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ANNO 2017

ANNO 2016

ANNO 2015

ANNO 2014

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ANNO 2013

ANNO 2012

SINO ALL'ANNO 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANNO 2017
aggiornamento al 31.07.2017
EDILIZIA PRIVATARecupero sottotetti, Scia o Pc. Lombardia.
Recupero abitativo dei sottotetti in Lombardia: regime giuridico da individuare di volta per volta sulla base degli elementi progettuali. In quanto essendo considerata «ristrutturazione edilizia», la disciplina applicabile non è più quello della denuncia di inizio attività. Potrà essere una Scia o un permesso di costruire per la ristrutturazione c.d. «leggera» e permesso di costruire o Scia alternativa per la ristrutturazione c.d. «pesante».

Questi i chiarimenti contenuti nella
circolare 20.07.2017 n. 10
della Regione Lombardia.
Le novità introdotte dai decreti legislativi n. 126 e n. 222 del 2016 -ricorda la circolare- hanno reso necessario l'adeguamento della modulistica per i titoli edilizi (si veda ItaliaOggi del 17.05.2017). Tutti i nuovi moduli edilizi unificati e standardizzati, approvati il 4 maggio e il 6 luglio scorsi in conferenza unificata, con accordo tra il governo, le regioni e gli enti locali, sono stati adeguati alle normative regionali e approvati, in un unico provvedimento, con la deliberazione della Giunta regionale Lombarda del 17.07.2017, n. 6894.
Nelle more di un aggiornamento e riallineamento della normativa regionale, i tecnici lombardi forniscono alcune considerazioni in merito ad aspetti della disciplina edilizia di più frequente ricorrenza: come noto, infatti, il dpr 06.06.2001, n. 380 (Testo unico dell'edilizia) è stato interessato negli ultimi tempi da ripetuti interventi di modifica. I funzionari Lombardi inoltre sottolineano che a fronte di una giurisprudenza costituzionale consolidata in questi anni, si è affermato espressamente che «la definizione delle diverse categorie di interventi edilizi spetta allo Stato».
Pertanto la disciplina degli interventi edilizi dettata all'articolo 27 della legge regionale n. 12/2005 è da considerarsi superata, dovendosi ormai fare riferimento alle definizioni di cui all'articolo 3 del dpr 380/2001, in quanto disposizioni espressamente qualificate dalla corte costituzionale come «principi fondamentali della materia» (articolo ItaliaOggi del 28.07.2017).
ENTI LOCALI - VARI: Autovelox: addio cartelli con l’avviso se non c’è alcun controllo. Fuorilegge i cartelli che avvisano della presenza di un autovelox che poi non c’è o se il box ai margini della strada è vuoto.
Da oggi in poi, se troveremo un cartello con su scritto «controllo elettronico della velocità» vorrà dire che, molto probabilmente, l’autovelox c’è davvero. Non potranno più esistere –e se ci sono andranno rimossi– gli avvisi posti in quei luoghi ove la polizia non fa più le multe con i dispositivi di controllo a distanza come tutor, autovelox e telelaser.
A stabilirlo è il Ministero degli Interni che, due giorni fa, ha diramato una importante direttiva (direttiva 21.07.2017 n. 300/A/5620/17/144/5/20/3 di prot.  - che probabilmente, da oggi in poi, sarà meglio nota come circolare Minniti) e che aggiorna le regole stabilite dalla altrettanto famosa direttiva Maroni del 2009 in tema di prevenzione degli incidenti stradali e di contrasto alle violazioni del codice della strada. Tra i tanti aspetti trattati dal documento ministeriale vi è la messa la bando dei segnali permanenti che evidenziano l’accertamento elettronico della velocità se il tratto stradale non viene utilizzato sistematicamente per l’attività di controllo.
Addio quindi a tutta quell’infinita serie di segnali di avviso di controllo elettronico della velocità, disseminati qua e là sulle nostre autostrade, figli di epoche in cui l’utilizzo degli autovelox era selvaggio e massiccio.
Dopo i numerosi ricorsi da parte degli automobilisti, i Comuni hanno compreso che non basta più mettere un cartello con scritto «controllo elettronico della velocità» per poter fotografare un automobilista e poi inviargli la multa a casa. Ci sono distanze da rispettare, autorizzazioni Prefettizie da chiedere e segnaletiche da apporre. In tutto questo, anche se l’uso degli autovelox continua ad essere il principale spauracchio per molti automobilisti, di certo la tecnica del tranello si è dovuta raffinare rispettando le numerose (e spesso confuse) regole.
Ora, dopo otto anni dalla famosa circolare Maroni che aveva tentato di disciplinare l’utilizzo degli autovelox, la circolare Minniti chiede quantomeno un po’ di ordine: che si tolgano dai lati delle strade gli avvisi di controllo della velocità che non fanno altro che rallentare il traffico sul più bello anche laddove non ve n’è bisogno.
Diventano così fuori legge i segnali che avvertono della presenza di un controllore elettronico senza alcuna strumentazione nei paraggi.
Riportiamo il testo della circolare che qui interessa di più: «Per le postazioni temporanee possono essere utilizzati segnali collocati in modo permanente sulla strada solo quando la posizione dei dispositivi di rilevamento sia stata oggetto di preventiva pianificazione coordinata ed i loro impiego in quel tratto di strada non sia occasionale, ma, per la frequenza dei controlli, assuma il carattere di sistematicità.
Per «pianificazione del servizio di attività di controllo con misuratori di velocità» si intende quella possibilmente definita in seno alla conferenza provinciale permanente.
L’attività pianificata, se programmata con carattere sistematico, dovrà necessariamente assumere una natura non occasionale (esempio almeno X giorni la settimana per X mesi o con altra cadenza) assumendo a tal fine importanza prioritaria non tanto la determinazione di un numero X di controlli, ma la indicazione dell’intervallo temporale in cui viene effettuata l’attività di controllo stesso. Pertanto l’effettuazione di un numero X di periodi di controlli ripetuti, in un arco temporale definito, fa assumere all’attività di controllo il carattere di sistematicità. Ovvio che più è frequente l’attività meglio credibile risulta anche il segnalamento.
Salvo i caso sopracitati, infatti, l’utilizzazione di segnaletica permanente per segnalare postazioni temporanee, se pur non vietate dalle disposizioni vigenti, risulta non coerente con la tipologia utilizzata e con l’esigenza di credibilità che il messaggio segnaletico deve fornire. Pertanto, salvo i casi sopraindicati, le postazioni temporanee dovrebbero essere segnalate con segnali stradali temporanei
» (23.07.2017 - link a www.laleggepertutti.it).
ANNO 2016
aggiornamento al 09.12.2016
INCARICHI PROFESSIONALICodice appalti, due strade per i servizi degli avvocati. Alcuni dicono che serve una mini gara, altri sostengono l'affidamento diretto dell'incarico.
La nuova disciplina dei contratti pubblici sulla rappresentanza e difesa in giudizio della p.a..

Pasticciaccio sugli incarichi agli avvocati da parte delle p.a. dopo il nuovo codice degli appalti. C'è chi dice che bisogna fare una mini gara perché sono contratti di appalto, anche se si escludono le procedure più pesanti (gara pubblica) e c'è chi dice che è un contratto d'opera, assolutamente estraneo al campo di applicazione del codice dei contratti pubblici (dlgs 50/2016).
Tutto sta nel fatto che proprio il nuovo codice dei contratti pubblici indica la rappresentanza e difesa in giudizio come «servizio escluso». Con questa classificazione, però, si apre la strada alla applicazione delle mini gare: se siamo di fronte a un contratto escluso dall'applicazione dei procedimenti ordinari, è pur vero che questo presupporrebbe che siamo nel campo della normativa sui contratto di appalto. Per stare al di fuori di questa logica, bisogna qualificare il contratto con l'avvocato incaricato della difesa in giudizio non come contratto di appalto di servizi, ma come contratto d'opera intellettuale.
Ma analizziamo le due impostazioni, mentre le p.a. vanno a tentoni e aspettano un chiarimento dalla giurisprudenza.
Appalto. Una tesi sostiene che gli incarichi ad avvocati sono appalto di servizio, per cui è escluso l'affidamento diretto su basi fiduciarie (in latino «intuitu personae»).
Questa tesi si appoggia sull'art. 17 del codice dei contratti, che inserisce, tra i contratti cosiddetti esclusi, i servizi legali, anche quelli concernenti la rappresentanza legale di un cliente da parte di un avvocato in un arbitrato o conciliazione, nei procedimenti giudiziari.
Secondo questa impostazione l'esclusione non significa che le amministrazioni hanno mano libera. Anzi è nuova la classificazione di queste attività come servizi ed è quindi preclusa la strada dell'affidamento dell'incarico ai sensi del codice civile, che vale solo per i committenti privati. Il risultato di questa impostazione è che bisogna applicare i principi generali degli appalti, tra cui l'economicità, la trasparenza, la par condicio tra i concorrenti.
Ci vorrebbe un avviso pubblico, precisando le caratteristiche del servizio, magari richiedendo particolari esperienze o specializzazioni. Si può acquisire le manifestazioni di interesse e poi passare a un confronto concorrenziale. Non si esclude la possibilità di una scelta diretta, ma solo se motivata da urgenza delle procedure.
Opera intellettuale. La tesi diametralmente opposta fa leva sull'articolo 4 del codice degli appalti. Questo articolo definisce l'ambito di applicazione dei dlgs 50/2016 ai soli contratti di appalto, tra cui non può essere inserito il mandato difensivo. L'appalto, infatti, è un contratto con cui l'appaltatore si assume il rischio connesso al compimento dell'opera o del servizio; nel mandato difensivo manca questa caratteristica, anzi l'articolo 2230 del codice civile esprime una regola del tutto diversa (tanto che si parla di obbligazione di mezzi e non di risultato).
Peraltro sarebbe opinabile una norma che impedisse a un soggetto giuridico di scegliersi il difensore, prerogativa certamente connaturata al diritto di difesa costituzionalmente garantito.
E non si potrebbe dire che il codice dei contratti del 2016 abbia abrogato implicitamente le disposizioni del codice civile sull'attività professionale. Infine viene ricordata la giurisprudenza del consiglio di stato che si era pronunciata nel senso di escludere le gare per gli affidamenti ai legali in vigenza del vecchio codice dei contratti pubblici (dlgs 163/2006).
Secondo il Consiglio di stato, Sez. V, 11.05.2012 n. 2730 la scelta dell'avvocato per la difesa in giudizio dell'amministrazione costituisce prestazione intellettuale, estranea all'applicazione dell'obbligo di gara per i servizi legali.
Da ultimo ci si chiede come si possa fare a imbastire le procedure di mini gara quando scadono i termini processuali e si rischia di incaricare l'avvocato a ridosso delle scadenze. Ci si chiede altresì come possa sostenersi la necessità di rispettare il principio di economicità (prendere l'avvocato che offre il prezzo più basso) quando in giudizio vale la regola dell'accollo delle spese in base alla soccombenza in giudizio (articolo ItaliaOggi Sette del 05.12.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).
aggiornamento al 14.06.2016
EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICA: Strade, reti e servizi: il Codice appalti riscrive le procedure. Realizzabili senza gara gli interventi extra-standard.
Opere di urbanizzazione. Regole diverse per i lavori a scomputo.

La nuova disciplina in materia di appalti pubblici interessa anche le operazioni immobiliari di sviluppo private. Il Codice (Dlgs 50/2016) regola infatti anche gli accordi tra i Comuni e i costruttori per la realizzazione delle opere di urbanizzazione a scomputo del contributo di costruzione.
Il vecchio sistema
Il previgente sistema (Dlgs 163/2006) assoggettava a diverso regime la realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria (strade, parcheggi, reti elettriche, idriche e fognarie) e secondaria (scuole, edifici religiosi, culturali e sociali, parchi), distinguendo anche i casi in cui l’ammontare delle opere fosse superiore o inferiore alla soglia di rilevanza comunitaria (attualmente pari a 5.225.000 euro per gli appalti di lavori).
In particolare, la realizzazione di opere di urbanizzazione primaria e secondaria da eseguire a scomputo oneri e con valore superiore alla soglia seguiva una procedura a evidenza pubblica, secondo l’ordinario percorso di gara –aperta o ristretta– previsto dal vecchio Codice. Mentre l’affidamento dei lavori inerenti alle opere di urbanizzazione secondaria a scomputo e di valore inferiore alla soglia di rilevanza doveva seguire una procedura negoziata, senza previa pubblicazione del bando, con invito rivolto ad almeno cinque soggetti idonei (articolo 122, comma 8, Dlgs 163/2006).
In virtù del comma 2-bis, articolo 16 del Dpr 380/2001 (introdotto dal Dl 201/2011 “Salva Italia”), le opere di urbanizzazione primaria di importo inferiore alla soglia comunitaria -sempreché funzionali all’intervento di trasformazione urbanistica- potevano invece essere realizzate a cura del titolare del permesso di costruire (ovvero da questi liberamente assegnate a terzi) senza applicare le norme del Dlgs 163/2006. Ma se l’opera di urbanizzazione primaria sotto soglia non era funzionale all’intervento, si doveva applicare la procedura negoziata prevista all’articolo 122, comma 8.
Il nuovo sistema
Il Dlgs 50/2016 modifica parzialmente tale quadro, ma in modo significativo.
Per le opere di urbanizzazione primaria e secondaria sopra la soglia, resta ferma la piena applicabilità delle procedure a evidenza pubblica ordinariamente previste dal nuovo Codice. Così come, per le opere di urbanizzazione primaria sotto soglia ma funzionali agli interventi di trasformazione, continua ad applicarsi l’esclusione prevista dal comma 2-bis, articolo 16, del Dpr 380/2001.
Per le opere di urbanizzazione secondaria sotto soglia e per quelle di urbanizzazione primaria sotto soglia e non funzionali all’intervento, invece, occorre ora far ricorso alla procedura ordinaria, con avviso o bando di gara (articolo 36, comma 3, Dlgs 50/2016).
Le opere non a scomputo
Altra novità rilevante, ma all’insegna della semplificazione, è introdotta rispetto al tema (molto dibattuto in dottrina e giurisprudenza) delle opere di urbanizzazione che non vanno a scomputo del contributo di costruzione. Vale a dire quelle opere, spesso previste dalle convenzioni urbanistiche, realizzate in più rispetto agli obblighi che da regolamento i Comuni attribuiscono ai costruttori.
A riguardo, è bene ricordare che il criterio per applicare le procedure a evidenza pubblica viene normalmente riconosciuto nel requisito dell’onerosità della prestazione. E in tale ottica, la normativa in materia di appalti non si dovrebbe applicare alle opere pubbliche non a scomputo (ossia a quelle con costi interamente a carico del privato).
In merito, l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici (determinazione 4/2008) aveva però precisato che il costo delle “opere extra”, per quanto non scomputato dai contributi ordinari, rappresenterebbe comunque un corrispettivo riconosciuto al Comune a fronte dell’approvazione del progetto di sviluppo. Non essendo quindi opere realizzate dal costruttore in spirito di liberalità, avrebbero dovuto seguire le procedure di evidenza pubblica per la selezione dei soggetti chiamate a realizzarle.
L’articolo 20 del Dlgs 50/2016 ricollega invece l’applicabilità delle regole pubblicistiche solo ai casi in cui il requisito dell’onerosità sussiste in via diretta e immediata. Il nuovo Codice, dunque, non si applica quando un’amministrazione stipula una convenzione con cui un soggetto si impegna a realizzare a sua cura e spese, cioè senza scomputarne il valore dai contributi dovuti al Comune, un’opera pubblica prevista nell’ambito di strumenti o programmi urbanistici.
In questi casi, è tuttavia previsto che l’amministrazione svolga una funzione di controllo preventivo: prima della stipula, valuterà infatti il progetto di fattibilità delle opere e lo schema dei contratti di appalto. Spetterà inoltre alla convenzione disciplinare le conseguenze in caso di inadempimento.
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Per importi elevati si applica ancora l’iter ordinario. Valori rilevanti. Confermata la prassi del Dlgs 163/2006.
Il quadro dei procedimenti previsti per realizzare le opere di urbanizzazione a scomputo è stato parzialmente rivisto.
Pur continuando a differenziare, a livello nominale, tra opere di urbanizzazione primaria e secondaria, di valore superiore o inferiore alla soglia di rilevanza comunitaria, il Dlgs 50/2016 mantiene solo alcune delle distinzioni del precedente assetto normativo (Dlgs 163/2006).
Per quanto concerne le opere di urbanizzazione primaria e secondaria sopra la soglia di rilevanza comunitaria, la scelta del soggetto a cui affidare i lavori è rinviata dal nuovo Codice –così come dal previgente– alle ordinarie procedure di gara, aperte o ristrette, previa pubblicazione di un bando o un avviso (si veda l’articolo a lato).
In caso di procedura aperta, qualsiasi operatore economico interessato potrà dunque presentare un’offerta in risposta all’avviso di gara. Mentre nelle procedure ristrette si dovrà presentare una specifica «domanda di partecipazione», e solo gli operatori economici espressamente invitati –dopo l’opportuna valutazione– potranno presentare un’offerta.
Diversamente da quanto previsto in passato, per effetto dell’articolo 36, comma 3, del Dlgs 50/2016, le procedure ordinarie sono oggi applicabili anche per l’affidamento dei lavori per le opere di urbanizzazione primaria, non funzionali all’intervento, e secondaria a scomputo, anche se di importo inferiore alla soglia comunitaria.
Nel quadro complessivo relativo alla realizzazione delle opere di urbanizzazione permane, in ogni caso, un’eccezione.
Il nuovo Codice appalti fa infatti salvo quanto previsto dal comma 2-bis, articolo 16, del Dpr 380/2001 secondo cui, nell’ambito degli strumenti attuativi, nonché degli interventi in attuazione dello strumento urbanistico generale, l’esecuzione diretta delle opere di urbanizzazione primaria di importo inferiore alla soglia -se funzionali all’intervento di trasformazione urbanistica del territorio- è a carico del titolare del permesso di costruire, e non si applicano le disposizioni in materia di contratti pubblici.
In tali fattispecie, la realizzazione delle opere potrà dunque avvenire prescindendo dalle regole per la selezione a evidenza pubblica dell’appaltatore previste dal nuovo Codice. Come rilevato dall’Autorità nazionale anticorruzione (nella deliberazione 46 del 03.05.2012), con la norma in esame «il legislatore ha di fatto estromesso detta tipologia di lavori dalla categoria delle opere pubbliche».
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La convenzione già stipulata segue la vecchia normativa. Entrata in vigore. Fuori dal DLgs 50/2016 gli accordi aggiudicati prima del 20 aprile.
Il Codice degli appalti «entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale» e «si applica alle procedure e ai contratti per i quali i bandi o avvisi con cui si indice la procedura di scelta del contraente siano pubblicati successivamente alla data della sua entrata in vigore».
Così è scritto nel Dlgs 50/2016, che è stato pubblicato online sulla Gazzetta Ufficiale (n. 91) il 19 aprile scorso, ma dopo le 22. Tale circostanza –come ha spiegato l’Anac con nota del 3 maggio scorso– impone che, in base all’articolo 11 delle preleggi al Codice civile e «all’esigenza di tutela della buona fede delle stazioni appaltanti», le disposizioni del decreto si applichino a bandi e avvisi pubblicati a decorrere dal 20.04.2016.
La stessa Autorità anticorruzione, pochi giorni dopo quella nota, ha però dovuto chiarire a quali ulteriori casi specifici –oltre quelli enunciati dalla norma– continuano ad applicarsi le disposizioni previgenti. Con un comunicato del presidente Raffaele Cantone, l’11 maggio è stato dunque precisato che le norme del “vecchio” Dlgs 163/2006 valgono anche per gli «affidamenti diretti o procedure negoziate in attuazione di accordi quadro aggiudicati prima dell’entrata in vigore del nuovo Codice» e per le «adesioni a convenzioni stipulate prima dell’entrata in vigore del nuovo Codice».
Il chiarimento dell’Anac sembra fondarsi sulla necessità di garantire l’affidamento generato dalle convenzioni stipulate con l’amministrazione, che prevedano l’applicazione di determinate procedure, nonché sulla necessità di salvaguardare le attività già avviate ai fini delle procedure stesse: ciò anche in conformità ai principi di efficacia ed efficienza della Pa enunciati all’articolo 97 della Costituzione.
Ma il chiarimento può avere notevole incidenza sulle opere di urbanizzazione a scomputo previste nell’ambito delle convenzioni urbanistiche, per le quali è mutato il regime di scelta dell’appaltatore (si vedano l’articolo e lo schema in pagina). Il richiamo alle «convenzioni stipulate prima dell’entrata in vigore del nuovo Codice» sembra infatti riferibile anche a tale specifica tipologia di accordi: in particolare, a tutti i casi in cui la convenzione urbanistica disciplini le modalità per la selezione dell’impresa o comunque contenga previsioni tali da generare un affidamento sul soggetto attuatore.
Al contrario, alle convenzioni urbanistiche che non dispongono sulle procedure per realizzare le opere di urbanizzazione, e per le quali non siano comunque stati pubblicati i relativi bandi o avvisi, dovrebbe applicarsi il regime del nuovo Codice, con conseguenze di forte apertura (si pensi alle opere extra-oneri ora tendenzialmente liberalizzate) o di appesantimento procedurale (come nel caso delle opere secondarie sotto soglia ora soggette alle procedure a evidenza pubblica ordinarie).
Ad ogni modo, il tema potrà essere ulteriormente declinato grazie alle linee giuda che l’Anac è impegnata ad adottare entro 90 giorni dall’entrata in vigore del Dlgs 50/2016, per offrire indicazioni interpretative e attuative agli operatori del settore
(articolo Il Sole 24 Ore del 06.06.2016 - tratto da http://rstampa.pubblica.istruzione.it).
aggiornamento al 31.03.2016
APPALTI: Convenzioni Consip optional. Nessun obbligo per gli enti. Acquisti extra senza nulla osta. Lo conferma il Mef con la circolare sul contenimento delle spese dei conti pubblici.
Gli enti locali hanno la facoltà e non un obbligo di aderire alle convenzioni-quadro della Consip o degli altri soggetti aggregatori.

Lo conferma la circolare 23.03.2016 n. 12 del Mef, in tema di misure di contenimento delle spese dei bilanci pubblici. Indirettamente, quindi, la circolare conferma che agli enti locali non si applicano (se non in parte) le disposizioni contenute nell'articolo 1, comma 510, della legge 208/2015.
Come è noto, la disposizione da ultimo citata ha suscitato una serie di problemi applicativi, perché subordina la possibilità delle amministrazioni di effettuare acquisizioni di beni e servizi al di fuori delle convenzioni quadro solo previa autorizzazione specificamente motivata resa da un non meglio identificato «organo di vertice amministrativo».
Nell'ambito degli enti locali si è immediatamente posto il problema di identificare tale organo. Le tesi in campo sono due. Secondo una prima tesi, non essendo l'autorizzazione un atto inerente la gestione ma la programmazione e il controllo, la competenza è della giunta. Secondo la seconda tesi, al contrario, spetta al segretario comunale emanare l'autorizzazione.
In questo secondo filone interpretativo si è inserita la Corte dei conti, sezione Liguria, con la deliberazione 24.02.2016 n. 14. Una decisione che, tuttavia, ha destato parecchie perplessità, perché ha considerato l'autorizzazione alla stregua di un atto gestionale ed ha, inoltre, considerato come già vigente negli enti locali il «dirigente apicale», che invece è solo oggetto di una futura attuazione della legge 124/2015.
Non si è trattato degli unici elementi critici della deliberazione della sezione Liguria. Tra essi, ha spiccato proprio l'assenza dell'analisi in merito all'obbligatorietà dell'articolo 1, comma 510, della legge 208/2015 per gli enti locali. La sezione lo ha dato per scontato.
Tuttavia, si tratta di un'omissione di analisi piuttosto rilevante. Infatti, l'articolo 1, comma 510, della legge 208/2015 impone l'autorizzazione preventiva per effettuare acquisizioni fuori convenzioni solo alle «amministrazioni pubbliche obbligate ad approvvigionarsi attraverso le convenzioni di cui all'articolo 26 della legge 23.12.1999, n. 488, stipulate da Consip spa, ovvero dalle centrali di committenza regionali».
Ma, come spiega la circolare 12/2016 alle convenzioni-quadro «le amministrazioni pubbliche, diverse dalle amministrazioni statali centrali e periferiche, di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30.03.2001, n. 165, nonché le autorità indipendenti, hanno facoltà di ricorrere ai sensi dell'articolo 1, comma 449, della legge 27.12.2006, n. 296, e fermo restando l'obbligo, in caso di mancato ricorso, dell'utilizzo dei relativi parametri di prezzo-qualità come limiti massimi per la stipulazione dei contratti». E gli enti locali rientrano tra le amministrazioni diverse da quelle statali centrali e periferiche.
Non essendovi, dunque, per i comuni e le province, l'obbligo di utilizzare le convenzioni-quadro, non c'è nemmeno l'obbligo di far precedere le acquisizioni extra convenzioni da alcuna autorizzazione, né di trasmettere l'autorizzazione alla sezione regionale di controllo della Corte dei conti.
L'autorizzazione, invece, appare necessaria ai sensi dell'articolo 1, comma 516, della legge 208/2015, ai fini dell'acquisizione di beni e servizi informatici. Allo stesso modo, l'autorizzazione è da ritenere necessaria per l'acquisizione dei beni e dei servizi previsti dal dpcm 24.12.2015 di attuazione dell'articolo 9, comma 3, del dl 66/2014, convertito in legge 89/2014.
In questi casi, resta ancora aperto il problema dell'individuazione dell'organo di vertice amministrativo competente negli enti locali (articolo ItaliaOggi del 30.03.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).
LAVORI PUBBLICI: Per i piccoli lavori ridotte pubblicità e trasparenza. Codice appalti. Sotto il milione inviti a meno imprese.
Paletti più laschi sull’assegnazione degli appalti sotto al milione di euro. È lo scenario che si verificherà senza una correzione di rotta prima dell’approvazione finale del nuovo codice dei contratti pubblici.
Un paradosso clamoroso, considerando lo spirito della legge delega approvata in Parlamento, mirata a garantire massima trasparenza e rigore nella lotta alla corruzione, dopo le inchieste sulle gare truccate messe in moto dalle procure di mezza Italia.

Gli appalti sotto al milione rappresentano il cuore delle opere pubbliche: circa l’80% delle gare (12.754 su 15.870, secondo i dati Cresme 2015) riguardano interventi sotto questa soglia. E proprio in questa fascia, dove si annida la “zona grigia” degli appalti, il nuovo codice rischia di alleggerire obblighi di pubblicità e concorrenza. Vincoli, già tutt'altro che a a prova di bomba, considerata anche la scelta di far cadere gli obblighi di pubblicità sui giornali, per tutti gli appalti, dall’anno prossimo.
Nulla cambia per i piccoli contratti (sotto i 40 mila euro) dove sia ora che in futuro rimane l’affidamento diretto a imprese di fiducia della stazione appaltante. Per il resto, non si può fare a meno di notare che viene anzitutto confermata la scelta compiuta nel 2011 dal governo Berlusconi di mantenere la soglia, raddoppiata allora da 500mila euro a un milione, per la procedura negoziata basata su indagini di mercato.
Resta, così, la possibilità di assegnare sostanzialmente senza gara un’ampia quota di lavori. Anche con il nuovo codice, per i lavori sotto al milione, le Pa non dovranno pubblicare alcun vero bando sull’intenzione di assegnare una commessa, se si eccettua un semplice avviso pubblicato sul proprio sito, per un periodo minimo di 15 giorni, con l’indicazione dei requisiti necessari a svolgere il compito.
Più nel dettaglio, per i lavori fino a 150 mila euro, in futuro si potranno invitare solo tre imprese invece che cinque. Ma è soprattutto negli appalti tra 500mila euro e un milione che avverrà la “semplificazione” maggiore. Mentre ora servono almeno 10 inviti, in futuro ne basteranno cinque. Addio poi alla pubblicità post-aggiudicazione di valore più “formale”. Mentre ora bisogna pubblicare la notizia dell’aggiudicazione e la lista degli invitati sulla Gazzetta Ufficiale e su almeno due quotidiani (uno a tiratura nazionale, l’altro locale, oltre che sui siti istituzionali), il nuovo codice mantiene solo un generico richiamo all’obbligo di pubblicità successiva. Non solo.
Insieme ai lavori, va segnalato anche che con il nuovo codice raddoppia da centomila a 209mila euro le soglie per gli affidamenti a “trattativa privata” degli incarichi di progettazione.
Insomma, nessun faro acceso su i “piccoli” appalti. A meno di un futuro intervento dell’Anac di Cantone, cui toccherà il compito di «migliorare la qualità delle procedure» per assegnare i tantissimi micro-cantieri, che già oggi viaggiano all’ombra
(articolo Il Sole 24 Ore del 30.03.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).
EDILIZIA PRIVATA - TRIBUTINiente accatastamento per le reti di Tlc. Infrastrutture. Il chiarimento è fornito dal decreto attuativo della direttiva 2014/61.
Il decreto attuativo della direttiva 2014/61 fa chiarezza: le infrastrutture di reti di comunicazione elettronica non vanno accatastate. Le infrastrutture di telecomunicazione non sono unità immobiliari e, come tali, non vanno iscritte in catasto e non soggiacciono alla fiscalità conseguente.
È d’impatto l’intervento del legislatore che, nell’ambito del decreto legislativo 33/2016 attuativo della direttiva 2014/61/Ue sulla riduzione dei costi delle reti di comunicazione elettronica ad alta velocità, ha deciso di dare una svolta all’annosa questione dell’accatastamento delle infrastrutture Tlc. Si tratta dei tralicci, ripetitori, stazioni radio base, antenne -oltre alle opere per l'installazione della rete- ancorati a muri o altri supporti oppure impiantati dentro aree recintate.
In passato sia l’agenzia del Territorio (circolare 4/2006, 6/2012) sia la giurisprudenza si sono occupate del trattamento catastale: la prima per affermarne l’obbligo di accatastamento (in forma autonoma o come variazioni di preesistenti unità immobiliari); la seconda talvolta si è adeguata alla posizione dell’Agenzia, più spesso ha invece accolto i ricorsi che ne sostenevano l’irrilevanza sul piano catastale, specie in virtù dell’assimilazione alle «opere di urbanizzazione primaria» (articolo 86, comma 3, del Codice delle comunicazioni elettroniche).
Con il decreto legge Sblocca Italia del 2014 sembrava che la questione fosse risolta a favore di questa seconda interpretazione, essendo stabilito che le infrastrutture Tlc costituiscono opere di urbanizzazione primaria.
La Corte di Cassazione però con la sentenza 24026/2015 in materia di Ici (si veda «Il Sole 24 Ore» del 26.11.2015) ha di recente sposato la tesi del Fisco. Invero, la Suprema corte non ha minimamente affrontato il punto che il decreto legge Sblocca Italia mirava a risolvere e, con scarna motivazione, ha deciso per l’accatastamento dei ripetitori di telefonia mobile nella categoria D.
L’articolo 12, comma 2, del decreto legislativo 33/2016 rimette ordine: non solo le reti ad alta velocità in fibra ottica, ma tutte le infrastrutture comprese negli articoli 87-88 Cce, da chiunque possedute, sono da considerarsi beni diversi dalle unità immobiliari in base al Dm 28/1998 e per questo esclusi dall’accatastamento e dai tributi che ne conseguono (Imu, Tasi, Ici a suo tempo).
Ciò che rileva, infatti, non è tanto l’autonomia funzionale e reddituale di queste infrastrutture -e neppure la destinazione a interesse collettivo per cui in passato sono state talvolta classificate nella categoria E/3- ma il fatto che il legislatore ne riconosca una «pubblica utilità», analoga per esempio a quella delle fognature o della rete idrica. La norma, peraltro, dovrebbe avere portata interpretativa, visto che, secondo la relazione illustrativa, rappresenta un «chiarimento» volto a esplicitare quanto già previsto dal Cce.
Natura questa confermata dalla sua collocazione sistematica, nell’articolo 12 tra le «disposizioni di coordinamento», dove al comma 1 si ribadisce che in caso di discordanze prevalgono le norme del Cce.
Per effetto, il Fisco e gli enti locali non solo dovranno escludere dall’accatastamento le nuove infrastrutture di telecomunicazione, ma anche rinunciare alle pretese di accatastamento già avanzate
(articolo Il Sole 24 Ore del 29.03.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).
APPALTI: Giro di vite sugli appalti illeciti. Con la depenalizzazione sanzioni fino a 50 mila euro. I rischi per le aziende a seguito dell'entrata in vigore il 6 febbraio scorso del dlgs 8/2016.
Arriva la depenalizzazione in materia di appalti illeciti, ma per le aziende, forse, c'è poco di cui rallegrarsi. Infatti, ciò non significherà meno «punizioni». Anzi. Dal 6 febbraio gli ispettori del lavoro sono in agguato per contestare «in proprio» anche gli (ex) reati commessi nel passato e non ancora prescritti. Per gli illeciti aumentano anche le sanzioni, ora tra gli 5.000 e gli 50.000.

A partire dal 6 febbraio il dlgs n. 8/2016 ha reso illeciti amministrativi molte fattispecie di reato di natura contravvenzionale, punite per lo più con la sola ammenda (ossia la minore pena pecuniaria). Tra di essi vi sono anche i reati previsti dall'art. 18, dlgs 276/2003, quelli attinenti la somministrazione illecita di manodopera, come pure il distacco di personale e i pseudo appalti di servizi labour intensive.
Insomma, il classico caso della cooperativa di lavoro che, fingendo di appaltare un servizio, in realtà «impresta» personale. Sul punto nei giorni scorsi si è espressa la Corte di cassazione, con la sent. 10484/2016, ribadendo, come anche lo stesso ministero del lavoro con la circolare n. 6/2016, che fornire manodopera da parte di soggetti non autorizzati (cioè, non agenzie per il lavoro), continua ad essere vietato dall'ordinamento.
Ciò che oggi cambia, sono le sanzioni, non più penali, dunque, e naturalmente, per così dire, l'approccio repressivo. Che peggiora senz'altro. Va detto che fino a oggi tutto il meccanismo punitivo era basato, in linea di massima, sulla difficile sincronia tra l'azione degli ispettori del Ministero del lavoro e quella delle procure della repubblica. Soprattutto a causa del fatto che le contestazioni in materia di somministrazione di lavoro era poco «trattata degli uffici giudiziari» (dati i sovente notevoli carichi di lavoro che li faceva propendere per fattispecie di ben altra gravità penale e di ritenuto maggiore disvalore sociale), gli stessi uffici del lavoro sono apparsi non di rado in difficoltà nel reprimere situazioni, talvolta, dubbie.
A disincentivare un'eccessiva attenzione su tali divieti si aggiungeva la circostanza di un sistema repressivo che, quantunque penalistico nominalmente, in realtà si era negli anni già sostanzialmente depenalizzato. Senz'altro in forme di maggiore favore rispetto alle quelle oggi previste dal dlgs 8/2016. Infatti, grazie alla possibilità di regolarizzare il reato, estinguendolo, con il pagamento di una somma in via amministrativa (ex dlgs 758/1994), bastavano spesso pochissimi euro per mettere le cose a posto. Per esempio, nel caso di somministrazione illecita di un lavoratore per dieci giorni, erano sufficienti 125 (ossia un quarto dell'ammenda giornaliera, 50, come previsto per legge) a definire il reato.
Oggi, ex art. 1, comma 6, dlgs 8/2016, la stessa somma in via amministrativa «non può, in ogni caso, essere inferiore a 5.000». In definitiva, chi non ha sanato entro il 6 febbraio, si trova ora in questa esatta condizione. Così oggi, tolte di mezzo per legge le Procure e chiamate in causa le direzioni territoriali del ministero del lavoro (e presto le sedi territoriali del nuovo Ispettorato nazionale del lavoro), c'è da aspettarsi che la gestione in proprio, con contestazioni da parte degli ispettori e azioni di recupero pecuniario per mezzo delle ingiunzioni degli uffici, creerà, rispetto al passato, una ben diversa pressione e conseguente contenzioso.
Del resto, che quello della contestazione di appalti e distacchi illeciti rischi di diventare un leitmotiv ispettivo della seconda parte del 2016, sembra una non difficile previsione, dato che il dlgs 8/2016 ha previsto l'obbligo per le procure della repubblica di trasmettere entro 90 giorni alle direzione del ministero del lavoro i fascicoli in loro possesso.
Gli ispettori saranno poi chiamati per legge alle contestazioni nei successivi 90 giorni. Come a dire che, se tutto «fila liscio» (cioè nei tempi di legge), entro agosto, alle aziende di cui sono stati rilevati reati gli anni scorsi, dovrebbe essere richiesto il pagamento delle nuove sanzioni amministrative (articolo ItaliaOggi del 29.03.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).
aggiornamento al 09.03.2016
APPALTI: Centralizzazione degli acquisti, per le deroghe serve il via libera del «vertice amministrativo» (nei Comuni è il segretario).
Gli acquisti di beni e servizi in deroga agli obblighi di utilizzo delle convenzioni stipulate da Consip e dai soggetti aggregatori regionali devono essere autorizzati dagli organi amministrativi di vertice delle pubbliche amministrazioni e sono assoggettati a specifiche comunicazioni.
L'intervento della manovra
La legge n. 208/2015 ha definito norme molto rigorose sul possibile approvvigionamento autonomo da parte delle amministrazioni, quando il prodotto o il servizio disponibile con le convenzioni centralizzate non sia idoneo al soddisfacimento del loro specifico fabbisogno per mancanza di caratteristiche essenziali.
La regolamentazione della deroga è prevista sia in termini generali (comma 510) sia con riferimento specifico a beni e servizi informatici (comma 516), ma le disposizioni della legge di stabilità 2016 devono essere connesse con l'articolato quadro normativo vigente in tema di razionalizzazione degli acquisti per individuare i presupposti applicativi, soprattutto con riguardo agli enti locali.
Il quadro delle regole
Gli obblighi di utilizzo delle convenzioni stipulate da Consip e dai soggetti aggregatori regionali in base all'art. 26 della legge n. 488/1999 sono definiti:
• dall'articolo 1, comma 450, della legge 296/2006, che prevede un obbligo assoluto per le amministrazioni statali e per gli enti del servizio sanitario nazionale, nonché una facoltà di utilizzo da parte delle altre amministrazioni, tuttavia con obbligo relativo di fare riferimento ai parametri qualità-prezzo per gli acquisti gestiti in autonomia;
• dall'articolo 1, comma 7, del Dl 95/2012 convertito nella legge 135/2012, che stabilisce l'obbligo di ricorso alle convenzioni stipulate da Consip e dai soggetti aggregatori regionali per alcune categorie merceologiche di beni e servizi (telefonia, energia elettrica, gas, carburanti, eccetera), riferendolo a tutte le pubbliche amministrazioni;
• dall'articolo 9, comma 3, del Dl 66/2014 convertito nella legge 89/2014, il quale prevede l'obbligo di utilizzo delle convenzioni stipulate dai soggetti aggregatori (Consip e centrali di committenza regionali) per alcune tipologie di beni e servizi di valore superiore a una determinata macro-soglia.
La previsione del decreto "spending review" del 2012 è stata peraltro recentemente modificata dall'articolo 1, comma 494 nella parte in cui consente alle amministrazioni di procedere autonomamente, a condizione di sviluppare procedure a evidenza pubblica e con una base d'asta inferiore del 3 o del 10 per cento ai valori delle convenzioni.
Rispetto a questo quadro, il comma 510 della legge di stabilità 2016 ha stabilito una regola generale per disciplinare le eventuali procedure autonome di approvvigionamento da parte delle amministrazioni pubbliche assoggettate agli obblighi di utilizzo delle convenzioni stipulate da Consip o dai soggetti aggregatori.
Le condizioni
Il presupposto oggettivo in base al quale può essere esperita questa possibilità si determina quando il bene o il servizio oggetto di convenzione non sia idoneo al soddisfacimento dello specifico fabbisogno dell'amministrazione per mancanza di caratteristiche essenziali.
La procedura autonoma di acquisto, però, è sviluppabile esclusivamente a seguito di autorizzazione specificamente motivata resa dall'organo di vertice amministrativo e trasmessa al competente ufficio della Corte dei conti (la sezione regionale di controllo, deputata a queste attività di verifica anche da altre disposizioni di legge). L'eccezionalità del processo di acquisto autonomo rispetto all'obbligo di utilizzo delle convenzioni centralizzate (su base nazionale o regionale) è sottoposta al vaglio autorizzativo dell'organo di vertice amministrativo.
Questa definizione esclude gli organi politici (in altre disposizioni, il legislatore ha specificato il riferimento all'organo di indirizzo politico-amministrativo) e risulta assimilabile a quella di contenuto analogo, esplicitata nell'articolo 1, comma 2, lettera i), del Dlgs 39/2013 con riferimento agli incarichi amministrativi di vertice, intesi come gli incarichi di livello apicale, quali quelli di segretario generale, direttore generale o posizioni assimilate nelle pubbliche amministrazioni conferiti a soggetti interni o esterni all'amministrazione o all'ente che conferisce l'incarico, che non comportano l'esercizio in via esclusiva delle competenze di amministrazione e gestione.
I compiti del segretario
Nei comuni, ad esempio, l'organo di vertice amministrativo è individuabile, secondo questo schema comparativo, nel segretario generale e sembra connettersi ai ruolo dallo stesso svolti come figura di riferimento del sistema dei controlli interni e come responsabile della prevenzione della corruzione, in una prospettiva di verifica a spettro ampio su scelte di acquisto derogatorie, quindi rischiose sia sotto il profilo legittimistico sia, potenzialmente, sotto quello dei possibili fenomeni corruttivi.
Lo schema autorizzativo in capo all'organo di vertice amministrativo è replicato dal comma 516 della legge 208/2015, che lo prevede per approvvigionamenti di beni e servizi informatici al di fuori dell'obbligo di ricorso a Consip e ai soggetti aggregatori, sempre sulla base del presupposto oggettivo di inidoneità del bene o servizio disponibile in convenzione rispetto agli specifici fabbisogni dell'amministrazione.
La disposizione, tuttavia, prevede un ulteriore presupposto oggettivo che può permettere l'esperimento della procedura autonoma, rilevabile nei casi di necessità e urgenza, quando gli acquisti siano funzionali ad assicurare la continuità della gestione amministrativa. La decisione di acquisto in autonomia per i beni e i servizi informatici deve essere comunicata all'Anac e all'Agid.
In entrambe i casi (la disposizione generale del comma 510 e quella specifica del comma 516) l'autorizzazione al processo di acquisizione deve essere specificamente motivata, quindi con una dettagliata analisi della sussistenza dei presupposti oggettivi, supportata da un confronto sulle specifiche tecniche tale da consentire l'evidenziazione della radicale difformità rispetto al fabbisogno dell'amministrazione (articolo Quotidiano Enti Locali & Pa del 20.01.2016 - tratto da www.elenafissore.it).
APPALTI: Per tutti i comuni acquisti in autonomia sotto i 40 mila euro.
Facoltà per tutti i comuni di procedere in autonomia sotto la soglia dei 40.000 euro. Facoltà di derogare alle convenzioni Consip o delle centrali di committenza regionali quando il bene, o il servizio, offerto non sia idoneo a soddisfare i fabbisogni dell'amministrazione. Facoltà di bypassare il MePa fino a 1.000 euro.

