatario.
Nel caso in cui il carico fosse respinto per intero (ipotesi contemplata nella quinta sezione, casella 11, del formulario, in cui figura la voce “respinto per le seguenti motivazioni”), nonostante l’intero carico (e non solo una parte di esso) sia restituito al mittente, il trasportatore dovrebbe comunque effettuare la registrazione con le stesse modalità, ri-portando nello spazio relativo alla quantità dei rifiuti un peso pari a “0” Kg e specificando nelle annotazioni che il carico è stato interamente respinto a causa delle motivazioni addotte dal destinatario (21.07.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Ordinanza ex art. 192, comma 3, D.Lgs. n. 152/2006, per ripristino dello stato dei luoghi in caso di abbandono e deposito incontrollato di rifiuti.
L'art. 192, D.Lgs. n. 152/2006, sancisce il divieto di abbandono e di deposito incontrollato di rifiuti sul suolo e nel sottosuolo (comma 1) e prevede la misura dell'ordinanza sindacale di rimozione dei rifiuti e di ripristino dei luoghi nei confronti dell'autore della violazione ambientale e, in via solidale, del proprietario dell'area di cui sia accertata, in contraddittorio da parte dei soggetti preposti al controllo, la responsabilità a titolo di dolo o colpa (comma 3).
Sulla base di questo assetto normativo, che ripone la responsabilità del proprietario di un'area per il danno causato all'ambiente dall'abbandono incontrollato di rifiuti sull'elemento soggettivo del dolo o della colpa, la giurisprudenza ha affermato l'illegittimità e ha annullato gli ordini di smaltimento di rifiuti rivolti al proprietario di un fondo in ragione della sua sola qualità, ma in mancanza di adeguata dimostrazione da parte dell'amministrazione procedente, sulla base di un'istruttoria completa e di un'esauriente motivazione, dell'imputabilità soggettiva della condotta.

Il Comune riferisce di un'area privata, in relazione alla quale sono stati effettuati e notificati accertamenti di illeciti amministrativi in materia ambientale (nella specie, abbandono di rifiuti), e chiede un parere un ordine alla possibilità di notificare l'ordinanza ex art. 192, comma 3, D.Lgs. n. 152/2006
[1] al soggetto che, successivamente ai suddetti accertamenti, ha acquistato una quota indivisa della suddetta area.
L'art. 192, D.Lgs. n. 152/2006, sancisce il divieto di abbandono e di deposito incontrollato di rifiuti sul suolo e nel sottosuolo (comma 1). La violazione del divieto comporta, per chi ne sia autore, l'obbligo di procedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate (comma 3).
Al fine di poter meglio inquadrare la misura ripristinatoria di cui all'art. 192, comma 3, richiamato, si ritengono utili alcuni cenni all'evoluzione normativa in materia, avvenuta conformemente alle indicazioni provenienti dalla giurisprudenza in ordine all'individuazione dei soggetti responsabili delle violazioni ambientali nei cui confronti emettere l'ordinanza di rimozione dei rifiuti
[2].
La prima disciplina recata dall'art. 9, D.P.R. 10.09.1982, n. 15, prevedeva l'emissione dell'ordinanza sindacale di sgombero delle aree in danno dei 'soggetti obbligati'
[3]; successivamente, l'art. 14, D.Lgs. 05.02.1997, n. 22, includeva tra i soggetti obbligati al ripristino dello stato dei luoghi, a titolo di responsabilità solidale, il proprietario dell'area, ma richiedendo espressamente l'imputabilità allo stesso, a titolo di dolo o colpa, della violazione del divieto di abbandono [4].
La previsione del requisito dell'imputabilità soggettiva della violazione ambientale, ad opera dell'art. 14 del D.Lgs. n. 22/1997, ha positivizzato l'orientamento giurisprudenziale assolutamente maggioritario formatosi sul disposto dell'art. 9, D.P.R. n. 15/1982, nel senso che l'ordine di smaltimento dei rifiuti non potesse essere rivolto al proprietario come tale, se non in quanto egli potesse ritenersi 'obbligato' a causa di un comportamento -anche omissivo- di corresponsabilità con l'autore dell'abbandono illecito dei rifiuti. E questo in considerazione della natura dell'ordine di smaltimento, configurato quale sanzione avente carattere ripristinatorio, che presuppone l'accertamento della responsabilità da illecito in capo al destinatario
[5].
Il disposto dell'art. 192, D.Lgs. n. 152/2006, riproduce il tenore dell'abrogato art. 14 sopra citato, con riferimento alla necessaria imputabilità a titolo di dolo o colpa, e in più integra il precedente precetto precisando che l'ordine di rimozione può essere adottato esclusivamente 'in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo'
[6]. Infatti, solo partecipando concretamente alla fase di accertamento, tali soggetti possono evidenziare eventuali elementi a loro discolpa, che l'amministrazione deve congruamente valutare [7].
Sulla base di questo assetto normativo, la giurisprudenza ha affermato l'illegittimità e ha annullato gli ordini di smaltimento di rifiuti rivolti al proprietario di un fondo in ragione della sua sola qualità, ma in mancanza di adeguata dimostrazione da parte dell'amministrazione procedente, sulla base di un'istruttoria completa e di un'esauriente motivazione, dell'imputabilità soggettiva della condotta
[8].
Pertanto, secondo la costante giurisprudenza amministrativa, l'ordinanza di rimozione dei rifiuti deve essere preceduta dalla comunicazione, prevista dall'art. 7 della L. n. 241/1990, di avvio del procedimento ai soggetti interessati, ai fini dell'effettiva instaurazione di un contraddittorio procedimentale con questi soggetti
[9].
Un tanto premesso e venendo alla questione posta dall'Ente circa la possibilità di notificare l'ordinanza di rimozione dei rifiuti e di ripristino dei luoghi, oltre che al soggetto autore dell'abbandono, anche al soggetto divenuto proprietario di una quota indivisa dell'area successivamente all'accertamento dello stato di abbandono e all'individuazione dell'autore dell'illecito, si osserva che questo risulta possibile a condizione che venga accertata la sua responsabilità soggettiva, in relazione alla violazione ambientale di che trattasi.
Più precisamente, ai sensi dell'art. 192, comma 3, D.Lgs. n. 152/2006, occorre che gli organi preposti al controllo
[10] provvedano a svolgere un'attività istruttoria mirata ad accertare il suo coinvolgimento doloso o colposo, che si concluda con l'accertamento della sussistenza dell'elemento soggettivo, quanto meno di quello della colpa [11].
Qualora, invece, l'attività di accertamento compiuta dall'amministrazione procedente nei confronti del comproprietario dell'area -divenuto tale successivamente all'accertamento dello stato abbandono e all'individuazione di chi ne è stato l'autore- si concluda con l'esclusione della sua responsabilità soggettiva e dunque con l'archiviazione nei suoi confronti del procedimento finalizzato all'emissione dell'ordinanza sindacale di sgombero, ne deriva che questa non potrà essere emessa a suo carico, per mancanza dei presupposti di legittimità previsti dall'art. 192, comma 3, D.Lgs. n. 152/2006, postulanti, appunto, l'accertamento della responsabilità da illecito in capo al destinatario del provvedimento
[12].
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[1] D.Lgs. 03.04.2006, n. 152, recante: 'Norme in materia ambientale'.
[2] Cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 08.02.2005, n. 323.
[3] Si riporta il testo dei primi due commi dell'art. 9 in commento, non più in vigore, sostituito prima dall'art. 14 del D.Lgs. n. 22/1997 e poi dall'art. 192 del D.Lgs. n. 152/2006: '1. È vietato l'abbandono, lo scarico o il deposito incontrollato dei rifiuti in aree pubbliche e private soggette ad uso pubblico.
2. In caso d'inadempienza, il sindaco, allorché sussistano motivi sanitari, igienici od ambientali, dispone con ordinanza, previa fissazione di un termine per provvedere, lo sgombero di dette aree in danno dei soggetti obbligati'.
[4] Si riporta il testo dell'art. 14 in commento, abrogato dal D.Lgs. n. 152/2006: "1. L'abbandono e il deposito incontrollati di rifiuti sul suolo e nel suolo sono vietati.
2. È altresì vietata l'immissione di rifiuti di qualsiasi genere, allo stato solido o liquido, nelle acque superficiali e sotterranee.
3. Fatta salva l'applicazione delle sanzioni di cui agli articoli 50 e 51, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 è tenuto a procedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa. Il sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate".
[5] Consiglio di Stato, sez. V, 08.02.2005, n. 323. Nello stesso senso, Consiglio di Stato, sez. V, 08.03.2005, n. 935, secondo cui l'abbandono di rifiuti configura una figura specifica di atto illecito, punito dall'ordinamento con sanzioni amministrative in quanto viola una norma di tutela ambientale in danno della collettività, che ripone la responsabilità del proprietario di un'area per il danno causato all'ambiente dall'abbandono incontrollato di rifiuti proprio sull'elemento soggettivo del dolo o della colpa.
[6] Consiglio di Stato, sez. V, 25.08.2008, n. 4061, che espone una sintesi della giurisprudenza amministrativa in tema di responsabilità per illecito abbandono di rifiuti; Consiglio di Stato, sez. V, 19.03.2009, n. 1612; TAR Puglia, sez. I, 07.02.2008, n. 375; Consiglio di Stato, sez. V, 08.02.2005, n. 323.
[7] TAR Sardegna, sez. II, 02.09.2011, n. 915. Conforme, TAR Abruzzo Pescara, sez. I, 23.04.2013, n. 237, che sottolinea la rilevanza del contraddittorio per l'apporto procedimentale che i soggetti interessati possono fornire, quanto meno in riferimento all'accertamento delle effettive responsabilità per l'abusivo deposito dei rifiuti. Nello stesso senso, TAR Campania, Napoli, sez. V, 03.03.2014, n. 1294.
[8] TAR Lombardia, sez. IV, 29.01.2014, n. 312; TAR Campania, Napoli, sez. V, 03.03.2014, n. 1294; TAR Abruzzo Pescara, sez. I, 23.04.2013, n. 237; TAR Calabria, sez. I, 19.11.2012, n. 747; TAR Sardegna, sez. II, 02.09.2011, n. 915.
[9] Consiglio di Stato, n. 4061/2008, cit.; TAR Abruzzo Pescara, n. 237/2013, cit.; TAR Calabria, n. 747/2012, cit..
[10] L'abbandono di rifiuti configura illecito punito con sanzione amministrativa (v. nota 5). L'art. 13 della L. n. 689/1981 prevede due categorie di soggetti competenti ad eseguire gli accertamenti di violazioni amministrative: gli ufficiali o agenti di polizia giudiziaria ed i generici organi addetti al controllo sull'osservanza delle disposizioni per la cui violazione è prevista una sanzione amministrativa. In particolare, il comma 4 dell'art. 13 riconosce espressamente agli organi di polizia giudiziaria il potere di accertare le violazioni punite con sanzioni amministrative (cfr. Stefania Pallotta, Spunti teorico-pratici in materia di accertamento degli illeciti amministrativi ambientali, su www.dirittoambiente.com). È inoltre il caso di ricordare, in questa sede, la titolarità in capo ai comuni dei poteri di polizia amministrativa in materia di rifiuti. Infatti: l'art. 9, D.P.R. n. 616/1977, prevede che 'i comuni... sono titolari delle funzioni di polizia amministrativa nelle materie ad essi rispettivamente trasferite o attribuite'; l'art. 158, comma 2, D.Lgs. n. 112/1998, prevede che 'le regioni e gli enti locali sono titolari delle funzioni e dei compiti di polizia amministrativa nelle materie ad essi rispettivamente trasferite o attribuite. La delega di funzioni amministrative dallo Stato alle regioni e da queste ultime agli enti locali, anche per quanto attiene alla subdelega, ricomprende anche l'esercizio delle connesse funzioni e compiti di polizia amministrativa'; l'art. 195, comma 5, D.Lgs. n. 152/2006, in tema di vigilanza e accertamento degli illeciti in materia di rifiuti, fa espressamente salve le disposizioni di cui al citato D.Lgs. n. 112/1998. Una lettura coordinata dei testi normativi richiamati porta a concludere che nella materia 'gestione dei rifiuti', affidata ai comuni dall'art. 198 d.lgs. 152/06, questi ultimi siano titolari dei connessi poteri di polizia amministrativa. (Cfr. Bruno Cristinao, L'ispettore ambientale (o ecovigile) quale organo di polizia amministrativa di derivazione comunale, su diritto.it).
[11] L'elemento soggettivo della colpa non è agevolmente configurabile (Consiglio di Stato, sez. V, 08.03.2005, n. 935) e va accertato caso per caso, in relazione alle particolarità del caso concreto. Per il Supremo Giudice amministrativo, non sembra a tal fine essere sufficiente la culpa in vigilando, dacché afferma che in ogni caso il dovere di diligenza, che fa carico al titolare del fondo, non può arrivare al punto di richiedere una costante vigilanza, da esercitarsi giorno e notte, per impedire l'abbandono dei rifiuti (sentenza n. 935/2008, cit.). Per il Supremo Giudice amministrativo, inoltre, l'elemento soggettivo (dolo o colpa) non può rinvenirsi nella mera conoscenza di un fatto di cui altri siano i responsabili (Cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 04.03.2008, n. 807).
[12] Cfr. Consiglio di Stato, n. 323/2005, cit.
(08.07.2014 - link a www.regione.fvg.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAQuali sono le differenze tra la procedura semplificata e la procedura ordinaria? E quali i criteri da seguire nella scelta dell'una o dell'altra?
La procedura semplificata si distingue da quella ordinaria sotto vari aspetti. Innanzitutto, l’Ente al quale presentare l’istanza è sempre la Provincia per la procedura semplificata, mentre la Regione (o la Provincia, se delegata dalla Regione) per la procedura ordinaria. La Conferenza di servizi non è prevista per la procedura semplificata, mentre è sempre convocata, entro 30 giorni dal ricevimento della domanda, per la procedura ordinaria.
L’istruttoria ha una durata di 90 giorni nella procedura semplificata, mentre di 150 giorni per la ordinaria (salvo in entrambi i casi interruzione dei termini per integrazioni). Il meccanismo del silenzio assenso opera solo nell’ambito della procedura semplificata, ove l’attività può essere intrapresa decorsi 90 giorni, mentre nell’ambito della procedura ordinaria è necessario il provvedimento autorizzativo, emanato dall’autorità competente. L’efficacia dell’autorizzazione ordinaria è legata all’accettazione da parte dell’Ente competente delle garanzie finanziarie.
L’autorizzazione ordinaria ha durata di 10 anni, mentre la semplificata 5 anni. Il rinnovo dell’autorizzazione deve essere chiesto 90 gg. prima della scadenza per la procedura semplificata, mentre 180 gg. prima della scadenza per la procedura ordinaria.
Si apre la possibilità di scegliere l’una o l’altra solo per le operazioni di recupero.
Ai fini di una scelta responsabile si ritiene doversi presentare attenzione ai rifiuti che si intende gestire (Cer, provenienza, tipologia, eventuali concentrazioni di sostanze pericolose), alle operazioni di recupero che si intendono effettuare, al prodotto/mps che si intende ottenere dalle operazioni di recupero, ai quantitativi massimi annuali di rifiuti che si intende gestire in funzione delle operazioni di recupero, alle caratteristiche dell’impianto (07.07.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIANel formulario di identificazione del rifiuto, il percorso va sempre definito?
L’art. 193 del D.Lgs 152/2006 detta il contenuto minimo del formulario, che deve indicare anche il percorso dell’instradamento. In caso di compilazione incompleta o inesatta del formulario, infatti, ai sensi dell’art. 258 del D.Lgs. 152/2006, sono previste apposite sanzioni, diversamente graduate, a seconda che si tratti di rifiuti pericolosi o non pericolosi.
Il modello del formulario di identificazione è contenuto in allegato al D.M. n. 145/1998.
Nel modello nella sezione terza alla voce “percorso” si accompagna la dicitura “se diverso dal più breve”, da intendersi come quello effettuato nel minor tempo possibile, avendo riguardo al mezzo prescelto, alla distanza chilometrica fra il luogo di partenza e la destinazione del rifiuto, alla viabilità e senza soste intermedie e/o operazioni di trasbordo non autorizzate.
Se ne deduce che deve essere indicato l’itinerario seguito, solo se, per questioni non dipendenti dalla volontà del conducente, sia diverso da quello più breve prestabilito alla partenza (07.07.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALIL’art. 14 del decreto Ronchi conferma la corretta individuazione nell’organo di vertice dell’amministrazione comunale quale soggetto competente ad adottare il provvedimento impugnato (ordinanza di rimozione rifiuti).
Tale competenza sussiste anche ai sensi dell’art. 217 del R.D. 1265/1934 a norma del quale “quando vapori, gas o altre esalazioni, scoli di acque, rifiuti solidi o liquidi provenienti da manifatture o fabbriche, possono riuscire di pericolo o di danno per la salute pubblica, il sindaco prescrive le norme da applicare per prevenire o impedire il danno e il pericolo e si assicura della loro esecuzione ed efficienza. Nel caso di inadempimento il sindaco può provvedere di ufficio nei modi e termini stabiliti nel testo unico della legge comunale e provinciale”.

Il quarto motivo di ricorso, che denuncia l’incompetenza del Sindaco ad emanare le ordinanze in questione, è infondato in quanto, come chiarito dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 4773/2013, l’art. 14 del decreto Ronchi conferma la corretta individuazione nell’organo di vertice dell’amministrazione comunale quale soggetto competente ad adottare il provvedimento impugnato (Cons. Stato, sezione quinta, 27.03.2009, n. 1826).
Tale competenza sussiste anche ai sensi dell’art. 217 del R.D. 1265/1934 a norma del quale “quando vapori, gas o altre esalazioni, scoli di acque, rifiuti solidi o liquidi provenienti da manifatture o fabbriche, possono riuscire di pericolo o di danno per la salute pubblica, il sindaco prescrive le norme da applicare per prevenire o impedire il danno e il pericolo e si assicura della loro esecuzione ed efficienza. Nel caso di inadempimento il sindaco può provvedere di ufficio nei modi e termini stabiliti nel testo unico della legge comunale e provinciale” (Tar Lombardia, Milano, sez. I, sentenza n. 518/2014)
(TAR Lombardia-MIlano, Sez. IV, sentenza 02.07.2014 n. 1705 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

giugno 2014

AMBIENTE-ECOLOGIA: In materia di inquinamento e conseguente bonifica, sussiste l'assenza di una corresponsabilità del fallimento, anche meramente omissiva, in relazione alle condotte poste in essere dall'impresa fallita.
I
n primo luogo, proprio l'amministrazione comunale evidenzia che l'ordinanza sindacale è rivolta al fallimento in conseguenza dell'inottemperanza dell'impresa ad un precedente provvedimento. In tal modo, si evidenzia l'estraneità della curatela fallimentare alla determinazione degli inconvenienti sanitari riscontrati nell'area.
In questo senso, si pone, del resto, anche una parte della giurisprudenza amministrativa di primo grado, la quale evidenzia l'assenza di una corresponsabilità del fallimento, anche meramente omissiva, in relazione alle condotte poste in essere dall'impresa fallita.
In secondo luogo, il riferimento alla disponibilità giuridica degli oggetti, qualificati dal comune come rifiuti inquinanti, non è sufficiente per imporre l'adempimento di un obbligo gravante sull'impresa fallita.
Il potere di disporre dei beni fallimentari (secondo le particolari regole della procedura concorsuale e sotto il controllo del giudice delegato) non comporta necessariamente il dovere di adottare particolari comportamenti attivi, finalizzati alla tutela sanitaria degli immobili destinati alla bonifica da fattori inquinanti.
In terzo luogo, poi, proprio il richiamo alla disciplina del fallimento e della successione nei contratti evidenzia che la curatela fallimentare non subentra negli obblighi più strettamente correlati alla responsabilità dell'imprenditore fallito.
Non assume alcun rilievo la disposizione contenuta nell'art. 1576 del codice civile, poiché l'obbligo di mantenimento della cosa in buono stato locativo riguarda i rapporti tra conduttore e locatore e non si riverbera, direttamente, sui doveri fissati da disposizioni dirette ad altro scopo.
Si deve aggiungere, poi, che il fallimento non è stato autorizzato a proseguire l'attività precedentemente svolta dall'impresa fallita. Pertanto, l'obbligo di bonifica del sito non potrebbe essere nemmeno collegato allo svolgimento di operazioni potenzialmente inquinanti.
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L’art. 192, comma 4, del d.lgs. n. 152 del 2006 recita: “Qualora la responsabilità del fatto illecito sia imputabile ad amministratori o rappresentanti di persona giuridica ai sensi e per gli effetti del comma 3, sono tenuti in solido la persona giuridica ed i soggetti che siano subentrati nei diritti della persona stessa, secondo le previsioni del decreto legislativo 08.06.2001, n. 231, in materia di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni.”
Ai fini di un’eventuale applicazione della norma appena trascritta si pone la questione di stabilire se il Fallimento possa essere considerato alla stregua di un soggetto “subentrato nei diritti” della società fallita.
Orbene, il Fallimento non può essere reputato un “subentrante”, ossia un successore, dell’impresa sottoposta alla procedura fallimentare.
La società dichiarata fallita, invero, conserva la propria soggettività giuridica e rimane titolare del proprio patrimonio: solo, ne perde la facoltà di disposizione, pur sotto pena di inefficacia solo relativa dei suoi atti, subendo la caratteristica vicenda dello spossessamento (art. 42 R.D. n. 267/1942: “La sentenza che dichiara il fallimento, priva dalla sua data il fallito dell'amministrazione e della disponibilità dei suoi beni esistenti alla data di dichiarazione di fallimento”; art. 44: “Tutti gli atti compiuti dal fallito e i pagamenti da lui eseguiti dopo la dichiarazione di fallimento sono inefficaci rispetto ai creditori”).
Correlativamente, il Fallimento non acquista la titolarità dei suoi beni, ma ne è solo un amministratore con facoltà di disposizione, laddove quest’ultima riposa non sulla titolarità dei relativi diritti ma, a guisa di legittimazione straordinaria, sul munus publicum rivestito dagli organi della procedura (art. 31 R.D. n. 267/1942: “Il curatore ha l'amministrazione del patrimonio fallimentare e compie tutte le operazioni della procedura sotto la vigilanza del giudice delegato e del comitato dei creditori, nell'ambito delle funzioni ad esso attribuite”).
Il curatore del fallimento, pertanto, pur potendo sottentrare in specifiche posizioni negoziali del fallito (cfr. l’art. 72 R.D. n. 267/1942), in via generale “non è rappresentante, né successore del fallito, ma terzo subentrante nell'amministrazione del suo patrimonio per l'esercizio di poteri conferitigli dalla legge” (Cassazione civile, sez. I, 23/06/1980, n. 3926).
Più ampiamente, la Suprema Corte ha difatti osservato quanto segue: “Il fatto che alla curatela sia affidata l'amministrazione del patrimonio del fallito, per fini conservativi predisposti alla liquidazione dell'attivo ed alla soddisfazione paritetica dei creditori, non comporta affatto che sul curatore incomba l'adempimento di obblighi facenti carico originariamente all'imprenditore, ancorché relativi a rapporti tuttavia pendenti all'inizio della procedura concorsuale. Al curatore competono gli adempimenti che la legge (sia esso il R.D. 16.03.1942 n.. 267, siano esse leggi speciali) gli attribuisce e tra essi non è ravvisabile alcun obbligo generale di subentro nelle situazioni giuridiche passive di cui era onerato il fallito. … Poiché in linea generale, come ricordato, il curatore, nell'espletamento della pubblica funzione, non si pone come successore o sostituto necessario del fallito, su di lui non incombono né gli obblighi dal fallito inadempiuti volontariamente o per colpa, né quelli che lo stesso non sia stato in grado di adempiere a causa dell'inizio della procedura concorsuale, ancorché la scadenza di adempimento avvenga in periodo temporale in cui lo stesso curatore possa qualificarsi come datore di lavoro nei confronti degli stessi dipendenti, o di alcuni di essi.”.
Per quanto esposto, dunque, nei confronti del Fallimento non è ravvisabile un fenomeno di successione, il quale solo potrebbe far scattare il meccanismo estensivo, previsto dall’art. 194, comma 4, d.lgs. cit., della legittimazione passiva rispetto agli obblighi di ripristino che l’articolo stesso pone in prima battuta a carico del responsabile e del proprietario versante in dolo o colpa.

