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dossier DISTANZA DAI CORSI D'ACQUA
anno 2013

EDILIZIA PRIVATA: Sono devoluti alla giurisdizione in unico grado del Tribunale superiore delle acque pubbliche, ai sensi del R.D. 11.12.1933, n. 1775, art. 143, comma 1, lett. a), i ricorsi avverso provvedimenti amministrativi che, sebbene non costituiscano esercizio di un potere propriamente attinente alla materia delle acque pubbliche, pure riguardino l'utilizzazione del demanio idrico, incidendo in maniera diretta e immediata sul regime delle acque.
L'art. 143 del T.U. sulle acque ha inteso definire l'ambito della giurisdizione del giudice specializzato, circoscrivendola ai provvedimenti dell'amministrazione caratterizzati da incidenza diretta sulla materia delle acque pubbliche, nel senso che concorrano in concreto a disciplinare la gestione, l'esercizio delle opere idrauliche, i rapporti con i concessionari, oppure a determinare i modi di acquisto dei beni necessari all'esercizio e alla realizzazione delle opere stesse; o a stabilire o modificare la localizzazione di esse, o ad influire nella loro realizzazione mediante sospensione o revoca dei relativi provvedimenti.
La giurisdizione del TSAP è contrapposta, per un verso, a quella del Tribunale Regionale delle Acque che è organo (in primo grado) della giurisdizione ordinaria, cui il precedente art. 140, lett. c) attribuisce le controversie in cui si discuta in via diretta di diritti correlati alle derivazioni e utilizzazioni di acque pubbliche (a cominciare da quelli di utilizzazione di acque pubbliche, collegati alla gestione di opere idrauliche, nonché i criteri di ripartizione degli oneri economici) e, per altro verso, alla giurisdizione del complesso TAR-Consiglio di Stato ricorrente per tutte le controversie che abbiano ad oggetto atti soltanto strumentalmente inseriti in procedimenti finalizzati ad incidere sul regime delle acque pubbliche, quali esemplificativamente quelli compresi nei procedimenti ad evidenza pubblica volti alla concessione in appalto di opere relative alle acque pubbliche.

La giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione ha precisato che sono devoluti alla giurisdizione in unico grado del Tribunale superiore delle acque pubbliche, ai sensi del R.D. 11.12.1933, n. 1775, art. 143, comma 1, lett. a), i ricorsi avverso provvedimenti amministrativi che, sebbene non costituiscano esercizio di un potere propriamente attinente alla materia delle acque pubbliche, pure riguardino l'utilizzazione del demanio idrico, incidendo in maniera diretta e immediata sul regime delle acque (cfr., Cassazione civile sez. un., 19.04.2013, n. 9534).
L'art. 143 del T.U. sulle acque ha inteso definire l'ambito della giurisdizione del giudice specializzato, circoscrivendola ai provvedimenti dell'amministrazione caratterizzati da incidenza diretta sulla materia delle acque pubbliche, nel senso che concorrano in concreto a disciplinare la gestione, l'esercizio delle opere idrauliche, i rapporti con i concessionari, oppure a determinare i modi di acquisto dei beni necessari all'esercizio e alla realizzazione delle opere stesse; o a stabilire o modificare la localizzazione di esse, o ad influire nella loro realizzazione mediante sospensione o revoca dei relativi provvedimenti (cfr., Cass., sez. un., 337/2003).
La giurisdizione del TSAP è contrapposta, per un verso, a quella del Tribunale Regionale delle Acque che è organo (in primo grado) della giurisdizione ordinaria, cui il precedente art. 140, lett. c) attribuisce le controversie in cui si discuta in via diretta di diritti correlati alle derivazioni e utilizzazioni di acque pubbliche (a cominciare da quelli di utilizzazione di acque pubbliche, collegati alla gestione di opere idrauliche, nonché i criteri di ripartizione degli oneri economici) e, per altro verso, alla giurisdizione del complesso TAR-Consiglio di Stato ricorrente per tutte le controversie che abbiano ad oggetto atti soltanto strumentalmente inseriti in procedimenti finalizzati ad incidere sul regime delle acque pubbliche, quali esemplificativamente quelli compresi nei procedimenti ad evidenza pubblica volti alla concessione in appalto di opere relative alle acque pubbliche (Cass. sez. un. 14195/2005; 337/2003; 9424/1987), alle relative aggiudicazioni (Cass. 10826/1993).
La Corte di Cassazione ha poi ribadito che, in tema di diritti esclusivi di pesca, la giurisdizione riservata al tribunale superiore delle acque pubbliche dall'art. 143 r.d. n. 1175 del 1933, è limitata in base al collegamento a fattispecie tipiche qualificate dal contenuto e dalla forma dei provvedimenti impugnati, dalla procedura richiesta per la loro emanazione e dalla autorità pubblica da cui promanano, ossia alla cognizione dei ricorsi proposti contro provvedimenti di revoca o di decadenza dei diritti su acque del demanio marittimo, fluviale, lagunare e, in genere, su ogni acqua pubblica, adottati dai ministeri competenti (cfr., Cassazione civile sez. un., 05.10.2004, n. 19857) (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 31.10.2013 n. 2418 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn linea generale il divieto di costruzione di opere dagli argini dei corsi d'acqua, previsto dall'art. 96, lett. f), t.u. 25.07.1904 n. 523, ha carattere legale, assoluto e inderogabile, ed è diretto al fine di assicurare non solo la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali, ma anche (e soprattutto) il libero deflusso delle acque scorrenti nei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici; cioè, esso è teso a garantire le normali operazioni di ripulitura/manutenzione e a impedire le esondazioni delle acque.
La norma suddetta risponde all’evidente finalità di interrompere la pericolosa tendenza a occupare gli spazi prossimi al reticolo idrico, sia a tutela del regolare scorrimento delle acque sia in funzione preventiva rispetto ai rischi per le persone e le cose che potrebbero derivare dalle esondazioni. La natura degli interessi pubblici tutelati comporta, pertanto, che il vincolo operi con un effetto conformativo particolarmente ampio determinando l'inedificabilità assoluta della fascia di rispetto.
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E' legittimo il diniego di rilascio di concessione edilizia in sanatoria relativamente ad un fabbricato realizzato all'interno della c.d. fascia di servitù idraulica, atteso che, nell'ipotesi di costruzione abusiva realizzata in contrasto con tale divieto, trova applicazione l'art. 33 l. 28.02.1985 n. 47 sul condono edilizio, il quale contempla i vincoli di inedificabilità, includendo in tale ambito i casi in cui le norme vietino in modo assoluto di edificare in determinate aree.

E’ decisivo a questo punto l’elemento ostativo ulteriore rimarcato nel provvedimento impugnato, ossia la mancata osservanza della distanza minima dal Fiume Oglio stabilita dall’art. 96 del R.D. 523/1904 per ragioni di sicurezza idraulica. Sul punto non sono condivisibili i rilievi di parte ricorrente sulle circostanze che il manufatto non impedisce il corretto deflusso delle acque né le opere di manutenzione, e che in oltre 50 anni non si sono mai verificati pericoli.
Come osservato da questa Sezione nella sentenza 01/08/2011 n. 1231, l’indirizzo assolutamente costante della giurisprudenza civile e amministrativa si attesta sul canone per il quale <<in linea generale il divieto di costruzione di opere dagli argini dei corsi d'acqua, previsto dall'art. 96, lett. f), t.u. 25.07.1904 n. 523, ha carattere legale, assoluto e inderogabile, ed è diretto al fine di assicurare non solo la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali, ma anche (e soprattutto) il libero deflusso delle acque scorrenti nei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici (cfr. Cassazione civile, sez. un., 30.07.2009, n. 17784, citata dalla Regione nella propria memoria conclusiva); cioè, esso è teso a garantire le normali operazioni di ripulitura/manutenzione e a impedire le esondazioni delle acque>>.
La norma suddetta risponde all’evidente finalità di interrompere la pericolosa tendenza a occupare gli spazi prossimi al reticolo idrico, sia a tutela del regolare scorrimento delle acque sia in funzione preventiva rispetto ai rischi per le persone e le cose che potrebbero derivare dalle esondazioni. La natura degli interessi pubblici tutelati comporta, pertanto, che il vincolo operi con un effetto conformativo particolarmente ampio determinando l'inedificabilità assoluta della fascia di rispetto (TAR Toscana, sez. III – 08/03/2012 n. 439).
In assenza di elementi a suffragio dell’applicazione della deroga contenuta nella lett. F del citato art. 96, ne consegue tra l’altro che nessuna opera realizzata in violazione della norma de qua può essere sanata e altresì –come affermato nella già citata sentenza di questo TAR n. 1231/2011- “che è legittimo il diniego di rilascio di concessione edilizia in sanatoria relativamente ad un fabbricato realizzato all'interno della c.d. fascia di servitù idraulica, atteso che, nell'ipotesi di costruzione abusiva realizzata in contrasto con tale divieto, trova applicazione l'art. 33 l. 28.02.1985 n. 47 sul condono edilizio, il quale contempla i vincoli di inedificabilità, includendo in tale ambito i casi in cui le norme vietino in modo assoluto di edificare in determinate aree (da ultimo: TAR Roma-Latina, Sez. I, sentenza 15.12.2010 n. 1981)”.
L’accertata operatività del vincolo di inedificabilità assoluta, nel caso di specie, è idonea di per sé a sorreggere il provvedimento impugnato, e determina, pertanto, l’infondatezza del ricorso, senza necessità di approfondire l’ulteriore profilo –invocato dall’interveniente e non menzionato nell’atto impugnato– afferente alla sussistenza del concorrente vincolo paesaggistico
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 02.10.2013 n. 814 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’art. 143, primo comma, lett. a), del r.d. n. 1775/1933 ha attribuito alla cognizione del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche i ricorsi avverso i provvedimenti definitivi della P.A. in materia di acque pubbliche e cioè, secondo la giurisprudenza, tutti i ricorsi contro i provvedimenti caratterizzati dall’incidenza diretta sulla materia delle acque pubbliche, ancorché adottati da autorità diverse da quelle preposte specificamente alla tutela delle acque.
Ai fini del riparto di giurisdizione, perciò, il discrimine è dato dall’incidenza diretta o meno del provvedimento amministrativo sul governo delle acque pubbliche: criterio, questo dell’incidenza diretta, su cui concordano la Corte regolatrice e la giurisprudenza amministrativa.

Ed invero, l’art. 143, primo comma, lett. a), del r.d. n. 1775/1933 ha attribuito alla cognizione del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche i ricorsi avverso i provvedimenti definitivi della P.A. in materia di acque pubbliche e cioè, secondo la giurisprudenza (cfr., da ultimo, TAR Lazio, Roma, Sez. I, 14.05.2012, n. 4314), tutti i ricorsi contro i provvedimenti caratterizzati dall’incidenza diretta sulla materia delle acque pubbliche, ancorché adottati da autorità diverse da quelle preposte specificamente alla tutela delle acque.
Ai fini del riparto di giurisdizione, perciò, il discrimine è dato dall’incidenza diretta o meno del provvedimento amministrativo sul governo delle acque pubbliche: criterio, questo dell’incidenza diretta, su cui concordano la Corte regolatrice (Cass. civ., Sez. Un., 09.11.2011, n. 23300) e la giurisprudenza amministrativa (cfr. C.d.S., Sez. V, 02.08.2011, n. 4557; id., 25.05.2010, n. 3325; id., Sez. VI, 31.05.2012, n. 3279), anche di questa Sezione (TAR Lazio, Latina, Sez. I, 27 maggio 2011, n. 441).
Nel caso di specie, tuttavia, deve senz’altro escludersi un’incidenza diretta delle deliberazioni impugnate (aventi ad oggetto il regime tariffario del S.I.I.) sul regime delle acque pubbliche, potendosi ravvisare, al più, un’incidenza indiretta, che, però, non è idonea a radicare la cognizione della controversia in capo al T.S.A.P.: la giurisprudenza ha, infatti, chiarito che restano al di fuori della giurisdizione del T.S.A.P. ex art. 143, primo comma, lett. a), cit., le controversie aventi ad oggetto atti solo strumentalmente inseriti in procedimenti volti ad incidere sul regime delle acque pubbliche, ovvero provvedimenti aventi un’incidenza indiretta su detto regime (C.d.S., Sez. V, n. 4557/2011, cit.; id., n. 3325/2010, cit.), le quali, conseguentemente, rimangono assoggettate alla giurisdizione del G.A. (v., pure, TAR Lazio, Latina, Sez. I, 25.07.2012, n. 600) (TAR Lazio-Latina, sentenza 29.07.2013 n. 676 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAppartiene alla giurisdizione del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, prevista dall'art. 143 R.D. 11.12.1933 n. 1775, la controversia relativa al diniego di rilascio di concessione in sanatoria, opposto dall'autorità comunale in ragione dell'edificazione dell'immobile da condonare in violazione della fascia di rispetto di dieci metri dal piede dell'argine, ai sensi dell'art. 96, cit.; detto provvedimento, infatti, ancorché emanato da un'autorità diversa da quelle specificamente preposte alla tutela delle acque, incide direttamente sul regolare regime delle stesse, la cui tutela ha carattere inderogabile, in quanto informata alla ragione pubblicistica di assicurare la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali, ed il libero deflusso delle acque scorrenti dei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici.
Altresì, qualora sia impugnato un provvedimento incentrato sul contrasto delle opere di cui viene ordinata la demolizione, tra l’altro, con il precitato art. 96, incidendosi immediatamente sulla materia delle acque pubbliche e sulla relativa tutela, occorre attribuire la controversia alla giurisdizione del tribunale Superiore delle Acque pubbliche.

