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dossier ATTI AMMINISTRATIVI: ACCESSO ESPOSTO e/o PERMESSO DI COSTRUIRE e/o ATTI DI P.G. (Polizia Giudiziaria)

per approfondimenti vedi anche:
Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi (presso la Presidenza Consiglio dei Ministri -
NUOVO SITO)
Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi (presso la Presidenza Consiglio dei Ministri - VECCHIO SITO)
* * *
Legge 07.08.1990 n. 241 <---> D.P.R. 12.04.2006 n. 184 <--->  D.Lgs. 14.03.2013 n. 33

anno 2016

ATTI AMMINISTRATIVI: Privacy, esposto con diritto all’anonimato. Tar del Lazio. Bocciata la richiesta di accesso alle segnalazioni inviate al Garante.
L’accesso alle segnalazioni inviate al Garante della privacy su presunte violazioni nel trattamento dei dati personali farebbe venir meno il potere di controllo alternativo e le forme di tutela affidati dal legislatore a questo tipo di strumenti di garanzia, posto che chi li utilizza ha lo stesso diritto alla riservatezza riconosciuto ai lavoratori che rilasciano dichiarazioni agli ispettori del lavoro.
Il TAR Lazio-Roma –sentenza 18.03.2016 n. 3364, Sez. I-quater– ha bocciato così il ricorso di una titolare di agenzia di elaborazione dati che aveva chiesto al Garante di accedere a un esposto-denuncia su un presunto trattamento illecito dei “dati sensibili” nella propria attività.
Il Garante, che aveva archiviato il caso avendo accertato l’assenza di violazioni al Codice in materia di protezione di dati personali (Dlgs 196/2003), aveva respinto la richiesta poiché gli atti non avevano danneggiato la ricorrente e questa non aveva «alcun interesse diretto, concreto e attuale» a difendersi. La ricorrente sosteneva invece di aver diritto a conoscerli come soggetto interessato dai controlli, e che così avrebbe potuto chiedere ai responsabili di risarcirle i danni subiti per un’ispezione domiciliare, oltre a verificare l’ipotesi di calunnia.
I giudici hanno spiegato che in questi casi il diritto d’accesso va bilanciato con le forme di tutela riconosciute dal legislatore agli strumenti alternativi a garanzia della protezione dei dati personali quali il «reclamo circostanziato», la «segnalazione» e il «ricorso» (articolo 141, Codice privacy), garantendo l’«anonimato di chi, esercitando un diritto espressamente previsto dall’ordinamento, si pone quale stimolo dei poteri di accertamento e di controllo, anche a mezzo di ispezioni, propri del Garante...».
Per il Tar, anche per le segnalazioni vale l’indirizzo generale del Consiglio di Stato che tutela la privacy nei controlli sui contratti di lavoro (sentenza 5779/2014) per cui la «riservatezza di chi rende dichiarazioni in sede ispettiva assume una peculiare rilevanza, onde scongiurare eventuali ritorsioni o indebite pressioni da parte del soggetto nei cui confronti sono state rese le dichiarazioni, ma anche, (e, ritiene il Collegio, soprattutto) per preservare, su di un piano più ampio, il generale interesse ad un compiuto controllo delle attività oggetto di ispezione...».
Quindi, anche se il diritto d’accesso prevale su quello alla riservatezza quando la conoscenza degli atti è necessaria alla difesa dei propri interessi giuridici (comma 7, articolo 24, legge 241/1990), in questi casi «esiste, sullo sfondo, un preminente interesse dell’ordinamento giuridico, quale la tutela dei dati personali come declinata nei diversi mezzi pure previsti dal legislatore, che è altrettanto meritevole di essere preservato nella sua integrità ed effettività», posto che le segnalazioni, insieme ai ricorsi e ai reclami, garantiscono al potere di controllo del Garante «la più completa ed esauriente esplicazione…» a prescindere dall’esito.
Non può dunque essere ammesso l’invocato diritto a identificare chi segnala presunti abusi poiché «si risolverebbe, di fatto, in un depotenziamento di questo utile strumento posto a tutela di un bene giuridico considerato di particolare rilievo, quali sono, appunto, i “dati personali”»
(articolo Il Sole 24 Ore del 07.04.2016).
---------------
MASSIMA
Il ricorso è infondato.
E’ principio consolidato che
il giudizio in materia di accesso ai documenti di cui all’art. 25, legge 07.08.1990, n. 241, anche se si atteggia come impugnatorio -dovendo essere presentato il ricorso nel termine perentorio di 30 giorni ed essendo rivolto contro l’atto di diniego o il silenzio diniego formatosi sulla relativa istanza- è, in sostanza, rivolto ad accertare la sussistenza o meno del titolo all’accesso nella specifica situazione alla luce dei parametri normativi, indipendentemente dalla maggiore o minore correttezza o completezza delle ragioni addotte dall’Amministrazione per giustificare il diniego, tanto è vero che, anche nel caso di impugnativa del silenzio diniego, la parte resistente potrebbe anche dedurre in giudizio le ragioni che precludono all’interessato di avere copia o di visionare i relativi documenti richiesti.
Come sopra esposto, alle richieste di accesso presentate dalla parte ricorrente, l’Autorità resistente ha opposto, dapprima la sussistenza di ragioni per il differimento, e poi, con la nota impugnata, la carenza di un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata ai documenti di cui è stato chiesto l'accesso.
Ed invero, è indubitabile che le norme introdotte dalla legge 241 nel 1990, come successivamente integrate e modificate, consentono
l’esercizio del c.d. «diritto di accesso», ovvero il diritto di prendere visione e di estrarre copia di documenti amministrativi, a tutti coloro che l’art. 22, legge in esame, definisce «interessati», ovvero a tutti i soggetti che abbiano un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento del quale è chiesto l'accesso.
Il successivo art. 25, secondo comma, dispone, ancora, che la richiesta di accesso ai documenti deve essere motivata, e deve essere rivolta all’amministrazione che ha formato il documento e che lo detiene stabilmente.
Con norma speculare ai principi dianzi riportati, l’art. 2, d.P.R. 12.4.2006, n. 184, recante la disciplina applicativa in materia di accesso, prevede che “Il diritto di accesso ai documenti amministrativi è esercitabile nei confronti di tutti i soggetti di diritto pubblico e i soggetti di diritto privato limitatamente alla loro attività di pubblico interesse disciplinata dal diritto nazionale o comunitario, da chiunque abbia un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente a una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è richiesto l'accesso. Il diritto di accesso si esercita con riferimento ai documenti amministrativi materialmente esistenti al momento della richiesta e detenuti alla stessa data da una pubblica amministrazione, di cui all'articolo 22, comma 1, lettera e), della legge, nei confronti dell'autorità competente a formare l'atto conclusivo o a detenerlo stabilmente. La pubblica amministrazione non è tenuta ad elaborare dati in suo possesso al fine di soddisfare le richieste di accesso.”
Il delineato quadro normativo fa ritenere al Collegio che
l’interesse all’accesso deve evidenziare la sua strumentalità rispetto alla sussistenza di un’ulteriore situazione soggettiva cui l’ordinamento riconosce tutela (“per la tutela di situazioni giuridicamente rilevanti”, giusta l’art. 22, legge n. 241 del 1990, sopra richiamato) che deve essere necessariamente, a sua volta, d’interesse legittimo o di diritto soggettivo, onde evitare che, attraverso il ricorso a tale mezzo di tutela si determini, di fatto, l’accesso indifferenziato alla attività amministrativa, mentre invece la struttura normativa come sopra indicata porta ad escludere che il diritto di accesso comporti un indiscriminato potere esplorativo né, tantomeno, un generalizzato potere di vigilanza sull’operato delle Amministrazioni.
Tanto precisato, e venendo all’oggetto della richiesta ostensiva presentata dalla ricorrente, emerge con limpida evidenza che l’interesse alla stessa sotteso, ancorché diretto, concreto e attuale, va circoscritto, in sostanza, alla conoscenza del nominativo dell’autore della segnalazione che ha dato avvio al procedimento ispettivo eseguito a suo carico, onde rivalersi dei danni asseritamente patiti in conseguenza di ciò, atteso che invece, sul versante prettamente amministrativo, il procedimento si è concluso favorevolmente con una archiviazione, non essendo emerse violazioni della disciplina rilevante in materia di protezione dei dati personali suscettibili di costituire oggetto di specifici interventi da parte dell’Autorità.
Così circoscritto l’interesse all’accesso alla conoscenza del dato di cui sopra si è detto (nominativo dell’autore della segnalazione ricevuta dall’Ufficio del garante)
la questione giuridica da porsi è quella della prevalenza comunque del diritto alla ostensione rispetto alla tutela, non tanto della riservatezza di un terzo che, peraltro, nemmeno è parte del presente giudizio, ma, più in radice, delle forme di tutela che il legislatore ha posto a presidio del diritto alla protezione dei dati personali, attraverso la garanzia dell’anonimato di chi, esercitando un diritto espressamente previsto dall’ordinamento, si pone quale stimolo dei poteri di accertamento e di controllo, anche a mezzo di ispezioni, propri del Garante per la protezione dei dati personali.
E’ il caso, invero, dei procedimenti avviati sulla base di segnalazioni, ai sensi dell’art. 141, lett. b), che il d.lgs. n. 196/2003 annovera tra le forme di tutela del diritto alla protezione dei dati personali, cui il Collegio ritiene possano essere estesi i principi elaborati dalla giurisprudenza amministrativa in materia affine a quella oggetto della presente controversia.
Esiste, infatti, un orientamento assunto dal Consiglio di Stato (ancorché in occasione di controversie su una differente tipologia di procedimento, ma i cui tratti sono assimilabili per i fini di interesse; cfr. Sez. VI, n. 5779/2014), secondo cui
l’esigenza di tutela della riservatezza di chi rende dichiarazioni in sede ispettiva assume una peculiare rilevanza, onde scongiurare eventuali ritorsioni o indebite pressioni da parte del soggetto nei cui confronti sono state rese le dichiarazioni, ma anche, (e, ritiene il Collegio, soprattutto) per preservare, su di un piano più ampio, il generale interesse ad un compiuto controllo delle attività oggetto di ispezione (nella specie, si trattava dell’attività ispettiva sulla regolarità dei rapporti di lavoro).
Se, infatti, il bilanciamento tra diritto di accesso per la difesa e cura dei propri interessi, da un lato, e diritto di riservatezza del terzo, dall’altro, è stato risolto dal legislatore con la prevalenza alla tutela del diritto di accesso, quando questo sia strumentale alla cura o difesa di propri interessi giuridici (art. 24, co. 7, legge n. 241/21990),
non può essere trascurato che, nel caso di specie esiste, sullo sfondo, un preminente interesse dell’ordinamento giuridico, quale la tutela dei dati personali come declinata nei diversi mezzi pure previsti dal legislatore, che è altrettanto meritevole di essere preservato nella sua integrità ed effettività.
Come si evince dall’incipit della nota oggetto di contestazione, il Garante ha precisato che l’attività istruttoria in merito al trattamento dei dati personali effettuato dalla ricorrente in qualità di titolare dell’Agenzia “Il fi. ro.”, era stata avviata d’ufficio e sulla base di una segnalazione.
Si tratta, dunque, di un caso in cui l’attività amministrativa è stata sollecitata facendo legittimo ricorso ad uno strumento (la segnalazione) che costituisce una precisa forma di tutela, a prescindere dal fatto che poi il procedimento si sia concluso, per la ricorrente, con una archiviazione.
Ed invero,
il potere di controllo, che il Garante può esercitare anche in via del tutto autonoma, ottiene la più completa ed esauriente esplicazione anche con l’esercizio dei mezzi di tutela posti dall’art. 141, d.lgs. 196/2001, tra cui, le segnalazioni che possono essere presentate in mancanza di elementi tali da consentire la presentazione di un ricorso o di un reclamo circostanziato.
Pertanto, ammettere che la conoscenza del nominativo del segnalatore costituisca un diritto indefettibile del soggetto che tratta dati personali, che, in ragione di ciò, si ricorda, è sottoposto al permanente potere di controllo del Garante circa la regolarità e conformità a legge di tale trattamento si risolverebbe, di fatto, in un depotenziamento di questo utile strumento posto a tutela di un bene giuridico considerato di particolare rilievo, quali sono, appunto, i “dati personali”.

anno 2015

EDILIZIA PRIVATA: Il ricorso proposto contro il solo verbale redatto dai vigili urbani è inammissibile, in quanto avente ad oggetto un atto endoprocedimentale ad efficacia meramente dichiarativa delle operazioni effettuate dalla polizia municipale alla quale non è attribuita la competenza all’adozione di atti di amministrazione attiva, allo scopo occorrendo un formale atto di accertamento della competente autorità amministrativa.
Il verbale di accertamento di infrazione redatto dal Corpo di Polizia Municipale non è direttamente impugnabile, trattandosi di atto a carattere endoprocedimentale, inidoneo a produrre alcun effetto lesivo nella sfera giuridica del privato, la quale viene incisa solo a seguito e per l’effetto dell’emanazione del provvedimento conclusivo del procedimento amministrativo, costituito dall’ordinanza, unico atto contro cui è possibile proporre impugnazione.

In proposito, secondo pacifica e condivisa giurisprudenza: <<Il ricorso proposto contro il solo verbale redatto dai vigili urbani è inammissibile, in quanto avente ad oggetto un atto endoprocedimentale ad efficacia meramente dichiarativa delle operazioni effettuate dalla polizia municipale alla quale non è attribuita la competenza all’adozione di atti di amministrazione attiva, allo scopo occorrendo un formale atto di accertamento della competente autorità amministrativa>> (ex multis: TAR Lombardia, Brescia, sez. II, 08.01.2011, n. 25); ed, ancora: <<il verbale di accertamento di infrazione redatto dal Corpo di Polizia Municipale non è direttamente impugnabile, trattandosi di atto a carattere endoprocedimentale, inidoneo a produrre alcun effetto lesivo nella sfera giuridica del privato, la quale viene incisa solo a seguito e per l’effetto dell’emanazione del provvedimento conclusivo del procedimento amministrativo, costituito dall’ordinanza, unico atto contro cui è possibile proporre impugnazione>> (TAR Trentino Aldo Adige, Trento, 10.12.2007, n. 183).
Ne deriva che, previa contestazione nel verbale di udienza ai sensi dell’art. 73 c.p.a., i motivi aggiunti in esame sono inammissibili in quanto prodotti avverso un verbale di accertamento di ottemperanza che, in quanto atto endoprocedimentale, non è suscettibile di autonoma impugnazione con conseguente inammissibilità originaria del ricorso in esame (cfr. TAR Campania, sez. III, 15.01.2013, n. 28)
(TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 06.11.2015 n. 5199 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Edilizia, l'abusivo può avere l'esposto.
Qualcuno ha fatto la «spia» ai vigili. A un vicino i lavori edilizi nella casa attigua proprio non sono andati giù e si è rivolto alla Municipale. Ecco allora che il proprietario dell'immobile chiede di vedere l'esposto contro di lui ma il comando della polizia locale risponde che l'accesso è precluso dall'articolo 329 Cpp in quanto è stata comunicata una notizia di reato.
In realtà, invece, il responsabile dei lavori ha diritto a leggere l'esposto anche se rischia l'incriminazione penale: in questo caso la comunicazione dei vigili in procura non rientra fra le attività di polizia giudiziaria, mentre chi è soggetto a un controllo o a un'ispezione ha l'interesse qualificato a conoscere tutti i documenti dai quali scaturisce l'iniziativa.

È quanto emerge dalla sentenza 10.09.2015 n. 11188, pubblicata dalla II Sez. del TAR Lazio-Roma.
Secondo cui la polizia municipale, in quanto espressione del comune, agisce nell'ambito della sua attività istituzionale, che è amministrativa e non come polizia giudiziaria laddove ha ricevuto l'esposto dal terzo.
Risulta dunque esclusa l'applicazione della regola secondo cui gli atti d'indagine compiuti dal pm e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l'imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari.
Deve invece riconoscersi al proprietario dell'immobile la sussistenza di un interesse diretto, concreto e attuale di accedere a esposti o denunce presentati nei suoi confronti (articolo ItaliaOggi del 13.10.2015).
---------------
MASSIMA
... ritiene il Collegio che il ricorso meriti favorevole esame.
La gravata determinazione oppone un diniego all’istanza del ricorrente, volta ad ottenere l’accesso all’esposto presentato nei suoi confronti con riguardo a lavori edili eseguiti nella propria abitazione, nel ritenuto presupposto che essendo stato trasmessa comunicazione di notizia di reato all’Autorità Giudiziaria ed essendo in corso l’attività di indagine vi osterebbe la previsione recata dall’art. 329 c.p.p.
Al riguardo, osserva il Collegio l’erroneità della motivazione posta a base del gravato diniego in quanto, in adesione alla giurisprudenza maggioritaria (ex plurimis, da ultimo: Consiglio di Stato, Sez. VI, 29.01.2013 n. 547; TAR Reggio Calabria 22.10.2014 n. 584),
non ogni denuncia di reato presentata all'autorità giudiziaria costituisce atto coperto da segreto istruttorio penale e come tale sottratta all'accesso, dal momento che, se la denuncia è presentata dalla p.a. nell'esercizio delle proprie istituzionali funzioni amministrative, non si ricade nell'ambito di applicazione dell'art. 329, c.p.p., diversamente da quanto accade nell’ipotesi in cui la p.a. che trasmette all'autorità giudiziaria una notizia di reato non lo fa nell'esercizio della propria istituzionale attività amministrativa, ma nell'esercizio di funzioni di polizia giudiziaria specificamente attribuitele dall'ordinamento, venendo in rilievo in tali casi atti di indagine compiuti dalla polizia giudiziaria, che, come tali, sono soggetti a segreto istruttorio ai sensi dell'art. 329 c.p.p. che sono conseguentemente sottratti all'accesso ai sensi dell'art. 24 della legge n. 241 del 1990.
Esclusa quindi l’applicabilità, alla fattispecie in esame, dell’art. 329 c.p.p. –il quale prevede, al comma 1, che gli atti d'indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l'imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari– e ciò in quanto la comunicazione effettuata dall’Amministrazione all’Autorità Giudiziaria non rientra tra le attività di polizia giudiziaria attribuite all’Amministrazione stessa, ritiene ancora il Collegio, quanto a verifica della sussistenza dei presupposti per l’accesso, che
deve in linea generale riconoscersi in capo all’istante la sussistenza di un interesse diretto, concreto e attuale di accedere ad esposti o denunce presentati nei suoi confronti, trattandosi di interesse collegato ad una situazione giuridicamente tutelata in capo al soggetto istante e connesso al documento al quale è chiesto l'accesso.
Chi subisce un procedimento di controllo o ispettivo ha, infatti, un interesse qualificato a conoscere integralmente tutti i documenti amministrativi utilizzati nell'esercizio del potere di vigilanza, a cominciare dagli atti d'iniziativa e di preiniziativa, quali, appunto, denunce o esposti, non essendovi, alla luce del quadro normativo di riferimento, ostacoli a tale diritto di accesso, non offrendo l’ordinamento tutela alla segretezza delle denunce, a meno che la comunicazione del nominativo del denunciante non si rifletta negativamente sullo sviluppo dell'istruttoria, il che può unicamente giustificare il differimento del diritto di accesso, ma non consente, invece, il diniego del diritto alla conoscenza degli atti (Cons. Stato, Sez. V, 19.05.2009, n. 3081; Sez. VI, 25.06.2007 n. 3601).
Nello stesso senso,
ancor più di recente, il Consiglio di Stato (Sez. III, 08.09.2014, n. 4539) ha riconosciuto l'ostensibilità delle denunce che hanno dato origine ad un accertamento medico a cui è stato sottoposto il lavoratore, da parte del datore di lavoro, ancorché conclusosi con esito negativo.
I richiamati principi di diritto, che trovano applicazione alla fattispecie in esame, conducono quindi all’accoglimento del ricorso, dovendo per l’effetto disporsi l'annullamento del gravato provvedimento di diniego con contestuale ordine, alla resistente Amministrazione, di consentire l’accesso al ricorrente, mediante estrazione di copia, all’esposto presentato nei suoi confronti entro il termine di 30 (trenta) giorni dalla comunicazione, o dalla notificazione se anteriore, della presente pronuncia.