Sono queste le principali novità in materia di acquisti degli enti locali previste dalla legge di stabilità 2016 (legge 208/2015). Tutte, pur confermando la generale tendenza alla centralizzazione, puntano a rendere l'obbligo meno rigido per le commesse di importo modesto o quando vi siano esigenze particolari non standardizzabili.
In questa direzione si muove innanzitutto il comma 501, che estende a tutti i comuni la possibilità di effettuare acquisti in via autonoma sotto la soglia dei 40.000 euro. In precedenza, la deroga era consentita ai soli municipi con popolazione superiore a 10.000 abitanti.
Restano ferme, peraltro, le norme che impongono di fare ricorso alle convenzioni Consip e a quelle stipulate dalla centrali di committenza regionali. Per quanto riguarda gli enti locali, tuttavia, tale obbligo riguarda solo le fattispecie previste dall'art. 9, comma 3, del dl 66/2014 (che prevede l'individuazione ogni anno di categorie di beni e servizi e relative soglie di valore al superamento delle quali è comunque obbligatorio ricorrere a Consip o ad altri soggetti aggregatori), dall'art. 1, comma 512, della stessa legge 208 (per i beni e servizi informatici) e dall'art. 1, comma 7, del dl 95/2012 (per le categorie merceologiche energia elettrica, gas, carburanti rete e carburanti extra rete, combustibili per riscaldamento, telefonia fissa e telefonia mobile).
Rispetto a quest'ultima norma, peraltro, sempre la legge 208 ha previsto, al comma 494, la possibilità di derogare alle convenzioni se si spuntano corrispettivi inferiori almeno del 10% per telefonia fissa e mobile e del 3% per carburanti extra rete, carburanti rete, energia elettrica, gas e combustibili per il riscaldamento. I contratti stipulati in deroga devono essere inviati all'Anac.
Inoltre, il comma 510 ha previsto un'altra possibilità di dribblare le convenzioni, allorché il bene, o il servizio, da esse offerto non sia idoneo al soddisfacimento dello specifico fabbisogno dell'amministrazione per mancanza di caratteristiche essenziali. A tal fine, occorre un'apposita autorizzazione specificamente motivata resa dall'organo di vertice amministrativo (non è chiaro se ci si riferisca al segretario o direttore generale, ovvero, secondo altre letture, alla giunta) e trasmessa alla Corte dei conti.
Si può ritenere, tuttavia, che l'autorizzazione non sia necessaria se l'acquisto riguarda categorie merceologiche che non sono presenti nelle convenzioni. Negli altri casi, occorrerà motivare il provvedimento confrontando in modo tecnicamente rigoroso le caratteristiche essenziali dei beni o servizi oggetto della convenzione e le caratteristiche essenziali dei beni, o servizi, necessari per soddisfare il fabbisogno dell'ente.
Infine, ricordiamo che il comma 450 della legge 296/2006 impone di fare ricorso al MePa, ma a seguito della modifica introdotta dal comma 502 della legge 208 solo per acquisti sopra i 1.000 euro. Trattandosi di un acquisto autonomo, anche in tal caso sembra necessaria l'autorizzazione, salvo il caso di assenza di convenzioni idonee (articolo ItaliaOggi del 15.01.2016).
ANNO 2015
aggiornamento al 06.11.2015

SICUREZZA LAVORO: Delega di funzioni, il lavoratore può dire di no. Sicurezza. Chiarimento ministeriale.
Non esiste alcun obbligo di accettazione della delega di funzioni in materia di sicurezza sul lavoro da parte del soggetto delegato individuato dal datore di lavoro: il lavoratore interessato, infatti, può rifiutare tale delega.
Il chiarimento è stato fornito dalla Commissione per gli interpelli in materia di salute e sicurezza sul lavoro, istituita presso il Ministero del Lavoro, con l’interpello 02.11.2015 n. 7/2015.
La questione è stata sempre dibattuta a causa delle varie soluzioni sinora fornite al quesito sia nel settore pubblico, sia in quello privato, influenzate da problematiche di ordine burocratico o gerarchico, ossia se la delega di funzioni rientrasse nella discrezionalità del datore di lavoro o del dirigente (nel settore pubblico), di definire l’assetto dell’organizzazione del lavoro fino ad individuare inderogabilmente il soggetto a cui conferire la delega stessa.
L’interpello riporta all’articolo 16 del Dlgs 81/2008 (Testo unico sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro), nel cui comma 1 viene stabilito che la delega delle funzioni da parte del datore di lavoro, ove non espressamente esclusa, è ammessa a condizione che risulti da atto scritto con data certa; il delegato sia in possesso di tutti i requisiti professionali e d’esperienza richiesti dalla natura delle funzioni delegate; con essa vengano attribuiti al delegato tutti i poteri di organizzazione, gestione e controllo richiesti dalla specifica natura delle funzioni delegate; con essa venga attribuita al delegato l’autonomia di spesa necessaria allo svolgimento della funzione oggetto di delega; la delega sia accettata dal delegato.
Perché dunque la delega sia efficace occorre che si verifichino tutte le caratteristiche di cui si è fatto cenno, preordinate all’accettazione, in forma scritta, da parte del delegato. Del resto, spesso la non accettazione è motivata dal riconoscimento da parte del soggetto individuato dal datore di lavoro o dirigente di non possedere i requisiti professionali per il corretto e completo svolgimento della funzione, la quale è quasi sempre accompagnata da provvedimenti sanzionatori penali in caso di inosservanze, ovvero di non riconoscere sufficientemente l’organizzazione del lavoro a cui è preposto, oppure, il più delle volte, dalla mancanza delle risorse economiche per far fronte alle varie e mutevoli esigenze che caratterizzano la funzione.
Va osservato, infatti, che fatta salva l’esclusione della nomina del responsabile del servizio di prevenzione protezione, la valutazione dei rischi e la redazione del documento della sicurezza, tutte le altre funzioni elencate nell’articolo 18 del Testo unico sono delegabili e tutte richiedono professionalità specifica, potere di organizzazione e di spesa che se non coperte o previste possono costituire un valido motivo di non accettazione del soggetto individuato
 (articolo Il Sole 24 Ore del 04.11.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: La stretta sul personale minaccia i mini enti.
Pericolo stretta sulla spesa di personale dei mini-enti. Dal 2016, infatti, i comuni sotto i 1.000 abitanti rischiano di essere attratti dal regime più rigido finora applicato solo a quelli più grandi.

È uno dei possibili effetti collaterali dell'addio al Patto sancito dal disegno di legge di stabilità 2016 e che rischia di presentare un conto salato alle amministrazioni di minori dimensioni.
In base al ddl, dal prossimo anno, il Patto verrà disapplicato e sostituito dall'obbligo del pareggio di bilancio. Nel nuovo regime, tuttavia, viene meno l'esclusione dai vincoli finora sempre riconosciuta favore dei comuni (circa 2000 in tutta Italia) che non raggiungono il migliaio di residenti (si veda ItaliaOggi del 20/10/2015). Ma non si tratta dell'unica controindicazione.
Il nuovo regime, infatti, rischia di assoggettare i piccoli comuni alla più rigorosa normativa sul personale prevista per quelli medi e grandi. Finora, infatti, la disciplina della materia è sempre stata differenziata, rispettivamente, per gli enti soggetti e per quelli non soggetti al Patto. Ai primi, si applica il comma 557, mentre ai secondi il successivo comma 562 della l 296/2006. Il comma 557 prevede che ogni ente soggetto al Patto debba ridurre la spesa di personale rispetto alla media del triennio 2011-2013, fissando un tetto più severo di quello previsto dal comma 562, che impone agli enti di fuori Patto di non superare il più generoso limite rappresentato dalla spesa 2008.
Inoltre, dove si applica il Patto il turn-over è sempre stato più ridotto, in quanto quantificato in percentuale rispetto alla spesa dei dipendenti cessati dal servizio nell'anno precedente, mentre negli altri casi vale la regola «per teste» (una nuova assunzione per ogni cessazione).
Infine, il comma 557, come recentemente interpretato dalla Sezione autonomie della Corte dei conti (deliberazione n. 27/2014) impone agli enti soggetti al Patto anche di ridurre il rapporto spesa di personale/spesa corrente, mentre il comma 562 non prevede tale obbligo. Cosa accadrà ora?
Al riguardo, sono possibili due letture. Da un lato, la disapplicazione del Patto dovrebbe portare ad applicare a tutti gli enti le stesse regole, che ovviamente non potrebbero che essere quelle più restrittive finora riservate agli enti soggetti al Patto (in caso contrario, si avrebbe un intesso incremento della spesa di personale).
Ma ciò rischia di complicare ulteriormente la vita alle amministrazioni più piccole, spesso già alle prese con organici risicati e con la conseguente difficoltà di sostituire i cessati. In alternativa, si potrebbe sostenere che nulla cambi rispetto al personale, malgrado l'assoggettamento anche dei mini enti all'obbligo del pareggio.
Tale tesi emerge anche dalla relazione al ddl, che continua a richiamare la distinzione fra enti soggetti e non al Patto in merito alla disposizione (art. 18) che riduce al 25% il turn-over per gli anni 2016-2018 e che viene collegata solo ai primi (articolo ItaliaOggi del 04.11.2015).

SICUREZZA LAVORO: Controlli sanitari previsti per tutti. INTERPELLO/2 - Medico competente.
Tutti i lavoratori hanno diritto a richiedere la visita presso il medico competente (se nominato in azienda).

Lo precisa, tra l'altro, la commissione per gli interpelli sulla sicurezza del lavoro nell'interpello 02.11.2015 n. 8/2015 a risposta dei quesiti della Cisl.
Due, in particolare, le richieste formulate dal sindacato:
a) se la visita medica possa essere richiesta esclusivamente dai lavoratori soggetti a sorveglianza sanitaria ovvero da tutti i lavoratori;
b) se il medico competente, nel visitare gli ambienti di lavoro almeno una volta all'anno, sia tenuto a recarsi in ogni ambiente di lavoro nel quale si svolge l'attività o se debba limitarsi a fare i sopralluoghi soltanto nelle postazioni dove sono occupati i lavoratori soggetti a sorveglianza sanitaria.
A risposta del primo quesito, la commissione precisa che «la richiesta di essere sottoposto a visita media da parte del medico competenze, ove nominato, può essere avanzata da qualsiasi lavoratore, indipendentemente dal fatto che lo stesso sia o meno già sottoposto a sorveglianza sanitaria, con l'unico limite che il medico competente la ritenga accoglibile in quanto correlata a rischi lavorativi».
In merito al secondo quesito, relativo all'obbligo per il medico competente di visitare i luoghi di lavoro, la commissione, considerato che l'obbligo è strettamente correlato alla valutazione dei rischi, ritiene che la visita agli ambienti di lavoro debba essere estesa a tutti quei luoghi che possano avere rilevanza per la prevista collaborazione con il datore di lavoro e con il servizio di prevenzione e protezione «alla valutazione dei rischi anche ai fini della programmazione, ove necessario, della sorveglianza sanitaria, alla predisposizione dell'attuazione delle misure per la tutela della salute e dell'integrità psico-fisica dei lavoratori, all'attività di formazione e informazione nei confronti dei lavoratori, per la parte di competenza, e all'organizzazione del servizio di primo soccorso considerando i particolari tipi di lavorazione ed esposizione e le peculiari modalità organizzative del lavoro» (articolo ItaliaOggi del 04.11.2015).

SICUREZZA LAVOROSicurezza, la delega deve essere accettata. INTERPELLO/1 - Possibile il rifiuto del destinatario.
La delega di funzioni sulla sicurezza del lavoro deve essere accettata dal delegato, altrimenti non è valida. A differenza del conferimento d'incarico che implica l'impossibilità del rifiuto, infatti, la delega presuppone la possibilità della non accettazione da parte del destinatario.

Lo precisa la commissione per gli interpelli sulla sicurezza del lavoro nell'interpello 02.11.2015 n. 7/2015.
La questione. La precisazione arriva a risposta di un quesito formulato dall'unione sindacale di base vigili del fuoco, in merito all'istituto della «delega di funzioni» disciplinato dall'art. 16 del dlgs n. 81/2008 (T.u. sicurezza).
Tale articolo, in particolare, prevede che la delega di funzioni da parte del datore di lavoro, ove non espressamente esclusa, è ammessa con i seguenti limiti e condizioni:
a) che essa risulti da atto scritto recante data certa;
b) che il delegato possegga tutti i requisiti di professionalità ed esperienza richiesti dalla specifica natura delle funzioni delegate;
c) che essa attribuisca al delegato tutti i poteri di organizzazione, gestione e controllo richiesti dalla specifica natura delle funzioni delegate;
d) che essa attribuisca al delegato l'autonomia di spesa necessaria allo svolgimento delle funzioni delegate;
e) che la delega sia accettata dal delegato per iscritto.
In relazione all'ultimo requisito, l'unione sindacale ha chiesto di sapere «se esiste l'obbligo di accettazione della delega da parte del soggetto delegato individuato dal datore di lavoro e se il soggetto delegato può rifiutare tale delegata».
Ammesso il rifiuto di delega. Il ministero spiega, innanzitutto, che la disposizione (citato art. 16 del T.u. sicurezza) prevede, per il datore di lavoro, la possibilità di delegare i propri obblighi a eccezione della valutazione dei rischi e relativo documento e la designazione del responsabile del servizio prevenzione e protezione (Rspp) ad altro soggetto dotato dei requisiti di professionalità ed esperienze che sono richiesti dalla specifica natura delle funzioni delegate.
Poi spiega che, affinché la delega sia efficace, è necessario che abbia «tutte» le caratteristiche previste dalla norma (art. 16), quali la forma scritta, la certezza della data, il possesso da parte del delegato di tutti gli elementi di professionalità ed esperienza richiesti dalla natura specifica delle funzioni delegate e, infine, la possibilità da parte dello stesso delegato di disporre di tutti i poteri di organizzazione, gestione e controllo richiesti dalla specifica natura delle funzioni a lui delegate. In conclusione, a risposta del quesito, precisa che la delega deve essere accettata dal delegato per iscritto.
Infatti, aggiunge, «tra le caratteristiche indicate nell'art. 16, comma 1, il legislatore ha espressamente previsto, alla lettera e) del decreto, che la delega «sia accettata dal delegato per iscritto», elemento che la distingue dal conferimento di incarico, il che implica la possibilità di una non accettazione della stessa» (articolo ItaliaOggi del 04.11.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

PUBBLICO IMPIEGO: Congedo a ore, cumulo ridotto. Permessi incompatibili con i riposi per allattamento. L'Inps chiarisce il regime introdotto dal dlgs 80/2015: decide la contrattazione collettiva.
Chi fruisce del congedo parentale a ore non può fruire, nella stessa giornata, di altri permessi per maternità neanche se riferiti ad altri figli. Deroghe a tale principio possono essere previste dalla contrattazione collettiva.

Lo precisa l'Inps nel messaggio 03.11.2015 n. 6704 emesso ieri, integrando le prime istruzioni della circolare n. 152/2015. L'Inps aggiunge, inoltre, che il congedo a ore è invece compatibile con eventuali permessi per assistenza a disabili (ex legge n. 104/1992).
Congedo parentale a ore. La possibilità di fruire a ore il congedo parentale è operativa dal 25 giugno in seguito al dlgs n. 80/2015. La facoltà, in via di principio, è subordinata alla preventiva previsione da parte della contrattazione collettiva di settore di tale modalità di fruizione, compresi i criteri di calcolo. In caso di mancata regolamentazione, la fruizione oraria è consentita a ciascun genitore per la metà dell'orario medio giornaliero di lavoro.
L'incumulabilità. Nel fornire le prime indicazioni operative (circolare n. 152/2015 su ItaliaOggi del 19 agosto), l'Inps spiegava che il congedo era incumulabile con altri permessi o riposi disciplinati dal T.u. maternità/paternità (dlgs n. 151/2001). Tale incumulabilità, spiega adesso l'Inps, risponde all'esigenza di conciliare al meglio i tempi di vita e di lavoro utilizzando il congedo in modalità oraria essenzialmente nei casi in cui il lavoratore intenda assicurare, nella medesima giornata, una (parziale) prestazione lavorativa.
Alla luce di questo principio, integrando le precedenti istruzioni, l'Inps spiega che il genitore lavoratore dipendente che si astiene dal lavoro per congedo parentale a ore «non può usufruire nella medesima giornata né di congedo parentale a ore per altro figlio, né dei riposi orari per allattamento (ex artt. 39 e 40 del T.u.), anche se richiesti per bambini differenti».
Allo stesso modo, aggiunge l'istituto di previdenza, il congedo parentale fruito in modalità oraria «non è cumulabile con i riposi orari giornalieri di cui al combinato disposto degli artt. 33, comma 2, e 42, comma 1, del T.u., previsti per i figli disabili gravi in alternativa al prolungamento del congedo parentale (art. 33 c. 1, T.u. maternità), anche se richiesti per bambini differenti».
La cumulabilità. Diversamente invece, risulta compatibile la fruizione del congedo parentale su base oraria con permessi o riposi disciplinati da disposizioni normative diverse dal T.u. maternità/paternità, quali ad esempio i permessi per assistenza a disabili (di cui all'art. 33, commi 3 e 6, della legge n. 104/1992), quando fruiti in modalità oraria.
Parola alla contrattazione. Infine, l'Inps precisa che le predette ipotesi di incumulabilità trovano applicazione nei casi di mancata regolamentazione, da parte della contrattazione collettiva, anche di livello aziendale, delle modalità di fruizione del congedo parentale su base oraria.
Di conseguenza, pertanto, la contrattazione collettiva, anche di livello aziendale, nel definire le modalità di fruizione del congedo parentale, può prevedere criteri di cumulabilità differenti rispetto a quelli illustrati dall'Inps che fanno riferimento, pertanto, al caso in cui la fruizione oraria sia concesso su base normativa (per il 50% dell'orario di lavoro) (articolo ItaliaOggi del 04.11.2015).

EDILIZIA PRIVATA: Edifici storici, termotecnici da Belle arti.
La diagnosi energetica è uno dei processi fondamentali della riqualificazione energetica degli edifici storici. Ne deriva che il progettista termotecnico che si trovi a dover intervenire su un edificio storico, soprattutto se vincolato secondo il dlgs n. 42/2004, è spesso tenuto ad acquisire la documentazione necessaria alla conoscenza del fabbricato non solo per gli aspetti tecnici di sua competenza, ma anche per quelli relativi al ruolo che quell'edifico svolge nella storia dell'uomo e all'interno del contesto urbano e paesaggistico in cui è inserito.

Questo è quanto si legge nelle linee guida (28.10.2015) sull'efficienza energetica degli edifici storici redatte dal Ministero dei beni culturali .
Per quanto riguarda specificatamente gli edifici storici, il miglioramento della prestazione energetica richiede talvolta modifiche dell'organismo architettonico che, se non accuratamente progettate sulla base di una corretta diagnosi energetica, possono comportare problemi che vanno dal pregiudicare il valore monumentale e/o documentale del manufatto al mettere in discussione la sicurezza statica dell'edificio.
Lo scopo principale della diagnosi energetica è la valutazione dei consumi energetici dell'edificio al fine di ridurli, nel rispetto delle condizioni di qualità dell'ambiente interno che sono descritte in precedenza. Per far ciò è necessario identificare innanzitutto le funzioni che i sistemi architettonici e tecnologici devono soddisfare, che possono andare dalla semplice climatizzazione se l'edificio è destinato a usi residenziali o terziari al controllo del microclima se nell'edificio sono ospitate collezioni, al controllo dell'umidità da risalita in presenza di falde acquifere o acque disperse nel sottosuolo.
Poi devono essere identificati i vettori energetici utilizzati da ogni servizio e i flussi di energia associati a ciascun vettore. A questo punto è possibile valutare l'efficienza energetica di ogni servizio e identificare le opportunità di risparmio energetico ed economico che possono essere proposte per l'edificio in esame (articolo ItaliaOggi del 03.11.2015).

INCARICHI PROFESSIONALIRicorso bocciato, sì al taglio dell’onorario del legale d’ufficio. Difesa in giudizio. Il carattere pubblico dell’importo lascia ampia discrezionalità al magistrato.
Il compenso del difensore d’ufficio, nominato al fine di fornire assistenza tecnica a un contribuente ammesso ai benefici del patrocinio gratuito, può essere legittimamente ridotto dal giudice tributario. La liquidazione degli onorari costituisce, infatti, espressione di un potere discrezionale.
È quanto emerge dalla sentenza 23.09.2015 n. 7543/1/15 della Ctp di Milano (giudice Paolo Roggero), con la quale è stato rigettato il ricorso presentato dal difensore d’ufficio del contribuente contro il provvedimento con il quale altro collegio giudicante, con precedente sentenza, aveva liquidato compensi inferiori a quelli da lui richiesti.
Il legale rappresentante di una Srl aveva ottenuto dalla commissione per l’assistenza tecnica a spese dello Stato l’ammissione ai benefici del patrocinio gratuito in quanto, seppur priva di mezzi, aveva la necessità di difendersi in giudizio dagli avvisi di accertamento emessi dall’ufficio per anni dal 2005 al 2008.
Il patrocinio veniva assunto da un avvocato che redigeva il ricorso, dichiarato poi inammissibile dai giudici di primo grado in quanto tardivo.
Il difensore d’ufficio della ricorrente presentava, così, la nota spese con la quale chiedeva, a titolo di compenso per la prestazione svolta, la liquidazione dell’importo complessivo di 5.124,6 euro, oltre agli oneri accessori. Il collegio adito, con provvedimento del 06.02.2015, liquidava al difensore 1.800 euro.
Il difensore presentava ricorso contro il decreto di pagamento (in base agli articoli 84 e 170, legge 115/2002), eccependo che la sua nota spesa rispettava i parametri ministeriali, già abbattuti del 50% ai sensi dell’articolo 130 del Testo unico sulle spese di giustizia. Lamentava altresì il fatto che il collegio avesse provveduto a ridimensionare fortemente il proprio compenso, senza tuttavia motivare al riguardo e violando, in ogni caso, la tariffa regolamentata dalla vigente normativa.
Il ministero dell’Economia e delle finanze si costituiva in giudizio, resistendo al ricorso. In conclusione, la Ctp di Milano respingeva l’atto impugnato dal difensore d’ufficio.
Pur rilevando come lo stesso legale avesse depositato una nota spese rispettosa dei parametri ministeriali (abbattuti del 50%), la liquidazione poteva dar luogo a un importo inferiore, tenuto conto del caso concreto e non dovendosi comunque fare esclusivo riferimento alla media delle tariffe. Infatti, il carattere pubblico del compenso e il fatto che l’importo gravasse, di fatto, sull’intera collettività, consentivano un’ampia discrezionalità al giudice. L’obiettivo è assicurare che l’onorario sia effettivamente commisurato all’importanza e alla qualità della prestazione professionale svolta, nonché ai risultati ottenuti.
Sulla base di tali principi, la Ctp ha ritenuto corretta la liquidazione effettuata dal collegio giudicante di primo grado, in quanto basata su ragioni valide quali l’operato del difensore e sul fatto che il ricorso fosse stato dichiarato inammissibile
 (articolo Il Sole 24 Ore del 02.11.2015).

VARIAll’acquirente l’onere di provare la vendita a prezzo «inferiore». Imposte indirette. La regolare contabilità e la natura del compratore giustificano la valutazione.
Spetta al contribuente dimostrare che il prezzo al quale ha venduto un immobile è inferiore a quello definito dall’acquirente ai fini dell’imposta di registro. La lieve differenza tra i due valori, la particolare natura giuridica del soggetto acquirente e la regolare tenuta della contabilità soddisfano tale onere.
Ad affermarlo è la sentenza 09.07.2015 n. 804/1/2015 della Ctr Liguria (presidente Soave, relatore Venturini).
La vicenda scaturisce dagli avvisi di accertamento emessi dall’agenzia delle Entrate nei confronti di una società di persone e dei relativi soci. A seguito della cessione di due immobili, l’ufficio ha rideterminato, ai fini del reddito di impresa, la plusvalenza realizzata considerando come prezzo di cessione il maggior valore definito ai fini dell’imposta di registro dall’acquirente. L’ufficio per la prima vendita considera un prezzo di cessione di 252mila euro anziché 240mila; per la seconda 126mila euro anziché 120mila. I soci e la società ricorrono in Ctp.
I contribuenti evidenziano che, ai fini delle imposte dirette, rileva il prezzo di cessione indicato nell’atto di compravendita e non quello definito ai fini del registro. Inoltre, la definizione del valore ai fini del registro era stata effettuata per sola volontà della parte acquirente, che non aveva interesse a impostare un contenzioso considerata la modesta differenza tra i due valori. Difficilmente, infine, le cessioni potevano prestarsi a importi non dichiarati considerato che l’acquirente degli immobili era un istituto di credito.
I giudici di primo gado respingono il ricorso. I contribuenti, allora, propongono appello alla Ctr della Liguria che lo accoglie. Innanzitutto la commissione osserva che, ai sensi dell’articolo 86 del Dpr 917/1986, la plusvalenza da assoggettare a tassazione va calcolata in relazione al corrispettivo effettivamente percepito e non in base al prezzo teorico del bene determinato ai fini dell’imposta di registro. Tuttavia, puntualizza il collegio, secondo l’orientamento della Cassazione, l’ufficio è legittimato a procedere in via induttiva all’accertamento della plusvalenza sulla base del valore definito ai fini dell’imposta di registro. Spetta, poi, al contribuente superare tale presunzione dimostrando di avere, in concreto, venduto a un prezzo inferiore.
Nel caso specifico, rileva il collegio:
l’istituto di credito acquirente aveva deciso di accettare ai fini del registro la definizione di un prezzo leggermente superiore rispetto a quello dichiarato nell’atto di compravendita;
la contabilità aziendale non è stata contestata dall’ufficio;
il fatto che fosse un istituto di credito va valutato come elemento indiziario della circostanza (difficilmente, per un tale soggetto, è possibile accedere ad acquisti parzialmente in nero);
appare difficile credere in un’operazione fraudolenta per una differenza di valori di così bassa entità.
In base a questi elementi risulta attendibile che il prezzo reale di vendita sia stato inferiore a quello determinato ai fini dell’imposta di registro, alla luce anche dell’attuale stagnazione del mercato immobiliare
(articolo Il Sole 24 Ore del 02.11.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATAAmianto, tre strade per la bonifica. Il materiale può essere incapsulato, confinato o rimosso da ditte iscritte all’Albo gestori.
Sicurezza. Obbligatorio comunicare alla Asl il piano di lavoro, che si intende approvato dopo 30 giorni con il silenzio-assenso.

Nelle abitazioni sono diversi i casi in cui ci si può imbattere nell'amianto: pannelli, pavimenti, rivestimenti di camini, tubazioni, lastre di copertura, canne fumarie, serbatoi idrici, guarnizioni stufe, intonaco.
Come afferma l’allegato sulla valutazione del rischio al Dm 06.09.1994, la presenza di materiali che contengono amianto in un edificio non comporta di per sé un pericolo per la salute degli occupanti: «Se il materiale è in buone condizioni e non viene manomesso, è estremamente improbabile che esista un pericolo apprezzabile di rilascio di fibre di amianto». Lo stesso allegato indica norme e metodologie tecniche di applicazione della legge 257/1992 che ha messo al bando questo materiale.
Le indicazioni del decreto si applicano a tutte le strutture edilizie: ad uso civile, commerciale o industriale.
Il proprietario dell’immobile -l’amministratore di condominio per le parti comuni, o il gestore dell’attività- deve sempre designare una figura responsabile del rischio amianto, con compiti di controllo e coordinamento dell’attività manutentiva, da cui passa la valutazione dell'eventuale bonifica. Il proprietario deve anche tenere i documenti relativi all’ubicazione dell’amianto, predisporre la segnaletica e le misure di sicurezza, fornire una corretta informazione agli occupanti dell’edificio sui rischi potenziali e i comportamenti da adottare.
A seconda del tipo di matrice, si predispone quindi un controllo visivo e strumentale periodico. «Il responsabile deve individuare la ditta qualificata e abilitata ad eseguire i lavori: cioè un’impresa iscritta all’Albo nazionale gestori ambientali, in categoria 10, con coordinatore e operai specificamente formati», aggiunge Erminio Barbati, vicepresidente Aibam (Associazione imprese bonificatori amianto).
La ditta deve redigere un “piano di lavoro” da presentare all'Asl competente per territorio -tranne casi di urgenza- almeno 30 giorni prima dell’inizio dei lavori. Dopo 30 giorni scatta il silenzio-assenso.
A seconda delle caratteristiche di installazione e dello stato di conservazione, la bonifica può esser fatta tramite incapsulamento (trattare con vernice che ricostruisce la superficie e impedisce la fuga del materiale), confinamento (“chiusura” dietro murature) o rimozione del materiale. Non sempre è possibile rimuovere il materiale, a causa di impedimenti strutturali dell’edificio. In ogni caso, una volta accertata la presenza dell’amianto, è necessario stilare almeno un programma di controllo e manutenzione, per prevenire il rilascio e la dispersione di fibre, e nel caso intervenire per rimuovere o mettere in sicurezza.
«Il rischio è rappresentato dalla friabilità dei materiali e dalla loro esposizione. L’amianto in matrice compatta, comunemente conosciuto come cemento-amianto (fibrocemento, o eternit, dal nome del più diffuso prodotto commerciale), è meno pericoloso di quello in matrice friabile, che ha fibre libere o debolmente legate. Ma va sottoposto alla valutazione periodica dell’indice di degrado», spiega Nicola Giovanni Grillo, presidente di Aibam. In ogni caso, i lavori non si effettuano mai in presenza di abitanti.
«Quanto alle autorizzazioni edilizie -aggiunge Grillo- dipendono dal tipo di intervento collegato: se rimuovo soltanto una parte, non necessito di alcun particolare documento; se tolgo il cemento-amianto e rimetto un’altra copertura, coibentata, dovrò fare una comunicazione di inizio lavori».
Una volta completata l’opera, il materiale rimosso va portato in un centro di stoccaggio o direttamente in discarica. «A farlo può essere la stessa ditta che ha eseguito i lavori, ma per il trasporto deve esser comunque iscritta all’Albo in categoria 5: tutto è indicato nel piano di lavoro inviato all’Asl, anche il tragitto compiuto per lo smaltimento», dice il presidente di Assoamianto, Sergio Clarelli.
«Al proprietario deve poi tornare entro 90 giorni una copia del Fir (formulario di identificazione rifiuti), che attesta il conferimento presso una discarica autorizzata. Questo documento si aggiunge al certificato di fine lavori, e all’eventuale copia del campionamento dell’aria successivo all’intervento».
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PERMESSI E NULLA OSTA
Il piano di lavoro predisposto dalla ditta abilitata alla bonifica va inviato alla Asl del proprio territorio 30 giorni prima dell’inizio delle opere. Se entro 30 giorni l’Asl non richiede integrazioni o modifiche, né dà prescrizioni, la ditta può eseguire le opere.
Le autorizzazioni edilizie dipendono dal tipo di intervento e dalle norme regionali o locali. In generale, in caso di sola rimozione di una parte di amianto, non serve alcun titolo abilitativo; se, ad esempio, si sostituisce una copertura in eternit con un altro manto coibentato, ci sarà bisogno di una Cila.
L’IMPRESA
L’impresa che effettua i lavori deve essere iscritta all'Albo nazionale gestori ambientali, in categoria 10: categoria 10A e/o 10B, a seconda che sia abilitata al trattamento dei soli materiali compatti (di solito cemento-amianto, eternit) o a tutti i tipi di bonifica.
La ditta deve avere dipendenti provvisti di patentino di abilitazione per coordinatore e operatori addetti alla bonifica. L’impresa che trasporta i materiali alla discarica –può essere anche la stessa che ha eseguito la rimozione– deve essere iscritta all’Albo in categoria 5.
AGEVOLAZIONI PER PERSONE FISICHE
Anche per le spese di rimozione dell’amianto su abitazioni e pertinenze (box, cantina, soffitta) si applica la detrazione Ipref del 50%, entro il limite di 96mila euro (articolo 16-bis del Dpr 917/1986). Per accedere ai benefici basta pagare le fatture con bonifico bancario o postale.
Se la rimozione dell’amianto è intervento di carattere condominiale sarà l’amministratore a provvedere al pagamento con bonifico in cui oltre alla partiva Iva dell’impresa esecutrice dei lavori indicherà anche il codice fiscale del condominio.
AGEVOLAZIONI PER LE SOCIETÀ
La detrazione del 50% non è applicabile per gli immobili posseduti da imprese e società nell’esercizio dell’attività commerciale. Ma le spese di rimozione amianto rientrano tra quelle detraibili quando si effettuano contestualmente gli interventi di risparmio energetico cui si applica la detrazione del 65 per cento.
Oltre agli edifici abitativi anche tutti gli edifici non residenziali e quelli a destinazione produttiva fruiscono di questa detrazione, se dotati di impianto di riscaldamento preesistente.
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Bonus del 50% anche per il 2016.
Persone fisiche. La detrazione confermata per gli immobili abitativi con il disegno di legge di Stabilità - In arrivo un credito di imposta per beni e strutture produttive.

Anche la leva fiscale può essere utilizzata per la rimozione di amianto/eternit presente nel patrimonio edilizio esistente in modo da ridurre significativamente i costi di questa operazione.
Gli sconti fiscali applicabili attualmente per le persone fisiche consentono la detrazione del 50% e, in taluni casi, del 65% per i contestuali interventi di risparmio energetico (si veda articolo in basso).
Si tratta di un’ottima opportunità di risparmio per chi vuole smaltire l’amianto. Ma come funziona l’incentivo? L’articolo 16-bis, comma 1, lettera l) del Dpr 917/1986, prevede espressamente, per gli interventi eseguiti su immobili abitativi e relative pertinenze (box, cantina, soffitta), la detraibilità dall’Irpef del 50% delle spese sostenute, entro il limite massimo di 96mila euro per gli interventi di bonifica dall’amianto.
La formulazione testuale della norma lascerebbe pensare che i benefici fiscali si possano applicare anche agli interventi eseguiti su immobili non abitativi, anche non pertinenziali, sempreché posseduti da persone fisiche, tenuto conto del carattere oggettivo della normativa che non limita espressamente alle abitazioni questa tipologia specifica di intervento. In pratica, se posseduto da una persona fisica l’edificio non residenziale (ufficio, negozio, capannone, ma anche tettoie, pollai e ricoveri di materiali), fruirebbe del bonus del 50% previsto per le abitazioni. Ma sul punto non sono mai arrivate conferme ufficiali.
Sino al 31.12.2015 (per ora ma la proroga al dicembre 2016 è contenuta nella legge di stabilità) l’importo della detrazione è pari al 50% delle spese sostenute sino a un ammontare massimo di 96mila euro, cioè 48mila euro da ripartirsi in dieci rate annuali fino a 4.800 euro ciascuna da recuperare con la presentazione della dichiarazione dei redditi. Perciò, chi spende 20mila euro per la bonifica dall’amianto potrà recuperare 10 mila euro in 10 quote annuali da mille euro.
A regime, invece, la detrazione sarà pari al 36% delle spese sostenute fino a un ammontare massimo di 48mila euro, cioè 17.280 euro da ripartirsi in dieci quote.
Per accedere ai benefici basta pagare le fatture con bonifico bancario o postale.
Nella maggior parte dei casi la rimozione dell’amianto è un intervento che interessa i condomini: in questo caso sarà l’amministratore a provvedere al pagamento con bonifico, in cui oltre alla partiva Iva dell’impresa esecutrice dei lavori indicherà anche il codice fiscale del condominio. Lo stesso amministratore poi rilascerà ai singoli condomini un’attestazione degli importi da ciascuno dei condomini detraibili sulla base della tabella millesimale.
Da ultimo nel Ddl «Collegato ambientale« (atto Senato 1676), è stato approvato un emendamento presentato dal Governo che prevede un credito di imposta del 50% delle spese sostenute nel 2016 per interventi di bonifica dell’amianto anche su beni e strutture produttive (con fondi pari a 5,6 milioni di euro per il triennio 2017-2019).
Il credito di imposta -quando entrerà in vigore- non si applicherà per investimenti di importo unitario inferiore a 20mila euro.
L’importo del credito sarà ripartito in tre quote di pari importo da recuperare in sede di dichiarazione dei redditi. Il credito non concorre alla determinazione del reddito né dell’imponibile Irap. Modalità e termini di applicazione del beneficio saranno rimesse a uno specifico decreto del Mef.
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Per le società abbinamento con il risparmio energetico
Persone giuridiche. Recuperabili al 65% i lavori connessi all’isolamento termico.

