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dossier PERGOLATO e/o GAZEBO e/o BERCEAU e/o DEHORS e/o POMPEIANA e/o PERGOTENDA
anno 2016

EDILIZIA PRIVATANiente permesso per le tende «a casetta». Consiglio di Stato. L’utilizzo è temporaneo e la struttura in alluminio è un accessorio.
Più elasticità per le strutture che non generano veri e propri volumi, comprese le tende rigide “a casetta”: lo sottolinea il Consiglio di Stato nella sentenza 27.04.2016 n. 1619, che riguarda il Comune di Roma.
Il principio generale (articolo 3, comma 1, lettera e.5, del Dpr 380/2001, Testo unico edilizia) è che le opere precarie non hanno necessità di alcun titolo e ad esse sono assimilati gli interventi di arredo (articolo 6, lettera e, del Dpr).
Per qualificare un’opera come precaria non basta verificare le caratteristiche dei materiali (spessore, resistenza) né le modalità di collegamento al suolo (perni, viti e bulloni, sistemi di ancoraggio). Occorre invece far riferimento alle esigenze (di natura stabile o temporanea) che l’opera sia diretta a soddisfare; in altri termini, occorre tener presente il carattere dell’utilizzo dell’opera, nel senso che se esso non è continuativo si può dedurre una precarietà e quindi la collocabilità senza titolo abilitativo.
Il caso esaminato riguardava due strutture di alluminio anodizzato atte a ospitare una tenda retrattile in materiale plastico comandata elettricamente, su un terrazzo; era quindi dubbia la temporaneità della loro utilizzazione, mentre non era in discussione la circostanza che la struttura garantisse una migliore fruizione dello spazio.
Su questi presupposti, il Consiglio ha precisato che la struttura non realizzava una «trasformazione edilizia e urbanistica del territorio» che rendesse necessario, per il Dpr, uno specifico provvedimento. Infatti, l’opera principale non è la struttura in sé, di plastica o metallo, con parti mobili o fisse, bensì la tenda, quale elemento di protezione da sole e agenti atmosferici, finalizzata ad una migliore fruizione dell’esterno dell’unità abitativa. In un contesto già edificato, quindi, la struttura in alluminio anodizzato è un mero elemento accessorio, necessario al sostegno ed all’estensione della tenda.
I giudici hanno anche escluso che si fosse in presenza di una ristrutturazione edilizia, che (articolo 3, lettera d, del Dpr), richiede «interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere», che «comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi e impianti».
Per aversi ristrutturazione, sarebbe stato necessario che le opere avessero consistenza e rilevanza edilizia, fossero cioè tali da poter «trasformare l’organismo edilizio», condividendo pertanto natura e consistenza degli elementi costitutivi di esso.
In sintesi, non occorre il previo rilascio del permesso di costruire nel caso di una tenda retrattile, perché questa si risolve in un mero elemento di arredo del terrazzo su cui insiste. Solo nel caso in cui la struttura sia tamponata sui due lati liberi da lastre di vetro mobili “a pacchetto”, munite di supporti che manualmente scorrano in appositi binari, con un vetro fisso superiore (timpano), il tutto inserito nelle strutture di alluminio anodizzato, si configurerebbe un vero nuovo volume
(articolo Il Sole 24 Ore del 04.05.2016).

EDILIZIA PRIVATA: Sulla natura e consistenza delle realizzate n. 2 “pergotende”.
La struttura in alluminio anodizzato destinata ad ospitare tende retrattili in materiale plastico non integra le caratteristiche di “trasformazione edilizia e urbanistica del territorio” (artt. 3 e 10 d.P.R. n. 380/2001). Va, invero, considerato che l’opera principale non è la struttura in sé, ma la tenda, quale elemento di protezione dal sole e dagli agenti atmosferici, finalizzata ad una migliore fruizione dello spazio esterno dell’unità abitativa.
Considerata in tale contesto, la struttura in alluminio anodizzato si qualifica in termini di mero elemento accessorio, necessario al sostegno e all’estensione della tenda. Quest’ultima, poi, integrata alla struttura portante, non vale a configurare una “nuova costruzione”, atteso che essa è in materiale plastico e retrattile, onde non presenta caratteristiche tali da costituire un organismo edilizio rilevante, comportante trasformazione del territorio.
Tanto è escluso in primo luogo dalla circostanza che la copertura e la chiusura perimetrale che essa realizza non presentano elementi di fissità, stabilità e permanenza, in ragione del carattere retrattile della tenda; onde, in ragione della inesistenza di uno spazio chiuso stabilmente configurato, non può parlarsi di organismo edilizio connotantesi per la creazione di nuovo volume o superficie.
Ciò resta escluso, inoltre, in considerazione della tipologia dell’elemento di copertura e di chiusura, il quale è una tenda in materiale plastico, privo pertanto di quelle caratteristiche di consistenza e di rilevanza che possano connotarlo in termini di componenti edilizie di copertura o di tamponatura di una costruzione.
Allo stesso modo, deve ritenersi che non sia integrata la fattispecie della ristrutturazione edilizia. Invero, ai sensi dell’articolo 3, lettera d), del dpr n. 380/2001, tale tipologia di intervento edilizio richiede che trattasi di “interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere”, i quali “comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi e impianti”: la disposizione, così come declinata dal legislatore, richiede che le opere realizzate abbiano consistenza e rilevanza edilizia, siano cioè tali da poter “trasformare l’organismo edilizio”, condividendo pertanto natura e consistenza degli elementi costitutivi di esso
(massima tratta da https://renatodisa.com).
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Con unico ed articolato motivo il signor Ag. lamenta: Violazione dell’articolo 6, comma 1, del DPR n. 380/2001; violazione della circolare n. 19137 del 09.03.2012; errata applicazione dell’articolo 16 della legge regionale Lazio n. 15/2008; eccesso di potere per travisamento dei fatti, erroneità dei presupposti, illogicità manifesta e carenza di istruttoria.
L’appellante deduce in primo luogo l’erroneità della sentenza impugnata per non avere esattamente compreso e valutato la fattispecie concreta della installazione di due pergotende, la quale rientra nell’ambito di operatività dell’articolo 6 del dpr n. 380/2001 (cd. attività edilizia libera), dovendosi in proposito fare riferimento (accertamento omesso dal Tribunale) alla sussistenza di peculiari caratteristiche, quali l’amovibilità delle opere, la loro temporaneità ovvero la loro natura di arredo pertinenziale.
Aggiunge ancora che il giudice di prime cure non avrebbe considerato che lo stesso Comune, con la Circolare n. 19137 del 09.03.2012, nel disciplinare le ipotesi di attività edilizia libera, vi aveva ricompreso le cd. “strutture semplici, quali gazebo, pergotende con telo retrattile, pergolati, se elementi di arredo annessi ad unità immobiliari e/o edilizie aventi esclusivamente destinazione abitativa”.
Rileva, poi, che la sentenza appellata avrebbe errato nel ritenere l’opera realizzata assoggettata al preventivo rilascio del permesso di costruire, atteso che, nella specie, non era configurabile un intervento di ristrutturazione edilizia, né tampoco di nuova costruzione, difettando l’indefettibile presupposto della trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio.
Andavano, infatti, sottolineati caratteri di amovibilità, precarietà e temporaneità delle strutture realizzate, nonché la loro funzione meramente accessoria e pertinenziale all’unità abitativa.
Lamenta, infine, la non corrispondenza tra la violazione contestata e la ragione di diniego espressa dal Tribunale. Invero, nella specie i provvedimenti gravati richiamavano l’articolo 16 della legge regionale Lazio n. 15/2008, riferentesi alle ipotesi di ristrutturazione edilizia e cambi di destinazione d’uso in assenza di titolo edilizio, mentre la sentenza di primo grado avrebbe configurato l’opera quale intervento di nuova costruzione.
Ciò posto, rileva la Sezione che i provvedimenti impugnati dal signor Ag. qualificano le opere realizzate quale “interventi edilizi abusivi di ristrutturazione edilizia in assenza di titolo abilitativo”.
Di poi, la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale in questa sede gravata così motiva il rigetto del ricorso: “Il ricorso è infondato e, pertanto, va respinto tenuto conto che le opere realizzate risultano avere una consistenza tale ed un ancoraggio al lastrico del terrazzo sul quale sono installate, tale da costituire, secondo un costante orientamento della Sezione, una modificazione permanente della sagoma dell’edificio per la cui esecuzione deve ritenersi necessaria la previa acquisizione di apposito permesso di costruire”.
La disamina dell’appello –a giudizio della Sezione– non può prescindere dalla considerazione della natura e della consistenza delle opere realizzate.
Trattasi di n. 2 “pergotende”, le quali vengono analiticamente descritte sia nei provvedimenti impugnati, sia nella comunicazione ex art. 27, comma 4, del dpr n. 380/2001, prot. VB/2014/23430 del 02.04.2014.
In particolare, in tale ultimo atto viene riferita la realizzazione di:
   1) “struttura di alluminio anodizzato atta ad ospitare una tenda retrattile in materiale plastico comandata elettricamente. Detta struttura risulta ancorata ai muri perimetrali del fabbricato e al muretto di parapetto del terrazzo; risulta altresì sorretta da pali, sempre in alluminio anodizzato, che poggiano sul pavimento del terrazzo:La struttura che occupa una superficie di circa mq. 34 risulta tamponata sui due lati liberi da tendine plastiche, scorrevoli all’interno di binari, comandate elettricamente e da teli plastici fissi (timpano e frangivento)inseriti nelle strutture di alluminio anodizzato”;
   2) “…una struttura in alluminio anodizzato atta ad ospitare un tenda retrattile in materiale plastico comandata elettricamente. Detta struttura risulta ancorata ai muri perimetrali del fabbricato e al plateatico pavimentato predetto. La struttura che occupa una superficie di circa mq. 15 risulta tamponata sui due lati liberi da lastre in vetro mobili “a pacchetto” munite di supporti che, manualmente, scorrono in appositi binari e da vetro fisso (timpano)inseriti nelle strutture di alluminio anodizzato”.
Orbene, in relazione alla tipologia dei manufatti realizzati, così come sopra descritti, il Collegio ritiene che l’appello sia parzialmente fondato, nei sensi che di seguito si espongono.
La Sezione evidenzia preliminarmente che
la questione relativa alla non necessità del previo titolo abilitativo non può essere risolta sulla base della pretesa precarietà delle opere, fondata, a dire dell’appellante, sulla amovibilità delle strutture.
Si osserva, infatti, che
dall’articolo 3, comma 1, lett. e.5, del Testo Unico dell’Edilizia è possibile trarre una nozione di “opera precaria”, la quale è fondata non sulle caratteristiche dei materiali utilizzati né sulle modalità di ancoraggio delle stesse al suolo quanto piuttosto sulle esigenze (di natura stabile o temporanea) che esse siano dirette a soddisfare.
Invero, la norma qualifica come “interventi di nuova costruzione” (come tali assoggettati al previo rilascio del titolo abilitativo), “l’installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni che siano utilizzati come abitazioni , ambienti di lavoro oppure depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee…”.
Dunque,
la natura di opera “precaria” (non soggetta al titolo abilitativo) riposa non nelle caratteristiche costruttive ma piuttosto in un elemento di tipo funzionale, connesso al carattere dell’utilizzo della stessa.
Ciò posto,
trattandosi nella specie di strutture destinate ad una migliore vivibilità dello spazio esterno dell’unità abitativa (terrazzo), è indubitabile che le stesse siano state installate non in via occasionale, ma per soddisfare la suddetta esigenza, la quale non è certamente precaria.
In buona sostanza
le “pergotende” realizzate non si connotano per una temporaneità della loro utilizzazione, ma piuttosto per costituire un elemento di migliore fruizione dello spazio, stabile e duraturo.
, a giudizio del Collegio, risulta dirimente, ai fini della soluzione della presente controversia, la circostanza che le strutture siano ancorate ai muri perimetrali ed al suolo.
Invero,
l’ancoraggio si palesa comunque necessario, onde evitare che l’opera, soggetta all’incidenza degli agenti atmosferici, si traduca in un elemento di pericolo per la privata e pubblica incolumità.
Chiarito per tale via che i manufatti in questione non sono “precari”, è necessario però verificare se gli stessi, in relazione a consistenza, caratteristiche costruttive e funzione, costituiscano o meno un’opera edilizia soggetta al previo rilascio del titolo abilitativo.