Osserva il Collegio che il diniego impugnato si fonda unicamente sulla violazione del citato art. 96 R.D. n. 523/1904, e precisamente su quanto disposto dalla lettera f) di tale articolo, che prescrive il rispetto di una distanza minima tra il “piede degli argini” del corso d’acqua, e le opere menzionate nello stesso.
Per Cass. Civ. Sez. Un. 12.5.2009 n. 10845 appartiene alla giurisdizione del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, prevista dall'art. 143 R.D. 11.12.1933 n. 1775, la controversia relativa al diniego di rilascio di concessione in sanatoria, opposto dall'autorità comunale in ragione dell'edificazione dell'immobile da condonare in violazione della fascia di rispetto di dieci metri dal piede dell'argine, ai sensi dell'art. 96, cit.; detto provvedimento, infatti, ancorché emanato da un'autorità diversa da quelle specificamente preposte alla tutela delle acque, incide direttamente sul regolare regime delle stesse, la cui tutela ha carattere inderogabile, in quanto informata alla ragione pubblicistica di assicurare la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali, ed il libero deflusso delle acque scorrenti dei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici.
Analogamente, per la giurisprudenza amministrativa, qualora sia impugnato un provvedimento incentrato sul contrasto delle opere di cui viene ordinata la demolizione, tra l’altro, con il precitato art. 96, incidendosi immediatamente sulla materia delle acque pubbliche e sulla relativa tutela, occorre attribuire la controversia alla giurisdizione del tribunale Superiore delle Acque pubbliche (TAR Toscana, Sez. III, 11.11.2011 n. 1676).
Il ricorrente, onde paralizzare la vista eccezione, invoca C.S. Sez. V 21.02.2012 n. 928, la quale tuttavia si è pronunciata su una fattispecie diversa da quella per cui è causa, dichiarando la giurisdizione del g.a. a fronte di un diniego regionale su una domanda di concessione di una derivazione da un fiume per uso idroelettrico.
Parimenti, anche le ulteriori citazioni giurisprudenziali invocate dal ricorrente non sono decisive ai fini del rigetto della vista eccezione, essendo risalenti e superate da parte degli stessi organi giurisdizionali, come nel caso di Cass. Sez. Unite 10.12.1993 n. 12167, sopravanzata da altra giurisprudenza, ben più recente.
Il Collegio osserva che la valutazione circa la compatibilità dei manufatti (tettoia e box) con il vincolo idraulico implica necessariamente un accertamento tecnico dello stato dei luoghi ed una approfondita verifica dell'incidenza dell'opera abusiva sui vincoli di rispetto della risorsa esistenti.
Tale accertamento e tale verifica per evidenti ragioni di riparto della giurisdizione in materia, devono essere comunque rimessi al vaglio della specifica competenza giurisdizionale del Tribunale superiore delle acque pubbliche, ai sensi del combinato disposto degli artt. 143, primo comma lett. a) e 197 del R.D. n. 1775 dell'11.12.1933.
Deve pertanto dichiararsi il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo, con conseguente onere del ricorrente di riproporlo innanzi al T.S.A.P., nei termini e per gli effetti di cui all’art. 11, comma 2, c.p.a. (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 16.07.2013 n. 1871 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Le argomentazioni incentrate sulla modesta portata d’acqua del Fosso (tale, secondo la tesi appellatoria, da escluderne oggettivamente la natura di “acqua pubblica”) vanno decisamente disattese essendo a ciò sufficiente far richiamo alla pacifica giurisprudenza in materia che ritiene ininfluente detto elemento “quantitativo” di natura oggettiva (“in rapporto anche al più ampio concetto di acqua pubblica introdotto dalla L. n. 36 del 1994, sussiste la giurisdizione del Tribunale superiore delle acque pubbliche, ove si tratti di corso d'acqua che, pur raccogliendo acque di origine pluviale, non possa considerarsi mera fognatura né raccolta di acque meteoriche non convogliate o non identificabili come corpo idrico”).
Tuttavia è doveroso farsi carico anche della persistente obiezione, articolata nel mezzo di gravame, secondo la quale sarebbe errato affermare che il detto Fosso, pur costituendo diramazione del Canale Palocco, sarebbe vincolato: ciò in quanto soltanto il secondo sarebbe iscritto nell’elenco dei canali sottoposti a vincolo ex RD n. 1775/1993.
L’unico elemento a suffragio di tale tesi riposa in una interpretazione deduttiva secondo cui, posto che il corso del Canale Palocco assumeva tre denominazioni, sebbene il vincolo fosse stato imposto sull’intero Canale(tale circostanza non è contestata) esso non poteva essere esteso -in assenza di specifica apposizione sul Fosso allacciante Palocco– a quest’ultimo.
La detta tesi appare apodittica e priva di spessore probatorio, anche allorché si spinge a negare che il Fosso allacciante Palocco costituisca diramazione del Canale Palocco in quanto è quest’ultimo che origina dal primo.
Di certo v’è che il Canale Palocco è stato sempre unitariamente considerato, ed è il tratto di maggiore importanza: che poi i singoli corsi d’acqua assumano, diverse denominazioni non può rilevare in punto di sussistenza del vincolo stesso: peraltro il PTP ha sottoposto a vincolo il Canale Palocco con tutte le sue diramazioni (termine atecnico per individuare un corso d’acqua che comunque si mantiene “unico” e che, quindi, non esclude ma semmai ricomprende il punto di origine dello stesso) di guisa che la censura appare priva di spessore.
Peraltro neppure appare chiaro il motivo per cui soltanto tale parte del corso del Canale avrebbe dovuto essere sottratta al vincolo imposto sull’intero corso d’acqua.
Assume natura troncante, poi, ai fini della reiezione della censura la circostanza –già espressa dal primo giudice- secondo la quale nella deliberazione della G.R. del Lazio del 22/02/2002 n. 211, contenente la “Ricognizione e graficizzazione, ai sensi dell’art. 22, comma 1, lett. b), della L.R. 24/1998 del vincolo paesistico delle fasce di protezione dei corsi d’acqua pubblica di cui all’art. 146, comma 1, lett. c), del D.Lgs. 490/1999 e art. 7, commi 1 e 2, della L.R. 24/1998”, il Canale Palocco era ricompreso nell’elenco delle acque pubbliche (pag. 242 del Supplemento ordinario n. 1 al Bollettino Ufficiale n. 18 in data 29/06/2002) e, soprattutto, era individuato nelle cartografie con un unico codice che copre l’intero tracciato dal canale comprensivo anche della parte in contestazione.
La unicità del codice utilizzato per descrivere l’intero corso d’acqua, e la circostanza che tale cartografia faccia riferimento anche al Fosso allacciante Palocco esclude la fondatezza della censura; la circostanza rappresentata nella perizia giurata datata 20.12.2012 depositata nell’ambito dell’appello n. 5896/2009, limitandosi a ribadire che nell’area insistono numerose costruzioni a distanza di meno di 50 metri dal Fosso e che la predetta area nella planimetria allegata al PTPR non è tratteggiata obliquamente non apporta elementi decisivi a smentire il vincolo insistente sul Fosso medesimo (qual parte del Canale Palocco).
Come segnalato infine dalla difesa dell’appellata amministrazione comunale nella propria memoria, le argomentazioni incentrate sulla modesta portata d’acqua del Fosso (tale, secondo la tesi appellatoria, da escluderne oggettivamente la natura di “acqua pubblica”) vanno decisamente disattese essendo a ciò sufficiente far richiamo alla pacifica giurisprudenza in materia che ritiene ininfluente detto elemento “quantitativo” di natura oggettiva (“in rapporto anche al più ampio concetto di acqua pubblica introdotto dalla L. n. 36 del 1994, sussiste la giurisdizione del Tribunale superiore delle acque pubbliche, ove si tratti di corso d'acqua che, pur raccogliendo acque di origine pluviale, non possa considerarsi mera fognatura né raccolta di acque meteoriche non convogliate o non identificabili come corpo idrico” -Trib. Sup. Acque, 02-07-2003, n. 97).
In carenza di alcun provvedimento specifico ed espresso di esclusione del vincolo, poi, non possono trovare ingresso le obiezioni (in relazione al disposto di cui all’art. 7 comma 7 della legge regionale del Lazio n. 24/1998) fondate sulla asserita urbanizzazione dell’area che peraltro risulta classificata quale zona agricola l’esclusione dal vincolo riguarda le sole zone urbane perimetrate –e quindi non certamente quella in questione, classificata come zona agricola– mentre le asserzioni relative a supposte concessioni in sanatoria in passato rilasciate sull’area per costruzioni realizzate in spregio della fascia di rispetto nulla provano, non potendo neppure la riscontrata sussistenza di un provvedimento illegittimo eventualmente in passato emesso costituire il presupposto per la reiterazione dell’errore ma, semmai, occasione per la eventuale revoca proprio di quelli illegittimamente rilasciati (si veda sul punto la consolidata produzione giurisprudenziale in punto di assenza del vizio di disparità di trattamento quanto al diniego di condono sebbene in presenza di concessioni in sanatoria in passato illegittimamente rilasciate nella stessa area ove insisteva l’immobile oggetto di diniego)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 25.06.2013 n. 3458 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Acque pubbliche: la presunzione di demanialità si estende all'intero corso.
Con sentenza 08.04.2013 n. 57, il Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche ha definitivamente ribadito, confermando la decisione n. 1390/2010 del Tribunale delle Acque Pubbliche presso la Corte d’Appello di Milano, che
la mera attitudine di un valletto a ricevere, anche in misura significativa, acque pubbliche ne determina ex lege la demanialità per l'intero suo corso.
Nella fattispecie, i ricorrenti -invocando la riforma della sentenza di primo grado- avevano chiesto che venisse accertata l'assenza di demanialità di un tratto di un valletto, non inserito nell'elenco delle acque pubbliche, senza tuttavia provare la destinazione dello stesso a mero convogliamento delle acque nelle fognature.
E' la mera attitudine del corso d'acqua ad usi di pubblico generale interesse (art. 1 R.D. n. 1755/1933) -intesa come l'"idoneità alla soddisfazione di un interesse pubblico, come la salvaguardia del territorio e dell'ambiente, ovvero riconducibile ad attività ed opera dell'uomo, quali la produzione, l'irrigazione, l'energia, la bonifica, la pesca, desumibile dalla portata delle acque, dall'ampiezza del bacino imbrifero o del sistema idrografico al quale appartengono"-, a determinarne ex lege la demanialità.
Circostanze acclarate nella fattispecie, in ragione dell'ampiezza del bacino e delle opere realizzate a monte del tratto in contestazione, ed irrilevante la mancata inclusione negli elenchi pubblici ex R.D. 523/1904.
Né, d'altra parte, sottolinea il TSAP, si potrebbe giungere alla paradossale conclusione di ritenere sottratto al regime di demanialità esclusivamente un tratto del valletto, dovendosi considerare lo stesso "nella sua interezza" (17.05.2013 - tratto da e link a http://studiospallino.blogspot.it).

EDILIZIA PRIVATALo scopo precipuo della fascia di rispetto di dieci metri, prevista dal RD 523/1904, è quello di assicurare il libero deflusso delle acque scorrenti nei fiumi, torrenti, rivi, canali e scolatoi; in altri termini deve essere garantito, attraverso la fascia suindicata, il regolare deflusso idraulico.
Ai fini della soluzione del problema, ritiene il Collegio di dovere prendere le mosse dalla “ratio” dell’art. 96 citato, per verificarne la corretta applicazione nel caso di specie, alla luce dell’accurata analisi tecnica svolta dal CTU.
Lo scopo precipuo della fascia di rispetto di dieci metri, prevista dalla norma 523/1904, è quello di assicurare il libero deflusso delle acque scorrenti nei fiumi, torrenti, rivi, canali e scolatoi; in altri termini deve essere garantito, attraverso la fascia suindicata, il regolare deflusso idraulico (cfr., fra le tante, TAR Toscana, sez. III, 26.04.2012, n. 842).
Ciò premesso, risulta -senza smentita alcuna- dalla relazione del CTU (cfr. soprattutto il punto 6 della relazione stessa) che:
- il corso d’acqua di cui è causa –vale a dire il torrente Ripiantino– scorre in una stretta gola, collocata al fondo di una scarpata avente un forte dislivello (circa 9 metri), rispetto all’edificio del sig. Rambelli;
- la sponda del torrente è rocciosa e quindi di sicura stabilità, almeno per quanto concerne la misurazione metrica;
- a monte della proprietà del sig. Rambelli, il torrente è intubato (scorre cioè al coperto in un tubo artificiale), per cui l’eventuale portata di piena non è dissimile a quella che appare in condizioni ordinarie.
La misurazione della “distanza” di cui all’art. 96 citato, effettuata con il sistema tridimensionale, non porta certo a risultati in contrasto con la finalità già ricordata dell’art. 96, in quanto le particolari caratteristiche della zona ove insiste l’abitazione del sig. Rambelli escludono, in base alla relazione del CTU, pericoli o ostacoli del regolare deflusso delle acque.
L’interpretazione dell’art. 96, propugnata dal Comune di Saltrio nella presente fattispecie, risulta quindi erronea, dovendosi preferire il calcolo della distanza minima di legge attraverso un sistema tridimensionale, che consente di affermare il rispetto della distanza stessa da parte della costruzione del sig. Rambelli.
La soluzione interpretativa accolta dallo scrivente Tribunale garantisce da una parte il pieno rispetto dell’art. 96, in conformità alla finalità della norma e dall’altra salvaguarda anche l’interesse del privato, nel complessivo rispetto del principio di proporzionalità dell’azione amministrativa, di diretta derivazione comunitaria, da osservarsi soprattutto nel caso di specie, in cui la Pubblica Amministrazione si è avvalsa del proprio potere di autotutela (sul necessario rapporto fra principio comunitario di proporzionalità ed autotutela amministrativa, si veda TAR Toscana, sez. II, 08.01.2010, n. 8).
Il provvedimento impugnato si fonda quindi su un erroneo presupposto di fatto, vale a dire la violazione –in realtà insussistente– dell’art. 96 citato per effetto del rilascio del permesso di costruire n. 10/2008.
L’Amministrazione di Saltrio è quindi incorsa in un eccesso di potere per travisamento dei presupposti di fatto e difetto di istruttoria, oltre che nella violazione dell’art. 96 sopra menzionato, dal che consegue l’accoglimento del motivo di ricorso indicato con il numero I^ (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 27.03.2013 n. 781 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2012

EDILIZIA PRIVATAIl divieto di edificazione ex art. 96 r.d. 523/1904 ha carattere assoluto e riguarda in genere le acque pubbliche, comprese anche quelle dei laghi.
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E’ irrilevante la circostanza che solo il successivo art. 97 menzioni espressamente i laghi. La disposizione della lettera n), alla quale ci si richiama, reca infatti una previsione particolare riferita al regime delle spiagge dei laghi e nulla dice circa la disciplina delle sponde, per la quale dunque non può non valere la norma generale dell’art. 96.
Il rilievo secondo cui l’inciso della lettera f) dell’art. 96 “dal piede degli argini e loro accessori come sopra” richiamerebbe “i fiumi, torrenti e canali navigabili” previsti dalla lettera e) che precede è del pari fallace, apparendo invece chiaro che esso, rispetto agli argini, si riferisce alle loro “banche o sottobanche”.
Che questa sia la corretta interpretazione delle norme lo dimostra poi una considerazione ulteriore di carattere generale. Se la finalità delle disposizioni in oggetto è quella di consentire il libero deflusso delle acque, è evidente che la medesima esigenza si pone con riguardo alle acque dei laghi, anch’esse soggette a innalzamenti di livello.