2a- La Sezione, dato subito atto che è pacifico che il Fallimento non sia stato autorizzato, nella specie, alla prosecuzione dell’attività della società fallita, sul thema decidendum non può non richiamarsi al proprio precedente, motivato pronunciamento di cui alla decisione n. 4328 del 29.07.2003: “12 La questione da esaminare … consiste nello stabilire se la curatela fallimentare possa essere destinataria di ordinanze sindacali dirette alla bonifica di siti inquinati, per effetto del precedente comportamento omissivo o commissivo dell'impresa fallita.
13 Al riguardo, il comune sostiene che la responsabilità del fallimento deriva dalla inottemperanza ai precedenti provvedimenti adottati nei confronti della società (…).
14 Inoltre, l'amministrazione espone che le "migliaia di tonnellate dei pneumatici inquinanti", oggetto dell'ordinanza impugnata, sono uscite dalla disponibilità della società fallita, entrando a far parte della massa fallimentare, gestita ed amministrata dal curatore.
15 In tal senso, secondo l'appellante, si pone un orientamento giurisprudenziale, in forza del quale l'adempimento dell'obbligo di smaltimento dei rifiuti grava sulla curatela fallimentare (TAR Toscana, Prima Sezione, 03.03.1993, n. 196; Tar Toscana, Seconda Sezione, 28.04.2000, n. 780), poiché la disponibilità dei beni, anche di quelli classificati come rifiuti nocivi, entra giuridicamente nella titolarità del curatore e conseguentemente con essa anche il dovere di rimuoverli in applicazione delle leggi vigenti.
16 In termini più generali, il comune sostiene che il fallimento subentra negli obblighi facenti capo all'impresa fallita e, quindi, è tenuto all'adempimento dei doveri derivanti dall'accertata responsabilità della stessa impresa.
17 A tal fine, il comune appellante richiama, fra l'altro, le disposizioni della legge fallimentare riguardanti la prosecuzione dei contratti facenti capo all'impresa fallita.
18 Nessuno degli argomenti proposti è persuasivo.
19 In primo luogo, proprio l'amministrazione comunale evidenzia che l'ordinanza sindacale è rivolta al fallimento in conseguenza dell'inottemperanza dell'impresa ad un precedente provvedimento. In tal modo, si evidenzia l'estraneità della curatela fallimentare alla determinazione degli inconvenienti sanitari riscontrati nell'area.
20 In questo senso, si pone, del resto, anche una parte della giurisprudenza amministrativa di primo grado (TAR Toscana, Sezione Terza, 01.08.2001, n. 1318), la quale evidenzia l'assenza di una corresponsabilità del fallimento, anche meramente omissiva, in relazione alle condotte poste in essere dall'impresa fallita.
21 In secondo luogo, il riferimento alla disponibilità giuridica degli oggetti, qualificati dal comune come rifiuti inquinanti, non è sufficiente per imporre l'adempimento di un obbligo gravante sull'impresa fallita.
Il potere di disporre dei beni fallimentari (secondo le particolari regole della procedura concorsuale e sotto il controllo del giudice delegato) non comporta necessariamente il dovere di adottare particolari comportamenti attivi, finalizzati alla tutela sanitaria degli immobili destinati alla bonifica da fattori inquinanti.
22 In terzo luogo, poi, proprio il richiamo alla disciplina del fallimento e della successione nei contratti evidenzia che la curatela fallimentare non subentra negli obblighi più strettamente correlati alla responsabilità dell'imprenditore fallito.
Non assume alcun rilievo la disposizione contenuta nell'art. 1576 del codice civile, poiché l'obbligo di mantenimento della cosa in buono stato locativo riguarda i rapporti tra conduttore e locatore e non si riverbera, direttamente, sui doveri fissati da disposizioni dirette ad altro scopo.
23 Si deve aggiungere, poi, che il fallimento non è stato autorizzato a proseguire l'attività precedentemente svolta dall'impresa fallita. Pertanto, l'obbligo di bonifica del sito non potrebbe essere nemmeno collegato allo svolgimento di operazioni potenzialmente inquinanti.
24 In definitiva, quindi, l'appello deve essere rigettato
” (C.d.S., Sez. V, n. 4328/2003 cit.).
La Sezione ha ribadito questa chiara impostazione con la successiva decisione n. 3885 del 16.06.2009.
La nuova pronuncia, nel convalidare, sulla scia del riferito precedente giurisprudenziale, l’atto dell’Amministrazione che in un caso simile aveva escluso la legittimazione passiva del curatore, ha puntualizzato che la soluzione opposta “determinerebbe un sovvertimento del principio “chi inquina paga" scaricando i costi sui creditori che non presentano alcun collegamento con l'inquinamento”.
2b- Né l’impostazione così ribadita potrebbe essere ribaltata in ragione del disposto dell’art. 192, comma 4, del d.lgs. n. 152 del 2006.
Questo recita: “Qualora la responsabilità del fatto illecito sia imputabile ad amministratori o rappresentanti di persona giuridica ai sensi e per gli effetti del comma 3, sono tenuti in solido la persona giuridica ed i soggetti che siano subentrati nei diritti della persona stessa, secondo le previsioni del decreto legislativo 08.06.2001, n. 231, in materia di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni.”
Ai fini di un’eventuale applicazione della norma appena trascritta si pone la questione di stabilire se il Fallimento della MARCONI possa essere considerato alla stregua di un soggetto “subentrato nei diritti” della società fallita.
Orbene, il Fallimento non può essere reputato un “subentrante”, ossia un successore, dell’impresa sottoposta alla procedura fallimentare.
La società dichiarata fallita, invero, conserva la propria soggettività giuridica e rimane titolare del proprio patrimonio: solo, ne perde la facoltà di disposizione, pur sotto pena di inefficacia solo relativa dei suoi atti, subendo la caratteristica vicenda dello spossessamento (art. 42 R.D. n. 267/1942 : “La sentenza che dichiara il fallimento, priva dalla sua data il fallito dell'amministrazione e della disponibilità dei suoi beni esistenti alla data di dichiarazione di fallimento”; art. 44: “Tutti gli atti compiuti dal fallito e i pagamenti da lui eseguiti dopo la dichiarazione di fallimento sono inefficaci rispetto ai creditori”).
Correlativamente, il Fallimento non acquista la titolarità dei suoi beni, ma ne è solo un amministratore con facoltà di disposizione, laddove quest’ultima riposa non sulla titolarità dei relativi diritti ma, a guisa di legittimazione straordinaria, sul munus publicum rivestito dagli organi della procedura (art. 31 R.D. n. 267/1942: “Il curatore ha l'amministrazione del patrimonio fallimentare e compie tutte le operazioni della procedura sotto la vigilanza del giudice delegato e del comitato dei creditori, nell'ambito delle funzioni ad esso attribuite”).
Il curatore del fallimento, pertanto, pur potendo sottentrare in specifiche posizioni negoziali del fallito (cfr. l’art. 72 R.D. n. 267/1942), in via generale “non è rappresentante, né successore del fallito, ma terzo subentrante nell'amministrazione del suo patrimonio per l'esercizio di poteri conferitigli dalla legge” (Cassazione civile, sez. I, 23/06/1980, n. 3926).
Più ampiamente, la Suprema Corte (sez. I, 14.09.1991, n. 9605) ha difatti osservato quanto segue: “Il fatto che alla curatela sia affidata l'amministrazione del patrimonio del fallito, per fini conservativi predisposti alla liquidazione dell'attivo ed alla soddisfazione paritetica dei creditori, non comporta affatto che sul curatore incomba l'adempimento di obblighi facenti carico originariamente all'imprenditore, ancorché relativi a rapporti tuttavia pendenti all'inizio della procedura concorsuale. Al curatore competono gli adempimenti che la legge (sia esso il R.D. 16.03.1942 n.. 267, siano esse leggi speciali) gli attribuisce e tra essi non è ravvisabile alcun obbligo generale di subentro nelle situazioni giuridiche passive di cui era onerato il fallito. … Poiché in linea generale, come ricordato, il curatore, nell'espletamento della pubblica funzione, non si pone come successore o sostituto necessario del fallito, su di lui non incombono né gli obblighi dal fallito inadempiuti volontariamente o per colpa, né quelli che lo stesso non sia stato in grado di adempiere a causa dell'inizio della procedura concorsuale, ancorché la scadenza di adempimento avvenga in periodo temporale in cui lo stesso curatore possa qualificarsi come datore di lavoro nei confronti degli stessi dipendenti, o di alcuni di essi.”.
Per quanto esposto, dunque, nei confronti del Fallimento non è ravvisabile un fenomeno di successione, il quale solo potrebbe far scattare il meccanismo estensivo, previsto dall’art. 194, comma 4, d.lgs. cit., della legittimazione passiva rispetto agli obblighi di ripristino che l’articolo stesso pone in prima battuta a carico del responsabile e del proprietario versante in dolo o colpa.
2c- La Sezione deve conseguentemente concludere che gli obblighi imposti dalle pregresse ordinanze sindacali nn. 33/2008 e n. 63/2008 non possono essere riversati sul Fallimento della MARCONI (risultando privo di specifica rilevanza il punto –peraltro controverso tra le parti- del subentro del Fallimento nel rapporto locatizio instaurato dalla società) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 30.06.2014 n. 3274 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIACosa si intende per intermediazione di rifiuti?
Ai sensi e per gli effetti dell’art. 183, lett. l), TUA, a seguito del recepimento della direttiva 98/2008/CE, intervenuta con il d.lgs. 205 del 03.12.2010, che ha (finalmente) introdotto le nuove definizioni, deve intendersi per “intermediario” “qualsiasi impresa che dispone il recupero o lo smaltimento dei rifiuti per conto di terzi, compresi gli intermediari che non acquisiscono la materiale disponibilità dei rifiuti”.
Il ruolo principale di un intermediario, pertanto, risulta essere quello di anello di congiunzione tra gli attori principali di un ciclo di gestione del rifiuto, ovvero il produttore/detentore da una parte e il destinatario finale (smaltitore o recuperatore e non anche il trasporto) dall’altra: l’intermediario, più precisamente, si adopera per assicurare al produttore la collocazione migliore, anche sotto il profilo economico, del carico di rifiuti attraverso una propria scelta dello stesso intermediario il quale seleziona e collega i suddetti protagonisti sulla scorta delle sue personali conoscenze.
Ciò che quindi caratterizza la figura in questione, pertanto, è:
- la terzietà rispetto agli altri soggetti della filiera del rifiuto (produttore –smaltitore);
- l’utilità economica derivante da tale operazioni.
- La detenzione, o meno, dei rifiuti.
A tal proposito –onde meglio definire tale figura- giova prendere spunto dalla normativa civilistica relativa a tali tipi di contratti, sulla base della quale la mediazione è connaturata a dei presupposti ben definiti che pongono il “mediatore” come colui che mette in relazione due o più parti per la conclusione di un affare senza essere legato ad alcuna di esse da rapporti di collaborazione, di dipendenza o di rappresentanza (art. 1754 c.c.).
Presupposto peculiare per tale mediazione (o intermediazione) è la previsione di una provvigione necessariamente collegata alla conclusione della transazione economica.
Le attività di intermediazione e di commercio vengono considerate dal TUA quali attività di gestione dei rifiuti.
Infatti all’art. 183, lett. n) viene definita gestione: “la raccolta, il trasporto, il recupero e lo smaltimento dei rifiuti, compresi il controllo di tali operazioni e gli interventi successivi alla chiusura dei siti di smaltimento, nonché le operazioni effettuate in qualità di commerciante o intermediario”.
Ciò comporta che le stesse:
● devono essere autorizzate ai sensi dell’art. 212, comma 5, del TUA (mediante iscrizione all’Albo Nazionale Gestori Ambientali) per gli intermediari e i commercianti senza detenzione dei rifiuti;
● in caso di violazione di norme nella gestione dei rifiuti sono assoggettabili alle sanzioni previste dal TUA agli artt. 256 e ss. (23.06.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Risanamento ambientale.
Domanda
Il comune mi intima di procedere all'intervento di risanamento ambientale e di bonifica su un terreno di mia proprietà, per il cui inquinamento ho dimostrato di essere completamente estraneo. Un tale richiesta può essere considerata legittima?
Risposta
Il Consiglio di stato, nell'Adunanza plenaria del 25.09.2013, con l'ordinanza numero 21, ha evidenziato che sulla base del quadro normativo vigente, la p.a. non può imporre al proprietario di un'area inquinata, che non sia l'autore dell'inquinamento, l'obbligo di porre in essere le misure di messa in sicurezza di emergenza e di bonifica di cui all'articolo 20, comma 1, lettere m) e p), del decreto legislativo numero 152, del 2006, in quanto gli effetti a carico del proprietario incolpevole restano limitati a quanto espressamente previsto dall'articolo 253 del medesimo decreto legislativo in tema di onere reale e privilegio speciale immobiliare. Infatti, per i giudici, le disposizioni contenute nel titolo V della parte IV del decreto legislativo su citato (articoli da 239 a 253) operano una chiara e netta distinzione tra la figura del responsabile dell'inquinamento e quella del proprietario del sito che non abbia causato o concorso a causare la contaminazione.
Per l'Adunanza plenaria, i dubbi interpretativi che possono sorgere con l'ordinamento dell'Unione europea debbono essere risolti escludendo che i principi comunitari in materia ambientale ostino a una disciplina nazionale che non consente all'autorità competente di imporre misure di messa in sicurezza d'emergenza e di bonifica in capo al proprietario del sito non responsabile della contaminazione, prevedendo in capo al medesimo soltanto una responsabilità patrimoniale limitata al valore del fondo dopo l'esecuzione degli interventi di bonifica secondo il meccanismo dell'onere reale e del privilegio speciale immobiliare (articolo ItaliaOggi Sette del 16.06.2014).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Possono trasportarsi rottami metallici con i mezzi d'opera?
Ai sensi del decreto legislativo 30.04.1992, n. 285, art. 54, comma 1, lettera n), si classificano “mezzi d’opera”: “i veicoli o complessi di veicoli dotati di particolare attrezzatura per il carico e il trasporto di materiali di impiego o di risulta dell'attività edilizia, stradale, di escavazione mineraria e materiali assimilati ovvero che completano, durante la marcia, il ciclo produttivo di specifici materiali per la costruzione edilizia. […] Tali veicoli o complessi di veicoli possono essere adibiti a trasporti in eccedenza ai limiti di massa stabiliti nell'art. 62 e non superiori a quelli di cui all'art. 10, comma 8, e comunque nel rispetto dei limiti dimensionali fissati nell'art. 61. I mezzi d'opera devono essere, altresì, idonei allo specifico impiego nei cantieri o utilizzabili a uso misto su strada e fuori strada”.
Con successiva Legge -23.12.1997 n. 454– viene ampliata la categoria dei materiali indicati all’articolo 54, comma 1, lettera n).
All’articolo 11, viene, infatti, previsto che si possono trasportare i materiali:
● impiegati nel ciclo produttivo delle imprese forestali e quelli derivanti dalla raccolta e compattazione di rifiuti solidi urbani e dallo spurgo di pozzi neri effettuati mediante idonee apparecchiature installate sui mezzi d’opera;
● dell’industria siderurgica compresi i coils e i laminati grezzi, trasportati mediante idonee selle di contenimento installate sui mezzi d’opera.
Tale elenco di materiali viene poi ulteriormente esteso grazie all’art. 10, comma 21, del D.Lgs n. 285/1992 - Veicoli eccezionali e trasporti in condizioni di eccezionalità - così modificato dalla legge 29.07.2010, n. 120 il quale stabilisce che “chiunque adibisce mezzi d'opera al trasporto di cose diverse da quelle previste nell'art. 54, comma 1, lettera n), salvo che ciò sia espressamente consentito, comunque entro i limiti di cui all'articolo 62, nelle rispettive licenze ed autorizzazioni al trasporto di cose, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 398 a euro 1.596 e alla sanzione amministrativa accessoria della sospensione della carta di circolazione da uno a sei mesi. […]”.
All’indomani della modifica apportata al comma 21 del D.Lgs. n. 285/1992 dalla legge n. 120 del 2010, quindi, si è aperta la possibilità di trasportare con i mezzi d’opera qualsiasi tipologia di materiale, diverso da quello espressamente previsto ai sensi dell’art. 54, comma 1, lett. n), del decreto stesso.
A tal fine si rende, tuttavia, necessaria espressa menzione nelle autorizzazioni e licenze al trasporto.
Per di più occorre il rispetto dei limiti di portata massima, che, nello specifico non sono quelli indicati ai fini della ordinarietà della circolazione ai sensi dell’art. 10, comma 8, bensì quelli indicati all’art. 62 cds .
Alla luce di quanto esposto si conclude pertanto che, a condizione che si possegga autorizzazione specifica e che si rispettino i limiti di massa previsti ai sensi dell’art. 62 cds è possibile trasportare sui mezzi d’opera qualsiasi tipologia di materiale diverso da quello previsto all’ art. 54, comma 1, lettera n), e pertanto anche rottami (09.06.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAIl registro di carico/scarico rifiuti va conservato unitamente al FIR?
Ai sensi dell’art. 190, comma 3 del D.Lgs n. 152/2006, “I registri sono tenuti presso ogni impianto di produzione, di stoccaggio, di recupero e di smaltimento di rifiuti, nonché presso la sede delle imprese che effettuano attività di raccolta e trasporto, nonché presso la sede dei commercianti e degli intermediari. I registri integrati con i formulari di cui all'articolo 193 relativi al trasporto dei rifiuti sono conservati per cinque anni dalla data dell'ultima registrazione, […]”.
Ai sensi del Decreto Ministeriale 01.04.1998 n. 145 “Regolamento recante la definizione del modello e dei contenuti del formulario di accompagnamento dei rifiuti”, art. 4, c. 3 “i formulari di identificazione costituiscono parte integrante dei registri di carico e scarico dei rifiuti prodotti o gestiti. A tal fine gli estremi identificativi del formulario dovranno essere riportati sul registro di carico e scarico in corrispondenza all'annotazione relativa ai rifiuti oggetto del trasporto, ed il numero progressivo del registro di carico e scarico relativo alla predetta annotazione deve essere riportato sul formulario che accompagna il trasporto dei rifiuti stessi”.
La circolare 04.08.1998, n. GAB/DEC/812/98 “Esplicativa sulla compilazione dei registri di carico scarico dei rifiuti e dei formulari di accompagnamento dei rifiuti trasportati individuati, rispettivamente, dal decreto ministeriale 01.04.1998, n. 145, e dal decreto ministeriale 01.04.1998, n. 148”, al punto 1 lett. i), chiarisce che “al fine di garantire un efficace controllo sulla gestione e movimentazione dei rifiuti il legislatore ha stabilito un rapporto di reciproca integrazione dei dati riportati sul registro con quelli riportati sul formulario”. Tale rapporto è previsto in modo espresso dall'art. 12, comma 3, del decreto legislativo n. 22/1997 [all’epoca vigente], e dall'art. 4, comma 3, del decreto ministeriale n. 145/1998, e presuppone che il formulario sia conservato nel medesimo luogo dove deve essere conservato il registro di carico e scarico.
Si evince dalla normativa suesposta che i registri di carico e scarico dei rifiuti, per la loro corretta tenuta, vadano conservati unitamente al formulario, nel medesimo luogo (03.06.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIANel caso di variazione di denominazione sociale e autorizzazione al trasporto, e' necessario cambiare registri c/s e FIR?
I modelli di registri di carico e scarico e dei formulari di identificazione dei rifiuti sono stabiliti rispettivamente dal:
- dm 148 del 1998,
- dm 145 del 1998.
Entrambe i provvedimenti prevedono che i frontespizi della documentazione ambientale debbano contenere –inter alia– la denominazione sociale e il codice fiscale dell’attività.
Tali dati peraltro sono necessari ai fini della vidimazione di entrambe i documenti, non potendosi procedere alla vidimazione dei frontespizi in bianco .
Ciò in quanto sia i registri che i FIR devono essere immediatamente ricondotti alla specifica responsabilità del soggetto predeterminato ed individuato che procede alla produzione/gestione/trasporto dei rifiuti.
Alla luce di tale circostanza –seppur in assenza di una precipua norma in merito– si ritiene che possa costituire un’irregolarità nella tracciabilità l’utilizzo di registri e di formulari aventi l’indicazione della società precedente alla variazione della stessa, punibile ai sensi e per gli effetti dell’art. 258 del TUA.
Per tale motivo si ritiene consigliabile recarsi presso la Camera di Commercio competente al fine di richiedere o la vidimazione della modifica del frontespizio da apportarsi dinanzi all’addetto preposto, ovvero la vidimazione di nuovi formulari e di nuovi registri, onde non incorrere in denegate ipotesi di contestazioni (03.06.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAEntro quali limiti il conferente rifiuti è responsabile?
La Corte di cassazione, sezione terza penale, con la sentenza del 21.05.2013, numero 26938, in ordine all'ampiezza della responsabilità dei soggetti inseriti nella cosiddetta filiera dei rifiuti, ha affermato che la gestione dei rifiuti costituisce attività di pubblico interesse, il cui svolgimento richiede la cooperazione e la responsabilizzazione di tutti i soggetti che se ne occupano.
Sussiste, nel caso, per i Supremi giudici, una responsabilità a catena tra tutti i soggetti intervenienti nel circuito della gestione dei rifiuti. Infatti, il legislatore, in tema di tutela ambientale, ha voluto, per rifiuti, che risultassero da documenti alcuni elementi, quali: chi ha creato il rifiuto, la sua destinazione e il soggetto autorizzato a detenerlo.
Al riguardo, la stessa Corte di cassazione, sezione terza penale, in precedenza, con la sentenza numero 28836, del 20.05.2008, ha affermato: «Il detentore che ha conferito i rifiuti a soggetto autorizzato all'attività di recupero o di smaltimento, è esonerato da responsabilità alle seguenti condizioni: se ha ricevuto copia del formulario controfirmato e datato in arrivo dal destinatario entro tre mesi dalla data del conferimento dei rifiuti al trasportatore ovvero se, alla scadenza dei tre mesi, abbia dato comunicazione alla provincia della mancata ricezione del formulario. In tale contesto, per accertare la diligente condotta del detentore medesimo, necessita verificare se siano state verificate le predette condizioni e se i formulari ricevuti dall'imputato siano corrispondenti alla tipologia dei rifiuti da lui consegnati al trasportatore; in caso positivo non sarebbe imputabile un difetto di diligenza in capo al detentore perché indotto in errore sulla liceità della propria condotta dal comportamento del trasportatore».
Con la prima sentenza su citata, la Corte di cassazione, richiede poi, al soggetto conferente, per non incorrere in una violazione del precetto, di accertare: «Che il soggetto al quale i rifiuti vengono conferiti abbia le prescritte autorizzazioni; che il titolo abilitativo sia esistente; che sia stato rilasciato dall'Autorità competente; che non sia palesemente contraffatto; che non sia vistosamente irregolare, che sia temporaneamente valido; che, infine, consenta di ricevere i rifiuti che si intendono conferire» (articolo ItaliaOggi Sette del 02.06.2014).