Orbene, ai sensi del combinato disposto degli articoli 3 e 10 del dpr n. 380/2001, sono in primo luogo soggetti al rilascio del permesso di costruire gli “interventi di nuova costruzione”, categoria nella quale rientrano quelli che realizzano una “trasformazione edilizia e urbanistica del territorio”.
Ciò premesso,
ritiene la Sezione che la struttura in alluminio anodizzato destinata ad ospitare tende retrattili in materiale plastico non integri tali caratteristiche.
Va, invero,
considerato che l’opera principale non è la struttura in sé, ma la tenda, quale elemento di protezione dal sole e dagli agenti atmosferici, finalizzata ad una migliore fruizione dello spazio esterno dell’unità abitativa.
Considerata in tale contesto,
la struttura in alluminio anodizzato si qualifica in termini di mero elemento accessorio, necessario al sostegno e all’estensione della tenda.
Quest’ultima, poi, integrata alla struttura portante, non vale a configurare una “nuova costruzione”, atteso che essa è in materiale plastico e retrattile, onde non presenta caratteristiche tali da costituire un organismo edilizio rilevante, comportante trasformazione del territorio.
Tanto è escluso in primo luogo dalla circostanza che la copertura e la chiusura perimetrale che essa realizza non presentano elementi di fissità, stabilità e permanenza, in ragione del carattere retrattile della tenda (in proposito, cfr. anche la cit. circolare del Comune di Roma, 09.03.2012, n. 19137); onde,
in ragione della inesistenza di uno spazio chiuso stabilmente configurato, non può parlarsi di organismo edilizio connotantesi per la creazione di nuovo volume o superficie.
Ciò resta escluso, inoltre, in considerazione della tipologia dell’elemento di copertura e di chiusura, il quale è una tenda in materiale plastico, privo pertanto di quelle caratteristiche di consistenza e di rilevanza che possano connotarlo in termini di componenti edilizie di copertura o di tamponatura di una costruzione.
In tale situazione, dunque,
la struttura di alluminio anodizzato mantiene la connotazione di mero elemento di sostegno della tenda e non integra, dunque, la struttura portante di una costruzione, la quale, integrandosi con gli elementi di copertura e di chiusura, realizzi, così creando un nuovo organismo edilizio, una trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio.
Allo stesso modo, deve ritenersi che non sia integrata la fattispecie della ristrutturazione edilizia.
Invero, ai sensi dell’articolo 3, lettera d), del dpr n. 380/2001, tale tipologia di intervento edilizio richiede che trattasi di “interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere”, i quali “comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi e impianti”.
Orbene, la disposizione, così come declinata dal legislatore, richiede comunque che le opere realizzate abbiano consistenza e rilevanza edilizia, siano cioè tali da poter “trasformare l’organismo edilizio”, condividendo pertanto natura e consistenza degli elementi costitutivi di esso.
La “trasformazione” può, infatti, realizzarsi solo attraverso interventi che pongano in non cale la precedente identità dell’organismo edilizio, risultato che può realizzarsi solo quando questi abbiano una rilevanza edilizia (e, dunque, una suscettività di incidenza sul territorio) almeno pari o superiore agli elementi che costituiscono la preesistenza.
Tali caratteristiche risultano all’evidenza non sussistenti nella fattispecie della struttura in alluminio anodizzato atta ad ospitare una tenda retrattile, avuto riguardo alla consistenza di tale intervento ed alla circostanza che l’immobile sul quale essa è collocata è un fabbricato in muratura, sulla cui originaria identità e conformazione l’opera nuova non può certamente incidere.
Sulla base delle considerazioni sopra svolte deve, pertanto, ritenersi che
la struttura realizzata e sopra descritta sub 1) non abbisognasse del previo rilascio del permesso di costruire: giacché la tenda retrattile che essa è unicamente destinata a servire si risolve, in ultima analisi, in un mero elemento di arredo del terrazzo su cui insiste.
Di conseguenza, non può condividersi sul punto la pronuncia di rigetto del ricorso operata dal giudice di primo grado, dovendosi ritenere che i provvedimenti di sospensione dei lavori e di demolizione adottati dall’amministrazione con riferimento alla sua realizzazione siano illegittimi.
L’appello è, di conseguenza, per tale parte fondato.
A identiche conclusioni non può giungersi, invece, in riferimento alla struttura sopra descritta sub 2).
Essa, invero, è pur sempre una “struttura in alluminio anodizzato atta ad ospitare una tenda retrattile in materiale plastico”.
Che, nondimeno,
si connota diversamente per il fatto di essere “tamponata sui due lati liberi da lastre di vetro mobili a “pacchetto”, munite di supporti che manualmente scorrono in appositi binari e da vetro fisso (timpano) inseriti nelle strutture di alluminio anodizzato”.
Orbene, osserva la Sezione, conformemente ai principi in precedenza esposti, che
la presenza, quali elementi di chiusura, di lastre di vetro determina il venir meno del richiamato carattere di mera struttura di sostegno di tende retrattili.
La natura e la consistenza del materiale utilizzato (il vetro viene comunemente usato per la realizzazione di pareti esterne delle costruzioni) fa sì che la struttura di alluminio anodizzato si configuri, in questo caso, non più come mero elemento di supporto di una tenda, ma venga piuttosto a costituire la componente portante di un manufatto, che assume consistenza di vera e propria opera edilizia, connotandosi per la presenza di elementi di chiusura che, realizzati in vetro, costituiscono vere e proprie tamponature laterali.
Sicché il manufatto in questo caso costituisce “nuova costruzione”, risultando idoneo a determinare una trasformazione urbanistico ed edilizia del territorio.
Né in contrario riveste rilievo la circostanza che le suddette lastre di vetro siano installate “a pacchetto” e, dunque, apribili, considerandosi che la possibilità di apertura attribuisce a tale sistema la stessa portata e consistenza di una finestra o di un balcone, ma non modifica la natura del manufatto che, una volta chiuso, è vera e propria opera edilizia, come tale soggetta al rilascio del previo titolo abilitativo.
Va, peraltro, considerato, in relazione al fatto che la struttura di cui al citato punto 2) presenta comunque come copertura una tenda retrattile in materiale plastico e, dunque, potenzialmente (e parzialmente) i caratteri di un’opera non soggetta a titolo edilizio (per la parte in cui è mera struttura di sostegno di una tenda retrattile), che il corretto esercizio del potere sanzionatorio avrebbe imposto, nella sua funzione di ripristino della legalità violata e nel rispetto del principio del mezzo più mite, una reazione proporzionata all’entità dell’abuso e, dunque, necessaria e sufficiente a riportare il realizzato nell’ambito della conformità alla normativa urbanistica (ossia senza demolire ciò che legittimamente può realizzarsi, posto che utile per inutile non vitiatur).
L’ordine di demolizione avrebbe, di conseguenza, dovuto limitarsi alla sola rimozione delle strutture laterali in vetro in uno ai binari (inferiore e superiore) di scorrimento delle stesse, ma non anche dell’intera struttura.
Invero,
per effetto di tali rimozioni il manufatto, limitato al solo sostegno di tende in plastica retrattili, viene ricondotto a opera lecita e non abusiva, in quanto non richiedente, per tutte le considerazioni in precedenza rese, il preventivo titolo abilitativo.
Da quanto sopra discende che, per quanto riguarda il manufatto descritto come sub 2), l’illegittimità dei provvedimenti impugnati in primo grado deve essere esclusa limitatamente alla rimozione degli elementi di chiusura laterali in vetro in uno ai binari (inferiore e superiore) di scorrimento degli stessi.
Queste costituiscono, pertanto, le componenti dell’opera che dovranno essere rimosse in esecuzione della presente pronunzia.
Conclusivamente, ritiene la Sezione che l’appello sia fondato in parte e debba essere accolto nei sensi e nei limiti sopra precisati; che, per l’effetto, la sentenza del Tribunale debba essere riformata parzialmente e che dunque, in parziale accoglimento del ricorso di primo grado, i provvedimenti impugnati debbano essere integralmente annullati, relativamente alla struttura di cui sub n. 1 (in quanto unicamente destinata al sostegno d’un elemento di arredo consistente in una tenda retrattile); mentre, quanto alla struttura di cui sub n. 2, vanno annullati solo in parte, ossia restando eccettuata dalla caducazione la relativa parte in cui si dispone, per tale secondo manufatto, la rimozione delle tamponature laterali in vetro e dei binari (inferiore e superiore) di scorrimento di esse.
Limitatamente a tali componenti dell’opera, invero, l’appello deve essere respinto e la sentenza di rigetto di primo grado confermata, unitamente (in parte qua) all’ordine demolitorio impugnato in prime cure (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 27.04.2016 n. 1619 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa valutazione degli abusi edilizi presuppone una visione complessiva e non atomistica degli interventi posti in essere, in quanto il pregiudizio arrecato all’assetto urbanistico deriva non dal singolo intervento ma dall'insieme delle opere realizzate nel loro contestuale impatto edilizio.
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Nel caso all’esame la copertura della pompeiana e l’aggiunta delle strutture metalliche coperte, hanno creato un autonomo organismo edilizio di rilevanti dimensioni stabilmente destinato a sala da pranzo del locale che deve pertanto essere qualificata come nuova opera per consistenza e funzione di ampliamento del locale dal punto di vista della volumetria e della superficie utile commerciale.
Infatti, come è stato osservato proprio con riguardo all’abusiva copertura di strutture del tipo di quella in esame:
- dal punto di vista tecnico-giuridico la pompeiana, a prescindere dai materiali usati e dalle concrete categorie definitorie (porticato, pergolato, gazebo, berceau, dehor), è caratterizzata dal dover essere una struttura costruttiva leggera e aperta, la cui copertura (teli, rampicanti, assi distanziate) deve consentire di fare filtrare l’aria e la luce, assolvendo a finalità di ombreggiamento e di protezione nel passaggio o nella sosta delle persone, in soluzione di continuità con lo spazio circostante e senza creare interruzione dimensionale dell’ambiente in cui è installata;
- l’aspetto tipico di essa risiede nella mancanza di pareti e di una copertura integrale assimilabile ad un tetto o solaio, che si viene invece a concretizzare con una copertura che la faccia configurare come volume edilizio;
- la stabile destinazione funzionale a sala da pranzo comporta lo snaturamento dei caratteri propri della pompeiana;
- è da escludersi la possibilità di riscontrare precarietà dell'opera, ai fini dell'esenzione dal permesso di costruire, quando la medesima sia destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la permanenza nel tempo della sua funzione.
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Da quanto esposto emerge che l’intervento edilizio è qualificabile come nuova opera assoggettata al previo rilascio di un permesso di costruire, che la medesima era incompatibile con la destinazione agricola dell’area prevista dallo strumento urbanistico allora vigente, che era necessario il previo rilascio dell’autorizzazione paesaggistica in quanto si tratta di opera che altera l’aspetto esteriore dell’edificio cui accede e che pertanto correttamente il Comune ha sanzionato l’abuso con un’ordinanza di rimozione e ripristino allo stato originario ed autorizzato dei luoghi.