Per gli immobili posseduti da imprese e società nell’esercizio dell’attività commerciale la detrazione Irpef del 50% non è applicabile. Tuttavia, le spese di rimozione dell’amianto rientrano tra quelle detraibili quando si effettuano contestualmente gli interventi di risparmio energetico cui si applica la detrazione Irpef/Ires del 65% (prorogata al 2016 secondo il Ddl di stabilità).
In sostanza se l’intervento di rimozione dell’eternit è collegato a interventi sui serramenti, all’implementazione di un cappotto termico, all’installazione di pannelli solari termici, o caldaie a condensazione, all’aggiunta di un camino solare, o pompe di calore, allora la detrazione è pari al 65% della spesa sostenuta sino a un importo massimo di detrazione pari a 100mila euro per gli interventi di riqualificazione globale, ovvero 60mila per gli interventi sulle strutture opache orizzontali o verticali (cappotto, finestre o solai) o 30mila per gli interventi di sostituzione degli impianti termici.
Il perimetro
In pratica, mentre la detrazione del 65% non si applica di per sé alla sola rimozione dell’amianto, le spese complessive di riqualificazione energetica con contestuale rimozione dell’amianto, se non separatamente fatturate (altrimenti si perde il diritto al beneficio), fruiscono anche di questa maggiore detrazione.
Trattandosi di intervento di risparmio energetico non sussistono i limiti oggettivi previsti per la detrazione del 50%: quindi l’agevolazione vale sia per le abitazioni sia per tutti gli edifici non residenziali e quelli a destinazione produttiva. L’importante è che gli stessi siano accatastati prima dell’inizio dell’intervento e siano dotati di impianto di riscaldamento preesistente.
Anche sotto il profilo soggettivo, la detrazione del 65% non subisce i limiti previsto per il bonus fiscale per le ristrutturazioni edilizie e, quindi, si applica oltre che ai soggetti Irpef anche a imprese e società (soggetti Ires). In entrambi i casi, trattandosi di una detrazione è necessario che il soggetto che sostiene le spese abbia capienza di imposta, cioè Irpef o Ires da versare nell’anno di imposta da cui poter scomputare l’importo detraibile.
Facciamo un esempio: una società vuole rimuovere l’amianto e, contestualmente, coibentare il tetto per migliorare l’isolamento termico dell’edificio. Nell’ipotesi in cui al termine dei lavori di rifacimento del tetto si conseguano i prescritti valori di trasmittanza termica, tutte le spese sostenute, anche per la rimozione dell’amianto nel tetto, fruiscono dei benefici fiscali.
Se si tratta di intervento di risparmio energetico eseguito su immobile strumentale, la detrazione si applica senza problemi a prescindere dal fatto che le spese sostenute sono già elemento di costo nella determinazione del reddito di impresa o arti e professione (es. maggiore ammortamento per capitalizzazione dell’investimento ovvero abbattimento dal reddito imponibile). In sostanza, la spesa sostenuta rileva, sia nella determinazione del reddito che come detrazione dalle imposte sul reddito dovute sull’utile (Irpef o Ires). Fanno eccezione gli immobili non abitativi locati per i quali l’agenzia delle Entrate ha posto dei limiti all’applicazione del 65 per cento.
Per i titolari di reddito d’impresa (ditte individuali, società di persone o di capitali), infatti, la detrazione del 65% spetta solo se gli interventi di riqualificazione energetica sono eseguiti su fabbricati strumentali (per natura o destinazione) utilizzati nell’esercizio dell’attività imprenditoriale. Sono pertanto esclusi gli immobili locati a terzi (risoluzione n. 340/E/2008) e gli altri immobili posseduti dalle imprese o società. Tuttavia, i più recenti orientamenti giurisprudenziali di merito non riconoscono legittima questa interpretazione (si veda Il Sole 24 Ore del 29 giugno scorso).
La procedura
Il contribuente deve, in primo luogo, acquisire l’asseverazione di un tecnico abilitato che certifichi il rispetto dei requisiti di trasmittanza termica. È necessario acquisire anche l’attestato di prestazione energetica dell’edificio e la scheda informativa dei lavori secondo lo schema contenuto nel Dm 19.02.2007.
Una volta ottenuta l’asseverazione, l’Ape e la scheda informativa, il contribuente deve inviarli all’Enea (tramite il programma informatico disponibile sul sito internet www.acs.enea.it) entro i 90 giorni successivi alla fine dell’intervento
(articolo Il Sole 24 Ore del 02.11.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOComuni, turn-over ancora vincolato agli ex provinciali. Personale/1. La mobilità «copre» tutti gli spazi.
La disposizione contenuta nel disegno di legge di Stabilità 2016, che impone la riduzione del turn-over al 25%, non modifica il fatto che gli spazi assunzionali restano integralmente vincolati al riassorbimento dei dipendenti soprannumerari, mentre il 2017 e il 2018 sembrano essere orizzonti temporalmente troppo lontani per essere preoccupati ora per allora, considerata la “velocità” delle modifiche legislative.
L’ultimo intervento normativo in materia è rappresentato dall’articolo 3, comma 5, del Dl 90/2014, il quale stabilisce che gli enti locali possono assumere nel 2015 nel limite del 60% della spesa relativa alle cessazioni dell’anno precedente, nel 2016 e nel 2017 l’aliquota è fissata all’80% per salire al 100% dal 2018. Su questo impianto legislativo interviene il comma 424 della legge di stabilità di quest’anno, che impone di destinare le facoltà 2015 e 2016 all’assunzione dei vincitori di concorso relativi a graduatorie in vigore e approvate al 01.01.2015 e alla ricollocazione dei dipendenti in esubero degli enti di area vasta.
Considerato che, negli enti locali, è poca diffusa la situazione nella quale si hanno graduatorie approvate in assenza della nomina dei vincitori ovvero i pochi casi presenti si esauriranno con le facoltà 2015, nella sostanza tutto il budget 2016 a disposizione delle assunzioni vanno a favore dei soprannumerari degli enti di area vasta. Ma la disposizione prima richiamata impone agli enti locali di destinare anche la restante percentuale per arrivare al turn-over pieno alla sola ricollocazione del personale soprannumerario.
Riassumendo, per il 2016, l’80% delle cessazioni verificatesi nel 2015 è destinato ai vincitori di concorso, che, nei Comuni, saranno, presumibilmente, pari a zero, e agli ex provinciali, mentre il restante 20% è riservato ai soli soprannumerari. In pratica, quindi, tutta la spesa 2016 pari alle cessazioni 2015 è da destinare al riassorbimento del personale degli enti di area vasta in esubero.
In questo contesto, a cosa serve ridurre le facoltà assunzionali dall’80% al 25%? In costanza della previsione normativa attuale, l’80% delle cessazioni 2015 va a favore dei vincitori di concorso (che saranno assenti) e agli esuberi e il restante 20% ai soli soprannumerari. Con la nuova previsione contenuta nel disegno di legge di Stabilità per il 2016 si dovrebbe riservare il 25% alla prima fattispecie e l’ulteriore 75% alla seconda ipotesi. Ma in entrambi i casi, il totale (100%) sono destinati agli ex provinciali. E, quindi, quale è l’utilità o l’obiettivo della nuova disposizione? Le risposte sono del tutto ignote.
E se questo non fosse sufficiente, la legge di Stabilità 2016 aggiunge che «al solo fine di definire il processo di mobilità del personale degli enti di area vasta destinato a funzioni non fondamentali…. restano ferme le percentuali stabilite dall’articolo 3, comma 5, del decreto legge 24.06.2014, n. 90….».
Quindi, con riferimento al 2016, resta ferma la percentuale dell’80% al solo fine dei riassorbire i provinciali. Se non si comprende quale sia la portata del primo periodo del comma in questione, ancora più perplessi lascia questa seconda parte. A cosa serve specificare che il turn-over resta all’80%? E quale destinazione possono avere queste facoltà assunzionali se non a favore degli ex provinciali?
La previsione della legge di stabilità 2016 potrebbe acquisire un significato solo nel caso in cui il percorso di riassorbimento dei dipendenti soprannumerari degli enti di area vasta si concludesse secondo le previsioni contenute nel decreto del ministero per la Semplificazione e per la pubblica amministrazione 14.09.2015, vale a dire entro la fine del marzo 2016, con la completa ricollocazione di tutti gli esuberi.
Ipotesi alla quale sembra non credere nemmeno il legislatore tanto che prevede, nella stessa legge di Stabilità, il commissariamento delle Regioni che, alla data del 30.01.2016, risultino ancora inadempienti rispetto alla scadenza, oggi fissata al 31.10.2015
 (articolo Il Sole 24 Ore del 02.11.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOIl rinnovo dei contratti dribbla i tetti di spesa. Personale/2. I costi sono a carico dei bilanci locali ma non entrano negli indicatori.
Sono passati più di sei anni dall’ultimo contratto nazionale. Talmente tanto che gli enti locali si trovano quasi disorientati di fronte alle percentuali e agli importi che circolano in questi giorni sui futuri incrementi stipendiali.
C’è bisogno di ripercorrere le regole vigenti, anche se, il mutato contesto normativo, potrebbe portare anche a soluzioni interpretative diverse.
Il tutto prende il via dall’articolo 48 del Dlgs 165/2001 che prevede che per le Regioni e gli enti locali le risorse per gli incrementi retributivi per il rinnovo dei contratti collettivi nazionali sono definite dal Governo, nel rispetto dei vincoli di bilancio, del patto di stabilità e di analoghi strumenti di contenimento della spesa, previa consultazione con le rispettive rappresentanze istituzionali del sistema delle autonomie.
Lo stesso articolo, afferma, inequivocabilmente, che gli oneri di tale contrattazione sono determinati a carico dei rispettivi bilanci. Ciascun ente, quindi, dovrà prevedere in sede di bilancio, le somme per l’erogazione dei benefici a favore dei propri dipendenti.
Il contratto nazionale, poi, spalmerà gli importi a disposizione sulle varie categorie e posizioni economiche del comparto, prevedendo le somme da inserire in busta paga.
Ai fini del calcolo della spesa di personale, le somme riferite ai rinnovi contrattuali vanno escluse dalla base di calcolo. Infatti, ai sensi dell’articolo 1, comma 557, della legge 296/2006 (finanziaria 2007) tali costi sono da neutralizzare per il monitoraggio nel tempo dell’obbligo di contenimento della spesa di personale, che, ai sensi del comma 557-quater della medesima disposizione, dovrà avvenire rispetto alla media del triennio 2011/2013. Per gli enti non soggetti a patto di stabilità, il riferimento, invece, è la spesa di competenza dell’anno 2008.
Su tale aspetto non debbono esserci dubbi. Oltre al chiaro disposto letterale della norma, la Corte dei conti, sezione autonomie, con la deliberazione 27/2011 ne ha individuato la ratio: da un lato operando il confronto tra esercizi escludendo in entrambi gli effetti dei rinnovi contrattuali si eliminano turbative all’andamento della serie, dall’altro i contratti nazionali hanno copertura predeterminata e comportano decisioni di spesa assunte aliunde e non di dominio immediato dell’ente.
I magistrati, però, ricordano che tali esclusioni non si possono applicare agli incrementi delle somme a favore della contrattazione integrativa decentrata.
La deliberazione, prende in esame, però, anche un’altra questione, ovvero quali voci siano da includere o da escludere al momento del calcolo del rapporto tra spese di personale e spese correnti, che, come stabilito dalla deliberazione 27/2015 della medesima sezione autonomie, riveste carattere cogente.
Al fine di verificare il rispetto dei parametri d’incidenza tra le spese di personale e la spesa corrente, l’aggregato spese di personale può essere direttamente riferito a quello già impiegato per l’applicazione del comma 557, ma è necessario operare un correttivo, per ristabilire l’equilibrio del confronto con l’insieme della spesa corrente. In tale prospettiva vanno, quindi, incluse nell’aggregato “spesa del personale” le voci escluse ai fini dell’applicazione del comma 557.
Al numeratore, quindi, va sempre indicata una spesa di personale “lorda
(articolo Il Sole 24 Ore del 02.11.2015).

APPALTI: Enti pubblici al test riciclaggio. Sotto la lente appalti, sanità, rifiuti, energie rinnovabili. Riorganizzazione delle amministrazioni richiesta dagli adempimenti di segnalazione.
Appalti, sanità, produzione di energie rinnovabili, raccolta e smaltimento dei rifiuti sono le attività che presentano i maggiori rischi di riciclaggio, nonché i settori economici interessati dall'erogazione di fondi pubblici, anche di fonte comunitaria.

Sono questi, quindi, gli ambiti che devono essere monitorati con particolare attenzione dagli operatori di enti locali, istituti, scuole, aziende sanitarie e amministrazioni della p.a., secondo il
decreto 25.09.2015 del Ministero dell'interno, ai fini della segnalazione delle operazioni sospette di riciclaggio e finanziamento del terrorismo.
Ciò comporta una sostanziale opera di riorganizzazione degli uffici pubblici che dovranno concretamente attrezzarsi per verificare la sussistenza delle fattispecie previste negli indicatori previsti dal decreto, per scovare il possibile coinvolgimento dell'imprenditore, che entri in contatto con l'amministrazione, in situazioni di riciclaggio o finanziamento del terrorismo.
La collaborazione attiva delle pubbliche amministrazioni. Non più solo i professionisti e gli intermediari finanziari devono preoccuparsi, da un punto di vista operativo, di provvedere alle segnalazioni di operazioni sospette e agli obblighi antiriciclaggio.
Con il decreto del 25/09/2015, infatti, anche tutta la pubblica amministrazione deve concretamente attivarsi al fine di agevolare l'individuazione delle operazioni sospette di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo (si veda ItaliaOggi del 09/10/2015). In effetti, ricordiamo che gli uffici della pubblica amministrazione rientrano fra i destinatari della normativa antiriciclaggio fin dalla legge 197/1991. Il dlgs 231/2007 conferma tale scelta all'art. 10, comma 2, prevedendo per detti uffici esclusivamente il rispetto degli obblighi di segnalazione di operazioni sospette.
Nonostante il dato normativo, tuttavia, afferma l'Uif nel suo rapporto annuale per il 2014: «Finora la pubblica amministrazione non ha dimostrato di avere, in generale, consapevolezza del proprio ruolo nell'ambito della collaborazione attiva». In proposito, il National Risk Assessment rileva che si tratta di una «vulnerabilità non di poco conto se si pensa alla rilevanza del fenomeno della corruzione ovvero alla presenza di ambiti fortemente appetibili per la criminalità come il settore degli appalti pubblici o dei finanziamenti comunitari».
Proprio al fine di sensibilizzare la p.a. sugli obblighi di collaborazione attiva, la Uif, unitamente al ministero dell'interno, ha provveduto a definire gli specifici indicatori di anomalia in commento che, in accordo al principio di proporzionalità e secondo un approccio basato sul rischio, tengono conto dei settori pubblici maggiormente esposti al rischio di riciclaggio. In proposito, gli ambiti di attività più colpiti risultano quelli interessati dalla movimentazione di elevati flussi finanziari, anche di natura pubblica, quali il settore fiscale, gli appalti e i finanziamenti pubblici.
Sul tema, comunque si tiene a precisare che la via intrapresa dall'Italia, non trova corrispondenza con la normativa europea in quanto la Direttiva 2005/60/Ce (c.d. III Direttiva), così come la Direttiva 2015/849 del 20.05.2015 (c.d. IV Direttiva), pubblicata in Guue del 05.06.2015 e da recepire negli ordinamenti nazionali entro la data del 26.06.2017 (si veda ItaliaOggi Sette del 05/10/2015), non contengono riferimenti a obblighi di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo a carico della p.a..
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Massima allerta sui comportamenti sotto la lente.
Non basta la verifica formale della documentazione fornita dalle imprese che chiedono di partecipare agli appalti o di ricevere dei fondi pubblici, piuttosto serve un controllo sostanziale dei comportamenti attuati dai richiedenti per individuare possibili fattispecie tipizzate negli indicatori previsti dal decreto con conseguente responsabilità sui responsabili dei procedimenti e sui dirigenti delle strutture pubbliche.
Si tratta di controlli di non semplice realizzazione pratica anche considerando che il decreto tiene a precisare la non esaustività dell'elencazione delle anomalie e inoltre che l'impossibilità di ricondurre operazioni o comportamenti a uno o più degli indicatori previsti nell'allegato del decreto non è sufficiente a escludere che l'operazione sia sospetta.
Gli operatori devono, pertanto, valutare con la massima attenzione ulteriori comportamenti e caratteristiche dell'operazione che, sebbene non descritti negli indicatori, siano egualmente sintomatici di profili di sospetto. Per quanto riguarda, poi, il sospetto di operazioni riconducibili al finanziamento del terrorismo, il decreto puntualizza che lo stesso può essere desunto anche dal riscontro di un nominativo e dei relativi dati anagrafici nelle liste pubbliche consultabili sul sito della Uif.
A riguardo, si chiarisce comunque che, ai fini della segnalazione, non è sufficiente la mera omonimia, qualora il segnalante possa escludere, sulla base di tutti gli elementi disponibili, che uno o più dei dati identificativi siano effettivamente gli stessi indicati nelle liste, intendendo per dati identificativi le cariche, le qualifiche e ogni altro dato riferito nelle liste che risulti incompatibile con il profilo economico-finanziario e con le caratteristiche oggettive e soggettive del nominativo.
Nell'ottica operativa, infine, il decreto richiede che gli operatori della p.a. adottino in base alla propria autonomia organizzativa, procedure interne di valutazione che culminano con la trasmissione delle informazioni relative all'operazione sospetta a un soggetto denominato «gestore».
Quest'ultimo può coincidere con il responsabile della prevenzione della corruzione previsto dall'art. 1, comma 7, legge 190/2012. Negli enti locali con popolazione inferiore a 15 mila abitanti può essere individuato un gestore comune ai fini dell'adempimento dell'obbligo di segnalazione delle operazioni sospette (articolo ItaliaOggi Sette del 02.11.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Gestioni associate verso lo stop. Nei correttivi incentivi reali e la cancellazione delle rigidità del meccanismo.
L’assemblea dell’Anci. Comuni fino a 5mila abitanti: il Governo apre alla sospensione degli obblighi previsti dal 01.01.2016.

Dal governo arriva, all’assemblea dell’Anci, un sostanziale via libera alla sospensione degli obblighi di gestione associata per i quasi 6mila piccoli Comuni, che dovrebbe partire dal 1° gennaio senza che però siano stati affrontati i problemi alla base della pioggia di proroghe di questi anni.
«Avviamo subito il confronto con i sindaci sulla via da imboccare -apre il sottosegretario di Palazzo Chigi, Claudio De Vincenti, che segue i dossier della manovra sugli enti locali- tenendo fisso l’obiettivo di una crescita dimensionale delle amministrazioni per aumentare la capacità di garantire servizi». L’obiettivo, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, è condiviso, ma finora gli obblighi di gestione associata hanno prodotto più rinvii che riorganizzazioni amministrative per gestire insieme servizi sociali, sicurezza, asili nido, protezione civile e così via.
La storia di questi obblighi data infatti dal 2010, e prevedeva un calendario progressivo con l’associazione di tre funzioni fondamentali all’anno: il fallimento di queste tappe ha portato al termine unico del 1° gennaio prossimo, ma le indagini avviate nelle scorse settimane dal Viminale hanno certificato che la situazione è ferma. Di qui l’idea della nuova sospensione, che potrebbe arrivare con gli emendamenti alla manovra o in un altro provvedimento se sarà considerata misura troppo “ordinamentale” per finire nella legge di stabilità.
Gli ostacoli lamentati dai Comuni sono due: l’assenza di incentivi reali alle associazioni e soprattutto l’eccessiva rigidità del meccanismo, che impone a tutti i Comuni sotto i 5mila abitanti (3mila in montagna) di costruire associazioni che amministrino almeno 10mila abitanti.
Densità demografiche e articolazioni dei servizi cambiano però da territorio a territorio, e lo stesso target di 10mila abitanti può rivelarsi facilissimo da raggiungere in alcune aree e praticamente impossibile in altre. Le Regioni avrebbero potuto ritoccare questi parametri, ma poche l’hanno fatto a conferma di una scarsa attenzione collettiva sulla traduzione degli obblighi in realtà.
Una nuova sospensione non basterebbe ovviamente a risolvere i problemi, ma l’idea è di utilizzare il nuovo tempo supplementare per ripensare integralmente le regole. «Bisogna cancellare il criterio legato al numero di abitanti -rilancia Matteo Ricci, sindaco di Pesaro e vicepresidente Anci- e cominciare a ragionare per bacini omogenei di aggregazione, dentro cui sviluppare unioni decise dagli stessi Comuni. In sei mesi si può fare».
Nell’agenda dei piccoli Comuni c’è però anche un’altra scadenza, ancora più ravvicinata e intricata nella gestione. Dal 1° novembre i sindaci fino a 10mila abitanti non potranno più ottenere il via libera per nessun acquisto che non passi dalle centrali uniche, mentre la manovra ridisegna tutto il sistema dal 1° gennaio prossimo, estendendo ai piccoli Comuni la deroga per i mini-acquisti (fino a 40mila euro) già prevista per gli altri.
Senza un intervento, si rischia un blocco bimestrale degli appalti provocato da una norma che di fatto è stata accantonata dallo stesso governo: per rimediare, però, è indispensabile un correttivo da far entrare in vigore subito. La sede potrebbe essere il decreto con il salva-Regioni che nel prossimo Consiglio dei ministri fisserà le regole per consentire il ripiano in 30 anni dei disavanzi creati dall’errata gestione delle anticipazioni di liquidità prodotte dai provvedimenti del 2013 che hanno sbloccato i pagamenti alle imprese.
In discussione, in vista di quel provvedimento, c’è anche l’ipotesi di sanatoria per le delibere con gli aumenti fiscali approvate dai Comuni dopo il termine per i bilanci preventivi scaduto il 30 luglio scorso (il problema non riguarda la Sicilia, dov’era arrivata la proroga fino al 30 settembre).
Il problema riguarda circa mille Comuni, molto spesso per la revisione dei parametri della Tari (la tariffa rifiuti era stata oggetto di sanatoria ex post anche nel 2014), la pressione per un intervento è forte ma si scontra con la contrarietà di Palazzo Chigi (si veda Il Sole 24 Ore di ieri), perché permettere di applicare le aliquote approvate fino al 30 settembre significherebbe nei fatti annullare l’effetto più importante del «no» a nuove proroghe dei preventivi imposto a luglio dal Governo. Non solo: l’annuncio dell’addio alla Tasi sull’abitazione principale è stato dato dal premier Matteo Renzi il 18 luglio, e c’è il timore di possibili aumenti “strumentali” con il solo obiettivo di far crescere i rimborsi per il mancato gettito dei prossimi anni (come accaduto sulla mini-Imu due anni fa).
Intanto l’Economia, che nelle settimane scorse aveva invitato i sindaci ad annullare le delibere in autotutela, ha avviato i ricorsi contro i Comuni che stanno provando ad applicarle comunque, chiedendo al Tar la sospensione per evitare problemi nel saldo di dicembre
(articolo Il Sole 24 Ore del 30.10.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Associazionismo forzoso flop. Meglio forme di aggregazione spontanee e omogenee. ASSEMBLEA ANCI/ La tesi dei comuni piace al governo. L'obbligo verso il rinvio.
L'associazionismo comunale forzoso è fallito. L'obbligo per i piccoli comuni di mettere insieme le funzioni su base demografica, imposto dal decreto legge n. 78/2010, va messo definitivamente da parte, per ripartire invece da forme di aggregazione spontanea, dal basso, sulla base di bacini omogenei per territorio.
Ecco perché l'appuntamento con l'obbligo di gestione associata delle funzioni, previsto per il 01.01.2016, va nuovamente spostato in avanti. Ma questa volta non dovrà trattarsi di una semplice proroga, bensì di un ripensamento globale di un modello che «ha fallito» (come certificato anche dal ministero dell'interno e dalla Corte dei conti, si veda ItaliaOggi del 04/09/2015).

Lo chiedono i comuni e lo pensa anche il governo che su questo punto ha promesso «non il solito emendamento di proroga per risolvere una situazione emergenziale, ma un intervento di ampio respiro per realizzare processi aggregativi senza forzature».
Il sottosegretario al ministero dell'interno, Gianpiero Bocci, intervenendo a Torino all'assemblea dell'Anci, ha risposto così alle sollecitazioni dei sindaci dei piccoli comuni, i primi interessati a uscire da una situazione di stallo che sta penalizzando anche le unioni. «
L'obbligatorietà delle funzioni sta creando un clima di sfiducia», ha osservato Dimitri Tasso, coordinatore della Conferenza nazionale Unioni di comuni e associazionismo dell'Anci, «perché la normativa non chiarisce bene quali siano le funzioni da mettere insieme, mentre invece associare i servizi non crea alcun problema. Ecco perché occorre una sospensiva, per riscrivere velocemente le regole. Sei mesi potrebbero bastare per individuare i bacini omogenei».
Parole che suonano come musica per le orecchie di chi come Franca Biglio, presidente dell'Anpci, l'associazione nazionale dei piccoli comuni, si è sempre pervicacemente opposto all'associazionismo calato dall'alto, propugnando invece un modello di aggregazione basato sulla condivisione dei servizi. «Finalmente l'Anci ha capito quello che noi diciamo da sempre: l'associazionismo forzoso avrebbe distrutto i piccoli comuni e il paese». «Ora però», ha messo in guardia il sindaco di Marsaglia (Cn), «non vorremmo che si cadesse dalla padella alla brace. I bacini ottimali devono essere decisi dal basso, ma non dalle province, come invece sostiene l'Anci (lo ha ribadito ieri in assemblea il sindaco di Pesaro Matteo Ricci ndr) perché questo significherebbe far prevalere nuovamente le decisioni dei grandi comuni favoriti dal meccanismo del voto ponderato».
I piccoli comuni saranno dunque al centro delle interlocuzione tra sindaci e governo nei prossimi mesi. E per questo la platea dell'Anci ha accolto con favore l'annuncio del ministro dell'interno, Angelino Alfano, di dedicare una delle prossime riunioni della Conferenza stato-città esclusivamente alle problematiche dei mini enti che spesso lamentano di essere dimenticati dal governo nonostante costituiscano il 70% dei municipi italiani e il 54% del territorio.
«I piccoli comuni rappresentano solo l'1% della spesa pubblica ma in questi anni sono stati colpiti da politiche restrittive che ne hanno solo incrementato la crisi e lo spopolamento», precisa Massimo Castelli, sindaco di Cerignale (Pc) e coordinatore nazionale Anci piccoli comuni, «bisogna quanto prima invertire la rotta favorendone il ripopolamento con incentivi e semplificazioni».
La legge di stabilità, tuttavia, nella parte in cui riduce il turnover al 25%, rendendo di fatto impossibile rimpiazzare il personale cessato nei mini enti, sembra andare in direzione opposta.
Il tema delle riforme si lega, infatti, a doppio filo al cantiere della manovra che in linea di massima piace all'Anci.
I sindaci apprezzano il superamento del patto di stabilità, sostituito con il pareggio di bilancio light (entrate finali e spese finali di competenza), lo sblocco degli avanzi di amministrazione per realizzare gli investimenti (anche se sul punto, a causa anche della scarsa chiarezza del ddl, permangono forti dubbi, come ha osservato Pier Sandro Scano, sindaco di Villamar (Vs) e presidente di Anci Sardegna), la maggiore spinta su fabbisogni standard e capacità fiscale per l'attribuzione delle risorse e la compensazione integrale del gettito Imu-Tasi mancante dopo l'abolizione delle tasse sulla prima casa. Ma ci sono ancora alcuni importanti nodi da sciogliere. In primis i 500 milioni di tagli alle province che renderebbero impossibile agli enti di area vasta la gestione delle funzioni fondamentali.
Sul punto, però, è arrivata un'apertura dal sottosegretario alla presidenza del consiglio, Claudio De Vincenti che ha promesso alle province l'impegno del governo a «garantire le risorse necessarie a svolgere la loro missione istituzionale in attesa che si compia il processo di riforma». Un impegno apprezzato dal presidente dell'Upi e sindaco di Vicenza, Achille Variati.
«È un segnale positivo che va nella direzione giusta, per arrivare a modificare il taglio agli enti di area vasta, partendo da dati certi», ha commentato. De Vincenti, infine, ha difeso il contestato tetto del turnover, precisando come non sia in contraddizione col decreto Madia del 2014, ma vada invece inquadrato proprio nell'ottica della riforma della p.a. recentemente approvata dal parlamento (legge n. 124/2015). Il tetto in ogni caso non impatterà negativamente sul ricollocamento del personale provinciale (articolo ItaliaOggi del 30.10.2015).

PUBBLICO IMPIEGOIl trattamento accessorio ancorato ai soldi del 2015.
Dal 2016, l'ammontare delle risorse destinate annualmente al trattamento accessorio del personale pubblico non potrà superare l'importo del 2015 e dovrà essere progressivamente ridotto in proporzione alle cessazioni dal servizio.

Il ddl di stabilità 2016 torna all'antico e, dopo la breve pausa del 2015, rimette la sordina alla contrattazione decentrata.
È solo da quest'anno, infatti, che è venuto meno il tetto previsto dall'art. 9, c. 2-bis, del dl 78/2010, che fino al 2014 prevedeva un meccanismo analogo di contenimento, calibrato però sul 2010 come anno di riferimento. La nuova norma, peraltro, presenta una formulazione leggermente diversa da quella contenuta nelle prime bozze. Da un lato, il limite viene esplicitamente previsto solo «nelle more dell'adozione dei decreti legislativi attuativi degli articoli 11 e 17» della Legge Madia.
Dall'altro lato, fermo restando che il tetto al fondo è rappresentato, come detto, dall'importo del 2015, non si prevede più che esso debba essere «determinato ( ) ai sensi dell'art. 9, c. 2-bis, secondo periodo» del dl 78/2010. Tale inciso sembrava implicare che eventuali incrementi, pur possibili nel 2015, dovessero essere recuperati dal 2016. Inoltre, a differenza di quanto accadeva in passato, è stato inserito un nuovo riferimento al «personale assumibile» per calcolare l'entità del taglio.
Restano comunque possibili le progressioni economiche orizzontali. Ovviamente, come evidenzia la relazione al testo, a essere cambiato è soprattutto il contesto generale, in quanto si è riattivato il meccanismo degli scatti stipendiali. In questo contesto, è chiaro che gli enti hanno ora convenienza ad aumentare il più possibile il fondo 2015, sia per ripararsi dai futuri tagli, sia per incrementare il proprio monte salari in vista di un eventuale ulteriore incremento del contratto collettivo nazionale.
Di regola, infatti, la quota di incremento del Ccnl legato alla produttività, e dunque attribuito al fondo, è espresso come una percentuale del monte salari di ciascun ente. Sui contratti, c'è da notare che i 300 milioni valgono lo 0,3% dato dall'inflazione prevista nel 2015. Non si parla più dell'indice Ipca che in base alla riforma Brunetta doveva sostituire il vecchio sistema proprio da questa tornata contrattuale e che è molto superiore: 1,5 nel 2015 (articolo ItaliaOggi del 30.10.2015).

TRIBUTI: Online il nuovo portale della giustizia tributaria.
Dal calcolo del contributo unificato dovuto sul ricorso alla prenotazione degli appuntamenti con la commissione tributaria, dalla modulistica per richiedere copia delle sentenze o il certificato di pendenza all'elenco dei soggetti autorizzati alla difesa del contribuente presso Ctp e Ctr.

È online il nuovo portale della giustizia tributaria, realizzato dal Dipartimento delle finanze del Mef. Il sito, i cui contenuti e l'erogazione dei servizi sono curati dalla Direzione giustizia tributaria, svolgerà anche la funzione di punto unico di accesso al processo tributario telematico, in partenza dal prossimo 1° dicembre in via sperimentale nelle commissioni della Toscana e dell'Umbria.
Attraverso l'indirizzo web http://giustiziatributaria.gov.it contribuenti ed enti impositori potranno effettuare online il deposito dei ricorsi e degli atti processuali, come pure accedere al fascicolo informatico del processo e consultare tutti gli atti e i provvedimenti emanati dal giudice. Strumenti necessari per poter fruire dei servizi del processo tributario telematico sono il possesso di una casella di posta elettronica certificata e di una firma digitale valida.
Il sito contiene anche una sezione specifica dedicata alla rassegna di giurisprudenza tributaria. Ed è proprio su questo tema che, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, a poche ore dal «lancio» del portale alcuni giudici hanno sollevato qualche perplessità, relativa ai criteri di selezione delle sentenze da parte del Mef.
Come spiegato dalla Direzione giustizia tributaria sul sito, tuttavia, la panoramica sulle massime «si propone di offrire risalto ad alcune delle più interessanti pronunce segnalate dalle commissioni tributarie», senza quindi privilegiare né quelle pro-fisco né quelle pro-contribuente e in maniera più tempestiva che in passato (l'aggiornamento avverrà ogni 15 giorni).
Il portale sarà utilizzabile anche dai magistrati tributari, che potranno fruire di diversi servizi personalizzati accessibili dalla «scrivania del giudice», tra cui la ricerca delle sentenze delle commissioni tributarie e la consultazione del fascicolo processuale telematico (articolo ItaliaOggi del 29.10.2015).

APPALTIComuni, gli appalti a rischio. Il sistema non è pronto: Cantone sollecita una soluzione al Governo.
Spending review. Dal primo novembre scatta l’obbligo di aggregare le gare per le città non capoluogo.

Appalti dei Comuni a rischio blocco dal primo novembre. Dopo sei proroghe consecutive entra in vigore la norma che impone a tutte le città non capoluogo di aggregare le gare, attraverso consorzi e unioni di comuni oppure passando dagli uffici di una provincia o da un soggetto aggregatore.
Dalla prossima settimana solo i grandi comuni potranno continuare a bandire le gare in autonomia. Per tutti gli enti non capoluogo scatta invece la tagliola prevista dalla spending review inaugurata dal Governo Monti nel 2012: per risparmiare e permettere di controllare meglio la spesa le gare vanno aggregate. Un principio che vale per beni e servizi, ma anche per i lavori pubblici.
A meno di proroghe dell’ultim’ora non c’è possibilità di aggirare i vincoli. Chi non si adegua non potrà neppure avviare l’iter di gara. La norma del codice appalti che impone l’aggregazione, e che finora è rimasta congelata a suon di proroghe (articolo 33, comma 3-bis), vieta infatti all’Autorità Anticorruzione di rilasciare il codice che identifica la procedura (il cosiddetto codice Cig) la cui richiesta è propedeutica alla pubblicazione dei bandi di gara.
Uno spauracchio che non è bastato. Nel Paese degli 8mila campanili finora poco o nulla si è mosso sul fronte della centralizzazione degli appalti. Anche il sistema dei 35 soggetti aggregatori è in via di formazione. Qualche Regione è pronta a partire, altre sono indietro. In alcune aree del paese i sindaci non saprebbero a chi rivolgersi per bandire le loro gare. Dunque è più che concreto il pericolo di mandare in stallo gli appalti dei comuni: il principale tra i motori che in questi ultimi mesi hanno tenuto faticosamente a galla i lavori pubblici.
Se ne rende conto anche l’Anac di Raffaele Cantone. Che non a caso in queste ore sta lavorando a un documento da inviare a Governo e Parlamento per segnalare l’urgenza di una soluzione. Il problema si era già posto, negli stessi termini, a luglio 2014, alla scadenza di una delle tante proroghe concesse ai Comuni in ritardo sugli obblighi di aggregazione degli acquisti. Allora l'impasse fu superata con l'inserimento di una nuova proroga nel Dl 90/2014 e la decisione di Cantone di sbloccare il rilascio dei codici di gara (Cig) in anticipo sulla conversione del decreto. Uno scenario che potrebbe replicarsi anche ora.
Ad aggravare la situazione e c'è il fatto che l'entrata in vigore dal primo novembre porterebbe due mesi di caos totale per i Comuni più piccoli. Con le regole in vigore, infatti, quelli sotto i 10mila abitanti non possono bandire gare in autonomia, neppure sotto la soglia di 40mila euro. Dal primo gennaio, però, in base alla legge di Stabilità potranno farlo. C'è da scommettere che in questi 60 giorni la maggioranza dei sindaci tirerà i remi in barca, aspettando il 2016 per ricominciare a gestire gli appalti in maniera ordinata.
Per questo è allo studio un emendamento al Dl sulla finanza locale (promosso dai Comuni, ma non ancora presentato), per collegare l’entrata in vigore dei vincoli di aggregazione alla partenza del nuovo Codice appalti. Una riforma che peraltro continua a slittare in Parlamento.
L’esame della delega al governo per riscrivere il sistema dei contratti pubblici, calendarizzato per ieri, è stato rinviato alla prossima settimana su richiesta del Governo. Motivazione ufficiale: la necessità di riesaminare il testo varato dalla Commissione Lavori pubblici guidata da Ermete Realacci per blindarlo rispetto a ipotesi di ulteriori modifiche al Senato. Ma forse pesa anche l’assenza del premier Matteo Renzi , impegnato nel viaggio istituzionale in Sud America, alla vigilia dell’approvazione di una riforma decisiva per il settore
(articolo Il Sole 24 Ore del 28.10.2015).

VARIPrestito vitalizio ipotecario, pronto lo schema di offerta. Accesso al credito. Parere favorevole del Consiglio di Stato al regolamento.
Il prestito vitalizio ipotecario è quasi pronto per il debutto, in conseguenza del parere favorevole espresso dal Consiglio di Stato (parere 16.10.2015 n. 2791) sullo schema di regolamento attuativo, previsto dall'articolo 1, legge 02.04.2015, numero 44 (che ha sostituito il comma 12 dell'articolo 11-quaterdecies del decreto legge 203/2005): la nuova norma ha rivisitato, un istituto finora assai poco diffuso, finalizzato a consentire l'accesso al credito al proprietario di età superiore a 60 anni di un immobile
In poche parole, si consente alla persona avanti con gli anni di acquisire liquidità senza dover vendere la piena o la nuda proprietà dell'immobile; e ciò mediante la stipula di un mutuo a garanzia del quale viene iscritta un'ipoteca sull'immobile di sua titolarità.
In caso di decesso del mutuatario, i suoi eredi hanno l'alternativa di “recuperare” l'immobile libero da ipoteche, corrispondendo alla banca quanto le è dovuto, oppure di vendere il bene e soddisfare il credito della banca, in tutto o in parte, con quanto ricavato dalla cessione; infine, qualora entro dodici mesi dall'apertura della successione il credito della banca non risulti soddisfatto, la banca potrà vendere l'immobile in base al valore del bene determinato in una perizia predisposta da un perito indipendente (con la facoltà di trattenere la parte del prezzo occorrente per soddisfare il suo credito e riversando il resto agli eredi).
La nuova normativa dunque imponeva al ministro dello Sviluppo economico (Mise) di emanare, entro tre mesi dalla sua data di entrata in vigore (06.05.2015), una disciplina regolamentare sentite l'associazione bancaria italiana (Abi) e le associazioni dei consumatori: nel regolamento il Mise avrebbe dovuto fissare le regole cui il soggetto finanziatore si deve attenere nell'offerta al pubblico e nella diffusione sul mercato del prestito vitalizio ipotecario, nell'ottica di garantire trasparenza e certezza in merito all'importo oggetto del finanziamento, ai termini di pagamento, alla corresponsione degli interessi e a ogni altro costo dovuto dal cliente.
Dallo schema di decreto si evince che, a tutela del soggetto finanziato, il soggetto finanziatore dovrà sottoporre al richiedente due prospetti informativi, esemplificativi del piano di ammortamento, al fine di palesare il possibile andamento del debito nel tempo; e pure dovrà produrre la relativa documentazione precontrattuale e le informazioni minime circa l'operazione. È disposto inoltre che il soggetto finanziato potrà stipulare la polizza assicurativa inerente l'immobile concesso in garanzia anche presso un soggetto differente da quello finanziatore; e che egli avrà, in ogni caso, il diritto di ricevere un resoconto della propria posizione debitoria.
Viene anche previsto che, qualora il soggetto finanziato non intenda addivenire alla stipula del prestito vitalizio ipotecario, pur avendo egli attivato la fase pre-contrattuale, sarà vietato all'istituto finanziatore di esigere il pagamento delle spese sostenute dal finanziatore.
Il Consiglio di Stato, pur avendo espresso il proprio parere favorevole allo schema di decreto di regolamento, ha tuttavia invitato il Mise ad apportarvi taluni emendamenti al fine di fornire maggiori tutela e informazione al soggetto finanziato.
In particolare sono state richieste modifiche alle modalità di revoca integrale del finanziamento qualora l'immobile concesso in garanzia subisca procedimenti conservativi o esecutivi di importo pari o superiore a una data percentuale del valore del finanziamento o del valore dell'immobile concesso in garanzia, nonché, agli effetti dell'eventuale anticipata estinzione del finanziamento nei confronti degli eredi
(articolo Il Sole 24 Ore del 28.10.2015).

PUBBLICO IMPIEGOIl legale non paga per l’Albo. Dipendenti pubblici. Due le condizioni: elenco speciale e rapporto subordinato.
La Ragioneria generale dello Stato ha emesso un parere sulla competenza a pagare l'iscrizione dei dipendenti pubblici agli albi professionali.
Dopo la sentenza della Corte di Cassazione 7776/2015, e dopo che alcune sezioni regionali della Corte dei conti hanno ritenuto di non entrare nel merito, con la nota 19.10.2015 n. 79309 di prot. in risposta a una specifica richiesta di un comune, vengono forniti i chiarimenti operativi per gli enti locali.
Affinché i costi della tassa di iscrizione all'albo degli avvocati possano gravare sull'ente pubblico (e quindi essere rimborsati costituendo peraltro spese di personale), sono necessarie due contemporanee condizioni. Innanzitutto deve esistere carattere obbligatorio dell'iscrizione nell'elenco speciale annesso all'albo ai fini dell'espletamento dell'attività del professionista.
In secondo luogo vi deve essere il carattere esclusivo dell'esercizio dell'attività professionale in regime di subordinazione, in cui l'ente locale è l'unico soggetto beneficiario dei risultati di detta attività.
Il parere si occupa anche di altre categorie di dipendenti: ingegneri, architetti, geometri, assistenti sociali. In questi casi l'iscrizione al relativo albo professionale non assume, in via generale, carattere obbligatorio ai fini dell'espletamento delle attività cui soni preposti i lavoratori, né sussistono, elenchi speciali sul modello dell'albo degli avvocati. Quindi, viene a mancare la prima condizione sopra elencata e l'ente locale non può rimborsare la tassa di iscrizione all'albo professionale.
La Rgs, spiega, altresì che per i responsabili degli uffici tecnici non è richiesta l'iscrizione all'albo per la redazione di progetti a favore dell'amministrazione da cui dipendono e questo in virtù dell'articolo 90, comma 1, lett. a), del decreto legislativo 163/2006, in quanto è sufficiente il rapporto di servizio esistente e la conseguente incardinazione nella struttura dell'ente
(articolo Il Sole 24 Ore del 28.10.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti elettrici più facili da smaltire.
Semplificato lo svolgimento delle attività di ritiro gratuito da parte dei distributori di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) di piccolissime dimensioni. Tale semplificazione si applica ai distributori obbligati a effettuare il ritiro secondo il criterio dell'uno contro zero, ma anche a quei distributori che, pur non essendo obbligati a farlo (perché la loro superficie di vendita è inferiore a 400 mq o perché effettuano solo vendite a distanza) decidano spontaneamente di adottare tale criterio di ritiro gratuito.