ATTI AMMINISTRATIVI: Distinzione tra l'istanza che fa nascere l'obbligo di provvedere e il semplice "esposto" come protezione contro le inerzie dell’amministrazione.
Esiste l'obbligo di provvedere, oltre che nei casi stabiliti dalla legge, anche in fattispecie ulteriori nelle quali ragioni di giustizia e di equità impongono l'adozione di un provvedimento. Si tende, in tal modo, ad estendere le possibilità di protezione contro le inerzie dell’amministrazione pur in assenza di una norma ad hoc che imponga un dovere di provvedere (è stato detto che "indipendentemente dall'esistenza di specifiche norme che impongano ai pubblici uffici di pronunciarsi su ogni istanza non palesemente abnorme dei privati, non può dubitarsi che, in regime di trasparenza e partecipazione, il relativo obbligo sussiste ogniqualvolta esigenze di giustizia sostanziale impongano l'adozione di un provvedimento espresso, in ossequio al dovere di correttezza e buona amministrazione (art. 97 Cost.), in rapporto al quale il privato vanta una legittima e qualificata aspettativa ad un'esplicita pronuncia)".
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In caso di richiesta di atti diretti a produrre effetti sfavorevoli nei confronti di terzi, dall'adozione dei quali l’istante possa trarre indirettamente vantaggi (c.d. interessi strumentali) -e tali sono le istanze presentate dalla ricorrente- occorre distinguere tra l'istanza che fa nascere l'obbligo di provvedere e il semplice "esposto", che ha mero valore di denuncia inidonea a radicare una posizione di interesse tutelata sia dall'apertura del procedimento conclusivo, sia dalla conclusione dello stesso in modo conforme alle aspettative dell'istante.
Al riguardo, il criterio distintivo tra istanza (idonea a radicare il dovere di provvedere) e mero esposto, viene ravvisato dalla giurisprudenza “nell'esistenza in capo al privato di uno specifico e rilevante interesse che valga a differenziare la sua posizione da quella della collettività. Occorre, in altri termini, che il comportamento omissivo dell'Amministrazione sia stigmatizzato da un soggetto qualificato, in quanto, per l'appunto, titolare di una situazione di specifico e rilevante interesse che lo differenzia da quello generalizzato di per sé non immediatamente tutelabile. Ove ciò accada, l'eventuale inerzia serbata dall'Amministrazione sull'istanza, assume una connotazione negativa e censurabile dovendo l'Ente dar comunque seguito (anche magari esplicitando l'erronea valutazione dei presupposti da parte dell'interessato) all'istanza”.
... per l'accertamento dell’illegittimità del silenzio serbato dalla Provincia di Milano, ora Città Metropolitana di Milano, sulle reiterate segnalazioni della ricorrente, con cui si denunciava la presenza di una serie di impianti pubblicitari abusivamente apposti da ignoti sul sedime laterale della Strada Provinciale 15-bis, nel tratto immediatamente prospiciente la rotonda posta all'incrocio tra Via A. Grandi e Via XXV Aprile, in Comune di Peschiera Borromeo (MI), ai fini della loro rimozione, nonché -ove occorrer possa- per la declaratoria dell'illegittimità di ogni altro eventuale comportamento presupposto, connesso e/o conseguente.
...
5. La giurisprudenza è ormai costantemente orientata nel ritenere che esiste l'obbligo di provvedere, oltre che nei casi stabiliti dalla legge, anche in fattispecie ulteriori nelle quali ragioni di giustizia e di equità impongono l'adozione di un provvedimento. Si tende, in tal modo, ad estendere le possibilità di protezione contro le inerzie dell’amministrazione pur in assenza di una norma ad hoc che imponga un dovere di provvedere (Cons. Stato, sez. VI, 11.05.2007, n. 2318; Cons. Stato, sez. IV, 14.12.2004, n. 7975 secondo cui “indipendentemente dall'esistenza di specifiche norme che impongano ai pubblici uffici di pronunciarsi su ogni istanza non palesemente abnorme dei privati, non può dubitarsi che, in regime di trasparenza e partecipazione, il relativo obbligo sussiste ogniqualvolta esigenze di giustizia sostanziale impongano l'adozione di un provvedimento espresso, in ossequio al dovere di correttezza e buona amministrazione (art. 97 Cost.), in rapporto al quale il privato vanta una legittima e qualificata aspettativa ad un'esplicita pronuncia)".
In particolare, in caso di richiesta di atti diretti a produrre effetti sfavorevoli nei confronti di terzi, dall'adozione dei quali l’istante possa trarre indirettamente vantaggi (c.d. interessi strumentali) -e tali sono le istanze presentate dalla ricorrente- occorre distinguere tra l'istanza che fa nascere l'obbligo di provvedere e il semplice "esposto", che ha mero valore di denuncia inidonea a radicare una posizione di interesse tutelata sia dall'apertura del procedimento conclusivo, sia dalla conclusione dello stesso in modo conforme alle aspettative dell'istante.
Al riguardo, il criterio distintivo tra istanza (idonea a radicare il dovere di provvedere) e mero esposto, viene ravvisato dalla giurisprudenza “nell'esistenza in capo al privato di uno specifico e rilevante interesse che valga a differenziare la sua posizione da quella della collettività. Occorre, in altri termini, che il comportamento omissivo dell'Amministrazione sia stigmatizzato da un soggetto qualificato, in quanto, per l'appunto, titolare di una situazione di specifico e rilevante interesse che lo differenzia da quello generalizzato di per sé non immediatamente tutelabile. Ove ciò accada, l'eventuale inerzia serbata dall'Amministrazione sull'istanza, assume una connotazione negativa e censurabile dovendo l'Ente dar comunque seguito (anche magari esplicitando l'erronea valutazione dei presupposti da parte dell'interessato) all'istanza”.
In applicazione di questi principi, il Collegio ritiene che, nel caso di specie, sussista in capo all’amministrazione un obbligo di provvedere.
La proprietà di un complesso immobiliare che affaccia sulla strada provinciale 15-bis su cui sono stati apposti i cartelloni abusivi in questione, attribuisce alla ricorrente una situazione di specifico e rilevante interesse, differenziata da quella della generalità dei consociati e tale, pertanto, da radicare in capo all'amministrazione un obbligo di pronunciarsi sulla relativa istanza.
6. Occorre a questo punto accertare se l’amministrazione abbia o meno provveduto sulle istanze presentate dalla ricorrente, e, in particolare, su quella del 16.12.2013 (perché solo con riferimento a questa il ricorso è stato proposto nei termini previsti all’art. 31, c. 2, cod. proc. amm.).
La ricorrente ha presentato all’amministrazione provinciale una prima denuncia nel luglio 2010, cui ha fatto seguito la rimozione da parte dell’amministrazione dei cartelloni abusivi.
Nell’ottobre e nel novembre 2010, la ricorrente ha dato avviso alla Provincia della successiva nuova installazione di impianti pubblicitari abusivi da parte di ignoti, chiedendone la rimozione.
In mancanza di riscontro, con nota del gennaio 2011, la società ricorrente ha nuovamente denunciato all’amministrazione il perdurare della situazione e richiesto l’assunzione di provvedimenti repressivi.
Con nota del 16.2.2011, la Provincia di Milano ha riscontrato l’istanza, comunicando alla ricorrente di avere avviato le procedure per bandire il nuovo appalto per il servizio di rimozione degli impianti pubblicitari abusivi.
Con nota dell’agosto 2011, la ricorrente ha nuovamente richiesto alla Provincia di provvedere alla eliminazione dei tabelloni pubblicitari. L’istanza è stata reiterata con nota del luglio 2012 e da ultimo con nota del 16.12.2013.
Sulle istanze presentate nel 2010 e nel 2011, l’obbligo di conclusione del procedimento previsto all’art. 2, l. n. 241/1990 può dirsi adempiuto con il provvedimento del febbraio 2011 con il quale l’amministrazione provinciale ha comunicato di essere intervenuta più volte per rimuovere gli impianti pubblicitari in questione, che l’appalto per il servizio di rimozione mezzi pubblicitari abusivi è scaduto e sono state avviate le procedure per bandire il nuovo appalto.
Si tratta invero di un provvedimento espresso che si è pronunciato sulle richieste presentate della ricorrente.
Ad avviso del Collegio, tale atto non è tuttavia sufficiente a ritenere rispettato quanto previsto dall’art. 2, l. n. 241/1990 in quanto le successive istanze presentate nel 2012 e nel 2013, con cui la ricorrente ha reiterato la richiesta di intervento dell’amministrazione, hanno determinato nuovamente il sorgere di un obbligo di provvedere.
Non trova, invero, applicazione nel caso di specie il principio giurisprudenziale secondo cui un tale obbligo non sorge allorché un’istanza sia meramente reiterativa di altra, di identico contenuto, sulla quale era già intervenuta una determinazione esplicita, divenuta inoppugnabile per decorso dei termini (cfr. TAR Puglia, Bari, sez. I, 13/06/2003, n. 2428; TAR Marche, Ancona, sez. I, 21/03/2014, n. 369; TAR Friuli-Venezia Giulia, sez. I, 26/11/2009, n. 810; TAR Friuli-Venezia Giulia, sez. I, 12/10/2009, n. 697) e non siano sopravvenuti mutamenti della situazione di fatto o di diritto (cfr. id. n. 89/95 e Cass. SS.UU. 20.01.1969, n. 128).
Questa giurisprudenza trova, invero, applicazione in caso di mera reiterazione di un'istanza già definita con atto negativo o anche solo soprassessorio.
Il provvedimento del febbraio 2011 con cui la p.a. ha riscontrato le prime istanze aveva, invece, un contenuto favorevole alla ricorrente, poiché con esso la Provincia ha, nella sostanza, affermato che avrebbe agito nel senso auspicato dall’istante, provvedendo, mediante una procedura d’appalto, alla individuazione di un soggetto che avrebbe rimosso gli impianti abusivi: non avendo un contenuto lesivo l’atto non necessitava pertanto di alcuna impugnazione.
Inoltre, a fronte di un atto con cui la p.a., nel febbraio 20111, ha affermato di avere dato avvio alle procedure per bandire il nuovo appalto per il servizio di rimozione dei mezzi pubblicitari abusivi, ormai scaduto, a luglio 2012 e, a maggior ragione, a dicembre 2013 può dirsi decorso il termine entro il quale tale procedura di gara avrebbe dovuto essere conclusa: ciò configura un sopravvenuto mutamento della situazione di fatto e di diritto che consente di ritenere nuova l’ultima istanza e dunque di affermare il sorgere, nuovamente, dell’obbligo per la p.a. di concludere il procedimento con la stessa avviato.
In caso contrario, invero, l’istante resterebbe privo di tutela: non avrebbe potuto impugnare il provvedimento con cui viene comunicato l’avvio delle procedure per bandire la gara d’appalto, in quanto atto favorevole e, pur a fronte di una perdurante inerzia della p.a. nel concludere il procedimento di gara d’appalto e comunque nel provvedere a esercitare il doveroso potere sanzionatorio, non disporrebbe neppure dello strumento del ricorso avverso il silenzio.
7. Affermata la sussistenza di un obbligo di conclusione del provvedimento va, infine, rigettata l’eccezione formulata dalla difesa dell’amministrazione provinciale con cui si afferma che la competenza a provvedere sull’istanza è del Comune di Peschiera Borromeo -ai sensi di quanto previsto dall’art. 23, c. 4, d.lgs. n. 285/1992, in quanto la rotatoria e la strada provinciale 15-bis su cui si trovano i cartelloni abusivi sono incluse nel centro abitato del Comune- e non della Città Metropolitana di Milano.
La Provincia di Milano, con nota depositata il 21.05.2015, in ottemperanza all’istanza istruttoria formulata da questo Tribunale con ordinanza n. 1009/2015, ha affermato che:
- il Comune di Peschiera Borromeo ha inserito con delibera n. 301/2008 il tratto stradale in questione nel centro abitato;
- per i Comuni con un numero di abitanti superiore alle 10.000 unità, l’art. 4, d.P.R. n. 495/1992 prevede che i tratti di strade provinciali ricadenti all’interno del centro abitato vengano declassati a strade comunali e che la competenza della gestione e manutenzione, compresa la rimozione degli impianti abusivi, passi al Comune;
- ha attivato le procedure per la cessione dei tratti stradali (incluso il tratto della s.p. 15-bis su cui si trovano gli impianti abusivi) che il Comune di Peschiera Borromeo ha incluso nel centro abitato ma che il Comune non ha dato, al momento, riscontro favorevole di tale passaggio.
Il Collegio non condivide queste argomentazioni.
L’articolo 4, d.P.R. n. 495/1992, recante “passaggi di proprietà fra enti proprietari delle strade”, così dispone ai commi 4 e ss.: “4. I tratti di strade statali, regionali o provinciali, che attraversano i centri abitati con popolazione superiore a diecimila abitanti, individuati a seguito della delimitazione del centro abitato prevista dall'articolo 4 del codice, sono classificati quali strade comunali con la stessa deliberazione della giunta municipale con la quale si procede alla delimitazione medesima.
5. Successivamente all'emanazione dei provvedimenti di classificazione e di declassificazione delle strade previsti agli articoli 2 e 3, all'emanazione dei decreti di passaggio di proprietà ed alle deliberazioni di cui ai commi precedenti, si provvede alla consegna delle strade o dei tronchi di strade fra gli enti proprietari.
6. La consegna all'ente nuovo proprietario della strada è oggetto di apposito verbale da redigersi in tempo utile per il rispetto dei termini previsti dal comma 7 dell'articolo 2 ed entro sessanta giorni dalla delibera della giunta municipale per i tratti di strade interni ai centri abitati con popolazione superiore a diecimila abitanti.
7. Qualora l'amministrazione che deve prendere in consegna la strada, o tronco di essa, non interviene nel termine fissato, l'amministrazione cedente è autorizzata a redigere il relativo verbale di consegna alla presenza di due testimoni, a notificare all'amministrazione inadempiente, mediante ufficiale giudiziario, il verbale di consegna e ad apporre agli estremi della strada dismessa, o dei tronchi di essa, appositi cartelli sui quali vengono riportati gli estremi del verbale richiamato
”.
Poiché nel caso di specie non risulta che l’amministrazione provinciale -a fronte dell’inerzia del Comune di Peschiera Borromeo nel prendere in consegna la strada in questione- abbia attivato la procedura prevista dall’ultimo comma della norma citata, si può affermare che la competenza a provvedere in merito all’istanza della ricorrente sia rimasta in capo alla Provincia e dunque ora alla Città Metropolitana di Milano.
8. Non escludono, infine, l’illegittimità del silenzio la non disponibilità, in capo all’ente, delle attrezzature necessarie per rimuovere mezzi elettrificati e le difficoltà economiche lamentate dall’amministrazione, stante la doverosità non solo dell’obbligo di conclusione del procedimento, previsto all’art. 2, l. n. 241/1990, ma anche dell’esercizio del potere sanzionatorio disciplinato dall’art. 23, d.lgs. n. 285/1992, norma che prevede la irrogazione di sanzioni direttamente nei confronti dell’autore della violazione, del proprietario o del possessore del suolo privato o del soggetto che utilizza gli spazi pubblicitari privi di autorizzazione e che dispone altresì che, ove la rimozione sia effettuata dall’ente proprietario, i relativi oneri siano a carico dell'autore della violazione e, in via tra loro solidale, del proprietario o possessore del suolo.
9. Per le ragioni esposte il ricorso è fondato e va, pertanto, accolto. Per l’effetto va ordinato alla Città Metropolitana di Milano di concludere con un provvedimento espresso e motivato il procedimento avviato con l’istanza presentata dalla ricorrente il 16.12.2013, entro il termine di novanta giorni dalla comunicazione o notificazione della presente sentenza.
10. In caso di inottemperanza entro il termine suindicato, il Prefetto di Milano, in qualità di commissario ad acta, con facoltà di delega a funzionario di sua fiducia, provvederà in sostituzione dell’amministrazione inadempiente a concludere il procedimento entro il successivo termine di novanta giorni (
TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 09.09.2015 n. 1958 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: Sul legittimo diniego di accesso all'esposto cui consegue un sopralluogo da parte della Polizia Locale.
Il provvedimento di diniego del Comune è fondato sull’art. 20, comma 2, del Regolamento sui procedimenti amministrativi e sull’art. 329 c.p.p. e nella parte conclusiva del provvedimento è evidenziato che l’attività ispettiva è scaturita da un esposto anonimo che il Comune sostiene essere stato inviato a molte autorità pubbliche compresa la Procura della Repubblica.
La conoscenza della fonte all’origine di un controllo di polizia non risponde a nessun interesse di colui che subisce l’attività ispettiva, poiché, qualunque sia stata la ragione che ha mosso gli agenti, le conseguenze dannose per l’interessato possono nascere solo dall’esito del controllo.
Pertanto nessun vantaggio ai fini della difesa dei propri interessi può scaturire dalla conoscenza dell’autore dell’esposto, circostanza peraltro impossibile nel caso di specie, poiché la denuncia è stata presentata in forma anonima.
L’amministrazione ha esercitato il suo dovere ispettivo e la denuncia anonima ha semmai svolto il ruolo –che non era certamente necessario– di sollecitarne l’esercizio. E’ pertanto evidente che l'accesso alla denuncia non risponde ad alcun interesse del ricorrente e in nessun modo incide sul suo diritto di difesa.

... per l'accertamento del diritto all’accesso agli atti richiesti con nota depositata il 30.03.2015;
...
Il ricorrente comproprietario di un immobile sito in Rimini aveva visto effettuare un sopralluogo da parte di agenti di polizia amministrativa del Comune per verificare la conformità dello stato dei luoghi rispetto alle normative edilizie.
Presentava una richiesta di accesso in data 30.03.2015 per conoscere il nome dell’autore dell’esposto-denuncia che era all’origine del sopralluogo effettuato ed il Comune non dava seguito all’istanza entro trenta giorni.
Con il primo motivo di ricorso affermava l’illegittimità del silenzio-rifiuto poiché l’interesse all’esibizione dei documenti non è immediatamente preordinato a esigenze di tutela giurisdizionale di diritti, ma richiede un semplice interesse diretto che corrisponda ad una situazione giuridicamente tutelata.
Nel caso di specie la rivelazione dell’autore dell’esposto è necessaria perché dall’attività ispettiva della Polizia Municipale è sorta una denuncia all’Autorità Giudiziaria.
Osservava, inoltre, che l’esistenza di un procedimento penale non giustifica l’opposizione del segreto investigativo di cui all’art. 329 c.p.p. poiché l’atto richiesto non è un atto di indagine, ma un semplice presupposto di successivi atti di indagine.
Nelle more tra la notifica ed il deposito del ricorso, veniva emesso un atto formale di diniego della richiesta di accesso che veniva impugnato con motivi aggiunti che ricalcavano nella sostanza quanto già affermato nel ricorso principale.
Il Comune di Rimini si costituiva in giudizio chiedendo il rigetto del ricorso.
Il provvedimento di diniego del Comune di Rimini è fondato sull’art. 20, comma 2, del Regolamento sui procedimenti amministrativi e sull’art. 329 c.p.p. e nella parte conclusiva del provvedimento è evidenziato che l’attività ispettiva è scaturita da un esposto anonimo che il Comune sostiene essere stato inviato a molte autorità pubbliche compresa la Procura della Repubblica.
La conoscenza della fonte all’origine di un controllo di polizia non risponde a nessun interesse di colui che subisce l’attività ispettiva, poiché, qualunque sia stata la ragione che ha mosso gli agenti, le conseguenze dannose per l’interessato possono nascere solo dall’esito del controllo.
Pertanto nessun vantaggio ai fini della difesa dei propri interessi può scaturire dalla conoscenza dell’autore dell’esposto, circostanza peraltro impossibile nel caso di specie, poiché la denuncia è stata presentata in forma anonima.
L’amministrazione ha esercitato il suo dovere ispettivo e la denuncia anonima ha semmai svolto il ruolo –che non era certamente necessario– di sollecitarne l’esercizio. E’ pertanto evidente che l'accesso alla denuncia non risponde ad alcun interesse del ricorrente e in nessun modo incide sul suo diritto di difesa (Consiglio di Stato n. 5779/2014).
Il ricorso principale è improcedibile e quello per motivi aggiunti infondato (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sezz. unite, sentenza 26.08.2015 n. 784 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVIAtti di indagine. Il comune giustificato dal segreto.
La richiesta di accesso agli atti di indagine della polizia locale trova un limite nell'attività di polizia giudiziaria. In questo caso, il comune non può essere trasparente ed è condizionato dal segreto istruttorio.

Lo ha evidenziato il Consiglio di Stato, Sez. V, con la sentenza 12.05.2015 n. 2357.
Un dipendente comunale indagato ha richiesto di poter accedere al proprio fascicolo personale ma senza completo successo, ovvero senza ricevere informazioni sugli atti di indagine svolti dalla polizia municipale su delega dell'autorità giudiziaria.
Contro questa misura limitativa anche della trasparenza amministrativa, l'interessato ha proposto ricorso ai giudici di palazzo Spada, ottenendo conferma della legittimità dell'operato degli uffici comunali.
In buona sostanza non basta l'interesse del richiedente per accedere a questi atti. Serve sempre anche il nullaosta dell'autorità giudiziaria (articolo ItaliaOggi del 26.05.2015).
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MASSIMA
Il ricorso è infondato e va respinto.
Al riguardo si deve osservare, infatti, come rilevato dal TAR per la Liguria nella pronuncia ora oggetto d’impugnativa, che avverso il precedente diniego su medesima istanza di accesso, adottato dal Comune di Savona con nota prot. n. 39915 del 26.08.2013, è già intervenuta la sentenza n. 319/2014, oramai divenuta irrevocabile e che l’appellante ha motivato la nuova istanza ripetendone l’oggetto e indicandone, a giustificazione, gli stessi motivi che hanno originato la precedente richiesta.
Orbene, atteso che nel caso di specie nella richiesta di accesso non sono stati introdotti elementi di novità e l’interessato si è limitato a reiterare l’originaria istanza o, al più, a illustrare ulteriormente le proprie ragioni, non si ravvisa motivo per discostarsi dalla decisione del TAR Liguria che, comunque, ha verificato l'inesistenza della lamentata violazione del diritto di accesso (cfr. C.d.S., Ad. plen. nn. 6 e 7 del 2006, C.d.S., Sez. V, n. 1661 dell'08.04.2014).
L'accesso agli atti amministrativi non può riguardare, infatti, atti su cui operi il segreto istruttorio penale, perché formatisi in occasione di attività di indagine compiute dalla polizia municipale quale organo di polizia giudiziaria, su delega del pubblico ministero, atti per i quali in assenza di autorizzazione di quest’ultimo è esclusa in radice l'ostensibilità.
Pertanto, se da un lato gli atti oggetto delle istanze di accesso formulate dal Sig. G. inerenti indagini penali, quand’anche esistenti, non sono ostensibili, dall'altro deve constatarsi che il ricorrente non ha provato l'esistenza di altri dati, notizie ed informazioni ai quali non gli sarebbe stato concesso di accedere, limitandosi a sostenere che l'interesse sotteso alle istanze di accesso era quello di verificare quali atti di indagine il Comune di Savona tenesse ipoteticamente serbati nel fascicolo personale o più in generale negli archivi e che, a suo dire, erano stati utilizzati per promuovere procedimenti disciplinari e per fornire informazioni alla locale Prefettura presso la quale era in trattazione una domanda per ottenere i benefici concessi ai tutori dell'ordine in quanto "vittime del dovere".
Fermo restando quanto sopra rappresentato circa la non ostensibilità degli atti d’indagine penale, si riscontra che in ambito disciplinare il Comune si è attivato a seguito della comunicazione di cui all'art. 129 disp. att. c.p.p. e in merito alla richiesta dei benefici spettanti alle "vittime del dovere" ha fornito alla Prefettura un dettagliato rapporto relativo al servizio prestato dal ricorrente, così come richiesto dalla stessa.

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: Deve ritenersi pacifico e radicato in giurisprudenza il principio secondo il quale la sussistenza del requisito della vicinitas tra la proprietà dell'istante e quella del controinteressato, supportata dalla produzione dell'atto di acquisto dell'area interessata, fanno sì che debba riconoscersi la sussistenza in capo al ricorrente dell'interesse diretto, concreto ed attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è stato chiesto l'accesso (nella specie, copia dei titoli abilitativi in forza dei quali sono stati effettuati dal confinante i lavori descritti nell’istanza di accesso), che l'art. 22, l. n. 241 del 1990, anche nel nuovo testo conseguente alle modifiche apportate dalla l. n. 15 del 2005, prevede quale presupposto per la legittimazione all'azione e l'accoglimento della relativa domanda.
Peraltro, se è indubbio che il frontista (il confinante, il vicino) ad un'area oggetto di interventi edilizi ha il diritto di accedere ai relativi provvedimenti abilitativi, ancora indubbio è che a suo carico non sussiste l'onere di indicare dettagliatamente i documenti che intende visionare, essendo sufficiente, ai fini della specificità dell'istanza di accesso, che con la domanda siano forniti elementi utili alla loro individuazione.
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Se è vero che la sussistenza dei requisiti per l'accesso agli atti amministrativi va accertata, in sede sia amministrativa che giurisdizionale, nella pienezza del contraddittorio con gli interessati cui i documenti si riferiscono, i quali perciò assumono nel processo la veste di controinteressati, deve, tuttavia, ritenersi che tale fattispecie non ricorra e che, quindi, tale principio non trovi applicazione nei casi, come quello "de quo", in cui la domanda di accesso riguardi atti che, per la loro diretta inerenza a provvedimenti amministrativi pubblici, non possono essere in alcun modo sottratti all'accesso.
D’altro canto già, sotto l’impero della Legge Urbanistica fondamentale n. 1142 del 1950, l’art. 31 c. 9, (nella parte in cui stabiliva che chiunque può prendere visione presso gli uffici comunali, della licenza edilizia e dei relativi atti di progetto), aveva riconosciuto una posizione qualificata e differenziata in favore dei proprietari di immobili siti nella zona in cui la costruzione è permessa e a coloro che si trovano in una situazione di stabile collegamento con la stessa.
Parallelamente oggi l’art. 20, c. 6, del T.U. n. 380 del 2001, come inteso dalla giurisprudenza vigente, assicura a qualsiasi soggetto interessato (termine da intendersi non come sinonimo di un’azione popolare ma, come sopra chiarito, con riferimento ai proprietari di immobili siti nella zona in cui la costruzione è permessa e a coloro che si trovano in una situazione di stabile collegamento con la stessa) la possibilità di visionare gli atti del procedimento di rilascio di permesso di costruire, in ragione del controllo diffuso sull'attività edilizia, che il legislatore ha inteso garantire ed atteso che in subiecta materia non può essere affermata l'esistenza di un diritto alla riservatezza in capo ai contro interessati; postulato cui accede che, nel caso di specie, non trova applicazione la norma dell’art. 3 del d.P.R. n. 184 del 2006 (diversamente da quanto sembra argomentato dalla resistente Amministrazione).
Pertanto il ricorso in epigrafe merita accoglimento con riferimento alla richiesta di ostensione della copia dei titoli abilitativi in forza dei quali sono stati effettuati dal confinante i lavori descritti nell’istanza di accesso.
Al contrario, analoga statuizione non è consentita con riguardo all’esibizione degli atti di cui all’art. 27, c. 4, del T.U. n. 380 del 2001 in quanto detta norma si riferisce agli atti di p.g. con cui, ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria, una volta rilevati casi di presunta violazione urbanistico edilizia, ne danno immediata comunicazione all’A.g.o. (nel caso in cui, ovviamente, integrino notitiae criminis) ed ai competenti organi regionali e comunali.
Altrimenti detto gli atti de quibus sono redatti dalla p.a. non nell’esercizio delle sue istituzionali funzioni amministrative ma nell'esercizio di funzioni di polizia giudiziaria ad essa specificamente attribuite dall'ordinamento; si è dunque in presenza di atti di indagine compiuti dalla polizia giudiziaria che, come tali, sono sottoposti al segreto istruttorio ex art. 329 c.p.p. e, per conseguenza, sottratti all'accesso ai sensi dell'art. 24 della l. n. 241/1990.
Segue a tanto che gli specifici atti di cui al par. III), punto 2) dell’istanza di accesso del ricorrente, ove integranti -come già detto- notitiae criminis acquisite dagli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria dipendenti comunali nell’esercizio delle funzioni di p.g. ad essi specificamente attribuite dall’Ordinamento, vanno esclusi dall’ordine di esibizione di cui al dispositivo della presente decisione.