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... per l'annullamento del provvedimento del Comune di Abano Terme, a firma del Dirigente del V Settore 17.06.1999 prot. n. 16032, con cui si ordina alla Società ricorrente, relativamente al fabbricato ad uso commerciale-residenziale in Abano Terme, via ... n. 46, di demolire le opere pretestamente abusive entro il termine di 90 giorni.
...
Il ricorso è infondato e deve essere respinto.
Le censure proposte, che possono essere valutate unitariamente, si fondano sull’erroneo presupposto che l’abuso edilizio dovrebbe essere considerato come consistente nella mera apposizione di un telo di nylon, come tale qualificabile come opera amovibile, non soggetta al previo rilascio di un titolo edilizio, o tutt’al più qualificabile come intervento di manutenzione straordinaria non sanzionabile con un’ordinanza di demolizione, irrilevante da un punto di vista urbanistico ed inoltre non soggetta al previo rilascio di un’autorizzazione paesaggistica perché costituente un intervento edilizio minore.
Tale ordine di idee non può essere condiviso.
Come è noto la valutazione degli abusi edilizi presuppone una visione complessiva e non atomistica degli interventi posti in essere, in quanto il pregiudizio arrecato all’assetto urbanistico deriva non dal singolo intervento ma dall'insieme delle opere realizzate nel loro contestuale impatto edilizio (cfr. Consiglio di Stato, Sez. VI, 06.06.2012 n. 3330; Consiglio di Stato, Sez. VI, 12.06.2014, n. 2985).
Nel caso all’esame la copertura della pompeiana e l’aggiunta delle strutture metalliche coperte, hanno creato un autonomo organismo edilizio di rilevanti dimensioni stabilmente destinato a sala da pranzo del locale che deve pertanto essere qualificata come nuova opera per consistenza e funzione di ampliamento del locale dal punto di vista della volumetria e della superficie utile commerciale (cfr. Consiglio di Stato, Sez. I, 06.05.2013, n. 1193).
Infatti, come è stato osservato proprio con riguardo all’abusiva copertura di strutture del tipo di quella in esame (cfr. Consiglio di Stato, Sez. VI, 31.10.2013, n. 5265):
- dal punto di vista tecnico-giuridico la pompeiana, a prescindere dai materiali usati e dalle concrete categorie definitorie (porticato, pergolato, gazebo, berceau, dehor), è caratterizzata dal dover essere una struttura costruttiva leggera e aperta, la cui copertura (teli, rampicanti, assi distanziate) deve consentire di fare filtrare l’aria e la luce, assolvendo a finalità di ombreggiamento e di protezione nel passaggio o nella sosta delle persone, in soluzione di continuità con lo spazio circostante e senza creare interruzione dimensionale dell’ambiente in cui è installata;
- l’aspetto tipico di essa risiede nella mancanza di pareti e di una copertura integrale assimilabile ad un tetto o solaio, che si viene invece a concretizzare con una copertura che la faccia configurare come volume edilizio;
- la stabile destinazione funzionale a sala da pranzo comporta lo snaturamento dei caratteri propri della pompeiana;
- è da escludersi la possibilità di riscontrare precarietà dell'opera, ai fini dell'esenzione dal permesso di costruire, quando la medesima sia destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la permanenza nel tempo della sua funzione (cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 22.12.2007, n. 6615).
Da quanto esposto emerge che l’intervento edilizio è qualificabile come nuova opera assoggettata al previo rilascio di un permesso di costruire, che la medesima era incompatibile con la destinazione agricola dell’area prevista dallo strumento urbanistico allora vigente, che era necessario il previo rilascio dell’autorizzazione paesaggistica in quanto si tratta di opera che altera l’aspetto esteriore dell’edificio cui accede e che pertanto correttamente il Comune ha sanzionato l’abuso con un’ordinanza di rimozione e ripristino allo stato originario ed autorizzato dei luoghi.
Il ricorso in definitiva deve essere respinto (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 22.03.2016 n. 297 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATANiente dehors per il bar senza sì del condominio.
Addio dehors per il bar se il titolare non ha fatto i conti con il condominio prima di rivolgersi al comune per il permesso. Stop all'autorizzazione unica concessa all'esercizio pubblico dallo sportello attività produttive dell'ente locale: la struttura a padiglione, infatti, va considerata aderente alla facciata dello stabile e dunque non può essere installata su una parete dell'edificio senza prima ottenere il nulla osta di tutti coloro che risultano proprietari del muro perimetrale.

È quanto emerge dalla
sentenza 04.03.2016 n. 379, pubblicata dalla II Sez. del TAR Toscana.
È proprio il regolamento comunale a imporre il previo nulla osta dei proprietari o dell'amministratore dell'edificio quando si verifica il «contatto-aderenza» con la superficie esterna di un fabbricato: sbaglia dunque l'amministrazione laddove interpreta le norme ritenendo necessaria l'autorizzazione preventiva solo se i tiranti della struttura a padiglione devono essere agganciati alla parete.
Al comune non resta che pagare le spese di giudizio (articolo ItaliaOggi Sette del 09.05.2016).

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATA: Per il dehors serve il sì del condominio. Poteri di veto. I proprietari devono dare il consenso alla realizzazione del manufatto in aderenza alla facciata.
Il conduttore di un immobile destinato ad uso birreria che intende realizzare nell’area antistante il locale un dehors che verrà montato solo in aderenza alla facciata non può essere autorizzato dal comune a realizzare l’opera se non dimostra di aver ottenuto il consenso della collettività condominiale.

È questo il principio affermato dal TAR Toscana -Sez. II- nella sentenza 04.03.2016 n. 379.
La vicenda prendeva l’avvio quando il titolare di un locale birreria, facente parte di un caseggiato, decideva di realizzare, nello spazio antistante il locale condotto in locazione, un dehors temporaneo con possibilità di chiusura stagionale in cui installare tavoli, sedie.
Il progetto definitivo prevedeva che la struttura portante del dehors non fosse ancorata alla parete condominiale, ma fosse realizzata soltanto in aderenza del muro perimetrale con montanti verticali in acciaio indipendenti.
L’opera, quindi, veniva autorizzata, ma una condòmina richiedeva al comune l’annullamento in via di autotutela del provvedimento autorizzatorio, per la mancanza di nulla osta da parte del condominio. La richiesta veniva respinta, anche perché tutti gli altri condomini (compreso il proprietario del locale-birreria) con apposita comunicazione, avevano confermato l’autorizzazione ad occupare l’area privata antistante il pubblico esercizio.
La questione, poi, è stata sottoposta all’attenzione del Tar che ha dato torto al titolare della birreria, rilevando che la domanda volta ad ottenere la concessione e/o l’autorizzazione per la costruzione di spazi di ristoro all’aperto annessi a locali di pubblico esercizio, con occupazione di tutta l’area esterna condominiale, richiede il consenso degli altri condòmini (inclusa la ricorrente che non ha mai prestato il suo assenso), anche nel caso in cui la struttura venga posta solo a contatto dell’edificio.
A diversa conclusione si potrebbe arrivare, però, se il dehors fosse realizzato con le stesse modalità ma con occupazione parziale del cortile: in tal caso, infatti, se si considera che i rapporti condominiali richiedono il continuo rispetto del principio di solidarietà, il quale richiede un costante equilibrio fra le esigenze e gli interessi di tutti i partecipanti alla comunione, qualora sia prevedibile (come nel caso in questione) che gli altri partecipanti alla comunione non possano fare un pari uso della cosa comune, la modifica apportata alla stessa dal condomino potrebbe ritenersi legittima
(articolo Il Sole 24 Ore del 19.04.2016).
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MASSIMA
... per l'annullamento:
- del provvedimento Autorizzativo Unico n. 152 del 29.07.2013 con cui il Dirigente del Settore Urbanistica e Suap ha autorizzato il Sig. Er.Si., nella sua qualità di legale rappresentante dell’impresa “Pi. Bar di Er.Si. & C. <<ad occupare l’area privata antistante il pubblico esercizio denominato “Bar Lume” posto in via Rinchiosa, angolo Via Garibaldi al fine di poter installare tavoli, sedie e strutture a padiglione con temporanea possibilità di chiusura stagionale […]>>, nonché degli atti connessi, presupposti e conseguenti nonché per il risarcimento:
- dei danni subiti e subendi dalla ricorrente per effetto degli illegittimi provvedimenti impugnati;
...
2. Il primo motivo del ricorso introduttivo del presente giudizio è fondato.
La circostanza, infatti, che “la struttura portante del dehors da installare non verrà agganciata alla parete condominiale, ma sostenuta da montanti verticali in acciaio indipendenti, come si legge nel provvedimento autorizzativo impugnato, non esonerava dalla necessità di ottenere il previo consenso da parte dei proprietari della facciata medesima.
A riguardo va rilevato come sia incontestato che il progetto per la realizzazione del dehors di cui si discute sia quello graficamente rappresentato nel documento prodotto dalla ricorrente come all. 18, consegnato al Comune nell’aprile del 2013, nel quale si trova espressamente scritto “Dehors distaccato 1 cm dalla facciata con struttura indipendente”.
Ora, l’Allegato L del Regolamento edilizio comunale al punto 2.8 prevede, con riferimento alle “strutture a padiglione temporanee con possibilità di chiusura stagionale”, il generale divieto di ogni infissione al suolo e alla parete dell’edificio di pertinenza.
Tuttavia, il quarto comma del citato punto 2.8 stabilisce che “
nel caso di presenza di marciapiede sopraelevato di larghezza tale da consentire la coesistenza del manufatto e del percorso pedonale, il manufatto stesso può essere collocato in aderenza alla facciata a condizione che venga comunque garantita una striscia libera di almeno 2 metri di larghezza a partire dal filo esterno del marciapiede”.
Ed è questa la fattispecie in cui rientra, secondo il progetto di cui si è detto, la struttura per cui è causa, per la quale, dunque, viene consentita la collocazione in aderenza alla facciata, mentre rimane vietata ogni infissione alla stessa.
Inoltre, il citato Allegato L del Regolamento edilizio comunale al punto 1.2 lett. c richiede in via generale, per tutte le domande volte ad ottenere la concessione e/o l’autorizzazione per la costruzione di spazi di ristoro all’aperto annessi a locali di pubblico esercizio di somministrazione, il “nulla-osta del proprietario o dell’amministratore dell’immobile qualora la struttura venga posta a contatto dell’edificio”; ciò in piena coerenza con la disciplina del condominio negli edifici (artt. 1117 e ss. cod. civ.).
Ne discende che,
oltre al divieto di infissione-aggancio alla parete condominiale, viene stabilito altresì che il contatto-aderenza –essendo i due termini sinonimi– dell’edificio richiede il previo nulla-osta dei proprietari o dell’amministratore dell’immobile.
Ciò significa che
l’amministrazione non avrebbe dovuto ridurre la questione di cui si controverte all’esistenza o meno dell’”aggancio” alla parete, ma avrebbe dovuto prendere in considerazione la specifica disciplina regolamentare del “contatto-aderenza” con l’edificio per dedurne la necessità del suddetto nulla-osta dei proprietari.
E’ evidente, infatti, che la progettata struttura, proprio in quanto distaccata di un solo centimetro dalla facciata, non può non essere considerata come aderente alla facciata stessa, con la conseguenza che la sua collocazione richiedeva il previo nulla-osta di tutti i proprietari della medesima, in quanto muro perimetrale condominiale ai sensi dell’art. 1117 cod. cic., ivi incluso quello della ricorrente che non risulta, invece, aver mai prestato il suo assenso a tal fine.

