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dossier COMPETENZE PROFESSIONALI/PROGETTUALI
settembre 2016

EDILIZIA PRIVATA: Terremoto, restauro parziale dell’edificio e responsabilità del direttore dei lavori.
In tema di responsabilità penale per violazione degli obblighi incombenti al progettista o al direttore dei lavori, l’obbligo di garanzia non può andare oltre l’oggetto del rapporto contrattuale, non potendo concernere opere che non siano investite dell’attività del progettista e/o direttore dei lavori.
Invero, ove si tratti di opere del tutto autonome rispetto ad altre già esistenti in situ o in via di realizzazione non può pretendersi dal tecnico delle prime che si faccia carico della conformità e più genericamente della sicurezza di opere rispetto alle quali non vi è norma di diritto privato o di diritto pubblico che gli riconosca un potere di intervento.

Con la sentenza 01.09.2016 n. 36285, la IV Sez. penale della Corte di Cassazione si è soffermata sulla responsabilità per i reati di omicidio colposo (art. 589 c.p.), lesioni colpose (art. 590 c.p.) e crollo di costruzioni colposo (art. 434, in relazione all’art. 449 c.p.) di un progettista e direttore dei lavori che aveva provveduto ad alcune opere di manutenzione straordinaria (incamiciatura di sei pilastri in calcestruzzo armato) nel 2002 in un condominio crollato in conseguenza del terremoto dell’Aquila del 2009.
In particolare, oltre al dato temporale intercorrente tra l’esecuzione dei lavori e il crollo dell’edificio, risulta di peculiare interesse la circostanza che i lavori commissionati all’imputato riguardassero esclusivamente delle opere autonome rispetto al complesso strutturale dello stabile.
La Cassazione, aderendo alla tesi della Corte d’Appello dell’Aquila, ha riconosciuto la posizione di garanzia del direttore dei lavori in quanto il suo intervento, pur essendo limitato e autonomo, aveva carattere strutturale «
sicché egli aveva l’obbligo giuridico di osservare la normativa antisismica all’epoca vigente, la quale implicava l’accertamento della consistenza dei pilastri sui quali eseguire l’intervento; dal che sarebbe derivata la conoscenza dei difetti strutturali che viziavano i sei pilastri».
Avendo poi il direttore dei lavori attestato la rispondenza delle opere alle norme edilizie, urbanistiche e di sicurezza vigenti, anche volendo considerare il suo intervento esclusivamente migliorativo, avrebbe dovuto comunque svolgere gli accertamenti di tipo statico che avrebbero evidenziato le bias dell’edificio e quindi segnalarle al committente, che avrebbe potuto predisporre un intervento di adeguamento del condominio, mettendolo in sicurezza da eventuali rischi sismici.
Tanto precisato e dopo aver rimarcato il profilo di responsabilità soggettiva, la Cassazione, in accoglimento del terzo motivo della difesa dell’imputato, ha annullato con rinvio la condanna della Corte di Appello, in quanto non sufficientemente motivato il nesso di causa tra i lavori svolti dal progettista e il crollo del condominio, verificatosi parecchi anni dopo.
Ad avviso degli Ermellini, difatti, a mero titolo di esempio, «
non è stato indagato quali fossero i rimedi concretamente adottabili, se essi fossero nella disponibilità del condominio, tanto per l’aspetto economico, che per quello dispositivo; se vi fosse una concreta possibilità di intervento dell’autorità pubblica, a fronte di una eventuale inattività dei condomini (…); quali fossero i tempi di adozione delle misure concretamente adottabili».
Non sono state, infine, vagliate o anche solo prese in considerazioni alternative ipotetiche ulteriori, quali la possibile persistenza dell’uso delle abitazioni pur in assenza di interventi di adeguamento sismico (commento tratto da www.giurisprudenzapenale.com).
---------------
MASSIMA
4. Il ricorso è fondato, nei termini dì seguito precisati.
4.1. In ordine logico-giuridico si impone per prima la trattazione del tema relativo alla esistenza di una posizione di garanzia del Ci., nella qualità, posta in dubbio con il secondo motivo di ricorso.
La Corte di appello ha rammentato al riguardo due arresti giurisprudenziali (Cass. n. 34376/2005 e 18445/2008) che attengono alla posizione del direttore dei lavori, quale fu nella vicenda che occupa il Ci..
Con il primo si è affermato che,
in tema di costruzioni edilizie abusive, il direttore dei lavori ha una posizione di garanzia circa la regolare esecuzione dei lavori, con la conseguente responsabilità per le ipotesi di reato configurate, dalla quale questi può andare esente soltanto ottemperando agli obblighi di comunicazione e rinuncia all'incarico previsti dall'art. 29, comma secondo, d.P.R. n. 380 del 2001, sempre che il recesso dalla direzione dei lavori sia stato tempestivo, ossia sia intervenuto non appena l'illecito edilizio si sia evidenziato in via obiettiva, ovvero non appena avuta conoscenza che le direttive impartite erano state disattese o violate (Sez. 3, n. 34376 del 10/05/2005 - dep. 27/09/2005, Scimone ed altri, Rv. 232475).
Con il secondo che
il direttore dei lavori è responsabile a titolo di colpa del crollo di costruzioni anche nell'ipotesi di sua assenza dal cantiere, dovendo egli esercitare un'oculata attività di vigilanza sulla regolare esecuzione delle opere edilizie ed in caso di necessità adottare le necessarie precauzioni d'ordine tecnico, ovvero scindere immediatamente la propria posizione di garanzia da quella dell'assuntore dei lavori, rinunciando all'incarico ricevuto (Sez. 4, n. 18445 del 21/02/2008 - dep. 08/05/2008, Strazzanti, Rv. 240157).
Occorre dare atto al ricorrente che
la puntualizzazione operata dalla corte distrettuale attraverso il richiamo giurisprudenziale è opportuna ma non sufficiente perché il tema è più esattamente quello della attribuzione al tecnico che venga chiamato ad occuparsi di lavori che incidono su una limitata porzione dell'edificio dell'obbligo di garantire non solo la corretta esecuzione dei lavori affidatagli, ma anche la complessiva sicurezza dell'edificio.
Non sembra seriamente discutibile che il progettista e direttore dei lavori sia tenuto a garantire che gli stessi siano eseguiti a regola d'arte: lo è sulla scorta del contratto che lo lega al committente, tanto che la giurisprudenza civile afferma in termini diversificati ma convergenti l'obbligo (in specie per il direttore dei lavori) di garantire che l'esecuzione dei lavori sia non solo conforme a quanto previsto dal capitolato ma anche alle regole della tecnica (Sez. 3, Sentenza n. 7370 del 13/04/2015, Rv. 635038; Sez. 2, Sentenza n. 10728 del 24/04/2008, Rv. 603056; argomenti si ricavano anche da Cass. civ., Sez. 3, Sentenza n. 12995 del 31/05/2006, Rv. 591371, che ritiene sussistere, discendente dall'art. 1176 c.c., un obbligo di diligenza particolarmente rigoroso dell'appaltatore che sia anche progettista e direttore dei lavori, in forza del quale egli è tenuto, in presenza di situazioni rivelatrici di possibili fattori di rischio, ad eseguire gli opportuni interventi per accertarne la causa ed apprestare i necessari accorgimenti tecnici volti a garantire la realizzazione dell'opera senza difetti costruttivi).
Al contempo, è palese che l'obbligo di garanzia non può andare oltre l'oggetto del rapporto contrattuale; e quindi non può concernere opere che non siano investite dell'attività del progettista e/o direttore dei lavori.

Ove si tratti di opere del tutto autonome rispetto ad altre già esistenti in situ o in via di realizzazione non può pretendersi dal tecnico delle prime che si faccia carico della conformità e più genericamente della sicurezza di opere rispetto alle quali non vi è norma di diritto privato o di diritto pubblico che gli riconosca un potere di intervento.
Si immagini il direttore dei lavori di una piscina che si debba realizzare su un fondo ove già insiste un'abitazione, senza che vi siano interferenze di sorta tra i due manufatti. Non può ritenersi che sia elevabile nei confronti di quel direttore dei lavori la pretesa -non si dice di intervenire ma- anche solo di segnalare difetti strutturali, pur evidenti, dell'abitazione; la posizione di garanzia, espressione parafrastica dell'obbligo giuridico di impedire l'evento menzionato dall'art. 40 cpv. cod. pen., va tenuta ben distinta dalla possibilità materiale di agire così come da un dovere morale.

Ma nella vicenda in esame la Corte di appello -ben diversamente da quanto assume il ricorrente- non ha posto a carico del Ci. l'obbligo di verificare la qualità statica dell'intero edificio o anche solo di tutti i pilastri che lo sostenevano. Piuttosto, come già il primo giudice, ha affermato che il tipo di intervento affidato alle cure del Ci. aveva carattere strutturale perché si trattava di lavori di incamiciatura di sei pilastri, con effetti sullo stato tensionale dei medesimi (oggetto dell'intervento a sue cure).
Sicché egli aveva l'obbligo giuridico di osservare la normativa antisismica all'epoca vigente, la quale implicava l'accertamento della consistenza dei pilastri sui quali eseguire l'intervento; dal che sarebbe derivata la conoscenza dei difetti strutturali che viziavano i sei pilastri.
Non si è affermato, quindi, un obbligo di intervento o di segnalazione di difetti che attenevano a ulteriori e differenti porzioni dell'edificio; ma di un obbligo delimitato all'opera affidata alle cure del Ci.. E occorre intendersi: non già di un obbligo di segnalazione ai committenti ma di un obbligo di ben eseguire il mandato conferito; il che avrebbe di per sé attivato una serie di effetti a cascata senza alcun ulteriore intervento del Ci., poiché -per dire della più evidente delle conseguenza- sarebbe stato compito del committente nominare il collaudatore e questi sarebbe stato tenuto a riportare al medesimo l'esito -che si può certamente ritenere negativo- del collaudo.
Ne consegue che la Corte di appello ha esattamente delimitato la posizione di garanzia assunta dal Ci. ed ha rimproverato a questi nulla più della violazione degli obblighi da quella posizione discendenti.
4.2. Quanto al primo motivo, esso pure è infondato.
La condotta colposa ascritta al Ci. è stata ben identificata dalla Corte distrettuale: egli non ha osservato le norme della legislazione antisismica, le quali hanno per l'appunto la funzione di rendere l'edificato in grado di resistere agli eventi tellurici caratteristici dell'area dell'insediamento (non a caso esisteva al tempo una classificazione della aree del territorio nazionale, distinte per grado di rischio sismico, con effetti diretti sulla tipologia costruttiva da adottare). Inoltre, egli ha attestato che le opere erano rispondenti alle norme edilizie, urbanistiche e di sicurezza vigenti.
Il ricorrente assume che, trattandosi di intervento migliorativo, secondo la definizione datane dal d.m. 16.01.1996, punto C.9.1.2., non erano applicabili le disposizioni che imponevano adempimenti concernenti la sicurezza statica. Ma l'accertamento condotto nei gradi di merito ha avuto un differente esito.
Come già il Tribunale, sulla scorta di una perizia che non è stata investita da alcuna censura, anche la Corte di appello ha affermato che
i lavori di incamiciatura dei sei pilastri -che contemplavano demolizioni di massetto fino alle fondazioni, realizzazione di fori passanti nel pilastro ogni 30-40 cm., realizzazione di fori profondi 15-20 cm. sulla fondazione, collegamento ad essa dei nuovi ferri del pilastro- ebbero carattere di opera di risanamento strutturale e funzionale, con implicazioni importanti di natura statica, interessando essi parti strutturali in cemento armato; sicché era prescritta la verifica prevista dagli articoli 4, 6 e 7 della legge n. 1086/1971, dalla legge n. 64/1974, dalla legge Regione Abruzzo n. 138/1996 e dal d.m. 16.01.1996.
Si tratta di un accertamento di merito che questa Corte non può mettere in discussione, atteso che esso risulta sostenuto da motivazione non manifestamente illogica e che non ne viene neppure posta in discussione la rispondenza alle emergenze processuali.
Peraltro, non è inutile rilevare che, anche qualora si fosse trattato di intervento di miglioramento, sul Ci. sarebbe gravato comunque l'obbligo di svolgere le indagini concernenti la sicurezza statica dei sei pilastri. Il punto C.9.2.2. del d.m. 16.01.1996 prevedeva, infatti, che "nel caso di interventi di miglioramento il progetto deve contenere la documentazione prescritta per gli interventi di adeguamento limitatamente alle opere interessate. Nella relazione tecnica deve essere dimostrato che gli interventi progettati non producano sostanziali modifiche nel comportamento strutturale globale dell' edificio".
E, per gli interventi di adeguamento, il punto C. 9.2.1. prescriveva che "gli interventi di adeguamento antisismico di un edificio devono essere eseguiti sulla base di un progetto esecutivo ... completo ed esauriente per planimetria, piante, sezioni, particolari esecutivi, relazione tecnica, relazione sulle fondazioni e fascicolo dei calcoli per la verifica sismica. In particolare la relazione tecnica deve riferirsi anche a quanto indicato nei successivi punti C.9.2.3. e C.9.2.4.". Disposizioni, queste ultime, che indicavano le operazioni e le scelte progettuali richieste in funzione della sicurezza statica dell'opera da realizzare.
Pertanto, la variazione degli adempimenti tra l'una e l'altra tipologia di intervento non era tanto di carattere qualitativo quanto di carattere quantitativo.
Ancora in relazione al contenuto della condotta colposa va osservato che le disposizioni appena evocate recano regole cautelari di tipo rigido; sicché il richiamo alla prevedibilità ed evitabilità di un evento quale quello verificatosi il 06.04.2009 a L'Aquila in chiave di definizione di una regola cautelare 'generica' appare non pertinente.
Va poi rilevato che l'asserita impossibilità di procedere alla verifica sismica dei pilastri per la indisponibilità dei dati, lungi dal costituire un fattore interpretabile a favore del ricorrente, rappresenta circostanza che avrebbe dovuto condurre ad una ancora maggior cura per gli aspetti concernenti la sicurezza statica.
Del tutto improprio è il richiamo al principio di affidamento, che qui si evoca a giustificazione delle omissioni dei Ci., poiché questi era tenuto ad eseguire gli adempimenti richiesti dalla normativa antisismica ex novo, per la natura dell'intervento affidato alle sue cure, come precisato al superiore punto 4.1. Quanto ai cenni alla causalità della colpa (ovvero la pretesa irrilevanza causale della condotta colposa ascritta al Ci.), essi manifestano come non sia stato colto che -ben diversamente da quanto affermato dal ricorrente- l'omissione colposa attribuita all'odierno imputato  -nei termini sin qui ribaditi e non in quelli rimarcati dall'esponente- è stata ritenuta causalmente efficiente.
4.3. Ma se non vi è alcun dubbio che sul Ci. gravava l'obbligo di eseguire gli adempimenti funzionali alla conformità alla normativa antisismica dell'opera alla quale attendeva, e che la colpa in senso oggettivo è stata ben definita, sicché la sentenza impugnata non risulta censurabile su tali versanti, parimenti non v'è dubbio che prima di concludere per la responsabilità dell'imputato in parola per l'evento verificatosi nove anni dopo occorre accertare l'esistenza della relazione causale tra questo e l'omissione accertata.
Rimarcato che non è in discussione la prevedibilità del sisma che si verificò il 06.04.2009 (la giurisprudenza di questa Corte è sul punto ben consolidata; da ultimo, Sez. 4, n. 2536 del 23/10/2015 - dep. 21/01/2016, P.C. in proc. Bearzi e altro, Rv. 265794), i principi in materia sono ormai talmente noti che è sufficiente rammentarli con una delle più recenti formulazioni, avendo questa Corte ribadito che
nel reato colposo omissivo improprio, il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, che a sua volta deve essere fondato, oltre che su un ragionamento di deduzione logica basato sulle generalizzazioni scientifiche, anche su un giudizio di tipo induttivo elaborato sull'analisi della caratterizzazione del fatto storico e sulle particolarità del caso concreto (Sez. 4, n. 22378 del 19/03/2015 - dep. 27/05/2015, Pg in proc. Volcan e altri, Rv. 263494; Sez. U, n. 38343 del 24/04/2014 - dep. 18/09/2014, P.G., R.C., Espenhahn e altri, Rv. 261103).
Sotto tale profilo la sentenza impugnata appare del tutto carente, limitandosi ad affermare che, accortosi dei deficit strutturali, il Ci. "sarebbe stato in grado di far presente al committente la situazione di pericolo in cui versavano tutti coloro che abitavano nel palazzo ..."; ed ancora che "l'imputato avrebbe potuto far presente al committente la necessità di un intervento generale sull'intera struttura portante dell'edificio e ciò avrebbe consentito di porre in essere gli opportuni rimedi per rendere l'edificio più solido, così evitandone il crollo".
Né la lacuna è colmata dalla decisione di primo grado, nella quale allo stesso modo non è descritta la sequenza che dall'omissione degli adempimenti connessi alla normativa antisismica avrebbe condotto, secondo quel criterio di alta probabilità logica del quale si è scritto, all'adeguamento statico o ad altra misura che, a sua volta, avrebbe avuto l'effetto di evitare gli eventi illeciti per cui è processo.
In tal modo l'accertamento del nesso causale viene risolto in un giudizio esclusivamente di tipo deduttivo, basato su massime di esperienza (non rese esplicite dalla corte territoriale, ma chiaramente identificabili dal lettore), che tradisce la struttura bifasica di quell'accertamento, poiché non vi è un solo dato processuale che venga richiamato a sostegno della deduzione. Eppure non si trattava di assumere misure di agevole reperimento ed adozione.
Ben si comprende, proprio perché la corte distrettuale ha fatto riferimento ad interventi sull'intero edificio, che sarebbe stato necessario un notevole impegno di spesa. A mero titolo di esempio si può rilevare che non è stato indagato quali fossero i rimedi concretamente adottabili, se essi fossero nella disponibilità del condominio tanto per l'aspetto economico che per quello dispositivo; se vi fosse la concreta possibilità di un intervento dell'autorità pubblica, a fronte di una eventuale inattività dei condomini, ciò nonostante permanenti nelle rispettive abitazioni (anche solo perché confidenti nelle abitudine autoprotettive che sono state in altro procedimento accertate: Cass. Sez. 4, sent. n. 12478 del 19-20.11.2015, P.G. in proc. Barberi ed altri, n.m.); quali fossero i tempi di attuazione delle misure concretamente adottabili.
Ben possibili, poi, alternative ipotetiche ulteriori (una delle quali si è già menzionata: la persistenza dell'uso delle abitazioni pur in assenza di interventi di adeguamento sismico), che aprono a percorsi ricostruttivi del nesso causale invero del tutto peculiari, quali la causalità psichica (a riguardo della quale, con precipua attinenza alla vicenda aquilana, la già citata decisione in causa P.G. c. Barberi ed altri).
E' quindi fondato il terzo motivo di ricorso e, risultando non conforme alla previsione di legge in tema di causalità nei reati omissivi impropri, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio alla Corte di appello di Perugia per nuovo esame. Alla medesima corte va demandata la regolamentazione tra le parti delle spese di questo giudizio.

agosto 2016

COMPETENZE PROGETTUALIDal geometra i mini-interventi. All'ingegnere i calcoli sul cemento armato della casa. Progetti antisismici in aree a rischio: il Tar Campania sulle competenze professionali.
Anche il geometra può firmare la ristrutturazione della casa in zona sismica. Ma a condizione che i calcoli su cemento armato siano eseguiti da un ingegnere e che comunque l'opera da realizzare per l'abitazione risulti comunque di dimensioni modeste.

È quanto emerge dalla sentenza 23.08.2016 n. 4092, pubblicata dal TAR Campania-Napoli - Sez. VIII, che aderisce all'orientamento di giurisprudenza secondo cui in tali casi è ben possibile dividere in due la progettazione lasciando le strutture portanti al professionista abilitato e le opere di tamponamento al geometra.
Forma e sostanza. Nel caso di specie, il ricorso proposto dal vicino contro il permesso di costruire è accolto, ma per motivi inerenti le distanze fra edifici e l'indice volumetrico e non sulla titolarità a firmare il progetto.
In effetti l'ingegnere ha depositato al genio civile gli elaborati relativi alle strutture in cemento armato nell'ambito di una ristrutturazione che prevede l'ampliamento della parte abitata del fabbricato e l'innalzamento delle pareti portanti.
Per i giudici, tuttavia, non è necessario ricorre a un'interpretazione molto formale delle norme: quando nei fatti l'opera è di dimensioni ridotte si possono separare le due fasi con l'ingegnere che si assume la responsabilità dei calcoli per i quali non è autorizzato il geometra, al quale resta una progettazione di natura sostanzialmente architettonica, perché si risolve in opere di tamponamento interno ed esterno, un'attività che spesso è svolta dai tecnici specializzati nei soli componenti d'arredo.
Il fatto che i lavori si svolgano in zona sismica impone solo un particolare rigore nella verifica della modestia dell'opera.
Estetica e struttura. Sul riparto delle competenze fra professionisti per gli interventi post-terremoto è intervenuta la giurisprudenza amministrativa formatasi dopo il sisma in Emilia del 29.05.2012.
Lo studio di ingegneria, ad esempio, ben può aggiudicarsi i lavori di risanamento anche se l'immobile che desta preoccupazioni al Comune padano dopo la forte scossa tellurica è un edificio di interesse storico-artistico.
Inutile per i concorrenti rivendicare la competenza esclusiva degli architetti quando i lavori oggetto della procedura pubblica sono interventi di risanamento che non incidono sui profili estetici del fabbricato vincolato.
È quanto emerge dalla sentenza 36/2016, pubblicata dalla prima sezione del Tar Bologna. Deve rassegnarsi, l'architetto rimasto escluso dai lavori: stavolta non conta che l'ingegnere non abbia lo stesso senso estetico nella progettazione perché l'intervento che l'amministrazione intende far realizzare punta al mero ripristino strutturale della porzione delle strutture lesionate dal sisma; insomma: si deve procedere ad attività di riparazione con rafforzamento locale, tanto che le relative prestazioni da erogare restano inquadrate nella sfera del risanamento e della salvaguardia dell'immobile danneggiato.
Si tratta di intervenire sulla struttura dell'edificio per ripararla e consolidarla: si rientra quindi nelle opere di edilizia civile riconducibili alla «parte tecnica» di cui all'articolo 52, comma 2, del regio decreto 2537/1925, nella lettura ampia che ne ha dato la giurisprudenza, comprendendo tutte le lavorazioni che non incidono sui profili estetici e di rilievo culturale degli edifici vincolati.
Obbligo di comunicazione. Sulle sanzioni penali previste per l'inosservanza della legislazione antisismica è intervenuta la Cassazione poche ore dopo la terribile scossa che ha distrutto Amatrice, Accumoli, Arquata e gli altri Comuni al confine tra Lazio, Marche e Umbria.
Il progettista e direttore dei lavori va condannato insieme al titolare della ditta edile perché hanno costruito in zona a rischio terremoto senza l'autorizzazione dell'ufficio tecnico della regione. È quanto emerge dalla sentenza 35491/2016, pubblicata il 26 agosto dalla terza sezione penale della Cassazione.
Non conta che l'opera realizzata scaturisca da un appalto pubblico e il committente risulta il Comune: un altro dei profili illeciti sanzionati è proprio il mancato deposito del progetto presso lo sportello unico dell'edilizia dell'ente locale, che pure ha approvato i lavori con delibera.
Il punto è che gli articoli 93-95 del testo unico dell'edilizia puntano proprio a scoraggiare la realizzazione sul territorio di manufatti non conformi alle norme tecniche. E ciò anche se la legge regionale stabilisce che a essere obbligato alla denuncia è l'amministrazione committente: l'ente territoriale, infatti, esercita in via solo concorrente il potere legislativo sul governo del territorio, mentre la materia della staticità degli edifici in zona sismica resta di esclusiva competenza statale (articolo ItaliaOggi Sette del 05.09.2016 - tratto d www.centrostudicni.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: Sulla possibilità di “scindere” la progettazione e affidare la parte relativa alle strutture di cemento armato a un ingegnere abilitato e limitare in capo al geometra quella relativa alle altre parti, sempre nei limiti delle costruzioni per civile abitazione di modeste dimensioni.
La competenza dei geometri è limitata alla progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione di quelle che comportino l'adozione -anche parziale- di strutture in cemento armato.
Solo in via di eccezione, la competenza in ordine alla progettazione da parte dei geometri si estende anche a queste strutture, a norma della lett. l) del medesimo articolo 16, r.d. n. 274 cit., purché si tratti di piccole costruzioni accessorie nell'ambito di edifici rurali o destinati alle industrie agricole, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per le persone.
Per il resto, la suddetta competenza è, comunque, esclusa nel campo delle costruzioni civili ove si adottino strutture in cemento armato, la cui progettazione e direzione, qualunque ne sia l'importanza è, pertanto, riservata solo agli ingegneri ed architetti iscritti nei relativi albi professionali.
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V
i sono diversi orientamenti sulla possibilità di “scindere” la progettazione e affidare la parte relativa alle strutture di cemento armato a un ingegnere abilitato e limitare in capo al geometra quella relativa alle altre parti, sempre nei limiti delle costruzioni per civile abitazione di modeste dimensioni.
Un parte della giurisprudenza ritiene che, ai fini dell’incompetenza del geometra ad assumersi la progettazione, è irrilevante che l'incarico sia stato conferito per le parti in cemento armato a un geometra a un ingegnere o architetto, in quanto non è consentito neppure al committente scindere dalla progettazione generale quella relativa alle opere in cemento armato.
Non sarebbe, infatti, possibile enucleare e distinguere un'autonoma attività, per la parte di tali opere, riconducibile ad un ingegnere o ad un architetto, poiché chi non è abilitato a delineare l'ossatura, neppure può essere ritenuto in grado di dare forma al corpo che deve esserne sorretto.
Secondo altro orientamento giurisprudenziale, che il Collegio ritiene preferibile, sarebbe, invece, possibile scindere le due parti della progettazione, essendo consentito al geometra assumersi la progettazioni di modeste civili costruzioni, qualora la parte progettuale relativa alle strutture di cemento armato sia affidata a un ingegnere o architetto abilitato.
In sostanza, secondo questo orientamento, la presenza di un ingegnere progettista delle opere strutturali assorbe per intero quella parte che poteva esorbitare dalla competenza professionale del geometra.
Secondo quest‘ultimo orientamento giurisprudenziale, infatti, è possibile, sulla base di comuni esperienze di fatto, scindere dette attività progettuali, poiché definita l'ossatura (o, meglio, la struttura portante di un edificio, dimensionata per reggere tutte le sollecitazioni, statiche e dinamiche, verticali e orizzontali, cui esso è o potrebbe essere sottoposto) da parte del tecnico a ciò abilitato, l'ulteriore attività progettuale si risolve nella definizione di elementi di chiusura della stessa, mediante opere di tamponamento interno ed esterno di natura essenzialmente architettonica; opere volte a delimitare gli spazi in cui si svolge l'attività umana e che non richiedono il possesso di specifiche competenze strutturali (attività che, spesso, viene svolta dai tecnici specializzati nei soli componenti d'arredo).
In sostanza, per tale indirizzo, in caso di complessiva modestia dell'opera, la circostanza che comunque i calcoli relativi alle opere in cemento armato siano stati curati da un professionista abilitato consente di considerare legittimo il titolo abilitativo rilasciato su progetto redatto da un geometra.
Il Collegio rileva, in proposito, come questo orientamento meriti condivisione, tenendo presenti alcuni aspetti espressi dalla Seconda Sezione del Consiglio di Stato nel parere del 04.09.2015, n. 7477.
In base al principio generale della collaborazione tra titolari di diverse competenze professionali, infatti, nulla impedisce che la progettazione e direzione dei lavori relativi alle opere in cemento armato sia affidata al tecnico in grado di eseguire i calcoli necessari e di valutare i pericoli per la pubblica incolumità, e che l’attività di progettazione e direzione dei lavori, incentrata sugli aspetti architettonici della “modesta” costruzione civile, sia affidata, invece, al geometra.
Non si tratta, tuttavia, di assicurare la mera presenza di un ingegnere progettista delle opere in cemento armato, che controfirmi o si limiti ad eseguire i calcoli.
Il professionista, che svolge la progettazione con l’uso del cemento armato, deve essere competente a progettare e ad assumersi la responsabilità del segmento del progetto complessivo riferito alle opere in cemento armato, nel senso che l’incarico non può essere affidato al geometra, che si avvarrà della collaborazione dell’ingegnere, ma deve essere sin dall’inizio affidato anche a quest’ultimo per la parte di sua competenza e sotto la sua responsabilità.

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La circostanza che l’opera insista in zona sismica non è sufficiente a escludere, di per sé, che la costruzione civile possa ritenersi “modesta”, ai fini della competenza del geometra alla sua progettazione, anche per le parti non interessate dalle strutture di cemento armato.
Tale interpretazione, difatti, seppure ha trovato conferma in un risalente precedente, appare troppo formalistica e non suffragata da specifici elementi normativi.
Si deve, infatti, ritenere che, in caso di zona interessata dal rischio sismico, il requisito della “modestia” della costruzione civile debba essere valutato con maggiore rigore ma non escluso automaticamente.
In sostanza, quindi, per gli interventi comportanti l’uso del cemento armato, il grado di pericolo sismico della zona su cui insiste la costruzione deve portare a una valutazione di maggior rigore anche per quanto riguarda la competenza del progettista dell’intervento relativo a “modeste” costruzioni civili, nel senso appunto che la progettazione, esecuzione e direzione dei lavori delle opere statiche dovrà essere demandata alla responsabilità di un professionista titolare di specifiche competenze tecniche all’effettuazione dei calcoli necessari ed alla valutazione delle spinte, controspinte e sollecitazioni, cui può essere sottoposta la costruzione.
Ciò non esclude che, nel caso di specie, considerata la tipologia e l’entità dell’intervento, quest’ultimo possa considerarsi relativo a una modesta costruzione civile, ai fini delle competenze nella progettazione, e che il progetto redatto sia conforme alla normativa vigente, essendo stata demandata a un ingegnere la parte relativa alle strutture in cemento armato.
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... per l'annullamento del permesso di costruire n. 40 del 2015 del Comune di Maddaloni;
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FATTO
Le parti ricorrenti, comproprietarie di un edificio sito in Maddaloni, in via ... n. .., dove risiedono, hanno impugnato, con ricorso notificato il 06.11.2016, il Permesso di Costruire n. 40 del 18/05/2015, rilasciato su un lotto confinante a Ro. De Vi., per la ristrutturazione con ampliamento della parte residenziale del fabbricato, la realizzazione di un nuovo corpo di fabbrica, l'abbassamento del solaio di copertura, la demolizione della copertura esistente, l'innalzamento delle pareti portanti, con previsione dell'utilizzo del cemento armato per le strutture di nuova edificazione.
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DIRITTO
3) Quanto al primo motivo di ricorso, le parti ricorrenti sostengono che la progettazione dell’intervento è stata effettuata da un geometra, ancorché le opere assentite prevedano la ristrutturazione con ampliamento della parte residenziale del fabbricato, la realizzazione di un nuovo corpo di fabbrica, l'abbassamento del solaio di copertura, la demolizione della copertura esistente, l'innalzamento delle pareti portanti, con utilizzo del cemento armato per tutte le strutture di nuova edificazione.
La progettazione di costruzioni civili, con strutture in cemento armato, esulerebbe dalla competenza dei geometri, trattandosi dì attività riservata ai soli ingegneri e architetti, tanto più che l’immobile si trova in zona a rischio sismico.
Replica il controinteressato che il motivo risulterebbe infondato alla luce della circostanza che la figura professionale del geometra è abilitata alla progettazione architettonica di modeste abitazioni civili, come quella in questione, e che, nel caso di specie, la parte relativa ai calcoli strutturali del cemento armato è stata curata da un ingegnere, mentre il geometra si è limitato alla progettazione delle restanti parti architettoniche.
In particolare, la parte relativa ai calcoli strutturali del cemento armato è stata curata dall’Ing. Pe., mentre il geom. Pa. si è occupato esclusivamente della progettazione architettonica.
Il motivo è infondato.
A norma dell'art. 16, lett. m), r.d. 11.02.1929 n. 274 e dalle l. 05.11.1971 n. 1086 e 02.02.1974 n. 64, che hanno rispettivamente disciplinato le opere in conglomerato cementizio e le costruzioni in zone sismiche, nonché dalla l. 02.03.1949 n. 144 (recante la tariffa professionale), la competenza dei geometri è limitata alla progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione di quelle che comportino l'adozione -anche parziale- di strutture in cemento armato.
Solo in via di eccezione, la competenza in ordine alla progettazione da parte dei geometri si estende anche a queste strutture, a norma della lett. l) del medesimo articolo 16, r.d. n. 274 cit., purché si tratti di piccole costruzioni accessorie nell'ambito di edifici rurali o destinati alle industrie agricole, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per le persone.
Per il resto, la suddetta competenza è, comunque, esclusa nel campo delle costruzioni civili ove si adottino strutture in cemento armato, la cui progettazione e direzione, qualunque ne sia l'importanza è, pertanto, riservata solo agli ingegneri ed architetti iscritti nei relativi albi professionali (Cons. Stato Sez. V, 23.02.2015, n. 883; Cons. Stato Sez. V, 28.04.2011, n. 2537; Cass. civ. Sez. II, 24.03.2016, n. 5871; Cass. civ., sez. II, 02.09.2011, n. 18038; Cass. 26.07.2006, n. 17028).
Quanto indicato appare pacifico in giurisprudenza, mentre vi sono diversi orientamenti sulla possibilità di “scindere” la progettazione e affidare la parte relativa alle strutture di cemento armato a un ingegnere abilitato e limitare in capo al geometra quella relativa alle altre parti, sempre nei limiti delle costruzioni per civile abitazione di modeste dimensioni.
Un parte della giurisprudenza ritiene che, ai fini dell’incompetenza del geometra ad assumersi la progettazione, è irrilevante che l'incarico sia stato conferito per le parti in cemento armato a un geometra a un ingegnere o architetto, in quanto non è consentito neppure al committente scindere dalla progettazione generale quella relativa alle opere in cemento armato.
Non sarebbe, infatti, possibile enucleare e distinguere un'autonoma attività, per la parte di tali opere, riconducibile ad un ingegnere o ad un architetto, poiché chi non è abilitato a delineare l'ossatura, neppure può essere ritenuto in grado di dare forma al corpo che deve esserne sorretto (Cons. Stato Sez. V, 28.04.2011, n. 2537).
Secondo altro orientamento giurisprudenziale, che il Collegio ritiene preferibile, sarebbe, invece, possibile scindere le due parti della progettazione, essendo consentito al geometra assumersi la progettazioni di modeste civili costruzioni, qualora la parte progettuale relativa alle strutture di cemento armato sia affidata a un ingegnere o architetto abilitato.
In sostanza, secondo questo orientamento, la presenza di un ingegnere progettista delle opere strutturali assorbe per intero quella parte che poteva esorbitare dalla competenza professionale del geometra (TAR Marche Ancona Sez. I, 11/07/2013, n. 559, 13.03.2008 n. 194 e 23.11.2001 n. 1220).
Secondo quest‘ultimo orientamento giurisprudenziale, infatti, è possibile, sulla base di comuni esperienze di fatto, scindere dette attività progettuali, poiché definita l'ossatura (o, meglio, la struttura portante di un edificio, dimensionata per reggere tutte le sollecitazioni, statiche e dinamiche, verticali e orizzontali, cui esso è o potrebbe essere sottoposto) da parte del tecnico a ciò abilitato, l'ulteriore attività progettuale si risolve nella definizione di elementi di chiusura della stessa, mediante opere di tamponamento interno ed esterno di natura essenzialmente architettonica; opere volte a delimitare gli spazi in cui si svolge l'attività umana e che non richiedono il possesso di specifiche competenze strutturali (attività che, spesso, viene svolta dai tecnici specializzati nei soli componenti d'arredo).
In sostanza, per tale indirizzo, in caso di complessiva modestia dell'opera, la circostanza che comunque i calcoli relativi alle opere in cemento armato siano stati curati da un professionista abilitato consente di considerare legittimo il titolo abilitativo rilasciato su progetto redatto da un geometra (Cons. Stato Sez. IV, 28.11.2012, n. 6036).
Il Collegio rileva, in proposito, come questo orientamento meriti condivisione, tenendo presenti alcuni aspetti espressi dalla Seconda Sezione del Consiglio di Stato nel parere del 04.09.2015, n. 7477.
In base al principio generale della collaborazione tra titolari di diverse competenze professionali, infatti, nulla impedisce che la progettazione e direzione dei lavori relativi alle opere in cemento armato sia affidata al tecnico in grado di eseguire i calcoli necessari e di valutare i pericoli per la pubblica incolumità, e che l’attività di progettazione e direzione dei lavori, incentrata sugli aspetti architettonici della “modesta” costruzione civile, sia affidata, invece, al geometra.
Non si tratta, tuttavia, di assicurare la mera presenza di un ingegnere progettista delle opere in cemento armato, che controfirmi o si limiti ad eseguire i calcoli.
Il professionista, che svolge la progettazione con l’uso del cemento armato, deve essere competente a progettare e ad assumersi la responsabilità del segmento del progetto complessivo riferito alle opere in cemento armato, nel senso che l’incarico non può essere affidato al geometra, che si avvarrà della collaborazione dell’ingegnere, ma deve essere sin dall’inizio affidato anche a quest’ultimo per la parte di sua competenza e sotto la sua responsabilità.
Nel caso di specie un ingegnere (l’Ing. Pe.) ha provveduto all’effettuazione dei calcoli strutturali per le strutture in cemento armato, depositando i relativi elaborati progettuali presso il Genio Civile.
Si può pertanto ritenere che lo stesso abbia redatto il segmento del progetto complessivo riferito alle opere in cemento armato, assumendosene la responsabilità.
Né la circostanza che l’opera insista in zona sismica è sufficiente a escludere, di per sé, che la costruzione civile possa ritenersi “modesta”, ai fini della competenza del geometra alla sua progettazione, anche per le parti non interessate dalle strutture di cemento armato.
Tale interpretazione, difatti, seppure ha trovato conferma in un risalente precedente (Cons. Stato, 08.06.1998, n. 779), appare troppo formalistica e non suffragata da specifici elementi normativi.
Si deve, infatti, ritenere che, in caso di zona interessata dal rischio sismico, il requisito della “modestia” della costruzione civile debba essere valutato con maggiore rigore ma non escluso automaticamente.
In sostanza, quindi, per gli interventi comportanti l’uso del cemento armato, il grado di pericolo sismico della zona su cui insiste la costruzione deve portare a una valutazione di maggior rigore anche per quanto riguarda la competenza del progettista dell’intervento relativo a “modeste” costruzioni civili, nel senso appunto che la progettazione, esecuzione e direzione dei lavori delle opere statiche dovrà essere demandata alla responsabilità di un professionista titolare di specifiche competenze tecniche all’effettuazione dei calcoli necessari ed alla valutazione delle spinte, controspinte e sollecitazioni, cui può essere sottoposta la costruzione.
Ciò non esclude che, nel caso di specie, considerata la tipologia e l’entità dell’intervento, quest’ultimo possa considerarsi relativo a una modesta costruzione civile, ai fini delle competenze nella progettazione, e che il progetto redatto sia conforme alla normativa vigente, essendo stata demandata a un ingegnere la parte relativa alle strutture in cemento armato.
Il motivo di ricorso deve, quindi essere rigettato (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 23.08.2016 n. 4092 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

aprile 2016

COMPETENZE PROGETTUALI: Consiglio di Stato: gli atti di aggiornamento catastale esclusi dalle competenze degli agrotecnici.
Accolto il ricorso del Consiglio nazionale dei geometri e dei geometri laureati.
Gli agrotecnici non sono legittimati a redigere e sottoscrivere gli atti di aggiornamento geometrico di cui all'articolo 8 della legge n. 679/1969 e agli articoli 5 e 7 del D.P.R. n. 650/1972.
Lo ha confermato il Consiglio di Stato (Sez. IV) che con la sentenza 13.04.2016 n. 1458 ha accolto il ricorso del Consiglio Nazionale dei Geometri e dei Geometri Laureati che ha chiesto l’integrale riforma della sentenza di primo grado con cui il Tar Lazio ha dichiarato l’inammissibilità per carenza di interesse dei ricorsi introduttivi del giudizio.
I geometri hanno fatto presente che, in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale, n. 154 del 2015 -con cui è stata dichiarata l’incostituzionalità, per violazione dell’art. 77, comma secondo Cost., dell’art. 26, comma 7-ter, del decreto legge n. 248 del 2007, in accoglimento della questione prospettata dal Consiglio di Stato con l'ordinanza n. 753 del 17.02.2014- risulta evidente non soltanto l’interesse al ricorso introduttivo del giudizio, ma anche la illegittimità dell’azione dell’Amministrazione.
L’art. 26, comma 7-ter, del decreto-legge 31.12.2007, n. 248 stabiliva che il comma 96 dell’art. 145 della legge 23.12.2000, n. 388 (legge finanziaria 2001), “si interpreta nel senso che gli atti ivi indicati possono essere redatti e sottoscritti anche dai soggetti in possesso del titolo di cui alla legge 06.06.1986, n. 251, e successive modificazioni”. La legge 06.06.1986, n. 251, cui faceva espresso rinvio la disposizione censurata, ha istituito l’albo professionale degli agrotecnici.
  I giudici di Palazzo Spada ricordano che secondo un costante orientamento del Consiglio di Stato, dal quale non c’è motivo per discostarsi, deve ritenersi che “la pronuncia di illegittimità costituzionale di una norma di legge determina la cessazione della sua efficacia erga omnes ed impedisce, dopo la pubblicazione della sentenza, che essa possa esser applicata ai rapporti, in relazione ai quali la norma dichiarata incostituzionale risulti anche rilevante, stante l’effetto retroattivo dell’annullamento escluso solo per i cd. rapporti esauriti” (cfr. Cons. di Stato, Sez. III, 14.03.2012, n. 1429).
La risoluzione n. 10/DF del 03.04.2008 del Ministero dell’Economia e delle Finanze, nonché la circolare dell’Agenzia del Territorio n. 3 del 14.04.2008, in seguito alla pronuncia della Corte Costituzionale n. 154 del 2015, “devono ritenersi viziate da una invalidità derivata: detti atti, infatti, costituiscono integrazione e non mera interpretazione, della disposizione dichiarata incostituzionale e, il venir meno del presupposto normativo, determina, in ultima analisi, la loro invalidità ed inidoneità a produrre effetti”.
Pertanto, conclude il Consiglio di Stato, “Alla luce delle suesposte argomentazioni, va accolto l’appello proposto dal sig. Fausto Savoldi e dal Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati e, per l’effetto, in riforma della sentenza del TAR per il Lazio sede di Roma n. 7395 del 30.08.2012, devono annullarsi i provvedimenti impugnati in primo grado” (commento tratto da www.casaeclima.com).

febbraio 2016

COMPETENZE PROGETTUALIIngegneri junior confinati alla collaborazione. Tecnici. I professionisti della sezione B sono autonomi solo per le costruzioni semplici.
Limiti severi per l’ingegnere junior nelle offerte di gara di appalto, qualora si tratti di offrire soluzioni migliorative.
Lo sottolinea il Consiglio di Stato, Sez. V, con la sentenza 25.02.2016 n. 776, relativa a una gara di appalto in cui l’offerta tecnica consentiva innovazioni rispetto al progetto predisposto da un Comune.
I lavori messi in gara (completamento della rete fognaria e di un impianto di depurazione), esigevano soluzioni avanzate, innovative e sperimentali, ritenute di competenza dell’ingegnere iscritto nella sezione “A” (laurea magistrale) del Dpr 328/2001.
Il Consiglio di Stato sottolinea che le progettazioni effettuate dall’ingegnere junior non erano ascrivibili a mero concorso e collaborazione alle attività di progettazione di un professionista abilitato per la realizzazione di opere edilizie; «ciò in quanto tale attività deve intendersi quale collaborazione concreta alla redazione di un progetto in fieri e non quale attività di apporto di migliorie ad un progetto già redatto, rispetto al quale (le innovazioni, ndr) assumono carattere di autonomia».
L’ingegnere junior -secondo il Consiglio di Stato- può partecipare a progettazioni complesse solo sotto la direzione e il controllo di un ingegnere iscritto nella sezione “A”, può collaborare esclusivamente riguardo a opere edilizie (realizzando, modificando, riparando o demolendo un edificio, comprese le opere pubbliche) ed è autonomo per le sole costruzioni civili semplici.
Tra tali competenze non vi sono quindi quelle «proposte tecniche migliorative» che il Comune chiedeva, finalizzate alla migliore funzionalità e fruibilità –nel caso esaminato– di una rete fognaria nonché quelle finalizzate alla riduzione dei costi di manutenzione e gestione dell’opera, alla funzionalità delle varie fasi del processo depurativo, quelle per la gestione della sicurezza e dell’organizzazione del cantiere.
Le rispettive competenze degli ingegneri juniores e seniores non sono separate dall’uso (per i soli seniores) di metodologie avanzate, innovative o sperimentali, ovvero standardizzate: secondo il Consiglio di Stato le competenze sono anche divise dalla possibilità, per gli juniores, di operare solo in concorso e in collaborazione alle attività proprie degli ingegneri per opere edilizie e di progettare autonomamente solo costruzioni civili semplici.
Tutto questo ragionamento, coerente alle esigenze dell’utenza che esige specifiche capacità, ha comunque un peccato originale: nel caso specifico il progetto posto a base d’asta, che era solo da migliorare, risultava redatto da un geometra
(articolo Il Sole 24 Ore dell'01.03.2016).

COMPETENZE PROGETTUALI: Sulle competenze dell'ingegnere "junior".
L’art. 46, del d.P.R. n. 328 del 2001 stabilisce che: ”1. Le attività professionali che formano oggetto della professione di ingegnere sono così ripartite tra i settori di cui all'articolo 45, comma 1:
   a) per il settore "ingegneria civile e ambientale": la pianificazione, la progettazione, lo sviluppo, la direzione lavori, la stima, il collaudo, la gestione, la valutazione di impatto ambientale di opere edili e strutture, infrastrutture, territoriali e di trasporto, di opere per la difesa del suolo e per il disinquinamento e la depurazione, di opere geotecniche, di sistemi e impianti civili e per l'ambiente e il territorio; ……
2. Ferme restando le riserve e le attribuzioni già stabilite dalla vigente normativa e oltre alle attività indicate nel comma 3, formano in particolare oggetto dell'attività professionale degli iscritti alla sezione A, ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 1, comma 2, le attività, ripartite tra i tre settori come previsto dal comma 1, che implicano l'uso di metodologie avanzate, innovative o sperimentali nella progettazione, direzione lavori, stima e collaudo di strutture, sistemi e processi complessi o innovativi.
3. Restando immutate le riserve e le attribuzioni già stabilite dalla vigente normativa, formano oggetto dell'attività professionale degli iscritti alla sezione B, ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 1, comma 2:
   a) per il settore "ingegneria civile e ambientale": 1) le attività basate sull'applicazione delle scienze, volte al concorso e alla collaborazione alle attività di progettazione, direzione dei lavori, stima e collaudo di opere edilizie comprese le opere pubbliche; 2) la progettazione, la direzione dei lavori, la vigilanza, la contabilità e la liquidazione relative a costruzioni civili semplici, con l'uso di metodologie standardizzate; 3) i rilievi diretti e strumentali sull'edilizia attuale e storica e i rilievi geometrici di qualunque natura; …
”..

La ratio della norma deve individuarsi nell’intento di attribuire all’ingegnere “junior” la possibilità di partecipare a progettazioni complesse sotto la direzione ed il controllo di un ingegnere iscritto nella sezione “A” al precipuo scopo di evitare che nella concreta fase di realizzazione delle stesse possano essere commessi, per inesperienza legata alla mancata conclusione del ciclo di studi completo, errori potenzialmente forieri di conseguenze negative nella progettazione di opere più rilevanti.
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L’art. 46, comma 3, lettera a), n. 1), del d.P.R. n. 328 del 2001 stabilisce che gli ingegneri “junior” con laurea triennale possano svolgere attività basate sull’applicazione delle scienze, con mera attività di concorso e collaborazione rispetto all’attività degli ingegneri della sezione “A” e solo nel settore delle opere edili; solo in materia di edilizia privata gli ingegneri “junior” avrebbero competenze proprie, nei casi regolati dal comma 3, lettera a), n. 2 di detto art. 46.
Per il settore ingegneria civile ed ambientale l’ingegnere “junior” può svolgere la prevista attività di collaborazione esclusivamente con riguardo ad opere edilizie (cioè le opere, lavorazioni e interventi che mirano a realizzare, modificare, riparare o demolire, di norma, un edificio, e che, comunque individuate, devono essere finalizzate alla realizzazione dello stesso comprese le opere pubbliche) ed attività autonoma per le costruzioni civili semplici
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Circa l
a tesi prospettata sul rilievo che le rispettive competenze dei suddetti ingegneri derivino dagli artt. 51 e 52 del r.d. n. 2537 del 1925, in base ai quali la distinzione qualitativa conseguente ai percorsi formativi di accesso (relativi, rispettivamente, alle lauree e alle lauree specialistiche) si estrinsecherebbe solo nel riservare agli iscritti nella sezione “A” le attività che implicano l’uso di metodologie avanzate, innovative, o sperimentali, osserva al riguardo la Sezione che dette norme non prevedono la differenziazione in questione, che è individuata dall’art. 46 del d.P.R. n. 328 del 2001, in precedenza riportato, le cui disposizioni non pongono come unico discrimine tra le attività consentite per gli ingegneri iscritti alla sezione “A” e gli ingegneri iscritti alla sezione “B” solo l’uso di metodologie avanzate, innovative o sperimentali, ovvero standardizzate, ma anche la possibilità per i secondi di operare solo in concorso e in collaborazione alle attività proprie degli ingegneri per opere edilizie e di progettare autonomamente solo costruzioni civili semplici.
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... per la riforma della sentenza del TAR Campania, Sezione staccata di Salerno, Sezione II, n. 797 del 2015;
...
1.- La Eredi Pi.Ru.Co. s.a.s. di Ru.Pa. ha impugnato presso il TAR Campania, Sezione staccata di Salerno, il provvedimento n. 296 del 19.01.2015 con cui il Comune di Lapio, previa approvazione degli atti di gara, ha disposto l'aggiudicazione definitiva dei lavori di completamento ed adeguamento della rete fognaria e dell'impianto di depurazione alla società Av.Co. di G.Av. & C. s.a.s.; con il gravame
è stata dedotta l’illegittimità dell’impugnato provvedimento per violazione dell’art. 46 del d.P.R. 328 del 2001, in quanto gli elaborati dell’offerta tecnica sarebbero stati redatti e sottoscritti da un ingegnere “junior”, appartenente alle Sezione “B” di detto d.P.R., non abilitato a redigere i progetti richiesti dal bando di gara, di competenza esclusiva degli ingegneri appartenenti alla Sezione “A”.
La società ricorrente ha quindi chiesto l’aggiudicazione della gara e, qualora il contratto fosse già stato stipulato, che sia dichiarata l’inefficacia dello stesso, con subentro della società ricorrente; in via subordinata, ha chiesto il risarcimento dei danni patiti.
2.- Il TAR, con la sentenza in epigrafe indicata, ha respinto il ricorso principale nel sostanziale assunto che l’attività dell’ingegnere di cui trattasi, appartenente alla sezione “B”, rientrava nelle ipotesi di concorso e collaborazione alle attività di progettazione, direzione dei lavori, stima e collaudo di opere edilizie (comprese le opere pubbliche) da esso effettuabili in quanto il progetto recante migliorie che aveva redatto si fondava su un progetto già posto in essere dalla stazione appaltante e, quindi, era stato elaborato in concorso o collaborazione ad una progettazione relativa ad opere pubbliche.
Ciò considerato che la società ricorrente non aveva provato che le migliorie indicate nel progetto contestato avessero vita a soluzioni avanzate, innovative o sperimentali, di competenza dell’ingegnere iscritto nella Sezione “A”, ben potendo un progetto contenente soluzioni migliorative rispetto a quello predisposto della stazione appaltante prevedere metodologie standardizzate.
3.- Con il ricorso in appello in esame la Eredi Pi.Ru.Co. s.a.s. di Ru.Pa. ha chiesto l’annullamento o la riforma di detta sentenza, nonché il risarcimento dei danni in forma specifica o per equivalente, deducendo i seguenti motivi:
   a) Carenza, insufficienza, erroneità, contraddittorietà, irrazionalità ed illogicità della motivazione. Error in iudicando. Violazione dell’art. 46 del d.P.R. n. 328 del 2001. Violazione del bando di gara, sezione IX.3 (pag. 14). Eccesso di potere per manifesta illogicità ed irrazionalità. Difetto di istruttoria. Nullità dell’offerta tecnica. Violazione dell’art. 90, comma 8, del d.lgs. n. 163 del 2006.
Il TAR avrebbe confuso l’attività di collaborazione che all’ingegnere “junior” è consentito effettuare in concorso con un ingegnere appartenente alla sezione “A” con quella esperibile in collaborazione con l’U.T.C. del Comune di Lapio; inoltre non avrebbe considerato che le attività esperibili dall’ingegnere “junior” sarebbero riferite a costruzioni semplici e non ad opere pubbliche.
4.- Con memoria depositata il 22.06.2015 si sono costituiti in giudizio l’ingegnere “junior” Si.Ci. ed il SIND.In.AR.3 (Sindacato Nazionale Ingegneri juniores e Architetti juniores) che hanno dedotto l’infondatezza dell’appello, concludendo per la reiezione, nonché hanno chiesto di essere ammessi a chiamare in causa il M.I.U.R., per chiarire l’origine e la ratio del d.P.R. n. 328 del 2001, e comunque che sia ordinato ad esso di depositare i relativi atti preparatori.
5.- Con memoria depositata il 30.10.2015 le suddette parti controinteressate hanno sostanzialmente ribadito tesi e richieste.
6.- Con memoria depositata il 06.11.2015 si è costituito in giudizio il Comune di Lapio, che ha dedotto l’infondatezza dell’appello, nonché ha escluso la possibilità di attribuzione del risarcimento in forma specifica (stante l’esecuzione di una parte notevole dei lavori appaltati) e per equivalente (tenuto conto che la società appellante avrebbe dovuto essere esclusa per le ragioni indicate nel ricorso incidentale proposto in primo grado dalla società aggiudicataria).
7.- Alla pubblica udienza del 17.11.2015 il ricorso in appello è stato trattenuto in decisione alla presenza degli avvocati delle parti, come da verbale di causa agli atti del giudizio.
8.- L’appello è fondato.
9.- Con il primo motivo di gravame è stato dedotto che il TAR avrebbe confuso l’attività di collaborazione e concorso che poteva essere svolta da parte dell’ingegnere “junior” per la presentazione del progetto di cui trattasi insieme ad altro tecnico qualificato appartenente alla sezione “A” (diverso dal progettista ed esterno), con quella esperibile in concorso con l’U.T.C. del Comune di Lapio, con cui l’ingegnere “junior” non avrebbe potuto aver collaborato in quanto non era in rapporto di dipendenza con esso; peraltro la tesi del primo giudice contrasterebbe con il disposto dell’art. 90 del d.lgs. n. 163 del 2006, che esclude dalla partecipazione agli appalti gli affidatari di incarichi di progettazione.
Inoltre le attività previste dall’art. 46, n. 2, lettera a), del d.P.R. n. 328 del 2001 sarebbero riferite a costruzioni semplici e non ad opere pubbliche.
Sarebbe stata violata la lex specialis, che prevedeva, pena l’esclusione, che gli elaborati dell’offerta tecnica fossero sottoscritti da un progettista abilitato alla progettazione, ai sensi della normativa vigente; nel caso di specie gli elaborati suddetti erano stati redatti e sottoscritti unicamente da un ingegnere “junior”, e quindi non abilitato, sicché la controinteressata avrebbe dovuto essere esclusa dalla gara.
L’art. 46, comma 3, lettera a), n. 1), del d.P.R. n. 328 del 2001 stabilisce che gli ingegneri “junior” con laurea triennale possano svolgere attività basate sull’applicazione delle scienze, con mera attività di concorso e collaborazione rispetto all’attività degli ingegneri della sezione “A” e solo nel settore delle opere edili; solo in materia di edilizia privata gli ingegneri “junior” avrebbero competenze proprie, nei casi regolati dal comma 3, lettera a), n. 2 di detto art. 46.
Nel caso di specie quelle da progettare non sarebbero nemmeno state opere edili, ma opere per la difesa del suolo, per il disinquinamento e per le depurazioni, nonché sistemi ed impianti civili per l’ambiente ed il territorio, che, ex art. 45, comma 1, lettera a), del citato d.P.R., sarebbero di esclusiva competenza di ingegneri iscritti nella sezione “A” e per le quali non sarebbe prevista alcuna attività di concorso o collaborazione.
9.1.- Osserva la Sezione che il TAR ha respinto il ricorso introduttivo del giudizio nel sostanziale assunto che le prescrizioni della lex specialis circa la necessità che gli elaborati dell’offerta tecnica fossero sottoscritti da un progettista abilitato non erano state violate, perché l’attività svolta dall’ingegnere “junior” era consistita nel caso di specie nel concorso e collaborazione ad attività di progettazione di opere edilizie, comprese quelle pubbliche di cui trattasi, attività che era già stata svolta all’atto della redazione del progetto predisposto dalla stazione appaltante; ciò considerato che la società ricorrente non aveva provato che le migliorie indicate nel progetto redatto dal’ingegnere “junior” avessero dato vita a soluzioni avanzate, innovative o sperimentali, di esclusiva competenza dell’ingegnere iscritto nella Sezione “A”.
Il primo giudice ha quindi sostanzialmente ritenuto che le migliorie da apportare al progetto esecutivo redatto dalla stazione appaltante fossero identificabili in mera attività di collaborazione alla progettazione delle opere ivi indicate.
Osserva il collegio che il bando di gara, alla sezione IX - contenuti dell’offerta-, al punto IX.3 - documentazione tecnica-, prevedeva che, a pena di esclusione, gli elaborati dell’offerta tecnica avrebbero dovuto essere sottoscritti da un progettista abilitato all’esercizio della professione, ai sensi della normativa vigente e sottoscritti anche dal legale rappresentante in segno di accettazione; inoltre che le proposte contenute nell’offerta tecnica avrebbero dovuto essere sviluppate nel completo rispetto della normativa vigente nazionale e regionale ed avrebbero costituito integrazione delle corrispondenti indicazioni contenute negli elaborati progettuali posti a base di gara.
Il bando stesso, al punto VI.2.1) -Valutazione dell’offerta-, prevedeva che il progetto esecutivo non era suscettibile di modificazioni che ne alterassero in modo essenziale la sostanzialità e che erano ammesse proposte solo migliorative (cioè quelle che avessero apportato migliorie qualitativamente apprezzabili al progetto posto a base di gara, senza tuttavia stravolgerne l’identità, tali intendendosi solo le integrazioni esecutive, accorgimenti tecnici incidenti sulla funzionalità e sulla durata, proposte migliorative ed apporti di tecnologie innovative sul risparmio energetico).
L’art. 46, del d.P.R. n. 328 del 2001 stabilisce che: ”1. Le attività professionali che formano oggetto della professione di ingegnere sono così ripartite tra i settori di cui all'articolo 45, comma 1:
   a) per il settore "ingegneria civile e ambientale": la pianificazione, la progettazione, lo sviluppo, la direzione lavori, la stima, il collaudo, la gestione, la valutazione di impatto ambientale di opere edili e strutture, infrastrutture, territoriali e di trasporto, di opere per la difesa del suolo e per il disinquinamento e la depurazione, di opere geotecniche, di sistemi e impianti civili e per l'ambiente e il territorio; ……
2. Ferme restando le riserve e le attribuzioni già stabilite dalla vigente normativa e oltre alle attività indicate nel comma 3, formano in particolare oggetto dell'attività professionale degli iscritti alla sezione A, ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 1, comma 2, le attività, ripartite tra i tre settori come previsto dal comma 1, che implicano l'uso di metodologie avanzate, innovative o sperimentali nella progettazione, direzione lavori, stima e collaudo di strutture, sistemi e processi complessi o innovativi.
3. Restando immutate le riserve e le attribuzioni già stabilite dalla vigente normativa, formano oggetto dell'attività professionale degli iscritti alla sezione B, ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 1, comma 2:
   a) per il settore "ingegneria civile e ambientale": 1) le attività basate sull'applicazione delle scienze, volte al concorso e alla collaborazione alle attività di progettazione, direzione dei lavori, stima e collaudo di opere edilizie comprese le opere pubbliche; 2) la progettazione, la direzione dei lavori, la vigilanza, la contabilità e la liquidazione relative a costruzioni civili semplici, con l'uso di metodologie standardizzate; 3) i rilievi diretti e strumentali sull'edilizia attuale e storica e i rilievi geometrici di qualunque natura; …
”..

9.2.- Tanto premesso
ritiene il collegio fondate le censure in esame, in quanto nel caso che occupa, posto che non si verteva in materia di costruzioni civili semplici, non può ritenersi che le progettazioni effettuate dall’ingegnere “junior” fossero ascrivibili a mero concorso e collaborazione alle attività di progettazione di un professionista abilitato per la realizzazione di opere edilizie; ciò in quanto tale attività deve intendersi quale collaborazione concreta alla redazione di un progetto in fieri e non quale attività di apporto di migliorie ad un progetto già redatto, rispetto al quale assumono carattere di autonomia.
La ratio della norma deve infatti individuarsi nell’intento di attribuire all’ingegnere “junior” la possibilità di partecipare a progettazioni complesse sotto la direzione ed il controllo di un ingegnere iscritto nella sezione “A” al precipuo scopo di evitare che nella concreta fase di realizzazione delle stesse possano essere commessi, per inesperienza legata alla mancata conclusione del ciclo di studi completo, errori potenzialmente forieri di conseguenze negative nella progettazione di opere più rilevanti.

Nel caso che occupa le opere alle quali era previsto che le concorrenti potessero apportare migliorie mediante presentazione di elaborati redatti e sottoscritti da un progettista abilitato alla professione, consistevano nel completamento ed adeguamento della rete fognaria e di un impianto di depurazione.
In particolare, al punto VI.2.1) del bando di gara, era previsto che il progetto esecutivo era insuscettibile di modificazioni, ma erano ammesse solo proposte migliorie qualitativamente apprezzabili al progetto posto a base di gara, tali da non stravolgerne l’identità, tali intendendosi “esclusivamente le integrazioni esecutive, oltre agli accorgimenti tecnici incidenti sulla funzionalità e sulla durata, proposte migliorative ed apporti di tecnologie innovative sul risparmio energetico”.
Non vi è dubbio quindi che le migliorie in questione consistessero in autonoma attività professionale da svolgere da parte dell’ingegnere abilitato, senza alcuna collaborazione diretta e contestuale alla attività posta in essere dal redattore del progetto esecutivo posto a base di gara.
Peraltro dal tenore della norma sopra citata si evince con sufficiente chiarezza che
per il settore ingegneria civile ed ambientale l’ingegnere “junior” può svolgere la prevista attività di collaborazione esclusivamente con riguardo ad opere edilizie (cioè le opere, lavorazioni e interventi che mirano a realizzare, modificare, riparare o demolire, di norma, un edificio, e che, comunque individuate, devono essere finalizzate alla realizzazione dello stesso comprese le opere pubbliche) ed attività autonoma per le costruzioni civili semplici, tra le quali non sono computabili le opere previste dal bando di cui trattasi.
Dall’elenco degli elementi oggetto di valutazione indicati al bando di gara al punto VI.2.1) risulta infatti che le proposte tecniche migliorative sono state individuate:
1) in quelle finalizzate alla migliore funzionalità e fruibilità dell’intera rete fognaria durante i ciclo di vita utile dell’intera opera, nonché in quelle finalizzate alla durabilità delle opere ed alla riduzione dei costi di manutenzione e gestione dell’opera con disponibilità alla presa in carico del servizio di gratuita manutenzione ordinaria e straordinaria;
2) in quelle relative all’impianto di depurazione, con particolare riguardo alla funzionalità delle varie fasi del processo depurativo, nonché alla sistemazione dell’area esterna dell’impianto;
3) in quelle per la gestione della sicurezza e dell’organizzazione del cantiere e per la riduzione dei disagi, con minimizzazione delle interferenze con il traffico veicolare e pedonale e informativa all’utenza.
Come risulta dalle pagine da 30 a 32 della memoria difensiva di costituzione dei contro interessati, depositata il 22.06.2015, le migliorie sottoscritte dall’ingegnere “junior” Ci. consistevano, con riguardo alla rete fognaria, nella estensione della rete, nell’utilizzo di misto cemento all’interno degli scavi, nel ripristino della pavimentazione stradale, nella ottimizzazione delle stazioni di sollevamento, nel rifacimento di una strada di accesso ad una pompa di sollevamento, nel rifacimento di strade, nella sistemazione di un canale di deflusso delle acque, nella realizzazione di un muro di sostegno, nella progettazione e calcoli strutturali delle opere in cemento armato; con riguardo all’impianto depurativo consistevano nella fornitura e posa in opera di un sistema di automazione di un cancello, di una recinzione, nella messa in sicurezza di un apparecchio per la grigliatura, nella manutenzione di un canale di disabbiamento, nella fornitura di griglie, nella realizzazione di vasche di denitrificazione e di sedimentazione, nella fornitura di un nuovo sistema di areazione, nella realizzazione di un locale tecnico a servizio degli operatori, nel ripristino di una vasca di sedimentazione, nella riprofilatura di una vasca di contatto, nella fornitura di un sistema di dosaggio automatico di disinfettante e di un sistema di condizionamento, nella realizzazione di pavimentazione nella pulizia e sistemazione di area a verde, nella fornitura e posa in opera di un impianto di illuminazione con alimentazione fotovoltaica, nonché nella progettazione e calcoli strutturali per le opere in cemento armato.
Le opere progettate dall’ingegnere “junior” non erano qualificabili come opere civili semplici.
Ciò posto, non possono condividersi nella fattispecie i rilievi formulati dai controinteressati costituiti in giudizio che (posto che disposizioni di cui agli art. 16 e 46, del d.P.R. n. 328 del 2001 individuano le competenze degli iscritti alle Sezioni “A” e “B”, rispettivamente degli architetti e degli ingegneri, facendo esclusivo riferimento al concetto di "costruzioni civili semplici, con l'uso di metodologie standardizzate") hanno affermato che l’unico discrimine qualitativo tra le competenze dell’ingegnere iscritto nella sezione “A” e quelle dell’ingegnere “junior” sarebbe l’utilizzo di metodologie standardizzate da parte di quest’ultimo e di metodologie avanzate, innovative o sperimentali da parte del primo, mentre null’altro avrebbe a valere il concorso e collaborazione o i riferimenti a costruzioni civili semplici, che individuerebbero solo le caratteristiche maggiormente caratterizzanti la professione.
La tesi è basata sul rilievo che le rispettive competenze dei suddetti ingegneri derivino dagli artt. 51 e 52 del r.d. n. 2537 del 1925, in base ai quali la distinzione qualitativa conseguente ai percorsi formativi di accesso (relativi, rispettivamente, alle lauree e alle lauree specialistiche) si estrinsecherebbe solo nel riservare agli iscritti nella sezione “A” le attività che implicano l’uso di metodologie avanzate, innovative, o sperimentali.
Osserva al riguardo la Sezione che
dette norme non prevedono la differenziazione in questione, che è individuata dall’art. 46 del d.P.R. n. 328 del 2001, in precedenza riportato, le cui disposizioni non pongono come unico discrimine tra le attività consentite per gli ingegneri iscritti alla sezione “A” e gli ingegneri iscritti alla sezione “B” solo l’uso di metodologie avanzate, innovative o sperimentali, ovvero standardizzate, ma anche la possibilità per i secondi di operare solo in concorso e in collaborazione alle attività proprie degli ingegneri per opere edilizie e di progettare autonomamente solo costruzioni civili semplici.
A nulla vale, inoltre, che, come affermato nella memoria depositata dalle parti contro interessate il 30.10.2015, il progettista dell’opera oggetto della gara di cui trattasi fosse un geometra, non essendo stato tempestivamente impugnato il bando laddove ha previsto, al punto IX.3, che gli elaborati dell’offerta tecnica avrebbero dovuto essere redatti e sottoscritti da un progettista abilitato all’esercizio della professione; ciò comporta che, essendo le migliorie proposte dalla Av.Co. di G.Av. & C. s.a.s. sottoscritte dall’ingegner Ci.,
questi avrebbe dovuto comunque essere abilitato alla redazione dei relativi elaborati.
10.- L’appello deve essere conclusivamente accolto nei termini di cui in motivazione e, considerato che detta s.a.s. non ha riproposto in appello il ricorso incidentale formulato in primo grado, il collegio, in riforma della prima decisione, accoglie il ricorso introduttivo del giudizio e, per l’effetto, annulla i provvedimenti con esso impugnati.
...
12.- Nella complessità delle questioni trattate il collegio ravvisa eccezionali ragioni per compensare, ai sensi degli artt. 26, comma 1, del c.p.a. e 92, comma 2, del c.p.c., le spese del doppio grado di giudizio.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Quinta, definitivamente decidendo,
accoglie l’appello in esame nei termini e nei limiti di cui in motivazione e, per l’effetto, in riforma della sentenza di primo grado, accoglie il ricorso originario proposto dinanzi al TAR ed annulla i provvedimenti con esso impugnati (
Consiglio di Stato, Sez. V, con la sentenza 25.02.2016 n. 776 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

gennaio 2016

COMPETENZE PROGETTUALIL'ingegnere può lavorare su edifici storico-artistici. Tar Bologna.
Lo studio di ingegneria ben può aggiudicarsi i lavori di risanamento anche se è un edificio di interesse storico-artistico l'immobile che desta preoccupazioni al comune emiliano colpito dal terremoto del 2012. Inutile per i concorrenti rivendicare la competenza esclusiva degli architetti quando i lavori oggetto della procedura pubblica sono interventi di risanamento che non incidono sui profili estetici del fabbricato vincolato.

È quanto emerge dalla sentenza 13.01.2016 n. 36 pubblicata dalla I Sez. del TAR Emilia Romagna-Bologna.
Deve rassegnarsi, l'architetto rimasto escluso dai lavori: stavolta non conta che l'ingegnere non abbia lo stesso senso estetico nella progettazione perché l'intervento che l'amministrazione intende far realizzare punta al mero ripristino strutturale della porzione delle strutture lesionate dal sisma; insomma: si deve procedere ad attività di riparazione con rafforzamento locale, tanto che le relative prestazioni da erogare restano inquadrate nella sfera del risanamento e della salvaguardia dell'immobile danneggiato.
Si tratta di intervenire sulla struttura dell'edificio per ripararla e consolidarla: si rientra quindi nelle opere di edilizia civile riconducibili alla «parte tecnica» di cui all'articolo 52, comma 2, del regio decreto 2537/1925, nella lettura ampia che ne ha dato la giurisprudenza, comprendendo tutte le lavorazioni che non incidono sui profili estetici e di rilievo culturale degli edifici vincolati.
Spese di giudizio compensate per la complessità della questione (articolo ItaliaOggi del 09.02.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: Competenze professionali: il confine del riparto tra ingegneri e architetti.
Circa il compimento di attività di progettazione e direzione lavori che, riguardando opere relative ad un bene di interesse storico-artistico assoggettato a tutela ex d.lgs. n. 42 del 2004, sarebbero riservate alla competenza degli architetti, il Collegio ritiene necessario chiarire quale sia l’àmbito di applicabilità dell’invocato art. 52, comma 2, del r.d. n. 2537 del 1925.
Si tratta della previsione secondo cui “…le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico ed il restauro e il ripristino degli edifici contemplati dalla L. 20.06.1909, n. 364, per l’antichità e le belle arti, sono di spettanza della professione di architetto; ma la parte tecnica ne può essere compiuta tanto dall’architetto quanto dall’ingegnere”, da intendere –secondo un condivisibile orientamento giurisprudenziale– nel senso che non la totalità degli interventi concernenti gli immobili di interesse storico e artistico deve essere affidata alla specifica professionalità dell’architetto, ma solo le parti di intervento di edilizia civile che riguardino scelte culturali connesse alla maggiore preparazione accademica conseguita dagli architetti nell’àmbito del restauro e risanamento degli immobili di interesse storico e artistico, restando invece nella competenza dell’ingegnere civile la cd. parte tecnica, ossia le attività progettuali e di direzione dei lavori che riguardano l’edilizia civile vera e propria, quali –in particolare– le lavorazioni strutturali ed impiantistiche, se si limitano, ad es., alla messa in sicurezza dell’immobile e alla revisione degli impianti senza intaccare l’aspetto estetico dell’edificio.