... per l'annullamento silenzio formatosi in esito all’istanza di accesso agli atti presentata al comune di Pomezia in data 22.10.2014.
...
Considerato in diritto:
- che deve ritenersi pacifico e radicato in giurisprudenza il principio secondo il quale la sussistenza del requisito della vicinitas tra la proprietà dell'istante e quella del controinteressato, supportata dalla produzione dell'atto di acquisto dell'area interessata, fanno sì che debba riconoscersi la sussistenza in capo al ricorrente dell'interesse diretto, concreto ed attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è stato chiesto l'accesso (nella specie, copia dei titoli abilitativi in forza dei quali sono stati effettuati dal confinante i lavori descritti nell’istanza di accesso), che l'art. 22, l. n. 241 del 1990, anche nel nuovo testo conseguente alle modifiche apportate dalla l. n. 15 del 2005, prevede quale presupposto per la legittimazione all'azione e l'accoglimento della relativa domanda;
- che, peraltro, se è indubbio che il frontista (il confinante, il vicino) ad un'area oggetto di interventi edilizi ha il diritto di accedere ai relativi provvedimenti abilitativi, ancora indubbio è che a suo carico non sussiste l'onere di indicare dettagliatamente i documenti che intende visionare, essendo sufficiente, ai fini della specificità dell'istanza di accesso, che con la domanda siano forniti elementi utili alla loro individuazione (cfr., in tal senso, ex plurimis, Cons. St. Sez. V, 14.02.2012, n. 946);
- che, se è vero che la sussistenza dei requisiti per l'accesso agli atti amministrativi va accertata, in sede sia amministrativa che giurisdizionale, nella pienezza del contraddittorio con gli interessati cui i documenti si riferiscono, i quali perciò assumono nel processo la veste di controinteressati, deve, tuttavia, ritenersi che tale fattispecie non ricorra e che, quindi, tale principio non trovi applicazione nei casi, come quello "de quo", in cui la domanda di accesso riguardi atti che, per la loro diretta inerenza a provvedimenti amministrativi pubblici, non possono essere in alcun modo sottratti all'accesso.
D’altro canto già, sotto l’impero della Legge Urbanistica fondamentale n. 1142 del 1950, l’art. 31 c. 9, (nella parte in cui stabiliva che chiunque può prendere visione presso gli uffici comunali, della licenza edilizia e dei relativi atti di progetto), aveva riconosciuto una posizione qualificata e differenziata in favore dei proprietari di immobili siti nella zona in cui la costruzione è permessa e a coloro che si trovano in una situazione di stabile collegamento con la stessa.
Parallelamente oggi l’art. 20, c. 6, del T.U. n. 380 del 2001, come inteso dalla giurisprudenza vigente, assicura a qualsiasi soggetto interessato (termine da intendersi non come sinonimo di un’azione popolare ma, come sopra chiarito, con riferimento ai proprietari di immobili siti nella zona in cui la costruzione è permessa e a coloro che si trovano in una situazione di stabile collegamento con la stessa) la possibilità di visionare gli atti del procedimento di rilascio di permesso di costruire, in ragione del controllo diffuso sull'attività edilizia, che il legislatore ha inteso garantire ed atteso che in subiecta materia non può essere affermata l'esistenza di un diritto alla riservatezza in capo ai contro interessati (cfr. Cons. St. n. 9158 del 2013); postulato cui accede che, nel caso di specie, non trova applicazione la norma dell’art. 3 del d.P.R. n. 184 del 2006 (diversamente da quanto sembra argomentato dalla resistente Amministrazione);
- che pertanto il ricorso in epigrafe merita accoglimento con riferimento alla richiesta di ostensione della copia dei titoli abilitativi in forza dei quali sono stati effettuati dal confinante i lavori descritti nell’istanza di accesso; mentre analoga statuizione non è consentita con riguardo all’esibizione degli atti di cui all’art. 27, c. 4, del T.U. n. 380 del 2001 in quanto detta norma si riferisce agli atti di p.g. con cui, ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria, una volta rilevati casi di presunta violazione urbanistico edilizia, ne danno immediata comunicazione all’A.g.o. (nel caso in cui, ovviamente, integrino notitiae criminis) ed ai competenti organi regionali e comunali.
Altrimenti detto gli atti de quibus sono redatti dalla p.a. non nell’esercizio delle sue istituzionali funzioni amministrative ma nell'esercizio di funzioni di polizia giudiziaria ad essa specificamente attribuite dall'ordinamento; si è dunque in presenza di atti di indagine compiuti dalla polizia giudiziaria che, come tali, sono sottoposti al segreto istruttorio ex art. 329 c.p.p. e, per conseguenza, sottratti all'accesso ai sensi dell'art. 24 della l. n. 241/1990 (C.d.S., Sez. VI, 09.12.2008, n. 6117; Tar LT, n. 17 del 2014).
Segue a tanto che gli specifici atti di cui al par. III), punto 2) dell’istanza di accesso del ricorrente, ove integranti -come già detto- notitiae criminis acquisite dagli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria dipendenti comunali nell’esercizio delle funzioni di p.g. ad essi specificamente attribuite dall’Ordinamento, vanno esclusi dall’ordine di esibizione di cui al dispositivo della presente decisione (TAR Lazio-Roma, Sez. II-quater, sentenza 15.04.2015 n. 5613 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: F. Guida, Accesso agli atti amministrativi: limiti alla ostensibilità di esposti e denunce alla base di atti in autotutela (02.04.2015 - link a www.diritto.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Accesso agli atti amministrativi: limiti alla ostensibilità di esposti e denunce.
L'esposto alla PA dal quale trae origine un'attività amministrativa che si traduce, prima, in verifiche ispettive e, quindi, in verbali di accertamento di illeciti amministrativi non può essere fatto oggetto di accesso agli atti, non sussistendo il requisito della stretta connessione e del rapporto di strumentalità necessaria rispetto alla tutela delle proprie posizioni soggettive in giudizio, previsto dall’art. 24, comma 7, della Legge n. 241/1990 ed invocato dal richiedente a supporto di una richiesta ex artt. 22 e ss. L. n. 241/1990.
E’ quanto emerge dalla sentenza 20.03.2015 n. 321 del TAR Veneto, resa in applicazione di un orientamento già riscontrabile anche nella giurisprudenza di secondo grado (C.d.S. sez. VI, sent. n. 5779/2014).
Il GA mette in evidenza il ruolo svolto dall’esposto, che, non ha natura necessaria, bensì meramente sollecitatoria rispetto ad una funzione amministrativa già in capo alla PA e che la stessa deve comunque generalmente esercitare, indipendentemente da segnalazioni private, in attuazione del canone di buon andamento dell’attività amministrativa (art. 97 Cost.).
Gli esposti e le denunce provenienti da privati, quindi, non si pongono in rapporto di necessaria causalità rispetto allo svolgimento dell’attività di verifica ispettiva.
L’attività amministrativa da cui il privato può eventualmente ricevere effetti sfavorevoli della propria sfera giuridica e rispetto alla quale ha, dunque, diritto all’accesso è costituita unicamente dai verbali amministrativi di accertamento, nei quali si sostanziano le determinazioni della PA procedente, che non costituiscono la risultante automatica delle segnalazioni private, bensì il prodotto delle attività di verifica ispettiva posta in essere.
La pronuncia si pone in linea con precedente giurisprudenza del Consiglio di Stato (sez. VI, sent. n. 5779/2014), per la quale la compiuta conoscenza dei fatti e delle allegazioni contestati risulta assicurata dal verbale di accertamento.
Nessun collegamento causale esiste, dunque, tra l’esposto ed il verbale di accertamento, ma solo tra la verifica ispettiva attivata ed il provvedimento finale.
Né è dato riscontrare un rinvio espresso dal verbale di accertamento all’esposto di parte e, dunque, una eventuale motivazione per relationem dell’atto amministrativo, tale da giustificare una richiesta di accesso estesa all’atto privato.
A parere dello scrivente i principi enunciati nei casi di specie, nei quali l’atto finale della PA si traduce in un’ordinanza - ingiunzione per un illecito amministrativo, paiono legittimamente richiamabili in ogni ipotesi di esercizio di attività amministrativa in autotutela.
Va dato atto, tuttavia, della sussistenza di un orientamento giurisprudenziale apparentemente difforme (per tutte: Tar Brescia sez. II, sentenza 20.11.2014, n. 1251).
Tale sentenza afferma, infatti, che il privato che subisce un procedimento di controllo vanta un interesse qualificato a conoscere tutti i documenti utilizzati per l'esercizio del potere, inclusi, di regola, gli esposti e le denunce che hanno attivato l'azione dell'autorità, e che l'esposto, una volta pervenuto nella sfera di conoscenza dell'amministrazione, costituisce un documento che assume rilievo procedimentale come presupposto di un'attività ispettiva o di un intervento in autotutela, di conseguenza il denunciante perde il controllo sulla propria segnalazione che diventa un elemento nella disponibilità dell'amministrazione. Né, ritiene il Tar lombardo, la sua divulgazione può ritenersi preclusa da esigenze di tutela della riservatezza, giacché il predetto diritto non assume un'estensione tale trasformarlo in diritto all'anonimato.
Un elemento di congiunzione tra i due richiamati orientamenti, a giudizio di chi scrive, potrebbe essere individuato nel carattere che, nella vicenda concreta, assume effettivamente l’atto di parte da cui si origina l’attività ispettiva che è sfociata nell’adozione dell’atto in autotutela.
Tale carattere potrebbe indurre a favore della ostensibilità dell’esposto nei limiti in cui esso abbia costituito direttamente l’elemento fondante dello stesso provvedimento finale, o sia stato richiamato a supporto delle determinazioni assunte, o, ancora, nel caso in cui, il provvedimento adottato motivi per relationem, avuto riguardo all’esposto o alla denuncia privata. Diversamente, e quindi in senso contrario alla ostensibilità, nel caso in cui la valutazione amministrativa si basa solo ed esclusivamente sugli esiti della verifica ispettiva.
La tematica proposta è di particolare attualità e rilevanza anche alla luce dell’art. 1, comma 51, della Legge n. 190/2012, introduttiva dell’art. 54-bis (
[i]) del decreto legislativo 30.03.2001, n. 165, rubricato “Tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti”.
Tale norma sottrae all’accesso la denuncia del pubblico dipendente che segnala, in sede amministrativa, al proprio superiore gerarchico la supposta consumazione di condotte illecite, di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro.
L’adesione all’uno o all’altro degli orientamenti -fatta salva la lettura proposta, volta a renderli in qualche modo compatibili- ne determina la natura, quale norma ricognitiva ed applicativa di un principio generale o, diversamente, derogatoria ed eccezionale.
_____________
[i] Art. 54-bis. (Tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti). 1. Fuori dei casi di responsabilità a titolo di calunnia o diffamazione, ovvero per lo stesso titolo ai sensi dell'articolo 2043 del codice civile, il pubblico dipendente che denuncia all'autorità giudiziaria o alla Corte dei conti, o all'Autorità nazionale anticorruzione (ANAC), ovvero riferisce al proprio superiore gerarchico condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non può essere sanzionato, licenziato o sottoposto ad una misura discriminatoria, diretta o indiretta, avente effetti sulle condizioni di lavoro per motivi collegati direttamente o indirettamente alla denuncia. 2. Nell'ambito del procedimento disciplinare, l'identità del segnalante non può essere rivelata, senza il suo consenso, sempre che la contestazione dell'addebito disciplinare sia fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione. Qualora la contestazione sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione, l'identità può essere rivelata ove la sua conoscenza sia assolutamente indispensabile per la difesa dell'incolpato. 3. L'adozione di misure discriminatorie e' segnalata al Dipartimento della funzione pubblica, per i provvedimenti di competenza, dall'interessato o dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative nell'amministrazione nella quale le stesse sono state poste in essere. 4. La denuncia e' sottratta all'accesso previsto dagli articoli 22 e seguenti della legge 07.08.1990, n. 241, e successive modificazioni (link a www.altalex.com).

anno 2014

PUBBLICO IMPIEGO: Procedimenti disciplinari.
Domanda
Nell'ambito di un procedimento disciplinare il diritto di accesso del dipendente pubblico può estendersi alle denunce e agli esposti che hanno attivato la procedura?
Risposta
Il soggetto che subisce un procedimento di controllo o ispettivo ha un interesse qualificato a conoscere integralmente tutti i documenti utilizzati dall'amministrazione nell'esercizio del potere di vigilanza, compresi gli esposti e le denunce che hanno determinato l'attivazione di tale potere (Cds, sez. IV, 19.01.2012, n. 231; sez. V, 19.05.2009, n. 3081).
Il diritto alla riservatezza non può essere invocato quando la richiesta di accesso ha a oggetto il nome di coloro che hanno reso denunce o rapporti informativi nell'ambito di un procedimento ispettivo. Infatti, al diritto alla riservatezza, non può riconoscersi un'estensione tale da includere il diritto all'anonimato di colui che rende una dichiarazione a carico di terzi, tanto più che l'ordinamento non attribuisce valore giuridico positivo all'anonimato (Cds, sez. VI, 25.06.2007, n. 3601).
Il Consiglio di stato, sez. V, con sentenza 28.09.2012 n. 5132 ha precisato che la conoscenza integrale dell'esposto rappresenta uno strumento indispensabile per la tutela degli interessi giuridici in quanto solo in questo modo è possibile proporre eventualmente denuncia per calunnia a tutela dell'onorabilità (articolo ItaliaOggi Sette dell'01.12.2014).

ATTI AMMINISTRATIVI: Sul diritto di accesso ad un esposto alla P.A. nei propri confronti.
Il diritto di accesso è ormai pacificamente riconosciuto come diritto soggettivo ad un’informazione qualificata, a fronte del quale l’amministrazione pone in essere un’attività materiale vincolata.
L’istanza del richiedente deve essere sorretta da un interesse giuridicamente rilevante, così inteso come un qualsiasi interesse che sia serio, effettivo, autonomo, non emulativo, non riducibile a mera curiosità e ricollegabile all’istante da uno specifico nesso.
Il diritto alla trasparenza dell’azione amministrativa costituisce una situazione giuridica attiva meritevole di autonoma protezione, da garantire qualora sia funzionale a qualunque forma di tutela, sia giudiziale che stragiudiziale, anche prima e indipendentemente dall'effettivo esercizio di un'azione giudiziale.
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Il privato che subisce un procedimento di controllo vanta un interesse qualificato a conoscere tutti i documenti utilizzati per l’esercizio del potere –inclusi, di regola, gli esposti e le denunce che hanno attivato l’azione dell’autorità– suscettibili per il loro particolare contenuto probatorio di concorrere all’accertamento di fatti pregiudizievoli per il denunciato.
L’esposto, una volta pervenuto nella sfera di conoscenza dell’amministrazione, costituisce un documento che assume rilievo procedimentale come presupposto di un’attività ispettiva o di un intervento in autotutela, e di conseguenza il denunciante perde il controllo sulla propria segnalazione la quale diventa un elemento nella disponibilità dell’amministrazione.
La sua divulgazione non è preclusa da esigenze di tutela della riservatezza, giacché il predetto diritto non assume un’estensione tale da includere il diritto all’anonimato di colui che rende una dichiarazione a carico di terzi.
La tolleranza verso denunce segrete e/o anonime è un valore estraneo al nostro ordinamento giuridico e gli autori degli esposti sono tutelati dagli strumenti predisposti dall’ordinamento contro ogni forma di ritorsione o vendetta privata.
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Non può seriamente dubitarsi che la conoscenza integrale dell’esposto rappresenti uno strumento indispensabile per la tutela degli interessi giuridici dell’istante, essendo intuitivo che solo in questo modo egli potrebbe proporre (eventualmente) contro-denunce a tutela della propria immagine verso l’esterno.
Detto rilievo rende privi di qualsiasi fondamento giuridico i dubbi sull’uso strumentale e ritorsivo della conoscenza dell’esposto che ha dato luogo ai procedimenti a carico del ricorrente, non potendo ammettersi che pretese esigenze di riservatezza possano determinare un vulnus intollerabile ad un diritto fondamentale della persona, quale quello dell’onore.
Il principio di trasparenza dell’attività amministrativa vale sia per il denunciato nei confronti del denunciante sia in senso inverso, in quanto la posizione di denunciante legittima l’accesso agli atti della procedura che ha preso origine dall’esposto.
Infatti, specularmente, la qualità di autore di un esposto che abbia dato luogo a un procedimento lato sensu sanzionatorio è circostanza idonea a radicare la titolarità di una situazione giuridicamente rilevante di accesso agli atti della pubblica amministrazione.
E' pur vero che, in un caso particolare sul quale si è confrontata la giurisprudenza –ossia quello dell’accesso ai verbali redatti dalle autorità amministrative (INPS e INAIL), titolari delle funzioni di vigilanza sui rapporti di lavoro– è stata affermata una stringente esigenza di tutela dei lavoratori che hanno reso le dichiarazioni agli organi ispettivi, per il possibile rischio di condotte ritorsive provenienti dalla parte “forte” del rapporto contrattuale.
E' stato tuttavia affermato che le suesposte necessità appaiono in ogni caso recessive, rispetto alle esigenze difensive del datore, ove il rapporto d’impiego sia cessato.

... per l'esercizio del diritto di accesso MEDIANTE ESTRAZIONE DI COPIA, ALLE GENERALITA’ DELL’AUTORE DELLA SEGNALAZIONE DEL 23/09/2013, TRASMESSA ALL’A.S.L. DI BERGAMO.
...
Rilevato:
- che il diritto di accesso è ormai pacificamente riconosciuto come diritto soggettivo ad un’informazione qualificata, a fronte del quale l’amministrazione pone in essere un’attività materiale vincolata;
- che l’istanza del richiedente deve essere sorretta da un interesse giuridicamente rilevante, così inteso come un qualsiasi interesse che sia serio, effettivo, autonomo, non emulativo, non riducibile a mera curiosità e ricollegabile all’istante da uno specifico nesso;
- che il diritto alla trasparenza dell’azione amministrativa costituisce una situazione giuridica attiva meritevole di autonoma protezione, da garantire qualora sia funzionale a qualunque forma di tutela, sia giudiziale che stragiudiziale, anche prima e indipendentemente dall'effettivo esercizio di un'azione giudiziale (Consiglio di Stato, sez. V – 23/02/2010 n. 1067);
Considerato:
- che il privato che subisce un procedimento di controllo vanta un interesse qualificato a conoscere tutti i documenti utilizzati per l’esercizio del potere –inclusi, di regola, gli esposti e le denunce che hanno attivato l’azione dell’autorità– suscettibili per il loro particolare contenuto probatorio di concorrere all’accertamento di fatti pregiudizievoli per il denunciato (Consiglio di Stato, sez. V – 19/05/2009 n. 3081; sez. VI – 25/06/2007 n. 3601);
- che l’esposto, una volta pervenuto nella sfera di conoscenza dell’amministrazione, costituisce un documento che assume rilievo procedimentale come presupposto di un’attività ispettiva o di un intervento in autotutela, e di conseguenza il denunciante perde il controllo sulla propria segnalazione la quale diventa un elemento nella disponibilità dell’amministrazione;
- che la sua divulgazione non è preclusa da esigenze di tutela della riservatezza, giacché il predetto diritto non assume un’estensione tale da includere il diritto all’anonimato di colui che rende una dichiarazione a carico di terzi (TAR Veneto, sez. III – 03/02/2012 n. 116);
- che la tolleranza verso denunce segrete e/o anonime è un valore estraneo al nostro ordinamento giuridico (si veda la sentenza di questo TAR 29/10/2008 n. 1469), e gli autori degli esposti sono tutelati dagli strumenti predisposti dall’ordinamento contro ogni forma di ritorsione o vendetta privata;
Tenuto conto:
- che non può pertanto seriamente dubitarsi che la conoscenza integrale dell’esposto rappresenti uno strumento indispensabile per la tutela degli interessi giuridici dell’istante, essendo intuitivo che solo in questo modo egli potrebbe proporre (eventualmente) contro-denunce a tutela della propria immagine verso l’esterno;
- che detto rilievo rende privi di qualsiasi fondamento giuridico i dubbi sull’uso strumentale e ritorsivo della conoscenza dell’esposto che ha dato luogo ai procedimenti a carico del ricorrente, non potendo ammettersi che pretese esigenze di riservatezza possano determinare un vulnus intollerabile ad un diritto fondamentale della persona, quale quello dell’onore (Consiglio di Stato, sez. V – 28/09/2012 n. 5132);
- che il principio di trasparenza dell’attività amministrativa vale sia per il denunciato nei confronti del denunciante sia in senso inverso, in quanto la posizione di denunciante legittima l’accesso agli atti della procedura che ha preso origine dall’esposto;
- che infatti, specularmente, la qualità di autore di un esposto che abbia dato luogo a un procedimento lato sensu sanzionatorio è circostanza idonea a radicare la titolarità di una situazione giuridicamente rilevante di accesso agli atti della pubblica amministrazione (TAR Toscana, sez. III – 16/10/2014 n. 1569 e la giurisprudenza ivi richiamata);
- che è pur vero che, in un caso particolare sul quale si è confrontata la giurisprudenza –ossia quello dell’accesso ai verbali redatti dalle autorità amministrative (INPS e INAIL), titolari delle funzioni di vigilanza sui rapporti di lavoro– è stata affermata una stringente esigenza di tutela dei lavoratori che hanno reso le dichiarazioni agli organi ispettivi, per il possibile rischio di condotte ritorsive provenienti dalla parte “forte” del rapporto contrattuale;
- che è stato tuttavia affermato che le suesposte necessità appaiono in ogni caso recessive, rispetto alle esigenze difensive del datore, ove il rapporto d’impiego sia cessato (cfr. TAR Umbria – 21/01/2013 n. 31) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 20.11.2014 n. 1251 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATAPermessi di costruire senza privacy. Tar Marche. Qualsiasi interessato ha diritto di accesso agli atti, anche prima della legge sulla trasparenza.
In tema di edilizia, l’accesso agli atti amministrativi e agli elaborati progettuali è garantito a qualsiasi soggetto interessato con la pubblicazione delle autorizzazioni approvate nell’albo pretorio della pubblica amministrazione. Una forma di pubblicità non prevista dalla normativa precedente, ma nemmeno impedita da ragioni di riservatezza. E comunque più estesa di quella prevista dalla legge sul diritto d’accesso e utile al controllo pubblico dell’attività urbanistico-edilizia.

Lo ha stabilito il TAR Marche con la sentenza 07.11.2014 n. 923.
I giudici hanno accolto il ricorso di un privato a cui un Comune, per tutelare un presunto diritto alla riservatezza dei terzi interessati, aveva negato la visione dell’intera documentazione relativa ai titoli edilizi rilasciati ad un’azienda titolare di una lottizzazione comprendente un terreno di comproprietà. La documentazione era utile per una causa legale pendente contro lo stesso ente pubblico per il risarcimento dei danni derivanti da varianti urbanistiche ed edilizie.
A parere del collegio, l’accesso agli atti deve essere garantito in quanto necessario a curare o difendere gli interessi giuridici del richiedente secondo quanto stabilito in generale dalle norme sul procedimento amministrativo in tema di accesso (articolo 24 della legge 241/1990), ma in particolare da quelle del Testo unico in materia edilizia (Dpr 380/2001). Secondo il Tar, quest’ultime, obbligando la Pa a pubblicare nell’albo pretorio il concesso permesso di costruire (articolo 20, comma 6, del Testo unico), ne prevedono «un regime di pubblicità molto più esteso», almeno «prima dell’avvento del c.d. diritto di accesso civico» fissato con la legge sulla trasparenza (articolo 5 del Dlgs 33/2013).
Tale onere, afferma la sentenza, consente «a qualsiasi soggetto interessato di visionare gli atti del procedimento, in ragione di quel controllo “diffuso” sull’attività edilizia che il legislatore ha inteso garantire». Per questo poi, sull’accesso a tali atti «non può essere affermata l’esistenza di un diritto alla riservatezza» di terzi dato che, come nel caso in esame, chi li richiede «ha solo l’esigenza di verificare la presenza di eventuali abusi edilizi o altre similari evenienze che possano ledere la sua proprietà» (articolo Il Sole 24 Ore del 27.11.2014).
EDILIZIA PRIVATAIn materia di rilascio dei titoli edilizi esistono specifiche disposizioni di legge e regolamentari che, sulla scorta della nota disposizione di cui all’art. 31 della L. n. 1150/1942, come modificato dalla c.d. legge ponte n. 765/1967, prevedono un regime di pubblicità molto più esteso di quello che, prima dell’avvento del c.d. diritto di accesso civico (D.Lgs. n. 33/2013), era contemplato dalla L. n. 241/1990.
Si veda, in particolare, l’art. 20, comma 6, del T.U. n. 380/2001, nella parte in cui stabilisce che dell’avvenuto rilascio di un titolo edilizio va dato avviso all’albo pretorio. Tale disposizione non può che essere interpretata nel senso che tale onere di pubblicazione è funzionale a consentire a qualsiasi soggetto interessato di visionare gli atti del procedimento, in ragione di quel controllo “diffuso” sull’attività edilizia che il legislatore ha inteso garantire (vedasi anche l’art. 27, comma 3, del DPR n. 380/2001).