EDILIZIA PRIVATA: Di regola, tettoie e gazebo sono opere che non rappresentano costruzioni vere e proprie, ma hanno caratteristiche di precarietà strutturale e funzionale destinate a soddisfare esigenze contingenti e circoscritte nel tempo, esenti dunque dall’assoggettamento a permesso di costruire.
Non di meno, però, quando esse non sono precarie, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerate come manufatti alteranti lo stato dei luoghi, con incremento del carico urbanistico, costituendo la consistenza e la stabilità della struttura i criteri per la relativa valutazione.
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L’opera in questione risulta della superficie di 7,20 mq, di altezza al colmo di mt. 2,80 e alla gronda di mt. 2,30, composta da quattro pilastri verticali fissati al pavimento mediante staffe in ferro, coperta con tavolaccio e soprastante strato di tegole canadesi (quest’ultime contestate da parte ricorrente, secondo cui la struttura sarebbe leggera e ricoperta con fogli sottili e bitumitosi che darebbero soltanto l’effetto estetico del tegolato canadese) ed altresì aperta su tutti i lati.
Orbene, ritiene il Collegio che tale manufatto, che non appare ricadere in area vincolata, per le caratteristiche su menzionate, per le sue modeste dimensioni e per il suo carattere non impattante, essendo privo di autonomia funzionale, appare esente dall’assoggettamento al permesso di costruire, potendo essere considerato alla stregua di un intervento assentibile tramite l’odierna s.c.i.a., ai sensi dell’art. 22 del d.p.r. 06.06.2001 n. 380.
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Per gli interventi realizzati in violazione del regime di segnalazione di attività, ai sensi dell’art. 37, comma 1, d.p.r. 380/2001, l’amministrazione può comminare unicamente una sanzione pecuniaria e non anche la demolizione delle opere.
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Che il gazebo non necessitasse di permesso di costruire discende anche dalla circostanza che lo stesso si pone quale elemento pertinenziale con una volumetria inferiore al 20%, ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett.e. 6), del d.p.r. n. 380/2001.
Peraltro, le pertinenze di piccole dimensioni, secondo giurisprudenza condivisibile, non sono tenute a rispettare la disciplina in materia di distanze, né sono soggette a permesso di costruire.

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... per l'annullamento dell'ordinanza comunale n. 34 del 22/07/2014 di demolizione delle seguenti opere edilizie abusive “struttura in legno lamellare composta da quattro pilastri verticali fissati al suolo mediante apposite staffe in ferro e da una struttura di copertura a due falde sempre con l’utilizzo di travi in legno.
Detta struttura di forma rettangolare ha una superficie di mq. 7,20 circa ed ha altezza al colmo di mt. 2,80 e alla gronda di mt. 7,20 circa ed ha altezza al colmo di mt. 2,80 e alla gronda di mt. 2,30 coperta con tavolaccio e soprastante strato di tegole canadesi, e posta a distanza di mt. 0,80 dal confine di proprietà con altra ditta a distanza nulla, nonché ad una distanza al proprio fabbricato di circa mt. 4,50
”;
...
2.2. Comunque, come dedotto da parte ricorrente, nel caso, non era necessario il permesso di costruire.
Il Collegio osserva che, di regola, tettoie e gazebo sono opere che non rappresentano costruzioni vere e proprie, ma hanno caratteristiche di precarietà strutturale e funzionale destinate a soddisfare esigenze contingenti e circoscritte nel tempo, esenti dunque dall’assoggettamento a permesso di costruire (cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 19.09.2006, n. 5469; TAR Calabria, Catanzaro, sez. II, 28.11.2014 n. 2014; TAR Molise, sez. I, 31.01.2014, n. 66; TAR Calabria, Catanzaro, sez. II, 03.10.2012, n.976); non di meno, però, quando esse non sono precarie, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerate come manufatti alteranti lo stato dei luoghi, con incremento del carico urbanistico (Consiglio di Stato, sez. V, 01.12.2003, n. 7822; sez. IV, 04.09.2013, n. 4438), costituendo la consistenza e la stabilità della struttura i criteri per la relativa valutazione (Consiglio di Stato, sez. VI, 12.12.2012, n.6382).
2.3. Tanto premesso, l’opera in questione risulta della superficie di 7,20 mq, di altezza al colmo di mt. 2,80 e alla gronda di mt. 2,30, composta da quattro pilastri verticali fissati al pavimento mediante staffe in ferro, coperta con tavolaccio e soprastante strato di tegole canadesi (quest’ultime contestate da parte ricorrente, secondo cui la struttura sarebbe leggera e ricoperta con fogli sottili e bitumitosi che darebbero soltanto l’effetto estetico del tegolato canadese) ed altresì aperta su tutti i lati.
Orbene, ritiene il Collegio che tale manufatto, che non appare ricadere in area vincolata, per le caratteristiche su menzionate, per le sue modeste dimensioni e per il suo carattere non impattante, essendo privo di autonomia funzionale, appare esente dall’assoggettamento al permesso di costruire, potendo essere considerato alla stregua di un intervento assentibile tramite l’odierna s.c.i.a., ai sensi dell’art. 22 del d.p.r. 06.06.2001 n. 380.
Da quanto sopra consegue l’illegittimità dell’impugnato provvedimento, in quanto il gazebo in questione, per le esigue caratteristiche strutturali e dimensionali, non è tale da avere un rilevante impatto urbanistico.
Ne consegue, altresì, che, potendo per gli interventi realizzati in violazione del regime di segnalazione di attività, ai sensi dell’art. 37, comma 1, del citato d.p.r., l’amministrazione comminare unicamente una sanzione pecuniaria e non anche la demolizione delle opere, salvo i casi previsti, le censure al riguardo di parte ricorrente, nel complesso, sono condivisibili.
2.4. Inoltre, come osservato dalle ricorrenti (motivo III), che il gazebo non necessitasse di permesso di costruire discende anche dalla circostanza che lo stesso si pone quale elemento pertinenziale con una volumetria inferiore al 20% (circostanza che non è stata contestata), ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett.e. 6), del d.p.r. n. 380/2001.
Peraltro, le pertinenze di piccole dimensioni, secondo giurisprudenza condivisibile, non sono tenute a rispettare la disciplina in materia di distanze (cfr. TAR Abruzzo–Pescara, sez. I, 11.08.2015), né sono soggette a permesso di costruire (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 11.01.2016 n. 7 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2015

EDILIZIA PRIVATALa giurisprudenza prevalente ritiene che i gazebo non precari, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerati manufatti alteranti lo stato dei luoghi, con sicuro incremento del carico urbanistico, a nulla rilevando la precarietà strutturale del manufatto, la rimovibilità della struttura e l’assenza di opere murarie, posto che il gazebo non precario non è deputato ad un suo uso per fini contingenti, ma è destinato ad un utilizzo per soddisfare esigenze durature nel tempo e rafforzate dal carattere permanente e non stagionale dell’attività svolta.
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Nell’ambito dell’edilizia, per potersi parlare di pertinenza in senso proprio è indispensabile che il manufatto destinato ad un uso pertinenziale durevole sia di dimensioni ridotte e modeste, con la conseguenza che soggiace a permesso di costruire la realizzazione di un’opera di rilevanti dimensioni, che modifica l’assetto del territorio e che occupa aree e volumi diversi rispetto alla res principalis, indipendentemente dal vincolo di servizio o di ornamento nei riguardi di essa.

2. - I primi due motivi di ricorso, che possono essere trattati congiuntamente, in quanto tra loro complementari, si incentrano sull’inesistenza di un’opera edilizia, la cui realizzazione avrebbe richiesto un titolo abilitativo, allegandosi che peraltro, ai sensi dell’art. 3, lett. e), n. 6, della l.r. n. 1 del 2004, le opere pertinenziali richiedono il permesso di costruire ove comportanti una nuova volumetria urbanistica od una superficie utile coperta, circostanza non ricorrente nel caso di specie, ove manca qualsivoglia copertura, tale non potendosi ritenere il telo di copertura.
I motivi non appaiono meritevoli di positiva valutazione, e devono pertanto essere disattesi.
A prescindere dall’esatta collocazione temporale del manufatto, e dunque anche ad ammettere che risalga al 2000, od anche, per ipotesi estrema, al 1985, sul piano obiettivo si verte al cospetto di un gazebo che richiedeva il permesso di costruire avendo una dimensione di ml. 7,25x3,80, con altezza variabile da ml. 2,25 a ml. 2,80, e posto sul confine di proprietà, a distanza non regolamentare dalla viabilità pubblica (circa quattro metri), destinato a posto auto coperto.
La giurisprudenza prevalente ritiene che i gazebo non precari, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerati manufatti alteranti lo stato dei luoghi, con sicuro incremento del carico urbanistico, a nulla rilevando la precarietà strutturale del manufatto, la rimovibilità della struttura e l’assenza di opere murarie, posto che il gazebo non precario non è deputato ad un suo uso per fini contingenti, ma è destinato ad un utilizzo per soddisfare esigenze durature nel tempo e rafforzate dal carattere permanente e non stagionale dell’attività svolta (in termini Cons. Stato, Sez. IV, 04.04.2013, n. 4438; Sez. VI, 03.06.2014, n. 2842).
In tale prospettiva, anche sul piano normativo l’art. 3, lett. e), n. 6, della l.r. n. 1 del 2004 qualifica come “interventi di nuova costruzione” le opere pertinenziali agli edifici che comportino nuova volumetria urbanistica o superficie utile coperta; l’art. 21 del regolamento regionale 03.11.2008, n. 9 specifica che necessitano di permesso di costruire le opere pertinenziali, quali pergole e gazebo che abbiano una superficie utile coperta non superiore a mq. 20,00 e di altezza non superiore a ml. 2,40, desumendosi dunque in materia edilizia un’accezione diversa da quella civilistica di pertinenza.
In particolare, nell’ambito dell’edilizia, per potersi parlare di pertinenza in senso proprio è indispensabile che il manufatto destinato ad un uso pertinenziale durevole sia di dimensioni ridotte e modeste, con la conseguenza che soggiace a permesso di costruire la realizzazione di un’opera di rilevanti dimensioni, che modifica l’assetto del territorio e che occupa aree e volumi diversi rispetto alla res principalis, indipendentemente dal vincolo di servizio o di ornamento nei riguardi di essa (Cons. Stato, Sez. V, 28.04.2014, n. 2196) (TAR Umbria, sentenza 16.02.2015 n. 81 - link a www.giustizia-amminitrativa.it).