maggio 2014

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATATerre e rocce da scavo: proponente ed esecutore del Piano di Utilizzo sono figure distinte?
Ai sensi dell’art. 1. c. 1 del D.M. n. 161/2012 si definisce:
● alla lett. q), “proponente: il soggetto che presenta il Piano di Utilizzo”;
● alla lett. r), “esecutore: il soggetto che attua il Piano di Utilizzo”.
Alla luce delle definizioni suesposte, sembrerebbe, pertanto, che le due figure coinvolte –quella del proponente e quella dell’esecutore– debbano astrattamente ritenersi distinte.
Ai sensi dell’art. 7, c. 1, del medesimo decreto, tuttavia, viene affermato che “il Piano di Utilizzo […] nonché le dichiarazioni rese conformemente all'articolo 6, devono essere conservati presso il sito di produzione del materiale escavato o presso la sede legale del proponente e, se diverso, anche dell'esecutore”.
Ciò determina che il Decreto Ministeriale ammette -seppur in via implicita– che il proponente possa coincidere con l’esecutore.
Ai sensi dell’art. 6 del DM 161 del 2012, si prevede peraltro che, per le procedure di emergenza, la sussistenza dei requisiti di cui all’art. 4 possano essere dimostrati mediante una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà nelle forme dell’allegato 7.
Il predetto allegato 7, si riferisce alla Dichiarazione di Avvenuto Utilizzo, la quale, per espressa previsione di legge, deve essere presentata a cura esclusiva dell’esecutore.
Ad una prima lettura della norma sembrerebbe, pertanto, che in caso delle procedure di emergenza l’esecutore debba anche essere proponente.
A parere di chi scrive, tuttavia, il riferimento all’allegato 7 è volto solo alla forma della modulistica e non tanto agli oneri connessi alla procedura di emergenza, di talché, la dichiarazione di emergenza e il successivo piano di utilizzo potranno essere presentati anche dal proponente, laddove diverso dall’esecutore.
A conforto di tale argomentazione valga anche il dettato normativo.
Ed invero, l’art. 6 stabilisce che la dichiarazione debba essere resa “nella forma dell’allegato 7”, mentre l’art. 12 relativo alla dichiarazione di avvenuto utilizzo prevede che la stessa debba avvenire “in conformità dell’allegato 7”.
Ciò a conferma che il richiamo alla predetta documentazione rileva solo per la forma che la stessa dovrà avere e non tanto per l’obbligatorietà in capo all’esecutore di presentarla .
Il che determina che, anche in relazione alle procedure di emergenza, il proponente e l’esecutore possano -ma non debbano– coincidere (26.05.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIACosa accade quando il peso verificato nell'impianto a destinazione è inferiore a quello di partenza?
Il DM 01.04.1998 n. 145 consente alle aziende di trascrivere il peso “a destino”. Nell’allegato B del predetto decreto, peraltro, al punto 6) è prevista l’indicazione in “kg o litri” e il “il peso da verificarsi a destino”.
Apparentemente queste indicazioni potrebbero sembrare alternative.
Tuttavia, la circolare 04.08.1998, n. GAB/DEC/812/98, esplicativa sulla compilazione dei registri di carico/scarico dei rifiuti e dei formulari di accompagnamento dei rifiuti trasportati, al punto 1), lett. t), stabilisce: “alla voce “quantità”, casella 6, terza sezione, dell’allegato B, al decreto ministeriale n. 145/1998, deve sempre essere indicata la quantità di rifiuti trasportati. Inoltre, dovrà essere contrassegnata la casella relativa alla voce “Peso da verificarsi a destino” nel caso in cui per la natura del rifiuto o per l’indisponibilità di un sistema di pesatura si possano, rispettivamente, verificare variazioni di peso durante il trasporto o una non precisa corrispondenza tra le quantità di rifiuti in partenza e quelle a destinazione”.
Da questa formulazione si comprende come queste indicazioni non siano alternative, ma che occorre sempre indicare il peso inevitabilmente approssimativo ma indicato con competenza e prossimità in kg o litri ed eventualmente prescegliere anche l’opzione di verifica a destinazione, qualora ricorrano le condizioni prescritte dalla norma (assenza di sistema di pesatura in partenza).
Il fatto di avvalersi della possibilità di verificare il peso dei rifiuti trasportati presso il sito finale di destinazione non esime affatto dall’indicare comunque un peso indicativo all’atto di partenza dei rifiuti medesimi; peraltro, verosimilmente, il peso di partenza e quello di arrivo saranno differenti, o quantomeno le probabilità che lo siano sono estremamente elevate.
Tale possibilità sussiste nelle cause richiamate dalla norma e di seguito enunciate:
● non devono essere presenti sistemi di pesatura, rendendo quindi impossibile provvedervi;
● a natura dei rifiuti deve essere tale da consentire possibili variazioni nel peso stesso (circostanza che può verificarsi con riferimento ai rifiuti liquidi).
Quindi in conclusione, la presenza di una di queste due condizioni, giustifica la possibilità di procedere alla verifica del peso effettivo presso il luogo di destinazione dei rifiuti ed in quel modo potrà certamente riscontrarsi una difformità tra il peso dichiarato e quello successivamente accertato.
L’impianto di destinazione verificherà il peso, il quale, considerato quanto sopra, sarà quello facente fede (19.05.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIALa stampa dei registri tenuti in maniera informatica va effettuata in coincidenza con gli adempimenti temporali previsti per le annotazioni?
 L’art. 190, comma 6, del D.Lgs 152/2006 sancisce che i registri di carico e scarico siano gestiti secondo le modalità dei registri IVA.
Da ciò consegue che, nonostante il previgente sistema prevedesse la stampa, da effettuare sul modulo continuo, in coincidenza con il termine previsto per l’annotazione, il sistema attuale garantisce la possibilità, nei casi di tenuta informatica dei registri, di effettuare la stampa anche una sola volta all’anno e, tra l’altro, non necessariamente su modulo continuo, potendosi altresì utilizzare anche fogli formato A4.
Si chiarisce che, secondo la disciplina IVA la tenuta dei registri contabili (il registro di carico e scarico è assimilato ai registri contabili) con sistemi meccanografici è considerata regolare anche in mancanza della trasposizione su supporto cartaceo dei dati, a patto che al momento del controllo i dati risultino aggiornati su supporti magnetici e stampati contestualmente alla richiesta degli organi di controllo e in loro presenza.
La forma (o supporto) con il quale si tengono i registri riguarda le modalità di gestione che segue le regole IVA e, pertanto, ciò che conta non è la carta, ma il supporto magnetico e la stampa all’atto del controllo e su richiesta del controllore (12.05.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIASe un'azienda effettua un trasporto di rifiuti e il destinatario respinge il carico, cosa dovrà scrivere l'azienda nel formulario per giustificare il trasporto della quantità respinta?
Una lettura combinata dell’art. 193 del D.Lgs. 152/2006 e della Circolare n. Gab/Dec/812/98 lascia intendere che, qualora parte del carico sia stato respinto, il motivo del parziale rifiuto vada specificato nel formulario. Il destinatario dei rifiuti deve, infatti, indicare se il carico è stato accettato o respinto e, salvo il caso in cui sia stato respinto per intero, precisare la quantità di rifiuti ricevuta, corredata da data, ora e firma.
Il trasportatore dovrà registrare, nei tempi stabiliti per legge (almeno entro dieci giorni lavorativi dalla effettuazione del trasporto, ai sensi dell’ art. 190, comma 1, lett. b), del D.Lgs.152/2006), il movimento effettuato, riportando il peso realmente riscontrato all’arrivo dal destinatario. In virtù della necessità di attuare una reciproca integrazione tra registro di carico e scarico e formulario, si dovrà riportare nella voce “annotazioni” del registro, la notizia della parziale accettazione del carico e delle relative motivazioni addotte dal destinatario.
Nel caso in cui il carico fosse respinto per intero (ipotesi contemplata nella quinta sezione, casella 11, del formulario, in cui figura la voce “respinto per le seguenti motivazioni”), nonostante l’intero carico (e non solo una parte di esso) sia restituito al mittente, il trasportatore dovrebbe comunque effettuare la registrazione con le stesse modalità, riportando nello spazio relativo alla quantità dei rifiuti un peso pari a “0” Kg e specificando nelle annotazioni che il carico è stato interamente respinto a causa delle motivazioni addotte dal destinatario (12.05.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Obbligo di bonifica e privilegio speciale immobiliare sul fondo.
Il D.Lgs. n. 152 del 2006 stabilisce che l'obbligo di bonifica è in capo al responsabile dell'inquinamento che le autorità amministrative hanno l'onere di individuare e ricercare (artt. 192, 242 e 244); che il proprietario dell'area non responsabile dell'inquinamento o altri soggetti interessati hanno solo la facoltà di effettuare interventi di bonifica (art. 245); che nel caso di mancata individuazione del responsabile o di assenza di interventi volontari, le opere di bonifica sono realizzate dalle Amministrazioni competenti (art. 250) che, a fronte delle spese sostenute, si vedono riconosciuto un privilegio speciale immobiliare sul fondo (253).
Ne consegue che, laddove l'Amministrazione non provi che l'inquinamento riscontrabile nel sito sia imputabile alla società, a quest’ultima non può essere imposto alcun obbligo di adottare misure di bonifica in un'ottica di recupero del sito.
Deve, inoltre, aggiungersi che la giurisprudenza ha sottolineato la necessità del rigoroso accertamento del nesso di causalità fra il comportamento del "responsabile" ed il fenomeno dell'inquinamento, affermando che tale accertamento deve essere fondato su una adeguata motivazione e su idonei elementi istruttori.

3. Venendo alla questione principale, va detto che questo Collegio non ritiene di discostarsi dalla nota giurisprudenza, anche di questo TAR, che in materia fa applicazione del principio europeo “chi inquina paga” trasfuso nella normativa nazionale, anche nella considerazione che dal punto di vista fattuale l’inquinamento ambientale (derivante dall’accumularsi di materiale inquinato) risulta risalente nel tempo né si è verificato alcun evento emergenziale, improvviso e imprevedibile, che non consentisse all’amministrazione il pieno rispetto della normativa vigente.
Invero, ad avviso di questo Collegio, tanto la disciplina di cui al d.lgs. n. 22/1997 (in particolare, l'art. 17, comma 2), quanto quella introdotta dal d.lgs. n. 152/2006 (ed in particolare, gli artt. 240 e segg.), si ispirano al principio secondo cui l'obbligo di adottare le misure, sia urgenti che definitive, idonee a fronteggiare la situazione d’inquinamento, è a carico unicamente di colui che di tale situazione sia responsabile, per avervi dato causa a titolo di dolo o colpa. Al contrario, l'obbligo di bonifica o di messa in sicurezza non può essere invece addossato al proprietario incolpevole, ove manchi ogni sua responsabilità (nello stesso senso, TAR Sicilia, Catania, Sez. I, 26.07.2007, n. 1254). L'Amministrazione non può, perciò, imporre ai privati che non abbiano alcuna responsabilità diretta sull'origine del fenomeno contestato, ma che vengano individuati solo quali proprietari del bene, lo svolgimento delle attività di recupero e di risanamento.
4. In sostanza, si afferma l'illegittimità degli ordini di smaltimento di rifiuti indiscriminatamente rivolti al proprietario (ovvero gestore a vario titolo) di un fondo in ragione della sua sola qualità, ma in mancanza di adeguata dimostrazione da parte dell'amministrazione procedente, sulla base di un'istruttoria completa e di un'esauriente motivazione (quand'anche fondata su ragionevoli presunzioni o su condivisibili massime d'esperienza), dell'imputabilità soggettiva della condotta.
L'enunciato è conforme al principio "chi inquina, paga", cui si ispira la normativa comunitaria (cfr. art. 174, ex art. 130/R, del Trattato CE), la quale impone al soggetto che fa correre un rischio di inquinamento di sostenere i costi della prevenzione o della riparazione.
Tale impostazione, già sancita dal d.lgs. n. 22/1997, risulta confermata e specificata dagli artt. 240 e segg. del d.lgs. n. 152/2006 (cd. Codice Ambiente), dai quali si desume l'addossamento dell'obbligo di effettuare gli interventi di recupero ambientale, anche di carattere emergenziale, al responsabile dell'inquinamento, che potrebbe benissimo non coincidere con il proprietario ovvero il gestore dell'area interessata (TAR Calabria, Catanzaro, n. 954 del 2012; TAR Toscana, Sez. II, n. 665/2009).
5. Va precisato, in argomento, che il principio "chi inquina, paga" vale, altresì, per le misure di messa in sicurezza d'emergenza, secondo la definizione che delle misure stesse è fornita dall'art. 240, comma 1, lett. m), del d.lgs. n. 152 cit. (ogni intervento immediato od a breve termine, da mettere in opera nelle condizioni di emergenza di cui alla lett. t) in caso di eventi di contaminazione repentini di qualsiasi natura, atto a contenere la diffusione delle sorgenti primarie di contaminazione, impedirne il contatto con altre matrici presenti nel sito ed a rimuoverle, in attesa di eventuali ulteriori interventi di bonifica o di messa in sicurezza operativa o permanente).
Infatti, anche l'adozione delle misure di messa in sicurezza d'emergenza è addossata dalla normativa in discorso al soggetto responsabile dell'inquinamento (cfr. art. 242 del d.lgs. n. 152 cit.).
Invero, i suddetti principi si attagliano al disposto di cui all'art. 192 del D.lgs. n. 152/2006, dal momento che siffatta disposizione legislativa non soltanto riproduce il tenore dell'abrogato art. 14 del D.lgs. n. 22/1997, con riferimento alla necessaria imputabilità a titolo di dolo o colpa, ma, in più, integra il precedente precetto, precisando che l'ordine di rimozione può essere adottato esclusivamente "in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo".
6. Si deve altresì sottolineare che a carico del proprietario dell'area inquinata, che non sia altresì qualificabile come responsabile dell'inquinamento, non incombe alcun obbligo di porre in essere gli interventi in parola, ma solo la facoltà di eseguirli per mantenere l'area interessata libera da pesi. Dal combinato disposto degli artt. 244, 250 e 253 del Codice ambiente si ricava, infatti, che, nell'ipotesi di mancata esecuzione degli interventi ambientali in esame da parte del responsabile dell'inquinamento, ovvero di mancata individuazione dello stesso -e sempreché non provvedano né il proprietario del sito, né altri soggetti interessati- le opere di recupero ambientale sono eseguite dalla P.A. competente, che potrà rivalersi sul soggetto responsabile nei limiti del valore dell'area bonificata, anche esercitando, ove la rivalsa non vada a buon fine, le garanzie gravanti sul terreno oggetto dei medesimi interventi (TAR Lombardia, Milano, Sez. II, 10.07.2007, n. 5355; TAR Toscana, Sez. II, 17.09.2009, n. 1448; TAR Toscana, sez. II, 11.05.2010 n. 1397 e 1398).
Nel caso di specie, dalla documentazione in atti non si evince alcun accertamento istruttorio volto a determinare la sussistenza dei presupposti soggettivi per l'imposizione, a carico dell'odierna ricorrente, degli obblighi di messa in sicurezza; in particolare, né nelle conferenze di servizi che hanno preceduto l'emanazione degli atti impugnati, né nei decreti direttoriali impugnati si rinviene alcun approfondimento istruttorio volto ad accertare un comportamento dell'odierna ricorrente, che possa aver dato luogo all'inquinamento dell'area.
7. Per completezza si osserva che l'obbligo di procedere alla bonifica dell'area non potrebbe neanche essere desunto dall'applicazione della previsione dell'art. 2051 c.c. (che regolamenta la responsabilità civile del custode); a prescindere da ogni considerazione relativa all'aspetto temporale della problematica (che richiederebbe l'accertamento della qualità di custode dell'area al momento dell'inquinamento e non in un periodo di tempo di molto successivo, come avvenuto nel caso di specie), deve, infatti, rilevarsi come si tratti di un criterio che si presenta in contraddizione con i precisi criteri di imputazione degli obblighi di bonifica previsti dagli artt. 240 e ss. e 252-bis, 2° comma del d.lgs. 03.04.2006, n. 152.
In buona sostanza, si tratta di una disciplina esaustiva della problematica che non può certo essere integrata dalla sovrapposizione di principi (come quello previsto dall'art. 2051 c.c.) desunti da diversa normativa e che determinerebbero la sostanziale alterazione di un contenuto normativo improntato a ben diversi principi.
8. A quanto appena rilevato deve, inoltre, aggiungersi che la giurisprudenza ha sottolineato la necessità del rigoroso accertamento del nesso di causalità fra il comportamento del "responsabile" ed il fenomeno dell'inquinamento, affermando che tale accertamento deve essere fondato su un’adeguata motivazione e su idonei elementi istruttori (Cons. di Stato, Sez. VI, 05.09.2005, n. 4525).
Infine, a conferma di quanto fin qui sostenuto occorre rilevare che anche la giurisprudenza comunitaria si è orientata nei termini che precedono (Corte di Giustizia, Grande Sezione, 24.06.2008, n. 188).
9. Detto principio del "chi inquina paga" consiste, in definitiva, nell'imputazione dei costi ambientali (ovvero costi sociali estranei alla contabilità ordinaria dell'impresa) al soggetto che ha causato la compromissione ecologica illecita (poiché esiste una compromissione ecologica lecita data dall'attività di trasformazione industriale dell'ambiente che non supera gli standard legali).
Con specifico riguardo alla contaminazione dei siti, pare rilevante quanto stabilito dalla Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio del 21.04.2004, "sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale". Anche tale Direttiva è conformata dal principio "chi inquina paga", per cui l'operatore che provoca un danno ambientale o è all'origine di una minaccia imminente di tale danno, dovrebbe, di massima, sostenere il costo delle necessarie misure di prevenzione o di riparazione. Quando l'autorità competente interviene direttamente o tramite terzi al posto di un operatore, detta autorità dovrebbe far sì che il costo da essa sostenuto sia a carico dell'operatore. È inoltre opportuno che gli operatori sostengano in via definitiva il costo della valutazione del danno ambientale ed eventualmente della valutazione della minaccia imminente di tale danno.
La Direttiva non si applica al danno di carattere diffuso se non in presenza di un nesso causale tra il danno e l'attività di singoli operatori.
Va quindi precisato, alla luce di tale esigenza di effettività della protezione dell'ambiente, che, ferma la doverosità degli accertamenti indirizzati ad individuare con specifici elementi i responsabili dei fatti di contaminazione, l'imputabilità dell'inquinamento può avvenire per condotte attive ma anche per condotte omissive.
In sostanza, la corretta interpretazione della normativa porta ad escludere che il legislatore abbia voluto introdurre una sorta di obbligazione "propter rem" di diritto pubblico (in quanto funzionale al pubblico interesse e coercibile da parte dell'amministrazione nell'ambito dei suoi poteri di polizia amministrativa) a carico del proprietario o del titolare di un diritto reale sul fondo (ed estesa anche ai titolari di un diritto personale di godimento, nel caso in cui il contenuto di questo conferisca al suo titolare i poteri di disposizione necessari per provvedere alla rimozione), con riferimento all'ipotesi in cui non sia stato accertato il responsabile del deposito abusivo di rifiuti, e, cioè, qualora non possa trovare applicazione la sanzione amministrativa ripristinatoria prevista.
Ed invero, soltanto nel caso in cui l'obbligazione ripristinatoria fosse connessa alla mera titolarità del diritto sul bene (in tal senso "propter rem"), a prescindere dalla sua responsabilità in ordine alla formazione di un deposito abusivo attraverso l'abbandono di rifiuti, si potrebbe pervenire alle conclusioni cui è pervenuto il Ministero, ma, poiché il legislatore ha positivamente stabilito l'inserimento della colpa fra gli elementi costitutivi della fattispecie in discorso, se ne trae sicura conferma della non condivisibilità dell'esegesi seguita dallo stesso.
10. Va rilevato che il potere è comunque attivabile anche a fronte di una situazione di mero pericolo d’inquinamento come imposto dal principio comunitario di precauzione come enunciato sin dalla Conferenza di Rio del 2004 (secondo l'art. 15 del documento conclusivo della Conferenza "in caso di rischi di danni gravi o irreversibili, l'assenza di certezze scientifiche non deve servire come pretesto per rinviare l'adozione di misure efficaci volte a prevenire il degrado dell'ambiente") e dal principio di doverosa prevenzione dei danni.
Una significativa applicazione dei suddetti principi e corollari è stata effettuata dall'Avvocato Generale J. Kokott nelle conclusioni presentate in data 13.03.2008 relativamente alla causa C-188/07, Comune de Mesquer c. Total France SA e Total International LTD, relativa ad un noto caso di inquinamento marino da idrocarburi, con riguardo all'art. 15 della Direttiva 2006/12/CE.
Dette conclusioni sono state accolte dalla sentenza Corte di Giustizia, Grande Sezione, del 24.06.2008.
L'Avvocato Generale ha correttamente concluso che «l'addebitamento a singoli soggetti dei costi dello smaltimento di rifiuti che essi non hanno prodotto sarebbe incompatibile con il principio “chi inquina paga”. A fronte di tale richiesta da parte delle autorità statali gli interessati potrebbero, pertanto, opporre l'art. 15 della direttiva quadro sui rifiuti».
L'Avvocato Generale ha argomentato tale conclusione sulla base di una nota sentenza della Corte di Giustizia (Corte giust. Ce, 07.09.2004, in causa C-1/2003, Van de Walle et al.): «La sentenza Van de Walle aveva ad oggetto idrocarburi fuoriusciti da una stazione di servizio, che avevano prodotto l'inquinamento del terreno circostante. In via di principio, la responsabilità di tale evento ricade sul gestore della stazione di servizio che ha acquistato gli idrocarburi per le proprie necessità aziendali e pertanto ne era detentore ed è il soggetto che li aveva in deposito, per esigenze della sua attività, nel momento in cui sono divenuti rifiuti ai sensi dell'art. 1, lett. b), della Direttiva 75/443. Soltanto se il cattivo stato degli impianti di stoccaggio della stazione di servizio e la fuoriuscita degli idrocarburi fossero eccezionalmente imputabili ad una violazione degli obblighi contrattuali incombenti alla compagnia petrolifera fornitrice della stazione di servizio, ovvero a diversi comportamenti idonei a far sorgere la responsabilità della detta compagnia, quest'ultima sarebbe responsabile. Per effetto della sua attività, infatti, la compagnia petrolifera avrebbe prodotto rifiuti ai sensi dell'art. 1, lett. b) , della Direttiva 75/442 ed essa potrebbe dunque essere considerata la detentrice di tali rifiuti. Secondo la Corte, pertanto, i costi devono essere sostenuti dal soggetto che ha prodotto i rifiuti.
I soggetti menzionati nell'art. 15 identificano invece soltanto l'insieme dei possibili responsabili finanziari, all'interno del quale, in conformità al principio “chi inquina paga”, deve essere scelto il soggetto che deve sostenere i costi. Detta interpretazione del principio “chi inquina paga” quale principio per la ripartizione dei costi è conforme ad altre versioni linguistiche che —a differenza della versione tedesca— non utilizzano il concetto di causalità, ma affermano che chi inquina paga (Polluter pays, pollueur-payeur) . [...] Applicato alla normativa ambientale, ciò consente innanzitutto di concludere che non è possibile sostenere i costi dello smaltimento di rifiuti prodotti da altri
» (punti 118, 119 e 120).
11. Ed infatti la citata sentenza della Corte giust. Ce, 07.09.2004, in causa C-1/2003, Van de Walle et al., aveva puntualmente affermato che «dalle disposizioni citate nei tre punti precedenti risulta che la Direttiva 75/442 distingue la materiale realizzazione delle operazioni di recupero o smaltimento —che essa pone a carico di ogni “detentore di rifiuti”, indipendentemente da chi sia il produttore o il possessore degli stessi— dall'assunzione dell'onere finanziario relativo alle suddette operazioni, che la medesima direttiva accolla, in conformità del principio “chi inquina paga”, ai soggetti che sono all'origine dei rifiuti, a prescindere se costoro siano detentori o precedenti detentori dei rifiuti oppure fabbricanti del prodotto che ha generato i rifiut » (punto 58).
Per la giurisprudenza interna, Cons. Stato, Sez. V, 16.06.2009 n. 3885; TAR Toscana, Sez. II, 03.03.2010, n. 594; TAR Sicilia, Catania, Sez. I, 26.07.2007, n. 1254; TAR Toscana, Firenze, Sez. III, 28.04.2011, n. 746; TAR Puglia, Lecce, Sez. I, ord. 01.12.2010, che ha dichiarato l'illegittimità di un’ordinanza con la quale è stata ordinata al proprietario di una cava la bonifica del sito per l'inquinamento della falda sottostante, nel caso in cui non sia possibile desumere una situazione di sicura imputabilità dell'inquinamento al proprietario della cava).
In sostanza, a carico del proprietario dell'area inquinata non responsabile della contaminazione non incombe, dunque, alcun obbligo di porre in essere gli interventi ambientali in questione, avendo solo la facoltà di eseguirli al fine di evitare l'espropriazione del terreno interessato gravato, per l'appunto, da onere reale, al pari delle spese sostenute per gli interventi di recupero ambientale assistite anche da privilegio speciale immobiliare.
Pertanto, il provvedimento impositivo della messa in sicurezza e bonifica ben può essere notificato al proprietario al fine di renderlo edotto di tale onere (che egli ha facoltà di assolvere per liberare l'area dal relativo vincolo), ma non può imporre misure di bonifica senza un adeguato accertamento della responsabilità, o corresponsabilità, del proprietario per l'inquinamento del sito.
12. Va ricordato, in questo contesto, che gli interventi di messa in sicurezza sono finalizzati non tanto alla diminuzione del livello di inquinamento dell'area interessata (obiettivo questo che va perseguito attraverso l'attivazione delle opere di bonifica) quanto a scongiurare che la contaminazione in atto si espanda nel terreno o nella falda in attesa dell'esecuzione di interventi definitivi di bonifica del sito.
13. Riassumendo e compendiando: il D.Lgs. n. 152 del 2006 (Codice dell'Ambiente) stabilisce che l'obbligo di bonifica è in capo al responsabile dell'inquinamento che le autorità amministrative hanno l'onere di individuare e ricercare (artt. 192, 242 e 244); che il proprietario dell'area non responsabile dell'inquinamento o altri soggetti interessati hanno solo la facoltà di effettuare interventi di bonifica (art. 245); che nel caso di mancata individuazione del responsabile o di assenza di interventi volontari, le opere di bonifica sono realizzate dalle Amministrazioni competenti (art. 250) che, a fronte delle spese sostenute, si vedono riconosciuto un privilegio speciale immobiliare sul fondo (253).
Ne consegue che, laddove l'Amministrazione non provi che l'inquinamento riscontrabile nel sito sia imputabile alla società, a quest’ultima non può essere imposto alcun obbligo di adottare misure di bonifica in un'ottica di recupero del sito (Cons. di Stato, Sez. VI, 18.04.2011, n. 2376).
A quanto appena rilevato deve, inoltre, aggiungersi che la giurisprudenza ha sottolineato la necessità del rigoroso accertamento del nesso di causalità fra il comportamento del "responsabile" ed il fenomeno dell'inquinamento, affermando che tale accertamento deve essere fondato su una adeguata motivazione e su idonei elementi istruttori.
Infine, a conferma di quanto fin qui sostenuto occorre rilevare che anche la giurisprudenza comunitaria si è orientata nei termini che precedono, ritenendo, anche se per fattispecie diversa, che l'addebito dei costi dello smaltimento dei rifiuti a soggetti che non li hanno prodotti sarebbe incompatibile con il principio "chi inquina paga" (Corte di Giustizia, Grande Sezione, 24.06.2008, n. 188).
14. Volendo schematizzare e riepilogare, dalle disposizioni contenute nel decreto legislativo n. 152 del 2006 (in particolare nel Titolo V della Parte IV) possono ricavarsi le seguenti regole:
1) il proprietario, ai sensi dell'art. 245, comma 2, è tenuto soltanto ad adottare le misure di prevenzione di cui all'art. 240, comma 1, lett.1), ovvero "le iniziative per contrastare un evento, un atto o un'omissione che ha creato una minaccia imminente per la salute o per l'ambiente intesa come rischio sufficientemente probabile che si verifichi un danno sotto il profilo sanitario o ambientale in un futuro prossimo, al fine di impedire o minimizzare il realizzarsi di tale minaccia";
2) gli interventi di riparazione, di messa in sicurezza, di bonifica e di ripristino gravano esclusivamente sul responsabile della contaminazione, cioè sul soggetto al quale sia imputabile, almeno sotto il profilo oggettivo, l'inquinamento (art. 244, comma 2);
3) se il responsabile non sia individuabile o non provveda (e non provveda spontaneamente il proprietario del sito o altro soggetto interessato), gli interventi che risultassero necessari sono adottati dall'Amministrazione competente (art. 244, comma 4);
4) le spese sostenute per effettuare tali interventi possono essere recuperate, sulla base di un motivato provvedimento (che giustifichi tra l'altro l'impossibilità di accertare l'identità del soggetto responsabile ovvero che giustifichi l'impossibilità di esercitare azioni di rivalsa nei confronti del medesimo soggetto ovvero la loro infruttuosità), agendo in rivalsa verso il proprietario, che risponde nei limiti del valore di mercato del sito a seguito dell'esecuzione degli interventi medesimi (art. 253, comma 4);
5) a garanzia di tale diritto di rivalsa, il sito è gravato di un onere reale e di un privilegio speciale immobiliare (art. 253, comma 2).
15. Peraltro in tale materia rileva altresì il tredicesimo considerando della direttiva 2004/35/Ce, in cui si legge: "A non tutte le forme di danno ambientale può essere posto rimedio attraverso la responsabilità civile. Affinché quest'ultima sia efficace è necessario che vi siano uno o più inquinatori individuabili, il danno dovrebbe essere concreto e qualificabile e si dovrebbero accertare nessi causali tra il danno e gli inquinatori individuati. La responsabilità civile non è quindi uno strumento adatto per trattare l'inquinamento a carattere diffuso e generale nei casi in cui sia impossibile collegare gli effetti ambientali negativi ad atti o omissioni di taluni soggetti".
Tale considerando, evidenziando l'insufficienza in materia ambientale della responsabilità civile (sia pure con riferimento all'inquinamento a carattere diffuso e generale) mostra, comunque, l'esigenza di individuare criteri di imputazione del danno ambientale che prescindano dagli elementi costitutivi dell'illecito civile e, dunque, non solo dall'elemento soggettivo, ma anche dal rapporto di causalità.
16. Ancora, appare importante ai fini che in questa sede rilevano, il considerando n. 24 della citata direttiva 2004/35/Ce in cui si afferma la necessità di "assicurare la disponibilità di mezzi di applicazione ed esecuzione efficaci, garantendo un'adeguata tutela dei legittimi interessi degli operatori e delle altre parti interessate", conferendo "alle autorità competenti compiti specifici che implicano appropriata discrezionalità amministrativa, ossia il dovere di valutare l'entità del danno e di determinare le misure di riparazione da prendere".
La discrezionalità amministrativa evocata dalla direttiva potrebbe, invero, essere letta nel senso di sottintendere anche il potere per l'autorità competente di individuare il soggetto che si trova nelle condizioni migliori per adottare le misure di riparazione, anche a prescindere dal rigoroso accertamento del nesso eziologico.
17. Significativa, inoltre, è anche la previsione dell'art. 8, n. 3, lett. b), della direttiva 2004/35/Ce, secondo cui i costi delle azioni di prevenzione e di riparazione non sono a carico dell'operatore "se egli può provare che il danno ambientale o la minaccia imminente di tale danno è stato causato da un terzo o si è verificato nonostante l'esistenza di opportune misure di sicurezza".
Tale disposizione dà rilievo al rapporto di causalità, ma non in positivo, bensì in negativo, nel senso che la presenza del nesso di causalità (e, dunque, la necessità che esso sia dimostrato dall'autorità competente) non sembra essere condizione necessaria al fine del sorgere della responsabilità; è, al contrario, la prova, fornita dall'operatore, dell'assenza del rapporto di causalità, o meglio la dimostrazione di un nesso eziologico che permetta di ricondurre l'evento lesivo ad un soggetto terzo, che lo esonera dalla responsabilità. Sembrerebbe, quindi, confermata la possibilità di imporre misure di prevenzione e di riparazione anche senza rapporto di causalità, ferma restando la possibilità per l'operatore di recuperare i costi di tali interventi dimostrando che l'evento lesivo è eziologicamente imputabile ad un soggetto terzo.
18. Da quanto testé illustrato, emerge che, oltre al principio "chi inquina paga", vengono poi in rilievo i principi di precauzione, di prevenzione e di correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all'ambiente, anch'essi esplicitamente richiamati dall'art. 191, paragrafo 2, TFUE, come fondamenti della politica dell'Unione in materia ambientale.
I principi di precauzione e di prevenzione rendono legittimo un approccio anticipatorio ai problemi ambientali, sulla base della considerazione che molti danni causati all'ambiente possono essere di natura irreversibile.
Per prevenire il rischio del verificarsi di tali danni, il principio di precauzione legittima l'adozione di misure di prevenzione, riparazione e contrasto ad una fase nella quale il danno non solo non si è ancora verificato, ma non esiste neanche la piena certezza scientifica che si verificherà. In altri termini, la ricerca di livelli di sicurezza sempre più elevati porta ad un consistente arretramento della soglia dell'intervento delle Autorità a difesa della salute dell'uomo e del suo ambiente: la tutela diviene "tutela anticipata" e oggetto dell'attività di prevenzione e di riparazione diventano non soltanto i rischi conosciuti, ma anche quelli di cui semplicemente si sospetta l'esistenza.
Il principio di prevenzione presenta tratti comuni con il principio di precauzione, in quanto entrambi condividono la natura anticipatoria rispetto al verificarsi di un danno per l'ambiente. Il principio di prevenzione si differenzia da quello di precauzione perché si occupa della prevenzione del danno rispetto a rischi già conosciuti e scientificamente provati relativi a comportamenti o prodotti per i quali esiste la piena certezza circa la loro pericolosità per l'ambiente.
19. Si può evidenziare che, se la ratio dei principi di precauzione e di prevenzione è quella di legittimare un intervento dell'autorità competente anche in condizioni di incertezza scientifica (sulla stessa esistenza del rischio o delle sue ulteriori conseguenze), sul presupposto che il trascorrere del tempo necessario per acquisire informazioni scientificamente certe o attendibili potrebbe determinare danni irreversibili all'ambiente, allora non appare peregrino sostenere che la medesima ratio consenta l'intervento in via precauzionale o preventiva non solo quando l'incertezza da dipanare riguardi l'evento di danno, ma anche quando concerna il nesso causale e, quindi, l'individuazione del soggetto responsabile di un danno certo.
20. In quest'ottica, quindi, i principi di precauzione e di prevenzione potrebbero legittimare l'imposizione, a prescindere dalla prova circa la sussistenza del nesso di causalità, in capo al soggetto che, essendo proprietario del sito contaminato, si trova nelle migliori condizioni per attuarle, non solo delle misure di prevenzione descritte dall'art. 240, comma 1, lett. i), decreto legislativo n. 152 del 2006, (già previste a suo carico dall'art. 245, comma 2, decreto legislativo n. 152 del 2006), ma anche di misure di sicurezza di emergenza. Anche queste misure, infatti, hanno una finalità precauzionale ed una connotazione di urgenza, essendo dirette a contenere la diffusione delle sorgenti primarie di contaminazione, impedirne il contatto con altre matrici presenti nel sito e a rimuoverle, in attesa di ulteriori interventi di bonifica o di messa in sicurezza operativa o permanente.
21. Infine, viene in rilievo il principio della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati. Tale principio, infatti, dispone che i danni causati all'ambiente vengano contrastati in una fase il più possibile vicino alla fonte, per evitare che i loro effetti si amplifichino e si ingigantiscano. Nelle situazioni d’impossibilità di individuare il responsabile, o d’impossibilità di evitare da questi le misure correttive, la "fonte" cui il principio fa riferimento sembra potere essere ragionevolmente individuata nel soggetto attualmente proprietario del fondo, che, proprio per la sua posizione di proprietario, è quello meglio in grado di controllare la fonte di pericolo rappresentata dal sito contaminato (su tali questioni si veda Adunanza Plenaria n 13 del 2013).
In sostanza, riprendendo la questione di diritto fondamentale sottesa alla controversia, il principio comunitario che accolla al colpevole dell’inquinamento l’onere di porvi rimedio, sia con misure di bonifica sia di messa in sicurezza, non può essere inteso come assoluto ma va contemperato con gli altri principi di precauzione, prevenzione e tutela dell’ambiente, per cui al proprietario ancorché non responsabile della situazione di inquinamento illecito si possono accollare limitati e definiti oneri di realizzazione di misure precauzionali, soprattutto in occasione di interventi gestionali e manutentivi sulla zona, e ovviamente previa congrua istruttoria e motivazione (massima tratta da www.lexambiente.it - TAR Friuli Venezia Giulia, Sez. I, sentenza 05.05.2014 n. 184 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