Il divieto di edificazione in oggetto ha carattere assoluto e riguarda in genere le acque pubbliche; tale è senz’altro il lago di Garda, sul quale l’albergo è costruito.
Nessuno dei rilievi opposti per affermare l’inapplicabilità del divieto alle sponde dei laghi resiste alla critica. Ciò si deve dire, in particolare, per gli argomenti che gli appellanti vorrebbero trarre dall’analisi delle norme contenute nel regio decreto citato.
Osservano gli appellanti che dal complesso delle disposizioni recate dall’art. 96 emergerebbe l’intento del legislatore dell’epoca di limitare la disciplina ai soli corsi d’acqua. Questa sembra piuttosto una petizione di principio, per di più in contrasto con l’alinea dell’articolo, che, nel fare riferimento alle acque pubbliche in genere, non pone alcuna restrizione del genere diversamente da quanto invece dispone l’art. 98, la lettera d) del quale testualmente è circoscritta a “le nuove costruzioni nell'alveo dei fiumi, torrenti, rivi, scolatoi pubblici o canali demaniali”.
E’ poi irrilevante la circostanza che solo il successivo art. 97 menzioni espressamente i laghi. La disposizione della lettera n), alla quale ci si richiama, reca infatti una previsione particolare riferita al regime delle spiagge dei laghi e nulla dice circa la disciplina delle sponde, per la quale dunque non può non valere la norma generale dell’art. 96.
Il rilievo secondo cui l’inciso della lettera f) dell’art. 96 “dal piede degli argini e loro accessori come sopra” richiamerebbe “i fiumi, torrenti e canali navigabili” previsti dalla lettera e) che precede è del pari fallace, apparendo invece chiaro che esso, rispetto agli argini, si riferisce alle loro “banche o sottobanche”.
Che questa sia la corretta interpretazione delle norme lo dimostra poi una considerazione ulteriore di carattere generale. Se la finalità delle disposizioni in oggetto è quella di consentire il libero deflusso delle acque, è evidente che la medesima esigenza si pone con riguardo alle acque dei laghi, anch’esse soggette a innalzamenti di livello. Mentre infine non può rilevare che la violazione della regola sulla distanza non riguarderebbe il piano terra, ma un piano superiore, perché, così argomentando, si vuole introdurre una deroga, che la legge non conosce, al divieto di edificare, assoluto e inderogabile.
A una diversa conclusione, infine, non è possibile giungere prendendo in considerazione l’esistenza di altri manufatti a ridosso della riva del lago di Garda. Si tratta di circostanza che, genericamente affermata più che effettivamente dimostrata, andrebbe comunque esaminata con riguardo ai singoli casi concreti. Dato il divieto di edificabilità, peraltro, l’esistenza di eventuali abusi edilizi non potrebbe di per sé legittimare la pretesa a identico trattamento (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 14.04.2010, n. 2105; Id., Sez. IV, 24.02.2011, n. 1235).
L’accertata violazione della norma sulla distanza della costruzione dalle acque pubbliche è di per sé ragione sufficiente per giudicare illegittimo il permesso di costruire rilasciato dal Comune di Malcesine (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 05.11.2012 n. 5620 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl divieto di costruzione di opere sugli argini dei corsi d’acqua, previsto dalla lettera f) dell’art. 96  R.D. 523/1904, è informato alla ragione pubblicistica di assicurare non solo la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali, ma anche (e soprattutto) il libero deflusso delle acque scorrenti nei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici e ha carattere legale e inderogabile: ne segue che le opere costruite in violazione di tale divieto ricadono nella previsione dell’art. 33 della legge n. 47 del 1985 e non sono pertanto suscettibili di sanatoria.
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Alla luce del generale divieto di costruzione di opere in prossimità degli argini dei corsi d’acqua, il rinvio alla normativa locale assume carattere eccezionale. Tale normativa, per prevalere sulla norma generale, deve avere carattere specifico, ossia essere una normativa espressamente dedicata alla regolamentazione della tutela delle acque e alla distanza dagli argini delle costruzioni, che tenga esplicitamente conto della regola generale espressa dalla normativa statale e delle peculiari condizioni delle acque e degli argini che la norma locale prende in considerazione al fine di stabilirvi l'eventuale deroga.
Nulla vieta che la norma locale sia espressa anche mediante l'utilizzo di uno strumento urbanistico, come può essere il piano regolatore generale, ma occorre che tale strumento contenga una norma esplicitamente dedicata alla regolamentazione delle distanze delle costruzioni dagli argini anche in eventuale deroga alla disposizione della lettera f) dell’art. 96, in relazione alla specifica condizione locale delle acque di cui trattasi.

L’art. 96 del r.d. n. 523 del 1904 elenca una serie di “lavori ed atti vietati in modo assoluto sulle acque pubbliche, loro alvei, sponde e difese”.
Come afferma costantemente la giurisprudenza, il divieto di costruzione di opere sugli argini dei corsi d’acqua, previsto dalla lettera f) dell’art. 96, è informato alla ragione pubblicistica di assicurare non solo la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali, ma anche (e soprattutto) il libero deflusso delle acque scorrenti nei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici (cfr. Cass. civ., SS.UU., 30.07.2009, n. 17784) e ha carattere legale e inderogabile: ne segue che le opere costruite in violazione di tale divieto ricadono nella previsione dell’art. 33 della legge n. 47 del 1985 e non sono pertanto suscettibili di sanatoria (cfr. per tutte Cons. Stato, Sez. V, 26.03.2009, n. 1814; Id., Sez. IV, 12.02.2010, n. 772; Id., Sez. IV, 22.06.2011, n. 3781; Trib. Sup. acque pubbl., 15.03.2011, n. 35; ivi riferimenti ulteriori).
E’ ben vero che la lettera f) dell’art. 96, che qui viene in questione, commisura il divieto alla distanza “stabilita dalle discipline vigenti nelle diverse località” e in mancanza di queste lo stabilisce alla distanza “minore di metri quattro per le piantagioni e smovimento del terreno e di metri dieci per le fabbriche e per gli scavi”.
Sennonché –come è stato più volte affermato in giurisprudenza– alla luce del generale divieto di costruzione di opere in prossimità degli argini dei corsi d’acqua, il rinvio alla normativa locale assume carattere eccezionale. Tale normativa, per prevalere sulla norma generale, deve avere carattere specifico, ossia essere una normativa espressamente dedicata alla regolamentazione della tutela delle acque e alla distanza dagli argini delle costruzioni, che tenga esplicitamente conto della regola generale espressa dalla normativa statale e delle peculiari condizioni delle acque e degli argini che la norma locale prende in considerazione al fine di stabilirvi l'eventuale deroga. Nulla vieta che la norma locale sia espressa anche mediante l'utilizzo di uno strumento urbanistico, come può essere il piano regolatore generale, ma occorre che tale strumento contenga una norma esplicitamente dedicata alla regolamentazione delle distanze delle costruzioni dagli argini anche in eventuale deroga alla disposizione della lettera f) dell’art. 96, in relazione alla specifica condizione locale delle acque di cui trattasi (cfr. Cass. civ., SS. UU., 18.07.2008, n. 19813; Cons. Stato, Sez. IV, 29.04.2011, n. 2544) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 05.11.2012 n. 5619 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA-PRIVATAIl rilascio del titolo edilizio per la costruzione di una centrale idroelettrica, se indubbiamente rientra nell’ambito delle competenze comunali e presuppone la valutazione della compatibilità urbanistico-edilizia dell’intervento, non può essere scollegato dalle oggettive implicazioni che la realizzazione dell’impianto avrà sul regime delle acque, in modo particolare con riguardo alle rilevanti problematiche emergenti dal necessario rispetto del flusso minimo vitale del corso d’acqua interessato dalla costruenda centrale idroelettrica.
Pertanto, il vaglio di legittimità del provvedimento comunale impugnato è demandato al giudice competente in modo specifico in materia di acque pubbliche, quale è appunto il TSAP.
La giurisdizione del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, prevista dall'art. 143, comma 1, lett. a) r.d. 11.12.1933 n. 1775, ha per oggetto i ricorsi avverso provvedimenti amministrativi che siano caratterizzati dall'incidenza diretta sulla materia delle acque pubbliche: orbene, atteso che il provvedimento contestato da parte ricorrente, ancorché emanato da un'autorità diversa da quelle specificamente preposte alla tutela delle acque, proprio per l’oggetto e le ragioni che lo sottendono ha un’evidente incidenza sul regolare regime delle acque pubbliche, la cui tutela ha carattere inderogabile in quanto informata alla ragione pubblicistica di assicurare la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali e il libero deflusso delle acque scorrenti dei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici, ne deriva che l’esame della legittimità della determinazione assunta dall’amministrazione comunale debba essere devoluto al giudice tecnicamente competente, quale è il TSAP.

Si osserva, infatti, come il provvedimento demandato alla competenza del Comune, quale è il rilascio del titolo edilizio per la costruzione della centrale idroelettrica, se indubbiamente rientra nell’ambito delle competenze comunali e presuppone la valutazione della compatibilità urbanistico-edilizia dell’intervento, non possa essere scollegato dalle oggettive implicazioni che la realizzazione dell’impianto avrà sul regime delle acque, in modo particolare con riguardo alle rilevanti problematiche emergenti dal necessario rispetto del flusso minimo vitale del corso d’acqua interessato dalla costruenda centrale idroelettrica.
La stessa Regione Veneto – Direzione Distretto Bacino Idrografico Brenta e Bacchiglione di Vicenza, nell’indirizzare al Comune la nota del 07.10.2010 prot. n. 525751 (doc. n. 6 di parte resistente), ha infatti evidenziato le problematiche che potrebbero sorgere proprio con riguardo al livello minimo del flusso dell’acqua, con riguardo anche alla presenza di altri soggetti che usufruiscono dell’apporto idrico del corso d’acqua interessato.
Detti elementi portano quindi a ritenere che la richiesta avanzata dalla società istante, sebbene abbia per oggetto il rilascio del permesso di costruire, coinvolga interessi che esorbitano il mero profilo urbanistico edilizio dell’intervento, coinvolgendo anche profili, non certo di poca rilevanza, attinenti il regime delle acque.
Ciò comporta, in conformità con il costante orientamento giurisprudenziale, che nella specie, proprio perché risultano direttamente coinvolti interessi che hanno per oggetto il regime delle acque pubbliche, il vaglio di legittimità del provvedimento comunale impugnato sia demandato al giudice competente in modo specifico in materia di acque pubbliche, quale è appunto il TSAP.
Sul punto, concordando con la copiosa giurisprudenza, anche di questo Tribunale Amministrativo (cfr. TAR Veneto, Sez. I n. 4462/2001 e più recentemente Sez. II, n. 3/2011), citata dalla resistente, va ribadito che la giurisdizione del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, prevista dall'art. 143, comma 1, lett. a) r.d. 11.12.1933 n. 1775, ha per oggetto i ricorsi avverso provvedimenti amministrativi che siano caratterizzati dall'incidenza diretta sulla materia delle acque pubbliche: orbene, atteso che il provvedimento contestato da parte ricorrente, ancorché emanato da un'autorità diversa da quelle specificamente preposte alla tutela delle acque, proprio per l’oggetto e le ragioni che lo sottendono ha un’evidente incidenza sul regolare regime delle acque pubbliche, la cui tutela ha carattere inderogabile in quanto informata alla ragione pubblicistica di assicurare la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali e il libero deflusso delle acque scorrenti dei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici (Cass., SS.UU., 12.05.2009, n. 10845), ne deriva che l’esame della legittimità della determinazione assunta dall’amministrazione comunale di Valli del Pasubio debba essere devoluto al giudice tecnicamente competente, quale è il TSAP.
Invero nella fattispecie si prospetta l’esigenza che l’organo giudicante sia dotato della specifica competenza tecnica richiesta per verificare la validità di atti che incidono direttamente sul regime delle acque pubbliche: il dato è oggettivo ed avallato dai timori rappresentati alla Regione dagli altri soggetti utilizzatori, per scopi diversi, del corso d’acqua, i quali hanno tutto l’interesse a che sia assicurato il deflusso minimo vitale.
Inerendo quindi il provvedimento impugnato, con il quale è stata sospesa ogni determinazione al fine di non veder pregiudicato il mantenimento del flusso minimo vitale, nella prospettiva di un’indagine più approfondita sui riflessi che il rilascio del permesso di costruire la centrale idroelettrica avrebbe sulla qualità della risorsa idrica (esigenza peraltro condivisa dalla Regione, così come da nota del 07.10.2011, sopravvenuta in corso di causa), la valutazione della legittimità di tale atto deve essere demandata alla speciale competenza tecnica di cui è titolare il TSAP (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 05.07.2012 n. 963 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl divieto di costruzione di opere a meno di 10 metri dalla sponda del fiume, previsto dall'art. 96, lett. f), t.u. 25.07.1904 n. 523, ha carattere inderogabile in quanto diretto al fine di assicurare non solo la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali, ma anche e soprattutto il libero deflusso delle acque scorrenti nei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici, con la conseguenza che nessuna opera costruita in violazione di tale divieto può essere sanata.
... per l'annullamento dell’ordinanza n. 13 del 18.01.2000, con la quale è stata respinta l’istanza di condono edilizio presentata in data 10.07.1986, prot. n. 25032, prat. n. 2623.
...
Le censure sono infondate. In particolare, l'art. 96 R.D. 523/1904 stabilisce che "Sono lavori ed atti vietati in modo assoluto sulle acque pubbliche, loro alvei, sponde e difese i seguenti: ...
f) le piantagioni di alberi e siepi, le fabbriche, gli scavi e lo smovimento del terreno a distanza dal piede degli argini e loro accessori come sopra, minore di quella stabilita dalle discipline vigenti nelle diverse località, ed in mancanza di tali discipline, a distanza minore di metri quattro per le piantagioni e smovimento del terreno e di metri dieci per le fabbriche e per gli scavi
".
Poiché, come sostenuto dal ricorrente stesso, l'immobile, ai fini di mantenere il rispetto della distanza dal confine della strada privata, è stato avvicinato oltre i 10 mt. all'alveo del torrente ove vige il divieto di inedificabilità assoluta ai sensi della norma sopra citata, il provvedimento non è sotto questo profilo viziato. Peraltro il Consiglio di Stato sez. IV, 22.06.2011, n. 3781 ha precisato che "Il divieto di costruzione di opere a meno di 10 metri dalla sponda del fiume, previsto dall'art. 96, lett. f), t.u. 25.07.1904 n. 523, ha carattere inderogabile in quanto diretto al fine di assicurare non solo la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali, ma anche e soprattutto il libero deflusso delle acque scorrenti nei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici, con la conseguenza che nessuna opera costruita in violazione di tale divieto può essere sanata".
Inoltre, non hanno alcuna incidenza sull’operatività tout court del vincolo di inedificabilità assoluta -ex lege operante-, da un lato una eventuale valutazione discrezionale dell'incidenza idraulica delle opere, peraltro non ammessa dal legislatore, e dall'altro l'eventuale autorizzazione all'esecuzione di opere (immobile, muro di contenimento) che resterebbero comunque illegittime.
Sostiene, poi, il ricorrente che tutti gli abusi ricadono all'interno della proiezione delle mura perimetrali esterne del fabbricato assentito con licenza edilizia 554 del 26.08.1968 e pertanto non hanno inciso sulla striscia di terreno tra il fabbricato e il torrente Acquatraversa. Tuttavia anche questa considerazione è priva di fondamento in relazione alla persistenza comunque delle opere in area di inedificabilità assoluta.
Ne deriva, tra l'altro, che nessun parere doveva essere richiesto all'amministrazione provinciale posto che nessuna discrezionalità la norma concede all'amministrazione nella valutazione dell'incidenza idraulica delle opere, ponendo nella distanza minima di 10 mt. un limite tassativo vincolante. Trattandosi, poi, di provvedimento vincolato l’omessa richiesta di preventivo parere della CEC si traduce in un vizio formale superabile ai sensi dell'art. 21-octies L. 241/1990. Il ricorso è pertanto infondato e va respinto (TAR Lazio-Latina, sentenza 18.06.2012 n. 489 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’art. 96, primo comma, lett. f), del RD 25.07.1904, n. 523, vieta ad una distanza minore di 10 metri dal piede degli argini “le fabbriche, gli scavi e lo smovimento del terreno”, con una formula ampia, tale da ricomprendere qualsiasi manufatto che per le sue caratteristiche sia idoneo a compromettere il libero deflusso delle acque o l’espletamento dei necessari lavori di manutenzione.
Il divieto contenuto nella norma sopra citata si applica peraltro indistintamente a tutti i corsi d’acqua acquisiti al demanio dello Stato, senza che rilevi l’iscrizione o meno negli apposti elenchi.