Il ricorso è fondato e va dunque accolto.
In effetti, in materia di rilascio dei titoli edilizi esistono specifiche disposizioni di legge e regolamentari che, sulla scorta della nota disposizione di cui all’art. 31 della L. n. 1150/1942, come modificato dalla c.d. legge ponte n. 765/1967, prevedono un regime di pubblicità molto più esteso di quello che, prima dell’avvento del c.d. diritto di accesso civico (D.Lgs. n. 33/2013), era contemplato dalla L. n. 241/1990.
Si veda, in particolare, l’art. 20, comma 6, del T.U. n. 380/2001, nella parte in cui stabilisce che dell’avvenuto rilascio di un titolo edilizio va dato avviso all’albo pretorio. Tale disposizione non può che essere interpretata nel senso che tale onere di pubblicazione è funzionale a consentire a qualsiasi soggetto interessato di visionare gli atti del procedimento, in ragione di quel controllo “diffuso” sull’attività edilizia che il legislatore ha inteso garantire (vedasi anche l’art. 27, comma 3, del DPR n. 380/2001).
Ma nel caso di specie non è nemmeno necessario applicare tali disposizioni, visto che il ricorrente è comproprietario di un lotto di terreno attiguo a quelli di proprietà della ditta controinteressata e incluso nella medesima lottizzazione, e che egli è stato asseritamente danneggiato da alcune varianti urbanistiche ed edilizie che il Comune di Recanati ha approvato negli ultimi tempi. E tale affermazione non è meramente soggettiva, visto che pende già davanti a questo Tribunale il ricorso con cui il sig. C. chiede la condanna dell’amministrazione al risarcimento dei danni.
Sussistono quindi tutti i presupposti di cui all’art. 24, comma 7, L. n. 241/1990, considerato che in subiecta materia non può essere affermata l’esistenza di un diritto alla riservatezza in capo ai controinteressati.
In effetti, il ricorrente ha solo l’esigenza di verificare la presenza di eventuali abusi edilizi o altre similari evenienze che possano ledere la sua proprietà (e non importa se si tratti di proprietà individuale o di comproprietà), il che non implica quindi la conoscenza di dati sensibili. A voler diversamente opinare si darebbe, ad esempio, la possibilità agli autori di abusi edilizi di poter evitare qualsiasi controllo su impulso di parte, accampando un inesistente diritto alla riservatezza.
Naturalmente non è scontato che i documenti oggetto di accesso siano effettivamente utili al ricorrente nell’ambito del giudizio pendente (così come è da ribadire che la proposizione di istanze di accesso non riapre ex se i termini di impugnazione di provvedimenti ormai consolidatisi), ma in questa sede il giudice deve solo verificare la non manifesta inutilità della visione degli atti oggetto della richiesta di accesso.
Il Tribunale, per quanto detto in precedenza, non ritiene che la visione degli atti in argomento sia icto oculi irrilevante rispetto alle esigenze di tutela giurisdizionale delle ragioni del sig. C..
In conclusione, il ricorso va accolto, con conseguente condanna del Comune di Recanati a consentire al ricorrente la visione e l’estrazione di copia degli atti indicati nell’istanza di accesso del 18/2/2014 (per la parte rimasta inevasa), chiarita con le successive note del 10/03/2014 e del 23/04/2014 (TAR Marche, sentenza 07.11.2014 n. 923 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: Sul diritto, o meno, di accedere ad un esposto presentato al comune (nei propri confronti) per presunto abuso edilizio al fine di conoscere le generalità del firmatario.
 L’atto per il quale il ricorrente ha proposto istanza d’accesso ai sensi degli artt. 22 e seguenti della legge n. 241 del 1990 consiste in un esposto presentato da un terzo al Comune di Varese, esposto con il quale venivano segnalati all’Amministrazione presunti abusi edilizi che il ricorrente stesso stava per effettuare su un proprio immobile.
 Il Comune, a seguito di questa istanza, ha avviato un procedimento istruttorio dal quale è emerso che effettivamente il ricorrente aveva posto in essere alcuni interventi edilizi in assenza di titolo; conseguentemente sono stati emessi i relativi provvedimenti sanzionatori.
 Non è contestato che i provvedimenti emanati dal Comune di Varese indichino esaustivamente i presupposti fattuali e le ragioni giuridiche che stanno alla base delle misure sanzionatorie adottate.
 La richiesta di acceso agli atti presentata dal ricorrente ha dunque esclusivamente la finalità di risalire all’identità di colui che ha segnalato l’abuso. Tale intento è peraltro confermato dagli scritti difensivi della parte, laddove si sostiene la sussistenza di un diritto all’eccesso finalizzato alla conoscenza dei dati identificativi del terzo che segnali all’amministrazione pubblica un illecito perpetrato dall’interessato.
 Ciò premesso si deve evidenziare che l’art. 24, comma 6, lett. d), della legge n. 241 del 1990 stabilisce che, con proprio regolamento, le pubbliche amministrazione possono escludere dall’accesso documenti che contengano dati personali di terzi; e ciò all’evidente fine di tutelare la riservatezza di questi.
 Il comma 7 dello stesso art. 24 stabilisce poi che l’accesso deve comunque essere garantito ai richiedenti, anche qualora ciò possa ledere il diritto alla riservatezza di terzi, quando la conoscenza dei documenti richiesti sia necessaria per curare o per difendere interessi giuridici.
 Come si vede il legislatore, nel configurare l’istituto dell’accesso agli atti amministrativi, non ha posto un divieto assoluto di divulgazione di dati di terzi da parte della pubblica amministrazione, ma ha dettato norme particolari che denotano l’intenzione di bilanciare in maniera appropriata i vari interessi che entrano in conflitto.
 La riservatezza, dunque, costituisce un valore primario da tutelare che, tuttavia, non prevale in maniera incondizionata, ma che anzi è destinato a recedere qualora l’accesso sia funzionale alla tutela di interessi giuridici del richiedente.
 Da quanto sopra deriva che chi vuole esercitare il diritto d’accesso con riguardo a documenti che contegono dati di terzi deve specificare le ragioni per le quali ne chiede l’ostensione; ed in particolare deve evidenziare quali siano gli interessi giuridici la cui tutela non possa essere assicurata in caso di diniego all’accesso. Solo così, infatti, l’amministrazione pubblica è posta nelle condizioni di sincerarsi del ricorrere delle condizioni richieste dal menzionato art. 24, comma 7, della legge n. 241 del 1990 per l’ammissibilità dell’accesso a documenti la cui ostensione possa pregiudicare la riservatezza di terzi.
 Nel caso concreto, il ricorrente, nella propria istanza, si è limitato ad evidenziare che la segnalazione effettuata dal terzo era menzionata nei provvedimenti sanzionatori che lo hanno colpito; e che l’interesse all’ostensione di tale atto doveva ritenersi necessariamente sussistente in quanto egli era il destinatario di tali misure sanzionatorie.
 Ritiene il Collegio che queste ragioni non siano sufficienti a soddisfare i requisiti voluti dal legislatore per rendere ammissibile l’ostensione di documenti contenenti dati personali riguardanti soggetti terzi. Come detto, infatti, il ricorrente avrebbe dovuto evidenziare, nella propria istanza, gli specifici interessi giuridici la cui tutela sarebbe stata preclusa in caso di mancata conoscenza dei dati identificativi di colui che ha effettuato la segnalazione dell’abuso.

 Il sig. A.G., odierno ricorrente, in data 11.02.2014, ha inoltrato al Comune di Varese un’istanza di accesso agli atti riguardante una segnalazione per presunto abuso edilizio presentata da un terzo ed afferente ad interventi edilizi che lo stesso sig. Giordano stava effettuando su un proprio edificio.
 Il Comune di Varese, con nota del 10.03.2014, ha respinto l’istanza.
 Avverso tale atto di diniego è diretto il ricorso in esame. Il ricorrente chiede pertanto che il Comune venga condannato al rilascio della documentazione richiesta.
 Si è costituito in giudizio, per opporsi all’accoglimento delle domande avverse, il Comune di Varese.
 Tenutasi la camera di consiglio in data 19.06.2014, la causa è stata trattenuta in decisione.
 Ritiene il Collegio che il ricorso sia infondato per le ragioni che seguono.
 Come anticipato, l’atto per il quale il ricorrente ha proposto istanza d’accesso ai sensi degli artt. 22 e seguenti della legge n. 241 del 1990 consiste in un esposto presentato da un terzo al Comune di Varese, esposto con il quale venivano segnalati all’Amministrazione presunti abusi edilizi che il ricorrente stesso stava per effettuare su un proprio immobile.
 Il Comune, a seguito di questa istanza, ha avviato un procedimento istruttorio dal quale è emerso che effettivamente il ricorrente aveva posto in essere alcuni interventi edilizi in assenza di titolo; conseguentemente sono stati emessi i relativi provvedimenti sanzionatori.
 Non è contestato che i provvedimenti emanati dal Comune di Varese indichino esaustivamente i presupposti fattuali e le ragioni giuridiche che stanno alla base delle misure sanzionatorie adottate.
 La richiesta di acceso agli atti presentata dal ricorrente ha dunque esclusivamente la finalità di risalire all’identità di colui che ha segnalato l’abuso. Tale intento è peraltro confermato dagli scritti difensivi della parte, laddove si sostiene la sussistenza di un diritto all’eccesso finalizzato alla conoscenza dei dati identificativi del terzo che segnali all’amministrazione pubblica un illecito perpetrato dall’interessato.
 Ciò premesso si deve evidenziare che l’art. 24, comma 6, lett. d), della legge n. 241 del 1990 stabilisce che, con proprio regolamento, le pubbliche amministrazione possono escludere dall’accesso documenti che contengano dati personali di terzi; e ciò all’evidente fine di tutelare la riservatezza di questi.
 Il comma 7 dello stesso art. 24 stabilisce poi che l’accesso deve comunque essere garantito ai richiedenti, anche qualora ciò possa ledere il diritto alla riservatezza di terzi, quando la conoscenza dei documenti richiesti sia necessaria per curare o per difendere interessi giuridici.
 Come si vede il legislatore, nel configurare l’istituto dell’accesso agli atti amministrativi, non ha posto un divieto assoluto di divulgazione di dati di terzi da parte della pubblica amministrazione, ma ha dettato norme particolari che denotano l’intenzione di bilanciare in maniera appropriata i vari interessi che entrano in conflitto.
 La riservatezza, dunque, costituisce un valore primario da tutelare che, tuttavia, non prevale in maniera incondizionata, ma che anzi è destinato a recedere qualora l’accesso sia funzionale alla tutela di interessi giuridici del richiedente.
 Da quanto sopra deriva che chi vuole esercitare il diritto d’accesso con riguardo a documenti che contegono dati di terzi deve specificare le ragioni per le quali ne chiede l’ostensione; ed in particolare deve evidenziare quali siano gli interessi giuridici la cui tutela non possa essere assicurata in caso di diniego all’accesso. Solo così, infatti, l’amministrazione pubblica è posta nelle condizioni di sincerarsi del ricorrere delle condizioni richieste dal menzionato art. 24, comma 7, della legge n. 241 del 1990 per l’ammissibilità dell’accesso a documenti la cui ostensione possa pregiudicare la riservatezza di terzi.
 Nel caso concreto, il ricorrente, nella propria istanza del 14 febbraio 2014, si è limitato ad evidenziare che la segnalazione effettuata dal terzo era menzionata nei provvedimenti sanzionatori che lo hanno colpito; e che l’interesse all’ostensione di tale atto doveva ritenersi necessariamente sussistente in quanto egli era il destinatario di tali misure sanzionatorie.
 Ritiene il Collegio che queste ragioni non siano sufficienti a soddisfare i requisiti voluti dal legislatore per rendere ammissibile l’ostensione di documenti contenenti dati personali riguardanti soggetti terzi. Come detto, infatti, il ricorrente avrebbe dovuto evidenziare, nella propria istanza, gli specifici interessi giuridici la cui tutela sarebbe stata preclusa in caso di mancata conoscenza dei dati identificativi di colui che ha effettuato la segnalazione dell’abuso.
 Questi interessi non sono stati indicati nell’istanza d’accesso; pertanto, va ribadita l’infondatezza del ricorso che deve essere, di conseguenza, respinto (TAR Lombardia-Milano, Sez. II,
sentenza 26.06.2014 n. 1656 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2013

EDILIZIA PRIVATA: Diritto di accesso alle autorizzazioni a costruire.
Con nota e-mail del 15 ottobre u.s., che si allega in copia, un consigliere del comune di … ha chiesto un parere in merito al corretto esercizio del diritto di accesso agli atti riservato agli amministratori degli enti locali.
Al riguardo, si osserva che l’articolo 22, comma 2, della legge n. 241/1990 prevede che “l'accesso ai documenti amministrativi, attese le sue rilevanti finalità di pubblico interesse, costituisce principio generale dell'attività amministrativa al fine di favorire la partecipazione e di assicurarne l'imparzialità e la trasparenza”.
In materia di enti locali, l’articolo 10 del d.lgs. n. 267/2000 dispone che tutti gli atti dell’amministrazione comunale sono pubblici, e rinvia, altresì alla previsione regolamentare la disciplina delle modalità di esercizio del diritto di accesso che, comunque deve essere assicurato a tutti i cittadini.
Del resto, l’art. 124 del d.lgs. n. 267/2000 prevede la pubblicazione all’albo pretorio, di tutte le deliberazioni (in senso lato) del comune, che pur essendo soggetta ad una limitazione temporale, consente, tuttavia, a chiunque di prendere visione degli atti prodotti.
Il diritto d’accesso dei consiglieri comunali e provinciali agli atti amministrativi dell’ente locale è disciplinato dall’art. 43, comma 2, d.lgs. 18.08.2000, n. 267, il quale prevede in capo agli stessi il diritto di ottenere dagli uffici comunali, tutte le notizie e le informazioni in loro possesso, utili all’espletamento del loro mandato (ribadito anche dalla Commissione per l’Accesso ai Documenti Amministrativi, Plenum del 02.02.2010 e del 23.02.2010 e parere del 05.10.2010).
Secondo un indirizzo giurisprudenziale consolidato (cfr. C.di S. Sez. V. n. 929/2007), il diritto di accesso nei confronti del consigliere “non può subire compressioni per pretese esigenze di natura burocratica dell’ente con l’unico limite di poter esaudire la richiesta (qualora sia di una certa gravosità) secondo i tempi necessari per non determinare interruzione delle altre attività di tipo corrente …” (limite della proporzionalità e ragionevolezza delle richieste), restando ferma la “necessità di contemperare nel modo più ragionevole e adeguato possibile dette richieste, finalizzate all’espletamento del mandato, con le esigenze di funzionamento degli uffici”. (C.d.S., Sezione V, del 17.09.2010, n. 6963).
Dal contenuto dell’art. 43 del d.lgs. n. 267/2000 si evince il riconoscimento in capo al consigliere comunale di un diritto dai confini più ampi sia del diritto di accesso ai documenti amministrativi attribuito al cittadino nei confronti del Comune di residenza (art. 10, T.U. Enti locali) sia, più in generale, nei confronti della P.A. quale disciplinato dalla legge n. 241/1990.
Tale maggiore ampiezza di legittimazione è riconosciuta in ragione del particolare munus espletato dal consigliere comunale, affinché questi possa valutare con piena cognizione di causa la correttezza e l’efficacia dell’operato dell’Amministrazione, onde poter esprimere un giudizio consapevole sulle questioni di competenza della P.A., opportunamente considerando il ruolo di garanzia democratica e la funzione pubblicistica da questi esercitata (a maggior ragione, per ovvie considerazioni, qualora il consigliere comunale appartenga alla minoranza, istituzionalmente deputata allo svolgimento di compiti di controllo e verifica dell’operato della maggioranza).
A tal fine il consigliere comunale non deve motivare la propria richiesta di informazioni, poiché, diversamente opinando, la P.A. si ergerebbe ad arbitro delle forme di esercizio delle potestà pubblicistiche dell’organo deputato all’individuazione ed al perseguimento dei fini collettivi.
Conseguentemente, gli Uffici comunali non hanno il potere di sindacare il nesso intercorrente tra l’oggetto delle richieste di informazioni avanzate da un consigliere comunale e le modalità di esercizio del munus da questi espletato.
Ciò, anche nel rispetto della separazione dei poteri (art. 4 e art. 14 del d. lgs. n. 165/2001) sancita per gli enti locali dall’art. 107 del d.lgs. n. 267/2000 che richiama il principio per cui i poteri di indirizzo e di controllo politico-amministrativo spettano agli organi di governo, essendo riservata ai dirigenti la gestione amministrativa, finanziaria e tecnica.
La giurisprudenza del Consiglio di Stato si è orientata nel senso di ritenere che ai consiglieri comunali spetti un’ampia prerogativa a ottenere informazioni, senza che possano essere opposti profili di riservatezza nel caso in cui la richiesta riguardi l’esercizio del mandato istituzionale, restando fermi, peraltro, gli obblighi di tutela del segreto e i divieti di divulgazione di dati personali secondo la vigente normativa sulla riservatezza (secondo la quale, ai sensi dell’art. 43, comma 2, d.lgs. 18.08.2000, n. 267, i consiglieri comunali e provinciali “sono tenuti al segreto nei casi specificamente determinati dalla legge”).
In ogni caso, ad avviso di questa Direzione Centrale, appare necessaria una regolamentazione della materia da parte del Consiglio comunale nell’ambito anche degli strumenti di autorganizzazione dello stesso Consiglio.
Anche il TAR Toscana, Sez. I, con sentenza 11.11.2009, n. 1607 ha ritenuto opportuno sottolineare (concordando, in questo, con l'indicazione fornita dal Ministero dell'Interno in fattispecie analoghe) l'opportunità che l'ente locale, nell’ambito della propria autonomia, si doti da un lato di apposita regolamentazione, utile a disciplinare il corretto esercizio del diritto di accesso agli atti e alle informazioni sancito dall’art. 43 comma 2 del TUEL, dall'altro di strumenti organizzativi adeguati a soddisfare le esigenze connesse con l'esercizio del diritto in questione.
Riguardo alla particolare problematica relativa alle autorizzazioni a costruire, occorre fare riferimento al parere della Commissione d’accesso ai documenti amministrativi del 27.03.2003 nonché al parere del 14.10.2003 di rinvio alla decisione n. 549 del 23.05.1997 con la quale il Consiglio di Stato, V sezione ha riconosciuto che "in virtù dell'art. 22 della legge 241 del 1990, qualsiasi soggetto abitante nel comune ha diritto di accesso agli atti relativi ad una concessione edilizia rilasciata dal sindaco".
In particolare, secondo quanto rilevato dalla Commissione d’accesso, trattandosi di diritto del cittadino di accedere ai documenti del proprio comune, la materia è soggetta non alla disciplina generale della legge n. 241/1990 ma a quella particolare della legge 17.08.1942, n. 1150, che all'art. 31, comma 8, stabilisce che "chiunque può prendere visione presso gli uffici comunali della concessione edilizia e dei relativi atti di progetto", e del d.lgs. n. 267/2000 T.U. delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, art.10.
Tuttavia occorre precisare che la legge n. 1150/1942 è stata sostituita, tra le altre anche dal D.P.R. n. 380 del 06.06.2001, recante il testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, il quale pur non avendo riproposto il contenuto dell’articolo 31, comma 8, ha mantenuto, all’art. 20, la disposizione relativa alla pubblicità del permesso di costruire mediante affissione all’albo pretorio, ferma restando la più generale applicazione dell’ articolo 10 del T.U. n. 267/2000.
I permessi per costruire, pertanto, non sono soggetti a particolare riservatezza potendo essere conosciuti da qualsiasi cittadino, ferma restando la necessità del rispetto delle linee guida in materia di trattamento di dati personali per finalità di pubblicazione e diffusione di atti e documenti di enti locali, adottate dal Garante per la protezione dei dati personali con deliberazione n. 17 del 19.04.2007, e ferma restando l’opportunità della valutazione in ordine all’individuazione di eventuali controinteressati che abbiano titolo ad essere avvisati con le modalità di cui all’articolo 3 del d.P.R. 12.04.2006, n. 184.
Tanto si rappresenta con preghiera di volere partecipare il contenuto della presente al consigliere ed all’Ente interessati (
Ministero dell'Interno, parere 29.10.2013 - link a http://incomune.interno.it).

EDILIZIA PRIVATA: Accessibilità ai documenti relativi al rilascio di concessioni edilizie. – Quesito.
Il comune di …ha posto un quesito in ordine alla legittimità della richiesta di accesso, effettuata da un cittadino esercente la professione di geometra ad alcune concessioni edilizie, ai sensi dell’articolo 10 del TUEL n. 267/2000.
Al riguardo, si osserva che l’articolo 22, comma 2, della legge n. 241/1990 prevede che “l'accesso ai documenti amministrativi, attese le sue rilevanti finalità di pubblico interesse, costituisce principio generale dell'attività amministrativa al fine di favorire la partecipazione e di assicurarne l'imparzialità e la trasparenza”.
In materia di enti locali, l’articolo 10 del d.lgs. n. 267/2000 dispone che tutti gli atti dell’amministrazione comunale sono pubblici, e rinvia, altresì alla previsione regolamentare la disciplina delle modalità di esercizio del diritto di accesso che, comunque deve essere assicurato a tutti i cittadini.
Del resto, l’art. 124 del d.lgs. n. 267/2000 prevede la pubblicazione all’albo pretorio, di tutte le deliberazioni (in senso lato) del comune, che pur essendo soggetta ad una limitazione temporale, consente, tuttavia, a chiunque di prendere visione degli atti prodotti.
Nel caso specifico, occorre fare riferimento al parere della Commissione d’accesso ai documenti amministrativi del 27.03.2003 nonché al parere del 14 ottobre 2003 di rinvio alla decisione n. 549 del 23.05.1997 con la quale il Consiglio di Stato, V sezione ha riconosciuto che "in virtù dell'art. 22 della legge 241 del 1990, qualsiasi soggetto abitante nel comune ha diritto di accesso agli atti relativi ad una concessione edilizia rilasciata dal sindaco".
In particolare, secondo quanto rilevato dalla Commissione d’accesso, trattandosi di diritto del cittadino di accedere ai documenti del proprio comune, la materia è soggetta non alla disciplina generale della legge n. 241/1990 ma a quella particolare della legge 17.08.1942, n. 1150, che all'art. 31, comma 8, stabilisce che "chiunque può prendere visione presso gli uffici comunali della concessione edilizia e dei relativi atti di progetto", e del d.lgs. n. 267/2000 T.U. delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, art. 10.
Tuttavia occorre precisare che la legge n. 1150/1942 è stata sostituita, tra le altre anche dal D.P.R. n. 380 del 06.06.2001, recante il testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, il quale pur non avendo riproposto il contenuto dell’articolo 31, comma 8, ha mantenuto, all’art. 20, la disposizione relativa alla pubblicità del permesso di costruire mediante affissione all’albo pretorio, ferma restando la più generale applicazione dell’ articolo 10 del T.U. n. 267/2000.
I permessi per costruire, pertanto, non sono soggetti a particolare riservatezza potendo essere conosciuti da qualsiasi cittadino, ferma restando la necessità del rispetto delle linee guida in materia di trattamento di dati personali per finalità di pubblicazione e diffusione di atti e documenti di enti locali, adottate dal Garante per la protezione dei dati personali con deliberazione n. 17 del 19.04.2007, e ferma restando l’opportunità della valutazione in ordine alla individuazione di eventuali controinteressati che abbiano titolo ad essere avvisati con le modalità di cui all’articolo 3 del d.P.R. 12.04.2006, n. 184.
Tutto ciò premesso, occorre osservare, nondimeno, che la richiamata legge n. 241/1990, all’art. 24, comma 3, dispone che “non sono ammissibili istanze di accesso preordinate ad un controllo generalizzato dell'operato delle pubbliche amministrazioni”.
Tale assunto è stato confermato anche dalla Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi con delibera in data 27.02.2013 con cui la stessa Commissione ha rilevato che il diritto d'accesso ai documenti riconosciuti dall'art. 22 legge n. 241/1990, non si atteggia come una sorta di azione popolare diretta a consentire una forma di controllo generalizzato sull'amministrazione, né può essere trasformato in uno strumento di ispezione popolare sull'efficienza di un soggetto pubblico o di un determinato servizio, nemmeno in ambito locale.
Al contrario, da un lato, l'interesse che legittima ciascun soggetto all'istanza, e che va accertato caso per caso, deve essere personale e concreto e ricollegabile al soggetto stesso da uno specifico nesso e, dall'altro, la documentazione richiesta deve essere direttamente riferibile a tale interesse, oltre che individuata o ben individuabile (Così C.d.S., Sez. VI, n. 820/1998).
Sul punto era nuovamente intervenuto il Consiglio di Stato con sentenza n. 2283 del 29.04.2002, sez. IV, affermando che "anche se il diritto in questione è volto ad assicurare la trasparenza dell'attività amministrativa e a favorirne lo svolgimento imparziale, rimane fermo che l'accesso agli atti della pubblica amministrazione è consentito soltanto a coloro ai quali gli atti stessi, direttamente o indirettamente si rivolgono, e che ne possano eventualmente avvalere per la tutela di una posizione soggettiva...." e che "l'interesse ad esercitare il diritto d'accesso per acquisire una serie di informazioni su un particolare settore allo scopo di valutarne l'efficienza e di assumere iniziative a tutela degli utenti del servizio...mira a trasformare il diritto di accesso in uno strumento di ispezione popolare sull'efficienza del servizio - con il quale il richiedente finirebbe per sostituirsi agli organi deputati dall'ordinamento ad effettuare i previsti controlli".
Tant’è che lo stesso Consiglio di Stato con sentenza Sez. VI, n. 117 del 12.01.2011, confermando le proprie precedenti posizioni in merito ha ribadito che se anche, nella specie, la richiesta di accesso fosse stata motivata con riferimento ad un interesse individuale puntuale, non di meno, per la mole dei documenti richiesti, l’accesso comporterebbe un controllo generalizzato e di tipo ispettivo sull’operato dell’Amministrazione.
Tanto si rappresenta con preghiera di volere partecipare il contenuto della presente all’Ente interessato (
Ministero dell'Interno, parere 13.09.2013 - link a http://incomune.interno.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: I. Mastrangeli, DIRITTO DI ACCESSO AGLI ATTI E TUTELA DELLA RISERVATEZZA - Il delicato rapporto tra il diritto di accesso agli atti per chi è interessato da un procedimento ispettivo/sanzionatorio e la tutela della riservatezza dell’autore dell’esposto, che a quel procedimento ha dato origine, è risolto con la preferenza per il primo, considerato che la Costituzione non tollera denunce segrete o anonime (Gazzetta Amministrativa n. 1/2013).

