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dossier OPERE PRECARIE
anno 2013

EDILIZIA PRIVATA: Vita breve per il gazebo in spiaggia. Consiglio di stato. Da rimuovere a fine stagione se l'autorizzazione è temporanea.
LA MOTIVAZIONE/ In zone soggette al via libera della Soprintendenza serve una valutazione ad hoc per le strutture destinate a rimanere tutto l'anno.

Mare agitato per i concessionari balneari che devono rimuovere le cabine per esigenze paesaggistiche.
Lo sottolinea il Consiglio di Stato con la sentenza 18.09.2013 n. 4642, relativa a uno stabilimento di Gallipoli.
Il contrasto ha radici antiche perché da anni, in previsione di un'imminente scadenza delle concessioni demaniali turistiche e del rischio di gare comunitarie, più Regioni avevano emanato leggi di favore per agevolare investimenti sulla fascia demaniale. Ad esempio, la Puglia aveva previsto il mantenimento annuale di strutture precarie funzionali all'attività turistico ricreativa lungo le coste (articolo 11 della legge regionale 17/2006), precisando poi che tali strutture dovevano essere di facile amovibilità (legge regionale 24/2008). In tali norme si era visto un primo passo verso la possibilità di migliorare le strutture aziendali dei concessionari balneari, anche in funzione di una maggiore redditività da poter far valere nel caso di procedure di gara per il rinnovo delle concessioni.
Ma la Corte costituzionale prima (sentenza 232/2008), poi le Soprintendenze e ora il Consiglio di Stato, hanno frenato l'orientamento delle Regioni, imponendo che al termine di ogni stagione balneare le strutture autorizzate per pochi mesi siano rimosse. In tal modo cabine, platee, impianti con i relativi accessori (insegne, locali di servizio) che abbiano autorizzazioni temporanee, diventano per i concessionari costi rilevanti azzerati anno per anno.
Un concessionario salentino aveva appunto posto l'accento sull'illogicità di un parere paesaggistico di breve durata, chiedendo di poter mantenere le strutture autorizzate per i mesi estivi, facendo leva sulla legge regionale che parla di strutture autorizzate «per l'intero anno». I giudici amministrativi hanno tuttavia preferito la scadenza più breve, imposta dalla Soprintendenza, sottolineando che l'impatto di un'opera può essere diverso a seconda del periodo in cui l'aspetto dei luoghi viene valutato. In altri termini, è possibile ed è ragionevole che una stessa struttura incida in modo diverso sui valori paesaggistici della zona a seconda dell'alternarsi delle stagioni.
Questo orientamento del Consiglio di Stato incide su un tessuto in ebollizione: la scadenza delle concessioni demaniali marittime, turistico ricreative, è stata prorogata al 2020 con la legge 221/2012. In quella data i concessionari demaniali saranno esposti a un regime di gare comunitarie per la scelta del concessionario che offra una migliore utilizzazione del bene pubblico. Al concessionario che risulti scavalcato da un'offerta tecnico-economica più vantaggiosa per il Demanio (e per la collettività), spetterà un indennizzo calcolato sulla base dell'avviamento aziendale, cioè dell'avvenuta valorizzazione delle attività imprenditoriali e degli investimenti. Ma se gli stabilimenti giungeranno con strutture precarie alla scadenza del 2020, sarà difficile calcolare un avviamento, mancando impianti dai quali dedurre una vera e propria attività produttiva (cucine, accessori, piscine, parcheggi, ecc.).
Oltretutto, le cabine autorizzate in precario vanno eliminate proprio mentre si adotta un criterio diverso (di stabilità) per i campeggi (articolo 3, comma 1, lettera e5, del Dpr 380/2001 modificato dal Dl 69/2013) e per la durata (ora ultraquinquennale) delle autorizzazioni paesaggistiche (articolo Il Sole 24 Ore del 22.09.2013).

EDILIZIA PRIVATAIn presenza di opere che implichino una stabile (benché non irreversibile) trasformazione del territorio, preordinata a soddisfare esigenze non precarie, è necessario il rilascio di un idoneo titolo edilizio.
Qualora l'entità del deposito dei materiali e la stabilità dell'utilizzazione dell'area emergano con una certa evidenza, è da ritenersi realizzata una trasformazione permanente dell'assetto edilizio del territorio, necessitante di concessione edilizia.
---------------
La sussistenza da lungo tempo dell’opera abusiva non esclude certamente il potere di controllo e di repressione del comune in materia urbanistico-edilizia, perché l'esercizio di tale potere non è soggetto a prescrizione o decadenza.
Ne consegue che l'accertamento dell'illecito amministrativo e l'applicazione della relativa sanzione possono intervenire anche a notevole distanza di tempo dalla commissione dell'abuso, senza che il ritardo nell'adozione della sanzione comporti sanatoria o il sorgere di affidamenti o situazioni consolidate.
---------------
L'ordine di demolizione costituisce atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né infine una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale alla demolizione, non potendo neppure ammettersi l’esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il tempo non può giammai legittimare, a maggiori ragione laddove l'abuso ricada in zona soggetta a vincola paesaggistica.

Va innanzitutto respinto il rilievo secondo il quale l’attività di deposito avviata sul fondo cui al foglio 9 mappale n. 421 non necessiterebbe di alcun titolo abilitativo, non integrando causa di trasformazione dello stato dei luoghi.
L'affermazione urta in via di fatto con le emergenze dei verbali di sopralluogo prodotti in giudizio che illustrano come il sedime sia occupato da:
- otto container colmi di traversine;
- due rimorchi altrettanto colmi;
- altre traversine accatastate sul terreno, per 17 m di lunghezza, 9 m di larghezza e circa 3 m di altezza quindi con un volume di 450 mc.
L’argomentazione contrasta, inoltre, in punto di diritto, con il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo il quale -in presenza di opere che implichino una stabile (benché non irreversibile) trasformazione del territorio, preordinata a soddisfare esigenze non precarie- è necessario il rilascio di un idoneo titolo edilizio (cfr., ex multis, Cons. St. sez. IV, 24.07.2012, n. 4214).
Sul punto la giurisprudenza amministrativa ha costantemente affermato che, qualora l'entità del deposito dei materiali e la stabilità dell'utilizzazione dell'area emergano con una certa evidenza, è da ritenersi realizzata una trasformazione permanente dell'assetto edilizio del territorio, necessitante di concessione edilizia (TAR Milano sez. IV, 20.12.2011, n. 3307 e sez. II, 11.03.2011, n. 583).
Nel caso di specie, in considerazione dell'entità del deposito di materiali e mezzi d'opera, del relativo ingombro (evincibile dalla documentazione fotografica in atti) e della stabilità dell’utilizzazione dell'area come deposito (l'amministrazione ha, difatti, constatato la posa di materiale inerte già con verbale del 17.11.2008), è da ritenersi certamente realizzata una trasformazione permanente dell'assetto edilizio del territorio, necessitante del rilascio di permesso di costruire ai sensi dell'art. 3, lett. e7), d.P.R. n. 380/2001 (che fa riferimento alle ipotesi di “realizzazione di depositi di merci o di materiali” e di “realizzazione di impianti per attività produttive all'aperto ove comportino l'esecuzione di lavori cui consegua la trasformazione permanente del suolo in edificato”).
In replica ad un’ulteriore contestazione contenuta in ricorso si osserva che la sussistenza da lungo tempo dell’opera abusiva non esclude certamente il potere di controllo e di repressione del comune in materia urbanistico-edilizia, perché l'esercizio di tale potere non è soggetto a prescrizione o decadenza. Ne consegue che l'accertamento dell'illecito amministrativo e l'applicazione della relativa sanzione possono intervenire anche a notevole distanza di tempo dalla commissione dell'abuso, senza che il ritardo nell'adozione della sanzione comporti sanatoria o il sorgere di affidamenti o situazioni consolidate (TAR Milano sez. II, 17.06.2008, n. 2045 e 11.03.2011, n. 583).
---------------
L'ordine di demolizione, infatti, costituisce atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né infine una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale alla demolizione, non potendo neppure ammettersi l’esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il tempo non può giammai legittimare, a maggiori ragione laddove l'abuso ricada in zona soggetta a vincola paesaggistica (cfr. TAR Liguria sez. I, 29.01.2013, n. 217; TAR Napoli sez. II, 12.03.2013, n. 1410 e sez. III, 08.03.2013, n. 1374) (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 12.07.2013 n. 891 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ai fini dell’esenzione del permesso di costruire, l’opera deve essere destinata “ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con conseguente e sollecita eliminazione, non essendo sufficiente che si tratti eventualmente di un manufatto smontabile e/o non infisso al suolo”.
In primo luogo, non rileva dunque il carattere stagionale del manufatto realizzato, atteso che esso non implica la precarietà dell'opera, potendo essere la stessa destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la perpetuità della sua funzione; né rileva a tale riguardo la circostanza che l’impiego del bene sia circoscritto ad una sola parte dell'anno, ben potendo la stessa essere destinata a soddisfare un bisogno non provvisorio ma regolarmente ripetibile e dunque ciclico e continuativo.
In questa direzione non implica precarietà dell'opera e richiede, pertanto, il permesso di costruire, il carattere stagionale ossia l’utilizzo annualmente ricorrente della struttura stessa, potendo quest'ultima essere destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la permanenza nel tempo della sua funzione.
La stagionalità, dunque, qualora sia al servizio di un'attività perdurante nel tempo va qualificata costruzione ai sensi del testo unico sull'edilizia.
In secondo luogo, il carattere di precarietà di una costruzione non va desunto dalla possibile facile e rapida amovibilità dell'opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, ma dal fatto che la costruzione appaia destinata a soddisfare una necessità contingente ad essere poi prontamente rimossa

Quanto al motivo sub a) si rammenta che, ai sensi dell’art. 6 del testo unico edilizia (DPR n. 380 del 2001), “sono eseguiti senza alcun titolo abilitativo: … b) le opere dirette a soddisfare obiettive esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità e, comunque, entro un termine non superiore a novanta giorni”.
La giurisprudenza ha avuto modo di affermare al riguardo che, ai fini dell’esenzione del permesso di costruire, l’opera deve essere destinata “ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con conseguente e sollecita eliminazione, non essendo sufficiente che si tratti eventualmente di un manufatto smontabile e/o non infisso al suolo” (Cass. penale, sez. III, 21.06.2011, n. 34763).
In primo luogo, non rileva dunque il carattere stagionale del manufatto realizzato, atteso che esso non implica la precarietà dell'opera, potendo essere la stessa destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la perpetuità della sua funzione; né rileva a tale riguardo la circostanza che l’impiego del bene sia circoscritto ad una sola parte dell'anno, ben potendo la stessa essere destinata a soddisfare un bisogno non provvisorio ma regolarmente ripetibile e dunque ciclico e continuativo (TAR Puglia Bari, sez. II, 31.08.2009, n. 2031; TAR Emilia Romagna Bologna, sez. II, 14.01.2009, n. 19; TAR Lombardia Brescia, sez. I, 22.09.2010, n. 3555).
In questa direzione non implica precarietà dell'opera e richiede, pertanto, il permesso di costruire, il carattere stagionale ossia l’utilizzo annualmente ricorrente della struttura stessa, potendo quest'ultima essere destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la permanenza nel tempo della sua funzione (Cass. penale, sez. III, 21.06.2011, n. 34763; Cons. Stato, sez. IV, 22.12.2007, n. 6615).
La stagionalità, dunque, qualora sia al servizio di un'attività perdurante nel tempo va qualificata costruzione ai sensi del testo unico sull'edilizia (TAR Liguria, sez. I, 27.01.2009, n. 119).
In secondo luogo, il carattere di precarietà di una costruzione non va desunto dalla possibile facile e rapida amovibilità dell'opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, ma dal fatto che la costruzione appaia destinata a soddisfare una necessità contingente ad essere poi prontamente rimossa (TAR Puglia Bari, sez. II, 31.08.2009, n. 2031).
Per le ragioni sopra indicate il primo motivo di ricorso è dunque infondato, dato che correttamente l’amministrazione comunale ha ritenuto necessario al riguardo l’ottenimento del permesso di costruire al fine di consentire la realizzazione dell’opera di cui si controverte (TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 25.03.2013 n. 1626 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Individuazione della natura precaria di un manufatto.
La natura "precaria" di un manufatto ai fini dell'esenzione dal permesso di costruire (già concessione edilizia), non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all'opera dal costruttore, ma deve ricollegarsi alla intrinseca destinazione materiale di essa ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con conseguente e sollecita eliminazione, non essendo sufficiente che si tratti eventualmente di un manufatto smontabile e/o non infisso al suolo.
Il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 6, comma 2, lett. b), -dopo le modifiche introdotte dal D.L. 25.03.2010, n. 40, convertito con modificazioni nella L. 22.05.2010, n. 73- prevede che possono essere installate, senza alcun titolo abilitativo ma previa comunicazione dell'inizio dei lavori all'Amministrazione comunale (anche per via telematica), le opere dirette a soddisfare obiettive esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità e, comunque, entro un termine non superiore a 90 giorni. Non implica precarietà dell'opera, però, il carattere stagionale di essa, potendo essere la stessa destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la permanenza nel tempo della sua funzione (tratto da www.lexambiente.it - Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 05.03.2013 n. 10235).

EDILIZIA PRIVATAAl fine di verificare se una determinata opera abbia carattere precario (condizione per l'accertamento della non necessarietà del rilascio della relativa concessione edilizia), occorre verificare la destinazione funzionale e l'interesse finale al cui soddisfacimento l'opera stessa è destinata.
Pertanto, solo le opere agevolmente rimuovibili, funzionali a soddisfare una esigenza oggettivamente temporanea -destinata a cessare dopo il tempo, normalmente non lungo, entro cui si realizza l'interesse finale- possono ritenersi prive di minima entità ovvero di carattere precario e, in quanto tali, non richiedenti la concessione edilizia.
Di conseguenza non sono manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati ad una utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l'alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante.

Viene impugnata l’ordinanza 03.02.2011 n. 1/III che dispone la rimozione/demolizione delle seguenti opere realizzate senza titolo e non destinate a soddisfare esigenze meramente temporanee:
- casa mobile (su ruote) di dimensioni ml. 8,68 x 3,78 e h. alla gronda ml. 2,86;
- box prefabbricato in lamiera di dimensioni ml. 6,00 x 2,70 e h. al colmo ml. 2,35.
Avverso detto provvedimento viene dedotta violazione dell’art. 10 del DPR n. 380/2001 nonché eccesso per travisamento dei fatti. Secondo il ricorrente si tratterebbe di opere temporanee realizzate in attesa di completare i lavori di recupero dell’edificio esistente. In un secondo momento la “casa mobile” sarà poi utilizzata come residenza secondaria da trasferire nelle varie località turistiche di villeggiatura.
Il Collegio, ad un più approfondito esame della vicenda proprio dell’odierna fase di merito, ritiene di non poter confermare l’orientamento espresso in sede cautelare relativamente al fumus boni iuris.
Al riguardo si oppongono le seguenti circostanze:
- agli atti non risulta alcuna richiesta di permesso di costruire per il recupero dell’edificio esistente, ma solo un’istanza preventiva presentata in data 11.06.2009 e riscontrata positivamente dal Comune con nota del 17.07.2009 recante l’espresso avvertimento che la stessa non costituisce titolo per l’inizio dell’attività edilizia;
- ad oggi non è ancora dato comprendere se il permesso di costruire sia stato poi chiesto e rilasciato;
- alla data del sopralluogo (30.09.2010) veniva accertato che non vi erano lavori in corso e che la “casa mobile” risultava tutt’altro che semplicemente parcheggiata in attesa di utilizzo (come potrebbe essere una normale roulotte in rimessaggio), poiché dotata di allacciamento idrico ed elettrico (con tanto di contatori), impianto di condizionamento dell’aria e impianto televisivo con antenna satellitare. L’interno risultava completamente arredato e pronto per l’uso abitativo.
Come è noto, al fine di verificare se una determinata opera abbia carattere precario (condizione per l'accertamento della non necessarietà del rilascio della relativa concessione edilizia), occorre verificare la destinazione funzionale e l'interesse finale al cui soddisfacimento l'opera stessa è destinata; pertanto, solo le opere agevolmente rimuovibili, funzionali a soddisfare una esigenza oggettivamente temporanea -destinata a cessare dopo il tempo, normalmente non lungo, entro cui si realizza l'interesse finale- possono ritenersi prive di minima entità ovvero di carattere precario e, in quanto tali, non richiedenti la concessione edilizia. Di conseguenza non sono manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati ad una utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l'alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante (cfr. Cons. Stato, Sez. III, 12.09.2012 n. 4850; Sez. VI, 16.02.2011 n. 986; Sez. IV, 15.05.2009 n. 3029).
Nel caso in esame non emergono quindi elementi per affermare che la “casa mobile” fosse destinata ad assolvere esigenze meramente temporanee di breve durata ma, al contrario, emergono elementi per supporre che fosse preordinata a soddisfare esigenze prolungate e a scadenza del tutto incerta.
Tale conclusione riguarda indubbiamente anche la seconda costruzione (box prefabbricato in lamiera), priva di ogni riferimento temporale che possa dimostrarne la natura precaria nei termini anzidetti.
Il ricorso va quindi respinto (TAR Marche, sentenza 11.02.103 n. 136 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: P. Sciscioli, Opere precarie, stagionali ed amovibili: lo sfuggente solco discriminante (L'ufficio tecnico n. 1-2/2013).

EDILIZIA PRIVATA: Struttura balneare per uso temporaneo - Mancata rimozione allo scadere del periodo concesso - Ordinanza di rimozione - Legittimità.
L’art. 31 del d.P.R. n. 380 del 2001 prevede che vanno considerati interventi eseguiti in totale difformità dal permesso di costruire quelli che comportano la realizzazione di un organismo edilizio integralmente diverso «per caratteristiche tipologiche, planovolumetriche o di utilizzazione da quello oggetto del permesso stesso».
Il concetto di “utilizzazione” diversa non presuppone, come erroneamente assunto dalle appellanti, che vengano realizzate opere edilizie in sé difformi dal titolo abilitativo. E’ invece sufficiente, infatti, che venga posta in essere una attività, anche omissiva dell’adempimento di un dovere di controazione, che per sua propria conseguenza determini un mutamento di fatto nella utilizzazione assentita per un tempo limitato. Per il tempo che non è assentito dal titolo, infatti, l’opera diviene, grazie a questa omissione di rimozione, in tutto e per tutto da equiparare ad un manufatto sine titulo e come va tale va in punto di sanzioni considerata.
Nel caso in esame, la concessione rilasciata autorizzava la realizzazione di una struttura balneare con una “
utilizzazione temporanea” limitata al periodo estivo.
Costituisce dato non contestato che invece le appellanti, non provvedendo alla rimozione annuale, abbiamo creato una struttura con una utilizzazione non più temporanea, ma permanente: dunque abusiva.
L’ordinanza di demolizione è, pertanto, pienamente legittima, con conseguente non rilevanza della questione subordinata, relativa all’avvenuta traslazione della struttura stessa (
Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 21.01.2013 n. 313 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Legittimità ordinanza rimozione per struttura balneare con utilizzazione temporanea non rimossa.
L’ordinanza di demolizione è legittima nel caso cui la concessione rilasciata autorizzava la realizzazione di una struttura balneare con una “utilizzazione temporanea” limitata al periodo estivo e non si provveduto alla rimozione annuale, e pertanto si è creata una struttura con una utilizzazione non più temporanea, ma permanente, dunque abusiva. Infatti, il concetto di “utilizzazione” diversa non presuppone, che vengano realizzate opere edilizie in sé difformi dal titolo abilitativo.
E’ invece sufficiente, infatti, che venga posta in essere una attività, anche omissiva dell’adempimento di un dovere di controazione, che per sua propria conseguenza determini un mutamento di fatto nella utilizzazione assentita per un tempo limitato. Per il tempo che non è assentito dal titolo, infatti, l’opera diviene, grazie a questa omissione di rimozione, in tutto e per tutto da equiparare ad un manufatto sine titulo e come va tale va in punto di sanzioni considerata.

L’art. 31 del d.P.R. n. 380 del 2001 prevede che vanno considerati interventi eseguiti in totale difformità dal permesso di costruire quelli che comportano la realizzazione di un organismo edilizio integralmente diverso «per caratteristiche tipologiche, planovolumetriche o di utilizzazione da quello oggetto del permesso stesso».
Il concetto di “utilizzazione” diversa non presuppone, come erroneamente assunto dalle appellanti, che vengano realizzate opere edilizie in sé difformi dal titolo abilitativo. E’ invece sufficiente, infatti, che venga posta in essere una attività, anche omissiva dell’adempimento di un dovere di controazione, che per sua propria conseguenza determini un mutamento di fatto nella utilizzazione assentita per un tempo limitato. Per il tempo che non è assentito dal titolo, infatti, l’opera diviene, grazie a questa omissione di rimozione, in tutto e per tutto da equiparare ad un manufatto sine titulo e come va tale va in punto di sanzioni considerata.
Nel caso in esame, la concessione rilasciata autorizzava la realizzazione di una struttura balneare con una “utilizzazione temporanea” limitata al periodo estivo.
Costituisce dato non contestato che invece le appellanti, non provvedendo alla rimozione annuale, abbiamo creato una struttura con una utilizzazione non più temporanea, ma permanente: dunque abusiva.
L’ordinanza di demolizione è, pertanto, pienamente legittima, con conseguente non rilevanza della questione subordinata, relativa all’avvenuta traslazione della struttura stessa (massima tratta da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 21.01.2013 n. 313 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPERTINENZE ED AGEVOLE AMOVIBILITA': NO AL CRITERIO STRUTTURALE
Ai fini del riscontro del connotato della precarietà e della relativa esclusione della modifica dell’assetto del territorio, non sono rilevanti le caratteristiche costruttive, i materiali impiegati e l’agevole rimovibilità, ma le esigenze temporanee alle quali l’opera eventualmente assolva.

Altra decisione della Corte sul tema della natura pertinenziale dell’intervento edilizio, stavolta, però, applicata con riferimento al regime di favore previsto dalla disciplina edilizia fissata dalla regione Sicilia.
La vicenda processuale vedeva imputati del reato edilizio e antisismico due soggetti ai quali era stato addebitato di avere realizzato, in qualità di committenti, una trasformazione edilizia ed urbanistica in assenza di concessione edilizia, con una sopraelevazione di un manufatto, mediante innalzamento dell’esistente parapetto in muratura di un lastrico solare con blocchi di pomicemento e realizzazione di muri perimetrali e copertura in lamierino coibentato, oltre a dodici pilastri, con violazione della disciplina sulle opere in cemento armato.
Contro la sentenza di condanna proponeva ricorso per cassazione la difesa degli imputati, sostenendo che i giudici di merito non avrebbero tenuto conto del fatto che le opere realizzate rientravano in quelle soggette ad autorizzazione ai sensi della L.R. siciliana n. 37 del 1985, art. 5 e della L.R. n. 4 del 2003, art. 20, ottenuta, nel caso di specie, per il mantenimento della copertura del lastrico solare con struttura precaria, oltre a lavori interni: l’opera andava quindi considerata precaria attesa l’agevole amovibilità, indipendentemente dall’uso della stessa.
La tesi difensiva, pur suggestiva, non ha però superato il rigoroso vaglio dei giudici della Suprema Corte. Muovendo dalla norma regionale invocata dai ricorrenti (L.R. Sicilia 16.04.2003, n. 4, art. 20), i giudici hanno osservato come detta disposizione disciplina:
a) la chiusura di terrazze di collegamento e/o copertura di spazi interni con strutture precarie;
b) la realizzazione di verande, definite come «chiusure o strutture precarie relative a qualunque superficie esistente su balconi, terrazze e anche tra fabbricati»;
c) la realizzazione di altre strutture, comunque denominate (a titolo esemplificativo si fa riferimento a tettoie, pensiline e gazebo), che vengono assimilate alle verande, a condizione che ricadano su aree private, siano realizzate con strutture precarie e siano aperte da almeno un lato.
Secondo la predetta norma gli interventi descritti non sono considerati aumento di superficie utile o di volume né modifica della sagoma della costruzione e sono da considerare strutture precarie tutte quelle realizzate in modo tale da essere suscettibili di facile rimozione.
Pertanto, nell’individuare alcune opere precarie non soggette, in via di eccezione, a permesso di costruire la legge regionale fa riferimento ad un ‘‘criterio strutturale’’ (la facile rimovibilità) piuttosto che al ‘‘criterio funzionale’’ (l’uso temporaneo e provvisorio). Orbene, osservano gli Ermellini come tali disposizioni non possono essere applicate al di fuori dei casi espressamente previsti e vanno interpretate in modo restrittivo in ordine alla suscettibilità di facile rimozione (v., ad es.: Cass. pen., sez. III, 27.05.2009, n. 22054, in Ced Cass., n. 243710).
Nel caso di specie, dunque, gli imputati avevano realizzato non già un’opera precaria, ma un vero e proprio ampliamento di un manufatto preesistente mediante innalzamento, sicché, tenuto conto della tipologia dell’intervento e dei materiali utilizzati, non poteva avere alcuna applicazione la richiamata disciplina regionale relativa alla sufficienza dell’autorizzazione L.R. n. 4 del 2003, ex art. 20 (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 07.01.2013 n. 180 - commento tratto da Urbanistica e Appalti n. 3/2013).

anno 2012

EDILIZIA PRIVATANozione di precarietà di un manufatto.
La natura precaria del manufatto non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all'opera dal costruttore o dalle caratteristiche costruttive, ma deve ricollegarsi alla intrinseca destinazione materiale dell'opera ad un uso realmente precario e temporaneo e che, in conformità a quanto più volte affermato da questa Corte, il carattere stagionale di un'opera, vale a dire l'utilizzo annualmente ricorrente della struttura, non significa assoluta precarietà (tratto da www.lexambiente.it - Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 07.12.2012 n. 47636 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La precarietà di un manufatto, la cui realizzazione non necessita di titolo edilizio, non comportando una trasformazione del territorio, non dipende dalla sua facile rimovibilità, ma dalla temporaneità della funzione, in relazione ad esigenze di natura contingente.
Per giurisprudenza costante, la precarietà di un manufatto, la cui realizzazione non necessita di titolo edilizio, non comportando una trasformazione del territorio, non dipende dalla sua facile rimovibilità, ma dalla temporaneità della funzione, in relazione ad esigenze di natura contingente (Cons. Stato, sez. IV, 15.05.2009, n. 3029; Cons. Stato, sez. IV, 06.06.2008, n. 2705; Cass. Pen., sez. III, 25.02.2009, n. 22054).
La precarietà va, pertanto, esclusa quando -come nella fattispecie in esame- si tratta di un’opera destinata a dare un’utilità prolungata nel tempo (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 14.11.2012 n. 2755 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione di una tettoia è soggetta a concessione edilizia …, in quanto essa, pur avendo carattere pertinenziale rispetto all'immobile cui accede, incide sull'assetto edilizio preesistente.
In particolare, la tettoia realizzata sul terrazzo di un fabbricato, in quanto struttura stabilmente ancorata al pavimento e destinata a soddisfare non un'esigenza temporanea e contingente, ma prolungata nel tempo, è priva del carattere della precarietà ed amovibilità ed è quindi assoggettata al regime del permesso di costruire, dal momento che comporta una rilevante modifica dell'assetto edilizio preesistente.

Come più volte rilevato in giurisprudenza, infatti, “... la realizzazione di una tettoia è soggetta a concessione edilizia …, in quanto essa, pur avendo carattere pertinenziale rispetto all'immobile cui accede, incide sull'assetto edilizio preesistente. In particolare, la tettoia realizzata sul terrazzo di un fabbricato, in quanto struttura stabilmente ancorata al pavimento e destinata a soddisfare non un'esigenza temporanea e contingente, ma prolungata nel tempo, è priva del carattere della precarietà ed amovibilità ed è quindi assoggettata al regime del permesso di costruire, dal momento che comporta una rilevante modifica dell'assetto edilizio preesistente” (cfr. TAR Campania Napoli, sez. III, 09.09.2008, n. 10059) (TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 19.10.2012 n. 8658 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANATURA PRECARIA DI UN MANUFATTO E RAPPORTI CON IL RESTAURO E RISANAMENTO CONSERVATIVO.
La natura ‘‘precaria’’ di un manufatto, ai fini dell’esenzione dal permesso di costruire, non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all’opera dal costruttore, né dalla natura dei materiali utilizzati ovvero dalla più o meno facile rimovibilità della stessa, ma deve ricollegarsi alla intrinseca destinazione materiale di essa ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con conseguente e sollecita eliminazione, non essendo sufficiente che si tratti eventualmente di un manufatto smontabile e/o non infisso al suolo (nella fattispecie la Corte ha escluso che fosse ravvisabile un’attività di conservazione, recupero o ricomposizione di spazi, bensì la realizzazione di un ‘‘edificio’’ al posto di una preesistente tettoia, con stravolgimento di elementi tipologici e formali e creazione ex novo di volumetria).
La Corte di cassazione si pronuncia nuovamente nel caso in esame sulla questione relativa alla nozione di ‘‘precarietà’’ di un manufatto, stavolta valutandone la compatibilità con la tesi, sostenuta dalla difesa dell’imputato, secondo cui la realizzazione di una tettoia sarebbe stata inquadrabile tra gli interventi di restauro o risanamento conservativo.
La vicenda processuale vedeva imputato il proprietario di un immobile cui era contestato il reato di cui all’art. 44, lett. c) del D.P.R. n. 380 del 2001, per avere realizzato, in assenza del prescritto permesso di costruire -in zona sottoposta a vincolo paesaggistico e ricadente nella perimetrazione di un parco- lavori edilizi consistiti nella chiusura, per una superficie di mt. 10 x 5, di una tettoia collegata con un capannone adibito a cantiere navale. Contro la sentenza di condanna proponeva ricorso per cassazione l’imputato sostenendo la incongruità del disconoscimento della precarietà delle opere di nuova realizzazione, che non sarebbero assoggettate, per tale loro caratteristica, al regime del permesso di costruire, aggiungendo, inoltre, che le stesse integrerebbero altresì un intervento di risanamento conservativo necessario ‘‘al fine di rendere possibile l’utilizzazione dell’aspiratore della polvere di cantiere’’.
La tesi è stata respinta dagli Ermellini che hanno dichiarato il ricorso manifestamente infondato e, per tale ragione, inammissibile.
In particolare, hanno precisato i giudici di legittimità , la natura ‘‘precaria’’ di un manufatto, ai fini dell’esenzione
dal permesso di costruire, non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all’opera dal costruttore, né dalla natura dei materiali utilizzati ovvero dalla più o meno facile rimovibilità della stessa, ma deve ricollegarsi alla intrinseca destinazione materiale di essa ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici, contingenti e limitati nei tempo, con conseguente e sollecita eliminazione, non essendo sufficiente che si tratti eventualmente di un manufatto smontabile e/o non infisso al suolo.
Nella fattispecie in esame, è stato quindi escluso il preteso requisito della temporaneità, logicamente rilevando che la struttura arbitrariamente realizzata si connetteva ad un’attività d’impresa esercitata in via continuativa e senza predeterminazioni temporali.
Precisano, poi, i giudici che il D.P.R. n. 380 del 2001 (art. 3, comma 1, lett. c), identifica gli interventi di ‘‘restauro e risanamento conservativo’’ come quelli ‘‘rivolti a conservare l’organismo edilizio e ad assicurarne la funzionalità mediante un insieme sistematico di opere che -nel rispetto degli elementi tipologici, formati e strutturati dell’organismo stesso- ne consentano destinazioni d’uso con esso compatibili’’. La finalità è di rinnovare l’organismo edilizio in modo sistematico e globale, ma essa deve essere attuata -poiché si tratta pur sempre di conservazione- nel rispetto dei suoi elementi essenziali ‘‘tipologici, formali e strutturali’’.
Nella fattispecie in esame, invece, non è stata ravvisata un’attività di conservazione, recupero o ricomposizione di spazi, secondo le modalità e con i limiti normativamente delineati, bensì la realizzazione di un ‘‘edificio’’ al posto di una preesistente tettoia, con stravolgimento di elementi tipologici e formali e creazione ex novo di volumetria.
In precedenza, nel senso che la ristrutturazione edilizia, poiché non vincolata al rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell’edificio, differisce sia dalla manutenzione straordinaria, che non può comportare aumento della superficie utile o del numero delle unità immobiliari, o, ancora, modifica della sagoma o mutamento della destinazione d’uso, sia dal restauro e risanamento conservativo, che non può modificare in modo sostanziale l’assetto edilizio preesistente e consente soltanto variazioni d’uso ‘‘compatibili’’ con l’edificio conservato, si era pronunciata la stessa Corte (Cass. pen., sez. III, 28.05.2010, n. 20350, in CED Cass., n. 247178) (Corte di Cassazione, Sez. III penale,
sentenza 20.09.2012 n. 36040 - tratto da Urbanistica e appalti n. 12/2012).

