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dossier TRIBUTI LOCALI
maggio 2017

EDILIZIA PRIVATA: I diritti edificatori.
DOMANDA:
Vorremmo sapere se i cosiddetti diritti edificatori, ossia quelle cubature non legate ad una specifica area edificabile ma che possono essere utilizzate in altre zone del territorio comunale oppure essere acquistate e vendute, siano o meno soggette ad IMU ed eventualmente in che misura.
RISPOSTA:
Il diritto urbanistico statale o regionale prevede diversi istituti giuridici volti a trasferire le capacità edificatorie, che sono suscettibili di incidere sul valore venale dell’area fabbricabile, tra i quali si menzionano i seguenti:
   - Trasferimento di cubatura; in virtù delle prescrizioni dello strumento urbanistico, è possibile cedere una quota di cubatura edificabile per consentire ad un altro soggetto di disporre della minima estensione di terreno richiesta per l’edificazione, oppure di realizzare una volumetria maggiore di quella consentita dalla superficie del suo fondo,
   - Traslazione del diritto ad edificare; il titolare del diritto ad edificare già assentito (tramite permesso di costruire o altro titolo), quando non possa più esercitare tale diritto a causa di un sopravvenuto vincolo non urbanistico (ad esempio, di tipo paesaggistico), ha facoltà di chiedere di esercitarlo su un’altra area del territorio comunale, della quale abbia disponibilità,
   - Diritto di rilocalizzazione, in base al quale il proprietario di un edificio, che dovrà essere demolito, o la cui esistenza è incompatibile con la realizzazione di opere pubbliche, potrà ricostruirlo in un’altra zona di sua proprietà nell’ambito dello stesso comune, anche in deroga alle limitazioni derivanti dal piano regolatore generale. Il diritto, con il consenso del comune, è trasferibile a terzi.
La natura di tali diritti è stata a lungo controversa; a proposito del diritto di rilocalizzazione previsto dalla legge regionale dell’Emilia Romagna, n. 38 del 01.12.1998, l’Agenzia delle Entrate, con R.M. 233/E del 20.08.2009 ha chiarito che esso è strutturalmente assimilabile alla categoria dei diritti reali di godimento. E’ questa la strada seguita recentemente dal legislatore: l’art. 5, co. 3, del d.l. 70/2011 ha stabilito la trascrivibilità nei registri immobiliari dei contratti che trasferiscono, costituiscono o modificano i diritti edificatori comunque denominati, integrando le previsioni dell’art. 2643 c.c.
In ogni caso, il trasferimento dei diritti edificatori ha effetto sulla determinazione dell'IMU: con tali negozi giuridici, si modifica la valutazione del suolo fabbricabile, la cui base imponibile è determinata anche in funzione delle potenzialità edificatorie; i diritti trasferiti non costituiscono un’area fabbricabile autonoma, ma viene inciso, unicamente, il valore venale dei terreni interessati. In conclusione, i diritti edificatori non hanno una tassazione autonoma ma sono rilevanti nella valutazione dell’area fabbricabile, quando sono ad essa legati (link a
www.ancirisponde.ancitel.it).

aprile 2017

TRIBUTINotifiche a mezzo posta, un pieno di insidie. Dalle notifiche a mezzo posta degli atti tributari un pieno di insidie per i contribuenti.
Secondo una recentissima sentenza della Corte di Cassazione alle notifiche fiscali si applica infatti la disposizione contenuta nell'articolo 1335 del codice civile secondo la quale «ogni dichiarazione diretta a una determinata persona si reputa conosciuta nel momento in cui giunge all'indirizzo del destinatario, se questi non prova di essere stato, senza sua colpa, nell'impossibilità di averne notizia».
Se questa tesi dei giudici di legittimità (Sez. V civile) contenuta nella sentenza 26.04.2017 n. 10245, dovesse affermarsi, ne deriverebbero gravi conseguenze per i contribuenti.
In quanto si verrebbe ad affermare che la notifica è giunta a buon fine anche quando l'atto venga consegnato ad un soggetto che si trovi in loco del tutto per caso, come un conoscente del figlio del destinatario oppure, al limite, a chi si è introdotto abusivamente nella proprietà altrui. Ponendo sul destinatario l'onere della prova -difficile e quasi diabolica- di essere stato senza colpa nell'impossibilità di avere notizia della circostanza.
In ambito tributario infatti a seguito della notifica scatta un breve termine entro il quale il debitore deve contestare nelle forme di legge la pretesa del Fisco (in genere ricorrendo alla giustizia tributaria); se egli resta inerte la pretesa fiscale si «consolida», cioè si ha per definitivamente accertata.
Di qui l'enorme rilievo che assumono del diritto tributario le norme sulla notifica degli atti impositivi.
Per quanto sopra illustrato molto spesso accade che il contribuente venga a conoscenza della pretesa fiscale solo quando inizia la procedura di riscossione coattiva. E in quel momento affermi di non aver avuto notizia dell'atto di accertamento. Ma questa sua asserita ignoranza è irrilevante se l'atto impositivo è stato notificato, secondo regole e prassi che tendono ad avvantaggiare il Fisco, ad esempio consentendogli di ricorre al servizio postale; né è necessaria la prova che il contribuente abbia ricevuto materialmente l'atto impositivo, ma è sufficiente che esso sia giunto in un'area, come la buca delle lettere, ove il contribuente avrebbe potuto prenderne visione; o a mani di una persona che si può presumere gli consegni la missiva.
Legge e regolamento postale individuano poi i soggetti cui l'atto inviato per posta può essere consegnato; si tratta di un elenco piuttosto ampio, ma ove la consegna avvenga a chi non ha alcun legame con il contribuente e con il luogo della notifica, sarebbe logico ritenere che la notifica non sia andata a buon fine.
Nei rapporti di diritto civile invece il creditore non è collocato in una posizione istituzionale di vantaggio rispetto al debitore, e perciò la notifica informa soltanto il debitore di quanto da lui si pretende; ed impedisce il venir meno del diritto (per prescrizione o decadenza). Ma il debitore non ha, di regola, alcun onere di replicare alla richiesta pervenutagli. E se il creditore vorrà realizzare il suo diritto dovrà rivolgersi al giudice, avanti al quale il debitore potrà difendersi.
Dunque nei rapporti privati la applicazione dell'art. 1335 del codice civile produce effetti limitati Mentre l'applicazione del medesimo principio alla notifica degli atti tributari produce effetti negativi dirompenti per il presunto debitore. E simile applicazione estensiva dell'art. 1335 pare tradisca la funzione della norma, che è, inserita nel libro quarto (delle obbligazioni) nel capo II (dei contratti in generale) del codice civile; e quindi non è stata concepita per regolare un rapporto pubblicistico come quello tributario, che è fondato non sul consenso contrattuale, bensì sul potere impositivo dello Stato (articolo ItaliaOggi Sette del 29.05.2017).

marzo 2017

TRIBUTI: Giurisdizione del giudice tributario per le controversie sulla restituzione di canoni per installazione di mezzi pubblicitari non dovuti.
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Giurisdizione – Pubblicità – Canone installazione di mezzi pubblicitari – Restituzione somma indebitamente versata – Diniego del Comune – Controversia – Art. 19, comma 1, lett. g), d.lgs. n. 546 del 1992 – Giurisdizione giudice tributario.
Rientra nella giurisdizione del giudice tributario, ai sensi dell’art. 19, comma 1, lett. g), d.lgs. 31.12.1992, n. 546, la controversia avente ad oggetto il diniego, opposto da un Comune, restituzione del canone, previsto dall'art. 62, d.lgs. 31.12.1997, n. 446, di installazione dei mezzi pubblicitari, asseritamente versato in eccedenza al dovuto nel periodo 2005/2013, costituendo una mera variante dell'imposta comunale sulla pubblicità e conservando, quindi, la qualifica di tributo propria di quest'ultima (1).
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   (1) Ad avviso del Tar sussiste quindi la giurisdizione del giudice tributario ai sensi dell’art. 19, comma 1, lett. g, d.lgs. 31.12.1992, n. 546, il quale annovera tra gli atti impugnabili innanzi alla Commissione tributaria “il rifiuto espresso o tacito della restituzione di tributi, sanzioni pecuniarie ed interessi o altri accessori non dovuti”.
Il Tar ha escluso possa richiamarsi, a sostegno della propria giurisdizione, l’indirizzo giurisprudenziale secondo cui deve essere affermata la giurisdizione del giudice amministrativo in materia di impugnazione di regolamenti o di deliberazioni comunali di determinazione delle tariffe relative agli impianti pubblicitari, in quanto il ricorso in questione si incentra sulla natura indebita del pregresso pagamento del tributo e sull’obbligo di restituzione da parte del Comune, stante la dedotta illegittimità del canone fissato relativamente al periodo 2005/2013 (TAR Toscana, Sez. I, sentenza 20.03.2017 n. 438 - commento tratto da e link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - TRIBUTILa violazione di circolari ministeriali non può costituire motivo di ricorso per cassazione sotto il profilo della violazione di legge; posto che esse non contengono norme di diritto, bensì mere disposizioni di indirizzo uniforme interno all'Amministrazione da cui promanano.
Caratteristiche, queste, che ne evidenziano la natura di meri atti amministrativi non provvedimentali, e che escludono che esse possano fondare posizioni di diritto soggettivo in capo a soggetti esterni all'Amministrazione stessa.
A questa regola non si sottraggono le circolari dell'Amministrazione Finanziaria (del resto priva di poteri discrezionali nella determinazione delle imposte dovute, regolata per legge), le quali non vincolano né i contribuenti né i giudici; così da risultare, appunto, anch'esse esenti dal controllo di legittimità

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§ 3. Con il terzo motivo di ricorso ci si duole di violazione o falsa applicazione della circolare dell'Agenzia delle Entrate n. 6/E del 06.02.2007, e dell'articolo 52 decreto legislativo 446/1997 (potestà regolamentare dei Comuni in materia di tributi locali); per avere la Commissione Tributaria Regionale ritenuto legittimo l'avviso di rettifica, nonostante che quest'ultimo -in violazione della circolare- si fosse basato, nella stima non di un fabbricato ma di un'area edificabile non urbanizzata, sui listini OMI, invece che sulle valutazioni rese dai Comuni a fini ICI.
La censura è inammissibile nella parte in cui intende far valere la violazione della circolare dell'Agenzia delle Entrate n. 6/E del 06.02.2007; è invece infondata nella parte in cui deduce la violazione o falsa applicazione della disciplina legislativa in materia di determinazione del valore venale degli immobili e dei diritti reali immobiliari.
Per quanto concerne il primo aspetto, va qui riaffermato che la violazione di circolari ministeriali non può costituire motivo di ricorso per cassazione sotto il profilo della violazione di legge; posto che esse non contengono norme di diritto, bensì mere disposizioni di indirizzo uniforme interno all'Amministrazione da cui promanano.
Caratteristiche, queste, che ne evidenziano la natura di meri atti amministrativi non provvedimentali, e che escludono che esse possano fondare posizioni di diritto soggettivo in capo a soggetti esterni all'Amministrazione stessa. A questa regola non si sottraggono le circolari dell'Amministrazione Finanziaria (del resto priva di poteri discrezionali nella determinazione delle imposte dovute, regolata per legge), le quali non vincolano né i contribuenti né i giudici; così da risultare, appunto, anch'esse esenti dal controllo di legittimità (Cass. n. 16612/2008; n. 11449/2005).
Né può omettersi di considerare come la stessa circolare qui invocata dai contribuenti comunque dettasse, nell'indicazione dei parametri valutativi di fabbricati e terreni edificabili, prescrizioni puramente indicative e non cogenti nemmeno per gli stessi uffici accertatori destinatari: "per le aree fabbricabili, gli uffici 'potranno' fare riferimento alle determinazioni di valore eventualmente adottate dai Comuni ..." (Corte di Cassazione, Sez. V civile, sentenza 08.03.2017 n. 5937).

febbraio 2017

TRIBUTITari, giudici senza poteri su agevolazioni e sconti.
Il giudice non può sostituirsi all'amministrazione comunale nella scelta di concedere sconti, agevolazioni, riduzioni e esenzioni Tari. Spetta al comune il potere di riconoscere con regolamento eventuali benefici fiscali. La commissione tributaria può solo censurare le norme regolamentari in presenza di macroscopiche violazioni di legge.

E quanto ha affermato la Ctr di Firenze, Sez. X, con la sentenza 09.02.2017 n. 375.
Dunque, per il giudice d'appello non è possibile riconoscere un'agevolazione per la tassa rifiuti se l'amministrazione non l'ha prevista nel regolamento e può censurare il suo comportamento solo se rileva una violazione di legge.
Il regolamento della tassa rifiuti deliberato dal comune di Campo nell'Elba è stato ritenuto in linea con le previsioni di legge dalla commissione regionale «in considerazione del fatto che la normativa consente ai comuni una certa discrezionalità in ordine alla possibilità di prevedere sconti, agevolazioni, riduzioni e esenzioni. Nell'ambito di tale potere discrezionale, il suo esercizio parrebbe quindi essere censurabile solo in presenza di macroscopiche violazioni di legge che nel caso in esame non è dato ravvisare».
In effetti, le amministrazioni comunali hanno ampi poteri sui benefici fiscali per il tributo sui rifiuti. Oltre alle agevolazioni che devono essere assicurate ai contribuenti ex lege, gli enti hanno la facoltà di concedere riduzioni tariffarie e esenzioni tendenzialmente legate alla minore produzione di rifiuti. Possono stabilire con regolamento riduzioni tariffare, senza limiti, e esenzioni anche legate al reddito familiare. Le agevolazioni Tari, infatti, possono essere collegate alla capacità contributiva dei contribuenti, desunta dagli indicatori della situazione economica (Isee). L'articolo 1 della legge di Stabilità 2014 (147/2013) consente di ridurre il carico del prelievo in capo a soggetti in condizioni di difficoltà economico-sociale.
La concessione di agevolazioni facoltative non è limitata alle riduzioni, ma può arrivare fino alle esenzioni. Possono essere deliberate riduzioni tariffarie che, a differenza della Tares, non sono più soggette alla soglia massima del 30%, o esenzioni per particolari situazioni espressamente individuate dalla legge. Le riduzioni della tassa per il servizio di smaltimento possono essere riconosciute in presenza di situazioni in cui si presume che vi sia una minore capacità di produzione di rifiuti (articolo ItaliaOggi del 22.02.2017).

TRIBUTILa classificazione catastale decide l'esenzione. Cassazione sull'ici. rilevanza all'autocertificazione presentata da una coop.
L'esenzione Ici spetta per i fabbricati strumentali all'attività agricola solo se sono inquadrati catastalmente nella categoria D/10.

Lo ha ribadito la Corte di Cassazione - Sez. V civile, che ha però dato rilevanza all'autocertificazione presentata sul possesso dei requisiti da parte di una società cooperativa per i 5 anni precedenti, ancorché l'istanza di variazione catastale in categoria D/10 fosse stata presentata 2 anni dopo (2009) rispetto all'anno d'imposta accertato dal comune (2007).
Infatti con la sentenza 27.01.2017 n. 2115 ha respinto il ricorso della cooperativa e ha sostenuto che per avere diritto all'esenzione Ici non conta che il fabbricato sia strumentale all'attività agricola, ma è necessario che sia classificato nella categoria D/10; mentre con la sentenza 08.02.2017 n. 3350, pur affermando questa regola, ha accolto il ricorso proposto dalla stessa società cooperativa, per la medesima annualità, anche se le controparti erano due comuni diversi, facendo leva sull'autocertificazione. In entrambi i casi decisi gli immobili erano iscritti nella categoria D/8.
I giudici di legittimità hanno ritenuto che l'istanza di variazione catastale nella categoria D/10 presentata nel 2009 potesse avere efficacia nel 2007, nonostante l'immobile fosse inquadrato nella categoria D/8, in presenza di un'autocertificazione attestante il possesso dei requisiti, alla quale è stata riconosciuta un'efficacia retroattiva ai fini del classamento.
Questo vuol dire che la società cooperativa ha autocertificato una data situazione che si pone in palese contrasto con l'istanza di variazione catastale presentata nel 2009 all'Agenzia del territorio e, soprattutto, con la classificazione catastale che il fabbricato aveva nell'anno d'imposta accertato (2007).
Il principio che si ricava dalle due pronunce in commento è che 2 casi analoghi possono essere trattati dallo stesso giudice in maniera diversa. Va posto in rilievo che agli immobili accertati, che hanno formato oggetto delle pronunce della Cassazione, era stata attribuita la stessa categoria catastale (D/8).
Del resto sulla materia de qua la Cassazione, anche di recente, ha cambiato posizione sui requisiti per fruire del trattamento agevolato Ici sui fabbricati rurali e ha rivisto la tesi espressa con alcune pronunce emanate nel 2015. Con la sentenza 16179/2016 ha chiarito che vanno ritenute isolate le pronunce del 2015 con le quali aveva ritenuto esenti dall'imposta comunale i fabbricati rurali, in presenza dei requisiti di legge, a prescindere dal loro inquadramento catastale. Dunque, ha stabilito che non va dato seguito alle sentenze con le quali è stato sostenuto che conta solo la ruralità degli immobili per avere diritto ai benefici fiscali.
I possessori di fabbricati utilizzati per l'esercizio dell'attività agricola possono reclamare l'esenzione Ici solo se hanno ottenuto l'iscrizione catastale di questi immobili nelle categorie A/6 (destinati ad abitazione) o D/10 (destinati alla manipolazione, trasformazione e vendita di prodotti agricoli). Ciò costituisce «un presupposto necessario ed indefettibile» per l'esclusione del fabbricato dall'assoggettamento all'Ici (articolo ItaliaOggi del 16.02.2017).

settembre 2016

TRIBUTI: Applicazione imposta comunale pubblicità ONLUS.
Il D.Lgs. n. 507/1993 disciplina, all'art. 5, il presupposto dell'imposta sulla pubblicità, nonché, agli artt. 16 e 17, le ipotesi di riduzione ed esenzione di tale tributo con particolare riferimento, tra gli altri, agli organismi che non perseguono finalità di lucro (tali sono le ONLUS).
In particolare, ai sensi dell'art. 5, D.Lgs. n. 507/1993, presupposto di applicazione dell'imposta sulla pubblicità è la diffusione di messaggi pubblicitari (comma 1): ai fini dell'imposizione si considerano rilevanti i messaggi diffusi nell'esercizio di una attività economica allo scopo di promuovere la domanda di beni o servizi, ovvero finalizzati a migliorare l'immagine del soggetto pubblicizzato (comma 2).
Ai sensi dell'art. 21, D.Lgs. n. 460/1997, gli enti locali possono prevedere in generale per le ONLUS l'esenzione dalla suddetta imposta sulla pubblicità.

Il Comune riferisce di aver ricevuto richiesta di esenzione permanente dal pagamento dell'imposta di pubblicità da parte di una associazione locale di donatori di sangue, di cui ha verificato la natura di ONLUS, e chiede se, avuto riguardo alle previsioni del D.Lgs. n. 460/1997 e a quelle del proprio regolamento in materia di pubblicità e pubbliche affissioni
[1], possa essere disposta la riduzione o l'esenzione permanente dal tributo.
Si precisa che l'attività di consulenza di questo Servizio è finalizzata a fornire un supporto giuridico in generale agli enti locali, nella materia posta, che questi possono utilizzare per la soluzione dei casi concreti che si presentano al loro operare, in relazione alle loro specificità. In particolare, l'interpretazione e applicazione di norme regolamentari emanate dai comuni, nell'esercizio della loro potestà normativa, compete unicamente agli enti medesimi. Per cui, solo in via collaborativa, si esprimono le considerazioni che seguono.
L'art. 10, D.Lgs. n. 460/1997, precisa che sono organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS) le associazioni, i comitati, le fondazioni, le società cooperative e gli altri enti di carattere privato, con o senza personalità giuridica, ove ricorrano i presupposti e le condizioni fissati dalla norma medesima.
Ai soggetti che, ai sensi dell'art. 10 richiamato, possono qualificarsi ONLUS, il legislatore ha riconosciuto particolari agevolazioni, soprattutto di carattere fiscale, subordinati alla necessaria iscrizione all'Anagrafe delle ONLUS (art. 11, D.Lgs. n. 460/1997).
Specificamente, in materia di tributi locali, l'art. 21, D.Lgs. n. 460/1997, prevede che i comuni, possono deliberare nei confronti delle ONLUS la riduzione o l'esenzione dal pagamento dei tributi di loro pertinenza e dai connessi adempimenti
[2].
Per quanto concerne specificamente l'applicazione dell'imposta comunale sulla pubblicità ai soggetti ONLUS, il regolamento dell'Ente in materia di imposta di pubblicità e pubbliche affissioni, nello stralcio riportato nel quesito, relativo alla riduzione e all'esenzione dall'imposta, prevede, tra i casi di riduzione, quello 'per la pubblicità effettuata da comitati, associazioni, fondazioni ed ogni altro ente che non abbia finalità di lucro'
[3], quali le ONLUS. Mentre, per quanto concerne l'esenzione, il regolamento comunale, così come riportato nel quesito, non sembra contemplare alcune ipotesi di esenzione per gli enti senza fini di lucro.
Sul piano dell'ordinamento statale, il D.Lgs. n. 507/1993 disciplina, agli artt. 16 e 17, le ipotesi, rispettivamente, di riduzione e di esenzione dell'imposta di pubblicità. La riduzione è prevista, tra l'altro, 'per la pubblicità effettuata da comitati, associazioni, fondazioni ed ogni altro ente che non abbia finalità di lucro' (art. 16). Può trattarsi, invero, della pubblicità mediante insegne, cartelli, locandine, targhe (Pubblicità ordinaria, di cui all'art. 12), oppure della pubblicità a mezzo striscioni (come riferito nel caso in esame), contemplata all'art. 15 (Pubblicità varia), assoggettata alla stessa tariffa prevista dall'art. 12.
Per quanto concerne, invece, le ipotesi di esenzione dall'imposta di cui si tratta, il D.Lgs. n. 507/1993 indica, con riferimento ai soggetti non aventi finalità di lucro, quella specifica per 'le insegne, le targhe e simili apposte per l'individuazione delle sedi di comitati, associazioni, fondazioni ed ogni altro ente che non persegua scopo di lucro' (art. 17, comma 1, lett. h).
In generale, emerge dalle norme richiamate come i soggetti non aventi fine di lucro possono essere destinatari della riduzione o dell'esenzione dall'imposta di pubblicità. La ricorrenza dei presupposti dell'una o dell'altra fattispecie deve essere valutata dagli enti in relazione alle particolarità dei casi concreti.
Con particolare riferimento al caso di specie, l'Ente osserva, peraltro, che sugli striscioni esposti dall'associazione locale (ONLUS) 'non viene pubblicizzata alcuna attività economica né evento di raccolta fondi'. Ne deriva la necessità che l'Ente valuti innanzitutto la ricorrenza del presupposto di applicazione dell'imposta di pubblicità, che, avuto riguardo al dettato normativo come esplicitato dalla giurisprudenza, sembra poggiare sulla natura economica dell'attività pubblicizzata. Ai sensi dell'art. 5, D.Lgs. n. 507/1993, infatti, presupposto dell'imposta sulla pubblicità è 'la diffusione di messaggi pubblicitari' (comma 1), e ai fini dell'imposizione si considerano rilevanti i messaggi diffusi nell'esercizio di una attività economica allo scopo di promuovere la domanda di beni o servizi, ovvero finalizzati a migliorare l'immagine del soggetto pubblicizzato (comma 2)
[4]. La valutazione di un tanto, nel caso specifico, è rimessa all'autonomia dell'Ente.
Rimane ferma, ovviamente, la possibilità per l'Ente di prevedere in generale l'esenzione per le ONLUS espressamente del tributo locale di cui si tratta, in via regolamentare, ai sensi dell'art. 21, D.Lgs. n. 460/1997.
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[1] Ai sensi dell'art. 3, D.Lgs. 15.11.1993, n. 507 (Revisione ed armonizzazione dell'imposta comunale sulla pubblicità e del diritto sulle pubbliche affissioni, della tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche dei comuni e delle province nonché della tassa per lo smaltimento dei rifiuti urbani a norma dell'art. 4 della legge 23.10.1992, n. 421, concernente il riordino della finanza territoriale), il comune è tenuto ad adottare apposito regolamento per l'applicazione dell'imposta sulla pubblicità e per l'effettuazione del servizio delle pubbliche affissioni.
[2] La norma è espressione della potestà regolamentare generale degli enti locali di cui all'art. 52 del D.Lgs. n. 446/1997, che riconosce ai Comuni e alle Province il potere di disciplinare con regolamento le proprie entrate, anche tributarie, salvo per quanto attiene alla individuazione e alla definizione delle fattispecie imponibili, dei soggetti passivi e della aliquota massima dei singoli tributi, la cui determinazione è riservata alla legge. Per quanto non regolamentato si applicano le disposizioni di legge vigenti.
[3] Analogamente prevede la normativa statale, come specificato subito nel prosieguo.
[4] Precisa la giurisprudenza che presupposto impositivo è la 'pubblicità (economica)' attinente all'attività economica di un soggetto imprenditoriale, distinta dalla legge nelle due specie della 'propaganda (economica)', che consiste nella trasmissione di conoscenza di prodotti e servizi dell'impresa al fine di incrementarne la domanda, e dell''attività di relazioni pubbliche', che consiste nella trasmissione di conoscenza sul soggetto imprenditoriale allo scopo di migliorarne l'immagine presso il pubblico dei consumatori, che domandano i beni e i servizi di quell'impresa. La prima è una pubblicità (economica) diretta (dei beni e dei servizi); la seconda è una pubblicità (economica) indiretta (degli stessi beni e degli stessi servizi). Cfr. Cass. civ., Sez. V, 06.11.2009, n. 23573.
Conformi sul collegamento dei messaggi pubblicitari all'esercizio di un'attività economica: Cass. civ., sez. trib., 11.02.2015, n. 2629; Commissione tributaria provinciale, Ascoli Piceno, sez. V, 21.09.2010, n. 219, che ha escluso la sussistenza del presupposto impositivo nel caso di esposizione di uno striscione senza alcun collegamento con un'attività imprenditoriale.
In ordine al concetto di impresa, la Cassazione civile, sez. trib., 16.07.2010, n. 16722, richiama la consolidata giurisprudenza della Corte di giustizia, nell'ambito del diritto alla concorrenza, secondo cui la nozione di impresa abbraccia qualsiasi entità che eserciti un'attività economica (Corte di giustizia UE, sez. VI, 23.04.1991, n. 41 e 11.12.1997, n. 55), e costituisce un'attività economica qualsiasi attività consistente nell'offrire beni o servizi su un determinato mercato (Corte di giustizia UE, sez. V, 18.06.1998, n. 35).
In questo senso, v.: Cass. civ., sez. I, 28.11.1995, n. 12319, secondo cui il messaggio pubblicitario, per essere soggetto all'imposta in esame, deve avere il suo punto di riferimento nella produzione o vendita di merci o nella fornitura di servizi, e ciò anche se si ritiene non essenziale che tale attività sia posta in essere da un soggetto organizzato ad impresa; Cass. civ., sez. V, 27.06.2005, n. 13823, che ha ritenuto che le scritte sulle fiancate delle navi recanti il nome e il logo della compagnia navale non devono essere assoggettate all'imposta sulla pubblicità, in quanto sprovviste dello scopo di promuovere la domanda di beni e di servizi per la società di appartenenza e di pubblicità, ma hanno lo scopo di indirizzare i passeggeri che hanno già acquistato il biglietto verso la nave su cui imbarcarsi
(06.09.2016 -
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agosto 2016

TRIBUTI: Pertinenza dell'abitazione principale.
Ai fini all'imposta municipale propria, la nozione di pertinenza dell'abitazione principale si rinviene nell'art. 817, primo comma, del codice civile («Sono pertinenze le cose destinate in modo durevole a servizio o ad ornamento di un'altra cosa.»).
La giurisprudenza individua i presupposti e delinea i caratteri della pertinenza, precisando che, in materia fiscale, la prova dell'asservimento pertinenziale, che grava sul contribuente, deve essere valutata con maggior rigore rispetto alla prova richiesta nei rapporti di tipo privatistico, giacché la scelta pertinenziale potrebbe non avere valenza tributaria, se volta unicamente a ridurre il prelievo fiscale, disattendendo il dettame che prescrive la tassazione 'in considerazione dell'effettiva natura del cespite'.

Il Comune richiede un parere in merito alla correttezza, o meno, dell'accettazione -ai fini dell'imposta municipale propria- della dichiarazione di pertinenzialità
[1], rispetto all'abitazione principale, di due fabbricati, effettivamente adibiti a stalla [2], ancorché diversamente accatastati nelle categorie C/2 e C/6, atteso che la Cassazione civile afferma che «Se la scelta pertinenziale non è giustificata da reali esigenze (economiche, estetiche, o di altro tipo), non può avere valenza tributaria, perché avrebbe l'unica funzione di attenuare il prelievo fiscale, eludendo il precetto che impone la tassazione in ragione della reale natura del cespite» [3].
Occorre, anzitutto, chiarire che, in relazione alla problematica rappresentata, questo Ufficio non può che limitarsi a fornire, in via meramente collaborativa, elementi utili ad individuare la nozione ed i caratteri della pertinenza, considerato che la materia oggetto di quesito ricade nell'ambito della competenza dell'Agenzia delle entrate, alla quale il Comune deve rivolgersi direttamente per acquisire il relativo parere
[4].
L'art. 13, comma 2, del decreto-legge 06.12.2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22.12.2011, n. 214, dispone -per quanto qui rileva- che l'imposta municipale propria «non si applica al possesso dell'abitazione principale e delle pertinenze della stessa, ad eccezione di quelle classificate nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9» e stabilisce che per pertinenze dell'abitazione principale «si intendono esclusivamente quelle classificate nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, nella misura massima di un'unità pertinenziale per ciascuna delle categorie catastali indicate, anche se iscritte in catasto unitamente all'unità ad uso abitativo».
La disciplina dell'imposta municipale propria (così come era avvenuto per quella riguardante la previgente imposta comunale sugli immobili) non fornisce la nozione di pertinenza, cosicché questa va necessariamente rinvenuta nell'art. 817, primo comma, del codice civile, in base al quale «Sono pertinenze le cose destinate in modo durevole a servizio o ad ornamento di un'altra cosa.». Il secondo comma dello stesso articolo dispone, poi, che «La destinazione può essere effettuata dal proprietario della cosa principale o da chi ha un diritto reale sulla medesima.».
La predetta nozione civilistica consente, dunque, di affermare che le pertinenze sono costituite da un'aggregazione di cose mobili o immobili in cui l'una, secondaria, è subordinata al servizio o all'ornamento dell'altra, principale, in un 'rapporto di complementarità funzionale', che lascia inalterate l'individualità e l'autonomia giuridica dei singoli beni, che vengono uniti dal trattamento giuridico.
[5]
In via generale, la giurisprudenza afferma che:
- l'insorgenza del vincolo pertinenziale richiede la contemporanea presenza di due presupposti, consistenti nel collegamento funzionale tra la cosa accessoria e la cosa principale (elemento oggettivo) e nell'effettiva volontà dell'avente diritto di destinare una cosa a servizio o ad ornamento dell'altra (elemento soggettivo);
[6]
- il vincolo funzionale che lega tra loro la cosa principale e la pertinenza non può avere un contenuto qualsiasi ad libitum del titolare, ma deve realizzare effettivamente un miglior sfruttamento o una maggiore utilizzazione della cosa principale, di cui deve fornire un riscontro effettivo e attuale.
[7]
Con riferimento all'applicazione dell'istituto in ambito tributario, la Cassazione civile sancisce che:
- l'attribuzione della qualità di pertinenza si fonda sul criterio fattuale e cioè sulla destinazione effettiva e concreta della cosa al servizio od ornamento di un'altra;
[8]
- per l'art. 817 del codice civile 'le cose' si considerano 'pertinenze' di 'un'altra cosa' non semplicemente perché poste a 'servizio o ad ornamento' della stessa ma solo se tale destinazione sia (soggettivamente ed oggettivamente) 'durevole', ovverosia presenti segni concreti esteriori dimostrativi della volontà del titolare di imporre a quelle cose uno degli scopi considerati dalla norma civilistica;
[9]
- in materia fiscale, stante l'indisponibilità del rapporto tributario, la prova dell'asservimento pertinenziale, che grava sul contribuente, deve essere valutata con maggior rigore rispetto alla prova richiesta nei rapporti di tipo privatistico, giacché la scelta pertinenziale potrebbe non avere valenza tributaria, se volta unicamente a ridurre il prelievo fiscale, disattendendo il dettame che prescrive la tassazione 'in considerazione dell'effettiva natura del cespite';
[10]
- la 'simulazione' di un vincolo di pertinenza, ai sensi dell'art. 817 del codice civile, al fine di ottenere un risparmio fiscale, va inquadrata nella più ampia categoria dell'abuso di diritto.
[11]
Parte delle predette indicazioni sono ribadite, in sede interpretativa, dalla circolare n. 3/DF dd. 18.05.2012
[12] del Ministero dell'economia e delle finanze.
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[1] Dichiarazione prodotta di recente ed in virtù della quale il contribuente richiede il rimborso dell'imposta versata negli anni 2012 e 2013.
[2] L'Ente segnala che il contribuente, persona fisica, non svolge alcuna attività di tipo agricolo-imprenditoriale e che nel 2014 egli ha concesso in locazione ad un'azienda agricola le pertinenze in questione, relativamente alle quali l'Agenzia delle entrate ha riconosciuto il carattere di ruralità.
[3] Sez. trib., 30.11.2009, n. 25127 e 29.10.2010, n. 22128.
[4] In www.agenziaentrate.gov.it sono riportate le istruzioni concernenti il ricorso all'istituto dell'interpello ed è precisata la differenza tra questo e l'attività di consulenza giuridica svolta dall'Agenzia delle entrate.
[5] V. Consiglio di Stato - Sez. V, sent. 17.11.2014, n. 5615.
[6] V. Consiglio di Stato - Sez. V, n. 5615/2014, cit..
[7] V. Consiglio di Stato - Sez. V, n. 5615/2014, cit., il quale soggiunge che il vincolo pertinenziale «non può, quindi, consistere in una semplice dichiarazione di volontà [...], ma deve estrinsecarsi in un comportamento riconoscibile da terzi».
[8] Sez. trib., n. 25127/2009, cit., 10.11.2010, n. 22844 e 30.12.2015, n. 26077; Sez. VI, 17.02.2015, n. 3148.
[9] Sez. trib., n. 22128/2010, cit. e 08.11.2013, n. 25170.
[10] Sez. trib., n. 25127/2009, cit., n. 22128/2010, cit. e n. 25170/2013, cit..
[11] Sez. trib., n. 25127/2009, cit., n. 22128/2010, cit. e n. 25170/2013, cit., che richiamano la pronuncia delle SS.UU. 23.12.2008, n. 30055, nel cui ambito è stato, tra l'altro, affermato che «non può non ritenersi insito nell'ordinamento, come diretta derivazione delle norme costituzionali, il principio secondo cui il contribuente non può trarre indebiti vantaggi fiscali dall'utilizzo distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un risparmio fiscale, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l'operazione, diverse dalla mera aspettativa di quel risparmio fiscale».
[12] «Imposta municipale propria (IMU). Anticipazione sperimentale. Art. 13 del D.L. 06.12.2011, n. 201, convertito dalla legge 22.12.2011, n. 214. Chiarimenti». V. il paragrafo 6
(08.08.2016 -
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luglio 2016

TRIBUTIIci e Imu su aree pertinenziali. Siti tassati se accatastati separatamente dal fabbricato. Il principio nella sentenza n. 1844 della Ctr Bologna che vale anche ai fini della Tasi.
Si restringono sempre di più le maglie per l'intassabilità delle aree edificabili che sono ritenute dai contribuenti pertinenze dei fabbricati. La questione non è di poco conto perché la regola ha implicazioni ad ampio raggio e produce effetti sia per i tributi locali, Ici, Imu e Tasi, sia per i tributi erariali.

La Commissione tributaria regionale di Bologna, Sez. XII, con la sentenza 04.07.2016 n. 1844, infatti, ha affermato che un'area edificabile pertinenziale è soggetta al pagamento dell'Ici, ma il principio vale anche per Imu e Tasi, se accatastata separatamente dal fabbricato.
Dunque, è necessario un accatastamento unitario dei due immobili, con l'attribuzione di un'unica rendita.
Sulla questione de qua ci sono poche certezze poiché la Cassazione ha più volte modificato il proprio orientamento. Ha comunque stabilito che l'accatastamento separato dei due immobili non è d'impedimento all'intassabilità dell'area come pertinenza del fabbricato. Tesi che è in netto contrasto con quanto sostenuto da tempo dall'Agenzia delle entrate.
Per quanto concerne le condizioni richieste per evitare l'assoggettamento a imposizione delle aree pertinenziali non c'è stata nel corso dell'ultimo decennio un'uniformità di vedute né all'interno della Cassazione né tra i giudici di merito.
La Cassazione, anche con la recente sentenza 8367/2016, non ha imposto l'accatastamento unitario tra area e fabbricato, ma ha precisato che tra i due immobili deve sussistere «un vincolo d'asservimento durevole, funzionale o ornamentale delle aree al fabbricato, con il fine di migliorarne le condizioni d'uso, la funzionalità e il valore».
E la prova dell'oggettivo asservimento pertinenziale grava sul contribuente. Del resto, sottolineano i giudici di legittimità, la mera «scelta» pertinenziale avrebbe l'unica funzione di eludere il prelievo, per ottenere un risparmio fiscale. Quindi, darebbe luogo a un abuso del diritto.
Le prese di posizione della Cassazione. Con la sentenza 5755/2005 la Cassazione ha stabilito che quando si tratta di pertinenza di un fabbricato non contano le risultanze catastali, ma la destinazione di fatto.
L'area che costituisce, di fatto, pertinenza di un fabbricato non è soggetta a Ici, come area edificabile, anche se iscritta autonomamente al catasto.
Con questa pronuncia non ha posto alcun vincolo o adempimento a carico del contribuente.
Successivamente ha riconosciuto il beneficio solo nei casi in cui il contribuente dichiari al comune l'utilizzo dell'immobile come pertinenza nella denuncia iniziale o di variazione (sentenza 19638/2009).
Sia in passato che con l'ultima pronuncia (8367/2016) ha sempre ritenuto irrilevante la circostanza che un'area pertinenziale e una costruzione principale siano censite catastalmente in modo distinto, al fine di poter essere assoggettate a tassazione come un unico bene.
Il vincolo pertinenziale, però, deve essere visibile e va rilevato dallo stato dei luoghi, altrimenti i due immobili sono soggetti a imposizione autonomamente.
Sempre la Cassazione, con la sentenza 17035/2004, richiamata nella motivazione della sentenza 19638/2009, aveva chiarito che per le aree pertinenziali non si introduce alcuna particolare e nuova accezione di pertinenza, ma, semplicemente, se ne presuppone il significato, in quanto va fatto riferimento alla definizione fornita, in via generale, dall'articolo 817 del Codice civile.
Questa norma prevede che sono da considerare pertinenze le cose destinate in modo durevole al servizio o all'ornamento di un'altra cosa.
Pertanto, per il vincolo pertinenziale serve sia la durevole destinazione della cosa accessoria a servizio o ornamento di quella principale, sia la volontà dell'avente diritto di creare la destinazione.
Il contrasto tra i giudici di merito. Le divergenze emergono soprattutto tra i giudici di merito sul trattamento fiscale delle aree pertinenziali. Di segno opposto, in effetti, è la pronuncia della Ctr di Milano rispetto a quella emanata dalla Ctr di Bologna. La Ctr di Milano, sezione XIX, con la sentenza 14/2016, ha stabilito che un terreno può essere qualificato pertinenziale anche se non è accorpato catastalmente a un fabbricato.
La «graffatura», vale a dire l'unione dei due beni immobili in catasto, agevola l'attività di controllo dell'ente impositore, ma non può essere considerata decisiva per attribuire al terreno natura pertinenziale.
Per i giudici lombardi, il fatto che un terreno non sia censito al catasto urbano unitamente al fabbricato destinato ad abitazione non può comportare il disconoscimento delle agevolazioni «prima casa», contrariamente a quanto sostenuto dall'Agenzia delle entrate. In realtà, secondo la commissione regionale, «la normativa in materia di imposta di registro non prevede alcuna limitazione tassativa rispetto ai beni che possono assumere natura pertinenziale di un fabbricato, ai fini di potere fruire delle cosiddette agevolazioni «prima casa», ma solo una elencazione esemplificativa» (articolo ItaliaOggi Sette del 25.07.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

giugno 2016

APPALTI - TRIBUTIBaratto amministrativo senza limiti temporali. Corte dei conti. Il coordinamento con la riforma degli appalti.
Le disposizioni sul baratto amministrativo del Dl 133/2014 devono essere coordinate con le nuove norme introdotte dagli articoli 189 e 190 del Codice dei contratti pubblici, che delineano una più ampia prospettiva di coinvolgimento dei cittadini.
La Corte dei Conti, sezione regionale di controllo per il Veneto, con il parere 21.06.2016 n. 313 ha rilevato che il quadro normativo è molto articolato e composto da disposizioni accomunate dalla prospettiva di valorizzare il principio di sussidiarietà, che viene assunto nel Dlgs 50/2016 attraverso le attività che possono essere esercitate dalla autonoma iniziativa dei cittadini e delle loro formazioni sociali, come canone dell’azione amministrativa nell’ambito della tutela del territorio e della manutenzione di esso, traducendosi per le amministrazioni interessate nella possibilità di adottare forme procedimentali semplificate.
Il parere individua le differenze tra l’articolo 24 del Dl 133/2014 e le nuove disposizioni del Codice dei contratti, evidenziando che queste ultime esprimono la facoltà di attivare contratti di partenariato sociale da parte di tutti gli enti territoriali (mentre l’articolo 24 li riserva ai Comuni) e che la stessa esenzione o riduzione dei tributi non è più prevista necessariamente per un periodo limitato. Inoltre, le agevolazioni contemplano la previsione della possibilità di affidare la valorizzazione delle vie e piazze mediante iniziative culturali di vario genere. In tutti questi casi il riconoscimento specifico del ruolo che i cittadini svolgono nel perseguimento di interessi generali è connotato dal Dlgs 50/2016 in modo molto più ampio.
La Corte dei conti fornisce nella deliberazione una serie di chiarimenti specifici sull’applicazione dell’istituto. In primo luogo, viene precisato che se gli interventi dell’articolo 24 sono realizzati dai cittadini non avendo a presupposto agevolazioni tributarie, ma in forma di volontariato, queste attività dovrebbero essere ricondotte a organismi strutturati, in grado di farsi carico degli oneri assicurativi. Se invece gli interventi dei cittadini sono correlati a riduzioni o agevolazioni tributarie è necessario che sussista un rapporto di stretta inerenza tra queste facilitazioni e le attività di cura e valorizzazione del territorio che i cittadini possono realizzare, dovendo tener conto che i servizi, sostitutivi del pagamento delle imposte locali.
La prestazione offerta dal cittadino deve quindi corrispondere, in valore alla misura delle imposte locali agevolate, ma la delibera assunta dall’ente deve motivare la decisione di avvalersi del baratto sulla base di un’attenta valutazione di tutti gli interessi coinvolti che dimostri la convenienza, anche economica, della scelta.
Gli articoli 189 e 190 del Codice dei contratti ora evolvono il quadro, collegandolo alle riduzioni o esenzioni di tributi; la compensazione tra debiti (o crediti) di cui solo uno esistente, essendo l’altro futuro ed eventuale, può essere applicata solo a seguito dell’integrale e soddisfacente realizzazione dell’opera o del servizio.
In questo rapporto, le prestazioni richieste ai beneficiari di provvidenze comunali stanziate non possono che rivestire forme di collaborazione sociale senza corrispettività con il contributo economico elargito. Pertanto non possono essere qualificati come rapporto di lavoro e nemmeno essere computati nel calcolo delle spese di personale.
Le agevolazioni connesse al baratto amministrativo, secondo la Corte dei conti del Veneto, non possono essere fruite dalle imprese, perché si verificherebbe un’elusione delle regole di evidenza pubblica
(articolo Il Sole 24 Ore del 27.06.2016).

maggio 2016

TRIBUTI: Tributi locali, condono a tempo.
La definizione agevolata delle violazioni tributarie è un evento eccezionale e ha un ambito temporale sempre limitato. I comuni, dunque, non possono istituire con regolamento il condono dei tributi locali a loro scelta per un tempo indefinito. La sanatoria prevista dalla legge 289/2002, infatti, non era proiettata nel futuro, ma riguardava solo le violazioni commesse negli anni antecedenti alla sua entrata in vigore.

Lo ha chiarito la Corte dei conti, sezione regionale di controllo per la Campania, con il parere 20.05.2016 n. 143.
Nel caso in esame, il comune di Ottaviano ha chiesto alla sezione regionale di controllo della Corte dei conti se fosse possibile prevedere con regolamento la definizione agevolata delle violazioni tributarie commesse dai contribuenti fino al 2014, escludendo le sanzioni e gli interessi. Per i giudici contabili, non si possono introdurre fattispecie di condono per un periodo indefinito, ancorché la legge non fissi espressamente l'ambito di operatività della sanatoria.
L'articolo 13 della legge 289/2002 «deve essere oggetto di stretta interpretazione considerato che l'istituzione di meccanismi di «definizione agevolata» relativamente ad obblighi rimasti totalmente o parzialmente inadempiuti da parte di contribuenti ha (o dovrebbe avere) indubbiamente natura di evento eccezionale nell'ambito dell'ordinamento giuridico».
Pertanto, il 31.12.2002 rappresenta «un limite temporale invalicabile» per la regolarizzazione di errori e omissioni. Al riguardo il Tar Sicilia, prima sezione, con la sentenza 1765/2014, ha affermato che è illegittimo per eccesso di potere il regolamento comunale che ha istituito il condono delle violazioni commesse dai contribuenti in materia di tassa rifiuti a distanza di sette anni dall'entrata in vigore della legge che ha dato ai comuni questa facoltà.
Anche per il Tar il condono dei tributi locali poteva essere deliberato solo per gli obblighi «precedentemente non adempiuti» alla data di entrata in vigore della legge stessa, limitatamente ai periodi d'imposta antecedenti il 2003. Del resto l'esercizio di un potere in materia tributaria da parte dell'ente locale, una volta spirato il termine previsto dalla legge statale autorizzativa, «comporta la carenza del potere medesimo».
Con quest'ultimo parere i giudici contabili si sono allineati alla tesi della Cassazione che ha già preso posizione sulla questione, dichiarando illegittima la delibera del comune di Roma che aveva istituito il condono delle liti pendenti instaurate dopo l'entrata in vigore della Finanziaria 2003. La sezione tributaria della Corte di cassazione, con le sentenze 12675 e 12679/2012, ha precisato che la sanatoria era ammessa solo per gli obblighi non adempiuti dal contribuente fino al 2002 e per i procedimenti contenziosi già pendenti.
I comuni, quindi, non hanno il potere di deliberare la sanatoria a distanza di anni da quando il legislatore gli ha riconosciuto questa facoltà. Nonostante l'articolo 13 della legge 289/2002 non ponesse alcun limite temporale e non ne condizionasse l'efficacia alle violazioni commesse e alle controversie instaurate fino all'entrata in vigore della norma.
La Finanziaria 2003 ha attribuito agli enti locali il potere di disciplinare con regolamento la riduzione dell'ammontare delle imposte e tasse loro dovute, escludendo o riducendo gli interessi e le sanzioni a carico del contribuente. L'unico obbligo imposto espressamente ex lege, nel rispetto dello Statuto del contribuente (legge 212/2000), riguardava il termine minimo che doveva intercorrere tra l'entrata in vigore del regolamento e gli adempimenti posti a carico del contribuente.
Era poi lasciata agli enti la scelta di fissare autonomamente il termine entro il quale fosse possibile regolarizzare le violazioni commesse, purché non inferiore a 60 giorni dalla data di pubblicazione dell'atto regolamentare (articolo ItaliaOggi del 09.06.2016).

TRIBUTIGestori di acqua, energia e tlc esenti dal canone concessorio. Servizi a rete. Il Consiglio di Stato ribadisce il recente cambio di giurisprudenza.
Non è dovuto il canone concessorio se l’occupazione dei servizi a rete non impedisce in tutto o in parte la fruizione della strada.
Lo ha deciso il Consiglio di Stato -Sez. V- con la sentenza 12.05.2016 n. 1926, confermando l’annullamento di un regolamento comunale istitutivo del canone concessorio non ricognitorio.
Finisce così l’ampio contenzioso degli ultimi anni tra Comuni e gestori di acqua, gas, energia elettrica e telecomunicazioni. La materia del contendere non riguarda la Tosap (o il Cosap) ma l’applicazione del canone previsto dall’articolo 27 del Codice della strada, che molti Comuni hanno istituito con regolamento, poi impugnato assieme alle richieste di pagamento inviate ai gestori dei servizi a rete.
Per comprendere le dimensioni del fenomeno va considerato che nel 2015 sono state depositate ben 65 sentenze (in particolare dal Tar Milano), in prevalenza negative per gli enti locali, che si sono visti annullare i regolamenti con evidenti ripercussioni sui bilanci. Da qui l’appello al Consiglio di Stato, che si era peraltro già pronunciato a fine 2014, attribuendo al canone in questione la patente di legittimità (sentenza n. 6459/2014).
Ma il vento è cambiato. Una prima avvisaglia si è avuta con l’ordinanza n. 1191 del 7 aprile scorso dello stesso Consiglio di Stato, che dava atto di un orientamento favorevole alla tesi comunale, ma riteneva di pervenire a diverse conclusioni per «prevalenti ragioni testuali e sistematiche». Le stesse parole della sentenza depositata ieri all’esito dell’udienza pubblica tenutasi proprio il 7 aprile insieme a tanti altri appelli sul canone. Si attendono quindi altre sentenze dello stesso tenore, che conferma la decisione del Tar Milano (sentenza n. 1130/2015) sia pure per ragioni in parte diverse.
In particolare i giudici di Palazzo Spada evidenziando che il canone concessorio stradale non può essere richiesto a fronte di qualunque utilizzo della strada, ma solo in caso di utilizzo che impedisca in tutto o in parte la pubblica fruizione. Pertanto la pretesa sarà legittima solo durante la fase di posa in opera dell’infrastruttura a rete, trattandosi di lavori che occupano la sede stradale.
In sostanza, contrariamente a quanto affermato con sentenza n. 6459/2014, il Consiglio di Stato esclude ora la possibilità di esigere il canone non ricognitorio in tutte le ipotesi di utilizzo del sottosuolo stradale che non impediscono o limitano l’uso pubblico della sede viaria, come nel caso delle infrastrutture idriche a rete. Un settore peraltro nel quale vige un principio di tendenziale gratuità della messa a disposizione della rete idrica (articolo 153 Dlgs 152/2006).
Lo stesso dicasi anche per le reti di telecomunicazioni (articolo 93 Dlgs 259/2003), ma in questo caso il nodo interpretativo è stato definitivamente sciolto dal legislatore con l’articolo 12 del Dlgs 33/2016, che vieta l’applicazione di altri oneri. Per tutti gli altri gestori (acqua, gas ed energia elettrica), lo stop al canone è invece arrivato dal Consiglio di Stato
(articolo Il Sole 24 Ore del 13.05.2016).

TRIBUTITassa rifiuti prescritta in 5 anni dalla cartella.
Dopo la notifica della cartella di pagamento relativa alla tassa comunale sui rifiuti, l'agente della riscossione ha a disposizione cinque anni di tempo per riscuotere le somme o per notificare atti interruttivi: altrimenti, la pretesa si estingue ed è possibile formulare l'eccezione in sede di impugnazione dell'intimazione di pagamento.
È quanto si legge nella sentenza 06.05.2016 n. 3940/05/16 della Ctp di Milano, depositata lo scorso 6 maggio.
Un condominio del capoluogo meneghino proponeva ricorso contro l'intimazione di pagamento notificata da Equitalia, basata su sette cartelle di pagamento di pagamento relative alla Tarsu. Tutte le cartelle erano state notificate oltre 5 anni prima rispetto all'intimazione, ed erano divenute definitive per mancata impugnazione; il condominio eccepiva l'intervenuta prescrizione della pretesa.
Si costituiva in giudizio l'Agente della riscossione, sostenendo che la prescrizione, dopo la cartella di pagamento, fosse decennale, a prescindere dalla natura del credito in esazione.
La Ctp di Milano ha accolto il ricorso, osservando in primis che la definitività amministrativa della pretesa, determinata dalla mancata impugnazione della cartella di pagamento, non è mai equiparabile alla definitività di una sentenza che, ai sensi dell'articolo 2953 del codice civile, produce l'effetto di dilatare il termine di prescrizione a 10 anni. Per cui, il termine di prescrizione, dopo la notifica della cartella, rimane quello proprio del tributo a cui la stessa si riferisce.
Nel caso di specie, osserva la Ctp, deve rilevarsi che la tassa comunale sui rifiuti si configura quale prestazione periodica e, come tale, soggetta alla prescrizione quinquennale stabilita dall'articolo 2948, comma 4, del codice civile, secondo cui «si prescrivono in cinque anni ( ) 4) gli interessi e, in generale, tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi».
Il collegio richiama una sentenza della Cassazione (n. 4283/2010) nella quale si afferma che i tributi locali sono elementi strutturali di un rapporto sinallagmatico, caratterizzati da una causa debendi di tipo continuativo, suscettibile di adempimento solo con decorso del tempo, in relazione alla quale l'utente è tenuto ad una erogazione periodica.
All'accoglimento del ricorso, la Ctp ha fatto seguire la condanna alle spese in capo all'Agente della riscossione.
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LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA
[omissis] L'applicazione del termine breve di cinque anni (in luogo di quello ordinario di dieci anni) è stata affermata dalla Cassazione con sentenza del 23.02.2010. In particolare la Cassazione sostiene che i tributi locali (a differenza di quelli erariali) sono «prestazioni periodiche» e, come tali, rientrano nell'ambito di applicazione dell'articolo 2948, comma 4, del Codice civile, che stabilisce appunto la prescrizione quinquennale.
I tributi locali (tassa per lo smaltimento rifiuti, per l'occupazione di suolo pubblico, per concessione di passo carrabile, contributi di bonifica) -dice la Corte- sono «elementi strutturali di un rapporto sinallagmatico caratterizzati da una ''causa debendi'' di tipo continuativo suscettibile di adempimento solo con decorso del tempo in relazione alla quale l'utente è tenuto a una erogazione periodica, dipendente dal prolungarsi sul piano temporale della prestazione erogata dall'ente impositore, o dal beneficio dallo stesso concesso» (Cassazione, sezione tributaria civile, sentenza 23.02.2010, numero 4283).
Con riferimento all'asserita prescrizione e/o decadenza della pretesa tributaria, il Collegio rileva che il Concessionario della Riscossione, nelle proprie controdeduzioni al ricorso, non ha prodotto documentazione attestante l'intervenuta notifica di eventuali atti interruttivi del termine della prescrizione. Ritiene il Collegio che la pretesa oggetto del presente ricorso, trattandosi di tasse locali, è assoggetta al termine di prescrizione previsto dall'art. 2948 del Codice Civile, ossia il termine di prescrizione breve di cinque anni in quanto trattasi di prestazioni periodiche. Inoltre a parere del Collegio non ha effetto sul termine di prescrizione la sospensione che era stata decretata dall'art. 1 -comma 623- della Legge 27/12/2013 n. 147.
Ne discende quindi che l'eccezione di prescrizione della pretesa tributaria, a parere del Collegio, va accolta. Precisa che per le cartelle esattoriali presupposto dell'atto impugnato vale il termine breve di cinque anni, atteso che la prestazione tributaria non può che essere reputata alla stregua di una prestazione periodica.
Pertanto l'attività dell'Agente della riscossione è soggetta esclusivamente al termine ordinario di prescrizione con la conseguenza che una volta notificata la cartella di pagamento è possibile attivare le procedure di riscossione coattiva entro cinque anni dalla data di notifica della cartella stessa. Circostanza che nel caso non si è verificata. Si ritiene che nessun atto interruttivo del termine di prescrizione risulta peraltro notificato alla data di decadenza della cartella di pagamento [omissis] (articolo ItaliaOggi Sette del 25.07.2016).

TRIBUTISocietà comunali senza sconti. Gli immobili posseduti non beneficiano dell'esenzione Imu. La Cassazione considera tassativo l'elenco dei soggetti che non pagano l'imposta.
Un immobile posseduto da una società costituita da più comuni e utilizzato per lo svolgimento dell'attività di smaltimento rifiuti non ha diritto a fruire dell'esenzione Ici.

Il principio è stato affermato dalla Corte di Cassazione, Sez. V civile, con la sentenza 04.05.2016 n. 8872.
Naturalmente, la stessa regola vale per l'Imu.
Secondo la Cassazione, l'elencazione dei soggetti esenti dall'imposta municipale è tassativa e una società di capitali, ancorché costituita tra enti pubblici territoriali, «non può fruire dell'esenzione, non rientrando tra i soggetti esenti e non essendo possibile una interpretazione analogica della norma agevolativa, siccome norma eccezionale. A prescindere dalla ulteriore questione se gli immobili della società siano destinati a scopi istituzionali».
L'interpretazione dei giudici di legittimità è pienamente condivisibile. L'esenzione Ici, ma lo stesso vale per l'Imu, è prevista per gli immobili posseduti, oltre che dallo stato, da regioni, province, comuni ed è condizionata dalla destinazione effettiva che a questi viene data. L'elencazione è tassativa, poiché tutte le norme che prevedono agevolazioni sono di stretta interpretazione e non è ammesso ricorrere all'analogia.
Per il riconoscimento dell'esenzione non è sufficiente la volontà di utilizzare l'immobile per scopi istituzionali. La destinazione deve essere effettiva e concreta. In base all'articolo 7, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 504/1992 non spetta l'esenzione Ici e Imu se l'ente pubblico non fornisce la prova che l'immobile abbia questa destinazione esclusiva.
Gli immobili, dunque, devono essere diretti a soddisfare compiti dell'ente pubblico (sede o ufficio) che ne è proprietario. È indispensabile che l'utilizzo avvenga in forma immediata e diretta, e cioè da soggetti interni alla struttura organizzativo-amministrativa dell'ente, poiché solo in questo caso l'uso può essere caratterizzato da fini istituzionali.
Per esempio la Commissione tributaria provinciale di Terni, prima sezione, con la sentenza 237/2011 ha stabilito che la provincia è tenuta a pagare l'Ici (e dal 2012 anche l'Imu) se gli immobili non sono destinati al soddisfacimento di compiti dello stesso ente pubblico che ne è proprietario. Non è infatti sufficiente che li metta a disposizione di terzi, anche se la provincia è obbligata a darli in uso allo stato per lo svolgimento di attività didattiche (sede universitaria).
Va ricordato che con l'introduzione dell'Imu è stato ristretto l'ambito delle esenzioni prima riconosciute dalla disciplina Ici. Non possono più fruire dell'agevolazione fiscale gli immobili posseduti dalle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura.
Non è stata riproposta l'esenzione neppure per i fabbricati dichiarati inagibili o inabitabili che vengono recuperati per essere destinati a attività assistenziali. Infine, con la modifica dell'articolo 7, lettera a), sono state ridisegnate le agevolazioni anche per gli immobili posseduti dagli enti pubblici territoriali, poiché l'esonero dal pagamento è limitato solo agli immobili siti sul proprio territorio e non compete più per quelli ubicati sul territorio di altri enti (articolo ItaliaOggi del 13.05.2016).

aprile 2016

TRIBUTI: Pertinenze esenti se strettamente asservite.
Affinché un'area sia qualificabile come pertinenza, esente da tassazione Ici, deve sussistere un vincolo d'asservimento durevole delle aree al fabbricato, con il fine di migliorarne le condizioni d'uso e il valore. In materia fiscale, vista l'indisponibilità del rapporto, la prova dell'oggettivo asservimento pertinenziale, che grava sul contribuente, deve essere del resto valutata con maggior rigore rispetto ai rapporti privatistici.

Così si è espressa la Corte di Cassazione, Sez. V civile, con la sentenza 27.04.2016 n. 8367.
Nel caso di specie (che ha riflessi anche sull'Imu) il contribuente aveva impugnato sei avvisi di accertamento, attraverso i quali il comune richiedeva il pagamento dell'Ici relativamente a due aree edificabili, contigue a un edificio di cui i ricorrenti erano proprietari.
I contribuenti non le avevano infatti mai dichiarate, in quanto le utilizzavano come giardino pertinenziale dell'abitazione. Sia la Ctp che la Ctr confermavano la correttezza degli avvisi. Il contribuente proponeva quindi ricorso davanti alla Corte, che però lo riteneva infondato, rilevando che le aree erano censite in catasto autonomamente rispetto all'edificio al quale accedevano ed erano inserite in zona territoriale omogenea B a prevalente destinazione residenziale.
Nel caso di specie dunque la scelta pertinenziale avrebbe avuto l'unica funzione di eludere il prelievo, in contrasto con la reale natura del cespite, laddove la simulazione di un vincolo di pertinenza al fine di ottenere un risparmio fiscale può rappresentare abuso del diritto (articolo ItaliaOggi del 21.05.2016).
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MASSIMA
Il motivo non è fondato.
Infatti, oggetto degli avvisi d'accertamento e liquidazione emessi dal Comune di Ravarino e poi opposti, sono due aree, autonomamente distinte nel catasto del predetto comune, quali aree edificabili, in quanto inserite in zona territoriale omogenea B a prevalente destinazione residenziale, giusta estratti dello strumento urbanistico allegati dalla parte resistente al presente ricorso.
Tali aree, come detto, sono censite in catasto autonomamente, rispetto all'edificio al quale accedono e non sono mai state fatte oggetto di dichiarazione e liquidazione ai fini ICI (la parte contribuente, inoltre, avrebbe potuto impugnare l'attuale classamento presso la competente sede giudiziaria, mentre vi ha inizialmente prestato adesione, ritenendo di beneficiare del maggior valore attribuito, mentre, successivamente e nella presente sede, ha ritenuto più rispondente al proprio interesse, attribuire un diverso utilizzo all'area); questa circostanza, secondo l'orientamento di questa Corte, non consente alla parte contribuente di poter contestare l'atto impositivo, deducendo la sussistenza di un asserito vincolo di pertinenzialità; infatti, secondo l'orientamento che si ritiene di condividere, "
Il rapporto d'ICI s'instaura attraverso la denuncia del contribuente, mediante la quale egli dichiara la sua situazione di possesso rilevante per l'ICI e sulla base di essa egli stesso provvede alla liquidazione periodica dell'imposta. L'impostazione iniziale viene variata, oltre che per l'eventuale intervento accertativo del Comune, ogni volta che nella situazione possessoria del contribuente s'introduca una modificazione e il contribuente rinnovi la dichiarazione adeguatrice...".
Nella odierna vicenda, il rapporto ICI è stato gestito come una specie, del genere rapporto giuridico, fissato inizialmente dal contribuente sul solo presupposto del possesso dell'abitazione, con omissione di ogni riferimento al possesso dei due terreni, sia a titolo di area edificabile che di pertinenza, "
...cosicché, se lo stesso contribuente non ha affermato la sua pertinenzialità in via di specialità, vuoi dire che egli ha voluto lasciarlo nella sua condizione di area fabbricabile, corrispondentemente alla regola generale. A questo proposito, sovviene a rafforzare questa conclusione il doveroso riconoscimento della volontà del privato di valutare liberamente la convenienza dell'applicazione di altre norme sulle aree fabbricabile, come quelle, per esempio, che ne regolano l'espropriazione e la relativa indennità...," (Cass. n. 19638/2009).
Pertanto, volendo fare "buon governo" delle superiori considerazioni,
si deve ribadire che affinché un'area sia qualificabile come "pertinenza" e, come tale, vada esente dalla tassazione ICI, deve sussistere un vincolo d'asservimento durevole, funzionale o ornamentale delle aree al fabbricato, con il fine di migliorarne le condizioni d'uso, la funzionalità e il valore; infatti, in materia fiscale, attesa 'indisponibilità' del rapporto tributario, la prova dell'oggettivo asservimento pertinenziale che grava sui contribuente (quando, come nella specie, ne derivi una tassazione attenuta) deve essere valutata con maggior rigore rispetto alla prova richiesta nei rapporti di tipo privatistico.
Pertanto,
la mera "scelta" pertinenziale non può avere alcuna valenza tributaria, perché avrebbe l'unica funzione di eludere il prelievo fiscale, evitando l'assoggettabilità al precetto che impone la tassazione in ragione della reale natura del cespite. E la possibile simulazione di un vincolo di pertinenza, ai sensi dell'art. 817 c.c., al fine di ottenere un risparmio fiscale, può essere inquadrata nella più ampia categoria dell'abuso del diritto (v. Cass. sez. un. n. 30055 del 2008).
Pertanto, secondo l'insegnamento di questa Corte "
...per qualificare come pertinenza di un fabbricato un'area edificabile, è necessario che intervenga un'oggettiva e funzionale modificazione dello stato dei luoghi che sterilizzi in concreto e stabilmente lo "ius edificandi" e che non si risolva, quindi, in un mero collegamento materiale, rimovibile "ad libitum"..." (Cass. n. 25127 del 2009).

TRIBUTITributi, sulle delibere fuori tempo Tar che vai sentenza che trovi. Il caso.
Nel mese di aprile si registrano due opposte decisioni sullo stesso argomento da parte di due Tar diversi. Tar che vai decisione che trovi.

Stesso ricorrente, stessa materia, stesse norme di riferimento, ma incredibilmente diverse le decisioni a cui sono giunti il TAR Calabria-Reggio Calabria con la sentenza 08.04.2016 n. 392 e il TAR Friuli Venezia Giulia, con la sentenza 22.04.2016 n. 148.
Stesso ricorrente: il ministero dell'economia e delle finanze che ha impugnato «i regolamenti sulle entrate tributarie per vizi di legittimità».
Stessa materia: l'approvazione delle deliberazioni comunali in materia di tributi locali adottate dopo il termine per l'approvazione del bilancio di previsione. Per il comune calabrese si trattava della delibera Tari, per quello friulano della delibera Iuc, Tari e Tasi.
Stesse norme di riferimento: l'art. 1, comma 169, della legge 27.12.2006 n. 296, il quale stabilisce che gli enti locali deliberano le tariffe e le aliquote relative ai tributi di loro competenza entro la data fissata da norme statali per la deliberazione del bilancio di previsione. E che, in caso di mancata approvazione entro il suddetto termine, le tariffe e le aliquote si intendono prorogate di anno in anno.
Purtroppo da anni gli enti locali rimangono «incagliati» nelle spire di queste disposizioni e una nutrita giurisprudenza si è ormai consolidata in materia, che ha enucleato una serie di principi divenuti ormai saldi, primo fra tutti la natura perentoria del termine, che, peraltro, «è desumibile dal dato testuale della disposizione» stessa come ha precisato il Consiglio di stato nelle sentenze n. 3808 del 17.07.2014, n. 4409 del 28.08.2014 e n. 1495 del 19.03.2015.
Anche la sentenza del Tar per la Calabria n. 392 del 2016 non si discosta da detta impostazione e anzi evidenzia che la norma in esame «contiene, peraltro, previsioni sanzionatorie, come l'inapplicabilità delle nuove tariffe e aliquote, ove approvate dopo il termine» di approvazione del bilancio di previsione. Da ciò i giudici calabresi arrivano ad annullare la delibera comunale approvata fuori termine.
Il Tar per il Friuli Venezia Giulia, invece, non ha neanche affrontato il merito del ricorso, ma lo ha dichiarato inammissibile, sostenendo, in maniera assolutamente singolare, che «non si vede quale utilità potrebbe ottenere il ministero ricorrente dall'annullamento delle citate delibere, se non un mero ripristino della legalità», come se il ripristino della legalità non fosse un principio oggettivamente degno di tutela.
In altri termini, secondo i giudici friulani, non è sufficiente la denuncia della «difformità dalla legge» delle delibere impugnate, per quanto concerne la tempistica della loro approvazione, ma viene richiesto al Mef di dimostrare un vero e proprio interesse ad agire, come avviene per qualsiasi soggetto che voglia agire in giudizio.
I giudici omettono, però, di considerare quanto stabilito dal Consiglio di stato che nella sentenza 3817 del 17.07.2014 ha messo in chiaro che «tale legittimazione prescinde dall'esistenza di una lesione di una situazione giuridica tutelabile in capo allo stesso dicastero, configurandosi come una legittimazione ex lege, esclusivamente in funzione e a tutela degli interessi pubblici la cui cura è affidata al ministero dalla stessa legge (cfr. Cons. stato, sez. 3, parere del 14.07.1998)».
Ci sono quindi buoni motivi per ipotizzare che la pronuncia del Tar Friuli resti come un'unica voce fuori dal coro.
È, infine, proprio un passo della sentenza del Tar per la Calabria che ci offre un'esplicitazione dell'interesse a ricorrere del Mef, laddove si afferma che l'esigenza di tutela delle situazioni giuridiche soggettive dei cittadini impone di circoscrivere il potere di determinazione delle tariffe e delle aliquote da parte del comune entro un margine di tempo ben definito, costituito dalla data di approvazione del bilancio di previsione, che costituisce un limite invalicabile alla discrezionalità dell'amministrazione (articolo ItaliaOggi del 29.04.2016).

TRIBUTI: Terreno edificabile solo di fatto.
La destinazione d'uso non è sufficiente, da sola, a qualificare come edificabile un terreno. L'edificabilità, infatti, deve essere effettiva; in caso di mancata edificabilità effettiva, il terreno non può mai essere ritenuto edificabile.