EDILIZIA PRIVATA: Polizia locale in funzione di polizia giudiziaria: sugli illeciti edilizi poteri più ampi.
Il Consiglio di Stato ha precisato e chiarito due questioni fondamentali nel caso degli accertamenti di violazioni urbanistico edilizie. La prima è che
il diniego dell'accesso agli atti è legittimo solo nel caso di atti assunti dalla Polizia Municipale in quanto atti di Polizia Giudiziaria. La seconda è la non necessità di preavviso per l'esecuzione di sopralluoghi.
Il Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 29.01.2013 n. 547, ha affrontato la problematica dell'accesso agli atti nel caso in cui vi siano accertamenti della Polizia Municipale.
Nel caso di specie siamo di fronte ad accertamenti correlati ad attività edilizia.
A prescindere dall'esito processuale ci pare particolarmente interessante trattare due aspetti ben evidenziati e chiariti nella Decisione del Consiglio di Sato e che sono quelli di seguito descritti.
Primo aspetto: LIMITI ALL'ACCESSO AGLI ATTI NELL'AMBITO DI UN PROCESSO PENALE.
Verrebbe spontaneo affermare prontamente che è escluso in ogni caso il diritto di accesso, ma la decisione del Collegio afferma che così non è.
Il Giudicante precisa che la negazione dell'accesso agli atti deve trovare giustificazione nella tipologia dell'atto e, più specificatamente, in relazione al soggetto che li ha assunti ed alla funzione dallo stesso soggetto espletata nel momento in cui ha assunto gli atti, quindi, in altra e più sintetica formulazione, al modus operandi.
Precisamente, nell'ambito generale degli atti finalizzati all'accertamento ed alla repressione di presunti abusi edilizi vi sono:
1) Atti delegati dall'Autorità Giudiziaria;
2) Atti "notizia criminis" posti in essere dalla Polizia Municipale nella funzione di delega ricevuta, attribuiti alla Polizia Municipale dall'ordinamento;
3) Atti di indagine ed accertamento che confluiscono anche in denunce all'Autorità Giudiziaria, ma compiuti nell'ambito delle funzioni amministrative istituzionali proprie della Polizia Municipale e non compiuti quali attività di Polizia Giudiziaria.
Conclude il Collegio affermando che sulla summenzionata ed elencata tipologia di atti è legittimo negare l'accesso solo nelle ipotesi di cui ai punti sub 1) e sub 2), nel mentre l'ipotesi sub 3) non può sopportare alcuna limitazione all'accesso da parte dei privati interessati.
A giustificazione di tali conclusioni è richiamato l'art. 329 del Codice di Procedura Penale sul segreto istruttorio ed è richiamato il Consiglio di Stato -Sezione Sesta- Dec. n. 6117 del 09.12.2008, in ordine all'art. 24, L. n. 241 del 1990.
Secondo aspetto: DOVERE DA PARTE DELL'ENTE LOCALE DI PREAVVISARE IL PRIVATO CIRCA IL SOPRALLUOGO DI ACCERTAMENTO.
Nell'ambito processuale il ricorrente ha eccepito la negazione del diritto di accesso all'atto con il quale il Comune ha avviato l'accertamento effettuando ossia la determinazione espressa di effettuare un sopralluogo.
Nello specifico deve essere chiarito che l'atto richiesto, in quanto preavviso del sopralluogo, era inesistente perché non sussiste la necessità di una determinazione a compiere il sopralluogo e quindi la necessità preavviso, a tutela del privato, in quanto trattasi di accertamenti e non di provvedimenti.
Il Giudicante ciò giustifica in considerazione del fatto che l'art. 27, comma 1, D.P.R. n. 380 del 2001 attribuisce al Dirigente dell'Ufficio tecnico Comunale la vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia nel territorio comunale e ciò al fine di assicurare la conformità degli interventi alle prescrizioni di leggi, regolamenti, strumenti urbanistici e permessi di costruire.
Per quanto appena esposto il Collegio ha affermato che il Dirigente Responsabile, anche a mezzo di propri dipendenti, può "a sorpresa" effettuare accessi e sopralluoghi, sui siti di intervento edilizio, al fine di verificare se sussistono violazioni edilizie, con o senza rilevanza penale, tali da giustificare se vada emesso un ordine di sospensione dei lavori o se ci si debba determinare per un procedimento finalizzato al ritiro del precedente titolo abilitativo all'edificazione.
Conclude il Collegio che, solo in quest'ultimo caso (rectius: in quest'ultima fase del procedimento), sussiste l'obbligo, per la Pubblica Amministrazione, di trasmettere formale avviso dell'avvio del procedimento, ai sensi dell'art. 7, L. n. 241 del 1990 (commento tratto da www.ispoa.it - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANon ogni denuncia di reato presentata dalla pubblica amministrazione all'autorità giudiziaria costituisce atto coperto da segreto istruttorio penale e come tale sottratta all'accesso, in quanto, se la denuncia è presentata dalla pubblica amministrazione nell'esercizio delle proprie istituzionali funzioni amministrative, non si ricade nell'ambito di applicazione dell'art. 329, c.p.p.;
Tuttavia se la pubblica amministrazione che trasmette all'autorità giudiziaria una notizia di reato non lo fa nell'esercizio della propria istituzionale attività amministrativa, ma nell'esercizio di funzioni di polizia giudiziaria specificamente attribuite dall'ordinamento, si è in presenza di atti di indagine compiuti dalla polizia giudiziaria, che, come tali, sono soggetti a segreto istruttorio ai sensi dell'art. 329 c.p.p. e conseguentemente sottratti all'accesso ai sensi dell'art. 24, l. n. 241 del 1990.
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Ai sensi dell’art. 27, comma 1, del testo unico sull’edilizia (approvato con il d.P.R. n. 380 del 2001), “il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale esercita, anche secondo le modalità stabilite dallo statuto o dai regolamenti dell'ente, la vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia nel territorio comunale per assicurarne la rispondenza alle norme di legge e di regolamento, alle prescrizioni degli strumenti urbanistici ed alle modalità esecutive fissate nei titoli abilitativi”.
Pertanto, se del caso per il tramite dei suoi dipendenti, il dirigente o il responsabile dell’ufficio può disporre anche ad horas, informalmente e ‘a sorpresa’ l’accesso sui luoghi per verificare se sussista un illecito edilizio (avente o meno rilevanza penale), se vada emesso un ordine di sospensione dei lavori o se vada avviato un procedimento per l’emanazione di un atto di ritiro di un precedente atto abilitativo: solo in quest’ultimo caso è configurabile l’obbligo di trasmettere un formale avviso previsto dall’art. 7 della legge n. 241 del 1990.

Da quanto esposto in narrativa emerge che la signora B. fosse portatrice di una posizione giuridica soggettiva idonea a legittimare la proposizione del ricorso per l’accesso.
In particolare, come esposto in narrativa e chiarito in atti, l’odierna appellante è proprietaria di un appartamento –e delle relative pertinenze– sul quale, nel corso degli anni, sono stati effettuati interventi di manutenzione in relazione ai quali risulta che il Comune di Napoli abbia avviato un procedimento finalizzato alla verifica di presunti abusi edilizi ivi commessi.
Conseguentemente, l’odierna appellante vanta un interesse diretto, concreto ed attuale, corrispondente a una situazione giuridicamente tutelata, ad accedere agli atti del procedimento avviato dall’amministrazione comunale.
Al riguardo i primi Giudici hanno correttamente richiamato il principio secondo cui non ogni denuncia di reato presentata dalla pubblica amministrazione all'autorità giudiziaria costituisce atto coperto da segreto istruttorio penale e come tale sottratta all'accesso, in quanto, se la denuncia è presentata dalla pubblica amministrazione nell'esercizio delle proprie istituzionali funzioni amministrative, non si ricade nell'ambito di applicazione dell'art. 329, c.p.p.; tuttavia se la pubblica amministrazione che trasmette all'autorità giudiziaria una notizia di reato non lo fa nell'esercizio della propria istituzionale attività amministrativa, ma nell'esercizio di funzioni di polizia giudiziaria specificamente attribuite dall'ordinamento, si è in presenza di atti di indagine compiuti dalla polizia giudiziaria, che, come tali, sono soggetti a segreto istruttorio ai sensi dell'art. 329 c.p.p. e conseguentemente sottratti all'accesso ai sensi dell'art. 24, l. n. 241 del 1990 (in tal senso: Cons. Stato, VI, 09.12.2008, n. 6117).
Ebbene, nei suoi scritti difensivi (il cui contenuto è stato sostanzialmente condiviso dai primi Giudici) il Comune di Napoli si è limitato a dichiarare che gli ulteriori accertamenti (sic) sono stati compiuti nell’espletamento di compiti delegati dall’Autorità giudiziaria.
Da quanto rilevato dal Comune non è dato comprendere se gli atti finalizzati all’accertamento e alla repressione dei presunti abusi edilizi posti in essere nella proprietà dell’appellante:
a) siano stati delegati dall’A.G. (nel qual caso l’ostensione non sarebbe possibile);
b) coincidano con le notitiae criminis poste in essere dagli organi comunali nell’esercizio di funzioni di polizia giudiziaria ad essi specificamente attribuite dall'ordinamento (nel qual caso parimenti l’ostensione non sarebbe possibile), ovvero
c) costituiscano atti di indagine e accertamento (se del caso, tradottisi in denunce all’A.G.) non compiuti nell’esercizio di funzioni di P.G., bensì nell'esercizio delle proprie istituzionali funzioni amministrative (nel qual caso, non sussistono impedimenti ad ammettere l’esercizio del diritto di accesso su tali atti).
Sono invece infondate le deduzioni dell’appellante che, incidentalmente, hanno lamentato che l’accesso sui luoghi poteva aver luogo solo previo avviso di avvio di un procedimento sanzionatorio.
Ai sensi dell’art. 27, comma 1, del testo unico sull’edilizia (approvato con il d.P.R. n. 380 del 2001), “il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale esercita, anche secondo le modalità stabilite dallo statuto o dai regolamenti dell'ente, la vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia nel territorio comunale per assicurarne la rispondenza alle norme di legge e di regolamento, alle prescrizioni degli strumenti urbanistici ed alle modalità esecutive fissate nei titoli abilitativi”.
Pertanto, se del caso per il tramite dei suoi dipendenti, il dirigente o il responsabile dell’ufficio può disporre anche ad horas, informalmente e ‘a sorpresa’ l’accesso sui luoghi per verificare se sussista un illecito edilizio (avente o meno rilevanza penale), se vada emesso un ordine di sospensione dei lavori o se vada avviato un procedimento per l’emanazione di un atto di ritiro di un precedente atto abilitativo: solo in quest’ultimo caso è configurabile l’obbligo di trasmettere un formale avviso previsto dall’art. 7 della legge n. 241 del 1990.
Ciò comporta l’infondatezza della pretesa dell’interessata, di subordinare la propria collaborazione con l’ufficio al previo rilascio di un formale atto di avviso di avvio di un procedimento sanzionatorio: da un lato, ella può accedere ai verbali posti in essere dall’ufficio con riferimento alla sua posizione (purché, come sopra precisato, non siano stati posti in essere nell’esercizio di una delega trasmessa dalla autorità giudiziaria), dall’altro ella non può pretendere di visionare un atto formale di avvio di un procedimento sanzionatorio, che non va emesso per accertare la realtà di fatto caratterizzante un immobile (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 29.01.2013 n. 547 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: L’art. 116 c.p.p. stabilisce che "Durante il procedimento e dopo la sua definizione, chiunque vi abbia interesse può ottenere il rilascio a proprie spese di copie, estratti o certificati di singoli atti", rimettendo all'autorità giudiziaria penale il delicato compito di valutare e bilanciare le contrapposte esigenze implicate in tali vicende (art. 116, comma 2).
Di fronte ad atti di polizia giudiziaria coperti dal segreto istruttorio ex art. 329 c.p.p., vige il divieto di pubblicazione sancito dall'art. 114 c.p.p..
Tuttavia, a tenore del comma 1 della citata norma, il suddetto divieto può protrarsi, salve le ipotesi di cui al terzo comma, non oltre la chiusura delle indagini preliminari.

Premesso:
- che il ricorrente ha chiesto l’ottemperanza alla sentenza n. 286 dell’11.10.2012 con cui la Sezione ha ordinato al Comune di Parma di consentire l’accesso al documento richiesto con l’istanza del 30.04.2012;
- che il Comune intimato si è costituito in giudizio chiedendo la reiezione del ricorso in quanto il documento richiesto (nota inviata dal Comune alla Procura della Repubblica in data 25.10.2011) sarebbe soggetto a segreto istruttorio in quanto oggetto di indagine penale, come risultante dalla nota del Procuratore della Repubblica in data 09.11.2012, in cui sono individuati i seguenti procedimenti pendenti dinanzi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Parma: 1) n. 5086/10 MOD. 21; n. 1185/12 MOD. 21; 3) n. 5803/12 MOD. 21;
- che, in data 20.12.2012, il Comune intimato ha prodotto la nota del 14.12.2012 inviata alla Procura della Repubblica, in calce alla quale il Procuratore dott. Gerardo Laguardia ha denegato l’autorizzazione all’ostensione del documento richiesto dal sig. Cesare Piazza, in quanto coperto da segreto istruttorio;
- che, preso atto di tale provvedimento, il ricorrente, in via principale ha insistito per l’accoglimento del ricorso censurando la condotta del Comune che, pur in mancanza di un atto di secretazione dell’Autorità giudiziaria penale, ha denegato l’accesso sebbene ordinato con la sentenza di cui è chiesta l’ottemperanza;
- che, in subordine, il ricorrente ha chiesto ordinarsi all’amministrazione resistente l’emissione di un provvedimento idoneo a consentirgli l’accesso all’atto richiesto, differendone l’emissione alla chiusura delle indagini preliminari e nominando, per il caso di inadempimento protratto oltre detto termine, un commissario ad acta che provveda in luogo del Comune;
- che il Comune si è opposto alla avversa richiesta chiedendo la reiezione del ricorso;
- che alla camera di consiglio del 23.01.2013, sentiti i difensori presenti, la causa è stata trattenuta in decisione;
Considerato:
- che l’art. 116 c.p.p. stabilisce che "Durante il procedimento e dopo la sua definizione, chiunque vi abbia interesse può ottenere il rilascio a proprie spese di copie, estratti o certificati di singoli atti", rimettendo all'autorità giudiziaria penale il delicato compito di valutare e bilanciare le contrapposte esigenze implicate in tali vicende (art. 116, comma 2);
- che di fronte ad atti di polizia giudiziaria coperti, come nel caso di specie, dal segreto istruttorio ex art. 329 c.p.p., vige il divieto di pubblicazione sancito dall'art. 114 c.p.p. (cfr. TAR Sicilia, Catania, sez. I, 20.09.2012, n. 2220);
- che, tuttavia, a tenore del comma 1 della citata norma il suddetto divieto può protrarsi, salve le ipotesi di cui al terzo comma, non oltre la chiusura delle indagini preliminari;
Ritenuto:
- che, per quanto precede, il ricorso può essere accolto quanto alla subordinata domanda dovendosi ordinare, per l’effetto, al Comune di Parma di provvedere, entro quindici giorni dalla chiusura delle indagini preliminari relative ai procedimenti penali indicati nella nota del Procuratore della Repubblica in data 09.11.2012, all’ostensione del documento richiesto dal ricorrente (nota inviata dal Comune alla Procura della Repubblica in data 25.10.2011);
- che, per l’ipotesi di inerzia del Comune protratta oltre il concesso termine, va, fin d’ora, nominato un Commissario ad acta nella persona del Prefetto di Parma, o di un suo delegato, che dovrà provvedere, in luogo del Comune onerato, nel termine dei successivi quindici giorni ... (TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 24.01.2013 n. 24 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2012
ATTI AMMINISTRATIVI: OGGETTO: Richiesta di parere sul diritto di accesso al nominativo di un esposto.
L’istante ha segnalato che il Comune ove risiede nega sistematicamente l’accesso agli atti della Polizia Municipale (verbali o accertamenti) relativi al procedimento conseguente ai numerosi esposti presentati per molestie provocate, ad esso istante e ai cittadini del comune, da cani di grossa taglia lasciati incustoditi sulla pubblica via.
In conformità all’orientamento espresso da questa Commissione, nel caso in cui l’istante -come nella specie- sia un cittadino residente nel comune, il diritto di accesso è soggetto alla disciplina speciale di cui all’art. 10, co. 1, del d.lgs. n. 267/2000, che sancisce espressamente il principio della pubblicità di tutti gli atti ed il diritto dei cittadini di accedere alle informazioni in possesso delle autonomie locali, senza fare menzione alcuna della necessità di dichiarare la sussistenza di tale situazione al fine di poter valutare la legittimazione all’accesso del richiedente.
Pertanto, considerato che il diritto di accesso ex art. 10 TUEL si configura alla stregua di un’azione popolare, il cittadino residente può accedere agli atti amministrativi dell'ente locale di appartenenza senza alcun condizionamento e senza necessità della previa indicazione delle ragioni della richiesta, dovendosi cautelare la sola segretezza degli atti la cui esibizione è vietata dalla legge o da esigenze di tutela della riservatezza dei terzi (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 23.10.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATAOGGETTO: Richiesta di parere sul diritto di accesso al nominativo di un esposto.
Il Comune istante ha chiesto di conoscere se due cittadini, destinatari di una denuncia per presunti abusi edilizi e maltrattamenti su animali d’affezione, possano accedere al nominativo del denunciante e al contenuto dell’esposto, che aveva innescato un procedimento istruttorio per la verifica di quanto lamentato.
L’amministrazione ritiene di poter rilasciare copia dello stesso esposto ma epurata dei nomi degli esponenti a tutela della loro riservatezza, segnalando un contrasto nella giurisprudenza del Consiglio di Stato in tema di accesso ad esposti di privati e domandando quale sia il comportamento da tenere in simili occasioni per contemperare le esigenze dell’accesso con quelle della riservatezza.
La Commissione ribadisce il proprio costante orientamento (vedi pareri plenum 26.10.2010 e 14.12.2010) secondo cui la riservatezza non può essere invocata quando venga richiesto di conoscere il nominativo di coloro che hanno reso segnalazioni, denunce o rapporti informativi nell'ambito di un procedimento ispettivo, foss’anche per coprire o difendere il denunciante da eventuali reazioni da parte del denunciato, le quali, comunque, non sfuggirebbero al controllo dell'autorità giudiziaria (Cons. Stato, decisione n. 3601/2007; n. 3081/2009), poiché il nostro ordinamento non tollera le denunce segrete (in questi termini, anche Cons. Stato, sez. V, 22.06.1998, n. 923).
Tale impostazione non è smentita dalla decisione del Consiglio di Stato (n. 895/2011) richiamata dall’amministrazione, poiché il contrasto delineato dal Comune è soltanto apparente. Infatti, nella fattispecie, seppure i Giudici hanno ritenuto corretta la decisione dell’amministrazione di criptare i nominativi dei soggetti denuncianti per salvaguardarne la riservatezza e sottrarli ad ipotetiche azioni ritorsive, tuttavia hanno anche affermato che tali esigenze possono divenire recessive se sussista la necessità della difesa in giudizio del richiedente l'accesso.
Si tenga anche conto peraltro, come emerge da una più attenta lettura della sentenza, che nella specie le generalità dei denuncianti erano comunque note al richiedente l’accesso poiché evincibili dai documenti resi ostensibili
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 23.10.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATAIl soggetto che subisce un procedimento di controllo o ispettivo ha un interesse qualificato a conoscere integralmente tutti i documenti utilizzati dall’amministrazione nell’esercizio del potere di vigilanza, compresi gli esposti e le denunce che hanno determinato l’attivazione di tale potere, non ostandovi neppure il diritto alla riservatezza che non può essere invocato quando la richiesta di accesso ha ad oggetto il nome di coloro che hanno reso denunce o rapporti informativi nell’ambito di un procedimento ispettivo, giacché al predetto diritto alla riservatezza non può riconoscersi un’estensione tale da includere il diritto all’anonimato di colui che rende una dichiarazione a carico di terzi, tanto più che l’ordinamento non attribuisce valore giuridico positivo all’anonimato.
Non può pertanto seriamente dubitarsi che la conoscenza integrale dell’esposto rappresenti uno strumento indispensabile per la tutela degli interessi giuridici dell’appellato, essendo intuitivo che solo in questo modo egli potrebbe proporre eventualmente denuncia per calunnia a tutela della propria onorabilità: il che rende del tutto prive di qualsiasi fondamento giuridico i dubbi sull’uso asseritamente strumentale e ritorsivo della conoscenza dell’esposto che ha dato luogo al procedimento disciplinare in danno del ricorrente, non potendo ammettersi che pretese esigenze di riservatezza possano determinate un vulnus intollerabile ad un diritto fondamentale della persona, quale quello dell’onore.

Quanto al merito della questione la Sezione rileva che, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, dal quale non vi è motivo per discostarsi, il soggetto che subisce un procedimento di controllo o ispettivo ha un interesse qualificato a conoscere integralmente tutti i documenti utilizzati dall’amministrazione nell’esercizio del potere di vigilanza, compresi gli esposti e le denunce che hanno determinato l’attivazione di tale potere (C.d.S., sez. IV, 19.01.2012, n. 231; sez. V, 19.05.2009, n. 3081), non ostandovi neppure il diritto alla riservatezza che non può essere invocato quando la richiesta di accesso ha ad oggetto il nome di coloro che hanno reso denunce o rapporti informativi nell’ambito di un procedimento ispettivo, giacché al predetto diritto alla riservatezza non può riconoscersi un’estensione tale da includere il diritto all’anonimato di colui che rende una dichiarazione a carico di terzi, tanto più che l’ordinamento non attribuisce valore giuridico positivo all’anonimato (C.d.S., sez. VI, 25.06.2007, n. 3601).
Non può pertanto seriamente dubitarsi che la conoscenza integrale dell’esposto rappresenti uno strumento indispensabile per la tutela degli interessi giuridici dell’appellato, essendo intuitivo che solo in questo modo egli potrebbe proporre eventualmente denuncia per calunnia a tutela della propria onorabilità: il che rende del tutto prive di qualsiasi fondamento giuridico i dubbi sull’uso asseritamente strumentale e ritorsivo della conoscenza dell’esposto che ha dato luogo al procedimento disciplinare in danno del ricorrente, non potendo ammettersi che pretese esigenze di riservatezza possano determinate un vulnus intollerabile ad un diritto fondamentale della persona, quale quello dell’onore (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 28.09.2012 n. 5132 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: Abusi edilizi senza accesso agli atti.
E' esclusa la possibilità di accedere agli atti amministrativi ai sensi della legge n. 241/1990 e s.m.i. in riferimento alla richiesta di acquisizione di copia degli atti riguardanti l'attività svolta dalla Polizia Municipale riguardanti l'accertamento di abuso edilizio.