Il consiglio di stato con il parere 06.10.2015 n. 2750 ha dato l'ok allo schema di decreto ministeriale recante «Modalità semplificate per lo svolgimento delle attività di ritiro gratuito da parte dei distributori di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) di piccolissime dimensioni, nonché requisiti tecnici per lo svolgimento del deposito preliminare alla raccolta».
Viene ribadito, inoltre, che il ritiro secondo il criterio dell'uno contro zero ha a oggetto soltanto Raee di piccolissime dimensioni provenienti dai nuclei domestici, conformemente a quanto previsto dall'articolo 11 del dlgs n. 49 del 2014.
L'art. 4 del dm prevede due principi fondamentali in materia di ritiro secondo il criterio dell'uno contro zero: la gratuità e l'informazione all'utilizzatore finale. I distributori devono garantire il rispetto di tali principi, e in particolare, con riferimento al secondo, hanno l'obbligo di informare gli utilizzatori finali della gratuità del ritiro, e promuovere campagne informative al fine di incentivarlo.
Vengono definite le procedure per il conferimento dei Raee di piccolissime dimensioni da parte degli utilizzatori finali e disciplina i requisiti tecnici per allestire il luogo di ritiro all'interno dei locali del punto vendita del distributore o in prossimità immediata di essi, determinandone in maniera precisa le caratteristiche.
Si tratta di uno o più contenitori che il distributore mette a disposizione dell'utilizzatore finale, e che sono facilmente accessibili e individuabili, riparati da agenti atmosferici, tali da tutelare la salute e la sicurezza di colui che conferisce i Raee e impedire che soggetti terzi possano asportare quanto conferito.
Conformemente a quanto previsto dall'articolo 11, comma 3, dlgs n. 49 del 2014 (che aveva riguardo solo al regime transitorio) si prevede una raccolta separata dei Raee d'illuminazione e di quelli pericolosi dagli altri Raee conferiti (articolo ItaliaOggi del 28.10.2015).

CONDOMINIOLe «varie ed eventuali» non ammettono delibere. Prevale l’obbligo di preventiva informazione.
Assemblee. Vademecum sull’uso dello spazio aperto nell’ordine del giorno.

A fine assemblea, l’ultimo punto dell’ordine del giorno presenta invariabilmente la dicitura “varie ed eventuali”. Ma cosa può concretamente significare? E cosa si può decidere davvero?
I giuristi che hanno indagato la formula sono concordi nel ritenere che la voce in esame sia volta a individuare:
1) comunicazioni rese dall’amministratore o dai condomini senza l’impegno di spesa, salvo il caso di minimi esborsi;
2) suggerimenti e raccomandazioni rivolte dai condomini alla persona dell’amministratore;
3) richieste di chiarimenti allo stesso amministratore al fine di ottenere indicazioni operative in ordine a particolari condotte o prassi applicative;
4) richieste di inserimento di una determinata questione o argomento all’ordine del giorno di una prossima assemblea;
5) relazioni di aggiornamento su questioni già oggetto di precedente discussione all’esito di mandati esplorativi o di attività di scrutinio e selezione di preventivi di spesa;
6) argomenti di secondaria importanza e di minimo rilievo pratico e comunque tali da non richiedere una specifica menzione nell’ordine del giorno e di essere oggetto di una deliberazione assembleare.
Ma quali criticità può sollevare l’eventuale inserimento di questa voce, apparentemente innocente, nell’ordine del giorno?
La questione principale è data dalle conseguenze che possono determinarsi a fronte di una eventuale discussione e deliberazione da parte dell’organo assembleare. Infatti, le delibere assunte sotto la voce in esame, potendo violare l’obbligo di preventiva informazione dei condomini convocati in assemblea, si prestano a essere impugnate al fine di farne accertare la loro invalidità.
Tale voce, infatti «non può tradursi in un contenitore eterogeneo, da cui far scaturire argomenti a sorpresa per gli ignari condomini» (così afferma il Tribunale di Roma, sentenza del 19.06.2012, n. 12684). Ciò ha condotto parte della dottrina e della giurisprudenza a orientarsi per una tesi decisamente restrittiva, la quale ritiene che, pur consentendo tale voce la discussione in sede assembleare di qualsiasi argomento, ancorché lo stesso non figuri espressamente nell’ordine del giorno, nessuna deliberazione, a pena di annullabilità, può invece essere assunta all’esito della discussione medesima.
Ne consegue che se, a seguito dell’informazione e della relativa discussione sul punto, emerga la necessità di adottare una decisione in merito a qualche argomento ritenuto particolarmente rilevante e bisognoso di una più approfondita valutazione, la delibera dovrà necessariamente essere rimandata a una successiva riunione, nella quale sarà inserito tale argomento nell’ordine del giorno con una voce specifica.
La giurisprudenza, soprattutto di merito, ha segnato i limiti di impiego della formula di stile offrendo un ventaglio di fattispecie concrete senza dubbio idonee a orientare la condotta dell’amministratore e della stessa assemblea dei condòmini.
In particolare, tra le deliberazioni assunte dall’assemblea che risultano non idonee a essere inserite sotto la dizione “varie ed eventuali” si segnalano:
1) l’esecuzione di lavori di rifacimento della facciata dell’edificio condominiale, precisandosi, al riguardo, che il relativo argomento debba al contrario essere specificamente inserito nell’avviso di convocazione dell’assemblea, in quanto attinente alla materia dell’amministrazione straordinaria del bene comune;
2) la diffida assembleare alla rimozione di piante posizionate sul balcone di un condomino;
3) la costituzione di un fondo speciale finalizzato a fronteggiare spese condominiali urgenti;
4) il pagamento del compenso a un professionista il quale abbia prestato la propria opera a vantaggio del condominio, laddove tale spesa non sia contemplata nell’ordine del giorno e ove non sia raggiunta la prova circa il conferimento dell’incarico stesso;
5) la decisione di abbattimento di un albero proposta dal condomino quale utilizzatore esclusivo di un giardinetto condominiale;
6) la decisione di stipulare un contratto di assicurazione contro gli incendi;
7) l’autorizzazione concessa a un condomino per la realizzazione di una pensilina;
8) la decisione di diniego all’installazione da parte di un condomino di una canna fumaria sul muro perimetrale dello stabile condominiale
(articolo Il Sole 24 Ore del 27.10.2015).

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATALibertà di parabola, limiti all’installazione. Tlc. Sul tetto solo se non c’è spazio nei locali privati.
L’installazione di una parabola o antenna sul terrazzo condominiale può essere effettuata dal condòmino non arbitrariamente, ma tenendo conto del libero uso della proprietà comune da parte degli altri condòmini, nel rispetto del decoro architettonico e se non c’è la possibilità di utilizzare spazi propri.
L’applicazione di tali regole, fissate dall’articolo 1122-bis del Codice civile, sono state ribadite dal TRIBUNALE di Roma con la sentenza n. 9279/2015.
A fronteggiarsi sono un condominio e una società conduttrice di un ampio locale commerciale all’interno del fabbricato. La società chiede all’amministratore una copia delle chiavi di accesso al terrazzo condominiale, per poter installare un’antenna parabolica per la ricezione del segnale satellitare, utile per lo svolgimento della propria attività lavorativa, comprendente gestione di attività di front e back office, recapito corrispondenza e sorveglianza non armata. L’amministratore si rifiuta di consegnare le chiavi, negando il diritto all’uso del bene comune.
La disputa, dopo l’esito negativo della procedura di mediazione, arriva in Tribunale dove la società ribadisce il suo diritto all’installazione della parabola, che le avrebbe fatto risparmiare anche 84 euro al mese rispetto all’abbonamento Adsl che aveva in essere. Il condominio, dal canto suo, sostiene che il diritto vantato dalla società non sia assoluto, ma che deve invece «considerarsi subordinato alla condizione della impossibilità di utilizzare spazi propri»: condizione che nel caso non sussisteva, potendo la società «installare l’antenna sulle mura del fabbricato da essa condotto in locazione».
Il Tribunale ha rigettato la richiesta della società, alla luce del costante indirizzo giurisprudenziale che riconosce l’esistenza del diritto a installare parabole e antenne sul terrazzo condominiale, prevedendo però alcuni limiti: l’impianto non deve impedire il libero uso della proprietà comune da parte degli altri condomini; non deve recar danno alla proprietà comune, specie sotto il profilo del decoro architettonico; e deve risultare l’impossibilità per il condomino di utilizzare spazi propri.
E in riferimento a tale ultimo limite, la non adeguatezza degli spazi propri deve essere provata. Nel caso di specie, la società non solo non ha fornito la prova della impossibilità di installare l’impianto sull’immobile da essa condotto in locazione, ma la parabola, come affermato dalla Ctu, avrebbe potuto effettivamente essere installata sulla porzione di fabbricato della stessa società
(articolo Il Sole 24 Ore del 27.10.2015).

PUBBLICO IMPIEGO: Ingegneri, niente albo se lavorano per la p.a..
Non è automatico il diritto al rimborso della tassa di iscrizione all'albo per gli ingegneri dipendenti per cui è previsto il solo obbligo di abilitazione professionale. Gli ingegneri dipendenti pubblici e appartenenti agli uffici tecnici delle stazioni appaltanti possono espletare attività di progettazione per conto della p.a. con il requisito della (mera) abilitazione, senza necessità di iscrizione all'albo.
Perciò in questo caso, a differenza degli avvocati, non si può affermare che l'iscrizione all'albo è presupposto indispensabile per svolgere l'attività a favore dell'ente di appartenenza.

Questa è quanto si legge nella circolare 21.10.2015 n. 615 del Consiglio nazionale ingegneri in merito alla sentenza n. 7776 del 2015 con cui la Corte di cassazione (in una vertenza tra l'Inps ed un avvocato dipendente pubblico) ha stabilito che il rimborso della tassa annuale di iscrizione all'albo degli avvocati dovesse essere corrisposto dall'ente pubblico datore di lavoro.
Ne deriva che viene meno la condizione per esigere il rimborso della quota di iscrizione eventualmente pagata dall'interessato. Inoltre, a parere del Consiglio nazionale degli ingegneri, «qualora la normativa preveda l'obbligatorietà dell'iscrizione all'albo per il dipendente ingegnere, il pagamento della relativa tassa annuale di iscrizione (facendo applicazione dei principi fissati dalla giurisprudenza del Consiglio di stato e della Corte di cassazione) sarà a carico dell'ente datore di lavoro e, se il versamento è stato anticipato dal dipendente, deve essergli rimborsato».
Concludendo il Consiglio nazionale sottolinea «il carattere eccezionale della previsione dettata dalla normativa sugli appalti pubblici, ovvero la sussistenza di una disposizione espressa che richiede la sola abilitazione per svolgere attività professionale. Tale disposizione va intesa come eccezione alla regola generale della necessaria iscrizione all'albo e non può quindi trovare applicazione al di fuori dei casi legislativamente previsti (articolo 90, dlgs n. 163/2006, e articolo 9, dpr n. 207/2010), nemmeno per effetto di una interpretazione estensiva o analogica» (articolo ItaliaOggi del 27.10.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATA - VARILunga vita alle detrazioni casa. Agevolazioni de 65 e 50% prorogate per il 2016. LEGGE DI STABILITÀ/Incentivi per ristrutturazioni e riqualificazioni energetiche.
Ecobonus, ristrutturazioni edilizie e bonus mobili confermati anche per l'anno prossimo. In base a quanto previsto dalla legge di Stabilità 2016, la proroga delle detrazioni fiscali del 65% per il risparmio energetico e del 50% per le ristrutturazioni abitative semplici si allunga così di un anno. Mantenuta in vita per un altro anno anche la detrazione del 65% per gli interventi relativi all'adozione di misure antisismiche su costruzioni che si trovano in zone ad alta pericolosità, se adibite ad abitazione principale o ad attività produttive.

Tra le novità del testo della manovra, il bonus mobili allargato alle coppie under 35 e l'ecobonus esteso agli immobili ex Iacp.
Detrazioni fiscale ristrutturazione. La proroga al 2016 riguarda la detrazione del 50% per gli interventi edilizi. Confermato anche il limite massimo di spesa di 96 mila euro per unità immobiliare.
Danno diritto alla detrazione gli interventi di:
- manutenzione ordinaria, effettuati sulle parti comuni di edificio residenziale;
- manutenzione straordinaria effettuati sulle parti comuni di edificio residenziale e su singole unità immobiliari residenziali;
- restauro e di risanamento conservativo, effettuati sulle parti comuni di edificio residenziale e su singole unità immobiliari residenziali;
- ristrutturazione edilizia, effettuati sulle parti comuni di edificio residenziale e su singole unità immobiliari residenziali;
- ricostruzione o ripristino dell'immobile danneggiato a seguito di eventi calamitosi, anche se non rientranti nelle categorie elencati nei punti precedenti, sempreché sia stato dichiarato lo stato di emergenza;
- restauro, risanamento conservativo, e ristrutturazione edilizia, riguardanti interi fabbricati, eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare e da cooperative edilizie, che provvedano entro 18 mesi dal termine dei lavori alla successiva alienazione o assegnazione dell'immobile.
Nel bonus ristrutturazioni rientrano non solo gli interventi effettuati sulle unità immobiliari di tipo abitativo, ma eventualmente anche quelli riguardanti le relative pertinenze. In particolare, si ha diritto alla detrazione per la realizzazione o l'acquisto di autorimesse e posti auto pertinenziali, pure se a proprietà comune.
Detrazione per riqualificazione energetica. Anche per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici è stata prorogata fino al 31.12.2016 la misura maggiorata al 65%. A usufruire del bonus sono tutti i contribuenti, anche i titolari di reddito d'impresa, possessori dell'immobile. Per il 2016, la legge di Stabilità ha esteso gli incentivi agli immobili ex Iacp (istituti autonomi case popolari).
Sono ammesse alla detrazione del 65% le spese sostenute su edifici di qualsiasi categoria catastale per:
- interventi di riqualificazione energetica di interi edifici per l'abbattimento dell'indice di prestazione energetica per la climatizzazione invernale (detrazione massima 100 mila euro);
- interventi sugli involucri di edifici per la riduzione della trasmittanza termica delle pareti opache orizzontali o verticali, compresa la sostituzione di vetri e/o infissi (detrazione massima 60 mila euro);
- installazione di pannelli solari per la produzione di acqua calda (detrazione massima 60 mila euro);
- sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale (detrazione massima 30 mila euro);
- acquisto e posa in opera di schermature solari con le caratteristiche previste dall'allegato M al dlgs 311/2006: tende esterne da sole con marchiatura obbligatoria Ce e certificate UNI EN 13561; chiusure oscuranti con marchiatura obbligatoria CE e certificate UNI EN 13659; i dispositivi di protezione solare, anche in combinazione con vetrate, di cui alle norme armonizzate europee UNI EN 14501, 13363.01, 13363.02 (detrazione massima 60 mila euro);
- acquisto e posa in opera di impianti di climatizzazione invernale con impianti dotati di generatori di calore alimentati da biomasse (detrazione massima 30 mila euro).
Si può usufruire dell'ecobonus sia per gli interventi di riqualificazione dei singoli appartamenti che delle parti comuni dei condomini. La detrazione non è cumulabile a quella per il bonus ristrutturazioni.
Bonus lavori adeguamento antisismico. È stata ugualmente confermata a tutto il 2016 la detrazione del 65% per lavori di adeguamento antisismico per la messa in sicurezza degli edifici esistenti.
La detrazione deve essere calcolata su un importo massimo di 96 mila euro per unità immobiliare (da ripartire in dieci quote annuali di pari importo) e beneficiari sono i soggetti passivi Irpef e Ires (quindi sia persone fisiche che imprese) a condizione che le spese siano rimaste a loro carico e che possiedano o detengano l'immobile in base a un titolo idoneo (diritto di proprietà o altro diritto reale, contratto di locazione, o altro diritto personale di godimento).
Il bonus antisismico può essere richiesto se l'intervento è effettuato su costruzioni adibite ad abitazione principale o anche ad attività produttive (unità immobiliari in cui si svolgono attività agricole, professionali, produttive di beni e servizi, commerciali o non commerciali) e sempre l'immobile si trova in zone sismiche ad alta pericolosità (zone 1 e 2), i cui criteri di identificazione sono stati fissati con l'ordinanza del presidente del Consiglio dei ministri n. 3274 del 20.03.2003 (articolo ItaliaOggi Sette del 26.10.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIARaee, semplificazioni allargate. Corsia preferenziale per imprese già abilitate al trasporto. Dall'Albo gestori i criteri per estendere l'attività al ritiro alleggerito dei tecno-rifiuti.
Accesso agevolato per le imprese già autorizzate dall'Albo gestori ambientali a raccolta e trasporto professionale di rifiuti alle analoghe attività di gestione semplificata dei Raee provenienti da circuiti di vendita e riparazione delle apparecchiature elettriche ed elettroniche (c.d. Aee).

La novità arriva con la deliberazione 16.09.2015 n. 2 di prot. del Comitato nazionale dell'Albo (integrata con deliberazione 15.10.2015 n. 3 di prot.) che detta i criteri operativi per estendere, tramite richiesta alla Sezione regionale o provinciale di competenza, le proprie autorizzazioni ex categoria 4 (raccolta e trasporto di rifiuti speciali non pericolosi) e 5 (speciali pericolosi) del dm 120/2014 a quella ex 3-bis (Raee ritirati da distributori di nuove Aee, installatori, e centri di assistenza), la quale consente una tenuta semplificata dei documenti di tracciamento dei rifiuti.
Le novità dall'Albo gestori ambientali. Alla base della nuova deliberazione del Comitato nazionale dell'Albo due disposizioni, ossia: l'articolo 212, comma 7, del dlgs 152/2006 per il quale enti e imprese già autorizzate a raccolta e trasporto dei rifiuti pericolosi sono esonerate (a condizione di immutata classe di appartenenza) dall'obbligo di iscrizione per le analoghe attività sui non pericolosi; l'articolo 8, comma 2, del dm Ambiente 120/2014 (il nuovo regolamento dell'Albo), per il quale le iscrizioni nelle citate categorie 4 e 5 consentono (sempre a immutate condizioni) sia l'esercizio delle attività di cui alla categoria 2-bis (auto-trasporto dei propri rifiuti) sia quelle ex 3-bis.
A chiarimento della prima disposizione e in attuazione della seconda intervengono le nuove regole dell'Albo. Due le novità di rilevo: l'iscrizione alla categoria 4 (rifiuti non pericolosi) che consente, tra le altre (previa compatibilità tecnica e richiesta di estensione alla 2-bis), il trasporto anche dei rifiuti pericolosi di propria produzione iniziale in quantità non eccedenti 30 chilogrammi o 30 litri al giorno (ex art. 212, comma 8, dlgs 152/2006); l'iscrizione a una delle due categorie 4 e 5 che consente (previa richiesta di estensione alla categoria 3-bis) anche il trasporto in regime semplificato dei Raee (pericolosi e non pericolosi) ritirati dal circuito Aee nel rispetto delle regole (e dei limiti) stabiliti dal dm 65/2010.
L'allargamento dell'autorizzazione alla gestione semplificata Raee, precisa la nuova delibera dell'Albo, è consentita nei seguenti termini: le imprese abilitate al trasporto rifiuti per conto terzi possono svolgere le analoghe attività in nome e per conto dei distributori di Aee; le imprese munite di soli veicoli per uso proprio possono invece essere abilitate al trasporto semplificato dei Raee di cui esse stesse risultino essere detentrici in quanto distributori, installatori o gestori di centri di assistenza Aee.
Alle imprese già iscritte nelle citate categorie 4 e 5 in linea con i parametri richiesti dall'Albo è consentito fin da subito richiedere l'allargamento (sia alla 2-bis che alla 3-bis) utilizzando il modello «b» allegato alla nuova delibera.
Il regime semplificato per i Raee. Il dm 65/2010 richiamato dalla delibera 2/2015 prevede (in attuazione del dlgs 151/2005) per distributori, installatori, gestori di centri di assistenza Aee (e trasportatori terzi dei rifiuti, di cui i primi eventualmente si avvalgono) di utilizzare, nel rispetto di determinate condizioni tecniche, un regime burocratico light per condurre le (rispettive) attività di raccolta e trasporto Raee (sia domestici che professionali) di cui hanno la detenzione in ragione della propria attività.
Regime che consiste in: iscrizione semplificata all'Albo gestori (tramite mera comunicazione e senza obbligo di presentare garanzie finanziarie); tenuta di uno «schedario di carico e scarico» e di un «documento di trasporto» (in luogo dei più onerosi registri e formulario ex dlgs 152/2006). Successivamente al dm 65/2010, è bene ricordarlo, è intervenuto il dlgs 49/2014 di riformulazione della speciale disciplina sulla gestione dei Raee.
Nel sostituire pressoché integralmente il dlgs 151/2005, il dlgs 49/2014 ha da un lato confermato alcune disposizioni dell'uscente regime (come l'obbligo per i distributori di ritiro gratuito «uno contro uno» delle Aee conferite dai consumatori all'acquisto di equivalenti beni e la possibilità di gestione semplificata ex dm 65/2010) e dall'altro introdotto rilevanti novità che incidono sugli adempimenti cui sono chiamati gli stessi operatori del settore.
In base al riformulato quadro normativo, sono infatti inquadrati come «distributori» (con i sottesi e citati obblighi): tutti coloro che rendono disponibili sul mercato e per qualsiasi uso delle Aee (dunque, anche gli installatori e gestori di centri di assistenza che nell'ambito della propria attività forniscono tali beni, per esempio come ricambi); tutti i soggetti che forniscono Aee utilizzando tecniche di vendita a distanza tramite internet (c.d. «e-commerce»).
Appare da ultimo utile ricordare come i distributori di Aee che importano o immettono comunque dall'estero nuovi beni sul mercato nazionale rientrano, ai sensi del citato dlgs 49/2014, nella più gravosa categoria di «produttori», con i conseguenti e più ampi oneri (previsti dallo stesso provvedimento) di istituzione e finanziamento del sistema di gestione dei relativi Raee.
Alla luce di tale rinnovato orizzonte, i criteri dell'Albo che consentono di allargare la portata dei titoli autorizzativi alle attività di gestione semplificata dei Raee appaiono dunque essere di rilevante interesse sia per le imprese di trasporto rifiuti sia per gli stessi distributori di nuove Aee, laddove per i primi potrebbero prospettarsi nuovi mercati, per i secondi un incremento (con i benefici economici dati dalla concorrenza) del novero di aziende cui rivolgersi per la gestione dei Raee.
Ritiro Raee nell'e-commerce. In relazione ai distributori di Aee, alcune criticità sono tuttavia state rilevate in relazione agli operatori del settore «e-commerce», come risulta da un'indagine presentata lo scorso 14.10.2015 da Remedia (fra i principali sistemi collettivi italiani non profit per la gestione ecosostenibile anche dei tecno-rifiuti) e Netcomm (il consorzio del commercio elettronico italiano).
 Oltre a evidenziare una carenza sotto il profilo dell'obbligo di informativa all'utenza del sistema di ritiro «one on one» (si veda ItaliaOggi Sette del 19/10/2015), lo studio mette in luce alcuni nodi della filiera (rappresentante il 13% del mercato online nazionale di Aee) proprio nel ritiro e trasporto dei Raee. Per adempiere agli obblighi del «one on one» i distributori online di Aee possono ricorrere sia a un sistema auto-organizzato (c.d. «make», gestendo a tutto tondo ritiro, raggruppamento e successivo trasporto dei Raee a centri di trattamento), sia affidarsi (totalmente o parzialmente) a soggetti esterni.
In tale contesto, le prime problematiche riguardano le modalità di ritiro dei Raee presso l'utenza, laddove nell'opzione di consegna a domicilio delle nuove Aee occorre necessariamente prevedere la presa in carico di quelle usate da parte trasportatori autorizzati nei termini più sopra citati (condizione che spesso può rendere necessario l'intervento successivo e differito di un soggetto diverso dall'ordinario corriere che ha effettuato la consegna del nuovo bene).
Criticità possono altresì presentare le differenti modalità di consegna del nuovo e ritiro del vecchio presso luoghi presidiati, come uffici postali e negozi convenzionati, in vista del successivo e necessario trasporto (autorizzato) verso gli impianti di trattamento; in tale ambito le soluzioni preferibili appaino essere quelle di ricorrere a punti «pick and pay» gestiti direttamente dagli stessi distributori (in regola con i sottesi e citati adempimenti) o ricorrere alla convenzione con supermercati, nella maggior parte dei casi già forniti di un proprio sistema di prima gestione Raee (articolo ItaliaOggi Sette del 26.10.2015).

TRIBUTI: Baratto amministrativo soltanto con l'inerenza.
Deliberazioni di riduzione o di esenzione di tributi «inerenti il tipo di attività posta in essere». In cambio di lavori fatti in tali ambiti di attività.

Con nota di approfondimento del 16.10.2015 (si veda ItaliaOggi del 20 ottobre scorso), l'Ifel fornisce chiarimenti per il corretto inquadramento del baratto amministrativo e per la sua applicazione ai tributi locali. Beneficiari del baratto amministrativo potranno essere individuati in cittadini singoli o associati. Si privilegeranno le «Comunità di cittadini costituite in forme associative stabili e giuridicamente riconosciute».
L'Istituto per la finanza e l'economia locale ritiene che la riduzione o l'esenzione potrà essere concessa con riguardo alle obbligazioni tributarie di cui è soggetto passivo l'associazione stessa. Altro aspetto delicato afferisce il perimetro d'intervento.
A parere dell'Ifel, l'intervento dei cittadini dovrà riguardare un territorio da qualificare ed essere alternativo e sostitutivo rispetto a quello del comune. A fronte dell'intervento dei cittadini, il comune potrà disporre deliberazioni di riduzione o esenzione di tributi «inerenti al tipo di attività posta in essere».
La ratio sottesa alla norma consente di collegare la delibera di agevolazione al tributo di riferimento anche se in apparenza non direttamente ricollegabile al tipo di attività posta in essere. Il concetto di «inerenza» del tributo per cui si prevede l'agevolazione all'attività svolta dai cittadini (singoli o associati), dovrà essere valutato in sede di predisposizione della delibera di agevolazione ed ispirato a criteri di ragionevolezza e corrispondenza tra beneficio reso ed agevolazione concessa.
L'Ifel ritiene opportuno basare la quantificazione economica dell'agevolazione secondo politiche ispirate a responsabilità e ragionevolezza del trattamento agevolativo, specificando che il riconoscimento dell'agevolazione non deve essere solo «legittimo» ma anche «controllabile».
Da ultimo, l'Istituto tiene a precisare che non appare coerente con la ratio della norma la possibilità di prevedere riduzioni o esenzioni anche con riferimento ad eventuali debiti tributari del contribuente. La ragione è da ritrovare nei principi di indisponibilità ed irrinunciabilità al credito tributario cui soggiacciono tutte le entrate tributarie comunali (articolo ItaliaOggi Sette del 26.10.2015).

VARI: Box occupato, l'invalido sosta gratis.
Il titolare del contrassegno invalidi che trova il box riservato occupato può parcheggiare nelle zone a pagamento gratuitamente. Purché l'ente locale abbia deciso di ammettere questa facoltà dandone informazione agli utenti.

Lo ha chiarito il Ministero dei trasporti con il parere 04.09.2015 n. 4341 di prot..
Il riformulato articolo 381 del regolamento stradale specifica che il comune ora può potenziare il numero dei parcheggi riservati agli invalidi anche nelle zone a pagamento. Ma l'ente locale può anche prevedere la sosta gratuita agli invalidi sulle strisce blu quando i box riservati ai titolari dei contrassegni risultino già occupati o indisponibili.
A parere della Cassazione però senza il nulla osta del comune non è automatico poter parcheggiare gratuitamente i veicoli muniti di contrassegno invalidi nelle zone a pagamento.
Specifica infatti il parere centrale che con la sentenza n. 21271 del 05.10.2009 la II sezione civile della Corte di cassazione ha bocciato il via libera generico alla gratuità della sosta degli invalidi in zone blu, confermando le recenti indicazioni normative che richiedono una determinazione comunale in tal senso (articolo ItaliaOggi Sette del 26.10.2015).

aggiornamento al 18.09.2015

APPALTI: Riforma appalti, niente regolamento. Edilizia. Delrio conferma la semplificazione.
Via al recepimento tramite il Codice, senza transitare dal regolamento. E più poteri alle linee guida dell’Anac di Raffaele Cantone, che saranno però sottoposte a un parere (non vincolante) del Parlamento.
Il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio ieri in commissione Ambiente alla Camera si è per la prima volta pronunciato sulle modifiche che il Governo ha intenzione di portare al Ddl delega di recepimento delle direttive appalti
(Atto Camera n. 3194).
Tutto ruota attorno a un emendamento che cancellerà il regolamento dai radar della riforma e che sarà presentato all’inizio della prossima settimana. Anche se non è il solo intervento in preventivo: qualcosa cambierà sul fronte dei lavori in house delle concessionarie.
Il presidente dell’ottava commissione, Ermete Realacci fa il punto sul calendario. «È evidente che non possiamo far proseguire i lavori senza la proposta di modifica del Governo». Il riferimento è all’emendamento annunciato ieri formalmente da Delrio: cancellazione del regolamento di attuazione del Codice, con un ruolo più pesante per le linee guida dell’Anac. A monitorare il lavoro dell’Autorità ci sarà il Parlamento. Alcuni dettagli dell’intervento, però, sono oggetto di limature. In attesa di questi aggiustamenti, la commissione starà ferma. «Tra lunedì e martedì -prosegue Realacci- aspettiamo le proposte del Governo. Le votazioni partiranno lunedì 28 settembre». Sul piatto non c’è solo il tema del regolamento. Dal Governo è attesa una proposta anche sul tema dei lavori in house delle concessionarie.
A completare il quadro ci saranno alcune proposte della maggioranza e della relatrice, Raffaella Mariani. Che ieri in una giornata di studi sugli appalti, organizzata da Tor Vergata e ospitata dall’Antitrust, ha confermato anche la scelta di spostare sui controlli il bonus del 2% riconosciuto ai progettisti della Pa. Norme più stringenti arriveranno anche per facilitare l’accesso agli appalti da parte delle Pmi, come chiesto ieri dal presidente della Piccola Industria di Unindustria Angelo Camilli.
Dall’Antitrust sono arrivate la proposta di una patente a punti per valutare la reputazione delle imprese e la richiesta di stringere le maglie sugli appalti in house, limitando questa possibilità alle società a capitale interamente pubblico. Vero che le direttive su questo punto aprono alla presenza di privati. «Ma si tratta di una norma a recepimento volontario», ha chiarito Valentina Guidi, dirigente del dipartimento Politiche europee di palazzo Chigi
(articolo Il Sole 24 Ore del 17.09.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - VARI: Sono ancora fuorilegge i semafori troppo moderni.
Devono ancora restare spenti i diffusi semafori laser in grado di attivarsi all'arrivo di veicoli troppo veloci. E non possono neanche essere posizionati regolarmente i tabelloni luminosi che evidenziano all'utente il tempo residuo di accensione delle lanterne semaforiche.

Lo ha chiarito il Ministero dei Trasporti con il parere n. 3805/2015.
Un comune friulano ha richiesto indicazioni sulle nuove opportunità tecnologiche introdotte dall'art. 60 della legge 120/2010, ovvero sulla possibilità di installare ai semafori sistemi avanzati in grado di misurare la velocità dei veicoli e variare conseguentemente il ciclo delle lanterne. Oppure semplicemente posizionare tabelloni luminosi agli incroci per evidenziare agli utenti in transito la durata residua dei cicli semaforici.
Al momento resta tutto invariato ovvero vietato, ha specificato il ministero. L'art. 60 della legge di riforma stradale dell'agosto 2010 rinvia infatti ad un decreto ministeriale la definizione delle caratteristiche per l'omologazione e per l'installazione di questi ingegnosi dispositivi.
Questo decreto, anche se in fase di completamento, non è però ancora stato emanato, specifica il parere centrale, e peraltro diventerà efficace solo dopo 6 mesi dalla sua emanazione. I dispositivi di count down, specifica la nota, non dovranno interferire con alcun sistema di controllo del traffico e nemmeno con il ciclo semaforico.
Inoltre secondo il ministero non sarà possibile installare dispositivi che variano il ciclo delle lanterne in relazione alla velocità dei veicoli, nonostante le diverse indicazioni della legge 120/2010. Sul territorio nazionale sono state effettuate sperimentazioni ma ancora nessun congegno è stato omologato e può essere utilizzato. In pratica allo stato attuale i semafori più o meno intelligenti restano fuori legge.
L'unica funzione ammessa dalla normativa per gli impianti semaforici è ancora quella prevista dall'art. 158 del regolamento stradale, ovvero regolare i flussi del traffico senza interferenze tecnologicamente troppo sviluppate. Tutte le postazioni attive e troppo creative non sono pertanto conformi alla normativa stradale e vanno spente (articolo ItaliaOggi del 17.09.2015).

INCARICHI PROGETTUALI: Diplomati tecnici in forse. Accesso al tirocinio a misura di professione. Le posizioni delle categorie in attesa di chiarimenti di Miur e Giustizia.
Nuovi diplomati tecnici appesi a un filo. O meglio, in balia dei ministeri della giustizia e dell'istruzione.
Dopo la circolare con cui il Miur ha fissato nel IV livello di qualifica europeo (Eqf) le competenze rilasciate dal nuovo titolo di istruzione tecnica, i ragazzi che a luglio scorso sono entrati in possesso del diploma stanno andando incontro a sorti differenti (si veda ItaliaOggi del 28.08.2015).
A seconda della categorie interessate (periti industriali, geometri, periti agrari e agrotecnici) le soluzioni proposte per le iscrizioni ai tirocini cambiano. Almeno per ora. Il 22 settembre prossimo, infatti, presso il Miur è in programma un incontro interlocutorio tra i presidenti delle categorie e i funzionari che si stanno occupando della vicenda nella speranza che anche il dicastero del ministro Andrea Orlando si faccia sentire. In attesa, però, che la politica faccia il suo corso le categorie hanno dovuto scegliere quale strada percorre.
Divisi tra coloro che ritengono che il contenuto della circolare non imponga alcun tipo di restrizione e coloro che invece ritengono che la circolare metta un punto ad una questione su cui il Miur aveva sempre taciuto, in ballo c'è il futuro di migliaia di ragazzi in fila per le iscrizioni. E se i neodiplomati in questione sono aspiranti periti agrari la risposta che si sentiranno dare è un «forse».
Come, infatti, ha sottolineato il presidente del Centro studi Aspera (Associazione periti agrari) Andrea Bottaro, «è necessario che i ragazzi abbiano pazienza. Posto che secondo noi i neodiplomati non hanno effettivamente i requisiti per l'accesso al tirocinio in quanto, di fatto, non in possesso del titolo di periti agrari perché il nuovo diploma non lo prevede, stiamo mettendo in piedi una confronto con il ministero della giustizia affinché questi giovani possano usufruire dell'equivalenza del titolo», ha spiegato Bottaro, «così facendo, in un secondo momento potremo, prima farli iscrivere al tirocinio e, successivamente, fare arrivare i ragazzi ad un livello di preparazione tale da permettergli di fare l'esame finale». Per ora, quindi, tutti in fila in attesa. Situazione diversa, invece, quella dei periti industriali che ritengono che la circolare non lascia dubbi di sorta circa l'impossibilità di far accedere i ragazzi al tirocinio.
«Al momento abbiamo dato l'input ai nostri uffici di non accettare le iscrizioni dei neodiplomati», ha spiegato a ItaliaOggi il presidente del Consiglio nazionale dei periti industriali e dei periti industriali Laureati, Giampiero Giovannetti, «fino a che non arriveranno chiarimenti dai ministeri le porte sono chiuse. Non possiamo, infatti, correre il rischio di far iscrivere dei ragazzi e poi dover dire loro a percorso iniziato che non possono più avere accesso all'esame perché privi dei requisiti necessari».
Strade percorribili, quindi, o l'iscrizione all'università o un percorso presso gli istituti tecnici superiori, con tutte le conseguenze del caso. Ipotesi diametralmente opposta, quella di geometri e agrotecnici. Per entrambi, infatti, se pur con motivazioni differenti non sussistono dubbi di sorta circa la possibilità di fare iscrivere i ragazzi neodiplomati.
«Per quanto riguarda la nostra categoria», ha spiegato a ItaliaOggi il presidente del Consiglio nazionale geometri e geometri laureati Maurizio Savoncelli, «i riferimenti normativi sono chiari ( dpr 328/2010 e legge 75/1985) e ci danno la possibilità di far iscrivere senza nessun problema i ragazzi al praticantato. Esiste, infatti, raccordo normativo tra il vecchio e il nuovo diploma». Per gli aspiranti geometri, quindi, nessun problema e iscrizioni aperte. Stessa sorte, infine, anche per gli aspiranti agrotecnici (articolo ItaliaOggi del 17.09.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

APPALTI - INCENTIVO PROGETTAZIONE: Riforma appalti, progetti della Pa senza bonus 2%. Delrio in commissione per sciogliere il nodo regolamento.
Contratti pubblici. Semplificazioni sul subappalto tra gli emendamenti della relatrice Mariani.

Sarà Graziano Delrio oggi in commissione Ambiente della Camera a sciogliere gli ultimi nodi sulla riforma degli appalti (Atto Camera n. 3194). Primo fra tutti quello della normativa secondaria che dovrà attuare il nuovo codice degli appalti: il ministro delle Infrastrutture confermerà la sua posizione, che si può fare a meno del regolamento generale, per fare posto a una soft law guidata dall'Anac di Raffaele Cantone.
Il ministro dovrà anche spiegare che tipo di soft law ha in mente e dovrà in sostanza anticipare i contenuti dell'emendamento che i suoi uffici stanno ancora predisponendo e che dovrebbe essere presentato fra domani e l'inizio della prossima settimana.
Intanto la relatrice del disegno di legge in commissione, Raffaella Mariani (Pd), ha pronti alcuni emendamenti che dovrebbero riformulare parzialmente alcuni dei criteri di delega contenuti nel testo approvato a Palazzo Madama.
Sul subappalto, per esempio, Mariani è orientata a semplificare la procedura di gara spostando l'obbligo di presentazione della terna di subappaltatori per ogni tipologia di lavorazione (prevista dalla lettera LLL) dal momento della presentazione dell'offerta in gara a quello dell'aggiudicazione.
L'altra questione che si dovrebbe risolvere, con un emendamento della relatrice, è l'incentivo del 2% dato ai dipendenti pubblici o alle strutture della PA che effettuano progettazioni. Una vecchia questione fortemente distorsiva del mercato della progettazione in termini di concorrenza e di qualità del risultato finale. L'emendamento Mariani dovrebbe lasciare l'incentivo del 2% alle strutture interne delle amministrazioni, ma dovrebbe essere sposato su attività che la Pa svolge effettivamente in esclusiva, come la programmazione o l'esecuzione contrattuale.
Quella dell'eliminazione del regolamento e del tipo di soft law che dovrebbe sostituirlo è l'ultima grande questione aperta del nuovo codice appalti, ma non è affatto secondaria. Non a caso sta bloccando i lavori della commissione Ambiente che ha sul tavolo già dai primi di agosto gli emendamenti dei gruppi.
«Non ha senso riprendere i lavori per affrontare aspetti marginali quando abbiamo davanti questa questione fondamentale da affrontare», dice il presidente della commissione Ambiente, Ermete Realacci. «La correttezza e la trasparenza del passaggio parlamentare -aggiunge- richiede questa condizione. C'è accordo con il ministro che la discussione debba riprendere da questo emendamento, anche perché i gruppi e i relatori avranno poi la possibilità di presentare subemendamenti».
Il primo obiettivo che l'abolizione del regolamento vuole ottenere è una grande semplificazione della struttura normativa che governa il settore. Il secondo, non meno importante nella decisione iniziale di procedere su questa strada, è consentire realisticamente il recepimento delle direttive europee 23, 24 e 25 del 2014 entro il termine del 18 aprile con l'approvazione del solo codice senza dover approvare contemporaneamente anche il regolamento, come aveva previsto il testo del Senato (ma non quello originario del Governo).
L'altro aspetto per cui si attende da Delrio un'indicazione è come debba essere prodotta la «soft law», a quale condizione essa possa procedere senza trovare ostacoli di legittimità generale e come possa essere ricondotta a coerenza l'enorme mole di poteri affidati all'Autorità nazionale anticorruzione, che, dopo i poteri di vigilanza, acquisirà quelli fondamentali di regolazione del settore e ora anche di regolamentazione.
La scuola di pensiero che oggi sembra prevalere è che il regolamento dovrebbe essere sostituito da una o più linee guida generali dell'Anac, approvate subito dopo l'entrata in vigore del codice. Una sorta di regolamento semplificato e flessibile che poi sarebbe a sua volta attuato con linee-guida di settore.
Non è escluso che i tempi lunghi dell'emendamento governativo siano dati anche dalla necessità di stabilire un coordinamento con l'Autorità Anticorruzione che ha fatto già sapere di essere in grado di far fronte al nuovo compito, ma ha bisogno di conoscere anche le modalità in cui esso sarà esercitato
 (articolo Il Sole 24 Ore del 16.09.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

VARI: Verbali stradali, salgono le spese. Notifiche, da oggi via agli aumenti.
Da oggi, le spese di accertamento e notifica sui verbali di violazione al codice della strada, accertate dalla Polizia Stradale, passano a 15,23 euro. Somme che, a seguito di intervenute modifiche normative o sulla base di maggiori o minori costi di accertamento, potranno essere rideterminate con successivi provvedimenti.