EDILIZIA PRIVATA: Legittimità ordinanza demolizione per opere precarie temporanee non autorizzate.
Al fine di verificare se una determinata opera abbia carattere precario (condizione per l'accertamento della non necessarietà del rilascio della relativa concessione edilizia), occorre verificare la destinazione funzionale e l'interesse finale al cui soddisfacimento l'opera stessa è destinata; pertanto, solo le opere agevolmente rimuovibili, funzionali a soddisfare una esigenza oggettivamente temporanea -destinata a cessare dopo il tempo, normalmente non lungo, entro cui si realizza l'interesse finale- possono ritenersi prive di minima entità ovvero di carattere precario e, in quanto tali, non richiedenti la concessione edilizia. Infatti la precarietà o meno di un'opera edilizia va valutata con riferimento non già alle modalità costruttive, bensì alla funzione cui essa è destinata; in altri termini non sono manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati ad una utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l'alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante.
È dunque da considerare legittima l'ordinanza di demolizione di opere che, pur difettando del requisito dell'immobilizzazione rispetto al suolo (cd. case mobili), consistano in una struttura destinata a dare un'utilità prolungata nel tempo, dovendo in tal caso escludersi la precarietà del manufatto, che ne giustificherebbe il non assoggettamento a concessione edilizia, posto che la stessa non dipende dai materiali utilizzati o dal suo sistema di ancoraggio al suolo, bensì dall'uso al quale il manufatto è destinato, e va quindi valutata alla luce della obiettiva ed intrinseca destinazione naturale dell'opera, a nulla rilevando la temporanea destinazione data alla stessa dai proprietari.

Come è noto al fine di verificare se una determinata opera abbia carattere precario (condizione per l'accertamento della non necessarietà del rilascio della relativa concessione edilizia), occorre verificare la destinazione funzionale e l'interesse finale al cui soddisfacimento l'opera stessa è destinata; pertanto, solo le opere agevolmente rimuovibili, funzionali a soddisfare una esigenza oggettivamente temporanea -destinata a cessare dopo il tempo, normalmente non lungo, entro cui si realizza l'interesse finale- possono ritenersi prive di minima entità ovvero di carattere precario e, in quanto tali, non richiedenti la concessione edilizia. Infatti la precarietà o meno di un'opera edilizia va valutata con riferimento non già alle modalità costruttive, bensì alla funzione cui essa è destinata (Cons. St., V, 04.02.1998 n. 131); in altri termini non sono manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati ad una utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l'alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante (Cons. St., VI, 16.02.2011 n. 986).
È dunque da considerare legittima l'ordinanza di demolizione di opere che, pur difettando del requisito dell'immobilizzazione rispetto al suolo (cd. case mobili), consistano in una struttura destinata a dare un'utilità prolungata nel tempo, dovendo in tal caso escludersi la precarietà del manufatto, che ne giustificherebbe il non assoggettamento a concessione edilizia, posto che la stessa non dipende dai materiali utilizzati o dal suo sistema di ancoraggio al suolo, bensì dall'uso al quale il manufatto è destinato, e va quindi valutata alla luce della obiettiva ed intrinseca destinazione naturale dell'opera, a nulla rilevando la temporanea destinazione data alla stessa dai proprietari (Cons. St., IV, 15.05.2009 n. 3029) (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 12.09.2012 n. 4850 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAI caratteri della rimovibilità della struttura e dell’assenza di opere murarie non rilevano per nulla, quando l’installazione attua una consistente trasformazione del tessuto edilizio, in conseguenza della sua conformazione e della sua destinazione all’attività imprenditoriale.
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Sul piano funzionale poi, la destinazione a spazio destinato a soddisfare una migliore sistemazione della clientela, non costituiva un fine contingente ma una finalità permanente -sia pure per una parte dell'anno- che, come visto, comunque necessita di concessione edilizia, a nulla rilevando l'eventuale precarietà strutturale del manufatto.
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Il carattere “pertinenziale” all'intervento in contestazione non muta il suo regime giuridico (d.i.a. in luogo di quello concessorio), in quanto la nozione di “pertinenza urbanistica“ ha peculiarità proprie che la distinguono da quella civilistica, dal momento che il manufatto -preordinato ad un'oggettiva esigenza dell'edificio principale e funzionalmente inserito al suo servizio- deve soprattutto avere un volume modesto, rispetto all'edificio principale in modo da escludere ogni ulteriore “carico urbanistico”.

Come ricordato l’art. 3, lett. e.5), del d.P.R. n. 380/2001, con l’evidente finalità di frenare il fenomeno dei c.d. “abusi progressivi”, riconduce alla nozione di “intervento di nuova costruzione" anche le istallazioni di strutture non murarie, con la diretta conseguenza che, in tali ipotesi, sia sempre necessario il “permesso di costruire”.
E ciò a maggior ragione nel caso di una struttura in legno, che:
- di fatto costituivano un unico manufatto;
- occupava infatti la superficie della terrazza superiore dell'Hotel (peraltro abusivamente realizzato, con istanze di condono edilizio ai sensi della L. 47/1985 ancora pendenti);
- era stata ottenuta mediante la congiunzione di n. 4 “gazebo” (dei quali due di 138 mq ciascuno e due da complessivi mq. 102,2: mq. 59,9 e 46,28 mq) per una superficie complessiva coperta di ben mq. 378,84;
- aveva una copertura del tetto in tela di plastica; con uno sviluppo massimo in altezza delle coperture al colmo di ben mq. 3,45;
- era chiusa su tutti i lati esterni attraverso paratie sovrastate da una grigliatura;
- aveva due porte e due finestre (così l’accertamento dei VV.UU. del 22.01.2006).
Le dimensioni e la finalità della struttura realizzata implicavano che l’intervento non potesse essere qualificato come semplice “gazebo”, in quanto assumeva la consistenza di un vero e proprio piano in elevazione che, come tale, avrebbe dovuto in ogni caso essere oggetto di concessione edilizia e di autorizzazione paesaggistica.
Il “gazebo” costituiva infatti una rilevante alterazione della sagoma esterna, e finiva per avere un impatto visivo che provocava un indubbio vulnus agli eccezionali valori paesaggistici oggetto di salvaguardia. Di qui, se non la compiacenza, per lo meno l’erroneità della qualificazione come “gazebo”, assunta dall’amministrazione intimata come presupposto del suo illegittimo rifiuto ad intervenire.
I caratteri della rimovibilità della struttura e dell’assenza di opere murarie non rilevano per nulla, quando l’installazione attua una consistente trasformazione del tessuto edilizio, in conseguenza della sua conformazione e della sua destinazione all’attività imprenditoriale (cfr. proprio a proposito di gazebo: Sez. V 13.06.2006 n. 3490, Cons. Sez. IV 06.06.2008 n. 2705).
Sul piano funzionale poi, la destinazione a spazio destinato a soddisfare una migliore sistemazione della clientela, non costituiva un fine contingente ma una finalità permanente -sia pure per una parte dell'anno- che, come visto, comunque necessita di concessione edilizia, a nulla rilevando l'eventuale precarietà strutturale del manufatto (Cfr. in tal senso: Consiglio Stato, Sez. V 01.12.2003 n. 7822; Cons. St., sez. V, 20.04.2000 n. 2436, idem n. 419 del 27.01.2003; idem n. 696 dell'11.02.2003).
Per le predette ragioni, il carattere “pertinenziale” all'intervento in contestazione non muta il suo regime giuridico (d.i.a. in luogo di quello concessorio), in quanto la nozione di “pertinenza urbanistica“ ha peculiarità proprie che la distinguono da quella civilistica, dal momento che il manufatto -preordinato ad un'oggettiva esigenza dell'edificio principale e funzionalmente inserito al suo servizio- deve soprattutto avere un volume modesto, rispetto all'edificio principale in modo da escludere ogni ulteriore “carico urbanistico” (cfr. Consiglio Stato; Sez. V n. 2325 del 18.04.2001; idem Sez. VI n. 1174 dell'08.03.2000).
In definitiva, se in relazione al ricordato art. 3, lett. e.5), del d.P.R. n. 380/2001, la struttura avrebbe comunque richiesto la concessione edilizia e non poteva essere ontologicamente qualificata come intervento di “manutenzione straordinaria”, in quanto costituiva una alterazione “dell’aspetto esteriore dell’edificio” non consentita dalla lett. a) dell’art. 149 del d.lgs. n. 42/2004 e s.m.i .
L’amministrazione avrebbe quindi dovuto qualificare correttamente la struttura come intervento in zona vincolata soggetto a concessione edilizia e, comunque, attivare l’apposito sub-procedimento per l’autorizzazione paesistica di cui all’art. 146 del d.lgs. 22.01.2004 n. 42
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 30.07.2012 n. 4318 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATASussiste la necessità di procedere ad una valutazione dell'abuso edilizio mediante “una visione complessiva e non atomistica dell'intervento giacché il pregiudizio recato al regolare assetto del territorio deriva non dal singolo intervento ma dall'insieme delle opere realizzate nel loro contestuale impatto edilizio.
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In ogni caso, la precarietà di un manufatto non dipende dal suo sistema di ancoraggio al terreno, ma dalla sua inidoneità a determinare una stabile trasformazione del territorio, con la conseguente necessità del titolo edilizio allorquando, come nel caso di specie, la struttura, ancorché rimuovibile, sia destinata a dare un'utilità prolungata nel tempo e non meramente occasionale.

Più in generale, giova osservare come correttamente l’amministrazione abbia proceduto ad una puntuale rilevazione e indicazione delle difformità riscontrate rispetto al progetto assentito (in conformità alla richiamata sentenza n. 6897 di questo TAR), onde ricavare da essa la corretta qualificazione dell'intervento realizzato e la conseguente identificazione del titolo edilizio che sarebbe stato necessario (cfr. proprio sulla necessità di procedere ad una valutazione dell'abuso edilizio mediante “una visione complessiva e non atomistica dell'intervento giacché il pregiudizio recato al regolare assetto del territorio deriva non dal singolo intervento ma dall'insieme delle opere realizzate nel loro contestuale impatto edilizio”: Consiglio di Stato, VI, 06.06.2012 n. 3330).
In tal senso, non rileva la circostanza che il manufatto sia stabilmente ancorato al suolo mediante imbullonatura, come tale rimuovibile, dovendosi rammentare che, in ogni caso, la precarietà di un manufatto non dipende dal suo sistema di ancoraggio al terreno, ma dalla sua inidoneità a determinare una stabile trasformazione del territorio, con la conseguente necessità del titolo edilizio allorquando, come nel caso di specie, la struttura, ancorché rimuovibile, sia destinata a dare un'utilità prolungata nel tempo e non meramente occasionale (cfr. Consiglio di Stato, V, 27.04.2012, n. 2450; id. 15.06.2000, n. 3321; id. 03.04.1990, n. 317).
Anche la pavimentazione a secco dell’antistante giardino (mediante lastre di pietra) non può essere considerata in modo avulso dal contesto di riferimento, concorrendo la stessa, che pure non risulta riportata in progetto, alla valutazione complessiva dell’intervento in questione, ai fini della sua riconducibilità fra quelli necessitanti un idoneo titolo edilizio (cfr., in ogni caso, sulla necessità di siffatto titolo edilizio per ogni intervento che determini una perdurante modifica dello stato dei luoghi con materiale posto sul suolo, pur in assenza di opera in muratura, ancora Cons. Stato 2450/2012, a proposito dello spargimento di ghiaia, nonché, Cons. Stato, sez. V, 21.10.2003, n. 6519) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 24.07.2012 n. 2058 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALo spargimento di ghiaia su un'area che ne era in precedenza priva richiede la concessione edilizia allorché appaia preordinata alla modifica della precedente destinazione d'uso.
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Quanto al box ad uso ufficio, non è determinante la circostanza che lo stesso sia soltanto materialmente appoggiato al suolo e non infisso ad esso, giacché il carattere di provvisorietà di una costruzione edilizia, ai fini dell'esenzione dal titolo autorizzatorio, dipende dall'uso realmente precario e temporaneo per fini specifici e cronologicamente delimitati.

Quanto alla stesura della ghiaia, si osserva che, secondo la prevalente giurisprudenza –che il collegio condivide– lo spargimento di ghiaia su un'area che ne era in precedenza priva richiede la concessione edilizia allorché appaia preordinata alla modifica della precedente destinazione d'uso (Cons. di St., V, 22.12.2005, n. 7343; id., 11.11.2004, n. 7325; Cass. Pen., III, 09.06.1982).
Nel caso di specie, lo spargimento di ghiaia è funzionale all’utilizzo del terreno per il parcheggio e la sosta di container ed altri materiali (così l’istanza in data 19.11.1986, doc. 1 delle produzioni 30.06.1987 di parte ricorrente), onde necessitava di concessione edilizia ex art. 1 L. n. 10/1977.
Quanto al box ad uso ufficio, non è determinante la circostanza che lo stesso sia soltanto materialmente appoggiato al suolo e non infisso ad esso, giacché il carattere di provvisorietà di una costruzione edilizia, ai fini dell'esenzione dal titolo autorizzatorio, dipende dall'uso realmente precario e temporaneo per fini specifici e cronologicamente delimitati (Cons. di St., V, 24.02.2003, n. 986).
Nel caso di specie, l’utilizzo del box in funzione dell’attività commerciale svolta dal ricorrente ne fa invece presumere una utilizzazione perdurante nel tempo, rafforzata dalla mancanza di allegazioni di segno contrario (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 24.07.2012 n. 1076 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Mancata rimozione di opera stagionale.
La mancata rimozione di un'opera edilizia precaria allo spirare del termine stagionale implica la violazione dell'art. 44 del D.P.R. 380/2001, in quanto la responsabilità discende dal combinato disposto del citato art. 44 e dell'art. 40, comma secondo, cod. pen., per la mancata ottemperanza all'obbligo di rimozione insito nel provvedimento autorizzatorio temporaneo (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 20.06.2012 n. 24554 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATAPRECARIETA' E TEMPORANEITA' DELL’INTERVENTO EDILIZIO.
In materia edilizia, ai fini del riscontro del connotato della precarietà e della relativa esclusione della modifica dell’assetto del territorio, non sono rilevanti le caratteristiche costruttive, i materiali impiegati e l’agevole rimovibilità, ma le esigenze temporanee alle quali l’opera eventualmente assolva.
Questione ricorrente quella affrontata dalla Suprema Corte con la sentenza in esame, relativa al tema dei rapporti intercorrenti tra precarietà dell’opera edilizia e la sua temporaneità. La vicenda processuale segue ad una sentenza di condanna, confermata in grado d’Appello, per il reato di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, comma 1, lett. b), e per il reato di cui agli artt. 83, 93, 94 e 95, stesso D.P.R., in relazione all’installazione su un piano di cemento armato di un prefabbricato in legno di circa metri 8 per 6, con antistante portico, senza permesso di costruire e senza le prescritte autorizzazioni, trattandosi di zona sismica.
Proponeva ricorso per Cassazione l’imputato che, per quanto qui di interesse, rilevava l’erronea applicazione della norma incriminatrice, perchè -a suo dire- la propria condotta non avrebbe integrato le fattispecie previste e punite dalla norma. Sosteneva, in particolare, la difesa che l’opera prefabbricata in legno realizzata non rientrasse nella nozione di ‘‘costruzione’’, non avendo i caratteri di struttura stabilmente ancorata al suolo. Si sarebbe trattato, infatti, di un prefabbricato amovibile, che non poggia al suolo in modo stabile, ma legato ad esso con viti di ferro: cioè , di un’opera chiaramente smontabile. Tale circostanza sarebbe emersa anche nel dibattimento di primo grado, in cui il teste che aveva proceduto all’accertamento del reato non aveva saputo riferire se l’opera fosse o meno ancorata al suolo.
La tesi non ha però convinto gli Ermellini che hanno dichiarato inammissibile il ricorso.
In particolare, i giudici di legittimità hanno ritenuto ineccepibile il ragionamento logico-giuridico condotto dai giudici di merito, risultando dagli atti che la polizia giudiziaria che aveva accertato l’illecito aveva, in sede di audizione testimoniale, riferito che la struttura era prefabbricata e installata stabilmente alla piattaforma di cemento e che, toccandola, non si muoveva: si trattava, comunque, di una struttura abitabile e di dimensioni considerevoli. Correttamente, dunque, per la Cassazione, i giudici di merito hanno richiamato il principio espresso dalla giurisprudenza di legittimità , secondo cui la temporaneità dell’opera deve desumersi da elementi obiettivi e non dalle caratteristiche del manufatto o dall’intenzione soggettiva del costruttore, perché , ai sensi del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, lett. e) ed art. 55, si considerano opere edilizie anche l’istallazione di manufatti leggeri prefabbricati e di strutture di qualsiasi genere come roulottes, camper, case mobili, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, depositi, magazzini (cfr., ex plurimis: Cass. pen., sez. III, 27.05.2009, n. 22054, in Ced Cass., n. 243710; Id., sez. III, 13.06.2006, n. 20189, in Ced Cass., n. 234325 (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 14.05.2012 n. 18087 - tratto da Urbanistica e appalti n. 7/2012).

EDILIZIA PRIVATALa precarietà va esclusa tutte le volte in cui il manufatto stesso è destinato a recare un'utilità prolungata e perdurante nel tempo. In questo caso, infatti, esso produce una trasformazione urbanistica perché altera in modo rilevante e duraturo lo stato del territorio, senza che rilevino i materiali impiegati, l'eventuale precarietà strutturale e la mancanza di fondazioni, se tali elementi non si traducano in un uso contingente e limitato nel tempo, con l'effettiva rimozione delle strutture.
La precarietà, infatti, “va esclusa tutte le volte in cui il manufatto stesso è destinato a recare un'utilità prolungata e perdurante nel tempo. In questo caso, infatti, esso produce una trasformazione urbanistica perché altera in modo rilevante e duraturo lo stato del territorio, senza che rilevino i materiali impiegati, l'eventuale precarietà strutturale e la mancanza di fondazioni, se tali elementi non si traducano in un uso contingente e limitato nel tempo, con l'effettiva rimozione delle strutture” (cfr., tra le tante, TAR Lazio–Latina, 01.10.2010, n. 1626)
(TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 14.06.2012 n. 1660 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’eventuale precarietà (mobilità) di un manufatto che rende non necessaria la concessione edilizia dipende non già dal suo sistema di ancoraggio, ma dalla sua inidoneità a determinare una stabile trasformazione del territorio.
Il carattere di precarietà va quindi comunque escluso quando trattasi di struttura destinata a dare un’utilità prolungata nel tempo.
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Per volumi tecnici, ai fini dell'esclusione dal calcolo della volumetria ammissibile, devono intendersi i locali completamente privi di una autonomia funzionale, anche potenziale, in quanto destinati a contenere impianti serventi di una costruzione principale, per esigenze tecnico-funzionali della costruzione stessa ed, in particolare, quei volumi strettamente necessari a contenere ed a consentire l'ubicazione di quegli impianti tecnici indispensabili per assicurare il comfort degli edifici, che non possano, per esigenze tecniche di funzionalità degli impianti, essere inglobati entro il corpo della costruzione realizzabile nei limiti imposti dalle norme urbanistiche.

Infondata è la censura secondo cui il manufatto oggetto del provvedimento non sarebbe una veranda con struttura infissa su di una platea di cemento ma consisterebbe semplicemente in tre pareti mobili su ruote usate per il riparo di attrezzi e piante fiorite durante l’inverno, costituendo quindi un mero volume tecnico.
La censura non è supportata da alcuna evidenza probatoria certa e, anzi si pone in contrasto con il verbale di accertamento dell’abuso del 24.12..2009 che, per essere stato redatto da pubblico ufficiale, fa piena prova sino a querela di falso.
Inoltre, le foto allegate dal ricorrente non mostrano in modo esauriente l’ancoraggio del manufatto al suolo ed, in ogni caso, l’affermata amovibilità dell’opera è irrilevante al fine di escludere l’esistenza di un’opera di trasformazione urbanistica necessitante di titolo abilitativo edilizio avendo, fra l’altro, la giurisprudenza precisato che ciò che rileva ai fini della trasformazione urbanistica è la stabilità della destinazione dell’opera realizzata.
L’opera in questione pare destinata ad uno stabile e prolungato utilizzo e non a fini strettamente temporanei.
L’eventuale precarietà (mobilità) di un manufatto che rende non necessaria la concessione edilizia dipende non già dal suo sistema di ancoraggio, ma dalla sua inidoneità a determinare una stabile trasformazione del territorio.
Il carattere di precarietà va quindi comunque escluso quando trattasi di struttura destinata a dare un’utilità prolungata nel tempo (Consiglio Stato, Sez. V, 30.10.2000, n. 5828; TAR Campania-Napoli, Sez. VI, 18.02.2005, n. 1182; TAR Lazio–Roma Sez. II-ter, 05.04.2007, n. 2986).
Il manufatto realizzato poi, consistente in una veranda in ferro e vetro, coperto da lamiera zincata posto su una platea di cemento armato alta circa 30 centimetri, esulta completamente dalla nozione di volume tecnico.
Secondo quanto chiarito da giurisprudenza, difatti, per volumi tecnici, ai fini dell'esclusione dal calcolo della volumetria ammissibile, devono intendersi i locali completamente privi di una autonomia funzionale, anche potenziale, in quanto destinati a contenere impianti serventi di una costruzione principale, per esigenze tecnico-funzionali della costruzione stessa (Consiglio Stato, sez. IV, 04.05.2010, n. 2565; TAR Sicilia-Palermo Sez. I - sentenza 09.07.2007, n. 1749; TAR Lombardia-Milano, Sez. II, 04.04.2002, n. 1337) ed, in particolare, quei volumi strettamente necessari a contenere ed a consentire l'ubicazione di quegli impianti tecnici indispensabili per assicurare il comfort degli edifici, che non possano, per esigenze tecniche di funzionalità degli impianti, essere inglobati entro il corpo della costruzione realizzabile nei limiti imposti dalle norme urbanistiche (TAR Puglia-Lecce, Sez. III - sentenza 15.01.2005 n. 143; TAR Puglia-Bari sentenza n. 2843/2004).
Nessuna delle caratteristiche indicate presenta il manufatto in questione, avendo a una piena indipendenza funzionale, non essendo destinato a contenere impianti e presentando dimensioni incompatibili con l’affermata natura di volume tecnico (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 14.05.2012 n. 2251 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa precarietà (e mobilità) di un manufatto, che rende non necessaria la concessione edilizia, dipende non dal suo sistema di ancoraggio al terreno, ma dalla sua inidoneità a determinare una stabile trasformazione del territorio, con la conseguente necessità del titolo edilizio allorquando, come nel caso di specie, la struttura, ancorché prefabbricata, sia destinata a dare un’utilità prolungata nel tempo, circostanza giammai contestata dagli appellanti, e non meramente occasionale.
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quanto al secondo profilo, poi, anche a voler prescindere dalle significative dimensioni della struttura prefabbricata realizzata (oltre 80 metri quadrati, per un volume di 257,78 metri quadrati, il che esclude in radice la sua stessa amovibilità (sul cui carattere insistono gli appellanti), deve ricordarsi che in ogni caso anche la precarietà (e mobilità) di un manufatto, che rende non necessaria la concessione edilizia, dipende non dal suo sistema di ancoraggio al terreno, ma dalla sua inidoneità a determinare una stabile trasformazione del territorio, con la conseguente necessità del titolo edilizio allorquando, come nel caso di specie, la struttura, ancorché prefabbricata, sia destinata a dare un’utilità prolungata nel tempo, circostanza giammai contestata dagli appellanti, e non meramente occasionale (C.d.S., sez. V, 15.06.2000, n. 3321; 03.04.1990, n. 317) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 27.04.2012 n. 2450 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAE' necessario il rilascio di una concessione edilizia in caso di apertura di un dehor destinato all'esercizio dell'attività di ristorazione o di somministrazione di alimenti e bevande, perché le caratteristiche tecniche della struttura, realizzata su suolo pubblico, nonché il perdurante previsto utilizzo della stessa nel tempo per il ricevimento della clientela, costituiscono elementi sufficienti ad escludere il carattere della c.d. precarietà strutturale.
Inoltre, trattandosi a tutti gli effetti di nuova costruzione, trova senz’altro applicazione l’art. 907 c.c..

Con il secondo ed il terzo motivo la società ricorrente deduce che l’intervento in oggetto, concretandosi in opere di manutenzione di un preesistente manufatto di natura pertinenziale, non sarebbe subordinato al previo rilascio di permesso di costruire, ma unicamente a denuncia di inizio attività.
Orbene, la ricorrente non ha provato affatto la regolarità edilizia del preesistente manufatto, onde la realizzazione del dehor sanzionato non può in alcun modo qualificarsi come opera di manutenzione.
Inoltre, anche a voler considerare (il che non è, come si vedrà infra) l’opera in questione come una pertinenza, essa, ricadendo in zona sottoposta a vincolo, era soggetta a concessione edilizia già nel vigore dell’art. 7, comma 2, D.L. 23.01.1982, n. 9 (convertito in legge 25.03.1982, n. 94).
In ogni caso, in relazione a casi analoghi, la giurisprudenza amministrativa ha ripetutamente affermato che é necessario il rilascio di una concessione edilizia in caso di apertura di un dehor destinato all'esercizio dell'attività di ristorazione o di somministrazione di alimenti e bevande, perché le caratteristiche tecniche della struttura, realizzata su suolo pubblico, nonché il perdurante previsto utilizzo della stessa nel tempo per il ricevimento della clientela, costituiscono elementi sufficienti ad escludere il carattere della c.d. precarietà strutturale (TAR Sicilia-Palermo, III, 06.07.2010, n. 8269; nello stesso senso cfr. TAR Campania-Napoli, IV, 12.01.2009, n. 68; id., 15.09.2008, n. 10138; sempre con specifico riferimento a gezebo destinati alla ristorazione, cfr. Cons. di St., V. 01.12.2003, n. 7822; id., VI, 27.01.2003, n. 419).
Trattandosi a tutti gli effetti di nuova costruzione, trova senz’altro applicazione l’art. 907 c.c.
(TAR Liguria, Sez. I, sentenza 27.04.2012 n. 591 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl carattere precario del manufatto non dipende <<dai materiali utilizzati o dal suo sistema di ancoraggio al suolo, bensì dall'uso al quale il manufatto è destinato, e va dunque valutata alla luce della obiettiva ed intrinseca destinazione naturale dell'opera, a nulla rilevando la temporanea destinazione data alla stessa dai proprietari>>.
In questo prospettiva, un impianto fotovoltaico a terra, indipendentemente dai materiali utilizzati e dai criteri di ancoraggio al suolo, si presenta oggettivamente finalizzata a soddisfare esigenze non temporanee dell’azienda agricola e, quindi, non può essere considerata in termini di opera precaria.