anno 2014

EDILIZIA PRIVATALa realizzazione di una veranda-gazebo, mediante chiusura a mezzo di installazione di pannelli di vetro su intelaiatura metallica, non ha natura precari, né costituisce intervento di manutenzione straordinaria o di restauro, ma è opera di ristrutturazione soggetta a concessione edilizia (oggi a permesso di costruire).
II – Il ricorso e i motivi aggiunti sono infondati.
III – La ricorrente società, titolare di un esercizio di ristorazione a Isernia, con la concessione edilizia in data 01.04.1997, ha realizzato lavori di rifacimento di una struttura protettiva (tipo veranda) collocata all’esterno dell’esercizio. Sennonché, il territorio del Comune di Isernia è classificato come zona sismica (con R.D. 22.11.1937) e, dall’esame degli atti d’ufficio, non risulta depositato il progetto strutturale dell’opera, che –a quanto consta– non è un tettoia, bensì una struttura chiusa, con vetrate installate su montanti metallici e travi in legno in copertura, ancorato con staffe metalliche all’antistante fabbricato in muratura, priva com’è di fondazioni e realizzata con un sistema costruttivo non consentito dalle vigenti norme tecniche anti-sismiche.
Il Servizio tecnico del Comune, avendo rilevato una violazione di tipo sostanziale –in quanto l’opera è in contrasto con i punti C1 e seguenti del D.M. 16.01.1996, recante “norme tecniche per la costruzione in zona sismica”- ha ordinato la riduzione in pristino, nonché l’adeguamento della struttura, tutt’altro che provvisoria, realizzata in difformità dalla concessione edilizia del 01.04.1996; ha inoltre emesso, in via cautelare, l’ordine di sospensione dei lavori.
Tra le altre cose, il Comune ha contestato alla ricorrente anche il mancato rispetto delle prescrizioni imposte dalla Soprintendenza per il beni archeologici e culturali di Campobasso, con la nota prot. n. 12085 datata 22.06.1996.
La realizzazione di una veranda-gazebo, mediante chiusura a mezzo di installazione di pannelli di vetro su intelaiatura metallica, non ha natura precaria (cfr.: Tar Toscana Firenze III, 30.01.2014 n. 185), né costituisce intervento di manutenzione straordinaria o di restauro, ma è opera di ristrutturazione soggetta a concessione edilizia (oggi a permesso di costruire).
Non a caso, la ricorrente si è munita di tale titolo: sennonché, ha realizzato in parziale difformità, non ha rispettato le prescrizioni paesaggistiche e non ha provato il rispetto delle norme di prevenzione sismica. Ciò è sufficiente per ingiungere la sospensione dei lavori e la remissione in pristino, senza che occorra una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico, che deve ritenersi “in re ipsa”, trattandosi di misura finalizzata a garantire la sicurezza degli edifici e l'ordinato, armonico sviluppo edilizio del territorio (cfr.: Tar Molise I, 21.10.2011 n. 624).
IV - I motivi del ricorso e i motivi aggiunti sono, dunque, destituiti di fondamento.
La tettoia, assentita con la concessione edilizia del 1997, è in realtà un locale chiuso. Trattandosi di struttura ancorata alla muratura dell’edificio, essa non può sottrarsi alle verifiche antisismiche, di guisa che la mancanza del deposito strutturale è valida motivazione per sospendere i lavori e ordinare il ripristino. Non risulta assolto l’onere di depositare il progetto esecutivo alla Sezione “Comuni sismici” della Regione Molise – previsto dall’art. 7 della L.R. n. 20/1996 per tutti i lavori di costruzione (e questo è un lavoro di costruzione!) e persino per le semplici riparazioni.
Invero, la legge n. 64/1974, in materia di particolari prescrizioni per costruzioni in zone sismiche, non si riferisce al concetto di nuova costruzione, ma a quello di realizzazione di una qualsiasi opera in zona sismica, risultando, detto concetto, del tutto indifferente e autonomo rispetto ad altre classificazioni valevoli nella disciplina edilizia, tale da essere tendenzialmente omnicomprensivo di tutte le vicende in cui venga in questione la realizzazione di una costruzione (cfr.: Cons. Stato IV, 12.06.2009 n. 3706).
Inoltre, le prescrizioni della Soprintendenza –di cui alla nota del 22.06.1996- condizionano l’assenso edilizio alla sostituzione del materiale cementizio con componenti in legno, sennonché i pilastri della tettoia poggiano ancora su vistosi basamenti in cemento. Tale elemento di sostanziale difformità sarebbe, di per sé, sufficiente a giustificare la misura ripristinatoria, di cui all’art. 31 del D.P.R. n. 380/2001 (cfr.: Cons. Stato VI, 30.04.2014 n. 2821).
Il mancato preavviso procedimentale non costituisce vizio di legittimità, atteso che, in ragione del carattere vincolato dell'atto, non occorre alcun avviso di avvio del procedimento per gli atti sanzionatori in materia edilizia, tra cui l'ordine di demolizione della costruzione abusiva; non vi è, nella specie, la violazione dell'art. 7 della legge n. 241 del 1990 (cfr.: Cons. Stato VI, 01.10.2014 n. 4878) (TAR Molise, sentenza 18.12.2014 n. 711 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2012

EDILIZIA PRIVATA: A. Cernelli, MANUFATTI LEGGERI E NECESSITÀ DEL TITOLO ABILITATIVO: IL CASO DEI C.D. GAZEBO DESTINATI ALLA RISTORAZIONE (Gazzetta Amministrativa n. 4/2012).

EDILIZIA PRIVATAIl Cds sulle strutture dei ristoranti non più asportabili. Il gazebo abusivo. È illegale se difficile da smontare.
È abusivo il gazebo installato in un ristorante se non è più amovibile e facilmente smontabile e asportabile. Infatti, se un gazebo perde le sue caratteristiche di precarietà per la sostituzione delle strutture portanti (dirette a soddisfare esigenze permanenti), si determina un'alterazione dello stato dei luoghi e un sicuro incremento del carico urbanistico.
Questo è il costrutto normativo tracciato dal Consiglio di Stato (Sez. VI) con la sentenza del 12.12.2012 n. 6382.
Il fatto, in sintesi: il proprietario di un ristorante nel comune di Malcesine, nel febbraio 2001 veniva autorizzato in area paesisticamente vincolata, alla posa di quattro gazebo in legno sulla terrazza di pertinenza del ristorante, caratterizzati da una struttura precaria, facilmente smontabile e asportabile.
Nel febbraio 2009, previa segnalazione, i tecnici della polizia municipale eseguivano un sopralluogo, riscontrando che erano in corso interventi sulla copertura, con la sostituzione del telo plastificato bianco con una struttura in grosse travi di legno e non, come invece previsto, con materiali in perline di legno e lamiera aggraffata, nonché con la ripavimentazione e la dotazione di un impianto elettrico, di climatizzazione e sonoro.
In seguito ai rilievi effettuati dalla polizia municipale, il comune aveva quindi adottato un'ordinanza di demolizione, alla quale il proprietario del ristorante aveva risposto con la presentazione di una domanda di sanatoria per le opere abusive realizzate. Domanda rigettata perché la volumetria realizzata, era incompatibile con il rispetto della disciplina urbanistico-edilizia e con le norme tutelanti il vigente vincolo paesaggistico.
Il proprietario del ristorante, vedendosi negata la sanatoria dei lavori apportati ai gazebo, proponeva ricorso. I giudici amministrativi concludevano che il gazebo aveva perso i connotati di precarietà e amovibilità che ne avevano legittimato l'installazione (articolo ItaliaOggi del 15.01.2013).

EDILIZIA PRIVATA: I gazebo non proprio precari, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerati come manufatti alteranti lo stato dei luoghi, con un sicuro incremento del carico urbanistico.
Ancora, i gazebo non proprio precari, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerati come manufatti alteranti lo stato dei luoghi, con un sicuro incremento del carico urbanistico (cfr. Cons. Stato, V, 01.12.2003, n. 7822) (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 12.12.2012 n. 6382 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl pergolato, avente natura ornamentale, deve essere necessariamente realizzato in una struttura leggera, facilmente amovibile perché priva di fondamenta, e deve realizzare riparo e/o ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni.
Il secondo motivo è dedicato alla parte dell’ordine di ripristino relativa ad alcune strutture in legno, delle quali il ricorrente rivendica la legittimità, trattandosi, a suo dire, di un “gazebo” oppure di un “pergolato”, di una casetta da gioco per bambini e di alcuni depositi di legna che non eccedono le sue ordinarie esigenze di vita.
Queste argomentazioni sono fondate solo per quanto riguarda la casetta da gioco per bambini e la quantità del legname presente.
La casetta da gioco, infatti, come ha rilevato il verificatore, è l’unica presente nel lotto e, avendo un tetto a due falde; dimensione in pianta non superiore a 4 mq. (precisamente m. 1,90 x 1.40); altezza al colmo pari a 2.20 m.; struttura in legno; assenza di collegamenti per le forniture di servizi, rientra nelle attrezzature ed arredi consentiti nelle aree pertinenziali degli edifici in base al combinato disposto dell’art. 97, comma 1, lett. a-quater), della l.p. 04.03.2008, n. 1, e dell’art. 22, comma 2, lett. a), del D.P.P. 13.07.2010, n. 18-50/Leg.
Quanto alla più ampia struttura in legno adibita a tettoia, si deve innanzitutto osservare che essa, all’opposto di quanto asserisce il ricorrente, non può essere assimilata ad un “gazebo” il quale, ai sensi dell’art. 22, comma 2, lett. c), del citato D.P.P. n. 18-50/Leg. del 2010, deve presentare una superficie coperta non maggiore di 20 mq., mentre la tettoia realizzata dal ricorrente ha una superficie coperta pari a 26,98 mq.
La struttura di causa, infatti, provvista di una tettoia costituita da lastre ondulate trasparenti e dotata di gronde di copertura sui quattro lati, deve essere misurata con il metodo di misurazione per gli elementi geometrici e per le costruzioni indicato con l’allegato 1 della deliberazione della Giunta provinciale 03.09.2010, n. 2023, adottata in attuazione dell’art. 36, comma 2, della l.p. n. 1 del 2008. In particolare, tale metodo prescrive che la superficie coperta corrisponda al sedime comprensivo di tutti gli aggetti rilevanti ai fini delle distanze. Ne consegue che la tettoia di causa, pur avendo dimensioni in pianta pari a m. 2,85 x 6,10, presenta lo sporto della gronda sul fronte nord lungo m. 1,60, quindi maggiore della misura limite per il calcolo delle distanze pari a 1,50 m. (prescritta dall’art. 8, primo comma, lett. c), delle n.t.a. del p.r.g. di Pelugo). In definitiva, pertanto, dovendosi conteggiare anche tale elemento, la struttura in esame presenta una superficie totale coperta di 26,98 mq.
La struttura di causa non può nemmeno definirsi un “pergolato” che, ai sensi dell’art. 22, comma 2, lett. d), del già citato D.P.P. n. 18-50/Leg. del 2010, è una “struttura composta da elementi verticali e sovrastanti elementi orizzontali in legno o altro materiale, tali da costituire una composizione a rete, per il sostegno di piante rampicanti”.
A ciò si deve aggiungere che la giurisprudenza amministrativa ha precisato che tale manufatto, avente natura ornamentale, deve essere necessariamente realizzato in una struttura leggera, facilmente amovibile perché priva di fondamenta, e che deve realizzare riparo e/o ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni (cfr., da ultimo, C.d.S., sez. IV, 29.09.2011, n. 5409).
Nel caso di specie è stata invece realizzata una struttura dotata di copertura, costituita da pilastri ancorati al suolo e da travi in legno di importanti dimensioni: tutto ciò la rende solida e robusta e non facilmente amovibile, cosicché essa non può essere ritenuta un pergolato e, quindi, un’opera non rilevante sotto il profilo edilizio (TRGA Trentino Alto Adige-Trento, sentenza 21.11.2012 n. 342 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl pergolato, rilevante ai fini edilizi, deve essere inteso come un manufatto avente natura ornamentale, realizzato in struttura leggera di legno o altro materiale di minimo peso, facilmente amovibile in quanto privo di fondamenta, che funge da sostegno per piante rampicanti, a mezzo delle quali realizzare riparo e/o ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni; di conseguenza non è riconducibile alla nozione di pergolato una struttura costituita da pilastri e travi in legno di importanti dimensioni, tali da rendere la struttura solida e robusta e da farne presumere una permanenza prolungata nel tempo, possa essere ricondotta alla nozione di pergolato.
Non rientra nella nozione di pergolato -e pertanto non è soggetta a d.i.a., bensì al rilascio di un permesso di costruire- un'opera costituita da pilastri e travi in legno di importanti dimensioni, atti a rendere la struttura solida e robusta. In tal caso, infatti, le rilevanti dimensioni e consistenza delle travi utilizzate, il loro stabile collegamento (nella specie a mezzo di bulloni e perni metallici) con una platea cementizia appositamente realizzata, la notevole estensione superficiaria ricoperta e la presenza di una copertura (ancorché precaria) risultano chiaro indice dell'essere preordinata, l'opera, ad un utilizzo prolungato nel tempo e non certo provvisorio.