È quanto si legge nella sentenza 18.04.2016 n. 103/02/16 emessa dalla sezione seconda della Commissione tributaria provinciale di Lecco.
La vertenza riguarda un avviso di liquidazione con cui le Entrate di Lecco intendevano rettificare i valori dichiarati in sede di una compravendita. Il contribuente nel ricorso presentato alla Commissione tributaria provinciale, di Lecco tra gli altri motivi, eccepiva anche dei vizi di merito. Infatti, relativamente alle aree oggetto di compravendita esiste una inedificabilità sostanziale che ne caratterizza, appunto, il requisito sostanziale dell'edificabilità.
Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito all'evoluzione del principio secondo cui l'edificabilità di un terreno sia strettamente legata con la destinazione urbanistica assegnata allo stesso dagli strumenti urbanistici. Il principio, espresso dalle Sezioni Unite della Cassazione nella sentenza n. 25506/2006, secondo cui tutti i terreni inseriti nel Piano Regolatore generale di un comune vanno considerati, a tutti gli effetti, edificabili, ha trovato alcune deroghe espresse.
La Corte di cassazione, nella sentenza n. 8609/2011, ha stabilito che i terreni inseriti nel Piano regolatore generale come edificabili ma che siano assoggettati al rispetto delle fasce stradali e ferroviarie vadano equiparati, ai fini fiscali, alle aree agricole in considerazione del fatto che gli stessi non sono, agli effetti pratici, utilizzabili ai fini edificatori.
Lo stesso principio è stato applicato per i terreni in trattazione nella sentenza di cui al commento. Secondo i giudici provinciali di Lecco, infatti, «i terreni compravenduti sono inseriti nelle zone
classificate quali «Rga» distinte dalle zone classificate «Rg» per le quali è consentita l'effettiva edificabilità. Per questi terreni inseriti nelle zone «Rga» (residenziali in genere in zona A) non si applicano gli indici di edificabilità, mentre conservano la destinazione d'uso».
Ne deriva la sostanziale inedificabilità dei terreni compravenduti, circostanza che, di fatto, rende del tutto inattendibile il calcolo effettuato dall'ufficio; né possono ritenersi giustificati i richiami agli altri atti registrati per la comparazione, laddove manchi il requisito sostanziale della edificabilità.
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LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA
I sigg.ri [omissis], hanno impugnato, con unico ricorso ritualmente notificato e iscritto a ruolo, l'avviso notificato loro dall'Agenzia delle entrate di Lecco, con cui, il citato Ente ha rettificato il valore della compravendita immobiliare dichiarato in sede di atto notarile e ha provveduto alla liquidazione delle imposte di registro, catastali e ipotecarie relative.
I ricorrenti, con l'atto introduttivo del giudizio, lamentano: l'inesistenza dell'avviso di rettifica per inesistenza giuridica della notificazione; nel merito, la nullità dell'atto impugnato per illegittimità e infondatezza dello stesso. I ricorrenti hanno concluso chiedendo l'annullamento dell'atto. L'Ufficio fiscale si è costituito regolarmente in giudizio, contestando gli assunti dei ricorrenti, sostenendola legittimità dell'accertamento e chiedendo, con le conclusioni, il rigetto del ricorso. [omissis]
Nel merito, il ricorso è fondato. Le norme tecniche di attuazione del Prg. vigente, prodotte dai ricorrenti, stabiliscono al punto 21.1.3, alcune prescrizioni tecniche in ordine agli indici urbanistici di edificabilità nella zona in cui ricadono i terreni oggetto del contratto di compravendita sul cui valore vi è contestazione.
Tali indici appaiono riferiti alle zone classificate quali «Rg» distinte dalle zone classificate «Rga» per le quali è, invece stabilito che: «Per le aree individuate con Rga (residenziali in genere in zona A) non si applicano gli indici sopraesposti mentre conservano efficacia le sole destinazioni d'uso».
Alla luce di tale disposizione e della non contestata zonizzazione (Rga) dei mappali 1392 e 1393 la parziale) sussiste, nella fattispecie, la sostanziale inedificabilità dei terreni oggetto del contratto di compravendita. Appare pertanto, del tutto inafferente il calcolo effettuato dall'ufficio, al fine di giungere alla rettifica dei valori indicati nel citato atto; né possono ritenersi giustificati i richiami ad altri atti registrati per effettuare la comparazione, laddove manca il requisito sostanziale della edificabilità.
In conclusione stante: la conformazione dei terreni, si tratta di terreni in pendio; la sussistenza dei vincoli di destinazione, elementi sui quali non vi è contestazione, nonché la non edificabilità degli stessi, il valore dichiarato in compravendita, deve ritenersi congruo.
Il ricorso va pertanto, accolto. Le spese di giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo. P.Q.M.
La commissione accoglie il ricorso. Condanna l'Agenzia delle entrate al pagamento delle spese di giudizio, in favore dei ricorrenti, che liquida in 2.576,00 oltre Iva, cpa, c.u.e il 15% per spese generali. [omissis] (articolo ItaliaOggi Sette del 25.07.2016).

ATTI AMMINISTRATIVI - TRIBUTINiente compensazione per giusti motivi.
In caso di soccombenza di una delle parti, è illegittima la compensazione delle spese di giudizio «per giusti motivi»: le spese, infatti, possono essere compensate dal giudice per «gravi ed eccezionali ragioni», che devono trovare puntuale riferimento in specifiche circostanze o aspetti della controversia decisa e, in ogni caso, devono essere indicate specificamente e non con un generico richiamo.

È quanto ribadisce la Corte di Cassazione, Sez. VI civile, nell'ordinanza 13.04.2016 n. 7345.
Il giudizio di legittimità prendeva le mosse dal ricorso proposto da un notaio che impugnava una sentenza della Ctr del Lazio per la parte della decisione relativa alle spese. Nonostante, infatti, il notaio fosse risultato completamente vittorioso nel giudizio instaurato contro un avviso di liquidazione (vicenda in cui veniva coinvolto come responsabile in solido), il giudice regionale capitolino aveva disposto la compensazione integrale delle spese di giudizio, appoggiando la statuizione sulla frase “per giusti motivi”.
Questo, secondo il contribuente, non era conforme ai dettami dell'articolo 92 del cpc («se vi è soccombenza reciproca o concorrono altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti»), norma applicabile al processo tributario e a quello specifico giudizio (instaurato dopo il 04.07.2009). Gli ermellini hanno accolto il ricorso e cassato la sentenza, rinviando ad altra sezione della Ctr del Lazio, chiamata a disporre anche per quanto concerne la liquidazione delle spese del grado di giudizio in Cassazione.
La compensazione delle spese era una possibilità pur prevista dall'allora vigente panorama normativo (art. 92 cpc, richiamato espressamente dall'articolo 15 del dlgs 546/1992); tuttavia, è necessario che il giudice che opti per tale scelta, in presenza di soccombenza di una delle parti, dedichi un congruo spazio alla motivazione specifica sul punto, individuando delle argomentazioni valide a sostenerla. A tal scopo, non può dirsi sufficiente una generica locuzione «per giusti motivi», che non rispetta i parametri fissati dalle norme.
Da precisare che l'attuale versione dell'art. 15 del dlgs 546/1992, comma 2, ha recepito espressamente i precetti di cui al citato art. 92 cpc, disponendo che «le spese di giudizio possono essere compensate in tutto o in parte dalla commissione tributaria soltanto in caso di soccombenza reciproca o qualora sussistano gravi ed eccezionali ragioni che devono essere espressamente motivate».
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LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA
[omissis] In tema di contenzioso tributario, secondo la testuale previsione dell'art. 15, comma primo, dlgs n. 546 del 1992, la Commissione tributaria può dichiarare compensate le spese processuali in tutto o in parte a norma dell'art. 92, comma secondo, cpc, norma quest'ultima emendata dalla legge 18.06.2009, n. 69, art. 45, comma 11, applicabile alla fattispecie per essere il giudizio di primo grado iniziato dopo il 04/07/2009 (essendo in contestazione il regime di tassazione di un mandato irrevocabile registrato dal professionista in data “18/07/2011” e l'impugnazione del successivo avviso di liquidazione).
Detta norma, com'è noto, prevede che, “se vi è soccombenza reciproca o concorrono altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le stese tra le parti".
Sul punto si è consolidato l'orientamento (Cass. 20.04.2012, n. 6279) per il quale le “gravi ed eccezionali ragioni”, da indicarsi esplicitamente nella motivazione e in presenza delle quali -o, in alternativa alle quali, della soccombenza reciproca- il giudice può compensare, in tutto o in parte, le spese del giudizio, devono trovare puntuale riferimento in specifiche circostanze o aspetti della controversia decisa (Cass., ord. 15.12.2011, n. 26987) e comunque devono essere appunto indicate specificamente (Cass., ord. 13.07.2011, n. 15413; Cass. 20.10.2010, n. 21521).
Al riguardo, le Sezioni Unite di questa Corte hanno avuto modo di precisare che “l'art. 92 cp, comma 2, nella parte in cui permette la compensazione delle spese di lite allorché concorrano “gravi ed eccezionali ragioni”, costituisce una norma elastica, quale clausola generale che il legislatore ha previsto per adeguarla ad un dato contesto storico-sociale o a speciali situazioni, non esattamente ed efficacemente determinabili a priori, ma da specificare in via interpretativa da parte del giudice del merito, con un giudizio censurabile in sede di legittimità, in quanto fondato su norme giuridiche” (Gas s. Sez. un., n. 2572/2012).
Erroneamente, pertanto, la Ctr ha disposto la compensazione integrale delle spese di lite “per giusti motivi”, in violazione della normativa vigente ratione temporis, 3. Per tutto quanto sopra esposto, in accoglimento del primo motivo del ricorso, assorbito il secondo, va cassata la sentenza impugnata, con rinvio alla Ctr del Lazio, in diversa composizione. Il giudice del rinvio provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.
PQM
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata con rinvio, anche in ordine alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità, alla Commissione tributaria regionale del Lazio in diversa composizione. [omissis] (articolo ItaliaOggi Sette del 16.05.2016).

ATTI AMMINISTRATIVI - TRIBUTINotifiche a mezzo posta senza relata. Cassazione ricorda che si seguono le regole sul servizio postale ordinario.
In tema di notificazioni a mezzo posta, non deve essere redatta alcuna relata di notifica o annotazione specifica sull'avviso di ricevimento in ordine alla persona cui è stato consegnato il plico, e l'atto pervenuto all'indirizzo del destinatario deve ritenersi ritualmente consegnato a quest'ultimo, stante la presunzione di conoscenza di cui all'art. 1335 c.c.
Inoltre, ai sensi dell'art. 140 cpc la raccomandata cosiddetta «informativa» deve contenere la semplice notizia del deposito dell'atto stesso presso la casa comunale e, per quanto riguarda la notificazione nei confronti di un destinatario irreperibile, non occorre che dall'avviso di ricevimento della raccomandata informativa del deposito dell'atto presso l'ufficio comunale risultino tutte le annotazioni prescritte in caso di notificazione effettuata a mezzo del servizio postale, dovendo piuttosto da esso risultare il trasferimento, il decesso del destinatario o altro fatto impeditivo della conoscibilità (non della conoscenza effettiva) dell'avviso stesso.

Questi importanti princìpi, in tema di notificazione, sono stati espressi dalla VI Sez. civile della Corte di Cassazione nell'ordinanza 12.04.2016 n. 7184.
I giudici di legittimità hanno richiamato la pronuncia della Cassazione n. 9111/2012 che, in tema di notificazioni a mezzo posta, ha stabilito che la disciplina relativa alla raccomandata con avviso di ricevimento, mediante la quale può essere notificato l'avviso di liquidazione o di accertamento senza intermediazione dell'ufficiale giudiziario, è quella dettata dalle disposizioni concernenti il servizio postale ordinario per la consegna dei plichi raccomandati, in quanto le disposizioni di cui alla L. n. 890 del 1982 attengono esclusivamente alla notifica eseguita dall'ufficiale giudiziario ex art. 140 cpc.
Ne consegue che, difettando apposite previsioni della disciplina postale, non deve essere redatta alcuna annotazione specifica sull'avviso di ricevimento in ordine alla persona cui è stato consegnato il plico, e l'atto pervenuto all'indirizzo del destinatario deve ritenersi ritualmente consegnato a quest'ultimo, stante la presunzione di conoscenza di cui all'art. 1335 c.c., superabile solo se il medesimo dia prova di essersi trovato, senza sua colpa, nell'impossibilità di prenderne cognizione.
Sempre con specifico riferimento alle formalità relative alla notifica ai sensi dell'art. 140 cpc, in materia tributaria, già la recente sentenza della Cassazione n. 26864/2014 ha precisato che la raccomandata cosiddetta informativa, poiché non sostituisce l'atto da notificare, ma contiene solo la notizia del deposito dell'atto stesso nella casa comunale, non è soggetta alle disposizioni di cui alla L. n. 890/1982, sicché per la stessa occorre rispettare solo quanto prescritto dal regolamento postale per la raccomandata ordinaria.
In particolare, la Suprema Corte ha escluso che la mancata specificazione, sull'avviso di ricevimento, della qualità del consegnatario e della situazione di convivenza o meno con il destinatario determini la nullità della notificazione. Inoltre, nella notificazione nei confronti di destinatario irreperibile, ai sensi dell'art. 140 cpc, non occorre che dall'avviso di ricevimento della raccomandata informativa del deposito dell'atto presso l'ufficio comunale, che va allegato all'atto notificato, risulti precisamente documentata l'effettiva consegna della raccomandata, ovvero l'infruttuoso decorso del termine di giacenza presso l'ufficio postale, né che detto avviso contenga, a pena di nullità dell'intero procedimento notificatorio, tutte le annotazioni prescritte in caso di notificazione effettuata a mezzo del servizio postale, dovendo invece da esso risultare, a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 3 del 2010, il trasferimento, il decesso del destinatario o altro fatto impeditivo della conoscibilità dell'avviso stesso, come stabilito di recente dalla sentenza della Cassazione n. 2959/2013.
Nel caso di specie, la Ctr del Lazio non si è conformata a tali principi, avendo dichiarato la nullità della notificazione della cartella esattoriale effettuata dal messo notificatore ai sensi dell'art. 140 cpc, condizionando la validità della notificazione alla riferibilità della firma apposta sulla raccomandata di ricevimento al destinatario della stessa, senza invece considerare l'inutilità di siffatta verifica, una volta acclarato il compimento della formalità dell'inoltro al destinatario della raccomandata informativa (articolo ItaliaOggi del 28.04.2016).

TRIBUTI: Ingiunzione Tarsu firmata dal funzionario.
Ingiunzione di pagamento Tarsu illegittima senza la firma del funzionario responsabile. L'ingiunzione emanata dal concessionario della riscossione per conto del comune deve essere sottoscritta, a pena di nullità, dal funzionario responsabile dell'ente, che è tenuto anche ad apporre il visto di esecutività sulla lista di carico. Il concessionario della riscossione non è legittimato a sottoscrivere l'ingiunzione.

È quanto ha stabilito la Ctp di Taranto, I Sez., con la sentenza 07.04.2016 n. 854.
Per la commissione provinciale, l'ingiunzione non è valida senza la «necessaria e specifica sottoscrizione da parte del funzionario responsabile del servizio». In particolare, l'atto impugnato (ingiunzione Tarsu) «non risulta sottoscritto e ne accompagnato dalla provata sottoscrizione da parte del funzionario responsabile comunale di un pur più ampio elenco di contribuenti tenuti al pagamento della pretesa tributaria che solo avrebbe potuto rappresentare il ruolo e sanare le singole situazioni».
Il principio non può essere condiviso ed è destinato a generare solo confusione, tenuto conto che non distingue i casi in cui l'ingiunzione va sottoscritta dal funzionario responsabile dell'ente, perché l'incarico al concessionario è limitato alla predisposizione dell'atto, sotto forma di appalto di servizi, da quelli in cui, invece, l'attività di riscossione è affidata in concessione e l'esattore è legittimato alla sottoscrizione. Fermo restando che il funzionario è tenuto ad apporre il visto di esecutività sulla lista di carico, ma la stessa, contrariamente a quanto sostenuto dal giudice, non deve essere allegata all'ingiunzione.
Nel caso in esame la Soget, nella qualità di concessionaria del comune di Taranto, era abilitata alla sottoscrizione dell'atto: non a caso era stata chiamata in causa dal contribuente come parte resistente, essendo il soggetto autore dell'atto e, quindi, legittimato a contraddire. Non era stata opposta, infatti, dal ricorrente la carenza di legittimazione passiva nel processo tributario. Solo laddove l'affidamento sia limitato alla predisposizione degli atti, con la formula dell'appalto di servizi, il soggetto incaricato può svolgere un'attività endo-procedimentale, di supporto all'attività dell'ente, non può sottoscrivere gli atti, non può assumersene la paternità giuridica e, per l'effetto, non è abilitato alla difesa innanzi alle commissioni tributarie, perché carente di legittimazione passiva.
L'ingiunzione è uno strumento nato per il recupero delle entrate patrimoniali. L'articolo 52 del decreto legislativo 446/1997 ne ha esteso l'ambito di applicazione a tutte le entrate locali, sia tributarie che extratributarie. È un atto amministrativo recettizio, che esplica i suoi effetti nel momento in cui si perfeziona la notifica, ovvero quando l'intimazione viene portata a conoscenza del destinatario.
È utilizzabile a seguito di una pretesa divenuta definitiva o anche quando l'atto viene contestato innanzi all'autorità giudiziaria. È un atto emanabile dopo la notifica dell'avviso di accertamento, sempre che non venga sospeso dal giudice, o comunque qualora vi sia un titolo esecutivo (articolo ItaliaOggi del 26.04.2016).

marzo 2016
EDILIZIA PRIVATA - TRIBUTINiente accatastamento per le reti di Tlc. Infrastrutture. Il chiarimento è fornito dal decreto attuativo della direttiva 2014/61.
Il decreto attuativo della direttiva 2014/61 fa chiarezza: le infrastrutture di reti di comunicazione elettronica non vanno accatastate. Le infrastrutture di telecomunicazione non sono unità immobiliari e, come tali, non vanno iscritte in catasto e non soggiacciono alla fiscalità conseguente.
È d’impatto l’intervento del legislatore che, nell’ambito del decreto legislativo 33/2016 attuativo della direttiva 2014/61/Ue sulla riduzione dei costi delle reti di comunicazione elettronica ad alta velocità, ha deciso di dare una svolta all’annosa questione dell’accatastamento delle infrastrutture Tlc. Si tratta dei tralicci, ripetitori, stazioni radio base, antenne -oltre alle opere per l'installazione della rete- ancorati a muri o altri supporti oppure impiantati dentro aree recintate.
In passato sia l’agenzia del Territorio (circolare 4/2006, 6/2012) sia la giurisprudenza si sono occupate del trattamento catastale: la prima per affermarne l’obbligo di accatastamento (in forma autonoma o come variazioni di preesistenti unità immobiliari); la seconda talvolta si è adeguata alla posizione dell’Agenzia, più spesso ha invece accolto i ricorsi che ne sostenevano l’irrilevanza sul piano catastale, specie in virtù dell’assimilazione alle «opere di urbanizzazione primaria» (articolo 86, comma 3, del Codice delle comunicazioni elettroniche).
Con il decreto legge Sblocca Italia del 2014 sembrava che la questione fosse risolta a favore di questa seconda interpretazione, essendo stabilito che le infrastrutture Tlc costituiscono opere di urbanizzazione primaria.
La Corte di Cassazione però con la sentenza 24026/2015 in materia di Ici (si veda «Il Sole 24 Ore» del 26.11.2015) ha di recente sposato la tesi del Fisco. Invero, la Suprema corte non ha minimamente affrontato il punto che il decreto legge Sblocca Italia mirava a risolvere e, con scarna motivazione, ha deciso per l’accatastamento dei ripetitori di telefonia mobile nella categoria D.
L’articolo 12, comma 2, del decreto legislativo 33/2016 rimette ordine: non solo le reti ad alta velocità in fibra ottica, ma tutte le infrastrutture comprese negli articoli 87-88 Cce, da chiunque possedute, sono da considerarsi beni diversi dalle unità immobiliari in base al Dm 28/1998 e per questo esclusi dall’accatastamento e dai tributi che ne conseguono (Imu, Tasi, Ici a suo tempo).
Ciò che rileva, infatti, non è tanto l’autonomia funzionale e reddituale di queste infrastrutture -e neppure la destinazione a interesse collettivo per cui in passato sono state talvolta classificate nella categoria E/3- ma il fatto che il legislatore ne riconosca una «pubblica utilità», analoga per esempio a quella delle fognature o della rete idrica. La norma, peraltro, dovrebbe avere portata interpretativa, visto che, secondo la relazione illustrativa, rappresenta un «chiarimento» volto a esplicitare quanto già previsto dal Cce.
Natura questa confermata dalla sua collocazione sistematica, nell’articolo 12 tra le «disposizioni di coordinamento», dove al comma 1 si ribadisce che in caso di discordanze prevalgono le norme del Cce.
Per effetto, il Fisco e gli enti locali non solo dovranno escludere dall’accatastamento le nuove infrastrutture di telecomunicazione, ma anche rinunciare alle pretese di accatastamento già avanzate
(articolo Il Sole 24 Ore del 29.03.2016 - tratto da www.centrostudicni.it).

TRIBUTI: Baratto amministrativo limato. No all'applicazione quando si tratta di debiti pregressi. Dai giudici contabili emiliani i paletti sullo scambio tasse-lavori di pubblica utilità.
Le forme di riduzione di imposte e tasse locali in cambio di lavori eseguiti per la collettività, meglio note come «baratto amministrativo», non possono riguardare debiti pregressi che i cittadini hanno maturato nei confronti dell'ente locale.
Inoltre, è necessario che sussista un rapporto di stretta inerenza tra le riduzioni dei tributi che il comune può deliberare e le attività di valorizzazione del territorio e che queste siano concesse per un periodo limitato. Infine, le agevolazioni possono essere indistintamente concesse ad associazioni di cittadini che singoli utenti amministrati.

È quanto ha reso noto l'interessante
parere 23.03.2016 n. 27 emanato dalla Sezione regionale di controllo della Corte dei conti per l'Emilia Romagna, con il quale, per la prima volta sul panorama consultivo, si interviene a chiarire ambito e portata delle disposizioni innovative contenute all'articolo 24 del decreto legge n. 133/2014, che disciplina le misure di agevolazione della partecipazione delle comunità locali in materia di tutela e valorizzazione dei territori.
Come noto, con tale disposizione, i comuni possono definire, con apposita regolamentazione, interventi di decoro urbano, pulizia e manutenzione di aree verdi, strade o beni immobili inutilizzati, su progetti presentati da cittadini singoli o associati, al fine di vedersi riconosciuta una esenzione o una riduzione sui tributi inerenti il tipo di attività posta in essere.
In risposta al comune di Bologna, la Corte emiliana ha pertanto precisato che il «baratto amministrativo» può aver luogo solo con un atto deliberativo dell'ente locale che fissi i criteri e le modalità di svolgimento, secondo la «traccia» che il legislatore ha messo nero su bianco nel citato articolo 24 del dl n. 133/2014.
È altresì pacifico, poi, che per la concessione di esenzioni o riduzioni deve sussistere un rapporto di stretta inerenza tra queste e le attività di cura e manutenzione del territorio. Detto in soldoni, un'attività di pulizia e manutenzione di un'area verde andrà ad incidere sull'ammontare della tariffa rifiuti e non certo sul canone di occupazione degli spazi pubblici.
Non è altresì possibile, poi, che la regolamentazione del baratto si protragga «sine die». Come prescrive la legge, infatti, l'esenzione o la riduzione del pagamento dei tributi locali può essere concessa solo per un periodo definito di tempo e per determinate attività, in ragione «dell'esercizio sussidiario della stessa attività». Inoltre, precisa il parere, anche se la norma, nell'indicare i destinatari dei benefici, utilizza l'avverbio «prioritariamente» per le comunità di cittadini, nulla vieta che l'ente locale possa permettere anche a singoli cittadini la concessione del baratto, dietro la presentazione di un progetto valido.
Sulla specificità dell'oggetto del baratto, ovvero la temporanea riduzione o esenzione di imposte locali, la Corte è stata categorica. In dettaglio, il minor gettito è quello che viene già definito negli stanziamenti dei bilanci di previsione degli enti che hanno adottato il baratto amministrativo. In nessun caso è pertanto ammissibile che si possa consentire la riduzione di tasse ed imposte locali afferenti a esercizi finanziari precedenti.
In primo luogo, perché difetterebbe il requisito dell'inerenza tra agevolazione tributaria e tipologia di attività svolta dai cittadini amministrati. Poi, perché una simile prospettiva determinerebbe effetti pregiudizievoli sugli equilibri di bilancio dell'ente, in considerazione che i debiti tributari dei cittadini vengono iscritti tra i residui attivi dell'ente (articolo ItaliaOggi dell'01.04.2016).

TRIBUTI: Stop al «baratto» senza regolamento. Tasse locali. Corte dei conti dell’Emilia.
Il baratto amministrativo deve essere disciplinato dall'apposito regolamento comunale e non può riguardare i debiti pregressi dei contribuenti.
Lo ha chiarito la Corte dei Conti Emilia Romagna con il parere 23.03.2016 n. 27, definendo i contorni di applicabilità dell'articolo 24 del Dl 133/2014, che consente ai comuni di deliberare riduzioni o esenzioni di tributi a fronte di interventi per la riqualificazione del territorio, da parte di cittadini o associazioni. Si tratta di uno strumento che consente ai cittadini che non riescono a far fronte al pagamento dei tributi comunali di ottenere sconti prestando ore di lavoro in favore della comunità.
Sul nuovo istituto è intervenuto l'IFEL (fondazione dell'Anci) con due note del 16.10.2015 (si veda Il Quotidiano Enti Locali & Pa del 20/10/2015) e del 22.10.2015 (si veda Il Quotidiano Enti Locali & Pa del 27/10/2015), che vengono ora prese in esame dalla Corte dei Conti Emilia Romagna considerando corretta solo la prima versione, la più restrittiva.
I giudici contabili evidenziano in primo luogo che il principio dell'indisponibilità dell'obbligazione tributaria è derogabile solo in forza di una disposizione di legge, che nel caso del baratto amministrativo è l'articolo 24 del Dl 133/2014. L'agevolazione tributaria può essere quindi applicata entro limiti ben circoscritti, attraverso l'adozione di un apposito regolamento comunale ai sensi dell'articolo 52 del Dlgs 446/1997.
Pertanto, non è possibile introdurre il baratto amministrativo con una semplice delibera di Giunta ma occorre seguire la via regolamentare, con l'ulteriore conseguenza che la delibera deve essere approvata entro il termine fissato per l'adozione del bilancio, altrimenti ha efficacia a partire dall'anno successivo.
Inoltre, dal punto di vista del contenuto del regolamento, è necessario che lo stesso individui “criteri” e “condizioni” in base ai quali i cittadini, singoli o associati, possano presentare progetti relativi ad interventi di riqualificazione del territorio. Interventi che possono riguardare solo ed esclusivamente quelli previsti dalla legge, tra cui “la pulizia, la manutenzione, l'abbellimento di aree verdi, piazze, strade, ovvero interventi di decoro urbano” e “la valorizzazione di una limitata zona del territorio”.
Deve poi sussistere un rapporto di stretta inerenza tra le esenzioni e/o le riduzioni di tributi che il comune può deliberare e le attività che i cittadini possono realizzare.
Infine, i giudici contabili precisano che non è possibile utilizzare il baratto amministrativo per i debiti pregressi dei contribuenti, trattandosi di un'ipotesi che: 1) non rientra nell'ambito di applicazione della norma, difettando il requisito dell'inerenza tra l'agevolazione tributaria e l'attività posta in essere dal cittadino; 2) potrebbe determinare effetti pregiudizievoli sugli equilibri di bilancio, considerato che si tratta di debiti ormai confluiti nella massa dei residui attivi dell'ente.
In definitiva la Corte dei Conti Emilia Romagna delinea un modello di baratto amministrativo disatteso dalla maggior parte dei Comuni, specie da quelli che hanno individuato nelle morosità pregresse (anche incolpevoli) l'oggetto principale del nuovo istituto. Comuni che ora dovrebbero rivedere le proprie scelte, se non vogliono rischiare di essere chiamati a rispondere di danno erariale
(articolo Il Sole 24 Ore del 31.03.2016 - tratto da http://rstampa.pubblica.istruzione.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - TRIBUTI: La prova dell'arrivo della raccomandata fa presumere l'invio e la conoscenza dell'atto, mentre l'onere di provare eventualmente che il plico non conteneva l'atto spetta non già al mittente bensì al destinatario.
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Merita dunque di essere confermato il principio per cui, in tema di notifica della cartella esattoriale ai sensi del D.P.R. 29.09.1973, n. 602, art. 26 (così come, più in generale, in caso di spedizione di plico a mezzo raccomandata), la prova del perfezionamento del procedimento di notificazione è assolta dal notificante mediante la produzione dell'avviso di ricevimento, poiché, una volta pervenuta all'indirizzo del destinatario, la cartella esattoriale deve ritenersi a lui ritualmente consegnata, stante la presunzione di conoscenza di cui all'art. 1335 cod. civ., fondata sulle univoche e concludenti circostanze (integranti i requisiti di cui all'art. 2729 cod. civ.) della spedizione e dell'ordinaria regolarità del servizio postale, e superabile solo ove il destinatario medesimo dimostri di essersi trovato, senza colpa, nell'impossibilità di prenderne cognizione, come nel caso in cui sia fornita la prova che il plico in realtà non conteneva alcun atto al suo interno (ovvero conteneva un atto diverso da quello che si assume spedito).
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MASSIMA
13. Il quinto, il sesto ed il settimo motivo, che in quanto connessi possono essere esaminati congiuntamente, sono invece fondati.
13.1. In sintesi, con essi si chiede a questa Corte di affermare il principio per cui il soggetto che proceda alla notifica di cartella esattoriale, con la procedura di cui all'art. 26, D.P.R. n. 602/1973, può limitarsi a consegnare il plico chiuso all'agente postale, per la sua spedizione, essendo assistiti da fede privilegiata ex art. 2700 cod. civ. tanto l'accettazione quanto l'avviso di ricevimento della raccomandata, e gravando invece sul destinatario l'onere di superare la presunzione di conoscenza del contenuto della raccomandata, di cui all'art. 1335 cod. civ..
13.2. Sul tema si registra, invero, una certa divaricazione della giurisprudenza di legittimità, rispetto alla quale questo Collegio intende però aderire all'orientamento che risulta prevalente, in base al quale,
ove il Concessionario si avvalga della facoltà, prevista dal D.P.R. 29.09.1913, n. 602, art. 26, di provvedere alla notifica della cartella esattoriale mediante raccomandata con avviso di ricevimento, ai fini del perfezionamento della notificazione è sufficiente -anche alla luce della disciplina dettata dal D.M. 09.04.2001, artt. 32 e 39- che la spedizione postale sia avvenuta con consegna del plico al domicilio del destinatario, senz'altro adempimento a carico dell'ufficiale postale se non quello di curare che la persona da lui individuata come legittimata alla ricezione apponga la sua firma sul registro di consegna della corrispondenza, oltre che sull'avviso di ricevimento da restituire al mittente; ciò sarebbe confermato implicitamente anche dal penultimo comma del citato art. 26, secondo cui il concessionario è obbligato a conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell'avvenuta notificazione o con l'avviso di ricevimento, in ragione della forma di notificazione prescelta, al fine di esibirla su richiesta del contribuente o dell'amministrazione (Cass. sez. III, sentenza n. 9246 del 07.05.2015; Cass. sez. V, sentenza n. 4567 del 06.03.2015; conf., tra le più recenti, Cass. n. 16949/2014, n. 6395/2014, n. 11708/2011; n. 14327/2009).
13.3. Ai predetti fini
non si ritiene invece necessario che l'agente della riscossione dia la prova anche del contenuto del plico spedito con lettera raccomandata, dal momento che l'atto pervenuto all'indirizzo del destinatario deve ritenersi ritualmente consegnato a quest'ultimo in forza della presunzione di conoscenza di cui all'art. 1335 cod. civ., superabile solo se lo stesso destinatario dia prova di essersi incolpevolmente trovato nell'impossibilità di prenderne cognizione (Cass. n. 15315/2014, n. 9111/2012, n. 20027/2011).
In altri termini,
la prova dell'arrivo della raccomandata fa presumere l'invio e la conoscenza dell'atto, mentre l'onere di provare eventualmente che il plico non conteneva l'atto spetta non già al mittente (in tal senso, Cass. ord. n. 9533/2015, sent. n. 2625/2015, n. 18252/2013, n. 24031/2006, n. 3562/2005), bensì al destinatario (in tal senso, oltre ai precedenti già citati, Cass. sez. I, 22.05.2015, n. 10630; conf. Cass. n. 24322/2014, n. 15315/2014, n. 23920/2013, n. 16155/2010, n. 17417/2007, n. 20144/2005, n. 15802/2005, n. 22133/2004, n. 771/2004, n. 11528/2003, n. 12135/2003, n. 12078/2003, n. 10536/2003, n. 4878/1992, 4083/1978; cfr. Cass. ord. n. 20786/2014, per la quale tale presunzione non opererebbe -con inversione dell'onere della prova- ove il mittente affermasse di avere inserito più di un atto nello stesso plico ed il destinatario contestasse tale circostanza).
13.4. In effetti,
l'orientamento prevalente risulta più rispettoso del principio generale di c.d. vicinanza della prova, poiché la sfera di conoscibilità del mittente incontra limiti oggettivi nella fase successiva alla consegna del plico per la spedizione, mentre la sfera di conoscibilità del destinatario si incentra proprio nella fase finale della ricezione, ben potendo egli dimostrare (ed essendone perciò onerato), in ipotesi anche avvalendosi di testimoni, che al momento dell'apertura il plico era in realtà privo di contenuto.
13.5. Merita dunque di essere confermato il principio per cui,
in tema di notifica della cartella esattoriale ai sensi del D.P.R. 29.09.1973, n. 602, art. 26 (così come, più in generale, in caso di spedizione di plico a mezzo raccomandata), la prova del perfezionamento del procedimento di notificazione è assolta dal notificante mediante la produzione dell'avviso di ricevimento, poiché, una volta pervenuta all'indirizzo del destinatario, la cartella esattoriale deve ritenersi a lui ritualmente consegnata, stante la presunzione di conoscenza di cui all'art. 1335 cod. civ., fondata sulle univoche e concludenti circostanze (integranti i requisiti di cui all'art. 2729 cod. civ.) della spedizione e dell'ordinaria regolarità del servizio postale, e superabile solo ove il destinatario medesimo dimostri di essersi trovato, senza colpa, nell'impossibilità di prenderne cognizione, come nel caso in cui sia fornita la prova che il plico in realtà non conteneva alcun atto al suo interno (ovvero conteneva un atto diverso da quello che si assume spedito) (Corte di Cassazione, Sez. V civile, sentenza 18.03.2016 n. 5397).
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Si legga, al riguardo, un commento: Raccomandata: come si prova il contenuto della lettera? (25.04.2016 - link a www.laleggepertutti.it).

febbraio 2016

TRIBUTI: Tributi locali, blocco assoluto. Congelati il contributo di sbarco e l'imposta di soggiorno. I paletti della Corte conti Abruzzo: vietato anche ridurre le agevolazioni ai contribuenti.
Nessuno spiraglio per superare il blocco dei tributi locali.
Ai dubbi e alle incertezze sollevati dalle amministrazioni locali sui limiti che la legge di stabilità 2016 ha fissato agli aumenti di aliquote e tariffe, ha dato una risposta chiara la Corte dei conti, sezione regionale di controllo per l'Abruzzo, con il parere 09.02.2016 n. 35, il quale ha affermato che non esistono margini di manovra per effettuare delle scelte di politica fiscale che possano comportare un aumento della tassazione.
Al di là della formulazione letterale della norma che si limita a imporre la sospensione degli aumenti, per i giudici contabili la ratio legis è quella di porre un freno all'innalzamento della pressione fiscale a livello locale. Non rientra nel blocco solo ciò che è espressamente escluso, come la Tari. Soni esonerati dal vincolo anche gli enti locali che si trovano in uno stato di dissesto o predissesto.
In queste settimane sono stati manifestati dei dubbi da funzionari e dirigenti degli enti locali sui limiti del blocco. In particolare, se è impedito istituire nuovi tributi (imposta di soggiorno, imposta di scopo), se è impossibile rimodulare le aliquote deliberate per l'addizionale Irpef rapportate ai vari scaglioni di reddito o fissare tariffe più elevate rispetto al 2015 per il nuovo contributo di sbarco, sostitutivo dell'imposta di sbarco, tenuto conto che è stato previsto proprio da una disposizione di legge a partire dal 2016.
Secondo i giudici contabili, che richiamano precedenti pareri espressi in passato, unico obbiettivo dello stop all'aumento di imposte e tasse negli enti locali è quello di contenere il livello della pressione fiscale. Il blocco per il 2016 non è però limitato solo al contenimento di aliquote e tariffe, ma impedisce anche l'istituzione di nuovi tributi. Non va dato rilievo alla differenza terminologica tra «aumento» e «istituzione», poiché ciò che conta è che rimanga invariato il carico fiscale sui contribuenti, siano essi residenti o meno nel territorio comunale.
Ecco perché non è consentito istituire neppure l'imposta di soggiorno, ancorché siano soggetti al prelievo solo i non residenti. Allo stesso modo non è possibile ridurre le agevolazioni già concesse ai contribuenti. Sono escluse dal blocco la Tari, il cui gettito serve a coprire integralmente il costo del servizio di smaltimento rifiuti, e tutte le entrate che hanno natura patrimoniale, come il canone occupazione spazi e aree pubbliche, il canone idrico e via dicendo. Non sono soggetti al vincolo gli enti che hanno deliberato il predissesto o il dissesto.
L'articolo 1, comma 26, della legge di stabilità 2016 (208/2015), dunque, non consente di introdurre nuovi tributi o aumenti di aliquote e tariffe, anche se le relative delibere sono state adottate prima dell'entrata in vigore della norma (1° gennaio). Peraltro, non solo è impossibile ritoccare in aumento aliquote o tariffe, ma è anche impedito che possano essere aboliti benefici già deliberati dagli enti (aliquote agevolate, riduzioni, detrazioni), che comunque inciderebbero sul carico fiscale e darebbero luogo a un innalzamento della tassazione.
Tuttavia, questi vincoli non producono effetti per le entrate che hanno natura patrimoniale o extratributaria. Al riguardo, vi sono delle incertezze sulle entrate che devono sottostare al divieto imposto dalla legge e questo dipende anche dalla loro controversa natura. Va ricordato che il canone per l'occupazione di spazi e aree pubbliche (Cosap) ha natura patrimoniale. Sono entrate patrimoniali anche il canone idrico e il canone depurazione.
Non è ammesso l'aumento delle tariffe, invece, per il canone installazione mezzi pubblicitari (Cimp) che, nonostante la trasformazione da imposta a canone eventualmente operata dall'amministrazione comunale, mantiene la sua natura tributaria. Soggiace al blocco anche il diritto sulle pubbliche affissioni, ancorché non sia mai stata del tutto pacifica la sua natura giuridica (articolo ItaliaOggi del 26.02.2016).

gennaio 2016

TRIBUTI: Sezioni Unite. Ici. Competenza verificata solo dopo la giurisdizione.
Spetta al giudice tributario decidere sull’opposizione del contribuente in materia di Ici e la Cassazione può rilevare anche d’ufficio il difetto di giurisdizione ignorato dal giudice ordinario che si era (peraltro) dichiarato incompetente.

Con una motivazione lunga e articolata, le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione (sentenza 05.01.2016 n. 29) hanno deciso una controversia nata in provincia di Mantova su un recupero coattivo di Ici per circa 200mila euro e portata dalla contribuente davanti al Tribunale ordinario di Brescia, sezione staccata di Breno.
Qui il giudice aveva deciso per la propria giurisdizione, rilevando però l’incompetenza territoriale, trasferita al Tribunale di Mantova. Impugnato dalla contribuente in Cassazione con istanza di regolamento di competenza, l’intricato fascicolo è approdato alle Sezioni Unite dopo che la Sesta civile aveva ravvisato un indirizzo non proprio univoco sul versante della pregiudizialità -tutta civilistica- tra regolamento di giurisdizione e quello di competenza.
Le SU, richiamandosi tra l’altro al giudice naturale evocato dalla Costituzione, hanno stabilito che sulla decisione del Tribunale di Brescia non si era ancora formato il giudicato, e che pertanto la Corte può d’ufficio rilevare il difetto di giurisdizione che è sempre “pregiudiziale” rispetto alla determinazione della competenza.
Quanto poi alla “titolarità” giurisdizionale del caso specifico, le Sezioni Unite, dopo aver assimilato l’ingiunzione fiscale emessa dal Comune in pendenza di giudizio tributario a un normale «ruolo», hanno conseguentemente affermato la “titolarità” esclusiva del giudice tributario
(articolo Il Sole 24 Ore del 06.01.2016).

TRIBUTI: Pertinenziali anche i terreni non «graffati» al catasto. Un terreno posto a servizio di un edificio è pertinenza anche se non è “graffato” al catasto.
Agevolazioni. La Ctr Lombardia ribadisce: contano destinazione del terreno e volontà del titolare.
Lo stabilito la Ctr Lombardia-Milano con la sentenza 05.01.2016 n. 14/19/2016 (presidente Craveia, relatore Monfredi).
Un notaio aveva rogato un atto di vendita di un terreno dagli acquirenti qualificato come pertinenza di un edificio che avevano in precedenza acquistato e per il quale avevano ottenuto le agevolazioni fiscali “prima casa”. In base a tale dichiarazione avevano versato l’imposta di registro al 3% e le imposte ipotecarie e catastali in misura fissa.
L’ufficio aveva però ritenuto che l’acquisto del terreno non potesse beneficiare di quelle agevolazioni, perché esso non era censito al catasto urbano unitamente al bene principale: non era cioè “graffato” al fabbricato abitativo, ma censito autonomamente. Per questo era stato emesso avviso di liquidazione, per il recupero delle maggiori imposte dovute.
Il notaio rogante aveva allora proposto ricorso e la Ctp aveva annullato l’atto.
Ma l’ufficio aveva proposto appello chiedendo alla Ctr Lombardia di ritenere legittimo l’avviso di liquidazione che si basava sul dato oggettivo e documentale della mancata “graffatura” dell’immobile qualificato pertinenza.
Secondo l’Agenzia, contrariamente a quanto vale per i beni classificati C/2, C/6 e C/7, con riferimento ai terreni, le circolari dell’amministrazione finanziaria (del 12.08.2005 e del 29.05.2013) prevedono che il proprietario deve formalizzare catastalmente la sua scelta di destinare funzionalmente e durevolmente il bene a servizio di altro principale. Se non lo fa dimostra la sua volontà di non destinare il terreno a servizio del fabbricato.
Anche i giudici di secondo grado hanno tuttavia disatteso le tesi dell’ufficio, affermando che le circolari non possono derogare alla legge.
Secondo la Ctr, infatti, la normativa in materia di imposta di registro non prevede alcuna limitazione tassativa rispetto ai beni che possono assumere natura pertinenziale di un fabbricato ai fini fiscali. Contiene invece solo un’elencazione esemplificativa e indica due requisiti necessari, uno oggettivo e uno soggettivo: la destinazione durevole al servizio o ad ornamento del bene principale; e la volontà del titolare del diritto reale sulla cosa principale di effettuare tale destinazione.
La “graffatura” rappresenta di certo manifestazione non equivoca di questa volontà. Ma non può al contrario sostenersi che la mancata “graffatura” escluda automaticamente e insuperabilmente tale volontà, perché una tale interpretazione non sarebbe conforme alla normativa primaria e non è previsto dal codice civile alcun obbligo di formalizzare la scelta in sede catastale.
Nel caso al loro esame, inoltre, i giudici rilevavano che le caratteristiche dimensionali del terreno erano in tutto compatibili ed in linea con i limiti fissati dall’articolo 5 del Dm 02.08.1962 perché un’area scoperta potesse considerarsi pertinenza di un’abitazione non di lusso. L’annullamento dell’avviso di liquidazione è stato dunque confermato con condanna dell’Agenzia al pagamento delle spese
(articolo Il Sole 24 Ore del 04.04.2016).

dicembre 2015

TRIBUTI: Regolamento ai sensi dell'art. 24 del D.L. 133/2014.
L'art. 24, D.L. n. 133/2014, nell'ottica di favorire la partecipazione della comunità locale alla valorizzazione e tutela del territorio, consente ai comuni di affidare a cittadini singoli o associati determinati interventi aventi ad oggetto la cura di aree e di edifici pubblici.
In relazione ai predetti interventi, l'art. 24 in commento dà facoltà ai comuni di deliberare riduzioni o esenzioni, specificamente, di tributi inerenti al tipo di attività posta in essere.
Per quanto concerne, invece, le entrate patrimoniali non aventi natura tributaria, ad avviso dell'IFEL e come specificato dall'ANCI, istituti analoghi possono essere attivati dall'ente, nell'ambito della disciplina regolamentare generale delle entrate (art. 52, D.Lgs. n. 446/1997) e avvalendosi della facoltà riconosciuta dall'art. 1197 c.c., secondo cui 'il debitore non può liberarsi eseguendo una prestazione diversa da quella dovuta, anche se di valore uguale o maggiore, salvo che il creditore consenta'.

Il Comune intende approvare il Regolamento ai sensi dell'art. 24, D.L. n. 133/2014, e chiede se sia legittimo estendere l'agevolazione ivi prevista anche alle entrate non tributarie, quali ad esempio le tariffe (rette per mense scolastiche, tariffe scuolabus) ed i canoni di locazione di immobili comunali.
Sentito il Servizio finanza locale di questa Direzione centrale, si esprime quanto segue.
In via preliminare, si sottolinea la natura statale della norma in oggetto da cui consegue la competenza degli organi statali a fornire i chiarimenti in ordine all'ambito applicativo della stessa. Le considerazioni che seguono vengono, pertanto, espresse in via meramente collaborativa.
Ai sensi dell'art. 24, rubricato 'Misure di agevolazione della partecipazione delle comunità locali in materia di tutela e valorizzazione del territorio', D.L. n. 133/2014
[1], 'i comuni possono definire con apposita delibera i criteri e le condizioni per la realizzazione di interventi su progetti presentati da cittadini singoli o associati, purché individuati in relazione al territorio da riqualificare. Gli interventi possono riguardare la pulizia, la manutenzione, l'abbellimento di aree verdi, piazze, strade ovvero interventi di decoro urbano, di recupero e riuso, con finalità di interesse generale, di aree e beni immobili inutilizzati, e in genere la valorizzazione di una limitata zona del territorio urbano o extraurbano. In relazione alla tipologia dei predetti interventi, i comuni possono deliberare riduzioni o esenzioni di tributi inerenti al tipo di attività posta in essere. L'esenzione è concessa per un periodo limitato e definito, per specifici tributi e per attività individuate dai comuni, in ragione dell'esercizio sussidiario dell'attività posta in essere. Tali riduzioni sono concesse prioritariamente a comunità di cittadini costituite in forme associative stabili e giuridicamente riconosciute'.
La disposizione in esame riconosce la partecipazione dei cittadini attivi per la tutela e la valorizzazione del territorio, con ciò ricollegandosi all'art. 118, comma 4, della Costituzione, ove si prevede che gli enti locali favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà orizzontale
[2].
Specificamente, l'art. 24, D.L. n. 133/2014, consente ai comuni di affidare a cittadini singoli o associati determinati interventi aventi ad oggetto la pulizia, la manutenzione, l'abbellimento di aree verdi, piazze, strade ovvero interventi di decoro urbano, di recupero e riuso, con finalità di interesse generale, di aree e beni immobili inutilizzati, e in genere la valorizzazione di una limitata zona del territorio urbano o extraurbano
[3].
In ordine alle modalità applicative dell'agevolazione (specificamente tributaria) prevista dall'art. 24 in commento, il Comitato per lo sviluppo del verde pubblico, istituito presso il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare
[4], ha espresso l'avviso secondo cui «l'impressione è che la norma non autorizzi affatto gli enti locali, in modo indiscriminato, a disporre la riduzione o l'esonero. Ma esiga, piuttosto, un preciso rapporto di connessione 'fra attività posta in essere' e tributo interessato».
Per quanto concerne la questione posta dall'Ente, relativa alla possibilità di estendere l'agevolazione tributaria prevista dall'art. 24, D.L. n. 133/2014, oltre ai tributi anche alle tariffe e ad altre entrate extra tributarie, si formulano alcune riflessioni -si ribadisce- in via collaborativa, stante la competenza degli organi statali al riguardo.
Il tenore letterale dell'art. 24 in argomento prevede un'agevolazione (esenzione o riduzione) esplicitamente riferita ai tributi, la cui essenza consiste nell'essere prestazioni patrimoniali imposte dall'ente pubblico, caratterizzate dall'attitudine (idoneità) a determinare il concorso alla pubblica spesa dell'ente impositore, e gravanti su tutti i cittadini aventi una retribuzione o un reddito imponibile a fini fiscali
[5].
Specificamente, deve essere riconosciuta natura tributaria a tutte quelle prestazioni che non trovino giustificazione o in una finalità punitiva perseguita dal soggetto pubblico, o in un rapporto sinallagmatico tra la prestazione stessa ed il beneficio che il singolo riceve
[6].
Per quanto concerne, invece, le entrate patrimoniali non aventi natura tributaria
[7], l'Istituto per la finanza e l'economia locale (IFEL), fondazione istituita dall'Anci, nel constatare che l'ambito di applicazione dell'art. 24, D.L. n. 133/2014, si riferisce, appunto, esplicitamente al campo dei tributi comunali, per cui non sembrano potersi ricondurre al suo ambito applicativo anche le entrate patrimoniali non tributarie, ha osservato, però, che istituti analoghi possono comunque essere attivati per tali entrate non tributarie, in relazione alle quali l'ente locale può ancora più flessibilmente disporre modalità alternative di adempimento anche sotto il profilo dei pagamenti.
Un tanto l'ente potrà disporre nell'ambito della disciplina regolamentare generale delle proprie entrate (art. 52, D.Lgs. n. 446/1997
[8]), e avvalendosi della facoltà riconosciutagli dall'art. 1197 cod. civ., secondo cui 'il debitore non può liberarsi eseguendo una prestazione diversa da quella dovuta, anche se di valore uguale o maggiore, salvo che il creditore consenta' [9].
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[1] D.L. 12.09.2014, n. 133, recante: 'Misure urgenti per l'apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l'emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive', convertito, con modificazioni, dalla L. n. 164/2014.
[2] Il Comitato per lo sviluppo del verde pubblico, istituito presso il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, ha chiarito che l'individuazione delle attività 'in ragione dell'esercizio sussidiario', è da intendersi, secondo ragionevolezza, nel senso fatto palese dall'art. 118, Cost., laddove ci si riferisce solo ad attività di interesse generale (deliberazione n. 5, del 23.02.2015).
[3] L'IFEL (Istituto per la finanza e l'economia locale, fondazione istituita dall'ANCI), ha precisato che l'attività cui collegare le agevolazioni non può essere individuata liberamente dal comune, ma deve essere riconducibile alle tipologie di attività elencate dalla norma, nel rispetto del principio della riserva di legge, ex art. 23 della Costituzione (nota del 16.10.2015).
[4] Deliberazione n. 5/2015, cit..
[5] C. Cost., 12.01.1995, n. 2, con specifico riferimento alla natura tributaria del contributo per il Servizio sanitario nazionale, specificamente finalizzato al finanziamento della spesa pubblica sanitaria. La pronuncia è richiamata da Cass. civ., sez. un., Ordinanza 09.01.2007, n. 123. Conformi: Corte Costituzionale 10.02.1982, n. 26, Corte Costituzionale, 14.03.2008, n. 64; Corte Costituzionale, 11.02.2005, n. 73, tutte nel senso di qualificare il tributo come una prestazione patrimoniale imposta e collegata alla spesa pubblica.
[6] Cass. civ., Ordinanza 11.02.2008, n. 3171, che afferma la natura tributaria del contributo per il Servizio sanitario nazionale, in quanto trova applicazione a prescindere dall'an e dal quantum dei servizi (e della natura degli stessi) richiesti; e non ha un rapporto sinallagmatico con l'utilizzazione del Servizio.
[7] In particolare, per le entrate cui il Comune vorrebbe estendere l'applicazione dell'art. 24, D.L. n. 133/2014 (retta mensa, tariffa scuolabus), si osserva che sussiste un nesso di sinallagmaticità (che, alla luce delle elaborazioni giurisprudenziali riportate, non appartiene ai tributi) tra la retta per la mensa e la fruizione del relativo servizio, come emerge dalle considerazioni della Suprema Corte che, relativamente al servizio di mensa nella scuola materna, ha escluso una contribuzione, se pur ridotta, per gli utenti che avevano dichiarato di non voler mai usufruire della mensa, per il solo fatto di frequentare la scuola, che invece non deve comportare alcun onere economico a loro carico (Cass. civ., Sez. un., 04.12.1991, n. 13030). Lo stesso, appare configurarsi un nesso sinallagmatico tra la prestazione economica della tariffa scuolabus e l'utilizzazione del relativo servizio di trasporto scolastico.
[8] L'art. 52, D.Lgs. n. 446/1997 (Potestà regolamentare generale delle province e dei comuni), riconosce ai Comuni e alle Province il potere di disciplinare con regolamento le proprie entrate, anche tributarie.
Su questo punto, cfr. Anci, nota del 15.09.2015. L'Associazione, nel rispondere ad un quesito sulla portata applicativa dell'art. 24, D.L. n. 133/2014, in particolare sulla possibilità di prevedere, con regolamento comunale, anche riduzioni o esenzioni di canoni e di tariffe comunali, ha affermato la possibilità per il comune, nell'esercizio della potestà regolamentare prevista dall'art. 52, D.Lgs. n. 446/1997, di disporre ulteriori esenzioni ed agevolazioni, in materia di entrate e tributi.
[9] Cfr. nota Anci del 26.10.2015
(03.12.2015 -
link a www.regione.fvg.it).

novembre 2015

TRIBUTI: Le tipologie di interpello.
DOMANDA:
Il D.Lgs. n. 156/2015, modificando l'art. 11 dello Statuto dei diritti del contribuente, individua cinque tipologie di interpello: ordinario, qualificatorio, probatorio, anti abuso e disapplicativo disponendo che gli enti locali devono provvedere entro il 01.07.2016 ad adeguare i propri regolamenti.
Si chiede cortesemente di sapere: a) se le tipologie di interpello probatorio, anti abuso e disapplicativo riguardano anche i tributi comunali o solo i tributi erariali; b) se il termine per l'adeguamento del regolamento comunale per la disciplina delle entrate (contenente anche la disciplina dell'interpello) è effettivamente il 01.07.2016 oppure se si deve provvedere entro il termine di approvazione del bilancio comunale (termine, quest'ultimo, da rispettare per l'adeguamento dei regolamenti tributari).
RISPOSTA:
Il nuovo articolo 11 dello Statuto del contribuente razionalizza le tipologie di interpello esistenti, sistematizzandole e raggruppandole in diverse categorie, di cui sono definiti esplicitamente i presupposti applicativi:
• interpello “ordinario” e “qualificatorio” (articolo 11, comma 1, lettera a)
• interpello “probatorio” (articolo 11, comma 1, lettera b)
• interpello “anti abuso” (articolo 11, comma 1, lettera c),
• interpello “disapplicativo” (articolo 11, comma 2).
L’interpello ordinario ricalca quello già disciplinato dal vecchio testo dell’articolo 11, trattandosi di una richiesta volta a ottenere un parere quando sussistano obiettive condizioni di incertezza sull’interpretazione delle disposizioni tributarie, in relazione alla loro applicazione a casi concreti e personali. A questo modello generale, il legislatore delegato, sempre nel punto a), ha affiancato l’interpello “qualificatorio” in cui l’istanza del contribuente riguarda la corretta qualificazione della fattispecie quando, comunque, sussistono obiettive condizioni di incertezza alla luce delle disposizioni tributarie applicabili alle medesime.
La seconda tipologia menzionata dal nuovo comma 1 dell’articolo 11 è definita dallo stesso legislatore interpello probatorio e si sostanzia in una richiesta tesa a ottenere un parere sulla sussistenza delle condizioni o sulla idoneità degli elementi probatori offerti dal contribuente ai fini dell’accesso a un determinato regime fiscale, azionabile, tuttavia, solo nei casi espressamente previsti (quelli, appunto, contenenti l’esplicito richiamo all’interpello di cui alla lettera c) del comma 1 dell’articolo 11).
In verità, non si tratta di una forma di interpello nuova, ma di una categoria ampia che ricomprende e abbraccia, sotto il cappello della formula utilizzata, tante figure già previste dal sistema, che vengono, in questo modo, ricondotte a unità. In questa categoria sono ricomprese ipotesi molto eterogenee, tra cui alcune a oggi classificate tra gli interpelli obbligatori, degradati perciò solo a facoltativi. Un’altra categoria di interpelli facoltativi è l’interpello anti-abuso -destinato ad assorbire le principali fattispecie ricomprese nel capo di applicazione dell’interpello antielusivo di cui all’articolo 21 della legge 413/1991- che costituisce il nuovo strumento attraverso il quale il contribuente può chiedere all’amministrazione se le operazioni che intende realizzare costituiscano fattispecie di abuso del diritto, ai sensi del nuovo articolo 10-bis dello Statuto.
Il comma 2 dell’art. 11 prevede, altresì, l’interpello “disapplicativo”: mutuato dall’art. 37-bis, co. 8, del DPR n. 600/1973, consente al contribuente di richiedere un parere all’Amministrazione in ordine alla sussistenza delle condizioni che legittimano la disapplicazione di norme tributarie che limitano deduzioni, detrazioni, crediti d’imposta o altre posizioni soggettive del soggetto passivo.
In questo caso, laddove l’Agenzia fornisca una risposta negativa all’istanza, il contribuente può fornire la dimostrazione della spettanza della disapplicazione delle norme anche nelle successive fasi dell’accertamento e del contenzioso. In conclusione, ad un primo esame, sembrano applicabili ai tributi locali esclusivamente gli interpelli ordinari e qualificatori; le altre tipologie sembrano applicabili soltanto ai tributi erariali.
In merito, si attende comunque una circolare dell’Agenzia delle Entrate. L’adeguamento dei regolamenti comunali relativamente agli interpelli potrà essere effettuato entro il 01.07.2016; la data di approvazione del bilancio, infatti, riguarda soltanto quelle modifiche suscettibili di incidere sul bilancio stesso e, pertanto, tale limitazione non si applica al caso in esame (link a www.ancirisponde.ancitel.it).

TRIBUTI: La pubblicità abusiva.
DOMANDA:
E' vero che se rileviamo un cartello o un'insegna abusiva (in assenza di autorizzazione, ovvero scaduta) e spesso anche non in regola con il tributo, non dovremmo emettere avvisi di accertamento, in quanto sono i vigili ad elevare contravvenzione ai sensi del Codice della Strada?
La motivazione sarebbe che una volta pagato il tributo, se si dovesse andare davanti al Giudice, si perderebbe la causa. La domanda è: ma allora non può mai esistere una avviso di accertamento per mancata dichiarazione di inizio pubblicità?
E tutto il tempo, magari anni, di esposizione abusiva viene risolto solo con la contravvenzione dei vigili?
RISPOSTA:
Quanto riportato nel quesito, senza alcun riferimento normativo o giurisprudenziale è incomprensibile. L’applicazione della normativa tributaria è completamente autonoma nei confronti dell’applicazione delle norme di legge e di regolamento riguardo la mancanza di autorizzazione all’installazione dell’impianto pubblicitario (link a www.ancirisponde.ancitel.it).

EDILIZIA PRIVATA - TRIBUTIGestori tlc tassati. Imu/Ici sui ripetitori di telefonia. La Cassazione sulla classificazione degli immobili.
I ripetitori di telefonia mobile di cui sono titolari i vari gestori telefonici (Vodafone, Telecom) sono soggetti al pagamento dell'Ici, e anche dell'Imu, in quanto infissi al suolo in maniera stabile e, quindi, sono da considerare a tutti gli effetti dei fabbricati. Vanno, infatti, inquadrati catastalmente nella categoria «D» e non nella categoria «E», come immobili esenti.

Lo ha affermato la
Corte di Cassazione -Sez. V civile- con la sentenza 25.11.2015 n. 24026.
Secondo la Cassazione, i ripetitori di telefonia mobile devono essere classificati nella categoria «D», «in quanto trattasi di struttura stabilmente infissa al suolo, recintata, all'interno della quale è stato installato, su platea di calcestruzzo, un traliccio cui sono state fissate le antenne».
Questi immobili devono essere accatastati come previsto dall'articolo 4 del rdl 652/1939. Tra l'altro, precisano i giudici, la classificazione catastale nella categoria «D» è prevista dalla circolare dell'Agenzia del territorio n. 4/2006, che non fa riferimento solo alle centrali eoliche, ma vale anche per i «ripetitori e impianti similari».
Nello specifico, la circolare pone in rilievo che: «Rilevante importanza hanno assunto nel tempo anche le costruzioni tese a ospitare impianti industriali mirati alla trasmissione o all'amplificazione dei segnali destinati alla trasmissione (via cavo o etere)... la categoria da attribuire agli immobili che le ospitano è da individuare nel gruppo D... Tra le diverse tipologie dei manufatti in esame ha registrato negli ultimi anni una significativa diffusione sul territorio quella destinata a ospitare gli impianti per la diffusione della telefonia mobile...».
La classificazione catastale. L'articolo 4 del rdl 652/39, richiamato nella pronuncia in esame, definisce immobili urbani i fabbricati e le costruzioni stabili di qualunque materiale costruiti, stabilmente assicurati al suolo. I ripetitori di telefonia mobile, come gli impianti eolici, sono degli opifici e devono essere iscritti in catasto nella categoria D/1.
L'Agenzia del territorio ha precisato la categoria catastale che deve essere attribuita a questi impianti e ha fornito i chiarimenti necessari sulla disciplina che deve essere osservata dagli uffici provinciali per determinare la rendita. La qualificazione della tipologia di immobili e la relativa rendita assumono rilevanza ai fini fiscali.
Il provvedimento catastale costituisce il parametro di riferimento per la determinazione dell'Ici e dell'Imu. Per quanto concerne gli impianti eolici, l'Agenzia ha affermato che rilevano le finalità cui sono destinati questi immobili e il fatto che Stato, Regioni e Unione europea ne incentivino la costruzione. Il classamento è indipendente «da ogni vincolo amministrativo o legislativo non dettante disposizioni in materia di catasto».
Al riguardo, vanno invece richiamate le norme (rdl 652/1939, dpr 1142/1949, dm 28/1998) che forniscono la nozione di unità immobiliare urbana e di rendita catastale. Sono considerate unità immobiliari le costruzioni ancorate o fisse al suolo, di qualunque materiale costituite, nonché gli edifici sospesi o galleggianti, stabilmente assicurati al suolo, purché risultino verificate le condizioni funzionali e reddituali. La stessa natura hanno i manufatti prefabbricati, anche se solo appoggiati al suolo, qualora gli stessi siano stabili nel tempo e presentino autonomia funzionale e reddituale.
L'obbligo di accatastamento è stato ribadito dall'art. 1-quinquies del decreto legge 44/2005, convertito nella legge 88/2005, di interpretazione autentica del citato articolo 4, il quale ha stabilito che i fabbricati e le costruzioni stabili sono costituiti dal suolo e dalle parti ad esso strutturalmente connesse, anche in via transitoria, cui possono accedere, mediante qualsiasi mezzo di unione, parti mobili allo scopo di realizzare un unico bene complesso. Strutture e impianti, che sono tra di loro connessi e unificati da un nesso funzionale in vista della destinazione a una determinata utilizzazione produttiva, rientrano nel novero degli «opifici» e devono essere classificati catastalmente nella categoria D.
Nella stessa categoria catastale rientrano anche le centrali elettriche. Non a caso l'Agenzia del territorio, con la risoluzione 3/2008, ha chiarito che «le centrali elettriche a pannelli fotovoltaici devono essere accertate nella categoria «D/1 - opifici» e che nella determinazione della relativa rendita catastale devono essere inclusi i pannelli fotovoltaici, in analogia con la prassi, ormai consolidata, adottata in merito alle turbine delle centrali elettriche».
Anche la giurisprudenza ha sostenuto che questi impianti siano soggetti a imposizione (Corte di cassazione, sentenze 13319/2006 e 4030/2012; commissione tributaria regionale del Lazio, sezione XX, sentenza 48/2004; Commissione tributaria regionale della Puglia, sezione XXVII, sentenza 214/2008).
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Gruppo D, conti fino ad accatastamento.
Nella disciplina Ici e Imu è previsto che per i fabbricati iscritti in catasto il valore dell'immobile si ottiene facendo riferimento all'ammontare delle rendite, vigenti al 1° gennaio dell'anno di imposizione.
Per i fabbricati interamente posseduti da imprese, classificabili nel gruppo catastale D, distintamente contabilizzati, qualora gli stessi siano sforniti di rendita catastale, la base imponibile Ici è costituita dai costi di acquisizione e incrementativi contabilizzati, ai quali vanno applicati dei coefficienti stabiliti annualmente con decreto del Ministro delle finanze.
Il valore dell'immobile, così determinato, può essere utilizzato fino alla fine dell'anno d'imposta nel corso del quale viene attribuita la rendita catastale oppure viene annotata al catasto la rendita proposta, con l'osservanza della procedura prevista nel decreto del ministro delle Finanze 701/1994.
Il valore, ai fini dell'applicazione dell'Ici e dell'Imu, è determinato sulla base delle scritture contabili fino a quando viene presentata istanza di accatastamento. Solo dall'anno successivo alla presentazione della suddetta istanza, il valore del fabbricato deve essere determinato non più con riguardo ai costi contabilizzati bensì in base al valore catastale. Pertanto l'imprenditore, proprietario del fabbricato di categoria D, è tenuto ad applicare il regime del valore contabile fino alla richiesta di accatastamento.
Naturalmente, il Comune ha il potere-dovere di accertare l'impresa titolare dei fabbricati iscritti nella categoria «D», per i quali non è stato pagato il tributo, determinando il quantum dovuto in base alle regole sopra citate, previste dall'articolo 5, comma 3, del decreto legislativo 504/1992 (articolo ItaliaOggi Sette del 14.12.2015).

TRIBUTI: D.Lgs. 30.12.1992, n. 504, art. 9. Spettanza di agevolazioni ICI a coadiuvanti agricoli.
Come rilevato dalla giurisprudenza, in tema di imposta comunale sugli immobili, la riduzione per i terreni agricoli disposta dall'art. 9 del D.Lgs. 504/1992 è condizionata dalla ricorrenza dei requisiti della qualifica di coltivatore diretto o di imprenditore agricolo a titolo principale (così come definiti dall'art. 58, comma 2, del D.Lgs. 446/1997) e della conduzione diretta dei terreni.
Ne consegue che, mentre l'iscrizione all'INPS (gestione ex SCAU) è idonea a provare, al contempo, la sussistenza dei primi due requisiti, il terzo requisito, relativo alla conduzione diretta dei terreni, va provato in via autonoma.

Il Comune chiede un parere con riferimento al riconoscimento delle agevolazioni ICI di cui all'art. 9 del decreto legislativo 30.12.1992, n. 504
[1], anche a coadiuvanti agricoli. Specifica l'Ente che il soggetto interessato è iscritto all'INPS in capo al nucleo del coltivatore diretto, che lo stesso non conduce direttamente i terreni (che sono condotti dal coltivatore) e che non dichiara redditi agrari ma solo dominicali.
Atteso che non rientra nella competenza di questo Servizio l'interpretazione di normativa statale in materia tributaria, si suggerisce all'Ente di rivolgersi direttamente all'Agenzia delle entrate competente per territorio al fine di acquisire i necessari chiarimenti.
Peraltro, in via meramente collaborativa, si formulano alcune osservazioni con riferimento alla fattispecie prospettata.
L'art. 9 del D.Lgs. 504/1992 stabilisce una riduzione dell'imposta comunale sugli immobili (ICI) per i terreni agricoli condotti direttamente, e a tal fine individua sia la franchigia che le percentuali di riduzione in base al valore dei terreni. Tale riduzione è riconosciuta a condizione che i terreni siano posseduti e condotti da coltivatori diretti o da imprenditori agricoli che esplicano la loro attività a titolo principale.
La norma è stata integrata dall'art. 58, comma 2, del decreto legislativo 15.12.1997, n. 446
[2], il quale ha chiarito che, ai fini della riduzione in argomento, 'si considerano coltivatori diretti o imprenditori agricoli a titolo principale le persone fisiche iscritte negli appositi elenchi comunali previsti dall'articolo 11 della legge 09.01.1963, n. 9, e soggette al corrispondente obbligo dell'assicurazione per invalidità, vecchiaia e malattia (...).'
Pertanto, come rilevato dalla giurisprudenza
[3], in tema di imposta comunale sugli immobili, la riduzione per i terreni agricoli disposta dall'art. 9 del D.Lgs. 504/1992 è condizionata dalla ricorrenza dei requisiti della qualifica di coltivatore diretto o di imprenditore agricolo a titolo principale (così come definiti dall'art. 58, comma 2, del D.Lgs. 446/1997) e dalla conduzione diretta dei terreni.
Ne consegue che, mentre l'iscrizione agli elenchi comunali di cui alla L. 9/1963
[4] è idonea a provare, al contempo, la sussistenza dei primi due requisiti (atteso che chi viene iscritto in quell'elenco svolge normalmente a titolo principale quell'attività legata all'agricoltura), il terzo requisito, relativo alla conduzione diretta dei terreni, va provato in via autonoma 'potendo ben accadere che un soggetto iscritto nel detto elenco poi non conduca direttamente il fondo per il quale chiede l'agevolazione, la quale, pertanto, non compete'. [5]
Stando alle informazioni fornite dall'Ente instante, il coadiuvante agricolo de quo non conduce direttamente i terreni.
Parrebbe quindi potersi ritenere che allo stesso, carente del presupposto essenziale della conduzione diretta, non spetti la riduzione ex art. 9, anche a prescindere dalla verifica della sussistenza degli altri requisiti stabiliti dalla norma.
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[1] 'Riordino della finanza degli enti territoriali, a norma dell'articolo 4 della legge 23.10.1992, n. 421.'
[2] 'Istituzione dell'imposta regionale sulle attività produttive, revisione degli scaglioni, delle aliquote e delle detrazioni dell'Irpef e istituzione di una addizionale regionale a tale imposta, nonché riordino della disciplina dei tributi locali.'
[3] Cassazione civile, sez. trib., Sentenze n. 15551 del 30.06.2010, n. 9143 del 16.04.2010, n. 214 del 07.01.2005.
[4] La compilazione degli elenchi comunali avveniva, fino al 30.06.1995, ad opera del Servizio per i contributi agricoli unificati (SCAU). A far data dal 01.07.1995 il Servizio SCAU è stato soppresso e le sue funzioni trasferite all'INPS, per effetto dell'art. 19 della legge 23.12.1994, n. 724.
Inoltre, si osserva che l'iscrizione alla assicurazione generale obbligatoria da parte del coltivatore diretto può essere estesa da questi al proprio nucleo familiare, comprendendo parenti e affini fino al 4° grado, sulla base di requisiti oggettivi e soggettivi determinati dalla normativa vigente.
[5] Cassazione civile, Sent. 1551/2015 cit.
(17.11.2015 -
link a www.regione.fvg.it).

ottobre 2015

TRIBUTI: Online il nuovo portale della giustizia tributaria.
Dal calcolo del contributo unificato dovuto sul ricorso alla prenotazione degli appuntamenti con la commissione tributaria, dalla modulistica per richiedere copia delle sentenze o il certificato di pendenza all'elenco dei soggetti autorizzati alla difesa del contribuente presso Ctp e Ctr.

È online il nuovo portale della giustizia tributaria, realizzato dal Dipartimento delle finanze del Mef. Il sito, i cui contenuti e l'erogazione dei servizi sono curati dalla Direzione giustizia tributaria, svolgerà anche la funzione di punto unico di accesso al processo tributario telematico, in partenza dal prossimo 1° dicembre in via sperimentale nelle commissioni della Toscana e dell'Umbria.
Attraverso l'indirizzo web http://giustiziatributaria.gov.it contribuenti ed enti impositori potranno effettuare online il deposito dei ricorsi e degli atti processuali, come pure accedere al fascicolo informatico del processo e consultare tutti gli atti e i provvedimenti emanati dal giudice. Strumenti necessari per poter fruire dei servizi del processo tributario telematico sono il possesso di una casella di posta elettronica certificata e di una firma digitale valida.
Il sito contiene anche una sezione specifica dedicata alla rassegna di giurisprudenza tributaria. Ed è proprio su questo tema che, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, a poche ore dal «lancio» del portale alcuni giudici hanno sollevato qualche perplessità, relativa ai criteri di selezione delle sentenze da parte del Mef.
Come spiegato dalla Direzione giustizia tributaria sul sito, tuttavia, la panoramica sulle massime «si propone di offrire risalto ad alcune delle più interessanti pronunce segnalate dalle commissioni tributarie», senza quindi privilegiare né quelle pro-fisco né quelle pro-contribuente e in maniera più tempestiva che in passato (l'aggiornamento avverrà ogni 15 giorni).
Il portale sarà utilizzabile anche dai magistrati tributari, che potranno fruire di diversi servizi personalizzati accessibili dalla «scrivania del giudice», tra cui la ricerca delle sentenze delle commissioni tributarie e la consultazione del fascicolo processuale telematico (articolo ItaliaOggi del 29.10.2015).

TRIBUTI: Baratto amministrativo soltanto con l'inerenza.
Deliberazioni di riduzione o di esenzione di tributi «inerenti il tipo di attività posta in essere». In cambio di lavori fatti in tali ambiti di attività.