Il TAR Sicilia ha negato l'accesso agli atti ad un contribuente che voleva verificare le modalità con cui erano state svolte le pratiche amministrativa per dichiarare l'abuso edilizio di un immobile di sua proprietà.
La vicenda nasce quando il Comune aveva negato ad un contribuente l’accesso agli atti amministrativi ex L. 241/1990.
Il contribuente aveva richiesto all’amministrazione comunale di acquisire copia degli atti concernenti l’attività di accesso e sopralluogo espletata dalla Polizia Municipale nel suo immobile a seguito di segnalazione di abuso edilizio fatta da terzi.
Il Comando dei vigili urbani aveva respinto l’istanza, affermando che gli accertamenti svolti riguardano l’attività di polizia giudiziaria i cui esiti sono stati trasmessi con comunicazione di notizia di reato del 25 novembre 2012 alla Procura della Repubblica presso il Tribunale , precisando che “la richiesta di accesso debba essere inoltrata direttamente all’Autorità Giudiziaria competente”.
Avverso tale atto il ricorrente è ricorso al Tribunale amministrativo regionale. In linea generale il testo della legge n. 241/1990, nel contemplare l’estensione e la legittimazione all’esercizio del diritto di accesso, sia pure con diverse sfumature, opera una limitazione di tale situazione giuridica richiedendo un interesse qualificato all’ostensione del documento e, di conseguenza, che le istanze siano motivate.
In altri termini, non è sufficiente un mero interesse di fatto teso semplicemente a controllare l’operato dell’azione amministrativa, ma si richiede che tale interesse sia corrispondente ad una situazione giuridica soggettiva riconosciuta e protetta dall’ordinamento generale.
Qualora tale collegamento non sia ritenuto sussistente dall’amministrazione destinataria della richiesta di accesso, quest’ultima potrà legittimamente negare la richiesta di accesso, atteso che la giurisprudenza amministrativa ha in più di un’occasione affermato il principio, secondo il quale le istanze di accesso, non possono essere volte ad effettuare un controllo generalizzato sull’attività amministrativa.
Tale principio, inoltre, ha trovato una sua positivizzazione nella legge n. 15/2005 di modifica della legge n. 241/1990, il cui articolo 16, comma 3, che ha sostituito l’art. 24 della legge del 1990, prevede testualmente: “Non sono ammissibili istanze di accesso preordinate ad un controllo generalizzato dell’operato delle pubbliche amministrazioni”.
La ratio di tale ultima disposizione è evidentemente quella di adattare l’esercizio del diritto di accesso con un altro bene-interesse, che altrimenti sarebbe oltremodo sacrificato, avente dignità costituzionale (art. 97) e meritevole di tutela: il buon andamento della pubblica amministrazione.
Con riferimento alla sentenza oggetto del presente commento per i giudici amministrativi regionali il ricorso è, in parte, infondato ed, in parte, inammissibile, e va pertanto respinto.
Per i giudici amministrativi non corrisponde al vero quanto asserito dal contribuente ricorrente in merito al fatto che vi sia stata violazione e falsa applicazione degli articoli 24 e 25 della legge 241/1990 in quanto il diritto di accesso agli atti amministrativi costituirebbe principio generale dell’attività amministrativa non comprimibile nemmeno a causa del segreto istruttorio, quando il richiedente vuole conoscere i documenti al fine di tutelare la propria sfera soggettiva; l’art. 24 della legge 241/1990, riferita all’esclusione dal diritto di accesso agli atti, riguarda il diritto di accesso ai documenti amministrativi e non risulta riferibile agli atti di polizia giudiziaria, ossia a quella attività che, a norma dell’art. 55 c.p.p., si sostanzia nel “prendere notizia dei reati, impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercarne gli autori, compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere quant'altro possa servire per l'applicazione della legge penale”.
Per il TAR se è vero che non ogni denuncia di reato presentata dalla pubblica amministrazione all’autorità giudiziaria costituisce atto coperto da segreto istruttorio penale, potendosi registrare casi in cui la denuncia è presentata dall’amministrazione nell’esercizio delle proprie istituzionali funzioni amministrative, è vero il contrario nei casi in cui la P.A. agisca nell'esercizio di funzioni di polizia giudiziaria specificamente attribuitele dall’ordinamento. In tali ultimi casi, gli atti redatti sono soggetti a segreto istruttorio ai sensi dell’art. 329 c.p.p. e conseguentemente sottratti all’accesso ai sensi dell’art. 24, Legge n. 241/1990.
Di fronte ad atti di polizia giudiziaria, coperti dal segreto istruttorio ex art. 329 c.p.p., vige il divieto di pubblicazione sancito dall’art. 114 c.p.p.
In sostanza per i giudici amministrativi vi è una netta differenza tra atti amministrativi, sui quali è ritenuta legittima la richiesta di accesso ex art. 241/1990, da quelli di polizia giudiziaria i quali , proprio per la loro natura e finalità, sano sottratti al diritto di accesso (commento tratto da www.ispoa.it - TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 20.09.2012 n. 2220 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Una “notizia di danno” è valida ai fini dell’avvio delle indagini anche se da essa non emergono con certezza i requisiti dell’attualità e concretezza del danno.
Invero gli elementi dell'attualità e concretezza del danno si configurano come presupposti oggettivi necessari ai fini dell'esercizio dell'azione di responsabilità amministrativa dovendo sussistere al momento dell'emissione dell'invito a dedurre, ma non anche al momento dell'avvio delle indagini da parte dell'inquirente.
In tale fase, secondo l’art. 17, comma 30, del decreto legge n. 78 del 2009 s.m.i., è sufficiente che sussista l'indicazione attendibile di una condotta la quale, nella sua specifica fattualità, sia idonea a determinare un immediato effetto dannoso il cui concreto prodursi formerà, anch’esso, oggetto di indagine da parte dell'inquirente e degli organi di polizia giudiziaria [fattispecie in materia di inquadramenti e assunzioni in mancanza di requisiti previsti dalla legge] (massima tratta da www.respamm.it - Corte dei Conti, Sez. III giur. centrale d'appello, sentenza 03.09.2012 n. 567 - link a www.corteconti.it).

ATTI AMMINISTRATIVI:  Diritto di accesso ad esposti e denunce.
La questione investe il problema del bilanciamento e del contemperamento tra il diritto di accesso ai documenti amministrativi, da un lato, e la tutela dei terzi i cui dati personali siano contenuti nella documentazione richiesta, dall’altro lato, con particolare riferimento all'esigenza di tutela della riservatezza dei firmatari di un esposto.
La preordinazione dell'istituto dell’accesso alla cura ed alla difesa di interessi giuridici (di cui all’art. 24, comma 7, della legge n. 241 del 1990), dalla quale soltanto dipende la prevalenza del diritto di accesso sul diritto alla riservatezza dei terzi, non può risolversi in una clausola di stile, ma deve essere effettiva, in relazione alla situazione di fatto e di diritto nella quale la domanda di accesso si inserisce e che tale effettività deve essere controllabile dal giudice dell'accesso.
Allorquando l’accertamento di un illecito amministrativo sia fondato su autonomi atti di ispezione dell'autorità amministrativa, l'esposto del privato ha il solo effetto di sollecitare il promovimento d'ufficio del procedimento, senza acquisire efficacia probatoria, con la conseguenza che in tali evenienze, di regola, per il destinatario del provvedimento finale non sussiste la necessità di conoscere gli esposti al fine di difendere i propri interessi giuridici, a meno che non siano rappresentate particolari esigenze: ciò, del resto, corrisponde al fatto che, di fronte al diritto alla riservatezza del terzo, la pretesa di conoscenza dell'esposto da parte del richiedente, se svincolata dalla preordinazione all'esercizio del diritto di difesa, acquista un obiettivo connotato ritorsivo che l'ordinamento non può tutelare.
Di conseguenza, non avendo il ricorrente evidenziato alcun interesse proprio, giuridicamente rilevante, tale da consentire il corrispondente sacrificio del diritto alla riservatezza dei terzi potenzialmente interessati dalla sua richiesta, la sua istanza di accesso non poteva e non può trovare, in base alla legge, favorevole riscontro.

* * *

Ritenuto:
● che, a seguito di verbale di ispezione n. 286 del 06.07.2011 redatto, presso un cantiere edile, da funzionari del Dipartimento di Prevenzione S.O.C. S.Pre.S.A.L. (Servizio Prevenzione e Sicurezza negli Ambienti di Lavoro), l’ASL di Asti ha irrogato al sig. W.S., in qualità di committente dei lavori, una sanzione amministrativa pecuniaria di euro 1.200,00 a causa di rilevate irregolarità contributive nei confronti dei lavoratori impiegati nel cantiere, ai sensi dell’art. 90, comma 9, lett. a, del d.lgs. n. 81 del 2008;
● che il sig. S., dopo aver provveduto al pagamento della sanzione, ha presentato, in data 07.10.2011, istanza di accesso agli atti, istanza che è stata riscontrata negativamente dall’amministrazione con la seguente motivazione: “l’oggetto della richiesta di accesso è costituito da documenti sottratti all’accesso, ai sensi dell’art. 24, comma 1, lettera a) della legge 241/1990, in quanto si è in presenza di atti di indagine compiuti dalla Polizia Giudiziaria” (provvedimento dell’11.11.2011);
● che avverso tale diniego il sig. S. ha dapprima presentato istanza di riesame al Difensore civico comunale il quale l’ha accolta con provvedimento del 20.12.2011;
● che, successivamente, in data 27.01.2012, il sig. S. ha presentato istanza alla ASL di Asti, ex art. 7 d.lgs. n. 196 del 2003, volta a conoscere e ad acquisire, in relazione al predetto procedimento ispettivo, gli “atti di pre-iniziativa (esposto/denuncia) ed autori”;
● che la relativa risposta dell’amministrazione, nuovamente negativa, è giunta in data 03.02.2012;
● che il sig. S., con il ricorso in epigrafe, ha quindi chiesto a questo TAR l’annullamento del provvedimento di diniego di accesso agli atti amministrativi inerenti il procedimento ispettivo de quo, contestualmente insistendo perché venga ordinato all’amministrazione l’esibizione di “tutti gli atti relativi al procedimento amministrativo/ispettivo, comprensivo di fotografie dello stato dei luoghi nonché [de]gli atti di preiniziativa intendendo per tali esposti e/o denunce, loro contenuto ed autori”;
● che, con atto depositato in giudizio il 16.04.2012, si è costituita in giudizio l’Azienda Sanitaria Locale di Asti, in persona del Commissario pro tempore, preliminarmente eccependo la carenza di interesse concreto ed attuale del ricorrente;
● che alla camera di consiglio del 18.04.2012, dopo breve discussione orale, la causa è stata trattenuta in decisione;
Considerato:
● che, con riferimento alla richiesta di accesso ai documenti inerenti il procedimento ispettivo (e formati dopo il suo inizio), deve essere dichiarata la cessazione della materia del contendere, in quanto l’amministrazione ha spontaneamente depositato in giudizio tutti i documenti contenuti nel fascicolo del procedimento ispettivo;
● che, con riferimento all’ulteriore istanza di accesso agli “atti di preiniziativa (esposto/denuncia) ed autori”, il ricorso deve invece essere rigettato;
● che, al riguardo, la questione investe il problema del bilanciamento e del contemperamento tra il diritto di accesso ai documenti amministrativi, da un lato, e la tutela dei terzi i cui dati personali siano contenuti nella documentazione richiesta, dall’altro lato, con particolare riferimento all'esigenza di tutela della riservatezza dei firmatari di un esposto (cfr., analogamente, TAR Sardegna, sez. II, n. 2590 del 2010);
● che la preordinazione dell'istituto dell’accesso alla cura ed alla difesa di interessi giuridici (di cui all’art. 24, comma 7, della legge n. 241 del 1990), dalla quale soltanto dipende la prevalenza del diritto di accesso sul diritto alla riservatezza dei terzi, non può risolversi in una clausola di stile, ma deve essere effettiva, in relazione alla situazione di fatto e di diritto nella quale la domanda di accesso si inserisce e che tale effettività deve essere controllabile dal giudice dell'accesso (Cons. Stato, sez. V, n. 1916 del 2000);
● che allorquando, come nella specie, l’accertamento di un illecito amministrativo sia fondato su autonomi atti di ispezione dell'autorità amministrativa, l'esposto del privato ha il solo effetto di sollecitare il promovimento d'ufficio del procedimento, senza acquisire efficacia probatoria, con la conseguenza che in tali evenienze, di regola, per il destinatario del provvedimento finale non sussiste la necessità di conoscere gli esposti al fine di difendere i propri interessi giuridici, a meno che non siano rappresentate particolari esigenze, il che qui non ricorre: ciò, del resto, corrisponde al fatto che, di fronte al diritto alla riservatezza del terzo, la pretesa di conoscenza dell'esposto da parte del richiedente, se svincolata dalla preordinazione all'esercizio del diritto di difesa, acquista un obiettivo connotato ritorsivo che l'ordinamento non può tutelare (così, ancora, Cons. Stato, sez. V, n. 1916 del 2000);
● che, di conseguenza, non avendo il ricorrente evidenziato alcun interesse proprio, giuridicamente rilevante, tale da consentire il corrispondente sacrificio del diritto alla riservatezza dei terzi potenzialmente interessati dalla sua richiesta, la sua istanza di accesso non poteva e non può trovare, in base alla legge, favorevole riscontro (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 10.05.2012 n. 537 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Richiesta parere in merito all’accesso a documentazione amministrativa (pareri legali, esposti).
L’istante lamenta che il Comune di Savona avrebbe negato, in varie forme, l’accesso ad alcuni documenti, in particolare:
a) oscurando i nominativi degli autori di esposti rivolti dai vicini nei suoi confronti, quale proprietario di una strada oggetto di lavori di scavo;
b) rifiutando l’accesso alle memorie difensive prodotte dall’ente locale nell’ambito di un contenzioso in atto;
c) negando l’accesso ad una relazione redatta dalla Polizia locale, atto poi rinvenuto presso altra amministrazione;
d) negando la visione preventiva di un fascicolo procedimentale che lo riguardava;
e) omettendo la consegna di alcuni verbali nel corso di un procedimento di esproprio sino a violare i termini di conclusione del procedimento.
Tanto premesso, chiedeva a questa Commissione un parere sulla legittimità delle determinazioni assunte dall’ente locale.
Quanto al punto sub a), la commissione osserva che, secondo il costante orientamento seguito, deve essere reso accessibile il nome di coloro che hanno reso segnalazioni, denunce o rapporti informativi nell'ambito di un procedimento ispettivo, non potendo essere invocato in tali casi il diritto alla riservatezza che recede quando venga in rilievo l’accesso per le necessità di cura e difesa degli interessi giuridici del richiedente ai sensi dell’art. 24, co. 7, legge n. 241/1990, salvo i casi di dati sensibili o supersensibili (arg. ex CdS Sez. V, 27.5.2008 n. 2511; vedi anche TAR Lombardia-Brescia, Sez. I 29.10.2008 n. 1469).
Quanto al punto sub b), si segnala che nell'ambito dei segreti sottratti all'accesso ai documenti rientrano gli atti redatti dai legali e dai professionisti in relazione a specifici rapporti di consulenza con l'Amministrazione, trattandosi di un segreto che gode di una tutela qualificata, dimostrata dalla specifica previsione degli articoli 622 codice penale e 200 codice di procedura penale (arg. ex CdS Sez. VI, 30.09.2010, n. 7237).
Quanto al punto sub c), è assorbente il rilievo che il documento è stato rinvenuto e dunque l’interesse all’accesso risulta soddisfatto.
Quanto al punto sub d), pur non parendo sussistere riscontri certi del lamentato rifiuto dell’amministrazione di far visionare il fascicolo, si ribadisce che il soggetto partecipante al procedimento amministrativo -diversamente da quello estraneo ad esso- null'altro deve dimostrare per legittimare il diritto di visionare ed ottenere copia dei documenti di interesse se non la veste di parte dello stesso procedimento (cfr.: Consiglio di Stato, VI Sezione, 13.04.2006 n. 2068).
Infine, i punti sub e) e f) ineriscono a questioni del tutto estranee alla materia dell’accesso e dunque questa Commissione si ritiene incompetente a pronunciarsi su di essi
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 17.04.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Non sono segrete le denunce dell’amministrazione nell'esercizio delle proprie funzioni istituzionali.
L’ARDIS ha negato l’accesso agli atti richiesti dalla Compagnia di Navigazione Ponte Sant’Angelo S.r.l. in quanto il regolamento della Regione Lazio n. 1/2002, all’art. 445, sottrarrebbe all’accesso le denunce, gli esposti, i verbali di accertamento relativi a violazioni e infrazioni soggette a comunicazioni di notizie di reato all’Autorità Giudiziaria, se e in quanto coperti dalla segretezza delle indagini.
In tal modo l’ARDIS, affermando che i verbali di accertamento redatti dai propri funzionari in sede dei sopralluoghi effettuati (nei quali sarebbero riportate e descritte le difformità delle opere provvisorie realizzate rispetto a quelle approvate) sono coperti da segreto istruttorio ex art. 329 cpp (e, quindi, non conoscibili) ha opposto un diniego generalizzato alla conoscenza degli atti che interessano la ricorrente, senza fornire specifiche indicazioni sul presupposto del diniego e cioè sul fatto che, nella fattispecie, gli atti fossero concretamente coperti dal segreto istruttorio, e senza distinguere tra atti effettivamente coperti da segreto istruttorio e altri documenti amministrativi.
Va osservato, sul punto, che non ogni denuncia di reato presentata dalla p.a. all'autorità giudiziaria costituisce atto coperto da segreto istruttorio penale (che, in quanto tale, è sottratto all'accesso). Infatti, qualora la denuncia sia stata presentata dall’Amministrazione nell'esercizio delle proprie funzioni istituzionali, l'atto richiesto in ostensione non ricade nell'ambito di applicazione dell'art. 329 c.p.p. (TAR Emilia Romagna Bologna, sez. II, 18.02.2011, n. 144) (TAR Lazio-Roma, Sez. I-ter, sentenza 05.03.2012 n. 2181 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVILa denuncia o l’esposto non possono considerarsi un fatto circoscritto al solo autore, all’Amministrazione competente al suo esame e all’apertura dell’eventuale procedimento, ma riguardano direttamente anche i soggetti denunciati, i quali ne risultano comunque incisi.
Nell’ordinamento delineato dalla legge n. 241/1990, ispirato ai principi della trasparenza, del diritto di difesa e della dialettica democratica, ogni soggetto deve, pertanto, poter conoscere con precisione i contenuti e gli autori di segnalazioni, esposti o denunce che, fondatamente o meno, possano costituire le basi per l’avvio di un procedimento ispettivo o sanzionatorio, non la P.A. precedente opporre all’interessato esigenze di riservatezza.

... Il Collegio rileva in primis che la Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi ha già disposto "che con riferimento alle relazioni si osserva che le medesime, qualora si traducano in rapporti informativi, sono sottratte all’accesso ai sensi della disposizione regolamentare citata.
Per quanto concerne gli esposti e denunce questa Commissione ribadisce l’adesione al prevalente orientamento della giurisprudenza secondo il quale “La denuncia o l’esposto non possono considerarsi un fatto circoscritto al solo autore, all’Amministrazione competente al suo esame e all’apertura dell’eventuale procedimento, ma riguardano direttamente anche i soggetti denunciati, i quali ne risultano comunque incisi. Nell’ordinamento delineato dalla legge n. 241/1990, ispirato ai principi della trasparenza, del diritto di difesa e della dialettica democratica, ogni soggetto deve, pertanto, poter conoscere con precisione i contenuti e gli autori di segnalazioni, esposti o denunce che, fondatamente o meno, possano costituire le basi per l’avvio di un procedimento ispettivo o sanzionatorio, non la P.A. precedente opporre all’interessato esigenze di riservatezza” (Tar Lombardia, sent. 1469/2008). Si ritiene, pertanto, che detti documenti siano ostensibili.
In ordine, infine, ai documenti oggetto di corrispondenza si evidenzia che la loro accessibilità è connessa alla riconducibilità di tali documenti alle categorie sottratte all’accesso ai sensi dell’art. 24 della L. 241/1990 a garanzia di superiori interessi; pertanto, spetta all’Amministrazione tale verifica
" (TAR Veneto, Sez. III, sentenza 03.02.2012 n. 116 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: OGGETTO: Diritto di accesso ad esposto.
Un cittadino ha chiesto a questa Commissione un parere sull’accessibilità di eventuali esposti presentati alle forze dell’ordine nei suoi confronti da privati (ignoti o vicini di casa) al fine di innescare controlli nella propria abitazione o nella sua attività imprenditoriale.
La Commissione ribadisce il proprio costante orientamento secondo cui -poiché nell'ambito dell'ordinamento giuridico generale non è riconosciuto il diritto all'anonimato di colui che rende una dichiarazione a carico di terzi- ogni soggetto deve poter conoscere con precisione i contenuti e gli autori di segnalazioni, esposti o denunce che, fondatamente o meno, possano costituire le basi per l'avvio di un procedimento ispettivo, di controllo o sanzionatorio nei suoi confronti, non potendo in proposito la Pubblica Amministrazione procedente opporre all’interessato esigenze di riservatezza (così TAR Lombardia Brescia, sez. I, 29.10.2008, n. 1469, nello stesso senso cfr., CdS, Sez. V 19.05.2009 n. 3081; Sez. V, 27.05.2008 n. 2511; Sez. VI, 23.10.2007 n. 5569; Sez. VI, 25.06.2007 n. 3601; Sez. VI, 12.04.2007, n. 1699)
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta dell'01.02.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIGdf in trasparenza. Sì alla visione della denuncia. Consiglio di stato dà ragione al contribuente sull'accesso.
Chi subisce un' ispezione tributaria ha diritto a prendere visione e a estrarre copia della denuncia dalla quale tale ispezione è scaturita. A maggior ragione se dall'ispezione non sia venuta fuori alcuna irregolarità.
È questo il principio affermato dalla IV Sez. del Consiglio di stato, con la sentenza 19.01.2012 n. 231.
Il caso verteva su di un diniego opposto dalla Guardia di finanza a una richiesta di accesso ai sensi dell' art. 22 della legge 241/1990, presentata da una società che era stata fatta oggetto di un controllo tributario. La società ricorrente aveva chiesto di accedere agli atti per difendere i propri interessi lesi, per il danno di immagine subito proprio per effetto del controllo dei finanzieri. Che peraltro si era concluso con un nulla di fatto.
E non si trattava di una richiesta formulata in vista di una ipotetica azione di risarcimento, ma di un'istanza diretta ad acquisire documentazione da far valere nel corso di un giudizio pendente davanti al Tribunale, proprio sugli stessi fatti. Il giudizio in sede civile verteva, infatti, su di un inadempimento contrattuale operato ai danni della società da un'impresa pubblicitaria, che aveva impedito alla ricorrente di avvalersi degli strumenti di propaganda pattuiti con la medesima.
Di qui l'azione risarcitoria, che, peraltro, si concludeva con la condanna dell'impresa al risarcimento in forma specifica. E cioè con il reintegro della società ricorrente nel diritto ad avvalersi dei mezzi pubblicitari oggetto del contratto. Mezzi che consistevano nella facoltà di seguire il Giro d'Italia con propri veicoli pubblicitari. Sennonché, subito dopo il reintegro, la società ricorrente era stata fatta oggetto di un'ispezione tributaria dalla quale non era emerso nulla di irregolare. Di qui il danno di immagine alla base della richiesta di accesso che, però, veniva rigettata dalla Guardia di finanza. E dunque, il conseguente esperimento dell'azione giudiziale davanti al Tar, che si concludeva con la soccombenza e la relativa impugnazione davanti al Consiglio di stato, che ha capovolto la decisione del collegio di I grado.
I giudici di Palazzo Spada hanno motivato la decisione facendo presente che le denunce e le comunicazioni non rientrano tra i documenti di interesse pubblicistico coperti dalla preclusione del diritto di accesso. Che si giustifica solo in relazione all'esigenza di salvaguardare l'ordine e la sicurezza pubblica, nonché la prevenzione e la repressione della criminalità. E dunque, con particolare riferimento ai documenti attinenti l'attività informativa nei settori istituzionali e a quelli della Guardia di finanza inerenti l'emanazione di ordini di servizio, nonché l'esecuzione del servizio stesso.
E siccome le denunce e le comunicazioni non pregiudicano gli interessi sottesi alla sicurezza, all'ordine pubblico e alla prevenzione e repressione della criminalità, l'accesso doveva essere consentito. Tanto più che i documenti chiesti in visione non erano oggetto di un procedimento penale e neppure costituivano atti di indagine (articolo ItaliaOggi del 25.01.2012).