Sul punto va ricordato l’esistenza di una pronuncia del Consiglio di Stato (sez. IV del 29.09.2011 n. 5409) che ha affermato come …”il pergolato, rilevante ai fini edilizi, deve essere inteso come un manufatto avente natura ornamentale, realizzato in struttura leggera di legno o altro materiale di minimo peso, facilmente amovibile in quanto privo di fondamenta, che funge da sostegno per piante rampicanti, a mezzo delle quali realizzare riparo e/o ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni; di conseguenza non è riconducibile alla nozione di pergolato una struttura costituita da pilastri e travi in legno di importanti dimensioni, tali da rendere la struttura solida e robusta e da farne presumere una permanenza prolungata nel tempo, possa essere ricondotta alla nozione di pergolato".
Si consideri ancora come la Giurisprudenza prevalente (per tutti si veda TAR Napoli Campania sez. VII 10.06.2011 n. 3099) ha sancito che ….”non rientra nella nozione di pergolato -e pertanto non è soggetta a d.i.a., bensì al rilascio di un permesso di costruire- un'opera costituita da pilastri e travi in legno di importanti dimensioni, atti a rendere la struttura solida e robusta. In tal caso, infatti, le rilevanti dimensioni e consistenza delle travi utilizzate, il loro stabile collegamento (nella specie a mezzo di bulloni e perni metallici) con una platea cementizia appositamente realizzata, la notevole estensione superficiaria ricoperta e la presenza di una copertura (ancorché precaria) risultano chiaro indice dell'essere preordinata, l'opera, ad un utilizzo prolungato nel tempo e non certo provvisorio
(TAR Veneto, Sez. II, sentenza 25.10.2012 n. 1290 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ai fini edilizi si intende per pergolato un manufatto avente natura ornamentale realizzato in struttura leggera di legno o altro materiale di minimo peso, facilmente amovibile in quanto privo di fondamenta, che funge da sostegno per piante rampicanti, attraverso le quali realizzare riparo e/o ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni.
Mentre il pergolato costituisce una struttura aperta sia nei lati esterni che nella parte superiore ed è destinato a creare ombra, la tettoia può essere utilizzata anche come riparo ed aumenta l’abitabilità dell’immobile.

Circa la nozione di pergolato, va rilevato che (cfr. Cons. St. Sez. IV 29.09.2011 n. 5409) “ai fini edilizi si intende per pergolato un manufatto avente natura ornamentale realizzato in struttura leggera di legno o altro materiale di minimo peso, facilmente amovibile in quanto privo di fondamenta, che funge da sostegno per piante rampicanti, attraverso le quali realizzare riparo e/o ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni”.
Al riguardo è stato altresì osservato (cfr. Cass. pen Sez. III 19.05.2008 n. 19973) che mentre il pergolato costituisce una struttura aperta sia nei lati esterni che nella parte superiore ed è destinato a creare ombra, la tettoia può essere utilizzata anche come riparo ed aumenta l’abitabilità dell’immobile (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 29.08.2012 n. 1481 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Gazebo in legno necessita permesso a costruire.
L’art. 3, lett. e.5), del d.P.R. n. 380/2001, ha lo scopo di frenare il fenomeno dei c.d. abusi progressivi, infatti, riconduce alla nozione di intervento di nuova costruzione, anche le istallazioni di strutture non murarie, per le quali è sempre necessario il permesso di costruire.
Una struttura in legno costituita da un unico manufatto, non può essere qualificata come semplice gazebo, in quanto assume la consistenza di un vero e proprio piano in elevazione che deve essere oggetto di concessione edilizia e di eventuale autorizzazione paesaggistica. I caratteri della rimovibilità della struttura e dell’assenza di opere murarie non rilevano per nulla, quando l’installazione attua una consistente trasformazione del tessuto edilizio, in conseguenza della sua conformazione e della sua destinazione all’attività imprenditoriale.
Inoltre, il carattere pertinenziale dell'intervento non muta il suo regime giuridico (d.i.a. in luogo di quello concessorio), in quanto la nozione di pertinenza urbanistica ha peculiarità proprie che la distinguono da quella civilistica, dal momento che il manufatto, preordinato ad un'oggettiva esigenza dell'edificio principale e funzionalmente inserito al suo servizio, deve soprattutto avere un volume modesto, rispetto all'edificio principale in modo da escludere ogni ulteriore carico urbanistico.
In primo luogo, tale norma regolamentare risulta implicitamente abrogata dall’art. 3, lett. e.5), del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, tra l’altro, riconduce alla nozione di “intervento di nuova costruzione" proprio “l'installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere… che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee”.
Pertanto, a tutto voler concedere, l’articolo 8 del regolamento edilizio comunale, nel ricondurre la realizzazione di un gazebo alla nozione di “manutenzione straordinaria” da attuarsi con d.i.a. potrebbe, forse riferirsi ai soli gazebo, con funzioni analoghe agli ombrelloni, che costituiscono semplici arredi temporanei della terrazza, ma sicuramente non concerneva una struttura che, per le sue notevoli dimensioni strutturali e per il suo impatto visivo, integrava un’ipotesi del tutto differente (ma sul punto vedi amplius infra). In ogni caso cui non vi era alcuna pregiudiziale necessità di impugnare la detta normativa regolamentare.
Parimenti è inconferente l’assunto circa la pretesa necessità di impugnativa della nota della Soprintendenza del 1998 sia perché per i “gazebo” occorre comunque il permesso di costruire è conseguentemente e sia perché la stessa risultava, comunque, del tutto superata della cogente valenza dell'art. 167, comma 4°, lett. c) del D.L.vo 22.01.2004 n. 42, per cui, in zona vincolata, anche in caso di “manutenzione straordinaria" di cui all'articolo 3 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380 –come nel Comune di Forio- devono essere comunque preceduti dalla previa verifica di compatibilità paesaggistica dell'opera, con conseguente irrilevanza dell'eventuale preventivo esercizio positivo del controllo urbanistico/edilizio.
Per la giurisprudenza peraltro tale disciplina in caso di realizzazione di “gazebo” deve sempre essere di rigorosa applicazione (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 28.02.2005 n. 714)
(massima tratta www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 30.07.2012 n. 4318 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Una piscina di mq. 45 ha dimensioni comunque tali da assumere un proprio, autonomo valore di mercato, incidente sul pregio dell’immobile, sicché ne è esclusa la qualificazione in termini di pertinenza.
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Un gazebo di dimensioni non trascurabili (m. 2,45 per 2,45 con altezza di m. 2,55), per quanto non stabilmente infisso al suolo, tuttavia viene a soddisfare un’esigenza di carattere non precario.

Il ricorrente, proprietario di area sita in via Boccapiana n. 14 del Comune di Palestrina, impugna l’ordine di demolizione n. 84 del 2006, avente ad oggetto le seguenti opere eseguite senza permesso di costruire: a) ampliamento di fabbricato A già oggetto di concessione in sanatoria per mq 68 al piano terra e mq 105 al primo piano; b) tamponatura di fabbricato F destinato a tettoia e trasformato in deposito; c) realizzazione di un gazebo in legno e di una piscina di mq 45.
Il Tribunale premette che tutti questi interventi sono stati esattamente ritenuti soggetti a permesso di costruire da parte dell’amministrazione, con riferimento anche alla piscina prefabbricata ed al gazebo il legno, per i quali il ricorrente ritiene, invece, fosse necessaria la sola DIA.
Quanto alla piscina, infatti, essa ha dimensioni (mq 45) comunque tali da assumere un proprio, autonomo valore di mercato, incidente sul pregio dell’immobile, sicché, sulla base della costante giurisprudenza di questo Tribunale, ne è esclusa la qualificazione in termini di pertinenza.
Quanto al gazebo, si è in presenza anche in tal caso di una nuova costruzione, di dimensioni non trascurabili (m. 2,45 per 2,45 con altezza di m. 2,55), che, per quanto non stabilmente infissa al suolo, tuttavia viene a soddisfare un’esigenza di carattere non precario del ricorrente.
È perciò infondato il secondo motivo di ricorso, con cui si è sostenuto che gazebo e piscina fossero soggetti a DIA.
Ciò premesso, va rilevato che erroneamente il ricorrente ritiene che l’atto impugnato si basi sull’art. 34 del d.P.R. n. 380 del 2001, atteso che non si vede, né viene indicato dal ricorrente stesso, quale permesso di costruire sarebbe stato eseguito in parziale difformità: si è invece in presenza di una nuova attività abusiva, eseguita in parte su immobili già oggetto di sanatoria (fabbricato A e B), in parte no (gazebo e piscina).
Con riferimento a queste ultime opere, una volta acquisita la necessità del permesso di costruire, segue la legittimità dell’ordine di demolizione ai sensi dell’art. 31 del d.P.R. n. 380 del 2001, espressamente indicato dall’atto impugnato quale base normativa del provvedimento.
Con riguardo agli interventi eseguiti sui fabbricati preesistenti, quand’anche essi dovessero valutarsi alla luce dell’art. 33 del d.P.R. n. 380 del 2001, anziché dell’art. 31 (ma su questo profilo il ricorrente non ha svolto alcuna censura), in ogni caso, per costante giurisprudenza di questo Tribunale, l’eventuale impossibilità di ripristino dello stato originario non ha alcuna incidenza sulla legittimità dell’ordine di demolizione, poiché si tratta di circostanza rilevabile dall’amministrazione nella fase esecutiva: è quindi infondato il primo motivo di ricorso, con cui si lamenta che l’amministrazione non avrebbe potuto ordinare la demolizione delle opere, senza motivare previamente su di un simile profilo.
È infine infondato il terzo motivo: a fronte di un abuso edilizio, l’attività repressiva della pubblica amministrazione è vincolata dalla legge nell’an e nel quomodo, sicché è incongruo evocare in tali casi il principio di proporzionalità; né la circostanza che l’area del ricorrente sia già gravemente compromessa dall’abusivismo e rientri nella perimetrazione dei nuclei abusivi esime dal munirsi nei necessari titoli abilitativi.
Quanto, infine, alla risalenza nel tempo delle opere, neppure comprovata in fatto, è costante giurisprudenza di questo Tribunale che si tratti di profilo irrilevante, poiché il solo affidamento che l’ordinamento protegge è quello legittimo, e non certo quello derivante da condotte lesive della legge (TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 13.06.2012 n. 5386 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione mediante opere edilizie di un pergolato caratterizzato da una solida struttura –addirittura in cemento- di dimensioni non trascurabili, che fa desumere una permanenza prolungata nel tempo del manufatto stesso e delle utilità che esso è destinato ad arrecare, comportando una trasformazione edilizia del territorio, dev’essere qualificata come intervento di nuova costruzione, che necessita di concessione edilizia.
Per costante giurisprudenza –anche della Sezione- la realizzazione mediante opere edilizie di un pergolato caratterizzato da una solida struttura – addirittura in cemento - di dimensioni non trascurabili, che fa desumere una permanenza prolungata nel tempo del manufatto stesso e delle utilità che esso è destinato ad arrecare, comportando una trasformazione edilizia del territorio, dev’essere qualificata come intervento di nuova costruzione, che necessita di concessione edilizia (Cons. di St., IV, 02.10.2008, n. 4793; TAR Liguria, I, 27.01.2012, n. 195; TAR Campania-Napoli, IV, 25.03.2011, n. 1746; TAR Emilia Romagna, II, 19.01.2011, n. 36) (TAR Liguria. Sez. I, sentenza 23.03.2012 n. 423 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: I gazebo che non abbiano carattere di assoluta precarietà ma che siano funzionali a soddisfare esigenze di carattere permanente devono essere apprezzati quale manufatti che determinano una trasformazione del territorio ed un’alterazione dello stato dei luoghi, dando luogo, peraltro, ad un incremento del carico urbanistico.
Come affermato dalla consolidata giurisprudenza anche del giudice d’appello, i gazebo che non abbiano carattere di assoluta precarietà ma che siano funzionali a soddisfare esigenze di carattere permanente devono essere apprezzati quale manufatti che determinano una trasformazione del territorio ed un’alterazione dello stato dei luoghi, dando luogo, peraltro, ad un incremento del carico urbanistico (cfr. ex multis, Cons. St., sez. V, 01.12.2003, n. 7822; TAR Trentino Alto Adige, Bolzano, 06.05.2005, n. 172).
Nella fattispecie oggetto di giudizio, l’intervento si è sostanziato nella sostituzione dell’intera struttura portante con travi in legno fisse e di grandi dimensioni e tale sostituzione, unitamente alle altre circostanze emerse nel corso dell’istruttoria (pavimentazione, dotazione di impianto elettrico, di climatizzazione e sonoro), è stata correttamente valutata dall’amministrazione che, considerando l’opera nel sul complesso, ha legittimamente adottato il provvedimento gravato.
L’intervento de quo è stato infatti realizzato, come sopra esposto, in area sottoposta a vincolo paesaggistico; come evidenziato dalla consolidata giurisprudenza per le opere comportanti un aumento di volumetria o cubatura l'autorizzazione paesaggistica non può essere rilasciata ex post, non rientrando tale ipotesi tra le fattispecie marginali -i c.d. abusi minori- che eccezionalmente ammettono la sanatoria ambientale in deroga al divieto generale di nulla-osta postumo.
Né è possibile ritenere, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa del ricorrente con il secondo motivo di ricorso, che l’intervento in esame sia da qualificare in termini di manutenzione ordinaria o straordinaria.
Dalle considerazione sopra svolte in ordine alla valutazione ed alla qualificazione dell’opera, emerge, infatti, che l’intervento ha determinato una sostanziale e radicale modificazione strutturale del manufatto, rilevante sotto il profilo volumetrico ed incidente sul contesto circostante tutelato (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 29.02.2012 n. 264 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione di un pergolato mediante una solida struttura in legno di dimensioni non trascurabili, che fa desumere una permanenza prolungata nel tempo del manufatto stesso e delle utilità che esso è destinato ad arrecare, comportando una trasformazione edilizia del territorio, dev’essere qualificata come intervento di nuova costruzione, che necessita di concessione edilizia.
Per costante giurisprudenza, la realizzazione di un pergolato mediante una solida struttura in legno di dimensioni non trascurabili, che fa desumere una permanenza prolungata nel tempo del manufatto stesso e delle utilità che esso è destinato ad arrecare, comportando una trasformazione edilizia del territorio, dev’essere qualificata come intervento di nuova costruzione, che necessita di concessione edilizia (Cons. di St., IV, 02.10.2008, n. 4793; TAR Campania-Napoli, IV, 25.03.2011, n. 1746; TAR Emilia Romagna, II, 19.01.2011, n. 36).
Né può ritenersi che l’opera in questione fosse soggetta al regime autorizzatorio di cui all’art. 7, comma 2, lett. a), del D.L. 23.01.1982, n. 9 (conv. in L. 25.03.1982, n. 94), vuoi perché non conforme alle prescrizioni dello strumento urbanistico allora vigente (che classifica l’area come verde di salvaguardia inedificabile, cfr. art. 25 allegato alla domanda di sanatoria), vuoi perché ricadente in area sottoposta a vincolo dalla legge 29.06.1939, n. 1497 (cfr. l’autorizzazione regionale di cui al doc. 4 delle produzioni 14.11.1996), vuoi, infine, perché il rapporto di pertinenzialità è predicabile soltanto rispetto ad un edificio, non già –secondo la tesi esposta in ricorso- rispetto ad un fondo rustico (cfr. TAR Liguria, I, 23.05.2011, n. 812).
Ed è appena il caso di osservare che la mancata sussumibilità dell’intervento nell’ambito delle opere pertinenziali soggette ad autorizzazione gratuita lo fa ricadere automaticamente nell’ambito di quelle soggette a concessione edilizia.
Ne consegue l’infondatezza delle censure dedotte avverso il diniego di sanatoria ex art. 13 L. n. 47/1985, legittimamente emesso nei confronti di un intervento non conforme alla vigente normativa di zona del P.R.G..
Ne consegue altresì l’infondatezza delle censure mosse avverso l’ordine di demolizione ex art. 7 L. n. 47/1985, legittimamente emesso per sanzionare l’esecuzione di opere in assenza di concessione edilizia (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 27.01.2012 n. 195 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2011