È quanto si prevede nel testo del dm Interno 08.07.2015 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 214 di ieri con cui si determinano i nuovi importi a carico dei trasgressori di norme del Codice della strada, quando tali violazioni sono accertate dal personale della Polizia di stato.
Pertanto, a partire dal 16.09.2015, i verbali di accertamento conteranno, oltre all'importo della sanzione amministrativa, anche la somma di 15,23 euro quale spesa di notifica, i cui costi sono anticipati da Poste Italiane. Il dm specifica, altresì, che entro il 30 novembre e il 31 maggio di ogni anno il Servizio Polizia Stradale provvede a verificare le spese di accertamento e di notifica dei verbali di contestazione dovute a Poste, così da assicurare l'idonea copertura economica delle suddette attività.
Con tali somme, si leggo e nel decreto, si rimborsa la società Poste Italiane per la fornitura degli adeguamenti dei software, già nella disponibilità della Polizia Stradale, nonché per i costi relativi all'hardware e al software di base necessari a supportare tali applicativi.
Sotto questo profilo, il dm in osservazione, prevede inoltre che i vertici della Polstrada potranno segnalare una rideterminazione degli importi dovuti a titolo di spese di notifica, alla luce di intervenute modifiche normative, ovvero sulla base dei maggiori o minori costi di accertamento per il responsabile del pagamento, derivanti dalle innovazioni tecnologiche e dall'applicazione di nuove soluzioni informatiche ai servizi resi da Poste Italiane alla stessa Polizia Stradale (articolo ItaliaOggi del 16.09.2015).

ENTI LOCALI - VARI: Disabili, nuovi contrassegni. Niente sanzioni.
Da ieri non si possono più utilizzare i vecchi contrassegni arancioni che agevolano la circolazione e la sosta delle persone invalide. Ma i comuni che non hanno ancora adeguato la segnaletica stradale con i nuovi simboli blu europei non rischiano sanzioni. Purché gli impianti siano ancora dignitosi e comprensibili.

Lo ha chiarito il Ministero dei Trasporti con il parere n. 3630/2015.
Il dpr 151/2012 ha introdotto novità per i veicoli al servizio di persone invalide, apportando modifiche all'art. 381 del regolamento stradale. Il nuovo contrassegno, di colore blu, deve essere esposto sempre in originale nella parte anteriore del veicolo in modo chiaramente visibile per consentire i controlli.
È stata poi introdotta un'importante condizione per l'assegnazione a titolo gratuito di uno spazio di sosta nei casi di particolare invalidità, nelle zone ad alta densità di traffico. Infatti, non occorre più che il titolare del contrassegno sia abilitato alla guida e disponga di un autoveicolo, ma è necessario che l'interessato dimostri di non avere la disponibilità di uno spazio di sosta privato accessibile e fruibile.
Il comune poi potrà prevedere la gratuità della sosta per gli invalidi nei parcheggi a pagamento, qualora risultino già occupati o indisponibili gli stalli a loro riservati. L'ente locale potrà inoltre stabilire, anche nelle aree a pagamento gestite in concessione, un numero di posti destinati alla sosta gratuita degli invalidi muniti di contrassegno superiore al limite minimo di un posto ogni cinquanta o frazione di cinquanta posti disponibili.
Per quanto riguarda la segnaletica orizzontale, le strisce che delimitano lo stallo di sosta restano gialle, ma il simbolo della carrozzella diventa blu. La sostituzione del vecchio contrassegno e l'adeguamento della segnaletica dovevano però completarsi entro il 14.09.2015. Per questo motivo un comune ritardatario ha richiesto chiarimenti al ministero.
A parere dell'organo centrale è consentito mantenere in opera, temporaneamente, anche la segnaletica obsoleta purché ancora comprensibile. In buona sostanza il comune non rischia multe (articolo ItaliaOggi del 16.09.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Province, Madia firma il decreto sulla mobilità. Ora il testo andrà alla corte conti e poi in g.u..
Il ministro della funzione pubblica, Marianna Madia, ha firmato il decreto ministeriale sulla mobilità del personale delle province. Il provvedimento sarà quindi inviato alla Corte dei conti per poi essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale. E a quel punto scatterà il cronoprogramma, fissato dal provvedimento, che porterà i 18 mila dipendenti provinciali in sovrannumero ad accasarsi presso altri enti (in primis regioni e comuni, ma anche enti del Servizio sanitario nazionale, mentre per quanto riguarda le amministrazioni statali il principale ricettore dei dipendenti provinciali sarà il ministero della giustizia).
Entro 20 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, le province dovranno inserire nel portale «Mobilità.gov» gli elenchi dei dipendenti in sovrannumero. Entro 40 giorni dalla pubblicazione, regioni, enti locali, inclusi gli enti pubblici non economici e gli enti del Ssn, inseriranno i posti disponibili, in modo che entro 60 giorni, sempre decorrenti dalla pubblicazione in G.U., palazzo Vidoni possa rendere pubbliche le dotazioni disponibili.
A questo punto i dipendenti in sovrannumero (compreso il personale di polizia provinciale e i dipendenti della Croce rossa italiana) avranno 30 giorni di tempo per presentare le istanze di mobilità in relazione all'offerta di posti, compilando il modulo disponibile sul portale «Mobilità.gov». Al fine di favorire l'incontro tra domanda e offerta, lo schema di decreto prevede una serie di criteri.
I dipendenti in comando o fuori ruolo verranno prioritariamente assegnati alle amministrazioni in cui prestano servizio. Analogamente, la polizia provinciale verrà prioritariamente destinata ai comuni con funzione di polizia locale, mentre al ministero delle infrastrutture andranno coloro che nelle province si occupavano della gestione degli albi provinciali degli autotrasportatori.
A parte questi criteri particolari, regola generale sarà l'assegnazione dei dipendenti in sovrannumero alle regioni e agli enti locali, inclusi gli enti pubblici non economici e quelli del Ssn. Per i lavoratori della Croce rossa, la mobilità sarà verso le amministrazioni statali con priorità per il ministero della giustizia. Sul piano individuale sarà favorito chi gode dei benefici della legge 104/1992 e chi ha figli fino a tre anni di età.
Sul provvedimento, come si ricorderà, non è stata raggiunta l'intesa in Conferenza unificata. Ma ciononostante il 4 settembre scorso il consiglio dei ministri ha deciso di «autorizzare» ugualmente il ministro Madia «a dare corso alla definizione dei criteri per la mobilità del personale dipendente a tempo indeterminato degli enti di area vasta dichiarati in sovrannumero» (articolo ItaliaOggi del 16.09.2015).

EDILIZIA PRIVATA - VARIAccensione caldaie per zone. Deroghe con i contabilizzatori che consentono di regolare la temperatura.
Impianti. Entro poche settimane in funzione in buona parte d’Italia con vincoli di orari giornalieri.

Tra un mese, in buona parte d’Italia, si accenderanno le caldaie nei condomìni con impianto centralizzato. Un appuntamento fondamentale per l’economia, dato che uno studio della Ue sul piano di efficienza energetica 2011 ha sottolineato che gli immobili rappresentano il 40% del consumo finale di energia dell’Unione. Inoltre, gli edifici sono stati ritenuti fondamentali per conseguire l'obiettivo dell’Unione di ridurre dell’80-95% le emissioni di gas serra entro il 2050 rispetto al 1990.
Presso ogni impianto termico centralizzato, che serva quindi almeno due unità immobiliari residenziali e assimilate, il proprietario o l'amministratore devono esporre una tabella contenente:
- l’indicazione del periodo annuale di esercizio dell'impianto termico e dell'orario di attivazione giornaliera prescelto;
- le generalità e il recapito del responsabile dell'impianto termico;
- il codice dell’impianto assegnato dal Catasto territoriale degli impianti termici istituito dalla Regione o Provincia autonoma.
Non in tutta Italia è possibile mettere in funzione l'impianto di riscaldamento nello stesso giorno. Il legislatore ha infatti suddiviso l’Italia in sei zone climatiche (si veda la scheda qui a lato). E per ciascuna di esse è stata stabilita la durata giornaliera di accensione. La maggioranza del territorio ricade, nel Centro-Nord, in zona E o D, mentre al Sud in zona B e C; in zona F è l’arco alpino e in zona A pochi Comuni delle isole meridionali.
Al di fuori di tali periodi, gli impianti termici possono essere attivati solo in presenza di situazioni climatiche che ne giustifichino l'esercizio e, comunque, con una durata giornaliera non superiore alla metà di quella consentita in via ordinaria. I sindaci, con propria ordinanza, possono ampliare o ridurre, a fronte di comprovate esigenze, i periodi annuali di esercizio e la durata giornaliera di attivazione, nonché stabilire riduzioni di temperatura ambiente massima consentita sia nei centri abitati sia nei singoli immobili.
Nell’arco temporale indicato, i condomìni possono scegliere gli orari di funzionamento purché lo stesso sia compreso tra le ore 5 e le ore 23.
È però consigliabile non interrompere il funzionamento. Il maggior dispendio di energia (e quindi il maggior costo) si ha infatti con l’accensione per portare l'acqua alla temperatura utile. Per il resto della giornata vi è dunque solo la necessità di mantenere tale temperatura. Lo spegnimento della caldaia durante il giorno per alcune ore non porta quindi a un risparmio ma a un maggior costo.
Negli edifici a uso residenziale, sono però ammesse deroghe al funzionamento dell’impianto di riscaldamento per quanto riguarda la durata giornaliera. Tra le principali vengono indicate le seguenti:
se il calore proviene da centrali di cogenerazione oppure se vi siano pannelli radianti incassati nell'opera muraria;
se vi è un gruppo termoregolatore pilotato da una sonda di rilevamento della temperatura esterna con programmatore che consenta la regolazione almeno su due livelli della temperatura ambiente nell'arco delle 24 ore; la temperatura negli ambienti deve essere pari a 16°C + 2°C di tolleranza nelle ore al di fuori della durata giornaliera;
se in ogni unità immobiliare sia installato un sistema di contabilizzazione del calore e un sistema di termoregolazione della temperatura con un programmatore che consenta la regolazione almeno su due livelli della temperatura nell'arco delle 24 ore;
se l’impianto termico è condotto mediante “contratto di servizio energia” purché la temperatura negli ambienti, durante le ore al di fuori della durata di legge, non siano superiori ai 16°C + 2°C di tolleranza.
Si consideri, infine, che entro il 31.12.2016 tutti gli edifici nei quali vi è un impianto centralizzato, ove tecnicamente possibile e se vi sia un buon rapporto costi/benefici, dovranno essere dotati di sistemi di contabilizzazione e termoregolazione.
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Non si possono superare i 22 gradi. Comfort. Nulle le delibere in contrasto.
Negli edifici a carattere residenziale, durante il funzionamento dell'impianto di riscaldamento (prodotto da impianti sia centralizzati sia autonomi), la media delle temperature dell'aria, misurate nei singoli ambienti riscaldati di ciascuna unità immobiliare, non deve superare i 20°C + 2°C di tolleranza (si veda la scheda nella pagina).
È nulla (quindi impugnabile in ogni tempo) la delibera condominiale che dovesse decidere di tenere una temperatura più elevata.
L’impianto termico condominiale, quindi, deve essere in grado di erogare tale calore. In caso contrario, il condòmino che non riuscisse ad avere la temperatura di legge nella propria unità immobiliare, può provocare una delibera attinente agli eventuali interventi necessari per la piena funzionalità dell’impianto. Nel caso in cui l’assemblea non deliberasse le opere necessarie, può rivolgersi direttamente all’autorità giudiziaria per ottenere un provvedimento che obblighi il condominio ad adottare quanto necessario per sopperire guasti o deficienze dell’impianto ed eventualmente, ove ne ricorrono i presupposti, richiedere il risarcimento del danno.
Nel frattempo, però, non può sospendere il pagamento degli oneri condominiali lamentando il disservizio. Il condominio, d’altro canto, non può pretendere che per ovviare al malfunzionamento il condomino stesso sia tenuto ad effettuare interventi a proprie spese nella suo appartamento (Cassazione sentenza 19616/2012).
La norma, però, non va intesa nel senso che anche i condòmini siano costretti a tenere questa temperatura nelle proprie unità immobiliari. Le leggi in materia di contenimento dei consumi energetici e di riduzione dello scarico in atmosfera dei prodotti della combustione (gas ad effetto serra) incentivano la riduzione della temperatura negli ambienti.
Il Dlgs 04.07.2014 n. 102, all’articolo 9, comma 5, prevede che ciascuno sia tenuto a contribuire ai costi per il riscaldamento solo per il calore che effettivamente ha prelevato dai termosifoni (oltre a una quota fissa riferita alle dispersioni e alle spese generali per la manutenzione dell’impianto). Ne consegue che per risparmiare danari o perché l’alloggio non è abitato, i condomini potranno tenere le valvole termostatiche parzialmente o totalmente chiuse, con conseguente minore temperatura nell’appartamento.
I condomini confinanti che devono prelevare maggior calore dai propri termosifoni per compensare quel calore che viene ceduto agli alloggi freddi, non possono pretendere nulla né dal vicino né nei confronti del condominio in sede di ripartizione della spesa complessiva del riscaldamento mediante l’adozione dei cosiddetti coefficienti correttivi. Questi, infatti, sono vietati dalla legge, anche per quegli appartamenti posti all’ultimo piano o a Nord.
Nemmeno un regolamento avente natura contrattuale (allegato al primo atto di vendita e richiamato per accettazione in tutti i successivi) potrà prevedere “compensazioni” o obblighi di tenere una determinata temperatura negli alloggi. Lo stesso, infatti, sarebbe contrario a norme imperative.
Nel caso in cui in un’unità immobiliare dovessero passare le tubazioni della rete di distribuzione che porta il calore negli altri alloggi, non potrà essere richiesto alcun pagamento al condomino. Infatti, l’attraversamento della proprietà individuale non determina alcuna appartenenza, ma semmai implica una servitù a carico dell’appartamento interessato (Tribunale Milano, sezione XIII, sentenza del 26.01.2012)
(articolo Il Sole 24 Ore del 15.09.2015).

EDILIZIA PRIVATA: Nuova «pagella verde» per gli immobili. Dal primo ottobre cambiano calcoli e documenti per misurare i consumi.
Efficienza energetica. Ape obbligatorio per affittare o vendere l’immobile ma i vecchi certificati sono validi se non si eseguono lavori.

Dopo tre mesi di rodaggio, per adeguarsi al sistema, il nuovo modello di attestato energetico per gli immobili è pronto a entrare in vigore: dal 1° ottobre cambiano le modalità per la compilazione dell’attestato di prestazione energetica (o Ape) degli edifici e delle unità immobiliari.
La normativa di riferimento, che modifica il Dlgs 192/2005 e attua in Italia la direttiva europea 2010/31/Ue, è contenuta nelle linee guida emanate dal ministero dello Sviluppo economico lo scorso 26 giugno (pubblicate sulla Gazzetta n. 162/2015). Il nuovo «certificato» che attesta i consumi energetici dell’immobile è composto da cinque pagine, suddivise in due parti: una prima più generica, di facile comprensione per tutti, dove viene indicata la classe energetica dell’immobile, l’indice di prestazione energetica globale (da energia non rinnovabile e rinnovabile) e dove sono riportate le raccomandazioni per migliorare l’efficienza dell’edificio attraverso gli interventi più significativi ed economicamente convenienti. Nella seconda parte si trovano informazioni più di dettaglio e di maggior contenuto tecnico, utili agli addetti al lavori per una conoscenza più approfondita dell’edificio o dell’appartamento.
Cosa cambia
Anche se nella denominazione l’attestato di prestazione energetica ha sostituito ormai da due anni il vecchio attestato di certificazione energetica (Ace) fino ad oggi, di fatto, le modalità di compilazione erano rimaste ferme al passato. Ora si cambia. Innanzitutto, aumenta il numero dei servizi energetici presenti in casa che vengono presi in considerazione ai fini dell’esame di efficienza: oltre alla climatizzazione invernale e alla produzione di acqua calda sanitaria, vengono esaminati –se presenti– la climatizzazione estiva e la ventilazione meccanica.
Per gli edifici terziari si tiene conto anche dell’illuminazione e dei servizi di trasporto a persone o cose (ascensori e montacarichi). Non solo. Dal 1° ottobre, la performance del fabbricato o dell’alloggio è ricavata confrontando l’unità con il cosiddetto edificio standard, un fabbricato “ombra” in tutto e per tutto analogo al progetto reale, ma progettato in condizioni ottimali. Come in passato, il giudizio finale è espresso in classi di merito identificate da lettere, dalla A (la più virtuosa) alla G.
I livelli complessivi sono 10 (prima erano sette): i primi quattro fanno tutti riferimento alla lettera A, con quattro gradazioni, da A4 (il più efficiente) ad A1.
Ultima novità di rilievo è che decadono i sistemi regionali per il calcolo delle prestazioni dell’edificio. Pregio della nuova norma, infatti, è essere riuscita infatti a far dialogare le Regioni, riportando la metodologia di esame delle prestazioni a un unico sistema nazionale, con poche eccezioni.
Per chi è obbligatorio
La nuova targa energetica è composta secondo le nuove regole in tutti i casi di nuova costruzione o risanamento di uno stabile già esistente. Nei casi di vendita o affitto dell’unità immobiliare l’attestato è prodotto secondo il nuovo modello solo se non è già presente un vecchio Ape o Ace ancora in corso di validità (il documento ha una vita di 10 anni, salvo lavori di ristrutturazione tali da modificare le prestazioni energetiche del fabbricato).
Per chi dovrà rifare l’Ape (non a fronte di lavori di recupero, ma per naturale scadenza), uno dei risvolti (forse non graditi) nel passaggio dal sistema regionale a quello unico nazionale sarà la possibilità che si verifichino “declassamenti”. In pratica, la casa, che magari era stata venduta come performante e in classe A secondo la scala adottata dal territorio di riferimento, potrebbe finire bruscamente in classe B.
Le sanzioni
Se in passato la verifica sugli attestati è sempre stata blanda, dal prossimo mese i controlli scatteranno d’obbligo da parte delle Regioni almeno sul 2% degli Ape, a partire da quelli che dichiarano classi più efficienti. Se manca l’attestato per gli edifici di nuova costruzione e per quelli sottoposti a ristrutturazioni importanti, il costruttore o il proprietario sono puniti con una sanzione amministrativa che parte da un minimo di tremila euro, ma può arrivare fino a 18mila.
Se manca l’Ape in un atto di compravendita o locazione il venditore o il proprietario incorrono in multe fra i 3mila e i 18mila euro nel primo caso e fra i 300 e 1.800 nel secondo. Rispetto al passato, non è però più prevista la nullità dell’atto di trasferimento dell’immobile o del contratto di affitto.
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L’attestato trova lo standard unico. L’iter. Stop ai diversi sistemi regionali.
Una delle principali novità che scatteranno con l’entrata in vigore del nuovo attestato di prestazione energetica sarà il ritorno a un sistema di calcolo unico, nazionale, per arrivare alla definizione delle performance energetiche dell’edificio e dunque all’attribuzione delle classi di merito.
Il lavoro per il ritorno all’omogeneità, anche dove erano stati sviluppati negli anni passati sistemi regionali di certificazione, è partito da settimane: la prospettiva è una semplificazione per i cittadini che devono far redigere la targa energetica.
Dal 1° ottobre, ad esempio, il modello di Ape sarà conforme a quello nazionale anche in Lombardia, la Regione che più di altre aveva tenuto in passato una linea autonoma. A stabilirlo è una delibera, la n. 3868 del 16.07.2015. L’attestato –che in questa Regione è necessario anche per gli immobili senza impianti– sarà ritenuto valido tuttavia solo se prodotto attraverso l’utilizzo del software Cened+2.0 (la versione beta è già disponibile online) o di un software commerciale che però abbia ricevuto il via libera da parte di Infrastrutture Lombarde (la società che gestisce l’accreditamento locale). Ogni targa energetica continuerà, inoltre, a prevedere un costo di emissione di 50 euro. Infine, sul territorio amministrato dalla Giunta Maroni, continueranno a poter rilasciare gli Ape solo le persone fisiche e non le società.
Nessuna differenza fra il sistema nazionale e quello regionale, invece, in Emilia Romagna, dove la Regione ha recepito in estate le linee guida con la Dgr 967 del 20.07.2015. Stessa linea quella che dovrebbe essere adottata dal Piemonte, dove da qualche tempo è stata abrogata la legge 13/2007, che dettava la metodologia per la certificazione energetica degli edifici e dove sta per uscire una delibera di recepimento del Decreto del 26 giugno scorso.
L’unica eccezione a un quadro di generale uniformità arriva dalle Province autonome. La Provincia di Bolzano, che con il sistema Casaclima ha dimostrato da tempo di aver recepito interamente la direttiva comunitaria 2010/31/Ue, potrà mantenere attivo (come prescrive lo stesso decreto di giugno) un proprio sistema, che pur deve essere il più possibile reso vicino a quello statale. Ciò significa che, in Alto Adige, gli Ape continueranno a seguire il sistema locale, che già tiene conto per il residenziale delle performance dell’edificio per la climatizzazione estiva dell’immobile e della ventilazione meccanica dello stesso.
In Provincia di Trento, dove il metodo di calcolo da sempre è quello nazionale della norma Uni, è infine in corso una verifica per capire se sia possibile o meno mantenere un sistema peculiare di attribuzione delle classi, che (come già in passato) si basa sul consumo effettivo di energia, anziché sul raffronto con l’edificio tipo. «Una riflessione –spiegano dagli uffici tecnici– che è in corso e che presto definiremo»
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.09.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Province, sul personale niente risparmi nel 2015. Senza la ridefinizione delle funzioni in tutte le Regioni non partono gli elenchi nominativi degli «esuberi».
Riforma Delrio. Gli enti che hanno stanziato solo parte delle risorse in previsione dei trasferimenti devono rivedere i conti per garantire gli stipendi.

Quali speranze hanno i dipendenti della provincia di vedere la conclusione della loro vicenda? Potranno trovarsi, un giorno, tranquilli, anche se presso un diverso datore di lavoro?
I dubbi sono oggi più che legittimi in quanto, rispetto alla tabella di marcia disegnata dal Governo, i tempi si stanno allungando parecchio. Uno dei primi passi per poter dar corso all’incontro fra domanda e offerta di lavoro prospettato dalla Funzione pubblica è rappresentato dall’atto, adottato dalle amministrazioni provinciali, con il quale vengono individuati nominativamente i dipendenti da considerare in soprannumero. Ma quale è il dirigente che si prende la responsabilità, oggi, di adottare questa determina?
Tuttora, ci sono elementi che incidono su questa scelta e che non risultano delineati. Per poter procedere alla compilazione dell’elenco nominativo è necessario che vengano individuate le funzioni che restano in capo agli enti di area vasta, siano esse fondamentali oppure delegate dalle regioni. In sostanza, serve la legge regionale con la quale si individuano i compiti che le stesse amministrazioni si riservano di svolgere direttamente e quelle che invece scelgono di ri-delegare agli enti di area vasta. In questo modo, sono quantificati i dipendenti che vengono trasferiti e quelli che restano nei ruoli delle ex Province.
Molte regioni non hanno ancora provveduto in tal senso, e per questa ragione il processo è bloccato. Anche nell’ipotesi in cui questa fase dovesse subire un’improvvisa accelerazione, magari per effetto delle sanzioni introdotte dal decreto enti locali per le Regioni che non chiuderanno la procedura entro fine ottobre, lo stop verrebbe dalla mancanza dei criteri sulla mobilità, previsti dal comma 423 della legge di stabilità 2015. Infatti, mentre è stato approvato il decreto con il quale sono fissate le tabelle di equiparazione fra le categorie dei diversi comparti pubblici, il provvedimento sui criteri è stato esaminato in sede di conferenza unificata (e anticipato sul Sole 24 Ore del 15 luglio), ma non ha ancora visto il varo definitivo. È evidente che, in assenza di regole, la procedura non può essere portata a termine.
Ne consegue che il calendario delle operazioni inevitabilmente slitta. Ma questo procrastinarsi non è del tutto indolore. Sorge, innanzitutto, il problema di dare certezza allo stipendio dei dipendenti ex provinciali. Le norme garantiscono loro, in caso di mobilità, il trattamento fondamentale e il salario accessorio, limitatamente alle voci con carattere di generalità e natura fissa e continuativa. Stante l’assenza di una definizione, a livello sia normativo sia contrattuale, di tali caratteristiche, la battaglia sarà inevitabile. Ancora, questo salario accessorio non ha trovato, ad oggi, un suo pacifico e condiviso finanziamento, a causa delle incertezze che le norme di riferimento hanno creato sul tema.
Superate anche queste perplessità, la bozza di provvedimento sui criteri della mobilità disegna un cronoprogramma che, nella migliore delle ipotesi, di pubblicazione del decreto nei prossimi giorni, vede la conclusione del processo alla fine dell’anno, bruciando, di fatto, la prima annualità del biennio 2015-2016 a disposizione. Questo significa che, per l’anno corrente, gli stipendi di tutti i dipendenti delle ex Province, compresi quelli dichiarati in soprannumero, devono trovare spazio nei bilanci degli enti di area vasta.
E non è così scontato che questi bilanci reggano. Gli input che provenivano dalla Funzione pubblica a inizio anno avevano fatto ipotizzare che i trasferimenti del personale in esubero potessero avvenire attorno alla fine del primo semestre 2015 o, al massimo, in autunno. L’aver previsto la spesa solo per una parte dell’anno, magari per poter far quadrare un bilancio che sopportava tagli non indifferenti, mette a rischio le casse degli enti di area vasta.
Inevitabili sono, quindi, interventi che, da un lato, aumentino gli stanziamenti di bilancio per gli stipendi dei dipendenti e dall’altro, allarghino l’arco temporale dal biennio al triennio, includendo anche il 2017. Forse non a caso, la scorsa primavera, la Funzione pubblica ha chiesto alle singole amministrazione anche le cessazioni dal servizio del 2016.
Una cosa è certa: la storia insegna che, spesso, le proroghe sono state il viatico per far naufragare ovvero posticipare sine die intere operazioni
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.09.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOL’impasse blocca anche i Comuni. Effetto domino. Le conseguenze dell’obbligo di riservare gli spazi assunzionali agli ex provinciali.
I Comuni e le Regioni possono effettuare pochissime assunzioni a tempo indeterminato nel 2015; ciò sta determinando problemi assai pesanti in numerosi municipi di piccola e media dimensione dove si sono avute cessazioni di personale che occupava posizioni strategiche (quali ad esempio i responsabili dei settori finanziari, dei lavori pubblici, dei servizi sociali) e che non possono rimpiazzarli se non a tempo determinato.
Le assunzioni del 2015 e del 2016 sono dalla legge di stabilità 2015 riservate al personale degli enti di area vasta collocati in sovrannumero. Ma sono pochissime le realtà in cui queste dichiarazioni sono state rese.

Lo schema di Dpcm sui criteri dei trasferimenti che doveva essere approvato entro la scorsa primavera è stato adottato nei giorni scorsi dal Governo.
Ma ciononostante ci vuole del tempo alle Province delle regioni che legifereranno (forse, visto che la norma statale solleva dubbi di legittimità costituzionale) nelle prossime settimane, per individuare il personale in eccedenza.
E dal momento in cui il Dpcm sui trasferimenti sarà pubblicato in «Gazzetta Ufficiale» ci vogliono almeno quattro mesi perché il personale in sovrannumero degli enti di area vasta possa essere effettivamente trasferito ai Comuni oppure alle Regioni.
Con il Dl 78/2015 le assunzioni a tempo indeterminato di vigili urbani sono bloccate in attesa della messa in disponibilità di quelli provinciali.
È in discussione che si possano effettuare assunzioni in mobilità, anche di personale delle Province. Per la Funzione Pubblica e gli Affari Regionali (circolare n. 1/2015) le mobilità volontarie possono essere effettuate, fino a che non sarà stata attivata l’apposita piattaforma telematica, purché riservate al personale degli enti di area vasta.
Ma la successiva deliberazione n. 19/2015 della sezione Autonomie della Corte dei Conti ha limitato questa possibilità solamente al personale degli enti di area vasta collocato in esubero. Il che produce, in pratica, l’effetto che questo strumento può essere utilizzato in misura molto limitata.
Lo strumento di maggiore rilievo che rimane ai Comuni è l’utilizzazione per assunzioni con procedure ordinarie dei risparmi derivanti dalle cessazioni degli anni dal 2011 al 2014 che non sono stati già spesi per finanziare nuove assunzioni.
Questa possibilità si può considerare acquisita sulla base delle indicazioni del Dl 78/2015 e del parere della sezione Autonomie della Corte dei Conti n. 26/2015, ma produce effetti solamente per un numero ridotto di amministrazioni locali.
I Comuni possono inoltre dare corso ad assunzioni di personale in possesso di specifici titoli abilitanti da destinare ai servizi educativi e scolastici, per profili non esistenti tra quelli degli enti di area vasta. Questa possibilità si può, sulla base del parere della sezione autonomie della Corte dei Conti n. 19/2015, estendere a tutti i profili che non esistono negli enti di area vasta.
Le ultime possibilità di assunzione che restano ai Comuni e alle Regioni sono le seguenti due.
In primo luogo, l’assunzione di personale appartenente alle categorie protette per coprire le quote minime obbligatorie.
E infine, possibilità ammessa implicitamente dal parere n. 26/2015 della sezione autonomie della Corte dei Conti, di trasformazione a tempo pieno del personale assunto su posti in part-time. Cioè, tutto sommato, assunzioni in misura assai ridotta
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.09.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Per la polizia trasferimenti automatici in deroga ai vincoli su spese e ingressi. Decreto enti locali. Da rispettare i limiti di fabbisogno e organici.
La mobilità dei dipendenti degli enti territoriali è ormai un concetto estremamente flessibile. Se fino a qualche mese fa i casi si potevano ricondurre al massimo a tre fattispecie, l’obbligo di riassorbimento dei dipendenti in soprannumero degli enti di area vasta ha mescolato le carte e gli enti si trovano in un vero e proprio labirinto.
Alla luce delle diverse interpretazioni, come la circolare n. 1/2015 della Funzione pubblica o le deliberazioni n. 19 e 26 della Corte dei conti Sezione Autonomie, non si riesce, ad esempio, a conciliare il concetto di «nuova assunzione» con il principio di «neutralità» da sempre posto in capo alle procedure di mobilità. Ma non solo. L’evoluzione dell’istituto transita anche da trasferimenti forzati come nel caso della polizia locale, destinate ad accogliere obbligatoriamente i dipendenti della polizia provinciale.
Entro il 31 ottobre prossimo, infatti, le Province hanno l’obbligo di individuare quali lavoratori appartenenti al corpo rimarranno a propria disposizione per altre attività; dopo questo termine i dipendenti in soprannumero o non individuati transiteranno presso gli enti locali, all’interno delle funzioni di polizia locale. Si tratta, di un’ulteriore complicazione rispetto alla già difficile partita da giocarsi sull’articolo 1, comma 424, della legge 190/2014.
Questa disposizione chiede ai Comuni di vincolare la capacità assunzionale per gli anni 2015 e 2016 a favore dei dipendenti degli enti di area vasta. Prima di attivare le procedure concorsuali o di scorrere le graduatorie per assumere gli idonei, è necessario utilizzare il turn-over per il riassorbimento dei lavoratori di Province e Città metropolitane.
Per la polizia locale, però, la questione si fa più drastica. Infatti, fino a quando non vi sarà il totale passaggio dei dipendenti della polizia provinciale, è fatto divieto agli enti locali di procedere ad assunzione di qualsiasi tipo per la medesima funzione, fatta eccezione per le esigenze di stagionalità valutata per un massimo di cinque mesi per anno solare. Con un’aggravante: per la polizia locale non sarà neppure possibile attingere ai “resti” della capacità assunzionale degli anni precedenti, che la Corte dei Conti Sezione Autonomie, con la deliberazione n. 26/2015 ha sdoganato rendendoli liberi da ogni vincolo.
Siamo così di fronte all’ennesimo trasferimento di mobilità imposto dal legislatore. Per la polizia locale, questa procedura potrà avvenire nel rispetto della dotazione organica e del fabbisogno di personale, ma in deroga alle disposizioni in materia di limitazioni alle spese e alle assunzioni di personale.
Riassumendo: le procedure di mobilità volontaria possono essere attivate in tutti i settori dell’ente (polizia locale esclusa), esclusivamente nei confronti dei dipendenti in soprannumero degli enti di area vasta erodendo, a questo punto, capacità assunzionale; è possibile, come indicato dalla nota 20506/2015 della Funzione pubblica, la mobilità per interscambio e questa dovrebbe rimanere «neutra»; i dipendenti della polizia provinciale in soprannumero transiteranno obbligatoriamente negli enti locali in barba ad ogni regola su spese e assunzioni.
Il nodo mobilità, quindi, non è per niente risolto e neppure il decreto con le tabelle di equiparazione viene in aiuto. I tempi, peraltro si allungano, ed è difficile credere che le cose si sistemeranno entro il 2016 come prevede la normativa
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.09.2015).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Ciascun rifiuto ha una gestione. Focus su toner, Raee, pile, parti di veicoli e vegetali. Precisazioni da Minambiente, Arpa e Corte di cassazione su regole per specifici residui.
Dalla gestione dei toner aziendali esauriti alla raccolta in aree urbane di residui vegetali, passando per il commercio di oggetti in disuso ad alto potenziale d'impatto ambientale.

Arrivano da Ministero dell'ambiente, Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana e Corte di cassazione gli ultimi chiarimenti in merito alle norme che disciplinano particolari categorie di rifiuti.
Toner esauriti. Affinché un'azienda sia esonerata dagli oneri imposti dal Codice ambientale per la gestione dei toner esauriti delle proprie stampanti occorre che essa affidi a terzi tramite regolare contratto l'intero ciclo della manutenzione delle apparecchiature, dalla sostituzione delle cartucce al loro ritiro e trasporto, senza procedere a deposito in loco. Diversamente, essa azienda soggiace agli obblighi formali e sostanziali previsti dal dlgs 152/2006 in funzione delle attività poste in essere su tali rifiuti speciali e alla natura pericolosa o meno degli stessi, obblighi che possono andare dal tracciamento dei residui tramite scritture ambientali al rispetto delle regole sul loro deposito (anche se effettuato con i noti «ecobox»).
È quanto si evince dalla nota 30.06.2015 n. 7692 di prot. elaborata dal Minambiente in risposta a un quesito sulla portata dell'articolo 266, comma 4, del citato decreto, a mente del quale: «I rifiuti provenienti da attività di manutenzione ( ) si considerano prodotti presso la sede o il domicilio del soggetto che svolge tali attività», norma che consente dunque in via di principio al titolare delle apparecchiature da cui detti rifiuti derivano di spostare su terzi i citati oneri ambientali.
Al riguardo il dicastero indica come le condizioni per invocare l'applicazione della norma siano: l'esistenza di un valido contratto stipulato tra committente e terzo manutentore; l'essere l'attività commissionata svolta esclusivamente e interamente dai tecnici dall'impresa di manutenzione; il comprendere tale attività sia il mantenimento delle stampanti (sostituzione delle cartucce compresa) che il contestuale trasporto dei rifiuti coincidenti con i toner esauriti verso la destinazione di trattamento. Rispettate tali condizioni, chiarisce il dicastero, nella documentazione per il trasporto dei rifiuti dovrà dunque essere indicato quale produttore l'impresa di manutenzione, evidenziando nelle note il luogo in cui si è svolta fisicamente l'attività.
È utile in tale contesto ricordare come alla luce della riformulata definizione di «produttore di rifiuto» ex dlgs 152/2006 in vigore dallo scorso luglio (e in base alla quale è tale anche «il soggetto al quale sia giuridicamente riferibile detta produzione») sia altresì diventata condizione necessaria per evitare di concorrere nell'eventuale reato di gestione illecita di rifiuti posta in essere dal soggetto affidatario della manutenzione la verifica da parte dell'azienda committente sia sulla sussistenza in capo a quest'ultimo delle necessarie autorizzazioni ambientali che sul buon fine della destinazione finale dei residui.
Commercio ambulante. Batterie usate, apparecchiature elettriche ed elettroniche non funzionanti, parti meccaniche di veicoli così come oggetti in disuso anche presumibilmente contenenti sostanze pericolose non possono essere raccolti e trasportati dai cosiddetti «robivecchi» senza onorare gli obblighi previsti dal Codice ambientale.
Con la sentenza 17.08.2015 n. 34917 la Corte di Cassazione, Sez. III penale ha, infatti, precisato come per tali materiali non valga il regime derogatorio previsto dall'articolo 266, comma 5, del dlgs 152/2006, in base al quale: «Le disposizioni di cui agli articoli 189, 190, 193 e 212 (obblighi di denuncia annuale rifiuti, tenuta dei registri di carico/scarico, formulario di trasporto, iscrizione all'Albo gestori ambientali, ndr) non si applicano alle attività di raccolta e trasporto di rifiuti effettuate dai soggetti abilitati allo svolgimento delle attività medesime in forma ambulante, limitatamente ai rifiuti che formano oggetto del loro commercio».
Il giudice di legittimità ha sottolineato come tale deroga sia infatti giustificata dalla valutazione di minor pericolosità per la salute e per l'ambiente operata dal legislatore in relazione alle attività in parola e non può dunque essere applicata alla gestione di materiali (come i citati) oggetto di puntuale disciplina. Per questi, specifica la Corte, non solo vanno osservate le regole direttamente richiamate dall'articolo 266, comma 5, del dlgs 152/2006, ma anche tutte le altre disposizioni dettate dalle speciali norme di settore (come il dlgs 49/2014 sui Raee, il dlgs 188/2008 sulle pile, quelle dello stesso Codice ambientale sui rifiuti pericolosi e quelle sui veicoli fuori uso previste dal dlgs 152/2006 unitamente al dlgs 209/2003). Dalla sentenza della Suprema corte appare altresì evincibile come tali oggetti non possano dunque essere eventualmente offerti in vendita tal quali dagli stessi soggetti tramite bancarelle o banchi dei propri negozi.
L'abilitazione di cui parla il citato articolo 266, comma 5, del dlgs 152/2006 è, infatti, quella prevista dal dlgs 114/1998 che ammette il commercio ambulante esclusivamente nell'ambito del commercio al dettaglio, ossia indirizzato ai consumatori, i quali (essendo diversi dai professionisti) non dispongono della necessaria autorizzazione al trattamento dei rifiuti.
Residui naturali da eventi atmosferici. Nelle aree urbane, sia pubbliche che private, è possibile gestire fuori dal regime dei rifiuti la raccolta di legno e altri residui naturali generati da particolari eventi di origine non antropica.
È l'Agenzia regionale per protezione ambientale della Toscana con un comunicato pubblicato il 27.08.2015 sul proprio portale internet a dare alcuni utili chiarimenti sul regime di favore introdotto nel 2014 nell'articolo 183, comma 1, lettera n), del Codice ambientale, nel tenore del quale «Non costituiscono attività di gestione dei rifiuti le operazioni di prelievo, raggruppamento, cernita e deposito preliminari alla raccolta di materiali o sostanze naturali derivanti da eventi atmosferici o meteorici, ivi incluse mareggiate e piene, anche ove frammisti ad altri materiali di origine antropica effettuate, nel tempo tecnico strettamente necessario, presso il medesimo sito nel quale detti eventi li hanno depositati».
L'Arpa ha individuato quali condizioni per l'applicazione dell'istituto in parola le seguenti: deposito mono-materiale dei residui naturali identificati tramite la preliminare cernita (separato dunque da quello degli eventuali materiali di origine antropica, che restano rifiuti, e identificabile quale deposito temporaneo ex dlgs 152/2006); rispetto della tempistica prevista dal Codice ambientale, eventualmente declinata dagli Enti pubblici di competenza per determinate fattispecie (come l'organizzazione per la rimozione dei materiali depositatisi su spiagge a causa di mareggiate o prima dell'inizio della stagione balneare). Non è contemplata, ricorda infine l'Arpa, la possibilità di abbruciamento di tali residui legnosi in situ.
Ciò evidentemente, in quanto le descritte disposizioni derogatorie ex articolo 183, comma 1, lettera n) del Codice ambientale si pongono come regime fondato su presupposti (si pensi alla possibile presenza di materiale antropico nei residui) e scopi (di ripristino dei luoghi interessati dai fenomeni atmosferici) diversi rispetto a quelli sottesi alle apparentemente analoghe regole di favore per gli scarti vegetali previste dalle altre disposizioni del dlgs 152/2006.
Le ipotesi di deroga previste dall'articolo 185 del dlgs 152/2006 per la gestione dei residui verdi da aree agricole e forestali, così come quelle per la combustione degli analoghi scarti vegetali ex articoli 182, comma 6-bis, e 256-bis dello stesso Codice sono infatti giustificate dalla natura a monte esclusivamente naturale dei materiali e dalla finalità del loro riutilizzo nello stesso ambito produttivo (articolo ItaliaOggi Sette del 14.09.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOProvince, a fine anno le liste per la mobilità. Enti locali. Pronto il decreto sui passaggi da una Pa all’altra.
Entro l’anno il ministero della Pubblica amministrazione elaborerà gli elenchi del personale delle Province in esubero e le liste dei posti liberi nelle altre Pa, a partire da Regioni e Comuni.
A prevederlo è la bozza del decreto sui criteri per la mobilità negli enti di area vasta (su cui si veda Il Sole 24 Ore del 15 luglio) che sta ancora aspettando la registrazione della Corte dei conti e che verrà emanato nonostante il mancato accordo in conferenza unificata.
Al momento la prima scadenza è fissata per il 31 ottobre quando le Province dovranno fornire i dati sui dipendenti in soprannumero. Entro la stessa data infatti le Regioni dovranno avere definito le leggi con cui decidono le funzioni, e quindi i dipendenti, delle Province da assorbire in attuazione della riforma Delrio. Quanti non hanno trovato una collocazione nel passaggio devono essere quindi inseriti in elenchi ad hoc, da spedire al portale dedicato alla mobilità (www.mobilità.gov.it).
A quel punto tutte le altre Pa, centrali e locali, avranno tempo fino a fine novembre per indicare quanti e quali posti mettono a disposizione. Serviranno infine altri 30 giorni, e arriviamo così a fine 2015, al ministero della Pubblica amministrazione per pubblicare i posti a disposizione e l’elenco nominativo del personale in soprannumero. Personale che dovrà esprimere le sue preferenze entro fine gennaio. Altrimenti la Funzione pubblica a procedere unilateralmente
 (articolo Il Sole 24 Ore del 13.09.2015).