Con nota di approfondimento del 16.10.2015 (si veda ItaliaOggi del 20 ottobre scorso), l'Ifel fornisce chiarimenti per il corretto inquadramento del baratto amministrativo e per la sua applicazione ai tributi locali. Beneficiari del baratto amministrativo potranno essere individuati in cittadini singoli o associati. Si privilegeranno le «Comunità di cittadini costituite in forme associative stabili e giuridicamente riconosciute».
L'Istituto per la finanza e l'economia locale ritiene che la riduzione o l'esenzione potrà essere concessa con riguardo alle obbligazioni tributarie di cui è soggetto passivo l'associazione stessa. Altro aspetto delicato afferisce il perimetro d'intervento.
A parere dell'Ifel, l'intervento dei cittadini dovrà riguardare un territorio da qualificare ed essere alternativo e sostitutivo rispetto a quello del comune. A fronte dell'intervento dei cittadini, il comune potrà disporre deliberazioni di riduzione o esenzione di tributi «inerenti al tipo di attività posta in essere».
La ratio sottesa alla norma consente di collegare la delibera di agevolazione al tributo di riferimento anche se in apparenza non direttamente ricollegabile al tipo di attività posta in essere. Il concetto di «inerenza» del tributo per cui si prevede l'agevolazione all'attività svolta dai cittadini (singoli o associati), dovrà essere valutato in sede di predisposizione della delibera di agevolazione ed ispirato a criteri di ragionevolezza e corrispondenza tra beneficio reso ed agevolazione concessa.
L'Ifel ritiene opportuno basare la quantificazione economica dell'agevolazione secondo politiche ispirate a responsabilità e ragionevolezza del trattamento agevolativo, specificando che il riconoscimento dell'agevolazione non deve essere solo «legittimo» ma anche «controllabile».
Da ultimo, l'Istituto tiene a precisare che non appare coerente con la ratio della norma la possibilità di prevedere riduzioni o esenzioni anche con riferimento ad eventuali debiti tributari del contribuente. La ragione è da ritrovare nei principi di indisponibilità ed irrinunciabilità al credito tributario cui soggiacciono tutte le entrate tributarie comunali (articolo ItaliaOggi Sette del 26.10.2015).

EDILIZIA PRIVATA - TRIBUTI: In materia di cartelloni pubblicitari posti sul muro di recinzione del campo sportivo comunale.
Ogni qualvolta venga in rilievo l’esercizio di un potere autoritativo della pubblica amministrazione, avente per oggetto un bene pubblico (demaniale o patrimoniale indisponibile) e contestato dal privato, la controversia è devoluta senza dubbio al giudice amministrativo.
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La realizzazione o l’installazione di qualsiasi manufatto sul suolo pubblico è consentita solo se è preventivamente rilasciato un atto concessorio.
Infatti,
da un lato occorre il consenso dell’Amministrazione titolare del bene, perché vi sia una tale realizzazione o installazione, dall’altro vi è una costante e plurisecolare tradizione giuridica (corroborata da un costante quadro normativo e giurisprudenziale), per il quale qualsiasi atto dell’Amministrazione –di gestione di un proprio bene pubblico, demaniale o patrimoniale indisponibile– ha natura pubblicistica e provvedimentale.
Sul punto, il Collegio osserva che:
- per una indiscussa giurisprudenza,
il «campo sportivo» di cui è titolare il Comune –comunque sia denominato e qualsiasi consistenza abbia- ha natura di bene patrimoniale indisponibile (mirando al soddisfacimento di interessi della collettività locale);
-
la regola della necessità del rilascio di una concessione –perché vi sia un qualsiasi manufatto incidente sullo stato dei luoghi– si applica pure quando si tratti della collocazione di cartelli pubblicitari (la cui disciplina non è regolata soltanto alle disposizioni del codice della strada, ma anche dagli artt. 3 e 12, del d.lgs. n. 507 del 1993), per effettuare la quale non è sufficiente la presentazione della relativa domanda, dovendosi, al riguardo, pienamente esplicare da parte dell'Amministrazione un'attività valutativa e discrezionale, che si manifesta con atti incidenti su posizioni di interesse legittimo, con conseguente giurisdizione del giudice amministrativo;
- specularmente,
anche l'esercizio del potere di ritiro dell’atto di natura concessoria –e che dispone la rimozione di cartelloni pubblicitari- attiene a posizioni di interesse legittimo.
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Il Comune ha comunicato alla società appellata che intendeva ritornare in possesso degli spazi occupati dai cartelli pubblicitari e dai pannelli luminosi, la cui installazione era stata autorizzata con precedenti provvedimenti, ed ha richiesto, ai sensi degli artt. 1809 e 1810 del c.c., alla società «la restituzione dell'area con la contestuale rimozione degli impianti», entro un fissato termine, perché non risultava alcun titolo specifico per l’utilizzo delle aree.
Non è fondata, sotto tale aspetto, la tesi difensiva della società, per la quale a suo tempo vi era stato un contratto di «comodato»:
un tale contratto non può essere giuridicamente posto in essere quando si tratti di un bene pubblico, rispetto al quale –al più– può esservi il rilascio di una concessione a titolo gratuito (la quale, peraltro, a sua volta è configurabile solo quando la concessione sia espressamente rilasciata a tale titolo e purché –beninteso– un tale rilascio sia consentito da una norma giuridica e sussistano i relativi presupposti, dovendosi comunque applicare altrimenti il principio per cui l’Amministrazione deve poter ottenere un corrispettivo per l’utilizzo di un proprio bene).
Nella specie,
la richiesta di restituzione dell’area occupata dagli impianti dei quali è stata ordinata la rimozione con atto di natura autoritativa è da considerarsi la dovuta conseguenza dell’emanazione dell’ordine di rimozione e, in quanto con esso inscindibilmente connessa, risulta essa stessa espressione del potere autoritativo del Comune, sicché va rilevata la sussistenza della giurisdizione amministrativa (per di più esclusiva, ai sensi dell’art. 133 del c.p.a.), circa il provvedimento inerente alla gestione del bene pubblico.
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Parallelamente al canone dovuto ex art. 62 del d.lgs. n. 446 del 1997 per l'installazione di cartelloni e di insegne pubblicitarie, l'art. 7 del d.lgs. n. 507 del 1993 ha previsto la debenza di una imposta, determinata in base alla superficie della minima figura piana geometrica in cui è circoscritto il mezzo pubblicitario, per la diffusione di messaggi pubblicitari effettuata attraverso forme di comunicazione visive o acustiche, diverse da quelle assoggettate al diritto sulle pubbliche affissioni, in luoghi pubblici o aperti al pubblico o che sia da tali luoghi percepibile, al cui pagamento, ai sensi del precedente art. 6, è tenuto il soggetto che dispone a qualsiasi titolo del mezzo attraverso il quale il messaggio pubblicitario viene diffuso.

L’avvenuto pagamento dell’imposta sulla pubblicità da parte della società appellata non può quindi rilevare come titolo per l’occupazione del muro di cinta dello stadio su cui erano situati gli impianti pubblicitari, che ha reso la società adempiente dei soli obblighi previsti dal d.lgs. n. 507 del 1993 per l’esposizione dei cartelli pubblicitari, ma ha fatto salva la tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche ed il pagamento di canoni di locazione o di concessione.
In caso di pubblicità effettuata su impianti installati su beni appartenenti al Comune o da questo dati in detenzione, l'applicazione dell'imposta sulla pubblicità non esclude infatti quella della tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche, nonché il pagamento di canoni di locazione o di concessione, atteso il chiaro tenore letterale dell'art. 9, comma 7, del d.lgs. n. 507 del 1993, in quanto l'imposta comunale sulla pubblicità ha presupposti diversi dalla tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche, come emerge dal confronto fra gli art. 5 e 38 del d.lgs. citato, che individuano il presupposto impositivo, rispettivamente, nel mezzo pubblicitario disponibile e nella sottrazione dell'area o dello spazio pubblico al sistema della viabilità e, quindi, all'uso generalizzato.
Deve consequenzialmente rilevarsi l’infondatezza della tesi posta a base dell’impugnata sentenza, secondo cui le autorizzazioni alla affissione degli impianti in questione potessero interpretarsi come titoli abilitanti anche all’uso anche del muro di cinta.
E comunque
il fatto che il Comune non abbia richiesto preventivamente alcun corrispettivo per l’uso del muro suddetto non dimostra che esso abbia interpretato le anzidette autorizzazioni come comprensive della fruizione del muro stesso (né il Comune avrebbe potuto dare una tale interpretazione, non potendo l’Amministrazione rinunciare a percepire quanto spettante).
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Spettano alla giurisdizione del giudice ordinario non solo le controversie relative al canone per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche (Cosap) ma anche quelle relative a qualsivoglia altra tipologia di canone che l'Ente locale potrebbe pretendere per la concessione di spazi ed aree per l'installazione di impianti pubblicitari
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In particolare è stato ritenuto dalla giurisprudenza formatasi in materia in tema di giurisdizione che rientrano nell’ambito della giurisdizione delle commissioni tributarie le controversie aventi ad oggetto la debenza del canone previsto per l'installazione di mezzi pubblicitari, dall'art. 62 d.lgs. n. 446 del 1997, che costituisce una mera variante dell'imposta comunale sulla pubblicità di cui al d.lgs. n. 507 del 1993 e conserva, quindi, la qualifica di tributo propria di quest'ultima, mentre spettano alla giurisdizione del giudice ordinario le controversie relative al canone per la concessione di spazi ed aree per l'installazione di impianti pubblicitari.
Posto quindi che sussiste la giurisdizione del giudice amministrativo al riguardo solo in materia di impugnazione di delibere comunali di determinazione delle tariffe relative agli impianti pubblicitari,
va ritenuto che sulla domanda riconvenzionale dedotta in giudizio, volta ad ottenere la condanna della società di cui trattasi ad indennizzare il Comune della diminuzione patrimoniale subita, consistente nel mancato introito del canone per l’uso degli spazi in questione, deve dichiarasi il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo, essendo competente riguardo alla pretesa in esame il giudice ordinario.

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1.- Il Responsabile dell'Ufficio Economico Finanziario del Comune di Ponte San Pietro, con nota prot. 8970 del 10.04.2002, ha comunicato alla s.p.a. IGPDECAUX Affissioni che intendeva ritornare in possesso degli spazi occupati da tre cartelli pubblicitari e da tre pannelli luminosi siti nel Comune, alla via Trento e Trieste, la cui installazione era stata autorizzata con atti prot. 5597 del 13.07.1982, prot. 6942 del 04.12.1987 e prot. 3033 del 19.04.1991, ed ha richiesto, ai sensi degli artt. 1809 e 1810 del c.c., alla società «la restituzione dell'area con la contestuale rimozione degli impianti» (concedendo per l’incombente un termine di tre mesi), dal momento che non risultava alcun titolo specifico per l’utilizzo delle aree, assegnate in comodato (come sarebbe stato comprovato dalla circostanza che non risultavano pagamenti a favore del Comune per l’utilizzo dello spazio in questione).
2.- La società ha proposto il ricorso di primo grado, chiedendo l’annullamento di tale provvedimento e per il risarcimento del danno al TAR Lombardia, sezione di Brescia, che, con la sentenza in epigrafe indicata, ha respinto l’eccezione di difetto di giurisdizione sollevata dalla difesa del Comune ed ha accolto il ricorso, ritenendo che il Comune, non avendo chiesto alcun corrispettivo per l’uso del bene nel periodo dall’anno 1982 all’anno 2002, aveva dimostrato di avere costantemente interpretato le autorizzazioni all’affissione dei cartelli pubblicitari come comprensive della fruizione del muro di cinta del campo sportivo comunale.
Il TAR ha inoltre respinto la domanda riconvenzionale, proposta dal Comune.
3.- Con il ricorso in appello in esame, il Comune di Ponte San Pietro ha chiesto la riforma della sentenza del TAR, deducendo i seguenti motivi: ...
...
9.1.- Osserva la Sezione che, al fine di accertare se con il provvedimento impugnato il Comune abbia inteso esercitare prerogative di natura privata o pubblica, va innanzi tutto rilevato che l'art. 133, comma 1, lett. b), del c.p.a., nell'elencare le materie oggetto giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, sottrae alla sua cognizione esclusivamente le controversie concernenti «indennità, canoni ed altri corrispettivi» e quelle attribuite ai Tribunali delle acque pubbliche e al Tribunale superiore delle acque pubbliche; di conseguenza (posto che appartengono alla giurisdizione del giudice ordinario le controversie di natura meramente patrimoniale),
ogni qualvolta venga in rilievo l’esercizio di un potere autoritativo della pubblica amministrazione, avente per oggetto un bene pubblico (demaniale o patrimoniale indisponibile) e contestato dal privato, la controversia è devoluta senza dubbio al giudice amministrativo.
Ciò posto, va osservato che
la realizzazione o l’installazione di qualsiasi manufatto sul suolo pubblico è consentita solo se è preventivamente rilasciato un atto concessorio.
Infatti,
da un lato occorre il consenso dell’Amministrazione titolare del bene, perché vi sia una tale realizzazione o installazione, dall’altro vi è una costante e plurisecolare tradizione giuridica (corroborata da un costante quadro normativo e giurisprudenziale), per il quale qualsiasi atto dell’Amministrazione –di gestione di un proprio bene pubblico, demaniale o patrimoniale indisponibile– ha natura pubblicistica e provvedimentale.
Sul punto, il Collegio osserva che:
- per una indiscussa giurisprudenza (Cons. Stato, Sez. V, 04.11.1994, n. 1257),
il «campo sportivo» di cui è titolare il Comune –comunque sia denominato e qualsiasi consistenza abbia- ha natura di bene patrimoniale indisponibile (mirando al soddisfacimento di interessi della collettività locale);
-
la regola della necessità del rilascio di una concessione –perché vi sia un qualsiasi manufatto incidente sullo stato dei luoghi– si applica pure quando si tratti della collocazione di cartelli pubblicitari (la cui disciplina non è regolata soltanto alle disposizioni del codice della strada, ma anche dagli artt. 3 e 12, del d.lgs. n. 507 del 1993), per effettuare la quale non è sufficiente la presentazione della relativa domanda, dovendosi, al riguardo, pienamente esplicare da parte dell'Amministrazione un'attività valutativa e discrezionale, che si manifesta con atti incidenti su posizioni di interesse legittimo, con conseguente giurisdizione del giudice amministrativo;
- specularmente,
anche l'esercizio del potere di ritiro dell’atto di natura concessoria –e che dispone la rimozione di cartelloni pubblicitari- attiene a posizioni di interesse legittimo (Cons. Stato, sez. V, 17.06.2015, n. 3066).
Non rileva invece esaminare quale sia l’ambito di applicazione dell’art. 23, comma 11, del codice della strada, che riguarda lo specifico caso di opposizione alla sanzione amministrativa e alla conseguente misura della rimozione di un impianto abusivo (e che non è suscettibile di applicazione analogica, risultando una norma eccezionale, di deroga al principio attualmente sancito dall’art. 7 del codice del processo amministrativo, per il quale i provvedimenti espressione di un potere pubblicistico sono impugnabili innanzi al giudice amministrativo).
Nel caso di specie con l’atto impugnato il Comune ha comunicato alla società appellata che intendeva ritornare in possesso degli spazi occupati dai cartelli pubblicitari e dai pannelli luminosi, la cui installazione era stata autorizzata con precedenti provvedimenti, ed ha richiesto, ai sensi degli artt. 1809 e 1810 del c.c., alla società «la restituzione dell'area con la contestuale rimozione degli impianti», entro un fissato termine, perché non risultava alcun titolo specifico per l’utilizzo delle aree.
Non è fondata, sotto tale aspetto, la tesi difensiva della società, per la quale a suo tempo vi era stato un contratto di «comodato»:
un tale contratto non può essere giuridicamente posto in essere quando si tratti di un bene pubblico, rispetto al quale –al più– può esservi il rilascio di una concessione a titolo gratuito (la quale, peraltro, a sua volta è configurabile solo quando la concessione sia espressamente rilasciata a tale titolo e purché –beninteso– un tale rilascio sia consentito da una norma giuridica e sussistano i relativi presupposti, dovendosi comunque applicare altrimenti il principio per cui l’Amministrazione deve poter ottenere un corrispettivo per l’utilizzo di un proprio bene).
Nella specie,
la richiesta di restituzione dell’area occupata dagli impianti dei quali è stata ordinata la rimozione con atto di natura autoritativa è da considerarsi la dovuta conseguenza dell’emanazione dell’ordine di rimozione e, in quanto con esso inscindibilmente connessa, risulta essa stessa espressione del potere autoritativo del Comune, sicché va rilevata la sussistenza della giurisdizione amministrativa (per di più esclusiva, ai sensi dell’art. 133 del c.p.a.), circa il provvedimento inerente alla gestione del bene pubblico.
Va respinto dunque il primo motivo d’appello.
10.- Con il secondo motivo di gravame, il Comune ha lamentato l’erroneità della sentenza appellata, nella parte in cui essa ha argomentato nel senso che le autorizzazioni a suo tempo rilasciate erano titoli idonei ad escludere la natura abusiva delle affissioni, come risulterebbe anche dal fatto che non è stato chiesto alcun corrispettivo per l’uso del muro di cinta del campo sportivo, per il periodo dall’anno 1982 all’anno 2002.
Ad avviso dell’appellante, il TAR avrebbe sovrapposto due piani da tenere invece distinti (cioè il profilo delle autorizzazioni amministrativa all’esposizione e alla diffusione di messaggi pubblicitari e quello della fruizione di aree e di immobili di proprietà pubblica, ma non destinati all’utilizzazione pubblica generalizzata) e non avrebbe tenuto conto dei principi riguardanti la necessità della forma scritta ad substantiam, quando si tratti di contratti con le pubbliche amministrazioni.
Inoltre, è dedotto che:
- l’area in questione, in quanto appartenente al patrimonio disponibile e quindi fruttifero, non sarebbe stata soggetta a concessione di suolo pubblico, dovendosi invece ritenere necessaria la stipula di un contratto, la cui mancanza evidenzierebbe la natura abusiva delle installazioni effettuate;
- contrariamente a quanto affermato dal TAR, il Comune non ha mai ‘autorizzato’ per facta concludentia la installazione;
- l’avvenuto pagamento della imposta sulla pubblicità (ai sensi del d.lgs. n. 507 del 1993) non rileva quale titolo per l’occupazione degli spazi in questione, risultando anche dovuta la tassa per l’occupazione di spazi e di aree pubbliche ovvero dei canoni di locazione o di concessione (ex art. 13, u.c., del medesimo d.lgs.), come previsto anche dall’art. 18 del Regolamento comunale per la pubblicità;
- il Comune fondatamente ha preteso il pagamento del corrispettivo per l’uso di fatto del bene.
10.1.- Ritiene la Sezione che il motivo è fondato, per la parte in cui ha dedotto l’infondatezza delle censure formulate in primo grado, avverso il provvedimento di autotutela.
Vanno previamente respinte le deduzioni con cui il Comune ha dedotto che per l’utilizzo del bene in questione sarebbe stata necessaria la stipula di un contratto: come si è sopra rilevato in sede di reiezione della deduzione per cui non sussisterebbe la giurisdizione amministrativa,
il provvedimento a suo tempo emesso va qualificato come concessione (di utilizzo) di un bene pubblico.
Quanto alla deduzione sulla spettanza di un corrispettivo per l’uso del bene, il collegio ritiene che, alle considerazioni sopra riportate, vadano aggiunte quelle dopo esposte in occasione dell’esame della domanda riconvenzionale, formulata dal Comune innanzi al TAR.
Risulta invece fondata la deduzione del Comune, secondo cui l’avvenuto pagamento della imposta sulla pubblicità dovrebbe far considerare insussistente il presupposto (l’occupazione senza titolo) che ha condotto all’emanazione dell’atto impugnato in primo grado.
L'art. 3, comma 149, lettera g), della legge n. 662 del 1996 ha attribuito ai Comuni la «facoltà, con regolamento, di escludere l'applicazione dell'imposta sulla pubblicità», di cui al d.lgs. n. 507 del 1993, e «di individuare le iniziative pubblicitarie che incidono sull'arredo urbano o sull'ambiente prevedendo per le stesse un regime autorizzatorio e l'assoggettamento al pagamento di una tariffa», nonché la «possibilità di prevedere, con lo stesso regolamento, divieti, limitazioni e agevolazioni e di determinare la tariffa secondo criteri di ragionevolezza e di gradualità, tenendo conto della popolazione residente, della rilevanza dei flussi turistici presenti nel comune e delle caratteristiche urbanistiche delle diverse zone del territorio comunale».
L'art. 52 del d.lgs. n. 446 del 1997 disciplina l'attività regolamentare dei Comuni in materia di entrate proprie; il seguente art. 54 abilita il Comune a fissare le tariffe e i prezzi pubblici ai fini dell'approvazione del bilancio di previsione e il successivo art. 62 (riproducendo in sostanza la disposizione della l. n. 662 del 1996 sopra richiamata) affida ai Comuni il compito di disciplinare con proprio regolamento il nuovo regime autorizzatorio in materia di pubblicità con il pagamento di un canone in base a tariffa, facendo riferimento -per quel che riguarda la «individuazione della tipologia dei mezzi di effettuazione della pubblicità esterna che incidono sull'arredo urbano o sull'ambiente»- alle disposizioni del codice della strada n. 285 del 1992 e del suo regolamento di attuazione (d.P.R. n. 495 del 1992); nella stessa disposizione è previsto che il regolamento debba disciplinare le «procedure per il rilascio e per il rinnovo dell'autorizzazione», indicare le «modalità di impiego dei mezzi pubblicitari», determinare la tariffa con criteri di ragionevolezza e gradualità in relazione agli indicati parametri, nonché che possa fissare «con carattere di generalità divieti, limitazioni e agevolazioni» (al comma 3); prevede infine (al comma 4) che il Comune procede alla rimozione dei mezzi pubblicitari privi di autorizzazione o installati in difformità da essa.
Parallelamente al canone dovuto ex art. 62 del d.lgs. n. 446 del 1997 per l'installazione di cartelloni e di insegne pubblicitarie, l'art. 7 del d.lgs. n. 507 del 1993 ha previsto la debenza di una imposta, determinata in base alla superficie della minima figura piana geometrica in cui è circoscritto il mezzo pubblicitario, per la diffusione di messaggi pubblicitari effettuata attraverso forme di comunicazione visive o acustiche, diverse da quelle assoggettate al diritto sulle pubbliche affissioni, in luoghi pubblici o aperti al pubblico o che sia da tali luoghi percepibile, al cui pagamento, ai sensi del precedente art. 6, è tenuto il soggetto che dispone a qualsiasi titolo del mezzo attraverso il quale il messaggio pubblicitario viene diffuso.
L’avvenuto pagamento dell’imposta sulla pubblicità da parte della società appellata non può quindi rilevare come titolo per l’occupazione del muro di cinta dello stadio su cui erano situati gli impianti pubblicitari, che ha reso la società adempiente dei soli obblighi previsti dal d.lgs. n. 507 del 1993 per l’esposizione dei cartelli pubblicitari, ma ha fatto salva la tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche ed il pagamento di canoni di locazione o di concessione.
In caso di pubblicità effettuata su impianti installati su beni appartenenti al Comune o da questo dati in detenzione, l'applicazione dell'imposta sulla pubblicità non esclude infatti quella della tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche, nonché il pagamento di canoni di locazione o di concessione, atteso il chiaro tenore letterale dell'art. 9, comma 7, del d.lgs. n. 507 del 1993, in quanto l'imposta comunale sulla pubblicità ha presupposti diversi dalla tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche, come emerge dal confronto fra gli art. 5 e 38 del d.lgs. citato, che individuano il presupposto impositivo, rispettivamente, nel mezzo pubblicitario disponibile e nella sottrazione dell'area o dello spazio pubblico al sistema della viabilità e, quindi, all'uso generalizzato (Cassazione civile, sez. trib., 27.07.2012, n. 13476).
Deve consequenzialmente rilevarsi l’infondatezza della tesi posta a base dell’impugnata sentenza, secondo cui le autorizzazioni alla affissione degli impianti in questione potessero interpretarsi come titoli abilitanti anche all’uso anche del muro di cinta.
E comunque
il fatto che il Comune non abbia richiesto preventivamente alcun corrispettivo per l’uso del muro suddetto non dimostra che esso abbia interpretato le anzidette autorizzazioni come comprensive della fruizione del muro stesso (né il Comune avrebbe potuto dare una tale interpretazione, non potendo l’Amministrazione rinunciare a percepire quanto spettante).
Deve in conclusione ritenersi la legittimità dell’ordine di restituzione dell'area con contestuale rimozione degli impianti.
10.2. Né, comunque, un titolo concessorio si sarebbe potuto ritenere sussistente anche nel caso di effettivo pagamento delle somme di cui il Comune lamenta la mancata corresponsione, poiché il pagamento di tali importi non sarebbe stato comunque equipollente al rilascio del necessario provvedimento espresso, abilitativo dell’uso dell’impianto.
10.3. Considerato che non sono state ritualmente riproposti nel giudizio di appello, entro il termine per la costituzione in giudizio, da parte della IGPDECAUX Affissioni s.p.a., i motivi di ricorso di primo grado dichiarati assorbiti dal primo giudice, nei limiti sopra esposti l’appello va accolto e va conseguentemente respinto il ricorso di primo grado introduttivo del giudizio, perché infondato.
11.- Con il terzo motivo d’appello, il Comune ha riproposto la domanda riconvenzionale respinta dal TAR, chiedendo, ai sensi dell’art. 2041 del codice civile, la condanna della società ad indennizzare il Comune della diminuzione patrimoniale subita, consistente nel mancato introito del canone per l’affitto degli spazi in questione ed ammontante, come risulta da una certificazione del responsabile del Settore finanziario del Comune del 03.04.2003, a circa € 1.277 per l’occupazione dello spazio con un cartello pubblicitario di dimensioni pari a mt. 6x3.
Tenuto conto che l’area in questione è stata occupata con sei cartelli pubblicitari di tali dimensioni, ad avviso del Comune il canone annuo da corrispondere all’Amministrazione ammonterebbe ad € 7.662, da moltiplicare per il numero di anni di occupazione abusiva, “allo stato” pari a 20, per una somma complessiva di € 153.240,00, oltre i relativi accessori.
Con una memoria depositata il 28.05.2015, il Comune ha quantificato l’importo dovuto dalla società in € 229.860,00, oltre a rivalutazione ed interessi a decorrere da ogni annualità.
11.1.- Al riguardo la società appellata ha eccepito l’inammissibilità della domanda formulata in primo grado, tra l’altro, per difetto di giurisdizione, poiché le controversie relative al pagamento dei canoni di concessione di beni pubblici, come quelle inerenti alle pretese creditorie dell’Amministrazione per occupazioni, anche senza titolo, di beni pubblici, sono devolute alla giurisdizione del giudice ordinario; ciò a nulla valendo la valenza riconvenzionale della richiesta, sia perché, ex art. 36 del c.p.c., essa non comporterebbe deroga alla giurisdizione del giudice adito e sia perché sarebbe precluso dal criterio di riparto l’ottenimento in via riconvenzionale di una pronuncia del giudice amministrativo preclusa in caso di azione principale (a nulla valendo la pretesa del Comune di qualificare il dedotto mancato pagamento in termini di indebito arricchimento).
11.2.- Osserva in proposito il collegio che, ai sensi dell'art. 133, comma 1, lett. c), del c.p.a., sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie in materia di pubblici servizi relative a concessioni di pubblici servizi, escluse quelle concernenti «indennità, canoni ed altri corrispettivi» (sull’ambito di applicazione della medesima lettera c), cfr. Cons. di Stato, sez. V, 22.01.2015, n. 247).
In generale le controversie concernenti indennità, canoni o altri corrispettivi che rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario sono quelle con concernenti pretese di carattere meramente patrimoniale, che derivano dall'attuazione del rapporto instauratosi tra il privato e la pubblica amministrazione e rispetto alle quali non è stato esercitato un potere autoritativo a tutela di interessi generali; va, invece, riconosciuta la sussistenza della giurisdizione del giudice amministrativo quando la controversia coinvolga l'esercizio di poteri discrezionali previsti da una norma giuridica e inerenti alla determinazione del canone, dell'indennità o di altro corrispettivo, ovvero investa l'esercizio di poteri discrezionali-valutativi nella determinazione del canone che incidono sull'economia dell'intero rapporto concessorio, e non semplicemente la verificazione dei presupposti fattuali dello stesso e la quantificazione delle somme.
Con particolare riguardo ai canoni comunali sulla pubblicità, la Corte Costituzionale, con sentenza 21.01.2010 n. 18, ha ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 2, secondo periodo, del d.lgs. n. 546 del 1992, come modificato dall'art. 3-bis, comma 1, lett. b), del d.l. n. 203 del 2005, convertito, con modificazioni, nella l. n. 248 del 2005 (censurato, in riferimento all'art. 102, comma 2, ed alla VI disposizione transitoria della Costituzione, nella parte in cui stabilisce che appartengono alla giurisdizione tributaria le controversie attinenti il canone comunale sulla pubblicità).
In tema di riparto di giurisdizione (a seguito della sentenza n. 64 del 2008, con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l'incostituzionalità, per contrasto con gli art. 103 Cost. e VI disp. att. Cost., dell'art. 2, comma 2, del d.lgs. n. 546 del 1992, come modificato dall'art. 3-bis, comma 1, lett. b, d.l. n. 203 del 2005, convertito nella l. n. 248 del 2005)
spettano alla giurisdizione del giudice ordinario non solo le controversie relative al canone per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche (Cosap) ma anche quelle relative a qualsivoglia altra tipologia di canone che l'Ente locale potrebbe pretendere per la concessione di spazi ed aree per l'installazione di impianti pubblicitari (Cassazione civile sez. un. 16.04.2009 n. 8994).
In particolare è stato ritenuto dalla giurisprudenza formatasi in materia in tema di giurisdizione che rientrano nell’ambito della giurisdizione delle commissioni tributarie le controversie aventi ad oggetto la debenza del canone previsto per l'installazione di mezzi pubblicitari, dall'art. 62 d.lgs. n. 446 del 1997, che -come ritenuto dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 141 del 2009- costituisce una mera variante dell'imposta comunale sulla pubblicità di cui al d.lgs. n. 507 del 1993 e conserva, quindi, la qualifica di tributo propria di quest'ultima, mentre spettano alla giurisdizione del giudice ordinario le controversie relative al canone per la concessione di spazi ed aree per l'installazione di impianti pubblicitari (Cassazione civile, sez. un., 07.05.2010, n. 11090).
Posto quindi che sussiste la giurisdizione del giudice amministrativo al riguardo solo in materia di impugnazione di delibere comunali di determinazione delle tariffe relative agli impianti pubblicitari,
va ritenuto che sulla domanda riconvenzionale dedotta in giudizio, volta ad ottenere la condanna della società di cui trattasi ad indennizzare il Comune della diminuzione patrimoniale subita, consistente nel mancato introito del canone per l’uso degli spazi in questione, deve dichiarasi il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo, essendo competente riguardo alla pretesa in esame il giudice ordinario.
Resta conseguentemente assorbita l’eccezione formulata dalla costituita società di irricevibilità della domanda in questione.
12.- L’appello deve essere conclusivamente accolto in parte e per l’effetto, in riforma della decisione sentenza del TAR, va respinto il ricorso introduttivo del giudizio.
La domanda riconvenzionale riproposta in questa sede dal Comune appellante deve essere dichiarata inammissibile per difetto di giurisdizione (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 22.10.2015 n. 4857 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

TRIBUTI: Niente Ici sul terreno edificabile coltivato.
Qualora un terreno edificabile sia posseduto da una società agricola e condotto e coltivato dai soci, lo stesso non deve essere assoggettato a Ici. Di più, qualora il terreno sia di più comproprietari, non tutti aventi la qualifica di agricoltore, il beneficio Ici si estende anche nei confronti del non agricoltore, giacché la proprietà immobiliare è comune e indivisa, nonché coltivata direttamente dagli altri soggetti in possesso dei requisiti richiesti dalla norma. Da ultimo, neppure il fatto che gli stessi proprietari abbiano presentato al comune un progetto di lottizzazione può pregiudicare l'agevolazione.

È quanto afferma la Ctr di Brescia nella sentenza 07.10.2015 n. 4358/67/15.
Il caso ha a oggetto una richiesta Ici per dei terreni posseduti da una società agricola, costituita solo in parte da agricoltori, comproprietari per i due terzi, i quali risultano edificabili poiché classificati nella zona C1,residenziale di espansione del Piano generale regolatore. Il primo grado di giudizio si concludeva con la conferma dell'accertamento.
L'adita Ctr di Brescia ha invece ribaltato l'esito del primo giudizio, osservando che «in ogni caso non sono considerati fabbricati i terreni posseduti e condotti dai soggetti indicati nel comma 1 dell'articolo 9 del Dlgs n. 504 del 1992»; e vanno considerati terreni agricoli con il beneficio di esenzione dall'Ici anche nei confronti di quei proprietari che non abbiano alcuna qualifica agricola perché, essendo la proprietà immobiliare comune e indivisa e nell'esclusivo possesso delle persone munite della qualifica di coltivatore diretto, sussiste il requisito oggettivo per il riconoscimento del trattamento Ici più favorevole anche nei confronti degli altri comproprietari.
Il terreno di cui si discuteva, infatti, era condotto e coltivato dalla società semplice i cui soci, per due terzi, sono i medesimi proprietari dei terreni e, sugli stessi, la società svolgeva attività di allevamento di bovini, coltivazione di fondi agricoli.
Due soci, aggiunge, la Ctr, sono coltivatori diretti iscritti nell'apposita gestione Inps, per cui, ai sensi dell'art. 9 del Dlgs n. 228 del 18.05.2001 alla stessa continuano a essere riconosciuti e si applicano i diritti e le agevolazioni tributarie stabilite dalla normativa vigente a favore delle persone fisiche in possesso delle predette qualifiche.
Oltre all'accoglimento dell'appello, la Ctr ha anche condannato il Comune al pagamento di significative spese di giudizio.
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LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA
L'appello dei ricorrenti è fondato e va accolto.
Nel caso prospettato in cui i terreni posseduti da una società agricola costituita solo in parte da agricoltori comproprietari per i due terzi, risultano edificabili poiché classificati nella zona C1, residenziale di espansione del Piano generale regolatore vigente, la Corte di cassazione, con la sentenza n. 15566 del 14/05/2010 depositata il 30/06/2010 ha stabilito che in ogni caso non sono considerati «fabbricati» i terreni posseduti e condotti dai soggetti indicati nel comma 1 dell'articolo 9 del Dlgs n. 504 del 1992 e vanno considerati terreni agricoli con il beneficio di esenzione dall'Ici anche nei confronti di quei proprietari senza alcuna qualifica agricola perché, essendo la proprietà immobiliare comune e indivisa e nell'esclusivo possesso delle persone munite della qualifica di coltivatore diretto, sussiste il requisito oggettivo per il riconoscimento del trattamento Ici più favorevole anche nei confronti degli altri comproprietari.
Poiché nella fattispecie il terreno oggetto di imposizione è condotto e coltivato dalla società semplice i cui soci, per due terzi, sono i medesimi proprietari dei terreni e la società vi svolge l'attività di allevamento di bovini da latte, coltivazione di fondi agricoli e due soci sono coltivatori diretti iscritti nell'apposita gestione Inps, tutti fatti non contestati dal Comune, ai sensi dell'art. 9 del Dlgs n. 228 del 18.05.2001 alla stessa continuano a essere riconosciuti e si applicano i diritti e le agevolazioni tributarie stabilite dalla normativa vigente a favore delle persone fisiche in possesso i delle predette qualifiche, da cui discende l'illegittimità degli atti emessi dal Comune.
D'altra parte il Comune si è limitato a chiedere l'imposta sulla sola presunzione della suscettibilità edificatoria dei terreni sui quali gli stessi proprietari hanno presentato un piano di lottizzazione, ma non ha provato il mancato utilizzo ai fini agricoli di tali aree.
Per le motivazioni suesposte e ogni altra eccezione disattesa restando assorbita da quanto prefato, l'appello deve essere accolto e, alla soccombenza, deve seguire la condanna al pagamento delle spese di giustizia che vengono liquidate come da dispositivo.
P.Q.M.
La Commissione tributaria regionale di Milano, sezione staccata di Brescia, sezione 67,definitivamente pronunciando, così decide:
- in accoglimento dell'appello riforma la sentenza di primo grado e annulla l'atto impugnato; le spese di giudizio quantificate in euro 1.500,00 (millecinquento/00) seguono la soccombenza (articolo ItaliaOggi Sette dell'11.01.2016).

PATRIMONIO - TRIBUTI: Regolamento per la partecipazione della comunità locale in attività per la tutela e valorizzazione del territorio per l'applicazione dell'art. 24 del D.L. 133/2014.
L'art. 24, D.L. n. 133/2014, nell'ottica di favorire la partecipazione della comunità locale nella valorizzazione e tutela del territorio, consente ai comuni di affidare a cittadini singoli o associati determinati interventi aventi ad oggetto la cura di aree e di edifici pubblici.
In relazione ai predetti interventi, l'art. 24 in commento dà facoltà ai comuni di deliberare riduzioni o esenzioni di tributi inerenti al tipo di attività posta in essere, prioritariamente a comunità di cittadini costituite in forme associative stabili e giuridicamente riconosciute.
In caso di riconoscimento degli incentivi fiscali alle associazioni, la riduzione fiscale sembra poter essere sostituita da contributi monetari qualora questi siano corrispondenti all'importo delle riduzioni spettanti agli associati partecipanti all'intervento, per il tributo specifico individuato, in relazione alla tipologia delle attività svolte.

L'Amministratore locale chiede un parere in ordine alla legittimità di una norma contenuta nel Regolamento comunale concernente la partecipazione della comunità locale in attività per la tutela e valorizzazione del territorio (cosiddetto servizio di volontariato civico), per l'applicazione dell'art. 24, D.L. n. 133/2014. Nello specifico, il quesito posto riguarda la legittimità o meno della previsione nel Regolamento di un contributo economico alle Associazioni di volontariato in una misura percentuale dei tributi comunali pagati dagli associati che partecipano al servizio.
In via preliminare, si precisa che non compete a questo Servizio la valutazione di legittimità dei contenuti degli atti normativi emanati dai Comuni, in base alla loro autonomia costituzionalmente riconosciuta. Il fine della consulenza è di fornire un supporto giuridico agli enti locali sulle questioni prospettate, affinché gli stessi possano assumere le determinazioni più opportune nei casi concreti, in relazione alle peculiarità che presentano.
Ai sensi dell'art. 24, rubricato 'Misure di agevolazione della partecipazione delle comunità locali in materia di tutela e valorizzazione del territorio', D.L. n. 133/2014
[1], 'i comuni possono definire con apposita delibera i criteri e le condizioni per la realizzazione di interventi su progetti presentati da cittadini singoli o associati, purché individuati in relazione al territorio da riqualificare. Gli interventi possono riguardare la pulizia, la manutenzione, l'abbellimento di aree verdi, piazze, strade ovvero interventi di decoro urbano, di recupero e riuso, con finalità di interesse generale, di aree e beni immobili inutilizzati, e in genere la valorizzazione di una limitata zona del territorio urbano o extraurbano. In relazione alla tipologia dei predetti interventi, i comuni possono deliberare riduzioni o esenzioni di tributi inerenti al tipo di attività posta in essere. L'esenzione è concessa per un periodo limitato e definito, per specifici tributi e per attività individuate dai comuni, in ragione dell'esercizio sussidiario dell'attività posta in essere. Tali riduzioni sono concesse prioritariamente a comunità di cittadini costituite in forme associative stabili e giuridicamente riconosciute'.
La disposizione in esame riconosce la partecipazione dei cittadini attivi per la tutela e la valorizzazione del territorio, con ciò ricollegandosi all'art. 118, comma 4, della Costituzione, ove si prevede che gli enti locali favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà orizzontale.
Specificamente, l'art. 24, D.L. n. 133/2014, consente ai comuni di affidare a cittadini singoli o associati determinati interventi aventi ad oggetto la pulizia, la manutenzione, l'abbellimento di aree verdi, piazze, strade ovvero interventi di decoro urbano, di recupero e riuso, con finalità di interesse generale, di aree e beni immobili inutilizzati, e in genere la valorizzazione di una limitata zona del territorio urbano o extraurbano.
In relazione ai predetti interventi, l'art. 24 in commento consente ai Comuni di deliberare riduzioni o esenzioni di tributi inerenti al tipo di attività posta in essere, prioritariamente a comunità di cittadini costituite in forme associative stabili e giuridicamente riconosciute.
Al fine di chiarire le modalità applicative dell'art. 24, si ritiene utile riportare quanto affermato dal Comitato per lo sviluppo del verde pubblico, istituito presso il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, secondo cui «l'impressione è che la norma non autorizzi affatto gli enti locali, in modo indiscriminato, a disporre la riduzione o l'esonero. Ma esiga, piuttosto, un preciso rapporto di connessione 'fra attività posta in essere' e tributo interessato»
[2].
Ciò comporta che, in caso di riconoscimento degli incentivi fiscali alle associazioni (come nel caso di specie), la riduzione fiscale sembra poter essere sostituita da contributi monetari qualora questi siano corrispondenti all'importo delle riduzioni spettanti agli associati partecipanti all'intervento, per il tributo specifico individuato, in relazione alla tipologia delle attività. In tal modo, infatti, appare realizzata l'agevolazione fiscale prevista dall'art. 24 in commento, come riduzione (o esenzione) di tributi 'inerenti al tipo di attività posta in essere'.
Si ritiene pertanto che il riconoscimento di contributi alle Associazioni in misura percentuale dell'importo di un determinato tributo versato complessivamente dai partecipanti al progetto, richieda, ai sensi dell'art. 24, D.L. n. 133/2014, una connessione tra detto tributo e la tipologia di attività svolta dall'Associazione
[3].
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[1] D.L. 12.09.2014, n. 133, recante: 'Misure urgenti per l'apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l'emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive', convertito, con modificazioni, dalla L. n. 164/2014.
[2] Cfr. Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, Comitato per lo sviluppo del verde pubblico, Deliberazione n. 5 del 23.02.2015.
[3] Specificamente, in via esemplificativa, sembra potersi ravvisare una connessione tra la TARI e gli interventi di pulizia e manutenzione di aree ed edifici pubblici
(01.10.2015 -
link a www.regione.fvg.it).

luglio 2015

TRIBUTIScuole paritarie, per l’esenzione servono regole su misura.
Con due sentenze (sentenza 08.07.2015 n. 14225 e la successiva sentenza 08.07.2015 n. 14226) la Corte di Cassazione -Sez. V civile- ha accolto il ricorso con cui il comune di Livorno aveva chiesto il pagamento dell’Ici (anni 2004-2009) a due scuole gestite da istituti religiosi privi dei requisiti richiesti per l’esenzione.
La Cassazione conferma il principio per cui l’esenzione Ici prevista dalla legge 504/1992 «è subordinata alla compresenza di un requisito oggettivo» (lo svolgimento esclusivo nell’immobile di attività meritorie tra le quali l’insegnamento), «e di un requisito soggettivo, costituito dal diretto svolgimento di tali attività da parte di un ente pubblico o privato che non abbia come oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali». Sul requisito oggettivo, la Corte non ha ritenuto sufficientemente dimostrato che l’attività didattica dell’istituto religioso si svolgesse con modalità non commerciali.
Le sentenze –che dispongono la ripetizione del giudizio di merito e non determinano direttamente un nuovo e definitivo esito– possono riflettersi sull’applicazione delle agevolazioni Imu. Il regolamento ministeriale 200/2012, infatti, per le scuole prevede che la non commercialità dell’attività sia verificata tramite alcuni criteri ordinamentali e uno di tipo economico: che sia svolta «a titolo gratuito, o dietro versamento di corrispettivi di importo simbolico e tali da coprire solamente una frazione del costo effettivo del servizio».
Le argomentazioni delle sentenze non prendono in considerazione gli aspetti ordinamentali, mentre riguardo al criterio economico ritengono il corrispettivo pagato dagli utenti «fatto rivelatore dell’esercizio dell’attività svolta con modalità commerciali», indipendentemente dalla sua entità.
La commercialità dell’attività sottoposta a valutazione, insomma, va sempre riconosciuta quando c’è l’attitudine alla remunerazione dei fattori produttivi, essendo giuridicamente irrilevante lo scopo di lucro. Se questa impostazione è definitiva, non c’è dubbio che quasi tutte le attività scolastiche private, tanto più se svolte in regime “paritario” rispetto al sistema dell’istruzione pubblica, rientrino nei criteri di “commercialità”, che precludono l’esenzione Ici e Imu.
Il mantenimento del regime di favore per paritarie dovrà percorrere la strada della normativa speciale di settore, che forse dovrebbe comprendere tutte le scuole private e non solo quelle condotte da enti non commerciali, superando così il regime “interpretativo” adottato con il regolamento 200/2012. Potrebbe essere di supporto la legge 62/2001, che riconosce alle scuole paritarie “senza fini di lucro” le agevolazioni fiscali previste nel decreto 460/1997 sulle Onlus.
Diverse esenzioni e riduzioni, che però non menzionano la fiscalità immobiliare locale, lasciando ai Comuni la facoltà di intervenire. La dichiarata volontà politica di assicurare un trattamento fiscale di favore al settore scolastico privato, però, non può minare la certezza delle basi imponibili su cui i Comuni devono poter contare stabilmente, magari attraverso compensazioni
(articolo Il Sole 24 Ore dell'01.08.2015).

TRIBUTIScuole paritarie soggette all'Ici. Lo dice la Corte di Cassazione.
Le scuole paritarie gestite da un ente ecclesiastico sono soggette al pagamento dell'Ici se gli utenti pagano un corrispettivo, nonostante le rette richieste siano modeste e la gestione operi in perdita. L'attività didattica non si può ritenere svolta in forma non commerciale, ancorché si tratti di un ente religioso, poiché non è a titolo gratuito. Per integrare il fine di lucro è sufficiente che con i ricavi si tenda a perseguire il pareggio di bilancio.

È l'importante principio affermato dalla Corte di Cassazione, con la sentenza 08.07.2015 n. 14225 e la successiva sentenza 08.07.2015 n. 14226, con le quali ha anche respinto l'istanza di annullamento delle sanzioni tributarie irrogate dal comune di Livorno.
Per i giudici di piazza Cavour, l'attività didattica esercitata dall'ente religioso rientra tra quelle esenti, ma non è svolta in forma non commerciale. In realtà, per la scuola paritaria gli utenti «pagano un corrispettivo, che erroneamente il giudice di merito ritiene irrilevante ai fini Ici». «Altrettanto erroneamente il giudicante attribuisce rilevanza al fatto che la gestione operi in perdita». È da escludere, per la Cassazione, «che l'esenzione spetti sempre laddove l'ente si proponga finalità diverse dalla produzione di reddito». Manca il «carattere imprenditoriale dell'attività nel caso in cui essa sia svolta in modo del tutto gratuito». Mentre, «per integrare il fine di lucro è sufficiente l'idoneità, almeno tendenziale, dei ricavi a perseguire il pareggio di bilancio».
La Cassazione, con le pronunce in esame, ha inoltre respinto al mittente l'istanza di disapplicazione delle sanzioni, poiché ha ritenuto che non ci sia alcuna incertezza oggettiva sulla materia e che le nuove regole introdotte per l'Imu sull'esenzione per gli enti non commerciali hanno carattere innovativo e non interpretativo. Non a caso, con la sentenza n. 4342/2015 ha già chiarito che le disposizioni sull'Imu non sono applicabili anche all'Ici per l'esenzione degli immobili posseduti dagli enti non commerciali.
L'evoluzione della norma che riconosce i benefici fiscali per una parte dell'immobile, per esempio, non può avere effetti retroattivi. L'esenzione Ici prevista dall'articolo 7, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 504/1992 era limitata all'ipotesi in cui gli immobili fossero destinati totalmente allo svolgimento di una delle attività elencate dalla norma (sanitarie, didattiche, ricettive, ricreative, sportive e così via) in forma non commerciale.
Le esenzioni per Imu e Tasi, invece, spettano se sugli immobili vengono svolte le suddette attività con modalità non commerciali, anche qualora l'unità immobiliare abbia un'utilizzazione mista. L'agevolazione, però, è limitata alla parte nella quale si svolge l'attività non commerciale, sempre che sia identificabile.
La porzione dell'immobile dotata di autonomia funzionale e reddituale permanente deve essere iscritta in catasto, con attribuzione della relativa rendita. Se non è possibile accatastarla autonomamente, l'esenzione spetta in proporzione all'utilizzazione non commerciale dell'immobile che deve risultare da apposita dichiarazione dell'ente interessato (articolo ItaliaOggi del 25.07.2015).

TRIBUTIParitarie, rischio stangata La retta fa scattare l'Imu. La cassazione: l'attività è commerciale.
Torna sulle scuole paritarie lo spettro dell'Ici. Nodo della questione: l'attività didattica considerata attività commerciale. Secondo la Corte di Cassazione l'immobile posseduto da un ente religioso e destinato all'esercizio di una scuola paritaria è potenzialmente soggetto all'Ici, perché la gestione di un istituto paritario si configura come un'attività commerciale. Ago della bilancia, secondo i giudici, la retta che le famiglie versano alla scuola paritaria.

La Corte di Cassazione -Sez. V civile- con la sentenza 08.07.2015 n. 14225 e la successiva sentenza 08.07.2015 n. 14226 interviene sul caso di un ente religioso proprietario dell'immobile adibito a scuola paritaria che aveva impugnato gli avvisi di accertamento del comune per il pagamento dell'Ici, chiedendo l'applicazione dell'esenzione prevista dal decreto legislativo 504 del 1992 (art. 7).
Esaminando l'evoluzione legislativa sul tema, da una parte l'ente sottolinea che l'art. 39 del decreto legge 223 del 2006 stabilisce l'esenzione dell'Ici per gli immobili debiti ad attività che non hanno esclusiva natura commerciale, dall'altra i giudici dichiarano che quell'articolo non è conforme alla disciplina comunitaria sul divieto di aiuti di Stato alle imprese. Sul caso concreto, poi, la Suprema Corte osserva la potenziale sussistenza di un'attività commerciale poiché gli utenti della paritaria pagano una retta per frequentarla. E respinge le obiezioni dell'ente riguardo la perdita nella gestione, perché «è irrilevante dal punto di vista giuridico lo scopo di lucro».
L'ente quindi dovrà pagare l'Ici ma, sentenziano i giudici, senza sanzioni vista l'obiettiva incertezza sull'applicazione delle legge. La sentenza è importante anche per le interpretazioni delle disposizioni sull'Imu. Secondo le istruzioni del Miur sulla compilazione del modello Imu Enc il carattere non commerciale dell'attività didattica si verifica nel momento in cui le rette degli utenti coprono solo una parte di tutto il costo del servizio.
Le stesse istruzioni però utilizzano come parametro di riferimento il costo medio per studente sostenuto dallo Stato per un alunno nelle proprie scuole, fissato dal ministero dell'economia: 5.739,17 euro per uno studente di scuole dell'infanzia, 6.634,12 nella primaria, 6.835,85 alle medie, 6.914,31 alla superiori.
Se il corrispettivo della paritaria non supera questo costo medio per alunno, l'immobile è esente dall'Imu per la parte della struttura destinata all'attività didattica. Questo però è in contrasto con la Cassazione (articolo ItaliaOggi del 21.07.2015).

TRIBUTI: Istituti scolastici religiosi, dovuta l'Ici. La Cassazione dà ragione al Comune.
La suprema Corte ha accolto il ricorso di Livorno: primo pronunciamento di questo tipo in Italia.

La Corte di Cassazione ha riconosciuto la legittimità della richiesta dell’Ici avanzata nel 2010 dal Comune di Livorno agli istituti scolastici del territorio gestiti da enti religiosi.
Con la sentenza 08.07.2015 n. 14225 e la successiva sentenza 08.07.2015 n. 14226, la suprema Corte, Sez. V civile, ha di fatto ribaltato quanto stabilito nei primi due gradi di giudizio, sentenziando che, poiché gli utenti della scuola paritaria pagano un corrispettivo per la frequenza, tale attività è di carattere commerciale, “senza che a ciò osti la gestione in perdita”.
In proposito il giudice di legittimità ha precisato che, ai fini in esame, è giuridicamente irrilevante lo scopo di lucro, risultando sufficiente l’idoneità tendenziale dei ricavi a perseguire il pareggio di bilancio.
E cioè, il conseguimento di ricavi è di per sé indice sufficiente del carattere commerciale dell’attività svolta.
Si ricorda che il contenzioso che vede contrapposti il Comune ed alcuni istituti scolastici paritari, è sorto nel 2010 a seguito della notifica da parte dell’ufficio Tributi di avvisi di accertamento per omessa dichiarazione e omesso pagamento dell’Ici, per gli anni dal 2004 al 2009.
In particolare gli importi relativi alle scuole “Santo Spirito” ed “Immacolata” sono pari a € 422.178,00.
Si ricorda che anche la Commissione Provinciale Tributaria di Livorno aveva stabilito che l'ICI fosse dovuta, respingendo i ricorsi degli istituti.
A questo punto, a seguito delle sentenze, si provvederà a notificare anche gli importi dovuti per le annualità 2010 e 2011, imponibili a fine Ici.
Come spiega l’ufficio Tributi, è da sottolineare che questo genere di pronunciamento da parte della Corte di Cassazione è il primo in Italia sul tema specifico.
Queste sentenze assumono, tra l’altro, rilievo ai fini dell’interpretazione delle disposizioni in materia di Imu, relativamente all’imposizione fiscale dall’anno 2012.
Grande soddisfazione perché si tratta del riconoscimento dell’ottimo lavoro svolto dagli uffici comunali i quali, con l’obiettivo di reperire risorse e lavorare per l’equità fiscale, da anni hanno avviato una linea tesa al recupero dell’elusione e dell’evasione fiscale.
La vicesindaco Stella Sorgente in proposito dichiara: “Abbiamo fatto degli incontri con le scuole interessate e l’ufficio tributi, nei quali era stata proposta un’ipotesi di conciliazione fra Comune e Istituti che sarebbe stata vantaggiosa per le scuole stesse, rispetto ad un’eventuale sentenza favorevole per il Comune da parte della Cassazione. Successivamente ci è stato comunicato dalle scuole stesse che avrebbero invece preferito attendere l'esito del giudizio in Cassazione.
L’Amministrazione comunale è stata ringraziata per il sincero atteggiamento di apertura e dialogo dimostrato, ma non è stata accettata la proposta fatta. Pertanto, adesso che la Cassazione si è espressa con le due sentenze, le scuole sono costrette a pagare l’intero importo, comprensivo delle relative sanzioni.
Ci fa piacere che questa sia la prima sentenza a livello nazionale che riguarda immobili di questa tipologia, destinati ad uso scolastico, affinché sia fatta definitivamente chiarezza sulla legittimità di tali pagamenti tributari da parte degli enti religiosi
” (commento tratto da www.comune.livorno.it).

giugno 2015

EDILIZIA PRIVATA - TRIBUTI: Cartelli di esercizi commerciali e di vendita immobiliare. Imposta di pubblicità.
Ai fini dell'applicazione delle esenzioni dall'imposta di pubblicità previste dall'art. 17, D.Lgs. n. 507/1993, in particolare di quella di cui al comma 1-bis, riferita all'insegna di esercizio, il Ministero dell'economia e delle finanze ha richiamato la definizione di 'insegna di esercizio' formulata dal legislatore con il comma 6 dell'art. 2-bis del D.L. n. 13/2002, secondo cui l'insegna è la scritta di cui all'art. 47, D.P.R. n. 495/1992, che abbia la funzione di indicare al pubblico il luogo di svolgimento dell'attività economica.
Al riguardo, il Ministero ha precisato che l'insegna, oltre all'indicazione del nome del soggetto o della denominazione dell'impresa che svolge l'attività, può evidenziare anche la tipologia e la descrizione dell'attività esercitata, nonché i marchi dei prodotti commercializzati o dei servizi offerti.

Il Comune illustra le caratteristiche di cartelli di esercizi commerciali, in relazione ai quali chiede se sia dovuta l'imposta di pubblicità, o se si versi, invece, nelle ipotesi di esenzione, in particolare per le insegne di esercizio, previste dalla normativa vigente in materia, di cui al D.Lgs. n. 507/1993
[1]. Il Comune, con riferimento ai cartelli di vendita immobiliare, pone altresì la questione dell'esenzione o meno dall'imposta, in relazione alle loro misure e al luogo di posizionamento.
Risulta opportuno precisare, in via preliminare, che l'attività di questo Servizio consiste nella rappresentazione in generale del quadro giuridico, normativo e giurisprudenziale, inerente alle tematiche poste, tenuto altresì conto delle indicazioni contenute nelle circolari degli organi amministrativi competenti, in modo da fornire agli enti locali un supporto per la soluzione dei singoli casi concreti.
L'art. 17 del D.Lgs. n. 507/1993 elenca le fattispecie pubblicitarie che godono dell'esenzione dal tributo, in particolare, al comma 1-bis -inserito dall'art. 10, comma 1, lett. c), L. n. 448/2001
[2]- prevede che l'imposta non è dovuta per le insegne di esercizio di attività commerciali e di produzione di beni o servizi che contraddistinguono la sede ove si svolge l'attività cui si riferiscono, di superficie complessiva fino a 5 metri quadrati.
Il Ministero dell'economia e delle finanze è più volte intervenuto a fornire chiarimenti in ordine alle modalità di applicazione dell'imposta di pubblicità. E così, nelle circolari esplicative ha sottolineato che l'esenzione di cui al comma 1-bis è applicabile ai soli mezzi pubblicitari che possono definirsi 'insegne di esercizio'
[3] ed ha richiamato, al riguardo, la definizione formulata dallo stesso legislatore con il comma 6 dell'art. 2-bis del D.L. n. 13/2002, secondo cui l'insegna è la scritta di cui all'art. 47 del D.P.R. n. 495/1992, che abbia la funzione di indicare al pubblico il luogo di svolgimento dell'attività economica, vale a dire 'la scritta in caratteri alfanumerici, completata eventualmente da simboli e da marchi, realizzata e supportata con materiali di qualsiasi natura, installata nella sede dell'attività a cui si riferisce o nelle pertinenze accessorie alla stessa. Può essere luminosa sia per luce propria che per luce indiretta' [4].
In base a tale definizione, l'insegna, oltre all'indicazione del nome del soggetto o della denominazione dell'impresa che svolge l'attività, può evidenziare anche la tipologia e la descrizione dell'attività esercitata, nonché i marchi dei prodotti commercializzati o dei servizi offerti
[5].
Non possono, invece, essere definite 'insegne di esercizio' le scritte relative al marchio del prodotto venduto nel caso in cui siano contenute in un distinto mezzo pubblicitario, che viene, cioè, esposto in aggiunta ad un'insegna di esercizio, poiché questa circostanza manifesta chiaramente l'esclusivo intento di pubblicizzare i prodotti in vendita. In quest'ultimo caso, risultano esenti dal pagamento del tributo le insegne di esercizio la cui superficie complessiva non superi il limite dimensionale di 5 metri quadrati, mentre vanno assoggettati a tassazione i distinti mezzi pubblicitari che espongono esclusivamente il marchio
[6].
Il Ministero ha altresì fornito delle esemplificazioni delle scritte apprezzabili come insegne di esercizio, tra le altre:
- la generica indicazione della tipologia dell'esercizio commerciale (ad esempio, con la semplice scritta "Bar" o "Alimentari");
- la precisa individuazione dell'esercizio commerciale (ad esempio: "Bar Bianchi" o "Alimentari Azzurri");
- la generica individuazione dell'esercizio commerciale realizzata con l'indicazione del nominativo del titolare (ad esempio, la semplice scritta 'da Giovanni');
- l'indicazione, precisa o generica, della tipologia dell'esercizio commerciale accompagnata nel contesto dello stesso mezzo pubblicitario, da simboli o marchi relativi a prodotti in vendita (ad esempio: "Bar Alfa-Caffè Beta").
Le fattispecie esemplificative del Ministero sono espressamente dettate per andare incontro alle numerose richieste dei comuni su casi specifici, e dovrebbero dunque già di per sé fornire agli enti locali gli strumenti per applicare in modo corretto l'imposta di pubblicità nelle diverse situazioni concrete in relazione alle loro particolarità.
In via collaborativa si possono, comunque, formulare delle considerazioni muovendo dagli esempi indicati dal Ministero. E così sembra potersi osservare che nelle scritte qualificabili come insegne sono contenuti il nome dell'operatore economico, la mera tipologia dell'attività esercitata (bar, alimentari), il marchio commercializzato
[7], mentre non compaiono in alcuna delle fattispecie tipizzate riferimenti a qualità dei prodotti [8]. Peraltro, appaiono consentite anche descrizioni dell'attività esercitata [9].
Una tale lettura appare del resto coerente con il tenore letterale del comma 1-bis dell'art. 17 del D.Lgs. n. 507/1993, che parla di insegne di esercizio che 'contraddistinguono la sede ove si svolge l'attività cui si riferiscono', per cui ben rientrano nella definizione quegli elementi, quali il nome, la tipologia e la descrizione dell'attività esercitata, nonché i marchi dei prodotti commercializzati o dei servizi offerti
[10], idonee ad indicare al pubblico il luogo di svolgimento dell'attività commerciale o di produzione di beni o servizi [11].
Per quanto concerne l'assoggettamento all'imposta di pubblicità dei cartelli di compravendita immobiliare, ai sensi dell'art. 17 del D.Lgs. 507/1993, comma 1, lett. b), sono esenti dall'imposta, tra gli altri, gli avvisi al pubblico riguardanti la locazione o la compravendita degli immobili sui quali sono affissi, di superficie non superiore ad un quarto di metro quadrato.
Al riguardo, il Comune chiede se il limite dimensionale indicato dalla norma (un quarto di metro quadrato) sia da intendersi riferito alla superficie complessiva dei cartelli di compravendita (o locazione) apposti, nel senso di ritenersi superato dalla somma degli stessi, e se detti cartelli possano essere affissi anche sulle pertinenze dell'immobile o nelle parti comuni del condominio.
Per quanto concerne le dimensioni dei cartelli di compravendita/locazione immobiliare da rispettare per beneficiare dell'esenzione dall'imposta di pubblicità, si osserva che la formulazione testuale della previsione normativa in commento, per questa specifica tipologia di cartelli, non precisa 'superficie complessiva'. Ed invero, laddove il legislatore ha voluto esprimersi in tal senso, lo ha esplicitamente fatto al comma 1-bis dell'art. 17, D.Lgs. n. 507/1993, relativamente alle insegne di attività commerciali e di produzione di beni o di servizi, esenti dall'imposta se volte a contraddistinguere la sede ove si svolge l'attività cui si riferiscono e se, appunto, di 'superficie complessiva fino a 5 metri quadrati'.
Il Comune osserva che con riferimento agli avvisi al pubblico di cui all'art. 17, comma 1, lett. b), D.Lgs. n. 507/1993, richiamato, esposti nelle vetrine o nelle porte di ingresso dei locali, il Ministero dell'economia e delle finanze
[12] ha riferito il relativo limite dimensionale inferiore a mezzo metro quadrato alla superficie complessiva di detti avvisi e chiede se sia possibile estendere queste considerazioni, per analogia, a tutte le fattispecie della lett. b), ivi inclusi i cartelli immobiliari.
Al riguardo, posto che per giurisprudenza costante
[13] 'le norme che concedono esenzioni fiscali, avendo carattere eccezionale, sono insuscettibili di interpretazione analogica', si segnala che la Corte di Cassazione [14] ha invece affermato che per gli avvisi al pubblico di cui all'art. 17, comma 1, lett. b), richiamato, l'esenzione opera purché essi non superino, ciascuno individualmente, la superficie di mezzo metro quadrato.
Pertanto, stante il tenore letterale della disciplina normativa dell'esenzione dei cartelli di compravendita/locazione immobiliare, che parimenti non specifica il limite dimensionale come riferito alla superficie complessiva, e tenuto conto di quanto affermato di recente dalla Corte di Cassazione in ordine al rispetto di detto limite per ciascun cartello singolarmente, si ritiene opportuno suggerire all'Ente di chiedere un chiarimento ai competenti organi statali specificamente per i cartelli di compravendita/locazione immobiliare.
Allo stesso modo, si ritiene che l'interpretazione dell'indicazione normativa dell'affissione dei cartelli di compravendita/locazione immobiliare 'sull'immobile', in particolare se la stessa vada intesa come comprensiva anche delle pertinenze, debba provenire dai competenti organi statali. Infatti, posta la giurisprudenza restrittiva richiamata in ordine all'interpretazione analogica delle norme di esenzione fiscale, si osserva che un'espressa indicazione anche delle pertinenze è prevista dal legislatore unicamente con specifico riferimento all'esenzione per le insegne di esercizio (art. 1, comma 1-bis, D.Lgs. n. 507/1993), quali installate nella sede dell'attività a cui si riferiscono o nelle pertinenze accessorie alla stessa (art. 47, D.P.R. n. 445/1992, richiamato)
[15].
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[1] D.Lgs. 15.11.1993, n. 507, recante: 'Revisione ed armonizzazione dell'imposta comunale sulla pubblicità e del diritto sulle pubbliche affissioni, della tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche dei comuni e delle province nonché della tassa per lo smaltimento dei rifiuti urbani a norma dell'art. 4 della legge 23.10.1992, n. 421, concernente il riordino della finanza territoriale'.
[2] L. 28.12.2001, n. 448 (Legge Finanziaria 2002).
[3] Ministero dell'economia e delle finanze, circolare 08.02.2002, n. 1.
[4] Ministero dell'economia e delle finanze, circolare 03.05.2002 n. 3; circolare 19.03.2007, n. 11159.
[5] Ministero dell'economia e delle finanze, circolare 19.03.2007, n. 11159; nello stesso senso, Ministero dell'economia e delle finanze, circolare 03.05.2002 n. 3.
[6] Ministero dell'economia e delle finanze, circolare n. 11159/2007, cit.. Nello stesso senso, Ministero dell'economia e delle finanze, circolare n. 3/2002, ove si precisa, peraltro, che la presenza, nell'ambito dello stesso mezzo pubblicitario, delle indicazioni relative al marchio del prodotto venduto, non fa in alcun modo venire meno la natura di insegna di esercizio; ciò del resto trova espressa legittimazione nella stessa nozione contenuta nel citato art. 47 del DPR n. 495 del 1992, che stabilisce, appunto, che la scritta distintiva della sede di svolgimento dell'attività economica può essere 'completata eventualmente da simboli o da marchi'.
[7] Fermo restando, come chiarito sopra, che l'aggiunta di uno o più cartelli distinti raffiguranti esclusivamente il marchio comporta, invece, l'applicazione dell'imposta di pubblicità su detti cartelli.
[8] E così sembrano non poter beneficiare dell'esenzione quei cartelli ove si esaltano le qualità e i benefici dei prodotti venduti al fine di migliorarne l'immagine con indicazioni ulteriori rispetto a quelle identificative dell'attività economica esercitata.
[9] Ministero dell'economia e delle finanze, circolare n. 11159/2007, cit..
[10] Ministero dell'economia e delle finanza, circolare n. 11159/2007, cit..
[11] Ministero dell'economia e delle finanza, circolare n. 3/2002, cit..
[12] Ministero dell'economia e delle finanza, circolare n. 11159/2007, cit..
[13] Cass. civ., sez. un., 25.05.2009, n. 11986; Cass. civ., sez. I, 09.08.1990, n. 8111.
[14] Cass. civ., sez. VI, 16.10.2014, n. 21966.
[15] Cfr. Cass. civ., sez. V, 30.10.2009, n. 23021; Cass. civ., sez. V, 06.12.2011, n. 26174
(25.06.2015 -
link a www.regione.fvg.it).

aprile 2015

TRIBUTINiente rimborsi Tia con la Tari. I minori incassi con la Tariffa diventano perdite definitive. La Corte conti Toscana sancisce l'autonomia della Tassa rifiuti rispetto al precedente sistema.
La Tassa sui rifiuti (Tari) non può essere usata per rimborsare i crediti Tia non riscossi dalle precedenti gestioni. I minori incassi derivanti dalla mancata riscossione dei crediti maturati sotto il previgente regime si traducono in perdite definitive a carico del soggetto gestore.

Questa la posizione della Corte dei conti Toscana, Sez. controllo, espressa nel recente parere 28.04.2015 n. 73 a seguito di richiesta specifica da parte di un ente locale.
La Corte, pur affermando un principio del tutto condivisibile (quello dell'autonomia del regime Tari rispetto al previgente regime Tia), sembra tuttavia giungere a conclusioni non pienamente convincenti e che rischiano in realtà di mettere in crisi il fondamentale principio del recupero totale dei costi del servizio (full cost recovery), che peraltro la stessa Corte riconosce e afferma nel medesimo parere. Vediamo meglio.
La vicenda specifica
La questione nasce da una richiesta di un comune della provincia di Pistoia di poter considerare quali «costi comuni diversi», nel piano finanziario Tari, ai fini della determinazione della relativa tariffa, tra l'atro, i «costi per crediti Tia-1 inesigibili», di cui sia stata accertata la perdita, per la parte non coperta da fondo rischi o garanzia assicurativa, temporalmente collocati nel periodo compreso tra il 2002 e il 2012.
La richiesta si fonda in particolare sul presupposto implicito che la tariffa debba assicurare il recupero totale dei costi del servizio. Tale principio, noto come «full cost recovery» costituisce dichiarata attuazione della direttiva comunitaria 91/156/Cee, ed è stato introdotto dall'art. 49, 4° comma, dlgs 05.02.1997, n. 22, con riferimento alla Tia-1, ed è oggi ribadito, con riferimento alla Tari, dall'art. 1, comma 654, legge 27.12.2013, n. 147.
Lo stesso principio è recepito dal metodo normalizzato per definire le componenti di costo da coprire con il gettito della tariffa e i criteri di determinazione della tariffa di riferimento relativa alla gestione dei rifiuti urbani (dpr 27.04.1999, n. 158), che correttamente include tra le componenti di costo sia gli accantonamenti a fondo rischi che le svalutazioni dei crediti non più esigibili.
La posizione della Corte
Nell'esaminare la questione posta alla sua attenzione la Corte non nega il principio del full cost recovery. Al contrario fa proprio tale principio, limitandosi esclusivamente a precisare che esso deve essere applicato nell'ambito di ciascun regime, senza possibilità di sovrapposizione alcuna.
In altre parole, secondo la Corte ciascuna tariffa, «deve essere costruita in modo da bastare a sé stessa, e non nascere già gravata da oneri pregressi (relativi a crediti non incassati, originati da tributi risalenti e ormai soppressi), che avrebbero dovuto trovare idonea copertura nel quadro dei rispettivi regimi normativi, attraverso adeguati accantonamenti o maggiori previsioni di entrata».
È per questo motivo che nella costruzione del piano tariffario relativo alla Tari, secondo la Corte non possono essere inseriti elementi di costo relativi al previgente regime di Tia. In effetti, consentire ora per allora al Comune di considerare, ai fini della quantificazione della tariffa, i mancati ricavi relativi ad altro tributo, non incassati dal precedente gestore, comporterebbe il trasferimento sull'utenza attuale di perdite, che avrebbero dovuto gravare su una platea almeno in parte diversa di soggetti.
Fin qui il ragionamento operato dalla Corte appare assolutamente condivisibile, soprattutto alla luce della diversa natura giuridica della Tari, rispetto alla Tia che incide naturalmente anche sulla definizione dei presupposti impositivi.
Se dunque alla luce delle ragioni sopra indicate è condivisibile separare le vicende della Tia da quelle della Tari, lascia invece perplessi la conclusione che sembra raggiungere la Corte secondo la quale, nel caso in cui tali modalità di copertura siano risultate insufficienti (e dunque per la parte dei mancati ricavi non coperta da fondi rischi o da maggiori entrate), «i minori incassi derivanti dalla mancata riscossione dei crediti maturati sotto il previgente regime si traducono in perdite definitive a carico del soggetto gestore (e cioè, nel caso di specie, la società in house affidataria del servizio)».
L'affermazione di tale principio, se non adeguatamente specificato, rischia di apparire in evidente contraddizione con il riconosciuto principio del full cost recovery. In tal caso infatti, la società di gestione si troverebbe a vedere non coperti una parte anche significativa dei costi di gestione, non certo per propria responsabilità, ma solo per la non corretta costruzione del sistema tariffario previgente. Più propriamente, l'impossibilità di coprire i mancati incassi dei crediti attraverso il sistema Tari dovrebbe essere posta a carico dei soggetti regolatori (enti locali e/o autorità) che hanno omesso di applicare il principio del full cost recovery nella determinazione della tariffa di riferimento.
Si può tuttavia ritenere che tale ambiguità nella posizione della Corte sia dovuta al fatto che la società di gestione in oggetto era una società in house e perciò non facilmente distinguibile dal soggetto regolatore. Per cui, nel caso di specie non vi era concretamente un interesse di un soggetto realmente terzo rispetto al titolare della potestà regolatoria.
Conseguentemente, ci si può ragionevolmente attendere che in una diversa fattispecie e di fronte a una concessione di servizi, possa essere affermato il principio che pare certamente più adeguato secondo il quale i mancati ricavi relativi ad altro tributo, non incassati dal precedente gestore, vanno coperti a carico del bilancio generale del soggetto che ha concretamente omesso di applicare il corretto principio del recupero integrale dei costi del servizio (articolo ItaliaOggi dell'08.05.2015).

gennaio 2015

TRIBUTI: Tares sul garage anche se non lo si usa.
Il contribuente paga la Tares sul garage anche se non lo utilizza. Il prelievo fiscale scatta per il solo fatto che il comune mette a disposizione il servizio.