febbraio 2014

AMBIENTE-ECOLOGIANel formulario di identificazione dei rifiuti devono essere riportati gli orari di inizio e fine trasporto?
Ai sensi dell’art. 193 TUA, durante il trasporto effettuato da enti o imprese i rifiuti sono accompagnati dal formulario di identificazione. E, al comma 6 dello stesso si dice “relativamente alla definizione del modello e dei contenuti del formulario di identificazione si applica il decreto del Ministro dell’ambiente 01.04.1998, n. 145”.
Nel D.M. n. 145/1998 si precisa che nella quarta sezione del formulario il produttore/detentore e il trasportatore nella casella 10 devono trascrivere la data e l’ora di partenza. Nella sezione quinta, casella 11, il destinatario dei rifiuti dovrà indicare se il carico è stato accettato o respinto e la data di arrivo, cioè di fine del trasporto.
Anche la giurisprudenza ha confermato la necessità della indicazione nel formulario degli orari di inizio e fine trasporto, in quanto prescritti dal D.M. n. 145/1998.
Oltretutto, la responsabilità per omissione degli orari di trasporto grava non solo sul trasportatore, ma anche sul produttore dei rifiuti, tenuto alla redazione e sottoscrizione del formulario stesso.
Quindi, il formulario, tipico documento di accompagnamento dei rifiuti durante il trasporto, deve contenere tutti i dati richiesti all’atto della partenza del rifiuto, ad eccezione di quelli da compilare all’arrivo del carico, in modo da garantire la possibilità per gli organi di controllo di verificare su strada la rispondenza tra quanto in esso dichiarato e il dato reale.
Per tale ragione, qualunque incompletezza che non permetta di compiere tale accertamento è suscettibile della sanzione di cui all’art.. 258 del TUA che dispone che “chiunque effettua il trasporto di rifiuti senza il formulario di cui all’art. 193 ovvero indica nel formulario stesso dati incompleti o inesatti è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da milleseicento euro a novemilatrecento euro“ (17.02.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Oggetto: SISTRI: confermata la partenza del 3 marzo per i produttori di rifiuti pericolosi. Corsi gratuiti per l’utilizzo del sistema (ANCE Bergamo, circolare 14.02.2014 n. 46).

AMBIENTE-ECOLOGIA: A. Pierobon, SISTRI: SUL SUO AGGIORNAMENTO E SUL SUO “NULLA” (12.02.2014 - link a www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIALa scheda di trasporto è obbligatoria nel trasporto di rifiuti o può essere sostituita dal formulario di identificazione?
Il Dm 30.06.2009 ha introdotto l’obbligo di compilazione della scheda di trasporto, di cui all’articolo 7-bis, D.lgs 286/2005.
La scheda di trasporto rappresenta documento teoricamente capace di assicurare la tracciabilità di tutti i soggetti coinvolti nelle filiera del trasporto merci conto terzi. Restano, quindi, esclusi dall’applicazione della norma i trasporti in conto proprio.
In passato l’introduzione di tale obbligo ha sollevato dispute dottrinali quanto all’applicazione di tale incombenza al settore della gestione rifiuti e quindi al trasporto del materiale di scarto.
La circolare n. 140/2009 del Ministero dei Trasporti ha sottolineato che l’art. 3 D.M. 554/2009 considera equipollente alla scheda di trasporto “ogni altro documento che deve obbligatoriamente accompagnare il trasporto stradale delle merci, ai sensi della normativa comunitaria, degli accordi e delle convenzioni internazionali o di altra norma nazionale vigente o emanate successivamente”. E dal dato normativo ne desume che il formulario di trasporto, che deve obbligatoriamente accompagnare il trasporto dei rifiuti a norma della disciplina di settore, “possa essere considerato documentazione equipollente”.
Si ammette, quindi, l’equipollenza del formulario alla scheda di trasporto e, conseguentemente, la possibilità di esonero dall’obbligo della scheda a bordo del veicolo che trasporta i rifiuti.
Ma l’equipollenza conosce dei limiti. Limiti imposti dalla stessa configurazione del formulario ai sensi della normativa sui rifiuti, a meno che si facciano degli aggiustamenti.
Nel formulario è indicato il produttore/detentore del rifiuto e cioè, precisa il Ministero, “il soggetto che dispone il trasporto, ne cura il carico sui veicoli e, in genere, è il proprietario del rifiuto fino al conferimento dello stesso al destinatario”. E ciò è avallato dalla circostanza che -di norma- il “produttore/detentore” è il soggetto che richiede ed organizza il trasporto, curandone anche il carico sul veicolo. Nel caso di assenza della scheda, si assume, sulla base dell’equipollenza del formulario, che tali figure corrispondano al “produttore/detentore” del rifiuto indicato –per l’appunto- nel formulario. Se le cose stanno diversamente -se cioè non si abbia coincidenza delle figure che dovrebbero essere indicate nella scheda con quella del produttore/detentore- allora il formulario non conterrà di per sé tutti i dati previsti dalla scheda. Quindi, non vi sarà equipollenza.
La scelta che si presenta è tra l’integrazione dei dati del formulario con le indicazioni del proprietario della merce e caricatore oppure la coesistenza di formulario e scheda di trasporto. Pertanto, qualora occorra accertare la responsabilità concorrente dei soggetti coinvolti nelle operazioni di trasporto, il produttore/detentore coincide con il committente, caricatore e proprietario della merce, salvo sia diversamente indicato nella scheda di trasporto o specificato nel formulario. Altrimenti, a fronte del solo formulario, gli organi di controllo non potranno che dare per scontata la coincidenza tra la figura del proprietario del rifiuto, del committente del trasporto e del caricatore del rifiuto con quella del produttore/detentore indicato nel formulario stesso.
La scheda di trasporto, pertanto, non è obbligatoria ma solo eventuale nell’ambito del trasporto rifiuti (10.02.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: G.U. 08.02.2014 n. 32 "Testo del decreto-legge 10.12.2013, n. 136, coordinato con la legge di conversione 06.02.2014, n. 6, recante: «Disposizioni urgenti dirette a fronteggiare emergenze ambientali e industriali ed a favorire lo sviluppo delle aree interessate»".

AMBIENTE-ECOLOGIAPuò essere disposto un veto regionale all’istallazione di depositi di materiali radioattivi?
Più volte si è tentato a livello regionale di disporre un tale veto.
La Corte Costituzionale, tuttavia, si è pronunciata contrariamente alla previsione di un tale divieto a livello regionale, in più occasioni.
Si rammenta, a tal riguardo, la pronuncia nei confronti della L.R. Puglia 04.12.2009, n. 30, L.R. Basilicata 19.01.2010, n. 1, L.R. Campania 21.01.2010, n. 2 che vietavano l'installazione sul territorio regionale, oltre che di impianti di produzione di energia nucleare, anche di depositi di materiali e di rifiuti radioattivi.
Da ultimo, si è dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'articolo 1, comma 3, della L.R. Molise del 21.04.2011, n. 7 nella parte in cui prevedeva il divieto di installazione sul proprio territorio di depositi di materiali e rifiuti radioattivi.
La Consulta ha, infatti, ribadito il principio secondo cui “nessuna Regione –a fronte di determinazioni di carattere ultraregionale, assunte per un efficace sviluppo della produzione di energia elettrica nucleare– può sottrarsi in modo unilaterale ai conseguenti inderogabili oneri di solidarietà economica e sociale”.
Le disposizioni relative al settore dei materiali e rifiuti radioattivi vanno ascritte –sostiene la Consulta- alla materia, di esclusiva competenza statale, tutela dell'ambiente e dell'ecosistema, negando che la Regione possa disporre di poteri in campo ambientale.
I poteri regionali non consentirebbero, infatti, sia pure in nome di una protezione più rigorosa della salute degli abitanti della Regione medesima, interventi preclusivi suscettibili di pregiudicare il medesimo interesse della salute in un ambito territoriale più ampio, come avverrebbe in caso di impossibilità o difficoltà a provvedere correttamente allo smaltimento di rifiuti radioattivi.
Tuttavia, si tempera il rigore di tale divieto, specificando che occorre tener conto, per lo meno, della necessità di trovare siti particolarmente idonei per conformazione del terreno e possibilità di collocamento in sicurezza. La stessa Consulta, infatti, ammonisce che l'incidenza della potenziale installazione dei depositi sul territorio regionale determina il coinvolgimento, attraverso opportune forme di collaborazione, della Regione interessata.
Le idonee modalità di collaborazione dovranno essere individuate e disciplinate dal legislatore statale, il cui operato, ove si riveli lesivo dell'autonomia regionale, potrà soltanto essere sottoposto dalla Regione interessata al vaglio di costituzionalità della Corte (03.02.2014 - link a www.ambientelegale.it).

gennaio 2014

AMBIENTE-ECOLOGIA: P. Giampietro e A. Scialò, Il sottoprodotto, Il fresato d’asfalto e la “normale pratica” (nota a Consiglio di Stato, n. 4151/2013) (31.01.2014 - tratto da www.ambientediritto.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAL'ordine di rimozione dei rifiuti presenti sul fondo può essere rivolto al proprietario solo quando ne sia dimostrata almeno la corresponsabilità con gli autori dell'illecito, per avere cioè posto in essere un comportamento, omissivo o commissivo, a titolo doloso o colposo, dovendosi escludere che la norma citata configuri un'ipotesi legale di responsabilità oggettiva, con conseguente illegittimità degli ordini di smaltimento dei rifiuti, ancorché fondati su ragionevoli presunzioni o su condivisibili massime di esperienza, rivolti al proprietario di un fondo in ragione della sua mera qualità, ed in mancanza di adeguata dimostrazione da parte dell'Amministrazione procedente, sulla base di un'istruttoria completa e di un'esauriente motivazione, dell'imputabilità soggettiva della condotta.
Con il primo motivo si deduce la violazione dell’art. 192, c. 3, del D.Lgs. n. 152/2006, nella parte in cui richiede l’accertamento di una responsabilità, a tiolo di dolo o colpa, a carico del soggetto intimato, che non sarebbe invece stata dimostrata nel caso di specie.
Il motivo è fondato.
Osserva infatti il Collegio che l'ordine di rimozione dei rifiuti presenti sul fondo può essere rivolto al proprietario solo quando ne sia dimostrata almeno la corresponsabilità con gli autori dell'illecito, per avere cioè posto in essere un comportamento, omissivo o commissivo, a titolo doloso o colposo, dovendosi escludere che la norma citata configuri un'ipotesi legale di responsabilità oggettiva, con conseguente illegittimità degli ordini di smaltimento dei rifiuti, ancorché fondati su ragionevoli presunzioni o su condivisibili massime di esperienza, rivolti al proprietario di un fondo in ragione della sua mera qualità, ed in mancanza di adeguata dimostrazione da parte dell'Amministrazione procedente, sulla base di un'istruttoria completa e di un'esauriente motivazione, dell'imputabilità soggettiva della condotta (TAR Puglia, Lecce, Sez. I, 22.11.2013 n. 2378, TAR Lazio, Roma, Sez. II, 17.09.2013 n. 8302, C.S., Sez. V, 25.01.2005 n. 136).
Ritiene il Collegio che, poiché il provvedimento impugnato non contiene alcuna motivazione in merito alla detta imputabilità, il motivo va accolto
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 29.01.2014 n. 312 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALIIl Collegio prende atto che, una parte della giurisprudenza afferma che la competenza ad adottare ordinanze di rimozione di rifiuti abbandonati in base all'art. 192, c. 3, D.Lgs. 03.04.2006 n. 152 spetti al dirigente e non al sindaco, in virtù del principio della separazione tra funzioni di indirizzo politico e funzioni gestionali, di cui all'art. 107, T.U. delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, D.Lgs. 18.8.2000 n. 267.
La giurisprudenza attualmente prevalente, alla quale il Collegio aderisce, ritiene tuttavia la competenza sindacale, e non dirigenziale, in relazione all’ordine di rimozione dei rifiuti, emesso dal ex art. 192 del D.Lgs. 152/2006.
Stabilisce, infatti, il c. 3 di tale articolo che, nelle fattispecie ivi indicate, “il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate.”
Tale norma, che sancisce la competenza sindacale in luogo di quella dirigenziale, viene interpretata, dalla giurisprudenza maggioritaria, quale norma speciale rispetto all’art. 107 del T.U. enti locali, che affida ai dirigenti i compiti relativi alla gestione delle attribuzioni amministrative dell’ente locale, tenuto conto dell’applicazione del tradizionale canone ermeneutico lex posterior specialis derogat anteriori generali, e che lo stesso art. 107, c. 4 cit., ha cura di precisare che “le attribuzioni dei dirigenti, in applicazione del principio di cui all’art. 1, co. 4, possono essere derogate soltanto espressamente e ad opera di specifiche disposizioni legislative”, ciò che è avvenuto a seguito dell’entrata in vigore del citato art. 192, c. 3.