Come sopra più volte osservato, il progetto prevede l’innalzamento da circa 5 mt. a circa 10 mt. dell’altezza della discarica, e l’art. 96, primo comma, lett. f), del RD 25.07.1904, n. 523, vieta ad una distanza minore di dieci metri dal piede degli argini “le fabbriche, gli scavi e lo smovimento del terreno”, con una formula ampia, tale da ricomprendere qualsiasi manufatto che per le sue caratteristiche sia idoneo a compromettere il libero deflusso delle acque o l’espletamento dei necessari lavori di manutenzione (per l’individuazione della ratio del divieto cfr. Tribunale Sup.re acque, 24.06.2010, n. 104; id. 29.04.2002, n. 58).
Il divieto contenuto nella norma sopra citata si applica peraltro indistintamente a tutti i corsi d’acqua acquisiti al demanio dello Stato, senza che rilevi l’iscrizione o meno negli apposti elenchi (cfr. Tar Piemonte, Sez. I, 20.04.2007, n. 1732).
Ne discende che nel caso di specie gli atti impugnati sono illegittimi anche per il mancato rispetto delle distanze dal corso d’acqua (tale conclusione risulta confortata anche dalla revisione progettuale di cui è stata data lettura dal difensore della parte controinteressata nella pubblica udienza, ove è espressamente previsto l’arretramento del nuovo argine di contenimento dal corso d’acqua per rientrare nella fascia di rispetto dal canale di 10 metri prevista dal RD 25.07.1904, n. 523, e l’allargamento della fascia arginale da utilizzare per la manutenzione dai mezzi consortili).
Nelle proprie difese la Regione e la controinteressata contestano che il corso d’acqua sia iscritto nel registro delle acque pubbliche e quindi che sia sottoposto al regime vincolistico di cui al D.lgs. 22.01.2004, n. 42 e, a sostegno dell’assunto, si limitano a citare la sentenza Tar Veneto, Sez. I, 15.04.1993, n. 364, che aveva ad oggetto l’impugnazione dell’originario provvedimento autorizzativo della discarica.
Sul punto il Collegio osserva che la predetta sentenza in realtà non ha accertato, neppure incidentalmente, la natura del corso d’acqua, ma ha semplicemente ritenuto in quella sede non sufficientemente provata l’iscrizione nell’elenco ai fini della definizione della necessità o meno dell’autorizzazione paesaggistica, lasciando sostanzialmente impregiudicata la questione.
Al riguardo il Collegio ritiene fondate e meritevoli di accoglimento le censure proposte dai Comuni ricorrenti di difetto di motivazione, difetto di istruttoria e contraddittorietà, perché dalla lettura del parere di compatibilità ambientale emerge una costante sottovalutazione delle problematiche attinenti alla presenza del corso d’acqua.
In primo luogo il parere, al fine di non applicare nelle fasce di rispetto il divieto che discende dal piano provinciale sui rifiuti (cfr. pag. 7), afferma che il corso d’acqua non è iscritto negli appositi elenchi, ma successivamente dà atto invece dell’avvenuta presentazione della relazione paesaggistica e di ritenere quindi espressamente necessaria l’acquisizione dell’autorizzazione paesaggistica che ha come unico presupposto proprio l’iscrizione del corso d’acqua negli appositi elenchi (cfr. pag. 36, laddove si dice che “il vincolo vigente fa riferimento all’art. 142 -corsi d’acqua e fascia di m 150– del Dlgs. n. 42/2004, è originato dal Canale Cime Menegon che scorre, arginato, al di là della recinzione della discarica dimessa”).
In secondo luogo, come ripetutamente rappresentato dal Consorzio di bonifica (che non è stato coinvolto nella procedura nonostante lo avesse richiesto ed ha successivamente inviato un apposito parere che risulta essere stato ignorato: cfr. doc. 15 allegato alle difese della Regione), è stata omessa la valutazione delle maggiori sollecitazioni indotte dall’intervento sugli argini del corso d’acqua che già versano in una situazione di grave dissesto
(TAR Veneto, Sez. III, sentenza 08.03.2012 n. 333 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVIIl Consiglio di Stato chiarisce il riparto di giurisdizione tra il Tribunale Superiore delle Acque e il giudice amministrativo in materia di acque pubbliche.
Nel giudizio in esame un Comune presentava domanda di concessione alla regione di una piccola derivazione dal fiume, per uso idroelettrico. La regione respingeva la richiesta con provvedimento che veniva impugnato dal Comune innanzi al giudice amministrativo che dichiarava il proprio difetto di giurisdizione. Avverso tale decisione ha proposto appello il comune che con la sentenza in esame e' stato rigettato sul presupposto che gli atti che regolano la materia delle “Acque pubbliche” non vanno considerati in astratto, ma con riferimento alla possibilità di influire, comunque, sulla loro regolamentazione (C.S. V n. 6942/2010).
Le Sezioni Unite hanno riaffermato che la giurisdizione di legittimità in unico grado attribuita al Tribunale superiore delle acque pubbliche con riferimento ai "ricorsi per incompetenza, per eccesso di potere e per violazione di legge avverso i provvedimenti definitivi presi dall'amministrazione in materia di acque pubbliche", sussiste quando i provvedimenti amministrativi impugnati incidano direttamente sul regime delle acque pubbliche, nel senso che concorrano, in concreto, a disciplinare la gestione e l'esercizio delle opere idrauliche o a determinare i modi di acquisto dei beni necessari all'esercizio e alla realizzazione delle opere stesse od a stabilire o modificarne la localizzazione o a influire nella loro realizzazione mediante sospensione o revoca dei relativi provvedimenti (cfr. Cass., Sez. Un., n. 27528/2008 e 10848/2009).
Ed inoltre, hanno osservato che "l'incidenza diretta del provvedimento amministrativo sul regime delle acque pubbliche, che radica la giurisdizione di legittimità del Tribunale superiore delle acque pubbliche, è configurabile non solo quando l'atto provenga da organo amministrativo preposto alla cura di pubblici interessi in tale materia e costituisca manifestazione dei poteri attributi a tale organo per vigilare o disporre in ordine agli usi delle acque, ma anche quando l'atto, ancorché proveniente da organi dell'amministrazione non preposti alla cura degli interessi del settore, finisca, tuttavia, con l'incidere immediatamente sull'uso delle acque pubbliche, in quanto interferisca con i provvedimenti relativi a tale uso, autorizzando, impedendo o modificando i lavori relativi” (Cassazione civile, sez. un., 26.07.2002, n. 11126).
Da quanto sopra consegue che ha incidenza diretta sul regime delle acque il provvedimento con il quale l'organismo competente si pronuncia con proprio decreto sull'assoggettamento di un progetto di opera idrica (nella specie un progetto per il quale si chiede una concessione di derivazione) alla relativa procedura, in quanto tale provvedimento postula l'esame nel merito dell'opera o dell'intervento, chiaramente incidente sulla consistenza dell'opera e sulle modalità di gestione della stessa, e ne può condizionare la effettiva realizzazione o le modalità di gestione.
Pertanto, ove l'oggetto del progetto esaminato nella procedura di screening sia un'opera idraulica, l'impugnazione del decreto emesso dal Responsabile della struttura competente, per la sua ricaduta immediata sul regime delle acque pubbliche, va ricondotta alla giurisdizione del Tribunale delle acque pubbliche (cfr. C.S. V n. 3678/2009) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 21.02.2012 n. 928
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EDILIZIA PRIVATA: L’art. 133, lettera a), del r.d. 08.05.1904, n. 368 (“Regolamento per la esecuzione del t.u. della l. 22.03.1900, n. 195, e della l. 07.07.1902, n. 333, sulle bonificazioni delle paludi e dei terreni paludosi”) pone chiaro ed espresso divieto “in modo assoluto” di procedere ad una serie di lavori, tra cui la realizzazione di “…fabbriche… dal piede interno ed esterno degli argini e loro accessori o dal ciglio delle sponde dei canali non muniti di argini o dalle scarpate delle strade a distanza minore di… metri 4 a 10 per i fabbricati, secondo l'importanza del corso d’acqua”; e alla successiva lettera b), secondo capoverso, precisa, sempre per quanto qui interessa, che “…le fabbriche…esistenti… sono tollerate qualora non rechino un riconosciuto pregiudizio; ma, giunte a maturità o deperimento, non possono essere surrogate fuorché alle distanze sopra stabilite”.
La disposizione si differenzia da quella dell’art. 96, lettera f), del r.d. 27.07.1904, n. 523 (“Testo unico delle disposizioni di legge intorno alle opere idrauliche delle diverse categorie”) che, disponendo che sono vietate in modo assoluto, tra l’altro, “…le fabbriche… a distanza dal piede degli argini e loro accessori come sopra, minore di quella stabilita dalle discipline vigenti nelle diverse località, ed in mancanza di tali discipline, a distanza minore…di metri dieci per le fabbriche e per gli scavi”, consente alle “discipline locali” di derogare alla distanza minima assoluta ivi indicata, senza porre distinzione tra “fabbriche esistenti”e “nuove fabbriche”.
Nell’ambito di distanza stabilito dalle discipline locali il divieto di edificazione della fascia di rispetto è assoluto e inderogabile (tra l'altro, vale anche per i corsi d’acqua confinati in sotterraneo mediante tombinatura), laddove il maggior limite di 10 metri ha natura sussidiaria perché subordinato all’assenza di normative locali, ivi comprese quelle urbanistiche ed edilizie.
Al contrario, il vincolo d’inedificabilità posto dall’art. 133, lettera a), sia pure nell’intervallo da stabilirsi a cura dell’Autorità di bonifica (da 4 a 10 metri), è assoluto, perché inderogabile da discipline locali, ed è orientato alla salvaguardia delle “… normali operazioni di ripulitura e di manutenzione e ad impedire le esondazioni delle acque…”.
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L’art. 133, lettera a), del r.d. 08.05.1904, n. 368 nel consentire la conservazione delle “fabbriche”, ossia degli edifici esistenti, e peraltro “qualora non rechino un riconosciuto pregiudizio” (così ammettendo che, nel caso di riconosciuto pregiudizio possa al contrario imporsi l’arretramento alla distanza prescritta, o al limite anche la demolizione), prevede che, al contrario, il limite minimo variabile -da stabilirsi a cura dell’Autorità di bonifica- debba essere rispettato quando si intenda procedere alla “surrogazione”, ossia alla sostituzione dell’opera con altra opera.
Nell’ampia nozione di “surroga”, e in funzione dell’assoluta eccezionalità della conservazione dell’opera già esistente, non può non ricomprendersi la sostituzione anche nella forma della demolizione e della fedele ricostruzione.
In altri termini, l’interesse del privato proprietario al mantenimento dell’edificio entro la fascia di rispetto e a distanza inferiore a quella minima è tutelato solo se ed in quanto l’immobile non subisca alcuna trasformazione fisica, rimanga tal quale, come esistente, ed anche in tale ipotesi nemmeno in senso assoluto, potendo disporsi il suo arretramento o al limite il suo abbattimento se “rechi pregiudizio” all’interesse pubblico relativo alla più funzionale ed efficace manutenzione di argini, sponde, corsi d’acqua e canali e/o se presenti rischi in ordine all’esondazione e al naturale deflusso delle acque.
Al contrario, quando si intenda procedere alla “surrogazione”, ossia alla sostituzione dell’edificio esistente con un nuovo edificio, ancorché di superficie, sagoma, volumetria identiche -mediante demolizione e ricostruzione- l’interesse del proprietario non può che soccombere rispetto al predetto interesse pubblico, nel senso che trova piena applicazione il limite di distanza, da fissare a cura dell’Autorità di bonifica in relazione all’importanza del corso d’acqua e alle esigenze della sua cura e manutenzione, naturalmente con il minor sacrificio possibile ed entro limiti di adeguata proporzionalità e dimostrata funzionalizzazione al suddetto interesse pubblico, qualora esso sia fissato oltre il limite minimo inderogabile di 4 metri.
La norma delle N.T.A. del P.R.G. intitolata alla “Tutela dei corsi d’acqua” che consente “Per gli edifici esistenti ricadenti in tutto o in parte nelle fasce di rispetto… la manutenzione ordinaria, straordinaria, il restauro, la ristrutturazione nonché l’ampliamento purché non comporti avanzamento dell’edificio esistente sul fronte fluviale” può assumere valore di deroga soltanto al vincolo di cui all’art. 96, lettera f), del r.d. n. 523/1904 e non anche al vincolo di cui all’art. 133, lettera a), del r.d. n. 368/1904.