... per l'annullamento:
- del parere prot. 3302/2010 del 21.02.2011, con cui il Comune di Cinigiano - Area Tecnica Ufficio Urbanistica, ha espresso parere contrario in merito al Programma di Miglioramento Agricolo Ambientale, redatto ai sensi della L.R. 1/2005 dal Sig. R.C. e presentato in data 29.06.2010, e relativo alla realizzazione di impianto fotovoltaico a terra e incremento superficie vitata sui terreni di proprietà dell'azienda Terra Rossa, posti in Borgo S. Rita - Cinigiano (Gr);
...
Già in sede cautelare (TAR Toscana, sez. II, 01.06.2011 n. 634), la Sezione ha avuto modo di rilevare, con riferimento al preteso carattere pertinenziale e precario dell’impianto fotovoltaico, come la costruzione proposta da parte ricorrente non possa trovare accoglimento, <<considerato che non si riscontra l’invocata natura pertinenziale dell’impianto fotovoltaico, attesa la dimensione del medesimo e la sua stessa destinazione evidenziata dal ricorrente -tesa a conferire la corrente elettrica alla rete e non ad asservire esclusivamente un edificio principale- nonché la conformazione dell’impianto che è destinato ad una trasformazione funzionale dello stato dei luoghi, indipendentemente dall’amovibilità potenziale delle singole componenti>>.
Ed in effetti, nella fattispecie manca certamente quel <<rapporto di strumentalità o complementarità funzionale>> (Consiglio di Stato, sez. IV 15.12.2011 n. 6606; sez. VI 11.05.2011 n. 2781) con i manufatti esistenti sull’area che, per giurisprudenza univoca, costituisce il requisito costitutivo delle cd. pertinenze urbanistiche.
A questo proposito, la Sezione non dubita certo che i proventi derivanti dalla possibile installazione dell’impianto costituiscano una fonte di entrate di tale importanza da risultare complementare, nella complessiva economia dell’azienda, all’attività principale di coltivazione agricola svolta sull’area; sotto il profilo urbanistico-edilizio, si tratta però di innovazione che non si pone certo in rapporto di pertinenzialità con l’esistente, ma che deve essere valutata come nuova ed autonoma edificazione, in virtù delle proprie caratteristiche intrinseche di trasformazione del territorio.
Per quello che riguarda l’altro profilo della possibile natura precaria delle opere, deve poi trovare applicazione l’indirizzo giurisprudenziale ormai consolidato che ha rilevato come il carattere precario del manufatto non dipenda <<dai materiali utilizzati o dal suo sistema di ancoraggio al suolo, bensì dall'uso al quale il manufatto è destinato, e va dunque valutata alla luce della obiettiva ed intrinseca destinazione naturale dell'opera, a nulla rilevando la temporanea destinazione data alla stessa dai proprietari>> (Consiglio Stato, sez. IV, 15.05.2009 n. 3029; sez. V 20.06.2011 n. 3683).
In questo prospettiva, l’opera progettata dal ricorrente, indipendentemente dai materiali utilizzati e dai criteri di ancoraggio al suolo, si presenta oggettivamente finalizzata a soddisfare esigenze non temporanee dell’azienda agricola e, quindi, non può essere considerata in termini di opera precaria (TAR Toscana, Sez. II, sentenza 23.04.2012 n. 809 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATALaddove una o più opere edilizie siano state realizzate su area demaniale (nel caso, demanio marittimo), il conseguente ordine di demolizione è adottato dal Comune anche in applicazione degli art. 54 e 1161 c. nav. e, quindi per la tutela degli interessi demaniali, cosicché, sotto questo profilo, non ha nemmeno rilevanza la minore o maggiore consistenza dell'abuso".
Ed ancora a riprova della non sufficienza dell’autorizzazione rilasciata da parte dell’autorità Portuale ai soli fini demaniali marittimi al mantenimento della tettoia contestata si è affermato che “L'esecuzione di opere edilizie non del tutto precarie su suolo del demanio marittimo richiede il rilascio della preventiva concessione edilizia da parte del Sindaco, essendo irrilevante il possesso della concessione della Capitaneria di porto, necessaria solo per l'utilizzazione dell'area demaniale".
Va poi contestato che la tettoia in questione di dimensioni ragguardevoli (m. 23,50 per 18,15, h. m. 5,80) e tuttora esistente ed utilizzata da diciotto anni possa essere considerata indifferente ai fini edilizi.
Ha, infatti, affermato il giudice amministrativo che “Ove si tratti di struttura realizzata per soddisfare esigenze aziendali di carattere permanente, prescindendo dal rilievo concernente un'asserita «facile amovibilità» di tale struttura (nella specie, sia per i materiali impiegati che per le considerevoli dimensioni), alla stessa non potrà attribuirsi carattere di opera precaria, con conseguente necessità del previo rilascio della concessione edilizia per la sua realizzazione (e correlativa infondatezza di un eventuale ricorso giurisdizionale proposto avverso il connesso provvedimento sanzionatorio-ripristinatorio), dato che la presenza di una tettoia non è meramente strumentale alla migliore funzionalità di uno o più degli impianti contenuti in un capannone industriale, ma tende piuttosto a creare un prolungamento dello stesso, al fine di consentirvi lo svolgimento della normale attività imprenditoriale su una più vasta superficie coperta"
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È stato, infatti, affermato che “laddove una o più opere edilizie siano state realizzate su area demaniale (nel caso, demanio marittimo), il conseguente ordine di demolizione è adottato dal Comune anche in applicazione degli art. 54 e 1161 c. nav. e, quindi per la tutela degli interessi demaniali, cosicché, sotto questo profilo, non ha nemmeno rilevanza la minore o maggiore consistenza dell'abuso" (TAR Emilia Romagna Bologna, sez. II, 03.06.2008, n. 2144; TAR Lazio Roma, sez. II, 30.08.2010, n. 31953).
Ed ancora a riprova della non sufficienza dell’autorizzazione rilasciata da parte dell’autorità Portuale ai soli fini demaniali marittimi al mantenimento della tettoia contestata si è affermato che “L'esecuzione di opere edilizie non del tutto precarie su suolo del demanio marittimo richiede il rilascio della preventiva concessione edilizia da parte del Sindaco, essendo irrilevante il possesso della concessione della Capitaneria di porto, necessaria solo per l'utilizzazione dell'area demaniale" (TAR Toscana Firenze, sez. III, 04.07.2006, n. 3006).
Va poi contestato che la tettoia in questione di dimensioni ragguardevoli (m. 23,50 per 18,15, h. m. 5,80) e tuttora esistente ed utilizzata da diciotto anni possa essere considerata indifferente ai fini edilizi.
Ha, infatti, affermato il giudice amministrativo che “Ove si tratti di struttura realizzata per soddisfare esigenze aziendali di carattere permanente, prescindendo dal rilievo concernente un'asserita «facile amovibilità» di tale struttura (nella specie, sia per i materiali impiegati che per le considerevoli dimensioni), alla stessa non potrà attribuirsi carattere di opera precaria, con conseguente necessità del previo rilascio della concessione edilizia per la sua realizzazione (e correlativa infondatezza di un eventuale ricorso giurisdizionale proposto avverso il connesso provvedimento sanzionatorio-ripristinatorio), dato che la presenza di una tettoia non è meramente strumentale alla migliore funzionalità di uno o più degli impianti contenuti in un capannone industriale, ma tende piuttosto a creare un prolungamento dello stesso, al fine di consentirvi lo svolgimento della normale attività imprenditoriale su una più vasta superficie coperta" (TAR Emilia Romagna Parma, sez. I, 25.09.2007, n. 469)
(TAR Liguria, Sez. I, sentenza 11.04.2012 n. 530 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il manufatto assentito con concessione edilizia in precario può essere conservato solo finché il Comune non decida di chiederne la rimozione, facendo così venire meno l’efficacia del titolo edilizio provvisoriamente rilasciato e rendendo l’opera, non più tollerata, sostanzialmente assimilabile ad un abuso edilizio da rimuovere. Inoltre, la mancata ottemperanza alla prescrizione prevista nel titolo edilizio del 1979 (“il container dovrà essere opportunamente nascosto con piante soprattutto nella parte prospiciente la strada provinciale”) si configura come condizione risolutiva del titolo medesimo, con conseguente applicabilità delle misure repressive previste dalla normativa edilizia.
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L'installazione non meramente occasionale di un prefabbricato, come nel caso di un container, comporta l'alterazione dello stato dei luoghi ed incide sull'assetto urbanistico-edilizio del territorio…Da quanto sopra deriva che, ricorrendo nel caso in esame le caratteristiche di una permanente trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale, per la presenza stabile del manufatto (art. 1 della legge 28.01.1977, n. 10) necessitasse la concessione edilizia e che, in base all'art. 7 della legge 28.02.1985, n. 47, il…” responsabile dell’area tecnica, “nell'esercizio del suo potere dovere di vigilanza e di intervento per la repressione degli abusi edilizi, legittimamente abbia imposto la demolizione dello stesso manufatto.
La società esponente, in attesa di edificare la nuova centrale telefonica, in data 21.09.1979 ha presentato al Comune domanda di nulla osta alla collocazione provvisoria di un container di metri 6,06 per 2,50 e altezza di metri 3,40. Tale istanza è stata accolta con il rilascio della concessione edilizia n. 74 del 05.10.1979, la quale dettava la prescrizione secondo cui il container avrebbe dovuto essere nascosto con piante. Con domanda del 23.02.1985 la deducente ha presentato domanda di concessione relativa all’installazione di un secondo container, precisando con nota dell’11.9.1985 che il manufatto avrebbe avuto carattere precario. L’installazione precaria è stata quindi assentita con concessione n. 19 del 24.10.1985.
Orbene, da un lato la natura precaria dei container dichiarata nel secondo titolo edilizio rilasciato e nella prima istanza della ricorrente, dall’altro il mancato adempimento della prescrizione dettata dal titolo rilasciato nel 1979, giustificano l’ordine di rimuovere tali manufatti.
Invero il manufatto assentito con concessione edilizia in precario può essere conservato solo finché il Comune non decida di chiederne la rimozione, facendo così venire meno l’efficacia del titolo edilizio provvisoriamente rilasciato e rendendo l’opera, non più tollerata, sostanzialmente assimilabile ad un abuso edilizio da rimuovere. Inoltre la mancata ottemperanza, non confutata dalla ricorrente, alla prescrizione prevista nel titolo edilizio del 1979 (“il container dovrà essere opportunamente nascosto con piante soprattutto nella parte prospiciente la strada provinciale”) si configura come condizione risolutiva del titolo medesimo, con conseguente applicabilità delle misure repressive previste dalla normativa edilizia (TAR Lombardia, Milano, II, 16.02.2010, n. 412; Tribunale di Catanzaro, II, 07.05.2009).
Quanto al regime di autorizzazione ex art. 7 della legge n. 94/1982, invocato nell’impugnativa, il Collegio, dato atto che i manufatti in questione sono stati installati da oltre 25 anni e appaiono di rilevanti dimensioni (metri 6,06 per 2,50 e altezza di metri 3,40 –si vedano i documenti depositati in giudizio dal Comune-), osserva che “l'installazione non meramente occasionale di un prefabbricato, come nel caso di un container, comporta l'alterazione dello stato dei luoghi ed incide sull'assetto urbanistico-edilizio del territorio…Da quanto sopra deriva che, ricorrendo nel caso in esame le caratteristiche di una permanente trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio comunale, per la presenza stabile del manufatto (art. 1 della legge 28.01.1977, n. 10) necessitasse la concessione edilizia e che, in base all'art. 7 della legge 28.02.1985, n. 47, il…” responsabile dell’area tecnica, “nell'esercizio del suo potere dovere di vigilanza e di intervento per la repressione degli abusi edilizi, legittimamente abbia imposto la demolizione dello stesso manufatto” (Cons. Stato, V, 15.06.2000, n. 3320; si veda anche Cons. Stato, V, 18.03.1991, n. 280) (TAR Lombardia Milano, sez. III, 21.12.2010, n. 7633) (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 30.01.2012 n. 166 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAnche se la normativa edilizia non prevede l’istituto della concessione edilizia a termine, tuttavia, secondo un consolidato orientamento nella materia, il rilascio di tale titolo può essere vincolato a specifiche prescrizioni e condizioni; si tratta, pertanto, di verificare, da un lato, se sia possibile che la condizione riguardi il termine finale di efficacia del provvedimento, e, dall’altro, se, in caso contrario, dalla violazione dell’eventuale divieto consegua la nullità della detta clausola temporale, ma con salvezza per il residuo del provvedimento concessorio da ritenersi a validità ed efficacia a tempo indeterminato.
Quando la condizione della temporaneità sia apposta alla concessione edilizia riguardi in realtà opere precarie che, per varie e diversificate ragioni, possano essere erette soltanto in alcuni periodi dell’anno o soltanto per un arco temporale limitato, allora si è in presenza di un provvedimento atipico di per sé non illegittimo; si tratta, nella sostanza, di concessione avente ad oggetto opere per loro natura e destinazione di carattere precario e quindi durata limitata e predeterminata.
In passato vi sono state aperture al riguardo essendosi affermato che la “concessione edilizia in precario” costituisce provvedimento atipico utilizzato dalle amministrazioni comunali per assentire opere per loro natura e destinazione di durata limitata e predeterminata, non conformi alla destinazione urbanistica della zona, giustificabile solo proprio in relazione al carattere di precarietà dell’opera ed alla sua modesta consistenza, sì da non assurgere a vera e propria modificazione del territorio; peraltro, l’istituto della concessione in precario andrebbe ritenuto ammissibile solo se previsto dalle norme di piano regolatore, nei limiti, con i presupposti e nei termini che tali norme pongono, salvo i casi che la precarietà stessa costituisca giudizio di non rilevanza urbanistica dell’opera.
Anche se la normativa edilizia non prevede l’istituto della concessione edilizia a termine, tuttavia, secondo un consolidato orientamento nella materia, il rilascio di tale titolo può essere vincolato a specifiche prescrizioni e condizioni; si tratta, pertanto, di verificare, da un lato, se sia possibile che la condizione riguardi il termine finale di efficacia del provvedimento, e, dall’altro, se, in caso contrario, dalla violazione dell’eventuale divieto consegua la nullità della detta clausola temporale, ma con salvezza per il residuo del provvedimento concessorio da ritenersi a validità ed efficacia a tempo indeterminato.
Il Collegio ritiene che quando la condizione della temporaneità sia apposta alla concessione edilizia riguardi in realtà opere precarie che, per varie e diversificate ragioni, possano essere erette soltanto in alcuni periodi dell’anno o soltanto per un arco temporale limitato, allora si è in presenza di un provvedimento atipico di per sé non illegittimo; si tratta, nella sostanza, di concessione avente ad oggetto opere per loro natura e destinazione di carattere precario e quindi durata limitata e predeterminata.
In passato vi sono state aperture al riguardo (TAR Puglia–Bari, sez. II, sent. n. 1281 del 28.09.1994) essendosi affermato che la “concessione edilizia in precario” costituisce provvedimento atipico utilizzato dalle amministrazioni comunali per assentire opere per loro natura e destinazione di durata limitata e predeterminata, non conformi alla destinazione urbanistica della zona, giustificabile solo proprio in relazione al carattere di precarietà dell’opera ed alla sua modesta consistenza, sì da non assurgere a vera e propria modificazione del territorio; peraltro, l’istituto della concessione in precario andrebbe ritenuto ammissibile solo se previsto dalle norme di piano regolatore, nei limiti, con i presupposti e nei termini che tali norme pongono, salvo i casi che la precarietà stessa costituisca giudizio di non rilevanza urbanistica dell’opera
(TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, sentenza 24.01.2012 n. 765 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Opere precarie.
L'opera precaria, sottratta al regime concessorio, è quella oggettivamente finalizzata a soddisfare esigenze improvvise o transeunti e quindi non è destinata a produrre, infatti, quegli effetti sul territorio che la normativa urbanistica e rivolta a regolare.
Ai fini del riscontro del connotato della precarietà e della relativa esclusione della modifica dell'assetto del territorio, non sono rilevanti le caratteristiche costruttive, i materiali impiegati e l'agevole rimovibilità, ma le esigenze temporanee alle quali l'opera eventualmente assolva (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 23.01.2012 n. 2693 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Opere precarie, requisiti.
La natura precaria di un intervento edilizio non coincide "con la temporaneità della destinazione soggettivamente data all'opera dal costruttore, ma deve ricollegarsi alla intrinseca destinazione materiale dell'opera ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con conseguente possibilità di successiva e sollecita eliminazione".
Non sussiste coincidenza fra precarietà e stagionalità dell'opera, posto che le opere stagionali sono destinate a soddisfare bisogni che si perpetuano nel tempo, anche se in determinati periodi dell'anno, e come tali costituiscono interventi che incidono sui beni tutelati dalla legislazione edilizia e necessitano di permesso di costruire.
La natura precaria di una costruzione non dipende dalla natura dei materiali adottati e quindi dalla facilità della rimozione, ma dalle esigenze che il manufatto è destinato a soddisfare e cioè alla stabilità dell'insediamento, indicativa dell'impegno effettivo e durevole del territorio.
La Corte deve ricordare che la giurisprudenza di questa Sezione afferma costantemente che:
● la natura precaria di un intervento edilizio non coincide "con la temporaneità della destinazione soggettivamente data all'opera dal costruttore, ma deve ricollegarsi alla intrinseca destinazione materiale dell'opera ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con conseguente possibilità di successiva e sollecita eliminazione" (Sezione Terza Penale, sentenza 27.05.2004, Polito).
● Sotto diverso profilo, non sussiste coincidenza fra precarietà e stagionalità dell'opera, posto che le opere stagionali sono destinate a soddisfare bisogni che si perpetuano nel tempo, anche se in determinati periodi dell'anno, e come tali costituiscono interventi che incidono sui beni tutelati dalla legislazione edilizia e necessitano di permesso di costruire (Terza Sezione Penale, sentenza n. 35498 del 06.07.2007, Filigrana; sentenza n. 12428 del 07.02.2008, Fioretti).
● Inoltre, è stato affermato che "la natura precaria di una costruzione non dipende dalla natura dei materiali adottati e quindi dalla facilità della rimozione, ma dalle esigenze che il manufatto è destinato a soddisfare e cioè alla stabilità dell'insediamento, indicativa dell'impegno effettivo e durevole del territorio" (Terza Sezione Penale, sentenza n. 12428 del 07.02.2008, Fioretti; sentenza del 27.05.2004, Polito; Cons. Stato, Sez. 5, sentenza n. 3321 del 15.06.2000) (
Corte di Cassazione, Sez. III penale, con la sentenza 16.01.2012 n. 1191
).

EDILIZIA PRIVATA1. Locazione di aree della P.A. ad uso cantieristico - Possibilità di realizzazione di opere strutturalmente imponenti ancorché definite temporalmente e funzionalmente precarie - Necessità di idoneo titolo edilizio - Sussiste - Ratio.
2. Natura precaria di un manufatto - Condizione contrattuale che preveda la futura demolizione del manufatto - Irrilevanza ai fini della configurabilità della precarietà.
3. Edificio precario destinato ad uffici di cantiere - Sottraibilità al regime edilizio e urbanistico delle nuove costruzioni - Possibilità - Limiti.

1. In caso di locazione di aree della P.A. ad uso cantieristico, una cosa è il contratto di locazione delle aree di cantiere con la relativa disciplina negoziale, nel quale sono previste e stabilite le condizioni d'uso dell'area stessa -tra cui quella di realizzare solo le opere precarie di cantiere ivi descritte e di restituire l'area al Comune nello status quo ante- ed altra cosa sono le eventuali autorizzazioni necessarie per realizzare qualsiasi manufatto (precario o meno che sia nelle intenzioni di chi lo realizza e di chi ne consente la realizzazione), che in base alle norme edilizie richiede il previo rilascio di un titolo edilizio, in funzione della natura dell'intervento e della trasformazione del territorio che ad esso inerisce.
Pertanto, anche qualora nel contratto sia prevista la realizzazione di opere strutturalmente imponenti ancorché definite precarie - temporalmente e funzionalmente - non per questo il locatario ricorrente può intraprenderle senza munirsi del titolo occorrente, non essendo possibile realizzare manufatti soggetti a titolo edilizio, in forza del benestare, comunque espresso, della P.A. in una sede impropria e inconferente quale è quella negoziale, nella specie la locazione dell'area destinata alle strutture di cantiere.
2. Deve considerarsi stabile e non precario un manufatto ancorato al suolo e dotato di tutti gli elementi propri della stabilità -ossia notevoli dimensioni, struttura portante in cemento armato, ecc.-, che non è suscettibile di immediata e comunque agevole e pronta rimozione ma che richieda un intervento di demolizione: né la precarietà del manufatto può essere ravvisabile per la sola condizione contrattualmente prevista circa la sua futura demolizione.
3. Un edificio precario, destinato ad uffici di cantiere, può essere sottratto, eccezionalmente, al regime edilizio e urbanistico delle nuove costruzioni, solo in considerazione della sua temporaneità e precarietà strutturale: temporaneità e precarietà che devono trovare, tuttavia, oggettivo riscontro nelle caratteristiche costruttive dell'edificio posto che diversamente anche i manufatti provvisori, la cui durata è limitata e prestabilita, devono ritenersi soggetti al rilascio di un titolo abilitativo di durata annuale (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 12.01.2012 n. 83 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2011

EDILIZIA PRIVATALa natura precaria di un intervento edilizio va valutata in relazione non ai connotati della struttura realizzata e, ancora, ai materiali utilizzati, ma alle esigenze ed all'utilità che la struttura stessa è destinata obiettivamente a soddisfare.
In via fattuale va, anzitutto, evidenziato, che l’impugnato diniego ha riguardo alle seguenti opere edilizie realizzate dalla società ricorrente:
1) ampliamento di superficie coperta e di volume per la chiusura dell’esistente terrazza di collegamento con il limitrofo edificio, per tutti i piani in elevazione, con utilizzo delle stesse a locali deposito, trasmissioni, condizionatori, sala operatori, uffici e segreteria;
2) installazione sul terrazzo di copertura di strutture ed apparecchiature tecnologiche, quali pedane pedane metalliche, pompe di calore, e collocazione di n. 2 tralicci in ferro a supporto di n. 2 antenne aventi altezze pari a ml. 15,00 e 7,00 rispetto al piano del terrazzo.
Ora, va dato atto che il Comune di Palermo, in ordine alle opere di cui al punto 2), intervenendo in autotutela, con provvedimento n. 9 del 22.11.2011 ha annullato in parte qua il provvedimento impugnato.
Ne discende la sopravvenuta cessazione della materia del contendere per tale parte di ricorso.
Quanto, poi, alle opere indicate sub 1), in ordine alle quali muove soltanto la censura di eccesso di potere per errore nei presupposti e violazione dell’art. 71 delle norme di attuazioni del P.R.G. (primo motivo), trattandosi di opere amovibili che non fanno perdere la caratteristica “di struttura aperta” alle terrazze di collegamento, non modificano la struttura e non aumentano la volumetria del fabbricato, va rilevato, che le opere descritte nel provvedimento sono ben riconducibili nell'ambito degli interventi che determinano una variazione planivolumetrica ed architettonica dell’immobile con perdurante modifica dello stato dei luoghi, a prescindere dai materiali utilizzati e, dunque, dalla amovibilità o meno delle opere.
A conferma, è sufficiente ricordare che la natura precaria di un intervento edilizio va valutata in relazione non ai connotati della struttura realizzata e, ancora, ai materiali utilizzati, ma alle esigenze ed all'utilità che la struttura stessa è destinata obiettivamente a soddisfare.
Tenuto conto di quanto avanti esposto, appare doveroso riconoscere che le opere realizzate dalla società ricorrente non risultano funzionalmente connesse a specifiche e ben individuate esigenze di carattere transitorio, idonee a rivelare un utilizzo precario e temporaneo per fini contingenti e cronologicamente determinati, bensì concretizzano nuove strutture destinate a dare un'utilità prolungata nel tempo.
Contrariamente a quanto dedotto dalla società ricorrente, infatti, nell'ipotesi di specie non si è in presenza di interventi irrilevanti sul piano urbanistico, atteso che le opere in argomento realizzano in maniera stabile la chiusura delle terrazze di collegamento adibiti a svariati usi (locali deposito, trasmissioni, sala operatori, uffici, ecc.), con conseguente aumento di volumetria e modifica del prospetto (TAR Sicilia-Palermo, Sez. II, sentenza 15.12.2011 n. 2392 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl carattere “precario” di un’opera non dipende dalla relativa facilità della sua rimozione dal terreno, quanto dalla sua concreta destinazione ed utilizzazione, escludendosi di conseguenza tale carattere in caso di prolungata utilizzazione nel tempo.
La giurisprudenza amministrativa ha da tempo chiarito che il carattere “precario” di un’opera non dipende dalla relativa facilità della sua rimozione dal terreno, quanto dalla sua concreta destinazione ed utilizzazione, escludendosi di conseguenza tale carattere in caso di prolungata utilizzazione nel tempo (cfr., fra le tante, TAR Lombardia, Milano, sez. II, 27.06.2011, n. 1720) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 18.11.2011 n. 2785 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAUna “pompeiana”, nell’accezione edilizia, è un manufatto edilizio di norma in legno o in materiale ferroso, costituito da un insieme di travi intervallate, di sagoma e dimensioni variabili, e sorretto da pilastri o da muri: una sorta di pergola, dunque, ma adatta a realizzare uno spazio aperto ma protetto, piuttosto che destinato all’appoggio di piante.
Le modifiche operate dai ricorrenti –copertura impermeabile fissa in PVC e tamponatura– hanno condotto ad un corpo edilizio definito, racchiuso e coperto: la pompeiana scoperta –o, al più, coperta da un graticcio- è stata trasformata in una nuova costruzione, del tutto diversa per caratteristiche e finalità da quella preesistente.

Si può, quindi, escludere la mera temporaneità della trasformazione: si deve anzitutto affermare come il manufatto accresca, sia pure per una parte dell’anno, la superficie utile dell’esercizio di ristorazione.
D’altra parte, l’utilizzo stagionale dell’opera non esclude la necessità del permesso di costruire, poiché non implica la precarietà: “ai fini della necessità del preventivo rilascio del permesso di costruire non rileva il carattere stagionale del manufatto, atteso che esso non implica precarietà dell'opera che può essere destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la perpetuità della sua funzione.

Una “pompeiana”, nell’accezione edilizia è un manufatto edilizio, di norma in legno o in materiale ferroso, costituito da un insieme di travi intervallate, di sagoma e dimensioni variabili, e sorretto da pilastri o da muri: una sorta di pergola, dunque, ma adatta a realizzare uno spazio aperto ma protetto, piuttosto che destinato all’appoggio di piante.
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Le modifiche operate dai ricorrenti –copertura impermeabile fissa in PVC e tamponatura– hanno condotto ad un corpo edilizio definito, racchiuso e coperto: la pompeiana scoperta –o, al più, coperta da un graticcio- è stata trasformata in una nuova costruzione, del tutto diversa per caratteristiche e finalità da quella preesistente, ed è ora riconducibile all’ambito delle opere di cui all’ art. 3, I comma, lett. e.5 (manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere … che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee).
Si può escludere la mera temporaneità della trasformazione: rammentati anche gli accadimenti pregressi, si deve anzitutto affermare come il manufatto accresca, sia pure per una parte dell’anno, la superficie utile dell’esercizio di ristorazione.
D’altra parte, l’utilizzo stagionale dell’opera non esclude la necessità del permesso di costruire, poiché non implica la precarietà: “ai fini della necessità del preventivo rilascio del permesso di costruire non rileva il carattere stagionale del manufatto, atteso che esso non implica precarietà dell'opera che può essere destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la perpetuità della sua funzione” (C.d.S., IV, 22.12.2007, n. 6615).
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È parimenti irrilevante, poiché attiene alle modalità di costruzione, e non all’opera per tale, che questa sia stata realizzata impiegando una struttura preesistente –appunto la pompeiana: e dunque è legittimo il rinvio alla disciplina di cui all’art. 31 del d.P.R. 380/2001 (Interventi eseguiti in assenza di permesso di costruire, in totale difformità o con variazioni essenziali), e, pertanto, oltre che alla demolizione, alla successiva acquisizione, in caso d’inottemperanza (TAR Vento, Sez. I, sentenza 17.11.2011 n. 1713 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La costruzione abusiva di un manufatto di non trascurabili dimensioni (m. 5.20 x 7.80 e di altezza pari a mt. 3) rientra a pieno titolo tra quelle trasformazioni fisiche del territorio a carattere permanente che l’art. 1 della L. n. 10 del 1977 (all’epoca vigente) assoggettava a previo rilascio della concessione edilizia (ora permesso di costruire).
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La precarietà individuata dalla legge non è determinata dalla caratteristica di costruzione, bensì dall'uso realmente precario e temporaneo del manufatto destinato a fini specifici e limitati nel tempo. Si tratta quindi di un concetto di precarietà funzionale, che si desume dalla funzione, temporanea o stabile, che il manufatto riveste. E’ quindi precario e non richiede titolo edilizio il manufatto che è diretto a soddisfare esigenze specifiche e cronologicamente delimitate.
Solo se l’opera è destinata a dare al costruttore una utilità prolungata, e quindi è di fatto destinata a durare nel tempo, tale manufatto è riconducibile alla nozione di “costruzioni” e, come tali, necessita di un titolo edilizio.
Ne consegue che a nulla rileva, pertanto, che i manufatti non siano stabilmente collegati al suolo e siano facilmente amovibili, dal momento che gli stessi manufatti sono stati destinati ad uso continuativo e durevole nel tempo.
Ugualmente sono irrilevanti le caratteristiche costruttive e al tipo di materiale utilizzato, come, nel caso in giudizio, una struttura metallica e copertura in legno.

La costruzione abusiva di un manufatto di non trascurabili dimensioni (m. 5.20 x 7.80 e di altezza pari a mt. 3) rientra a pieno titolo tra quelle trasformazioni fisiche del territorio a carattere permanente che l’art. 1 della L. n. 10 del 1977 (all’epoca vigente) assoggettava a previo rilascio della concessione edilizia (ora permesso di costruire) (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 28.05.2010 n. 5157).
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La precarietà individuata dalla legge non è determinata dalla caratteristica di costruzione, bensì dall'uso realmente precario e temporaneo del manufatto destinato a fini specifici e limitati nel tempo. Si tratta quindi di un concetto di precarietà funzionale, che si desume dalla funzione, temporanea o stabile, che il manufatto riveste. E’ quindi precario e non richiede titolo edilizio il manufatto che è diretto a soddisfare esigenze specifiche e cronologicamente delimitate.
Solo se l’opera è destinata a dare al costruttore una utilità prolungata, e quindi è di fatto destinata a durare nel tempo, tale manufatto è riconducibile alla nozione di “costruzioni” e, come tali, necessita di un titolo edilizio (cfr. Tar Lazio Roma sez. II 03/02/2006 n. 780; Tar Sardegna Sez. II 27/09/2006 n. 2013; Tar Campania Napoli Sez. IV 28/02/2006 n. 2451).
Ne consegue che a nulla rileva, pertanto, che i manufatti non siano stabilmente collegati al suolo e siano facilmente amovibili, dal momento che gli stessi manufatti sono stati destinati ad uso continuativo e durevole nel tempo.
Ugualmente sono irrilevanti le caratteristiche costruttive e al tipo di materiale utilizzato, come, nel caso in giudizio, una struttura metallica e copertura in legno
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 16.11.2011 n. 2756 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’installazione di una copertura mobile scorrevole su ruote a protezione del personale addetto al carico e scarico degli automezzi non può ritenersi quale "opera precaria".
La precarietà dell’opera non può essere desunta soltanto dal non stabile collegamento al suolo, ma devono essere considerati anche il suo concreto utilizzo e la sua funzione. Difatti, secondo consolidata giurisprudenza, “non sono manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati ad un’utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l’alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante”, indipendentemente dalla loro struttura o dal loro posizionamento.
A tal punto va scrutinato, per la restante parte, il ricorso R.G. n. 4566 del 2000 (con cui si chiede l’annullamento dell’autorizzazione alla ditta Castelnuovo per l’installazione di una copertura mobile scorrevole su ruote a protezione del personale addetto al carico e scarico degli automezzi), con riferimento alla seconda e terza censura, da esaminare congiuntamente in quanto connesse.
Con le stesse si sostiene che non sarebbe condivisibile la ritenuta precarietà dell’opera in oggetto, attesa la sua conformazione plano-volumetrica e la sua effettiva destinazione e ciò avrebbe avuto un diretto riflesso sul rispetto degli indici di edificabilità della zona, che sarebbero stati ampiamente superati con la predetta realizzazione, e l’Amministrazione, qualificando l’opera come precaria, avrebbe omesso la doverosa verifica in ordine a tale aspetto.
La censura è fondata.
La precarietà dell’opera non può essere desunta soltanto dal non stabile collegamento al suolo, ma devono essere considerati anche il suo concreto utilizzo e la sua funzione. Difatti, secondo consolidata giurisprudenza, “non sono manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati ad un’utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l’alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante”, indipendentemente dalla loro struttura o dal loro posizionamento (Consiglio di Stato, VI, 16.02.2011, n. 986).
Nel caso di specie, l’Amministrazione non ha assolutamente motivato in ordine a tale aspetto, non essendo chiarito nemmeno se la copertura mobile scorrevole sia stabilmente affissa al suolo o meno (all. 5 al ricorso). Del resto, anche dalla documentazione fotografica appare possibile verificare l’imponenza della struttura e la sua non precarietà (all. 6 e 7 al ricorso).
Ciò determina l’illegittimità dell’autorizzazione rilasciata alla controinteressata
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 27.10.2011 n. 2592 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Manufatti precari – Presupposti – Destinazione funzionale e interesse finale.
Al fine di verificare se una determinata opera abbia o meno carattere precario, occorre verificare la destinazione funzionale e l’interesse finale al cui soddisfacimento l’opera stessa è destinata; con la conseguenza che solo le opere agevolmente rimuovibili e funzionali al soddisfacimento di una esigenza oggettivamente temporanea -destinate, cioè, ad essere rimosse dopo il tempo entro cui si realizza l’interesse finale (come, ad es., una baracca di cantiere o un manufatto per una manifestazione)- possono ritenersi prive di minima entità ovvero di carattere precario ed, in quanto tali, non richiedono per la loro edificazione la necessità di uno specifico titolo edilizio (TAR Sardegna, sez. II, 12.02.2010, n. 158, vd. anche TAR Campania Napoli, sez. VIII, 09.06.2011, n. 3029, TAR Toscana, sez. III, 14.09.2010, n. 5943, TAR Piemonte, sez. I, 07.07.2009, n. 2007, Cass. Civ., sez. II, 19.10.2009, n. 22127) (TAR Abruzzo-Pescara, Sez. I, sentenza 18.10.2011 n. 562 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ordine di demolizione - Opere abusive - Precarietà - Utilizzazione duratura - Legittimità.
L'esclusione dal regine del permesso di costruire sussiste soltanto per i manufatti di assoluta ed evidente precarietà, desumibile dall'uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici e cronologicamente delimitati, sicché tale precarietà va esclusa quando si tratta di opere oggetto di duratura utilizzazione, risultando, di conseguenza, legittimamente adottato l'ordine di demolizione comunale impugnato (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 06.10.2011 n. 2377 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’esclusione dal regime del permesso di costruire sussiste soltanto per i manufatti di assoluta ed evidente precarietà, desumibile dall’uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici e cronologicamente delimitati, sicché tale precarietà va esclusa quando si tratta di opere oggetto di duratura utilizzazione.
È sufficiente notare, più in generale, come l’esclusione dal regime del permesso di costruire sussista soltanto per i manufatti di assoluta ed evidente precarietà, desumibile dall’uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici e cronologicamente delimitati, sicché tale precarietà va esclusa quando si tratta di opere oggetto di duratura utilizzazione (cfr., a proposito della definizione dell'opera come precaria o stabile in dipendenza, non tanto, dell'elemento strutturale dei materiali utilizzati, quanto di quello funzionale, legato al fattore tempo e, dunque, alla durevolezza della destinazione impressa, in quanto non volta a soddisfare esigenze contingenti e circoscritte: TAR Puglia Lecce, sez. III, 26.11.2009, n. 2853; analogamente, id., sez. III, 08.03.2010, n. 688; nonché, TAR Lombardia Brescia, sez. I, 30.03.2009, n. 720) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 06.10.2011 n. 2377 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl “pergolato”, rilevante ai fini edilizi, può essere inteso come un manufatto avente natura ornamentale, realizzato in struttura leggera di legno o altro materiale di minimo peso, facilmente amovibile in quanto privo di fondamenta, che funge da sostegno per piante rampicanti, attraverso le quali realizzare riparo e/o ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni.
Questo Consiglio di Stato, proprio sulla base degli elementi ora riportati, ha avuto modo di escludere che una struttura costituita da pilastri e travi in legno di importanti dimensioni, tali da rendere la struttura solida e robusta e da farne presumere una permanenza prolungata nel tempo, possa essere ricondotta alla nozione di “pergolato”.
Al contrario, è stata ritenuta rientrare nella nozione di “pergolato” una struttura precaria, facilmente rimovibile, costituita da una intelaiatura in legno non infissa al pavimento né alla parete dell’immobile (cui è solo addossata), non chiusa in alcun lato, compreso quello di copertura.