Il secondo motivo, con cui si deduce il vizio di incompetenza, è invece infondato.
Il Collegio prende atto che, una parte della giurisprudenza, invocata dalla ricorrente, afferma che la competenza ad adottare ordinanze di rimozione di rifiuti abbandonati in base all'art. 192, c. 3, D.Lgs. 03.04.2006 n. 152 spetti al dirigente e non al sindaco, in virtù del principio della separazione tra funzioni di indirizzo politico e funzioni gestionali, di cui all'art. 107, T.U. delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, D.Lgs. 18.8.2000 n. 267 (TAR Campania, Napoli, Sez. V, 10.02.2012 n. 730, TAR Sardegna, Sez. II, 04.11.2009 n. 1598).
La giurisprudenza attualmente prevalente, alla quale il Collegio aderisce, ritiene tuttavia la competenza sindacale, e non dirigenziale, in relazione all’ordine di rimozione dei rifiuti, emesso dal ex art. 192 del D.Lgs. 152/2006.
Stabilisce, infatti, il c. 3 di tale articolo che, nelle fattispecie ivi indicate, “il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all'esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate.”
Tale norma, che sancisce la competenza sindacale in luogo di quella dirigenziale, viene interpretata, dalla giurisprudenza maggioritaria, quale norma speciale rispetto all’art. 107 del T.U. enti locali, che affida ai dirigenti i compiti relativi alla gestione delle attribuzioni amministrative dell’ente locale (C.S., Sez. V, 29.08.2012, n. 4635; Sez. V, 12.06.2009, n. 3765; Sez. V, 10.03.2009, n. 1296, TAR Lazio, Sez. II, 01.02.2013 n. 1142; TAR Campania, Salerno, Sez. I, 17.09.2012 n. 1644; TAR Lombardia, Brescia, Sez. I, 09.06.2011, n. 867), tenuto conto dell’applicazione del tradizionale canone ermeneutico lex posterior specialis derogat anteriori generali, e che lo stesso art. 107, c. 4 cit., ha cura di precisare che “le attribuzioni dei dirigenti, in applicazione del principio di cui all’art. 1, co. 4, possono essere derogate soltanto espressamente e ad opera di specifiche disposizioni legislative”, ciò che è avvenuto a seguito dell’entrata in vigore del citato art. 192, c. 3
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 29.01.2014 n. 312 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Trasporto illecito di rifiuti pericolosi senza formulario e natura del FIR.
L'art. 39, comma 2-bis d.lgs. 205/2010, come modificato dall'art. 4 d.lgs. 07.07.2011, n. 121, laddove stabilisce l'applicabilità delle sanzioni previste dall'articolo 258 del decreto legislativo 03.04.2006, n. 152, «nella formulazione precedente all'entrata in vigore del presente decreto» ha natura di norma interpretativa e non innovativa, con la conseguenza che dette sanzioni sono applicabili ai fatti commessi antecedentemente alla entrata in vigore del d.lgs. 121/2011.
Il formulario di identificazione dei rifiuti (FIR) non ha alcun valore certificativo della natura e composizione del rifiuto trasportato, trattandosi di documento recante una mera attestazione del privato, avente dunque natura prettamente dichiarativa, con la conseguenza che, a differenza di ciò che avviene per la predisposizione di un certificato di analisi di rifiuti contenente false indicazioni sulla natura, sulla composizione e sulle caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti medesimi e di uso di certificato falso durante il trasporto, non sono applicabili le sanzioni penali stabilite dall'art. 258 d.lgs. 152/2006 con richiamo all'art. 483 cod. pen.
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 28.01.2014 n. 3692 - tratto da www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: M. Sanna, La gestione dei rottami metallici. Il regolamento del Consiglio (UE) n. 333/2011 (27.01.2014 - link a www.industrieambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATAQuale è la regolamentazione dei materiali da riporto dopo il Decreto fare?
La problematicità dei materiali da riporto si individua nella carenza dell’esatta ricognizione dei presupposti affinché la terra contaminata possa, a seguito dell’espletamento di operazioni di recupero del terreno, perdere la qualifica di rifiuto e divenire un prodotto. Sorge, inoltre, il dilemma se i riporti siano rifiuti o piuttosto materiali riutilizzabili, assimilabili al terreno naturale.
Il decreto Ambiente, coordinato con la legge di conversione n. 28/2012, ha tentato di fornire una prima soluzione mediante una interpretazione autentica dell’art. 185 del D.Lgs n. 152/2006. Ai sensi di tale norma, viene stabilito che i riferimenti al "suolo", di cui all'articolo 185, comma 1, lettere b) e c), e 4, si interpretino come riferiti anche ai materiali di riporto, al fine di escluderli, alle condizioni indicate nella norma, dall'applicazione della normativa sui rifiuti. In particolare, quali materiali di riporto vengono considerati i “materiali eterogenei, utilizzati per la realizzazione di riempimenti e rilevati, non assimilabili per caratteristiche geologiche e stratigrafiche al terreno in situ, all’interno dei quali possono trovarsi materiali estranei”.
Il legislatore ha voluto equiparare, quindi, il suolo non contaminato e altro materiale allo stato naturale escavato nel corso di attività di costruzione ai materiali di riporto estranei e eterogenei e non naturali, senza fornire, tuttavia, una precisa definizione di tali materiali.
Tale attesa definizione viene giuridicamente enunciata nel D.M. n. 161 del 10.08.2012, in vigore a decorrere dal 06.10.2012.
I materiali di riporto sono definiti “miscela eterogenea di materiali di origine antropica e suolo/sottosuolo come definito nell'allegato 9”.
Ai sensi dell’ allegato 9 in parola, i riporti si configurano come “orizzonti stratigrafici costituiti da materiali di origine antropica, ossia derivanti da attività di scavo, di demolizione edilizia, ecc, che si possono presentare variamente frammisti al suolo e al sottosuolo”.
Il D.L. n. 69/2013 (cd. Decreto fare), coordinato con la legge n. 98/2013, interviene nuovamente sull’argomento modificando l’art. 3 del citato.
L’attuale stesura dell’art. 3 citato dispone che “1. Ferma restando la disciplina in materia di bonifica dei suoli contaminati, i riferimenti al “suolo” contenuti all’art. 185, commi 1, lett. b) e c), e 4, del D.Lgs. 03.04.2006, n. 152, si interpretano come riferiti anche alle matrici materiali di riporto di cui all’Allegato 2 alla Parte IV del medesimo decreto legislativo, costituite da una miscela eterogenea di materiale di origine antropica, quali residui e scarti di produzione e di consumo, e di terreno, che compone un orizzonte stratigrafico specifico rispetto alle caratteristiche geologiche e stratigrafiche naturali del terreno in un determinato sito e utilizzati per la realizzazione di riempimenti, di rilevati e di reinterri.
2. Fatti salvi gli accordi di programma per la bonifica sottoscritti prima della data di entrata in vigore della presente disposizione che rispettano le norme in materia di bonifica vigenti al tempo della sottoscrizione, Ai fini dell'applicazione dell'articolo 185, comma 1, lettere b) e c), del decreto legislativo n. 152 del 2006, le matrici materiali di riporto devono essere sottoposte a test di cessione effettuato sui materiali granulari ai sensi dell'articolo 9 del decreto del Ministro dell'ambiente 05.02.1998, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta ufficiale 16.04.1998, n. 88, ai fini delle metodiche da utilizzare per escludere rischi di contaminazione delle acque sotterranee e, ove conformi ai limiti del test di cessione, devono rispettare quanto previsto dalla legislazione vigente in materia di bonifica dei siti contaminati.
3 Le matrici materiali di riporto che non siano risultate conformi ai limiti del test di cessione sono fonti di contaminazione e come tali devono essere rimosse o devono essere rese conformi ai limiti del test di cessione tramite operazioni di trattamento che rimuovano i contaminanti o devono essere sottoposte a messa in sicurezza permanente utilizzando le migliori tecniche disponibili e a costi sostenibili che consentano di utilizzare l'area secondo la destinazione urbanistica senza rischi per la salute.
3-bis. Gli oneri derivanti dai commi 2 e 3 sono posti integralmente a carico dei soggetti richiedenti le verifiche ivi previste.
" (25.01.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: L’autore dell’inquinamento ha una responsabilità oggettiva per gli obblighi di bonifica? E il proprietario incolpevole è coinvolto?
È stato affermato in giurisprudenza che la responsabilità dell'autore dell'inquinamento, in posizione differente da quella del proprietario non inquinatore, costituisca una vera e propria forma di responsabilità oggettiva per gli obblighi di bonifica, messa in sicurezza e ripristino ambientale conseguenti alla contaminazione delle aree inquinate. Dalla natura oggettiva della responsabilità in questione è desumibile che l'obbligo di effettuare gli interventi di legge sorga in connessione con una condotta "anche accidentale", ossia a prescindere dall'esistenza di qualsiasi elemento soggettivo doloso o colposo in capo all'autore dell'inquinamento.
La stessa giurisprudenza, comunque, ammonisce che ai fini della responsabilità in questione è pur sempre necessario il rapporto di causalità tra l'azione (o l'omissione) dell'autore dell'inquinamento e la contaminazione e/ o il suo aggravamento in coerenza con il principio comunitario "chi inquina paga" .
L'imputabilità dell'inquinamento può avvenire per condotte attive, ma anche per condotte omissive e la prova può essere data anche in via indiretta, tramite presunzioni ex art. 2727, e 2729 c.c. o prendendo in considerazione elementi di fatto dai quali possono trarsi indizi gravi, precisi e concordanti che inducano a ritenere verosimile, secondo l'id quod plerumque accidit, che si sia verificato un inquinamento e che questo sia attribuibile a determinati autori.
Quanto al proprietario non responsabile, invece, la giurisprudenza ha enunciato il principio di diritto in base al quale gli interventi di riparazione, messa in sicurezza, bonifica e ripristino gravano esclusivamente sul responsabile della contaminazione oppure, nel caso questi non sia individuabile o non provveda, alla P.a. (con diritto di rivalsa sul proprietario nei limiti del valore di mercato del sito).
Il D.lgs n. 152/2006 stabilisce, infatti, una chiara e netta distinzione tra la figura del responsabile dell'inquinamento e quella del proprietario del sito che non abbia causato o concorso a causare la contaminazione (25.01.2014 - link a www.ambientelegale.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Il committente è responsabile della corretta gestione dei rifiuti prodotti dalla ditta esecutrice?
Domanda
Tre anni fa ho commissionato la realizzazione di un fabbricato: oggi, dopo essere stato rinviato a giudizio per gestione abusiva di rifiuti (prodotti e gestiti dalla ditta esecutrice), il Tribunale mi ha condannato, insieme a quest'ultima e al direttore dei lavori, per aver abbandonato o depositato in modo incontrollato sul suolo rifiuti speciali non pericolosi derivanti da opere di demolizione e costruzione. Il committente è comunque responsabile della corretta gestione dei rifiuti prodotti e gestiti dalla ditta esecutrice?
Risposta
La qualità di committente, ma anche quella di direttore dei lavori, non determina alcun obbligo di legge di intervenire nella gestione dei rifiuti prodotti dalla ditta appaltatrice, o di garantire che la stessa venga effettuata correttamente.
In materia di gestione dei rifiuti, tali figure non possono essere ritenute responsabili a titolo di concorso con l’appaltatore per la raccolta e lo smaltimento abusivi dei rifiuti non pericolosi connessi all’attività edificatoria.
I doveri di controllo imposti al committente e al direttore dei lavori riguardano esclusivamente la conformità della costruzione alla normativa urbanistica, alle previsioni di piano, al permesso di costruire e all’osservanza delle altre prescrizioni contenute nel TUE.
Dai principî generali che regolano i compiti del direttore dei lavori o i rapporti fra la ditta appaltante e quella appaltatrice derivano obblighi di intervenire per il rispetto da parte della ditta esecutrice dei lavori della normativa in materia di rifiuti: di conseguenza, salva l’ipotesi di un diretto concorso nella commissione del reato, non può ravvisarsi alcuna responsabilità a carico di tali soggetti, per non essere intervenuti al fine di impedire violazioni della normativa in materia di gestione dei rifiuti da parte della ditta appaltatrice.
Risponde, invece, del reato di abusiva gestione dei rifiuti l’appaltatore di lavori edili: infatti grava su di lui l’obbligo di garanzia in relazione all’interesse tutelato ed al corretto espletamento delle operazioni di raccolta e smaltimento dei rifiuti connessi all’attività edificatoria (17.01.2014 - tratto da www.ipsoa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: V. Paone, Bruciare i rifiuti è reato, ma sulla carta! (16.01.2014 - link a www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: A. Di Tullio D'Elisiis, Il delitto di combustione illecita di rifiuti (10.01.2014 - link a www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Riutilizzo delle terre e rocce da scavo: circolare ARPA Lombardia e modulistica ANCE Lombardia (ANCE Bergamo, circolare 10.01.2014 n. 5).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA - LAVORI PUBBLICI: Oggetto: Rifiuti: la combustione illecita è reato (ANCE Bergamo, circolare 10.01.2014 n. 4).

AMBIENTE-ECOLOGIA - COMPETENZE GESTIONALI: L’art. 192, comma 3, del d.lgs. n. 152/2006 attribuisce espressamente al Sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione e allo smaltimento dei rifiuti, previste dal comma 2.
Tale previsione, sulla base degli ordinari criteri preposti alla soluzione delle antinomie normative (criterio della specialità e criterio cronologico), prevale sul disposto dell’art. 107, comma 5, del d.lgs. n. 267/2000.
Poiché dunque, in materia, vi è una competenza esclusiva del Sindaco (che non consta abbia, nel caso di specie, specificamente delegato i propri poteri alla dirigenza), la determinazione dirigenziale impugnata è viziata per incompetenza e deve essere annullata.

... per l'annullamento della determinazione dirigenziale n. 3876 in data 22.01.2013, notificata in data 04.02.2013, con cui è fatto ordine al sig. G.F., quale proprietario, di provvedere alla rimozione dei rifiuti di qualsiasi specie presenti nella “suddetta area”, ed al ripristino dello stato dei luoghi
...
Riveste carattere decisivo il vizio di incompetenza.
Infatti, l’art. 192, comma 3, del d.lgs. n. 152/2006 attribuisce espressamente al Sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione e allo smaltimento dei rifiuti, previste dal comma 2.
Tale previsione, sulla base degli ordinari criteri preposti alla soluzione delle antinomie normative (criterio della specialità e criterio cronologico), prevale sul disposto dell’art. 107, comma 5, del d.lgs. n. 267/2000 (cfr., ex plurimis, Cons. St., sez. V, 29.08.2012, n. 4635).
Poiché dunque, in materia, vi è una competenza esclusiva del Sindaco (che non consta abbia, nel caso di specie, specificamente delegato i propri poteri alla dirigenza di Roma Capitale), la determinazione dirigenziale impugnata è viziata per incompetenza e deve essere annullata
(TAR Lazio-Roma, Sez. II, sentenza 07.01.2014 n. 86 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: V. Paone, Quando si consuma il reato di deposito incontrollato? (nota a Cass. pen. n. 16183/2013) (Ambiente & Sviluppo n. 1/2014 - link a www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: A. L. Vergine, Tanto tuonò ....che piovve! A proposito dell’art. 3, D.L. 136/2013 (Ambiente & Sicurezza n. 1/2014 - link a www.lexambiente.it).

dicembre 2013

AMBIENTE-ECOLOGIA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 53 del 30.12.2013, "Criteri per la redazione del progetto preliminare di bonifica dei siti inquinati, di cui all’art. 93 del d.lgs. 163/2006 (art. 5 del r.r. 2/2012)" (deliberazione G.R. 20.12.2013 n. 1119).

AMBIENTE-ECOLOGIA: G.U. 27.12.2013 n. 302, suppl. ord n. 89, "Approvazione del modello unico di dichiarazione ambientale per l’anno 2014" (D.P.C.M. 12.12.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA - APPALTI - EDILIZIA PRIVATA - LAVORI PUBBLICI: G.U. 23.12.2013 n. 300 "Interventi urgenti di avvio del piano “Destinazione Italia”, per il contenimento delle tariffe elettriche e del gas, per la riduzione dei premi RC-auto, per l’internazionalizzazione, lo sviluppo e la digitalizzazione delle imprese, nonché misure per la realizzazione di opere pubbliche ed EXPO 2015" (D.L. 23.12.2013 n. 145).
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Di particolare interesse, si leggano:
Art. 1. - Disposizioni per la riduzione dei costi gravanti sulle tariffe elettriche, per gli indirizzi strategici dell’energia geotermica, in materia di certificazione energetica degli edifici e di condominio, e per lo sviluppo di tecnologie di maggior tutela ambientale
Art. 4. - Misure volte a favorire la realizzazione delle bonifiche dei siti di interesse nazionale e misure particolari per l’area di crisi complessa del porto di Trieste
Art. 13. - Disposizioni urgenti per EXPO 2015, per i lavori pubblici ed in materia di trasporto aereo
Art. 14. - Misure di contrasto al lavoro sommerso e irregolare

AMBIENTE-ECOLOGIA: L. Castagnola, SISTRI, sanzioni e “doppio binario (20.12.2013 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: MATERIALI DA SCAVO - PROCEDURE SEMPLIFICATE INTRODOTTE DAL “DECRETO DEL FARE” DAL 21.08.2013 - MODULISTICA PREDISPOSTA DA ANCE LOMBARDIA (20.12.2013 - link a www.ancebrescia.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 51 del 19.12.2013, "Direttiva per l’individuazione degli agglomerati, ai sensi dell’art. 44, comma 1, lettera c), della l.r. 12.12.2003 n. 26 “Disciplina dei servizi locali di interesse economico generale. Norme in materia di gestione dei rifiuti, di energia, di utilizzo del sottosuolo e di risorse idriche" (deliberazione G.R. 12.12.2013 n. 1086).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Società operante in procedura semplificata nel settore del recupero dei rifiuti.
Domanda
Sono il legale rappresentante di una società che gestisce un impianto di recupero che opera in procedura semplificata per la formazione di rilevati e sottofondi stradali.
Di recente la provincia ha emanato alcuni provvedimenti con i quali ha sostenuto che gli aggregati riciclati derivanti da impianti operanti in procedura semplificata possono essere utilizzati esclusivamente come materia prima secondaria per l'edilizia e non per la formazione di rilevati e sottofondi stradali.
Questa presa di posizione determina un grave danno per la mia impresa: è corretta questa interpretazione?
Risposta
No, l’interpretazione fornita dalla provincia non è corretta, e il provvedimento nel quale è contenuto può essere dichiarato illegittimo.
Di recente una questione analoga è stata affrontata dal TAR di Milano, che con un’ordinanza ha accolto la richiesta di alcune società, come la Sua operanti in procedura semplificata nel settore del recupero dei rifiuti, che hanno impugnato innanzi al GA un analogo atto della provincia, che nei fatti ha impedito l’utilizzo degli aggregati riciclati per la formazione di rilevati e sottofondi stradali. Il TAR ha affermato che tali provvedimenti si fondano su una normativa (DM 05.02.1998) dalla quale non emerge una differenza rigorosa tra recupero dei materiali che devono essere utilizzati per l’edilizia e quelli per la formazione di sottofondi stradali, mentre è evidente la sostanziale irragionevolezza nel discriminare:
a) la messa in riserva per la produzione di materie prime secondarie per l’edilizia;
b) l’utilizzo per la realizzazione di rilevati e sottofondi stradali e ferroviari e aeroportuali (previo trattamento) dei rifiuti di cui al punto 7.1.1. del cit. DM 05.02.1998.
Già nel 2005 il ministero dell’ambiente, con una circolare (n. 5205), nel dare indicazioni per l’operatività nel settore edile, stradale e ambientale ai sensi del DM 203/2003, e nel fornire i criteri tecnici e prestazionali che i materiali e i manufatti riciclati devono possedere per ottenere l’iscrizione nel repertorio del riciclaggio, ha fornito un elenco, non esaustivo, dei possibili riutilizzi degli aggregati riciclati, fra i quali rientra a pieno titolo la realizzazione del corpo dei rilevati stradali, dei sottofondi stradali, degli strati di fondazione, recuperi ambientali (13.12.2013 - tratto da www.ispoa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIARaee, debutta il fotovoltaico. Rifiuti elettrici. Il Cdm ha varato ieri lo schema di decreto legislativo.
Quasi pronto il nuovo sistema legislativo per la gestione dei Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) destinato a sostituire l'attuale Dlgs 151/2005.
Ieri, infatti, il Consiglio dei ministri ha approvato, in prima lettura, lo schema di decreto legislativo per l'attuazione della direttiva 2012/19/Ue. Ora il testo sarà sottoposto all'esame della Conferenza unificata Stato-Regioni e delle competenti commissioni parlamentari.
Il testo nazionale, al pari della direttiva, estende e chiarisce il campo di applicazione; innalza gli obiettivi di raccolta, recupero e riutilizzo; frena le spedizioni all'estero. La qualificazione degli impianti di trattamento resta, però, un punto delicato perché non sembra essere compiutamente affrontato; infatti, pur richiedendo l'iscrizione degli impianti al centro di coordinamento Raee, il testo non riconosce a tale Centro adeguati poteri per la verifica periodica né chiarisce quali siano i requisiti da rispettare.
Fino al 14.08.2018 vige un periodo transitorio e il decreto si applica alle apparecchiature elettriche ed elettroniche (Aee) indicate nell'allegato I (si aggiungono, tra poche altre, i pannelli fotovoltaici, ma restano molto simili a quelle finora previste dal Dlgs 151/2005), con alcune esclusioni (per esempio il materiale bellico e le lampade a incandescenza). Dal 15.08.2018, invece, il campo di applicazione si apre e la disciplina si applica a tutte le Aee (classificate in sei categorie nell'allegato III), con poche esclusioni (per esempio i dispositivi medici se infetti). Il campo di applicazione potrebbe cambiare ancora perché entro il 14.08.2015, la Commissione Ue lo riesaminerà.
La raccolta prevede almeno 4 chili/abitante fino al 31.12.2015 ed entro il 01.01.2019 dovrà raggiungere il 65%/anno delle Aee immesse sul mercato nei tre anni precedenti oppure l'85% dei Raee prodotti in Italia. Per recupero, riciclaggio e preparazione per il riutilizzo gli obiettivi variano in base alle categorie di Raee e ai periodi (transitorio e a regime) e sono compresi tra il 50 e l'85%.
Per ridurre al minimo lo smaltimento dei Raee misti con altri rifiuti nei cassonetti, i centri di raccolta comunale accettano gratuitamente i Raee portati dai cittadini, dai distributori e dai gestori dei centri di assistenza tecnica, purché prodotti nel territorio ove è ubicato il centro di raccolta, a meno di apposita convenzione con il Comune. Per i punti vendita di grande superficie (di almeno 400 mq), all'obbligo di ritiro del Raee nel caso di acquisto di un'Aee nuova, si aggiunge quello di ritiro di Raee di piccolissime dimensioni, anche senza acquisto del nuovo ("uno contro zero"). Si tratta di Raee con dimensioni esterne non superiori a 25 cm.
Per arginare la piaga delle esportazioni nei Paesi in via di sviluppo di Raee "mascherati" da Aee usate, l'allegato VI reca i requisiti minimi che il possessore deve dimostrare; in difetto, si presume che si tratti di un tentativo di esportazione illegale di Raee (si deroga in caso di accordo di trasferimento tra imprese di Aee difettose da restituire o riparare). Le spese per analisi, ispezioni e deposito di Aee usate sospettate di essere Raee possono essere poste a carico dei produttori, dei Sistemi collettivi o di chi organizza la spedizione
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.12.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 50 dell'11.12.2013, "Modalità procedurali per l’approvazione e l’autorizzazione dei progetti di bonifica dei siti contaminati che prevedano opere sottoposte a valutazione di impatto ambientale (VIA) e a verifica di assoggettabilità a VIA, di cui agli allegati A e B della l.r. 5/2010, in ottemperanza al comma 2 dell’art. 32 della l.r. 7/2012" (deliberazione G.R. 05.12.2013 n. 1048).