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... per l'annullamento della determinazione n. 32 del 06.05.2015, con cui l’Unione Reno Galliera provvedeva all’aggiudicazione definitiva dei servizi di “ingegneria ed architettura, progettazione preliminare, definitiva, esecutiva, redazione del piano di manutenzione, direzione lavori, misure e contabilità, coordinamento progettazione ed esecuzione afferenti il recupero del Castello di Bentivoglio a seguito dei danni causati dal terremoto - 1° stralcio di attuazione”;
- per quanto occorrer possa, della determinazione n. 68 in data 19.09.2014 del Comune di Bentivoglio (relativa all’avvio della procedura di affidamento dell’incarico di progettazione e direzione lavori del primo stralcio degli interventi di ripristino sull’immobile Castello di Bentivoglio) nella sola parte in cui non prevede l’invio delle lettere di invito a soggetti professionalmente idonei, della determinazione n. 3 in data 06.02.2015 dell’Unione Reno Galliera nella sola parte in cui approva l’elenco dei soggetti da invitare alla gara, dell’elenco stilato dall’Unione Reno Galliera (circa i soggetti da invitare alla gara) nella sola parte in cui include anche l’ing. Ma.Pi, della lettera di invito alla gara inviata all’ing. Ma.Pi., dei verbali di gara nella sola parte in cui la Commissione ha prima ammesso, poi valutato ed infine aggiudicato provvisoriamente l’incarico all’ing. Ma.Pi. e alla Politecnica Ingegneria ed Architettura Soc. Coop., delle verifiche svolte in capo al soggetto aggiudicatario al fine di integrare l’efficacia dell’aggiudicazione provvisoria, della comunicazione di aggiudicazione definitiva inviata via PEC al ricorrente in data 18.05.2015;
- ...per la declaratoria…. di inefficacia del contratto stipulato tra l’Unione Reno Galliera e/o il Comune di Bentivoglio e il raggruppamento composto dall’ing. Ma.Pi. e dalla Politecnica Ingegneria ed Architettura Soc. Coop.;
- del diritto del ricorrente di subentrare nel suddetto contratto e/o nell’esecuzione dello stesso;
- ..per la condanna… delle Amministrazioni convenute al risarcimento del danno ingiusto, in forma specifica o, in mero subordine, per equivalente, determinandone il quantum in via equitativa;
...
Il ricorso è infondato.
Quanto, innanzitutto, al denunciato illegittimo invito alla gara dell’ing. Pi. per il compimento di attività di progettazione e direzione lavori che, riguardando opere relative ad un bene di interesse storico-artistico assoggettato a tutela ex d.lgs. n. 42 del 2004, sarebbero riservate alla competenza degli architetti, il Collegio ritiene necessario chiarire quale sia l’àmbito di applicabilità dell’invocato art. 52, comma 2, del r.d. n. 2537 del 1925.
Si tratta della previsione secondo cui “…le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico ed il restauro e il ripristino degli edifici contemplati dalla L. 20.06.1909, n. 364, per l’antichità e le belle arti, sono di spettanza della professione di architetto; ma la parte tecnica ne può essere compiuta tanto dall’architetto quanto dall’ingegnere”, da intendere –secondo un condivisibile orientamento giurisprudenziale– nel senso che non la totalità degli interventi concernenti gli immobili di interesse storico e artistico deve essere affidata alla specifica professionalità dell’architetto, ma solo le parti di intervento di edilizia civile che riguardino scelte culturali connesse alla maggiore preparazione accademica conseguita dagli architetti nell’àmbito del restauro e risanamento degli immobili di interesse storico e artistico, restando invece nella competenza dell’ingegnere civile la cd. parte tecnica, ossia le attività progettuali e di direzione dei lavori che riguardano l’edilizia civile vera e propria, quali –in particolare– le lavorazioni strutturali ed impiantistiche (v., tra le altre, Cons. Stato, Sez. VI, 09.01.2014 n. 21), se si limitano, ad es., alla messa in sicurezza dell’immobile e alla revisione degli impianti senza intaccare l’aspetto estetico dell’edificio (v. TAR Sicilia, Catania, Sez. I, 29.10.2015 n. 2519).
Orbene, nel deliberare l’avvio della procedura di ricerca dell’affidatario dell’incarico in questione, il Comune di Bentivoglio approvava il «documento preliminare all’avvio della progettazione» ex art. 15 del d.P.R. n. 207 del 2010, il quale precisava –tra l’altro– che “l’intervento è volto al ripristino strutturale della porzione delle strutture lesionate dal sisma” e che si doveva provvedere ad “interventi di riparazione con rafforzamento locale”, così inquadrando le relative prestazioni in una sfera di misure di risanamento e salvaguardia dell’immobile danneggiato da ricondurre all’àmbito di operatività dell’art. 3 del regolamento allegato all’ordinanza commissariale n. 120 del 2013 (“Per la realizzazione degli interventi di riparazione con rafforzamento locale degli edifici ricompresi nel Programma, che presentano danni lievi, oltre la riparazione del danno, si dovrà conseguire, tenendo conto del tipo e del livello del danno, un incremento della capacità dell’edificio di resistere al sisma mediante opere di rafforzamento locale progettate ai sensi del punto 8.4.3. delle “Norme tecniche per le costruzioni” approvate con il D.M. 14/01/2008”).
Si trattava, quindi, di intervenire essenzialmente sulla struttura dell’edificio per ripararla e consolidarla attraverso opere di edilizia civile riconducibili alla c.d. «parte tecnica» di cui all’art. 52, comma 2, del r.d. n. 2537 del 1925, nella lettura ampia che ne ha dato la giurisprudenza, ovvero restandone ricomprese tutte le lavorazioni che non incidono sui profili estetici e di rilievo culturale degli edifici vincolati.
Dal che, alla luce del particolare contesto in cui l’intervento di ripristino dell’edificio andava effettuato –ovvero la rimozione dei pregiudizi strutturali prodotti dagli eventi sismici del 20 e 29.05.2012 e l’apprestamento di misure idonee a proteggere l’immobile dal rischio di simili fatti naturali–, la corretta individuazione della figura professionale dell’ingegnere quale soggetto abilitato a curare la relativa progettazione e direzione dei lavori.
Peraltro, la stessa lettera di invito alla procedura negoziata, con valore di lex specialis della selezione, indicava tra quelli ammessi alla gara i “soggetti di cui all’art. 90, comma 1 lett. d), e), f), f-bis) del D.Lgs. 12.04. 2006 n. 163, nonché imprese e società, individuati dalla Centrale Unica di Committenza. Si specifica che: - le Società di Ingegneria …”, scelta dell’Amministrazione che il ricorrente non ha censurato (a pag. 11 del ricorso viene detto: “…La lettera di invito (DOC. 4A già allegato) in sé non è atto illegittimo, in quanto sul punto né vieta, né consente esplicitamente la partecipazione alla procedura di ingegneri, geometri, periti edili etc. essendo un documento molto generale; ciò che è illegittimo è l’invio della stessa ad un soggetto non legittimato a riceverla…”) e che ha invece necessariamente informato ogni ulteriore determinazione fondata sui requisiti di ammissione all’incarico, con la conseguenza che, anche ad eventualmente ritenere non corretta nella fattispecie l’applicazione dell’art. 52, comma 2, del r.d. n. 2537 del 1925, osta all’accoglimento della doglianza (e anche delle successive) la circostanza che la normativa di gara aveva chiaramente operato una scelta in ordine al novero delle figure professionali abilitate a parteciparvi.
Né, quindi, si può concordare con il ricorrente circa l’indebito impiego del modulo del raggruppamento temporaneo di professionisti per recuperare a posteriori un requisito di ammissione di cui il soggetto invitato sarebbe stato ab origine privo. Correttamente, insomma, l’ing. Pi., invitato uti singulus, ha presentato l’offerta quale mandatario del costituendo raggruppamento con la Politecnica Ingegneria ed Architettura Soc. Coop., ai sensi dell’art. 37, comma 12, del d.lgs. n. 163 del 2006.
Quanto, poi, alla circostanza che il raggruppamento aggiudicatario si sarebbe limitato ad indicare le quote di partecipazione del 51% e del 49%, senza asseritamente renderne comprensibili la corrispondenza ai requisiti di capacità spesi, alla parte di esecuzione dell’incarico e all’entità dei corrispettivi economici spettanti, il Collegio ritiene sufficiente richiamare quanto già rilevato dalla giurisprudenza in ordine alla tematica della corrispondenza tra quota di partecipazione, quota di esecuzione del servizio e quota di qualificazione in caso di raggruppamento temporaneo di professionisti affidatario di un’attività di progettazione.
A tal proposito, indipendentemente dalle variazioni medio tempore intervenute circa la previsione di cui all’art. 37, comma 13, del d.lgs. n. 163 del 2006, è stato evidenziato che la peculiarità del rapporto di progettazione, ove considerato in maniera unitaria dalla stessa Amministrazione, non richiede la corrispondenza tra qualificazione dell’operatore economico riunito ed effettiva esecuzione dell’incarico, dovendosi ritenere quest’ultima un’espressione unitaria dello staff progettista (v., tra le altre, TAR Puglia, Bari, Sez. II, 16.05.2014 n. 616). Donde l’infondatezza della doglianza, in assenza di residue incertezze circa l’effettivo ricorrere dei requisiti di ammissione alla gara.
Quanto, ancora, alla denunciata assegnazione dell’incarico di coordinamento delle attività specialistiche ad un architetto della società mandante e all’addotto necessario affidamento della sottoscrizione del progetto e della direzione dei lavori a quello stesso architetto, si tratta –ove e nei limiti in cui avverrà– del naturale riparto di funzioni tra i componenti del raggruppamento, in sé non rivelatore di un’elusione dei requisiti di ammissione alla gara, né indicativo di un’incompatibilità con le quote di partecipazione al raggruppamento (che si è già visto non assumere rilevanza nei termini prospettati dal ricorrente).
Né inficia l’esito della gara il rilievo che il raggruppamento aggiudicatario ha prevalso sugli altri concorrenti in virtù di un’offerta tecnica risultata meritevole per le esperienze professionali maturate dalla società mandante e solo in minima parte per i titoli vantati dall’ing. Pi., in quanto l’istituto del raggruppamento temporaneo fra operatori economici è uno strumento finalizzato proprio a rafforzare la compagine che si propone per l’appalto o l’incarico di progettazione, non solo per farvi partecipare soggetti singolarmente sprovvisti dei requisiti richiesti, ma anche per sommare titoli curriculari o attività pregresse nel settore che rendano più affidabile e competitiva l’offerta in gara.
Del resto, in linea con tale principio, la stessa lettera di invito alla procedura negoziata aveva nella fattispecie precisato, a proposito della «adeguatezza offerta sotto il profilo curriculare», che “…Tale documentazione può riguardare –nel caso di concorrente costituito da soggetti riuniti temporaneamente oppure da riunirsi o da consorziarsi– interventi, singolarmente considerati, progettati, da uno qualsiasi dei soggetti che costituisce o che costituirà il raggruppamento temporaneo…”.
Quanto, inoltre, alla mancata verifica di congruità dell’offerta prescelta, il ricorrente intende riferirsi alla previsione di cui all’art. 86, comma 2, del d.lgs. n. 163 del 2006 (“Nei contratti di cui al presente codice, quando il criterio di aggiudicazione è quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa, le stazioni appaltanti valutano la congruità delle offerte in relazione alle quali sia i punti relativi al prezzo, sia la somma dei punti relativi agli altri elementi di valutazione, sono entrambi pari o superiori ai quattro quinti dei corrispondenti punti massimi previsti dal bando di gara”).
Sennonché l’art. 266 del d.P.R. n. 207 del 2010 (Regolamento di esecuzione del Codice dei contratti pubblici), nell’occuparsi delle modalità di svolgimento delle gare relative ai servizi attinenti all’architettura e all’ingegneria, stabilisce che l’offerta economica è costituita da un “ribasso percentuale unico, definito con le modalità previste dall’articolo 262, comma 3, in misura comunque non superiore alla percentuale che deve essere fissata nel bando in relazione alla tipologia dell’intervento”, per ragioni di affidabilità dell’offerta precisate nelle premesse del medesimo d.P.R. n. 207 del 2010 (“…Ritenuto che, in relazione all’articolo 266, comma 1, la disposizione che impone al bando di gara per l’affidamento dei servizi di ingegneria e di architettura di stabilire una misura percentuale massima di ribasso consentito, a seconda del tipo di intervento, sia necessaria a garantire la qualità delle prestazioni, minata da eccessivi ribassi …”); il che, come è evidente, rende non applicabile a simili selezioni l’accertamento automatico di cui all’art. 86, comma 2, del d.lgs. n. 163 del 2006, giacché è la stessa lex specialis della gara a stabilire ex ante la soglia di tollerabilità del ribasso, e semmai può operare la diversa previsione di cui all’art. 86, comma 3 (“In ogni caso le stazioni appaltanti possono valutare la congruità di ogni altra offerta che, in base ad elementi specifici, appaia anormalmente bassa”), in esito cioè ad una valutazione rimessa caso per caso all’apprezzamento discrezionale della stazione appaltante.
Nella fattispecie, allora, risultando rispettato il limite di ribasso del 30% fissato dalla lettera di invito, si sarebbe potuta al più avviare una verifica rimessa all’autonoma iniziativa dell’ente, che non ha però ritenuto sussistenti le condizioni particolari per promuoverla, né il ricorrente ha del resto fornito elementi utili in tal senso.
Né, infine, v’è motivo di lamentare la mancata effettuazione dei controlli sul possesso dei requisiti, da compiere ai sensi dell’art. 48 del d.lgs. n. 163 del 2006. In tale sede, a dire del ricorrente, sarebbero dovute emergere quelle stesse irregolarità e carenze già evidenziate con le precedenti censure, la cui accertata infondatezza però rende comprensibili le ragioni dell’esito positivo delle verifiche conclusive.
In definitiva, il ricorso va respinto (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. I, sentenza 13.01.2016 n. 36 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ottobre 2015

COMPETENZE PROGETTUALISulla competenza progettuale dell'ingegnere relativamente ai lavori di adeguamento alle norme di sicurezza di una scuola media quale "bene monumentale”.
I
lavori realizzati sulla scuola media quale "bene monumentale" sono in prevalenza rivolti all’adeguamento impiantistico della struttura, oltre che a modificare parzialmente alcune parti strutturali, al fine di rimuovere le cosiddette barriere architettoniche e di realizzare le vie di fuga, e non sembrano quindi intaccare l’aspetto estetico dell’immobile. Ne consegue che non appaiono toccati, né tantomeno compromessi, gli interessi di natura culturale ed artistica che la Soprintendenza è deputata per legge a tutelare.
Pertanto, alla stregua del richiamato art. 52, co. 2, del R.D. 2537/1925, non si può ritenere sussistente nel caso in esame la asserita riserva di attività progettuale in favore degli architetti, dal momento che la citata norma, inserita nel “Regolamento per le professioni d'ingegnere e di architetto”, nell’individuare oggetto e limiti delle professioni in esame, stabilisce che “le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico ed il restauro e il ripristino degli edifici contemplati dalla L. 20.06.1909, n. 364, per l'antichità e le belle arti, sono di spettanza della professione di architetto;” precisando però subito dopo che “(…) la parte tecnica ne può essere compiuta tanto dall'architetto quanto dall'ingegnere”.
Ed, infatti, anche la giurisprudenza citata dalla resistente Soprintendenza (C.d.S., VI, 21/2014), pronunciando sulla (diversa) questione della compatibilità comunitaria della disciplina normativa italiana che riserva ai soli architetti le prestazioni principali sugli immobili di interesse culturale, ha precisato –in linea con la tesi qui sostenuta dal ricorrente– che tale riserva è comunque solo “parziale” in quanto “Ai sensi dell'art. 52 del R.D. n. 2537 del 1925 non la totalità degli interventi concernenti gli immobili di interesse storico e artistico deve essere affidata alla specifica professionalità dell'architetto, ma solo le parti di intervento di edilizia civile che riguardino scelte culturali connesse alla maggiore preparazione accademica conseguita dagli architetti nell'ambito del restauro e risanamento degli immobili di interesse storico e artistico, restando invece nella competenza dell'ingegnere civile la cd. parte tecnica, ossia le attività progettuali e di direzione dei lavori che riguardano l'edilizia civile vera e propria”.
E’ il caso di precisare che la sentenza del Consiglio di Stato appena esaminata ha dichiarato legittime le determinazioni amministrative che avevano escluso gli ingegneri dall'affidamento di un servizio diverso da quello oggi in esame: la direzione dei lavori ed il coordinamento della sicurezza in fase di esecuzione dei lavori di restauro e di recuperi funzionale di un immobile di interesse storico e artistico.
Il servizio oggetto del presente contenzioso, invece, come già segnalato, attiene principalmente alla revisione impiantistica ed alla messa in sicurezza dell’immobile; ossia, per usare le stesse parole del Consiglio di Stato, a “(…) lavorazioni strutturali ed impiantistiche rientranti nell’edilizia civile propriamente intesa”.
Ed è condivisibile sul punto la giurisprudenza che ritiene che “La nozione di opere di edilizia civile, che ai sensi dell'art. 52 r.d. 23.10.1925 n. 2537 formano oggetto della professione sia dell'ingegnere che dell'architetto, si estende oltre gli ambiti più specificamente strutturali, fino a ricomprendere l'intero complesso degli impianti tecnologici a corredo del fabbricato, e quindi non solo gli impianti idraulici ma anche quelli di riscaldamento compresi nell'edificazione”.
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... per l'annullamento:
- del provvedimento della Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Messina del 22.07.2014 con il quale è stata denegato il rilascio del parere di competenza sul progetto esecutivo relativo ai lavori di adeguamento alle norme di sicurezza della Scuola media Giuseppe Mazzini di Messina, perché redatto solo da un ingegnere; ed ove occorra, della nota prot. 7202 dell’11.12.2013;
- della nota del Comune di Messina prot. 216824 del 19.09.2014 con la quale è stato dichiarato concluso l’incarico di progettazione del ricorrente; ed ove occorra della nota comunale prot. 124539 del 19.05.2014;
...
L’Ing. Em.Pa. espone di essere un libero professionista, iscritto all’albo degli ingegneri, incaricato negli anni 2000 e 2001 dal Comune di Messina di redigere la progettazione di massima ed esecutiva dei “lavori di adeguamento alle norme di sicurezza della Scuola media Mazzini”.
Dopo aver presentato il progetto di massima nel mese di dicembre 2001, l’Ing. Pa. ha presentato nel mese di giugno 2005 quello esecutivo, che è stato sottoposto ad approvazione delle amministrazioni interessate -tra le quali, la Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Messina– nel corso della conferenza dei servizi ch ha avuto luogo nel mese di novembre 2005.
Successivamente, aderendo alle richieste di modifica avanzate dai Vigili del fuoco con riguardo alle vie di fuga della struttura, l’Ing. Pa. ha rettificato il progetto esecutivo, depositandolo nel mese di Marzo 2011; ulteriori modifiche a quest’ultima versione sono state poi effettuate dallo stesso professionista in adesione ai rilievi formulati dall’ente locale interessato; sicché, la stesura finale del progetto esecutivo è stata presentata nel mese di Novembre 2013.
Per la definitiva approvazione dell’impianto progettuale è stata allora riconvocata la conferenza dei servizi nel mese di Dicembre 2013. In tale contesto, la Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Messina ha rilevato che l’intervento interessa un vasto edificio vincolato con D.D.S. n. 2076 del 13/09/2012, e che i lavori progettati sono riconducibili al restauro, manutenzione straordinaria ed adeguamento tecnologico; conseguentemente, ha denegato il parere di propria competenza, ritenendo che il progetto avrebbe dovuto essere sottoscritto da un architetto ai sensi dell’articolo 52 del R.D. 2537/1925.
L’amministrazione comunale, adeguandosi al parere della Soprintendenza, ha comunicato all’Ing. Pa. la risoluzione dell’incarico professionale conferitogli.
È seguita una richiesta di revisione in autotutela delle predette determinazioni, formulata dall’Ing. Pa. agli enti interessati. Ma quest’istanza è stata respinta con i provvedimenti indicati in epigrafe, che hanno definitivamente confermato il precedente assetto.
Avverso tali atti, l’Ing. Pa. ha proposto il ricorso in epigrafe, con il quale denuncia i seguenti vizi:
1.- Violazione falsa ed erronea applicazione degli articoli 51 e 52 del R.D. 2537/1925 - eccesso di potere per difetto dei presupposti, contraddittorietà, difetto di motivazione ed illogicità manifesta;
Le invocate disposizioni –si osserva- operano una distinzione tra le due categorie professionali di architetti ed ingegneri ai fini della possibilità di eseguire prestazioni sugli immobili, riservando ai soli architetti le prestazioni principali sugli immobili di rilevante carattere artistico o sui beni di interesse storico e culturale; tuttavia, le stesse norme ammettono che in tali specifici settori la progettazione tecnica possa essere compiuta anche dall’ingegnere.
Nel caso di specie, la Soprintendenza -richiamando in motivazione una recente sentenza del Consiglio di Stato (n. 21/2014)- ha ritenuto che gli interventi progettati, riguardanti un immobile di interesse storico/culturale, richiedessero la specifica professionalità dell’architetto, acquisita attraverso la preparazione accademica specifica nell’ambito del restauro e risanamento degli immobili di interesse storico ed artistico.
In direzione contraria alla tesi dell’amministrazione, il ricorrente deduce invece che gli interventi avrebbero ben potuto essere progettati anche da un ingegnere, dal momento che (i) afferiscono esclusivamente alla cd. parte tecnica (impiantistica e messa in sicurezza dell’immobile: impianti elettrico ed idrico; di riscaldamento; di trasmissione dati, telefonico e TV; impianto rete antincendio, porte antincendio, nuove vie di fuga prescritte dai VV.FF.; nuova scala antincendio esterna al primo piano), e (ii) non interferiscono con i valori architettonici, artistici e culturali tutelati dalla Soprintendenza.
In aggiunta, il ricorrente sottolinea come la Soprintendenza avesse -già nel corso della conferenza di servizi tenutasi nel 2005- approvato il progetto redatto dall’ingegnere, sebbene il complesso risultasse già a quel tempo sottoposto a tutela ope legis.
Costituitasi in giudizio per resistere al ricorso la Soprintendenza ha rilevato, per un verso, che l’approvazione del progetto effettuata nell’anno 2005 è da ascrivere ad una mera svista; per altro verso, che i lavori programmati, oltre alla installazione di vari impianti, contemplano anche l’abbattimento di barriere architettoniche, l’adeguamento dei locali interni e dei servizi igienici, il rifacimento della copertura, ed integrano quindi interventi di restauro e risanamento conservativo, di esclusiva competenza dell’architetto allorquando incidono su beni di interesse storico ed artistico.
È intervenuto in giudizio, a supporto della posizione del ricorrente, anche l’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Messina, che ha inteso tutelare le prerogative professionali della categoria rappresentata.
Con
ordinanza 05.12.2014 n. 932 questa Sezione ha accolto l’istanza cautelare formulata dal ricorrente, ritenendo fondato il gravame.
All’udienza del 24.09.2015 la causa è passata in decisione.
Confermando la valutazione resa in fase cautelare, il Collegio ritiene di dover accogliere il ricorso valorizzando il dato fattuale della prevalentemente tecnica dei lavori previsti per la Scuola media Mazzini di Messina.
In particolare, tali lavori –come già visto- sono in prevalenza rivolti all’adeguamento impiantistico della struttura, oltre che a modificare parzialmente alcune parti strutturali, al fine di rimuovere le cosiddette barriere architettoniche e di realizzare le vie di fuga, e non sembrano quindi intaccare l’aspetto estetico dell’immobile. Ne consegue che non appaiono toccati, né tantomeno compromessi, gli interessi di natura culturale ed artistica che la Soprintendenza è deputata per legge a tutelare.
Pertanto, alla stregua del richiamato art. 52, co. 2, del R.D. 2537/1925, non si può ritenere sussistente nel caso in esame la asserita riserva di attività progettuale in favore degli architetti, dal momento che la citata norma, inserita nel “Regolamento per le professioni d'ingegnere e di architetto”, nell’individuare oggetto e limiti delle professioni in esame, stabilisce che “le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico ed il restauro e il ripristino degli edifici contemplati dalla L. 20.06.1909, n. 364, per l'antichità e le belle arti, sono di spettanza della professione di architetto;” precisando però subito dopo che “(…) la parte tecnica ne può essere compiuta tanto dall'architetto quanto dall'ingegnere”.
Ed, infatti, anche la giurisprudenza citata dalla resistente Soprintendenza (C.d.S., VI, 21/2014), pronunciando sulla (diversa) questione della compatibilità comunitaria della disciplina normativa italiana che riserva ai soli architetti le prestazioni principali sugli immobili di interesse culturale, ha precisato –in linea con la tesi qui sostenuta dal ricorrente– che tale riserva è comunque solo “parziale” in quanto “Ai sensi dell'art. 52 del R.D. n. 2537 del 1925 non la totalità degli interventi concernenti gli immobili di interesse storico e artistico deve essere affidata alla specifica professionalità dell'architetto, ma solo le parti di intervento di edilizia civile che riguardino scelte culturali connesse alla maggiore preparazione accademica conseguita dagli architetti nell'ambito del restauro e risanamento degli immobili di interesse storico e artistico, restando invece nella competenza dell'ingegnere civile la cd. parte tecnica, ossia le attività progettuali e di direzione dei lavori che riguardano l'edilizia civile vera e propria” (in questo senso anche C.d.S., VI, 5239/2006).
E’ il caso di precisare che la sentenza del Consiglio di Stato appena esaminata ha dichiarato legittime le determinazioni amministrative che avevano escluso gli ingegneri dall'affidamento di un servizio diverso da quello oggi in esame: la direzione dei lavori ed il coordinamento della sicurezza in fase di esecuzione dei lavori di restauro e di recuperi funzionale di un immobile di interesse storico e artistico.
Il servizio oggetto del presente contenzioso, invece, come già segnalato, attiene principalmente alla revisione impiantistica ed alla messa in sicurezza dell’immobile; ossia, per usare le stesse parole del Consiglio di Stato, a “(…) lavorazioni strutturali ed impiantistiche rientranti nell’edilizia civile propriamente intesa”.
Ed è condivisibile sul punto la giurisprudenza che ritiene che “La nozione di opere di edilizia civile, che ai sensi dell'art. 52 r.d. 23.10.1925 n. 2537 formano oggetto della professione sia dell'ingegnere che dell'architetto, si estende oltre gli ambiti più specificamente strutturali, fino a ricomprendere l'intero complesso degli impianti tecnologici a corredo del fabbricato, e quindi non solo gli impianti idraulici ma anche quelli di riscaldamento compresi nell'edificazione” (Tar Lecce 708/2012).
In definitiva, sulla base di quanto argomentato, il ricorso va accolto col conseguente annullamento degli atti impugnati (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 29.10.2015 n. 2519 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

settembre 2015

COMPETENZE PROGETTUALI: Cemento armato, stop ai geometri. Parere Consiglio di Stato.
Le costruzioni in cemento armato o in zona sismica non possono essere progettate in autonomia da un geometra. La progettazione e la direzione lavori relative alle opere in cemento armato va affidata all'ingegnere o all'architetto. Questi ultimi infatti sono in grado di eseguire i calcoli e di valutare i pericoli per la pubblica incolumità pubblica.

Questo è quanto espresso dal Consiglio di Stato, Sez. II, nel parere 04.09.2015 n. 2539 in risposta ad una richiesta del ministero della giustizia.
Il parere del consiglio di stato proprio perché è in risposta al ministero delle giustizia ha il valore ricostruire il complicato quadro legislativo e dettare le linee di carattere generale sulla possibilità da parte dei geometri di costruire opere in cemento armato. Il professionista, che svolge la progettazione con l'uso del cemento armato, deve pertanto essere competente a progettare e ad assumersi la responsabilità delle opere in cemento armato.
I giudici del Cds sottolineano che non si tratta, quindi, di assicurare la mera presenza di un ingegnere progettista delle opere in cemento armato che controfirmi o si limiti ad eseguire i calcoli. Nel senso appunto che l'incarico non può essere affidato al geometra, che si avvarrà della collaborazione dell'ingegnere, ma deve essere fin dall'inizio affidata a quest'ultimo per la parte di sua competenza e sotto la sua responsabilità.
Per quanto concerne invece la formazione dei geometri, la costante giurisprudenza ha sostenuto la inidoneità a giustificare una competenza professionale, che attiene a calcoli complessi, i quali specie nelle zone sismiche, attengono a un gioco di spinte e controspinte e all'ipotizzazione di sollecitazioni, che esulano dalla specifica preparazione dei geometri. Del resto, la prova scritto grafica per il superamento dell'esame per l'abilitazione alla professione di geometra demanda al candidato di fissare liberamente le scelte ritenute utili e necessarie per la redazione del progetto fra le quali anche la struttura in cemento armato, la natura del terreno di fondazione, sicché anche l'esame stesso non esige necessariamente che il futuro geometra sia in grado di affrontare le difficoltà derivanti alle suddette variabili.
Ai geometri, infatti, «anche se in ipotesi tutte da dimostrare» risulterebbe concessa la possibilità di progettare in città piccoli edifici in cemento, mentre nel campo degli edifici agricoli tale possibilità sarebbe ridotta a «piccole costruzioni in cemento armato, che non richiedono particolari operazioni di calcolo e per la loro destinazione non possono comunque implicare un pericolo per le persone». L'attività di progettazione e la direzione lavori , incentrata sugli aspetti architettonici della «modesta» costruzione civile vanno affidati invece a un geometra (articolo ItaliaOggi del 09.09.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

COMPETENZE PROGETTUALICemento armato, progetti solo a ingegneri e architetti. Professioni. Il parere del Consiglio di Stato sulle competenze dei geometri.
Uno schiaffo alla professione. I geometri non possono progettare le strutture di opere in cemento armato o costruzioni in zona sismica, almeno stando a quanto è scritto nel parere 04.09.2015 n. 2539 del Consiglio di Stato (II Sez.) a seguito di una questione posta dalla Regione Toscana.
Il progetto andrà firmato e coordinato da un ingegnere o da un architetto. Nelle altre zone i geometri potranno invece effettuare la progettazione architettonica degli edifici in autonomia ma in ogni caso la firma sarà di un ingegnere o di un architetto.
Il parere del Consiglio di Stato parte da un dato di fatto normativo: l’abrogazione dell’articolo 1 del Regio decreto 2229/1939 che riservava a ingegneri e architetti la possibilità di progettare opere in cemento semplice o armato: di conseguenza, quanto meno per le “modeste costruzioni civili”, i geometri potrebbero progettare con il cemento armato.
Di fatto, sinora le sentenze sulla questione si dividevano: alcune ritengono che i geometri possono progettare opere in cemento (se di «modestia della costruzione»), altre «continuano ad applicare alla professione di geometra il divieto assoluto di progettazione» di opere in cemento armato.
Una liberalizzazione che per il Consiglio di Stato appare eccessiva: stando alla lettera della legge, i geometri possono progettare in città piccoli edifici in cemento, mentre per gli edifici agricoli dovrebbero limitarsi a «piccole costruzioni in cemento armato, che non richiedono particolari operazioni di calcolo e per la loro destinazione non possono comunque implicare un pericolo per le persone».
Per i giudici amministrativi questa situazione sarebbe «al di fuori di ogni ragionevolezza in relazione alla tutela della pubblica incolumità». Il Consiglio di Stato, dopo aver rilevato le due circolari dei consigli nazionali di geometri e ingegneri che pervengono “a conclusioni opposte” ha dettato un principio generale, che pende a favore di architetti e ingegneri.
In sostanza, quando entra in scena il cemento armato negli edifici civili spetterà a ingegneri e architetti il compito di calcolare le strutture, mentre il geometra (che non potrà fare lavori in autonomia) potrà occuparsi di progettazione e direzione lavori degli aspetti architettonici
(articolo Il Sole 24 Ore del 09.09.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: Competenze geometri vs ingegneri e architetti, il principio regolatore è la pubblica incolumità.
Anche per le “modeste” costruzioni civili il geometra può progettare, con l’uso del cemento armato, piccole costruzioni accessorie, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e non implichino per destinazione pericolo per l’incolumità delle persone.

Se ci si domanda, poi, in cosa consista in dettaglio la competenza di geometri alla progettazione ed esecuzione di “modeste costruzioni civili”, vista l’indeterminatezza del requisito della modestia, modestia che, secondo quanto ripetutamente affermato dalla giurisprudenza, va valutata sia sotto l’aspetto quantitativo che sotto quello qualitativo (con riferimento ai problemi tecnici che l’opera solleva), occorre mantenere ferme le limitazioni scaturenti dalla lett. l) dell’art. 16 R.D. n. 274 del 1929, ed in particolare quella del pericolo alla pubblica incolumità, che nel caso delle costruzioni civili implica sia valutata secondo criteri di particolare rigore.
Pertanto,
se non si può rinunciare alla competenza tecnica in ordine all’effettuazione dei calcoli ed alla direzione dei conseguenti lavori per i conglomerati cementizi, specificamente connessa alla funzionalità statica delle opere in cemento armato, non può, tuttavia, non essere mantenuta in capo al geometra la possibilità di procedere alla semplice progettazione architettonica delle modeste costruzioni civili, evitando nel contempo, però, comportamenti elusivi del combinato disposto delle lett. l) ed m) dell’art. 16 R.D. n. 274 del 1929.
In tale prospettiva, che si basa anche sul principio generale della collaborazione tra titolari di diverse competenze professionali,
nulla impedisce che la progettazione e direzione dei lavori relativi alle opere in cemento armato sia affidata al tecnico in grado di eseguire i calcoli necessari e di valutare i pericoli per la pubblica incolumità, e che l’attività di progettazione e direzione dei lavori, incentrata sugli aspetti architettonici della “modesta” costruzione civile, sia affidata, invece, al geometra. Non si tratta, quindi, di assicurare la mera presenza di un ingegnere progettista delle opere in cemento armato, che controfirmi o si limiti ad eseguire i calcoli.
Il professionista, che svolge la progettazione con l’uso del cemento armato, deve pertanto essere competente a progettare e ad assumersi la responsabilità del segmento del progetto complessivo riferito alle opere in cemento armato,
nel senso appunto che l’incarico non può essere affidato al geometra, che si avvarrà della collaborazione dell’ingegnere, ma deve essere sin dall’inizio affidato anche a quest’ultimo per la parte di sua competenza e sotto la sua responsabilità.
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Quanto, invece, alle fonti normative riguardanti la formazione del geometra, va rilevato come la costante giurisprudenza ne abbia affermato l’assoluta inidoneità a giustificare una competenza professionale che attiene a calcoli complessi, i quali, specie nelle zone sismiche, attengono ad un gioco di spinte e controspinte ed all’ipotizzazione di sollecitazioni, che esulano dalla specifica preparazione dei geometri.
Del resto, la prova scritto-grafica per il superamento dell’esame per l’abilitazione alla professione di geometra demanda al candidato di fissare liberamente le scelte ritenute utili e necessarie per la redazione del progetto, fra le quali anche la struttura in cemento armato, il calcolo delle sollecitazioni ammissibili dei materiali e la natura del terreno di fondazione, sicché l’esame stesso non esige necessariamente (e quindi non garantisce) che il futuro geometra sia in grado di affrontare le difficoltà derivanti alle suddette variabili.
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Pur non potendosi accettare nella sua assolutezza la tesi, per la quale nelle zone sismiche l’edificazione con l’uso del cemento armato esclude di per sé che la costruzione civile possa ritenersi “modesta”
, ché, altrimenti, si verrebbe a determinare un’irrazionale eccezione per le costruzioni rurali e per uso di industrie agricole– deve ritenersi che il grado di pericolo sismico della zona, in cui insiste la costruzione, non può non trovare considerazione nella valutazione di un progetto relativo alle piccole costruzioni accessorie e alle “modeste” costruzioni civili, nel senso appunto che ben possono le Amministrazioni competenti esigere che la “modestia” di una costruzione, che faccia uso di cemento armato, sia valutata con particolare rigore, al fine di considerare con prevalente attenzione la progettazione, esecuzione e direzione dei lavori delle opere statiche, che dovrà essere demandata alla responsabilità di un professionista titolare di specifiche competenze tecniche all’effettuazione dei calcoli necessari ed alla valutazione delle spinte, controspinte e sollecitazioni, cui può essere sottoposta la costruzione.
Sicché la progettazione statica, in questi casi, avrà prevalenza sulla progettazione architettonica e, se si vuole, il professionista capofila non potrà che essere l’ingegnere o l’architetto.

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OGGETTO: Regione Toscana. Limiti delle competenze professionali dei tecnici geometri per quanto rilevante ai fini dello svolgimento delle funzioni degli uffici tecnici regionali (c.d. genio civile) in ambito strutturale.
... 
PREMESSO
Il Presidente della Giunta regionale Toscana chiede un parere sui limiti delle competenze professionali esercitabili da questa categoria, in riferimento alla normativa di settore, ed in particolare all’art. 16 del R.D. 11.02.1929, n. 274, recante “Regolamento per la professione di geometra”, e ciò allo scopo di garantire il corretto esercizio delle funzioni amministrative degli uffici tecnici regionali in materia di denunce dei lavori di opere in conglomerato cementizio armato o da realizzarsi in zona sismica progettate da geometri.
Come già premesso nel parere interlocutorio del 17.10.2012, va ricordato che la Regione ha sottoposto una prima questione relativa alla competenza nella progettazione di civili costruzioni, che comportino la realizzazione di strutture in cemento armato, chiedendo se per tale tipo di costruzioni sia sempre da escludersi la competenza dei geometri per la progettazione di opere in cemento armato ovvero se sia ammissibile tale tecnica costruttiva con il limite della “modestia” dell’opera.
Ritiene, al riguardo, la Regione che la questione potrebbe essere rivalutata alla luce dell’abrogazione, per effetto dell’emanazione del d.lgs. 13.12.2010, n. 212, del R.D. 16.11.1939, n. 2229, che riserva all’ingegnere ovvero all’architetto iscritto all’albo la firma del progetto esecutivo di ogni opera di conglomerato cementizio semplice od armato, la cui stabilità possa comunque interessare l’incolumità delle persone.
Potrebbe, inoltre, costituire –secondo la Regione Toscana– indizio di un'estensione delle competenze professionali dei geometri la circostanza che sovente le prove d’esame somministrate in occasione degli esami di Stato per l’abilitazione all’esercizio della libera professione di geometra (che, secondo il D.M. 15.03.1986 pubblicato in G.U. n. 117 del 22.05.2006, devono attenere alle competenze professionali dei geometri) menzionino l’uso del cemento armato e che nella descrizione della tariffa professionale (art. 57 l. n. 144 del 1949) l’ossatura di cemento armato compaia esclusa solo per le costruzioni antisismiche a due piani.
La seconda questione sottoposta riguarda i limiti delle competenze di progettazione da parte dei geometri in riferimento alle costruzioni da realizzare in zona sismica (in cui ricade interamente la Regione Toscana).
In particolare, la Regione chiede se si possa considerare ammissibile la progettazione da parte di geometri di modeste costruzioni civili in zona sismica, valorizzando la portata del secondo comma dell’art. 93 d.P.R. n. 380 del 2001, che prevede la presentazione della domanda con allegato il progetto debitamente firmato “da un ingegnere, architetto, geometra o perito edile iscritto nell’albo, nei limiti delle rispettive competenze, nonché dal direttore dei lavori” e della già richiamata tariffa nonché considerando l’avvenuta estensione a tutto il territorio nazionale, con eccezione della sola Sardegna, della classificazione come zona sismica.
In conclusione, chiede se i tecnici geometri siano abilitati a svolgere la progettazione e la direzione di lavori per la realizzazione di costruzioni civili con strutture di cemento armato nei limiti della modestia della costruzione e se sia preclusa qualsiasi attività di progettazione e direzione di lavori di strutture civili in zona sismica.
...
CONSIDERATO
È opportuno preliminarmente richiamare le disposizioni che riguardano la materia oggetto della richiesta di parere, distinguendo tra:
a) quelle disposizioni che, regolando in generale l’esercizio della professione di geometra, ne disciplinano le competenze;
b) quelle riguardanti le costruzioni che utilizzano il conglomerato cementizio;
c) quelle che disciplinano specificamente le opere da realizzare nelle zone sismiche.
Quanto alla prima categoria, viene innanzitutto in rilievo l’art. 16 R.D. 11.02.1929, n. 274, recante il regolamento per la professione di geometra, che recita: “L’oggetto ed i limiti dell’esercizio professionale di geometra sono regolati come segue: …..
l) progetto, direzione, sorveglianza e liquidazione di costruzioni rurali e di edifici per uso d’industrie agricole, di limitata importanza, di struttura ordinaria, comprese piccole costruzioni accessorie in cemento armato, che non richiedono particolari operazioni di calcolo e per la loro destinazione non possono comunque implicare pericolo per la incolumità delle persone; nonché di piccole opere inerenti alle aziende agrarie, come strade vicinali senza rilevanti opere d’arte, lavori d’irrigazione e di bonifica, provvista d’acqua per le stesse aziende e riparto della spesa per opere consorziali relative, esclusa, comunque, la redazione di progetti generali di bonifica idraulica ed agraria e relativa direzione;
m) progetto, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili...
”.
A tale disposizione si aggiunge l’art. 57 della legge 02.03.1949, n. 11, relativa alla tariffa degli onorari per le prestazioni professionali dei geometri, che nella categoria “Costruzioni rurali, modeste costruzioni civili, edifici pubblici per comuni fino a 10.000 abitanti", cui si applicano le tabelle H ed I, prevede le costruzioni per aziende rurali con annessi edifici per la conservazione dei prodotti o per industria agraria, le case di abitazione popolari nei centri urbani, gli edifici pubblici, magazzini, capannoni, rimesse in più locali ad uso di ricovero e di industrie, case di abitazione comuni ed economiche, costruzioni asismiche a due piani senza ossatura in cemento armato o ferro, edifici pubblici etc..
Quanto poi alle norme riguardanti le opere in conglomerato cementizio semplice ed armato, occorre far riferimento, sia pure da un punto di vista storico, all’art. 1 R.D. 16.11.1939, n. 2229, che recita: “Ogni opera di conglomerato cementizio semplice od armato, la cui stabilità possa comunque interessare l’incolumità delle persone, deve essere costruita in base ad un progetto esecutivo firmato da un ingegnere, ovvero da un architetto iscritto nell’albo, nei limiti delle rispettive attribuzioni, ai sensi della L. 24.06.1923, n. 1395, e del R.D. 23.10.1925, n. 2537, sull’esercizio delle professioni di ingegnere e di architetto e delle successive modificazioni”.
Tale disposizione risulta oggi abrogata dal D.lgs. 13.12.2010, n. 212.
Queste disposizioni erano completate dagli artt. 1 e 2 della L. 05.11.1971, n. 1086, oggi trasfusi all’interno del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, recante il testo unico dell’edilizia, che reca l’art. 53, che prevede: “1. Ai fini del presente testo unico si considerano:
a) opere in conglomerato cementizio armato normale, quelle composte da un complesso di strutture in conglomerato cementizio ed armature che assolvono ad una funzione statica;
b) opere in conglomerato cementizio armato precompresso, quelle composte di strutture in conglomerato cementizio ed armature nelle quali si imprime artificialmente uno stato di sollecitazione addizionale di natura ed entità tali da assicurare permanentemente l’effetto statico voluto;
c) opere a struttura metallica quelle nelle quali la statica è assicurata in tutto o in parte da elementi strutturali in acciaio o in altri metalli
”.
Il successivo art. 64 disciplina la progettazione, esecuzione, direzione relative alle opere di conglomerato cementizio armato, normale e precompresso, stabilendo: “1. La realizzazione delle opere di conglomerato cementizio armato, normale e precompresso ed a struttura metallica, deve avvenire in modo tale da assicurare la perfetta stabilità e sicurezza delle strutture e da evitare qualsiasi pericolo per la pubblica incolumità.
2. La costruzione delle opere di cui all’art. 53, comma 1, deve avvenire in base ad un progetto esecutivo redatto da un tecnico abilitato, iscritto nel relativo albo, nei limiti delle proprie competenze stabilite dalle leggi sugli ordini e collegi professionali.
3. L’esecuzione delle opere deve aver luogo sotto la direzione di un tecnico abilitato, iscritto nel relativo albo, nei limiti delle proprie competenze stabilite dalle leggi sugli ordini e collegi professionali.
4. Il progettista ha la responsabilità diretta della progettazione di tutte le strutture dell’opera comunque realizzate.
5. Il direttore dei lavori ed il costruttore, ciascuno per la parte di sua competenza, hanno la responsabilità della rispondenza dell’opera al progetto, dell’osservanza delle prescrizioni di esecuzione del progetto, della qualità dei materiali impiegati, nonché, per quanto riguarda gli elementi prefabbricati, della posa in opera
”.
Infine, per quanto riguarda le zone sismiche, l’art. 93 del d.P.R. n. 380 del 2001 cit. dispone, riprendendo gli artt. 17, 18 e 19 L. 02.02.1974, n. 64: “1. Nelle zone sismiche di cui all’art. 83, chiunque intenda procedere a costruzioni, riparazioni e sopraelevazioni, è tenuto a darne preavviso scritto allo sportello unico, che provvede a trasmetterne copia al competente ufficio tecnico della regione, indicando il proprio domicilio, il nome e la residenza del progettista, del direttore dei lavori e dell’appaltatore.
2. Alla domanda deve essere allegato il progetto, in doppio esemplare e debitamente firmato da un ingegnere, architetto, geometra o perito edile iscritto nell’albo, nei limiti delle rispettive competenze, nonché dal direttore dei lavori.
3. Il contenuto minimo del progetto è determinato dal competente ufficio tecnico della regione. In ogni caso il progetto deve essere esauriente per planimetria, piante, prospetti e sezioni ed accompagnato da una relazione tecnica, dal fascicolo dei calcoli delle strutture portanti, sia in fondazione sia in elevazione, e dai disegni dei particolari esecutivi delle strutture.
4. Al progetto deve inoltre essere allegata una relazione sulla fondazione, nella quale devono essere illustrati i criteri seguiti nella scelta del tipo di fondazione, le ipotesi assunte, i calcoli svolti nei riguardi del complesso terreno-opera di fondazione.
5. La relazione sulla fondazione deve essere corredata da grafici o da documentazioni, in quanto necessari.
6. In ogni comune deve essere tenuto un registro delle denunzie di lavori di cui al presente articolo.
7. Il registro deve essere esibito, costantemente aggiornato, a semplice richiesta, ai funzionari, ufficiali ed agenti indicati nell’articolo 103
”.
L’art. 94 seguente prevede inoltre che: “1. Fermo restando l’obbligo del titolo abilitativo all’intervento edilizio, nelle località sismiche, ad eccezione di quelle a bassa sismicità all’uopo indicate nei decreti di cui all’articolo 83, non si possono iniziare lavori senza preventiva autorizzazione scritta del competente ufficio tecnico della regione.
2. L’autorizzazione è rilasciata entro sessanta giorni dalla richiesta e viene comunicata al comune, subito dopo il rilascio, per i provvedimenti di sua competenza.
3. Avverso il provvedimento relativo alla domanda di autorizzazione, o nei confronti del mancato rilascio entro il termine di cui al comma 2, è ammesso ricorso al presidente della giunta regionale che decide con provvedimento definitivo.
4. I lavori devono essere diretti da un ingegnere, architetto, geometra o perito edile iscritto nell’albo, nei limiti delle rispettive competenze
".
La questione all’attenzione della Sezione,
già in passato ritenuta altamente controversa e non suscettibile di univoche soluzioni, si è ulteriormente complicata in seguito all’abrogazione dell’art. 1 R.D. 16.11.1939, n. 2229 cit., recante norme per la esecuzione delle opere in conglomerato cementizio semplice od armato.
Tale abrogazione, verificatasi in seguito al processo del c.d. taglia-leggi (D.lgs. 13.12.2010, n. 212), ha consentito che
la questione, oggetto del quesito principale, trovasse il principio di regolamentazione nell’art. 64 d.P.R. 06.06.2001, n. 380 cit., che, dopo aver stabilito il principio per cui la realizzazione delle opere di conglomerato cementizio armato, normale e precompresso ed a struttura metallica, deve avvenire in modo tale da assicurare la stabilità e sicurezza delle strutture e da evitare qualsiasi pericolo per la pubblica incolumità, stabilisce che il progetto esecutivo delle opere debba essere redatto da un tecnico abilitato, iscritto nel relativo albo, nei limiti delle proprie competenze stabilite dalle leggi sugli ordini e collegi professionali, prevedendo che l’esecuzione delle opere debba aver luogo sotto la direzione di un tecnico abilitato, iscritto al relativo albo, nei limiti delle proprie competenze stabilite dalle leggi sugli ordini e collegi professionale.
Sembra pertanto che,
per quanto riguarda le opere in cemento armato normale o precompresso e di quelle a struttura metallica, ci si debba riferire alla normativa riguardante gli ordini professionali: id est, nel caso in esame, alla specifica normativa contenuta nell’art. 16 R.D. n. 274 del 1929, cui la giurisprudenza civile ed amministrativa avevano fatto costante ed indiscusso riferimento (exempli gratia Cons. Stato, Sez. IV, 09.02.2012, n. 686; Cass. civ., Sez. II, 02.09.2011, n. 18038; Cons. Stato, Sez. V, 28.04.2011, n. 2537; Cons. Stato, Sez. IV, 12.03.2010, n. 1457; Cons. Stato, Sez. IV, 28.11.2012, n. 6036; TAR Lombardia (Brescia), Sez. II, 18.04.2013, n. 361).
Salvo che
questa disposizione –così come formulata– si giustificava in presenza della regola generale, oggi abrogata, dell’art. 1 R.D. n. 2229 del 1939. Infatti, quest’ultima regola generale, mentre era idonea a porre un limite a quanto disposto della lett. m) dell’art. 16 R.D. n. 274 del 1929, per la quale oggetto e limiti dell’esercizio professionale del geometra sono costituiti da “progetto, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili”, poteva tollerare un’eccezione solo per quanto stabilito dalla lett. l) del medesimo articolo, che contempla “progetto, direzione, sorveglianza e liquidazione di costruzioni rurali e di edifici per uso di industria agricola, di limitata importanza, di struttura ordinaria, comprese piccole costruzioni accessorie in cemento armato, che non richiedono particolari operazioni di calcolo e per la loro destinazione non possono comunque implicare pericolo per la incolumità delle persone… (Cons. Stato, Sez. IV, 28.11.2012, n. 6036).
Ma, una volta abrogata la regola generale, la normativa introdotta dall’art. 16 appare squilibrata, nel senso che le modeste costruzioni civili potrebbero essere, in ipotesi tutta da dimostrare, progettate dai geometri, anche se implicanti strutture in cemento armato normale o precompresso, mentre per le costruzioni rurali e per gli edifici di uso industriale agricolo -certamente implicanti una ridotta frequentazione da parte di persone- i geometri potrebbero progettare solo “piccole costruzioni accessorie in cemento armato, che non richiedono particolari operazioni di calcolo e per la loro destinazione non possono comunque implicare pericolo per la incolumità delle persone”.
Ciò che era un’eccezione nel senso dell’ampliamento delle funzioni dei geometri, diverrebbe, oggi, un’eccezione in senso riduttivo delle funzioni stesse, al di fuori di ogni ragionevolezza in relazione alla tutela della pubblica incolumità.
In tale situazione l’interpretazione delle norme ha visto schierarsi la giurisprudenza su due lati opposti.
Da un lato
,
vi è chi ritiene che ormai non sussistano più limiti alla possibilità che i geometri siano responsabili dei progetti, purché si tratti di modeste costruzioni civili, e che l’unico limite rinvenibile sia quello derivante dalla identificazione della c.d. “modestia” della costruzione (cfr. exempli gratia, Cons. Stato, Sez. IV, 09.08.1997, n. 784; TAR Puglia, Lecce, Sez. III, 15.05.2013, n. 1108).
Dall’altro,
vi sono, però, pronunce che, anche dopo l’entrata in vigore del D.lgs. n. 212 del 2010 –oltre a non dare a quest’ultima abrogazione efficacia retroattiva neppure sul piano interpretativo della normativa precedente (Cass. civ., sez. II, 30.08.2013, n. 19989)- continuano ad applicare alla professione di geometra il divieto assoluto di progettazione, allorché si tratti di costruzioni civili aventi strutture in cemento armato (cfr. exempli gratia, Cass. civ., Sez. II, 02.09.2011, n. 18038; 14.02.2012, n. 2153).
La prima soluzione data al problema
non regge, perché trascura quanto disposto dalla lett. l) dell’art. 16 R.D. n. 274 del 1929 (Cons. Stato, Sez. V, 28.04.2011, n. 2537) e perché non considera che quanto disposto dagli artt. 1 e 2 L. 05.11.1971, n. 1086, e 17 l. 02.02.1974, n. 64 faceva riferimento ad un consolidato sistema di competenze, che escludeva i geometri dalla progettazione di opere in cemento (cfr. Cass. Civ., Sez. II, 02.09.2011, n. 18038; 07.09.2009, n. 19292).
Essa, inoltre, rinvia ad un limite alquanto indeterminato, essendo stati finora del tutto diversi ed evanescenti i criteri secondo i quali la giurisprudenza stabilisce quando una costruzione civile possa dirsi “modesta” (cfr. in vario senso, le fattispecie concrete ricordate nella memoria del Consiglio nazionale dei geometri del 13.12.2012).
L’altra impostazione data al problema
sembra trascurare il dato inoppugnabile nascente dall’ordinamento positivo, che ha abrogato la riserva in favore degli architetti ed ingegneri della progettazione ed esecuzione di “ogni opera di conglomerato cementizio, semplice o armato, la cui stabilità possa comunque interessare l’incolumità delle persone”.
Ad avviso della Sezione la strada da percorrere è diversa da quelle sopra accennate.
Si tratta di individuare innanzitutto un principio regolatore, che deve sovrintendere all’esercizio delle competenze dei vari ordini professionali, e di applicare tale principio regolatore nel delineare la linea di demarcazione tra le competenze di ingegneri ed architetti, da un lato, e quelle di geometri o periti industriali, dall’altro.
Tale principio è senza dubbio ispirato al pubblico e preminente interesse rivolto alla tutela della pubblica incolumità
(Cass. civ., Sez. II, 07.09.2009, n. 19292; Cass. civ., Sez. II, 13.01.1984, n. 286; Cons. Stato, Sez. V, 10.03.1997, n. 248; Sez. IV, 14.03.2013, n. 1526).
Si tratta di un principio espressamente codificato nell’art. 64, co. 1, d.P.R. n. 380 del 2001 (e già prima nell’art. 1, co. 4, l. n. 1086 del 1971) e del quale l’art. 16, lett. l), R.D. n. 274 del 1929 faceva puntuale applicazione.
Del resto
la stessa L. 02.03.1949, n. 143 (Testo unico della tariffa degli onorari per le prestazioni professionali dell'ingegnere e dell'architetto), muove dal presupposto che per le costruzioni antisismiche a più di un piano l’ossatura in cemento armato non possa essere progettata da geometri.
Pertanto la lett. l) dell’art. 16 R.D. n. 274 del 1929 esprime un limite intrinseco all’attività professionale dei geometri, che non può esplicarsi per opere che fanno uso di conglomerato cementizio, se esse siano tali da “interessare l’incolumità delle persone”.
Ne deriva che
sarebbe illogico non applicare per analogia, anche con riferimento alle costruzioni civili, la facoltà di progettazione, che l’art. 16, lett. l), attribuisce ai geometri, per quanto riguarda l’uso del cemento armato in piccole costruzioni accessorie a quelle rurali ed agli edifici per uso di industrie agricole, che non richiedono particolari operazioni di calcolo e non implichino per destinazione pericolo per l’incolumità delle persone; il che può esprimersi dicendo che le modeste costruzioni civili non debbono comportare l’impiego di conglomerati cementizi, semplici o armati, in strutture statiche e portanti astrattamente suscettibili di arrecare pericolo all’incolumità delle persone (Cass. civ., Sez. II, 13.01.1984, n. 286; Cons. Stato, Sez. V, 08.06.1998, n. 779).
In altri termini,
anche per le “modeste” costruzioni civili il geometra può progettare, con l’uso del cemento armato, piccole costruzioni accessorie, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e non implichino per destinazione pericolo per l’incolumità delle persone.
Se ci si domanda, poi, in cosa consista in dettaglio la competenza di geometri alla progettazione ed esecuzione di “modeste costruzioni civili”, vista l’indeterminatezza del requisito della modestia (come riconosciuto dallo stesso Consiglio nazionale dei geometri nella nota del 25.10.2012), modestia che, secondo quanto ripetutamente affermato dalla giurisprudenza (ex multis Cons. Stato, Sez. V, 12.11.1985, n. 390; Sez. II, 12.05.1993, n. 202), va valutata sia sotto l’aspetto quantitativo che sotto quello qualitativo (con riferimento ai problemi tecnici che l’opera solleva), occorre mantenere ferme le limitazioni scaturenti dalla lett. l) dell’art. 16 R.D. n. 274 del 1929, ed in particolare quella del pericolo alla pubblica incolumità, che nel caso delle costruzioni civili implica sia valutata secondo criteri di particolare rigore.
Pertanto,
se non si può rinunciare alla competenza tecnica in ordine all’effettuazione dei calcoli ed alla direzione dei conseguenti lavori per i conglomerati cementizi, specificamente connessa alla funzionalità statica delle opere in cemento armato, non può, tuttavia, non essere mantenuta in capo al geometra la possibilità di procedere alla semplice progettazione architettonica delle modeste costruzioni civili, evitando nel contempo, però, comportamenti elusivi del combinato disposto delle lett. l) ed m) dell’art. 16 R.D. n. 274 del 1929.
In tale prospettiva, che si basa anche sul principio generale della collaborazione tra titolari di diverse competenze professionali,
nulla impedisce che la progettazione e direzione dei lavori relativi alle opere in cemento armato sia affidata al tecnico in grado di eseguire i calcoli necessari e di valutare i pericoli per la pubblica incolumità, e che l’attività di progettazione e direzione dei lavori, incentrata sugli aspetti architettonici della “modesta” costruzione civile, sia affidata, invece, al geometra. Non si tratta, quindi, di assicurare la mera presenza di un ingegnere progettista delle opere in cemento armato, che controfirmi o si limiti ad eseguire i calcoli (Cass. civ., Sez. II, 02.09.2011, n. 18038).
Il professionista, che svolge la progettazione con l’uso del cemento armato, deve pertanto essere competente a progettare e ad assumersi la responsabilità del segmento del progetto complessivo riferito alle opere in cemento armato (TAR Lombardia, Brescia, Sez. II, 18.04.2013, n. 361, ed implicitamente TAR Marche, Ancona, 11.07.2013, n. 559), nel senso appunto che l’incarico non può essere affidato al geometra, che si avvarrà della collaborazione dell’ingegnere, ma deve essere sin dall’inizio affidato anche a quest’ultimo per la parte di sua competenza e sotto la sua responsabilità (Cass. Civ. Sez. II, 30.08.2013, n. 19989).
Irrilevanti sembrano alla Sezione le ulteriori considerazioni riportate nella memoria inviata dal Consiglio Nazionale dei Geometri e dei Geometri laureati. Quanto ai decreti ministeriali relativi alle opere da eseguire in zone sismiche, essi si limitano a ripetere la formula dell’art. 64 d.P.R. n. 380 del 2001. Tale formula rinvia, come si è visto, alle discipline relative alle singole professioni e pertanto non vuole implicare un’attribuzione di competenza alla professione dei geometri.
Quanto, invece, alle fonti normative riguardanti la formazione del geometra, va rilevato come la costante giurisprudenza ne abbia affermato l’assoluta inidoneità a giustificare una competenza professionale che attiene a calcoli complessi, i quali, specie nelle zone sismiche, attengono ad un gioco di spinte e controspinte ed all’ipotizzazione di sollecitazioni, che esulano dalla specifica preparazione dei geometri.
Del resto, la prova scritto-grafica per il superamento dell’esame per l’abilitazione alla professione di geometra demanda al candidato di fissare liberamente le scelte ritenute utili e necessarie per la redazione del progetto, fra le quali anche la struttura in cemento armato, il calcolo delle sollecitazioni ammissibili dei materiali e la natura del terreno di fondazione, sicché l’esame stesso non esige necessariamente (e quindi non garantisce) che il futuro geometra sia in grado di affrontare le difficoltà derivanti alle suddette variabili.

In ordine al secondo quesito formulato dalla Regione Toscana –
pur non potendosi accettare nella sua assolutezza la tesi, per la quale nelle zone sismiche l’edificazione con l’uso del cemento armato esclude di per sé che la costruzione civile possa ritenersi “modesta (Cons. Stato, 08.06.1998, n. 779), ché, altrimenti, si verrebbe a determinare un’irrazionale eccezione per le costruzioni rurali e per uso di industrie agricole– deve ritenersi che il grado di pericolo sismico della zona, in cui insiste la costruzione, non può non trovare considerazione nella valutazione di un progetto relativo alle piccole costruzioni accessorie e alle “modeste” costruzioni civili, nel senso appunto che ben possono le Amministrazioni competenti esigere che la “modestia” di una costruzione, che faccia uso di cemento armato, sia valutata con particolare rigore, al fine di considerare con prevalente attenzione la progettazione, esecuzione e direzione dei lavori delle opere statiche, che dovrà essere demandata alla responsabilità di un professionista titolare di specifiche competenze tecniche all’effettuazione dei calcoli necessari ed alla valutazione delle spinte, controspinte e sollecitazioni, cui può essere sottoposta la costruzione.
Sicché la progettazione statica, in questi casi, avrà prevalenza sulla progettazione architettonica e, se si vuole, il professionista capofila non potrà che essere l’ingegnere o l’architetto
(Consiglio di Stato, Sez. II, parere 04.09.2015 n. 2539 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

agosto 2015

COMPETENZE PROGETTUALIPeriti agrari esclusi dalle competenze forestali.
Periti agrari esclusi dalle competenze in materia forestale. Gli interventi di miglioramento boschivo, infatti, non si inseriscono in una attività diretta alla produzione. Solo in questo specifico caso, infatti, può essere ammesso l'intervento dei periti agrari.

A stabilirlo, la sentenza 03.08.2015 n. 3816 del Consiglio di Stato -Sez. III- che ha dato vita a un tira e molla tra il Collegio nazionale degli agrotecnici e degli agrotecnici laureati e l'Ordine nazionale dei dottori agronomi e dottori forestali.
Diatriba che, nei giorni scorsi, ha portato a un botta e risposta tra le categorie tramite comunicati stampa. Ad avviso degli agronomi, infatti, gli interventi di natura boschiva spettano loro in via esclusiva insieme ai forestali mentre, ad avviso degli agrotecnici, la competenza non deve essere intesa in senso esclusivo essendo competenti per materia anche gli agrotecnici.
Ad avviso di questi ultimi, infatti, sono da ritenersi «prive di fondamento le rivendicazioni di esclusive professionali in materia di forestazione avanzate dall'Ordine degli agronomi, sulla scorta della sentenza del Consiglio di stato n. 3816/2015. Tale sentenza, infatti», si legge nella nota diffusa dal Collegio nazionale, «ha sancito l'incompetenza in materia di forestazione dei Periti agrari, arrivando ad una conclusione ovvia, posto che i Periti agrari non hanno specifiche competenze forestali declinate nel loro ordinamento professionale al contrario degli agrotecnici e agrotecnici laureati».
Di diverso avviso, invece, l'Ordine nazionale dei dottori agronomi e forestali secondo cui, in base a quanto espresso dal Consiglio di stato, la competenza debba essere intesa come esclusiva.
«Nel panorama delle professioni che hanno competenze in materia ambientale e paesaggistica o territoriale, unicamente i dottori agronomi e dottori forestali annoverano la competenza nel settore selvicolturale (ovvero in materia boschiva e forestale) la quale, pertanto», ha concluso il Conaf, «come confermato dal Cds è di natura esclusiva» (articolo ItaliaOggi del 15.08.2015).
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MASSIMA
6.- Pervenendo al merito, occorre premettere che l’iniziativa comunale di cui si controverte consiste nella “ricostruzione del potenziale forestale ed interventi preventivi”, si pone nel quadro della “Misura 226 Ricostituzione del potenziale forestale e interventi preventivi” del P.S.R. 2007/2013 e, più precisamente, della “Azione 226.1 - Interventi di gestione selvicolturale finalizzati alla prevenzione degli incendi”.
Nel definire le “motivazioni e logica dell’intervento”, la detta misura 226 precisa che “In un contesto internazionale che mette al centro dell’azione ambientale il contrasto ai cambiamenti climatici, la lotta all’avanzamento dei processi di desertificazione, la tutela della biodiversità, la difesa del suolo dai dissesti idrogeologici, assume carattere preminente la ‘conservazione’ del patrimonio forestale quale azione di sistema che nel suo complesso riunisce tutti gli obiettivi citati.
Conservare le risorse forestali significa soprattutto lavorare sul concetto di ‘prevenzione’, adottando le iniziative più efficaci affinché il rischio di danneggiamento diminuisca e contemporaneamente il sistema si presenti nelle migliori condizioni fisico-strutturali per affrontare l’evento negativo. Tuttavia conservare significa anche ‘recuperare’ e ‘ricostituire’ nel più breve tempo il potenziale danneggiato, favorendo e supportando i processi naturali di ripresa del sistema.
La conservazione delle risorse forestali passa attraverso la valutazione dell’interazione della copertura vegetale rispetto al sistema acqua-suolo, la mitigazione dei fattori di pressione antropica, la salvaguardia delle condizioni fitosanitarie. Per pianificare una buona prevenzione del patrimonio forestale occorre quindi adottare interventi mirati che, integrandosi fra loro, siano finalizzati a combattere gli incendi boschivi, il dissesto idrogeologico e le principali fitopatie
”.
7.- Va ancora premesso che,
secondo l’ordinamento della professione di perito agrario, competono a tale professionista, tra l’altro, “la progettazione, la direzione ed il collaudo di opere di miglioramento fondiario e di trasformazione di prodotti agrari e relative costruzioni, limitatamente alle medie aziende, il tutto in struttura ordinaria … (l’art. 2, co. 1, lett. b, della legge 28.03.1968 n. 434, come sostituito dall’art. 2, l. 21.02.1991 n. 54).
L’ordinamento della professione di dottore agronomo e di dottore forestale attribuisce ai medesimi “le attività volte a valorizzare e gestire i processi produttivi agricoli, zootecnici e forestali, a tutelare l'ambiente e, in generale, le attività riguardanti il mondo rurale”; in particolare “lo studio, la progettazione, la direzione … delle opere di trasformazione e di miglioramento fondiario, nonché delle opere di bonifica e delle opere di sistemazione idraulica e forestale, di utilizzazione e regimazione delle acque e di difesa e conservazione del suolo agrario …”, nonché “lo studio, la progettazione, la direzione … di opere inerenti ai rimboschimenti, alle utilizzazioni forestali, alle piste da sci ed attrezzature connesse, alla conservazione della natura, alla tutela del paesaggio ed all'assestamento forestale” (art. 2, co. 1, lett. b e c, della legge 07.01.1976 n. 3, come sostituito dall’art. 2, l. 10.02.1992 n. 152)
8.- Ciò posto, sia pure in tema di tariffa professionale del perito, la giurisprudenza di questo Consiglio di Stato, condivisa dal Collegio in assenza di ragioni di dissenso, ha affermato che,
alla stregua delle rispettive discipline professionali, ad entrambe le categorie dei periti agrari e dei dottori agronomi o forestali è affidabile la cura di boschi e/o foreste “allorché contenuti in aziende agrarie fino alla soglia di quelle medie”, onde la competenza in materia “rimane per i periti limitata … alla gestione, stima, consulenza … dei boschi, purché inseriti, da solo (se di superficie ristretta) o insieme ad altre colture, in un’azienda agraria di dimensioni piccole o anche medie … in funzione non ambientale, ma solo produttiva e nei limiti in cui la coltivazione … non presenti difficoltà insostenibili per la cultura astrattamente riconoscibile” ai periti agrari, precisandosi peraltro come “la conferma della medesima tariffa non equivale ad una sicura attribuzione di competenza per gli appartenenti ogni volta che si debba trattare della cura o della piantagione di un bosco (cfr. Cons. St., sez. IV, 30.07.1996 n. 915, richiamata da entrambi i contendenti).
In altri termini,
in materia di interventi boschivi il discrimine tra le competenze del perito agrario e quelle del dottore agronomo o forestale sta, oltre che nel dato quantitativo, in quello qualitativo determinato dalle finalità degli interventi stessi, potendo il primo professionista occuparsene solo se produttivi e spettando in via esclusiva al secondo se intesi “a tutelare l’ambiente” nei suoi vari aspetti, ivi compresa, in particolare, la “conservazione della natura”.

luglio 2015

COMPETENZE PROGETTUALI: E' legittima l'esclusione dei chimici dalla Commissione Edilizia Comunale.
La mancanza di una normativa di rango primario rimette la composizione delle commissioni edilizie alla potestà regolamentare dei Comuni.
Nel caso del Comune di specie, la mancata inclusione dei chimici dalle professionalità cui riservare la presenza nelle commissioni, oggi sancita normativamente, risponde a una scelta non irragionevole alla luce delle stesse affermazioni dell’Ordine ricorrente, che riconosce come le valutazioni demandate alla commissione edilizia ed involgenti il possesso di competenze di chimica applicata non siano riservate in esclusiva ai chimici: se così è, ben si giustifica infatti la preferenza dell’amministrazione per professionalità in grado di garantire un ventaglio di competenze il più completo e aderente possibile in relazione ai compiti consultivi affidati alla commissione, che investono essenzialmente il valore architettonico, estetico, paesaggistico e artistico, il decoro e l’ambientazione degli interventi edilizi (si veda l’art. 4 del regolamento edilizio comunale, nel testo vigente), vale a dire profili rispetto ai quali la professionalità del chimico è ictu oculi recessiva, coprendone una porzione assai esigua.
Di modo che l’esclusione dei chimici in favore di altre professionalità in grado di garantire, ove necessario, sufficienti cognizioni anche in ambito chimico, appare tutt’altro che arbitraria proprio in ossequio al principio generale della concorrenza interdisciplinare invocato in ricorso, e finisce per tradursi in una scelta di merito insindacabile.
... per l'annullamento della nota dell’Assessore all’Urbanistica e Centro Storico del Comune di Pistoia prot. n. 9984 del 15.02.2010, nella parte in cui dichiara l’esclusione dei chimici dalla rosa delle professionalità attivabili per la nomina dei membri delle Commissioni Urbanistiche del comune di Pistoia in ragione del fatto che le funzioni di tali Commissioni, in assenza di una specifica normativa, non richiedono le competenze proprie della figura professionale del chimico, pertanto tale figura non è inserita fra quelle che le compongono.
...
2. In via pregiudiziale, la difesa del Comune resistente eccepisce l’inammissibilità del gravame per difetto di interesse sotto il duplice profilo della mancata impugnativa congiunta delle disposizioni regolamentari che disciplinano la composizione delle commissioni e del carattere interlocutorio e non immediatamente lesivo dell’atto impugnato.
L’Ordine ricorrente replica, per un verso, che il regolamento edilizio vigente al momento dell’instaurazione del giudizio non conteneva alcuna norma impeditiva circa la presenza dei chimici nelle commissioni, ma anzi la consentiva attraverso la clausola generale di cui all’art. 4, co. 1, lett. g), che contemplava l’inclusione nell’organo (anche) di un esperto in materia storico-artistico-ambientale. Quanto alla lesività della nota impugnata, l’Ordine dei Chimici afferma che essa consisterebbe nell’espressione di un orientamento contrario alla presenza dei chimici nelle commissioni e nella natura di arresto procedimentale dell’atto, con il quale i chimici sarebbero stati aprioristicamente esclusi dalla composizione delle commissioni.
2.1. Le eccezioni sono fondate nei termini che seguono.
2.1.1. Collocandosi al di fuori di qualsivoglia procedimento amministrativo, alla nota comunale del 15.02.2010 non si attaglia la nozione di “arresto procedimentale”, la quale implica l’incisione immediata di un interesse pretensivo, mancante nella fattispecie proprio in virtù del carattere aprioristico, stigmatizzato dallo stesso Ordine ricorrente, dell’esclusione dei chimici dalla composizione delle commissioni comunali.
È l’astrattezza delle affermazioni contenute nella nota che non consente, in buona sostanza, di giustificarne l’immediata impugnazione: si tratta, a ben vedere, di un atto al quale può al più attribuirsi natura interpretativa della disciplina comunale in materia di composizione delle commissioni, rilasciato in un’ottica di leale collaborazione dall’ente locale interpellato dal soggetto esponenziale degli interessi di un ordine professionale, ma di per sé privo di autonoma lesività perché non riferibile al concreto esercizio di poteri di amministrazione attiva; e quand’anche lo si volesse reputare vincolante all’interno dell’amministrazione comunale quale atto di indirizzo/circolare (ma così non è, atteso che la nota è indirizzata all’Ordine dei Chimici e non ai funzionari del Comune), ai fini dell’attualizzazione del pregiudizio occorrerebbe pur sempre che l’indirizzo interpretativo ivi manifestato venisse riversato in un provvedimento applicativo, questo sì impugnabile.
2.1.2. L’interesse all’impugnazione è ulteriormente escluso dalla sopravvenuta approvazione delle modifiche al regolamento edilizio del Comune di Pistoia, approvate con deliberazione consiliare n. 14 dell’11.02.2013, le quali escludono la professionalità dei chimici dalla composizione delle commissioni edilizie (dal testo dell’art. 4 del regolamento è venuta meno l’indicazione di un esperto in materie ambientali, da quale l’Ordine ricorrente desumeva la legittimazione dei propri iscritti a essere chiamati a formare le commissioni).
L’Ordine dei Chimici osserva che l’eventuale impugnazione autonoma delle nuove disposizioni regolamentari sarebbe stata inammissibile per difetto di interesse, del che può anche dubitarsi, stante l’effetto immediatamente preclusivo –vincolante per la futura attività del Comune– della previsione regolamentare che non include i chimici fra i membri delle commissione; il rilievo del ricorrente, peraltro, non fa che rafforzare a contrario le conclusioni del collegio circa l’originaria assenza di interesse al ricorso dovuta alla non immediata e autonoma lesività dell’atto impugnato, sprovvista di qualsivoglia contenuto (normativo e) volitivo.
Resta poi fermo che non si vede quale vantaggio, anche solo strumentale, possa oramai derivare dall’annullamento di un atto che riflette un contesto normativo non più vigente.
3. Per completezza di trattazione, nel merito l’Ordine dei Chimici sostiene che la nota comunale del 15.02.2010, nella parte in cui manifesta il rifiuto di considerare l’inserimento di chimici nelle commissioni edilizie, sarebbe viziata da eccesso di potere per irragionevolezza, ingiustizia manifesta, disparità di trattamento, difetto di proporzionalità; né l’esclusione dei chimici dalle commissioni edilizie potrebbe essere argomentato dalla disciplina dettata dall’art. 148 D.Lgs. n. 42/2004 per le commissioni paesaggistiche.
Al riguardo, ribadita l’attitudine non provvedimentale della nota in questione, sia sufficiente osservare che la mancanza di una normativa di rango primario rimette la composizione delle commissioni edilizie alla potestà regolamentare dei Comuni.
Nel caso del Comune di Pistoia, la mancata inclusione dei chimici dalle professionalità cui riservare la presenza nelle commissioni, oggi sancita normativamente, risponde a una scelta non irragionevole alla luce delle stesse affermazioni dell’Ordine ricorrente, che riconosce come le valutazioni demandate alla commissione edilizia ed involgenti il possesso di competenze di chimica applicata non siano riservate in esclusiva ai chimici: se così è, ben si giustifica infatti la preferenza dell’amministrazione per professionalità in grado di garantire un ventaglio di competenze il più completo e aderente possibile in relazione ai compiti consultivi affidati alla commissione, che investono essenzialmente il valore architettonico, estetico, paesaggistico e artistico, il decoro e l’ambientazione degli interventi edilizi (si veda l’art. 4 del regolamento edilizio comunale, nel testo vigente), vale a dire profili rispetto ai quali la professionalità del chimico è ictu oculi recessiva, coprendone una porzione assai esigua; di modo che l’esclusione dei chimici in favore di altre professionalità in grado di garantire, ove necessario, sufficienti cognizioni anche in ambito chimico, appare tutt’altro che arbitraria proprio in ossequio al principio generale della concorrenza interdisciplinare invocato in ricorso, e finisce per tradursi in una scelta di merito insindacabile.
Alla rilevata inammissibilità della domanda si accompagna, dunque, l’infondatezza della stessa.
4. Il ricorso, in forza delle considerazioni che precedono, non può trovare accoglimento (TAR Toscana, Sez. I, sentenza 16.07.2015 n. 1103 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALICatasto, chiarezza sulle competenze. La sentenza della consulta.
Con la sentenza 15.07.2015 n. 154 la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la disposizione di legge che amplia le competenze degli agrotecnici in materia catastale ed estimativa nel settore immobiliare (art. 26, comma 7-ter, dl 248/2007).
La questione di legittimità era stata sollevata dal Consiglio di stato nel 2014 in base a osservazioni di merito e di sostanza. Nella sostanza, il contrasto con l'art. 77, comma 2 della Costituzione perché inserita all'interno di un «Milleproroghe» in assenza dei requisiti di straordinarietà e urgenza (nelle parole della Corte «uso improprio, da parte del Parlamento, di un potere che la Costituzione attribuisce a esso»).
Nel merito, il contrasto con l'art. 3 della Costituzione nella parte in cui «verrebbe a incidere sulla leale concorrenza in danno alla categoria dei geometri, ad onta della comprovata e più adeguata preparazione di questi ultimi nella materia catastale».
«La sentenza», commenta Maurizio Savoncelli, presidente del Cngegl, «rimanda ai profili culturali che abilitano ciascuna Categoria a svolgere specifiche attività intellettuali. Nella fattispecie, il catasto ha carattere di materia principale nel curriculum formativo di ogni geometra, abilitandolo a una competenza professionale specifica, non posseduta da altre categorie» (articolo ItaliaOggi del 30.07.2015).

giugno 2015

COMPETENZE PROGETTUALI: Regioni fuori dalle competenze. Accolto dal Cds i ricorso degli agrotecnici.
Le regioni non possono intervenire in materia di competenze professionali degli iscritti all'albo.