Lo ha sancito la Corte di Cassazione che, con sentenza 07.01.2015 n. 33, ha accolto il ricorso del comune di Catania. Insomma, per la VI Sez. civile - T la difesa del contribuente che puntava sul mancato utilizzo del garage non ha come conseguenza una riduzione o addirittura l'esenzione dall'imposta.
Gli Ermellini hanno spiegato che in virtù degli artt. 62 e 64 del dlgs 507/1993, la tassa è dovuta indipendentemente dal fatto che l'utente utilizzi il servizio, salva l'autorizzazione dell'ente impositore allo smaltimento dei rifiuti secondo altre modalità, purché il servizio sia istituito, e sussista la possibilità della utilizzazione, ma ciò non significa che, per ogni esercizio di imposizione annuale, la tassa è dovuta solo se il servizio sia stato esercitato dall'ente impositore in modo regolare, così da consentire al singolo utente di usufruirne pienamente.
Infatti, il presupposto impositivo è costituito dal solo fatto oggettivo dell'occupazione o della destinazione del locale, a qualsiasi uso adibiti, e prescinde, quindi, del tutto dal titolo in base al quale gli immobili sono occupati o detenuti (articolo ItaliaOggi dell'08.01.2015).

dicembre 2014

TRIBUTI: Tassa rifiuti per il garage.
Domanda
La tassa rifiuti per un garage, anche se non produce rifiuti, è sempre e comunque dovuta?
Risposta
No, tuttavia è onere del contribuente indicare nella denuncia relativa al tributo (quella originaria o quella di variazione) e fornire la prova (in base ad elementi obiettivamente rilevabili dall'ente impositore o con altra idonea documentazione) che il garage in questione non può produrre rifiuti (e, quindi, non può essere assoggettato alla tassa) per sua natura o per il particolare uso cui è stabilmente destinato o perché si trova in condizioni di obiettiva inutilizzabilità.
Solo in tal modo può essere vinta la presunzione legale relativa di produzione di rifiuti da parte dei locali posseduti o detenuti. In questo senso si è espressa la recente ordinanza 23505/14 della Cassazione, che ha anche sottolineato come tale dimostrazione non sia suscettibile di essere «ritenuta in modo presunto dal giudice», bensì dimostrata da parte del contribuente.
Tale ordinanza fa seguito ad altre analoghe recenti pronunce della Cassazione, tra le quali l'ordinanza 8245/2014 e le sentenze 11351/2012 e 17703/2004 (articolo ItaliaOggi Sette dell'01.12.2014).

novembre 2014

TRIBUTI: Tasi sui fabbricati demoliti.
Domanda
I fabbricati che sono stati demoliti o che sono oggetto di restauro e risanamento conservativo o di ristrutturazione edilizia o ancora di ristrutturazione urbanistica come devono essere considerati ai fini del Tributo sui servizi indivisibili (Tasi)?
Risposta
Come è noto, la legge del 27.12.2013, numero 147, detta legge di stabilità per l'anno 2014, composta di un solo articolo, al comma 639, ha introdotto, a partire dall'anno 2014, una nuova imposta, detta imposta unica comunale (Iuc).
Il tributo, pur definito come «imposta unica», contiene al suo interno la componente patrimoniale, data dall'Imposta municipale propria (Imu), e la componente relativa ai servizi.
La componente relativa ai servizi, a sua volta, si articola:
- nella Tasi, che è un tributo dovuto per i servizi indivisibili resi dai comuni;
- nella Tari, che è un tributo dovuto per finanziare i costi del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti.
Ora, ai fini della Tasi, i fabbricati, individuati dalla legge numero 457 del 1978, che sono stati demoliti o che sono oggetto di restauro e risanamento conservativo o di ristrutturazione edilizia o ancora di ristrutturazione urbanistica devono essere considerati come area edificabile. E, al riguardo, si ricorda che, ai sensi dell'articolo 36, comma 2, del decreto legge numero 223, del 2006, convertito con la legge numero 248, del 2006, «un'area è da considerare fabbricabile se utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico generale adottato dal comune, indipendentemente dall'approvazione della regione e dall'adozione di strumenti attuativi del medesimo» (articolo ItaliaOggi Sette del 24.11.2014).

TRIBUTI: Tasi, la quota del proprietario.
Domanda
Quale proprietario del bene, sono tenuto al pagamento della quota del Tributo sui servizi indivisibili (Tasi) non versato dall'occupante un appartamento di mia proprietà?
Risposta
La Tasi (tassa sui servizi indivisibili) è un tributo istituito per coprire le spese sostenute dai comuni nell'espletamento di servizi necessari per la collettività, quali: servizi di illuminazione pubblica, servizi per la manutenzione delle strade, servizi per la cura del verde pubblico, servizi per la pubblica sicurezza e la vigilanza, nonché servizi per la protezione civile, servizi per le aree cimiteriali ecc.
Essa è dovuta, come già si è avuto modo di dire, anche dall'occupante del bene in una misura determinata dal comune con proprio regolamento.
Pertanto, la Tasi, per lo stesso immobile, se posseduto da un soggetto diverso dal titolare del diritto reale, è dovuta da due soggetti distinti, ciascuno dei quali ha un'autonoma obbligazione tributaria. Ne consegue che, se l'utilizzatore dell'immobile non provvede al versamento della quota di sua spettanza, il proprietario del bene non ha alcuna responsabilità e il comune non potrà chiedergli il versamento del tributo, omesso dal detentore del bene.
Se i detentori del bene sono più di uno, allora la responsabilità per il pagamento della Tasi è solidale tra i detentori, per cui il comune, in caso di inadempienza, si può rivolgersi all'uno o all'altro dei coobbligati per la riscossione del dovuto (articolo ItaliaOggi Sette del 24.11.2014).

TRIBUTI: Esenzione Imu collinare.
Domanda
Proprietario di un terreno non edificabile, vorrei conferma che anche ai fini Imu continua a valere, come mi è stato detto, l'esenzione prevista per i terreni collinari e montani.
Risposta
La risposta è affermativa, almeno in linea di principio. Infatti, l'art. 7, lett. h), del dlgs n. 504/1992 (che stabiliva l'esenzione ai fini Ici) è richiamato dalla disciplina Imu (duplice richiamo nell'articolo 9, 8° c. del dlgs n. 23/2011 e nell'articolo 13, 13° c. del dl «Salva Italia» n. 201/2011), ma alla condizione, peraltro già prevista in vigenza dell'Ici, che i terreni in questione siano «agricoli» nel senso stabilito dall'art. 2, lett. c) del dlgs n. 504/92: ciò significa che i terreni in questione devono essere «adibiti all'esercizio delle attività indicate nell'art. 2135 del codice civile» e pertanto alla coltivazione del fondo, alla selvicoltura, all'allevamento di animali e attività connesse.
Il semplice possesso di terreni in comuni (o parti di comuni) ricadenti nell'ambito dell'art. 7 del dlgs n.504/92 non è quindi sufficiente a legittimare l'esenzione da Imu. Ricordiamo che un elenco dei predetti comuni (o zone di essi) «ricadenti in aree montane o di collina delimitate ai sensi dell'articolo 15 della L. n. 984/1977» è allegato alla circolare del ministero delle finanze n. 9/1993.
Segnaliamo anche che l'art. 4, c. 5-bis del dl n. 16/2012, introdotto nella recente conversione in legge (L. n. 44/2012), ha stabilito che «Con decreto di natura non regolamentare del ministro dell'economia e delle finanze, di concerto con il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, possono essere individuati comuni nei quali si applica l'esenzione di cui alla lettera h) del comma 1 dell'articolo 7 del dlgs n. 504/1992, sulla base della altitudine riportata nell'elenco dei comuni italiani predisposto dall'Istituto nazionale di statistica (Istat), nonché, eventualmente, anche sulla base della redditività dei terreni». Riservandosi tale facoltà, il ministro dell'economia può pertanto emanare, in qualsiasi momento (non è previsto alcun termine), un decreto che modifica radicalmente l'elenco dei comuni (attualmente sono moltissimi) nei quali l'esenzione opera.
Ricordiamo infine, per necessaria completezza, che, sempre nella conversione in legge del dl n. 16/2012, nell'art. 4 sono state tra l'altro, da un lato, inserite norme agevolative per la determinazione dell'Imu relativa ai terreni agricoli posseduti e condotti da coltivatori diretti o da imprenditori agricoli professionali e per i fabbricati rurali strumentali ubicati in comuni montani o parzialmente montani, dall'altro ulteriormente elevato a 135 il moltiplicatore generale da applicare al reddito dominicale (da rivalutare del 25%, come già si faceva per l'Ici) dei terreni agricoli e di quelli non coltivati; resta invece confermato a 110 il moltiplicatore previsto «per i terreni agricoli, nonché per quelli non coltivati, posseduti e condotti dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola» (articolo ItaliaOggi Sette del 24.11.2014).

TRIBUTI: Imu e invenduto.
Domanda
Impresa di costruzioni edili con un magazzino di immobili invenduti a causa della crisi economica: è vero che spetta una specifica agevolazione Imu? Quale e in quali termini?
Risposta
L'art. 13, c. 9-bis del dl «Salva Italia» n. 201/2011 prevede: «I comuni possono ridurre l'aliquota di base fino allo 0,38% per i fabbricati costruiti e destinati dall'impresa costruttrice alla vendita, fintanto che permanga tale destinazione e non siano in ogni caso locati, e comunque per un periodo non superiore a tre anni dall'ultimazione dei lavori».
Questi i termini e le condizioni dell'agevolazione che, tuttavia, per poter in concreto operare, deve essere espressamente deliberata dal Comune. In mancanza, resta applicabile a tali immobili l'aliquota ordinaria. In ogni caso, ai fini dell'acconto da versare entro il 18 giugno prossimo occorrerà applicare l'aliquota ordinaria di legge (0,76%) e verificare poi se il Comune avrà deliberato (lo può fare entro il 30 settembre) di introdurre la predetta agevolazione e/o di modificare le aliquote rispetto a quelle di legge.
In sede di acconto (dovuto entro il 17 dicembre) dovrà essere versata l'imposta a conguaglio per l'intero anno, determinata con le aliquote definitive applicabili in ogni singolo comune e, in mancanza, con quelle di legge, scomputando l'importo già versato a titolo di acconto.
Si segnala che anche il governo si è riservato la facoltà di modificare le aliquote e le detrazioni con uno o più Provvedimenti da emanare entro il termine del 10.12.2012 (articolo ItaliaOggi Sette del 24.11.2014).

EDILIZIA PRIVATA - TRIBUTI: Impianti fotovoltaici.
Domanda
Lessi tempo addietro un qualcosa su come calcolare l'aumento della rendita di un immobile a seguito dell'installazione di un impianto fotovoltaico. Potete darmene gentilmente nozione, dal momento che non ricordo più dove la lessi?
Risposta
Verosimilmente il cortese lettore si riferisce a un «question time» in commissione finanze della Camera del 30/04/2014. In quella sede il sottosegretario all'economia Zanetti ebbe a precisare che, per quel che concerne gli incrementi delle rendite degli immobili, la variazione della rendita deve avvenire soltanto quando l'impianto fotovoltaico «integrato» incrementa il valore capitale (o la redditività ordinaria) del 15%, con ulteriori salvaguardie (potenza nominale inferiore a 3 kwt per ogni unità, potenza nominale complessiva non superiore a tre volte il numero delle unità immobiliari e volume dell'impianto inferiore a 150 mc per le installazioni a terra) in presenza delle quali non risulta obbligatoria la dichiarazione di variazione in catasto (articolo ItaliaOggi Sette del 17.11.2014).

ottobre 2014

TRIBUTI: Sottotetti.
Domanda
La mia abitazione principale, oltre ad avere la cantina e il sottotetto, ha un altro locale di deposito, di natura pertinenziale. Per detto locale posso godere dell'esenzione Imu, prima casa?
Risposta
Come si è avuto modo di scrivere, la legge numero 147, del 2013 (legge di Stabilità per l'anno 2014), puntualizzando meglio la normativa che regolamenta l'Imposta municipale propria (Imu), portata dall'articolo 13 del decreto legge numero 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge numero 214, del 2011, ha affermato che la suddetta imposta non si applica al possesso dell'abitazione principale e delle pertinenze.
Ha aggiunto, poi, che per pertinenze dell'abitazione principale si intendono esclusivamente quelle classificate nelle categorie catastali C/2, C/6, C/7 (C/2..Magazzini e locali di deposito; C/6...Stalle, scuderie, rimesse, autorimesse; C/7..Tettoie chiuse o aperte), nella misura massima di una unità pertinenziale per ciascuna delle categorie catastali indicate, anche se iscritte in catasto unitamente all'unità ad uso abitativo.
Pertanto, la presenza di un locale indicato nella planimetria catastale dell'abitazione principale come cantina o sottotetto viene ad eliminare la possibilità che un'unità immobiliare autonoma, iscritta in categoria C/2, possa assurgere al ruolo di pertinenza dell'abitazione principale anche quando sussistono tutti gli elementi per l'uso funzionale all'abitazione.
Peraltro, lo stesso ministero dell'economia e delle finanze, con la circolare numero 3/DF del 18.05.2012, emanata dopo l'entrata in vigore dell'imposta municipale propria (Imu), ebbe ad affrontare l'ipotesi di «due pertinenze, di solito la soffitta e la cantina, accatastate unitamente all'unità ad uso abitativo. In tale caso, in base alle norme catastali, la rendita attribuita all'abitazione principale ricomprende la redditività di tali porzioni immobiliari non connesse. Pertanto, poiché dette pertinenze, se fossero accatastate separatamente, sarebbero entrambe classificate in categoria C/2, per rendere operante la disposizione in esame, si ritiene che il contribuente possa usufruire delle agevolazioni per l'abitazione principale solo per un'altra pertinenza classificata in categoria C/6 o C/7».
Interpretazione questa che, anche se esplicitata prima dell'entrata in vigore della citata legge numero 147, del 2013 (legge di Stabilità per l'anno 2014), ha valenza (si ritiene) anche dopo l'entrata in vigore di quest'ultima legge.
È naturale che per detti spazi (soffitta, cantina), integrati nell'abitazione principale, deve sussistere la possibilità di una loro potenziale iscrivibilità catastale autonoma (articolo ItaliaOggi Sette del 27.10.2014).

TRIBUTI: Tassa smaltimento rifiuti urbani.
Domanda
Sono proprietario di un garage auto che per la vetustà dell'edificio è inutilizzabile. Sono tenuto al pagamento, per esso, della tassa sui rifiuti solidi urbani, dato che in esso non viene prodotto alcun rifiuto?
Risposta
Il presupposto impositivo della tassa sui rifiuti solidi urbani, ai sensi dell'articolo 62, comma primo, del decreto legislativo numero 507, del 1993, (analogamente è disposto in ordine alla Tares e alla Tari), è il possesso o la detenzione di locali suscettibili di produrre rifiuti solidi urbani. Il successivo comma due prevede alcuni casi per i quali la tassa non è dovuta.
Essi sono individuati nel caso in cui i locali non possono produrre rifiuti per la loro natura o per il particolare uso a cui essi sono destinati stabilmente e nel caso in cui sono i predetti locali sono in condizione di obiettiva inutilizzabilità. Questo dato deve essere indicato esplicitamente nella denuncia originaria o di variazione presentata al Comune.
La Corte di cassazione, all'uopo interessata, con l'ordinanza numero 12443, del 03.06.2014, ha affermato che la predetta normativa pone una presunzione legale in ordine alla produzione dei rifiuti a carico del contribuente. Infatti, per i Supremi giudici, su di esso grava l'onere di provare l'esistenza dei presupposti per potere usufruire dell'esenzione, come per legge.
Pertanto, nel caso, se nella denuncia originaria o in quella di variazione, presentata al Comune competente, non sono state evidenziate le obiettive condizioni di inutilizzabilità del garage, la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani è dovuta (articolo ItaliaOggi Sette del 13.10.2014).

TRIBUTI: Pertinenze Imu.
Domanda
Ai fini dell'Imposta municipale propria (Imu), esiste un criterio certo per individuare le pertinenze dell'abitazione?
Risposta
La legge numero 147, del 2013 (legge di stabilità per l'anno 2014), puntualizzando meglio la normativa che regolamenta l'Imposta municipale propria (Imu), portata dall'articolo 13 del decreto legge numero 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge numero 214, del 2011, ha affermato che la suddetta imposta non si applica al possesso dell'abitazione principale e delle pertinenze.
Ha aggiunto, poi, che per pertinenze dell'abitazione principale si intendono esclusivamente quelle classificate nelle categorie catastali C/2, C/6, C/7, nella misura massima di una unità pertinenziale per ciascuna delle categorie catastali indicate, anche se iscritte in catasto unitamente all'unità ad uso abitativo. La Corte di cassazione, con la sentenza del 30.11.2009, numero 25127, ebbe ad affermare che, ai sensi dell'articolo 817, del codice civile, son pertinenze le cose destinate in modo durevole al servizio o all'ornamento di un'altra cosa. Quindi, ai fini dell'attribuzione della qualità di pertinenza occorre basarsi, per i Supremi giudici, «sul criterio fattuale e cioè sulla destinazione effettiva e concreta della cosa al servizio od ornamento di un'altra, secondo la relativa definizione contenuta nell'articolo 817 del codice civile».
In materia fiscale, aggiungono i predetti giudici, «attesa la indisponibilità del rapporto tributario, la prova dell'asservimento pertinenziale, che grava sul contribuente (quando, come nella specie, ne derivi una tassazione attenuata) deve essere valutato con maggiore rigore rispetto alla prova richiesta nei rapporti di tipo privatistico.
Se la scelta pertinenziale non è giustificata da reali esigenze (economiche, estetiche o di altro tipo), non può avere valenza tributaria, perché avrebbe l'unica funzione di attenuare il prelievo fiscale, eludendo il precetto che impone la tassazione in ragione della reale natura del cespite
» (articolo ItaliaOggi Sette del 13.10.2014.

TRIBUTI: Appartamento da sopraelevazione.
Domanda
Si chiede se, nel caso, di appartamento risultante da sopraelevazione, il comune poteva assoggettare a imposizione Ici l'area su cui si sviluppava la cubatura, in relazione alla quale era stata conseguita la concessione edilizia per l'appartamento al primo piano dato che non vi è altra area fabbricabile se non quella su cui insiste l'appartamento a suo tempo realizzato al piano terreno.
Risposta
La Corte di cassazione, sezione tributaria, con la sentenza dell'08.05.2013, numero 10735, alla luce anche della precedente sentenza della stessa Corte del 23.10.2006, numero 22808, ha affermato che, ai fini dell'Imposta comunale sugli immobili (Ici), la nozione di fabbricato, di cui all'articolo 2, del decreto legislativo 30.12.1992, numero 504, rispetto all'area su cui esso insiste, è unitaria nel senso che, una volta che l'area edificabile sia comunque utilizzata, il valore della base imponibile, ai fini dell'imposta, si trasferisce dall'area stessa all'intera costruzione realizzata. Infatti, per i giudici, la norma, per l'applicazione dell'imposta comunale sugli immobili, sul fabbricato di nuova costruzione, individua due soli criteri alternativi: la data di ultimazione dei lavori, ovvero, se antecedente, quella di utilizzazione, senza alcun riferimento alla divisione del fabbricato, in piani o porzioni.
Pertanto, secondo la Suprema corte, richiamata la sua precedente sentenza del 15.12.2004, numero 23347, per la determinazione della base imponibile di un appartamento in costruzione al primo piano dell'edificio, non trova applicazione la normativa portata dall'articolo 5, comma 6, del decreto legislativo 30.12.1992, numero 504, che disciplina l'utilizzazione edificatoria dell'area, individuando come base imponibile il valore dell'area stessa, ma l'articolo 2, comma 1, lettera a), che, per l'assoggettabilità a imposta del fabbricato di nuova costruzione individua due criteri alternativi. Il primo criterio è la data di ultimazione dei lavori di costruzione, l'altro, se antecedente, quello di utilizzazione.
Ora, nel caso, di appartamento risultante da sopraelevazione, non essendosi, per Giudici, realizzato alcuno dei due presupposti, il comune non avrebbe dovuto assoggettare a imposizione Ici l'area su cui si sviluppava la cubatura, in relazione alla quale era stata conseguita la concessione edilizia per l'appartamento al primo piano, non essendovi altra area fabbricabile che quella su cui insisteva l'appartamento a suo tempo realizzato al piano terreno (articolo ItaliaOggi Sette del 06.10.2014).

EDILIZIA PRIVATA - TRIBUTI: Variazione della rendita catastale.
Domanda
Per i provvedimenti di variazione della rendita catastale di unità immobiliare, emessi dall'Ufficio del territorio, su richiesta del Comune, ai sensi dell'articolo 3, comma 58, della legge 23.12.1996, numero 662, sussiste un rigoroso obbligo di motivazione?
Risposta
La Corte di cassazione, sezione tributaria, con l'ordinanza del 03.02.2014, numero 2357, ha affermato, anche alla luce di quanto deciso dalla stessa Corte con la sentenza numero 9629, del 13.06.2012 e a modifica di precedente orientamento della stessa Corte di cassazione, che, l'Agenzia delle entrate, Ufficio del territorio, quando procede all'attribuzione d'ufficio di un nuovo classamento a una unità immobiliare a destinazione ordinaria, deve specificare se tale mutato classamento sia dovuto a trasformazioni specifiche subite dall'unità immobiliare in questione oppure a una risistemazione dei parametri relativi alla microzona, in cui si colloca l'unità immobiliare.
Nel primo caso, l'Agenzia delle entrate deve indicare le trasformazioni edilizie intervenute. Nel secondo caso, il predetto Ufficio deve indicare l'atto con cui si è provveduto alla revisione dei parametri relativi alla microzona, a seguito di significativi e concreti miglioramenti del contesto urbano, rendendo così possibile la conoscenza dei presupposti del riclassamento da parte del contribuente.
La Suprema corte, quindi, con la citata sentenza ha riconfermato il proprio recente indirizzo circa la idonea motivazione degli atti impugnati; motivazione non integrabile dall'Ufficio, convenuto in giudizio, nel corso del giudizio medesimo. Per i giudici, pertanto, non è più da condividere la tesi, secondo la quale gli atti dell'Ufficio, impugnati, debbano avere soltanto il requisito della provocatio ad apponendum, necessaria per far conoscere al contribuente gli elementi essenziali della pretesa impositiva (articolo ItaliaOggi Sette del 06.10.2014).

TRIBUTI: Chi paga Imu e Tasi.
Domanda
Vorrei sapere chi è tenuto al pagamento dell'Imu e della Tasi in presenza della seguente fattispecie: firma di un preliminare di vendita con immissione anticipata del promissario acquirente nel possesso dell'immobile.
Risposta
Il pagamento dell'Imu sarà a totale carico del proprietario, promittente venditore, dell'immobile. Per quel che concerne la Tasi invece, la stessa sarà in parte a carico del proprietario dell'immobile (promittente venditore) e in parte dell'occupante lo stesso (promittente acquirente), secondo le percentuali al riguardo fissate dall'apposita delibera del Comune competente (articolo ItaliaOggi Sette del 06.10.2014).

settembre 2014

TRIBUTI: Riclassamento con motivazione.
Domanda
Come deve essere corredato l'atto di rilassamento catastale di un immobile affinché possa ritenersi legittimo?
Risposta
La giurisprudenza della Corte di cassazione in questi ultimi anni ha chiarito in molte pronunce che anche gli atti relativi al riclassamento catastale devono essere compiutamente motivati al fine di delimitare l'ambito della dialettica processuale e di porre il contribuente nella condizione di potersi difendere. L'Amministrazione finanziaria (in ciò sbagliando gravemente) molto spesso, invece, non ottempera a tale basilare precetto.
Merita di essere citata, tra le più recenti, la sentenza n. 16476 del 18.07.2014 nella quale la Suprema corte, confermando le decisioni della Ctp di Napoli e della Ctr della Campania, ha negato che l'onere della motivazione dell'atto di variazione di classamento possa esaurirsi nell'enunciare i soli dati della consistenza, categoria e classe acclarati dall'Ufficio.
Questo il principio di diritto enunciato: «In tema di revisione del classamento catastale di immobili urbani, la motivazione non può, in conformità alla legge n. 662/1996 (art. 3, c. 58), limitarsi a contenere l'indicazione della consistenza, categoria e classe attribuite dall'Agenzia, ma deve specificare, ai sensi dello Statuto del contribuente (legge 212/2000, art. 7, c. 1), a pena di nullità, a quale presupposto (il non aggiornamento del classamento o la palese incongruità rispetto a fabbricati similari) la modifica debba essere associata e laddove si tratti della constatata manifesta incongruenza tra il precedente classamento dell'unità immobiliare e il classamento di fabbricati similari aventi caratteristiche analoghe, l'atto impositivo dovrà recare la specifica individuazione di tali fabbricati, del loro classamento e delle caratteristiche analoghe che li renderebbero similari all'unità immobiliare oggetto di riclassamento, così rispondendo alla funzione di delimitare l'ambito delle ragioni deducibili dall'ufficio nella successiva fase contenziosa, nella quale il contribuente, nell'esercizio del proprio diritto di difesa, può chiedere la verifica dell'effettiva correttezza della riclassificazione».
La sentenza ha anche precisato che «il divieto dei motivi aggiunti, fuori dei ristretti casi stabiliti dall'art. 24 del Dlgs n. 546/1992, è ragionevole solo nel presupposto che all'Ufficio sia in corrispondenza proibito di allegare i ridetti fatti in corso di processo. Pertanto, l'avviso di classamento è nullo per difetto di motivazione non solo quando manchi d'indicare gli immobili serviti da comparazione, ma altresì quando non siano indicate quali siano le caratteristiche analoghe degli immobili comparati, ciò che è all'evidenza indispensabile a mettere il contribuente in grado di contraddire il fatto allegato a mezzo di specifico motivo (Cass. sez. trib. n. 21532 del 2013; Cass. sez. 6 n. 10489 del 2013)» (articolo ItaliaOggi Sette del 15.09.2014).

TRIBUTI: Pertinenzialità da dimostrare.
Domanda
Vorremmo sapere se ai fini Imu/Ici è fondato l'assunto di pertinenzialità, e quindi di non autonoma tassabilità, di un'area urbanisticamente edificabile limitrofa a un fabbricato in quanto utilizzata stabilmente come terreno per il deposito di materiale. Il Comune pretende invece di tassarla in modo autonomo come terreno edificabile.
Risposta
Del tema si è occupata di recente la Ctr di Firenze (sent. n. 1067/13/14), che, nel richiamare l'orientamento giurisprudenziale della Cassazione, ha posto la prova della pertinenzialità a carico del contribuente. Più in particolare, la sentenza ha evidenziato la rilevanza della destinazione urbanistica (ossia, la qualificazione del terreno come edificabile in base agli strumenti urbanistici generali adottati) e la prevalenza di tale criterio rispetto al concetto di pertinenzialità di cui all'art. 817, 1° c., cod. civ. («Sono pertinenze le cose destinate in modo durevole a servizio o ad ornamento di un'altra cosa. La destinazione può essere effettuata dal proprietario della cosa principale o da chi ha un diritto reale sulla medesima»), essendo irrilevante l'uso concreto che il proprietario fa dell'area e quindi l'eventuale funzione pertinenziale svolta di fatto. La sentenza ha così richiesto al contribuente di fornire la prova di un effettivo e durevole asservimento pertinenziale, non riconducibile a un mero collegamento occasionale, basato su concreti elementi di fatto, prova rispetto alla quale possono risultare d'ausilio anche le risultanze catastali.
Nello specifico, non è stato ritenuto sufficiente il parziale e temporaneo utilizzo quale deposito di materiale, reputato quale mera esigenza occasionale ovviabile facendo ricorso a una diversa organizzazione gestionale dell'attività produttiva, aprendosi diversamente l'accesso, in modo strumentale, a comportamenti fiscali elusivi (articolo ItaliaOggi Sette dell'01.09.2014).

agosto 2014

TRIBUTI: Tassa rifiuti e box auto.
Domanda
Posso pretendere di non pagare la tassa per la raccolta dei rifiuti su un box auto chiuso in autorimessa condominiale in quanto non produttivo di rifiuti?
Risposta
Di recente, chiamata a decidere circa l'applicabilità o meno della tassa sulla raccolta dei rifiuti (Tarsu) a un box auto, la Corte di cassazione ha accolto il ricorso del Comune (che nei primi due gradi di giudizio aveva avuto però torto da parte delle Commissioni tributarie provinciale di Catania e regionale della Sicilia) affermando che, a termini di legge, il presupposto della Tarsu è l'occupazione o la detenzione di locali e aree scoperte a qualsiasi uso adibiti e che non sono soggetti alla tassa i soli locali e aree che non possono produrre rifiuti o per la loro natura o per il particolare uso cui sono stabilmente destinati o perché risultino in condizioni di obiettiva inutilizzabilità, qualora tali circostanze siano indicate nella denuncia originaria o in una denuncia presentata successivamente e debitamente riscontrate in base a elementi obiettivi direttamente rilevabili o idoneamente documentati (Cassazione, sentenze n. 11351/2012 e 17703/2004).
La Cassazione ha così concluso che la legge presume che locali e aree, in linea generale, producano rifiuti (di regola e per loro natura) e che se ciò non accade la prova deve essere fornita dal contribuente, ma non può essere presunta dal giudice (articolo ItaliaOggi Sette del 25.08.2014).

maggio 2014

TRIBUTISe c'è un'autorità d'ambito i comuni non possono approvare le tariffe Tari.
I comuni non possono approvare da soli i piani finanziari e le tariffe della tassa rifiuti (Tari) quando a tal fine è stata costituita un'apposita autorità d'ambito o un'agenzia a livello regionale. In caso di inerzia di quest'ultima, l'unico modo per uscire dall'impasse è attivare il potere sostitutivo nelle forme di legge.

Il chiarimento arriva dal parere 08.05.2014 n. 125 della Sez. regionale di controllo per l'Emilia Romagna della Corte dei conti.
La questione riguarda l'art. 1, comma 683, dell'ultima legge di stabilità (legge 147/2013): in base a tale disposizione, il consiglio comunale deve approvare le tariffe della Tari in conformità al piano finanziario del servizio di gestione dei rifiuti urbani, redatto dal soggetto che svolge il servizio stesso e approvato dal consiglio comunale o da altra autorità competente a norma delle leggi vigenti in materia.
In Emilia Romagna, a esempio, la legge regionale 23/2011 ha istituito un'apposita agenzia territoriale per sovrintendere ai servizi idrici e rifiuti. In casi come questo, la competenza ad approvare il piano finanziario e le tariffe si radica nell'ente sovracomunale e il consiglio comunale non può sostituirsi a esso neppure quanto lo stesso rimane inerte.
Per ovviare, precisano i magistrati contabili, è necessario richiedere l'esercizio dei poteri sostitutivi nelle modalità previste dalla normativa in materia di mancato esercizio di funzioni da parte degli enti locali, ai quali le predette agenzie sono riconducibili in quanto consorzi obbligatori di enti locali. Nel caso di specie, ad esempio, il potere sostitutivo è in capo alla regione, ai sensi dell'art. 30 della citata legge regionale 23. Solo laddove le autorità d'ambito non sono state (ancora) istituite, i comuni potranno fare da sé.
Il parere si sofferma che sul contenuto dei piani finanziari: nel caso in cui siano redatti da una autorità o agenzia d'ambito, essi devono necessariamente considerare anche i costi amministrativi dell'accertamento e riscossione (i cosiddetti Carc), anche se questi siano sostenuti dal comune. I piani, inoltre, devono comprendere anche i costi di funzionamento del soggetto sovracomunale (articolo ItaliaOggi del 30.05.2014).

marzo 2014

TRIBUTI: M. Villani e I. Pansardi, Nuovo orientamento della Cassazione sulla motivazione del classamento (catastale) (04.03.2014 - link a www.diritto.it).

febbraio 2014

EDILIZIA PRIVATA - TRIBUTILa villa è «di lusso» se lo dice il Prg. Conta la destinazione urbanistica dell'area come definita prima della costruzione. Giustizia. La Corte di cassazione interviene sui requisiti per l'ottenimento dei benefici fiscali sulla compravendita.
La prima casa "di lusso" non può diventarlo dopo la costruzione. Se lo strumento urbanistico, all'atto della costruzione dell'edificio, non prevedeva che l'area fosse destinata a "villa", l'edificio non può essere considerata di lusso.
Questo, in sostanza, il principio affermato dalla Corte di Cassazione con la ordinanza 11.02.2014 n. 3080.
La questione è arrivata in Cassazione dopo che l'agenzia delle Entrate aveva perso in appello con il contribuente sulla liquidazione delle maggiori imposte di registro, chieste dopo aver accertato che l'abitazione, comprata nel 2005 con le agevolazioni fiscali per la prima casa, si trovava in una zona che il piano regolatore aveva destinato a villa o parco privato. Il contenzioso era iniziato nel 2008, con una sentenza 80/1/2008 della Commissione tributaria provinciale di Livorno che aveva dato ragione al contribuente ed era proseguito con la sentenza 59/10/11, depositata il 21.04.2011, della Commissione tributaria regionale della Toscana, che a sua volta aveva bocciato le richieste dell'agenzia delle Entrate.
Ricordiamo che la differenza a carico del contribuente non è di poco conto: si tratta di versare la differenza tra un importo pagato, pari al 4% del valore fiscale dell'immobile come imposta di registro più (all'epoca) 336 euro complessive e fisse per le imposte ipotecaria e catastale, e le imposte piene, pari al 10% complessivo del valore fiscale. Inoltre, scatta una sanzione del 30% dell'imposte complessivamente dovuta.
Premesso quindi che l'articolo 1 del Dm dell'08.08.1969 (quello cui si fa riferimento per individuare le abitazioni "di lusso" escluse dai benefici prima casa) stabilisce che le costruzioni considerate "di lusso" nelle aree destinate a villa o parco privato dagli strumenti urbanistici sono tali proprio per la destinazione dell'area e non per le loro caratteristiche intrinseche, in questo caso si era trattato di una modifica al Prg intervenuta nel 1999, ben dopo l'ultimazione della costruzione nel 1990: «È tuttavia evidente -ha affermato la Suprema Corte- come l'adozione o l'approvazione di uno strumento urbanistico che destini l'area a villa o parco privato debba precedere la costruzione dell'immobile; e ciò in quanto si presuppone che la costruzione realizzata in area destinata a villa o a parco privato corrisponda tipologicamente al tipo di abitazione che su quell'area può essere realizzato - villa o parco privato. Diviene pertanto irrilevante per la qualificazione dell'abitazione come "di lusso" l'adozione di uno strumento urbanistico che destini l'area a "villa" o "parco privato" successivamente alla realizzazione della costruzione stessa».
Quindi, per la Cassazione, anche se l'acquisto oggetto di revoca dei benefici era intervenuto dopo la variazione (nel 2005), è proprio la data di costruzione che fa fede. E ha respinto il ricorso dell'agenzia, confermando i benefici al contribuente acquirente
(articolo Il Sole 24 Ore del 12.02.2014).

gennaio 2014

PATRIMONIO - TRIBUTI: G.U. 29.01.2014 n. 23, suppl. ord n. 9/L, "Testo del decreto-legge 30.11.2013, n. 133, coordinato con la legge di conversione 29.01.2014, n. 5, recante: «Disposizioni urgenti concernenti l’IMU, l’alienazione di immobili pubblici e la Banca d’Italia»".

EDILIZIA PRIVATA - TRIBUTI: Oggetto: Legge di stabilità 2014 – n. 147 del 27.12.2013. Principali misure di natura fiscale di interesse per il settore edile (ANCE Bergamo, circolare 17.01.2014 n. 23).

TRIBUTIImposte, il catasto non fa testo.
Le risultanze catastali non forniscono piena prova della proprietà o del possesso di un immobile, mentre l'unico strumento di pubblicità per i beni immobili e i relativi atti di disposizione è rappresentato dai registri immobiliari presso l'ufficio della conservatoria. Pertanto, quando un contribuente accertato ai fini Ici contesti la proprietà del bene, è onere dell'amministrazione comunale fornire adeguata prova dell'esistenza del presupposto d'imposta, ossia la proprietà o altro diritto reale sullo stesso che si evinca dai registri immobiliari.

È quanto si legge nella sentenza 14.01.2014 n. 57/01/14 della Ctr di Roma, Sez. I.
In una controversia riguardante avvisi di accertamenti per Ici, emessi dal comune di Roma relativamente a due immobili del territorio capitolino, il contribuente contestava la pretesa fiscale alla fonte, ovvero lamentando di non essere affatto proprietario dell'uno e solo parzialmente dell'altro bene. Resisteva il comune, basando la propria pretesa sulle risultanze catastali: proprio tale circostanza ha rappresentato l'anello debole del costrutto impositivo. «Va rilevato», si legge in sentenza, «che in via normale l'Ici è dovuta sulla base delle risultanze catastali, ma davanti alle contestazioni delle stesse va dimostrata da parte dell'ente impositore la proprietà dell'immobile ovvero la titolarità di altro diritto».
Le risultanze catastali non danno piena prova della proprietà, costituendo «un sistema secondario per stabilire la proprietà di un bene immobile». L'unico strumento idoneo, a tal scopo, «è rappresentato dalla trascrizione immobiliare di cui all'art. 2643 del codice civile presso l'ufficio della conservatoria dei registri immobiliari» (articolo ItaliaOggi Sette del 24.02.2014).

dicembre 2013

ENTI LOCALI - LAVORI PUBBLICI - PATRIMONIO - TRIBUTI: Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2014) - Selezione norme di interesse dei Comuni (ANCI, dicembre 2013).

EDILIZIA PRIVATA - TRIBUTI: OGGETTO: Impianti fotovoltaici – Profili catastali e aspetti fiscali (Agenzia delle Entrate, circolare 19.12.2013 n. 36/E).
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Pannelli solari: ecco la circolare che mette accordo tra fisco e catasto.
Tra la vasta casistica affrontata dal documento di prassi, specifica attenzione è rivolta al trattamento tributario delle tariffe incentivanti previste dal V Conto Energia.
L’Amministrazione finanziaria, con la circolare n. 36/E del 19 dicembre, fa il punto sugli impianti per la produzione di energia fotovoltaica, focalizzandosi, in particolare, sulle conseguenze che derivano in materia catastale e tributaria a seconda della qualificazione degli stessi come beni mobili o immobili.
In via preliminare, per quanto riguarda i profili catastali, l’odierno documento di prassi evidenzia come, ai fini del censimento in catasto, non assume rilievo esclusivo la facile amovibilità delle componenti degli impianti fotovoltaici, né la circostanza che possano essere posizionate in altro luogo mantenendo inalterata la loro originale funzionalità e senza antieconomici interventi di adattamento (circolare n. 4/T del 2006).
Dal punto di vista fiscale, invece, il requisito dell’amovibilità ai fini della qualificazione degli impianti fotovoltaici come beni mobili è essenziale (circolari n. 46/E del 2007 e n. 38/E del 2008).
Tale diversa impostazione ha pertanto reso opportuno un intervento per dirimere le incertezze degli operatori. (... continua) (link a www.fiscooggi.it).

TRIBUTIImprese edili, Imu più leggera. Esenzione anche per i fabbricati sottoposti a recupero. Risoluzione delle Finanze sull'agevolazione riconosciuta al cosiddetto magazzino.
L'esenzione dall'Imu per il c.d. «magazzino» delle imprese edili, in vigore dal 01.01.2014, si applica anche per i l fabbricati acquistati dall'impresa costruttrice sul quale la stessa procede a interventi di incisivo recupero.

A stabilirlo è la risoluzione 11.12.2013 n. 11/DF della Direzione legislazione tributaria e federalismo fiscale del Dipartimento delle finanze del Ministero dell'economia e delle finanze che interviene per la prima volta sulla nuova fattispecie di esenzione dall'imposta municipale propria introdotta l'art. 2, comma 2, del dl 31.08.2013, n. 102, convertito, con modificazioni, dalla legge 28.10.2013, n. 124.
Questa norma ha disposto infatti l'esenzione dal tributo comunale a decorrere dal 01.01.2014 per «i fabbricati costruiti e destinati dall'impresa costruttrice alla vendita». Detta esenzione vale fintanto che permanga tale destinazione e purché non siano in ogni caso locati.
La questione sottoposta all'esame dei tecnici del ministero è se nel concetto «fabbricati costruiti» possa farsi rientrare anche il fabbricato acquistato dall'impresa costruttrice sul quale la stessa procede a interventi di incisivo recupero, ai sensi dell'art. 3, comma 1, lettere c), d) e f), del dpr 6 giugno 2001, n. 380. Non si tratta, dunque, di semplici opere di manutenzione ordinaria degli edifici, in quanto detto articolo del Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, nell'elencare le varie tipologie di interventi edilizi, individua in via generale:
• alla lettera c) gli «interventi di restauro e di risanamento conservativo», gli interventi edilizi rivolti a conservare l'organismo edilizio e ad assicurarne la funzionalità mediante un insieme sistematico di opere che ne consentano destinazioni d'uso con essi compatibili;
• alla lettera d) gli «interventi di ristrutturazione edilizia», rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente;
• alla lettera f) gli «interventi di ristrutturazione urbanistica», rivolti a sostituire l'esistente tessuto urbanistico-edilizio con altro diverso, mediante un insieme sistematico di interventi edilizi, anche con la modificazione del disegno dei lotti, degli isolati e della rete stradale.
La risposta positiva prende le mosse dalla considerazione che, ai fini Imu, l'art. 5, comma 6, del dlgs 30.12.1992, n. 504, stabilisce che, in caso di utilizzazione edificatoria dell'area, di demolizione del fabbricato, di interventi di recupero a norma dell'art. 3, comma 1, lett. c), d) e f), del dpr n. 380 del 2001, la base imponibile è costituita dal valore dell'area, la quale è considerata fabbricabile anche in deroga a quanto stabilito nell'art. 2 del dlgs n. 504 del 1992, senza computare il valore del fabbricato in corso d'opera, fino alla data di ultimazione dei lavori di costruzione, ricostruzione o ristrutturazione ovvero, se antecedente, fino alla data in cui il fabbricato costruito, ricostruito o ristrutturato è comunque utilizzato.
Da quanto esposto si può dedurre che il legislatore ha effettuato una sorta di equiparazione tra i fabbricati oggetto degli interventi di incisivo recupero e i fabbricati in corso di costruzione, che sono stati entrambi considerati, ai fini della determinazione della base imponibile Imu, come area fabbricabile fino all'ultimazione dei lavori. Naturalmente, precisa la risoluzione, i fabbricati oggetto degli interventi di incisivo recupero rientrano nel campo di applicazione dell'esenzione introdotta dal citato art. 2 del dl n. 102 del 2013, solo a partire dalla data di ultimazione dei lavori di ristrutturazione.
Si deve, infine, annotare che il comma 1 dell'art. 2, comma 2, del dl n. 102 del 2013 ha stabilito che per l'anno 2013 non è dovuta la seconda rata dell'Imu relativa ai fabbricati costruiti e destinati dall'impresa costruttrice alla vendita, fintanto che permanga tale destinazione e non siano in ogni caso locati, mentre l'Imu resta dovuta fino al 30 giugno (articolo ItaliaOggi del 12.12.2013).

TRIBUTI: OGGETTO: Esenzione dall’imposta municipale propria (IMU) per il cd “magazzino” delle imprese edili. Quesito (Ministero dell'Economia e delle Finanze, Dipartimento delle Finanze, Direzione Legislazione Tributaria e Federalismo Fiscale, risoluzione 11.12.2013 n. 11/DF).

novembre 2013

PATRIMONIO - TRIBUTI: G.U. 30.11.2013 n. 281 "Disposizioni urgenti concernenti l’IMU, l’alienazione di immobili pubblici e la Banca d’Italia" (D.L. 30.11.2013 n. 133).

TRIBUTIBilanci. Caos a dieci giorni dall'adozione dei bilanci, ma la legge 102/2013 prevede espressamente il ritorno ai vecchi tributi.
Impossibile lo stop alla Tarsu. Nonostante la frenata del Governo, i Comuni possono scegliere fra sei prelievi.
Nel 2013 i Comuni possono applicare sei diverse forme di prelievo sui rifiuti.

È questo il quadro che emerge dopo l'approvazione della legge 124/2013. Ma a 10 giorni dall'adozione dei bilanci sono ancora molti gli enti che non hanno deciso cosa fare, in attesa di chiarimenti ufficiali che forse non arriveranno mai. Come la risoluzione ministeriale che avrebbe dovuto stoppare i Comuni con i bilanci già approvati, cioè quelli più efficienti ma penalizzati dall'impossibilità di tornare indietro. Oppure come l'intervento urgente del Governo, chiesto da più parti anche alla luce degli ulteriori dubbi alimentati dalla recente risposta del sottosegretario alle Finanze (si veda Il Sole 24 Ore del 14 novembre), che mette in discussione la possibilità di riapplicare i vecchi prelievi (Tarsu, Tia1, Tia2). Salvo poi affermare, in altra risposta, che i Comuni passati alla Tarsu possono utilizzare gli stessi codici tributo della Tares.
Il comma 4-quater dell'articolo 5 è confuso, ma traspare chiaramente l'intenzione del legislatore di rendere applicabili i vecchi prelievi. Altrimenti non avrebbe alcun senso la deroga all'articolo 14, comma 46, del Dl 201/2011 e l'espresso riferimento al «caso in cui il Comune continui ad applicare per l'anno 2013 la Tarsu». In sostanza quest'anno ci sono sei alternative: Tares ordinaria, Tares derogata, Tares semplificata, Tarsu, Tia1, Tia2.
La prima riguarda i Comuni che applicano integralmente l'articolo 14 del Dl 201/2011 con i criteri del Dpr 158/1999. Ma per gli enti a Tarsu il passaggio alla Tares si è rivelato traumatico, specie per alcune categorie di contribuenti che si sono viste moltiplicare le tariffe, tanto da causare sommosse in diversi centri. Da qui l'esigenza di introdurre alcune deroghe all'impianto originario. Si passa così alla seconda opzione, quella cioè offerta dal comma 1 dell'articolo 5 del Dl 102/2013, che consente di commisurare le tariffe sulla base delle quantità e qualità medie ordinarie di rifiuti, oppure applicando appositi coefficienti.
Peccato però che il Dipartimento delle Finanze non ha chiarito che si trattava di criteri alternativi al Dpr 158/1999 e non cumulativi, circostanza che invece viene precisata nella disciplina del nuovo Trise. Con la conseguenza di rendere difficilmente applicabile tale opzione, di fatto superata dalla Tares semplificata contenuta nella parte centrale del comma 4-quater.
La norma consente di applicare i costi e le tariffe sulla base dei criteri previsti nel 2012 (Tarsu, Tia1, Tia2), mantenendo tuttavia la veste giuridica di Tares. Con l'unico limite di garantire la copertura integrale dei costi, pur senza considerare le voci del Dpr 158/1999. Si tratta dell'opzione al momento più gettonata insieme al ritorno ai vecchi prelievi. Scelta, quest'ultima, che alletta molto i comuni a Tarsu, che continuerebbero così ad applicare le stesse tariffe dell'anno scorso senza la necessità di coprire integralmente i costi del servizio.
Anche il ritorno alla Tia è possibile in virtù della deroga al comma 46, senza che possa costituire ostacolo il riferimento alla sola Tarsu, riguardante però il ricorso alla fiscalità generale dell'ente per coprire i costi eventualmente non coperti dal gettito della tassa. Indicazione superflua nel caso della Tia, che agisce nella logica del pareggio costi-ricavi e deve ovviamente coprire i costi del servizio in conformità al piano finanziario (articolo Il Sole 24 Ore del 18.11.2013).

TRIBUTIIntoppo sul ritorno alla Tarsu. La chance solo per chi non ha approvato il bilancio. Il Mef spiegherà nei prossimi giorni alle amministrazioni come abbandonare la Tares.
Solo i comuni che non hanno ancora approvato il bilancio 2013 potranno continuare ad applicare la Tarsu in vigore lo scorso anno. Tutti gli altri dovranno restare con la Tares, eventualmente modificando le tariffe già deliberate.
Il chiarimento è contenuto in una risoluzione che il Mef diffonderà nei prossimi giorni per fugare i numerosi dubbi interpretativi posti dall'art. 5 del dl 102/2013, così come modificato in sede di conversione. In particolare, verrà precisata la portata della seconda parte del comma 4-quater, che consente ai comuni di continuare ad applicare anche per quest'anno «la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (Tarsu), in vigore nell'anno 2012».
Tale possibilità verrà concessa solo ai comuni che (avvalendosi della proroga al 30 novembre del relativo termine) non hanno ancora licenziato il preventivo. Tale condizione dovrebbe essere verificata assumendo a riferimento la data di entrata in vigore della legge 124/2013 (che ha convertito il dl 102), ovvero il 29 ottobre.
Al contrario, gli enti che, a tale data, hanno già approvato il bilancio potranno soltanto modificare i criteri di commisurazione delle tariffe, ma pur sempre all'interno del regime Tares. Ad essi, però, sarà consentito utilizzare tutta le altre forme di flessibilità consentite dall'art. 5. Come chiarito dall'Anci Emilia-Romagna (si veda ItaliaOggi di ieri), tale norma consente, nella sostanza, di applicare la Tares nello stesso modo in cui si applicava la Tarsu, senza la necessità di fare riferimento al piano finanziario o ai criteri di articolazione delle categorie e delle tariffe previste nel dpr 158/1999.
Inoltre, non vi è né l'obbligo di considerare le componenti di costo del piano finanziario, come il Carc, né quello di articolare le tariffe delle utenze domestiche per numero dei componenti della famiglia. L'unico vincolo riguarda la necessità di dare copertura integrale dei costi, che invece non sussiste per i comuni che potranno mantenere, anche formalmente, il regime Tarsu: in tali casi, anzi, per espressa previsione del comma 4-quater, «la copertura della percentuale dei costi eventualmente non coperti dal gettito del tributo deve assicurata attraverso il ricorso a risorse diverse dai proventi della tassa, derivanti dalla fiscalità generale del comune».
La circolare in via di definizione a via XX Settembre chiarirà anche un altro aspetto importante: per chi ha già dato il via libera al preventivo 2013, la revisione della disciplina dei tributi potrà essere disposta mediante una semplice variazione del documento contabile già approvato, così come chiarito dalla precedente risoluzione dello stesso Mef 1/2011. Non sarà, quindi, necessario procedere (come richiesto da alcune sezioni regionali della Corte dei conti) alla riadozione del bilancio, per la quale non ci sarebbero i tempi tecnici prima della dead-line del 30 novembre.
Infine, da segnalare che da ieri, sul sito del Ministero dell'interno, è consultabile il testo del Dpcm di riparto del fondo di solidarietà comunale, il cui procedimento è in corso di perfezionamento (articolo ItaliaOggi del 07.11.2013).

TRIBUTIImu, comodato senza tetto Isee. L'Anci Emilia-Romagna sul dl 102.
I comuni non sono obbligati a subordinare a un valore massimo di Isee la fruizione dei benefici «prima casa» a favore degli immobili concessi in comodato ai parenti.

Lo afferma l'Anci Emilia-Romagna, che nella dettagliata nota 29.10.2013 n. 182 di prot. interpretativa ha analizzato le principali novità introdotte in sede di conversione del decreto Imu (dl 102/2013).
Fra queste, il documento si sofferma anche sull'art. 2-bis, che consente ai comuni di equiparare all'abitazione principale, ai fini dell'Imu, le unità immobiliari (escluse quelle classificate in A/1, A/ 8 e A/9) e relative pertinenze concesse in comodato a parenti in linea retta entro il primo grado (ovvero da padri e figli e viceversa) che le utilizzano come abitazione principale. L'assimilazione è subordinata a una delibera comunale, da adottare entro il prossimo 30 novembre.
Ogni ente è chiamato a definire i criteri e le modalità per l'applicazione dell'agevolazione, «ivi compreso il limite dell'indicatore della situazione economica equivalente (Isee) al quale subordinare la fruizione del beneficio». Tale inciso, nella sua formulazione letterale, ha posto il dubbio se la definizione di un livello massimo di Isee sia o meno obbligatoria. La circolare Anci ammette che il testo si presta a diverse interpretazioni, ma ritiene che «non via sia l'obbligo per i comuni di subordinare il beneficio a un determinato livello di situazione economica».
Tale scelta, insomma, rientra nella piena discrezionalità dei sindaci, che possono valutare se, in regime di ristrettezze economiche, sia o meno opportuno concentrare gli aiuti sui soggetti più in difficoltà. Come gli altri contribuenti, quindi, anche quelli interessati dalla misura in commento dovranno attendere il 9 dicembre, data ultima entro la quale i provvedimenti assunti in materia di Imu dovranno essere pubblicati sul sito istituzionale di ciascun comune.
In ogni caso, l'assimilazione a prima casa, se e nei limiti in cui i comuni decideranno di introdurla, varrà solo ai fini del saldo di dicembre, che non sarà dovuto se sarà confermata l'esclusione anche della seconda rata per le abitazioni principali. Le somme versate in acconto, quindi, non sono in nessun caso rimborsabili (articolo ItaliaOggi del 06.11.2013).

TRIBUTIRifiuti, tornano i vecchi tributi. Per il 2013 resuscita non solo la Tarsu, ma anche la Tia. L'opzione è consentita a tutti i comuni. Per decidere c'è tempo fino al 30 novembre.
Resuscitano i vecchi regimi di prelievo sul servizio di smaltimento rifiuti. Con una mossa azzardata effettuata quasi alla fine dell'anno in corso il legislatore, in deroga alla disciplina Tares, fa rivivere in modo confuso i tributi sui rifiuti che erano stati abrogati. Le amministrazioni locali, infatti, possono applicare Tarsu, Tia1 e Tia2 anche per il 2013 e determinare i costi del servizio e le tariffe in base ai criteri previsti e utilizzati nel 2012, fermo restando che va versata la maggiorazione allo stato.
Possono anche derogare per la Tarsu all'obbligo di copertura integrale dei costi del servizio, che invece è già imposto per Tia1 e Tia2. Lo prevede l'articolo 5, comma 4-quater, del dl 102/2013 convertito nella legge 124/2013.
Questa scelta legislativa ha colto di sorpresa anche chi durante l'anno ha sempre auspicato una proroga al 2014 della Tares, per le difficoltà tecniche legate alla sua applicazione e, soprattutto, per la complessità dei criteri di determinazione delle tariffe. Quindi, può essere data una risposta positiva ai comuni che in questi ultimi giorni si sono posti il problema se il ritorno ai vecchi balzelli è consentito a tutti o solo a quelli che nel 2012 sono stati in regime di Tarsu. L'incertezza della formulazione letterale della norma di legge ha creato dei dubbi interpretativi.
Tarsu, Tia1 e Tia2. In realtà, i comuni hanno facoltà di applicare non solo la Tarsu per l'anno in corso, come si evince in maniera più chiara dal testo dell'articolo 5, ma anche Tia1 e Tia2. Entro il termine per l'approvazione del bilancio di previsione (30 novembre) è consentito fare questa scelta. Fermo restando, però, che i contribuenti sono tenuti a pagare la maggiorazione allo stato. Com'è noto, l'articolo 10 del dl 35/2013 ha stabilito che la maggiorazione va pagata contestualmente all'ultima rata del tributo, nella misura fissa di 30 centesimi al metro quadrato, e viene incassata dallo stato. A prescindere dalle opzioni di cui si può avvalere l'amministrazione comunale, oltre al tributo sui rifiuti i contribuenti sono tenuti a sborsare un'ulteriore somma a titolo di maggiorazione per i servizi indivisibili, rapportata alle dimensioni dell'immobile posseduto o occupato.
L'articolo 5 recita che in deroga a quanto stabilito dall'articolo 14, comma 46, del dl 201/2011, convertito nella legge 214/2011, il comune può determinare i costi del servizio e le relative tariffe sulla base dei criteri previsti e applicati nel 2012. È evidente che la norma fa ritornare in vita le vecchie discipline abrogate, derogando per il 2013 a quanto previsto dall'articolo 14 del dl «salva Italia», che ha istituito la Tares. In effetti, quest'ultima disposizione aveva abrogato tutti i tributi sui rifiuti vigenti, compresa l'addizionale per l'integrazione dei bilanci degli enti comunali di assistenza (ex Eca). Non ha invece subìto modifiche il tributo per l'esercizio delle funzioni di tutela, protezione e igiene dell'ambiente, dovuto nella percentuale deliberata dalla provincia sull'importo della tassa, esclusa la maggiorazione.
Peraltro, che sia possibile il ritorno alla gestione di Tarsu e Tia trova conferma nell'ulteriore previsione contenuta nell'ultimo periodo del comma 4-quater, nella parte in cui viene specificato che qualora il comune scelga di applicare la Tarsu, è consentito raggiungere lo stesso livello di copertura dei costi del servizio dell'anno precedente (per evitare eccessivi aumenti delle tariffe in un momento di difficoltà economiche), facendo ricadere il peso delle mancate entrate sull'intera platea dei contribuenti.
Pertanto, qualora il gettito non copra tutte le spese, gli enti possono fare ricorso a risorse diverse dai proventi della Tarsu, derivanti dalla fiscalità generale. Questa regola, però, vale solo per la Tarsu. Per la tariffa «Ronchi» e per quella «puntuale», la quale ha per espressa previsione di legge natura corrispettiva, disciplinate rispettivamente dai decreti legislativi 22/1997 e 152/2006, l'obbligo della copertura integrale dei costi non può essere aggirato (articolo ItaliaOggi dell'01.11.2013).

ottobre 2013

APPALTI - ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO - TRIBUTI: G.U. 29.10.2013 n. 254 "Testo del decreto-legge 31.08.2013, n. 102, coordinato con la legge di conversione 28.10.2013, n. 124, recante: “Disposizioni urgenti in materia di IMU, di altra fiscalità immobiliare, di sostegno alle politiche abitative e di finanza locale, nonché di cassa integrazione guadagni e di trattamenti pensionistici”.
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Di particolare interesse:
Art. 8. - Differimento del termine per la deliberazione del bilancio di previsione ed altre disposizioni in materia di adempimenti degli enti locali
Art. 13. - Disposizioni in materia di pagamenti dei debiti degli enti locali
Art. 14. - Definizione agevolata in appello dei giudizi di responsabilità amministrativo-contabile

TRIBUTI: Oggetto: Conversione in legge del Dl n. 102/2013 – Nota di lettura (ANCI Emilia Romagna, nota 29.10.2013 n. 182 di prot.).

ENTI LOCALI - TRIBUTIComuni, per Imu e Tares è corsa contro il tempo. Con la revisione delle aliquote va riadottato il bilancio. Finanza locale. Senza modifiche legislative non basta una delibera di variazione.
Insieme alla proroga al 30 novembre del termine per approvare il bilancio di previsione 2013, il Dl 102/2013 differisce anche il termine per approvare o variare i regolamenti tributari, le aliquote e le tariffe.

Questa situazione, per usare le parole scritte dalla Corte dei conti, sezione Autonomie, nella delibera 14.10.2013 n. 23, «si connota di particolari tratti al limite della irragionevolezza».
A questo si aggiunge anche un serio problema di tempistica, conseguente al dubbio se le aliquote e regolamenti possono essere variati dopo l'approvazione del bilancio comunale, ma comunque entro la data ultima fissata dalle norme statali.
Questo problema sembrava essere stato risolto dal Mef, che con la risoluzione n.1/DF del 02.05.2011 aveva ammesso, anche per gli enti con bilancio già approvato, la possibilità di variare le delibere apportando le conseguenti variazioni di bilancio.
Questa lettura è però stata successivamente stravolta dalla delibera n. 431 del 2012 della Corte dei Conti, sezione Lombardia, nella quale si sostiene che non è sufficiente una delibera di variazione del bilancio approvato essendo necessaria, invece, una completa riadozione del bilancio di previsione, secondo i termini scanditi nel regolamento di contabilità di ogni Comune, termini mediamente superiori al mese è quindi per il 2013 quasi esauriti.
Unica possibilità è che venga finalmente accolto un emendamento –tra l'altro già più volte proposto da Anci– che acclari con legge la sufficienza di una delibera di variazione.
I dati mancanti
La necessità di risolvere in fretta il problema è amplificata dal fatto che ad oggi i Comuni non hanno ancora tutte le informazioni necessarie a (ri)adottore il bilancio. Basti considerare che a fine ottobre ai Comuni non è stato ancora comunicato quanto devono versare e ricevere dal Fondo di solidarietà comunale, visto che manca l'emanazione di un Dpcm, sebbene nella Conferenza Stato-città e autonomie locali l'accordo sia stato raggiunto il 25 settembre e l'ammontare del Fondo sia stato fissato in 6,977 miliardi, di cui circa 4,7 sono dati dal gettito Imu di competenza comunale che dovrà essere riversato allo Stato. E qui c'è un altro nodo irrisolto, perché non si sa come i Comuni dovranno riversare tali somme allo Stato: se queste saranno direttamente trattenute dagli incassi da F24 Imu oppure se riceveranno una quota di Fondo al netto della loro quota di alimentazione.
Non va meglio per la Tares in quanto le modifiche apportate dalla Camera al disegno di legge di conversione del Dl 102/2013 fanno prefigurare uno scenario in cui ogni Comune può fare quello che vuole. Solo la conversione definitiva del decreto –avvenuta giovedì scorso– consente adesso agli enti di decidere che regime utilizzare per il 2013.
Infine il capitolo Imu: a oggi non si conoscono le sorti della seconda rata Imu delle abitazioni, o meglio si sa che sarà abolita come la prima, ma non si sa se il "contributo" compensativo ai Comuni sarà calcolato come per l'acconto e quindi sulla base del gettito 2012 o sulla base delle aliquote deliberate dal Comune nel 2013, o come molti auspicano, sulla leva fiscale teorica. E anche in questo caso diventerà difficile non mettere mano alle aliquote.
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Gli ostacoli
01|PROCEDURE
Secondo la Corte dei conti dopo una delibera che varia le aliquote o i regolamenti tributari non basta una variazione al bilancio preventivo, serve rimettere in moto il meccanismo di approvazione del bilancio di previsione fino alla riadozione
02|FONDO SOLIDARIETÀ
Nonostante l'intesa in Conferenza unificata sull'ammontare del Fondo solidarietà (6,7 miliardi), manca un decreto che indichi ai Comuni quanto versare e quanto ricevere dal Fondo e che stabilisca la procedura per riversare
03|IMU
Non è ancora stabilito come i Comuni saranno compensati anche per l'abolizione della seconda rata Imu sulle prime case. Le ipotesi sono due: o sulla base del gettito 2012 oppure con le aliquote deliberate dal Comune nel 2013 (articolo Il Sole 24 Ore del 28.10.2013).

TRIBUTIL'assimilazione vale per la seconda rata. Abitazione principale. Obbligo di residenza e dimora.
LA FACOLTÀ/ Gli enti locali possono decidere un trattamento di favore per l'alloggio dato in comodato ai figli (compresa la pertinenza).

Con la conversione in legge del Dl 102/2013 il Parlamento ha introdotto, con l'articolo 2-bis, la possibilità per i Comuni di assimilare all'abitazione principale le abitazioni concesse in comodato a parenti, tuttavia con alcuni paletti.
Innanzitutto, per espressa previsione normativa l'assimilazione è limitata alla seconda rata; pertanto, quanto pagato in acconto non è rimborsabile.
Va anche precisato che, con l'assimilazione, l'abitazione in comodato riceve lo stesso trattamento delle altre abitazioni principali e quindi il saldo non sarà dovuto se sarà confermata l'esclusione anche della seconda rata Imu delle abitazioni principali.
L'abitazione in comodato deve essere utilizzata come abitazione principale, quindi con residenza anagrafica e dimora, da un parente in linea retta entro il primo grado, ovvero il comodato deve essere tra padre e figlio.
L'abitazione non deve essere classificata in quelle di lusso (A/1, A/8 e A/9) e nel caso in cui il contribuente abbia dato in comodato più abitazioni, l'assimilazione opera per una sola unità immobiliare. Naturalmente il trattamento di favore riservato all'abitazione si estende anche alle eventuali pertinenze, pur nella misura massima di un'unità pertinenziale per ciascuna delle categorie catastali C/6, C/2 e C/7.
L'agevolazione è subordinata a una delibera comunale, che dovrà essere adottata entro il 30.11.2013, ovvero entro il termine previsto per l'approvazione del bilancio di previsione 2013.
La delibera comunale dovrà essere pubblicata entro il 09.12.2013 sul sito istituzionale di ciascun comune; in caso di mancata pubblicazione entro tale data, si applicano le aliquote e i regolamenti dell'anno precedente.
I contribuenti potrebbero avere quindi una sola settimana di tempo per capire se devono o non devono pagare il saldo Imu in scadenza il 16 dicembre.
Occorrerà poi verificare le ulteriori condizioni disciplinate dai Comuni. La normativa prevede che ciascun Comune definisca i criteri e le modalità per l'applicazione dell'agevolazione «ivi compreso il limite dell'indicatore della situazione economica equivalente (Isee) al quale subordinare la fruizione del beneficio». Ciò vuol dire che occorrerà verificare con attenzione gli ulteriori paletti eventualmente presenti nelle delibere Comunali, come l'obbligo di presentare una comunicazione entro un determinato termine, normalmente a pena di decadenza.
Per quanto riguarda l'Isee si ritiene che non vi sia l'obbligo per i Comuni di subordinare il beneficio ad un determinato livello di situazione economica, anche se tale strumento, in regime di ristrettezze economiche permette di indirizzare le poche risorse disponibili verso chi ne ha bisogno.
Peraltro, occorre considerare che la possibilità di assimilare all'abitazione principale quella data in comodato a parenti è prevista anche dal disegno di legge di stabilità 2014, ma in modo diverso.
È infatti stabilito (per ora) che il Comune possa disporre l'assimilazione prevedendo che l'agevolazione operi o limitatamente alla quota di rendita risultante in catasto non eccedente il valore di euro 500 oppure nel solo caso in cui il comodatario appartenga ad un nucleo familiare con Isee non superiore a 15mila euro annui.
Per la copertura del minor gettito Imu derivante dalle assimilazioni deliberate per il 2013 lo Stato ha assicurato un contributo massimo di 18,5 milioni di euro, che dovranno essere ripartiti tra i Comuni secondo modalità che saranno stabilite con decreto del ministero dell'Interno.
Per il 2014, invece, non è stato per ora previsto alcun contributo statale (articolo Il Sole 24 Ore del 26.10.2013).

TRIBUTIFisco e contribuenti. Il decreto legge approvato giovedì consente ai Comuni di modificare regole e aliquote fino al 30 novembre.
Saldo Imu, tempi stretti per i conti. Delibere pubblicate sui siti istituzionali fino al 9 dicembre - Pagamento entro il 16.
SUL FILO DI LANA/ Cittadini, Caf e professionisti dovranno concentrare i calcoli e i versamenti in sette giorni.

Sette giorni di tempo. Dal 10 al 16 dicembre i contribuenti dovranno consultare i regolamenti, individuare l'aliquota Imu e quindi calcolare e versare, se dovuto, il saldo.
È questa una delle conseguenze prodotte dall'articolo 8, comma 2, del Dl 102/2013, approvato due giorni fa dal Senato in via definitiva e in attesa di pubblicazione sulla «Gazzetta Ufficiale». L'articolo 8 consente ai Comuni di adottare le delibere Imu fino al 30 novembre e di pubblicarle nei loro siti entro il 9 dicembre. Se la pubblicazione non avverrà entro tale data si applicheranno gli atti adottati per il 2012.
Ai contribuenti non sarà pertanto sufficiente reperire dai siti comunali l'aliquota applicabile agli immobili ancora tenuti al pagamento dell'Imu: i municipi, con proprio regolamento e fino al 30 novembre, potrebbero infatti intervenire sulle assimilazioni all'abitazione principale (introducendole oppure eliminandole).
Al riguardo la versione definitiva del Dl 102/2013, consente ai sindaci di assimilare all'abitazione principale anche il fabbricato concesso in comodato a parenti di primo grafo (cioè figli o genitori). Il beneficio, obbligatoriamente collegato all'Isee, comporterebbe, se deliberato dai Comuni entro il 30 novembre, lo stesso trattamento previsto per l'abitazione principale, ancorché con effetti limitati alla sola seconda rata 2013.
Dall'anno prossimo, infatti, si dovrebbero applicare le nuove regole in tema di assimilazione previste dalla legge di stabilità 2014 appena varata dal Governo.
Ma procediamo con ordine. L'articolo 13, comma 13-bis, Dl 201/2011 dispone che le delibere concernenti aliquote, detrazioni e regolamenti Imu debbano essere pubblicate sul sito del ministero dell'Economia entro il 28 ottobre di ciascun anno (con invio telematico da parte dei comuni almeno sette giorni prima) pena l'applicazione degli atti adottati per l'anno precedente.
Posto che il termine per l'approvazione di aliquote e regolamenti Imu coincide con quello previsto per l'approvazione del bilancio del comune, il differimento di quest'ultimo termine al 30 novembre, operato dall'articolo 8 del Dl 102/2013, ha di fatto reso inoperante la scadenza del 21 ottobre. Dato ciò, lo stesso articolo 8 ha stabilito che, per l'anno 2013, gli atti deliberativi Imu acquistano efficacia a decorrere dalla data di pubblicazione nel sito web del comune; tale pubblicazione deve avvenire entro il 9 dicembre e qualora ciò non si verificasse trovano applicazione gli atti adottati per il 2012. Resta invece ferma la scadenza per il pagamento del saldo fissata al 16 dicembre.
Contribuenti, Caf, professionisti avranno così appena una settimana per predisporre con dati certi l'F24 a saldo. Peraltro il Dl 102/2013 approvato dal Senato contiene un'ulteriore novità che potrebbe impattare sul calcolo dell'Imu dovuta a dicembre. Viene infatti previsto (articolo 2-bis) che per l'anno 2013, e limitatamente alla seconda rata, i comuni possono equiparare all'abitazione principale una sola abitazione e relative pertinenze concesse in comodato a parenti in linea retta (entro il primo grado) che le utilizzano come abitazione principale. La novità, che esclude dalla possibile assimilazione i fabbricati di lusso (accatastati nelle categorie A/1, A/8 e A/9), demanda ai comuni la definizione dei criteri e delle modalità per l'applicazione dell'agevolazione, ivi compreso il limite dell'Isee al quale il beneficio deve essere subordinato.
Si tratta, quindi, di un'assimilazione che si aggiunge a quelle già consentite ai comuni riguardanti anziani, disabili e cittadini italiani residenti all'estero.
Anche per queste fattispecie i consigli comunali potrebbero intervenire fino al 30 novembre con evidenti ripercussioni sul pagamento di dicembre. A decorrere dal 2014, la legge di stabilità licenziata dal Governo prevede che le assimilazioni consentite ai comuni (anziani, disabili, cittadini Aire, comodati a parenti) operino o limitatamente ai fabbricati con rendita catastale non superiore a 500 euro oppure nel solo caso in cui il comodatario appartenga a un nucleo familiare con Isee non superiore a 15mila euro annui (articolo Il Sole 24 Ore del 26.10.2013).