L’assenza di una definizione normativa di “pergolato” non esclude la valutazione dell’amministrazione in ordine alla riconducibilità di un manufatto a tale tipologia, né il successivo sindacato del giudice sulla legittimità della stessa, sotto il profilo del vizio di eccesso di potere per illogicità, irragionevolezza, insufficienza e/o contraddittorietà della motivazione.
Orbene, il “pergolato”, rilevante ai fini edilizi, può essere inteso come un manufatto avente natura ornamentale, realizzato in struttura leggera di legno o altro materiale di minimo peso, facilmente amovibile in quanto privo di fondamenta, che funge da sostegno per piante rampicanti, attraverso le quali realizzare riparo e/o ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni.
Questo Consiglio di Stato (sez. IV, 02.10.2008 n. 4793), proprio sulla base degli elementi ora riportati, ha avuto modo di escludere che una struttura costituita da pilastri e travi in legno di importanti dimensioni, tali da rendere la struttura solida e robusta e da farne presumere una permanenza prolungata nel tempo, possa essere ricondotta alla nozione di “pergolato”.
Al contrario, è stata ritenuta (Cons. Stato, sez. V, 07.11.2005 n. 6193) rientrare nella nozione di “pergolato” una struttura precaria, facilmente rimovibile, costituita da una intelaiatura in legno non infissa al pavimento né alla parete dell’immobile (cui è solo addossata), non chiusa in alcun lato, compreso quello di copertura (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 29.09.2011 n. 5409 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Costruzioni - Precarietà - Caratteristica non desumibile né dalla facile e rapida amovibilità dell'opera, né dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo - Necessità che l'opera sia destinata a soddisfare necessità contingenti.
Nel provvedimento impugnato si specifica che l’intervento consiste in una “struttura di mq. 150 circa alta mt. 3,20 circa di alluminio anodizzato, coperta con teli di plastica in p.v.c. e tamponata con vetri scorrevoli su binario, asportabili”.
La descrizione dell’intervento conduce, innanzi tutto, ad escludere che l’opera sia destinata alla sola difesa dalle intemperie. Si tratta, infatti, di una struttura chiusa sui lati, che dà luogo ad un nuovo volume edilizio entro il perimetro di uno spazio in origine aperto.
Il volume realizzato, peraltro, non è trascurabile, in quanto la superficie coperta è di circa 150 mq., per un’altezza di m. 3,20.
In proposito va rilevato che l’art. 1 della legge 28.01.1977 n. 10, vigente all’epoca dell’adozione del provvedimento impugnato, imponeva al soggetto attuatore di munirsi di concessione edilizia per ogni attività comportante la trasformazione del territorio attraverso l’esecuzione di ogni intervento sul territorio, preordinato alla perdurante modificazione dello stato dei luoghi con materiale posto sul suolo, pur in assenza di opere in muratura.
Quanto all’affermato carattere precario dell’intervento, non v’è che da richiamare il consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo cui la precarietà di una costruzione non va desunta dalla facile e rapida amovibilità dell’opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, quanto dal fatto che la costruzione appaia destinata a soddisfare una necessità contingente (ex plurimis, TAR Campania, Napoli, sez. VII, 11.02.2011 n. 896, TAR Marche, sez. I, 20.04.2010 n. 182, Cons. St., sez. V, 04.02.1998, n. 131).
Nel caso di specie appare da escludere il carattere contingente delle esigenze che l’intervento è destinato a soddisfare, chiaramente correlate alla fruizione di uno spazio chiuso, che, come si è rilevato, risulta di dimensioni considerevoli (TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, sentenza 20.09.2011 n. 7462 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAOpera edilizia precaria che non necessiti di titolo edilizio - Presupposti - Temporaneità della funzione - Fattispecie.
La precarietà di un manufatto, la cui realizzazione non necessita di titolo edilizio, non comportando una trasformazione del territorio, non dipende dalla sua facile removibilità, ma dalla temporaneità della funzione, in relazione ad esigenze di natura contingente: la precarietà va, pertanto, esclusa quando -come nel caso di specie, in cui le canaline sono esistenti ormai da molti anni e sono stabilmente destinate a servizio della strada- si tratti di un'opera destinata a dare un'utilità prolungata nel tempo (cfr. Cons. di Stato, sent. n. 3029/2009 e n. 2705/2008; Cass. Pen., sent. n. 22054/2009; TAR Milano, sent. n. 3266/2010 e n. 3253/2010) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 08.09.2011 n. 2190 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATACirca la definizione delle opere precarie “la modifica dell’assetto del territorio non richiede la concessione edilizia solo quando sia di minima entità ovvero di carattere precario, così intendendosi le opere, agevolmente rimuovibili, funzionali a soddisfare una esigenza oggettivamente temporanea (es. baracca o pista di cantiere, manufatto per una manifestazione…) destinata a cessare dopo il tempo, normalmente non lungo, entro cui si realizza l’interesse finale”.
Sulla definizione delle opere precarie la Sezione ha avuto modo di precisare che “la modifica dell’assetto del territorio non richiede la concessione edilizia solo quando sia di minima entità ovvero di carattere precario, così intendendosi le opere, agevolmente rimuovibili, funzionali a soddisfare una esigenza oggettivamente temporanea (es. baracca o pista di cantiere, manufatto per una manifestazione…) destinata a cessare dopo il tempo, normalmente non lungo, entro cui si realizza l’interesse finale” (cfr TAR Sardegna, sez. II, 12.02.2010 n. 158).
Per le opere oggettivamente precarie e temporanee è sufficiente, ai sensi dell’articolo 13, comma 1, lett. m), la semplice autorizzazione edilizia per l’aspetto edilizio e l’autorizzazione paesaggistica ove l’opera ricada in ambito sottoposto a vincolo.
I manufatti realizzati dal ricorrente, essendo totalmente amovibili (come dallo stesso asserito e dal Comune non contestato) potevano ottenere l’autorizzazione edilizia (anche in accertamento di conformità) nei limiti e nella parte in cui potevano essere qualificati come precari in base al principio su riportato.
In particolare potevano ottenere l’autorizzazione, entro i limiti indicati nelle concessioni demaniali, le strutture strettamente funzionali alla balneazione e quindi di ridotte dimensioni e per il solo periodo della stagione balneare (TAR Sardegna, Sez. II, sentenza 01.09.2011 n. 914 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Struttura definita di carattere precario e provvisorio - Permesso di costruire in precario condizionato a future esigenze urbanistiche - Illegittimità - Responsabile ufficio tecnico - Abuso d’ufficio - Configurabilità - Artt. 81, 323, 378 c.p..
E’ illegittima la concessione in sanatoria (oggi permesso di costruire) rilasciata, con la quale si consente di mantenere una struttura definita "di carattere precario e provvisorio" e, quindi, rimovibile a cura e spese del proprietario in caso di future esigenze urbanistiche.
E' stato infatti chiarito che la c.d. "concessione edilizia in precario" -sia pure non "in sanatoria" come quella di cui al presente processo- è non solo extra legem, in quanto non è espressamente prevista da alcuna fonte normativa, ma anche contra legem, in quanto è destinata a consentire una situazione di abuso edilizio (Cass. Sez. 3, n. 111 del 13/01/2000, La Ganga Ciciritto) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 14.07.2011 n. 27703 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Concessione edilizia - Nozione di costruzione - Precarietà di un manufatto - Presupposti.
La nozione di costruzione, ai fini del rilascio della concessione edilizia, si configura in presenza di opere che attuino una trasformazione urbanistico-edilizia del territorio, con perdurante modifica dello stato dei luoghi, a prescindere dal fatto che essa avvenga mediante la realizzazione di opere murarie, cosicché fuoriesce da tale definizione soltanto l'opera destinata, fin dall'origine, a soddisfare esigenze contingibili e circoscritte nel tempo.
In particolare, la precarietà di un manufatto, al fine di escludere la necessità del rilascio di un titolo edilizio, va valutata a prescindere dalla temporaneità della destinazione soggettivamente impressa dal costruttore e dalla maggiore o minore amovibilità delle parti che lo compongono, considerando invece l'opera alla luce della sua obiettiva e intrinseca destinazione naturale che ne riveli l'uso oggettivamente precario e temporaneo (TAR Campania Napoli, sez. III, 06.11.2007, n. 1068; TAR Lombardia Milano, sez. IV, 09.03.2011, n. 644) (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 28.06.2011 n. 1015 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATAPrecarietà e temporaneità opera edilizia - Materiali utilizzati - Irrilevanza - Effettiva utilizzazione - Rilevanza.
La precarietà di un'opera, che potrebbe escludere la necessità di un titolo abilitativo, deve essere analizzata in relazione non ai materiali impiegati per la costruzione, bensì alla effettiva utilizzazione, per cui è necessario un apposito titolo in caso di manufatto aderente in modo stabile al suolo, destinato ad una utilizzazione continuativa (cfr. TAR Parma, sent. n. 513/2010; TAR Milano, sent. n. 558/2010) (tratto da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 27.06.2011 n. 1720 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Opera edilizia precaria - Presupposti - Precarietà in senso funzionale.
L'elemento della precarietà di un'opera deve essere qualificato in senso funzionale, sicché non può reputarsi precaria l'opera, anche se amovibile, destinata ad un uso costante e prolungato nel tempo (cfr. TAR Milano, sent. n. 1003/2011, n. 3266/2010, TAR Lecce, sent. n. 688/2010; TAR Brescia, sent. n. 720/2009)
(massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 27.04.2011 n. 1066 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’elemento della precarietà deve essere qualificato in senso funzionale, sicché non può reputarsi precaria l’opera, anche se amovibile, destinata ad un uso costante e prolungato nel tempo.
L’elemento della precarietà deve essere qualificato in senso funzionale, sicché non può reputarsi precaria l’opera, anche se amovibile, destinata ad un uso costante e prolungato nel tempo (cfr., fra le tante, TAR Puglia, Lecce, sez. III, 8.3.2010, n. 688 e TAR Lombardia, Brescia, sez. I, 30.3.2009, n. 720)
(TAR Lombardia-MIlano, Sez. II, sentenza 27.04.2011 n. 1066 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Opera edilizia precaria - Presupposti - Agevole removibilità e temporaneità della funzione.
La natura di precarietà di un'opera presuppone che questa sia agevolmente removibile, funzionale a soddisfare una esigenza oggettivamente temporanea -es. baracca o pista di cantiere, manufatto per una manifestazione- destinata a cessare dopo il tempo, normalmente non lungo, entro cui si realizza l'interesse finale (cfr. TAR Milano, sent. n. 3266/2010)
(massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 19.04.2011 n. 1003 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Una pertinenza, per poter essere definita tale, «deve avere una propria individualità fisica ed una propria conformazione strutturale, non essere parte integrante o costitutiva di altro fabbricato, ed inoltre essere preordinata ad un'oggettiva esigenza dell'edificio principale, funzionalmente ed oggettivamente inserita al servizio dello stesso, sfornita di un autonomo valore di mercato, non valutabile in termini di cubatura o comunque dotata di un volume minimo tale da non consentire, in relazione anche alle caratteristiche dell'edificio principale, una sua destinazione autonoma e diversa da quella a servizio dell'immobile cui accede». Ciò che rileva è il rapporto con la costruzione preesistente che deve essere, quindi, non di integrazione ma di asservimento, per cui deve renderne più agevole e funzionale l'uso, ma non divenire parte essenziale dello stesso.
In materia urbanistica, a differenza che nella materia civilistica, possono costituire pertinenza solo i manufatti di dimensioni modeste e ridotte, inidonei, quindi, ad alterare in modo significativo l'assetto del territorio. Pertanto, le opere abusive per dimensioni e per tipologia (una tendo-struttura modulare in acciaio con copertura e tamponatura laterale in telo di PVC delle dimensioni di ml. 94,00 x ml. 36,00; una struttura in acciaio tipo tettoia con copertura in lamiera ondulata parzialmente tamponata con telo in PVC delle dimensioni di circa ml. 6,50 x ml. 106,00; la pavimentazione di un’area attrezzata (con sottoservizi) di circa 11.000,00 mq., realizzata parte in conglomerato bituminoso e parte in blocchetti di calcestruzzo tipo betonella), nonché per l’indubbio impatto sul territorio, non possono rientrare nella tipologia delle c.d. pertinenze.
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La precarietà di un manufatto, al fine di escludere la necessità del rilascio di un titolo edilizio, non va desunta dalla facile e rapida rimuovibilità dell’opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, ma dal fatto che la costruzione appaia destinata a soddisfare una necessità contingente e non prolungata nel tempo.

Va, innanzitutto, rilevato che la nozione di pertinenza edilizia può essere estesa fino a comprendere elementi essenziali, e non solo di carattere accessorio, dell'impianto industriale.
Come osserva la giurisprudenza, una pertinenza, per poter essere definita tale, «deve avere una propria individualità fisica ed una propria conformazione strutturale, non essere parte integrante o costitutiva di altro fabbricato, ed inoltre essere preordinata ad un'oggettiva esigenza dell'edificio principale, funzionalmente ed oggettivamente inserita al servizio dello stesso, sfornita di un autonomo valore di mercato, non valutabile in termini di cubatura o comunque dotata di un volume minimo tale da non consentire, in relazione anche alle caratteristiche dell'edificio principale, una sua destinazione autonoma e diversa da quella a servizio dell'immobile cui accede» (cfr. Cons. Stato, IV, 05.03.2010, n. 1277). Ciò che rileva è il rapporto con la costruzione preesistente che deve essere, quindi, non di integrazione ma di asservimento, per cui deve renderne più agevole e funzionale l'uso, ma non divenire parte essenziale dello stesso (cfr. Tar Veneto, II, 07.03.2011, n. 374; Tar Campania, Napoli, II, 26.09.2008, n. 11309).
Come ben si evince dagli atti e dalla documentazione fotografica, nella specie le opere da demolire sono manufatti assolutamente autonomi, trattandosi di fabbricati destinati al deposito e allo stoccaggio di materie prime e di prodotti finiti, conseguenti all’installazione di due nuove linee di produzione all’interno dello stabilimento industriale esistente. Ne discende che il concetto di pertinenza, come pure quello di impianto tecnologico al servizio di un edificio o di una attrezzatura esistente, appare allora non applicabile alla fattispecie in esame, mancando la relazione di asservimento ed essendo le opere da abbattere essenziali allo svolgimento dell'attività in questione.
Peraltro il carattere di mera "pertinenza" delle opere in questione che, in quanto tali, sarebbero state soggette a semplice autorizzazione edilizia, la mancanza della quale poteva comportare soltanto la sanzione pecuniaria, va escluso anche per un’ulteriore ragione. Secondo la costante giurisprudenza amministrativa, dalla quale il Collegio non ravvisa valide ragioni per discostarsi, in materia urbanistica, a differenza che nella materia civilistica, possono costituire pertinenza solo i manufatti di dimensioni modeste e ridotte, inidonei, quindi, ad alterare in modo significativo l'assetto del territorio (cfr. Cons. Stato, IV, 13.01.2010, n. 41; Cons. Stato, IV, 15.09.2009, n. 5509).
Nel caso di specie, invece, le opere abusive per dimensioni e per tipologia (una tendo-struttura modulare in acciaio con copertura e tamponatura laterale in telo di PVC delle dimensioni di ml. 94,00 x ml. 36,00; una struttura in acciaio tipo tettoia con copertura in lamiera ondulata parzialmente tamponata con telo in PVC delle dimensioni di circa ml. 6,50 x ml. 106,00; la pavimentazione di un’area attrezzata (con sottoservizi) di circa 11.000,00 mq., realizzata parte in conglomerato bituminoso e parte in blocchetti di calcestruzzo tipo betonella), nonché per l’indubbio impatto sul territorio, non possono rientrare nella tipologia delle c.d. pertinenze (cfr. TAR Veneto, II, 27.11.2008, n. 3703).
Tale conclusione determina, altresì, l’irrilevanza delle osservazioni relative al fatto che il volume e la superficie delle opere realizzate siano inferiori al 20% del volume e della superficie dello stabilimento produttivo regolarmente edificato, giacché l’applicazione dell’art. 3, comma 1, lettera e.6), presuppone la qualificazione dell’intervento come pertinenziale.
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Con riguardo, infine, alla dedotta provvisorietà delle opere realizzate dalla Silcart. s.r.l., il Collegio rileva che la precarietà di un manufatto, al fine di escludere la necessità del rilascio di un titolo edilizio, non va desunta dalla facile e rapida rimuovibilità dell’opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, ma dal fatto che la costruzione appaia destinata a soddisfare una necessità contingente e non prolungata nel tempo (cfr. Tar Campania, Napoli, IV, 22.03.2007, n. 2725).
Al riguardo merita, allora, di essere evidenziato che dalle stesse osservazioni presentate dalla società ricorrente, a seguito della comunicazione di avvio del procedimento sanzionatorio, emerge la non precarietà e non provvisorietà delle opere realizzate in quanto funzionali all’avvenuta installazione di due nuove linee di produzione, resesi necessarie per mantenere l’incremento produttivo determinatosi a partire dal 2000 e per creare ulteriori prodotti a corredo di quelli già realizzati, onde competere con le altre società del settore anche in campo internazionale. La stessa società ricorrente, del resto, evidenzia la funzionalità del deposito di materie prime con il metodo produttivo che le pone a monte del processo di lavorazione, determinando un risparmio di tempo nella lavorazione del prodotto.
Alla luce delle richiamate argomentazioni deve, pertanto, escludersi sia la natura pertinenziale sia la natura precaria delle opere realizzate con conseguente sussumibilità delle stesse per dimensioni e tipologia nel disposto dell’art. 3, comma 1, lettera e), del citato d.P.R. n. 380/2001, implicando le stesse una trasformazione urbanistica ed edilizia permanente del territorio mediante l’esecuzione di lavori di installazione di manufatti, in parte prefabbricati, destinati a deposito di materiali e non diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee. Da qui anche la legittimità dell’irrogazione della sanzione demolitoria e non di quella meramente pecuniaria (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 07.04.2011 n. 580 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Impianto calcestruzzo amovibile.
E' illegittima l'autorizzazione provvisoria riguardante opere trasferibili e precarie (impianto di calcestruzzo amovibile) installate sul suolo agricolo posto che il concetto di opera contingente, momentanea e transitoria va parametrato con riferimento non alle dimensioni ma alla durata nel tempo dei bisogni che l'edificazione dell'opera intende soddisfare.
Pertanto, l'assenza di permesso a costruire comporta la sussistenza del reato di cui all'art. 44, lett. b, DPR 380/2001. Di converso, tale illegittimità non costituisce violazione di legge macroscopica idonea a provare ex se il dolo intenzionale del delitto di abuso d'ufficio (TRIBUNALE di Santa Maria C.V., sentenza 10.03.2011 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Impianto calcestruzzo amovibile.
E' illegittima l'autorizzazione provvisoria riguardante opere trasferibili e precarie (impianto di calcestruzzo amovibile) installate sul suolo agricolo posto che il concetto di opera contingente, momentanea e transitoria va parametrato con riferimento non alle dimensioni ma alla durata nel tempo dei bisogni che l'edificazione dell'opera intende soddisfare.
Pertanto, l'assenza di permesso a costruire comporta la sussistenza del reato di cui all'art. 44, lett. b, DPR 380/2001. Di converso, tale illegittimità non costituisce violazione di legge macroscopica idonea a provare ex se il dolo intenzionale del delitto di abuso d'ufficio (TRIBUNALE Santa Maria C.V., sentenza 10.03.2011 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Non sono manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati ad un’utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l'alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante.
Nemmeno si può ritenere che la sola stagionalità dell’installazione della voluminosa copertura in PVC conferisse al manufatto nel suo complesso il carattere di ‘temporaneità’, atteso:
- il carattere inscindibilmente e funzionalmente unitario della struttura metallica di supporto e della relativa copertura;
- la permanente alterazione dello stato dei luoghi, che il complessivo manufatto (di notevoli dimensioni –circa 250 mq., per una volumetria di circa 700 mc.-) era idoneo a determinare, anche a prescindere dalla rimozione (peraltro, per soli quattro mesi l’anno) della copertura in pannelli di PVC;
- il carattere ontologicamente ‘non temporaneo’ di una struttura destinata all’esercizio di un’attività commerciale e di somministrazione.

Per quanto concerne, in particolare, la qualificabilità del manufatto nel suo complesso quale ‘intervento di nuova costruzione’, la sentenza oggetto di appello è meritevole di conferma per la parte in cui ha ritenuto che non fosse riconducibile alle previsioni di cui alla lettera e.5) del comma 1 dell’art. 3 d.P.R. n. 380 del 2001 (a tenore del quale sono comunque da considerarsi nuove costruzioni le installazioni di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere -quali roulottes, campers, case mobili o imbarcazioni– che siano usati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, “e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee”).
Al riguardo, la sentenza perviene a risultati condivisibili dove richiama l’orientamento secondo cui non sono manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati ad un’utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l'alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante (Cons. Stato, V, 12.12.2009, n. 7789; V, 24.02.2003, n. 986; V, 24.02.1996, n. 226).
Nemmeno si può ritenere che la sola stagionalità dell’installazione della voluminosa copertura in PVC conferisse al manufatto nel suo complesso il carattere di ‘temporaneità’, atteso:
- il carattere inscindibilmente e funzionalmente unitario della struttura metallica di supporto e della relativa copertura;
- la permanente alterazione dello stato dei luoghi, che il complessivo manufatto (di notevoli dimensioni –circa 250 mq., per una volumetria di circa 700 mc.-) era idoneo a determinare, anche a prescindere dalla rimozione (peraltro, per soli quattro mesi l’anno) della copertura in pannelli di PVC;
- il carattere ontologicamente ‘non temporaneo’ di una struttura destinata all’esercizio di un’attività commerciale e di somministrazione (in tal senso: Cons. Stato, IV, 23.07.2009, n. 4673) (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 16.02.2011 n. 986 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Costruzione precaria - Presupposti.
La precarietà di una costruzione non va desunta dalla possibile facile e rapida amovibilità dell’opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, ma dal fatto che la costruzione appaia destinata a soddisfare una necessità contingente ed essere poi prontamente rimossa, a nulla rilevando la circostanza che l’impiego dell'opera sia circoscritto ad una sola parte dell’anno, ben potendo la stessa essere destinata a soddisfare un bisogno non provvisorio ma regolarmente ripetibile; la precarietà, quindi, non va confusa con la stagionalità (tra le tante, Tar Puglia, Bari, II, n. 2031/2009) (TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 11.02.2011 n. 896 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: La precarietà di una costruzione è desunta dal fatto che appaia destinata a soddisfare una necessità contingente ed essere poi prontamente rimossa.
Per costante giurisprudenza di questa Sezione, la pavimentazione di aree verdi [opere di cui alle lett. c) e g)], esige il permesso di costruire, perché comporta l’irreversibile trasformazione del territorio; quanto alle opere di cui alle lett. f) (realizzazione di un locale tecnico delimitato per tre lati da muratura, un quarto lato chiuso da infisso, la copertura è costituita da una soletta in cls. con sovrastante tegole in cotto, avente superficie coperta di mq 2,50 circa, ed una volumetria di mc. 5,90 circa), e h) (box in legno, a copertura a due falde inclinate, avente superficie coperta di mq 3,30 circa, ed una volumetria di mc. 6,60 circa), comportano nuovi organismi edilizi, con aumento di volumetria. Né è dimostrato che il viale di cui alla lett. c) e l’area di cui alla lett. g) fossero già pavimentate in precedenza.
Quanto al box di legno, la precarietà resta anch’essa indimostrata; in ogni caso, per costante giurisprudenza, la precarietà di una costruzione non va desunta dalla possibile facile e rapida amovibilità dell’opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, ma dal fatto che la costruzione appaia destinata a soddisfare una necessità contingente ed essere poi prontamente rimossa, a nulla rilevando la circostanza che l’impiego dell'opera sia circoscritto ad una sola parte dell’anno, ben potendo la stessa essere destinata a soddisfare un bisogno non provvisorio ma regolarmente ripetibile; la precarietà, quindi, non va confusa con la stagionalità (tra le tante, Tar Puglia, Bari, II, n. 2031/2009) (TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 11.02.2011 n. 896 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione di una struttura in prefabbricato, integra una nuova costruzione e, in quanto tale, richiede, quale titolo edilizio abilitativo, il permesso di costruire, nella specie mancante, atteso che la precarietà dell'opera, che esonera dall'obbligo del possesso del permesso di costruire, postula un uso specifico e temporalmente limitato del bene.
Deve rilevarsi come le caratteristiche del manufatto in questione -costituito da un prefabbricato in legno e vetro, poggiante su di una trave in legno e sollevato dal terreno- ne rendessero necessario, ai fini della sua collocazione sul terreno di cui trattasi, il previo rilascio del relativo titolo concessorio.
Ed infatti, per giurisprudenza consolidata sul punto, la realizzazione di una struttura in prefabbricato, integra una nuova costruzione e, in quanto tale, richiede, quale titolo edilizio abilitativo, il permesso di costruire, nella specie mancante (TAR Lazio, Roma, sez. I, 16.07.2009, n. 7033), atteso che la precarietà dell'opera, che esonera dall'obbligo del possesso del permesso di costruire, postula un uso specifico e temporalmente limitato del bene
(TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, sentenza 04.02.2011 n. 1076 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAi fini della ricorrenza del requisito della precarietà di una costruzione, che esclude la necessità del rilascio di un titolo edilizio, si deve valutare l'opera alla luce della sua obiettiva ed intrinseca destinazione naturale, con la conseguenza che rientrano nella nozione giuridica di costruzione, per la quale occorre il permesso di costruire, tutti quei manufatti che, anche se non necessariamente infissi nel suolo e pur semplicemente aderenti a questo, alterino lo stato dei luoghi in modo stabile, non irrilevante e non meramente occasionale.
Quindi sono esenti dall'assoggettamento al permesso di costruire solo le costruzioni aventi caratteristiche di precarietà strutturale e funzionale, cioè destinate fin dall'origine a soddisfare esigenze contingenti e circoscritte nel tempo mentre: al contrario, deve ritenersi sottoposta a tale regime la edificazione di manufatti destinati ad una utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l'alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria od irrilevante.
Deve escludersi il carattere temporaneo e precario del chiosco in esame (per la somministrazione al pubblico di bevande ed alimenti) giacché esso appare finalizzato stabilmente ed in modo durevole all’utilizzo commerciale per la somministrazione al pubblico di bevande ed alimenti, tenuto anche conto che il manufatto non presenta le caratteristiche di amovibilità, in quanto dall’esame dell’atto impugnato emerge che lo stesso è allacciato alla rete idrica/fognaria e di pubblica illuminazione (peraltro in difetto di autorizzazione e risultando privo anche dei relativi contatori per i consumi idrico ed elettrico).
Risulta recessiva la sussistenza di un’autorizzazione sindacale rilasciata per l’installazione del chiosco di che trattasi che non presenta i requisiti soggettivi (rilascio da parte dei competenti uffici comunali) ed oggettivi (verifica della conformità urbanistica dell’opera) del titolo edilizio occorrente per la realizzazione del manufatto.

Il mezzo di gravame si fonda sull’assunto secondo il quale la realizzazione del manufatto (chiosco per la somministrazione al pubblico di bevande ed alimenti) non richiederebbe alcun permesso di costruire ed inoltre l’occupazione del suolo pubblico sarebbe avvenuto in forza di autorizzazione rilasciata dal Sindaco in data 25.02.2005: pertanto, secondo la prospettazione di parte ricorrente, l’ordinanza di demolizione risulterebbe emessa in difetto dei presupposti di legge dato che, ai sensi dell’art. 31 D.P.R. 380/2001, essa postula la realizzazione di manufatti in assenza o in difformità dal titolo edilizio.
Le argomentazioni di parte ricorrente non appaiono condivisibili alla luce del consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa secondo cui, ai fini della ricorrenza del requisito della precarietà di una costruzione, che esclude la necessità del rilascio di un titolo edilizio, si deve valutare l'opera alla luce della sua obiettiva ed intrinseca destinazione naturale, con la conseguenza che rientrano nella nozione giuridica di costruzione, per la quale occorre il permesso di costruire, tutti quei manufatti che, anche se non necessariamente infissi nel suolo e pur semplicemente aderenti a questo, alterino lo stato dei luoghi in modo stabile, non irrilevante e non meramente occasionale (TAR Napoli, Sez. VIII, 02.07.2010 n. 16563 e Sez. III, 16.04.2008, n. 2207): difatti, il testo unico in materia edilizia annovera [all’art. 3, primo comma, lett. e)] tra gli interventi di nuova costruzione, per i quali è richiesto il permesso di costruire, “l'installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee”.
Quindi sono esenti dall'assoggettamento al permesso di costruire solo le costruzioni aventi caratteristiche di precarietà strutturale e funzionale, cioè destinate fin dall'origine a soddisfare esigenze contingenti e circoscritte nel tempo mentre: al contrario, deve ritenersi sottoposta a tale regime la edificazione di manufatti destinati ad una utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l'alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria od irrilevante.
Applicando tali principi al caso in esame ne consegue che deve escludersi il carattere temporaneo e precario del chiosco in esame giacché esso appare finalizzato stabilmente ed in modo durevole all’utilizzo commerciale per la somministrazione al pubblico di bevande ed alimenti, tenuto anche conto che il manufatto non presenta le caratteristiche di amovibilità, in quanto dall’esame dell’atto impugnato emerge che lo stesso è allacciato alla rete idrica/fognaria e di pubblica illuminazione (peraltro in difetto di autorizzazione e risultando privo anche dei relativi contatori per i consumi idrico ed elettrico).
Per l’effetto, non è contestabile la natura abusiva dell’opera in quanto realizzata in difetto di titolo abilitativo, risultando viceversa recessiva la sussistenza di un’autorizzazione sindacale rilasciata per l’installazione del chiosco che non presenta i requisiti soggettivi (rilascio da parte dei competenti uffici comunali) ed oggettivi (verifica della conformità urbanistica dell’opera) del titolo edilizio occorrente per la realizzazione del manufatto, tenuto anche conto che il provvedimento impugnato contiene revoca espressa della summenzionata autorizzazione sindacale.
Pertanto, il provvedimento sanzionatorio è stato legittimamente emesso dall’amministrazione resistente che, peraltro, ha compiutamente esposto le ragioni logico–giuridiche poste a fondamento della gravata demolizione, con conseguente reiezione anche della censura che attiene al difetto di motivazione (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 14.01.2011 n. 145 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2010

EDILIZIA PRIVATA: N. D'Angelo, Opere precarie ed autorizzazione precarie: la ricerca di strumenti alternativi per aggirare la disciplina urbanistica (Ufficio Tecnico n. 11-12/2010).

EDILIZIA PRIVATAGli illeciti in materia urbanistica, edilizia e paesistica, ove consistano nella realizzazione di opere senza le prescritte concessioni e autorizzazioni, hanno carattere di illeciti permanenti, che si protraggono nel tempo e vengono meno solo con il cessare della situazione di illiceità, vale a dire con il conseguimento delle prescritte autorizzazioni, pertanto il potere amministrativo repressivo può essere esercitato senza limiti di tempo e senza necessità di motivazione in ordine al ritardo nell'esercizio del potere. In altri termini, l'Autorità non emana un atto "a distanza di tempo" dall'abuso, ma reprime una situazione antigiuridica ancora sussistente.
Il deposito di una roulotte all'interno di un suolo privato debba qualificarsi quale costruzione urbanisticamente rilevante in presenza di indici in grado di supportare il carattere non precario della installazione.
La precarietà di un manufatto, tale per cui esso non necessiti di concessione edilizia, va esclusa se il manufatto stesso è destinato a recare un'utilità prolungata e perdurante nel tempo. In tal caso, infatti, esso produce una trasformazione urbanistica perché altera in modo rilevante e duraturo lo stato del territorio, senza che rilevino i materiali impiegati, l'eventuale precarietà strutturale e la mancanza di fondazioni, se tali elementi non si traducano in un uso contingente e limitato nel tempo, con l'effettiva rimozione delle strutture.
Con riferimento agli insediamenti abitativi abusivamente posti in essere da componenti della comunità nomade, la giurisprudenza ha evidenziato come le esigenze di tale parte della popolazione trovino unicamente soddisfazione nelle specifiche iniziative di spettanza dell’Amministrazione pubblica, ovvero nell’apprestamento di aree di sosta nei campi attrezzati, non certamente in iniziative autonome od individuali in contrasto con la normativa urbanistica ed edilizia, neppure in caso di inerzia o inadempienza degli enti coinvolti dalla legge nella tutela delle etnie nomadi.