anno 2011

ATTI AMMINISTRATIVI: OGGETTO: Richiesta di parere in ordine all’acquisizione di documenti ed informazioni nel corso di indagini di polizia giudiziaria.
Il Segretario comunale del Comune di Cernusco Lombardone (LC) fa presente che tra il Responsabile del servizio di polizia locale ed il Commissario aggiunto suo collaboratore esiste da tempo uno stato di tensione sfociato in vari procedimenti disciplinari, ed in numerose missive indirizzate al Sindaco ed al Segretario comunale.
Da ultimo il Commissario aggiunto con nota indirizzata al Sindaco e al Segretario, in qualità di ufficiale di Polizia giudiziaria, chiede di conoscere se il Responsabile del servizio di polizia locale sia stato preventivamente autorizzato a frequentare un “Corso” e se lo abbia concretamente frequentato nel 2005; se in alcuni giorni del 2005 abbia prestato servizio presso il Comune svolgendo attività di controllo del territorio comunale con la cosiddetta “pattuglia serale” e, in caso affermativo se abbia percepito un compenso e in che forma.
A tal fine il Commissario aggiunto ha chiesto il rilascio di copia autentica della preventiva autorizzazione rilasciata al Responsabile del Servizio di polizia locale per la frequenza del “Corso”; copia autentica dell’ordine di servizio adottato dal Responsabile del Servizio, riguardante i turni e gli orari di servizio degli operatori della polizia locale relativi ad alcuni mesi del 2005; copia autentica dei cartellini segnatempo/presenza in servizio del responsabile riguardanti il suddetto periodo, anche nella versione appositamente predisposta per evidenziare all’Ufficio ragioneria i servizi rientranti nel c.d. “Progetto finalizzato” retribuito in modo del tutto particolare; copia autentica di ulteriori documenti quali l’eventuale lettera di iscrizione al corso di cui trattasi e l’eventuale diploma all’uopo rilasciato.
Tutto ciò premesso, il Segretario del Comune di Cernusco Lombardone chiede di conoscere se sia possibile, obbligatorio o vietato evadere la richiesta di documenti avanzata dal Commissario aggiunto.
Ad avviso della Commissione l’istanza di accesso presentata dal Commissario aggiunto, per come è stata formulata e per le ragioni che espressamente la sostengono non può trovare accoglimento.
L’interessato, invero, non intende esercitare il diritto di accesso alla documentazione amministrativa, detenuta dal proprio Comune per tutelare interessi propri, ma, al contrario, quale ufficiale di polizia giudiziaria, chiede documenti ed informazioni al dichiarato fine “di eseguire una indagine conoscitiva volta a poter escludere oppure documentare la possibilità che sussistano o meno violazioni di legge”.
All’evidenza una tale ipotesi è fuori dall’ambito di applicazione delle norme sul diritto di accesso, per la decisiva ragione che le modalità di acquisizione di documenti ed informazioni nel corso di indagini di polizia giudiziaria sono disciplinate da norme tutt’affatto diverse
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 20.12.2011 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: OGGETTO: Richiesta di parere sul diritto di accesso agli esposti ex art. 1 TULPS.
Un commissariato di P.S. ha chiesto a questa Commissione un parere sull’accessibilità di un esposto di un privato che aveva innescato un procedimento per la bonaria composizione dei dissidi privati ex art. 1 TULPS.
La Commissione ribadisce il costante orientamento secondo cui nel sistema delineato dalla legge 07.08.1990, n. 241 e ss. mm., ispirato ai principi della trasparenza, del diritto di difesa e della dialettica democratica -nell'ambito dell'ordinamento giuridico generale che non riconosce il diritto all'anonimato di colui che rende una dichiarazione a carico di terzi- ogni soggetto deve poter conoscere con precisione i contenuti e gli autori di segnalazioni, esposti o denunce che, fondatamente o meno, possano costituire le basi per l'avvio di un procedimento ispettivo, di controllo o sanzionatorio nei suoi confronti, non potendo in proposito la Pubblica Amministrazione procedente opporre all’interessato esigenze di riservatezza (così TAR Lombardia Brescia, sez. I, 29.10.2008, n. 1469, nello stesso senso cfr., Cons. Stato, Sez. V 19.05.2009 n 3081; Sez. V, 27.05.2008 n. 2511; Sez. VI, 23.10.2007 n. 5569; Sez. VI, 25.06.2007 n. 3601; Sez. VI, 12.04.2007, n. 1699).
Alla luce di tale orientamento, non pare che possa essere esclusa l'ostensione dell’esposto (di cui peraltro risulta già data lettura alla controparte), non potendo essere considerato un fatto circoscritto al solo autore o al Commissariato di PS competente al suo esame ai fini dell'apertura del procedimento di composizione bonaria, riguardando direttamente anche i soggetti "denunciati", fatti comunque salvi i limiti previsti all’accesso per casi di dati sensibili o supersensibili ex art. 24, comma 7, legge n. 241/1990 (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta dell'08.11.2011 - link a www.commissioneaccesso.it).
ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: Accesso di cittadino residente a documenti in materia edilizia.
L’Avv. ... lamenta che il Comune di Sannicandro Garganico, in contrasto con le disposizioni contenute nell’art. 10, TUEL, gli abbia negato l’accesso ad atti che riguardano la materia edilizia in generale (progettazioni, autorizzazioni a costruire e simili).
Il diniego dell’amministrazione comunale, ai sensi del richiamato art. 10 del TUEL è illegittimo.
Per quanto riguarda la legittimazione all’accesso agli atti adottati da enti locali, la consolidata giurisprudenza di questa Commissione distingue la diversa posizione dei cittadini residenti e non. Per i primi, cittadini residenti (siano essi persone fisiche, associazioni o persone giuridiche), il principio fondamentale che informa l’orientamento consolidato della Commissione sull’applicazione dell’art. 10, TUEL è quello di “specialità”: si ritiene cioè che il legislatore abbia adottato una disciplina specifica per gli enti locali versata nel TUEL approvato con il d.lgs. n. 267/2000.
Tale specialità comporta, in linea generale, che le norme contenute nella l. n. 241/1990 si applicano al TUEL solo in via suppletiva, ove necessario, e nei limiti in cui siano con esso compatibili. E mentre, per l’accesso agli atti di amministrazioni centrali dello Stato (e sue articolazioni periferiche) l’art. 22, comma 1, lett. b), l. n. 241/1990 prevede che la legittimazione all’accesso spetti soltanto ai soggetti titolari di un “interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l’accesso”, l’art. 10 del TUEL non stabilisce invece alcuna restrizione e si limita a prevedere l’esistenza di un’area di atti (non precisata) il cui accesso o è assolutamente precluso per legge o è differibile (tale essendo l’effetto pratico della necessaria dichiarazione del Sindaco) nei casi previsti da un apposito regolamento, a tutela della riservatezza.
Secondo la Commissione i diversi contenuti delle due disposizioni citate caratterizzano la specificità del diritto di accesso dei cittadini comunali configurandolo alla stregua di un’azione popolare che non deve essere accompagnata né dalla titolarità di una situazione giuridicamente rilevante né da un’adeguata motivazione.
Ovviamente, a tutela del buon andamento dell’ordinaria attività amministrativa degli uffici comunali, l’amministrazione ha la facoltà di stabilire tempi e modalità di accesso alla documentazione richiesta (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 27.09.2011 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOff limits le note del vigile «poliziotto».
Gli atti posti in essere dalla polizia municipale in funzione di polizia giudiziaria sono sottratti al diritto d'accesso: così ha stabilito il TAR Sardegna, Sez. II, nella sentenza 20.06.2011 n. 638.
Il Tribunale, d'altronde, ha applicato a questa vicenda i principi affermati dalla giurisprudenza amministrativa in materia, secondo cui non ogni denuncia di reato presentata dalla pubblica amministrazione all'autorità giudiziaria costituisce atto coperto da segreto istruttorio penale e come tale sottratta all'accesso, in quanto, se la denuncia è presentata dalla Pa nell'esercizio delle proprie istituzionali funzioni amministrative, non si ricade nell'ambito di applicazione dell'articolo 329 del Codice di procedura penale; tuttavia se la Pa che trasmette all'autorità giudiziaria una notizia di reato non lo fa nell'esercizio della propria istituzionale attività amministrativa, ma nel l'esercizio di funzioni di polizia giudiziaria specificamente attribuite dal l'ordinamento, si è in presenza di atti di indagine compiuti dalla polizia giudiziaria, che, come tali, sono soggetti a segreto istruttorio ai sensi dell'articolo 329 del Codice di procedura penale e conseguentemente sottratti all'accesso.
I giudici sardi hanno precisato che ai fini dell'esercizio del l'accesso ai documenti amministrativi, la polizia municipale esercita, rispetto alle opere edilizie abusive, funzioni di polizia giudiziaria, con la conseguenza che gli atti che quest'ultima compie e acquisisce nel l'esercizio di tali funzioni sono assoggettati al regime stabilito dal Codice di procedura penale e al segreto istruttorio di cui all'articolo 329 (articolo Il Sole 24 Ore del 26.09.2011 - tratto da www.ecostampa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Accesso agli atti senza vedere firme. La sentenza del Tar Sardegna.
L'interessato che richiede l'accesso a un esposto che lo riguarda ha diritto ad ottenere perlomeno l'ostensione del documento con l'occultamento dei nominativi di tutti i firmatari.
Lo ha ribadito il TAR Sardegna, Sez. II, con la sentenza 02.08.2011 n. 865.
È sempre molto sottile la linea di demarcazione tra la tutela del diritto alla riservatezza e il diritto alla trasparenza e all'accesso agli atti amministrativi. Spesso infatti il destinatario di un esposto chiede all'autorità destinataria delle doglianze copia dell'atto per configurare eventuali contromisure non necessariamente convenzionali. Anche per semplice e legittima curiosità. Questo determina sovente un irrigidimento della pubblica amministrazione destinataria della richiesta di accesso agli atti che per evitare di gettare benzina sul fuoco nega totalmente l'accesso all'esposto.
Questa pratica non è corretta secondo il Tar sardo. Nel caso esaminato dal collegio il socio di una cooperativa posta in liquidazione si è visto rigettare dall'Inps la richiesta di accesso a un esposto presentato a suo danno da altri soci lavoratori. Contro questa determinazione negativa l'interessato ha avanzato con parziale successo ricorso al tribunale amministrativo evidenziando l'importanza del documento per la tutela dei suoi interessi.
Il collegio ha accolto, in parte, le doglianze dell'interessato richiamando, tra l'altro, «il precedente giurisprudenziale del Tar Lombardia Milano, sez. IV, dell'08.11.2004, n. 5716, nel quale è stato affermato che in tema di bilanciamento tra il diritto di accesso ai documenti amministrativi e la tutela dei terzi i cui dati personali siano contenuti nella documentazione richiesta, deve ritenersi che le esigenze di tutela della riservatezza dei firmatari di un esposto nei confronti di un professionista, presentato al relativo ordine professionale, e del quale il primo chieda l'ostensione, possano essere garantite mediante la mascheratura dei nominativi» (articolo ItaliaOggi del 24.08.2011).
ATTI AMMINISTRATIVI: OGGETTO: Necessità o meno di comunicare ai controinteressati l’istanza di accesso presentata ai sensi dell’art. 391-quater cod. proc. pen..
Il dirigente del Comune di Rieti in indirizzo chiede il parere di questa Commissione in ordine alla necessità di comunicare ai controinteressati (ex art. 3, d.p.r. n. 184/2006) la domanda di accesso formulata i sensi dell’art. 391-quater cod. proc. pen. da un avvocato per conto del suo cliente ed avente ad oggetto il rilascio di copia della documentazione relativa a pratiche edilizie appartenenti a terzi e non riconducibili al procedimento penale in cui il suo assistito è coinvolto.
A parere del dirigente comunale la comunicazione ai terzi controinteressati non sarebbe necessaria in quanto la suddetta documentazione è finalizzata esclusivamente alla redazione di memorie da parte del legale.
Ritiene questa Commissione di poter condividere tale assunto.
La notifica ai controinteressati ex art. 3, d.p.r. n. 184/2006 è un atto dovuto dall’amministrazione in ogni caso in cui la richiesta di accesso coinvolga la tutela della riservatezza del terzo, il quale ha il diritto di presentare o meno una motivata opposizione all’accesso entro dieci giorni dalla comunicazione. Questa procedura, la cui osservanza non può dipendere dal giudizio sulla sua fondatezza che la stessa amministrazione maturi anche in virtù di consolidata giurisprudenza, può essere superata nei casi in cui la legge stabilisca l’obbligo di ostensione del documento richiesto o il consenso dell’autorità giudiziaria e in quelli in cui il soggetto terzo, pur individuato nel documento, rivesta la posizione di controinteressato solo in senso formale (è l’ipotesi della richiesta di accesso di un candidato di una procedura concorsuale ad accedere a verbali o elaborati di altri candidati della stessa procedura).
Nel caso di specie, sembra ricorrere la prima ipotesi considerato che l’art. 391-quater cod. proc. pen. –secondo cui “Ai fini delle indagini difensive, il difensore può chiedere i documenti in possesso della pubblica amministrazione e di estrarne copia”- prevede, al terzo comma, che in caso di rifiuto al rilascio da parte della P.A. si applicano gli artt. 367 e 368 cod. proc. pen., che devolvono al P.M. (art. 367) e al GIP (art. 368) la decisione su richieste istruttorie nel corso delle indagini preliminari. Non è, dunque, il terzo controinteressato che può opporsi alla domanda di accesso, ma solo l’autorità giudiziaria può valutarne l’ammissibilità (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 20.07.2011 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATAUna parte della giurisprudenza ritiene che quando l’esposto di un terzo abbia avuto l’unica funzione di stimolare l’attivazione di poteri di indagine o repressivi propri della P.A., che la stessa ha in seguito normalmente esercitato, venga a mancare, in capo al soggetto sanzionato, l’interesse a conoscere dato atto di impulso.
Tuttavia altra giurisprudenza, cui il Collegio aderisce, ritiene che ragioni di trasparenza (“.. nell'ordinamento delineato dalla legge n. 241/1990, ispirato ai principi della trasparenza, del diritto di difesa e della dialettica democratica, ogni soggetto deve poter conoscere con precisione i contenuti e gli autori di segnalazioni, esposti o denunce che, fondatamente o meno, possano costituire le basi per l'avvio di un procedimento ispettivo o sanzionatorio, non potendo la P.A. procedente opporre all'interessato esigenze di riservatezza”) facciano propendere per la soluzione opposta, cioè per l’accessibilità da parte dell’interessato anche a tale documento, in quanto “la denuncia e l’esposto… non possono essere considerati un fatto circoscritto al solo autore, all’Amministrazione competente al suo esame e all’apertura dell’eventuale procedimento, ma riguardano direttamente anche i soggetti "denunciati", i quali ne risultano comunque incisi”.

Per quanto concerne l’esposto dl vicino di casa, il Collegio ritiene che la domanda sia fondata e che il Comune debba consentirne l’accesso.
Non ignora il Tribunale che una parte della giurisprudenza ritiene che quando l’esposto di un terzo abbia avuto l’unica funzione di stimolare l’attivazione di poteri di indagine o repressivi propri della P.A., che la stessa ha in seguito normalmente esercitato, venga a mancare, in capo al soggetto sanzionato, l’interesse a conoscere dato atto di impulso.
Tuttavia altra giurisprudenza, cui il Collegio aderisce (cfr., ad esempio: TAR Campania-Napoli n. 14859/2010 e Lombardia-Brescia n. 1469/2008; nonché C.S. n. 2511/2008; n. 5569/2007; e n. 3601/2007), ritiene che ragioni di trasparenza (“.. nell'ordinamento delineato dalla legge n. 241/1990, ispirato ai principi della trasparenza, del diritto di difesa e della dialettica democratica, ogni soggetto deve poter conoscere con precisione i contenuti e gli autori di segnalazioni, esposti o denunce che, fondatamente o meno, possano costituire le basi per l'avvio di un procedimento ispettivo o sanzionatorio, non potendo la P.A. procedente opporre all'interessato esigenze di riservatezza”) facciano propendere per la soluzione opposta, cioè per l’accessibilità da parte dell’interessato anche a tale documento, in quanto “la denuncia e l’esposto… non possono essere considerati un fatto circoscritto al solo autore, all’Amministrazione competente al suo esame e all’apertura dell’eventuale procedimento, ma riguardano direttamente anche i soggetti "denunciati", i quali ne risultano comunque incisi”.
Né vale a legittimare il diniego di accesso all’esposto presentato dal vicino, l’eventuale sussistenza di indagini penali in relazione a fatti oggetto anche di indagine amministrativa, sia perché (come appurato in Camera di Consiglio) il Comune detiene comunque copia della documentazione di cui trattasi (che non è stata oggetto di sequestro); sia perché (come stabilito da TAR Puglia-Bari n. 2565/2008) la richiesta di accesso anche ad atti oggetto di indagine penale (dei quali peraltro il Collegio non ritiene possa far parte l’esposto del privato, proprio perché ha solo dato impulso ad indagini autonomamente effettuate dalla P.A., unicamente all’esito delle quali si è ritenuta la possibile sussistenza di un illecito penalmente rilevante) può in ogni caso essere assentita, eventualmente, e ove di ragione, previa autorizzazione della competente Procura della Repubblica che deve esserne richiesta, senza indugio, dall’Amministrazione stessa.
Questa parte della domanda va quindi accolta con conseguente dichiarazione dell’obbligo del Comune di consentire l’accesso all’esposto presentato dal vicino (TAR Friuli Venezia Giulia, sentenza 14.07.2011 n. 349 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVIGli atti posti in essere dalla polizia municipale in funzione di polizia giudiziaria sono sottratti al diritto d’accesso.
Col ricorso in rassegna il ricorrente chiedeva l’annullamento di un provvedimento con il quale il Comune in causa aveva respinto l'istanza di accesso al verbale dei VV.UU. relativo all'accertamento eseguito nell'abitazione del ricorrente in quanto coperto da segreto istruttorio.
Il Tribunale amministrativo di Cagliari ha considerato tale istanza infondata sul presupposto che debbano trovare applicazione anche nel caso di specie i principi affermati dalla giurisprudenza amministrativa in materia, secondo cui “non ogni denuncia di reato presentata dalla pubblica amministrazione all'autorità giudiziaria costituisce atto coperto da segreto istruttorio penale e come tale sottratta all'accesso, in quanto, se la denuncia è presentata dalla pubblica amministrazione nell'esercizio delle proprie istituzionali funzioni amministrative, non si ricade nell'ambito di applicazione dell'art. 329, c.p.p.; tuttavia se la pubblica amministrazione che trasmette all'autorità giudiziaria una notizia di reato non lo fa nell'esercizio della propria istituzionale attività amministrativa, ma nell'esercizio di funzioni di polizia giudiziaria specificamente attribuite dall'ordinamento, si è in presenza di atti di indagine compiuti dalla polizia giudiziaria, che, come tali, sono soggetti a segreto istruttorio ai sensi dell'art. 329 c.p.p. e conseguentemente sottratti all'accesso ai sensi dell'art. 24, l. n. 241 del 1990.” (cfr. Consiglio di Stato , sez. VI, 09.12.2008 , n. 6117).
È stato altresì precisato, continuano i giudici sardi, che “ai fini dell'esercizio dell'accesso ai documenti amministrativi, la polizia municipale esercita, rispetto alle opere edilizie abusive, funzioni di polizia giudiziaria, con la conseguenza che gli atti che quest'ultima compie e acquisisce nell'esercizio di tali funzioni sono assoggettati al regime stabilito dal codice di procedura penale e al segreto istruttorio di cui all'art. 329, c.p.p.” (cfr. TAR Sicilia Palermo, sez. II, 06.06.2008 , n. 757; TAR Emilia Romagna Bologna, sez. II, 05.12.2005, n. 1676).
Poiché nella situazione in commento il verbale di accertamento in questione è stato redatto ai sensi dell’articolo 354 c.p.p., trattandosi pertanto di atto posto in essere nell’esercizio di funzioni di polizia giudiziaria, lo stesso risulta assoggettato al segreto istruttorio di cui all’articolo 329 c.p.p. e, come tale, sottratto all’accesso in via amministrativa, dovendosi in tal caso esercitare l’accesso esclusivamente nelle forme consentite dalla partecipazione al procedimento penale cui l’atto medesimo inerisce e cioè previo nulla osta dell’autorità giudiziaria (commento tratto da www.documentazione.ancitel.it - TAR Sardegna, Sez. II, sentenza 20.06.2011 n. 638 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Accesso ai documenti amministrativi - Documenti relativi a procedimenti di controllo o ispettivi - Diritto di accesso - Sussiste - Anche rispetto ad esposti e denunce che abbiano determinato l'attivazione del procedimento.
In presenza di un interesse qualificato da parte di un soggetto, che subisce un procedimento di controllo o ispettivo, deve essere riconosciuto il diritto dello stesso a conoscere integralmente tutti i documenti utilizzati dall'Amministrazione nell'esercizio del potere di vigilanza, compresi gli esposti e le denunce che abbiano determinato l'attivazione del procedimento medesimo (Fattispecie relativa ad una domanda di accesso agli atti di un procedimento ispettivo della Guardia di finanza, attivato nei confronti dell'istante sulla base di esposti e segnalazioni) (Cfr. Cons. Stato Sez. V, 19.05.2009, n. 3081) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 26.04.2011 n. 1051 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: 1. Ricorso amministrativo - Controinteressato - Caratteri ed Individuazione - Mera partecipazione al procedimento o semplice presentazione di esposti e denunce - Insufficienza.
2. Preavviso di rigetto ex art. 10-bis, L. 241/1990 - Carattere interlocutorio - Mancanza di lesività attuale - Impugnabilità - Non sussiste.
3. Ricorso amministrativo - Consulenza tecnica d'ufficio - Istruttoria volta a colmare lacune procedimentali della P.A. - Inammissibilità.
4. Atto amministrativo - Motivazione - Integrazione successiva - In sede giurisdizionale - Motivazione contenuta in atti difensivi - Inammissibilità.