L’art. 133, lettera a), del r.d. 08.05.1904, n. 368 (“Regolamento per la esecuzione del t.u. della l. 22.03.1900, n. 195, e della l. 07.07.1902, n. 333, sulle bonificazioni delle paludi e dei terreni paludosi”) pone chiaro ed espresso divieto “in modo assoluto” di procedere ad una serie di lavori, tra cui, per quanto qui rileva, la realizzazione di “…fabbriche… dal piede interno ed esterno degli argini e loro accessori o dal ciglio delle sponde dei canali non muniti di argini o dalle scarpate delle strade a distanza minore di… metri 4 a 10 per i fabbricati, secondo l'importanza del corso d’acqua”; e alla successiva lettera b), secondo capoverso, precisa, sempre per quanto qui interessa, che “…le fabbriche…esistenti… sono tollerate qualora non rechino un riconosciuto pregiudizio; ma, giunte a maturità o deperimento, non possono essere surrogate fuorché alle distanze sopra stabilite”.
La disposizione si differenzia da quella dell’art. 96, lettera f), del r.d. 27.07.1904, n. 523 (“Testo unico delle disposizioni di legge intorno alle opere idrauliche delle diverse categorie”) che, disponendo che sono vietate in modo assoluto, tra l’altro, “…le fabbriche… a distanza dal piede degli argini e loro accessori come sopra, minore di quella stabilita dalle discipline vigenti nelle diverse località, ed in mancanza di tali discipline, a distanza minore…di metri dieci per le fabbriche e per gli scavi”, consente alle “discipline locali” di derogare alla distanza minima assoluta ivi indicata, senza porre distinzione tra “fabbriche esistenti”e “nuove fabbriche”.
E’ evidente, peraltro, che nell’ambito di distanza stabilito dalle discipline locali il divieto di edificazione della fascia di rispetto è assoluto e inderogabile (Cons. Stato, Sez. IV, 23.07.2009, n. 4663, che precisa come esso valga anche per i corsi d’acqua confinati in sotterraneo mediante tombinatura; vedi anche Sez. V, 26.03.2009, n. 1814), laddove il maggior limite di 10 metri ha natura sussidiaria perché subordinato all’assenza di normative locali, ivi comprese quelle urbanistiche ed edilizie (Cass., SS.UU. civili, 18.07.2008, n. 19813).
Al contrario, il vincolo d’inedificabilità posto dall’art. 133, lettera a), sia pure nell’intervallo da stabilirsi a cura dell’Autorità di bonifica (da 4 a 10 metri), è assoluto, perché inderogabile da discipline locali, ed è orientato alla salvaguardia delle “… normali operazioni di ripulitura e di manutenzione e ad impedire le esondazioni delle acque…” (Cass. Civ., Sez. I, 22.04.2005 n. 8536).
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La sentenza impugnata, e il provvedimento assessorile di diniego dell’annullamento in autotutela della concessione edilizia, hanno ritenuto che il limite di distanza non operi con riferimento a lavori di ristrutturazione edilizia, consistenti, come nel caso di specie, nella demolizione e ricostruzione con identica sagoma e volume sull’identica area di sedime.
Tale conclusione è erronea e priva di fondamento normativo.
L’art. 133, lettera a),
del r.d. 08.05.1904, n. 368 nel consentire la conservazione delle “fabbriche”, ossia degli edifici esistenti, e peraltro “qualora non rechino un riconosciuto pregiudizio” (così ammettendo che, nel caso di riconosciuto pregiudizio possa al contrario imporsi l’arretramento alla distanza prescritta, o al limite anche la demolizione), prevede che, al contrario, il limite minimo variabile -da stabilirsi a cura dell’Autorità di bonifica- debba essere rispettato quando si intenda procedere alla “surrogazione”, ossia alla sostituzione dell’opera con altra opera.
Nell’ampia nozione di “surroga”, e in funzione dell’assoluta eccezionalità della conservazione dell’opera già esistente, non può non ricomprendersi la sostituzione anche nella forma della demolizione e della fedele ricostruzione.
In altri termini, l’interesse del privato proprietario al mantenimento dell’edificio entro la fascia di rispetto e a distanza inferiore a quella minima è tutelato solo se ed in quanto l’immobile non subisca alcuna trasformazione fisica, rimanga tal quale, come esistente, ed anche in tale ipotesi nemmeno in senso assoluto, potendo disporsi il suo arretramento o al limite il suo abbattimento se “rechi pregiudizio” all’interesse pubblico relativo alla più funzionale ed efficace manutenzione di argini, sponde, corsi d’acqua e canali e/o se presenti rischi in ordine all’esondazione e al naturale deflusso delle acque.
Al contrario, quando si intenda procedere alla “surrogazione”, ossia alla sostituzione dell’edificio esistente con un nuovo edificio, ancorché di superficie, sagoma, volumetria identiche -mediante demolizione e ricostruzione- l’interesse del proprietario non può che soccombere rispetto al predetto interesse pubblico, nel senso che trova piena applicazione il limite di distanza, da fissare a cura dell’Autorità di bonifica in relazione all’importanza del corso d’acqua e alle esigenze della sua cura e manutenzione, naturalmente con il minor sacrificio possibile ed entro limiti di adeguata proporzionalità e dimostrata funzionalizzazione al suddetto interesse pubblico, qualora esso sia fissato oltre il limite minimo inderogabile di 4 metri.
Né può soccorrere l’argomento difensivo dell’applicabilità dell’art. 42 delle N.T.A. del P.R.G. del Comune di Noale (come richiamato nella memoria difensiva della Provincia di Venezia).
Tale disposizione regolamentare, intitolata alla “Tutela dei corsi d’acqua” consente bensì “Per gli edifici esistenti ricadenti in tutto o in parte nelle fasce di rispetto… la manutenzione ordinaria, straordinaria, il restauro, la ristrutturazione nonché l’ampliamento purché non comporti avanzamento dell’edificio esistente sul fronte fluviale”; sennonché essa può assumere valore di deroga, come già evidenziato, soltanto al vincolo di cui all’art. 96, lettera f), del r.d. n. 523/1904, e non anche al vincolo di cui all’art. 133, lettera a), del r.d. n. 368/1904
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 16.02.2012 n. 816 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAppartiene “alla giurisdizione del Tribunale superiore delle acque, prevista dall’art. 143 del r.d. 11.12.1933, n. 1775, la controversia relativa al diniego di rilascio di concessione in sanatoria, opposto dall’autorità comunale in ragione dell’edificazione dell’immobile da condonare in violazione della fascia di rispetto di dieci metri dal piede dell’argine, ai sensi dell’art. 96, lett. f), del r.d. 25.07.1904, n. 523.
Detto provvedimento, infatti, ancorché emanato da un’autorità diversa da quelle specificamente preposte alla tutela delle acque, incide direttamente sul regolare regime delle acque, la cui tutela ha carattere inderogabile in quanto informata alla ragione pubblicistica di assicurare la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali e il libero deflusso delle acque scorrenti dei fiumi, torrenti canali e scolatoi pubblici”.

Parte resistente ha preliminarmente eccepito l’inammissibilità del ricorso per difetto di giurisdizione di questo giudice a conoscere della controversia, richiamando a sostegno dell’eccezione recente giurisprudenza delle Sezioni Unite della Cassazione che enuncia il principio il principio secondo cui appartiene “alla giurisdizione del Tribunale superiore delle acque, prevista dall’art. 143 del r.d. 11.12.1933, n. 1775, la controversia relativa al diniego di rilascio di concessione in sanatoria, opposto dall’autorità comunale in ragione dell’edificazione dell’immobile da condonare in violazione della fascia di rispetto di dieci metri dal piede dell’argine, ai sensi dell’art. 96, lett. f), del r.d. 25.07.1904, n. 523; detto provvedimento, infatti, ancorché emanato da un’autorità diversa da quelle specificamente preposte alla tutela delle acque, incide direttamente sul regolare regime delle acque, la cui tutela ha carattere inderogabile in quanto informata alla ragione pubblicistica di assicurare la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali e il libero deflusso delle acque scorrenti dei fiumi, torrenti canali e scolatoi pubblici” (Cass. SS.UU., 12.05.2009, n. 10845) (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 20.01.2012 n. 162 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2011

EDILIZIA PRIVATALa questione in esame (ndr: l'impugnazione del provvedimento con il quale l’Ufficio del Genio civile di Siracusa ha ordinato la parziale demolizione di un immobile, già oggetto di sanatoria edilizia concessa nel 1991, in quanto ricadente all’interno della fascia di rispetto di 10 metri dall’argine del fiume Gioi, come stabilita dagli artt. 93 e 96, lett. f, del T.U. approvato con R.D. 523/1904) rientra nella giurisdizione del Tribunale Superiore delle acque pubbliche (TSAP) ove si consideri che è stato impugnato per vizi tipici di legittimità dell’atto amministrativo un provvedimento definitivo adottato dall’amministrazione a tutela delle acque pubbliche, ed in particolare al fine di garantire l’intangibilità della fascia di rispetto del fiume normativamente individuata (cfr. art. 143, lett. a).
La soluzione non cambia –ma, anzi, ne esce confermata– ove si voglia inquadrare il provvedimento impugnato fra quelli adottati dal Genio civile ai sensi dell’art. 221 del R.D. 1775/1993 per ordinare la riduzione in pristino a seguito di contravvenzione alle norme del T.U. che abbia determinato l’alterazione dello stato delle cose. Ed infine, la giurisdizione del T.S.A.P. emerge anche sulla base di quanto prevede l’art. 2 del R.D. 523/1904 con riguardo al potere della PA di “(…) statuire e provvedere, anche in caso di contestazione, sulle opere di qualunque natura, (…), che possono aver relazione col buon regime delle acque pubbliche”.
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La giurisprudenza più recente avalla la sussistenza della giurisdizione del T.S.A.P. in casi come quello in esame, allorquando fa leva sui provvedimenti amministrativi che, sebbene non costituiscano esercizio di un potere propriamente attinente alla materia delle acque pubbliche, pure riguardino l'utilizzazione del demanio idrico, incidendo in maniera diretta e immediata sul regime delle acque (Cass., sez. un. 9149/2009, relativa a fattispecie in cui era stato impugnato il diniego di rilascio della concessione per la costruzione di un fabbricato sito nelle adiacenze del fiume Piave, in area da considerare esondabile).
Analogamente, in una vicenda ancora più simile a quella in esame, è stata ritenuta sussistente la giurisdizione del Tribunale Superiore delle acque pubbliche sulla “(…) controversia relativa al diniego di rilascio di concessione in sanatoria, opposto dall'autorità comunale in ragione dell'edificazione dell'immobile da condonare in violazione della fascia di rispetto di 10 metri dal piede dell'argine, ai sensi dell'art. 96, lett. f), del r.d. 25.07.1904, n. 523; detto provvedimento, infatti, ancorché emanato da un'autorità diversa da quelle specificamente preposte alla tutela delle acque, incide direttamente sul regolare regime delle acque pubbliche, la cui tutela ha carattere inderogabile in quanto informata alla ragione pubblicistica di assicurare la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali e il libero deflusso delle acque scorrenti dei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici”.