Le opere realizzate senza titolo in zona agricola consistono in:
- n. 2 roulottes;
- casetta in legno di m. 5.61x3.98;
- manufatto in lamiera ad uso wc di m. 1.05x0.94;
- manufatto in lamiera ad uso doccia m. 1.08x1.10;
- pergolato in legno m. 5.09x3.10;
-casetta in legno ad uso pollaio m. 2.33x2.60
- vialetto d’ingresso all’area e alle roulottes, realizzato con ghiaia;
- opere di urbanizzazione quali lampioncini di illuminazione, allacciamento a quadri elettrici, fossa biologica;
- pavimentazione in autobloccanti delimitata con cordololatura;
- lavatoio su struttura in muratura.
Gli illeciti in materia urbanistica, edilizia e paesistica, ove consistano nella realizzazione di opere senza le prescritte concessioni e autorizzazioni, hanno carattere di illeciti permanenti, che si protraggono nel tempo e vengono meno solo con il cessare della situazione di illiceità, vale a dire con il conseguimento delle prescritte autorizzazioni, pertanto il potere amministrativo repressivo può essere esercitato senza limiti di tempo e senza necessità di motivazione in ordine al ritardo nell'esercizio del potere. In altri termini, l'Autorità non emana un atto "a distanza di tempo" dall'abuso, ma reprime una situazione antigiuridica ancora sussistente (cfr. Cons. Stato sez. IV, 16.04.2010 n. 2160).
La giurisprudenza ha rilevato che il deposito di una roulotte all'interno di un suolo privato debba qualificarsi quale costruzione urbanisticamente rilevante in presenza di indici in grado di supportare il carattere non precario della installazione (cfr. TAR Campania Napoli, Sez. IV, 05.05.2003, n. 4435; TAR Catanzaro n. 530 del 27.04.1999; TAR Liguria n. 202 del 03.05.1999).
La stessa giurisprudenza amministrativa ha poi chiarito da tempo che la precarietà di un manufatto, tale per cui esso non necessiti di concessione edilizia, va esclusa se il manufatto stesso è destinato a recare un'utilità prolungata e perdurante nel tempo. In tal caso, infatti, esso produce una trasformazione urbanistica perché altera in modo rilevante e duraturo lo stato del territorio, senza che rilevino i materiali impiegati, l'eventuale precarietà strutturale e la mancanza di fondazioni, se tali elementi non si traducano in un uso contingente e limitato nel tempo, con l'effettiva rimozione delle strutture (cfr: Consiglio di Stato, Sez. V, 31.01.2001 n. 343; id., 30.10.2000 n. 582; TAR Veneto, Sez. II, 10.02.2003, n. 1216).
Con riferimento agli insediamenti abitativi abusivamente posti in essere da componenti della comunità nomade, la giurisprudenza ha evidenziato come le esigenze di tale parte della popolazione trovino unicamente soddisfazione nelle specifiche iniziative di spettanza dell’Amministrazione pubblica, ovvero nell’apprestamento di aree di sosta nei campi attrezzati, non certamente in iniziative autonome od individuali in contrasto con la normativa urbanistica ed edilizia, neppure in caso di inerzia o inadempienza degli enti coinvolti dalla legge nella tutela delle etnie nomadi (cfr. TAR Emilia-Romagna, Sez. II, 09.07.2008 n. 3306, TAR Parma, 28.04.2009 n. 165) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 29.12.2010 n. 4986 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa precarietà di un manufatto va esclusa se il manufatto stesso è destinato a recare un'utilità prolungata e perdurante nel tempo.
La precarietà di un manufatto va esclusa se il manufatto stesso è destinato a recare un'utilità prolungata e perdurante nel tempo; in tal caso, infatti, esso produce una trasformazione urbanistica in quanto altera in modo rilevante e duraturo lo stato del territorio, senza che rilevino i materiali impiegati, l'eventuale precarietà strutturale e la mancanza di fondazioni, se, poi, tali elementi non si traducano in un uso contingente e limitato nel tempo e, infine, con l'effettiva rimozione delle strutture (per tutte, Cons. St., sez. V, 31.01.2003, n. 343) (TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter, sentenza 11.11.2010 n. 33418 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Per individuare la natura precaria di un’opera si deve seguire non il criterio strutturale ma quello funzionale, con la conseguenza che rientrano nella nozione giuridica di costruzione, per la quale occorre il permesso di costruire, i manufatti che, anche se non infissi nel suolo, alterino per loro intrinseca destinazione lo stato del luogo in modo stabile.
Per individuare la natura precaria di un’opera si deve seguire non il criterio strutturale ma quello funzionale, con la conseguenza che rientrano nella nozione giuridica di costruzione, per la quale occorre il permesso di costruire, i manufatti che, anche se non infissi nel suolo, alterino per loro intrinseca destinazione lo stato del luogo in modo stabile (TAR Lombardia, Brescia, I, 30/03/2009, n. 720) (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 04.10.2010 n. 6437 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Deposito di una roulotte all’interno di un suolo privato - Carattere non precario - Costruzione urbanisticamente rilevante.
Il deposito di una roulotte all'interno di un suolo privato deve qualificarsi quale costruzione urbanisticamente rilevante in presenza di indici in grado di supportare il carattere non precario della installazione (cfr. TAR Campania Napoli, Sez. IV, 05.05.2003, n. 4435; TAR Catanzaro n. 530 del 27.04.1999; TAR Genova n. 202 del 03.05.1999).
La precarietà di un manufatto, tale per cui esso non necessiti di concessione edilizia, va esclusa infatti se il manufatto stesso è destinato a recare un'utilità prolungata e perdurante nel tempo.
In tal caso esso produce una trasformazione urbanistica perché altera in modo rilevante e duraturo lo stato del territorio, senza che rilevino i materiali impiegati, l'eventuale precarietà strutturale e la mancanza di fondazioni, se tali elementi non si traducano in un uso contingente e limitato nel tempo, con l'effettiva rimozione delle strutture (cfr: Consiglio di Stato, Sez. V, 31.01.2001 n. 343; id., 30.10.2000 n. 582; TAR Veneto, Sez. II, 10.02.2003, n. 1216) (TAR Lazio-Latina, Sez. I, sentenza 01.10.2010 n. 1626 - link a www.ambientediritto.it)

EDILIZIA PRIVATALa realizzazione di opere destinate al ricovero di animali o di attrezzature agricole, per l'uso prolungato cui sono destinate, richiede la concessione edilizia, posto che le stesse incidono in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio.
La realizzazione di opere destinate al ricovero di animali o di attrezzature agricole, per l'uso prolungato cui sono destinate, richiede la concessione edilizia, posto che le stesse incidono in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio (cfr. TAR Veneto, II, 25/02/2010 n. 532; TAR Umbria, Perugia, 04.07.2003, n. 573; TAR Basilicata, 07.07.2003, n. 687) (TAR Basilicata, sentenza 10.09.2010 n. 599 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Opera edilizia precaria che non necessiti di titolo edilizio - Presupposti - Temporaneità della funzione.
La precarietà di un manufatto, la cui realizzazione non necessita di titolo edilizio in quanto non comportante una trasformazione del territorio, non dipende dalla qualità dei materiali utilizzati, o dalla sua facile rimovibilità, bensì dalla temporaneità della funzione, in relazione ad esigenze di natura contingente: la precarietà va, pertanto, esclusa quando si tratti di opera destinata a dare un'utilità prolungata nel tempo (cfr. Cons. di Stato, sent. n. 3029/2009 e n. 2705/2008; Cass. Pen., sent. n. 22054/2009) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 26.07.2010 n. 3266 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Opera edilizia precaria che non necessiti di titolo edilizio - Presupposti - Fattispecie.
La precarietà di un manufatto, la cui realizzazione non necessiti di titolo edilizio in quanto non comporti alcuna trasformazione del territorio, non dipende dalla qualità dei materiali utilizzati, ovvero dalla sua facile rimovibilità, bensì dalla temporaneità della funzione, in relazione ad esigenze di natura contingente: la precarietà va, pertanto, esclusa quando si tratti di un'opera destinata a dare un'utilità prolungata nel tempo -nella fattispecie la struttura, esistente da decenni, era stata destinata ad ampliamento dell'attiguo ristorante- (cfr. Cons. di Stato, sent. n. 3029/2009 e 2705/2008; Cass. Pen., sez. III, 25.02.2009, n. 22054/2009) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 22.07.2010 n. 3253 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa precarietà di un manufatto, la cui realizzazione non necessita di titolo edilizio non comportando una trasformazione del territorio, non dipende dalla qualità dei materiali utilizzati, o dalla sua facile rimovibilità, ma dalla temporaneità della funzione in relazione ad esigenze di natura contingente.
Per giurisprudenza costante, la precarietà di un manufatto, la cui realizzazione non necessita di titolo edilizio non comportando una trasformazione del territorio, non dipende dalla qualità dei materiali utilizzati, o dalla sua facile rimovibilità, ma dalla temporaneità della funzione in relazione ad esigenze di natura contingente (Cons. Stato, sez. IV, 15.05.2009, n. 3029; Cons. Stato, sez. IV, 06.06.2008, n. 2705; Cass. Pen., sez. III, 25.02.2009, n. 22054).
La precarietà va, pertanto, esclusa quando, come nella fattispecie, si tratta di un’opera destinata a dare un’utilità prolungata nel tempo: la struttura era esistente sin dal 1984 –secondo quanto asserito dalla stessa ricorrente– ed è stata stabilmente destinata ad ampliamento dell’attiguo ristorante. Anche in considerazione delle dimensioni e delle caratteristiche costruttive, essa realizza una trasformazione del territorio ed è dunque suscettibile di condono
(TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 22.07.2010 n. 3253 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAl fine di verificare se una determinata opera abbia carattere precario occorre verificare l’oggettiva funzione di esse ed cioè l'interesse finale al cui soddisfacimento l'opera stessa è destinata.
Solo le opere agevolmente rimuovibili e funzionali a soddisfare una esigenza oggettivamente temporanea (es. baracca o pista di cantiere, manufatto per una manifestazione…) possono ritenersi di carattere precario e, in quanto tali, non richiedenti la concessione edilizia.

Al fine di verificare se una determinata opera abbia carattere precario (condizione per l'accertamento della non necessarietà del rilascio della relativa concessione edilizia), occorre verificare l’oggettiva funzione di esse ed cioè l'interesse finale al cui soddisfacimento l'opera stessa è destinata.
Solo le opere agevolmente rimuovibili e funzionali a soddisfare una esigenza oggettivamente temporanea (es. baracca o pista di cantiere, manufatto per una manifestazione…) possono ritenersi di carattere precario e, in quanto tali, non richiedenti la concessione edilizia (cfr. TAR Sardegna, Sez. II, 12.02.2010 n. 158).
I manufatti realizzati dal ricorrente non possono essere considerati come opere funzionali al soddisfacimento delle esigenze di cantiere in considerazione delle loro notevoli dimensioni (nella fattispecie si tratta di due manufatti in legno delle dimensioni di mt. 4,90 x 5,90 e di mt. 3,10 x 5,90, con veranda di mt. 4,90 x 5,90 e con altezze variabili da mt. 2,60 a mt. 4,00) (TAR Sardegna, Sez. II, sentenza 25.06.2010 n. 1685 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La modifica dell’assetto del territorio non richiede la concessione edilizia solo quando sia di minima entità ovvero di carattere precario.
La modifica dell’assetto del territorio non richiede la concessione edilizia solo quando sia di minima entità ovvero di carattere precario, così intendendosi le opere, agevolmente rimuovibili, funzionali a soddisfare una esigenza oggettivamente temporanea (es. baracca o pista di cantiere, manufatto per una manifestazione…) destinata a cessare dopo il tempo, normalmente non lungo, entro cui si realizza l’interesse finale (cfr. TAR Sardegna, sez. II, 12.2.2010 n. 158) (TAR Sardegna, Sez. II, sentenza 28.05.2010 n. 1391 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Manufatto assentito come precario e removibile ab origine - Ordinanza di rimozione - Necessità di motivazione - Non sussiste.
In caso di manufatti (nella fattispecie, box) assentiti fin dall'origine come costruzioni precarie e rimovibili su richiesta della P.A. e collocati in zona destinata a servizi, il successivo provvedimento di rimozione degli stessi non necessita di alcuna specifica motivazione (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 27.05.2010 n. 1686 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Manufatto precario e provvisorio - Nozione.
In materia di edilizia, ricorre il concetto di precarietà di una costruzione ogniqualvolta il manufatto sia privo di una propria autonomia funzionale e strutturale e sia destinato a soddisfare unicamente esigenze contingibili e provvisorie del soggetto utilizzante (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 27.05.2010 n. 1685 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPer "coperture stagionali" la l.r. n. 12/2005 della Lombardia non detta prescrizioni analitiche circa le dimensioni di tali coperture; tuttavia ragioni di ordine sistematico ed anche –in parte– letterale, inducono alla conclusione che debba trattarsi di dimensioni tutto sommato contenute, essendo tali opere destinate alla protezione delle colture e dei piccoli animali, quindi con dimensioni compatibili con la sola funzione di protezione e non con altre funzioni, quali ad esempio l’accesso delle persone –siano esse dipendenti dell’impresa o clienti della stessa– o l’esercizio nella struttura di attività commerciale di vendita.
Del resto, relativamente alla protezione degli animali, la legge regionale ha cura di specificare che si tratta di animali <<piccoli>> ed <<allevati all’aria aperta>>, con ciò stesso escludendo il ricorso alle coperture stagionali per la protezione di bestiame di grossa taglia –si pensi ad esempio ad un allevamento bovino– in quanto tali coperture finirebbero per assumere dimensioni tali da cagionare un rilevante impatto sul territorio, impatto che sarebbe incompatibile con il regime di totale liberalizzazione dell’attività edilizia di cui al comma secondo dell’art. 33 l.r. n. 12/2005.
Le colture e gli allevamenti da proteggersi attraverso le indicate "coperture stagionali" devono essere <<a pieno campo>> e tale espressione deve intendersi nel senso che le coperture devono svolgere una funzione di sola protezione e non altre di carattere produttivo o tanto meno commerciale.
Quanto al requisito della “stagionalità”, lo stesso non può che riferirsi ad un fenomeno relativo ad una sola parte dell’anno e quindi, nel caso di una copertura stagionale, quest’ultima deve essere collocata per una parte dell’anno solare e rimossa per la parte successiva. Al contrario, la permanenza dell’opera per l’intero anno, seppure con caratteristiche tecniche differenti al variare delle stagioni, esclude di per sé che possa parlarsi di “copertura stagionale”.
Devono escludersi per le strutture di cui è causa (n. 4 strutture aventi ognuna dimensioni di 8 metri x 22,80 metri, quindi una superficie di circa 180 metri quadrati ciascuna per un totale di quasi 800 metri quadrati) sia il carattere di semplice “copertura” sia quello di “stagionalità”, richiesti invece dall’art. 33 della legge regionale 12/2005.
La costruzione di una serra, anche se in astratto facilmente amovibile, presuppone il rilascio di concessione edilizia (ora, ovviamente, permesso di costruire), allorché la serra soddisfi stabilmente le esigenze di esercizio dell’impresa agricola e sia quindi destinata ad un indeterminata permanenza al suolo, modificando così definitivamente l’assetto urbanistico ed edilizio di una zona.
Ritiene il Collegio di esaminare in via prioritaria il motivo contrassegnato con la lettera C, relativo alla corretta classificazione giuridica delle strutture di cui è causa, che il Comune reputa essere “serre”, mentre la ricorrente vorrebbe qualificare come “coperture stagionali”, le quali, ai sensi dell’art. 33, comma 2, lett. d), della legge regionale 12/2005, possono essere realizzate senza alcun titolo edilizio.
La corretta qualificazione delle suddette strutture, infatti, assume rilevanza per la decisione di altri motivi di ricorso, fra cui in primo luogo quello contrassegnato con la lettera A, relativo al vincolo cimiteriale.
Ciò premesso, la pretesa della ricorrente di ricondurre alla figura delle “coperture stagionali” di cui al citato art. 33, le strutture dalla stessa realizzate, appare priva di pregio.
La lettera d) del secondo comma dell’art. 33, esclude la necessità di titolo edilizio per le <<coperture stagionali destinate a proteggere le colture ed i piccoli animali allevati all’aria aperta e a pieno campo, nelle aree destinate all’agricoltura>>.
Prescindendo dalla destinazione dell’area di cui è causa, occorre evidenziare come la legge regionale non detti prescrizioni analitiche circa le dimensioni di tali coperture; tuttavia ragioni di ordine sistematico ed anche –in parte– letterale, inducono alla conclusione che debba trattarsi di dimensioni tutto sommato contenute, essendo tali opere destinate alla protezione delle colture e dei piccoli animali, quindi con dimensioni compatibili con la sola funzione di protezione e non con altre funzioni, quali ad esempio l’accesso delle persone –siano esse dipendenti dell’impresa o clienti della stessa– o l’esercizio nella struttura di attività commerciale di vendita.
Del resto, relativamente alla protezione degli animali, la legge regionale ha cura di specificare che si tratta di animali <<piccoli>> ed <<allevati all’aria aperta>>, con ciò stesso escludendo il ricorso alle coperture stagionali per la protezione di bestiame di grossa taglia –si pensi ad esempio ad un allevamento bovino– in quanto tali coperture finirebbero per assumere dimensioni tali da cagionare un rilevante impatto sul territorio, impatto che sarebbe incompatibile con il regime di totale liberalizzazione dell’attività edilizia di cui al comma secondo dell’art. 33 citato.
Non si dimentichi poi, sempre con riguardo al dato letterale della norma, che le colture e gli allevamenti da proteggersi attraverso le indicate coperture devono essere <<a pieno campo>> e tale espressione deve intendersi nel senso, già sopra indicato, che le coperture devono svolgere una funzione di sola protezione e non altre di carattere produttivo o tanto meno commerciale.
Quanto al requisito della “stagionalità”, lo stesso non può che riferirsi ad un fenomeno relativo ad una sola parte dell’anno e quindi, nel caso di una copertura stagionale, quest’ultima deve essere collocata per una parte dell’anno solare e rimossa per la parte successiva. Al contrario, la permanenza dell’opera per l’intero anno, seppure con caratteristiche tecniche differenti al variare delle stagioni, esclude di per sé che possa parlarsi di “copertura stagionale”.
Si tratta, infatti, di quattro strutture, aventi ognuna dimensioni di 8 metri x 22,80 metri (cfr. doc. 6 e doc. 11 della ricorrente), quindi una superficie di circa 180 metri quadrati ciascuna per un totale di quasi 800 metri quadrati, destinate alla permanenza continua sul suolo, visto che le coperture sono sostituite semplicemente al cambio delle stagioni, come del resto ammesso nel ricorso (vedesi pag. 47 del medesimo, dove si parla di una <<duplice modalità di copertura>>, per la stagione estiva ed invernale), a nulla rilevando che, in presenza di particolari situazioni climatiche favorevoli, i teli siano eccezionalmente rimossi, per poi però essere nuovamente collocati, per agevolare il migliore sviluppo delle colture.
Del resto, la stessa documentazione fotografica di parte ricorrente (cfr. il suo doc. 25), evidenzia l’esistenza di strutture ampie, destinate non solo ad ospitare l’azienda florovivaistica, ma anche a consentire l’accesso del pubblico per l’esercizio dell’attività di vendita dei prodotti, visto che la signora Giani è titolare di autorizzazione regionale alla produzione ed al commercio di vegetali (doc. 4 ricorrente).
La documentazione fotografica del Comune (cfr. docc. 4, 5, 7 e 8 di quest’ultimo), mostra poi, con chiarezza, l’esistenza di ampie strutture, destinata alla coltivazione ed alla vendita, con accesso di pubblico.
Devono, di conseguenza, escludersi, per le strutture di cui è causa, sia il carattere di semplice “copertura” sia quello di “stagionalità”, richiesti invece dall’art. 33 della legge regionale 12/2005.
Neppure potrebbe sostenersi, come invece fatto in ricorso, che le quattro strutture sarebbero precarie e facilmente amovibili, per cui difetterebbe in capo alle stesso ogni requisito di stabilità, che presuppone il rilascio di un titolo abilitativo.
Si tratta, infatti, di opere infisse al suolo stabilmente, a nulla rilevando che le fondazioni in calcestruzzo riguardino non l’intero perimetro della struttura ma solo la parte in corrispondenza dell’ingresso, destinate a soddisfare esigenze di carattere continuativo, tanto è vero che le stesse sono presenti in loco ormai da tempo e che al loro interno è svolta senza soluzione di continuità l’attività imprenditoriale dell’esponente. Trattandosi poi di opere chiuse, salvo i limitatissimi periodi di scopertura per esigenze agricole, le stesse realizzano altresì nuovi volumi.
Pare corretta, di conseguenza, la loro qualificazione come vere e proprie “serre” e come tali necessitanti di un titolo abilitativo, conformemente al pacifico indirizzo giurisprudenziale, per il quale la costruzione di una serra, anche se in astratto facilmente amovibile, presuppone il rilascio di concessione edilizia (ora, ovviamente, permesso di costruire), allorché la serra soddisfi stabilmente le esigenze di esercizio dell’impresa agricola e sia quindi destinata ad un indeterminata permanenza al suolo, modificando così definitivamente l’assetto urbanistico ed edilizio di una zona (TAR Brescia, sez. I, 19.11.2009 n. 2223; TAR Puglia, Lecce, sez. I, 19.11.2009 n. 2794; Consiglio di Stato, sez. IV, 06.03.2006 n. 1119; sez. V, 23.09.2002 n. 4832; sez. V, 08.06.2000 n. 3247; sez. V, 13.03.2000 n. 1299; Cassazione penale, sez. III, 10.01.2000)
(TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 05.05.2010 n. 1234 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA Quesito 10 - Quanto all'esclusione della necessità del rilascio di alcuna autorizzazione in presenza della precarietà e temporaneità dell'opera (Geometra Orobico n. 2/2010).

EDILIZIA PRIVATA: La natura di temporaneità di un'opera non si riferisce ai profili funzionali bensì alle caratteristiche costruttive e al tipo di materiale utilizzato.
La natura di temporaneità non si riferisce ai profili funzionali dell’opera bensì alle caratteristiche costruttive e al tipo di materiale utilizzato (nella fattispecie si tratta di una una tettoia in struttura metallica e copertura in legno).
Pare, invero, al Collegio che l’opera di che trattasi sia destinata a dare al costruttore una utilità prolungata, di fatto destinata a durare nel tempo e per tali manufatti la giurisprudenza in maniera uniforme ha affermato come gli stessi siano riconducibili alla nozione di “costruzioni” e, come tali, necessitano di un titolo edilizio (cfr. Tar Lazio Roma sez. II 03/02/2006 n. 780; Tar Sardegna Sez. II 27/09/2006 n.2013; Tar Campania Napoli Sez. IV 28/02/2006 n. 2451).
Vista dunque la consistenza, le caratteristiche e l’uso di quanto posto in essere ed accertato, si è di fronte ad un’opera edilizia vera e propria, comportante un’alterazione dello stato dei luoghi e per ciò stesso soggetta al previo rilascio del titolo abilitativo (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 19.04.2010 n. 961 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Natura precaria di un manufatto - Destinazione dell'opera come attribuita dal costruttore - Irrilevanza.
2. Natura precaria di un manufatto - Intrinseca destinazione materiale - Uso precario e temporaneo per fini specifici contingenti e limitati nel tempo.

1. Rientrano nella previsione delle norme urbanistiche e richiedono il rilascio di concessione edilizia non solo i manufatti tradizionalmente compresi nelle attività murarie, ma anche le opere di ogni genere con le quali si intervenga sul suolo o nel suolo, senza che abbia rilevanza giuridica il mezzo tecnico con cui sia stata assicurata la stabilità del manufatto, che può essere infisso o anche appoggiato al suolo, in quanto la stabilità non va confusa con l'irremovibilità della struttura o con la perpetuità della funzione ad essa assegnata, ma si estrinseca nella oggettiva destinazione dell'opera a soddisfare bisogni non provvisori, ossia nell'attitudine ad una utilizzazione che non abbia il carattere della precarietà, cioè non sia temporanea e contingente.
2. La natura precaria di un manufatto, quindi, non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione dell'opera come attribuitale dal costruttore, ma deve risultare dalla intrinseca destinazione materiale della stessa ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 14.04.2010 n. 1076 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Natura precaria di un manufatto - destinazione dell’opera come attribuita dal costruttore - Irrilevanza - Intrinseca destinazione materiale - Uso precario e temporaneo per fini specifici contingenti e limitati nel tempo.
Rientrano nella previsione delle norme urbanistiche e richiedono, pertanto, il rilascio di concessione edilizia non solo i manufatti tradizionalmente compresi nelle attività murarie, ma anche le opere di ogni genere con le quali si intervenga sul suolo o nel suolo, senza che abbia rilevanza giuridica il mezzo tecnico con cui sia stata assicurata la stabilità del manufatto, che può, essere infisso o anche appoggiato al suolo.
La stabilità non va infatti confusa con l'irremovibilità della struttura o con la perpetuità della funzione ad essa assegnata, ma si estrinseca nella oggettiva destinazione dell'opera a soddisfare bisogni non provvisori, ossia nell'attitudine ad una utilizzazione che non abbia il carattere della precarietà, cioè non sia temporanea e contingente.
La natura precaria di un manufatto, quindi, non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione dell'opera come attribuitale dal costruttore, ma deve risultare dalla intrinseca destinazione materiale della stessa ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo (Cassazione penale, sez. III, 22.03.2005, n. 14044) (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 14.04.2010 n. 1076 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATAUna serra (soprattutto se di rilevanti dimensioni come quella di specie), ancorché costituita da strutture agevolmente rimovibili destinate a far fronte ad esigenze connesse a coltivazioni ortofruttifere, è soggetta al previo rilascio del permesso di costruire in quanto destinata ad alterare in modo duraturo l'assetto del territorio.
Per giurisprudenza pacifica, è necessario, in ragione dell'incidenza volumetrica e del mutato carico urbanistico, il previo rilascio di un permesso di costruire ogni qualvolta si intenda realizzare un intervento sul territorio comportante la modifica dello stato dei luoghi e, quindi, anche per quei manufatti che, pur non necessariamente infissi al suolo o semplicemente aderenti a quest'ultimo, alterino lo stato dei luoghi in modo definitivo e rilevante e non meramente occasionale (TAR Campania Napoli, sez. VIII, 14.01.2010, n. 95)
Con specifico riferimento alla costruzione di una serra si è affermato che tale opera (soprattutto se di rilevanti dimensioni come quella di specie), ancorché costituita da strutture agevolmente rimovibili destinate a far fronte ad esigenze connesse a coltivazioni ortofruttifere, è soggetta al previo rilascio del permesso di costruire in quanto destinata ad alterare in modo duraturo l'assetto del territorio (Consiglio Stato, sez. IV, 06.03.2006, n. 1119; Consiglio Stato, sez. V, 23.09.2002, n. 4832; TAR Lombardia Brescia, sez. I, 19.11.2009, n. 2223) (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 01.04.2010 n. 1755 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Un'opera edilizia può definirsi precaria se la stessa è preordinata, sul piano funzionale, a soddisfare esigenze oggettivamente provvisorie del soggetto attuatore.
Osserva il Collegio sul punto, condividendo il pressoché costante indirizzo della giurisprudenza amministrativa in materia, che un'opera edilizia può definirsi precaria se la stessa, indipendentemente dalla natura dei materiali usati è preordinata, sul piano funzionale, a soddisfare esigenze oggettivamente provvisorie del soggetto attuatore (v. "ex multis": C.d.S., sez. VI, 27/01/2003 n. 419; TAR Emilia Romagna -PR- 25/09/2007 n. 469; TAR Lazio -RM- Sez. I-quater, 16/05/2007 n. 4458; Sez. II, 04/05/2007 n. 3873; TAR Campania -SA- sez. II, 27/02/2007 n. 179; TAR Toscana, sez. III, 13/04/2005 n. 1596).
Come risulta dal progetto esistente in atti, l’intervento concreta un aumento della superficie della pensilina in legno precedentemente autorizzata, con realizzazione di una scala in legno per accedere all’estradosso di tale struttura; tale circostanza evidenzia la accessorietà dell’intervento risultando lo stesso tendente ad ottenere una maggiore fruibilità dell’immobile già autorizzato, risultandone in concreto impossibile, o comunque, inutile, un utilizzo autonomo e scorporato dall’intero.
Ne consegue che non può revocarsi in dubbio la precarietà dell'opera, intesa, come richiesto dalla giurisprudenza, in senso funzionale, come destinazione a soddisfare scopi specifici e cronologicamente delimitati (cfr., da ultimo, sez. V, 04.02.1998, n. 131), a nulla rilevando che il periodo di mantenimento in loco dell'opera precaria non sia espressamente previsto nel provvedimento di assenso in esame.
Del tutto irrilevante è poi che la nuova costruzione abbia concretizzato un aumento delle superfici e dei volumi esistenti, in violazione delle norme urbanistiche vigenti, atteso che la precarietà e temporaneità della stessa giustifica la deroga e l’assenso .
Dall’accertamento della precarietà dell’intervento autorizzato discende che lo stesso non richiedeva la specifica richiesta di dotazione aggiuntiva di aree a standards
(commento tratto da www.documentazione.ancitel.it - TAR Puglia-Lecce, Sez. III, sentenza 08.03.2010 n. 688 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Nozione di costruzione.
2. Natura precaria di un manufatto - Destinazione dell'opera come attribuita dal costruttore - Uso precario e temporaneo per fini specifici contingenti e limitati nel tempo.

1. La nozione di costruzione, ai fini del rilascio della concessione e della licenza edilizia, si configura in presenza di opere che attuino una trasformazione urbanistico-edilizia del territorio, con perdurante modifica dello stato dei luoghi; fuoriesce da tale definizione soltanto l'opera destinata fin dall'origine a soddisfare esigenze contingibili e circoscritte nel tempo.
2. La precarietà di un manufatto, al fine di escludere la necessità del rilascio del predetto titolo edilizio, va valutata a prescindere dalla temporaneità della destinazione soggettivamente impressa dal costruttore e dalla maggiore o minore amovibilità delle parti che lo compongono considerando invece l'opera alla luce delle sua obbiettiva ed intrinseca destinazione naturale che ne rilevi l'uso oggettivamente precario e temporaneo (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 23.02.2010 n. 443 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Opere precarie - Natura - Requisito della precarietà - Destinazione dell'opera.
In materia edilizia, il requisito della precarietà non può essere collegato al carattere di stabilità temporanea, soggettivamente attribuito alla costruzione, ma va individuato in relazione all'oggettiva e intrinseca destinazione dell'opera stessa (Corte di Cassazione,  Sez. III penale, sentenza 04.02.2010 n. 4881 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Costruzione - Nozione - Infissione al suolo - Non rilevanza - Temporaneità - Necessita - Trasformazione permanente del suolo - Sufficienza - Titolo abitativo - necessità.
Ai fini della ricorrenza del requisito della precarietà di una costruzione, che esclude la necessità del rilascio di un titolo edilizio, si deve prescindere dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data al manufatto dal costruttore e si deve, invece, valutare l'opera medesima alla luce della sua obbiettiva ed intrinseca destinazione naturale, con la conseguenza che rientrano nella nozione giuridica di costruzione, per la quale occorre la concessione edilizia, tutti quei manufatti che, anche se non necessariamente infissi nel suolo e pur semplicemente aderenti a questo, alterino lo stato dei luoghi in modo stabile, non irrilevante e non meramente occasionale.
Il principio è ora codificato anche nella legislazione nazionale e regionale, ove è specificato che rientrano nel novero delle nuove costruzioni, anche l'installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee e la realizzazione di depositi di merci o di materiali, la realizzazione di impianti per attività produttive all'aperto ove comportino l'esecuzione di lavori cui consegua la trasformazione permanente del suolo inedificato (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 15.01.2010 n. 24 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La posa in opera di manufatti oggettivamente precari richiede l’abilitazione mediante corretto titolo, quando essi non sono diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee.
Il caso in rassegna offre un ottimo spunto di riflessione su un argomento diverse volte affrontato nella materia dell’edilizia.
Si tratta della posa in opera di manufatti, prefabbricati, strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni: ci si chiede se necessiti un titolo abilitativi.
Nel caso concreto la parte privata sostiene che la struttura precaria di tali strutture esclude che si debba acquisire un qualsivoglia titolo. Il comune è di diverso avviso ed, infatti, ha ordinato la demolizione delle case su ruote poste dal ricorrente.
Il giudice si schiera dalla parte del comune che coglie l’occasione per fare chiarezza in materia. Un’opera può essere considerata precaria sulla base di due diversi criteri:
1) criterio strutturale, in virtù del quale è precario ciò che non è stabilmente infisso al suolo;
2) criterio funzionale, in virtù del quale è precario ciò che è destinato a soddisfare un’esigenza temporanea.
La giurisprudenza, sia amministrativa che penale, è concorde nel senso che per individuare la natura precaria di un’opera si debba seguire non il criterio strutturale, ma il criterio funzionale. Un’opera può, infatti, anche non essere stabilmente infissa al suolo, ma se essa presenta la caratteristica di essere realizzata per soddisfare esigenze non temporanee (ad esempio, nel caso della sentenza si utilizza per abitarci), essa non può beneficiare del regime di favore delle opere precarie (Cass. pen., sez. III, 04.04.2007, n. 13761).
La giurisprudenza ritiene che il requisito della temporaneità vada apprezzato in modo oggettivo, avuto riguardo all’oggetto della costruzione nei suoi obiettivi dati tecnici ed alla sua destinazione materiale che ne deve evidenziare un uso realmente precario o temporaneo per fini cronologicamente delimitati, come può essere, ad esempio, per un box di cantiere.
I giudici lombardi segnalano due pronunce una propria e una del Tar Campania che si riportano in stralcio anche qui perché dirimenti (Tar Campania sez. II, 23.04.2007, n. 4217; Tar Lombardia, Brescia, sez. I, 01.06.2007, n. 479): “deve ritenersi che, ai fini della ricorrenza del requisito della precarietà di una costruzione, che esclude la necessità del rilascio di un titolo edilizio, si debba prescindere dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data al manufatto dal costruttore e si debba, invece, valutare l'opera medesima alla luce della sua obbiettiva ed intrinseca destinazione naturale, con la conseguenza che rientrano nella nozione giuridica di costruzione, per la quale occorre la concessione edilizia, tutti quei manufatti che, anche se non necessariamente infissi nel suolo e pur semplicemente aderenti a questo, alterino lo stato dei luoghi in modo stabile, non irrilevante e non meramente occasionale. Il principio è ora codificato anche nella legislazione nazionale e regionale, ove è specificato che rientrano nel novero delle nuove costruzioni, anche l'installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee e la realizzazione di depositi di merci o di materiali, la realizzazione di impianti per attività produttive all'aperto ove comportino l'esecuzione di lavori cui consegua la trasformazione permanente del suolo inedificato” (commento tratto da www.doumentazione.ancitel.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 15.01.2010 n. 24 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATARientrano nella nozione giuridica di costruzione, per la quale occorre la concessione edilizia, tutti quei manufatti che, anche se non necessariamente infissi nel suolo e pur semplicemente aderenti a questo, alterino lo stato dei luoghi in modo stabile, non irrilevante e meramente occasionale.
Le strutture di cui è stata ordinata la demolizione non sono strutture precarie come tali incapaci di immutare l’assetto urbanistico.
A tali fini si deve prescindere dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data al manufatto dal costruttore, ma si deve, invece, valutare l'opera medesima alla luce della sua obiettiva ed intrinseca destinazione naturale, con la conseguenza che rientrano nella nozione giuridica di costruzione, per la quale occorre la concessione edilizia, tutti quei manufatti che, anche se non necessariamente infissi nel suolo e pur semplicemente aderenti a questo, alterino lo stato dei luoghi in modo stabile, non irrilevante e meramente occasionale (vedasi ex multis Consiglio di Stato 4793/2008, TAR Liguria 1347/2005, TAR Lazio sez. Latina 259/2004, TAR Sardegna 77/2004 ).
Il manufatto da demolire rientra perfettamente nella nozione di costruzione così come è stata ricostruita dalla giurisprudenza considerando la sua permanenza stabile, l’utilizzazione di mattoni che assicurarlo al suolo e pertanto necessitava di concessione edilizia (oggi permesso di costruire) con possibilità per l’amministrazione in caso di realizzazione abusiva di ordinarne la demolizione (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 13.01.2010 n. 35 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2009

EDILIZIA PRIVATA: Opere edilizie - Carattere precario o provvisorio - Si ricollega alla funzione - Destinazione abitativa delle opere - Carattere di stabilità - Sussiste.
Il carattere precario o provvisorio di un'opera non dipende dall'intenzione soggettiva del suo autore, ma dalla funzione cui l'opera è preordinata, sicché la destinazione dichiaratamente abitativa delle opere è di per sé tale da conferire alle stesse un carattere di stabilità (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 28.12.2009 n. 6228 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa regola dell’assoggettamento a concessione di ogni attività comportante la trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio, non comprende le sole attività di edificazione, ma tutti quei manufatti che modificano in modo apprezzabile il precedente assetto territoriale producendo alterazione che abbia rilievo ambientale, estetico o anche solo funzionale, ovvero consistenti in una modificazione dello stato materiale e della configurazione del suolo per adattarlo ad un impiego diverso da quello che gli è proprio in relazione alla sua condizione naturale e alla sua qualificazione giuridica.
Sotto il profilo funzionale, il carattere della provvisorietà di una costruzione edilizia, ai fini dell’esenzione dal titolo autorizzatorio edilizio, dev’essere indotto dall’uso realmente precario e temporaneo per fini specifici e cronologicamente delimitati, non essendo sufficiente che si tratti di un manufatto non infisso al suolo e smontabile, ovvero che il costruttore si dichiari disposto a rimuovere quanto realizzato.