AMBIENTE-ECOLOGIA: G.U. 10.12.2013 n. 289 "Disposizioni urgenti dirette a fronteggiare emergenze ambientali e industriali ed a favorire lo sviluppo delle aree interessate" (D.L. 10.12.2013 n. 136).
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Di particolare interesse, si legga:
Art. 3 - Combustione illecita di rifiuti

AMBIENTE-ECOLOGIA: Siti contaminati.
Domanda
Il proprietario di un'area, incolpevole per la sua contaminazione, quali misure deve adottare?
Risposta
Il Tribunale regionale amministrativo (Tar) della Toscana, Sezione II, con la sentenza del 19.09.2012, numero 1551, dopo avere affermato che gli articoli 240 e seguenti del decreto legislativo numero 152, del 03.04.2006, citati, non consentono all'Amministrazione pubblica di imporre ai privati non responsabili del fenomeno di inquinamento contestato, individuati soltanto quali proprietari o gestori o in ragione della mera collocazione geografica del bene, l'obbligo di porre in essere interventi di messa in sicurezza di emergenza, di rimozione e di smaltimento di rifiuti e, in generale, di riduzione al pristino dello stato dei luoghi, essendo tale obbligo posto unicamente in capo al responsabile dell'inquinamento che l'Autorità ha l'obbligo di ricercare e individuare, ha puntualizzato che il proprietario dell'immobile, pur incolpevole, non è immune da ogni coinvolgimento nella procedura relativa ai siti contaminati e dalle conseguenze della constatata contaminazione, dovendo egli attuare le misure di prevenzione di cui all'articolo 242 del citato decreto legislativo numero 152, del 03.04.2006.
Le misure di prevenzione vanno individuate in quegli interventi atti a «contrastare un evento, un atto o un'omissione che ha creato una minaccia imminente per la salute o per l'ambiente, intesa come rischio sufficientemente probabile che si verifichi un danno sotto il profilo sanitario o ambientale in un futuro prossimo, al fine di impedire o minimizzare il realizzarsi di tale minaccia» (art. 240, citato, comma 1, lettera i) (articolo ItaliaOggi Sette del 09.12.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Misure di prevenzione.
Domanda.
Con quale criterio devono esser individuate le misure di prevenzione che il proprietario, incolpevole, di un sito contaminato deve adottare?
Risposta.
Il Tribunale regionale amministrativo (Tar) della Toscana, Sezione II, con la sentenza del 19.09.2012, numero 1551, ha precisato, come già scritto, che il proprietario dell'immobile, pur incolpevole, non è immune da ogni coinvolgimento nella procedura relativa ai siti contaminati e dalle conseguenze della constatata contaminazione, dovendo egli attuare le misure di prevenzione di cui all'articolo 242 del citato decreto legislativo numero 152, del 03.04.2006.
Ci si pone la domanda circa il tipo di intervento che il predetto proprietario incolpevole deve adottare.
Per la dottrina è ormai pacifico che il proprietario incolpevole dell'inquinamento del suolo ha obblighi di portata limitata, dato che le misure di prevenzione non possono essere intese in modo estensivo fino a comprendere misure che richiedano soluzioni tecniche incompatibili con la salvaguardia immediata del bene. Se così fosse verrebbe vanificato il principio «chi inquina paga».
Inoltre l'intervento volontario del soggetto, previsto dall'articolo 245 del decreto legislativo su citato, che riconosce: «La facoltà di intervenire in qualunque momento volontariamente per la realizzazione degli interventi di bonifica», «non può assurgere, come scrivono i giudici del Tribunale regionale amministrativo (Tar) della Lombardia, Milano, nella sentenza del 02.04.2008, numero 791, di per sé, in mancanza di altri elementi univoci e precisi, ad affermazione di responsabilità nell'inquinamento stesso, posto che sussiste senza dubbio l'interesse del proprietario incolpevole a limitare in ogni caso l'inquinamento sul proprio fondo, anche per impedirne la perdita di valore economico».
Detti interventi non possono, però, assumere un'estensione non prevedibile al momento in cui l'iniziativa è stata posta in essere. Pertanto, l'atto volontario di impegno all'intervento di messa in sicurezza implica l'assunzione di un sacrificio patrimoniale, da contenere nei limiti della normalità e prevedibilità. Si rimanda, al riguardo, alla sentenza numero 291, del 16.03.2006, del citato Tribunale regionale amministrativo (Tar) della Lombardia, Brescia (articolo ItaliaOggi Sette del 09.12.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA: G. Amendola, Abbandono di rifiuti e responsabilità penale di “titolari di imprese o responsabili di enti” nella giurisprudenza della cassazione (06.12.2013 - link a www.industrieambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: GESTIONE DEI MATERIALI DA SCAVO alla luce della L. 09.08.2013 n. 98 di conversione, con modifiche, del D.L. 21.06.2013 n. 69 (cd "Decreto Fare"):
circolare esplicativa
modulo di dichiarazione (06.12.2013 - ARPA Lombardia).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Rifiuti da imballaggio.
Rientra nell'attività di illecita gestione, sanzionata dall'art. 256, comma 1, d.lgs. 152/2006, lo smaltimento mediante combustione di rifiuti di imballaggio (nella specie, polistirolo) effettuato in assenza del prescritto titolo abilitativo (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 05.12.2013 n. 48737 - tratto da www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAScarti da galera. Bruciare i rifiuti ora è un reato. Il Cdm vara il decreto legge per la Terra dei fuochi.
Fotografia e mappatura con conseguente blocco della produzione agroalimentare sui terreni campani inquinati e definizione, accanto a quelli che possono essere destinati esclusivamente a colture diverse, dei fondi da destinare solo a produzioni agroalimentari determinate. Introduzione del reato di combustione illecita dei rifiuti, con pesanti sanzioni penali a carico dei colpevoli di roghi di rifiuti con danni all'ambiente e alla salute umana e confisca del veicolo utilizzato per il trasporto.
Obbligo informativo da parte dell'autorità giudiziaria nell'ambito delle indagini verso i ministeri competenti a adottare i provvedimenti ritenuti opportuni e necessari per la tutela dell'ambiente, della salute e della qualità della produzione agroalimentare. Costituzione di un comitato interministeriale prima e di una commissione poi avente il compito di individuare e potenziare azioni e interventi di monitoraggio e tutela nella «Terra dei fuochi».

Sono le disposizioni urgenti a tutela della salute, dell'ambiente e delle produzioni agroalimentari approvate, ieri dal Consiglio dei ministri, nel decreto legge «Terra dei fuochi» (si veda ItaliaOggi di ieri).
Per l'attuazione degli interventi disciplinati nel dl sono previsti 100.000 euro per il 2013 e 2.900.000 euro per il 2014; fondi reperiti dal programma operativo regionale Campania 2007/13, dal piano di azione e coesione e all'interno di misure da adottare nella programmazione dei fondi Ue.
Entro 30 giorni dall'entrata in vigore del decreto, Mipaaf e ministero dell'ambiente definiranno, d'intesa col presidente della regione Campania, le priorità di mappatura, tramite indagini tecniche e strumenti di telerilevamento, delle aree destinate all'agricoltura, interessate dagli effetti contaminanti di sversamenti e smaltimenti abusivi, anche mediante combustione.
I risultati delle indagini e i possibili interventi di bonifica sui terreni prioritari, dovranno essere presentati entro 90 giorni. Nei successivi 30 saranno indicati, con decreto i terreni che non possono essere destinati alla produzione agroalimentare ma solo a colture diverse e i terreni destinati a colture speciali.
Le pene previste per il nuovo reato di combustione illecita di rifiuti (art. 256-bis dlgs 152/2006):
• Reclusione da 2 a 5 anni per chi appicca il fuoco a rifiuti abbandonati o depositati in modo incontrollato in aree non autorizzate, salvo che il fatto costituisca più grave reato.
• Reclusione da 3 a 6 anni se viene appiccato il fuoco a rifiuti pericolosi.
• Stesse pene per chi abbandona o deposita rifiuti in funzione del successivo abbruciamento.
• Aumento di un terzo della pena se i delitti sono commessi nell'ambito di attività di impresa o attività organizzata.
• Pena aumentata se la combustione illecita di rifiuti avviene in territori che al momento della condotta e nei 5 anni precedenti siano o siano stati interessati da dichiarazioni di stato di emergenza rifiuti.
• Confisca del mezzo di trasporto utilizzato per la commissione del reato, salvo che il veicolo appartenga a persona estranea al reato che provi la buona fede e l'utilizzo a sua insaputa del bene.
• Confisca dell'area su cui è commesso il reato a seguito di sentenza di condanna se di proprietà dell'autore o del compartecipe del reato, fatti salvi gli obblighi di bonifica e ripristino dello stato dei luoghi.
• Se la combustione riguarda rifiuti vegetali provenienti da aree verdi si applicano le sanzioni dell'art. 255 dlgs 152/2006 (articolo ItaliaOggi del 04.12.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA: G. Aiello, Bruciare Rifiuti diventa reato con il Decreto “Terra dei Fuochi (04.12.2013 - tratto da e link a www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Siti contaminati.
Domanda
Il destinatario degli obblighi di risanamento di un terreno contaminato può essere individuato nel proprietario del terreno medesimo?
Risposta
In tema di siti contaminati, la disciplina legislativa (articoli 240 e seguenti del decreto legislativo numero 152, del 03.04.2006) si ispira al principio comunitario «chi inquina paga». Pertanto, l'obbligo di adottare misure, sia urgenti, sia definitive, idonee a fronteggiare la situazione connessa all'inquinamento, va posto, esclusivamente, a carico di colui che è il responsabile di detta situazione per avervi dato causa a titolo di dolo e/o di colpa. Ne consegue che non dovrebbe essere chiamato in causa il proprietario dell'area o l'utilizzatore della stessa, ameno che non sia provata una sua responsabilità.
Il Tribunale regionale amministrativo (Tar) della Toscana, Sezione II, con la sentenza del 28.08.2012, numero 1491, ha affermato che ai fini dell'individuazione del destinatario degli obblighi di risanamento del terreno, è illegittimo il ricorso al criterio dominicale, riconducibile allo schema di cui all'articolo 2051 del codice civile, in luogo di quello della responsabilità colpevole previsto dalla disciplina in materia di bonifica dei siti contaminati di cui agli articoli 240 e seguenti del decreto legislativo numero 152, del 03.04.2006.
Lo stesso Tribunale regionale amministrativo (Tar) della Toscana, Sezione II, con la sentenza del 19.09.2012, numero 1551, ha puntualizzato che gli articoli 240 e seguenti del decreto legislativo numero 152, del 03.04.2006, citati, non consentono all'Amministrazione pubblica di imporre ai privati non responsabili del fenomeno contestato, individuati soltanto quali proprietari o gestori o in ragione della mera collocazione geografica del bene, l'obbligo di porre in essere interventi di messa in sicurezza di emergenza, di rimozione e di smaltimento di rifiuti e, in generale, di riduzione al pristino dello stato dei luoghi, essendo tale obbligo posto unicamente in capo al responsabile dell'inquinamento che l'Autorità ha l'obbligo di ricercare ed individuare (articolo ItaliaOggi Sette del 02.12.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA: D. Roettgen, Fresato d’asfalto: sottoprodotto o rifiuto? (nota CdS n. 4151/2013) (Ambiente & Sviluppo n. 12/2013 - link a www.lexambiente.it).

novembre 2013

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Finalità dell'abbandono e della raccolta.
La volontà che sottende all'abbandono di rifiuti è sostanzialmente diretta a disfarsi ed a disinteressarsi completamente della cosa, mentre quella relativa alla raccolta è diretta a conservare i materiali per poter poi compiere sugli stessi una attività successiva, sia di riutilizzo o di smaltimento (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 29.11.2013 n. 47501 - tratto da www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: RIFIUTI - Definizione e scopo dell'abbandono e della raccolta - Artt. 255 e 256, c. 2, d.lgs. n. 152/2006.
In tema di rifiuti, la volontà che sottende all'abbandono è sostanzialmente diretta a disfarsi ed a disinteressarsi completamente della cosa, mentre quella relativa alla raccolta è diretta a conservare i materiali per poter poi compiere sugli stessi una attività successiva, sia di riutilizzo o di smaltimento (Cass. Sez. III n. 17256, 07/05/2007).
RIFIUTI – Gestione rifiuti - Definizione di raccolta, gestione e stoccaggio o deposito preliminare - Operazioni di messa in riserva di rifiuti – Definizione di deposito temporaneo - Artt. 183, 255 e 256, d.lgs. n. 152/2006.
Per «raccolta» di rifiuti si intende, secondo quanto stabilito dall'art. 183, comma 1, lettera o), d.lgs. n. 152/2006 «il prelievo dei rifiuti, compresi la cernita preliminare e il deposito, ivi compresa la gestione dei centri di raccolta (definiti nel medesimo comma) ai fini del loro trasporto in un impianto di trattamento», mentre la lettera aa) del medesimo articolo definisce lo stoccaggio come «le attività di smaltimento consistenti nelle operazioni di deposito preliminare di rifiuti di cui al punto D15 dell'Allegato B alla parte quarta del decreto (e cioè il deposito preliminare prima di una delle operazioni di cui ai punti da D1 a D14, escluso il deposito temporaneo, prima della raccolta, nel luogo in cui sono prodotti) nonché le attività di recupero consistenti nelle operazioni di messa in riserva di rifiuti di cui al punto R13 dell'Allegato C alla medesima parte quarta (e cioè la messa in riserva di rifiuti per sottoporli a una delle operazioni indicate nei punti da R1 a R12 escluso il deposito temporaneo, prima della raccolta, nel luogo in cui sono prodotti)».
RIFIUTI – Discarica di rifiuti - Definizione legislativa e giuridica – Stoccaggio di rifiuti - Periodo inferiore a un anno - Art. 2, c. 1, lett. g), d.lgs. 36/2003.
Una definizione di discarica di rifiuti è rinvenibile nell'articolo 2, comma primo, lettera g) d.lgs. 36/2003, ove si afferma che per discarica deve intendersi un'area "adibita a smaltimento dei rifiuti mediante operazioni di deposito sul suolo o nel suolo, compresa la zona interna al luogo di produzione dei rifiuti adibita allo smaltimento dei medesimi da parte del produttore degli stessi, nonché qualsiasi area ove i rifiuti sono sottoposti a deposito temporaneo per più di un anno".
Aggiunge la richiamata disposizione che "sono esclusi da tale definizione gli impianti in cui i rifiuti sono scaricati al fine di essere preparati per il successivo trasporto in un impianto di recupero, trattamento o smaltimento, e lo stoccaggio di rifiuti in attesa di recupero o trattamento per un periodo inferiore a tre anni come norma generale, o lo stoccaggio di rifiuti in attesa di smaltimento per un periodo inferiore a un anno", consentendo così, grazie all'indicazione del dato temporale, di distinguere la discarica da altre attività di gestione (anche se lo stesso, come si è ritenuto nel caso di protrazione del deposito dei rifiuti per un periodo superiore all'anno in Cass. Sez. III n. 9849, 04/03/2009, non individua un elemento costitutivo della fattispecie).
RIFIUTI – Concetto di discarica – Deposito con ammasso definitivo - Nozione di "smaltimento" - Scopo di profitto - Mero abbandono di rifiuti - Natura occasionale e discontinua - Giurisprudenza – Art. 256 d.lgs. 152/2006.
Nell'individuazione del concetto di discarica, con riferimento al reato di cui al terzo comma dell'articolo 256 del d.lgs. n. 152/2006, la giurisprudenza ha sottolineato la differenza con la nozione di "smaltimento" rilevando che trattasi di due attività diversamente disciplinate, perché pur avendo in comune talune operazioni (quali il conferimento dei materiali e la loro deposito), si differenziano radicalmente: nello smaltimento i rifiuti vengono interamente sfruttati a scopo di profitto con specifiche modalità (cernita, trasformazione, utilizzo e riciclo previo recupero), nella discarica, invece, i beni non ricevono alcun trattamento ulteriore e vengono abbandonati a tempo indeterminato, mediante deposito ed ammasso. Si ha quindi discarica abusiva "tutte le volte in cui, per effetto di una condotta ripetuta, i rifiuti vengono scaricati in una determinata area, trasformata di fatto in deposito o ricettacolo di rifiuti con tendenziale carattere di definitività, in considerazione delle quantità considerevoli degli stessi e dello spazio occupato" (Cass. Sez. III n. 27296, 17/06/2004).
Anche la differenza con il mero abbandono di rifiuti è stata individuata evidenziando la natura occasionale e discontinua di tale attività rispetto a quella, abituale o organizzata, di discarica (Sez. III n. 25463, 15.04.2004).
Concludendo, la discarica abusiva dovrebbe presentare, tendenzialmente, una o più tra le seguenti caratteristiche, la presenza delle quali costituisce valido elemento per ritenere configurata la condotta vietata: accumulo, più o meno sistematico, ma comunque non occasionale, di rifiuti in un'area determinata; eterogeneità dell'ammasso dei materiali; definitività del loro abbandono; degrado, quanto meno tendenziale, dello stato dei luoghi per effetto della presenza dei materiali in questione.
Si è ulteriormente precisato che il reato di discarica abusiva è configurabile anche in caso di accumulo di rifiuti che, per le loro caratteristiche, non risultino raccolti per ricevere nei tempi previsti una o più destinazioni conformi alla legge e comportino il degrado dell'area su cui insistono, anche se collocata all'interno dello stabilimento produttivo (Cass. Sez. III n. 41351, 06/11/2008; n. 2485, 17/01/2008; n. 10358, 09/03/2007).
Con riferimento al reato di abbandono, ai fini della sua configurabilità rileva anche la posizione di titolare di imprese o responsabile di ente dell'agente, come tale dovendosi intendere chiunque abbandoni rifiuti nell'ambito di una attività economica esercitata anche di fatto, indipendentemente da una qualificazione formale sua o dell'attività medesima (principio ribadito in Cass. Sez. III n. 38364, 18/09/2013).
RIFIUTI – Discarica abusiva o abbandono di rifiuti - Semplice inerzia del proprietario o possessore del terreno - Concorso nel reato – Esclusione - Art. 40 cod. pen..
In tema di rifiuti, il concorso del proprietario o possessore del terreno interessato dalla presenza di rifiuti, la giurisprudenza ha più volte precisato che la semplice inerzia, conseguente all'abbandono da parte di terzi o la consapevolezza di tale condotta da altri posta in essere non sono idonee a configurare il reato di abbandono e ciò sul presupposto che una condotta omissiva può dare luogo a ipotesi di responsabilità solo nel caso in cui ricorrano gli estremi del comma secondo dell'art. 40 cod. pen., ovvero sussista l'obbligo giuridico di impedire l'evento (Cass. Sez. III n. 31488, 29/07/2008; Sez. III n. 32158, 01/07/2002; Sez. III n. 8944, 02/07/1997), altrettanto si è affermato con riferimento alle ipotesi di discarica abusiva (Cass. Sez. III n. 23091, 29/05/2013; Sez. III n. 46072, 15/12/2008; Sez. III n. 41838, 07/11/2008; Sez. III n. 39641, 28/10/2007; Sez. III n. 2206,19/1/2006; Sez. III n. 21966, 10/06/2005) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 29.11.2013 n. 47501 - link a www.ambientediritto.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 48 del 28.11.2013, "Rideterminazione dei periodi di divieto di spandimento degli effluenti di allevamento e dei fertilizzanti azotati per la stagione autunno vernina 2013/2014 - ai sensi del d.m. 07.04.2006" (deliberazione G.R. 26.11.2013 n. 10925).

AMBIENTE-ECOLOGIARifiuti, stretta sul mercurio. Misure speciali di contenimento. In attesa della Seveso. Gli effetti delle nuove regole sullo stoccaggio temporaneo contenute nel dm Ambiente.
Serbatoi ad hoc, siti protetti e monitoraggio continuo. Ai quali si aggiunge l'obbligo di adottare le misure di prevenzione degli incidenti rilevanti previste dalla disciplina «Seveso» nei casi di maggior pericolo d'inquinamento.

Scattano con il nuovo dm Ambiente 29.07.2013 (G.U. del 15.11.2013, n. 268) le nuove regole per lo stoccaggio duraturo dei rifiuti costituiti da mercurio metallico. Il provvedimento adottato dal dicastero per l'ambiente in attuazione della direttiva 2011/97/Ce riformula direttamente (in virtù del potere conferitogli dalla legge 234/2012) lo storico dlgs 36/2003 sulle discariche di rifiuti, unitamente al relativo decreto attuativo del 2010.
Il nuovo stoccaggio dei rifiuti di mercurio. La stretta sullo stoccaggio vale per i depositi temporanei (ossia in vista di successivo avvio a trattamento) di rifiuti costituiti da mercurio metallico superiori a un anno, termine temporale a partire dal quale lo stoccaggio diventa tecnicamente una discarica ai fini e per l'applicazione (anche) delle relative norme dettate dal dlgs 36/2003 (e provvedimenti satellite). Ricorrendo tali condizioni il gestore dell'impianto deve quindi adottare in relazione alla sostanza tossica in questione tutte le nuove precauzioni sancite dai riformulati dlgs 36/2003 e relativo dm 27.09.2010.
In primis il deposito del mercurio metallico deve, ex nuovo dlgs 36/2003, avvenire in modo separato dagli altri rifiuti, in serbatoi ad hoc anticorrosione posti in bacini di raccolta opportunamente impermeabilizzati e ospitati in siti provvisti di barriere naturali o artificiali. La gestione dei rifiuti deve inoltre essere monitorata tramite sistemi di controllo continuo dei vapori di mercurio e ispezione visiva almeno mensile, nonché presidiata da piani di emergenza e dispositivi di protezione.
Il tutto secondo le caratteristiche tecniche di serbatoi, procedure di ammissione in discarica e documentazione di accompagnamento analiticamente precisate dal rinnovato dm Ambiente 27.09.2010. Lo stoccaggio dei rifiuti al di sotto della soglia temporale più sopra delineata, lo ricordiamo, soggiace comunque alle più generali regole sul deposito di rifiuti sancite dal dlgs 152/2006 (cd. «Codice ambientale»).
L'applicazione della «Seveso». Il regolamento Ce n. 1102/2008 sulla gestione del mercurio metallico (dallo scorso marzo presidiato dalle sanzioni nazionali introdotte mediante dlgs 25/2013) prevede una deroga a favore della sostanza contro il generale divieto di ammissibilità in discarica sancito a monte dalla direttiva 1999/31/Ce per tutti i «rifiuti liquidi».
Ma ciò stabilendo al contempo il principio per cui gli impianti di stoccaggio in superficie per più di un anno della sostanza siano sottoposti alla severa disciplina sul «controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose» (meglio nota come disciplina «Seveso») recata dalla 96/82/Ce. A dettare le norme tecniche per rendere operativo tale principio è stata proprio la citata direttiva 2011/97/Ce ora tradotta sul piano nazionale per il tramite del dm Ambiente 29.07.2013 in esame.
Con il nuovo decreto scatta dunque l'obbligo per i gestori degli impianti di stoccaggio di rifiuti di mercurio metallico di rispettare le norme di prevenzione stabilite dal dlgs 334/1999, l'attuale provvedimento nazionale di recepimento delle regole «Seveso» comunitarie (oggetto di prossima revisione per ospitare le ultime novità in materia sancite sempre dall'Ue con la direttiva 2012/18/Ue, che impone maggiore analiticità nella documentazione di prevenzione degli incidenti e controlli esterni più invasivi).
Le novità in arrivo per le discariche. Sempre in tema di discariche e relativa disciplina dettata dal dlgs 36/2003, si ricorda che il ddl recante il cd. Collegato ambientale alla legge di Stabilità 2014 licenziato lo scorso 15.11.2013 e ora al vaglio del Parlamento prevede un dietrofront sul tema del cd. «addio alla discarica», ossia della non ammissibilità di alcuni rifiuti in detti impianti ai fini dello stoccaggio. L'articolo 24 del disegno di legge in itinere stabilisce infatti la totale rimozione dal dlgs 36/2003 del divieto di conferire in discarica a partire dal 31.12.2013 i rifiuti con Pci (Potere calorifico inferiore) > 13.000 kJ/kg.
L'abrogazione definitiva del divieto (oggetto di continue proroghe dal 2010), emerge dalla relazione che accompagna il provvedimento, si rende necessaria per non impedire il legittimo conferimento in discarica di rifiuti che dopo il necessario trattamento (come impongono le ultime norme in materia, ricordate dal MinAmbiente con la circolare dello scorso 06.08.2013, ndr) continuano ad avere un tenore calorifico che ostacolerebbe il loro stoccaggio in detti impianti (articolo ItaliaOggi Sette del 25.11.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIADue vie per tracciare i rifiuti. Invio online dei dati contestuale o successivo alla raccolta. Raffica di istruzioni operative dal ministero dell'ambiente per le imprese tenute al Sistri.
Doppio binario procedurale per il Sistri. La tracciabilità dei rifiuti si potrà realizzare attraverso una procedura che prevede l'utilizzo contestuale dei dispositivi elettronici Usb oppure successivo. In sostanza, i dati potranno essere inviati contestualmente alla tracciatura dei rifiuti o anche in seconda battuta.
Le due procedure possono essere utilizzate entrambe in funzione delle esigenze operative dei soggetti coinvolti nella movimentazione. E' possibile adottarle anche in modalità mista. Pertanto la procedura adottata per la presa in carico dei rifiuti e per la consegna degli stessi possono differire senza alcun problema. Nella procedura con utilizzo non contestuale dei dispositivi Usb le operazioni di presa in carico e consegna dei rifiuti vengono svolte dal conducente attraverso la sola annotazione di data e ora sulla copia cartacea della scheda Sistri e senza dunque inserire il dispositivo Usb del veicolo nel pc del produttore e/o del destinatario.