Il R.D. 1775/1933, recante Testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e impianti elettrici, stabilisce le competenze giurisdizionali del Tribunale delle Acque Pubbliche.
In particolare, per l’art. 140 del suddetto T.U. “Appartengono in primo grado alla cognizione dei Tribunali delle acque pubbliche: a) le controversie intorno alla demanialità delle acque; b) le controversie circa i limiti dei corsi o bacini, loro alvei e sponde; c) le controversie, aventi ad oggetto qualunque diritto relativo alle derivazioni e utilizzazioni di acqua pubblica; d) le controversie di qualunque natura, riguardanti la occupazione totale o parziale, permanente o temporanea di fondi e le indennità previste dall'art. 46 della L. 25.06.1865, n. 2359, in conseguenza dell'esecuzione o manutenzione di opere idrauliche, di bonifica e derivazione utilizzazione delle acque. Per quanto riguarda la determinazione peritale dell'indennità prima dell'emissione del decreto della espropriazione resta fermo il disposto dell'art. 33 della presente legge; e) le controversie per risarcimenti di danni dipendenti da qualunque opera eseguita dalla pubblica amministrazione e da qualunque provvedimento emesso dall'autorità amministrativa a termini dell'art. 2 del T.U. 25.07.1904, n. 523 , modificato con l'art. 22 della L. 13.07.1911, n. 774; f) i ricorsi previsti dagli artt. 25 e 29 del testo unico delle leggi sulla pesca approvato con R.D. 08.10.1931, n. 1604;”, mentre per il successivo art. 143 “Appartengono alla cognizione diretta del Tribunale Superiore delle acque pubbliche: a) i ricorsi per incompetenza, per eccesso di potere e per violazione di legge avverso i provvedimenti definitivi presi dall'amministrazione in materia di acque pubbliche; b) i ricorsi, anche per il merito, contro i provvedimenti definitivi dell'autorità amministrativa adottata ai sensi degli artt. 217 e 221 della presente legge; nonché contro i provvedimenti definitivi adottati dall'autorità amministrativa in materia di regime delle acque pubbliche ai sensi dell'art. 2 del testo unico delle leggi sulle opere idrauliche approvato con R.D. 25.07.1904, n. 523, modificato con l'art. 22 della L. 13.07.1911, n. 774, del R.D. 19.11.1921, n. 1688, e degli artt. 378 e 379 della L. 20.03.1865, n. 2248, all. F; c) i ricorsi la cui cognizione è attribuita al Tribunale superiore delle acque dalla presente legge e dagli artt. 23, 24, 26 e 28 del testo unico delle leggi sulla pesca, approvato con R.D. 08.10.1931, n. 1604 .(…)”.
La riportata normativa deve essere evidenziata nella parte in cui (art. 143, lett. a e b) conferisce giurisdizione al Tribunale Superiore delle acque pubbliche con riguardo ai provvedimenti definitivi presi dall'amministrazione in materia di acque pubbliche, ai provvedimenti definitivi dell'autorità amministrativa adottati ai sensi degli artt. 217 e 221 della legge; nonché ai provvedimenti definitivi adottati dall'autorità amministrativa in materia di regime delle acque pubbliche ai sensi dell'art. 2 del testo unico delle leggi sulle opere idrauliche approvato con R.D. 25.07.1904, n. 523.
Anche le ultime due richiamate normative devono essere allora esaminate, nelle parti rilevanti ai fini della questione posta:
A) l’art. 217 del T.U. 1775/1933 recita che “Salvo quanto dispone l'art. 49 della presente legge, sono opere ed atti che non si possono eseguire senza speciale autorizzazione del competente ufficio del Genio civile e sotto l'osservanza delle condizioni dal medesimo imposte: (…omissis…) h) le opere alle sponde dei pubblici corsi di acqua che possono alterare o modificare le condizioni delle derivazioni o della restituzione delle acque derivate”;
B) l’art. 221 del T.U. 1775/1933 prevede che “Per le contravvenzioni alle norme della presente legge, che alterano lo stato delle cose, è riservato all'ingegnere capo dell'ufficio dei Genio civile la facoltà di ordinare la riduzione al primitivo stato, dopo di aver riconosciuta la regolarità della denuncia. Nei casi di urgenza, l'ingegnere capo fa eseguire immediatamente di ufficio i lavori per il ripristino”;
C) il R.D. 523/1904, Testo unico delle disposizioni di legge intorno alle opere idrauliche delle diverse categorie, all’art. 2 stabilisce che “Spetta esclusivamente alla autorità amministrativa lo statuire e provvedere, anche in caso di contestazione, sulle opere di qualunque natura, e in generale sugli usi, atti o fatti, anche consuetudinari, che possono aver relazione col buon regime delle acque pubbliche, con la difesa e conservazione, con quello delle derivazioni legalmente stabilite, e con l'animazione dei molini ed opifici sovra le dette acque esistenti; e così pure sulle condizioni di regolarità dei ripari ed argini od altra opera qualunque fatta entro gli alvei e contro le sponde.”.
Alla luce dei richiamati referenti legislativi, allora, è possibile trarre le prime conclusioni.
Non sussiste, nel caso in esame, giurisdizione del Tribunale delle acque pubbliche, inteso quale organo specializzato della giurisdizione ordinaria (Cass., I, 8239/2002), giacché il suddetto giudice –ai sensi dell’art. 140 del R.D. 1775/1933– è competente a conoscere le questioni di diritti soggettivi inerenti la materia delle acque pubbliche (ad esempio, controversie sulla demanialità; sui limiti ed alvei dei corsi d’acqua; su diritti di uso e derivazione delle acque; sul risarcimento dei danni conseguenti alla esecuzione pubblica di opere idrauliche; ecc.). Nel caso a mani, invece, il ricorrente vanta una posizione di interesse legittimo teso a contestare l’esercizio del potere pubblicistico di repressione dell’attività edilizia svolta in prossimità, o in maniera potenzialmente pregiudizievole, rispetto alle acque pubbliche.
Astrattamente –in assenza di una norma specifica– si dovrebbe predicare in materia la sussistenza della giurisdizione del giudice amministrativo, quale giudice degli interessi legittimi, in base al normale criterio di riparto della giurisdizione fissato nell’art. 2 della L. 2248/1865 all. E.
Ma, come detto, è stato istituito un giudice speciale in materia, da individuare per mezzo dell’art. 143 del R.D. 1775/1933, in combinato disposto con l’art. 221 e con l’art. 2 del R.D. 523/1904.
Alla luce di tali norme di legge –il cui testo è stato riportato sopra- si può affermare che la questione in esame rientri nella giurisdizione del Tribunale Superiore delle acque pubbliche ove si consideri che è stato impugnato per vizi tipici di legittimità dell’atto amministrativo un provvedimento definitivo adottato dall’amministrazione a tutela delle acque pubbliche, ed in particolare al fine di garantire l’intangibilità della fascia di rispetto del fiume normativamente individuata (cfr. art. 143, lett. a).
La soluzione non cambia –ma, anzi, ne esce confermata– ove si voglia inquadrare il provvedimento impugnato fra quelli adottati dal Genio civile ai sensi dell’art. 221 del R.D. 1775/1993 per ordinare la riduzione in pristino a seguito di contravvenzione alle norme del T.U. che abbia determinato l’alterazione dello stato delle cose. Ed infine, la giurisdizione del T.S.A.P. emerge anche sulla base di quanto prevede l’art. 2 del R.D. 523/1904 con riguardo al potere della PA di “(…) statuire e provvedere, anche in caso di contestazione, sulle opere di qualunque natura, (…), che possono aver relazione col buon regime delle acque pubbliche”.
E’ evidente che, nel caso trattato, la PA resistente abbia inteso adottare un provvedimento direttamente funzionale alla tutela del corso d’acqua pubblico, garantendo l’inedificabilità nella fascia di rispetto di dieci metri normativamente fissata dall’art. 96 del R.D. 523/1904.
La giurisprudenza più recente avalla la sussistenza della giurisdizione del T.S.A.P. in casi come quello in esame, allorquando fa leva sui provvedimenti amministrativi che, sebbene non costituiscano esercizio di un potere propriamente attinente alla materia delle acque pubbliche, pure riguardino l'utilizzazione del demanio idrico, incidendo in maniera diretta e immediata sul regime delle acque (Cass., sez. un. 9149/2009, relativa a fattispecie in cui era stato impugnato il diniego di rilascio della concessione per la costruzione di un fabbricato sito nelle adiacenze del fiume Piave, in area da considerare esondabile).
Analogamente, in una vicenda ancora più simile a quella in esame, è stata ritenuta sussistente la giurisdizione del Tribunale Superiore delle acque pubbliche sulla “(…) controversia relativa al diniego di rilascio di concessione in sanatoria, opposto dall'autorità comunale in ragione dell'edificazione dell'immobile da condonare in violazione della fascia di rispetto di dieci metri dal piede dell'argine, ai sensi dell'art. 96, lett. f), del r.d. 25.07.1904, n. 523; detto provvedimento, infatti, ancorché emanato da un'autorità diversa da quelle specificamente preposte alla tutela delle acque, incide direttamente sul regolare regime delle acque pubbliche, la cui tutela ha carattere inderogabile in quanto informata alla ragione pubblicistica di assicurare la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali e il libero deflusso delle acque scorrenti dei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici” (Cass., sez. un., 10845/2009).
D’altra parte, anche la giurisprudenza elaborata dal giudice amministrativo finisce col rafforzare la tesi qui propugnata, nel momento in cui ritiene sussistere la giurisdizione dei TT.AA.RR. nelle controversie che incidono solo in via “indiretta” e “mediata” sul regime delle acque pubbliche (si vedano, al riguardo le decisioni di Tar Liguria 406/2006; Tar Basilicata 993/2005; Tar Piemonte 2420/2005, riguardanti: a) le procedure pubbliche di selezione del concessionario per la gestione agricola di un’area di demanio fluviale; b) la demolizione di un impianto idroelettrico; c) l’occupazione per la realizzazione di un’opera pubblica che non incide sul regime delle acque).
E’ il caso di sottolineare il fatto che, per contro, la vicenda in esame -come già detto– investe in via diretta ed immediata la tutela delle acque pubbliche, sotto lo specifico aspetto della garanzia riservata a quel settore di territorio protetto definito “fascia di rispetto” e connotato da un regime di inedificabilità (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 30.12.2011 n. 3233 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Fascia di rispetto dell'argine trasversale di un fiume -Vincolo di inedificabilità - Art. 96, comma f), R.D. 25.07.1904 n. 523 e s.m.i. - Provvedimento inteso alla salvaguardia del vincolo - Giurisdizione del Tribunale superiore delle acque pubbliche - Sussiste.
2. Fascia di rispetto dell'argine trasversale di un fiume -Vincolo di inedificabilità - Art. 96, comma f), R.D. 25.07.1904 n. 523 e s.m.i. - Rilevanza della conformazione del corpo superficiario - Non sussiste.

1. Compete al Tribunale superiore delle acque pubbliche e non agli organi ordinari della giustizia amministrativa la cognizione delle controversie aventi per oggetto la domanda di annullamento di provvedimenti adottati da un Comune per la salvaguardia del vincolo di inedificabilità assoluta della fascia di rispetto dell'argine trasversale di un fiume ex art. 96, comma f), R.D. 25.07.1904 n. 523 e s.m.i..
2. La disciplina delle acque pubbliche di cui all'art. 96, comma f), R.D. 25.07.1904 n. 523 e s.m.i., che impone un vincolo di inedificabilità entro la fascia di rispetto fluviale, ne impone inderogabilmente la tutela, senza che residuino margini per attribuire rilievo alla conformazione del corpo superficiario (e, quindi, al fatto che esso si presenti con argini o sponde, con tombinatura o senza), atteso che, per il rispetto della fascia, è vietata qualsiasi costruzione e, persino, qualunque deposito di terre o di altre materie, a distanza di metri dieci dal corso d'acqua (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 06.10.2011 n. 2378 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATACompete al Tribunale superiore delle acque pubbliche (TSAP) e non agli organi ordinari della giustizia amministrativa (TAR) la cognizione delle controversie aventi per oggetto la domanda di annullamento di provvedimenti adottati da un comune e da una provincia per la salvaguardia del vincolo di inedificabilità della fascia di rispetto dell'argine trasversale di un fiume.
Osserva, al riguardo, il Collegio come l’odierno giudizio verta sull’impugnazione di un diniego di condono, adottato dal Comune di Rho sull’imprescindibile presupposto che: <<l’autorimessa è collocata sul confine del torrente Lura e, pertanto, in contrasto con le prescrizioni indicate nell’art. 96, comma f), del R.D. 25.07.1904 n. 523 e s.m.i. che vietano in modo assoluto le costruzioni a distanza dai corsi d’acqua minore di quella stabilita dalle discipline vigenti nelle diverse località e, in mancanza di tali discipline, a metri dieci>>.
In tali evenienze, come correttamente osservato dalla difesa resistente, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno, anche recentemente, ribadito che: "Compete al Tribunale superiore delle acque pubbliche e non agli organi ordinari della giustizia amministrativa la cognizione delle controversie aventi per oggetto la domanda di annullamento di provvedimenti adottati da un comune e da una provincia per la salvaguardia del vincolo di inedificabilità della fascia di rispetto dell'argine trasversale di un fiume" (così, Cassazione civile, sez. un., 15.06.2009, n. 13898; id. 12.05.2009, n. 10845; 20.11.2008, n. 27528).
Nella specie, non può essere revocato in dubbio che il provvedimento impugnato è stato motivato in ragione dell’ubicazione dell’autorimessa, realizzata al confine del muro di sostegno del torrente Lura e, dunque, all’interno della fascia di 4 metri dall’alveo del torrente, su cui insiste il vincolo di inedificabilità assoluta, ai sensi dell’art. 96, lett. f) cit., come integrato dall’art. 82 del cit. reg. edilizio comunale.
Né può assumere rilievo, onde scalfire il profilo di interferenza, almeno astrattamente ipotizzabile, tra siffatto abuso edilizio e il regime delle acque pubbliche, la presenza -nel tratto di torrente qui considerato- di una tombinatura, trattandosi di opera a carattere non definitivo, comunque inidonea ad elidere le ragioni di fondo del vincolo di inedificabilità di cui al citato art. 96.
Si tratta, infatti, di una disciplina delle acque pubbliche che ne impone inderogabilmente la tutela, senza che residuino margini per attribuire rilievo alla conformazione del corpo superficiario (e, quindi, al fatto che esso si presenti con argini o sponde, con tombinatura o senza), atteso che, per il rispetto della predetta fascia, è vietata qualsiasi costruzione e, persino, qualunque deposito di terre o di altre materie, a distanza di metri dieci dal corso d’acqua (cfr. in tal senso, Cass. I, 22.04.2005, n. 8536, nonché, Cass. Sezioni Unite nn. 12271/2004; 19813/2008; analogamente Cons. Stato, IV 23.07.2009 n. 4663).
Sussiste, pertanto, l’eccepito profilo di inammissibilità del ricorso, con conseguente difetto di giurisdizione del giudice adito, trattandosi di questioni rientranti nella giurisdizione del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche (T.S.A.P.), come prevista dall’art. 143 del R.D. n. 1775/1933 (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 06.10.2011 n. 2378 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl provvedimento di demolizione dell'abuso edilizio realizzato nella fascia di rispetto di 10 mt. del corso d'acqua demaniale va impugnato innanzi al Tribunale superiore delle acque pubbliche e non dinanzi al Tar.
La giurisdizione del Tribunale superiore delle acque pubbliche, prevista dall'art. 143, comma 1, lett. a), del R.D. n. 1775/1933, ha per oggetto i ricorsi avverso provvedimenti amministrativi che siano caratterizzati dall'incidenza diretta sulla materia delle acque pubbliche: cosicché rientra nella sua giurisdizione la controversia «relativa al diniego di rilascio di concessione in sanatoria, opposto dall'autorità comunale in ragione dell'edificazione dell'immobile da condonare in violazione della fascia di rispetto di dieci metri dal piede dell'argine, ai sensi dell'art. 96, lett. f), r.d. 25.07.1904 n. 523; detto provvedimento, infatti, ancorché emanato da un'autorità diversa da quelle specificamente preposte alla tutela delle acque, incide direttamente sul regolare regime delle acque pubbliche, la cui tutela ha carattere inderogabile in quanto informata alla ragione pubblicistica di assicurare la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali e il libero deflusso delle acque scorrenti dei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici»

Sull'annullamento del provvedimento del 24.05.2011 prot. n. 4647, avente ad oggetto “Ordinanza n. 2 del 24.05.2011”, con la quale il Comune di San Pietro in Gu - Area Tecnica e Tecnico Manutentiva, Servizi per il Territorio, Ambiente e Lavori Pubblici, in persona del Responsabile del Procedimento, ha rigettato la richiesta di concessione edilizia in sanatoria ed ordinato la demolizione ed il ripristino dello stato dei luoghi.
...
Come già affermato da questa stessa Sezione in alcune recenti sentenze (cfr. Tar Veneto, II, 03.01.2011, n. 3; Tar Veneto, II, 01.02.2011, n. 184) e ribadito anche dal Consiglio di Stato (cfr. Cons. Stato, VI, 09.05.2011, n. 2745), il provvedimento di demolizione de quo è -per l'iter procedimentale da cui è scaturito- chiaramente posto a tutela della fascia d'inedificabilità latistante un corso d'acqua demaniale: esso andava pertanto impugnato innanzi al Tribunale superiore delle acque pubbliche.
Invero, la giurisdizione di quest’ultimo Tribunale, prevista dall'art. 143, comma 1, lett. a), del R.D. n. 1775/1933, ha per oggetto i ricorsi avverso provvedimenti amministrativi che siano caratterizzati dall'incidenza diretta sulla materia delle acque pubbliche: cosicché rientra nella sua giurisdizione la controversia -intuitivamente affine a quella in esame- «relativa al diniego di rilascio di concessione in sanatoria, opposto dall'autorità comunale in ragione dell'edificazione dell'immobile da condonare in violazione della fascia di rispetto di dieci metri dal piede dell'argine, ai sensi dell'art. 96, lett. f), r.d. 25.07.1904 n. 523; detto provvedimento, infatti, ancorché emanato da un'autorità diversa da quelle specificamente preposte alla tutela delle acque, incide direttamente sul regolare regime delle acque pubbliche, la cui tutela ha carattere inderogabile in quanto informata alla ragione pubblicistica di assicurare la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali e il libero deflusso delle acque scorrenti dei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici» (Cass., S.U., 12.05.2009, n. 10845).
Va, pertanto, dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice adito, indicando nel Tribunale superiore delle acque pubbliche quello che ne è fornito, anche ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 11 c.p.a. (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 06.10.2011 n. 1488 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPer “linea di battigia” deve intendersi la linea di contatto tra mare e terraferma e che la misurazione debba essere eseguita in orizzontale.
La distanza va quindi misurata tenendo conto dell’unica linea retta che congiunge l’immobile (od anche soltanto lo spigolo dello stesso) al punto più vicino in cui la terraferma entra in contatto con il mare.