Nemmeno può ritenersi che l’intervento, trattandosi di manufatto precario e facilmente amovibile, si collochi al di sotto della c.d. soglia di rilevanza urbanistica, e quindi sia sottratto alla necessità di un titolo edilizio.
L’articolo 3, n. 5, del d.P.R. 380/2001, e l’articolo 3, lettera e.5), della l.r. 1/2004, sottopongono a provvedimento autorizzatorio comunale anche “i manufatti leggeri, anche prefabbricati (…) utilizzati come abitazioni (…) e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee”.
Del resto, secondo il prevalente orientamento della giurisprudenza (delineatosi già in vigenza dell'articolo 1 della legge 10/1077), la regola dell’assoggettamento a concessione di ogni attività comportante la trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio, non comprende le sole attività di edificazione, ma tutti quei manufatti che modificano in modo apprezzabile il precedente assetto territoriale producendo alterazione che abbia rilievo ambientale, estetico o anche solo funzionale, ovvero consistenti in una modificazione dello stato materiale e della configurazione del suolo per adattarlo ad un impiego diverso da quello che gli è proprio in relazione alla sua condizione naturale e alla sua qualificazione giuridica (cfr. Cons. Stato, V, 06.09.1999, n. 1015; 20.12.1999, n. 2125; VI, 27.01.2003, n. 419).
In particolare, anche la giurisprudenza di questo Tribunale ha affermato che, sotto il profilo funzionale, il carattere della provvisorietà di una costruzione edilizia, ai fini dell’esenzione dal titolo autorizzatorio edilizio, dev’essere indotto dall’uso realmente precario e temporaneo per fini specifici e cronologicamente delimitati, non essendo sufficiente che si tratti di un manufatto non infisso al suolo e smontabile, ovvero che il costruttore si dichiari disposto a rimuovere quanto realizzato (sent. 26.01.2007, n. 43; 21.08.2003, n. 62; 04.07.2003, n. 573; vedi anche, Cons. Stato,V, n. 2125/1999, cit., Cass. pen., III, 18.02.1999, n. 4002; 12.07.1995, n. 10058; TAR Lazio, Latina, 19.11.1987, n. 834) (TAR Umbria, sentenza 22.12.2009 n. 812 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il porticato, in quanto suscettibile di autonomo utilizzo (e, quindi, non classificabile come pertinenza) e con un proprio impatto volumetrico, costituisce opera nuova rispetto al precedente fabbricato, incidendo in modo permanente e non precario sull’assetto edilizio, con la conseguente necessità del previo rilascio della concessione edilizia.
Le tettorie rientrano tra le opere edilizie idonee a trasformare in modo permanente il territorio, a causa dell'uso stabile delle stesse poiché in materia edilizia rileva l'oggettiva idoneità delle strutture installate ad incidere sullo stato dei luoghi, dovendosi, peraltro, escludere la precarietà ogni volta che l'opera sia destinata a fornire un'utilità prolungata nel tempo.
Anche la tettoia avente carattere di stabilità, realizzata in aderenza ad un preesistente fabbricato ed idonea ad un'utilizzazione autonoma, oltre a non poter essere considerata una mera pertinenza, costituisce un'opera esterna per la cui realizzazione occorre la concessione edilizia.

Come chiarito dalla recente giurisprudenza, ormai consolidata, alla quale questo Collegio aderisce, il porticato, in quanto suscettibile di autonomo utilizzo (e, quindi, non classificabile come pertinenza) e con un proprio impatto volumetrico, costituisce opera nuova rispetto al precedente fabbricato, incidendo in modo permanente e non precario sull’assetto edilizio, con la conseguente necessità del previo rilascio della concessione edilizia (cfr. ex multis, TAR Lazio, Latina, 19.01.2007, n. 44; TAR Toscana Firenze, sez. III, 17.07.2003, n. 2850).
L’esito non muta neanche nel caso in cui si ritenesse, come sostenuto dalla difesa dei ricorrenti, di qualificare l’opera come tettoia. Le tettorie, infatti, rientrano tra le opere edilizie idonee a trasformare in modo permanente il territorio, a causa dell'uso stabile delle stesse poiché in materia edilizia rileva l'oggettiva idoneità delle strutture installate ad incidere sullo stato dei luoghi, dovendosi, peraltro, escludere la precarietà ogni volta che l'opera sia destinata a fornire un'utilità prolungata nel tempo (cfr., TAR Emilia Romagna Bologna, sez. II, 21.10.2009, n. 1922; TAR Lazio, Latina, 05.08.2009, n. 771; TAR Campania Napoli, sez. III, 09.09.2008, n. 10059; TAR Lazio, Roma, sez. I, 18.06.2008, n. 5965).
La giurisprudenza è consolidata nel ritenere, peraltro, che anche la tettoia avente carattere di stabilità, realizzata in aderenza ad un preesistente fabbricato ed idonea ad un'utilizzazione autonoma, oltre a non poter essere considerata una mera pertinenza, costituisce un'opera esterna per la cui realizzazione occorre la concessione edilizia (TAR Lazio Latina, 05.08.2009, n. 771; TAR Lombardia Milano, sez. II, 04.12.2007, n. 6544) (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 18.12.2009 n. 3639 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Veranda.
La tenda collegata al muro con intelaiatura in acciaio e con tamponamenti in materiale plastico, così come la tenda collegata al muro e con tamponamenti di vetro, deve qualificarsi veranda che richiede il permesso di costruire ai sensi dell’art. 20 del DPR n. 380 del 2001, la cui mancanza comporta le sanzioni di cui all’art. 44 del citato DPR (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 04.11.2009 n. 42318 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Stagionalità e precarietà dell’opera.
In materia edilizia, ai fini della necessità del preventivo rilascio della concessione edilizia, (ora sostituita dal permesso di costruire), non rileva il carattere stagionale del manufatto realizzato, atteso che il carattere stagionale non implica precarietà dell’opera, potendo essere la stessa destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la perpetuità della sua funzione  (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 08.10.2009 n. 39074 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Interventi precari.
In materia edilizia, il requisito della precarietà non può essere collegato al carattere di stabilità temporanea, soggettivamente attribuito alla costruzione, ma va individuato in relazione all’oggettiva e intrinseca destinazione dell’opera stessa, sicché non può operare la normativa regionale sugli insediamenti stagionali precari né l’autorizzazione comunale postuma rilasciata in violazione delle norme giuridiche di riferimento (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 11.09.2009 n. 35207 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Non occorre la concessione edilizia per costruire una serra se la stessa sia costruita su un fondo destinato ad uso agricolo, per finalità inerenti esclusivamente alla coltivazione del terreno, fuori dal centro abitato, formata di materiali facilmente amovibili, non infissa stabilmente al suolo o eseguita con opere murarie né collegata con altre opere costruttive edilizie o che abbia dimensioni tali da non incidere negativamente sull'ambiente circostante.
Va precisato che la giurisprudenza amministrativa ha escluso la necessità del titolo abilitativo solo nell'ipotesi in cui la serra sia costruita su un fondo destinato ad uso agricolo, per finalità inerenti esclusivamente alla coltivazione del terreno, fuori dal centro abitato, formata di materiali facilmente amovibili, non infissa stabilmente al suolo o eseguita con opere murarie né collegata con altre opere costruttive edilizie o che abbia dimensioni tali da non incidere negativamente sull'ambiente circostante (cfr. Cons. Stato., sez. V, 14.03.1980, n. 284).
L’edificazione di cui si controverte non presenta alcuna delle caratteristiche che consentirebbero di prescindere dal rilascio della concessione edilizia.
Essa, infatti, come riconosciuto dalla stessa parte ricorrente nella propria memoria difensiva, insiste su un’area “situata nel perimetro cittadino ed in zona relativamente centrale”.
Né può rilevare la presunta agevole rimovibilità delle strutture, costituite da strutture tubolari metalliche, dal momento che le medesime sono saldamente ancorate al suolo mediante fondazioni cementizie di rilevanti dimensioni (m. 26 x 8).
La natura e consistenza di tali fondazioni rendeva palese l’attitudine della fabbricazione a permanere nel tempo e ad influire sulla razionale sistemazione del territorio, cosicché non può dubitarsi che un intervento con tali caratteristiche necessitasse del previo rilascio di concessione edilizia (cfr., in fattispecie analoghe, Cons. Stato, sez. IV, 06.03.2006, n. 1119 e sez. V, 08.06.2000, n. 3247), in difetto della quale il Comune di Torino ha legittimamente ingiunto la demolizione dell’edificazione abusiva (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 04.09.2009 n. 2262 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Un  pergolato costituito da struttura in legno non infissa né al pavimento, né alla parete, né chiusa su alcun lato, nemmeno sulla copertura, è da classificare quale struttura precaria.
La giurisprudenza è costante nel ritenere che non sia necessaria alcuna concessione edilizia allorché l’opera consista in una struttura precaria, facilmente rimovibile, non costituente trasformazione urbanistica del territorio, come avviene nell’ipotesi di pergolato costituito da struttura in legno non infissa né al pavimento, né alla parete, né chiusa su alcun lato, nemmeno sulla copertura.
Deve, pertanto, ritenersi che tale intelaiatura può qualificarsi come mero arredo di uno spazio esterno, che non comporta realizzazione di superfici utili o volume (Consiglio di Stato, Sez. V - sentenza 07.11.2005 n. 6193; in senso analogo Tar Lazio-Roma, Sez. II - sentenza 28.03.2007 n. 2716).
Con riferimento all’ipotesi di specie si deve rilevare che, come risulta dagli atti, il Comune ha sanzionato la realizzazione di una <<struttura in legno dalle dimensioni di mt. 6,00x3,20x3,20>>. Tale struttura è stata qualificata quale gazebo nel verbale redatto dagli agenti dell’U.O.S.A.E.
In realtà, come è dato evincere dalla perizia giurata di parte e dalle foto allegate, non oggetto di contestazione da parte del Comune, tale struttura è priva di copertura ed è destinata al sostegno di pianti rampicanti. La stessa risulta agganciata alla parete con delle staffe che hanno la funzione di evitarne l’oscillazione e non di rendere la struttura solidale all’edificio: quindi ai sensi dell’art. 2 del Regolamento del Comune Edilizio di Napoli, deve essere qualificata quale grillage e non quale gazebo.
Per la sua tipologia e per l’uso di materiali dal non rilevante impatto visivo, come emerge anche dalle foto depositate, può ritenersi, come sostenuto dal ricorrente, un arredo dello spazio esterno con la conseguenza che la stessa può farsi rientrare, fra le opere di manutenzione straordinaria, ai sensi dell’articolo 6 del Regolamento Edilizio del Comune di Napoli (cfr. in senso analogo Tar Campania-Napoli Sez. IV - sentenza 02.12.2008, n. 20791) (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 14.08.2009 n. 4804 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa realizzazione di una veranda è da considerarsi, in senso tecnico-giuridico, un nuovo locale autonomamente utilizzabile e difetta normalmente del carattere di precarietà, trattandosi di opera destinata non a sopperire ad esigenze temporanee e contingenti con la sua successiva rimozione, ma a durare nel tempo, ampliando così il godimento dell'immobile.
Per costante giurisprudenza (anche di questo TAR: cfr. ad esempio TAR Campania Napoli, sez. IV, 08.06.2007, n. 6038; TAR Campania Napoli, sez. IV, 06.07.2007, n. 6551; TAR Campania Napoli, sez. VI, 03.08.2007, n. 7258; TAR Campania Napoli, sez. IV, 13.05.2008, n. 4255; TAR Campania Napoli, sez. IV, 17.02.2009, n. 847), da cui il Collegio non ravvisa motivi di discostarsi nel caso di specie, gli interventi edilizi che determinano una variazione planivolumetrica ed architettonica dell'immobile nel quale vengono realizzati, quali le verande in vetro e alluminio edificate sulla balconata di un appartamento, pur avendo carattere pertinenziale rispetto all'immobile cui accedono, sono soggetti al preventivo rilascio di apposita concessione edilizia (ora, permesso di costruire).
Ciò in quanto, in materia edilizia, una veranda è da considerarsi, in senso tecnico-giuridico, un nuovo locale autonomamente utilizzabile e difetta normalmente del carattere di precarietà, trattandosi di opera destinata non a sopperire ad esigenze temporanee e contingenti con la sua successiva rimozione, ma a durare nel tempo, ampliando così il godimento dell'immobile (Cassazione penale, sez. III, 10.01.2008, n. 14329)
(TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 05.08.2009 n. 4732 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl criterio di distinzione di un'opera precaria o meno è non già strutturale bensì funzionale: "... sono precari i manufatti che risultano destinati a soddisfare esigenze di carattere contingente e ad essere quindi eliminati”.
Le disposizioni del T.U. dell’edilizia (d.P.R. n. 380/2001), elencando tassativamente le ipotesi di interventi che non richiedono titolo edilizio alcuno, ha definitivamente sancito, richiamandosi all’orientamento giurisprudenziale maggioritario, che il criterio di distinzione di un'opera precaria o meno è (non già strutturale) bensì funzionale: "... sono precari i manufatti che risultano destinati a soddisfare esigenze di carattere contingente e ad essere quindi eliminati”.
Sicché è soggetto a concessione edilizia (o permesso di costruire) il manufatto che, pur se non infisso al suolo, ma solo aderente in modo stabile ad esso, è destinato ad un uso perdurante nel tempo.
Infatti, produce una trasformazione urbanistica ogni intervento che alteri in modo rilevante e duraturo lo stato del territorio, anche in relazione alla sua qualificazione giuridica, a nulla rilevando l’eventuale precarietà strutturale del manufatto, se non si traduca in un uso per fini contingenti e specifici (cfr., ex multis, Cons. St., sez. V, 31.05.2001 n. 343).
Le roulottes, sono state posizionate dal ricorrente in area assoggettata a vincolo paesaggistico ai sensi della L. n. 1497/1939, con l’aggiunta di un’intelaiatura in ferro fissata al suolo che dà senz’altro vita ad un rudimentale manufatto destinato ad un uso duraturo, ancorché ciclico in concomitanza con il periodo estivo.
D’altra parte, non va da ultimo sottaciuto, che l’art. 3, lett. e) del 5 citato T.U. n. 380/2001, letteralmente inteso, considera nuove costruzioni “l’istallazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati e di strutture qualsiasi quali roulottes….che siano utilizzati come abitazioni ….e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee” (TAR Lazio-Latina, sentenza 05.08.2009 n. 773 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Per realizzare una tettoia occorre il permesso di costruire.
La costruzione della stessa: non può essere annoverata nel concetto di manutenzione straordinaria; è priva del carattere della precarietà ed amovibilità; non può essere considerata pertinenza.

Il Collegio condivide l’interpretazione giurisprudenziale secondo la quale “La realizzazione di una tettoia è soggetta a concessione edilizia ai sensi dell'art. 1, l. 28.01.1977 n. 10, in quanto essa, pur avendo carattere pertinenziale rispetto all'immobile cui accede, incide sull'assetto edilizio preesistente. La costruzione di una tettoia non rientra nel concetto di manutenzione straordinaria, atteso che quest'ultima si fonda sul duplice presupposto che i lavori progettati siano preordinati alla mera rinnovazione o sostituzione di parti dell'edificio o alla realizzazione di impianti igienici sanitari e che i volumi e le superfici preesistenti non vengano alterati o non siano destinati ad altro uso” (TAR Campania Napoli, sez. VI, 17.12.2008, n. 21346).
La tettoia realizzata sul terrazzo di un fabbricato, in quanto struttura stabilmente ancorata al pavimento e destinata a soddisfare non una esigenza temporanea e contingente, ma prolungata nel tempo, è priva del carattere della precarietà ed amovibilità ed è quindi assoggettata al regime del permesso di costruire, dal momento che comporta una rilevante modifica dell'assetto edilizio preesistente" (TAR Campania Napoli, sez. IV, 21.12.2007, n. 16493).
"Una tettoia avente carattere di stabilità, realizzata in aderenza ad un preesistente fabbricato ed idonea ad un'utilizzazione autonoma, oltre a non poter essere considerata una mera pertinenza, costituisce un'opera esterna per la cui realizzazione occorre il permesso di costruire” (TAR Lombardia Milano, sez. II, 04.12.2007, n. 6544) (TAR Lazio-Roma, sentenza 05.08.2009 n. 771 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa precarietà va esclusa allorché si tratti di un manufatto destinato a dare utilità prolungata nel tempo e ciò indipendentemente dai materiali utilizzati o dal sistema di ancoraggio.
Proprio in relazione al tipo di opera posta in essere -una casa mobile su ruote appoggiata al suolo- l’obbligatorietà di munirsi del preventivo titolo abilitativo è espressamente prevista dalla normativa urbanistico-edilizia recata dalla legge regionale n. 1/2005, lì dove l’art. 78 stabilisce espressamente che: ”sono considerate trasformazioni urbanistiche ed edilizie soggette a permesso di costruire, in quanto incidono sulle risorse essenziali del territorio ….: b) l’installazione di manufatti anche prefabbricati e di strutture di qualsiasi genere, quali roulotte, camper, case mobili, imbarcazioni che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee, quali esplicitamente risultino in base alle vigenti disposizioni”.
Il legislatore, quindi, ha di per sé considerato l’installazione delle strutture del genere come quelle qui in rilievo (roulotte, case mobili) come meritevoli di essere assoggettate al preventivo rilascio del permesso di costruire e tanto in ragione del fatto che, indipendentemente dal materiale, dalla forma e dalle modalità di appoggio al suolo, tali manufatti per le loro caratteristiche oggettive di occupare un volume vanno significativamente ad incidere sull’assetto del territorio e quindi devono essere debitamente autorizzate.
Sul punto, peraltro, la giurisprudenza si è espressa a proposito della questione della precarietà, condizione, che da sé manda esente dall’obbligo di munirsi di permesso e a tale proposito va ribadito il principio già espresso in analoghe circostanze da questa Sezione secondo cui la precarietà va esclusa allorché si tratti di un manufatto destinato a dare utilità prolungata nel tempo e ciò indipendentemente dai materiali utilizzati o dal sistema di ancoraggio (cfr. 21/11/2000 n. 2346).
Ebbene, le opere in questione per la loro consistenza e caratteristiche costruttive appaiono oggettivamente destinate ad esigenze non temporanee, bensì ad un utilizzo abitativo permanente e duraturo.
Il fatto che siano destinate ad ospitare una persona affetta da disabilità, tale circostanza ancorché avente un suo rilievo etico-affettivo assolutamente apprezzabile, non vale a giustificare legittimamente l’avvenuta realizzazione dei manufatti stessi in assenza di titolo abilitativo.
In presenza quindi di opere abusivamente eseguite, per lo più in area sottoposte ad un regime di tutela 8 vincolo idrogeologico e paesaggistico che vieta quale che sia intervento senza autorizzazione, il Comune non poteva non adottare la misura demolitoria-ripristinatoria volta appunto a rimuovere dal suo territorio opere che in quanto non preventivamente autorizzate, contrastano con la normativa urbanistica (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 29.07.2009 n. 1319 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Interventi precari.
In materia edilizia la natura precaria di un manufatto ai fini della sua non sottoposizione al preventivo rilascio del permesso di costruire non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all’opera dall’utilizzatore, né dal dato che si tratti di un manufatto smontabile e non infisso al suolo ma deve riconnettersi ad una intrinseca destinazione materiale dell’opera stessa ad un uso realmente precario per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con la conseguente e sollecita eliminazione del manufatto alla cessazione dell‘uso (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 22.06.2009 n. 25965 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA 1. Concessione di costruzione - Costruzione precaria - Definizione.
2. Concessione di costruzione - Costruzione precaria - Temporanea - Obbligo - Non sussiste.
1. Soltanto le costruzioni aventi intrinseche caratteristiche di precarietà strutturale e funzionale, cioè destinate fin dall'origine a soddisfare esigenze contingenti e circoscritte nel tempo, sono esenti dall'assoggettamento al titolo abilitativo edilizio: ciò che rileva, a tale fine, non è tanto la consistenza dei manufatti quanto la destinazione ad un'utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l'alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante (cfr. Cons. di Stato , sent. n. 986/2003).
2. Affinché un'opera edilizia avente carattere precario, in forza della sua facile amovibilità, venga sottratta all'obbligo di rilascio del titolo abilitativo edilizio, è necessario che sia destinata ad un uso molto limitato nel tempo, per fini specifici e temporanei: non ha il requisito della precarietà il manufatto stabilmente destinato a residenza del ricorrente e della sua famiglia (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 19.06.2009 n. 4070
).

EDILIZIA PRIVATA: Case mobili, necessità del permesso di costruire.
E' legittimo il sequestro preventivo di "case mobili" realizzate nell'area ricettiva di un camping in relazione ai reati di costruzione in assenza del permesso di costruire e dell’autorizzazione paesaggistica trattandosi di manufatti installati da almeno due anni poggiati su ruote, cavalletti e mattoni in cemento ed allacciati alle reti idrica, elettrica, fognaria e del gas, adibiti stabilmente ad abitazione dei campeggiatori per l’intera stagione turistica e non rivolti, quindi, a soddisfare esigenze meramente temporanee che ne avrebbero determinato la qualificazione di interventi precari (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 27.05.2009 n. 22054 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Rientra nella fattispecie delle modificazioni durevoli dello stato dei luoghi che sono prodotte anche da strutture meramente appoggiate sul suolo, anche con ruote, qualora destinate ad uso prolungato nel tempo e non quindi realmente precario, cioè temporaneo o occasionale.
Il ricorrente si è doluto dell’illegittimità del provvedimento impugnato per eccesso di potere per erroneità dei presupposti e travisamento dei fatti, posto che il maxicaravan non sarebbe ancorato al suolo e, quindi, come tale, non potrebbe costituire una costruzione per la cui realizzazione è necessaria la preventiva concessione edilizia.
Anche della classificazione dell’opera prefabbricata posta su ruote ed avente natura precaria la Sezione ha avuto modo di occuparsi con decisione n. 2197 del 21.11.2008
Ivi è stato precisato che, come già in precedenza chiarito, <<(cfr. Tar Catania I, 29.11.2007, n. 1921) occorre stabilire se i manufatti in questione possano ritenersi costruzione o edificazione a fini urbanistici.
Al riguardo la detta decisione ha precisato che si rientra nella fattispecie delle modificazioni durevoli dello stato dei luoghi, che, come chiarito dalla giurisprudenza, sono prodotte anche da strutture meramente appoggiate sul suolo, anche con ruote, qualora destinate ad uso prolungato nel tempo e non quindi realmente precario, cioè temporaneo o occasionale (cfr. Consiglio di stato, sez. V, 20.12.1999, n. 2125).
In altri termini, a prescindere da un sistema di ancoraggio al suolo, i prefabbricati vanno considerate vere e proprie costruzioni, ove, comunque, siano destinati a durare nel tempo.
Tale necessità del resto discende dalla alterazione dello stato dei luoghi e dalla destinazione in genere di tale tipo di struttura alla soddisfazione di esigenze di carattere durevole, a prescindere dalla tecnica e dai materiali impiegati per la realizzazione della struttura stessa (cfr. Consiglio Stato, sez. V, 03.04.1990, n. 317).
Il giudice di seconde cure, con detta ultima decisione ha altresì precisato che un prefabbricato, pure avendo la parvenza della mobilità, costituisce una vera e propria costruzione, ove incardinata al suolo con accorgimenti tecnici per garantirne la stabilità
>>
(TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 26.05.2009 n. 975 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA:  La precarietà di un manufatto la cui realizzazione non necessita di concessione edilizia, non dipende dai materiali utilizzati o dal suo sistema di ancoraggio al suolo, bensì dall’uso al quale il manufatto stesso è destinato.
Va ritenuta l’applicabilità dell’ordinanza di demolizione anche alle cd. case mobili, ancorché manufatti precari, in quanto la precarietà di un manufatto la cui realizzazione non necessita di concessione edilizia, non dipende dai materiali utilizzati o dal suo sistema di ancoraggio al suolo, bensì dall’uso al quale il manufatto stesso è destinato; pertanto, essa, va esclusa quando trattasi di struttura destinata a dare un’utilità prolungata nel tempo, a nulla rilevando la temporaneità della destinazione data all’opera dai proprietari, in quanto occorre valutare la stessa alla luce della sua obiettiva ed intrinseca destinazione naturale (Cons. Stato, V Sez., n. 3321/2000) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 15.05.2009 n. 3029 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La precarietà della costruzione va desunta dalla funzione assolta dal manufatto, non dalla struttura o dalla qualità dei materiali usati.
Per costante giurisprudenza, al fine di escludere la necessità della concessione edilizia –ora permesso di costruire–, la precarietà della costruzione va desunta dalla funzione assolta dal manufatto, non dalla struttura o dalla qualità dei materiali usati, essendo in ogni caso subordinata al previo titolo abilitativo l’opera destinata a dare un’utilità prolungata nel tempo (v., ex multis, Cons. Stato, Sez. V, 28.03.2008 n. 1354); non è, dunque, significativo che il manufatto sia solo aderente al suolo e non anche infisso allo stesso, se alteri tuttavia in modo rilevante e duraturo lo stato del territorio, e cioè non si traduca in un uso oggettivamente preordinato a soddisfare esigenze del tutto contingenti e transitorie (v., tra le altre, TAR Emilia-Romagna, Parma, 19.02.2008 n. 102)
(TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 28.04.2009 n. 160 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Elettrosmog. Abuso in atti d’ufficio e installazione impianti a titolo precario.
Un’autorizzazione a costruire di tipo precario -come quella con la quale si autorizza l'installazione di una stazione radiobase costituita da un traliccio di 24 metri, un gruppo elettrogeno con supporto in calcestruzzo armato e relativa cisterna- oltre ad essere extra legem, in quanto non prevista da alcuna disposizione legislativa, è anche illegittima e contra legem perché non potrebbe avere altra funzione che quella di tollerare una situazione di evidente abuso (nella fattispecie la malafede del pubblico amministratore si è desunta proprio dal fatto che aveva rilasciato un autorizzazione precaria non prevista da alcuna norma. Il pubblico amministratore, non potendo rilasciare la concessione edilizia per la vicinanza della stazione al centro abitato, tanto è vero che neppure successivamente è stata rilasciata , ha emesso un titolo provvisorio).
Detta autorizzazione, a prescindere pure dalla sua illegittimità, non può comunque essere equiparata a quella di cui all’articolo 87 del decreto legislativo n. 259 del 2003, perché questa presuppone il previo accertamento, da parte dell’organismo preposto ad effettuare i controlli, previsto dall’articolo 14 della legge 22.02.2001 n. 36 in ordine alla compatibilità del progetto con i limiti di esposizione ecc. (comma 1) e fa salve le disposizioni a tutela dei beni ambientali (art. 86, comma 4) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 16.04.2009 n. 15921 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Disciplina edilizia applicabile alle serre destinate ad orticoltura.
E’ chiesto parere in merito alla disciplina edilizia applicabile alle serre destinate ad orticoltura (Regione Piemonte, parere 21/2009 - link a www.regione.piemonte.it).

EDILIZIA PRIVATA: Carattere precario dei manufatti edilizi - E' necessario che le opere siano destinate ad un uso limitato nel tempo e per fini specifici e temporanei.
In ordine al carattere precario di opere edilizie, ciò che rileva al fine di qualificare in tal modo i manufatti realizzati, non è tanto la consistenza degli stessi, quanto piuttosto la destinazione ad un'utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l'alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante: infatti, perché un'opera edilizia avente carattere precario, in forza della sua facile amovibilità, venga sottratta all'obbligo di rilascio del titolo abilitativo edilizio, è necessario che sia destinata ad un uso molto limitato nel tempo, per fini specifici e temporanei (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 20.03.2009 n. 1955).

EDILIZIA PRIVATA: Installazione prefabbricati - Permesso di costruire - Necessità - Presupposti - Art. 3, 1° c., lett. e), D.P.R. n. 380/2001 - Testo Unico Edilizia.
L'articolo 3, primo comma lettera e) del testo unico sull'edilizia D.P.R. n. 380/2001 e s.m. ricomprende tra gli interventi di nuova costruzione, come tali soggetti al permesso di costruire, tra gli altri, l'installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati ed in genere l'installazione di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, a condizione che siano utilizzate come abitazioni, ambienti di lavoro, come depositi, magazzini, ecc. e siano dirette a soddisfare esigenze durature nel tempo.
In definitiva la nozione di costruzione non presuppone necessariamente l'ancoraggio al suolo del fabbricato, se ricorrono le condizioni dianzi evidenziate. L'accertamento di tali condizioni è demandato al giudice del merito, la cui valutazione si sottrae al sindacato di legittimità se congruamente motivata (CORTE di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 11.03.2009 n. 10708 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Installazione container.
L'installazione di un container richiede il permesso di costruire in caso di uso non precario. Il requisito della precarietà deve essere ricavato dalla destinazione del manufatto e non dalla struttura e dalla tipologia dei materiali costruttivi (TAR Puglia-Bari, Sez. III, sentenza 26.02.2009 n. 404 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ai fini della necessità del preventivo rilascio del permesso di costruire non rileva il carattere stagionale del manufatto realizzato, atteso che esso non implica la precarietà dell'opera, potendo essere la stessa destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la perpetuità della sua funzione.
La stagionalità, dunque, qualora sia al servizio di un’attività perdurante nel tempo va qualificata costruzione ai sensi del TU sull’edilizia.