A stabilirlo, la sentenza 15.06.2015 n. 2944 del Consiglio di Stato - Sez. III, che i ricorrenti, agrotecnici e medici veterinari, definiscono storica perché impone agli organismi territoriali di non intervenire in materia di competenze professionali. La vicenda prende origine dall'applicazione della Misura 114 «Consulenza aziendale» del Psr 2007-2013 in tutte le regioni italiane, e in particolare da una delibera dell'Emilia Romagna che obbligava i liberi professionisti che volessero operare nell'ambito della Consulenza aziendale a dimostrare requisiti ulteriori all'iscrizione nell'albo professionale (pregressa esperienza nel settore, aggiornamento specifico,) al pari di qualsiasi altro soggetto che avesse due anni di esperienza professionale.
Contro la delibera erano intervenuti i due ordini professionali facendo ricorso ai giudici amministrativi che già in primo grado avevano giudicato illegittima la delibera. A quella decisione aveva fatto ricorso la regione davanti al consiglio di stato che ha respinto l'appello specificando che è la stessa istituzione degli albi, e quindi la relativa iscrizione, a garantire «il grado di professionalità e di competenza. Tantomeno la regione può, con proprie valutazioni di merito volte a dequotare i criteri e le modalità di iscrizione all'albo professionale, sostituirsi al valore abilitante dell'iscrizione stessa agli effetti del titolo allo svolgimento delle attività riservate ai soli soggetti inseriti nell'albo professionale».
Questa sentenza hanno commentato i ricorrenti sarà dunque «utilissima nell'orientare le regioni nella definizione delle regole sulla nuova Consulenza aziendale del Psr 2014-2020 ed in tutti quei contenziosi che vedono le regioni imporre ai liberi professionisti iscritti negli albi, per svolgere determinate attività previste negli ordinamenti professionali, l'illegittimo possesso di ulteriori requisiti» (articolo ItaliaOggi del 18.06.2015 - tratto da www.centrostudicni.it).

maggio 2015

COMPETENZE PROGETTUALI - PUBBLICO IMPIEGO: Sulla legittimità di indire un concorso pubblico per l'assunzione del dirigente del "settore Lavori Pubblici" riservato ai soli ingegneri e non anche agli architetti.
Il Collegio dà atto che secondo consolidato orientamento di giurisprudenza gli artt. 51 e 52 del R.D. 2537/1925, che sono ancora in vigore e che pertanto ancora oggi costituiscono il punto di riferimento normativo per stabilire il discrimine tra le competenze degli architetti e quelle degli ingegneri, debbono essere interpretati nel senso che appartiene alla esclusiva competenza degli ingegneri non solo la progettazione delle opere necessarie alla estrazione e lavorazione di materiali destinati alle costruzioni e la progettazione delle costruzioni industriali, ma anche la progettazione delle opere igienico-sanitarie e delle opere di urbanizzazione primaria, per tali dovendosi intendere le opere afferenti la viabilità, gli acquedotti, e depuratori, le condotte fognarie e gli impianti di illuminazione, salvo solo il caso che tali opere non siano di pertinenza di singoli edifici civili.
Tra le opere igienico-sanitarie la cui progettazione appartiene alla esclusiva competenza degli ingegneri, vanno incluse, tra le altre, anche gli impianti cimiteriali.
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L’elenco delle opere la cui progettazione è di esclusiva competenza degli ingegneri include, come si vede, larga parte delle opere pubbliche di necessaria competenza dei comuni, all’interno dei quali il Settore di riferimento è certamente quello che ha in carico, appunto, i lavori pubblici.
E’ evidente che le opere pubbliche di che trattasi non esauriscono il panorama delle opere pubbliche che un comune può decidere di realizzare (scuole, centri sportivi; biblioteche e centri culturali; etc. etc.); tuttavia è importante rimarcare che non tutte le opere classificabili come “pubbliche”, come tali rientranti nella competenza istituzionale del settore “Lavori pubblici” di un comune, sono di competenza concorrente degli ingegneri ed architetti, essendo che le opere di urbanizzazione primaria e quelle afferenti la sfera igienico-sanitaria appartengono alla sfera esclusiva di competenza degli ingegneri.
Valga inoltre la considerazione che la sfera di competenza esclusiva degli architetti finisce invece per interessare solo gli edifici civili con rilevante carattere artistico nonché quelli di cui alla L. 364/1909, -fermo restando che anche in tal caso sussiste una competenza concorrente tra architetti ed ingegneri per quanto riguarda la “parte tecnica” (art. 52 comma 2, R.D. 2537/1925)-, e risulta pertanto di marginale importanza se riferita al settore “Lavori Pubblici” di un comune: infatti, mentre ogni comune deve confrontarsi, prima o poi, con la necessità di dotarsi di opere di urbanizzazione primaria e di opere igienico-sanitarie, costituisce invece una mera evenienza il fatto che un comune risulti proprietario di beni di particolare interesse artistico in relazione ai quali intenda effettuare interventi edilizi.
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Il Collegio ritiene che la laurea in ingegneria e l’abilitazione alla professione di ingegnere costituiscono titoli aventi un collegamento diretto con l’attività del settore “Lavori Pubblici” di un qualsiasi comune e che, pertanto, il bando di concorso indetto per la selezione del dirigente di un tale settore non deve contenere una specifica motivazione a giustificazione della scelta di indicare la laurea in ingegneria e l’abilitazione alla professione di ingegnere quali requisiti di ammissione alla selezione.
Si deve ricordare che nella materia dei concorsi pubblici, ferma la definizione del titolo (laurea o altro titolo di studio), che è affidata alla legge, "deve essere riconosciuto all’Amministrazione un potere discrezionale nella determinazione della tipologia del titolo di studio richiesto, che deve essere correlato alla professionalità ed alla preparazione culturale richieste per lo svolgimento delle mansioni proprie dei posti che si intendono ricoprire”.
E’ ben vero che, in considerazione della attività propria del settore “Lavori Pubblici” di un comune, anche la laurea in architettura ed il titolo di architetto possono considerarsi pertinenti alle mansioni proprie del dirigente di tale settore. Tuttavia, in forza del principio dianzi richiamato non si può affermare che l’Amministrazione comunale abbia l’obbligo di indicare, tra i requisiti di partecipazione al concorso indetto per selezionare il dirigente di un tale settore, entrambi i titoli di studio e di abilitazione, né, correlativamente, che abbia l’obbligo di motivare in maniera specifica la scelta di circoscrivere ad una o all’altra categoria dei citati professionisti la possibilità di partecipare al concorso, scelta che essa Amministrazione effettuerà tenendo conto delle peculiarità della attività del proprio settore “lavori Pubblici” nonché delle proprie priorità.
Così, mentre una Amministrazione proprietaria di un ingente patrimonio immobiliare di rilevanza artistica potrà ritenere opportuno selezionare un architetto da preporre al proprio settore “Lavori Pubblici”, un’altra Amministrazione, che abbia tra le proprie priorità quella di procedere alla realizzazione di determinate opere che appartengano alla sfera di competenza esclusiva degli ingegneri, potrà invece legittimamente ritenere appropriato di affidare la dirigenza del settore competente ad un ingegnere, circoscrivendo ai soli ingegneri la partecipazione alla relativa selezione.
Ciascuna di tali scelte non abbisogna di particolare e specifica motivazione non solo perché, come già precisato, le Amministrazioni dispongono di un potere discrezionale nella scelta del titolo di studio richiesto per accedere ad una determinata selezione, il quale potere è soggetto a limiti solo nella misura in cui si richiede che il titolo di studio richiesto sia coerente con le mansioni proprie del posto da ricoprire: ciò che nella specie si è verificato.
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In ordine al fatto che il bando impugnato sia illegittimo perché prevede limiti di partecipazione che non si giustificano anche alla luce di quanto stabilisce l’art. 110 T.U.E.L. in ordine alla selezione del personale della dirigenza, il Collegio non ritiene che la previsione di un certo numero di anni di pregressa esperienza nel settore “Lavori Pubblici – Area Tecnica” ed in qualità di dipendente di enti pubblici, sia incoerente con le previsioni dell’art. 110 T.U.E.L., secondo il quale il personale dirigenziale deve essere in possesso di “comprovata esperienza pluriennale e specifica professionalità nelle materie oggetto dell’incarico”.
La norma, come si vede, stabilisce che la pregressa esperienza del dirigente non deve limitarsi ad un anno, ma neppure specifica un limite massimo di anni di esperienza che si può pretendere dall’aspirante dirigente: il periodo di esperienza pregressa può quindi ragionevolmente variare a seconda della complessità delle mansioni che il dirigente è chiamato a svolgere e bisogna dire che nella prassi esso è frequentemente indicato, come nel caso di specie, in un periodo variabile tra i tre ed i cinque anni.
L’art. 110 T.U.E.L. richiede poi che la pregressa esperienza sia specifica in relazione alle materie oggetto dell’incarico, e si deve ritenere che questa specificità possa comprendere, quantomeno quando il posto da ricoprire sia quello di dirigente del settore Lavori Pubblici di un comune, anche il contesto lavorativo in cui tale esperienza è maturata: ciò per la ragione che, come sopra precisato, il settore Lavori Pubblici di un Comune si occupa normalmente della realizzazione di opere (quelle di urbanizzazione primaria e le opere di natura igienico-sanitarie) di cui un libero professionista raramente si occupa in via continuativa, a meno che non sia specializzato nel settore e non sia organizzato in modo da poter partecipare a numerose gare per l’affidamento della progettazione di simili opere.
Il Settore Lavori Pubblici si occupa poi spesso, come emerso nel corso del giudizio, della gestione delle gare di affidamento di lavori, ed è evidente che anche in tale materia una esperienza significativa viene maturata solo alle dipendenze di una amministrazione pubblica che debba gestire gare d’appalto. Anche la richiesta che l’esperienza pregressa sia stata maturata nel settore “Area Tecnica-Lavori Pubblici” è evidentemente coerente con il posto messo a concorso.
I criteri di selezione introdotti dal bando di che trattasi sono, in definitiva, coerenti con quanto stabilito dall’art. 110 T.U.E.L.; conseguentemente da essi non è possibile trarre alcun argomento a sostegno dell’assunto secondo cui il Comune di Novi Ligure avrebbe inteso, consapevolmente, restringere la platea dei partecipanti alla selezione onde favorire l’ing. R..

... per l'annullamento:
1. dell'avviso pubblico indetto da Comune di Novi Ligure e relativo alla selezione per l'assunzione di n. 1 dirigente tecnico a tempo determinato e pieno, per anni tre, area Lavori Pubblici e Tutela Ambientale, approvato con determinazione n. 198/723 del 14.07.2014;
2. della determina del Comune di Novi Ligure n. 248/875 del 15.9.2014 Settore: Sett. 8 - Personale e Organizzazione - Affari generali, Ufficio: Personale, con cui sono stati ammessi i candidati della selezione per l'assunzione di n. 1 dirigente tecnico a tempo determinato e pieno, per anni tre, area Lavori Pubblici e Tutela Ambientale ed è stato escluso l'arch. C.P. per mancanza del titolo di studio richiesto nell'avviso di selezione;
3. della graduatoria del Comune di Novi Ligure approvata con determinazione n. 266/928 del 01/10/2014 Sett. 8 - Personale e organizzazione - Affari Generali - Ufficio Personale, con cui sono stati individuati i soggetti ammessi per l'assunzione di n. 1 dirigente tecnico a tempo determinato e pieno, per anni tre, area Lavori Pubblici e Tutela Ambientale;
4. del decreto del Comune di Novi Ligure n. 11 del 03.10.2014 con cui è stato conferito l'incarico di dirigente tecnico a tempo determinato e pieno, per anni tre, area Lavori Pubblici e Tutela Ambientale, all'ing. P.I.R. a seguito della procedura di selezione;
...
11. Procedendo nella disamina del merito del ricorso il Collegio dà atto che secondo consolidato orientamento di giurisprudenza gli artt. 51 e 52 del R.D. 2537/1925 (C.d.S. sez. IV, n. 2938/2000; TAR Palermo, sez. I, n. 2274/2002; TAR Catanzaro sez. II, n. 354/2008; TAR Veneto sez. I, n. 1153/2011; C.d.S. sez. VI, n. 1150/2013; TAR Lecce, sez. II, n. 1270/2013; TAR Lazio-Latina, sez. I, n. 608/2013), che sono ancora in vigore e che pertanto ancora oggi costituiscono il punto di riferimento normativo per stabilire il discrimine tra le competenze degli architetti e quelle degli ingegneri, debbono essere interpretati nel senso che appartiene alla esclusiva competenza degli ingegneri non solo la progettazione delle opere necessarie alla estrazione e lavorazione di materiali destinati alle costruzioni e la progettazione delle costruzioni industriali, ma anche la progettazione delle opere igienico-sanitarie e delle opere di urbanizzazione primaria, per tali dovendosi intendere le opere afferenti la viabilità, gli acquedotti, e depuratori, le condotte fognarie e gli impianti di illuminazione, salvo solo il caso che tali opere non siano di pertinenza di singoli edifici civili. Tra le opere igienico-sanitarie la cui progettazione appartiene alla esclusiva competenza degli ingegneri, vanno incluse, tra le altre, anche gli impianti cimiteriali (C.d.S. n. 2938/2000 cit.).
12. L’elenco delle opere la cui progettazione è di esclusiva competenza degli ingegneri include, come si vede, larga parte delle opere pubbliche di necessaria competenza dei comuni, all’interno dei quali il Settore di riferimento è certamente quello che ha in carico, appunto, i lavori pubblici.
E’ evidente che le opere pubbliche di che trattasi non esauriscono il panorama delle opere pubbliche che un comune può decidere di realizzare (scuole, centri sportivi; biblioteche e centri culturali; etc. etc.); tuttavia è importante rimarcare che non tutte le opere classificabili come “pubbliche”, come tali rientranti nella competenza istituzionale del settore “Lavori pubblici” di un comune, sono di competenza concorrente degli ingegneri ed architetti, essendo che le opere di urbanizzazione primaria e quelle afferenti la sfera igienico-sanitaria appartengono alla sfera esclusiva di competenza degli ingegneri.
Valga inoltre la considerazione che la sfera di competenza esclusiva degli architetti finisce invece per interessare solo gli edifici civili con rilevante carattere artistico nonché quelli di cui alla L. 364/1909, -fermo restando che anche in tal caso sussiste una competenza concorrente tra architetti ed ingegneri per quanto riguarda la “parte tecnica” (art. 52, comma 2, R.D. 2537/1925)-, e risulta pertanto di marginale importanza se riferita al settore “Lavori Pubblici” di un comune: infatti, mentre ogni comune deve confrontarsi, prima o poi, con la necessità di dotarsi di opere di urbanizzazione primaria e di opere igienico-sanitarie, costituisce invece una mera evenienza il fatto che un comune risulti proprietario di beni di particolare interesse artistico in relazione ai quali intenda effettuare interventi edilizi.
13. In base alle considerazioni che precedono il Collegio ritiene che la laurea in ingegneria e l’abilitazione alla professione di ingegnere costituiscono titoli aventi un collegamento diretto con l’attività del settore “Lavori Pubblici” di un qualsiasi comune e che, pertanto, il bando di concorso indetto per la selezione del dirigente di un tale settore non deve contenere una specifica motivazione a giustificazione della scelta di indicare la laurea in ingegneria e l’abilitazione alla professione di ingegnere quali requisiti di ammissione alla selezione.
13.1 Si deve ricordare che nella materia dei concorsi pubblici, ferma la definizione del titolo (laurea o altro titolo di studio), che è affidata alla legge, "deve essere riconosciuto all’Amministrazione un potere discrezionale nella determinazione della tipologia del titolo di studio richiesto, che deve essere correlato alla professionalità ed alla preparazione culturale richieste per lo svolgimento delle mansioni proprie dei posti che si intendono ricoprire” (TAR Puglia-Bari, sez. II, n. 1359/2013; C.d.S. sez. V, n. 5351/2012; C.d.S. sez. VI, n. 2994/2009; TAR Lazio sez. III, n. 253/2008).
13.2. E’ ben vero che, in considerazione della attività propria del settore “Lavori Pubblici” di un comune, anche la laurea in architettura ed il titolo di architetto possono considerarsi pertinenti alle mansioni proprie del dirigente di tale settore. Tuttavia, in forza del principio dianzi richiamato non si può affermare che l’Amministrazione comunale abbia l’obbligo di indicare, tra i requisiti di partecipazione al concorso indetto per selezionare il dirigente di un tale settore, entrambi i titoli di studio e di abilitazione, né, correlativamente, che abbia l’obbligo di motivare in maniera specifica la scelta di circoscrivere ad una o all’altra categoria dei citati professionisti la possibilità di partecipare al concorso, scelta che essa Amministrazione effettuerà tenendo conto delle peculiarità della attività del proprio settore “lavori Pubblici” nonché delle proprie priorità.
Così, mentre una Amministrazione proprietaria di un ingente patrimonio immobiliare di rilevanza artistica potrà ritenere opportuno selezionare un architetto da preporre al proprio settore “Lavori Pubblici”, un’altra Amministrazione, che abbia tra le proprie priorità quella di procedere alla realizzazione di determinate opere che appartengano alla sfera di competenza esclusiva degli ingegneri, potrà invece legittimamente ritenere appropriato di affidare la dirigenza del settore competente ad un ingegnere, circoscrivendo ai soli ingegneri la partecipazione alla relativa selezione.
Ciascuna di tali scelte non abbisogna di particolare e specifica motivazione non solo perché, come già precisato, le Amministrazioni dispongono di un potere discrezionale nella scelta del titolo di studio richiesto per accedere ad una determinata selezione, il quale potere è soggetto a limiti solo nella misura in cui si richiede che il titolo di studio richiesto sia coerente con le mansioni proprie del posto da ricoprire: ciò che nella specie si è verificato.
13.3. Il primo motivo di ricorso deve quindi essere respinto, non potendosi affermare che la sfera di competenze tra architetti ed ingegneri sia completamente sovrapponibile né potendosi ravvisare difetto di motivazione nel bando di concorso impugnato, nella parte in cui non ha giustificato la scelta di escludere la laurea in architettura tra i requisiti che legittimavano a partecipare alla selezione per cui è causa.
Alla luce di tali constatazioni diventa poi irrilevante il fatto che la delibera di Giunta n. 143 del 26/03/2014, che peraltro non è stata impugnata dai ricorrenti, non abbia dato indicazione specifiche in ordine al titolo di studio da richiedere per la copertura del posto di dirigente del settore Lavori Pubblici; né assume rilevanza il fatto che gli atti del procedimento non evidenzino le ragioni -esplicitate invece negli atti di questo giudizio- che in concreto avrebbero indotto l’Amministrazione a selezionare un ingegnere.
14. Con il secondo motivo di ricorso i ricorrenti lamentano che il bando impugnato sia comunque illegittimo perché prevede limiti di partecipazione che non si giustificano anche alla luce di quanto stabilisce l’art. 110 T.U.E.L. in ordine alla selezione del personale della dirigenza.
14.1. Il Collegio premette, preliminarmente, che i ricorrenti hanno interesse alla decisione su tale motivo di ricorso, atteso che esso è sostanzialmente finalizzato ad evidenziare aspetti di sviamento di potere che nella specie avrebbero ispirato l’azione amministrativa e che sarebbero stati finalizzati a garantire l’assunzione dell’ing. R., che già lavorava per il Comune di Novi Ligure: l’interesse a verificare la sussistenza di possibili profili di sviamento di potere sussiste, in particolare, proprio in ragione della ampia discrezionalità che si deve riconoscere alle Pubbliche Amministrazioni nello stabilire i requisiti di partecipazione alle procedure concorsuali e nella correlativa insussistenza di uno specifico obbligo di motivare la scelta di tali requisiti.
14.2. Ebbene, il Collegio non ritiene che la previsione di un certo numero di anni di pregressa esperienza nel settore “Lavori Pubblici – Area Tecnica” ed in qualità di dipendente di enti pubblici, sia incoerente con le previsioni dell’art. 110 T.U.E.L., secondo il quale il personale dirigenziale deve essere in possesso di “comprovata esperienza pluriennale e specifica professionalità nelle materie oggetto dell’incarico”.
14.2.1. La norma, come si vede, stabilisce che la pregressa esperienza del dirigente non deve limitarsi ad un anno, ma neppure specifica un limite massimo di anni di esperienza che si può pretendere dall’aspirante dirigente: il periodo di esperienza pregressa può quindi ragionevolmente variare a seconda della complessità delle mansioni che il dirigente è chiamato a svolgere e bisogna dire che nella prassi esso è frequentemente indicato, come nel caso di specie, in un periodo variabile tra i tre ed i cinque anni.
14.2.3. L’art. 110 T.U.E.L. richiede poi che la pregressa esperienza sia specifica in relazione alle materie oggetto dell’incarico, e si deve ritenere che questa specificità possa comprendere, quantomeno quando il posto da ricoprire sia quello di dirigente del settore Lavori Pubblici di un comune, anche il contesto lavorativo in cui tale esperienza è maturata: ciò per la ragione che, come sopra precisato, il settore Lavori Pubblici di un Comune si occupa normalmente della realizzazione di opere (quelle di urbanizzazione primaria e le opere di natura igienico-sanitarie) di cui un libero professionista raramente si occupa in via continuativa, a meno che non sia specializzato nel settore e non sia organizzato in modo da poter partecipare a numerose gare per l’affidamento della progettazione di simili opere.
Il Settore Lavori Pubblici si occupa poi spesso, come emerso nel corso del giudizio, della gestione delle gare di affidamento di lavori, ed è evidente che anche in tale materia una esperienza significativa viene maturata solo alle dipendenze di una amministrazione pubblica che debba gestire gare d’appalto. Anche la richiesta che l’esperienza pregressa sia stata maturata nel settore “Area Tecnica-Lavori Pubblici” è evidentemente coerente con il posto messo a concorso.
14.3. I criteri di selezione introdotti dal bando di che trattasi sono, in definitiva, coerenti con quanto stabilito dall’art. 110 T.U.E.L.; conseguentemente da essi non è possibile trarre alcun argomento a sostegno dell’assunto secondo cui il Comune di Novi Ligure avrebbe inteso, consapevolmente, restringere la platea dei partecipanti alla selezione onde favorire l’ing. R..
15. Il ricorso va conclusivamente respinto (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 15.05.2015 n. 846 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALIIl servizio di prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro è certamente rientrante tra le competenze specifiche degli architetti.
... per l'annullamento, previa sospensione dell'efficacia:
- dell'avviso pubblico dell'Azienda Sanitaria Provinciale di Enna, pubblicato nella G.U.R.I. del 23.012015, per titoli e colloquio, per la formazione di una graduatoria da utilizzare per il conferimento di eventuali incarichi a tempo determinato di dirigente ingegnere - ruolo professionale, nella parte in cui, richiedendo tra i requisiti di ammissione la sola laurea in ingegneria vecchio ordinamento o laurea specialistica, ha escluso dalla partecipazione alla selezione la categoria professionale degli architetti;
- dell'avviso pubblico dell'Azienda Sanitaria Provinciale di Enna, pubblicato nella G.U.R.I. del 23.01.2015, per titoli e colloquio, per la formazione di una graduatoria da utilizzare per il conferimento di eventuali incarichi a tempo determinato presso il servizio prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro, nella parte in cui, richiedendo tra i requisiti di ammissione la sola laurea in ingegneria vecchio ordinamento o laurea specialistica, ha escluso dalla partecipazione alla selezione la categoria professionale degli architetti;
...
- Ritenuto che appare assistito dal prescritto fumus di fondatezza il motivo di ricorso relativo al bando per “il servizio di prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro”, in quanto quest’ultimo è certamente rientrante tra le competenze specifiche degli architetti;
- Ritenuto che alla medesima conclusione non è possibile giungere per la diversa selezione di “dirigente ingegnere – ruolo professionale”, poiché non è prevista nel bando nessuna specifica indicazione in ordine alle concrete conseguenti mansioni da esercitare, sicché non è possibile stabilire a priori se gli incarichi conferibili rientrino o meno nella competenza degli architetti.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia -Sezione staccata di Catania (Sezione Quarta)– accoglie nel limiti di cui alla parte motiva (TAR Sicilia-Catania, Sez. VI, ordinanza 04.05.2015 n. 331 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

aprile 2015

COMPETENZE PROGETTUALI: Per quanto concerne i geometri, deve essere considerato che le loro competenze nella materia di cui al presente giudizio derivano da una competenza più generale alla progettazione di edifici ‘di modesta entità’.
Vanno quindi esaminate le disposizioni dell’art. 16, lett. m), del R.D. 11.02.1929, n. 274, che abilitano il geometra ad operare nella progettazione, nella direzione e nella vigilanza di modeste costruzioni civili.
Non vi sono ragioni per escludere che questa norma risponda al rinvio, del tutto aperto e privo di specificazioni o di esclusioni, operato dal soprarichiamato art. 6, primo comma, della legge 05.03.1990, n. 46, nei limiti del tipo di costruzioni considerate.
L’impianto di riscaldamento deve infatti considerarsi una parte essenziale della costruzione e il geometra è, in mancanza di esplicite disposizioni contrarie, certamente abilitato a progettarne la realizzazione nell’ambito delle progettazione complessiva, al pari dei numerosi altri impianti che la costruzione comporta, dato che la sua competenza è anche tecnicamente delimitata dalle dimensioni della costruzione alla quale l’impianto di riscaldamento non può non commisurarsi.
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Il geometra, così come può svolgere attività di progettazione, di direzione e di vigilanza con riferimento a «modeste costruzioni civili», può anche presentare domande riguardanti la verifica di impianti di riscaldamento nelle medesime costruzioni.

1. – Il Collegio dei Geometri della Provincia di Genova e il suo Presidente in carica, geometra L.P., appellano la sentenza del TAR Liguria n. 166/2006, che ha dichiarato in parte infondato ed in parte inammissibile il ricorso per l'annullamento della nota 28.01.2002, n. 4146, con cui il dirigente del Comune di Genova ha disposto la non conformità della relazione tecnica presentata dal geom. P. nell’ambito di una domanda in sanatoria di opere edilizie riguardante la verifica di un impianto di riscaldamento installato in un’abitazione.
Tale atto è stato emesso poiché questo documento non è stato sottoscritto da un professionista (ingegnere o perito industriale) abilitato alla redazione di progetti impiantistici, come richiesto, in base all’interpretazione sostenuta dal Comune, dall’art. 6, comma 1, della legge n. 46/1990 e dall’art. 4 del DPR n. 477/1991.
...
10. – L’appello è in parte fondato e deve essere accolto con conseguente riforma della sentenza appellata nei limiti di cui in motivazione.
10.1. – Deve innanzitutto essere disattesa, salvo che per quanto statuito dalla presente sentenza al punto 10.9., l’eccezione di inammissibilità dell’appello sollevata dall’Ordine degli ingegneri e dal Collegio dei periti industriali nella memoria depositata in data 24.12.2014, che asserisce che l’appello censura la sentenza impugnata solo in relazione al rigetto del primo motivo di ricorso con la conseguenza che si debba ritenere che il secondo e il terzo motivo siano stati rinunciati.
Entrambi i motivi sono stati trascritti nell’atto di appello e la censura, espressa in questi termini, è smentita dagli atti di causa.
Allo stesso modo deve essere disattesa la eccezione di improcedibilità per carenza di interesse sollevata dall'interveniente ad opponendum, il Consiglio nazionale dei Periti industriali e dei Periti laureati, in quanto la loro asserzione non è suffragata da alcun riscontro, mentre è in ogni caso evidente l’interesse a contestare la valutazione negativa operata dal Comune, a prescindere dall’esito dell’opera interessata, trattandosi di una questione di principio che incide sull’ambito delle competenze professionali da considerare conformi alla normativa del settore.
10.2. – Passando all'esame del merito, il Collegio ritiene che la questione sostanziale oggetto del giudizio deve essere decisa su base esclusivamente normativa. Spetta infatti al legislatore definire espressamente i limiti di competenza di tipo generale rispetto a quelle tecnicamente più specifiche.
10.3. – Vanno quindi valutati gli effetti del combinato disposto costituito dalla legge 05.03.1990, n. 46, e dagli ordinamenti professionali a cui rinvia in particolare l’art. 6, comma 1, della medesima legge, interpretato in modo opposto dalle parti nel presente giudizio: "Per l'installazione, la trasformazione e l'ampliamento degli impianti di cui ai commi 1, lettere a), b), c), e) e g), e 2 dell'articolo 1 è obbligatoria la redazione del progetto da parte di professionisti, iscritti negli albi professionali, nell'ambito delle rispettive competenze".
10.4. – Preliminarmente, va notato che tale comma si limita a prevedere la redazione di un progetto riferito alla installazione, alla trasformazione e all’ampliamento degli impianti e non alla loro progettazione. Pertanto la rubrica dell’articolo "progettazione degli impianti" deve essere interpretato secondo il contenuto della norma, che è assai più semplice e limitato.
10.5. – Delimitato l’ambito della questione, è determinante ai fini della sua soluzione la interpretazione della disposizione, che prevede la definizione delle caratteristiche professionali degli operatori dai quali il progetto deve essere necessariamente redatto. Tale disposizione rinvia in modo puntuale e inoppugnabile alle disposizioni che precisano la competenza per ciascuna categoria di professionisti, senza alcuna specificazione ed esclusione, prevedendo quindi che ai fini della installazione, della trasformazione o dell’ampliamento degli impianti il progetto possa essere redatto da ciascun appartenente alla singola categoria nell’ambito delle competenze già previste dai rispettivi ordinamenti.
Ne consegue che la questione deve essere risolta per ciascuna categoria professionale all’interno del rispettivo ordinamento e secondo le logiche specifiche che lo informano.
10.6. - Per quanto concerne i geometri, deve essere quindi considerato che le loro competenze nella materia di cui al presente giudizio derivano da una competenza più generale alla progettazione di edifici ‘di modesta entità’.
Vanno quindi esaminate le disposizioni dell’art. 16, lett. m), del R.D. 11.02.1929, n. 274, che abilitano il geometra ad operare nella progettazione, nella direzione e nella vigilanza di modeste costruzioni civili.
Non vi sono ragioni per escludere che questa norma risponda al rinvio, del tutto aperto e privo di specificazioni o di esclusioni, operato dal soprarichiamato art. 6, primo comma, della legge 05.03.1990, n. 46, nei limiti del tipo di costruzioni considerate.
L’impianto di riscaldamento deve infatti considerarsi una parte essenziale della costruzione e il geometra è, in mancanza di esplicite disposizioni contrarie, certamente abilitato a progettarne la realizzazione nell’ambito delle progettazione complessiva, al pari dei numerosi altri impianti che la costruzione comporta, dato che la sua competenza è anche tecnicamente delimitata dalle dimensioni della costruzione alla quale l’impianto di riscaldamento non può non commisurarsi.
10.7. – Non può considerarsi sufficiente a ricavare una indicazione contraria la previsione generale di cui all’art. 4 della più volte richiamata legge n. 46 del 1990, che ha imposto la redazione di un’autonoma relazione tecnica per l’installazione degli strumenti elettrici, degli impianti di terra, di quelli che utilizzano il gas, degli ascensori.
E’ al riguardo condivisibile la considerazione della parte appellante secondo la quale in altri casi vi sono norme che escludono espressamente la competenza del geometra, mentre ciò non avviene nel campo degli impianti termici, in quanto anche recentemente il d.P.R. n. 149 del 27.06.2013 in tema di affidamento della certificazione energetica degli edifici inserisce espressamente tra i tecnici abilitati i geometri.
10.8. - Si deve pertanto concludere nel senso che:
- per un principio di simmetria, il geometra, così come può svolgere attività di progettazione, di direzione e di vigilanza con riferimento a «modeste costruzioni civili», può anche presentare domande riguardanti la verifica di impianti di riscaldamento nelle medesime costruzioni;
- il provvedimento impugnato in primo grado risulta dunque viziato per violazione di legge e difetto di motivazione, poiché ha radicalmente ritenuto precluso che il geometra P. potesse presentare in sede amministrativa la domanda concernente la verifica dell’impianto di riscaldamento installato in un’abitazione, mentre avrebbe dovuto valutare se la progettazione dell’edificio oggetto della sua domanda rientrava o meno nelle sue competenze, e di conseguenza rientrava anche la medesima verifica.
10.9. – Le considerazioni che precedono risultano decisive per l’accoglimento dell’appello e, dunque, della domanda di annullamento formulata in primo grado. Risulta invece inammissibile la riproposizione della domanda di riconoscimento del diritto a svolgere le attività professionali in questione, per la quale il TAR ha affermato che non vi è giurisdizione del giudice amministrativo, senza che l’appello contenga una specifica contestazione al riguardo.
11. – In base alle considerazioni che precedono, l’appello deve essere in parte accolto e in parte dichiarato inammissibile e, di conseguenza, in riforma della sentenza del TAR, il ricorso di primo grado va in parte accolto, con conseguente annullamento del provvedimento comunale impugnato in primo grado (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 27.04.2015 n. 2107 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALIGli ingegneri juniores possono per il settore ingegneria civile e ambientale porre in essere attività di concorso e collaborazione alle attività di progettazione, direzione dei lavori, stima e collaudo di opere edilizie comprese le opere pubbliche.
Nel caso di specie, l’attività dell’ingegnere appartenente alla sezione B) rientra chiaramente in tali ipotesi, in quanto il progetto redatto si fonda su un progetto già posto in essere dalla stazione appaltante e, quindi, si tratta di un’opera di concorso o collaborazione ad un progettazione relativa alle opere pubbliche.
La ratio della norma è chiaramente quella di evitare che un ingegnere con una qualifica “ridotta” possa essere affidatario della progettazione di complesse opere pubbliche, ma tale perplessità non ricorre nel caso di specie, in quanto l’intervento collaborativo dell’ingegnere serve solo per fornite proposte migliorative che si innestano sul progetto formato dalla stazione appaltante.

--- per l'annullamento della determina n. 23, prot. 296/15 con cui il Comune ha approvato gli atti di gara e disposto l'aggiudicazione definitiva dei lavori di completamento ed adeguamento della rete fognaria e dell'impianto di depurazione.
...
Il ricorrente deduce l’illegittimità del provvedimento di aggiudicazione definitiva perché l’impresa contro interessata avrebbe dovuto essere esclusa in quanto gli elaborati dell’offerta tecnica sono stati firmati da un ingegnere “Junior” non abilitato per il progetto di gara.
L’art. 46, co. 1, lett. a), n. 1 prevede che formano oggetto dell'attività professionale degli iscritti alla sezione B (ingegnere junior), ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 1, comma 2:
a) per il settore "ingegneria civile e ambientale":
1) le attività basate sull'applicazione delle scienze, volte al concorso e alla collaborazione alle attività di progettazione, direzione dei lavori, stima e collaudo di opere edilizie comprese le opere pubbliche;
2) la progettazione, la direzione dei lavori, la vigilanza, la contabilità e la liquidazione relative a costruzioni civili semplici, con l'uso di metodologie standardizzate;
3) i rilievi diretti e strumentali sull'edilizia attuale e storica e i rilievi geometrici di qualunque natura.
Nel caso di specie, la società ricorrente sostiene che il progetto presentato dalla società controinteressata è stato firmato da un ingegnere non abilitato, appartenente alla Sezione B), mentre il progetto per cui è causa sarebbe di competenza esclusiva degli ingegneri appartenenti alla Sezione A.
Va premesso che il bando di gara ha ad oggetto il “Completamento e adeguamento della rete fognaria e impianto di depurazione da effettuarsi nel Comune di Lapo” e l’offerta economicamente più vantaggiosa viene individuata in base alla presentazione di progetti capaci di individuare soluzioni tecniche migliorative della rete fognaria e dell’impianto di depurazione.
Va, quindi, chiarito che il progetto contestato si innesta su un progetto già redatto dalla stazione appaltante e che nella sua intima struttura non può essere modificato, ma solo migliorato.
Orbene, gli ingegneri juniores possono per il settore ingegneria civile e ambientale porre in essere attività di concorso e collaborazione alle attività di progettazione, direzione dei lavori, stima e collaudo di opere edilizie comprese le opere pubbliche.
Nel caso di specie, l’attività dell’ingegnere appartenente alla sezione B) rientra chiaramente in tali ipotesi, in quanto il progetto redatto si fonda su un progetto già posto in essere dalla stazione appaltante e, quindi, si tratta di un’opera di concorso o collaborazione ad un progettazione relativa alle opere pubbliche.
La ratio della norma è chiaramente quella di evitare che un ingegnere con una qualifica “ridotta” possa essere affidatario della progettazione di complesse opere pubbliche, ma tale perplessità non ricorre nel caso di specie, in quanto l’intervento collaborativo dell’ingegnere serve solo per fornite proposte migliorative che si innestano sul progetto formato dalla stazione appaltante.
Peraltro, la società ricorrente non ha di certo provato che le migliorie indicate nel progetto contestato diano vita a soluzioni avanzate, innovative o sperimentali, di competenza dell’ingegnere iscritto nella Sezione A, ben potendo un progetto contenente soluzioni migliorative rispetto a quello della stazione appaltante prevedere metodologie standardizzate.
Ne deriva, pertanto, che il ricorso principale è infondato e va rigettato (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 14.04.2015 n. 797 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

febbraio 2015

COMPETENZE PROGETTUALI: Geometri. Cemento armato fuori uso.
I geometri non possono progettare edifici in cemento armato. E, a meno che non si tratti di «piccole costruzioni accessorie nell'ambito di edifici rurali o destinate alle industrie agricole», la competenza rimane di ingegneri e architetti.

È la sentenza 23.02.2015 n. 883 del Consiglio di Stato - Sez. V, questa volta, a fissare un altro tassello nella ripartizione delle competenze tra i professionisti di area tecnica in materia di cemento armato.
Oggetto del contendere una delibera del comune di Torri del Benaco secondo la quale i geometri possono progettare e dirigere i lavori di modeste costruzioni fino a 1.500 metri cubi sia pur «con la presenza di cemento armato». La disposizione comunale però non era piaciuta all'ordine degli ingegneri della zona che aveva presentato ricorso al Tar chiedendone l'annullamento. Nulla da fare perché secondo il tribunale amministrativo la normativa vigente (rd 2229/1939) non esclude completamente la competenza dei geometri in materia di progettazione delle costruzioni civili.
L'Ordine degli ingegneri aveva quindi fatto appello al Consiglio di stato che, con questa sentenza, ha rovesciato il disposto del giudice di primo grado, specificando che la progettazione delle strutture in cemento armato sia di competenza esclusiva di ingegneri e architetti iscritti all'albo. Fanno eccezione le piccole costruzioni accessorie nell'ambito di edifici rurali e destinati a industrie agricole che, dice il Cds, «non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per le persone».
In particolare in materia di competenze i giudici di palazzo Spada fanno riferimento a una precedente sentenza (n. 2537 del 28.04.2011) secondo la quale «esula dalla competenza dei geometri la progettazione di costruzioni civili con strutture in cemento armato», le «piccole costruzioni accessorie» rientrano, invece, nella loro competenza giacché in questo caso «è ininfluente che il calcolo del cemento armato sia stato affidato a un ingegnere o ad un architetto» (articolo ItaliaOggi del 03.03.2015).

COMPETENZE PROGETTUALISecondo l’art. 117, comma 3, della Costituzione, la materia delle professioni rientra nell’ambito della legislazione concorrente tra Stato e Regioni.
Al riguardo, tuttavia, la Corte Costituzionale ha più volte precisato che la potestà legislativa regionale nella materia concorrente delle professioni deve rispettare il principio invalicabile di ordine generale, secondo cui l'individuazione delle figure professionali, con i relativi profili ed ordinamenti, è riservata allo Stato, potendo la potestà legislativa regionale disciplinare quei soli aspetti che presentano uno specifico collegamento con la realtà regionale.
Nessun potere normativo in materia, neppure a livello regolamentare, è rinvenibile in capo ai comuni, in quanto la competenza attribuita dall’articolo 42 del d.lgs. 18.08.2000, n. 267, ai consigli comunali si deve intendere circoscritta agli atti fondamentali dell'ente ivi espressamente indicati (laddove la giunta comunale ha una competenza residuale, potendo compiere tutti gli atti che dalla legge non sono riservati al consiglio comunale ovvero che non ricadono, secondo le previsioni legislative o dello statuto, nelle competente del Sindaco).

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A norma dell'art. 16, lett. m), r.d. 11.02.1929, n. 274, e come si desume anche dalle ll. 05.11.1971, n. 1086, e 02.02.1974, n. 64, che hanno rispettivamente disciplinato le opere in conglomerato cementizio e le costruzioni in zone sismiche, nonché dalla l. 02.03.1949, n. 144 (recante la tariffa professionale), esula dalla competenza dei geometri la progettazione di costruzioni civili con strutture in cemento armato, trattandosi di attività che, qualunque ne sia l'importanza, è riservata solo agli ingegneri ed agli architetti iscritti nei relativi albi professionali.
Solo le opere in cemento armato relative a piccole costruzioni accessorie rientrano nella competenza dei geometri, risultando ininfluente che il calcolo del cemento armato sia stato affidato ad un ingegnere o ad un architetto.
In buona sostanza, la competenza dei geometri è limitata alla progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione di quelle che comportino l'adozione -anche parziale- di strutture in cemento armato; solo in via di eccezione, si estende anche a queste strutture, a norma della lett. l) del medesimo articolo 16, r.d. n. 274 cit., purché si tratti di piccole costruzioni accessorie nell'ambito di edifici rurali o destinati alle industrie agricole, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per le persone.
Per il resto, la suddetta competenza è comunque esclusa nel campo delle costruzioni civili ove si adottino strutture in cemento armato, la cui progettazione e direzione, qualunque ne sia l'importanza è pertanto riservata solo agli ingegneri ed architetti iscritti nei relativi albi professionali; sotto tale angolazione deve escludersi che le innovazioni introdotte nei programmi scolastici degli istituti tecnici possano ritenersi avere ampliato, mediante l'inclusione tra le materie di studio di alcuni argomenti attinenti alle strutture in cemento armato, le competenze professionali dei medesimi.
I limiti posti dall'art. 16, lett. m) cit. alla competenza professionale dei geometri:
a) rispondono ad una scelta inequivoca del legislatore, dettata da evidenti ragioni di pubblico interesse, che lascia all'interprete ristretti margini di discrezionalità, attinenti alla valutazione dei requisiti della modestia della costruzione, della non necessità di complesse operazioni di calcolo e dell'assenza di implicazioni per la pubblica incolumità;
b) indicano, di contro, un preciso requisito, ovverosia la natura di annesso agricolo dei manufatti, per le opere eccezionalmente progettabili dai predetti tecnici anche nei casi di impiego di cemento armato.
E’ pertanto esclusa la possibilità di un'interpretazione estensiva o "evolutiva" di tale disposizione, che, in quanto norma eccezionale, non si presta ad applicazione analogica, non potendosi pervenire ad una diversa conclusione neppure in virtù delle norme -art. 2, l. 05.11.1971, n. 1086, e art. 17, l. 02.02.1974, n. 64- che disciplinano le costruzioni in cemento armato e quelle in zone sismiche, in quanto le stesse richiamano i limiti delle competenze professionali stabiliti per i geometri dalla vigente normativa professionale.
Il criterio per accertare se una costruzione sia da considerare modesta -e quindi se la sua progettazione rientri nella competenza professionale dei geometri- consiste nel valutare le difficoltà tecniche che la progettazione e l'esecuzione dell'opera comportano e le capacità occorrenti per superarle; a questo fine, mentre non è decisivo il mancato uso del cemento armato (ben potendo anche una costruzione "non modesta" essere realizzata senza di esso), assume significativa rilevanza il fatto che la costruzione sorga in zona sismica, con conseguente assoggettamento di ogni intervento edilizio alla normativa di cui alla l. n. 64 cit., la quale impone calcoli complessi che esulano dalle competenze professionali dei geometri.
E' stata inoltre esclusa l'illegittimità e quindi la disapplicabilità delle disposizioni dettate dall'art. 16 r.d. 274/1929, avente natura regolamentare, il quale non contrasta con norme costituzionali o ordinarie, essendo aderente ai criteri della disposizione legislativa cui ha dato attuazione (l'art. 7 l. 24.06.1923, n. 1395) e comportando una razionale delimitazione delle attività professionali consentite ai geometri, in rapporto alla loro preparazione.
In ordine alle prestazioni ulteriori (comprese in astratto nella competenza dei geometri, affidate loro insieme con quella della progettazione di costruzioni civili in cemento armato), si estende -o meno- la nullità del contratto, secondo che siano strumentalmente connesse con l'edificazione e implichino la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, come la redazione di un piano di lottizzazione, oppure siano autonome e distinte dalla realizzazione delle strutture in cemento armato, come l'individuazione dei confini di proprietà, la costituzione di servitù, lo svolgimento di pratiche amministrative.
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Anche secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione l’art. 16 del r.d. 11.02.1929, n. 274, ammette la competenza dei geometri per quanto riguarda le costruzioni in cemento armato solo relativamente a opere con destinazione agricola, che non comportino pericolo per l’incolumità delle persone, mentre per le costruzioni civili, che adottino strutture in cemento armato, sia pure modeste, ogni competenza è riservata, ai sensi del r.d. 16.11.1939, n. 2229, agli ingegneri e agli architetti iscritti all’albo, senza che nulla sia stato modificato dalle leggi 05.11.1971, n. 1086, e 02.02.1974, n. 64, con conseguente nullità del contratto d’opera professionale intercorso con un geometra, che abbia avuto ad oggetto una costruzione per civile abitazione, il cui progetto abbia richiesto l’adozione anche parziale dei calcoli in cemento armato.
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In ordine alla legittimazione ad agire degli ordini professionali, la giurisprudenza ha più volte affermato che essi sono legittimati ad agire per la tutela di posizioni soggettive proprie o di interessi unitari della collettività da loro istituzionalmente espressa, nel secondo caso potendo sia reagire alla violazione delle norme poste a tutela della professione, sia perseguire vantaggi, anche strumentali, riferibili alla sfera della categoria nel suo insieme, con il solo limite derivante dal divieto di occuparsi di questioni relative ad attività non soggette alla disciplina o potestà degli ordini medesimi, aggiungendo che sussiste, in particolare, in capo all'ordine professionale di appartenenza l'interesse all'impugnazione di un diniego al rilascio di un permesso di costruire, motivato in base alla presunta incompetenza del progettista, dal momento che è apprezzabile la perdurante lesività dell'atto stesso per il credito, il prestigio e l'estimazione sociale della parte ricorrente.
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I limiti posti dall’art. 16, lett. m), del r.d. 11.02.1929, n. 274, alla competenza professionale dei geometri rispondono ad una scelta inequivoca del legislatore, dettata da evidenti ragioni di pubblico interesse, che lascia all’interprete ristretti margini di discrezionalità, attinenti alla valutazione dei requisiti della modestia della costruzione, della non necessità di complesse operazioni di calcolo e dall’assenza di implicazioni per la pubblica incolumità, indicando invece un preciso requisito ovverosia la natura di annesso agricolo dei manufatti, per le opere eccezionalmente progettabili dai predetti tecnici anche nei casi di impiego di cemento armato.
E’ pertanto esclusa la possibilità di un’interpretazione estensiva o “evolutiva” di tale disposizione, che, in quanto norma eccezionale, non si presta ad applicazione analogica, non potendo pervenire ad una diversa conclusione neppure in virtù delle norme –art. 2 l. 05.11.1971, n. 1086, e art. 17 l. 02.02.1974, n. 64– che disciplinano le costruzioni in cemento armato e quelle in zone sismiche, in quanto le stesse richiamano i limiti delle competenze professionali stabiliti per i geometri della vigente normativa professionale.
Ciò rende irrilevante, diversamente da quanto ritenuto dai primi giudici, la disposta abrogazione del r.d. n. 2229 del 1929, dal momento che essa è stata disposta dal D.Lgs. 13.12.2010, n. 212, in attuazione del meccanismo legislativo introdotto dalla legge n. 246 del 2005 volto alla riduzione del numero delle legge presenti nell’ordinamento (c.d. taglia leggi), senza che perciò da detta abrogazione possa ricavarsi una sia pur implicita intenzione del legislatore di equiparare, quanto all’attività edilizia, le competenze dei geometri e quelli degli ingegneri.

... per la riforma della sentenza del TAR VENETO–VENEZIA, Sez. I, n. 1312 del 20.11.2013, resa tra le parti, la delibera della giunta del Comune di Torri del Benaco, n. 96 del 09.07.2012, recante indirizzi operativi relativi alle competenze professionali dei geometri in materia edilizia.
...
5.1. Secondo l’art. 117, comma 3, della Costituzione, la materia delle professioni rientra nell’ambito della legislazione concorrente tra Stato e Regioni.
Al riguardo, tuttavia, la Corte Costituzionale ha più volte precisato che la potestà legislativa regionale nella materia concorrente delle professioni deve rispettare il principio invalicabile di ordine generale, secondo cui l'individuazione delle figure professionali, con i relativi profili ed ordinamenti, è riservata allo Stato, potendo la potestà legislativa regionale disciplinare quei soli aspetti che presentano uno specifico collegamento con la realtà regionale (Corte Cost. 12.12.2003, n. 353; 26.07.2005, n. 319; 25.11.2005, n. 424; 08.02.2006, n. 40; 23.05.2013, n. 98; 18.06.2014, n. 178).
Nessun potere normativo in materia, neppure a livello regolamentare, è rinvenibile in capo ai comuni, in quanto la competenza attribuita dall’articolo 42 del d.lgs. 18.08.2000, n. 267, ai consigli comunali si deve intendere circoscritta agli atti fondamentali dell'ente ivi espressamente indicati (laddove la giunta comunale ha una competenza residuale, potendo compiere tutti gli atti che dalla legge non sono riservati al consiglio comunale ovvero che non ricadono, secondo le previsioni legislative o dello statuto, nelle competente del Sindaco): ex multis, tra le più recenti, Cons. St., sez. V, 13.12.2005, n. 7058; sez. V, 23.06.2014, n. 3137; 20.12.2013, n. 6115; 20.08.2013, n. 4192; 15.07.2013, n. 3809; 02.02.2012, n. 539).
5.2. In ordine alla delimitazione delle competenze tra l’attività dei geometri e quella degli ingegneri, possono riportarsi le puntuali e condivisibili cui è giunta la giurisprudenza, come si evincono dalla sentenza di questa stessa Sezione n. 2537 del 28.04.2011, nella quale si precisa quanto segue: “A norma dell'art. 16, lett. m), r.d. 11.02.1929, n. 274, e come si desume anche dalle ll. 05.11.1971, n. 1086, e 02.02.1974, n. 64, che hanno rispettivamente disciplinato le opere in conglomerato cementizio e le costruzioni in zone sismiche, nonché dalla l. 02.03.1949, n. 144 (recante la tariffa professionale), esula dalla competenza dei geometri la progettazione di costruzioni civili con strutture in cemento armato, trattandosi di attività che, qualunque ne sia l'importanza, è riservata solo agli ingegneri ed agli architetti iscritti nei relativi albi professionali.
Solo le opere in cemento armato relative a piccole costruzioni accessorie rientrano nella competenza dei geometri, risultando ininfluente che il calcolo del cemento armato sia stato affidato ad un ingegnere o ad un architetto.
In buona sostanza, la competenza dei geometri è limitata alla progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione di quelle che comportino l'adozione -anche parziale- di strutture in cemento armato; solo in via di eccezione, si estende anche a queste strutture, a norma della lett. l) del medesimo articolo 16, r.d. n. 274 cit., purché si tratti di piccole costruzioni accessorie nell'ambito di edifici rurali o destinati alle industrie agricole, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per le persone.
Per il resto, la suddetta competenza è comunque esclusa nel campo delle costruzioni civili ove si adottino strutture in cemento armato, la cui progettazione e direzione, qualunque ne sia l'importanza è pertanto riservata solo agli ingegneri ed architetti iscritti nei relativi albi professionali; sotto tale angolazione deve escludersi che le innovazioni introdotte nei programmi scolastici degli istituti tecnici possano ritenersi avere ampliato, mediante l'inclusione tra le materie di studio di alcuni argomenti attinenti alle strutture in cemento armato, le competenze professionali dei medesimi.
I limiti posti dall'art. 16, lett. m) cit. alla competenza professionale dei geometri:
a) rispondono ad una scelta inequivoca del legislatore, dettata da evidenti ragioni di pubblico interesse, che lascia all'interprete ristretti margini di discrezionalità, attinenti alla valutazione dei requisiti della modestia della costruzione, della non necessità di complesse operazioni di calcolo e dell'assenza di implicazioni per la pubblica incolumità;
b) indicano, di contro, un preciso requisito, ovverosia la natura di annesso agricolo dei manufatti, per le opere eccezionalmente progettabili dai predetti tecnici anche nei casi di impiego di cemento armato.
E’ pertanto esclusa la possibilità di un'interpretazione estensiva o "evolutiva" di tale disposizione, che, in quanto norma eccezionale, non si presta ad applicazione analogica, non potendosi pervenire ad una diversa conclusione neppure in virtù delle norme -art. 2, l. 05.11.1971, n. 1086, e art. 17, l. 02.02.1974, n. 64- che disciplinano le costruzioni in cemento armato e quelle in zone sismiche, in quanto le stesse richiamano i limiti delle competenze professionali stabiliti per i geometri dalla vigente normativa professionale.
Il criterio per accertare se una costruzione sia da considerare modesta -e quindi se la sua progettazione rientri nella competenza professionale dei geometri- consiste nel valutare le difficoltà tecniche che la progettazione e l'esecuzione dell'opera comportano e le capacità occorrenti per superarle; a questo fine, mentre non è decisivo il mancato uso del cemento armato (ben potendo anche una costruzione "non modesta" essere realizzata senza di esso), assume significativa rilevanza il fatto che la costruzione sorga in zona sismica, con conseguente assoggettamento di ogni intervento edilizio alla normativa di cui alla l. n. 64 cit., la quale impone calcoli complessi che esulano dalle competenze professionali dei geometri.
E' stata inoltre esclusa l'illegittimità e quindi la disapplicabilità delle disposizioni dettate dall'art. 16 r.d. 274/1929, avente natura regolamentare, il quale non contrasta con norme costituzionali o ordinarie, essendo aderente ai criteri della disposizione legislativa cui ha dato attuazione (l'art. 7 l. 24.06.1923, n. 1395) e comportando una razionale delimitazione delle attività professionali consentite ai geometri, in rapporto alla loro preparazione.
In ordine alle prestazioni ulteriori (comprese in astratto nella competenza dei geometri, affidate loro insieme con quella della progettazione di costruzioni civili in cemento armato), si estende -o meno- la nullità del contratto, secondo che siano strumentalmente connesse con l'edificazione e implichino la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, come la redazione di un piano di lottizzazione, oppure siano autonome e distinte dalla realizzazione delle strutture in cemento armato, come l'individuazione dei confini di proprietà, la costituzione di servitù, lo svolgimento di pratiche amministrative
.".
Anche secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione l’art. 16 del r.d. 11.02.1929, n. 274, ammette la competenza dei geometri per quanto riguarda le costruzioni in cemento armato solo relativamente a opere con destinazione agricola, che non comportino pericolo per l’incolumità delle persone, mentre per le costruzioni civili, che adottino strutture in cemento armato, sia pure modeste, ogni competenza è riservata, ai sensi del r.d. 16.11.1939, n. 2229, agli ingegneri e agli architetti iscritti all’albo, senza che nulla sia stato modificato dalle leggi 05.11.1971, n. 1086, e 02.02.1974, n. 64 (Cass. civ., sez. II, 02.09.2011, n. 18038), con conseguente nullità del contratto d’opera professionale intercorso con un geometra, che abbia avuto ad oggetto una costruzione per civile abitazione, il cui progetto abbia richiesto l’adozione anche parziale dei calcoli in cemento armato (Cass. civ., sez. II, 25.05.2007, n. 12193; 26.07.2006, n. 17028; 25.05.2007).
5.3. In ordine alla legittimazione ad agire degli ordini professionali, la giurisprudenza ha più volte affermato che essi sono legittimati ad agire per la tutela di posizioni soggettive proprie o di interessi unitari della collettività da loro istituzionalmente espressa, nel secondo caso potendo sia reagire alla violazione delle norme poste a tutela della professione, sia perseguire vantaggi, anche strumentali, riferibili alla sfera della categoria nel suo insieme (Cons. St., sez. V, 12.08.2011, n. 4776; Cons. Stato, sez. V, 18.12.2009, n. 8404, e 07.03.2001, n. 1339; Sez. VI, 22.09.2004 n. 6185), con il solo limite derivante dal divieto di occuparsi di questioni relative ad attività non soggette alla disciplina o potestà degli ordini medesimi, aggiungendo che sussiste, in particolare, in capo all'ordine professionale di appartenenza l'interesse all'impugnazione di un diniego al rilascio di un permesso di costruire, motivato in base alla presunta incompetenza del progettista, dal momento che è apprezzabile la perdurante lesività dell'atto stesso per il credito, il prestigio e l'estimazione sociale della parte ricorrente (Cons. St., sez. V, 30.09.2013, n. 4854),
6. Sulla base dei delineati indirizzi giurisprudenziali, dai quali non vi è ragione di discostarsi, i motivi dell’appello principale sono fondati.
6.1. Sussiste innanzitutto il dedotto vizio di incompetenza da cui è affetta la delibera impugnata, giacché, come rilevato nel paragrafo 5.1. gli enti locali non hanno alcun potere normativo, neppure a livello regolamentare, nella materia disciplinare.
Al riguardo deve rilevarsi che, diversamente da quanto ritenuto dai primi giudici ed è stato sostenuto dalle difese del Comune di Torri del Benaco e del Collegio dei geometri e dei geometri laureati della provincia di Verone, oltre che dal Consiglio nazionale dei geometri e dei geometri laureati, la delibera impugnata non impartisce affatto ai competenti uffici comunali alcune ‘mere direttive interne di natura organizzativa’, volte ad agevolare e semplificare, nel rispetto delle vigenti disposizioni normative di rango legislativo, l’istruttoria delle richieste di titoli edilizi ed il loro sollecito rilascio, incidendo invece, limitatamente al campo dell’attività edilizia, proprio sulla disciplina delle professioni di geometra ed ingegnere.
In tal senso è significativo non solo che, come si legge dalla motivazione della predetta delibera, la sua emanazione trova origine nell’annosa contrapposizione tra i rispettivi ordini professionali interessati in ordine alla corretta individuazione della rispettiva competenza sui progetti di opere edili, per quanto l’amministrazione sul dichiarato (ma errato, sulla scorta di quanto osservato al punto 5.2.) presupposto che “…nel quadro normativo vigente nessun provvedimento normativo espresso riserva in favore degli ingegneri ed architetti iscritti nei relativi albi professionali la progettazione di costruzioni civili con strutture di cemento armato” e sull’altrettanto errato presupposto (su cui infra par. 6.2.) dell’abrogazione del r.d. 16.11.1939, n. 2229, da parte del d.lgs. 13.12.2010, n. 212, finisce col disciplinare autonomamente (nell’apparente forma di direttiva agli uffici) i limiti della competenza dei geometri in materia edilizia, facendovi rientrare “la progettazione e direzione di modeste costruzioni almeno fino a mc. 1.500, adottando quindi il criterio tecnico–qualitativo in relazione alle caratteristiche dell’opera da realizzare che deve avere caratteristiche strutturali semplici con moduli ripetitivi, sia pur con la presenza del cemento armato, che non richiedano competenze tecniche, particolari e specifiche, riservate per legge ad un diverso professionista”, così sostituendosi inammissibilmente al legislatore statale nell’esercizio di un potere di cui essa non è titolare, neppure nell’ipotesi in cui fosse effettivamente esistito un vuoto normativo (evenienza che non ricorre).
Tali osservazioni rendono prive di rilevanza le deduzioni delle parti appellate sul preteso carattere non vincolante delle predette direttive, dovendosi precisare, per un verso, che a condividere il loro asserito carattere non vincolante per gli uffici comunali non sarebbe neppure comprensibile la necessità e l’opportunità della loro emanazione (venendo meno la stessa finalità di semplificazione e chiarimento cui sarebbero state ispirate), e per altro verso che la violazione di una direttiva da parte degli uffici è quanto meno possibile fonte di una responsabilità disciplinare per i funzionari cui le stesse sono impartite e contemporaneamente può rendere invalido l’atto adottato sotto il profilo dell’eccesso di potere.
6.2. Sussiste poi anche la dedotta violazione dell’articolo 16 del r.d. n. 274 del 1929, che individua l’oggetto ed i limiti dell’esercizio della professione di geometra, potendo al riguardo rinviarsi alle osservazioni già svolte al par. 5.2. e dovendo ancora aggiungersi che “i limiti posti dall’art. 16, lett. m), del r.d. 11.02.1929, n. 274, alla competenza professionale dei geometri rispondono ad una scelta inequivoca del legislatore, dettata da evidenti ragioni di pubblico interesse, che lascia all’interprete ristretti margini di discrezionalità, attinenti alla valutazione dei requisiti della modestia della costruzione, della non necessità di complesse operazioni di calcolo e dall’assenza di implicazioni per la pubblica incolumità, indicando invece un preciso requisito ovverosia la natura di annesso agricolo dei manufatti, per le opere eccezionalmente progettabili dai predetti tecnici anche nei casi di impiego di cemento armato. E’ pertanto esclusa la possibilità di un’interpretazione estensiva o “evolutiva” di tale disposizione, che, in quanto norma eccezionale, non si presta ad applicazione analogica, non potendo pervenire ad una diversa conclusione neppure in virtù delle norme –art. 2 l. 05.11.1971, n. 1086, e art. 17 l. 02.02.1974, n. 64– che disciplinano le costruzioni in cemento armato e quelle in zone sismiche, in quanto le stesse richiamano i limiti delle competenze professionali stabiliti per i geometri della vigente normativa professionale” (Cass. civ., sez. II, 07.09.2009, n. 19292).
Ciò rende irrilevante, diversamente da quanto ritenuto dai primi giudici, la disposta abrogazione del r.d. n. 2229 del 1929, dal momento che essa è stata disposta dal D.Lgs. 13.12.2010, n. 212, in attuazione del meccanismo legislativo introdotto dalla legge n. 246 del 2005 volto alla riduzione del numero delle legge presenti nell’ordinamento (c.d. taglia leggi), senza che perciò da detta abrogazione possa ricavarsi una sia pur implicita intenzione del legislatore di equiparare, quanto all’attività edilizia, le competenze dei geometri e quelli degli ingegneri (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 23.02.2015 n. 883 - link a www.giustizia-amminitrativa.it).