TRIBUTIOgni comune censirà i servizi indivisibili
Dal prossimo anno, ogni comune dovrà censire i servizi indivisibili erogati ai cittadini indicando analiticamente per ciascuno di essi i relativi costi.

Lo prevede la disciplina dettata dal disegno di legge di stabilità 2014 in relazione alla Tasi, che insieme alla quasi omonima Tari dovrebbe costituire il nuovo tributo comunale Trise. Si tratterà di un'operazione tutt'altro che agevole, che richiederà una complessa riclassificazione dei dati di bilancio.
Come noto, il Trise si articolerà in due componenti: la prima, denominata Tari, andrà a copertura dei costi relativi al servizio di gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati. La seconda componente, il Tasi, sostituirà, invece, l'attuale maggiorazione Tares (quest'anno eccezionalmente incamerata dallo Stato) per far fronte della copertura dei costi relativi ai servizi indivisibili dei comuni.
Il presupposto impositivo della Tasi sarà il possesso o la detenzione a qualsiasi titolo di fabbricati, di aree scoperte nonché di quelle edificabili, a qualsiasi uso adibiti, ad esclusione delle aree scoperte pertinenziali o accessorie a locali imponibili non operative e delle aree comuni condominiali che non siano detenute o occupate in via esclusiva. Il tributo sarà dovuto, oltre che dai titolari di diritti reali, anche dagli eventuali occupanti (ad esempio locatori) in una misura stabilita dal comune fra il 10 e il 30% dell'ammontare complessivo, calcolato applicando l'aliquota fissata dallo stesso comune entro i limiti di legge.
Sempre i comuni, con proprio regolamento da approvare ai sensi dell'art. 52 del dlgs 446/1997, dovranno disciplinare le riduzioni, che tengano conto altresì della capacità contributiva della famiglia, anche attraverso l'applicazione dell'Isee, e procedere all'individuazione dei servizi indivisibili ed all'indicazione analitica, per ciascuno di tali servizi, dei relativi costi alla cui copertura la Tasi è diretta. Quest'ultimo adempimento, del tutto inedito, è destinato a rivelarsi di notevole complessità attuativa. La categoria «servizi indivisibili», infatti, include tutti quelli che non vengono offerti «a domanda individuale», come ad esempio l'illuminazione pubblica, la sicurezza, l'anagrafe o la manutenzione delle strade.
Si tratta di una gamma potenzialmente amplissima di attività, per le quali, per di più, manca una «mappatura» ufficiale. Per rispettare il dettato normativo, quindi, sarà necessaria una tutt'altro che agevole operazione di censimento delle diverse tipologie di servizi e di riclassificazione dei dati di bilancio analoga a quella che è stata compiuta per fornire alla Sose i dati necessari per il calcolo dei fabbisogni standard relativi alle funzioni fondamentali, ai sensi del dlgs 85/2010.
Se la previsione contenuta nel testo del disegno di legge di stabilità verrà confermata, quindi, i comuni dovranno attrezzarsi per tempo (articolo ItaliaOggi del 25.10.2013).

TRIBUTIDal Comune esenzione per la casa ai figli. Possibilità per i sindaci di estendere le agevolazioni e aiuti per la «morosità incolpevole».
BENI MERCE/ Rientrano nella categoria del premio anche gli immobili costruiti da imprese edili e rimasti invenduti e non affittati.
L'esenzione Imu per i fabbricati merce delle imprese di costruzione non copre l'imposta dovuta sino al 30 giugno. L'assimilazione all'abitazione principale degli immobili delle cooperative edilizia a proprietà indivisa come pure quella relativa ai fabbricati degli appartenenti alle forze armate opera dal 1° luglio scorso. Ai fini del pagamento della seconda rata, inoltre, i comuni possono assimilare all'abitazione principale il fabbricato concesso un uso gratuito a parenti entro il primo grado.

È ricco il menu delle novità in materia di Imu apportate in sede di conversione del Dl 102. Non manca, infine, l'ennesima disposizione interpretativa in materia di fabbricati rurali.
Nel decreto legge si era disposto che per i fabbricati merce delle imprese costruttrici la seconda rata non era dovuta. Ora si precisa che l'imposta resta dovuta fino al 30.06.2013. La conseguenza è che in sede di saldo si dovrebbero versare i conguagli tra quanto pagato a giugno, con l'aliquota dell'anno precedente, e quanto da liquidare con l'aliquota dell'anno in corso. Tanto, limitatamente al periodo di possesso fino al 30.06.2013.
Sempre con il decreto 102 si era disposta l'assimilazione all'abitazione principale degli immobili delle cooperative edilizie a proprietà indivisa. Viene ora stabilito che tale assimilazione opera dal 1° luglio scorso. Questo dovrebbe servire ad applicare in via automatica le agevolazioni per l'abitazione principale che sono in via di approvazione con riferimento alla seconda rata di dicembre. Lo stesso ragionamento vale per le modifiche apportate a proposito del fabbricato degli appartenenti alle forze armate, che si considera abitazione principale anche se non vi è né residenza anagrafica né dimora abituale. Si precisa, in proposito, che l'equiparazione all'abitazione principale non vale per gli immobili di lusso, cioè di categoria A/1, A/8 e A/9.
Un'altra novità consiste nella previsione dell'obbligo di presentare una denuncia con la richiesta di applicazione delle nuove agevolazioni disposte nel Dl 102, a pena di decadenza, entro il 30 giugno 2014, termine ordinario di presentazione della dichiarazione Imu.
Ritorna inoltre l'assimilazione all'abitazione principale delle case concesse in comodato a parenti in linea retta, entro il primo grado (genitori e figli), purché non "di lusso". L'assimilazione dipende da una delibera comunale e vale solo per la seconda rata. I comuni possono condizionare il beneficio al possesso di determinati requisiti reddituali, legati anche all'Isee. L'assimilazione può riguardare una sola unità immobiliare.
Compare un'ulteriore disposizione interpretativa (la terza) in materia di fabbricati rurali. Questa volta si tratta dell'efficacia delle domande di variazione catastale presentate ai sensi dell'articolo 13, comma 14-bis, Dl 201/2011. In via interpretativa, le Finanze avevano sostenuto che queste producevano effetti dal quinto anno precedente. I comuni hanno contestato questa interpretazione, rilevando che, in mancanza di una norma espressa, le variazioni catastali operano solo per il futuro. Oggi si recepisce l'orientamento delle Finanze e si dispone per l'appunto che gli effetti delle variazioni decorrano dal quinto anno precedente.
Si conferma infine che il termine per l'approvazione dei bilanci di previsione 2013 è il 30 novembre prossimo ma si stabilisce, altresì, che le delibere Imu devono essere pubblicate sul sito del comune entro il 09.12.2013. In mancanza di pubblicazione, si applicano le aliquote dell'anno precedente.
In materia di sfratti, invece, viene disposta l'emanazione di un decreto delle finanze che dovrà fissare i criteri per l'accesso ai fondi da parte degli inquilini morosi incolpevoli. Nelle more della adozione di tali criteri, le prefetture prenderanno misure per graduare gli interventi della forza pubblica nelle procedure di sfratto (articolo Il Sole 24 Ore del 25.10.2013).

TRIBUTITorna la Tarsu con maggiorazione. Rifiuti. Cancellata l'abrogazione.
Orologi indietro sul prelievo sui rifiuti: dopo nove mesi di abrogazione, torna in vita la Tarsu e probabilmente anche la Tia1 e la Tia2.

È il risultato dell'ennesimo colpo di scena messo in atto con la legge di conversione del Dl 102/2013.
La disciplina della Tares aveva provato a mettere ordine nelle varie entrate esistenti, abrogando Tarsu e Tia, con decorrenza dal 01.01.2013. Le modifiche in corso di pubblicazione abrogano la norma abrogatrice e consentono di ripristinare le tariffe relative al regime di prelievo esistente nel 2012, quale esso fosse. A questo punto, è evidente che perde totalmente di interesse la comprensione del nuovo sistema tariffario alternativo al metodo normalizzato, previsto nella versione iniziale del Dl 102.
In linea teorica, si segnala che dall'anno prossimo, con la Tari, si dovrebbero comunque innovare tutti i sistemi tariffari. Si prevede, inoltre, che se si mantiene in vita la Tarsu resta possibile provvedere alla copertura integrale dei costi del servizio anche con altre risorse del bilancio. Resta, in ogni caso, dovuta la maggiorazione di 0,30 euro al metro quadrato in favore dello Stato.
Le altre novità in materia riguardano il finanziamento delle agevolazioni. Si dispone che il mancato gettito possa essere alternativamente recuperato dagli stessi contribuenti Tares/Tarsu/Tia ovvero con altre risorse del bilancio, purché nei limiti del 7% del costo del servizio. Sembra pertanto che se le agevolazioni si spalmano sugli utenti del servizio non esiste nessun limite quantitativo, in chiara violazione dei principi comunitari. Sempre in tema di agevolazioni, si prevede la possibilità di introdurre nel regolamento comunale riduzioni e esenzioni legate all'Isee nonché al compostaggio dei rifiuti.
Viene altresì stabilito che in caso di insufficiente pagamento del tributo, i contribuenti non sono sanzionabili se il comune non ha inviato loro i bollettini di versamento. Si tratta di una novità che impatta, formalmente, solo nei limitati casi in cui il comune ha previsto il versamento in auto liquidazione. Nella generalità dei casi, è invece vigente il pagamento su liquidazione d'ufficio, che presuppone sempre l'invio di una comunicazione, in assenza della quale il pagamento non può avvenire e dunque l'omissione non è sanzionabile (articolo Il Sole 24 Ore del 25.10.2013).

TRIBUTI: Tributi News (tratto dalla newsletter gratuita di www.publika.it, 22.10.2013 n. 20).

TRIBUTI:  LEGGE DI STABILITA' 2014/ La Trise la paga anche l'inquilino. Per la Tasi l'importo dovuto dall'affittuario va dal 10 al 30%. Vita breve per la Tari.
Dal prossimo anno i contribuenti saranno tenuti a pagare il tributo sui servizi comunali (Trise). Il nuovo balzello contiene al suo interno due tributi diversi: il primo, denominato Tari, serve a coprire i costi relativi al servizio di gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati avviati allo smaltimento, svolto in regime di privativa comunale; mentre il secondo, denominato Tasi, è diretto a recuperare i costi che l'amministrazione comunale sostiene per garantire i servizi indivisibili (trasporto, illuminazione pubblica e così via).

Sono queste le previsioni contenute nella bozza della legge di stabilità approvata nei giorni scorsi dal consiglio dei ministri.
Tari. Dunque la Tares va in soffitta e lascia il posto al nuovo regime di prelievo, che dovrà coprire integralmente i costi del servizio. Questa tassa dovrebbe avere vita breve, per lasciare poi il posto alla Tarip, basata su sistemi puntuali di misurazione dei rifiuti prodotti. Dovrebbe infatti prossimamente essere emanato un regolamento attuativo del ministro dell'ambiente che dovrà prevedere dei criteri di misurazione puntuale dei rifiuti prodotti, nel rispetto del principio comunitario «chi inquina paga», per collegare il pagamento al servizio reso all'utente.
La tassa è dovuta da chiunque possieda o detenga a qualsiasi titolo locali o aree scoperte, a prescindere dall'uso a cui sono adibiti. Non sono soggette al prelievo le aree scoperte pertinenziali o accessorie di civili abitazioni o di locali tassabili, nonché le aree comuni condominiali a meno che non siano occupate in via esclusiva. Quindi, viene confermata l'esclusione delle aree scoperte pertinenziali o accessorie di locali tassabili, cioè delle cosiddette aree non operative. Sono obbligati in solido al pagamento anche i componenti del nucleo familiare e coloro che usano in comune locali e aree. Come per la Tares viene confermato il criterio della prevalenza, vale a dire il tributo va pagato al comune nel cui territorio insiste, interamente o prevalentemente, la superficie degli immobili.
I soggetti tenuti al pagamento della tassa devono denunciare la superficie calpestabile e non la superficie catastale. Considerato che per la maggior parte degli immobili non esiste ancora la superficie catastale, viene consentito ai comuni di fare ricorso alle superfici già denunciate per Tarsu e Tia, calcolando la tassa sulla superficie calpestabile anche per gli immobili a destinazione ordinaria (classificati nelle categorie A, B e C). Si passerà alla commisurazione del tributo sulla superficie catastale solo quando verranno allineati i dati degli immobili a destinazione ordinaria e quelli riguardanti la toponomastica e la numerazione civica, interna e esterna, di ciascun comune.
Per le occupazioni temporanee il tributo è a carico dei titolari degli immobili. Si considerano temporanee le occupazioni di durata non superiore a sei mesi nel corso dello stesso anno solare. Come per la Tares, l'obbiettivo è far pagare il proprietario o il titolare di altro diritto reale sull'immobile anche quando viene utilizzato da inquilini o comodatari. Mentre, le regole contenute nella disciplina Tarsu e Tia non imponevano questo trattamento per gli usi temporanei.
Tasi. La Tasi serve a coprire i costi per i servizi indivisibili sostenuti dai comuni. Anche i titolari di immobili adibiti ad abitazione principale, esonerati dall'Imu, dovranno versare l'imposta con un'aliquota massima del 2,5 per mille, calcolata sullo stesso valore dell'immobile derivante dalla rendita catastale rivalutata. Il tributo è infatti dovuto da chiunque possieda o detenga a qualsiasi titolo fabbricati, aree scoperte e edificabili. Qualora vi siano più possessori o detentori, tutti sono tenuti in solido all'adempimento dell'obbligazione tributaria.
In caso di detenzione temporanea di durata non superiore a sei mesi nel corso dello stesso anno solare, il balzello è dovuto dal titolare dell'immobile. A differenza dell'Imu, però, la tassa sui servizi la paga anche l'inquilino nella misura che varia dal 10 al 30%. La scelta della percentuale di tassazione è demandata ai comuni e deve essere stabilita con regolamento. Il tributo dovrà essere calcolato sul valore dell'immobile preso a base per la determinazione dell'Imu. Pertanto, occorre fare riferimento alla rendita catastale rivalutata per i fabbricati e al valore di mercato per le aree edificabili.
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Limiti rigidi per la tassa sui servizi comunali.
I titolari di immobili adibiti ad abitazione principale il prossimo anno dovranno versare la tassa sui servizi comunali (Tasi) con un'aliquota massima del 2,5 per mille. Le amministrazioni locali, infatti, possono variare l'aliquota dall'1 al 2,5 per mille, fermo restando che hanno anche il potere di azzerarla. Anche per le prime case di pregio, classificate nelle categorie catastali A1, A8 e A9 (immobili di lusso, ville e castelli), non esonerate dal pagamento dell'Imu, il legislatore si è premurato di fissare un tetto massimo all'aliquota.
I titolari di questi immobili non dovranno pagare complessivamente per i due tributi (Imu e Tasi) più di quanto dovuto per l'imposta municipale con l'aliquota massima del 6 per mille. La stessa regola vale per le altre tipologie di immobili e seconde case, per le quali viene imposto come limite l'attuale aliquota massima del 10,6 per mille.
Abitazioni principali. Spetterà ai sindaci decidere se gli immobili adibiti a abitazione principale dovranno essere tassati e in che misura. I fabbricati che per il 2013 hanno fruito dell'abolizione del pagamento dell'acconto Imu saranno tenuti a pagare la Tasi nella misura deliberata dall'ente che va dall'1 al 2,5 per mille.
Immobili di lusso e secondo case. Viene confermata l'imposizione sugli immobili di lusso anche se destinati ad abitazione principale. Viene imposta l'aliquota massima del 6 per mille, vale a dire quella attualmente prevista per l'imposta municipale. Pertanto, la somma dovuta per i due tributi non può superare quanto dovuto oggi dal contribuente calcolando l'imposta con l'aliquota massima (articolo ItaliaOggi Sette del 21.10.2013).

TRIBUTI: Tassa rifiuti, resuscita la Tarsu. Decisione entro il 30/11. Resta la maggiorazione Tares. Il colpo di scena inserito nel decreto Imu pone però più di un problema applicativo.
I comuni potranno decidere di abbandonare la Tares e di continuare ad applicare anche per quest'anno il medesimo tributo o la medesima tariffa relativi alla gestione dei rifiuti urbani utilizzati nel 2012.

L'ennesimo colpo di scena nella grottesca vicenda del tributo su rifiuti e servizi introdotto dal governo Monti arriva con un emendamento alla legge di conversione del decreto Imu (dl 102/2013), approvato alla camera. In pratica, i sindaci potranno decidere di pensionare anticipatamente la Tares. Dal prossimo anno, infatti, entrerà in vigore un nuovo prelievo (il Trise), la cui disciplina sarà definita dalla legge di stabilità in discussione in questi giorni.
L'emendamento approvato a Montecitorio consente di mantenere il regime (tributario o tariffario) già applicato nel 2012. A tal fine, occorre un «provvedimento» da adottarsi entro il termine fissato per l'approvazione del bilancio di previsione, ovvero entro il 30 novembre. Tale scadenza sembra riguardare anche gli enti che hanno già licenziato il preventivo, mentre la competenza sembra essere pacificamente da attribuire ai consigli comunali. Gli unici paletti validi per tutti i comuni riguardano la maggiorazione per i servizi indivisibili, che non potrà in nessun caso essere toccata, e la predisposizione e l'invio ai contribuenti del relativo modello di pagamento (su cui, peraltro, regna l'incertezza più assoluta dopo il dissidio interpretativo fra Mef e Ifel).
Solo per chi intenda continuare ad applicare la Tarsu, è previsto un ulteriore vincolo: in tal caso, si legge nell'emendamento, «la copertura della percentuale dei costi eventualmente non coperti dal gettito del tributo deve assicurata attraverso il ricorso a risorse diverse dai proventi della tassa, derivanti dalla fiscalità generale del comune». Tale novella si inserisce in modo assai problematico nel già caotico quadro normativo della Tares, frutto di continue modifiche e stratificazioni successive.
Accanto alla disciplina generale contenuta nel dl 201/2011, infatti, il testo vigente del dl 102 ha già introdotto una modalità alternativa che dovrebbe consentire ai comuni di staccarsi da quanto previsto dal dpr 158/1999 e rispolverare i criteri delle tariffe Tarsu, ovvero prevedere un regime misto, come già sperimentato da molti comuni che in regime di Tarsu applicavano in parte i criteri della Tia. Anche nella Tares «semplificata», peraltro, vige l'obbligo di copertura integrale dei costi (art. 5, comma 3, del dl 102).
Ora, l'emendamento introduce una terza strada, ovvero la «continuità di regime» fra l'anno in corso e il 2012: in tal caso, quindi, l'obbligo di copertura integrale dei costi dovrebbe saltare. Per questi ultimi, peraltro, si pone una questione in più: è possibile modificare la tariffe applicate lo scorso anno? La formulazione dell'emendamento sembrerebbe escluderlo, imponendo di ricorrere al gettito di altri tributi/tariffe. In senso contrario, depone, però, l'avverbio «eventualmente» (articolo ItaliaOgggi del 18.10.2013).

TRIBUTIPer i rifiuti rispunta la Tarsu. Possibile applicare anche nel 2013 tasse e tariffe dell'anno scorso. Ambiente. Via libera da un emendamento al decreto «Imu-2» - Resta in campo la maggiorazione statale.
PER LA TARES/ Confermato l'obbligo di inviare il modello precompilato ai contribuenti e di utilizzare per i pagamenti il bollettino postale o l'F24.
Indietro tutta sulla Tares, che dopo mesi di contorcimenti normativi rischia di sparire ancora prima di essere applicata. Con l'emendamento al decreto «Imu-2» (Dl 102/2013) approvato alle commissioni Bilancio e Finanze della Camera (primo firmatario Luca Pastorino) che riesuma le vecchie Tarsu e Tia si apre un'autostrada per i Comuni che intendono buttare a mare tutti i problemi del nuovo tributo e tornare al prelievo utilizzato fino all'anno scorso, nell'attesa che esca dalle nebbie la service tax prevista nel 2014.
Nei 6.700 enti che applicavano la Tarsu, questo significa rinunciare anche alla copertura integrale dei costi del servizio, imposti dalla Tares, per tornare alle vecchie forme di finanziamento. Con un unico vincolo: la Tarsu o la Tia riesumate dall'emendamento dovranno essere accompagnate dalla maggiorazione da 30 centesimi al metro quadrato, perché vale un miliardo, va allo Stato e da questo punto di vista la condizione del bilancio centrale non ammette ripensamenti.
Per artigiani, ristoratori e in genere per le attività commerciali più colpite dagli aumenti imposti dal nuovo tributo è un'ottima notizia, naturalmente. Per le amministrazioni locali si tratta invece di rifare per l'ennesima volta i calcoli, su un tributo che sta contendendo con successo all'Imu il record delle modifiche in corso d'opera. «Siamo esterrefatti e ammutoliti, ci arrendiamo», spiegano le aziende pubbliche del settore riunite in Federambiente in una nota che la butta sull'ironia (amara).
Proprio la confusione costante che circonda il tributo spingerà moltissimi Comuni a tornare sulla vecchia strada di Tarsu o Tia. Un altro emendamento al decreto «Imu-2», che nella sua versione originaria impone agli enti di spedire ai contribuenti modelli (F24 o bollettino postale) precompilati con l'importo da pagare, ha appena stabilito che in caso di mancato invio del modello non si applicano le sanzioni per «insufficiente versamento». Una regola di favore per venire incontro ai contribuenti disorientati, che però rischia di "sanare" ex ante tutti i versamenti insufficienti e aprire buchi nei conti di Comuni e aziende.
Le amministrazioni infatti hanno parecchi problemi già con la prima rata, assai meno complicata rispetto al saldo, come mostrano i casi di città che non sono ancora riuscite ad avvertire tutti i contribuenti sull'importo da pagare: è accaduto per esempio a Milano, dove il Comune ha avvertito che in questi casi non ci saranno sanzioni per i versamenti in ritardo (la scadenza era al 30 settembre), senza ovviamente parlare di quelli insufficienti.
I tanti correttivi piovuti sulla Tares, inoltre, non si sono occupati di altri problemi ancora aperti sul tributo. È il caso, per esempio, delle forme di pagamento: l'ultima rata rimane ancora vincolata a F24 e bollettino postale, e quindi non permette di utilizzare Mav, Rid e le altre modalità automatiche impiegate finora. Restano tutti da chiarire anche i criteri di calcolo "alternativi" al metodo normalizzato introdotti dallo stesso decreto «Imu-2». Tra nodi applicativi irrisolti e rischi di aumenti a grappolo, saranno quindi moltissimi i Comuni che torneranno alla Tarsu, anche se la sua mancata armonizzazione con i principi Ue (prima di tutto quello del «chi inquina paga») ne richiedono l'abolizione dal lontano 1997 (articolo Il Sole 24 Ore dell'11.10.2013).

TRIBUTI: A differenza della tassa di occupazione (costituente espressione della potestà impositiva dell’ente pubblico in relazione ad un fatto cui la legge attribuisce il valore di indice di capacità contributiva), il canone in questione (ndr: canone patrimoniale per la concessione di spazi e aree pubbliche previsto dall’art. 27 del d.lgs. 285 del 1992) ha natura di corrispettivo dovuto all’ente locale in relazione al monopolio (relativo) accordato in favore del privato su di un bene comune.
Ciò giustifica perché (mentre nel primo caso la discrezionalità dei comuni risulta fortemente limitata dalla suddivisione degli stessi in cinque classi per numero di abitanti e dalla fissazione di un minimo e un massimo), i principi relativi al canone di concessione dettati dall’art. 27, comma 8, del D.lgs. n. 285 del 1992 (codice della strada) assegnano all’ente concedente un’ampia area di discrezionalità.
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Reputa il Collegio che il criterio adottato dal Comune di fare riferimento, in metri lineari, alla proiezione ortogonale sul suolo del lato maggiore della struttura, sia del tutto aderente alla norma attributiva del potere, nella parte in cui essa indirizza l’amministrazione ad incorporare nel corrispettivo il “valore economico risultante dal provvedimento di concessione” nonché il “vantaggio che l’utente ne ricava”.
Difatti, al fine di computare il valore economico in questione, appare adeguato e ragionevole un criterio di commisurazione fondato, non sulla mera superficie occupata (la quale non è indice affidabile della potenzialità di ricavo), bensì sulle caratteristiche dimensionali dell’impianto, elemento oggettivo che contempera non arbitrariamente l’interesse particolare del concessionario con le molteplici esigenze connesse all’uso pubblico.

Il primo motivo si appunta sulla previsione di regolamento comunale che, nel disciplinare l’applicazione del canone patrimoniale per la concessione di spazi e aree pubbliche previsto dall’art. 27 del d.lgs. 285 del 1992, individua quale criterio per la determinazione delle tariffe, sia per i cartelloni pubblicitari che per le pensiline: “la proiezione ortogonale sul suolo del lato maggiore della porzione di struttura predisposta per l’installazione dei messaggi pubblicitari al metro lineare”.
All’uopo, si lamenta che il nuovo metodo di calcolo sarebbe in contrasto con i parametri fissati dall’art. 27 citato, dal momento che esso non potrebbe certo considerarsi riferito all’effettiva insistenza sul suolo, considerato che, se un’area può occupare dello spazio e incidere sul suolo, lo stesso non potrebbe dirsi di una linea (ovvero, della base dell’impianto, espressa in metri lineari). Né potrebbe rilevare, in senso contrario, la presunta remuneratività di un impianto di maggior superficie espositiva, posto che la ratio dell’imposizione sull’occupazione di suolo pubblico non sarebbe la pubblica partecipazione al reddito degli impianti, bensì il corrispettivo per l’utilizzo di una porzione di suolo pubblico.
Per contro, il criterio previsto dal regolamento del 2003, che fissava il canone in considerazione dei metri quadrati risultanti dall’area ottenuta con la proiezione ortogonale sul suolo del mezzo istallato, sarebbe stato effettivamente parametrato sull’insistenza sul suolo, poiché, considerando sia la lunghezza della base che lo spessore dell’impianto, veniva identificata una specifica porzione di spazio sottratta dal cartello all’uso pubblico del suolo.
Per gli stessi motivi (ovvero, per violazione del parametro dell’effettiva soggezione sul suolo posto dall’art. 27 del d.lgs. 285/1992), sarebbe, altresì, illegittima anche l’introduzione della differenziazione tariffaria per l’ipotesi della pubblicità mono e bifacciale (sia sulle pensiline che sui poster): la doppia esposizione, infatti, non implicherebbe occupazione di una porzione di strada maggiore rispetto a quella singola.
Il motivo non può essere accolto.
Occorre premettere che, a differenza della tassa di occupazione (costituente espressione della potestà impositiva dell’ente pubblico in relazione ad un fatto cui la legge attribuisce il valore di indice di capacità contributiva), il canone in questione ha natura di corrispettivo dovuto all’ente locale in relazione al monopolio (relativo) accordato in favore del privato su di un bene comune. Ciò giustifica perché (mentre nel primo caso la discrezionalità dei comuni risulta fortemente limitata dalla suddivisione degli stessi in cinque classi per numero di abitanti e dalla fissazione di un minimo e un massimo), i principi relativi al canone di concessione dettati dall’art. 27, comma 8, del D.lgs. n. 285 del 1992 (codice della strada) assegnano all’ente concedente un’ampia area di discrezionalità.
La norma da ultimo citata, nel dettaglio, statuisce che: “Nel determinare la misura della somma si ha riguardo alle soggezioni che derivano alla strada o autostrada, quando la concessione costituisce l’oggetto principale dell’impresa, al valore economico risultante dal provvedimento di autorizzazione o concessione e al vantaggio che l’utente ne ricava". Orbene, richiamata la natura del canone in questione, reputa il Collegio che il criterio adottato dal Comune di fare riferimento, in metri lineari, alla proiezione ortogonale sul suolo del lato maggiore della struttura, sia del tutto aderente alla norma attributiva del potere, nella parte in cui essa indirizza l’amministrazione ad incorporare nel corrispettivo il “valore economico risultante dal provvedimento di concessione” nonché il “vantaggio che l’utente ne ricava”.
Difatti, al fine di computare il valore economico in questione, appare adeguato e ragionevole un criterio di commisurazione fondato, non sulla mera superficie occupata (la quale non è indice affidabile della potenzialità di ricavo), bensì sulle caratteristiche dimensionali dell’impianto, elemento oggettivo che contempera non arbitrariamente l’interesse particolare del concessionario con le molteplici esigenze connesse all’uso pubblico.
Parimenti deve dirsi quanto al rilievo accordato dal regolamento all’utilizzo mono -facciale o bifacciale della struttura, poiché è finanche intuitivo che tale doppia proiezione porta seco un maggiore valore di realizzo economico (TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 10.10.2013 n. 2277 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

TRIBUTI: G.U. 04.10.2013 n. 233 "Ripartizione del contributo ai comuni per il ristoro del minor gettito IMU 2013" (Ministero dell'Interno, decreto 27.09.2013).

TRIBUTISconti senza paletti. Niente condizioni sui bonus Ici. Ctr: agevolazioni svincolate da obblighi dichiarativi.
Un comune non può subordinare un'agevolazione Ici a un obbligo dichiarativo non previsto dalla legge statale. In ogni caso, non può dichiararsi la decadenza dal beneficio del soggetto che non abbia adempiuto a tale onere supplementare. Gli avvisi di accertamento emessi dall'ente locale sulla base di tale disposizione regolamentare risultano quindi viziati da eccesso di potere.
È quanto ha stabilito la Ctp di Campobasso con la sentenza 01.10.2013 n. 144/1/13.
Il caso in questione vedeva due fratelli ricorrere contro una serie di rettifiche operate dall'ufficio tributi comunale in materia di Ici.
I ricorrenti avevano adibito gratuitamente un immobile ad abitazione principale dei propri genitori. Tuttavia, il comune aveva proceduto alla contestazione fiscale, in quanto il regolamento Ici adottato dall'amministrazione prevedeva l'obbligo della presentazione di apposita preventiva dichiarazione ai fini dell'applicazione dell'esenzione sulla prima casa concessa in uso gratuito a parenti e/o affini entro il 1° grado.
Una tesi che non trova però concorde i giudici molisani. Il dl n. 223/2006, in un'ottica di semplificazione degli adempimenti, aveva infatti soppresso l'obbligo di presentare la dichiarazione Ici. «La pretesa del comune di Campobasso di sottoporre il riconoscimento dell'agevolazione prima casa per parenti e affini alla presentazione di una dichiarazione preventiva», spiega la sentenza, «risulta assai poco coerente con il complesso sistema impositivo dell'Ici». Anche la Cassazione, con la pronuncia n. 13151 del 28.05.2010, si era espressa in tal senso.
Peraltro, secondo la Ctp, il comune ha anche violato il principio di collaborazione tra cittadini ed ente impositore previsto dall'articolo 10 della legge n. 212/2000 (Statuto del contribuente). «Il rispetto di tale principio e della regola del preventivo contraddittorio», osservano i magistrati tributari, «avrebbe consentito una rapida chiarificazione della posizione dei due contribuenti ed evitato i costi (in termini di lavoro, tempo e denaro) connessi agli accertamenti e ai procedimenti giudiziari in corso». Da qui l'annullamento degli avvisi impugnati e la condanna dell'ente alle spese di lite (articolo ItaliaOggi del 04.10.2013).

settembre 2013

TRIBUTI: La tassa sui rifiuti è sempre dovuta.
In tema di Tarsu-Tia, lo smaltimento dei rifiuti ordinari in maniera autonoma, a proprie spese, insieme a quelli speciali, non esonera l'azienda dal pagamento della tassa comunale. L'obbligo di versamento scatta comunque, al di là del fatto che si utilizzi il servizio pubblico o meno.

Sono le conclusioni che si leggono nella sentenza 27.09.2013 n. 89/22/13 emessa dalla Sez. XXII della Ctr Lombardia.
Nella sentenza menzionata, il collegio regionale lombardo capovolge la decisione dei colleghi di prima istanza della Ctp di Milano, che avevano annullato la pretesa del comune di Varedo, e stabilisce che la tassa sui rifiuti è comunque dovuta, indipendentemente dall'utilizzo del servizio pubblico.
«In tema di autosmaltimento», osservano i giudici meneghini, «il costo relativo alla gestione dei rifiuti solidi urbani e di quelli assimilabili grava sui cittadini indipendentemente dal fatto che si utilizzi il servizio medesimo».
Infatti, la Commissione precisa che il tributo è rapportato unicamente alla superficie occupata a qualsiasi uso destinata; solo per i rifiuti speciali, tossici, pericolosi o nocivi, il produttore è obbligato allo smaltimento in proprio, con l'esonero dal tributo, ferma restando la tassazione sui rifiuti ordinari.
La legittimità della richiesta è suffragata dal fatto che il comune si sia attenuto alle superfici dichiarate dalla società, sulla base della denuncia dalla stessa prodotta.
Nel caso specifico, anche gli imballaggi sono stati ricondotti dal comune alla categoria dei rifiuti speciali non pericolosi e pertanto assimilabili agli urbani (articolo ItaliaOggi Sette del 24.02.2014).

ATTI AMMINISTRATIVI - TRIBUTIRito tributario, atti pubblici. A processo finito sempre possibile conoscere i documenti. La sentenza del Consiglio di stato sul diritto di accesso a conclusione dei procedimenti.
Deve ritenersi sussistente il diritto di accedere agli atti di un procedimento tributario ormai concluso.
Lo ha stabilito la IV Sez. del Consiglio di Stato con sentenza 26.09.2013 n. 4821.
I giudici amministrativi hanno osservato che sebbene l'art. 24, della legge 241/1990 vada a escludere il diritto d'accesso nei procedimenti tributari, per i quali restano ferme le particolari norme che li regolano, «è da ritenere che la norma debba essere intesa, secondo una lettura della disposizione costituzionalmente orientata, nel senso che la inaccessibilità agli atti di cui trattasi sia temporalmente limitata alla fase di pendenza del procedimento tributario, non rilevandosi esigenze di segretezza nella fase che segue la conclusione del procedimento con l'adozione del procedimento definitivo di accertamento dell'imposta dovuta sulla base degli elementi reddituali che conducono alla quantificazione del tributo. In ragione di ciò deve riconoscersi il diritto di accesso qualora l'amministrazione abbia concluso il procedimento, con l'emanazione del provvedimento finale».
È stato poi osservato che si profilano precisi obblighi in capo al concessionario alla riscossione, infatti ai sensi dell'art. 26 del dpr 29.09.1973, n. 602, recante disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito, «il concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell'avvenuta notificazione o l'avviso del ricevimento e ha l'obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell'amministrazione».
Pertanto i giudici di Palazzo Spada hanno evidenziato come la cartella esattoriale costituisca presupposto di procedure esecutive e, quindi, risulta strumentale alla tutela dei diritti del contribuente la richiesta di accesso alla cartella, in tutte le forme consentite dall'ordinamento giuridico considerate più rispondenti ed opportune e quindi essa deve essere rilasciata, in copia, dalla società concessionaria al contribuente che abbia proposto, o voglia proporre ricorso, avverso atti esecutivi iniziati nei suoi confronti.
Una tesi diversa andrebbe a determinare una vera e propria limitazione all'esercizio della difesa in giudizio del contribuente, o, comunque, rendere estremamente difficoltosa la tutela giurisdizionale del contribuente che dovrebbe impegnarsi in una defatigante ricerca delle copie delle cartelle. E una tale limitazione finirebbe col collidere con i principi costituzionali posti a garanzia della tutela giurisdizionale, oltre che con il principio, di rango costituzionale, di razionalità (articolo ItaliaOggi del 02.11.2013).

ATTI AMMINISTRATIVI - TRIBUTIEquitalia di vetro. Accesso alle cartelle esattoriali. A contenzioso concluso.
Equitalia non può negare l'accesso alle cartelle esattoriali se la richiesta riguarda atti di un procedimento tributario concluso.

Lo ha sancito il Consiglio di Stato, Sez. IV, con la sentenza 26.09.2013 n. 4821.
La controversia verte sulla richiesta di accesso proposta da un contribuente nei confronti del concessionario della riscossione, avente ad oggetto l'integrale produzione di ciascuna cartella esattoriale per consentire all'interessato di conoscere il complessivo ammontare e le relative causali delle pretese fiscali o tributarie a suo nome.
L'istanza era stata rigettata dal momento che si trattava di procedimenti tributari e che la richiesta del contribuente riguardava ben 55 cartelle di pagamento.
Il Consiglio di stato ritiene il diniego illegittimo.
Infatti, sebbene l'art. 24, legge n. 241 del 1990 escluda il diritto d'accesso, tra l'altro, nei procedimenti tributari, per i quali restano ferme le particolari norme che li regolano, è da ritenere che questa norma debba essere intesa, secondo una lettura della disposizione costituzionalmente orientata, nel senso che «l'inaccessibilità agli atti di cui trattasi sia temporalmente limitata alla fase di pendenza del procedimento tributario, non rilevandosi esigenze di segretezza nella fase che segue la conclusione del procedimento con l'adozione del procedimento definitivo di accertamento dell'imposta dovuta sulla base degli elementi reddituali che conducono alla quantificazione del tributo».
Deve, quindi, riconoscersi il diritto di accesso qualora l'Amministrazione abbia concluso il procedimento con l'emanazione del provvedimento finale e quindi, in via generale, deve ritenersi sussistente il diritto di accedere agli atti di un procedimento tributario ormai concluso.
Secondo il Collegio, dal momento che la cartella esattoriale costituisce presupposto di procedure esecutive, la richiesta di accesso è strumentale alla tutela dei diritti del contribuente in tutte le forme consentite dall'ordinamento giuridico ritenute più rispondenti e opportune. Ritenere diversamente implicherebbe, sostanzialmente, introdurre una limitazione all'esercizio della difesa in giudizio del contribuente, o, in ogni caso, rendere estremamente difficoltosa la tutela giurisdizionale del contribuente che dovrebbe impegnarsi in una faticosa ricerca delle copie delle cartelle. Questa limitazione colliderebbe con i principi costituzionale che garantiscono la tutela giurisdizionale, e con il principio, di rango costituzionale, di razionalità (articolo ItaliaOggi Sette del 14.10.2013).

TRIBUTITia, rifiuti speciali esonerati anche dalla quota fissa
È illegittimo il regolamento comunale sulla Tia che prevede l'applicazione della quota fissa della tariffa per le attività le cui superfici sono produttive di rifiuti speciali. Queste superfici sono totalmente escluse dalla tassazione.

Lo ha stabilito il Consiglio di Stato, V Sez., con la sentenza 26.09.2013 n. 4756.
La regola vale anche per la Tarsu, la Tares e il nuovo tributo sui rifiuti (Tari) che entrerà in vigore il prossimo anno. Per i giudici di palazzo Spada, il comune non ha alcun potere regolamentare di disciplinare il trattamento fiscale dei rifiuti speciali né di deliberare «la tariffa seppure limitata alla componente fissa». In effetti, il tributo sui rifiuti non può essere applicato sulle superfici o sulle aree nelle quali, per specifiche caratteristiche strutturali o per destinazione, si producono rifiuti speciali. Tuttavia le superfici in cui vengono prodotti anche rifiuti speciali non sono né escluse dal tributo né esenti.
Nella determinazione della superficie non si tiene conto solo di quella parte di essa dove si formano questi rifiuti, allo smaltimento dei quali sono tenuti a provvedere a proprie spese i produttori stessi in base alle norme vigenti. Quindi, non si conteggia la parte di superficie che ha questa destinazione nell'ambito di un immobile. E l'esclusione dell'obbligo di conferire i rifiuti al servizio pubblico si ha solo nei casi in cui sia fornita dimostrazione del loro avvio al recupero, con attestazione di ricevuta da parte dell'impresa incaricata del trattamento.
Qualora il produttore abbia fornito la prova di aver avviato effettivamente al recupero i rifiuti, per la relativa superficie non è prevista la detassazione ma una riduzione della misura della tassa che il comune ha facoltà di stabilire con un'apposita norma regolamentare rapportata proporzionalmente «all'entità del recupero rispetto alla produzione complessiva dei rifiuti» (circolare del ministero delle finanze n. 111/1999).
La riduzione della tassa può quindi essere calcolata in base a un coefficiente di proporzionalità rispetto ai rifiuti destinati al recupero. Fermo restando che, anche nelle ipotesi di recupero totale dei rifiuti, idoneamente documentato, non si ottiene l'esonero totale dall'assoggettamento al prelievo tributario, in quanto lo stesso è finalizzato a coprire i costi comuni e collettivi del servizio. Spetta al contribuente provare quale parte dell'immobile debba essere esclusa dalla tassazione (articolo ItaliaOggi del 16.11.2013).

TRIBUTI: Rifiuti. Tariffa rifiuti aree produttive.
Con l’art. 195, comma 2, lett. e), del d. lgs. n. 152 del 2006 si è dettata una normativa chiara e coerente con i principi comunitari, essendosi stabilito che “non sono assimilabili ai rifiuti urbani i rifiuti che si formano nelle aree produttive, compresi i magazzini di materie prime e di prodotti finiti, salvo i rifiuti prodotti negli uffici, nelle mense, negli spacci, nei bar e nei locali di servizio dei lavoratori o comunque aperti al pubblico”.
In quanto non assimilabili, i rifiuti che si formano nelle aree produttive, salve le eccezioni sopra elencate, sfuggono al regime transitorio e si pongono al di fuori della privativa comunale. Il che comporta che questi rifiuti non possono essere conferiti al servizio pubblico di raccolta dei rifiuti urbani, ma come stabilisce l’art. 188, comma 2, lett. c), del d.lgs. n. 152 del 2006 e la remunerazione del servizio deve essere assicurata attraverso apposita convenzione e, quindi, attraverso un canone o tariffa rapportata prevalentemente ai volumi e pesi conferiti
(massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 26.09.2013 n. 4756 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

TRIBUTIImpossibile il passaggio dalla Tarsu alla Tia-1. Decisione a forte rischio di contenzioso per i Comuni. Consiglio di Stato. Ammessi in via transitoria gli atti deliberativi già assunti.
Dopo l'entrata in vigore del codice ambientale è possibile effettuare il passaggio solamente alla Tia2, non più alla Tia1.
È quanto affermato dal Consiglio di Stato -Sez. V- con la sentenza 26.09.2013 n. 4756, che ha dichiarato l'illegittimità di un regolamento comunale istitutivo della Tia1, approvato a giugno 2011.
All'origine della controversia una norma regolamentare che imponeva di applicare la quota fissa della Tia anche alle superfici produttive di rifiuti speciali (non smaltiti dal Comune), che invece avrebbero dovuto essere totalmente escluse dalla tassazione. Disposizione ritenuta in contrasto con il principio comunitario "chi inquina paga", di immediata e diretta applicazione nella legislazione nazionale.
Ma i giudici di Palazzo Spada vanno oltre, affermando che dal 29.04.2006 –data di entrata in vigore del Dlgs 152/2006– non è più ammissibile il passaggio alla tariffa Ronchi, in quanto soppressa. In via transitoria è invece tollerata la vigenza degli atti deliberativi già assunti, mentre è possibile istituire solamente la Tia2, di cui all'articolo 238 del Dlgs 152/2006. Niente passaggio, quindi, dalla Tarsu alla Tia1.
Il blocco
La conclusione, tuttavia, non tiene conto del blocco di regime durato quattro anni (dal 2007 al 2010), periodo durante il quale non era comunque possibile cambiare prelievo, ad eccezione dei Comuni della provincia di Trento, in quanto a legislazione speciale. Quindi il principio affermato dal Consiglio di Stato riguarderebbe un breve periodo del 2006 (dal 29 aprile al 31 maggio) e le ultime due annualità di vigenza della Tarsu, cioè il 2011 e il 2012. Il Dl 208/08 consentiva infatti di effettuare il passaggio alla "tariffa integrata ambientale (Tia)" solo in caso di mancata approvazione, entro il 30.06.2010, dell'apposito regolamento statale previsto dal Dlgs 152/2006.
Inoltre, nella sentenza 4756/2013 non c'è alcun riferimento al Dlgs 23/2011, che consente ai Comuni di continuare ad applicare i regolamenti comunali approvati in base alla normativa concernente la Tarsu e la Tia, ferma restando la possibilità di adottare la "tariffa integrata ambientale". Stessa definizione utilizzata nel 2008, che non trova tuttavia riscontro nell'articolo 238 del Dlgs 152/2006 (Tia2), riferito alla "tariffa per la gestione dei rifiuti".
Insomma, la lettura offerta dal Consiglio di Stato non è del tutto scontata, anche perché il passaggio obbligato alla Tia2 avrebbe imposto l'istituzione di un prelievo di natura extratributaria (così definita dal Dl 78/2010), con rilevanti problemi di natura applicativa per mancanza di sanzioni, di poteri di accertamento eccetera.
Lo scenario
Si apre, peraltro, uno scenario a forte rischio di contenzioso per i Comuni, pur escludendo la possibilità di impugnativa davanti ai Tar per scadenza dei termini. I contribuenti potrebbero comunque contestare le richieste di pagamento, chiedendo alle commissioni tributarie la disapplicazione dei regolamenti istitutivi della Tia1, ancorché con una efficacia limitata al singolo caso.
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Sotto la lente
01 | Il principio
Secondo il Consiglio di Stato, dopo l'entrata in vigore del Codice ambientale, Dlgs 152/2006, avvenuta il 29.04.2006, si poteva effettuare soltanto il passaggio dalla Tarsu alla Tia2
02 | Il problema
La conclusione non tiene conto del fatto che per quattro anni (dal 2007 al 2010) c'è stato un blocco di regime, ragion per cui il principio riguarderebbe solo un mese del 2006 e gli ultimi due anni di vigenza della Tarsu (2011 e 2012).
Considerando anche che il passaggio obbligato alla Tia2 avrebbe imposto l'istituzione di un prelievo di natura extratributaria, si prefigura la possibilità che i contribuenti contestino le richieste di pagamento e chiedano di disapplicare i regolamenti istitutivi della Tia1
(articolo Il Sole 24 Ore del 07.10.2013).

TRIBUTI: Il pareggio di bilancio giustifica l'aumento dell'aliquota Imu.
I comuni possono aumentare l'aliquota di base Imu anche per gli immobili posseduti dai soggetti per i quali la legge gli concede la facoltà di riconoscere un trattamento agevolato. E non è imposto all'ente di giustificare l'aumento del prelievo con una motivazione ad hoc. L'aumento dell'aliquota può essere finalizzato all'obbiettivo di raggiungere il pareggio di bilancio. Il fatto che il legislatore attribuisca all'amministrazione locale il potere di ridurre per determinati immobili in misura percentuale l'aliquota di base (0,76%), non le impedisce però di poterla aumentare e di riservare lo stesso trattamento delle altre unità immobiliari.

Per esempio, i giudici amministrativi hanno respinto i ricorsi proposti dai titolari di immobili di edilizia residenziale pubblica (Ater, Iacp) per il 2012, nei casi in cui i comuni non solo non hanno assicurato il trattamento agevolato previsto dalla legge per l'abitazione principale, ma addirittura hanno aumentato l'aliquota di base fissata per le seconde case. In effetti, per queste unità immobiliari l'articolo 13 del dl Monti (201/2011) aveva limitato il beneficio solo alla detrazione d'imposta. Solo da quest'anno il dl sulla finanza locale (102/2013) li equipara a tutti gli effetti all'abitazione principale.
Di recente il Tribunale amministrativo regionale per la Liguria, seconda sezione, con la sentenza 1088 del 19.07.2013, ha ritenuto legittima la delibera del comune che ha aumentato l'aliquota di base per gli immobili posseduti dalle imprese, nonostante il decreto Monti (articolo 13, comma 9) abbia disposto la facoltà degli enti di ridurre l'aliquota fino allo 0,4% per i soggetti Ires, vale a dire i soggetti passivi dell'imposta sul reddito delle società.
Per il giudice amministrativo, il dl 201/2011 «ha determinato i margini di manovra a disposizione dei comuni per realizzare una «personalizzazione» delle aliquote a livello di singolo ente». Con deliberazione consiliare possono modificare l'aliquota di base, in aumento o in diminuzione, fino a 0,3 punti percentuali. Dunque, gli immobili dell'impresa possono fruire dell'aliquota ridotta solo qualora i comuni abbiano ritenuto di deliberare una misura di favore. Anche queste unità immobiliari sono soggette all'aliquota di base, «eventualmente modificabile in aumento entro il limite di 0,3 punti percentuali».
Peraltro l'aumento non richiede una specifica motivazione, trattandosi di un atto generale. L'aumento dell'aliquota può essere giustificato dalla necessità di garantire il pareggio di bilancio. Tuttavia, mentre comunemente si ritiene che non sia necessario motivare gli atti generali, delibere Imu comprese, non c'è uniformità di vedute in giurisprudenza sull'obbligo di indicare le ragioni in fatto e in diritto degli aumenti delle tariffe della tassa per lo svolgimento del servizio di raccolta e smaltimento rifiuti.
Il Consiglio di stato (sentenza 5616/2010) ha sostenuto che il comune deve motivare la delibera che aumenta le tariffe Tarsu per coprire i costi del servizio. E non si può invocare la necessità di assicurare la copertura totale della spesa, senza avere dati certi sullo scostamento tra entrate e costi del servizio (articolo ItaliaOggi del 25.09.2013).

ENTI LOCALI - TRIBUTI: Oggetto: Decreto legge 31.08.2013, n. 102 – Nota di lettura (ANCI Emilia Romagna, nota 19.09.2013 n. 147 di prot.).
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... in materia di IMU, TARES, differimento termine approvazione bilancio preventivo.
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Chi ha approvato i bilanci può rivedere le aliquote.
Anche i comuni che hanno già approvato il bilancio possono rimettere mano ai propri tributi fino al 30 novembre.

Lo afferma una nota interpretativa del decreto Imu diffusa dall'Anci Emilia-Romagna. Ma tale interpretazione necessita di una conferma ufficiale da parte del Mef.
Come noto, l'art. 8 del dl 102/2013 ha differito alla predetta data il termine per l'approvazione del preventivo per l'anno in corso. Il legislatore non si è premurato di precisare gli effetti della proroga nei confronti degli enti che già avevano tagliato il traguardo dell'approvazione. In tal modo, per questi ultimi, si ripropone la querelle sulla possibilità di modificare le proprie aliquote o i propri regolamenti tributari anche dopo il varo del bilancio, purché ovviamente entro la dead-line fissata per gli altri enti.
L'Anci propende per la tesi affermativa, ritenendo sufficiente a tal fine una semplice «variazione» del documento contabile già perfezionato, secondo quanto chiarito dalla risoluzione del Dipartimento delle politiche fiscali n. 1/2011. Per la verità, la questione non pare del tutto pacifica, in presenza di pronunce difformi della Corte dei conti (si veda, ad esempio, il parere n. 205/2011 della Sezione regionale di controllo per la Lombardia), che hanno sostenuto, invece, la necessità di procedere alla «riapprovazione» del bilancio.
Del resto, la stessa risoluzione del Mef ribadiva l'inderogabilità del principio della variazione della disciplina dei tributi comunali entro il termine stabilito dalla legge per l'approvazione del bilancio, sottolineando il carattere propedeutico al bilancio stesso delle deliberazioni riguardanti le entrate, e ne ammetteva una parziale deroga solo considerazione della «particolare tempistica» delle novità all'epoca introdotte dal dlgs 23/2011 in materia di addizionale Irpef.
Sarebbe quindi opportuno che dal Mef arrivasse un nuovo chiarimento ufficiale. Se, viceversa, dovesse prevalere una linea interpretativa più rigida, i numerosi comuni che hanno già approvato il bilancio 2013 aumentando l'aliquota dell'Imu sull'abitazione principale avrebbero enormi difficoltà ad apportare le necessarie correzioni, con forti rischi per gli equilibri contabili se lo Stato non dovesse riconoscere loro il rimborso integrale del mancato gettito (articolo ItaliaOggi del 27.09.2013).

TRIBUTI: Aree verdi, no Ici. Niente imposta se c'è il vincolo. La Ctr Milano: lo spazio pubblico non è edificabile.
Se un terreno è sottoposto a vincoli non può essere assoggettato all'Ici e all'Imu. Quindi, se un'area è compresa in una zona destinata dal piano regolatore generale a verde pubblico attrezzato il contribuente non è tenuto a versare l'imposta municipale.

Secondo la Commissione tributaria regionale di Milano (sentenza n. 71/2013) il vincolo di destinazione non consente di dichiarare l'area edificabile, poiché al contribuente viene impedito di operare qualsiasi trasformazione del bene. In effetti, si discute da tempo sulla legittimità dell'assoggettamento a Ici delle aree vincolate. Del resto, la giurisprudenza sia di merito che di legittimità non ha assunto una posizione univoca.
Per la commissione regionale, se lo strumento urbanistico vigente destina l'area a spazio pubblico per parco, giochi e sport, rende «palese e percepibile il vincolo di utilizzo meramente pubblicistico con la conseguente inedificabilità». Nella sentenza viene richiamata una pronuncia della Cassazione che ha fissato questo principio, che però non è assolutamente pacifico.
I precedenti della Cassazione. Con sentenza 25672/2008 i giudici di legittimità hanno stabilito che se il piano regolatore generale del comune stabilisce che un'area sia destinata a verde pubblico attrezzato, questa prescrizione urbanistica impedisce al privato di poter edificare. Dunque, l'area non è soggetta al pagamento dell'Ici anche se l'edificabilità è prevista dallo strumento urbanistico. La natura edificabile delle aree comprese in zona destinata a verde pubblico attrezzato impedisce ai privati la trasformazione del suolo riconducibile alla nozione tecnica di edificazione. In questi casi, la finalità è quella di assicurare la fruizione pubblica degli spazi.
Mentre, con la sentenza 19131/2007 aveva sostenuto il contrario e cioè che l'Ici fosse dovuta su un'area edificabile anche se sottoposta a vincolo urbanistico e destinata a essere espropriata: quello che conta è il valore di mercato dell'immobile nel momento in cui è soggetto a imposizione. Con questa decisione, tra l'altro, i giudici avevano precisato che l'Ici non «ricollega il presupposto dell'imposta all'idoneità del bene a produrre reddito o alla sua attitudine a incrementare il proprio valore o il reddito prodotto». Il valore dell'immobile assume rilievo solo per determinare la misura dell'imposta. L'area doveva essere considerata edificabile anche se qualificata «standard» e vincolata a esproprio.
Quindi, le aree edificabili sono soggette all'imposta anche se vincolate per essere espropriate. La destinazione edificatoria permane anche dopo la decadenza dei vincoli. Naturalmente, i limiti incidono sul valore venale del bene. Con l'ordinanza 16562/2011 la Suprema corte ha ribadito che la qualifica di area fabbricabile non può ritenersi esclusa se esistono particolari limiti che condizionano le possibilità di edificazione del suolo. Anzi, i limiti imposti a un terreno presuppongono la sua vocazione edificatoria.
Con questa decisione i giudici hanno ritenuto che i limiti imposti dal piano regolatore «incidendo sulle facoltà dominicali connesse alle possibilità di trasformazione urbanistico-edilizia del suolo medesimo, ne presuppongono la vocazione edificatoria». Peraltro, la destinazione dell'area «permane anche dopo la decadenza dei vincoli preordinati all'espropriazione» per finalità pubbliche. Tuttavia, i vincoli incidono «sulla concreta valutazione del relativo valore venale e, conseguentemente, della base imponibile». È evidente che il contribuente che si trovi in questa situazione paga un'imposta minore, che deve essere rapportata al ridotto valore del terreno.
La definizione di area in base al diritto comunitario. È stato precisato dalla Cassazione (sentenza 20097/2009) che rientra nella competenza degli stati membri della Comunità europea la qualificazione delle aree edificabili. Ed è in linea col sistema comunitario la scelta dello stato italiano di fissare al momento dell'adozione dello strumento urbanistico generale la qualificazione dell'area, anche nel caso in cui non siano state adottate misure che consentano l'effettiva edificazione.
L'ordinamento italiano non contiene una definizione generale di terreno edificabile. C'è piuttosto nel sistema fiscale una tendenza a ricomprendere in questa categoria, per determinare la base imponibile di alcuni tributi, e per quanto è di nostro interesse per l'Ici e l'Imu, tutte le aree la cui destinazione edificatoria sia prevista dallo strumento urbanistico generale deliberato dal comune, anche in mancanza dei previsti atti di controllo (approvazione regionale) e degli strumenti attuativi.
In realtà non interessa, ai fini fiscali, che il suolo sia immediatamente edificabile: quello che conta, secondo i giudici di legittimità, è che «sia stata conclusa una fase rilevante del procedimento per attribuire all'area la natura edificatoria o per modificare le precedenti previsioni che escludevano tale destinazione» (articolo ItaliaOggi Sette del 16.09.2013).

TRIBUTI: Classamento con motivazione.
Domanda
Ho ricevuto un atto con cui il Catasto ha modificato il classamento della mia abitazione senza alcuna precisazione circa le sue motivazioni. Posso ricorrere?
Risposta
La risposta è affermativa. La giurisprudenza della Corte di cassazione è consolidata nel ritenere illegittimi i riclassamenti catastali privi di motivazione o dotati di motivazione meramente apparente.
La recente sentenza n. 18156/2013, fra altre emesse in questi ultimi anni e in parte in essa richiamate, ribadisce che il provvedimento di riclassamento deve esplicitare se esso sia stato adottato in ragione di trasformazioni edilizie subite dall'unità (in tal caso recando l'analitica indicazione di esse) o nell'ambito di una revisione dei parametri della microzona di ubicazione dell'immobile giustificata dal significativo scostamento del rapporto tra valore di mercato e valore catastale rispetto ad altre microzone comunali (in tal caso recando la specifica menzione dei rapporti e dello scostamento rilevato), oppure ancora in relazione alla incongruenza tra il precedente classamento dell'unità rispetto a fabbricati similari (in tal caso recando la specifica individuazione di tali fabbricati, del loro classamento e delle caratteristiche analoghe che li renderebbero similari all'unità interessata dal rilassamento).
È, del resto, evidente che in mancanza di tali motivazioni il contribuente non potrebbe controdedurre in modo appropriato e sarebbe pertanto inibito rispetto al proprio diritto di difendersi dalle pretese dell'Amministrazione (articolo ItaliaOggi Sette del 16.09.2013).

TRIBUTI: Immobili in comodato d'uso esclusi da esenzioni Imu. Per i titolari di beni messi a disposizione niente benefici dall'abolizione della prima tranche. La facoltà di assimilazione non è riconosciuta agli enti locali.
I titolari degli immobili dati in comodato d'uso gratuito a parenti, destinati ad abitazione principale, sono tenuti a pagare l'Imu. Questi soggetti non hanno fruito della sospensione del pagamento dell'acconto e, quindi, non possono beneficiare dell'abolizione della prima rata dell'imposta. E il decreto 102/2013 sull'abolizione dell'Imu nulla innova in proposito.
I fabbricati dati in comodato non possono più essere assimilati ex lege all'abitazione principale.
L'articolo 13 del dl Monti (201/2011), infatti, ha parzialmente abrogato a partire dal 2012 l'articolo 59, comma 1, del decreto legislativo 446/1997, vale a dire la norma attributiva del potere regolamentare in materia di imposta comunale sugli immobili, nella parte in cui consentiva la comune di considerare abitazioni principali, con conseguente applicazione dell'aliquota ridotta o della detrazione, i fabbricati concessi in uso gratuito a parenti in linea retta o collaterale, stabilendo il grado di parentela.
Per l'Imu alcune tipologie di assimilazioni sono previste dalla legge e i benefici spettano a prescindere dalla scelte del comune. Per esempio, rientrano in questa casistica gli immobili di edilizia residenziale pubblica posseduti da Iacp o Ater, utilizzati come prima casa dai soci assegnatari oppure gli alloggi sociali. Mentre, è demandato all'ente il potere di assimilare alla prima casa quelli posseduti da anziani, disabili e residenti all'estero. I proprietari di questi immobili non pagano la prima rata Imu se i comuni li hanno già assimilati nel 2012 all'abitazione principale (e non hanno revocato il beneficio) o intendono farlo per il 2013, in quanto è proprio la norma di legge che prevede che il trattamento agevolato possa essere concesso per le unità immobiliari possedute, a titolo di proprietà o usufrutto, da anziani o disabili che spostano la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente, nonché per quelle possedute, a titolo di proprietà o usufrutto, in Italia dai cittadini italiani non residenti nel territorio dello stato, a condizione che non risultino locate.
La facoltà di assimilazione, invece, non è stata riconosciuta ai comuni per gli immobili dati in comodato d'uso. Naturalmente nulla impedisce che il comune possa garantire, a proprie spese, qualche beneficio fiscale (per esempio, l'aliquota agevolata), ma non si può parlare di assimilazione all'abitazione principale e di rimborso del minor gettito da parte dello stato.
Va ricordato che sono rigidi i requisiti per fruire del trattamento agevolato sugli immobili destinati ad abitazione principale. L'articolo 13 ha fornito una nuova qualificazione giuridica della nozione di abitazione principale, prevedendo che si intende come tale l'unità immobiliare nella quale il contribuente e il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente. Nel caso in cui i componenti del nucleo familiare abbiano stabilito la dimora abituale e la residenza anagrafica in immobili diversi situati nel territorio comunale, le agevolazioni si applicano per un solo immobile (articolo ItaliaOggi dell'11.09.2013).

ENTI LOCALI - TRIBUTIIl bilancio «di previsione» non sarà modificabile. Impossibile la manovra di salvaguardia al 30 settembre. Dl Imu. I termini per il preventivo scadono insieme a quelli per l'assestamento.
Gli enti locali avranno tempo fino al 30 novembre, un mese prima della fine dell'anno, per approvare il bilancio di previsione 2013.

La nuova proroga è stata inserita nel Dl 102 del 31.08.2013, che abroga la rata di giugno dell'IMU sulle abitazioni principali e sulle categorie per le quali, con il Dl 54/2013, ne era stata disposta la sospensione. Il Dl prevede altre disposizioni sull'IMU, rivede la Tares, spostando al 30 novembre i termini per l'approvazione del Regolamento e delle relative tariffe.
Sono inoltre rinviati ad ulteriori provvedimenti sia l'eliminazione della rata Imu di dicembre, sia l'introduzione, dal 2014, della nuova service tax.
Questi i "titoli" del nuovo scenario di breve periodo della finanza locale. Il metodo, però, va in netta contraddizione con i principi della sana programmazione. Le conseguenze non sono rassicuranti, almeno sul piano tecnico e contabile.
Gli enti che non hanno ancora approvato il bilancio hanno operato finora in dodicesimi, sulla base dell'assestato 2012, i cui valori sono generalmente più alti del relativo consuntivo. Continuare con la gestione provvisoria fino al 30 novembre significa mettere a rischio gli equilibri di bilancio, soprattutto sulla parte corrente. Che lo Stato si faccia carico dell'Imu abrogata è il minimo che ci si potesse aspettare, ma si dovranno attendere ancora settimane per l'esatta quantificazione; è, infatti, previsto un ulteriore decreto del Ministero dell'interno, di concerto con l'Economia.
Per i Comuni si riduce l'autonomia di agire sulla principale leva fiscale; e per gli enti che avevano già provveduto ad innalzare le aliquote per il 2013, tutti i programmi sono da riesaminare. Approvare il previsionale al 30 novembre significa, di fatto, approvare il pre-consuntivo, inglobando, in uno, i provvedimenti della salvaguardia e dell'assestamento. Dopo il 30 novembre, si ricorda, non sono più possibili variazioni di bilancio. Si può ancora chiamare bilancio di previsione un documento non più modificabile ?
E quali sono le conseguenze di questo decreto per gli enti che hanno già approvato il loro bilancio? Di certo dovranno adottare le necessarie variazioni di bilancio. Stando alla tempistica dettata dal decreto, non ci sarebbero i tempi tecnici per la manovra di salvaguardia da approvare entro il 30 settembre. Alla luce delle modifiche intervenute, che riguardano anche la Tares, e dei rinvii a nuove disposizioni sulla seconda rata dell'Imu, si ritiene che, come già accaduto nel 2012, la salvaguardia dovrà essere approvata contestualmente all'assestamento.
Guardando alle casse comunali, l'unica notizia lieta è l'erogazione del 5 settembre del secondo acconto del Fondo di solidarietà Comunale, la cui quantificazione complessiva resta ancora un rebus.
In definitiva, i Comuni programmano le proprie politiche di spesa sulla base di Imu, Tares, Fondo di solidarietà comunale e addizionali comunali. La caratteristica che oggi li accomuna è la totale incertezza sulla loro entità. Il federalismo tanto auspicato avrebbe dovuto concedere agli amministratori locali le leve sufficienti a manovrare le politiche fiscali in funzione del proprio mandato. Così non è. Le aspettative sulla service tax aumentano, ma nel frattempo resta il problema degli equilibri di bilancio per il 2013.
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Gli strumenti
01|SALVAGUARDIA
La legge prevede la possibilità che gli enti approvino la salvaguardia entro il 30 settembre, con la possibilità di modificare anche aliquote e tariffe. In una situazione ordinaria, questo permette di modificare eventuali errori di quantificazione nel preventivo o di finanziare uscite impreviste
02|ASSESTAMENTO
Entro il 30 novembre i Comuni devono procedere all'assestamento di bilancio, dopo il quale non è più possibile modificare le poste dei conti che a quel punto assumono un valore definitivo, da verificare e certificare nel rendiconto
03|PREVENTIVO
Lo slittamento al 30 novembre previsto per il 2013 dal Dl Imu-2 rappresenta un record nella storia dei rinvii di termini per la chiusura dei preventivi, e di fatto rende inutilizzabili i due precedenti strumenti per gli enti che attendono il nuovo termine (articolo Il Sole 24 Ore del 09.09.2013).

TRIBUTI - VARI: Oggetto: Decreto per la casa – Novità IMU e altre misure di sostegno al settore immobiliare (ANCE Bergamo, circolare 06.09.2013 n. 199).

TRIBUTIAnziani e disabili, il comune decide sulla prima rata Imu. Stop al versamento se gli enti non hanno revocato il trattamento agevolato del 2012.
Abolita la prima rata Imu anche per anziani, disabili e residenti all'estero se i comuni non hanno revocato per l'anno in corso il trattamento agevolato riconosciuto nel 2012 per gli immobili da loro destinati ad abitazione principale o intendono concederlo per il 2103.
Il nuovo dl sull'imposizione immobiliare e la finanza locale, infatti, prevedono l'abolizione della prima rata Imu per tutti gli immobili per i quali a giugno era stata disposta la sospensione del pagamento dell'acconto. Quindi, la cancellazione del pagamento si estende agli immobili assimilati all'abitazione principale.
Tuttavia, è escluso che il beneficio possa essere applicato a due o più immobili, anche se utilizzati di fatto come abitazione principale, se non accorpati catastalmente. Così come non è consentito che, quantomeno nello stesso comune, uno dei coniugi trasferisca la propria residenza o dimora abituale per non pagare l'imposta. Le agevolazioni sono rivolte al nucleo familiare.
Anziani, disabili e residenti all'estero. Chi fruisce del trattamento agevolato, anche se a seguito dell'assimilazione degli immobili all'abitazione principale operata dai comuni, non è tenuto a pagare l'Imu. E gli immobili posseduti da anziani, disabili e residenti all'estero possono essere assimilati. Per il dipartimento delle finanze del ministero dell'economia (circolare 2/2013), considerata la finalità del legislatore di assicurare un regime di favore per l'abitazione principale e relative pertinenze, sia nel caso che l'assimilazione venga disposta per il 2013 «sia in quello in cui la stessa è stata effettuata nel 2012 e non è stata modificata nel 2013, l'assimilazione in questione determina l'applicazione delle agevolazioni». Compresa l'abolizione del pagamento della prima rata Imu.
I comuni, in effetti, possono estendere o ampliare i benefici per la prima casa. Non scontano l'Imu come seconda casa gli immobili posseduti da anziani o disabili e residenti all'estero se il comune li ha assimilati o li assimila all'abitazione principale. L'articolo 13 del dl 201/2011 prevede che il trattamento agevolato possa essere concesso per le unità immobiliari possedute, a titolo di proprietà o usufrutto, da anziani o disabili che spostano la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente, nonché per quelle possedute, a titolo di proprietà o usufrutto, in Italia dai cittadini italiani non residenti nel territorio dello stato, a condizione che non risultino locate. Va posto in rilievo che, come per l'Ici, il nudo proprietario non è tenuto a pagare l'Imu. Soggetti passivi sono sempre l'usufruttuario, i titolari dei diritti di uso, abitazione e così via.
Esenzione solo per un immobile. Secondo il dipartimento delle finanze del ministero dell'economia (circolare 3/2012) l'abolizione del pagamento vale solo per un immobile, in quanto per abitazione principale s'intende l'immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore dimora abitualmente e risiede anagraficamente. Il contribuente può fruire delle agevolazioni «prima casa» per un solo immobile, anche se utilizzi di fatto più unità immobiliari distintamente iscritte in catasto, a meno che non abbia provveduto al loro accatastamento unitario. I singoli fabbricati vanno assoggettati separatamente a imposizione, ciascuno per la propria rendita. È il contribuente a scegliere quale destinare a abitazione principale.
Si ritiene non corretta la tesi ministeriale, poiché anche per l'Imu, come per l'Ici, il contribuente dovrebbe avere diritto al trattamento agevolato qualora utilizzi contemporaneamente diversi fabbricati come abitazione principale, visto che l'articolo 13 richiede che si tratti di un'unica unità immobiliare iscritta o «iscrivibile» come tale in catasto. Dovrebbero essere sufficienti due requisiti: uno soggettivo e l'altro oggettivo. Nello specifico, le diverse unità immobiliari devono essere possedute da un unico titolare e devono essere contigue. Del resto, la Cassazione più volte ha affermato che ciò che conta è l'effettiva utilizzazione come abitazione principale dell'immobile complessivamente considerato, a prescindere dal numero delle unità catastali.
Peraltro, per i giudici di legittimità, gli immobili distintamente iscritti in catasto non importa che siano di proprietà di un solo coniuge o di ciascuno dei due in regime di separazione dei beni. A patto che il derivato complesso abitativo utilizzato non trascenda la categoria catastale delle unità che lo compongono. Secondo la Cassazione, una interpretazione contraria non sarebbe rispettosa della finalità legislativa di ridurre il carico fiscale sugli immobili adibiti a «prima casa». La tesi della Cassazione, però, si pone in contrasto con quanto affermato anche in passato dal ministero delle finanze (risoluzione 6/2002) sui presupposti richiesti per usufruire del trattamento agevolato Ici.
Il ministero ha infatti precisato che due o più unità immobiliari vanno singolarmente e separatamente soggette a imposizione, «ciascuna per la propria rendita». Solo una dovrebbe essere considerata anche per l'Imu come abitazione principale. Il contribuente, per usufruire dell'agevolazione, dovrebbe richiedere l'accatastamento unitario degli immobili, per i quali è attribuita in catasto una distinta rendita, presentando all'ente una denuncia di variazione.
Agevolazioni per il nucleo familiare. L'esenzione Ici per l'abitazione principale spettava per l'immobile adibito a dimora abituale del contribuente e dei suoi familiari. Non a caso la Corte di cassazione, con la sentenza 14389 del 15.06.2010, aveva affermato che nel caso in cui un coniuge avesse trasferito la propria residenza in un altro immobile non avrebbe avuto più diritto all'agevolazione fiscale, a meno che non avesse dimostrato di essersi separato legalmente.
In realtà, anche se la questione del comportamento elusivo eventualmente posto in essere da uno dei coniugi ha formato oggetto di contrastanti pronunce giurisprudenziali, l'articolo 8 del decreto legislativo 504/1992 limitava il beneficio fiscale alla dimora abituale della famiglia. Secondo la Cassazione, infatti, l'ubicazione della casa coniugale «individua presuntivamente la residenza di tutti i componenti della famiglia», «salvo che» (si aggiunge opportunamente) «tale presunzione sia superata dalla prova» che lo «dello spostamento... della propria dimora abituale» sia stata causata dal «verificarsi di una frattura del rapporto di convivenza».
Lo stesso concetto di «nucleo familiare» viene riproposto per l'Imu, anche se le modifiche apportate alla norma istitutiva dell'imposta suscitano dei dubbi sugli effetti antielusivi che la Cassazione aveva riconosciuto alla disciplina Ici. L'articolo 13 del dl Monti (201/2011) stabilisce che per abitazione principale si intende l'immobile «nel quale il possessore e il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente». Nel caso in cui i componenti del nucleo familiare abbiano fissato la dimora abituale e la residenza anagrafica in immobili diversi situati nello stesso territorio comunale, le agevolazioni per l'abitazione principale, e relative pertinenze, si applicano per un solo immobile. La formulazione un po' contorta di questa disposizione lascia aperta la porta a possibili comportamenti elusivi, in quanto esclude che due coniugi possano fruire di una doppia esenzione solo se gli immobili sono ubicati nello stesso comune.
Quindi, se il trasferimento formale della residenza da parte di uno dei coniugi avviene in una seconda casa, ubicata in una località di mare o di montagna diversa da quella di residenza dell'altro coniuge, non vi sarebbe alcun impedimento a fruire due volte dello stesso beneficio fiscale: entrambi non pagherebbero la prima rata Imu. In questo caso i comuni potrebbero contestare la sussistenza di uno dei requisiti richiesti dalla legge, qualora possano dimostrare che la seconda casa non viene utilizzata di fatto come dimora abituale (articolo ItaliaOggi Sette del 02.09.2013).