EDILIZIA PRIVATA: L’assenza di una definizione normativa di “pergolato” non esclude la valutazione dell’amministrazione in ordine alla riconducibilità di un manufatto a tale tipologia, né il successivo sindacato del giudice sulla legittimità della stessa, sotto il profilo del vizio di eccesso di potere per illogicità, irragionevolezza, insufficienza e/o contraddittorietà della motivazione.
Orbene, il “pergolato”, rilevante ai fini edilizi, può essere inteso come un manufatto avente natura ornamentale, realizzato in struttura leggera di legno o altro materiale di minimo peso, facilmente amovibile in quanto privo di fondamenta, che funge da sostegno per piante rampicanti, attraverso le quali realizzare riparo e/o ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni.
Questo Consiglio di Stato, proprio sulla base degli elementi ora riportati, ha avuto modo di escludere che una struttura costituita da pilastri e travi in legno di importanti dimensioni, tali da rendere la struttura solida e robusta e da farne presumere una permanenza prolungata nel tempo, possa essere ricondotta alla nozione di “pergolato”.
Al contrario, è stata ritenuta rientrare nella nozione di “pergolato” una struttura precaria, facilmente rimovibile, costituita da una intelaiatura in legno non infissa al pavimento né alla parete dell’immobile (cui è solo addossata), non chiusa in alcun lato, compreso quello di copertura.

L’appellante ritiene che, nel caso di specie, trattandosi di un “pergolato” -così definito dall’amministrazione con valutazione riportabile, in difetto di definizione normativa, al merito amministrativo (pag. 11 app.), ovvero alla discrezionalità tecnica, (pag. 12), e comunque non sindacabile in sede di legittimità-, lo stesso è perfettamente assentibile e realizzabile, in quanto, avendo un ingombro inferiore a 25 mq., rientra nelle “opere non rilevanti sotto il profillo edilizio”.
Alla luce di quanto esposto, la definizione della presente controversia consegue, in sostanza, alla verifica della natura (o meno) di “pergolato” del manufatto realizzato.
A tal fine, occorre innanzi tutto osservare che l’assenza di una definizione normativa di “pergolato” non esclude la valutazione dell’amministrazione in ordine alla riconducibilità di un manufatto a tale tipologia, né il successivo sindacato del giudice sulla legittimità della stessa, sotto il profilo del vizio di eccesso di potere per illogicità, irragionevolezza, insufficienza e/o contraddittorietà della motivazione.
Orbene, il “pergolato”, rilevante ai fini edilizi, può essere inteso come un manufatto avente natura ornamentale, realizzato in struttura leggera di legno o altro materiale di minimo peso, facilmente amovibile in quanto privo di fondamenta, che funge da sostegno per piante rampicanti, attraverso le quali realizzare riparo e/o ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni.
Questo Consiglio di Stato (sez. IV, 02.10.2008 n. 4793), proprio sulla base degli elementi ora riportati, ha avuto modo di escludere che una struttura costituita da pilastri e travi in legno di importanti dimensioni, tali da rendere la struttura solida e robusta e da farne presumere una permanenza prolungata nel tempo, possa essere ricondotta alla nozione di “pergolato”.
Al contrario, è stata ritenuta (Cons. Stato, sez. V, 07.11.2005 n. 6193) rientrare nella nozione di “pergolato” una struttura precaria, facilmente rimovibile, costituita da una intelaiatura in legno non infissa al pavimento né alla parete dell’immobile (cui è solo addossata), non chiusa in alcun lato, compreso quello di copertura (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 29.09.2011 n. 5409 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: “Berceau” - Permesso di costruire - Necessità - Esclusione.
Per la costruzione di manufatti di tipo “berceau”, formati da intelaiatura metallica scoperta, non appare necessario un titolo edilizio costituito dal permesso di costruire (o dalla denuncia di inizio attività alternativa a quest’ultimo): si tratta, infatti, di strutture precarie e semplicemente poggiate al suolo, facilmente amovibili, non idonee a creare nuovi volumi e quindi a determinare la <<trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio>>, che ai sensi dell’art. 10 del DPR 380/2001 impone il permesso di costruire.
La giurisprudenza ha del resto qualificato il c.d. “berceau” come un’opera edilizia leggera, tipo pergolato, costituita soltanto da una intelaiatura metallica o di legno, priva di pareti e copertura, con eventuali piante rampicanti che hanno però funzione meramente ornamentale (cfr. TAR Lombardia, Brescia, sez. I, 17.11.2010, n. 4638) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 26.07.2011 n. 1995 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: La struttura in questione [struttura costituita da travi di legno di abete posti sia verticalmente (con spessore di cm. 20 x 15 e fissati al suolo con barre filettate e bulloni in ferro), che orizzontalmente (con spessore di cm. 10 x 15, ancorati con barre filettate e bulloni in ferro ai travi lamellari posizionati in modo verticale), nonché da travicelli sempre di legno di abete piallati e squadrati, aventi spessore di cm. 5 x 5. Con posizionamento delle travi e dei travicelli, la presenza di un ordito a doppia falda in legno nella parte superiore della struttura, e un ingombro complessivo per una superficie coperta di mq. 30 (mt. 6 x 5). La base del manufatto è costituita da una platea di cemento armato, e lo stesso è dotato di una copertura precaria (forse pagliarelle) posta sull’ordito a doppia falda] non può essere ricondotta alla tipologia del “pergolato” e deve qualificarsi quale "nuova costruzione" che, in zona vincolata, presuppone il preventivo rilascio dell'autorizzazione paesaggistica.
Ritiene il Collegio che la struttura in questione [struttura costituita da travi di legno di abete posti sia verticalmente (con spessore di cm. 20 x 15 e fissati al suolo con barre filettate e bulloni in ferro), che orizzontalmente (con spessore di cm. 10 x 15, ancorati con barre filettate e bulloni in ferro ai travi lamellari posizionati in modo verticale), nonché da travicelli sempre di legno di abete piallati e squadrati, aventi spessore di cm. 5 x 5. Con posizionamento delle travi e dei travicelli, la presenza di un ordito a doppia falda in legno nella parte superiore della struttura, e un ingombro complessivo per una superficie coperta di mq. 30 (mt. 6 x 5). La base del manufatto è costituita da una platea di cemento armato, e lo stesso è dotato di una copertura precaria (forse pagliarelle) posta sull’ordito a doppia falda] non possa essere ricondotta alla tipologia del “pergolato”, definibile come manufatto realizzato in struttura leggera di legno che funge da sostegno per piante rampicanti o per teli, il quale realizza in tal modo una ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni durante la bella stagione, destinato ad un uso del tutto provvisorio e costituente altresì un elemento ornamentale, e perciò assentibile con d.i.a. (cfr. TAR Emilia Romagna–Bologna n° 36 del 19.01.2011; TAR Puglia–Bari n° 222 del 06.02.2009).
Al contrario, dev'essere qualificato intervento di nuova costruzione, ai sensi dell'art. 3 D.P.R. n. 380/2001, la realizzazione di un’opera costituita da pilastri e travi in legno di importanti dimensioni, atti a rendere la struttura solida e robusta e a far desumere una sua permanenza prolungata nel tempo (cfr. Cons. di Stato sez. IV, n° 4793 del 02.10.2008; TAR Campania–Napoli n° 1438 del 12.03.2010): proprio in quest’ultima ipotesi è inquadrabile invero la fattispecie in discussione, posto che le rilevanti dimensioni e consistenza delle travi utilizzate, il loro stabile collegamento (a mezzo di bulloni e perni metallici) con una platea cementizia appositamente realizzata, la notevole estensione superficiaria ricoperta e la presenza di una copertura (ancorché precaria) risultano chiaro indice dell’essere preordinata l’opera ad un utilizzo prolungato nel tempo e non certo provvisorio
Peraltro, appunto l’imponenza della costruzione (da valutare comunque nella sua totalità e complessità –cfr. TAR Lazio–Latina n° 259 del 10.05.2004)- conferisce alla stessa caratteristiche di rilevanza edilizia, ambientale, estetica e funzionale, pur in assenza di opere in muratura e di chiusure perimetrali, con conseguente necessità di una sua abilitazione a mezzo di permesso di costruire, in ogni caso previo assenso dell’Autorità preposta alla tutela del vincolo paesistico gravante in zona (non potendo farsi rientrare l’opera in alcuna delle ipotesi in cui l’art. 149 Decr. Leg.vo 42/2004 esclude la necessità dell’autorizzazione paesaggistica)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 10.06.2011 n. 3099 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Gazebo - Natura di costruzione - Volume edilizio - Esclusione.
Un gazebo, costituito da quattro colonne con sovrastante copertura, non configura un volume edilizio, essendo aperta su tutti i lati, e dunque non è soggetta a concessione edilizia (TAR Piemonte, sez. I, 19.11.2010, n. 4158): esso può senza dubbio essere qualificato come arredo per spazi esterni e non già come costruzione, tale da richiedere una concessione edilizia (Tribunale di Napoli, 18.12.2004) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 07.04.2011 n. 526 - link a www.ambientediritto.it).