gennaio 2015

COMPETENZE PROGETTUALINel caso in cui l’Amministrazione, nell’indire la gara pubblica per l’affidamento dell’incarico di progettazione esecutiva finalizzato al restauro di un fabbricato di rilevante valore storico ed artistico, abbia espressamente richiesto, in considerazione della specifica natura dei beni oggetto di restauro e del carattere assolutamente prevalente dell’intervento artistico e di restauro rispetto alle parti tecniche, come requisito di partecipazione alla gara che i professionisti incaricati di redigere il progetto fossero esclusivamente architetti, è illegittimo il provvedimento che il suddetto incarico assegna ad un ingegnere essendo irrilevante, a fronte di una valutazione, poi trasfusa nella “lex specialis” a cui si è autovincolata, il richiamo negli scritti difensivi all’art. 52, comma 2, r.d. 23.10.1925 n. 2537, nella parte in cui stabilisce che le opere di edilizia civile, che presentano rilevante carattere artistico, ed il restauro ed il ripristino degli edifici contemplati dalla l. 20.06.1909, n. 364, per l’antichità e le belle arti, sono di spettanza della professione di architetto, ma la parte tecnica ne può essere compiuta tanto dall’architetto quanto dall’ingegnere, rendendo quindi possibile la partecipazione anche di questi ultimi per il profilo tecnico.
Dalla massima testé citata, e al netto delle differenze fattuali, riferibili a quella fattispecie concreta, si ricava che quanto la stazione appaltante si sia autovincolata al rispetto delle competenze specifiche di architetti e ingegneri, secondo il R.D. 2537/1925, “è illegittimo il provvedimento che il suddetto incarico assegna ad un ingegnere essendo irrilevante (…) il richiamo (…) all’art. 52, comma 2, r.d. 23.10.1925 n. 2537, nella parte in cui (…) la parte tecnica ne può essere compiuta tanto dall’architetto quanto dall’ingegnere”.
Poco conta, secondo il Tribunale, che in quella fattispecie concreta si vertesse dell’affidamento della progettazione esecutiva, per il restauro di un immobile vincolato, e nell’appalto “de quo”, della presentazione di un progetto migliorativo (ma, pur sempre, afferente un immobile di tal genere), con attribuzione di punteggio, nell’ambito di una gara condotta con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa; quel che conta è, invece, che si sia, o meno, in presenza di un bando, che espressamente si conforma alla diversificazione di tali competenze, secondo la legge professionale, con conseguente autovincolo della stazione appaltante (tale è il caso, per l’appunto, che si verifica nella specie).
Ancora più stringente, in tale direzione, la massima seguente, secondo la quale: “Dal disposto dell’art. 52, r.d. n. 2537/1925, si evince che la riserva di competenza degli architetti sussiste per ogni tipologia di intervento su immobili gravati da vincolo storico e artistico, ad eccezione delle attività propriamente tecniche di edilizia civile per le quali lo stesso art. 52 prevede la competenza anche degli ingegneri; la competenza degli architetti, poi, si estende anche agli interventi realizzati su immobili non assoggettati a vincolo storico e artistico quando presentino un rilevante interesse artistico”; si tenga pure presente, “a contrario”, la decisione seguente: “Nel caso in cui un fabbricato oggetto di appalto non sia soggetto al vincolo di cui alla l. 01.06.1939 n. 1089, gli elaborati progettuali, relativi al suo restauro, non devono essere necessariamente sottoscritti da un architetto”.
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Il progetto migliorativo dell’intervento in oggetto– prevedendo consistenti opere di ripristino, oltre che di manutenzione straordinaria del bene culturale (se non proprio di restauro)– doveva essere, necessariamente, sottoscritto da un architetto, ai sensi dell’art. 52 del R.D. 2537/1925 (come del resto stabilito, a pena d’esclusione, dal bando di gara).
Quand’anche, obliterando quanto sopra osservato, si volesse concludere nel senso, restrittivo, della natura di opere di mera manutenzione straordinaria degli interventi migliorativi “de quibus”, non per questo ne deriverebbe, secondo quanto opinato dalla difesa del Comune, il superamento della causa d’esclusione dalla gara dell’aggiudicataria, di cui sopra.
Si consideri, a tale proposito, la massima che segue: “La riserva di competenza in favore degli architetti ex art. 52 r.d. n. 2537 del 23.10.1925, (“Regolamento per le professioni di ingegnere e di architetto”) non può essere negata solo per il fatto che i lavori da appaltare consistano in un mero intervento di recupero e manutenzione straordinaria, e non di restauro in senso stretto, non essendovi ragioni per escludere tali tipologie di intervento da quelle riservate alla competenza degli architetti, tenuto anche conto che la norma in questione contempla in maniera generica le attività di restauro e ripristino”.
In parte motiva, la suddetta decisione reca l’ulteriore, importante, precisazione: “(…) La terminologia utilizzata dal legislatore del 1925 deve quindi essere considerata in senso atecnico, e non può essere riferita alle specifiche categorie di interventi sul patrimonio edilizio esistente poi codificate dall’art. 31 della legge 05.08.1978, n. 457 e oggi recepite nell’art. 3 del DPR 06.06.2001, n. 380. L’espressione “restauro e ripristino” va quindi intesa in senso omnicomprensivo, come relativa a qualsiasi attività di recupero di una struttura edilizia che presenti peculiari caratteri storico–artistici”.
Del resto, una delle massime, ricavate dalla sentenza del Consiglio di Stato, Sez. VI, dell’11/09/2006, n. 5239, richiamata, quale precedente, in quella del Consiglio di Stato – Sez. VI, del 09/01/2014, n. 21, assunta dalla stazione appaltante quale decisiva ragione di rigetto delle doglianze sollevate, in corso di gara, dalla ricorrente, prevede: “La ripartizione delle competenze professionali tra architetto e ingegnere, delineata nell’art. 52 r.d. n. 2537 del 1925, deve considerarsi applicabile, garantendo che la progettazione dell’intervento edilizio su immobili di interesse storico–artistico sia affidata a professionisti dotati di una specifica preparazione nel campo delle arti e di un’adeguata formazione umanistica”.
Infine, “ad abundantiam”, s’osserva che nella recentissima decisione del TAR Veneto, Sez. I, del 03/06/2014, n. 743, s’è concluso, significativamente, nei termini seguenti: “In relazione alla disciplina normativa italiana che riserva ai soli architetti le prestazioni principali sugli immobili di interesse culturale, l’art. 52 del r.d. n. 2537 del 1925 (regolamento delle professioni di ingegnere e architetto) non determina –in danno degli ingegneri italiani nei confronti di ingegneri di un qualunque altro Paese dell’Unione Europea– un fenomeno di “discriminazione alla rovescia”: infatti, l’ordinamento comunitario non riconosce a tutti gli ingegneri di Paesi dell’UE diversi dall’Italia (con esclusione dei soli ingegneri italiani) l’indiscriminato esercizio delle attività tipiche della professione di architetto (tra cui le attività relative ad immobili di interesse storico–artistico), ma, al contrario, giusta la normativa comunitaria, l’esercizio di tali attività –in regime di mutuo riconoscimento– sarà consentito ai soli professionisti che (al di là del “nomen iuris” del titolo posseduto) possano vantare un percorso formativo adeguatamente finalizzato all’esercizio delle attività tipiche della professione di architetto; pertanto, anche volendo ammettere che un professionista non italiano con titolo di ingegnere sia legittimato, in base alla normativa del paese d’origine, a svolgere attività rientranti tra quelle abitualmente esercitate con il titolo di architetto, ciò non è sufficiente a determinare “ex se” una “discriminazione alla rovescia”, atteso che, in forza della direttiva 85/384/Cee, l’esercizio di tali attività sarà possibile (non sulla base del mero possesso del titolo di ingegnere, ma) in quanto tale professionista non italiano avrà seguito un percorso formativo adeguato ai fini dell’esercizio delle attività abitualmente esercitate con il titolo di architetto (nella fattispecie, relativa alla procedura di affidamento della progettazione preliminare, definitiva ed esecutiva e direzione lavori ristrutturazione di un fabbricato comunale ex museo, <il collegio ha concluso che un ingegnere non avrebbe potuto partecipare alla procedura per mancanza del requisito consistente nel possesso del titolo di architetto>)”.
Conviene, quindi, analizzare l’art. 52 del R. D. n. 2357/1925 (“Approvazione del regolamento per le professioni d’ingegnere e di architetto”), del seguente testuale tenore: “Formano oggetto tanto della professione di ingegnere quanto di quella di architetto le opere di edilizia civile, nonché i rilievi geometrici e le operazioni di estimo ad esse relative. <Tuttavia le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico ed il restauro e il ripristino degli edifici contemplati dalla L. 20.06.1909, n. 364 (poi, l. 01.06.1939, n. 1089, abrogata dall’art. 166 del D.Lgs. 29.10.1999, n. 490, a sua volta abrogato dall’art. 184, D.Lgs. 22.01.2004, n. 42), per l’antichità e le belle arti, sono di spettanza della professione di architetto>; ma la parte tecnica ne può essere compiuta tanto dall’architetto quanto dall’ingegnere”.
Con la prima e la seconda censura dell’atto introduttivo del giudizio, le quali si prestano, per analogia di materia, ad essere esaminate congiuntamente, la ricorrente ha denunziato come, per effetto della sottoscrizione del progetto migliorativo dell’offerta tecnica, da parte di un ingegnere, anziché di un architetto (circostanza, incontestata tra le parti, e ricavabile, del resto, “ictu oculi” dalla lettura della copia del progetto in questione, in atti), la controinteressata–aggiudicataria dovesse:
a) essere estromessa dall’appalto, per non aver rispettato la prescrizione di gara, dettata, espressamente, “a pena di esclusione”, che richiedeva, mercé il riferimento alle competenze, disegnate nel R.D. 2537/1925, la sottoscrizione del progetto in questione, concernente immobili vincolati, d’interesse storico–artistico, da un architetto, anziché da un ingegnere;
b) a tutto concedere, in ogni caso, la non attribuzione di alcun punteggio, alla controinteressata, per l’offerta tecnica (anziché i 50 punti, invece assegnati dalla Commissione), con corrispondente decremento del punteggio complessivo raggiunto ed aggiudicazione della gara alla medesima ricorrente, a quel punto prima graduata.
La censura, come si diceva sopra, è fondata.
Lo testimonia l’analisi della giurisprudenza, nella quale si rinviene la seguente, rilevante, affermazione di principio: “Nel caso in cui l’Amministrazione, nell’indire la gara pubblica per l’affidamento dell’incarico di progettazione esecutiva finalizzato al restauro di un fabbricato di rilevante valore storico ed artistico, abbia espressamente richiesto, in considerazione della specifica natura dei beni oggetto di restauro e del carattere assolutamente prevalente dell’intervento artistico e di restauro rispetto alle parti tecniche, come requisito di partecipazione alla gara che i professionisti incaricati di redigere il progetto fossero esclusivamente architetti, è illegittimo il provvedimento che il suddetto incarico assegna ad un ingegnere essendo irrilevante, a fronte di una valutazione, poi trasfusa nella “lex specialis” a cui si è autovincolata, il richiamo negli scritti difensivi all’art. 52, comma 2, r.d. 23.10.1925 n. 2537, nella parte in cui stabilisce che le opere di edilizia civile, che presentano rilevante carattere artistico, ed il restauro ed il ripristino degli edifici contemplati dalla l. 20.06.1909, n. 364, per l’antichità e le belle arti, sono di spettanza della professione di architetto, ma la parte tecnica ne può essere compiuta tanto dall’architetto quanto dall’ingegnere, rendendo quindi possibile la partecipazione anche di questi ultimi per il profilo tecnico” (Consiglio di Stato – Sez. V, 07/11/2011, n. 5883).
Dalla massima testé citata, e al netto delle differenze fattuali, riferibili a quella fattispecie concreta, si ricava che quanto la stazione appaltante si sia autovincolata al rispetto delle competenze specifiche di architetti e ingegneri, secondo il R.D. 2537/1925, “è illegittimo il provvedimento che il suddetto incarico assegna ad un ingegnere essendo irrilevante (…) il richiamo (…) all’art. 52, comma 2, r.d. 23.10.1925 n. 2537, nella parte in cui (…) la parte tecnica ne può essere compiuta tanto dall’architetto quanto dall’ingegnere”.
Poco conta, secondo il Tribunale, che in quella fattispecie concreta si vertesse dell’affidamento della progettazione esecutiva, per il restauro di un immobile vincolato, e nell’appalto “de quo”, della presentazione di un progetto migliorativo (ma, pur sempre, afferente un immobile di tal genere), con attribuzione di punteggio, nell’ambito di una gara condotta con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa; quel che conta è, invece, che si sia, o meno, in presenza di un bando, che espressamente si conforma alla diversificazione di tali competenze, secondo la legge professionale, con conseguente autovincolo della stazione appaltante (tale è il caso, per l’appunto, che si verifica nella specie).
Ancora più stringente, in tale direzione, la massima seguente, secondo la quale: “
Dal disposto dell’art. 52, r.d. n. 2537/1925, si evince che la riserva di competenza degli architetti sussiste per ogni tipologia di intervento su immobili gravati da vincolo storico e artistico, ad eccezione delle attività propriamente tecniche di edilizia civile per le quali lo stesso art. 52 prevede la competenza anche degli ingegneri; la competenza degli architetti, poi, si estende anche agli interventi realizzati su immobili non assoggettati a vincolo storico e artistico quando presentino un rilevante interesse artistico” (TAR Lazio–Roma, Sez. II, 17/10/2011, n. 7997); si tenga pure presente, “a contrario”, la decisione seguente: “Nel caso in cui un fabbricato oggetto di appalto non sia soggetto al vincolo di cui alla l. 01.06.1939 n. 1089, gli elaborati progettuali, relativi al suo restauro, non devono essere necessariamente sottoscritti da un architetto” (Consiglio di Stato, Sez. V, 10/09/2014, n. 4595).
Il richiamo alle massime che precedono –e, segnatamente, alla prima– consente di ritenere prive di pregio le vivaci contestazioni della difesa della stazione appaltante e della controinteressata, fondate sulla ricorrente affermazione della giurisprudenza, secondo la quale: “Ai sensi dell’art. 52, comma 2 r.d. 23.10.1925 n. 2537 (“Regolamento per le professioni di ingegnere e di architetto”), non la totalità degli interventi concernenti gli immobili di interesse storico e artistico deve essere affidata alla specifica professionalità dell’architetto, ma solo “le parti di intervento di edilizia civile che riguardino scelte culturali connesse alla maggiore preparazione accademica conseguita dagli architetti nell’ambito del restauro e risanamento degli immobili di interesse storico e artistico”, restando invece nella competenza dell’ingegnere civile la cd. parte tecnica, ossia “le attività progettuali e di direzione dei lavori che riguardano l’edilizia civile vera e propria” (Consiglio di Stato – Sez. VI, 09/01/2014, n. 21; conforme: TAR Sicilia–Catania, Sez. I, 27/01/2011, n. 187).
Sul punto, s’è sviluppato un serrato dibattito, sostenendosi da parte della difesa del Comune e della controinteressata, sia pur con diversità di accenti, sostanzialmente l’inammissibilità e l’infondatezza dei primi due motivi di censura, posto che si trattava soltanto d’interventi di efficientamento energetico degli immobili vincolati “de quibus”; che le proposte migliorative erano state circoscritte a specifici aspetti progettuali (quelli riferiti in precedenza); che le opere migliorative di conseguenza proposte si limitavano a “lavori impiantistici e di natura squisitamente tecnica”, i quali non implicavano “scelte culturali” di specifica competenza della professione di architetto; ed ancora, che le prescrizioni della Soprintendenza erano dirette esclusivamente al Comune, che ne aveva debitamente tenuto conto, in sede di redazione del progetto esecutivo dei lavori; le predette argomentazioni erano oggetto d’ancor più ampio sviluppo, nell’ultima memoria difensiva della stazione appaltante, la quale concludeva, nel senso che gli interventi di efficientamento energetico dei quali si tratta, lungi dal poter essere compresi nella nozione di restauro, recupero o ripristino di un bene di rilevante interesse culturale, rientravano piuttosto nel concetto di manutenzione (ordinaria, o al più straordinaria) degli immobili tutelati, con conseguente impossibilità d’affermare la competenza esclusiva dell’architetto, nella sottoscrizione della proposta tecnica migliorativa in questione.
Dal canto suo, la ricorrente, con il supporto di relazione tecnica di parte, ha osservato come l’aggiudicataria, con l’offerta migliorativa, avesse previsto, tra l’altro, la sostituzione degli infissi esterni, l’isolamento termico mediante pannelli–sandwich, la realizzazione di un isolamento termico a cappotto e interventi di isolamento della copertura e capriata di progetto, ovvero opere “che incidono in modo rilevante sul bene culturale”; e, con la memoria di replica, da ultimo depositata, ha sostenuto, al contrario di quanto assunto dalle avverse difese, come rientrassero nella nozione di restauro, e, ancor più, di ripristino, tutti gli interventi eseguiti sul bene culturale, tanto più che erano previste demolizioni, e s’è soffermata in particolare –quanto alle migliorie proposte dall’aggiudicataria– sull’installazione di infissi, diversi da quelli previsti nel progetto esecutivo e di finestre con parti in alluminio anziché in legno, nonché sulla demolizione di tutte le pareti esterne per uno spessore di 7 cm., al fine di realizzare l’isolamento termico, mediante l’installazione di pannelli–sandwich, nonché sulla rimozione del pavimento e della struttura sottostante, per circa 11 cm., implicata dalla creazione dell’impianto di riscaldamento; sull’integrale demolizione del tetto di copertura, e il successivo ripristino dello stesso, al fine di garantire l’isolamento della copertura medesima e della capriata, per di più con installazione di pannelli fotovoltaici sul tetto, tutti interventi, in definitiva, atti a modificare sensibilmente l’aspetto esterno degli immobili vincolati, come tali richiedenti l’effettuazione di ben precise scelte culturali, riservate per legge alla professione di architetto, in virtù della specifica competenza acquisita, nel corso degli studi universitari, circa tali specifici aspetti.
Orbene, a fronte di tali ultime notazioni (e tenuto conto, altresì, di quanto sopra osservato, circa l’autovincolo, imposto dalla stazione appaltante alle proprie scelte di natura discrezionale –valutativa, mercé l’esplicito richiamo alla legge professionale del 1925), si deve concludere, nel senso che il progetto migliorativo dell’intervento in oggetto– prevedendo consistenti opere di ripristino, oltre che di manutenzione straordinaria del bene culturale (se non proprio di restauro)– dovesse essere, necessariamente, sottoscritto da un architetto, ai sensi dell’art. 52 del R.D. 2537/1925 (come del resto stabilito, a pena d’esclusione, dal bando di gara).
Con l’importante, ulteriore, osservazione che quand’anche, obliterando quanto sopra osservato, si volesse concludere nel senso, restrittivo, della natura di opere di mera manutenzione straordinaria degli interventi migliorativi “de quibus”, non per questo ne deriverebbe, secondo quanto opinato dalla difesa del Comune, il superamento della causa d’esclusione dalla gara dell’aggiudicataria, di cui sopra.
Si consideri, a tale proposito, la massima che segue: “La riserva di competenza in favore degli architetti ex art. 52 r.d. n. 2537 del 23.10.1925, (“Regolamento per le professioni di ingegnere e di architetto”) non può essere negata solo per il fatto che i lavori da appaltare consistano in un mero intervento di recupero e manutenzione straordinaria, e non di restauro in senso stretto, non essendovi ragioni per escludere tali tipologie di intervento da quelle riservate alla competenza degli architetti, tenuto anche conto che la norma in questione contempla in maniera generica le attività di restauro e ripristino” (TAR Sardegna, Sez. I, 24/10/2009, n. 1559).
In parte motiva, la suddetta decisione reca l’ulteriore, importante, precisazione: “(…) La terminologia utilizzata dal legislatore del 1925 deve quindi essere considerata in senso atecnico, e non può essere riferita alle specifiche categorie di interventi sul patrimonio edilizio esistente poi codificate dall’art. 31 della legge 05.08.1978, n. 457 e oggi recepite nell’art. 3 del DPR 06.06.2001, n. 380. L’espressione “restauro e ripristino” va quindi intesa in senso omnicomprensivo, come relativa a qualsiasi attività di recupero di una struttura edilizia che presenti peculiari caratteri storico–artistici”.
Del resto, una delle massime, ricavate dalla sentenza del Consiglio di Stato, Sez. VI, dell’11/09/2006, n. 5239, richiamata, quale precedente, in quella del Consiglio di Stato – Sez. VI, del 09/01/2014, n. 21, assunta dalla stazione appaltante quale decisiva ragione di rigetto delle doglianze sollevate, in corso di gara, dalla ricorrente (cfr. il citato verbale della Commissione di gara, n. 6 del 03.09.2014, nonché il rigetto del preavviso di ricorso, presentato dalla stessa ricorrente, prot. n. 8178/2014/risc. del 04.09.2014, a firma del RUP), prevede: “La ripartizione delle competenze professionali tra architetto e ingegnere, delineata nell’art. 52 r.d. n. 2537 del 1925, deve considerarsi applicabile, garantendo che la progettazione dell’intervento edilizio su immobili di interesse storico–artistico sia affidata a professionisti dotati di una specifica preparazione nel campo delle arti e di un’adeguata formazione umanistica”.
Infine, “ad abundantiam”, s’osserva che nella recentissima decisione del TAR Veneto, Sez. I, del 03/06/2014, n. 743, s’è concluso, significativamente, nei termini seguenti: “In relazione alla disciplina normativa italiana che riserva ai soli architetti le prestazioni principali sugli immobili di interesse culturale, l’art. 52 del r.d. n. 2537 del 1925 (regolamento delle professioni di ingegnere e architetto) non determina –in danno degli ingegneri italiani nei confronti di ingegneri di un qualunque altro Paese dell’Unione Europea– un fenomeno di “discriminazione alla rovescia”: infatti, l’ordinamento comunitario non riconosce a tutti gli ingegneri di Paesi dell’UE diversi dall’Italia (con esclusione dei soli ingegneri italiani) l’indiscriminato esercizio delle attività tipiche della professione di architetto (tra cui le attività relative ad immobili di interesse storico–artistico), ma, al contrario, giusta la normativa comunitaria, l’esercizio di tali attività –in regime di mutuo riconoscimento– sarà consentito ai soli professionisti che (al di là del “nomen iuris” del titolo posseduto) possano vantare un percorso formativo adeguatamente finalizzato all’esercizio delle attività tipiche della professione di architetto; pertanto, anche volendo ammettere che un professionista non italiano con titolo di ingegnere sia legittimato, in base alla normativa del paese d’origine, a svolgere attività rientranti tra quelle abitualmente esercitate con il titolo di architetto, ciò non è sufficiente a determinare “ex se” una “discriminazione alla rovescia”, atteso che, in forza della direttiva 85/384/Cee, l’esercizio di tali attività sarà possibile (non sulla base del mero possesso del titolo di ingegnere, ma) in quanto tale professionista non italiano avrà seguito un percorso formativo adeguato ai fini dell’esercizio delle attività abitualmente esercitate con il titolo di architetto (nella fattispecie, relativa alla procedura di affidamento della progettazione preliminare, definitiva ed esecutiva e direzione lavori ristrutturazione di un fabbricato comunale ex museo, <il collegio ha concluso che un ingegnere non avrebbe potuto partecipare alla procedura per mancanza del requisito consistente nel possesso del titolo di architetto>)”.
L’accoglimento del ricorso, per i profili dianzi evidenziati, con assorbimento (stante la natura dirimente del vizio, riscontrato dal Collegio) d’ogni altra doglianza, comporta l’annullamento dell’aggiudicazione definitiva, disposta in favore della controinteressata, la quale doveva essere esclusa dalla gara (e, comunque, non spettandole alcun punteggio per le migliorie proposte, non si sarebbe comunque classificata al primo posto della graduatoria, giusta le considerazioni dianzi svolte); nonché, ex art. 122 c.p.a., la dichiarazione d’inefficacia del contratto, rep. n. 6/2014 (cfr. l’all. 18 della memoria di costituzione del Comune di Polla) –stipulato il 15.10.2014, tra il Comune e la stessa controinteressata– ed il subentro della ricorrente, seconda classificata, come da sua specifica richiesta, nella stessa aggiudicazione e, di conseguenza, nel contratto di cui sopra, stipulato ma (cfr. gli allegati 19 e 20 alla stessa memoria di costituzione del Comune), non ancora portato ad esecuzione, per il sopravvenire del decreto cautelare monocratico, con cui il Presidente della Sezione ha accolto l’istanza, in tal senso rivolta dalla ricorrente medesima (in giurisprudenza: “Il giudice amministrativo, una volta che abbia annullata l’aggiudicazione definitiva dell’appalto oggetto del contendere, può ex art. 122 c. p.a. disporre il subentro della ricorrente nel contratto, ma a condizione che il vizio dell’aggiudicazione non comporti l’obbligo di rinnovare la gara, la domanda di subentro sia stata proposta e lo stato di esecuzione del contratto e la tipologia stessa del contratto consentano tale subentro” –Consiglio di Stato – Sez. V, 25/06/2014, n. 3220).
La tutela, in forma specifica, dell’interesse pretensivo (all’aggiudicazione della gara e al subentro nel contratto), della ricorrente, in tal modo apprestata, dal Collegio, in suo favore (al decreto monocratico di cui sopra è, infatti, seguita l’ordinanza cautelare, di conferma degli effetti del medesimo, e, quindi, la pubblicazione, in data 04.12.2014, del dispositivo con cui la presente causa è stata decisa) determina, giusta l’orientamento costantemente seguito dalla Sezione, il rigetto della domanda di risarcimento dei danni, per equivalente monetario, dalla medesima ricorrente, presentata in via subordinata, né risulta che siano stati dedotti danni, ulteriori o diversi (cfr. anche, in giurisprudenza, in senso conforme, la decisione del TAR Lazio–Roma, Sez. II, del 19/10/2012, n. 8695, nonché la specifica disciplina, dettata dall’art. 124, comma 1, c.p.a.: “L’accoglimento della domanda di conseguire l’aggiudicazione e il contratto è comunque condizionato alla dichiarazione di inefficacia del contratto ai sensi degli articoli 121, comma 1, e 122. Se il giudice non dichiara l’inefficacia del contratto dispone il risarcimento del danno per equivalente, subito e provato”).
Quanto alla richiesta di condanna del Comune di Polla al pagamento delle sanzioni pecuniarie, previste dall’art. 123 c.p.a., avanzata dal ricorrente, il Collegio ritiene che essa non vada pronunziata, posto che, ai sensi dell’art. 121, comma 4: “Nei casi in cui, nonostante le violazioni, il contratto sia considerato efficace o l’inefficacia sia temporalmente limitata si applicano le sanzioni alternative di cui all’articolo 123”; ma non è questo il caso, essendo stato il contratto, già stipulato, dichiarato inefficace; del resto, l’art. 123 c.p.a., nell’individuare le sanzioni alternative, da applicare alternativamente o cumulativamente, di cui alle lett. a) e b), ne restringe, espressamente, l’applicazione ai “casi di cui all’articolo 121, comma 4”; né pare che possa diversamente ritenersi, in base al comma 3 dello stesso art. 123 c.p.a., secondo cui: “Il giudice applica le sanzioni di cui al comma 1 anche qualora il contratto è stato stipulato senza rispettare il termine dilatorio stabilito per la stipulazione del contratto, ovvero è stato stipulato senza rispettare la sospensione della stipulazione derivante dalla proposizione del ricorso giurisdizionale avverso l’aggiudicazione definitiva, quando la violazione non abbia privato il ricorrente della possibilità di avvalersi di mezzi di ricorso prima della stipulazione del contratto e non abbia influito sulle possibilità del ricorrente di ottenere l’affidamento”, posto che il riferimento, in detta norma contenuto, alle “sanzioni di cui al comma 1”, pare debba ritenersi comprensivo anche della specifica limitazione, delle stesse sanzioni, ai soli “casi di cui all’articolo 121, comma 4”, in detto art. 123, comma 1, prevista.
In giurisprudenza, cfr, le massime seguenti, nelle quali l’applicazione delle sanzioni “de quibus“ viene sempre esplicitamente ristretta ai soli casi in cui il contratto sia, nonostante le violazioni, dichiarato efficace:
- “A seguito dell’annullamento dell’aggiudicazione, non va dichiarata l’inefficacia del contratto stipulato dall’aggiudicataria nel caso in cui ricorrano esigenze imperative, incluse quelle imprescindibili di carattere tecnico o di altro tipo (art. 121, comma 2, c.p.a.), fra le quali devono ricomprendersi quelle connesse all’ipotesi in cui, come nella specie, il contratto sia stato da tempo eseguito e sia da tempo intervenuto il collaudo e l’utilizzo della fornitura da parte dell’Amministrazione. Tuttavia, non avendo l’Amministrazione rispettato il cosiddetto obbligo di stand still di cui all’art. 11, comma 10, d.lgs. n. 163 del 2006, va applicata –come previsto dall’art. 121, comma 4, c.p.a. ed in applicazione dei criteri di cui al successivo art. 123– nei confronti della amministrazione la sanzione alternativa di cui al medesimo art. 123” (TAR Sicilia–Catania, Sez. II, 11/11/2013, n. 2746);
- “La mancata applicazione dell’art. 121, comma 1, del Codice, in presenza della violazione del termine di cd. stand still, determina in ogni caso –ai sensi del successivo comma 4– l’applicazione delle sanzioni alternative di cui all’art. 123, come anche autonomamente confermato dal comma 3 del medesimo art. 123. In proposito ritiene il Collegio che le disposizioni richiamate introducano un automatismo che assume un’impronta sanzionatoria, come questo Tribunale ha già evidenziato nella propria precedente pronuncia in data 30.11.2011 n. 1673 (par. 10.1), non ritualmente impugnata: <L’applicazione delle predette sanzioni deve avvenire secondo quanto disposto dagli artt. 121, comma 4, e 123>. In base a questi ultimi quando, nonostante le violazioni, <il contratto sia considerato efficace> il giudice dispone (in via alternativa o cumulativa) il pagamento di una sanzione pecuniaria da versare al bilancio dello Stato di importo compreso tra lo 0,5 ed il 5 (%) del valore del contratto e/o la riduzione della durata del medesimo (da un minimo del 10 al massimo del 50 (%) della durata residua)” (TAR Lombardia–Brescia – Sez. II, 25/06/2013, n. 610) (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 13.01.2015 n. 149 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

dicembre 2014

COMPETENZE PROGETTUALI: Il criterio per accertare se la progettazione di una costruzione rientri nella competenza professionale dei geometri, ai sensi dell'art. 16 lett. m) r.d. 11.02.1929 n. 274, consiste, infatti, nel valutare le difficoltà tecniche che la progettazione e l'esecuzione dell'opera comportano e le capacità occorrenti per superarle.
La delimitazione della competenza dei geometri e geometri laureati in tale materia va effettuata anche in base al criterio economico e tecnico-qualitativo della modestia o tenuità dell'opera, cosicché agli stessi è preclusa la realizzazione di un complesso di opere che richieda una visione di insieme, che ponga problemi di carattere programmatorio, che imponga una valutazione complessiva di una serie di situazioni la cui soluzione, sotto il profilo tecnico, può incontrare difficoltà non facilmente superabili con la competenza professionale dei medesimi professionisti.
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L’inserimento dell’opera o dei lavori nel programma (o elenco annuale) non dà luogo, per ciò stesso, alla complessità nell’accezione di cui all’art. 16 del r.d. n. 274 del 1929, per la semplice ragione che ben può venire in evidenza la presenza di opere di importo elevato (con obbligo, pertanto, di inserimento nel programma o nell’elenco) ma di modesta difficoltà quale può essere, di regola, una semplice manutenzione anche straordinaria.
D’altronde, se da un lato è vero che l’obbligo per il consiglio comunale di inserire i lavori nel programma triennale o nell’elenco annuale assuma attualità qualora l’opera superi l’importo di centomila euro, è pur vero -ciò che smentisce ancor di più la necessaria correlazione tra detto importo e complessità dell’intervento- che siffatto valore altro non costituisce che la somma delle voci dell’intero quadro economico di cui all’art. 16 del d.P.R. n. 207 del 2010 (comprese, ad esempio, le somme a disposizione dell’amministrazione, non del tutto irrilevanti, inidonee in qualche modo a connotare le caratteristiche dell’opera).

... per l'annullamento dell'avviso per l'espletamento di un’indagine di mercato per l'affidamento di servizi tecnici, di cui all'articolo 91 del d.lgs 12.04.2006 n. 163 relativi ad edifici scolastici indetto dall'Area gestione del territorio del Comune di Palermo, nella parte in cui agli artt. 1 e 4 esclude la partecipazione dei geometri e dei geometri laureati;
...
5.- Il ricorso, poiché fondato nei termini di seguito specificati, deve essere accolto.
6.- La scelta del Comune di Palermo, che, come s’è detto, ha escluso i geometri ed i geometri laureati dal novero dei soggetti ammessi ad esprimere la propria manifestazione d’interesse sul potenziale conferimento «dei servizi tecnici di cui all’art. 91» del d. lgs. n. 163 del 2006, si mostra errata nel metodo e nel merito.
7.- La natura e la tipologia degli incarichi da conferirsi, in assenza di una puntuale dimostrazione che, in effetti, tutti gli interventi diano luogo a quella particolare complessità dalla quale far discendere l’impossibilità di affidarli ai geometri e geometri laureati, obiettivamente non giustifica, quantomeno per le modalità con cui è stata pensata, sul piano delle regole di concorrenza e di parità di trattamento, l’esclusione di siffatta categoria di professionisti dalla possibilità di manifestare il relativo interesse alla procedura.
Al di là della non proprio perspicua indicazione dell’avviso sull’oggetto delle prestazioni, il quale (vedasi l’oggetto e l’art. 2, comma 1), da un lato, mira a sollecitare la manifestazione di disponibilità per il conferimento di futuri incarichi «di servizi tecnici di cui all’art. 91 del d.lgs. n. 163 del 2006» (e non già di soli incarichi di progettazione, come invece ritenuto dalla difesa del Comune, cfr. pag. 3, par. 5, della memoria) e, per altro verso, richiama interventi di «carattere edilizio, impiantistico e strutturale» (art. 1), va osservato che l’importo della prestazione professionale (recte: del servizio) non può costituire sinonimo di complessità (o non complessità) degli interventi che della stessa costituiscono oggetto, da cui deriverebbe l’ipotetica delimitazione, sul versante soggettivo, delle categorie professionali ammesse.
Nel caso di specie, il tenore dell’avviso induce a ritenere che i lavori non siano esclusivamente caratterizzati da interventi strutturali per i quali, in taluni casi (e non sempre) potrebbe ipotizzarsi un’assenza di competenze dei geometri: l’avviso fa, invero, riferimento anche a lavori di manutenzione straordinaria e di edilizia per i quali detta competenza non può astrattamente escludersi, a meno che la concreta connotazione dell’intervento non lo imponga.
Il criterio per accertare se la progettazione di una costruzione rientri nella competenza professionale dei geometri, ai sensi dell'art. 16 lett. m) r.d. 11.02.1929 n. 274, consiste, infatti, nel valutare le difficoltà tecniche che la progettazione e l'esecuzione dell'opera comportano e le capacità occorrenti per superarle. La delimitazione della competenza dei geometri e geometri laureati in tale materia va effettuata anche in base al criterio economico e tecnico-qualitativo della modestia o tenuità dell'opera, cosicché agli stessi è preclusa la realizzazione di un complesso di opere che richieda una visione di insieme, che ponga problemi di carattere programmatorio, che imponga una valutazione complessiva di una serie di situazioni la cui soluzione, sotto il profilo tecnico, può incontrare difficoltà non facilmente superabili con la competenza professionale dei medesimi professionisti.
Il Comune, benché abbia esattamente individuato gli interventi da rendere oggetto dei servizi di che trattasi (considerato che gli stessi sarebbero stati inseriti negli strumenti di programmazione), non ha affatto offerto elementi idonei a giustificare l’esclusione dei geometri e geometri laureati dalla procedura.
In tal senso, la scelta della civica amministrazione deve essere giudicata non conforme a canoni di buona amministrazione considerato, peraltro, che ove fosse venuto in rilievo un intervento escluso dalla «competenza» dei geometri, gli uffici ben avrebbero potuto disporre, in ipotesi, successivamente, l’espulsione di siffatti professionisti dal novero dei soggetti da ammettere (non già alla manifestazione di interesse ma) al sorteggio previsto dallo stesso avviso. Esclusione, questa, che, ovviamente, non avrebbe potuto prescindere dalla valutazione delle specifiche e concrete caratteristiche dell’intervento da realizzare, senza precludere, ab origine ed in via del tutto astratta, l’ammissione dei predetti soggetti alla predetta fase di manifestazione di interesse.
A diverse conclusioni non può condurre l’affermazione della difesa comunale, avente valore meramente assertivo poiché non supportata da nessun elemento idoneo a smentire le affermazioni di parte ricorrente, secondo cui tutti gli interventi di progettazione contemplerebbero l’adeguamento antisismico degli edifici: un espresso, esclusivo e specifico riferimento a tale categoria di interventi non è dato rinvenirsi né nell’avviso pubblico (il quale si limita genericamente a richiamare, tra gli altri, gli interventi «strutturali» che, peraltro, non necessariamente ricomprendono misure antisismiche) né nel novero dell’esperienza curriculare richiesta ai professionisti, che, per il vero, punta l’attenzione, tra le altre, sulle esperienze di tema di adeguamento alla normativa di igiene, sicurezza ex d.lgs. n. 81 del 2008 ed agibilità di edifici scolastici.
Sotto altro profilo, lo stesso asserito inserimento delle opere nel programma triennale dei lavori pubblici, circostanza alla quale la difesa del Comune di Palermo correla la complessità delle stesse e la (necessaria) susseguente impossibilità per i geometri e geometri laureati di essere chiamati allo svolgimento delle attività di cui trattasi, non infirma quanto finora detto. L’inserimento dell’opera o dei lavori nel predetto programma (o elenco annuale) non dà luogo, per ciò stesso, alla complessità nell’accezione di cui all’art. 16 del r.d. n. 274 del 1929, per la semplice ragione che ben può venire in evidenza la presenza di opere di importo elevato (con obbligo, pertanto, di inserimento nel programma o nell’elenco) ma di modesta difficoltà quale può essere, di regola, una semplice manutenzione anche straordinaria (cfr. TAR Piemonte, sentenza n. 852 del 2007).
D’altronde, se da un lato è vero che l’obbligo per il consiglio comunale di inserire i lavori nel programma triennale o nell’elenco annuale assuma attualità qualora l’opera superi l’importo di centomila euro, è pur vero -ciò che smentisce ancor di più la necessaria correlazione tra detto importo e complessità dell’intervento- che siffatto valore altro non costituisce che la somma delle voci dell’intero quadro economico di cui all’art. 16 del d.P.R. n. 207 del 2010 (comprese, ad esempio, le somme a disposizione dell’amministrazione, non del tutto irrilevanti, inidonee in qualche modo a connotare le caratteristiche dell’opera), così come previsto dall’art. 6 della l.r. n. 12 del 2011 nonché dal decreto dell’Assessorato alle infrastrutture e mobilità della Regione Siciliana n. 14/OSS del 10.08.2012 (ad oggetto «procedura e schemi-tipo per la redazione del programma triennale […] ai sensi dell'articolo 128 del decreto legislativo 12.04.2006, n. 163 […] e degli articoli 13 e 271 del decreto del Presidente della Repubblica 05.10.2010, n. 207»).
8.- L’esclusione dei geometri e dei geometri laureati, alla luce di quanto sopra esposto, siccome censurata dalla parte ricorrente e nei termini in cui è stato voluto dal Comune di Palermo, si pone in contrasto con i parametri normativi di riferimento, sicché il ricorso va accolto con conseguente annullamento dell’atto impugnato nei limiti della domanda, ossia nella parte in cui l’impugnato avviso preclude a siffatta categoria di professionisti di accedere alla fase preliminare della procedura per cui è causa (TAR Sicilia-Palermo, Sez. III, sentenza 22.12.2014 n. 3422 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: Sulla competenza progettuale dell'ingegnere relativamente ai lavori di adeguamento alle norme di sicurezza di una scuola media quale "bene monumentale”.
Nella progettazione esecutiva dei lavori appaiono prevalenti le opere di impiantistica rispetto alle opere civili vere e proprie, e queste ultime sembrano afferire più propriamente ad attività riguardante l’edilizia civile in senso stretto, che non l’edilizia di rilevante carattere artistico, per la quale soltanto opera la riserva di professione (architetto) contemplata dall’art. 52 del r.d. n. 2537/1925.
Pertanto, gli interventi previsti sembrano rientrare tutti nella sfera di competenze propria della figura professionale dell’ingegnere.
Inoltre, la Soprintendenza si era già pronunciata in senso favorevole alla realizzazione delle opere in argomento in sede di parere sul progetto definitivo redatto dal solo ingegnere, valutando le soluzioni progettuali previste per l’esecuzione dei lavori come idonee e compatibili con la rilevanza architettonica dell’immobile. Di talché la Soprintendenza avrebbe dovuto motivare puntualmente in ordine alle ragioni poste a fondamento del diverso apprezzamento espresso oggi sulla compatibilità dell’intervento con l’interesse affidato alla sue cure, e non limitarsi a rilevare genericamente la mancata applicazione del predetto art. 52.

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... per l'annullamento, previa sospensione dell'efficacia,
- del provvedimento della Soprintendenza di Messina prot. n. 4595/6 del 22.07.2014, con il quale non è stato reso il parere di competenza sul progetto esecutivo relativo ai lavori di adeguamento alle norme di sicurezza della Scuola media Giuseppe Mazzini di Messina, “in quanto il progetto è stato redatto esclusivamente dalla figura professionale dell’ingegnere su bene monumentale”;
- ove occorra, della nota della stessa Soprintendenza prot. n. 7202 dell'11.12.2013;
- della nota del Comune di Messina, prot. n. 216824 del 19.09.2014, con cui è stato dichiarato concluso l'incarico di progettazione del ricorrente;
...
- Ritenuto che nella progettazione esecutiva dei lavori appaiono prevalenti le opere di impiantistica rispetto alle opere civili vere e proprie, e che queste ultime sembrano afferire più propriamente ad attività riguardante l’edilizia civile in senso stretto, che non l’edilizia di rilevante carattere artistico, per la quale soltanto opera la riserva di professione contemplata dall’art. 52 del r.d. n. 2537/1925;
- Ritenuto, pertanto, che gli interventi previsti sembrano rientrare tutti nella sfera di competenze propria della figura professionale dell’ingegnere;
- Rilevato, inoltre, che la Soprintendenza si era già pronunciata in senso favorevole alla realizzazione delle opere in argomento in sede di parere sul progetto definitivo redatto dal solo ingegnere, valutando le soluzioni progettuali previste per l’esecuzione dei lavori come idonee e compatibili con la rilevanza architettonica dell’immobile (nota 23.11.2005, in atti);
- Ritenuto, conseguentemente, che la Soprintendenza avrebbe dovuto motivare puntualmente in ordine alle ragioni poste a fondamento del diverso apprezzamento espresso oggi sulla compatibilità dell’intervento con l’interesse affidato alla sue cure, e non limitarsi a rilevare genericamente la mancata applicazione del predetto art. 52;
- Ritenuto che sussiste, pertanto, il necessario “fumus” di fondatezza e che, in presenza altresì del danno grave ed irreparabile, occorre ordinare alla Soprintendenza di riesaminare la fattispecie in controversia, alla luce delle censure in ricorso e di quanto statuito con la presente ordinanza, entro il termine di giorni quindici dalla comunicazione o notifica, se anteriore, della presente ordinanza.
- Considerato che le spese della presente fase cautelare possono essere compensate atteso il carattere propulsivo del presente provvedimento cautelare;
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Prima) accoglie l’istanza di misure cautelari, nei termini di cui in parte motiva (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, ordinanza 05.12.2014 n. 932 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

settembre 2014

COMPETENZE PROGETTUALI: La Sezione non si discosta dalla stessa giurisprudenza di questo Consesso la quale conferma la competenza del geometra nella progettazione in cemento armato di dimensioni minori, tra le quali, alla luce della disposizione citata, non sembra proprio potersi iscrivere un fabbricato-villino di abitazione che consta di sei piani e livelli.
Quanto poi alla sostenuta esistenza del limite dei 5000 mc., sino al quale il geometra potrebbe progettare opere in cemento armato, il Collegio non rileva nell’argomentazione dell’appellante la fonte normativa recante detto parametro. Il limite compare invece in una datata pronunzia di questo Consiglio (sez. V, n. 25/1999), peraltro assolutamente ignorata dalla successiva e prevalente giurisprudenza.

Entrando nei profili sostanziali della controversia, il secondo motivo argomenta in sintesi che la normativa non vieta in assoluto al geometra la progettazione di costruzioni in cemento armato, consentendogli in tale modalità le piccole costruzioni; tale precisazione della competenza è del resto stata evidenziata dalla giurisprudenza amministrativa ed in particolare il limite dimensionale sarebbe da individuarsi nei 5000 mc., sicché presentando il progetto assentito un volume di mc. 479 rientrava pienamente nelle competenze del tecnico che lo ha redatto. La tesi accolta dal TAR, infine, contrasterebbe con il dettato dell’art. 2, c. 14, della legge n. 1086/1971, che riconosce la competenza in questione con riferimento alle opere in conglomerato cementizio. Al riguardo il Collegio osserva quanto segue.
Non v’è dubbio che il divieto non deriva “tout court” dalla tipologia costruttiva nel materiale previsto dal progetto (per la competenza in generale a progettare in cemento armato vedasi ad es. Cons. di Stato, sez. Sez. IV, sent. n. 784/1997), ma la questione in controversia si correla diversamente a complessità e natura funzionale dell’edificio nella fattispecie concreta progettato ed assentito; la tesi che il geometra poteva progettare la costruzione in esame è smentita dal dato letterale dell’art. 16 del r.d. n 274/1929, rapportato alle caratteristiche della costruzione, quali emergono dagli atti; la norma, alla lettera “l”, dispone che la competenza riguarda “progetto, direzione, sorveglianza e liquidazione di costruzioni rurali e di edifici per uso d'industrie agricole, di limitata importanza, di struttura ordinaria, comprese piccole costruzioni accessorie in cemento armato, che non richiedono particolari operazioni di calcolo e per la loro destinazione non possono comunque implicare pericolo per la incolumità delle persone”.
Nell’applicare alla fattispecie questo orientamento, la Sezione, peraltro, non si discosta dalla stessa giurisprudenza di questo Consesso citata dall’appellante (cfr. Cons. di Stato, sez. V, n. 7121/2003), la quale conferma la competenza del geometra nella progettazione in cemento armato di dimensioni minori, tra le quali, alla luce della disposizione citata, non sembra proprio potersi iscrivere un fabbricato-villino di abitazione che (come riferisce a p. 14 la documentata consulenza tecnica in atti a firma dell’arch. Remo Colonna) consta di sei piani e livelli.
Quanto poi alla sostenuta esistenza del limite dei 5000 mc., sino al quale il geometra potrebbe progettare opere in cemento armato, il Collegio non rileva nell’argomentazione dell’appellante la fonte normativa recante detto parametro. Il limite compare invece in una datata pronunzia di questo Consiglio (sez. V, n. 25/1999), peraltro assolutamente ignorata dalla successiva e prevalente giurisprudenza.
Infine sulla portata del citato art. 2 legge n. 1086/1971, basti considerare il fatto noto che le opere in conglomerato cementizio e quelle in cemento armato costituiscono nozioni diverse
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 22.09.2014 n. 4751 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

giugno 2014

COMPETENZE PROGETTUALI: Va esclusa la competenza di un geometra a dirigere i lavori del progetto di realizzazione di un fabbricato urbano composto di piano terra, primo piano e sottotetto con strutture portanti in cemento armato ovvero del progetto per la costruzione di un capannone per attività cinotecnica con annessi uffici e servizi, con strutture e fondazioni in cemento armato, dato che esula dalla competenza dei geometri la progettazione, direzione e vigilanza di costruzioni civili con strutture in cemento armato, qualunque ne sia l’importanza.
A non diversa soluzione deve pervenirsi anche per il progetto di realizzazione di un fabbricato rurale con struttura in cemento armato che consta di una costruzione avente pianta di sei metri per cinque ed una altezza media di quattro metri, con bagno e antibagno.
Per un verso, infatti, perché sussista la competenza di un geometra non è sufficiente la natura rurale del manufatto, ma occorre anche che si tratti di piccola costruzione accessoria che per la sua destinazione non possa, comunque, implicare pericolo per l’incolumità delle persone, come, invece, tendenzialmente avviene per le costruzioni comunque destinate ad ospitare persone, sia pure per un limitato lasso temporale.
Per altro e, comunque, decisivo verso, trattandosi di autorizzazioni sismiche, deve rammentarsi che quando l’immobile ricade in zona a rischio sismico acquista uno specifico rilievo, ai fini in esame, l’assoggettabilità di ogni intervento edilizio alla normativa di cui alla richiamata legge n. 64 del 1974 «imponente particolari calcoli, per costante giurisprudenza, esulanti dalle competenze professionali dei geometri», proprio perché, come si è in precedenza detto, il limite delle loro competenze (richiamato nell’art. 17, co. 2, della stessa legge n. 64 del 1971) è anche nel fatto –a norma dell’art. 16. lett. l), r.d. n. 274 del 1929 cit.– che si tratti di costruzioni che «non richiedono particolari operazioni di calcolo».

... per l'annullamento delle determinazioni assunte dall’Ufficio del Genio Civile di Caserta con note prot. n. 535689 del 07.07.2011, n. 621346 del 09.08.2011, n. 593533 del 28.07.2011, aventi ad oggetto la sostituzione di direttore dei lavori (geometra) con un tecnico laureato (ingegnere o architetto) poiché i lavori riguardano una struttura in c.a., nonché per l’accertamento della piena competenza da parte dei geometri alla progettazione e direzione dei lavori per opere anche in cemento armato di limitata importanza, di struttura ordinaria, comprese piccole costruzioni accessorie (in cemento armato) e per la progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili (anche in cemento armato).
...
Il ricorso, tuttavia, è infondato nel merito.
Affidando le proprie doglianze a più motivi di ricorso e producendo a sostegno un parere professionale, il Collegio ricorrente propugna la tesi che la competenza dei geometri si estenda all’attività di progettazione e di direzione dei lavori anche per le opere in cemento armato, purché si tratti di modeste costruzioni civili (secondo una valutazione tecnico-qualitativa da effettuarsi in concreto, caso per caso), e, in generale, per le costruzioni rurali e le opere accessorie civili di dimensioni minori.
Al riguardo, invoca le seguenti disposizioni relative alla competenza dei geometri:
- l’art. 16, lettere l) e m), del r.d. 11.02.1929, n. 274, che, nel definire l’oggetto e i limiti dell'esercizio professionale di geometra, vi comprende: «l) progetto, direzione, sorveglianza e liquidazione di costruzioni rurali e di edifici per uso d'industrie agricole, di limitata importanza, di struttura ordinaria, comprese piccole costruzioni accessorie in cemento armato, che non richiedono particolari operazioni di calcolo e per la loro destinazione non possono comunque implicare pericolo per la incolumità delle persone …»; «m) progetto, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili»;
- l’art. 2, commi 1 e 2, della legge 05.11.1971, n. 1086, a mente dei quali: «1. La costruzione delle opere di cui all'articolo 1 [i.e.: opere in conglomerato cementizio armato (normale o precompresso); opere a struttura metallica] deve avvenire in base ad un progetto esecutivo redatto da un ingegnere o architetto o geometra o perito industriale edile iscritti nel relativo albo, nei limiti delle rispettive competenze. 2. L'esecuzione delle opere deve aver luogo sotto la direzione di un ingegnere o architetto o geometra o perito industriale edile iscritto nel relativo albo, nei limiti delle rispettive competenze»;
- l’art. 17, comma 2, della legge 02.02.1974, n. 64, che in materia di denuncia dei lavori per le costruzioni in zone sismiche, prevede che: «Alla domanda deve essere unito il progetto, in doppio esemplare e debitamente firmato da un ingegnere, architetto, geometra o perito edile iscritto nell'albo, nei limiti delle rispettive competenze, nonché dal direttore dei lavori»; nonché l’analoga previsione a livello regionale contenuta nell’art. 2, comma 4, della l.r. della Campania 07.01.1983, n. 9, la quale, per altro verso, sottopone l’attività di direzione dei lavori al controllo diretto e costante di un collaudatore in corso d’opera (art. 5).
Alla luce di tutto ciò, il ricorrente lamenta anche la sproporzione degli atti impugnati, la discriminazione a favore di altre categorie professionali (architetti ed ingegneri), il difetto di motivazione sulla valutazione in concreto dell’entità dei lavori affidati alla direzione dei tre geometri interessati, nonché un duplice profilo di contraddittorietà (rispetto al fatto che l’Ufficio del Genio Civile di Caserta ne avrebbe riconosciuto la competenza alla progettazione architettonica, negandola però alla direzione dei lavori progettati, e rispetto alla diversa prassi amministrativa degli altri Uffici provinciali del Genio Civile della stessa Regione Campania).
La tesi principale di parte ricorrente, secondo cui i geometri avrebbero competenza a progettare e a dirigere lavori anche per opere in cemento armato, purché si tratti di modeste costruzioni civili, trova, tuttavia, smentita nella corretta interpretazione del predetto quadro normativo, ripetutamente ribadita dai Giudici amministrativi e ordinari di ultima istanza, alla cui giurisprudenza ci si può senz’altro richiamare.
In particolare, per quanto riguarda questa giurisdizione, è stato di recente osservato che: «pare opportuno uniformarsi al consolidato quadro ermeneutico tracciato dalla più recente giurisprudenza civile ed amministrativa, cui si rinvia a mente dell’art. 74 c.p.a. (cfr. Cass. civ., sez. II, 07.09.2009, n. 19292; 08.04.2009, n. 8543; 26.07.2006, n. 17028; 22.04.2005, n. 8545; 30.03.2005, n. 6649; Cons. St., sez. V, 28.04.2011, n. 2537, recentemente confermata dalla sez. IV dello stesso Cons. di Stato, 28.11.2012 n. 6036), secondo cui: “A norma dell’art. 16 lett. m), r.d. 11.02.1929 n. 274, e come si desume anche dalle ll. 05.11.1971 n. 1086 e 02.02.1974 n. 64, che hanno rispettivamente disciplinato le opere in conglomerato cementizio e le costruzioni in zone sismiche, nonché dalla l. 02.03.1949 n. 144 (recante la tariffa professionale), esula dalla competenza dei geometri la progettazione di costruzioni civili con strutture in cemento armato, trattandosi di attività che, qualunque ne sia l’importanza, è riservata solo agli ingegneri ed architetti iscritti nei relativi albi professionali.
Solo le opere in cemento armato relative a piccole costruzioni accessorie rientrano nella competenza dei geometri, risultando ininfluente che il calcolo del cemento armato sia stato affidato ad un ingegnere o ad un architetto.
In buona sostanza, la competenza dei geometri è limitata alla progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione di quelle che comportino l’adozione -anche parziale- di strutture in cemento armato; solo in via di eccezione, si estende anche a queste strutture, a norma della lett. l) del medesimo articolo 16, r.d. n. 274 cit., purché si tratti di piccole costruzioni accessorie nell’ambito di edifici rurali o destinati alle industrie agricole, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per le persone.
Per il resto, la suddetta competenza è comunque esclusa nel campo delle costruzioni civili ove si adottino strutture in cemento armato, la cui progettazione e direzione, qualunque ne sia l’importanza è pertanto riservata solo agli ingegneri ed architetti iscritti nei relativi albi professionali; sotto tale angolazione deve escludersi che le innovazioni introdotte nei programmi scolastici degli istituti tecnici possano ritenersi avere ampliato, mediante l’inclusione tra le materie di studio di alcuni argomenti attinenti alle strutture in cemento armato, le competenze professionali dei medesimi.
I limiti posti dall’art. 16, lett. m) cit. alla competenza professionale dei geometri:
a) rispondono ad una scelta inequivoca del legislatore, dettata da evidenti ragioni di pubblico interesse, che lascia all’interprete ristretti margini di discrezionalità, attinenti alla valutazione dei requisiti della modestia della costruzione, della non necessità di complesse operazioni di calcolo e dell’assenza di implicazioni per la pubblica incolumità;
b) indicano, di contro, un preciso requisito, ovverosia la natura di annesso agricolo dei manufatti, per le opere eccezionalmente progettabili dai predetti tecnici anche nei casi di impiego di cemento armato.
E’ pertanto esclusa la possibilità di un’interpretazione estensiva o «evolutiva» di tale disposizione, che, in quanto norma eccezionale, non si presta ad applicazione analogica, non potendosi pervenire ad una diversa conclusione neppure in virtù delle norme -art. 2, l. 05.11.1971 n. 1086 e art. 17, l. 02.02.1974 n. 64- che disciplinano le costruzioni in cemento armato e quelle in zone sismiche, in quanto le stesse richiamano i limiti delle competenze professionali stabiliti per i geometri dalla vigente normativa professionale” (Cons. St., sez. V, 28.04.2011, n. 2537)
» (cfr. C.G.A. Reg. Siciliana, Sezioni riunite, parere n. 1450/2013 del 28.11.2013, affare n. 219/2013).
Per quanto riguarda la giurisdizione ordinaria, altrettanto recentemente la Corte di Cassazione ha ribadito il principio, dalla stessa costantemente affermato, per cui «ai tecnici solo diplomati (geometri e periti in edilizia) è consentita soltanto la progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione in ogni caso di opere che prevedano l'impiego di strutture in cemento armato a meno che non si tratti di piccoli manufatti accessori, trattandosi di una scelta inequivoca del legislatore dettata da evidenti ragioni di pubblico interesse, i limitati margini di discrezionalità attesa la chiarezza e tassatività del precetto normativo (v. Cass. 08/04/2009 n. 8543 e la giurisprudenza ivi richiamata: Cass. 8545/2005, 7778/2005, 6649/2005, 3021/2005, 19821/2004, 5961/2004, 15327/2000, 5873/2000);
- tale disciplina professionale non è stata modificata dalla L. 05.11.1971, n. 1086 e dalla L. 02.02.1974, n. 64, le quali si sono limitate, pur senza esplicito richiamo, a recepire la previgente ripartizione di competenze né tale disciplina professionale è stata modificata dalla L. 05.11.1971, n. 1086, e dalla L. 02.02.1974, n. 64, le quali si sono limitate, pur senza esplicito richiamo, a recepire la previgente ripartizione di competenze (cfr., ex multis, Cass. 02/09/2011 n. 18038);
- resta in ogni caso esclusa la competenza del geometra per le modeste costruzioni civili che siano anche in cemento armato
» (cfr. Cass., sez. II, 30.08.2013, n. 19989).
Infatti, rileva la medesima Corte, «il R.D. n. 274 del 1929, art. 16, alla lett. l) estende la competenza del geometra, quanto alle "costruzioni rurali e di edifici per uso d'industrie agricole di limitata importanza" alle piccole "costruzioni accessorie in cemento armato", ma solo a determinate condizioni, mentre la lett. m) non contiene identica estensione per le costruzioni civili di modesta importanza» (ibidem).
Ed è proprio perché le leggi n. 1086 del 1971 e n. 64 del 1974 confermano la limitazione di competenze dei geometri che i suddetti limiti non potrebbero dirsi superati dall’abrogazione del r.d. 16.11.1939, n. 2229 (che riservava a ingegneri e architetti le opere in conglomerato cementizio semplice od armato) da parte del D.Lgs. 13.12.2010, n. 212 (“Abrogazione di disposizioni legislative statali, a norma dell'articolo 14, comma 14-quater, della legge 28.11.2005, n. 246”), tanto più che quest’ultimo è del tutto privo di carattere interpretativo della disciplina in materia di competenze del geometra.
Tanto basta per escludere –con riferimento ai progetti all’origine degli atti per cui è causa– che possa fondatamente affermarsi la competenza di un geometra a dirigere i lavori del progetto di realizzazione di un fabbricato urbano composto di piano terra, primo piano e sottotetto con strutture portanti in cemento armato, cui si riferisce la nota impugnata prot. 593533 del 29.07.2011, o del progetto per la costruzione di un capannone per attività cinotecnica con annessi uffici e servizi, con strutture e fondazioni in cemento armato, cui si riferisce la nota impugnata prot. 621346 del 09.08.2011, dato che esula dalla competenza dei geometri la progettazione, direzione e vigilanza di costruzioni civili con strutture in cemento armato, qualunque ne sia l’importanza.
A non diversa soluzione deve pervenirsi anche per il progetto di realizzazione di un fabbricato rurale con struttura in cemento armato, di cui alla nota impugnata prot. 535689 del 07.07.2011, che consta di una costruzione avente pianta di sei metri per cinque ed una altezza media di quattro metri, con bagno e antibagno.
Per un verso, infatti, come si è visto, perché sussista la competenza di un geometra, non è sufficiente la natura rurale del manufatto, ma occorre anche che si tratti di piccola costruzione accessoria che per la sua destinazione non possa, comunque, implicare pericolo per l’incolumità delle persone, come, invece, tendenzialmente avviene per le costruzioni comunque destinate ad ospitare persone, sia pure per un limitato lasso temporale.
Per altro e, comunque, decisivo verso, trattandosi di autorizzazioni sismiche, deve rammentarsi che quando l’immobile ricade in zona a rischio sismico acquista uno specifico rilievo, ai fini in esame, l’assoggettabilità di ogni intervento edilizio alla normativa di cui alla richiamata legge n. 64 del 1974 «imponente particolari calcoli, per costante giurisprudenza, esulanti dalle competenze professionali dei geometri» (cfr. Cass., sez. II, 08.04.2009, n. 8543), proprio perché, come si è in precedenza detto, il limite delle loro competenze (richiamato nell’art. 17, co. 2, della stessa legge n. 64 del 1971) è anche nel fatto –a norma dell’art. 16. lett. l), r.d. n. 274 del 1929 cit.– che si tratti di costruzioni che «non richiedono particolari operazioni di calcolo».
Ne resta dimostrata l’infondatezza del motivo principale di doglianza proposto dal ricorrente Collegio dei geometri.
Infondata è, altresì, la censura di carenza di motivazione. Alla luce del quadro normativo innanzi detto, infatti, le ragioni delle prescrizioni dell’Ufficio del Genio civile sono congruamente indicate ed immediatamente percepibili –in seno ad atti relativi ad autorizzazioni sismiche– nel richiamo alla natura delle opere ed alla competenza legalmente circoscritta dei geometri, fermo restando, comunque, che la censura del difetto di motivazione non è idonea ad inficiare la legittimità dell’atto ai sensi dell'art. 21-octies comma 2, prima parte, della legge n. 241 del 1990, ove, come è nel caso in esame, il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato, trattandosi di atto vincolato all'applicazione della normativa disciplinante la materia.
Allo stesso modo devono essere rigettate le censure di eccesso di potere, poiché per gli atti a contenuto vincolato rileva esclusivamente la relativa conformità alla normativa applicabile e non sono configurabili vizi tipici dell'attività discrezionale, quali appunto l'eccesso di potere per disparità di trattamento, per sproporzione o per contraddittorietà.
Per queste ragioni, in conclusione, il ricorso deve essere respinto (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 26.06.2014 n. 3521 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALIEdifici storici vincolati. Progettazione e direzione lavori agli architetti. Il Tar del Veneto esclude gli ingegneri dalle opere di restauro e ripristino.
Vietata la progettazione e la direzione lavori di immobili vincolati nel settore dei beni culturali; la competenza è degli architetti e non esiste un problema di «discriminazione inversa» dei nostri ingegneri con i colleghi degli altri paesi europei.

È quanto afferma il TAR Veneto, Sez. I, con la sentenza 03.06.2014 n. 743 relativa a un affidamento di progettazione e di direzione dei lavori di un immobile culturale (ex museo) sito in una area vincolata, aggiudicato, a seguito di procedura negoziata, a un ingegnere, ma impugnato da un architetto per violazione dell'art. 52, comma 2, del rd 23.10.1925 n. 2537.
La norma del '25 affida infatti alle competenze dell'architetto le opere di edilizia civile di rilevante carattere artistico e il restauro e ripristino degli edifici contemplati dall'articolo 22 del codice dei beni culturali.
Secondo un orientamento precedente dello stesso Tar, questa norma si sarebbe posta in violazione del diritto comunitario, che avrebbe quindi equiparato i due titoli, e doveva essere disapplicata. A tale tesi ha fatto riferimento il comune nel disporre l'affidamento all'ingegnere, ritenendo che anche da quanto affermato in sede comunitaria si sarebbe potuto dedurre l'esistenza, nel caso contrario, di una forma di discriminazione inversa, o «alla rovescia», che avrebbe penalizzato gli ingegneri italiani rispetto ai colleghi europei.
Sul punto la sentenza della Corte europea del 21.02.2013 (C111-12) ha stabilito il principio per cui, in base alla normativa sul riconoscimento dei diplomi, certificati e altri titoli del settore dell'architettura e sulle misure destinate ad agevolare l'esercizio effettivo del diritto di stabilimento e di libera prestazione della professione di architetto (artt. 10 e 11 della direttiva 85/384/Cee), i professionisti con un titolo rilasciato in un altro stato membro, che abilita all'esercizio di attività nel settore dell'architettura, «possono svolgere, in quest'ultimo stato, attività riguardanti immobili di interesse artistico solamente qualora dimostrino, eventualmente nell'ambito di una specifica verifica della loro idoneità professionale, di possedere particolari qualifiche nel settore dei beni culturali».
Sulla base di questo principio il Consiglio di stato (sezione VI, n. 21/2014) ha successivamente escluso, contrariamente alla tesi del comune veneto affidatario dell'incarico, che si possa produrre un effetto di «reverse discrimination». I giudici veneti, aderendo a quanto sostenuto dal Consiglio di stato, affermano adesso che le norme comunitarie non impongono all'Italia di ritenere che il diploma di laurea in architettura e quello in ingegneria civile si pongano sullo stesso piano (e quindi che i due titoli risultino equivalenti).
Inoltre le stesse norme, afferma la sentenza veneta, non consentono a tutti gli ingegneri europei (tranne gli italiani) di esercitare attività comprese anche nelle competenze degli architetti, perché quel che conta è avere svolto un corso di studi finalizzato dell'attività di architetto, anche se con diploma diverso. Da ciò quindi l'inidoneità dell'ingegnere a partecipare alla procedura e, quindi a essere affidatario dell'incarico (articolo ItaliaOggi del 09.07.2014 - tratto da www.centrostudicni.it).

aprile 2014

COMPETENZE PROGETTUALILe competenze professionali degli agrotecnici in materia di opere di trasformazione e miglioramento fondiario non comprendono interventi di sistemazione forestale, rimboschimento o difesa del suolo.
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Non può essere considerata arbitraria e, quindi, illegittima la differenziazione tra agronomi e periti agrari da una parte e agrotecnici dall’altro che ammette solo i primi alla presentazione di domande e progetti concernenti interventi di gestione selvicolturale, microinterventi idraulico forestali o per il controllo di fenomeni di dissesto del suolo o di canalizzazione e regimazione delle acque.
La competenza degli agrotecnici resta essenzialmente connotata dal riferimento alla gestione economica e aziendale dei processi produttivi agricoli.
Quindi la indubbia esistenza di aree comuni tra le due professionalità non giunge a comprendere anche la realizzazione di progetti di sistemazione forestale, rimboschimento o difesa del suolo e governo delle acque, non rilevando ai fini della distinzione qualitativa degli interventi la dimensione degli stessi.

Il Collegio Interprovinciale degli Agrotecnici e degli Agrotecnici Laureati di Oristano, Cagliari, Carbonia/Iglesias, Medio Campidano, e e il Collegio Interprovinciale degli Agrotecnici e degli Agrotecnici Laureati di Sassari, Nuoro, Olbia/Tempio, Ogliastra, hanno agito in giudizio con ricorso dinanzi al TAR della Sardegna per l’annullamento della “Nota esplicativa” del bando per l’ammissione ai finanziamenti di cui al P.S.R. (Programma di Sviluppo Rurale) 2007-2013 – Asse 2 – Misura 226 dedicata alla “Ricostituzione del potenziale forestale e interventi preventivi”, nella parte in cui detta Nota individua quali «liberi professionisti che possono essere abilitati alla compilazione telematica delle domande di aiuto e di pagamento per la Misura 226» solo gli iscritti all’Ordine Dottori Agronomi e Forestali e all’Ordine degli Ingegneri, ed esclude, conseguentemente, le categorie professionali rappresentate dai Collegi ricorrenti.
Il TAR, con sentenza n. 43/2013, respingeva il ricorso affermando la legittimità della nota impugnata che è adeguatamente motivata e conforme al bando e non viola le norme che disciplinano l’attività professionale degli agrotecnici né le loro competenze rivolte prevalentemente agli aspetti economici e gestionali dell’azienda agraria a differenza di quelle degli agronomi rivolte a valorizzare i processi produttivi dell’azienda agraria.
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L’appello è infondato.
6.1. – Il Collegio, dopo il necessario approfondimento sulla base dei motivi di appello, conferma l’orientamento già espresso da questa Sezione nel corso del giudizio di primo grado con la ordinanza n. 3572 del 04.07.2012, secondo il quale le competenze professionali degli agrotecnici in materia di opere di trasformazione e miglioramento fondiario non comprendono interventi di sistemazione forestale, rimboschimento o difesa del suolo quali quelli in questione.
6.2. – La questione centrale proposta dai motivi di appello riguarda la interpretazione della modifica aggiuntiva introdotta -nell’art. 11, comma 1, lett. c, della legge n. 251/1986 che definisce le competenze professionali degli agrotecnici- dall’art. 26, comma 7-ter, della legge n. 31/2008 e concernente l’attribuzione della competenza relativa alla progettazione e costruzione di opere di trasformazione e miglioramento fondiario.
6.3. Preliminarmente si deve osservare che, contrariamente a quanto sostenuto nell’appello, la norma nel testo modificato è interamente riportata al punto 8.1. della sentenza impugnata e quindi è stata da essa pienamente considerata.
6.4. – Nel merito è dirimente l’esame testuale di questa norma che non conferma l’interpretazione sostenuta dagli appellanti. Dopo la modifica aggiuntiva la citata lettera c) dell’art. 11 prevede: “c) l’assistenza tecnico-economica agli organismi cooperativi ed alle piccole e medie aziende, compresa la progettazione e direzione di piani colturali aziendali ed interaziendali, anche ai fini della concessione dei mutui fondiari, nonché le opere di trasformazione e miglioramento fondiario”.
L’aggiunta in questione recata dalla legge n. 31/2008 riguarda le parole dopo “nonché”. Se si fa la dovuta attenzione ai nessi sintattici e alle virgole è evidente che l’espressione introdotta da “nonché” è dipendente dalla parola “compresa”, che a sua volta specifica la precisa competenza attribuita dalla lettera c): “l’assistenza tecnico-economica agli organismi cooperativi ed alle piccole e medie aziende”; in ogni caso la proposizione introdotta da “nonché” non ha alcuna relazione sintattica con le parole progettazione e direzione che sono esclusivamente e certamente riferite solo ai “piani colturali aziendali ed interaziendali”, in riferimento ai quali tali parole hanno un diverso e coerente significato, avendo i piani colturali una prevalente valenza tecnico-economica nell’ambito della conduzione della Azienda agricola. E’ invece non corretta la connessione operata dagli appellanti -estrapolando liberamente e impropriamente le parole contenute nella disposizione- tra le parole “progettazione e direzione” e le parole “opere di trasformazione e miglioramento fondiario”.
6.5. – In base alla ricostruzione sopra riportata è dunque evidente che la competenza attribuita più di recente ai professionisti iscritti all’albo degli agrotecnici è una specificazione dell’assistenza tecnico-economica alle aziende agrarie e non estende oltre i limiti dell’assistenza tecnico-economica l’ambito riconosciuto a questa professionalità.
6.6. – Nello stesso senso va interpretata la disposizione del DM del Ministro dell’Interno 05.08.2011 (fonte non legislativa e dunque meramente attuativa dell’art. 11 della legge 251 più volte citata) che abilita l’agrotecnico iscritto all’albo a svolgere le attività di prevenzione degli incendi ed il rilascio dei relativi certificati e dunque a svolgere i relativi compiti in quanto connessi all’ amministrazione e gestione dell’azienda agricola .
6.7. Resta dunque pienamente valida e confermata dalla esegesi normativa della modifica apportata all’art. 11 più volte citato, la differenziazione ai fini del presente giudizio tra agrotecnici e periti agrari a cui è invece attribuita l’attività di progettazione relativa alle medesime opere di trasformazione e miglioramento fondiario e non l’assistenza tecnico economica. Non vi è quindi contraddizione tra la sentenza impugnata in questo giudizio e la diversa pronuncia adottata dallo stesso TAR nello stesso giorno con la sentenza n. 44/2013, che ha invece ammesso i periti agrari all’attività di progettazione per le medesime opere.
6.8. – Non contraddicono questa impostazione i pareri del Consiglio di Stato citati dall’appellante e segnatamente il più recente n. 4335 del 24.10.2012, ampiamente citato nell’appello, che riguarda l’equiparazione a vari fini tra i titoli di studio di agrotecnico e perito agrario. Lo stesso parere è chiarissimo nell’affermare che l’accesso di entrambi i titoli di studio all’esame di abilitazione per l’esercizio di entrambe le professioni non smentisce ma conferma che le aree professionali restano diverse, ma che la specificità professionale “è sufficientemente salvaguardata proprio dall’esame di abilitazione”.
6.9. – I restanti argomenti contenuti nell’appello quali la violazione della riserva di legge statale in materia di professioni o delle regole della concorrenza sono da respingere in quanto meramente consequenziali alla errata interpretazione delle norme di legge statale assunta dagli appellanti, che va nel senso di attribuire agli agrotecnici una autonoma e piena competenza alla progettazione di opere di trasformazione e miglioramento e non solo ai profili di assistenza tecnico-economica relativi a tali attività.
6.10. – In conclusione, debitamente approfonditi tutti i motivi di appello, non può essere considerata arbitraria e quindi illegittima la differenziazione tra agronomi e periti agrari da una parte e agrotecnici dall’altro che ammette solo i primi alla presentazione di domande e progetti concernenti interventi di gestione selvicolturale, microinterventi idraulico forestali o per il controllo di fenomeni di dissesto del suolo o di canalizzazione e regimazione delle acque. Le argomentazioni svolte confermano che la competenza degli agrotecnici resta essenzialmente connotata dal riferimento alla gestione economica e aziendale dei processi produttivi agricoli. Quindi la indubbia esistenza di aree comuni tra le due professionalità non giunge a comprendere anche la realizzazione di progetti di sistemazione forestale, rimboschimento o difesa del suolo e governo delle acque, non rilevando ai fini della distinzione qualitativa degli interventi la dimensione degli stessi (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 10.04.2014 n. 1738 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

gennaio 2014

COMPETENZE PROGETTUALIOggetto: competenze professionali - Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 09.01.2014 n. 21 (MIBAC, Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Veneto, circolare 16.01.2014 n. 5/2014).