Nel merito il ricorso è fondato sia in relazione a tutti i motivi che lamentano un difetto di motivazione ed una carenza istruttoria, sia in relazione ai motivi che lamentano plurime violazioni di legge.
In particolare appare fondata la violazione dell’art. 3, comma 1, lett. e), del DPR n. 380/2001.
La costruzione in parola, infatti, rientra a pieno titolo tra le ipotesi di costruzione.
Ciò innanzitutto perché l’orditura della copertura crea uno scheletro che abbraccia anche lo spazio poi chiuso dalle tamponature laterali ed è fissata al suolo stabilmente e, di conseguenza delimita permanentemente la porzione di arenile sulla quale insiste.
Comunque, l’annuale riproposizione della completa chiusura di una struttura di notevoli dimensioni, specie se rapportate alle dimensioni della spiaggia ed alla particolare tutela del sito, esulano dal concetto di temporaneità, nel senso della transitorietà del manufatto o della sua precarietà od occasionalità che il comune ha assunto a fondamento dei provvedimenti impugnati.
Nello specifico poi, la durata della stagione balnearia è intesa dal comune dal mese di marzo a quello di novembre, con la conseguenza della inversione del concetto voluto dal legislatore poiché temporaneo può casomai definirsi il limitato periodo di 4 mesi su 12 nei quali la spiaggia può tornare ad essere bene demaniale da tutti utilizzabile.
La giurisprudenza amministrativa, anche di questo tribunale (11.03.1982 n. 160) ha affermato con continuità che “Ai fini della necessità del preventivo rilascio del permesso di costruire non rileva il carattere stagionale del manufatto realizzato, atteso che esso non implica la precarietà dell'opera, potendo essere la stessa destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la perpetuità della sua funzione" (TAR Lazio, sez. I, 24.05.2008, n. 562).
La stagionalità, dunque, qualora sia al servizio di un’attività perdurante nel tempo va qualificata costruzione ai sensi del TU sull’edilizia (cfr. Tar Lazio II 01.03.2002 n. 1595; Tar Emilia Romagna, II 14.07.2003 n. 970) (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 27.01.2009 n. 119 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Al fine di escludere la necessità della concessione edilizia la precarietà della costruzione va desunta dalla funzione assolta dal manufatto e non dalla struttura o dalla qualità dei materiali usati.
Per costante giurisprudenza, al fine di escludere la necessità della concessione edilizia –ora permesso di costruire–, la precarietà della costruzione va desunta dalla funzione assolta dal manufatto, non dalla struttura o dalla qualità dei materiali usati, essendo in ogni caso subordinata al previo titolo abilitativo l’opera destinata a dare un’utilità prolungata nel tempo (v., ex multis, Cons. Stato, Sez. V, 28.03.2008 n. 1354).
Non è dunque significativo che il manufatto sia solo aderente al suolo e non anche infisso allo stesso, se alteri tuttavia in modo rilevante e duraturo lo stato del territorio, e cioè non si traduca in un uso oggettivamente preordinato a soddisfare esigenze del tutto contingenti e transitorie (v., tra le altre, TAR Emilia-Romagna, Parma, 19.02.2008 n. 102)
(TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 27.01.2009 n. 22 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl carattere di precarietà di una costruzione, ai fini edilizi, non va desunto dalla eventualmente facile e rapida rimovibilità dell’opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, ma dal fatto che la costruzione appaia destinata a soddisfare una necessità contingente ed essere, poi, prontamente rimossa.
Nemmeno è sufficiente ad attribuire il carattere di precarietà ai fini dell’esenzione dalla concessione edilizia, il fatto che si tratti di manufatto smontabile e non fisso al suolo.

Il carattere di precarietà di una costruzione, ai fini edilizi, non va desunto dalla eventualmente facile e rapida rimovibilità dell’opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, ma dal fatto che la costruzione appaia destinata a soddisfare una necessità contingente ed essere, poi, prontamente rimossa (TAR Campania, Napoli, sez. IV 01.08.2008 n. 9710; TAR Pescara, Abruzzo, 04.06.2008 n. 558), a nulla rilevando la circostanza che l’impiego del bene sia circoscritto ad una parte sola dell’anno (TAR Emilia Romagna, Parma, sez. I 19.02.2008 n. 102; 22.01.2008 n. 35; TAR Basilicata, Potenza, sez. I 27.06.2008 n. 337; TAR Lombardia, Milano, sez. II 04.12.2007 n. 6544; 23.11.2006 n. 2834; TAR Sicilia, Palermo, sez. I 08.07.2002 n. 1936).
Nemmeno è sufficiente ad attribuire il carattere di precarietà ai fini dell’esenzione dalla concessione edilizia, il fatto che si tratti di manufatto smontabile e non fisso al suolo (cfr. TAR Umbria, 21.08.2003 n. 692), così come il carattere stagionale non implica precarietà dell’opera ben potendo essere la stessa destinata a soddisfare un bisogno non provvisorio ma regolarmente ripetibile (cfr. Cass. Penale sez. III 19.02.2004 n. 11880) (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 14.01.2009 n. 19 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAQuesito 1 - Sul carattere stagionale di strutture posizionate sul territorio e sulla necessità o meno del permesso di costruire (Geometra Orobico n. 1/2009).

EDILIZIA PRIVATA: M. Bossanese, Appunto sulle opere precarie.
Se le NTA del PRG o il regolamento edilizio non contengono la definizione di "precario" o di "opere precarie", a che cosa ci si deve riferire per individuarne la nozione? (link a http://venetoius.myblog.it).

anno 2008

EDILIZIA PRIVATA: Interventi precari (veranda, esclusione).
Una veranda realizzata mediante la chiusura di una preesistente tettoia con pannelli scorrevoli costituisce intervento di nuova costruzione in quanto opera stabile e duratura nel tempo, mediante la quale si realizza un ampliamento significativo della superficie utile del preesistente fabbricato e trattandosi di opera non finalizzata ad esigenze temporanee, ma proiettata a perdurare nel tempo.
L'agevole amovibilità dell'opera attiene alla struttura della stessa, non alla funzione ed alla durata dell'opera medesima, destinata nella sua oggettività materiale a durare nel tempo senza soluzione di continuità e ciò a prescindere dalle motivazioni soggettive espresse nella relativa comunicazione al Comune (ossia opera destinata a proteggere il terrazzino dalle intemperie nel periodo di tempo non buono) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 29.12.2008 n. 48227 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Realizzazione serra.
Per realizzare la costruzione di manufatti da adibire a serre è indispensabile ottenere il permesso di costruire poiché costituisce modificazione apprezzabile del territorio la realizzazione di un impianto di tal genere (che sia stabilmente ancorato al suolo, formi un ambiente chiuso e sia destinato a durare nel tempo) non rilevando la possibilità che esso possa essere asportato o spostato, né la sua destinazione agricola (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 17.11.2008 n. 42738 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Opere precarie.
Non costituisce "opera precaria e soggetta a facile demolizione" né pertinenza una tettoia costituita da una struttura di metallo con sovrastante tetto di copertura avente un'altezza di metri tre ed un'ampiezza di metri 47,00, di cui mq. 23,00 accorpati, mediante demolizione di muri portanti, ad attiguo immobile adibito ad esercizio commerciale (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 27.10.2008 n. 40018 -
link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATARecinzioni e muri e “concessioni in precario”.
1. La realizzazione di “'recinzioni, muri di cinta e cancellate" può essere effettuata:
- contestualmente alla costruzione di un edificio ed, in tal caso, dovrà essere autorizzata con lo stesso provvedimento abilitativo che riguarda l'edificio medesimo;
- al servizio di un edificio preesistente: ed in tal caso potrebbe essere considerata alla stregua del regime delle opere pertinenziali;
- indipendentemente dall'esistenza e dalla costruzione di un fabbricato (con interventi assai variegati quanto alle caratteristiche costruttive ed ai materiali usati): ed in tal caso potrà farsi ricorso anche alla denuncia di inizio dell'attività, ma la disciplina da applicare dovrà essere individuata caso per caso.
2. Non può essere rilasciata una concessione edilizia c.d. "in precario", con la quale l'amministrazione comunale consenta una situazione di palese abuso edilizio (per contrasto con le prescrizioni urbanistiche di zona) sulla base del solo impegno del costruttore di rimuovere in futuro i manufatti contrastanti con le indicazioni di piano, anche su semplice richiesta dello stesso Comune e breve preavviso, in quanto, oltre a snaturare la tipicità della concessione di costruzione, non potrebbe avere altra funzione che quella di tollerare una situazione di evidente abuso edilizio
(Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 03.10.2008 n. 37578 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATANuova costruzione - Nozione - Permanenza - Materiali - Non rilevano - Carattere di stagionalità, temporaneità, periodicità - Assenza.
Un manufatto deve essere considerato nuova costruzione quando introduce una modifica stabile del territorio. Il carattere permanente di tale modifica non si misura in base alla stabilità delle opere (come avviene quando i materiali utilizzati non siano amovibili con mezzi ordinari) ma in base alla funzione svolta nel tempo dalla nuova struttura. La modifica del territorio può quindi essere realizzata anche con materiali amovibili o modulari ma se manca qualsiasi elemento di stagionalità, temporaneità o periodicità nella presenza in loco della nuova struttura si ricade per esclusione nella categoria della nuova costruzione (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, sentenza 10.09.2008 n. 990 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' subordinata al rilascio di concessione edilizia ogni opera che non sia temporanea e contingente - Natura precaria dell'opera - Temporaneità della destinazione dell'opera - Non sussiste - Uso temporaneo e precario per fini specifici - Sussiste.
Sono subordinati al rilascio di concessione edilizia non solo i manufatti tradizionalmente compresi nelle attività murarie, ma anche le opere di ogni genere con le quali si intervenga sul suolo o nel suolo, senza che abbia rilevanza giuridica il mezzo tecnico con cui sia stata assicurata la stabilità del manufatto, che può, essere infisso o anche appoggiato al suolo, in quanto la stabilità non va confusa con l'irremovibilità della struttura o con la perpetuità della funzione ad essa assegnata, ma si estrinseca nella oggettiva destinazione dell'opera a soddisfare bisogni non provvisori, ossia nell'attitudine ad una utilizzazione che non abbia il carattere della precarietà, cioè non sia temporanea e contingente. La natura precaria di un manufatto, quindi, non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione dell'opera come attribuitale dal costruttore, ma deve risultare dalla intrinseca destinazione materiale della stessa ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 10.09.2008 n. 4047 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Non è precaria una struttura saldamente ancorata al terreno e che non è destinata a soddisfare una necessità contingente.
Come affermato in fattispecie analoga da questa Sezione (cfr. 22.03.2007, n. 2725), deve escludersi per la realizzazione di una struttura, saldamente ancorata al terreno, di rilevanti dimensioni, avente una propria autonomia funzionale (struttura in tubolari di ferro e plastica che ricopre un’area di mq. 50 circa ed alta mt. 5 circa, … ancorata al suolo mediante bullonatura; per tale condizione e visto l’ingombro ha caratteristica di inamovibilità e destinata al gioco per bambini) il carattere della precarietà del manufatto, sia per il sistema fisso di ancoraggio al suolo, sia –soprattutto- per il fatto che la costruzione non è destinata a soddisfare una necessità contingente (per essere, poi, prontamente rimossa), ma durevole nel tempo.
Deve altresì escludersi la prospettata natura pertinenziale (rispetto al locale di ristorazione), trattandosi di struttura chiaramente suscettibile di utilizzazione autonoma e separata (cfr. questa Sezione, 08.06.2007, n. 6038); in definitiva, più che un “intervento di ristrutturazione edilizia”, appare configurabile, nel caso di specie, un “intervento di nuova costruzione”, in quanto non si è proceduto alla trasformazione di un organismo edilizio preesistente, ma alla costruzione ex novo di un manufatto fuori terra, non pertinenziale, ancorché avente carattere “leggero” (cfr. art. 3, comma 1°, lett. e.5), D.P.R. n. 380/2001); si tratta comunque, in ogni caso, di un intervento sempre subordinato a permesso di costruire (come stabilito, in relazione ad entrambe le ipotesi, dal successivo art. 10, comma 1°, lett. a-c), con conseguente applicabilità, in caso di assenza di titolo edilizio, della disciplina sanzionatoria prevista dall’art. 33 dello stesso D.P.R. (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 01.08.2008 n. 9710 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Opere precarie.
La natura precaria di un manufatto, ai fini dell'esenzione dalla concessione edilizia o permesso di costruire, non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all'opera dal costruttore, ma deve ricollegarsi ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici e cronologicamente delimitati, non essendo certamente sufficiente che si tratti di un manufatto smontabile e non infisso al suolo (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 29.07.2008 n. 31467 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATAAbuso edilizio - Carattere della precarietà - Rapida amovibilità e tipo di ancoraggio - Non rileva - Stabile utilizzazione - Rileva.
Il carattere precario di una costruzione non va desunto dalla sua facile e rapida amovibilità né dal tipo di ancoraggio al suolo, bensì dalla stabile utilizzazione e in generale dalla sua obiettiva destinazione a soddisfare esigenze durevoli nel tempo
(massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, sentenza 20.06.2008 n. 707 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nozione di veranda in senso tecnico-giuridico - Mancanza di precarietà - Permesso di costruire - Necessità - Realizzazione di una veranda - Classificazione come intervento di manutenzione straordinaria e di restauro - Esclusione.
La realizzazione di una veranda, anche mediante chiusura a mezzo di installazione di pannelli di vetro su intelaiatura metallica od altri elementi costruttivi, non costituisce intervento di manutenzione straordinaria e di restauro, ma è opera soggetta già a concessione edilizia ed attualmente a permesso di costruire (tra le tante, Cass., Sez. III: 18.09.2007, n. 35011, Camarda; Cass., 28.10.2004, D'Aurelio; Cass., 27.03.2000, n. 3879, Spaventi). Il medesimo orientamento si rinviene nelle decisioni dei giudici amministrativi (vedi Cons. Stato, Sez. V: 08.04.1999, n. 394 e 22.07.1992, n. 67.5, nonché Cons. giust. amm. sic., Sez. riunite, 15.10.1991, n. 345). In particolare, una veranda è da considerarsi, in senso tecnico-giuridico, un nuovo locale autonomamente utilizzabile e difetta normalmente del carattere di precarietà, trattandosi di opera destinata non a sopperire ad esigenze temporanee e contingenti con la sua successiva rimozione, ma a durare nel tempo, ampliando così il godimento dell'immobile.
Veranda - Natura "precaria" di un manufatto - Presupposti - Fini specifici, contingenti e limitati nel tempo - Giurisprudenza.
La natura "precaria" di un manufatto -secondo giurisprudenza costante [Cass., Sez. III: 13.06.2006, n. 20189, ric. Cavallini; 27.09.2004, n. 37992, ric. Mandò; 10.06.2003, n. 24898, ric. Nagni; 10.10.1999, n. 11839, ric. Piparo; 26.03.1999, n. 4002, ric. Bortolotti]- ai fini dell'esenzione dal permesso di costruire (già concessione edilizia), non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all'opera dal costruttore ma deve ricollegarsi alla intrinseca destinazione materiale di essa ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con conseguente e sollecita eliminazione, non essendo sufficiente che si tratti eventualmente di un manufatto smontabile e/o non infisso al suolo (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 13.06.2008 n. 23086 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATAVeranda.
Una veranda è da considerarsi, in senso tecnico-giuridico, un nuovo locale autonomamente utilizzabile e difetta normalmente del carattere di precarietà, trattandosi di opera destinata non a sopperire ad esigenze temporanee e contingenti con la sua successiva rimozione, ma a durare nel tempo, ampliando così il godimento dell'immobile (Corte di Cassazione, Sez. III penale,
sentenza 13.06.2008 n. 23086 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Opere precarie (piccolo santuario).
La natura "precaria" di un manufatto ai fini dell'esenzione dal permesso di costruire (già concessione edilizia), non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all'opera dal costruttore ma deve ricollegarsi alla intrinseca destinazione materiale di essa ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con conseguente e sollecita eliminazione, non essendo sufficiente che si tratti eventualmente di un manufatto smontabile e/o non infisso al suolo (fattispecie relativa a costruzione di un piccolo santuario formato da una tettoia e da blocchi di tufo in funzione di sedili) (Corte di Cassazione, Sez. III penale,
sentenza 28.05.2008 n. 21210 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATALa precarietà di un manufatto edilizio che ne giustifica il non assoggettamento a concessione edilizia dipende non già dai materiali utilizzati o dal sistema del suo ancoraggio al suolo bensì dall'uso cui esso è destinato, per cui tale precarietà deve essere esclusa ogni qual volta l'opera sia destinata a dare un'utilità prolungata nel tempo, ancorché a termine in relazione all'obiettiva ed intrinseca destinazione naturale del manufatto.
La precarietà di un manufatto edilizio che ne giustifica il non assoggettamento a concessione edilizia dipende non già dai materiali utilizzati o dal sistema del suo ancoraggio al suolo bensì dall'uso cui esso è destinato, per cui tale precarietà deve essere esclusa ogni qual volta l'opera sia destinata a dare un'utilità prolungata nel tempo, ancorché a termine in relazione all'obiettiva ed intrinseca destinazione naturale del manufatto (cfr. Tar Lombardia, Sez staccata di Brescia 15.07.1993, n. 619).
Nel caso di specie, come risulta dall’ordinanza di demolizione, il container in questione era adibito a ufficio (e tale elemento non è stato contraddetto dalla ricorrente), di conseguenza deve ritenersi che tale manufatto, non essendo destinato a soddisfare esigenze temporanee ed incidendo in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio, sia assoggettabile a permesso di costruzione con conseguente applicabilità del regime demolitorio di cui all'art. 7 l. 28.02.1985 n. 47
(TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 04.04.2008 n. 1911 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANon è affatto pacifico in giurisprudenza che la tettoia possa essere qualificato come un intervento realizzabile senza il permesso a costruire (per la asserita natura di bene precario) ovvero essere ricondotto sic et simpliciter ad un intervento manutentivo straordinario.
Il Collegio evidenzia –come peraltro già ampiamente illustrato in precedenti pronunce della Sezione (cfr. TAR Napoli, sezione VI, n. 961/2007)– che non è affatto pacifico in giurisprudenza che la tettoia possa essere qualificato come un intervento realizzabile senza il permesso a costruire (per la asserita natura di bene precario) ovvero essere ricondotto sic et simpliciter ad un intervento manutentivo straordinario.
Numerose pronunce, infatti, evidenziano in linea generale che la realizzazione di una tettoia è soggetta a concessione edilizia ai sensi dell'art. 1 L. 28.01.1977 n. 10 in quanto essa, pur avendo carattere pertinenziale rispetto all'immobile cui essa accede, incide sull'assetto edilizio preesistente; ovvero che la costruzione di una tettoia non rientra nel concetto di manutenzione straordinaria, atteso che quest'ultima si fonda sul duplice presupposto che i lavori progettati siano preordinati alla mera rinnovazione o sostituzione di parti dell'edificio o alla realizzazione di impianti igienico sanitari e che i volumi e le superfici preesistenti non vengano alterati o non siano destinati ad altro uso (cfr., TAR Campania–Napoli nr. 12962 - 20.10.2003; TAR Puglia–Bari, 3573 nr. 25.09.2003; TAR Sicilia–Catania nr. 1061 - 01.07.2003; TAR Campania–Napoli nr. 897 - 18.02.2003)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 03.04.2008 n. 1831 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Carattere precario dei manufatti edilizi - E' necessario che le opere siano destinate ad un uso limitato nel tempo e per fini specifici e temporanei.
In ordine al carattere precario di opere edilizie, ciò che rileva al fine di qualificare in tal modo i manufatti realizzati, non è tanto la consistenza degli stessi, quanto piuttosto la destinazione ad un'utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l'alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante: infatti, perché un'opera edilizia avente carattere precario, in forza della sua facile amovibilità, venga sottratta all'obbligo di rilascio del titolo abilitativo edilizio, è necessario che sia destinata ad un uso molto limitato nel tempo, per fini specifici e temporanei
(massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 02.04.2008 n. 702).

EDILIZIA PRIVATAConcessione edilizia, utilità prolungata, precarietà dell’opera, esclusione.
Ai fini della concessione edilizia, la precarietà della costruzione va presunta dalla funzione assolta dal manufatto e non dalla struttura e dalla qualità dei materiali usati. La precarietà dell’opera va comunque esclusa quando si tratti di costruzione destinata ad utilità prolungata (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 28.03.2008 n. 1354 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATAManufatti precari.
Sono considerati precari i manufatti destinati a soddisfare esigente contingenti, specifiche, cronologicamente determinate ed a essere rimossi dopo il momentaneo uso; il requisito della precarietà non può essere collegato al carattere di stabilità temporanea soggettivamente attribuito alla costruzione, ma va individuato in relazione alla oggettiva ed intrinseca finalità dell' opera. Pertanto, manufatti destinati allo addestramento dei cani presentano caratteristiche non conciliabili con un uso temporaneo e contingente a nulla rilevando il materiale usato per la edificazione e la facile rimovibilità della stessa (Corte di Cassazione, Sez. III penale,
sentenza 12.03.2008 n. 11111 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sulla necessità o meno del permesso di costruire per una struttura precaria (stagionale) a servizio di un esercizio commerciale.
Come già rilevato dalla Sezione sulla scorta di una costante giurisprudenza (v. sent. n. 35 del 22.01.2008), necessita di concessione edilizia, ora permesso di costruire, il manufatto che, pur se non infisso al suolo ma soltanto aderente allo stesso in modo stabile, è tuttavia destinato ad una utilizzazione perdurante nel tempo, atteso che produce trasformazione urbanistica ogni intervento che alteri in modo rilevante e duraturo lo stato del territorio, a nulla rilevando l’eventuale precarietà strutturale del manufatto che non si traduca in un suo uso per fini contingenti e specifici, ma riguardi una destinazione continuativa, anche se l’impiego del bene è circoscritto ad una parte sola dell’anno (v., tra le altre, Cons. Stato, Sez. V, 01.12.2003 n. 7822 e 11.02.2003 n. 696).
La circostanza, quindi, che si sia nella fattispecie assentita, a seguito di d.i.a., l’installazione di pannelli traslucidi che delimitano lo spazio antistante il “pub-birreria” onde consentirvi la collocazione di sedie e tavolini sormontati da ombrelloni di tela, realizzando il sostanziale ampliamento della superficie commerciale per tutto il periodo dell’anno che eccede la stagione estiva, integra quella rilevante e non precaria trasformazione del territorio che richiede il rilascio del permesso di costruire, atteso che l’utilizzo apparentemente limitato nel tempo, se in sé destinato a ripetersi ciclicamente negli anni a venire, impone all’Amministrazione comunale il rituale accertamento della compatibilità dell’intervento con le norme che regolano l’uso del territorio e non può determinare, attraverso il frazionamento annuale delle operazioni di montaggio e smontaggio della struttura (e la conseguente artificiosa suddivisione in autonomi periodi di un intervento in realtà unitario), l’elusione delle norme che obbligano alla previa verifica dell’Autorità pubblica; né hanno ragione le controparti nell’invocare l’art. 8 della legge reg. n. 31 del 2002, che assoggetta a d.i.a. gli “interventi di manutenzione straordinaria”, ovvero le “opere e le modifiche necessarie per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici, nonché per realizzare ed integrare i servizi igienico-sanitari e tecnologici, sempre che non alterino i volumi e le superfici delle singole unità immobiliari e non comportino modifiche delle destinazioni d’uso” (v. allegato alla legge reg.), in quanto l’addotta carenza del tamponamento integrale degli spazi vuoti laterali, lungi dall’implicare la realizzazione di un mero arredo di spazi esterni, non fa in realtà venire meno l’impegno stabile a tali fini della superficie corrispondente e la sua conseguente rilevanza anche in termini di carico urbanistico (TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 19.02.2008 n. 102 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2007

EDILIZIA PRIVATA:    P. Verderosa, Stagionalità e precarietà delle opere (con specificità riferita alla Regione Puglia) (link a http://appinter.csm.it).

EDILIZIA PRIVATA: D. Foderini, Opere precarie ma con limitazioni (link a http://vetrina.ilsole24ore.com/consulenteimmobiliare).

EDILIZIA PRIVATA: Manufatti precari (ricovero animali).
La nozione di precarietà non si incentra sulla natura dei materiali usati o sulla loro facile rimozione, ma deve essere parametrata alle esigenze che il manufatto è destinato a soddisfare; pertanto, non può definirsi precaria la costruzione di un manufatto utilizzato per ricovero di animali che comporta una stabilità dell’insediamento ed è indicativa di un impegno effettivo e durevole del territorio (Corte di Cassazione, Sez. III penale,
sentenza 05.12.2007 n. 45247 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATAIllecito edilizio - Considerazione dell'amovibilità del manufatto ai fini della qualificazione dell'illiceità dell'opera - Non rileva - Destinazione oggettiva - Rileva.
Non è la maggiore o minore amovibilità delle parti che compongono un manufatto a determinarne la precarietà, ma la sua oggettiva destinazione.
Conseguentemente, legittimo l'ordine di riduzione in pristino ogni qual volta l'opera realizzata in assenza di titolo sia chiaramente suscettibili di un'utilizzazione perdurante nel tempo, non potendosi in detta ipotesi considerare temporanea, precaria o irrilevante l'alterazione del territorio (TAR Lombardia-Brescia,
sentenza 23.10.2007 n. 913 - massima tratta da www.solom.it - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATARelativamente alle opere precarie non rileva il carattere provvisorio della struttura, in quanto in materia edilizia ciò che rileva è l’oggettiva idoneità del manufatto ad incidere sullo stato dei luoghi a prescindere dall’intenzione del proprietario in ordine alla sua utilizzabilità, sicché, come ha chiarito la giurisprudenza, la precarietà va esclusa ogni qualvolta l'opera sia destinata a dare un'utilità prolungata nel tempo, ancorché a termine, in relazione all'obiettiva ed intrinseca destinazione naturale del manufatto.
Il collegio rileva che il titolo necessario per l’esercizio dell’attività edilizia dipende dalla idoneità o meno delle opere a realizzare la trasformazione permanente del territorio dalla quale l'art. 1 della L. n. 10/1977 fa discendere la necessità della concessione edilizia.
Nel caso di specie i manufatti, come risulta dal provvedimento impugnato e riconosciuto dalla stessa ricorrente, anche se non di grande dimensione, sono idonei a modificare il territorio in modo permanente e non possono essere configurati come pertinenza ai sensi dell’ art. 7 d.l. 23.01.1982 n. 9, convertito con modificazioni nella l. 25.03.1982 n. 94, in quanto la nozione urbanistica di pertinenza e' assai più ristretta di quella prevista dall'art. 817 del codice civile ed è configurabile solo quando l’opera non abbia un consistente ed autonomo impatto sul territorio (si veda in proposito la sentenza del Consiglio Stato sez. V, 23.03.2000, n. 1600).
Né rileva il carattere provvisorio della struttura, in quanto in materia edilizia ciò che rileva è l’oggettiva idoneità del manufatto ad incidere sullo stato dei luoghi a prescindere dall’intenzione del proprietario in ordine alla sua utilizzabilità, sicché, come ha chiarito la giurisprudenza, la precarietà va esclusa ogni qualvolta l'opera sia destinata a dare un'utilità prolungata nel tempo, ancorché a termine, in relazione all'obiettiva ed intrinseca destinazione naturale del manufatto ( Consiglio Stato sez. V, 15.06.2000, n. 3321) (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 11.10.2007 n. 2286 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Permesso di costruire - Cd. opere precarie, funzionali - Disciplina - Artt. 3 e 10 del d.p.r. 380/2001.
Ai sensi del combinato disposto degli artt. 3 e 10 del d.p.r. 380/2001, è richiesto il permesso di costruire per tutte le attività qualificabili come interventi di nuova costruzione che comportano la trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio. Tanto, però, deve ritenersi necessario solo in riferimento alle ipotesi di trasformazioni potenzialmente durevoli e non già nel caso di costruzioni provvisorie. Restano, invece, sottratte al regime autorizzatorio le opere cd. precarie, funzionali cioè ad esigenze contingenti e temporalmente circoscritte, cessate le quali sono destinate ad essere rimosse.
P.R.G. - Deroga allo strumento urbanistico - Clausola di “precarieta” di un’opera - Esclusione - Profilo cd. Funzionale - Oggettiva destinazione impressa al manufatto - Permesso di costruire.
E’ escluso dall’ordinamento la possibilità di apporre una clausola di “precarieta” ad un titolo autorizzatorio operante in deroga allo strumento urbanistico vigente ed alle sue previsioni. Diversamente opinando, anche la realizzazione di un consistente fabbricato potrebbe paradossalmente ottenere la qualificazione di opera precaria per il solo fatto che il relativo titolo di legittimazione venga rilasciato sotto l’irrituale condizione di un successivo riesame da condurre alla stregua dell’esito (peraltro del tutto incerto) del procedimento di approvazione di uno strumento urbanistico in itinere. Sicché, neppure valgono, a reggere il permesso di costruire oggetto di gravame le prescrizioni -ancorché favorevoli- del P.R.G. in itinere.
Opere precarie - Requisito della temporaneità - Criterio oggettivo - Fini specifici e cronologicamente delimitabili - Giurisprudenza.
In tema di opere precarie, il requisito della temporaneità va apprezzato con criterio oggettivo avuto riguardo all’oggetto della costruzione nei suoi obiettivi dati tecnici e deve, dunque, ricollegarsi alla sua destinazione materiale, che ne evidenzi un uso realmente precario o temporaneo, per fini specifici e cronologicamente delimitabili (cfr. Consiglio Stato, sez. V, 24.02.2003, n. 986; Consiglio di Stato, Sez. V, n. 5828 del 30.10.2000; Consiglio Stato, sez. V, 24.02.1996, n. 226; CdS Sez. V 23.01.1995; Cass. Sez. III 28.01.1997; Cass. Sez. III 04.10.1996) (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 23.04.2007 n. 4217 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATAIl carattere di precarietà di una costruzione, ai fini edilizi, non va desunto dalla eventualmente facile e rapida rimovibilità dell'opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, ma dal fatto che la costruzione appaia destinata a soddisfare una necessità contingente ed essere, poi, prontamente rimosso.
Il carattere di precarietà di una costruzione, ai fini edilizi, non va desunto dalla eventualmente facile e rapida rimovibilità dell'opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, ma dal fatto che la costruzione appaia destinata a soddisfare una necessità contingente ed essere, poi, prontamente rimosso (TAR Piemonte, sez. I, 10.05.2006, n. 2073, TAR Campania-Napoli, sez. IV, 16.07.2002, n. 4141; Consiglio Stato, sez. V, 08.04.1999, n. 394; TAR Lazio, sez. II, 17.07.1986, n. 1156) (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 22.03.2007 n. 2725 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Posizionamento di struttura in legno munita di ruote per il ricovero di attrezzi - Stabilità nel tempo della collocazione su suolo privato - Necessità di munirsi di titolo edilizio - Sussiste - Ordinanza di demolizione - Legittimità - Sussiste.
E' necessario il rilascio di una concessione edilizia per il deposito di una struttura in legno, dotata di ruote e destinata al ricovero di attrezzi, stabilmente ubicata all'interno di un suolo privato qualora dall'istallazione sia decorso un notevole lasso di tempo, idoneo a determinare una situazione di stabilità tale da qualificare la struttura come vera e propria costruzione edilizia, che pertanto ben può essere oggetto di sanzione demolitoria (TAR Lombardia-Milano, Sez. II,
sentenza 15.02.2007 n. 263 - massima tratta da www.solom.it - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Natura precaria di una costruzione - Nozione - Destinazione oggettiva della opera - Fattispecie - Reato edilizio - Realizzazione abusiva di una veranda - Demolizione del manufatto.
La natura precaria di una costruzione non dipende dal tipo di materiali usati o dalla tecnica costruttiva o dalla facile rimovibilità della struttura, ma dalla destinazione oggettiva della opera. (Nella specie, è stato ritenuto esistente il reato edilizio ed ordinata la demolizione del manufatto, in relazione all’edificazione abusiva di una veranda, presentata come una struttura volante fatta con un cannucciato ed un telo di limitate dimensioni avente l'unica funzione di riparare dal sole).
Natura precaria di una costruzione - Nozione - Manufatti di assoluta ed evidente precarietà - Permesso di costruire - Necessità - Esclusione.
In materia edilizia, le costruzioni di natura precaria, non necessitino di permesso di costruire i manufatti di assoluta ed evidente precarietà destinati a soddisfare esigenze contingenti, specifiche, cronologicamente delimitate e ad essere rimossi dopo il momentaneo uso (Corte di Cassazione, Sez. III penale,
sentenza 12.01.2007 n. 455 - link a www.ambientediritto.it).

anno 2006

EDILIZIA PRIVATASulla precarietà o meno della copertura di una piscina scoperta.
Il progettato intervento -consistente nella realizzazione di una struttura telescopica (a copertura di una piscina) in metallo e vetro, con due lati estremi fissi e con altezza utile media superiore a tre metri– non appare caratterizzato dalla pertinenzialità e temporaneità, requisiti, questi, che varrebbero ad escludere la sua consistenza di “volume”: il carattere precario di una costruzione, invero, non va desunto dalla sua più o meno facile rimovibilità o dalla fissità del suo ancoraggio al suolo, bensì dal fatto che essa sia idonea a soddisfare esigenze transitorie (e non continuative nel tempo, ancorché limitate ad un periodo dell’anno) e sia destinata alla demolizione spontanea quando sia cessato l’uso (giurisprudenza pacifica: cfr. Cass. pen., III, 14.02-12.03.2004 n. 11880; CdS, V, 11.02.2003 n. 696 e, da ultimo, TAR Piemonte, 10.05.2006 n. 2073) (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 18.12.2006 n. 4095 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Concessione edilizia - Apposizione della clausola di precarietà - Conseguenze - Annullamento della concessione - Condizioni.
L’apposizione di una clausola di precarietà in sede di rilascio di una concessione edilizia (clausola peraltro mai richiesta dalla ricorrente) è idonea a costituire motivo di annullamento di una concessione edilizia, solo nel caso in cui sia dimostrato che in assenza di tale clausola l’intervento non era assentibile. In tutti gli altri casi, l’illegittimità della clausola può condurre al massimo alla eliminazione della stessa, ma non dell’intero provvedimento, rispetto al quale la clausola non
costituiva elemento essenziale (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 04.09.2006 n. 5096 - link a www.ambientelegale.it).