anno 2010

EDILIZIA PRIVATA: Berceau - Nozione - Sostituzione della copertura - Intervento di manutenzione straordinaria - Copertura assimilabile ad un solaio - Locale coperto - Qualifica di berceau - Esclusione.
Il berceau è definibile come un’opera edilizia consistente in un pergolato (solitamente in legno) coperto da piante rampicanti.
L’aspetto caratteristico risiede nella mancanza di pareti e di una copertura impermeabile, in quanto si tratta di una struttura leggera nella quale deve essere garantito un rapporto di continuità con lo spazio esterno. Il filtro rispetto agli agenti atmosferici è costituito dalle foglie e dalle travi che forniscono appoggio ai rampicanti.
È evidente che la maggiore o minore concentrazione di travi di sostegno e la maggiore o minore distanza tra le stesse sono fattori decisivi per stabilire se l’opera appartiene alla tipologia del berceau o ad altre categorie edilizie, come ad esempio i portici.
La sostituzione della copertura del berceau costituisce un intervento di manutenzione straordinaria (art. 3, comma 1, del DPR 380/2001). Naturalmente la condizione per rimanere nella categoria della manutenzione straordinaria è che la nuova copertura non snaturi le caratteristiche del berceau.
Se invece la nuova copertura risultasse assimilabile a un vero e proprio solaio e i rampicanti avessero una funzione puramente ornamentale saremmo di fronte a un’opera del tutto diversa, ossia a un nuovo locale coperto, come tale non più qualificabile né come berceau né come semplice pertinenza dell’edificio (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 17.11.2010 n. 4638 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione di una tettoia, configurandosi quale opera di trasformazione urbanistica del territorio non rientrante nella categoria delle pertinenze, è subordinata al rilascio del permesso di costruire, diversamente dal pergolato, che è una struttura aperta sia lateralmente che nella parte superiore; la tettoia, invece, può essere utilizzata anche come riparo ed aumenta quindi l'abitabilità dell'immobile.
La nozione di pergolato si caratterizza per l’assenza di tamponature laterali e di copertura. La trasformazione del pergolato in tettoia (realizzata, come nel caso di specie, in cemento e con copertura in tegole) determina la creazione di un nuovo volume.
Sul punto la giurisprudenza ha affermato che la realizzazione di una tettoia, configurandosi quale opera di trasformazione urbanistica del territorio non rientrante nella categoria delle pertinenze, è subordinata al rilascio del permesso di costruire, diversamente dal pergolato, che è una struttura aperta sia lateralmente che nella parte superiore; la tettoia, invece, può essere utilizzata anche come riparo ed aumenta quindi l'abitabilità dell'immobile (Cass. Pen., sez. III, 25.02.2009, n. 10534) (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 17.03.2010 n. 1168 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

anno 2009

EDILIZIA PRIVATA: Un pergolato costituito da struttura in legno non infissa né al pavimento, né alla parete, né chiusa su alcun lato, nemmeno sulla copertura, è da classificare quale struttura precaria.
La giurisprudenza è costante nel ritenere che non sia necessaria alcuna concessione edilizia allorché l’opera consista in una struttura precaria, facilmente rimovibile, non costituente trasformazione urbanistica del territorio, come avviene nell’ipotesi di pergolato costituito da struttura in legno non infissa né al pavimento, né alla parete, né chiusa su alcun lato, nemmeno sulla copertura.
Deve, pertanto, ritenersi che tale intelaiatura può qualificarsi come mero arredo di uno spazio esterno, che non comporta realizzazione di superfici utili o volume (Consiglio di Stato, Sez. V - sentenza 07.11.2005 n. 6193; in senso analogo Tar Lazio-Roma, Sez. II - sentenza 28.03.2007 n. 2716).
Con riferimento all’ipotesi di specie si deve rilevare che, come risulta dagli atti, il Comune ha sanzionato la realizzazione di una <<struttura in legno dalle dimensioni di mt. 6,00x3,20x3,20>>. Tale struttura è stata qualificata quale gazebo nel verbale redatto dagli agenti dell’U.O.S.A.E.
In realtà, come è dato evincere dalla perizia giurata di parte e dalle foto allegate, non oggetto di contestazione da parte del Comune, tale struttura è priva di copertura ed è destinata al sostegno di pianti rampicanti. La stessa risulta agganciata alla parete con delle staffe che hanno la funzione di evitarne l’oscillazione e non di rendere la struttura solidale all’edificio: quindi ai sensi dell’art. 2 del Regolamento del Comune Edilizio di Napoli, deve essere qualificata quale grillage e non quale gazebo.
Per la sua tipologia e per l’uso di materiali dal non rilevante impatto visivo, come emerge anche dalle foto depositate, può ritenersi, come sostenuto dal ricorrente, un arredo dello spazio esterno con la conseguenza che la stessa può farsi rientrare, fra le opere di manutenzione straordinaria, ai sensi dell’articolo 6 del Regolamento Edilizio del Comune di Napoli (cfr. in senso analogo Tar Campania-Napoli Sez. IV - sentenza 02.12.2008, n. 20791) (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 14.08.2009 n. 4804 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La chiusura di un “pergolato” con degli infissi, per quanto asseritamente amovibili, è tale da consolidare la struttura in questione rendendola, di fatto, un locale chiuso fruibile autonomamente, il che si sostanzia, evidentemente, in un aumento di volumetria.
In merito all’avvenuta presentazione di istanza di sanatoria, va detto che, diversamente da quanto asserito in ricorso, è stata presentata un’istanza di sanatoria ai sensi dell’art. 37 D.P.R. d.lgs. 380/2001 (“interventi eseguiti in assenza o in difformità dalla denuncia di inizio attività e accertamento di conformità”) anziché ex art. 36 del medesimo testo legislativo (relativo all’accertamento di conformità delle opere eseguite in assenza di permesso di costruire o, anche di D.I.A. ma nei casi particolari di cui all’art. 22, co. 3, pacificamente non ricorrenti nel caso di specie).
Tanto basterebbe a ritenere la censura infondata in fatto, per l’evidente rilevanza del diverso riferimento normativo in base a cui è stata effettivamente richiesta la sanatoria.
Può dirsi, però, nel merito, che non appare applicabile l’art. 37 D.P.R. 380/2001 in quanto l’intervento edilizio già menzionato, per quanto relativo a un’area ove già insisteva un pergolato di legno, non è assentibile in base alla presentazione di una mera denuncia di inizio attività.
In primo luogo, infatti, lo stesso pergolato, costituito da legno e muratura, non sembra essere stato giammai assentito da parte delle competenti autorità, né è dimostrata l’inapplicabilità del regime autorizzatorio alla struttura per l’eventuale risalenza della stessa ad epoca anteriore al 1967; è evidente che la preesistenza di un’immobile già abusivo non può servire a lucrare un regime autorizzatorio più favorevole per gli ulteriori interventi posti in essere sul medesimo.
D’altro canto la chiusura del medesimo “pergolato” con degli infissi, per quanto asseritamente amovibili, è tale da consolidare la struttura in questione rendendola, di fatto, un locale chiuso fruibile autonomamente, il che si sostanzia, evidentemente, in un aumento di volumetria.
Quanto precede dimostra la necessità del permesso di costruire e dell’attivazione della procedura di sanatoria ex art. 36 D.P.R. 380/2001 in luogo di quella di cui all’art. 37 del medesimo Testo Unico (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 29.07.2009 n. 4477 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Differenza tra tettoia e pergolato - Trasformazione urbanistica del territorio - Permesso di costruire, DIA e normativa antisismica.
La realizzazione di una tettoia in quanto opera di trasformazione urbanistica del territorio non rientrante nella categoria delle pertinenze è subordinata al rilascio della concessione edilizia ed attualmente del permesso di costruire (Cass. pen. sez. 3 - n. 22126 del 03.06.2008). A differenza del pergolato che è una struttura aperta sia lateralmente che nella parte superiore, la tettoia, invero, può essere utilizzata anche come riparo ed aumenta quindi l’abitabilità dell'immobile (Cass. sez. 3 - n. 19973 del 19.05.2008). Non c'è dubbio, comunque, che il rilascio di una DIA o anche del permesso di costruire non escluda gli adempimenti richiesti dalla normativa antisismica.
Tettoie - Permesso di costruire - Equiparazione di una tettoia ad un pergolato - Esclusione.
E' pacifico che il titolo abilitativo richiesto per le tettoie è il permesso di costruire (a differenza del pergolato essa può essere utilizzata anche come riparo). E' illegittima pertanto l'equiparazione della tettoia ad un pergolato e conseguentemente la ritenuta validità della DIA rilasciata (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 10.03.2009 n. 10534 - link a www.ambientediritto.it).

anno 2008

EDILIZIA PRIVATA: Differenza tra pergolato e tettoia.
Mentre il pergolato, costituisce una struttura aperta sia nei lati esterni che nella parte superiore ed è destinato a creare ombra, la tettoia può essere utilizzata anche come riparo ed aumenta quindi l'abitabilità dell'immobile. Per la realizzazione di una tettoia di non modeste dimensioni, secondo l'orientamento della corte, occorre il permesso di costruire (Corte di Cassazione, Sez. III penale,
sentenza 19.05.2008 n. 19973 - link a www.lexambiente.it).

anno 2007

EDILIZIA PRIVATA: La sostituzione della copertura del gazebo da un telo di stoffa con un struttura in legno non può che alterarne l’identità, assumendo i connotati di una tettoia e mutandone in toto la funzione, oramai non più meramente pertinenziale ed ornamentale.
Una tettoia è da considerarsi, in senso tecnico-giuridico, una vera e propria costruzione assoggettata al requisito della concessione, poiché difetta normalmente del carattere di precarietà, trattandosi di opera destinata non a sopperire esigenze temporanee e contingenti, con la sua successiva rimozione ma durevole nel tempo ampliando così il godimento dell’immobile.
E’ necessaria la concessione di costruzione per la realizzazione di tettoie, giacché l’opera è idonea ad escludere la natura pertinenziale e determinante la stessa una consistente e durevole trasformazione urbanistica.

La sostituzione della copertura del gazebo da un telo di stoffa con un struttura in legno non può che alterarne l’identità, assumendo i connotati di una tettoia e mutandone in toto la funzione, oramai non più meramente pertinenziale ed ornamentale.
Secondo la giurisprudenza: <<Una tettoia (…..) è da considerarsi, in senso tecnico-giuridico, una vera e propria costruzione assoggettata al requisito della concessione, poiché difetta normalmente del carattere di precarietà, trattandosi di opera destinata non a sopperire esigenze temporanee e contingenti, con la sua successiva rimozione ma durevole nel tempo ampliando così il godimento dell’immobile>> (Cass. 06.04.1988).
<<La tettoia non ha una propria autonomia individuale e funzionale, ma si unisce ad una preesistente edificio ed entra a far parte di esso costituendone opera accessoria abbisognevole di concessione edilizia (……) dall’Autorità preposta alla tutela del vincolo cui la zona è assoggettabile>> (Cass. Pen., 13.03.2001, 9924).
<<E’ necessaria la concessione di costruzione per la realizzazione di tettoie, giacché l’opera è idonea ad escludere la natura pertinenziale (TAR Piemonte, 21.12.2000, n. 1393) e determinante la stessa una consistente e durevole trasformazione urbanistica>> (TAR, Campania, Napoli, 31.05.2001, n. 2469)
(TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 09.10.2007 n. 9134 - link a www.giustizia-amministrativa.it).