TRIBUTIMacchine self service. Fototessere, niente imposta sulle affissioni.
Le affissioni presenti sulle macchine per fototessere self service che riportano informazioni sul costo del servizio e sulle modalità di fruizione non scontano l'imposta sulla pubblicità. Tali manifesti non possono considerarsi alla stregua di un mezzo pubblicitario qualunque, poiché informano il pubblico circa le caratteristiche del servizio, peraltro non acquistabile altrove, bensì fruibile adoperando la stessa macchina sul quale sono apposti.

In base a tali considerazioni, la sentenza n. 65/01/13 della Ctp di Lodi ha concluso per l'esenzione della fattispecie dall'imposta pubblicitaria vantata dall'amministrazione comunale.
Il caso riguarda le macchinette automatiche per fare le fototessere che si trovano solitamente nei pressi di luoghi pubblici, quali stazioni, municipi o aeroporti. Sulla struttura stessa dell'apparecchio elettronico, vengono di norma apposte delle illustrazioni, contenenti slogan e informazioni circa il costo del servizio, i tempi di erogazione e quant'altro. Su tali affissioni, alcuni comuni ritengono dovuta l'imposta per la pubblicità.
La Ctp di Lodi si è pronunciata in senso contrario. «Anche se di grande formato», si legge in motivazione, «queste illustrazioni hanno lo scopo prevalente di informare il pubblico delle caratteristiche dell'offerta, più che di pubblicizzare il servizio, che peraltro non è acquistabile altrove, essendo fornito dalla stessa macchina sulla quale sono apposte».
Per cui, non essendo prevalente lo scopo pubblicitario, che costituisce il presupposto dell'imposta, la Ctp ha accolto il ricorso del contribuente e concluso per l'esenzione (articolo ItaliaOggi Sette del 02.09.2013).

agosto 2013

ENTI LOCALI - TRIBUTI: G.U. 31.08.2013 n. 204, suppl. ord. n. 66/L, "Disposizioni urgenti in materia di IMU, di altra fiscalità immobiliare, di sostegno alle politiche abitative e di finanza locale, nonché di cassa integrazione guadagni e di trattamenti pensionistici" (D.L. 31.08.2013 n. 102).

EDILIZIA PRIVATA - TRIBUTII ruderi in catasto. Vanno iscritti, ma senza rendita. Le Entrate: la denuncia solo per mera identificazione.
Nessuna attribuzione di rendita catastale se il degrado dei ruderi è tale da non produrre reddito e non ci sono collegamenti a gas, luce e acqua. I ruderi possono essere iscritti al catasto solo per l'identificazione, con l'indicazione dei caratteri specifici e della destinazione d'uso, ma non viene loro attribuita nessuna rendita. Alla denuncia al catasto di unità collabente o rudere deve essere allegata apposita autocertificazione attestante l'assenza di allacciamento alle reti dei servizi pubblici dell'energia elettrica, dell'acqua potabile e del gas. Per questi immobili sussiste la possibilità e non l'obbligo dell'aggiornamento dei dati catastali.
Questa è la precisazione contenuta nella nota 30.07.2013 n. 29440 di prot. emanata dalla direzione centrale catasto e cartografia dell'Agenzia delle entrate.
I tecnici di prassi sottolineano innanzitutto che i ruderi, classificati come unità collabenti nella categoria F/2, sono tali se privi della copertura e della struttura portante, ma anche se delimitati da muri che non abbiano almeno l'altezza di un metro. Le condizioni di degrado devono inoltre essere tali da renderli incapaci di produrre reddito. Secondo i tecnici del fisco questi immobili possono essere iscritti al catasto solo per l'identificazione, con l'indicazione dei caratteri specifici e della destinazione d'uso, ma non viene loro attribuita nessuna rendita.
Ai fini delle dichiarazioni di unità collabenti è pertanto necessario che il professionista che predispone la dichiarazione su incarico della committenza: rediga una specifica relazione, datata e firmata, riportante lo stato dei luoghi, con particolare riferimento alle strutture e alla conservazione del manufatto, che deve essere debitamente rappresentato mediante documentazione fotografica e alleghi l'autocertificazione, resa dall'intestatario dichiarante, ai sensi degli articoli 47 e 76 del dpr 28.12.2000 n. 445, attestante l'assenza di allacciamento delle unità alle reti dei servizi pubblici, dell'energia elettrica e del gas.
I tecnici ribadiscono inoltre che l'iscrizione nella categoria F/2 prevede la presenza di un fabbricato che abbia perso del tutto la sua capacità reddituale. Ne consegue che la stessa categoria non è ammissibile, ad esempio, quando l'unità immobiliare che si vuole censire, risulta ascrivibile in altra categoria catastale, ovvero, non è individuabile e/o perimetrabile.
Le Entrate infine ricordano che l'attribuzione della categoria F/2 a tali ruderi è regolamentata dall'articolo 3, 2 comma, del decreto del ministero delle finanze del 02.01.1998 n. 28. I ruderi per essere tali devono essere caratterizzati da un notevole degrado che ne determina una notevole perdita della capacità reddituale (articolo ItaliaOggi del 29.08.2013).

TRIBUTIIci dovuta se c'è stata demolizione. Sull'area.
Il contribuente è tenuto a pagare l'Ici sull'area edificabile e non sul fabbricato utilizzato come abitazione principale solo se gli interventi edilizi hanno comportato la demolizione o la sostituzione di parti strutturali dell'immobile che ne hanno impedito l'uso. È escluso il pagamento del tributo sull'area se la famiglia dimostra di aver continuato ad abitare nell'immobile durante il periodo dei lavori.

È quanto ha affermato la commissione tributaria provinciale di Brescia, sezione VIII, con la sentenza 27.08.2013 n. 129.
Per i giudici tributari, dall'esame della documentazione presentata è emerso che i lavori eseguiti sull'immobile non hanno comportato demolizioni, né sostituzione di parti strutturali, né interventi che possano averne impedito l'uso. Del resto, le fatture prodotte relative alle utenze per energia elettrica, gas e acqua hanno dimostrato che «la funzione abitativa non è venuta meno e che la famiglia dei ricorrenti, anche durante il periodo dell'intervento edilizio, ha continuato ad abitare nello stesso stabile».
Secondo l'articolo 2 del decreto legislativo 504/1992, richiamato per l'Imu dall'articolo 13 del decreto Monti (201/2011), per fabbricato si intende l'unità immobiliare iscritta o che deve essere iscritta nel catasto edilizio urbano, considerandosi parte integrante del fabbricato l'area occupata dalla costruzione e quella che ne costituisce pertinenza. Il fabbricato di nuova costruzione è soggetto all'imposta a partire dalla data di ultimazione dei lavori o, se antecedente, dalla data in cui è comunque effettivamente utilizzato.
Infatti, nelle ipotesi di edificazione di un fabbricato, la base imponibile Ici (o Imu) è data dal valore dell'area dalla data di inizio dei lavori di costruzione fino a quella di ultimazione, oppure fino a quando il fabbricato è comunque utilizzato, se questo momento è antecedente. Inoltre, in base alla finzione giuridica prevista nella disciplina dell'imposta, il suolo va considerato area fabbricabile, indipendentemente dal fatto che sia tale o meno in base agli strumenti urbanistici, anche durante il periodo dell'effettiva utilizzazione edificatoria (articolo ItaliaOggi del 12.09.2013).

TRIBUTI: Pertinenze esenti. Senza autonomia niente Ici-Imu. Per Ctr Roma non rileva la mancata dichiarazione.
Le aree edificabili non sono autonomamente soggette al pagamento dell'Ici e dell'Imu se sono pertinenze dei fabbricati, anche se il contribuente non ha indicato questa destinazione degli immobili nella dichiarazione.
La Commissione tributaria regionale di Roma (sentenza n. 163/2013) va oltre quanto sostenuto dalla Cassazione, perché riconosce l'intassabilità del bene anche nel caso in cui il contribuente non abbia esposto nella dichiarazione la natura pertinenziale dell'area.
Tuttavia, il titolare dell'immobile non è tenuto a pagare l'imposta comunale su un'area edificabile che sia pertinenza di un fabbricato, anche se non lo ha indicato nella dichiarazione, purché invii una comunicazione all'ente con lettera raccomandata con la quale lo informi della destinazione del bene, prima che venga emanato l'atto di accertamento.
Naturalmente, è richiesto che il rapporto pertinenziale emerga dallo stato dei luoghi.
Per esempio, l'esistenza di un pozzo artesiano sul terreno dal quale è possibile attingere l'acqua dal fabbricato oppure un marciapiede o un cornicione ubicati oltre la linea di confine del manufatto.
La sezione tributaria della Corte di cassazione (sentenza 19638/2009), invece, ha riconosciuto il beneficio solo nei casi in cui il contribuente dichiari al comune l'utilizzo dell'immobile come pertinenza nella denuncia iniziale o di variazione. I giudici di legittimità, infatti, per eliminare il contenzioso che dura da anni sull'assoggettamento a Ici delle aree o giardini pertinenziali, hanno modellato l'articolo 2 del decreto legislativo 504/1992 che dà la definizione di pertinenza. Mentre questa norma si limita a stabilire che è parte integrante del fabbricato l'area occupata dalla costruzione e quella che ne costituisce pertinenza, la Cassazione va oltre e, dando una chiave di lettura «di conio giurisprudenziale», ha aggiunto che per non essere assoggettata a imposizione occorre un'apposita denuncia del contribuente sull'uso dell'area nel momento in cui avviene la destinazione.
Dal punto di vista fiscale, poi, è irrilevante la circostanza che un'area pertinenziale e una costruzione principale siano censite catastalmente in modo distinto, al fine di poter essere assoggettate a tassazione come un unico bene o di usufruire delle agevolazioni. Come precisato dalla commissione regionale, però, il vincolo pertinenziale deve essere visibile e va rilevato dallo stato dei luoghi, a prescindere dal fatto che in catasto l'area e il fabbricato non risultino accorpati. In caso contrario, i due immobili sono soggetti a imposizione autonomamente.
Le stesse regole valgono per l'Imu. Infatti, nulla cambia per l'imposizione delle aree edificabili con la disciplina della nuova imposta locale rispetto all'Ici. Anche per l'Imu vengono richiamate le disposizioni contenute negli articoli 2 e 5 del decreto legislativo 504/1992. Sia per quanto riguarda la qualificazione dell'oggetto d'imposta sia per la determinazione dell'imponibile occorre fare riferimento alla normativa Ici.
Per definire gli aspetti controversi della nozione di area edificabile, il legislatore è intervenuto due volte con norme di interpretazione autentica. L'imposta è dovuta se l'area è inserita in un piano regolatore generale adottato dal consiglio comunale, ma non approvato dalla regione. L'articolo 36, comma 2, del decreto-legge legge 223/2006 ha stabilito che un'area sia da considerare fabbricabile se utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico generale deliberato dal comune, indipendentemente dall'approvazione della regione e dall'adozione di strumenti attuativi.
La tesi della Cassazione. Secondo la Cassazione (sentenza 5755/2005) per la pertinenza di un fabbricato non contano le risultanze catastali, ma la destinazione di fatto.
Il terreno che costituisce pertinenza di un fabbricato non è soggetto a Ici e Imu come area edificabile, anche se iscritto autonomamente al catasto. Sempre la Cassazione, con la sentenza 17035/2004, ha chiarito che per le aree edificabili non si introduce alcuna particolare e nuova accezione di pertinenza ai fini Ici ma, semplicemente, se ne presuppone il significato, in quanto va fatto riferimento alla definizione fornita, in via generale, dall'articolo 817 c.c. Questa norma prevede che sono da considerare pertinenze le cose destinate in modo durevole al servizio o all'ornamento di un'altra cosa. Pertanto, per il vincolo pertinenziale serve sia la durevole destinazione della cosa accessoria a servizio o ornamento di quella principale, sia la volontà dell'avente diritto di creare la destinazione. Accertare la sussistenza di questo vincolo comporta un apprezzamento di fatto.
Il tributo comunale non può essere richiesto per l'assenza di accorpamento (cosiddetta «graffatura») dell'area al contiguo fabbricato, ancorché costituenti unità catastali separate. L'autonomo accatastamento non rende irrilevante l'uso di fatto del terreno come pertinenza. Tanto meno rileva la presenza o meno di segni grafici, che sono inconsistenti sul piano probatorio. Tuttavia, nonostante vengano ribaditi questi principi e la rilevanza della destinazione «di fatto» di un bene come pertinenza, non ci si può sottrarre all'obbligo di denuncia ogni volta che nella situazione possessoria del contribuente s'introduca una modificazione. Se l'interessato non ha affermato la sua pertinenzialità in via di specialità, vuol dire che ha voluto lasciare il bene nella sua condizione di area fabbricabile.
Pertanto, qualora voglia fruire dell'intassabilità dell'area, è tenuto a comunicare all'ente che è destinata a pertinenza del fabbricato sia nella denuncia originaria sia, qualora abbia omesso questa indicazione, in una successiva dichiarazione di variazione, che può essere presentata in qualsiasi momento (articolo ItaliaOggi Sette del 26.08.2013).

TRIBUTILa Tares va pagata entro fine 2013. L'Economia boccia le rateazioni.
Tares 2013 va pagata dai contribuenti entro fine anno senza alcuna possibilità per i Comuni di differire il versamento nei primi mesi del 2014.

Lo ha chiarito il ministero dell'Economia e delle finanze con una nota del 9 agosto scorso emessa in sede di esame di una delibera comunale che fissava il termine per il pagamento delle ultime due rate nel 2014 (31 gennaio e 28 febbraio).
Il Mef evidenzia che i Comuni, nel disciplinare il numero e la scadenza delle rate Tares 2013, incontrano il vincolo costituito dalla riserva allo Stato della maggiorazione sui servizi indivisibili (0,30 euro al metro quadro), il cui gettito deve essere in ogni caso assicurato all'Erario entro l'anno in corso. Ciò anche al fine di pervenire a un'esatta determinazione del fondo di solidarietà comunale, del fondo perequativo e dei trasferimenti erariali dovuti ai comuni della Regione Siciliana e della Regione Sardegna.
A decorrere dal 2014, infatti, la possibilità di quantificare con precisione l'entità della maggiorazione standard è pregiudicata dal riconoscimento della facoltà per i Comuni sia di elevare la misura della maggiorazione sino a 0,40 euro, sia di riscuotere la Tares anche mediante «le altre modalità di pagamento offerte dai servizi elettronici di incasso e di pagamento interbancari», uscendo così dall'unico canale (F24 o bollettino postale centralizzato) che consente di individuare i flussi relativi alla maggiorazione in questione.
La chiusura del Mef è quindi dettata da esigenze di tracciabilità della maggiorazione Tares, anche per consentire allo Stato di introitare entro l'anno l'importo previsto di un miliardo di euro, cifra destinata a ridursi se i Comuni decidessero di differire il pagamento nel 2014.
Per ovviare a tale problema l'Ifel –con nota del 10.05.2013– ha ritenuto possibile stabilire l'ultima scadenza anche nel 2014, purché il versamento della maggiorazione avvenga in ogni caso entro la fine del 2013. Soluzione in realtà non del tutto conforme alla normativa, che collega il versamento della maggiorazione all'ultima rata del tributo, ma dettata dal buon senso di dilazionare maggiormente il pagamento della Tares, vista la partenza travagliata del nuovo tributo e considerato che molti comuni stanno ancora riscuotendo la Tarsu del 2012.
Tuttavia il Mef sembra escludere anche tale opzione in quanto contrasterebbe con le regole sulla contabilità ed in particolare con l'articolo 179 del Tuel: in tal senso si sarebbe peraltro espresso il Viminale.
Diversi Comuni dovranno quindi mettersi in regola e rivedere le scelte già effettuate. Senza considerare che nel frattempo il Governo potrebbe sostituire la maggiorazione Tares con la service tax, eliminando così il principale impedimento a riscuotere una parte del tributo di quest'anno nel 2014 (articolo Il Sole 24 Ore del 26.08.2013).

TRIBUTIScadenze Tares entro il 2013. Il gettito della maggiorazione va assicurato entro l'anno. Lo ha chiarito il ministero dell'economia e delle finanze in una nota inviata a un comune.
Il comune nel disciplinare il numero e la scadenza delle rate della Tares per l'anno 2013 incontra il vincolo costituito dalla riserva allo stato della maggiorazione standard.
È questa la conclusione a cui è giunto il ministero dell'economia e delle finanze in una recente nota inviata a un comune.
L'art. 10, c. 2, del dl 35/2013 ha previsto che, per l'anno 2013 e in deroga alle previsioni contenute nella disciplina della Tares a regime (art. 14, c. 35, dl 201/2011), la scadenza e il numero delle rate di versamento del tributo sono stabilite con deliberazione, adottata dal Consiglio comunale (circolare Mef n. 1/Df/2013), anche nelle more della regolamentazione comunale del tributo.
A tale proposito, mentre a regime il citato comma 35 stabilisce che la scadenza delle rate della Tares è fissata nei mesi di gennaio, aprile, luglio e ottobre di ogni anno, salvo diversa regolamentazione comunale, per l'anno 2013 i comuni erano liberi di determinare le tempistiche di pagamento del tributo, anche anticipando la prima scadenza fissata dalla legge nel mese di luglio. Gli enti potevano, per il 2013, derogare le norme di legge sia per quanto concerne la scadenza delle rate che per la loro quantificazione.
Era sorta, invece, più di qualche perplessità sulla possibilità di stabilire termini di pagamento del tributo riferito all'anno 2013 scadenti dopo il 31 dicembre del medesimo anno. Ciò per effetto della disposizione contenuta nel c. 2 dell'art. 10 del dl 35/2013 in virtù della quale, sempre per il 2013, la maggiorazione alla Tares, disciplinata dall'art. 14, c.13, del dl 201/2011 e pari ad 0,30 a metro quadrato, viene riservata allo stato e versata in unica soluzione unitamente all'ultima rata del tributo, a mezzo del modello F24 o dell'apposito bollettino di conto corrente postale approvato con il dm 14/05/2013 (e non anche mediante le nuove modalità di pagamento tramite servizi elettronici di incasso e di pagamento interbancari, introdotte in aggiunta agli altri strumenti appena ricordati dal citato dl 35/2013).
Come già precisato dalla circolare del ministero dell'economia n. 1/Df del 29/04/2013, il versamento della maggiorazione da effettuarsi in favore dello stato è rinviato all'ultima rata del tributo, scadente nel mese di ottobre o alla data stabilita dal comune con la deliberazione prevista dal c. 2 dell'art. 10 del dl 35/2013. La legge e la circolare appena citata nulla dicono però su quali limiti temporali incontri la fissazione della scadenza dell'ultima rata del pagamento da parte del comune, spingendo taluni enti a stabilire scadenze cadenti anche nel 2014 (specie quelli che ordinariamente ponevano in riscossione la Tarsu nell'anno successivo a quello di competenza, nel rispetto del termine annuale di decadenza stabilito dall'art. 72 del dlgs 507/93).
Tuttavia, come precisato dalla recente nota del ministero, la presenza della riserva della maggiorazione allo stato pone dei limiti ben precisi alla potestà regolamentare comunale che, come noto, non può estendersi oltre i tributi di propria competenza. L'esigenza di assicurare all'erario il gettito della maggiorazione entro il 2013 impone che il versamento della stessa scada entro la fine del predetto anno. Ciò, in base alla nota ministeriale, anche per la necessità di quantificare il gettito della maggiorazione standard (operazione che sarebbe pregiudicata negli anni successivi dalla facoltà attribuita ai comuni di incrementare la maggiorazione fino a 0,40 a mq e dalla possibilità di adottare canali di pagamento diversi dal F24 e dal bollettino postale unico nazionale).
Tuttavia, da un'attenta lettura, la nota non pare precludere del tutto la possibilità di riscuotere una o più rate Tares nel 2014, premurandosi solo di precisare che in ogni caso il comune deve porre in essere le attività necessarie ad assicurare che la maggiorazione sia corrisposta nel 2013. In tale modo viene lasciato spazio all'interpretazione per la quale i comuni potrebbero fissare scadenze di versamento della Tares anche oltre il 31/12/2013, purché la maggiorazione sia versata, con le modalità previste dalla legge, con l'ultima rata scadente nel 2013 (vedasi nota Ifel 10/05/2013).
Tuttavia una tale soluzione appare in contrasto con il dettato normativo che impone il versamento della maggiorazione in unica soluzione unitamente all'ultima rata del tributo (art. 10, c. 2, lett. c, dl 35/2013). Per il ministero la fissazione di scadenze oltre il 2013 desta perplessità dal punto di vista contabile, con riferimento all'accertamento della corrispondente entrata (articolo ItaliaOggi del 23.08.2013
).

TRIBUTI: Imu, niente agevolazioni prima casa per Ater e Iacp.
Gli immobili posseduti dalle cooperative di edilizia residenziale pubblica (Ater, Iacp) non hanno diritto al trattamento agevolato che la legge ha riservato per l'Imu a quelli adibiti a abitazione principale.

Lo ha affermato il TAR Abruzzo-Pescara, con la sentenza 13.08.2013 n. 434.
Per il Tar il legislatore ha «inteso favorire in via indiretta la fissazione da parte dei comuni, compatibilmente con le esigenze di bilancio, di un'aliquota meno onerosa nei confronti di tali alloggi». Solo nel caso in cui la situazione finanziaria lo consenta, per i fabbricati posseduti da Ater e Iacp, l'amministrazione comunale può fissare un'aliquota inferiore a quella di base (0,76%). Deciso, quindi, in senso favorevole ai comuni il contenzioso con le aziende di edilizia residenziale pubblica, che si trascina già dai tempi di applicazione dell'Ici, sul trattamento fiscale degli immobili assegnati ai soci, utilizzati come prima casa.
In varie parti d'Italia, infatti, sono ancora pendenti le cause sulla legittimità delle delibere comunali che non hanno riconosciuto per gli immobili posseduti da questi enti l'aliquota agevolata. In effetti, come posto in rilievo dal Tar, ex lege i benefici fiscali sono limitati solo alla detrazione d'imposta prevista dall'art. 13 del dl 201/2011 (Salva Italia).
Con l'introduzione dell'Imu è stata prevista, per le abitazioni possedute da Ater e Iacp, l'aliquota base ordinaria dello 0,76% per le seconde case, con facoltà di aumentarla o diminuirla del 3%, anziché quella agevolata dello 0,40%, contemperando il più gravoso regime fiscale con la previsione della detrazione di 200 euro prevista per le abitazioni principali. L'art. 13 ha lasciato, poi, ai comuni la facoltà, come già stabilito per l'Ici fino al 2007, di fissare l'aliquota.
Del resto, solo nel momento in cui è stata eliminata l'imposizione sulla prima casa, Iacp e Ater sono state esentati dal pagamento del tributo, nel periodo che va dal 2008 al 2011. A parte questo arco temporale in cui hanno fruito dell'esenzione, sin dal 1992, anno di istituzione dell'imposta comunale, alle cooperative edilizie è stata riconosciuta solo la detrazione d'imposta e non l'aliquota agevolata (articolo ItaliaOggi del 22.08.2013
).

TRIBUTI: Ici e Imu con il diritto reale.
Domanda
Si ha un condominio in cui una parte del giardino (avente una propria particella catastale) è stata data in uso esclusivo permanente ad un condomino (proprietario del negozio al piano terra) con i primi atti di vendita. Tale diritto reale di uso esclusivo permanente risulta dagli atti notarili di chi acquistò dalla ditta costruttrice però tale diritto non era stato trascritto. Successivamente, senza avvertire gli altri comproprietari (condomini), il possessore di tale diritto ha costruito un fabbricato commerciale e ne ha chiesto il condono edilizio. Ora, dalla visura catastale di detta particella, risulta un fabbricato categoria C/1. Da chi sono dovute l'Ici e l'Imu? Dalla normativa risulterebbe che le imposte sono dovute da chi gode del diritto reale.
Risposta
La risposta è affermativa. Ai fini Imu (così come, in precedenza, ai fini Ici) rileva la proprietà o la titolarità di un diritto reale di godimento sull'immobile. Ciò sia per il pagamento dell'imposta che per gli obblighi di denuncia.
Il riferimento normativo è dato dall'art. 13 del dl n. 201/2011 (L. n. 214/2011) e dall'art. 9, c. 1 del dlgs n. 23/2011): «Soggetti passivi dell'imposta municipale propria sono il proprietario di immobili, inclusi i terreni e le aree edificabili, a qualsiasi uso destinati, ivi compresi quelli strumentali o alla cui produzione o scambio e' diretta l'attività dell'impresa, ovvero il titolare di diritto reale di usufrutto, uso, abitazione, enfiteusi, superficie sugli stessi. Nel caso di concessione di aree demaniali, soggetto passivo è il concessionario. Per gli immobili, anche da costruire o in corso di costruzione, concessi in locazione finanziaria, soggetto passivo è il locatario a decorrere dalla data della stipula e per tutta la durata del contratto». Analoghe considerazioni valgono anche ai fini delle imposte sui redditi (tratto da ItaliaOggi Sette del 12.08.2013).

TRIBUTISentenza del Tar puglia. Vecchi affidamenti non validi per Imu e Tares.
Imu e Tares sono due tributi diversi dall'Ici e dalla Tarsu. Quindi, sono privi di effetti i contratti di affidamento delle attività di accertamento e riscossione Ici e Tarsu in seguito alla loro abolizione. Il concessionario non può pretendere di mantenere in vita il rapporto con il comune per gestire i nuovi tributi che li hanno sostituiti. Le norme sopravvenute, che hanno istituito Imu e Tares, hanno abolito l'oggetto delle precedenti concessioni.
Lo ha stabilito il TAR Puglia-Lecce, Sez. III, con la sentenza 05.08.2013 n. 1771.
In effetti, gli articolo 13 e 14 del dl Monti (201/2011) hanno istituito l'Imu e la Tares in sostituzione di Ici, Tarsu e Tia. Per il giudice amministrativo, le norme sopravvenute hanno «abolito» e non meramente «modificato» l'oggetto delle precedenti concessioni. Quindi, l'affidamento in concessione del servizio «deve intendersi decaduto “ipso iure” in ragione dei nuovi provvedimenti legislativi statali» che hanno abolito l'Ici e la Tarsu. Per i nuovi affidamenti è necessaria la gara a evidenza pubblica.
Le attività di accertamento e riscossione delle entrate locali, infatti, possono essere affidate solo con gara. Peraltro è stata cancellata la norma della Finanziaria 2002 che consentiva ai concessionari dell'imposta sulla pubblicità di aggirare le regole sulle gare, rinegoziando i contratti in corso con gli enti locali. L'articolo 10 della legge europea n. 97 del 06.08.2013 ha abrogato l'articolo 10 della legge 448/2001, che dava ai comuni la facoltà di prorogare i contratti in corso al 01.01.2002. La norma europea dispone la cessazione di tutti gli incarichi conferiti in base alla norma abrogata l'ultimo giorno del terzo mese successivo alla data della sua entrata in vigore (4 settembre), a meno che non siano già scaduti prima.
Solo per i rapporti pendenti al 01.10.2006, in seguito alla riforma della riscossione, è ancora oggi prevista la proroga dei contratti in corso dei comuni con Equitalia e gli altri concessionari iscritti nell'albo ministeriale. Alla società pubblica, che ex lege avrebbe dovuto chiudere i rapporti con i comuni il 30 giugno scorso, per le attività di accertamento e riscossione delle entrate di questi enti, è stata concesso un ulteriore differimento in sede di conversione del decreto legge 35/2013 (legge 64/2013).
L'articolo 10 del citato decreto stabilisce che le convenzioni in corso tra comuni e Equitalia, nonché con le società da questa partecipate, sono prorogate fino alla fine del 2013. Il differimento fino alla fine dell'anno è stato fissato anche per le altre società concessionarie (articolo ItaliaOggi del 06.09.2013).

TRIBUTITributi locali, vietato allargarsi. I comuni non possono ampliare l'oggetto dei contratti. La legge europea 2013 cancella la norma di favore per i gestori dell'imposta sulla pubblicità.
I comuni non potranno più ampliare l'oggetto dei contratti di affidamento del servizio di accertamento e riscossione dell'imposta sulla pubblicità, assegnando ai concessionari anche la riscossione di altre entrate comunali senza indire nuove gare.
Lo vieta la legge europea 2013 approvata mercoledì dall'aula della camera.
Il ddl di 34 articoli pone rimedio ai numerosi casi di non corretto recepimento della normativa Ue nell'ordinamento italiano che hanno portato all'avvio di 10 procedure di pre-infrazione e 19 procedure di infrazione nei confronti del nostro paese.
E tra i rilievi mossi alla legislazione italiana, Bruxelles ha posto sotto la lente anche l'attività di riscossione locale, un campo su cui da tempo l'Europa chiede una maggiore apertura al mercato e alla concorrenza.
La soppressione della norma (art. 10, comma 2, legge n. 448/2001) si è resa necessaria a seguito di una specifica richiesta di informazioni da parte della Commissione europea, nell'ambito del caso Eu Pilot 3452/12/Markt. Secondo la Commissione infatti tale fattispecie di affidamento diretto, non rispettando il principio di libera concorrenza, avrebbe potuto generare violazioni della normativa europea sui contratti pubblici.
In verità, fin dalla sua introduzione all'interno della Finanziaria 2002 (legge 448/2001), l'art. 10, comma 2 (a sua volta precisato e integrato dalla legge 75/2002) ha rappresentato una norma molto controversa. A originarla fu il tentativo dell'allora governo Berlusconi di compensare i concessionari della pubblicità comunale della perdita di introiti derivanti dall'abbattimento della soglia minima di imposizione. In pratica, visto che cartelloni e insegne al di sotto dei cinque metri quadri non erano più soggetti al pagamento dell'Icp, i concessionari chiesero al governo di poter estendere il proprio giro d'affari ad altre attività, fino a mettere le mani su larghe fette della riscossione locale, senza alcuna gara ad evidenza pubblica. E questo è accaduto non solo nei piccoli comuni, ma anche in quelli medio-grandi. Paradigmatico il caso di Brindisi dove Tributi Italia, partendo dall'affidamento dell'accertamento e riscossione dell'Icp, arrivò a gestire tutti i tributi dell'ente.
Per rimediare a queste storture, da più parti gli operatori del settore chiesero una revisione della norma che limitasse la quota di ulteriori tributi affidabile senza gara al solo mancato guadagno sofferto dai concessionari per l'esenzione delle insegne sotto i cinque metri quadri. Tra i più fermi oppositori della norma si è distinta l'Anutel (l'Associazione che raggruppa gli uffici tributi degli enti locali) che oggi applaude alla decisione del governo Letta di abrogarla all'interno della legge europea 2013.
Nel provvedimento ha inoltre trovato posto un articolo che consente ai familiari di cittadini dell'Unione europea, ai soggiornanti di lungo periodo, ai rifugiati e ai titolari dello status di protezione sussidiaria di poter accedere ai ruoli della pubblica amministrazione. Anche in questo caso le modifiche sono state originate da rilievi critici mossi dalla Commissione europea (nell'ambito dei casi Eu Pilot 1769/11/Just e 2368/11/Home) (articolo ItaliaOggi del 02.08.2013).

luglio 2013

TRIBUTI: L. Leombruni, La TARES e il riordino dei prelievi sui servizi di smaltimento dei rifiuti (tratto da www.ipsoa.it - Immobili & proprietà n. 7/2013).

TRIBUTI: OGGETTO: Conegliano (Treviso) - Immobili dichiarati di interesse culturale ai sensi della legge 20.06.1909 n. 364 - Richieste di rimborso ICI ovvero IMU - Quesito (MIBAC, Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Veneto, nota 31.07.2013 n. 13764 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA - TRIBUTI: Oggetto: Dichiarazioni in catasto di Unità Collabenti (categoria F/2) (Agenzia delle Entrate, Direzione Centrale Catasto e Cartografia, nota 30.07.2013 n. 29440 di prot.).

TRIBUTIDenuncia Tarsu, sanzione unica.
La sanzione per l'omessa denuncia Tarsu deve essere applicata una sola volta. Di più. Se l'obbligo di dichiarazione era scattato oltre cinque anni prima della contestazione, non è dovuto alcunché.

Questi i principi che si leggono nella sentenza 26.07.2013 n. 123/02/13 della Ctp di Lecco.
Un contribuente agiva contro il comune di Calco (Lc) per degli avvisi di accertamento relativi ad un locale per il quale non mai stata presentata la denuncia ai fini della Tarsu.
Interessante la parte della decisione che riguarda la sanzione: «La sanzione per l'omessa denuncia deve essere applicata una sola volta in relazione all'anno rispetto al quale non è stata presentata la dichiarazione agli effetti Tarsu, atteso che tale dichiarazione non deve essere ripetuta tutti gli anni, trattandosi di una violazione tributaria omissiva di carattere istantaneo e non già permanente».
Dunque, poiché l'omissione che si va a sanzionare è punibile una sola volta, nel momento in cui è consumata, ne deriva che, qualora l'obbligo di dichiarazione sia insorto più di cinque anni prima della constatazione, la sanzione non può più essere irrogata. «Infatti», afferma la Ctp, «ai sensi dell'articolo 20 del dlgs 472 del 1997, l'atto di contestazione della violazione deve essere notificato, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui è avvenuta la violazione».
Ciò che rileva, dunque, è valutare quando il contribuente sia entrato in possesso del bene: da tale momento scatta l'obbligo di denuncia e, di conseguenza, il termine quinquennale per irrogare la sanzione relativa all'eventuale omissione (articolo ItaliaOggi Sette del 21.10.2013).

TRIBUTILa Tares si paga anche se l'immobile è inutilizzato.
È legittima la pretesa del comune di Bologna di applicare la Tarsu a un appartamento inutilizzato. Infatti, il cambio di residenza del contribuente, la denuncia di cessazione dell'occupazione dell'immobile e il mancato consumo di energia elettrica non lo esonerano dal pagamento della tassa rifiuti. Il tributo si paga anche in caso di mancato utilizzo del servizio di smaltimento svolto dall'amministrazione comunale.

Lo ha ribadito la Corte di Cassazione, con l'ordinanza 24.07.2013 n. 18022.
Per i giudici di piazza Cavour, «dando rilevanza all'avvenuto trasferimento della residenza anagrafica (ed alla concreta idoneità del bene a produrre rifiuti, siccome desumibile per presunzione dal mancato consumo delle erogazioni di energia) il giudice del merito ha chiaramente violato le norme che disciplinano il presupposto dell'imposta».
In effetti, sulla questione della tassabilità degli immobili inutilizzati si registrano prese di posizione diverse tra Cassazione, giudici tributari e ministero dell'economia e delle finanze. Anche le amministrazioni comunali non hanno quasi mai applicato la regola fissata dalla Suprema corte, la quale ha sempre posto dei limiti rigidi per l'esonero dal pagamento del tributo sui rifiuti, che è dovuto a prescindere dal fatto che il contribuente utilizzi l'immobile. Ex lege, vanno esclusi dalla tassazione solo gli immobili non utilizzabili (inagibili, inabitabili, diroccati). Non ha alcuna rilevanza la scelta soggettiva del titolare di non utilizzare l'immobile.
Anche il mancato arredo non costituisce prova dell'inutilizzabilità dell'immobile e della inettitudine alla produzione di rifiuti. Un alloggio che il proprietario lasci inabitato e non arredato si rivela inutilizzato, ma non oggettivamente inutilizzabile. Per la prima volta il principio è stato affermato con la sentenza 16785 del 30.11.2002. Regola ribadita con le sentenze 9920/2003, 22770/2009, 1850/2010 e altre.
Da ultimo, sempre la Cassazione (ordinanza 1332 del 21.01.2013) ha stabilito che l'esonero dal pagamento del tributo non spetta neppure quando il contribuente fornisca la prova dell'avvenuta cessazione di un'attività industriale. Il Mef invece, nelle linee guida che ha fornito ai comuni sulla corretta applicazione della Tares, ha precisato che non sono soggetti al pagamento le unità immobiliari privi di mobili e di allacci alle reti idriche e elettriche, che di fatto non vengono utilizzate (tratto da ItaliaOggi del 17.08.2013).

TRIBUTI: Fabbricati rurali, Ici nel caos. Per la Cassazione l'agevolazione dipende dal catasto. La tesi dei giudici di legittimità si scontra con le previsioni di Mineconomia e Territorio.
I fabbricati rurali sono esenti da Ici solo se inquadrati catastalmente nelle categorie A/6, se destinati ad abitazione, o D/10, se utilizzati per l'esercizio dell'attività agricola.

Lo ha ribadito la Corte di Cassazione, con l'ordinanza 19.07.2013 n. 17765.
Non cambia la posizione della Cassazione sui requisiti che devono possedere i fabbricati rurali per fruire delle agevolazioni Ici.
La tesi dei giudici di legittimità, però, contrasta con le previsioni di legge, con il decreto ministeriale attuativo e con l'interpretazione sia del ministero dell'economia e delle finanze sia della dell'Agenzia del territorio, secondo cui non conta l'inquadramento catastale ma l'annotazione di ruralità sugli immobili. Dunque, nonostante gli ultimi interventi legislativi non abbiano riconosciuto alcuna valenza alle categorie catastali degli immobili, dal 2009 la Cassazione (sentenza, sezioni unite, n. 18565) non ha mai cambiato idea e continua a ribadire che i benefici fiscali per i fabbricati rurali sono condizionati dall'inquadramento catastale.
L'Agenzia del territorio, con la circolare 2/2012, ha chiarito che non conta più la classificazione catastale per avere diritto al trattamento agevolato Ici per i fabbricati rurali. Possono infatti mantenere le loro categorie originarie. È sufficiente l'annotazione catastale, tranne per i fabbricati strumentali che siano per loro natura censibili nella categoria D/10.
La circolare ha fornito delle indicazioni sulla corretta interpretazione delle disposizioni contenute nel decreto ministeriale emanato il 26.07.2012, che ha stabilito, in dettaglio, quali adempimenti devono porre in essere i titolari dei fabbricati interessati a ottenere l'annotazione negli atti catastali della ruralità, al fine di fruire anche per l'Imu delle agevolazioni tributarie, così come disposto dall'articolo 13 del dl «salva Italia» (201/2011).
Domande e autocertificazioni necessarie per il riconoscimento del requisito di ruralità, redatte in conformità ai modelli allegati al decreto ministeriale, avrebbero dovuto essere presentate all'ufficio provinciale competente per territorio entro il 01.10.2012, al fine di ottenere l'esenzione anche per gli anni pregressi. L'eventuale di diniego di ruralità è impugnabile innanzi alle commissioni tributarie. Infatti, nel caso di esito negativo del controllo sulle domande e autocertificazioni prodotte dagli interessati, l'Agenzia è tenuta a notificare un provvedimento motivato con il quale disconosce il requisito della ruralità. Dagli atti catastali devono risultare anche le annotazioni negative sugli immobili, che impediscono ai contribuenti di poter fruire dei vantaggi fiscali. Anche secondo il dipartimento delle finanze del ministero dell'economia (circolare 3/2012) la classificazione catastale non è più decisiva.
Bisogna ricordare che dal 2012, con l'introduzione dell'Imu, sono cambiate le regole sulle agevolazioni. In effetti, gli immobili adibiti ad abitazione di tipo rurale sono soggetti al pagamento della nuova imposta municipale con applicazione dell'aliquota ordinaria, a meno che non siano destinati a prima casa. Mentre per quelli strumentali, vale a dire quelli utilizzati per la manipolazione, trasformazione e vendita dei prodotti agricoli è stata concessa la sospensione del pagamento dell'acconto di giugno (dl 54/2013) e, successivamente, è stata disposta l'abolizione della prima rata dall'articolo 1 del dl sull'imposizione immobiliare e la finanza locale (102/2013).
A tutt'oggi viene confermata l'esenzione solo per i fabbricati strumentali ubicati in comuni montani o parzialmente montani indicati in un elenco predisposto dall'Istat.
Va inoltre precisato che i possessori di fabbricati rurali strumentali non sono tenuti a presentare la dichiarazione Imu, neppure per gli immobili che sono iscritti al catasto terreni e che entro il 30.11.2012 avrebbero dovuto transitare a quello edilizio urbano. È una delle indicazioni contenute nelle istruzioni al modello di dichiarazione approvato con decreto ministeriale.
Secondo il ministero dell'economia e delle finanze, rientra nell'ottica della semplificazione amministrativa esonerare i titolari di questi immobili dall'obbligo di presentazione della dichiarazione, considerato che l'Agenzia del territorio rende disponibile sul portale dei comuni le domande presentate per il riconoscimento del requisito di ruralità (articolo ItaliaOggi Sette del 09.09.2013).

TRIBUTI: G.U. 19.07.2013 n. 168 "Testo del decreto-legge 21.05.2013, n. 54, coordinato con la legge di conversione 18.07.2013, n. 85, recante: «Interventi urgenti in tema di sospensione dell’imposta municipale propria, di rifinanziamento di ammortizzatori sociali in deroga, di proroga in materia di lavoro a tempo determinato presso le pubbliche amministrazioni e di eliminazione degli stipendi dei parlamentari membri del Governo»".

TRIBUTI: Il casone rurale non è di lusso. Metri quadri insufficienti a definirlo tale.
In un'abitazione di tipo agricolo, la sola superficie maggiore di 240 metri quadrati non è sufficiente a renderla «abitazione di lusso»; il solo riferimento alla superficie della casa, infatti, non può far rientrare un immobile agricolo tra quelli di lusso.

Sono le conclusioni raggiunte dalla Commissione tributaria provinciale di Cremona, che si leggono nella sentenza 19.07.2013 n. 62/2/13.
Gli immobili adibiti ad abitazione principale di un nucleo familiare godono di diversi benefici fiscali, sia per quello che riguarda il loro acquisto sia per l'imposizione fiscale relativa ai tributi locali e sui redditi. Tra questi immobili, che costituiscono abitazione principale, sono escluse, tuttavia, le abitazioni che, presentando determinate caratteristiche, possano essere ritenute di lusso e non rientrano tra le categorie agevolate. Sono, quindi, ritenute tali (di lusso) quelle abitazioni che abbiano almeno quattro caratteristiche tra quelle indicate nella tabella allegata al decreto ministeriale 02.08.1969.
Sono, inoltre, ritenute sempre di lusso, tra le altre, le singole unità abitative di superficie superiore a 240 metri quadrati, computate con l'esclusione di balconi, terrazze, cantine, soffitte, scale e posto macchina. Nel caso trattato dai giudici lombardi, le Entrate di Cremona, dopo aver rilevato che l'immobile indicato dai contribuenti in successione aveva una superficie di 270 mq, con la liquidazione impugnata revocavano le agevolazioni fiscali per la prima casa.
In sede di ricorso avverso la stessa liquidazione erariale, i ricorrenti palesavano che, sia pure di superficie superiore ai 240 metri quadri, l'immobile non aveva le caratteristiche di lusso che potevano giustificare la pretesa fiscale; dai documenti allegati al ricorso si poteva agevolmente rilevare che si trattava di una abitazione rurale. Gli stessi giudici, dopo aver verificato la consistenza dell'immobile, di tipo agricolo, hanno annullato la liquidazione e stabilito «che il solo riferimento alla metratura della casa (mq 270) non possa far rientrare la stessa nelle abitazioni di lusso» (articolo ItaliaOggi del 05.10.2013).

TRIBUTI: Rifiuti, tassato anche il parcheggio a pagamento. Cassazione. Stesso principio per la Tares.
LE AREE DI PERTINENZA/ Sono esclusi dal tributo solo gli spazi sosta che sono al servizio di altre strutture private quali i supermercati.

È soggetta alla Tarsu l'area pubblica adibita a parcheggio a pagamento.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza 17.07.2013 n. 17434 (e altre tre analoghe depositate in pari data), rigettando il ricorso della società che gestiva il parcheggio in convenzione con il Comune.
Viene così confermato l'esito del giudizio di appello, concluso con la tassazione dei parcheggi trattandosi di aree frequentate da persone e quindi produttive di rifiuti in via presuntiva, anche in considerazione del naturale flusso giornaliero di autovetture, dato ovvio e non bisognevole di specifica dimostrazione.
Sulla questione la Cassazione in passato si era già espressa in senso conforme, distinguendo i parcheggi pertinenziali -come quelli gratuiti dei supermercati- dai parcheggi a pagamento quali aree operative, cioè oggetto di un'attività economica.
Solo nel secondo caso scatta il presupposto della Tarsu, costituito dall'occupazione o detenzione di aree produttive di rifiuti, a prescindere dall'esistenza di un contratto tra il gestore del parcheggio e l'ente pubblico (Cassazione decisioni 14770/2000, 1179/2004, 3852/2005, 13241/2005).
L'orientamento è stato confermato anche per i parcheggi non recintati e contrassegnati da strisce blu, trattandosi di aree sottratte all'uso collettivo proprio del suolo pubblico, attesa la funzione esclusiva oggetto della concessione (Cassazione 15851/2011 e 13100/2012).
Si tratta di principi applicabili anche alla Tares, il nuovo tributo sui rifiuti e sui servizi che da quest'anno sostituisce gli attuali prelievi Tarsu, Tia1, Tia2.
Tuttavia la disciplina originaria contenuta nel Dl 201/2011 escludeva dalla Tares solo le aree scoperte pertinenziali o accessorie a civili abitazioni e le aree comuni condominiali non occupate in via esclusiva. Ciò costituiva un elemento di novità rispetto al passato, perché diventavano imponibili tutte le aree scoperte degli operatori economici, senza più distinzione tra aree operative e aree pertinenziali, come i parcheggi dei supermercati o le aree di manovra degli stabilimenti industriali.
Restavano invece escluse dal tributo solo le aree pertinenziali delle unità abitative (balconi, terrazze, posti macchina scoperti eccetera).
È poi intervenuto il Dl 35/2013 che ha reintrodotto la stessa disciplina della Tarsu escludendo dalla tassazione le aree scoperte pertinenziali o accessorie a locali tassabili diversi dalle abitazioni.
Si evita così di ampliare la base imponibile per le imprese ma allo stesso tempo si ripropone la querelle –spesso foriera di contenzioso– sulla distinzione delle aree pertinenziali (non tassabili) da quelle operative (tassabili), questione peraltro che il Dl 201/11 aveva intenzionalmente eliminato.
Non solo. La norma di esclusione è riferita solamente ai «locali», quindi a rigore sarebbero tassabili tutte le aree accessorie adibite ad "aree" scoperte operative, come la viabilità interna di un campeggio o le aree di collegamento tra depositi scoperti di un'attività economica in genere (tratto da Il Sole 24 Ore del 19.08.2013).

TRIBUTITarsu dovuta per i gestori di parcheggi pubblici.
I gestori di parcheggi pubblici sono tenuti a pagare la tassa rifiuti anche se l'attività viene svolta sulle aree che hanno questa destinazione, in seguito alla stipula di una convenzione con l'amministrazione comunale. I parcheggi, infatti, sono produttivi di rifiuti perché frequentati da persone e soggetti a un naturale flusso giornaliero di autovetture.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, con la sentenza 17.07.2013 n. 17434.
Secondo la Cassazione, la tassa è dovuta dal soggetto che occupi o detenga un'area scoperta per la gestione di un parcheggio affidatagli in concessione. È del tutto irrilevante l'affidamento in concessione della gestione del parcheggio e il rapporto contrattuale con il comune. Nella pronuncia viene, infatti, precisato che il presupposto impositivo della Tarsu è costituito dal mero fatto oggettivo dell'occupazione del locale o dell'area scoperta a qualsiasi uso adibita.
E non è esonerato dal pagamento il soggetto che utilizzi un'area per la gestione di un parcheggio, a prescindere dal titolo giuridico in base al quale è effettuata l'occupazione. Del resto, la gestione dei parcheggi attribuisce al titolare il diritto a fruire in proprio del bene e gli consente di realizzare dei ricavi che costituiscono il prezzo dello svolgimento dell'attività. Nonostante l'uso del parcheggio sia collettivo, viene comunque pagato un corrispettivo.
Sono esclusi dalla tassazione, oltre alle aree pertinenziali (cosiddette non operative), solo gli immobili non utilizzabili (inagibili, inabitabili, diroccati) o quelli improduttivi di rifiuti.
Non sono esentate neppure le aree a verde. L'articolo 62 del decreto legislativo 507/1993 dispone che non sono soggetti alla tassa i locali e le aree che non possono produrre rifiuti o per la loro natura o per il particolare uso cui sono stabilmente destinati o perché risultino in obiettive condizioni di non utilizzabilità nel corso dell'anno, qualora tali circostanze siano indicate nella denuncia.
La Cassazione ha più volte precisato che per l'esclusione dal pagamento del tributo la condizione di impossibilità di produrre rifiuti deve dipendere da fattori oggettivi e permanenti e non dalla contingente e soggettiva modalità di utilizzazione delle aree (tratto da ItaliaOggi del 14.08.2013).

TRIBUTI: Regolamento COSAP sui passi carrabili, quando è facoltativo il pagamento?
Domanda
Il regolamento COSAP sui passi carrabili distingue i passi carrabili con opere (quali tagli nei marciapiedi, scivoli, rampe, copertura di fossi o modifiche per facilitare l'accesso alla proprietà privata) per i quali è previsto il pagamento del COSAP e i passi carrabili a raso per i quali il pagamento del COSAP è facoltativo (Cass. civ. Sez. V, 27.07.2007, n. 16733).
Un cittadino dice che il suo passo carrabile, davanti al quale vi è un marciapiede ab origine "basso" non modificato con rampa di accesso, scivolo o altro e che non ha subito tagli, è a raso.
Il Comune ritiene che il cittadino debba pagare il COSAP siccome il marciapiede ai sensi del C.d.S. [art. 3, comma 1 p. 33)] è parte della strada, esterna alla carreggiata, destinata ai pedoni sul quale è vietata la sosta e la circolazione dei veicoli ed è un'opera visibile che rende certa la superficie sottratta all'uso pedonale quando viene attraversato con l'auto anche se non ha subito modifiche o tagli davanti l'accesso.
L'interpretazione del Comune è corretta?
Risposta
La tesi del Comune non è condivisibile in quanto la questione non è legata all'esistenza o meno del marciapiede, secondo la definizione dell'art. 3, comma 1, del D.Lgs. 30.04.1992, n. 285, ma alla circostanza che sussista un manufatto che, di fatto, occupi il suolo pubblico a vantaggio di un privato. In altre parole è la modifica (la c.d. "opera visibile") del marciapiede stesso a creare il presupposto oggettivo della "tassabilità", non l'accessibilità del privato che dispone del varco.
Si tenga conto del fatto che è lo stesso Comune ad aver disciplinato nel proprio Regolamento la definizione di passo carraio a raso [art. 38, comma 2, lett. b)] e ad aver previsto (art. 45) la tassabilità solo in presenza di richiesta di apposizione del cartello.
Peraltro chi scrive ritiene che la disciplina del COSAP, diversamente da quella della TOSAP, non consenta, in punto diritto, la tassazione dei passi carrai a raso in quanto sic et simpliciter segnalati da cartello. Ciò perché l'art. 63 del D.Lgs. 15.12.1997, n. 446 non prevede nulla a riguardo, diversamente da quanto stabilito al comma 8 dell'art. 44 del D.Lgs. 15.11.1993, n. 507 che ne legittima l'imposizione ma che nel contempo è norma che risulta evidentemente una deroga al principio di tassabilità soltanto nei casi di effettive occupazioni di suolo pubblico.
Lo strumento corretto per pretendere una prestazione patrimoniale nei casi di passi a raso con cartello nei Comuni che hanno abbandonato la tassa dovrebbe essere, ad avviso di chi scrive, il canone ex art. 27 del D.Lgs. 30.04.1992, n. 285, in quanto il presupposto non è soltanto l'occupazione (che qui non c'è), ma anche l'uso (comma 7 dell'art. 27 e art. 22) (17.07.2013 - tratto da www.ipsoa.it).

TRIBUTIBocciatura per il riclassamento degli estimi. L'assenza di parametri non apre la porta all'arbitrio della pubblica amministrazione. La decisione del Tar Lecce, che ha accolto le istanze delle associazioni dei consumatori.
Estimi, il Tar di Lecce accoglie il ricorso delle associazioni dei consumatori contro il Comune e l'Agenzia del territorio e stoppa il riclassamento.

La I Sez. del TAR Puglia-Lecce, con sentenza 11.07.2013 n. 1621, ha affermato che «proprio la molteplicità delle possibili causali che, alla stregua della complessa stratificazione normativa, possono in concreto esser poste alla base di un atto di riclassamento impone che la motivazione di un tale atto dia conto della causale concreta per la quale quello specifico atto è stato adottato, cosicché il contribuente sia messo in grado di comprenderla e di valutare le sue opportunità di difesa».
I giudici amministrativi demoliscono l'intera operazione costata alle casse dello Stato 600 mila euro soltanto per le notifiche ai cittadini e a quest'ultimi 660 mila euro di ricorsi alla Commissione tributaria, per un aumento delle rendite catastali disposto dall'Agenzia del territorio sul 95% del patrimonio immobiliare del territorio comunale di Lecce.
L'Agenzia, infatti ha notificato alla maggioranza della popolazione leccese gli avvisi di accertamento con i quali ha proceduto alla rideterminazione del classamento e alla conseguente attribuzione della nuova rendita catastale delle unità immobiliari, basando la motivazione su presunti interventi di riqualificazione della viabilità interna e di arredo urbano nel centro storico.
L'illegittimità di tali avvisi in relazione agli atti di suddivisione del territorio del comune di Lecce in microzone catastali ai sensi dell'articolo 2 del decreto del presidente della repubblica 138/1998 , all'atto con il quale la giunta comunale di Lecce ha attivato la procedura ex art. 1 della legge 311/2004 e la conclusione della stessa, è stata invocata dai contribuenti sulla base del difetto istruttorio e motivazionale in cui sono incorse sia l'amministrazione comunale nel richiedere il riclassamento sia l'Agenzia del territorio con riferimento alla istruttoria compiuta e alla conclusione del procedimento, a partire dalla individuazione delle microzone.
Giova ricordare a tal proposito che l'articolo 1, comma 335, della legge 311/2004 prevede l'attivazione, su richiesta dei comuni interessati, di processi di revisione parziale del classamento delle unità immobiliari urbane ubicate in microzone comunali, definite ai sensi del decreto del presidente della repubblica 138/1998, che presentano carattere di anomalia in termini di rapporti tra il valore medio immobiliare, rilevato dal mercato, e il valore medio catastale, rispetto l'analogo rapporto medio calcolato su tutte le microzone comunali per cui la conditio sine qua non della procedura di revisione del classamento delle unità immobiliari site in una determinata microzona, è costituita dal significativo scostamento tra i due predetti valori.
La norma non individua alcun parametro in base al quale possa essere oggettivamente ancorata la «significatività» dello scostamento; tuttavia, il collegio ritiene che l'assenza di alcun parametro non determini l'arbitrio dell'amministrazione ma la conseguente valutazione di natura tecnica che deve pur sempre essere ancorata ai principi di buon andamento, proporzionalità e efficacia dell'azione amministrativa.
Di tali principi i giudici amministrativi hanno fatto uso nella sentenza in commento, laddove ravvisando il deficit istruttorio nella inadeguatezza dei dati assunti a base del procedimento, tenuto conto della natura e finalità dello stesso, hanno annullato tutti gli atti relativi al procedimento, a partire dalle due delibere del 2010 con le quali l'amministrazione comunale ha dato incarico all'Agenzia di procedere al riclassamento (articolo ItaliaOggi del 23.08.2013
).

TRIBUTI: Ruralità acclarata, stop al recupero Ici.
Se dalle visure catastali risulta chiaramente l'annotazione della dichiarata sussistenza di ruralità, i comuni non possono recuperare l'imposta comunale sugli immobili pregressa.

Così i giudici aditi della Commissione tributaria regionale di Firenze che, con la sentenza 10.06.2013 n. 58/25/13, pronunciata il 04/04/2013, sono intervenuti sull'eterna diatriba del riconoscimento della ruralità dei fabbricati, di cui ai commi 3 e 3-bis, dell'art. 9, dl n. 557/1993.
La sentenza accoglie totalmente l'appello della ricorrente che era stata raggiunta da un avviso di accertamento ai fini Ici, notificato dall'ente comunale ove erano collocati gli immobili, per gli anni dal 2004 al 2008. I giudici di prime cure (Ctp di Pistoia, sent. 5/10/2010 n. 211/02/2010) avevano respinto il ricorso principale affermando che erano da esentare dal tributo locale soltanto gli immobili che in catasto erano censiti nelle specifiche categorie (A/6 per gli abitativi e D/10 per gli strumentali), in linea con quanto affermato dalla Suprema corte (Cassazione s.u., sent. 21/08/2009 n. 18565), procedendo nella tassazione per tutti gli altri diversamente censiti.
I giudici della commissione tributaria regionale di Firenze, pur tenendo in considerazione la sentenza appena citata, hanno preso atto delle modifiche introdotte dal legislatore, con particolare riferimento a quelle inserite nel dm 26/7/2012 che ha «chiaramente disposto che la presentazione delle domande e l'inserimento negli atti catastali dell'annotazione producono gli effetti previsti per il riconoscimento della ruralità», a decorrere dal quinto anno antecedente quello di presentazione della domanda. Peraltro, i giudici aditi hanno affermato che la giurisprudenza di merito sostiene da tempo che debba riconoscersi il carattere di ruralità agli immobili strumentali necessari allo svolgimento dell'attività agricola, ribadendo con forza il solo rispetto del requisito «oggettivo» dell'immobile.
Pertanto, detta giurisprudenza di merito sta consolidando il principio, codificato dal recente decreto del 26/7/2012, di attuazione del comma 14-bis, dell'art. 13, dl 201/2011 (ItaliaOggi 5/2/2013), che il requisito di ruralità, posto il rispetto delle condizioni indicate dal comma 3 (abitativi) e 3-bis (strumentali), dell'art. 9, dl n. 557/1993, non si acquisisce con l'iscrizione in una categoria specifica dell'immobile, ma soltanto con l'annotazione in catasto della dichiarata sussistenza dei detti requisiti.
D'altra parte, il comma 2, dell'art. 7, dm 26/7/2012 ha disposto che «la presentazione delle domande e l'inserimento negli atti catastali dell'annotazione producono gli effetti previsti per il riconoscimento del requisito di ruralità» e che, di conseguenza, non si rende necessario il cambio di categoria catastale (Agenzia territorio, circolare 2/T/2012) potendo l'immobile mantenere la categoria originaria e rispondente alla legge catastale.
Infine, la sentenza in commento, con l'accoglimento totale dell'appello del contribuente, sostiene la «retroattività» (quinquennio) della ruralità ai fini Ici con la sola annotazione, chiudendo a qualsiasi e ulteriore interpretazione delle recenti disposizioni, e conferma che la ruralità deve essere riconosciuta, naturalmente ai fini del tributo comunale (Ici), oggi sostituito dall'imposta municipale (Imu), solo in presenza dei requisiti di natura soggettiva e oggettiva, con l'annotazione in calce alla visura catastale e con il mantenimento nella categoria ordinaria dell'immobile (articolo ItaliaOggi del 05.07.2013).

TRIBUTI: Tarsu, le stanze d'albergo come quelle di casa.
Ai fini della Tarsu le stanze di albergo contano come quelle delle civili abitazioni. È irragionevole, infatti, ritenere che un nucleo familiare in vacanza produca maggiori rifiuti di quelli generati ordinariamente nelle proprie case.

È quanto ha affermato la Ctp Lecce con la sentenza 09.07.2013 n. 227/02/13.
Il caso vedeva una società immobiliare ricorrere contro un comune per una rettifica Tarsu in relazione a una struttura alberghiera di sua proprietà. Secondo la ricorrente il municipio aveva erroneamente applicato una tariffa più elevata rispetto a quanto avviene, a parità di superficie, per le abitazioni. L'articolo 68 del dlgs n. 507/1993 stabilisce che i comuni, per l'applicazione della tassa rifiuti, devono dotarsi di un apposito regolamento. Quest'ultimo deve contenere la classificazione delle categorie ed eventuali sottocategorie dei locali: ognuna sconta la sua misura impositiva.
La disposizione, al comma 2, fornisce «in via di massima» un primo elenco esemplificativo delle classi. Ma l'ente locale chiamato in giudizio si era discostato dalle previsioni del dlgs, che accorpa in un unico gruppo sia i «locali ed aree ad uso abitativo per nuclei familiari, collettività e convivenze» sia gli «esercizi alberghieri». Ciò, secondo i giudici salentini, provoca un pregiudizio a danno del contribuente, ossia il titolare dell'hotel. A parità di occupanti e di metri quadrati utilizzati, non c'è ragione per ritenere che i villeggianti producano maggiori rifiuti (giustificando così un prelievo più elevato) di quanto non facciano a casa propria. «Tale discorso non vale per le altre superfici aperte al pubblico», prosegue la Ctp leccese, «alle quali hanno accesso numerose persone e quindi hanno una potenzialità di creare maggiori rifiuti».
Respinta, invece, la doglianza del ricorrente finalizzata a ottenere un'ulteriore riduzione legata alla natura stagionale dell'attività. Come prescritto dall'articolo 66 del dlgs n. 507/1993, per ottenere lo sconto di un terzo della tariffa la discontinuità temporale deve risultare esplicitamente dalla licenza o autorizzazione rilasciata dagli organi competenti. Nella fattispecie in esame, però, la licenza aveva validità annuale. L'accertamento viene quindi annullato solo in parte: spetterà ora al comune rideterminare la Tarsu dovuta (articolo ItaliaOggi del 31.08.2013).

TRIBUTIValida solo la notifica alla casa comunale. In caso di irreperibilità opera la procedura prevista dall'articolo 140 Cpc.. Decisione della commissione tributaria regionale di Roma.
Se il destinatario della notifica è «irreperibile» la stessa si perfeziona solo con il deposito presso la casa comunale secondo la procedura prevista dall'art. 140 del codice di procedura civile (Cpc).

La Commissione tributaria regionale di Roma, con la sentenza 04.07.2013 n. 239/06/13, ha affermato che in caso di irreperibilità del contribuente, la notifica si perfeziona se sono assolte tutte le formalità previste dall'art. 140 Cpc (deposito dell'atto al comune; affissione del relativo avviso di deposito all'abitazione e notifica dello stesso per raccomandata con avviso di ricevimento).
La procedura di notifica degli atti tributari è disciplinata dagli artt. 137 e ss. del Cpc, così come stabilisce l'art. 16, comma 2, del dlgs n. 546/1992. Tale ultima disposizione richiama l'art. 60, comma 1, lett. a), del dpr n. 600 del 1973, prevedendo che le notifiche possono eseguirsi, oltre che a mezzo dell'ufficiale giudiziario, anche a mezzo di messo comunale o messo speciale autorizzato dalla stessa amministrazione, che pone in essere le medesime forme attuate dall'ufficiale giudiziario.
Alternativamente alla procedura di notifica cosiddetta «brevi manu» (se non eseguita a mani proprie la notificazione deve essere fatta nel domicilio fiscale del destinatario), è possibile effettuare la notifica mediante il servizio postale con spedizione dell'atto in plico raccomandato senza busta con avviso di ricevimento.
L'art. 140 Cpc stabilisce, inoltre, che nel caso di «irreperibilità», incapacità o rifiuto a ricevere da parte del destinatario dell'atto, l'ufficiale giudiziario deposita la copia nella casa comunale dove sarà eseguita la notifica, dandone notizia per raccomandata con avviso di ricevimento.
Nel caso in esame il contribuente eccepiva l'illegittimità dell'avvenuta notifica della cartella di pagamento atteso che l'agente notificatore aveva provveduto al deposito dell'atto alla casa comunale nonostante la sua residenza risultasse comprovata dagli atti anagrafici. La Commissione tributaria provinciale aveva accolto il ricorso dichiarando priva di efficacia la cartella di pagamento.
I giudici tributari di appello hanno ritenuto che nel caso di specie non è risultato perfezionato il procedimento notificatorio, atteso che il citato art. 140 prevede una serie di adempimenti, tra cui l'avvenuta affissione dell'avviso del deposito in busta chiusa sigillata alla porta dell'abitazione del destinatario nonché l'invio dell'avviso di ricevimento dell'avvenuta affissione Tali documenti sono stati prodotti solo in sede di appello per cui si è determinato un error in procedendo che, riverberandosi su tutti gli atti successivi, ha inficiato l'intero giudizio
Tale principio trova conferma nella giurisprudenza della Cassazione che ha ritenuto applicabile la procedura di cui all'art. 140 Cpc quando siano conosciuti la residenza e l'indirizzo del destinatario, ma non si è potuto eseguire la consegna dell'atto perché il soggetto non è stato rinvenuto in detto indirizzo da dove non risulta trasferito, mentre è applicabile l'art. 60 del decreto del presidente della repubblica 600/1973 allorché l'agente notificatore non trovi il contribuente in quanto, da notizie acquisite, risulta trasferito in luogo sconosciuto (Cassazione 16050/2011).
Deve distinguersi, quindi, tra assenza temporanea dalla propria residenza e assenza definitiva o irreperibilità del destinatario, per cui il regime di notifica degli atti in caso di irreperibilità temporanea è diverso da quello per i casi di irreperibilità definitiva: solo in quest'ultimo caso è prevista l'obbligatorietà dell'affissione nell'albo comunale (Cassazione 6114/2013) (tratto da ItaliaOggi del 17.08.2013).

TRIBUTITares a luglio se il comune tace. Prima rata entro fine mese in assenza di delibere diverse. Le scadenze per la nuova tassa sui rifiuti modificabili in attesa di regolamento.
La prima rata della Tares va pagata entro la fine di luglio, a meno che i comuni non abbiano fissato una scadenza diversa da quella prevista dalla legge. Nel caso in cui l'ente non indichi le scadenze delle rate, infatti, il tributo deve essere versato a luglio e ottobre. A partire dal prossimo anno, invece, i pagamenti rateali vanno effettuati a gennaio, aprile, luglio e ottobre. Queste scadenze possono essere modificate con regolamento comunale. La nuova tassa sui rifiuti e i servizi a saldo deve essere pagata con F24, con bollettino di conto corrente postale o tramite servizi elettronici di incasso e di pagamenti interbancari. Solo per il 2013, per il pagamento degli acconti i comuni possono inviare ai contribuenti i modelli di pagamento precompilati già predisposti per il pagamento di Tarsu, Tia1 o Tia2 o indicare altre modalità di versamento giù utilizzate in passato.
Scadenze e scelte dei comuni. La nuova tassa sui rifiuti e la maggiorazione sui servizi possono essere pagate con l'ultima rata, a conguaglio delle somme versate in acconto che sono determinate in base a quanto già versato dai contribuenti nell'anno precedente per Tarsu, Tia1 e Tia2. Inoltre la maggiorazione, fissata nella misura di 0,30 euro per metro quadrato, non può essere aumentata dai comuni e il gettito è riservato allo stato. Gli enti locali, con propria deliberazione, sono tenuti a indicare scadenze e numero delle rate di versamento del tributo. Altrimenti, le scadenze sono quelle previste dalla legge: luglio e ottobre.
I cittadini devono comunque essere informati, anche con la pubblicazione sul sito internet del comune, almeno 30 giorni prima della data del versamento. Per il 2013, infatti, scadenze e numero delle rate di versamento sono stabiliti dal comune con deliberazione adottata, «anche nelle more della regolamentazione comunale del nuovo tributo». La prima rata, dunque, non deve essere necessariamente versata a luglio, come previsto in un primo momento dal dl rifiuti (1/2013), ma può essere anticipata o posticipata, anche nel caso in cui il comune non abbia adottato il regolamento, il cui termine di scadenza è attualmente fissato al prossimo 30 settembre. Per le prime due rate le amministrazioni locali possono inviare i modelli già predisposti per il pagamento di Tarsu, Tia1 o Tia2. Gli acconti verranno scomputati dal quantum dovuto, a titolo di Tares, per l'anno 2013. L'articolo 10 del dl 35/2013 ha infatti differito l'applicazione delle regole di determinazione della Tares al momento del saldo, con la richiesta di conguaglio di quanto dovuto dal contribuente in sede di pagamento dell'ultima rata.
Modalità di pagamento. L'Agenzia delle entrate con un comunicato pubblicato sul proprio sito ha reso noto che dal 27 maggio scorso è possibile pagare la Tares presso gli sportelli di banche, poste e agenti della riscossione utilizzando il modello F24. Inoltre, i pagamenti possono essere effettuati tramite i servizi di home-banking e remote-banking messi a disposizione dall'Agenzia delle entrate oppure online, con Entratel e Fisconline, collegandosi al sito della stessa Agenzia.
Va ricordato che con la risoluzione 37E/2013 sono stati istituiti i codici per il versamento con l'F24 del nuovo tributo sui rifiuti, della tariffa corrispettiva e della maggiorazione. I contribuenti, in alternativa all'F24, dal 1° luglio hanno facoltà di versare la Tares anche con il nuovo bollettino di conto corrente postale. Questo bollettino, approvato con decreto ministeriale, riporta un unico numero di conto corrente che è valido per tutti i comuni del territorio nazionale. Il modello intestato a «pagamento Tares», infatti, riporta obbligatoriamente il numero di conto 1011136627. Il dm ha fissato anche le modalità di riversamento ai comuni delle somme riscosse con il bollettino. La tempistica e le modalità sono analoghe a quelle previste per i versamenti unitari (F24) dal decreto legislativo 241/1997.
Soggetti obbligati al pagamento. La Tares è dovuta da chiunque possieda, occupi o detenga a qualsiasi titolo locali o aree scoperte, a prescindere dall'uso a cui sono adibiti. Sono obbligati in solido al pagamento anche i componenti del nucleo familiare e coloro che usano in comune locali e aree. Rispetto al regime previgente, la nuova normativa introduce il criterio della prevalenza, vale a dire che il tributo va pagato al comune nel cui territorio insiste, interamente o prevalentemente, la superficie degli immobili.
I soggetti tenuti al pagamento della tassa devono denunciare la superficie calpestabile e non più la superficie catastale, in seguito alle modifiche apportate all'articolo 14 dalla legge di stabilità (228/2012). È stata infatti rinviata sine die l'applicazione della superficie catastale per gli immobili a destinazione ordinaria come parametro per la determinazione del tributo. Considerato che per la maggior parte degli immobili non esiste ancora la superficie catastale, all'Agenzia era demandato il compito non semplice di stabilire medio tempore una superficie convenzionale in base ai dati in suo possesso.
Tenuto conto delle difficoltà di utilizzare la superficie catastale, viene consentito ai comuni di fare ricorso alle superfici già denunciate per Tarsu e Tia, calcolando la tassa sulla superficie calpestabile anche per gli immobili a destinazione ordinaria (classificati nelle categorie A, B e C). Si passerà alla commisurazione del tributo sulla superficie catastale solo quando verranno allineati i dati degli immobili a destinazione ordinaria e quelli riguardanti la toponomastica e la numerazione civica, interna e esterna, di ciascun comune (articolo ItaliaOggi Sette dell'01.07.2013).