LAVORI PUBBLICI: Le proteste giustificano il blocco dell’opera. Tar Lazio. Per i giudici le manifestazioni legittimano la marcia indietro dei Comuni.
L’effetto Nimby entra nella giurisprudenza. La rivolta popolare può, infatti, legittimare la revoca della decisione di un comune.
L’indicazione arriva da una sentenza del Tar del Lazio, chiamato a pronunciarsi su un impianto per servizi alla popolazione. È un principio consolidato, a livello normativo e giurisprudenziale, quello per cui alla Pa è consentito revocare i propri provvedimenti per effetto di una nuova (cioè rinnovata) valutazione dell’interesse pubblico. Così come è pacifico che, nell’esercizio di questo potere di ripensamento, l’Amministrazione goda di ampia discrezionalità.
Ora, con la
sentenza 08.09.2015 n. 11098 del TAR Lazio-Roma, Sez. II-bis, viene chiarito che «deve ritenersi che la manifestazione da parte della popolazione del Comune della contrarietà alla realizzazione dell’opera e l’interesse primario, dunque, a rispondere ai bisogni manifestati dalla stessa popolazione, costituiscano espressione di una nuova valutazione dell’interesse pubblico. Tenuto che nell’esercizio del cosiddetto jus poenitendi l’Amministrazione gode di ampia discrezionalità, deve ritenersi che la motivazione posta a fondamento della revoca non sia affetta da vizi di legittimità». Se il principio di fondo non è nuovo, fortemente innovativo è invece il riferimento espresso alla contrarietà della popolazione locale come fattore di legittimazione della revoca.
La decisione spinge a due considerazioni. La prima è che la sentenza è sul piano formale da ritenere corretta (anche nella parte in cui nega l’indennizzo richiesto dal proponente riguardo al project financing rimasto, per effetto del «legittimo» ripensamento, solo a metà del guado). La seconda considerazione è che, tuttavia, nel momento in cui si ammette la legittimità della revoca dei provvedimenti (nel caso di specie, di quelli intermedi nell’ambito dell’iter di realizzazione dell’opera pubblica) in nome, apertamente, della «manifestazione da parte della popolazione del Comune della contrarietà alla realizzazione dell’opera», assumendo che essa fonda «l’interesse primario ... a rispondere ai bisogni manifestati dalla stessa popolazione», ciò fa riesplodere l’irrisolto problema dell’effetto Nimby e della sua incidenza come freno a crescita e sviluppo.
Tema spinoso e difficile, schiacciato com’è fra spinte contrapposte: crisi di credibilità delle istituzioni rappresentative (per colpe oggettive e antipolitica), evidente insufficienza strutturale dello strumento asettico del procedimento amministrativo a comporre conflitti, diffidenze e incomprensioni fra opposti punti di vista (specie su questioni e aspetti a forte connotazione tecnica), carenze di completezza e obiettività delle fonti di informazione e dei processi di comunicazione utilizzati dall’apparato burocratico.
Per uscirne, appare essenziale cambiare metodo, sul piano legislativo. Per evitare questi conflitti a posteriori che disseminano il Paese di opere iniziate e non finite (con corredo di onerosi indennizzi dovuti ai privati delusi nei loro legittimi affidamenti, in molti casi) occorre istituire la verifica “a monte”, prima ancora di fare il progetto preliminare, della reale “fattibilità di contesto” di un’opera di livello medio/grande.
Confrontando (e se necessario, opponendo) argomenti tecnici, economici e sociali a controargomenti della stessa natura, nel contraddittorio –ove occorra– fra esperti di parte.
È lo schema del debat public alla francese, all’attenzione del Senato (AS 980, 1724 e 1845), che prova a conciliare il dovere di non prendere decisioni contro la volontà popolare con la necessità di evitare che un territorio resti ostaggio di minoranze ben organizzate
(articolo Il Sole 24 Ore del 12.09.2015).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOProvince, esuberi ancora al palo.
I trasferimenti dei dipendenti in sovrannumero delle province restano ancora al palo.

Il dpcm 26.06.2015, contenente la «Definizione delle tabelle di equiparazione fra i livelli di inquadramento previsti dai contratti collettivi relativi ai diversi comparti di contrattazione del personale non dirigenziale» registrato dalla Corte dei conti e ora in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, non è in grado di risolvere i problemi posti dalla riforma delle province, che restano tutti sul tappeto e, anzi, si aggravano.
Mobilità al palo. Il Dpcm che tra breve entrerà in vigore da molti è considerato la chiave per aprire le procedure di mobilità intercompartimentale e sbloccare, quindi, la situazione dei circa 20 mila dipendenti provinciali in sovrannumero. Le cose non stanno così. Il Dpcm è utile solo per le tabelle di equiparazione nel caso di trasferimenti tra diversi comparti della p.a., ma di per sé non fornisce alcuna spinta al complicatissimo processo di ricollocazione dei dipendenti provinciali in sovrannumero.
Del resto, in attesa che si avvii la piattaforma telematica per gestire la mobilità prevista da un altro Dpcm ancora fermo per l'opposizione delle regioni, i dipendenti provinciali avrebbero potuto senza alcuna necessità di tabelle di equiparazione passare a comuni e regioni, che fanno parte del medesimo comparto. Le mobilità tra province e altri enti locali, invece, ci sono state col contagocce, anche perché la gran parte delle province non ha formalmente approvato liste nominative dei propri dipendenti in sovrannumero.
Trattamento economico. Il Dpcm sulle tabelle di equiparazione garantisce ai dipendenti che passino da un'amministrazione all'altra «il trattamento economico fondamentale e accessorio ove più favorevole - limitatamente alle voci con carattere di generalità e natura fissa e continuativa».
Non si rispetta, per quanto riguarda i provinciali, la previsione di cui all'articolo 1, comma 96, lettera a), della legge 56/2014, che invece garantisce ai dipendenti provinciali l'intero trattamento economico, ponendone il finanziamento a carico delle province. Il governo ha inserito questa clausola che modifica l'assetto normativo consapevole che la legge 190/2014, avendo imposto un prelievo forzoso di 3 miliardi a regime alle province non consente di prelevare da esse le risorse per finanziare anche integralmente il personale da trasferire (la cifra si aggira intorno agli 840 milioni).
Tuttavia, è evidente che non essendo stato abolito l'articolo 1, comma 96, della legge Delrio ciascun dipendente ha un diritto fondato dalla legge a non vedersi decurtato lo stipendio e potrebbe rivolgersi giudizialmente avverso la provincia, per ottenere da questa il trasferimento delle risorse che finanziano il trattamento economico verso l'ente di destinazione. Anche in questo caso il rischio di un contenzioso incontrollabile è enorme e altrettanto grande è la probabilità di un salasso per le province.
Bandi in corso. C'è poi il problema dei bandi di mobilità in corso, quelli che ai sensi della circolare 1/2015 della Funzione pubblica si sono considerati legittimi se riservati ai dipendenti provinciali in sovrannumero.
Di particolare delicatezza è quello per 1031 posti presso il ministero della giustizia, la cui procedura si avvicina verso i colloqui selettivi. Oltre a non essere stato interamente riservato ai dipendenti provinciali, il bando e la connessa procedura sono particolarmente delicati perché hanno partecipato moltissimi dipendenti provinciali e di città metropolitane non formalmente inseriti nelle liste dei soprannumerari (articolo ItaliaOggi dell'11.09.2015).

ANNO 2014
aggiornamento al 17.11.2014

ENTI LOCALI: Gestioni associate e basta. Niente proroga ai comuni sotto 5 mila abitanti. Il chiarimento del ministero degli affari regionali a un convegno.
Nessuna ulteriore proroga sulle gestioni associate dei piccoli comuni.

Questa è la posizione del governo, stando a quanto dichiarato dal capo della segreteria tecnica del ministero degli affari regionali, Francesco Zito, in un convegno svoltosi ieri presso la Scuola umbra di amministrazione pubblica.
L'obbligo è stato previsto dall'art. 14 del dl 78/2010 e interessa tutti i comuni inferiori a 5.000 abitanti, soglia che scende a 3.000 per quelli appartenenti o appartenuti a comunità montane.
Le funzioni da associare sono quelle identificate come fondamentali dalla legge statale: al momento, il relativo elenco è dettato dall'art. 14, comma 27, del dl 78, come sostituito dall'art. 19, comma 1, del dl 95/2012.
Il percorso attuativo è stato oggetto di continue proroghe: al momento, tre funzioni sono state associate entro il 31.12.2012, altre tre avrebbero dovuto esserlo entro il 30 settembre, mentre per le restanti la scadenza è fissata al 31.12.2014.
I nodi, però, stanno venendo al pettine solo ora, dato che funzioni già devolute a livello sovracomunale o erano già gestite in forma associata (per esempio, servizi sociali) o sono piuttosto «leggere» (per esempio, protezione civile o catasto). Il vero core business include le funzioni «pesanti» (come, per esempio, amministrazione, gestione finanziaria e contabile e controllo, servizi pubblici locali, pianificazione urbanistica ecc.) ed è ancora tutto da trasferire. Così come le procedure di acquisto, che tutti i comuni non capoluogo (anche se con più di 5.000 abitanti) devono centralizzare sempre entro fine anno per i beni e i servizi, entro il 30.06.2015 per i lavori.
Questa è la tempistica, ha detto Zito. Ma sul territorio è alta l'attesa per un nuovo rinvio. Opzione che, però, al momento non è sul tavolo dell'esecutivo.
Naturalmente, non è escluso che il correttivo possa arrivare dal parlamento, magari in sede di approvazione del ddl stabilità 2015.
Il problema, puntualmente evidenziato da Zito, è che le sanzioni per gli enti inadempienti sono di dubbia efficacia. In teoria, passata inutilmente la scadenza, il prefetto dovrebbe fissare un termine perentorio e quindi nominare un commissario ad acta. Ma quest'ultimo (ammesso che sia individuato) non potrà far altro che svolgere una funzione di stimolo. Servirebbero sanzioni più forti, accompagnate anche da incentivi reali per chi si aggrega (articolo ItaliaOggi del 12.11.2014).

aggiornamento al 21.01.2014

SICUREZZA LAVOROPer il settore degli spettacoli le regole sui cantieri mobili. Sicurezza. Un decreto ministeriale sarà emanato entro il 31 dicembre.
Entro il prossimo 31 dicembre il ministero del Lavoro dovrà emanare un decreto che consentirà di estendere le regole in tema di cantieri mobili previste dal Testo Unico sicurezza sul lavoro ai palchi utilizzati negli spettacoli musicali e negli eventi teatrali, cinematografici e fieristici.
Come noto, i palchi non sono ponteggi fissi e, per questo motivo, non sono soggetti alle norme di sicurezza relative a tali strutture. Prima che fosse approvato il cosiddetto Decreto del fare (Dl 69/2013, convertito con la legge 98/2013), anche le norme sui cantieri mobili e temporanei contenute nel Testo Unico erano di dubbia applicazione. Tale situazione si traduceva in procedure alquanto farraginose e inefficaci: per montare un palco, erano sufficienti la comunicazione al Comune di competenza e la predisposizione di una relazione tecnica.
Il Decreto del fare ha sbloccato tale situazione, estendendo anche gli eventi musicali, teatrali, cinematografici e fieristici la normativa sui cantieri mobili, ma la novità sarà operativa solo dopo l'emanazione del decreto ministeriale sopra ricordato.
Tale decreto dovrà individuare quali delle attività connesse al montaggio e allo smontaggio dei palchi saranno soggette alle misure di sicurezza già operanti per i cantieri temporanei e mobili. Secondo le prime indiscrezioni, il decreto sembra destinato a non fare distinzioni tra attività escluse ed attività incluse, optando quindi per un ambito di applicazione molto ampio delle norme sui cantieri mobili.
A prescindere dai possibili contenuto del decreto, tuttavia, il problema della sicurezza nello spettacolo richiede uno sforzo che va oltre la semplice modifica delle regole. Come è stato messo in evidenza ieri nel convegno promosso a Trieste da una serie di enti pubblici (Comune di Trieste, Regione Friuli Venezia Giulia, Inail, Ass Triestina, Inail) e organizzato in memoria di Francesco Pinna, il giovane morto a Trieste per il crollo del palco che stava collaborando a costruire, la prevenzione dei rischi per i lavoratori addetti al montaggio e allo smontaggio dei palchi per gli spettacoli non è soltanto un problema normativo.
Diversi relatori intervenuti al convegno hanno sottolineato la necessità di adottare modelli organizzativi e produttivi meno frammentati di quelli attuali. Gli spettacoli musicali sono oggi realizzati mediante la partecipazione di un numero molto elevato di imprese; non è raro che nello stesso luogo di lavoro siano compresenti decine e decine di datori di lavoro diversi, con personale assunto mediante tipologie contrattuali altrettanto differenti. Questa situazione non aiuta la prevenzione dei rischi, in quanto rende difficile il coordinamento delle misure e l'individuazione delle responsabilità, spesso parcellizzate in un numero troppo alto di soggetti
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.12.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIARaee, debutta il fotovoltaico. Rifiuti elettrici. Il Cdm ha varato ieri lo schema di decreto legislativo.
Quasi pronto il nuovo sistema legislativo per la gestione dei Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) destinato a sostituire l'attuale Dlgs 151/2005.
Ieri, infatti, il Consiglio dei ministri ha approvato, in prima lettura, lo schema di decreto legislativo per l'attuazione della direttiva 2012/19/Ue. Ora il testo sarà sottoposto all'esame della Conferenza unificata Stato-Regioni e delle competenti commissioni parlamentari.
Il testo nazionale, al pari della direttiva, estende e chiarisce il campo di applicazione; innalza gli obiettivi di raccolta, recupero e riutilizzo; frena le spedizioni all'estero. La qualificazione degli impianti di trattamento resta, però, un punto delicato perché non sembra essere compiutamente affrontato; infatti, pur richiedendo l'iscrizione degli impianti al centro di coordinamento Raee, il testo non riconosce a tale Centro adeguati poteri per la verifica periodica né chiarisce quali siano i requisiti da rispettare.
Fino al 14.08.2018 vige un periodo transitorio e il decreto si applica alle apparecchiature elettriche ed elettroniche (Aee) indicate nell'allegato I (si aggiungono, tra poche altre, i pannelli fotovoltaici, ma restano molto simili a quelle finora previste dal Dlgs 151/2005), con alcune esclusioni (per esempio il materiale bellico e le lampade a incandescenza). Dal 15.08.2018, invece, il campo di applicazione si apre e la disciplina si applica a tutte le Aee (classificate in sei categorie nell'allegato III), con poche esclusioni (per esempio i dispositivi medici se infetti). Il campo di applicazione potrebbe cambiare ancora perché entro il 14.08.2015, la Commissione Ue lo riesaminerà.
La raccolta prevede almeno 4 chili/abitante fino al 31.12.2015 ed entro il 01.01.2019 dovrà raggiungere il 65%/anno delle Aee immesse sul mercato nei tre anni precedenti oppure l'85% dei Raee prodotti in Italia. Per recupero, riciclaggio e preparazione per il riutilizzo gli obiettivi variano in base alle categorie di Raee e ai periodi (transitorio e a regime) e sono compresi tra il 50 e l'85%.
Per ridurre al minimo lo smaltimento dei Raee misti con altri rifiuti nei cassonetti, i centri di raccolta comunale accettano gratuitamente i Raee portati dai cittadini, dai distributori e dai gestori dei centri di assistenza tecnica, purché prodotti nel territorio ove è ubicato il centro di raccolta, a meno di apposita convenzione con il Comune. Per i punti vendita di grande superficie (di almeno 400 mq), all'obbligo di ritiro del Raee nel caso di acquisto di un'Aee nuova, si aggiunge quello di ritiro di Raee di piccolissime dimensioni, anche senza acquisto del nuovo ("uno contro zero"). Si tratta di Raee con dimensioni esterne non superiori a 25 cm.
Per arginare la piaga delle esportazioni nei Paesi in via di sviluppo di Raee "mascherati" da Aee usate, l'allegato VI reca i requisiti minimi che il possessore deve dimostrare; in difetto, si presume che si tratti di un tentativo di esportazione illegale di Raee (si deroga in caso di accordo di trasferimento tra imprese di Aee difettose da restituire o riparare). Le spese per analisi, ispezioni e deposito di Aee usate sospettate di essere Raee possono essere poste a carico dei produttori, dei Sistemi collettivi o di chi organizza la spedizione
(articolo Il Sole 24 Ore del 14.12.2013).

LAVORI PUBBLICISubappaltatori pagati da chi fa l'appalto. Una norma del decreto sviluppo sblocca i cantieri. Expo: riassegnazioni di fondi per 165 mln.
Per non bloccare i cantieri, negli appalti pubblici i subappaltatori potranno essere pagati direttamente dalla stazione appaltante in caso di particolare urgenza e in pendenza di una procedura di concordato preventivo; per l'Expo 2015 previste revoche e riassegnazioni per 165 milioni; niente Iva sui project della Tem e della Pedemontana.
Sono questi alcuni dei punti più rilevanti del decreto-legge «Destinazione Italia», approvato ieri dal Consiglio dei ministri, relativi agli appalti pubblici e all'Expo 2015.
Prosecuzione degli appalti e pagamento subappaltatori. Lo schema di decreto-legge affronta le problematiche derivanti dalle crisi aziendali che toccano sempre più imprese di costruzioni e le inevitabili conseguenze rispetto alla prosecuzione degli appalti in corso. In particolare, per consentire il completamento dell'esecuzione del contratto di appalto e per condizioni di particolare urgenza, viene stabilito che la stazione appaltante –anche in deroga al bando di gara– possa procedere al pagamento diretto dei corrispettivi ai subappaltatori e ai cottimisti per quanto da essi eseguito.
Inoltre si prevede che nella pendenza di una procedura di concordato preventivo, la stazione appaltante possa pagare distintamente l'appaltatore principale e i subappaltatori, secondo le istruzioni impartite dal Tribunale competente, in modo da salvaguardare sia la parità di condizione tra i creditori dell'appaltatore in crisi aziendale, sia la prosecuzione dell'appalto. Ciò, ovviamente, laddove il bando non abbia già previsto il pagamento diretto dei subappaltatori o dei cottimisti. Si estende, infine, il regime di svicolo delle garanzie di buona esecuzione previsto dall'articolo 237-bis del codice degli appalti anche ai settori «speciali» (acqua, energia e trasporti) e anche per i contratti in essere.
Expo 2015. Il provvedimento interviene prevedendo meccanismi di revoca e rassegnazione di fondi per ottimizzare l'impiego delle risorse disponibili. Per quel che riguarda le somme oggetto della revoca delle assegnazioni disposte dal Cipe, complessivamente pari a 165,390 milioni, vengono destinate prioritariamente, per 53,2 milioni, a opere di connessione indispensabili per lo svolgimento dell'Expo 2015, al cui finanziamento vengono anche destinati ulteriori 42,8 milioni per l'anno 2013 (per un ammontare complessivo di 96 milioni) a valere sul fondo di cui all'articolo 18, comma 1, del decreto legge n. 69/2013, già assegnati dal Cipe con delibera del 09.11.2013 alla linea M4 della metropolitana di Milano e ritenuti non necessari nell'immediato.
A quest'ultimo intervento vengono contestualmente destinati 42,8 milioni a valere sulle risorse derivanti dalle revoche, al fine di mantenere inalterato l'ammontare complessivo del contributo assegnato dal Cipe in attuazione dell'articolo 18, comma 3, del decreto legge n. 69/2013. Quarantacinque milioni vengono indirizzati ad interventi per l'accessibilità ferroviaria dell'aeroporto di Malpensa. Infine si prevede che le risorse residuali derivanti dalle revoche siano destinate a interventi immediatamente cantierabili finalizzati al miglioramento della competitività dei porti italiani e al trasferimento ferroviario e modale all'interno dei sistemi portuali. Molto importante, in prospettiva, è l'estensione (dal 2008 al 2010) dell'arco temporale del termine entro il quale deve essere avvenuta l'assegnazione delle risorse da parte del Cipe, con ciò amplia il plafond delle risorse che possono essere revocate e riutilizzate per opere immediatamente cantierabili.
Una norma specifica riguarda poi la chiusura del closing finanziario e la prosecuzione dei lavori in corso relativi alla Tangenziale esterna est di Milano e alla Pedemontana Veneta. La norma chiarisce infatti che i contributi di 330 milioni e di 370 milioni stanziati per le due opere, strettamente necessari per garantire l'equilibrio economico-finanziario e la prosecuzione dei cantieri dei due progetti, non siano assoggettabili a Iva, come previsto dai piani economico-finanziari (articolo ItaliaOggi del 14.12.2013).

INCARICHI PROGETTUALIAppalti, arrivano i parametri. Fissati i corrispettivi a base di gara dei servizi professionali. Via libera della Corte dei conti al decreto. Torna la liquidazione forfettaria delle spese.
Via libera della Corte dei conti ai nuovi parametri per i servizi professionali di ingegneria e architettura. Dal prossimo anno quindi si cambia e le stazioni appaltanti finalmente avranno riferimenti certi per determinare l'importo da porre a base di gara nell'ambito dei contratti pubblici dei servizi di ingegneria e architettura.
Dopo la registrazione della Corte dei conti che ne ha accertato la sostenibilità dal punto finanziario, infatti, il decreto ministeriale (giustizia di concerto con infrastrutture) che determina «i corrispettivi a base di gara per gli affidamenti di contratti di servizi attinenti all'architettura e all'ingegneria» è pronto per essere pubblicato a giorni in Gazzetta Ufficiale. Si tratta di un provvedimento dall'elaborazione complessa ma necessario, dopo che il decreto legge sulle liberalizzazioni (1/2012) aveva cancellato ogni riferimento tariffario, privando le stazioni appaltanti di regole per calcolare gli importi e per stimare, di conseguenza, l'importo economicamente più corretto per le procedure di affidamento professionale.
Proprio per sanare tale criticità il governo era intervenuto con un ulteriore decreto stabilendo che per determinare i corrispettivi da porre a base di gara si sarebbero applicati i parametri individuati appunto con un decreto che avrebbe definito anche «le classificazioni delle prestazioni professionali relative ai predetti servizi». Il provvedimento richiama nella valutazione del compenso quanto stabilito nel decreto relativo ai parametri giudiziali (140/2012) prevedendo anche la classificazione dei servizi professionali, tenendo conto della categoria dell'opera e del grado di complessità. Il compenso sarà infatti determinato dalla somma dei prodotti tra il costo delle singole categorie che compongono l'opera, la sua specificità e la complessità delle prestazioni.
Torna poi la liquidazione forfettaria delle spese che secondo il provvedimento è determinato secondo percentuali standard degli oneri sostenuti dal professionista. Tra le modifiche introdotte dopo l'approvazione del Consiglio di stato quella che specifica che «il corrispettivo non deve» (e non più «non può») determinare un importo a base di gara superiore a quello derivante dall'applicazione delle tariffe professionali vigenti prima dell'entrata in vigore del medesimo decreto-legge. Nulla viene detto, invece, su chi deve controllare che il corrispettivo non determini importi a base d'asta superiori a quello derivanti dall'applicazione del vecchie tariffe (dm 04/04/2001 e legge 143/1949).
Il Cds infatti (condividendo la richiesta del Consiglio superiore dei lavori pubblici e dell'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici) aveva chiesto al ministero della giustizia di inserire un passaggio per affermare la competenza della stazione appaltante sulla verifica del rispetto del vincolo tariffario. Ma questo secondo i piani alti di Via Arenula avrebbe rappresentato un'inutile complicazione burocratica, con un aggravio di costi (articolo ItaliaOggi del 14.12.2013).

INCARICHI PROFESSIONALIPos obbligatorio. Anzi no. Necessario un decreto attuativo, che non c'è. Da Bankitalia i chiarimenti sull'adempimento in vigore fra pochi giorni.
Anche se arrivasse l'apposito decreto con le disposizioni attuative entro il 01.01.2014, i professionisti potranno tranquillamente continuare a incassare i compensi tramite bonifico bancario in base a un accordo con il cliente. L'articolo 15 del decreto legge 179/2012, infatti, non introduce a partire dal prossimo anno un obbligo di utilizzo di strumenti di pagamento elettronico a carico del pagatore, bensì solo un obbligo di accettazione della carta di debito a carico del venditore di beni e servizi.

È quanto chiarisce Banca d'Italia in risposta alla lettera di Federarchitetti inviata qualche settimana fa.
In questi ultimi mesi, molte sono state le iniziative contro la norma varata dall'allora Governo Monti: dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro che per prima ha messo in luce l'inapplicabilità dell'obbligo senza il decreto del ministero dello sviluppo economico a Inarsind (altro sindacato di architetti e ingegneri) che ha invitato i suoi iscritti a non dotarsi di Pos in studio, passando per la protesta telematica di un gruppo di professionisti che su Facebook sta riscuotendo molti consensi.
Tutti d'accordo che si tratta di un regalo alle banche, considerando la commissione da pagare su ogni transazione e il canone per l'utilizzo dello strumento di pagamento elettronico. Premette Bankitalia che «la finalità della norma è quella di favorire una più efficace azione di contrasto a fenomeni di illecito in campo finanziario e fiscale». Quanto ai costi dell'operazione, la Banca centrale cerca di smorzare le polemiche di questi mesi spiegando che «il mercato delle soluzioni Pos offre prodotti sempre più avanzati e diversificati sotto il profilo sia tecnologico sia tariffario. Soluzioni innovative sono disponibili per l'accettazione di pagamenti anche al di fuori dei tradizionali punti vendita, ad esempio attraverso l'utilizzo di dispositivi mobili collegabili a computer, smartphone o tablet, con formule tariffarie spesso a misura delle diverse categorie di clientela».
Tuttavia resta fondamentale l'emanazione del provvedimento attuativo dell'articolo 15 del dl 179/2012 di cui al momento non c'è traccia. «Abbiamo una produzione normativa ballerina», denuncia il presidente di Federarchitetti Paolo Grassi, «che ci fa perdere solo del tempo. Si poteva già chiarire tutto nella norma primaria, invece no. Così oggi ci ritroviamo un obbligo che è semplicemente un intralcio inutile». «Il problema non è la tracciabilità dei pagamenti», aggiunge Rosario De Luca, presidente del centro studi dei consulenti del lavoro, «bensì il fatto che si impone ai professionisti di fare un regalo alle banche di circa due miliardi di euro. Se lo Stato ritiene necessario questo adempimento noi siamo disponibili a farlo, purché sia per noi a costo zero» (articolo ItaliaOggi del 13.12.2013 - tratto da www.centrostudicni.it).

EDILIZIA PRIVATA: Housing sociale, largo agli aumenti di cubatura
Possibile un incremento di cubatura del 20% delle superfici per interventi edilizi di housing sociale; previsti anche cambi di destinazione d'uso e deroghe urbanistiche anche su interventi in corso.

E' quanto prevede la norma che il Ministero delle infrastrutture ha aggiunto al decreto-legge sull'housing sociale (vedi Italia Oggi del 05.12.2013), che dovrebbe essere portato all'esame del Consiglio dei Ministri del 20 dicembre, dopo un passaggio in Conferenza Unificata. Le novità dell'articolo aggiuntivo hanno lo scopo in primo luogo di ridurre il disagio abitativo di cui soffrono molti nuclei familiari svantaggiati, ma anche di favorire l'aumento dell'offerta di immobili in locazione a canone sociale, il contenimento del consumo del suolo, il risparmio energetico e le politiche urbane di rigenerazione delle aree per il tramite dello sviluppo dell'housing sociale.
Proprio la nozione di alloggio sociale, aggiornata rispetto a quella attuale, è centrale nella nuova norma, che definisce tale l'immobile di edilizia residenziale sociale o di edilizia residenziale pubblica sociale, da affittare in via permanente a soggetti appartenenti a categorie svantaggiate; l'alloggio destinato alla locazione a fini sociali per almeno 15 anni, all'edilizia universitaria convenzionata, alla locazione con patto di futura vendita (ma la locazione deve essere di almeno otto anni), nonché alla proprietà. Le norme contenute nell'articolo aggiuntivo predisposto dal Ministero delle infrastrutture costituiranno principi fondamentali di riferimento per il legislatore regionale che entro novanta giorni dovranno a loro volta definire i requisiti di accesso negli immobili e i parametri di riferimento dei canoni.
Fra gli interventi attuabili in base alla norma vengono espressamente citati: la ristrutturazione edilizia, il restauro o risanamento conservativo, la manutenzione straordinaria; la sostituzione del patrimonio edilizio e la totale demolizione e la ricostruzione con modifica di sagoma nei limiti previsti dall'articolo 30 della legge 98/2013; l'ampliamento della superficie complessiva in misura non superiore al 20% di quella esistente o assentita con incremento graduato in relazione agli obiettivi di contenimento energetico e ad altri parametri che saranno le amministrazioni comunali a definire (sostenibilità ambientale e sociale).
Fra gli interventi figurano anche le variazioni di destinazione d'uso anche senza opere e la creazione di servizi e funzioni connesse e complementari alla residenza, al commercio di prossimità, sempre nel limite del 20% della superficie complessiva comunque ammessa. Dovranno essere effettuate verifiche di sostenibilità economica dei progetti di recupero, riuso o sostituzione edilizia e le superfici in incremento potranno essere cedute o trasferite su altre aree di proprietà pubblica o privata.
Le operazioni previste dalla norma si attueranno sul patrimonio edilizio esistente, compresi gli immobili “non ultimati” e sugli interventi “non ancora avviati ma provvisti di titolo abilitativo rilasciati entro il 31.10.2013, o regolati da convenzioni urbanistiche stipulate entro la stessa data e vigenti al momento di entrata in vigore del decreto-legge". Sono esclusi gli interventi su edifici abusivi, o ubicati nei centri storici o in aree di in edificabilità assoluta. Tutti questi interventi potranno essere effettuati in 14 città metropolitane: Milano, Torino, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli, Trieste, Cagliari, Catania, Messina e Palermo e tutti i comuni inclusi nelle rispettive province (articolo ItaliaOggi del 13.12.2013).

SEGRETARI COMUNALIProvince, segretari in bilico. Assieme ai dg cesseranno dagli incarichi il 30 settembre. Un emendamento al ddl Delrio contraddice l'intesa con i sindacati sui posti di lavoro.
Sono dei segretari comunali e dei direttori generali delle province assorbite dalle città metropolitane le prime teste che salteranno.

La commissione affari costituzionali della camera ha presentato un emendamento che va in direzione fortemente contraria alle garanzie sul rapporto di lavoro del personale provinciale, sulle quali si era sperticato il ministro Graziano Delrio, appoggiandosi a un accordo con i sindacati, caratterizzato dalla particolarità di essere stato stipulato escludendo proprio l'Upi, cioè le province.
E gli effetti cominciano a vedersi.
L'emendamento all'articolo 10 dell'attuale testo del ddl Delrio prevede che «il segretario provinciale e il direttore della provincia, in carica alla data di entrata in vigore della presente legge, cessano in ogni caso dai rispettivi incarichi alla data del 30.09.2014».
Per i segretari non si tratta necessariamente della perdita del posto di lavoro, ma si apre la possibilità di una loro messa a disposizione della struttura operante presso il Viminale e dell'apertura di un percorso, comunque complicato, di ricerca di nuovi incarichi. Le sedi vacanti negli enti locali non mancano, ma il rischio di un «passo indietro» per i segretari è evidente.
Per quanto concerne i direttori generali, si tratta di incarichi necessariamente a tempo determinato, sicché la scadenza è in qualche modo connaturata alla tipologia stessa del lavoro svolto. Di certo, tuttavia, la legge interviene nel troncare quei rapporti che si sarebbero potuti prolungare anche fino al 2015.
Ma anche per il restante personale provinciale non ci sono buone notizie. L'emendamento prevede che i dipendenti della provincia soppressa mantiene la posizione giuridica ed economica in godimento all'atto del trasferimento alla città metropolitana, con riferimento alle voci fisse e continuative, compresa l'anzianità di servizio maturata.
Non viene confermata, invece, la retribuzione variabile, legata al risultato, sebbene la contrattazione collettiva preveda la fissazione di specifici fondi a finanziarla. L'emendamento impone alle città metropolitane di riorganizzare i servizi entro sei mesi dal trasferimento del personale, modificando il trattamento accessorio «in relazione al nuovo assetto organizzativo».
La norma suscita non poche perplessità, in quanto la città metropolitana ha ben poco da riorganizzare, visto che subentra in tutto e per tutto nelle funzioni provinciali, sicché gli assetti organizzativi non possono cambiare di molto.
Sembra chiaro il messaggio: acclarato, come ha spiegato la Corte dei conti, che in effetti dal riordino delle province non deriveranno risparmi, l'unico sistema per dimostrare di contenere la spesa è agire sul costo del personale.
La revisione organizzativa è il presupposto per consentire alle città metropolitane di agire esattamente su questa leva, contando sul fatto che il sindaco metropolitano sarà il sindaco del capoluogo, un soggetto che potrebbe non avere particolari remore nel rivedere al ribasso i costi.
Inoltre, l'emendamento lancia anche un segnale rispetto al trattamento del personale provinciale che sarà trasferito dalle province «svuotate» verso altri enti, i quali potranno ancora a maggior ragione incidere negativamente sul trattamento economico dei dipendenti provinciali, i quali, dunque, verosimilmente saranno lo strumento per il contenimento di costi che, in altro modo, la riforma non riesce a garantire (articolo ItaliaOggi del 13.12.2013).

APPALTI - EDILIZIA PRIVATASospensione del Durc quando scade il «vecchio». La certificazione può sopravvivere all'accertamento degli illeciti. Lavoro. I chiarimenti del ministero in risposta a un quesito dei consulenti.
L'eventuale sospensione del documento unico di regolarità contributiva (Durc) e quindi dei benefici normativi ed economici in forza di una causa ostativa al suo rilascio, opererà necessariamente a far data dalla scadenza di un eventuale Durc (della durata di 120 giorni) rilasciato in precedenza per la stessa finalità.
È quanto afferma il ministero del Lavoro con l'interpello 11.12.2013 n. 33/2013 in risposta alla richiesta di chiarimenti formulata dall'Ordine dei consulenti del lavoro circa la corretta individuazione dell'arco temporale di riferimento di non rilascio del Durc in presenza delle cause ostative indicate nell'allegato A del decreto del ministero del Lavoro del 24.10.2007.
L'articolo 9 del decreto stabilisce che la violazione, da parte del datore di lavoro o del dirigente delle disposizioni penali e amministrative in materia di tutela delle condizioni di lavoro indicate nell'allegato A al decreto, accertata con provvedimenti amministrativi o giurisdizionali definitivi, è causa ostativa al rilascio del Durc per i periodi indicati. La richiamata causa ostativa non sussiste, invece, qualora il procedimento penale sia estinto a seguito di prescrizione obbligatoria ai sensi degli articoli 20 e seguenti del Dlgs n. 758/1994 e dall'articolo 15 del Dlgs n. 124/2004 ovvero di oblazione (articoli 162 e 162-bis C.p.).
L'allegato A, nell'individuare le violazioni che determinano il mancato rilascio del Durc, stabilisce anche i rispettivi periodi di non rilascio del documento. Tali periodi variano da un minimo 3 mesi per le violazioni in materia di riposi giornalieri e settimanali, a un massimo di 24 mesi per le omissioni dolose delle misure di sicurezza.
Una volta esaurito il periodo di «non rilascio del Durc», l'impresa potrà evidentemente tornare a godere dei benefici normativi e contributivi, ivi compresi quei benefici di cui è ancora è ancora possibile fruire in quanto non legati a particolari vincoli temporali.
Così ad esempio sarà possibile usufruire di eventuali benefici legati alla corresponsione di premi di risultato, il cui termine per l'effettiva erogazione sia liberamente scelto dal datore e, quindi, non soggetto a decadenze, ricada in un periodo di assenza di una causa ostativa al rilascio del Durc.
Non sarà invece possibile fruire per tutto il periodo di non rilascio del Durc di benefici concernenti, ad esempio, l'abbattimento degli oneri contributivi nei confronti dell'Inps nel caso in cui gli stessi vengano assolti in base a scadenze legali mensili. In tal caso la regolarità contributiva deve sussistere con riferimento al mese di erogazione ovvero al periodo temporale all'interno del quale si colloca l'erogazione prevista dalla normativa di riferimento che, per ciascun periodo, legittima il datore a fruire dell'agevolazione
 (articolo Il Sole 24 Ore del 12.12.2013).

TRIBUTIImprese edili, Imu più leggera. Esenzione anche per i fabbricati sottoposti a recupero. Risoluzione delle Finanze sull'agevolazione riconosciuta al cosiddetto magazzino.
L'esenzione dall'Imu per il c.d. «magazzino» delle imprese edili, in vigore dal 01.01.2014, si applica anche per i l fabbricati acquistati dall'impresa costruttrice sul quale la stessa procede a interventi di incisivo recupero.