COMPETENZE PROGETTUALIGli architetti hanno la competenza esclusiva sugli edifici storici.
E’ quanto statuito dal Consiglio di Stato, Sez. VI, con la sentenza 09.01.2014 n. 21.
In Italia le professioni di ingegnere e di architetto sono disciplinate dal Regio Decreto 2537/1925.
L’art. 52 del decreto assegna la competenza per le opere di edilizia civile sia agli ingegneri che agli architetti.
La Corte di giustizia dell’UE ha chiarito che
la direttiva europea 85/384/CEE non impone allo Stato membro di porre i diplomi di laurea in architettura e in ingegneria civile su un piano di perfetta parità per quanto riguarda l’accesso alla professione di architetto in Italia né tantomeno essa può essere di ostacolo ad una normativa nazionale che riservi ai soli architetti i lavori riguardanti gli immobili d’interesse storico-artistico sottoposti a vincolo (in tal senso: Cons. Stato, sent. 5239/2006, cit.).
Successivamente la Corte ha chiarito che “
quando si tratti di una situazione puramente interna ad uno Stato membro, né la direttiva 85/384 -in particolare i suoi artt. 10 e 11, lett. g)- né il principio della parità di trattamento ostano ad una normativa nazionale che riconosce, in linea di principio, l'equivalenza dei titoli di architetto e di ingegnere civile, ma riserva ai soli architetti i lavori riguardanti in particolare gli immobili vincolati appartenenti al patrimonio artistico”.
L’esame della normativa comunitaria rende chiaro che l’inclusione negli elenchi nazionali predisposti –per così dire– ‘a regìme’ è consentita solo ai professionisti i quali abbiano svolto un adeguato percorso di formazione tipico della professione di architetto.
Ed infatti, la stessa direttiva 85/384/CEE, all’articolo 3, individua il contenuto minimo obbligatorio che i percorsi formativi nazionali devono possedere affinché i professionisti che abbiano seguito tali percorsi possano plenoiure essere inclusi negli elenchi nazionali che consentono ai relativi iscritti di vantare il diritto al mutuo riconoscimento e alla libera circolazione.
Esaminando il contenuto minimo obbligatorio che la direttiva europea impone affinché un determinato percorso di formazione sia incluso fra quelli che consentono di invocare il mutuo riconoscimento, ci si rende conto che tali requisiti sono pienamente compatibili con il consolidato orientamento del CdS il quale ha ritenuto del tutto congrua e non irragionevole la parziale riserva di cui all’articolo 52 del R.D. 2537 del 1925.
La giurisprudenza del CdS ha giustificato dal punto di vista sistematico la richiamata, parziale riserva sul rilievo secondo cui “
per quanto nel corso di studi degli ingegneri civili non manchino approfondimenti significativi nel settore dell’architettura, al professionista architetto si riconosce generalmente una maggiore capacità, frutto di maggiori studi e approfondimenti della evoluzione dell’architettura sul piano storico e di un più marcato approccio umanistico alla professione, di penetrare le problematiche e le sottese valutazioni tecniche afferenti gli immobili o le opere di rilevanza artistica” (in tal senso, da ultimo, la stessa ordinanza di rimessione di questa Sezione n. 386/2012, dinanzi richiamata).
Con le motivazioni di sopra riportate il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso in appello n. 2527/2009 proposto dagli Ordini degli ingegneri delle province di Venezia, Padova, Treviso, Vicenza, Verona, Rovigo e Belluno avente ad oggetto controversie insorte in ordine alla legittimità di determinazioni amministrative consistite essenzialmente nell’escludere professionisti italiani appartenenti alla categoria degli ingegneri dal conferimento in Italia di incarichi afferenti la direzione di lavori da eseguirsi su immobili di interesse storico-artistico (commento tratto da www.tecnici24.ilsole24ore.com).
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Giunge alla decisione del Collegio il ricorso in appello proposto dal Ministero per i beni e le attività culturali avverso la sentenza del TAR del Veneto con cui è stato accolto il ricorso proposto dall’Ingegner Mosconi e dall’Ordine degli Ingegneri di Verona e provincia e per l’effetto –previa disapplicazione delle disposizioni di cui all’articolo 52 del r.d. 2537 del 23.10.1925 (‘Approvazione del regolamento per le professioni d’ingegnere e di architetto’)- è stato disposto l’annullamento del provvedimento con cui la competente Soprintendenza aveva negato il subentro dell’Ingegner Mosconi nella direzione di alcuni lavori da realizzarsi su un immobile sottoposto a vincolo ai sensi del decreto legislativo 29.10.1999, n. 490 (‘Testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali, a norma dell'articolo 1 della L. 08.10.1997, n. 352’ – in seguito: decreto legislativo 22.01.2004, n. 42 -).
Giunge, altresì, alla decisione del Collegio il ricorso proposto da sette Ordini degli ingegneri della Regione Veneto avverso la sentenza del TAR del Veneto con cui è stato respinto il ricorso da essi proposto avverso il bando e il disciplinare di gara per l’affidamento del servizio di direzione dei lavori e di coordinamento della sicurezza in fase di esecuzione dei lavori di restauro e recupero funzionale di alcuni immobili sottoposti a vincolo ai sensi del richiamato decreto legislativo n. 490 del 1999.
Va disposta anzitutto la riunione dei ricorsi in appello di cui in epigrafe atteso che gli stessi, supponendo la soluzione di analoghe questioni giuridiche, meritano di essere trattati congiuntamente per essere definiti con un’unica sentenza.
Nel merito, il ricorso n. 6736/2008 –proposto dal Ministero per i beni e le attività culturali– deve essere accolto, mentre deve essere respinto il ricorso n. 2527/2009 –proposto dagli Ordini degli Ingegneri delle Province del Veneto-.
Giova premettere che
la questione della complessiva compatibilità de iure communitario della parziale riserva di cui all’articolo 52 del R.D. 2537 del 1925 è stata scrutinata da questo Giudice di appello attraverso un filone giurisprudenziale ormai consolidato (e le cui conclusioni sono qui condivise) il quale è giunto a soluzioni sostanzialmente condivise circa l’insussistenza di profili di incompatibilità con i pertinenti dettami del diritto dell’Unione europea (ex multis: Sez. VI, 16.05.2006, n. 2776; id., VI, 11.09.2006, n. 5239; id., VI, 24.10.2006, n. 6343).
Con la presente decisione, quindi, ci si domanderà in particolare se le conclusioni cui il richiamato orientamento è sino ad oggi pervenuto possano essere in qualche misura revocate in dubbio in considerazione del paventato rischio che le disposizioni di cui al richiamato articolo 52 possano determinare, in danno degli Ingegneri italiani, un fenomeno di ‘reverse discrimination’ –o discriminazione alla rovescia– (un fenomeno, quest’ultimo, noto alla normativa e alla giurisprudenza nazionale e in relazione al quale il Legislatore ha da ultimo approntato un rimedio generale di tutela preventiva attraverso l’adozione dell’articolo 53 della l. 24.12.2012, n. 234 –sul punto, v. infra-).
Tanto premesso sotto l’aspetto generale, si svolgeranno qui di seguito alcune considerazioni utili a delimitare il campo d’indagine della presente decisione.
Per quanto riguarda, in primo luogo, la delimitazione dell’ambito oggettivo della richiamata, parziale riserva,
la giurisprudenza di questo Consiglio ha condivisibilmente osservato che, ai sensi dell’articolo 52, cit., non la totalità degli interventi concernenti gli immobili di interesse storico e artistico deve essere affidata alla specifica professionalità dell’architetto, ma solo “le parti di intervento di edilizia civile che riguardino scelte culturali connesse alla maggiore preparazione accademica conseguita dagli architetti nell’ambito del restauro e risanamento degli immobili di interesse storico e artistico”, restando invece nella competenza dell’ingegnere civile la cd. parte tecnica, ossia “le attività progettuali e di direzione dei lavori che riguardano l’edilizia civile vera e propria (…) (in tal senso: Cons. Stato, VI, 11.09.2006, n. 5239).
Il che, come è evidente, sortisce di per sé l’effetto di ridurre grandemente la portata di un eventuale effetto di ‘reverse discrimination’ (effetto che, comunque –e per le ragioni che nel prosieguo si esporranno– non è comunque nel caso di specie configurabile).
Ed infatti, nonostante alcune enfatizzazioni sul punto contenute nelle difese delle parti in causa, la presente controversia non involge la generale questione della delimitazione oggettiva delle professioni di architetto e di ingegnere (si tratta di una questione che, allo stato attuale di evoluzione dell’ordinamento comunitario, non conosce misure di armonizzazione al livello UE, né interventi di ravvicinamento delle legislazioni), né le condizioni di accesso a tali professioni.
Allo stesso modo,
la presente controversia non riguarda la più o meno integrale assimilazione fra i due ambiti professionali al livello comunitario o nazionale, ma concerne (anche all’esito delle indicazioni interpretative fornite dalla Corte di giustizia) la ben più limitata questione relativa al se la previsione di cui al più volte richiamato articolo 52 determini una ‘discriminazione alla rovescia’ in danno dell’ingegnere italiano nei confronti dell’ingegnere di un qualunque altro Paese dell’Unione europea e in relazione ad alcune soltanto delle attività che l’architetto può esercitare in relazione alle opere ed interventi che presentano rilevante carattere artistico o che riguardano beni di interesse storico e culturale (ci si riferisce alle sole opere di edilizia civile, con esclusione dell’ampio novero degli interventi inerenti la c.d. ‘parte tecnica’).
Sempre con riferimento all’ambito di applicazione della parziale riserva di cui al più volte richiamato articolo 52,
la giurisprudenza nazionale (ancora una volta, sulla scorta dei chiarimenti interpretativi forniti dalla Corte di giustizia dell’UE) ha ulteriormente chiarito che le disposizioni della direttiva 85/384/CEE (concernente il reciproco riconoscimento dei diplomi, certificati ed altri titoli del settore dell'architettura e comportante misure destinate ad agevolare l'esercizio effettivo del diritto di stabilimento e di libera prestazione di servizi e da ultimo trasfusa nel corpus della direttiva 2005/37/CE) non hanno in alcun modo comportato la piena equiparazione dei titoli di architetto e di ingegnere civile ai fini dell’esercizio delle attività professionali nel campo dell’architettura.
Al riguardo, la stessa Corte di Giustizia ha chiarito che la direttiva 85/384/CEE non si propone di disciplinare le condizioni di accesso alla professione di architetto, né di definire la natura delle attività svolte da chi esercita tale professione. In particolare, dal nono “considerando” di tale direttiva risulta che il suo articolo 1, n. 2, non intende fornire una definizione giuridica delle attività del settore dell’architettura.
Spetta, piuttosto, alla normativa nazionale dello Stato membro ospitante individuare le attività che ricadono in tale settore.
Al contrario, la direttiva 85/384/CEE ha ad oggetto solamente il reciproco riconoscimento, da parte degli Stati membri, dei diplomi, dei certificati e degli altri titoli rispondenti a determinati requisiti qualitativi e quantitativi minimi in materia di formazione, allo scopo di agevolare l’esercizio effettivo del diritto di stabilimento e di libera prestazione di servizi per le attività del settore dell’architettura, come emerge dal secondo “considerando” della medesima direttiva.
Tale direttiva prevede, inoltre, un regime transitorio diretto, in particolare, a preservare i diritti acquisiti dai possessori di titoli già rilasciati dagli Stati membri anche qualora tali titoli non soddisfino i detti requisiti minimi.
Inoltre (come chiarito dalla medesima Corte di giustizia), sebbene l’art. 11, lett. g), della direttiva 85/384 menzioni, per l’Italia, i diplomi di “laurea in architettura” e di “laurea in ingegneria” come titoli che beneficiano del regime transitorio previsto dall’art. 10 di tale direttiva, ciò è solo al fine di assicurare il riconoscimento di tali diplomi da parte degli altri Stati membri, e non allo scopo di armonizzare, nello Stato membro interessato, i diritti conferiti da tali diplomi per quanto riguarda l’accesso alle attività di architetto (in tal senso, l’ordinanza della Corte 05.04.2004 in causa C-3/02, resa nell’ambito di un rinvio pregiudiziale sollevato dal TAR del Veneto nell’ambito del ricorso di primo grado n. 1994/2001 –Mosconi Alessandro e altri-).
In definitiva, secondo la Corte di giustizia, la più volte richiamata direttiva non impone allo Stato membro di porre i diplomi di laurea in architettura e in ingegneria civile indicati all’articolo 11 su un piano di perfetta parità per quanto riguarda l’accesso alla professione di architetto in Italia; né tantomeno essa può essere di ostacolo ad una normativa nazionale che riservi ai soli architetti i lavori riguardanti gli immobili d’interesse storico-artistico sottoposti a vincolo (in tal senso: Cons. Stato, sent. 5239/2006, cit.).
La Corte di giustizia (la quale –come si è detto in precedenza– è stata adita per ben due volte nel corso della presente vicenda contenziosa ai sensi dell’articolo 234 del TCE –in seguito: articolo 267 del TFUE-) ha reso statuizioni che risultano determinanti al fine di delimitare e definire la controversia nel suo complesso.
Con la prima di tali decisioni (si tratta dell’ordinanza in data 05.04.2004 sul ricorso C-3/02, resa sull’ordinanza di rimessione del TAR del Veneto n. 4236/2001)
la Corte ha chiarito:
- che l’articolo 52, secondo comma, del R.D. 2537 del 1925 non è ex se incompatibile con la direttiva comunitaria 85/384/CEE, in quanto (come si è già anticipato) quest’ultima non si propone di disciplinare le condizioni di accesso alla professione di architetto né di definire la natura delle attività svolte da chi esercita tale professione, ma soltanto di garantire “il reciproco riconoscimento, da parte degli Stati membri, dei diplomi, dei certificati e degli altri titoli rispondenti a determinati requisiti qualitativi e quantitativi minimi in materia di formazione allo scopo di agevolare l'esercizio effettivo del diritto di stabilimento e di libera prestazione dei servizi per le attività del settore dell'architettura”;
- che la richiamata direttiva non obbliga in alcun modo gli Stati membri a porre i diplomi di laurea in architettura ed in ingegneria civile (con particolare riguardo a quelli indicati all'articolo 11) su un piano di perfetta parità ai fini dell'accesso alla professione di architetto in Italia, ma, in coerenza con il principio di non discriminazione tra Stati membri, impone soltanto di non escludere da tale accesso in Italia coloro che siano in possesso di un diploma di ingegneria civile o di un titolo analogo rilasciato da un altro Stato membro, laddove tuttavia (e si tratta di un chiarimento determinante ai fini della presente decisione) tale titolo risulti abilitante –in base alla normativa di quello Stato membro– all’esercizio di attività nel settore dell’architettura (e nel prosieguo della presente decisione si vedrà che tale possibilità non può essere ammessa in modo indiscriminato ai professionisti ingegneri, ma solo al ricorrere di alcune tassative condizioni);
- che la direttiva 85/384/CEE non trova in definitiva applicazione in relazione alla fattispecie di causa, poiché le relative disposizioni non impongono in alcun modo all’Italia di non escludere gli ingegneri civili che hanno conseguito in Italia il proprio titolo dall’attività di cui all’articolo 52, comma 2, del R.D. 2537 del 1925 (ma le impongono soltanto di non escludere –nella logica del mutuo riconoscimento e della libera circolazione che caratterizza la direttiva in parola- gli ingegneri civili o possessori di analoghi titoli conseguiti in altri Stati membri al ricorrere delle condizioni dinanzi richiamate).

Sotto tale aspetto, la Corte ha svolto una considerazione che ha in seguito assunto un rilievo dirimente nella complessiva economia del giudizio, laddove ha affermato che “
è vero che, come sostiene la Commissione, ne può derivare una discriminazione alla rovescia, poiché gli ingegneri civili che hanno conseguito i loro titoli in Italia non hanno accesso, in tale Stato membro, all'attività di cui all'art. 52, secondo comma, del R.D. 2537 del 1925, mentre tale accesso non può essere negato alle persone in possesso di un diploma di ingegnere civile o di un titolo analogo rilasciato in un altro Stato membro, qualora tale titolo sia menzionato nell'elenco redatto ai sensi dell'art. 7 della direttiva 85/384/CEE o in quello di cui all’art.11 della detta direttiva. 53. Tuttavia, dalla giurisprudenza della Corte emerge che, quando si tratta di una situazione puramente interna come quella di cui alla causa principale, il principio della parità di trattamento sancito dal diritto comunitario non può essere fatto valere. In una situazione del genere spetta al giudice nazionale stabilire se vi sia una discriminazione vietata dal diritto nazionale e, se del caso, decidere come essa debba essere eliminata (…)”.
Di conseguenza, la Corte ha concluso nel senso che “
quando si tratti di una situazione puramente interna ad uno Stato membro, né la direttiva 85/384 -in particolare i suoi artt. 10 e 11, lett. g) -né il principio della parità di trattamento ostano ad una normativa nazionale che riconosce, in linea di principio, l'equivalenza dei titoli di architetto e di ingegnere civile, ma riserva ai soli architetti i lavori riguardanti in particolare gli immobili vincolati appartenenti al patrimonio artistico”.
Con la seconda delle richiamate decisioni (si tratta della sentenza della quinta sezione del 21.02.2013 sul ricorso C-111/12, resa sull’ordinanza di rimessione del Consiglio di Stato n. 386/2012) la Corte ha dovuto pronunziarsi su un’ulteriore ipotesi ricostruttiva prospettata da questo Consiglio di Stato in sede di ordinanza di rimessione.
In particolare, questo Giudice di appello (mosso dall’evidente intento di rinvenire una sintesi fra –da un lato- l’obbligo di matrice comunitaria di operare il mutuo riconoscimento delle professionalità straniere coperte dalle previsioni della direttiva 85/384/CEE e –dall’altro- l’esigenza di prevenire i richiamati, possibili fenomeni di ‘reverse discrimination’) aveva ipotizzato un sistema applicativo volto a temperare entrambe le richiamate esigenze.
Segnatamente, con l’ordinanza di rimessione n. 386/2012 questo Consiglio aveva ipotizzato l’introduzione (invero, ex novo) di una prassi applicativa consistente nel sottoporre anche i professionisti provenienti da altri Paesi membri dell’UE (e ancorché muniti di titolo astrattamente idoneo all’esercizio delle attività rientranti nel settore dell’architettura), a una specifica ed ulteriore verifica di idoneità professionale (in tutto simile a quelle svolta nei confronti dei professionisti italiani in sede di esame di abilitazione alla professione di architetto) ai limitati fini dell’accesso alle attività professionali contemplate nell’art. 52, comma secondo, prima parte del Regio decreto n 2357 del 1925.
Come si è anticipato in narrativa,
la Corte di giustizia non ha condiviso l’ipotesi formulata da questo Consiglio di Stato e ha concluso nel senso che gli articoli 10 e 11 della direttiva 85/384/CEE devono essere interpretati nel senso che essi ostano ad una normativa nazionale (rectius: a una prassi applicativa, quale quella ipotizzata in sede di ordinanza di rimessione) secondo cui persone in possesso di un titolo rilasciato da uno Stato membro diverso dallo Stato membro ospitante (titolo, questo, abilitante all’esercizio di attività nel settore dell’architettura ed espressamente menzionato al citato articolo 11), possono svolgere, in quest’ultimo Stato, attività riguardanti immobili di interesse artistico solamente qualora dimostrino, eventualmente nell’ambito di una specifica verifica della loro idoneità professionale, di possedere particolari qualifiche nel settore dei beni culturali.
In definitiva la Corte ha ritenuto di non potersi pronunziare in modo espresso sul se la normativa italiana rilevante comporti o meno un fenomeno di ‘discriminazione alla rovescia’ in danno dei professionisti italiani (giacché ciò esula dalle sue competenze istituzionali, le quali non includono le ‘situazioni puramente interne’, al cui ambito sono pacificamente da ricondurre le controversie in esame –punto 34 della motivazione-).
Tuttavia, la Corte ha ritenuto di dover comunque definire e chiarire ulteriormente i contorni applicativi della normativa comunitaria dinanzi richiamata (e segnatamente, degli obblighi di mutuo riconoscimento di cui agli articoli 7, 10 e 11 della direttiva 85/384/CEE) al fine di consentire a questo Giudice del rinvio di disporre di una quadro conoscitivo più completo per definire il giudizio –ad esso solo demandato in via esclusiva– relativo alla sussistenza o meno del richiamato fenomeno di discriminazione alla rovescia.
Ebbene, impostati in tal modo i termini concettuali della questione, il Collegio ritiene che l’esame degli atti di causa e della pertinente normativa comunitaria e nazionale non palesino i paventati profili di discriminazione alla rovescia in danno dell’ingegnere civile italiano, al quale (nella tesi degli ordini degli Ingegneri appellanti nel ricorso n. 2527/2009, condivisa dal TAR del Veneto con la sentenza n. 3630/2007) sarebbe indiscriminatamente e irrazionalmente vietato l’esercizio di alcune attività professionali (quelle inerenti gli interventi sui beni di interesse storico e artistico) le quali –al contrario– sarebbero altrettanto indiscriminatamente consentite agli Ingegneri di altri Paesi dell’Unione europea.
Al riguardo si osserva in primo luogo che la richiamata sentenza n. 3630/2007 sembra essere incorsa in una semplificazione eccessiva dei termini della questione laddove (indotta forse dalle abili prospettazioni di parte) ha descritto un quadro normativo e applicativo non coincidente con quello effettivamente riscontrabile.
Secondo il TAR, in particolare, sussisterebbe una ‘evidente’ disparità di trattamento ai danni degli ingegneri civili italiani (pag. 9 della motivazione) in quanto, di fatto, a tutti gli ingegneri civili italiani sarebbero indiscriminatamente vietate tutte le attività riconducibili all’articolo 52, cit., mentre –al contrario– a tutti gli ingegneri civili di altri Paesi dell’Unione l’esercizio di quelle stesse attività sarebbe indiscriminatamente consentito.
Secondo i primi Giudici, in particolare, “nel momento in cui la normativa europea afferma che l’ingegnere civile laureatosi in Italia può svolgere l’attività propria dell’architetto in tutta l’Europa, ma (in virtù di una norma interna) non in Italia, si offre al giudice italiano un parametro normativo per un giudizio di disapplicazione della norma interna contrastante con quella europea”.
Al riguardo i primi Giudici proseguono affermando che “è evidente l’arbitraria discriminazione a danno degli ingegneri civili italiani operata dalla norma in esame, i quali, equiparati agli ingegneri civili ed agli architetti europei dalla normativa comunitaria, possono esercitare, diversamente da questi ultimi, l’attività professionale riservata ai titolari di diploma di architetto in tutta l’Europa, ma non in Italia: discriminazione che, trovando causa nel contrasto tra la normativa nazionale e il diritto comunitario, va risolta con la disapplicazione della disciplina interna e la conseguente invalidità degli atti applicativi”.
Al riguardo si osserva:
- che, come più volte chiarito, nello stato attuale di evoluzione del diritto comunitario, la disciplina sostanziale dell’attività degli architetti e degli ingegneri non costituisce oggetto di armonizzazione, né di ravvicinamento delle legislazioni, così come risulta allo stato non armonizzata la disciplina delle condizioni di accesso a tali professioni, ragione per cui non risulta esatto affermare (contrariamente a quanto si legge a pag. 10 della sentenza n. 3630, cit.) che la direttiva 384, cit. avrebbe sancito la piena “equiordinazione sul piano comunitario dei titoli di ingegnere civile e di architetto”;
- che lo stesso passaggio dell’ordinanza della Corte di giustizia del 05.04.2004 il quale ha ipotizzato la sussistenza nell’ordinamento italiano di un’ipotesi di ‘reverse discrimination’ in danno dell’ingegnere civile italiano e in favore di ogni altro ingegnere di altri Paesi UE, non ha in alcun modo affermato la sicura sussistenza di una siffatta discriminazione, ma ne ha soltanto ipotizzato la possibilità, al ricorrere di taluni presupposti soggettivi e oggettivi, la cui ricorrenza dovrà essere scrutinata dal Giudice nazionale del rinvio. In particolare, con la decisione dell’aprile 2004, la Corte ha affermato che tale ipotesi potrebbe verificarsi nella sola ipotesi in cui il possesso di un diploma di ingegnere civile o di un titolo analogo rilasciato da altro Paese dell’UE fosse espressamente menzionato negli elenchi redatti –per così dire: - ‘a regìme’ ai sensi dell’articolo 7 della direttiva 85/384/CEE, ovvero nello speciale elenco transitorio di cui agli articoli 10 e 11 della medesima direttiva e laddove analoga possibilità fosse esclusa nei confronti di un professionista italiano in possesso dei medesimi requisiti.
Tuttavia,
è del tutto determinante osservare che (contrariamente a quanto affermato nell’impugnata sentenza n. 3630/2007 e a quanto sembrano sostenere gli Ordini degli ingegneri appellanti nel ricorso n. 2527/2009) non tutti i diplomi, certificati e altri titoli di ingegnere civile rilasciati da altri Paesi dell’UE consentono l’indifferenziato svolgimento di tutte le attività proprie della professione di architetto.
Al contrario, l’esame della pertinente normativa comunitaria (e, segnatamente, dell’articolo 7 della direttiva 85/384/CEE) rende chiaro che l’inclusione negli elenchi nazionali predisposti –per così dire– ‘a regìme’ ai sensi del medesimo articolo 7 è consentita solo ai professionisti i quali abbiano svolto un adeguato percorso di formazione tipico della professione di architetto.
Ed infatti, la stessa direttiva 85/384/CEE, all’articolo 3, individua il contenuto minimo obbligatorio che i percorsi formativi nazionali devono possedere affinché i professionisti che abbiano seguito tali percorsi possano plenoiure essere inclusi negli elenchi nazionali che consentono ai relativi iscritti di vantare il diritto al mutuo riconoscimento e alla libera circolazione (diritto in quale rappresenta, a ben vedere, l’ubi consistam del complesso sistema delineato dalla medesima direttiva 85/384/CEE).
Ma, se solo ci si sofferma ad esaminare il contenuto minimo obbligatorio che la direttiva in questione impone affinché un determinato percorso di formazione sia incluso fra quelli che consentono di invocare il richiamato mutuo riconoscimento, ci si rende conto che tali requisiti sono pienamente compatibili con il consolidato orientamento di questo Consiglio il quale ha ritenuto del tutto congrua e non irragionevole la parziale riserva di cui all’articolo 52 del R.D. 2537 del 1925.
Come è noto, infatti,
la giurisprudenza di questo Consiglio ha giustificato dal punto di vista sistematico la richiamata, parziale riserva sul rilievo secondo cui “per quanto nel corso di studi degli ingegneri civili non manchino approfondimenti significativi nel settore dell’architettura, al professionista architetto si riconosce generalmente una maggiore capacità, frutto di maggiori studi e approfondimenti della evoluzione dell’architettura sul piano storico e di un più marcato approccio umanistico alla professione, di penetrare le problematiche e le sottese valutazioni tecniche afferenti gli immobili o le opere di rilevanza artistica(in tal senso, da ultimo, la stessa ordinanza di rimessione di questa Sezione n. 386/2012, dinanzi richiamata).
Ebbene, l’approccio in questione risulta del tutto compatibile con l’ordito normativo di cui alla direttiva 85/384/CEE la quale (al di là della coincidenza nominalistica dei titoli professionali di riferimento –‘architetto’ piuttosto che ‘ingegnere’-) ammette l’esercizio in regìme di mutuo riconoscimento e di libera circolazione delle attività tipiche della professione di architetto a condizione che il professionista in questione possa vantare un cursus di studi e di formazione il cui contenuto minimo essenziale comprende studi (anche) di carattere storico e artistico quali quelli richiesti in via necessaria per operare con adeguata cognizione di causa nel settore dei beni storici e di interesse culturale.
Non a caso, lo stesso articolo 3 della direttiva richiama in modo espresso, fra i requisiti minimi necessari del percorso formativo che legittima un professionista ad invocare il regìme di mutuo riconoscimento nell’esercizio delle attività tipiche dell’architetto, “una adeguata conoscenza della storia e delle teorie dell’architettura nonché delle arti, tecnologie e scienze umane ad essa attinenti”, nonché “una conoscenza delle belle arti in quanto fattori che possono influire sulla qualità della concezione architettonica”.
Si tratta, come è evidente (e riguardando la questione secondo l’approccio sostanzialistico proprio dell’ordinamento comunitario, al di là delle distinzioni puramente nominalistiche) di un orientamento normativo in tutto coincidente con quello fatto proprio dalla giurisprudenza di questo Consiglio appena richiamato.
Concludendo sul punto:
- non è esatto affermare che l’ordinamento comunitario riconosca a tutti gli ingegneri di Paesi UE diversi dall’Italia (con esclusione dei soli ingegneri italiani) l’indiscriminato esercizio delle attività tipiche della professione di architetto (fra cui –ai fini che qui rilevano– le attività afferenti le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico, ovvero relative ad immobili di interesse storico e artistico);
- al contrario, in base alla pertinente normativa UE, l’esercizio di tali attività –in regìme di mutuo riconoscimento- sarà consentito ai soli professionisti i quali (al di là del nomen iuris del titolo professionale posseduto) possano vantare un percorso formativo adeguatamente finalizzato all’esercizio delle attività tipiche della professione di architetto. Come si è visto, l’articolo 3 della direttiva 85/384/CEE include in modo espresso gli studi della storia e delle teorie dell’architettura, nonché delle belle arti e delle scienze umane fra quelli che integrano il bagaglio culturale minimo e necessario perché un professionista possa svolgere in regìme di mutuo riconoscimento le richiamate attività (anche) in relazione ai beni di interesse storico e culturale;
- quindi, anche ad ammettere che un professionista non italiano con il titolo professionale di ingegnere sia legittimato sulla base della normativa del Paese di origine o di provenienza a svolgere attività rientranti fra quelle esercitate abitualmente col titolo professionale di architetto, ciò non è sufficiente a determinare ex se una discriminazione ‘alla rovescia’ in danno dell’ingegnere civile italiano. Ed infatti, sulla base della direttiva 85/384/CEE, l’esercizio di tali attività sarà possibile (non sulla base del mero possesso del titolo di ingegnere nel Paese di origine o di provenienza, bensì) in quanto tale professionista non italiano avrà seguito un percorso formativo adeguato ai fini dell’esercizio delle attività abitualmente esercitate con il titolo professionale di architetto;
- allo stesso modo, la sussistenza dei richiamati profili di ‘discriminazione alla rovescia’ è da escludere alla luce dell’articolo 11, lettera g), della direttiva 85/384/CEE, cit. Ed infatti, in base a tale disposizione, i soggetti che abbiano conseguito in Italia il diploma di laurea in ingegneria nel settore della costruzione civile rilasciati da Università o da istituti politecnici possono nondimeno esercitare le attività tipiche degli architetti (ivi comprese quelle di cui al più volte richiamato articolo 52) a condizione che abbiano altresì conseguito il diploma di abilitazione all'esercizio indipendente di una professione nel settore dell'architettura, rilasciato dal ministro della Pubblica Istruzione a seguito del superamento dell'esame di Stato che lo abilita all'esercizio indipendente della professione (in tal modo conseguendo il titolo di ‘dott. Ing. architetto’ o di ‘dott. Ing. in ingegneria civile’);
- conclusivamente, non è possibile affermare che il sistema normativo nazionale di parziale riserva in favore degli architetti delle attività previste dall’articolo 52 del R.D. 2537 del 1925 sia idoneo a sortire in danno degli ingegneri italiani l’effetto di ‘discriminazione alla rovescia’ richiamato dalla sentenza del TAR del Veneto n. 3630/2007 e la cui sussistenza in concreto la stessa Corte di giustizia ha demandato alla verifica in sede giudiziale da parte di questo Giudice del rinvio, trattandosi pur sempre –secondo quanto statuito dalla medesima Corte– di controversia nell’ambito della quale vengono pacificamente in rilievo ‘situazioni puramente interne’ (in tal senso: CGCE, sentenza in causa C-111/12, cit. punto 34).

E il richiamato (e meramente paventato) effetto di ‘reverse discrimination’ quale effetto della previsione di cui all’articolo 52, cit. deve essere escluso sia per quanto riguarda il particolare sistema transitorio e derogatorio di cui agli articoli 10 e 11 della direttiva 85/384/CEE, sia per quanto riguarda il sistema ‘a regime’ di cui all’articolo 7 della medesima direttiva.
Per quanto concerne, infatti, il particolare sistema (transitorio e derogatorio) di cui agli articoli 10 e 11 della direttiva 85/384/CEE, è noto che il primo di tali articoli ha previsto la possibilità per ciascuno degli Stati membri di individuare taluni diplomi, certificati e altri titoli del settore dell’architettura da ammettere sin da subito al regìme di mutuo riconoscimento, anche a prescindere dalla piena rispondenza ai requisiti minimi di formazione di cui all’articolo 3 della medesima direttiva.
Il successivo articolo 11 ha, quindi, individuato per ciascuno degli Stati membri tali diplomi, certificati ed altri titoli da ammettere immediatamente al richiamato regìme di mutuo riconoscimento (per l’Italia, tale regìme di immediata ammissione ha riguardato:
a) i diplomi di ‘laurea in architettura’ rilasciati dalle università, dagli istituti politecnici e dagli istituti superiori di architettura di Venezia e di Reggio Calabria, accompagnati dal diploma di abilitazione all'esercizio indipendente della professione di architetto, rilasciato dal ministro della Pubblica Istruzione una volta che il candidato abbia sostenuto con successo, davanti ad un'apposita Commissione, l'esame di Stato che abilita all'esercizio indipendente della professione di architetto (dott. architetto);
b) i diplomi di ‘laurea in ingegneria’ nel settore della costruzione civile rilasciati dalle università e dagli istituti politecnici, accompagnati dal diploma di abilitazione all'esercizio indipendente di una professione nel settore dell'architettura, rilasciato dal ministro della Pubblica Istruzione una volta che il candidato abbia sostenuto con successo, davanti ad un'apposita Commissione, l'esame di Stato che lo abilita all'esercizio indipendente della professione (dott. ing. architetto o dott. ing. in ingegneria civile)).
Ebbene, in relazione a tale periodo transitorio, non è dato individuare i paventati profili di ‘discriminazione alla rovescia’ in danno degli ingegneri civili italiani, laddove si consideri:
- che, esaminando gli elenchi delle professioni ammesse dagli altri Stati membri al regìme di immediata applicazione al mutuo riconoscimento, non è dato rinvenire pressoché alcun caso di professioni che, anche dal punto di vista del nomen iuris, si discostino dal tipico ambito della professione di architetto, fino a coincidere con il tipico ambito della professione di ingegnere.
Le uniche eccezioni a questa regola sostanzialmente generalizzata sono rappresentate:
a) dal caso belga dei diplomi di ‘ingegnere civile-architetto’ e di ‘ingegnere-architetto’ rilasciati dalle facoltà di scienze applicate delle università e dal politecnico di Mons;
b) dal caso portoghese del diploma di genio civile (licenciatura em engenharia civil) rilasciato dall'Istituto superiore tecnico dell'Università tecnica di Lisbona;
c) dai casi greci dei diplomi di ‘ingegnere-architetto’ rilasciati da alcuni Istituti di formazione e dei diplomi di ‘ingegnere-ingegnere civile’ rilasciati dal Metsovion Polytechnion di Atene (in ambo i casi, peraltro, a condizione che il possesso dei richiamati diplomi si accompagni a un attestato rilasciato dalla Camera tecnica di Grecia e conferente il diritto di esercitare le attività nel settore dell’architettura).
Si tratta, però, di eccezioni talmente puntuali e limitate da non poter essere assunte (nella richiamata ottica di carattere sostanzialistico) quali indizi dell’esistenza di un effettivo fenomeno di ‘reverse discrimination’ in danno degli ingegneri civili italiani e in favore di una platea indiscriminata o quanto meno significativa di ingegneri di altri Paesi dell’Unione europea;
- che, paradossalmente, esaminando gli elenchi nazionali di cui al richiamato articolo 11, è proprio il caso italiano dei professionisti in possesso del diploma di ‘laurea in ingegneria’ nel settore della costruzione civile (e nondimeno abilitati per il diritto italiano al’esercizio di una professione indipendente di una professione nel settore dell’architettura) a presentare (al pari dei richiamati casi belgi, portoghesi e greci) possibili profili di vantaggio in favore dei professionisti nazionali, con potenziali effetti distorsivi in danno degli ingegneri di altri Paesi dell’UE la cui normativa nazionale di riferimento non consenta agli ingegneri di conseguire una analoga abilitazione;
- che, in ogni caso, anche a voler ammettere (il che –per le ragioni appena esaminate– non è) che la disciplina transitoria e derogatoria di cui ai richiamati articoli 10 e 11 consenta in talune ipotesi a un limitato numero di ingegneri di alcuni Paesi dell’UE di svolgere in regìme di mutuo riconoscimento (e quindi anche in Italia) talune attività nel settore dell’architettura sui beni di interesse storico e culturale (attività tipicamente sottratte agli ingegneri italiani); ebbene, anche in questo caso, non si individuerebbero ragioni sufficienti per ritenere la sussistenza di un’ipotesi di ‘reverse discrimination’ in danno degli ingegneri italiani, sì da indurre alla generalizzata disapplicazione della previsione di cui all’articolo 52 del R.D. 2537 del 1925.
Al riguardo si osserva che non appare metodologicamente corretto assumere quale parametro stabile di valutazione, nell’ambito di un giudizio volto a stabilire se una discriminazione vi sia oppure no, talune situazioni per definizione transitorie ed eccezionali (quali quelle contemplate dagli articoli 10 e 11 della più volte richiamata direttiva del 1985).
E’ evidente al riguardo che, laddove si accedesse alla soluzione qui non condivisa, si perverrebbe alla inammissibile conseguenza per cui le situazioni e i dettami propri di una fase transitoria (assunti quali impropri parametri stabili di comparazione) costituirebbero essi stessi un ostacolo definitivo e insormontabile per la piena entrata a regìme di un sistema di mutuo riconoscimento basato, invece, sull’oggettiva valutazione di un determinato livello quali-quantitativo di formazione propedeutica all’esercizio della professione di architetto.
Per quanto concerne, poi, il sistema –per così dire– ‘a regìme’ delineato dall’articolo 7 della direttiva 85/384/CEE, l’assenza dei richiamati profili di ‘discriminazione alla rovescia’ emerge con tanto maggiore evidenza laddove si consideri:
- che l’iscrizione di una categoria di professionisti nell’ambito degli elenchi nazionali ‘a regime’ di cui all’articolo 7 della direttiva presuppone che il rilascio dei relativi diplomi, certificati o titoli faccia seguito a percorsi formativi i cui contenuti minimi e necessari siano conformi alle previsioni di cui all’articolo 3 della direttiva (e si è detto in precedenza che tali percorsi formativi devono comprendere in via necessaria un’adeguata conoscenza della storia e delle tecniche dell’architettura, nonché delle belle arti e delle scienze umane –ossia, di quel complesso di discipline umanistiche che caratterizzano il bagaglio culturale tipico dell’architetto e il cui possesso giustifica la parziale riserva professionale di cui al più volte richiamato articolo 52-);
- che, anche ad ammettere che un professionista di Paese dell’UE in possesso del titolo di ingegnere possa essere incluso negli elenchi di cui all’articolo 7, cit. (e sia, quindi, ammesso ad esercitare in Italia le attività tipiche dell’architetto anche in relazione ai beni di interesse storico ed artistico), ciò non costituirà di per sé una discriminazione in danno dell’ingegnere italiano (nei cui confronti l’esercizio di quelle stesse attività resta tipicamente escluso). E infatti, l’inclusione di quella particolare tipologia di ingegnere UE nell’ambito degli elenchi di cui all’articolo 7, cit. dimostrerà ex se che quel professionista ha seguito un percorso formativo idoneo (anche nei campi della storia e delle tecniche dell’architettura, nonché delle belle arti e delle scienze umane) tale da giustificare in modo pieno l’esercizio da parte di quel professionista ingegnere (e al di là delle limitazioni recate dal nomen iuris della qualifica professionale posseduta) delle attività abitualmente esercitate con il titolo professionale di architetto (ivi comprese quindi, ai fini che qui rilevano, le opere di edilizia che presentano rilevante carattere artistico e il ripristino degli edifici di cui alla legge 20.06.1909, n, 364).
Anche sotto tale aspetto, quindi, deve essere esclusa la sussistenza della paventata ipotesi di ‘discriminazione alla rovescia’ in danno degli ingegneri civili italiani.
Per le ragioni sin qui esposte il ricorso in appello n. 6736/2008 proposto dal Ministero per i beni e le attività culturali deve essere accolto e per l’effetto, in riforma della sentenza di primo grado, deve essere respinto il ricorso di primo grado proposto dall’ingegner Alessandro Mosconi e dall’Ordine degli ingegneri di Verona e provincia e recante il n. 1994/2001.
Per le medesime ragioni il ricorso in appello n. 2527/2009 proposto dagli Ordini degli ingegneri delle province di Venezia, Padova, Treviso, Vicenza, Verona, Rovigo e Belluno, deve essere respinto, con conseguente conferma della sentenza del TAR n. 3651/2008 la quale ha sancito la legittimità degli atti e delle determinazioni amministrative le quali avevano escluso gli ingegneri dall’affidamento del servizio di direzione dei lavori e di coordinamento della sicurezza in fase di esecuzione dei lavori di restauro e di recuperi funzionale di un immobile di interesse storico e artistico.
Per quanto riguarda, in particolare, il ricorso in appello n. 2527/2009 il Collegio deve ora esaminare i motivi di appello ulteriori e diversi rispetto a quelli inerenti la portata applicativa del più volte richiamato articolo 52 del R.D. 2537 del 1925.
In primo luogo si osserva che non può essere accolto il motivo di appello con cui (reiterando un analogo motivo di doglianza già articolato in primo grado e disatteso dal TAR) si è osservato che i servizi messi a gara con gli atti impugnati in primo grado non rientrano a pieno titolo nell’ambito di quelli per i quali opera la riserva parziale in favore degli architetti di cui al medesimo articolo 52, avendo essi ad oggetto ‘la parte tecnica’ delle lavorazioni (la quale, ai sensi del medesimo articolo 52, può essere demandata tanto all’architetto, quanto all’ingegnere).
Il motivo in questione non può essere condiviso, dovendo –al contrario– trovare puntuale conferma in parte qua la sentenza appellata, la quale ha affermato che l’attività di direzione dei lavori per il restauro di Palazzo Contarini del Bovolo in Venezia – San Marco 4299 implica con ogni evidenza scelte connesse “al restauro, al risanamento e al recupero funzionale dell’immobile, per la cui attuazione ottimale è conferente l’intervento dell’architetto in ragione dell’indubbia preminenza della sua professionalità nell’ambito delle belle arti, nel mentre risultano -con altrettanta evidenza– del tutto residuali le ulteriori lavorazioni strutturali ed impiantistiche rientranti nell’edilizia civile propriamente intesa”.
Al riguardo si osserva che, anche a voler enfatizzare la previsione di cui all’ultima parte del secondo comma dell’articolo 52, cit. (secondo cui la parte tecnica delle opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico e il restauro e ripristino degli edifici di interesse storico e artistico “ne può essere compiuta tanto dall’architetto quanto dall’ingegnere”), non può ritenersi che le attività relative al servizio di direzione dei lavori e di coordinamento della sicurezza in fase di esecuzione dei lavori all’origine dei fatti di causa possano farsi rientrare fra quelle relative alla sola ‘parte tecnica’.
Al riguardo si osserva che, secondo un condiviso orientamento, la parziale riserva di cui al più volte richiamato articolo 52 non riguarda la totalità degli interventi concernenti immobili di interesse storico e artistico, ma inerisce alle sole parti di intervento di edilizia civile che implichino scelte culturali connesse alla maggiore preparazione accademica conseguita dagli architetti nell’ambito delle attività di restauro e risanamento di tale particolarissima tipologia di immobili (si richiama ancora una volta, al riguardo, la sentenza di questo Consiglio n. 5239 del 2006).
Tuttavia (e si tratta di una notazione dirimente ai fini della presente decisione) non può negarsi che la richiamata riserva operasse in relazione alle attività all’origine di fatti di causa, il cui contenuto essenziale e certamente prevalente riguardava –appunto- scelte connesse al restauro, al risanamento e al recupero funzionale di un immobile sottoposto a vincolo storico-artistico, sì da giustificare certamente sotto il profilo sistematico e funzionale la richiamata riserva.
Non può, pertanto, essere condivisa la tesi degli Ordini appellanti secondo cui l’attività di direzione dei lavori nel caso di specie potesse essere ricondotta alle attività di mero rilievo tecnico, in quanto tali esercitabili anche dai professionisti ingegneri.
Né può essere condiviso l’argomento secondo cui, a ben vedere, l’attività di direzione dei lavori coinciderebbe ex se con la nozione di ‘parte tecnica’ delle attività e delle lavorazioni, atteso che: i) di tale coincidenza non è traccia alcuna nell’ambito della normativa di riferimento; ii) laddove si accedesse a tale opzione interpretativa, di fatto, si priverebbe di senso compiuto la stessa individuazione di una ‘parte tecnica’ (intesa quale componente di una più ampia serie di attività) facendola coincidere, di fatto, con il più ampio e onnicomprensivo novero delle attività relative alla direzione dei lavori.
Ma la sentenza in epigrafe è altresì meritevole di conferma laddove ha osservato che gli atti della lex specialis impugnati in primo grado, lungi dall’aver irragionevolmente compresso le prerogative dei professionisti ingegneri, ne hanno –al contrario– tenuto in adeguata considerazione le peculiarità.
Ciò, in quanto la medesima lex specialis ha previsto l’istituzione di un organo collegiale di direzione dei lavori composto –fra gli altri– da un direttore operativo per gli impianti (ruolo, questo, che avrebbe certamente potuto essere ricoperto da un ingegnere), da un direttore operativo per le strutture e da un direttore operativo restauratore di beni culturali.
Neppure può essere condiviso il secondo motivo di appello, con il quale (reiterando un analogo motivo di doglianza già articolato in primo grado e disatteso dal TAR) si è lamentata la contraddittorietà intrinseca che sussisterebbe fra:
- (da un lato), gli atti impugnati in primo grado, con cui sono state precluse agli ingegneri le attività di direzione dei lavori e coordinamento della sicurezza in fase di esecuzione dei richiamati lavori di restauro e recupero funzionale e
- (dall’altro) un diverso bando di gara, indetto dalla medesima amministrazione e relativo al medesimo immobile vincolato, con cui è stata –al contrario– consentita agli ingegneri la partecipazione (insieme agli architetti) alla gara avente ad oggetto la progettazione esecutiva dei lavori.
Al riguardo giova premettere (e si tratta di notazione dirimente ai fini del decidere) che, quand’anche il richiamato profilo di contraddittorietà fosse in concreto sussistente, ciò non sortirebbe l’effetto di consentire agli ingegneri la partecipazione alla gara per l’affidamento del servizio di direzione dei lavori e di coordinamento della sicurezza (si tratta di attività che, per le ragioni dinanzi richiamate, sono state legittimamente precluse agli ingegneri in coerente applicazione dell’articolo 52 del R.D. 2537 del 1925).
Al contrario, l’eventuale accoglimento del richiamato motivo potrebbe al più sortire l’unico effetto di palesare l’illegittimità delle determinazioni con cui l’amministrazione ha ammesso gli ingegneri a partecipare alla gara avente ad oggetto la progettazione esecutiva dei lavori.
Il che palesa altresì rilevanti dubbi in ordine alla sussistenza di un effettivo interesse in capo agli Ordini professionali appellanti alla proposizione del motivo di appello in esame.
Ma, anche a prescindere da tale assorbente rilievo, si osserva che la sentenza in epigrafe risulta comunque meritevole di conferma laddove ha osservato che, nel caso in esame, le scelte anche di dettaglio relative agli interventi di restauro, risanamento e recupero funzionale dell’immobile erano state effettuate in sede di stesura del progetto definitivo (progetto, quest’ultimo, che era stato peraltro approvato dalla competente Soprintendenza per i Beni architettonici e dalla Commissione per la salvaguardia di Venezia).
Ne consegue che –come condivisibilmente osservato dai primi Giudici– la stesura del progetto definitivo coincideva di fatto, nel caso in esame, con la mera ingegnerizzazione del progetto definitivo, in tal modo giustificando che la relativa attività potesse essere demandata anche ad ingegneri, senza contrasto alcuno con la previsione di cui all’articolo 52 del più volte richiamato R.D. n. 2537 del 1925.
Né può essere condiviso l’ulteriore motivo al riguardo profuso dagli Ordini appellanti (motivo che risulta basato su una sorte di argomento a fortiori, in base al quale:
i) se viene legittimamente demandata agli ingegneri un’attività puramente tecnica quale quella propria della progettazione esecutiva,
ii) a maggior ragione non potrà essere negata agli ingegneri l’effettuazione di un’attività –quella di direzione dei lavori– “più tecnica rispetto alla progettazione vera e propria” –pag. 19 dell’atto di appello-).
E’ evidente al riguardo che l’argomento in questione si fonda sull’assiomatica affermazione secondo cui, appunto, l’attività di direzione dei lavori risulterebbe “più tecnica” rispetto a quella di mera progettazione ed ingegnerizzazione. Si tratta di un’affermazione il cui carattere indimostrato non può evidentemente essere assunto a parametro di giudizio.
Infine, non può trovare accoglimento il terzo motivo di appello, con il quale (reiterando ancora una volta un motivo di doglianza già articolato in primo grado e disatteso dal TAR) si è lamentata l’illegittimità della scelta di riservare agli architetti anche il ruolo di coordinatore della sicurezza in fase di esecuzione.
Secondo gli Ordini appellanti, la sentenza in epigrafe si sarebbe inammissibilmente limitata a motivare la reiezione in parte qua del ricorso sulla base dell’articolo 127 del d.P.R. 21.12.1999, n. 554 (il quale al comma 1, primo periodo, stabilisce che “le funzioni del coordinatore per l’esecuzione dei lavori previsti dalla vigente normativa sulla sicurezza nei cantieri sono svolte dal direttore dei lavori”).
Tuttavia, i primi Giudici avrebbero omesso di tenere in considerazione la previsione di cui all’articolo 10 della legge 14.08.1996, n. 494 il quale ammette –inter alios– gli ingegneri a svolgere i compiti tipici del coordinatore per l’esecuzione dei lavori.
Il motivo in esame non può trovare accoglimento in considerazione dell’evidente carattere di specialità che caratterizza la previsione di cui all’articolo 127 del d.P.R. 554 del 1999 (ora: articolo 152 del d.P.R. 207 del 2010) rispetto all’articolo 10 del decreto legislativo 494 del 1996.
Ed infatti, premesso che la vicenda di causa resta governata dalle pregresse disposizioni di cui al richiamato articolo 127, cit., è pacifico che tale disposizione imponesse la coincidenza soggettiva fra il direttore dei lavori e il coordinatore per l’esecuzione dei lavori (fatta salva l’ipotesi in cui il direttore dei lavori designato fosse privo dei requisiti previsti per svolgere altresì i compiti tipici del coordinatore per l’esecuzione dei lavori –ma sul punto non è stata sollevata contestazione alcuna in corso di causa-).
Tuttavia, nelle ipotesi in cui (come nel caso di specie e per le ragioni dinanzi esaminate) i compiti di direttore dei lavori fossero riservate a un professionista architetto, del tutto legittimamente l’amministrazione aggiudicatrice avrebbe potuto (rectius: dovuto) riservare a quest’ultimo anche le funzioni di coordinatore per l’esecuzione dei lavori (scil.: sempre che il professionista in questione fosse altresì munito dei prescritti requisiti).
Anche sotto questo aspetti, quindi, il ricorso in appello n. 2527/2009 deve essere respinto.
Conclusivamente, il ricorso in appello n. 6736/2008 proposto dal Ministero per i beni e le attività culturali deve essere accolto e per l’effetto, in riforma della sentenza di primo grado, deve essere respinto il ricorso di primo grado proposto dall’ingegner Alessandro Mosconi e dall’Ordine degli ingegneri di Verona e provincia e recante il n. 1994/2001.
Per le medesime ragioni il ricorso in appello n. 2527/2009 proposto dagli Ordini degli ingegneri delle province di Venezia, Padova, Treviso, Vicenza, Verona, Rovigo e Belluno, deve essere respinto (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 09.01.2014 n. 21 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

novembre 2013

COMPETENZE PROGETTUALIOggetto: Sentenza TAR Veneto n. 1312//2013, Ordine Ingegneri Verona c/Comune Torri del Benaco e nei confronti Collegio Geometri Verona - Deliberazione comunale n. 96, 09.07.2012 (Consiglio Nazionale Geometri e Geometri e Geometri Laureati, nota 28.11.2013 n. 12759 di prot.).

COMPETENZE PROGETTUALIL'adottata delibera di giunta comunale ha stabilito che “tra le competenze professionali dei geometri e dei geometri laureati iscritti al Collegio professionale, possa rientrare la progettazione e direzione dei lavori di modeste costruzioni almeno fino a mc. 1500 adottando quindi il criterio tecnico-qualitativo in relazione alle caratteristiche dell’opera da realizzare che deve avere caratteristiche strutturali semplici con moduli ripetitivi sia pur con la presenza del cemento armato, che non richiedano competenze tecniche, particolari e specifiche, riservate per legge ad un diverso professionista, con esclusione di ogni ulteriore aggravio procedimentale a carico del richiedente”.
Orbene, l’impugnata deliberazione comunale deve farsi rientrare nell’ambito degli atti d’indirizzo politico-amministrativo con i quali gli organi politici degli enti comunali (sindaco, consiglio e giunta) fissano le linee generali cui gli uffici devono attenersi nell’esercizio delle loro funzioni istituzionali.
Trattandosi, dunque, di atto d’indirizzo occorre altresì evidenziare che la deliberazione in esame non assume carattere vincolante per gli uffici amministrativi cui essa è rivolta, atteso che questi dovranno pur sempre verificare, in base alla normativa di riferimento, se i progetti sottoposti al loro esame rientrino nella competenza professionale dei geometri, sulla scorta delle caratteristiche dell’opera da realizzare.
Sotto altro profilo, deve nondimeno essere rilevato che, nel caso di specie, la misura di mc. 1500, che la delibera impugnata assume quale criterio d’indirizzo ai fini della determinazione della competenza professionale dei geometri in materia di progettazione edilizia, non rappresenta un limite quantitativo entro il quale una costruzione in conglomerato cementizio possa essere progettata e firmata da un geometra, posto che a tenore della citata delibera, la progettazione dell’opera da realizzare da parte dei geometri rimane comunque subordinata all’applicazione del fondamentale parametro tecnico-qualitativo, in virtù del quale il progetto non deve implicare la soluzione di problemi particolari (devoluti esclusivamente ai professionisti di rango superiore) con riguardo alla struttura dell’edificio ed alle modalità costruttive.
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... per l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, della delibera di giunta comunale del Comune di Torri del Benaco in data 09.07.2012, n. 96, recante indirizzi in tema di competenze professionali dei geometri; nonché di ogni atto annesso, connesso o presupposto.
...
Con l’odierno gravame, l’Ordine degli Ingegneri di Verona e Provincia ha adito l’intestato Tribunale per chiedere l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, della delibera del Comune di Torri del Benaco in data 09.07.2012, n. 96, con la quale la giunta comunale ha stabilito che “tra le competenze professionali dei geometri e dei geometri laureati iscritti al Collegio professionale, possa rientrare la progettazione e direzione dei lavori di modeste costruzioni almeno fino a mc. 1500 adottando quindi il criterio tecnico-qualitativo in relazione alle caratteristiche dell’opera da realizzare che deve avere caratteristiche strutturali semplici con moduli ripetitivi sia pur con la presenza del cemento armato, che non richiedano competenze tecniche, particolari e specifiche, riservate per legge ad un diverso professionista, con esclusione di ogni ulteriore aggravio procedimentale a carico del richiedente”.
Nei confronti dell’impugnata delibera, parte ricorrente ha eccepito, in via principale, la carenza assoluta di potere in capo alla giunta comunale per aver esercitato de facto funzioni a carattere normativo in tema di competenze professionali, in assenza di una norma attributiva di tale potere; in subordine, è stata dedotta la violazione di legge e l’eccesso di potere nelle forme dell’illogicità, dello sviamento di potere e del difetto di motivazione.
...
Con il primo motivo di ricorso, parte ricorrente ha asserito la nullità dell’impugnata deliberazione per il difetto assoluto di attribuzione, deducendo che la giunta comunale avrebbe esercitato de facto funzioni a carattere normativo in tema di competenze professionali, in assenza di una norma attributiva di tale potere.
Il motivo è infondato e, pertanto, deve essere rigettato.
Infatti, ad avviso del Collegio, l’impugnata deliberazione comunale deve farsi rientrare nell’ambito degli atti d’indirizzo politico-amministrativo con i quali gli organi politici degli enti comunali (sindaco, consiglio e giunta) fissano le linee generali cui gli uffici devono attenersi nell’esercizio delle loro funzioni istituzionali (cfr., ex multis, Cons. St., sez. V, 07.04.2011, n. 2154).
Trattandosi, dunque, di atto d’indirizzo occorre altresì evidenziare che, contrariamente a quanto dedotto da parte ricorrente, la deliberazione in esame non assume carattere vincolante per gli uffici amministrativi cui essa è rivolta, atteso che questi dovranno pur sempre verificare, in base alla normativa di riferimento, se i progetti sottoposti al loro esame rientrino nella competenza professionale dei geometri, sulla scorta delle caratteristiche dell’opera da realizzare.
Sotto altro profilo, deve nondimeno essere rilevato che, nel caso di specie, la misura di mc. 1500, che la delibera impugnata assume quale criterio d’indirizzo ai fini della determinazione della competenza professionale dei geometri in materia di progettazione edilizia, non rappresenta un limite quantitativo entro il quale una costruzione in conglomerato cementizio possa essere progettata e firmata da un geometra, posto che a tenore della citata delibera, la progettazione dell’opera da realizzare da parte dei geometri rimane comunque subordinata all’applicazione del fondamentale parametro tecnico-qualitativo, in virtù del quale il progetto non deve implicare la soluzione di problemi particolari (devoluti esclusivamente ai professionisti di rango superiore) con riguardo alla struttura dell’edificio ed alle modalità costruttive (cfr., ex multis, Cass. Civ., sez. II, 27.01.1988, n. 736; Cons. St., sez. V, 03.10.2002, n. 5208).
Deve, altresì, essere respinto il secondo motivo di ricorso con cui parte ricorrente deduce che la normativa di specie escluderebbe in toto la competenza del geometra in ordine alla progettazione di costruzioni civili in cemento armato, posto che il d.lgs. 13.12.2010, n. 212 ha abrogato il r.d. 16.11.1939, n. 2229, ai sensi del quale “Ogni opera di conglomerato cementizio semplice od armato, la cui stabilità possa comunque interessare l’incolumità delle persone, deve essere costruita in base ad un progetto esecutivo firmato da un ingegnere, ovvero da un architetto iscritto all’albo”.
Va, infine, rigettata la censura con la quale l’ordine professionale ricorrente ha rilevato il difetto di motivazione della delibera in esame, avendo invero la giunta comunale accuratamente specificato le ragioni sottese all’adozione di tale atto (TAR Veneto, Sez. I, sentenza 20.11.2013 n. 1312 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: Competenze professionali dei geometri: limiti e rimedi al travalicamento.
Il TRIBUNALE di Lecce, Sez. distaccata di Maglie, con la sentenza 12.11.2013 n. 3571 ha dichiarato
la nullità del contratto di prestazione d’opera avente ad oggetto prestazioni progettuali di un opificio industriale poste in essere da un geometra, condannando quest’ultimo alla restituzione degli acconti versati in esecuzione del contratto nullo, dichiarando altresì l’inammissibilità e, comunque, l’infondatezza della domanda di arricchimento senza causa.
La questione nasce a seguito di un decreto ingiuntivo azionato dal geometra, sulla base di un incarico professionale, al fine di ottenere il compenso per prestazioni progettuali attinenti la progettazione di due capannoni industriali oltre struttura su due livelli, da realizzarsi previa mutazione di destinazione d’uso di immobile e seguendo la pratica di cui al D.P.R. n. 447/1998.
Avverso tale decreto di ingiunzione la società opponente ha presentato opposizione, deducendo la nullità del contratto per la violazione delle competenze proprie dei geometri.
Parte opponente ha altresì dedotto che il contratto è stato concluso con dolo e ne ha chiesto l'annullamento, chiedendo, in ogni caso la restituzione delle somme versate in esecuzione di un contratto nullo e/o annullabile.
Venendo al merito della vicenda, si rappresenta che la società opponente ha eccepito la nullità dell'incarico conferito al geometra, in quanto lo stesso sarebbe stato chiamato ad eseguire prestazioni che esulano dalla competenza specifica della categoria di appartenenza, ai sensi dell’art. 16, R.D. n. 274/1929.
Ebbene, accogliendo le tesi difensive della società opponente il Giudice, richiamando un consolidato orientamento della Suprema Corte di Cassazione, ha rilevato che “Il progetto redatto da un geometra in materia riservata alla competenza professionale degli ingegneri è illegittimo, a nulla rilevando che sia stato controfirmato da un ingegnere, o che un ingegnere esegua i calcoli del cemento armato e diriga le relative opere, perché è il professionista competente che deve essere, altresì, titolare della progettazione, assumendosi la relativa responsabilità. Ne consegue che, nella suddetta ipotesi, il rapporto tra il geometra ed il cliente è radicalmente nullo ed al primo non spetta alcun compenso per l'opera svolta, ai sensi dell'art. 2231 cod. civ.”.
Meritevoli di accoglimento sono state, altresì le deduzioni di parte opponente circa la non modesta entità dell’opera progettata. Ed invero, il Tribunale di Lecce ha chiarito che “il criterio per accertare se una costruzione sia da considerare modesta -e quindi se la sua progettazione rientri nella competenza professionale dei geometri, ai sensi dell'art. 16, letto m), del r.d. 11.02.1929, n. 274- consiste nel valutare le difficoltà tecniche che la progettazione e l'esecuzione dell'opera comportano e le capacità occorrenti per superarle; a questo fine, mentre non è decisivo il mancato uso del cemento armato (ben potendo anche una costruzione "non modesta" essere realizzata senza di esso), assume significativa rilevanza il fatto che la costruzione sorga in zona sismica, con conseguente assoggettamento di ogni intervento edilizio alla normativa di cui alla legge 02.02.1974, n. 64, la quale impone calcoli complessi che esulano dalle competenze professionali dei geometri”.
Orbene, il Giudice del foro leccese ha rappresentato che nel corso di causa “è emerso che l'opera di progettazione del geom. XXX ha riguardato un edificio di 11.639,62 me, rispetto a due capannoni industriali e ad una costruzione su due livelli”.
Nel caso di specie, il Tribunale ha rilevato che “la cubatura dell'opera (11.639,62), la complessità della progettazione, il numero di piani (due fuori terra) ed il valore economico dell'operazione (è la stessa parte opposta ad affermare che il terreno ha avuto un incremento del 1000%, per arrivare a 300.000,00€) inducono a ritenere che la costruzione in cemento armato sia tutt'altro che modesta”.
Alla luce dei principi e della giurisprudenza richiamata, il Tribunale salentino ha dichiarato la nullità dell'opera prestata dal geometra opposto.
In conseguenza della nullità del contratto d’opera è stata, altresì, ordinata la restituzione delle somme versate dalla Società opponente al geometra opposto.
Infine, deve rilevarsi la declaratoria dell’inammissibilità dell’azione di arricchimento senza causa proposta da parte opposta e, comunque, la sua infondatezza nel merito “posto che la giurisprudenza esclude espressamente che nel caso di specie il geometra possa presentare domanda ai sensi dell'art. 2041 c.c.”.
La sentenza in commento non fa altro che ribadire una prassi ormai arcinota quanto illegale dei tecnici non laureati, i quali si arrogano competenze al di fuori del loro ambito di operatività con seri rischi per la sicurezza e per la pubblica incolumità (tratto da www.altalex.com).

ottobre 2013

COMPETENZE PROGETTUALI: Spetta al tecnico laureato, e non diplomato, l'incarico comunale inteso a rimodulare una significativa area comunale, sia sotto il profilo viario, che con riferimento ad insediamenti artigianali, nonché determinare le fasce di rispetto che si sostanziano nella individuazione delle distanze minime a protezione del nastro stradale dall’edificazione e coincidono, dunque, con le aree esterne al confine stradale finalizzate alla eliminazione o riduzione dell’impatto ambientale.
La competenza professionale dei geometri, a mente dell’art. 16 del RD 274/1929 non comprende, invero, la progettazione urbanistica, ma, di contro, neppure gli art. 51 e 52 del RD 23.10.1925 n. 2537 (regolamento delle professioni di ingegnere e architetto) prevedono esplicitamente tale esclusiva competenza in capo ai professionisti laureati.
Ciò perché il problema della progettazione urbanistica si è posto solo con l'introduzione del piano regolatore generale (art. 7 della legge 1150/1942), che al proprio interno prevede, sia la zonizzazione del territorio, sia la localizzazione di opere pubbliche.
La giurisprudenza che ha affrontato la questione ha ritenuto di dover distinguere le evenienze affidate legittimamente al professionista diplomato secondo il grado obiettivo di difficoltà della concreta progettazione urbanistica.
Mentre infatti la redazione di uno strumento di programmazione generale è un'attività complessa che richiede sicuramente adeguate ed approfondite conoscenze tecniche collegate certamente al grado di preparazione di ingegneri e architetti (e urbanisti), come confermato dall'art. 5, comma 1, lett. c), della legge 02.03.1949 n. 143 (tariffa professionale di ingegneri e architetti), nella ipotesi di varianti semplificate è però necessario distinguere a seconda del contenuto e della complessità dell’intervento professionale.
Invero, è stato affermato che “… se la variante semplificata ha finalità solo localizzative (ossia riguarda l'inserimento o lo spostamento di un'opera pubblica all'interno di un quadro urbanistico già definito) la complessità delle valutazioni tecniche è molto minore e non giustifica la riserva a favore dei professionisti laureati …”.
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Nel caso in questione, la disamina degli atti prodotti evidenzia che l’incarico professionale affidato al geometra è consistito nella individuazione di tratti di strada per il collegamento viario di una zona produttiva e nella ridistribuzione della stessa area artigianale al fine di razionalizzarne l’uso, nonché della nuova individuazione della fascia di massima tutela.
In altre parole il comune ha inteso rimodulare una significativa area comunale, sia sotto il profilo viario, che con riferimento ad insediamenti artigianali, nonché determinare le fasce di rispetto che si sostanziano nella individuazione delle distanze minime a protezione del nastro stradale dall’edificazione e coincidono, dunque, con le aree esterne al confine stradale finalizzate alla eliminazione o riduzione dell’impatto ambientale.
In buona sostanza, quindi, l’incarico riguarda un’attività professionale che richiede e necessita per il suo esatto adempimento adeguate e complesse cognizioni tecniche che non possono certo limitarsi a quelle proprie del tecnico diplomato.
Si è trattato, quindi, di incarico complesso ed articolato che ha richiesto sinanche i pareri del Genio civile e della ULSS.
Tale articolata e complessa attività professionale avrebbe dovuto, quindi, essere necessariamente affidata ad un tecnico laureato né, di contro, è sufficiente una non corretta, ovvero elusiva rappresentazione definitoria per alterare la sostanza dell’intervento così da utilizzare professionalità normativamente non adeguate.
Ritiene il Collegio, per ragioni di economia processuale, opportuno esaminare per primo il ricorso rubricato al n. 500/1999 con il quale il Consiglio dell’Ordine degli architetti della Provincia di Treviso ha censurato la delibera di giunta del comune di Crocetta del Montello - (Tv) n. 238 del 1998, pubblicata nell’Albo Pretorio il 17.12.1998, con la quale è stata adottata la variante cartografica al PRG per la sistemazione della zona artigianale D.1.1., ed affidato, all’attuale controinteressato, l’incarico per la redazione tecnica del progetto.
Il ricorrente, ente pubblico associativo a partecipazione necessaria, esponenziali della particolare categoria professionale, è legittimato ed ha interesse al ricorso.
Sostiene il ricorrente che l’originario affidamento per la realizzazione degli elaborati tecnici relativi alla variante parziale al PRG per la sistemazione della zona artigianale D.1.1. ad un geometra contrasterebbe con l’art. 16 del r.d. 11.02.1929, n. 274, che puntualmente precisa le competenze per tale categoria professionale.
In buona sostanza il ricorrente rileva che i geometri sono, ai sensi della legge professionale, competenti per la progettazione di manufatti e nelle connesse attività di vigilanza e direzione, soltanto se di modesta valenza, ossia attività che non implicano soluzioni di problemi tecnici di significativa rilevanza, come quello affidato ed in questa sede censurato.
Osserva il Collegio.
La competenza professionale dei geometri, a mente dell’art. 16 del RD 274/1929 non comprende, invero, la progettazione urbanistica, ma, di contro, neppure gli art. 51 e 52 del RD 23.10.1925 n. 2537 (regolamento delle professioni di ingegnere e architetto) prevedono esplicitamente tale esclusiva competenza in capo ai professionisti laureati.
Ciò perché il problema della progettazione urbanistica si è posto solo con l'introduzione del piano regolatore generale (art. 7 della legge 1150/1942), che al proprio interno prevede, sia la zonizzazione del territorio, sia la localizzazione di opere pubbliche.
La giurisprudenza che ha affrontato la questione ha ritenuto di dover distinguere le evenienze affidate legittimamente al professionista diplomato secondo il grado obiettivo di difficoltà della concreta progettazione urbanistica.
Mentre infatti la redazione di uno strumento di programmazione generale è un'attività complessa che richiede sicuramente adeguate ed approfondite conoscenze tecniche collegate certamente al grado di preparazione di ingegneri e architetti (e urbanisti), come confermato dall'art. 5, comma 1, lett. c), della legge 02.03.1949 n. 143 (tariffa professionale di ingegneri e architetti), nella ipotesi di varianti semplificate è però necessario distinguere a seconda del contenuto e della complessità dell’intervento professionale.
… se la variante semplificata ha finalità solo localizzative (ossia riguarda l'inserimento o lo spostamento di un'opera pubblica all'interno di un quadro urbanistico già definito) la complessità delle valutazioni tecniche è molto minore e non giustifica la riserva a favore dei professionisti laureati …” (TAR Lombardia Brescia Sez. I, Sent., 22.02.2010, n. 864).
Nel caso di specie l’incarico è stato definito dall’organo comunale come mera variante cartografica, le cui modifiche costituiscono prestazioni tecniche elementari che non alterano lo strumento urbanistico.
In realtà, più che limitarsi alla mera definizione formale relativa all’incarico, così come rappresentata dalla resistente, è necessario, invece, valutare quello che concretamente risulta essere stato affidato in sede di incarico professionale.
Nel caso in questione, la disamina degli atti prodotti evidenzia che l’incarico professionale affidato al geometra è consistito nella individuazione di tratti di strada per il collegamento viario di una zona produttiva e nella ridistribuzione della stessa area artigianale al fine di razionalizzarne l’uso, nonché della nuova individuazione della fascia di massima tutela.
In altre parole il comune ha inteso rimodulare una significativa area comunale, sia sotto il profilo viario, che con riferimento ad insediamenti artigianali, nonché determinare le fasce di rispetto che si sostanziano nella individuazione delle distanze minime a protezione del nastro stradale dall’edificazione e coincidono, dunque, con le aree esterne al confine stradale finalizzate alla eliminazione o riduzione dell’impatto ambientale.
In buona sostanza, quindi, l’incarico riguarda un’attività professionale che richiede e necessita per il suo esatto adempimento adeguate e complesse cognizioni tecniche che non possono certo limitarsi a quelle proprie del tecnico diplomato.
Si è trattato, quindi, di incarico complesso ed articolato che ha richiesto sinanche i pareri del Genio civile e della ULSS.
Tale articolata e complessa attività professionale avrebbe dovuto, quindi, essere necessariamente affidata ad un tecnico laureato né, di contro, è sufficiente una non corretta, ovvero elusiva rappresentazione definitoria per alterare la sostanza dell’intervento così da utilizzare professionalità normativamente non adeguate.
Per tali motivi il provvedimento impugnato deve essere annullato.
Successivamente il ricorrente ha anche impugnato, sia la delibera del Consiglio comunale n. 14 del 15.02.1999 di approvazione (rectius adozione) variante cartografica al PRG per la sistemazione della zona artigianale D 1.1, nei termini formulati dalla delibera di giunta già cassata, che la determina dirigenziale, n. 305 del 31.12.1998, con allegata convenzione, con la quale è stato affidato al geometra Gianpaolo Bressan l’incarico per la redazione della variante.
Tali ulteriori provvedimenti, costituiscono, all’evidenza, la necessaria e diretta conseguenza dell’atto di giunta, come detto, già annullato dal Collegio.
Nel caso in questione emerge, dall’obiettivo dato fattuale, un chiaro, palese, stretto ed inscindibile legame logico-giuridico che cementa tra loro gli atti censurati e consente di rilevare che la cassazione dell’atto presupposto assume significativa valenza anche e, soprattutto, nei confronti di tali atti che dal primo ricavano la loro ragione esistenziale.
Si può dire che il rapporto tra tutti gli atti in sequenza, in questa sede censurati, evidenzia una loro relazione diretta e necessaria, nel senso che i secondi costituiscono il naturale sviluppo e completamento del primo, anche perché la loro adozione non ha comportato alcuna valutazione di nuovi ed ulteriori interessi rispetto a quelli originariamente scrutinati con il provvedimento presupposto.
Quindi, nel caso di specie, la proposizione di una autonomo ricorso, consente solo di ravvisare, senz’altro e senza ulteriori disamine, la chiare ed univoca manifestazione di interesse alla caducazione dei diversi e successivi atti, atteso che il riferito legale teleologico-funzione comporta, necessariamente, che all’annullamento dell’atto presupposto conseguano affetti imprescindibili ed automatici anche per gli atti conseguenti e connessi al primo.
In altri termini il riconosciuto vizio dell’atto presupposto si ripercuote, per i motivi sopra indicati, sull’atto/i presupponente/i proprio in virtù del vincolo che lega gli stessi, per cui il venir meno dell’atto originario ha un effetto travolgente, proprio dell’invalidità derivata, di quelli a valle nei termini propri dell’invalidità ad effetto caducante, considerato che gli atti in esame hanno la loro unica ragione nel genetico collegamento con quello annullato (Con. St., sez. V, 07.02.2000, 672).
Ne consegue che l’eliminazione automatica di tali atti dal mondo giuridico rende il ricorso conseguentemente proposto improcedibile in conseguenza della sopravvenuta carenza di interesse, atteso che l’annullamento dell’originario provvedimento travolge automaticamente quelli conseguenti che ripetono dal primo, come nel caso di specie, l’imprescindibile presupposto della loro esistenza, costituendo gli stessi una evenienza meramente confermativa della originaria determinazione ormai cassata (TAR Veneto, Sez. I, sentenza 15.10.2013 n. 1171 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI - EDILIZIA PRIVATA: Oggetto: Applicazione del DM 37/2008 (in particolare per gli Impianti Elettronici nei lavori Pubblici e Privati - rispetto delle prescrizioni e privativa per gli Ingegneri del Settore dell'Informazione) (Consiglio Nazionale degli Ingegneri, circolare 11.10.2013 n. 279).