Queste sono le due risposte fornite dal Ministero dell'ambiente con la Faq n. 109 e la Faq n. 107 datate 21.11.2013 alle domande in merito alle procedure operative per la tracciabilità dei rifiuti. Ma il ministero formula altre risposte (con 15 ulteriori Faq) che di seguito tracciamo.
Non appena riscontrato il malfunzionamento del dispositivo Usb del veicolo occorre contattare il contact center sistri per attivare le opportune procedure volte alla risoluzione del problema. In caso di malfunzionamento del dispositivo Usb, la compilazione della scheda Sistri (aree produttore e trasportatore) viene comunque effettuata dal trasportatore oppure, in caso di sua indisponibilità, dal gestore.
La movimentazione del rifiuto viene eseguita normalmente con le copie cartacee della scheda sistri sulle quali viene annotato che il dispositivo Usb del veicolo non è funzionante e che dunque non sono state effettuate la sincronizzazione e gli inserimenti nella black box. L'inserimento del dispositivo Usb del veicolo nella black box deve essere effettuato, a prescindere dal numero di prese in carico e di consegne di rifiuti previsti nella giornata, una prima volta all'avvio del trasporto, dopo aver dunque effettuato la presa in carico dei rifiuti presso il produttore e, una seconda volta, successivamente alla consegna al destinatario.
In presenza di più viaggi nella stessa giornata lavorativa, l'inserimento del dispositivo Usb del veicolo nella black box deve essere effettuato solamente dopo la prima presa in carico presso il primo produttore e successivamente all'ultima consegna presso l'ultimo impianto Per la movimentazione dei rifiuti devono essere prodotte due copie cartacee della scheda sistri e comunque in un numero pari a quello dei soggetti coinvolti nella movimentazione (es. presenza di più trasportatori).
La stampa delle schede sistri in bianco si effettua accedendo al sistri con il dispositivo Usb, selezionando nella homepage utente «moduli in bianco per schede sistri» e digitando il numero di moduli desiderati ognuno dei quali riporterà un proprio numero identificativo. La riconciliazione della scheda sistri in bianco si effettua accedendo al Sistri con il dispositivo Usb, selezionando nella homepage utente «moduli in bianco per schede Sistri» e digitando il numero identificativo, della scheda Sistri in bianco che si intende riconciliare, nell'apposita sezione della schermata relativa a tale operazione.
Il destinatario è tenuto ad effettuare la registrazione cronologica di carico per il rifiuto accettato entro 2 giorni lavorativi pertanto anche la compilazione e firma della sezione della scheda sistri di propria competenza deve effettuarsi entro tali termini (articolo ItaliaOggi del 23.11.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Differenze tra la nozione di deposito e quella di abbandono.
La nozione di deposito di rifiuti anche solo temporaneo implica, a differenza di quella dell’abbandono, ed in virtù della sua finalizzazione ad una gestione degli stessi, una attività connotata necessariamente da un controllo a che la collocazione avvenga inizialmente e poi permanga, nell'arco temporale richiesto, secondo le modalità di legge, non è sostenibile che, una volta collocato il materiale (su area che già non sia interessata da oggetti di provenienza diversa) sia possibile disinteressarsi della sorte del medesimo.
Se, del resto, il deposito prelude per legge all'avviamento del materiale alle operazioni di recupero e di smaltimento, è necessario che il requisito del raggruppamento per categorie omogenee sussista inizialmente e permanga sino a che detto smaltimento non intervenga, restando a carico di chi il deposito effettui curare che detto requisito venga costantemente rispettato, senza per questo addossare al “depositante” inadempienze altrui.
Una diversa conclusione finirebbe d’altra parte per dar luogo ad una indebita assimilazione della figura del “deposito” a quella dell’"abbandono"
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 22.11.2013 n. 46711 - tratto da www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Sistri: Quali le sanzioni previste nel periodo transitorio?
Domanda
Dopo l'entrata in vigore del SISTRI, come e' punito il trasporto di rifiuti pericolosi senza il formulario, o con formulario con dati incompleti o inesatti?
Risposta
In seguito all’istituzione del SISTRI (2009), il legislatore ha modificato le norme sanzionatorie di cui al TUA:
• eliminando il riferimento ai registri di carico e scarico e ai formulari;
• prevedendo sanzioni soltanto per i trasportatori di rifiuti non pericolosi senza formulario o con formulario incompleto o inesatto, perché solo quest’ultimi avevano la facoltà di decidere di iscriversi, o meno, al SISTRI;
• introducendo per gli altri soggetti le nuove sanzioni di cui agli artt. 260-bis e 260-ter del TUA.
Tuttavia, a partire dal 2010 si sono succedute numerose proroghe dell’operatività del SISTRI che hanno comportato la contestuale sospensione delle novità normative in materia sanzionatoria.
In particolare, l’art. 39 del D.Lgs. n. 205/2010 ha superato la questione circa l’applicabilità o meno delle sanzioni previste dall’art. 258 del TUA, attraverso un’apposita disposizione interpretativa nella quale si è disposto che i soggetti che hanno l’obbligo, o anche solo la facoltà, di iscriversi al SISTRI, fino a quando le nuove prescrizioni del SISTRI non divengono pienamente operative, grazie al superamento della fase transitoria di proroga, qualora non adempiono agli obblighi di tenuta dei registri di carico e scarico e del formulario “sono soggetti alle relative sanzioni previste dall’articolo 258 del TUA nella formulazione precedente all’entrata in vigore del presente decreto.”
In sostanza, sono soggetti alle sanzioni di cui all’art. 258 del D.Lgs. n. 152/2006 nella formulazione antecedente al D.Lgs. n. 205/2010 (22.11.2013 - tratto da www.ipsoa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAAuto, variazioni Sistri via web. Comunicazioni dalle sezioni dell'albo gestori ambientali. Circolare ministeriale sulle procedure relative al sistema di tracciamento dei rifiuti.
In caso di cessione della disponibilità degli autoveicoli sottoposti alla disciplina Sistri saranno le sezioni regionali dell'albo gestori ambientali che comunicheranno al Sistri le variazioni. Le sezioni regionali dell'albo dovranno così provvedere a trasmettere in via telematica al Sistri gli estremi del fascicolo Sistri e del veicolo a motore, oggetto della cancellazione dall'albo. Specificando la causale: compravendita, usufrutto, locazione e comodato senza conducente.

È quanto si legge nella nota 05.11.2013 n. 1192 di prot. del ministero dell'ambiente e della tutela del territorio rubricata «variazioni della disponibilità degli autoveicoli sottoposti alla disciplina Sistri».
Con questa nota di prassi il comitato nazionale, in accordo con il concessionario Sistri, ha stabilito le procedure per la variazione dell'iscrizione all'albo del parco dei veicoli a motore sottoposti alla disciplina sul Sistri. I casi di variazione che comportano una variazione dell' iscrizione all'albo del parco veicoli a motore dell'azienda riguardano la compravendita, l'usufrutto, la locazione senza conducente, e il comodato senza conducente.
L'impresa cedente presenta alla sezione regionale la richiesta di cancellazione dell'autoveicolo e contestualmente riconsegna alla sezione i dispositivi Ubs associati al veicolo. Con questa richiesta l'impresa dichiara di mantenere la responsabilità della black box installata. In assenza di questa domanda dell'acquirente, il cedente è obbligato entro 60 giorni dalla presentazione della domanda di cancellazione a provvedere alla immediata disinstallazione della black box fissando con la sezione regionale dell'albo l'appuntamento presso l'officina autorizzata.
Le sezioni regionali dell'albo, deliberata la variazione dell'iscrizione nei casi in cui è richiesta l'emanazione del provvedimento, oppure effettuate le opportune modifiche negli altri casi, dovranno trasmettere in via telematica al Sistri gli estremi del fascicolo Sistri e del veicolo a motore, oggetto della cancellazione dall'albo. Specificando la causale (compravendita, usufrutto, locazione e comodato senza conducente). Il Sistri provvede immediatamente alla disattivazione del dispositivo oggetto della cancellazione dall'albo nonché a trasmettere contestualmente per via telematica alla sezione regionale l'accoglimento della domanda di cancellazione senza disinstallazione.
L'impresa acquirente presenta la richiesta di variazione per incremento dell'autoveicolo del quale l'impresa cedente ha già chiesto la cancellazione. La sezione regionale dell'albo, deliberata la variazione dell'iscrizione invia telematicamente al Sistri gli estremi del fascicolo Sistri e dell'autoveicolo oggetto dell'incremento all'albo. Questa circolare completa e integra i contenuti della circolare n. 350/2011 relativa alle modalità di installazione e di disinstallazione della black box in caso di inserimento o di cancellazione di mezzi dal parco veicoli aziendale (articolo ItaliaOggi del 20.11.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Materiale bituminoso.
Il materiale bituminoso, come ogni prodotto proveniente da scavo o demolizione, può essere considerato sottoprodotto ai sensi dell’art. 183, lett. qq), del d.lgs. 03.04.2006, n. 152 soltanto in ipotesi di totale riutilizzazione nel rispetto delle condizioni fissate dal successivo art. 184-bis al comma 1, anche in relazione all’art. 185, in particolare lett. b) e c), della medesima legge (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 19.11.2013 n. 46243 - tratto da www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Ambiente in genere. Getto pericoloso di cose e concorso con reati ambientali.
In linea di principio, il reato di getto pericoloso di cose può concorrere con i reati di gestione non autorizzata di rifiuti (art. 256, D.Lgs. 03.04.2006, n. 152) e di scarico di reflui industriali senza autorizzazione (art. 137, D.Lgs. 03.04.2006, n. 152), purché si accerti la potenziale offensività del rifiuto o del refluo ed il getto avvenga in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato di comune o altrui uso (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 19.11.2013 n. 46237 - tratto da www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: Rifiuti. Terre e rocce da scavo e decreto legge 69/2013.
La disciplina specifica in tema di terre e rocce da scavo esclude la rilevanza penale delle condotte esclusivamente in presenza di condizioni di fatto e di procedure che assicurino la qualità minima e la integrale destinazione dei materiali in conformità dei limiti fissati; conclusione, questa, certamente corretta anche dopo l’entrata in vigore del d.lgs. 02.12.2010, n. 205 e del relativo decreto ministeriale.
Né, sul punto, risultano rilevanti le successive modifiche normative che hanno ad oggetto le rocce e terre da scavo: anche secondo gli artt. 41 e 41-bis del d.l. 21.06.2013, n. 69, convertito in legge 09.08.2013, n. 98, la legittimità del trattamento e del reimpiego di tali materiali è subordinata a condizioni di fatto e a garanzie e certificazioni
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 19.11.2013 n. 46227 - tratto da www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIARifiuti, in società paga l'eco-addetto. Responsabilità penale in chiaro.
Sì alla responsabilità penale del delegato ambientale di una società per il trattamento non autorizzato dei rifiuti. Una volta provata la sussistenza delle condizioni richieste per il rilascio della delega di funzioni in materia ambientale, la responsabilità penale del delegato non è in discussione.

Questo è il principio di diritto espresso dalla Corte di Cassazione –Sez. III penale– con la sentenza 19.11.2013 n. 46237.
Il fatto in concreto: risultava che il deposito dei rifiuti era avvenuto sia all'interno di una vasca di decantazione, ove erano stati rinvenuti fanghi induriti, sia, mediante tubazione, nelle acque del torrente Bugliesina, ove erano stati rinvenuti, sulla scorta delle analisi sul campioni prelevati il 30.09.2008, tensioattivi, ossia sostanzialmente di detersivi. I giudici di cassazione ricordano che è stata ritenuta la rilevanza penale della delega di funzioni e, conseguentemente, la responsabilità dell'imputato, quale delegato all'ambiente per il reato di cui all'art. 256 dlgs 03.04.2013 n. 152.
Gli ermellini poi evidenziano anche i rapporti tra la contravvenzione di cui all'art. 674 codice penale e il reato ambientale: «Il reato di getto pericoloso di cose può concorrere con i reati di gestione non autorizzata di rifiuti (art. 256, dlgs. 03.04.2006, n. 152) e di scarico di reflui industriali senza autorizzazione (art. 137, dlgs. 03.04.2006, n. 152), purché si accerti la potenziale offensività del rifiuto o del refluo e che il getto avvenga in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato di comune o altrui uso».
Ricordiamo anche come la sentenza del 26.02.2013 n. 9187 la Corte di cassazione stabilì che il reato di trasporto non autorizzato di rifiuti previsto dall'articolo 256 del dlgs 152/2006 non richiede la continuità dell'attività illecita e si configura anche a seguito di una condotta occasionale. Gli ermellini affermano la configurabilità del reato di trasporto illecito dei rifiuti anche nel caso di attività occasionale (articolo ItaliaOggi del 21.11.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIARifiuti, registri fino ad agosto. Gli obblighi tradizionali vanno in parallelo con il Sistri. Tutti i chiarimenti sulla tracciabilità nel quadro sinottico diffuso dal Minambiente.
Sistri obbligatorio per i vettori stranieri che eseguono anche solo brevi spostamenti di rifiuti sul territorio nazionale. Divieto di applicazione del regime agevolato per la «micro-raccolta» dei rifiuti oltre ai casi previsti. Necessità di osservare fino al 01.08.2014, insieme a quelli Sistri, i tradizionali obblighi di tracciamento dei rifiuti costituiti da registri di carico/scarico e formulario di trasporto.

Questi alcuni dei chiarimenti rintracciabili nelle risposte fornite dal Minambiente ai diversi quesiti posti dalle associazioni di categoria sugli aspetti applicativi del nuovo sistema di tracciamento telematico dei rifiuti e cristallizzate in un «Quadro sinottico» pubblicato sul portale www.sistri.it lo scorso 11.11.2013.
Il contesto. Il documento segue a stretto giro la circolare del 31.10.2013 n. 1 con la quale lo stesso Dicastero ha recato i primi chiarimenti sulla legge 125/2013 che, nel convertire il dl 101/2013, ha confermato la partenza del Sistri dal 01.10.2013 per i gestori di rifiuti speciali pericolosi e dal 03.03.2014 per i produttori iniziali degli stessi. Il tutto allungando fino al 01.08.2014 il periodo di sospensione delle relative sanzioni ma pretendendo, parallelamente ai nuovi obblighi, l'adempimento di quelli già vigenti relativi alle storiche scritture ambientali (cd. «regime transitorio binario»).
Soggetti obbligati al Sistri. A parere del Dicastero gli unici «nuovi produttori» di rifiuti (soggetti rientranti tra i gestori) non soggetti agli obblighi Sistri (in quanto tali, dalla citata data del 01.10.2013) sono quelli che trattano esclusivamente rifiuti «non pericolosi» dai quali producono «rifiuti non pericolosi». Sono invece soggetti al Sistri i vettori esteri che effettuano anche piccoli servizi di autotrasporto all'interno del territorio Italiano (cd. «trasporto di cabotaggio»).
Termini di operatività del sistema. I gestori di veicoli fuori uso sono tenuti ad adottare il Sistri già dal 01.10.2013, e ciò sia nelle loro vesti di recuperatori o smaltitori sia in quelle di «nuovi produttori» di rifiuti. Dalla stessa data del 01.10.2013 sono obbligati i produttori iniziali di rifiuti speciali pericolosi che effettuano anche operazioni di trattamento, recupero e smaltimento dei propri rifiuti. Ciò in quanto, limitatamente a tali operazioni, essi rientrano nel novero dei «gestori». Scatta invece solo dal 03.03.2014 (ossia secondo il termine iniziale stabilito per la generalità dei «produttori iniziali» di rifiuti) l'obbligo Sistri per gli enti e le imprese che trasportano rifiuti speciali pericolosi da loro prodotti.
Obblighi procedurali Sistri. Per il Dicastero la procedura di tracciamento semplificato Sistri prevista per la «micro-raccolta» non è estensibile a tutte le procedure di movimentazione dei rifiuti. La procedura agevolata disegnata dal dm 52/2011 (cd. «Testo unico Sistri) che consente flessibilità di itinerario ed elasticità nei modi e tempi di compilazione delle schede Sistri va infatti applicata solo alle ipotesi cui espressamente si riferisce. Per quanto attiene, infine, agli obblighi dei produttori di rifiuti pericolosi che li consegnano a trasportatori, il Dicastero ricorda come la procedura Sistri imponga la conservazione della copia stampata della scheda Sistri - Area Movimentazione che gli trasmette il gestore (cui i rifiuti sono recapitati) o la segnalazione che la scheda non gli è pervenuta.
Regime transitorio. In più di uno dei pareri recati dal nuovo «Quadro sinottico» il Minambiente sottolinea come durante il (citato) «doppio binario» la copia della nuova «scheda Sistri» prodotta dal trasportatore di rifiuti non sostituisce il tradizionale formulario di movimentazione dei rifiuti, la cui omessa tenuta è sanzionata (articolo ItaliaOggi Sette del 18.11.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Potere dei sindaci.
Domanda
Il Sindaco, in forza dei suoi poteri, può emettere un'ordinanza con tingibile e urgente nel caso di abbandono di rifiuti?
Risposta
È da dire che il ricorso allo strumento dell' ordinanza contingibile e urgente da parte dei sindaci presuppone situazioni eccezionali e non prevedibili.
La Corte costituzionale, con la sentenza del 04.04.2011, numero 115, ha escluso che in tema di ordinanze sindacali contingibili ed urgenti vi sia un potere generale dei Sindaci; ha dichiarato, pertanto, costituzionalmente illegittimo l'articolo 54, comma 4, del decreto legislativo numero 267, del 2000, come sostituito dall'articolo 6 del decreto legge n. 92, del 2008, convertito con legge numero 125, del 2008, su cui detto potere extra ordinem si fonda, nella parte relativa alla locuzione «anche» prima delle parole «contingibili ed urgenti».
In materia di abbandono incontrollato di rifiuti il Tribunale regionale amministrativo (Tar) della Campania, Sezione V, con la sentenza dell'11.05.2010, numero 3683, ha escluso la possibilità del ricorso allo strumento atipico ed eccezionale costituito dall'ordinanza contingibile ed urgente, atteso che l'articolo 192 del decreto legislativo numero 152, del 03.04.2006, porta in sé uno specifico rimedio a fronte di situazioni di inquinamento ambientale.
Peraltro, aggiungono i predetti giudici, «l'utilizzo dello strumento dell'ordinanza contingibile ed urgente ex articoli 117 del decreto legislativo numero 112, del 1998, e 54 del decreto legislativo numero 267, del 2000, presupponendo la necessità di provvedere con immediatezza in ordine a situazioni di natura eccezionale ed imprevedibile cui non si potrebbe far fronte con il ricorso agli ordinari strumenti apprestati dall'ordinamento, non appare legittimo per disporre in ordine alla bonifica di un sito contaminato» (articolo ItaliaOggi Sette del 18.11.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Gestione illecita ed omessa vigilanza del titolare di impresa.
Il reato di illecita gestione di rifiuti è ascrivibile anche al titolare dell'impresa sotto il profilo dell'omessa vigilanza sull'operato dei dipendenti che hanno posto in essere la condotta vietata (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 15.11.2013 n. 45932 - tratto da www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti tracciati su carta e web. Doppio adempimento per le imprese vincolate al Sistri. Il ministero dell'ambiente diffonde in un quadro sinottico le risposte a 25 quesiti delle imprese.
Doppio regime degli adempimenti per il Sistri. La tracciabilità dei rifiuti viaggia sia in formato cartaceo sia informatico. Infatti, fino a che non entreranno in vigore le sanzioni sul Sistri la copia della scheda informatica «movimentazione» non sostituisce il formulario cartaceo di identificazione dei rifiuti. Dunque, per i produttori iniziali dei rifiuti pericolosi sono mantenuti al momento gli adempimenti cartacei.

La conferma giunge dal nuovo quadro sinottico redatto dal ministero dell'ambiente, volto a chiarire alcuni degli aspetti operativi relativi all'applicazione del sistema di tracciabilità dei rifiuti alla luce degli interventi legislativi in materia.
L'articolo 11 del decreto legge n. 101/2013, così come modificato in sede di conversione in legge, dispone infatti per i primi dieci mesi di operatività del Sistri una sorta di doppio regime degli adempimenti. Il quadro sinottico riporta i 25 pareri del ministero in riferimento alle richieste avanzate da alcune organizzazioni di categoria: Confindustria, Fise, Assoelettrica, Fai_sistri, le associazioni gestori rifiuti, Ansep-Unitam e Selex.
Il ministero dell'ambiente è intervenuto anche in materia di trasporto dei rifiuti pericolosi a titolo professionale, chiarendo che in questo caso l'obbligo di adesione al Sistri decorre dal 03.03.2014. E precisando che la locuzione «enti o imprese che raccolgono o trasportano rifiuti pericolosi a titolo professionale», contenuta al comma 2 dell'articolo 11 del dl n. 101/2013, si riferisce agli enti e imprese che trasportano rifiuti pericolosi prodotti da terzi.
Si sottolinea inoltre che sono altresì tenuti ad aderire al Sistri, in caso di trasporto intermodale, i soggetti ai quali sono affidati i rifiuti speciali pericolosi in attesa della presa in carico degli stessi da parte dell'impresa navale o ferroviaria o dell'impresa che effettua il successivo trasporto. Entro fine anno, uno o più decreti del ministro dell'ambiente definiranno le modalità di applicazione a regime del Sistri al trasporto intermodale (articolo ItaliaOggi del 15.11.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIASistri obbligatorio per gli autodemolitori. Ambiente. Le istruzioni del ministero alle associazioni.
Chi gestisce autoveicoli fuori uso doveva aderire al Sistri dal 01.10.2013.