A stabilirlo è la risoluzione 11.12.2013 n. 11/DF della Direzione legislazione tributaria e federalismo fiscale del Dipartimento delle finanze del Ministero dell'economia e delle finanze che interviene per la prima volta sulla nuova fattispecie di esenzione dall'imposta municipale propria introdotta l'art. 2, comma 2, del dl 31.08.2013, n. 102, convertito, con modificazioni, dalla legge 28.10.2013, n. 124.
Questa norma ha disposto infatti l'esenzione dal tributo comunale a decorrere dal 01.01.2014 per «i fabbricati costruiti e destinati dall'impresa costruttrice alla vendita». Detta esenzione vale fintanto che permanga tale destinazione e purché non siano in ogni caso locati.
La questione sottoposta all'esame dei tecnici del ministero è se nel concetto «fabbricati costruiti» possa farsi rientrare anche il fabbricato acquistato dall'impresa costruttrice sul quale la stessa procede a interventi di incisivo recupero, ai sensi dell'art. 3, comma 1, lettere c), d) e f), del dpr 6 giugno 2001, n. 380. Non si tratta, dunque, di semplici opere di manutenzione ordinaria degli edifici, in quanto detto articolo del Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, nell'elencare le varie tipologie di interventi edilizi, individua in via generale:
• alla lettera c) gli «interventi di restauro e di risanamento conservativo», gli interventi edilizi rivolti a conservare l'organismo edilizio e ad assicurarne la funzionalità mediante un insieme sistematico di opere che ne consentano destinazioni d'uso con essi compatibili;
• alla lettera d) gli «interventi di ristrutturazione edilizia», rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente;
• alla lettera f) gli «interventi di ristrutturazione urbanistica», rivolti a sostituire l'esistente tessuto urbanistico-edilizio con altro diverso, mediante un insieme sistematico di interventi edilizi, anche con la modificazione del disegno dei lotti, degli isolati e della rete stradale.
La risposta positiva prende le mosse dalla considerazione che, ai fini Imu, l'art. 5, comma 6, del dlgs 30.12.1992, n. 504, stabilisce che, in caso di utilizzazione edificatoria dell'area, di demolizione del fabbricato, di interventi di recupero a norma dell'art. 3, comma 1, lett. c), d) e f), del dpr n. 380 del 2001, la base imponibile è costituita dal valore dell'area, la quale è considerata fabbricabile anche in deroga a quanto stabilito nell'art. 2 del dlgs n. 504 del 1992, senza computare il valore del fabbricato in corso d'opera, fino alla data di ultimazione dei lavori di costruzione, ricostruzione o ristrutturazione ovvero, se antecedente, fino alla data in cui il fabbricato costruito, ricostruito o ristrutturato è comunque utilizzato.
Da quanto esposto si può dedurre che il legislatore ha effettuato una sorta di equiparazione tra i fabbricati oggetto degli interventi di incisivo recupero e i fabbricati in corso di costruzione, che sono stati entrambi considerati, ai fini della determinazione della base imponibile Imu, come area fabbricabile fino all'ultimazione dei lavori. Naturalmente, precisa la risoluzione, i fabbricati oggetto degli interventi di incisivo recupero rientrano nel campo di applicazione dell'esenzione introdotta dal citato art. 2 del dl n. 102 del 2013, solo a partire dalla data di ultimazione dei lavori di ristrutturazione.
Si deve, infine, annotare che il comma 1 dell'art. 2, comma 2, del dl n. 102 del 2013 ha stabilito che per l'anno 2013 non è dovuta la seconda rata dell'Imu relativa ai fabbricati costruiti e destinati dall'impresa costruttrice alla vendita, fintanto che permanga tale destinazione e non siano in ogni caso locati, mentre l'Imu resta dovuta fino al 30 giugno (articolo ItaliaOggi del 12.12.2013).

APPALTI - EDILIZIA PRIVATADurc negato, c'è la franchigia. Durante lo stop fino a scadenza vale il vecchio documento. Il ministero del lavoro chiarisce in un interpello gli effetti delle cause ostative al rilascio.
Stop al Durc, ma con franchigia. In caso di violazioni che comportano la pena del mancato rilascio del Durc per un determinato periodo di tempo (variabile dai 3 ai 24 mesi), l'impresa non può per tutto questo periodo fruire dei benefici normativi e contributivi (per esempio, sgravi su assunzioni incentivate).
Tuttavia, se l'impresa è già in possesso di un Durc, lo stop dei benefici opererà dalla scadenza del periodo di validità del predetto Durc (120 giorni dal rilascio).

Lo precisa, tra l'altro, il ministero del lavoro nell'interpello 11.12.2013 n. 33/2013.
Durc e cause ostative. I chiarimenti sono stati chiesti dal Consiglio nazionale dell'ordine dei consulenti del lavoro che ha presentato istanza per sapere la corretta interpretazione del dm 24.10.2007 (disciplina del Durc) in merito all'individuazione dell'arco temporale di riferimento di non rilascio del Durc in presenza delle cause ostative, elencate nella tabella A allegato al predetto decreto.
La predetta tabella contiene la previsione di una serie di violazioni (sicurezza lavoro, orario lavoro, omicidio, lesioni colpose ecc.) in presenza delle quali il datore di lavoro che le ha commesse è punito con il divieto del rilascio del Durc al fine di godere dei benefici «normativi e contributivi» per un determinato periodo di tempo, che va dal minimo di 3 al massimo di 24 mesi.
Tali periodi di «pena», spiega il ministero, decorrono dal momento in cui gli illeciti che ne costituiscono il presupposto sono definitivamente accertati. Ossia quando le violazioni sono state accertate con sentenza passata in giudicato ovvero con ordinanza ingiunzione non impugnata. Invece non c'è pena perché non si perfeziona il presupposto della causa ostativa, qualora intervenga l'estinzione delle violazioni attraverso la procedura della prescrizione obbligatoria ovvero, per il caso di violazioni amministrative, attraverso il pagamento in misura ridotta (ex art. 16 della legge). Il datore di lavoro che sia destinatario di tale pena potrà riprendere a godere dei benefici solo una volta esaurito il periodo di non rilascio del Durc.
La «franchigia» del decreto Fare. Il dl n. 69/2013 (convertito dalla legge n. 98/2013) stabilisce che «ai fini della fruizione dei benefici normativi e contributivi in materia di lavoro e legislazione sociale e per finanziamenti e sovvenzioni previsti dalla normativa dell'Unione europea, statale e regionale, il documento unico di regolarità contributiva (Durc) ha validità di 120 giorni dalla data del rilascio».
La nuova disposizione, secondo il ministero, comporta che l'eventuale sospensione del Durc e, quindi, dei benefici «normativi e contributivi» in forza di una causa ostativa al suo rilascio, opera necessariamente a far data dalla scadenza dei 120 giorni di un eventuale documento unico rilasciato in precedenza ovviamente per la stessa finalità (franchigia).
Controlli a campione nelle p.a. Infine, il ministero precisa che la disciplina delle cause ostative al rilascio del Durc si applica anche per i documenti acquisiti d'ufficio dalle pubbliche amministrazioni procedenti le quali, «ai fini dell'ammissione delle imprese di tutti i settori ad agevolazioni oggetto di cofinanziamento europeo finalizzate alla realizzazione di investimenti produttivi, (...) anche per il tramite di eventuali gestori pubblici o privati dell'intervento interessato sono tenute a verificare, in sede di concessione delle agevolazioni, la regolarità contributiva del beneficiario, acquisendo d'ufficio il Durc».
In tal caso, aggiunge il ministero, le predette amministrazioni dovrebbero attivare i controlli, eventualmente a campione, in merito alla presentazione alle competenti direzioni territoriali del lavoro (dtl) delle autocertificazioni relative alla non commissione degli illeciti ostativi al rilascio del Durc (articolo ItaliaOggi del 12.12.2013).

LAVORI PUBBLICI: Lavori specialistici a rischio contenzioso. Subito il decreto.
Risolvere con un decreto legge, da varare già nel prossimo Consiglio dei ministri, il nodo della qualificazione obbligatoria nelle categorie specialistiche, cancellata dal parere del Consiglio di Stato reso operativo dal Dpr 30.10.2013.

Al ministero delle Infrastrutture premono per una soluzione immediata, capace di sterilizzare da subito gli effetti del decreto andato in Gazzetta lo scorso 29 novembre. Il provvedimento autorizza le imprese qualificate a eseguire le attività di maggior valore all'interno di un'opera pubblica a realizzare direttamente tutti gli altri lavori  accessori anche in assenza di una specifica competenza. Una  sorta di impresa «factotum». ... (articolo Il Sole 24 Ore dell'11.12.2013 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI: Le province si trasformano in città metropolitane.
Le province uscite dalla porta, rientrano dalla finestra sotto la veste di città metropolitane.

L'aula della camera ha approvato ieri un emendamento al ddl Delrio proposto dalla commissione affari costituzionali, che fa proliferare di improvviso il numero delle città metropolitane. Si prevede, infatti, che nelle province che sulla base dell'ultimo censimento, hanno una popolazione residente superiore a un milione di abitanti, possono essere costituite ulteriori città metropolitane. Al momento le province interessate sarebbero Bergamo, Brescia e Salerno. Ma ce ne sono altre, la cui popolazione è vicina al limite del milione di abitanti, che potrebbero presto essere coinvolte, come Padova, Verona e Caserta. La condizione è che l'iniziativa sia assunta dal comune capoluogo della provincia e da altri comuni che complessivamente rappresentino almeno 500 mila abitanti della provincia medesima. Dette città metropolitane subentrano alle province esistenti.
Altra disposizione, non ancora approvata ma in dirittura, è quella per cui saranno dei segretari comunali e dei direttori generali delle province assorbite dalle città metropolitane le prime teste che salteranno. La commissione affari costituzionali ha presentato un altro emendamento che va in direzione fortemente contraria alle garanzie sul rapporto di lavoro del personale provinciale, sulle quali si era sperticato il ministro per gli affari regionali Graziano Delrio, appoggiandosi a un accordo con i sindacati, caratterizzato dalla particolarità di essere stato stipulato escludendo proprio l'Upi, cioè le province. L'emendamento all'articolo 10 dell'attuale testo del ddl Delrio prevede che «il segretario provinciale e il direttore della provincia, in carica alla data di entrata in vigore della presente legge, cessano in ogni caso dai rispettivi incarichi alla data del 30.09.2014».
Per i segretari non si tratta necessariamente della perdita del posto di lavoro, ma si apre la possibilità di una loro messa a disposizione della struttura operante presso il Viminale e dell'apertura di un percorso, comunque complicato, di ricerca di nuovi incarichi. Le sedi vacanti negli enti locali non mancano, ma il rischio di un «passo indietro» per i segretari è evidente. Per quanto concerne i direttori generali, si tratta di incarichi necessariamente a tempo determinato, sicché la scadenza è in qualche modo connaturata alla tipologia stessa del lavoro svolto. Di certo, tuttavia, la legge interviene nel troncare quei rapporti che si sarebbero potuti prolungare anche fino al 2015. Ma anche per il restante personale provinciale non ci sono buone notizie. L'emendamento prevede che i dipendenti della provincia soppressa mantengono la posizione giuridica ed economica in godimento all'atto del trasferimento alla città metropolitana, con riferimento alle voci fisse e continuative, compresa l'anzianità di servizio maturata.
Non viene confermata, invece, la retribuzione variabile, legata al risultato, sebbene la contrattazione collettiva preveda la fissazione di specifici fondi a finanziarla. L'emendamento impone alle città metropolitane di riorganizzare i servizi entro sei mesi dal trasferimento del personale, modificando il trattamento accessorio «in relazione al nuovo assetto organizzativo».
La norma suscita non poche perplessità, in quanto la città metropolitana ha ben poco da riorganizzare, visto che subentra in tutto e per tutto nelle funzioni provinciali, sicché gli assetti organizzativi non possono cambiare di molto. Sembra chiaro il messaggio: acclarato, come ha spiegato la Corte dei conti, che in effetti dal riordino delle province non deriveranno risparmi, l'unico sistema per dimostrare di contenere la spesa è agire sul costo del personale. La revisione organizzativa è il presupposto per consentire alle città metropolitane di agire esattamente su questa leva, contando sul fatto che il sindaco metropolitano sarà il sindaco del capoluogo, un soggetto che potrebbe non avere particolari remore nel rivedere al ribasso i costi.
Inoltre, l'emendamento lancia anche un segnale rispetto al trattamento del personale provinciale che sarà trasferito dalle province «svuotate» verso altri enti, i quali potranno ancora a maggior ragione incidere negativamente sul trattamento economico dei dipendenti provinciali, i quali, dunque, verosimilmente saranno lo strumento per il contenimento di costi che, in altro modo, la riforma non riesce a garantire (articolo ItaliaOggi dell'11.12.2013 - tratto da www.centrostudicni.it).

ATTI AMMINISTRATIVIMediazione, mai senza legale. Avvocato obbligatorio anche quando è facoltativa. I chiarimenti in una circolare del Cnf: procedimenti ammessi al gratuito patrocinio.
È sempre obbligatoria l'assistenza dell'avvocato in mediazione. Sia nei casi in cui il procedimento è condizione di procedibilità, sia quando la mediazione è facoltativa. E non ci sono ostacoli per l'ammissione dei procedimenti al patrocinio a spese dello stato.

Lo afferma il Consiglio nazionale forense, che ha inviato venerdì scorso agli organismi di mediazione istituiti presso gli ordini forensi, una circolare (n. 25-C-2013) con alcuni chiarimenti sulla procedura di mediazione alla luce delle nuove norme introdotte con il decreto del Fare (decreto legge 21.06.2013, n. 69, convertito dalla legge 09.08.2013, n. 98).
Adottando quindi, sull'assistenza tecnica degli avvocati, un'interpretazione diversa rispetto al ministero della giustizia, che nella circolare diramata settimana scorsa (si veda ItaliaOggi del 3 dicembre scorso) afferma esattamente l'opposto. E cioè che «l'assistenza dell'avvocato è obbligatoria esclusivamente nelle ipotesi di mediazione obbligatoria (ivi compresa quella disposta dal giudice ex art. 5, comma 2), ma non anche nelle ipotesi di mediazione facoltativa». Ma entriamo nel dettaglio.
L'assistenza tecnica. Il Consiglio nazionale forense ha inviato ai 122 organismi di mediazione istituiti presso gli ordini forensi una circolare con una serie di faq sulla nuova mediazione obbligatoria. Affrontando, tra l'altro, il tema dell'assistenza tecnica dell'avvocato.
Sul punto, il Cnf afferma che «il tenore letterale dell'art. 5, comma 1-bis, dlgs 28/2010 introdotto dal dl 69/2013, conv. con modif. in l. 98/2013, stabilisce un obbligo di assistenza tecnica della parte in mediazione, dalla cui inosservanza deriverebbe l'impossibilità di considerare espletata la condizione di procedibilità di cui al comma 1-bis dell'art. 5 dlgs 28». Tale obbligo, sempre secondo il Cnf, «sembra riguardare ogni “modello” di mediazione, atteso che il testo normativo non fa distinzioni al riguardo».
In questo senso, il Consiglio nazionale richiama l'art. 8, 1° comma, modificato dall'intervento normativo del 2013, dove è disposto che: «al primo incontro e agli incontri successivi, fino al termine della procedura, le parti devono partecipare con l'assistenza dell'avvocato. Durante il primo incontro il mediatore chiarisce alle parti la funzione e le modalità di svolgimento della mediazione. Il mediatore, sempre nello stesso primo incontro, invita poi le parti e i loro avvocati a esprimersi sulla possibilità di iniziare la procedura di mediazione e, nel caso positivo, procede con lo svolgimento».
Viceversa, per il ministero della giustizia, l'assistenza dell'avvocato non è obbligatoria nelle ipotesi di mediazione facoltativa perché «il nuovo testo dell'art. 12, comma 1, espressamente configura l'assistenza legale delle parti in mediazione come meramente eventuale (“ove tutte le parti aderenti alla mediazione siano assistite da un avvocato_”)».
Gli altri chiarimenti. Le faq, inoltre, sciolgono i dubbi sul gratuito patrocinio, affermando che «nessun ostacolo dovrebbe sussistere nell'ammettere la possibilità di accedere ai benefici previsti dalla disciplina relativa al patrocinio a spese dello stato per i non abbienti, indipendentemente dal quanto disposto dal nuovo art. 17, comma 5-bis», ma in piena corrispondenza «alla direttiva Legal aid che ammette al beneficio anche le spese legali sostenute nel corso di procedure stragiudiziali». Chiarimenti, da parte del Cnf, anche in merito «alla individuazione dell'organismo di mediazione territorialmente competente e alle conseguenze di una eventuale incompetenza, che sarà comunque sempre sanata se le parti hanno raggiunto l'accordo conciliativo».
Molta attenzione è posta inoltre al primo incontro, ritenuto un passaggio importante da curare nei particolari. Così le faq suggeriscono agli organismi di conciliazione «di inviare alle parti una lettera di convocazione che chiarisca l'importanza della partecipazione personale delle parti e le conseguenze legislative nel caso di assenza senza giustificato motivo e quali siano le spese dovute (quelle di avvio e quelle vive documentate); specifichi che il primo incontro può essere svolto on-line ove il regolamento dell'Organismo lo preveda». Dal punto di vista operativo si segnala l'opportunità di stilare un verbale all'esito del primo incontro, sia che esso sia positivo che negativo. Nel secondo caso, infatti, avverte la faq, il verbale costituirà titolo per dimostrare l'assolvimento della condizione di procedibilità.
Le faq, infine, trattano della novità introdotta dal decreto del fare, relativa all'accordo conciliativo in cui le parti danno atto che si è verificata l'usucapione di un immobile. Esso può essere trascritto dopo l'autentica del notaio ma gli avvocati devono attestare che l'accordo non sia contrario all'ordine pubblico e norme imperative. Tale attestazione è necessaria per dotare l'accordo di efficacia esecutiva (articolo ItaliaOggi del 10.12.2013 - tratto da www.centrostudicni.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: La mediazione si paga sempre. Spese di avvio dovute anche in caso di mancato accordo.
Gli effetti delle indicazioni del Mingiustizia sull'istituto rinnovato. Quota da dividere.
Costi calmierati per la mediazione obbligatoria e anche per quella disposta dal giudice in corso di causa. Ma sono sempre dovute le spese di avvio del procedimento, anche quando si conclude con un nulla di fatto al primo incontro; in questo caso sono abbuonati solo i compensi del mediatore.

Sono queste alcune delle risposte del ministero della giustizia, fornite con la circolare 27.11.2013 n. 168322 di prot., che illustra le novità in materia di mediazione apportate dal decreto legge 69/2013 ... (articolo ItaliaOggi Sette del 09.12.2013 - tratto da www.centrostudicni.it).

PUBBLICO IMPIEGOCongedo straordinario a 360°. Platea di beneficiari fino al terzo grado di parentela. Come cambia la disciplina dopo la sentenza della Consulta che amplia gli aventi diritto.
Più ampia la platea di beneficiari del congedo straordinario. Comprende infatti i parenti e gli affini entro il terzo grado conviventi della persona con grave disabilità.

La novità, stabilità dalla sentenza n. 203/2013 della Corte costituzionale che ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 42, comma 5, del dlgs n. 151/2001 (T.u. maternità), è stata spiegata dall'Inps (circolare n. 159/2013) che, peraltro, ha avvitato il riesame delle richieste di permesso presentate e rigettate in virtù del precedente divieto entro il termine di prescrizione della relativa indennità (vale a dire entro un anno dal giorno dopo la fine del periodo indennizzabile).
Il congedo straordinario. Il congedo straordinario, disciplinato dal citato art. 42 del T.u. maternità, spetta per un massimo di due anni nell'arco della vita lavorativa per ciascun soggetto disabile da assistere. Quest'ultimo, in particolare, deve essere «soggetto con handicap in situazione di gravità», ossia deve trattarsi di un familiare portatore di handicap (è tale colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione) e l'handicap deve essere «grave» (l'handicap assume connotazione di gravità se la minorazione, singola o plurima, ha ridotto l'autonomia personale, correlata all'età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione).
Durante tutto il periodo di fruizione del congedo il lavoratore ha diritto all'indennità pari all'ultima retribuzione e il periodo è coperto da contribuzione figurativa. Indennità e contribuzione figurativa spettano però fino a un importo massimo di euro 46.836 per il congedo di durata annuale (valore per l'anno 2013). Il tetto in particolare rappresenta il limite massimo complessivo annuo dell'onere relativo al beneficio di tutto il congedo straordinario, ripartito cioè fra l'indennità economica e l'accredito figurativo. Nello specifico il tetto massimo annuo, pari a 46.835,93 euro, riguarda un importo massimo annuo di indennità di 35.215,00 euro e un importo massimo giornaliero dell'indennità di euro 96,48. La misura della retribuzione figurativa massima di riferimento è pari alla stessa indennità (cioè 35.215,00 euro) con valore settimanale massimo di euro 677,21 e una retribuzione figurativa massima giornaliera di 96,48 euro (Inps circolare n. 59/2013).
Soggetti aventi diritto. Il congedo spetta ai lavoratori dipendenti anche se a tempo determinato (tali lavoratori possono essere anche stranieri, apolidi, residenti, domiciliati o aventi stabile dimora nel territorio nazionale). Qui è però intervenuta la Corte costituzionale che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 42 nella parte in cui, in assenza di altri soggetti idonei a prendersi cura della persona disabile in situazione di gravità, non include nel novero dei soggetti legittimati a fruire del congedo il parente o l'affine entro il terzo grado convivente della persona disabile grave. Alla luce della sentenza, l'Inps ha spiegato che il congedo è riconosciuto a seguenti familiari ovvero affini entro il terzo grado convivente del disabile grave, secondo il seguente ordine di priorità:
1. coniuge convivente del disabile;
2. padre o madre, anche adottivi o affidatari, del disabile, in caso di mancanza, decesso o in invalidità del coniuge convivente;
3. uno dei figli conviventi del disabile, nel caso in cui il coniuge convivente ed entrambi i genitori del disabile siano mancanti, deceduti o affetti da patologie invalidanti;
4. uno dei fratelli o sorelle conviventi del disabile nel caso in cui il coniuge convivente, entrambi i genitori e figli conviventi del disabile siano mancanti, deceduti o invalidi;
5. un parente o affine di terzo grado convivente del disabile nel caso in cui il coniuge convivente, entrambi i genitori, i figli conviventi e i fratelli o sorelle conviventi siano mancanti, deceduti o invalidi.
Quando il congedo non spetta. Il congedo straordinario non spetta ai lavoratori addetti ai servizi domestici e familiari; ai lavoratori a domicilio; ai lavoratori agricoli giornalieri; in caso di contratto di lavoro part-time verticale, durante le pause contrattuali; quando la persona handicappata da assistere sia ricoverata a tempo pieno (fino al 10.08.2011; dal giorno seguente, invece, per garantire un'assistenza reale, il congedo può essere fruito anche se la persona disabile è ricoverata a tempo pieno e qualora i sanitari della struttura ne attestino l'esigenza); nelle stesse giornate di fruizione dei permessi retribuiti ex articolo 33 della legge n. 104/1992.
I requisiti. Ai fini della sussistenza del diritto al congedo straordinario deve essere accertata la presenza dei seguenti requisiti: situazione di handicap grave; rapporto di lavoro in essere; mancanza di ricovero a tempo pieno.
La situazione di gravità dell'handicap (primo requisito) è accertata dalla competente Asl (ai sensi dell'art. 3, commi 1 e 3, della legge n. 104/1992), mediante le commissioni mediche. Qualora tale commissione non si pronunci entro 90 giorni dalla presentazione della domanda, gli accertamenti possono essere effettuati, in via provvisoria, da un medico specialista nella patologia denunciata, in servizio presso l'unità sanitaria locale da cui è assistito l'interessato. L'accertamento provvisorio produce effetto fino all'emissione dell'accertamento definitivo da parte della commissione.
Il congedo straordinario spetta a chi abbia un rapporto di lavoro in essere, con prestazione di attività lavorativa (secondo requisito). Durante la fruizione del congedo poi vige il divieto di svolgere alcun tipo di attività lavorativa. Lo spirito e la finalità della legge escludono che il beneficio possa essere riconosciuto se la persona da assistere presti, a sua volta, attività lavorativa nel periodo di fruizione del congedo da parte degli aventi diritto. Ciò va inteso nel senso che il disabile può essere titolare di rapporto di lavoro, tuttavia non deve prestare concretamente l'attività lavorativa nel periodo di fruizione del congedo da parte degli aventi diritto.
Terzo requisito per il diritto al congedo è la circostanza che l'assistito non sia ricoverato a tempo pieno. Per ricovero a tempo pieno s'intende quello, per le intere 24 ore, presso strutture ospedaliere o simili, pubbliche o private, che assicurano assistenza sanitaria continuativa.
L'Inps ha precisato che le fanno eccezione: l'interruzione del ricovero a tempo pieno per necessità del disabile in situazione di gravità di recarsi al di fuori della struttura che lo ospita per effettuare visite e terapie appositamente certificate; il ricovero a tempo pieno di un disabile in situazione di gravità in stato vegetativo persistente e/o con prognosi infausta a breve termine; il ricovero a tempo pieno di un minore con disabilità in situazione di gravità per il quale risulti documentato dai sanitari della struttura ospedaliera il bisogno di assistenza da parte di un genitore o di un familiare, ipotesi già prevista per i bambini fino a tre anni di età.
Infine, quarto requisito è della convivenza previsto come necessario qualora a richiedere il congedo è il coniuge, i fratelli/sorelle o il figlio del disabile grave. Per convivenza si deve fare riferimento, in via esclusiva, alla residenza, luogo in cui la persona ha la dimora abituale, non potendo ritenersi conciliabile con la predetta necessità la condizione di domicilio né la mera elezione di domicilio speciale (articolo ItaliaOggi Sette del 09.12.2013).

aggiornamento al 15.01.2014

EDILIZIA PRIVATA: Immobili. Le leggi e le circolari dell'Agenzia non prevedono limitazioni al residenziale
Bonus del 65% disponibile per tutti gli edifici esistenti. Lo sconto per il risparmio energetico anche per i capannoni.

Gli interventi finalizzati al risparmio energetico che attribuiscono, ai fini dell'imposta sul reddito, il diritto alla detrazione del 55% (65% per le spese sostenute dal 6 giugno scorso) non valgono solo per gli immobili residenziali.
Inoltre, almeno per quanto concerne le persone fisiche, non vi è alcun vincolo all'utilizzo diretto dell'unità immobiliare su cui sono effettuati i lavori.
Nonostante la guida «Le agevolazioni fiscali per il risparmio energetico» disponibile sul sito dell'agenzia delle Entrate possa ingenerare più di un dubbio tra i contribuenti, su queste due conclusioni non si possono nutrire perplessità.
A pagina 6 della guida si legge che la «condizione indispensabile per fruire della detrazione è che gli interventi siano eseguiti su unità immobiliari e su edifici (o su parti di edifici) residenziali esistenti, di qualunque categoria catastale, anche se rurali, compresi quelli strumentali (per l'attività d'impresa o professionale)».
Ciò che stona è l'aggettivo residenziale, che non è presente in nessuno dei provvedimenti normativi che ha disciplinato l'agevolazione per risparmio energetico, né negli interventi di prassi dell'agenzia.
A esempio, secondo la circolare 36/E/2007 «l'agevolazione in esame, a differenza di quanto previsto per la detrazione relativa agli interventi di ristrutturazione edilizia, che è espressamente riservata ai soli edifici residenziali, interessa i fabbricati appartenenti a qualsiasi categoria catastale (anche rurale) compresi, quindi, quelli strumentali», i quali, ordinariamente, non sono affatto residenziali.
Da notare che la circolare distingue l'agevolazione del 55% da quella del 36%, all'epoca disciplinata dall'articolo 1 della legge 449/1997, che prevedeva interventi solo su «singole unità immobiliari residenziali». Attualmente, anche questa affermazione deve essere rivista, poiché l'articolo 16-bis del Tuir richiede che l'immobile abbia natura residenziale solo su alcuni e non su tutti gli interventi agevolabili.
A ogni modo si ritiene che il testo della guida contenga un mero refuso, che sarebbe opportuno eliminare per evitare dubbi nei contribuenti (e magari qualche rilievo non corretto da parte degli Uffici).
A pagina 7 della medesima guida si trova il seguente periodo: «In ogni caso, i benefici per la riqualificazione energetica degli immobili spettano solo a chi li utilizza. Per esempio, una società non può fruire della detrazione per le spese relative a immobili locati».
La prima parte della frase, limitando per ora l'attenzione ai soggetti non imprenditori, è sicuramente errata. Anche in questo caso la condizione citata non è presente in nessun punto della disciplina né è mai stata richiesta dall'Agenzia. Nessuno vieta al proprietario di detrarre l'Irpef sui lavori effettuati in un immobile da locare, anche nel caso limite in cui la locazione sia già in corso all'atto dell'esecuzione dei lavori. Il fatto che le spese agevolabili possano essere sostenute dagli inquilini o dai comodatari, non toglie certo al proprietario la facoltà di essere lui il soggetto che realizza (e si detrae) l'intervento.
Qualche problema in più sorge per gli immobili posseduti in regime d'impresa, in considerazione del fatto che l'agenzia delle Entrate, con le risoluzioni 303/E/2008 e 340/E/2008, ha negato l'agevolazione sia agli immobili posseduti (e locati) dalle immobiliari di locazione che agli «immobili merce» delle immobiliari di costruzione o di compravendita, sostenendo che, in entrambi i casi, non si tratterebbe di beni strumentali utilizzati direttamente dall'impresa.
Anche su questa impostazione si nutrono forti dubbi di legittimità (si veda la norma di comportamento dell'Associazione italiana dei dottori commercialisti 184/2012), rafforzati dal fatto che la giurisprudenza di merito sembra piuttosto contraria a imporre esclusivamente per via interpretativa simili limitazioni (si veda «Il Sole-24 Ore» del 05.10.2013 e le sentenze commissioni tributarie provinciali di Varese 21.06.2013, n. 94, Lecco 26.03.2013, n. 54 e Como 02.07.2012, n. 109).
Comunque, quando l'immobile è del privato, non imprenditore, non ci devono essere questioni di sorta (soprattutto dopo sette anni di applicazione della norma)
(articolo Il Sole 24 Ore del 07.12.2013 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOGraduatorie a esaurimento. Obbligo (non facoltà) di pescare dagli elenchi vigenti. Così la circolare della Funzione pubblica sulle norme di contrasto al precariato.
È un obbligo e non una mera facoltà assumere dipendenti a tempo determinato, utilizzando le graduatorie vigenti riferite a bandi di concorso per assunzioni a tempo indeterminato.
Lo chiarisce la circolare 21.11.2013 n. 5/2013 del Dipartimento della funzione pubblica, in relazione al dl 101/2013, convertito in legge 125/2013 (si veda ItaliaOggi di ieri).
Per effetto della novellazione dell'articolo 36, comma 2, del dlgs 165/2001, tale disposizione prevede che «per prevenire fenomeni di precariato, le amministrazioni pubbliche, nel rispetto delle disposizioni del presente articolo, sottoscrivono contratti a tempo determinato con i vincitori e gli idonei delle proprie categorie vigenti per i concorsi pubblici a tempo indeterminato
Lo scopo è chiaro: evitare il proliferare di contratti a termine con soggetti che potrebbero poi trovarsi «precarizzati» e formare una massa critica tale da indurre, in futuro, a nuove ondate di stabilizzazioni. Assumendo con contratti a tempo determinato vincitori di concorsi per posti a tempo indeterminato evita di creare i presupposti del precariato. Come spiega la circolare, il lavoratore chiamato a lavorare con contratto a termine potrà poi «essere assunto con rapporto di lavoro a tempo indeterminato senza necessità di altre procedure», una volta verificate le condizioni per l'assunzione definitiva in ruolo.
Palazzo Vidoni spiega che la norma è «immediatamente operativa ed efficace sulle graduatorie già in essere, anche se la previsione non era inserita nel bando di concorso»: si tratta, dunque, di un'ipotesi di eterointegrazione dei bandi operante direttamente in forza di legge, che impone alle amministrazioni di non indire concorsi per rapporti di lavoro a tempo determinato, ovviamente per quelle categorie e profili indicati nelle graduatorie vigenti.
La norma, aggiunge la circolare, dispone nei confronti delle amministrazioni un vero e proprio obbligo: le amministrazioni «piuttosto che indire procedure concorsuali a tempo determinato, devono attingere, nel rispetto, ovviamente, dell'ordine di posizione, alle loro graduatorie vigenti per concorsi pubblici a tempo indeterminato».
La configurazione come obbligo dell'utilizzo delle graduatorie come fonte delle assunzioni a tempo determinato, priva le amministrazioni di discrezionalità nella scelta.
La circolare non si spinge ad affermare che l'obbligo si estende anche all'utilizzo delle graduatorie di altre amministrazioni, consentito dall'ultimo periodo aggiunto all'articolo 36, comma 2, del dlgs 165/2001, da parte del dl 101/2013, ma risulta comunque evidente che laddove un'amministrazione non disponga di una graduatoria a tempo indeterminato alla quale attingere per assunzioni con contratto a termine, risulti largamente opportuno avvalersi della possibilità espressamente consentita dalla norma.
La circolare precisa che i vincitori dei concorsi a tempo indeterminato non hanno l'obbligo di accettare l'assunzione a termine propostagli dall'ente. In questo caso resta, infatti, comunque salvaguardata la loro posizione nella graduatoria, per la futura assunzione a tempo indeterminato.
Un punto non toccato dalla circolare riguarda l'eventuale applicabilità dell'obbligo di utilizzare le graduatorie vigenti anche per le assunzioni di dirigenti a contratto, ai sensi del combinato disposto degli articoli 19, comma 6, del dlgs 165/2001 e dell'articolo 110 del dlgs 267/2000 per gli enti locali. Non sembra che la previsione dell'articolo 36, comma 2, novellato, riguardi la fattispecie delle assunzioni dei dirigenti assunti a tempo determinato per due ragioni.
In primo luogo, l'intera disciplina del dl 101/2013 non è rivolta alle qualifiche dirigenziali, come chiarito espressamente dall'articolo 4, comma 6. In secondo luogo, lo scopo dell'utilizzo delle graduatorie a tempo indeterminato per assunzioni a termine, come visto sopra, è la prevenzione di fenomeni di precariato: ma, le assunzioni dei dirigenti a contratto non portano mai all'insorgere di contratti precari, come spiega la circolare stessa quando chiarisce che gli incarichi a contratto sono disciplinati da una normativa peculiare, tale da non creare nemmeno aspettative di stabilizzazione in capo agli interessati.
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La mobilità prevale sulle stabilizzazioni.
La mobilità per la salvaguardia dei lavoratori pubblici in disponibilità prevale sulle stabilizzazioni.

La circolare 5/2013 della Funzione Pubblica, che contiene indicazioni interpretative ed operative riguardanti il dl 101/2013, convertito in legge 125/2013, interviene su un punto estremamente delicato del sistema delle «stabilizzazioni».
Si afferma, al punto 3.5, che «prima di avviare le procedure di reclutamento, tanto ordinario, quanto speciale (sia a regime, sia transitorio) e prima delle assunzioni a tempo indeterminato, con esclusione delle procedure e delle assunzioni relative alle categorie protette, sono obbligatori gli adempimenti previsti dall'articolo 34-bis del dlgs n. 165 del 2001». Al contrario, «gli adempimenti previsti dall'articolo 30 dello stesso dlgs n. 165 del 2001 sono obbligatori solo prima di avviare le procedure di reclutamento ordinario».
Le procedure di reclutamento «speciale», sono le stabilizzazioni disciplinate dall'articolo 4, comma 6 e seguenti, del dl 101/2013, mentre quelle ordinarie trovano la propria regolamentazione nell'articolo 35, e, in particolare, nel comma 3-bis, del dlgs 165/2001.
Il messaggio della circolare è chiaro: l'opportunità concessa alle amministrazioni di percorrere strade privilegiate per assumere a tempo indeterminato lavoratori precari in possesso dei requisiti fissati dalla norma, non può comprimere le misure di salvaguardia dalla disoccupazione vigenti.
Le procedure di stabilizzazione consistono pur sempre in assunzioni a tempo indeterminato. Per quanto specificamente «finalizzate» a superare situazioni di precariato, occorre necessariamente far precedere i bandi delle prove selettive previste dall'articolo 4, comma 6, del dl 101, e dall'articolo 35, comma 3-bis, del dlgs 165/2001, dalla procedura di mobilità «obbligatoria», delineata dall'articolo 34-bis del dlgs 165/2001, per effetto del quale le amministrazioni che intendono assumere debbono verificare con i centri per l'impiego delle province e con la Funzione pubblica se vi siano dipendenti inseriti nelle liste di disponibilità, aventi qualifica e mansione corrispondenti alle assunzioni da effettuare.
Palazzo Vidoni conferma che risulta prevalente la tutela dei lavoratori in esubero e a rischio di licenziamento, rispetto alle opportunità di inserimento in pianta stabile dei precari nei ruoli delle pubbliche amministrazioni.
Non è, invece, necessaria la mobilità «volontaria», regolata dall'articolo 30 del dlgs 165/2001, per le procedure di stabilizzazione «speciali». Del resto, la mobilità volontaria confligge con lo scopo dichiarato del dl 101/2013, che è quello di valorizzare le professionalità acquisite dai lavoratori assunti impropriamente con contratti a tempo determinato, per regolarizzare la loro posizione: se si facessero precedere le procedure di stabilizzazione dalla mobilità volontaria, si vanificherebbe totalmente l'intento di stabilizzare il precariato (articolo ItaliaOggi del 06.12.2013).

ENTI LOCALIProventi autovelox, enti nel caos. Comuni in difficoltà nella ripartizione delle multe. In assenza del decreto attuativo le amministrazioni non sanno come procedere.
Siamo quasi a fine anno ma gli enti locali non sanno ancora come dovranno ripartire i proventi incassati grazie all'utilizzo dei sistemi autovelox. E in assenza del necessario decreto ministeriale saranno guai grossi a primavera anche per rendicontare al ministero come sono stati spesi i soldi delle multe.
Sono queste le due emergenze formali per la polizia locale che derivano dalla totale assenza di indicazioni in materia. La questione nasce dalla legge n. 120 del 29.07.2010 che ha riscritto l'art. 142 cds prevedendo che per tutte le violazioni dei limiti di velocità accertate mediante l'impiego di autovelox i relativi proventi devono essere ripartiti in misura uguale fra l'ente dal quale dipende l'organo accertatore e l'ente proprietario della strada restando comunque escluse le strade in concessione.
Le somme derivanti dall'attribuzione delle quote dei proventi ripartiti devono essere destinate alla manutenzione e messa in sicurezza delle infrastrutture stradali e al potenziamento delle attività di controllo e accertamento delle violazioni in materia di circolazione stradale, comprese le spese relative al personale.
Le nuove disposizioni, a parere dell'Anci, sono divenute operative il 01.01.2013 in seguito alla conversione in legge, con modifiche, del dl n. 16 del 02.03.2012. L'art. 142, comma 12-quater del codice impone agli enti locali di trasmettere in via informatica a Roma entro il 31 maggio di ogni anno una relazione in cui sono indicati, con riferimento all'anno precedente, l'ammontare complessivo dei proventi di propria spettanza di cui all'art. 208, comma 1, e all'art. 142, comma 12-bis, e gli interventi realizzati a valere su tali risorse, con la specificazione degli oneri sostenuti per ciascun intervento.
Se la relazione non viene inviata oppure i proventi sono utilizzati in modo difforme da quanto imposto, la percentuale dei proventi spettanti è ridotta, con contestuale responsabilità disciplinare e per danno erariale. Ma in assenza del tanto atteso decreto ministeriale attuativo, si naviga a vista e si procede con grande approssimazione. Utili riferimenti in tal senso possono ricavarsi dalla bozza non ufficiale del decreto ministeriale, il cui testo era stato anticipato in via informale l'anno scorso.
Questa bozza prevede che la relazione relativa al periodo intercorrente tra il 1° gennaio e il 31 dicembre dell'anno precedente va suddivisa su tre sezioni, indicando le informazioni generali, i proventi delle sanzioni amministrative pecuniarie di propria spettanza di cui all'art. 208, comma 1, e all'art. 142, comma 12-bis, del codice della strada e le informazioni relative alla destinazione dei proventi stessi.
La stessa bozza di dm prevede che sia tenuta una contabilità separata fra i proventi in generale e quelli derivanti da accertamenti delle violazioni dei limiti massimi di velocità. In particolare, occorre che risulti la distinzione a seconda che i proventi siano di intera spettanza dell'ente locale, oppure siano soggetti a ripartizione al 50% con l'ente proprietario della strada, oppure derivino dagli accertamenti eseguiti da organi accertatori di altri enti. Ma le problematiche più rilevanti sembrano porsi per la ripartizione che deve essere fatta fra l'ente da cui dipende l'organo accertatore e l'ente proprietario della strada.
L'art. 142, comma 12-bis del codice dispone che la suddivisione di quanto incassato con autovelox e telelaser non si applica alle strade in concessione; sul punto, il ministero delle infrastrutture e dei trasporti, con un parere dell'08.05.2013, ha chiarito che l'esclusione riguarda in particolare le strade statali a eccezione di quelle relative alle regioni a statuto speciale e alle province autonome. Tecnicamente, gli enti locali potrebbero decidere di concordare autonomamente con gli altri enti le modalità di versamento dei proventi oggetto della suddivisione, mediante accordi o convenzioni.
Ma su questo aspetto, l'attesa che venga emanato il decreto con le norme di dettaglio è tanto più forte in considerazione delle rilevanti questioni di natura contabile (articolo ItaliaOggi del 06.12.2013).