COMPETENZE PROGETTUALIDa una interpretazione letterale e sistematica della legge 07.01.1976 n. 3, emerge che soltanto ai dottori agronomi viene riconosciuta una competenza esclusiva in materia forestale, come chiaramente indicato dal precitato art. 2, lett. c), che riserva agli stessi l’esercizio dell’attività di progettazione di opere di imboschimento.
Invero, per quanto concerne le competenze dei dottori agronomi, occorre fare riferimento alle attività di valorizzazione e gestione dei processi produttivi agricoli, zootecnici e forestali con la tutela dell'ambiente e del mondo rurale, mentre, per quanto concerne la competenza dei periti, occorre fare riferimento alla direzione e gestione di aziende agrarie e zootecniche piccole e medie e di progettazione, direzione e collaudo di opere di miglioramento fondiario, fino al limite della media azienda, nella cui nozione può anche rientrare la coltivazione di un bosco ceduo, di un castagneto, di limitati accorpamenti di alberi da frutta fra loro associati.
Sussiste, dunque, la competenza concorrente dei periti agrari e dei dottori agronomi e forestali soltanto nelle ipotesi inerenti le attività di progettazione di opere di trasformazione e di miglioramento fondiario in “medie aziende”, che potrebbero comprendere, sia in quanto già insediati sia in progetto di impianto, anche boschi non irrilevanti, purché concepiti in funzione della produzione agraria.
In tale ottica, è stato affermato che, dal raffronto fra le due leggi professionali, non emerge che possa essere “potenzialmente esclusa l'affidabilità ad entrambe le categorie della cura dei boschi, allorché contenuti in aziende agrarie fino alla soglia di quelle medie. Infatti, se per i dottori si tratta delle attività di valorizzazione e gestione dei processi produttivi agricoli zootecnici e forestali con la tutela dell'ambiente e del mondo rurale, per i periti si parla di direzione e gestione di aziende agrarie e zootecniche piccole e medie e di progettazione, direzione e collaudo di opere di miglioramento fondiario, di nuovo fino al limite della media azienda”.
Invero, va riconosciuta, in capo ai periti agrari, una competenza residuale nella materia quando si tratti di boschi pertinenti ad aziende agrarie, purché in funzione solo produttiva e non ambientale, e sempre nei limiti in cui la coltivazione del bosco non presenti difficoltà insostenibili per la cultura astrattamente riconoscibile ai periti medesimi, in base alle cognizioni apprese in ambiente scolastico.

L’art. 2, comma 1, lettera b), della legge 28.03.1968 n. 434, nel testo sostituito dall'art. 2 della legge 21.02.1991 n. 54, attribuisce ai periti agrari “la progettazione, la direzione ed il collaudo di opere di miglioramento fondiario e di trasformazione di prodotti agrari e relative costruzioni, limitatamente alle medie aziende, il tutto in struttura ordinaria, secondo la tecnologia del momento, anche se ubicate fuori dai fondi”.
L’art. 2 della legge 07.01.1976 n. 3, al comma 1, lettere b) e c), nel testo sostituito dall'art. 2, della legge 10.02.1992 n. 152, riserva ai dottori agronomi “lo studio, la progettazione, la direzione, la sorveglianza, la liquidazione, la misura, la stima, la contabilità e il collaudo delle opere di trasformazione e di miglioramento fondiario, nonché delle opere di bonifica e delle opere di sistemazione idraulica e forestale, di utilizzazione e regimazione delle acque e di difesa e conservazione del suolo agrario, sempreché queste ultime, per la loro natura prevalentemente extraagricola o per le diverse implicazioni professionali non richiedano anche la specifica competenza di professionisti di altra estrazione” nonché “c) lo studio, la progettazione, la direzione, la sorveglianza, la liquidazione, la misura, la stima, la contabilità e il collaudo di opere inerenti ai rimboschimenti, alle utilizzazioni forestali, alle piste da sci ed attrezzature connesse, alla conservazione della natura, alla tutela del paesaggio ed all'assestamento forestale”.
Il medesimo art. 2, comma 1, della legge 07.01.1976 n. 3 prevede la competenza dei dottori agronomi e forestali anche con riferimento alle seguenti ipotesi: "q) gli studi di assetto territoriale ed i piani zonali, urbanistici e paesaggistici; la programmazione, per quanto attiene alle componenti agricolo - forestali ed ai rapporti città-campagna; i piani di sviluppo di settore e la redazione nei piani regolatori di specifici studi per la classificazione del territorio rurale, agricolo e forestale;
r) lo studio, la progettazione, la direzione, la sorveglianza, la misura, la stima, la contabilità ed il collaudo di lavori inerenti alla pianificazione territoriale ed ai piani ecologici per la tutela dell'ambiente; la valutazione di impatto ambientale ed il successivo monitoraggio per quanto attiene agli effetti sulla flora e la fauna; i piani paesaggistici e ambientali per lo sviluppo degli ambiti naturali, urbani ed extraurbani; i piani ecologici e i rilevamenti del patrimonio agricolo e forestale
".
Da una interpretazione letterale e sistematica della legge 07.01.1976 n. 3, emerge che soltanto ai dottori agronomi viene riconosciuta una competenza esclusiva in materia forestale, come chiaramente indicato dal precitato art. 2, lett. c), che riserva agli stessi l’esercizio dell’attività di progettazione di opere di imboschimento.
Invero, per quanto concerne le competenze dei dottori agronomi, occorre fare riferimento alle attività di valorizzazione e gestione dei processi produttivi agricoli, zootecnici e forestali con la tutela dell'ambiente e del mondo rurale, mentre, per quanto concerne la competenza dei periti, occorre fare riferimento alla direzione e gestione di aziende agrarie e zootecniche piccole e medie e di progettazione, direzione e collaudo di opere di miglioramento fondiario, fino al limite della media azienda, nella cui nozione può anche rientrare la coltivazione di un bosco ceduo, di un castagneto, di limitati accorpamenti di alberi da frutta fra loro associati.
Sussiste, dunque, la competenza concorrente dei periti agrari e dei dottori agronomi e forestali soltanto nelle ipotesi inerenti le attività di progettazione di opere di trasformazione e di miglioramento fondiario in “medie aziende”, che potrebbero comprendere, sia in quanto già insediati sia in progetto di impianto, anche boschi non irrilevanti, purché concepiti in funzione della produzione agraria.
In tale ottica, è stato affermato che, dal raffronto fra le due leggi professionali, non emerge che possa essere “potenzialmente esclusa l'affidabilità ad entrambe le categorie della cura dei boschi, allorché contenuti in aziende agrarie fino alla soglia di quelle medie. Infatti, se per i dottori si tratta delle attività di valorizzazione e gestione dei processi produttivi agricoli zootecnici e forestali con la tutela dell'ambiente e del mondo rurale, per i periti si parla di direzione e gestione di aziende agrarie e zootecniche piccole e medie e di progettazione, direzione e collaudo di opere di miglioramento fondiario, di nuovo fino al limite della media azienda” (cfr.: Cons. St., Sez. IV, 30.07.1996, n. 915).
Invero, va riconosciuta, in capo ai periti agrari, una competenza residuale nella materia quando si tratti di boschi pertinenti ad aziende agrarie, purché in funzione solo produttiva e non ambientale, e sempre nei limiti in cui la coltivazione del bosco non presenti difficoltà insostenibili per la cultura astrattamente riconoscibile ai periti medesimi, in base alle cognizioni apprese in ambiente scolastico (conf.: Tar Sardegna 08.07.1999 n. 901)
(TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 01.10.2013 n. 936 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

settembre 2013

COMPETENZE PROGETTUALIGli Ordini professionali hanno legittimazione a difendere in sede giurisdizionale gli interessi della categoria di soggetti di cui abbiano la rappresentanza istituzionale qualora si tratti della violazione di norme poste a tutela della professione stessa, o allorché si tratti comunque di conseguire determinati vantaggi -sia pure di carattere strumentale- giuridicamente riferibili alla intera categoria, con il limite derivante dal divieto di occuparsi di questioni relative ad attività non soggette alla disciplina o potestà degli Ordini medesimi.
Ossia, detto altrimenti, sussiste nel nostro ordinamento la legittimazione di un Ordine professionale a tutelare anche in via contenziosa l’interesse collettivo dei professionisti suoi iscritti in modo generale e indistinto.
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L’art. 2, lett. d), della L. 07.01.1976 n. 3, recante l’ordinamento della professione di dottore agronomo, riconduce testualmente alla relativa competenza professionale anche “la progettazione... ed il collaudo dei lavori relativi alle costruzioni rurali e di quelli attinenti alle industrie agrarie e forestali”.
A suo tempo questo stesso giudice ha già avuto modo di affermare la legittimità di un titolo edilizio per la realizzazione di un complesso industriale per la lavorazione di carni suine e di pollame su progetto redatto da un dottore agronomo, posto che la disposizione testé riportata consente la prestazione professionale di quest’ultimo relativamente alle industrie, tra le quali devono essere annoverate le “industrie agrarie” e, quindi, il complesso in questione, essendo indubitabile che nella disposizione medesima il termine “industria” è sempre usato nel senso tecnico-giuridico di attività diretta alla produzione di beni o di servizi di cui all’art. 2195, n. 1 c.c. e che l’opera in questione è –per l’appunto- relativa ad industria agraria.
Lo stesso ragionamento non può -quindi- non valere anche per la realizzazione di un frantoio, trattandosi parimenti di “industria agraria” nel senso ora descritto.
Va comunque precisato che se il progetto eventualmente fuoriesce dai caratteri propri della semplice edilità e richiede, ad esempio, opere di “conglomerato cementizio semplice od armato, la cui stabilità possa comunque interessare la incolumità delle persone”, la competenza professionale spetta inderogabilmente, a’ sensi del tuttora vigente art. 1, primo comma, del R.D.L. 16.11.1939 n. 2229, agli ingegneri e agli architetti iscritti ai relativi albi, “nei limiti delle rispettive attribuzioni, ai sensi della L. 24.06.1923 n. 1395 e del R.D. 23.10.1925 n. 2537, sull’esercizio delle professioni di ingegnere e di architetto, e delle successive modificazioni”.

Nella sentenza resa in primo grado si afferma “che il diniego fu comunicato il 21 e 22.12.1998, sia al presidente della Cooperativa istante, che al progettista, dott. M.C., ma avverso di esso non fu proposto ricorso e la Cantina Cooperativa richiedente curò, invece, la redazione di un nuovo progetto, a firma questa volta di un ingegnere, che fu approvato in forza di atto di concessione rilasciato il 16.07.1999. … (Gli) effetti del gravato diniego ebbero come loro destinataria immediata e diretta la Cantina Cooperativa, titolare della facoltà di costruire incisa negativamente dal diniego stesso. Al riguardo, il redattore del progetto assume la posizione di terzo rispetto alla relazione giuridica, intercorrente tra concedente e l’aspirante concessionario; lo stesso, per effetto del contratto d’opera intercorso con il committente proprietario dell’area, al più avrebbe avuto titolo ad intervenire nel giudizio eventualmente promosso da quest’ultimo contro il rifiuto, ma non mai a porsi come ricorrente in via principale (cfr. TAR Veneto, 22.01.1982 n. 101).
Peraltro, -e sul punto il Tribunale non ritiene di doversi discostare dall’insegnamento del giudice amministrativo, da ultimo confermato con le sentenze del Consiglio di Stato (Sez. V) 20.08.1996, n. 929, e 23.05.1997 n. 527, e del Csi n. 254 del 14.06.1999- gli Ordini professionali non sono persone giuridiche di diritto pubblico aventi, tra l'altro, anche la finalità di tutelare gli interessi della categoria; ma sono, invece, soggetti pubblici che, per le professioni, per l’esercizio delle quali occorre una speciale abilitazione dello Stato, hanno, in base alle disposizioni degli artt. 2229 e 2233 del Codice civile e delle varie leggi istitutive dei singoli Ordini, le specifiche competenze della tenuta degli albi, dell'esercizio della funzione disciplinare, nonché, della redazione e proposta delle tariffe e della liquidazione dei compensi a richiesta del professionista o del privato. Le predette funzioni -ha sottolineato il giudice amministrativo- sono assegnate dalla legge agli Ordini essenzialmente per la tutela della collettività nei confronti degli esercenti la professione, la quale solo giustifica l’obbligo dell'appartenenza all'Ordine stesso, e non già per una tutela degli interessi della categoria professionale, che farebbe degli Ordini un'abnorme figura d'associazione obbligatoria, munita di potestà pubblica, per la difesa di interessi privati settoriali.
In particolare, poi, l’interesse azionato dall’Ordine ricorrente fa capo ad ognuno dei soggetti abilitati all’esercizio della professione di agronomo e non può definirsi, quindi, come interesse collettivo, poiché di quest’ultimo è, invece, connotato essenziale l’essere l’ente esponenziale in veste di ente collettivo il legittimo, esclusivo portatore della situazione di vantaggio a carattere metaindividuale, perché l’anzidetta condizione, pur astrattamente riferibile a ciascuno degli individui facenti parte del gruppo sociale che si riconosce nel soggetto collettivo, tuttavia, non è “frazionabile” e non è, dunque, tutelabile singolarmente. Il difetto di legittimazione dell’Ordine ricorrente (e la conforme eccezione sollevata dall’amministrazione resistente risulta, perciò, fondata) deve pertanto essere affermato, alla luce di quanto appena detto, pure sotto il profilo sostanziale, poiché si è agito a difesa, in realtà, della posizione giuridica nella titolarità del redattore del progetto respinto e ciò in violazione dell’art. 81 c.p.c. in base al quale, fuori dai casi espressamente previsti dalla legge di sostituzione processuale o di rappresentanza, nessuno può far valere in giudizio un diritto altrui in nome proprio. In definitiva, alla stregua delle su esposte considerazioni, il ricorso in esame è inammissibile
".
La giurisprudenza di questo Consiglio citata dal giudice di primo grado a supporto della statuizione da lui assunta non è stata infatti da quest’ultimo ben intesa, e ciò in quanto le predette decisioni n. 929 dd. 20.08.1996 e n. 527 dd. 23.05.1997 non relegano –come sembrerebbe– gli Ordini professionali allo svolgimento delle mere competenze della tenuta degli albi, dell’esercizio delle azioni disciplinari, della redazione e della proposta delle tariffe e della liquidazione dei compensi a richiesta del professionista o del privato, ossia ad attività preordinate “essenzialmente per la tutela della collettività nei confronti degli esercenti la professione, la quale solo giustifica l’obbligo dell'appartenenza all'Ordine stesso, e non già per una tutela degli interessi della categoria professionale” (così a pag. 4 la sentenza impugnata).
Nelle predette due decisioni si afferma infatti che l’attività degli Ordini professionali comunque concerne -ancorché in vista dell’interesse della collettività e, solo di riflesso, anche degli stessi professionisti– gli iscritti agli ordini medesimi, ossia coloro che esercitano la libera professione mediante contratti d’opera direttamente con il pubblico dei clienti o, in alcuni casi, pure alle dipendenze di privati, mentre sfugge al controllo degli Ordini la posizione dei pubblici dipendenti che, svolgendo una prestazione di lavoro subordinato presso una pubblica amministrazione, effettuino compiti il cui contenuto corrispondente a quello di una libera professione, posto che costoro sono retribuiti in base a stipendi prefissati e soggiacciono alle regole disciplinari stabilite dalla p.a. datrice di lavoro e non dall'ordine professionale (cfr., negli stessi termini, le due sentenze dianzi citate).
E’ evidente, quindi, l’inconferenza di tali due richiami giurisprudenziali contenuti nella sentenza impugnata, posto che nelle due decisioni non si affronta in linea di principio la tematica della legittimazione processuale degli Ordini professionali.
Solo la decisione n. 254 dd. 14.06.1999 resa dalla Sezione consultiva del Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana, parimenti riferita nella sentenza impugnata, in effetti afferma –tra l’altro– che “per le attività e per l'esercizio gli ordini e i collegi professionali sono enti pubblici, per i quali serve un tipo di abilitazione dello Stato, in base agli art. 2229 e 2233 c.c. e secondo le diverse leggi istitutive dei singoli ordini, sono provvisti delle precise competenze della tenuta degli albi, dell’esercizio della funzione disciplinare, tanto più della redazione e proposta delle tariffe e dei pagamenti dei compensi secondo il privato o il professionista; perciò, queste funzioni si considerano elargite a difesa della collettività nei confronti degli esercenti la professione e non ormai a difesa dei vantaggi della classe professionale”.
Tali ultimi enunciati sono invero parzialmente conformi a quelli del giudice di primo grado: ma da essi comunque non è dato di ricavare la conseguenza da quest’ultimo affermata, ossia il difetto, per il caso di specie, della legittimazione processuale dell’Ordine professionale.
Tale affermazione si configura, pertanto, come del tutto autonomamente elaborata dal giudice di primo grado senza alcun previo supporto giurisprudenziale, avendo in particolar modo riguardo alla paventata ipotesi che l’Ordine professionale divenga –come detto innanzi– “un’abnorme figura d'associazione obbligatoria, munita di potestà pubblica, per la difesa di interessi privati settoriali”, e posto che l’interesse azionato dall’Ordine, facendo capo a ciascuno dei soggetti abilitati all’esercizio della relativa professione comunque non potrebbe definirsi secondo lo stesso giudice come “collettivo”, né sarebbe “frazionabile” e, quindi, tutelabile dall’Ordine medesimo in vece del singolo suo iscritto.
La tesi del giudice di primo grado è –viceversa– smentita da esplicita e del tutto unanime giurisprudenza formatasi sul punto in discussione, secondo la quale gli Ordini professionali hanno legittimazione a difendere in sede giurisdizionale gli interessi della categoria di soggetti di cui abbiano la rappresentanza istituzionale qualora si tratti della violazione di norme poste a tutela della professione stessa, o allorché si tratti comunque di conseguire determinati vantaggi -sia pure di carattere strumentale- giuridicamente riferibili alla intera categoria, con il limite (che qui non rileva) derivante dal divieto di occuparsi di questioni relative ad attività non soggette alla disciplina o potestà degli Ordini medesimi (così, ad es., Cons. Stato, Sez. V, 10.11.2010 n. 8006; cfr., altresì, la decisione n. 8404 resa sempre dalla Sez. V); ossia, detto altrimenti, sussiste nel nostro ordinamento la legittimazione di un Ordine professionale a tutelare anche in via contenziosa l’interesse collettivo dei professionisti suoi iscritti in modo generale e indistinto (così Cons. Stato, Sez. II, 24.01.2011 n. 2783).
Nel caso in esame, quindi, non è ravvisabile –a differenza di quanto affermato dal giudice di primo grado– una sostituzione processuale da parte dell’Ordine nei riguardi della posizione del singolo professionista, per certo preclusa a’ sensi dell’art. 81 c.p.c., ma è sussistente –anche al di là della lesione arrecata sia alla sfera dell’interesse individuale del progettista, sia alla sfera del committente dell’opera, i quali peraltro liberamente non hanno ritenuto di tutelarsi in sede giudiziale– un concomitante e del tutto autonomo interesse dell’Ordine a veder assicurata l’applicazione delle disposizioni normative che disciplinano la competenza professionale dei suoi iscritti -anche se materialmente non coinvolti nel presente procedimento giudiziale– proprio in quanto soggetto ex lege esponenziale di tutti gli iscritti medesimi.
Tale interesse alla decisione del ricorso perdura anche allorquando –come, per l’appunto, nel caso di specie– l’annullamento dell’atto impugnato non può dispiegare effetti concreti ma è apprezzabile comunque la perdurante lesività dell’atto stesso per il credito, il prestigio e l’estimazione sociale della parte ricorrente, ossia allorquando comunque persistano come fatti storici valutazioni e giudizi negativi su qualità e capacità della parte medesima (così, ad es., Cons. Stato, Sez. IV, 30.07.2002 n. 4076 e Sez. V, 05.03.2001 n. 1250).
Nel caso di specie, è indiscutibile la permanenza a tutt’oggi dell’interesse dell’Ordine a rimuovere ope iudicis un provvedimento che, se considerato nel suo intrinseco contenuto, si pone come non corretta valutazione dell’idoneità professionale non solo –contingentemente- del dott. Cassandro ma di qualsivoglia iscritto all’Ordine professionale degli agronomi se chiamato a progettare un frantoio, configurandosi quindi come un precedente ostativo –anche perché reiterabile dallo stesso Comune, nonché da altre pubbliche amministrazioni- per le opportunità professionali di tutti i suoi iscritti.
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Il ricorso proposto in primo grado va accolto, in quanto –come detto innanzi- l’art. 2, lett. d), della L. 07.01.1976 n. 3, recante l’ordinamento della professione di dottore agronomo, riconduce testualmente alla relativa competenza professionale anche “la progettazione... ed il collaudo dei lavori relativi alle costruzioni rurali e di quelli attinenti alle industrie agrarie e forestali”.
A suo tempo questo stesso giudice ha già avuto modo di affermare la legittimità di un titolo edilizio per la realizzazione di un complesso industriale per la lavorazione di carni suine e di pollame su progetto redatto da un dottore agronomo, posto che la disposizione testé riportata consente la prestazione professionale di quest’ultimo relativamente alle industrie, tra le quali devono essere annoverate le “industrie agrarie” e, quindi, il complesso in questione, essendo indubitabile che nella disposizione medesima il termine “industria” è sempre usato nel senso tecnico-giuridico di attività diretta alla produzione di beni o di servizi di cui all’art. 2195, n. 1 c.c. e che l’opera in questione è –per l’appunto- relativa ad industria agraria (cfr. al riguardo Cons. Stato, Sez. V, 29.10.1992 n. 1078).
Lo stesso ragionamento non può -quindi- non valere anche per la realizzazione di un frantoio, trattandosi parimenti di “industria agraria” nel senso ora descritto.
Va comunque precisato che se il progetto eventualmente fuoriesce dai caratteri propri della semplice edilità e richiede, ad esempio, opere di “conglomerato cementizio semplice od armato, la cui stabilità possa comunque interessare la incolumità delle persone”, la competenza professionale spetta inderogabilmente, a’ sensi del tuttora vigente art. 1, primo comma, del R.D.L. 16.11.1939 n. 2229, agli ingegneri e agli architetti iscritti ai relativi albi, “nei limiti delle rispettive attribuzioni, ai sensi della L. 24.06.1923 n. 1395 e del R.D. 23.10.1925 n. 2537, sull’esercizio delle professioni di ingegnere e di architetto, e delle successive modificazioni” (cfr. ivi; cfr., altresì, sul punto, ad es., Cassazione civ., Sez. II, 02.09.2011 n. 18038)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 30.09.2013 n. 4854 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI - EDILIZIA PRIVATAOggetto: DPR 16.04.2013 n. 75 - Regolamento recante disciplina dei criteri di accreditamento per assicurare la qualificazione e l'indipendenza degli esperti e degli organismi a cui affidare la certificazione energetica degli edifici - requisiti dei soggetti abilitati alla certificazione energetica degli edifici mancata previsione di una disciplina transitoria - Ingegneri vecchio ordinamento - problemi applicativi - richiesta urgente di parere ed intervento (Consiglio Nazionale degli Ingegneri, nota 09.09.2013 n. 4693 di prot.).
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Ingegneri: i corsi formativi ai novizi. Ape, i certificatori esperti già abilitati.
Per i tecnici che da anni (e prima del 12 luglio scorso) redigono la certificazione energetica degli edifici non è necessaria la partecipazione a specifici corsi di formazione con esame finale e conseguimento dell'attestato di frequenza per il rilascio dell'Ape. Il possesso dell'attestato di frequenza, con superamento dell'esame finale, relativo a specifici corsi di formazione per la certificazione energetica degli edifici può avere un senso e valere unicamente se riferita a coloro che si troveranno ad operare a partire dall'entrata in vigore del dpr 16.04.2013 n. 75 (e cioè dal 12.07.2013), facendo così salva l'attività dei tecnici già operanti nel settore (anche appartenenti ad altre professioni aventi competenza in materia).

Questa è la precisazione contenuta nella circolare del 09.09.2013 n. U-rsp/4693/2013 del Consiglio nazionale degli ingegneri con la quale viene richiesto un chiarimento al ministero dello sviluppo economico, al ministero dell'ambiente e alle infrastrutture sulla mancanza di disciplina transitoria rivolta a salvaguardare le competenze acquisite dai professionisti operanti nel settore.
Ricordiamo che il 12 luglio è entrato in vigore il dpr 16.04.2013 n. 75 con il quale sono stati definiti i requisiti che devono aver i tecnici chiamati a redigere l'attestato di prestazione energetica (Ape) (si veda Italia Oggi del 26 giugno scorso). Il dpr elenca i titoli di studio da possedere: in pratica tutte le lauree tecniche e tutti i diplomi tecnici. Per l'abilitazione bisogna essere iscritti a un ordine professionale (laddove ne esista uno) e ottenere una certificazione attestante il possesso dell'esperienza nella progettazione di edifici o di impianti.
Alcuni laureati (per esempio in matematica o in fisica o in ingegneria), però, devono frequentare un corso abilitante di 64 ore che è organizzato da ordini, università, enti di ricerca, regioni, province autonome (art. 2, comma 4, lett. b), del dpr n. 75/2013). Nella nota del 9 settembre scorso il Consiglio nazionale degli ingegneri afferma che l'art. 2, comma 4, lett. b), del dpr n. 75 del 2013 debba essere applicato unicamente a coloro che si troveranno a operare a partire dall'entrata in vigore del dpr 16.04.2013 n. 75 e cioè dal 12 luglio scorso, facendo salva l'attività dei tecnici già operanti nel settore.
L'articolo 2, comma 4, lett. b), del dpr 75 prevede, infatti, la frequenza, con superamento dell'esame finale, relativo a specifici corsi di formazione per la certificazione energetica degli edifici anche per chi è in possesso di uno dei seguenti titoli: «Laurea magistrale fisica, ingegneria, matematica, scienze chimiche, scienze della natura, scienze e tecnologie geologiche, scienze e tecnologie per l'ambiente e il territorio, scienze geofisiche ovvero laurea specialistica in fisica» (articolo ItaliaOggi del 12.09.2013).

agosto 2013

COMPETENZE PROGETTUALI: Geometri, il cemento armato solo dal 2010.
Il geometra può progettare delle modeste abitazioni civili con l'impiego di strutture in cemento armato solo dopo la riforma attuata dal legislatore con il dlgs 212 del 2010. Per le opere fatte prima in violazione delle norme allora vigenti il professionista non ha diritto al compenso anche in caso di assoluzione, nel processo penale, dalle accuse di esercizio abusivo della professione.

Lo ha sancito la Corte di Cassazione -Sez. II civile- che, con la
sentenza 30.08.2013 n. 19989, ha respinto il ricorso di un geometra che chiedeva il pagamento del compenso per la progettazione di una villa che aveva richiesto anche l'impiego di opere in cemento armato. Insomma per la seconda sezione civile del Palazzaccio è del tutto irrilevante che l'uomo sia stato assolto dalle accuse di esercizio abusivo della professione. E soprattutto che l'intervento di un ingegnere successivo alla sua iniziale progettazione dell'abitazione non sana la sua posizione e non fa scattare il diritto al compenso.
In proposito il Collegio di legittimità, interpretando le norme precedenti la riforma classe 2010, ha ribadito che ai tecnici solo diplomati (geometri e periti in edilizia) è consentita soltanto la progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione in ogni caso di opere che prevedano l'impiego di strutture in cemento armato a meno che non si tratti di piccoli manufatti accessori, trattandosi di una scelta inequivoca del legislatore dettata da evidenti ragioni di pubblico interesse, i limitati margini di discrezionalità attesa la chiarezza e tassatività del precetto normativo.
In ogni caso -dice ancora la Corte- resta esclusa (fino al 2010) la competenza del geometra per le modeste costruzioni civili che siano anche in cemento armato. In definitiva la Cassazione ha escluso il diritto al compenso del professionista anche perché, spiegano i Supremi giudici, il negozio giuridico nullo, all'epoca della sua perfezione, perché contrario a norme imperative, non può divenire valido e acquistare efficacia per effetto della semplice abrogazione di tali. In altri termini la riforma non può incidere in alcun modo sulle cause già pendenti. Alla stessa conclusione è giunta la Procura generale di Piazza Cavour (articolo ItaliaOggi del 31.08.2013).

COMPETENZE PROGETTUALI: Il ricorrente pone due quesiti e chiede:
se le norme sulle competenze professionali dei geometri vietino la scissione della progettazione architettonica da quella strutturale ponendo come obbligatorio che sia lo stesso soggetto a realizzare entrambe;
se le norme sulle competenze professionali dei geometri escludono che tali professionisti possano svolgere progettazione di modeste costruzioni civili ogni qual volta sia richiesta l'utilizzazione di strutture, anche molto semplici, in cemento armato.
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Il successivo intervento, nella fase esecutiva ed in quella della direzione dei lavori di un tecnico di livello superiore a quello del redattore del progetto originario, non può valere a sanare ex post la nullità per violazione di norme imperative, del contratto d'opera professionale, da valutarsi con esclusivo riferimento al momento genetico del rapporto
.
Occorre inoltre osservare che
non è consentito neppure al committente scindere dalla progettazione generale quella relativa alle opere in cemento armato poiché non possibile enucleare e distinguere un'autonoma attività, per la parte di tali lavori, riconducibile ad un ingegnere o ad un architetto; infatti chi non è abilitato a delineare l'ossatura, neppure può essere ritenuto in grado di dare forma al corpo che deve esserne sorretto.
L'esclusione del compenso professionale, nel caso considerato, discende dall'applicazione del disposto dell'art. 2331, comma primo c.c. che, nei casi in cui l'esercizio di un'attività professionale sia condizionato all'iscrizione in un albo o elenco, espressamente nega l'azione per il pagamento del compenso al professionista non iscritto.
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La legge n. 1086 del 1971 disciplina le opere di conglomerato cementizio armato e all'art. 2 stabilisce che la costruzione di tali opere deve avvenire in base ad un progetto esecutivo redatto da un ingegnere o architetto o geometra o perito industriale edile iscritti nel relativo albo, nei limiti delle rispettive competenze. L'esecuzione delle opere deve aver luogo sotto la direzione di un ingegnere o architetto o geometra o perito industriale edile iscritto nel relativo albo, nei limiti delle rispettive competenze.
La normativa, nel ribadire i "limiti delle rispettive competenze", chiaramente rinvia, senza introdurre autonomi ed innovativi criteri attributivi di competenza, alle previgenti rispettive normative professionali di riferimento, tra le quali, dunque, per quanto riguarda i geometri, quella in precedenza esaminata, che è rimasta immutata.
La norma, in altri termini, non incide sull'ambito delle competenze fissate dalle norme precedenti, ma stabilisce che
ogni qual volta si deve realizzare un'opera in cemento armato la costruzione deve avvenire in base ad un progetto esecutivo redatto da un ingegnere o architetto o geometra o perito industriale edile iscritti nel relativo albo e la direzione lavori e l'esecuzione delle opere deve avere luogo sotto la direzione di un ingegnere o architetto o geometra o perito industriale edile iscritto nel relativo albo.

Siccome l'art. 16 r.d. 274/1929 alla lettera l) estende la competenza del geometra, quanto alle "costruzioni rurali e di edifici per uso d'industrie agricole di limitata importanza" alle piccole "costruzioni accessorie in cemento armato", ma solo a determinate condizioni, mentre la lettera m) non contiene identica estensione per le costruzioni civili di modesta importanza,
si deve ritenere che resti confermata l'esclusione della competenza del geometra per le modeste costruzioni civili in cemento armato.
Ne consegue che la normativa all'epoca vigente non consentiva al geometra la progettazione e la direzione delle costruzioni civili, ancorché modeste, ma in cemento armato.
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Giusta quanto assolutamente pacifico, in dottrina come in giurisprudenza, e contrariamente a quanto si invoca da parte del ricorrente,
i requisiti di validità dei contratti sono regolati dalla legge del tempo in cui essi vengono conclusi.
Alla luce di tale consolidato insegnamento si deve concludere che
il negozio giuridico nullo, all'epoca della sua perfezione, perché contrario a norme imperative, non può divenire valido e acquistare efficacia per effetto della semplice abrogazione di tali disposizioni, in quanto, perché questo effetto si determini, è necessario che la nuova legge operi retroattivamente, incidendo sulla qualificazione degli atti compiuti prima della sua entrata in vigore
.
Il ricorrente nella successiva memoria sostiene che la soluzione da lui patrocinata oggi si imporrebbe in ragione anche della nuova disposizione contenuta nel D.Lgs. n. 212/010 che disciplinerebbe in modo diverso la materia ed avrebbe altresì carattere interpretativo di quello precedente.
La normativa di cui al D.Lgs. 212/2010 ha abrogato il R.D. n. 2229/1939, introducendo, per quanto qui interessa, una diversa disciplina e, alla luce della giurisprudenza, sopra richiamata, deve considerarsi innovativa; la nuova normativa è inoltre del tutto priva di carattere interpretativo della disciplina in materia di competenze del geometra non rinvenendosi in essa alcun dato testuale che possa portare a questa conclusione. Lo stesso ricorrente, del resto, non indica alcun elemento in favore della sua tesi.
Per contro va qui ribadito il principio che
la natura interpretativa di una disposizione normativa, comportando una deroga al principio della irretroattività della legge, dal momento che porta ad applicare la nuova disposizione anche al passato, principio senz'altro valido anche nel diritto comunitario, deve risultare chiaramente dal suo contenuto, che deve non solo enunciare il significato da attribuire ad una norma precedente, ma anche la volontà del legislatore di imporre questa interpretazione, escludendone ogni altra.
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In conclusione devono essere confermati, nella fattispecie, i principi costantemente affermati da questa Corte secondo i quali:
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ai tecnici solo diplomati (geometri e periti in edilizia) è consentita soltanto la progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione in ogni caso di opere che prevedano l'impiego di strutture in cemento armato a meno che non si tratti di piccoli manufatti accessori, trattandosi di una scelta inequivoca del legislatore dettata da evidenti ragioni di pubblico interesse, i limitati margini di discrezionalità attesa la chiarezza e tassatività del precetto normativo;
- tale disciplina professionale non è stata modificata dalla legge 05.11.1971, n. 1086 e dalla legge 02.02.1974, n. 64, le quali si sono limitate, pur senza esplicito richiamo, a recepire la previgente ripartizione di competenze né tale disciplina professionale è stata modificata dalla legge 05.11.1971, n. 1086, e dalla legge 02.02.1974, n. 64, le quali si sono limitate, pur senza esplicito richiamo, a recepire la previgente ripartizione di competenze;
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resta in ogni caso esclusa la competenza del geometra per le modeste costruzioni civili che siano anche in cemento armato.
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Con citazione del 06/06/1992 De L.D. proponeva opposizione al decreto ingiuntivo con il quale gli era stato ingiunto di pagare al geometra Vitale Donato un compenso di lire 41.105.604 per attività professionale.
Il D.L. assumeva di avere conferito al V. l'incarico di progettare la costruzione di un edificio, di averlo altresì incaricato della direzione lavori, del disbrigo delle pratiche amministrative e della predisposizione dei calcoli del cemento armato che il V. aveva fatto redigere, a sue spese, da un ingegnere; per tutte le prestazioni era stato convenuto il corrispettivo di lire 12.000.000 oltre lire 4.000.000 per le pratiche di accatastamento e per quelle necessarie per i certificato di abitabilità ed era stata già pagata la complessiva somma di lire 16.400.000 senza emissione di fattura.
...
Motivi della decisione
1. Con il primo motivo il ricorrente deduce il vizio di motivazione e la violazione dell'art. 2231 c.c. e delle norme sulla competenza dei geometri e, in particolare, la violazione del R.D. 11.02.1929, n. 274, art. 16, lett. m), e della L. n. 1086 del 1971, art. 2 (contenente norme per la disciplina delle opere in conglomerato cementizio armato).
Il ricorrente censura la ritenuta esclusione della competenza dei geometri nella progettazione di opere in cemento armato sostenendo di avere limitato il proprio intervento alla progettazione architettonica affidando i compiti relativi alla progettazione strutturale, relativa ai calcoli delle strutture in cemento armato ad un ingegnere che, quindi si è assunto le responsabilità sugli aspetti rilevanti per la pubblica incolumità.
Il ricorrente formulando il quesito di diritto ex art. 366-bis c.p.c. ora abrogato, ma applicabile ratione temporis, chiede se le norme sulle competenze professionali dei geometri vietino la scissione della progettazione architettonica da quella strutturale ponendo come obbligatorio che sia lo stesso soggetto a realizzare entrambe.
2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce il vizio di motivazione e la violazione dell'art. 2231 c.c. e delle norme sulla competenza dei geometri e, in particolare la violazione del R.D. 11.02.1929, n. 274, art. 16, lett. m), e dell'art. 2 L. n. 1086/1971.
Il ricorrente sostiene che le norme in materia di competenza professionale dei geometri non sarebbero state correttamente applicate dalla Corte di Appello che avrebbe escluso la legittimazione del geometra a progettare e dirigere costruzioni dotate anche solo parzialmente di cemento armato, mentre l'art. 2 L. n. 1086/1971 prevede che la costruzione di opere in conglomerato cementizio possa avvenire in base ad un progetto esecutivo redatto anche da un geometra iscritto nel relativo albo nei limiti delle sue competenze e, nel caso concreto, la competenza sarebbe riconosciuta dallo stesso r.d. 274/1929 che, all'art. 16, lett. m), attribuisce ai geometri la competenza in materia di progetto, direzione vigilanza di modeste costruzioni civili.
Il ricorrente formulando il quesito di diritto ex art. 366-bis c.p.c. ora abrogato, ma applicabile ratione temporis, chiede se le norme sulle competenze professionali dei geometri escludono che tali professionisti possano svolgere progettazione di modeste costruzioni civili ogni qual volta sia richiesta l'utilizzazione di strutture, anche molto semplici, in cemento armato.
2. I due motivi devono essere esaminati congiuntamente in considerazione della loro stretta connessione e interdipendenza.
3.1 Il primo motivo, che ripropone argomenti già più volte esaminati e disattesi dalla giurisprudenza civile di questa Corte, è infondato e il quesito non pertinente rispetto alla fattispecie.
Il successivo intervento, nella fase esecutiva ed in quella della direzione dei lavori di un tecnico di livello superiore a quello del redattore del progetto originario, non può valere a sanare ex post la nullità per violazione di norme imperative, del contratto d'opera professionale, da valutarsi con esclusivo riferimento al momento genetico del rapporto (v. Cass. 08/04/2009 n. 8543 e, in precedenza, Cass. 467/1976).
Occorre inoltre osservare che
non è consentito neppure al committente scindere dalla progettazione generale quella relativa alle opere in cemento armato poiché non possibile enucleare e distinguere un'autonoma attività, per la parte di tali lavori, riconducibile ad un ingegnere o ad un architetto; infatti chi non è abilitato a delineare l'ossatura, neppure può essere ritenuto in grado di dare forma al corpo che deve esserne sorretto (cfr. Consiglio Stato, sez. V, 28.04.2011, n. 2537).
L'esclusione del compenso professionale, nel caso considerato, discende dall'applicazione del disposto dell'art. 2331, comma primo c.c. che, nei casi in cui l'esercizio di un'attività professionale sia condizionato all'iscrizione in un albo o elenco, espressamente nega l'azione per il pagamento del compenso al professionista non iscritto (Cass. 02/09/2011 n. 18038).
Il quesito non è pertinente in quanto non si nega la astratta possibilità di scindere la progettazione architettonica da quella strutturale, ma si nega che ciò possa assumere rilievo alcuno al fine di escludere la nullità del contratto quando il contratto, nel suo momento genetico non l'abbia prevista essendo stato, invece, conferito al geometra, con il contratto, l'incarico di progettazione e direzione della costruzione.
3.2 Anche il secondo motivo è infondato e al quesito si deve dare risposta negativa.
L'art. 1 R.D. 16.11.1939 n. 22291 (ora abrogato dal DLVO n. 212/2010) per quanto attiene alle costruzioni civili che adottino strutture in cemento armato, sia pure modeste, prevedeva che ogni competenza dovesse essere riservata agli ingegneri ed architetti iscritti nell'albo.
L'art. 16 r.d. 274/1929, per quanto interessa ai fini della presente controversia, così delimita l'ambito delle competenze professionali dei geometri:
- alla lettera l) prevede la legittimazione del geometra relativamente a: progetto, direzione, sorveglianza e liquidazione di costruzioni rurali e di edifici per uso d'industrie agricole, di limitata importanza, di struttura ordinaria, comprese piccole costruzioni accessorie in cemento armato, che non richiedono particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non possono comunque implicare pericolo per la incolumità delle persone;
- al punto m) prevede la legittimazione del geometra relativamente a: progetto, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili.
La legge n. 1086 del 1971 disciplina le opere di conglomerato cementizio armato e all'art. 2 stabilisce che
la costruzione di tali opere deve avvenire in base ad un progetto esecutivo redatto da un ingegnere o architetto o geometra o perito industriale edile iscritti nel relativo albo, nei limiti delle rispettive competenze. L'esecuzione delle opere deve aver luogo sotto la direzione di un ingegnere o architetto o geometra o perito industriale edile iscritto nel relativo albo, nei limiti delle rispettive competenze.
La normativa, nel ribadire i "limiti delle rispettive competenze", chiaramente rinvia, senza introdurre autonomi ed innovativi criteri attributivi di competenza, alle previgenti rispettive normative professionali di riferimento, tra le quali, dunque, per quanto riguarda i geometri, quella in precedenza esaminata, che è rimasta immutata (v. Cass. 08/04/2009 n. 8543).
La norma, in altri termini, non incide sull'ambito delle competenze fissate dalle norme precedenti, ma stabilisce che
ogni qual volta si deve realizzare un'opera in cemento armato la costruzione deve avvenire in base ad un progetto esecutivo redatto da un ingegnere o architetto o geometra o perito industriale edile iscritti nel relativo albo e la direzione lavori e l'esecuzione delle opere deve avere luogo sotto la direzione di un ingegnere o architetto o geometra o perito industriale edile iscritto nel relativo albo.
Siccome l'art. 16 r.d. 274/1929 alla lettera l) estende la competenza del geometra, quanto alle "costruzioni rurali e di edifici per uso d'industrie agricole di limitata importanza" alle piccole "costruzioni accessorie in cemento armato", ma solo a determinate condizioni, mentre la lettera m) non contiene identica estensione per le costruzioni civili di modesta importanza,
si deve ritenere che resti confermata l'esclusione della competenza del geometra per le modeste costruzioni civili in cemento armato.
Ne consegue che la normativa all'epoca vigente non consentiva al geometra la progettazione e la direzione delle costruzioni civili, ancorché modeste, ma in cemento armato.
Giusta quanto assolutamente pacifico, in dottrina come in giurisprudenza, e contrariamente a quanto si invoca da parte del ricorrente,
i requisiti di validità dei contratti sono regolati dalla legge del tempo in cui essi vengono conclusi (cfr. Cass. 12.10.1979, n. 5349; Cass. 12.04.1980, n. 2370; Cass. 27/03/2002 n. 4434).
Alla luce di tale consolidato insegnamento si deve concludere che
il negozio giuridico nullo, all'epoca della sua perfezione, perché contrario a norme imperative, non può divenire valido e acquistare efficacia per effetto della semplice abrogazione di tali disposizioni, in quanto, perché questo effetto si determini, è necessario che la nuova legge operi retroattivamente, incidendo sulla qualificazione degli atti compiuti prima della sua entrata in vigore (Cass. 21.02.1995, n. 1877).
3.3 Il ricorrente nella successiva memoria sostiene che la soluzione da lui patrocinata oggi si imporrebbe in ragione anche della nuova disposizione contenuta nel D.Lgs. n. 212/010 che disciplinerebbe in modo diverso la materia ed avrebbe altresì carattere interpretativo di quello precedente.
3.4 La normativa di cui al D.Lgs. 212/2010 ha abrogato il R.D. n. 2229/1939, introducendo, per quanto qui interessa, una diversa disciplina e, alla luce della giurisprudenza, sopra richiamata, deve considerarsi innovativa; la nuova normativa è inoltre del tutto priva di carattere interpretativo della disciplina in materia di competenze del geometra non rinvenendosi in essa alcun dato testuale che possa portare a questa conclusione. Lo stesso ricorrente, del resto, non indica alcun elemento in favore della sua tesi.
Per contro va qui ribadito il principio che
la natura interpretativa di una disposizione normativa, comportando una deroga al principio della irretroattività della legge, dal momento che porta ad applicare la nuova disposizione anche al passato, principio senz'altro valido anche nel diritto comunitario, deve risultare chiaramente dal suo contenuto, che deve non solo enunciare il significato da attribuire ad una norma precedente, ma anche la volontà del legislatore di imporre questa interpretazione, escludendone ogni altra (cfr. Cass. 23827/2012; Cass. n. 9895 del 2003; Cass. n. 7182 del 1986), aspetti che non si rinvengono nel D.Lgs. 212/2010.
3.5 In conclusione devono essere confermati, nella fattispecie, i principi costantemente affermati da questa Corte secondo i quali:
-
ai tecnici solo diplomati (geometri e periti in edilizia) è consentita soltanto la progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione in ogni caso di opere che prevedano l'impiego di strutture in cemento armato a meno che non si tratti di piccoli manufatti accessori, trattandosi di una scelta inequivoca del legislatore dettata da evidenti ragioni di pubblico interesse, i limitati margini di discrezionalità attesa la chiarezza e tassatività del precetto normativo (v. Cass. 08/04/2009 n. 8543 e la giurisprudenza ivi richiamata: Cass. 8545/2005, 7778/2005, 6649/2005, 3021/2005, 19821/2004, 5961/2004, 15327/2000, 5873/2000);
- tale disciplina professionale non è stata modificata dalla legge 05.11.1971, n. 1086 e dalla legge 02.02.1974, n. 64, le quali si sono limitate, pur senza esplicito richiamo, a recepire la previgente ripartizione di competenze né tale disciplina professionale è stata modificata dalla legge 05.11.1971, n. 1086, e dalla legge 02.02.1974, n. 64, le quali si sono limitate, pur senza esplicito richiamo, a recepire la previgente ripartizione di competenze (cfr., ex multis, Cass. 02/09/2011 n. 18038);
-
resta in ogni caso esclusa la competenza del geometra per le modeste costruzioni civili che siano anche in cemento armato (con riferimento all'ultimo quesito del secondo motivo).

4. Con il terzo motivo il ricorrente deduce il vizio di motivazione della sentenza impugnata quanto alla valutazione delle caratteristiche della costruzione essendo stato escluso che potesse trattarsi di costruzione modesta.
Il ricorrente sostiene che la Corte di Appello avrebbe escluso che la costruzione potesse considerarsi di modesta importanza ai fini della legittimazione del geometra riconosciuta dal r.d. 274/1929 all'art. 16, lett. m), secondo un criterio meramente quantitativo, fondato sulle dimensioni dell'edificio, senza considerare il criterio tecnico-qualitativo con riferimento alla struttura dell'edificio e alle relative modalità costruttive.
Invece, secondo il ricorrente, la costruzione, di cubatura di poco superiore ai 2000 metri cubi fuori terra e, comunque, di struttura semplice, non richiedeva soluzioni di particolari problemi tecnici; richiama al riguardo giurisprudenza del Consiglio di Stato che individua la soglia della modesta entità dell'opera nei 5000 metri cubi e una sentenza della Cassazione penale che avrebbe ritenuto rientrare nella competenza dei geometri la costruzione di un capannone industriale di 8.200 metri cubi.
3.1 La questione come sopra introdotta con il motivo di ricorso diventa una questione di puro merito (sulla quale peraltro la Corte di Appello ha adeguatamente motivato) che comunque resta assorbita dal rilievo (v. supra) che è in ogni caso esclusa la competenza del geometra per le modeste costruzioni civili in cemento armato come, appunto, quella per la quale è chiesto il compenso (Corte di
Cassazione, Sez. II civile, sentenza 30.08.2013 n. 19989).

luglio 2013

COMPETENZE PROGETTUALI: La progettazione delle opere di viabilità, non strettamente connesse ai singoli fabbricati, è di pertinenza degli ingegneri.
Con atto spedito per la notifica il 25.02.2013, depositato il 05.03.2013, il ricorrente espone di aver ricevuto avviso, di cui all’articolo 11 del d.P.R. 08.06.2001, n. 327, per la realizzazione della strada alternativa di collegamento “Via Calarossano - Via Parata Grande” interessante un’area in cui è compreso anche suolo di sua proprietà, al quale è seguito avviso di occupazione di urgenza in forza di decreto n. 4389 del 21.12.2012. Agisce quindi per l’annullamento di tutti gli atti in epigrafe indicati.
Con decreto presidenziale n. 86 del 06.03.2013, è stata respinta la tutela cautelare anticipata.
Il comune di Ventotene ha depositato documentazione il 09.05.2013 ed opposto, con memoria del successivo 17, l’infondatezza del ricorso.
Alla pubblica udienza del 20.06.2013, il ricorso è stato chiamato e dopo la discussione è stato introdotto per la decisione.
Il Collegio ritiene di dover esaminare in primo luogo il quarto motivo di diritto con il quale il ricorrente, nel prospettare la violazione degli articoli 51, 52 e 54 del R.D. 23.10.1925, n. 2537 argomenta l’illegittimità degli atti impugnati versandosi in ipotesi di progettazione di un’opera viaria pubblica di indubbia rilevanza, costituente infrastruttura primaria non riconducibile alla competenza dell’architetto.
Il motivo è fondato e va accolto.
Il regolamento di cui al R.D. 23.10.1925, n. 2537, adottato in esecuzione della legge 24.06.1923, n. 1395, disciplina le competenze dell’ingegnere e dell’architetto.
L’articolo 51 riconduce a quella degli ingegneri la progettazione e conduzione dei lavori per “estrarre ed utilizzare i materiali direttamente od indirettamente occorrenti per le costruzioni e per le industrie, dei lavori relativi alle vie ed ai mezzi di trasporto di deflusso e di comunicazione, alle costruzioni di ogni specie, alle macchine ed agli impianti industriali, nonché, in generale, alle applicazioni della fisica, i rilievi geometrici e le operazioni di estimo.”. In tale previsione sono incluse le costruzioni per opere stradali ed igienico-sanitarie (acquedotti, fognature, impianti di depurazione), gli impianti elettrici, le opere idrauliche e le opere di edilizia civile riconducibili alle “costruzioni di ogni specie”.
Per l’articolo 52 rientrano nella competenza comune, di ingegneri ed architetti, le “opere di edilizia civile”. Il secondo comma di detta norma poi, riconduce alla competenza degli architetti le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico e di restauro ed il ripristino degli edifici di interesse storico-artistico.
Le citate norme sono state pacificamente interpretate (Tar Venezia Veneto sez. I 08.07.2011, n. 1153; in termini anche: Tar Lecce Puglia sez. III, 18.04.2012, n. 708) nel senso che la progettazione delle opere di viabilità, non strettamente connesse ai singoli fabbricati, sia di pertinenza degli ingegneri (Consiglio Stato, sez. V, 06.04.1998, n. 416; sez. IV, 19.02.1990, n. 92).
Tale ricostruzione resiste agli argomenti addotti dal comune in sede di memoria conclusiva.
In via preliminare deve esser evidenziato che la progettazione riguarda una struttura di trasporto, deflusso e comunicazione, quindi un’opera di rilevante importanza perché tesa ad eliminare lo stato di pericolo e gli inconvenienti, conseguenti allo sgrottamento dell’ambito sottostante la strada comunale Calarossano, elencati nella relazione tecnica predisposta dal progettista, quali:
- l’isolamento di circa quindici nuclei familiari, comprese due attività turistico-ricettive, irraggiungibili in caso di emergenza sanitaria;
- l’impossibilità di accesso all’area dell’eliporto, in caso di emergenza sanitaria;
- l’impossibilità di accesso al cimitero comunale, con conseguenze igienico-sanitarie in caso di decesso;
- l’impossibilità di raggiungere le aree destinate all’approvvigionamento delle merci, del gas g.p.l. e del carburante;
- l’impossibilità di provvedere alla raccolta dei r.s.u. Ciò posto il comune ha contrastato il motivo in esame: - depositando copia del titolo di studio del progettista (Laurea Specialistica in Architettura Classe N. 4/S Architettura ed Ingegneria Edile) nonché l’allegato 2 tabella di Corrispondenza tra le Classi di laurea relative al D.M. 270/2004 e le Classi di laurea relative al D.M. 509/1999;
- argomentando che la Classe di Laurea Specialistica 4/S Architettura ed ingegneria edile di cui al D.M. 509/1999 corrisponde, attualmente alla Classe di Laurea Magistrale LM - 4 Architettura e ingegneria edile - architettura con l’ovvia conseguenza per la quale gli architetti che hanno conseguito il titolo posseduto dal progettista incaricato sono abilitati alla progettazione di cui alle norme in esame, anche di quelle viarie.
Tuttavia tale tesi non può esser condivisa dovendosi ad essa opporre, in via risolutiva, come dette indicazioni rilevano sul piano delle condizioni fissate per il conseguimento del titolo di studio quindi di accesso alle distinte professioni, nel mentre la disciplina invocata dai ricorrenti, diversamente, annette rilievo alla natura delle attività professionali svolte e che sostanziano i contenuti della competenza presupposta ai fini dell’applicazione delle menzionate norme regolamentari.
In definitiva i provvedimenti impugnati presuppongono una progettazione predisposta in violazione delle norme che fissano le competenze degli ingegneri e degli architetti, in particolare delle prescrizioni che impediscono a quest’ultimi di progettare opere di urbanizzazione primaria (opere viarie). La fondatezza del motivo in esame travolge, anche in via derivata ed assorbente rispetto ad ogni altra censura, tutti gli atti della procedura. Il ricorso va quindi accolto con l’annullamento degli atti impugnati (TAR Lazio-Latina, sentenza 12.07.2013 n. 609 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: La progettazione delle opere di viabilità, non strettamente connesse ai singoli fabbricati, è di pertinenza degli ingegneri.
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E' illegittimo l'affidamento del progetto ad un architetto in violazione delle norme che individuano le competenze degli ingegneri e degli architetti, in particolare delle prescrizioni che impediscono a quest’ultimi di progettare opere di urbanizzazione primaria (opere viarie).

... per l’annullamento, previa sospensiva:
1 - della deliberazione del Consiglio Comunale n. 22 dell’08.08.2012 non notificata, di “Approvazione progetto definitivo e approvazione variante urbanistica ai sensi dell’art. 19 DPR 327/2001 per intervento “Strada alternativa via Calarossano via Parata Grande”;
2 - della deliberazione del Consiglio Comunale n. 33 del 04.12.2012, mai notificata, avente ad oggetto: Strada alternativa di collegamento via Calarossano - via Parata Grande, compreso di percorso pedonale temporaneo per accesso alle abitazioni isolate. Progetto definitivo in variante al PdF. Adottato con DCC n. 22 dell’08.08.2012 ai sensi dell’art. 19 DPR 327/2001. Ratifica approvazione definitiva;
...
Con un primo motivo di diritto i ricorrenti, nel prospettare la violazione degli articoli 51, 52, 53 e 54 del R.D. 23.10.1925, n. 2537 argomentano l’illegittimità di tutti gli atti impugnati ed, in particolare, degli atti di approvazione e ratifica dei progetti nonché di conferimento dell’incarico, versandosi in ipotesi di progettazione di un’opera viaria pubblica di indubbia rilevanza, costituente infrastruttura primaria non riconducibile alla competenza dell’architetto; la fondatezza del motivo travolgerebbe conseguentemente e in via derivata tutti gli altri atti connessi.
Il motivo è fondato e va accolto sulla base di quanto già anticipato in sede cautelare.
Il regolamento di cui al R.D. 23.10.1925, n. 2537, adottato in esecuzione della legge 24.06.1923, n. 1395, disciplina le competenze dell’ingegnere e dell’architetto.
L’articolo 51 riconduce a quella degli ingegneri la progettazione e conduzione dei lavori per “estrarre ed utilizzare i materiali direttamente od indirettamente occorrenti per le costruzioni e per le industrie, dei lavori relativi alle vie ed ai mezzi di trasporto di deflusso e di comunicazione, alle costruzioni di ogni specie, alle macchine ed agli impianti industriali, nonché, in generale, alle applicazioni della fisica, i rilievi geometrici e le operazioni di estimo”. In tale previsione sono incluse le costruzioni per opere stradali ed igienico-sanitarie (acquedotti, fognature, impianti di depurazione), gli impianti elettrici, le opere idrauliche e le opere di edilizia civile riconducibili alle “costruzioni di ogni specie”.
Per l’articolo 52 rientrano nella competenza comune, di ingegneri ed architetti, le “opere di edilizia civile”. Il secondo comma di detta norma poi, riconduce alla competenza degli architetti le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico e di restauro ed il ripristino degli edifici di interesse storico-artistico.
Le citate norme sono state pacificamente interpretate (Tar Venezia Veneto sez. I 08.07.2011, n. 1153; in termini anche: Tar Lecce Puglia sez. III, 18.04.2012, n. 708) nel senso che la progettazione delle opere di viabilità, non strettamente connesse ai singoli fabbricati, sia di pertinenza degli ingegneri (Consiglio Stato, sez. V, 06.04.1998, n. 416; sez. IV, 19.02.1990, n. 92).
Tale tesi accolta in sede cautelare, va qui confermata ed anche rispetto agli argomenti addotti dal comune con l’atto di costituzione e con la memoria conclusiva. Il resistente, richiamata la predisposizione del progetto preliminare da parte dall’ufficio comunale, oppone innanzitutto la rilevanza della competenza per “opere di edilizia civile”, competenza comune ad entrambe le figure professionali, nella quale dovrebbe esser sicuramente incluso l’intervento progettato, interessante una struttura che, tra l’altro, utilizzerebbe il tracciato della viabilità esistente per la realizzazione di un percorso pedonale di accesso ai fabbricati presenti in zona.
Siffatta indicazione non può esser condivisa, deponendo in senso contrario gli atti versati dallo stesso comune dai quali emerge che la progettazione riguarda una struttura di trasporto, deflusso e comunicazione, quindi un’opera di rilevante importanza perché tesa ad eliminare lo stato di pericolo e gli inconvenienti, conseguenti allo sgrottamento dell’ambito sottostante la strada comunale Calarossano, elencati nella relazione tecnica predisposta dal progettista, quali:
- l’isolamento di circa quindici nuclei familiari, comprese due attività turistico-ricettive, irraggiungibili in caso di emergenza sanitaria;
- l’impossibilità di accesso all’area dell’eliporto, in caso di emergenza sanitaria;
- l’impossibilità di accesso al cimitero comunale, con conseguenze igienico-sanitarie in caso di decesso;
- l’impossibilità di raggiungere le aree destinate all’approvvigionamento delle merci, del gas g.p.l. e del carburante;
- l’impossibilità di provvedere alla raccolta dei r.s.u..
Per un secondo aspetto ha quindi contrastato il motivo in esame:
- depositando copia del titolo di studio del progettista (Laurea Specialistica in Architettura Classe N. 4/S Architettura ed Ingegneria Edile) nonché l’allegato 2 tabella di Corrispondenza tra le Classi di laurea relative al D.M. 270/2004 e le Classi di laurea relative al D.M. 509/1999;
- argomentando che la Classe di Laurea Specialistica 4/S Architettura ed ingegneria edile di cui al D.M. 509/1999 corrisponde, attualmente alla Classe di Laurea Magistrale LM - 4 Architettura e ingegneria edile-architettura con l’ovvia conseguenza per la quale gli architetti che hanno conseguito il titolo posseduto dal progettista incaricato sono abilitati alla progettazione di cui alle norme in esame, anche di quelle viarie.
Anche siffatta tesi non può esser condivisa dovendosi ad essa opporre, in via risolutiva, come dette indicazioni rilevano sul piano delle condizioni fissate per il conseguimento del titolo di studio quindi di accesso alle distinte professioni, nel mentre la disciplina invocata dai ricorrenti, diversamente, annette rilievo alla natura delle attività professionali svolte e che sostanziano i contenuti della competenza presupposta ai fini dell’applicazione delle menzionate norme regolamentari.
In definitiva il progetto è stato illegittimamente affidato ad un professionista in violazione delle norme che individuano le competenze degli ingegneri e degli architetti, in particolare delle prescrizioni che impediscono a quest’ultimi di progettare opere di urbanizzazione primaria (opere viarie).
La fondatezza del motivo in esame travolge, anche in via derivata ed assorbente rispetto ad ogni altra censura, tutti gli atti della procedura, esito questo al quale concorre anche la fondatezza della dedotta violazione dell’articolo 11 del d.P.R. 08.06.2001, n. 327, motivo che resiste alle contrarie indicazioni perché:
- la pubblicazione all’albo pretorio della comunicazione dell’avvio del procedimento per l’apposizione del vincolo preordinato all’espropriazione, non può surrogare un adempimento che riguarda personalmente ed individualmente i soggetti interessati;
- le allegazioni relative alle comunicazioni personali interessanti i ricorrenti M. Bosco e B. Gargiulo, certificano solo la spedizione non ricavandosi, dagli avvisi di ricevimento prodotti, alcuna “firma per esteso del ricevente” idonea a certificare la ricezione.
Il ricorso va quindi accolto con l’annullamento della determina di affidamento dell’incarico, delle delibere consiliari di approvazione e ratifica della approvazione definitiva nonché dei decreti di occupazione d’urgenza (TAR Lazio-Latina, sentenza  12.07.2013 n. 608 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: Va osservato che l’art. 16 del RD 11.02.1929 n. 274 attribuisce alla competenza del geometra la progettazione direzione, sorveglianza e liquidazione di costruzioni rurali e di edifici per uso d'industrie agricole, di limitata importanza, di struttura ordinaria, comprese piccole costruzioni accessorie in cemento armato, che non richiedono particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non possono comunque implicare pericolo per la incolumità delle persone.
Nel caso in esame si tratta di un tradizionale capannone a pianta rettangolare (con dimensioni di ml. 20x25 circa), con struttura prefabbricata (articolata in pilastri con interasse ml. 6,33 su un lato e ml. 9,45 massimi sull’altro, che reggono la struttura di copertura), e che non presenta alcun elemento architettonico di rilievo o comunque complesso.
Va inoltre osservato che i progetti versati in atti (sulla base dei quali venivano poi rilasciate le varie concessioni edilizie per l’opera in esame) non rappresentano la versione esecutiva (che include la risoluzione dei problemi tecnici di dettaglio e i calcoli strutturali), ma la versione di massima (che riguarda essenzialmente il profilo architettonico dell’immobile), per cui il Collegio non intravede (perlomeno nell’odierna fase amministrativo-concessoria) particolari difficoltà tecniche implicanti complesse operazioni di calcolo, fuori dalla professionalità del geometra, al fine di evitare pericoli per la pubblica incolumità (che attengono, invece, alla fase di cantierabilità ed esecuzione dei lavori).
Dagli atti risulta, inoltre, che il progettista e il direttore dei lavori strutturali è stato l’Ing. ….. e che l’opera è stata regolarmente collaudata (sotto il profilo statico) dall’Ing. …..; circostanze che rafforzano la conclusione che il Geom. …… abbia operato entro i limiti della propria competenza professionale.
Trova pertanto applicazione anche l’orientamento giurisprudenziale, già condiviso da questo Tribunale, secondo cui la presenza dell'ingegnere progettista delle opere strutturali assorbe per intero quella parte che poteva esorbitare dalla competenza professionale del geometra. Di conseguenza la contestazione circa l'inidoneità del geometra a sottoscrivere il progetto esaminato dal comune viene a cadere e, quindi, tale aspetto della vicenda non è suscettibile di incidere negativamente sulla legittimità dell'impugnata concessione edilizia.
Al riguardo il Collegio non ignora che esistono anche indirizzi giurisprudenziali di contrario avviso, adottati sul rilievo che non sarebbe possibile enucleare e distinguere un’autonoma attività, per la parte di tali lavori, riconducibile ad un ingegnere o ad un architetto, il che (prosegue la citata giurisprudenza) apparirebbe senz’altro esatto, in quanto chi non è abilitato a delineare l’ossatura, neppure può essere ritenuto in grado di dare forma al corpo che deve esserne sorretto.
A giudizio del Collegio appare invece possibile, sulla base di comuni esperienze di fatto, scindere dette attività progettuali, poiché definita l’ossatura (o, meglio, la struttura portante di un edificio, dimensionata per reggere tutte le sollecitazioni, statiche e dinamiche, verticali e orizzontali, cui esso è o potrebbe essere sottoposto) da parte del tecnico a ciò abilitato, l’ulteriore attività progettuale si risolve nella definizione di elementi di chiusura della stessa, mediante opere di tamponamento interno ed esterno di natura essenzialmente architettonica; opere volte a delimitare gli spazi in cui si svolge l’attività umana e che non richiedono il possesso di specifiche competenze strutturali (attività che, spesso, viene svolta dai tecnici specializzati nei soli componenti d’arredo)….”.

Passando quindi al ricorso principale, va anzitutto rigettato il primo motivo, per le ragioni che di seguito si espongono.
Pur consapevole dell’esistenza di orientamenti giurisprudenziali molto diversificati sul punto, il Tribunale ritiene di confermare quanto già statuito in sentenze recenti relative a vicende analoghe.
In particolare, nella sentenza n. 355/2011 (nonché nella coeva decisione n. 356/2011), il Tribunale ha statuito che “….Al riguardo va osservato che l’art. 16 del RD 11.02.1929 n. 274 attribuisce alla competenza del geometra la progettazione direzione, sorveglianza e liquidazione di costruzioni rurali e di edifici per uso d'industrie agricole, di limitata importanza, di struttura ordinaria, comprese piccole costruzioni accessorie in cemento armato, che non richiedono particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non possono comunque implicare pericolo per la incolumità delle persone.
Nel caso in esame si tratta di un tradizionale capannone a pianta rettangolare (con dimensioni di ml. 20x25 circa), con struttura prefabbricata (articolata in pilastri con interasse ml. 6,33 su un lato e ml. 9,45 massimi sull’altro, che reggono la struttura di copertura), e che non presenta alcun elemento architettonico di rilievo o comunque complesso.
Va inoltre osservato che i progetti versati in atti (sulla base dei quali venivano poi rilasciate le varie concessioni edilizie per l’opera in esame) non rappresentano la versione esecutiva (che include la risoluzione dei problemi tecnici di dettaglio e i calcoli strutturali), ma la versione di massima (che riguarda essenzialmente il profilo architettonico dell’immobile), per cui il Collegio non intravede (perlomeno nell’odierna fase amministrativo-concessoria) particolari difficoltà tecniche implicanti complesse operazioni di calcolo, fuori dalla professionalità del geometra, al fine di evitare pericoli per la pubblica incolumità (che attengono, invece, alla fase di cantierabilità ed esecuzione dei lavori).
Dagli atti risulta, inoltre, che il progettista e il direttore dei lavori strutturali è stato l’Ing. ….. e che l’opera è stata regolarmente collaudata (sotto il profilo statico) dall’Ing. …..; circostanze che rafforzano la conclusione che il Geom. …… abbia operato entro i limiti della propria competenza professionale.
Trova pertanto applicazione anche l’orientamento giurisprudenziale, già condiviso da questo Tribunale (cfr. TAR Marche 13.03.2008 n. 194; 23.11.2001 n. 1220), secondo cui la presenza dell'ingegnere progettista delle opere strutturali assorbe per intero quella parte che poteva esorbitare dalla competenza professionale del geometra. Di conseguenza la contestazione circa l'inidoneità del geometra a sottoscrivere il progetto esaminato dal comune viene a cadere e, quindi, tale aspetto della vicenda non è suscettibile di incidere negativamente sulla legittimità dell'impugnata concessione edilizia (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 04.06.2003 n. 3068; v. anche Cons. Stato, Sez. V 03.10.2002 n. 5208 riguardante edifici analoghi).
Al riguardo il Collegio non ignora che esistono anche indirizzi giurisprudenziali di contrario avviso (cfr. da ultimo, Cons. Stato, Sez. V, 28.04.2011 n. 253), adottati sul rilievo che non sarebbe possibile enucleare e distinguere un’autonoma attività, per la parte di tali lavori, riconducibile ad un ingegnere o ad un architetto, il che (prosegue la citata giurisprudenza) apparirebbe senz’altro esatto, in quanto chi non è abilitato a delineare l’ossatura, neppure può essere ritenuto in grado di dare forma al corpo che deve esserne sorretto.
A giudizio del Collegio appare invece possibile, sulla base di comuni esperienze di fatto, scindere dette attività progettuali, poiché definita l’ossatura (o, meglio, la struttura portante di un edificio, dimensionata per reggere tutte le sollecitazioni, statiche e dinamiche, verticali e orizzontali, cui esso è o potrebbe essere sottoposto) da parte del tecnico a ciò abilitato, l’ulteriore attività progettuale si risolve nella definizione di elementi di chiusura della stessa, mediante opere di tamponamento interno ed esterno di natura essenzialmente architettonica; opere volte a delimitare gli spazi in cui si svolge l’attività umana e che non richiedono il possesso di specifiche competenze strutturali (attività che, spesso, viene svolta dai tecnici specializzati nei soli componenti d’arredo)….
”.
Come si vede, tali principi sono perfettamente applicabili al caso di specie, visto che il geom. M. ha curato la progettazione solo dal punto di vista architettonico e con riguardo ad impianti che rientrano sicuramente nelle sue competenze professionali. Viceversa tutti i manufatti in cemento armato sono stati progettati e collaudati da ingegneri, i quali non si sono limitati a controfirmare il progetto del geom. M., ma hanno sottoscritto in proprio i rispettivi elaborati.
Non si comprende poi l’eccezione riferita al fatto che il deposito degli elaborati progettuali presso la Provincia di Ancona non sanerebbe l’illegittimità. Il ricorrente non tiene conto infatti della disciplina di cui agli artt. 65 e 93 del T.U. n. 380/2001, i quali prevedono espressamente che il deposito degli elaborati presso il Genio Civile deve precedere l’inizio dei lavori, il che vuol dire che tali elaborati non debbono necessariamente essere prodotti in sede autorizzatoria. Fra l’altro, avendo la Provincia partecipato alla conferenza di servizi, sarebbe stato agevole per essa rilevare l’omissione e sollecitare la ditta proponente a produrre i calcoli strutturali, mentre nessuna obiezione è stata mossa al riguardo in seno alla conferenza di servizi (TAR Marche, sentenza 11.07.2013 n. 559 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

maggio 2013

COMPETENZE PROGETTUALI: Opere idrauliche solo a ingegneri. Il Tar Puglia esclude gli architetti.
Le opere idrauliche sono di esclusiva competenza degli ingegneri e non degli architetti. Gli impianti della rete urbana di condotta e distribuzione dell'acqua «non sono riconducibili all'ambito dell'edilizia civile, ma piuttosto rientrano nell'ingegneria idraulica che, ai sensi dell'art.51 del regolamento (regio decreto 23.10.1925 n. 2537), è riservata alla professione di ingegnere».
Questo è quanto emerge dalla sentenza 31.05.2013 n. 1270 del Tar Puglia-Lecce, Sez. II.
Il fatto: veniva presentato ricorso dagli ordini territoriali di Brindisi e Lecce contro la decisione di un ente locale di affidare la direzione dei lavori a un architetto. Dopo aver evidenziato che non sussiste una completa equiparazione delle competenze di architetti e ingegneri, i giudici amministrativi ricordano che l'art. 51 del regolamento per le professioni d'ingegnere e di architetto (regio decreto 23.10.1925 n. 2537), dedicato alla professione di ingegnere, prevede una competenza di carattere generale, comprendente interventi di vario tipo, riconoscendo in senso lato un'abilitazione che racchiude «ogni forma di applicazione delle tecniche relative alla fisica, alla rilevazione geometrica ed alle operazioni di estimo».
L'art. 52 del rd 2537/1925, relativo agli architetti, delimita invece la loro competenza alle sole «opere di edilizia civile». Inoltre i giudici chiariscono come «i principi suddetti, oltre che per la progettazione, non possono non valere anche per la direzione lavori», dato che le disposizioni del codice dei contratti pubblici non incidono sul riparto di competenze tra le diverse figure professionali.
I giudici amministrativi concludono affermando che rimane riservata alla competenza generale degli ingegneri (con conseguente esclusione degli architetti) «la progettazione di costruzioni stradali, opere igienicosanitarie, impianti elettrici, opere idrauliche, operazioni di estimo, estrazione di materiali, opere industriali» (articolo ItaliaOggi del 12.07.2013).