1. La mera partecipazione al procedimento o la semplice presentazione di esposti e denunce all'autorità pubblica non costituiscono condizioni sufficienti ad acquisire la qualità di controinteressato nel giudizio amministrativo (cfr. TAR Latina, sent. n. 293/2010; TAR Napoli, sent. n. 1918/2010; Cons. di Stato, sent. n. 547/2006).
2. Qualora in un provvedimento la P.A., da un lato, parli di "archiviazione" della pratica, ma, dall'altro, richiami l'art. 10-bis della Legge 241/1990 -come se l'atto non rappresentasse una determinazione definitiva, ma soltanto un preavviso di rigetto- il provvedimento risulta non impugnabile, non apparendo chiara la sua effettiva portata lesiva (cfr. TAR Milano, sent. n. 7192/2010).
3. E' inammissibile la consulenza tecnica d'ufficio qualora si configuri come attività istruttoria volta a colmare le lacune procedimentali -consulenza tecnica c.d. esplorativa- in cui sia incorsa la P.A. che non abbia adeguatamente assolto l'onere della prova della propria pretesa di inibire l'attività edificatoria dell'esponente (cfr. TAR Catania, sent. n. 2930/2010).
4. Pur dopo le modifiche alla Legge 241/1990 introdotte con la Legge 15/2005, permane nel processo amministrativo il divieto di integrare la motivazione con gli atti difensivi (cfr. TAR Piemonte, sent. n. 4550/2010) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 08.02.2011 n. 382 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2010

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Diritto di accesso di un condomino al contenuto di una segnalazione inviata dall’amministratore all’ASL.
Un condomino, abitante in un palazzo ove l’amministratore pro tempore aveva segnalato alla ASL gravi anomalie nel sistema di evacuazione dei fumi provenienti dalle canne fumarie collettive, riferiva di avere inoltrato alla stessa ASL istanza di accesso per acquisire copia della segnalazione in quanto l’amministratore condominiale ne aveva negato più volte il rilascio. Sennonché, la competente ASL, pur rilasciando copia dell’esposto, aveva oscurato l’intestazione, la firma ed altri particolari contenuti nella segnalazione.
Tanto premesso, l’istante chiedeva a questa Commissione un parere per ottenere dalla ASL la copia integrale della segnalazione fatta dal condominio, senza le cancellature apposte al documento.
E’ senza alcun dubbio sussistente un interesse diretto, concreto, attuale dell’istante ad avere copia della segnalazione sia quale condomino, titolare del potere di controllo sulla gestione delle cose comuni (tra cui anche le canne fumarie collettive di aspirazione dei fumi), sia quale eventuale soggetto destinatario dell’esposto in previsione di eventuali procedimenti sanzionatori o ispettivi, tanto che l’amministrazione ha rilasciato copia della segnalazione al condomino istante.
In tale duplice ottica, non appaiono poi sussistere ragioni giustificative dell’oscuramento di alcune parti della segnalazione (verosimilmente inerenti alle generalità dei soggetti coinvolti), prevalendo comunque il diritto di accesso rispetto alla riservatezza.
Ed infatti, l’interesse alla riservatezza, da un lato, non può essere invocato sul contenuto e sugli autori di esposti, segnalazioni o denunce, non costituendo fatti circoscritti al solo autore e all’Amministrazione competente al suo esame, ma riguardando direttamente anche i soggetti “denunciati”, i quali ne risultano comunque incisi; dall’altro, essa recede quando venga in rilievo l’accesso per le necessità di cura e difesa degli interessi giuridici del richiedente ai sensi dell’art. 24, co. 7, legge n. 241/1990, salvo i casi di dati sensibili o supersensibili.
Alla luce di quanto esposto, non pare che la p.a. possa opporre all’interessato esigenze di riservatezza, oscurando dati inerenti il contenuto o le generalità indicate nell’esposto, non venendo peraltro in apparente considerazione dati sensibili o supersensibili (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 14.12.2010 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Comunicazione del nominativo di autore di un esposto.
A fronte di un’istanza di accesso presentata al Comune di Trecate da parte del proprietario di alcuni cani per conoscere le generalità di chi aveva inoltrato una segnalazione, da cui era stata avviata una successiva verifica circa il preteso disturbo della quiete pubblica e del riposo derivante dal continuo abbaiare dei cani, il Comando Polizia Municipale ha chiesto a questa Commissione di sapere se possa dare riscontro negativo a detta richiesta, evitando di comunicare il nominativo dell’autore dell’esposto.
L’ente istante ha precisato, altresì, che l’accedente intende tutelare la propria reputazione asseritamente lesa dalla segnalazione, mentre il denunciante si è opposto all’accesso, asserendo di temere eventuali ritorsioni a danno della propria incolumità.
La Commissione ribadisce il costante orientamento giurisprudenziale secondo cui il diritto alla riservatezza non può essere invocato quando la richiesta di accesso ha per oggetto, come nella presente fattispecie, il nome di coloro che hanno reso segnalazioni, denunce o rapporti informativi nell’ambito di un procedimento ispettivo (cfr., C.d.S. Sez. V, 27.05.2008 n. 2511; Sez. VI, 23.10.2007 n. 5569; Sez. VI, 25.06.2007 n. 3601; Sez. VI, 12.04.2007, n. 1699; Sez. V, 22.06.1998 n. 923; Ad. Plen. 04.02.1997 n. 5; cfr anche TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, 29.10.2008 n. 1469).
Ed infatti, ai sensi dell’art. 24 della legge n. 241 del 1990, nel testo novellato, al comma 7, "deve comunque essere garantito ai richiedenti l’accesso ai documenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici. Nel caso di documenti contenenti dati sensibili e giudiziari, l’accesso è consentito nei limiti in sia strettamente indispensabile e nei termini previsti dall’art. 60 del decreto legislativo 30.06.2003, n. 196, in caso di dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale".
Nel caso in esame, l’istanza di accesso è diretta a conoscere le generalità di chi ha effettuato la segnalazione al Comune, segnalazione da cui è scaturita la successiva verifica da parte degli uffici comunali delle lamentele circa il disturbo della quiete pubblica derivanti dai latrati dei cani.
Non venendo quindi in rilievo i dati sensibili o supersensibili di cui al menzionato art. 60, sono irrilevanti i timori manifestati dall’opponente di esporsi ad eventuali azioni ritorsive, con la conseguenza che deve essere riconosciuto l’accesso al nominativo del denunciante (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 26.10.2010 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Procedimento amministrativo - Accesso - Provvedimenti incidenti sulle libertà individuali - Limitazioni all’accesso - Art. 3, lett. a), d.m. n. 415/1994 - Interpretazione.
L’art. 3, lett. a), d.m. 10.05.1994 n. 415 -secondo cui sono sottratti ad accesso “relazioni di servizio ed altri atti o documenti presupposti per l’adozione degli atti o provvedimenti dell’autorità nazionale e delle altre autorità di pubblica sicurezza, nonché degli ufficiali o agenti di pubblica sicurezza, ovvero inerenti all’attività di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica o di prevenzione e repressione della criminalità, salvo che si tratti di documentazione che, per disposizione di legge o di regolamento, debba essere unita a provvedimenti o atti soggetti a pubblicità”- deve essere interpretata, soprattutto allorché i documenti di cui è chiesto l’accesso siano già stati utilizzati per l’adozione di provvedimenti amministrativi incidenti sulle libertà individuali, nel senso che la sottrazione all’accesso debba essere di volta in volta giustificata in relazione a specifiche e concrete esigenze di salvaguardia dell’ordine pubblico e di repressione della criminalità e specificamente in relazione alla tutela di “strutture, mezzi, dotazioni, personale e azioni strettamente strumentali alla tutela dell’ordine pubblico, alla prevenzione e alla repressione della criminalità con particolare riferimento alle tecniche investigative, alla identità delle fonti di informazione e alla sicurezza dei beni e delle persone coinvolte, all’attività di polizia giudiziaria e di conduzione delle indagini”, come previsto dalla lett. c) dell’art. 24, comma 6, l. 07.08.1990 n. 241; se infatti la disposizione venisse interpretata in senso letterale potrebbe dubitarsi della sua legittimità in quanto si determinerebbe una sostanzialmente generalizzata sottrazione ad accesso di quasi tutti i documenti formati dall’amministrazione dell’interno con frustrazione delle finalità della l. n. 241/1990 (TAR Lazio Latina, 15.10.2009, n. 949) (TAR Lazio-Latina, Sez. I, sentenza 06.10.2010 n. 1653 - link a www.ambientediritto.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: OGGETTO: Comunicazione del nominativo di autori di denunce o esposti.
Con nota del 15.07.2010 n. 0022686 il Comando della Polizia Municipale del Comune di Porto Sant’Elpidio ha chiesto di conoscere se, a parere di questa Commissione, debba dare corso alle richieste, avanzate da persone che in sede di procedimenti ispettivi o sanzionatori (per lo più relativi a rapporti di lavoro dipendente) siano state oggetto di denunzie o di esposti, di conoscere il nominativo del denunziante o dell’esponente.
Al riguardo la Commissione fa presente che secondo un orientamento giurisprudenziale “le finalità che sostengono le disposizioni che precludono ai datori di lavoro l'accesso alla documentazione contenente le dichiarazioni rese in sede ispettiva dai rispettivi dipendenti -fondate su un particolare aspetto della riservatezza, quello cioè attinente all'esigenza di preservare l'identità dei dipendenti autori delle dichiarazioni allo scopo di sottrarli a potenziali azioni discriminatorie, pressioni indebite o ritorsioni da parte del datore di lavoro-, prevalgono a fronte dell'esigenza contrapposta di tutela della difesa dei propri interessi giuridici, essendo la realizzazione del diritto alla difesa garantita “comunque” dall'art. 24, comma 7, della legge n. 241 del 1990” (Sez. V, 07.12.2009 n. 7678 e 29.07.2008, n. 3798; Sez. VI, 10.04.2003, n. 1923; 03.05.2002, n. 2366, 26.01.1999, n. 59).
Secondo altro orientamento, invece, “nell'ordinamento delineato dalla L. n. 241/1990, ispirato ai principi della trasparenza, del diritto di difesa e della dialettica democratica, ogni soggetto deve, pertanto, poter conoscere con precisione i contenuti e gli autori di segnalazioni, esposti o denunce che, fondatamente o meno, possano costituire le basi per l'avvio di un procedimento ispettivo o sanzionatorio, non potendo la p.a. procedente opporre all'interessato esigenze di riservatezza. La tolleranza verso denunce segrete e/o anonime è un valore estraneo al nostro ordinamento giuridico.
Emblematico, in tal senso, è l'art. 111 Cost. che, nel sancire (come elemento essenziale del giusto processo) il diritto dell'accusato di interrogare o far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, inevitabilmente presuppone che l'accusato abbia anche il diritto di conoscere il nome dell'autore di tali dichiarazioni. Tale sfavore verso le denunce e le dichiarazioni anonime emerge poi, a più riprese, dal codice di procedura penale: si pensi, ad esempio, all'art. 240 C.p.p. in forza del quale i documenti che contengono dichiarazioni anonime non possono essere acquisti né in alcun modo utilizzati, salvo che costituiscano il corpo del reato o provengano comunque dall'imputato; all'art. 195, comma 7, C.p.p. che sancisce l'inutilizzabilità della testimonianza di chi si rifiuta o non è in grado di indicare la persona o la fonte da cui appreso la notizia dei fatti oggetto dell'esame; all'art. 203 C.p.p. che pure prevede l'inutilizzabilità delle informazioni rese dagli informatori alla polizia giudiziaria quando il nome di tali informatori non venga svelato
” (così TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 29.10.2008 n. 1469, sulla base dei precedenti di cui C.d.S. Sez. V, 27.05.2008 n. 2511; Sez. VI, 23.10.2007 n. 5569; Sez. VI, 25.06.2007 n. 3601; Sez. VI, 12.04.2007, n. 1699; Sez. V, 22.06.1998 n. 923; Ad. Plen. 04.02.1997 n. 5).
Entrambi gli orientamenti danno luogo a perplessità. Il primo orientamento perché in sostanza interpreta restrittivamente il disposto dell’art. 24, comma 7, relativo alla garanzia dell’accesso finalizzato alla “conoscenza necessaria per curare o difendere i propri interessi giuridici”, limitandolo alla cura e difesa in sede giurisdizionale, trascurando che la legge assicura una prima difesa in sede amministrativa dinanzi a questa Commissione; e su questa base nega al datore di lavoro l’accesso in sede amministrativa, per la considerazione che l’interessato potrà comunque ottenerlo in sede giurisdizionale. Ma in tal modo chi voglia ottenere l’accesso è costretto a seguire la costosa e più lunga via giurisdizionale. Ma anche il secondo orientamento dà luogo a dubbi: perché consentendo l’accesso in sede amministrativa espone effettivamente il lavoratore ad azioni ritorsive.
Ritiene pertanto la Commissione che una equa via di mezzo possa essere quella di ammettere l’accesso al contenuto degli esposti o delle denunzie solo qualora ricorrano le seguenti condizioni:
1) che il provvedimento, ispettivo o sanzionatorio, sia direttamente fondato sulle dichiarazioni acquisite da parte del denunziante o dell’esponente e non sugli accertamenti obiettivi che, sia pure a seguito delle denunce e delle dichiarazioni ricevute, l’Amministrazione ha poi autonomamente effettuato; e cioè soltanto nei casi in cui la denuncia o la dichiarazione abbia costituito la diretta ed essenziale causa giustificatrice del provvedimento lesivo e non semplicemente l’occasione per attivare i poteri d’ufficio dell’Amministrazione (cfr. C.d.S., Sez. VI, n. 5199/2009, in Commissione per l’accesso, Giurisprudenza 2009, pag. 270);
2) che il documento al quale è stato chiesto di accedere, non consenta, con gli opportuni omissis, di desumerne l’autore;
3) che, ove non sia possibile oscurare l’identità dell’autore, l’accesso possa essere concesso soltanto nel caso in cui l’interessato possa dare specifica prova, che la mancata conoscenza del nominativo di detto autore gli precluderebbe la cura o difesa dei suoi interessi giuridici in giudizio (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 28.09.2010 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOgni soggetto deve poter conoscere con precisione i contenuti e gli autori di segnalazioni, esposti o denunce che, fondatamente o meno, possano costituire le basi per l'avvio di un procedimento ispettivo o sanzionatorio, non potendo la p.a. procedente opporre all'interessato esigenze di riservatezza.
La tutela dell'accesso prevale sulla tutela della riservatezza qualora il primo sia strumentale alla cura o alla difesa dei propri interessi giuridici, salvo che vengano in considerazione dati sensibili o sensibilissimi.
Il diritto alla riservatezza, pure costituzionalmente rilevante, non può dunque essere ricostruito in termini di "diritto all'anonimato" dell’autore di una dichiarazione rilevante nell'ambito di un procedimento destinato ad incidere sfavorevolmente nella sfera giuridica di altro soggetto.

Come più volte rilevato in giurisprudenza, “.. nell'ordinamento delineato dalla legge n. 241/1990, ispirato ai principi della trasparenza, del diritto di difesa e della dialettica democratica, ogni soggetto deve poter conoscere con precisione i contenuti e gli autori di segnalazioni, esposti o denunce che, fondatamente o meno, possano costituire le basi per l'avvio di un procedimento ispettivo o sanzionatorio, non potendo la p.a. procedente opporre all'interessato esigenze di riservatezza” (così TAR Lombardia Brescia, sez. I, 29.10.2008, n. 1469, nello stesso senso cfr., Cons. Stato Sez. V, 27.05.2008 n. 2511; Sez. VI, 23.10.2007 n. 5569; Sez. VI, 25.06.2007 n. 3601; Sez. VI, 12.04.2007, n. 1699).
Deve essere, infatti, rilevato che l’art. 22 della legge 241/1990 disciplina l’accesso come principio generale dell’attività amministrativa e che il successivo art. 24, al comma 7, stabilisce che "deve comunque essere garantito ai richiedenti l'accesso ai documenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici. Nel caso di documenti contenenti dati sensibili e giudiziari, l'accesso è consentito nei limiti in cui sia strettamente indispensabile e nei termini previsti dall'art. 60 del decreto legislativo 30.06.2003, n. 196, in caso di dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale".
In sostanza nell’attuale sistema la tutela dell'accesso prevale sulla tutela della riservatezza qualora il primo sia strumentale alla cura o alla difesa dei propri interessi giuridici, salvo che vengano in considerazione dati sensibili o sensibilissimi (cfr. ex multis, Consiglio Stato, sez. VI, 23.10.2007, n. 5569).
La denuncia e l'esposto, del resto, non possono essere considerati un fatto circoscritto al solo autore, all'Amministrazione competente al suo esame e all'apertura dell'eventuale procedimento, ma riguardano direttamente anche i soggetti "denunciati", i quali ne risultano comunque incisi (così, TAR Lombardia, Brescia, 1469/2008, cit.).
In conclusione il diritto alla riservatezza, pure costituzionalmente rilevante, non può dunque essere ricostruito in termini di "diritto all'anonimato" dell’autore di una dichiarazione rilevante nell'ambito di un procedimento destinato ad incidere sfavorevolmente nella sfera giuridica di altro soggetto (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 16.06.2010 n. 14859 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
anno 2009

ATTI AMMINISTRATIVIEsiste il diritto di accesso per conoscere il nome dell'autore di un esposto?
In giurisprudenza si rinvengono sentenze di orientamento opposto sulla questione se l'interessato abbia il diritto di accesso per conoscere il nome dell'autore di un esposto inviato alla P.A.
In senso favorevole, si segnalano TAR Lombardia - Brescia, sez. I, sentenza 29.10.2008, n. 1469; Consiglio di Stato, sez. V, 19.05.2009, n. 3081; Consiglio di Stato, sez. V, 27.05.2008, n. 2511.
Queste sentenze affermano che il nome dell'autore di un esposto non rientra tra i dati sensibili o supersensibili di cui all'articolo 60 del Codice dati personali e dell'art. 24 della legge n. 241/1990. Inoltre, l'esposto non è un fatto circoscritto al solo autore o alla P.A., ma incide anche sui denunciati, in modo particolare quando dall'esposto è scaturita l'emanazione di un provvedimento amministrativo.
L'accesso si ricollega ai principi della trasparenza, del diritto di difesa e della dialettica democratica, che ispirano la legge 241/1990. Inoltre la tolleranza verso denunzie segrete e/o anonime è un valore estraneo al nostro ordinamento giuridico, come si può evincere anche dall'art. 111 della Costituzione che considera un elemento essenziale del giusto processo il diritto dell'accusato di interrogare o di fare interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico (il che presuppone il diritto di conoscere il nome delle persone che emettono tali dichiarazioni).
In tema, si vedano anche gli artt. 240, 195, comma 7 e 203 del codice di procedura penale. Neanche nel caso in cui un atto sia formato o detenuto da un soggetto tenuto al segreto professionale è automaticamente escluso il diritto di accesso.
In senso contrario, invece si sono espressi il Consiglio di Stato, sez. V, 03.04.2000, n. 1916; TAR Sardegna Cagliari, sez. I, 10.04.2009, n. 517.
In queste sentenze si legge che, di regola, per il destinatario di un provvedimento finale non sussiste la necessità di conoscere l'autore di un esposto al fine di difendere i propri interessi giuridici, a meno che non siano esibite particolari esigenze, da verificare in concreto. Infatti, di fronte al diritto della riservatezza del terzo, la pretesa di conoscere l'autore dell'esposto da parte del richiedente, "acquista un connotato ritorsivo che l'ordinamento non può tutelare".
Pubblichiamo il testo delle sentenze citate nella nota (01.12.2009 - link a http://venetoius.myblog.it).

EDILIZIA PRIVATA: Chi riceve un esposto edilizio ha diritto a sapere il mittente.
Chi subisce un procedimento ispettivo di carattere urbanistico non può essere limitato nell'accesso agli atti amministrativi. Per questo motivo il comune non può negare all'interessato la piena conoscenza di un eventuale esposto edilizio concluso con un nulla di fatto a carico del soggetto sottoposto a controlli.
Lo ha stabilito il Consiglio di stato, Sez. V, con la sentenza 19.05.2009 n. 3081.
Alcuni cittadini hanno richiesto una verifica comunale da parte dei vigili urbani su un immobile di proprietà di un avvocato. Nonostante l'esito negativo del controllo il comune ha ritenuto di limitare l'accesso agli atti consegnando al proprietario immobiliare richiedente una copia dell'esposto epurata dei riferimenti completi del mittente.
Contro questa determinazione l'avvocato, motivato a conoscere gli autori della delazione anche per intraprendere eventuali azioni di rivalsa, ha proposto inutilmente ricorso al Tar ma il Consiglio di stato ha ribaltato l'esito della vertenza. La richiesta di accesso completo agli atti ispettivi ed in particolare alle generalità degli autori della denuncia, specifica la sentenza, è pienamente legittimata anche dall'esito del controllo edilizio che ha evidenziato mere questioni di carattere civilistico tra le parti.
La giurisprudenza più recente in materia, prosegue il collegio, ha infatti osservato che «il nostro ordinamento non tollera le denunce segrete e come colui il quale subisce un procedimento di controllo o ispettivo abbia un interesse qualificato a conoscere integralmente tutti i documenti amministrativi utilizzati nell'esercizio del potere di vigilanza, a cominciare dagli atti d'iniziativa e di preiniziativa, quali, appunto, denunce o esposti, per concludere nel senso che non si può escludere che l'immediata comunicazione del nominativo del denunciante potrebbe riflettersi negativamente sullo sviluppo dell'istruttoria».
In buona sostanza, a parte eventuali limitazioni derivanti da indagini tecniche complesse o penali il diniego delle generalità dell'esponente non è ammesso (articolo ItaliaOggi del 19.06.2009, pag. 13).

anno 2008

ATTI AMMINISTRATIVISull'accesso agli atti e sulla salvaguardia o meno del diritto alla riservatezza.
Il diritto alla riservatezza non può essere invocato quando la richiesta di accesso ha per oggetto il nome di coloro che hanno reso segnalazioni, denunce o rapporti informativi nell’ambito di un procedimento ispettivo (cfr., Cons. Stato Sez. V, 27.05.2008 n. 2511; Sez. VI, 23.10.2007 n. 5569; Sez. VI, 25.06.2007 n. 3601; Sez. VI, 12.04.2007, n. 1699; Sez. V, 22.06.1998 n. 923; Ad. Plen. 04.02.1997 n. 5).
In linea generale va premesso che il rapporto tra diritto di accesso e diritto alla riservatezza è stato risolto direttamente dal legislatore grazie al vasto intervento riformatore operato dal Codice dei dati personali (D.Lgs. n. 196/2003), dalla Legge n. 15/2005 (recante la novella alla Legge n. 241/1990) e dal D.P.R. n. 184/2006, che hanno, nella sostanza ed in estrema sintesi, cristallizzato gli approdi cui era giunta la giurisprudenza del Consiglio di Stato (in particolare Ad. Plen. n. 5 del 1997), avanzando in ogni caso la soglia di tutela dell'accesso.
In particolare l'art. 59, del Codice dati personali, fatta salva l'applicazione della disciplina derogatoria sancita dal successivo art. 60 per i dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale, ha demandato interamente alla Legge n. 241 del 1990 la regolamentazione del rapporto accesso-privacy anche per ciò che concerne i dati sensibili e giudiziari.
L'art. 24 della Legge n. 241 del 1990, nel testo novellato, al comma 7 recita che “deve comunque essere garantito ai richiedenti l'accesso ai documenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici. Nel caso di documenti contenenti dati sensibili e giudiziari, l'accesso è consentito nei limiti in sia strettamente indispensabile e nei termini previsti dall'art. 60 del decreto legislativo 30.06.2003, n. 196, in caso di dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale” (TAR Lombardia-Brescia, sentenza 29.10.2008 n. 1469 -
link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Diritto di accesso: niente riservatezza per gli autori di segnalazioni e denunce.
Nell'ordinamento delineato dalla l. 241/1990, ispirato ai principi della trasparenza, del diritto di difesa e della dialettica democratica, ogni soggetto deve poter conoscere con precisione i contenuti e gli autori di segnalazioni, esposti o denunce che -fondatamente o meno- possano costituire le basi per l'avvio di un procedimento ispettivo o sanzionatorio nei suoi confronti, non potendo l'Amministrazione procedente opporre all'interessato esigenze di riservatezza (TAR Lombardia-Brescia, sentenza 29.10.2008 n. 1469 -
link a www.eius.it).

anno 2007

ATTI AMMINISTRATIVI: Nessuna riservatezza per il nome dell’autore di un esposto.
Ai sensi dell’art. 22 lett. c) legge n. 241/1990, in materia di accesso, per “controinteressati” si intendono “tutti i soggetti, individuati o facilmente individuabili in base alla natura del documento richiesto, che dall’esercizio dell’accesso vedrebbero compromesso il loro diritto alla riservatezza”.
In base alla definizione legislativa appena riportata, quindi, sono controinteressati non tutti coloro che, a qualsiasi titolo sono nominati o coinvolti nel documento oggetto dall’istanza ostensiva, ma solo coloro che per effetto dell’ostensione vedrebbero pregiudicato il loro diritto alla riservatezza.
Ebbene, pur non potendosi sottovalutare l’ampliamento e la progressiva importanza assunta dal diritto alla riservatezza, il Collegio ritiene, tuttavia, che tale situazione giuridica concerna solo quelle vicende collegate in modo apprezzabile alla sfera privata del soggetto, e non anche quelle destinate ad assumere una dimensione di carattere pubblico.
Nell'ordinamento delineato dalla L. n. 241/1990, ispirato ai principi della trasparenza, del diritto di difesa e della dialettica democratica, ogni soggetto deve, pertanto, poter conoscere con precisione i contenuti e gli autori di esposti o denunce che, fondatamente o meno, possano costituire le basi per l'avvio di un procedimento ispettivo o sanzionatorio, non potendo la p.a. procedente opporre all'interessato esigenze di riservatezza, foss’anche per coprire o difendere il denunciante da eventuali reazioni da parte del denunciato, le quali, comunque, non sfuggirebbero al controllo dell'autorità giudiziaria.
La tolleranza verso denunce segrete e/o anonime è un valore estraneo al nostro ordinamento giuridico. Emblematico, in tal senso, è l’art. 111 Cost. che, nel sancire (come elemento essenziale del giusto processo) il diritto dell’accusato di interrogare o far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, inevitabilmente presuppone che l’accusato abbia anche il diritto di conoscere il nome dell’autore di tali dichiarazioni.
Non può allora dubitarsi che colui il quale subisce un procedimento di controllo o ispettivo abbia un interesse qualificato a conoscere integralmente tutti i documenti amministrativi utilizzati nell'esercizio del potere di vigilanza, a cominciare dagli atti d'iniziativa e di preiniziativa, quali, appunto, denunce o esposti.
Certo, non si può escludere che l’immediata comunicazione del nominativo del denunciante potrebbe riflettersi negativamente sullo sviluppo dell’istruttoria. Ma ciò può, a tutto concedere, giustificare un breve differimento del diritto di accesso. Non consente, invece, il diniego del diritto alla conoscenza degli atti quando ormai (come accade nella fattispecie) il procedimento ispettivo-disciplinare si è definitivamente concluso (
Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 25.06.2007 n. 3601 - link a www.altalex.com).