Per quel che concerne il criterio da adottare ai fini della corretta misurazione della distanza intercorrente tra il punto della battigia più vicino all’edificio, oggetto di istanza di rilascio di concessione edilizia in sanatoria, e l’edificio stesso, il Collegio ritiene, sulla base di costante giurisprudenza, anche di questo C.G.A., che per “linea di battigia” debba intendersi la linea di contatto tra mare e terraferma e che la misurazione debba essere eseguita in orizzontale (cfr. decisione n. 617/2001).
La distanza va quindi misurata tenendo conto dell’unica linea retta che congiunge l’immobile (od anche soltanto lo spigolo dello stesso) al punto più vicino in cui la terraferma entra in contatto con il mare
(CGARS, sentenza 27.09.2011 n. 607 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: ACQUA E CORSI D’ACQUA - Argini - Divieto di costruzione ex art. 96, lett. f), T.U. n. 523/1904 - Carattere legale, assoluto e inderogabile - Normativa locale - Deroga di carattere eccezionale - Limiti.
Il divieto di costruzione di opere dagli argini dei corsi d'acqua, previsto dall'art. 96, lett. f), t.u. 25.07.1904 n. 523, ha carattere legale, assoluto e inderogabile, ed è diretto al fine di assicurare non solo la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali, ma anche (e soprattutto) il libero deflusso delle acque (cfr. Cassazione civile, sez. un., 30.07.2009, n. 17784); esso è cioè teso a garantire le normali operazioni di ripulitura/manutenzione e a impedire le esondazioni delle acque.
La deroga contenuta nella lettera F del citato art. 96, per cui la distanza minima si applica in mancanza di “discipline vigenti nelle diverse località” è quindi di carattere eccezionale e ciò significa che la normativa locale (espressa anche mediante uno strumento urbanistico), per prevalere sulla norma generale, deve avere carattere specifico (cfr. Cassazione civile, sez. un., 18.07.2008, n. 19813).
Di conseguenza, solo se lo scopo dell'attività costruttiva lungo il corso d'acqua è quello specifico di salvaguardarne il regime idraulico la disciplina locale assume valenza derogatoria della norma statale, in quanto meglio ne attua l'interesse pubblico perseguito (cfr. TAR Lombardia-Brescia, sentenza 13.06.2007 n. 540); ne deriva che nessuna opera realizzata in violazione della norma de qua può essere sanata e che è legittimo il diniego di rilascio di concessione edilizia in sanatoria relativamente ad un fabbricato realizzato all'interno della c.d. fascia di servitù idraulica (art. 33 l. 28.02.1985 n. 47) (da ultimo: TAR Roma-Latina, Sez. I, sentenza 15.12.2010 n. 1981) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 01.08.2011 n. 1231 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: ACQUA E CORSI D’ACQUA - Fascia di rispetto dagli argini - Art. 96, lett. f), R.D. n. 523/1904 - Regolamenti comunali - Tolleranza verso abusi edilizi - Conferimento di diritti edificatori - Esclusione.
I regolamenti comunali (o le linee-guida regionali) possano disciplinare diversamente la fascia di rispetto dagli argini prevista dall’art. 96, lett. f), del RD 523/1904 solo sulla base di un esame dettagliato della condizione dei luoghi, così da garantire in misura equivalente gli interessi pubblici (idraulici e ambientali) coinvolti (v. TAR Brescia, Sez. I, 26.02.2010 n. 986; TAR Brescia, Sez. I, 26.06.2007 n. 578).
In questo quadro la tolleranza mantenuta in passato verso certe tipologie di edificazione non acquista lo status di elemento normativo e non può costituire un presupposto idoneo per conferire ulteriori diritti edificatori (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 01.08.2011 n. 1228 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il divieto di costruzione di opere sugli argini dei corsi d'acqua ha carattere inderogabile.
In linea generale il divieto di costruzione di opere dagli argini dei corsi d'acqua, previsto dall'art. 96, lett. f), t.u. 25.07.1904 n. 523, ha carattere legale ed è inderogabile, ed è diretto al fine di assicurare non solo la possibilità di sfruttamento delle acque demaniali, ma anche (e soprattutto) il libero deflusso delle acque scorrenti nei fiumi, torrenti, canali e scolatoi pubblici (cfr. Cassazione civile, sez. un., 30.07.2009, n. 17784).
Il divieto sancito dall'art. 96, lett. f), cit., e dalla successiva lett. g), estende –con carattere di assoluta inderogabilità- il divieto a qualunque manufatto o volume collocato a meno di dieci metri dalla sponda del fiume, per cui nessuna opera realizzata in violazione di tali norme può sanata.
Una volta che un corso d’acqua è stato costitutivamente inserito negli elenchi, la successiva comunicazione del Magistrato delle Acque è meramente ricognitiva della sussistenza di un preesistente vincolo all’edificazione, di carattere assoluto ed inderogabile, e comunque va autonomamente impugnato presso il competente Tribunale delle Acque.
In difetto, nell'ipotesi di costruzione abusiva realizzata in contrasto con il divieto di cui all'art. 96, lett. f), r.d. 25.07.1904 n. 523, trova infatti applicazione l'art. 33 l. 28.02.1985 n. 47 sul condono edilizio, il quale ricomprende, nei vincoli di inedificabilità, tutti i casi in cui le norme vietino in modo assoluto di edificare in determinate aree (cfr. Consiglio Stato, sez. V, 26.03.2009, n. 1814; Consiglio Stato, sez. IV, 23.07.2009, n. 4663).
Nel caso di specie l’autorimessa era stata realizzato all'interno della c.d. fascia di servitù idraulica, per cui il diniego di rilascio di concessione edilizia in sanatoria è conseguentemente legittimo (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 22.06.2011 n. 3781 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl divieto di costruzione di opere ad una determinata distanza dagli argini dei corsi d'acqua, previsto dall'art. 96, lett. f), t.u. 25.07.1904, n. 523, ha carattere assoluto ed inderogabile, in quanto teso a consentire le normali operazioni di ripulitura e di manutenzione, e di impedire le esondazioni delle acque.
Occorre ricordare che il divieto di costruzione di opere ad una determinata distanza dagli argini dei corsi d'acqua, previsto dall'art. 96, lett. f), t.u. 25.07.1904, n. 523, abbia carattere assoluto ed inderogabile, in quanto teso a consentire le normali operazioni di ripulitura e di manutenzione, e di impedire le esondazioni delle acque (Cassazione civile, sez. I, 22.04.2005, n. 8536; Consiglio di Stato, sez. IV, 23.07.2009, n. 4663; Consiglio di Stato, sez. V, 26.03.2009, n. 1814).
La deroga contenuta nella lettera F del citato art. 96, per cui la distanza minima si applica in mancanza di “discipline vigenti nelle diverse località” è quindi di carattere eccezionale. Come è stato chiarito dalla giurisprudenza della Suprema corte, “ciò significa che la normativa locale, per prevalere sulla norma generale, deve avere carattere specifico, ossia essere una normativa espressamente dedicata alla regolamentazione della tutela delle acque e alla distanza dagli argini delle costruzioni, che tenga esplicitamente conto della regola generale espressa dalla normativa statale e delle peculiari condizioni delle acque e degli argini che la norma locale prende in considerazione al fine di stabilirvi l'eventuale deroga.
Nulla vieta che la norma locale sia espressa anche mediante l'utilizzo di uno strumento urbanistico, come può essere il piano regolatore generale, ma occorre che tale strumento contenga una norma esplicitamente dedicata alla regolamentazione delle distanze delle costruzioni dagli argini anche in eventuale deroga al R.D. 25.07.1904, n. 523, art. 96, lett. f), in relazione alla specifica condizione locale delle acque di cui trattasi
” (Cassazione civile, sez. un., 18.07.2008, n. 19813) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 29.04.2011 n. 2544 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: ACQUA - Art. 133 r.d. 368/1904 - Distanze dal piede esterno e interno degli argini - Divieto di piantagione di alberi di edificazione e di movimento del terreno - Corsi d’acqua tombinati - Applicabilità del divieto - Fondamento.
Il divieto di piantagione di alberi, di edificazioni o fabbriche e di movimento del terreno del piede esterno e interno degli argini ad una certa distanza dal corso d’acqua (che per i manufatti è da 4 a 10 metri “secondo l’importanza del corso d’acqua” medesimo) vale non solo per i corsi d’acqua superficiali, ma anche per le altre opere di bonificazione (primo comma dell’art. 133 del r.d. 08.05.1904, n. 368), tra le quali va certamente compresa anche la tombinatura che non può dirsi come tale opera definitiva, essendo possibile riportare in qualunque momento il corso d’acqua allo stato precedente.
In definitiva, il rispetto delle distanze deve ritenersi inderogabile anche per i corsi d’acqua tombinati, al fine di consentire uno spazio di manovra nel caso di necessità di porre in essere attività di manutenzione delle condutture (Cons. Stato, Sez. IV, 23.07.2009, n. 4663) (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 26.04.2011 n. 698 - link a www.ambientediritto.it).

anno 2010

EDILIZIA PRIVATAE' legittimo il diniego di rilascio di concessione edilizia in sanatoria relativamente ad un fabbricato realizzato all'interno della c.d. fascia di servitù idraulica atteso che il divieto di costruzione ad una certa distanza dagli argini dei corsi d'acqua demaniali, imposto dall'art. 96, lett. f), r.d. 25.07.1904 n. 523, ha carattere assoluto ed inderogabile; pertanto, nell'ipotesi di costruzione abusiva realizzata in contrasto con tale divieto trova applicazione l'art. 33 l. 28.02.1985 n. 47 sul condono edilizio, il quale contempla i vincoli di inedificabilità, includendo in tale ambito i casi in cui le norme vietino in modo assoluto di edificare in determinate aree.
La giurisprudenza ha affermato che “è legittimo il diniego di rilascio di concessione edilizia in sanatoria relativamente ad un fabbricato realizzato all'interno della c.d. fascia di servitù idraulica atteso che il divieto di costruzione ad una certa distanza dagli argini dei corsi d'acqua demaniali, imposto dall'art. 96, lett. f), r.d. 25.07.1904 n. 523, ha carattere assoluto ed inderogabile; pertanto, nell'ipotesi di costruzione abusiva realizzata in contrasto con tale divieto trova applicazione l'art. 33 l. 28.02.1985 n. 47 sul condono edilizio, il quale contempla i vincoli di inedificabilità, includendo in tale ambito i casi in cui le norme vietino in modo assoluto di edificare in determinate aree” (Consiglio Stato, sez. V, 26.03.2009, n. 1814)
(TAR Roma-Latina, Sez. I, sentenza 15.12.2010 n. 1981 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIntendendosi per «sponda» il confine naturale dell’ordinaria portata dell’acqua nelle sue variazioni stagionali e per «argini» le barriere esterne, per lo più artificiali, erette a ulteriore difesa del territorio per il caso di piene eccezionali, l’esigenza di evitare soluzioni del tutto arbitrarie impone di assegnare ai due termini un significato equivalente e quindi di assumere a riferimento principale la «sponda» e la funzione a questa connessa, con la conseguenza che la fascia di protezione di 150 metri va misurata dal limite di piena ordinaria del corso d’acqua, sia esso coincidente con il ciglio di sponda sia esso coincidente con il piede esterno dell’argine, mentre restano a tal fine estranee le barriere protettive preordinate a contrastare le piene straordinarie.
Appare necessario definire la portata dell’art. 142, comma 1, lett. c), del d.lgs. n. 42 del 2004, che sottopone a vincolo paesaggistico “…i fiumi, i torrenti, i corsi d’acqua iscritti negli elenchi previsti dal testo unico delle disposizioni di legge sulle acque ed impianti elettrici, approvato con regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, e le relative sponde o piedi degli argini per una fascia di 150 metri ciascuna …”.
La giurisprudenza ha chiarito che, intendendosi per «sponda» il confine naturale dell’ordinaria portata dell’acqua nelle sue variazioni stagionali e per «argini» le barriere esterne, per lo più artificiali, erette a ulteriore difesa del territorio per il caso di piene eccezionali, l’esigenza di evitare soluzioni del tutto arbitrarie impone di assegnare ai due termini un significato equivalente e quindi di assumere a riferimento principale la «sponda» e la funzione a questa connessa, con la conseguenza che la fascia di protezione di 150 metri va misurata dal limite di piena ordinaria del corso d’acqua, sia esso coincidente con il ciglio di sponda sia esso coincidente con il piede esterno dell’argine, mentre restano a tal fine estranee le barriere protettive preordinate a contrastare le piene straordinarie (v. TAR Friuli Venezia Giulia 10.05.2007 n. 339).
Si tratta di orientamento conforme ad un consolidato indirizzo del giudice ordinario, formatosi in relazione alle corrispondenti norme contenute nell’art. 1 del decreto-legge n. 312 del 1985 (integrativo dell’art. 82 del d.P.R. n. 616/1977) e nell’art. 146 del d.lgs. n. 490 del 1999, orientamento da cui il Collegio non ravvisa ragioni per discostarsi.
Va solo aggiunto che, per trattarsi di un vincolo paesaggistico ex lege, eventuali criteri diversi (da quello della c.d. “piena ordinaria”) contenuti in norme secondarie –quale il «piano territoriale di coordinamento provinciale» richiamato nella circostanza dall’Amministrazione comunale– cedono di fronte alla disciplina di rango primario, che prevale sulle altre previa loro disapplicazione da parte del giudice chiamato a risolvere la controversia
(TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 15.09.2010 n. 435 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl divieto di costruzione di opere ad una determinata distanza dagli argini dei corsi d’acqua, previsto dall’art. 96, lett. f), t.u. 25.07.1904, n. 523, è inderogabile (…).
In tema di tutela dei corpi idrici superficiali, l’art. 133 r.d. n. 368 del 1904, che impone una fascia di rispetto lungo i canali, comprende il divieto di qualunque costruzione, allo scopo di consentire le normali operazioni di ripulitura e di manutenzione, e di impedire le esondazioni delle acque.
Tale previsione è ampia e generale (…) e non consente neppure di dare rilievo alla conformazione del corpo superficiario, e cioè al fatto che esso si presenti con argini o sponde, atteso che, per il rispetto della fascia considerata, è vietata qualsiasi costruzione e persino qualunque deposito di terre o di altre materie, a distanza di metri dieci dal corso d’acqua
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Il divieto di costruzione di opere ad una determinata distanza dagli argini dei corsi d’acqua, previsto dall’art. 96, lett. f), t.u. 25.07.1904, n. 523, è inderogabile (…).
In tema di tutela dei corpi idrici superficiali, l’art. 133 r.d. n. 368 del 1904, che impone una fascia di rispetto lungo i canali, comprende il divieto di qualunque costruzione, allo scopo di consentire le normali operazioni di ripulitura e di manutenzione, e di impedire le esondazioni delle acque.
Tale previsione è ampia e generale (…) e non consente neppure di dare rilievo alla conformazione del corpo superficiario, e cioè al fatto che esso si presenti con argini o sponde, atteso che, per il rispetto della fascia considerata, è vietata qualsiasi costruzione e persino qualunque deposito di terre o di altre materie, a distanza di metri dieci dal corso d’acqua
” (Consiglio di Stato, IV, 23.07.2009, n. 4663)
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 10.09.2010 n. 5656 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ampliamento di un immobile sito in prossimità di un corso d’acqua.
E’ chiesto parere in merito all’assentibilità di intervento edilizio consistente nell’ampliamento di un immobile preesistente a distanza inferiore a 100 metri da un corso d’acqua (Regione Piemonte, parere n. 40/2010 - link a www.regione.piemonte.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Abuso edilizio - Vincolo Idraulico - Titolo edilizio illegittimo efficace - Decorso del tempo - Affidamento - opere successive pertinenziali - Condono edilizio - Sussiste.
2. Abuso edilizio - Titolo edilizio illegittimo - Decorso del tempo - Affidamento - Condono edilizio - Sussiste.