COMPETENZE PROGETTUALIRete idrica, lavori diretti da ingegneri, no architetti.
Non può essere aggiudicata a un architetto la direzione dei lavori per l'adeguamento della rete idrica del Comune: l'attività rientra nelle opere idrauliche, e va dunque riservata a un ingegnere, perché esula dal concetto di «edilizia civile», laddove quest'ultima prevede invece anche la partecipazione dell'architetto.

È quanto emerge dalla sentenza 31.05.2013 n. 1270 emessa dal TAR Puglia-Lecce, Sez, II..
Fonte sovraordinata - Accolto il ricorso dell'Ordine degli ingegneri, rimasti esclusi dall'appalto. I lavori sugli impianti della rete urbana di condotta e distribuzione dell'acqua costituiscono un'opera idraulica vera e propria. Nella nozione di «edilizia civile» sono invece comprese tutte le opere anche connesse e accessorie, purché ovviamente si tratti di pertinenze al servizio di singoli fabbricati o complessi edilizi. Ma non vi rientrano anche i lavori di ingegneria idraulica.
Il regolamento dell'ente locale, poi, non può derogare alla disciplina portata da fonti sovraordinate come, fra l'altro, il dlgs 129/92, che agli art. 1 e 2 ha attribuito una specifica riserva a favore degli ingegneri per quanto concerne la progettazione di opere viarie non connesse con opere di edilizia civile. È in particolare riservata agli ingegneri la progettazione di costruzioni stradali, opere igienico-sanitarie, impianti elettrici, opere idrauliche, operazioni di estimo, estrazione di materiali, opere industriali.
Legittimazione attiva - Nessun dubbio che l'organismo professionale sia legittimato a far annullare l'attribuzione dell'incarico. Gli Ordini degli ingegneri, degli architetti, dei geologi, devono ritenersi, infatti, legittimati a impugnare avvisi o bandi di gara o, più in generale, atti di procedure selettive poste in essere da pubbliche amministrazioni per la scelta dei professionisti cui affidare incarichi di progettazione, ogni qual volta le regole di scelta del contraente e gli atti della procedura siano idonei a determinare la lesione di profili della professionalità dei professionisti partecipanti.
La legittimazione sussiste se le regole della procedura incidono direttamente sulle regole professionali. Spese di giudizio compensate (articolo ItaliaOggi del 09.07.2013).

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE PROGETTUALILa giurisprudenza amministrativa <<ha da tempo riconosciuto ampia legittimazione al ricorso giurisdizionale in capo agli Ordini e Collegi professionali a tutela sia di interessi propri dell’ente che di interessi propri ed esponenziali del gruppo professionale nel suo complesso. Gli Ordini degli ingegneri, degli architetti, dei geologi, devono ritenersi, infatti, legittimati ad impugnare avvisi o bandi di gara o, più in generale, atti di procedure selettive poste in essere da pubbliche amministrazioni per la scelta dei professionisti cui affidare incarichi di progettazione, ogni qual volta le regole di scelta del contraente e gli atti della procedura siano idonei a determinare la lesione di profili della professionalità dei professionisti partecipanti. Detta legittimazione sussiste […] qualora le regole della procedura siano direttamente incidenti sulle regole professionali (ad es. ammissione di altre professionalità allo svolgimento di attività riservate alla categoria ricorrente>>.
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Non vi è dubbio che nella nozione di “edilizia civile” siano da comprendere tutte le opere anche connesse ed accessorie, purché ovviamente si tratti di pertinenze al servizio di singoli fabbricati o complessi edilizi.
Sennonché, nella specie, la delibera impugnata riguarda incarichi relativi all’ammodernamento ed all’ampliamento della rete idrica comunale.
In proposito, tali lavori, concernenti gli impianti della rete urbana di condotta e distribuzione dell’acqua, non sono riconducibili all’ambito dell’“edilizia civile”, ma piuttosto rientrano nell’ingegneria idraulica che, ai sensi dell’art. 51 del citato regolamento, forma bensì oggetto riservato alla professione di ingegnere.
Ciò risulta confermato dal successivo art. 54 che, pur estendendo, in via eccezionale, la competenza ordinaria degli architetti diplomati entro una certa data, fa esplicita eccezione per una serie di applicazioni, di carattere più marcatamente tecnico-scientifico, tra le quali appunto le “opere idrauliche”.
In definitiva è, quindi, da escludere che gli incarichi in questione possano essere conferiti ad architetti.
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Quanto all’applicabilità dei principi appena richiamati al caso in esame, gli stessi non possono non rilevare anche con riferimento all’attività di direzione lavori.
Invero, gli articoli 51 e 52 del r.d. n. 2537/1925, confermato nella sua piena vigenza e nel suo contenuto dall’art. 1, comma 2, del d.lgs. 129/1992 (di attuazione, tra l’altro, della direttiva Cee n. 384/85), riservano alla comune competenza di architetti e ingegneri le sole opere di edilizia civile, mentre rimane riservata alla competenza generale degli ingegneri la progettazione di costruzioni stradali, opere igienico-sanitarie, impianti elettrici, opere idrauliche, operazioni di estimo, estrazione di materiali, opere industriali.
Né può valere l’obiezione per cui, per la direzione dei lavori […], varrebbe una diversa regola rispetto a quella valevole per la progettazione, in quanto ormai la sede della disciplina della direzione dei lavori si trova nel “Codice dei contratti pubblici” (art. 130), atteso che l’art. 130 del d.lgs. 163/2011 manifesta solo una opzione per quanto concerne la direzione dei lavori, da svolgersi preferibilmente all’interno della stazione appaltante, ma non è norma che riguarda il riparto di competenze tra diverse figure professionali, che rimane invece, regolato dal r.d. n. 2537/1925.
Inoltre, l’art. 148 del d.p.r. 207/2010 (regolamento di esecuzione del d.lgs. 163/2011), sancisce che il direttore dei lavori cura che i lavori cui è preposto siano eseguiti a regola d’arte e in conformità del progetto; sembra pertanto logico che se la progettazione dei lavori è rimessa, secondo l’ordine delle competenze professionali di cui si è detto, alla categoria degli ingegneri anche la direzione dei lavori deve essere affidata per quelle opere alla stessa categoria.
Né può essere accolta la tesi comunale, in base alla quale la distinzione delle competenze tra architetti e ingegneri, in quanto disciplinata da una norma regolamentare (r.d. n. 2357/1925), sarebbe modificabile da regolamenti successivi dei singoli enti locali, e ciò per due ordini di motivi: in primo luogo, in ragione della circostanza per cui il citato r.d., pur non essendo una norma di rango legislativo primario, è fonte sovraordinata rispetto ai regolamenti degli enti locali e, in secondo luogo, in quanto il riparto delle competenze tra le due figure professionali ivi fissato è stato cristallizzato, come detto, dal d.lgs. 129/1992, che agli articoli 1 e 2 ha attribuito una specifica riserva a favore degli ingegneri per quanto concerne la progettazione di opere viarie non connesse con opere di edilizia civile, qual è all’evidenza l’opera pubblica in parola.

1.- Premesso che gli Ordini professionali ricorrenti censurano il provvedimento con il quale l’Amministrazione Comunale intimata aggiudicava, relativamente ai disposti <<lavori di adeguamento dei recapiti finali di reti di fognatura pluviale che scaricano nel sottosuolo attraverso pozzi assorbenti>>, i servizi di <<direzione lavori, misura e contabilità, nonché coordinamento in materia di sicurezza nella fase esecutiva>>.
2.- Rilevato che, in particolare, essi contestano la riconducibilità dei servizi in parola alle competenze degli iscritti all’Albo degli Architetti (tale è l’aggiudicataria) piuttosto che a quelle degli iscritti all’Albo degli Ingegneri.
3.- Osservato in via preliminare, quanto al tema della legittimazione al gravame, che la giurisprudenza amministrativa <<ha da tempo riconosciuto ampia legittimazione al ricorso giurisdizionale in capo agli Ordini e Collegi professionali a tutela sia di interessi propri dell’ente che di interessi propri ed esponenziali del gruppo professionale nel suo complesso. Gli Ordini degli ingegneri, degli architetti, dei geologi, devono ritenersi, infatti, legittimati ad impugnare avvisi o bandi di gara o, più in generale, atti di procedure selettive poste in essere da pubbliche amministrazioni per la scelta dei professionisti cui affidare incarichi di progettazione, ogni qual volta le regole di scelta del contraente e gli atti della procedura siano idonei a determinare la lesione di profili della professionalità dei professionisti partecipanti. Detta legittimazione sussiste […] qualora le regole della procedura siano direttamente incidenti sulle regole professionali (ad es. ammissione di altre professionalità allo svolgimento di attività riservate alla categoria ricorrente […])>> (Tar Basilicata, I, 08.06.2011, n. 352; v. anche Tar Veneto, I, 25.11.2003, n. 5909; Tar Campania Napoli, I, 22.02.2000, n. 500).
3.1 Osservato ancora, quanto alla pure dedotta inammissibilità del gravame per mancata censura degli atti inditivi della selezione, che gli atti stessi non esplicitavano, a ben vedere, l’apertura della medesima -anche- a categorie professionali diverse da quella degli ingegneri (<<Soggetti che possono presentare manifestazioni d’interesse per il conferimento dell’incarico: Liberi professionisti in forma singola o associata […]>>), sicché di per sé non risultavano concretamente lesivi dell’interesse oggi azionato.
4.- Ritenuto, quanto al ‘merito’ delle questioni in esame, che secondo l’indirizzo della giurisprudenza amministrativa <<il capo IV del regolamento per le professioni d’ingegnere e di architetto, approvato con regio decreto n. 2537 del 1925, disciplina l’oggetto ed i limiti delle competenze spettanti alle due figure professionali.
Al riguardo, non è invero riscontrabile una completa equiparazione tra tali categorie di professionisti. L’art. 51, concernente la professione di ingegnere, prevede una competenza di carattere generale comprendente interventi di vario tipo, relativi alla progettazione, conduzione e stima relativi alle “costruzioni di ogni specie” ed all’impiantistica civile ed industriale, alle infrastrutture ed ai mezzi di trasporto, di deflusso e di comunicazione, riconoscendo in senso lato una abilitazione comprendente ogni forma di applicazione delle tecniche relative alla fisica, alla rilevazione geometrica ed alle operazioni di estimo.
L’art. 52 delimita, invece, la competenza professionale degli architetti alle sole “opere di edilizia civile”, che rientrano pure nelle competenze degli ingegneri, eccetto per quanto riguarda la parte non “tecnica” degli interventi su edifici di rilevante interesse artistico.
Orbene non vi è dubbio che nella nozione di “edilizia civile” siano da comprendere tutte le opere anche connesse ed accessorie, purché ovviamente si tratti di pertinenze al servizio di singoli fabbricati o complessi edilizi.
Sennonché, nella specie, la delibera impugnata riguarda incarichi relativi all’ammodernamento ed all’ampliamento della rete idrica comunale.
In proposito, tali lavori, concernenti gli impianti della rete urbana di condotta e distribuzione dell’acqua, non sono riconducibili all’ambito dell’“edilizia civile”, ma piuttosto rientrano nell’ingegneria idraulica che, ai sensi dell’art. 51 del citato regolamento, forma bensì oggetto riservato alla professione di ingegnere.
Ciò risulta confermato dal successivo art. 54 che, pur estendendo, in via eccezionale, la competenza ordinaria degli architetti diplomati entro una certa data, fa esplicita eccezione per una serie di applicazioni, di carattere più marcatamente tecnico-scientifico, tra le quali appunto le “opere idrauliche” (cfr. Cons. St., IV, 19.02.1990, n. 92).
In definitiva è, quindi, da escludere che gli incarichi in questione possano essere conferiti ad architetti
>> (Tar Campania Napoli, I, 14.08.1998, n. 2751; più di recente, v. Tar Calabria Catanzaro, II, 09.04.2008, n. 354; Consiglio di Stato, IV, 09.05.2001, n. 2600).
4.1 Ritenuto inoltre, quanto all’applicabilità dei principi appena richiamati al caso in esame, che gli stessi non possono non rilevare anche con riferimento all’attività di direzione lavori, secondo quanto correttamente precisato dal Tar Emilia Romagna Parma nella sentenza n. 389 del 09.11.2011: <<gli articoli 51 e 52 del r.d. n. 2537/1925, confermato nella sua piena vigenza e nel suo contenuto dall’art. 1, comma 2, del d.lgs. 129/1992 (di attuazione, tra l’altro, della direttiva Cee n. 384/85), riservano alla comune competenza di architetti e ingegneri le sole opere di edilizia civile, mentre rimane riservata alla competenza generale degli ingegneri la progettazione di costruzioni stradali, opere igienico-sanitarie, impianti elettrici, opere idrauliche, operazioni di estimo, estrazione di materiali, opere industriali.
Né può valere l’obiezione per cui, per la direzione dei lavori […], varrebbe una diversa regola rispetto a quella valevole per la progettazione, in quanto ormai la sede della disciplina della direzione dei lavori si trova nel “Codice dei contratti pubblici” (art. 130), atteso che l’art. 130 del d.lgs. 163/2011 manifesta solo una opzione per quanto concerne la direzione dei lavori, da svolgersi preferibilmente all’interno della stazione appaltante, ma non è norma che riguarda il riparto di competenze tra diverse figure professionali, che rimane invece, regolato dal r.d. n. 2537/1925.
Inoltre, l’art. 148 del d.p.r. 207/2010 (regolamento di esecuzione del d.lgs. 163/2011), sancisce che il direttore dei lavori cura che i lavori cui è preposto siano eseguiti a regola d’arte e in conformità del progetto; sembra pertanto logico che se la progettazione dei lavori è rimessa, secondo l’ordine delle competenze professionali di cui si è detto, alla categoria degli ingegneri anche la direzione dei lavori deve essere affidata per quelle opere alla stessa categoria.
Né può essere accolta la tesi comunale, in base alla quale la distinzione delle competenze tra architetti e ingegneri, in quanto disciplinata da una norma regolamentare (r.d. n. 2357/1925), sarebbe modificabile da regolamenti successivi dei singoli enti locali, e ciò per due ordini di motivi: in primo luogo, in ragione della circostanza per cui il citato r.d., pur non essendo una norma di rango legislativo primario, è fonte sovraordinata rispetto ai regolamenti degli enti locali e, in secondo luogo, in quanto il riparto delle competenze tra le due figure professionali ivi fissato è stato cristallizzato, come detto, dal d.lgs. 129/1992, che agli articoli 1 e 2 ha attribuito una specifica riserva a favore degli ingegneri per quanto concerne la progettazione di opere viarie non connesse con opere di edilizia civile, qual è all’evidenza l’opera pubblica in parola
>>).
4.2 Ritenuto, infine, che la presenza di un ingegnere all’interno dell’ufficio di direzione dei lavori (l’ing. Martina, ispettore di cantiere) non incide, giuridicamente, sulla questione della legittimazione -in questo caso insussistente- degli architetti a ricoprire l’incarico di cui oggi si discute (TAR Puglia-Lecce, Sez. II,  sentenza 31.05.2013 n. 1270 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: Fotovoltaico, oltre i sei kW progettazione agli ingegneri.
No alla progettazione da parte dei geometri di un impianto fotovoltaico di potenza superiore a 6 kW. Il geometra può solo progettare un impianto di potenza inferiore ai 6 kW in qualità di tecnico abilitato ai sensi dell'articolo 4 del dm n. 37/2008. Il solo iscritto all'albo potrà dunque progettare un impianto fotovoltaico di potenza superiore a 6 kW mentre per quelli di potenza inferiore la progettazione potrà essere eseguita dal tecnico abilitato dipendente dell'azienda installatrice. Il professionista abilitato dovrà quindi avere uno dei seguenti requisiti: diploma di laurea in materia tecnica specifica; qualifica conseguita al termine di scuola secondaria seguita da un periodo di inserimento di almeno due anni continuativi alle dirette dipendenze di una impresa del settore; attestato di formazione professionale conseguito dopo un periodo di inserimento di almeno quattro anni consecutivi alle dirette dipendenze di una impresa del settore; prestazione lavorativa svolta, alle dirette dipendenze di una impresa abilitata nel ramo di attività per un periodo non inferiore a tre anni, escluso quello computato ai fini dell'apprendistato e quello svolto come operaio installatore.

Questa è la conclusione a cui è giunto il Centro studi del consiglio nazionale ingegneri, con lo studio dell'aprile scorso.
Il consiglio sottolinea da un lato che il regio decreto 247/1929 (ordinamento professionale geometri) all'art. 16 «non ricomprende fra le competenze professionali la redazione di progetti di impianti, tanto meno quelli elettrici», dall'altro il dm n. 37/2008 precisa che per installazione, trasformazione e ampliamento degli impianti di produzione di energia elettrica, il progetto deve essere redatto da professionisti iscritti in albi professionali e stabilisce che se la potenza dell'impianto supera i 6 kW, la progettazione può essere eseguita solo da un professionista iscritto all'albo (articolo ItaliaOggi del 23.05.2013).

COMPETENZE PROGETTUALINei limiti del carattere “modesto” dell’edificio civile, la progettazione può essere eseguita in zona sismica anche da un geometra e tale competenza del professionista permane anche -ai sensi dell’art. 2 della l. n. 1086/1971 (Norme per la disciplina delle opere di conglomerato cementizio armato, normale e precompresso e a struttura metallica), ora ribadito anche dall’art. 64, comma 2, del T.U. Edilizia approvato con d.P.R. n. 380/2001- nelle ipotesi in cui il progetto di un edificio modesto preveda l’impiego di cemento armato.
È stato in proposito affermato da condivisibile giurisprudenza:
A) che spetta "al G.A. il sindacato sulla valutazione circa l’entità quantitativa e qualitativa della costruzione al fine di stabilire se la stessa … rientri o meno nella nozione di “modesta costruzione civile”, alla cui progettazione è limitata la competenza professionale del geometra, ai sensi degli art. 16 ss. r.d. 274/1929";
B) che “il geometra è sempre abilitato alla progettazione di “modeste costruzioni civili”; e che tale competenza permane anche per le costruzioni a struttura metallica o per quelle che richiedano l’impiego di conglomerato cementizio armato normale o precompresso, a condizione -in questo caso- che persista la qualificazione di edificio civile “modesto”…";
C) che i limiti posti dal predetto art. 16, lettera m), alla competenza professionale dei geometri, se è pur vero che rispondono a una scelta inequivoca del legislatore dettata da evidenti ragioni di pubblico interesse, lasciano nella sostanza all’interprete ampi margini in ordine alla valutazione dei requisiti della “modestia” della costruzione, della non necessità di complesse operazioni di calcolo e dell’assenza d’implicazioni per la pubblica incolumità.

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Il criterio per accertare se una costruzione sia da considerare modesta, e rientri quindi nella competenza professionale dei geometri, va individuato nelle difficoltà tecniche che la progettazione e l’esecuzione dell’opera comportano e nelle capacità occorrenti per superarle; a questo fine assumono specifico rilievo, oltre alla complessità della struttura e delle relative modalità costruttive, anche, ma in via complementare, il costo presunto dell’opera, in quanto si tratta di un elemento sintomatico che vale ad evidenziare le difficoltà tecniche che coinvolgono la costruzione.
In aggiunta, competenza professionale dei geometri in materia di progettazione e direzione dei lavori di opere edili riguarda anche le piccole costruzioni accessorie in cemento armato che non richiedono particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non possono comunque implicare pericolo per la incolumità delle persone.
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In materia di progettazione delle opere private, lo scopo perseguito dalla disciplina legislativa che stabilisce i limiti di competenza dei geometri e periti edili e indica i progetti per i quali è invece necessario l’intervento di un ingegnere o di un architetto (art. 16 r.d. 11.02.1929, n. 275, art. 1 r.d. 16.11.1939 n. 2229, l. 24.06.1923 n. 1395 e r.d. 23.10.1925 n. 2537) consiste, non nel garantire una buona qualità delle opere sotto il profilo estetico e funzionale, ma unicamente nell’assicurare l’incolumità delle persone; …. e se -a tali fini- viene ritenuta sufficiente in giurisprudenza la “ratifica, con assunzione di responsabilità” ad opera di un ingegnere del progetto redatto da un geometra, allora si deve ritenere che -a maggior ragione- sia legittimo ed ammissibile il progetto che un geometra abbia redatto solo per la parte architettonica, allorquando lo stesso contempli gli elaborati tecnico strutturali firmati tutti da un ingegnere.

Il ricorrente, in qualità di professionista iscritto all’Albo dei Geometri, impugna il provvedimento del dirigente del Servizio tecnico e di Pianificazione territoriale provinciale di non accettazione del deposito del progetto elaborato per la realizzazione di un’edicola funeraria, in quanto “il direttore dei lavori delle strutture in c.a. relativi alle costruzioni in oggetto è un geometra laureato” nonché la conseguente nota del responsabile dell’U.T.C. comunale nella quale si specifica che “in assenza dell’attestazione di cui agli artt. 93-94 del d.P.R. 380/2001 i lavori relativi alle strutture in c.a. non possono essere eseguiti”.
...
Il ricorso è fondato nei termini di seguito esposti.
Va premesso che in zona sismica, ai sensi dell’art. 17 della L. 64/1974, possono essere eseguite costruzioni su progetto d’ingegneri, architetti, geometri o periti edili iscritti nell’albo, nei limiti delle rispettive competenze.
Per delineare, allora, le competenze dei geometri occorre fare riferimento alle norme che disciplinano la specifica figura professionale e, quindi, all’art. 16 del R.D. 274/1929 (Regolamento per la professione di geometra).
Dispone, per quanto d’interesse, tale noma: “L’oggetto ed i limiti dell’esercizio professionale di geometra sono regolati come segue: …
l) progetto, direzione, sorveglianza e liquidazione di costruzioni rurali e di edifici per uso d’industrie agricole, di limitata importanza, di struttura ordinaria, comprese piccole costruzioni accessorie in cemento armato, che non richiedono particolari operazioni di calcolo e per la loro destinazione non possono comunque implicare pericolo per la incolumità delle persone; …
m) progetto, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili; ...
”.
Ne consegue, in primo luogo, che nei limiti del carattere “modesto” dell’edificio civile, la progettazione può essere eseguita in zona sismica anche da un geometra e, in secondo luogo, che tale competenza del professionista permane anche -ai sensi dell’art. 2 della l. n. 1086/1971 (Norme per la disciplina delle opere di conglomerato cementizio armato, normale e precompresso e a struttura metallica), ora ribadito anche dall’art. 64, comma 2, del T.U. Edilizia approvato con d.P.R. n. 380/2001- nelle ipotesi in cui il progetto di un edificio modesto preveda l’impiego di cemento armato.
È stato in proposito affermato da condivisibile giurisprudenza:
A) che spetta "al G.A. il sindacato sulla valutazione circa l’entità quantitativa e qualitativa della costruzione al fine di stabilire se la stessa … rientri o meno nella nozione di “modesta costruzione civile”, alla cui progettazione è limitata la competenza professionale del geometra, ai sensi degli art. 16 ss. r.d. 274/1929" (Tar Salerno 9772/2010);
B) che “il geometra è sempre abilitato alla progettazione di “modeste costruzioni civili”; e che tale competenza permane anche per le costruzioni a struttura metallica o per quelle che richiedano l’impiego di conglomerato cementizio armato normale o precompresso, a condizione -in questo caso- che persista la qualificazione di edificio civile “modesto”…" (TAR Sicilia, Catania, sez. I, 22.04.2011, n. 1022; nello stesso senso: Cons. St., sez. V, 16.09.2004, n. 6004);
C) che i limiti posti dal predetto art. 16, lettera m), alla competenza professionale dei geometri, se è pur vero che rispondono a una scelta inequivoca del legislatore dettata da evidenti ragioni di pubblico interesse, lasciano nella sostanza all’interprete ampi margini in ordine alla valutazione dei requisiti della “modestia” della costruzione, della non necessità di complesse operazioni di calcolo e dell’assenza d’implicazioni per la pubblica incolumità.
Della questione, va ricordato, si è già occupato, tra gli altri, con sentenza 05.03.2009, n. 134, il anche il TAR Abruzzo, “che in tale occasione ha precisato che il criterio per accertare se una costruzione sia da considerare modesta, e rientri quindi nella competenza professionale dei geometri, vada individuato nelle difficoltà tecniche che la progettazione e l’esecuzione dell’opera comportano e nelle capacità occorrenti per superarle; ed ha ritenuto che a questo fine assumono specifico rilievo, oltre alla complessità della struttura e delle relative modalità costruttive, anche, ma in via complementare, il costo presunto dell’opera, in quanto si tratta di un elemento sintomatico che vale ad evidenziare le difficoltà tecniche che coinvolgono la costruzione.
In aggiunta, ha anche precisato che la competenza professionale dei geometri in materia di progettazione e direzione dei lavori di opere edili riguarda anche le piccole costruzioni accessorie in cemento armato che non richiedono particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non possono comunque implicare pericolo per la incolumità delle persone
” (TAR Abruzzo, Pescara, sez. I, 16.11.2010, n. 1213).
Il Collegio non ignora la sussistenza di un contrario orientamento, manifestato dalla giurisprudenza civile (Cass., II, 17028/2006, e 19292/2009), che ha considerato nulli sul piano civilistico i contratti d’opera professionale stipulati da geometri in quanto aventi ad oggetto la realizzazione di opere in cemento armato.
Si tratta, tuttavia, di una ricostruzione del dato normativo non condividibile in quanto non tiene conto del fatto che anche le norme relative alle costruzioni in cemento armato, così come quelle dettate per le zone sismiche, fanno espresso richiamo “per relationem” alle competenze stabilite dall’ordinamento professionale dei geometri (TAR Sicilia, Catania, sez. I, 22.04.2011, n. 1022).
Ciò posto e per passare all’esame del caso di specie, ritiene la Sezione che nella specie la costruzione progettata possa essere ascritta fra le modeste costruzioni, di cui all’art. 16, lett. m), del R.D. n. 274/1929, assimilabili a quelle accessorie in cemento armato, di cui alla precedente lett. l), atteso che, per un verso, non richiede per la sua progettazione particolari operazioni di calcolo e, per altro verso, non implica pericolo per l’incolumità delle persone proprio in riferimento alla sua specifica destinazione a edicola funeraria - ove l’utilizzo del cemento armato, peraltro, riguarda opere interne (strutture di divisione dei n. 6 loculi, il relativo basamento e i setti).
Quanto esposto vale come inquadramento generale della problematica sulla quale si incentra il giudizio.
Deve essere, tuttavia, evidenziato il fatto che nel caso sono presenti delle peculiari circostanze che conferiscono alla vicenda una specifica singolarità: se è vero che il progettista architettonico e direttore dei lavori è un geometra laureato (il ricorrente), calcolatore delle strutture è, invece, un ingegnere (dott. ing. Salvatore Miceli).
In altri termini, non siamo in presenza di un progetto ascritto solo al geometra; ma di una progettazione effettuata a più mani, nella quale l’apporto dell’ingegnere risulta prevalente sul piano quantitativo e tecnico, mentre quello del progettista/geometra è secondario e per certi versi atecnico, essendo limitato a definire l’aspetto esteriore dell’edificio.
La predetta conclusione risulta avvalorata anche dalla giurisprudenza (Cons. Stato, V, 83/1999) che ha precisato il ruolo da attribuire, nella progettazione, all’intervento del tecnico laureato: “In materia di progettazione delle opere private, lo scopo perseguito dalla disciplina legislativa che stabilisce i limiti di competenza dei geometri e periti edili e indica i progetti per i quali è invece necessario l’intervento di un ingegnere o di un architetto (art. 16 r.d. 11.02.1929, n. 275, art. 1 r.d. 16.11.1939 n. 2229, l. 24.06.1923 n. 1395 e r.d. 23.10.1925 n. 2537) consiste, non nel garantire una buona qualità delle opere sotto il profilo estetico e funzionale, ma unicamente nell’assicurare l’incolumità delle persone; …. e se -a tali fini- viene ritenuta sufficiente in giurisprudenza la “ratifica, con assunzione di responsabilità” ad opera di un ingegnere del progetto redatto da un geometra; allora si deve ritenere che -a maggior ragione- sia legittimo ed ammissibile il progetto che un geometra abbia redatto solo per la parte architettonica, allorquando lo stesso contempli gli elaborati tecnico strutturali firmati tutti da un ingegnere" (TAR Sicilia, Catania, sez. I, 22.04.2011, n. 1022).
Sulla base delle sovra esposte considerazioni, il ricorso va accolto, con assorbimento delle ulteriori censure dedotte (TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 15.05.2013 n. 1108 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: Competenza professionale dei geometri in materia di progettazione e direzione dei lavori di opere edili.
La competenza professionale dei geometri in materia di progettazione e direzione dei lavori di opere edili è circoscritta alle costruzioni in cemento armato con destinazione agricola, in quanto non richiedenti particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per la incolumità delle persone, mentre per le costruzioni civili con struttura portante in cemento armato, ancorché di modeste dimensioni, ogni competenza è riservata ad ingegneri ed architetti.
Inoltre, la legge n. 1086/1971 (“Norme per la disciplina delle opere di conglomerato cementizio armato”), non ha innovato la ripartizione di competenze tra geometri da una parte ed architetti ed ingegneri dall’altra quale definita dai citati testi legislativi del 1929, ma la ha semplicemente recepita (massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 14.05.2013 n. 2617 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: Ancora di recente questo Consiglio di Stato ha ricordato che è inibita al geometra la progettazione di opere in cemento armato a destinazione abitativa strutturate su più piani.
Su posizioni non dissimili si pone l’incontrastata giurisprudenza della Cassazione.
Secondo il giudice di legittimità, la competenza professionale dei geometri in materia di progettazione e direzione dei lavori di opere edili è circoscritta alle costruzioni in cemento armato con destinazione agricola, in quanto non richiedenti particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per la incolumità delle persone, mentre per le costruzioni civili con struttura portante in cemento armato, ancorché di modeste dimensioni, ogni competenza è riservata ad ingegneri ed architetti.
Nelle sentenze ora citate la stessa Cassazione ha anche precisato che la legge n. 1086/1971 non ha innovato la ripartizione di competenze tra geometri da una parte ed architetti ed ingegneri dall’altra quale definita dai citati testi legislativi del 1929, ma la ha semplicemente recepita.
Il TAR non si è attenuto a questo indirizzo, enucleando un criterio di carattere quantitativo, vale a dire la cubatura dell’edificio, sfornito di base normativa, risultando invece, sulla scorta di tali rilievi, evidente che l’edificio realizzato non potesse, per caratteristiche costruttive e destinazione, essere progettato da un geometra.
Tra l'altro, è evidente che una palazzina residenziale di tre piani fuori terra importa l’adozione di accurati e complessi calcoli strutturali, al fine di assicurarne la stabilità, chiaramente esorbitanti dal limitato ambito entro il quale la legge circoscrive la competenza professionale dei geometri in materia.

Venendo al merito della doglianza, risulta innanzitutto in fatto, sulla base della documentazione progettuale versata agli atti di causa, ed anche per deduzione dei fratelli Galiandro, che tale costruzione si sostanzia in un fabbricato di civile abitazione su tre piani fuori terra, oltre che uno interrato, con strutture portanti in cemento armato.
In diritto, per contro, in base al regolamento professionale di cui al citato r.d. n. 274/1929, e precisamente l’art. 16, lett. m), il geometra può essere incaricato di progettare “modeste costruzioni civili”, laddove, ai sensi dell’art. 1 del r.d. n. 2229/1939 (“Norme per la esecuzione di opere in conglomerato cementizio semplice od armato”), la progettazione delle opere comportanti l’impiego di tale tecnica costruttiva, “la cui stabilità possa comunque interessate l’incolumità delle persone”, è riservata agli ingegneri o agli architetti.
In aderenza al dato normativo in questione, che si impernia dunque sul pericolo per l’incolumità pubblica, ancora di recente questo Consiglio di Stato ha ricordato che è inibita al geometra la progettazione di opere in cemento armato a destinazione abitativa strutturate su più piani (Sez. IV, sentenza 14.03.2013 n. 1526).
Su posizioni non dissimili si pone l’incontrastata giurisprudenza della Cassazione.
Secondo il giudice di legittimità, la competenza professionale dei geometri in materia di progettazione e direzione dei lavori di opere edili è circoscritta alle costruzioni in cemento armato con destinazione agricola, in quanto non richiedenti particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per la incolumità delle persone, mentre per le costruzioni civili con struttura portante in cemento armato, ancorché di modeste dimensioni, ogni competenza è riservata ad ingegneri ed architetti (da ultimo: Sez. II, 02.09.2011, n. 18038; in precedenza: 30.03.1999, n. 3046; 21.12.2006, n. 27441; 07.09.2009, n. 19292).
Nelle sentenze ora citate la stessa Cassazione ha anche precisato, per rispondere alle difese svolte sul punto dagli appellati, che la legge n. 1086/1971 (“Norme per la disciplina delle opere di conglomerato cementizio armato”), non ha innovato la ripartizione di competenze tra geometri da una parte ed architetti ed ingegneri dall’altra quale definita dai citati testi legislativi del 1929, ma la ha semplicemente recepita.
Il TAR non si è attenuto a questo indirizzo, enucleando un criterio di carattere quantitativo, vale a dire la cubatura dell’edificio, sfornito di base normativa, risultando invece, sulla scorta di tali rilievi, evidente che l’edificio realizzato dai fratelli Galiandro non potesse, per caratteristiche costruttive e destinazione, essere progettato da un geometra.
Del tutto infondatamente questi ultimi asseriscono che l’appellante non avrebbe indicato quale soluzione tecnica di particolare difficoltà ponga la realizzazione del manufatto edificato sul terreno di proprietà, essendo evidente che una palazzina residenziale di tre piani fuori terra importa l’adozione di accurati e complessi calcoli strutturali, al fine di assicurarne la stabilità, chiaramente esorbitanti dal limitato ambito entro il quale la legge circoscrive la competenza professionale dei geometri in materia.
L’accoglimento di tale censura comporta l’assorbimento di tutte le altre, qui riproposte, concernenti le asserite difformità progettuali rispetto agli standard fissati nei citati decreti ministeriali, rivestendo la stessa piena idoneità ad invalidare ab imis la concessione in sanatoria n. 79/1994 impugnata da Longo (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 14.05.2013 n. 2617 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

aprile 2013

COMPETENZE PROGETTUALI: L’incompetenza dei geometri nella progettazione degli impianti fotovoltaici (Centro Studi Consiglio Nazionale Ingegneri, aprile 2013).

COMPETENZE PROGETTUALIPremesso che l'art. 17 del RD 06.10.1912 n. 1306 include le opere relative ai cimiteri nel novero delle "opere riguardanti la pubblica igiene", è pacifico in giurisprudenza che la progettazione delle opere viarie, idrauliche ed igieniche che non siano strettamente connesse con i singoli fabbricati è di pertinenza esclusiva degli ingegneri.
Appare dirimente, al fine di sostenere l’incompetenza dei geometri alla progettazione delle opere di cui è causa (ndr: nuovi loculi cimiteriali), la considerazione che in base all'art. 16 del RD 11.02.1929 n. 274 la competenza professionale dei geometri in materia di progettazione e direzione dei lavori di opere edili riguarda le costruzioni in cemento armato solo relativamente ad opere con destinazione agricola che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per la incolumità delle persone, mentre per le costruzioni civili che adottino strutture in cemento armato –tale è l’opera oggetto della presente controversia-, sia pure di modeste dimensioni, ogni competenza è riservata ad ingegneri ed architetti ai sensi dell'art. 1 del RD 16.11.1939 n. 2229: né tale disciplina professionale è stata modificata dalla legge 05.11.1971 n. 1086 e dalla legge 02.02.1974 n. 64, le quali si sono limitate, pur senza esplicito richiamo, a recepire la previgente ripartizione di competenze.

... per l'annullamento:
- della delibera n. 18 del 13.02.2013 della Giunta Comunale del Comune di Sona con la quale è stato approvato il progetto definitivo-esecutivo relativo ai lavori di "realizzazione di nuovi loculi presso il cimitero di Lugagnano" redatto dal geom. Alessandro Colognato;
- della determinazione n. 143 dell'08.02.2013 con la quale è stato affidato al geom. Alessandro Colognato l'incarico professionale per la progettazione definitiva ed esecutiva dei lavori di cui sopra;
...
- che nel merito –premesso che l'art. 17 del RD 06.10.1912 n. 1306 include le opere relative ai cimiteri nel novero delle "opere riguardanti la pubblica igiene" e che “è pacifico in giurisprudenza che la progettazione delle opere viarie, idrauliche ed igieniche che non siano strettamente connesse con i singoli fabbricati è di pertinenza esclusiva degli ingegneri” (cfr. CdS, IV, 22.05.2000 n. 2938), sicché in tale contesto va sicuramente esclusa la competenza dei geometri- appare dirimente, al fine di sostenere l’incompetenza dei geometri alla progettazione delle opere di cui è causa, la considerazione che in base all'art. 16 del RD 11.02.1929 n. 274 la competenza professionale dei geometri in materia di progettazione e direzione dei lavori di opere edili riguarda le costruzioni in cemento armato solo relativamente ad opere con destinazione agricola che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per la incolumità delle persone, mentre per le costruzioni civili che adottino strutture in cemento armato –tale è l’opera oggetto della presente controversia-, sia pure di modeste dimensioni, ogni competenza è riservata ad ingegneri ed architetti ai sensi dell'art. 1 del RD 16.11.1939 n. 2229: né tale disciplina professionale è stata modificata dalla legge 05.11.1971 n. 1086 e dalla legge 02.02.1974 n. 64, le quali si sono limitate, pur senza esplicito richiamo, a recepire la previgente ripartizione di competenze (cfr. Cass. civ. II, 02.09.2011 n. 18038; 08.04.2009 n. 8543 e 14.04.2005 n. 7778);
- che, dunque, per le su estese considerazioni
il ricorso è fondato e va accolto, con conseguente annullamento degli atti impugnati e declaratoria di inefficacia del contratto (eventualmente) stipulato: l’Amministrazione, pertanto, si rideterminerà in ordine all’affidamento dei lavori di cui trattasi tenendo conto di quanto stabilito con la presente decisione ... (TAR Veneto, Sez. I, sentenza 30.04.2013 n. 633 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: Gli architetti e i geometri. Cosa dice la sentenza del TAR (commento a TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 18.04.2013 n. 361) (articolo L'Eco di Bergamo del 27.04.2013 - tratto da www.architettibergamo.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: E' illegittimo il progetto edilizio assentito a firma di un geometra consistente nella demolizione di un vecchio fabbricato in muratura, inserito in un contesto intensamente edificato, e la costruzione, nel medesimo sito, di un edificio di 3 piani fuori terra e copertura.
Per pacifica Giurisprudenza, ai sensi dell'art. 16 lett. e) e m), r.d. 11.02.1929 n. 274, la competenza professionale dei geometri è limitata alla progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione di quelle che comportino l'adozione, anche parziale, di strutture in cemento armato; solo in via di eccezione, si estende anche a queste strutture, ma a condizione che si tratti di piccole costruzioni accessorie nell'ambito di edifici rurali o destinati alle industrie agricole, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per le persone; per il resto, detta competenza è comunque esclusa nel campo delle costruzioni civili, ove si adottino strutture in cemento armato, la cui progettazione e direzione, qualunque ne sia l'importanza, è riservata solo agli ingegneri ed architetti.
In tal senso anche Cassazione civile secondo la quale l'art. 16 r.d. n. 274/1929 ammette la competenza dei geometri per quanto riguarda le costruzioni in cemento armato solo relativamente a opere con destinazione agricola, che non comportino pericolo per l'incolumità delle persone, mentre per le costruzioni civili che adottino strutture in cemento armato, sia pure modeste, ogni competenza è riservata, ai sensi dell'art. 1 r.d. 16.11.1939 n. 2229, agli ingegneri e architetti iscritti nell'albo; con le ulteriori precisazioni che tale disciplina professionale non è stata modificata dalle l. n. 1086/1971 e n. 64/1974, la quale, sia pure senza un esplicito richiamo delle fonti normative, si limita a recepire la previgente ripartizione di competenze e che a rendere legittimo in tale ambito un progetto redatto da un geometra non rileva che esso sia controfirmato o vistato da un ingegnere ovvero che un ingegnere esegua i calcoli del cemento armato e diriga le relative opere, perché è il professionista competente che deve essere altresì titolare della progettazione e assumere le conseguenti responsabilità.
Alla stregua di tale condivisibile orientamento, il progetto in base al quale è stata rilasciata la concessione edilizia impugnata non poteva essere affidato ad un geometra, trattandosi di demolire, all’interno di un centro abitato di un comune ricadente in zona sismica 2, una preesistente costruzione ed edificare una (certo non modesta) palazzina di tre piani, e per di più mediante l’utilizzo di cemento armato, e senza che possa rilevare (ai fini di attenuare la delicatezza dell’intervento) la circostanza che, come precisato dal controinteressato, la costruzione è separata dagli edifici confinanti da un giunto tecnico di (appena) 10 cm.
Da un canto, infatti, la Giurisprudenza ritiene che l’ipotesi di mancato uso del cemento armato non è decisivo al fine di qualificare la costruzione come “modesta", in quanto assume significativa rilevanza il fatto che la costruzione sorga in zona sismica, con conseguente assoggettamento di ogni intervento edilizio alla normativa di cui alla l. 02.02.1974 n. 64, la quale impone calcoli complessi che esulano dalle competenze professionali dei geometri.
Dall’altro, secondo la Giurisprudenza, esulano dalla competenza professionale dei geometri le costruzioni che comportino l'adozione, anche parziale, di strutture in cemento armato, salvo le piccole costruzioni accessorie nell'ambito di edifici rurali o destinati alle industrie agricole, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per le persone.
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Come condivisibilmente affermato dalla Giurisprudenza, prima del rilascio di un titolo edilizio, l'autorità comunale deve sempre accertare se la progettazione sia stata affidata ad un professionista competente in relazione alla natura ed importanza della costruzione, in quanto le norme che regolano l'esercizio ed i limiti di applicazione delle professioni di geometra, architetto ed ingegnere sono dettate per assicurare che la compilazione dei progetti e la direzione dei lavori siano assegnati a chi abbia la preparazione adeguata all'importanza delle opere, a salvaguardia sia dell'economia pubblica e privata, sia dell'incolumità delle persone; è dunque illegittimo il titolo a costruire assentito sul progetto, redatto da un geometra, al di fuori delle ipotesi di sua competenza.
Non giova al controinteressato opporre né la circostanza che i calcoli strutturali siano stati eseguiti da un ingegnere né che il progetto, in seguito, sia stato fatto proprio, approvato e controfirmato da un architetto.
Oltre la sentenza della S.C. di Cassazione sopra citata, che esclude l’ammissibilità di tale operato, è stato altresì statuito:
- il progetto redatto da un geometra in materia riservata alla competenza professionale degli ingegneri è illegittimo, a nulla rilevando né che sia stato controfirmato da un ingegnere, né che un ingegnere esegua i calcoli del cemento armato e diriga le relative opere, perché è il professionista competente che deve essere, altresì, titolare della progettazione, assumendosi la relativa responsabilità ;
- è irrilevante che i calcoli in cemento armato siano stati eseguiti da un professionista abilitato, che ne sia stato officiato dal geometra originario incaricato ovvero dal committente stesso, in quanto non è consentito neppure al committente scindere dalla progettazione generale quella relativa alle opere in cemento armato poiché non è possibile enucleare e distinguere un'autonoma attività, per la parte di tali lavori, riconducibile ad un ingegnere o ad un architetto, il che appare senz'altro esatto, poiché chi non è abilitato a delineare l'ossatura, neppure può essere ritenuto in grado di dare forma al corpo che deve esserne sorretto.

Il Collegio, preso in esame il primo motivo di ricorso, lo ritiene fondato.
Occorre premettere che il Comune di Bronte ricade (ai sensi dell'Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3274/2003, aggiornata con la Delibera della Giunta Regionale della Sicilia n. 408 del 19.12.2003) in zona sismica 2 (zona con pericolosità sismica media dove possono verificarsi terremoti abbastanza forti), secondo la mappa di pericolosità sismica per come definita nell'Ordinanza del PCM n. 3519/2006, che ha suddiviso l'intero territorio nazionale in quattro zone sismiche.
L’intervento in questione, per come pacifico dagli atti di causa, consiste nella demolizione di un vecchio fabbricato in muratura, inserito in un contesto intensamente edificato, e la costruzione, nel medesimo sito, di un edificio di 3 piani fuori terra e copertura.
Per pacifica Giurisprudenza (tra le più recenti Consiglio di Stato sez. IV 28.11.2012 n. 6036), ai sensi dell'art. 16 lett. e) e m), r.d. 11.02.1929 n. 274, la competenza professionale dei geometri è limitata alla progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione di quelle che comportino l'adozione, anche parziale, di strutture in cemento armato; solo in via di eccezione, si estende anche a queste strutture, ma a condizione che si tratti di piccole costruzioni accessorie nell'ambito di edifici rurali o destinati alle industrie agricole, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per le persone; per il resto, detta competenza è comunque esclusa nel campo delle costruzioni civili, ove si adottino strutture in cemento armato, la cui progettazione e direzione, qualunque ne sia l'importanza, è riservata solo agli ingegneri ed architetti.
In tal senso anche Cassazione civile, sez. II, 02.09.2011 n. 18038, secondo la quale l'art. 16 r.d. n. 274/1929 ammette la competenza dei geometri per quanto riguarda le costruzioni in cemento armato solo relativamente a opere con destinazione agricola, che non comportino pericolo per l'incolumità delle persone, mentre per le costruzioni civili che adottino strutture in cemento armato, sia pure modeste, ogni competenza è riservata, ai sensi dell'art. 1 r.d. 16.11.1939 n. 2229, agli ingegneri e architetti iscritti nell'albo; con le ulteriori precisazioni che tale disciplina professionale non è stata modificata dalle l. n. 1086/1971 e n. 64/1974, la quale, sia pure senza un esplicito richiamo delle fonti normative, si limita a recepire la previgente ripartizione di competenze e che a rendere legittimo in tale ambito un progetto redatto da un geometra non rileva che esso sia controfirmato o vistato da un ingegnere ovvero che un ingegnere esegua i calcoli del cemento armato e diriga le relative opere, perché è il professionista competente che deve essere altresì titolare della progettazione e assumere le conseguenti responsabilità.
Alla stregua di tale condivisibile orientamento, il progetto in base al quale è stata rilasciata la concessione edilizia impugnata non poteva essere affidato ad un geometra, trattandosi di demolire, all’interno di un centro abitato di un comune ricadente in zona sismica 2, una preesistente costruzione ed edificare una (certo non modesta) palazzina di tre piani, e per di più mediante l’utilizzo di cemento armato, e senza che possa rilevare (ai fini di attenuare la delicatezza dell’intervento) la circostanza che, come precisato dal controinteressato, la costruzione è separata dagli edifici confinanti da un giunto tecnico di (appena) 10 cm.
Da un canto, infatti, la Giurisprudenza (cfr. Consiglio di Stato sez. IV, 09.02.2012 n. 686) ritiene che l’ipotesi di mancato uso del cemento armato non è decisivo al fine di qualificare la costruzione come “modesta", in quanto assume significativa rilevanza il fatto che la costruzione sorga in zona sismica, con conseguente assoggettamento di ogni intervento edilizio alla normativa di cui alla l. 02.02.1974 n. 64, la quale impone calcoli complessi che esulano dalle competenze professionali dei geometri.
Dall’altro, secondo la Giurisprudenza, esulano dalla competenza professionale dei geometri le costruzioni che comportino l'adozione, anche parziale, di strutture in cemento armato, salvo le piccole costruzioni accessorie nell'ambito di edifici rurali o destinati alle industrie agricole, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per le persone.
Ne consegue la sussistenza del vizio dedotto dai ricorrenti.
Infatti, come condivisibilmente affermato dalla Giurisprudenza (cfr. TAR Campania sez. II Salerno, 28.06.2010 n. 9772) prima del rilascio di un titolo edilizio, l'autorità comunale deve sempre accertare se la progettazione sia stata affidata ad un professionista competente in relazione alla natura ed importanza della costruzione, in quanto le norme che regolano l'esercizio ed i limiti di applicazione delle professioni di geometra, architetto ed ingegnere sono dettate per assicurare che la compilazione dei progetti e la direzione dei lavori siano assegnati a chi abbia la preparazione adeguata all'importanza delle opere, a salvaguardia sia dell'economia pubblica e privata, sia dell'incolumità delle persone; è dunque illegittimo il titolo a costruire assentito sul progetto, redatto da un geometra, al di fuori delle ipotesi di sua competenza.
Non giova al controinteressato opporre né la circostanza che i calcoli strutturali siano stati eseguiti da un ingegnere né che il progetto, in seguito, sia stato fatto proprio, approvato e controfirmato da un architetto.
Oltre la sentenza della S.C. di Cassazione sopra citata, che esclude l’ammissibilità di tale operato, si vedano anche:
- Cassazione civile sez. II, 21.03.2011 n. 6402, secondo la quale il progetto redatto da un geometra in materia riservata alla competenza professionale degli ingegneri è illegittimo, a nulla rilevando né che sia stato controfirmato da un ingegnere, né che un ingegnere esegua i calcoli del cemento armato e diriga le relative opere, perché è il professionista competente che deve essere, altresì, titolare della progettazione, assumendosi la relativa responsabilità ;
- Consiglio di Stato, sez. IV, 28.11.2012 n. 6036, secondo cui è irrilevante che i calcoli in cemento armato siano stati eseguiti da un professionista abilitato, che ne sia stato officiato dal geometra originario incaricato ovvero dal committente stesso, in quanto non è consentito neppure al committente scindere dalla progettazione generale quella relativa alle opere in cemento armato poiché non è possibile enucleare e distinguere un'autonoma attività, per la parte di tali lavori, riconducibile ad un ingegnere o ad un architetto, il che appare senz'altro esatto, poiché chi non è abilitato a delineare l'ossatura, neppure può essere ritenuto in grado di dare forma al corpo che deve esserne sorretto.
Conclusivamente, previo assorbimento degli ulteriori motivi, il ricorso dev’essere accolto, con il conseguente annullamento degli atti impugnati (
TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 24.04.2013 n. 1163 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALITar Lombardia. Edifici piccoli. Progettazione per i geometri.
Anche i geometri possono occuparsi della progettazione e della direzione dei lavori di costruzioni civili di modesta entità. Se lo scorporo delle attività professionali riguardanti il cemento armato è effettivo e non simulato, e ciascun professionista (geometra da un lato, architetto o ingegnere dall'altro) riceve dal committente un incarico rientrante nel rispettivo ambito professionale assumendosi una responsabilità piena circa il contenuto della propria prestazione, con il solo vincolo di coordinarsi con gli altri professionisti dato il carattere unitario dell'edificazione.
In una simile prospettiva è infatti possibile trovare un punto di equilibrio tra la parte della norma che esclude il cemento armato dalla competenza professionale dei geometri in relazione alle costruzioni civili e quella che estende ai geometri la progettazione e la direzione lavori con riferimento alle costruzioni civili di modesta importanza.

È quanto afferma il TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, con la sentenza 18.04.2013 n. 361
(articolo ItaliaOggi dell'11.05.2013).

COMPETENZE PROGETTUALI: La prima questione da affrontare è il rapporto tra le opere in cemento armato e le tipologie di progettazioni rientranti nella sfera di competenza professionale dei geometri.
Il punto di partenza ineludibile è la disposizione che impone ai geometri di astenersi dalla progettazione e dalla direzione lavori aventi ad oggetto opere in cemento armato, con la sola eccezione delle piccole costruzioni accessorie in zona agricola. Secondo un’interpretazione letterale le costruzioni civili in ambito non agricolo che comportino l’uso di cemento armato sarebbero sempre escluse dalla competenza dei geometri, anche quando si mantengano nei limiti delle modeste costruzioni.
La rigidità dell’interpretazione letterale è però attenuata dalla prassi di suddividere la progettazione e la direzione lavori in due segmenti, uno riferito alle opere in cemento armato e uno incentrato sugli aspetti architettonici. Questa soluzione si muove lungo un confine incerto, e potrebbe facilmente prestarsi a comportamenti elusivi della norma. Sono considerati comportamenti elusivi la controfirma o il visto del progetto da parte di un ingegnere o architetto e l’affidamento a questi ultimi dei calcoli relativi al cemento armato.
Tuttavia, se lo scorporo delle attività professionali riguardanti il cemento armato è effettivo e non simulato, e ciascun professionista (geometra da un lato, architetto o ingegnere dall’altro) riceve dal committente un incarico rientrante nel rispettivo ambito professionale assumendosi una responsabilità piena circa il contenuto della propria prestazione, con il solo vincolo di coordinarsi con gli altri professionisti dato il carattere unitario dell’edificazione, si apre la via verso una soluzione ragionevole consentita dall’art. 16 del RD 274/1929. In una simile prospettiva è infatti possibile trovare un punto di equilibrio tra la parte della norma che esclude il cemento armato dalla competenza professionale dei geometri in relazione alle costruzioni civili (lett. l) e quella che estende ai geometri la progettazione e la direzione lavori con riferimento alle costruzioni civili di modesta importanza (lett. m).
Poiché anche le costruzioni civili di modesta importanza possono richiedere l’impiego di cemento armato, non sarebbe corretto interdire in questi casi ai geometri una porzione rilevante della loro competenza professionale, quando sia invece possibile scorporare in modo chiaro ed effettivo dalla progettazione e dalla direzione lavori tutta l’attività riferibile al cemento armato, che richiede calcoli complessi. Lo scorporo appare la soluzione preferibile anche alla luce del principio di proporzionalità (non devono essere inflitte alla competenza professionale dei geometri limitazioni maggiori di quelle strettamente necessarie a garantire la sicurezza delle persone e degli edifici).
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Occorre poi sottolineare che in ogni caso l’eventuale superamento del confine tra le competenze dei diversi ordini professionali rileva sul piano privatistico come causa di nullità dell’incarico professionale ma non su quello pubblicistico come vizio del permesso di costruire. Affinché il titolo edilizio sia legittimo è sufficiente da un lato che i calcoli del cemento armato siano effettuati da un ingegnere o architetto, e dall’altro che il progetto redatto dal geometra (o in relazione al quale il geometra svolga la direzione lavori) non oltrepassi la tipologia delle modeste costruzioni civili.
In altri termini, quando i calcoli provengano da un ingegnere o architetto si può presumere che sussistano adeguate garanzie per la sicurezza delle persone e degli edifici. Di conseguenza l’interesse pubblico è pienamente tutelato e non si oppone alla realizzazione della costruzione, il che consente agli uffici comunali di limitarsi a verificare se l’opera sia effettivamente una modesta costruzione civile, tralasciando valutazioni di tipo privatistico sull’esistenza o meno di un valido incarico professionale tra il committente e il geometra.
Quando il titolo edilizio risulti legittimo nel senso appena chiarito, non vi sono ragioni per impedire il collaudo delle opere in cemento armato che compongono la costruzione assentita.
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Gli ordini e i collegi professionali hanno interesse e legittimazione a tutelare le prerogative delle rispettive categorie di professionisti, tanto in sede giurisdizionale quanto davanti all’autorità amministrativa, ma non possono utilizzare le procedure amministrative previste ad altri fini per ostacolare o sanzionare i professionisti della categoria concorrente che effettuano un’invasione di campo. In mancanza di norme puntuali un simile potere non è desumibile neppure dalle funzioni di interesse pubblico svolte da questi organismi.
Nello specifico quindi l’Ordine degli Architetti non è legittimato a bloccare la procedura di collaudo statico rifiutandosi di designare le terne per la scelta dei collaudatori. In questo modo infatti verrebbe interrotto l’iter che porta al rilascio del certificato di agibilità (v. art. 25, comma 3, e art. 67, comma 8, del DPR 380/2001) e vi sarebbe un’intromissione nei poteri di controllo dell’amministrazione comunale, la quale è l’unico soggetto titolato a decidere delle condizioni di utilizzabilità di un edificio.
L’Ordine degli Architetti può invece intervenire a difesa della categoria con altri strumenti:
(a) all’inizio del percorso di edificazione, impugnando il titolo edilizio che approva il progetto redatto dal professionista non competente, o invitando l’amministrazione comunale a effettuare un annullamento in autotutela;
(b) alla fine, segnalando all’amministrazione comunale che dal collaudo emerge il mancato rispetto della riserva sul cemento armato, o impugnando il certificato di agibilità che non tenga conto della violazione della suddetta riserva.

... per l'annullamento:
a) nel ricorso introduttivo:
- della nota dell’Ordine degli Architetti di Bergamo prot. n. 2011/5398 del 06.12.2011, con la quale è stata respinta la richiesta di designare una terna di professionisti per il collaudo di opere in cemento armato eseguite affidando a un geometra la direzione lavori per il progetto architettonico;
- della nota del 30.11.2011, con la quale l’Ordine degli Architetti di Bergamo ha rifiutato a Eurocostruzioni srl la designazione della terna di nomi per il collaudo di opere strutturali (in quanto progettista architettonico e direttore lavori per il progetto architettonico risulta essere stato un geometra);
b) nei motivi aggiunti:
- della deliberazione del consiglio dell’Ordine degli Architetti di Bergamo n. 135/2011 del 12.09.2011, con la quale è stata respinta la richiesta dell’impresa edile Bena Costruzioni srl finalizzata alla designazione della terna di professionisti per il collaudo di opere in cemento armato (in quanto direttore lavori per il progetto architettonico risulta essere stato un geometra);
- della nota del 10.02.2012, con la quale l’Ordine degli Architetti di Bergamo ha rifiutato a Edil 62 srl la designazione della terna di nomi per il collaudo di opere strutturali (in quanto progettista architettonico e direttore lavori per il progetto architettonico risulta essere stato un geometra);
...
Sulla competenza professionale dei geometri
11. Passando all’esame del merito, la prima questione da affrontare è il rapporto tra le opere in cemento armato e le tipologie di progettazioni rientranti nella sfera di competenza professionale dei geometri.
12. Il punto di partenza ineludibile è la disposizione che impone ai geometri di astenersi dalla progettazione e dalla direzione lavori aventi ad oggetto opere in cemento armato, con la sola eccezione delle piccole costruzioni accessorie in zona agricola. Secondo un’interpretazione letterale le costruzioni civili in ambito non agricolo che comportino l’uso di cemento armato sarebbero sempre escluse dalla competenza dei geometri, anche quando si mantengano nei limiti delle modeste costruzioni (v. Cass. civ. Sez. II 14.02.2012 n. 2153).
13. La rigidità dell’interpretazione letterale è però attenuata dalla prassi di suddividere la progettazione e la direzione lavori in due segmenti, uno riferito alle opere in cemento armato e uno incentrato sugli aspetti architettonici. Questa soluzione si muove lungo un confine incerto, e potrebbe facilmente prestarsi a comportamenti elusivi della norma. Sono considerati comportamenti elusivi la controfirma o il visto del progetto da parte di un ingegnere o architetto e l’affidamento a questi ultimi dei calcoli relativi al cemento armato (v. Cass. civ. Sez. II 02.09.2011 n. 18038).
14. Tuttavia, se lo scorporo delle attività professionali riguardanti il cemento armato è effettivo e non simulato, e ciascun professionista (geometra da un lato, architetto o ingegnere dall’altro) riceve dal committente un incarico rientrante nel rispettivo ambito professionale assumendosi una responsabilità piena circa il contenuto della propria prestazione, con il solo vincolo di coordinarsi con gli altri professionisti dato il carattere unitario dell’edificazione, si apre la via verso una soluzione ragionevole consentita dall’art. 16 del RD 274/1929. In una simile prospettiva è infatti possibile trovare un punto di equilibrio tra la parte della norma che esclude il cemento armato dalla competenza professionale dei geometri in relazione alle costruzioni civili (lett. l) e quella che estende ai geometri la progettazione e la direzione lavori con riferimento alle costruzioni civili di modesta importanza (lett. m).
15. Poiché anche le costruzioni civili di modesta importanza possono richiedere l’impiego di cemento armato, non sarebbe corretto interdire in questi casi ai geometri una porzione rilevante della loro competenza professionale, quando sia invece possibile scorporare in modo chiaro ed effettivo dalla progettazione e dalla direzione lavori tutta l’attività riferibile al cemento armato, che richiede calcoli complessi. Lo scorporo appare la soluzione preferibile anche alla luce del principio di proporzionalità (non devono essere inflitte alla competenza professionale dei geometri limitazioni maggiori di quelle strettamente necessarie a garantire la sicurezza delle persone e degli edifici).
Sulla necessità di separare questioni privatistiche e pubblicistiche
16. Occorre poi sottolineare che in ogni caso l’eventuale superamento del confine tra le competenze dei diversi ordini professionali rileva sul piano privatistico come causa di nullità dell’incarico professionale ma non su quello pubblicistico come vizio del permesso di costruire. Affinché il titolo edilizio sia legittimo è sufficiente da un lato che i calcoli del cemento armato siano effettuati da un ingegnere o architetto, e dall’altro che il progetto redatto dal geometra (o in relazione al quale il geometra svolga la direzione lavori) non oltrepassi la tipologia delle modeste costruzioni civili (v. CS Sez. IV 28.11.2012 n. 6036).
17. In altri termini, quando i calcoli provengano da un ingegnere o architetto si può presumere che sussistano adeguate garanzie per la sicurezza delle persone e degli edifici. Di conseguenza l’interesse pubblico è pienamente tutelato e non si oppone alla realizzazione della costruzione, il che consente agli uffici comunali di limitarsi a verificare se l’opera sia effettivamente una modesta costruzione civile, tralasciando valutazioni di tipo privatistico sull’esistenza o meno di un valido incarico professionale tra il committente e il geometra.
18. Quando il titolo edilizio risulti legittimo nel senso appena chiarito, non vi sono ragioni per impedire il collaudo delle opere in cemento armato che compongono la costruzione assentita.
Sui poteri di autotutela degli ordini professionali
19. Sotto un diverso profilo si osserva che gli ordini e i collegi professionali hanno interesse e legittimazione a tutelare le prerogative delle rispettive categorie di professionisti, tanto in sede giurisdizionale quanto davanti all’autorità amministrativa, ma non possono utilizzare le procedure amministrative previste ad altri fini per ostacolare o sanzionare i professionisti della categoria concorrente che effettuano un’invasione di campo. In mancanza di norme puntuali un simile potere non è desumibile neppure dalle funzioni di interesse pubblico svolte da questi organismi.
20. Nello specifico quindi l’Ordine degli Architetti non è legittimato a bloccare la procedura di collaudo statico rifiutandosi di designare le terne per la scelta dei collaudatori. In questo modo infatti verrebbe interrotto l’iter che porta al rilascio del certificato di agibilità (v. art. 25, comma 3, e art. 67, comma 8, del DPR 380/2001) e vi sarebbe un’intromissione nei poteri di controllo dell’amministrazione comunale, la quale è l’unico soggetto titolato a decidere delle condizioni di utilizzabilità di un edificio.
21. L’Ordine degli Architetti può invece intervenire a difesa della categoria con altri strumenti: (a) all’inizio del percorso di edificazione, impugnando il titolo edilizio che approva il progetto redatto dal professionista non competente, o invitando l’amministrazione comunale a effettuare un annullamento in autotutela; (b) alla fine, segnalando all’amministrazione comunale che dal collaudo emerge il mancato rispetto della riserva sul cemento armato, o impugnando il certificato di agibilità che non tenga conto della violazione della suddetta riserva. Queste circostanze sono però, come è evidente, estranee al presente giudizio.
Conclusioni
22. In base alle considerazioni sopra esposte il ricorso deve essere accolto, con il conseguente annullamento degli atti impugnati. L’Ordine degli Architetti è quindi tenuto a prestare la propria collaborazione nella formazione delle terne per la scelta dei collaudatori.
23. Questo accertamento appare satisfattivo dell’interesse della parte ricorrente, e dunque, tenuto conto anche della pronuncia cautelare anticipatoria del merito, non residuano margini per riconoscere un danno risarcibile, neppure sul piano morale.
24. La complessità di alcune questioni consente la compensazione delle spese di giudizio. Il contributo unificato è a carico dell’Ordine degli Architetti ai sensi dell’art. 13, comma 6-bis.1, del DPR 30.05.2002 n. 115 (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 18.04.2013 n. 361 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

marzo 2013

COMPETENZE PROGETTUALI: Impianti tecnologici, gli architetti possono progettarli. CdS: devono servire da completamento al fabbricato per rientrare tra le opere di edilizia civile.
La disciplina del regio decreto n. 2537 del 1925, fondamentale nella questione, è stata più volte vagliata dalla giurisprudenza, la quale ne ha dovuto sottolineare con maggior dettaglio le fattispecie comprese. In effetti, la delimitazione delle rispettive competenze è data da concetti non meglio definiti normativamente di “applicazioni della fisica” (art. 51) ed “opere di edilizia civile” (art. 52), e quindi di carattere descrittivo.
La natura di tali elementi, che fanno riferimento a dati extragiuridici, è implicitamente collegata alla necessità di adeguare la disciplina all’evoluzione della tecnica e delle qualificazioni professionali, permettendo così la sopravvivenza di norme anche risalenti nel tempo ma flessibili nella loro applicazione in concreto.
Le ragioni appena richiamate inducono la Sezione a valutare gli apporti recenti, conseguenti alla funzione interpretativa ed adeguatrice svolta dalla giurisprudenza nella decisione di casi contermini.
Non può quindi non notarsi che, sempre valorizzando il discrimine tra le due professioni di architetto e di ingegnere, la giurisprudenza recente postula una lettura riduttiva del concetto di applicazione delle leggi della fisica, sulla ovvia considerazione che, in una lettura ampia, qualsiasi tipo di manufatto dovrebbe esservi considerato. Sono quindi esclusivo appannaggio della professione di ingegnere solo le opere di carattere più marcatamente tecnico-scientifico (ad esempio le opere di ingegneria idraulica, di ammodernamento e ampliamento della rete idrica comunale).
Per altro verso, il secondo polo normativo di riferimento, ossia il concetto di edilizia civile, viene interpretato estensivamente, facendovi ricadere le realizzazioni tecniche anche di carattere accessorio che vengono collegate al fabbricato mediante l'esecuzione delle necessarie opere murarie (vedi Cons. giust. amm. Sicilia, sez. giurisd., 21.01.2005 n. 9, che, in relazione ad un sistema di videosorveglianza, ha ritenuto che si verta in un mero profilo di realizzazione di edilizia civile, dove invece il concetto di “applicazione della fisica” può rilevare semmai nella progettazione e realizzazione degli apparati industriali).
Si tratta di una tendenza interpretativa che la Sezione ritiene di condividere e fare propria, perché consona ad una lettura aggiornata e coerente della norma, che privilegi il momento unitario della costruzione dell’opera di edilizia civile, senza artificiose frammentazioni, e che tenga conto sia della trasformazione dei sistemi produttivi che dell’evoluzione tecnologica anche nelle applicazioni civili.
Nel caso in specie, si può affermare che il concetto di “opere di edilizia civile” si estenda sicuramente oltre gli ambiti più specificamente strutturali, fino a ricomprendere l’intero complesso degli impianti tecnologici a corredo del fabbricato, e quindi non solo gli impianti idraulici ma anche quelli di riscaldamento compresi nell’edificazione. Non è dato quindi cogliere il profilo di razionalità del provvedimento gravato in primo grado che, di fronte alla progettazione di un impianto di riscaldamento e quindi di un’opera accessoria all’edificazione, ritiene che questo, poiché proposto come impianto collegato ad un edificio già esistente e non da realizzare, debba essere predisposto da un ingegnere.
Al contrario, trattandosi di impianto accessorio ad un edificio, la circostanza che il progetto sia presentato autonomamente non fa venire meno il collegamento univoco e funzionale con l’opera di edilizia civile e, quindi, permette che il progetto stesso sia sottoscritto anche da un architetto.

Come si è anticipato in narrativa, il fulcro del thema decidendum consiste nello stabilire l’ampiezza delle competenze riconosciute –rispettivamente– agli ingegneri e agli architetti ai sensi del combinato disposto degli articoli 51 e 52 del regio decreto 23.10.1925, n. 2537 (‘Approvazione del regolamento per le professioni di ingegnere e di architetto’).
In particolare, si tratta di stabilire se la previsione di cui al primo comma dell’articolo 52 (secondo cui “formano oggetto tanto della professione di ingegnere quanto di quella di architetto le opere di edilizia civile, nonché i rilievi geometrici e le operazioni di estimo ad esse relative”) comporti o meno la competenza degli architetti in materia di impianti soggetti ad omologazione ISPESL comunque afferenti ad opere di edilizia civile.
Al quesito deve essere fornita risposta in senso affermativo.
Come già affermato dalla giurisprudenza di questo Consiglio (sentenza 31.07.2009, n. 4866), la centralità delle disposizioni sopra indicate (articoli 51 e 52 del regio decreto n. 2537 del 1925) è confermata dal fatto che anche le successive normative in tema di progettazione d’impianti, ed in particolare la legge 05.03.1990, n. 46 (recante “Norme per la sicurezza degli impianti”), vigente al momento dell’emissione del provvedimento gravato, prevede che sia “obbligatoria la redazione del progetto da parte di professionisti, iscritti negli albi professionali, nell'ambito delle rispettive competenze”, facendo in tal modo implicito rinvio alla disciplina del 1924.
La disciplina del regio decreto n. 2537 del 1925, fondamentale nella questione, è stata più volte vagliata dalla giurisprudenza, la quale ne ha dovuto sottolineare con maggior dettaglio le fattispecie comprese. In effetti, la delimitazione delle rispettive competenze è data da concetti non meglio definiti normativamente di “applicazioni della fisica” (art. 51) ed “opere di edilizia civile” (art. 52), e quindi di carattere descrittivo. La natura di tali elementi, che fanno riferimento a dati extragiuridici, è implicitamente collegata alla necessità di adeguare la disciplina all’evoluzione della tecnica e delle qualificazioni professionali, permettendo così la sopravvivenza di norme anche risalenti nel tempo ma flessibili nella loro applicazione in concreto.
Le ragioni appena richiamate inducono la Sezione a valutare gli apporti recenti, conseguenti alla funzione interpretativa ed adeguatrice svolta dalla giurisprudenza nella decisione di casi contermini.
Non può quindi non notarsi che, sempre valorizzando il discrimine tra le due professioni di architetto e di ingegnere, la giurisprudenza recente postula una lettura riduttiva del concetto di applicazione delle leggi della fisica, sulla ovvia considerazione che, in una lettura ampia, qualsiasi tipo di manufatto dovrebbe esservi considerato. Sono quindi esclusivo appannaggio della professione di ingegnere solo le opere di carattere più marcatamente tecnico-scientifico (ad esempio le opere di ingegneria idraulica, di ammodernamento e ampliamento della rete idrica comunale, TAR Campania Napoli, sez. I, 14.08.1998 n. 2751).
Per altro verso, il secondo polo normativo di riferimento, ossia il concetto di edilizia civile, viene interpretato estensivamente, facendovi ricadere le realizzazioni tecniche anche di carattere accessorio che vengono collegate al fabbricato mediante l'esecuzione delle necessarie opere murarie (vedi Cons. giust. amm. Sicilia, sez. giurisd., 21.01.2005 n. 9, che, in relazione ad un sistema di videosorveglianza, ha ritenuto che si verta in un mero profilo di realizzazione di edilizia civile, dove invece il concetto di “applicazione della fisica” può rilevare semmai nella progettazione e realizzazione degli apparati industriali).
Si tratta di una tendenza interpretativa che la Sezione ritiene di condividere e fare propria, perché consona ad una lettura aggiornata e coerente della norma, che privilegi il momento unitario della costruzione dell’opera di edilizia civile, senza artificiose frammentazioni, e che tenga conto sia della trasformazione dei sistemi produttivi che dell’evoluzione tecnologica anche nelle applicazioni civili.
Nel caso in specie, si può affermare che il concetto di “opere di edilizia civile” si estenda sicuramente oltre gli ambiti più specificamente strutturali, fino a ricomprendere l’intero complesso degli impianti tecnologici a corredo del fabbricato, e quindi non solo gli impianti idraulici ma anche quelli di riscaldamento compresi nell’edificazione. Non è dato quindi cogliere il profilo di razionalità del provvedimento gravato in primo grado che, di fronte alla progettazione di un impianto di riscaldamento e quindi di un’opera accessoria all’edificazione, ritiene che questo, poiché proposto come impianto collegato ad un edificio già esistente e non da realizzare, debba essere predisposto da un ingegnere.
Al contrario, trattandosi di impianto accessorio ad un edificio, la circostanza che il progetto sia presentato autonomamente non fa venire meno il collegamento univoco e funzionale con l’opera di edilizia civile e, quindi, permette che il progetto stesso sia sottoscritto anche da un architetto (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 15.03.2013 n. 1550 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: Va affermata l’illegittimità del titolo edilizio formatosi, per effetto della DIA presentata, che ha permesso la nuova edificazione di 5 villette a schiera, nella sola parte che ne ha affidato la progettazione a professionista geometra.
Dalla esegesi sistematica del R.D. 11.02.1929 n. 274, del R.D. 16.11.1939 n. 2229, della L. 02.03.1949 n. 144 e della L. 05.11.1971 n. 1086, è desumibile che non tutte le opere edilizie con impiego di cemento armato sono precluse alla progettazione dei geometri, ma solo quelle in cui, in relazione alla loro destinazione, il predetto impiego possa comportare pericolo per l'incolumità delle persone, il che tendenzialmente avviene per le costruzioni destinate a civile abitazione e progettate su più piani, ……. con struttura portante in cemento armato, comunque destinata all'abitazione delle persone, intervento che deve ritenersi riservato ai tecnici laureati (ingegneri ed architetti).