TRIBUTI: P. Aglietta, IMU e imposte sui redditi: le ultime novità e i chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate (tratto da www.ipsoa.it - Immobili & proprietà n. 7/2013).

giugno 2013

EDILIZIA PRIVATA - TRIBUTI: FABBRICATI RURALI/ Accatastamento tardivo. Sanzioni, ma non per tutti. Colpiti gli edifici con ruralità al 30/11.
Le sanzioni per il tardivo accatastamento dei fabbricati rurali valgono solo per gli edifici che, al momento della scadenza del termine del 30.11.2012, erano ancora in possesso dei requisiti di ruralità ed erano ancora iscritti nel catasto terreni.
Il chiarimento è arrivato con la nota 18.06.2013 n. 7092 di prot. del Consiglio Nazionale Geometri che riporta il chiarimento della direzione centrale Catasto e cartografie dell'Agenzia del territorio su richiesta del Consiglio nazionale dei geometri.
Ricordiamo che se il proprietario non ha accatasto i fabbricati rurali il 30.11.2012 può richiedere il pagamento della sanzione ridotta per ravvedimento operoso (dal 1 marzo al 31.11.2013 ) ed è tenuto a versare 129,00 euro per ogni unità immobiliare. Al contrario se il proprietario non richiede il pagamento della sanzione ridotta per «ravvedimento operoso», l'Agenzia provvede a emettere «verbale per irrogazione della sanzione per mancato rispetto del termine», e l'importo minimo da pagare ammonta ad euro 344,00 per unità immobiliare.
La sanzione ridotta va richiesta dal professionista e pagata contestualmente alla presentazione del Docfa. I tecnici del Territorio ricordano che in base all'articolo 13, comma 14-ter, e successive modifiche, del decreto legge 06.12.2011 (manovra salva-Italia) il termine per accatastare i fabbricati rurali al catasto edilizio urbano è scaduto il 30.11.2012.
Le pratiche di accatastamento presentate in data successiva devono quindi essere sanzionate. Il comma 14-ter dell'art. 13 del dl n. 201 del 2011, stabilisce infatti che «i fabbricati rurali iscritti nel catasto dei terreni, devono essere dichiarati al catasto edilizio urbano entro il 30.11.2012, con le modalità stabilite dal decreto del ministro delle finanze 19.04.1994, n. 701». Dato che alcuni uffici territoriali catastali hanno applicato le stesse sanzioni anche per gli accatastamenti tardivi dei fabbricati ex rurali o che avevano perso il requisito di ruralità prima del 30.11.2012, il Consiglio nazionale dei geometri ha richiesto un chiarimento ufficiale.
La Direzione centrale Catasto e cartografia ha puntualizzato e chiarito che la scadenza e le conseguenti sanzioni il ritardo della dichiarazione al catasto edilizio urbano, applicate ai fabbricati rurali che al 30.11.2012 risultavano ancora in possesso dei loro requisiti ed iscritti al catasto terreni. Al contrario, spiega la Direzione centrale catasto e cartografia, le sanzioni non valgono per gli edifici ex rurali o che hanno perso i requisiti di ruralità prima del 30.11.2012.
Concludendo, l'agenzia del Territorio ha quindi ribadito che i fabbricati rurali in possesso del requisito di ruralità dovevano essere accatastati entro il 30.11.2012. Al contrario, i fabbricati ex rurali sono sempre accatastabili entro trenta giorni o dopo cinque anni dal momento in cui perdono i requisiti di ruralità (articolo ItaliaOggi del 29.06.2013).

EDILIZIA PRIVATA - TRIBUTI: Oggetto: Sanzioni per ritardata presentazione degli accatastamenti fabbricati rurali (Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati, nota 18.06.2013 n. 7092 di prot.).

TRIBUTI: La Ctr Lombardia sull'imposta sulla prima casa. Ici soft per i single. Benefici pure con famiglia divisa.
In materia di Ici, i benefici legati all'abitazione principale spettano anche se l'immobile è dimora del solo proprietario, mentre la famiglia risiede altrove. La qualifica di «abitazione principale» deve essere riconosciuta anche nel caso in cui vi sia una scissione del nucleo familiare, tale che il proprietario dell'immobile risieda nella prima casa e la famiglia dimori invece in una diversa abitazione.

Sono le conclusioni che si leggono nella sentenza 05.02.2013 n. 13/63/13 della Ctr Lombardia con le quali il collegio tributario ha accolto l'appello presentato da un contribuente, ribaltando la decisione di prime cure favorevole all'amministrazione.
La rettifica prendeva le mosse da un accertamento Ici emesso da un comune della Lombardia, il quale contestava l'indebito godimento dei benefici connessi all'abitazione principale (prima casa), forte dell'interpretazione fornita dalla Cassazione. Per ritenersi «abitazione principale», infatti, l'immobile deve essere adibito a «residenza di famiglia», ossia, secondo la Suprema corte, «luogo di abitazione della casa coniugale».
Nel caso di specie, il proprietario dell'immobile risiedeva nell'abitazione adibita a prima casa, mentre la sua famiglia aveva la residenza in un altro comune. L'amministrazione riteneva, pertanto, che, stante la disgiunzione della famiglia, non si potesse attribuire all'immobile la qualifica di abitazione principale; in primo grado, la commissione provinciale confermava la bontà della verifica. Di diverso tenore la decisione di secondo grado, in commento, che ha esteso il beneficio anche in caso di assenza del nucleo familiare.
«Del resto», si legge nella sentenza, «diversamente argomentando, si arriverebbe alla aberrante conclusione che tizio, proprietario di due immobili, in uno dei quali risiede personalmente ma senza la famiglia, e nell'altro la sua famiglia, non potrebbe fruire del beneficio per nessuno dei due immobili, perché il primo non sarebbe la così detta residenza familiare e nel secondo non vi sarebbe la sua residenza abituale».
Pertanto, indipendentemente dalla nozione di abitazione principale fornita dalla Cassazione, i benefici spettano anche nel caso in cui l'immobile sia dimora del solo proprietario e non della sua famiglia.
«La presenza o meno di una famiglia», prosegue la Ctr, «lungi dal costituire un motivo di esclusione del beneficio, ne dovrebbe semmai rappresentare la condizione per l'estensione». Una diversa interpretazione della fattispecie, secondo cui il beneficio spetterebbe solo in presenza di un nucleo familiare, darebbe adito, secondo il collegio lombardo, a forti dubbi di costituzionalità delle norme in questione.
Il concetto affermato dalla Ctr, reso nella specie in ambito di Ici, è parimenti estendibile all'Imu (articolo ItaliaOggi Sette del 17.06.2013).

TRIBUTIIl verde edificabile. Aree e parcheggi, si può costruire. Una sentenza della Ctr Lazio va contro la Cassazione.
In tema di edificabilità dei terreni, il terreno inserito in una zona destinata a verde pubblico e parcheggi può essere ritenuto edificabile; infatti la capacità edificatoria della superficie può essere trasferita su altre aree contigue nella medesima sottozona, ivi utilizzandone, a potenziali fini edificatori complessivi, la pur limitata volumetria.
Queste motivazioni si leggono nella sentenza 04.04.2013 n. 147/38/13 emessa dalla Sez. XXXVIII della Commissione tributaria regionale del Lazio.
L'Agenzia delle entrate di Roma 5, aveva emesso un avviso di liquidazione e rettifica relativamente alla compravendita di un terreno avente una destinazione urbanistica inserita in zona F sottozona F/5 «spazi pubblici riservati alle attività collettive, a verde pubblico e a parcheggi». A parere delle Entrate, quindi, essendo il terreno edificabile, la base imponibile ai fini dell'imposta di registro, doveva essere quantificata in base al valore di mercato. I contribuenti ricorrevano contro questo atto sostenendo che al terreno non poteva essere attribuito alcun maggior valore; il terreno, infatti, non era edificabile e per di più era di soli mq 915 precludendo ogni possibile attività edificatoria.
La Commissione provinciale rigettava il ricorso.
La decisione è stata confermata dai colleghi di seconda istanza, che condannando i ricorrenti alle spese, hanno stabilito che, secondo un consolidato orientamento giurisdizionale, in ordine alla definizione di area edificabile, è sufficiente l'inserimento in uno strumento urbanistico generale anche soltanto adottato e non ancora approvato; «si deve osservare» osservano i giudici romani d'appello, «che la zona in cui è ubicato il terreno oggetto della compravendita risulta inserita nel piano regolatore generale adottato dal comune ed approvato dalla regione già al momento del negozio traslativo». Da considerare che la possibilità di trasferire la capacità edificatoria sopra un area contigua, è stato determinante ai fini della decisione.
Di diverso parere la Corte di cassazione. I giudici di piazza Cavour nella Sentenza n. 25522/2011 hanno invece stabilito che, «ai fini fiscali, la destinazione di un terreno ad attrezzature sportive prevista dal piano regolatore comunale con l'attribuzione di un indice di edificabilità minimo funzionale alla realizzazione di strutture collegate a tale destinazione, impedisce la qualificazione dell'area come «suscettibile di utilizzazione edificatoria», e comporta la definizione della base imponibile con il criterio tabellare ai sensi della previsione di cui all'articolo 52, comma 4, del dpr n. 131/1986» (articolo ItaliaOggi del 14.06.2013 - tratto da www.fiscooggi.it).

TRIBUTI: Terreni, legata al luogo la natura pertinenziale. Sentenza della Commissione tributaria regionale di Roma.
La natura pertinenziale di un terreno deve rilevarsi attraverso l'analisi della conformazione dello stato dei luoghi per cui l'iscrizione autonoma in catasto della pertinenza e del fabbricato non può escludere la natura di pertinenza del terreno.
Il principio è contenuto nella sentenza 07.06.2013 n. 163/35, della Ctr di Roma da cui emerge che la diversa iscrizione in Catasto della pertinenza non è di ostacolo alla considerazione unitaria di essa con l'abitazione principale, non escludendo l'applicazione dell'art. 2 del dlgs 504/1992.
L'Ici, sostituita ora dall'Imu, è un'imposta reale sul patrimonio immobiliare che colpisce il valore oggettivo dei beni immobili e che, per quanto attiene i fabbricati censiti, il valore è dato dalla rendita catastale mentre per le aeree fabbricabili in base al valore venale in commercio. In particolare, il citato art. 2, il quale prevede che le aeree pertinenze dei fabbricati devono considerarsi ai fini Ici come parte integrante dei fabbricati stessi, esclude l'autonoma tassabilità delle aeree pertinenziali.
Tale norma fonda l'attribuzione della qualità di pertinenza su un criterio «fattuale», ovvero sull'effettiva destinazione di una cosa al servizio di un'altra e la prova di ciò ricade sul contribuente il quale deve dimostrare la sussistenza di elementi dell'effettiva destinazione in modo durevole dell'area a pertinenza del cespite. Nel caso in esame due coniugi in comunione dei beni hanno impugnato alcuni avvisi di accertamento emessi dal comune il quale contestava, tra l'altro, l'assenza del vincolo di pertinenzialità di un terreno di loro proprietà con l'annesso fabbricato. La Ctp in primo grado ha accolto parzialmente il ricorso ritenendo legittimo il motivo relativo al rapporto di pertinenzialità del terreno.
I giudici della Ctr hanno ritenuto che la natura pertinenziale di un terreno deve essere rilevata attraverso «l'analisi della conformazione dello stato dei luoghi, che permette di verificare se una cosa sia concretamente destinata a servizio od ornamento di altra secondo l'art. 817 c.c.».
Ai fini dell'esclusione della tassabilità di un'area iscritta in catasto e distinta da quella del fabbricato, non rileva l'intervenuto frazionamento catastale dell'area e la mera iscrizione in catasto della pertinenza e del fabbricato non può escludere la qualifica di pertinenza di un'area posta a servizio esclusivo di un fabbricato. Da qui la diversa iscrizione in catasto della pertinenza non fa venire meno la considerazione unitaria di questa con l'abitazione principale e non impedisce l'applicazione dell'art. 2 dlgs n. 504/1992.
Affinché un'area fabbricabile perda la sua natura di edificabilità è necessario che vi sia una «modificazione oggettiva e funzionale dei luoghi» tale da far venir meno lo ius edificandi sull'area stessa; quindi devono concorrere due elementi, un elemento oggettivo (collegamento funzionale tra pertinenza e cosa principale) e un elemento soggettivo (volontà del soggetto di destinare in modo durevole la pertinenza alla cosa principale). In difetto di uno solo di tali elementi viene a mancare quel vincolo di subordinazione-strumentalità-complementarietà perché una cosa sia a servizio od ornamento di altro bene.
Sulla base di quanto precede la Ctr ha accolto il ricorso dei contribuenti, non irrogando le sanzioni in quanto, non essendo stata notificata l'attribuzione della nuova rendita, il comune può riscuotere solo l'imposta senza interessi e sanzioni, non vertendosi in materia di omessa o infedele dichiarazione (art. 74 legge n. 342/2000) (articolo ItaliaOggi del 12.07.2013).

TRIBUTIPubblicità sui rimorchi, la tariffa è ordinaria. Sentenza della corte di cassazione: imposta assimilata a quella degli impianti fissi.
I rimorchi con messaggi pubblicitari devono pagare l'imposta sulla pubblicità con la tariffa della pubblicità ordinaria e non la tariffa relativa alla pubblicità effettuata con i veicoli.

Lo ha deciso la Corte di Cassazione che, con la sentenza 05.06.2013 n. 14143, ha assimilato tali rimorchi agli impianti pubblicitari fissi.
Il problema non è certo indifferente poiché a seconda di come tale fattispecie viene inquadrata, la regolamentazione fiscale è assai diversa, in quanto:
• se si considera come una forma di pubblicità effettuata con veicoli trova applicazione l'art. 13 del dlgs 15.11.1993, n. 507 e l'imposta è dovuta nel comune ove ha sede l'impresa proprietaria dei veicoli stessi;
• se, invece, si ritiene che detti mezzi non siano dei veicoli, trova applicazione la tariffa per pubblicità ordinaria stabilita dall'art. 12 del dlgs n. 507 del 1993, che si applica in via generale anche in tutti i casi in cui la legge non abbia previsto una tariffa specifica, e, deve essere pagata nel comune dove viene effettuata la pubblicità.
La Corte, ripercorrendo l'iter argomentativo svolto nella precedente sentenza n. 5858 del 2012, occupandosi dei camion-vela, ha optato la seconda soluzione, stabilendo che «ai veicoli costruiti o strutturalmente trasformati per l'esclusivo o prevalente esercizio dell'attività pubblicitaria, e concretamente utilizzati a tal fine, è applicabile la disciplina di cui al dlgs 15.11.1993, n. 507, art. 12, relativa alla pubblicità ordinaria, e non quella di cui all'art. 13, del medesimo decreto legislativo, riguardante la pubblicità effettuata con veicoli, poiché questa, a differenza dell'altra, costituisce una modalità eccezionale, insuscettibile di interpretazione estensiva, e che, per il suo tenore letterale, si riferisce ad attività svolta mediante veicoli che mantengano le caratteristiche strutturali e la destinazione d'uso loro propria».
Oggetto della controversia sono stati, infatti, alcuni rimorchi, immatricolati come «veicolo uso speciale auto pubblicitario», di notevoli dimensioni, tali da non poter essere trasportati come comuni rimorchi, che erano stati rinvenuti privi di autoveicolo di traino, ancorati al suolo mediante paletti.
Tali condizioni hanno indotto i giudici ad affermare che non possono «essere considerati per la loro motilità veicoli intesi come mezzo di trasporto idonei alla circolazione»; e a ritenere che per le loro caratteristiche strutturali da un lato, e dall'altro, per il fine a cui venivano in concreto impiegati, e cioè all'esclusivo esercizio dell'attività pubblicitaria, non possono che assumere, ai fini dell'applicazione dell'imposta, la natura di «impianto fisso».
La soluzione cui è addivenuta la Corte potrebbe sembrare un po' forzata, visto che, anche ai sensi delle disposizioni del Codice della strada e del relativo regolamento di esecuzione, i mezzi in questione sarebbero comunque definibili come veicoli, seppure adibiti a uso pubblicitario.
Forse ciò che è prevalso è che il ricorso a tali strumenti diventa sempre più frequente e dà luogo, di fatto, a un'elusione delle disposizioni sia di carattere fiscale sia amministrativo da parte di coloro che, anziché ricorrere a un'impiantistica fissa che deve rispettare tutte le prescrizioni del regolamento comunale e le disposizioni stabilite dal codice della strada, preferiscono pubblicizzare i propri prodotti attraverso veicoli che però, sostando a lungo in determinate zone del comune, finiscono per trasformarsi nel tempo in impianti fissi.
C'è da dire che l'ente locale potrebbe intervenire vietando ogni forma pubblicitaria effettuata con veicoli in sosta, magari anche prevedendo la rimozione o la copertura degli impianti pubblicitari, per coloro che non osservano una simile disposizione regolamentare adottata ai sensi dell'art. 3, comma 2, del dlgs n. 507 del 1993.
Invece la Corte ha rotto ogni indugio e ha degradato (o nobilitato) tali veicoli in veri e propri impianti pubblicitari (articolo ItaliaOggi del 12.07.2013).

TRIBUTI: OGGETTO: Imposta municipale propria (IMU) di cui all’art. 13 del D.L. 06.12.2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22.12.2011, n. 214. Modifiche recate dall’art. 10, comma 4, lett. b), del D.L. 08.04.2013, n. 35. Quesiti in materia di pagamento dell’imposta relativa all’anno 2013 per gli enti di cui alla lett. i), comma 1, art. 7, del D.Lgs. 30.12.1992, n. 504 (Ministero dell'Economia e delle Finanze, risoluzione 05.06.2013 n. 7/DF).

TRIBUTI: Imu in slalom tra le eccezioni. Le variazioni relative all'immobile incidono sull'importo. Scade il 17 giugno il termine per il versamento dell'acconto 2013: guida ai calcoli.
Scade lunedì 17 giugno il termine per il versamento dell'acconto relativo all'Imu 2013 e per molti contribuenti (cittadini e imprese) le modalità di calcolo sono ancora un rebus. La regola generale, stabilita nella legge di conversione del dl 35/2013, è che l'importo della prima rata è pari alla metà dell'imposta dovuta per l'anno precedente, ma è una regola che conosce non poche eccezioni.
La prima riguarda coloro che avessero già adempiuto all'obbligo applicando le aliquote stabilite dal comune e pubblicate sul sito del Mef entro il 16 maggio (secondo la disciplina dettata dalla versione originaria del dl 35): in tali casi, il pagamento già effettuato rimane valido.
Tale modalità di calcolo, tuttavia, non sarà più ammessa dopo che il dl 35 (il cosiddetto decreto sblocca debiti delle p.a.) sarà stato convertito.
Dal pagamento dell'acconto sono ovviamente esclusi i titolari degli immobili che beneficiano della sospensione disposta dal dl 54/2013, ovvero abitazioni principali (ad eccezione di quelle accatastate in A1, A8 e A9), case popolari appartenenti a Iacp e cooperative edilizie a proprietà indivisa, terreni agricoli e fabbricati rurali strumentali. Anche in tali casi, tuttavia, possono insorgere complicazioni, laddove la situazione immobiliare sia variata nel corso di quest'anno. Per esempio, per l'immobile già posseduto lo scorso anno e divenuto prima casa solo a fine aprile 2013, occorrerà comunque versare un'Imu pari ai 4/12 (e quindi un acconto pari a 2/12) di quella versata nel 2012.
Ciò in quanto, come chiarito dalla circolare del dipartimento delle finanze n. 2/2013, il riferimento all'anno precedente vale solo per le aliquote e le detrazioni, ma non anche per gli altri elementi relativi al tributo, quali il presupposto impositivo e la base imponibile, per i quali, invece, si dive fare riferimento esclusivamente al 2013.
La stessa circolare propone alcuni esempi pratici. Il primo caso è analogo a quello già richiamato: se un immobile dal 01.01.2013 è divenuto prima casa, il versamento della prima rata dell'Imu è sospeso. Viceversa, nel caso opposto di un immobile che quest'anno (a differenza del 2012) non è più adibito ad abitazione principale, l'acconto dovrà essere calcolato applicando l'aliquota prevista lo scorso anno per le seconde case.
Analogamente, nel caso in cui il contribuente possiede un'area fabbricabile che, nel 2013, è divenuta terreno agricolo, il versamento di giugno è sospeso. Se invece un terreno agricolo è divenuto da quest'anno area edificabile, esso sarà soggetto a imposizione e, conseguentemente, la prima rata dovrà essere calcolata applicando l'aliquota prevista per il 2012.
Lo stesso ragionamento si applica ai fabbricati inagibili/inabitabili, per i quali la normativa Imu prevede il dimezzamento della base imponibile limitatamente ai mesi dell'anno in cui tale condizione si protrae: ciò che conta è lo stato attuale dell'immobile, per cui il venire meno dell'inagibilità/inabitabilità eventualmente sussistente nel 2012 determina l'insorgenza dell'obbligo di pagare l'aliquota prevista dell'anno scorso sull'intero valore.
La sospensione dell'acconto riguarda anche le pertinenze delle abitazioni principali richiamate dal dl 54, ma limitatamente a quelle che beneficiano dello stesso regime agevolato previsto per la prima casa.
Quest'ultimo, come noto, può estendersi a un massimo di tre unità, di cui non più di una accatastata in C2 (soffitte, cantine e magazzini), una in C6 (autorimesse) e una in C7 (tettoie e posti auto). Sulle altre eventuali pertinenze l'Imu va pagata applicando le aliquote 2012 e i relativi titolari devono presentarsi alla cassa già a giugno.
La prima rata è congelata anche per gli immobili assimilati dai comuni alle abitazioni principali, ovvero ai fabbricati degli anziani ricoverati in case di riposo e dei residenti all'estero. Ciò sia nel caso in cui l'assimilazione sia avvenuta nel 2013, sia in quello in cui la stessa sia stata disposta nel 2012 e non sia stata modificata.
Della sospensione può beneficiare anche il coniuge separato non assegnatario dell'ex casa coniugale relativamente all'immobile eventualmente adibito ad abitazione principale. Anche in tal caso, l'acconto di giugno non è dovuto.
Ovviamente, come già detto, occorre prestare attenzione ai cambiamenti intervenuti in corso d'anno, rapportando il calcolo ai mesi e alla tipologia di possesso. Anche al riguardo, la circolare offre alcune esemplificazioni. Un contribuente che abbia venduto il proprio immobile (non destinato ad abitazione principale) il 28.03.2013, dovrà versare l'Imu (e quindi il relativo acconto) commisurandolo ai 3/12 dell'importo calcolato sulla base dell'aliquota dei dodici mesi dell'anno precedente. Al contrario, chi ha acquistato una seconda casa il 1° ottobre scorso dovrà calcolare l'Imu dovuta per l'anno 2013 (a partire dalla prima rata) sulla base dell'aliquota 2012, indipendentemente dalla circostanza che in tale anno abbia avuto il possesso per soli tre mesi (articolo ItaliaOggi Sette del 03.06.2013).

TRIBUTI: Area edificabile o fabbricato?
Domanda
Come deve essere trattato ai fini Imu un fabbricato per il quale non sono stati ancora ultimati i lavori nel senso che solo il piano terreno è accatastato e utilizzato, mentre i piani superiori non sono stati ancora completati? Come fabbricato, come area edificabile o in parte l'uno e in parte l'altro?
Risposta
L'interessante questione è stata approfondito in vigenza dell'Ici dalla Corte di cassazione con la sent. n. 23347/2004.
Le considerazioni svolte restano valide anche per l'Imu. Nell'occasione il comune aveva preteso di tassare non solo l'appartamento al piano terra, già accatastato e utilizzato, ma anche di scorporare –per tassarla come area edificabile- la quota dell'area dalla quale si sviluppava la cubatura relativa al secondo appartamento, al 1° piano, non ancora ultimato, né utilizzato, e dichiarato al catasto come fabbricato ancora in corso di costruzione, quindi senza rendita.
La Cassazione, così come la Commissione tributaria di secondo grado di Bolzano, hanno riconosciuto le ragioni del contribuente nel senso che il solo appartamento ultimato deve essere assoggettato a imposizione. Non è infatti possibile individuare astrattamente un'area edificabile ancora tassabile oltre a quella su cui insiste la costruzione, ossia il sedime, mentre il piccolo lembo di terreno residuo circostante alla costruzione è stato censito al Catasto come pertinenza dell'appartamento al piano terra.
Tale conclusione trae origine dalla norma espressa dall'art. 2, 1° c., lettera a) del dlgs n. 504/1992, come già detto applicabile anche all'Imu, ai sensi della quale «Ai fini dell'imposta: a) per fabbricato si intende l'unità immobiliare iscritta o che deve essere iscritta nel catasto edilizio urbano, considerandosi parte integrante del fabbricato l'area occupata dalla costruzione e quella che ne costituisce pertinenza; il fabbricato di nuova costruzione è soggetto all'imposta a partire dalla data di ultimazione dei lavori di costruzione ovvero, se antecedente, dalla data in cui è comunque utilizzato».
Ultimato o comunque utilizzata l'unità al piano terra non si ha più area edificabile tassabile e viene meno la regola di cui all'art. 5, 6° c. del medesimo dlgs n. 504/1992 secondo la quale «in caso di utilizzazione edificatoria dell'area, di demolizione di fabbricato, di interventi di recupero a norma dell'articolo 31, comma 1, lettere c), d) ed e), della legge 05.08.1978, n. 457, la base imponibile è costituita dal valore dell'area, la quale è considerata fabbricabile anche in deroga a quanto stabilito nell'art. 2, senza computare il valore del fabbricato in corso d'opera, fino alla data di ultimazione dei lavori di costruzione, ricostruzione o ristrutturazione ovvero, se antecedente, fino alla data in cui il fabbricato costruito, ricostruito o ristrutturato è comunque utilizzato» (articolo ItaliaOggi Sette del 03.06.2013).

TRIBUTIAcconto. La legge di stabilità ha cancellato l'esenzione. Il Comune paga allo Stato per la palestra.
LE CONSEGUENZE/ Gli enti locali devono versare la quota erariale per gli immobili di categoria D, come stadi, teatri e campi sportivi.

L'incertezza delle norme crea problemi di versamenti dell'acconto Imu anche per i Comuni. Succede per gli immobili di categoria D (produttivi) e, in particolare, per l'aliquota del 7,6 per mille che su tali edifici spetta allo Stato.
L'aliquota dovrebbe essere pagata anche dai Comuni per stadi, teatri, arene e campi sportivi di loro proprietà che appunto rientrano nella predetta categoria D.
Il problema si pone per la seconda volta, poiché già per il 2012, quando l'aliquota per lo Stato era del 3,8 per mille, i Comuni hanno rischiato di dover pagare all'Erario l'Imu per i propri fabbricati di categoria D.
Il panico, all'epoca, è durato pochi mesi perché al momento di istituire, nel 2011, la quota Imu di competenza statale, non era stata prevista alcuna esenzione per gli immobili di proprietà comunale: l'esenzione è sopravvenuta con l'articolo 4, comma 5, del decreto legge 16/2012, che riguarda gli immobili posseduti dai Comuni nel loro territorio. Il Dl 16/2012 ha modificato a posteriori il decreto legge 201/2011 all'articolo 13, comma 11.
La questione si ripropone oggi perché l'articolo 1, comma 380 lettera h) della legge 228/2012 istituisce l'aliquota statale del 7,6 per mille, abrogando tutto ciò che era stato prima previsto per assicurare allo Stato un gettito e cioè abrogando sia l'aliquota per l'Erario (del 2011) che l'esenzione per le proprietà comunali (del 2012).
L'articolo 1. comma 380, lettera h), prevede oggi un'aliquota del 7,6 per mille a favore dello Stato, senza esenzioni per i Comuni.
Se non sopravverrà una modifica normativa che introduca un'esenzione simile a quella prevista dall'articolo 13, comma 11 del decreto legge 201/2011, i Comuni saranno obbligati a pagare il 7,6 per mille per stadi, teatri, arene e campi sportivi di loro proprietà: ogni ente locale dovrebbe prevedere in questi giorni un capitolo di uscita, conteggiando l'imposta da versare entro il 17.06.2013 come acconto.
Se non si paga e non sopravviene una norma che reintroduca il beneficio di esenzione per i manufatti D del Comune, gli enti locali dovranno prepararsi a un ravvedimento operoso per l'imposta che spetta allo Stato.
Lo scenario è paradossale, in quanto lo Stato ha calcolato proprie entrate sulla base del 7,6 per mille sugli immobili di categoria catastale D a sua conoscenza, ma se dovesse effettuare accertamenti o recuperi non riuscirebbe a distinguere, tra tutti i fabbricati "D", quelli di proprietà dei Comuni. Lo Stato, infatti, non possiede elenchi o banche dati specifiche, ma dovrebbe rivolgersi, per accertare evasioni, ai Comuni stessi (articolo Il Sole 24 Ore dell'01.06.2013 - tratto da www.ecostampa.it).

TRIBUTI:  Le risposte ai temi dei lettori. Il caso di un fabbricato oggetto di conversione e riaccatastamento
Imu legata alla nuova rendita. L'obbligo dalla data di presentazione della denuncia Docfa.
L'ECCEZIONE/ Con le modifiche a destinazione o consistenza viene meno il principio del valore risultante al Catasto il 1° gennaio.
Gli immobili d'impresa che subiscono una trasformazione strutturale e vengono conseguentemente riaccatastati devono pagare l'Imu considerando la nuova rendita a partire dalla data di presentazione del Docfa.

Questa è la risposta al quesito posto da Gianandrea Todesco, riguardante un immobile industriale di categoria D1, originariamente composto da fabbricati e piazzali asserviti, poi riconvertito per usi logistici attraverso la demolizione di alcuni impianti presenti nei fabbricati. Viene conseguentemente avviata la procedura di riaccatastamento presentando a dicembre 2012 il nuovo "tipo mappale" e a febbraio 2013 il Docfa con la proposta di rendita.
Sorge tuttavia il dubbio sulla base imponibile da utilizzare per il calcolo dell'Imu 2013, in particolare riguardo alla possibilità di pagare considerando solo la rendita proposta e ritenendo che l'avvio della pratica di riaccatastamento (richiesta tipo mappale) comporti la "perdita" della vecchia rendita catastale.
Sul punto va preliminarmente evidenziato il principio contenuto nell'articolo 5, comma 2, del Dlgs 504/1992, in forza del quale devono assumersi le rendite risultanti in catasto al 1° gennaio dell'anno di imposizione. Con la conseguenza che le risultanze catastali definitive sono efficaci a decorrere dall'anno d'imposta successivo a quello nel corso del quale sono state annotate negli atti catastali (cosiddetta "messa in atti").
Si tratta tuttavia di una regola generale che ammette alcune eccezioni, tra cui l'ipotesi in cui la nuova rendita sia conseguente a modificazioni della consistenza o della destinazione dell'immobile dichiarate dallo stesso contribuente, dovendo in questi casi trovare applicazione dalla data della denuncia. In tal senso si è espressa la Cassazione con alcune pronunce, tra cui la 17863/2010, la 18023/2004 e la 20854/2004. Stesso orientamento si è affermato anche in ordine al passaggio dal criterio del valore contabile alla rendita catastale per i fabbricati D, che attribuisce rilevanza alla presentazione della richiesta (Cassazione 3160/2011).
Nel caso in questione la nuova rendita proposta con il Docfa dovrebbe quindi avere efficacia solo a partire dalla domanda, presentata a febbraio 2013, trattandosi di sopravvenuto mutamento dello stato o della destinazione del fabbricato.
Non si ritiene invece possibile aderire integralmente alla soluzione proposta dal lettore, considerando cioè il momento di avvio della pratica di riaccatastamento, in quanto il "tipo mappale" ha la funzione di inserire sulla cartografia catastale i nuovi fabbricati edificati sul territorio o i fabbricati esistenti che abbiano subito modifiche di sagoma. Ma il "tipo mappale" non agisce sulla base imponibile dei fabbricati, che viene determinata solo in sede di presentazione della denuncia, avvenuta nel caso in questione con il Docfa. Peraltro la Cassazione ha chiarito che in questi casi il fatto che la situazione materiale risalga a data anteriore non ne giustifica un'applicazione retroattiva rispetto alla denuncia.
Conseguentemente l'Imu 2013 andrebbe calcolata considerando la vecchia rendita per i primi due mesi dell'anno (se il Docfa è stato presentato nella seconda metà di febbraio), mentre si dovrà utilizzare la nuova rendita per il periodo residuo dell'anno, salvo conguaglio da effettuare all'esito delle verifiche. Va infatti ricordato che l'eventuale rettifica della rendita da parte dell'agenzia del Territorio ha efficacia retroattiva, quindi il nuovo valore sarebbe applicabile sin dalla presentazione del Docfa e imporrebbe di rifare i calcoli (articolo Il Sole 24 Ore dell'01.06.2013).

maggio 2013

TRIBUTIPer l'Imu versamento unificato. Non necessario separare quota statale e comunale tranne che per i capannoni. Le risposte ai temi dei lettori. Come pagare l'imposta municipale nel caso in cui non si possa usufruire del rinvio
IL CALCOLO/ Sulla base del decreto legge sulla Pa l'acconto può essere determinato sulla base di quanto versato l'anno scorso.

Rispetto al 2012 sono molti meno i codici tributo da indicare nel modello F24 per pagare l'Imu del 2013: non va più calcolata la quota per lo Stato (tranne per i fabbricati produttivi). Inoltre si può versare la prima rata 2013 calcolando l'imposta con le aliquote e le detrazioni del 2012 (non la base imponibile), quindi indipendentemente dalla pubblicazione o meno delle delibere comunali nel sito delle Finanze.
Il ritardo nella consegna della versione definitiva del programma per gli studi di settore (Gerico 2013), però, ha ritardato la predisposizione delle dichiarazioni dei redditi e il calcolo di eventuali crediti compensabili col pagamento della prima rata Imu, in scadenza il 17 giugno. L'eventuale proroga all'08.07.2013 solo dei versamenti di Unico 2013 e non dell'Imu, quindi, renderà impossibile utilizzare in compensazione coi debiti Imu eventuali crediti generati dalla dichiarazione dei redditi.
La legge di stabilità 2013 (la 228/2012) ha previsto che, per gli anni 2013 e 2014, non spetti allo Stato la metà dell'Imu, calcolata con l'aliquota standard dello 0,76% (articolo 1, comma 380, lettera h): è stata temporaneamente soppressa la disposizione che per tutti gli immobili (tranne l'abitazione principale, le sue pertinenze e i fabbricati rurali a uso strumentale), riservava allo Stato parte dell'imposta. Da quest'anno, quindi, in F24 non occorre più suddividere l'importo da pagare tra il codice tributo destinato al Comune e quello destinato allo Stato.
Un'unica eccezione è costituita dall'Imu dovuta per gli immobili ad uso produttivo classificati nel gruppo catastale D. La legge di stabilità 2013, infatti, sempre per gli anni 2013 e 2014 (ed erroneamente «al fine di assicurare la spettanza ai Comuni del gettito» dell'Imu), ha previsto che spetti allo Stato l'Imu, calcolata con l'aliquota standard dello 0,76%, sugli immobili di categoria D. Va usato il codice tributo 3925 per la quota statale e 3930 per l'eventuale maggiorazione comunale.
Dopo la semplificazione dell'unico codice tributo per gli immobili non produttivi, sta per arrivare anche la possibilità di pagare la prima rata Imu, applicando le aliquote e le detrazioni in vigore lo scorso anno, senza dover controllare le delibere comunali pubblicate nel sito delle Finanze al 16.05.2013. Entro il 07.06.2013, infatti, al Senato dovrà essere convertito il decreto legge 35/2013 e «il versamento della prima rata» dell'Imu sarà «eseguito sulla base dell'aliquota e delle detrazioni dei dodici mesi dell'anno precedente», indipendentemente, quindi, dalla pubblicazione o meno delle delibere nel sito delle Finanze (articolo 9, comma 3 del Dlgs 23/2011).
Secondo il dipartimento delle Finanze (circolare 23 maggio 2013, n. 2/DF), comunque, anche «prima della citata conversione» è possibile pagare la prima rata Imu considerando queste novità. Infatti, in caso di accertamento da parte del Comune potrà essere applicato l'articolo 10, comma 3 della legge 212/2000, che prevede la disapplicazione delle sanzioni «quando la violazione dipende da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull'ambito di applicazione della norma tributaria» (articolo Il Sole 24 Ore del 31.05.2013 - tratto da www.ecostampa.it).

ENTI LOCALI - TRIBUTIDoppia proroga per i comuni. Bilanci in autunno, l'addio di Equitalia slitta a fine anno. L'ok all'incontro dell'Anci con Saccomanni. Cattaneo: spending review insostenibile per il 2013.
Riforma dell'Imu già entro giugno e slittamento di almeno sei mesi dell'addio di Equitalia ai comuni (la proroga è stata inserita nel decreto sui debiti della p.a. all'esame del senato, si veda altro pezzo in pagina). Il governo è intenzionato a fare presto e a non arrivare con l'acqua alla gola alla dead line per la riforma della fiscalità locale fissata per fine agosto.
Lo chiedono i sindaci, che hanno bisogno di certezze per chiudere i bilanci (e a questo punto pare certo l'ulteriore proroga del termine per l'approvazione dei preventivi che potrebbe essere spostato al 30 settembre). E lo vuole lo stesso esecutivo guidato da Enrico Letta, intenzionato a gestire il capitolo Imu assieme a quello della Tares, in una prospettiva unitaria che potrebbe portare alla nascita di un nuovo tributo legato all'insediamento residenziale e ai servizi resi, come richiesto dall'Anci.
Una timida apertura verso la service tax? È ancora troppo presto per dirlo. Perché nell'incontro di ieri tra i rappresentanti dell'associazione dei comuni e il ministro dell'economia Fabrizio Saccomanni si è parlato sì di futuro, ma soprattutto di passato. I comuni hanno infatti molti contenziosi ancora in essere col Mef e l'obiettivo dell'Anci è chiuderli il prima possibile in modo da facilitare l'approvazione dei bilanci.
Il primo riguarda i tagli della spending review lasciata in eredità da Mario Monti che per il 2013 chiede ai municipi un sacrificio di 2 miliardi e 250 milioni calcolati sui consumi intermedi e non sui fabbisogni standard come vorrebbero i sindaci. L'anno scorso l'Anci riuscì a spuntare in extremis una sterilizzazione dei tagli, convincendo il governo Monti a dirottare una cifra equivalente sulla riduzione dell'indebitamento. Ma quest'anno il problema si ripropone in tutta la sua gravità. «Calcolare i tagli sui consumi intermedi significa penalizzare le amministrazioni più virtuose perché si tratta di un criterio che non distingue tra spesa buona e spesa cattiva», ha osservato il sindaco di Livorno Alessandro Cosimi, presente all'incontro.
Saccomanni ha assicurato l'impegno del governo a risolvere il capitolo spending assieme alle altre criticità in materia di fiscalità locale che per i comuni valgono circa 900 milioni di euro. Il riferimento è ai disallineamenti tra le stime comunali e quelle governative sull'Imu 2012, ma anche al capitolo ancora aperto dell'Ici 2010, per non parlare del nodo dell'Imu sugli immobili comunali che i sindaci sono costretti a pagare. «Il governo ha ammesso che il problema esiste e si è impegnato a risolverlo in tempo utile per l'approvazione dei bilanci», ha commentato il presidente dell'Anci e sindaco di Pavia, Alessandro Cattaneo. «Per il momento l'80% dei comuni non è in grado di chiudere i preventivi», ha proseguito, «e questo rende necessaria una proroga che non avremmo mai voluto chiedere, perché varare i bilanci 2013 quasi con un anno di ritardo è una sconfitta per tutti, ma purtroppo è il governo ad averci messo in questa condizione».
Nell'incontro di ieri con Saccomanni l'Anci ha anche incassato il nullaosta politico alla proroga di sei mesi dell'uscita di scena di Equitalia dalla riscossione locale, prevista a partire dal 1° luglio. E subito dopo l'ok di via XX Settembre, lo slittamento è stato messo nero su bianco in un emendamento al decreto sui pagamenti della p.a. (dl 35/2013) presentato dai relatori, Giorgio Santini (Pd) e Antonio D'Alì (Pdl) e approvato in commissione bilancio del senato. Tutto a rimandato a fine 2013, dunque, in attesa che giunga a compimento la riforma della riscossione locale. Una riforma attesa invano da oltre due anni (articolo ItaliaOggi del 31.05.2013 - tratto da www.ecostampa.it).

TRIBUTIAumenti Tarsu da non motivare. Tar Puglia: causa è la copertura costi.
Il comune non è tenuto a motivare l'aumento delle tariffe Tarsu. L'aumento può essere giustificato dalla necessità di coprire i costi del servizio.
Lo ha affermato il TAR Puglia-Lecce, Sez. II, sentenza 30.05.2013 n. 1238.
Secondo i giudici amministrativi, per coprire i costi del servizio, l'amministrazione comunale ha disposto «un incremento percentuale nei confronti di tutte le categorie di utenti/contribuenti, senza operare alcuna discriminazione/differenziazione tra di essi, rendendo meno stringente l'obbligo di una più puntuale motivazione». Sulla necessità di motivare gli aumenti tariffari per lo svolgimento del servizio di raccolta e smaltimento rifiuti non c'è un'uniformità di vedute nella giurisprudenza amministrativa.
Il Consiglio di stato (sentenza 5616/2010), infatti, ha sostenuto che il comune deve motivare la delibera che prevede un aumento delle tariffe Tarsu per coprire i costi del servizio. E non si può invocare genericamente la necessità di assicurare la tendenziale copertura totale della spesa, senza avere dati certi sullo scostamento tra entrate e costo del servizio.
Per i giudici di palazzo Spada il comune non è esonerato da uno specifico obbligo di motivare l'incremento delle tariffe, nonostante la Cassazione (sentenza 22804/2006) abbia escluso questo adempimento per gli atti generali, come previsto dall'articolo 3 della legge 241/1990. In effetti l'articolo 69 del decreto legislativo 507/1993, ai fini del controllo di legittimità, dispone che la deliberazione debba indicare le ragioni dei rapporti stabiliti tra le tariffe, i dati consuntivi e previsionali relativi ai costi del servizio discriminati in base alla loro classificazione economica, nonché le circostanze che abbiano determinato l'aumento per la copertura minima obbligatoria del costo.
Gli enti sono poi tenuti ad adottare un regolamento che deve contenere non solo la classificazione delle categorie ed eventuali sottocategorie, ma anche la graduazione delle tariffe ridotte per particolari condizioni d'uso. Nell'ambito del potere regolamentare possono essere individuate anche le fattispecie agevolative, con le relative condizioni, le modalità di richiesta e le eventuali cause di decadenza (articolo ItaliaOggi del 02.08.2013).

TRIBUTIStop ai pagamenti anche se il conduttore non è rurale. E anche l'impianto solare schiva l'onere.
I campi senza Imu. Prima rata sospesa su tutti i terreni.

Non sono soggetti al pagamento dell'acconto Imu, la cui scadenza è fissata per il prossimo 17 giugno, i terreni agricoli anche se non condotti da coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali.
Questa interpretazione si ricava dalla formulazione letterale dell'articolo 1 del dl 54/2013 che concede la sospensione del pagamento richiamando l'articolo 13, comma 5 del dl «salva Italia» (201/2011), in base al quale il valore dei terreni agricoli su cui calcolare l'imposta è ottenuto moltiplicando il reddito dominicale risultante in catasto, vigente al 1° gennaio dell'anno di imposizione, rivalutato del 25%, per 135.
Per i coltivatori diretti e gli imprenditori professionali iscritti nella previdenza agricola, invece, il moltiplicatore è ridotto a 110. La norma, quindi, ricomprende nella nozione di terreno agricolo anche quello che non viene condotto direttamente da un coltivatore o imprenditore agricolo professionale. L'articolo 1 si limita però a concedere la sospensione dal pagamento dell'imposta solo per i terreni agricoli, mentre sono tenuti a passare alla cassa i titolari di terreni incolti, a meno che non siano posseduti e condotti da un agricoltore. Dal 2012, infatti, sono soggetti al pagamento dell'Imu anche i terreni incolti che prima erano esclusi dal campo di applicazione dell'Ici.
Va ricordato che i benefici fiscali sui terreni agricoli non sono più limitati alle persone fisiche, ma si estendono anche alle società agricole. Per la qualificazione di coltivatore diretto o imprenditore agricolo professionale occorre fare riferimento all'articolo 1 del decreto legislativo 99/2004 e non più, come avveniva per l'Ici, all'articolo 58 del decreto legislativo 446/1997.
Quest'ultima disposizione qualificava coltivatori diretti e imprenditori agricoli solo le persone fisiche iscritte negli elenchi comunali e soggette alla contribuzione obbligatoria per invalidità, vecchiaia e malattia. Dunque, escludeva le aziende agricole (società di persone, cooperative e di capitali, anche a scopo consortile). Tra l'altro, con le modifiche apportate alla disciplina Imu dall'articolo 4 del dl 16/2012, il trattamento agevolato per i terreni non è più circoscritto alla finzione giuridica di non edificabilità del suolo, ma abbraccia anche le riduzioni d'imposta.
In particolare, i terreni agricoli posseduti e condotti da coltivatori diretti o da imprenditori agricoli sono soggetti all'Imu limitatamente alla parte di valore eccedente 6 mila euro e con le seguenti riduzioni: a) del 70% dell'imposta gravante sulla parte di valore eccedente i 6 mila euro e fino a 15. 500; b) del 50% di quella gravante sulla parte di valore eccedente 15.500 euro e fino a 25.500; c) del 25% sulla parte di valore eccedente 25.500 euro e fino a 32 mila (articolo ItaliaOggi del 30.05.201).

TRIBUTICosì il fotovoltaico dribbla l'imposta.
Imu sospesa anche per i fabbricati rurali in cui sono installati impianti fotovoltaici. La sospensione, prevista dal dl n. 54/2013 entrato in vigore il 22.05.2013, infatti riguarda anche agli impianti fotovoltaici connessi all'attività agricola.

Con nota dell'agenzia del territorio del 06.06.2012 n. 3189, infatti, viene previsto che «agli immobili ospitanti le installazioni fotovoltaiche, censiti autonomamente e per i quali sussistono i requisiti per il riconoscimento del carattere di ruralità, nel caso in cui ricorra l'obbligo di dichiarazione in catasto (...) è attribuita la categoria D/10 - fabbricati per funzioni produttive connesse ad attività agricole».
Dalla nota del Territorio pertanto possiamo dedurre che gli impianti fotovoltaici connessi ad attività agricole, accatastati nella categoria D/10 (immobili strumentali per le attività agricole), rientrino tra le categorie di immobili ammessi alla sospensione della rata Imu di giugno.
Ricordiamo che il decreto legge 21.05.2013, n. 54 (articolo 1, comma 1, lettera c), ha stabilito che la sospensione della prima rata di giugno vale anche per i «terreni agricoli e fabbricati rurali di cui all'articolo 13, commi 4, 5 e 8, del decreto-legge 06.12.2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22.12.2011, n. 214, e successive modificazioni». In seguito il ministero dell'economia e delle finanze ha diramato la circolare del 23.05.2013 n. 2/DF al fine chiarire i numerosi dubbi sorti in capo ai contribuenti in merito al versamento della prima rata Imu 2013.
Tra i dubbi chiariti vi è quello riguardante la sospensione dell'acconto 2013 dell'Imu relativa ai terreni agricoli e i fabbricati rurali. Pertanto dal combinato esame della nota del territorio e della circolare delle finanze possiamo ritenere valida la sospensione della prima rata Imu per gli impianti fotovoltaici connessi alle attività agricole. Nell'ottica dell'incentivazione della produzione di energia elettrica mediante fonti rinnovabili, il legislatore ha introdotto, negli ultimi anni, disposizioni di carattere fiscale volte a promuovere l'esercizio di tali attività da parte degli imprenditori agricoli.
Infatti la produzione e la cessione di energia elettrica e calorica da fonti rinnovabili agroforestali e fotovoltaiche nonché di carburanti ottenuti da produzioni vegetali provenienti prevalentemente dal fondo e dì prodotti chimici derivanti da prodotti agricoli provenienti prevalentemente dal fondo effettuate dagli imprenditori agricoli, costituiscono attività connesse ai sensi dell'articolo 2135, terzo comma, del codice civile (articolo 1, comma 423, della legge 23.12.2005, n. 266) (articolo ItaliaOggi del 30.05.2013).

TRIBUTIImu, decide il comune. Niente acconto se il bonus non è stato revocato. Spiragli per anziani e disabili ricoverati e per i residenti all'estero.
Anziani, disabili e residenti all'estero non devono pagare l'acconto Imu entro il prossimo 17 giugno se i comuni non hanno revocato per l'anno in corso il trattamento agevolato riconosciuto nel 2012 per gli immobili da loro destinati a abitazione principale.
Lo ha chiarito il dipartimento delle finanze del ministero dell'economia, con la
circolare 23.05.2013 n. 2/DF.
Dunque chi fruisce del trattamento agevolato, anche se a seguito dell'assimilazione degli immobili all'abitazione principale operata dai comuni, non è tenuto a pagare l'acconto Imu.
Per il dipartimento, considerata la finalità del legislatore di assicurare un regime di favore per l'abitazione principale e relative pertinenze, sia nel caso che l'assimilazione venga disposta per il 2013 «sia in quello in cui la stessa è stata effettuata nel 2012 e non è stata modificata nel 2013, l'assimilazione in questione determina l'applicazione delle agevolazioni». Compresa la sospensione del pagamento della prima rata Imu. I comuni, infatti, possono estendere o ampliare i benefici per la prima casa. Non scontano l'Imu come seconda casa gli immobili posseduti da anziani o disabili e residenti all'estero se il comune li ha assimilati o li assimila all'abitazione principale.
L'articolo 13 del dl 201/2011 prevede che il trattamento agevolato possa essere concesso per le unità immobiliari possedute, a titolo di proprietà o usufrutto, da anziani o disabili che spostano la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente, nonché per quelle possedute, a titolo di proprietà o usufrutto, in Italia dai cittadini italiani non residenti nel territorio dello stato, a condizione che non risultino locate. Peraltro, nel 2012 la scelta di concedere il beneficio fiscale era opportuna perché l'intero gettito degli immobili utilizzati come «prima casa» era riservato ai comuni. Allo stato non spettava la quota del 50%. E questa regola valeva anche per gli immobili assimilati.
L'articolo 1 del dl 54/2013 ha sospeso il pagamento dell'acconto Imu per gli immobili adibiti a abitazione principale e relative pertinenze. Sono però esclusi dal beneficio i fabbricati classificati nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9. La sospensione si estende anche alle unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa adibite a prima casa dei soci assegnatari, nonché a quelli assegnati da Iacp, Ater o da altri enti di edilizia residenziale pubblica. Sono esonerati dal pagamento dell'acconto anche i titolari di fabbricati rurali e terreni agricoli. La sospensione sembra finalizzata a un successivo riconoscimento dell'esenzione.
Per abitazione principale s'intende l'immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore dimora abitualmente e risiede anagraficamente. Sono da considerare pertinenze dell'abitazione principale esclusivamente quelle classificate nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, nella misura massima di un'unità pertinenziale per ciascuna delle suddette categorie catastali, anche se iscritte in catasto unitamente all'immobile adibito ad abitazione. Attualmente la legge prevede per questi fabbricati l'applicazione di una aliquota ridotta del 4 per mille, che i comuni possono aumentare o diminuire di 2 punti percentuali, e una detrazione di 200 euro, che può essere maggiorata di 50 euro per ogni figlio che risieda anagraficamente e dimori abitualmente nell'immobile, fino a un massimo di 400 euro, al netto della detrazione ordinaria.
Il contribuente, però, può fruire delle agevolazioni «prima casa» per un solo immobile, anche se utilizzi di fatto più unità immobiliari distintamente iscritte in catasto. I singoli fabbricati vanno assoggettati separatamente a imposizione, ciascuno per la propria rendita. È il contribuente a scegliere quale destinare a abitazione principale (circolare 3/2012) (articolo ItaliaOggi del 28.05.2013 - tratto da link a www.ecostampa.it).

TRIBUTI: Valore venale.
Domanda
Un comune del Lecchese vuole applicare l'Imu su un'area fabbricabile di recente acquisto in base al prezzo di compravendita, più alto del valore di mercato per ragioni di specifico interesse dell'acquirente e anche dei valori parametrici indicati dallo stesso comune per ridurre il rischio di contenzioso con i propri contribuenti. Vorrei sapere se la pretesa del comune è legittima.
Risposta
Per le aree fabbricabili taluni comuni hanno inserito nel proprio regolamento la regola secondo la quale se è rilevabile da un atto ufficiale un dato prezzo esso deve essere assunto come base imponibile Imu. Ciò anche nel caso in cui il comune abbia approvato i valori parametrici per le aree fabbricabili ubicate nelle varie zone del territorio comunale ed essi risultino più bassi di quelli desumibili dai predetti atti.
In realtà, tale pretesa incontra un limite nella normativa in quanto l'art. 5, c. 5, del dlgs n. 504/92), applicabile anche all'Imu, precisa che l'imponibile è dato dal valore «venale in comune commercio al 1° gennaio dell'anno di imposizione, avendo riguardo alla zona territoriale di ubicazione, all'indice di edificabilità, alla destinazione d'uso consentita, agli oneri per eventuali lavori di adattamento del terreno necessari per la costruzione, ai prezzi medi rilevati sul mercato dalla vendita di aree aventi analoghe caratteristiche».
Inoltre, qualora il comune abbia approvato con delibera consiliare i valori minimi rispettando i quali i contribuenti non soggiacciono al rischio di accertamento, appare contraddittorio e ben poco rispettoso del dovere di imparzialità, derogare a tale regola per i soli possessori di terreni per i quali siano intervenuti trasferimenti a prezzi più elevati: lo stesso terreno, infatti, in un caso sarebbe soggetto ad accertamento, nell'altro no, senza ragione alcuna.
Peraltro, i contribuenti non hanno alcun obbligo di attenersi ai valori parametrici comunali o all'indicazione di dover dichiarare il prezzo di acquisizione dell'area fabbricabile, dal momento che l'imponibile di tale tipologia di immobile è dato dal suo valore venale. Valore venale che può risultare inferiore al prezzo per varie ragioni, tutte legittime, in quanto potrebbe essere stato pagato più del suo valore in dipendenza proprio di specifici interessi del contribuente, come segnalato nel quesito: per esempio, completare una serie di lotti già posseduti con un ulteriore appezzamento, evitare il rischio che l'appezzamento finisca in mani altrui e possa essere edificato pregiudicando il proprio interesse, per ragioni affettive; oppure perché si può avere fatto un cattivo affare e si è pagato un'area più del suo valore commerciale.
Il comune non dovrebbe quindi mai procedere meccanicamente all'accertamento, ma esaminare con la dovuta attenzione quale sia il reale valore venale in comune commercio del bene, a prescindere dal prezzo a cui è avvenuta la transazione, se del caso avviando anche un confronto con il contribuente (articolo ItaliaOggi Sette del 27.05.2013).

TRIBUTI: Oggetto: Novità attinenti il versamento della prima rata IMU ed alle relative modalità di calcolo (ANCE di Bergamo, circolare 24.05.2013 n. 125).

TRIBUTI: La riforma Imu punti all'equità. Niente esenzione prima casa in presenza di altri immobili.  I comuni dovrebbero avere libertà di manovra sulle aliquote per i grandi patrimoni.
La volontà politica del nuovo governo di procedere con la riforma complessiva del fisco immobiliare locale è una scelta condivisibile, a condizione di non generare aspettative frutto di demagogia o di banalizzazione, con agevolazioni o esenzioni prive di copertura finanziaria, mettendo a rischio le entrate degli enti locali.
Il decreto legge 54 del 21.05.2013, ha sospeso il pagamento dell'Imu per le abitazioni principali e relative pertinenze, esclusi i fabbricati di categoria A/1, A/8 e A/9, per le unità immobiliari delle cooperative a proprietà indivisa e degli istituti autonomi case popolari e enti similari, per i terreni agricoli e per i fabbricati rurali.
La sospensione è una scelta transitoria e impone l'obbligo di assumere decisioni definitive entro il 31.08.2013, ma in primo luogo è necessario arrivare a una riforma complessiva, indicando con chiarezza tempi realistici e fonti di finanziamento.
Una riforma seria dell'Imu dovrebbe porsi pochi obiettivi raggiungibili, comprensibili e applicabili con semplicità, evitando di porsi obiettivi troppo ambiziosi che renderebbero impossibili le fasi attuative, in tempi così brevi.
L'ipotesi di eliminazione dell'Imu e della Tares, con la nascita, peraltro in corso d'anno, di una nuova «Service Tax», è un progetto troppo ambizioso e pieno di ostacoli tecnici e operativi, con il rischio di una profonda confusione sull'individuazione del soggetto passivo, sulla base imponibile, sul concetto di utilizzo, sulla inconciliabilità tra un'imposta patrimoniale e il principio europeo sui rifiuti «paghi in base a quanto inquini».
La scelta della «Service Tax» è già stata abbandonata negli anni passati e la sua replica, lascia trasparire un eccesso di sottovalutazione delle problematiche tecniche ed operative da parte di coloro che ne alimentano l'introduzione, senza alcuna reale consapevolezza delle difficoltà applicative.
In questo quadro i comuni italiani come possono deliberare aliquote Imu e tariffe Tares, senza conoscere se i loro tributi saranno confermati o eliminati, come si pensa che i contribuenti interpretino questa ondivaga volontà del governo rispetto alla prossima scadenza di giugno, quali gettiti saranno credibilmente incassati in assenza di regole certe sulla Tares, quali sicurezze vi sono sulla conferma dell'attività di riscossione coattiva per i comuni da parte di Equitalia.
Prima di approfondire le possibili scelte della riforma, è necessario, a tutela dei circa 6 mila comuni che riscuotono con Equitalia e a tutela dei livelli occupazionali della stessa società di riscossione pubblica, intervenire con una proroga immediata dell'attività in scadenza il 30.06.2013, per dare continuità all'invio dei ruoli per la riscossione coattiva, evitando l'isolamento dei piccoli comuni e il disperdersi di potenziali gettiti comunali.
In questo quadro di profonda incertezza della fiscalità locale, la riforma rischia di disattendere aspettative politiche eccessive, prive di coperture, e di produrre difficoltà nei flussi finanziari dei comuni, è quindi necessario riformulare l'attuale struttura dell'Imu e della Tares limitandosi ad apportare correttivi qualitativi e credibili, riducendo le disuguaglianze sociali.
In assenza di risorse, non è equo decidere se l'Imu sulla prima casa non di lusso, debba essere pagata o esentata a tutti i contribuenti, a prescindere dal reddito e dalla ricchezza posseduta.
Il concetto di abitazione principale, ha necessità di essere distinto tra l'unica casa e la prima casa. Il legislatore tende a uniformare le due fattispecie, ma in quella distinzione vi sono spesso storie personali e familiari molto diverse e con capacità patrimoniali e finanziarie non allineate.
Esiste quindi la necessità di andare oltre il concetto di tassazione Imu della prima casa, non di lusso, separando la casistica in due fattispecie fiscali diverse:
1. unica casa non di lusso,
2. prima casa di altre.
Trattasi di fabbricati che, al momento, sono sottoposti allo stesso livello di tassazione con identica aliquota, seppure la differenziazione patrimoniale delle due casistiche non sfugge certamente al lettore.
Il nuovo decreto legge 54/2013 si è limitato a mantenere la tassazione sulle prime case di lusso, esentando tutte le altre abitazioni principali, ma il minore gettito di circa 4 miliardi di euro che ne deriva, è insostenibile per le casse dei comuni, per questo motivo Legautonomie propone di passare dal concetto di prima casa, al concetto di unica casa non di lusso.
Applicare l'esenzione Imu sull'unica casa non di lusso, è una scelta di equità che garantirebbe un risparmio fiscale alle fasce sociali più deboli e maggiormente aggredite dalla crisi economica generale, con un minore gettito che potrebbe essere assorbito utilizzando il principio di progressività sui grandi patrimoni immobiliari, così come richiestoci dall'Unione europea.
In carenza di risorse, l'esenzione non può eticamente essere attribuita ai proprietari di una prima casa e di molti altri immobili, l'appiattimento del beneficio rischia di accentuare le disuguaglianze sociali, ponendosi in palese contrasto con il principio dell'art. 53 della Costituzione che recita: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».
Una parte significativa della popolazione è proprietaria della propria abitazione:
- 17 milioni di famiglie circa sul totale di 23 milioni di famiglie italiane possiedono la prima casa;
- 18 milioni di famiglie sono proprietarie di seconda casa, immobili per usi non abitativi propri, immobili in affitto per abitazione e altri usi.
Ben diversa appare invece la situazione quando si esamina l'aspetto strettamente legato alla distribuzione del patrimonio immobiliare e della ricchezza, che risulta, al contrario, caratterizzata da un elevato grado di concentrazione: molte famiglie ne detengono livelli modesti o nulli; all'opposto, poche famiglie dispongono di patrimoni elevati: il 10% delle famiglie italiane detiene circa il 46% della ricchezza complessiva.
La riforma dell'Imu deve quindi tendere all'eliminazione dell'imposta per i soli proprietari di un'unica casa non di lusso, ampliando gli spazi di manovra dei comuni sulle aliquote per i grandi patrimoni, per valore o per numero, chiedendo un contributo fiscale più elevato ai più ricchi, a favore della necessaria copertura finanziaria del minore gettito derivante dall'applicazione della suddetta esenzione sull'unica casa posseduta.
È inoltre necessario procedere con una semplificazione della tassazione immobiliare, eliminando le molteplici imposte statali che colpiscono fabbricati e terreni (imposta di registro, imposta catastale e ipotecaria, imposta su successioni e donazioni, cedolare secca) accorpandole nell'Imu, al fine di avere un tributo comunale unico sugli immobili.
Equità, progressività e semplificazione sono obiettivi credibili, raggiungibili e capaci di ridurre le disuguaglianze, a parità di gettito, evitando il ricorso a improbabili riforme complessive che risultano prive di logica in un contesto temporale così breve.
Una riforma complessiva e più ambiziosa della fiscalità immobiliare, non deve infatti partire dalla rimodulazione dell'Imu, ma dalla emanazione di un Testo unico sui tributi locali, che raccolga tutte le norme di riferimento e dalla profonda e efficace revisione del catasto affinché le rendite catastali diventino credibili ed esprimano il concreto valore dei patrimoni immobiliari, evitando medie e appiattimenti che penalizzano i più deboli.
Per capire quanto le rendite catastali siano distanti dalla realtà, è infatti sufficiente visionare i dati dell'osservatorio del mercato immobiliare, forniti da altro ufficio della stessa Agenzia del territorio.
L'Imu è anche un metodo di redistribuzione finanziaria delle risorse, attraverso un parziale e modesto trasferimento monetario di riequilibrio sociale.
Tutto questo è doveroso ed equo, soltanto se la progressività per le grandi ricchezze e l'esenzione per l'unica abitazione non di lusso, divengono obiettivi di una politica fiscale seria e condivisa, garantendo agli enti locali il diritto di esercitare la propria autonomia fiscale con principi di equità e di semplificazione (articolo ItaliaOggi del 24.05.2013 - tratto da www.ecostampa.it).

TRIBUTINon sono obbligatorie le scadenze Tares fissate dal Mef. I chiarimenti in una nota Ifel che sollecita la pubblicazione dei codici tributo.
Le scadenze per il pagamento della Tares indicate nel decreto ministeriale con il quale è stato approvato il bollettino di conto corrente postale non sono obbligatorie perché non previste dalla norma di legge. Il ministero dell'economia e delle finanze, nel fissare le scadenze delle rate, si è spinto oltre quanto stabilito dalla norma che disciplina il tributo. Il nuovo bollettino potrà essere utilizzato solo a partire dal prossimo 1° luglio e riporta un unico numero di conto corrente che è valido per tutti i comuni del territorio nazionale. La maggiorazione va pagata con l'ultima rata Tares.
Sono alcune precisazioni contenute nella nota 21.05.2013 dell'Ifel che, tra l'altro, sollecita la pubblicazione dei codici tributo Tares da inserire nel modello F24. Inoltre, con una nota del 22 maggio sono stati segnalati i nuovi codici tributo, istituiti con la risoluzione n. 33/E dell'Agenzia delle entrate, per il pagamento dell'Imu, tramite «F24» e «F24 EP», relativamente agli immobili di categoria D, il cui gettito va allo stato con aliquota standard del 7,6 per mille.
Pagamento Tares. Correttamente la fondazione Anci ha chiarito che il decreto ministeriale «si spinge ad indicare periodi di pagamento non previsti dalla normativa primaria (dal 1° giorno ed entro il 16° giorno di ciascun mese di scadenza delle rate)». Quindi, non possono essere considerate obbligatorie.
L'Ifel pone in evidenza che il modello di bollettino di conto corrente postale, intestato a «Pagamento Tares», riporta obbligatoriamente il numero di conto 1011136627, che è valido per tutti i comuni del territorio nazionale. In base alle ultime modifiche normative introdotte con l'articolo 10 del dl 35/2013, la maggiorazione va pagata contestualmente all'ultima rata del tributo, nella misura fissa di 30 centesimi al metro quadrato, e verrà incassata dallo stato.
In deroga alla disciplina ordinaria del tributo, infatti, i comuni non possono aumentarla fino a 40 centesimi. La nota interviene anche sulle modalità di riversamento ai comuni delle somme riscosse e ricorda che la tempistica e le modalità sono analoghe a quelle previste per i versamenti unitari (F24) dal decreto legislativo 241/1997. In effetti, il decreto ministeriale dispone che la società Poste italiane è tenuta a riversare sulla contabilità speciale n. 1777 «Agenzia delle entrate - Fondi della riscossione», aperta presso la Banca d'Italia, le somme pagate dai contribuenti tramite i bollettini di conto corrente.
Deve poi trasmettere alla struttura di gestione i dati analitici indicati nei bollettini. In seguito alla rendicontazione da parte delle Poste, la struttura di gestione accredita le somme agli enti. Tributo e maggiorazione sono accreditati ai comuni, mentre la tariffa deve essere accreditata al gestore del servizio. Solo per il 2013, se deliberato dal comune, il gestore può riscuotere anche il tributo.
Il comune o l'affidatario del servizio possono inviare ai contribuenti i bollettini precompilati nei quali vanno riportati il codice catastale dell'ente e gli importi dovuti. Infine è urgente, per l'Ifel, la pubblicazione dei codici tributo Tares da inserire nel modello F24.
Imu. Con la nota del 22 maggio viene invece dato risalto alla risoluzione n. 33 con la quale l'Agenzia delle entrate ha diffuso i codici tributo per il versamento, tramite modello «F24» e «F24 EP», dell'imposta municipale relativa agli immobili a uso produttivo classificati nel gruppo catastale D. Da quest'anno, infatti, l'Imu torna a essere a tutti gli effetti un'imposta comunale.
Tuttavia, allo stato va la quota del gettito derivante dagli immobili classificati nel gruppo catastale D, calcolato con l'aliquota standard del 7,6 per mille. Per questi fabbricati i comuni hanno la facoltà di aumentare l'aliquota base di 3 punti percentuali e di incassare le maggiori somme (articolo ItaliaOggi del 24.05.2013 - tratto da www.ecostampa.it).

TRIBUTI: OGGETTO: Imposta municipale propria (IMU) di cui all’art. 13 del D.L. 06.12.2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22.12.2011, n. 214. Modifiche recate dall’art. 10, comma 4, lett. b), del D.L. 08.04.2013, n. 35, in corso di conversione. Quesiti in materia di pagamento della prima rata dell’imposta relativa all’anno 2013 (Ministero dell'Economia e delle Finanze, circolare 23.05.2013 n. 2/DF).

TRIBUTI: Decreto Ministero dell’Economia e delle Finanze del 14.05.2013 di approvazione del modello di bollettino di conto corrente postale concernente il versamento del tributo comunale sui rifiuti e sui servizi (TARES) (IFEL, nota 21.05.2013).

TRIBUTI: G.U. 21.05.2013 n. 117 "Interventi urgenti in tema di sospensione dell’imposta municipale propria, di rifinanziamento di ammortizzatori sociali in deroga, di proroga in materia di lavoro a tempo determinato presso le pubbliche amministrazioni e di eliminazione degli stipendi dei parlamentari membri del Governo" (D.L. 21.05.2013 n. 54).