EDILIZIA PRIVATANuove regole sul conto termico. Cambiano procedure e modulistica per gli enti locali. Il Gse ha aggiornato i requisiti per gli incentivi alla produzione di energia rinnovabile.
A pochi mesi dall'apertura dell'incentivo del conto termico, introdotto per permettere agli enti locali di avere un sostegno per gli interventi di riqualificazione energetica, il Gse ritocca procedure e modulistica. Sono state infatti aggiornate il 4 dicembre scorso le «regole applicative del dm 28.12.2012» afferenti all'incentivazione della produzione di energia termica da fonti rinnovabili e degli interventi di piccole dimensioni.
Gli enti locali interessati ad accedere al conto termico devono quindi prendere nuovamente visione delle regole applicative e adeguare la modulistica se non già inoltrata. Il conto termico finanzia interventi di incremento dell'efficienza energetica in edifici esistenti, parti degli stessi o unità immobiliari esistenti di qualsiasi categoria catastale, dotati di impianto di climatizzazione. Gli interventi per i quali è previsto un contributo sono l'isolamento termico di superfici opache delimitanti il volume climatizzato e la sostituzione di chiusure trasparenti comprensive di infissi delimitanti il volume climatizzato.
Sono, anche, finanziabili la sostituzione di impianti di climatizzazione invernale esistenti, con impianti di climatizzazione invernale utilizzanti generatori di calore a condensazione, nonché l'installazione di sistemi di schermatura e/o ombreggiamento di chiusure trasparenti con esposizione al sole, fissi o mobili, non trasportabili. Gli enti locali possono usufruire del conto termico anche per interventi di piccole dimensioni di produzione di energia termica da fonti rinnovabili e di sistemi ad alta efficienza. Il contributo viene concesso a fronte di sostituzione di impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti di climatizzazione invernale utilizzanti pompe di calore elettriche o a gas, anche geotermiche.
È ammissibile la sostituzione di impianti di climatizzazione invernale o di riscaldamento delle serre esistenti, con impianti di climatizzazione invernale dotati di generatore di calore alimentato da biomassa. L'incentivo spetta anche per l'installazione di collettori solari termici. Gli enti locali possono ottenere un contributo a fondo perduto erogato tramite bonifico in due o in cinque anni, variabile in base alla tipologia di investimento. In caso di incentivo fino a 600 euro l'erogazione è a saldo in un'unica rata. L'entità dell'incentivo è variabile in base al progetto (articolo ItaliaOggi del 06.12.2013).

ENTI LOCALINon si paga l'Iva sui contributi erogati dalla p.a..
Con la recente circolare ministeriale n. 34/E del 21 novembre scorso, l'Agenzia delle entrate ha voluto fare chiarezza sull'imponibilità ai fini dell'imposta sul valore aggiunto delle somme erogate, a titolo di contributo, dalla pubblica amministrazione.
Così l'Agenzia ha ribadito che in particolare, dal punto di vista del trattamento tributario ai fini dell'imposta sul valore aggiunto, le erogazioni qualificabili come contributi, in quanto mere movimentazioni di denaro, saranno escluse dall'imposta, mentre quelle configurabili come corrispettivi per prestazioni di servizi o cessioni di beni rilevanti saranno assoggettate ai fini dell'imposta in esame. In sostanza, rifacendosi ai concetti espressi più volte dalla Corte di giustizia europea, ha ritenuto che qualora il contributo segni la prestazione monetaria effettuata in conseguenza del controvalore di un servizio prestato alla controparte del rapporto giuridico, esso ricade nella fattispecie imponibile Iva, mentre diversamente non afferisce la sfera dell'imposta suddetta.
In sostanza, il presupposto oggettivo di applicazione dell'Iva può essere escluso, ai sensi della normativa comunitaria, solo qualora non si ravvisi alcuna correlazione tra l'attività finanziata e le elargizioni di denaro. Del resto l'Amministrazione finanziaria aveva più volte sottolineato nelle proprie circolari, che un contributo assume rilevanza ai fini Iva se erogato a fronte di un'obbligazione di dare, fare, non fare o permettere, ossia quando si è in presenza di un rapporto obbligatorio a prestazioni corrispettive. In altri termini, il contributo assume natura onerosa e configura un'operazione rilevante agli effetti dell'Iva quando tra le parti intercorre un rapporto giuridico sinallagmatico, nel quale il contributo ricevuto dal beneficiario costituisce il compenso (cioè il corrispettivo) per il servizio effettuato o per il bene ceduto. La circolare nota pertanto che al fine di accertare se i contributi di cui trattasi costituiscano nella sostanza corrispettivi per prestazioni di servizi, ovvero si configurino come mere elargizioni di somme di denaro per il perseguimento di obiettivi di carattere generale, occorre fare riferimento al concreto assetto degli interessi delle parti.
La conclusione ai fini dell'imponibilità o meno del contributo, deve quindi passare per un'analisi puntuale del rapporto giuridico e degli atti intercorsi fra il soggetto pubblico e il soggetto privato.
Allo scopo di indicare delle «linee guida» sulla problematica, la circolare in commento passa in rassegna le varie ipotesi, fornendo una panoramica abbastanza ampia sui contributi in esame. Innanzitutto, ricorda la circolare n. 34/E, la qualificazione di una erogazione quale corrispettivo ovvero quale contributo deve essere individuata innanzi tutto in base a norme di legge, siano esse specifiche o generali, nonché a norme di rango comunitario.
Si distinguono i seguenti casi di contributi:
a) può affermarsi che l'amministrazione non operi all'interno di un rapporto contrattuale quando le erogazioni sono effettuate in esecuzione di norme che prevedono l'erogazione di benefici al verificarsi di presupposti predefiniti, come ad esempio nel caso degli aiuti di stato automatici, ovvero in favore di particolari categorie di soggetti (enti religiosi, associazioni ecc.);
b) è altresì agevole individuare la natura di contributo delle erogazioni nei casi in cui l'amministrazione agisca con riferimento all'art. 12 della legge 07/08/1990, n. 241, contenente la disciplina dei provvedimenti amministrativi attributivi di vantaggi economici.
Ciò avviene quando sia approvato un regolamento a contenuto generale in relazione alla concessione dei contributi oppure quando esista un bando per la presentazione di istanze per la concessione dei medesimi.
La forma del procedimento amministrativo richiamato dalla legge 241, garantisce il rispetto di regole di trasparenza e di imparzialità;
c) altre volte, il procedimento per la erogazione di somme risulta definito a livello comunitario ed attuato nell'ordinamento domestico attraverso bandi o delibere di organi pubblici (per es: il Cipe);
d) le somme erogate dai soci –ivi incluso, ovviamente, il socio avente soggettività di diritto pubblico– in base alle norme del codice civile, a titolo di apporti di capitale, esposti in bilancio all'interno del patrimonio netto, non possono essere considerate corrispettivi di prestazioni di servizi in quanto si inseriscono nell'ambito del rapporto associativo e pertanto non appaiono collegate ad alcuna controprestazione da parte del beneficiario (apporti di capitale e coperture di perdite). Sono invece contributi inquadrabili come corrispettivi (e dunque imponibili Iva), quando la p.a., effettui erogazioni conseguenti alla stipula di contratti in base al codice dei contratti pubblici (articolo ItaliaOggi del 06.12.2013).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOAssunzioni, concorsi al bando. La p.a. deve attingere alle graduatorie preesistenti. Circolare della Funzione pubblica dà le prime istruzioni sul dl antiprecariato.
Utilizzo delle graduatorie vigenti per concorsi pubblici a tempo indeterminato anche per fare assunzioni a tempo determinato. Le assunzioni delle categorie protette, nel limite della quota d'obbligo, non sono da computare nel budget assunzionale. Le province possono prorogare fino al 31.12.2014 i contratti di lavoro a tempo determinato per assicurare i servizi.

Sono alcune delle indicazioni contenute nella corposa circolare 21.11.2013 n. 5/2013 della Funzione pubblica diffusa ieri e avente a oggetto «Indirizzi volti a favorire il superamento del precariato. Reclutamento speciale per il personale in possesso dei requisiti normativi. Proroghe dei contratti. Articolo 4 del decreto legge 31.08.2013, n. 101, convertito, con modificazioni, dalla legge 30.10.2013, n. 125, recante «Disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni» e articolo 35 del decreto legislativo 30.03.2001, n. 165».
La circolare firmata dal ministro Gianpiero D'Alia punta a dettare indirizzi applicativi univoci per un'applicazione uniforme del decreto legge in materia di superamento del fenomeno del precariato, rimandando a documenti di prassi successivi l'analisi di dettaglio delle singole novità introdotte dal dl.
Le amministrazioni che devono fare assunzioni a tempo determinato, ferme restando le esigenze di carattere esclusivamente temporaneo o eccezionale, piuttosto che indire procedure concorsuali a tempo determinato, devono dunque attingere alle loro graduatorie vigenti per concorsi pubblici a tempo indeterminato. In mancanza, possono attingere a graduatorie di altre amministrazioni mediante accordo, purché riguardino concorsi banditi per la copertura di posti inerenti allo stesso profilo e categoria professionale del soggetto da assumere. Le graduatorie vigenti possono essere utilizzate solo a favore dei vincitori, escluso dunque lo scorrimento per gli idonei.
Il decreto legge interviene, poi, prevedendo procedure di reclutamento speciale transitorie volte al superamento del fenomeno del precariato e alla riduzione dei contratti a tempo determinato. Esse sono consentite dal 01.09.2013 al 31.12.2016, e vi si può ricorrere utilizzando una misura non superiore al 50% delle risorse finanziarie disponibili, a normativa vigente, per assunzioni a tempo indeterminato. Le amministrazioni che hanno le condizioni per operare reclutamento speciale ma non lo avviano non possono prorogare i rapporti di lavoro del personale a tempo determinato. L'utilizzo delle graduatorie relative ai passaggi di area banditi anteriormente al 01.01.2010, in applicazione della previgente disciplina normativa, è consentito al solo fine di assumere i candidati vincitori e non anche gli idonei della procedura selettiva. Si sottolinea l'esclusione delle graduatorie relative a concorsi non pubblici.
Le assunzioni delle categorie protette, nel limite della quota d'obbligo, non sono da computare nel budget assunzionale e vanno garantite sia in presenza di posti vacanti, sia in caso di soprannumerarietà.
L'avvio del reclutamento speciale, come del resto l'avvio del reclutamento ordinario, è subordinato tra l'altro alla disponibilità di posti in dotazione organica, all'effettiva capacità assunzionale delle amministrazioni secondo il relativo regime, tenuto anche conto dei vincoli di spesa e delle situazioni di bilancio e all'effettivo fabbisogno. In assenza, scatta un impedimento. È peraltro senz'altro esclusa, sottolinea la circolare, la configurabilità di un diritto soggettivo, in capo agli eventuali interessati, all'avvio del reclutamento speciale.
In merito alle categorie di personale interessate al reclutamento, ordinario e speciale, il documento di prassi rimarca l'esclusione del comparto scuola e di quello delle istituzioni di alta formazione e specializzazione artistica e musicale per i quali trova applicazione la disciplina specifica di settore.
Poiché il ricorso alle procedure speciali di reclutamento non può prescindere dall'adeguato accesso dall'esterno, le amministrazioni non possono destinare più del 50% del loro budget assunzionale per il reclutamento speciale. Prima delle procedure di reclutamento, con esclusione delle procedure e delle assunzioni relative alle categorie protette, bisogna comunque avviare le procedure di mobilità.
Per meglio realizzare le finalità di superamento del precariato e di riduzione dei contratti di lavoro a tempo determinato, nel reclutamento speciale sono di norma adottati bandi per assunzioni a tempo indeterminato con contratti di lavoro a tempo parziale. I bandi dovranno indicare la percentuale di prestazione lavorativa prevista per l'assunzione a tempo indeterminato rispettando, comunque, il valore minimo di part-time previsto dai contratti collettivi nazionali di lavoro del comparto.
E sempre a proposito del reclutamento speciale, la circolare specifica che esso non si applica al personale dirigenziale assunto con rapporto di lavoro a tempo determinato in virtù di disposizioni speciali che tengono conto della specifica ed elevata professionalità di tali soggetti e di un contingente limitato di posti. Inoltre, non si può considerare utile, ai fini della maturazione del requisito richiesto per partecipare alle procedure di reclutamento speciale transitorie, l'anzianità maturata con contratti di lavoro a tempo determinato negli uffici di diretta collaborazione. E non possono essere considerati, ai fini del reclutamento, i rapporti di lavoro relativi al personale proveniente dalla gestione di appalti o di processi di esternalizzazione della p.a.
Tra le altre prescrizioni illustrate, quella che impone la pubblicazione, nei siti web istituzionali delle pubbliche amministrazioni, delle informazioni relative alle procedure avviate, secondo criteri di facile accessibilità, completezza e semplicità di consultazione, nel rispetto delle disposizioni in materia di protezione dei dati personali.
Infine gli enti locali, relativamente ai quali è di interesse il chiarimento secondo cui le province possono prorogare fino al 31.12.2014 i contratti di lavoro a tempo determinato per le strette necessità connesse alle esigenze di continuità dei servizi e nel rispetto dei vincoli finanziari, del patto di stabilità interno e della normativa di contenimento della spesa complessiva di personale (articolo ItaliaOggi del 05.12.2013).

ATTI AMMINISTRATIVI - ENTI LOCALI: Protocollo informatico adeguato alla Pec.
Protocollo informatico adeguato alla posta certificata. Grazie a una modifica al dpcm 31.10.2000 per tenere conto del nuovo contesto normativo, che prevede la trasmissione dei documenti non solo mediante l'utilizzo della posta elettronica, ma appunto anche attraverso la Pec o in cooperazione applicativa basata sul Sistema pubblico di connettività e sul Sistema pubblico di cooperazione.

Il ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione Giampiero D'Alia ha firmato ieri due decreti adottati in attuazione di alcune disposizioni del Codice dell'amministrazione digitale, in materia di protocollazione e conservazione dei documenti informatici.
I due decreti, spiega una nota, da tempo attesi dagli operatori, forniscono un supporto alla digitalizzazione dell'amministrazione pubblica che, pur adottando da tempo gli strumenti informatici, non ha ancora adeguato i suoi processi a modelli in grado di sfruttare in pieno le potenzialità dei nuovi mezzi.
«Gli schemi innovano e rendono più ampio il quadro delle regole tecniche vigenti in materia, aggiornando quelle sul protocollo informatico e la conservazione dei documenti elettronici, la cui introduzione risale, rispettivamente, all'ottobre del 2000 e al febbraio 2004», si legge nella nota.
Apportando modifiche alla deliberazione Cnipa n. 11/2004 è stato inoltre introdotto il concetto di «sistema di conservazione», che assicura la conservazione a norma dei documenti elettronici e la disponibilità dei fascicoli informatici, stabilendo le regole, le procedure, le tecnologie e i modelli organizzativi da adottare per la gestione di questi processi (articolo ItaliaOggi del 04.12.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIAScarti da galera. Bruciare i rifiuti ora è un reato. Il Cdm vara il decreto legge per la Terra dei fuochi.
Fotografia e mappatura con conseguente blocco della produzione agroalimentare sui terreni campani inquinati e definizione, accanto a quelli che possono essere destinati esclusivamente a colture diverse, dei fondi da destinare solo a produzioni agroalimentari determinate. Introduzione del reato di combustione illecita dei rifiuti, con pesanti sanzioni penali a carico dei colpevoli di roghi di rifiuti con danni all'ambiente e alla salute umana e confisca del veicolo utilizzato per il trasporto.
Obbligo informativo da parte dell'autorità giudiziaria nell'ambito delle indagini verso i ministeri competenti a adottare i provvedimenti ritenuti opportuni e necessari per la tutela dell'ambiente, della salute e della qualità della produzione agroalimentare. Costituzione di un comitato interministeriale prima e di una commissione poi avente il compito di individuare e potenziare azioni e interventi di monitoraggio e tutela nella «Terra dei fuochi».

Sono le disposizioni urgenti a tutela della salute, dell'ambiente e delle produzioni agroalimentari approvate, ieri dal Consiglio dei ministri, nel decreto legge «Terra dei fuochi» (si veda ItaliaOggi di ieri).
Per l'attuazione degli interventi disciplinati nel dl sono previsti 100.000 euro per il 2013 e 2.900.000 euro per il 2014; fondi reperiti dal programma operativo regionale Campania 2007/13, dal piano di azione e coesione e all'interno di misure da adottare nella programmazione dei fondi Ue.
Entro 30 giorni dall'entrata in vigore del decreto, Mipaaf e ministero dell'ambiente definiranno, d'intesa col presidente della regione Campania, le priorità di mappatura, tramite indagini tecniche e strumenti di telerilevamento, delle aree destinate all'agricoltura, interessate dagli effetti contaminanti di sversamenti e smaltimenti abusivi, anche mediante combustione.
I risultati delle indagini e i possibili interventi di bonifica sui terreni prioritari, dovranno essere presentati entro 90 giorni. Nei successivi 30 saranno indicati, con decreto i terreni che non possono essere destinati alla produzione agroalimentare ma solo a colture diverse e i terreni destinati a colture speciali.
Le pene previste per il nuovo reato di combustione illecita di rifiuti (art. 256-bis dlgs 152/2006):
• Reclusione da 2 a 5 anni per chi appicca il fuoco a rifiuti abbandonati o depositati in modo incontrollato in aree non autorizzate, salvo che il fatto costituisca più grave reato.
• Reclusione da 3 a 6 anni se viene appiccato il fuoco a rifiuti pericolosi.
• Stesse pene per chi abbandona o deposita rifiuti in funzione del successivo abbruciamento.
• Aumento di un terzo della pena se i delitti sono commessi nell'ambito di attività di impresa o attività organizzata.
• Pena aumentata se la combustione illecita di rifiuti avviene in territori che al momento della condotta e nei 5 anni precedenti siano o siano stati interessati da dichiarazioni di stato di emergenza rifiuti.
• Confisca del mezzo di trasporto utilizzato per la commissione del reato, salvo che il veicolo appartenga a persona estranea al reato che provi la buona fede e l'utilizzo a sua insaputa del bene.
• Confisca dell'area su cui è commesso il reato a seguito di sentenza di condanna se di proprietà dell'autore o del compartecipe del reato, fatti salvi gli obblighi di bonifica e ripristino dello stato dei luoghi.
• Se la combustione riguarda rifiuti vegetali provenienti da aree verdi si applicano le sanzioni dell'art. 255 dlgs 152/2006 (articolo ItaliaOggi del 04.12.2013).

LAVORI PUBBLICI: Più poteri alle grandi imprese. Strada aperta ad aziende "factotum" anche per lavori specializzati.
Varato il Dpr che accoglie il parere del Consiglio di Stato  - Specialisti e Anie in rivolta.

Cantieri in fibrillazione dopo la pubblicazione del Dpr che di fatto permette alle imprese generali di eseguire le lavorazioni specialistiche, anche in assenza di qualificazione. ... (articolo Il Sole 24 Ore del 04.12.2013 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALIMini-enti, scatta l'ora della verità.
Sta per scattare l'ora della verità sulle gestioni associate dei comuni. Oltre all'attuale legge elettorale (il cosiddetto Porcellum), oggi la Corte costituzionale si pronuncerà sui ricorsi delle regioni contro le norme che hanno imposto il modello dell'unione per l'esercizio delle funzioni fondamentali a tutti i comuni fino a 1.000 abitanti.

Si tratta dell'art. 16 del dl 138/2011 contro cui si sono levate ben dieci regioni (Toscana, Lazio, Puglia, Emilia-Romagna, Veneto, Liguria, Umbria, Campania, Lombardia e Sardegna), mentre altri cinque ricorsi (presentati da Sardegna, Puglia, Lazio, Veneto e Campania) hanno preso di mira l'art. 19 della spending review di Mario Monti (dl 95/2012) che ha riscritto l'art. 14 del dl 78/2010 fissando la data del 01.01.2014 quale dead-line per l'esercizio in forma associata di nove funzioni fondamentali su dieci (tramite unione o convenzione). Nel frattempo, un emendamento alla legge di stabilità, patrocinato dall'Anpci (Associazione nazionale piccoli comuni) e presentato dai senatori Pd Patrizia Manassero e Stefano Vaccari ha rinviato l'appuntamento al 1° luglio, mentre nel ddl Delrio (cosiddetto svuota province) è spuntata una proposta che disegna una marcia di avvicinamento graduale all'associazionismo con un primo pacchetto di funzioni da mettere insieme entro fine giugno e altre sei entro la fine del 2014.
Le speranze dei mini-enti di vedere le norme sull'associazionismo obbligatorio spazzate via dalla Corte costituzionale non sono poche. In materia c'è infatti un precedente importante, quello sulle comunità montane salvate dall'abrogazione nel 2009 in quanto considerate alla stregua di enti «sub-regionali» e quindi rientranti nella competenza residuale delle regioni.
Un intervento statale, sostengono i ricorrenti, sarebbe dunque illegittimo perché, come affermato dalla Consulta, la competenza esclusiva statale in materia di legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali va riferita solo agli enti tassativamente elencati nell'art. 114 Cost. (comuni, province, regioni e città metropolitane) e non a enti diversi come le unioni (articolo ItaliaOggi del 03.12.2013).

LAVORI PUBBLICI: Rischi di contenzioso sugli appalti pubblici.
Appalti di lavori pubblici a rischio caos e contenzioso dopo l'annullamento delle norme del regolamento del Codice dei contratti pubblici sulla qualificazione delle imprese generali, oggi libere dai vincoli sul subappalto e sui raggruppamenti obbligatori con gli specialisti; a breve è atteso un decreto con nuove regole sulla qualificazione.

È questo l'effetto della pubblicazione del dpr 30 ottobre sulla gazzetta ufficiale n. 280 del 29.11.2013, che ha accolto il ricorso promosso dall'Agi (Associazione imprese generali), dopo che il Consiglio di Stato con parere n. 3014 del 26.06.2013 si era espresso per l'annullamento di alcune norme del dpr 207/2010.
Oggetto del ricorso erano le regole per qualificarsi a eseguire lavorazioni specialistiche che sono state annullate ed espunte dal regolamento del codice dei contratti pubblici (sembrerebbe con decorrenza 30 novembre visto che il dpr non dispone diversamente, cioè per una entrata in vigore differita di 15 giorni): l'articolo 109, comma 2 (per quanto attiene all'allegato A del dpr 207/2010) e l'articolo 107, comma 2. L'effetto dell'annullamento, semplificando questioni interpretative anche complesse, è che le imprese generali potranno eseguire le lavorazioni specialistiche a qualificazione obbligatoria anche se non possiedono l'attestato di qualificazione per tali lavorazioni.
Fino al 29 novembre, invece, avevano l'obbligo di subappaltare i lavori, oppure di associare imprese in possesso della qualificazione per le opere specialistiche che avrebbero svolto quelle determinate lavorazioni. È stata cancellata anche la norma del regolamento del codice (art. 85, comma 1) sulla utilizzabilità dei lavori subappaltati dall'impresa generale all'impresa specialistica, in percentuali diverse a seconda della tipologia di lavorazione (prevalente o scorporabile) e della qualificazione richiesta (obbligatoria o no).
Questa disposizione era stata dichiarata «irragionevole» dal Consiglio di stato, anche in relazione al suo meccanismo applicativo non lineare; adesso, determinandosi un sostanziale ritorno alle regole dell'abrogato dpr 34/2000, l'impresa potrà utilizzare senza limiti quanto subappaltato all'impresa specialistica (nella misura in cui riterrà di avvalersi del subappalto). I problemi, adesso, si spostano sulle stazioni appaltanti che dovranno tenere conto di questa situazione, senza però avere riferimenti certi e, quindi, con il rischio di determinare involontariamente un contenzioso.
Per evitare tutto ciò da tempo i tecnici del ministero delle infrastrutture stanno lavorando ad un nuovo dpr «ponte» che dia certezza alle amministrazioni e ottemperi alle indicazioni del Consiglio di stato. Trattandosi però di un intervento che ridefinisce implicitamente l'assetto del mercato, è evidente come la soluzione da individuare non sia così immediata (articolo ItaliaOggi del 03.12.2013 - tratto da www.centrostudicni.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOEntro gennaio. Negli uffici pubblici piani anti-corruzione.
Entro la fine di gennaio le pubbliche amministrazioni dovranno avere concluso il lavoro di redazione dei piani anticorruzione come richiesto dalla legge n. 190 del 20102.

Lo ha sottolineato il ministro della Pubblica amministrazione Gianpiero D'Alia intervenendo al convegno milanese su «Le strategie anticorruzione tra risposta pubblica ed esperienza privata» organizzato da Aodv (Associazione dei componenti degli organismi di vigilanza ex decreto legislativo 231/2001). Il ministro tuttavia ha tenuto anche a spiegare come ogni spinta al cambiamento non sia facile in un settore pubblico dove solo il 10% dei dipendenti ha meno di 35 anni.
Per D'Alia, inoltre, l'attivazione di un'agenda digitale costituisce l'80% dell'effettiva attuazione della legge 190: «si tratta di un percorso di medio periodo, fondamentale nella lotta alla corruzione perché ci permetterebbe tre passi in avanti importanti: controllare in tempo reale le amministrazioni, conoscere i bisogni delle comunità e, in generale, essere più rapidi e concreti». «Non c'è bisogno di nuove leggi o riforme –ha aggiunto il ministro– se ne sono fatte tantissime. Ciò che è mancato è l'attuazione, il riscontro concreto di ciò che si è fatto. Attualmente il nemico più grosso è costituito dalla cosiddetta opacità pubblica amministrativà».
Il pubblico ministero, sostituto alla Procura di Milano, Roberto Pellicano, ha, a sua volta, messo nel mirino alcuni aspetti critici della distinzione tra corruzione pubblica e privata, con un'attenzione particolare per il ruolo delle banche, imprese la cui attività ha tali ricadute su cittadini e imprese da rendere auspicabili regole di trasparenza ancora più stringenti delle attuali. Per Pellicano ancora, un filo rosso con il decreto 231 va trovato nelle necessità di tutelare il mercato dall'inquinamento di pratiche corruttive ancora troppo diffuse
(articolo Il Sole 24 Ore del 03.12.2013).

aggiornamento al 02.01.2014

EDILIZIA PRIVATACambio di sagoma senza «Scia». Se la ricostruzione modifica la facciata serve il permesso di costruire o la «Dia».
Ristrutturazioni. La semplificazione voluta dal decreto «del fare» contrasta con l'obbligo di rispettare i prospetti dell'edificio
Anche dopo gli interventi di semplificazione del legislatore, la ristrutturazione senza rispetto della sagoma resta un intervento edilizio ancora incerto, almeno sotto il profilo delle autorizzazioni necessarie.
Il decreto del fare (Dl 69/2013), infatti, ha introdotto rilevanti modifiche in relazione agli interventi di ristrutturazione edilizia, con demolizione e ricostruzione senza rispetto della sagoma.
Innanzitutto il decreto ha rivisto la stessa definizione generale di ristrutturazione edilizia, contenuta all'articolo 3 del Testo unico in materia edilizia (Dpr 380/2001), eliminando il riferimento all'identità di sagoma, con l'effetto che, oggi, gli interventi consistenti nella demolizione e ricostruzione dei fabbricati (non vincolati ai sensi del Dlgs 42/2004), con la stessa volumetria di quello preesistente, seppure con sagoma differente, costituiscono a tutti gli effetti «ristrutturazione edilizia» e non più nuova costruzione.
Il decreto ha poi introdotto ulteriori rilevanti modifiche. Il legislatore ha infatti modificato anche l'articolo 10, comma 1, lettera c) del Testo unico, cioè la norma che individua gli interventi di ristrutturazione edilizia cosiddetta pesante, ossia quelle ristrutturazioni attuabili previo rilascio del permesso di costruire (ovvero mediante Dia alternativa) e non mediante semplice Scia (segnalazione certificata di inizio attività). Anche qui il decreto ha eliminato –in relazione agli edifici non vincolati– il riferimento alla sagoma, prima contenuto nella disposizione.
La correzione sembra, quindi, essere stata volta a consentire l'assoggettamento a semplice Scia anche di quelle ristrutturazioni che prevedano alterazioni della sagoma dell'edificio. Ma il legislatore potrebbe aver mancato l'obiettivo.
Le difficoltà
La nuova nozione di ristrutturazione edilizia pesante, infatti, continua a richiamare i prospetti dell'edificio e, pertanto, un parametro tecnico che varia, o quantomeno può variare, al variare della sagoma.
Ad oggi, costituiscono ristrutturazione edilizia pesante, soggetta a permesso di costruire o, in alternativa a Dia, quegli interventi di ristrutturazione che portino a «un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, dei prospetti o delle superfici, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d'uso».
Ebbene, poiché la giurisprudenza ha chiarito che si ha ristrutturazione edilizia "pesante" tutte le volte in cui venga alterato anche solamente uno dei parametri elencati nella norma (aumento di unità immobiliari, modifiche del volume o modifiche di prospetti o superfici; si veda Cassazione penale, Sezione terza, sentenza 01.03.2007, n. 8669), è corretto ritenere che una ristrutturazione che porti a un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente, con modifica della sagoma e –al tempo stesso– con modifica dei prospetti (pur senza aumento di unità immobiliari, modifiche del volume o delle superfici) continui a costituire una ristrutturazione edilizia "pesante", soggetta a permesso di costruire o a Dia.
È chiaro che questa conclusione rappresenta una forte limitazione per la recente semplificazione, la cui sfera di applicazione viene notevolmente ridotta. Del resto, ipotizzare un intervento di ristrutturazione che implichi una modifica della sagoma, ma che al tempo stesso non comporti modifiche ai prospetti dell'edificio si rivela piuttosto arduo.
Inoltre, la giurisprudenza ha precisato che la sagoma di un edificio è la «conformazione planovolumetrica della costruzione ed il suo perimetro considerato in senso verticale ed orizzontale, ovvero il contorno che viene ad assumere l'edificio, ivi comprese le strutture perimetrali con gli aggetti e gli sporti» (Tar Lombardia-Milano, sezione II, sentenza n. 1441/2012).
Per prospetti (o alzati) si intendono, invece, gli sviluppi in verticale di un edificio e, dunque, le facciate di un fabbricato (Tar Lazio Roma, sentenza n. 8380/2009). Ebbene, è evidente che le soluzioni progettuali che consentano la modifica della sagoma di un edificio senza alterare le facciate del fabbricato sono piuttosto ridotte.
Per conseguire pienamente l'obiettivo di semplificazione legato alla modifica del decreto fare e, quindi, per completare il percorso di riforma intrapreso, potrebbe quindi essere opportuno che il legislatore metta nuovamente mano al Testo unico, stralciando il riferimento ai "prospetti", tuttora presente all'articolo 10.
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Titoli abilitativi strutturati su quattro livelli.
Sono numerosi gli interventi, le modifiche e le riscritture intervenute nella materia dei titoli abilitativi in edilizia dal 2010 a oggi.
Tra le modifiche al Testo unico (Dpr 380/2001) più rilevanti, occorre richiamare quelle introdotte dal Dl 40/2010, che ha ampliato le fattispecie di attività edilizia libera, distinguendo tra attività totalmente libere ed attività soggette a preventiva «Comunicazione di inizio lavori» (Cil, ma a Milano e in altri Comuni è definita Comunicazione di inizio attività libera, Cial). E ancora: le modifiche di cui al Dl 78/2010 che è intervenuto sul'articolo 19 della legge 241/1990 prevedendo la «Segnalazione certificata di inizio attività» (Scia) in luogo della Denuncia di inizio attività (Dia), in precedenza disciplinato dalla stessa norma.
Infine, le correzioni apportate con i decreti legge n. 70/2011 e n. 83/2012, con i quali, tra l'altro, è stato introdotto il silenzio assenso per il rilascio del permesso di costruire e, in generale, sono stati modificati i procedimenti volti al rilascio dei distinti titoli edilizi.
A seguito di queste riforme l'ambito di applicazione della Dia si è notevolmente ridotto in favore della Scia. Ma il modello procedimentale della Dia è ancora attuale. E infatti, come chiarito all'articolo 5, comma 2, lettera c) del Dl 70/2011, le disposizioni sulla Scia si applicano alle Dia in materia edilizia disciplinate dal Testo unico, ma con esclusione di tutti i casi in cui le denunce stesse, in base alla normativa statale o regionale, siano alternative o sostitutive del permesso di costruire.
Le recenti riforme hanno,dunque, delineato un sistema composto da quattro principali modelli abilitativi, ciascuno corrispondente a determinate categorie di interventi edilizi:
- l'attività soggetta a Cil, realizzabile immediatamente previa comunicazione all'amministrazione;
- l'attività soggetta a Segnalazione certificata di inizio attività (Scia), anch'essa eseguibile contestualmente alla presentazione della prevista documentazione;
- l'attività soggetta a denuncia di inizio attività (Dia), realizzabile decorsi 30 giorni dalla presentazione del relativo modello;
- le opere subordinate a rilascio di permesso di costruire, espresso o ottenuto mediante silenzio-assenso.
Dopo queste riforme, il modello procedimentale della Dia risulta, dunque, ancora applicabile a una serie di importanti fattispecie. La denuncia potrà infatti essere utilizzata rispetto agli interventi di ristrutturazione edilizia "pesante", la cui definizione –contenuta all'articolo 10, comma 1, lettera c) del Testo unico– è stata recentemente modificata dal decreto "del fare" (si veda l'articolo a fianco), riguardo agli interventi di nuova costruzione o di ristrutturazione urbanistica disciplinati da piani attuativi che contengano precise disposizioni plano-volumetriche, tipologiche, formali e costruttive e, infine, in merito agli interventi di nuova costruzione, qualora questi siano in diretta esecuzione di strumenti urbanistici generali recanti precise disposizioni plano-volumetriche.
Inoltre, rimangono soggetti a Dia gli interventi per i quali le Regioni abbiano indicato la possibilità di ricorso a questo modello abilitativo in alternativa o in sostituzione al permesso di costruire.
Le recenti riforme hanno, dunque, certamente semplificato e snellito le procedure per conseguire i titoli abilitativi. Ma nell'apprestare i progetti gli operatori devono comunque porre particolare attenzione alla classificazione delle opere alla luce delle disposizioni del Testo unico e alla identificazione del conseguente modello abilitativo edilizio
(articolo Il Sole 24 Ore del 02.12.2013).

LAVORI PUBBLICI: Lavori pubblici. Il sistema informatico Avcpass. Appalti, la verifica dei requisiti attende istruzioni.
Manca solo un mese all'operatività del sistema Avcpass per la verifica dei requisiti degli operatori economici partecipanti alle gare di appalto da parte delle amministrazioni pubbliche, ma emergono criticità che devono essere risolte e le stazioni appaltanti non dispongono di una versione dimostrativa per esercitarsi.

Il particolare percorso procedurale gestito in modo totalmente informatizzato è disciplinato dalla deliberazione dell'Avcp n. 111/2012, che fa riferimento all'articolo 6-bis del Codice dei contratti. Dal 01.01.2014 le amministrazioni aggiudicatrici potranno verificare i requisiti di ordine generale e di capacità solo mediante tale sistema, che consente l'accesso ai documenti depositati nella banca dati nazionale dei contratti pubblici.
L'impostazione dell'Avcpass desumibile dai tutorial e dai materiali formativi messi a disposizione dall'Autorità prefigura il suo utilizzo per la verifica in corso di gara sia dei requisiti di capacità (economico-finanziaria e tecnico-profesisonale), in base all'articolo 48 del Codice, sia di quelli di ordine generale, riferiti alle dichiarazioni sostitutive rese in ordine alle varie fattispecie previste dall'articolo 38, quindi secondo i criteri stabiliti per il riscontro della veridicità delle autocertificazioni.
Tuttavia i diagrammi di flusso proposti sembrano concentrare le verifiche sull'aggiudicatario e sul secondo classificato subito dopo la formazione della graduatoria di merito (dopo la valutazione delle offerte e l'eventuale verifica di quelle anomale), ma prima di pervenire all'aggiudicazione provvisoria, non sembrando utilizzabile per i controlli in sede di aggiudicazione definitiva e di stipulazione del contratto.
Un aspetto di ulteriore criticità si rileva in ordine alle ipotesi nelle quali la gara sia gestita da una centrale di committenza o da una stazione unica appaltante: in tal caso, infatti, la creazione della gara avviene da parte di un responsabile del procedimento (quello dell'amministrazione che approva il progetto e avvia la procedura) diverso da quello che dovrà gestire l'accesso all'Avcpass, con conseguente necessità di permettere a quest'ultimo la gestione del Cig per l'effettuazione delle varie operazioni nel sistema, in quanto deve registrarsi come soggetto tenuto alla verifica dei requisiti.
Il sistema presenta alcune criticità anche per gli operatori economici, i quali, comunque, dispongono nel sito dell'Autorità di una specifica versione dimostrativa.
Secondo la deliberazione n. 111/2012 le imprese che intendono concorrere a una gara devono inserire nel sistema solo alcune tipologie di documenti inerenti i requisiti di capacità economico-finanziaria (ad esempio le attestazioni bancarie) e di capacità tecnico-professionale (ad esempio i contratti e le fatture comprovanti i servizi o le forniture precedentemente svolti a favore di amministrazioni pubbliche), mentre i documenti inerenti i requisiti di ordine generale sono acquisiti dall'Avcpass mediante rapporto diretto con gli enti certificanti.
Tuttavia la simulazione dimostrativa evidenzia nella libreria (la repository dove l'operatore economico può inserire i file firmati digitalmente) e nella funzionalità di associazione dei documenti al «PassOe» numerose sezioni riferite al caricamento di documenti inerenti requisiti di ordine generale, che devono essere acquisiti d'ufficio dalla stazione appaltante, come il Durc relativo alla regolarità contributiva.
L'inserimento dei documenti relativi ai requisiti di ordine generale (collegati alle dichiarazioni sostitutive rese in sede di partecipazione alla gara) non è peraltro possibile per l'operatore economico, in quanto, in molti casi, si tratta di certificati, i quali, in base alle norme sulla decertificazione, non possono essere utilizzati nei rapporti con le amministrazioni pubbliche
(articolo Il Sole 24 Ore del 02.12.2013 -  tratto da www.centrostudicni.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: AVVOCATI/ Un parere del Cnf dopo due sentenze emanate dal Tribunale di Verona.
Parcelle vidimate dall'Ordine. Strada obbligata per l'emissione di decreti ingiuntivi. Il recupero del compenso dell'avvocato passa ancora dall'ordine forense di appartenenza.

Il Consiglio nazionale forense fa chiarezza in merito all'iter procedurale volto a recuperare onorari e spese impagati dei legali, ribadendo la sussistenza del potere di «opinamento» delle parcelle in capo agli Ordini forensi (parere del 23.10.2013 in risposta al quesito n. 330, Unione Triveneta, Rel. Cons. Perfetti).
La pronuncia del Cnf nasce da due recenti sentenze del Tribunale di Verona, secondo le quali l'art. 9 del cd. decreto legge n. 1/2012 (cd. «Cresci-Italia»), che ha mandato in soffitta le tariffe forensi, avrebbe tacitamente abrogato anche gli articoli 633, comma 1 n. 2 e 3, e 636 del Codice procedura civile, facendo così venire meno la necessità di rivolgersi al competente ordine professionale per il prescritto parere sul quantum richiesto.
Le conseguenze pratiche delle pronunce sono evidenti: per ottenere un decreto ingiuntivo i professionisti avrebbero dovuto allegare al ricorso il contratto sottoscritto dal cliente, con l'indicazione analitica del compenso pattuiti. Secondo questo orientamento, insomma, i legali, per avvalersi dello strumento più veloce e snello del procedimento monitorio, avrebbero dovuto fornire la prova scritta dell'accordo con il cliente, come previsto dal primo comma n. 1 dell'art. 633 cpc.
La mancanza del contratto sarebbe stata supplita dalla liquidazione del giudice, operata sulla scorta dei parametri stabiliti con decreto dal ministero della giustizia.
Divenuta superflua la vidimazione della parcella, per effetto delle pronunce in questione, il Coa scaligero ha invitato i propri iscritti ad astenersi dal richiedere pareri di congruità delle parcelle. Da qui il quesito che la presidenza dell'Unione Triveneta ha posto al Consiglio nazionale forense e il conseguente parere reso dagli esperti romani lo scorso 23 ottobre. Per il vertice istituzionale delle toghe, l'interpretazione che i giudici di merito veneti hanno dato alla norma non può essere condivisa. «La portata abrogativa della norma», chiarisce il Cnf, «riguarda le tariffe come criterio di determinazione del compenso, e dunque incide sui criteri attraverso cui è esercitato il potere di opinamento, e non investe la sua persistenza in capo al Consiglio dell'Ordine forense». Dunque, gli avvocati che intendono chiedere l'emissione di un decreto ingiuntivo devono continuare a munire le proprie parcelle dell'obbligatorio parere di conformità dei consigli dell'ordine.
Qualche problema in più sorge nel caso in cui il credito fatto valere del professionista sia contestato. In caso di opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto dal legale, questi dovrà provare in giudizio, non solo il conferimento dell'incarico, ma anche l'attività effettivamente svolta. È quanto ha affermato la Suprema corte (Corte di cassazione, sentenza n. 2456831 del 31.10.2013), in merito al credito di un professionista la cui attività, limitatasi alla fase stragiudiziale, non era stata adeguatamente documentata e provata in giudizio (articolo ItaliaOggi Sette del 02.12.2013 - tratto da www.centrostudicni.it).