Nel merito, tra i motivi di ricorso proposti e per i quali la ricorrente sostiene l’illegittimità del mancato esercizio dei poteri repressivi della DIA, il Collegio ritiene, in ordine procedimentale, di dover dare la priorità alla censura (rubricata al n. 7 del ricorso) che, in base alle disposizioni ivi invocate, evidenzia la redazione del progetto da parte di un tecnico, quale il geometra, non abilitato a redigerlo; la doglianza è fondata.
Al riguardo la giurisprudenza di questo Consiglio ha da tempo affermato, con orientamento dal quale non sussistono ragioni per discostarsi, che “Dalla esegesi sistematica del R.D. 11.02.1929 n. 274, del R.D. 16.11.1939 n. 2229, della L. 02.03.1949 n. 144 e della L. 05.11.1971 n. 1086, è desumibile che non tutte le opere edilizie con impiego di cemento armato sono precluse alla progettazione dei geometri, ma solo quelle in cui, in relazione alla loro destinazione, il predetto impiego possa comportare pericolo per l'incolumità delle persone, il che tendenzialmente avviene per le costruzioni destinate a civile abitazione e progettate su più piani, ……. con struttura portante in cemento armato, comunque destinata all'abitazione delle persone, intervento che deve ritenersi riservato ai tecnici laureati (ingegneri ed architetti)” (v., fra le altre, Cons. di Stato, sez. V, n. 25/1999).
Pertanto, avendo riguardo al criterio basilare cui fare riferimento e costituito (come riconosce lo stesso Comune) dalla valutazione di struttura e modalità costruttive di un edificio di più piani, non possono essere condivise le argomentazioni dell’amministrazione secondo le quali l’intervento edilizio (ndr: di nuova edificazione costituito dalle cinque villette a schiera) sarebbe di assai modesta dimensione e rientrerebbe quindi nella competenza professionale del geometra.
...
Va in conclusione affermata l’illegittimità del titolo edilizio formatosi per effetto della DIA n. 18/2005, sulla particella n. 216, e che ha permesso la nuova edificazione di 5 villette a schiera, nella sola parte che ne ha affidato la progettazione a professionista geometra (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 14.03.2013 n. 1526 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: Oggetto: Nuova circolare relativa alle competenze dell'architetto junior ed del pianificatore junior alla luce di fatti e mutamenti finora intervenuti (Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori, circolare 07.03.2013 n. 21).

febbraio 2013

COMPETENZE PROGETTUALISentenza della Corte Ue. Ingegneri con le mani legate. Attività preclusa sugli immobili di interesse artistico.
Una normativa nazionale sull'esercizio di un'attività professionale non può aggiungere titoli diversi rispetto a quelli stabiliti da una direttiva comunitaria. E quindi, nel caso specifico italiano, le competenze degli ingegneri civili non possono essere estese alle attività che riguardano gli immobili di interesse artistico che restano prerogativa degli architetti.

A stabilirlo, la Corte di giustizia Europea che, con la sentenza 21.02.2013 n. C-111/12, V Sez., cerca di dirimere un annoso contenzioso che ha visto coinvolti il Consiglio nazionale degli ingegneri e quello degli architetti e ha portato a due pronunce contrastanti del Tar Veneto, ad altrettanti ricorsi davanti al Consiglio di stato e a un'ordinanza del 2004 della Corte di giustizia europea.
Il punto di partenza è che in Italia, la normativa contenuta nel regio decreto n. 2537 del 1925, stabilisce che gli ingegneri italiani non sono equiparati agli architetti, in materia di immobili di interesse artistico, in apparente contrasto con le regole comunitarie. La sentenza, però, su questo punto è chiara sottolineando come la direttiva 85/384 non si propone di disciplinare le condizioni di accesso alla professione né la natura delle attività svolte. Spetta quindi allo stato ospitante individuare le attività rientranti in tale settore, anche se, da tale competenza dello stato ospitante, «non può dedursi che la direttiva 85/384 gli consenta di subordinare l'esercizio delle attività su immobili di interesse artistico alla verifica delle qualifiche degli interessati in questo settore».
Se, dunque, si stabilisce il principio che lo stato membro ospitante non può imporre condizioni aggiuntive per l'esercizio delle attività rientranti nel settore della professione di architetto, così la Corte europea apre agli stranieri ingegneri che arrivano in Italia. Per questi, infatti, l'accesso alle attività riguardanti immobili di interesse artistico non può essere negato alle persone in possesso di un diploma di ingegneria civile o di un titolo analogo rilasciato in uno stato membro diverso dall'Italia. Ogni paese membro è tenuto, infatti, a riconoscere i diplomi di laurea rilasciati dagli altri paesi membri, in base alla direttiva.
E non è possibile, in questo caso, «subordinare l'esercizio delle attività su immobili di interesse artistico alla verifica delle qualifiche degli interessati». Agli ingegneri stranieri, in questo modo, viene riconosciuta una competenza più ampia rispetto al passato. L'unica limitazione consiste nel fatto che il loro diploma di laurea deve essere menzionato nell'elenco della direttiva. Una pronuncia che, però, crea una situazione contraddittoria perché di fatto agli ingegneri provenienti da altri paesi membri vengono, riconosciute prerogative delle quali gli ingegneri italiani non godono. Gli stranieri, quindi, potranno lavorare sugli immobili di interesse artistico, mentre ai professionisti italiani questa possibilità è ancora negata (articolo ItaliaOggi del 22.02.2013).

novembre 2012

COMPETENZE PROGETTUALI: Sia il Consiglio di Stato che la Corte di Cassazione hanno a più riprese affermato che le disposizioni in materia di competenza professionale dei geometri rispondono ad esigenze di pubblico interesse a tutela della pubblica incolumità. Invero, rispettivamente è stato affermato che:
è affetto da nullità il contratto di prestazione d'opera che affidi a un geometra calcoli in cemento armato e ciò anche ove il compito, limitatamente a quelle strutture, venga poi svolto da un professionista abilitato, che ne sia stato officiato dall'originario incaricato; è irrilevante, a tali fini, che l'incarico sia distinto per le parti in conglomerato e non sia stato subdelegato dal geometra, ma conferito direttamente dal committente stesso a un ingegnere o architetto, in quanto non è consentito neppure al committente scindere dalla progettazione generale quella relativa alle opere in cemento armato poiché non è possibile enucleare e distinguere un'autonoma attività, per la parte di tali lavori, riconducibile ad un ingegnere o ad un architetto -il che appare senz'altro esatto, poiché chi non è abilitato a delineare l'ossatura, neppure può essere ritenuto in grado di dare forma al corpo che deve esserne sorretto-;
i limiti posti dall'art. 16, lett. m, r.d. 11.02.1929 n. 274 alla competenza professionale dei geometri rispondono ad una scelta inequivoca del legislatore, dettata da evidenti ragioni di pubblico interesse, che lascia all'interprete ristretti margini di discrezionalità, attinenti alla valutazione dei requisiti della modestia della costruzione, della non necessità di complesse operazioni di calcolo e dell'assenza di implicazioni per la pubblica incolumità, indicando invece un preciso requisito, ovverosia la natura di annesso agricolo dei manufatti, per le opere eccezionalmente progettabili dai predetti tecnici anche nei casi di impiego di cemento armato.
È pertanto esclusa la possibilità di un'interpretazione estensiva o "evolutiva" di tale disposizione, che, in quanto norma eccezionale, non si presta ad applicazione analogica, non potendosi pervenire ad una diversa conclusione neppure in virtù delle norme -art. 2 l. 05.11.1971 n. 1086 e art. 17 l. 02.02.1974 n. 64- che disciplinano le costruzioni in cemento armato e quelle in zone sismiche, in quanto le stesse richiamano i limiti delle competenze professionali stabiliti per i geometri dalla vigente normativa professionale.
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Qualora il rapporto professionale abbia avuto ad oggetto una costruzione per civili abitazioni, è affetto da nullità il contratto anche relativamente alla direzione dei lavori affidata a un geometra, quando la progettazione -richiedendo l'adozione anche parziale dei calcoli in cemento armato- sia riservata alla competenza degli ingegneri.
Sennonché non può trarsi dalla nullità del contratto d’opera professionale sotteso, la conseguenza indefettibile della illegittimità del titolo abilitativo rilasciato.
Invero costituisce approdo condiviso in giurisprudenza quello per cui “è legittimo l'annullamento mediante esercizio del potere di autotutela di una concessione edilizia in ragione dell'incompetenza del geometra progettista, rilevabile sotto il profilo dell'assenza di abilitazione alla progettazione di costruzioni civili che non siano di modesta entità e che prevedano l'adozione di strutture in cemento armato”.
Si è detto del pari, in passato, che “non è illegittima la concessione edilizia avente ad oggetto un edificio in cemento armato, rilasciata sulla base di un progetto firmato da un geometra, e controfirmato da un ingegnere limitatamente agli aspetti strutturali del progetto“.
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Per concludere sul punto, si deve marcare una netta distinzione tra la nullità del contratto affidato al professionista (geometra) non abilitato e la supposta illegittimità del titolo abilitativo formato su progetto “redatto” dal professionista incompetente.
Con riferimento a tale ultimo profilo, la circostanza che il progetto fosse accompagnato dai calcoli in c.a. redatti da professionista a ciò abilitato (si rammenta che la finalità della disposizione sulla competenza professionale dei geometri è diretta a prevenire problematiche di tutela della pubblica incolumità) milita per la esclusione di profili di illegittimità della variante medesima, trattandosi di una irregolarità formale non investente profili di natura sostanziale.

Stabilisce infatti il Regio decreto 11.02.1929, n. 274, all’art. 16 che: “L'oggetto ed i limiti dell'esercizio professionale di geometra sono regolati come segue:
a) operazioni topografiche di rilevamento e misurazione, di triangolazioni secondarie a lati rettilinei e di poligonazione, di determinazione e verifica di confini; operazioni catastali ed estimi relativi;
b) operazioni di tracciamento di strade poderali e consorziali ed inoltre, quando abbiano tenue importanza, di strade ordinarie e di canali di irrigazione e di scolo;
c) misura e divisione di fondi rustici;
d) misura e divisione di aree urbane e di modeste costruzioni civili;
e) stima di aree e di fondi rustici, anche ai fini di mutui fondiari e di espropriazione, stima dei danni prodotti ai fondi rustici dalla grandine o dagli incendi, e valutazione di danni colonici a culture erbacee, legnose, da frutto, da foglia e da bosco. È fatta eccezione per i casi di notevole importanza economica e per quelli che, per la complessità di elementi di valutazione, richiedano le speciali cognizioni scientifiche e tecniche proprie dei dottori in scienze agrarie;
f) stima, anche ai fini di mutui fondiari e di espropriazione, di aree urbane e di modeste costruzioni civili; stima dei danni prodotti dagli incendi;
g) stima di scorte morte, operazioni di consegna e riconsegna dei beni rurali e relativi bilanci e liquidazioni; stima per costituzione ed eliminazione di servitù rurali; stima delle acque irrigue nei rapporti dei fondi agrari serviti. È fatta eccezione per i casi di notevole importanza economica e per quelli che, per la complessità di elementi di valutazione, richiedano le speciali cognizioni scientifiche e tecniche proprie dei dottori in scienze agrarie;
h) funzioni puramente contabili ed amministrative nelle piccole e medie aziende agrarie;
i) curatele di piccole e medie aziende agrarie, in quanto non importino durata superiore ad un anno ed una vera e propria direzione tecnica; assistenza nei contratti agrari;
l) progetto, direzione, sorveglianza e liquidazione di costruzioni rurali e di edifici per uso d'industrie agricole, di limitata importanza, di struttura ordinaria, comprese piccole costruzioni accessorie in cemento armato, che non richiedono particolari operazioni di calcolo e per la loro destinazione non possono comunque implicare pericolo per la incolumità delle persone; nonché di piccole opere inerenti alle aziende agrarie, come strade vicinali senza rilevanti opere d'arte, lavori d'irrigazione e di bonifica, provvista d'acqua per le stesse aziende e riparto della spesa per opere consorziali relative, esclusa, comunque, la redazione di progetti generali di bonifica idraulica ed agraria e relativa direzione;
m) progetto, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili;
n) misura, contabilità e liquidazione delle costruzioni civili indicate nella lettera m) ;
o) misura, contabilità e liquidazione di lavori di costruzioni rurali sopra specificate;
p) funzioni peritali ed arbitramentali in ordine alle attribuzioni innanzi menzionate;
q) mansioni di perito comunale per le funzioni tecniche ordinarie nei Comuni con popolazione fino a diecimila abitanti, esclusi i progetti di opere pubbliche d'importanza o che implichino la risoluzione di rilevanti problemi tecnici
.” .
Circa la legittimazione a sollevare la relativa eccezione, ritiene il Collegio che essa sussistesse pienamente in capo alla odierna appellante –titolare di immobile limitrofo a quello per cui è causa- con esclusivo riferimento alla circostanza che si trattava di opere in cemento armato.
Si rileva in proposito che sia il Consiglio di Stato (“è affetto da nullità il contratto di prestazione d'opera che affidi a un geometra calcoli in cemento armato e ciò anche ove il compito, limitatamente a quelle strutture, venga poi svolto da un professionista abilitato, che ne sia stato officiato dall'originario incaricato; è irrilevante, a tali fini, che l'incarico sia distinto per le parti in conglomerato e non sia stato subdelegato dal geometra, ma conferito direttamente dal committente stesso a un ingegnere o architetto, in quanto non è consentito neppure al committente scindere dalla progettazione generale quella relativa alle opere in cemento armato poiché non è possibile enucleare e distinguere un'autonoma attività, per la parte di tali lavori, riconducibile ad un ingegnere o ad un architetto -il che appare senz'altro esatto, poiché chi non è abilitato a delineare l'ossatura, neppure può essere ritenuto in grado di dare forma al corpo che deve esserne sorretto-;” Consiglio Stato, sez. V, 28.04.2011, n. 2537) che la Corte di Cassazione (Cassazione civile, sez. II, 07.09.2009, n. 19292: “i limiti posti dall'art. 16, lett. m, r.d. 11.02.1929 n. 274 alla competenza professionale dei geometri rispondono ad una scelta inequivoca del legislatore, dettata da evidenti ragioni di pubblico interesse, che lascia all'interprete ristretti margini di discrezionalità, attinenti alla valutazione dei requisiti della modestia della costruzione, della non necessità di complesse operazioni di calcolo e dell'assenza di implicazioni per la pubblica incolumità, indicando invece un preciso requisito, ovverosia la natura di annesso agricolo dei manufatti, per le opere eccezionalmente progettabili dai predetti tecnici anche nei casi di impiego di cemento armato. È pertanto esclusa la possibilità di un'interpretazione estensiva o "evolutiva" di tale disposizione, che, in quanto norma eccezionale, non si presta ad applicazione analogica, non potendosi pervenire ad una diversa conclusione neppure in virtù delle norme -art. 2 l. 05.11.1971 n. 1086 e art. 17 l. 02.02.1974 n. 64- che disciplinano le costruzioni in cemento armato e quelle in zone sismiche, in quanto le stesse richiamano i limiti delle competenze professionali stabiliti per i geometri dalla vigente normativa professionale”) hanno a più riprese affermato che le disposizioni in materia di competenza professionale dei geometri rispondono ad esigenze di pubblico interesse a tutela della pubblica incolumità.
L’appellante, in quanto titolare di una abitazione ubicata nelle immediate vicinanze del plesso in costruzione aveva quindi immediato e diretto interesse a sollevare la relativa eccezione in considerazione dei profili di salvaguardia della incolumità.
Il motivo di ricorso di primo grado riproposto in appello doveva essere dichiarato ammissibile, pertanto, in parte qua.
Non ad identiche considerazioni può pervenirsi per ciò che concerne la supposta “incompetenza” motivata con riferimento alla circostanza che le aree insistevano su zona soggetta a vincolo laddove, all’evidenza, non sussistono problematiche di possibile compromissione investente profili di pubblica incolumità ed è carente il diretto ed immediato interesse dell’appellante a sollevare la detta eccezione, per cui la statuizione di inammissibilità del mezzo di primo grado sul punto deve essere confermata.
Rimossa la –per le già chiarite ragioni, e nei ristretti termini sopra individuati- statuizione di inammissibilità, pertiene al Collegio il compito di vagliare il merito della doglianza (è appena il caso di precisare che all’erronea declaratoria della inammissibilità dell’impugnazione non segue l’annullamento con rinvio della appellata decisione, non ricorrendo l’ipotesi di “difetto di procedura o vizio di forma” di cui all’art. 35 della legge n. 1034/1971 – oggi: art. 105 c.p.a.; per il passato, si veda, ex multis, sul punto Consiglio di Stato , sez. V, 23.04.1998, n. 474).
Resta in proposito, quindi, da interrogarsi in ordine alla fondatezza del motivo e alla refluenza dello stesso sulla variante autorizzata.
Ritiene sul punto il Collegio che la doglianza tesa a sostenere la complessiva illegittimità della variante e del permesso di costruire del 2009 a cagione della riscontrata “incompetenza professionale” del progettista sia infondata.
Risulta dagli atti di causa, infatti, che il progetto di variante venne corredato da relazione sui calcoli svolta da un ingegnere a ciò abilitato.
E’ noto al Collegio –che lo condivide– l’orientamento di recente affermato da questo Consiglio di Stato sez. V, 28.04.2011, n. 2537 e prima riportato.
Tale principio –che si attaglia a perfezione alla odierna vicenda processuale- esclude quindi il rilievo sotto il profilo privatistico dell’avvenuto espletamento del calcolo da parte dell’ingegnere abilitato e si inquadra, confermandolo ed ampliandolo, nel consolidato filone giurisprudenziale secondo il quale “qualora il rapporto professionale abbia avuto ad oggetto una costruzione per civili abitazioni, è affetto da nullità il contratto anche relativamente alla direzione dei lavori affidata a un geometra, quando la progettazione -richiedendo l'adozione anche parziale dei calcoli in cemento armato- sia riservata alla competenza degli ingegneri” (Cassazione civile, sez. II, 26.07.2006, n. 17028, ma anche Cassazione civile, sez. II, 15.02.1996, n. 1157 che afferma in tali casi “la conseguenza della nullità del rapporto tra il geometra ed il cliente”).
Sennonché non può trarsi dalla nullità del contratto d’opera professionale sotteso, la conseguenza indefettibile della illegittimità del titolo abilitativo rilasciato.
Invero costituisce approdo condiviso in giurisprudenza quello per cui “è legittimo l'annullamento mediante esercizio del potere di autotutela di una concessione edilizia in ragione dell'incompetenza del geometra progettista, rilevabile sotto il profilo dell'assenza di abilitazione alla progettazione di costruzioni civili che non siano di modesta entità e che prevedano l'adozione di strutture in cemento armato” (Consiglio Stato, sez. IV, 22.05.2006, n. 3006).
Si è detto del pari, in passato, che “non è illegittima la concessione edilizia avente ad oggetto un edificio in cemento armato, rilasciata sulla base di un progetto firmato da un geometra, e controfirmato da un ingegnere limitatamente agli aspetti strutturali del progetto“ (Consiglio Stato, sez. V, 04.06.2003, n. 3068).
La questione quindi va risolta avuto riguardo all’interesse pubblicistico sotteso al riparto di competenza professionale in capo al geometra e, quindi, alla possibile sussistenza di pericoli per la pubblica incolumità.
Nel caso di specie può convenirsi con parte appellata che la complessiva modestia dell’opera e la circostanza che comunque i calcoli relativi alle opere in cemento armato (sia per ciò che concerne il permesso di costruire che per la variante del 2009) fossero stati redatti da un professionista abilitato consentono di inferire dalla data circostanza la complessiva legittimità del titolo abilitativo in variante.
Appare essenziale in proposito rilevare che, comunque, i calcoli in cemento armato furono svolti; e furono svolti da un ingegnere abilitato, il che in concreto elide il profilo della illegittimità dedotto (pur essendo, come si è prima chiarito, circostanza del tutto neutra con riguardo al sotteso rapporto privatistico tra committente e geometra -elemento quest’ultimo, comunque, che non rileva nel caso di specie in questa sede-).
Per concludere sul punto: premesso che non può tenersi conto in questa sede delle allusive affermazioni contenute nelle memorie prodotte dall’appellante con le quali si adombra la possibilità che la detta documentazione non sia veridica (si rammenta sul punto che l’appellante non ha impugnato per falsità la detta documentazione e gli atti pubblici alla stessa sottesi, anche con riguardo al momento di presentazione della stessa, e non rileva sotto il profilo sostanziale che la stessa non avesse avuto conoscenza, in passato, della detta comunicazione, mentre costituisce incongruenza non decisiva la circostanza che il nominativo della impresa costruttrice indicato fosse diverso, perché ciò che è decisivo è che i calcoli si riferiscano alle opere per cui è causa) si deve marcare una netta distinzione tra la nullità del contratto affidato al professionista (geometra) non abilitato e la supposta illegittimità del titolo abilitativo formato su progetto “redatto” dal professionista incompetente.
Con riferimento a tale ultimo profilo (che è quello che maggiormente, se non unicamente, rileva in questa sede) la –per le già chiarite ragioni incontestabile in punto di fatto- circostanza che il progetto fosse accompagnato dai calcoli in c.a. redatti da professionista a ciò abilitato, in uno con la modestia complessiva dell’opera in variante (si rammenta che la finalità della disposizione sulla competenza professionale dei geometri è diretta a prevenire problematiche di tutela della pubblica incolumità, palesemente non sussistenti nel caso di specie) milita per la esclusione di profili di illegittimità della variante medesima, trattandosi di una irregolarità formale non investente profili di natura sostanziale
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 28.11.2012 n. 6036 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI - INCARICHI PROGETTUALILe determinazioni con cui le pubbliche amministrazioni stabiliscono i criteri per selezionare i collaboratori costituisce manifestazione di ampia discrezionalità rientrante nel merito amministrativo, e possono quindi essere sindacate solo in caso di errore manifesto o manifesta irragionevolezza.
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Le competenze dei geometri in tema di ricognizione della viabilità sono limitate alle “operazioni di tracciamento di strade poderali e consorziali ed inoltre, quando abbiano tenue importanza, di strade ordinarie…” (art. 16, comma primo, lett. b] R.D. 274/1929).
Dalla competenza dei geometri esulano anche alcune delle attività richieste per l’incarico in questione, come le verifiche sulle condizioni di manutenzione e transitabilità delle strade nonché delle preclusioni al traffico esistenti, e la definizione della loro importanza dal punto di vista funzionale, storico e paesaggistico.
Coglie quindi nel segno la difesa dell’Amministrazione laddove evidenzia che l’oggetto dell’incarico da affidare è più ampio rispetto alle competenze legislativamente stabilite per la categoria dei geometri, ed è quindi logico che essi ne siano stati esclusi.

... per l'annullamento della determinazione dirigenziale n. 694 del 06.07.2009 della Comunità Montana Colline Metallifere, contenente l’avviso pubblico per il conferimento di un incarico esterno di collaborazione autonoma per la ricognizione e classificazione della viabilità extraurbana di pubblico interesse, nonché della determinazione n. 866 del 26.08.2009 di assegnazione dell’incarico, nonché infine di tutti gli atti presupposti e/o consequenziali tra cui, in particolare, i verbali di aggiudicazione in prima e seconda seduta rispettivamente del 24.07.2009 e del 14.08.2009, nonché gli artt. 11 e 11-bis del Regolamento di organizzazione degli uffici e dei servizi approvato con delibera della Giunta Esecutiva della Comunità Montana delle Colline Metallifere n. 87 del 25.9.2003 e modificato con successiva delibera della Giunta Esecutiva n. 1 del 20.01.2009, ovvero di tutte quelle norme regolamentari della Comunità Montana che disciplinano e limitano l’affidamento di incarichi a soggetti esterni.
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Va rilevato in primo luogo che le determinazioni con cui le pubbliche amministrazioni stabiliscono i criteri per selezionare i collaboratori costituisce manifestazione di ampia discrezionalità rientrante nel merito amministrativo, e possono quindi essere sindacate solo in caso di errore manifesto o manifesta irragionevolezza.
Nel caso di specie non si rilevano tali vizi nella decisione di limitare l’accesso alla procedura in esame ai soli laureati escludendo, tra l’altro, la categoria ricorrente dei geometri poiché l’oggetto della gara è più ampio di quanto previsto dall’art. 16, R.D. 11.02.1929, n. 274 che regolamenta l’esercizio di tale professione.
Per quanto qui interessa, le competenze dei geometri in tema di ricognizione della viabilità sono limitate alle “operazioni di tracciamento di strade poderali e consorziali ed inoltre, quando abbiano tenue importanza, di strade ordinarie…” (art. 16, comma primo, lett. b] R.D. 274/1929). Dalla competenza dei geometri esulano anche alcune delle attività richieste per l’incarico in questione, come le verifiche sulle condizioni di manutenzione e transitabilità delle strade nonché delle preclusioni al traffico esistenti, e la definizione della loro importanza dal punto di vista funzionale, storico e paesaggistico. Coglie quindi nel segno la difesa dell’Amministrazione laddove evidenzia che l’oggetto dell’incarico da affidare è più ampio rispetto alle competenze legislativamente stabilite per la categoria dei geometri, ed è quindi logico che essi ne siano stati esclusi.
Non ha pregio il richiamo al diritto al libero esercizio della professione poiché i provvedimenti gravati non limitano in alcun modo l’esercizio libero professionale del mestiere di geometra (TAR Toscana, Sez. I, sentenza 22.11.2012 n. 1890 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

settembre 2012

COMPETENZE PROFESSIONALI - PROGETTUALIOggetto: Progettazione e direzione lavori di modeste costruzioni civili con strutture in cemento armato. Competenze professionali Geometri liberi professionisti (Regione Sicilia, Assessorato delle Infrastrutture e della Mobilità, nota 18.09.2012 n. 82824 di prot.).
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Di contro, pronta la risposta della Consulta Ordini Ingegneri Sicilia con la nota 04.10.2012 n. 98 di prot.: Oggetto: Progettazione e direzione lavori di modeste costruzioni civili con strutture in cemento armato – Competenze professionali.

giugno 2012

COMPETENZE PROGETTUALI: Oggetto: sentenza del TAR dell'Emilia Romagna in materia di competenze professionali degli Ingegneri e degli Architetti nel settore delle opere stradali (Ordine degli Ingegneri di Bergamo, nota 29.06.2012 n. 766 di prot.).

maggio 2012

ATTI AMMINISTRATIVI - COMPETENZE PROGETTUALI:  La progettazione di una villa in cemento armato e in zona sismica deve ritenersi rientrare nella competenza professionale di ingegneri e architetti.
L’atto di convalida –pur costituendo un nuovo e autonomo provvedimento amministrativo, come tale impugnabile– non si sostituisce all’atto convalidato, ma ad esso si ricollega “al fine di mantenerne fermi gli effetti fin dal momento in cui esso venne emanato (c.d. efficacia ex tunc della convalida); gli effetti giuridici, pertanto, si imputano all'atto convalidato, rispetto al quale quello convalidante si pone soltanto come causa ostativa all'eventuale annullamento per illegittimità, sempreché l'amministrazione non abbia già perso la disponibilità dell'effetto”.
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Non condivisibile è l'assunto della sanabilità dei soli vizi formali; ed infatti il tradizionale orientamento sfavorevole alla sanabilità dei vizi sostanziali -fondato sulla disposizione dell'articolo 6 della legge 18.03.1968, n. 249- può ritenersi superato dall'articolo 21-nonies della legge n. 241 che non pone limitazioni in materia, riferendosi genericamente al provvedimento amministrativo annullabile (e non ai soli atti viziati da incompetenza o comunque da vizi di forma), con conseguente ammissibilità della convalida di vizi sostanziali, ovviamente allorché il vizio sia in concreto eliminabile; non può quindi in linea di principio escludersi che anche il vizio consistente nella progettazione da parte di un tecnico non abilitato -che è vizio non formale ma sostanziale perché la progettazione ad opera di professionisti laureati mira a tutelare la sicurezza delle opere in funzione di tutela di coloro che le utilizzeranno una volta ultimate- possa essere convalidato a seguito della verifica della idoneità del progetto da parte di un professionista laureato con specifica assunzione da parte di quest'ultimo della relativa responsabilità; ed infatti la giurisprudenza è orientata a ritenere che i limiti di competenza dei tecnici non laureati nella progettazione di opere civili in cemento armato sono inderogabilmente stabiliti dalla legge non in funzione della buona qualità dell'edificio dal punto di vista estetico-funzionale, bensì dell'esigenza di assicurare l'incolumità delle persone che lo utilizzeranno una volta ultimato.
Ciò che conta è, quindi, che i calcoli relativi alle strutture siano esatti e che tutte le soluzioni tecniche finalizzate alla sicurezza degli esseri umani siano idonee; la circostanza che -anche in via successiva- vi sia un intervento con cui un tecnico dotato di adeguata qualificazione verifichi ed asseveri la sussistenza di queste condizioni non può pertanto essere escluso.
Di conseguenza la convalida deve essere annullata e ciò impone l'esame del motivo proposto con il primo ricorso con cui si è dedotta la esorbitanza dalle competenze professionali del geometra della progettazione dell'immobile in contestazione.
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Costituisce giurisprudenza assolutamente pacifica e consolidata che "a norma dell'art. 16, lett. m), del r.d. 11.02.1929 n. 274, e come si desume anche dalle leggi 05.11.1971 n. 1086 e 02.02.1974 n. 64, che hanno rispettivamente disciplinato le opere in conglomerato cementizio e le costruzioni in zone sismiche, nonché dalla legge 02.03.1949 n. 144 (recante la tariffa professionale), esula dalla competenza dei geometri la progettazione di costruzioni civili con strutture in cemento armato, trattandosi di attività che, qualunque ne sia l'importanza, è riservata solo agli ingegneri ed architetti iscritti nei relativi albi professionali".
Né questo principio è reso inapplicabile dalla circostanza che la progettazione del geometra era accompagnata da una relazione di calcolo a firma di un ingegnere: infatti la giurisprudenza ha considerato anche questa evenienza ribadendo che "i geometri possono progettare e dirigere lavori relativi ad opere di cemento armato purché si tratti di piccole costruzioni accessorie di costruzioni rurali e di edifici per industrie agricole che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non implicano comunque pericolo per l'incolumità delle persone, a nulla rilevando che i calcoli di cemento armato siano stati fatti da ingegnere, giacché è il professionista incaricato della generale progettazione e della direzione dei lavori che si assume la responsabilità anche dei calcoli delle strutture armate".

... per l'annullamento, quanto al ricorso n. 1124 del 2004, del permesso di costruire n. 93 del 06.05.2004 rilasciato alle controinteressate per la realizzazione di un villino unifamiliare;
...
Il Collegio rileva in proposito che l’atto di convalida –pur costituendo un nuovo e autonomo provvedimento amministrativo, come tale impugnabile– non si sostituisce all’atto convalidato, ma ad esso si ricollega “al fine di mantenerne fermi gli effetti fin dal momento in cui esso venne emanato (c.d. efficacia ex tunc della convalida); gli effetti giuridici, pertanto, si imputano all'atto convalidato, rispetto al quale quello convalidante si pone soltanto come causa ostativa all'eventuale annullamento per illegittimità, sempreché l'amministrazione non abbia già perso la disponibilità dell'effetto” (così TAR Lazio, Latina, 05.05.2006, n. 311).
...
Con il primo ricorso (RG 1124/04) la ricorrente denuncia che il progetto assentito dal comune è stato redatto da un geometra in violazione della disciplina dell’articolo 16 del r.d. 11.02.1929 n. 274 che, per quanto qui interessa, limita la competenza professionale dei geometri alla progettazione di “piccole costruzioni accessorie in cemento armato, che non richiedono particolari operazioni di calcolo e per la loro destinazione non possono comunque implicare pericolo per la incolumità delle persone”; la tesi della ricorrente è che nella fattispecie, venendo in rilievo un edificio di due piani da adibire a residenza e da realizzare nel centro di Formia, che ricade in zona sismica, il limite sopra indicato è chiaramente superato, cosicché il progetto avrebbe dovuto essere redatto da un professionista laureato (cioè un ingegnere o un architetto).
Come già accennato, il permesso di costruire impugnato, relativamente al profilo all’esame, è stato convalidato dal comune su istanza delle controinteressate: queste infatti hanno presentato al comune tutti gli elaborati del progetto originariamente assentito “timbrati, controfirmati e asseverati” da un ingegnere e chiesto al comune la convalida; in data 11.07.2006 il comune a sua volta –facendo applicazione dell’articolo 21-nonies della legge 07.08.1990, n. 241– ha operato la convalida del permesso di costruire “considerato che, nella legittimità del titolo ad edificare, e nella considerazione che l’immobile è stato già realizzato e quasi completato, sussiste l’interesse pubblico alla conservazione degli atti”.
Come pure accennato, la ricorrente ha impugnato la vista convalida con il ricorso successivo (RG 1233/06).
Le suesposte censure vanno accolte.
Il Collegio condivide infatti, sotto il profilo difetto d’istruttoria e della motivazione, l’assunto secondo cui illegittimamente il comune non ha fornito una motivazione persuasiva in punto di interesse pubblico alla convalida né in alcun modo considerato gli interessi della ricorrente.
Invero la necessità di ponderare l'interesse dei controinteressati si deduce dall'articolo 21-nonies della legge 07.08.1990, n. 241 che, nel disciplinare il cd. annullamento d'ufficio -che costituisce, al pari della convalida, uno dei possibile esiti del procedimento cd. di riesame- impone, oltre alla sussistenza di ragioni di interesse pubblico, che si tenga conto degli interessi dei destinatari e dei controinteressati.
Non condivisibile è invece l'assunto della sanabilità dei soli vizi formali; ed infatti il tradizionale orientamento sfavorevole alla sanabilità dei vizi sostanziali -fondato sulla disposizione dell'articolo 6 della legge 18.03.1968, n. 249- può ritenersi superato dall'articolo 21-nonies della legge n. 241 che non pone limitazioni in materia, riferendosi genericamente al provvedimento amministrativo annullabile (e non ai soli atti viziati da incompetenza o comunque da vizi di forma), con conseguente ammissibilità della convalida di vizi sostanziali, ovviamente allorché il vizio sia in concreto eliminabile; non può quindi in linea di principio escludersi che anche il vizio consistente nella progettazione da parte di un tecnico non abilitato -che è vizio non formale ma sostanziale perché la progettazione ad opera di professionisti laureati mira a tutelare la sicurezza delle opere in funzione di tutela di coloro che le utilizzeranno una volta ultimate- possa essere convalidato a seguito della verifica della idoneità del progetto da parte di un professionista laureato con specifica assunzione da parte di quest'ultimo della relativa responsabilità; ed infatti la giurisprudenza è orientata a ritenere che i limiti di competenza dei tecnici non laureati nella progettazione di opere civili in cemento armato sono inderogabilmente stabiliti dalla legge non in funzione della buona qualità dell'edificio dal punto di vista estetico-funzionale, bensì dell'esigenza di assicurare l'incolumità delle persone che lo utilizzeranno una volta ultimato.
Ciò che conta è, quindi, che i calcoli relativi alle strutture siano esatti e che tutte le soluzioni tecniche finalizzate alla sicurezza degli esseri umani siano idonee; la circostanza che -anche in via successiva- vi sia un intervento con cui un tecnico dotato di adeguata qualificazione verifichi ed asseveri la sussistenza di queste condizioni non può pertanto essere escluso.
Di conseguenza la convalida deve essere annullata e ciò impone l'esame del motivo proposto con il primo ricorso con cui si è dedotta la esorbitanza dalle competenze professionali del geometra della progettazione dell'immobile in contestazione.
Tale motivo è fondato dato che costituisce giurisprudenza assolutamente pacifica e consolidata che "a norma dell'art. 16, lett. m), del r.d. 11.02.1929 n. 274, e come si desume anche dalle leggi 05.11.1971 n. 1086 e 02.02.1974 n. 64, che hanno rispettivamente disciplinato le opere in conglomerato cementizio e le costruzioni in zone sismiche, nonché dalla legge 02.03.1949 n. 144 (recante la tariffa professionale), esula dalla competenza dei geometri la progettazione di costruzioni civili con strutture in cemento armato, trattandosi di attività che, qualunque ne sia l'importanza, è riservata solo agli ingegneri ed architetti iscritti nei relativi albi professionali" (Consiglio di Stato, sez. IV, 22.05.2006, n. 3006).
Né questo principio è reso inapplicabile dalla circostanza -evidenziata dalle resistenti- che la progettazione del geometra era accompagnata da una relazione di calcolo a firma di un ingegnere: infatti la giurisprudenza ha considerato anche questa evenienza ribadendo che "i geometri possono progettare e dirigere lavori relativi ad opere di cemento armato purché si tratti di piccole costruzioni accessorie di costruzioni rurali e di edifici per industrie agricole che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non implicano comunque pericolo per l'incolumità delle persone, a nulla rilevando che i calcoli di cemento armato siano stati fatti da ingegnere, giacché è il professionista incaricato della generale progettazione e della direzione dei lavori che si assume la responsabilità anche dei calcoli delle strutture armate" (TAR Abruzzo, Pescara, 02.11.1995, n. 463, TAR Emilia Romagna, Bologna, II Sez., 17.02.1995 n. 71).
Di conseguenza -venendo nella fattispecie in rilievo la progettazione di una villa in cemento armato e in zona sismica- deve ritenersi che il progetto rientrasse nella competenza professionale di ingegneri e architetti (TAR Lazio-Latina, Sez. I, sentenza 30.05.2012 n. 415 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALI: (i) in base alla norma sulla competenza professionale, i geometri devono astenersi dalla progettazione e dalla direzione lavori che riguardino opere in cemento armato, con la sola eccezione delle piccole costruzioni accessorie in ambito agricolo. Dunque le costruzioni civili che comportano l’uso di cemento armato fuoriescono dalla competenza dei geometri, anche se si mantengono nei limiti delle “modeste costruzioni”.
(ii) la severità della norma è attenuata dalla prassi di suddividere la progettazione e la direzione lavori in due parti, una riferita alle opere in cemento armato e una incentrata sugli aspetti architettonici. Questa soluzione si muove lungo un confine incerto, e potrebbe facilmente prestarsi a comportamenti elusivi della norma. Sono considerati comportamenti elusivi la controfirma o il visto del progetto da parte di un ingegnere o architetto e l’affidamento a questi ultimi dei calcoli relativi al cemento armato.
(iii) tuttavia, se la separazione delle attività di progettazione e direzione lavori è effettiva e non simulata, e a ciascun professionista è riservata nel suo ambito piena responsabilità, questa appare una via praticabile per coordinare le due parti che qui interessano dell’art. 16 del RD 274/1929, quella che esclude il cemento armato dalla competenza professionale dei geometri in relazione alle costruzioni civili (lett. l) e quella che estende ai geometri la progettazione e la direzione lavori con riferimento alle costruzioni civili di modesta importanza (lett. m).
Poiché anche le costruzioni civili di modesta importanza possono richiedere l’impiego di cemento armato, non sarebbe corretto interdire in questi casi ai geometri una porzione rilevante della loro competenza professionale, quando sia invece possibile scorporare in modo chiaro ed effettivo dalla progettazione e dalla direzione lavori tutta l’attività riferibile al cemento armato. Lo scorporo appare la soluzione preferibile alla luce del principio di proporzionalità (non devono essere inflitte alla competenza professionale dei geometri limitazioni maggiori di quelle strettamente necessarie a garantire la sicurezza delle persone).
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(iv) gli ordini e i collegi professionali hanno interesse e legittimazione a tutelare le prerogative delle rispettive categorie di professionisti, tanto in sede giurisdizionale quanto davanti all’autorità amministrativa. Non vi sono però norme puntuali che consentano agli ordini e ai collegi professionali di agire direttamente in autotutela contro i professionisti della categoria concorrente che effettuano un’invasione di campo, né un simile potere è desumibile in via generale dalle funzioni di interesse pubblico svolte da questi organismi.
(v) nello specifico, quindi, l’Ordine degli Architetti non è legittimato a bloccare la procedura di collaudo statico rifiutandosi di designare la terna di nomi per la scelta del collaudatore. In questo modo infatti verrebbe interrotto l’iter che porta al rilascio del certificato di agibilità (v. art. 25, comma 3, e art. 67, comma 8, del DPR 380/2001) e vi sarebbe un’intromissione nei poteri di controllo dell’amministrazione comunale, la quale è l’unico soggetto titolato a decidere delle condizioni di utilizzabilità di un edificio.
(vi) l’Ordine degli Architetti può invece intervenire a difesa della categoria con altri strumenti: (1) all’inizio del percorso di edificazione, impugnando il titolo edilizio che approva il progetto redatto dal professionista non competente, o invitando l’amministrazione comunale a effettuare un annullamento in autotutela; (2) alla fine, segnalando all’amministrazione comunale che dal collaudo emerge il mancato rispetto della riserva sul cemento armato, o impugnando il certificato di agibilità che non tenga conto della violazione della suddetta riserva. Questi profili sono però, come è evidente, estranei al presente giudizio.

Il presente ricorso, promosso dal Collegio dei Geometri e dei Geometri Laureati di Bergamo, riguarda il rifiuto dell’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori di Bergamo di designare la terna di nomi per la scelta del collaudatore ai fini del collaudo statico delle opere in cemento armato (v. art. 67, comma 4, del DPR 06.06.2001 n. 380) quando alla realizzazione abbiano prestato la loro attività professionale dei geometri. Nei casi portati all’attenzione del TAR le prestazioni professionali consistono nella progettazione architettonica e nella direzione lavori per il progetto architettonico.
La vicenda è stata marginalmente esaminata da questo TAR nella sentenza non definitiva n. 635 del 17.04.2012 in relazione a un’istanza di accesso.
La tesi dell’Ordine degli Architetti si può così riassumere:
(a) la competenza professionale dei geometri (v. art. 16 del RD 11.02.1929 n. 274) consiste in “progetto, direzione, sorveglianza e liquidazione di costruzioni rurali e di edifici per uso d'industrie agricole, di limitata importanza, di struttura ordinaria, comprese piccole costruzioni accessorie in cemento armato, che non richiedono particolari operazioni di calcolo e per la loro destinazione non possono comunque implicare pericolo per la incolumità delle persone” (lett. l), nonché in “progetto, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili” (lett. m);
(b) non sono ricomprese in tali elenchi le attività di progettazione e direzione lavori riguardanti le costruzioni civili in cemento armato, che restano pertanto affidate in via esclusiva a ingegneri e architetti;
(c) la necessità del rispetto delle competenze professionali è ribadita, rispettivamente per la progettazione e la direzione lavori relative a opere in cemento armato, dall’art. 64, commi 2 e 3, del DPR 380/2001;
(d) di conseguenza non è possibile per gli architetti partecipare al collaudo di opere in cemento armato in relazione alle quali i geometri, non attenendosi alle proprie competenze professionali, abbiano svolto attività di progettazione architettonica e di direzione lavori per il progetto architettonico (sarebbe come chiedere di avallare un abuso edilizio).
Sulla vicenda così sintetizzata si possono svolgere le seguenti considerazioni:
(i) in base alla norma sulla competenza professionale, i geometri devono astenersi dalla progettazione e dalla direzione lavori che riguardino opere in cemento armato, con la sola eccezione delle piccole costruzioni accessorie in ambito agricolo. Dunque le costruzioni civili che comportano l’uso di cemento armato fuoriescono dalla competenza dei geometri, anche se si mantengono nei limiti delle “modeste costruzioni” (v. Cass. civ. Sez. II 14.02.2012 n. 2153);
(ii) la severità della norma è attenuata dalla prassi di suddividere la progettazione e la direzione lavori in due parti, una riferita alle opere in cemento armato e una incentrata sugli aspetti architettonici. Questa soluzione si muove lungo un confine incerto, e potrebbe facilmente prestarsi a comportamenti elusivi della norma. Sono considerati comportamenti elusivi la controfirma o il visto del progetto da parte di un ingegnere o architetto e l’affidamento a questi ultimi dei calcoli relativi al cemento armato (v. Cass. civ. Sez. II 02.09.2011 n. 18038);
(iii) tuttavia, se la separazione delle attività di progettazione e direzione lavori è effettiva e non simulata, e a ciascun professionista è riservata nel suo ambito piena responsabilità, questa appare una via praticabile per coordinare le due parti che qui interessano dell’art. 16 del RD 274/1929, quella che esclude il cemento armato dalla competenza professionale dei geometri in relazione alle costruzioni civili (lett. l) e quella che estende ai geometri la progettazione e la direzione lavori con riferimento alle costruzioni civili di modesta importanza (lett. m).
Poiché anche le costruzioni civili di modesta importanza possono richiedere l’impiego di cemento armato, non sarebbe corretto interdire in questi casi ai geometri una porzione rilevante della loro competenza professionale, quando sia invece possibile scorporare in modo chiaro ed effettivo dalla progettazione e dalla direzione lavori tutta l’attività riferibile al cemento armato. Lo scorporo appare la soluzione preferibile alla luce del principio di proporzionalità (non devono essere inflitte alla competenza professionale dei geometri limitazioni maggiori di quelle strettamente necessarie a garantire la sicurezza delle persone);
(iv) gli ordini e i collegi professionali hanno interesse e legittimazione a tutelare le prerogative delle rispettive categorie di professionisti, tanto in sede giurisdizionale quanto davanti all’autorità amministrativa. Non vi sono però norme puntuali che consentano agli ordini e ai collegi professionali di agire direttamente in autotutela contro i professionisti della categoria concorrente che effettuano un’invasione di campo, né un simile potere è desumibile in via generale dalle funzioni di interesse pubblico svolte da questi organismi;
(v) nello specifico quindi l’Ordine degli Architetti non è legittimato a bloccare la procedura di collaudo statico rifiutandosi di designare la terna di nomi per la scelta del collaudatore. In questo modo infatti verrebbe interrotto l’iter che porta al rilascio del certificato di agibilità (v. art. 25, comma 3, e art. 67, comma 8, del DPR 380/2001) e vi sarebbe un’intromissione nei poteri di controllo dell’amministrazione comunale, la quale è l’unico soggetto titolato a decidere delle condizioni di utilizzabilità di un edificio;
(vi) l’Ordine degli Architetti può invece intervenire a difesa della categoria con altri strumenti: (1) all’inizio del percorso di edificazione, impugnando il titolo edilizio che approva il progetto redatto dal professionista non competente, o invitando l’amministrazione comunale a effettuare un annullamento in autotutela; (2) alla fine, segnalando all’amministrazione comunale che dal collaudo emerge il mancato rispetto della riserva sul cemento armato, o impugnando il certificato di agibilità che non tenga conto della violazione della suddetta riserva. Questi profili sono però, come è evidente, estranei al presente giudizio.
Sussistono pertanto i presupposti per l’accoglimento della domanda cautelare. L’Ordine degli Architetti è tenuto a procedere, nel termine di 30 giorni dal deposito della presente ordinanza, alla designazione delle terne per la scelta dei collaudatori in risposta alle richieste già pervenute, e a effettuare sollecitamente le designazioni con riguardo alle richieste che arriveranno in futuro (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, ordinanza 10.05.2012 n. 207 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

aprile 2012

COMPETENZE PROFESSIONALIProve su terre e rocce, la direzione è del geologo.
Vittoria per i geologi. Va annullata la circolare ministeriale in cui si prevede che anche un architetto o ingegnere possano diventare direttori dei laboratori autorizzati per l'esecuzione e la certificazione di prove su terre e rocce di cui all'articolo 59 del testo unico sull'edilizia.

È quanto emerge dalla
sentenza 26.04.2012 n. 3757, pubblicata dalla III Sez. del TAR Lazio-Roma.
Sanatoria esclusa - Veniamo al merito: in mancanza di indicazioni più precise, è necessario rifarsi alle leggi professionali. E il prelievo e l'esame di campioni dal terreno rientra nell'ambito delle competenze dei geologi, anche se nelle opere geotecniche hanno voce in capitolo anche gli ingegneri civili. Deve allora essere bocciato l'atto esplicativo pubblicato nel 2010 dal ministero delle Infrastrutture laddove prevede indifferentemente la laurea in architettura e in ingegneria, oltre che in geologia, come titolo per sedere al vertice dei laboratori autorizzati: il direttore, infatti, non ha soltanto compiti gestionali ma è l'autorità che certifica i risultati delle analisi svolte.
Il ricorso proposto dal Consiglio nazionale dei geometri, tuttavia, è solo parzialmente fondato: rientra nell'ampia discrezionalità dell'amministrazione disciplinare le autorizzazioni già rilasciate, comunque valide ed efficaci. E la prescrizione non appare irragionevole: non prevede una generale sanatoria, ma richiede l'adeguamento al nuovo regime.
Forma e sostanza - Inutile, per l'avvocatura dello stato, contestare l'impugnazione della circolare: l'interesse immediato ad agire sussiste senza necessità di attendere l'atto applicativo, a patto che il provvedimento amministrativo incida direttamente su posizioni giuridiche soggettive o contenga disposizioni integrative dell'ordinamento e non solo interpretative. L'atto impugnato porta sì la denominazione di «circolare», ma è in realtà ha contenuto normativo, perché introduce prescrizioni sull'autorizzazione ai laboratori con rilevanza esterna e non risulta soltanto indirizzata agli uffici.
Ciò che viene dedotto innanzi al giudice amministrativo è l'illegittimità dei criteri dettati dall'amministrazione nell'ambito del potere di disciplinare l'autorizzazione di cui al testo unico dell'edilizia. E la disciplina si deve ritenere immediatamente impugnabile di fronte al Tar perché può determinare di per sé un «vulnus» immediato nell'interesse dei destinatari delle norme. Vale a dire i geologi (articolo ItaliaOggi del 12.05.2012).

COMPETENZE PROGETTUALI: Geologi, competenze univoche.
I percorsi professionali di geologi, ingegneri e architetti non sono totalmente equiparabili. Così, per assegnare un incarico dirigenziale in un ambito specifico di una delle tre professioni non si può non tenere conto della differente preparazione e competenza.

Lo ha stabilito il TAR Lazio-Roma, Sez. III, con la sentenza 26.04.2012 n. 3757, annullando la circolare del ministero delle infrastrutture e dei trasporti (presidenza del Consiglio superiore dei lavori pubblici n. 7618/Stc dell'08.09.2010), recante i «Criteri per il rilascio dell'autorizzazione ai laboratori per l'esecuzione e certificazione di prove su terre e rocce di cui all'art. 59 del dpr n. 380/2001».
In particolare, il Tar ha accolto parzialmente il ricorso presentato, tra gli altri, dal Consiglio nazionale dei geologi, guidato da Gian Vito Graziano, contestando la circolare nella parte in cui prevedeva, per il direttore di tali laboratori, indifferentemente il possesso della laurea in geologia, ingegneria e architettura. Questo perché, secondo i giudici, sia la legge n. 112/1963 (Disposizioni per la tutela del titolo e della professione di geologo), sia il dpr n. 328/2001, indicano tali prove come specifiche dell'attività del geologo. «Invece», prosegue la sentenza, «tali attività, non figurano rispetto alla disciplina degli architetti (art. 16 dpr 328/2001) e solo in parte per gli ingeneri (art. 46 dpr 328/2001 che fa riferimento alle opere geotecniche solo per l'ingegneria civile)».
Lo stesso Tribunale, comunica il Cng in una nota, con la sentenza n. 3761/2012 ha annullato anche la circolare del ministero delle infrastrutture e dei trasporti, recante i Criteri per il rilascio dell'autorizzazione ai laboratori per l'esecuzione e certificazione di indagini geognostiche, prelievo di campioni e prove in sito di cui all'art. 59 del dpr n. 380/2001, «ritenendo che l'art. 59 del dpr 380/2001 e le norme tecniche per le costruzioni si riferiscono alle indagini e prove geotecniche, ma non alle indagini geognostiche, al prelievo di campioni e alle prove in sito» (articolo ItaliaOggi del 28.04.2012).

COMPETENZE PROGETTUALIE' vietato agli architetti la progettazione di opere di urbanizzazione primaria o di ingegneria idraulica quali una rete di distribuzione idrica o fognaria; può, invece, essere legittimamente progettata da un architetto una costruzione civile con sistema idrico-fognario pertinenziale, quale quella in esame, opera di edilizia civile con annessa parte tecnica, non coinvolgente conoscenze specifiche degli ingegneri.
In particolare, “la nozione di opere di edilizia civile, che ai sensi dell’art. 52, r.d. 23.10.1925 n. 2537 formano oggetto della professione sia dell’ingegnere che dell’architetto, si estende oltre gli ambiti più specificamente strutturali, fino a ricomprendere l’intero complesso degli impianti tecnologici a corredo del fabbricato, e quindi non solo gli impianti idraulici ma anche quelli di riscaldamento compresi nell’edificazione” .

Le previsioni contenute negli art. 51-54 r.d. 23.10.1925 n. 2537, individuanti le rispettive competenze degli ingegneri e degli architetti vietano a quest’ultimi la progettazione di opere di urbanizzazione primaria o di ingegneria idraulica quali una rete di distribuzione idrica o fognaria; può, invece, essere legittimamente progettata da un architetto una costruzione civile con sistema idrico-fognario pertinenziale, quale quella in esame, opera di edilizia civile con annessa parte tecnica, non coinvolgente conoscenze specifiche degli ingegneri (TAR Veneto, Venezia, sez. I, 08.07.2011, n. 1153; TAR Calabria, Catanzaro, sez. II, 09.04.2008).
In particolare, “la nozione di opere di edilizia civile, che ai sensi dell’art. 52, r.d. 23.10.1925 n. 2537 formano oggetto della professione sia dell’ingegnere che dell’architetto, si estende oltre gli ambiti più specificamente strutturali, fino a ricomprendere l’intero complesso degli impianti tecnologici a corredo del fabbricato, e quindi non solo gli impianti idraulici ma anche quelli di riscaldamento compresi nell’edificazione” (Consiglio Stato, sez. IV, 31.07.2009, n. 4866)
(TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 18.04.2012 n. 708 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE PROGETTUALIOGGETTO: Competenze professionali Affidamento di incarichi tecnici ad ingegneri e architetti su beni sottoposti alla tutela di cui al Codice dei beni culturali (MIBAC, Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Veneto, circolare 17.04.2012 n. 22/2012).

COMPETENZE PROGETTUALIOggetto: Affidamento incarichi tecnici per ingegneri e architetti su beni sottoposti a tutela - Richiesta parere di cui alla nota 2019/07.04.00/4 del 28.02.2012 - Parere di competenza (MIBAC, nota 03.04.2012 n. 9974 di prot.).

marzo 2012

COMPETENZE PROGETTUALIGeometri, competenze limitate. Professioni. Un lodo arbitrale ribadisce il divieto di incarico per opere in cemento armato. Il contratto «esorbitante» è nullo e la parcella diventa inesigibile.
IL FASCICOLO/ Al tecnico era stata commissionata la realizzazione di un chiosco nel parco municipale.

Il progetto redatto da un geometra in un campo esorbitante dalle sue prerogative professionali «è e rimane illegittimo, anche se controfirmato o vistato da un ingegnere e anche se un ingegnere esegua calcoli del cemento armato e diriga le relative opere».
Con questa motivazione, contenuta nel lodo arbitrale 14.03.2012, il Comune di Mezzegra, paese sulle sponde occidentali del Lago di Como, si è visto confermare la nullità dell'incarico di un professionista con il conseguente azzeramento di tutte le pendenze collegate.
Il geometra dal canto suo rivendicava il pagamento del compenso –circa 31 mila euro più interessi– per il progetto preliminare e poi definitivo di un chiosco ad uso commerciale all'interno del parco pubblico del paese, realizzati sulla base di due delibere conformi di Giunta risalenti al 2008. Il contenzioso era sorto dopo che il Comune aveva sospeso la progettazione esecutiva, rifiutandosi di pagare qualsiasi compenso al geometra.
La questione, come al solito, verteva sull'interpretazione dell'articolo 16 del regolamento professionale (Rd 274/1929) che limita la competenza del geometra alla progettazione, direzione e vigilanza di «modeste costruzioni civili» con esclusione di quelle che comportino l'adozione anche parziale di strutture in cemento armato; unica eccezione, la realizzazione di piccole costruzioni accessorie nell'ambito degli edifici rurali o destinati alle industrie agricole che, per la loro destinazione, non comportino pericolo per le persone.
Secondo il collegio arbitrale (presidente Claudio Bocchietti, Daniela Corengia, Sergio Sartori) il divieto di utilizzo del cemento armato per i geometri nelle costruzioni civili è confermato nel Dpr 26/08/1959 che, in accoglimento del ricorso straordinario al Capo dello Stato proposto dall'Ordine degli ingegneri di Venezia, aveva annullato una circolare del ministro dei Lavori pubblici che apriva qualche spiraglio per l'attività dei geometri in questo ambito.
Il collegio ha respinto come infondata anche la comanda del professionista di salvare (il diritto al pagamento per) la progettazione di massima e quella definitiva, dovendosi ritenere illegittima la sola progettazione esecutiva dell'opera in cemento armato: il lodo taccia di nullità l'intero contratto negando «qualunque competenza progettuale» in materia di cementi.
In ultimo, la decisione del collegio respinge anche la domanda residuale di un'azione di arricchimento senza causa (del Comune) poiché il diritto al compenso nascerebbe comunque da una prestazione professionale abusiva.
La decisione del collegio arbitrale lariano si inserisce nel filone giurisprudenziale anche più recente sul punto.
La II Sez. civile della Cassazione, il 2 settembre scorso (sentenza 18038/2011), aveva statuito che il professionista non ha diritto a ottenere il compenso per prestazioni per le quali non è abilitato, anche se queste siano state inserite, non contestate, nella fattura. Stessa decisione nella sentenza 6402 del marzo 2011, che esclude il diritto al compenso se la prestazione non si attiene alla competenza stretta dei geometri, definita dal regolamento professionale.
Secondo il presidente della categoria, Fausto Savoldi, «spesso i giudici non tengono conto che il nostro ordinamento professionale è del 1929, quando il cemento armato era agli albori. I tempi sono cambiati. È diversa la progettazione e sono differenti anche i sistemi di calcolo: ora c'è il computer. Un regolamento di ottant'anni fa non può rispecchiare l'attuale professione. Dobbiamo aggiornare quelle regole. Del resto la legge di stabilità dice che tutte le attività che non sono vietate devono ritenersi libere» (articolo Il Sole 24 Ore dell'11.04.2012).
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Sull'argomento, si legga anche:
la nota 16.04.2012 dell'Avv. Roberto Rossi, resa nei confronti dell'Ordine degli Architetti di Vercelli
l'articolo 18.04.2012 del giornale LA PROVINCIA

COMPETENZE PROGETTUALI: Sulla diatriba circa le competenze progettuali tra geometri ed architetti (Ordine degli Architetti di Bergamo, nota 08.03.2012 n. 20121416 di prot.).

febbraio 2012

COMPETENZE PROGETTUALI: Ingegneri junior abilitati a progettare nelle zone sismiche.
Il Consiglio di stato abilita gli ingegneri e gli architetti junior a operare «in proprio senza collaborare o concorrere con alcuno». Seppure in alcune precise attività.
Con la recente sentenza 09.02.2012 n. 686, infatti, i giudici di Palazzo Spada -Sez. IV- stabiliscono che gli iscritti alla sezione B dell'Albo hanno autonoma capacità progettuale e che questa è estesa alle zone sismiche purché, certo, si operi nell'ambito «di costruzioni civili semplici e con l'utilizzo di metodologie standardizzate». La vicenda prende il via da un progetto di un'abitazione rurale presentato da un ingegnere junior a un comune e al Servizio Sismico della Regione. Il prospetto non era stato autorizzato perché le amministrazioni competenti avevano ritenuto che la progettazione in zona sismica non rientrasse nella sua competenza.
Così l'ingegnere, con il sostegno del Sind.In.Ar 3, il Sindacato nazionale ingegneri juniores e architetti juniores, aveva fatto ricorso al Tar. Il Tribunale regionale, però, ricorrendo in un difetto di forma, aveva rigettato il ricorso. Il Cds seppure partendo dagli stessi principi contenuti nel provvedimento in questione e ricordando le competenze contenute nel dpr 328/01 rispettivamente degli iscritti alle sezioni A e B, sottolinea che l'elencazione delle attività attribuite agli iscritti ai diversi settori delle due sezioni ha il solo scopo di ripartire le competenze, esplicitando quelle maggiormente caratterizzanti la professione.
I giudici di Palazzo Spada, dunque, nella sentenza concordano sull'assenza, nelle norme che disciplinano l'attività degli juniores, di qualsivoglia preclusione alle costruzioni in area sismica e dicono, pur riconoscendo la specificità della progettazione in area sismica, che è necessaria una valutazione caso per caso dei progetti in zona sismica, che tenga conto in concreto dell'opera prevista, delle metodologie di calcolo utilizzate, e che potrà essere tanto più rigida quanto maggiore sia il rischio sismico in cui l'area è classificata.
E in questo caso, dice la sentenza, tale valutazione è del tutto mancata. I giudici di ultimo grado, quindi, hanno accolto l'appello e annullato il diniego obbligando l'amministrazione a ripronunciarsi sul progetto (articolo ItaliaOggi del 16.02.2012).

COMPETENZE PROGETTUALI: I geometri non sono abilitati alla progettazione in aree sismiche salvo che per le “costruzioni civili semplici, con l'uso di metodologie standardizzate” da valutarsi caso per caso.
Il Consiglio di Stato, nella sentenza in esame ha evidenziato come la giurisprudenza amministrativa, ma anche la Suprema Corte di Cassazione hanno più volte chiarito la particolarità e specificità dell’attività di progettazione direzione di lavori, etc, con riferimento ad opere da erigersi in zona sismica. Si è così pervenuti ad una serie di affermazioni, tutte tra loro legate da un comune filo conduttore, volto a valorizzare la specificità di tale attività.
Si è pertanto affermato che:
- “il criterio per accertare se una costruzione sia da considerare modesta -e quindi se la sua progettazione rientri nella competenza professionale dei geometri, ai sensi dell'art. 16, lett. m, r.d. 11.02.1929 n. 274- consiste nel valutare le difficoltà tecniche che la progettazione e l'esecuzione dell'opera comportano e le capacità occorrenti per superarle; a questo fine, mentre non è decisivo il mancato uso del cemento armato (ben potendo anche una costruzione «non modesta» essere realizzata senza di esso), assume significativa rilevanza il fatto che la costruzione sorga in zona sismica, con conseguente assoggettamento di ogni intervento edilizio alla normativa di cui alla l. 02.02.1974 n. 64, la quale impone calcoli complessi che esulano dalle competenze professionali dei geometri. -Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva dichiarato nullo, ex art. 2231 c.c., il contratto d'opera stipulato da un geometra, ed avente ad oggetto la trasformazione di un fabbricato artigianale fatiscente in un complesso residenziale-.” (Cassazione civile, sez. II, 08.04.2009, n. 8543);
- “la realizzazione di una struttura in cemento armato dalle notevoli dimensioni (tre piani con fondamenta del tutto nuove), per di più localizzata in una zona sismica, non può farsi rientrare nella nozione di "modeste costruzioni civili", per le quali sono abilitati alla progettazione i geometri a tenore dell'art. 16 r.d. 11.02.1929 n. 274.” (Consiglio Stato, sez. V, 30.10.2003, n. 6747);
- “l'acquisizione della relazione geologica non può essere soggetta a valutazioni discrezionali da parte della p.a., essendo essa obbligatoriamente prevista in ciascuna delle fasi della progettazione in zona sismica.” (Consiglio Stato, sez. VI, 23.09.2009, n. 5666).
Escluso quindi che una costruzione in zona sismica possa considerarsi “modesta”, ed escluso quindi che i geometri siano abilitati alla progettazione in dette aree, non pare al Collegio di potere stabilire (siccome sostanzialmente avvenuto nella decisione di primo grado) una equivalenza tra la qualificazione di “non modestia” affermata dalla giurisprudenza e quella di “semplice” individuata ex lege. Ciò, a tacere d’altro, giungerebbe alla illogica conclusione di sovrapporre la preclusione vigente per i geometri a quella asseritamente attingente le categorie juniores, di fatto equiparando queste ultime a quella dei geometri.
Ciò appare conseguenza non voluta dalla legge, tanto più laddove si consideri che, che, a seguito del Decreto del Ministero delle Infrastrutture 14.01.2008 n. 29581 (recante Approvazione delle nuove norme tecniche per le costruzioni), sostanzialmente non esistono più aree del territorio italiano non classificate quali “zone sismiche”, ma soltanto zone a basso rischio sismico.
Se così è, una affermazione “categoriale” assoluta appare non aderente al dato normativo, finendo con l’introdurre un divieto non espressamente previsto ex lege ed al di fuori da un quadro legislativo e regolamentare (ma anche giurisprudenziale) che autorizzi una simile drastica conclusione. Tanto più che è rimasta incontestata la deduzione degli appellanti secondo cui anche per le costruzioni in area sismica può farsi riferimento a metodologie di calcolo standardizzate.
Traendo le conclusioni da quanto sinora rappresentato, il Collegio ha ritenuto che, non sottacendosi la specificità della progettazione in area sismica, la ricorrenza del criterio legittimante previsto ex lege -“costruzioni civili semplici, con l'uso di metodologie standardizzate”- non possa essere aprioristicamente escluso sempre e comunque, allorché si verta nel campo della progettazione e direzione dei lavori in dette aree, e necessiti di una valutazione caso per caso, che tenga conto in concreto dell’opera prevista, delle metodologie di calcolo utilizzate, e che potrà essere tanto più rigida e “preclusiva”, allorché l’area sia classificata con un maggiore rischio sismico.
Tale valutazione deve specificamente riferirsi, di volta in volta, al singolo progetto presentato, con motivazione che, ancorché sintetica, abbia portata “individualizzante” (sia in ipotesi di favorevole delibazione, ovviamente, che in ipotesi di riscontrata preclusione) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 09.02.2012 n. 686 - massima tratta da www.gazzettaamministrativa.it - link a www.giustizia-amministrativa.it).

gennaio 2012

COMPETENZE PROGETTUALI: Competenze professionali nel settore dell’architettura in caso di interventi su immobili storici e artistici. Dubbi circa la compatibilità con le direttive comunitarie (il Consiglio di Stato rimette alla Corte di giustizia dell’Unione europea, ai sensi dell’art. 267 del TFUE, varie questioni interpretative pregiudiziali).
In materia di disciplina delle competenze professionali degli architetti per le prestazioni sugli immobili di interesse culturale, vanno sottoposti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea i seguenti quesiti:
a) se la direttiva comunitaria n. 85/384/CE, nella parte in cui ammette (artt. 10 e 11), in via transitoria, all’esercizio delle attività nel settore dell’architettura i soggetti migranti muniti dei titoli specificamente indicati, non osta a che in Italia sia ritenuta legittima una prassi amministrativa, avente come base giuridica l’art. 52, 2° comma, parte prima del r.d. n. 2537 del 1925, che riservi specificamente taluni interventi sugli immobili di interesse artistico soltanto ai candidati muniti del titolo di "architetto" ovvero ai candidati che dimostrino di possedere particolari requisiti curriculari, specifici nel settore dei beni culturali e aggiuntivi rispetto a quelli genericamente abilitanti l’accesso alle attività rientranti nell’architettura ai sensi della citata direttiva;
b) se in particolare tale prassi può consistere nel sottoporre anche i professionisti provenienti da Paesi membri diversi dall’Italia, ancorché muniti di titolo astrattamente idoneo all’esercizio delle attività rientranti nel settore dell’architettura, alla specifica verifica di idoneità professionale (ciò che avviene anche per i professionisti italiani in sede di esame di abilitazione alla professione di architetto) ai limitati fini dell’accesso alle attività professionali contemplate nell’art. 52, comma secondo, prima parte del Regio decreto n. 2357 del 1925 (massima tratta da www.regione.piemonte.it - Consiglio di Stato, Sez. VI, ordinanza 27.01.2012 n. 386 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2011

COMPETENZE PROGETTUALINella competenza all’autorizzazione dei progetti delle opere eseguite sugli edifici soggetti a vincolo culturale rientra anche quella alla verifica dell’idoneità professionale del progettista.
Pertanto, è legittimo che la Soprintendenza rifiuti la valutazione dei progetti relativi ad un intervento di manutenzione di un edificio tutelato in quanto redatti da un ingegnere e non da un architetto abilitato, regolarmente iscritto al relativo albo professionale.

Alberto Maria ... ha conseguito la laurea in ingegneria civile presso l’Università di Padova nel 1973 e, abilitato all’esercizio della professione, opera da molti anni nel settore.
Con provvedimento del 21.04.2010 la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Vicenza, Verona e Rovigo ha rifiutato la valutazione dei progetti relativi ad un intervento di manutenzione di un edificio tutelato in quanto redatti dal ... e, dunque, da un ingegnere e non da un architetto abilitato, regolarmente iscritto al relativo albo professionale ed in considerazione di alcune carenze documentali, segnatamente riferite alla relazione tecnica ed alla descrizione dei serramenti previsti.
...
Privo di pregio si palesa il primo motivo di ricorso, con il quale la difesa di parte ricorrente ha dedotto la violazione della direttiva CEE n. 85/384 e del d.lgs. n. 129 del 1992, in considerazione della piena equiparazione dei titoli di ingegnere civile e di architetto ai fini dell’accesso alle attività nel campo dell’architettura, quanto meno in relazione ai titoli conseguiti in epoca antecedente alla direttiva in argomento e presi in considerazione dal legislatore comunitario ai fini della parificazione.
Come chiarito, infatti, dalla consolidata giurisprudenza del giudice d’appello, gli artt. 2 e segg. della direttiva comunitaria sopra citata dettano le norme per il reciproco riconoscimento dei titoli di studio conseguiti dai cittadini degli Stati membri a conclusione di studi universitari riguardanti l'architettura, introducendo anche un regime transitorio di reciproco riconoscimento di taluni titoli tassativamente indicati (cfr., ex multis, Cons. St., sez. VI, 11.09.2006, n. 5239).
La stessa Corte di Giustizia delle Comunità Europee ha affermato che la direttiva in argomento non ha attuato nell’ordinamento interno alcuna equiparazione dei titoli di ingegnere civile e di architetto ai fini dell’esercizio delle attività professionali nel campo dell’architettura.
Con ordinanza del 05.04.2004, infatti, la Corte ha evidenziato che "la Direttiva 85/384 non si propone di disciplinare le condizioni di accesso alla professione di architetto, né di definire la natura delle attività svolte da chi esercita tale professione"; ma ha invece ad oggetto solamente "il reciproco riconoscimento, da parte degli Stati membri, dei diplomi, dei certificati e degli altri titoli rispondenti a determinati requisiti qualitativi e quantitativi minimi in materia di formazione allo scopo di agevolare l'esercizio effettivo del diritto di stabilimento e di libera prestazione dei servizi per le attività del settore della architettura...".
In definitiva, secondo la Corte, la direttiva non impone allo Stato membro di porre i diplomi di laurea in architettura e in ingegneria civile indicati all'art. 11 su un piano di perfetta parità per quanto riguarda l'accesso alla professione di architetto in Italia; né tantomeno può essere di ostacolo ad una normativa nazionale che riservi ai soli architetti i lavori riguardanti gli immobili d'inter