È questa una delle 25 risposte fornite dalla Direzione generale per la tutela del territorio e delle risorse idriche ad altrettanti quesiti sul Sistri, da tempo posti al ministero dell'Ambiente dalle seguenti Associazioni di categoria: Confindustria, Fise, Assoelettrica, Fai-Sistri, Associazione Gestori Rifiuti tramite Assofermet e Ansep Unitam.
Le risposte sono pubblicate in www.sistri.it e sono fornite in forma tabellare come "quadro sinottico-aspetti normativi" e contengono il parere della Direzione sulle tematiche presentate dalle associazioni. La posizione ministeriale su alcuni punti mutua la Circolare dello scorso 31 ottobre (relativa all'articolo 11, legge 125/2013) salvo discostarsene in modo eclatante per alcuni aspetti, come quello relativo al solo stoccaggio dei rifiuti prodotti che per la Circolare obbliga al Sistri il produttore iniziale di rifiuti pericolosi dal 03.03.2014 «anche con riferimento» alle attività di stoccaggio (R13 e D15).
Secondo la nuova nota, invece, costui inizia il Sistri dall'01.10.2013 poiché il soggetto interessato «prima ancora che produttore» è gestore (risposta n. 8). Con riguardo ai soggetti obbligati la nota riprende, poi, la legge 125/2013 quando riferisce che i nuovi produttori sono obbligati ad aderire se trattano o producono rifiuti pericolosi.
Sul punto, la Direzione individua tre ipotesi: trattamento di rifiuti pericolosi e produzione di rifiuti pericolosi; trattamento di rifiuti non pericolosi e produzione di rifiuti pericolosi; trattamento di rifiuti pericolosi e produzione di rifiuti non pericolosi. In tali casi «sarà obbligatorio aderire al Sistri, come gestori e anche come produttori».
Il che, come ricorda la Circolare, «nelle more delle modifiche delle procedure informatiche» ripropone il tema della doppia iscrizione del nuovo produttore sia nella categoria dei produttori, sia in quella dei gestori. L'obbligo non scatta se si trattano e si producono rifiuti non pericolosi.
Su altri punti la nota rinvia a norme da rivedere o da implementare. Tuttavia, alcune problematiche sono rese più esplicite: la risposta n. 5 precisa che i «raccomandatari marittimi delegati da armatore o noleggiatore che intervengono nel trasporto navale sono comunque ricompresi nella nozione di trasporto a titolo professionale». I soggetti che gestiscono veicoli fuori uso dovevano aderire al Sistri dall'01.10.2013, come recuperatori o smaltitori, o nuovi produttori, secondo l'attività che svolgono.
Per una serie di cose, invece, la nota della Direzione rinvia a una nuova e futura normativa come gli obblighi dell'intermediario. La nota ventila la possibilità di semplificare ulteriormente la procedura agevolata per la microraccolta di cui all'articolo 18, comma 4-bis, del Dm 52/2011. Mentre per la non ripudiabilità dei dati in sede di convalida massiva, si riserva chiarimenti con l'Agenzia per l'Italia digitale.
Sulla interoperabilità, dice la nota, il «problema potrebbe essere parzialmente superato grazie alla creazione da parte delle software houses (e/o di Selex) di software in grado di consentire una gestione asincrona delle comunicazioni Sistri rispetto alle attività di compilazione delle schede, che rimarrebbero nella sfera delle attività gestionali aziendali. Rimane da definire un sistema di certificazione dei sistemi di interfaccia tra software gestionali e Sistri. Potrà essere considerata anche l'ipotesi di una modifica del Sistri per consentire il funzionamento del sistema off-line»
(articolo Il Sole 24 Ore del 15.11.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIASi rimette all’esame della Corte di giustizia dell’Unione europea la seguente questione pregiudiziale di corretta interpretazione, che ancora una volta si trascrive: <<se i princìpi dell’Unione europea in materia ambientale sanciti dall’art. 191, paragrafo 2, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e dalla direttiva 2004/35/U.e. del 21.04.2004 (articoli 1 ed 8 n. 3; 13° e 24° considerando) –in particolare, il principio per cui “chi inquina, paga”, il principio di precauzione, il principio dell’azione preventiva, il principio, della correzione prioritaria, alla fonte, dei danni causati all’ambiente– ostino ad una normativa nazionale, quale quella delineata dagli articoli 244, 245 e 253 del d.lgs. 03.04.2006 n. 152, che, in caso di accertata contaminazione di un sito e d’impossibilità d’individuare il soggetto responsabile della contaminazione o di ottenere da quest’ultimo gli interventi di riparazione, non consenta all’autorità amministrativa d’imporre l’esecuzione delle misure di sicurezza d’emergenza e bonifica al proprietario non responsabile dell’inquinamento, prevedendo, a carico di quest’ultimo, soltanto una responsabilità patrimoniale limitata al valore del sito dopo l’esecuzione degli interventi di bonifica>>.
In definitiva, alla luce di quanto esposto, si rimette all’esame della Corte di giustizia dell’Unione europea la seguente questione pregiudiziale di corretta interpretazione, che ancora una volta si trascrive: <<se i princìpi dell’Unione europea in materia ambientale sanciti dall’art. 191, paragrafo 2, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e dalla direttiva 2004/35/U.e. del 21.04.2004 (articoli 1 ed 8 n. 3; 13° e 24° considerando) –in particolare, il principio per cui “chi inquina, paga”, il principio di precauzione, il principio dell’azione preventiva, il principio, della correzione prioritaria, alla fonte, dei danni causati all’ambiente– ostino ad una normativa nazionale, quale quella delineata dagli articoli 244, 245 e 253 del d.lgs. 03.04.2006 n. 152, che, in caso di accertata contaminazione di un sito e d’impossibilità d’individuare il soggetto responsabile della contaminazione o di ottenere da quest’ultimo gli interventi di riparazione, non consenta all’autorità amministrativa d’imporre l’esecuzione delle misure di sicurezza d’emergenza e bonifica al proprietario non responsabile dell’inquinamento, prevedendo, a carico di quest’ultimo, soltanto una responsabilità patrimoniale limitata al valore del sito dopo l’esecuzione degli interventi di bonifica>> (Consiglio di Stato, Adunanza Plenaria, ordinanza 13.11.2013 n. 25 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Il reato di gestione non autorizzata non necessita di continuità o stabilità della condotta.
Il reato di cui all'art. 256, comma 1, del d.lgs. n. 152 del 2006, riguardante, in via ordinaria e sull'intero territorio nazionale, l'attività di gestione di rifiuti non autorizzata, contempla segnatamente la condotta di chiunque effettui, tra le altre, una "attività di trasporto": ebbene, con riguardo a tale fattispecie, plasmata, nelle sue componenti, in maniera, assolutamente uguale a quella impiegata dalla norma "speciale" ex lege n. 210 del 2008, la giurisprudenza non ha mai dubitato del fatto che per la integrazione della stessa, avente natura di reato istantaneo e solo eventualmente abituale, in quanto perfezionantesi nel momento in cui si realizza la singola condotta tipica, sia sufficiente un unico trasporto, da ciò discendendo, evidentemente, la non necessità di requisiti di continuatività e stabilità di sorta (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 11.11.2013 n. 45306 - tratto da www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIARifiuti urbani, Sistri rinviato. Obbligo al via il 30/6. Dai centri di raccolta in avanti. Le istruzioni sulle prossime tappe alla luce degli ultimi chiarimenti ministeriali.
Sistri obbligatorio dal 03.03.2014 per tutti gli enti e le imprese produttori iniziali di rifiuti speciali pericolosi, indifferentemente dalle quantità generate. Rinvio, invece, alla primavera del 2014 per la partenza (a titolo sperimentale) dell'obbligo a carico dei gestori di rifiuti urbani pericolosi (diversi dagli operatori della regione Campania).

Arrivano dopo appena 24 ore dalla pubblicazione della legge 125/2013 di conversione del dl 101/2013 i chiarimenti del Minambiente sulle novità introdotte dal nuovo provvedimento (pubblicato sulla Guri del 30.10.2013 n. 255 ed in vigore dal giorno successivo) in merito al sistema di tracciamento telematico dei rifiuti già partito lo scorso 1° ottobre e ora in procinto di entrare nella «fase due».
Con la circolare 31.10.2013 n. 1 (pubblicata sul sito web del dicastero nella tarda serata dello stesso giorno) il Minambiente prende atto delle principali novità in materia (come la moratoria delle sanzioni Sistri fino all'agosto del 2014 e la parallela estensione dell'obbligo di tenere le ordinarie scritture ambientali, Mud compreso) soffermandosi su alcuni punti critici relativi al riformulato panorama dei soggetti tenuti ad aderire al Sistema informatico.
Enti e imprese produttori iniziali di rifiuti «speciali» pericolosi. La legge 125/2013 conferma la partenza dal 03.03.2014 degli obblighi Sistri per tale categoria di soggetti. La nuova circolare Minambiente chiarisce ora come tale data valga anche per i produttori in parola che si spingono fino a effettuare lo stoccaggio (quindi, tecnicamente, una vera e propria attività di gestione) dei propri rifiuti all'interno del luogo di produzione. E ciò in luogo della diversa (e precedente) data del 01.10.2013 che vale per i «puri» gestori di rifiuti speciali pericolosi. Tale futura data, illustra il Minambiente, vale sia per coloro che effettuano il deposito preliminare di cui al punto D15, allegato B, sia per quelli che ricorrono alla messa in riserva di cui al punto R13, allegato C alla Parte IV del dlgs 152/2006.
Enti e imprese che trasportano rifiuti da loro stessi prodotti. La nuova circolare chiarisce (evidentemente riferendosi a una norma già presente nel dm 52/2011, cd. Tu Sistri) come l'obbligo di adesione al Sistri valga per tutti gli enti e le imprese che trasportano i rifiuti (speciali pericolosi) da loro stessi prodotti. La nota del Dicastero ricorda che tale obbligo riguarda infatti sia le imprese iscritte all'Albo nazionale dei gestori ambientali secondo il regime light dell'articolo 212, comma 8 (ossia le imprese che effettuano raccolta e trasporto dei propri rifiuti pericolosi in quantità non eccedenti 30 Kg o litri al giorno e quale parte integrante e accessoria dell'organizzazione aziendale che li produce) sia quelli iscritti alla categoria 5 dello stesso Albo (che raccoglie, invece, tutti quelli che effettuano raccolta e trasporto di rifiuti pericolosi).
Enti o imprese che raccolgono o trasportano rifiuti pericolosi a titolo professionale sul territorio nazionale. La legge 125/2013 ha allargato il novero dei soggetti in parola: da un lato prevedendo l'obbligo (sebbene a titolo sperimentale e subordinatamente alla futura adozione di uno specifico dm) anche per i gestori (nei quali rientrano i raccoglitori e trasportatori) di rifiuti urbani pericolosi; dall'altro includendo tra i trasportatori tenuti ad adottare il Sistema anche i vettori stranieri. In relazione agli urbani pericolosi la Circolare chiarisce come l'obbligo non prenderà comunque via prima del 30.06.2014 (laddove per gli speciali è già partito il 01.10.2013) e riguarderà comunque solo coloro che gestiscono detti rifiuti dal momento in cui sono conferiti nei centri di raccolta in avanti.
In relazione ai vettori stranieri la stessa Nota, interpretando le nuove norme unitamente a quelle recate dal dlgs 152/2006, sottolinea invece come l'obbligo Sistri valga sia per i vettori stranieri che a titolo professionale effettuano trasporti esclusivamente all'interno del territorio nazionale sia per quelli che effettuano trasporto transfrontaliero partendo dall'Italia verso Stati Esteri. Per i vettori stranieri che invece effettuano trasporti transfrontalieri dall'estero con destinazione Italia (o con solo attraversamento di questa) è sufficiente il rispetto delle regole sulla tracciabilità del trasporto previste dal regolamento comunitario n. 1013/2006.
Enti e imprese di trattamento, recupero, smaltimento, commercio, intermediazione di rifiuti pericolosi. L'obbligo Sistri è già dall'originario dl 101/2013 posto in capo sia ai gestori di rifiuti urbani che di speciali (sempre pericolosi). La nuova circolare chiarisce però che (salve le eccezioni per la Campania) in virtù dell'introduzione da parte della legge 125/2013 della (già ricordata e futura) fase sperimentale per la categoria gestori di rifiuti urbani pericolosi, slitta anche per questi soggetti (che in tale categoria rientrano) l'obbligo di adesione al Sistri. Ciò mentre per la gestione degli speciali, lo ricordiamo, l'obbligo vige dal 01.10.2013.
Nuovi produttori di rifiuti pericolosi. La legge 125/2013 ha ulteriormente ritoccato la nozione di nuovi produttori di rifiuti pericolosi già rivista dall'originario dl 101/2013, identificandoli nei «nuovi produttori che trattano o producono rifiuti pericolosi». Il Minambiente chiarisce prontamente che si tratta sia dei soggetti che sottopongono rifiuti pericolosi ad attività di trattamento e ottengono nuovi rifiuti (eventualmente anche non pericolosi) diversi da quelli trattati (per natura o composizione), sia coloro che trattando rifiuti non pericolosi ottengono nuovi rifiuti pericolosi. Ciò sottolineando l'obbligo per tali soggetti di iscriversi al Sistri sia nella categoria gestori (alla quale originariamente appartengono) sia in quella dei produttori.
Comuni e imprese di trasporto rifiuti urbani della regione Campania. Sia in base all'originario dl 101/2013 che alla relativa legge di conversione per tali soggetti l'obbligo scatta dal 03.03.2014. La circolare ricorda il carattere tassativo di tale previsione dal punto di vista geografico, sottolineando però che saranno invece sottoposti a futuro obbligo Sistri (seppur sperimentale) anche i raccoglitori e trasportatori di rifiuti urbani (ma solo se) pericolosi operanti in altre Regioni.
Operatori dell'intermodale. La legge 125/2013 ha posto tra i soggetti obbligati, nell'ambito del trasporto intermodale, anche coloro cui sono affidati i rifiuti speciali pericolosi in attesa della presa in carico degli stessi da parte dei successivi trasportatori.
In Minambiente chiarisce che trattasi dei cd. terminalisti e degli altri operatori della fase intermedia del trasporto, reinclusi tra gli obbligati al Sistri dopo la loro espunzione dal dlgs 152/2006 ad opera dell'originaria versione del dl 101/2013. Come ricorda il Dicastero con la nuova circolare 31.10.2013 n. 1, sarà però un futuro decreto dello stesso Minambiente a disciplinare le modalità di applicazione del Sistri a tale categoria (articolo ItaliaOggi Sette dell'11.11.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA: G. Amendola, Cassazione, inquinamento da leggi e trasporto di rifiuti pericolosi senza formulario (11.11.2013 - link a www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: G. Amendola, Gestione di rifiuti e responsabilità del Sindaco (08.11.2013 - link a www.industrieambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Oggetto: SISTRI: ulteriori modifiche (ANCE Bergamo, circolare 08.11.2013 n. 242).

AMBIENTE-ECOLOGIAAutorizzazione ambientale doc. Ma procedura più complessa in presenza di emissioni. Una circolare ministeriale sul placet unico che semplifica la procedura.
Autorizzazione unica ambientale obbligatoria per le imprese. Di tutte le dimensioni e tipologie. Una sola eccezione: quando l'impresa produce emissioni. In tal caso infatti va chiesta la più complessa autorizzazione generale.

Questo è il principio espresso dal Ministero dell'ambiente con la circolare 07.11.2013 n. 49801 di prot..
L'autorizzazione unica sostituisce ogni atto di comunicazione, notifica e autorizzazione previsto dalla legislazione vigente. Ed è finalizzata alla riduzione degli oneri burocratici connessi alla gestione dell'impresa. I tecnici di prassi ricordano che nel caso di attività di carattere autorizzatorio alla scadenza del primo dei titoli abilitativi il gestore è obbligato a richiedere l'autorizzazione unica ambientale. Salvo che ricorra una delle due ipotesi di deroghe sopra indicate. Al contrario nel caso di autorizzazione generale in scadenza il gestore ha la facoltà e non l'obbligo di richiedere l'autorizzazione unica.
È facoltà del gestore di ricorrere allo sportello unico delle attività produttive e di aderire all'autorizzazione generale. Lo sportello unico trasmetterà per via telematica all'autorità competente. Anche nelle ipotesi di attività soggette unicamente a più comunicazioni o autorizzazioni il gestore ha la facoltà di richiedere l'autorizzazione unica ambientale. Infatti l'articolo 3, 3 comma, del dpr 13.03.2013 n. 159 prevede che il gestore possa decidere di non avvalersi dell'autorizzazione ambientale quando l'impianto è soggetto esclusivamente alle comunicazioni o alle autorizzazioni generali alle emissioni.
Inoltre dal combinato disposto dell'articolo 3, commi 1 e 3, del dpr n. 159/2013 si evince che il gestore possa non avvalersi dell'autorizzazione unica ambientale anche quando l'impianto sia soggetto esclusivamente alle comunicazioni o alle autorizzazioni generali alle emissioni. In definitiva, quando l'attività è soggetta unicamente a più comunicazioni oppure, congiuntamente alle comunicazioni e alle autorizzazioni di carattere generale, il gestore ha la facoltà e non l'obbligo di richiedere l'Aua.
Occorre inoltre chiarire ricordano i tecnici del Ministero che il dpr 13.03.2013 n. 159 si applica solo alle piccole e medie imprese non soggette all'autorizzazione integrata ambientale. Ovvero a tutti gli impianti non soggetti all'autorizzazione integrata, quindi a prescindere dai requisiti dimensionali del gestore. Pertanto un impianto produttivo non soggetto all'Aia è soggetto all'Aua anche quando il gestore sia una grande impresa.
Il termini di presentazione della prima autorizzazione unica ambientale è quella legata alla scadenza del titolo. Per poter beneficiare della possibilità di continuare l'attività anche in caso di mancata risposta nei termini (articolo ItaliaOggi dell'08.11.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Circolare recante chiarimenti interpretativi relativi alla disciplina dell'autorizzazione unica ambientale (A.U.A.) nella fase di prima applicazione del D.P.R. 13.03.2013 n. 59 (Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, circolare 07.11.2013 n. 49801 di prot.).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Sito contaminato.
Proprietario non responsabile dell'inquinamento: a chi spetta l'onere di bonifica?
Domanda
Nel caso in cui il proprietario di un sito contaminato non sia anche il responsabile dell'inquinamento, e quest'ultimo non sia identificabile, a chi spetta l'onere di bonifica?
Risposta
La questione relative all’individuazione dei soggetti ai quali spetta l’onere di bonificare un sito contaminato è da sempre stata molto dibattuta, e ha visto la stessa giurisprudenza dividersi in due scuole di pensiero.
Da una parte ci sono quei giudici amministrativi che, evidenziando la necessità di far uso dei principî posti alla base della presunzione di responsabilità oggettiva del proprietario di un suolo, hanno affermato che:
• il proprietario di un sito contaminato si presume responsabile, secondo quanto previsto dalle regole civilistiche, dei danni cagionati a terzi dalle cose in custodia, inclusi i danni derivanti dall’inquinamento presente nel sito, salvo che non provi il caso fortuito o il fatto altrui;
• il principio comunitario «chi inquina paga» imputa il danno a chi si trovi nelle condizioni di controllare i rischi, cioè imputa il costo del danno al soggetto che ha la possibilità della cost-benefit analysis, per cui lo stesso deve sopportarne la responsabilità per essersi trovato, prima del suo verificarsi, nella situazione più adeguata per evitarlo in modo più conveniente.
Dall’altra, invece, quella giurisprudenza che, nel mettere in evidenza le conseguenze paradossalmente dannose per l’ambiente di tale impostazione ermeneutica "l’adozione di un criterio di responsabilità oggettiva in capo alle imprese, connesso a rischi oggettivi di impresa, non garantisce una migliore tutela del valore della difesa ambientale, rispetto ad un sistema di “due care”, perché finirebbe con l’incentivare il danno ambientale, invece di impedirlo o di portare a rimuoverne durevolmente le cause prima ancora che gli effetti, risultato che si ottiene solo promuovendo un corretto rapporto tra la produzione e l’ambiente”. Si tratta di una via semplice, perché facilmente percorribile: ipotizzando che la PA recuperi i costi integrali della bonifica a carico del proprietario-detentore incolpevole del suolo, spetterebbe a quest’ultimo la rivalsa sul precedente proprietario-possessore inquinante, con tutte le difficoltà operative che tale operazione comporta" ha affermato che la P.A. non può imporre ai soggetti che non abbiano alcuna responsabilità diretta con la contaminazione di un suolo, ma che vengano individuati solo quali proprietari del bene, lo svolgimento delle attività di recupero e di risanamento. Tale principio, conforme a quello comunitario del «chi inquina paga» vale, oltre che per le misure di bonifica, anche per le misure di messa in sicurezza d’emergenza.
Di recente, nell’analizzare questo contrasto giurisprudenziale, la sesta sezione del Consiglio di Stato ha rimesso all’adunanza plenaria la seguente questione di diritto: in base al principio di matrice comunitaria compendiato nella formula “chi inquina paga”, l’Amministrazione nazionale può imporre al proprietario di un’area inquinata, che non sia anche l’autore dell’inquinamento, l’obbligo di porre in essere le misure di messa in sicurezza di emergenza, sia pure, in solido con il responsabile e salvo il diritto di rivalsa nei confronti del responsabile per gli oneri sostenuti?
L’adunanza plenaria ha risposto in senso negativo, conformandosi all’orientamento contrario a qualsiasi ipotesi di responsabilità oggettiva: l’Amministrazione non può imporre al proprietario di un’area inquinata, che non sia ancora l’autore dell’inquinamento, l’obbligo di porre in essere le misure di messa in sicurezza di emergenza e di bonifica, in quanto gli effetti a carico del proprietario “incolpevole” restano limitati a quanto espressamente previsto dall’articolo 253 del testo unico ambientale, in tema di onere reali e privilegi speciale immobiliare.
Di conseguenza, nel caso in cui il proprietario di un sito contaminato non sia anche il responsabile dell’inquinamento, e quest’ultimo non sia identificabile, spetta al Comune territorialmente competente la realizzazione degli interventi di bonifica dei siti contaminati.
Nel caso in cui neanche l’amministrazione comunale provveda, spetta alla regione, secondo l’ordine di priorità fissati dal piano regionale per la bonifica delle aree inquinate, avvalendosi anche di altri soggetti pubblici o privati, individuati ad esito di apposite procedure ad evidenza pubblica (07.11.2013 - tratto da www.ipsoa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIAIn discarica filtri anti-odore. Giustizia. La Corte di cassazione ha condannato i gestori per non aver utilizzato le migliori tecnologie.
La difesa degli imputati si era basata sull'assenza di prescrizioni
Rischiano una multa fino a trentamila euro i gestori delle discariche che non fanno ricorso alle migliori tecnologie per eliminare i miasmi provenienti dai rifiuti.

La Corte di Cassazione, Sez. III penale, con la sentenza 05.11.2013 n. 44444 spezza una lancia in favore degli abitanti che vivono vicino agli impianti che raccolgono tonnellate di spazzatura, affermando il loro diritto a non essere soffocati dalle emissioni.
Nel caso specifico a vincere la battaglia contro i cattivi odori sono stati gli abitanti della Garfagnana che, dopo anni di proteste per le esalazioni che provenivano dai rifiuti in attesa di finire nel termovalorizzatore, hanno visto condannare i responsabili del loro disagio al pagamento di un'ammenda.
I giudici della terza sezione penale hanno, infatti, contestato al direttore tecnico (nonché legale rappresentante della Spa "incriminata") e al gestore, la violazione degli articoli 8, comma 1, e 19, comma 12 del Dlgs 133/2005. La norma che attua la direttiva comunitaria (2000/76/Ce) sull'incenerimento dei rifiuti prevede, con l'articolo 8, la necessità di adottare «tutte le misure affinché le attrezzature utilizzate per la ricezione, gli stoccaggi, i pretrattamenti e la movimentazione dei rifiuti, nonché per la movimentazione o lo stoccaggio dei residui prodotti, siano progettate e gestite in modo da ridurre le emissioni e gli odori, secondo i criteri della migliore tecnologia disponibile». Obblighi che i ricorrenti sostenevano di non avere, dando della norma una lettura "minimalista" per l'assenza di uno degli elementi costitutivi del reato: l'inesistenza di prescrizioni riguardanti le emissioni di odori.
Secondo gli imputati, quando sia l'articolo 8 sia il 19 che individua le condotte sanzionabili, parlano delle migliori tecnologie possibili fanno riferimento a quelle imposte nell'atto con cui l'autorità autorizza l'impianto. È una lettura che tenta uno "scaricabarile" senza successo. Per la Suprema corte non è pensabile che una norma affidi all'ente preposto delle missioni impossibili: non solo il compito di l'individuare le migliori tecnologie disponibili in futuro ma anche quello di stabilire le modalità di progettazione e gestione delle apparecchiature utilizzate.
Decisamente meno favorevole ai ricorrenti l'interpretazione della Cassazione. Per i giudici della terza sezione è sufficiente stare al tenore letterale della legge per capire da che parte stanno gli obblighi. La disposizione prende in considerazione l'attività svolta in concreto dagli impianti nella fase post realizzazione e autorizzazione, esaminando le modalità di gestione delle apparecchiature utilizzate per abbattere i cattivi odori in tutte le fasi di gestione dei