TRIBUTI: Congelato l'acconto dell'Imu. Sospensione per la prima casa. Immobili di pregio esclusi. Il provvedimento del consiglio dei ministri, in attesa di una riforma del sistema.
Sospeso il pagamento dell'acconto Imu, fissato per il prossimo 17 giugno, per gli immobili adibiti ad abitazione principale e relative pertinenze. Sono però esclusi dal beneficio i fabbricati classificati nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9. La sospensione si estende anche alle unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa adibite a prima casa dei soci assegnatari, nonché a quelli assegnati da Iacp, Ater o da altri enti di edilizia residenziale pubblica. Sono esonerati dal pagamento dell'acconto anche i titolari di fabbricati rurali e terreni agricoli, in attesa di una complessiva riforma dell'imposizione fiscale sul patrimonio immobiliare che dovrebbe essere varata nei prossimi mesi.
È quanto prevede l'articolo 1 del decreto legge approvato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri.
La sospensione del pagamento dell'acconto Imu, la cui scadenza è prevista per il 17 giugno, nelle more della riforma del sistema di tassazione degli immobili, sia a livello statale sia locale, sembra finalizzata a un successivo riconoscimento dell'esenzione dal pagamento, soprattutto per gli immobili destinati a abitazione principale. Va ricordato che dal 2008 al 2011 sono stati esonerati dal pagamento dell'Ici i titolari di questi immobili. Così come sono state escluse dal beneficio le unità immobiliari iscritte nelle categorie catastali A1, A8 e A9 (immobili di lusso, ville e castelli).
La qualificazione giuridica di abitazione principale. Per abitazione principale si intende l'immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore dimora abitualmente e risiede anagraficamente. Sono da considerare pertinenze dell'abitazione principale esclusivamente quelle classificate nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, nella misura massima di un'unità pertinenziale per ciascuna delle suddette categorie catastali, anche se iscritte in catasto unitamente all'immobile adibito ad abitazione. Attualmente la legge prevede per queste unità immobiliari l'applicazione di una aliquota ridotta del 4 per mille, che i comuni possono aumentare o diminuire di 2 punti percentuali, e una detrazione di 200 euro, che può essere maggiorata di 50 euro per ogni figlio che risiede anagraficamente e dimora abitualmente nell'immobile, fino a un massimo di 400 euro, al netto della detrazione ordinaria.
Il contribuente, però, può fruire delle agevolazioni «prima casa» per un solo immobile, anche se utilizzi di fatto più unità immobiliari distintamente iscritte in catasto, a meno che non abbia provveduto al loro accatastamento unitario. Lo ha chiarito il dipartimento delle finanze del ministero dell'economia con la circolare 3/2012. Rispetto a quanto previsto per l'Ici, la definizione di abitazione principale presenta dei profili di novità. L'articolo 13, comma 2, del dl 201/2011 prevede che per abitazione principale si intende l'immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore e il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente. Dalla lettura della norma, per il dipartimento, «emerge, innanzitutto, che l'abitazione principale deve essere costituita da una sola unità immobiliare iscritta o iscrivibile in catasto a prescindere dalla circostanza che sia utilizzata come abitazione principale più di una unità immobiliare». Quindi, le singole unità vanno assoggettate separatamente a imposizione, ciascuna per la propria rendita. È il contribuente a scegliere quale destinare a abitazione principale.
L'interpretazione ministeriale, però, non può essere condivisa, in quanto richiama nella circolare il principio affermato per la prima volta dalla Cassazione (sentenza 25902/2008) per l'Ici, poi ribadito con altre pronunce, ma lo ritiene superato dalla nuova disposizione, secondo la quale il beneficio fiscale è limitato a una sola unità immobiliare, mentre le altre, ancorché utilizzate di fatto come abitazione principale, non possono fruire del trattamento agevolato. Invece, anche per l'Imu il contribuente dovrebbe fruire dei benefici fiscali, qualora utilizzi contemporaneamente diversi fabbricati come abitazione principale, visto che l'articolo 13 richiede che si tratti di un'unica unità immobiliare «iscritta o iscrivibile» come tale in catasto. Occorre dare un senso alla formulazione letterale della norma che fa riferimento ai diversi immobili che sono potenzialmente «iscrivibili» come un'unica unità immobiliare. In questi casi, dunque, è sufficiente che sussistano due requisiti: uno soggettivo e l'altro oggettivo. In particolare, le diverse unità immobiliari devono essere possedute dallo stesso titolare (o dagli stessi titolari) e devono essere contigue. E l'Agenzia del territorio dovrebbe certificare l'iscrivibilità come unica unità immobiliare.
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Esonero esteso ai fabbricati rurali e ai terreni agricoli.
Sono esonerati dal pagamento dell'acconto Imu anche i titolari di fabbricati rurali e terreni agricoli.
Fabbricati rurali. Per gli immobili rurali dal 2012 sono cambiate le regole sulle agevolazioni. Quelli adibiti ad abitazione di tipo rurale sono stati assoggettati al pagamento dell'Imu con applicazione dell'aliquota ordinaria, a meno che non siano destinati a prima casa. Mentre per quelli strumentali, vale a dire quelli utilizzati per la manipolazione, trasformazione e vendita dei prodotti agricoli, non è più prevista l'esenzione, ma un trattamento agevolato con applicazione dell'aliquota del 2 per mille che i comuni possono ridurre all'1 per mille. Mentre è stata confermata l'esenzione solo per i fabbricati strumentali ubicati in comuni montani o parzialmente montani indicati in un elenco predisposto dall'Istat.
Bisogna inoltre ricordare che per i fabbricati rurali strumentali non conta più la classificazione catastale per avere diritto alle agevolazioni fiscali. Possono infatti mantenere le loro categorie originarie. È sufficiente l'annotazione catastale, tranne per i fabbricati strumentali che siano per loro natura censibili nella categoria D/10. Con la circolare 2/2012 l'Agenzia ha anche fornito dei chiarimenti, relativamente a quanto disposto dal decreto ministeriale emanato il 26.07.2012, sugli adempimenti che devono porre in essere i titolari dei fabbricati interessati a ottenere l'annotazione negli atti catastali della ruralità, al fine di fruire anche per l'Imu del trattamento agevolato.
Terreni agricoli e incolti. L'articolo 1 del dl si limita a concedere la sospensione dal pagamento dell'imposta solo per i terreni agricoli, mentre sono tenuti a passare alla cassa i titolari di terreni incolti. Dal 2012, infatti, sono soggetti al pagamento dell'Imu anche i terreni incolti che prima erano esclusi dal campo di applicazione dell'Ici. Oltre ai terreni agricoli la nuova imposta colpisce i terreni diversi da quelli fabbricabili e da quelli utilizzati per l'esercizio delle attività agricole.
Terreni agricoli, secondo la definizione contenuta nell'articolo 2135 del Codice civile, sono quelli utilizzati per l'esercizio dell'attività agricola, ovvero la coltivazione del fondo, la silvicoltura, l'allevamento animali e le attività connesse. In base all'articolo 13 del dl salva-Italia (201/2011), il valore dei terreni agricoli su cui calcolare l'imposta è ottenuto moltiplicando il reddito dominicale risultante in catasto, vigente al 1° gennaio dell'anno di imposizione, rivalutato del 25%, per 135. La norma, invece, prevede un trattamento agevolato per i coltivatori diretti e gli imprenditori professionali iscritti nella previdenza agricola, per i quali il moltiplicatore di riferimento è ridotto a 110, anche se i terreni non vengono coltivati (articolo ItaliaOggi Sette del 20.05.2013).

TRIBUTI: G.U. 20.05.2013 n. 116 "Approvazione del modello di bollettino di conto corrente postale concernente il versamento del tributo comunale sui rifiuti e sui servizi (TARES)" (Ministero dell'Economia e delle Finanze, decreto 14.05.2013).

TRIBUTICONSIGLIO DEI MINISTRI/ Varato il dl. Per le imprese deducibilità dall'Ires, ma non subito.
Imu sospesa in attesa di riforma. Senza nuove regole entro agosto, versamenti al 16/09.
Imu prima casa sospesa in attesa di riforma. Mentre le imprese incassano per il momento solo una promessa: quando metterà mano all'intera materia della fiscalità immobiliare (Tares compresa), il governo introdurrà forme di deducibilità dai redditi d'impresa (Ires) dell'Imu pagata sugli immobili strumentali.

È questo il compromesso raggiunto nel consiglio dei ministri di ieri che ha approvato il decreto legge di sospensione dell'imposta municipale sugli immobili in attesa di una complessiva riforma dell'imposizione immobiliare che avrà come deadline il 31 agosto.
Nel frattempo l'appuntamento del 17 giugno per l'acconto Imu slitterà per 15 milioni di proprietari di abitazione principale (e relative pertinenze) ad accezione solo degli immobili di lusso, iscritti nelle categorie catastali A/1 (abitazioni di tipo signorile), A/8 (ville) e A/9 (castelli e palazzi di pregio storico-artistico). Niente acconto a giugno anche per gli immobili delle cooperative edilizie a proprietà indivisa, adibiti ad abitazione principale (e relative pertinenze), nonché per gli alloggi assegnati dagli Istituti autonomi case popolari (Iacp) e per gli enti di edilizia residenziale pubblica. E anche per terreni agricoli e fabbricati rurali l'appuntamento con l'acconto è rimandato a settembre (si veda altro pezzo in pagina).
Il testo del provvedimento, che stanzia anche 990 milioni per il finanziamento della Cassa integrazione in deroga e proroga al 31 dicembre i contratti dei precari della pubblica amministrazione, non è stato tuttavia ancora licenziato in via definitiva dal governo (lo sarà lunedì) in attesa di completare l'allegato con le quantificazioni della quota Imu di competenza di ciascun comune.
Nel periodo di sospensione dell'acconto il governo dovrà riformare la fiscalità immobiliare locale nel rispetto degli obiettivi indicati nel Documento di economia e finanza 2013 (dove però l'Imu, senza distinzione tra prima e seconda casa, viene descritta come un'imposta permanente e strutturale, il che ne escluderebbe qualsiasi ipotesi di definitiva cancellazione) e in coerenza con gli impegni assunti in sede europea. Se la riforma non arriverà entro fine agosto, l'attuale disciplina dell'Imu prima casa rivivrà e i contribuenti saranno chiamati al versamento entro il 16 settembre.
La sospensione dell'imposta non produrrà problemi di liquidità nei comuni. Infatti, i buchi di bilancio che si apriranno nei conti per effetto del mancato incasso dell'acconto saranno compensati attraverso il meccanismo delle anticipazioni di tesoreria. Come anticipato su ItaliaOggi dell'08/05/2013, i comuni potranno chiedere sino al 30 settembre anticipazioni pari al 50% del gettito Imu prima casa 2012 di propria pertinenza calcolato ad aliquota base (là dove i sindaci hanno deciso di limitare il prelievo al 4 per mille) o ad aliquota maggiorata (nei municipi che l'anno scorso hanno deliberato una tassazione extra anche sulla prima casa). Gli importi che gli enti potranno chiedere terranno conto anche del gettito Imu proveniente dagli immobili di cooperative e Iacp.
Gli oneri per interessi sulle somme anticipate ai sindaci saranno a carico dello stato, nel senso che sarà il ministero dell'interno a rimborsarli ai comuni con modalità da definire entro 20 giorni dall'entrata in vigore del decreto. Si dovrebbe trattare in totale di 18,2 milioni per il 2013, che saranno attinti in questo modo: 12,5 milioni, mediante riduzione del Fondo per interventi strutturali di politica economica, 5,1 milioni mediante riduzione di alcuni fondi speciali nello stato di previsione del Mef e infine 600 mila euro dal risparmio ottenuto dal divieto di cumulo tra gli stipendi da ministro, viceministro e sottosegretario con l'indennità parlamentare. Una misura, questa, annunciata da Enrico Letta nel discorso con cui ha chiesto la fiducia delle camere e trasposta nel decreto legge approvato ieri.
Secondo la Cgia di Mestre, la deducibilità dell'Imu dalle imposte dirette produrrebbe un vantaggio fiscale medio sui capannoni a uso industriale di oltre 3.300 euro. La simulazione è stata realizzata sul risparmio Imu che potrebbe godere una srl metalmeccanica avente un reddito di 90.000 euro e un capannone da 5.000 mq con una rendita catastale di oltre 9.500 euro.
Tuttavia secondo gli artigiani di Mestre «è indispensabile che questa opportunità sia concessa non solo ai proprietari degli immobili a uso produttivo, ma anche alle micro imprese (laboratori artigianali e negozi) che si trovano in perenne crisi di liquidità». «Vigileremo perché non si facciano differenza tra grandi e piccole imprese», ha assicurato Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia. Soddisfazione per la sospensione dell'acconto è stata anche espressa da Confedilizia, il cui presidente, Corrado Sforza Fogliani, ha però puntato il dito contro la «superficialità» con cui si sono individuati gli immobili di lusso per i quali la sospensione non si applicherà. Mentre il presidente dell'Anci, Alessandro Cattaneo, ha rimarcato la situazione di incertezza in cui con la sospensione dell'Imu si troveranno i comuni nella predisposizione dei bilanci. «Incertezze alle quali pare difficile poter dare risposta» (articolo ItaliaOggi del 18.05.2013).

TRIBUTILa Tares a conguaglio va versata al comune. I gestori possono incassare soltanto gli acconti, dice l'Ifel.
L'ultima rata Tares, a conguaglio di quanto pagato dai contribuenti in acconto, deve essere versata ai comuni. I gestori del servizio rifiuti possono incassare solo i pagamenti in acconto.
È quanto affermato dall'Ifel (fondazione Anci) con la nota 10.05.2013, con la quale ha fornito dei chiarimenti ai comuni sulla corretta applicazione delle nuove disposizioni contenute nell'articolo 10 del dl 35/2013. Questa interpretazione si pone però in contrasto con quanto sostenuto dal ministero dell'economia con la circolare 1/2013.
Dunque, l'Ifel prende una posizione diversa dal ministero anche sulla riscossione della Tares, oltre che sull'Imu. Ha infatti precisato nella nota che i gestori del servizio possono incassare solo gli acconti. Il saldo va versato direttamente ai comuni. Mentre per il ministero possono incassare anche il saldo. Secondo la fondazione Anci la circolare ministeriale «propone una lettura estensiva» dell'articolo 10 del dl «pagamenti p.a.», poiché attribuisce «direttamente alle aziende di gestione del servizio rifiuti l'intero gettito annuale del tributo, previa delibera comunale in tal senso», nonostante la norma non deroghi espressamente
«alla diretta destinazione al comune delle somme incassate a titolo di Tares, come prescritto ordinariamente dallo stesso comma 35, terzo periodo».
La nota pone in rilievo che «una lettura più prudente delle norme straordinarie recate dal dl 35» porta a escludere che il gestore incassi l'ultima rata 2013, in quanto «dall'attivazione del pagamento via F24 il comune dovrebbe invece essere il diretto destinatario delle somme riscosse». Fermo restando che bisogna accelerare l'iter per i pagamenti delle somme dovute al gestore per l'attività svolta.
In effetti l'articolo 10, che deroga alla disciplina ordinaria del tributo, dispone che la nuova tassa sui rifiuti e la maggiorazione sui servizi si pagheranno con l'ultima rata, a conguaglio delle somme versate in acconto. Le rate possono essere determinate in base a quanto già versato dai contribuenti nell'anno 2012 per Tarsu, Tia1 e Tia2. Inoltre la maggiorazione, fissata nella misura di 0,30 euro per metro quadrato, non può essere aumentata dai comuni e il gettito è riservato allo stato.
Gli enti locali, con propria deliberazione, possono stabilire il numero delle rate di versamento del tributo. Ma i cittadini devono essere informati, anche con la pubblicazione sul sito internet del comune, almeno 30 giorni prima della data di scadenza dei pagamenti. Per le prime due rate le amministrazioni locali possono inviare i modelli già predisposti per il pagamento di Tarsu, Tia1 o Tia2. Gli acconti verranno scomputati dal quantum dovuto, a titolo di Tares, per l'anno 2013.
La prima rata fissata ex lege per il mese di luglio, come previsto dal dl rifiuti (1/2013), può essere anticipata anche nel caso in cui il comune non abbia adottato il regolamento, che deve essere emanato entro il prossimo 30 giugno. Concessionari e gestori del servizio possono continuare a riscuotere il tributo, con l'unico dubbio che possano incassarlo per tutto il 2013, anche a saldo, o solo in acconto. Si ritiene più aderente al dettato normativo la circolare ministeriale, che opta per la prima soluzione (articolo ItaliaOggi del 17.05.2013).

TRIBUTITarsu sui campeggi, strutture fisse come le civili abitazioni. Sentenza della ctp Lecce.
Tarsu campeggi: equiparata la superficie delle strutture fisse abitative a quella delle civili abitazioni.

Con la sentenza n. 177/02/13, la Ctp di Lecce ha stabilito che le strutture fisse abitative dei campeggi (per esempio bungalow, piazzole) devono essere tassate con l'aliquota unica delle civili abitazioni.
La vicenda ha a oggetto l'impugnazione da parte di una società, proprietaria di un campeggio, di una cartella di pagamento relativa a Tarsu anno 2008. In particolar modo, la ricorrente eccepiva la nullità della cartella per illegittimità della tariffa per contrasto con l'art. 68 del dlgs n. 507/1993 nonché la nullità della cartella per illegittimità del regolamento e della relativa delibera comunale, con conseguente disapplicazione degli stessi; in subordine, chiedeva che venisse disposta la riliquidazione della tassa dovuta in applicazione della tariffa prevista per le abitazioni private ai sensi dell'art. 68 citato.
I giudici di merito nell'accogliere parzialmente il ricorso della società ricorrente hanno ricordato come l'art. 68 del dlgs 507/1993 stabilisce che i comuni, per l'applicazione della tassa, sono tenuti ad adottare apposito regolamento che deve contenere, tra l'altro, la classificazione delle categorie e delle eventuali sottocategorie di locali e aree con omogenea potenzialità di rifiuti da tassare con la medesima misura tariffaria. Con il comma 2 del suddetto articolo il legislatore suggerisce l'articolazione delle categorie e delle eventuali sottocategorie da compiersi «ai fini della determinazione comparativa delle tariffe» tenendo conto, in via di massima, di alcuni gruppi di attività o di utilizzazione.
La lettera c) del citato comma 2 accorpa nel medesimo gruppo i locali e aree a uso abitativo per nuclei familiari, collettività e convivenze, esercizi alberghieri; tale elencazione, peraltro, deve considerarsi meramente esemplificativa. Alla luce di tanto, è dato leggersi in sentenza, «appare irragionevole ritenere che un nucleo familiare in vacanza produca maggiori rifiuti di quelli prodotti ordinariamente nella propria abitazione» e, pertanto, il comune deve provvedere alla riliquidazione della Tarsu.
Con tale pronuncia, in sostanza, è stato ribadito quanto già stabilito per gli alberghi che sono stati parimenti assimilati, dalla giurisprudenza di merito, a civili abitazioni (articolo ItaliaOggi del 15.05.2013).

TRIBUTISul verde pubblico non si paga l'Ici. Ctr Milano: nei parchi l'inedificabilità è palese.
Un'area compresa in una zona destinata dal piano regolatore generale a verde pubblico attrezzato non è soggetta al pagamento dell'Ici. Il vincolo di destinazione, infatti, non consente di dichiarare l'area edificabile poiché al contribuente viene impedito di operare qualsiasi trasformazione del bene.

È quanto ha affermato la Commissione Tributaria regionale di Milano, sezione XXXV, con la sentenza 13.05.2013 n. 71.
Per il giudice d'appello, lo strumento urbanistico vigente destina l'area a spazio pubblico per parco, giochi e sport «rendendo palese e percepibile il vincolo di utilizzo meramente pubblicistico con la conseguente inedificabilità».
Nella sentenza vengono richiamate alcune pronunce della Cassazione che hanno fissato questo principio, che però non è assolutamente pacifico. In particolare, la Cassazione (sentenza 25672/2008) ha stabilito che se il piano regolatore generale del comune stabilisce che un'area sia destinata a verde pubblico attrezzato, questa prescrizione urbanistica impedisce al privato di poter edificare. Dunque, l'area non è soggetta al pagamento dell'Ici anche se l'edificabilità è prevista dallo strumento urbanistico.
La natura edificabile delle aree comprese in zona destinata a verde pubblico attrezzato impedisce ai privati la trasformazione del suolo riconducibile alla nozione tecnica di edificazione. In questi casi, la finalità è quella di assicurare la fruizione pubblica degli spazi. Mentre, con la sentenza 19131/2007 aveva sostenuto che l'Ici fosse dovuta su un'area edificabile anche se sottoposta a vincolo urbanistico e destinata a essere espropriata: quello che conta è il valore di mercato dell'immobile nel momento in cui è soggetto a imposizione.
Con questa decisione, tra l'altro, i giudici avevano precisato che l'Ici non «ricollega il presupposto dell'imposta all'idoneità del bene a produrre reddito o alla sua attitudine a incrementare il proprio valore o il reddito prodotto».
Il valore dell'immobile assume rilievo solo per determinare la misura dell'imposta. L'area doveva essere considerata edificabile anche se qualificata «standard» e, quindi, vincolata a esproprio (articolo ItaliaOggi del 02.08.2013).

TRIBUTI: Nullità Tarsu.
Domanda
Per la tassa sui rifiuti solidi urbani mi è stata notificata una cartella esattoriale non preceduta dalla notifica dell'avviso bonario o dell'avviso di accertamento da parte del comune. Chiedo se nel caso prospettato la cartella di pagamento possa essere inficiata di nullità.
Risposta
La Commissione tributaria provinciale di Bolzano, Sezione prima, con la sentenza del 07.06.2012, numero 66, ha sentenziato che la cartella di pagamento, in materia di tassa sui rifiuti solidi urbani, è nulla se non è stata preceduta dalla notifica dell'avviso bonario o dell'avviso di accertamento da parte dell'ente creditore. I giudici di Bolzano fondano il loro ragionamento su quanto deciso dalla Corte di cassazione civile, sezione quinta, con la sentenza numero 6104, del 16.03.2011,.
In materia, infatti, i Supremi giudici della Corte di cassazione hanno stabilito che «in tema di Tarsu, essendo a tale tributo in larga parte applicabile la disciplina prevista per la riscossione delle imposte sui redditi, in virtù dell'articolo 72, commi 4 e 5, del decreto legislativo 15.11.1993, numero 507, deve ritenersi che la mancata previa notifica della cartella esattoriale di pagamento, o, a maggior ragione, dell'avviso di accertamento, comporti la nullità dell'avviso di mora, deducibile in quanto vizio proprio dell'atto, anche nei confronti del concessionario che lo abbia emesso».
Anche se il richiamo alla sentenza della Corte di cassazione è un richiamo lato, la sentenza dei giudici di Bolzano, nel merito, è condivisibile (articolo ItaliaOggi Sette del 13.05.2013).

TRIBUTI: Termine Imu.
Domanda
Gli enti non commerciali entro quale data devono presentare la dichiarazione Imu?
Risposta
Il ministero dell'economia e delle finanze, con la Risoluzione dell'11.01.2013, numero 1/DF, ha chiarito che per quanto riguarda gli adempimenti relativi agli obblighi dichiarativi Imu degli enti non commerciali, si deve fare riferimento all'articolo 91-bis del decreto legge 24.01.2012, numero 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24.03.2012, numero 27, integrato dal comma 6 dell'articolo 9 del decreto legge 10.10.2012, numero 174, convertito con modificazioni dalla legge 07.12.2012, numero 213, il quale prevede che, a partire dal 01.01.2013, l'esenzione di cui alla lettera i), comma 1, dell'articolo 7 del decreto legislativo 30.12.1992, numero 504, si applica in proporzione all'utilizzazione non commerciale dell'immobile, quale risulta da apposita dichiarazione e che, con successivo decreto del ministro dell'economia e delle finanze sono stabilite le modalità e le procedure relative alla predetta dichiarazione, gli elementi rilevanti ai fini dell'individuazione del rapporto proporzionale nonché i requisiti, generali e di settore, per qualificare le attività di cui alla lettera i) del comma dell'articolo 7 del decreto legislativo 30.12.1992, numero 504, come svolte con modalità non commerciali.
Il decreto ministeriale 19.11.2012, numero 200, di attuazione del citato comma 3, dell'articolo 91-bis, all'articolo 6 stabilisce che gli enti non commerciali presentano la dichiarazione di cui all'articolo 9, comma 6, del decreto legislativo 14.03.2011, numero 23, indicando distintamente gli immobili per i quali è dovuta l'Imu, anche a seguito dell'applicazione del comma 2 dell'articolo 91-bis, del decreto legge numero 1 del 2012, nonché gli immobili per i quali l'esenzione Imu si applica in proporzione all'utilizzazione non commerciale degli stessi. La dichiarazione non è presentata negli anni in cui non vi sono variazioni.
«
Pertanto», puntualizza la suddetta risoluzione, «gli enti interessati non devono presentare la dichiarazione Imu entro il 04.02.2012, ma devono attendere la successiva emanazione del decreto di approvazione dell'apposito modello di dichiarazione, in cui verrà indicato anche il termine di presentazione della stessa» (articolo ItaliaOggi Sette del 13.05.2013).

TRIBUTI: Nota di approfondimento sulle innovazioni normative in materia di IMU e Tares anche con riferimento agli orientamenti espressi dal Mef (Risoluzione n. 5/DF del 28.03.2013 e Circolare n. 1/DF del 29.04.2013) (IFEL, nota 10.05.2013).

TRIBUTIBilanci. Termine al 30 giugno. Fino al 30 settembre spazio a rincari su tutto il fisco locale.
Nel caos che domina i conti locali, privi di qualsiasi certezza sulle entrate fiscali ma anche sulla distribuzione dai tagli disposti nel 2012 dalla spending review ancora da attuare, molti Comuni non hanno assunto nuove decisioni sulle aliquote di Imu e addizionale Irpef entro la scadenza di ieri. All'atto pratico, però, cambia poco: il 9 maggio è solo un primo termine e per ritoccare i conti c'è ancora molto tempo.
La prima scadenza generale è fissata (per ora) al 30 giugno, data entro la quale i Consigli comunali dovranno dare il via libera ai bilanci di previsione 2013. Per scrivere i preventivi, naturalmente, occorre aver deciso le aliquote e calcolato le entrate che ne derivano. Perciò le scadenze per conti e fiscalità locale coincidono. Non è escluso, però, che il termine del 30 giugno slitti: molte amministrazioni sono nell'impossibilità materiale di scrivere bilanci in grado di rispettare i criteri di correttezza e veridicità.
L'ultima legge di stabilità comunque, viste le tante incognite sui conti comunali, ha offerto i tempi supplementari: se c'è l'esigenza di salvaguardare gli equilibri ed evitare che i conti vadano fuori controllo, le amministrazioni potranno alzare addizionali o Imu anche dopo aver chiuso i bilanci preventivi, purché lo facciano entro il 30 settembre.
Il termine indicato dall'ultimo decreto sui pagamenti e scaduto ieri, insomma, serve solo a far incidere le nuove scelte già sul saldo Imu del 17 giugno (il 16 è domenica). L'unica conseguenza, quindi, è che gli aumenti decisi dopo si scaricheranno integralmente sul saldo di dicembre, mentre sulla prima rata i calcoli seguiranno le aliquote decise l'anno scorso (anche per i fabbricati di imprese, alberghi e centri commerciali, con tutte le complicazioni nei calcoli per il cambio di distribuzione del gettito fra Stato e Comuni; si veda l'articolo sotto).
Ma quanto è diffusa la possibilità di incappare in nuovi aumenti, dopo la corsa delle aliquote vista l'anno scorso soprattutto nell'Imu? Per l'imposta sul mattone, il rischio si concentra in particolare nei Comuni che nonostante tutto hanno mantenuto finora inalterati i parametri standard fissati dal decreto Salva-Italia del 2011. Si tratta del 49,5% dei municipi italiani, che quest'anno potrebbero essere costretti a ritoccare in alto le aliquote per far quadrare i conti. Lo stesso potrebbe accadere in un altro 20% abbondante di enti che hanno già rivisto le aliquote senza però toccarne i massimi.
Per le addizionali Irpef, invece, l'intensità del rischio è in una certa misura proporzionale al reddito dichiarato, perché cresce la tendenza a differenziare le richieste fiscali in base ai guadagni dei contribuenti: una tendenza corretta, ma solo se le dichiarazioni fossero sempre fedeli ai redditi reali dei contribuenti.
A moltiplicare il rischio, anche quest'anno è comunque il "costo fiscale" dell'incertezza che connota sempre di più le regole di finanza pubblica. Sembra un concetto astratto, ma diventa concretissimo se ci si mette nei panni di un sindaco (o, peggio, di un responsabile dei servizi finanziari). Oggi i Comuni ignorano l'entità delle entrate da Imu, la somma del fondo di solidarietà (gli ex-trasferimenti, oggi alimentati sempre dall'Imu) e, sulle uscite, la quota di tagli che dovranno subire quest'anno. È ovvio che, per evitare sorprese, la via d'uscita fiscale possa diventare trafficata (articolo Il Sole 24 Ore del 10.05.2013 - tratto da www.ecostampa.it).

TRIBUTI: OGGETTO: Risposte a quesiti riguardanti detrazioni, cedolare secca, redditi di lavoro dipendente e fondiari, IMU e IVIE (Agenzia delle Entrate, circolare 09.05.2013 n. 13/E).

TRIBUTIImu, comuni scontenti. A rischiare di più saranno le seconde case. Le considerazioni del Cnai sull'annuncio di sospensione dell'imposta.
La scadenza dell'Imu viaggia sul filo dell'incertezza.
Siamo in attesa del decreto di sospensione dell'Imu, come dichiarato dal premier Enrico Letta, per la rata di giugno.
Il decreto di prossima emanazione dovrebbe riguardare la sospensione del pagamento Imu solo sulla prima casa, portando benefici alla maggior parte dei cittadini, in quanto proprietari di un unico immobile, appunto l'abitazione principale.
Malumori invece dai comuni che vedono sfumare milioni di euro già riportati in bilancio, senza stanziamento di risorse alternative.
Il Cnai è convinto della necessità di sospendere l'Imu fino ad arrivare all'abrogazione dell'imposta stessa, tuttavia non si può prescindere da alcuni ragionamenti. A causa della riduzione del gettito dovuta dalle prime case, i comuni potrebbero decidere di aumentare le aliquote sulle seconde case; chiaramente le ripercussioni non mancherebbero, per esempio un ulteriore crollo del mercato immobiliare e rischi di speculazioni finanziarie a scapito dei meno facoltosi. Alcuni comuni stanno anche lavorando per aumentare l'aliquota sulla prima casa, se venisse sospeso il pagamento di giugno e a questa prima iniziativa non si aggiungessero ulteriori interventi, il pagamento per intero ricadrebbe sulla rata di dicembre, con l'aggravio di una maggiore percentuale dell'imposta, così i comuni andrebbero a recuperare anche la perdita subita a giugno, e con l'aliquota maggiorata vedrebbero equiparato ampiamente il valore del denaro incassato a dicembre. Altri stanno pensando di non riconfermare le ulteriori quote di esenzione previste per le fasce di cittadini svantaggiati e più poveri, quindi anche in questo caso, il mancato incasso della rata di giugno peserebbe addirittura sulle persone più bisognose.
Altra perplessità riguarda sempre le seconde case, quelle in locazione. L'aumento dell'Imu porterebbe sicuramente un relativo aumento dei canoni di affitto, ma di conseguenza vi sarebbe una ripercussione sull'imposta di registro, un aumento tirerebbe l'altro; facilmente più di qualcuno penserà a incassare la maggiorazione del canone, o addirittura l'intero affitto in nero. Ovviamente anche in questa ipotesi i danni erariali sarebbe elevati.
Inoltre non dimentichiamo i tempi, Caf professionisti e consulenti, in questo periodo sono alle prese con infinite scadenze fiscali, hanno diritto a organizzare nella maniera più opportuna il loro lavoro, ma come fanno se a oggi non si sa se pagare oppure no; la scadenza Imu è prevista per il 17 giugno prossimo, al Caf Cnai e al Cnai, portavoce dei professionisti e delle aziende rappresentate, lamentiamo le lungaggini della burocrazia e la lentezza operativa, che non consente di agire con correttezza portando tutti ad attivarsi all'ultimo minuto, senza dimenticare la farraginosità del calcolo.
Senza parlare del principio di incostituzionalità su cui si fonda l'Imu. Gli italiani pagano e rischiano di pagare un'imposta ingiusta sulle abitazioni che nel nostro paese rappresentano la forma più comune di investimento. Queste le parole del presidente del Cnai, Orazio Di Renzo, che sintetizza dichiarando: «Chi riesce con sacrifici e impegno a pagare una casa e a possederla, per lo stato e le banche rappresenta sicuramente una forma di garanzia e di stabilità, anziché premiarlo al contrario viene pluripenalizzato, da quando decide di contrarre il mutuo per l'acquisto. Riprendendo un nostro concetto, è proprio vero che tutti i comportamenti messi in essere dalla nostra politica sembrano preferire una società liquida, dove tutto è incerto e senza struttura, senza garanzie né progetti. Se non fosse per i cittadini che oggi possiedono un'immobile, tutto l'apparato pubblico potrebbe lavorare sul nulla, perché nessuno avrebbe niente da rischiare; se molti sono ligi nei pagamenti e attenti a come agiscono è soprattutto per non perdere quello che hanno, appunto la casa, tutto il resto gira intorno al concetto di improvvisazione» (articolo ItaliaOggi del 09.05.2013).

TRIBUTI: La Ctr di Firenze sui valori Ici/Imu. Accertamenti standard ko.
La determinazione dei valori delle aree edificabili richiede anche il buon senso. L'accertamento Ici (e Imu) fondato sul valore di mercato deve essere fatto area per area e non per zone omogenee, applicando i valori indicati in una tabella. La definizione dei valori delle aree con regolamento, infatti, viola i limiti fissati dalla legge all'esercizio del potere regolamentare, in quanto i comuni non possono individuare e definire le fattispecie imponibili.

Lo ha affermato la commissione tributaria regionale di Firenze, Sez. XXIV, con la sentenza 15.02.2013 n. 8.
Per i giudici il comune così come non può stabilire un valore imponibile per i fabbricati diverso da quello calcolato sulla base della rendita catastale, «non può neanche -per le aree edificabili- mutare il criterio di calcolo basato -per legge- sul valore venale in comune commercio».
Secondo la Ctr, l'articolo 52 del dlgs 446/1997 pone dei limiti alla potestà regolamentare dei comuni sull'individuazione e la definizione delle fattispecie imponibili. Un'area edificabile è soggetta a Ici sulla base del suo valore di mercato e, si legge nella pronuncia, «tale valore, proprio perché individuale e, quindi, unico, difficilmente potrà essere riconducibile a una qualche tabella di valori fissata dall'ente, sia pur per zone omogenee».
Dunque, l'accertamento va fatto area per area «tenendo conto di una serie di elementi, in parte dettati dalla norma, in parte dal buon senso». In realtà, i criteri per determinare il valore di un'area edificabile sono fissati dall'articolo 5 del decreto legislativo 504/1992. Questa norma si applica sia all'Ici sia all'Imu. Occorre fare riferimento a zona territoriale di ubicazione dell'area, indice di edificabilità, destinazione d'uso consentita, oneri per eventuali lavori di adattamento del terreno necessari per la costruzione e, infine, ai prezzi medi rilevati sul mercato di aree aventi le stesse caratteristiche.
I valori possono essere deliberati dal consiglio comunale o dalla giunta. La differenza tra i due atti generali è data dal fatto che i valori medi fissati dal consiglio con regolamento sono vincolanti, mentre sono solo delle direttive interne se deliberati dalla giunta (articolo ItaliaOggi del 07.05.2013).

TRIBUTIIl dl 35/13 ha rimesso in termini i contribuenti che non hanno ancora provveduto.
Imu, dichiarazioni senza fretta. Tempo fino al 30 giugno per acquisti effettuati nel 2012.

Si allungano i termini per la presentazione della dichiarazione Imu. Slitta al 30 giugno dell'anno successivo all'acquisto del possesso dell'immobile il termine per denunciarne la titolarità o per dichiararne le variazioni.
Lo prevede l'articolo 10 del dl «pagamenti p.a.» (35/2013) che, oltre a modificare il termine per la dichiarazione a regime, il cui obbligo prima dell'intervento normativo era soggetto al termine breve di 90 giorni, ha anche rimesso in termini i contribuenti che non hanno ancora provveduto all'adempimento per acquisti effettuati a partire dalla data di istituzione dell'imposta municipale (01.01.2012).
Tutti i soggetti interessati hanno la possibilità di assolvere all'obbligo entro il prossimo 30 giugno. Pertanto, anche chi non ha presentato la dichiarazione nei termini non è sanzionabile, purché provveda a regolarizzare la propria posizione.
La scadenza. Sul nuovo termine per le dichiarazioni Imu è intervenuto il ministero dell'economia e delle finanze, con la circolare 1/2013, che ha fornito dei chiarimenti sia ai comuni che ai contribuenti. Secondo il ministero, l'ampliamento del termine per la presentazione della dichiarazione «ha lo scopo di evitare un'eccessiva frammentazione dell'obbligo dichiarativo derivante dal precedente termine mobile dei 90 giorni e risolve i problemi sorti in ordine alla possibilità, da parte dei contribuenti, di ricorrere all'istituto del ravvedimento, disciplinato dall'articolo 13 del decreto legislativo 472/1997, che altrimenti non avrebbero trovato soluzione».
L'articolo 10, infatti, come indicato nella relazione di accompagnamento al decreto 35/2013, prevede due diversi termini «collegati alla natura periodica o non periodica della dichiarazione».
La circolare ministeriale pone in rilievo che la norma oltre a stabilire a regime il nuovo termine di presentazione delle dichiarazioni, «produce effetti anche su quelle dovute per l'anno 2012 che potranno, quindi, essere presentate entro il 30.06.2013». Pertanto, i contribuenti per i quali l'obbligo è sorto dal 01.01.2012, devono presentare la dichiarazione entro il prossimo 30 giugno e non più, come previsto prima della modifica normativa, entro il 04.02.2013.
Naturalmente, la nuova scadenza è fissata per tutti coloro che hanno acquistato nel corso del 2012 la proprietà di immobili o di altri diritti reali di godimento (usufrutto, uso, abitazione, superficie e così via). La dichiarazione ha effetto anche per gli anni successivi, a meno che non intervengano variazioni dei dati dai quali possa conseguire un diverso ammontare dell'imposta dovuta.
Soggetti obbligati. I contribuenti che hanno ceduto o acquistato immobili o la titolarità di altri diritti reali nel 2012 devono inoltrare la dichiarazione al comune, a meno che gli elementi rilevanti ai fini dell'imposta non siano acquisibili attraverso la consultazione della banca dati catastale o gli enti non siano già in possesso delle informazioni necessarie per verificare il corretto adempimento dell'obbligazione tributaria.
La dichiarazione deve essere presentata da coloro che vantino il diritto a fruire di riduzioni d'imposta. Quindi, sono tenuti all'adempimento coloro che possiedono immobili di interesse storico o artistico.
Inoltre, vanno denunciati tutti i casi in cui l'amministrazione comunale non possiede le notizie utili per verificare l'operato dei contribuenti.
Nello specifico, tra i casi più significativi, l'adempimento è richiesto quando: l'immobile ha formato oggetto di locazione finanziaria o di un atto di concessione amministrativa su aree demaniali; l'immobile viene concesso in locazione finanziaria, un terreno agricolo diventa area edificabile o, viceversa, l'area diviene edificabile in seguito alla demolizione di un fabbricato. Va dichiarato qualsiasi atto costitutivo, modificativo o traslativo del diritto che abbia avuto a oggetto un'area fabbricabile.
Il valore dell'area, che è quello di mercato, deve sempre essere dichiarato dal contribuente, poiché questa informazione non è presente nella banca dati catastale. Ecco perché l'obbligo non sussiste quando viene alienata un'area fabbricabile, se non ha subito modifiche il suo valore di mercato rispetto a quello dichiarato in precedenza. L'obbligo non è abolito neppure per gli immobili posseduti dalle imprese e distintamente contabilizzati, classificabili nel gruppo catastale D, che sono tenute a dichiarare il valore venale del bene sulla base delle scritture contabili, sia in aumento che in diminuzione, fino all'anno di attribuzione della rendita catastale. La dichiarazione, poi, deve essere presentata per gli immobili relativamente ai quali siano intervenute delle modifiche rilevanti ai fini della determinazione dell'imposta dovuta e del soggetto obbligato al pagamento.
Sono tenuti all'adempimento i titolari di fabbricati inagibili o inabitabili solo se si perde il diritto al beneficio fiscale, poiché il comune non dispone delle informazioni necessarie per verificare il venir meno delle condizioni richieste dalla legge. Va ricordato che le istruzioni per adempiere all'obbligo dichiarativo sono contenute in un allegato al modello di dichiarazione approvato con decreto ministeriale del 30.10.2012, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.
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Esonero per le prime case.
Esonerati dall'obbligo di presentare la dichiarazione Imu coloro hanno già assolto all'obbligo per l'Ici. Non sono tenuti neppure i possessori di immobili adibiti ad abitazione principale, con relative pertinenze. Nelle istruzioni ministeriali allegate al nuovo modello viene precisato che la conoscenza da parte del comune delle risultanze anagrafiche fa venire meno la necessità di presentazione della dichiarazione. L'esclusione si estende anche all'indicazione dei figli di età non superiore a 26 anni per i quali è possibile fruire della maggiorazione di 50 euro.
Tuttavia, anche per i titolari di immobili adibiti a prima casa le istruzioni prevedono un'eccezione all'esonero generalizzato dall'obbligo dichiarativo, nel caso in cui i componenti del nucleo familiare possiedano più di un immobile nello stesso comune. La legge esclude il doppio beneficio per i coniugi non legalmente separati. L'agevolazione, infatti, è limitata a un solo immobile nel quale risiede e dimora uno dei coniugi, il quale è tenuto a presentare la dichiarazione. In questo caso il ministero ritiene che, al fine di evitare comportamenti elusivi in ordine all'applicazione delle agevolazioni, riemerge l'esigenza di porre l'obbligo dichiarativo a carico di uno dei due coniugi.
Altra eccezione è rappresentata dal coniuge assegnatario: lo stesso è obbligato a presentare la dichiarazione Imu solo se il comune in cui si trova l'ex casa coniugale non coincide né con il comune di in cui è stato celebrato il matrimonio, né con il comune di nascita. In seguito a separazione legale, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, l'art. 4, comma 12-quinquies del dl 16/2012, convertito dalla legge 44/2012, ha stabilito che l'assegnazione della casa coniugale al coniuge si intende effettuata a titolo di diritto di abitazione.
In questo caso, però, il provvedimento del giudice viene comunicato solo al comune di celebrazione del matrimonio, che è tenuto a informare il comune d nascita degli ex coniugi dell'avvenuta modificazione dello stato civile. Ecco perché la dichiarazione va presentata solo se il comune nel cui territorio è ubicato l'immobile assegnato non coincide né con il comune dove è stato celebrato il matrimonio né con quello di nascita (articolo ItaliaOggi Sette del 06.05.2013).

TRIBUTI: Fisco locale. Abrogata la possibilità di alzare l'imposta e i diritti sulle affissioni.
Aumenti vietati per la pubblicità
LO STOP/ L'ultimo decreto Sviluppo ha cancellato la chance di elevare le tariffe e colpisce anche i ritocchi già decisi in passato.

A rischio il gettito derivante dall'imposta di pubblicità e dai diritti sulle pubbliche affissioni.
In un contesto particolarmente difficile per la finanza locale, le entrate provenienti dalle tariffe definite al Capo I del Dlgs 507/1993 non possono più essere aumentate rispetto alla misura standard.
L'articolo 11, comma 10, della legge 449/1997, integrato dall'articolo 30, comma 17, della Finanziaria 2000, elevava al 50% l'aumento massimo consentito per superfici superiori al metro quadrato, a decorrere dal 01.01.2000. Il punto 30 dell'Allegato 1 al Dl 83/2012 abroga questa norma, con decorrenza 26.06.2012. Nonostante lo sblocco della potestà tributaria e tariffaria degli enti locali, le tariffe dell'imposta di pubblicità e dei diritti sulle pubbliche affissioni non possono quindi superare le misure standard previste dal Dlgs 507/1993.
L'unica eccezione è rappresentata dalla possibilità di aumento, limitatamente alle affissioni di carattere commerciale, prevista per i Comuni delle prime tre classi, che possono suddividere le località del proprio territorio in due categorie in relazione alla loro importanza, applicando alla categoria speciale una maggiorazione fino al 150% della tariffa normale.
Il regolamento comunale deve comunque specificare le località comprese nella categoria speciale, la cui superficie complessiva non può superare il 35% di quella del centro abitato; in ogni caso, la superficie degli impianti per pubbliche affissioni installati in categoria speciale non potrà essere superiore alla metà di quella complessiva. In ossequio al principio generale secondo cui l'impianto tributario e tariffario deve essere definito in rifermento alle norme vigenti, è da ritenersi che eventuali aumenti deliberati in passato non possano essere confermati nel 2013.
Il nodo da sciogliere non è tuttavia di poco conto se si considera che la legge 296/2006 (articolo 1, comma 169) dispone che gli enti locali deliberano le tariffe e le aliquote relative ai tributi di loro competenza entro la data fissata da norme statali per la deliberazione del bilancio di previsione e che, se l'ente non delibera alcuna variazione di aliquote e tariffe, le stesse si intendono prorogate di anno in anno.
La variazione delle tariffe determinerebbe inoltre l'obbligo di rimborso delle somme eventualmente corrisposte per l'anno in corso.
A poco tempo dalla scadenza per l'approvazione dei bilanci, molte sono ancora le incertezze in tema di entrate degli enti locali. Manca infatti la rideterminazione del Fondo sperimentale di riequilibrio 2012 (che avrebbe dovuto avvenire entro lo scorso 28 febbraio in funzione del gettito Imu definitivamente accertato a favore di Comuni) e, conseguentemente, la quota di gettito da versare allo Stato al fine di costituire il Fondo di Solidarietà, nonché le relative modalità di riparto.
Alle questioni sopra accennate si sommano inoltre le incertezze sul quadro ordinamentale della Tares e dell'Imu, che solo parzialmente hanno trovato definizione con il recente DL 35/2013.
È auspicabile che si arrivi quanto prima alla definizione di un quadro normativo certo, in riferimento al quale poter pianificare correttamente le risorse e le strategie per il raggiungimento degli obiettivi programmati (articolo Il Sole 24 Ore del 06.05.2013 - tratto da www.ecostampa.it).

TRIBUTIMaggiorazioni Tares, le agevolazioni restano.
Il gettito Tares relativo alla maggiorazione standard, nella misura di 0,30 euro al metro quadrato, spetta allo stato. I comuni, inoltre, non hanno più il potere di aumentarla. Tuttavia le agevolazioni stabilite dalla legge o deliberate dalle amministrazioni locali si applicano anche alla maggiorazione.

Lo ha precisato il ministero dell'economia con la circolare 29.04.2013 n. 1/DF.
L'articolo 10 del dl «pagamenti p.a.» (35/2013), infatti, ha stabilito che il gettito della maggiorazione standard è riservato allo stato. Questa addizionale alla tassa rifiuti è dovuta in misura pari a 0,30 euro per metro quadrato e non è più consentito ai comuni di aumentarla fino a 0,10 euro, come previsto prima dell'intervento normativo. Secondo il ministero, però, l'articolo 10 dispone la deroga rispetto alla disciplina Tares, contenuta nell'articolo 14 del dl 201/2011, solo per quanto concerne «la destinazione del gettito della maggiorazione allo stato».
Invece, continuano ad applicarsi «alla suddetta maggiorazione le agevolazioni di cui ai commi da 15 a 20 dello stesso art. 14» (per esempio, per mancata raccolta, mancato svolgimento del servizio, rifiuti assimilati). In effetti i comuni hanno il potere di concedere, con regolamento, riduzioni tariffarie per particolari situazioni espressamente individuate dalla legge.
Anche i benefici fiscali concessi dal comune si applicano non solo alla tassa, ma anche alla maggiorazione standard. L'articolo 14 riconosce al comune la facoltà di stabilire riduzioni del tributo dovuto in presenza di determinate situazioni in cui si presume che vi sia una minore capacità di produzione di rifiuti. A queste riduzioni viene fissato dalla norma un tetto massimo.
La riduzione della tariffa non può superare il limite del 30%. In particolare, questo beneficio può essere concesso per: abitazioni con unico occupante; abitazioni tenute a disposizione per uso stagionale o altro uso limitato e discontinuo; locali e aree scoperte adibiti a uso stagionale; abitazioni occupate da soggetti che risiedono o hanno la dimora, per più di sei mesi all'anno, all'estero.
Le riduzioni tariffarie, anche per le utenze domestiche, si applicano sia sulla parte fissa che sulla parte variabile della tariffa. Per le utenze non domestiche la natura stagionale dell'attività deve essere comprovata dalla licenza (articolo ItaliaOggi del 04.05.2013).

TRIBUTINON PROFIT/ La Suprema corte sull'ambito delle agevolazioni. Ici e Imu, pochi esclusi. Solo l'uso diretto del bene assicura esenzioni.
L'esenzione Ici (e Imu) spetta agli enti non commerciali solo se gli immobili vengono utilizzati direttamente per le attività di assistenza. L'agevolazione, dunque, non spetta nel caso di uso dell'immobile da parte di un altro ente, anche se l'attività svolta è assistita da finalità di pubblico interesse.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con l'ordinanza 15.02.2013 n. 3843.
Per i giudici di Piazza Cavour, lo svolgimento di attività assistenziali «esige la duplice condizione dell'utilizzazione diretta degli immobili da parte dell'ente possessore, e dell'esclusiva loro destinazione ad attività peculiari che non siano produttive di reddito. Pertanto l'esenzione non spetta nel caso di utilizzazione indiretta, come nella specie, ancorché eventualmente assistita da finalità di pubblico interesse».
Questa pronuncia è interessante perché, correttamente, la Cassazione smentisce la tesi sostenuta di recente dal ministero delle finanze (risoluzione 4/2013), secondo il quale il beneficio fiscale deve essere riconosciuto anche nel caso in cui l'immobile venga dato in uso a un altro ente non commerciale. La presa di posizione ministeriale non è neppure in linea con le pronunce della Corte costituzionale.
La Consulta ha affermato che per fruire dell'esenzione Ici (ma la stessa regola vale per l'Imu) l'ente non commerciale deve non solo possedere, ma anche utilizzare direttamente l'immobile. Per il ministero, invece, un ente non commerciale che concede in comodato un immobile a un altro ente non profit, che vi svolga un'attività con modalità non commerciali, ha diritto all'esenzione Imu anche se non lo utilizza direttamente.
Nella risoluzione 4/2013, infatti, viene data una lettura a dir poco elastica delle tesi giurisprudenziali, in quanto viene ritenuto fruibile il beneficio fiscale anche nei casi in cui l'immobile posseduto da un ente non commerciale venga concesso in comodato a un altro ente, che svolga le attività elencate dall'articolo 7, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 504/1992 (ricreative, culturali, didattiche, sportive, assistenziali, sanitarie e così via). A maggior ragione, si legge nella risoluzione, se l'immobile venga dato in comodato a un altro ente appartenente alla stessa struttura del concedente, purché l'utilizzatore fornisca all'ente non profit «tutti gli elementi necessari per consentirgli l'esatto adempimento degli obblighi tributari sia di carattere formale sia sostanziale».
Va ricordato che la disciplina Imu ha confermato l'esenzione per gli immobili posseduti e utilizzati dagli enti non commerciali, fissando però regole diverse rispetto all'Ici. L'articolo 7, comma 1), lettera i) riconosce l'esenzione alle attività elencate dalla norma purché non abbiano natura commerciale. In effetti, l'articolo 91-bis del dl liberalizzazioni (1/2012), in sede di conversione in legge (27/2012), ha ribadito che gli enti ecclesiastici e non profit pagano l'Imu se sugli immobili posseduti vengono svolte attività commerciali. Tuttavia, ha apportato delle modifiche alla disciplina delle agevolazioni riconoscendo, in presenza di determinate condizioni, un'esenzione parziale (articolo ItaliaOggi del 03.05.2013).

TRIBUTIRegolamenti da inviare alle Finanze solo online. La circolare n. 1/df chiarisce che l'efficacia decorre dalla data di pubblicazione.
Dal 2013 non solo le deliberazioni di approvazione delle aliquote e della detrazione, ma anche i regolamenti dell'Imu devono essere inviati esclusivamente per via telematica per la pubblicazione nel sito informatico www.finanze.it. Dalla data di pubblicazione decorre la loro efficacia.
La circolare 29.04.2013 n. 1/DF delle Finanze precisa che detti provvedimenti devono essere inviati esclusivamente per via telematica, mediante inserimento del loro testo nell'apposita sezione del Portale del federalismo fiscale. Questo comporta che non potranno essere prese in considerazione le deliberazioni inviate con modalità diverse (posta elettronica, pec, fax o spedizione dell'atto in forma cartacea).
Tutto ciò non impatta in alcun modo sui termini di adozione di tali atti che devono essere, comunque, approvati entro la data fissata da norme statali per la deliberazione del bilancio di previsione, come stabilisce il comma 169 dell'art. 1 della legge 27.12.2006, n. 296, per le aliquote e l'art. 53, comma 16, della legge 23.12.2000, n. 388 per i regolamenti. La circolare ricorda anche che il comma 3 dell'art. 193 del Tuel -modificato dall'art. 1, comma 444 della legge n. 228 del 2012- stabilisce che «per il ripristino degli equilibri di bilancio e in deroga all'articolo 1, comma 169, della legge 27.12.2006, n. 296, l'ente può modificare le tariffe e le aliquote relative ai tributi di propria competenza entro la data di cui al comma 2» e cioè entro il 30 settembre di ciascun anno. È bene rimarcare che detta norma non opera per tutti gli enti, ma solo per i comuni che devono ripristinare gli equilibri di bilancio.
Il nuovo comma 13-bis dell'art. 13 del dl n. 201 del 2011, introduce, poi, nel sistema una tempistica dei versamenti precisando che:
• la prima rata dell'Imu va versata in base agli atti pubblicati alla data del 16 maggio di ciascun anno di imposta. Pertanto l'invio degli atti da parte dei comuni deve avvenire entro il 9 maggio;
• la seconda rata va pagata in base agli atti pubblicati data del 16 novembre, che devono essere inviati dai comuni entro il 9 novembre.
Cosa accade se i comuni non osservano le date stabilite? La risposta è offerta dalla legge che stabilisce, riguardo al pagamento:
• della prima rata, che i soggetti passivi calcolano l'imposta nella misura pari al 50% di quella dovuta sulla base dell'aliquota e della detrazione dei dodici mesi dell'anno precedente;
• del saldo, che se non risultano pubblicate nuove delibere alla data del 16 novembre, i contribuenti devono prendere in considerazione gli atti pubblicati entro il 16 maggio dell'anno di riferimento oppure, in mancanza, quelli adottati per l'anno precedente.
Nella circolare si richiama, infatti, quanto precisato nella risoluzione n. 5/Df del 28.03.2013, e cioè che, se alla data del 16.05.2013 non risulti pubblicata alcuna deliberazione per il 2013, il contribuente dovrà verificare se è stata pubblicata la deliberazione relativa al 2012. Se manca anche questa applicherà le aliquote fissate dalla legge.
Se poi il comune intende confermare per il 2013 le aliquote dell'anno 2012 -poiché non è necessario adottare un'apposita deliberazione- deve accertarsi che la deliberazione relativa all'anno 2012 sia stata pubblicata sul sito e, in caso contrario, inviarla in via telematica per il suo inserimento nella parte relativa all'anno 2012.
Riguardo poi all'adempimento posto a carico dei comuni di compilare una griglia riassuntiva delle aliquote e dei regimi agevolativi determinati con le delibere, la circolare precisa che esso non incide sull'efficacia costitutiva dei regolamenti e delle deliberazioni Imu che è determinata unicamente dalla pubblicazione nel sito informatico del ministero dell'economia e delle finanze. Si ricorda che nella relazione alla norma è precisato che detta griglia è necessaria per disporre, nel momento in cui occorre effettuare le necessarie elaborazioni che affiancano le proposte normative, di un quadro definito e di immediata percezione delle manovre adottate dai comuni. Il tutto è però rimandato a data da destinarsi (articolo ItaliaOggi del 03.05.2013).

TRIBUTISu rate e scadenze della Tares decide il Consiglio comunale.
La delibera che fissa per il 2013 il numero delle rate e le scadenze di pagamento della Tares va adottata dal Consiglio comunale.

Lo chiarisce il ministero dell'Economia con la circolare 29.04.2013 n. 1/DF (si veda anche Il Sole 24 Ore del 1° maggio), illustrando le novità introdotte dal Dl 35/2013 sul nuovo tributo comunale su rifiuti e servizi.
La posizione ministeriale è condivisibile e in linea con il dettato normativo, considerato che l'articolo 14, comma 22 del Dl 201/2011 attribuisce alla potestà regolamentare la disciplina sui termini di versamento del tributo: quindi è chiara la competenza del consiglio comunale. Viene così smentita la tesi a sostegno della giunta comunale, che si ricaverebbe dalla formulazione letterale dell'articolo 10 del Dl 35/2013 nella parte in cui consente ai comuni di deliberare «anche nelle more della regolamentazione comunale del nuovo tributo».
In realtà, l'inciso non introduce alcuna deroga al regime delle competenze ma è finalizzato a legittimare la riscossione della Tares in assenza degli atti fondamentali del tributo (regolamento, piano finanziario e tariffe). Senza un regolamento applicativo e senza le tariffe il prelievo non troverebbe attuazione, non essendovi una disciplina di legge di supplenza. La precisazione contenuta nel Dl 35/2013 consente quindi ai comuni di riscuotere la Tares, ancorché in acconto, pur in assenza del titolo che legittima la pretesa di una somma per il finanziamento del servizio rifiuti.
Occorre, quindi, portare quanto prima in consiglio comunale la proposta di delibera, visto l'obbligo di pubblicare il provvedimento almeno 30 giorni prima della data di versamento: ad esempio, in caso di delibera adottata e resa esecutiva il 10 maggio la prima rata non può avere una scadenza anteriore al 10 giugno.
Il Mef precisa che se il comune non interviene con propria delibera a modificare la scadenza delle rate della Tares, il termine per il versamento resta fissato a luglio e a ottobre 2013. Il Dl 35/2013 consente, inoltre, ai comuni di far pagare un acconto del nuovo tributo secondo gli importi stabiliti nel 2012 ai fini Tarsu, Tia1 e Tia2, ma l'ultima rata dovrà essere determinata sulla base dei nuovi criteri Tares e versata contestualmente alla maggiorazione standard. Dal pagamento in acconto va esclusa anche l'Iva, non compatibile con la natura tributaria della Tares, ma sul punto il ministero tace.
In ordine alla riscossione delle prime rate i comuni possono utilizzare le modalità di versamento già in uso nel corso del 2012 (per esempio Mav, Rid e bollettini di conto corrente) ma il Mef avverte che non è possibile aprire un apposito conto corrente postale intestato alla Tares oppure modificare l'intestazione di quelli già esistenti (articolo Il Sole 24 Ore del 03.05.2013 - tratto da www.ecostampa.it).

TRIBUTI: Imu seconde case, acconto facile. A giugno si paga il 50% del totale dell'imposta 2012. Nota Mef. In attesa di sapere la sorte del tributo sull'abitazione principale, ecco come pagare.
I versamenti in acconto e saldo dell'Imu devono essere effettuati in base alle aliquote e detrazioni dell'anno precedente se delibere e regolamenti non vengono pubblicate sul sito del ministero delle finanze, rispettivamente, entro il 16 maggio o il 16 novembre. Nel caso in cui venga pagato l'acconto in base alle aliquote e detrazioni del 2012, il saldo dell'imposta dovuta per l'intero anno dovrà essere versato a conguaglio della prima rata, in base agli atti pubblicati sul sito informatico entro il 16 novembre. Termini più ampi, poi, sono previsti per la presentazione della dichiarazione Imu. Slitta infatti al 30 giugno dell'anno successivo all'acquisto del possesso dell'immobile il termine per denunciarne la titolarità o per dichiararne le variazioni. Vengono inoltre rimessi in termini i contribuenti che non hanno ancora provveduto all'adempimento per acquisti effettuati a partire dalla data di istituzione dell'imposta municipale (01.01.2012).
Sono alcuni chiarimenti che il ministero delle finanze ha fornito a comuni e contribuenti, con la circolare 29.04.2013 n. 1/Df diffusa ieri, sulle nuove disposizioni contenute nell'articolo 10 del dl «pagamenti p.a.» (35/2013), che ha modificato i termini per dichiarazioni e delibere Imu, le quali hanno incidenza anche sul calcolo dell'imposta in acconto e saldo.
Delibere comunali e versamenti. Nella circolare ministeriale viene precisato che dal 2013 ha effetto costitutivo la pubblicazione sul sito del ministero dell'economia e delle finanze delle delibere di approvazione di aliquote e detrazioni d'imposta, nonché dei regolamenti comunali. Questi atti devono essere inviati solo per via telematica e vanno inseriti nell'apposito Portale del federalismo fiscale. Delibere e regolamenti condizionano anche i versamenti del tributo.
Il quantum dovuto per l'imposta è legato all'avvenuta pubblicazione sul sito ministeriale dei provvedimenti comunali. Al riguardo il ministero ha chiarito che, qualora i comuni non inviino questi atti generali entro le scadenze fissate dalla legge, scatta «un meccanismo di salvaguardia per consentire, comunque, i versamenti dell'imposta nei termini dovuti». Se la pubblicazione non viene fatta entro il 16 maggio, i contribuenti sono legittimati a calcolare l'acconto, nella misura del 50%, sulla base delle aliquote e detrazioni dei 12 mesi dell'anno precedente.
Qualora dovesse essere confermata la sospensione della rata di giugno dell'Imu prima casa (promessa dal premier Enrico Letta), la procedura di cui sopra dovrà essere tenuta bene in mente dai contribuenti alle prese con il pagamento dell'Imu sulle seconde case. Per esempio, se un contribuente ha pagato 600 euro di Imu nel 2012 per una seconda casa, con aliquota del 7,6 per mille in acconto (dovuto 250 euro) e del 9 per mille a saldo, con conguaglio sulla prima rata (dovuto 350 euro), per l'acconto 2013 sarà tenuto a versare 300 euro, vale a dire la metà dell'importo pagato per l'intero anno.
Se gli atti generali non vengono pubblicati entro il 16 maggio, il versamento della seconda rata, a saldo dell'imposta dovuta per l'intero anno, con eventuale conguaglio sulla prima rata, deve essere eseguito tenendo conto degli atti pubblicati sul sito ministeriale entro il 16 novembre. Altrimenti, i contribuenti possono calcolare l'imposta facendo riferimento a aliquote e detrazioni deliberate per l'anno precedente. Se la deliberazione non risulti pubblicata neanche per il 2012, il contribuente dovrà applicare le aliquote stabilite dalla legge.
Dichiarazioni. Secondo il ministero, l'ampliamento del termine per la presentazione della dichiarazione ha lo scopo di evitare un'eccessiva frammentazione dell'obbligo derivante dal precedente «termine mobile dei 90 giorni» e risolve i problemi sorti in ordine alla possibilità di ricorrere all'istituto del ravvedimento operoso «che altrimenti non avrebbero trovato soluzione» (articolo ItaliaOggi dell'01.05.2013).

TRIBUTITares, i comuni decidono numero e scadenze rate.
I comuni, con delibera del consiglio, possono scegliere per il 2013 il numero e la scadenza delle rate della Tares. Se il comune non lo fa, le rate restano fissate a luglio e a ottobre. Per il pagamento delle prime due rate i comuni possono consentire ai contribuenti di utilizzare i modelli di pagamento dello scorso anno relativi alla Tarsu, alla Tia 1 o alla Tia 2. L'ultima rata va pagata solo con il modello F24 o il bollettino di conto corrente postale. La maggiorazione di a 0,30 euro per metro quadrato è riservata allo Stato. Non può essere aumentata fino a 0,10 e va versata in unica soluzione con l'ultima rata. I comuni possono continuare ad avvalersi per la riscossione del tributo dei soggetti affidatari del servizio di gestione dei rifiuti urbani.

Sono questi i punti di maggiore interesse della circolare 29.04.2013 n. 1/Df della direzione legislazione tributaria e federalismo fiscale del Mef, sulle novità in materia di Tares contenute nell'art. 10, comma 2, del dl 35/2013, che operano limitatamente all'anno 2013, anche in deroga all'art. 14 del dl Salva Italia (dl n. 201/2011).
La norma Tares prevede che il versamento sia effettuato in 4 rate (gennaio, aprile, luglio e ottobre); per il 2013 la prima rata era addirittura slittata a luglio. La norma del dl n. 35 del 2013 rimette le cose a posto riconoscendo ai comuni, per il solo anno 2013, di stabilire con deliberazione consiliare sia il numero che la scadenza delle rate, ma occorre che detta delibera, ai fini della conoscibilità dei contribuenti, sia pubblicata anche sul sito web dell'ente locale almeno 30giorni prima della data di versamento. Se il comune rimane inerte il termine per il versamento della prima rata resta fissato a luglio e mentre l'ultima rata a ottobre 2013, come prescrive il comma 35 dell'art. 14 del dl n. 201 del 2011.
La circolare precisa che per il pagamento delle prime due rate gli enti locali possono inviare ai contribuenti i modelli di pagamento già predisposti e precompilati per il versamento dei precedenti prelievi e cioè per la Tarsu, per la Tia 1 e per la Tia 2. Gli stessi enti possono, inoltre, utilizzare le altre modalità di pagamento dei predetti tributi, già in uso durante l'anno 2012. Gli importi in tal modo versati dovranno essere tenuti in conto per determinare l'ultima rata a saldo che dovrà essere quantificata sulla base dei nuovi importi stabiliti per la Tares. Naturalmente se il comune ha già disciplinato il nuovo tributo, può utilizzare gli strumenti di pagamento precompilati con gli importi determinati sulla base delle tariffe approvate.
Per la seconda deve essere necessariamente utilizzato il modello F24 o il bollettino di conto corrente postale che è in via di predisposizione.
La maggiorazione Tares deve essere versata contestualmente all'ultima rata. La novità consiste nel fatto che il gettito è riservato allo stato. La circolare precisa che il suo importo è pari a 0,30 euro per metro quadrato, e che i comuni non possono aumentarla fino a 0,10 euro, ma continuano ad applicarsi ad essa le agevolazioni di cui ai commi da 15 a 20 dell'art. 14 del dl n. 201, come ad esempio quelle previste per le abitazioni con unico occupante o tenute a disposizione per uso stagionale o altro uso limitato e discontinuo.
I comuni per il 2013 possono continuare ad avvalersi per la riscossione del tributo dei soggetti affidatari del servizio di gestione dei rifiuti urbani. Il dl 35 deroga, quindi, alla disciplina generale di cui al comma 35, dell'art. 14 del dl 201, in base alla quale la Tares è versata esclusivamente al comune. È ovvio, però che il gettito derivante dalla maggiorazione è comunque riservato allo stato. L'ultima precisazione della circolare attiene alle modifiche apportate al comma 4, dell'art. 14 che nulla prevedeva in relazione alle aree scoperte pertinenziali e accessorie di locali diversi da quelli delle civili abitazioni, a differenza di quanto stabilito in vigenza della stessa Tarsu.
Con la nuova formulazione ci si riallinea alle previgenti disposizioni Tarsu, per cui sono escluse dalla tassazione, a eccezione delle aree scoperte operative, le aree scoperte pertinenziali o accessorie a locali tassabili e le aree comuni condominiali di cui all'art. 1117 c.c. che non siano detenute o occupate in via esclusiva (articolo ItaliaOggi dell'01.05.2013 - tratto da www.ecostampa.it).

aprile 2013

TRIBUTI: OGGETTO: Tributo comunale sui rifiuti e sui servizi (TARES) - Imposta municipale propria (IMU) – Chiarimenti in ordine alle modifiche recate dall’art. 10 del D.L. 08.04.2013, n. 35 (Ministero dell'Economia e delle Finanze, circolare 29.04.2013 n. 1/DF).

TRIBUTI: Ai comuni il gettito Imu dei fabbricati rurali strumentali
Spetta ai comuni il gettito Imu dei fabbricati rurali strumentali. Va allo stato solo il gettito dei fabbricati di categoria D ad aliquota standard del 7,6 per mille.

È questa l'interpretazione che si ricava dalla lettura dell'articolo 1, comma 380, della legge di stabilità (228/2012), nonostante la presa di posizione in senso contrario espressa dal dipartimento delle finanze con la risoluzione 5/2013.
Secondo il dipartimento, l'effetto prodotto dalla norma introdotta dalla legge 228/2012 per i fabbricati rurali ad uso strumentale all'attività agricola, classificati nel gruppo catastale D, è «quello di riservare allo stato il gettito derivante dai citati immobili all'aliquota dello 0,2%». La tesi ministeriale, però, non è condivisibile, poiché l'articolo 1, comma 380, lettera f) della legge di stabilità riserva espressamente allo stato il gettito dell'imposta «derivante dagli immobili ad uso produttivo classificati nel gruppo catastale D, calcolato ad aliquota standard». E nell'ambito del gettito riservato allo stato, con aliquota di base del 7,6 per mille, non rientrano gli immobili rurali strumentali anche se inquadrati nella stessa categoria.
Del resto, per questi fabbricati è previsto un trattamento agevolato con applicazione dell'aliquota del 2 per mille che i comuni possono ridurre all'1 per mille, ma che non possono aumentare. È evidente la diversità di trattamento tra fabbricati rurali e altre tipologie di immobili. Tra l'altro, il comma 380 stabilisce che i comuni possono aumentare sino a 3 punti percentuali l'aliquota standard, prevista dall'articolo 13, comma 6, primo periodo del decreto «salva Italia» (201/2011) per gli immobili a uso produttivo classificati nel gruppo catastale D. Dunque, in questa previsione non possono rientrare i fabbricati strumentali, la cui disciplina è contenuta nel comma 8 della stessa disposizione, che impone regole del tutto diverse.
Dal 2013, infatti, la norma elimina la riserva della quota statale del 50% sull'Imu, ma impone la riserva di una quota del tributo dovuto per i fabbricati di categoria D ad aliquota standard (7,6 per mille). Per questi immobili ai comuni viene lasciata la facoltà di aumentare l'aliquota di 3 punti percentuali e di incassare le maggiori somme. Si tratta dei fabbricati destinati a attività industriali o commerciali. In particolare, opifici, alberghi, pensioni e residences, istituti di credito, cambio e assicurazione, teatri, cinematografi e via dicendo.
Va posto in rilievo che per i fabbricati rurali strumentali non conta più la classificazione catastale per avere diritto ai benefici fiscali. Possono infatti mantenere le loro categorie originarie. È sufficiente l'annotazione catastale, tranne per i fabbricati strumentali che siano per loro natura censibili nella categoria D/10. Con la circolare 2/2012 l'Agenzia ha fornito dei chiarimenti, relativamente a quanto disposto dal decreto ministeriale emanato il 26.07.2012, sugli adempimenti che devono porre in essere i titolari dei fabbricati interessati a ottenere l'annotazione negli atti catastali della ruralità, al fine di fruire anche per l'Imu degli sconti.
Domande e autocertificazioni necessarie per il riconoscimento del requisito di ruralità, redatte in conformità ai modelli allegati al decreto ministeriale, avrebbero dovuto essere presentate all'ufficio provinciale competente per territorio entro il 01.10.2012, al fine di ottenere l'esenzione anche per gli anni pregressi. L'eventuale di diniego di ruralità è impugnabile innanzi alle commissioni tributarie. Infatti, nel caso di esito negativo del controllo sulle domande e autocertificazioni prodotte dagli interessati, l'Agenzia è tenuta a notificare un provvedimento motivato con il quale disconosce il requisito della ruralità. Dagli atti catastali risultano anche le annotazioni negative sugli immobili, che impediscono ai contribuenti di poter fruire delle agevolazioni (articolo ItaliaOggi del 26.04.2013).

TRIBUTI: Scadenze a incastro per l'Imu. Le date da monitorare: il 16 maggio e il 16 novembre. Guida per i contribuenti per districarsi con la tempistica senza incappare in sanzioni.
Il calendario è cambiato ma (per ora) gli aumenti rimangono. Imu e Tares continuano a turbare i sonni dei contribuenti, malgrado l'ennesimo restyling normativo operato dal decreto varato dal governo per sbloccare i debiti della p.a. (dl 35/2013). Molte sono, tuttavia, le novità, che riguardano soprattutto la tempistica dei pagamenti.
Per l'Imu, la regola rimane quella (già applicata per l'Ici) del pagamento in due rate, con un primo acconto in scadenza al 17 giugno (il 16 è domenica) e il saldo da versare entro lunedì 16 dicembre. È anche possibile (lo prevede l'art. 9, comma 3, del dlgs 23/2011) provvedere al versamento dell'imposta complessivamente dovuta in un'unica soluzione annuale, da corrispondere entro il termine per il versamento dell'acconto, ma si tratta anche quest'anno di una scelta poco consigliabile. Il rischio, infatti, è quello di doversi comunque presentare alla cassa anche a fine anno, per far fronte agli aumenti decisi medio tempore dai comuni.
Dopo le modifiche introdotte dall'art. 10 del dl 35, infatti, il meccanismo somiglia a una storia a bivi dei fumetti. Il primo bivio è previsto per il 16 di maggio, data che rappresenta la dead line entro la quale le deliberazioni dei comuni che fissano le aliquote dell'imposta (oltre che i regolamenti che ne disciplinano l'applicazione) devono essere pubblicate sul sito del Dipartimento delle finanze per essere efficaci già in sede di versamento dell'acconto. A tal fine, i comuni sono tenuti a inviare i predetti provvedimenti al Mef (esclusivamente per via telematica) entro il 9 maggio. Se questo timing sarà rispettato, già a giugno occorrerà tenere conto di quanto deciso dai sindaci. In caso contrario, il versamento della prima rata dovrà essere pari al 50% dell'imposta dovuta calcolata sulla base dell'aliquota e della detrazione valide per l'anno passato. Attenzione, però a considerare quanto pagato complessivamente nel 2012 e non solo all'ammontare dell'acconto versato lo scorso mese di giugno, che nella stragr