EDILIZIA PRIVATAPer consolidato orientamento giurisprudenziale, il carattere precario di una “costruzione” urbanisticamente rilevante (ai fini dell’esenzione dalla concessione edilizia, ed oggi dal permesso di costruire) non va desunto dalla eventualmente facile e rapida rimovibilità dell’opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, bensì dal fatto che la costruzione appaia ex ante destinata a soddisfare esigenze transitorie e sia destinata alla demolizione spontanea quando ne venga a cessare l’uso.
Conseguentemente, non può riconoscersi il carattere della precarietà ad una struttura che, per quanto destinata ad essere utilizzata in una sola parte dell’anno, sia comunque preordinata ad un uso continuativo in futuro e non ne sia perciò prevista la demolizione al termine dello stesso.

- Considerato che l’oggetto dell’ingiunzione a demolire è costituito dal dehors di un pubblico esercizio, realizzato in struttura metallica e ricoperto da un telo che viene rimosso in inverno, in cui sono stati installati un forno, un bancone con piano di lavoro, un bancone frigo, un angolo bar, una cassa, un servizio igienico ed alcune celle frigo;
- Considerato che il Comune ne ha ingiunto la demolizione sul rilievo che detta struttura non riveste il carattere della precarietà e pertanto necessita della concessione edilizia, nel caso concreto mai richiesta;
- Considerato che, con il primo motivo, il ricorrente sostiene che la struttura in questione avrebbe invece carattere precario, in quanto destinata ad essere utilizzata soltanto nei mesi estivi e suscettibile di facile rimozione, e quindi sarebbe soggetta al regime autorizzatorio di cui all’art. 56, lett. c), L.R. 05.12.1977, n. 56;
- Ritenuto che la censura deve essere disattesa, in quanto, per consolidato orientamento giurisprudenziale, il carattere precario di una “costruzione” urbanisticamente rilevante (ai fini dell’esenzione dalla concessione edilizia, ed oggi dal permesso di costruire) non va desunto dalla eventualmente facile e rapida rimovibilità dell’opera, ovvero dal tipo più o meno fisso del suo ancoraggio al suolo, bensì dal fatto che la costruzione appaia ex ante destinata a soddisfare esigenze transitorie e sia destinata alla demolizione spontanea quando ne venga a cessare l’uso (Cons. St., V, 12.03.1996, n. 247; Cons. St., IV, 02.04.1996, n. 440);
- Ritenuto che, alla luce di tale principio, non può riconoscersi il carattere della precarietà ad una struttura che, per quanto destinata ad essere utilizzata in una sola parte dell’anno, sia comunque preordinata ad un uso continuativo in futuro e non ne sia perciò prevista la demolizione al termine dello stesso
(TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 16.05.2006 n. 2073 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAUna serra, quando consiste in un manufatto infisso al suolo, benché abbia carattere di relativa mobilità, rientra nel concetto di opera di fabbricazione, avendo attitudine a permanere nel tempo ed a influire sulla razionale sistemazione del territorio, così che essa necessita della preventiva concessione edilizia.
Secondo la giurisprudenza, la costruzione di una serra che, pur costituita da strutture agevolmente rimovibili, sia destinata a far fronte ad esigenze continuative connesse a coltivazioni ortofrutticole, in quanto destinata ad alterare in modo duraturo l’effetto urbanistico–territoriale, è soggetta al previo rilascio della concessione edilizia (C.d.S., sez. V, 08.06.2000, n. 3247); è stato, d’altra parte, chiarito che una serra, quando consiste in un manufatto infisso al suolo, benché abbia carattere di relativa mobilità, rientra nel concetto di opera di fabbricazione, avendo attitudine a permanere nel tempo ed a influire sulla razionale sistemazione del territorio, così che essa necessita della preventiva concessione edilizia (C.d.S., sez. V, 25.11.1988, n. 760), laddove è stata esclusa la necessità del predetto titolo abilitativo solo per l’ipotesi di una serra costruita su un fondo destinato ad uso agricolo, per finalità inerenti esclusivamente alla coltivazione del terreno, fuori dal centro abitato, formata di materiali facilmente amovibili, non infissa stabilmente al suolo o eseguita con opere murarie né collegata con altre opere costruttive edilizie o che abbia dimensioni tali da non incidere negativamente sull’ambiente circostante (C.d.S., sez. V, 14.03.1980, n. 284).
E' del tutto irrilevante (oltre che generico) il fatto che, come si legge nella richiesta di rilascio della concessione edilizia in data 31.07.1984, le predette serre dovessero utilizzate per soli fini agricoli e per la coltivazione di pianti e fiori: infatti, come ha avuto modo di precisare la giurisprudenza (Cass. Pen., sez. III, 12.05.1981) la serricultura costituisce un sistema protettivo delle piantagioni in grado di creare condizioni agronomiche ottimali per lo sviluppo dei prodotti orto–floricoli, ma l’impianto serra deve essere valutato non già in ragione della sua destinazione e funzione (che, risolvendosi in una mera attività di gestione agricola del suolo, non interessa la disciplina urbanistica), bensì in relazione alla sua struttura e alla sua attitudine a protrarsi nel tempo e a incidere sul territorio (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 06.03.2006 n. 1119 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2005

EDILIZIA PRIVATA: Sulla precarietà o meno di una serra e conseguente necessità o meno della preventiva concessione edilizia.
La realizzazione di serre può essere sottratta all’ordinario regime edilizio, con la necessità del preventivo rilascio del permesso di costruire, solo nel caso in cui il sistema adottato per la protezione delle colture sia precario e non preveda metodi stabili di ancoraggio al suolo; diversamente, la realizzazione di serre destinate a far fronte ad esigenze continuative, stabilmente fissate al suolo, e che comunque alterano in modo duraturo l’assetto urbanistico, configura il reato di cui all’art. 44 del D.P.R. n. 380/2001 (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 16.11.2005 n. 46767).

EDILIZIA PRIVATA: PREFABBRICATO E/O CONTAINER - OPERA PRECARIA - ESCLUSIONE.
L'opera è precaria solo se la sua destinazione è transitoria a prescindere dalla tipologia della struttura, dai suoi materiali, dalla infissione al suolo e dai mezzi tecnici utilizzati per assicurare la stabilità al suolo.
Un prefabbricato ultimato ed arredato con finalità abitative e dotato dei collegamenti idrici ed elettrici idonei a garantire la fornitura dei servizi essenziali per l'uso abitativo consente di escludere il carattere precario dell'opera. Appare infatti, evidente che la destinazione della struttura non può ritenersi provvisoria bensì durevole ed adibita in modo continuativo alla finalità residenziale (come si evince dall'arredamento e dagli allacciamenti alle reti idrica ed elettrica), elementi inequivocamente indicativi della intenzionalità di destinare il prefabbricato all'uso abitativo stabile
SUSSISTENZA DEI REATI URBANISTICI ED AMBIENTALI.
Ne discende la sussistenza dei reati urbanistici ed ambientali ascrivibili alla odierna imputata tenuto conto dell'impatto della struttura sull'area soggetta ai vincoli paesistici di inedificabilità assoluta (la zona ricade peraltro nel Parco nazionale del Vesuvio) e della trasformazione permanente dell'ordinato assetto del territorio determinata dalla installazione del prefabbricato idonea ad alterare e modificare lo stato dei luoghi da cui la necessità dell'intervento autorizzatorio della Pubblica Amministrazione
ELIMINAZIONE SPONTANEA DELL'OPERA PRIMA DEL GIUDIZIO.
Non è esclusa la penale responsabilità dalla sopravvenuta eliminazione della struttura. Invero, l'avvenuto ripristino dello stato dei luoghi all'esito dell'accertamento dell'infrazione, è un mero elemento indicativo della condotta positiva dell'imputata da valutarsi favorevolmente in sede di graduazione della pena ma che di per sè non esclude la configurabilità del reato neppure sotto il profilo psicologico del reato (il privato che intende edificare non può infatti ignorare la normativa vigente ed è tenuto ad informarsi sulla necessità o meno di titoli autorizzatori) (TRIBUNALE di Nola, sentenza 17.10.2005 - link a www.iussit.it).

EDILIZIA PRIVATA: Manufatto precario.
La natura “precaria” di un manufatto, ai fini dell’esenzione della concessione edilizia (ora, dal permesso di costruire) non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all’opera dal costruttore, ma deve ricollegarsi all’intrinseca destinazione materiale di essa a un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con conseguente e sollecita eliminazione, non essendo sufficiente che si tratti eventualmente di un manufatto smontabile e/o non infisso al suolo (nella specie, la Corte ha ritenuto corretta e adeguatamente motivata la decisione di merito che aveva escluso il requisito della temporaneità, non ravvisando un uso realmente precario di un manufatto –con struttura in metallo e copertura in materiale plastico, avente le dimensioni di mq. 42,00 x 12,50 per un’altezza di m. 7,50, appoggiato su di un lato a un terrapieno esistente, previa tompagnatura– stabilmente destinato a servizio dell’attività imprenditoriale svolta dall’imputato) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 10.06.2005 n. 21956 - link a www.collegiogeometri.como.it).

EDILIZIA PRIVATALa maggiore o minore facilità di rimozione non rileva, infatti, ai fini della qualificazione di un’opera edilizia in termini di precarietà.
Neppure assumono una valenza decisiva, in tal senso, la struttura del manufatto abusivo, la sua tipologia o i materiali utilizzati.
Ciò che rileva al fine della qualificazione di un’opera edilizia come precaria è, invece (come affermato dalla giurisprudenza consolidata e condiviso dal Collegio), la funzione cui è obiettivamente finalizzata l’opera, con la conseguenza che solamente le costruzioni destinate ab origine al soddisfacimento di esigenze contingenti e circoscritte nel tempo saranno esenti dall’obbligo della concessione, mentre vi saranno assoggettate le opere destinate ad una utilizzazione perdurante nel tempo.
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La struttura realizzata dal ricorrente, in assenza di titolo autorizzativo e sul balcone dell’alloggio di proprietà, è costituita da un telaio a supporto di pannelli trasparenti scorrevoli; detto telaio delimita completamente il perimetro costituito dal parapetto del balcone ed è ancorato al parapetto medesimo e all’intradosso della soletta sovrastante.
Il manufatto abusivo è stato realizzato all’evidente fine di migliorare la fruizione dell’alloggio, offrendo una protezione dagli agenti atmosferici e ampliando gli spazi utilizzabili.
Esso non è quindi destinato a soddisfare esigenze temporanee, mediante una utilizzazione circoscritta nel tempo, bensì è finalizzato ad un utilizzo tendenzialmente durevole, con obiettivi caratteri di stabilità.
Ne consegue che l’opera edilizia, non connotabile in termini di precarietà, era soggetta al rilascio di concessione edificatoria.
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L’assenza di connotati di precarietà del manufatto, peraltro di non irrilevante impatto visivo, fa sì che la costruzione abbia stabilmente modificato la superficie e la volumetria dell’immobile.
Deve altresì osservarsi come l’opera in questione costituisca sostanzialmente una veranda chiusa con superfici trasparenti, seppure scorrevoli su pannelli mobili, la cui apposizione all’edificio di abitazione ne ha alterato la sagoma, realizzando una trasformazione edilizia duratura che necessitava di concessione edilizia.
Ne consegue che legittimamente il Sindaco di Novara, accertata l’esecuzione di opere in assenza di concessione, ne ha disposto la rimozione.

E’ contestata nel presente giudizio la legittimità del provvedimento R.G. n. 2 del 09.01.1998, notificato il successivo 14 gennaio, con il quale il Sindaco di Novara ha ordinato la rimozione della struttura realizzata dal ricorrente, in assenza di titolo autorizzativo, sul balcone dell’alloggio di proprietà (recte: dell’alloggio di cui, all’epoca dei fatti, era promissario acquirente).
Il manufatto abusivo è costituito da un telaio a supporto di pannelli trasparenti scorrevoli; detto telaio delimita completamente il perimetro costituito dal parapetto del balcone ed è ancorato al parapetto medesimo e all’intradosso della soletta sovrastante.
Con l’unico motivo di gravame il ricorrente deduce l’illegittimità del provvedimento sanzionatorio adottato dal Comune di Novara, sostenendo che la struttura di cui è stata ordinata la rimozione, “lungi dall’essere fissa ed inamovibile”, è semplicemente fissata al parapetto del balcone mediante tenute di sicurezza, paragonabili ai sostegni utilizzati per l’installazione di tende parasole, e costituirebbe pertanto opera precaria, non soggetta al rilascio di concessione edilizia.
Il motivo è privo di pregio.
La maggiore o minore facilità di rimozione non rileva, infatti, ai fini della qualificazione di un’opera edilizia in termini di precarietà (cfr., ex multis, Cons. Stato, sez. V, 23.01.1995, n. 97 e Cons. Stato, sez. V, 12.11.1996, n. 1317).
Neppure assumono una valenza decisiva, in tal senso, la struttura del manufatto abusivo, la sua tipologia o i materiali utilizzati (cfr. TAR Lombardia, Milano, 17.02.1997, n. 168).
Ciò che rileva al fine della qualificazione di un’opera edilizia come precaria è, invece (come affermato dalla giurisprudenza consolidata e condiviso dal Collegio), la funzione cui è obiettivamente finalizzata l’opera, con la conseguenza che solamente le costruzioni destinate ab origine al soddisfacimento di esigenze contingenti e circoscritte nel tempo saranno esenti dall’obbligo della concessione, mentre vi saranno assoggettate le opere destinate ad una utilizzazione perdurante nel tempo (cfr., ex plurimis, Cons. Stato, sez. V, 24.02.1996, n. 226).
Nel caso in esame, il manufatto abusivo è stato realizzato all’evidente fine di migliorare la fruizione dell’alloggio, offrendo una protezione dagli agenti atmosferici e ampliando gli spazi utilizzabili.
Esso non è quindi destinato a soddisfare esigenze temporanee, mediante una utilizzazione circoscritta nel tempo, bensì è finalizzato ad un utilizzo tendenzialmente durevole, con obiettivi caratteri di stabilità.
Ne consegue che l’opera edilizia, non connotabile in termini di precarietà, era soggetta al rilascio di concessione edificatoria.
Il ricorrente sostiene, in secondo luogo, che la realizzazione della struttura abusiva, proprio in ragione della sua “assoluta rimovibilità”, non avrebbe comportato la modifica delle metrature dell’alloggio e del suo perimetro.
Anche questa affermazione è destituita di fondamento.
Come già rilevato al punto precedente, infatti, l’assenza di connotati di precarietà del manufatto, peraltro di non irrilevante impatto visivo, fa sì che la costruzione abbia stabilmente modificato la superficie e la volumetria dell’immobile.
Deve altresì osservarsi come l’opera in questione costituisca sostanzialmente una veranda chiusa con superfici trasparenti, seppure scorrevoli su pannelli mobili, la cui apposizione all’edificio di abitazione ne ha alterato la sagoma, realizzando una trasformazione edilizia duratura che necessitava di concessione edilizia.
Ne consegue che legittimamente il Sindaco di Novara, accertata l’esecuzione di opere in assenza di concessione, ne ha disposto la rimozione, ai sensi dell’articolo 7 della legge 28.02.1985, n. 47 e dell’articolo 64 della legge regionale Piemonte 05.12.1977, n. 56 (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 26.04.2005 n. 1136 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: COSTRUZIONE EDILIZIA - Opere necessitanti il permesso di costruire - Manufatti con carattere precario - Individuazione.
In materia edilizia richiedono il rilascio del permesso di costruire non soltanto i manufatti tradizionalmente ricompresi nelle attività murarie, ma anche le opere di ogni genere con le quali si intervenga sul suolo e nel suolo, indipendentemente dal mezzo tecnico con il quale è stata assicurata la stabilità del manufatto, che può anche essere soltanto infisso o appoggiato al suolo, atteso che la stabilità non va confusa con la non rimovibilità della struttura o con la perpetuità della funzione ad esso assegnata, estrinsecandosi nella oggettiva destinazione dell'opera a soddisfare bisogni non provvisori (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 22.03.2005 n. 14044).

anno 2004

EDILIZIA PRIVATA: Manufatto precario - Nozione - Requisiti - Individuazione - Uso precario e temporaneo - Fini specifici, contingenti e limitati nel tempo - Fattispecie: casa in legno in zona sottoposta a vincolo paesaggistico.
In materia edilizia, la natura "precaria" di un manufatto -(Cass., Sez. 3^: 12.07.1995, ric. Bottai; 02.07.1996, ric. De Marco; 04.10.1996, ric. Di Meo; 28.01.1997, ric. Arcucci; 20.06.1997, ric. Stile; 18.02.1999, ric. Bortolotti)- ai fini dell'esenzione dalla concessione edilizia (oggi permesso di costruire), non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione subiettivamente data all'opera dal costruttore ma deve ricollegarsi alla intrinseca destinazione materiale di essa ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, non risultando peraltro sufficiente la sua rimovibilità o il mancato ancoraggio al suolo (nello stesso senso Consiglio di Stato, Sez. 5^: 23.01.1995, n. 97 e 15.06.2000, n. 3321) (fattispecie: casa in legno (mq. 8,62 x 8,10), in corso di costruzione, su platea in cemento, in zona sottoposta a vincolo paesaggistico) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 27.09.2004 n. 37992 - link a www.ambientediritto.it).

anno 2003

EDILIZIA PRIVATA: Nel caso di impianti destinati a serre, sono applicabili i criteri che individuano nella materiale fissazione al suolo il discrimine in ordine alla necessità o meno della concessione edilizia.
Quest’ultima si rende quindi necessaria per le serre stabilmente ancorate al terreno, mediante basamenti in metallo od altro materiale stabile, ma non per quelle la cui struttura ha carattere precario.

La giurisprudenza distingue la natura concretamente asportabile o meno di un manufatto, facendo particolare affidamento sulla sua destinazione abitativa. Così si sono posti i casi delle roulotte o degli alloggiamenti per chi lavora in un cantiere, e tali fattispecie sono state risolte nel senso indicato dalla motivazione del provvedimento impugnato, richiamando la nozione di concreta attuabilità della rimozione del bene.
Tale parametro di giudizio non è però adottabile in tutti i casi in cui si tratta di un manufatto non adibito all’uso abitativo.
Il carico urbanistico che può derivare da un impianto come è quello di cui si tratta non è comparabile con quanto risulta dalla stabile destinazione di un fondo all’abitazione, al commercio od all’industria. Nella specie ci si deve rifare ai criteri stabiliti dalla leggi statali e da quella regionale, che individuano nella materiale fissazione al suolo il discrimine tra il manufatto che necessita della concessione e quello realizzabile con altri titoli.
Il giudice ben conosce la propria giurisprudenza, che in altre occasioni aveva utilizzato la nozione di rimuovibilità del manufatto, argomentando dalla concreta utilizzazione del bene, e non già dalla sua consistenza fisica. Tuttavia va notato che le serre che l’interessato ha impiantato nel terreno posto in fregio alla cinta cimiteriale di Avigliana sono del tipo infisso al suolo, ma solo a mezzo di un corpo metallico curvato ed infisso nel terreno: gli atti di causa non hanno evidenziato alcuna traccia di basamenti di cemento od altro materiale stabile.
Non v’è peraltro alcuna prova della stabilità dell’impianto disposto dall’interessato, a proposito del quale deve osservarsi che il presente giudizio riguardo solo la compatibilità delle serre con le norme urbanistiche, senza che possa venire in considerazioni l’aspetto commerciale; un’eventuale iniziativa della p.a. in tal senso potrà essere assunta nei modi più idonei, che non sono quelli adottati in questa sede.
Ne consegue la fondatezza della prospettazione del motivo in rassegna, secondo cui l’amministrazione non ha fatto corretta applicazione dei principi denunciati, che richiedono la concessione solo per le serre che sono stabilmente ancorate al terreno, ovvero allorché ci sia la prova che il precario manufatto ha avuto una destinazione stabile ad opera del proprietario (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 12.02.2003 n. 194 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANon è costruzione precaria la realizzazione di una veranda preordinata a soddisfare esigenze non contingenti o di breve termine.
Costituisce nuova costruzione, o ampliamento della costruzione esistente, la veranda in questione, in quanto, sotto il profilo strutturale, è stabilmente infissa al suolo, con profondità dalla parete esterna al pilastro di sostegno di mt. 5,20, con dimensioni planimetriche di mt. 7,15 x 5,07 e con un’altezza nella parte superiore di mt. 2,85 e nella parte inferiore di mt. 2,80; e, sotto il profilo funzionale, è preordinata a soddisfare la non precaria esigenza del titolare di un pubblico esercizio (Cons. Stato, sez. V, 20.03.2000, n. 1507 e 07.10.1996, n. 1194; Cass. pen., sez. III, 12.05.1995, n. 1758 e 06.04.1988) (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 27.01.2003 n. 419 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2002

EDILIZIA PRIVATA: Sulla precarietà o meno di una serra e conseguente necessità o meno della preventiva concessione edilizia.
La realizzazione di un impianto di serre per floricoltura stabilmente ancorate al suolo costituisce modificazione apprezzabile del territorio, tale da richiedere il preventivo rilascio della concessione edilizia (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 29.05.2002 n. 33158).

EDILIZIA PRIVATA: Sugli interventi edilizi "precari" e loro correlazione con ambiti territoriali vincolati (link a www.sistemieditoriali.it).

anno 2001

EDILIZIA PRIVATA Edilizia ed urbanistica - Concessione edilizia - Concessione edilizia "a titolo precario" - Illegittimità.
E’ illegittimo il rilascio di una concessione edilizia "a titolo precario" (nella specie, per l’installazione di una stazione radio-base per la telefonia cellulare), nel caso in cui la precarietà della concessione appaia elemento essenziale all’atto e non possa configurarsi alla stregua di un mero elemento accidentale, atteso che il rilascio di concessioni edilizie a titolo precario non appare riconducibile ad alcuna specifica disposizione normativa (TAR Veneto, Sez. II, sentenze 18.06.2001 nn. 1587-1588 - link a www.lexitalia.it).

anno 2000

EDILIZIA PRIVATA: L. Ramacci, INTERVENTI PRECARI E VINCOLO PAESAGGISTICO (link a www.tuttoambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Concessione - Necessità - Precarietà del manufatto - Esclusione - Presupposti.
La precarietà di un manufatto, tale per cui la sua realizzazione non necessiterebbe di concessione edilizia, non dipende dai materiali utilizzati o dal sistema di ancoraggio al suolo, bensì dall'uso cui è destinato sicché la stessa precarietà va esclusa allorché si tratti di un manufatto destinato a dare un'utilità prolungata nel tempo e ciò indipendentemente dalla sua eventuale rimozione (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 21.11.2000 n. 2346 - link a www.sentenzetoscane.it).

EDILIZIA PRIVATAConcessione - Necessità - Precarietà del manufatto - Esclusione - Presupposti.
1. - La precarietà di un manufatto, tale per cui la sua realizzazione non necessiterebbe di concessione edilizia, non dipende dai materiali utilizzati o dal sistema di ancoraggio al suolo, bensì dall'uso cui è destinato sicché la stessa precarietà va esclusa allorché si tratti di un manufatto destinato a dare un'utilità prolungata nel tempo e ciò indipendentemente dalla sua eventuale rimozione.
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1. - Conforme Corte di Cassazione, Sezione III penale, 12.07-19.10.1999 n. 11839, in Rass. Cons. Stato, 2000, parte II, pag. 989 (massima tratta da www.sentenzetoscane.it - TAR Toscana, Sez. III, sentenza 21.11.2000 n. 2346 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' legittima l'ingiunzione a demolire relativa a un container installato senza concessione edilizia su terreno agricolo, non infisso al suolo, e destinato a deposito di attrezzi.
Affinché un manufatto possa ritenersi precario, e quindi esentato dalla concessione edilizia, assume rilievo l'uso a cui è destinato e non il materiale utilizzato o il sistema di ancoraggio al suolo.
La precarietà è esclusa ove trattasi di struttura destinata a dare un'utilità permanente nel tempo.
Non assume rilievo la provvisorietà della destinazione data dal proprietario, la quale va invece valutata alla luce della sua obiettiva e intrinseca destinazione naturale.
L'installazione non meramente occasione di un prefabbricato (nel caso di specie un container) comporta alterazione dello stato dei luoghi e incide sull'assetto urbanistico-edilizio del territorio (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 15.06.2000 n. 3321 - link a www.bosettiegatti.it).

EDILIZIA PRIVATAE’ soggetta al previo rilascio della concessione edilizia l’installazione di una serra che, pur costituita da strutture agevolmente rimuovibili, è destinata a far fronte ad esigenze continuative connesse a coltivazioni ortofrutticole, essendo ciò destinato ad alterare in modo duraturo l’effetto urbanistico-territoriale.
Il giudice di primo grado ha rettamente osservato che dagli atti (e dalla documentazione fotografica) acquista al giudizio risulta che le serre in questione, costituite da tubi ed intelaiature metalliche su cui vengono stesi teloni di plastica, formano, ciascune, strutture larghe metri 7 ed alte metri 4,30 sviluppantesi in lunghezza per parecchie decine di metri, a forma di tunnel.
Dette intelaiature sono interrate e tenute saldamente insieme con sbarre trasversali e danno luogo e strutture, che, sebbene agevolmente rimmovibili, sono destinate a far fronte ad esigenze continuative connesse a coltivazioni ortofrutticole, come è dimostrato dal posto che l’intero complesso metallico portante resta fisso, venendo nella stagione estiva solo sostituita le coperture in plastica con reti a velo (per la protezione da insetti e uccelli).
Le serre in questione costituiscono dunque strutture di rilevante consistenza destinate ad alterare in modo duraturo l’assetto urbanistico-ambientale.
Tanto basta per ritenere tale struttura comportano una trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio, che, in quanto tale, necessita della concessione edilizia ai sensi dell’art. 1 della legge 28.01.1977 n. 10 (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 08.06.2000 n. 3247 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sul rilascio della concessione edilizia con la clausola di "manufatto precario".
Le condizioni e le prescrizioni apposte alle concessioni e alle autorizzazioni edilizie non possono derogare dalle previsioni della disciplina urbanistica.
In particolare, apporre (o imporre) al provvedimento la clausola che si tratti di manufatto "precario", non consente di superare la disciplina urbanistica vigente, il contrasto con la quale non è ammesso nemmeno in caso di supposta (o imposta) precarietà (Consiglio di Stato, sez. V, sentenza 20.03.2000 n. 1507 - link a www.bosettiegatti.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sulla precarietà o meno di una serra e conseguente necessità o meno della preventiva concessione edilizia.
Le serre, allorquando in tutto o in parte siano strutturalmente e stabilmente inserite al suolo, apportando modificazioni all’assetto del territorio, sono soggette a controllo urbanistico nella forma della concessione (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 10.01.2000 n. 22).

anno 1994

EDILIZIA PRIVATA: Risposta a quesiti in merito individuazione categoria opere precarie e relativo regime urbanistico-edilizio (parere 23.11.1994 n. 30070/94 di prot.- link a www.provincia.ps.it).
Rispetto al tema della sussistenza del requisito della precarietà di un manufatto edilizio, requisito che comporta l’inesistenza dell’obbligo del preventivo rilascio della concessione, l’orientamento della giurisprudenza è particolarmente rigoroso (cfr.Pret. Lucca, 07.12.1988, in Riv. giur. edilizia, 1989, I, 458; Pret. Buccino, 06.06.1989, in Riv. pen., 1990, 583; App. Trento, 24.02.1989, in Riv. pen., 1989, 1199; Cass., sez. III, 02.07.1987, in Giust. pen.,1988, II, 346; Cass., sez. III, 09.10.1987, in Riv. giur. edilizia, 1989, I, 437; TAR Sicilia, Palermo, sez. I, 20.08.1990, n.531, in TAR, 1990, I, 3679; TAR Lazio, sez. II, 03.10.1990, n. 1725, in TAR, 1990, I, 3761; TAR Abruzzo, sez. L’Aquila, 20.12.1990, n. 649, in TAR, 1991, I, 627; Cons. Stato, sez. V, 21.05.1982, n. 424; Cons. Stato, sez. V, 05.05.1988, n. 275, in Foro amm.vo., 1988, 1371); in particolare la prevalente giurisprudenza ritiene che per la sussistenza del suddetto requisito non sia sufficiente che si tratti di manufatti smontabili e non infissi al suolo (criterio strutturale), ma sia necessario altresì che l’opera, valutata alla luce della sua oggettiva ed intrinseca destinazione naturale, sia oggettivamente destinata ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici e cronologicamente delimitati (criterio funzionale di tipo oggettivo). Ne consegue che ai fini della qualificazione di un’opera come precaria e provvisoria, non rileva la temporaneità della destinazione subiettivamente data all’opera dal costruttore (ad esempio non è sufficiente che il costruttore si dichiari disposto a rimuovere ad una certa data quanto realizzato), mentre la facilità della sua futura demolizione o rimovibilità non è elemento di per sé sufficiente, andando riconosciuto alla consistenza e alla struttura materiale del manufatto, unicamente il valore di "indici" significativi, ma non necessariamente decisivi.
L’istituto della concessione "in precario", ignorato dall’ordinamento vigente, è tuttavia emerso nella prassi amministrativa dei Comuni ed è stato valutato in modo assai differenziato dalla giurisprudenza. In una pronuncia del TAR Lazio del 25.05.1985, n.1488 (in TAR, 1985, I, 2084) è stato ritenuto "che con la concessione edilizia munita della clausola di precarietà può essere consentita l’edificazione a titolo transeunte, al fine di sopperire ad esigenze immediate anche nel caso di incompatibilità dell’insediamento autorizzato con le previsioni dello strumento urbanistico vigente o in itinere ed in attesa che la zona riceva la propria definitiva sistemazione in armonia con le previsioni di piano. Il titolare dell’anzidetto atto permissivo è pertanto autorizzato a realizzare l’opera ed a conservarla finché permanga la situazione transitoria che diede origine alla concessione e cioè fino a quando l’insediamento non si ponga in concreto ed immediato ostacolo con l’attuazione di quelle previsioni di piano la cui esistenza giustificò l’apposizione della clausola di precarietà".
Viceversa nel senso dell’inammissibilità sul piano giuridico dell’istituto della concessione "in precario", vanno segnalate, e sono altresì condivise sul punto dallo scrivente servizio, sia la pronuncia n. 222 del TAR Puglia, sez. Bari, 28.05.1984 (in TAR, I, 1984, 2839), secondo cui la tipicità del provvedimento di rilascio di concessione edilizia, caratterizzato dalla durata ed irrevocabilità dell’atto concessivo, esclude la possibilità per l’Amministrazione comunale di considerare sanata una situazione di palese abuso edilizio, sulla base del solo impegno dei costruttori di rimuovere in futuro i manufatti contrastanti con le indicazioni di piano regolatore generale, su richiesta dello stesso Comune e preavviso di un mese; sia la pronuncia n. 280 del Consiglio di Stato, sez.V, 18.03.1991 (in Riv. giur. edil., I, 1991, 620), secondo la quale è da considerare illegittimo il rilascio di concessioni edilizie "precarie" in quanto le norme urbanistiche prevedono un solo tipo di provvedimento che abilita a costruire, legato a determinati presupposti, e in particolare "nelle varie fattispecie di esercizio dello jus aedificandi del privato, i casi sono due: o i presupposti necessitanti il rilascio del provvedimento che abilita a costruire non ricorrono, e allora l’opera è esente dal controllo pubblico, oppure essi ricorrono, e allora la licenza (ora concessione) edilizia tipica è indefettibilmente necessaria e non surrogabile da un atipico provvedimento di carattere provvisorio".