1. Benché il vincolo idraulico ex art. 96, lett. f), del RD 523/1904 non sia derogabile semplicemente per effetto degli usi locali, è possibile superarne l'inderogabilità in ipotesi di radicato affidamento circa la collocazione di immobile all'interno della fascia di rispetto (per licenza edilizia illegittima ma ancora efficace e tempo trascorso) ed in tal caso la medesima aspettativa può estendersi alle opere successive, se intese come interventi pertinenziali.
2. Se un fabbricato (previa valutazione dell'interesse pubblico) può evitare la demolizione nonostante l'annullamento del relativo titolo edilizio, non vi sono motivi per negare il condono a un edificio che sia in parte conforme a un titolo edilizio illegittimo ma ancora efficace, qualora in un lungo periodo di tempo non sia stato individuato alcun interesse pubblico all'annullamento di tale titolo (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 26.02.2010 n. 986 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2008

EDILIZIA PRIVATAIl divieto di costruzione di manufatti ad una certa distanza dagli argini dei corsi d’acqua, contenuto nell’art. 96, lett. f), del R.D. 25.07.1904 n. 523, ha carattere inderogabile e si riferisce sia all’ipotesi in cui esistano veri e propri manufatti sia a quella in cui i corsi d’acqua siano provvisti di argini naturali.
Il divieto di costruzione di manufatti ad una certa distanza dagli argini dei corsi d’acqua, contenuto nell’art. 96, lett. f), del R.D. 25.07.1904 n. 523 (testo unico sulle opere idrauliche), ha carattere inderogabile e si riferisce sia all’ipotesi in cui esistano veri e propri manufatti sia a quella in cui i corsi d’acqua siano provvisti di argini naturali (Consiglio di Stato, Sez. I, sent. n. 200 del 10.06.1988) (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 07.03.2008 n. 267 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2007

EDILIZIA PRIVATA: Divieto di edificazione previsto dall'art. 96, lett. f) R.D. 523/1904 - Possibilità di deroga da parte della normativa edilizia locale - Sussiste solo nel caso in cui la normativa locale sia finalizzata a salvaguardare il regime idraulico.
L'art. 96 lett. f) del R.D. n. 523/1904 prevede, tra l'altro, il divieto di edificare ad una distanza inferiore a 10 metri dal piede degli argini dei corsi d'acqua, ed ammette la deroga quando la materia sia contemporaneamente disciplinata da normative locali.
Si impone tuttavia puntualizzare che tra tali normative derogatorie sono comprese anche quelle contemplate dai Piani Regolatori Generali e dai Regolamenti Edilizi, e che tuttavia solo se lo scopo dell'attività costruttiva lungo il corso d'acqua è quello specifico di salvaguardarne il regime idraulico la disciplina locale assume valenza derogatoria della norma statale, in quanto meglio ne attua l'interesse pubblico perseguito. In caso contrario, qualora la norma locale si proponesse finalità diverse, quali sono ad es. quelle meramente urbanistiche, essa non derogherebbe alla citata disciplina statale che -in quanto informata a tutelare il buon regime delle acque pubbliche nonché a prevenire i danni che possono derivare da una disordinata attività costruttiva e manutentiva lungo i corsi d'acqua- impone divieti da qualificarsi come tassativi (TAR Lombardia-Brescia,
sentenza 13.06.2007 n. 540 - massima tratta da www.solom.it - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Distanza delle costruzioni di 150 metri dalle sponde dei fiumi - Ex art. 142, comma 1, lett. c) D.Lgs. n. 42/2004 - Nozione di "sponda" - Individuazione.
La distanza di 150 metri, prevista dall’art. 142, comma 1, lett. c) del D.Lgs. n. 42/2004 dalle sponde o piedi degli argini dei fiumi, deve essere determinata riferendosi alla delimitazione effettiva del corso d’acqua, partendo dal ciglio di sponda o dal piede esterno dell’argine, solo quando quest’ultimo esplichi una funzione analoga alla sponda nel contenere le acque di piena ordinaria; pertanto, nella prospettiva di un equo contemperamento tra interesse pubblico e interesse dei privati proprietari, è al termine "sponda" che occorre fare riferimento, intendendo per sponda il confine naturale della ordinaria portata dell’acqua, a differenza degli argini, che costituiscono barriere esterne per lo più artificiali, erette a difesa del territorio nell’ipotesi del verificarsi di piene eccezionali (TAR Friuli Venezia Giulia, Sez. I,
sentenza 10.05.2007 n. 339 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Costruzione in sanatoria nella fascia di rispetto di mt. 10 dei corsi d'acqua.
Secondo quanto enunciato nella richiesta di parere del Comune XXX, i termini della questione sono i seguenti:
= in data 23.02.2004 è stato rilasciato un permesso di costruire (n. 543/2004) avente ad oggetto l’intervento di ristrutturazione edilizia di un fabbricato ad uso civile abitazione;
= iniziati i lavori, a causa delle condizioni dell’immobile, la costruzione è pressoché integralmente crollata;
= la proprietà ha proceduto nei lavori di ristrutturazione, ormai concretatisi nella sostanziale ricostruzione dell’immobile, senza acquisire dal Comune un titolo abilitativo edilizio che approvasse i lavori predetti, divenuti diversi da quelli originariamente assentiti;
= tali lavori, con ordinanza del 09.10.2004, sono stati conseguentemente sospesi;
= la proprietà ha quindi presentato al Comune domanda di rilascio di permesso di costruire in sanatoria;
= l’immobile ricade in area sottoposta a vincolo paesaggistico, ai sensi del D.Lvo 42/2004; il 05.04.2007 è stata accertata e dichiarata la compatibilità paesaggistica dell’intervento, così come previsto dall’articolo 167 del citato decreto;
= il fabbricato risulta però ricadere anche all’interno della fascia di rispetto di cui al R.D. 523/1904, essendo posto a ridosso di un corso d’acqua denominato Rio XXX.
In relazione a quest’ultimo dato, viene richiesto se sia legittimo rilasciare il permesso di costruire in sanatoria, stante il fatto che la ricostruzione del fabbricato non rispetta la distanza prevista dall’articolo 96, lettera f), del citato regio decreto.
In termini ancora più espliciti, il dubbio che si pone è se alla luce dell’intervenuto crollo del fabbricato si possa procedere alla riedificazione sul medesimo sedime, e quindi ad una distanza dall’argine del corso d’acqua inferiore a quella prevista dalla legge, o se –invece- la costruzione debba essere arretrata a dieci metri dall’argine stesso
(Regione Piemonte, parere n. 107/2007 - link a www.regione.piemonte.it).

anno 2006

EDILIZIA PRIVATA: Corso d'acqua - Esecuzione di opere di difese spondili - Testo unico delle leggi sulle opere idrauliche R.D. 523/1904 - Divieti di cui all’art. 96, c. 1, lett. f) e lett. G) - Reato di pericolo e di danno - Differenza - Accertamento - Configurabilità - Fondamento.
Ha natura di reato di pericolo, il reato di cui all'art. 96, lett. f), del R.D. 25.07.1904 n. 523 che vieta “le piantagioni di alberi e siepi, le fabbriche, gli scavi e lo smovimento del terreno a distanza dal piede degli argini e loro accessori minore di quella stabilita dalle discipline vigenti nelle diverse località, ed in mancanza di tali discipline, a distanza minore di metri quattro per le piantagioni e smovimento del terreno e di metri dieci per le fabbriche e per gli scavi”.
Sicché, per la sussistenza della fattispecie contravvenzionale, essendo puniti comportamenti ritenuti dal legislatore potenzialmente lesivi dell'assetto idrogeologico del territorio e, quindi, del corrispondente interesse pubblico, non occorre l'ulteriore verifica che l'azione illecita abbia recato nocumento all'alveo del corso d'acqua o alle sue sponde. Mentre, configura un'ipotesi di reato di danno, ai sensi del R.D. 25.07.1904, n. 523, art. 96, comma 1, lett. g), del cui disposto è sanzionata l'esecuzione di "qualunque opera o fatto che possa alterare lo stato la forma, le dimensioni, la resistenza e la convenienza all'uso, a cui sono destinati gli argini e loro accessori, e manufatti attinenti".
In questi casi, per la configurazione del reato, sussiste la necessità di un concreto accertamento del danno arrecato agli argini e loro accessori, dovendosi escludere la sussistenza del reato ogniqualvolta l'esecuzione delle opere non abbia alterato in alcun modo il regime del corso d'acqua (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 03.11.2006 n. 36502 - link a www.ambientediritto.it).

anno 2005

EDILIZIA PRIVATA: E. Ratto, Risorse idriche: la normativa - W. Fumagalli, L’edificazione lungo i corsi d’acqua (AL n. 5/2005).

EDILIZIA PRIVATA: Acqua - Fiumi e corsi d’acqua - Art. 96, lett. f), R.D. 523/1904 - Divieto di costruzione sull’argine - Ratio.
Il divieto di costruzione nella fascia di 10 metri dagli argini dei corsi d’acqua pubblici -di cui all’art. 96, lett. f, del R.D. 25.7.04 n. 523- tende ad evitare che la realizzazione di manufatti alteri lo stato attuale degli elementi e delle pertinenza idriche, sia per conservarne la sagoma effettiva, sia per permettere il necessario controllo dell’andamento del bacino, e ciò sia nel suo assetto sia nel naturale deflusso delle acque.
Inoltre la mancanza di fabbricati nei pressi dei corsi d’acqua è utile a consentire una tempestiva e libera effettuazione dei lavori di manutenzione e di riparazione che possono occorrere sulle opere idrauliche esistenti (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 01.03.2005 n. 304 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2000

EDILIZIA PRIVATABeni pubblici - Demanio idrico - Opere di manutenzione degli argini e dell'alveo di un corso d'acqua - Spettano alla P.A.
Ai proprietari dei fondi latistanti incombe l'obbligo (ex art. 12 R.D. n. 523/1904) solo della costruzione delle opere a difesa dei loro beni, mentre spetta all'autorità amministrativa (ex art. 2 T.U. n. 523/1904) di provvedere al mantenimento delle condizioni di regolarità dei ripari degli argini, sicché fa carico alla pubblica autorità provvedere alla manutenzione dell'argine di un torrente, appartenente al demanio, con conseguente responsabilità della stessa per i danni derivanti dall'omissione di tale manutenzione (massima tratta da www.sentenzetoscane.it - TAR Toscana, Sez. I, sentenza 23.02.2000 n. 323 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 1994

EDILIZIA PRIVATADistanza dai corsi d'acqua.
Il divieto di cui all'art. 96, lett. g), r.d. 25.07.1904, n. 523 (t.u. delle leggi sulle opere idrauliche) appare riferito ad opere e atti che investono gli alvei delle acque pubbliche, le sponde e difese, e cioè lo spazio soggiacente alle piene ordinarie, le sponde e le ripe interne, formanti con l'alveo del corso d'acqua una unità inscindibile per il contenimento e l'economia di scorrimento delle acque, o, comunque, le opere e i fatti che incidano sull'economia e sul regime dell'alveo del corso d'acqua, come sopra definito.
Ciò è confermato dalle disposizioni degli artt. 57 e 58 stesso t.u., le quali -mentre assoggettano al controllo della pubblica amministrazione "i progetti per modificazioni di argini e per costruzioni e modificazioni di altre opere di qualsiasi genere che possono direttamente o indirettamente influire sul regime dei corsi d'acqua, ecc." (art. 57)- consentono una eccezione per "le opere eseguite dai privati per semplice difesa, aderente alle sponde dei loro beni, che non alterino in alcun modo il regime dell'alveo" (art. 58) (nella specie, relativa ad annullamento senza rinvio di sentenza di condanna perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, l'imputato, per riparare le vasche di decantazione dell'acqua proveniente dal lavaggio degli inerti (ghiaia e sabbia), aveva rialzato l'argine del fiume (operando peraltro sulla sua proprietà), e ciò non solo non aveva cagionato alcun pregiudizio all'ambiente e al paesaggio, ma aveva rinforzato l'argine del fiume, senza incidere sul regime dell'alveo e sul suo assetto) (massima tratta da www.lavatellilatorraca.it - Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 08.03.1994).